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La signora Ludmilla si è garbatamente scostata.

Ma queste erano solo apparenze ingannevoli. Come ingannevole deve essere l´impressione, condivisa da tutti gli osservatori, che le celebrazioni di Mosca non abbiano per nulla sciolto il nuovo gelo nelle relazioni russo-americane. L´incontro tra Bush e Putin, assicura Berlusconi, è andato benissimo: glielo hanno detto gli interessati. Del resto è stato il presidente del Consiglio italiano, come ha spiegato lui stesso ai giornalisti (italiani anche loro, per fortuna) ad aver «opportunamente preparato» i due leader. È stato sempre lui, assicura, ad aver ricucito lo strappo che proprio su Yalta sembrava essersi consumato, quando Bush, nel solenne discorso pronunciato a Riga, ha condannato la spartizione del mondo in sfere di influenza decisa a tavolino sessant´anni fa.

Quisquilie, assicura Berlusconi, «è stata una cosa occasionale, la risposta alla domanda di un giornalista, non ci sono diverse interpretazioni».

Così Bush, che in spregio a Yalta e a quella che era la vecchia sfera di influenza sovietica ha infilato la silenziosa tappa di Mosca nel "panino" di una visita in Lettonia e di una in Georgia, due paesi ai ferri corti con la Russia, è partito ieri per Tbilisi dove lo hanno accolto come un liberatore. E Putin, di cui Berlusconi ha garantito a Bush le credenziali democratiche perché «non è un comunista», è andato personalmente a decorare il generale Jaruzelski, quello che prese in potere nella Polonia sovietica per reprimere Solidarnosc. Poi, nel corso dell´incontro con il cancelliere Schroeder, ha promesso l´appoggio della Russia per un seggio tedesco al consiglio di sicurezza dell´Onu che l´Italia sta cercando di scongiurare con tutti i mezzi. Forse Berlusconi non lo aveva "preparato" bene. O forse il russo, pur essendo democratico, non è tanto sveglio è fatica a capire.

In quattro anni da presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ci aveva abituato alla sua imbarazzante ma quasi sempre innocua megalomania nelle occasioni internazionali in cui rappresenta l´Italia. Un difetto superato solo dalla straordinaria capacità di travisare la realtà dei fatti. L´Europa ancora sogghigna per la sua disastrosa conduzione del semestre di presidenza Ue. Ma se finora il capo del governo aveva bordeggiato sull´abisso dal ridicolo, con le dichiarazioni rilasciate ieri a Mosca ha fatto, come si dice, un netto passo avanti sprofondando dalla commedia alla farsa.

Lo devono aver capito anche i sui «amici». L´atteggiamento di Bush, che gli dà ragione sulle credenziali democratiche di Putin e si dice pronto a "sostenere" il presidente russo come Berlusconi lo sollecitava a fare, segna il passaggio di quella linea sottile che separa la condiscendenza dalla compassione. Un altro lusso che l´America può permettersi e che l´Italia, per ora, deve limitarsi ad invidiarle.

Qui il collegamento a Europe & Italy, e agli altri cartoons

La lista dei crimini è lunga: villaggi incendiati, stragi, rappresaglie, esecuzioni indiscriminate di partigiani, deportazione di migliaia di civili nei campi di concentramento, sevizie e torture. I responsabili sono quegli - così il titolo del libro di Costantino Di Sante - di stanza nei Balcani durante il secondo conflitto mondiale. Criminali di guerra che la nostra diplomazia ha voluto per decenni occultare, alimentando così quel mito del "bravo italiano" rivelatosi sempre più malinconicamente infondato. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951) è il sottotitolo di questo nuovo j’accuse contro generali, ufficiali, semplici soldati, poliziotti, carabinieri, funzionari civili, ritenuti colpevoli di delitti non dissimili da quelli nazisti - e contro i governanti che ne hanno lungamente assicurato l’impunità - sorretto da una nutrita documentazione proveniente dagli archivi del ministero degli Esteri e dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Lo pubblica, con una prefazione di Filippo Focardi, una piccola casa editrice, Ombre Corte (pagg. 270, euro 18,00). L’autore del volume, Di Sante, è ricercatore presso l’Istituto di Liberazione marchigiano, studioso dei campi di concentramento nell’Italia littoria.

Le operazioni militari di Mussolini contro la Jugoslavia ebbero inizio il 6 aprile del 1941. Come già dimostrato dalla ricerca storica più documentata (da Enzo Collotti a Davide Rodogno), la politica di aggressione fascista nei Balcani fu caratterizzata da efferatezze, "non episodi isolati, ma componenti essenziali della strategia di dominio" inaugurata dal dittatore. Nessuno degli italiani denunciati per crimini di guerra fu consegnato ai paesi che ne avevano fatto richiesta, né fu mai processato in Italia. Gli oltre 750 italiani incriminati dalla Jugoslavia, come i 180 accusati dalla Grecia o i 140 segnalati dall’Albania poterono godere di totale impunità. E questo grazie «all’azione di salvataggio organizzata dal ministero degli Affari Esteri, d’intesa con il ministero della Guerra (poi della Difesa) e con la Presidenza del Consiglio» (così Lutz Klinkhammer).

Fin dall’autunno del 1944, avendo saputo che in Jugoslavia era al lavoro una commissione d’inchiesta sulle violenze degli italiani, cominciò a Roma un lavoro di "controdocumentazione", teso a dimostrare le sevizie commesse dal nemico sui nostri connazionali (e a discolpare la legittima reazione dell’esercito tricolore). La "controinchiesta" confluì in una sorta di memoriale difensivo (settembre 1945) a cura dello Stato Maggiore dell’Esercito, che Di Sante per la prima volta rende pubblico.

L’aspetto più rilevante è che, pur giustificando l’operato degli italiani pesantemente vessati dal "barbaro partigiano titino", le testimonianze dei nostri soldati in sostanza confermano i delitti denunciati dagli jugoslavi. In particolare, viene riconosciuta la crudeltà dell’occupazione in Dalmazia. «Parecchi villaggi incendiati», «molti civili passati per le armi o internati», «interrogatori eseguiti con durezza e mezzi illeciti», «la popolazione ritenuta ostile bastonata o vessata con l’olio di ricino» dalle squadre d’azione di Giuseppe Alacevic (segretario del fascio di Sebenico). Di alcuni vengono evocati anche «atti ripugnanti» e «malvagità» contro le donne arrestate. Ancora più gravi, poi, risultano le responsabilità del "Tribunale straordinario arbitrario" (istituito dal Governatore della Dalmazia), talvolta sbrigativo nel comminare le condanne a morte. Devastanti anche le nostre rappresaglie (otto civili per ogni militare ucciso), spesso concluse con incendi di villaggi o esecuzioni sommarie. Nella documentazione jugoslava molto risalto veniva dato anche all’internamento di migliaia di civili nel campo di Arbe, capace di ospitare fino a 10.500 persone e il cui tasso di mortalità era stimato intorno al 19 per cento: qualche generale italiano amava descriverlo come "luogo di villeggiatura".

Il "contromemoriale" italiano puntò naturalmente sulla necessità di difendersi dalla "barbarie" e dal "banditismo" dei partigiani jugoslavi, approntando anche una vasta ed efficace documentazione fotografica. Quel che seguirà nel lungo dopoguerra sarà il ripetuto tentativo da parte del nostro governo di sottrarre i militari incriminati dal giudizio internazionale: prima con la istituzione nel maggio del 1946 di una commissione d’inchiesta che, assicurando lo svolgimento di una severa giustizia in Italia, di fatto negò l’estradizione; poi con un sapiente lavoro di tessitura diplomatica, sintetizzato dal cosiddetto "memoriale Zoppi", un documento del gennaio 1948 che - citato anche da Di Sante - solo di recente è stato declassificato (riprodotto in questa pagina con l’autografo di Giulio Andreotti: ne parliamo qui accanto nell’intervista a Walter Vitali). In sostanza, rispetto alla richiesta jugoslava di processare i responsabili, prevalse una linea di temporeggiamento. Con risultati soddisfacenti: dopo la rottura tra Tito e Stalin, nel giugno del 1948, la Jugoslavia avrebbe perso l’appoggio dell’unica potenza che sino a quel momento l’aveva sostenuta nelle sue recriminazioni.

La vicenda si chiuse definitivamente nel 1951, con l’archiviazione di tutti i procedimenti a carico dei presunti criminali. Non senza alcuni episodi paradossali. Nel dicembre del 1947 è nominato segretario generale del ministro della Difesa proprio uno dei generali che figurava nella lista degli accusati (approvata dalla commissione interalleata). Un anno dopo, alla presenza del presidente Luigi Einaudi, vengono decorate alcune divisioni: «per meriti acquisiti ai tempi dell’occupazione fascista del Montenegro e della Croazia». Per il generale Mario Roatta, "l’esponente più importante della politica militaristica di Mussolini" (così la stampa antifascista), assoluzione piena: esito esemplare d’una vicenda ancora irrisolta.

Noi NonDimentichiamo

Ciampi, Carlo Azeglio

l’Unità del 26 aprile 2005 il testo del discorso pronunciato dal Presidente della

Sessant’anni fa, oggi, si compì la liberazione e la riunificazione della nostra Patria. Tanti ricordi si affollano alla mente. Il cuore è ancora gonfio di pena, ma anche di orgoglio, per quelli che, compagni della nostra giovinezza, diedero la vita per la libertà di tutti; anche di chi li combatteva. Presero le armi per far nascere quelle istituzioni democratiche in cui oggi noi italiani tutti ci riconosciamo. Eredi degli ideali del Risorgimento, restituirono alla Patria l'onore e il rispetto dei popoli liberi. Uomini e donne, militari e civili, laici e religiosi, ci insegnarono a conquistare e a vivere la libertà. Nel loro anelito di democrazia e di giustizia, nell’amor di Patria, che nell’ora della prova più difficile proruppe spontaneo nei loro cuori, si riconobbe una nuova Italia.

***

Un forte, indissolubile legame, unisce l’Italia del 25 aprile 1945 all’Italia che il 2 giugno 1946 partecipò, con universale entusiasmo, alle prime elezioni politiche libere dopo la dittatura. Vi presero parte, per la prima volta, anche le donne, elettrici e candidate. Gli italiani scelsero la Repubblica. Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione repubblicana. La memoria dei sacrifici e delle lotte della Resistenza è fondamento della nostra passione per la libertà. Di quei sacrifici danno oggi solenne testimonianza le decine e decine di gonfaloni delle città e province insignite di medaglia d’oro che affollano, per la prima volta, questo cortile del Quirinale, la casa di tutti gli italiani. Da questi stendardi lo sguardo si leva al tricolore che sventola in alto, l’insegna che guidò i nostri padri nelle guerre del Risorgimento, affiancata oggi dalla bandiera azzurro-stellata della nuova Europa, unita da ideali di concordia e di pace.

Noi non dimentichiamo nessuno di coloro che furono protagonisti della lotta per la libertà di tutti gli italiani. Non dimentichiamo la Resistenza operaia, esplosa negli scioperi di massa del marzo ‘43 a Torino, a Milano, a Genova e in altre città, prima della caduta della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza dei militari che, dopo l’8 settembre del ‘43, nello smarrimento delle istituzioni, trovarono nel loro cuore le radici di un orgoglioso amor di Patria, che li spinse all’azione. Molte migliaia caddero con le armi in pugno, o vennero trucidati dai nazisti.

Non dimentichiamo i civili che, a Roma e altrove, si unirono a loro per la difesa delle loro città, o, come a Napoli, si batterono per cacciare le forze di occupazione.

Non dimentichiamo la Resistenza delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia, che costò la vita a tanti di loro, al ritorno in Italia al servizio della dittatura.

Non dimentichiamo la Resistenza popolare, che si manifestò spontanea. Migliaia e migliaia di donne e uomini di ogni ceto, a rischio e a prezzo della loro vita, salvarono e protessero civili e militari alla macchia, ebrei minacciati dallo sterminio, soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia, che cercavano la salvezza. Li aiutarono a raggiungere l’Italia già liberata, accompagnandoli lungo quei sentieri della libertà che solcarono allora tutta la penisola, da Nord a Sud, di casolare in casolare, di paese in paese, di città in città. Fu una catena di silenziosa, spontanea solidarietà.

Non dimentichiamo le migliaia e migliaia di vittime delle innumerevoli, orrende stragi che insanguinarono il nostro Paese. Donne, vecchi, bambini, civili colpevoli soltanto di sostenere chi si batteva per la libertà.

Non dimentichiamo soprattutto i protagonisti della Resistenza armata, che nacque come scelta di popolo, che si organizzò in unità partigiane combattenti e dilagò nelle città, nelle pianure, nelle montagne, fino alla riconquista, nell’aprile del 1945, delle grandi città del Nord d’Italia, prima ancora della resa dell’esercito nazista.

Non dimentichiamo le unità del nostro esercito ricostituito, che combatterono con valore per l’onore della nuova Italia democratica.

Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai, i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista.

***

La memoria degli eventi di sessant’anni fa è un libro fatto di molte pagine, di tante storie personali e collettive, storie di individui che diedero una risposta alta e nobile alla sfida dei tempi, che seppero interpretare i valori profondi della civiltà italiana ed europea.

Essi volevano un’Italia libera per tutti, unita. Il loro ricordo non vuole alimentare divisioni, vuole insegnarci la concordia, insieme con l’amore per la Patria e l’amore per la Costituzione, fondamento delle nostre libertà. Questo è il significato profondo delle giornate della memoria che noi celebriamo: occasioni per ricordare ai giovani i valori ispiratori di quella libertà che essi hanno il privilegio di vivere e il dovere di custodire.

***

Italiani, gli uomini della mia generazione hanno avuto un singolare destino. Abbiamo vissuto, nella giovinezza, anni tra i più foschi della millenaria storia europea. Ma nelle prove più difficili si tempra l’identità di una Nazione. Dalle tragedie di quegli anni abbiamo tutti tratto ammaestramento. A noi sopravvissuti è toccata poi la fortuna di essere partecipi della grande rinascita democratica della nostra Patria; partecipi altresì della miracolosa costruzione di una unione di Stati e di popoli che assicura a tutta l'Europa, dopo millenni di guerre, una pace irreversibile.

Abbiamo avuto la fortuna di garantire ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, quei beni, quei valori, quelle speranze, che noi, da giovani, non avevamo conosciuto. E ne siamo orgogliosi. Ai giovani d’oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi. Possa la memoria dei sacrifici dei Padri della Repubblica rimanere viva, tramandata di generazione in generazione, guida e monito ad essere sempre vigili nella difesa della libertà riconquistata.

Il ricordo di quei giorni ci fa guardare con fiducia al nostro futuro; ci fa sentire il dovere di essere uniti tutti nell'amore per la Patria italiana ed europea, uniti nell’orgoglio delle nostre grandi tradizioni di civiltà, uniti nell’impegno a contribuire al progresso e alla pace di tutti i popoli.

Viva la Resistenza.

Viva la Repubblica.

Viva l’Italia libera e unita.


Carissimo, parto in questi giorni per un'impresa di esito incerto: raggiungere gruppi di rifugiati nei dintorni di Roma, portare loro armi e istruzioni. Ti lascio questa lettera per salutarti nel caso che non dovessi tornare e per spiegarti lo stato d'animo in cui affronto questa missione. I casi particolari che l'hanno preceduta sono di un certo interesse biografico, ma sono troppo complicati da riferire: qualcuno degli amici che è da questa parte vi potrà raccontare come nella mia fuga da Roma sia arrivato nei territori controllati da Badoglio, come abbia passato a Brindisi dieci pessimi giorni presso il Comando Supremo e come, dopo essermi convinto che nulla era cambiato fra i militari, sia riuscito con una nuova fuga a raggiungere Napoli.

qui mi è stato facile fra gli amici politici e i reduci dalla emigrazione trovare un ambiente congeniale e ho contribuito a costituire un Centro italiano di Propaganda che potrebbe avere una funzione utile e che mi ha riportato provvisoriamente alle mie attività normali e a un ritmo di vita pacifico. Ma in tutto questo periodo è rimasta in sospeso la necesità di partecipare più da vicino a un ordine di cose che non giustifica i comodi metodi della guerra psicologica; e l'attuale irrigidirsi della situazione militare, la prospettiva che la miseria in cui vive la maggior parte degli italiani debba ancora peggiorare hanno ancora reso più urgente la decisione. Così, dopo il fallimento, per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, di altri progetti più ambiziosi ma non irragionevoli, ho accettato di organizzare una spedizione con un gruppo di amici. E' la conclusione naturale di quest'ultima avventura, ma soprattutto il punto d'arrivo di un'esperienza che coinvolge tutta la nostra giovinezza.

In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c'è possibilità di salvezza nella neutralità e nell'isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà "la generazione perduta", che ha visto infrante le proprie "carriere"; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari: avrei duscusso i problemi dell'ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell'uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l'incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbe contato per me più di ogni partito o dottrina.

Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada; c'era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d'indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il tereno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.

Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l'ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si base su una grande varietà di specificazini, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un'unica esigenza rivoluzionaria. E' questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva "disponibile", che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell'utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento. Questo vale soprattutto per l'Italia. Parlo dell'Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell'America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzinarie di prim'ordine: filosofi e operai che sono all'avanguardia d'Europa. L'Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all'Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: toca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d'emergenza. Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent'anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l'impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me ti assicuro che l'idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l'unica possibilità aperta e l'accolgo.

Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che i morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a te e parlato di cose che forse ora ti sembrano meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un'altra grande ragione di felicità è stata l'amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.

Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qualcuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.

Ultime lettere della Resistenza italiana, con le biografie dei partigiani uccisi, le trovate nel sitowww.resistenzaitaliana.it

Chi ha paura del 25 aprile

Da la Repubblica

MI È rimasta impressa nella memoria l´angoscia di quel 25 aprile del ´45; il pensiero di poter morire in quell´ultimo giorno di guerra dopo essere scampato ai venti mesi della lotta partigiana, e di non poter rifiutare quell´ultimo rischio proprio per quei venti mesi, proprio perché non potevo mancare il giorno della loro fine, della liberazione. E mentre nei venti mesi avevo vissuto in una assurda certezza di immortalità, nella certezza di essere padrone del mio destino in quel 25 aprile sentii d´esser affidato al caso, trascinato da eventi incontenibili.

Perché militarmente il 25 aprile del ‘45, l´insurrezione, la liberazione fu questo: una corsa dietro eventi in certo senso accaduti prima di accadere, previsti nel loro succedersi caotico, lo sfondamento della linea Gotica da parte degli alleati, la rotta dei tedeschi e dei fascisti, la resa dei conti, la corsa fra la gioia e l´angoscia dalle montagne della Val Maira, a Savigliano, a Cuneo, a Torino fra sparatorie improvvise come temporali d´estate, cadaveri di fascisti nelle acque del Po, una colonna di carri armati tedeschi che gira a vuoto fra il basso Piemonte e il Canavese, sparando qualche cannonata sulle cascine, dovunque le casualità e i rischi di un epilogo convulso. E per tutti i decenni seguenti i discorsi inutili sull´importanza militare di un evento, la liberazione, l´insurrezione che era invece totalmente politica, già dentro quell´indimenticabile esperienza che fu la nascita, la fabbrica di una democrazia.

Il revisionismo storico in corso da mesi ha scarsa memoria ed è dominato da un´ossessione sadica. Non vede altro che cadaveri, comunismo in agguato, reciproche congiure, ma la storia di quando si è giovani è giovane, fiduciosa, con le speranze e le illusioni dei giovani. Metà delle case di Torino, di Milano, delle grandi città erano macerie, i macchinari della Fiat erano ancora nascosti in campagna o nei sotterranei, si viaggiava sui carri merci o sui camion a carbonella, gli eserciti stranieri ci occupavano con i loro carri armati grandi come palazzi, decidevano sulla nostra sussistenza e sulla nostra indipendenza, eppure non c´è mai stato da noi un più grande, un più illimitato, un più trascinante senso di libertà, di ottimismo.

Il giorno dopo passai a casa mia a Cuneo per salutare i miei. Ricordo che mio padre, preside di una scuola tecnica presso le officine ferroviarie di Savigliano, mi confidava la sua paura dei comunisti che avevano occupato la fabbrica e issate le bandiere rosse. E io non capivo perché mai i comunisti dovessero far paura e considerare nemico un professore di matematica che faceva il preside a mille lire al mese e girava con un regolo calcolatore nel taschino di un abito grigio, comprato fatto nei magazzini generali. Dopo mesi di guerra in comune, di nemico comune, quei comunisti non ci facevano paura. C´era meno paura del comunismo allora, che stava formandosi da noi il partito comunista più forte di Europa, che c´erano Stalin, l´Armata rossa, il mito della rivoluzione, la classe operaia e i vecchi compagni del "pugno di ferro" che oggi che il Partito comunista non c´è più, e che alla classe operaia hanno tagliato unghie e denti...

La democrazia che in quel 25 aprile tornava a vivere nelle nostre città a pezzi, nelle nostre strade piene di buche, nei nostri negozi semivuoti non era qualcosa di artificiale, era un bene ritrovato e fortemente condiviso e noi eravamo fermamente convinti che questa volta sarebbe durata in eterno. Era in corsa una resa dei conti anche feroce, ma fisiologica, come una gran febbre che ci avrebbe fatto guarire dal passato e vedo che oggi a sessanta anni di distanza il revisionismo storico se ne occupa con ossessione, come avesse trovato il segreto di quel partigianato che proprio non gli va giù. Ma noi partigiani della montagna, la spina dorsale della resistenza, non ce ne occupavamo, noi eravamo già nella stagione in cui si fabbrica la democrazia, si studia la democrazia, si scoprono i sindacati, le commissioni interne, le migrazioni interne, un Paese di diversi ma uniti, di cittadini responsabili e solidali.

Le riflessioni amare su questo 25 aprile di sessanta anni dopo vertono sulla fine di quella voglia comune di andare avanti, di fare del nostro un Paese civile e giusto a misura della Costituzione che allora avevamo pensato e votato, assieme in una Italia unita nonostante e forse per merito di una guerra in parte civile. E siamo ancora qui, in questo strambo Paese a resistere questa volta ad assurdi ritorni al passato a penose equiparazioni nel peggio, a un populismo truffaldino, ai trionfi delle mafie.

Finalmente, dopo 68 anni, l'obelisco di Axum è tornato a casa, nel quartiere ecclesiastico di Nefas, lungo le rive del Mai Heggià. Quando, a giorni, le sue tre parti, trasferite in Etiopia nel ventre di un Antonov ucraino, saranno riunite, e potrà essere di nuovo innalzato verso il cielo, finalmente gli etiopici potranno ammirare questo straordinario esemplare di arte axumita, diventato col tempo, nella febbrile attesa del suo rimpatrio, anche un simbolo del patriottismo etiopico. Con la restituzione di questo monumento, imposta all'Italia dall'articolo 37 del Trattato di pace di Parigi, nel lontano, lontanissimo 1947, si chiude, dopo rinvii immotivati, tentativi di sabotare l'obbligo, false storie di donazioni, finti problemi tecnici, la più incredibile, la più sconcertante, la più vergognosa telenovela che il nostro inaffidabile paese abbia mai prodotto.

È molto probabile che l'idea di trasferire in Italia uno degli obelischi di Axum sia venuta ad Alessandro Lessona, a quel tempo ministro dell'Africa Italiana. Lessona conosceva molto bene Mussolini, la sua infinita vanità. Sapeva che un omaggio, di stampo autenticamente imperiale come un monumento dell'antica civiltà axumita, non poteva che riuscirgli gradito. Affidò perciò l'incarico all'archeologo Ugo Monneret di Villard, che stava conducendo degli scavi proprio nella zona di Axum, di scegliere uno degli obelischi e di trasferirlo in Italia. La scelta dell'archeologo cadde su di un monolito alto 24 metri e del peso di 160 tonnellate, che giaceva a terra spezzato in tre parti. Iniziati nel 1937, i lavori per il recupero e il trasporto del monumento sino al porto di imbarco di Massaua, durarono tre mesi.

Furono gli operai della Gondrand, sotto la guida del piacentino Mario Buschi, a portare a termine il difficile trasporto, per il quale fu addirittura necessario sbancare fette di montagna. Trasferito a Napoli e quindi a Roma, l'obelisco veniva eretto sul piazzale di Porta Capena. Con questa straordinaria preda di guerra, complice Lessona, Mussolini poteva così celebrare, il 28 ottobre 1937, il quindicesimo anniversario della marcia su Roma.

Adesso che l'Italia, sia pure a denti stretti, ha assolto al suo obbligo di restituire il mal tolto, a Porta Capena c'è un vuoto da riempire. Noi vorremmo oggi rinnovare la proposta che il 23 ottobre 2002 facemmo proprio sulle colonne de il manifesto. Quella di sostituire l'obelisco di Axum con un altro obelisco, sia pure di ridotte dimensioni, sul quale incidere semplicemente delle date e dei nomi. Le date degli eccidi consumati nelle ex colonie italiane, delle deportazioni di intere popolazioni, della creazione dei lager della Sirtica, di Danane, di Nocra. E i nomi dei patrioti che più si sono distinti nella difesa delle loro terre. Pensiamo al degiac eritreo Batha Hagos, al somalo Mohammed ben Abdalla Hassan, al libico Omar al-Mukhtar, agli etiopici ras Destà Damteu, degiac Nasibù Zamanuel, abuna Petros. Alcuni di questi leader chiusero la loro esistenza dinanzi ad un plotone di esecuzione o appesi ad un cappio. Impossibile scolpire nella pietra i nomi di tutti i patrioti uccisi. Soltanto i libici sono centomila. Trecentomila gli etiopici.

Con la restituzione dell'obelisco di Axum abbiamo soltanto sciolto un obbligo di carattere internazionale, non abbiamo per nulla affrontato il problema delle colpe coloniali e degli obblighi di natura morale. È vero che l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, nella sua visita ad Addis Abeba, ha chiesto perdono agli etiopici per i crimini commessi dall'Italia fascista; e che l'allora capo del governo Massimo D'Alema, nel suo viaggio a Tripoli, sostando dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, ha esclamato: «Qui gli eroi nazionali sono stati giustiziati dagli italiani». Ma queste chiare ammissioni di colpa non sono state seguite da gesti concreti. Mentre nel paese è tutt'altro che chiusa la lunga stagione delle amnesie, delle rimozioni, del revisionismo revanscista.

Mentre ad Axum accorrono i pellegrini festanti per venerare la stele restituita, sarebbe opportuno e molto significativo che in Italia si desse inizio a quel dibattito storico sul colonialismo, tante volte ostacolato o rimandato. Con il risultato che l'Italia repubblicana e democratica non ha ancora saputo sbarazzarsi dei miti e delle leggende che si sono formati nel secolo scorso, mentre una minoranza non insignificante

Milka ha 83 anni, l'espressione fiera e cammina incerta. Fa fatica quando sale sul pulmino, ma la maschera con una domanda: «dove stiamo andando?». E' quello che si chiedono molti qui, all'alba, nel campo nomadi di Foro Boario, quartiere Testaccio di Roma, dove i rom si stanno svegliando. Mentre qualcuno prepara il caffè altri guardano stupiti il furgone sul quale c'è scritto «Osservatorio Nomade di Roma», anche se quasi tutti sanno che si tratta di uno strano gruppo di artisti e amici che da qualche anno frequenta questo luogo mettendo in relazione storie e persone diverse che oggi partono insieme. Quelli dell'Osservatorio usano la loro arte per creare spazi di comunicazione e lo fanno soprattutto nei luoghi di confine, sul mare, lungo i fiumi, nei campi sosta, perché, spiegano, «in un mondo occupato quasi esclusivamente dalla solitudine mediatica è soprattutto lì che le persone si spostano con le loro vite e culture da raccontare e mettere a confronto». Cosa che ormai avviene sempre più nella marginalità in cui si muovono masse di immigrati e nomadi.

Anche per questo Milka sale sul pulmino dell'Osservatorio che, intanto, si riempie: ci sono Aldo, un altro rom, Osama, un operatore cinematografico egiziano, Matteo, Silvia e Lorenzo. E qualcuno risponde subito a Milka: «Stiamo andando ad Agnone». Lei sorride, guarda fuori dal finestrino e, con l'aria di chi la sa lunga, dice: «Ma sì, lo sapevo. Ci andiamo per raccontare. Perché io ci sono stata ad Agnone, tanto tempo fa. Ma allora datemi un po' di soldi». Tutti ridono e finalmente si parte.

Sconosciuto a torto

Agnone è un paesino arroccato sulle montagne del Molise, a nord fra Isernia e Campobasso, non molto conosciuto. Dovrebbe invece esserlo soprattutto per la storia che si trascina dietro da più di mezzo secolo: perché ad Agnone, durante il fascismo, c'era uno dei tanti campi di internamento italiani. Un campo in cui, almeno da un certo punto in poi, erano imprigionati soltanto «zingari».

Mentre la storia ufficiale è ancora lenta e ritarda a raccontarlo, lo fa Milka scendendo dal furgone, con i suoi 83 anni e la sua fatica, davanti all'ex convento di San Bernardino. Fa freddo, è stanca perché nel frattempo ha già parlato per due ore a un centinaio di studenti attentissimi, ma si incammina, decisa a ritrovare la memoria di quei luoghi e di quei tempi. E si arrabbia subito perché il cancello non è più lo stesso: «Non si entrava di qua, forse da là dietro», dice al sindaco e al professor Francesco Paolo Tanzi, che con le sue ricerche e i suoi studenti ha ricostruito tutta la storia di Agnone in un libro. L'edificio, una specie di cascinale fuori dal paese, a più di 800 metri d'altezza, adesso è un ricovero per anziane povere, prima e dopo la guerra era dei frati (ma il vescovo non ebbe dubbi a cederlo ai fascisti) dal 1940 al 1943 campo di concentramento. E, sicuramente a partire dalla seconda metà del 1941, c'erano rinchiusi solo rom e sinti di varie nazionalità: donne, uomini e bambini.

Dai documenti finora ritrovati si capisce che nel luglio del 1942 erano almeno 250 e che nel gennaio successivo era stata anche allestita una scuola per i bambini rom o, come si legge, per la loro «educazioneintellettuale e religiosa» che doveva «toglierli dalle loro abitudini randagie e amorali». «Io la scuola non me la ricordo», dice Milka un po' seccata, «però avevo già 18 anni quando sono entrata qua dentro. Ero con mio marito e i miei figli. E poi c'era tutta la famiglia, la mamma, mio padre, che è morto dalla fatica due mesi dopo che siamo usciti, il nonno e gli altri, zii e cugini miei e di mio padre. Due sono morti, li hanno portati all'ospedale di Isernia. Anche il nonno è morto e il corpo non lo abbiamo più visto. Insomma c'erano tutti i parenti stretti e poi altri rom. Eravamo più di 100. Noi Goman stavamo al piano di sotto e i Bogdandi sopra. E quando siamo arrivati molti erano già qui, dal Veneto. C'erano le guardie intorno e non potevamo mai uscire. La mattina facevano l'appello, come succedeva in Germania. Ma i nostri erano italiani. Però non chiedetemi che anno era, io gli anni non me li ricordo. Ci sarà ben scritto. So che qui sono diventata maggiorenne, ho compiuto 21 anni in questo posto, perché allora mi hanno dato il sussidio. Prima non me lo davano, mi davano qualcosa per il bambino che avevo al seno, ma morivamo di fame. Mio marito andava in cucina a rubare le bucce delle patate mentre quelli che avevano il sussidio qualche volta uscivano a comprare qualcosa. Con due carabinieri, uno per parte. Compravano anche dai contadini che venivano con le ceste di frutta. Ma noi non avevamo soldi. La mattina ci davano il caffè che era acqua e poi sempre la minestra con le patate e la bieta. E con i vermi. Tutti i giorni c'erano i vermi, verdi e grossi che mi viene ancora da vomitare. Ma dovevamo mangiare per non morire. Ci davano 100 grammi di pane e la gente cascava per terra. Li ho visti entrare come leoni e diventare scheletri. Un signore si metteva contro il muro per non cadere. Era un omone, è diventato come un pezzo di legno. Così ci avevano ridotto. Per fortuna non ci hanno fucilato anche se tanti sono morti».

Milka sa che i rom non erano solo ad Agnone. C'erano altri campi di internamento in Italia e c'erano altri prigionieri «zingari»: di sicuro, per quanto se ne sa fino a oggi, erano rinchiusi a Ferramonti in Calabria, in Sardegna, alle isole Tremiti, a Tossicia in Abruzzo, a Boiano e Vinchiaturo, altri due campi del Molise. In base a un ordine fascista del settembre 1940 i rom venivano rastrellati nei loro accampamenti, portati in carcere e nei vari campi: «A noi ci hanno preso in un prato vicino a Pisa - continua Milka - mi sembra fosse estate ma non chiedetemi quando perché se non ricordo bene io non dico niente. Stavamo in quel prato, molti lavoravano il rame, anche mio marito. Eravamo giovani con i nostri figli, ma sono arrivati i carabinieri, e ci hanno detto di lasciare tutto perché ci portavano in un posto migliore. Ma ci hanno portato con il treno fin qua giù, hanno aperto il portone e ci hanno buttato dentro. C'erano i letti di ferro, materassi vecchi e due coperte a testa. E i pidocchi dappertutto che per me erano la cosa peggiore: li vedevi anche sul pavimento, grossi, e ci toglievamo i pezzi di carne per grattarci. A me è venuta una malattia che avevo tutti i buchi sulla faccia. D'inverno faceva molto freddo, non c'era il riscaldamento e l'umidità era terribile. Ti marcivano le ossa. Ancora adesso cammino male e questo me lo sono guadagnato qua dentro».

Milka comincia a girare dentro l'edificio, cerca di ricordare e ritrovare la sua stanza. Cammina traballante e con le mani sempre davanti. Non riesce ad entrare, si aggrappa al braccio di chi le è vicino, guarda restando sulle porte e dice che ormai tutto è diverso. «Le stanze - ripete - le stanze, le stanze». Va verso un balcone ed esce: «Qui si veniva e guardavamo fuori. Stavo qui e guardavo», sospira. Poi va verso il cortile: «Ecco la fontana, questa è rimasta uguale. Sono arrivata a vederla. Mi tremano le gambe come una foglia». La fontana è di ferro battuto, al centro del cortile. Milka si siede per riposare un po'. E piange: «Per mio marito - dice - lui soffriva più di me e dopo la guerra non è mai stato bene. Il signore se l'è preso 25 anni fa. Ma sai come piangevamo quando siamo usciti di qua? Io ci sono stata 3 anni ma eravamo tanti, non solo italiani, anche tedeschi, jugoslavi e spagnoli, che la sera qualche volta suonavano. E' l'unico ricordo bello. Il resto è tutto buio. Un giorno sono arrivati i tedeschi, hanno spalancato il portone. Per fortuna c'erano i Campos, madre e figlio, che parlavano tedesco. Gli hanno raccontato come stavamo male e loro ci hanno aperto e ci hanno lasciati uscire. Lo so che i tedeschi hanno fatto male al mondo, l'ho visto alla televisione, eppure a noi ci hanno lasciato andare, senza mitragliarci. Siamo fuggiti subito, come fanno i conigli quando scappano dalle gabbie. Davvero - sorride - è la santa verità davanti a Dio. Poi abbiamo ricominciato a girare e battere il rame, abbiamo comprato un carrettino, anche un cavallino e siamo arrivati a Roma. Adesso voglio essere pagata per quello che abbiamo sofferto. Ora che ci sono i documenti c'è scritto, non si può più dire che non è vero».

Gli elenchi degli internati

Negli archivi della prefettura, infatti, il professor Tanzi ha trovato due elenchi di rom internati e anche altri documenti che raccontano la storia di Agnone. Milka chiede un risarcimento che le sarebbe dovuto. Come a tutti gli ex internati, come per qualcuno è stato fatto. Non per i rom, vittime negate prima ancora che dimenticate.

Un po' più tardi, nella sala del consiglio comunale, il sindaco di Agnone, Gelsomino De Vita, area centrodestra, le chiede ufficialmente scusa. Dice: «Io chiedo scusa a Milka, a Tomo Bogdan che era con lei e oggi è rimasto a Roma perché sta male, al marito di Milka che non c'è più e a tutti gli altri rom internati qui nella nostra città. Ci sono silenzi che pesano sul popolo di Agnone. Lo abbiamo capito tardi, ma oggi la cittadinanza vuole chiedere scusa. Se accetti, Milka, io ti chiedo scusa». E lei: «Ma prego, prego signor sindaco, non mi dica così, non faccia così. Io le sono riconoscente. Io però vivo in una roulotte che è grande come questo tavolo, con i buchi e non ho niente. Nemmeno la cittadinanza, solo il permesso di soggiorno. Sono ancora straniera, dopo la prigionia e più di 60 anni in questo paese. E non ho mai staccato uno spillo da una siepe, anzi ho tolto il pane dalla mia bocca per darlo agli altri. Qui ad Agnone sono stata male e non si guarisce più. Vorrei una sistemazione e forse lei, signor sindaco, può aiutarmi».

Milka chiede un posto dove vivere, e dice che con lei lo chiedono molti altri rom. Il sindaco risponde che la aiuterà e le consegna un attestato: oltre alle scuse c'è scritto che è cittadina d'onore. Lei, uscendo, dice che non sa leggere, ma «mi ha fatto piacere vedere dove ho sofferto». Nessuno ha parlato di fascismo e di responsabilità politiche, ma almeno, come voleva l'Osservatorio, qualcosa è stato fatto mettendo insieme persone e luoghi diversi, testimoni e documenti. Un atto di verità unico e importante per il nostro paese: il riconoscimento di una persecuzione che diventa strumento di conoscenza contro l'indifferenza e i revisionismi. E le scuse di una città a una donna rom che, con i suoi 83 anni, ha fatto un po' meno fatica a risalire sul furgone per tornare a Roma. Almeno per una notte.

Caro Piero, oggi si interrompe la mia esperienza nei Ds, dopo quasi trentatré anni di militanza. È un passaggio doloroso della mia vita che pensavo di compiere con più tranquillità e rivedendomi con te nei prossimi giorni, al mio rientro in Italia. Ma il gioco al massacro avviato da alcuni giornalisti - segnalo in particolare un articolo del Corriere della Sera - mi costringe ad accelerare i tempi e a chiarire la mia posizione. Un gioco al massacro che, comandato dalle leggi del mercato dell’informazione, neppure in un momento come questo ha rispetto per le persone e per le loro storie.

Da molti mesi, come chi mi sta più vicino sa bene, avevo maturato l’orientamento di far passare le elezioni regionali per compiere ciò che le mie convinzioni profonde mi dettavano. Non intendevo turbare in alcun modo un passaggio, quello elettorale, troppo importante in vista dell’alternativa a Berlusconi e alla destra. Il successo generale dell’Unione alle regionali, il brillante risultato dei Ds, l’esito positivo della lista Uniti nell’Ulivo e perfino i dati inferiori alle aspettative di Rifondazione, oggi mi permettono di essere me stesso arrecando il minor danno ai Ds e alla nostra causa comune.

La mia valutazione è infatti che questo risultato spalanchi le porte, oltreché alla probabile vittoria alle politiche, alla costruzione della Federazione come soggetto forte di centrosinistra. Non credo, come ti ho detto personalmente, che ciò comporti un’inevitabile deriva moderata dei Ds - ho anzi apprezzato, della tua relazione all’ultimo Congresso, gli aspetti più autenticamente socialdemocratici -. Temo piuttosto che si rafforzi l’illusione che basti l’unità della Federazione per reggere la sfida della coesione dell’Unione, e si rinunci ad un confronto vero e rigoroso tra riformisti e radicali facendo cadere steccati e pregiudizi.

La Puglia è stata la cartina al tornasole di questo problema politico. Ho sostenuto, a differenza dai Ds nazionali e regionali, Nichi Vendola fin dalle primarie - e anche allora sono stato oggetto di accuse e denigrazioni - convinto che fosse necessario mescolare riformisti e radicali, passeri e merli, com’è stato scritto, e che la distinzione tra posizioni dovesse andare oltre le categorie del Novecento. Oggi gioisco in particolare della vittoria pugliese perché si dimostra che non ero un visionario, e che era invece povera l’idea della politica fondata sullo schema della competizione tra simili al centro.

Questa vittoria dà anche a me una grande responsabilità. Non è un’eccezione, ma impegna a lavorare, oltreché su candidature vincenti com’è stata quella di Nichi, su soggettività nuove che vadano oltre le esperienze del passato (comunismo, socialismo, liberalismo democratico, centrismo, magari con una spruzzata di movimenti). È una sfida di lungo periodo. Ma urge cominciarla ora. È una sfida sui contenuti.

Con la minoranza di sinistra abbiamo cercato, esercitando fino ed oltre il limite il diritto al dissenso, di condizionare la politica prevalente nei Ds. Ma il catalogo di differenze programmatiche e culturali è molto ampio: dal rifiuto comunque della guerra e dell’uso della forza alla volontà di invertire i processi di privatizzazione dei servizi pubblici e in particolare dell’acqua, dal legame con la condizione salariale e democratica dei lavoratori alla nuova centralità della “questione morale” nell’Italia di oggi fino alla scelta strategica della democrazia partecipativa contro la personalizzazione autoritaria della politica e della decisione.

Riconosco a te e alla tua segreteria, osteggiata da un “partito nel partito” che fa di una concezione spregiudicata del potere e di una sostanziale indifferenza ai valori la propria identità, il merito di aver avuto determinazione nel perseguire una vocazione “riformista”. Oggi tu sei il vero protagonista, insieme a Prodi, del disegno “riformista”.

È allora indispensabile che tra le due rive - quella della purezza riformista e quella della purezza radicale - non venga meno il proposito di costruire un ponte, largo e solido, capace di mescolare culture ed esperienze. Altri compagni e amici lo continueranno a fare dall’interno dei Ds, o della Margherita. Ad essi mi continua a legare un sentimento profondo di comunanza.

Io preferisco, per propensione interiore - si può dire, parlando di politica, “spirituale”? - attraversare il fiume, stare sull’altra riva, provare ad aiutare a costruire il ponte da lì. È un ponte non solo tra le truppe della politica e della sinistra italiana, ma tra le persone, le vite, le esperienze individuali e collettive, con la convinzione che la società di oggi, il mondo odierno, la coscienza contemporanea richiedono di non essere pigri, di avere coraggio.

Non faccio un passo indietro. Una storia così lunga non si cancella, e il Pci, la Fgci, il Pds e i Ds mi hanno dato immensamente di più di quanto io abbia dato loro. Ma quella storia può vivere ancora sul ponte che costruiremo, nei rapporti da coscienza libera e indipendente che avrò con un partito, Rifondazione, in cui non entro ma che ha avuto il coraggio di rimettersi radicalmente in discussione. E quella storia vivrà se faremo diventare l’Unione la casa comune dei democratici italiani.

Tutto il resto - le insinuazioni di questi giorni e una non nuova campagna di demolizione personale - non mi tocca.

A te e a tutti i compagni e le compagne della Direzione e del Partito sento il bisogno di augurare buon lavoro e tanti successi.

Ora anche per me, ricordando il mio amico Tom e le tracce che ha lasciato, è tempo di rimettermi in cammino seguendo la mia ragione, i miei sentimenti, il mio istinto.

La replica di Cesare Salvi

"Fidatevi delle mie intuizioni, siamo 4 punti sopra l'opposizione. L'economia mondiale è in ripresa e tutto sommato anche quella italiana va" (Silvio Berlusconi, la Repubblica, 27 ottobre 2004).

"Siamo 5 punti avanti ai nostri avversari. Io le cose me le sento dentro e il sesto senso mi dice che riconquisteremo la maggioranza senza tanti problemi. Forza Italia ha uno zoccolo duro del 20 per cento che non ci abbandonerà mai, poi c'è un altro 10 per cento dei nostro elettorato fluttuante, che stiamo già recuperando. Infine i sondaggi ci segnalano un ulteriore 10 per cento di incerti, i quali potrebbero essere attratti dal nostro messaggio" (Silvio Berlusconi, La Stampa, 23 dicembre 2004).

"Dopo la riforma fiscale, Forza Italia è sopra il 23%" (Silvio Berlusconi, 3 gennaio 2005).

"Siamo 3 punti sopra la Gad" (Silvio Berlusconi, Il Giornale, 26 gennaio 2005).

"La nostra sarà una campagna spirituale, siamo alternativi in tutto ai comunisti. Usiamo il libro nero del comunismo quando facciamo i comizi, è efficacissimo!" (Silvio Berlusconi, la Repubblica, 26 gennaio 2005).

"Vincerà chi avrà più voti nell'insieme di tutte le regioni, e sono convinto che questa parte sarà la Cdl. Le regioni più importanti confermeranno l'attuale governo di centrodestra, perché li si sono registrati concreti vantaggi per i cittadini. Sono convinto che la Cdl sarà vincente. Una regione in più sarà un risultato buono, due in più ottimo" (Silvio Berlusconi, Il Giornale, 13 marzo 2005).

"Ho nei cassetti dei sondaggi molto positivi che fanno sperare in un buon risultato. Spero che la sinistra non inquini i risultati" (Silvio Berlusconi, Il Giornale, 26 marzo 2005).

Da LuxObnubilata

L'umano, ecco il punto ancora di nuovo e sempre. L'umano differente, incommensurabile, irriducibile; «lo smisurato che non si lascia misurare», così lo chiama Ingrao, che c'è in ciascuno e in ciascuna, e in ciascuno e ciascuna eccede l'essere sociale dell'operaio che fa l'operaio, del politico che fa il politico, dell'uomo di legge che giudica altri uomini con la legge. «L'indicibile di noi stessi e della relazione con l'altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo». La domanda sull'essere che si è aperta all'inizio del 900 con Freud e Joyce, questo è il messaggio a cui il novantenne Pietro tiene di più, non deve lasciarsi chiudere con la fine del 900: «Ecco la mia paura, che mi venga tolto non tanto il pane, e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell'umano che ho imparato in questo secolo. Vi prego, non permettete che questa domanda venga cancellata». L'inciso su Berlusconi - «per questo, vi parrà strano, sono spaventato quando lo vedo» - non va preso alla lettera, ma non è nemmeno accidentale. Allude a un mutamento dell'epoca che non è solo politico, ma della politica tocca la base antropologica, il il presupposto e il limite: l'umano appunto. Che ne sarà della politica, se dell'umano tutto diventa misurabile, contabile, spendibile, visibile, mediatizzato? Che ne sarà degli stati e dei governi, dei partiti e dei movimenti, se lasciamo che si chiuda quella domanda sulla soggettività che ha fatto grande il secolo della grande politica? Ci tiene il novantenne Pietro, breve ed ellittico come poche altre volte di fronte ai tremila amici che lo festeggiano, a ribadire la sua propria differenza incommensurabile e irriducibile: «vedete, sono stato immerso nella politica a tempo pieno e tutto intero, eppure non sono stato e non sono solo quello». Perché la domanda più vera sulla politica «è quella sul limite della politica»: l'umano che la eccede, il linguaggio poetico che dice quello che la razionalità politica non sa, il montaggio cinematografico delle immagini che mostra l'associazione diretta fra le cose e il movimento senza guidatore della vita. Quello che dalla politica resta fuori, ma senza cui la politica non è nulla, diventa piccola e vuota, sorda e muta. Per la semplice ragione che quando quell'eccedenza non c'è o è tacitata, non c'è nemmeno decisione politica, o passione se preferite, o obbligazione. Qualcosa a un certo punto cambiò negli anni Trenta, racconta Ingrao, e non fu propriamente una scelta; fu un passo, una spinta, un'azione, di fronte a quello che stava per accadere. Non era e non è questione di scelte morali ben ponderate. «Non sono mai stato in sintonia con l'eticismo - scrive Ingrao a Goffredo Bettini nel '78, quando lascia il Parlamento e decide di tornare a fare ricerca con il Crs -. Credo nella corporeità e nella passioni vitali. Dire `non ci sto' di fronte al nazismo e al fascismo non fu la risposta a un dover essere; fu la spinta fisica e emotiva di qualcosa dentro che resisteva». La stessa spinta, lo stesso scatto, che oggi Ingrao vorrebbe vedere di fronte alla Costituzione stracciata, e non vede, perché forse «il paese non capisce la soglia a cui siamo».

Anni Trenta, anni Quaranta e poi oggi. Il Novecento, «secolo grande e tragico» come Ingrao ama definirlo, passa nelle parole sue e in quelle per lui di Walter Veltroni e Luciana Castellina, nelle citazioni di Montale e Ungheretti di Gianni D'Elia e in quelle dei neorealisti di Ettore Scola; ma passa accorciato, davvero un secolo breve. Castellina sfiora il `68, Ingrao gli errori che nel `78 era già chiaro che avrebbero portato alla sconfitta, ma degli ultimi decenni resta poco; lo snodo decisivo sta prima. Perché nell'età anziana il passato si accorcia e prende altre proporzioni? O perché è lo snodo di oggi a riportare allo snodo di allora? Non c'è il nazismo e non c'è il fascismo, no. Ma il rischio di un destino triste delle democrazie sì. Una soglia, appunto. Dove di nuovo, come negli anni Trenta, non c'è scelta e c'è lotta: «la politica è obbligata».

«Assaporando un po' di tempo non vissuto», come dice Veltroni per descrivere il piacere di dialogare con i nostri novantenni più amati, ci troviamo messi di fronte a questa contrazione del tempo. C'è da imparare? Certo che sì. Da un padre e da un compagno, da «un padre compagno», come lo chiama Gad Lerner. Eppure, che strano, «noi non abbiamo avuto maestri», racconta Ingrao ancora con la memoria agli anni Trenta: «i maestri erano in esilio, in carcere, lontani, cacciati. Avevamo venti o trent'anni, ci misurammo con quello che stava per accadere». Senza maestri ma con passione, messaggio duro da recepire nell'epoca del disincanto piena di maestri e svuotata di passioni. Lui intanto, il maestro, ripete ancora una volta l'incanto dell'oratore che ha appena finito di descrivere nella bella intervista sul cinema filmata da Mario Sesti: «Tu sali su un palco, hai di fronte la piazza piena di gente, comincia il rito del comizio, applausi, saluti, bandiere, un po' una sceneggiata, calcoli i tempi e le pause e ti chiedi se riuscirai davvero a comunicare qualcosa a quelle centinaia e migliaia di persone che non conosci; ma se a un certo punto puoi fermarti, bere un bicchiere d'acqua o soffiarti il naso e la piazza sta ferma, allora hai la certezza che un filo si è creato fra te e loro». Un filo si è creato, un'altra volta, fra PietroIngrao e i suoi tremila amici venuti a festeggiarlo. «Altre domande? siamo qui», sprona lui incontentabile alla fine del film-intervista di Sesti. Sì, abbiamo ancora altre domande.



Una citazione di due autori che so per certo non graditi a Pietro Ingrao.

Ma so anche di certo che per lui non sarà un problema, conoscendo non tanto la sua tolleranza, quanto il suo gusto per il diverso e per il contrario. Jünger scrisse un biglietto di auguri a Schmitt per il suo novantesimo compleanno. E Schmitt rispose con un altro biglietto: "la vecchiaia è finita; adesso comincia l’età dei patriarchi".

E’ bello poter dire in vita: la vecchiaia è finita. Si può veramente, finalmente, coltivare quella che Goethe anziano chiamava “la cara dolce abitudine di vivere”. Anche se Ingrao resiste al compito di vestire i panni biblici del patriarca. Potrebbe prestarsi ad essere agevolmente il patriarca della sinistra. Ma sappiamo quanto questo sia contrario alla sua indole. Alcune sue scelte recenti – una soprattutto – hanno voluto sottolineare la sua appartenenza di campo e, per utilizzare una formula ormai per il troppo uso diventata banale, un’appartenenza di campo senza se e senza ma.

Mi colpì una frase della sua amatissima moglie Laura, pronunciata qualche tempo prima della scomparsa: dovevamo diventare vecchi per ritrovarci ad essere dei senza partito. Non c’è pensiero che meglio definisca la "Stimmung", diciamo così, il senso e il tono, di questo estremo lembo dell’impegno pubblico di Ingrao.

Non voglio ripercorrere qui le fasi del suo percorso politico. Né voglio farne una biografia per consegnarlo al passato. Stiamo trasformando il Crs, questa sua creatura, inaugurato nel 1972 da un altro Presidente, Umberto Terracini, in Fondazione, raccogliendo qui l’Archivio Ingrao. Abbiamo in programma una giornata di studio, per approfondire, con il contributo di storici, di politologi, di critici, i passaggi della sua presenza nella vita politica, istituzionale, culturale del paese.

Sì, anche culturale, perché un punto determinante da tenere a mente per ricostruire la personalità di Ingrao è questo: che in lui la vocazione intellettuale precede quella politica. Solo questo spiega la sua attenzione agli strumenti del linguaggio, non in quanto comunicazione, secondo la deriva a cui è oggi sottoposta e subordinata la parola umana, ma in quanto espressione: dire di sé e del mondo l’essenziale, il significato e il valore di ciò che veramente è.

Di qui la curiosità per gli strumenti nuovi del linguaggio: il cinema, questa passione giovanile, rimasta nel tempo,il cinema come forma espressiva del Novecento, l’immagine del mondo per il secolo. E poi…, quella voce della maturità che è la poesia. Ingrao poeta non è un particolare della sua persona; non è un accessorio da aggiungere al resto. La poesia è costruzione di sé, momento e processo di autoconsapevolezza, memoria del passato e etica del presente.

Ieri sera, nella serata popolare in suo onore,ci ha parlato del dissidio che sente in sé, tra il limite della politica e lo “smisurato” dell’umano.Qualcosa che nemmeno si può dire per intero.“L’indicibile dei vinti, il dubbio dei vincitori”e quel grido: “Leva in alto la sconfitta”,

furono, a metà degli anni ottanta il presagio di ciò che stava per accadere.Del resto, ci sono dei titoli dei suoi libri: "Masse e potere", in mezzo agli anni settanta,"Tradizione e progetto", all’inizio degli anni ottanta, "Le cose impossibili", all’inizio degli anni Novanta, che perfettamente aderiscono al tempo storico che li suggeriva.

Ingrao ha riconosciuto il suo secolo, lo ha vissuto, con “l’alta febbre del fare”, e quindi, in questi ultimi anni lo ha giudicato. Un giudizio severo, a mio parere, anche troppo severo, soprattutto quando ha coinvolto la sua stessa persona, le sue scelte e prese di posizione su eventi, che è più facile riguardare oggi di quanto non fosse allora, quando si stava nel “gorgo”, per usare una parola cara a Pietro.

Questo suo andare oggi elencando puntigliosamente gli errori di allora è umanamente molto bello, ma, vorrei dirgli con affetto,sembra a molti di noi anche eccessivamente autocritico.

Ci allontaniamo dal “nostro” secolo e forse sta maturando il momento di uno sguardo più equanime. Il Novecento è stato, sì, tragedia e violenza, ma è stato anche emancipazione, liberazione, conquiste. Il negativo delle guerre è vissuto accanto al positivo delle lotte. Intreccio, appunto, tragico tra disumani esperimenti riusciti e grandiosi tentativi falliti. Male assoluto e male necessario: questa dialettica è ancora da sciogliere ed è tremendamente complicato scioglierla. Profetiche rimangono le parole di Max Weber, pronunciate appena dopo la fine della prima grande guerra: "Non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso il contrario. Chi non lo capisce, in politica non è che un fanciullo".

A malo bonum: questo segno agostiniano è alla base della giusta volontà politica; dal peccato la grazia, dalla caduta la libertà del cristiano. Non è nella contrapposizione tra male e bene, ma nell’intreccio tra l’uno e l’altro che deve districarsi e motivarsi la buona politica.

Non è esattamente questo l’orizzonte dell’agire pubblico ingraiano,

piuttosto quell’altro, più che alternativo, direi, complementare

rispetto a questo: i popoli in movimento, le masse protagoniste, la storia vista e agita dal basso, il potere partecipato, quelle cose che hanno fatto di Ingrao, prima durante e dopo la sua Presidenza della Camera, il campione di quella che una volta si chiamava la “centralità del Parlamento”,

e cioè il primato della rappresentanza sulla decisione,

appunto della partecipazione democratica sulla concentrazione del potere;

Ricordo che una volta lo trascinammo, per un convegno dell’Istituto Gramsci veneto, a un confronto con Gianfranco Miglio:uno scontro di civiltà!, sia pure nell’agreement tra gentiluomini.

Il modello Westminster non è stato mai nelle grazie di Ingrao.

C’è una figura che mi piace accostare ad Ingrao, è quella di Dag Hammarskjöld, segretario generale dell’Onu tra il 1953 e il 1961. Un Quaderno della rivista "Servitium", quella di Padre Turoldo, lo ha recentemente inserito in una galleria dedicata ai Mistici d’oggi, accanto a Giovanni Vannucci, Edith Stein, Benedetto Calati, Teilhard de Chardin, Cristina Campo. Hammarskjöld aveva fatto predisporre all’ingresso del palazzo dell’Onu una “stanza di raccoglimento” – la chiamava così - dove, tra un incontro e l’altro, si ritirava a meditare e a contemplare. E invitava gli altri a fare la stessa cosa prima degli incontri. E’ lui che ha detto quella frase splendida: "merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto".

C’è un piccolo video, amatoriale, di appena qualche anno fa, che ritrae Pietro Ingrao, con gli occhi lucidi, mano nella mano, con il vecchio monaco camaldolese, impedito nella parola e alla vigilia della morte, Benedetto Calati, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, persona di grande carisma spirituale.A vederli, veniva da pensare: ecco, due fratelli e compagni.

Confesso che non mi ha mai scandalizzato la pur rozza definizione del comunismo come una chiesa.

In parte lo era. Perché era un orizzonte di fede per milioni e milioni di uomini e di donne “semplici”, come si chiamavano allora - e di speranza per chi non aveva da perdere altro che le proprie catene, e in un certo senso anche di carità, che si esprimeva nella pratica della solidarietà.

C’era quell’idea-forza, passata non a caso nelle canzoni proletarie, che nominava il “riscatto del lavoro”. Il comunismo, non quello dello Stato ma quello del popolo, è stato una forma di attesa, della venuta di qualcosa se non di qualcuno, qualcosa che non era di questo mondo, ma di un altro, da venire. L’”avvenire” , l’Avvento, “cieli nuovi e terre nuove”, è parola comune al cristianesimo e al comunismo.

La secolarizzazione è cosa bella e buona, ma va presa con saggia misura.Essa contiene dentro di sé, come pericolo, la volgarizzazione dell’esistenza. Tutto ciò che laicamente passa per le compatibilità di sistema, va poi ad alimentare quel vizio pubblico, oggi deflagrante, che è la “servitù volontaria”.

Quello scrittore pessimista e al fondo nichilista che è Cioran ci ha ammonito: attenzione!, la morte del sacro ha come conseguenza non che non si crede più a niente, ma che si crede a tutto.

Le fedi non vanno soppresse, vanno civilizzate, umanizzate, tolte all’uso che ne possono fare i potenti,e riconsegnate ai bisogni degli umili.

Un’altra figura con cui Ingrao è entrato in sintonia negli ultimi anni è quella di Giuseppe Dossetti, questo monaco politico, - penso che si possa dire così, anche così, per definirlo, almeno nell’ultima parte della sua vita. Li ha accomunati la difesa di quel bene pubblico primario che è la lettera e lo spirito della Costituzione. Anche se il loro “patriottismo costituzionale” – al contrario di quanto si pensa - mai si è presentato come conservazione, sempre anche come innovazione. Li ha accomunati poi anche la passione per la pace,il ripudio costituzionale della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali quell’art. 11, che è diventato un po’ l’assillo del vecchio Ingrao.

Ma c’è qualcosa di più profondo che accosta le due personalità. Il loro essere, nei diversi campi di appartenenza, non eretici, piuttosto, direi, eterodossi.E’ importante questa differenza. Eretico è chi rompe con il proprio mondo e vi si contrappone. Non ortodosso, o altro da ortodosso, è chi sceglie di restare dentro in posizione critica. In questo caso, si paga un prezzo, appunto, alla propria chiesa,

ma si rimane in contatto con le forze che essa organizza, lievito per una trasformazione interna di essa.

Ingrao è stato interprete e rappresentante di una forma inedita di “critica” dentro la pur pesante ortodossia marxista. Nella storia teorica del movimento operaio il revisionismo ha avuto sempre un’etichetta di destra. Quello di Ingrao è stato, ha voluto essere, un revisionismo di sinistra. Al di là dei contenuti e degli approdi, questa è fondamentalmente la forma di eredità che ci lascia. Bisogna dire che non sempre questo punto è stato tenuto fermo,in quella folla di figure che si sono dette, senza il consenso di Ingrao,"ingraiani".

Due sono le parole-chiave che – per sua espressa confessione - definiscono la persona di Ingrao:

il dubbio e l’organizzazione. Il dubbio come atteggiamento critico nei confronti della realtà e di se stessi. Pensiero antidogmatico e conseguentemente comportamenti autonomi. Libertà di essere, di conoscere, di dialogare e di fare.

E organizzazione come politica collettiva strutturata, preparata e guidata.Politica come fare insieme

E non come la propria faccia su un manifesto. Bisogno umano di partito. Dovremmo interrogarci tutti su che cosa abbiamo fatto per aver reso questa parola, a livello di senso comune, oggi, così dispregiativa. Il disprezzo per la parola “partito” trascina con sé il disprezzo per la parola “politica”.

Ecco. Uomini come Pietro Ingrao sono la confutazione in vita di un così diffuso pregiudizio negativo. La politica come “scelta di vita” – un’espressione che fu di Giorgio Amendola – il partito, come comunità, non di destino,ma di volontà e di decisione, volontà e decisione collettive, quel noi che è più che io,oggi così fuori di moda: questa è la misura umana che per l’occasione qui festeggiamo.

Ingrao appartiene a quella straordinaria generazione di uomini e di donne “gettata”, uso consapevolmente questo concetto della filosofia dell’esistenza – gettata nella politica dalla grande storia. La crisi del fascismo, la lotta contro il fascismo, la seconda grande guerra, la Resistenza, ancora la Costituzione: questo c’era, intorno, negli anni di formazione.

E poi, l’esperienza di costruzione di quella “giraffa” togliattiana,questo animale strano, che era il “partito nuovo”,non più di quadri ma di massa, popolare alla base e centrale al vertice,che ha dato molte soddisfazioni e anche qualche sofferenza a Pietro Ingrao, e non solo a lui.

Signor Presidente, perdoni il piccolo atto d’orgoglio contenuto nel passaggio che adesso farò, a conclusione di questo discorso. Ho riflettuto se non fosse di cattivo gusto evocare qui questo motivo, con il rischio di urtare qualche altra sensibilità. So bene che fu un’intera classe politica, trasversale, ad assolvere questo ruolo fondatore. Ne ho concluso che, stante la tonalità delle cose dette fin qui, il passaggio non poteva mancare.

Insomma. Montanelli ha detto una volta che,nella deprecata prima Repubblica, e io andrei più in là, allungherei il tiro, forse nella non esaltante storia italiana unitaria, non c’era stato ceto politico migliore di quello comunista. Ingrao è prima di tutto esponente di questo ceto.

Sulle radici di questo tronco, di questo ceppo,la pianta Ingrao allarga poi i suoi rami.

Ha avuto la fortuna che a noi è mancata,di qui tutte le nostre insufficienze:quella di prender parte da protagonisti all’età dei costruttori, costruttori insieme del Partito e della Repubblica.

Uomini di parte, con il senso dello Stato:una combinazione difficile, una sorta di stato d’eccezione permanente, che ti costringe a coltivare un quotidiano equilibrio. Per reggerla, ci voleva "Beruf",weberianamente,professione e vocazione della e per la politica,etica della convinzione più etica della responsabilità,e, gramscianamente,buona cultura, molta buona cultura.

Radicare il partito nel Paese, contribuire a costruire la forma repubblicana dello Stato,

con la politica “fare società”, attraverso la politica produrre legame sociale, preparare, educare, organizzare, i lavoratori, operai, contadini, ceti medi vecchi e nuovi,ad essere, a diventare, forza politica democratica di governo.

Un’impresa interrotta.Ci guardiamo intorno, curiosi, a volte smarriti,a cercare di capire chi può riprendere,chi può riafferrare con le proprie mani,innovandola, ammodernandola, aggiornandola a tempi radicalmente mutati,questa impresa storica. Con chi altri, come e quando.

I novant’anni di Ingrao sono da vedere proiettati verso questa ricerca. Auguriamo a lui, e a noi, che possa dire presto: ecco, ho trovato da dove ripartire.

Il sito del Cantro per la riforma dello Stato

Mio Presidente,

non riesco a essere a Roma mentre coloro che ti vogliono bene, festeggiano i tuoi novant’anni.

Eppure desidero esserci per l’affetto e la stima che mi legano a te da tanti anni.

Questo vincolo che mi onora e mi conforta, nacque al tempo della mia vicepresidenza alla Camera quando tu la presiedevi.

Mi ha colpito molto e mi è rimasto di esempio, il tuo scrupolo vero di mantenerti libero e al di sopra. Non posso dimenticare le lunghe sedute dei quattro vicepresidenti con te, affinché la delicata gestione della procedura che portò all’incriminazione di colleghi, non avesse oscillazioni sostanziali, sbavature, contrapposizioni incomprensibili e dannose.

E fu ammirevole il tuo impegno per dare ai Parlamentari ogni aiuto per una conoscenza sempre più profonda

Per una continua formazione che tenesse alta la statura di tutta la Camera e aiutasse ciascuno di noi a rispondere al meglio alle attese della gente che chiede sempre maggiore competenza e dignità nei propri eletti.

Ho tanto ammirato la tua cultura animata da una ricerca costante, inesauribile nel voler affrontare i temi essenziali della vita, i grandi interrogativi che nel corso dei secoli, hanno tormentato le intelligenze più forti e più assetate di verità e di giustizia.

Sì la giustizia, tema vivo nella parola dei politici, ma che pochi sentono come dovere di risposte tanto attese e che, mancando, solo a pochi, turbano la pace e la coscienza.

Quanto insegnamento!

Aggiungo un grazie particolare per quella emozione che ho provato più volte nell’ascoltarti come ricercatore dell’eterno, come chi con gli occhi dell’intelligenza e del cuore scruta l’infinito...

Un abbraccio, tuo Oscar Luigi Scalfaro

E' l'estate del 1984, è mattina, nell'atrio in ombra d'una vecchia casa di Lenola, appoggiata sui dossi del basso Lazio che nascondono il mare di Sperlonga. Due uomini sono intenti al loro lavoro, senza parlare. Il più anziano è seduto su una poltrona, corregge delle bozze, ogni tanto alza un braccio dietro la testa, pensieroso, un gesto abituale. Davanti a lui su un cavalletto, che come la poltrona non cambia posto per tre mesi, un uomo più giovane lo ritrae su grandi fogli di carta spessa, due metri per tre. Nell'atrio pochi passano, fuori la calura sale. A mezzogiorno i due deporranno fogli e colori e scenderanno al mare, che non è proprio a tre passi. Steso sulla sedia a sdraio o sulla sabbia l'uno, l'altro lo segue e annota su un taccuino i gesti del riposo, a ciascuno peculiari, smemorati, fuori dal tempo. Ma per la posa, se tale si può chiamare una lunga osservazione sul modo di trasformare in immagini la persona che legge davanti a sé, sono le ore tranquille del mattino. Dieci (o undici?) di questi grandi cartoni del 1984 sono esposti qui per la prima volta, a venti anni da quelle mattinate. L'uomo ritratto è Pietro Ingrao, allora era alla soglia dei settanta anni, ancora giovane e teso, conchiuso in se stesso. Sembra colto in un passaggio. Alle sue spalle oltre quaranta anni al vertice del Partito comunista italiano e prima nella Resistenza, poi all' Unità, poi in segreteria, poi alla presidenza della Camera (dove anche vive per essere più vicino al lavoro ma in pochi spazi e imbarazzato di farsi servire, soltanto la domenica uno sciame di nipotini corre strepitando nelle brutte sale dorate). Battuta tutta Italia fra riunioni e comizi, si porta più facilmente in una fabbrica che non si fermi con la stampa di Montecitorio. L'estate torna a Lenola (...). Il fascino che esercita su migliaia e migliaia di militanti viene dall'essere il dirigente che più ascolta, quello che più si interroga, più problematizza e assieme il più assolutamente sicuro. Bello è ascoltarlo in una sala e in una piazza o in un congresso, perché dirà qualcosa che nessun altro ha detto, andrà più a fondo, indicherà una frontiera, avanzerà nella critica - simile a una marea che ritirandosi lascerà le sabbie più feconde, ma il litorale intatto. Una sola volta, all'XI Congresso, l'onda Ingrao s'è alzata troppo e fin la base più adorante si è spaventata e ha lasciato che si rovesciasse contro di lui. Ma sono passati quasi venti anni. Se ne ha patito, non lo dirà. Ingrao è l'alterità e la fedeltà, ben strette assieme, è tutto del suo partito, pretesa ingenua e crudele. Ingrao è un comunista e non muterà, questo è sicuro ma da quella estate in poi si concederà di scrivere anche per sé e in suo solo nome (...).

Enrico Berlinguer è mancato un mese prima, stroncato da un male su un podio di Padova, mentre parlava di un referendum che si sarebbe perduto, ma non ha avuto il tempo di percepirlo. Il futuro del Pci è più incerto. Quell'estate Ingrao non può immaginare quanto. Il decennio che ha davanti e dovrebbe essere lo sfondo di una acquietata maturità, cova veleni. Dal 1984 al 1994 al 2004 precipitano le perdite, anche dei privati affetti, e quelle pubbliche rinviano a domande raggelanti: crolla il Muro di Berlino, e poi l'Unione Sovietica, e poi i partiti comunisti, poi quello italiano cambia nome e non solo, e tutto questo nel rivelarsi d'una putrescenza nazionale nella quale sprofonda la prima repubblica. Ingrao tenterà di sbarrare la svolta del Partito in un congresso che perderà, esiterà a lungo davanti alla prospettiva di separarsene prima che accada il peggio. Ma il peggio arriva con la guerra, la guerra che torna, era impensabile. Ingrao getta se stesso fra la guerra del Golfo e la tentazione del partito di aderirvi. E infatti frena. Ma è l'ultima volta che lo fa. Da un partito cambiato in radice uscirà poco dopo, e solo (...).

In questi ritratti Alberto Olivetti traduce un Pietro Ingrao in concentrazione, sospensione, dubbio. Stati della mente e del cuore, curioso «vero». Concentrata è l'immobilità della testa, il suo solido stare sulle spalle. Non distratta dai lineamenti del volto (salvo in un caso, più giovane e come imbronciato), nascosto e rivelato da un tessuto di colori congiunti e cangianti, stesi a pennellate fini che sembrano un andare e tornare su di sé. Concentrazione è l'imporsi di quel cranio, assolutamente il marchio Ingrao, come un nodo cui è appeso il tutto il resto. Perché sospeso è quel riposo del corpo quanto il cranio è immobile e concentrato, il pittore lo fa fluire con assoluta libertà e lo configura in molti modi - ora è una benevola divinità fluviale e muschiosa di verde con la mano che si perde lontano, ora è il nervoso raccogliersi su se stesso d'un corpo giovane come un anemone di mare violetto, ora si proietta fuori da sé in un gesto subitaneo e fissato, ora si stende e contorce in una sagoma nera e frastagliata. Il colore è sempre puro, pulito. Concentrazione e sospensione sono la forma di una umana medusa che si estende e ritrae «in presenza» del pittore e della sua mano. Mentre il dubbio folgora nell'apparire d'un occhio, anzi di un'orbita fosforescente che ti inchioda. Perché il dubbio di Ingrao non è una fuga agevole dal mondo, come perlopiù praticato oggi, è una domanda lancinante sul come starci. Dubbio è anche solitudine, e sola è la figura che campeggia in tutti i ritratti, senza sfondi, senza parlare che con sé e in un vuoto. Sono raramente quiete, queste immagini di momenti di quiete. Questa inquietudine, quella di un agire sempre interrogandosi e di un interrogarsi sempre per agire, è il segno che in molti di noi Pietro Ingrao ha lasciato una volta per sempre. Lo «spazio della pittura» di Alberto Olivetti è, stavolta, questo.

Carissimo Ingrao, innanzitutto, da parte di tutti noi, i complimenti per i tuoi straordinari novant'anni e i più forti auguri per quelli a venire. Il tuo vissuto è stato per tanti di noi e per me grandemente utile, e sottolineo l'aggettivo utile nel senso forte usato da Brecht nelle storie di Me-Ti. Utile e originale: nella nostra formazione -consentimi - il fattore I è stato sempre importante e, ripeto, utile anche nelle battaglie perdute. Lo ammetto, il valore forte del fattore I non lo ho (non lo abbiamo) capito subito; c'è stato un tempo di incomprensioni e risentimenti e mi dispiace che questo ti abbia indotto anche ad autocritiche, generose, ma forse non utili. Ci è voluto del tempo - almeno per me - per capirlo, ma ci hai insegnato due cose. La prima è che non si entra in politica, non si ha la superbia di occuparsi degli altri e anche di orientarli, con l'obiettivo - pure legittimo - di accrescere il proprio personale potere. Si entra in politica, ci si consente la superbia di orientare, di indicare la giusta via solo per la passione di esplorare, di cercare, di tentare di individuare il percorso giusto nel labirinto della realtà presente. La seconda è - direi - l'etica della responsabilità: quando si arriva a un punto di rottura con qualcosa che è più grande e che coinvolge il destino di molti si può, forse si deve, fare un passo indietro. Non rinnegare ma tacere e anche subire.

Credo che nella lettura del fattore I, amici e avversari abbiano commesso l'errore di trascurare il peso della poesia, considerata più un tuo vezzo o una debolezza piuttosto che - come credo sia - che una componente decisiva. La poesia - lo insegnano i poeti maggiori - non è una divagazione letteraria. La poesia è espressione massimamente sintetica di ricerca, di tensione culturale e morale, che contrasta lo stato di cose esistente. Pensiamo solo al nostro Leopardi e anche alla lezione di Luporini. Nella lettura del fattore I abbiamo sempre, erroneamente, sottovalutato o messo al margine il potere della poesia e della poesia del tuo tempo; una poesia peraltro poco accetta al tuo partito. Ricordo un articolo di Togliatti su Rinascita, nel quale esprimeva pena e, direi, commiserazione per quei giovani contemporanei che si dovevano contentare di Montale e di Morandi. Ma come si fa a tentare una lettura di Ingrao prescindendo da Ungaretti e Montale? Dal «codesto solo oggi possiamo dirti...» al desiderio spasmodico della formula che dischiuda la conoscenza del mondo. Questa continua presenza della poesia nell'agire politico la si ritrova in molti titoli degli scritti di Ingrao: «le cose impossibili, l'alta febbre del fare», «il dubbio dei vincitori», «variazioni serali», «masse e potere».

La spinta della poesia alla ricerca, alla decifrazione del presente, all'individuazione del futuro, è stato l'assillo permanente di Ingrao insieme all'alta febbre del fare, che spiega e giustifica molte sue scelte, anche recenti e non sempre condivise. Anche il famoso XI congresso del Pci va letto nella chiave della ricerca, nell'ansioso tentativo di individuare il futuro. C'era stato il miracolo italiano, si potevano scorgere gli annunci del `68 e Ingrao si avventurò nella generosa illusione del nuovo modello di sviluppo di fronte alla trasformazione e al rinnovamento del capitalismo italiano. Il presente gli dà torto, ma allora bisognava guardare avanti anche a costo di sbagliare. E sempre in questo non dimenticato XI congresso la rivendicazione del diritto al dissenso non era la richiesta di una garanzia democratica o democraticistica ma la riaffermazione del dovere comunista alla ricerca. Ed è la prevalenza di quest'ansia di ricerca sulle finalità (legittime) di potere personale, che spiega la specificità del gruppo dei suoi sostenitori e la natura degli «ingraiani» che gli rassomigliavano e gli rassomigliano.

Nei diari di Dimitrov si può leggere il testo di un sintomatico brindisi di Stalin. Un brindisi ai «quadri intermedi», nel quale Stalin afferma che Trotsky e Bukarin erano molto più brillanti e importanti di lui ma che furono sconfitti perché, a differenza di Stalin, non si basarono sui quadri intermedi. Ingrao ha avuro il consenso e l'ammirazione di molti quadri intermedi ma non ne ha mai fatto la sua forza. E quelli che gli sono stati e gli sono più vicini sono tutto il contrario dei quadri intermedi di cui parlava Stalin: del tutto inadatti a trasformarsi in un disciplinato gruppo di sostegno, cosa che peraltro fuoriusciva dall'ottica di Ingrao.

Dall'osservazione attenta e dalla partecipazione di buona parte dei tuoi novant'anni un po' di cose le abbiamo imparate e abbiamo anche imparato ad apprezzare i dissensi pur se aspri e dolorosi. E adesso? Adesso, quando per l'età avanzata tutti siamo indotti ad avere più fretta e si alza la febbre del fare? Adesso ci ritroviamo nell'antico e umanissimo mito di Sisifo: uno scrittore ha detto che in Sisifo c'era dell'ironia. Cerchiamo di avere anche noi questa fiduciosa ironia, pur con il dubbio, non sterile, che qualcosa è cambiata o va cambiando nel masso che dobbiamo spingere a monte. In ogni modo, forza, complimenti per gli anni passati e auguri per quelli che arrivano.

E´ vero che lei ha dovuto rinunciare alla sua passione per il cinema a causa della lotta contro il fascismo? E´ vero che da studente del Centro Sperimentale di Cinematografia è stato tirato dentro la battaglia politica "a forza"?

«C´era stato l´attacco alla repubblica spagnola e da quel momento ho iniziato a vivere l´esperienza dell´iniziazione alla politica antifascista. Quello è stato per me un crinale decisivo. Mi ricordo quel luglio terribile del ´36, quando è scoppiata l´insurrezione di Franco, e abbiamo visto l´avanzata del fascismo che oramai si dispiegava ovunque. Sono cominciati degli anni terribili e a quel punto, per usare una frase di rito, sono cambiati i libri sul mio tavolo. Io che avevo fatto il primo anno di studio di cinema al Centro Sperimentale, e volevo fare il regista, ho ceduto - ma ceduto non è davvero il verbo giusto - alle pressioni dei miei compagni che già erano più avanti nella cospirazione. Uno fra tutti, Antonio Amendola. Sono apparsi altri libri, è cominciato il mio impegno nella politica e allora il cinema è rimasto un amore».

Quando è che ha un po´ lasciato da parte il cinema e non l´ha più seguito con la stessa assiduità? Per quale ragione?

«La vecchiaia. Io sono molto, molto anziano. Ma ho scritto più volte di cinema e presumo di capire più di cinema che di politica».

Se dovesse citare i film che più amato, i pezzi di cinema che più le sono rimasti impressi e che più hanno contato nella sua vita, quali film o autori le verrebbero in mente?

«Uno, prima di tutti. Chaplin. E un film soprattutto: Luci della città. Non è forse il più bel film di Chaplin, forse Tempi moderni è più bello, però Luci della città ha un finale straordinario: quando la ragazza cieca ritornata guarita dall´America, rincontra il vagabondo che passa per la strada, ridotto proprio male. Lui resta colpito da questa apparizione improvvisa e lei lo riconosce, ma non con gli occhi, perché non l´ha visto mai. E come? Spolverando, toccando leggermente la giacca del vagabondo. Non c´è nulla di parlato ma l´intera, breve sequenza, mi sembra di una estrema, grande allusività. In pochi, muti attimi, passano tante domande sulla vita e una capacità del cinema di essere cinema assoluto, puro, senza una parola. Poi, per il cinema italiano, mi viene in mente Paisà. L´episodio finale, quello della lotta partigiana nelle paludi. Anche lì, non c´è quasi parola, i personaggi non si parlano, avviene tutto per cenni, in uno sterminato silenzio. Non solo mi sembrava il più bello di tutto il film, ma una delle cose migliori di Rossellini: un pezzo di cinema straordinario che mi riportava a questa idea del cinema come immagine, e poi insomma, come a dire, parlava della guerra senza parlarne. E´ uno dei momenti del cinema neorealista che ancora stavano parecchio dentro l´estetica del cinema che avevo in testa io, prima dell´avvento del sonoro.

«E poi il finale di Ladri di biciclette, quando il personaggio, dopo il furto della bicicletta, viene assediato dalla folla e lo vogliono ammanettare. C´è quella scena molto bella in cui il padrone della bicicletta lo guarda in faccia come a dire "ma questo è un poveraccio come me". Allora lo lasciano andare. E c´è una sequenza brevissima, in cui il padre e il fanciullo si danno la mano e rimangono soli con tutto il mondo intorno. Un pezzo di efficacia straordinaria: che un po´ anche mi sorprese, all´epoca, perché, sapevo che De Sica aveva tante qualità ma non sospettavo possedesse quella vena struggente. Quello, diciamo così, in un museo delle cose più belle del cinema, io lo ritaglierei e poi lo metterei in un quadro come icona, insieme a Luci della città e a Paisà».

Qual è l´ultimo film che ha visto in sala dal quale è rimasto colpito?

«Quel film di quel regista americano sulla guerra in Giappone, come si chiama. La sottile linea rossa, di quel regista americano».

Terrence Malick

«Sì. C´era una bellezza singolare che non era tanto nella storia, anzi, la rappresentazione dei soldati mi sembrava piuttosto usuale. Non era quello che determinava la qualità del film. Però nella rappresentazione del paesaggio, c´erano dei pezzi che mi sembravano straordinari. C´è tutta una parte del film cui si vedono solo le vampe delle cannonate e poi il modo in cui fa vedere quelle colline presso cui si svolge tutta la battaglia.

«Ecco, lì c´è un´idea, una rappresentazione della guerra che mi sembra di grande forza. E anche, direi, più semplicemente, di grande malinconia poetica. Anche se, quando poi fa parlare i personaggi, il film diventa più convenzionale. Però l´uso di quel sonoro e quelle immagini mi sembrarono davvero notevoli».

Pensa ci sia un rapporto tra il cinema e la poesia (che è un´altra sua grande passione)?

«Sono due linguaggi diversi anche se sono tutti e due riconducibili a quell´idea che chiamiamo arte. Poi cosa sia l´arte, ci sono biblioteche intere che se lo chiedono. Però i due linguaggi sono molto diversi, mi sembra. La poesia, diciamo così, è una musica più segreta, più sottile. Tornando a quell´episodio di Luci della città, insomma, è più importante lo sguardo di Chaplin o il modo con cui la mano di lei tocca la giacca del vagabondo, la capacità del cinema di possedere un´allusività molto forte. Che spesso non è riconosciuta, perché il cinema viene letto come copia del reale. Sembra che la sua qualità stia nella quantità di realtà che può riprodurre. Invece è una bugia, perché non è così. Per me, almeno. Però la poesia ha qualcosa di diverso, qualcosa in più, che è la musica. Mentre nel cinema, tutto sommato, anche nelle scene più intense, più raccolte, più intime, beh, noi quello che vuol dire lo vediamo. Più che ad un verso, corrisponde ad un parlare scandito. Qualcosa che si vede, qualcosa che quasi lo tocchi con la mano».

Senta, le posso chiedere se c´è un film che più di altri ha raccontato il mondo della politica in maniera più autentica? Lei, spesso, quando ha parlato della politica, ha parlato della sua fatica, la fatica di dover comunicare, di dover parlare, di dover incontrare persone, eccetera. Per esempio, lei ha scritto di avere una grande ammirazione per le persone che sanno parlare a tantissime altre e nella sua vita le è capitato spesso di incontrarne e di essere lei stesso una di queste persone. Questo piacere o questa fatica della politica, le sembra siano state raccontate in un film?

«Mi pare proprio di no. Ho parlato da qualche parte di qualcosa che sembra un dato molto esteriore della politica: il comizio. Tu sali su un palco, hai dinanzi, come ce le ho avute io molte volte, la piazza piena di gente, a volte strapiena di gente. E un po´ una sceneggiata, un atto teatrale. I saluti, la presentazione, gli evviva, le bandiere. Tutto questo, però, è come l´involucro. Poi comincia invece una cosa molto più difficile e più profonda: tu che stai là sopra, riuscirai a comunicare veramente, cioè a interessare quelle persone, che a volte sono migliaia, a volte sono molte migliaia, molto diverse, grandi, piccoli, bambini? Lo scopri solo se c´è un momento, del comizio, del tuo discorso, in cui senti che ti puoi fermare, senza nemmeno finire la frase. Ti fermi e t´accorgi che la piazza non si muove perché aspetta il seguito della tua frase. Se in quel momento t´accorgi che ti puoi fermare, bere un bicchier d´acqua, soffiarti il naso o non fare nulla e la piazza sta ferma a sentire, allora vuol dire che s´è creato un filo, una comunicazione, un legame tanto forte quanto impalpabile tra te e la massa di persone che ti stanno ad ascoltare».

Un po´ come al cinema

«Eh, forse».

Le strade sono lo spazio pubblico più abbondante nelle città. Più del verde, più delle scuole e delle attrezzature di interesse comune. Tutti noi utilizziamo in molti modi le strade: per spostarci in auto, per passeggiare, per aspettare i bambini all’uscita da scuola, per incontrare amici e conoscenti a cui abbiamo dato appuntamento. I più fortunati di noi ricorderanno certamente un gioco fatto da bambini, oppure un bacio scambiato ai bordi di una strada.

Per questo motivo, le strade non sono solo infrastrutture di trasporto e i loro utilizzatori non sono solo automobilisti in transito. Garantire una città senza incidenti non è quindi solamente un problema di regolazione del traffico. Una progettazione delle strade volta ad innalzare la sicurezza è il fondamento di una proposta di convivenza civile (urbana, si dovrebbe dire) tra i diversi utilizzatori della strada e della città, tra i diversi modi e mezzi di spostamento. E’ la premessa per recuperare spazio a favore di pedoni e ciclisti, delle persone che aspettano, che passeggiano, che chiacchierano percorrendo le strade della città.

Per lo stesso motivo il manuale “La città senza incidenti” redatto da Drufuca, Sgubbi e Baruzzi è molto più di un libro di tecniche di moderazione del traffico. Mini-rotatorie, attraversamenti protetti, “cuscini berlinesi” e i numerosi interventi illustrati sono altrettanti tasselli di un modo diverso di concepire l’utilizzo della strada, separando i flussi dove necessario, rendendoli compatibili ovunque possibile.

Drufuca è un ingegnere dei trasporti, Sgubbi è dirigente di un’amministrazione pubblica, Baruzzi è un esperto di partecipazione. Il libro è pubblicato per conto di un’associazione che si occupa di partecipazione (CAMINA). Si tratta di un esempio piuttosto raro di incontro tra professionalità diverse, capace di portare all’interno dell’amministrazione pubblica quella capacità di innovare e sperimentare che – per un pregiudizio sbagliato – si ritiene estranea al settore pubblico.

Altrettanto raro è il fatto che il libro La città senza incidenti sia un manuale, un genere di documenti non molto diffuso nell’urbanistica italiana e considerato un genere minore dal mondo accademico, essendo privo di formulazioni astratte o di citazioni tratte dall’autorevole pensiero di questo o quel professore. Ancorché privi della patente di nobiltà, i manuali, quando sono ben fatti, sono molto utili proprio perché si sforzano di conciliare sperimentazione e routine applicativa.

Infine, ogni questione è trattata facendo riferimento a realizzazioni concrete, in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, insinuando in noi il sospetto che, qualora lo si voglia davvero, anche nel nostro paese sia possibile intervenire con intelligenza ed efficacia.

Vi sono dunque molte ragioni che mi spingono a consigliare vivamente la lettura di questo libro e a segnalarvi il sito dell'associazione CAMINA - Città amiche dell’infanzia e dell’adolescenza.

Vorrei segnalare un lavoro di Franco Cassano[1] sul tema della cittadinanza attiva, sulla relazione che lega cittadini e beni comuni. Il lavoro utilizza come chiave di lettura il mutevole rapporto tra uguaglianza e libertà, oggi sbilanciato a favore della seconda. La contrapposizione tra l’individualismo e il senso civico è rappresentata da due figure simboliche: l’homo civicus e l’homo emptor.

Cassano trova un “illustre” predecessore dell’individualista contemporaneo, l’idiota dei greci: “all’uomo che partecipa alla cosa pubblica si contrappone l’uomo privato, che non riesce a trascendere il confine della sua sfera individuale. Se l’homo civicus è legato alla tradizione più alta della politica intesa come sfera per la cura degli affari della città, l’uomo che ha a cuore solo il suo particulare è l’idiota dei greci. L’homo emptor vive rinchiuso nel suo mondo privato, ignora qualsiasi idea di interesse collettivo e di compatibilità tra diritti e doveri. È colui che pensa che, nella migliore delle ipotesi, il bene comune sia la semplice addizione dei beni di tutti.”[2]

Cassano denuncia i limiti dell’idiota, che ha del mondo un’idea angusta. Un’idea che però si sta affermando, poiché altri modelli di individuo e di società non hanno fornito risposte adeguate:

“L’homoemptor è l’infrastruttura sulla quale oggi si regge l’individualismo radicale, il cosmopolitismo utilitarista dei diritti senza doveri. A questo individualismo rattrappito e eterodiretto l’homo civicus costituisce l’unica risposta non oppressiva, l’unica risposta che permette di ritrovare la comunità senza perdere la libertà. La risposta non più venire né dallo Stato etico che impone il bene comune, né dal ritorno ad una comunità che rinchiude l’individuo nell’identità collettiva.”[3]

La risposta può venire solo dall’homo civicus, che costituisce: “la forma più alta in cui la comunità può vivere nella società democratica. La civitas è la forma di comunità compatibile con la libertà individuale.”

Ma in che modo la figura dell’homo civicus può affermarsi nella società contemporanea? Quale soluzione, allora, per sfuggire al destino dell’homo emptor, piccolo e mediocre? Quale risposta all’ascesa dell’aristocrazia affermatasi con lo sviluppo dell’industria, come già intuiva Tocqueville nell’800? Non l’homo economicus che, con la sua razionalità, non riesce a sfuggire alle regole modellate dalla nuova aristocrazia: riempirsi la casa di beni non lo mette al riparo dalla regressione di una delle principali conquiste dell’Occidente moderno: la protezione sociale. La chiusura del consumatore nel proprio particulare, insofferente ai limiti imposti dalla convivenza civile alla sua libertà individuale sfocia in una falsa libertà, eterodiretta dal mercato, che apre la strada ad una nuova forma di dispotismo: “se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una innumerevole folla di uomini uguali, intenti solo a procurasi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta una specie umana; quanto al rimanente dei cittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più una patria.”[4]

La risposta più alta per Tocqueville – e per Cassano – è l’esercizio della cittadinanza, l’unica forma di vita paragonabile all’aristocrazia delle società tradizionali.

“Credo fermamente – afferma Tocqueville – che non si possa fondare di nuovo nel mondo un’aristocrazia, ma penso che i semplici cittadini, associandosi, possano costituire delle entità molto ricche, influenti e forti, in altri termini delle persone aristocratiche.” [5]

Le “persone aristocratiche” sono i cittadini attivi, quelli che, associandosi fra loro, superano l’isolamento individualistico. Nelle società democratiche l’associazione ha dunque un ruolo cruciale, è “la palestra per l’emergere di un’aristocrazia democratica”. Se nelle società tradizionali è la contiguità che rende superflua l’aggregazione, nelle società democratiche, i cittadini da soli sono indipendenti e deboli. Le associazioni, dunque, sono prodotti delle società democratiche che permettono di contrastare le loro stesse patologie.

L’homo civicus rappresenta “l’aristocrazia delle virtù pubbliche” di Tocqueville, che lotta contro le élites della politica e dell’economia, tendenzialmente inclini a concentrare il potere. Non è la società civile in quanto tale, che spesso è vittima dell’individualismo, ma la società civile quando si associa e si occupa della cosa pubblica.[6]

Ancora Tocqueville descrive come gli Americani del suo tempo sono riusciti a frenare – con istituzioni libere – gli effetti dell’individualismo facendo affidamento sul governo locale e sui giornali. L’educazione all’autogoverno locale abitua gli uomini a sviluppare l’idea di bene comune, i giornali (“un’associazione che ha per membri i lettori abituali”) legano gli uomini attraverso le idee e sono decisivi per la formazione della pubblica opinione. Entrambe queste reti associative impediscono la deriva individualistica dell’interesse e aiutano la formazione di una nozione ampia e discorsiva di bene comune, una nozione che non ha timore dei conflitti e della divergenza delle opinioni.

L’esercizio della cittadinanza diventa una cerniera essenziale della società contemporanea: è l’unica forma attraverso la quale gli interessi comuni ritornano – senza imposizioni dall’alto – al centro dell’attenzione degli individui; è la forma libera e democratica per combattere l’idiotismo di massa, è l’uscita dalla solitudine per i più deboli. La tradizione a cui si appoggia la cittadinanza attiva è quella con cui l’Occidente può parlare a voce alta: “la tradizione nella quale la libertà non ha rimosso la comunità.”

È bene però ricordare che anche questa interpretazione del modello occidentale ha un limite: chi si occupa degli affari pubblici è comunque una minoranza della popolazione. Anche nelle società democratiche la partecipazione richiede tempo e volontà, capacità di emergere nell’arena pubblica. È più facile perciò che si affermino nell’azione civica coloro che possiedono il tempo, le risorse e il capitale culturale o che hanno fatto dell’attività pubblica una professione. Ancora una volta rischiano di essere inclusi marginalmente coloro che avrebbero più necessità di partecipare.

Si apre la questione della rappresentatività, alla quale per lungo tempo hanno dato risposta i partiti di massa, offendo alle masse delle società democratiche uno strumento per organizzarsi e partecipare alla vita pubblica. La sfida per i partiti contemporanei è rappresentata dalla capacità di mantenere il contatto con la società: essi devono evitare la tentazione di chiudersi in un atteggiamento autoreferente e autoleggittimante, che non accetta il dialogo e la coabitazione con forme autonome di associazione emergenti dalla società civile.

Secondo Cassano un obiettivo dell’associazione è “mutare il rapporto tra intellettuali, competenze e cosa pubblica”. Se la regola dominante è quella per cui le competenze sono utilizzate dai grandi interessi o dai partiti, “occorre invece iniziare a metterle a disposizione dei cittadini e della discussione pubblica. Il grande problema del nostro tempo – continua l’autore – è quello di restituire l’intelligenza al controllo democratico, dare vita a forme di convivenza e sviluppo tarate sull’interesse generale e non su quello della singola azienda o del singolo partito”.[7]

Le associazioni non devono sconfinare nell’antipolitica, ma costituire un’occasione di rinnovamento della politica, “la fine della sua separatezza e della sua privatizzazione.” Le associazioni sono “un lievito essenziale della democrazia”, senza il quale la delega ai partiti diventa permanente e viene svuotata della legittimazione che ha avuto in passato. Le associazioni devono contribuire a riportare alla luce del sole le decisioni, ad includere nei processi decisionali cittadini consapevoli, a “ricostruire lo spazio pubblico.”

“Quando le decisioni riguardano un prevalente interesse pubblico le competenze non possono essere un affare privato, ma devono passare attraverso una discussione pubblica. I saperi e le competenze devono circolare e passare al vaglio dei molti. Chi si impegna nell’azione civile, pur consapevole dei propri limiti e dei difetti della stessa società civile, è consapevole anzitutto che “ci sono alcuni beni, i cosiddetti beni pubblici, dall’ambiente alla legalità, all’istruzione, alla salute, al diritto alla bellezza, che corrono il rischio di scomparire a seguito dell’inerzia e sotto l’attacco delle speculazioni private.”

Il cittadino attivo è colui che vuole offrire a tutti la possibilità di esserci e di contare, che vuole che i beni pubblici siano tutelati. Per far questo, è necessario unire competenze, intelligenze, democrazia: non accettare, ad esempio, di vivere accanto a centrali di smaltimento di rifiuti senza prima essere stati consultati.

Anche ad una scala più ridotta la difesa dei beni comuni non perde di significato: diventa, ad esempio, una nozione chiave per costruire una tradizione civica laddove è stata debole e soverchiata dal potere di pochi. La cura dei beni pubblici fa leva sul senso di appartenenza, sull’amorloci. Ma la tutela dei beni comuni ha bisogno di strumenti per esprimersi: la cittadinanza attiva è per Cassano il modo più sicuro per tenere alta la tensione, per trasformare l’affetto in vigilanza, per impedire la latenza e la sopraffazione dell’interesse generale da parte dei poteri forti, che non hanno bisogno di mobilitazioni.

Quando la partecipazione cala, sullo spazio pubblico ritorna il buio e la politica torna ad essere privatizzata. Un affare di pochi e per pochi.

Cassano conclude con la consapevolezza che “ha da passà ’a nuttata”, e che “la nottata siamo noi”. Ma allo stesso tempo, che esistono – e se ne sente il bisogno – nella società civile le risorse per poter dire, con Rocco Scotellaro: “è fatto giorno”.

Ad ogni livello, la tutela dei beni comuni richiede una dose robusta di immaginazione: la disponibilità a pensare, come Adorno, il mondo dal punto di vista della sua trasformazione. È necessario avere una qualche confidenza con un’idea laica di trascendenza, capace di allargare la nostra percezione del tempo e dello spazio, ma soprattutto i confini della nostra anima. Una certa forma di nobiltà aiuta a vivere meglio e anche per questo è ragionevole e conveniente.

Postilla

Cassano non sembra spiegare due cose. La prima. In che modo promuovere la formazione dell’homo civicus, in che modo la società data possa sublimarsi nella società civile che “si associa e si occupa della cosa pubblica”. Non c’entreranno forse i rapporti di produzione e il condizionamento sociale che ne nasce? Se si ragionasse su questo piano, allora forse diventerebbe meno oscura la seconda cosa che Cassano non spiega. Come mai un mondo che ha conosciuto (possiamo dire inventato) la libera associazione e la libera stampa, non abbia saputo impedire la riduzione dell’uomo all’homoemptor. (es)

[1] F. Cassano, Homo Civicus. La ragionevole follia dei beni comuni.

[2] Ivi, p. 21.

[3] Ivi, p. 18.

[4] A. de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1992, p. 732.

[5] Ivi, p. 739.

[6] F. Cassano, cit., p. 27

[7] Cassano, cit. p. 159.

L’aggressione scatenata dall’Italia contro l’Etiopia nel 1935 come guerra 'coloniale' è in ritardo sui tempi, sostanzialmente ‘antistorica’, dichiarata in un’epoca in cui altrove in Africa già cominciano a mostrare i primi segni di crisi impianti coloniali ben più solidi e sperimentati.

L’impresa tuttavia è ritenuta da Mussolini un’utile carta da giocare sia sul fronte del prestigio internazionale che su quello interno, dove il recupero di antiche suggestioni imperiali diventa utile strumento di compattamento, soprattutto dopo i guasti causati dalla crisi del ‘29.

D’altro canto egli è anche consapevole - come in effetti ripetutamente dichiara - che la guerra debba essere rapida e, soprattutto, vittoriosa.

Il ricordo delle dolorose disfatte italiane in Africa è ancora vivo nel paese al punto da potervisi richiamare, nella fase preparatoria della guerra, come a un un’onta da cancellare: “vendicare Adua” diventa l’abusata giustificazione ma anche l’efficace spinta ideologica che fa del fascismo il vindice della débâcle dell’Italia liberale, legittimando per questa via la superiorità del regime, capace finalmente di realizzare l’antico sogno di annettere l’impero negussita riscattando l’onore del paese. Per altri versi nella memoria di Adua si raggruma anche un timore mai sopito nei riguardi di un avversario che, per quanto male equipaggiato, è numericamente imponente e può contare su una grande mobilità su un terreno impervio e difficile ma familiare. Anche per questa ragione, per non correre rischi, il regime non bada a mezzi, non lasciando nulla al caso e avvalendosi di una superiorità tecnica indiscutibile che include, pur di allontanare ogni possibilità di fallimento, anche il ricorso all’uso dei gas.

Al riparo dai controlli normalmente garantiti in un governo democratico (oltre che duce del fascismo e capo del governo, Mussolini all’epoca ricopre la gran parte delle cariche politiche: è ministro della Guerra, della Marina, dell’Aeronautica, delle Colonie, degli Esteri, dell’Interno), e disponendo del controllo pressoché totale dei media anche come formidabile strumento di produzione del consenso (non a caso la guerra d’Etiopia, vanamente denunciata da fogli clandestini come “L’Unità”, diviene la più popolare delle guerre italiane), il fascismo può assicurare alla campagna d’Etiopia, e a chi militarmente la conduce, di godere di una totale copertura politica.

Già a partire dalla fase preparatoria della guerra, in un Promemoria segreto di Mussolini, si fa riferimento esplicito all’uso dei gas, prospettato come una normale necessità di guerra.

Datato 30 dicembre 1934 e inviato alle autorità politiche e militari dello Stato, dal documento emergono direttive e scenario dell’imminente guerra all’Etiopia e di una vittoria che si vuole “rapida e definitiva”. A questo scopo Mussolini precisa che si devono predisporre grandi mezzi. “[...] Superiorità assoluta di artiglieria e di gas. Più sarà rapida la nostra azione e tanto minore sarà il pericolo di complicazioni diplomatiche”.

E difatti durante il conflitto Mussolini autorizza, in una serie di telegrammi indirizzati ai generale Graziani e al Maresciallo Badoglio, rispettivamente comandanti del fronte meridionale e comandante superiore in Africa orientale, il ricorso a “qualunque mezzo”, facendo costantemente riferimento alla necessità di operare con la “massima decisione” ed esplicitamente riferendosi all’ “impiego gas qualunque specie et su qualunque scala” (Mussolini a Badoglio, il 29 marzo 1936) pur di piegare la resistenza etiopica, autorizzandone il ricorso anche “per ragioni di difesa” o per rappresaglia. Il duce sembra prendere in considerazione anche l’eventualità di ricorrere, se necessario, all’uso di armi batteriologiche, venendone dissuaso, tuttavia, da Badoglio.

L’uso delle armi chimiche e batteriologiche era stato proibito dal trattato internazionale di Ginevra del 17 giugno 1925 sottoscritto dal governo italiano, che tuttavia lo vìola, in occasione delle sue campagne africane, già in Libia, tra il 1923 e il 1930 (con i governatori De Bono e Badoglio), per piegare la resistenza delle popolazioni locali. Ma è con la campagna d’Etiopia che il ricorso all’uso dei gas da parte italiana si fa sistematico, come risulta esplicitamente da una nota dell’epoca, controfirmata da Mussolini, in cui risulta soprattutto la preoccupazione del regime di trovare possibili giustificazioni alle proprie reiterate e massicce violazioni del trattato di Ginevra, consapevole dell’impossibilità di poter continuare a celarle o negarle a lungo.

In realtà, nonostante le denunce immediate del governo etiopico e di buona parte della stampa internazionale, la consapevolezza del crimine mette in moto, a partire dagli anni del conflitto e fino ad anni assai recenti, una fitta rete di censure, silenzi, rimozioni ma anche di reazioni scomposte nei riguardi di chi cerca di far luce su quelle pagine di storia nazionale. “La guerra chimica - scrive G. Rochat - fu cancellata dalla stampa, dalla produzione documentaria e memorialistica e dalla coscienza popolare con un’efficacia che ha pochi precedenti”.

Ne è risultato, a livello di comune sentire, una sorta di addomesticamento della memoria di estrema efficacia nel rimuovere colpe e responsabilità che l’inaccessibilità degli archivi ha a lungo contribuito a sottrarre allo studio e alla ricerca.

E’ solo nel 1996, a distanza di sessant’anni dagli eventi e a seguito di polemiche durate decenni che, in risposta ad una serie di interpellanze parlamentari e ad un appello sottoscritto da buona parte degli storici italiani, il Governo italiano ammette ufficialmente attraverso il ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, l’impiego di bombe e proiettili d’artiglieria caricati ad iprite e arsine in occasione della guerra d’Etiopia.

La recente apertura degli archivi militari ha consentito agli storici una prima stima che, senza pretesa di completezza, valuta in almeno 500 tonnellate il totale di iprite e fosgene utilizzato contro militari e civili etiopici in azioni effettuate anche negli anni successivi alla proclamazione dell’Impero.

Qui il link al Museo Virtuale delle Intolleranze e degli Stermini (f.b.)

Salò, una Legge contro la Storia-Appello degli storici

L’appello di numerosi storici italiani contro la legge sullo status di militari combattenti ai seguaci della Repubblica sociale italiana

La maggioranza parlamentare di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi ha portato in parlamento e sta per approvare il disegno di legge n.224, presentato dai parlamentari di Alleanza Nazionale, che in soli due articoli rovescia il senso della Resistenza e della contrapposizione tra i giovani che scelsero di lottare contro i tedeschi occupanti, il terrore nazista e i fascisti della «repubblica sociale» e quelli che all`opposto decisero di arruolarsi nelle file dell`esercito di Salò e combatterono per venti mesi contro i partigiani e gli alleati angloamericani.

disegno di legge stabilisce che ai soldati e agli ufficiali che militarono nell`esercito della «repubblica sociale italiana» deve essere riconosciuto lo status di militari combattenti equiparato a «quanti combatterono nei diversi paesi in conflitto durante la seconda guerra mondiale».

Si mette così sullo stesso piano la scelta di chi ha lottato e versato il proprio sangue per costruire in Italia la democrazia parlamentare e la giustizia sociale, e quella di chi non solo non ha rinnegato gli obiettivi politici e ideologici della dittatura fascista, ma ha ritenuto di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell`Ordine nuovo nazista, simboleggiato dall`orrore di Auschwitz.

È il primo passo per ottenere che ai fascisti di Salò vengano concesse medaglie al valor militare e decorazioni per la battaglia sostenuta con i nazisti contro l`indipendenza nazionale dell`Italia, contro la democrazia e la libertà.

Invitiamo l`opposizione parlamentare e l`opinione pubblica democratica del nostro paese a reagire con tutti i mezzi per impedire che questo rovesciamento di valori sia sancito dal Parlamento e diventi legge dello Stato. Qui non si tratta, come é giusto, di rispettare i caduti di ogni colore, ma di difendere i valori della Resistenza e della lotta di Liberazione e i principi fondanti della Repubblica e della Costituzione contro una maggioranza che vuole sradicare le basi stessi della nostra convivenza civile e della nostra identità democratica.

Hanno già aderito all`appello

Daniela Adorni, Aldo Agosti, Bruno Anatra, Massimo Baioni, Francesco Barbagallo, Ornella Bianchi, Bruno Bongiovanni, Camillo Brezzi, Franco Carboni, Sandro Carocci, Carlo Felice Casula, Enzo Cervelli, Enzo Collotti, Pietro Corrao, Claudio Della Valle, Giovanni De Luna, Giancarlo Jocteau, Maria Ferretti, Vincenzo Ferrone, Roberto Finzi, Massimo Firpo, Patrizia Gabrielli, Marco Galeazzi, Benedetta Garzarelli, Raffaele Licinio, Fiamma Lussana, Sergio Luzzatto, Luisa Mangoni, Aldo Mazzacane, Brunello Mantelli, Guido Melis, Giovanna Merola, Giovanni Miccoli, Giovanni Murgia, Claudio Natoli, Adolfo Pepe, Rossano Pisano, Giuliano Procacci, Leonardo Rapone, Giuseppe Ricuperati, Maurizio Ridolfi, Giuseppe Sergi, Simonetta Soldani, Gianfranco Tore, Francesco Tuccari, Rosario Villari, Giovanni Vitolo, Albertina Vittoria

Chi vuole aderire all`appello può scrivere a Nicola Tranfaglia, Dipartimento di Storia, Università di Torino, via S. Ottavio 20 (email nicola.tranfaglia@unito.it).

Il 6 aprile 1941 l'esercito italiano e quello nazista invasero la Jugoslavia. La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro.

Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio 1941, con effettivi molto limitati (vengono successivamente indicate in 8-10 mila). Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre 1941. Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, furono fucilate 2300 persone).

Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.

La terza grande offensiva si svolge dal 12 aprile al 15 giugno 1942, sotto la direzione del generale Roatta. Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.

Intensificazione delle azioni contro guerriglia in Slovenia da parte delle forze del XI^ Corpo d'Armata (quattro Divisioni italiane, con l'aggiunta dei fascisti sloveni della "Bela Garda" (Guardia Bianca). Sempre feroci le azioni di terrorismo contro i civili e la deportazione delle popolazioni di intere zone, senza distinzioni di sesso e di età.

Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista

nei 4.550 Km quadrati di questo territorio:

Ostaggi civili fucilati: n. 1.500

Fucilati sul posto: n. 2.500

Deceduti per sevizie: n. 84

Torturati e arsi vivi: n. 103

Uomini, donne e bambini morti nei campi di concentramento: n. 7.000

Totale: n. 13.087

In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni.

In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".

I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (Yugoslavia) ne morirono 1.500 circa. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.

A proposito ecco un documento del 15 dicembre 1942, in quella data l'Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati "presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame", sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".

Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di "briganti comunisti passati per le armi" e "sospetti di favoreggiamento" arrestati, in una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose; "Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!".

L'ultima frase è sottolineata, il generale Robotti alludeva alle parole d'ordine riassuntive del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda) il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:

"Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente".

E infatti furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.

Dal sito dell'ANPI

Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste, Edizioni Kappa Vu, Udine 1997

Il libro è integralmente pubblicato in formato digitale nel sito http://www.cnj.it/foibeatrieste/, "per renderne accessibile la preziosa documentazione in seguito all'esaurimento di tutte le copie disponibili".

PREFAZIONE

Credo che il lavoro di Claudia Cernigoi sia una specie di lezione per la categoria di persone che si occupano professionalmente di storia, alla quale appartengo, che tanto scarsa prova di se hanno dato nell’affrontare la questione delle foibe. Mentre infatti paleo e neo revisionisti e fascisti, largamente finanziati da privati e istituzioni pubbliche, inviano i loro libercoli propagandistici a magistrati e scuole, dove poi vengono invitati - per ignoranza o peggio - a tener lezione sul “genocidio di italiani della Venezia Giulia”, gli storici professionisti “democratici.. (salvo rare e perciò ancor più apprezzabili eccezioni, che peraltro non trovano spazio sugli stessi media che ne offrono in abbondanza a Pirina & C.) non si degnano di affrontare seriamente la questione per mettere fine alle strumentalizzazioni, ma si dedicano, nel migliore dei casi, a girare attorno all’argomento e a dotte riflessioni su giornali e TV che generalmente giungono a

una conclusione comune: quanto fossero cattivi i comunisti, e gli “slavocomunisti” in particolare, e come le masse combinino orrori quando si muovono per modificare a proprio favore equilibri sociali ormai insopportabili. E nel fare tutto questo si danno sostanzialmente per buone cifre e tesi presentate dai revisionisti, limitandosi a formulare ipotesi sulle motivazioni dei presunti “massacri”.

Ma come biasimare gli storici “democratici”, se poi a scatenare l’ultima campagna propagandistica sulle foibe a livello nazionale è stata la “sinistra democratica” ora al governo! Essi in realtà non fanno che adeguarsi (con maggiore o minore convinzione) al clima della “pacificazione nazionale” (che partendo dalla comprensione per i fascisti arriva a farne dei martiri dell’”italianità”), finalizzata al ricompattamento politico della borghesia italiana e a fornire un supporto ideologico alla nascente Seconda Repubblica e alle sue mire da potenza regionale. Indirizzandosi queste mire in primo luogo verso obiettivi tradizionali, come l’Albania e le regioni confinarie slovene e croate, ecco rimessi in campo anche gli altrettanto tradizionali strumenti propagandistici e di pressione su Slovenia e Croazia, da sempre inscindibilmente legati tra loro: foibe ed esodo. E non si può non accorgersi di come le campagne stampa su questi temi preparino il terreno, con l’aizzamento dell’odio nazionale, a un eventuale energico intervento di “riparazione dei torti subiti”.

Il lavoro di Cernigoi, anche se affronta la questione foibe nel solo territorio della provincia di Trieste, era quindi più che necessario. L’autrice non nega la realtà delle foibe, né gli eccessi e le vendette personali, ma attraverso una ricerca rigorosa riporta il fenomeno fuori dal mito, presentandoci sull’argomento un lavoro agile, ma organico e completo. I risultati immediati del lavoro (presentato già in parte sul periodico La Nuova Alabarda) sono tutt’altro che disprezzabili (tenuto conto poi del fatto che i media locali ne hanno costantemente taciuto) avendo infatti costretto Pirina a ritirare “spontaneamente”dal commercio il suo “Genocidio” per correggerne gli “errori”. Ma è stata anche messa in serissimo dubbio l‘esistenza di infoibati in quella che è la foiba-simbolo di Trieste, quella di Basovizza (lo Šoht), dichiarata monumento nazionale non molti anni fa e sulla quale si svolgono ogni anno celebrazioni, alle quali partecipano autorità e picchetti d’onore militari.

I meriti maggiori del libro sono però due: l’aver affrontato la questione di chi e quanti fossero gli infoibati nella zona di Trieste e la ricostruzione, breve ma esaustiva, della storia dell’utilizzo propagandistico delle foibe. Il curriculum di squadristi, aguzzini, spie e altro, nonché la presenza tra gli uccisi di diversi sloveni, smentisce nel modo migliore la tesi degli infoibati uccisi solo in quanto italiani e chiarisce i veri motivi del fenomeno foibe.

Per quel che riguarda il numero degli infoibati si tratta di ristabilire semplicemente la verità storica - quella di un fenomeno limitato – di fronte alle cifre iperboliche letteralmente inventate dagli ambienti nazionalisti e (neo)fascisti.

La ricostruzione delle vicende dell’uso propagandistico del tema foibe dimostra come la cosa venga da lontano e come quella intorno alle foibe sia stata, e sia tuttora, una operazione di vera e propria “dezinformacija”, di guerra propagandistica, e lascia intravedere, per gli ambienti in essa coinvolti (X Mas), collegamenti con altre operazioni (per es. Gladio). E risulta molto più plausibile anche l’ipotesi che la costante riproposizione delle sparate propagandistiche sulle foibe faccia parte di un progetto politico molto più ampio (comprendente per esempio l’insediamento massiccio di esuli a Trieste) per mantenere alta la tensione nazionale in queste terre di confine.

Ed è proprio a partire da questo ultimo tema, che indica prospettive di ricerca tutte da percorrere, che vorrei fare alcune considerazioni generali più ampie. Contro il revisionismo, ormai divenuto dottrina semi-ufficiale anche della sinistra di governo, non serve a mio avviso cercare di difendersi, come fanno parte degli ex comunisti locali sulla questione delle foibe, vantando meriti patriottici e scaricando le presunte responsabilità sui comunisti sloveni e croati, facendo così il gioco di chi vuole ridurre tutto a contrapposizione nazionale, A mio avviso la sfida del revisionismo va accettata ritorcendogli contro i suoi stessi argomenti, come ha fatto l’autrice di questo libro, e abbandonando l’impostazione oleografica della Resistenza. La Resistenza non è stata infatti solamente lotta di liberazione nazionale, ma anche lotta per il potere da parte della classe operaia e delle altre classi subalterne.

Nella Resistenza c’era chi lottava per questi obiettivi e chi (per sua stessa ammissione) c’era entrato per impedire che tali obiettivi si realizzassero, se necessario anche con le armi e con l’aiuto dei fascisti, e riconsegnare il potere nelle mani di quella borghesia che il fascismo lo aveva finanziato e messo al potere. Come dimostra anche la vicenda delle foibe, i connubi con i fascisti sono continuati anche nel dopoguerra, tanto che lo stesso assioma secondo il quale la Repubblica sarebbe nata dalla Resistenza va messo in discussione, viste le persecuzioni dei partigiani comunisti e le stragi di operai e contadini attuate da quella stessa Repubblica (con largo ricorso a personale fascista) fin dall’immediato dopoguerra (per non parlare delle successive “Stragi di Stato”).

Alla luce di queste considerazioni e di quanto dice questo libro risulterà forse più chiaro come mai ogni anno rappresentanti ufficiali delle istituzioni repubblicane si rechino alla foiba di Basovizza ad onorare la memoria di “martiri dell’italianità” del tipo di quelli che ci descrive Claudia Cernigoi. Ed i primi a sentirsi offesi dal fatto che l’italianità venga rappresentata da “martiri” di tale risma, dovrebbero essere proprio quegli italiani che desiderano rispettare se stessi ed essere rispettati dai popoli vicini.

Sandi Volk

ricercatore storico

INTRODUZIONE

È da ormai cinquant’anni che l’immaginario reazionario si trastulla con il discorso del “genocidio” delle foibe, ma negli ultimi due anni il problema ha assunto rilevanza nazionale dopo la campagna stampa attivata intorno all'inchiesta sulle foibe condotta dal Pubblico Ministero di Roma Pititto e, più recentemente dall’estate del '96, dopo gli interventi non solo locali ma anche a livello nazionale dei vertici del P.D.S. che, in una malintesa logica di “pacificazione”, hanno raccolto gli inviti delle destre revisioniste che chiedevano, dopo il processo Priebke, anche «giustizia per i crimini delle foibe» [1]. Dopo questa pubblica “assunzione di colpa”, da parte del partito degli ex-comunisti (si noti però che queste “colpe” il P.D.S. le fa comunque ricadere su altri, non su se stesso!), anche i dibattiti e le discussioni sulla revisione della storia hanno preso nuovo avvio, ma questo problema lo approfondiremo in maniera più organica nell'ultimo capitolo.

Lo spunto per questa nostra ricerca ci è stato dato dalle dichiarazioni del PM Pititto, che intende chiedere il rinvio a giudizio per “genocidio” di un numero imprecisato di persone, e che ha più volte asserito che una delle “prove” basilari della sua inchiesta sono i libri pubblicati dal pordenonese Marco Pirina.

È appunto partendo da uno di questi libri di Pirina (il numero 4 della collana “Adria Storia” ovvero “Genocidio...”, che tratta anche della zona di Trieste), che abbiamo cercato di fare un po’ di luce su tutto ciò che in questi anni è stato detto a proposito (ed a sproposito!) sulle foibe.

Le pagine che seguono non vogliono essere un punto di arrivo ma un punto di partenza per fare finalmente luce sulla questione foibe, al di là delle facili retoriche, delle demagogie strumentali, degli pseudo-studi condotti finora solo da una parte politica, in funzione meramente propagandistica.

Noi non affronteremo il problema “foibe” né da un punto di vista politico né da un punto di vista etico: intendiamo semplicemente fornire dei dati di fatto (sui quali non v’è possibilità di intervenire polemicamente, perché si tratta appunto di fatti dimostrati) allo scopo di ritrovare le vere dimensioni di quello che viene spacciato come «genocidio di migliaia di infoibati perché italiani». In tutti questi anni a Trieste la destra ha continuato a perpetrare la propria ideologia facendosi forte della lotta contro gli «slavocomunisti infoibatori di italiani», mentre la sinistra non ha mai avuto la volontà di prendere in mano i dati sulle foibe per cercare di fare chiarezza, per ricercare la verità, per realizzare uno studio serio, basato su dati incontrovertibili e testimonianze attendibili e non su “voci” o “sentito dire”; uno studio che dimostri cosa effettivamente c’è e c’è stato nelle varie foibe; quanti siano realmente stati i morti e di questi quanti i militari, quanti i partecipanti ai rastrellamenti, quanti i membri della Guardia Civica, della Guardia di Finanza, dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza e quanti i civili; e di questi quanti i collaborazionisti e via di seguito.

Lo studio che presentiamo vuole appunto fare chiarezza sulla storia delle nostre terre, vuole rendere giustizia ai morti di tutte le parti, finora strumentalizzati a scopo di propaganda; vuole mettere fine a quella continua creazione di elementi di tensione politica in un’area di confine delicata come la nostra e, oltretutto, potrebbe servire a liberare finalmente anche gli Sloveni e la sinistra tutta da quel senso di colpa che si portano dietro come “infoibatori”, accusa che viene loro mossa incessantemente da cinquant’anni senza che d’altra parte si tenga minimamente conto dei vent’anni di dominio fascista e snazionalizzazione forzata subita dai popoli “non italiani” e dei successivi anni di guerra con massacri feroci perpetrati contro le popolazioni dell’Istria, della Slovenia e di tutta quell’area che una volta veniva chiamata Venezia Giulia.

Le “prove” del “genocidio”

Gianni Bartoli, già sindaco democristiano di Trieste (noto come Gianni Lagrima dato che nei suoi comizi si metteva regolarmente a piangere ricordando le terre perdute d’Istria e Dalmazia), pubblicò nel 1961 il “Martirologio delle genti adriatiche-Le deportazioni nella Venezia Giulia e Dalmazia”, libro che raccoglie 4.122 nomi di “scomparsi” (dalle province di Trieste, Gorizia, Istria, Dalmazia...); questi nomi sono accompagnati da note biografiche che, pur nella loro incompletezza, possono servire, se lette con un minimo di fantasia e senso critico, ad inquadrare la realtà dei fatti. Dei militari, ad esempio, è spesso indicato il posto in cui risulterebbero dispersi (dispersi in combattimento, si badi bene, quindi non “infoibati”); le indicazioni riferite ai “civili”, invece, possono spesso essere d'aiuto per ricostruire la storia della persona scomparsa, che da un’indagine accurata può risultare completamente diversa da quella indicata da Bartoli [2].

Un altro discorso merita l’”Albo d’oro” [3] di Luigi Papo (che si autonomina “de Montona”, ma, visto che è nato a Grado e non a Montona, che è una cittadina dell’Istria, a noi viene voglia di chiamarlo “de Grado”...), il quale riporta (salvo errori di computo nostri, visto che lui non fornisce il totale), 20.712 nomi di morti tra Trieste, Gorizia, Istria, Dalmazia e non meglio identificate “terre irredente” (“Fronte russo”, “Fronte greco”, Corsica...), in un periodo storico che inizia con il 10.6.40, ed arriva fino a citare il generale Licio Giorgieri (ucciso dalle B.R. il 28.3.87) ed il militare Millevoi Andrea (ucciso a Mogadiscio l’1.7.93). E perché non, ci chiediamo noi, anche Pietro Greco, ucciso a Trieste dalla polizia il 9.3.85 oppure i giornalisti della RAI uccisi a Mostar e a Mogadiscio nel 1994 ?

Tra questi oltre ventimila nomi troviamo: tutti i caduti sui vari fronti della seconda guerra mondiale, i deportati nei lager tedeschi, i partigiani (mancano però sia Alma Vivoda, uccisa da un carabiniere a Trieste il 28.6.43 [4], che Pinko Toma’i’, fucilato ad Opicina dai fascisti il 15.12.41), i morti sotto i bombardamenti, nelle rappresaglie naziste, e le “vittime degli slavi” tra le quali spiccano perle come questa: «Ciurcovich Leonardo, da Borgo Erizzo (Zara), ivi ucciso il 9.8.40 per aver difeso la propria italianità di fronte ad elementi slavofili». Con quel cognome la vicenda ci pare contraddittoria...

Oppure quest’altra: «Serbo Eugenio, capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta deceduto il 14.12.44 a Leitmeritz».

Ora, Leitmeritz è il nome tedesco di Litom’rice, cittadina che si trova nell’attuale Repubblica Ceca nei pressi di Terezin [5], praticamente a metà strada tra Praga e Dresda. Ci pare difficile che i non meglio identificati “slavi” di cui parla Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco.

Nell’insieme il libro di Papo è un elenco di nomi e dati non sempre completi. Quanto alle introduzioni ed alle note, più che della solita becera propaganda nazional/fascista non si tratta. Giova forse ricordare che durante la guerra Luigi Papo si è reso responsabile di rastrellamenti in Istria; fu arrestato dai partigiani per i crimini di guerra da lui commessi e deportato a Prestranek in Slovenia, da dove però venne rilasciato. Importante elemento dei servizi d'informazione della Milizia repubblichina, collaborò, dopo la fine della guerra con i servizi alleati ed i neocostituiti servizi italiani, occupandosi, indovinate un po', di documentazioni sulle foibe... Logicamente non possiamo attenderci da lui informazione storica imparziale.

Tuttavia, pur con tutte le duplicazioni e le inesattezze presenti nei libri di Bartoli e di Papo, essi sono di gran lunga più accurati degli elenchi pubblicati nei libri di Pirina [6], che riportano anch’essi duplicazioni ed inesattezze (senza, tra l’altro, avere la scusante che potrebbe avere Bartoli e cioè che ai suoi tempi non esistevano i computer!), ed hanno inoltre il grosso difetto di non riportare la minima nota esplicativa ai nomi trascritti. Si tratta cioè di un mero elenco di nomi, a volte solo di cognomi, talvolta con l’indicazione della qualifica e della data di “scomparsa” (ma tali indicazioni, anche quando ci sono, spesso - come vedremo - non corrispondono al vero); in ogni caso, Pirina non chiarisce cosa possa essere successo a questi "scomparsi", limitandosi a scrivere “D” per deportato, “S” per scomparso, “I” per infoibato...; però non riporta alcun “R” (rimpatriato) se il “deportato” ha poi fatto ritorno, come in molti casi è successo. Tutto ciò serve solo a lasciar credere che tutti i deportati siano anche scomparsi facendo lievitare le cifre dei morti.

Neanche nel capitolo dedicato alle “foibe” Pirina dà prova di serietà, mescolando assieme “foibe” istriane e triestine, inserendo prima un ‘abisso di Semich’ e poi un ‘abisso di Semez’ nella stessa pagina, senza accorgersi (?) che si tratta dello stesso “abisso” e facendo poi una gran confusione tra i morti della foiba Plutone e quelli di Gropada. Vale la pena qui di citare il passo, perché è indicativo del modo di lavorare di Pirina:

«FOIBA DI GROPADA. Sono recuperate 5 salme. “...Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada 34 persone, previa svestizione e colpo di rivoltella alla nuca. Tra le ultime Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari”».

A parte che Pirina non cita la fonte da cui ha tratto questi dati, va precisato in ogni caso che dalla foiba di Gropada furono recuperati 10 corpi di persone uccise in tempi diversi, e che, come vedremo nel Cap. III, Dora ‘ok (e non Ciok!) e Marega sono stati uccisi a Gropada nel maggio del ‘45, ma Zuliani e Zerial furono infoibati già a gennaio (erano due ex-partigiani.che si erano dedicati alla borsa-nera); ed infine Bigazzi (non Bisazzi!) e Mari sono stati uccisi e gettati nella Plutone (foiba che Pirina stranamente non nomina).

Ma appunto neanche Pirina è uno “studioso” imparziale. Presidente del FUAN (l’organizzazione universitaria neofascista) a Roma alla fine degli anni Sessanta, fu anche presidente del “Fronte Delta”, gruppo di estrema destra operante all’università “La Sapienza” di Roma. Per l’attività in questo gruppo fu incriminato per il coinvolgimento nel golpe Borghese; arrestato nel luglio del 1975 fu rilasciato un mese dopo e poi prosciolto, come tutti quelli coinvolti nel golpe. Alla fine degli anni Ottanta Pirina fonda a Pordenone l’associazione “Silentes loquimur”, e, grazie anche a finanziamenti pubblici, è riuscito a sfornare più o meno un libro all’anno sui temi dei “crimini” compiuti dai partigiani, testi di matrice tipicamente revisionista e comunque pieni di inesattezze e falsi storici.

Nella sua carta intestata si autonomina “Prof. Marco Pirina, deputato al Parlamento Mondiale per la Sicurezza e la Pace, Presidente Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes loquimur”, presidente Commissione Cultura comune di Pordenone” (quest’ultima parte, purtroppo, corrispondeva al vero, almeno fino alle recenti elezioni comunali).Ed è proprio dall’analisi del libro “Genocidio... Adria storia 4” di Marco Pirina ed Annamaria D’Antonio (edito dalla “Silentes loquimur”), che presentiamo nelle pagine seguenti, che risulterà evidente il metodo della falsificazione e del revisionismo storico seguito dai due autori.

CAPITOLO I

A TRIESTE LA STORIA NON COMINCIA IL 1° MAGGIO 1945

1.UN PO’ DI STORIA

Prima di addentrarci nella “ricerca” di Pirina dobbiamo parlare un po’ di storia, perché la storia di Trieste e della Venezia Giulia non è purtroppo molto conosciuta, neanche in zona, e spesso la gente tende a dimenticare che prima del 1° maggio del 1945 (giorno della liberazione di Trieste per mano partigiana) erano accadute un bel po’ di cose, la maggior parte delle quali di gran lunga peggiori delle peggiori azioni compiute nei 40 giorni di amministrazione jugoslava. Ma la maggior parte della gente, purtroppo, tende a dimenticare le cose avvenute prima, anche perché, come diceva il poeta Carolus Cergoly nella sua poesia sulla Risiera di S. Sabba: «Su, femo i bravi. / In fondo xe un brusar / Ebrei e Slavi» [1]. Così era la concezione mentale del triestino medio, che non visse male sotto il fascismo prima ed il nazismo poi, perché “non si occupava di politica”, innanzitutto, e poi era “italianissimo” ed “arianissimo”, ed in fin dei conti sotto il duce non ci mancava niente e poi i Tedeschi mettevano un po’ d’ordine ed in fin dei conti gli Slavi sono un popolo di bifolchi e gli Ebrei lasciamo perdere... così era, ma così, disgraziatamente, è ancora, almeno in parte.

A Trieste il nazionalismo italiano assunse delle connotazioni esasperate, con caratteristiche che saranno poi tipiche dello squadrismo fascista, già prima dell’inizio della prima guerra mondiale. I propugnatori di questo “ideale” furono gruppi irredentistici, legati soprattutto ad alcuni ambienti massoni ci cittadini. Tra gli “ideologi” di questo irredentismo troviamo Ruggero Timeus il quale, dopo essersi autodefinito “irredentista-imperialista”, “militarista e conquistatore” asseriva: «A noi che la lotta abbia un carattere civile o anticivile non importa nulla... contro questi “ignari bifolchi” ...noi non possiamo rispondere con la severa coscienza nazionale... ma con l’odio che sussulta, che aggredisce, che affama... nell’Istria la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono... Se una volta avremo la fortuna che il governo sia quello della patria italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti questi bifolchi sloveni e croati...» [2]. Va precisato che nell’”Istria” Timeus comprendeva anche tutta la zona di Trieste, retroterra carsico compreso. Diceva ancora Timeus: «è dovere d’ogni popolo uccidere ogni imperialismo che non sia il suo», «noi accettiamo l’assioma germanico che la bontà di un’idea si dimostra con la forza» ed ancora: «l’italianità si afferma imponendola ai popoli stranieri. È questo un ideale che non si esaurisce che con la conquista del mondo».

Riteniamo a questo punto opportuno ricordare che al signor Timeus, propugnatore di simili “ideali”, è tuttora dedicata una via di Trieste...

Le idee di Timeus non erano solo sue, erano condivise da buona parte di quel movimento irredentista di cui si diceva prima, magari non in maniera tanto “estremista”, ma che comunque vedeva necessario stroncare i popoli slavi per fare spazio all’imperialismo italiano e che identificava nel plurinazionalismo asburgico il proprio nemico da eliminare.

Dopo la fine del primo conflitto mondiale le tappe della repressione “antislava” procedettero rapidamente: i soldati austroungarici prigionieri che rientravano a casa, soprattutto se slavi, vennero internati in campi di prigionia speciali e particolarmente duri, dove molti trovarono la morte per le privazioni e le malattie [3].

Come già nelle Valli del Natisone, dove la snazionalizzazione forzata della comunità slovena locale iniziò immediatamente dopo l’annessione al Regno d’Italia, così pure nella neonominata “Venezia Giulia” (composta dalle province di Trieste e di Gorizia, compresi i retroterra che oggi si trovano in Slovenia e l’Istria), sia nelle città che nelle campagne iniziarono subito le opere di snazionalizzazione e repressione. Già il 13 dicembre 1918 lo scrittore Sem Benelli, all’epoca capo dell’Ufficio Politico del Comando in Capo della Piazza Marittima di Pola, scrisse in un rapporto ufficiale: «le società politiche Jugo-Slave mantengono continuamente desto lo spirito di rivolta. Sono focolai che non hanno grande importanza ma che tengono gli animi sospesi ed a volte formano qual.che fanatico. Essi sono i piccoli Narodni Dom delle campagne. Si chiamano “Citaonce” ossia società di lettura... sarebbe opportuno sciogliere questi circoli politici... Anche il giornale Hrvatski List che nelle campagne è molto letto dai Croati, mantiene vivo il fermento Jugoslavo e la convinzione che l’occupazione italiana sia semplicemente provvisoria». L’originale del documento reca una nota manoscritta, relativamente al giornale: «farlo partire sempre con alcuni giorni di ritardo?» [4].

È dell' aprile del ‘19 invece la nota del commissariato civile di Pola in cui si comunica che delle 49 scuole croate (37 pubbliche e 12 private) esistenti prima dell’arrivo dell’Italia in quelle terre, 45 erano state chiuse, ma «era però necessario di provvedere acchè migliaia e migliaia di fanciulli non rimanessero, in seguito alla chiusura di tante e tante scuole, senz’alcuna istruzione. In esecuzione degli ordini del predetto Comando venivano perciò aperte scuole e giardini infantili con lingua d’insegnamento italiana anche in quelle frazioni dove non era ancora sistemata una scuola italiana provinciale e fu assunto il personale necessario» [5]. Queste direttive anticipano la famosa legge di riforma delle istituzioni scolastiche dell’ottobre 1923 (la legge Gentile) che sancirà la definitiva chiusura delle scuole di lingua non italiana (tedesche, slovene, croate) nelle nuove province del Regno d’Italia. «Nel corso dei cinque anni scolastici successivi, con l’uscita delle generazioni scolastiche precedenti, la lingua slovena sparì dalla scuola statale. Ciò significò la trasformazione di quasi 500 scuole elementari slovene e croate in scuole italiane» [6].

Trieste ha anche un altro primato: «il 3 aprile 1919, a pochi giorni di distanza dalla fondazione dei fasci in piazza S. Sepolcro a Milano (23 marzo 1919), il fascio veniva costituito a Trieste» [7]. Cresce l’attività di violenza squadrista del neo-costituito partito fascista: nel 1920 a Trieste viene incendiato il centro economico, politico e culturale dei gruppi etnici sloveni e croati della città, il Narodni Dom, costruito all’inizio del secolo su progetto dell’architetto Max Fabiani, che ospitava al proprio interno una sede bancaria, un centro culturale, un albergo e la tipografia dei principali giornali sloveni, tra cui il quotidiano “Edinost”. L’edificio non verrà restituito, neppure dopo la Liberazione, alla comunità slovena della città ed oggi è trasformato in sede universitaria.

Tra il 1919 ed il 1922 i fascisti, finanziati dalla destra economica, «incoraggiati dall’alta burocrazia civile e militare, aizzati dalle campagne provocatrici e sciovinistiche del quotidiano “Il Piccolo” diretto da Alessi» [8], compiono decine di azioni squadristiche contro centri culturali e politici di tutta la “Venezia Giulia”, incendiando e distruggendo sedi, redazioni di giornali, tipografie; aggredendo, picchiando ed anche uccidendo militanti politici (però vi furono violenze anche contro scolaresche e va citata la strage di Strugnano [9], del 19.3.21, dove i fascisti spararono dal treno contro un gruppo di bambini che giocavano, ne uccisero due e ne ferirono cinque, due dei quali rimasero invalidi per tutta la vita).

Alla fine di queste “operazioni” si ebbe la chiusura di quasi mille circoli, tra culturali, sportivi, assistenziali, e moltissimi dei beni, confiscati, venivano assegnati ad associazioni fasciste. Nella maggior parte dei casi neanche queste sedi sono mai state restituite dallo Stato italiano, “nato dalla Resistenza”, agli aventi diritto.

Dopo la presa del potere da parte del fascismo, nel 1922, le violenze divennero anche “legali”: dal 1926, con l’entrata in vigore delle “Leggi Speciali per la difesa dello Stato” e poi dal 1931 con il codice Rocco e le sue leggi di polizia, la soppressione della stampa d’opposizione e lo scioglimento di tutti i partiti, ogni speranza di democrazia era sparita dall’Italia.

Oltre le azioni squadristiche v'erano anche altri sistemi per attuare la “pulizia etnica”: ad esempio i dipendenti non italiani (Sloveni, Croati, Tedeschi...) delle amministrazioni pubbliche (ferrovieri, insegnanti, poliziotti...) vennero o allontanati mediante trasferimento in località all’interno del Regno, oppure addirittura costretti a licenziarsi [10].

Contemporaneamente inizia la “riduzione” in forma italiana dei toponimi e dei nomi e cognomi “stranieri” [11], in modo tale da cancellare, ove possibile, anche la memoria dell’esistenza slava in queste terre.

Contro queste azioni di pulizia etnica e di programmato etnocidio vi furono dei tentativi di resistenza, anche armata, compiuti con organizzazioni “segrete”, quali il T.I.G.R. [12] e l'organizzazione “Borba”, che agivano contro singoli squadristi o collaborazionisti, contro postazioni militari e contro le scuole, che erano diventate centri di snazionalizzazione. Queste attività portarono ad una repressione feroce, basti pensare che «su 978 processi condotti dal Tribunale Speciale fascista negli anni 1927-1943, 131 furono condotti contro 544 imputati appartenenti alle minoranze slovena e croata. Su un totale di 4.596 condanne pronunciate, 476 furono comminate a Sloveni e Croati. Su 27.727 anni di carcere sentenziati, 4.893 furono inflitti a queste due comunità. E infine, su 42 condanne a morte, 33 furono emesse contro Sloveni e Croati. Negli anni 1930-1942 caddero davanti ai plotoni di esecuzione fascisti 19 Sloveni, dieci di essi prima dell'inizio della vera lotta armata» [13].

Il 6 aprile 1941 l’Italia sferra l’attacco alla Jugoslavia, arrivando alla creazione della “Provincia di Lubiana”, ed arrestando numerosi esponenti antifascisti sloveni, originari delle province di Trieste e Gorizia, che erano stati costretti all’esilio dalla repressione fascista. L’occupazione della Provincia di Lubiana, durata 29 mesi, fu contrassegnata da particolare durezza, tanto che esistono documenti del comando superiore delle Forze Armate italiane che recitano: «il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente” bensì da quella “testa per dente”» [14] e «si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti. Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostrassero timidezza ed ignavia...» [15]. Già i127 aprile del 1941, a Lubiana, si era costituito l’Osvobodilna Fronta–Fronte di Liberazione che, basandosi su un accordo interpartitico di lotta contro gli invasori italiani, tedeschi ed ungheresi, ed appoggiandosi ad alcuni militari jugoslavi non disposti ad arrendersi, sviluppò azioni di lotta partigiana fin dall’inizio contro gli occupanti, collegandosi anche con elementi attivi nel Litorale sloveno, cioè nelle province di Trieste e Gorizia.

Delle repressioni compiute dai fascisti in Istria, in Slovenia e nell’entroterra triestino e goriziano durante il secondo conflitto mondiale, stragi, incendi di villaggi, deportazioni in campi di sterminio (che non erano solo tedeschi ma anche “italianissimi” come quelli di Arbe-Rab, in Dalmazia e di Gonars in Friuli), esiste ampia documentazione [16]; tanto per citare delle cifre: «Dopo il 1941 l’occupazione italiana e poi tedesca di ampi territori jugoslavi (vengono annesse all’Italia la “provincia di Lubiana”, capitale slovena e la Dalmazia occupate) è particolarmente feroce e provoca sino al 1945 nei territori adriatici (Litorale) tra gli Sloveni e i Croati ed anche tra antifascisti italiani complessivamente 45.000 morti, 7000 invalidi, 95.460 arrestati, internati e deportati in campi di concentramento italiani e tedeschi, 19.357 case distrutte totalmente e 16.837 parzialmente (per lo più interi villaggi), il tutto con atrocità in cui si distinguono sia italiani che tedeschi» [17].

Scrive Galliano Fogar [18]: «II 7 ottobre (1943, n.d.a.) Berlino annuncia la conclusione dei rastrellamenti “nella regione di Trieste da parte delle truppe tedesche e di reparti fascisti: sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri 4.900 sono stati catturati fra cui gruppi di ufficiali e soldati badogliani". Un comunicato del 13 afferma che la “pace” è stata raggiunta grazie a più di 13mila banditi uccisi o fatti prigionieri... A parte la gonfiatura propagandistica delle cifre, il numero delle vittime è stato altissimo e fra esse buona parte è di inermi civili.(...) “L’impeto dei tedeschi è meraviglioso” commenta il quotidiano triestino “Il Piccolo”. Raccontando l’odissea di un gruppo di prigionieri liberati dall’intervento germanico, il cronista rileva che gli scampati, mentre si dirigono verso Trieste, possono constatare che “ogni casa ha uno straccetto bianco di resa e tutti i rimasti salutano romanamente chiedendo pietà” (questo si riferisce alla zona di Pinguente, in Istria, n.d.a.). Dopo il passaggio delle truppe tedesche, il giornale riferisce che è tornata la tranquillità e giustifica lo strazio della cittadina di Pisino, osservando che “dure misure sono state provocate” dalla resistenza dei partigiani...».

Nella provincia di Trieste furono bruciati per rappresaglia i paesi di Mavhinje-Malchina, Čerovlje-Ceroglie, Vižovlje-Visogliano, Medjevaš-Medeazza, Mačkovlje-Caresana, Gročana-Grozzana.

Anche nella città di Trieste furono compiuti diversi eccidi di rappresaglia, di cui i più noti sono i seguenti: 3 aprile 1944: 71 fucilati al poligono di Opčine Opicina; 23 aprile 1944: 51 impiccati nell’edificio del Conservatorio di musica di via Ghega; 29 maggio 1944: 11 impiccati a Prosek-Prosecco; 18 settembre 1944: 18 ostaggi fucilati od impiccati; 21 settembre 1944: 5 fucilati della “missione Molina” [19]; 28 marzo 1945: 5 impiccati in via D’Azeglio; 28 aprile 1945: 20 fucilati al poligono di Opčine-Opicina. Ed abbiamo qui citato solo gli eccidi di maggior rilievo, senza contare i morti (dai 3 ai 5.000) della Risiera di S. Sabba, le migliaia di deportati nei lager tedeschi, sia Israeliti (tra cui gli 80 Ebrei prelevati dall’ospizio della Pia Casa Gentiluomo [20] ed i 25 prelevati dall’Ospedale Psichiatrico di Trieste), sia militari che non avevano voluto collaborare con la Repubblica di Salò ne con il Reich tedesco, sia partigiani e resistenti che semplici civili.

Oltre a tutto questo bisogna ancora ricordare che se il 25 aprile, giorno dell’insurrezione di Milano, è considerato a tutti gli effetti l’anniversario della Liberazione in Italia, questa data non rappresenta la fine generale delle ostilità. Infatti in varie parti d’Italia s’è continuato a combattere fino ai primi giorni di maggio. I partigiani hanno liberato Trieste il 1° maggio, però i nazisti in città si arresero definitivamente soltanto al 2 maggio, dopo l’arrivo delle truppe neozelandesi e ad Opicina si combatté fino al 3 maggio.

Dice Diego De Castro nel suo libro sulla “questione di Trieste”: «Mentre per gli Alleati, la guerra era finita, gli Slavi avevano ancora dietro le spalle i1 97° Corpo d’Armata tedesco, forte di oltre 15.000 uomini che, se fossero stati portati in tempo a Trieste, avrebbero difeso benissimo la città, attendendo gli Occidentali. Ordini errati li tennero fermi e, dopo pochi giorni, si arresero» [21].

Evidentemente De Castro avrebbe preferito un po’ di nazismo in più, in attesa dell'arrivo degli “Occidentali”. Comunque da questa affermazione appare chiaro come nell’immediato retroterra di Trieste le forze tedesche fossero ingenti, motivo per cui l’Armata jugoslava aveva di che stare sul chi vive. Infatti a Lubiana (che dista una sessantina di chilometri da Trieste), gli scontri terminarono appena l’11 maggio 1945.

[L'Autrice analizza nelle successive pagine i comportamenti di tutti gli altri crpi italiani, dalla X Mas alle guardie di finanza]

CAPITOLO II

IL NOSTRO STUDIO

[L’Autrice illustra il metodo seguito, le fonti utilizzate ed elenca i presunti “infoibati” della provincia di Trieste annotando per ciascunol’esito dei risconti. Conclude il capitolo come segue]

Alla luce di quanto esposto finora si possono trarre intanto le seguenti conclusioni:

1) nella provincia di Trieste non si può assolutamente parlare di “genocidio” per 517 persone di etnie diverse arrestate per motivi politici e poi, alcune giustiziate altre morte di malattia nei campi;

2) non vi furono massacri indiscriminati: della maggior parte degli arrestati si sa che erano militari o comunque collaboratori del nazifascismo;

3) le persone realmente “infoibate” risultano essere una quarantina;

4) di processi contro gli “infoibatori” e persone accusate di “delazione” nei confronti degli “scomparsi” se ne sono svolti un’ottantina e non si possono riprocessare le persone per gli stessi reati, né processare altri per reati dei quali si sono già condannati i colpevoli;

5) se vi furono delle vendette personali, di questo non si può rendere responsabile un intero movimento di liberazione, né creare un caso politico che dura da cinquant’anni.

In quanto alle onoranze richieste per i “caduti delle foibe” (commemorazioni, erezioni di monumenti e lapidi, intitolazione di vie), visti i ruoli impersonati dalla maggior parte degli “infoibati”, personalmente ci rifiutiamo di onorarli. Si può provare umana pietà nei confronti dei morti, ma da qui ad onorare chi tradiva, spiava, torturava, uccideva, ce ne corre.

Una lezione si può, e si deve, a parer nostro, trarre da tutto questo: che quando l’umanità si lascia trascinare dalla febbre del nazionalismo, dalla voglia di supremazia e prevaricazione di un popolo su un altro, dalla guerra imperialista, quando si lascia andare alla violenza, allora la violenza genera altra violenza fino a coinvolgere tutti, indiscriminatamente, chi ha iniziato la violenza e chi s’è dovuto difendere e magari è stato costretto a fare violenza a se stesso per riuscire a controbattere con la violenza alla violenza altrui.

Un’unica lezione bisogna dunque trarre da questi fatti: mai più nazionalismi, mai più violenze, mai più guerre; ed impari finalmente l’uomo, come diceva Brecht, ad essere un “aiuto all'uomo”.

CAPITOLO IIILE FOIBE TRIESTINE

1. LA “CULTURA” DELLA “FOIBA”

Bisogna precisare innanzitutto che la “cultura” della “foiba” non ha proprio una matrice di sinistra. Troviamo infatti in un libro di testo in uso nelle scuole della regione durante il ventennio fascista questa poesiola molto educativa:

De Dante la Favella

Mia mama m’ha insegnà,

Per mi xe la più bella

Che al mondo ghe xe sta.

E per difender questa

E sovenir la Lega [1]

Convien che ognun s’appresta

A fare el suo dover.

O mia cara patria

Mio dolce Pisin [2],

Mio nono cantava

Co iero picin.

Me par de vederlo

Là in fondo al castel

Che sempre ‘l dixeva

A questo ed a quel:

Fioi mii, chi che ofende

Pisin, la pagherà:

In fondo alla Foiba

Finir el dovarà.

Non è questa propaganda slavocomunista, ci sembra...

Però abbiamo poi anche il vate Giulio Italico, al secolo Giuseppe Cobol (poi italianizzatosi in “Cobolli Gigli”), che pubblicò, nel 1919 (ben prima dell’avvento del fascismo, dunque), un libretto dal titolo “Trieste. La fedele di Roma”. In esso è contenuta la trascrizione dell’aulica canzoncina, anch’essa di evidente origine pisinota, che così recita:

A Pola xe l’Arena,

La “Foiba” xe a Pisin

che i buta zò in quel fondo

chi ga zerto morbin.

E a chi con zerte storie

Fra i piè ne vegnerà,

Diseghe ciaro e tondo:

Feve più in là, più in là.

Questa è dunque la tradizione culturale che ha portato al fenomeno “foiba”. Non ci risultano canzoni partigiane, slave o italiane che siano, che facciano l’apologia della foiba [3].

Va anche riferito che più volte furono i fascisti a gettare nelle voragini persone ancora vive, persone “colpevoli”, magari, solo di essersi fatte scoprire a dire qualche parola in sloveno o croato; così come risultano, dall’archivio dello Stato civile triestino [4], diverse persone “infoibate da forze nazifasciste” durante la guerra. Bisogna ricordare che molto spesso i partigiani celavano nelle foibe i corpi dei propri compagni caduti in combattimento, per evitare che fossero trovati dal nemico, identificati e di conseguenza le loro famiglie fossero oggetto di rappresaglie.

[ Il testo prosegue con la puntuale descrizione delle diverse foibe, dei corpi rinvenuti e degli eventi in seguito ai quali essi vi furono gettati. Il capitolo successivo è dedicato a un’analisi delle “Inchieste” che si sono succedute. in appendice sono riportati docmenti ufficiali]

La memoria delle foibe è atroce e sessant’anni dopo continua a lacerare gli animi. Se si decide di dire la verità bisogna farlo con coraggio, senza nulla temere, senza ambiguità, senza nascondere o mascherare quel che accadde. È necessario dire tutto senza fini di parte evitando di adoperare quei fatti per trarne vantaggi politici. Il ministro Gasparri, di cui è nota l’eleganza del pensiero e dell’azione, ha dato dell’infoibatore (Il Piccolo, 30 gennaio), a chi critica la strumentalizzazione dei crimini commessi dai partigiani di Tito.

I quali, mossi da odio ideologico e nazionalistico, gettarono nelle foibe del Carso migliaia di avversari politici, non soltanto italiani, non soltanto fascisti.

Claudio Magris, limpido scrittore, conosce meglio degli altri, uomo di frontiera qual è, il valore della moderazione, capace di tutelare quanti temono il mondo ostile di là dalle mura. Davanti alle affermazioni del rozzo ministro il quale, con quelle parole, confessava in sostanza il suo ruolo di strumentalizzazione, Magris ha reagito con severità inconsueta ( Corriere della Sera, 1 febbraio), anche perché ha vissuto e sofferto quel dramma e ne ha scritto spesso e sempre senza paraocchi.

Ha fatto una lezione al ministro e a quanti rovesciano la realtà per fini non nobili. Ha sottolineato la cecità e l’abuso dell’estrema destra che ricorda quei delitti soltanto per rinfocolare i propri rancori razzisti antislavi. Ha criticato il calcolo opportunista di tanta sinistra italiana che per macchiavelleria ha cercato in passato di ignorare, dimenticare e far dimenticare la tragedia delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata affinché non si parlasse delle responsabilità del comunismo. Ha alzato la voce contro i moderati che hanno avuto tutte le possibilità di esprimersi e sono stati invece zitti. «Fino a pochi anni fa, ha scritto Magris, parlare delle foibe non serviva” alla lotta politica e dunque non se ne parlava. Oggi quei morti servono e dunque se ne parla, ma per usarli quali strumenti di una lotta politica che non ha nulla a che vedere con la storia di quelle tragedie. (...) Si conosca e si sappia la storia dele foibe. Ma che oggi la destra al potere - erede di quella colpevole della nostra catastrofe nella Seconda guerra mondiale e della mutilazione dell’Istria - usi le foibe per difendere il proprio potere è una bestemmia. Usare oggi le foibe contro la sinistra italiana di oggi è indegno».

Se non si fa uno sforzo anche scolastico di ripensare quel che accadde nel Novecento in quella che fu definita la polveriera balcanica, dall’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando che provocò lo scoppio della Prima guerra mondiale ai guasti del fascismo alla Seconda guerra mondiale al dopoguerra a oggi non si riuscirà mai a servire la verità. È necessario almeno partire dal fascismo, ripensare alla cancellazione dei diritti delle minoranze croate e slovene nelle terre italiane. E poi all’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941. Altro che «italiani brava gente». La 2ª Armata comandata dal generale Roatta, si comportò spesso con la ferocia mutuata dai nazisti. Per le atrocità commesse il generale finì negli elenchi dei criminali di guerra. La provincia di Lubiana fu allora annessa all’Italia, fu creato il regno di Croazia dove fu spedito a regnare persino un re nostrano, Aimone di Savoia Aosta, Zvohimiro II.

In un piccolo prezioso libro di Guido Crainz, storico e conoscitore della società, Il dolore e l’esilio, appena uscito da Donzelli, è riportato un documento davvero impressionante, la circolare 3C del generale Mario Roatta (1 marzo 1942), «che prevede di incendiare e demolire case e villaggi, uccidere ostaggi, internare massicciamente la popolazione. Il suo spirito è riassunto da Roatta nella massima: “Non dente per dente, ma testa per dente”. In base ad essa si disponeva l’arresto, la confisca dei beni e l’internamento per le famiglie da cui mancassero dei membri: sospetti, quindi, di essersi uniti ai “ribelli”» (...) «Occorre distruggere i paesi e sgomberare le popolazioni», ribadisce Roatta nell’agosto 1942 ai comandanti di corpo d’armata. E il generale Robotti, sempre nell’agosto del 1942, dà queste indicazioni ai comandanti di divisione che ha convocato: «Non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Ricordarsi che per infinite ragioni anche questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario. Dove passate levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l’ha voluto lei. Quindi paghi». E poi: «Lo stesso generale in quel tempo annotava su un documento: “Si ammazza troppo poco!” E ancora: “Gli uomini non sono nulla e l’unica cosa che conta è il Paese e il suo prestigio, assieme a quello del regime».

Mussolini, a Gorizia il 31 luglio 1942, parla in questo modo: «Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro ed il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta. (...) È cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate. Questa popolazione non ci amerà mai».

Almeno in questo Mussolini vede giusto. Bastano i pochi documenti citati a far capire che cosa è successo in quel magma incandescente: non vogliono di certo servire ad alimentare giustificazionismi di maniera per le atrocità commesse poi dai partigiani comunisti di Tito e per le loro vendette. Vogliono semplicemente esser utili per cercare di capire gli snodi degli avvenimenti.

Nel 1943 esplode una rivolta contadina parallela alla guerra partigiana. Le vittime non sono soltanto i fascisti, ma tutti coloro che fanno ricordare l’amministrazione italiana odiata per il suo fiscalismo, per le sue vessazioni poliziesche. I connotati etnici della rivolta e di quelle terribili morti si saldano allora con motivazioni sociali. Nel 1945 le vittime sono soprattutto i militari di Salò, ma vengono perseguiti e uccisi nelle foibe dai titini anche gli antifascisti del CLN che disturbano l’egemonia comunista. E con loro tutti quanti rappresentano una qualsiasi autorità, segretari comunali, maestri, farmacisti, postini, guardie campestri. Italiani.

Scrive Crainz, studioso che esce dai nudi schemi di molti compilatori di vicende umane, pieno di curiosità nei confronti delle culture e degli stili di vita che gli servono a dar corpo alla storia, come furono tragici, in quelle terre, gli anni dal 1941 al 1945. Segnati dai difficili rapporti tra la Resistenza jugoslava e quella italiana, dalle decisione di Tito di occupare e di annettere Trieste e tutta la Venezia Giulia, «dalla sostanziale subalternità dei comunisti italiani rispetto a quella volontà, pur tra oscillazioni e contraddizioni». Sullo sfondo di una guerra aspra tra gli eserciti nazifascisti affiancati dagli ustascia di Ante Pavelic e l’armata partigiana di Tito.

Marco Galeazzi, su l’Unità (2 febbraio), ha elencato gli storici, non pochi e di prim’ordine, che nei decenni hanno studiato in modo approfondito la questione istriana, le foibe, il comportamento del Pci. Tra gli altri, Giovanni Miccoli, Galliano Fogar, Giampaolo Valdevit, Roberto Spazzali, Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea all’Università di Trieste che ha scritto molto su questi temi nel corso del tempo e ha appena pubblicato un libro importante, Il lungo esodo, (Rizzoli), accentrato soprattutto sull’abbandono delle proprie case e delle proprie terre, tra il 1944 e la fine degli anni 50, di 250mila italiani di Zara, Fiume, delle isole del Quarnaro, dell’Istria diventate jugoslave.

Tutto questo per dire che esistono opere scientifiche di livello alto, esistono i documenti. Quelli dell’Archivio del Pci depositati presso la Fondazione Gramsci e quelli dell’Archivio dell’ex polizia segreta jugoslava, l’Ozna, aperti nel 1990. Libri e documenti, ma come confinati anch’essi perché la sanguinante questione istriana non è mai diventata, per ragioni non soltanto politiche, una questione nazionale. E dobbiamo così ascoltare il linguaggio analfabetico e oltraggioso di un ministro della Repubblica e dei suoi disinformati seguaci.

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