Svezia, la tv di Stato si fa lo spot : "Non siamo come Berlusconi"
la Repubblica del 17 febbraio 2005
Per farsi pubblicità, e sottolineare la sua indipendenza e obiettività, la televisione di stato svedese Svt usa l'immagine di Silvio Berlusconi. In un filmato breve, che va in onda in questi giorni e si può vedere anche sul sito dell'emittente, sfilano alcune riprese di Berlusconi che saluta la folla o che appare su decine di video contemporaneamente. Il sottofondo musicale è il mandolino tipico della peggiore iconografia dell'italietta, con le note ovvie di "O sole mio".
Ad accompagnare le immagini una serie di scritte: "In Italia, il 90 per cento dei mass media è in mano a Silvio Berlusconi", "Dopo intensiva campagna elettorale (grazie ai propri mezzi di comunicazione) vince le elezioni" ", "Ora è anche presidente del consiglio" e per finire: "Svt: noi siamo una televisione libera".
La televisione svedese non sottolinea solo la concentrazione dei mezzi di comunicazione in mano al presidente del consiglio, ma anche la qualità dei programmi. Le riprese di Berlusconi, che saluta sorridente, sono alternate a quelle di ballerine poco vestite nei varietà italiani.
.Due episodi rinfocolano gli spiriti animali d´una destra belluina o lassista secondo i rei. Nel giudizio abbreviato contro imputati d´associazione terroristica un giudice si dichiara incompetente ma revoca la misura cautelare dissertando sulla qualità dei fatti, e sbaglia perché tali decisioni spettano all´organo competente. Nel secondo caso vengono alla sbarra delle nomadi: l´accusa è tentato sequestro di persona ma, dicono i resoconti, manca quel commencement d´exécution fuori del quale non esiste tentativo; le parti pattuiscono una pena d´otto mesi, sospesa, sotto il titolo "tentata sottrazione d´una persona incapace"; e il tribunale l´applica; senza quest´accordo m´aspetterei una condanna per minaccia (massimo 1 anno) o tentato furto con strappo (minimo 1 anno, massimo 6, diminuiti da uno a due terzi); se la minaccia fosse seria ("la borsa o il bambino"), il nome penale sarebbe estorsione (da 5 a 10 anni); e l´ipotesi ripugna a una clinica aliena da iperboli azzardose. L´esito sta dunque nelle regole: gli accordi sulla pena non sono un trucco curialesco; li codificano gli artt. 444-48. Ma l´Italia al governo freme. L´ingegnere padano succeduto ad Alfredo Rocco racconta d´avere perso il sonno, mentre galoppini del suo partito allestiscono fiaccolate, indi spiega quale sia la missione delle toghe: emettere responsi conformi al "sentimento popolare" d´un "dato momento storico"; l´attuale richiede "pene esemplari"; e inutile dirlo, sensibilità nel distinguere le persone; l´ancora influentissimo ex-ministro della Difesa, sodale del quasi padrone d´Italia, merita riguardi indulgenti, compensati dalla mano dura sui rifiuti sociali, nella cui compagnia cade de iure chiunque pensi storto. Infatti, vuole un pubblico ministero eletto dal popolo; e nella Casa delle cosiddette libertà è dogma l´ufficio d´accusa ancorato al governo: lo chiamano eufemisticamente "carriera separata".
A proposito d´eufemismi, ne alleva tanti il Terzo Reich, dove la Judenfrage, questione ebraica, richiede un´Endlösung, soluzione finale, e "il lavoro rende liberi", scritto sulla porta d´Auschwitz: nel cui anniversario, 27 gennaio, appare sul posto anche il mago d´Arcore; depone un lumino, poi borbotta qualcosa; il senso è che l´odio sia orribile; dobbiamo estirparlo dai cuori, bellissimo pensiero, se non suonasse ad hominem. L´Unico recita sé stesso anche lì, impenitente. La frase va intesa al lume d´altre sue: «io sono il bene»; dove governa lui, fiorisce l´amore; gli avversari portano «miseria, terrore, morte»; «la democrazia è in pericolo». Mi sono permesso la digressione perché sta a pennello: l´ignaro ministro ripete in dialetto padano stereotipi tedeschi anni Trenta e Quaranta; "il sano sentimento popolare" era un Leimotiv della dottrina penalistica politicamente corretta. Anche lo stile segnala vaghe parentele: adunate, rune, camicie, elmi, spade, riti fluviali; sangue e terra, parole d´alto appeal; e come talvolta avviene nei ricorsi della storia, la tragedia diventa farsa, ma il ridicolo nasconde dei pericoli. Non è puro caso che nel secondo governo B. un soi-disant celto sieda in via Arenula: i gangli delle società evolute passano attraverso la funzione giusdicente; il riconquistatore voleva impadronirsene; l´opera richiede una scure manovrata da qualcuno sulla cui pelle gli argomenti in lingua colta scivolino come acqua tiepida; un ignorante dei rudimenti legali era il devastatore giusto. Sa scegliersi gli uomini.
In 44 mesi il crociato dell´amore affonda l´Italia agli ultimi posti nella scala dei paesi usciti dall´economia tribale, ma nelle riforme senza spese combina mirabilia: dovendo salvarsi dai giudizi che trascina, dissesta i codici; siamo l´Eldorado dei falsari in bilancio, bancarottieri, corruttori; l´imputato abbastanza ricco da pagarsi le ugole complica i processi finché i reati cadano estinti dal tempo, quando non esce trionfalmente, avendo fulminato le prove d´accusa con varie chicanes; privilegi parlamentari garantiscono de facto l´immunità penale; qua e là erompono i brulichii del malaffare organico; Stato e mafia coesistono, insegna una massima del realismo politico. Siamo ancora ai primi passi. Gl´insediati nel Palazzo sono baroni, infìdi, qualcuno riottoso ma infine ubbidienti: il sovrano li soverchia; e riformando l´ordinamento giudiziario, elaborano l´arnese d´un controllo ad unguem. Saremo tutti sudditi quando le procure dipendano dal ministro e la carriera dei giudici sia in mano al governo soperchiatore. A che punto stia la metamorfosi dello Stato in Signoria, lo dicono certe cautele: qualche avversario troppo astuto teme le opposizioni nette presupponendo un B. egemone, vita natural durante, o almeno fortissimo, interlocutore più che legittimo e magari utile; poi verranno i diadochi, come dopo Alessandro. Coesisteremo col berlusconismo, meno facilmente di quanto avvenga rispetto al potere mafioso, perché l´impero d´Arcore ha più denti e squame. In politica regna il diavolo, insegnava Lutero. Torniamo al rude parlatore che custodisce i sigilli. Se è lecito qualche riferimento storico, dal ridicolo al terribile, i battaglioni padani stanno a B. come le SA inquadrate da Ernst Röhm stavano al Führer, con una differenza importante: nel giugno 1934 Hitler stermina i quadri alti volendo acquisire gerarchie militari, industriali, finanzieri, burocrati, ai quali riesce ostica l´aggressiva volgarità dei miliziani; stupidi, s´illudono d´addomesticare Kniébolo, come lo chiama Ernst Jünger. Cadono 400 e più teste, inclusi alcuni estranei da liquidare nell´occasione (a esempio, l´ex presidente del consiglio generale Kurt von Schleicher e consorte). Dieci anni dopo, fortunosamente scampato alla bomba nella Tana del Lupo, riconosce l´errore. Non credo che B. lo ripeta. Gli viene troppo utile il braccio leghista negli equilibri interni.
È sintomo d´imbarbarimento che i dominanti vogliano una giustizia servile, feroce nel piccolo in spregio alla legalità, riguardosa verso i potenti. Speriamo che la neoplasia s´arresti. L´Italia futura dipenderà in larga misura dagli affari giudiziari. La sogno così: governi efficienti ai quali nessuno debba insegnare il self-restraint, perché sanno fermarsi; un Parlamento dove il malaffare non trovi asilo; regole inflessibili a tutela della convivenza civile, dall´antitrust ai conflitti d´interesse, sicché la bulimia berlusconiana non sia più nemmeno pensabile; partiti antagonisti nelle scelte contingenti, concordi su poche premesse capitali; giustizia equanime, indipendente, rapida, secondo norme conformi alla migliore cultura, altrettanto bene applicate, da giudici sopra la mischia, in un lessico nel quale non fioriscano più ermetismi ma le parole dicano quel che uno pensa, ridotte al minimo compatibile con l´esigenza del dire tutto l´importante; insomma, motivazioni trasparenti, meglio se lette subito, quando l´autore esce dalla camera di consiglio. Costano poco le fantasie e aiutano a vivere.
A metà degli anni, novanta una giovane laureanda in storia, Vera Costantini, militante di Rifondazione, discutendo di politica se ne è uscita all’improvviso – una espressione quasi invidiosa – con un “fortunato te che hai fatto la Resistenza”[1]. Ho rimuginato nel tempo questa frase per una certa sua ambiguità – è proprio “fortuna” partecipare ad una lotta armata, per quanto la scelta sia volontaria? – ma insieme anche per la voglia che esprime di essere partecipe di processi storici fondanti, in critica aperta al tronfio pret-à-porter politico attuale. E alla fine anch’io debbo riconoscere di essere stato “fortunato” per aver partecipato alla Resistenza. Il primo salto, o passaggio, esistenziale e formativo è stato per me nella scuola, ma quello decisivo – ha dato il senso ai miei anni giovanili – si è attuato proprio nella Resistenza a cui è seguta naturaliter la “scelta di vita” nella militanza a tempo pieno nel Pci che poi ha dato significato a tutta la mia esistenza, anche quando ho partecipato, sin dagli anni sessanta e da sinistra, alla ricerca critica interna.
Mi sono deciso a scrivere ora queste note strettamente autobiografiche – cronaca[2] più che storia – perché alcuni amici, in particolare Mario Isnenghi, mi hanno fatto una certa pressione e anche perché, di questi tempi in cui la memoria fa troppo difetto per i miei gusti, mi pare giusto testimoniare su quello che, negli anni giovanili, mi ha animato e indotto ad agire. Rammento bene che una volta – a Turcato che mi mostrava una ennesima versione di uno dei suoi scritti memorialistici sulla Resistenza veneziana – ho chiesto se non gli sembrasse finalmente giunto il momento di por fine a tale tipo di scrittura per cominciare ad occuparsi invece di ricerca storica più approfondita e che mi ha risposto che anche la sua era ricerca storica, che anzi tale ricerca cominciava proprio da lì: non aveva tutti i torti e la mia tardiva ammenda, almeno in parte, s’invera in questo testo autobiografico. L’ho scritto poi anche perché i miei nipoti Federico e Donata, quando avranno qualche anno di più, possano leggere pagine dirette del loro nonno di quando era studente e partigiano.
L’arresto
Il 10 aprile 1944 – un lunedì di Pasqua – sono stato arrestato dalla Guardia nazionale repubblicana (Gnr): nel pomeriggio un milite in borghese è venuto a casa mia, a S. Elena, invitandomi ad andare subito con lui in caserma per “chiarimenti”. Non si atteggiava a duro: non ha risposto negativamente alla mia richiesta di passare da un amico per ragioni di scuola: volevo informare Eugenio Pignatti – facevamo insieme attività propagandistica – della cosa capitatami per metterlo in guardia. Ma a casa sua mi hanno detto che era stato prelevato la mattina (ma nessuna della famiglia era venuto ad avvisarmi) e la stessa sorte, saprò dopo, era capitata anche a Cesare Dal Palù e ad Alberto Capisani, sempre del nostro giro di studenti. Era così evidente che non si trattava tanto di un “chiarimento”, ma di un problema ben più serio.
Abbiamo attraversato tutta la città a piedi sino ad una caserma all’Angelo Raffaele, il milite sempre bonaccione. La Riva degli Schiavoni era inondata di sole, c’era molta gente per il giorno di festa. Ho pensato di fuggire nella confusione – vi era più di una possibilità – ma ho riflettuto anche che non avrei saputo dove andare: eravamo senza piani di fuga, anche per andare in montagna (erano saltati i contatti dell’autunno precedente attraverso cui avevamo mandato gente nelle formazioni, fra cui anche un mio amico). La clandestinità totale – al momento e in città – mi sarebbe stata praticamente impossibile per mancanza di un rifugio e di collegamenti per cui la prospettiva avrebbe potuto essere anche peggiore.
Ero in un momento di passaggio nella mia partecipazione alla Resistenza: dal gruppo di studenti con cui avevo operato sinora, ma con il limite dell’improvvisazione e della faciloneria, all’organizzazione comunista, con Giuseppe Turcato. Un mese prima, ai primi di marzo, gli avevo chiesto infatti di aderire al Pci: se ci dovevano anche essere tempi d’attesa per via della candidatura che tutti i nuovi dovevano fare – così erano le regole –, limitato era stato pure il periodo per inserirmi nel nuovo contesto. Non mi sembravano possibili, dunque, vie di fuga in queste condizioni. Tuttora resto convinto di non aver ragionato male, anche col senno di poi.
All’Angelo Raffaele – senza chiedermi o dirmi nulla – mi hanno messo in una cella non molto grande, con un tavolaccio che occupava metà dello spazio: avevo freddo e facevo fatica a deglutire, ho dormito poco. Alla mattina presto – ma non avevo orologio – è venuto uno in borghese a prendermi. Saprò dopo che si trattava di Ernani Cafiero ‑ scherano di Waifro Zani, l’ufficiale della Gnr addetto agli interrogatori degli antifascisti, entrambi condannati a morte, dopo la Liberazione, dalla Corte d’assise straordinaria di Venezia [3] ‑: aveva una rivoltella in mano (se ricordo bene una P 38 tedesca), allo scoperto, e mi ha detto freddamente “attento che sparo, senz’avviso” [4]. Mi ha condotto, sempre a piedi, a Ca’ Giustinian, sede della Gnr dove Zani aveva il suo ufficio. Ho il preciso ricordo di aver visto, durante il tragitto, sui muri, i manifesti di Ossessione di Luchino Visconti al San Marco (o al Rossini): ne avevo sentito parlare da alcuni miei amici come di un film assolutamente da vedere. Intanto, di passaggio, in una stanza avevo intravisto Pignatti, ma non ho potuto parlargli. Al mio turno, Zani – una rivoltella sul tavolo – ha cominciato l’interrogatorio.
Durante la notte avevo pensato a questa evenienza e al come dovevo o potevo farvi fronte. Saprò solo dopo che nell’organizzazione comunista il metodo era quello – per principio – di negare tutto, anche l’evidenza: ma allora nessuno me l’aveva detto e io non avevo la minima idea di cosa significasse la militanza comunista, il tribunale speciale, le condanne a vent’anni o trenta, il confino, la domanda di grazia come resa. Mi sono arrangiato come ho potuto, senza esperienza alcuna che si congiungeva ad una certa qual fierezza giovanile per l’attività svolta nella mia scuola – al ‘Benedetti’, il liceo scientifico veneziano – dove tutti sapevano come la pensavo. Ero stato uno dei promotori – improvvisatomi sul momento, come gli altri – subito dopo l’8 settembre, all’arrivo dei tedeschi a Venezia, di una manifestazione studentesca in campo S. Giustina, nel primo pomeriggio, durante la quale abbiamo cantato a squarciagola “Va fuori stranier” e gridato slogan contro nazisti e fascisti. Verso sera, in piazza S. Marco, abbiamo visto un gruppetto di ufficiali tedeschi in divisa che ammiravano la Torre dell’orologio: senza premeditazione – sospinto irrazionalmente al gesto – ho sputato sulla punta degli stivali di uno di loro. L’ufficiale ha avuto come un gesto di stupore ed io, subito, riconquistata la ragione, me la sono data a gambe nel dedalo di calli e callette. A scuola, reagivo d’istinto ai predicozzi fascisti del professore di disegno: spaccavo la matita, tossivo forte o guardavo per aria. Ero cioè consapevole dei miei comportamenti: non li potevo negare e qualcosa loro certamente sapevano, se mi avevano arrestato.
Anche perché, a fare il mio nome e quello degli altri, come saprò subito dopo, era stato Pignatti: i suoi poi hanno tenuto a spiegarmi che lo aveva fatto, su loro insistenza, perché era molto ammalato e non poteva assolutamente passare neanche un giorno in carcere e infatti è morto qualche anno dopo la Liberazione, credo proprio di tubercolosi. Eugenio era un giovane disponibile e colto, amante della musica: a casa sua ho ascoltato i primi dischi di musica classica. Aveva una particolare passione per un pezzo suonato da Menuhin che abbiamo ascoltato molte volte ma di cui poi non ricordavo più né autore né titolo. Qualche anno fa – verso la fine degli anni novanta – una mattina a Radio3, inopinatamente ho risentito e immediatamente riconosciuto con qualche emozione quel pezzo – un concerto di Max Bruch – di cui mi sono subito procurato il CD [5] per poterlo riascoltare per la musica, per il violino superbo ma anche per un ripercorso di memoria.
A Pignatti non gliene abbiamo mai voluto: anche lui era alle sue prime prove, senza esperienza e in una condizione di gran lunga peggiore delle nostre. Non era del nostro gruppo originario, ma inserito più tardi con altri che poi hanno anche subito l’intrusione di una spia di Zani – Sudessi, un giovane di cui non ricordo il nome e che abitava dietro la Toletta, fra l’Accademia e S. Barnaba – che, poco furbescamente dal suo punto di vista, li aveva subito denunciati senza tentare di scoprire di più sulla rete. Questo Sudessi l’ho poi ritrovato in carcere, dove si era fatto rinchiudere per continuare a fare la spia sperando di giocare sull’ingenuità e inesperienza dei giovani, ma senza concludere nulla, ché tutti comunque erano stati messi subito sull’avviso.
In questa condizione ho cominciato con lo spiegare a Zani – del resto con molta ingenuità, un po’ finta e un po’ no – che non tutti la potevano pensare allo stesso modo, che molti studenti erano contro i tedeschi per tradizione e, in breve, che avevo solo distribuito dei volantini con due persone (che sapevo già essere al sicuro). Naturalmente quel poco non l’ho detto di colpo, ma nel corso di tre interrogatori, ogni volta aggiungendo qualche particolare, più o meno inventato o adattato sul momento: hanno fatto i controlli, hanno riscontrato che queste due persone esistevano ma non erano a Venezia. La loro spia non aveva poi saputo portare nulla di significativo anche perché, in definitiva, non avevano grandi mezzi d’indagine né le tecniche adatte. Zani voleva farmi dire qualcos’altro, ma io avevo detto tutto quello che potevo dire senza danneggiare altri e non insistette molto, ché probabilmente pensava – non a torto in quel momento ‑ che non saremmo stati in grado di fare di più. Mi hanno così portato a S. Maria Maggiore, cella n. 91 dove, dopo qualche settimana, mi hanno consegnato una carta in cui mi si comunicava che ero stato condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello stato a due anni di carcere per “propaganda e associazione sovversiva” insieme a Dal Palù e Capisani [6].
Cominciava così la mia vita di carcerato, dopo le formalità dell’entrata: le impronte digitali, la consegna della cintura dei pantaloni e delle lacci della scarpe e l’assegnazione di gavetta e cucchiaio, oltre che di una coperta e di due lenzuola. Quando mi hanno chiuso in cella, sbattendo violentemente la porta e inchiavardandola da fuori con i catenacci – il senso fisico della separazione – rimasto solo, sulla branda, sono esploso in un pianto convulso: era solo un’esplosione delle tensioni, uno sfogo per la paura e la situazione nuova. Avevo diciannove anni e non ero mai rimasto fuori di casa: non tanto paradossalmente, alla fine, questo sfogo ha funzionato come superamento del momento di crisi aiutandomi ad affrontare la situazione con la dovuta fermezza. Ne ho passate molte, in carcere, ma non ho più pianto se non quando, dopo la Liberazione, ho assistito, nel cimitero di S. Michele, alla riesumazione dei corpi dei 13 di Ca’ Giustinian per essere ricomposti, trasportati e sepolti con una grande cerimonia popolare nel cimitero di S. Donà di Piave, in una apposita tomba collettiva.
Anzi, per molti versi, in carcere mi sono indurito. Addirittura ho fatto un passo per me importante: sono entrato cattolico e praticante e ne sono uscito ateo. Il cappellano di S. Maria Maggiore, don Marcello Dell’Andrea, era una amabilissima persona, antifascista convinto, ci aiutava in tutto, comprese le comunicazioni con l’esterno rischiando grosso e senza mai chiederci nulla in cambio, tanto meno sul piano religioso, e il parroco di S. Elena mi mandava i mozziconi delle candele della sua chiesa perché potessi leggere la sera, visto che chiudevano presto la luce, anche lui senza chiedermi nulla, ed io ho avuto sempre molta riconoscenza per questa loro solidarietà concreta. Ma a dio non credevo più: per me non aveva proprio più senso, per come andava il mondo e soprattutto per bisogno di razionalità. Non è stata un’abiura, ma un abbandono tranquillo, quasi scontato. Me ne è rimasto anche un ricordo materiale: in una delle prime celle ho trovato un crocefisso – quelli soliti di legno e in lega di una volta, sui venti centimetri – che poi mi sono portato dietro e nel cui rovescio scrivevo man mano, a penna con inchiostro, il numero della cella: Alla fine la scritta è risultata così:
W L’Italia / Arrestato politico 10/4/44 / celle 91 – 66 – 60 – 62 – 110 – 101 – T 13 – 130 – 163 – 13 – 165 – 158 / S. Maria Maggiore – Carcere di Venezia – Trovato nella cella n. 66 / Portato nelle celle n. 66 – 60 – 62 – 140 – 101 – T 13 – 130 – 163 –73 – 165 – 158 – 4 [7].
Quando sono uscito me lo sono portato a casa e l’ho riposto per poi dimenticarmene completamente. Due anni fa, sgomberando la casa dopo la morte di mia madre, l’ho ritrovato nel fondo di un cassetto della mia vecchia scrivania di studente, e ho provato una certa emozione rivedere quella fila di numeri di celle praticate a S. Maria Maggiore. Non l’ho buttato via, come per istinto stavo per fare, e lo conservo tuttora come una doppia memoria, del carcere e della ex fede.
Sono arrivato a S. Maria Maggiore nel primo pomeriggio: non avevo fame, anche se erano quattro giorni che non avevo praticamente toccato cibo (mi avevano dato qualche pezzo di pane in un passaggio che mi avevano fatto fare nella caserma ai Gesuiti). Solo la mattina dopo un bicchiere di brodaglia nerastra come caffè e verso mezzogiorno pane e una specie di minestra di rape. I primi giorni li ho passati in isolamento – solo in una cella, cinque passi per tre – senza neanche un libro o un giornale e senza un pezzo di carta e una matita: in pura contemplazione dei muri, delle inferriate e della bocca di lupo, dal di sotto per poter vedere una sottilissima striscia di cielo. Con la sola compagnia delle cimici. Alla mattina – unica forma di socializzazione carceraria e di movimento fisico – c’era un’ora di aria nei cortiletti insieme a gruppi di altri detenuti, frammischiati fra comuni e politici (allora non era fatta distinzione: per l’autorità si trattava in ogni caso di criminalità comune).
Ė stato in una di queste prime mattine di aria che ho incontrato Francesco Biancotto – un operaio diciottenne – in carcere da gennaio con un gruppo di partigiani di S. Donà di Piave imputati di azioni di sabotaggio. Mi ha avvicinato – probabilmente mi avrà visto un po’ stordito – e mi ha offerto una sigaretta e, per accenderla, ha preso un fiammifero da una scatoletta di svedesi mostrandomi, sotto, disegnata una falce e martello. Sono stato impressionato ma anche rallegrato: non mi sentivo più solo e ho fumato così la mia prima sigaretta e non ho più smesso per vent’anni, con più di qualche conseguenza nefasta. Poi anche da casa me ne hanno portato senza farmi tante prediche, ma anche il Cln – attraverso il cappellano – ci ha fatto pervenire del tabacco (immagino sia stato per iniziativa di Turcato), ma poi sono arrivato anche a fumare la paglia del materasso avvolta in carta da giornale (come, del resto molti altri) diventando un esperto arrotolatore di sigarette con le dita. Qualche settimana dopo, finito l’isolamento e non ricordo proprio come, mi sono ritrovato in cella con Biancotto e con Gianfranco Gramola, uno studente di Schio all’Accademia delle belle arti, allievo di Elena Bassi, arrestato per le stesse mie ragioni. Un piccolo sodalizio che ricordo ancora con suggestione.
Ma quell’isolamento non mi pesava: a distanza di tanti anni non ricordo come avvenne, ma nel tempo ho interiorizzato che mi è servito a fare un po’ di conti con me stesso. Mi trovavo molto cambiato, per certi aspetti non mi riconoscevo quasi più rispetto a solo qualche anno prima. Praticamente ero in carcere quasi per mia scelta: non che lo avessi cercato, ovviamente, ma avevo messo in conto che mi poteva capitare qualcosa, anche se certe efferatezze di repubblichini e nazisti dovevamo ancora conoscerle.
Stavo facendo l’ultimo anno di liceo scientifico, al Benedetti di Venezia: avevo imparato a leggere e a studiare piuttosto seriamente. Stimavo moltissimo alcuni professori che mi avevano aperto gli occhi in tutti i sensi. Guardavo ora gli avvenimenti terribili del fascismo/nazismo e della guerra sentendomi fortemente coinvolto e in dovere di fare qualcosa per la “libertà”. Avevo imparato ad assaporare questa parola, a declinarla nei vari significati, ne cominciavo a capire gli aspetti concreti nei diritti inalienabili che ci erano stati strappati a forza e di cui bisognava riappropriarci: un “noi” collettivo di cui non mi chiedevo come e da cosa potesse originarsi, ma che avvertivo necessario come l’aria e di cui percepivo in qualche modo il suo farsi in atto. Avevo avuto anch’io la mia passioncella per Croce e il “liberalismo” come traslazione politica della libertà, come “fondamento morale di tutti i programmi”, ché ne avevo potuto leggerne qualcosa alla Marciana o alla Querini ( La teoria della libertà del 1939 e il classico La storia come pensiero e come azione del 1938): soprattutto ai tanti giovani di scarse letture storiche e politiche come ero io, nel deserto del fascismo, in quei primi anni quaranta Croce appariva come “il faro della libertà”. Appunto, fantasticherie giovanili in mancanza d’altro in grado di fare i conti con la complessità sociale e storica, come comincerà ad apparirmi il problema solo pochi mesi dopo: il passaggio da “La storia come storia della libertà” [8] a “La storia […] è storia di lotte di classi” [9] mi è stato naturale, tutt’altro che difficile.
Uso Resistenza (al fascismo e al nazismo) con la R maiuscola per distinguerla dalla resistenza – per fare un esempio – del ferro da stiro Del pari, uso Liberazione con la L maiuscola per indicare specificamente il giorno della liberazione dai fascisti e tedeschi.
[2] Per tracciare un quadro autobiografico più contestualizzato, nel presente testo ho citato alcuni episodi già raccontati nella mia Introduzione a G. Turcato, Frammenti autobiografici, in “Venetica”, a. XIV, terza serie, n. 3, Cierre, Verona 2000, pp. 143-187 o ricordati nel mio intervento in occasione dell’”Omaggio a Francesco Semi” all’Ateneo Veneto (18 dicembre 2000), ma non pubblicati. Chiedo venia per tali inevitabili ripetizioni.
[3] M. Borghi – A. Reberschegg , Fascisti al la sbarra. L’attività della Corte d’Assise Straordinaria di Venezia(1945/47),Comune di Venezia, 1999, pp. 108-110.
[4] Solo più tardi capirò quanto questo avvertimento fosse per niente astratto: infatti Cafiero, in gioventù era stato uno squadrista dei “Cavalieri della morte”, comandati da Gino Covre, arrestato e accusato, insieme ad un suo ‘collega’, per l’assassino del portuale Bernardo Borile in fondamenta dei Carmini nel maggio 1922 (cfr. G. Albanese, Alle origini del fascismo. La violenza politica a Venezia 1919-1922, Il Poligrafo, Padova 2001, p. 192) e difeso “sulla stampa oltre che in tribunale” ( ib., p. 194) niente meno che da Piero Marsich; sarà poi anche l’esecutore del colpo alla nuca, oltre che di altri, di G. Tramontin, sfuggito per miracolo alla morte e, per finire, membro del plotone di esecuzione dei 13 a Ca’ Giustinian, come si dirà più avanti e come risulta dalla citata sentenza della Corte d’assise straordinaria di Venezia. Sinistro e a suo modo coerente itinerario di un ‘fascista della “prima ora”.
[5] M. Bruch, Violin Concerto No. 1 in G minor, Op. 26†, violino Yehudi Menuhin, Emi Records Ltd, 1993.
[6]Istituto Veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser), Fondo C. Chinello, 6/10/1944, Tribunale speciale per la difesa dello stato, "Estratto di condanna", manoscritto su modulo, B. 1, fasc. 1
[7] Non so ora spiegare la differenza delle due serie di numeri.
[8]B. Croce , La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari 1943, p. 46.
[9]K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Einaudi, Torino 1948, p. 94.
Le pulci più spietate per il suo secondo discorso d'insediamento le ha fatte a George W. Bush il New York Times, nei giorni successivi alla parata di Washington. La distanza siderale e patente fra il manifesto «libertario», come addirittura s'è spinto a definirlo qui da noi il Foglio, e la politica effettiva del presidente ha dell'incredibile per qualsivoglia commentatore, come pure l'incredibile silenzio sulle due guerre in Afghanistan e in Iraq, ovvero sulla sostanza del primo mandato. Liberazione e democratizzazione, scrive David Brooks, saranno d'ora in poi i fantasmi presenti a tutti gli incontri internazionali: sarà difficile per gli Stati uniti continuare nella politica di sostegno agli «uomini forti» dell'America latina fatta per decenni, o continuare a frustrare l'indipendentismo ucraino, o non considerare Putin come una minaccia per la democrazia, o tacere sulle relazioni degli Stati uniti con la Cina e il Pakistan. Per non dire delle contraddizioni in politica interna: in tanto parlare di libertà Bush si è ben guardato dal nominare il Patriot Act e le restrizioni alle libertà costituzionali che esso comporta. Ma non è solo questione dello scarto fra detto e fatto, dichiarazioni d'intenti e politica reale. Il discorso di Bush merita considerazioni preoccupate anche se lo si esamina in sé e per sé, a prescindere dalla discrasia con gli atti politici. Lungi dall'essere la coerente prosecuzione della tradizione democratica americana, esso è il punto d'approdo della catena di sillogismi che hanno ispirato il presidente texano dall'11 settembre in poi. Lungi dall'essere un manifesto libertario, esso è la stazione finale di un progressivo slittamento del significato della parola «libertà» fra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo. In questa doppia chiave lo legge Orlando Patterson, docente di sociologia a Harvard e studioso del significato della libertà nella cultura occidentale e americana in particolare.
Ecco la catena di sillogismi. Primo: i terroristi sono tiranni che odiano la libertà; Saddam Hussein è un tiranno che odia la libertà; ergo, Saddam Hussein è un terrorista. Secondo: la tirannia genera terrorismo; la libertà è l'opposto della tirannia; ergo, promuovere la libertà è il modo migliore per combattere il terrorismo. Catena smentita dal fatto che non tutti i tiranni sono terroristi o protettori di terroristi, e non solo le tirannie generano terrorismo, anzi: le libere democrazie non sono da meno, vedasi la storia del Ku Klux Klan negli stessi Stati uniti, né sono da meno i paesi in transizione da assetti autoritari ad assetti democratici, vedasi la Russia di oggi.
Ed ecco lo slittamento del significato di «libertà» - già evidenziato dallo storico Eric Foner nel suo fondamentale studio di qualche anno fa sulla Storia della libertà americana (Donzelli, per chi volesse leggerlo in italiano). Nel Novecento, scrive Patterson, sono coesistiti negli Satti uniti due concezioni diverse del termine: quella basata su diritti civili, partecipazione politica e giustizia sociale; e quella basata sulla «privatizzazione» della libertà, intesa come affare pertsonale, opportunità di fare quello che si vuole, di andare dove si vuole, di ottenere il massimo potere e il massimo successo possibile. La «libertà fai da te» di Bush, ma anche di Berlusconi, che ha segnato il passaggio dal costituzionalismo democratico al liberismo de-costituzionalizzato.
Su questo crinale cruciale la storia politica delle due sponde dell'Atlantico torna a incontrarsi. Come pure il destino delle rispettive sinistre. Le quali non rivedranno la luce se non rimettendo le mani sulla concezione della libertà, per strapparla al campo avverso e rideclinarla all'altezza dei tempi. Passando per la critica della democrazia, che della libertà non costituisce evidentemente una garanzia, se ne produce due concezioni così sideralmente distanti.
MILANO — Poco da fare per i processi di corruzione, compromessi quelli per truffa allo Stato ma anche per attentato alla sicurezza dei trasporti, nel cestino persino i processi per attentato con finalità terroristiche o di eversione: con la salva-Previti, cioè con l a nuova legge in cantiere sulla prescrizione, per “migliaia di processi già fissati in Cassazione” finirà così. Parola del Massimario della Cassazione, l'Ufficio Studi della Suprema Corte, che lo scrive in alcune delle 158 pagine di una sorta di Bibbia degli operatori del diritto: la “Rassegna della giurisprudenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione nel triennio 2002- 2004” . Un viaggio anche fra “mutamenti delle basi normative, radicali disarmonie del sistema e preoccupanti vuoti di disciplina” . Tale da spingere l'Ufficio Studi a non escludere che ormai, alla domanda “cosa sia veramente il processo oggi, la triste risposta possa essere: soltanto un gioco” . Una “metafora” , ma non nel nobile “senso degli illustri processualisti, cioè di un insieme di azioni e reazioni, di strategie finalizzate al risultato migliore; ma nel senso, allarmante, di una istituzione fine a se stessa, ove si impongono interessi strutturali a che i giochi si moltiplichino e durino sempre più a lungo” .
Nel passaggio sulle “plausibili conseguenze” della legge in arrivo, l'Ufficio Studi nota che, se “per le contravvenzioni il trattamento risulta meno favorevole di quello vigente, per cui si applicherà solo ai fatti commessi dopo l'entrata in vigore della legge, per i delitti la nuova disciplina sostanziale è quasi sempre più favorevole all'imputato e, quindi, sarà di immediata applicazione” .
Con quali effetti concreti? I direttori ( Stefano Evangelista e Giovanni Canzio) e i redattori ( Guglielmo Leo e Gioacchino Romeo) del documento rispondono sulla base di tre premesse. La prima è la legge Vitali- ex Cirielli approvata dalla Camera e ora in discussione al Senato. La seconda è “la durata media di un processo di merito, intorno ai 9 anni” . La terza è che “la fissazione di un ricorso per Cassazione richiede in media 13 mesi” . Su queste basi, “può ragionevolmente concludersi che risulta assai serio il rischio della prescrizione per quasi tutti i processi in corso per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i 5 e i 6 anni, e per la grande maggioranza dei processi per reati puniti con la pena della reclusione massima di 8 anni” .
Ed è sempre l'Ufficio Studi a incaricarsi di tradurre i numeri ( delle pene) in nomi ( dei reati a rischio prescrizione): “Tra gli altri, la rivelazione di segreti di Stato, l'attentato contro i diritti politici del cittadino, la corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, la resistenza a pubblico ufficiale, il millantato credito, la frode nelle pubbliche forniture, il favoreggiamento reale, l'attentato alla sicurezza dei trasporti, la truffa ai danni dello Stato o di enti pubblici, l'attentato per finalità terroristiche o di eversione, la calunnia, numerose ipotesi di falso, la truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche” .
E “pur dando per scontato da parte della Corte di Cassazione un sollecito sforzo organizzativo al fine di evitare l'esito della prescrizione nel maggior numero possibile dei casi”, non ci sarà nulla da fare per “migliaia di processi” che “sono stati già fissati confidando sugli attuali termini di prescrizione: i margini di manovra sembrano nulli, essendo praticamente impossibile un "rifacimento" radicale dei ruoli, comunque a sua volta foriero di ritardi e disservizi” .
Non riformisti, ma «riformatori in senso luterano». Pronti a scegliere come «categoria operativa fondamentale il mutamento». Pronti anche a contrapporsi a chi, invece, privilegia un’idea di governo inteso come «amministrazione». Alberto Asor Rosa, professore di letteratura italiana e ideatore dell’incontro delle diverse anime e aggregazioni della sinistra promosso dal Manifesto, parte dalla ricerca di una definizione, un punto d’incontro comune per migliaia di persone che, in questa mattina di sabato, affollano una sala della Fiera di Roma.
Ma le definizioni, la consapevolezza di un comune sentire programmatico, non bastano. «Si può andare avanti con la spontaneità e l’assemblearismo?», si chiede Asor Rosa. La risposta è «no». E la proposta, già anticipata nei giorni scorsi dai giornali, è la creazione di una «Camera di consultazione permanente, un organismo plurimo e bifronte, aperto da una parte alla società politica organizzata e dall’altra alla società civile, nella quale siedano allo stesso tavolo segretari di partito e rappresentanti delle associazioni». Dunque, «non un nuovo partito, né una Fed di sinistra». Ma al contempo, questo sì, un luogo reale di aggregazione per un’area politica ben definita. Anche numericamente: «Esiste un vasto settore dell’opinione pubblica di sinistra, variamente composto. Un’area formata da forze che stanno in parte nella società politica, in parte nella società civile. Un po’ di vecchio e un po’ di nuovo. Un’area che, dal punto di vista elettorale, si può stimare intorno al 13%».
Contenuti e contenitori: una lista unitaria della sinistra radicale
Ma se queste sono le premesse (e le cifre, dedotte dalla somma delle percentuali prese dai partiti alla sinistra dei Ds alle ultime elezioni europe), qual è lo sbocco futuro? Asor Rosa non lo dice, limitandosi ad evocare «un esito che non è disdicevole sognare». Non lo dice nemmeno il direttore del Manifesto Gabriele Polo. Ad affermarlo con molta chiarezza è invece il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, che, fra gli applausi, torna a proporre una reale unità politica ed elettorale. Partire dalla «Camera di consultazione», certo, ma per approdare a una confederazione della sinistra radicale. E ad una lista unitaria, se non per le regionali almeno per le politiche. «La proposta di Asor Rosa è l’avvio di un percorso. Dobbiamo fare tutti un passo indietro. Io sono disposto a farlo, il mio partito è disposto a farlo, per fare poi tutti insieme un passo avanti. Bisogna ricostruire la Sinistra, porre fine a litigi e frantumazione. I contenuti non si traducono in politica senza i contenitori».
A chi, a partire da Fausto Bertinotti, appare più che tiepido su questa proposta, Diliberto replica: «Spero che Bertinotti non sia freddo di fronte all'esigenza di centinaia di migliaia di persone. Dopo il congresso di Rifondazione a marzo mi auguro che Bertinotti si segga ad un tavolo con noi per discutere dell'unità a sinistra. Rimettendoci insieme daremo più forza alle nostre battaglie». L’obiettivo politico, al di là della palese competizione per l’egemonia a sinistra, è pesare di più nella Grande alleanza democratica: «Non voglio che la linea di politica economica del centrosinistra sia dettata da Montezemolo – afferma il segretario del Pdci – Quando andremo a parlare dell’abrogazione della legge 30, della riforma Moratti, della Bossi – Fini, quando discuteremo della destinazione delle poche risorse disponibili, lì cominceranno le difficoltà. Difficoltà che derivano dai rapporti di forza nella coalizione».
Le sconcezze del centrosinistra
La «Camera di consultazione» come strumento per una sfida nel centrosinistra. Lo dice, con toni molto duri, anche Giorgio Cremaschi della Fiom: «Bisogna mandare via Berlusconi ma anche fare in modo che non torni la politica precedente. Quando scopriamo che le sconcezze di questo governo discendono da quello compiute dai governi precendenti, ci rendiamo conto che serve un cambiamento profondo, non solo una vittoria elettorale».
È sui mezzi, non sui fini, che le differenze appaiono più evidenti. Per Cremaschi, ad esempio, la «Camera di consultazione» non serve. «Un nuovo organismo è inutile. Questa assemblea è la Camera, insieme a tutte le assemblee che faremo da oggi in avanti, allargandoci ai movimenti che oggi non ci sono, Disobbedienti compresi».
Cantieri aperti
I rappresentanti dei partiti appoggiano la proposta di Asor Rosa, ma bocciano Diliberto. Il più tranchant è il verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Non serve rispondere ai listoni con i listini. Perché dobbiamo infognarci in una discussione sui contenitori? Dobbiamo dare un segnale opposto». No, grazie anche da Rifondazione: «Siamo qui per costruire una sinistra larga, non per mettere insieme cocci spezzati del passato», polemizza Fausto Bertinotti. E Franco Giordano osserva: «La proposta di Asor Rosa mi pare più praticabile, perché fa maturare i tempi di una discussione sui contenuti. C’è bisogno di una nuova soggettività politica, ma questa si fa allargando il dibattito, non cercando nuovi modelli organizzativi». Il percorso non comincia e non si esaurisce con la «Camera di consultazione»: «Domani (domenica, ndr), su iniziativa di alcune riviste, daremo il via a un’elaborazione programmatica, che cercherà di definire alcune proposte concrete per la coalizione. Un’iniziativa parallela, non in contrapposizione, l’apertura di un nuovo cantiere».
Le due sinistre
Due cantieri in due giorni. Un po’ troppo? I soggetti in campo sono più o meno gli stessi. Disposti a dire di sì a tutti e due i progetti. Le diverse anime della sinistra diessina, che saranno in prima fila all’iniziativa programmata domenica mattina dalLe riviste Aprile, Carta, Alternative, il network Eco Radio e Quaderni laburisti, sono pronte ad entrare nella «Camera di consultazione» lanciata da Asor Rosa: «Mi pare che sia una sperimentazione utile. E penso che la Sinistra dei Ds ci debba stare», afferma Pietro Folena, che dice no a una «raccolta di ceti politici». E aggiunge: «Il ragionamento del 13 per cento non mi convince. I movimenti sono potenzialmente maggioritari». Certo, però, che «se va avanti il progetto riformista si apre un vuoto. La leadership Ds ha sbagliato a non essere presente».
La «Camera di consultazione», comunque, dovrebbe essere aperta al di là dei confini politici della sinistra radicale, accogliendo contributi anche dalla Margherita e dalla Quercia. Per Fabio Mussi, deve assomigliare ad un «luogo strutturato dove si discute di programmi per l'intera coalizione». Ma se l’approdo dei Ds sarà il partito riformista, aggiunge «mi sento di prevedere che io e altri in quel partito non ci saremo». Per Cesare Salvi, «è necessario aprire un dialogo: non si può dare per scontata l’idea delle due sinistre»
Un esito concreto
E i movimenti? Il timore è la dispersione di un’iniziativa così riuscita. Nella platea affollatissima si vedono tanti personaggi della stagione dei girotondi, da Pancho Pardi a Paolo Flores D’Arcais. «Il rischio di oggi – osserva Paul Ginsborg – è che si finisca senza un esito operativo. C’è grande sete di dibattito e di superamento di una visione troppo partitistica». Anche per il professore anglo – fiorentino, «uno sbocco elettorale è da escludere». Sul tavolo devono essere messi grandi temi: «Facciamo un esempio. Nei rapporti nord / sud del mondo si fa come nel quinquennio fra il 1996 e il 2001 o in modo diverso? Che percentuale del Pil vogliamo destinare alla cooperazione allo sviluppo, lo 0,17 o lo 0,33 per cento?»
Poco dopo, prendendo la parola dal palco, Ginsborg si mette a canticchiare il ritornello di una canzone tradizionale inglese. Parla del «grande vecchio stupidissimo Duca di York»: «Il Duca di York – spiega - aveva 10 mila uomini e donne». Però non sapeva consa farsene: «Noi siamo qui 3 mila uomini e donne. Non finiremo come il Duca di York che portò questi uomini e donne in alto sulla collina e poi li fece scendere... Fine della strategia del grande vecchio stupidissimo Duca di York».
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«Inammissibile! La tortura non ha mai fatto parte dei nostri valori», dice Bush seduto sulla sedia elettrica. Serguei su «Le Monde» dopo lo scandalo delle torture in Iraq
(in calce il collegamento al testo integrale)
"In passato i governi di sinistra hanno rallentato il potenziamento delle reti i cui fondi sono stati sbloccati grazie all'intervento della legge Obiettivo." Con questa testuale dichiarazione resa all'ANSA il ministro delle Infrastrutture l'ing. Lunardi, recatosi sul luogo del disastro ferroviario il 7 gennaio scorso, ha detto una autentica falsità.
Infatti l'inserimento nella lunga lista delle opere strategiche di investimenti ferroviari sulla rete esistente non ha portato né finanziamenti aggiuntivi né procedure accelerate e tanto meno cantieri aperti.
Quello che in realtà il ministro Lunardi ha fatto è stato allungare a dismisura la lista di nuovi investimenti ad Alta Velocità e nuovi valichi alpini, mentre in ogni Legge Finanziaria il governo ha tagliato le risorse da destinare al potenziamento della rete esistente.
A questo si deve aggiungere la politica di rilancio del settore autostradale adottata dal Governo Berlusconi, che aumenterà lo squilibrio nel sistema dei trasporti nazionale verso la gomma e che assorbirà risorse ed energie che dovrebbero viceversa essere utilizzate per il rilancio del trasporto ferroviario italiano.
Quello che il ministro non ha detto è che cosa intenda fare immediatamente per aumentare la sicurezza delle ferrovie e per migliorare il servizio offerto ai cittadini, a partire dalla tratta Bologna-Verona, su cui è accaduto il gravissimo incidente ferroviario in cui hanno perso la vita 17 persone.
Il caso della tratta Bologna-Verona:
raddoppio ripartito nel 1999, ma ritardi nei lavori
Il ministro Lunardi ha anche rivendicato come grazie alla legge obiettivo il progetto di raddoppio della linea Bologna-Verona sia stato approvato e finanziato. Ma questa è una colossale bugia, perché il raddoppio della tratta è ripartito dal 1999 e nonostante sia stato inserito fra le opere strategiche in quanto facente parte del Corridoio 1 Berlino- Palermo delle reti TEN Europee non ha beneficiato né di finanziamenti straordinari né di procedure accelerate. Ed infatti i lavori procedono purtroppo troppo lentamente ed in ritardo anche rispetto ai tempi previsti dal piano di investimenti di RFI.
E’ opportuno rammentare che il raddoppio di questa tratta ferroviaria era previsto nel Contratto di Programma 1994-2000 e che, dopo anni di mancati investimenti e progetti faraonici, l’opera è stata finanziata in modo significativo a partire dal 1999. Conseguentemente è ripartito l’iter di progettazione, approvazione ed appalto dei lavori.
Nel Contratto di Programma 2001-2005 di RFI (aggiornamento ottobre 2003) si spiega che il raddoppio della linea attualmente a semplice binario per 72 km sui 114 km complessivi, è articolato in 8 opere funzionali, che il costo a vita intera dell’investimento era stimato in 760 milioni di euro, ma che a seguito del completamento della progettazione esecutiva di alcuni tratti e per la previsione di nuove opere di mitigazione ambientali, il costo si è incrementato di 50 milioni di euro, passando complessivamente ad 810 milioni di euro. Incremento di costi che sembra essere stato inserito nel III addendum al Contratto di Programma, adottato sulla base delle risorse della legge finanziaria 2004.
Va anche censurato il fatto che i 40 km di binari già raddoppiati non sono interamente utilizzabili per la mancanza di poche centinaia di metri a Isola della Scala.
RFI ammette anche un ritardo nei lavori dovuto a difficoltà finanziarie dell’impresa aggiudicataria dei lavori della tratta Tavernelle-S.Giovanni in Persiceto e lo stesso problema per i lavori inerenti le opere di fondazione del Ponte sul Po. Come conseguenza dichiara RFI “si ha che l’attivazione delle opere è slittata da dicembre 2006 a luglio 2007”.
Ma questa data sembra già essere ulteriormente slittata almeno al 2008, come purtroppo abbiamo appreso dalla stampa e dalle polemiche successive al gravissimo incidente ferroviario del 7 gennaio, ed i costi dell’opera dichiarati di recente da RFI si attestano su 846 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’ammodernamento ed il potenziamento tecnologico è prevista l’istallazione al 2006 del Sistema di Comando e Controllo sulla linea Bologna-Verona-Brennero del costo di 250 milioni di euro, mentre per l’attivazione del Sistema di Controllo Marcia Treno (SCMT) bisognerà aspettare la terza fase di attivazione della tecnologia, che secondo le previsioni di RFI si concluderà nel 2006. E’ evidente il ritardo dei cantieri e l’arretratezza tecnologica del rete, che sopporta il traffico nazionale, il trasporto pendolari ed il traffico internazionale in particolare delle merci.
Per queste ragioni bisogna predisporre azioni concrete per anticipare sia gli investimenti tecnologici e di sicurezza che la conclusione del raddoppio delle tratte a binario unico.
Il piano di investimenti delle Ferrovie 2001-2005:
si allunga la lista delle grandi opere, ma si tagliano le risorse
Il Piano di investimenti delle Ferrovie dello Stato è contenuto nel Contratto di programma 2001-2005, il cui piano di priorità degli investimenti è stato aggiornato nell’ottobre 2003 da RFI, sulla base delle richieste del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e successivamente approvato dal Cipe il 13 novembre 2003.
La revisione si è resa necessaria sia per adeguare il costo reale degli investimenti in corso di realizzazione, approvazione e progettazione, sia per adeguare il piano degli investimenti ai nuovi elenchi di opere strategiche previsti dalla Legge Obiettivo ed inclusi nella delibera Cipe del 21 dicembre 2001, decisi dal Governo Berlusconi.
Si fa presente che gli investimenti previsti dal precedente Contratto di Programma 1994-2000 sono in corso di esecuzione ed interamente coperti da finanziamenti già deliberati per un totale di costi a vita intera pari a circa 17,5 mld di euro.
Il risultato della revisione effettuata da RFI, d’intesa con il Ministero delle Infrastrutture, ha aumentato notevolmente i costi complessivi degli investimenti ferroviari che passano da 105,5 mld di euro a 147,5 mld di euro.
[omissis]
[…] il costo complessivo degli investimenti aumenta in misura considerevole e soprattutto a causa delle nuove e grandi opere previste dalla legge obiettivo che da sole fanno lievitare di 54 miliardi il costo del Piano. Sono in concreto le nuove tratte ad Alta velocità Torino-Lione, il nuovo traforo del Brennero, l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria connessa e funzionale alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, solo per citare le più rilevanti sul piano economico. Basta calcolare la somma di questi nuovi investimenti per tratte ferroviarie ad Alta velocità previste dalla Legge Obiettivo, che richiedono in totale investimenti per 42, 6 miliardi di euro.
L’Alta velocità/Alta capacità cosiddetta “tradizionale” e cioè la Torino-Padova, la Milano-Napoli e la Milano-Genova, inclusi i nodi, costa complessivamente 42,9 mld di euro ( la stima precedente si era attestata su 40,7) ed è utile ricordare che diverse tratte (Roma-Napoli, Bologna-Firenze, Bologna-Milano e Milano-Torino) sono in avanzata fase di realizzazione.
Gli interventi sulla rete convenzionale vengono stimati in 35,6 mld di costo, aumentando di ben 16 miliardi di euro, di cui 9 dovuti a nuovi investimenti richiesti dalla Legge Obiettivo e per la restante parte l’aumento dei costi è dovuto, spiega la relazione tecnica, alla effettiva progettazione ed in alcuni casi alla realizzazione in corso.
Per la manutenzione ordinaria e per l’upgrading della rete si stimano 5 mld di euro (la stima precedente si attestava su 2,9 mld di euro), per un investimento di tipo tecnologico per migliorare e mantenere la sicurezza generale della rete e l’accessibilità delle stazioni, pari al 3,4% del piano complessivo.
Quello che emerge con chiarezza è che il nuovo piano di investimenti per il rilancio delle ferrovie adottato dal Governo Berlusconi, punta con decisione su nuove e grandi opere (tunnel di base alpini del Frejus e del Brennero, Alta velocità Salerno-Reggio Calabria connessa al Ponte sullo Stretto, Alta Velocità Milano-Genova) senza incrementare ed accelerare in misura significativa gli investimenti sui nodi metropolitani, sull’adeguamento della rete esistente, sugli investimenti tecnologici e sul materiale rotabile.
Se si sommano gli investimenti già previsti per l’Alta Velocità (42, 9 miliardi di euro) alle nuove tratte AV previste dalla Legge Obiettivo ( 42, 6 miliardi di euro) si ottiene una somma totale di 85,5 miliardi di euro da destinare alla grandi opere.
Quindi ben il 57,6 % degli investimenti previsti dal nuovo Contratto di Programma è dedicato all’Alta velocità ferroviaria.
Del resto sono le stesse Ferrovie dello Stato a sottolineare nel Documento di aggiornamento del Piano di Investimenti 2003 che rispetto ad un trend storico, che si è sempre attestato al di sotto dei 4 miliardi euro/anno di investimenti, per realizzare questo nuovo piano servirebbero almeno 12 mld euro/anno nel 2004 ed a 23,7 mld euro/anno nel 2005. Somme davvero colossali e che non fanno i conti con le scarse risorse pubbliche effettivamente disponibili.
Infatti come dimostreremo successivamente mentre il Governo Berlusconi allunga la lista delle grandi e costose opere in realtà in ogni Legge Finanziaria taglia le risorse da destinare agli investimenti delle Ferrovie dello Stato per la rete esistente.
Le ultime leggi Finanziarie tagliano le risorse destinate alla rete esistente
Se valutiamo le risorse assegnate dalle diverse Leggi Finanziarie approvate dal Centrosinistra, emerge chiaramente come le polemiche irresponsabili del Ministro Lunardi contro i Governi precedenti che avrebbero fermato tutti gli investimenti sono completamente false.
Il flusso di finanziamenti è stato sostanzialmente costante (4,2 mld di euro per il 1998, 3,8 mld di euro per 1999, 3,1 mld di euro per il 2000 e 3,7 mld di euro per il 2001), con modeste rimodulazioni e rifinanziamenti effettivi. Sono state avviate opere ingenti come l’alta velocità Bologna-Firenze, Bologna-Milano e Torino-Milano, è stato avviato nel 1998 un piano straordinario di manutenzione e sicurezza ed ammodernamento tecnologico della rete, ed opere fondamentali come il completamento del raddoppio del binario tra Bologna-Verona sono state finanziate e sono finalmente ripartite.
Ovviamente questo non ha colmato il deficit infrastrutturale causato da 30 anni di mancati investimenti nelle ferrovie italiane, ma si è operato concretamente e responsabilmente nella giusta direzione.
[omissis]
Le risorse dimezzate della Finanziaria 2004: la sicurezza è rinviata
In concreto quindi le risorse effettivamente disponibili per gli investimenti ferroviari assegnati dalla Legge Finanziaria 2004 sono 2,7 mld di euro, da cui è esclusa l’Alta velocità in corso di realizzazione e che è stata affidata per il finanziamento ad ISPA. Questi ultimi investimenti verranno sempre ripagati e garantiti da risorse pubbliche, che produrranno un mostruoso indebitamento pubblico a partire dal 2008 (come ha segnalato la Corte dei Conti nella sua relazione annuale 2003 su FS), ma al momento sono esclusi dal Piano di Investimenti delle Ferrovie e quindi dal Bilancio dello Stato.
Ma lo “Schema di addendum n. 3 al Contratto di Programma”, recentemente sottoposto al parere delle competenti Commissioni parlamentari e che definisce il dettaglio dei progetti ed investimenti a cui devono essere destinate le risorse della Legge Finanziaria 2004 (e non le risorse nel triennio), continua a riproporre lo stanziamento di 6,7 miliardi di euro per il 2004 che in realtà non è disponibile (vedi Tabella 8 di pag. 32 del III addendum).
Si tratta di investimenti di adeguamento della rete esistente, di ammodernamento tecnologico della rete e degli impianti al fine di garantire l’incremento della sicurezza, ma che non potranno essere realizzati perché praticamente circa 2/3 non sono coperti in Legge Finanziaria e saranno quindi rinviati alla copertura finanziaria in anni successivi.
Tra questi investimenti vi è anche il famoso ed avanzato sistema di controllo della circolazione dei treni Sistema di Controllo Marcia Treni (SCMT) ed il sistema SCC (sistema di Comando e Controllo) a cui questo addendum destina rispettivamente 250 milioni di euro e 155 milioni di euro, che però sono in concreto disponibili solo per un terzo come è stato dimostrato.
Basti pensare che la terza fase di attuazione del sistema SCMT avrebbe bisogno di ulteriori 206 milioni di euro che sono ancora da reperire e che allo stesso modo il sistema SCC secondo il contratto di Programma 2001-2005 costa 1,033 miliardo di euro e che ne restano da reperire ancora ben 878 milioni di euro. Il risultato è che tra ritardi attuativi, risorse assegnate ma non disponibili, e risorse ancora da reperire in leggi Finanziarie future, i tempi di completamento di queste nuove tecnologie che incrementano la sicurezza e l’efficienza della rete non sono vicini.
Ed è ancora più evidente la sproporzione tra queste risorse che mancano per l’adeguamento tecnologico della rete esistente e le opere inutili promesse dal Governo Berlusconi: basterebbero le risorse destinate al Ponte sullo Stretto di Messina, per completare tutti questi investimenti.
Altri tagli alle Ferrovie per finanziare la riduzione delle tasse nella Finanziaria 2005
La legge finanziaria per il 2005, con il comma 299, lettera a) (a copertura del maxiemendamento fiscale), ha provveduto a ridurre una serie di trasferimenti correnti alle imprese pubbliche tra le quali è ricompresa anche la società Ferrovie dello Stato.
In particolare, la riduzione relativa alle Ferrovie opera sul contratto di programma con le Ferrovie dello Stato Spa (Ministero dell'Economia e delle Finanze - upb 3.1.2.8 - Ferrovie dello Stato) nella seguente misura: per il 2005, la riduzione è di 90 milioni di euro, per il 2006 la riduzione è di 100 milioni di euro ed ulteriori 90 milioni vengono tagliati a decorrere dal 2007. Assistiamo quindi ad una decurtazione dei finanziamenti relativi al contratto di programma delle Ferrovie dello Stato Spa per un importo totale nel triennio 2005-2007, pari a 280 milioni di euro, su un totale di 1.860 milioni di euro.
31 anni per realizzare gli investimenti ferroviari promessi dal Governo Berlusconi
In conclusione, solo con la Finanziaria 2002 vi era stato un effettivo incremento assegnando 4,3 miliardi di euro agli investimenti delle ferrovie, (che includeva anche la quota per l’Alta Velocità Torino-Milano-Napoli), mentre nel 2003 le risorse effettivamente spendibili assegnate sono state pari a 3,8 mld euro, nel 2004 si è passati a 2,7 mld di euro, ed infine nella Finanziaria 2005 sono stati previsti fondi per 2,9 mld di euro.
E’ certamente intervenuto un fatto nuovo che deve essere sottolineato: con l’articolo 75 della Legge Finanziaria 2003, il sistema ad alta velocità è stato affidato per il suo finanziamento alla società Infrastrutture SPA, (con adeguate garanzie dello Stato) mentre è stato deciso che nel Contratto di Programma di FS sarà previsto “solo” il finanziamento degli interessi intercalari del debito assunto da Ispa per la nuove tratte AV.
Quindi è logico sostenere che avendo escluso dal Contratto di Programma 2001-2005 le tratte AV, le quote annuali da assegnare in ogni legge Finanziaria si riducono conseguentemente.
Ma i conti non tornano comunque perché della somma assegnata ad FS ogni anno, una quota robusta e crescente è destinata agli interessi intercalari dell’AV: per esempio nel 2004 la quota per le sole tratte Torino- Milano-Napoli, è stata di 560,6 mld di euro, su di un totale di risorse assegnate dalla Legge Finanziaria di 2,7 mld di euro.
In pratica questo significa che le risorse per ammodernare la rete esistente, gli investimenti tecnologici ed il materiale rotabile vengono ridimensionate, mentre aumentano i costi delle opere, aumentano gli interessi intercalari dell’Alta Velocità e si allungano a dismisura la lista delle grandi opere inutili e devastanti promesse dal Governo Berlusconi.
Del resto basta fare un semplice calcolo: se il nuovo Contratto di Programma 2001-2005 costa 147,5 miliardi di euro, calcolando che sono effettivamente già disponibili 12,5 miliardi di euro ed escludendo il finanziamento della rete veloce affidata ad ISPA, al ritmo di assegnazione annuale di circa 3 mld di euro in ogni legge Finanziaria, servirebbero ben 31 anni per realizzare tutte le infrastrutture ferroviarie promesse dal Governo Berlusconi.
Quello che si dice una politica del fare e non solo di promesse!
È evidente la sproporzione fra le parole del Ministro Lunardi che promette di realizzare entro il 2012 il Ponte sullo Stretto e la connessa rete ad alta velocità Salerno - Reggio Calabria, che rilancia l’inutile linea veloce Milano – Genova, l’alta velocità tra Torino e Lione ed il nuovo tunnel di base del Brennero, mentre non dedica invece utili energie e tempo per accelerare gli investimenti per il raddoppio del binario tra Bologna e Verona.
E sembra non accorgersi che anche al nord c’è almeno da un anno una emergenza pendolari, fatta di disservizi, di ritardi, di cancellazioni, di linee a binario unico con scarse tecnologie, di materiale rotabile obsoleto.
Secondo i Verdi, per intervenire a sostegno delle ferrovie servono prioritariamente le seguenti azioni:
un forte ridimensionamento del piano di investimenti faraonico promesso dal Governo Berlusconi, ed una selezione accurata delle priorità per gli interventi per le ferrovie
- l’accelerazione ed il completo finanziamento del piano di ammodernamento tecnologico e messa in sicurezza della rete esistente, anticipandone l’ entrata in funzione
- azioni concrete di miglioramento del servizio per il trasporto ferroviario locale in aree critiche, con investimenti mirati sul materiale rotabile
ROMA L’idea di un incontro a sinistra è venuta da Alberto Asor Rosa nell’ambito di un dibattito aperto da «Il Manifesto» sullo stato della sinistra in Italia. Adesso l’incontro si concretizza il 15 gennaio alla Fiera di Roma. L’adesione è stata superiore alle aspettative. «Le risposte - spiega Asor Rosa - per le motivazioni e l’ambito concettuale nel quale la proposta è stata formulata, sono venute da una certa sinistra, quella più radicale: Prc, Pdci, Verdi, gruppo Occhetto e una miriade di associazioni e gruppi della società civile, dai pacifisti al Laboratorio per la democrazia di Ginzborg». Il giorno dopo, il 16 gennaio, si terrà un altro incontro sul programma del centrosinistra promosso da un pool di riviste. Ma le due iniziative «hanno marciato indipendentemente l’una dall’altra, la coincidenza temporale è puramente casuale». Fatto sta che questa coincidenza consentirà una due giorni di riflessione a tutto campo in un momento critico per il centrosinistra: «È emersa con chiarezza la tendenza a spostare verso il centro l’asse del centrosinistra. Un errore, secondo me. Riuscire a dimostrare che esiste una forza coesa e solidale a sinistra capace di tirare nella direzione contraria, potrebbe impedire quella deriva moderata del centrosinistra che probabilmente sarebbe perdente anche sul piano elettorale».
Lei ipotizza un percorso. Con quale finalità?
«Tentare di fare chiarezza su quelli che possono essere i valori fondativi e le idee guida di una sinistra che non sia concepita come puro e semplice strumento di gestione di questo sistema, sia a livello nazionale che internazionale. Una operazione che è, in primo luogo, di cultura politica».
Questo implica l’esistenza di un vuoto di elaborazione politica a sinistra?
«Un vuoto pesantissimo, stratificato negli anni a partire dal momento in cui la vecchia cultura di sinistra, quella che ruotava intorno al Pci, è andata in crisi senza essere stata rimpiazzata da nessuna sintesi nuova o magari da più di una sintesi»
Lei rimprovera alla sinistra di essere diventata uno strumento di gestione del sistema. Vuole spiegare?
«La sinistra italiana nel suo complesso si è appiattita sulla gestione dell’esistente e sulla ricerca di formule organizzative destinate a sopperire a una serie di difficoltà con le quali di volta in volta ci siamo confrontati, sia stando al governo che all’opposizione. Il contingente ha prevalso nettamente sullo strategico e questo ha provocato anche un degrado della politica a mera gestione, ad amministrazione del potere. Il ragionamento riguarda la sinistra nel suo complesso anche se, per ora, a porsi il problema è stata quella componente della sinistra italiana ed europea che non ha scelto una via di tipo blairiano per intenderci».
Da una parte la sinistra che si aggrega nella Fed identificata come motore riformista della più vasta alleanza dell’opposizione, dall’altra una aggregazione più radicale che porta nel programma dell’alleanza un suo contributo di idee e di contenuti?
«Direi che si confrontano due diverse opzioni possibili di riformismo. La prima è quella della modernizzazione, formula usata da Piero Fassino fin dal congresso di Pesaro. La seconda insiste invece sul processo di mutamento del sistema economico sociale capitalistico nel senso di una maggiore solidarietà sociale e di una maggiore partecipazione. Due visioni diverse. Due approcci diversi a questo sistema e al modo di governarlo».
Su quali temi deve esercitarsi questa riflessione?
«Guerra e pace, innanzitutto. Capitale-lavoro, globalizzazione, diritti e garanzie costituzionali. A partire dai pericoli insiti nello slittamento autoritario e intriso di conflitto di interessi del governo Berlusconi e del sistema di potere che ha creato».
Lei ha detto che non serve un nuovo contenitore ma che va garantita a questa aggregazione a sinistra un minimo di rappresentatività. Ha proposto una Camera di consultazione permanente. Una forma di organizzazione stabile?
«La mia idea, che sarà oggetto di discussione in questa assemblea, è che occorre trovare una soluzione intermedia fra la ricerca di una struttura organizzativa permanente alla maniera della Fed, e l’assenza di organizzazione. La prima sarebbe troppo precoce e tradirebbe l’attesa di molti che cercano risposte strategiche e non forme organizzative. L’altra metterebbe chi partecipa all’iniziativa in una condizione di incertezza e di discontinuità. Una Camera di consultazione permanente sarebbe un organo al quale sono ammessi tutti quelli che lo desiderano (partiti, sindacato, rappresentanze di gruppi, associazioni...) con compiti di discussione ed elaborazione su temi di carattere generale ma anche attinenti allo svolgimento concreto della vicenda politica italiana».
Non c’è il rischio di spezzettare ancora di più il panorama politico? Da una parte la Fed riformista, dall’altra la sinistra radicale, mentre il programma della Gad ancora non parte perchè la sintesi è difficile e nel frattempo ci si attarda su primarie e regole varie?
«L’iniziativa del 15 gennaio va in direzione esattamente contraria a uno spezzettamento. È una scelta profondamente unitaria tesa a rendere più chiari gli elementi di programma sui quali c’è una convergenza. Penso a un processo unitario a sinistra capace di rendere più forte e solida anche l’alleanza democratica. Secondo me ci sono più prodiani convinti in questa zona della sinistra che non nella Margherita».
In questo quadro cosa accade ai Ds?
«Se una parte dei Ds punta alla fusione con la Margherita bisogna prendere atto che una parte della sinistra storica si appresta a percorrere una strada che non è la nostra. Ma non c’è niente di scontato in questo processo».
Dico per titoli i fatti storici dai quali parto: il crollo dell'ipotesi sovietica, la crisi irrimediabile dell'esperienza della socialdemocrazia europea e la sconfitta del `68. E' un «elenco» che - in modo del tutto sommario e sempre a mo' di titolo di una possibile e auspicabile ricerca analitica adeguata - narro così: il tentativo fallito di costruire il socialismo mutando la proprietà dei mezzi di produzione, non il modo di produzione e l'illusione di potersi servire dello strumento «stato» per fare l'operazione, dimostra che non è possibile, senza mutare anche il modo di produzione e senza costruire uno stato che non sia - come quello uscito dalla Rivoluzione francese - uno strumento dotato di garanzie giuridiche e di laicità, ma in fin dei conti autoritario e militarista.
La crisi irreversibile della grande socialdemocrazia europea, compreso anche il suo esempio estremo di «sinistra socialdemocratica» che fu il Pci, dimostra che anche costruire lo stato sociale è una buonissima idea, ma non basta per mutare l'economia e non regge alle spinte militariste anche prima citate.
Quanto al `68, la cui origine antiautoritaria e creativa poteva far sperare che avrebbe ovviato ai limiti prima elencati, esso fu sconfitto non perché avesse sbagliato l'agenda dei problemi (che sono ancora tutti lì irrisolti e presenti) bensì le forme della politica con la trasformazione del movimento in una costellazione di partiti e partitini aventi caratteristica di istituzioni generaliste, quando già la critica di tali forme era nata. In più di avere ceduto - per una immagine di stato non radicalmente diversa da quella sovietica - all'idea che l'uso della forza o della violenza politica potesse avere una carica rivoluzionaria.
Se questi sono i titoli di un possibile ragionamento e tenendo conto che nel frattempo sono avvenuti fenomeni sociali molto vasti (migrazioni, delocalizzazione produttiva, segmentazione dell'iniziativa sindacale) e sono nate nuove culture politiche (femminismo, ecologia, pacifismo) sembra di poter osservare che non si può avanzare di un passo se non si ripercorrono i temi indicati, per trovare le cause dei fallimenti e porvi rimedio.
A me pare che si dovrebbero soprattutto analizzare le novità sociali e culturali e di conseguenza disegnare la traccia di un sistema di relazioni politiche che tenga conto dell'esistenza della società complessa, della critica alle forme generaliste e della prevalente cultura sistemica; in più bisogna analizzare con cura i nuovi movimenti, che hanno la caratteristica di essere politici e non rivendicativi e perciò pongono la domanda cruciale di ridiscutere il sistema delle relazioni politiche. Inoltre sembrano, in tutto il mondo, avere scelto la pratica dell'azione diretta nonviolenta e di non rifiutare un rapporto con le istituzioni formali e informali.
In più - e questa è la caratteristica più innovativa - i movimenti hanno un approccio alla realtà attraverso un simbolico che non è più quello del mosaico (l'armonia dei vari pezzi e colori che prevede sempre uno che disegna e stabilisce funzioni e dispone i pezzi al loro posto) bensì un modo olistico di leggere il reale, tanto che in uno dei pezzi - per piccolo che sia - si trova il nesso con l'intera realtà e per questo ogni movimento è politico e un sistema di relazioni deve tenere presente la questione di come si compone il rapporto tra molteplici (non tra plurali), che restano tali e non sono riducibili a unità o a sintesi: in altri termini come si può organizzare una serie di relazioni politiche e di forme adeguate a una complessità non riducibile. Come si risolve a sinistra l'analisi fatta da Luhmann; allo stesso modo come Marx non rifiutò l'analisi degli economisti del capitalismo ma ne mise in discussione le conseguenze sociali, le valenze politiche, la scala dei valori: tutto qui, per cominciare.
Lo avrai camerata Kesserling
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi
non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolato delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti vide fuggire
ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo
su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama ora e sempre
RESISTENZA
C'è l'impressione che in questi anni - quelli di transito tra il novecento e il nuovo millennio - la "politica dei partiti" abbia abbandonato la riflessione teorica sulle dinamiche reali della società e del Paese, rinunciando alla costruzione di elaborazioni orientate a porre rimedio ai danni concreti e quotidiani del neolibersimo, e prima del capitalismo italiano. Riflessioni ed elaborazioni da incidere nell'alveo di un progetto di società e di futuro chiaro e condiviso, o come auspica Fausto Bertinotti (nell'intervista con Sansonetti su Liberazione del 7 novembre), di una nuova "ideologia".
La "questione territoriale" è, a questo proposito, emblematica, ma anche utile a ritrovare la via per una dialettica nella sinistra, da cui elaborare i contenuti di un nuovo progetto di società, e, contestualmente, di un nuovo progetto di governo, concretamente alternativo al "berlusconismo", di destra e di sinistra.
Quattro categorie
La "questione territoriale" si connota, nei suoi tratti principali, per almeno quattro categorie problematiche, intimamente legate.
La prima di queste ha a che fare con i ritmi e le forme dell'urbanizzazione in Italia: se è vero che il ritmo dell'edificazione (di alloggi, attrezzature e infrastrutture) si è oggi allentato rispetto a cinquant'anni fa, è anche vero che le forme di questa edificazione sono oggi maggiormente invasive ed energivore, allorché si concretano in ciò che nel gergo disciplinare si chiama "dispersione degli insediamenti". Si tratta di una forma di urbanizzazione a bassa densità, che si allunga in mille rivoli e acquitrini, "consumando" il suolo del vasto territorio attorno ai centri urbani storici; richiedendo ai cittadini e ai "fattori di produzione" di muoversi, di spostarsi, per raggiungere le attrezzature - di vita, di lavoro, di produzione ecc. - che, seguendo altre economie di localizzazione, rimangono necessariamente "distanti": così si sta producendo un territorio saturo di manufatti e una società vieppiù erratica. Il primo di questi "prodotti" deve far riflettere sulla compromissione, difficilmente reversibile, delle diverse funzioni (e delle diverse risorse) del territorio: quella agricola, quella "ecologicamente produttiva", quella ricreativa, quella identitaria ecc. Il secondo impatta invece, principalmente, sulla mobilità privata dei cittadini e sulle forme relazionali e comunitarie che, con questo nuovo e spontaneo assetto territoriale, si stanno producendo. Significa quindi, tra l'altro, aumento del consumo di carburanti fossili, di inquinamento, di incidentalità stradale, cioè di voci di costo collettivo nei bilanci pubblici (per ciò che riguarda la mobilità), e - per ciò che riguarda il sistema sociale - "privatizzazione" dei legami, degli scambi, della socializzazione, della comunicazione: una comunità cioè che sta prendendo il sentiero dell'isolamento tra soggetti, della rottura della "sfera pubblica" a favore di un succedaneo privato.
La seconda categoria problematica si riferisce al sistema di infrastrutture e di politiche per la mobilità e i trasporti, che nel nostro Paese sembrano non servire un "progetto" ma asservire ad uno stato di cose. Si parla infatti di "domanda di infrastrutture", come conseguenza di un fatto non governato o non governabile: spesso cioè si costruiscono insediamenti senza interrogarsi sulla portata e la scala della mobilità indotta (delle persone e delle merci); a valle di questo processo "si chiedono" infrastrutture e politiche che risolvano il problema del traffico e della mobilità: è, questo, un circuito autoalimentante per il quale nessun "progetto di futuro" è praticabile, ma si danno solo risoluzioni di emergenze, tramite il ricorso, spesso, alla via più veloce ed economica (nel breve termine): quella dell'asfalto. Da qui, da questo ritardo nella progettazione del territorio, sono nate caotiche e conflittuali infrastrutture, spesso inefficaci, che allontanano continuamente l'attenzione e gli impegni pubblici dalle politiche per la mobilità collettiva: nelle città come nei territori del Paese, il trasporto pubblico di massa è spesso la cenerentola degli investimenti.
La terza categoria di problemi ha a che fare con l'universo della fiscalità locale e del sistema tributario. L'orientamento che lo Stato ha preso da diversi lustri è quello di agganciare al territorio, alle sue dimensioni costruite e urbanizzate, una parte, progressivamente sempre più importante, del gettito degli enti locali: un sistema che doveva garantire servizi ai cittadini e alle imprese. Una condizione che poteva sembrare in equilibrio se fosse continuata nel tempo la compartecipazione sostanziale dello Stato, tramite i suoi trasferimenti, al bilancio degli enti locali; condizione che invece, come è noto, non si è verificata, per seguire gli obiettivi del decentramento, del federalismo e della riduzione delle tasse, con la conseguenza di indurre - più o meno implicitamente - gli enti locali a "costruire nuova base imponibile", con previsioni di sviluppo territoriale capaci - ma solo in modo effimero - di non ridurre il livello di servizi offerto alle comunità e alle imprese. L'impatto più evidente di questa condizione è leggibile nella disarticolazione tra costruzione del territorio e interesse pubblico: il territorio è "merce", e la sua valorizzazione monetaria è lo scopo; conflitto nel quale l'interesse pubblico rimane profondamente leso.
La quarta categoria problematica è relativa alla casa, come simbolo di uno "stato sociale" in progressivo declino, e come emblema di un sistema politico/amministrativo non più in grado di fornire prospettive esistenziali non subalterne al mercato capitalistico. Anche qui si prende atto di una condizione: che ormai i tre quarti degli italiani siano proprietari della casa in cui abitano e che, di conseguenza, la collettività debba dedicarsi esclusivamente alle emergenze e mai più a costruire un progetto organico di un futuro desiderabile. Ma il fatto è anche che la promozione della "residenzialità" sta impedendo la mobilità e la flessibilità pretesa dai nuovi paradigmi di sviluppo; sta riducendo progressivamente la possibilità di investire e consumare risorse; non ultimo, per conseguenza della mercificazione di questo diritto, la casa è sempre più un canale di rendita, capace, come si sta vedendo in questi ultimi anni, di drenare investimenti dai settori produttivi del mercato.
Politica del territorio
A partire da quest'ultima osservazione è utile annotare quanto contenuto squisitamente politico vi sia nelle questioni che afferiscono all'urbanistica e al governo del territorio; e quanti valori primari siano qui rintracciabili per contribuire a costruire una nuova idea di società, e da qui un nuovo progetto di governo.
Oggi, Rifondazione Comunista partecipa al governo di molti enti territoriali, con la prospettiva di aumentare questa presenza, fino alla sfera nazionale. Ma questa attività non sembra essere sufficientemente accompagnata dal lavoro di costruzione di una "visione" forte e condivisa circa i temi del governo del territorio; una visione capace di dare contenuto ad un progetto di società, ad una nuova "ideologia".
Sembra perciò terribilmente importante trovare uno spazio di discussione non occasionale e non autoreferenziale, all'interno di Rc e magari nell'alleanza che si prospetta nel centro-sinistra: una sorta di "forum permanente" in cui cominciare a costruire valori e progetti per il governo del territorio, a partire certamente dalle esigenze contingenti che gli amministratori si trovano ad affrontare; e a partire anche da una seria critica alla proposta di legge urbanistica, del governo di centro-destra, che oggi giace alla Camera.
Marco Guerzoni, urbanista; hanno aderito: Carla Colzi, Assessore alla Casa e LLPP del Comune di Reggio Emilia; Gino Maioli, Assessore alla Mobilità e Trasporti della Provincia di Ravenna; Andrea Mengozzi, Assessore all'Ambiente della Provincia di Ravenna; Fabio Poggioli, Assessore all'Urbanistica ed Edilizia Privata del Comune di Ravenna; Maurizio Zamboni, Assessore alla Mobilità e LLPPdel Comune di Bologna
Non sarei tornato a parlare della morte di Giovanni Gentile (Repubblica 8 novembre) se questo evento non ricomparisse puntualmente come un ricorrente archetipo negativo dei valori della Resistenza. Ad esempio recentemente sul Corriere della Sera una recensione del libro del postino delle Br, Valerio Morucci, ("La peggio gioventù", ed. Rizzoli) era titolata su cinque colonne: "Moro ucciso come Gentile" creando una equazione immediata tra i partigiani e i terroristi. E se è pur vero che il recensore, Giovanni Bianconi, prendeva le distanze dal paragone di Morucci, è altrettanto rivelatore che egli lo abbia fatto affermando che accettarlo "sarebbe come racchiudere tutta la Resistenza nello sconsiderato omicidio del filosofo". È quanto meno singolare che su quelle stesse colonne non avesse trovato ospitalità la replica inviata al giornale da uno degli ultimi attori e testimoni di quell´evento, Teresa Mattei (che sarà poi la più giovane parlamentare della Costituente), la quale, avendo rivelato al giornale gli autentici retroscena dell´attentato, era rimasta ferita dalle interpretazioni che ne erano seguite da lei giudicati "offensivi e distanti dalla verità".
Inaccettabile, in particolare, le sembrava il paragone avanzato da Sergio Romano, fra l´uccisione del filosofo e l´assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto nel 1937, a opera di sicari del fascismo, in Francia, dove si erano rifugiati. "Come si può mettere sullo stesso piano - scrive nella lettera cestinata - un crimine e una legittima sentenza bellica... eravamo in guerra e di guerra era anche il diritto... la decisione di eliminare Gentile non è stata guidata da ansia di vendetta... ma fu un atto con cui si chiudevano i conti con il maggior responsabile della cultura fascista... Sicuramente le torture efferate e la morte di mio fratello Gianfranco (rinchiuso in via Tasso, n.d.r.), dei suoi compagni e di mille altri, insieme ai proclami di condanna alla pena capitale per i giovani renitenti alla leva di Salò di cui Giovanni Gentile era il più cinico celebratore, così come la conseguente fucilazione sotto i nostri occhi di tanti giovani a Firenze, in Campo di Marte, hanno contribuito a renderci ancor più determinati".
Certo, coloro i quali oggi bollano l´attentato dei Gap fiorentini,(che, a partire dal loro capo, Bruno Fanciullacci, pagarono poi quel gesto con la vita), usano l´argomento che Gentile non fosse da annoverarsi tra i gerarchi più biasimevoli, tanto che alcune volte era intervenuto, nei limiti consentiti e senza, però, mai contestarne la giustezza, per rendere meno aspre le misure di persecuzione contro qualche collega avverso al regime o ebreo. Ciò non pertanto queste attenuanti, riferenti a prima del 25 luglio 1943, non potevano muovere ad alcuna indulgenza dopo l´8 settembre, quando solo i più accaniti filonazisti fra le camice nere avevano seguito Mussolini nel precipizio finale a fianco di Hitler. Lo scontro era ormai definito e definitivo: da un lato gli eserciti che portavano libertà e democrazia, a cui si erano affiancate le formazioni partigiane e i militari agli ordini del legittimo governo italiano, dall´altra le brigate nere, le varie bande di torturatori agli ordini delle SS, i fedeli ausiliari dei responsabili delle camere a gas e dei lager, ispirati dai teorici del razzismo. Il fatto che un filosofo illustre avesse dato loro avallo costituiva un aggravante del collaborazionismo "repubblichino".
In proposito ho ricevuto - dopo il mio primo pezzo - una bellissima lettera di Sergio Lepri, per decenni mitico direttore dell´Ansa e prima ancora, pur provenendo dalla sinistra liberale, portavoce del presidente del Consiglio, Amintore Fanfani. Eccone qualche brano: "All´epoca della morte di Gentile dirigevo a Firenze un foglio liberale clandestino, "l´Opinione". La notizia dell´attentato mi colpì dolorosamente... mi ero laureato in filosofia nel ´40, a vent´anni, e avevo studiato con passione i suoi testi... alcuni storici revisionisti di oggi... non si sforzano, però, minimamente di capire il clima di allora, il contesto storico ed anche emotivo in cui vivevamo, in mezzo a una guerra civile e di liberazione; e ogni giorno c´erano morti, quasi tutti della nostra parte... fu proprio per Giovanni Gentile che molti giovani si schierarono dalla parte sbagliata. Ecco perché Teresa Mattei, la cara Chicchi, nei giorni in cui suo fratello era torturato dai fascisti repubblichini, tanto da portarlo al suicidio, non si oppose alla decisione del suo futuro marito, Bruno Sanguinetti e dei suoi compagni di ispirare un atto clamoroso... ecco perché uno come me provò dolore ma non indignazione per la morte di Giovanni Gentile".
In principio era il verbo, ma alla fine c’è l’urbanistica. Sembra una battuta di cattivo gusto, ma è la pura verità: nelle ultimissime pagine della Bibbia, alla fine di migliaia di vicende, generazioni, diaspore fra polveri e altari, scende dal cielo la Nuova Gerusalemme, completa di mura, porte, misure standard, paesaggio e cultura, “pronta come una sposa abbigliata per il suo sposo”. E per chi ancora non fosse convinto, ecco che dal cielo una voce inequivocabile tuona: “Ecco la tenda di Dio tra gli uomini! E s’attenderà tra loro. Ed essi saranno i suoi popoli” (Apocalisse, 21; 2-3).
Ripeto, sembra davvero una battuta di cattivo gusto ma non lo è, almeno per il pastore Eric O. Jacobsen, che al tema del rapporto fra rivelazione biblica, urbanistica, e ruolo della chiesa nella città contemporanea ha dedicato le 190 pagine del suo Sidewalks in the Kingdom: New Urbanism and the Christian Faith (Brazos Press, Collana The Christian Practice of Everyday Life, Grand Rapids 2003, II ed. 2004, $16 più o meno).
E questi Marciapiedi del Regno, secondo Jacobsen si snodano tra le case e i negozi di una Nuova Gerusalemme nient’affatto campata per aria, ma solida, quotidiana e concreta, almeno quanto la sua Missoula, Montana, dal cui ciglio stradale fa partire il racconto. Nella migliore tradizione di Jane Jacobs (che è un riferimento esplicito e costante), o anche in quella del “critico da marciapiede” Lewis Mumford, si vedono via via comparire, illuminati dallo sguardo attento del pastore urbanista, soggetti e temi della città quotidiana, e sullo sfondo anche i soggetti e i temi di quanto città quotidiana non è, ovvero lo sprawl, l’insediamento suburbano diffuso, il mondo dei centri commerciali e degli svincoli autostradali, il mondo dell’assenza di spazio pubblico, di community. Quello spazio tanto tipico delle città, e caratterizzante le città europee, ma che nel crescere esponenziale dell’insediamento a compartimenti stagni americano si è visto progressivamente eroso, al punto che anche le chiese, centro comunitario di quartiere per antonomasia, si sono viste transustanziare in megachurches suburbane, replica fedele del modello di consumistico shopping mall, o infantile parco a tema, o ringhiosa gated community che dir si voglia. E proprio dal silenzio sinora mostrato dalla cultura religiosa su questo argomento prende le mosse il ragionamento di Jacobsen, e da una questione decisamente “alta”: la Genesi racconta della cacciata dall’Eden, ma il nostro destino di salvezza è tornare a quell’Eden (o arcadia, o campagna scimmiottata dallo sprawl), oppure dobbiamo costruirci nelle generazioni la nostra Nuova Gerusalemme? Il pastore presbiteriano di Missoula, Montana, nonché membro del Congress for the New Urbanism, propende decisamente per la seconda ipotesi.
E ci porta per mano in un quanto meno singolare viaggio attraverso la Bibbia, e le sue idee di città: un viaggio ricco, dove lo scopo non è certo quello di mostrare erudizione e concedersi al citazionismo, ma di cercare un percorso coerente e attuale. Unica piccola concessione (e concediamogli il peccato veniale) all’approccio “erudito”, è forse la scelta di accoppiare sempre, in apertura di capitolo come nello scorrere del testo, riferimenti biblici ed autori attuali. Fino al gustosissimo ed efficace paradosso di accostare in poche righe (a p. 37) l’antiurbanesimo strisciante del progetto per la Torre di Babele, e l’individualismo di Frank Sinatra che canta: “se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, in New York New York. Oltre a questo, c’è però molto altro, che coinvolge temi come il senso di cittadinanza per un credente, o di comunità, prossimità, il tutto declinato con strettissimo riferimento all’ambiente fisico, dove ancora il racconto biblico deve dimostrare di mostrarsi all’altezza dei tempi. Efficacissima la parabola del Samaritano declinata in ambiente suburbano, con storie di benzina, bande minorili, svincoli autostradali e gente che guida fuoristrada parlando al telefonino. Il buon Samaritano che salva il viandante prende le vesti del Good Urbanite, ovvero del pedone “trasgressore”, che si muove senza automobile, cercando la città anche dove città non c’è, almeno nei comportamenti. Un’esperienza che possiamo ricordare anche noi, almeno quelli tra noi che hanno avuto qualche trascorso autostradal/pedonale, per guasto o affini.
Naturalmente nel racconto di Jacobsen trovano anche ampio spazio le considerazioni “urbanisticamente” più ovvie, ovvero quelle sul quartiere, il vicinato, l’integrazione funzionale, l’assenza di qualunque possibilità realmente comunitaria (e implicitamente di pratica religiosa autentica) nell’ambiente del suburbio. Ma il suo approccio biblico ancora una volta gli da’ una marcia in più, e consente uno sguardo storico inusuale, reso ancor più acuto dall’applicarsi all’ambiente americano, dove presenza e assenza di alcune caratteristiche sono pane quotidiano. Il termine mixed-use, e la corrispondente critica all’interpretazione burocratica e mercantilistica dello zoning, diventa così uno spaccato spazio-temporale, dove il quartiere e la città diventano la culla delle generazioni, delle arti, dell’identità, delle pietre che fungono da trait-d’union fra esperienza individuale e coscienza collettiva. Non ultimo, l’accostare i concetti di “prossimità” così come declinato dai credenti, quello di mixed-use, le politiche di rivitalizzazione e la sicurezza urbana. Accostamenti che avvengono dentro a bozzetti presi dall’esperienza quotidiana o dalle cronache dei giornali, ma che si accostano sempre a riferimenti religiosi, come il rapporto fra uso pedonale e funzionalità fisica dei marciapiedi, rapporti sociali conseguenti fra vicini e classi sociali diverse, coerenza con la memoria biblica “ero straniero e mi avete accolto”. La tesi è che lo stesso concetto di mixed-use, che sottende implicitamente inclusione, sia lo strumento che esclude estraneità, e contemporaneamente caratterizza l’ambiente urbano in cui proprio lo “straniero” è una delle principali ricchezze.
Scopo dell’urbanistica, con questi presupposti, è ovviamente quello di collaborare alla costruzione fisica e sociale di un’incrementale Nuova Gerusalemme. E il new urbanism, con il suo essere assai poco “nuovo” (perché si ispira ai valori della città tradizionale), può essere la forma migliore di urbanistica a portata di mano. Non solo perché con i suoi dettami di massima promuove spazi “a misura d’uomo” e in generale di società, ma perché è assai poco specialistico ed elitario (secondo Jacobsen, naturalmente) nel suo promuovere sempre e comunque processi di progettazione partecipata.
E questo è un elemento di irresistibile attrazione per il vero cristiano, che a dire di Jacobsen “ha una relazione di cittadinanza col Paradiso”. E quindi è meglio che inizi ad esercitarsi in terra, a praticare la sua cittadinanza, a partire dai marciapiedi.
Nota: per confronto e contrasto, si veda almeno il pezzo proposto da Eddyburg/Megalopoli sulle megachiese suburbane (fb)
Sta per terminare l'anno di celebrazioni del ventesimo anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer, nel corso delle quali ha rifatto capolino l'ambigua categoria della modernità. Nello stesso tempo è apparso che quanto più sono grandi il rispetto e la venerazione dei cittadini italiani per la figura del grande leader scomparso, tanto più una ristretta storiografia memorialista, a partire curiosamente, ma non tanto, da quella dei massimi dirigenti dei Ds, si è dilettata in una revisione negativa comparata ad una rivalutazione di Craxi. I termini del paragone sono ancora una volta la contrapposizione tra modernità e conservazione.
In ogni uomo politico si possono mettere in evidenza le ombre e le luci. Tuttavia dinnanzi a quella sorta di revisionismo grossolano al quale abbiamo assistito negli ultimi tempi sento l'esigenza di mettere in discussione due capisaldi della critica nei confronti di Berlinguer: la scarsa modernità e il moralismo.
Una analisi attenta del pensiero politico del Nostro ci permette di ritornare sulla distinzione tra modernità e innovazione.
Non c'è dubbio che in Berlinguer ci fosse e si facesse sentire una visione critica dei processi di modernizzazione, mossa dalla consapevolezza che nel cammino stesso del progresso umano ci possono essere delle perdite secche, in termini di valori e acquisizioni del passato, che occorre recuperare. E non c'è nemmeno dubbio che, sotto questo profilo, fosse molto attento ai rischi che determinate forme di modernizzazione potessero travolgere tutto e tutti. Anche l'applicazione della più sofisticata tecnologia alla guerra è una forma di modernizzazione, alla quale non si deve necessariamente applaudire.
Un'altra prova di modernità é lo yuppismo, la spregiudicatezza negli affari e nella politica misurata con i valori del mercato, il cinismo che ha come unico metro di giudizio il risultato immediato, la competizione per la competizione, l'esaltazione acritica della potenza del danaro, in una parola la modernità del rampantismo.
Berlinguer aborriva quel tipo di rampantismo che all'epoca contraddistingueva, persino nei modi e negli atteggiamenti, Craxi e il gruppo di giovani leoni che ruotavano attorno a lui. E fu proprio questo tipo di avversione ad essere erroneamente scambiata, o meglio, contrabbandata, per antisocialismo viscerale. Naturalmente lui si contrapponeva a tutto quel brulicare di una modernità vacua e insieme prevaricatrice, prepotente, chiassosa e travolgente. Cercava di combatterla, a volte con strumenti inadeguati.
Tutto ciò, tuttavia, non gli precludeva la via della ricerca, l'interesse per l'inedito, una indubbia curiosità per le nuove domande che sorgevano dal mondo femminile e da quello giovanile. In sostanza era decisamente aperto all'innovazione.
Come negare che fu un innovatore?
Nella politica internazionale fu un europeista convinto, lanciò l'idea di un' Europa né antiamericana né antisovietica; si fece paladino dell'eurocomunismo, ponendo al centro di questa idea il tema della priorità assoluta della libertà come valore universale che doveva essere rispettato al di sopra delle decisioni a maggioranza della democrazia; arrivò ad invocare l'ombrello della Nato contro le tendenze aggressive dell'Urss; chiese la fine dei blocchi contrapposti e dichiarò, con il famoso strappo, la fine della spinta propulsiva della rivoluzione sovietica.
In sostanza, come ho altre volte detto, portò la cultura comunista fino al suo limite possibile, arrivò a lambire il confine più avanzato che sia mai stato avvicinato da un partito comunista, pur rimanendo all'interno della tradizione comunista, nella speranza, che si rivelerà sbagliata, della riformabilità dei cosiddetti paesi socialisti.
Certo, non andò oltre quel confine, che comportava una certa, per quanto critica, solidarietà di campo.
Ciò avverrà in seguito con la svolta: ma chi di noi avrebbe in quel periodo fatto la svolta?
Berlinguer tuttavia pose molte premesse importanti, che proprio grazie al loro carattere innovativo, richiedevano un successivo salto qualitativo. Lo reclamavano, pena la mortificazione di tutta l'innovazione precedente. E ciò indipendentemente dalle polemiche, a volte legittime a volte capziose, sui tempi e sui modi.
Voglio però ricordare che Berlinguer pensava, sia pure in astratto, alla necessità di cambiare nome. Ne parlammo, mi ricordo, quando - allora io ero segretario regionale del Pci siciliano - venne in Sicilia durante la campagna elettorale del referendum su divorzio. Mi disse chiaramente: quello che abbiamo fatto in Italia, i mutamenti che abbiamo introdotto nella nostra cultura politica, sono tali per cui dovremmo cambiare nome al partito. E ricordo anche la sua risposta a De Martino, il quale chiese a Berlinguer di fare con lui un nuovo grande partito unificato e Berlinguer non balzò sulla sedia scandalizzato. Rispose semplicemente: non posso farlo ora perché in Urss c'è Breznev e avremmo una frattura enorme in Italia; i sovietici organizzerebbero una fortissima scissione.
Questi miei ricordi, che risalgono al lontano 1975, dimostrano che le spie della Cia in casa Tato non hanno tanto rivelato l'autonomia critica di Berlinguer nei confronti di Mosca, cosa a noi nota da tempo, ma piuttosto, ed è grave che nessun commentatore l'abbia sottolineato con sufficiente forza, il fatto che l'Italia si trovasse in una situazione di sovranità limitata, al punto che una grande potenza straniera poteva permettersi di organizzare sul nostro territorio dei veri e propri crimini contro la privacy.
L'altro elemento di modernità nel senso dell'innovazione furono le posizioni di Berlinguer sull'austerità. Apriti cielo: quelle posizioni suscitarono un vero e proprio marasma in gran parte della intellettualità italiana che incominciò a gridare al moralismo in sintonia con il dileggio dei craxiani.
In realtà tutto quello starnazzare fu dettato, in parte, da un malinteso e, in parte, da una risibile e sconcertante miopia culturale.
A parte la considerazione che saranno poi necessari ben dieci anni per risanare le casse dello Stato dilapidate dai dileggiatori dell'austerità, se facciamo le somme dei risultati raggiunti da Craxi e le esigenze attuali delle nostre economie, chiediamoci: chi è stato più al passo con i tempi?
Sicuramente ci fu una visione dell'austerità che io stesso non condivisi. Ma se è vero che l'austerità fu presentata anche con alcune esemplificazioni di sapore moralistico ed accentuazioni, soprattutto per opera di alcuni zelanti interpreti, che potevano assomigliare alle politiche di risanamento che finivano per fare pagare i costi maggiori ai più poveri facendoli ricadere principalmente sulle spalle dei lavoratori, l'ispirazione generale dell'intuizione berlingueriana era ben altra cosa.
Berlinguer capì molti anni prima che sorgessero i movimenti no-global che il mondo si trovava sull'orlo di un abisso. Che se si credeva di esportare nel resto del mondo il modo di produrre - e di saccheggiare le risorse energetiche - dei paesi capitalisticamente sviluppati il pianeta poteva saltare in aria, e che nel rapporto sempre più problematico tra uomo e natura si annidava il rischio di una vera e propria catastrofe.
Di lì nacque la sua proposta di cambiare il modo di produrre e di consumare.
Adesso tutti parliamo di sviluppo sostenibile, anche se siamo ancora molto lontani dall'aver assunto il tema del rapporto uomo-natura e della qualità dello sviluppo come il fulcro di tutte le politiche sociali ed economiche.
Allora il “passatista” Berlinguer era, molto più di Craxi, in sintonia con alcuni grandi della socialdemocrazia europea quali la signora Brutdland, Otto Palme e Willy Brandt.
Il rampantismo dominante non solo irrideva a tutto questo, ma si scagliava con veemenza contro il preteso moralismo del segretario generale del Pci.
Non escludo che ci siano state in lui cadute moraliste che riguardavano fondamentalmente i suoi gusti e comportamenti personali. Ma tali atteggiamenti non possono, in alcun modo, fare aggio sulle posizioni politiche assunte a proposito della corruzione politica dilagante. Èstato un suo merito innegabile quello di aver anticipato di almeno quindici anni la stagione di “mani pulite”. Si può solo dire che se le forze politiche dell'epoca gli avessero dato retta avrebbe fatto strada, anziché la soluzione giudiziaria, quella politica.
Considero da un punto di vista strettamente storiografico molto stravagante associare la questione morale, sollevata da Berlinguer, alla mera esigenza della difesa della identità del proprio partito attraverso la diversità. Ci dovrebbe soccorrere il metodo delle analisi differenziate per cogliere insieme il rapporto e la differenza tra i due temi. Che l'affermazione del Pci come partito dalle mani pulite abbia rappresentato uno dei connotati fondamentali della non sempre felice proclamazione della propria diversità, è un dato indubbio, tuttavia non esaustivo dell'assoluta autonomia della questione morale dai problemi del partito. Si dimentica che la tematica relativa alla crisi fiscale degli Stati incominciava ad assumere una valenza internazionale strettamente legata alla corruzione della politica. E anche in questo Berlinguer era al passo con i tempi.
Sollevare la questione morale è stato e continua ad essere un merito che non ha nulla a che vedere con il moralismo e con il cosiddetto giustizialismo, in quanto coinvolge tutti gli aspetti fondamentali della vita economica e sociale del paese e investe gli interessi generali e particolari dei cittadini, di tutti i cittadini di una nazione. E' tema centrale della ricostruzione della democrazia, oggi sempre più manipolata e pilotata dalla corruzione. Nello stesso tempo chiama in causa la questione complessa e delicata della riforma della politica e dello stesso sistema politico, su cui, per la verità, Berlinguer si mostrò molto esitante.
Ma come si vede, nella valutazione complessiva del suo impegno politico e civile, il piatto della bilancia pende decisamente dalla parte dell'innovazione.
Ed è un vero peccato che proprio alcuni di coloro che avrebbero dovuto essere i suoi più stretti eredi abbiano, in questo ventennale, perso l'occasione di rendergli giustizia secondo verità.
Superare in voti la CdL e liberare il paese dalla presenza dell'attuale governo è, più che un obiettivo politico, una prescrizione di igiene democratica. Sono rilevanti i temi in discussione, dalla ricostituzione di una sinistra (con aggettivi o senza), al metodo con cui si costruisce democraticamente una proposta, tema che ha ricevuto notevole impulso dalle ultime prese di posizione di Fausto Bertinotti. Per essere ottimisti sull'esito dello scontro mi pare manchi non un leader credibile ma piuttosto una idea guida forte. L'arricchitevi di Berlusconi, anche se non credibile, ha emanato un tale «fascino» da portarlo due volte alla vittoria. Il programma dovrebbe essere facilmente delineabile, la restaurazione democratica: giustizia; distinzione dei poteri; scuola pubblica; pluralismo nell'informazione e ruolo del servizio televisivo pubblico. Sta dentro tale «restaurazione» una normativa costituzionale che vieti ogni possibile legalizzazione di comportamenti illegali («condoni» fiscali, edilizi, ambientali, ecc.) e se un federalismo dovesse proprio esserci, che sia temperato e solidale.
Più problematici sono ancora gli aspetti economico-sociali: meno flessibilità nei rapporti di lavoro (si è dimostrato serve solo a esercitare un maggior sfruttamento sulla forza lavoro); garanzia di una stato sociale più allargato, migliore emeno costoso per gli utenti; un programma di lotta alla povertà e all'emarginazione; il mezzogiorno ancora una questione aperta; la politica di governo delle città come caposaldo della convivenza civile, dello sviluppo economico e dell'allargamento della democrazia. Oscura, infine, appare la questione fiscale. Che la situazione imponga un nuovo patto fiscale, tra cittadini e stato, è evidente. Che esso si debba basare sulla trasparenza, pare condiviso dai più, incerta è l'accettazione del fisco non come un carico sui cittadini, ma piuttosto quale contributo finalizzato ad accrescere il valore reale delle disponibilità di ciascuno e di tutti. Una ipotesi di questo tipo non può che partire dalla definizione delle necessità finanziarie dello Stato, in ragione dei servizi offerti e ritenuti essenziali, e quindi prospettare, non una riduzione delle imposte, ma piuttosto una migliore distribuzione progressiva delle aliquote tra le diverse fasce di reddito e una lotta determinata all'evasione. Anche un'imposta patrimoniale, dopo anni di redistribuzione del reddito a favore dei «ricchi», non ci starebbe male.
Pare indispensabile, tuttavia, che l'opposizione assuma anche (e prioritariamente?) in tutto il suo spessore l'obiettivo di riconciliare la società con l'industria. Solo i ciechi non vedono il declino rilevantissimi dell'apparato industriale del nostro paese. Questo mentre molti intellettuali della sinistra (magari ex-operaisti) cincischiano con la fine del lavoro industriale, la smaterializzazione della produzione, il piccolo è bello, e via di questo passo. Certo che il lavoro è cambiato, in questi venti anni più rapidamente che nel secolo precedente, ma il rapporto sociale di produzione non si è modificato, la rivoluzione passiva operata dalle forze del capitale ha teso a cambiare la forma ma non la sostanza di tale rapporto, ne ha, di fatto, peggiorato la condizione. Su questo terreno forse è possibile cogliere passi indietro secolari, con l'emergere sempre più vistoso del «lavoro servile». Se l'economia del paese non deve fondarsi su camerieri, bagnini, maestri di sci, ecc. allora è necessario mettere mano ad una vigorosa politica industriale. L'apparato della grande impresa è in crisi ed è centro di corruzione e malaffare (non importa se privata o pubblica: Parmalat, Cirio, gruppo Eni, per citare solo i più grossi). Appena si soleva un poco il coperchio della loro gestione si viene investiti da fetori pestilenziali di corruzione, di appropriazioni, ecc. (magari qualcuno dei responsabili ha ottenuto una laurea honoris causa in «etica degli affari»). Ma della grande industria non si può fare a meno; tuttavia si tratta di cosa molto importante per lasciarla in mano agli industriali o ai manager; c'è necessità di sviluppare forme appropriate di controllo pubblico e collettivo, si può pescare per questo in vecchi modelli, si può innovare, ma la necessità è questa (si può ripensare all'economia mista che tutti ci invidiavano, ecc.). Ma una tale e vigorosa politica industriale ha bisogno, come già detto, della riconciliazione della società con l'industria. Un'industria rinnovata, innovata, attenta all'ambiente ma anche ai rapporti di lavoro, una società che assuma il lavoro industriale non come un male da sconfiggere, ma come un'occasione di crescita economica, sociale e culturale.
Ma insieme va assunto il rapporto sociale di produzione come terreno di conflitto e di suo superamento in una prospettiva reale, collettiva e di interesse per tutta la società. Sta dentro tale riconciliazione ogni riferimento a un nuovo modello di produzione e di società, così come la difesa ambientale ha al suo centro non l'industria ma il rapporto sociale di produzione che le è costitutivo. Dentro tale riconciliazione è possibile un nuovo patto keynesiano, del tutto impossibile oggi per lo sfaldamento dell'industria e per la sua natura sempre più corrotta, speculativa e appropriativa. Si tratta di una battaglia culturale che la sinistra non può non fare sua, infatti, insieme alla scienza, per la quale vale lo stesso problema di una riconciliazione con la società, ci si riferisce al dato costitutivo dell'organizzazione della società e alla base per il suo superamento. Senza tale vigorosa battaglia culturale, sociale e politica si rischia una deriva «gestionale» con l'illusione di controllare le derive economiche e sociali.
Esattamente 35 anni fa, il 28 novembre del 1969, Roma - che li conosceva poco - fu invasa dai metalmeccanici. Le cronache dell'epoca raccontano di due cortei giganteschi che per sei ore sfilarono da piazza Esedra e dalla Piramide fino a piazza del Popolo. Li ricordo anch'io quei cortei: per noi studenti romani che uscivamo dal sessantotto fu il primo vero incontro con la mitica classe operaia del nord. Giornata memorabile. Noi capimmo una cosa che fu decisiva per la nostra formazione: la classe operaia non era solo un concetto, un ragionamento dei libri, e neppure soltanto un ceto o uno strato sociale: era una forza concreta e formidabile, formata da migliaia e migliaia e migliaia di persone, in carne ed ossa, tenaci, intelligenti, combattive, fantasiose, che potevano cambiare il corso della politica, vincere delle battaglie, modificare il nostro futuro. Mi ricordo la sensazione persino fisica di forza - e di serenità - che ci dava quel fiume di tute blu: era un autunno di grande tensione politica, dieci giorni prima in un corteo a Milano era stato ucciso un agente di polizia, in ottobre a Pisa la polizia aveva ammazzato due studenti, ogni volta che scendevamo in piazza, o che occupavamo una facoltà universitaria, o una scuola, avevamo paura di essere attaccati dalla celere, di essere picchiati, feriti, messi in prigione. Quel giorno no, fu un corteo splendido e tranquillo, sotto il sole, non temevamo nulla, circondati da quella specie di esercito operaio. Eravamo protetti, forti, spavaldi. Partimmo alle nove di mattina, arrivammo a piazza del Popolo nel pomeriggio, e non si riusciva nemmeno ad entrare, perché era piena come un uovo, era piena via del Corso, via del Babbuino, piazzale Flaminio, e le rampe di Villa Borghese su su fino al Pincio e a Trinità dei Monti. Dal palco parlarono due giovani sindacalisti, Bruno Trentin, comunista, che era un quarantenne, e Giorgio Benvenuto, socialista, poco più che un ragazzo, e poi parlò anche quello della Cisl, cioè il democristiano, un po' più vecchio degli altri due, Luigi Macario.
Noi, in quell'epoca, per intendere la controparte, dicevamo: la borghesia. Bene, la borghesia restò impressionata da quella prova di forza, e iniziò a cedere. Il contratto nazionale di lavoro, che sembrava irraggiungibile, fu firmato un mese dopo e fu un grande contratto, che aumentava i salari, riduceva il cottimo, diminuiva l'orario di lavoro, introduceva in fabbrica la democrazia (si chiamava "democrazia consiliare") e spezzava un decennio di sconfitte sindacali. Fu l'inizio di una spettacolare riscossa che durò diversi anni e si estese rapidamente: ai chimici, ai tessili, poi via via a tutte le altre categorie. In gennaio fu approvato lo statuto dei lavoratori, e fu una sconfitta sonora e travolgente per il padronato stile anni-cinquanta. Nel '72 per i metallurgici ci fu un contratto ancora migliore di quello del ‘69, che stabilì le 150 ore, cioè un periodo dell'orario di lavoro da dedicare gratuitamente all'istruzione. A spese delle aziende e dello Stato. Le 150 ore cancellarono in Italia l'analfabetismo. Due anni dopo ci fu l'accordo sul punto unico di contingenza, che fu una spinta formidabile a quello che per noi era egualitarismo, e oggi, nel pensiero unico, si chiama appiattimento salariale.
Non furono pacifiche quelle conquiste, si sa. Una parte della borghesia in realtà era decisa a trattare con questa classe operaia che avanzava, maturava, era sempre più seria e sicura di se. E che era rappresentata dalla sua stessa autonomia, e poi dai sindacati e dai partiti tradizionali, soprattutto dal Pci, ma anche dalle forme nuove di sindacalismo dal basso, come i Cub, e da nuove e piccole organizzazioni politiche, Potere Operaio, Lotta Continua, il Manifesto, Avanguardia operaia, tutti gruppi che nascevano allora, soprattutto nelle cinture operaie di Torino e di Milano. Ma c'era anche una parte della borghesia che non intendeva trattare, non cercava la via politica e fece la scelta eversiva. Due settimane dopo la marcia delle tute blu su Roma, scoppiò la bomba a piazza Fontana, a Milano, in una banca, fece sedici morti, furono arrestati gli anarchici, uno fu portato in questura a Milano, probabilmente preso a botte, ucciso, gettato dalla finestra, si chiamava Pino Pinelli, era assolutamente innocente. Ci vollero tre anni per stabilire con certezza che gli anarchici con quella strage non c'entravano niente. Chi l'aveva realizzata la strage di piazza Fontana? Ancora nessuno ce l'ha detto, forse i fascisti, forse i servizi segreti, forse gli uni e gli altri di comune accordo; sicuramente la ordinò quella parte della borghesia italiana che non voleva trattare con gli operai e preferiva eventualmente rinunciare alla democrazia.
Gli anni '70 sono stati sanguinosi. Il terrorismo nero (o bianco, o quello dei servizi segreti) ha riempito di bombe il paese, ha ucciso a tradimento centinaia di persone. Tranne poche eccezioni, e cioè i giovanotti dei Nar (Fioravanti, la Mambro, qualcun altro) per il resto è rimasto totalmente impunito. Anche il terrorismo rosso ha seminato morti, senza bombe, con le rivoltelle strumenti più "virili" ma altrettanto ignobili, e ha rovinato l'esistenza dei parenti delle vittime e anche delle migliaia di ragazzi che hanno creduto nella lotta armata e poi hanno passato decine di anni nelle carceri e altre decine con il rimorso che li rodeva dentro. Il terrorismo rosso ha pagato per i suoi sbagli, ma questo non cambia molto le cose.
Se però immaginate gli anni '70 come il buio periodo della violenza, commettete un errore grandissimo. Sono stati anni straordinari, meravigliosi, è stato il decennio nel quale l'Italia è uscita dal suo medioevo fascista e post fascista, ha trovato se stessa, ha inventato i diritti di massa, ha conquistato più libertà, più giustizia, più uguaglianza, un'idea meno corporativa, ed egoistica, e padronale di società, una capacità di liberarsi dalle oppressioni, delle istituzioni totalizzanti, dell'idea ottocentesca dello Stato padrone. In quegli anni l'Italia è stata un paese all'avanguardia. Sono gli anni delle grandi conquiste sociali e delle riforme, avviate proprio in quell'autunno caldo del '69 che era culminato con il 28 novembre dei metalmeccanici. L'Italia del '79 era un paese molto più giusto di quello di oggi. Dove il senso comune era avanzato ed egualitarista, mille miglia lontano dal berlusconismo e dalla marmellata meritocratica dello spirito pubblico di oggi.
Avete letto in questi giorni gli anatemi contro gli anni '70? Non è vero che i conservatori hanno paura che torni il terrorismo e la violenza. E' chiaro a tutti che quel rischio non esiste. Temono che torni lo spirito politico, la passione di massa, la politica-politica che ha reso unico quel decennio. Speriamo che i loro timori siano fondati.
A pensarci bene, sono molto coerenti. C´è una lucida, anche se viziosa, razionalità in quanto sta per accadere in Parlamento con la legge «Salva Previti!». Ricordiamo brevemente. Per liberare dai grattacapi milanesi se stesso e Cesare Previti, amico, sodale, avvocato, onorevole e ministro di giustizia "ombra", Silvio Berlusconi ha prima modificato il reato (il falso in bilancio). Poi, con la legge sulle rogatorie, ha voluto annichilire le prove. Non è stato sufficiente per mandare per aria il lavoro della procura di Milano. E allora sono state manipolate le regole del processo con la legge Schifani. Bersaglio mancato. La manovra è stata sventata dalla Suprema Corte che ha cancellato la legge perché incostituzionale. Al rosario delle manomissioni del principio dell´uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mancava all´appello - dopo il reato, la prova e il processo - la sentenza.
L´aggressione alle sentenze si è consumata ieri alla Camera, in commissione giustizia. Come è naturale, una sentenza non si può cancellare. Ma se ne possono cancellare gli effetti, ovvero la condanna. Come? Estinguendo, come si dice, il reato. In una parola, cancellandolo, considerandolo morto.
E´ una mossa meno complicata di quanto si possa immaginare. Se non si può modificare l´esito di un processo - faccenda alquanto ardua: come si fa a gettare nel cestino la corruzione magari aggravata dalla circostanza che il corrotto è un giudice? - lo si può aggirare. Per esempio, definendo dei tempi di prescrizione più ridotti. Se passa troppo tempo dal giorno della consumazione del reato, il reato non c´è più: questa è la prescrizione. Dunque, se si accorciano i tempi della prescrizione anche il reato di corruzione in atti giudiziari può evaporare.
Finora la corruzione in atti giudiziari - reato per il quale Cesare Previti è stato condannato, in un processo, a undici anni di carcere e, in un altro, per corruzione semplice a cinque - si estingueva in quindici anni (dieci più cinque). La commissione giustizia della Camera propone ora di cambiare le regole del gioco. Senza farsi imprigionare dai tecnicismi, è sufficiente dire che i dieci anni più cinque, diventano otto più due. Il massimo della pena prevista da quel reato (otto anni) aumentata per le circostanze aggravanti di un quarto. Dunque otto più due, dieci anni. Non ci crederete, ma il processo milanese ha accertato che l´ultima manovra corruttiva di Cesare Previti (affare Imi-Sir) risale al giugno del 1994 (Previti si preparava a diventare ministro della Difesa e intascava una ventina di miliardi in Svizzera). Dunque, dieci anni e cinque mesi fa. Conclusione. Se la legge dovesse essere approvata come è stata confezionata oggi, il reato di corruzione in atti giudiziari di Cesare Previti, e manco a dirlo anche quello (ancora a giudizio) di Silvio Berlusconi, sarebbe estinto già da cinque mesi. Alla Camera, comunque, non vogliono proprio correre rischi. Si devono essere detti che bisogna garantire a Cesare Previti un´ulteriore opportunità nel caso l´operazione fallisse, la manipolazione saltasse e i tempi della prescrizione restassero quel che sono oggi. Il relatore della legge Luigi Vitali ha infilato così nella proposta un piccolo emendamento. Prevede che gli imputati condannati che abbiano compiuto i 70 anni, «a meno che non siano stati dichiarati delinquenti abituali o professionali», non faranno un solo giorno di carcere. Sconteranno la pena a casa. Anche in questo caso, sarete increduli nell´apprendere che, soltanto per un caso, Cesare Previti ha compiuto i settant´anni il mese scorso, il 21 ottobre.
E´ la legge «Salva Previti!», anche se i burattinai e i burattini di quest´ultima manovra lo smentiscono. Al di là del disegno legislativo che si adatta alla figura di Previti come una giacca tagliata da Caraceni, ci sono due circostanze che lo confermano. La prima la offre, forse inconsapevolmente, proprio il relatore della legge. A frittata fatta, Luigi Vitali salta fuori con una dichiarazione a prima vista senza senso. Dice Vitali: «Ieri Silvio Berlusconi ha inaugurato il nuovo corso, ricatti non li accettiamo». Non si comprende che cosa c´entra il presidente del Consiglio. Il disegno di legge presentato alla commissione giustizia è formalmente un´iniziativa parlamentare, non una mossa del governo. E allora, perché invocare Berlusconi a meno che non sia di Berlusconi la sollecitazione a togliere a se stesso e a Previti le castagne dal fuoco? E´ un´ipotesi che trova una conferma nella seconda circostanza.
Questa doveva essere la settimana del regolamento di conti con la magistratura. La riforma dell´ordinamento giudiziario è all´ultimo giro di boa, alla Camera. E´ la legge a cui il governo e la maggioranza hanno affidato, come sostengono le toghe, la vendetta contro pubblici ministeri e giudici. Ordine giudiziario fortemente gerarchizzato, umiliazione del consiglio superiore della magistratura, invasività dei poteri del ministro e delle commissioni di esame e di disciplina che egli contribuirà a formare. Sembrava fatta. Il ministro di giustizia addirittura sperava di chiudere la partita oggi togliendosi la soddisfazione di vincerla mentre la magistratura scioperava per la terza volta nella legislatura. Così non sarà. Il condono ambientale con la fiducia fa slittare il voto alla prossima settimana. Ma Palazzo Chigi ha fatto sapere che prima dell´ordinamento giudiziario bisognerà approvare la «Salva Previti!». Anche qui con molta coerenza perché prima la fai franca, eviti il pericolo e poi ti vendichi di chi te lo ha procurato. Quindi, prima si salva Previti, poi si puniscono i magistrati. Coerente. Come le riforme di giustizia del governo. Anche se, favorendo uno (Previti), sono riforme che salvano moltissimi e per reati socialmente minacciosi come la rapina, l´usura, la bancarotta... Ma questo a Palazzo Chigi deve essere apparso un insignificante
L'Unità
Salta la maggioranza su Previti, e per la villa di Berlusconi viene messa la fiducia, di red
Sulla delega ambientale il governo ha posto la fiducia: così l'ennesima
legge "salva-Berlusconi" non farà -mercoledì in votazione - la stessa fine della norma "salva-Previti"oggi in commissione. Ad annunciare la fiducia è stato alla ripresa dei lavori in aula a Montecitorio nel pomeriggio, è stato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi.
La delega ambientale in mattinata ha passato per il rotto della cuffia il vaglio di costituzionalità, con uno scarto di soli 16 voti (223 a favore della pregiudiziale, 239 contro). La fiducia ha evitato pesanti scivoloni già successi nella seduta del mattino come quello sulla norma "salva-Previti".
Lo scorso 14 ottobre, il governo aveva ottenuto la fiducia in Senato sul maxi-emendamento alla legge delega in materia ambientale, in cui, tra l'altre cose, si propone il condono edilizio su abusi minori compiuti in zone a vincolo paesaggistico.
Tra i 51 commi dell'emendamento, che riscrive la legge, c'è la norma più criticata dai Verdi, secondo cui si possono condonare con una sanzione pecuniaria le costruzioni edificate in zone protette entro il 30 settembre 2004, purché? i materiali utilizzati siano giudicati «compatibili» con il contesto paesaggistico. Secondo gli ambientalisti il primo beneficiario della norma sarebbe il premier Silvio Berlusconi perché? il provvedimento sanerebbe le opere realizzate nella sua villa Certosa in Sardegna.
Giubila il ministro Giovanardi, ricordando che il ddl che dispone la delega al governo in materia ambientale «è pendente in Parlamento da almeno tre anni
Il provvedimento, ricorda Giovanardi, approda in aula per la quinta volta, dopo una doppia ?navetta? dall'assemblea di palazzo Madama a quella di Montecitorio. E dato che il ddl di delega dovrà essere accompagnato dai relativi decreti attuativi, il governo ha deciso di apporre la fiducia sul testo approvato dal Senato lo scorso 14 ottobre.
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La Repubblica
Delega sull'ambiente il governo pone la fiducia
ROMA - Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul disegno di legge di delega ambientale, che ieri ha ripreso il suo cammino parlamentare alla Camera. Lo ha annunciato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, spiegando che la legge attende l'approvazione da tre anni.
Già passato al Senato, dove il governo ha posto la fiducia, il testo
contiene il condono per gli abusi edilizi commessi nei paradisi ambientali, e un un giro di vite sugli "ecomostri" da abbattere. Ma soprattutto la legge consente di sanare gli abusi edilizi commessi fino al 30 settembre 2004 nelle aree di interesse ambientale.
L'opposizione punta il dito contro quest'ultima norma, sostenendo che
servirà anche a Silvio Berlusconi per sanare il teatro all'aperto costruito
nella villa in Sardegna. L'annuncio è stato accolto da vibranti proteste del centrosinistra. "Mentre il Paese è afflitto al nord da una gravissima crisi industriale - ha detto il capogruppo Ds Luciano Violante - e al sud da una terribile crisi del settore agricolo, il governo non dà risposte e per difendere interessi personali e un indegno condono edilizio pone la fiducia perchè non si fida della propria maggioranza".
Rivolgendosi ai banchi del centrodestra, Violante ha aggiunto: "Legittimate ogni giorno di più l'illegalità. La verità è che il blocco sociale che vi ha fatto vincere nel 2001 si è sfaldato. Dimettetevi e date la parola al Paese".
Oltre alla sanatoria degli abusi edilizi, il provvedimento prevede una
depenalizzazione degli abusi più "lievi", cioè quelli che non abbiano
determinato la creazione di nuove superfici o volumi come restauri, aperture di nuove porte e finestre, eccetera. Saranno le soprintendenze a decidere volta per volta se i lavori in questione sono compatibili con il vincolo paesaggistico e i trasgressori potranno sanare gli abusi pagando una multa, ma non saranno chiamati a rispondere in sede penale.
Qui potete ammirare l'ecomostro del padrone della repubblica
Prima che sull'articolo sul Settantasette di Giampaolo Pansa su la Repubblica di sabato, varrebbe la pena di interrogarsi sulla pervicacia con cui la medesima testata ha deciso, fin dalla domenica precedente, di presentare la «spesa sociale» al supermercato e alla libreria Feltrinelli fatta dai disobbedienti durante la manifestazione sul precariato come una funesta replica delle «cupe violenze» del Settantasette e un sicuro annuncio di efferate violenze prossime venture. Guerra preventiva della sinistra perbene contro ogni possibile collusione con la sinistra permale? Chissà. Quanto a Pansa, c'è poco da aggiungere al commento che ne ha fatto su di domenica Piero Sansonetti, compresa l'autodenuncia di quanti libri ci siamo «procurati» furtivamente da giovani tradendo, prima che le leggi del mercato e i controlli dei librai, le legalitarissime educazioni di padri specchiati che mai ci avrebbero perdonato quelle piccole illegalità pur commesse in nome del désir de savoir. A proposito, perché non ne parliamo? Perché nessuno si applica a considerare il piccolo problema che il circuito librerie-biblioteche è fatto apposta, in Italia, per ostacolare invece che incoraggiare il consumo specialmente giovanile di pagine scritte? Neanche Carlo Feltrinelli, che a latere di Pansa difende giustamente la «ragione sociale» del proprio marchio ma glissa su questo punto come sull'altro, spinoso, del carattere precario dei posti di lavoro che, come egli rivendica, le stesse librerie Feltrinelli creano. Ci si applica invece con inveterata passione a fare cattiva storia e cattiva memoria del Settantasette, riducendo quella che è stata una delle più complesse stagioni della vicenda politica italiana a una collana di morti ammazzati, un campo di battaglia da guerra civile, una sequenza senza soluzione di continuità fra espropri proletari, rapine, P38, ammazzamenti e terrorismo. Bizzarra approssimazione, nel paese del manierismo politico in cui un mediocre cronista ha il dovere di imparare subito a distinguere con acribìa le virgole delle dichiarazioni di mezza sera di Fassino e Rutelli o di Fini e Casini. Col Settantasette invece andiamo all'ingrosso: «un anno miserabile e sporco di sangue», Lama dixit e Pansa sottoscrive con l'aggiunta dell'«inquietante parallelismo» con l'oggi. Mettiamola così: i disobbedienti, con la «spesa sociale», del `77 ci mettono una citazione, gli obbedienti un fantasma. Non sarebbe il caso di analizzare il fantasma?
Sarà il caso, prima o poi. Anche a partire dalla domanda che si pone a un certo punto Sansonetti, perché tanta parte del giornalismo e dell'intellettualità italiana sia diventata sempre più conformista e sempre meno critica rispetto al potere. Questione che con quel fantasma c'entra eccome, non poche ottusità nell'analisi della società e della politica italiane essendo riconducibili precisamente a una mancata comprensione della cesura - anche violenta e tragica, ma non solo violenta e tragica - che il Settantasette ha operato sulla vicenda italiana. Se si smettesse di ridurlo a un fascio di insensate efferatezze, si riuscirebbe forse finalmente a capire che in quel complicato movimento c'era l'annuncio di trasformazioni sostanziali che nei decenni successivi hanno travolto il paradigma tradizionale della politica, rivoltate di segno e impugnate da poteri (e figuri) non meno violenti dei militanti dell'epoca. La trasformazione in senso postfordista del sistema produttivo, la crisi senza ritorno della rappresentanza, lo slittamento sui massmedia della comunicazione politica, la crisi della razionalità politica classica fecero irruzione sulla scena allora e da allora non l'hanno più abbandonata. Anche il problema della violenza di alcune pratiche (e anche l'esodo femminile - di cui nessuno si ricorda, a cominciare da Bertinotti - dalla violenza di alcune pratiche). Questione da sdoganare anch'essa nella discussione della sinistra estrema di oggi. Se i fantasmi alla Pansa non lavorassero tanto attivamente a renderla tabù.
Il primo libro di politica che ho letto, a 16 anni, me lo procurai alla Feltrinelli di via del Babbuino, a Roma. Costava 300 lire. Io però non avevo 300 lire e allora lo rubai. Era il "manifesto del partito comunista". Lo lessi, era bellissimo. E soprattutto era assolutamente convincente, ed io diventai comunista. Non credo che il mio piccolo furto sia stato un tremendo crimine. Negli anni seguenti rubai altri libri: Lenin, Marcuse, Che Guevara, forse anche Stendhal. Il vecchio direttore della libreria, del quale non ho mai scoperto il nome, era un uomo molto simpatico e faceva finta di non accorgesene. Bastava non esagerare. Un libro alla volta, sotto il cappotto, non di più. D'estate niente.
Sono sinceramente stupito di fronte al possente fiume di indignazione che da una settimana sta travolgendo le coscienze degli opinionisti italiani, terrorizzati dalla spesa a basso costo (loro dicono "esproprio proletario") dei disobbedienti che sabato scorso hanno portato via un po' di merce da un supermercato di Pietralata e poi dalla Feltrinelli di piazza Esedra. Pagandola pochissimo e successivamente distribuendola alla gente. I disobbedienti hanno spiegato che quella era una forma di lotta contro il carovita. Questo giornale ha già spiegato - in modo assai netto - perché giudica sbagliata quella forma di lotta. Però, santo cielo, una cosa è dire che è una lotta sbagliata e una cosa un po' diversa è stracciarsi le vesti e paragonarla alle azioni della malavita, della mafia, della camorra, del terrorismo internazionale e delle Brigate rosse. Il ministro Pisanu ha gridato ai quattro venti che era pronto alla repressione più severa: "tolleranza zero", ha giurato tra gli applausi dei giornali (c'è in giro un sacco di gente che si gloria di essere intollerante. Gli pare una virtù: povero Voltaire...). Giampaolo Pansa ieri su Repubblica ha scritto un lunghissimo articolo intitolato: "Quegli espropri proletari che portarono alla P38". (Per chi non lo sa, la P38 è una pistola). Poi c'è un sottotitolo: "Nei blitz dei disobbedienti lo spettro del '77". Nelle fotografie, d'epoca, che accompagnano l'articolo di Pansa (inizia in prima e poi riempie l'intera pagina 17) si vedono varie pistole in mano a giovani manifestanti e ad agenti di polizia.
L'articolo è composto da una ampia intervista postuma a Luciano Lama (mitico capo della Cgil negli anni settanta, morto otto anni fa), e poi da un dettagliato racconto di tutti gli episodi di violenza e di tutti gli omicidi politici del 1977, intervallato da alcuni riferimenti a Luca Casarini, Francesco Caruso, Guido Lutrario e Nunzio D'Erme, cioè i capi dei disobbedienti di oggi. Non c'è nessun sottinteso nell'articolo, nessun ammiccamento. E' un articolo assolutamente esplicito, che sostiene candidamente questa tesi: i disobbedienti sono quelli che avviano un ciclo vizioso, e questo ciclo finisce con la lotta armata e il terrorismo. In uno dei titoletti che corredano l'articolo di Pansa c'è scritto proprio così: "Inquietante parallelismo". Non starò a spiegare perché la tesi di Pansa è del tutto inconsistente e anche un po' buffa. Ogni lettore di Liberazione è in grado di capirlo di se. Anche Pansa è in grado.
Ho sempre stimato Gianpaolo Pansa, che per molti di noi - quelli che sono arrivati al giornalismo proprio durante i cosiddetti anni di piombo - è stato un po' un maestro. Facevamo a gara ad imitare la sua capacità di scrivere, di raccontare, di trovare il dettaglio più suggestivo, di coinvolgere il lettore nelle cose di cui lui parlava. Bravissimo. So che le sue recenti posizioni politiche - soprattutto dopo il breve periodo dell'anti-dalemismo - oggi sono di feroce ostilità verso la sinistra radicale, verso Rifondazione e specialmente verso Fausto Bertinotti: ma questo è un suo pieno diritto professionale e personale, e non c'è niente da ridire. Però di fronte ad una operazione giornalistica come quella di ieri non posso non farmi una domanda seria: cosa spinge una parte consistente del nostro giornalismo - e della intellettualità italiana - ad assumere posizioni sempre meno critiche verso il potere, sempre meno impegnate nella ricerca e nella analisi politica, e sempre più insofferenti, arroganti, aggressive, verso ogni forma di lotta che rompa gli schemi del conformismo e del pensiero uniforme? Perché i grandi giornalisti, e gli intellettuali pensanti, non si sono mai misurati, in questi anni, con problemi come - per esempio - le leggi europee sul lavoro che azzerano i diritti e dimezzano i salari, o come il protezionismo agricolo, o come le normative internazionali che privatizzano i servizi (l'acqua, la scuola, la sanità), o come i prezzi delle medicine che arricchiscono le case farmaceutiche e mietono milioni di vittime in Africa, o come la sciagurata riforma della scuola della Moratti, o la politica della Confindustria (e dei governi italiani) che in un decennio ha ridotto del 15 o del 20 per cento gli stipendi di quasi tutte le categorie più deboli? Perché la nostra intellettualità e i nostri giornalisti - come ha scritto giorni fa su queste pagine Marco Revelli - si sono arresi? Perché hanno abbandonato ogni aspirazione a mettere in discussione l'ordine costituito? Al massimo riescono a lamentarsi per un eccesso di potere di questo o quel pezzo di borghesia, riescono a prendersela col prevalere del potere politico su quello giudiziario o viceversa, riescono genericamente a protestare per il basso profilo culturale e umano del berlusconismo: niente di più. L'intellettuale-contro, il giornalista-contro sono figure praticamente scomparse. E se qualcuno ha ancora voglia di indignarsi trova come sfogo l'invettiva da scagliare sui disobbedienti. Fabrizio De Andrè diceva: "Signori benpensanti... ".
Il fronte degli intellettuali è uno dei punti più deboli della sinistra di oggi: la sinistra è scoperta su quel lato. Negli anni sessanta non era così. Dobbiamo capire che c'è questo problema e non possiamo sottovalutarlo, perché è difficile vincere le grandi battaglie, e imporre idee nuove, se la stragrande maggioranza della intellettualità non ne vuole sapere. Per fortuna c'è ancora qualcuno che ha voglia di pensare: leggete l'intervista a Marcello Cini che pubblichiamo a pagina due e vi rincuorerete un po'.
SI RESPIRA una strana aria, nel centrosinistra. Un´aria frizzante, quasi euforica, che ne influenza il clima (d´opinione). Si è convinti, a centrosinistra, che il "futuro è nostro". Che le prossime elezioni siano largamente segnate. A proprio favore. Il voto alle recenti suppletive (7 a 0, tre collegi espugnati al centrodestra) ha rafforzato questo sentimento. Mentre, fra gli altri episodi, il "dimissionamento" di Mentana dal Tg5 viene letto come un´ammissione di debolezza dell´altro schieramento. Il premier deciso a investire tutto sul marketing e sulla comunicazione, perché costretto a navigare controcorrente.
Questa convinzione appare diffusa. Nel giugno del 2003 solo una quota minoritaria della base elettorale di centrosinistra pensava che la propria coalizione avrebbe vinto le elezioni. Oggi (secondo le indagini dell´Ipsos) è salita al 75%. Tre elettori di centrosinistra su quattro, in altri termini, si sentono già vittoriosi. Ma la percentuale, probabilmente, cresce ulteriormente nel ceto politico e nella classe dirigente. Le cui dichiarazioni pubbliche, al proposito, non palesano incertezze. Non tanto, sospettiamo, per motivi tattici. Ma per "convinzione convinta". Incoraggiati, anzitutto, dai sondaggi. Che continuano ad attribuire al centrosinistra un vantaggio molto netto nella competizione maggioritaria. E, in misura più ridotta, anche in quella proporzionale. Complice, una memoria selettiva, che induce a rivisitare la storia passata, anche quella più recente, in modo coerente con le proprie aspettative attuali. Così, si tende a leggere quanto è avvenuto nel giugno scorso isolando il voto amministrativo. Dove, effettivamente, il centrosinistra ha prevalso in modo netto.
Ma si glissa sul voto alle europee, che, pur confermando la ripresa del centrosinistra, ha sancito - in parziale contrasto con le stime dei sondaggi - un sostanziale equilibrio fra i poli. Confermando ancora una volta che il centrosinistra "rende" meglio nelle competizioni su base amministrativa. Dove dispone di personale politico credibile, organizzazione radicata e, contrariamente a quanto avviene a livello nazionale, può lasciare sullo sfondo le differenze di programma e identità.
Si trattasse di "credulità demoscopica", denoterebbe solo imprudenza; e una certa dose di assimilazione del modello berlusconiano. Ma l´impressione è che si tratti di un vizio più radicato. Di un pregiudizio ideologico, che induce a leggere nel cambiamento, profondo, che coinvolge, da qualche anno, il paese, un processo destinato a produrre effetti prevedibili, quasi scontati, anche sul piano del comportamento elettorale. Trascinandolo, naturaliter, a sinistra.
D´altronde, i modelli e i riferimenti che avevano caratterizzato gli anni novanta oggi sono declinati. Il mito dell´imprenditore e del mercato, il privato efficiente opposto al pubblico necessariamente dissipativo. La protesta politica dei ceti medi fondata sull´interesse locale e fiscale. Il ripiegamento della partecipazione e dell´organizzazione, in politica, a favore della comunicazione e della personalizzazione. Tutti questi orientamenti da qualche anno hanno svoltato. E tutti, ormai, se ne sono accorti. È appassito il mito dell´imprenditore, mentre il mercato riserva più incertezze che motivi di speranza. Al richiamo individualista è subentrata, impetuosa, una diffusa domanda di comunità, di integrazione e interazione sociale. E la voglia di privato si è appannata. Mentre riprende la domanda di pubblico. E di stato. Anche in politica, le cose sono cambiate rapidamente. La protesta sociale si esprime attraverso la mobilitazione e la partecipazione "visibile". Cui contribuiscono in modo consistente, a differenza del passato recente, i giovani e gli adolescenti. La personalizzazione e la televisione, contano, ma non bastano. A volte giocano contro, suscitando saturazione e rifiuto. Riacquistano, invece, importanza la presenza sul territorio, la stessa "professionalità" politica.
Tutte queste tendenze contrastano con la fase precedente, interpretata dai partiti di centrodestra e soprattutto da Berlusconi. Il motore del suo successo - la speranza nel miracolo economico e nel benessere diffuso - si è decisamente inceppato. Visto che oggi tutti si sentono più poveri; e tutti guardano al presente e ancor più al futuro con inquietudine. Tutti: ma soprattutto i cosiddetti "ceti medi" privati. Fondamentali per il successo del centrodestra.
In mezzo a tanta incertezza "materiale", infine, la società cerca motivi di identità, invece che di utilità. Insegue i valori, non solo gli interessi. Si mobilita per la pace, per i diritti, per l´ambiente.
Da ciò la "fiducia", che si respira nel centrosinistra. Riflette la certezza che il "mondo" sia destinato a spostarsi verso la sua sponda. Spinto dal "cambiamento" dei comportamenti, dei miti, dei valori. Perché la partecipazione, l´insoddisfazione economica, la richiesta di "pubblico", la domanda di identità piegano a sinistra il vento della storia. Una convinzione quantomeno discutibile. Perché molti di questi cambiamenti riflettono paura e delusione. La paura della guerra, l´incertezza economica e dei mercati. Spingono a rivalutare il "pubblico" e lo Stato, come fonte di tutela e protezione. La delusione. Riflette le cattive prestazioni della classe imprenditoriale e di quella politica (sedicente dilettante). In fiero contrasto con le promesse degli anni precedenti. Peraltro, l´individualismo, la competizione di mercato, generano solitudine e senso di vulnerabilità. In tempi di minacce globali. La partecipazione diventa, essa stessa, una sorta di terapia, contro lo spaesamento e la solitudine.
Insomma: i miti degli anni novanta si sono spezzati. E nessuno più crede alla felicità privata, al mito dell´imprenditore - in economia e in politica. Mentre la partecipazione soddisfa più della protesta rancorosa e silenziosa. E i valori dimostrano una crescente "utilità" agli occhi e al cuore della gente. Ma questa corrente sociale e d´opinione non segue un corso obbligato. Può, invece, orientarsi diversamente. Perché ha bisogno di risposte adeguate, in grado di incanalarla.
Si guardi al voto degli Usa. Che, certamente, riflette le specificità del caso americano. Ma serve, anche a noi, a dimostrare come la "domanda di valori e di comunità" possa essere soddisfatta dai repubblicani (secondo il nostro schema: la destra) invece che dai democratici. In base a un´offerta di "protezione" e di ordine, alimentata dalla paura del terrorismo. In base a una mobilitazione della risorsa "comunitaria" presente nella periferia americana, che coincide con la gran parte del territorio degli Usa.
Peraltro, il voto degli Usa serve ad allertare circa un altro pregiudizio, particolarmente diffuso in Italia. Che la partecipazione e la mobilitazione elettorale premino il centrosinistra. Non è vero. La capacità di mobilitazione dei partiti di centrosinistra è tanto più efficace quanto più basso è il grado di partecipazione degli elettori in generale. Quando, come alle elezioni suppletive di ottobre, vota il 50% degli elettori. Allora, il peso dell´organizzazione e dell´identità del centrosinistra diventa preponderante. Ma quando la campagna riesce a mobilitare l´elettorato nell´insieme, coinvolgendo i settori più disincantati, distaccati e periferici, la competizione diventa sicuramente più aperta.
Fa male, allora, il centrosinistra a pensare che la delusione, la domanda di valori, la partecipazione, da sole, siano in grado di spingere i voti verso le sue sponde. Sbaglia a pensare di "avere la ragione dalla sua parte". E, se anche così fosse, sbaglia a pensare che sia sufficiente per vincere. Le ragioni, le parole di "destra", funzionano ancora. Perché ciò avvenga, deve dare agli elettori "buone ragioni". Esprimere valori diversi. Fondativi di un´identità diversa. Attraverso un linguaggio diverso. Rispetto al centrodestra. In grado di rispondere all´incertezza, alla paura, al disagio concreto e al disorientamento dei cittadini. Oggi non è (ancora) così. E le ragioni, le parole della destra continuano a funzionare.
Dovrebbe, il centrosinistra, insistere, sulle "sue" parole. Solidarietà, sicurezza e benessere "sociale", equità. Che oggi (ce ne accorgiamo mentre le scriviamo; e, ancor più, mentre le pronunciamo) appaiono largamente "svalutate". Anacronistiche. Fuori moda.
Tali rischiano di restare anche le attese del centrosinistra. E le sue pretese. Di essere sospinto verso la vittoria (annunciata) dal "vento della storia". Senza disporre di vele capaci di domarlo. Di parlare agli elettori delusi, in modo persuasivo.
Senza trovare le parole.
Quelle bugie del cavaliere
MILANO - Si apre, di buon mattino, il libro delle scommesse al Palazzo di Giustizia di Milano. Quale condanna avrebbe chiesto Ilda Boccassini per Silvio Berlusconi? Le previsioni si colorano subito di nero notte. Undici anni! Dodici anni! No, tredici! Gaetano Pecorella, l'avvocato del presidente del Consiglio e tante altre cose ancora, parlamentare di Forza Italia, presidente della commissione giustizia della Camera, in corsa per un posto da giudice costituzionale, lascia cadere prima una perfidia. "Vedrete, la Boccassini ci metterà due giorni per concludere la requisitoria perché un giorno solo è un titolo di giornale solo. Meglio allora stare lunghi in due giorni e guadagnare due titoli".
Liquidata così la vanità del pubblico ministero, l'avvocato scodella il vaticinio più pessimista. Lancia lì "tredici anni e otto mesi". Perché quegli otto mesi, avvocato? "Ma è chiaro. Per Previti il pubblico ministero ha chiesto tredici anni. Per Berlusconi, che all'accusa appare più colpevole di Previti, chiederà otto mesi in più. Non vi pare?".
Ilda Boccassini entra in aula con un paio di occhiali da sole che ne accentuano la grinta di "cattivissima". Brutto segnale. Appare a tutti l'annuncio di una requisitoria del pubblico ministero aspra nella sostanza e addirittura asprissima nella forma per emotività, aggressività, censura morale. A questo punto - e l'udienza non è ancora iniziata - c'è chi corre al libro delle scommesse e corregge la sua giocata al peggio. Per l'imputato Berlusconi Silvio s'annuncia una pessima giornata, dicono.
Campanello. La faccia, che non sai dire se assorta o distratta o assente, del presidente Castellano fa capolino in aula. L'udienza comincia e nessuna delle previsioni, alla fine, rimane in piedi. In sole sette ore, e non in due giorni, Boccassini liquida il suo impegno. Chiede otto anni di condanna e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici per Berlusconi. Esclude ogni attenuante per l'imputato. Con una mossa a sorpresa, contesta non il reato di corruzione in atti giudiziari, ma la corruzione semplice.
Una requisitoria che fa tesoro delle correzioni dei giudizi precedenti (Cassazione, Tribunale, Corte di appello) per gli altri coimputati (Cesare Previti, Attilio Pacifico: i corruttori. Renato Squillante, Filippo Verde: i giudici corrotti).
Veggenti e scommettitori restano di princisbecco perché è il giorno in cui si scopre una Boccassini molto pragmatica. "Cinica" direbbero, credo, i cronisti sportivi. Il pubblico ministero gioca la sua partita in modo utilitaristico ed essenziale. Bada al sodo senza alcun preziosismo tecnico né alcuna mossa emotiva o vagamente "politica". Secca. Asciutta. L'accusa sta ai fatti, e i fatti - si sa - sono testardi e ostinatissimi. Non lo comprendono - non possono comprenderlo, per necessità - i corifei del Capo che, a udienza chiusa, intonano da Roma la farfallina e fraudolenta litania dell'"accanimento politico-giudiziario".
Fossero stati in aula si sarebbero vergognati delle loro parole perché a Milano la Boccassini elenca - anche a costo di diventare noiosissima - documenti, testimonianze, bonifici bancari, contatti telefonici e, degli imputati e dei testimoni a sostegno, contraddizioni, incongruenze, menzogne. Con una prima, sorprendente variazione.
Questo processo viene spesso definito "processo Sme". E' una deformazione di cui i media, in buona o cattiva fede, hanno abusato e che Berlusconi ha sfruttato con abilità parlando quasi esclusivamente dell'affare Sme. La manipolazione ha permesso, negli anni, al patron della Fininvest di coinvolgere nella mischia polemica il suo antagonista politico Romano Prodi, l'azionista di riferimento del Gruppo Espresso Carlo De Benedetti e "la sinistra" e "la magistratura rossa", insomma lo sfruttamento intensivo dell'armamentario con cui Berlusconi si autorappresenta agli italiani come vittima. E' un ruolo che, è noto, sa recitare meglio, con grande sapienza. Questa cosmesi esorcistica dei fatti lascia in ombra, se non dimenticato, che in questo processo i capi di imputazione, per Berlusconi, sono due. Che l'affare Sme è soltanto il secondo capo.
Nemmeno il più rilevante perché il più importante è il primo. Vi si legge che "Silvio Berlusconi ha agito affinché il consigliere istruttore di Roma Renato Squillante compisse una serie di atti contrari ai doveri d'ufficio e in particolare: ponesse le sue pubbliche funzioni al servizio della Fininvest; violasse il segreto d'ufficio fornendo informazioni a lui richieste; intervenisse su altri uffici giudiziari al fine di indurli a compiere atti contrari ai doveri d'ufficio in modo da favorire quella società". Detto in altro modo, "Silvio Berlusconi, con Cesare Previti e Attilio Pacifico, prometteva e versava ingenti somme di denaro, retribuendo stabilmente, Renato Squillante".
Lo si può dire ancora in un altro modo più essenziale: Silvio Berlusconi ha avuto "a libro paga", come fosse un suo dipendente, il giudice di Roma. Ecco l'accusa che più mette in pericolo, preoccupandolo assai, Silvio Berlusconi. Sul terreno del primo capo d'imputazione (la "stabile retribuzione" di Squillante) e non sulla Sme (che è affare dell'altro giudice, Filippo Verde: il pubblico ministero ne parlerà in coda alla requisitoria e per non più di un'ora) Ilda Boccassini gioca le sue carte. Con uno stile apparentemente scarno - e, ripeto, a tratti addirittura noioso - l'accusa sviluppa a mano ferma una ricostruzione dei fatti, dei trasferimenti di denaro, dei contatti diretti tra Berlusconi e il suo giudice. Una mano - e quanto importante - le è stata offerta anche dal presidente del Consiglio. Che è apparso dinanzi al Tribunale in due occasioni rifiutando l'interrogatorio, ma accettando di fare dichiarazioni spontanee che sono diventate improvvide per il suo destino, provvidenziali per l'accusa. Berlusconi ha sempre negato che Squillante avesse deciso un qualche affare Fininvest. Ha sempre negato di averlo addirittura conosciuto ammettendo poi di aver ricevuto soltanto dal giudice una telefonata, forse per un'autocandidatura politica. Manco a dire, del denaro.
Mai denaro, per carità! Questa era dunque la conclusione di Berlusconi: "In questo processo non c'è il morto, non c'è l'arma del delitto, non c'è il movente".
Difesa incauta. Boccassini se la lavora lentamente. Passo dopo passo, documento dopo documento, il pubblico ministero dimostra che "la semplice esposizione dei dati permette di asseverare che il conto bancario "Polifemo", rifornito con fondi che, come sostiene la difesa, "provenivano da disponibilità personali di Silvio Berlusconi e non dalle casse della Fininvest", veniva utilizzato nel 1991 soltanto per tre mesi e solo per ricevere la somma di 12 miliardi di lire che, immediatamente dopo, venivano girati a due soli destinatari: Cesare Previti e Bettino Craxi. Esaurite tali operazioni il conto veniva chiuso".
"Agli inizi del 1991, continua il pubblico ministero, Cesare Previti destinava parte delle somme ricevute da Silvio Berlusconi (e con il suo accordo) a tre magistrati romani; in particolare: il 14 febbraio del 1991, una parte (425 mila dollari) di un bonifico di 2.732.868 dollari era destinata al giudice Vittorio Metta, relatore della sentenza della Corte d'Appello di Roma sul Lodo Mondadori; il 5 marzo 1991 434.404 dollari erano accreditati sul Rowena di Renato Squillante; 16 aprile 1991 da un trasferimento di 1.800.000.000 di lire, venivano accreditati 500 milioni sul conto "Master" di Filippo Verde e una parte - altri 500 milioni - portata in Italia in contati (se ne sono perse le tracce)". Quindi "un arma del delitto" c'è. Renato Squillante riceveva, intermediario Cesare Previti, denaro da Berlusconi. C'è "il morto"? Ovvero Squillante ha mai conosciuto il presidente della Fininvest?
Ha facile gioco ora l'accusa. Con i tabulati telefonici, può dimostrare le frequenti e ripetute telefonate del giudice all'allora imprenditore. E non solo a lui. Ma, per il Capodanno, al fratello Paolo Berlusconi, a Cesare Previti, ovviamente. Meno ovviamente, a Gianni Letta. Insomma, a tutto l'inner circle del presidente del Consiglio. Forse Renato Squillante voleva candidarsi al Parlamento?, come sostiene Berlusconi. No. Lo dice lo stesso Squillante: "E' stato Berlusconi a chiedermi di candidarmi: diceva di non avere toghe all'altezza dell'incarico". C'è "l'arma del delitto". C'è "il morto". Manca "il movente". Berlusconi: "Squillante non si è mai occupato degli affari Fininvest". E' la più clamorosa bugia che l'imputato ha gettato sul tavolo.
E' spietata Ilda Boccassini quando ricorda come "nel 1984, Squillante decise della possibilità della Fininvest di diffondere il segnale a livello nazionale: una questione di vita e di morte per le televisioni di Berlusconi, dopo l'oscuramento imposto da alcuni pretori. In quell'occasione fu addirittura interrogato da Squillante".
Morto. Arma del delitto. Movente. Il pubblico ministero può ora chiudere il suo affondo. Le interessa sanzionare i comportamenti più gravi di Silvio Berlusconi al di là dei reati (falso in bilancio, esportazione di valuta all'estero). Otto anni e l'interdizione dai pubblici uffici le sembrano una pena equa. Per la cronaca, le scommesse sono state restituite. Nessuno ha imbroccato il risultato.