"La mia idea è una "camera" di discussione, verifica e dibattito. Una "camera permanente" dove le sigle della sinistra radicale siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte e, naturalmente, anche di distinguersi ma a ragion veduta". Questa è la veste organizzativa che Alberto Asor Rosa immagina per l'ipotesi di una ricomposizione della sinistra alternativa, lanciata dalle pagine del "manifesto" in due articoli, l'ultimo dei quali pubblicato sabato scorso.
Esiste oggi in Italia un'area raggruppabile sotto la definizione di "sinistra radicale"? E la sua capacità di condizionare la vita politica è pari oppure inferiore - come è ragionevole supporre - alle potenzialità virtualmente contenute nelle classi sociali cui fa riferimento? E quale partita, infine, si profila per questo universo di partiti, correnti organizzate, sigle sindacali, movimenti e associazioni all'interno della coalizione di centrosinistra e del futuro scontro elettorale con le destre?
Tutti questi interrogativi aleggiano nella sollecitazione di Alberto Asor Rosa, la cui formulazione non sfugge però alla regola della chiarezza: "far dialogare e agire unitariamente quella sinistra che sta a sinistra delle convergenze riformiste-moderate (triciclo, partito unico riformista, ecc)". Un primo livello del ragionamento riguarda il profilo di un programma allo stato attuale ancora indefinito e che una sinistra radicale capace di "agire unitariamente" potrebbe contribuire a rendere più chiaro. Si può, anzi, facilmente prevedere un indirizzo programmatico tanto più di rottura con il neoliberismo di stampo berlusconiano, quanto più la sinistra alternativa sarà in grado di portare le proprie idee nel confronto con la sinistra riformista-moderata. L'intesa elettorale contro le destre non significa indistinzione di progetti politici e strategici, né l'azzeramento, per causa di forza maggiore, di identità culturali differenti. Va da sé che lo stato di frammentazione attuale delle forze anticapitalistiche riduce la possibilità di incidere nella scrittura del programma.
Preso sotto l'aspetto più evidente il ragionamento svolto da Asor Rosa sul "manifesto" esprime il bisogno elementare - ma non per questo scontato - di mettere ordine in un quadro politico altrimenti frastagliato e decisamente sfavorevole, quanto a rapporti di forza, alla sinistra alternativa. Ma non c'è soltanto l'urgenza del passaggio elettorale a sollecitare la riflessione. Parlare di una ricomposizione della sinistra radicale significa, anche, riconoscere l'esistenza di un problema "oggettivo": restituire uno spazio politico alle classi popolari - quelle maggiormente colpite dalla crisi economica - e spostare una parte dell'elettorato a sinistra. Cos'altro tradisce il distacco tra politica e società se non il fatto che larghi strati sociali - le "classi subalterne", si sarebbe detto un tempo - hanno finito per essere esclusi dalla rappresentanza politica?
Mettere assieme i pezzi della sinistra alternativa richiede anche un disegno strategico. Quali sono i fattori "oggettivi" che rendono l'operazione necessaria, oltre che possibile?
Nella mia proposta ci sono due livelli. Il primo riguarda la prospettiva di un cartello elettorale, di una presenza più forte nelle istituzioni di questo settore del sistema politico italiano che attualmente è frammentato e più debole rispetto alla forza sociale che virtualmente rappresenta. L'altra faccia è strategica e di più lunga durata. Consiste nell'interrogarsi se all'evoluzione socio-economica del mondo globalizzato, e anche dell'Italia in questo ultimo ventennio, non debba corrispondere un soggetto politico, diverso da tutti quelli esistenti allo stato attuale delle cose, che interpreti a più alto livello, al di là delle formule organizzative, la contraddizione fra capitale e lavoro. Quel lavoro che oggi è sottorappresentato. Ognuno può scegliere e interpretare l'una o l'altra faccia come se fossero due momenti di un processo. Oppure può rovesciare la direzione: invece di cominciare dal discorso organizzativo-elettoralistico si può iniziare dal riflettere sulle grandi questioni di fondo. Ma nell'uno come nell'altro caso, oppure in tutti e due - visto che sono collegati - è necessario avviare la discussione e un confronto paritario tra le varie forze interessate perché prenda inizio il processo. In molti - molti di più di quanto pensassi - diamo un valore positivo all'inizio di questo percorso.
I problemi organizzativi riflettono i problemi teorici. L'universo della sinistra alternativa è frastagliato non solo per sigle e partiti, ma anche per paradigmi teorici: l'ambientalismo, il femminismo, il marxismo, il pacifismo... Come ricondurre tutti questi discorsi alla contraddizione principale tra capitale e lavoro?
Questo è un problema necessariamente ricorrente in tutte le fasi di transizione. Mi stupirei che non ci fosse un dibattito su questi temi. E' nell'ordine naturale delle cose. La discussione è ricorrente in tutte le fasi storiche di transizione nel movimento operaio. Quello che io osservo è che la fase di transizione della quale stiamo parlando, dura da tanto, da troppo tempo: ha il suo punto di partenza nell'89, ma comincia da prima, dagli anni '70. Io porrei il problema in questi termini: in che forma è pensabile una sinistra - se è pensabile, perché anche questo interrogativo più radicale è legittimo - in una situazione di classe come quella che stiamo vivendo da venti o trent'anni a questa parte? Contraddizioni di fondo, contrasti insanabili, opzioni contrapposte all'interno di questo mondo della sinistra radicale o alternativa - come talvolta è già accaduto in passato nel movimento operaio - io francamente non ne vedo. Sono culture diverse, anche tradizioni organizzative diverse, che nella situazione globale attuale tendono più a convergere che a divergere. Parlo, ad esempio, delle due opzioni culturali che potrebbero apparire più divaricate: quella ambientalista e quella marxista classica che punta sullo sviluppo anche in termini di denegazione ambientalistica - anche questo è accaduto talvolta in passato. Ma le due cose, allo stato attuale dei problemi, tendono a convergere, non a contrapporsi. Bisogna ragionare a livello mondiale sul rapporto che esiste tra sviluppo e ambiente. Questo è uno dei tre o quattro problemi di fondo.
Si profila quindi una fase di battaglia culturale, per l'egemonia si potrebbe dire, tra la sinistra radicale e la sinistra moderata, spesso incantata dalle sirene dell'ideologia liberista?
Non c'è dubbio che esista anche questo aspetto. Tuttavia quando sento il termine "egemonia" rabbrividisco perché viene spesso evocata - non in questo caso - in termini scorretti e dispregiativi. Preferisco parlare di identità culturali. Se la seconda faccia della proposta emergesse di più - come io spererei - allora dovremmo parlare di idee, culture, di atteggiamenti progettuali e costruttivi. Ora, questo si può fare solo se si smette di soggiacere supinamente a una fase di "liberismo mentale" che ha contagiato anche larghi settori della sinistra italiana ed europea.
Che fisionomia potrà avere questa ricomposizione della sinistra alternativa dal punto di vista delle formule organizzative? Iniziative comuni dal basso su singoli temi unificanti oppure un processo di avvicinamento "dall'alto", per opera dei ceti politici?
Bertinotti, non io, ha parlato di "contenitore". La mia proposta è più modesta, dotata sicuramente di minore capacità propositiva. Io penso che la convergenza su singole iniziative sia troppo poco. Preferirei la creazione di una "camera" di discussione, verifica e dibattito, una "camera permanente", dove le sigle - ma anche quello che non è ancora siglato, che sta oltre le organizzazioni frammentarie di cui stiamo parlando - siano in grado di confrontarsi per elaborare proposte. Naturalmente anche di distinguersi ma a ragion veduta.
Quindi, non una semplice sommatoria, ma la nascita di una soggettività politica diversa dalle parti che la compongono?
Secondo me è uno strumento di riorganizzazione dell'esistente ma anche di mutamento dell'esistente. Ho una "illuministica" fiducia nel fatto che la creazione di uno strumento cosiffatto tenderebbe più a fare evidenziare gli elementi di convergenza che non quelli di divisione.
Prima ancora di mettere in cantiere la nascita di questo soggetto emergono però anche le critiche di chi paventa il venir meno della coalizione di centrosinistra. L'alleanza con le forze democratiche e riformiste rimane nell'orizzonte della proposta?
La dò per scontata. Il presupposto del ragionamento che io credo d'aver fatto con estrema chiarezza in ambedue gli articoli pubblicati dal manifesto , è che questo semmai va concepito come uno strumento di rafforzamento del centrosinistra - io continuo a preferire questa dizione all'"orribile" Gad. Perché dovrebbe mettere in crisi la coalizione? Se uno si organizza, lo scopo è di rafforzare le posizioni della sinistra radicale rispetto a quelle della sinistra moderata. Questo fa parte di qualsiasi gioco politico che si rispetti.
Al di fuori dei calcoli geopolitici il consolidamento dell'area della sinistra radicale potrebbe persino riconquistare alla politica settori della società che finora sono sprovvisti di rappresentanza. E' così?
Il primo atto che dovrebbe assumere questa camera della sinistra radicale non è rinchiudersi in se stessa, ma stabilire fili di collegamento e sollecitazione con l'esterno.
E' qui che i vecchi organismi stentano a farcela, nonostante si siano posti il problema. Rifondazione sicuramente se l'è posto. Non è una critica schematica a quanto è stato fatto finora, ma è l'idea che ci sono i margini per fare di più.
Questa "camera permanente" potrebbe funzionare nell'immediato anche come luogo di elaborazione di un programma comune alle forze della sinistra alternativa da portare in dote in un ipotetico, futuro governo antitetico a quello del centrodestra?
Assolutamente sì. Finora si è discusso poco di contenuti programmatici. Dovrebbe essere il luogo altresì rispetto al lungo periodo, in cui questa sinistra radicale si chiarisce le idee sul pacchetto di proposte da portare al confronto con il resto del centrosinistra. Naturalmente con quella flessibilità che è necessaria in tutte le alleanze, ma con una maggiore chiarezza di idee e anche con una maggiore uniformità di proposte, il che - mi pare incontrovertibile - rafforzerebbe la posizione.
La costituente delle idee
ACHILLE OCCHETTO
Caro Alberto Asor Rosa, vedo che da un po' di tempo le nostre posizioni si sono sensibilmente avvicinate. Ben lungi da me l'intenzione di dare alle nostre persone più valore di quello che effettivamente hanno, tuttavia mi sembra che anche questo avvicinamento sia un segno del fatto che i tempi sono profondamente cambiati, che le differenze non sono più quelle di 15 anni or sono, e soprattutto che è matura l'esigenza di una mossa del cavallo capace di scompaginare i vecchi giochi, una mossa che saltando le pedine più vicine vada a coprire una casella vuota dalla quale sia possibile guardare a nuovi orizzonti. Per questo dico anche a te quanto ho già scritto a Bertinotti in una mia recente lettera aperta, nella quale ho commentato positivamente la sua disponibilità a un incontro in un nuovo contenitore: sono ormai superate le divisioni della svolta e ora dobbiamo sapere guardare avanti. Lo stesso processo che ha avuto inizio nell'89 si è diviso in due tronconi: quello che riteneva e ritiene necessaria una fuoriuscita da sinistra dal crollo del socialismo reale, e quello che si è mosso nella direzione di un riformismo moderato, guidato prevalentemente, come la signora Verdurin nella ricerca del tempo perduto, dall'ansia di essere accolti nel «salotto buono». Gli eventi sempre più drammatici che ci sovrastano rendono ancora più evidenti le differenze tra un riformismo radicale e un riformismo moderato. Ciò sta a dimostrare che è ormai matura la necessità di una riorganizzazione complessiva della sinistra, che naturalmente non deve fermarsi alla mera ingegneria organizzativa, ma deve, al contrario, prendere le mosse da una nuova svolta progettuale della sinistra, da un salto culturale, dalla messa in campo di un sapere rinnovato che tutti insieme siamo chiamati ad elaborare. Tu ti sei domandato nell'importante dibattito che hai aperto sul , e che io ho seguito con grande interesse, se esiste lo spazio di questa nuova sinistra. Rispondo affermativamente a questa tua domanda. Se si guarda bene alla realtà circostante ci si accorgerà che è presente un vasto settore democratico e di sinistra, laico e cattolico, che guarda oltre i parametri della sinistra, e, direi, della politica del Novecento, recando dentro di sé una sua del tutto originale alterità rispetto ai modelli di sviluppo e culturali delle società capitaliste. Questo settore, in una democrazia che sta diventando sempre più ristretta, e non solo per via del crescente astensionismo, rischia di non essere rappresentato. Ciò appare tanto più vero se si tiene conto che siamo dinnanzi ad una crisi strutturale della democrazia, che richiede un ripensamento radicale del rapporto tra partecipazione, rappresentanza e decisione, capace di farci uscire dall'attuale regime oligarchico trasversale, fondato sempre di più, a partire dalla grande democrazia americana, sul censo.
In questo contesto, come tu sottolinei nel tuo recente articolo apparso su questo giornale, diventa centrale determinare e influenzare il rapporto capitale-lavoro a partire dall'esigenza di dare rappresentanza a un mondo del lavoro che l'ha ampiamente persa. Lo stesso atteggiamento verso la guerra sta disegnando, ancora una volta, la grande discriminante tra le due sinistre. C'è una parte della sinistra che non ha ancora messo radicalmente in discussione la considerazione della guerra come una continuazione, con altri mezzi, della politica, e che respinge con sdegno tutte quelle forme di pacifismo intransigente che considerano la guerra stessa un tabù, esattamente come lo schiavismo e l'incesto. Non è un caso che il riformismo moderato sia molto riluttante a denunciare le spinte interne al sistema verso la guerra e a valutare tutta la portata della tremenda alternativa che si è aperta, per l'incapacità degli Usa di garantire la crescita globale in forme sostenibili, tra democratizzazione della global governance e militarizzazione della globalizzazione. Con questo intendo dire che sono ormai maturati i tempi perché la ricerca possa andare oltre le ragioni che ci videro su fronti diversi al momento della svolta. Riformismo non è necessariamente sinonimo di moderatismo: esiste una radicalità riformatrice che ha il coraggio di sperimentare strade nuove, di liberarsi dal tallone culturale del pensiero unico monetarista, di riprendere, in modi diversi dal passato, il percorso che conduce a un diverso modello di sviluppo. A questa esigenza non si fa fronte intrecciando in vario modo tra di loro sempre le stesse sigle, frutti, a volte avvelenati, di un partitismo senza partito. Occorre fare entrare in campo forze ed esigenze che fanno politica in modo diverso, anche al di fuori dei partiti.
Tu ti chiedi perché nel dibattito da te aperto su queste colonne ci siano state tante latitanze. Rispondo che uno dei motivi sta nelle gelosie di parte, nell'attaccamento ostinato alle ragioni e divisioni di un tempo ormai remoto. No, non si può andare avanti così. Bisogna che tutti sappiano abbandonare le proprie rendite di posizioni, le gelosie reciproche riconoscendo con umiltà che la sinistra non è la risposta, è il problema, e che occorre ritornare a ridiscutere i fondamenti dell'idea stessa di sinistra e di democrazia. In questo senso è necessario immaginare e progettare nuovi luoghi della politica.
Uno di questi luoghi cercherà di essere il «Gruppo del Cantiere» per la ricostruzione della democrazia, della politica e della sinistra che prenderà vita nei prossimi giorni, sulla base di una carta di intenti che consegneremo venerdì prossimo, per primo, a Romano Prodi. Ti voglio fin da adesso dire che gli intenti di tale gruppo sono molto simili a quelli da te delineati nei tuoi recenti articoli. Accanto ai partiti e per la loro riforma devono vivere luoghi che si pongono come un servizio democratico che fornisce i terreni di confronto, apre tavoli programmatici, suscita e coordina iniziative. Noi ci proponiamo di essere uno di questi servizi democratici. Questi luoghi, non strettamente legati all'immediatezza del potere e della reciproca concorrenza, potrebbero fare saltare vecchie ruggini, rivalità di bottega. Ed è proprio sulla base di questa ispirazione che ritengo possiamo dichiararci fin da adesso interessati alla tua proposta di dar vita ad una assemblea della sinistra non moderata, e aggiungerei della vasta zona democratica dei movimenti, a partire da quelli pacifisti.
Questa tua iniziativa coincide con la nostra proposta. Cioè di dar vita ad un'area che senza chiedere a nessuno di lasciare la propria organizzazione, si rivolga, attraverso un lavoro a rete tra partiti, associazioni e gruppi, a quel settore di cui ho parlato e che rappresenta potenzialmente la nuova sinistra. In sostanza un'area formata da movimenti, singole personalità, partiti, associazioni al cui centro si collochi non il partito guida, o la forza numerica, ma il Progetto in continua elaborazione. Già questa sarebbe una bella riforma della politica. Proprio per questo credo che saremo tutti ben lieti di partecipare e di promuovere assieme ad altri l'assemblea da te propugnata. Incominciamo dunque con il luogo del Progetto, con la costituente delle idee, per vedere solo in un secondo tempo se ci sono le condizioni di nuove unificazioni sul terreno della rappresentanza politica. Se sei d'accordo, in partenza la proposta dovrebbe essere rivolta a tutti coloro che riconoscono la necessità di una ricerca che si muova al di fuori di ogni ipotesi di riformismo moderato e subalterno. Il punto di arrivo potrà essere, anche sul piano dell'organizzazione politica, qualcosa di inedito. Ma lo vedremo dopo.
L'intervento di Alberto Asor Rosa
Si è riaperta la discussione, a sinistra, sulla leggendaria domanda di sempre: "Che fare?". Fausto Bertinotti ha accennato alla possibilità di costruire un "contenitore" politico nuovo, che tenga insieme gruppi, partiti, movimenti, correnti di pensiero e di partito. Cioè uno strumento che "unifichi" e dia una forza maggiore, un peso politico più grande a quello schieramento di forze e di menti - vasto - che si colloca alla sinistra del campo riformista classico. Molti gli hanno risposto di sì. Giorni fa Asor Rosa, uno degli intellettuali più prestigiosi della sinistra radicale, ha scritto sul "manifesto" un articolo importante, nel quale ha posto alcuni problemi politici molto seri, e ha avanzato una proposta. La proposta è più o meno questa: convochiamo una assemblea nazionale, o qualcosa del genere, che metta insieme partiti, movimenti, circoli politici e intellettuali, e verifichiamo la possibilità di realizzare forme nuove di unificazione politica. Il problema fondamentale che Asor Rosa ha sollevato - e che precedeva la proposta - era un po' più complicato. Lo riassumiamo così: come si affronta il riemergere prepotente, in Italia e in tutto il pianeta, della contraddizione tra "Capitale" e "Lavoro"?, e come si costruisce una rappresentanza politica adeguata del "Lavoro"?
Il problema e la proposta di Asor Rosa sono molto connessi. Derivano una dall'altro. Sulla sua proposta, che assomiglia parecchio a quella di Bertinotti, Asor Rosa ha incassato molti sì. Bertinotti, Salvi, Diliberto gli hanno già detto di essere pronti a questa assemblea, ed è probabile che ci sia una ampia disponibilità dei movimenti e di pezzi di sindacati, di partiti, di organizzazioni culturali. Sarebbe importante a questo punto procedere, cioè andare avanti spediti ed evitare il rischio che la discussione diventi un po' come quelle inutili discussioni che negli ultimi tre o quattro anni (anche di più) hanno tormentato la vita dell'Ulivo: che regole ci diamo? Chi decide che regole ci diamo? Quando decidiamo chi decide che regole ci diamo? Chi decide quando decidiamo che regole ci diamo? Quando decidiamo chi decide che regole ci diamo? Chi decide quando decidiamo che regole ci diamo?
Procedere e non impelagarsi in noiosissime discussioni formali vuol dire affrontare il merito della questione. Qual è? E abbastanza semplice: dato che l'obiettivo è quello di mettere insieme una coalizione di centrosinistra che sconfigga la destra e il "berlusconismo", si tratta di vedere quale sarà l'asse politico di questa coalizione, e cioè quale sarà il progetto di società, il progetto per l'Italia che questa coalizione contrapporrà al berlusconismo. Non basta un progetto elettorale, serve un progetto di futuro. La grande debolezza della sinistra classica, fino ad oggi, è stata questa: non riesce a fare politica senza far coincidere la sua politica con vicende elettorali. Le scadenze elettorali contano, contano molto, ma non sono tutto. Sconfiggere Berlusconi ma non avere in mano nulla che sostituisca il berlusconismo - cioè quel sistema economico, sociale, morale, di pensiero, basato su un idea di società che ha al centro il profitto e mette tutto il resto in secondo piano - non sarebbe una grande vittoria e comunque non sarebbe duratura.
Francesco Rutelli, ieri, sul Corriere della Sera, ha indicato, seppure in modo molto generico, quelli che a lui sembrano i tratti essenziali di un programma riformista: in politica estera amicizia con l'America, in politica interna riforma e contenimento del Welfare e misure che rilancino la competitività delle aziende, e dunque i margini del profitto. Non è un programma che possa essere sposato, non vi sembra? Ma non basta strepitargli contro. La sinistra radicale cosa propone? Siamo in grado di mettere giù due, o tre, o quattro punti, e su questi costruire una unità reale, da fare poi pesare al momento in cui il centrosinistra dovrà decidere il suo programma di coalizione?
Per esempio: abolizione della legge "30" (quella che viene chiamata Legge-Biagi) e realizzazione di nuove leggi sul lavoro che stabiliscano forti rigidità, anziché flessibilità, vale a dire più diritti garantiti, niente precarietà e licenziabilità, sistemi automatici di aumento dei salari, eccetera.
Per esempio: abolizione della legge Bossi-Fini, apertura delle frontiere e regolamentazione dell'immigrazione in modo che i migranti diventino i titolari di diritti, anche di diritti speciali (persone deboli da proteggere) e non oggetti da respingere o comunque da controllare e rendere inoffensivi. Realizzazione dell'obiettivo, posto dall'Onu, di riservare lo 0,7 per cento della ricchezza nazionale a finanziare i paesi poveri.
Per esempio: ritiro delle truppe dall'Iraq e avvio di una politica di riduzione drastica delle spese militari che porti in tempi ragionevoli al disarmo dell'Italia.
Per esempio, rifiuto del modello politico piramidale e decisionista, basato sul premier forte e sulla riduzione della rappresentanza, anzi rovesciamento di questo modello, da realizzare contrapponendo alle riforme costituzionali del Polo una idea di democrazia partecipativa.
Questi propositi, se realizzati, costano. Prevedono una diversa distribuzione delle risorse tra Capitale e Lavoro, e tra Nord e Sud del mondo. Questi propositi sono il terreno vero della battaglia.
Resta il grande problema dell'identità della sinistra. E' una questione molto alta, quasi filosofica, resa drammatica dagli eventi della fine del secolo scorso e ora dal progredire spedito e feroce della globalizzazione. Non credo che sarà mai risolta se non si comincia dalle cose. Dalle cose da fare. Fare queste cose, porsi degli obiettivi, studiare i modi per ottenerli - in tutto o in parte - vuol dire semplicemente fare politica. E affrontare dalla parte giusta il problema più scivoloso: cos'è la sinistra di governo se non è solo un pezzo di mondo politico che si adegua alla realpolitik, agli schemi, alle idee dell'avversario…
Partito il 14 luglio con un mio articolo, che non aveva (davvero) nessun'intenzione di aprire una discussione; proseguito nei due mesi o poco più che ci separano da quella data con una trentina di interventi, alcuni dei quali molto autorevoli (segretari di partito ed esponenti di varie frazioni politiche, importanti dirigenti sindacali e intellettuali di grido): il dibattito svoltosi sul sulle forme di una possibile, diversa unità della sinistra italiana si potrebbe definire un successo. Io ne ho avvertito soprattutto i limiti. Constato ad esempio che non è intervenuta nessun'esponente dei gruppi e movimenti femminili e/o femministi. Non sono intervenuti neanche i rappresentanti del cosiddetto «correntone», forse risucchiati nel gioco interno Ds. Non sono intervenuti (salvo un'eccezione) neanche i verdi: pensano che le tematiche ambientalistiche siano ancora autosufficienti? Non sono intervenuti neanche gli esponenti del riformismo moderato: forse pensano che non sia affar loro l'eventuale costituzione di un raggruppamento di sinistra distinto dal loro oppure lo guardano con sufficienza, pensando che l'idea sia fuori del mondo? Ma il limite più grande lo dirò alla fine.
Ripartirò dall'inizio, che a me era parso molto semplice, fin troppo elementare (e che del resto costituiva solo una minima parte del discorso): far dialogare e agire unitariamente quella sinistra che sta a sinistra delle convergenze riformiste-moderate (triciclo, partito unico riformista, ecc) ne aumenterebbe la forza e attenuerebbe il rischio di compromessi di basso livello. Aiuterebbe anche i movimenti - che la sinistra hanno contribuito in passato e continuano a rinnovare - a preservare la propria autonomia. Contribuirebbe a chiarire l'indirizzo programmatico dell'intero centro-sinistra, indirizzo che rimane ancora indefinito nonostente il «ritorno» di Prodi e l'annuncio di un'opposizione più chiara al governo di cui la programmata manifestazione del 6 novembre costituisce per ora il solo punto forte. Vorrei esser molto chiaro su questo punto: non si tratta di mettere in dubbio l'alleanza di centro-sinistra, che non ha alternative.
Si tratta al contrario di renderla più credibile e di rafforzarla in settori molto delicati dell'elettorato (quelli più colpiti dalla crisi economica), influenzandone il programma e spostandola al tempo stesso, come si diceva una volta quando esisteva una sinistra, a sinistra. Rafforzare e riequilibrare l'alleanza di centro-sinistra in questo momento è particolarmente essenziale, perché a metterla davvero in dubbio ci pensano le componenti moderate, che, anche dall'interno dell'Ulivo, lavorano sempre più alacremente per riaprire il capitolo del centrismo. Questo, mi permetto di dire, lo capirebbe anche un bambino. Ma spingiamoci di qui in poi un po' più in là di una semplice, limitata, per quanto utile, razionalizzazione del quadro politico della sinistra italiana. A me pare che il problema del rapporto fra le «due sinistre» è destinato a presentarsi prima o poi, anzi, si sta già presentando, mutatis mutandis, in tutta Europa. La distinzione (più o meno profonda) tra le due ali del riformismo poggia infatti su fattori oggettivi, addirittura di classe, oserei dire (anche se non proprio alla vecchia maniera), tipicissimi in questa fase proprio della situazione europea.
L'assenza di una formazione, magari confederale, che renda esplicita tale distinzione, senza necessariamente (anche in senso tecnico) estremizzarla, significa in parole povere che un pezzo della società occidentale è politicamente sottorappresentato: sia che ciò si manifesti nella forma della disaffezione alla politica; sia che il tasso di astensionismo nei ceti deboli resti elevato, nonostante tutti gli appelli; sia che si verifichino, in presenza di condizioni particolarmente negative, paurosi spostamenti di questo elettorato verso destra; sia che, quasi infallibilmente, i programmi dei vari centro-sinistra europei appaiano egemonizzati dalla componente moderata del centro-sinistra medesimo.
L'incontro tra le diverse frazioni (organizzate o no) di questa «parte» della sinistra (componente dialettica, a sua volta, ma non necessariamente antagonistica di uno schieramento più largo), sarebbe davvero impossibile, solo se fra esse (e soprattutto nella fetta di società che esse dicono di rappresentare) ci fossero differenze ideali e strategiche insormontabili. Ma è così? Nessuno può pretendere che si faccia qui l'elenco delle questioni su cui un'unità sostanziale, non estremistica e non ideologica, appare già oggi operante. Eppure un primissimo tentativo, di entrare nel merito bisognerà pur farlo.
Quando si dice - e lo dicono ormai anche alcuni dei riformisti moderati, e persino qualche centrista del centro-sinistra, - che non è più possibile sostenere la linea di un liberismo senza freni, spesso non ci si accorge di dire che il rapporto (nesso, conflitto, persino compromesso, lo si dica come si vuole, purché lo si dica) tra capitale e lavoro, invece di aver fatto il suo tempo, prepotentemente riemerge. Riemerge con esso il problema di una rappresentanza politica del lavoro. E con esso riemerge il problema del rapporto fra rappresentanza politica del lavoro e sindacato, rapporto entrato da più di dieci anni verticalmente in crisi in tutta Europa.
Una situazione del genere non è un residuo del passato (come qualcuno dice) ma nasce (o rinasce) precisamente all'interno di quel contraddittorio e tormentato processo che chiamano globalizzazione. Influenzare, spostare, determinare il rapporto capitale-lavoro (e di conseguenza quello fra capitale e ambiente, capitale e salute, capitale e sottosviluppo: da qui l'importanza del rapporto organico rossi-verdi), significa influenzare e determinare la globalizzazione e cambiarne il segno. E' per me del tutto evidente che la scintilla che ormai periodicamente incendia tutto il mondo, nasce dall'interno del sistema, perché all'interno del sistema non sono cresciuti gli anticorpi necessari a spegnerla. Non si può essere contro la guerra, se non se ne comprende e non se ne combatte la genesi profonda (che è dentro il sistema, non solo nel suo illimitato delirio espansivo).
La mancanza di regole, lo sfrenato avventurismo dei conservatori, l'incerta sempre più balbettante risposta dei riformisti moderati, fanno correre il rischio che una crisi politica si trasformi in una crisi di civiltà (la nostra) e che questa investa in maniera catastrofica la sfera dei valori, dei diritti e della stessa democrazia. La demoniaca volontà dell'Occidente capitalistico-democratico d'esportare all'esterno il proprio modello, svuota il modello e lo riduce ad un guscio vuoto, sempre più facilmente modificabile. La battaglia per i diritti torna a essere a sinistra di una portata epocale: la civiltà la difende la sinistra, perché non c'è più nessun altro che lo faccia. Lo dimostra ad abundantiam il radicale rifiuto della guerra, che solo a sinistra affonda senza ostacoli le sue radici (mentre il riformismo moderato su questo punto continua paurosamente ad oscillare).
Basta questa modesta sintesi a disegnare una linea di confine abbastanza precisa tra riformismo moderato e riformismo radicale e a precostituire le condizioni perché il riformismo radicale unisca le sue forze attualmente disperse? Può darsi che non basti: ma allora bisognerebbe dire onestamente perché e cos'altro serva perché basti. Bisognerebbe non aggirarsi intorno al problema, ma affrontarlo. O no?
Insinuo un'ipotesi negativa. Ecco qual è il limite più grande del nostro dibattito. Agostinianamente si potrebbe argomentare che il non potere discende dal non volere. Dubito fortemente che i protagonisti del dibattito sulle possibili forme dell'unità della sinistra sarebbero tutti disposti, messi alla prova dei fatti, a tradurre le parole in realtà. Se le cose stessero così, vorrei dichiarare una mia personale difficoltà. Sono anni che, a scadenze periodiche, si apre un dibattito sul modo di ripensare la sinistra, l'organizzazione politica, la realtà italiana ed europea, ecc: e poi si assiste inerti, ogni volta, alla dispersione in terra carsica del rivolo che sembrava essersi creato.
Beh, la pazienza e le forze (non solo mie, immagino) sono al termine. Ripropongo, in termini altamente e seriamente problematici, la questione iniziale: esiste o non esiste questa famosa sinistra diversa da quella che ora c'è ma che anch'essa domani potrebbe del tutto scomparire? E' pensabile, è tollerabile una situazione in cui non ci sia «sinistra»?
Se non faremo la prova, continueremo a non saperlo. E per saperlo dobbiamo almeno per una volta «materializzare» (sì, proprio nel senso letterale del termine) quella sinistra che dice di esserci e non vuole scomparire consensualmente nel nuovo raggruppamento moderato.
Propongo che ci sia, a breve scadenza, un momento e un luogo d'incontro per tutti coloro che si dichiarano e si sentono (e forse effettivamente sono, ma questo potremo saperlo solo dopo) a favore di un processo di avvicinamento e d'incontro (e forse di unificazione, ma anche questo potremo saperlo solo dopo) tra quelle forze della sinistra, che, sebbene disperse, continuano a resistere alla manovra riformistico-moderata.
Ma sia chiaro: non ci bastano più gli Stati maggiori (per quanto necessari), persino le forze organizzate esistenti ci appaiono in sé e per sé, per quanti meriti gli si debbano riconoscere, più come la struttura cristallizzata del nostro passato che come la prefigurazione vera e propria del nostro futuro. Se l'iniziativa serve a quella massa che sta al di qua e al di là di quella linea che separa attualmente una «politica organizzata» da una «politica non organizzata», e cioè (ripeterò questa parola fino alla nausea) serve fin dall'inizio a fare politica in modo nuovo, sarà utile, altrimenti no. Perciò dico che in casi del genere la quantità fa la massa critica e la massa critica precede il pensiero (e, forse, ahi, lo determina). Bisogna lavorare sulla massa critica che precede e determina la nascista di una nuova sinistra.
Prodi ha lanciato l’idea delle elezioni primarie, all'americana; sull’Unità del 27 luglio Occhetto ha rilanciato l’idea di un nuovo Ulivo che abbia un progetto preparato da tutti i partiti e gruppi di opposizione; Veltri sull’Unità del 26 ha rilanciato per l’ennesima volta l’idea di una Costituente per un nuovo Ulivo.
È da molto tempo che fa questa proposta e più di una volta l'abbiamo fatta insieme: molti i consensi ed anzi Pietro Scoppola, che ha organizzato i “cittadini per l'Ulivo”, ci ha invitati più volte alle riunioni per preparare la Costituente del Nuovo Ulivo. Ma di concreto non si è concluso nulla. Forse questa è la volta buona, poichè la gente ha compreso che senza unità e senza progetto c'è il rischio di non battere Berlusconi, nonostante la caterva di prepotenze e di misfatti che compie ogni giorno. Oramai tutti si stanno rendendo conto di chi è Berlusconi. Ma è grande il rischio che abbia luogo un ulteriore aumento delle astensioni, che già rappresentano il maggiore partito italiano. Ed è essenziale che i leader superino i personalismi e le idiosincrasie. Se questo non succede sarebbe la finis Italiae. È importante la formula ed è importante il contenuto: il progetto; ha ragione Occhetto.
Con tutti i vassalli di cui dispone il Cavaliere - l'espressione gentile è di Violante, io parlerei di servi nel libro paga, sparpagliati in tutti i partiti del casino delle libertà - non possiamo sperare che se ne vada in tempi brevi. Ma i tempi non saranno neppure troppo lunghi. Dobbiamo prepararci. Le proposte di Prodi, di Occhetto e di Veltri, che convergono, mi sembrano utili.
Giuseppe De Rita ha posto il quesito: a quale blocco sociale il centro-sinistra intende far riferimento. Si può rispondere: neppure al tempo del Partito comunista e della “lotta di classe” c'era un blocco sociale di riferimento. Sul finire degli anni 60 secondo le mie stime, puramente indicative ma suffragate anche da esperti di quel partito, gli elettori erano solo per il 60% operai, gli altri appartenevano ai ceti medi, compresi non pochi membri della borghesia intellettuale. La democrazia cristiana, partito dichiaratamente interclassista, aveva come elettori il 45% di operai. Allora la “classe operaia” rappresentava il 45% della popolazione attiva, oggi la quota è scesa a un terzo - la tendenza persiste. L'orientamento politico dei ceti medi ha dunque un peso decisivo sui risultati delle elezioni. Ma non è affatto un peso costante né volto in una direzione predeterminata, essendo assai differenziati i loro interessi economici e le loro preferenze culturali. Contano, beninteso, le conquiste dello stato sociale, conta la pressione fiscale - sebbene la massima parte degli elettori abbia compreso che i tributi servono in primo luogo a fornire servizi sociali - e conta la corrispondenza fra promesse e azione politica: gli elettori non possono essere ingannati a lungo. Emerge dunque una sorta di mercato che da un lato ha i partiti che offrono vantaggi, economici e non economici, e cittadini, che votano per questo o per quel partito, cambiando anche partito o astenendosi dal voto se perdono fiducia in tutti i partiti. La fiducia la possono perdere se si convincono che nei partiti al potere dominano i ladri. Certo, ci vuole tempo per rendersi conto degli effetti dei ladrocini. Ma prima o poi succede: il tempo dipende dal grado di cultura e di civiltà di un paese. In tutto questo prevale l'indeterminatezza e il Progetto acquista un ruolo essenziale.
Come obiettivi di lungo periodo, ma da perseguire fin da ora, possiamo indicarne quattro. Non pensare solo all'altezza delle retribuzioni, ma anche al contenuto dei lavori. Bisogna mirare alla rapida crescita dei lavori gradevoli. È un'aspirazione già adombrata da Adam Smith, il fondatore della scienza economica moderna, e, più compiutamente, portata avanti dagli utopisti francesi del principio dell'800. Le vie principali sono due: sviluppare la ricerca, che moltiplica i lavori altamente qualificati e quindi non monotoni e non ripetitivi; promuovere la partecipazione dei lavoratori: una formula con diversi significati. In primo luogo la partecipazione deve riguardare la piccola ricerca applicata che si svolge nell'impresa in cui il lavoratore opera: vanno incentivate le sue proposte volte a migliorare la tecnologia e l'organizzazione. C'è poi la partecipazione alla gestione dell'impresa o solo agli utili o ai guadagni di produttività. La partecipazione alla gestione, prevista dalla Costituzione ma mai applicata, crea un clima di collaborazione che può far bene all'impresa e consente un controllo degli amministratori che può ridurre, ben più efficacemente di organi pubblici o di società di certificazione, i gravi abusi che hanno portato, egli Stati Uniti, al fallimento della Enron e, in Italia, della Parmalat. La partecipazione alla gestione nel caso delle grandi imprese va introdotta utilizzando ciò che di valido è emerso dall'esperienza tedesca. Nelle piccole e medie imprese la partecipazione può essere incentivata favorendo gl'imprenditori leader, che hanno la capacità di guidare, animare, motivare gli uomini e indurli ad amare il loro lavoro. Il “capitalismo” non è il Bene ma non è neppure il Male: è un sistema che può essere indirizzato in una direzione o nell'altra. Alla fine, il trionfo del lavoro gradevole significa la fine dell'alienazione, che ha costituito e tuttora costituisce la tara peggiore del capitalismo.
Secondo obiettivo di lungo periodo - seconda “utopia”: l'Europa. Oggi si dibatte in difficoltà che sono gravi soprattutto per noi e per la Germania. Rilanciamo l'Europa per il progresso civile di tutti e per la salvaguardia della stessa pace del mondo. Avendo cessato di essere teatro di frequenti sanguinose guerre civili, l'Europa può diventare portatrice di pace proprio per la sua millenaria cultura. Così, per l'Iraq l'Europa dovrebbe inviare una missione di persone competenti ed autorevoli col compito di studiare a fondo la situazione, stabilire relazioni coi paesi confinanti, con la Turchia e con l'Egitto e preparare in tempi brevi un rapporto da presentare al vertice europeo con proposte preliminari concrete. La via è lunga e terribilmente difficile. Ma l'Europa deve assumere una posizione propria. Facendo leva sull'Europa, ma da principio operando autonomamente, dobbiamo rilanciare la ricerca nelle sue tre articolazioni - libera, di base, applicata - collegando un tale rilancio con quello dell'industria. Nel gruppo coordinato da Occhetto ci sono persone con cui io mi trovo in sintonia: anche altri economisti, esterni al gruppo, si trovano in sintonia e sono pronti a dare il loro contributo per una strategia di rilancio industriale. Stiamo lavorando.
Terzo obiettivo: l'ambiente. La critica che mi sento di muovere ai Verdi è che sono pronti ad opporsi ad opere che, a torto o a ragione, giudicano nocive per l'ambiente. Ma di proposte in positivo non ne fanno quasi mai. Faccio due esempi: sono possibili drastici risparmi nel consumo di petrolio: altri paesi, come la Germania, li hanno ottenuti: nulla è accaduto da noi. Secondo esempio: era stato avviato, con un certo successo, l'impiego di auto a motore ibrido: perché non si va vanti? Certo, la via maestra è d'individuare fonti di energia alternative sufficientemente abbondanti. Bisogna incalzare governi ed imprese.
Quarto obiettivo: sradicare la miseria. Ciò non è avvenuto né da noi, né negli Stati Uniti né in altri paesi avanzati. Ma è avvenuto, per esempio, nei paesi scandinavi, almeno se ci riferiamo alla miseria come fenomeno sociale. Dunque: è possibile. Ma la miseria più terribile è quella che troviamo in certi paesi dell'Asia e nell'Africa sub-sahariana.
Ben difficilmente questi paesi possono sradicarla senza l'aiuto dei paesi avanzati. Bisogna però evitare come la peste gli aiuti puramente finanziari, fonte di corruzione e di sprechi. Bisogna invece puntare sugli aiuti organizzativi, da fornire con tre centri: per l'Africa sub-sahariana i centri debbono essere creati in Europa e debbono organizzare, ciascuno, una rete di unità operative dislocate sul territorio, Il primo centro dovrebbe riguardare la lotta all'analfabetismo, il secondo la formazione di esperti agrari e industriali, il terzo la sanità, creando produzioni locali per i farmaci volti a combattere i tre grandi flagelli di quei paesi, l'Aids, la malaria cerebrale e la tubercolosi; questo centro dovrebbe rafforzare ed estendere le unità dell'Organizzazione mondiale della sanità.
Le unità dei tre centri richiederebbero molti volontari disposti ad andare sul posto. Ma la recente esperienza dimostra che i volontari non mancano. I “realisti” debbono ricordare che i giovani hanno un bisogno addirittura biologico d'ideali.
Il nostro gruppo elaborerà delle proposte col contributo di altri intellettuali e ci auguriamo di poterle offrire al Progetto del centro-sinistra che è urgente preparare.
La crisi del berlusconismo porta con sé quella del cripto-berlusconismo. I cripto-berlusconiani sono di due specie. Ci sono i maitres à penser che in nome di un olimpico imparziale liberalismo, in questi anni, hanno, con stomaco di ferro, ingoiato tutti i rospi, ma proprio tutti, dell´illiberalismo berlusconiano: dal populismo euroscettico al neo protezionismo "colbertiano", dal padanismo antinazionale ad alto grado alcolico alla impudica ostentazione del conflitto d´interessi (con lo spettacolo di un premier che minaccia un leader della sua maggioranza di scatenargli addosso le sue televisioni). E tutto ciò, senza neanche un ruttino, senza un fremito che turbasse la loro gravitas; seguitando a dare tre colpi al cerchio della sinistra e un colpettino alla botte della maggioranza. Ci sono poi i "migranti", per lo più delusi della sinistra, ma apparentemente titubanti (tranne eccezioni, s´intende). Si tratta di degne persone (tranne eccezioni, s´intende) che si sono fatte sedurre da un certo vitalismo neurovegetativo, che forse compensava le troppe "corazzate Potemkin" sofferte nei cineclub della sinistra; e, più seriamente dai rancori, spesso fondati, per i torti subiti dalla burocrazia comunista.
Ora, di fronte a una crisi della maggioranza così impietosamente esibita, la reazione comune di queste due categorie di "compagni di strada occulti" è di natura terzista: se Sparta piange, Atene non ride; se Berlusconi sta messo male, anche Prodi non si sente bene; insomma, tutti e due i poli sono in crisi: ambedue sono falliti, meglio tornare al buon tempo antico.
Eh no, maestri liberali e migranti delusi, le carte di riconoscimento storiche e le performance delle due coalizioni sono ben diverse, non fosse altro che per questo: che la coalizione di centro sinistra ha impedito che il Paese si staccasse dall´Europa, salvandolo dal baratro finanziario; mentre quella di centro destra, governando in questi tre anni con incompetente leggerezza, ha fatto quanto poteva per risospingervelo.
Ciò che è vero, invece, è che il Paese, dopo tante strepitanti fanfare, si trova in una condizione di angosciosa incertezza. Sarebbe ovvio che, dopo la sbornia berlusconiana, si rivolgesse decisamente all´opposizione, non fosse altro che per il divario di qualità professionale del suo personale politico, ampiamente dimostrato dall´esito delle elezioni amministrative. Se ciò non avviene ancora se non in parte a livello politico nazionale, a che cosa è dovuto?
Giuseppe De Rita risponde: a incertezza sul "blocco storico di riferimento". Francamente, non credo che De Rita intenda resuscitare l´antica e a suo tempo significativa metafora gramsciana, in questo nostro tempo di grande frammentazione degli aggregati sociali e intensa mobilità dei loro componenti (non era proprio lui, tra i più acuti interpreti di questo fenomeno?). Assistiamo, nel campo della gravitazione sociale, a una mutazione simile a quella che si è verificata nella politica economica: lo spostamento dell´asse dalla domanda all´offerta. Detto alla buona: non è più la domanda dei blocchi sociali a disegnare la risposta politica efficace; ma è un´offerta politica efficace a configurare il disegno dei blocchi sociali.
Se questo è vero, il problema della sinistra, in Italia, non è quello di individuare il blocco storico di riferimento, concetto divenuto sfuggente: ma di individuare l´offerta politica - le riforme sociali e istituzionali, i cambiamenti - capaci di mettere insieme pezzi e pezzetti della società: di suscitare il consenso necessario per aggregare un nuovo blocco sociale e politico.
È possibile, questo, costruendo nuove combinazioni delle forze politiche in campo? Nuovi partiti? Nuove spartizioni e ripartizioni di partiti vecchi? Questo è certo un esercizio appassionante per politologi iperspecializzati. Ma temo che questa micropolitica non susciti il minimo sex appeal nella gente comune.
Ecco allora riproporsi il vecchio indiscreto fantasma del grande programma? Vade retro! Un grande zibaldone onnicomprensivo non ci serve a niente.
Si tratta di presentare al Paese una proposta forte, di poche grandi operazioni di riforma ispirate a una filosofia umanistica e moderna, dell´equità efficiente, che quelle riforme rendano credibile e mobilitante. Una strategia non dissipativa, di attacco (o di difesa) debole su tutto il fronte, ma selettiva e concentrata, che lasci grande spazio alle tattiche di adattamento del tempo e del luogo. Giuliano Amato ha già offerto un valido contributo in questo senso.
Si tratta di raccogliere attorno a questo "pacchetto di punta" il massimo di unità politica delle forze politiche progressiste e riformiste, invertendo arditamente una deriva storica nazionale di divisioni gelose e rissose, devastante per lo sviluppo del Paese, come quella di cui la ex maggioranza di centro destra sta dando un così esemplare spettacolo. Senza pretendere accordi preventivi e patti onnicomprensivi, ma riconoscendo in premessa l´esistenza di zone sulle quali l´accordo non è (ancora) possibile.
Si tratta però, nella scelta dei temi, di non aggirare quelli ritenuti intoccabili perché scabrosi, ma fondamentali per l´avvìo di una autentica politica di sviluppo. E qui bisognerebbe passare dalla politica perdente del "non si tocca" a quella audace della ricerca di compromessi con contropartite vincenti: come si dice, compromessi a somma positiva. Due soli accenni. L´allungamento della vita di lavoro è necessario per l´equilibrio dei conti previdenziali in una condizione di invecchiamento; ma si devono ottenere garanzie concrete sulla qualità del lavoro degli anziani. La flessibilità del lavoro è accettabile nella misura in cui sia compensata da una piena e buona occupazione concretamente garantita dallo Stato attraverso politiche attive di formazione e di ricollocamento, non affidata alle speranze del mercato.
La scelta di queste riforme strategiche va fatta usando un potente rastrello che riduca la complessità delle istanze, rinunciando a un´illusoria completezza. Il rastrello più ovvio è quello del tempo disponibile: una legislatura non tollera, al massimo della sua efficienza, più di cinque o sei grandi riforme.
L´agenda delle riforme dovrebbe essere preceduta da un piano di breve periodo diretto a far uscire il Paese dall´emergenza creata dall´attuale governo. E dovrebbe essere accompagnato da "strategie del contesto": proposte che l´Italia dovrebbe avanzare in sede europea, per il rilancio politico ed economico dell´Unione; ed in sede internazionale, per la governance dell´ordine mondiale.
Dovrebbe identificare inoltre i principali "benchmarks", gli indicatori economici e sociali che il governo si propone di raggiungere in tempi determinati, non con le chiacchiere ma con le cifre. Dovrebbe, infine, predisporre le linee di quella riforma modernizzatrice di un´amministrazione programmatica e "in tempo reale", che richiederà certo più di una legislatura, ma che è la madre di ogni riforma, la riforma dello Stato: un obiettivo finora in gran parte mancato, anche dal centro sinistra.
Last but not least, c´è il problema della comunicazione politica. Forse, il più importante. Qui si inserisce la mia "modesta proposta" avanzata su questo giornale e ripresa positivamente da Piero Fassino, da Fausto Bertinotti e da altri autorevoli esponenti del centro sinistra: quella di aprire, su uno schema elaborato dai partiti del Centro Sinistra, una Convenzione Programmatica aperta a tutte le istanze rappresentative delle forze economiche sociali e culturali del Paese. Un Convenzione nazionale che abbia tutto il tempo per discutere, approfondire, rielaborare. Per giungere a una Proposta finale, da sottoporre alla coalizione, e da quella al Paese.
Non si tratta solo di una procedura tecnica. Si tratta di una scelta politica, diretta a fondare la coalizione di Centro Sinistra non sulle combinazioni geopartitiche, ma su una grande esplicita seria scommessa di rilancio dello sviluppo, ispirata al primato dell´interesse pubblico.
Questo Paese si è affidato per tre anni a una gestione privatistica, ispirata alla concezione dello Stato come Supermarket, del popolo come gente, del cittadino come cliente, del politico come attore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È tempo che si riconosca nel volto umano, solidale e civile di una Repubblica.
Certo riformismo post-comunista è un po' come quel vecchio gatto che porta nel suo imprinting originario lo stigma del cacciatore, per cui quando vede un topo si mette «in presa», ma non sa più perché lo fa e dunque finisce per mangiare dallo stesso piatto con la sua potenziale preda, ormai tranquilla che nessun pericolo le potrà venire da tanto azzardo. Non paia questa metafora troppo irriverente, perché è provato che quando passi al sodo e discuti di salario, di precarizzazione del lavoro, di pensioni o di democrazia sindacale, scopri che il perimetro concettuale nel quale la sinistra moderata si muove è -sostanzialmente - quello imposto dalla vulgata liberista che ha fatto della compressione del lavoro la chiave della competitività d'impresa. Può allora capitare che se Epifani abbandona il confronto con Confindustria perché alle aperture del suo nuovo presidente corrisponde una proposta in cui «il morto afferra il vivo», Fassino - del tutto disinteressato al merito di quel contenzioso - si precipiti in Cgil per scongiurare che non si rompa l'idillio con il neonato fronte antiberlusconiano aperto, come si sa, alle più strabilianti cooptazioni. Non spiace, ovviamente, che Berlusconi perda consensi anche nel suo campo, il problema è semmai su quali basi programmatiche le forze che gli si oppongono intendano guadagnare i propri. Ora, che nella sinistra moderata stia ormai consolidandosi una strutturale sussunzione culturale ed ideale al «centro» è cosa talmente chiara da rendere superfluo ogni indugio sull'argomento. Dichiarata dissolta la classe (anzi, le classi), sterilizzato il partito dei suoi compiti di rappresentanza sociale, derubricato il conflitto a patologia ed espunto il tema dei rapporti di produzione, rimane un blando e ammorbato riformismo, anch'esso peraltro riclassificato come sfida per la modernizzazione nella quale competono e si alternano al potere elites più o meno competenti: il tutto rigorosamente circoscritto entro le compatibilità date.
Al riformismo della sinistra moderata, che si presenta - per dirla con linguaggio gramsciano - come rivoluzione passiva, occorre contrapporre una coalizione delle forze di sinistra sufficientemente coesa e rappresentativa, capace di costruire con l'opposizione moderata un serio compromesso programmatico che tracci, in positivo, una linea di discontinuità con il presente, ma anche con la precedente esperienza di centrosinistra. Questo comporta innanzitutto una volontà politica preliminare, la disponibilità del variegato mondo della sinistra radicale ad abbandonare la rincorsa di piccole, velleitarie, mediocri rendite di posizione; poi a ricostruire in termini non propagandistici il profilo di una rappresentanza sociale che individui nel lavoro e nella ricomposizione di esso il suo baricentro; quindi a ripensare i fondamenti (come suggerisce Asor Rosa), mettendo le acquisizioni più feconde del marxismo in tensione con la realtà attuale e con le soggettività che la innervano, dal pacifismo all'ambientalismo, dalla lotta contro le multinazionali e il diritto di proprietà intellettuale a quella contro le transazioni finanziarie speculative e l'esproprio dei beni comuni, fino alla critica dello sviluppismo e della crescita senza limiti.
L' irruzione sulla scena di nuovi, socialmente eterogenei soggetti non comporta affatto la rimozione di un'analisi che scavi più in profondità o il ripiegamento della teoria su un sincretismo culturale di breve respiro ma, al contrario, richiede uno sforzo di totalizzazione dialettica che non si identifica con la giustapposizione acritica delle diverse esperienze e neppure con la pretesa saccente di mettere le brache al mondo. Questa fatica deve essere ancora compiuta. Abdicarvi comporta le seguenti, gravi conseguenze: a) che le forze di tradizione marxista si limitino a cercare nella realtà la conferma dei propri schemi teorici, mentre l'azione diretta, concreta, rimane prerogativa di quanti si muovono deliberatamente in una sfera adattiva, oppure è svolta da una parte del sindacato (quando è ispirato) che dilata alla sfera politica la propria rappresentanza sociale, oppure ancora è assorbita dall'iniziativa feconda, ma inevitabilmente parziale e sussultoria dei movimenti; b) che il tema del potere politico, il tema dello stato, della trasformazione istituzionale e quello dell'egemonia, intesa come organizzazione della democrazia partecipata, come costruzione sul campo di diversi modelli di vita comunitaria solidale trovino più punti di tensione e di incomprensione che di sutura; c) che questa perdurante dicotomia renda più complicata l'individuazione di un denominatore comune e, soprattutto, la costruzione di un programma con cui rendere esplicito ciò che si vuole creare, senza la qual cosa diventa scarsamente credibile anche ciò che si intende distruggere. Di tutto questo ci si dovrebbe sommamente preoccupare. Non basta dire che è necessario abolire la legge 30, la legge Bossi-Fini, l'ennesima manomissione delle pensioni, la legge Moratti, la «riforma» istituzionale devoluzionistica, la riduzione delle tasse ai ricchi, la pratica aberrante dei condoni, la detassazione delle grandi eredità... e si potrebbe continuare. Non basta cioè pensare a un puro ritorno allo status quo ante rispetto al governo di centrodestra. E' indispensabile delineare un progetto riformatore che abbia al suo centro, nelle parti e nell'insieme, un nuovo corso della politica e dei rapporti sociali: impostare una grande riforma del welfare (dalle pensioni agli ammortizzatori sociali alla sanità) da finanziarsi con una tassazione fortemente progressiva che coinvolga anche la ricchezza finanziaria e patrimoniale e fare del sistema di protezione sociale e della spesa pubblica per la casa, la scuola , l'assistenza il volano di uno sviluppo fondato sui consumi sociali; rilanciare l'intervento pubblico come investimento e orientamento strategico, come intervento diretto nei settori nevralgici dell'economia e ridare dignità al concetto di programmazione; fare del salario, del contrasto alla precarizzazione l'enzima e la via virtuosa di un rinnovamento della stessa cultura d'impresa; favorire la diffusione della democrazia a tutti i livelli della società, promuovendo l'estensione dei diritti e delle tutele del lavoro alle piccole aziende e varando una legislazione di sostegno all'accertamento della rappresentatività sindacale e alla legittimazione dei contratti collettivi attraverso il voto di tutti i lavoratori interessati; fondare una politica di accoglienza dei migranti che affermi senza titubanza una cittadinanza di prossimità, non legata al diritto del sangue o del luogo di nascita.
Ecco un terreno sul quale tentare di ricostruire una soggettività politica del lavoro capace di superare la dimensione corporativa e di parlare a tutta la società. Dico ricostruire perché - come si sa e come duramente ci conferma l'esperienza- l'identità sociale non è un presupposto, un dato di partenza, ma un punto d'arrivo che deve essere costruito con pazienza, intelligenza e determinazione, altrimenti si rischia di imbattersi, sempre di più, in una singolare figura di operaio, costretto dalle circostanze a sussulti improvvisi di autodifesa, ma strutturalmente prigioniero dell'ideologia dominante ed in essa destinato a rifluire. Se di questo si potesse ragionare insieme per aprire una prospettiva finalmente convincente, varrebbe davvero la pena di essere della partita.
Radicale immaginario, per il presente
Stimolante riflessione, a partire da uno studio di Brett Neilson che propone di dare peso, nella politica della sinistra, ai sentimenti e all'immaginario. Su il manifesto, 28 luglio 2004
In un articolo scritto per la neonata rivista «Studi culturali» del Mulino, Brett Neilson, un giovane docente della University of Western Sydney molto vicino al pensiero radicale italiano e autore di un interessante saggio sulla politica dell'immaginario ( Free trade in the Bermuda Triangle... and Other Tales of Counterglobalization, University of Minnesota Press, 2004), traccia alcune note provocatorie, a suo dire provvisorie e a mio avviso molto stimolanti, sui rapporti che il potere intrattiene oggi con la sfera dei sentimenti e dell'immaginazione e su quelli che una politica alternativa dovrebbe a sua volta imparare a intrattenere. Mi permetto proditoriamente di anticiparne alcune intuizioni (l'articolo non è stato ancora pubblicato), perché mi sembrano rilevanti anche come contributo indiretto al dibattito sulla sinistra radicale che si sta svolgendo in questo scorcio di luglio sulle pagine del manifesto. Niente meglio dell'Italia berlusconiana, osserva infatti Brett e io concordo con lui, mostra lo scarto fra una politica del potere che usa la manipolazione dei sentimenti e dell'immaginario come parte integrante delle tecniche di governo di una democrazia post-costituzionale, e una politica di opposizione ancorata a categorie puramente razionali e istituzionali che della mobilitazione dei sentimenti e dell'immaginario si ostina a sottovalutare l'importanza. Anche se, come sempre, il laboratorio italiano fa luce su una situazione più generale. Non è Berlusconi ma l'intero quadro della politica globale a imporre la centralità del tema. L'11 settembre e il successivo trattamento dell'evento da parte dell'amministrazione americana e dei grandi network televisivi; l'11 marzo e il successivo conflitto fra la versione televisiva di Aznar e la controinformazione degli elettori spagnoli via Internet; la gestione a effetto delle immagini della guerra in Iraq, fra bombe «shock and awe» e statue di Saddam decapitate; la via fotografica alla denuncia delle torture di Abu Ghraib; la diffusione in Rete della decapitazione degli ostaggi occidentali da parte dei terroristi islamici: sono tutti esempi di come il potere fa leva su sentimenti elementari e fa politica dell'immaginario usando le tecnologie dell'immaginario, e di come a sua volta il contro-potere - caso 11 marzo, caso Abu Ghraib - riesce a vincere quando agisce sugli stessi terreni e con le stesse tecnologie, ma a modo suo e per fini suoi. Non si tratta solo, sottolinea giustamente Neilson, di analizzare la potenza del visuale nelle società postmoderne. Si tratterebbe di analizzare le complesse strategie del potere e del controllo che si formano all'incrocio fra visuale e tecnologico (quante tracce lasciamo ogni volta che andiamo in Rete?), fra livello cognitivo e livello emozionale della ricezione dei messaggi, fra ideologia e senso comune, fra razionalità degli enunciati e corporeità dell'esperienza. E di rispondere a queste complesse strategie del potere con pratiche alternative altrettanto complesse, e altrettanto emozionali.
Che la sinistra radicale, continua l'autore, si trova però a dover interamente reinventare, oltre le vie classiche della rappresentanza e oltre l'illusione di poter contrastare la «falsità» delle rappresentazioni del potere contrapponendole la «verità» del contropotere. Rappresentanza politica e rappresentazione linguistica, i due potenti bastioni della razionalità del Politico moderno, vacillano entrambi quando a politicizzarsi, sul versante del potere, sono il corpo, i sentimenti, le emozioni, la percezione, l'immaginario. A quel punto non bastano, sul versante dell'opposizione, dei razionali progetti di ingegneria istituzionale o costituzionale. Ma non basta neanche rispondere con l'immaginazione di «un altro mondo possibile», con un movimento reattivo di rifiuto del presente che rinvia il problema a un domani migliore. Ci vorrebbe, dice Neilson parafrasando Marx, «un movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti», a partire dalle condizioni materiali e immateriali in cui siamo immersi, mobilitando verso l'azione i corpi e le menti, la razionalità e l'emotività, il sapere e l'immaginario. Qualcosa di non molto diverso da quello che il femminismo italiano ha chiamato «politica del simbolico». Perché invece la sinistra radicale, italiana e non solo, continua a discutere di contenuti programmatici, formule organizzative, mondi a venire, come se la razionalità politica non c'entrasse niente con i sentimenti e l'immaginario, e come se i sentimenti e l'immaginario fossero diventati per sempre una colonia di Silvio Berlusconi?
23 luglio 2004
Il merito dell'alternativa
Sostanza Una costituente che si qualifichi su un progetto di fondo
GIUSEPPE CHIARANTE
E'mia impressione che nel dibattito che ha opportunamente aperto, a partire dalle sollecitazioni di Alberto Asor Rosa, attorno alla prospettiva della cosiddetta «sinistra radicale» (uso anch'io, per comodità, questo termine, che in realtà propone un tema che è esso stesso per tanti aspetti da discutere) in gran parte degli interventi siano considerati come impliciti, cioè praticamente fuori discussione, due presupposti che invece sono tutt'altro che assodati. Il primo è che la crisi dello schieramento di centro-destra, e in particolare l'evidente calo dell'egemonia del berlusconismo, siano tali da indurre a giudicare scontato che tale schieramento sia destinato a uscire perdente dalle prossime elezioni politiche. Il secondo, che al primo è strettamente collegato, è che sia ormai per tutti acquisito (e non vi sia da temere che qualcuno voglia rimetterlo in forse) che sarà una larga intesa elettorale di tutte le forze del centro-sinistra e della sinistra, per intenderci da Mastella a Bertinotti, a proporre nelle future elezioni la propria candidatura al governo del paese. Pare a me che questi presupposti corrispondano più alla situazione politica esistente prima delle ultime elezioni che a quella che si è determinata dopo tale evento. Infatti l'esito delle elezioni più propriamente politiche, ossia le europee (andrei molto cauto, per le ragioni che ho esaminato sulla Rivista del manifesto di luglio, nel sopravvalutare, ai fini del nostro ragionamento, l'indubbio successo del centro-sinistra nelle amministrative), ha confermato, in contrasto con le previsioni, una situazione di sostanziale parità fra i due schieramenti: con un netto cedimento di Forza Italia a favore dei suoi alleati, ma senza un travaso di voti di un qualche rilievo da destra verso sinistra. La controprova è l'insuccesso della lista «Uniti per l'Ulivo», che non è per nulla riuscita a consolidarsi al centro, come si proponeva; mentre il lieve avanzamento complessivo dell'opposizione è stata possibile solo grazie alle liste a sinistra del cosiddetto «triciclo» che hanno raggiunto il 13 per cento dei voti. Un risultato che non è però gran cosa e che non rappresenta affatto - come diversi indizi stanno a segnalare - il pieno recupero di tutto o quasi tutto l'astensionismo di sinistra.
La contesa fra centro-destra e centro-sinistra, che elettoralmente rimangono in parità, resta dunque più che mai aperta. Ma a ciò si aggiunge il fatto che proprio perché il mutamento dei rapporti di forza è avvenuto soprattutto all'interno della maggioranza di governo ed essenzialmente a favore delle liste di orientamento più moderato, nella crisi politica che è seguita alle elezioni si è manifestato quel desiderio di «ritorno al centro» di cui tanto si è parlato. Ciò in primo luogo ad opera dell'Udc di Follini; ma anche ad opera di settori di centro dell'Ulivo, da alcuni gruppi di ex-democristiani allo stesso Rutelli. Tanto da indurre più di un osservatore a ipotizzare che qualcuno pensi, per il dopoelezioni, a una situazione in cui sia praticabile l'andreottiana «politica dei due forni» : ossia con la possibilità, per una federazione moderata neocentrista, corrispondente alla «lista Prodi», di governare preferibilmente con un'alleanza di sinistra - dai Verdi a Rifondazione- ma disponendo anche di un ricambio al centro verso destra (Follini, Casini, ecc.).
Ho voluto sottolineare questi dati di fatto non per togliere importanza alla discussione sui compiti e sulle responsabilità di quel «15 per cento» di cui ha parlato Asor Rosa (al contrario, da queste considerazioni tali compiti e responsabilità risultano, se mai, molto accresciuti), ma perché mi pare che un dibattito sulle prospettive della sinistra abbia tutto da guadagnare se è ben chiara l'analisi della situazione in cui occorre operare. Quest'analisi ci dice che il centro-destra non si sconfigge con una doppia operazione di carattere essenzialmente tattico. Ossia , da un lato, coltivando - alla maniera del «triciclo» - un neocentrismo moderato che si differenzierebbe da quello dell'attuale maggioranza solo perché darebbe maggiori garanzie di buon governo, di rigore finanziario, di rispetto dei diritti dei cittadini (l'esperienza dimostra che questo non basta a toglier voti alla destra); e d'altro lato sperando di consolidare ed estendere il consenso a sinistra attraverso una semplice somma o aggregazione o federazione di sigle, che potrebbe forse servire a dare alla cosiddetta «sinistra radicale» un maggior peso all'interno dello schieramento di centro-sinistra, ma poco inciderebbe sugli umori più generali dell'elettorato. Non credo, in sostanza, che il fatto risolutivo sia la politica delle «due gambe», una moderata e una di sinistra. Il vero problema, invece, è contrastare le tendenze di fondo che hanno favorito in questi anni lo scivolamento verso destra del senso comune e degli orientamenti di massa della società italiana. Per questo è essenziale - torno ai compiti della «sinistra radicale» - un impegno non solo programmatico ma di elaborazione politico-culturale che su temi come quelli indicati da Rossanda (le forme della rappresentanza, l'affermazione di una sfera pubblica contro la moda del privatismo, il nesso tra liberismo e capitalismo, il lavoro e i diritti, il no radicale alla guerra) riaffermi nell'opinione diffusa una visione dei rapporti sociali più consona a una politica che possa definirsi di sinistra. Ed essenziale è dare avvio a un processo costituente (in cui si ritrovino, come scrive Bertinotti, «forze politiche, loro componenti, sindacati, forze sociali, del volontariato, intellettualità diffusa, associazioni, comitati, singoli) che dia rappresentanza a chi oggi rappresentanza non ha - innanzitutto tanta parte del lavoro dipendente - e insieme offra una sponda a movimenti che non chiedono una rappresentanza politica, può non solo ridare consistenza a una «sinistra radicale», ma può incidere sugli orientamenti più generali, favorendo uno spostamento anche elettorale da destra verso sinistra. E può consentire di stabilire, tra le forze più avanzate e la sinistra moderata, un'alleanza che sia davvero qualcosa di più di un'intesa tattica, oggi ancora troppo simile a una semplice «desistenza»: una vera alleanza che è necessaria - ritorno all'analisi di partenza - sia per recuperare tutti i voti necessari a vincere sia per evitare che, vincendo, manchi quel minimo di terreno comune che è indispensabile, come l'esperienza del '98 insegna, perché un governo possa essere incisivo e duraturo.
Non credo invece che sia utile, per costringere a stare insieme democratici moderati e sinistra radicale, insistere sul maggioritario. A parte il fatto che un unione in virtù dei meccanismi elettorali è più facile a destra che a sinistra, c'è una questione di sostanza: l'esperienza dimostra che il maggioritario riduce la democrazia e la partecipazione democratica, e questi sono invece «valori» che sono coessenziali a u
Sul "manifesto" si è aperta una discussione sul futuro della sinistra radicale. Cioè di quei gruppi - o partiti, o parte di gruppi o partiti - che alle ultime elezioni europee hanno raccolto quasi il 15 per cento dei voti, che si collocano alla sinistra dell'asse Prodi- Fassino- D'Alema- Rutelli, che si oppongono ai valori del "liberismo" duro o temperato, che innalzano la bandiera del pacifismo e della resistenza alla globalizzazione americana, che credono nel valore-lavoro. Cosa devono fare per dare un senso alla propria forza? Cioè: quali sono i loro problemi strategici, politici, di programma, di comunicazione di massa? Come devono fare per mettere a frutto quel 15 per cento, e per usarlo in modo da spostare a sinistra l'Italia, visto che più o meno è questo il loro obiettivo comune?
Il problema lo ha posto Alberto Asor Rosa, storica colonna della intellettualità politica di sinistra da un più o meno quarant'anni. Asor Rosa ha scritto un articolo nel quale ha sostenuto quattro tesi. La prima è che quel 15 per cento di voti non può essere lasciato allo sbando e deve essere messo al riparo dalla litigiosità, dalle incomprensioni e dai piccoli dissensi che separano i vari partiti e gruppi che lo hanno raccolto. Dunque occorre una operazione di unificazione politica. Un partito? Non corriamo troppo, vedremo. La seconda tesi di Asor Rosa è che questa unificazione politica diventa sempre più urgente nella misura in cui si sta realizzando una operazione di unificazione della sinistra moderata. Un centrosinistra serio ha bisogno di due gambe, e la gamba di sinistra deve essere robusta, e deve essere parte organica dell'alleanza. La terza tesi è che nessuna unificazione politica è possibile se prima non si compie una unificazione culturale. Cioè se non si risponde a questa domanda: "può esistere una cultura di sinistra nelle condizioni date della globalizzazione? E quale può essere questa cultura di sinistra?" Infine Asor Rosa sostiene una quarta tesi: tutto questo deve avvenire nel rispetto del bipolarismo, e cioè in uno schema di alleanze organiche e di alternanza tra i due blocchi di destra e di sinistra al governo del paese. Asor Rosa dice che se si cedesse alla tentazione di rinunciare al bipolarismo per tornare al proporzionale, la sinistra radicale perderebbe tutta la sua forza e la possibilità di incidere nel governo dell’Italia.
Su queste quattro tesi è iniziata la discussione. Molti consensi per Asor ma anche molte critiche e molti distinguo. Oliviero Diliberto, il segretario dei “comunisti italiani”, ha sposato in pieno le tesi di Asor Rosa, ponendo in questo modo la questione: è all'ordine del giorno la battaglia per sconfiggere le destre. La sinistra radicale deve partecipare in modo unitario a questa battaglia se poi vuole avere un peso adeguato nel centrosinistra che sarà chiamato ad assumere il governo del paese. Rossana Rossanda e Marco Revelli - due intellettuali molto influenti nella sinistra - hanno ragionato su un altro aspetto della questione. E cioè sull’analisi del Berlusconismo e della sua crisi. La Rossanda ha fatto osservare che ci troviamo di fronte a una singolare situazione politica: la destra è messa in difficoltà politica, e forse addirittura è sconfitta, da una iniziativa del centro moderato; mentre la sinistra e il centrosinistra restano alla finestra e fanno politologia (nel migliore dei casi) invece che politica. Naturalmente questo fatto cambia la natura e la qualità della sconfitta della destra.
Revelli - con una analisi simile - ha paventato la sconfitta di Berlusconi e la sopravvivenza del berlusconismo. E cioè ha avanzato l’ipotesi che la fine dello schema politico di questi anni (con la persona di Berlusconi al centro di tutte le reti di potere del centrodestra) non significhi la fine del berlusconismo, come ideologia capitalistica moderna (”arricchitevi e ponete l’aumento del successo e della ricchezza personale come valore centrale e interclassiste dell’Occidente”). Revelli teme che il centrosinistra si candidi ad una guida temperata del berlusconismo, che ne elimini gli eccessi e ne salvi l’anima e la sostanza.
Cosa c’entrano queste analisi con la questione posta da Asor Rosa? C’entrano, perché Rossanda e Revelli approvano la richiesta di unità avanzata da Asor, ma non ritengono che questa richiesta possa precedere una operazione di chiarezza sulle strategie della sinistra radicale, e cioè sul progetto di società deberlusconizzata e sulle vie per realizzarla (del resto lo stesso Asor Rosa aveva posto il problema, domandando: quale cultura per la sinistra di alternativa?). Qui Revelli e Rossanda si dividono, perché Revelli si pone essenzialmente il problema di creare valori nuovi dal basso (a partire dal territorio, dalle città, dalle amministrazioni, dalle reti di solidarietà) mentre Rossanda chiede soprattutto di incidere sulle istituzioni, anche sulle più alte, dunque pone la questione del governo.
Vedete bene che tutta questa discussione avviene con idee e anche con terminologie politiche così lontane da quelle della politica ufficiale, da rendere molto difficile una unificazione tra questo dibattito e quello che si svolge all’interno dell’Ulivo. Se quello di Asor era un tentativo di avvicinare le due sfere di discussione, non è riuscito.
Nel dibattito aperto da Asor Rosa è intervenuto anche Fausto Bertinotti. Il quale approva il richiamo alla necessità di ricercare una cultura della sinistra che tenga conto dei dati nuovi della globalizzazione. Contesta però ad Asor Rosa sia la sua idea di porre la sinistra radicale organicamente all’interno del centrosinistra - come una sua componente fissa e riconoscibile - sia la proposta di rendere eterno il bipolarismo. Bertinotti pensa che il bipolarismo sia una gabbia dalla quale uscire, e che la sinistra radicale non può rinunciare alla sua autonomia politica come prezzo da pagare ad una alleanza organica di centrosinistra. Bertinotti dice che il problema di come la sinistra possa partecipare eventualmente al governo, e di come possa influire sul governo, è un problema vero e attuale. Ma oggi - dice - si tratta di sciogliere questo nodo: quale è il fuoco del progetto della sinistra? E’ il governo, cioè il raggiungimento di uno strumento di potere, o invece il fuoco sta nei movimenti, e cioè nel rapporto fluttuante con un insieme di mondi, di idee e di conflitti che non è possibile “fissare” in una organizzazione, nè subordinare a interessi superiori e a ragioni di Stato?
Naturalmente per Bertinotti il fuoco sta nei movimenti. Lui pensa che l’avvicinamento, o l’ingresso, nell'area di governo, possa essere un passaggio, ma deve restare uno strumento del progetto e non diventare il progetto stesso. Per questo - sembra - il leader di Rifondazione comunista non sente come urgentissima la necessità di una unificazione politica o organizzativa di partiti e gruppi, ma sollecita invece una unificazione di programmi e idee. Propone una costituente della sinistra per l'alternativa, che sia un luogo di elaborazione e di alleanza programmatica tra gruppi, partiti, individui, pezzi di sindacati.
Dunque l’ipotesi della creazione di un partito di sinistra del 15 per cento che si affianchi all’alleanza riformista (del 30 o del 35 per cento) non è una ipotesi concreta? Probabilmente no. Molti nella sinistra iniziano a pensare che i partiti hanno ancora un ruolo e un senso nella politica moderna, ma non più il ruolo fondamentale ed esclusivo e totalizzante che avevano una volta. E che persino la politica delle alleanze (caposaldo di tutta la politica italiana da De Gasperi, a Togliatti, a Moro, a Berlinguer) che è sempre stata intesa come politica delle alleanze tra partiti, possa cambiare la sua natura. Possa diventare una politica di alleanze tra correnti di pensiero, che attraversa i partiti, senza scomporli, senza metterli in crisi, senza scinderli. Forse la “scissione” - categoria politica principe nella politica del ‘900, attorno alla quale ruota l’intera storia dei partiti politici - è ormai decaduta e morta. Chi si attarda a evocarla, esaminarla, temerla, minacciarla, perde tempo.
In vista delle elezioni, per esempio, potrebbe realizzarsi una alleanza di programma di sinistra tra uomini e gruppi di molti o tutti i partiti del centrosinistra. Che imponga all'alleanza dell’Ulivo di fissare un programma di governo molto diverso da quello del 1996. (disarmo, apertura delle frontiere, fine della flessibilità, reddito di cittadinanza, Europa sociale eccetera...). In questo modo, pur lasciando aperta la questione organizzativa, la sinistra radicale potrebbe trovare lo spazio per dire delle cose sulla via lungo la quale superare il berlusconismo, come chiede Revelli.
si chiede come superare la frammentazione di quel 15% che ha votato alla sinistra del listone. Il quale persegue una formazione, federativa o unitaria, di tutte le sinistre moderate. Operazione che Asor definisce anche intrinsecamente logica: se Prodi e D'Alema la pensano allo stesso modo, se mirano a un'alternanza democratica e rispettosa delle regole, senza Berlusconi Bossi e Fini, nell'orizzonte del liberalismo compassionevole della Carta europea competitivo e privatizzatore, tanto vale che si mettano assieme. Ma perché quel 15% che non la pensa così non fa lo stesso? Non ha condiviso con i moderati la scelta delle guerre, non considera che basti una copertura dell'Onu per ricorrervi, è contrario alla flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro che il governo di centrosinistra aveva covato con Treu, insiste per la priorità di alcuni beni pubblici (scuola, sanità e previdenza) sul privato. Non sono convergenze da poco. Perché non si danno un'iniziativa comune che farebbe pesare quel 15% più di quel che pesi ora sul quadro politico? Non sarebbe «organico» all'opposizione o a un governo di centrosinistra avere due gambe? Bertinotti, che pur persegue un accordo elettorale con la sinistra moderata per far uscire di scena la Casa delle libertà, obietta che anzitutto una fisionomia della sinistra radicale non è organica al quadro di centrosinistra, e fin qui ha ragione: non è la stessa cosa formare una maggioranza elettorale o anche di governo - tipici oggetti di mediazione - e ricostruire una forza di sinistra coerente. Ma questa obiezione sembra rivolta, più che ad Asor Rosa, alla proposta di costituente di tutte le sigle che hanno concorso al famoso 15%, avanzata da Diliberto. Obietta Bertinotti che queste sigle non rappresentano la ricchezza dei movimenti e che è impensabile costruire un'alternativa senza di essi; e in secondo luogo che questa comporta un rivolgimento delle categorie politiche classiche della sinistra, rivoluzione culturale che già sta nei movimenti ed esclude un progetto compatto sul che fare. Questo, aggiunge, è il lavoro che Rifondazione ha avviato con il gruppo della sinistra europea.
Discuterei questa ultima affermazione, conoscendo i partiti che vi sono confluiti. Ma più importanti sono i ragionamenti che la precedono. E' certo che sarebbe folle definire un'alternativa anche a breve termine senza tenere conto della grande sollevazione dell'opinione fra i popoli che da alcuni anni costituisce la vera novità del quadro politico e non è stata prodotta dai partiti. Ma è altrettanto certo che ne è costitutivo il rifiuto a darsi una rappresentanza. Come il femminismo, i movimenti sono antipolitici e non è difficile scorgerne le ragioni, quindi nessuno delega nessuno, ed è il motivo per cui una costituente dei movimenti, cui Bertinotti lavora da tempo, non è avvenuta. Neanche a prescindere dalle sigle che hanno coaugulato il famoso 15%. Non so se questo atteggiamento sarà una costante. So che esso comporta oggi la rinuncia ad affrontare il blocco dei poteri proprietari, economici, militari sul terreno istituzionale, che è poi quello sul quale si decidono i grandi rapporti di forza, guerre incluse. Puntano i movimenti su un'azione molecolare che disgregherà dall'interno questo blocco? Sta di fatto che Bertinotti non può pensare di metterli attorno a un tavolo per definire un'alternativa alla Casa delle libertà o a un eventuale centro. Essi sono una presenza essenziale alla quale i partiti della sinistra dovrebbero fungere da sponda, senza pretendere né di assorbirli né di esserne assorbiti. In verità mi pareva che Rifondazione fosse già giunta a questa conclusione. Ma essa lascia totalmente aperta la necessità di una iniziativa politica loro, dei sindacati, dei gruppi che si vogliono rappresentativi.
Bertinotti aggiunge che un'alternativa implica affrontare un rivolgimento culturale che i movimenti avrebbero già costruito, che sarebbe autosufficiente, che non abbisognerebbe di programmi, tantomeno se venuti da altri e si esprimerebbe in un molteplice work in progress rifuggendo da compattezze e compiutezze. Non sono convinta che sia così. I movimenti rompono con il metodo della politica attuale ma riprendono molti elementi della politica moderna, quelli che Tronti chiama il grande `900. Quando rifiutano la guerra come soluzione dei conflitti, fanno propria e diffusa la dichiarazione delle Nazioni unite del secondo dopoguerra - la domanda cui né essi né noi rispondiamo è perché questa acquisizione comune sia andata perduta. Analogamente, Melfi o Terni non sono una nuova invenzione della lotta di classe, né Scanzano è una rivolta popolare «neoidentitaria» (fortunatamente): sono grandi riscoperte e riattraversamenti dopo la caduta conflittuale degli anni `90. Insomma una elaborazione fra politica, cultura e soggetto sociale diretto è da fare.
E rispetto a questa urgenza la diatriba sul vecchio e il nuovo non ha grande interesse. Proporrei di passare dal metodo: chi ha diritto e possibilità di darsi da fare per l'alternativa? al merito: in che consiste l'alternativa? E vedo due problemi. Il primo è che la costituzione di una sinistra deve ridiscutere la rappresentanza - pena la riproduzione dei propri vizi o la dissoluzione in una forma di populismo o la mera ripetitività dello slogan «la politica è in crisi». E questo rimanda anche a grandi e irrisolte questioni di teoria (e di storia). Ma non impedisce alle forze politiche in campo, anzi, di esporsi subito. Infatti, come si può affermare sul serio, per esempio, una priorità del pubblico sul privato senza riproporre il problema di chi decide? Dei diversi livelli delle istituzioni e del loro rapporto con una partecipazione non istituzionalizzata? Si possono difendere i diritti del lavoro o avanzare un programma di pieno impiego senza definire le istanze decisionali pubbliche e non solo legate al conflitto sui luoghi di lavoro ma ormai perfino continentali? Su questo punto si sfugge sempre per paura di essere accusati di statalismo. Il secondo problema è che un'alternativa esige una presa di posizione, con relative tappe e alleanze, sul tema se essere antiliberisti (cosa che tutti affermano) non significhi anche essere anticapitalisti, almeno nel medio termine, almeno nell'orizzonte che ci si dà. Anche su questo le sinistre sfuggono. Per molti di essi il potere sul modo di produzione è indifferente, il lavoro non è più «al centro» (espressione sempre un po' ridicola); il conflitto non sarebbe più che un esercizio ginnico. Con i codicilli che ne conseguono, la libertà viene prima dell'uguaglianza, la persona prima della società, e avanti di questo passo. Qui sta il nodo gordiano che divide la sinistra radicale da quella moderata, ma investe anche la maggioranza dei movimenti. Penso non solo a Galtung e a Latouche ma ai miei amici e compagni di Carta, a certe tesi negriane, a tutto l'ecologismo.
Un'alternativa agibile che non sia soltanto un'affermazione di dover essere ha questo orizzonte e insieme deve mediarlo subito. Il 15% di cui parla Asor e le sigle che lo hanno raccolto e i movimenti che lo hanno da lontano o da vicino sorretto sono costretti a porsi ambedue questi problemi. Che Berlusconi se la cavi o no, per il governo delle destre è suonata la campana. L'ha suonata il centro. Tutte le sinistre sono rimaste assenti. Restarlo nel passaggio che si va delineando sarebbe una responsabilità grave.
Avrei voluto scrivere questo articolo prima delle ultime consultazioni elettorali (europee e amministrative). Anzi, avrei dovuto: perché qualcuno potrebbe ora pensare che il mio discorso ne risulti influenzato. Invece no: quel che è successo con le elezioni (andate abbastanza bene, comunque) e quel che dopo, cioè ora, sta succedendo come effetto di quelle, ha al massimo accelerato i processi e aumentato la confusione in atto: non ha modificato alcuna delle tendenze di fondo e soprattutto non ha risolto nessuno dei problemi che ci stanno sul collo da almeno quindici anni (che è, in politica, un tempo infinito). Anzi: come ho già detto, la confusione invece di attenuarsi è al massimo, e per giunta in ambedue i campi contrapposti. L'esito non del tutto irrealistico potrebbe essere il crollo della Seconda Repubblica prima ancora che sia nata e un ritorno, per giunta degradato e sotto tono, alla Prima (cui molti stanno già lavorando). Verrebbe voglia di dire: fermiamoci un momento e riflettiamo: dove stiamo andando? e soprattutto: dove vorremmo andare? Farò un ragionamento in punto di logica e non di fatto. E' vero: i padri fondatori del pensiero moderno ci ammoniscono che la politica non ha a che fare con la logica ma con il fatto. Tuttavia: possono sussistere e per giunta esser guardati con favore fatti deprivati di qualsiasi logica? Il mio contributo aspirerebbe a verificare la possibilità di riaccostare le due sfere invece di rassegnarsi a darle per costitutivamente separate, anzi contrastanti.
Parlo del centro-sinistra, ovviamente. Io continuo a pensare che, sul piano della logica, la soluzione migliore sarebbe una federazione di forze di sinistra, dai Ds a Rifondazione, che dialoghi, dentro un quadro organico e irrinunciabile, con la componente più moderata del centro-sinistra (la Margherita, e quant'altro). Devo ammettere, però, che in questo caso, la divaricazione tra logica e fatto sembra ormai irreversibile. La maggioranza dei Ds tende a federarsi, e secondo taluni a fondersi, con la Margherita. Il fatto è che ad una logica formale si contrappone qui una logica più sostanziale: Prodi, Fassino e D'Alema sono attratti l'uno verso l'altro da una visione moderata sempre più condivisa (quindi, il mio appello alla logica funzionerebbe in definitiva anche in questo caso). Gli si oppongono infatti, significativamente, le componenti più schiettamente Dc della Margherita, capeggiate, udite, udite!, da un singolare democristiano di recentissimo completamento, Francesco Rutelli, le quali pensano in questo modo, per l'appunto, di favorire un ritorno alla Prima Repubblica.
In questo quadro, scartata la prima ipotesi come troppo irrealistica per esser logica, io trovo che il tentativo confederativo (e forse fusionale) degli «Uniti per l'Ulivo» (ossia il partito prodiano) sia da guardare con favore. Se la pensano davvero allo stesso modo, se nutrono più o meno gli stessi valori, perché non dovrebbero stare insieme? Si tratta di quella federazione o concentrazione o partito del 30 per cento, che costituirebbe la consistente (ma non schiacciante) ala moderata del centro-sinistra italiano. Condizione ne sarebbe che la manovra distorsiva rutelliano-democristiana sia battuta (e questo, come dirò più avanti, sarebbe già un bel guadagno).
Ma, naturalmente, io contemplo le vicende dell'ala moderata del centro-sinistra in maniera ormai distaccata, da osservatore imparziale, che si sforza di apprezzare le prospettive logiche dovunque esse si manifestino (e questa mi sembra tale). Sarei più interessato a introdurre elementi di logica nella sinistra del centro-sinistra, che in questo momento m'interessa di più.
Qui, se possibile, la situazione è molto più confusa e caotica che nell'ala moderata del centro-sinistra, il che è tutto dire. Nonostante gli innegabili passi avanti compiuti da Rifondazione comunista con l'operazione Sinistra europea, a me pare che le divisioni organizzative, i risentimenti personali, i crediti elettorali acquisiti (che a chi s'accontenta possono sembrare anche un cospicuo patrimonio), la forza inerziale di sopravvivenza dei vari personali politici, disegnino una situazione di frammentizzazione e di debolezza, che rappresenta il ricalco automatico e del tutto sterile di frammenti minoritari storici del mondo politico della Prima Repubblica. Dobbiamo ammettere che nel campo moderato del centro-sinistra un'ipotesi strategica è emersa; qui nulla.
Il rischio è che, in caso di auspicabile vittoria elettorale, ognuno dei cespugli della sinistra faccia da partner, contrattabile, alla federazione moderata, in tal caso necessariamente egemone. Al contrario, la forza elettorale di questo ambito (che va dal Correntone Ds a Rifondazione ai movimenti) è stimabile realisticamente, come s'è visto, intorno al 15%: una forza enorme se presa nel suo complesso, in grado di determinare diversi rapporti di forza all'interno del centro-sinistra e d'influire in maniera decisiva sulla formulazione dei programmi di governo.
Sarebbe logico, dunque, che nascesse una confederazione di sinistra organicamente collocata nel centro-sinistra, come ne sta nascendo una moderata. Però... Però io penso che su questo versante la domanda non possa non essere maggiore e più impegnativa: rappresenta uno dei punti d'onore (e dei rischi peggiori) della sinistra di tutti i tempi non accontentarsi delle mere convenienze. La domanda dunque diviene la seguente: esistono le condizioni minimali comuni perché questa confederazione vs fusione si possa realizzare come nel caso dei moderati del centro-sinistra?
Per dare una risposta a questa domanda, com'è sempre stato nelle tradizioni migliori della sinistra italiana (ed europea), bisognerebbe spostare il campo d'osservazione dalla politica alla cultura, e la domanda dovrebbe essere ulteriormente riformulata in questo modo: cos'è una cultura di sinistra oggi in Italia (e in Europa)? a quali interessi intende rispondere? quali convinzioni ideali la tengono insieme? Più radicalmente ancora: può esistere una cultura politica di sinistra nelle condizioni date della globalizzazione?
Su questo non una parola seria (solo slogan) nel corso dei famosi ultimi quindici anni. Per forza che ci ritroviamo solo piccoli scheletri organizzativi e militanze molto solide ma molto chiuse, legate alla forza residuale delle rispettive tradizioni. Qui non basterebbe la confederazione delle piccole forze esistenti, così come sono, ci vorrebbe una riflessione comune sui fondamenti. Se a qualcuno interessa, si può tentare di farla.
Infine. Tutto il ragionamento sta in piedi solo se non si torna indietro dal sistema bipolare al sistema proporzionale. Questa è la cartina di tornasole che evidenzia la distanza enorme tra chi intende ancora approfittare delle opportunità offerte tutto sommato dall'impianto istituzionale della Seconda Repubblica e chi vuole tornare al metodo della contrattazione permanente e multilaterale di ognuna delle forze nei confronti di tutte le altre. La logica anzi vorrebbe che, proprio per portare avanti il disegno rinnovatore del centro-sinistra, di tutto il centro-sinistra, il sistema bipolare fosse rafforzato in senso maggioritario. C'è qualcuno disposto ad ascoltarlo nella sinistra del centro-sinistra? Se non c'è, inutile parlare di nuova cultura mentre in politica stiamo tornando vertiginosamente alla vecchia.
L'Assemblea del Senato ha approvato il ddl n. 1296-B, con il maxiemendamento che delega il Governo a riformare l'ordinamento giudiziario per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, oltre che per la riforma delle carriere e per l'esame per la valutazione della capacita' psicoattitudinale a esercitare le funzioni di magistrato.
Il testo torna ora all'esame della Camera per l'approvazione definitiva. Come reazione la Giunta Esecutiva Centrale dell'Associazione Nazionale Magistrati, come preventivato dal Comitato Direttivo Centrale il 26 settembre scorso, ha proclamato l'astensione dalle udienze per il giorno 24 novembre 2004 con le modalita' stabilite dal codice di autoregolamentazione.
Il parlamentino delle Toghe ha commentato anche che " l'ANM, raccogliendo gli inviti al dialogo, non ha mancato fino all'ultimo di fornire il suo contributo di approfondimento e di proposta" ma "il Governo ha dimostrato una totale chiusura di fronte agli appelli al dialogo e alla unanime critica degli operatori della giustizia e del mondo accademico". A giudizio dei magistrati, la riforma approvata "pone in crisi il diritto dei cittadini ad avere un giudice indipendente da ogni altro potere e opera nella direzione opposta a quella di processi piu' rapidi ed efficaci."
Dieci giorni fa il Gruppo europeo dell'Unione Internazione dei Magistrati, dal Messico, dove teneva un meeting mondiale, aveva inviato un messaggio a sostegno della posizione dell'ANM, considerando che "l'attuale sistema giudiziario italiano e' stato preso a modello in numerosi altri Paesi europei… in quanto e' sicuramente uno dei più in linea con gli standard internazionali previsti dai documenti internazionali come".
Il documento citava "ad esempio, i principi base per l'indipendenza del sistema giudiziario fissati dalle Nazioni Unite (1985), la raccomandazione n. R(94)12 del Consiglio dei Ministri del Consiglio di Europa agli Stati membri sull'indipendenza, l'efficienza e il ruolo dei giudici (1994), la Carta Europea dello Statuto dei giudici del Consiglio d'Europa (1998), lo Statuto del giudice in Europa fissato dall'Associazione Europea dei Giudici (E.A.J.) e lo statuto universale del giudice dell'Unione Internazionale dei Magistrati (I.A.J.)."
L'organizzazione, rappresentativa dei magistrati di 65 Paesi del mondo, chiedeva pertanto "alle autorita' italiane di riconsiderare" la proposta di riforma dell'ordinamento che e' stata invece approvata quest'oggi.
La recente proposta di Francesco Rutelli di un tavolo di confronto sulla giustizia aveva suscitato commenti favorevoli da parte della magistratura e una dichiarazione di disponibilita' da parte del ministro della Giustizia Roberto castelli, il quale pero' ha piu' volte mostrato e dichiarato di voler portare a compimento la riforma prima della fine dell'anno.
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La discussione aperta da Asor Rosa sul e - con toni diversi e in altri luoghi - da Bertinotti e da Mussi prima e Occhetto e Ingrao poi mette in fila alcuni punti chiari e alcune ipotesi programmatiche nette. Soprattutto avanza un «metodo» di lavoro originale nel modo di intendere i rapporti a sinistra. I punti chiari di analisi - mi scuso per lo schematismo - sono strettamente connessi con la ridefinizione del quadro politico italiano: alla luce dello sfaldarsi del blocco berlusconiano (uno sfaldamento che non è ancora un «tutti a casa») dovuto anche all'azione dei movimenti e alla luce del progetto politico della Federazione dell'Ulivo. Processi legati tra loro più di quanto si pensi, con una scelta chiara da parti del gruppo dirigente dei Ds e della Margherita di concentrare, versus un fantomatico centro, una proposta politica e programmatica più moderata dell'intera coalizione. Una scelta quest'ultima dal doppio effetto: rendere più complessa una definizione cultuale, identitaria e programmatica della grande alleanza democratica; consegnare ad altri - tutti da venire - il compito di rappresentare quelle istanze più radicali del lavoro, del welfare universalista, della supremazia del pubblico in materia di beni comuni, nonché di una pace come scelta politica definitiva in un contesto unipolare. L'ipotesi di lavoro originale è infine nell'idea che si lavori nel costruire un vasto schieramento politico e culturale, a partire dalle proprie «postazioni», rimanendo ognuno nelle proprie realtà (partitiche, sociali, di movimento) in un modo nuovo di essere ed esprimere soggettività complesse. Un metodo, aperto e partecipativo, che è al contempo prassi ma anche fine (la democrazia).
Da qui l'esigenza di un profondo sforzo per definire idee, progetti, valori condivisi in quella che per definizione è una sinistra ampia, presente in molti partiti, ma soprattutto nella società (sindacato, associazioni, movimenti). Un'esigenza resa ancora più forte a partire dalla «lezione americana» che vede non solo Bush vincere alla grande, ma soprattutto come i ceti più popolari - quando non trovano un'offerta politica attenta ai loro bisogni sociali - divengano preda di una sindrome di «insicurezza» e di abbandono, che trova poi nella destra la risposta più efficace.
Un'esigenza infine che va interpretata nell'immediato in una doppia direzione: da un lato impedire che si porti a compimento un processo che scaverebbe un solco difficilmente colmabile tra i cosiddetti esponenti del Partito Riformista e i radicali, impedendo una più ampia partecipazione ai mille soggetti sociali, della società civile e dei movimenti che si riconoscono esclusivamente nella Grande Alleanza Democratica; dall'altra produrre quell'esplosione di idee, progetti e partecipazione che permetterebbero non solo di sconfiggere Berlusconi, ma di delineare un progetto e una forma della politica alternativa al berlusconismo, a quel mix di provincialismo e autoritarismo che in questi anni, dai luoghi di lavoro, alla scuola, fino alle istanze costituzionali abbiamo visto dispiegarsi con una forza e coerenza impressionante.
Credo che quest'ultimo processo, più complesso di una semplice sommatoria di gruppi dirigenti diffusi e di illustri pensatori, possa non solo dare quella legittimità reale che la ledearship di Prodi necessita, ma soprattutto possa delineare un «campo da gioco» nuovo dove tutti, con le proprie diverse autonomie e diversi ruoli, siano in grado di portare quell'elaborazione e quella pratica democratica che ha caratterizzato gli ultimi anni di mobilitazioni e iniziative.
Superando quella empasse in cui gli stessi movimenti, le organizzazioni sociali, i tanti cittadini e lavoratori si trovano quando sono chiamati a un confronto a più dimensioni, un confronto che - come ben sottolinea Ingrao su Liberazione di sabato - non può eludere la questione del potere e della rappresentanza istituzionale.
Dentro questa cornice la proposta di Asor Rosa non solo è la benvenuta, ma esprime una necessità evidente: quella di offrire in modo nuovo e non gerarchico un processo di discussione collettiva aperta a tutti. Definire parole d'ordine comuni, programmi che siano espressione di un alterità anche valoriale è oggi l'urgenza più sentita da chi in questi anni ha alimentato non solo una forte e popolare opposizione al modello neoliberista internazionale e nazionale (con tutte le peculiarità populiste tipiche del nostro paese), ma anche di chi non si accontenta di battere Berlusconi per «consunzione dell'avversario».
Come sindacalista e uomo di sinistra ovviamente sentirei l'esigenza di immettere in questa discussione l'importanza fondamentale di una ricostruzione di identità a partire dal lavoro, dalla buona e stabile occupazione (strumento di emancipazione sociale e di libertà, prima ancora che semplice strumento economico), della giusta redistribuzione dei saperi e delle tecnologie, della costruzione di una rete più ampia di diritti di cittadinanza oltre l'egemonia di un mercato selettivo. E la grande questione della pace, come precondizione per un progresso amico dei più, dei popoli e dei lavoratori.
Ma se avremo tempo per approfondire questi temi di cui cito soli i titoli, oggi l'urgenza è definire chiaramente il come, il fine e il quando dar vita a questa nuova avventura di idee e speranze. La sinistra sociale non potrà non esserne partecipe e interessata.
Quel che mi interessa nella proposta di Alberto Asor Rosa è che si crei una Camera di consultazione permanente della sinistra «radicale» - quella che ha espresso il famoso 13,5 per cento dei voti ma poi non si è più neppur consultata. E' importante che essa e il suo settore più rilevante, Rifondazione Comunista, abbiano stabilito con Romano Prodi un accordo per battere la Casa delle libertà e per far fronte alla spinosa eredità che questa lascerà a un eventuale governo delle sinistre. Questo accordo è non solo necessario per togliere di mezzo Berlusconi, ma per assicurare che un governo delle sinistre non sarà perpetuamente in crisi. Nessuna delle due condizioni è finora garantita. Il vento che tira non è progressista e tantomeno riformatore o rivoluzionario. La vittoria di Bush dice che oggi l' appeal è quello di una destra dura, decisionista, ultraliberista, che risponde all'insicurezza con la guerra e considera un'anticaglia che le controversie internazionali siano affrontate con mezzi politici e discusse in un foro come l'Onu. E davanti al voto plebiscitario del 2 novembre, le sinistre europee sono colpite e disorientate. Da noi, Ds e Margherita esortano a indagarne i motivi, ed è giusto, ma aggiungono che si tratta di andare loro incontro, ed è sbagliato. Non tutto quello che esprimono le viscere di un paese arroventato da un leader bellicoso è da coltivare: si rischia di ripetere l'errore di considerare un passo avanti tutto quel che avviene apparentemente dal basso, come a suo tempo D'Alema considerò progressista il populismo della Lega. E dedurne che quel che occorre è conquistare un «centro», zona incerta né di destra né di sinistra ma un po' di tutti e due, che vorrebbe dire ripetere l'errore dei governi Prodi, D'Alema, Amato del 1996-2001 e della campagna elettorale di Kerry. L'opposizione deve avere un progetto che agli stessi problemi non da' le medesime risposte della destra: siamo un paese di interessi divisi, la Casa delle libertà ha ulteriormente approfondito la divisione, occorre dire a chi, su chi e a quale fine la Gad si rivolge, e da qui cercar di conquistare una maggioranza. Così del resto hanno fatto, da parte loro, Berlusconi e Bush. Se no si è perduto in partenza.
Ma precisare questo progetto non è semplice. Io credo che le divergenze fra le sinistre non dipendano dalla mancanza di buona volontà o da piccoli calcoli di partito. Da oltre venti anni la sinistra è in sofferenza, sotto l'assalto di una restaurazione che ne ha messo in luce le debolezze (nell'implosione dei socialismi reali e nel terremoto tecnologico e politico dell'occidente capitalistico), ha mutato strutture materiali e composizione delle classi, ha modificato la percezione delle possibilità e dei bisogni. Insomma, la sinistra paga aspramente una sconfitta storica. E' inutile negarla. Non si spiega altrimenti né l'impaurita flessione moderata dei Ds, né la tormentosa ricerca di referenti in Rifondazione comunista. E per questo gli appelli emotivi e apparentemente di buon senso all'«uniamoci tutti», che partono ora di qua ora di là, concludono ben poco. Meglio ricordare che la stessa riscossa antifascista partì da un riesame della situazione che aveva di fronte, dei suoi paradigmi e dai punti sui quali doveva essere incardinata la repubblica da conquistare.
Oggi l'opposizione fatica e nell'analisi e nella proposta. Mi limito soltanto a tre esempi.
Primo. Nessuno dava per scontato il secondo mandato di Bush, mentre è stato un trionfo. Esso da' la misura esatta del mutamento dei rapporti di forza e dell'idea di convivenza nel mondo che erano seguiti alla seconda guerra mondiale: nel 1946 si concluse che la guerra sarebbe stata bandita dalle controversie internazionali (che nessuno era così sciocco da ritenere finite) e che il governo delle contraddizioni e dei fini andava discusso da un direttorio che avrebbe rappresentato tutti i popoli e gli stati. Non si disse, ma era giudizio comune, che era anche il metodo per regolare il conflitto delle due grandi potenze rappresentanti due diverse idee di società.
Caduta l'Urss, virato quel che restava dei socialismi reali verso forme di autoritarismo politico e capitalismo economico, la sinistra europea si è limitata all'inizio a sperare che la sola grande potenza rimasta, gli Stati Uniti, si desse il ruolo di una sorta di giudice di pace. E' avvenuto il contrario e non soltanto dopo l'11 settembre, che ha offerto un sanguinoso pretesto in più: nel corso degli anni Novanta gli Stati Uniti hanno deciso che spettava a loro governare il pianeta al di qua o al di là di ogni assise internazionale di diritto, e a questo fine si sono riservati la decisione di imporre con la guerra il proprio modello. E affermando di battere il terrorismo, come prima frontiera, hanno spedito armi ed eserciti nel braciere del medioriente. Di fronte alla conferma popolare del 2 novembre, l'Europa è rimasta interdetta e la sinistra si divide fra una «accettazione moderata» della linea di Bush e una protesta che, anche quando mobilita le masse, non incide sui poteri se non riesce a cambiare i governi (Zapatero). I richiami alla carta dell'Onu e alla Costituzione italiana restano inoperanti: anche per la maggior parte delle sinistre la priorità del diritto stabilita nel 1946 e nel 1948 è più o meno tacitamente abbandonata. Ne deriva anche l'incertezza della fisionomia di una Europa appena nata e le spaccature al suo interno sulla collocazione internazionale.
Eppure proprio in questo mutamento degli equilibri mondiali l'Europa sarebbe in grado di avere un ruolo decisivo, costituendo una regione più grande per popolazione e bilancio degli Stati Uniti, se assumesse come strumenti politici l'interdizione della guerra e l'opera della diplomazia e della mediazione politica. Non si tratta di separarsi conflittualmente dagli Stati Uniti, ma di affermare una differenza dalla linea dell'attuale amministrazione americana, che fra l'altro non sarà eterna. Per prima cosa, oggi come oggi, rivendicando una funzione principe nel medioriente, con il quale confina, chiudendo sulla linea di Ginevra almeno il primo focolaio dei conflitti, quello fra Israele e Palestina.
Secondo problema. Non credo che a riemergere sia, come si usa dire, la questione del «lavoro» ma quella dei «diritti del lavoro». La prima passa ovviamente la mano alle imprese, sole in grado di offrire o ritirare occupazione, precaria o meno, in una globalizzazione ingovernata, salvo che dalle multinazionali, che permette loro di giocare su tutti i tavoli del pianeta il minor costo della manodopera. Anzi competizione e concorrenza quasi ve le costringono. I «diritti del lavoro» - bisognerà pur dirlo - non stanno nella logica dell'impresa, né del mercato, né della competizione, né della concorrenza. La piena occupazione non è una priorità, ma una variabile assoluta nella logica della libera circolazione dei capitali, sulla quale alla sfera politica, statuale o continentale, è impedito di mettere mano. Possibile che nessuna delle sinistre abbia finora il coraggio di dire che è su questa, e dunque sulle regole di Maastrischt e di Amsterdam, che occorre intervenire? E non limitarsi a dirlo ma ad elaborare un tragitto, delle alleanze, delle tappe? Vale quello che su queste colonne ha scritto Emiliano Brancaccio, e non è faccenda del solo sindacato, né di quello di un solo paese: esige che sia fatta pressione sulla struttura puramente monetaria sulla quale la Ue finora si tiene. E' un progetto di lunga lena, cui nessuna lotta isolata, per quanto significativa - e tantomeno i sussulti gestuali di piccolissime minoranze - può far fronte. Tocca al complesso della sinistra radicale e non, in maggioranza, in minoranza e nei movimenti, ripensare gli assetti del capitalismo, le formule delle socialdemocrazie e quelle dei socialismi. E' urgente, e non è affatto già dato nel senso comune delle società complesse. E' da questo soltanto che possono uscire in forma non politicista e fragile i programmi con le loro interne mediazioni e tappe.
Per terzo, la crisi della politica, che si esprime nell'indifferenza, nel ritiro al privato e nel crescente astensionismo. C'è una situazione paradossale: le masse sembrano mobilitabili solo dalla destra più tradizionale, tipo le ultime elezioni americane, o all'opposto da un levarsi fortemente critico della politica da parte delle coscienze dei movimenti. Questi ultimi contraddicono la tendenza alla spoliticizzazione, ma contestano tutte le forme istituzionali, che sono poi i meccanismi della democrazia. Diamo a questo problema il suo vero nome: è una crisi della democrazia nell'occidente, cui da fa contraltare il ritorno, nei paesi terzi, del ripiegamento su soggettività arcaiche, come i fondamentalismi religiosi e le etnie. Contro le istituzioni vanno oggi sia la sottovalutazione dei poteri propria della generosità ma anche dell'incultura di molti movimenti, sia la seduzione che esercitano anche su soggetti smaliziati i vecchi «valori».
Non basta. Se la rappresentanza ha la febbre dovunque, è una ferita aperta sul versante del pensiero femminile più avanzato della fine del secolo scorso. Esso correttamente imputa al pensiero politico moderno l'assenza di un «contratto» fra i sessi, anzi ne rimuove il conflitto. Asor Rosa lamenta l'assenza dal dibattito delle femministe: ma non ricorda che a uno dei più importanti rivoluzionamenti del paradigma politico e antropologico degli anni recenti, le sinistre non hanno dato alcuna reale attenzione. Un abisso rimane fra le categorie del politico e la riflessione femminile, e produce uno stallo da una parte e dall'altra.
Mi sono limitata a ricordare tre nodi cui si connettono molti altri. Li sottopongo al dibattito solo per dire che ci sono fasi nelle quali analisi, elaborazione ed azione politica sono la stessa cosa. Uno spazio non solo per confrontarsi ma per lavorare assieme è essenziale.
Concordavo con l'articolo di Asor Rosa pubblicato all'inizio dell'estate, concordo ora con la sua proposta d'incontro «tra quelle forze della sinistra che, sebbene disperse, continuano a resistere alla manovra riformistico-moderata». Un autorevole esponente del Manifesto mi ha sgridato perché non intervenni allora. Non lo feci per non tediare: avevo scritto qualcosa di analogo sulla Rivista del Manifesto di quel medesimo mese di luglio, e l'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, cui partecipo, aveva, subito dopo le elezioni europee - in verità anche prima di esse - espresso una propria posizione indirizzata a quel medesimo fine unitario. Anzi, per merito di alcuni sindacalisti tra cui primo era Claudio Sabatini, scomparso proprio mentre si preparava quell'iniziativa, avevamo lavorato per molti mesi in quel «Forum per un'alternativa programmatica di governo» che vide insieme Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, sinistra d.s., oltre che la Fiom, la sinistra della Cgil, esponenti più o meno ufficiali di alcuni sindacati e di numerose associazioni dei movimenti. Dopo molte assemblee si arrivò alla stesura di documenti su lavoro, politiche istituzionali, ambiente, politica internazionale. Sono testi assai poco noti ma che rimangono come testimonianze di quel che Asor Rosa ha ricordato: la concordanza politica su molti punti tra quelle forze che si collocano alla sinistra della federazione riformista , una concordanza che rende più difficile spiegare le divisioni.
Dopo le elezioni europee - che avevano rafforzato la sinistra e impoverito la lista composta da Ds, Margherita e Sdi - quella esperienza anziché continuare sia pure modificandosi, magari radicalmente, si interruppe. Apparentemente, un paradosso. In sostanza fu la prova che l'incontro tra gruppi dirigenti, pur necessario, non solo non basta ma non tiene e non può tenere se l'accordo programmatico suggerito, o imposto dai fatti non si radica sugli elementi essenziali di una comune cultura politica di visione della realtà, che ancora manca. La litigiosità o anche i personalismi sono l'effetto di questa mancanza, che nasce dalle sconfitte passate e dallo sfondamento culturale da destra.
E' ben chiaro, naturalmente, che ci troviamo comunque in una situazione più avanzata di qualche tempo fa. E' un fatto grandemente positivo la costituzione di quella alleanza democratica che viene sorgendo dichiarando di volersi fondare su una intesa politica e un programma comune e non, come fu nel `96, su un accordo elettorale di desistenza. Ed è ormai una frase fatta l'affermare che, non basta proporsi di battere questo governo indecente, poiché si tratterà, poi, se si vince, di guidare il Paese in una situazione certamente difficilissima come quella creata in ogni campo dal berlusconismo, dalle guerre, da una generale incertezza economica, dai pesanti vincoli esterni. Ma, proprio perciò, sarebbe essenziale il costituirsi di quell'incontro a sinistra ora proposto da Asor Rosa e poi accolto e ulteriormente precisato dal direttore di questo giornale. Il bisogno di un tale incontro a me pare, non risiede soltanto in un desiderio abbastanza diffuso di superare, per quanto gradualmente, una frammentazione che è in se stessa motivo di debolezza della sinistra nella coalizione e della coalizione medesima. C'è - assai di più e di più decisivo - il fatto che quello che viene oggi chiamato «riformismo debole» (ma che ha scarsa parentela anche con il riformismo «debole» di cui si discusse in passato) non ce la può fare dinnanzi ai problemi che vengono posti dalle trasformazioni profondissime di cui siamo testimoni e partecipi.
Quella che chiama se stessa «sinistra di governo» in realtà soffre di una profonda arretratezza, come dimostrò la sua sbandata neoliberista, ancora oggi non superata. Non so se Blair riuscirà a sostituire una parte dell'elettorato laburista con un po' di elettorato conservatore per vincere le prossime elezioni, ma mi pare evidente che la sua visione (quella di Gyddens) è in ogni modo pienamente fallita e non solo per la terribile colpa della guerra in Iraq. La comprensione del valore fondante dell'immaginario e del simbolico (basta pensare ai poveri degli Stati Uniti che votano Bush), la consapevolezza delle trasformazioni nella produzione e nel lavoro, l'insegnamento femminile sulla differenza - e tanto ancora - chiedevano e chiedono un ripensamento radicale del contrasto tra gli interessi e le classi, non la sua negazione. Per la sinistra italiana (compresa quella che veniva dal Pci) il problema non era la scoperta della democrazia, cui si era stati sempre fedeli nella teoria e nella pratica, o nella scoperta del mercato, mai avversato in economia. Il problema della sinistra era ed è come rendere vivente la democrazia in una società di così grandi disparità economiche e di come affrontare i temi che il mercato non vede o i guasti che in esso medesimo determina la pretesa della sua assolutezza.
Il problema era e rimane quello della comprensione della insufficienza del compromesso socialdemocratico fondato sulla idea della redistribuzione della ricchezza creata da uno sviluppo che le forze economiche dominanti avrebbero continuato a promuovere. Quando questo sviluppo, pur nella piena vittoria del modello capitalistico sul piano mondiale , ha incominciato a manifestare le sue ineliminabili contraddizioni (il limite delle risorse, l'impossibilità di rendersi universale), è venuto diventando più chiaro che senza un nuovo compromesso che intervenisse anche sul modo di formazione della ricchezza, la stessa politica della redistribuzione avrebbe subito colpi mortali come sta avvenendo puntualmente sul piano delle retribuzioni, dei diritti e dello stato sociale. E si sarebbero create - come è oggi visibile - nuove tendenze antidemocratiche e nuove spinte alla guerra. La mancanza del fondamento sul lavoro e dunque della sua rappresentanza ostacola il bisogno di ripensare criticamente un modello di organizzazione della società che se è lasciato al potere assoluto del capitale tende ad una paurosa involuzione. E da quel fondamento che può nascere non solo una nuova idea di giustizia sociale, ma una nuova ansia di libertà per tutti in luogo dell'asfissia delle libertà per i pochi. La riorganizzazione del moderatismo progressista è utile. Ma senza una sinistra critica e propositiva esso stesso è condannato alla sconfitta, come abbiamo già visto, dopo cinque anni dal governo del centro-sinistra. Certo, il fatto che si sia registrato uno scacco ogni qualvolta si sia cercato di raccogliere le energie disperse può indurre alla sfiducia. «La pazienza e le forze sono al limite» dice Asor Rosa. E' un sentimento comune a molti (tra cui sono anch'io). Conforta, però, il vedere che tutto questo provare e riprovare non è invano. E, infatti, nell'idea che una grande coalizione democratica abbia necessità di una sinistra autonoma, unitaria, capace di pensiero alternativo e di attitudine al governo, ci si ritrova oggi anche tra compagni che si sono aspramente divisi nel passato. Buon segno. Credo di conoscere bene le difficoltà, anche solo per un laboratorio di idee. Le abitudini mentali e le collocazioni concrete più o meno consolidate fanno ostacolo non già alla immaginazione dei modi di un possibile incontro, quanto ai contenuti di quel «modo nuovo» di far politica senza cui, si afferma giustamente, non ha senso incominciare una esperienza con qualche ambizione. Una ricerca di fondamenti condivisi implica anche una discussione sulle pratiche politiche, a partire dai molti vizi comuni. Il burocratismo, le piccole e grandi contese di potere, il fastidio per la democraticità e per il lavoro collettivo non sono patrimonio negativo di una parte sola. C'è da riscrivere molte convinzioni, ma c'è anche da ripensare i comportamenti. Le piccole cose sono quelle più dure da affrontare. Dirsi di sinistra, come si sa, non basta più in alcun modo senza dimostrare di esserlo.
Un libro di Oliviero Beha che, da questa recensione tratta dal sito www.rassegna.it, sembra molto lucido. “Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta (…) ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male”
Drammaturgo, poeta, calciofilo appassionato e giornalista, soprattutto giornalista, Oliviero Beha è un personaggio assai versatile e fino a qualche tempo fa piuttosto noto al grande pubblico. Anche a quello televisivo. Oggi, invece, appare vittima di un ostracismo mediatico che lo ha definitivamente allontanato dal piccolo schermo e, per ora, anche dalle frequenze di Radio-Rai. Seguire le sue tracce risulta francamente difficile, se non tra le (poche) righe di cronaca giudiziaria che lo vedono protagonista della battaglia legale per il suo reintegro in qualità di vicedirettore di Rai Sport. Da poco più di un mese, però, è possibile scovare il suo nome anche tra gli scaffali delle librerie italiane riservati alla narrativa, grazie al suo primo romanzo: Sono stato io (Marco Troepa editore, pp. 223, 14 Euro). A dire il vero, definire Sono stato io solamente un romanzo sarebbe riduttivo. Si tratta, in realtà, di un testo che mescola con maestria i generi: un po’ romanzo, un po’ saggio, un po’ diario, un po’ inchiesta. O meglio, si tratta di una lucida ed impietosa ricognizione tra le macerie culturali del nostro Paese, messa in atto con ogni freccia che un giornalista del suo calibro conserva al suo arco. Già, perché Beha il vizio di raccontarci quello che gli passa sotto gli occhi non lo ha di certo perso. E così, tra pezzi da novanta e personaggi di fantasia, tra ricordi e speranze, tra riflessioni e notizie di prima mano, disegna con tratto deciso i contorni di quel Giano bifronte che è diventato (o forse è sempre stato) il sistema tele-politico italiano. Per reagire il protagonista del romanzo progetta addirittura il “silvicidio”: l’assassinio simbolico del presidente Berlusconi.
Sono stato io è il suo primo esperimento narrativo, ma contiene abbondanti ed urgenti porzioni di realtà sociale e privata. Cos’è: un romanzo? Un saggio? Un diario?
Queste tre cose senz’altro. Ma anche qualcos’altro, magari una seduta psicanalitica collettiva. Insomma, devo dire la verità, non mi sono posto il problema del genere. Forse quello che in un certo senso comprende un po’ tutto è romanzo, perché la struttura è narrativa. Ma è anche un saggio, perché i contenuti sono saggistici. Ed è anche un diario, perché racconto cose che mi sono successe. Come scrivo nell’avvertenza, molte cose sono vere, molte cose potevano essere e non sono state, ma comunque partono dalla realtà e alcune partono dalla mia realtà personale. Dovendo parlare dell’Italia di oggi mi sembrava logico partire dal mio punto di vista, dal punto di osservazione di una cosa che conoscevo bene come il giornalismo, la categoria cui appartengo. Se avessi fatto il dentista, forse avrei raccontato una storia a partire da uno studio dentistico. E poi il fatto che sia una seduta psicanalitica collettiva diventa drammaticamente evidente quando si comincia a parlare di uccidere simbolicamente Berlusconi, come in un gigantesco complesso di Edipo.
Una seduta psicanalitica in cui però si fanno nomi e cognomi. E’ un tentativo di mettere un po’ di ordine, di fare il punto sulla situazione in cui ci troviamo?
La risposta è sì: mettere ordine con nomi e cognomi laddove fossero stati necessari. Mi sono regolato sullo stato di necessità. Per capire, e per capire che si parla proprio di questa Italia e non di un’altra, ci volevano dei nomi. A partire da Berlusconi, e poi altri a scalare. Quelli li ho messi. Dove invece i nomi non erano necessari a capire ho creato dei personaggi, in parte veri in parte no, che potessero rendere l’idea del palcoscenico Italia.
Il protagonista è un giornalista in crisi umana e professionale. Sono stato io è anche un’analisi delle condizioni in cui si svolge oggi la professione. Cosa sta succedendo al suo mestiere?
Sta succedendo che non si può più fare, a quanto pare, questo mestiere. O perlomeno lo si può fare soltanto pagando dei prezzi che secondo me è intollerabile pagare. E’ una professione che ormai funge come promozione pubblicitaria di qualcosa. Promozione pubblicitaria in senso economico, promozione pubblicitaria in senso politico, promozione pubblicitaria in senso culturale, laddove per cultura si intenda un atteggiamento sotto-culturale in cui tutti vendono tutto. Ma la professione non è nata per questo. E’ vero, un giornale, un telegiornale, un giornale radio sono prodotti, però nascono come servizi. Non posso pensare che si sia tutti più o meno ricattati da questa situazione. Lo stato di merce, di prodotto dell’informazione sta ricattando la condizione di servizio dell’informazione. Non si può considerare l’informazione alla stregua di pannolini, di scarpe o di macchine.
Nel libro Silvio Berlusconi viene nominato direttamente e rappresenta la personificazione del degrado del Paese. Il protagonista progetta addirittura un “silvicidio”. Cosa significa?
Il “silvicidio” significa togliere il tappo alla bottiglia. Non soltanto per la sinistra che naturalmente considererebbe la scomparsa di Berlusconi come un grande vantaggio, sbagliando. Perché se si rimuove il tappo, bisogna sapere che nella bottiglia c’è di tutto, quindi deve uscire tutto. Non è che dalla bottiglia escono i buoni e invece fuori della bottiglia ci sono i cattivi. Il “silvicidio” significa sgomberare il campo da questo tunnel, da questo imbuto in cui ci siamo cacciati ormai da anni, da questo referendum quotidiano pro o contro Berlusconi. Significherebbe ricominciare a pensare all’Italia e al mondo con altri occhi, ricominciare respirare un po’ di aria. Questo paese ha ormai l’aria viziata.
Quello che Lei chiama il referendum quotidiano pro e contro Berlusconi è dunque un sintomo lampante della regressione del dibattito politico in Italia. Può farci un esempio?
Faccio un esempio lampante, è un esempio che faccio addirittura agli studenti all’Università. Ogni anno c’è la relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. E’ il momento istituzionale finanziario più importante in Italia. E’ possibile che io il giorno dopo debba leggere sul giornale della Presidenza del Consiglio, il giornale del fratello di Berlusconi, il titolo “Fazio: avanti così con Berlusconi”. E che debba leggere su “La Repubblica”, il più letto giornale di opposizione: “Fazio: basta con Berlusconi”. Vuol dire che l’informazione da questo punto di vista è finita, perché già nel “titolone” di prima pagina si dà un’interpretazione. Ormai l’informazione è considerata munizione da sparare un esercito contro l’altro. L’informazione che non serve come munizione, che non è strumentale ad un utilizzo “contro” non c’è. Nel caso del deragliamento di un treno si cerca di capire se il macchinista era del Polo o dell’Ulivo.
L’Italia che lei racconta, però, pare già “berlusconizzata” prima della discesa in campo del Cavaliere. La colpa non è solamente sua, dunque. Dov’è la radice di questi problemi?
Il mio intento era di raccontare che questo Berlusconi non è nato sotto un cavolo. E’ stato preparato. La tranche di tempo che prendo in esame nel libro sono gli ultimi 25 anni. Cos’è questo quarto di secolo che torna nelle orecchie? E’ un quarto di secolo esistenziale, certo, ma 25 anni fa si iniziava anche ad uscire dal terrorismo ed è allora che sono successe delle cose, non solo politiche ma nel costume profondo del Paese: si è preparato un modo di vita che ha previsto il successo di Berlusconi. Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta, che non abbia bisogno di essere ucciso da me e che si uccida da solo, ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male. Se uno prende il posto di Berlusconi, anche a sinistra, con la stessa mentalità che ha creato Berlusconi, è finita. Diceva Einstein che non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati. Bisogna cambiare mentalità. Ancora adesso tutti i segretari di partito, quelli di sinistra compresi, venderebbero la madre ai beduini pur di avere un minuto al telegiornale o da Vespa o da Costanzo. E’ proprio il segno che la mentalità è quella di Berlusconi. Anzi Berlusconi in proporzione ci va meno, perché ha capito che in un certo senso li può prendere per la gola. Il minutino che concede al Tg o le ospitate nelle trasmissioni sono una sorta di offa, un biscottino per prenderli per il collo. E questi non lo capiscono, ci vanno contenti. E’ spaventoso.
Quelle che lei definisce le notizie “dalla fonte”, contrapponendole a quelle “dal fronte” oramai sistematicamente inquinate, sembrano però una soluzione possibile. Di che cosa si tratta?
Il protagonista del libro, che pure fa il giornalista a un certo livello, ha notato che le vere informazioni non le avute dalla Tv e dai giornali ma per caso. Le ha avute dal contatto con le persone: da un viaggio in aereo, da una cena, dai corridoi di un convegno, oppure da una lettera a un giornale. Nel romanzo viene citata una lettera di un lettore a un giornale che da sola dice più di interi volumi sociologici. Ma di questo nell’informazione non si parla. I giornali non approfondiscono. Se tirano fuori una cosa oggi, domani forse ne danno, se sembra che sia vendibile, un approfondimento. Dopodomani è già sparita. Le notizie dalla fonte sono queste, non solo dalla fonte del protagonista ma da quella degli altri, in uno scambio di fonti. Sono notizie che fanno pensare che forse l’unico modo per recuperare informazioni, al momento, sia nel rapporto interpersonale, magari casuale.
Questo tipo di notizie fa pensare a internet. E’ nella Rete il futuro del giornalismo critico?
Sì e no. Anche internet sta diventando un contenitore pubblicitario. Ma se da un lato è un contenitore pubblicitario, dall’altro rimane comunque un mezzo libero. La riprova la dà Baghdad. Da Baghdad un sito come “Dagospia” ha dato più informazioni che non giornali e televisioni messi insieme. La cosa clamorosa, che nessuno sottolinea, è che le informazioni a “Dagospia” arrivavano dagli stessi che non potevano darle ai loro giornali e alla televisione italiana. Sono notizie dalla fronte elevate a potenza.
Quali sono le strade che restano ancora percorribili per un giornalista che voglia raccontare la verità?
La verità… la verità è un concetto relativo, come democrazia e libertà. Bisogna provare a dire con onestà intellettuale quello che vedi. Se poi ti sei sbagliato, se sei stato un po’ miope o un po’ presbite, cerchi di guardare meglio, forse hai visto male. Questo dovrebbe essere il nostro mestiere. Io conto che si arrivi ad un punto di tale saturazione “da peggio” da dire basta. Nel mio libro faccio delle affermazioni para-filosofiche o sub-filosofiche, c’è un personaggio che dice: “Ma come è possibile, essendo la vita gratis, cioè inutile, inutilizzabile se non perché è la vita, costruirci un mercato?”. Non è oggettivamente possibile trasformare tutto in mercato. La vita ti dice che non si può fare.
La celebre frase di Clausewitz, per cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, voleva probabilmente essere provocatoria, ma a me sembra un´ovvietà. E l´affermazione contraria è altrettanto ovvia: la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Tuttavia, il fatto che i mezzi siano differenti ha una grande importanza. La politica è una forma di contesa pacifica, mentre la guerra è violenza organizzata. Tutti i partecipanti, gli attivisti e i militanti sopravvivono ad una sconfitta politica (a meno che il vincitore sia un tiranno, e dunque in guerra contro il proprio stesso popolo), mentre molti partecipanti, tanto militari quanto civili, non sopravvivono ad una sconfitta militare - e nemmeno ad una vittoria. La guerra uccide, ed è per questo che le discussioni sulla guerra sono così intense.
La teoria della guerra giusta, che ho difeso in Guerre giuste e ingiuste (1977), e che è stata ulteriormente sviluppata ed applicata nei saggi che costituiscono questa raccolta, è, innanzitutto, una tesi sullo statuto morale della guerra in quanto attività umana. Si tratta di una tesi duplice: sostengo che la guerra a volte è giustificabile e anche che la condotta della guerra è sempre soggetta alla critica morale. La prima proposizione è negata dai pacifisti, per i quali la guerra è un atto criminale; e la seconda è negata dai realisti, per i quali «in amore e guerra tutto è lecito»: inter arma silent leges (in guerra, le leggi tacciono). Così i teorici della guerra giusta si pongono in opposizione ai pacifisti e ai realisti, che sono in gran numero, anche se alcuni pacifisti sono selettivi nella loro opposizione alla guerra e si sono sentiti alcuni realisti, nel pieno della battaglia, esprimere sentimenti morali. (?)
Voglio affrontare due critiche alla teoria della guerra giusta, perché le ho sentite spesso - specialmente in risposta ad alcuni dei saggi qui raccolti. Secondo la prima, quelli di noi che difendono e applicano la teoria della guerra giusta moralizzerebbero la guerra, rendendo in questo modo più facile il ricorso alla violenza. Rimuoveremmo lo stigma che dovrebbe essere sempre collegato all´uccidere, ossia a ciò che, sempre e necessariamente, è parte costitutiva del fare la guerra. Quando definiamo i criteri con cui possono essere giudicate le guerre e la loro condotta, apriamo la via a giudizi favorevoli. Molti di questi giudizi saranno ideologici, di parte, o di carattere ipocrita e, pertanto, soggetti alla critica, ma altri, secondo la teoria, saranno giusti: alcune guerre e alcuni atti di guerra si riveleranno «giusti». Come può essere, se la guerra è così terribile?
Ma «giusto», qui, è un termine di comodo: significa giustificabile, difendibile, persino moralmente necessario (date le alternative) - e non vuol dire altro. Tutti quelli tra noi che sono d´accordo su ciò che è giusto e sbagliato in guerra, concordano sul fatto che la giustizia in senso forte, nel senso che ha nella società civile e nella vita quotidiana, vada perduta non appena iniziano i combattimenti. La guerra è un´area di coercizione radicale, in cui la giustizia è sempre coperta dalle nubi. Comunque, a volte abbiamo il diritto di entrare in quest´area. Da persona cresciuta nella seconda guerra mondiale, questo mi sembra un altro punto ovvio. Ci sono atti di aggressione e di crudeltà a cui abbiamo il dovere di resistere, se necessario anche con la forza. Pensavo che la nostra esperienza con il nazismo avesse posto fine a questa tesi, ma essa continua a riproporsi - e qui nascono i disaccordi sull´intervento umanitario, che esamino in alcuni di questi saggi. L´uso della forza militare per fermare i massacri in Ruanda sarebbe stato, dal mio punto di vista, un esempio di guerra giusta. E se questo giudizio «moralizza» la forza militare e rende più facile utilizzarla - beh, vorrei che fosse stato più facile usare la forza in Africa, nel 1994.
La seconda critica alla teoria della guerra giusta sostiene che essa fornisce un quadro sbagliato delle guerre. Essa indirizzerebbe la nostra attenzione sulle questioni in gioco immediatamente prima che la guerra inizi - nel caso della recente guerra irachena, ad esempio, sulle ispezioni, sul disarmo, sulle armi nascoste, e così via - e in seguito sulla condotta della guerra, battaglia per battaglia: così eviterebbe le questioni più ampie, che riguardano le aspirazioni all´Impero e la lotta globale per accaparrarsi potere e risorse. È come se nell´antichità, riguardo al conflitto tra Roma e una qualche altra città-Stato, i cittadini si fossero limitati a considerare soltanto la violazione o meno di un trattato, sempre tirata in ballo dai Romani prima di dichiarare una guerra, senza prendere invece mai in considerazione tutta la storia complessiva dell´espansione romana. Ma se i critici possono distinguere tra le false scuse per una guerra e le sue vere ragioni, perché noialtri non possiamo fare altrettanto? La teoria della guerra giusta non ha limiti temperali prefissati: può servire per analizzare altrettanto bene una lunga catena di eventi o una breve. Anzi, come potrebbe essere criticata la guerra imperiale se non in termini di guerra giusta? Quale altro linguaggio, quale teoria, può essere utilizzata per una critica di questo tipo? Le guerre di aggressione, le guerre di conquista, le guerre fatte per estendere le sfere d´influenza e stabilire Stati satellite, le guerre per l´espansione economica: sono tutte guerre ingiuste.
Lo spettacolo enigmatico di un suicidio collettivo su larga scala è sempre affascinate - pensiamo alle centinaia di seguaci del culto di Jim Jones che presero obbedienti il veleno nel loro campo nella Guyana. A livello della vita economica, la stessa cosa sta avvenendo oggi in Kansas - e questo è il tema del nuovo, eccellente libro di Thomas Frank What's the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America ( New York, Metropolitan Books). La semplicità del suo stile non deve impedirci di vedere la sua analisi politica affilata come un rasoio. Concentrando la sua attenzione sul Kansas, la culla della rivolta populista conservatrice, Frank descrive opportunamente il paradosso fondamentale del suo edificio ideologico: il gap, la mancanza di qualunque collegamento cognitivo, tra gli interessi economici e le questioni "morali". Se c'è mai stato un libro che chiunque sia interessato alle strane torsioni della politica conservatrice di oggi dovrebbe leggere, questo è What's the Matter with Kansas?.
Cosa succede quando l'opposizione di classe su base economica (agricoltori poveri, operai versus avvocati, banchieri, grosse società) è trasposta/codificata nell'opposizione di onesti lavoratori cristiani e veri americani versus i liberali decadenti che bevono latte (in italiano nel testo, ndt) e guidano automobili straniere, difendono l'aborto e l'omosessualità, si fanno beffe del sacrificio patriottico e di uno stile di vita semplice e "provinciale"? Il nemico è percepito come il liberal che, attraverso gli interventi federali (dagli scuola-bus fino a ordinare che vengano insegnate l'evoluzionismo darwiniano e le pratiche sessuali perverse), vuole minare uno stile di vita autenticamente americano. Il principale interesse economico è perciò quello di liberarsi dallo stato forte che tassa la popolazione che lavora sodo, per finanziare i suoi interventi regolatori: il programma economico minimo è così "meno tasse, meno regole"...
Attacchi evangelici
Dalla prospettiva standard di una ricerca illuminata e razionale di interessi personali, l'incongruità di questa posizione ideologica è evidente: i conservatori populisti stanno letteralmente votandosi alla rovina economica. Meno tasse e deregulation significa più libertà per le grandi società che stanno tagliando fuori dal mercato gli agricoltori impoveriti; meno interventi statali significa meno aiuti federali ai piccoli agricoltori; ecc... Agli occhi dei populisti evangelici americani, lo stato è una potenza aliena e, insieme all'Onu, è un agente dell'Anticristo: toglie la libertà al cristiano credente, sollevandolo dalla responsabilità morale dell'autodeterminazione, e così mina la moralità individualistica che fa di ciascuno di noi l'architetto della propria salvazione. Come combinare questo con l'inaudita esplosione degli apparati statali durante l'amministrazione Bush?
Nessuna meraviglia che le grandi corporations siano ben felici di accettare questi attacchi evangelici allo stato, se lo stato cerca di regolare le concentrazioni mediatiche, di imporre restrizioni alle compagnie energetiche, di rafforzare le regole sull'inquinamento atmosferico, di proteggere la natura, di limitare il taglio di alberi nei parchi nazionali, ecc. È un'estrema ironia della storia che un radicale individualismo serva come la giustificazione ideologica al potere senza costrizioni di ciò che la stragrande maggioranza delle persone percepisce come un grande potere anonimo che, senza alcun controllo pubblico democratico, regola la loro vita.
Per quanto riguarda poi l'aspetto ideologico della loro lotta, Thomas Frank afferma un'ovvietà che, nondimeno, va affermata: i populisti stanno combattendo una guerra che non può essere vinta. Se i repubblicani dovessero effettivamente vietare l'aborto, se dovessero proibire l'insegnamento dell'evoluzione, se riuscissero a imporre una regolamentazione federale a Hollywood e alla cultura di massa, questo significherebbe non solo la loro immediata sconfitta ideologica, ma anche una depressione economica su larga scala negli Stati Uniti. L'esito è dunque una debilitante simbiosi: anche se è in disaccordo con l'agenda morale populista, la classe dirigente tollera questa "guerra morale" come mezzo per controllare le classi inferiori, ossia per consentire a queste ultime di esprimere la propria rabbia senza disturbare i loro interessi economici. Ciò significa che la guerra culturale è una guerra di classe, ma con uno spostamento di piano - a dispetto di coloro che sostengono che viviamo ormai in una società senza più classi...
Questo, comunque, non fa che rendere l'enigma più impenetrabile: come è possibile questo spostamento? La risposta non sta nella "stupidità" e nella "manipolazione ideologica"; evidentemente, non basta dire che le primitive classi inferiori subiscono il lavaggio del cervello degli apparati ideologici, e quindi non sono in grado di identificare i loro veri interessi. Quantomeno, dovremmo ricordare come, decenni fa, lo stesso Kansas fu la culla di un populismo progressista negli Usa - e la gente certamente non è diventata più stupida negli ultimi decenni. Non basta nemmeno proporre la "soluzione Laclau": non c'è un collegamento "naturale" tra una data posizione socio-economica e l'ideologia che l'accompagna, per cui non ha senso parlare di "inganno" e di "falsa coscienza", come se esistesse uno standard di "appropriata" consapevolezza ideologica inscritta nella stessa situazione socio-economica "oggettiva"; ogni edificio ideologico è l'esito di una lotta egemonica per stabilire/imporre una catena di equivalenze, una lotta il cui esito è del tutto contingente, non garantito da qualsiasi riferimento esterno come la "posizione socio-economica oggettiva".
La prima cosa da notare qui è che bisogna essere in due per combattere una guerra culturale: la cultura è anche l'argomento ideologico dominante dei liberal "illuminati" la cui politica è incentrata sulla lotta contro il sessismo, il razzismo e il fondamentalismo, e per la tolleranza multiculturale. La questione chiave è dunque: perché la "cultura" sta emergendo come la nostra categoria centrale sulla vita e sul mondo? Noi non crediamo più "veramente", ci limitiamo a seguire (alcuni dei) rituali e costumi religiosi in segno di rispetto per lo "stile di vita" della comunità a cui apparteniamo (ebrei non credenti che obbediscono alle regole kosher "per rispetto della tradizione", ecc.). "Non ci credo davvero, semplicemente fa parte della mia cultura" sembra essere in effetti la modalità predominante della fede abbandonata/dislocata caratteristica dei nostri tempi: anche se non crediamo a Babbo Natale, nel mese di dicembre c'è un albero di Natale in ogni casa e persino nei luoghi pubblici - "cultura" è il nome di tutte quelle cose che facciamo senza crederci veramente, senza "prenderle sul serio".
La seconda cosa da notare è come, mentre professano la loro solidarietà con i poveri, i liberal codificano una cultura di guerra con un opposto messaggio di classe: spesse volte, la loro battaglia per la tolleranza multiculturale e per i diritti delle donne segna la posizione opposta nei confronti dell'intolleranza, del fondamentalismo e del sessismo patriarcale di cui vengono accusate le "classi inferiori". Il loro modo di venire a capo di questa confusione è metter a fuoco dei termini di mediazione la cui funzione è offuscare le vere linee di divisione. Qui il modo in cui viene usata la "modernizzazione" nella recente offensiva ideologica è esemplare: dapprima viene costruita un'opposizione astratta tra i "modernizzatori" (coloro che sottoscrivono il capitalismo globale in tutti i suoi aspetti, da quelli economici a quelli culturali) e i "tradizionalisti" (coloro che resistono alla globalizzazione). in questa categoria di coloro-che-resistono vengono poi inclusi tutti, dai conservatori tradizionalisti e la destra populista alla Old Left (coloro che continuano a difendere il welfare state, i sindacati...).
Questa categorizzazione comprende ovviamente un aspetto della realtà sociale - pensiamo alla coalizione della chiesa e dei sindacati che in Germania, all'inizio del 2003, ha impedito la legalizzazione dell'apertura domenicale dei negozi. Comunque, non basta dire che questa "differenza culturale" attraversa l'intero terreno sociale, tagliando strati e classi differenti; non basta dire che questa opposizione può essere combinata in modi diversi con altre opposizioni (per cui possiamo avere una resistenza conservatrice basata sui "valori tradizionali" alla "modernizzazione" globale capitalistica, oppure i conservatori in campo morale che sottoscrivono in pieno la globalizzazione capitalistica).
Il fatto che la "modernizzazione" non abbia funzionato come la chiave per la totalità sociale significa che questa è una nozione universale "astratta", e la scommessa del marxismo è che c'è un solo antagonismo ("lotta di classe") che "sovra-determina" tutti gli altri e serve così da "universale concreto" dell'intero terreno. La lotta femminista può trovare espressione agganciandosi alla lotta per l'emancipazione sociale delle classi inferiori, oppure può funzionare (e certamente funziona) come strumento ideologico con cui le classi medio-alte asseriscono la loro superiorità sulle classi inferiori "patriarcali e intolleranti"; e qui l'antagonismo di classe è come se fosse "inscritto doppiamente": è la specifica costellazione della lotta di classe stessa che spiega perché le classi superiori si sono appropriate della battaglia femminista. (Lo stesso vale per il razzismo: è la dinamica stessa della lotta di classe che spiega perché il razzismo diretto è forte tra i lavoratori bianchi delle classi inferiori).
La terza cosa di cui prendere nota è la fondamentale differenza tra la lotta femminista/antirazzista/antisessista e la lotta di classe: nel primo caso, l'obiettivo è tradurre l'antagonismo in differenza (coesistenza "pacifica" dei sessi, delle religioni, dei gruppi etnici), mentre l'obiettivo della lotta di classe è precisamente l'opposto, cioè "radicalizzare" la differenza di classe trasformandola in antagonismo di classe. Perciò la serie razza-genere-classe offusca la diversa logica dello spazio politico nel caso della classe: mentre la battaglia antirazzista e quella antisessista sono guidate dalla ricerca del pieno riconoscimento dell'altro, la lotta di classe mira a vincere e sottomettere, e persino ad annientare, l'altro. Anche se non si tratta di un annientamento fisico diretto, la lotta di classe tende all'annientamento del ruolo e della funzione socio-politica dell'altro. In altre parole, anche se è logico dire che l'antirazzismo vuole che a tutte le razze sia consentito di affermare e dispiegare liberamente le loro battaglie culturali, politiche ed economiche, non ha evidentemente significato dire che lo scopo della lotta del proletariato è consentire alla borghesia di asserire in pieno la sua identità e le sue battaglie... In un caso abbiamo una logica "orizzontale" del riconoscimento di identità differenti, mentre, nell'altro caso, abbiamo la logica della battaglia con un antagonista.
Qui, paradossalmente, è il fondamentalismo populista a conservare questa logica dell'antagonismo, mentre la sinistra liberal segue la logica del riconoscimento delle differenze, del "neutralizzare" gli antagonismi facendo coesistere le differenze: nella loro stessa forma, le campagne della base conservativa e populista hanno fatto propria la vecchia posizione della sinistra radicale della mobilitazione e della lotta contro lo sfruttamento delle classi alte. Questo inaspettato rovesciamento è soltanto uno di una lunga serie.
Negli Stati uniti di oggi, i ruoli tradizionali dei democratici e dei repubblicani sono quasi invertiti: i repubblicani spendono soldi statali, generando così un debito pubblico record, costruendo de facto un forte stato federale, e perseguono una politica di interventismo globale, mentre i democratici perseguono una severa politica fiscale che, durante l'amministrazione Clinton, ha abolito il debito pubblico. Anche nella delicata sfera della politica socio-economica, i democratici (lo stesso vale per Blair in Gran Bretagna) di regola attuano l'agenda neoliberista che prevede l'abolizione del welfare state, la riduzione delle tasse, le privatizzazioni, mentre Bush ha proposto una misura radicale consiste nel legalizzare lo status dei milioni di lavoratori clandestini messicani e ha reso l'assistenza sanitaria molto più accessibile ai pensionati. Il caso estremo è quello dei gruppi survivalisti nell'Ovest degli Usa: anche se il loro messaggio ideologico è quello del razzismo religioso, il loro intero modo di organizzazione (piccoli gruppi illegali che combattono contro l'Fbi e altre agenzie federali) li rende un doppio inquietante delle Pantere Nere degli anni `60.
Dunque, noi dobbiamo non solo rifiutare il facile disprezzo liberal nei confronti dei fondamentalisti populisti (o, ancor peggio, il rammarico paternalistico su quanto sono "manipolati"); dobbiamo rifiutare i termini stessi della guerra culturale. Anche se, naturalmente, per quanto riguarda il contenuto concreto di gran parte delle questioni dibattute, un rappresentante della sinistra radicale deve sostenere la posizione liberal (per l'aborto, contro il razzismo e l'omofobia), non bisogna mai dimenticare che, nel lungo periodo, è il fondamentalista populista, non il liberal, il nostro alleato. Con tutta la loro rabbia, i populisti non sono abbastanza arrabbiati - non sono abbastanza radicali da percepire il collegamento tra il capitalismo e la decadenza morale che essi deplorano. Pensiamo allo scellerato lamento di Robert Bork sulla nostra "inclinazione verso Gomorra": "L'industria dell'intrattenimento non sta imponendo la depravazione su un pubblico americano riluttante. La domanda di decadenza è lì. Questo fatto non scusa coloro che vendono materiale così degradato più di quanto la domanda di crack non scusi lo spacciatore. Ma dobbiamo ricordarci che il torto è in noi stessi, nella natura umana non costretta da forze esterne".
Su che cosa, esattamente, si fonda dunque questa domanda? Qui Bork mette in scena il suo corto circuito ideologico: invece di puntare il dito verso la logica del capitalismo stesso che, per sostenere la sua espansione, deve creare domande sempre nuove, e ammettendo così che, nel combattere la "decadenza" consumistica, sta combattendo una tendenza che insiste sul cuore stesso del capitalismo, egli si riferisce direttamente alla "natura umana" che, lasciata a se stessa, finisce per volere la depravazione, e richiede perciò un controllo e una censura costanti: "L'idea che gli uomini siano creature naturalmente razionali e morali senza bisogno di forti limitazioni esterne è saltata con l'esperienza. Esiste un mercato crescente bramoso di depravazione, e industrie lucrose dedite a fornirla".
Inversione liberal
Un simile punto di vista, comunque, rappresenta una difficoltà per i guerrieri della crociata "morale" contro il comunismo, dato che i regimi comunisti dell'Europa dell'est sono stati rovesciati dai tre grandi antagonisti del conservatorismo: la cultura giovanile, gli intellettuali della generazione degli anni `60, e i lavoratori che hanno continuato a credere nella solidarietà contro l'individualismo. Questo spettro ritorna in Bork: a una conferenza, egli "ha fatto riferimento, in tono di disapprovazione, alla performance di Michael Jackson che al Super Bowl si afferrò il cavallo dei pantaloni. Un altro oratore mi ha aspramente informato che è stato proprio il desiderio di poter assistere a simili manifestazioni della cultura americana ad aver fatto cadere il muro di Berlino. Questa argomentazione appare buona tanto quanto qualsiasi altra per innalzare il muro di nuovo". Anche se Bork è consapevole della paradossalità della situazione, è evidente che egli non ne vede l'aspetto più profondo.
Pensiamo alla definizione di Jacques Lacan della comunicazione riuscita: io riprendo dall'altro il mio messaggio nella sua forma (vera) invertita. Non è questo ciò che sta accadendo oggi ai liberal? Non stanno forse riprendendo dai populisti conservatori il loro stesso messaggio nella sua forma invertita/vera? In altre parole, i populisti conservatori non sono il sintomo dei liberal illuminati tolleranti?
L'inquietante e ridicolo redneck del Kansas che sbotta infuriato contro la corruzione liberal non è la stessa figura nella cui guisa il liberal incontra la verità della sua stessa ipocrisia? Dunque, noi dovremmo (per citare la canzone più famosa sul Kansas, da Il mago di Oz) andare oltre l'arcobaleno - oltre la "coalizione arcobaleno" delle battaglie sulle singole questioni, prediletta dai liberal radicali - e avere il coraggio di cercare un alleato in colui che appare come il nemico estremo del liberalismo tollerante.
Traduzione Marina Impallomeni
[...]
Lo svuotamento delle «democrazie progressive», cioè del contenuto concreto dell'antifascismo tradotto in norme costituzionali, è avvenuto in due direzioni convergenti: sul piano istituzionale col rafforzamento dell'esecutivo e con leggi elettorali che spostano l'elettorato verso il centro e selezionano con criterio censitario il personale politico, producendo la definitiva sconfitta del suffragio universale; sul piano sostanziale con l'accentuarsi della «presa» delle oligarchie che contano sull'intera società (impoverimento dell'efficacia legislativa dei parlamenti, accresciuto potere degli organismi tecnici e finanziari, diffusione capillare della cultura della ricchezza, o meglio del mito e della idolatria della ricchezza attraverso un sistema mediatico totalmente pervasivo).
Di solito ci si indigna quando qualcuno solleva il problema della costruzione dell'«opinione pubblica» attraverso il potente mezzo televisivo. (Un po' meno ci si sdegna, contro siffatto «indecente» argomentare, quando sono in atto le zuffe per lottizzare il controllo delle emittenti televisive). Però la validità dell'argomento dovrebbe considerarsi ormai assodata da quando Murdoch è uno dei pilastri elettorali di Bush jr. e in Italia il proprietario di quasi tutta l'emittenza privata, che è anche il più grande pubblicitario del secolo, ha in pochi mesi creato un partito, e vinto ben due volte le elezioni (1994, 2001). Ciò non impedisce che, ciclicamente, un nugolo di facitori di opinioni si «ingegnino», come diceva donna Prassede, a dimostrare che una diagnosi del genere è poco meno che un'infamia, anzi il bieco sofisma caro a coloro che perdono le elezioni.
Che il mezzo televisivo influenzi direttamente la «intenzione di voto» degli elettori è fuor di dubbio. In uno studio molto ben condotto, La spirale del silenzio (2002), Elisabeth Noelle-Neumann - fondatrice nel lontano 1947 dell'Institut fiir Demoskopie Allensbach, collaboratrice per molti anni di Helmut Kohl, e coeditrice da oltre un decennio dell' Anternational Journal of Public Opinion Quarterly» - ha raccontato un istruttivo esperimento fatto dall'Istituto Allensbach durante la campagna elettorale tedesca federale del 1976. Furono scelti due significativi campioni di due differenti ambiti: a) telespettatori assidui di trasmissioni a tema politico; b) soggetti che guardano di rado o mai trasmissioni a tema politico. Le due rilevazioni principali furono nel marzo e nel luglio 1976: si votò il 3 ottobre. Da marzo a luglio, di fronte alla domanda «Anche se nessuno può saperlo, chi ritiene che vincerà le prossime elezioni?», il gruppo a si spostò da un iniziale 47% ad appena il 34% convinto della vittoria della Cdu/Csu, mentre inversamente le risposte che davano vincente la coalizione socialista-liberale balzarono dal 32 al 42%. Invece il gruppo b rimase stabile (36 contro 24 in marzo, 38 contro 25 in luglio ed un'altissima percentuale di incerti: circa il 40%). In realtà, sebbene i due schieramenti si pareggiassero (infatti alla fine la coalizione socialista-liberale prevalse per trecentomila voti su 38 milioni di votanti), i giornalisti politici attivi in Tv continuavano a dichiarare che non c'era alcuna possibilità di vittoria per la Cdu/Csu. E questo ebbe un effetto ben visibile.
Naturalmente l'esperimento, proprio perché riferito a telespettatori «assidui di trasmissioni a tema politico», riguardava una ristretta élite del corpo elettorale. I fruitori di trasmissioni politiche, come del resto i lettori di giornali da cui intendono trarre il loro orientamento politico, sono una esigua minoranza politicizzata. La conferma di questo dato ben noto viene proprio dal risultato delle elezioni ora ricordate, nelle quali il piccolo (in cifre assolute) spostamento elettorale determinato dalla parte politica delle trasmissioni televisive risultò decisivo rispetto ad un elettorato praticamente diviso in due parti uguali.
Ma la parte direttamente politica della produzione televisiva è il meno, è la parte trascurabile della politicità dello strumento televisivo.
Sul piano della comunicazione politica contano, semmai, molto di più i silenzi: quello che una macchina dell'informazione così vasta che non ha l'eguale nella storia umana riesce a non dire. Un esempio valga a chiarire l'inverosimile situazione: un esempio che chiarisce bene il ruolo e la sostanziale subalternità dell'Europa. Come tutti sanno, nella generale costernazione delle cancellerie europee e della Organizzazione delle Nazioni Unite, nel marzo 2003 gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco in grande stile, aereo navale e terrestre, causando un numero finora non precisato di vittime, contro la repubblica dell'Iraq accusata di possedere, nascostamente, armi chimiche di distruzione di massa. È altrettanto noto che gli ispettori internazionali inviati prima del conflitto a «scoprire» tali armi non ne trovarono traccia, e che traccia non se n'è trovata neanche mesi e mesi dopo che il conflitto era finito, ed il paese veniva occupato dagli eserciti anglo-americani, e depredato e controllato in ogni suo angolo. Da principio un'altra «buona causa» di guerra era stata addotta dagli attaccanti, e cioè l'oppressione da parte irakena della minoranza curda, ma poiché la Turchia, alleata indispensabile degli Stati Uniti, persèguita anch'essa i Curdi e li massacra, si è preferito lasciar perdere quest'altra «buona causa», e non se n'è parlato più. Il silenzio calato sui Curdi ed il loro triste destino da parte dei nostri media, pur già pronti a fare il bis umanitario dopo il Kossovo ma improvvisamente dimentichi della giusta causa curda, è di per sé impressionante.
Ma torniamo alle presunte armi di distruzione dell'Iraq, la cui inesistenza è ormai generalmente riconosciuta, al punto che il problema della Casa Bianca e di Downing Street oggi non è più di ostinarsi a sostenere che ci fossero, ma di individuare qualcuno cui addebitare la colpa di aver fatto credere (ai due più potenti servizi segreti del mondo) che quelle armi ci fossero davvero. Il silenzio dei media europei riguarda un altro imbarazzante dettaglio della vicenda. Il direttore generale dell'Opac (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), José Mauricio Bustani, un anno prima che la guerra scoppiasse aveva incitato l'Opac a sollecitare l'adesione dell'Iraq. Ma questo, aveva scritto il 20 aprile 2002 il «Guardian», apparve al governo americano come un imprevisto impedimento alla intenzione di attaccare l'Iraq. Da parte degli Stati Uniti la reazione è stata di rifiuto totale della proposta di Bustani fino al passo, significativo, di ordinare al governo brasiliano (presidente era allora il prof. Cardoso) di rimuovere Bustani dall'incarico. Il testo dell'ingiunzione, insieme con la ricostruzione della vicenda, è stato edito nella rivista dell'Università di San Paolo «Estudos avançados» (16, 2002). Bustani fu catapultato come console generale a Londra: ormai la guerra era imminente. Tuttavia il ricorso di Bustani all'Oit (Organisation International du Travail) ha avuto successo, e nello scorso luglio la cacciata di Bustani dall'Opac è stata definita «illegale». Nessuno nei nostri turgidi telegiornali o nei quotidiani si è degnato di fornire mai il benché minimo dettaglio di questa vicenda. I cittadini e i telespettatori non dovevano conoscere la prova esplicita di quanto criminale fosse stata la condotta statunitense nel fomentare la guerra che, pure, gli stessi governi europei avversavano. Ma ammettiamo senz'altro che l'efficacia di una simile enormità sarebbe rimasta all'interno di una non vastissima cerchia di «specialisti della politica». La partita si gioca su altri piani.
A ben vedere, tutta la ormai annosa disputa sull'efficacia «elettorale» e, più in generale «politica», del potere mediatico si basa su di un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso e il controllo dell'informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione: è al più la dose di potere me diatico che concerne l'élite politicizzata. Tutto il resto dell'immensa produzione - senza più differenze tra emittenti private e pubbliche, perché queste ultime per sopravvivere sono mera copia delle prime - è ormai un colossale veicolo dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza. Non importa più chi controlli: è stato plasmato il gusto ed esso esige comunque un adeguamento totale. Il dominio della merce è diventato culto della_ merce ed è tale culto che quotidianamente crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare, il principale contenuto della gigantesca «macchina» televisiva. Non importa di quale prodotto, meglio se di tutti. Quello che ad una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la conclusione per «riprendere il filo») è invece il testo principale: ore e ore quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come status a portata di mano.
Il lato geniale ed irresistibile di questo genere del tutto nuovo di «conquista dell'opinione» è che esso non si manifesta mai in modo direttamente politico. Essa ha fatto tesoro della constatata sconfitta dell'altro metodo: quello, per così dire, «concettuale» del «lavaggio del cervello» esplicitamente propagandistico. Come s'è visto, dovunque il metodo di indottrinamento diretto ha suscitato fastidio, estraneità e alla fine ripulsa. Lo si può praticare con successo solo se lo si destina ad una ristretta élite gravata di speciali responsabilità (è il caso della Chiesa cattolica nella formazione dei suoi «quadri»): altrimenti sortisce l'effetto contrario. Invece il metodo «subliminare», anche perché le opzioni che deve indurre a preferire sono di carattere elementare se non proprio infantile (più merci = più felicità), è di effetto certo: non fa che prospettare, ininterrottamente, immagini, brevi e di facile fruizione intellettuale anche per deficienti, di un mondo (fittizio) già reso perfetto e felice dalla sovrabbondanza delle merci di ogni genere. Non meno efficace è il ritrovato, costante nell'intera straripante produzione pubblicitaria, di mostrare intorno ad ogni (singola) merce la vita felice di tutti i giorni (nella sua forma più luccicante e attraente) di infinite «persone qualunque»: le quali in realtà sono sapientemente selezionate al fine di determinare un immediato effetto di auto-identificazione, immedesimazione e conseguente spinta mimetica, al prodursi del quale «il gioco è fatto». Non c'è bisogno di un orwelliano «grande fratello» per orchestrare tutto questo: è una macchina che si autoregola e si moltiplica per il fatto stesso di essere, anche economicamente, sommamente redditizia.
Prima di indurre centinaia di migliaia di uomini a transitare al di qua dell'ormai affondata «cortina di ferro», o a varcare i mari rischiando anche la vita pur di sbarcare nel «paese di Bengodi» (si parlò a questo proposito, anni addietro, di spot people), quegli influentissimi testi - la cui produzione costa miliardi e che movimentano milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo - avevano preliminarmente conquistato la mente, per non dire l'anima, innanzi tutto dei cittadini di serie A, cioè di quelli che «g c'erano» nel paese di Bengodi. I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali «intellettuali organici» della vincente dittatura della ricchezza. Non ha molta importanza la patetica battaglia per pareg. giare più o meno equamente gli spot elettorali: tutto il resto sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: «lasciateci godere della nostra ricchezza! », e come unica «ideologia» trasmettono il più sollecitante dei messaggi: «cercate di diventare come noi!».
Al potere incontrastabile dell' «ideologia della ricchezza» si associano altre mitologie di massa: i grandi «miti analfabeti», di cui lo sport è forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.
Il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi) ha creato - ed è questo forse il maggior suo successo - la società demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma della «parola demagogica». Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce - e il paradosso è solo apparente - un basso livello culturale oltre che un generale ottundimentó della capacità critica: l'allarme lanciato da Giacomo Leo, pardi, «dove tutti sanno poco e' si sa poco»17, poteva semare, al tempo in cui fu formulato, affetto da aristocratismo; è oggi che trova il suo pieno inveramento.
Sembrava il fascismo aver dato il massimo contributo in questa direzione: era invece pur sempre un movimento che affondava le sue remote radici nel secolo precedente e nel sempre ritornante modello bonapartista. Il fascismo prendeva di petto e manipolava «la folla» così come l'aveva conosciuta e descritta Gustave Le Bon. Al contrario l'attuale «democrazia oligarchica», o sistema misto, o come altro si preferisca chiamarlo, orienta, ispira e perciò dirige una folla molecolarizzata e, insieme, omogeneizzata dalla capillare onnipresenza del «piccolo schermo»; nutre, illude e proietta verso una felicità merceologica a portata di mano una miriade di singoli, inconsapevoli della parificazione mentale e sentimentale di cui sono oggetto, paghi della apparente verità e universalità che quella fonte, in permanenza attiva, fornisce quotidianamente loro, soffusa di sogni.
L'epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano la «costituzione mista», in cui il «popolo» si esprime ma chi conta sono i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso limitato al mondo euro-atlantico e ad «isole» ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno.
Non si è giunti a questo esito nello spazio di un mattino. La nascita e lo sviluppo dello Stato sociale, ad esempio, meriterebbero una trattazione ad hoc nella quale rientrano non solo la «sfida» rappresentata dall'assistenzialismo di tipo sovietico ma anche il Nev! Deal e anche il fascismo. Alla conclusione del suo percorso esso appare co me un prezioso pilastro del sistema economico-sociale ed è apprezzato perciò anche da coloro che lo avversa vano e che tuttora vorrebbero ridimensionarlo ma che ovviamente sanno quanto sia prezioso salvaguardarlo.
Per parte sua, anche la democrazia ha avuto i suoi momenti di grandezza. Mentre gli Stati Uniti d'America appoggiavano attivamente i fascismi militar-golpisti su tutto il pianeta, dall'Indonesia all'intero Sud America (con effetti particolarmente feroci in Cile e in Argentina) e teorizzavano che quelle dittature erano il necessario baluardo contro il comunismo, ed estendevano questa linea d'azione al continente europeo (appoggio ai fascismi «storici» della penisola iberica, instaurazione della dittatura militare greca, appoggio alla eversione «nera» in Italia), anche il contrattacco democratico ha avuto i suoi fasti: dalla rivoluzione portoghese, alla cacciata dei colonnelli greci, all'«èra Brandt» in Germania; per non ricordare se non di sfuggita lo spostamento di equilibri a sfavore dei ceti possidenti attuatosi in Italia, non a caso in un clima di rinnovata tensione antifascista, alla fine degli anni Sessanta e codificato in un testo di legge non a torto solennemente definito «Statuto dei lavoratori», oggi sotto attacco.
Ma questi momenti alti non hanno alla fine prevalso se non temporaneamente. La democrazia (che è tutt'altra cosa dal sistema misto) è infatti un prodotto instabile: e il prevalere (temporaneo) dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l'eguaglianza, nozione che a sua volta si dilata storicamente ed include sempre nuovi, e sempre più contrastati, «diritti» . Ben diceva il Bobbio del 1975 che «l'essenza della democrazia è l'egualitarismo»18. Il suo affiorare, che non è così frequente e che nel secondo Novecento ha avuto un punto di forza nell'antifascismo, è dovuto all'irrompere, nel regime misto o se si preferisce semi-oligarchico codificato dal liberalismo classico, di istanze egualitarie più o meno coronate da durevole successo, che quasi sempre si fanno strada nell'asprezza di un conflitto: ben lo descrive Platone, alquanto inorridito, in un celebre passo della Repubblica (557a). Sono interruzioni più o meno durevoli del sistema «misto». Chi molto si avvicinò a questo genere di diagnosi fu un grande interprete delle dinamiche sociali, Gaetano Mosca. Egli fece ricorso, a sostegno della sua tesi, certo pessimistica, dell'inesistenza della democrazia, «all'apologo - come scrive - di quel padre che morendo confidava ai figli che nel campo avito era sepolto un tesoro, ciò che fece sì che quelli ne sollevassero tutte le zolle, non trovando il tesoro ma aumentando notevolmente la fertilità del terreno»19. L'apologo può essere messo a frutto in molti modi, per esempio a sostegno della tesi che la fiducia nella possibile esistenza della democrazia ha di per sé effetti migliorativi («democratici» appunto); certo esso esprime bene l'inesistenza fattuale, e insieme l'indispensabilità della «democrazia» (beninteso nel suo senso pieno e originario).
Cominciamo con un'autocritica. Sapevamo da tempo che i repubblicani Usa avevano mobilitato al voto la destra religiosa fondamentalista; ma nel fervore preelettorale abbiamo finito per parlarne poco o niente. Siamo stati contagiati dalla speranza e dall'impegno delle campagne democratiche nelle ultime settimane prima del voto, mentre i repubblicani, previdenti e organizzati, la loro mobilitazione l'avevano fatta molto prima, quando i riflettori erano ancora meno focalizzati sulla campagna elettorale. E l'hanno fatta potendo contare soprattutto su strutture organizzate e ideologizzate come le chiese, su mezzi di comunicazione capillari e istituzioni educative ben finanziate, muovendosi sotto la soglia di attenzione nostra e dei media progressisti. Col senno di poi, è facile ricordarsi che una parte dell'astensionismo è legata a una religiosità «other-worldly», che si occupa solo dell'aldilà e ritiene che gli affari di questo mondo non la riguardino - fino a che qualcuno non li convince che negli affari del mondo sono in gioco anche articoli di fede. Avremmo dovuto parlarne prima. Una volta scoperto questo fatto, sui nostri media è apparsa subito una vulgata istantanea: a) le elezioni non si vincono sulle questioni materiali ma sui valori; b) per orientarci sui valori dovremmo ascoltare la destra. Credo che entrambi i punti siano sbagliati.
Fra i «valori» che hanno orientato il voto di maggioranza negli Stati uniti spiccano intolleranza sui gay, rifiuto del diritto di scelta delle donne, guerra e militarismo, armi da fuoco, pena di morte... Questi per me non sono valori, ma il loro contrario. Ma noi abbiamo delegato l'idea stessa di «valori» al cattolicesimo e alla destra, tanto non che ci riesce di dirlo, né di affermare valori altri, che vengono dalla storia della sinistra e della democrazia: giustizia sociale, uguaglianza, pace, non violenza, apertura culturale, accoglienza, l'internazionalismo, ambientalismo, una laicità rispettosa del diritto di tutti i credenti e non credenti. Sono valori capaci di accendere speranze, passioni, mobilitazioni. Ma invano li cercheremmo nelle piattaforme del nostro centrosinistra, o in quella di Kerry. L'unico che ha osato parlare di in pubblico di giustizia economica è stato Bruce Springsteen, che fa un altro mestiere.
E passiamo alla «autonomia» dei «valori forti» rispetto agli interessi materiali. Facciamo conto che gli elettori americani fossero posti davanti alla scelta fra votare contro l'aborto o a favore di qualcosa che gli cambia la vita, per esempio, il diritto alla salute; fra votare contro i gay o a favore di un buon contratto di lavoro, un salario adeguato e sicuro, una casa a un prezzo decente, trasporti pubblici accessibili, l'istruzione superiore per i propri figli... Siamo proprio sicuri che i «valori forti» avrebbero la meglio su questi interessi concreti? I democratici hanno governato per quarant'anni sulla base di un progetto socio-economico, il New Deal, che ha cambiato la vita di milioni di persone. Eppure, la destra religiosa esisteva anche allora. Io credo che molti votanti si concentrano sui «valori» immateriali sia perché nessuno gli propone niente di altrettanto significativo sul piano degli interessi materiali, tale da cambiargli la vita; sia perché, anzi, non credono più che qualcosa possa cambiare. Clinton vinse puntando su un interesse materiale, la riforma sanitaria e il diritto alla salute (che per me è anche un valore, ma lasciamo perdere) e gli elettori gli ridiedero fiducia anche dopo il disastro «etico» di Monica Lewinski. Ma poi la riforma sanitaria non si è riusciti a farla, e si è rinforzata l'idea che il sistema economico sia un destino immutabile, un dato irriformabile. Inutile starci a pensare, il mondo non cambierà mai se non in peggio; ragioniamo su altre cose su cui abbiamo opzioni più chiare.
Sul piano economico Kerry era sicuramente diverso da Bush - ma non abbastanza da generare speranze e spostare orientamenti. La sua descrizione dei fallimenti della politica economica di Bush era puntuale, ma le spiegazioni delle cause erano poco incisive e la proposte generiche e timide. Mi piaceva la sua idea di portare il salario minimo da 5 dollari e mezzo a 7; ma era appena un modo per non far crepare i più miserabili, non cambiava la vita di nessuno (e comunque, in un'elezione dove un'astensione del 42% è decantata come un trionfo democratico, sospetto che non fossero tanti i minimum wage workers che sono andati a votare - pure perché tanti di loro non ne hanno il diritto).
Insomma, l'alternativa non è fra valori e interessi materiali come tali, ma fra un discorso netto e forte sui valori e una proposta debole e generica sugli interessi. Infatti la destra possiede anche un discorso forte sugli interessi materiali. In televisione, Bertinotti ricordava che in Ohio si sono persi duecentomila posti di lavoro negli ultimi anni e implicitamente, come Kerry, ne attribuiva la responsabilità a Bush. Ma una parte del voto per Bush viene proprio da gente che ha perso il lavoro, gente alla quale la destra offre una spiegazione convincente e un capro espiatorio credibile: è colpa della concorrenza sleale del resto del mondo. Mi ricordo, a Youngstown, Ohio, la dolorosa, eloquente poesia di un operaio licenziato dell'auto, che finiva: «ma che ne sapete di tutto questo, voialtri intellettuali con le vostre macchine straniere?» Se i padroni americani ti licenziano, la colpa è degli intellettuali e degli stranieri. Né Kerry ha proposto qualcosa di molto alternativo - per esempio, una legislazione che renda meno facile licenziare, discriminare, ingaggiare crumiri, e che dia ai lavoratori una forza contrattuale paragonabile a quella che gli diede l'NRA negli anni '30. Sarà volgare, ma credo che, anziché una separazione, esista un nesso fra un certa lettura dei fatti socio-economici e una certa proposta di «valori». Se la colpa del declino economico dell'America popolare è degli stranieri, è logico rifugiarsi in un nazionalismo guerresco che illude di espandere il modello americano facendo la guerra agli stranieri e impadronendosi del loro petrolio; se la colpa è di quelle checche degli intellettuali, è naturale aggrapparsi ai «valori» virili delle armi da fuoco, della pena di morte, della discriminazione dei gay, del dominio sul corpo delle donne. In altre parole: in questa elezione, «valori» e interessi non sono stati tanto autonomi, quanto correlati. L'elettorato americano ha votato sui valori che meglio collimano con la percezione (sbagliata e ideologica, ma semplice e convincente) dei propri interessi.
Una cosa la possiamo imparare dalla destra americana: la pazienza e la lungimiranza. La travolgente egemonia di oggi è il risultato di un ripensamento cominciato dopo la sconfitta di Goldwater nel 1964. Allora, nel pieno di quella che sembrava l'avanzata inarrestabile dell'altra America, il partito repubblicano cominciò a cambiare pelle. Smise di puntare sul ceto medio-alto moderato; si spostò verso la destra radicale, religiosa e rurale; sviluppò una proposta di «valori» e una strategia di comunicazione capace di far cambiare schieramento a molti elettori tradizionalmente democratici. Più che con Nixon (normale alternativa bipartitica), questa strategia si affermò con Reagan, che fu l'esito e il rilancio di una profonda modificazione delle coscienze. Ci sono voluti quindici anni, ma dura da ventiquattro anni (l'intervallo Clinton fu reso possibile da Ross Perot) più i prossmi quattro, e non se ne vede la fine. Allora, cerchiamo pure tattiche e alleanze per togliere subito il governo a Berlusconi; ma se non ci mettiamo in testa di lavorare a lungo termine e in profondità su un insieme di proposte materiali e di principi morali correlati nostri e distinti, non ci libereremo mai del berlusconismo. E anche se vinciamo, lo vedremo tornare.
C'è un'altra ragione per l'egemonia repubblicana a lungo termine: l'inevitabile messa in discussione del modello di vita americano e occidentale. I limiti di sostenibilità del pianeta, le legittime richieste di vita migliore da parte delle maggioranze dell'umanità comportano un declino o una radicale revisione di uno stile di vita che dipende dall'accaparramento e dallo spreco di quote sproporzionate delle risorse limitate del mondo. In altre parole: è finita la frontiera; è finita un'idea di benessere e di democrazia fondati su un'espansione senza confini. Possiamo progettare un modo di vita diverso; o possiamo arroccarci a difesa esclusiva dei nostri privilegi attraverso il dominio economico e militare (creando una frontiera nuova che arriva fino all'Asia Centrale). Per i repubblicani americani, e non solo loro, lo standard di vita occidentale non si tocca, e se produce guerre e inquinamento, guerre e inquinamento sia. E siccome quelli che se ne stanno già accorgendo e pagando i prezzi non sono i ceti privilegiati, ma i lavoratori, i precari, i disoccupati, i più giovani, gli emarginati, è proprio in queste fasce che una strategia di difesa a oltranza dell'esistente contro ogni cambiamento trova consensi. Anche qui una strategia economica è correlata a indicazioni di «valori». Maggioranze preoccupate e insicure, tanto più dopo l'11 settembre, si convincono che i propri interessi economici si difendono chiudendosi nell'egoismo personale e nazionale, subordinando lo stato di diritto alla sicurezza, sospettando di chiunque non ti somiglia, perseguendo il dominio del più forte, disprezzando ogni vestigia di diritto internazionale come un'offesa alla propria sovranità (e ogni positiva azione dello stato come una violazione della propria libertà solitaria). La paura del declino economico e l'egoismo fondamentalista sono facce di una sola medaglia.
E per finire. L'unico referendum in cui ha prevalso un'opzione «progressista» è stato quello sulle cellule staminali in California. Un'amica americana l'aveva previsto: c'è sempre più gente in America, diceva, che ha un'età in cui non ha più bisogno dell'aborto ma ha paura dell'Alzheimer. Tra la «moralità» di Bush e l'interesse a cercare una cura, non hanno esitato. Ma non è tanto un segno di laicità e modernità, quanto di stanchezza e, ancora, di paura: l'America a cui volevamo bene, giovane e piena di speranze, è sempre più carica da paure, solitaria ed egoista, e più vecchia.
Beh, come diceva mia nonna, almeno mi è rimasta la salute.
Inizio spesso i miei articoli ponendomi degli interrogativi. L´ho fatto anche ieri. Domanda: come mai non mi sono sentito totalmente a terra quando George H. W. Bush ha sconfitto Michael Dukakis, e neppure quando George W. Bush ha sconfitto Al Gore?
Perché invece ieri mattina mi sono svegliato profondamente turbato?
Risposta: quali che fossero le differenze che mi separavano da Bush senior, riguardavano l´impostazione politica. Ho finito per ammirare molto del suo operato. E quando George W. Bush venne eletto quattro anni fa sulla base di un programma di conservatorismo compassionevole, partendo dal centro, ho supposto (sbagliando) che lo stesso sarebbe valso per lui. Ma a turbarmi ieri è stata la sensazione che questa elezione è stata determinata da un fiume di consensi per George Bush espressi da persone che non si limitano a sostenere scelte politiche che non condivido, ma sostengono un´America del tutto diversa. Non solo non siamo concordi su cosa l´America dovrebbe fare, ma su cos´è l´America.
È un paese che non invade il campo delle preferenze sessuali degli individui e delle unioni matrimoniali che essi intendono stabilire? È un paese che consente ad una donna di avere il controllo del proprio corpo? È un paese in cui la linea di separazione tra chiesa e stato lasciataci in eredità dai nostri padri fondatori dovrebbe restare inviolata? È un paese in cui la religione non ha la meglio sulla scienza? E, cosa importantissima, è un paese il cui presidente mobilita le sue profonde energie morali per unificarci, invece che dividerci l´uno dall´altro e dal resto del mondo? Da un certo punto di vista questa elezione non decideva nulla. Nessuno dei problemi reali del paese è stato effettivamente dibattuto. Ma da un altro punto di vista, senza preavviso, è diventata decisiva per tutto. In parte è stato così per l´alto numero di seggi della Corte Suprema in gioco, e in parte perché la base di Bush esercita una tale pressione perché si legiferi su temi sociali e si estenda l´applicazione dei criteri religiosi che sembrava ci accingessimo a riscrivere la Costituzione, non ad eleggere un presidente. Pensavo di essermi registrato nelle liste elettorali ma mi è apparsa davanti la Convenzione Costituzionale.
Il risultato del voto lo ha confermato. A dispetto di un operato in Iraq all´insegna della più totale incompetenza e della stagnazione economica, Bush ha mantenuto il nucleo di stati conquistato quattro anni fa, come se nulla fosse accaduto. L´impressione è che la gente non abbia votato il suo operato, ma la propria squadra di appartenenza.
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Non è stata un´elezione, ma un´identificazione di posizione. Scommetto qualsiasi cosa che se le schede non avessero riportato i nomi di Bush e Kerry ma semplicemente la domanda: «Guardi Fox Tv o leggi il New York Times?» gli elettori si sarebbero divisi esattamente nello stesso modo. Ciò che mi disturba dei fondamentalisti cristiani pro-Bush non è il fervore spirituale o il fatto che io professi una fede diversa. È il modo in cui, insieme a Bush, hanno usato quel fervore religioso per incentivare divisioni e intolleranza in patria e all´estero. Rispetto il fervore morale, ma auspico che i Democratici riescano a trovare il modo di sfruttarlo a fini diversi.
«I Democratici hanno ceduto ai Repubblicani il monopolio sulle fonti morali e spirituali della politica americana», ha commentato il politologo della Harvard University Michael J. Sandel. «Non si riprenderanno come partito finché non disporranno nuovamente di candidati in grado di parlare a queste aspirazioni morali e religiose, indirizzandole però a obiettivi progressisti in politica interna e negli affari esteri».
Ho sempre avuto un motto molto semplice quanto alla politica: non metterti mai in una posizione per cui il tuo partito vinca solo a prezzo del fallimento del tuo paese. Non tiferò su queste colonne perché Bush fallisca, agevolando una rimonta democratica. La vittoria non dovrà essere per abbandono, perché il paese è precipitato nel caos, ma perché i Democratici hanno nominato un candidato in grado di vincere con un messaggio positivo che tocchi il cuore del paese. Intanto si parla molto del fatto che Bush ha un mandato per la sua politica di estrema destra. Sì, ha un mandato, ma ha anche un appuntamento - un appuntamento con la storia. Se Bush saprà recuperare la situazione in Iraq, fabbricare una soluzione per affrontare la crisi della nostra sicurezza sociale - il che è possibile solo attraverso un approccio bipartisan e una politica fiscale più equilibrata - se saprà migliorare la competitività americana, impedire che l´Iran acquisisca armi nucleari e trovare una soluzione ai nostri problemi energetici, la storia dirà che ha usato il suo mandato per un grande risultato. Se farà pressione per concedere ulteriori sgravi fiscali e non riuscirà a risolvere i nostri reali problemi, il suo appuntamento con la storia sarà assai sgradevole, qualunque mandato abbia in mano.
Traduzione di Emilia Benghi
Ha sedotto le single ma non le security moms il candidato John Forbes Kerry. E le "mamme spaventate" hanno scelto la strada vecchia del "presidente di guerra", quello che dopo l´11 settembre ha saputo rassicurarle. Michael Walzer, filosofo della politica all´Institute for Advanced Study di Princeton, ha una voce insolitamente mesta.
Professore, c´era molto ottimismo nel campo di Kerry: cosa è andato storto?
«L´euforia proveniva dalla convinzione che i democratici fossero riusciti, grazie all´attivismo di gruppi come MoveOn, a registrare molti nuovi elettori. E così è stato. Ma i repubblicani, facendo leva sui volontari delle chiese - soprattutto cattoliche - hanno portato alle urne un numero ancora superiore di persone che altrimenti sarebbero rimaste a casa».
Con quali argomenti?
«Hanno giocato sulla paura del terrorismo. Bush è riuscito a offrire di sé un´immagine più protettiva, di garante della sicurezza. Una statistica lo mostra bene: le donne single hanno scelto Kerry mentre le sposate e ancor più quelle con figli hanno votato in massa per il Comandate in capo. Che poi la sua guerra renda meno sicuri i loro bambini anche in patria è un´altra questione».
E il richiamo alla religione?
«È stato cruciale. Viviamo, per la prima volta nella nostra storia, in una sorta di "democrazia cristiana", dove la paura ha rivitalizzato un sentimento religioso da crociata, molto a destra. Mi viene in mente un inno celebre, "Avanti soldati cristiani", che raffigura bene la situazione attuale. Bush è riuscito addirittura nel miracolo di tenere insieme cattolici ed evangelici. Più del video di Bin Laden gli ha giovato il referendum su gay, voluto e stravinto da lui. In questo quadro la sinistra rimane, prima di tutto, la titolare della laicità».
Cosa ha sbagliato Kerry?
«Probabilmente doveva rispondere prima e più incisivamente agli attacchi sul suo servizio militare in Vietnam e alle accuse di essere stato altalenante nei voti sulle tasse al Senato».
Peccati più gravi di una guerra con marine morti ogni giorno?
«Deve considerare che ai tempi del Vietnam ci vollero 50 mila morti prima che la protesta provocasse effetti in patria. Dodicimila vittime, evidentemente, non sono bastate. Tantopiù che la copertura mediatica del conflitto non è stata sempre onesta nella pancia del Paese, dove non si legge il New York Times o il Washinton Post».
Che legislatura si aspetta?
«In America una destra dura e ideologica che renderà la vita difficile ai sindacati con riforme regressive del welfare e delle tasse. Dal punto di vista di un social-democratico come me, un disastro. In politica estera un peggioramento delle relazioni con l´Europa».
E l´Iraq?
«Cosa pensino davvero i "burocrati imperiali" Rumsfeld e Cheney ancora non l´ho capito. Mi sembra impossibile che credano davvero che la guerra stia andando bene, ma la loro agenda è il potere. Le altre due anime della Casa Bianca sono gli ideologhi neocon che avranno più influenza e Powell, forse in uscita. La garanzia che non attacchino l´Iran o altri Paesi, però, è che non abbiamo soldati sufficienti. È poco, ma meglio di niente».
John Fitzgerald Kennedy fu eletto presidente degli Stati uniti nel 1960con una percentuale di votanti del 63,06%. Da allora, con la sola eccezione dell'elezione di Clinton nel `92, quella percentuale è stata in costante calo, e quattro anni fa fu del 51,30%. Stavolta la stima della partecipazione al voto rasenta il 60%, un picco insperabile nella società leader della spoliticizzazione che da un paio di decenni contagia tutte le democrazie occidentali. Ha ragione chi vede in questo dato un segnale di rivitalizzazione democratica; ma ha avuto torto chi ha scommesso sui «nuovi votanti» (14 milioni, soprattutto giovani) come fossero un bacino garantito di consensi per Kerry. Non sempre la partecipazione porta acqua ai mulini di sinistra. Stavolta l'ha portata anche a Bush, garantendo una base di legittimazione larghissima a quello che nel suo primo mandato, a causa delle modalità più che controverse della sua prima elezione, era stato l'inquilino meno legittimato e meno legittimo della Casa bianca. Le prime analisi suggeriscono altresì che nemmeno il voto delle minoranze tradizionalmente ascritte all'«altra America» (neri, working class etc.) premia necessariamente il campo dei democratici. In attesa di maggiori elementi sulle nuove e impreviste linee di frattura che dividono il melting-plot, come ormai qualcuno ironicamente lo chiama, della società americana, vale la pena di interrogarsi sulla frattura principale che ce la mostra, col voto di martedì, verticalmente spaccata in due, e non su dettagli programmatici ma su valori e orientamenti di fondo come guerra o pace, sicurezza armata o interdipendenza disarmata, fede o laicità, famiglia o individuo, sessualità o castità, forza o diritto. Alcuni lustri passati a uniformare tutte le democrazie allo schema del bipolarismo politico che avrebbe dovuto semplificare il confronto programmatico all'interno di società cementate da valori condivisi, hanno partorito infine un inedito bipolarismo sociale frontale e incomunicante, in cui una metà della mela non condivide nulla dell'altra metà, non la decifra, non la conosce e non la riconosce. Non solo negli Stati uniti: de nobis fabula narratur, com'è evidente nell'Italia berlusconiana. All'inizio del terzo millennio, nelle democrazie eredi della politica moderna avanza e vince una secessione dalla modernità che cementa metà della popolazione su professioni e suggestioni di fede, identità, visceralità, emotività insensibili alla razionalità politica classica e alle élite intellettuali orientate a sinistra che se ne fanno portatrici. L'America profonda e viscerale di Bush e di Foxnews vince su quella non solo di Kerry, ma anche dei grandi giornali, dei campus universitari, di Bruce Springsteen e del cinema indipendente.
Senonché questo bipolarismo sociale radicalizza necessariamente il bipolarismo politico: anche in questo le elezioni americane acquistano un valore di annuncio. Il ritornello che da anni ci ossessiona, secondo cui nei regimi bipolari le elezioni si vincono al centro, da ieri non è più sostenibile. Durante la campagna elettorale americana qualcuno aveva profetizzato la vittoria non di chi avesse conquistato il centro, ma di chi fosse riuscito a trascinare alle urne tutto lo zoccolo duro del proprio schieramento. Aveva ragione: guidato dalla destra neo-conservative, il bipolarismo si è fatto estremista, mentre a sinistra ancora si sceglieva il candidato più commestibile per l'elettorato moderato.
Qui l'annuncio americano potrebbe diventare molto interessante. Nel dopo-'89 il gioco, in tutte le democrazie occidentali, è stato fra destre radicali e sinistre moderate. Le prime agiscono su un'emotività calda e regressiva e vincono, le seconde controbattono con una razionalità fredda e temperata e perdono. L'11 settembre ci ha messo un carico da undici, scatenando nella società americana e non solo comprensibili angosce e un senso della vulnerabilità a cui da destra si risponde con la forza e da sinistra non vengono risposte adeguate di altro segno. In ogni caso, quel gioco non funziona più. La sinistra europea farebbe bene a rifletterci. E forse a guardare con maggiore curiosità non al moderatismo di Kerry, ma al laboratorio di sperimentazione di pratiche e culture nuove che nella sinistra radicale americana si è aperto in questi mesi, fuori dai circuiti ufficiali della rappresentanza. Che fra i lasciti della sfida Bush-Kerry potrebbe non essere l'ultimo.