PRIMA di emettere giudizi sul nuovo governo iracheno, e quindi di fare pronostici sul suo futuro, bisogna vederlo alla prova. La sua durata sarà breve se il calendario politico previsto sarà rispettato: entro il gennaio prossimo si dovrebbero tenere le elezioni destinate a dare una legittimità popolare a un nuovo esecutivo, e a dar vita a un´assemblea costituente: ma nell´Iraq di oggi sette mesi possono sembrare l´eternità.
Per il governo annunciato ieri a Bagdad la prima prova sarà tuttavia immediata e probabilmente decisiva. Al fine di conquistare un po´ di credibilità agli occhi del Paese, i nuovi ministri dovranno dimostrare, al più presto, subito, sin dai primi passi, di essere autonomi rispetto agli americani.
E al tempo stesso dovranno collaborare con loro. Essere autonomi significa poter prendere decisioni indipendenti, compresa quella di chiedere la partenza delle truppe straniere; e di essere comunque in grado di disciplinare la loro condotta. Al contempo, collaborare significa riconoscere il fatto che il governo basa la sua forza sulla presenza di quelle truppe, perlomeno nel futuro scrutabile. Si tratta di un´acrobazia politica difficile da eseguire su un terreno arato dalle passioni e dalla violenza.
Il modo in cui il nuovo governo provvisorio è stato formato ci fornisce già alcuni preziosi elementi. Anzitutto quale è stato il ruolo dell´Onu, sul cui carattere provvidenziale molti contavano e contano? In apparenza è stato scarso. Per non dire nullo. Diciamo che è stato simbolico.
Lakhdar Brahimi non è stato né regista, né attore. È stato una comparsa. Il suo famoso piano iniziale escludeva anzitutto che i membri del vecchio Consiglio, creato dagli americani all´inizio dell´occupazione, entrassero nel nuovo governo. Essendo quel primo organismo totalmente screditato, segnato dal marchio impopolare dell´occupante, bisognava trovare notabili di prestigio, personalità indipendenti, estranee ai partiti, in grado di far dimenticare gli affaristi promossi in tutta fretta ministri, perché provenienti dall´esilio e ammanicati con il Pentagono o con la Cia. In partenza Lakhdar Brahimi fu drastico. Non disse niente lestofanti, ma lo suggerì tracciando il profilo dei nuovi ministri galantuomini (scienziati, giuristi, medici, intellettuali senza etichette politiche).
Il sottile diplomatico algerino, costretto a destreggiarsi tra la virtuale neutralità dell´Onu, l´incontenibile prepotenza americana e lo schizofrenico mosaico iracheno, ha finito col gettare di fatto la spugna cercando di salvare la faccia. A più riprese ha espresso il suo sconforto e ha minacciato di andarsene. Il suo abbandono ufficiale avrebbe nociuto alle Nazioni Unite. Lakhdar Brahimi è un diplomatico che non ama i gesti clamorosi e rispetta i rapporti di forza. Ha quindi cominciato con l´accettare la prima imposizione americana, riguardante la presenza di uomini politici, di esponenti dei partiti moderati, nel nuovo governo, al posto delle vagheggiate personalità indipendenti. Washington voleva affrettare i tempi e coinvolgere subito le forze politiche sunnite, curde e sciite, senza aspettare le elezioni di gennaio. Brahimi ha chinato la testa.
Il secondo colpo al suo piano l´hanno vibrato i membri del vecchio Consiglio di governo, risentiti, offesi dalla loro esclusione a priori dal nuovo gabinetto. È stata una rivolta. I ministri si sono trasformati in sostanza in un´assemblea e hanno cominciato a designare i successori, scegliendoli nelle loro stesse file, e infischiandosene di quel che l´inviato dell´Onu aveva concordato con vari esponenti della società irachena, percorrendo il Paese e consultando sciiti, sunniti e curdi, laici e religiosi. C´è stata allora qualcosa di molto simile a una mischia, nella quale Paul Bremer ha avuto naturalmente un ruolo di rilievo. Il proconsole americano, che il primo luglio lascerà il posto a un ambasciatore (già designato nella persona di Negroponte, ex rappresentante degli Stati Uniti nel Palazzo di Vetro) non ha fatto fatica a stare al gioco. Scartata la possibilità che l´inviato del Palazzo di Vetro potesse formare il nuovo governo, Bremer ha cercato di influenzare le scelte dei ministri "ribelli". E ha agito con decisione se uno di quei ministri, il curdo Mahmud Osmane, lo ha definito prepotente «come Saddam Hussein». In quanto al povero Lakhdar Brahimi, per essere ascoltato, ha minacciato più volte di andarsene.
La designazione dello sciita Iyad Allawi come primo ministro è stata alla fine accettata da tutti. Brahimi non poteva andarsene da Bagdad con la coda tra le gambe; e Paul Bremer non era in grado di contenere la rivolta di quelli che erano in definitiva i suoi "figli", vale a dire i suoi più autorevoli collaboratori, scelti dagli stessi americani dopo la vittoria militare dello scorso anno. Del resto il dottor Allawi gli va a genio. Non può che piacere a Washington. Di professione medico, ex militante del Baath, il partito di Saddam Hussein, poi passato all´opposizione, e a lungo esule a Londra, può esibire un´ineccepibile garanzia: il suo partito, il Movimento d´Intesa Nazionale, gode della stima e usufruisce degli aiuti della Cia. Quale migliore presentazione per un primo ministro iracheno?
Il vero braccio di ferro è avvenuto quando si è dovuto eleggere il presidente. Il quale nel nuovo ordinamento provvisorio avrà un ruolo puramente rappresentativo, ma la cui scelta, tra le personalità sunnite, ha assunto un valore eccezionale. Dopo Allawi, l´amico della Cia, i membri del vecchio Consiglio di governo hanno voluto riscattarsi, e hanno puntato su un personaggio più indipendente, meno sottoposto alla superpotenza protettrice.
Lakhdar Brahimi e Paul Bremer volevano come presidente un anziano galantuomo, Adnan Pachachi, più che ottantenne e discendente di una vecchia famiglia che dette primi ministri e ministri ai tempi della monarchia. I membri del Consiglio di governo hanno invece indicato Ghazi al Yauar, una personalità con più grinta, capace di esprimere con maggior forza l´indispensabile autonomia nei confronti degli americani, per conquistare un po´ di credibilità agli occhi del paese.
Ingegnere, con un´esperienza americana, e soprattutto esponente di una delle più grandi tribù irachene, in cui convivono sunniti e sciiti, il non ancora cinquantenne al Yauar è diventato d´ora in ora un personaggio di sempre maggior rilievo. A farlo diventare tale non è stata soltanto la spiccata personalità, ma l´opposizione americana alla sua nomina.
Infatti, più Paul Bremer insisteva nel sostenere il pacifico, consenziente Pachachi, apprezzato anche da Brahimi, e più il Consiglio di governo si impuntava su al Yauar. Resosene conto, il saggio Pachachi ha rinunciato all´incarico riconoscendo che l´appoggio americano l´aveva fatto diventare impopolare e quindi ineleggibile. Cosi il nuovo governo ha imparato che l´appoggio degli americani rende impopolare. E che, al contrario, prendendo le distanze da loro si può guadagnare in credibilità.
Vedremo presto come questa constatazione peserà sulla sua immediata condotta.
La penultima speranza di Berlusconi per rimontare il disincanto della sua gente registrato dai sondaggi d´opinione è clamorosamente fallita: sedie vuote, coltre di noia e fiera dello sbadiglio (come aveva impietosamente preconizzato Giuliano Ferrara) hanno punteggiato la "tre giorni" monologante del congresso di Assago. Un´occasione sprecata che ha semmai accresciuto perplessità e voglie di distacco.
Ora l´ultimo appuntamento utile ai fini elettorali sarà l´arrivo di George Bush il 4 giugno, ma sembra difficile che abbia la forza di modificare una situazione di declino sempre più visibile e contagiosa.
C´è ancora un aiuto per le compromesse fortune del berlusconismo e potrebbe arrivare dalle possibili violenze delle "tute nere" e dei "disobbedienti" di Casarini, quel migliaio di teppisti che di fatto sono i migliori alleati del Cavaliere dal cavallo azzoppato. Faranno di tutto per favorirlo, bruceranno bandiere americane, cercheranno d´incendiare auto in sosta, di sfondare portoni e vetrine, d´accapigliarsi con la polizia, di sporcare le bandiere arcobaleno e coinvolgere i cortei pacifisti. È sperabile che non riescano nel loro intento. È sperabile che vengano isolati e che le forze dell´ordine non perdano il controllo e soprattutto l´autocontrollo come purtroppo avvenne a Genova.
Se anche questo ostacolo sarà superato, avremo elezioni europee e amministrative che, una volta tanto, daranno un giudizio su ciò che è stato fatto e non è stato fatto nei tre anni di governo del centrodestra, sul consuntivo e sul preventivo, sul passato e sul futuro. Ad oggi i sondaggi prevedono un 48 per cento al centrosinistra e un 42 al Polo; all´interno delle due coalizioni un 33 alla lista Prodi e un 22 a Forza Italia, con un 17 per cento di elettori ancora indecisi sul come votare o piuttosto astenersi. Entro questa forchetta si giocherà il risultato.
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Nel frattempo le forze sociali hanno già preso posizione. Non sugli schieramenti ma sui problemi, cioè sugli elementi strutturali della situazione italiana.
Il risultato è questo: le organizzazioni sindacali e la Confindustria hanno deciso di ridare vita, almeno tra di loro, al metodo della concertazione che da tre anni era stato abbandonato per volontà del governo e del collateralismo filogovernativo della precedente gestione confindustriale.
La svolta è notevole, gli obiettivi sono già stati indicati: un sistema di sostegni mirati alla formazione permanente dei lavoratori, al Mezzogiorno, alla ricerca privata e soprattutto a quella pubblica; un´attenzione particolare alla scuola e all´Università come sedi preminenti della formazione e dell´innovazione; la mobilitazione delle risorse necessarie per modernizzare il mercato del lavoro, passando dalla flessibilità precaria alla flessibilità di progetto; una copertura previdenziale che copra la flessibilità e la formazione; la crescita delle dimensioni aziendali; gli incentivi concentrati sulla fascia delle medie imprese con più di 50 dipendenti; l´utilizzazione del fondo liquidazioni per costruire da subito la «seconda gamba» del sistema previdenziale.
Questi obiettivi sono comuni alle forze sociali rappresentative dei lavoratori e degli imprenditori. Possono rilanciare gli investimenti privati e i consumi. Necessitano di un volano di robusti incentivi e di investimenti pubblici nel settore dei trasporti, delle reti ferroviarie, dei porti e aeroporti.
Alle spalle di questo complesso di iniziative ci dev´essere una pubblica finanza rigorosa che sostituisca alla politica dei condoni quella dei provvedimenti strutturali, della crescita nell´avanzo primario e della diminuzione effettiva del debito pubblico.
Su questa politica si avvieranno le parti sociali e su questa chiameranno il governo a prendere posizione. A quanto si è capito dalla relazione di Montezemolo e dalle reazioni molto positive dei sindacati confederali, la definizione di questa piattaforma è prevista per subito. Governo e forze politiche saranno chiamati a rispondere fin dal giorno dopo le elezioni del 13 giugno. Il che vuol dire che i nodi arriveranno al pettine per iniziativa delle parti sociali dopo che il popolo degli elettori avrà manifestato con il voto i propri orientamenti.
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Di questi problemi il lunghissimo monologo del presidente del Consiglio nella "tre giorni" di Assago non ha affatto parlato. Non una sola parola nel Niagara di frasi scucite che si è abbattuto sui quattromila delegati di Forza Italia riuniti per l´occasione.
Ma ne ha parlato invece l´uomo forte del governo, l´uomo immaginativo, anzi immaginifico, il ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Entrate, delle Spese, del Debito, dell´Indebitamento, del Fabbisogno, della Cassa. Insomma Giulio Tremonti, cui il Cavaliere dal cavallo azzoppato ha trasferito il suo «sacrum» sotto lo sguardo adorante di don Gianni Baget Bozzo, dei ministri Martino (Difesa) Lunardi (Grandi Opere) Moratti (Scuola), nonché Prestigiacomo in veste di "velina" ministeriale. Assente giustificatissimo Frattini (Esteri) in missione a Washington per dare (?) e soprattutto ricevere indicazioni dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato. Presente, plaudente, ma anche perplesso e parzialmente autoreferente Maroni, il solo titolare di un dicastero denominato in inglese: Welfare, un dicastero in rapida quanto retroflessa evoluzione.
Bisogna stare molto attenti alla progettualità di Tremonti. Quindici giorni fa mi premurai di attirare su di lui l´attenzione dei nostri lettori ed anche dei politici suoi alleati, che si erano (così mi parve) alquanto distratti.
Feci bene. Il risultato di quel campanello d´allarme fu infatti che la progettualità tremontiana fu bloccata e la sua attuazione rinviata a dopo le elezioni. Si parlava allora di taglio immediato, per decreto-legge, degli incentivi alle imprese e di riduzione successiva, a partire dall´esercizio 2005, dell´Irpef per tutti i contribuenti, dai redditi di 9.000 euro fino agli "over" 100.000.
Il piano era ben congegnato quanto esiziale. Esattamente l´opposto di quanto chiedono le parti sociali e di quanto sembra a noi necessario per l´economia italiana.
Ora, dopo il freno e il rinvio che gli è stato imposto da Fini e da Follini, che cosa ha detto Tremonti al congresso dello sbadiglio? È riuscito, almeno lui, a ravvivare l´interesse? A rilanciare l´entusiasmo? A far quadrare il contratto con gli italiani, ancora sbandierato da Berlusconi e ancora inevaso, con le nude cifre sulle quali il 14 giugno la Commissione di Bruxelles invierà la lettera di avvertimento all´Italia, che ha varcato la soglia del 3% nel rapporto debito/Pil previsto dal patto europeo di stabilità?
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Il Delfino ha ribadito:
1. La riduzione delle imposte ci sarà. Riguarderà tutti i contribuenti. Se ne dovrà discutere con gli alleati in omaggio alla collegialità. Tanto più voti avrà il 13 giugno Forza Italia tanto più la collegialità diventerà un «optional» (questo l´ha detto il Cavaliere quando ha chiesto agli elettori il 51% per il suo partito e alla faccia dei fottutissimi alleati).
2. La riduzione dell´Irpef entrerà in vigore il 1° gennaio 2005 (voto di fiducia per tenere unita la maggioranza).
3. Per l´immediato, ad evitare il warning di Bruxelles, una manovra da 12,5 miliardi di euro (25.000 miliardi di vecchie lire) per decreto-legge con valenza immediata sull´esercizio 2004. Ma non più tagliando gli incentivi alle imprese né utilizzando il trasferimento della previdenza degli statali all´Inps (giudicato incostituzionale dalla Corte).
Dove troverà dunque la copertura a questa manovra Tremonti? Non l´ha detto né gli è stato chiesto dagli assemblati di Assago.
4. Il Delfino ha anzi annunciato qualche spesetta in più: esenzione totale dall´imposta per le spese effettuate dalle imprese in ricerca e innovazione: piccola ma senz´altro utile goccia che tuttavia servirà a poco perché il grosso delle ricerche le fanno le pubbliche istituzioni e le grandi imprese.
Per le prime l´esenzione fiscale è una partita di giro; le seconde di fatto non esistono più in Italia, salvo Telecom e quello che ancora resta della Fiat.
Insomma la partita delle imposte è ancora tutta da giocare sul filo del risultato elettorale. Ma quello che Tremonti non ha detto è che, ai fini del rilancio dell´economia, ridurre l´Irpef non serve assolutamente a niente tantopiù se per finanziare quella riforma bisognerà tagliare i fondi alle imprese, ai Comuni, alla spesa sociale.
Occorre, anzi urge sostenere direttamente consumi e investimenti produttivi. Se il rilancio avverrà e riuscirà a migliorare i conti dello Stato, solo allora si potranno diminuire le imposte avviando un circolo virtuoso purché la riduzione sia concentrata sui redditi del ceto medio fino a 70-80 mila euro di reddito.
Se Tremonti dicesse questa verità meriterebbe plauso. Ma il Cavaliere lo ripudierebbe come Delfino. Perciò non la dice. Ma sa che gran parte degli italiani ormai l´hanno capita. Solo don Gianni e la gentile Prestigiacomo non lo sanno. Beati loro, ignari nella loro dolce incoscienza.
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Naturalmente anche le turbolenze del dopoguerra iracheno si ripercuotono pesantemente sulla congiuntura internazionale e quindi sulla nostra.
Soprattutto attraverso l´aumento del prezzo del petrolio, ormai stabilizzato in un range tra i 35 e i 40 dollari il barile. Non a caso il terrorismo di Al Qaeda picchia duro sugli oleodotti e sugli impianti petroliferi sauditi perché è quello il punto sensibile ed è lì, nella terra dell´estremismo wahabita, che il pesce terrorista trova il suo migliore alimento e la sua copertura.
Mentre scriviamo arriva la notizia che decine di lavoratori e tecnici in Arabia Saudita sarebbero in ostaggio nelle mani degli attentatori; notizia pessima da ogni punto di vista che dimostra per l´ennesima volta come tra la guerra all´Iraq e il terrorismo fondamentalista non c´è alcuna connessione, salvo di averne accresciuto la pericolosità e l´estensione tra popolazioni sempre più anti-occidentali e sempre più fanatizzate.
Quanto al caro prezzo del petrolio, esso impedisce che i tassi europei siano abbassati.
Se continuerà, la spinta al rialzo dei tassi diventerà irresistibile. Bisogna seguire con molta attenzione l´evolversi di questa dinamica. Siamo un paese oberato da un debito pubblico enorme e con un onere per il pagamento delle cedole che vieta operazioni finanziarie spericolate.
Finora la base di sostegno delle acrobazie di Tremonti è stato soprattutto l´avanzo primario delle partite correnti al netto degli interessi pagati sul debito. Questa è stata la dote che il centrosinistra ha trasmesso al governo della destra, altro che il tanto strombazzato «buco» che è servito soltanto da alibi alla mancata attuazione del famoso contratto con gli italiani.
Quella pingue dote è stata dilapidata per metà, l´avanzo primario è sceso dal 5 al 2,5 per cento del Pil. Se la finanza di Tremonti continuerà a buttare soldi al vento come finora è avvenuto, l´avanzo primario finirà con scomparire. Allora ogni centesimo di euro speso senza copertura andrà ad aumentare il fabbisogno di cassa e i conti di competenza, la soglia del 3 per cento tra indebitamento e Pil sarà definitivamente travolta, arriveremo al 4 e lo supereremo.
Chi parla di ridurre le imposte in queste condizioni è un irresponsabile.
Uno che vive alla giornata. Uno che crede vero quello che dice rifiutandosi di guardare in faccia la realtà. Uno che risponde con gli insulti a chiunque lo esorti da cambiare strada.
Vedremo tra poco il giudizio degli elettori. Poi quello dei suoi alleati.
Poi quello delle parti sociali. È giusto dire che le elezioni europee non comportano un cambio di governo e tanto meno la fine anticipata della legislatura. In teoria. Ma quando un governo è cotto e rischia di condurre in rovina il paese, queste sottigliezze teoriche perdono ogni validità.
Perseverare nell´errore è diabolico. Credo che molti ne siano ormai persuasi.
C’è come una cappa che pesa sui cuori. La tortura, quelle immagini, i racconti di chi si è salvato nell’inferno iracheno. Sembrano davvero miserabili le parole di chi distingue, puntualizza, minimizza. Una pratica antica, certo.
A Milano, nel cortile ducale del Castello Sforzesco è esposta la lapide della Colonna Infame piantata in corso di Porta Ticinese ai tempi della peste secentesca, la peste narrata dal Manzoni. «Qui dove si apre questo spiazzo sorgeva un tempo la bottega di barbiere di Gian Giacomo Mora che, con la complicità di Guglielmo Piazza, commissario di sanità e di altri scellerati, nell’infuriare più atroce della peste aspergendo di qua e di là unguenti mortali, procurò fine tremenda a molte persone.
Entrambi giudicati nemici della patria, il Senato decretò che, issati su un carro e dapprima morsi con tenaglie roventi e amputati della mano destra, avessero rotte le ossa con le ruote e intrecciati alla ruota fossero, trascorse sei ore, scannati, quindi inceneriti. (...) Gira al largo di qua buon cittadino se non vuoi da questo triste luogo infame essere contaminato. 1630 alle calende di agosto».
Nel 1776 l’imperatrice Maria Teresa abolì la tortura in tutti gli stati ereditari. Nel 1778 la Colonna Infame fu abbattuta. Poi - come succede - al povero e innocente barbiere fu intitolata una strada in quello stesso quartiere della Vetra. E nel 1804 uscì il libro di Pietro Verri, «Osservazioni sulla tortura»: «Mi pare impossibile che l’usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verità possa reggere però lungo tempo ancora, dopo che si dimostra che molti e molti innocenti si sono condannati per tortura ch’ella è uno strazio crudelissimo e adoperato talora nella più atroce maniera (...). Questo non è un mezzo per avere la verità né per tale lo considerano le leggi né i Dottori medesimi, che è intrinsecamente ingiusta, che le nazioni conosciute dall’antichità non la praticarono, che i più venerabili scrittori sempre la detestarono, che s’è introdotta illegalmente né secoli della passata barbarie e che finalmente oggigiorno varie nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno».
Sono passati secoli e ci sono ancora uomini e donne vittime di «quello strazio crudelissimo». Ne abbiamo sapute tante di storie di torture che violano i principi più elementari dell’umanità, le mozioni, gli appelli, le risoluzioni della Società delle Nazioni e poi delle Nazioni Unite. Anche dopo la seconda guerra mondiale quando parve finito un tempo oscuro. L’Algeria e la sua guerra, gli articoli di Sartre, bombe del cervello, «La battaglia di Algeri», il film di Gillo Pontecorvo (1966), i patrioti algerini torturati, gli spietati parà francesi, la vittoria del Fronte di liberazione nazionale. E poi il Vietnam, la marcia di Davide contro Golia, una lunga bibliografia, le sedute del Tribunale Russell (1966-1967) che denunziano l’orrore. E ancora la Grecia, con la famosa prigione dei colonnelli, in via Boboulinas, ad Atene, dopo il colpo di Stato del 1967. Il Cile di Pinochet, 1973. L’Argentina dei mostri gallonati, dal 1974 in avanti.
E ora si usa la tortura in Iraq e non c’è dubbio che ne siano responsabili i governanti dello Stato più potente e avanzato del mondo moderno. È bambinesco affermare che nulla sapevano di quel che avveniva - sadismo e violenza - nella prigione di Abu Ghraib, alle porte di Baghdad: i militari ubbidiscono soltanto agli ordini ricevuti ed è lampante che quegli ordini sono nati da un piano «scientifico» per distruggere, umiliare, tramortire, «rendere la vita un inferno» a quegli uomini in gran parte innocenti delle azioni terroristiche di cui venivano incolpati. Sono così caduti di nuovo quei frammenti di codici morali che anche in una guerra dovrebbero esistere.
E gli italiani? Un governo che abbia a cuore la dignità nazionale non permette che un prorio corpo di spedizione operi sotto il comando dei generali di un altro Paese, la Gran Bretagna. Motivando come missione di pace quella che è una vera e propria guerra, vietata dalla Costituzione, priva della legittimazione del Parlamento. Gli inglesi possono disporre dei soldati italiani secondo fini strategici non certo umanitari. E i soldati italiani devono soltanto ubbidire, com’è accaduto nella battaglia dei ponti, tipica azione bellica di cui ancora oggi non è per nulla chiaro quale sia stato il numero delle vittime irachene.
Gli italiani brava gente? Non lo sono stati in Somalia negli anni Novanta e del Novecento, non lo sono stati nella caserma di Bolzaneto nel 2001 e la Camera ha approvato di recente un emendamento della Lega Nord, appoggiata da An, che rende possibile la tortura. La legge non ha ancora ultimato il suo corso, ma come sono stati tempisti quei parlamentari di maggioranza! È credibile che il governo italiano non fosse a conoscenza di quel che accadeva in Iraq, come ora si affanna maldestramente a dichiarare? Viene trattato dunque dagli angloamericani come quei maitres dei baretti notturni ai quali i frequentatori di casa si permettono di dare del tu.
È davvero indecente l’offensiva contro la vedova del maresciallo dei carabinieri Massimiliano Bruno ucciso a Nassiriya. Perché non credere che sia veritiero quel che, affranto, le ha confidato il marito, riferito ai superiori, gli orrori visti in quel carcere, gli uomini trattati come scarafaggi? Il Tg3 non l’ha costretta a dire quel che ha detto. Antonio Di Bella ha fatto quel che doveva.
È davvero insensato che ci sia chi voglia partecipare ai festeggiamenti berlusconiani - uno show elettorale - in onore di Bush, il 4 giugno a Roma. I giovani soldati degli Stati Uniti che quel giorno di sessant’anni fa entrarono accolti festosamente nella capitale rappresentavano l’altra America liberatrice, molti erano figli di immigrati e parlavano i dialetti italiani del Sud, contenti come ragazzi tornati a casa. Non avevano nulla in comune, loro, i loro generali, i loro governanti, con il clan dei petrolieri installato oggi alla Casa Bianca che con somma incompetenza politica e militare ha mandato in Iraq un esercito a «portare la democrazia», entità sconosciuta in quel paese. E invece dei diritti ha portato la tortura della guerra psicologica di cui Saddam Hussein si macchiò nei medesimi luoghi. E ha alimentato il terrorismo che voleva combattere, come si è visto dall’orribile decapitazione del cittadino americano Nick Berg. La vendetta. E ha dato vita a una guerra o a una guerriglia di liberazione.
Qual è la morale dolorosa? La storia non insegna mai niente. La Colonna Infame è sempre nell’ombra dietro casa.
È accaduto un fatto nuovo nel mondo dei media: il Tg 1, la nave ammiraglia del presidente del Consiglio, dedica buona parte delle sue edizioni delle ore 13 e delle ore 20 del giorno 12 maggio per negare, svilire e smentire una notizia che non ha mai dato la sera prima. Si tratta delle dichiarazioni della vedova Bruno (il marito, maresciallo dei Carabinieri è morto nell’attentato di Nassiriya) in cui la signora riporta frasi agghiaccianti su ciò che il marito vedeva e raccontava del carcere di quella città: una folla di uomini nudi stipati in spazi angusti con i corpi segnati da evidenti sevizie. L’intervista era in apertura del Tg 3. E poiché si tratta di verità (lo ha confermato il giorno dopo sul «Corriere della sera» il colonnello Burgio, comandante del Tuscania, che ha aggiunto altri tremendi episodi) ha scatenato l’ira dell’intero schieramento detto “di centro destra”. Persino il bravo Follini, che fino ad un momento prima aveva bollato con parole di fuoco le torture americane, ha negato che possa essere vero ciò che ha narrato la signora Bruno. Si è scatenata una persecuzione che è continuata fino a «Porta a Porta», dove la signora è stata interrogata (è l’unico modo di definire l’intervista che le hanno fatto) ha avuto un trattamento assai più inquisitorio della non dimenticata mamma di Cogne tuttora accusata di infanticidio.
Per questo governo e questa maggioranza, purtroppo del tutto succube anche quando si discute di gravi questioni morali, ogni spiraglio di verità è un affronto insopportabile che scatena gli insulti. Il ministro Giovanardi, per esempio, ritiene cher la signora Bruno, prima italiana a dire la verità su un carcere e su torture finora sconosciute (mostrandoci in che modo si onora un caduto) sia responsabile di eventuali conseguenze che potrebbero toccare agli ostaggi italiani. Lo dice per far capire ben chiaro quanto sia importante per lui non interrompere mai il gioco del silenzio.
Quel gioco, in tutta la sua imbarazzante mancanza di pudore, è stato giocato alla Camera dal ministro della Difesa Antonio Martino.
È un ministro che non sa niente, un adulto che nega tutto, un alleato a cui non giunge alcuna missiva, uno statista che non è in contatto con il mondo. Dato il governo marginale di cui è parte, tutto è possibile, e lo si constata dalla nostra ormai totale assenza di immagine e prestigio presso l’opinione pubblica del mondo. Ma chi andrebbe a confessarlo, in un modo così imbarazzante persino per chi non ama e non sostiene questo governo? Chi andrebbe in giro a far sapere di essere un ministro all’oscuro di tutto?
Martino ha ripetutamente e candidamente confermato che la Croce Rossa Internazionale non ha detto nulla all’Italia. Ci ha fatto tranquillamente sapere che gli Stati Uniti, che conducono l’inchiesta sulle torture da mesi, non hanno detto una parola sul grave problema al grande amico italiano. Mentre il ministro della Difesa stava sostenendo la sua affermazione incoraggiato dalle grida da stadio della sua maggioranza, mentre gli veniva l’idea, alquanto stonata, alquanto infantile («adesso ti faccio vedere io!») data la gravità delle circostanze, di chiamare in causa Fidel Castro, per spaventare il suo oppositore Diliberto, le agenzie battevano le dichiarazioni del collega di Martino, il ministro della Difesa australiano. Ha ammesso, al suo Parlamento, di sapere tutto. L’Australia ha inviato in Iraq solo poche centinaia di soldati. Ma la Croce Rossa Internazionale ha sentito il bisogno di informare quel governo e quel ministro dell’inchiesta sulle torture e delle gravissime accuse contro i comandi e la “intelligence” americani.
Nonostante le rassicuranti parole di Martino, accolte da appassionati applausi dei suoi nelle stesse ore in cui il generale Taguba ha già raccontato al suo Paese e al mondo tutto ciò che sa fino ad ora degli orrori nella prigione di Abu Grahib, mentre a Londra arrivano notizie sempre più dettagliate sulle torture inglesi (alle cui carceri affluiscono gli iracheni arrestati dagli italiani)i collaboratori di Berlusconi sparsi dovunque, fra la Rai e la politica, non hanno perso il filo della persecuzione alla signora Bruno, intorno a cui si è creato un vero e proprio “mobbing”, un ostracismo che che un giorno, passati questi tempi luttuosi e di morte in diretta, ispirerà un bel film.
Per questo il Tg 3 ha deciso di approfondire la questione mandando un’inviata a Nassiriya. Lo scopo? Vedere finalmente il carcere descritto dalla moglie del maresciallo Bruno. A Nassiriya ci sono, come sappiamo, i nostri soldati. E c’è, come governatore nominato dagli americani l’allegra dottoressa Contini, che appare dotata di un solido “positive thinking” (pensare positivo) in ogni occasione, in ogni telegiornale. Infatti la positiva dottoressa Contini ha prontamente accompagnato l’inviata del Tg 3 al “nuovo carcere” (che non vediamo). Ma il nuovo carcere non serve al dibattito in corso perché è vuoto. La giornalista insiste per vedere il “vecchio carcere” (traduzione: il vero carcere). In questo caso la dottoressa Contini, che pure è il capo di tutto, non sembra in grado di darle una mano. A differenza dei colleghi americani a Baghdad, qui la troupe del Tg 3 non filma niente. Non si sa chi, con più autorità della Contini e dei nostri comandanti, si sia opposto. Ma non si vedrà niente. Usando la minicamera di un computer da uno spazio buio, la giornalista ci narra di un cercare orrendo, ce lo descrive con bravura, ma immagini niente.
Intanto, fin dalla notte di ieri era comparso il video agghiacciante del giovane Berg decapitato, una scena spaventosa quasi identica all’assassinio di un altro giovane ebreo, Daniel Pearl, ricordate? Le bugie dei macellai sono sempre squallide e vane. I fantasmi di Al Qaeda, insediati a Baghdad, fanno sapere che vendicano le torture degli iracheni. Dal Pakistan avevano dichiarato che stavano vendicando le uccisioni dei palestinesi. Ma le due serie di immagini di tutte le vittime non si oppongono, si sommano. Sono dallo stesso lato orrido della vita. Teste mozzate, stragi di combattimenti casa per casa, corpi straziati dalle umiliazioni e dalle torture, un bagno di sangue tonifica l’altro e tutto si rovescia nel tumulto dei combattimenti senza fine. Per questo tutta l’opposizione oggi si è alzata in Parlamento e ha detto: «Basta. Adesso dobbiamo dire che si deve andar via. Subito».
Il portavoce di Forza Italia ha avuto questo da dire: «È una opposizione formata da pericolosi cialtroni». Il pover’uomo, come forma di rieducazione, andrebbe condotto nello studio di una Tv americana e costretto a vedere tutta la registrazione della seduta della Commissione Difesa di Washington, che ha avuto luogo nel pomeriggio di venerdì 7 maggio (dalle 15 alle 21). In quella commissione il presidente, il repubblicano Werner, ha chiamato a co-presiedere il più anziano dei membri democratici (opposizione), il senatore Carl Levin. Difficile dire chi dei due è stato più severo con il segretario alla Difesa Rumsfeld ogni volta che cercava di non rispondere. Ma quando Rumsfeld invece di dire un sì o un no sulle torture ha chiesto al suo capo di Stato maggiore di rispondere in sua vece, il senatore Werner, che pure è ritenuto grande amico di Bush padre, gli ha intimato: «La domanda è stata rivolta a lei, e lei avrà la buona creanza di rispondermi». Ecco la lezione che il povero Bondi ignora: una democrazia esiste quando fa spazio alla opposizione, non quando la maggioranza urla e grida e impedisce ogni dibattito. In questo caso è un regime.
Ai morti in combattimento, agli attentati terroristici per le strade e nei quartieri di Bagdad, all'angoscia per gli ostaggi, alle vittime civili a Falluja e in ogni parte del paese si aggiunge oggi un orrore che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere e immaginare. Quello delle torture sui prigionieri iracheni: una tragedia immane di cui non è possibile delimitare la gravità. Certo non siamo di fronte a casi isolati, frutto della follia di singoli carcerieri.
Siamo piuttosto alla negazione sistematica di qualsiasi valore umano. Siamo di fronte alla barbarie allo stato puro.
Cambia qualcosa questo nello scenario del già disastroso “dopoguerra” iracheno? Cambia. Sotto il profilo morale i paesi che hanno condotto la guerra e sono oggi in Iraq come forze occupanti hanno perso irrimediabilmente ogni credibilità. Nessuno potrà d'ora in poi sostenere che, alla fine - pur in assenza delle armi di distruzione di massa e di una minaccia terroristica reale - la guerra ha “liberato” l'Iraq e aperto le porte alla democrazia.
Abbiamo duramente combattuto l'idea che la democrazia potesse espandersi attraverso la guerra. Ma oggi c'è qualcosa di più: i valori della libertà e della democrazia sono negati, vilipesi, orrendamente deturpati dalla cruda realtà di quelle foto, dalle bugie e dalle ammissioni che quella realtà stanno accompagnando. Macchiarsi di delitti contro l'umanità in nome di una “civiltà superiore” e della lotta al terrorismo internazionale è una sconfitta morale totale e inappellabile.
Non meno gravi sono le conseguenze sul piano politico. La situazione in Iraq è andata seriamente deteriorandosi negli ultimi mesi. Il malessere e l'insofferenza della popolazione irachena verso l'occupazione militare e verso l'assenza di un reale miglioramento delle condizioni di vita sono enormemente cresciuti. Gli episodi di violenza, in particolare nelle aree a maggioranza sciita, non sono più riconducibili esclusivamente a gruppi terroristi o ad elementi del vecchio regime.
L'assedio delle città sante di Falluja e di Najaf ha segnato una pericolosa escalation del conflitto. È in questo contesto che giunge l'agghiacciante conferma della pratica, ripetuta e sistematica, della tortura esercitata da forze occupanti in diverse carceri.
Siamo tra quanti hanno in ogni sede e con grande testardaggine sollecitato una svolta che affidasse alle Nazioni Unite la responsabilità politica e militare nella conduzione della transizione in Iraq. Oggi - dopo le torture - è ancora più evidente che solo una drastica rottura, una netta discontinuità con l'attuale stato di occupazione potrebbe riaprire qualche spazio ad un'effettiva stabilizzazione e pacificazione. L'orrore dei crimini di cui le forze occupanti si sono macchiate non consente di immaginare passaggi meno radicali. Perciò ritengo che si debba guardare con attenzione ma anche con realismo al tentativo in corso alle Nazioni Unite e al piano Brahimi.
Le questioni all'ordine del giorno per quanto riguarda il ruolo dell'Onu in Iraq sono a ben vedere più d'una. La prima riguarda il potere di scelta dei componenti del governo provvisorio iracheno che dal 1 luglio dovrebbe subentrare all'Autorità provvisoria della Coalizione di Bremer. La seconda attiene più complessivamente alla guida dell'intero processo di transizione, inclusa l'assistenza tecnica e soprattutto “politica” al governo provvisorio per tutte le materie legate all'approvazione della Costituzione e all'organizzazione di libere elezioni, alla gestione della sicurezza, all'uso delle risorse derivanti dalla vendita del petrolio e alla ricostruzione. La terza riguarda infine il raccordo tra il Consiglio di Sicurezza e la forza multinazionale che dovrebbe essere dispiegata in Iraq in funzione di stabilizzazione, la sua composizione, il suo comportamento, le sue regole d'ingaggio.
Il piano su cui sta lavorando Brahimi in effetti si occupa soltanto del primo aspetto e, assai parzialmente, del secondo. L'incarico ricevuto dal diplomatico algerino infatti è limitato al punto strettamente politico del passaggio dei poteri al 30 giugno mentre, nell'ipotesi presentata al Consiglio di Sicurezza, resta del tutto aperto il nodo dell'equilibrio di poteri che dovrebbe verificarsi tra il governo provvisorio iracheno, le Nazioni Unite e la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Infine non viene neppure presa in considerazione l'ipotesi che siano le Nazioni Unite - e non gli Stati Uniti - a determinare con il governo provvisorio iracheno le modalità di presenza di una forza multinazionale in Iraq.
Indicare con franchezza i limiti del mandato di Brahimi non significa sminuire il valore della sua iniziativa che peraltro è destinata ad incontrare innumerevoli ostacoli. È piuttosto vero che per sostenere fino in fondo il tentativo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il suo inviato speciale stanno conducendo occorre mandare agli Stati Uniti un segnale forte ed inequivocabile. Soltanto un passo indietro della coalizione che ha condotto questa sciagurata guerra può consentire alla comunità internazionale di assumere una responsabilità verso l'Iraq e il popolo iracheno.
Oggi, di fronte all'indicibile vergogna di quei corpi nudi e di quelle violenze, il governo italiano deve affrontare la realtà. Non abbiamo mai auspicato un semplice disimpegno dell'Italia nel devastato scenario iracheno. Ma il dubbio che non sussistano più le condizioni politiche e morali per essere d'aiuto al popolo iracheno e che, dunque, non resti che dissociare la nostra responsabilità da tanto orrore è ormai più che fondato. Anche per mantenere aperta la possibilità di una diversa soluzione nelle mani delle Nazioni Unite. È bene che su questo il Parlamento possa presto discutere ed esprimersi, per dare voce allo sgomento e alla volontà di pace dei cittadini e delle cittadine italiane.
* Responsabile per la politica estera dei DS
È un vero e proprio ultimatum al governo quello che lancia il segretario ds Piero Fassino: «Svolta radicale immediata o ritiro. Ci vuole un atto chiaro di discontinuità. Gli Usa facciano un passo indietro e la transizione sia affidata all’Onu». Se non c’è un segno tangibile e rapido sulla immediata sostituzione delle forze di occupazione, è questo il senso, con una forza multinazionale dell’Onu, ci sarà un voto «conseguente».
La vicenda delle torture ha impresso una accelerazione che molto probabilmente precipiterà nella richiesta di ritiro delle truppe non oltre il 19 maggio.
Giovedì i leader del listone incontreranno Prodi per fare il punto. Stamani si riuniranno la segreteria Ds e l’esecutivo della Margherita. Mercoledì il governo (difficile che si presenti Berlusconi) dovrà rispondere alla Camera, al question time, a due interrogazioni presentate da Ds e Margherita sulle torture agli iracheni. Si chiede quali siano state le indicazioni impartite ai nostri militari al fine di non rimanere coinvolti nei crimini di tortura. Si chiedono risposte «non evasive» sulla consapevolezza del governo.
I Ds chiedono al governo di predisporre, come hanno fatto i danesi, «ispezioni a sorpresa nelle carceri irachene per accertarsi che i prigionieri consegnati dagli italiani agli inglesi e agli americani non subiscano torture». E bollano come «del tutto inopportuna» la visita di Bush il 4 giugno.
Anche a palazzo Madama il gruppo Ds ha presentato una interpellanza al premier per sapere «se e da quando» il governo fosse a conoscenza delle denunce della Croce Rossa e quali atti intenda compiere verso gli alleati, per porre fine «all’occupazione dell’Iraq» e «ripristinare la sovranità violata». Come dice Gavino Angius, dopo le rivelazioni sulle torture, «niente è più come prima». Anche un atlantista doc come Franco Marini mormora: «Le torture cambiano il quadro e ci mettono tutti in crisi».
L’accelerata attraversa le fila del listone. «A questo punto non si può restare un minuto di più. Tutto il centrosinistra unito deve chiedere il ritiro immediato», afferma il ds Mauro Zani. Ed escono allo scoperto i pacifisti della Margherita come Beppe Fioroni: «Ora basta. Domani (oggi) all’esecutivo della Margherita porremo la questione del ritiro delle truppe». Ermete Realacci vuole «accelerare il dibattito parlamentare» per «trarre le debite conseguenze». Patrizia Toia considera ormai «fallita» la missione italiana.
«Ritiro estrema ratio», aveva detto Rutelli una settimana fa. Ora il suo braccio destro, Paolo Gentiloni, spiega che la faccenda delle torture ha cambiato scenario: «Le rassicurazioni sulla totale estraneità degli italiani non funzionano: anche se il governo fosse stato all’oscuro, che significato avrebbe il nostro ruolo in Iraq?». C’è il rapporto della Croce Rossa. «Se rimangono le forze attuali in che clima si potrebbe arrivare alla svolta? Alle forze attuali resterà appiccicata l’immagine delle torture». Secondo Gentiloni la richiesta di ritiro avverrà ineluttabilmente «a giorni». L’ultimo atto sarà una forte pressione nei confronti del governo italiano. Un ultimatum, appunto. Quello che già ieri ha lanciato anche Piero Fassino. O il governo dice esplicitamente agli americani che a queste condizioni non ci sta più oppure «anche la parte più responsabile del centrosinistra - dice Gentiloni - non potrà che prenderne atto». E la situazione, è ancora il giudizio di Gentiloni, precipiterà con un voto in Parlamento prima dell’incontro di Berlusconi con Bush il 19 maggio a Washington. Fra l’altro il 18 maggio potrebbe tenersi la riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Per cui il dibattito che si è acceso negli ultimi giorni su come accogliere Bush il 4 giugno, per le celebrazioni della liberazione di Roma, rischia di essere già superato. La rottura, a quella data, potrebbe già essersi consumata.
Del resto Enrico Boselli è rimasto solo ad annunciare la sua partecipazione alle celebrazioni ad Anzio. Al Botteghino negano che membri dell’opposizione siano stati invitati. Comunque, afferma Violante, sarebbe sbagliato «partecipare alle celebrazioni istituzionali» così come sarebbe sbagliato «manifestare contro Bush che invece va accolto con il silenzio». Ma sulla annunciata manifestazione contro la guerra e contro la politica di Bush, alla quale hanno già aderito Verdi, Pdci, Prc,Occhetto-Di Pietro, sinistra Ds, si continua a discutere. Mentre D’Alema mette in guardia dal non «cadere in provocazioni», Arturo Parisi, Dl, è dell’opinione che occorrerà «trovare le forme» per manifestare «l’avversione» verso l’amministrazione Bush senza che questo oscuri la «riconoscenza verso il popolo americano»: «Contro Bush perché amici degli americani» è il suo slogan. Da parte loro i promotori della manifestazione vanno avanti. Sono in corso contatti con le associazioni pacifiste per definire percorso e modalità. «Manifestare contro Bush è un dovere morale», sostengono dal Pdci al Correntone Ds. Al contempo si preme per votare al più presto il ritiro immediato. «Ciò che riterrei incomprensibile e ingiustificabile - afferma Fabio Mussi leader del Correntone Ds - sarebbe l’ulteriore esitazione di tutto il centrosinistra a chiedere l’immediato ritiro delle nostre truppe. La libertà, la democrazia, l’onore stesso dell’Europa e degli Usa si possono solo difendere facendo cessare ora l’occupazione e la dittatura militare straniera imposta all’Iraq».
Sono contento che ti sia molto piaciuto . Non ho ancora avuto l'occasione di vederlo ma da quando ho percepito il senso del film mi sono ripromesso che devo vederlo perché credo che possa essere il mio film.
Quando ho visto in un trailer parte della scena dei camion militari a Firenze vicino agli Uffizi nel novembre del '66, ho avvertito un brivido: non ero a Firenze allora, andai poi a Grosseto da miei nonni e lìvidi la rotta dell'Ombrone vicino all'Aurelia dopo il ponte Mussolini. Però feci apposta sega a scuola coscientemente (ero appena entrato in quarta ginnasio) poi con l'autorizzazione dei miei, per andare per 4/5 giorni di seguito dalla mattina alla sera, a pulire i libri che portavano a camionate dalla biblioteca nazionale di Firenze. Eravamo a centinaia di ragazzi e ragazze in uno edificio all'Eur. Si era in saloni immensi, impregnati di umido, odore di muffa e di gasolio, ad adagiare su banchi di legno migliaia di libri manoscritti corredati di splendide miniature; si sollevava con massima cura e cautela ogni pagina, servendoci di pinzette, cercando di separarle senza romperle o strapparle. Dentro c'era di tutto: fango, piscio, benzina, sigarette, pezzetti di vetro, schifezze di ogni genere. Si puliva con attenzione ogni pagina usando piccole spugne morbide imbevute di acqua, poi ogni pagina veniva asciugata con fogli di carta assorbente. Il lavoro veniva svolto a coppie; io quattordicenne facevo coppia con una bellissima ragazza del primo anno di lettere (una donna per me: me ne invaghii). Ogni volta che si finiva di pulirne uno, la sala scoppiava in un applauso. Non so se ti rendi conto del significato emblematico dell'applauso: applausi così non li ho mai più sentiti né con le orecchie né col cuore. Era molto toccante e commovente: giorni intensi e indimenticabili.
Chissà se oggi da parte delle giovani generazioni ci sarebbe lo stesso slancio, analogo senso di responsabilità e di generosità nel capire che bisogna curare lo scrigno della nostra cultura nazionale, del nostro Paese. Ho più che qualche dubbio. Forse la scuola di allora, nonostante tutto, nonostante i sette in condotta, nonostante la giusta severità, nonostante le espulsioni se facevi il cretino (e io lo feci), nonostante fosse la scuola autoritaria dei padroni, anche questo era riuscita a farci capire: il rispetto della cultura nazionale. Purtroppo questo capitava solo in alcune scuole e solo per un parte della cultura nazionale, quella repubblicana e anti-fascista essendo al più e al meglio trattata alla fine dell'anno scolastico e in fretta facendo cenni di Levi, Calvino, Fenoglio e sempre che si avesse la fortuna di trovare un docente colto e sensibile, ma era già qualche cosa rispetto al vuoto di oggi. Magari proprio quella scuola autoritariadei padroni, oltre alla solida scuola di famiglia, mi ha insegnato a capire il senso dell'appartenenza alla res-pubblica. Io non so quanti di noi ragazzi riflettevano pulendo quei libri, ma molti ci si buttarono con slancio, con semplice idealità, senza chiedersi tanto il perché. Ci sentivamo che si doveva farlo, forse perché dentro, in fondo, si pensava semplicemente che fosse un nostro dovere civico e morale. Cominciò così, dal pulire quel fango fetente, quella lunga marcia che mai sarà compiuta da noi; così cominciò a prendere forma quella meglio gioventù che oggi, in parte, costituisce una fetta importante di quello che viene definito in maniera cretina, inadeguata e un po’ offensiva il "ceto medio riflessivo". Quei giovani uomini e donne che hanno gettato se stessi talvolta, che hanno comunque scelto di stare dalla parte dello Stato, a servizio di una collettività nazionale e che non si vergognano dell'idea di essere italiani, ma che anzi di questo modo di essere cittadini italiani sono fieri. Ed è questa quella Bella Italia che molti oltre il Brennero osservano con stupore e ammirano. E noi lo sappiamo e vorremmo che fosse così lo stile italiano di sempre. Altro che l'urlo assordante una volta ogni qualche anno intorno ad un pallone bianco tra i piedi di undici uomini vestiti in azzurro Savoia !
Chiedi: “Chissà se oggi da parte delle giovani generazioni ci sarebbe lo stesso slancio, analogo senso di responsabilità e di generosità nel capire che bisogna curare lo scrigno della nostra cultura nazionale, del nostro Paese”. Ho paura di rispondere alla tua domanda, Stefano. Perché se la risposta è no, la colpa è anche nostra.(e.s.)
Edoardo ho una certezza. Che non si avrebbe oggi la stessa risposta, con la stessa forza. Io non mi sento affatto in colpa se le giovani generazioni di oggi non risultano così reattive e sensibili ai richiami del senso del dovere, della giustizia, dell'equità, del senso di appartenenza alla comunità nazionale e se a questo antepongono, nei comportamenti quotidiani e per la maggior parte di loro - da che mi pare di cogliere - spesso anti-valori. Forse voi all'università avete qualche cosa da chiedervi e lo sai. Non mi sento in colpa se il 51% degli italiani hanno votato Berlusconi.
Certo io ho avuto la grande fortuna di avere un padre che si è fatto colto e intellettuale; che da una famiglia di proletari semianalfabeti (nonno Modesto classe 1891 manovale delle FFSS e prima palafreniere a un soldo al giorno al deposito equino del Reale Esercito Italiano coi cavalli maremmani in mezzo alla malaria della piana del marais tra mare e Grosseto; nonna Maria contadina casalinga) già a sedici anni scriveva cose splendide, che era amico carissimo di Luciano Bianciardi, che da socialista combattè contro i fascisti prima della guerra, durante la guerra e nella lotta partigiana affianco ai contadini del Monte Amiata e della sua Maremma. Studiò alla facoltà di magistero a Roma, lavorando come un povero cristo, perché Modesto non aveva i soldi. Poi lo chiamarono alla guerra. Alla fine si fece il culo per lavorare.
Con mia madre andarono a lavorare per l'UNRA-CASAS alla Martella (ti dice nulla ?) assieme ai loro due piccoli figlioli. In quel borgo di contadini e contadine ignoranti organizzarono i capifamiglia ad occupare le terre. E fummo buttati fuori da li con il foglio di via dei Carabinieri. Papà fu cacciato dalla Rai dopo aver fatto bellissimi documentari sulla vita dei camionisti, sulle scuole inglesi e sull'inaugurazione dell'autostrada Milano-Bologna, perché non volle prendere la tessera della DC. Io ho fatto e faccio la mia parte e mio fratello pure (è stato anche in galera, seppure perpoco– assieme ad un altro ragazzo e ad un operaio edile furono incolpatidi blocco stardale e di resistenza a pubblico ufficiale: protestavano assieme ai genitori di una scuola media inferiore di una borgata di Roma per i tripli turni: quella gente voleva semplicemente avere servizi pubblici rispettosi dei loro diritti - e pure quando mio padre lavorava a Regina Coeli. Papà per estremo senso della giustizia non lo volle neppure vedere: non perché se ne vergognasse, ma solo perché voleva che avesse lo stesso identico trattamento degli altri cittadini carcerati.).
Mia madre è di altra origine: la piccola borghesia veneziana catto-fascista. Lasua famiglia di Venezia-Cannaregio è piena di medaglie di guerra, pure d'oro. Mio padre solo d'argento ma per la guerra di liberazione contro i nazi-fascisti. Mamma Elettra è stata sottotenente delle ausiliare della Repubblica di Salò; comandante di un reparto di repubblichine ad Alessandria venne imprigionata e come POW (Prisoner Of War) internata per un bel po’ in un campo di prigionia americano a Lucca. La guerra aveva fregato anche lei: era al primo anno di fisica quando si convinse che il basco repubblichino in testa era un gran cosa. Poi, dopo, comprese tutto e divenne mia madre: severa, onestissima, attaccata al dovere peggio di una vite saldata, grandissima lavoratrice, grandissima generosità sul lavoro, con Bollea al neuro-psichiatrico infantile e poi al tribunale dei minori con il fratello di Aldo Moro. La vedevo trascorre le ore di notte e le domeniche spessissimo a scrivere relazioni e relazioni. Era al quarto anno di psicologia quando morì atrocemente a 59 anni. Le mancavano due esami e la tesi.
Casa nostra era negli anni sessanta e settanta un porto di mare aperto a tutti e tutto. Gli studenti del CEPAS di Piazza Cavalieri di Malta, dove papà insegnò Storia dell'Assistenza Sociale in Europa per più di vent'anni, spesso erano la sera a cena da noi dopo riunioni interminabili con papà. C'era di tutto: eritrei, somali, campani, lucani, calabresi, siciliani. Poi c'erano gli Ossicini, i Lombardo-Radice, i Calogero, i Goffredo Fofi, i Cancrini, i compagni avvocati del Soccorso Rosso e tanti, tanti compagni di Lotta Continua, di Potere Operaio, del Manifesto, del PCI e del PSI. Io ero dentro quel porto, con mio fratello e i miei due maestri.
Non mi sento in colpa di nulla. Prenderei a calci nel culo quegli imbecilli di genitori, magari anche più giovani di me, che hanno prodotto figli così deboli; sparerei raffiche di mitra a quei ministri che hanno ridotto la scuola italiana a quella fogna oscena di ignoranza e inciviltà che è; attaccherei sai ben dove quei capi di governo che hanno ridotto la televisione pubblica così com'è. Non condivido il vizio di colpevolizzarsi di qualche cosa, sempre. Se Leopardi scrisse certe cose sugli italiani già il secolo scorso, scusa due secoli fa, pensi che ci siano ragioni per mutare quelle sue osservazioni ? Se mezza Italia ha votato per decenni per i fascisti, se ha votato per la DC per sessant'anni e poi per bananopoli, se gli italiani sono refrattari a mettersi la cintura di sicurezza in auto, se mezza Italia è abusiva, se ai giovani l'idea che accettare un comportamento illecito è giusto, di chi pensi che sia la responsabilità: della sinistra? Non abbiamo fatto abbastanza, immagino che tu dica. Di che mi devo sentire in colpa? Che Pinelli è stato ucciso, delle bombe di Stato, delle lotte sindacali per i diritti civili e sociali, che si era in migliaia in piazza, che si è fischiato all'università di Roma a Lama, che partecipavo alle riunioni dei Proletari in divisa quando facevo il militare, che le città italiane sono delle schifezze invivibili, che il mercato del lavoro è così com'è, che hanno sfasciato la sanità, che impediranno un futuro dignitosi agli anziani, che hanno rubato il domani ai giovani? Non scherziamo. Se colpa c'è a sinistra mi ci tiro fuori e non da ora perché la sinistra non ha fattosempre bene la sinistra. Se pensi che la colpa sia genericamente degli italiani adulti, non sono d'accordo. A mio padre rinfacciavo sempre che la colpa era di Togliatti, di loro in fondo, di non aver voluto fare quello che si doveva fare quando si poteva fare. Al termine della sua vita forse se ne stava convincendo
E poi leggi ancora queste righe, le avevo scritte tempo addietro e avrei voluto inviartele quando è uscita la legge Biagi. Te le mando ora qui in appresso. È una storia a lieto fine e chi l'ha vissuta si è fatto il culo senza aiuti di papà e mammà.
Mi laureai nel marzo del 1980, un po’ in ritardo per vicende di ordinaria vita: prestai servizio militare e per gravi ragioni familiari: assistetti mia madre agonizzante, devastata dalle metastasi che le avevano mangiato ogni cosa. Per nove lunghi mesi ogni giorno in ospedale al Policlinico Gemelli, dalla mattina alle sette alla sera alle dieci. La mia pelle odorava di ospedale mentre mio padre e mio fratello si erano trasferiti in un altra città per il lavoro. Ci si passa tutti in quel tunnel senza fine; non so quanto bene faccia. A me non ha fatto bene.
Per caso in una di quelle uniche e strane circostanze della vita trovai lavoro. Trovai è il termine più appropriato, come quando uno trova cento lire per terra e le raccoglie. Il mio primo impiego pochi mesi dopo la laurea e proprio per la mia professione: una fortuna rara, unica.
Il comune era piccolo ma completamente distrutto, forse più ancora nell'animo delle persone rese aride e cattive dalla terribile vicenda. In verticale non c'era più nulla, solo una grande spianata bianca di calcinacci e polvere e qualche muro in piedi. Dall'altra parte un'altra spianata bianca ma densa di casette bianche tutte uguali.
Fu grande avere uno stipendio; potei iniziare a pensare a un futuro anche se il contratto era da precario, rinnovabile di anno in anno. Il lavoro era duro, impegnativo, concreto. Richiedeva flessibilità, adattamento, dedizione e cura particolare. La teoria, la disciplina erano lontano secoli dall’urgenza di fare e di fare bene. Fino ad allora la mia vita era stata un po’ caratterizzata da una certa mobilità territoriale. I luoghi nuovi non mi erano estranei, eppure in quel paesello non era facile avere i rapporti con le persone. Però mi piaceva il lavoro, era il mio, ci credevo e ci presi gusto ad essere utile per gli altri. Era bello vedere crescere le cose, dalle delibere, ai programmi, ai progetti, agli appalti, era un prendere corpo giorno dopo giorno. Ti sentivi responsabile. Molte sere restavo in comune per la giunta o il consiglio, senza straordinario retribuito ma solo per dedizione. Tornavo a casa a notte fonda contento dopo una pizza assieme alla giunta.
Mi ricorderò la sera di un consiglio comunale in cui per le piogge torrenziali chiusero il ponte sul grande fiume perché si era rovinata una campata; o quando nel nuovo municipio di tanto in tanto i vetri e le nuove strutture vibravano e oscillavano come fossero di plastica per lunghi secondi, come se la terra non fosse paga del disastro; o quando portai a braccia una signora, immobilizzata nelle gambe, nella nuova casa in costruzione perché potesse rendersi conto della larghezza delle porte, dello spazio nelle stanze, nel bagno, nella cucina, dell'altezza degli interruttori delle luci, delle maniglie delle porte e delle finestre, dello spazio attorno ai sanitari nel bagno; le feci fare la rampa dalla strada all'ingresso di casa perché potesse entrare da sola. Era contenta la signora ma non poche furono le difficoltà per farmi comprendere dal progettista, duro di testa, e dall'amministrazione comunale altrettanto insensibile. Le feci fare la rampa con una pendenza inferiore ai limiti massimi di legge e trovai la soluzione perché la spesa fosse garantita per intero dalla Regione. Strana attenzione dedicai a quella signora, neppure presagissi la malattia che mi avrebbe colpito poi. O quella volta che quell'anziano uomo, piccolo e tarchiato dal viso rubizzo, contadino socialista, vedovo e solo, uno dei pochi sopravvissuti ad una delle tante stragi in cui perirono centinaia di poveri uomini in divisa in mezzo al Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale: contento della nuova casa mi fece dono di un coniglio intero. Me lo appoggio sul banco dell'ufficio, appena ucciso, spellato, grondante di sangue tiepido. L'unico regalo in dieci anni trascorsi in quel comune. Non lo scorderò e mi sento fiero di questo. Ma fui costretto anche a chiamare i Carabinieri per effettuare lo sgombero dopo la procedura di occupazione di un suolo su quale c'era ... un pollaio: si spostò il pollaio vicino alla baracca e vissero tranquilli e contenti, galline e uomini, per un po’.
Dopo alcuni anni per stabilizzarci nell'impiego - molti di noi furono assunti con contratti a termine in quei comuni - decisero di farci fare un esame scritto. Partecipai con buona sicurezza, avevo lavorato sodo; con alcuni colleghi ci si trovava la sera dopo il lavoro per ripassare, approfondire, anche perché dalla teoria alla prassi del lavoro in quei comuni, così diversi perché straordinario era stato l'evento immane, la disciplina valeva molto poco: il lavoro quotidiano era un campo di sperimentazione continuo, spesso fuori dalle regole auree ordinarie.
Così feci l'esame: finalmente uscivo dal precariato. Capitò in quella occasione, come capita nella vita, di andare in tilt : mi prese l'ansia e sragionai. Fu un fiasco. Ma fu un dramma. Perdetti la possibilità di trovare un lavoro stabile e sicuro; mi ero sposato qualche tempo prima, mia moglie pure era precaria. La prospettiva di non riuscire a pagare l'affitto ci angosciava il giorno e la notte. Mi sentivo crollare il mondo addosso. In qualche brutto modo riuscii a campare, male, ma campammo, facendoci forza e prendendo quel che la vita passava.
Sperimentai in anni molto lontani i contratti di lavoro Co.Co.Co. Dodici, sei, tre mesi! Tre mesi: erano un lampo, da impazzire per la paura di restare senza soldi. Ci fu una volta in cui arrivai al giorno prima della scadenza del contratto senza che alcuno, né il sindaco né il segretario comunale, mi dicessero qualche cosa, cosa volevano fare di me: si erano dimenticati, quelli imbecilli; per fortuna deliberarono subito. Mia moglie non riusciva a mettersi in salvo sulla ciambella dello stipendio sicuro.
Niente più pensione, niente più ferie retribuite, niente più assenze per malattia pagate. Ogni cosa era diventata aleatoria e incerta. Poi qualche legislatore decise che a certi concorsi regionali potevano partecipare anche i laureati come me, cosa rara, da prendere al volo subito. Lo feci e riuscii bene agli esami con buone votazioni sia agli scritti che all'orale. Mi sentivo maturo e con esperienza pluriennale non mi detti pena neppure di studiare. Al concorso ci fu una selezione reale: da alcune decine iniziali, ne uscimmo in dieci. I posti erano tre. Il mio punteggio era elevato ... ma di un filo appena sotto il terzo in graduatoria. Abile ma non arruolato. Ancora un volta fuori dal giro.
Si diceva che avevano bisogno di gente come me in Regione, che entro la validità della graduatoria concorsuale avrebbero pescato altri. Nel frattempo bisognava sopravvivere e tirare avanti inventandosi qualche cosa e scoprendosi parte del popolo della partita IVA, della carta carburanti, dei versamenti trimestrali, del registro clienti, del registro acquisti, del registro fatture, ecc.
Il tempo passava e passò la validità della graduatoria e gli anni trascorrevano, si era vicini agli anta. Mia moglie ancora non riusciva ad aggrapparsi alla ciambella. Eravamo su un canottino minuscolo e sgonfio in mezzo ai marosi. L'affitto di casa saliva, l'equo canone sparì, il rinnovo del contratto di locazione comportò il raddoppio dell'affitto: una bomba. Si viveva alla giornata o poco più. I programmi erano un lusso non per noi. Ogni tanto osavamo per vedere solo uno spicchio di cielo: un quarantottore a Salisburgo, come essere militari in fuga. Un sabato pomeriggio a Treviso, una domenica a Venezia a ricordarsi e ritrovarsi ancora mano nella mano. Ma tutto con attenzione a non spendere una lira più del previsto perché domani chissà.
Poi uno spiraglio, forse quello buono, in Regione. Nuove funzioni, nuove figure professionali. Si ripesca nella graduatoria scaduta ma, ancora una volta, con contratto a termine, anche se biennale rinnovabile una volta sola per altri due anni: tanto poi si passa di ruolo, assicuravano. Mia moglie sempre precaria lontano dalla ciambella. Io ancora lì, in mezzo al guado: precario anche se con un lavoro e anche se mi dovevo svegliare alle cinque e mezza per prendere il treno alle sei e mezzo per andare a Trieste e se la sera prima delle otto non ero a casa.
A me andò bene: a quarant'anni entrai di ruolo. Poi anche mia moglie riuscì con un concorso a stabilizzarsi. Se mi fossi ammalato quando ero co.co.co., con pochi soldi e senza la rete della protezione sociale, sicuramente non ce l'avrei fatta a sopportare le grandi spese mediche che oggi sopporto perché lo stato sociale è uno sfascio. Meno male che la malattia mi ha colpito quando ero ormai dipendente di ruolo.
Ora lo stipendio è buono, il lavoro lo amo e credo di essere brevetto ma è troppo devastante quello che sta accadendo, c'è poco da essere fieri a dirsi italiani in questa Italia. E un po’ di stanchezza inizia a fare capolino superata la boa della metà del viaggio. In fondo quello che si vuole è essere un paese civile normale, che abbia rispetto di se e dei suoi cittadini, che sia giusto ed equilibrato. Non altro.
Ecco, anche questo è vivere con contratti di lavoro atipici, questa è la facile prospettiva di molti dei ragazzi di oggi ma anche di molti uomini e donne da rottamare, un pezzo oggi e un pezzo domani, magari insieme moglie e marito. Umiliazioni, barbarie, vessazioni, paure e angosce. Così si mercifica l'anima.
Due signori. Tutt’e due comunisti "aristocratici" (il personaggio che rievochiamo lo era di nascita e il nostro intervistato prima di accettare la tessera del Pci si chiese candidamente: «Come posso io che possiedo 200 cravatte?», sentendosi rispondere che poteva dal momento che il poeta Aragon ne possedeva il doppio). E grandi innovatori televisivi. Tre cose in comune tra Nanni Loy e Ugo Gregoretti. Un’altra è Fregene, cara ai cinematografari, dove il 21 agosto di dieci anni fa Loy fu colto da infarto e Gregoretti, con la compagna di Nanni Elvira, fu il primo a tentare invano di soccorrerlo. Ugo Gregoretti (classe 1930, cinque anni meno di Loy) ricorda l’amico cominciando dall’episodio che ne fece un personaggio popolarissimo. E svelando un altro punto di contatto
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| Nanni Loy |
«L’ho conosciuto dopo aver fatto il mio primo film nel ‘61, I nuovi angeli. Venni "scoperto" in virtù di una rubrica che tenevo in tv, Controfagotto. Sull’onda del suo successo e della novità che rappresentava il produttore Alfredo Bini mi propose di fare un film. Mi trovai così promosso regista di cinema, e conobbi Nanni. Di lì a poco Angelo Guglielmi reduce da Londra con sotto il braccio il "format" - si direbbe oggi - della candid camera propose a me Specchio segreto. Risposi che sarei stato troppo riconoscibile per via di Controfagotto, mentre la formula si fondava proprio sulla irriconoscibilità del "provocatore". Venne allora in mente a entrambi Nanni, che accettò circondandosi di collaboratori di talento come Giorgio Arlorio e Fernando Morandi».
Ha rivelato un retroscena...
«Non l’ho mai raccontato. Evidentemente però l’affinità elettiva tra noi due è rimasta tanto legata a quel fatto che ancora oggi, con mia frustrazione, c’è chi incontrandomi mi dice: lei ha fatto tante belle cose ma nessuna ha eguagliato quel cornetto intinto nel cappuccino degli altri. E, non vorrei apparire irriverente, quando Nanni morì e fu allestita la camera ardente in Campidoglio, mentre scendevo la scalinata incrociai una donnetta che mi disse a bruciapelo: ma come, lei non era morto?».
Avete entrambi riversato nella televisione lo spirito, la sensibilità della commedia cinematografica italiana.
«Lui certamente, veniva da quel cinema. Io ero un redattore, anzi un praticante del telegiornale che sognava di diventare regista di cinema e aveva un occhio di riguardo per la commedia all’italiana. Il mio Controfagotto conteneva materiali equivalenti. E perfino quando ho girato Apollon sull’occupazione di una tipografia gli operai romani che recitavano se stessi erano di scuola sordiana. In Nanni c’erano già molte esperienze, in me la contaminazione da giornalistino televisivo che applicava i moduli della commedia ai suoi "pezzi". Impostavo le interviste come se fossero sketch, parenti poveri di un film».
Il modello di Specchio segreto e la successiva evoluzione (o involuzione?) della formula candid camera nella tv italiana.
«Specchio segreto si avvalse subito di una componente non so se già presente nella sperimentazione anglosassone anteriore: autori e sceneggiatori che venivano dal cinema, Nanni per primo. E di una comicità, di un umorismo che andavano oltre l’invenzione di gag e rimandavano a uno spaccato antropologico e sociale. Uno spessore mai visto prima, né tantomeno dopo. Pensi ai livelli di stupidità di oggi e agli abissi di faciloneria provocatoria ma stolta, vacua. La forza e la classe di Nanni erano nel non essere mai offensivo pur essendo così pungente. Un meccanico autocontenimento faceva sì che quando si avvicinava troppo al confine della presa per il culo scattassero la pietas, la simpatia, l’indulgenza affettuosa verso il malcapitato. Tra i molti primati di Specchio segreto - oltre a quello cronologico e a quello qualitativo nel far tesoro sia del cinema civile e di denuncia che della commedia all’italiana, nel farsi ritratto di un paese con le sue contraddizioni e tic e con la sua straordinaria varietà umana - ce n’è anche un altro. Si scoprì lì la famosa "liberatoria": cioè, dopo aver "incastrato" le persone a loro insaputa, bisognava ottenere il permesso per andare in onda. E il bello è che i rifiuti furono pochissimi, la stragrande maggioranza si fidava e firmava al volo».
Va di moda rimpiangere la Rai di Bernabei. Ma è vero che quella tv così governativa, prudente, bacchettona, consentiva spazi anticonformisti come Specchio segreto.
«Più che "di Bernabei" parlerei di Rai monopolio. Sentivamo la responsabilità del nostro ruolo. Sia pure sotto il tallone di ferro della censura democristiana eravamo severamente invitati a fare le cose bene e a scoprire dove stesse di casa l’araba fenice dello specifico televisivo. Contribuirono pochi registi cinematografici che, come Mario Soldati, portarono la spregiudicatezza del cinema nell’inchiesta televisiva. Miei maestri sono stati i tecnici, sia i vecchi tecnici della radio che i nuovi che dal cinema erano passati alla tv optando per il posto fisso, e poi quel grande radiocronista che era Vittorio Veltroni: l’abilità era quella di costruire delle immagini sonore, ciò che ignorava la tradizione del documentario cinematografico italiano che disprezzava la tv. Inventammo le inchieste televisive aggiungendo con le voci lo spessore mancante al documentarismo "artistico". Le cose erano insomma più belle perché ogni dettaglio era teso a una qualità anche estetica. Con la fine del monopolio questo è finito. E dico che ha contribuito a renderci più perspicaci proprio la censura. Una ginnastica, una palestra. Studiare come assestare il cazzotto passando attraverso le sue maglie. Uno strumento pedagogico».
Ragionamento un po’ insidioso, non le pare?
«Io rimpiango la disciplina. So che oggi vediamo solo imbruttimento mentre allora c’era un’estetica. E la censura è stata come un’istitutrice, formativa. Nelle mani di chi ha il potere di scegliere, oggi del tutto incapace, potrebbe essere strumento di rieducazione: una bella censura a Maria De Filippi non sarebbe cosa sana?».
Una volta, anni fa, Cesare Cases mi disse che non amava il «Freund Hein», come i tedeschi chiamano scherzosamente e scaramanticamente la morte, forse perché il culto della morte — Viva la muerte — era intrinseco a quella cultura della decadenza e dell'irrazionale in cui egli, come il suo amato Thomas Mann, vedeva sfociare e degradarsi la grande civiltà borghese, in un imbarbarimento del mondo che egli, come Mann, cercava di esorcizzare e di combattere in nome di un umanesimo illuminista e marxista. Però quella volta aggiunse che — nella febbrile smania di fare, produrre, parlare e organizzare che stava prendendo il mondo, soffocando ogni pausa e ogni riflessione — la morte riacquistava valore e significato, perché era un limite umano e ricordava che, dopo tutto, pure il perverso e frenetico attivismo che ci possiede come un ballo di San Vito non può durare, grazie a Dio, in eterno, e si placa anch'esso nell'eterno riposo implorato nella preghiera per i defunti.
Cesare Cases è non solo un grande germanista, bensì anche un protagonista della cultura italiana dell'ultimo mezzo secolo, che — per ironia, intelligenza troppo acuta, randagia autosufficienza ebraica — ha scelto una posizione laterale, seppure ben profilata, nella parata permanente della società culturale. È impossibile, nell'emozione che la notizia della sua morte provoca in chi gli è amico da più di quarant'anni, tracciare un bilancio adeguato della sua personalità e della sua opera, di rilevanza fondamentale nella storia culturale, letteraria e politica del nostro Paese. La sua appartenenza a una famiglia ebraica — che non lo ha mai condizionato né ristretto in alcuna identità sottolineata e difensiva, ma è stata da lui vissuta semplicemente, affettuosamente e liberamente come una componente importante, ma non determinante — gli ha fatto conoscere presto, con le leggi razziali fasciste, il groviglio di barbarie che si annida nella nostra società, come rivela la sua splendida e frammentaria autobiografia. Marxista convinto e lucido, Cases ha vissuto con passione, e insieme con distacco, tutta l'avventura del marxismo italiano e delle forze che lottavano per un'altra Italia e un altro assetto del mondo, ma ha anche colto con straordinaria precocità l'involuzione e l'autonegazione del socialismo reale ed è stato uno dei primi a denunciare, in un memorabile saggio di cinquant'anni fa, l'anchilosata tirannide della Repubblica democratica tedesca, Paese — egli scriveva allora — in cui metà degli abitanti è occupata a spiare l'altra metà (e che dunque si capisce debba andare in malora).
A Cases si deve la penetrazione della grande cultura e letteratura tedesca, soprattutto hegeliana e marxista, in Italia, ma anche la sua anticipata critica, come indicano tanti suoi eccellenti saggi su Lukács, Brecht, Benjamin e altri. In questo senso ha avuto un ruolo centrale nell'opera della casa editrice Einaudi, che oggi è costume sbeffeggiare, ma che è stata una o la colonna portante della cultura italiana per tanti decenni. Come ogni cultura realmente egemone e dominante, la casa editrice Einaudi ha avuto i suoi grandissimi meriti storici che nessun livore può diminuire, le sue colpe e prepotenze aristocratiche che vanno spregiudicatamente criticate, ma senza il risentimento plebeo di chi non si dà pace di essere stato escluso, in quei grandi anni, da quel cantiere in cui, fra tante geniali e ardite scoperte e alcuni anche pesanti errori, si creava la cultura italiana, così come, in un altro senso, ma in un'analoga simbiosi di meriti e chiusure, l'aveva creata La Critica di Benedetto Croce. Naturalmente è più facile riconoscere tutto questo per chi è stato a suo tempo fraternamente accolto, magari giovanissimo, in quei mercoledì einaudiani in cui nascevano tante cose, che non per chi, magari ingiustamente, è stato bocciato agli esami d'ammissione.
Cases era un lievito di quegli incontri, di quel crogiuolo culturale. Se la sua visione del mondo era segnata dalle filosofie della totalità — Hegel, Marx — il suo acutissimo senso della crisi moderna, della sua stessa indole (sorniona, a volte pigra e assonnata, ma sempre vigile e fulminea nei giudizi) lo portava al frammento, al saggio breve piuttosto che al libro esaustivo (non ne ha scritti mai), all'introduzione piuttosto che alla monografia. C'era in lui una forte tensione intellettuale fra un marxismo classico, che voleva farsi superatore ma soprattutto erede della tradizione grande borghese e avversava dunque le stridule fratture trasgressive delle avanguardie, e una saltuaria fascinazione per quelle rotture culturali e politiche, che negavano tale tradizioni. Tutto ciò si riflette nei suoi saggi — di letteratura tedesca, di politica, di patrie lettere — come nelle oscillazioni delle sue simpatie politiche fra comunismo e sinistra extraparlamentare. La sua cultura più vera resta comunque quella classica, il sogno di saldare grande civiltà borghese e marxismo, come il suo Mann, di cui è stato un grande interprete. Il suo epistolario con Sebastiano Timpanaro, grande dialogo di due marxisti in cui Cases difende le ragioni della «decadenza», è, come ha scritto Maria Fancelli, il documento di un'altra Italia, di una cultura oggi obsoleta, in cui, come in ogni vera cultura, sono in gioco le cose ultime.
Beffardo e caustico, talora oltre la giusta misura, non era esente, nel suo sarcasmo, da alcune cadute in una sgradevole volgarità intellettuale, ma si riscattava in un'ironia illuminista che celava una pudica intensità di affetti. Fortini lo vedeva come un Mefistofele geniale e canzonatorio; a me ogni tanto sembrava uno di quegli ebrei orientali sballottati dalla storia, dovunque fuori posto e dovunque a casa nel mondo, perplessi fra il desiderio di cambiare quest'ultimo e una rassegnazione spinoziana alla necessità del tutto
Postilla
Alcuni lustri fa, ho avuto il privilegio di assistere ad alcune lezioni di Cesare Cases, per curiosità nei confronti del personaggio, più che per affinità di interessi: ma Cases si ascoltava e si leggeva "a prescindere", perchè come solo i grandissimi sanno fare, riusciva a parlare dei grandi temi politici ed intellettuali dell'oggi e di sempre a partire magari da una pagina di Teophil Spoerri. "Testimone secondario" come amava definirsi, un 'non allineato' per eccellenza, feroce fino al sarcasmo contro le mode culturali (gli strutturalisti francesi, fra gli altri), di ironia leggendaria, ma spietato soprattutto verso se stesso. In quelle lezioni ne ho ammirato, soprattutto, lo sfolgorio intellettuale espresso in aforismi fulminanti (come non accostargli, immediatamente, gli amatissimi Adorno e Karl Kraus) e una sorta di disincanto malinconico nei confronti dei nostri tempi che nulla di senile aveva in sè e che, a distanza di anni, suona piuttosto come monito precorritore.
In un'intervista per i suoi 80 anni, ad Antonio Gnoli che lo interrogava sulla diversità fra 'destra' e 'sinistra' rispondeva:
"chiedersi oggi se esiste un pensiero di destra o di sinistra, mi pare impresa vana. Se non altro perchè dubito che ci sia un pensiero." (m.p.g.)
Studenti dell'Università di Padova!
Sono rimasto a capo della Vostra Università finche speravo di mantenerla immune dall'offesa fascista e dalla minaccia germanica; fino a che speravo di difendervi da servitù politiche e militari e di proteggere con la mia fede pubblicamente professata la vostra fede costretta al silenzio ed al segreto. Tale proposito mi ha fatto resistere, contro il malessere che sempre più mi invadeva nel restare a un posto che ai lontani e agli estranei poteva apparire di pacifica convivenza mentre era un posto di ininterrotto combattimento.
Oggi il dovere mi chiama altrove.
Oggi non è più possibile sperare che l'Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo che - per la defezione di un vecchio complice - ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori. Nel giorno inaugurale dell'anno accademico avete veduto un manipolo di questi sciagurati, violatori dell'Aula Magna, travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno. Ed io, o giovani studenti, ho atteso questo giorno in cui avreste riconsacrato il vostro tempio per più di venti anni profanato; e benedico il destino di avermi dato la gioia di una così solenne comunione con l'anima vostra. Ma quelli che per un ventennio hanno vilipeso ogni onorevole cosa e mentito e calunniato, hanno tramutato in vanteria la disfatta e nei loro annunci mendaci hanno soffocato il loro grido e si sono appropriata la vostra parola.
Studenti: non posso lasciare l'ufficio di Rettore dell'Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria. Traditi dalla frode, dalle violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costruire il popolo italiano.
Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c'è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.
Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina; per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla schiavitù e dall'ignoranza, aggiungete al labaro della Vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.
Il Rettore: Prof. Concetto Marchesi
Anita si è spenta nella notte tra sabato e domenica. Suo marito, Claudio Tonel, l'ha accompagnata per sempre nella notte tra domenica e lunedì lasciandosi scivolare nelle acque di Barcola, Trieste. Un biglietto d'addio, e il resto è cronaca. Cronaca di un grande amore. E di grandi amori. Del resto l'aveva scritto: «Per il resto e nonostante tutto, Anita sta vivendo una splendida maturità, giovane e bella, di una bellezza diversa per la sua età, mantiene una invidiabile silhouette e se non pensa al male sa essere dinamica, allegra, simpatica, mettendo ad entrambi la voglia di vivere. Quando guardo i suoi occhi che tante volte mi hanno fatto e mi fanno sognare, in un grande desiderio di lei, mi viene da concludere: Anita, scusami, ma spero che il tuo sorriso sia l'ultima cosa che vedrò di questo mondo» ( Da Vidali in qua. La storia e la politica, la cronaca e l'amore di Claudio Tonel, edizioni Italo Svevo, 2004).
Claudio Tonel, è stato segretario della Federazione autonoma triestina del Pci negli anni tra i più difficili del partito, storico e politico di altissimo spessore culturale, vice-presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia dall' '83 all'88, presidente dell'Associazione consiglieri regionali e dell'Associazione culturale regionale «Enrico Berlinguer».
A settantasette anni Tonel ha scelto di morire per amore, in un tempo in cui la morte è l'unico argomento di giornali e telegiornali. In un tempo in cui con la morte i conti si devono fare e tutti se la vedono sbattere in faccia in tridimensionale, tra persone che non hanno nemmeno diritto a un'iniezione letale, la povera Terri Schiavo, e potenti monitorati da telecamere fino all'ultimo imbalsamato istante. Ma i conti con «nostra Signora» si fanno anche nel momento in cui ti viene a mancare quell'altra parte di te, quella simbiosi che, forse, è tutto ciò che è rimasto di un mondo alla deriva.
Claudio Tonel ha consegnato alla scrittura tutte le sue memorie storiche, vissute da protagonista, mai da comprimario. Personaggio scomodissimo, padre e padrone nel Pci, grillo parlante nei DS. Da Comunisti a Trieste, prefazione di Natta per Editori Riuniti nell' '83, a Da Vidali in qua, prefazione di Folena, 2004 è stato il più scomodo testimone che il revisionismo storico di sinistra abbia mai avuto in seno. Ma parlare con lui o con Anita era la stessa cosa: rimangono nell'immaginario come Giorgio Amendola e sua moglie Germaine. Due che si sono fatti uno, un sogno tanto possibile quanto doloroso nel suo finale.
Nessuno s'è sottratto alla prefazione di libri scomodissimi (Giorgio Napolitano, Adalberto Minucci, Nilde Jotti, Paolo Rumiz) a cui Tonel ha consegnato la memoria della controversa storia della Venezia Giulia, non senza affrontare temi «intoccabili» quali l'esodo di 22.000 giuliani verso l'Australia con la fine del Governo Militare Alleato, le lacerazioni seguite in terre sicuramente filoslave dopo lo strappo Stalin-Tito, Goli Otok, l'Isola Calva dove Tito sigillava l'opposizione interna, il neofascismo che dagli ultimi repubblichini collaborazionisti dei nazisti risorgeva dalla sua città per devastare con le bombe un intero paese.
«Era il 1981 e fu lo stesso Enrico Berlinguer che mi disse di andare avanti quando denunciai, come segretario del Pci di Trieste, la morte di innocenti nelle foibe...altro che silenzi del Pci!» dichiarò nel 2004 al in qualità di segretario del Pci dal novembre `79 all'ottobre `83, commentando le «libere» ultimissime dichiarazioni di Fassino. «Che fine ha fatto la relazione conclusiva della commissione bilaterale intergovernativa di storici italiani e sloveni che dal 1993 al 2000 hanno lavorato alla puntigliosa ricostruzione della storia di queste terre superando le barriere imposte dalla vecchia storiografia jugoslava? Quel lavoro doveva servire come base per i libri di storia di entrambi i paesi, perché la memoria non si difende con la strumentalizzazione politica ma con lo studio. La memoria si difende a partire dalla scuola e dall'insegnamento della storia!».
Passione forte, sempre e fino alla fine. Passione. La stessa che condivideva con e per Anita. L'unica che sapeva incapace di tradimento. Così è bastata una notte, un biglietto agli amici e l'idea di non perdersi per sempre. Ai compagni della sezione dei Ds di San Giacomo, popoloso e popolare rione di Trieste dove era segretario, toccherà il compito di portare avanti anche la memoria di una storia che verrà oltraggiata e manipolata anche in futuro, perché troppo passionale e scomoda. Perché troppo amata. Si può morir d'amor (dalla Tosca).
John Huston, il regista che tentò di tradurre per il cinema la sceneggiatura dei Misfits e fare finalmente di Marilyn Monroe una grande attrice drammatica, ricordava nelle sue memorie: «Una sera, alla fine delle riprese nel mezzo di un deserto, vidi un uomo seduto da solo ai bordi della strada, al quale nessuno aveva dato un passaggio. Marilyn, Clark (Gable), Montgomery (Clift) se ne erano già andati via insieme e tutti si erano dimenticati di lui. Rallentai la macchina e vidi chi era quell´uomo. Era Arthur Miller, l´autore, il marito di Marilyn. Nessuno si era ricordato di caricarlo, neppure Marilyn». Quell´uomo solo, dimenticato nel mezzo di una nazione che per lui era ormai diventata un deserto, è morto ieri a quasi 90 anni, di cancro, portando via un tempo, un´epoca, un´America che ormai lo aveva lasciato a piedi.
Miller era un gigante. Realmente. Alto due metri, con mani enormi come pale e l´incedere sempre lievemente curvo delle persone molto alte circondate da uomini e donne più piccoli, come lo ricordano all´Actors´ Studio di Manhattan dove spesso parlava agli aspiranti attori, si muoveva con quella timidezza gentile del più grosso che i newyorkesi, come lui era, spesso nascondono dietro la scontrosità e la ruvidezza.
Era nato da una famiglia di immigrati ebrei in una guerra, la Grande Guerra, ed era cresciuto nella guerra sociale della Depressione, quando l´esplosione di un´altra bolla di Borsa aveva spazzato via la bottega di abbigliamento femminile del padre, Isidore Miller.
Apparentemente, nulla nella sua infanzia e nella sua adolescenza aveva segnalato in quello spilungone costretto a fare sport al liceo dalla statura un futuro da intellettuale engaged, impegnato, come si sarebbe detto molti anni dopo. «Le mie letture erano i giornali di Hearst», ricordava, quella yellow press, la stampa scandalistica e chiassosa da tabloid che lo accompagnava ogni mattina nei trasferimenti in treno dalla casetta di Brooklyn dove la famiglia aveva dovuto rinchiudersi dopo il fallimento, verso il grossista di ricambi per auto, dove lavorava. Ma tra i fogli della spazzatura giornalistica di Hearst, si insinuò un libro, I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Gli venne voglia di scrivere.
Andò a studiare lontano da New York, nell´Università del Michigan. Giornalismo, all´inizio, la solita scorciatoia degli aspiranti scrittori. Merito di Dostevskij o del talento naturale insospettato, Arthur scoprì di saper scrivere bene, talmente bene da vincere il primo premio in una competizione nazionale di scrittura fra gli studenti, vinto anche da un certo Tennessee Williams, il futuro autore di Un tram chiamato desiderio e La gatta sul tetto che scotta. Come si dice per tagliar corto, aveva trovato la sua vocazione, il teatro, ma la sua vocazione ancora non aveva trovato lui. La prima opera rappresentata, L´uomo che aveva tutte le fortune, aprì a Broadway una sera di primavera del 1944. E chiuse la sera dopo.
Avrebbe dovuto aspettare cinque anni, e altri due mezzi fiaschi teatrali consolati dai complimenti della critica, per scrivere e mettere in scena, il lavoro che avrebbe per sempre, nel sempre della letteratura e della cultura, inciso il suo nome fra i giganti, non più soltanto fisici. Il 1949 fu l´anno di Willy Loman, il protagonista di quella Morte di un commesso viaggiatore che gli studenti di cose americane e gli esploratori di questa nazione dovrebbero leggere come guida indispensabile all´America.
La storia del piazzista di successo, che da un giorno all´altro si trova senza lavoro dunque senza più la propria ragione di essere, e finisce nel suicidio per permettere alla moglie di incassare la polizza per la vita e continuare a vivere il sogno americano, resta la parabola essenziale di una nazione che è, prima di essere ogni altra cosa, una nazione di instancabili venditori di cose, di immagini e di sogni, riassunto nella frase del presidente Calvin Coolidge, «the business of America is business», gli affari dell´America sono gli affari.
Il successo del Commesso viaggiatore, maturato nel clima di una cultura post depressione impregnata di «realismo», «esistenzialismo», «rooseveltismo» che stava producendo i film di Elia Kazan, il teatro di Williams, di O´Neill e la generazione di attori «ribelli senza una causa» alla Brando e James Dean, spinse «l´uomo più fortunato del mondo» inesorabilmente in quel crogiolo di politica, di fama, di antipatie e di rancori ideologici che avrebbe preso il nome di Mccarthysmo. Miller fu accusato di essere un «compagno di viaggio», un utile idiota, un comunista e come tale fu trascinato davanti al patetico e feroce Torquemada dell´inquisizione anti-rossi. Dovette confessare la colpa atroce di avere partecipato a qualche riunione di intellettuali sponsorizzate - pubblicamente - dal partito comunista americano e di avere firmato appelli per la pace.
Gli fu tolto il passaporto e non poté partire per Bruxelles, dove sarebbe stato rappresentato il suo dramma Il crogiolo, ricostruzione volutamente allegorica dei processi e delle impiccagioni di streghe nella Salem del 1692 e dei fenomeni di isteria collettiva. Quando rifiutò di fare nomi di altri «comunisti» come lui davanti all´Inquisitore, fu condannato per «oltraggio al Parlamento», una condanna che i tribunali ordinari annullarono nel 1958, restituendogli il passaporto.
Ma non la pace, che la vita, i fiaschi, i trionfi, i processi e i successi gli avevano consumato per sempre.
Proprio negli anni della persecuzione maccarthysta, nel 1956, «l´uomo più fortunato del mondo» aveva sposato, in seconde nozze, la donna che tutti gli uomini del mondo meno fortunati avrebbero voluto sposare, Norma Jean, una Marilyn Monroe trentenne, fresca del divorzio da Joe Di Maggio e non ancora devastata dalla propria insicurezza, dall´alcol e dalle pillole. La relazione tra «il gufo e la gattina», come fu prevedibilmente battezzata quell´unione tra l´allampanato scrittore newyorkese ormai perennemente nascosto dietro i suoi enormi occhiali e la succulenta bionda californiana (Marilyn era nata a Los Angeles, il primo giugno del 1926) fu inevitabilmente la materia per ogni tipo di elucubrazione psicoanalitica, di interpretazioni metaforiche, di facili simbolismi. Ma se il matrimonio era costituzionalmente destinato a fallire, come accadde infatti nel 1961 in uno squallido divorzio messicano, nessuna biografia o memoria ha mai stabilito se questi due esseri umani si fossero amati davvero, oltre all´attrazione fra opposti.
Marilyn cercava in lui quel visto di uscita dalla gabbia dei bamboleggiamenti sexy, di mutandine esposte da sbuffi di aria, di stupidità bionda da copione che gli studios le imponevano. Arthur, che per lei scrisse la sceneggiatura del pessimo Misfits (Gli spostati, 1961), chiedeva vita, corpo, carnosità per un´esistenza che rischiava di evaporare nell´intellettualismo. Ma se era Miller a nutrire i sogni di emancipazione di Marilyn, era Marilyn a nutrire il portafogli di Miller. Pagava lei, per esempio, gli alimenti alla prima moglie di Arthur Miller.
La loro «story» andò a intercettare, e ad alimentare, un tempo che produceva miti indimenticati e crudeli, i Kennedy, l´alba della rivolta di una nuova generazione di baby boomers inquieti e destinati al Vietnam, l´integrazione razziale, la noia della prosperità post bellica, il confronto sempre più scottante con l´Urss, verso i missili di Cuba. La vita di Arthur Miller non finì con il divorzio da Marilyn, come invece finì la vita di lei, suicida appena un anno dopo, nel 1962, ma nella sua produzione artistica, il periodo «post Marilyn» non tornò mai allo splendore del periodo «pre Marilyn». Dovette trascorrere quasi un decennio, dal matrimonio del ´56, perché tornasse in teatro con Dopo la caduta, un lavoro ovviamente ispirato, nella protagonista che si autodistrugge, alla vita della ex moglie, ma le opere degli anni Novanta passarono accolte dal rispetto, ma non dal successo, riservato al mito, più che alla realtà.
«Il teatro probabilmente non è morto» disse in quegli anni «ma la televisione, con le cifre che paga ad attori bravi o cattivi, lo sta dissanguando di talenti». Ci fu, e ancora continua, una piccola resurrezione teatrale, con il ritorno alla scene dei vecchi classici, dell´immortale Commesso viaggiatore, del Crogiolo, rinverdito dalla nuova isteria repressiva da terrore attizzata dai politicanti in cerca di voti, ma l´attualità dei simboli stride contro il tramonto di un tempo americano che l´ultimo dei suoi grandi cantori ha portato via con sé, ieri.
Novella Sansoni è scomparsa qualche giorno fa, dopo una dura malattia. Il suo nome, molto probabilmente, non dirà nulla ai nostri giovani e, purtroppo, anche a molti non giovani. La memoria, si sa, non è un terreno coltivato, di questi tempi, nella sinistra. Eppure, la figura di Novella è stata molto importante per almeno un ventennio, nell'ambito politico e culturale, a Milano e non solo. Tra l'altro, il suo è stato, credo, un caso unico nel panorama del mondo politico italiano. Esaurito il suo mandato di presidente della Provincia di Milano, decise di ritirarsi, nonostante le fosse stata proposta la candidatura al parlamento. Scrisse anni dopo: «sono contenta di avere preso questa decisione da sola, in piena autonomia... la decisione di considerare chiusa la mia attività pubblica e di tornare al mio lavoro professionale di architetto». Perché lo fece?
Aveva cominciato a lavorare nel collettivo di architettura che si era costituito a Milano negli anni Cinquanta. Era anche stata la prima donna ad essere nominata alla segreteria di una sezione del Pci di questa città e poi fu eletta nel comitato centrale. Come professionista si era dedicata in particolare all'edilizia scolastica: aveva progettato scuole «aperte», con pareti mobili all'interno e nessun muro o cancello «di protezione» all'esterno. Perché vi fosse un'osmosi continua tra scuola e società e dentro la scuola.
Mi raccontò, molti anni più tardi, che però le scuole erano state presto «riadeguate» con aule separate e involucri esterni. Ciascuno amava delimitare il proprio territorio. Nel 1964 fu eletta in Consiglio provinciale, dopo il successo del Pci nel 1975 divenne assessore alla cultura e nell'83 assunse l'incarico di presidente.
Era una donna bella, elegante e anche allegra e ricca di fantasia: ma ciò che la distingueva era soprattutto il rigore assoluto con il quale conduceva il suo lavoro, in qualsiasi campo. Tuttora per molti versi, la città e la provincia di Milano sono segnate dalle sue iniziative culturali spesso duramente contrastate non solo dagli avversari.
Il cinquantesimo anniversario della morte di Alcide De Gasperi - avvenuta il19 agosto 1954 a Sella Val Sugana, il piccolo paese di montagna dove era solito trascorrere le ferie estive – è stata per la destra italiana l’occasione per una campagna di stampa volta a collocare lo statista trentino, in quanto paladino dell’anticomunismo, nel quadro della più rigida tradizione conservatrice, e quindi per presentare l’attuale maggioranza di governo come la sua naturale erede.
Più prudenti, naturalmente, sono stati gli storici di professione. Ma non a caso proprio nei giorni del cinquantenario da più parti si è tornati a parlare, ai margini del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, di “unità politica dei cattolici”, naturalmente da realizzarsi nell’ambito dello schieramento di centro-destra e come articolazione del Partito Popolare europeo. In particolare lo stesso Presidente del Consiglio, non contento di rivendicare in ogni occasione la sua personale amicizia con Bettino Craxi, si è riproposto in più di un caso come il vero continuatore dell’opera di De Gasperi, soprattutto nella costruzione della “diga” diretta a sbarrare la strada alla sempre perdurante minaccia del comunismo.
Chi ha vissuto i difficili anni, ormai lontani, dell’avvio della costruzione della democrazia postfascista e della promozione di un più moderno e avanzato sviluppo della società italiana ( e tanto più chi, come è il mio caso, ha avuto occasione di un diretto rapporto con De Gasperi) non può che respingere il volgare strumentalismo di questo rovesciamento della realtà dei fatti. Non si tratta – sia chiaro – di presentare De Gasperi come un uomo di sinistra (cosa che certamente egli non era), né di nascondere la sua avversione al comunismo, che era senza dubbio netta e dichiarata. Ma non si può dimenticare che il leader democristiano non solo fu, nell’immediato dopoguerra, il Presidente del Consiglio di un governo di unità antifascista in cui erano largamente rappresentati socialisti e comunisti; ma che dell’esperienza della lotta contro il fascismo e il nazismo e dei valori condivisi maturati negli anni della Resistenza egli trasse la convinzione che tutte le grandi forze popolari che avevano combattuto la dittatura dovevano essere protagoniste di un impegno comune per la definizione di un nuovo ordinamento istituzionale dello Stato.
Per questo operò – come del resto fecero, dall’altra parte dello schieramento politico Togliatti e Nenni – in modo che anche dopo la rottura del cosiddetto governo “tripartito” nella primavera del ‘47 e nonostante l’asprezza dello scontro che si determinò cosí nelle questioni interne come su quelle internazionali, continuasse però nell’Assemblea costituente la collaborazione fra i cattolici democratici (con un articolare impegno del gruppo di giovani intellettuali riuniti attorno a Dossetti) e le forze della sinistra di derivazione marxista, cosí da giungere al varo di una Costituzione concordemente accettata. Nacque cosí la Carta Costituzionale del 1948: che proprio per il modo in cui fu elaborata e per i valori cui si ispirava (una visione democratica e solidaristica, che era il punto di compromesso fra i cattolici democratici e i partiti della sinistra) ha rappresentato il quadro entro il quale è avvenuta la crescita democratica del paese e si è realizzato quel tanto di “Stato sociale” che è stato decisivo per un effettivo ammodernamento e per il progresso civile dell’Italia .
Ma c’è un secondo momento (generalmente meno ricordato, ma per molti aspetti anch’esso determinante) nel quale la scelta di De Gasperi fu fondamentale per respingere i rischi di una grave repressione della democrazia italiana. Fu, precisamente, nel 1952: quando, prendendo occasione dalla crescita nelle elezioni amministrative della destra monarchica e fascista, alimentata dalla protesta dei ceti più retrivi contro le misure sia pure parziali di riforma agraria e contro gli altri interventi dello Stato nell’economia, ripresero fiato quei settori del mondo cattolico e delle gerarchie vaticane che non avevano mai accettato con troppa convinzione una scelta democratica e soprattutto reclamavano – nello spirito della scomunica del ‘49 – più rigide misure anticomuniste.
L’occasione per questa offensiva di destra fu, in vista delle elezioni comunali a Roma che dovevano svolgersi nel ‘52, il timore che l’amministrazione della “Città eterna” passasse sotto il controllo di una maggioranza di sinistra. Fu perciò lanciata la proposta (la cosiddetta “operazione Sturzo”) di una lista di unità nazionale che includesse assieme alla DC e agli altri partiti di centro, anche monarchici, neofascisti, altri esponenti di destra. Era, chiaramente, un banco di prova per un ipotesi più generale di svolta a destra nelle elezioni politiche del 1953. L’ostilità di De Gasperi fece cadere la proposta per Roma; e creò uno sbarramento a destra (sia pure al prezzo, come dirò più avanti, dell’adozione di una legge maggioritaria) anche per le successive elezioni politiche. L’esperienza centrista era però alla fine: e quella vicenda di conseguenza segnò, per lo statista trentino, l’avvio di un declino personale, sanzionato dalla sconfitta della “legge truffa” nel voto del 7 giugno ‘53. Ma sul piano politico generale il risultato fu la sconfitta del tentativo di spostare a destra l’equilibrio complessivo del paese, e quindi un consolidamento della giovane democrazia italiana.
E’ su quest’ultima fase della parabola del centrismo che ho la possibilità di fornire, personalmente, qualche testimonianza diretta a proposito del dibattito interno alla DC (e in particolare sull’opera di De Gasperi): e ciò a causa del ruolo che dal 1953 ebbi occasione di svolgere fra i dirigenti in campo nazionale della sinistra giovanile democristiana. Mi riferisco, in questa testimonianza, soprattutto al rapporto con De Gasperi e al giudizio sulla sua politica. Ed è proprio dai problemi posti dalla sua scomparsa che mi pare opportuno partire.
La notizia della morte di De Gasperi mi giunse il 19 agosto 1954 a Roma proprio mentre stavo per partire per il Trentino dove, su suo invito, mi recavo per incontrarlo. L’invito mi era stato rivolto (come spiegherò meglio in seguito) nel corso di una breve conversazione svoltasi il 16 luglio, al termine della riunione di insediamento del nuovo Consiglio nazionale della DC, eletto 15 giorni prima dal Congresso del partito che si era svolto a Napoli alla fine di giugno. Di quell’organismo anch’io – benché giovanissimo: non avevo infatti 25 anni – ero stato eletto a far parte, in rappresentanza sia della nuova corrente della “sinistra di base”, da poco costituita, sia dell’ala sinistra del Movimento dei giovani democristiani.[1]
Al Congresso di Napoli del 1954 De Gasperi giungeva – come ho già accennato – nella condizione di chi ancora godeva di grandissima autorevolezza e prestigio, ma era, politicamente, un uomo sconfitto. L’esperimento centrista, al quale il leader democristiano aveva legato il suo nome, si era andato infatti progressivamente esaurendo nel corso del quinquennio fra il ‘48 e il ‘53, nonostante lo straordinario successo nelle elezioni del 18 aprile che avevano dato alla DC più del 48 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento. La maggioranza di centro era stata via via logorata da un lato dall’emergere, soprattutto nel Sud, di una consistente opposizione di destra che si raccoglieva attorno al partito monarchico e a quello neofascista; dall’altro lato (e anzi soprattutto) dalla ripresa della sinistra socialista e ancor più di quella comunista, che avevano saputo reagire con vigore alla sconfitta del ‘48, allargando l’iniziativa e consolidando la presa elettorale.
Appariva chiaro, in sostanza, che da una parte c’era una vecchia Italia, retriva e nostalgica, che si ribellava alle sia pur modeste riforme economiche (in particolare la riforma agraria stralcio) poste in atto dai governi di centro, e più in generale al nuovo costume democratico; e che, d’altronde, il cauto riformismo centrista e lo stesso sviluppo economico che pure si andava avviando non erano sufficienti a porre in difficoltà l’opposizione di sinistra, che anzi traeva nuova forza dalle acute tensioni sociali del momento e dalla capacità del PCI, sotto la direzione di Togliatti, di interpretare incisivamente le istanze di rinnovamento della società italiana.
Alla crisi della formula centrista, che si andava perciò delineando, De Gasperi aveva dapprima cercato di reagire respingendo con successo l’offensiva della destra integralista cattolica, guidata da Luigi Gedda[2], che proponeva (ho già parlato dell’“operazione Sturzo” per le elezioni comunali a Roma nella primavera del 1952) la formazione di un blocco nazionale anticomunista aperto a monarchici e neofascisti. Poi si era proposto di consolidare e rendere in qualche modo permanente l’alleanza tra dc, socialdemocratici, liberali e repubblicani attraverso l’adozione per le successive elezioni politiche di una legge maggioritaria – la famosa “legge truffa” – che avrebbe dato il 65 per cento dei seggi alla Camera ai “partiti apparentati” che avessero raggiunto il 50,01 per cento dei voti.
Quel tentativo fu però sconfitto nelle elezioni del 7 giugno 1953. Sia pure per poche decine di migliaia di voti, l’alleanza di centro rimase infatti al di sotto della maggioranza assoluta; e ciò non solo per il buon risultato ottenuto dalle opposizioni sia di destra che di sinistra, ma anche per il dissenso espresso – per ragioni di correttezza democratica – da gruppi qualificati di esponenti repubblicani o socialdemocratici (Parri, Calamandrei) e liberali (Corbino) che diedero vita a liste che furono definite “di disturbo” ma che raccolsero diverse centinaia di migliaia di voti.
Apro a questo proposito una parentesi. Vi e’ chi anche di recente ha messo in dubbio (fra gli altri lo stesso Presidente del Senato Marcello Pera) che De Gasperi all’indomani del 7 giugno abbia fatto bene a lasciare che fosse subito proclamato l’esito del voto, dando così per scontato che la nuova legge elettorale non era passata. Vi erano invece 900.000 voti contestati; si poteva perciò insistere per un nuovo conteggio, che avrebbe potuto portare allo “scatto della legge”, evitando così che si tornasse a un “proporzionalismo esagerato”. Chi sostiene (anche solo in forma dubitativa, come e’ il caso di Pera) questa posizione, non si rende ben conto dei pericoli che – nel clima di aspra tensione sociale e politica che si era determinato – un’eventuale contestazione del risultato del voto popolare avrebbe provocato. Allora fu opinione pressoché generale che De Gasperi si era al contrario attenuto a una regola di buona correttezza democratica. Nessuno, del resto, aveva dubitato che questo sarebbe stato il suo comportamento. Nel clima politico di oggi e’ forse giusto, invece, dargli atto di aver operato, in quella situazione, con molta prudenza e saggezza.
In ogni caso, il voto del 7 giugno 1953 segnò di fatto la fine dell’era degasperiana. Il governo che aveva portato alle elezioni ovviamente si dimise e il presidente Einaudi incaricò De Gasperi, come leader del maggior partito, di tentare la formazione di un nuovo governo. Considerando esaurita la formula centrista (pur avendo i quattro partiti di centro, a causa dei meccanismi elettorali, un’esigua maggioranza in Parlamento) De Gasperi si presentò alle Camere con un monocolore democristiano, cercando di raccogliere sul programma una maggioranza non precostituita; ma il tentativo fu battuto. DeGasperi lasciò allora definitivamente la Presidenza del Consiglio (il suo posto fu preso da Pella, con un governo palesemente aperto a destra) e di lí a poco fu rieletto segretario nazionale della DC.[3]
Ma anche nel partito la situazione era ormai avviata verso un radicale ricambio. La sconfitta del 7 giugno sollecitava la cosiddetta “seconda generazione” democristiana (costituita da quadri che si erano formati negli anni del fascismo e si erano affacciati alla politica nella Resistenza o subito dopo la Liberazione) a cercare strade nuove, per rinnovare il partito e dare ad esso una diversa prospettiva politica e di governo. Era una generazione che, ormai, aveva un ruolo dirigente nella maggioranza delle organizzazioni provinciali della DC; e che aveva il suo punto di riferimento nella corrente di “Iniziativa democratica”, che si era organizzata già sul finire del 1951 sulla base dell’incontro fra la maggioranza dei dossettiani, che non avevano seguito il loro leader nel ritiro dalla politica e nella scelta culturale e religiosa, e larga parte della corrente di centro – soprattutto i più giovani – che aveva sempre sostenuto De Gasperi ma avvertiva l’esigenza di un cambiamento. Non a caso i due massimi esponenti della nuova corrente erano Amintore Fanfani, cioè l’ex dossettiano che con il suo accordo con De Gasperi nella crisi di governo dell’estate ‘51 era stato una delle cause del ritiro di Dossetti[4]; e Mariano Rumor, un esponente della maggioranza degasperiana che però proveniva da un’esperienza aclista ed era apprezzato per la sua “sensibilità sociale”.
Perciò, mentre a livello governativo dopo il ritiro di De Gasperi di susseguivano il monocolore Pella, chiaramente orientato a destra, e il governo centrista di Scelba, sostenuto dalla ristrettissima maggioranza di centro presente alla Camera, nel partito sin dai primi mesi del 1954 si avviava la preparazione del nuovo Congresso nazionale – il quinto nella storia della DC – che avrebbe formalmente sancito l’ascesa al potere di una nuova classe dirigente.
Ho ritenuto opportuno richiamare in modo sintetico questa vicenda – per quanto generalmente ben conosciuta – allo scopo di ricostruire il clima politico in cui si aprì il Congresso che si svolse a Napoli, al Teatro San Carlo, dal 26 al 30 giugno 1954.
L’esito del Congresso era scontato: si sapeva ormai da qualche mese che esso avrebbe segnato l’affermazione di “Iniziativa democratica” e che alla segreteria sarebbe stato eletto Fanfani, col consenso (per la verità non troppo entusiasta) dello stesso De Gasperi. In questo ambito l’assise congressuale era praticamente chiamata a precisare solo due punti: quale sarebbe stata la maggioranza con cui la nuova corrente egemone avrebbe guidato il partito; e quale orientamento sarebbe prevalso fra le posizioni, non sempre e non del tutto concordi, che convivevano dentro “Iniziativa democratica”.
Per quel che mi riguarda non ero, a Napoli, al mio primo congresso nazionale. Avevo già infatti partecipato, pur avendo appena compiuto 23 anni, al precedente Congresso, quello che si era tenuto a Roma nell’autunno 1952. Ma, allora, ero un delegato alle prime armi, eletto dal Congresso provinciale di Bergamo – la città in cui vivevo – dove il gruppo che si qualificava come ex-dossettiano era nettamente in maggioranza. Al Congresso di Napoli giungevo, invece, avendo già compiuto un’esperienza politica nazionale. Innanzitutto da diversi mesi ero entrato a far parte, in rappresentanza della sinistra, del gruppo dirigente ristretto del Movimento nazionale dei giovani democristiani, e dagli inizi del 1954 mi ero perciò trasferito a Roma. Inoltre sin dalla formazione avevo aderito (assieme ad altri esponenti di sinistra della DC bergamasca, come Lucio Magri, Luigi Granelli, Carlo Leidi, Piero Asperti, per ricordare solo i nomi più noti) alla nuova corrente della “sinistra di base”, formata nell’autunno del’53 dall’incontro fra un gruppo di ex-dossettiani, delusi dal pragmatismo tatticistico e compromissorio di “Iniziativa democratica”, e numerosi quadri di base, prevalentemente lombardi e piemontesi, che provenivano dall’ancora vicina esperienza partigiana. Nella nuova corrente ero anzi divenuto uno dei dirigenti più attivi, assieme a Giovanni Galloni, a Lucio Magri, a Luigi Granelli e ad Alberto Marcora.
Il principale problema che in vista del Congresso di Napoli si poneva per la “sinistra di base” (che sin dall’inizio si era pronunciata per l’”apertura a sinistra”, innanzitutto verso il PSI ma senza escludere un diverso rapporto anche con i comunisti) era quello di cercar di condizionare efficacemente, sia pure partendo da una posizione indiscutibilmente minoritaria, il gruppo già considerato vincente di “Iniziativa democratica”. Per questo la proposta per il Congresso, ampiamente illustrata sin dalla primavera del ‘54 in diversi editoriali pubblicati da Giovanni Galloni sul quindicinale “La Base”, era quella di dar vita a una maggioranza congressuale che comprendesse tutte le sinistre: ossia, oltre ad “Iniziativa democratica” e alla stessa “Base”, anche il gruppo che faceva capo a Gronchi, quello dei sindacalisti che avevano come riferimento la CISL e le ACLI, la sinistra giovanile che era in netta maggioranza fra i giovani dc. Il metodo maggioritario che era in vigore per l’elezione del Consiglio nazionale (17 posti su 21 alla lista vincente, sia fra i parlamentari sia fra i non parlamentari) avrebbe dato all’insieme delle sinistre una nettissima maggioranza, ma nell’ambito della sinistra avrebbe assicurato un ruolo non marginale ai gruppi più avanzati.
La proposta non andò però a buon termine non solo per le resistenze “esclusiviste” di “Iniziativa democratica”, ma perché Gronchi, che già pensava alle ormai prossime elezioni presidenziali, preferiva mantenere un buon rapporto con i notabili del centro-destra della DC (la cosiddetta “Concentrazione”) e considerava invece Fanfani un suo avversario; e perché la pattuglia dei sindacalisti considerava più conveniente limitarsi a un ruolo di “gruppo di pressione”, conquistando la minoranza. Per la “sinistra di base” – che si era costituita da poco, aveva una base consistente quasi solo in Lombardia e si poneva l’obiettivo di affermare in congresso un proprio ruolo nazionale – era quindi una strada pressoché obbligata quella di un’intesa con “Iniziativa democratica”: facendo pesare, in tale intesa, il fatto che il suo apporto, benché minoritario, sarebbe stato probabilmente determinante – come in effetti fu – per respingere la proposta, annunciata da Gronchi, di una pregiudiziale per modificare in senso proporzionalista il metodo di elezione del nuovo Consiglio Nazionale. Pesava inoltre, in questa scelta, un disaccordo di sostanza fra la “base”, che in coerenza con le origini dossettiane intendeva qualificarsi come “sinistra politica”, e il carattere di “sinistra sociale” che era invece sottolineato sia da Gronchi sia dai sindacalisti.
L’accordo congressuale con “Iniziativa democratica” fu siglato definitivamente a Napoli, a Congresso già aperto,in un incontro abbastanza ristretto (nel corso di un pranzo, fra la seduta del mattino e quella del pomeriggio) al quale per la “sinistra di base” partecipai anch’io, insieme con Galloni, Marcora e Ripamonti, mentre per “Iniziativa democratica” c’erano Fanfani, Rumor, Colombo e altri esponenti del vertice della corrente. Era presente, come massimo responsabile dei Gruppi giovanili, anche Franco Maria Malfatti. Fu concordata una lista comune, nella quale fui incluso. Come risultato di quell’intesa, la “sinistra di base” riuscì a far eleggere nel nuovo Consiglio nazionale quattro suoi esponenti, ossia Galloni, Ripamonti ed io, più Leandro Rampa che fu eletto quale rappresentante dei delegati della Lombardia. Nelle votazioni ottenni un buon risultato, giungendo, in base alle preferenze, al nono posto fra i 21 non parlamentari eletti. Si trattava, per me, di un piccolo successo personale: era infatti la prima volta che un giovane con meno di 25 anni veniva eletto nel Consiglio Nazionale della DC, che era allora un organo di vertice, con poco più di 60 membri.
Dell’andamento del Congresso di Napoli, e in particolare del ruolo che vi svolse De Gasperi, ricordo bene l’impressione che mi fece la sua relazione di apertura:un’impressione sostanzialmente negativa, come fu quella della gran parte dei delegati di sinistra. Era il discorso che fu detto “dei notabiliari”: nel quale De Gasperi si dilungò in un’analisi dell’articolazione della società italiana, nella quale sottolineava il ruolo che avevano e l’influenza che esercitavano molteplici figure “notabili” (medici, farmacisti, avvocati, ingegneri e geometri, giornalisti, maestri e professori, sacerdoti, ceti imprenditoriali ecc.) nonché le organizzazioni economiche, culturali, sociali sia del mondo cattolico sia d’altro orientamento. Il corollario di questa analisi era che le decisioni politiche spettavano, certamente, agli organi di partito: ma che nell’elaborazione degli indirizzi e delle proposte conveniva “consultare anche l’esperienza, la tecnica, la cultura” e prendere contatto con “le rappresentanze degli interessi generali o locali”.
Parve a me, come a molti altri, un discorso proiettato verso il passato: che sollecitava a dedicare particolare attenzione agli interessi corporativi o categoriali e agli orientamenti di un vecchio mondo che era invece da superare. Solo più tardi mi resi conto che il significato politico dell’impostazione data da De Gasperi alla sua relazione era assai più complesso. Certo, l’orientamento era conservatore: ma il segno fondamentale era la preoccupazione, che in quel discorso De Gasperi esprimeva, per la tendenza di Fanfani e del gruppo dirigente di “Iniziativa democratica” (ad eccezione di pochi, fra i quali Moro) di concepire come scopo fondamentale del loro impegno politico il rafforzamento dell’organizzazione del partito e, a questo fine, l’occupazione di posizioni di potere nello Stato, nel sottogoverno, nella società.
Era in sostanza un richiamo – contro l’efficientismo totalizzante di Fanfani – all’esigenza di una più prudente linea di mediazione verso i molteplici aspetti della realtà sociale: e in questo era inclusa anche la sollecitazione a tener conto dell’esistenza, nel complesso della società italiana, di una pluralità di orientamenti ideali e politici, che non erano semplicemente assorbibili o contrastabili.
Questo punto, da noi sottovalutato, non sfuggì invece a Togliatti, che lo rimarcò anche successivamente nel suo ampio saggio “Per un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi” pubblicato in più puntate su “Rinascita”, fra l’ottobre 1955 e il giugno ‘56[5]. Al leader comunista, tuttavia, non solo sembrò di ispirazione conservatrice il richiamo al ruolo fondamentale dei “notabili”; ma gli parve che vi fosse una “contraddizione non risolta” fra l’aspirazione a rappresentare nella sua interezza il “mondo” o il “blocco” dei cattolici, e l’ammonimento al partito di “non ridursi” a tale blocco. Questa contraddizione, in effetti, era intrinseca al centrismo degasperiano e contava molto nel determinare lo sbocco moderato della sua politica.
A parte la relazione di De Gasperi, il Congresso di Napoli ebbe come momento saliente il dibattito e il voto sulla pregiudiziale di Gronchi a favore della proporzionale nell’elezione degli organismi dirigenti. La pregiudiziale fu battuta, ma con uno scarto di voti (594.000 contro e 534.000 a favore) abbastanza ristretto. Risultò così confermato che “Iniziativa democratica” disponeva di una considerevole maggioranza relativa: ma che per raggiungere la maggioranza assoluta erano necessari i voti della “sinistra di base” e della sinistra giovanile. Ciò diede alla “sinistra di base” e alla parte più avanzata del Movimento giovanile una indubbia autorevolezza politica: come fu confermato, nelle votazioni, dal primo posto fra i non parlamentari ottenuto dal delegato giovanile nazionale Malfatti (per altro sempre più orientato verso un accorso anche sostanziale con Fanfani) e dal terzo posto di Giovanni Galloni, nonché della mia elezione al nono posto, di Camillo Ripamonti al tredicesimo e di Leandro Rampa come rappresentante della Lombardia. Ma il risultato politico fu che “Iniziativa democratica” poté, in questo modo,assicurarsi una netta maggioranza politica nel nuovo Consiglio Nazionale: e ciò favorì il prevalere della linea decisionistica e della tendenza all’occupazione del potere tipica di Fanfani. Il che portò molto presto la nuova sinistra (e in particolare la sua parte più avanzata, della quale io facevo parte) a scontrarsi duramente con la nuova segreteria.
Il 16 luglio 1954 si riuniva a Roma per la prima volta, a Piazza del Gesù, il nuovo Consiglio nazionale della DC che era stato eletto dal Congresso di Napoli. Con quel Congresso si era chiusa anche formalmente – come ho detto - l’era degasperiana. Era perciò scontato che il Consiglio avrebbe eletto Fanfani alla segreteria del partito (con Mariano Rumor come vice-segretario); mentre a De Gasperi sarebbe stato affidato l’incarico – prestigioso, ma privo di poteri effettivi – di Presidente.
Anch’io – come ho detto – ero stato eletto nel nuovo Consiglio nazionale, che era un organo molto ristretto, di poco più di 60 membri. Mi ero iscritto alla DC nel 1950: provenivo da posizioni di sinistra cattolica e dopo molte incertezze mi ero deciso a optare per un impegno di partito soprattutto per il richiamo esercitato dalle posizioni di Dossetti e della sua corrente, che avevo conosciuto principalmente attraverso la lettura di “Cronache sociali”. Dopo il ritiro di Dossetti dalla politica, avvenuto alla fine dell’estate del 1951, mi ero impegnato nella sinistra del Movimento giovanile dc; ma avevo anche aderito sin dall’inizio alla nuova corrente della “sinistra di base”, che si era costituito col convegno di Belgirate dell’autunno 1953.
La differenza di linea politica tra la “sinistra di base” e “Iniziativa democratica” era sostanziale. Un punto era comune, ossia il ripudio dell’apertura a destra, verso monarchici e neofascisti, che la destra cattolica aveva cercato di imporre (la già ricordata “operazione Sturzo”) in occasione delle elezioni comunali a Roma della primavera 1952. Ma “Iniziativa” pensava di reagire alla crisi del centrismo, diventata palese con le elezioni del 7 giugno 1953, soprattutto rafforzando l’organizzazione di partito e allargando la sua influenza nella società tramite l’occupazione di posizioni di potere. La “Base” riteneva invece necessaria una soluzione politica, ossia “l’apertura a sinistra”, da realizzarsi attraverso un’intesa di governo con il Partito socialista e riaprendo il dialogo anche con il PCI (i due partiti, del resto, erano allora legati, ancora, dal patto di unità d’azione).
Quando si riunì il Consiglio nazionale del 16 luglio, non avevo ancora avuto l’occasione di conoscere personalmente De Gasperi. Lo avevo infatti solo incontrato in riunioni di partito piuttosto affollate. Il 16 luglio, nel palazzo di Piazza del Gesù, presi posto in una delle prime file della sala delle riunioni. Ero vestito – poiché eravamo in piena estate – non in giacca e cravatta come pressoché tutti gli altri consiglieri, ma in una tenuta estiva più giovanile, con pantaloni beige e una camicia azzurra. Fosse anche per questo abbigliamento, poco consueto per quella sede, De Gasperi – che era seduto alla presidenza in quanto segretario uscente – notò subito la mia presenza e fu particolarmente colpito dalla mia giovane età. Chiese perciò a Mariano Rumor, che stava al suo fianco e che mi riferì la cosa durante un intervallo della riunione, chi fossi, quanti anni avessi, da quale parte politica fossi stato eletto membro del Consiglio. L’intero episodio fu poi raccontato più estesamente da Corrado Corghi, membro del Consiglio come rappresentante dell’Emilia, in un saggio intitolato “Nel tramonto di De Gasperi”, pubblicato sul numero di settembre-ottobre 1981 della rivista “Vita sociale”.[6]
Al termine della riunione del Consiglio nazionale l’anziano leader, che era molto affaticato, volle parlarmi brevemente, per conoscermi personalmente e per rivolgermi in modo diretto l’invito ad andarlo a trovare in Val Sugana, in modo da avere un colloquio più disteso e approfondito. Restammo d’accordo che mi sarei recato a Sella nell’ultima decade d’agosto. Debbo dire che l’invito non mi sorprese e neppure mi parve il segno di quel comportamento paternalistico che molto spesso gli uomini famosi, giunti all’età senile, amano assumere nei confronti dei più giovani. Sapevo infatti – ne avevamo anzi specificamente discusso negli organi dirigenti del Movimento giovanile, per le conseguenze politiche che quell’orientamento poteva avere – che dopo la sconfitta del 7 giugno e la caduta del suo ultimo governo, De Gasperi aveva in più occasioni sottolineato, tornando a dirigere la segreteria del partito, il suo interesse per i nuovi orientamenti che venivano emergendo fra i giovani democristiani: sia quelli che continuavano ad operare nei Gruppi giovanili della DC, sia quelli che – come Bartolo Ciccardini e Gianni Baget Bozzo – si erano collegati al gruppo di Felice Balbo per dar vita a una rivista con più spiccate ambizioni culturali (ma con esiti in verità piuttosto inconcludenti ed anche sconcertanti) come “Terza Generazione”.
In particolare De Gasperi (che era stato fortemente sostenuto da “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc, già nel suo scontro del 1952 con Gedda e con la destra cattolica) dopo il suo ritorno alla segreteria della DC, aveva affermato la necessità di dare ai giovani “maggiore respiro nel partito, cosa che Gonella non aveva capito ne’ attuato”[7]. Anche per questo aveva voluto, già prima del Congresso di Napoli, l’elezione di Franco Maria Malfatti nella segreteria del partito; e sostenne anche con un contributo finanziario personale, fino alla morte, la rivista “Terza Generazione”, della quale leggeva e annotava ogni numero, non mancando di esprimere qualche riserva sul linguaggio troppo astruso e quasi da iniziati, ma apprezzando l’impegno di studio e di ricerca.
Era, in sostanza, come se, dopo l’esaurimento del centrismo, lo statista trentino avvertisse che un capitolo di storia si era chiuso; e che, ancor prima di ricercare un ricambio con nuove alleanza di governo, occorresse approfondire l’analisi della realtà e non chiudere la porte – di qui l’attenzione per i giovani – verso nuovi orizzonti. Anche per questo ero curioso di vedere su quali basi avrebbe impostato l’incontro al quale mi aveva invitato a Sella di Val Sugana. Tanto più fui perciò colpito dall’improvvisa notizia della morte. Mi parve come un segno premonitore: l’annuncio del venir meno di un punto di equilibrio rispetto alla segreteria Fanfani e quindi un’anticipazione delle crescenti difficoltà che avrebbero incontrato, per proseguire il loro impegno all’interno della Democrazia cristiana, quei giovani che – come me – erano impegnati su una linea di ricerca per un sostanziale rinnovamento – in collaborazione con altre forze e in particolare con socialisti e comunisti – dello Stato e della società italiana.
Il 20 agosto, all’indomani della morte di De Gasperi, mi telefonò Mariano Rumor – che in quanto vicesegretario aveva anche assunto la direzione del settimanale ufficiale del partito, “La Discussione” – per chiedermi di scrivere a tamburo battente un articolo di sintesi che tracciasse un bilancio del ruolo svolto dallo statista trentino sia come dirigente politico sia come responsabile del governo. Sarebbe stato, mi disse, l’articolo che avrebbe qualificato quel numero della rivista: ed infatti così fu, perché venne pubblicato al centro della pria pagina col titolo “Nella storia d’Italia”. In pratica, fu quello il primo e ultimo gesto di fiducia nei miei confronti compiuto dalla nuova segreteria dc.
Ho riletto nei giorni passati quel mio lontano articolo, ricavandone un’impressione abbastanza soddisfacente: soprattutto perché gli altri interventi – assai numerosi – raccolti in quel numero del settimanale avevano in generale un carattere puramente agiografico o insistevano tutt’al più sul ruolo che le politiche di De Gasperi svolto avevano come barriera contro la minaccia del comunismo. Invece nel mio articolo l’accento era posto, in particolare, sul contributo che lo statista trentino aveva dato, prima, alla costruzione della nuova Italia democratica e al varo della Costituzione, avviando verso questo sbocco, con l’alleanza tripartita, “l’ondata resistenziale; e poi, dopo la rottura del’47 e la vittoria del 18 aprile, “alla sopravvivenza e allo sviluppo della democrazia italiana”, opponendosi alla costituzione di un indistinto “blocco anticomunista” e impedendo così “che lo Stato italiano tornasse a configurarsi come Stato reazionario di classe”. Sottolineavo, anche, che l’ormai avviata “disgregazione delle forze di destra monarchica e fascista” confermava le solide fondamenta che la politica di De Gasperi aveva gettato nel paese, facendo della “formula dell’unita’ politica dei cattolici” una “formula di sostegno dell’ordinamento democratico”; e concludevo che solo difendendo e consolidando “il patrimonio democratico che “De Gasperi ha fissato nel nuovo ordinamento repubblicano dello Stato, solo salvaguardando gli istituti di libertà e democrazia e’ possibile avviare su una linea di organico sviluppo la società italiana”.
In sostanza, le argomentazioni che sviluppavo in quel primo articolo di bilancio dell’opera di De Gasperi pubblicato su “La discussione”, riprendevano l’analisi che il Movimento giovanile democristiano era venuto elaborando nella sua stagione politicamente più felice, ossia fra il ‘52 e il ‘54: quando la rivista “Per l’Azione” – sia pure con molte ingenuità giovanili – divenne in qualche modo l’erede, dopo il ritiro di Dossetti, delle speranze alimentate dal dossettismo e al tempo stesso fu il canale attraverso il quale circolò, nel mondo dei giovani dc, il pensiero di Franco Rodano, conosciuto tramite gli articoli che apparivano sulla rivista “Lo Spettatore italiano”. Intrecciando queste due linee di tendenza, “Per l’Azione” fu, soprattutto a cavallo del 1953, una rivista particolarmente vivace. In sostanza essa analizzava e sottolineava, sulla scia dell’insegnamento di Dossetti, la grave crisi morale e sociale del paese (e in particolare della cattolicità italiana), che richiedeva un profondo impegno di rinnovamento a partire dal piano culturale e ideale; al tempo stesso sosteneva con fermezza (e al riguardo acquistava rilievo l’influsso di Franco Rodano) che condizione indispensabile per quest’opera di rinnovamento era comunque la difesa risoluta delle istituzioni democratiche dall’insidia dell’integralismo e dell’eversione di destra. A tal fine occorreva, contro l’insidia che veniva dalla destra cattolica, appoggiare con decisione – questa era la linea della rivista – la politica di De Gasperi ed operare per riaprire un positivo confronto, nel comune obiettivo di evitare uno spostamento a destra, con socialisti e comunisti. Queste tesi furono esposte da “Per l’Azione” in articoli il cui titolo era di per sé illuminante, come “Alcide De Gasperi o dello Stato in Italia”, oppure “Difendere lo Stato per la rivoluzione”.
In effetti, sia pure con molta enfasi e qualche forzatura, si trattava di una linea interpretativa che coglieva aspetti essenziali (anche se non i soli, come hanno messo in luce le ricerche storiografiche più recenti) della politica di De Gasperi: ossia il suo impegno per ancorare i cattolici italiani, attraverso la formula dell’unita’ dei cattolici e la costituzione di un partito quale la Democrazia cristiana, a una scelta politica democratica, sia pure di stampo moderato. Era la linea che il leader dc aveva sostenuto già nel ‘44-’45, riuscendo a farla prevalere rispetto alle suggestioni che spingevano autorevoli ambienti vaticani a preferire un più indistinto blocco conservatore non caratterizzato esplicitamente per l’ispirazione cristiana (nel quale, ovviamente, avrebbero trovato spazio anche forze di destra nostalgiche di vecchi assetti politici e sociali); e che aveva poi difeso nei primi anni cinquanta, contro l’offensiva culminata nell’ “operazione Sturzo”. Sottolineare questi aspetti dell’opera di De Gasperi non significava, ovviamente, presentarlo – del tutto impropriamente – come un uomo di sinistra: ma piuttosto mettere in evidenza che il prevalere di un linea liberal-democratica, quale quella da lui sostenuta, non era affatto scontato, e che non era scontato, soprattutto, il rapporto di “convivenza conflittuale” che si era stabilita con la sinistra socialista e comunista e che costituiva l’asse portante del nuovo ordinamento democratico del Paese.
Nell’articolo sulla “Discussione” non affrontavo, invece, il problema di un giudizio sulla politica economica e sociale che aveva caratterizzato il ciclo degasperiano. Su questo terreno, infatti, il giudizio mio e della “sinistra di base”, come quello a suo tempo espresso da Dossetti, era del tutto negativo: ci sembrava infatti che il consenso necessario per il varo della Costituzione e per il consolidamento delle istituzioni democratiche fosse stato bilanciato da De Gasperi con un appoggio ai “poteri forti” della destra economica e quindi con una politica di sostanziale immobilismo sociale, solo qua e là attenuata da un più che timido riformismo. Ci parevano invece necessarie, per aprire al paese un nuovo sviluppo, riforme economiche e sociali ben più incisive. Era questo il punto che ci separava, del resto, anche dalla segreteria Fanfani: proprio su questi temi, oltre che quelli della pace e de riarmo, sarei presto giunto – assieme agli altri esponenti giovanili che condividevano queste valutazioni, come Magri, Baduel, Leidi, Boiardi, per citare solo i nomi più noti – a un duro scontro con il nuovo gruppo dirigente del partito, sino a uscire dalla DC già nel 1955, per dar vita all’esperienza della rivista “Il dibattito politico”.
In effetti, che De Gasperi fosse, sul terreno economico e sociale, orientato in senso moderato, e’ assolutamente fuori di dubbio. Ma è proprio vero che la sua politica si qualificasse su questo terreno essenzialmente come “immobilistica” , secondo il giudizio allora dato così dalla sinistra interna della DC come dalla sinistra socialista e comunista?
Se si considerano le cose a distanza, ormai, di diversi decenni, vi sono due aspetti che vanno, a me pare, nettamente distinti. Da un lato è indubbio che la scelta da lui compiuta nel ‘47 per il “quarto partito”(cioè per le forze dell’economia, il cui appoggio egli considerava indispensabile per la ricostruzione e lo sviluppo del paese) significò un’opzione per l’ordinamento capitalistico, confermata del resto anche della collocazione e dalle alleanze internazionale. Ma questa scelta significò affatto totale adesione a una politica liberistica e privatista: al contrario gli strumenti dell’intervento pubblico (anche col concorso delle idee e degli uomini della corrente dossettiana) furono ampiamente utilizzati da De Gasperi: sia per misure di temperamento delle contraddizioni sociali e di vera e propria riforma (la riforma agraria stralcio, l’azione degli enti riforma) sia per dare basi più robuste e autonome per lo sviluppo dell’economia italiana (l’ammodernamento dell’industria siderurgica, la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, il ruolo svolto per la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, l’appoggio dato a Mattei per il rilancio dell’AGIP, la concessione del monopolio per la ricerca del gas in Val Padana, l’istituzione dell’ENI).
In sostanza De Gasperi fu tutt’altro che un rigido liberista[8] e un privatista: e tanto più dopo i guasti prodotti, negli ultimi anni, dall’adozione di una politica di sfrenato liberismo e d’indiscriminate privatizzazioni (guasti che oggi si pagano col preoccupante regresso economico dell’Italia) è giusto riconoscere che la politica di intervento pubblico nell’economia praticata dai governi presieduti dallo statista trentino ebbe un ruolo di rilievo nell’ammodernamento delle strutture economiche del paese e nell’avvio di quel processo di ristrutturazione e di sviluppo che già nella seconda metà degli anni cinquanta avrebbe portato al cosiddetto “miracolo italiano”. Certo, quella politica ebbe un chiaro segno di classe, a favore dell’impresa e della borghesia imprenditrice, e comportò parecchi costi, almeno per tutto il decennio, a carico dei ceti popolari, soprattutto del Sud. Fu, infatti, l’epoca della grande emigrazione, verso il Nord e verso l’estero. Ma la sinistra commise un grave errore di valutazione (dovuto a un limite ideologico che il marxismo novecentesco non ha mai superato: ossia a convinzione che il capitalismo, per i suoi vizi intrinseci, non avesse la possibilità di promuovere il pieno sviluppo delle forze produttive) interpretando quel che stava accadendo come restaurazione e immobilismo e non vedendo la dinamica che, invece, si era posta in atto. Di qui il brusco risveglio, dopo il 1955, di fronte alle sconfitte sindacali nelle fabbriche determinate, il larga misura, dai processi di ristrutturazione o di riorganizzazione produttiva.
Ma questo è un discorso che va molto al di là di quel che qui mi proponevo. Ossia sottolineare che l’intervento pubblico in campo sociale ed economico - sia a fini di temperamento dei conflitti sociali sia allo scopo, soprattutto, di creare le condizioni per lo sviluppo – fu una caratteristica essenziale della politica dei governi presieduti da De Gasperi. Anche questo fatto differenzia sostanzialmente quella politica da quelle, del tutto regressiva, posta in atto dall’attuale governo di centro-destra.
[1] Alcune delle informazioni, particolarmente quelle di carattere più strettamente biografiche, contenute in questo scritto, sono state parzialmente anticipate, in forma più succinta, in due articoli pubblicati sul Manifesto del 12 maggio e sull’Unità del 18 agosto scorsi.
[2] Va ricordato che Gedda era allora particolarmente forte non solo perché disponeva di autorevoli appoggi in Vaticano (in certa misura dello stesso Pontefice), ma perché aveva guidato i Comitati Civici, che avevano avuto un peso determinante nella campagna elettorale del 18 aprile ’48 e perché era Presidente dell’Azione Cattolica, che aveva allora molti più iscritti della democrazia cristiana.
[3] Il ritorno d De Gasperi alla segreteria della DC, in sostituzione di Gonella, avvenne nel Consiglio nazionale del 26-29 settembre 1953. E’ da notare che in quell’occasione, mentre Gonella espresse un pieno appoggio a Pella, De Gasperi manifestò non poche riserve verso le scelte sia di politica interna sia di politica internazionale (la questione di Trieste, in particolare) del nuovo Presidente del Consiglio.
[4] In occasione di quella crisi Dossetti, che era vicesegretario del partito, cercò di forzare la situazione chiedendo una svolta nella politica economica del governo, e a tale scopo la sostituzione di Pella, che era deciso fautore di una politica di stampo liberista, con un ministro della corrente di “Cronache Sociale”. Ma mentre questo scontro politico era in corso, Fanfani avviò una trattativa riservata con De Gasperi, in base alla quale entrarono ne governo sia lui sia Vanoni, ma restava anche Pella e non veniva data alcuna seria garanzia di nuove scelte in materia economica. Dossetti vide in quella vicenda una conferma della convinzione, che era in lui maturata, circa l’impossibilità di ottenere dalla DC una politica più avanzata e riformatrice. Ciò lo indusse ad accelerare la decisione del ritiro dalla politica, che fu da lui annunciato in due convegni tenuti al castello di Rossena, sull’Appennino emiliano, fra l’agosto e il settembre 1951.
[5] Palmiro Togliatti – Per un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi in “Rinascita” num. 10, 11, 12 del 1955 e num. 3, 5, 6 del 1956. Questo lungo saggio di Togliatti non riscosse particolare interesse né all’epoca né dopo. Ciò dipese probabilmente per due fattori: per il suo carattere eminentemente dottrinario, poco accattivante; e perché ormai venivano alla ribalta altri avvenimenti. Fra l’altro è degli inizi del ’56 il famoso rapporto Krusciov all’VIII Congresso del PCUS sugli errori e sui crimini di Stalin. Riletto a distanza di quasi 50 anni quel saggio presenta invece notevole interesse. Non solo per l’analisi minuziosa che Togliatti compie sia degli scritti di De Gasperi intorno al pensiero sociale cattolico sia delle sue fonti. Ma anche per le valutazioni più strettamente politiche. Al riguardo, pur esprimendo un giudizio nettamente negativo sull’anticomunismo di De Gasperi e sulle conseguenze antipopolari della sua politica (fra i due uomini, fra l’altro, c’era un’evidente antipatia) Togliatti sottolinea a più riprese il sincero antifascismo del leader democristiano: e gli dà atto, anche, di aver dimostrato “di voler restar fedele alle regole democratiche” respingendo in più di un’occasione la proposta di misure eccezionali anticomuniste. Più pesante è il giudizio nella politica economica di De Gasperi: accettando la logica dei due tempi (prima il risanamento e poi le riforme) avrebbe in sostanza giustificato e teorizzato una scelta di immobilismo.
[6]Racconta infatti Corghi “De Gasperi mi aveva invitato a costituire col più giovane consigliere Giuseppe Chiarante e col rappresentante della Valle d’Aosta il seggio elettorale per l’elezione dei membri della Direzione. Mentre si scrutinavano le schede …. De Gasperi dopo avermi fatto notare la giovane età di Chiarante (che portava una maglietta estiva distinguendosi nettamente anche per l’abbigliamento dagli altri consiglieri) mi chiede: Che ne pensi se incontrassi questi giovani consiglieri? … Vedi penso sia cosa utile che il vecchio presidente racconti la sua storia, ma non qui, a Roma: a Sella sotto i pini. Bisogna parlare insieme, perché la storia continua, giovani e vecchi come me, insieme”. Più sinteticamente, la sorpresa di De Gasperi perché “parecchi consiglieri, giovanissimi, gli erano sconosciuti” e la sua decisione di conoscerli individualmente dopo un periodo di riposo estivo, sono ricordati anche da Giulio Andreotti nel libro “De Gasperi e il suo tempo”, edito da Mondatori nel 1974.
[7] Corrado Corghi, ibidem
[8] Anche Togliatti, nel saggio già citato, sottolinea che a differenza di Sturzo, che rientrava dall’esilio negli Stati Uniti riportando “dal nuovo continente un orientamento nettamente liberistico e di piena fiducia nel regime capitalistico”, De Gasperi si presenta sulla scena politica, nel ’44-45, con posizioni che non escludono “misure di socializzazione”. Più limpida e più avanzata gli pare però la posizione di Dossetti e del gruppo di “Cronache Sociali”.
Ovunque venga sepolto al momento del trapasso, verrà il giorno in cui i suoi resti saranno trasferiti da un governo palestinese libero nei luoghi sacri di Gerusalemme. Yasser Arafat fa parte della generazione dei grandi leader sorti dopo la seconda guerra mondiale.
La statura di un leader non è determinata semplicemente dalle dimensioni dei risultati raggiunti, ma anche dalle dimensioni degli ostacoli che ha dovuto superare. Sotto questo aspetto, Arafat non ha rivali al mondo: nessun altro leader della nostra generazione è stato chiamato ad affrontare delle prove così crudeli, e a lottare contro tali avversità.
Quando apparve sul palcoscenico della storia, alla fine degli anni `50, il suo popolo era prossimo ad essere dimenticato. Il nome Palestina era stato sradicato dalla carta geografica. Israele, la Giordania e l'Egitto si erano divisi il paese tra di loro. Il mondo aveva deciso che non c'era nessuna entità nazionale palestinese, che il popolo palestinese aveva cessato di esistere come le nazioni degli indiani d'America - ammesso che fosse esistito davvero.
La palla tra i regimi arabi
All'interno del mondo arabo la «causa palestinese» veniva ancora citata, ma serviva solo come palla da rimpallare tra i regimi arabi. Ciascuno di essi cercava di appropriarsene per i suoi interessi egoistici soffocando brutalmente, allo stesso tempo, qualsiasi iniziativa palestinese indipendente. Quasi tutti i palestinesi vivevano sotto delle dittature e, nella maggior parte dei casi, in circostanze umilianti.
Quando Yasser Arafat, all'epoca un giovane ingegnere in Kuwait, fondò il «Movimento per la liberazione della Palestina» (le cui iniziali alla rovescia formavano il nome Fatah), egli intendeva prima di tutto la liberazione dai vari leader arabi, così da mettere in grado il popolo palestinese di parlare e agire autonomamente. Questa fu la prima rivoluzione dell'uomo che, nel corso della sua vita, ha realizzato almeno tre grandi rivoluzioni.
Era una rivoluzione pericolosa. Fatah non aveva una base indipendente. Doveva funzionare nei paesi arabi, spesso subendo persecuzioni spietate. Un giorno, ad esempio, l'intera leadership del movimento, compreso Arafat, fu gettata in prigione dal dittatore siriano del giorno, dopo avere disobbedito ai suoi ordini. Solo Umm Nidal, la moglie di Abu Nidal, restò libera e così fu lei ad assumere il comando dei combattenti. Quegli anni ebbero una influenza formativa sullo stile caratteristico di Arafat. Egli doveva destreggiarsi tra i leader arabi, metterli l'uno contro l'altro, ricorrere a trucchi, mezze verità e discorsi ambigui, sfuggire alle trappole e aggirare gli ostacoli. Diventò un campione mondiale di manipolazione. Così salvò il movimento di liberazione da molti pericoli nei giorni della sua debolezza, finché esso non poté diventare una forza potente.
L'emergente forza palestinese indipendente preoccupò Gamal Abd-al-Nasser, il capo egiziano che all'epoca era l'eroe dell'intero mondo arabo. Per soffocarla in tempo, egli creò l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e mise alla sua testa un mercenario politico palestinese, Ahmed Shukeiri. Ma dopo la vergognosa disfatta degli eserciti arabi nel 1967 e l'elettrizzante vittoria dei combattenti di Fatah contro l'esercito israeliano nella battaglia di Karameh (marzo 1968), Fatah prese il controllo dell'Olp e Arafat diventò il leader indiscusso dell'intera lotta palestinese.
A metà degli anni `60, Yasser Arafat cominciò la sua seconda rivoluzione: la lotta armata contro Israele. La pretesa era quasi ridicola: una manciata di guerriglieri male armati, non molto efficienti in questo, contro la potenza dell'esercito israeliano. E non in un paese di giungle impenetrabili e catene montuose, ma in un fazzoletto di terra piccolo, piatto, densamente popolato. Ma questa lotta impose la causa palestinese all'agenda mondiale. Va detto francamente: senza gli attacchi omicidi, il mondo non avrebbe prestato attenzione alla domanda di libertà dei palestinesi.
Il risultato fu che l'Olp fu riconosciuto come il «solo rappresentante del popolo palestinese», e trent'anni fa Yasser Arafat fu invitato a tenere il suo storico discorso all'assemblea generale dell'Onu: «in una mano ho un fucile, nell'altra un ramo di ulivo».
Per Arafat, la lotta armata era semplicemente un mezzo, nient'altro. Non un'ideologia, non un fine in se stesso. Gli era chiaro che questo strumento avrebbe rinvigorito il popolo palestinese e conquistato il riconoscimento del mondo, ma non avrebbe sconfitto Israele.
La guerra dello Yom Kippur dell'ottobre 1973 causò un'altra svolta del suo atteggiamento. Egli vide come gli eserciti dell'Egitto e della Siria, dopo una brillante vittoria iniziale ottenuta grazie alla sorpresa, erano stati fermati e, alla fine, sconfitti dall'esercito israeliano. Questo lo convinse infine che non era possibile avere la meglio su Israele con la forza delle armi.
Perciò, immediatamente dopo quella guerra, Arafat cominciò la sua terza rivoluzione. Decise che l'Olp doveva arrivare a un accordo con Israele e accontentarsi di uno stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Due passi avanti, uno indietro
Questo lo mise di fronte a una sfida storica: convincere il popolo palestinese a rinunciare alla sua posizione storica di negazione della legittimità dello stato di Israele, e ad accontentarsi di un mero 22% del territorio della Palestina anteriore al 1948. Senza che fosse dichiarato esplicitamente, era chiaro che questo comportava anche la rinuncia al ritorno illimitato dei profughi nel territorio di Israele.
Arafat cominciò a lavorare a questo obbiettivo nel suo modo caratteristico, con tenacia, pazienza e stratagemmi, due passi avanti, uno indietro. Quanto immensa sia stata questa rivoluzione, lo si può vedere da un libro pubblicato dall'Olp nel 1970 a Beirut, che attaccava violentemente la soluzione con due stati (chiamata «il piano Avnery», perché io ero all'epoca il suo principale promotore.)
Giustizia storica vuole che si affermi chiaramente che fu Arafat a pensare l'accordo di Oslo, in un'epoca in cui Yitzhak Rabin e Simon Peres puntavano ancora sull'irrealizzabile «opzione giordana», cioè l'idea che si potesse ignorare il popolo palestinese e restituire la Cisgiordania alla Giordania. Dei tre premi Nobel per la pace, Arafat è quello che lo ha meritato di più.
A partire dal 1974, sono stato testimone dell'immenso sforzo messo in campo da Arafat per far accettare al suo popolo il suo nuovo approccio. Passo dopo passo, esso fu adottato al Consiglio nazionale palestinese, il parlamento in esilio, dapprima con una risoluzione che stabiliva di istituire una autorità palestinese «in ogni parte della Palestina liberata da Israele», e, nel 1988, con la decisione di istituire uno stato palestinese vicino a Israele.
La tragedia di Arafat (e nostra) è stata che ogni qual volta si avvicinava a una soluzione di pace, i governi israeliani si tiravano indietro. I termini minimi di Arafat erano chiari e sono rimasti immodificati dal 1974 in poi: uno stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; la sovranità palestinese su Gerusalemme Est (compreso il Monte del Tempio ma escluso il Muro Occidentale e il quartiere ebraico); il ripristino del confine anteriore al 1967 con la possibilità di scambi limitati ed equivalenti di territorio; l'evacuazione di tutti gli insediamenti israeliani nel territorio palestinese e la soluzione del problema dei profughi d'accordo con Israele. Per i palestinesi questo è assolutamente il minimo, non possono fare rinunce ancora maggiori.
Il partner Yitzhak Rabin
Forse Yitzhak Rabin si avvicinò a questa soluzione verso la fine della sua vita, quando dichiarò in tv «Arafat è il mio partner». Tutti i suoi successori l'hanno rifiutata. Essi non sono stati disposti a rinunciare agli insediamenti ma, al contrario, li hanno allargati incessantemente. Hanno resistito a ogni tentativo di fissare un confine definitivo, poiché il loro tipo di sionismo richiede un'espansione perpetua.
Perciò essi vedevano in Arafat un pericoloso nemico e hanno cercato di distruggerlo con tutti i mezzi, ivi compresa una campagna di demonizzazione senza precedenti. Così Golda Meir («non esiste un popolo palestinese»). Così Menachem Begin («un animale con due zampe, l'uomo con i peli in faccia, l'Hitler palestinese», così Binyamin Netanyahu, così Ehud Barak («gli ho strappato la maschera dalla faccia»), così Ariel Sharon, che tentò di ucciderlo a Beirut e da allora ci ha sempre riprovato.
Nell'ultimo mezzo secolo, nessun combattente per la libertà si è trovato di fronte degli ostacoli così immensi come i suoi. Egli non ha dovuto confrontarsi con un odioso potere coloniale o una invisa minoranza razzista, ma con uno stato nato dopo l'Olocausto e sostenuto dalla simpatia e dai sensi di colpa del mondo. Da tutti i punti di vista militari, economici e tecnologici, la società israeliana è molto più forte di quella palestinese. Quando gli è stato chiesto di istituire l'Autorità palestinese, Arafat non ha preso il comando di uno stato esistente e funzionante, come Nelson Mandela o Fidel Castro, ma di pezzi di terra scollegati e impoveriti, le cui infrastrutture erano state distrutte da decenni di occupazione. Egli non ha preso il comando su una popolazione che vivesse sulla sua terra, ma su un popolo composto per una metà dai profughi dispersi in molti paesi e per l'altra metà da una società fratturata lungo direttrici politiche, economiche e religiose. Tutto questo, mentre la battaglia per la liberazione va avanti.
Avere tenuto insieme questo pacchetto e averlo guidato verso la sua destinazione in queste condizioni, passo dopo passo, è il risultato storico di Yasser Arafat.
«Lui è andato avanti»
I grandi uomini hanno grandi colpe. Una colpa di Arafat è la sua inclinazione a prendere da solo tutte le decisioni, specialmente da quando tutti i suoi collaboratori più stretti sono stati uccisi. Come ha detto uno dei suoi critici più severi: «Non è colpa sua. Siamo noi da biasimare. Per decenni è stata nostra abitudine scappare da tutte le decisioni difficili, che richiedevano coraggio e audacia. Dicevamo sempre: facciamo decidere Arafat!». E lui decideva. Come un vero leader, è andato avanti e il suo popolo lo ha seguito. Così ha affrontato i leader arabi, così ha iniziato la lotta armata, così ha teso la mano a Israele. Per il suo coraggio si è guadagnato la fiducia, l'ammirazione e l'amore del suo popolo, al di là delle critiche.
Se Arafat dovesse morire, Israele perderà un grande nemico, che sarebbe potuto diventare un grande partner e alleato. Con il passare degli anni, la sua statura crescerà sempre di più nella memoria storica. Per quanto mi riguarda: lo rispettavo come patriota palestinese, lo ammiravo per il suo coraggio, capivo le costrizioni con cui lavorava, vedevo in lui il partner per costruire un nuovo futuro per i nostri due popoli. Ero suo amico.
Come dice Amleto di suo padre: «Egli era un uomo, preso tutto insieme, di cui non vedrò un'altra volta l'uguale».
Traduzione di Marina Impallomeni
Lasciando l'ultima delle sue sette vite così, in punta dei piedi e per di più in esilio, Yasser Arafat ha fatto ancora una volta la cosa giusta per il popolo palestinese. La sua presenza nella prigione della Muqata a Ramallah aveva negli ultimi anni rappresentato, che lui lo volesse o no, un ostacolo per ogni tentativo di pace con Israele. E soprattutto aveva impedito l'emergere di una nuova classe dirigente palestinese: finché il raìs era ancora vivo, l'unico vero capo era lui. Gli uomini del suo entourage non nascondevano il disagio per questa situazione, ma poco potevano fare. Per il suo popolo, anche per i palestinesi schierati con leader e organizzazioni diverse dalle sue, lui era un'icona della causa tanto potente che definirlo mr. Palestine, come facevano gli anglosassoni, appariva quasi inadeguato al ruolo quasi sacrale che in sessanta dei suoi settantacinque anni di vita era riuscito a conquistarsi fra la sua gente e fra la gente dei paesi arabi, compresi quelli i cui governi non lo amavano, anzi lo temevano e lo pagavano senza troppe chiacchiere per tenerlo il più possibile lontano.
Arafat, non dimentichiamolo, è stato l'unico leader laico capace di conquistare uno Stato per il suo popolo: non sembra giusto che se ne vada senza avere avuto il bene di vederlo nascere compiutamente. E tuttavia se lo Stato di Palestina nascerà davvero, questo si dovrà in parte al fatto che lui non ci sia più, che la sua bandiera sia stata ammainata per sempre. Nel 2002, di fronte all'inviato del Washington Post, aveva recitato compunto la sua preghiera: «Per favore, Signore Dio, lasciami l'onore di essere uno dei martiri per la santa Gerusalemme». Allah non lo ha accontentato. Ma è giusto che il suo popolo lo consideri comunque un martire della causa palestinese perché in effetti questo è sempre stato, nel bene come nel male.
Non è un caso se il suo arcinemico israeliano, Sharon, non vuole che venga sepolto a Gerusalemme. Durante una polemica di molti anni fa, a chi sosteneva che egli era nato il 24 agosto del 1929 al Cairo, lui replicava con estremo vigore di essere nato proprio quel giorno lì, ma a Gerusalemme. Tutto ciò aveva molto senso per lui perché durante tutta la sua vita ha gridato che Gerusalemme doveva essere la capitale dello Stato palestinese, magari una capitale in condominio con gli israeliani, ma comunque la capitale. «Chiunque rinuncia ad un solo metro di Gerusalemme non è né un arabo né un musulmano», aveva tuonato ancora nel 1993, aumentando l'irritazione di Sharon e di tanti israeliani nei suoi confronti.
Dove che sia nato, Arafat viene -questo è accertato- da una cospicua famiglia di commercianti di Gerusalemme. A quattro anni perde la madre, a 15 il padre lo manda a studiare nel cuore della cultura araba, cioè al Cairo. Nella capitale egiziana a quei tempi emergevano molti fermenti, da quelli panarabi che in seguito Gamal Abdel Nasser avrebbe predicato con successo, ma anche dal nascente integralismo religioso incarnato allora dai «Fratelli musulmani». Arafat assorbe tutto, ma il suo pensiero dominante va alla Palestina. Dopo la nascita di Israele nel 1948, la sua famiglia aveva dovuto trovare rifugio a Gaza. Lui studia ingegneria (riuscirà anche a laurearsi) ma quando nel 1956 scoppia la crisi di Suez fa parte con le brigate palestinesi dell'esercito egiziano, col grado di sottotenente. Nello stesso anno fonda al Fatah, l'organizzazione che resterà «sua» per i molti anni a venire, comincia a svolgere azione clandestina, gli egiziani, per niente grati dei suoi trascorsi militari, lo mettono in galera. Ci resta poco, poi si trasferisce in Kuwait, dove trova il fantasma dell'Olp, un'organizzazione nelle mani dei paesi arabi e di vecchi militanti ormai a riposo. Lui e altri capi palestinesi più radicali di lui come Mayef Hawatmeh e George Habbash partecipano alla guerra dei sei giorni. Quella guerra fu persa, ma la sconfitta permise ad Abu Ammar -così si chiamava allora Arafat- e agli altri duri di prendersi l'Olp. Così Arafat ne diventa presidente nel '69, una carica che manterrà continuamente nel corso degli anni, nonostante il fatto che le sue scelte siano state spesso contestate, anche vivacemente, da una parte dei suoi seguaci. Lo hanno rimproverato i politici più maturi per l'adesione al terrorismo che lo accomuna agli altri due «giovani leoni».
Dal ‘67 in poi sono anni brutti. Israele occupa la Cigiordania palestinese e la striscia di Gaza, lasciando intendere che mai restituirà quei territori. Il ricorso al mitra, ai sequestri, ai dirottamenti aerei sembra a molti palestinesi inevitabile. Probabilmente per non venire scavalcato dalla sua sinistra Abu Ammar si associa a quella politica, ma non la condivide fino in fondo. Il passato terrorista gli resterà comunque incollato addosso per tutta la vita, e vanamente lui cercherà di scrollarselo dalle spalle. Nel 1970 proclama ancora una volta al Washington Post: «L'obbiettivo della nostra lotta è la fine di Israele, e su questo non possono esserci compromessi». Questa linea gli lascia aperti i rapporti con i paesi arabi, che nel 1974 a Rabat definiscono l'Olp come «unico rappresentante del popolo palestinese» ma lo fa apparire sotto una luce sinistra in Occidente. Arafat lo sa benissimo e lavora per portare a piccoli passi la sua organizzazione lontano da una tale sciagurata deriva. Pochi gli credono ma alla fine lui otterrà dalla sua gente che la clausola statutaria dell'Olp che prevedeva come prima cosa l'eliminazione dello stato ebraico venga ritirata e sostituita da un implicito riconoscimento di Israele. Da lì spiccherà il volo per un negoziato duro che passerà da Madrid e da Oslo per approdare a Washington nel '94 quando stringerà la mano di Yitzhak Rabin e di Shimon Peres, accomunati nello stesso anno dal Nobel per la Pace.
Ma mentre a livello politico si svolgono negoziati e intrallazzi, Arafat assume in qualche modo l'immagine del pastore dei suoi connazionali. Durante il famoso settembre nero del 1970, quando re Hussein di Giordania decide di chiudere i conti con gli esuli palestinesi divenuti troppo ingombranti prendendoli a cannonate, Arafat è con loro, fugge da Amman vestito da donna. La dirigenza dell'Olp si trasferisce temporaneamente a Tunisi. Implacabili come sempre i caccia israeliani andranno a bombardare anche quegli edifici, nella speranza di colpire in primo luogo Arafat. Ma l'uomo ha veramente sette vite, sopravvive, si trasferisce con la sua gente in Libano, dove i profughi palestinesi mettono in crisi il precario equilibrio politico del paese e vengono ricompensati nel 1976 col massacro di Tel at Zatar dove i falangisti (il braccio militare dei cristiani maroniti), con la complicità dei falsi amici siriani e perfino del gruppo dissidente palestinese di As Saiqa, sparano senza ritegno sui profughi, donne e bambini compresi. Arafat scampa a questo massacro come era scampato nel '73 ad una bomba esplosa nel suo ufficio che uccise tre dei suoi principali collaboratori. Quando i palestinesi cominciano ad allargarsi troppo nel Libano (e Arafat non li dissuade, anzi) Ariel Sharon trova nel 1982 il giusto pretesto per scavalcare le frontiere libanesi arrivando fino a Beirut ed oltre e macchiandosi, ancora con la complicità dei falangisti, degli orrendi massacri di Sabra e Shatila. Ma Sharon cerca lui, l'uomo diventato per il vecchio generale un'idea fissa. Si racconta che il 30 agosto uno dei tiratori scelti israeliani riesca ad inquadrare Arafat nel suo mirino. Sharon, chissà poi perché, non dà l'ordine di fare fuoco.
Certamente Allah, pur non essendo Arafat uno scaccino, ha per lui una certa simpatia. Come si spiega altrimenti che due attentati contro di lui falliscano, poi gli succeda di cappottare in macchina sulla via di Bagdad uscendone senza un graffio, sia addirittura l'unico superstite di un incidente che carbonizza il suo aereo. E quando nel 1994 ritorna in Palestina come capo dell'Autorità Nazionale palestinese, la sua vita si fa sempre più difficile. Ai tradizionali avversari come Mayef Hawatmeh o George Habbash si aggiungono i gruppi dissidenti di Abu Nidal e Ahmed Jibril, entrambi finanziati dalla Siria che non vede di buon occhio la nascita di uno stato palestinese organizzato democraticamente ai suoi confini. Poi ci sono gli integralisti di Hamas, coi quali Arafat riesce però a mantenere aperto un canale di comunicazione, e gli altri gruppi jihadisti che si votano al martirio kamikaze. Abu Ammar da una parte li tira per la giacchetta, dall'altra sfrutta politicamente con gli israeliani il terrore che essi provocano e del quale, va detto, lui non è responsabile. Di altre cose sono responsabili lui in prima persona e tutto il suo entourage. I soldi che continuano ad arrivare come sempre dai regimi arabi sotto botta vengono amministrati in maniera clientelare, molti militanti diventano imprenditori e affaristi, il raìs lascia fare convinto che tutto questo non conti poi molto. E invece conta soprattutto a Gaza, dove Hamas, oltre che spedire kamikaze in Israele, intraprende tutto un lavoro di bonifica sociale e di solidarietà che riluce in contrasto con le miserie dei territori amministrati esclusivamente dall'Autorità Nazionale.
E poi non mancano gli errori politici più evidenti, come l'appoggio dato a Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo, il Desert storm, quando contro il tiranno di Baghdad sono schierati non solo gli Stati Uniti ma anche qualcuno fra gli interlocutori privilegiati della diplomazia di Arafat come la Comunità europea e molti stati moderati. Il presidente palestinese non è contento dell'iniziativa irachena di invadere il Kuwait, visto che la violazione della sovranità territoriale è proprio quello di cui i dirigenti palestinesi accusano da sempre Israele,in più sa di essere inviso a Saddam al quale si deve fra l'altro l'uccisione di Abu Iyad, uno dei suoi principali collaboratori. Ma su ogni ragionamento politico prevale in lui il vecchio capopopolo, i campi profughi palestinesi sono pieni di ritratti di Saddam Hussein, le «sue» masse stanno tutte con l'uomo di Baghdad e Arafat non riesce a tirarsi indietro. Tutto questo gli costerà in termini di credibilità e di autorevolezza, ma Allah gli vuole bene, l'errore viene dimenticato presto, soffocato dai clamori dell'Intifada che Arafat sponsorizza quasi in pieno.
Come a riscattare il suo errore, un anno dopo Desert storm sposa una palestinese cristiana, Suha Tawil, e ne fa nascere la figlia a Parigi, fra i brontolii degli ulema. Gli stessi brontolii che hanno accompagnato la sua decisione di curarsi all'ospedale di Percy, dove è morto lontano dalla sua Palestina. E dopo aver vissuto sette vite spera che almeno gli consentano di riposare per sempre in un fazzoletto di terra piccolo, quanto basta a venire coperto dalla sua kefiah, un simbolo che per più di mezzo secolo ha saputo portare sempre con dignità e perfino con una qualche ironìa.
E’ possibile, e forse utile, tentare una iniziale valutazione critica del nuovo strumento della pianificazione strategica (PS) alla luce delle esperienze che si sono recentissimamente avviate nel nostro paese, anche al fine di porre qualche limite a una tendenza a moltiplicarne interpretazioni e significati. In particolare, sembra importante evidenziare, sulla base delle caratteristiche specifiche del modello emergente nelle migliori pratiche internazionali (più volte commentate in questa rubrica), i limiti di esperienze solo parziali o, peggio, dei tentativi di contrabbandare pratiche tradizionali per innovative.
E’ ben vero che il modello emergente in ambito internazionale, di tipo interattivo e partecipativo, è per molti versi un modello ideale, non pienamente realizzato in nessuno dei casi empirici recenti: ma altro è tendere a realizzare un obiettivo avanzato, sia pure per tentativi ed errori e scontandone molte difficoltà, altro è rinunciarvi fin dall’inizio del processo di pianificazione per perseguire obiettivi parziali che possono snaturare il contenuto innovativo, tecnico-organizzativo e di policy, del nuovo strumento.
Non vogliamo certo qui restringere i contenuti, gli stili, gli obiettivi anche politici (oltre che di politica urbana) della PS attraverso la proposizione di una visione personale e soggettiva; ma proprio perché quello che abbiamo chiamato il “modello emergente” è in realtà un meta-modello, un percorso e un metodo che deve trovare la sua realizzazione in coerenza con le specificità delle strutture e delle problematiche territoriali, piuttosto che uno strumento pronto all’uso e standardizzato, questo rischio pare comunque del tutto remoto. E’ tuttavia importante sottolineare il fatto che lo strumento, divenuto subitaneamente di moda nel nostro paese, vada salvaguardato da troppo ampie definizioni che finiscono per ricomprendere esperienze, obiettivi e pratiche che, pure del tutto legittime, nulla hanno a che vedere con le valenze innovative del nuovo metodo e che rischiano di banalizzarne, oltre che l’immagine, anche le potenzialità che incorpora.
Nel dibattito culturale italiano su significato e compiti della PS (e in alcune ricadute operative a livello locale) si è invece proposta recentemente anche una concezione, o definizione (che riteniamo non soltanto inadeguata, ma anche rischiosa) che vede la PS come “un’azione politico-tecnica volontaria rivolta alla costruzione di una coalizione intorno ad alcune linee strategiche condivise (la strategia)” (Mazza, 2000: 28). L’assunto alla base di questa concezione, e cioè la necessità per qualunque processo di PS che si manifesti una leadership (in genere politica) e un consenso stabile fra attori, appare corretto e legittimo. Ciò che qui si vuole porre in dubbio, e che non sembra accettabile in una visione moderna delle politiche urbane, è la visione elitaria secondo la quale ciò “implica l’esistenza di una classe dirigente all’interno della quale un gruppo costruisce una comunanza di interessi e di programmi” (ibid.: pag. 29, corsivo nostro).
Il rischio implicito di un tale modello è manifestamente quello di approdare a una concezione neo-corporativa delle politiche pubbliche urbane; un rischio tanto più grave in un contesto politico e culturale come quello attuale, in cui le capacità di controllo del “bene comune” da parte delle pubbliche amministrazioni sono state ampiamente limitate, almeno nel nostro paese, da riforme e da pratiche urbanistiche che, nell’introdurre elementi di flessibilità necessari e altrettanto necessarie aperture al mercato, hanno nel contempo spesso delegittimato o indebolito l’azione pubblica.
Non vi è dubbio che la formazione di coalizioni è sempre avvenuta: essa è dunque lecita e addirittura vantaggiosa in un processo di PS, e trova i suoi esiti progettuali e realizzativi nelle diverse forme di partenariato pubblico-privato che vengono facilitate istituzionalmente nel processo di PS stesso. Ma ancora una volta l’elemento caratterizzante non è questo (o non è più questo, come lo è stato invece nella stagione delle prime esperienze internazionali degli anni ’80 e dei primi anni ’90), bensì il sistema di garanzie, di trasparenze, di pubblicità e di valutazione che la “terza generazione” di piani, partecipativi e “inclusivi” nella accezione data da Patsy Healey, intende (o almeno tenta di) costruire. Operazione difficile certo, ma irrinunciabile, che non autorizza scorciatoie che per voler essere realistiche appaiono solo opportunistiche.
Promuovere un processo di informazione e discussione pubblica, quanto più aperto possibile, anche se necessariamente strutturato e organizzato; affidarsi a pratiche argomentative e comunicative anziché discrezionali o puramente lobbystiche; dare ascolto alle aspirazioni ed alle aspettative che emergono dalla cittadinanza attraverso inchieste, questionari e procedure formalizzate di consultazione; imporre trasparenza e pubblicità alle negoziazioni fra pubblico e privato e alle valutazioni dei vantaggi collettivi di progetti privati; e soprattutto inquadrare il processo negoziale all’interno di regole definite ex-ante e non soggette esse stesse a negoziazione[1]: tutto questo costituisce l’elemento caratterizzante dell’approccio attuale alla PS nelle migliori pratiche e teorizzazioni internazionali (Gibelli, 2003).
Il percorso, come si diceva, può essere assai lento e tormentato, soprattutto in Italia dove non esiste una tradizione consolidata di partecipazione e di vera trasparenza nelle politiche urbanistiche. E anche nelle migliori esperienze straniere non tutti gli elementi citati in precedenza appaiono pienamente realizzati. E’ esemplare a questo proposito il caso del Grand Lyon (il governo metropolitano di Lione) (S&O, 179/2000) in cui, dopo tre piani strategici, si è sentita la necessità di formalizzare i processi di coinvolgimento civico, con l’approvazione nel luglio 2003 di una “Charte de la participation” che statuisce le procedure cui dovranno attenersi tutte le attività di pianificazione e trasformazione fisica del territorio lionese (dai piani di inquadramento strategico/SCOT, ai piani urbanistici comunali/PLU, ai piani di settore, ai grandi progetti, alle scelte in merito ai servizi di prossimità).
Inoltre, occorre mettere nel conto una minore celerità decisionale nel caso che i processi partecipativi (e non solo i progetti partenariali che coinvolgono gli interessi forti) siano effettivamente messi in opera. Ne è un caso esemplare la vicenda recentissima di un grande progetto urbano proposto da Siemens per Monaco di Baviera: un progetto con evidenti vantaggi collettivi che è stato bloccato e sottoposto a referendum da parte del sindaco a fronte di resistenze espresse dai cittadini a concedere all’impresa proponente di superare in un edificio l’altezza massima tradizionalmente imposta in città.
Per le ragioni esposte, riteniamo di dover confermare una definizione ampia e forse didascalica di PS, che tuttavia ne restituisce gli elementi caratterizzanti e realmente innovativi: essa può essere definita come la costruzione collettiva di una visione condivisa del futuro di un dato territorio, attraverso processi di partecipazione, discussione, ascolto; un patto fra amministratori, attori, cittadini e partner diversi per realizzare tale visione attraverso una strategia e una serie conseguente di progetti interconnessi, giustificati, valutati e condivisi; e infine come il coordinamento delle inderogabili assunzioni di responsabilità dei differenti attori nella realizzazione di tali progetti.
La differenza fra questo modello e quello neo-corporativo è chiara, e implicitamente o esplicitamente evocata dalla stessa Commissione Europea nei suoi interventi sulle politiche territoriali e urbane. Da una parte viene evidenziata sempre più la necessità e l’obiettivo preciso di procedere in direzione di una più compiuta democrazia, iniziando dall’ambito in cui più direttamente i cittadini vengono a contatto con le scelte che li riguardano, e cioè l’ambito delle politiche urbane e territoriali. Questa necessità era già esplicitata nel Quadro d’azione per lo sviluppo urbano sostenibile del 1998 e nel successivo Libro Bianco sulla Governance, e viene confermata nel Terzo Rapporto sulla Coesione del febbraio 2004. Ma, soprattutto, la Commissione è intervenuta a bloccare alcuni grandi progetti urbani, realizzati attraverso negoziazioni locali, per mancanza di trasparenza e di vera apertura competitiva.
Come si vede, siamo ben lontani dalla concezione elitista, che affida il successo del piano a “un gruppo non molto numeroso e potente di scommettitori” attorno ai quali si costruisce “una coalizione” (Mazza, ibidem).
Quest’ultima concezione, oltre ad essere ormai inadeguata, apre inoltre la strada a esiti che facilmente possono ridursi al puro aspetto dello sviluppo immobiliare; esiti peraltro non esclusi, ma anzi talora esplicitamente invocati, in quanto più agevolmente percorribili e validi per coagulare processi cooperativi e coalizioni altrimenti giudicate improbabili (Mazza, 1996: 180). Non vi è niente di immorale nella costituzione di tali coalizioni a carattere immobiliare (a patto che non si risolvano, come in passato, in pratiche oligopolistiche di spartizione dei mercati edilizi locali), né tanto meno nell’utilizzo di strategie immobiliari da parte di imprese industriali in via di delocalizzazione dai centri urbani al fine di realizzare risorse patrimoniali altrimenti sottoutilizzate; ma la garanzia dell’interesse pubblico in questi processi non è intrinseco ai processi stessi, ma al metodo di controllo e di orientamento degli esiti per la città.
E’ preoccupante dover verificare ex-post quanto da queste premesse sia potuta sortire la deriva puramente immobiliare e la modestia dei progetti effettivamente realizzati nel caso del Documento di Inquadramento del Comune di Milano del 2000, un documento che, da parte di uno degli estensori, viene assegnato, per “la generalità degli obiettivi e la mancanza di valore giuridico, (…) alla tipologia dei piani strategici” (Mazza, 2000: 27).
Alla distinzione fra approccio elitista e approccio inclusivo può essere associata quella, più orientata agli obiettivi, fra approcci che privilegiano le economicità e le convenienze (private) di breve periodo e approcci che privilegiano le economicità e i vantaggi (collettivi) di lungo periodo. Se è vero che associare il privato alle azioni pubbliche significa per ciò stesso riconoscere l’utilità, e la necessaria garanzia, di una profittabilità privata, quest’ultima deve essere comunque responsabilmente inquadrata in azioni e strategie che garantiscano vantaggi di lungo periodo alla città intera. Il termine di sviluppo sostenibile, anche se inflazionato e svuotato in parte di contenuto operativo e politico, ci può aiutare in questo ambito, proprio perché pone l’accento non solo sui risultati ma anche sui modi dell’azione. E’ stato detto che “è probabilmente al livello dello spazio urbano che l’approccio dello sviluppo sostenibile mostra il suo senso più immediato”, proprio in quanto esprime “l’aspirazione a una democrazia più completa, orientata a coinvolgere fortemente gli abitanti, l’insieme degli attori locali e le imprese, per fare del territorio comune un luogo di progetto condiviso e non più uno spazio subìto” (Prager, 2004: 19).
La PS deve dunque porsi come obiettivo di sperimentare nuove forme di protagonismo e di cittadinanza attiva dei soggetti: essa è infatti essenzialmente azione collettiva, discussione e ascolto, messa in rete ed interazione; essa individua come condizioni facilitatrici la presenza di attitudini alla cooperazione e al partenariato, la presenza di capitale sociale, di “capitale relazionale”.
Giustamente Crosta ha rilevato, parlando delle modalità con cui il consenso viene costruito e raggiunto, di consenso talvolta opportunista, di consenso puro da comunanza di interessi, ma anche, più importante di tutti, di consenso di natura interattiva che si costruisce nel corso del processo di piano, come sottoprodotto dello stesso, attraverso le pratiche argomentative e i dibattiti pubblici, che conducono alla ridefinizione dei punti di vista e degli interessi degli attori, alla costruzione di soluzioni di compromesso, alla saldatura di nuove alleanze (Crosta, 2004: 19).
La PS costituisce dunque una delle possibili risposte alla riforma della governance urbana, e come tale richiede un lungo processo di cambiamento culturale e politico, di crescita di coscienza civica e di identificazione di nuove forme organizzative e decisionali, in cui il coinvolgimento dei cittadini deve estendersi anche ai temi complessi e alle sfide di lungo periodo, soprattutto su temi di grande sensibilizzazione collettiva quali la sostenibilità e la coesione sociale, poiché esso può portare a nuove idee e nuovi modi di pensare, a una nuova “razionalità comunicativa” fondata su estese pratiche argomentative.
Comune di Milano (2001), Ricostruire la Grande Milano -Documento di Inquadramento delle politiche urbanistiche comunali, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano
Crosta P.L. (2003), “A proposito di approccio strategico: la partecipazione come tecnica di pianificazione o come politica di cittadinanza attiva?”, in Moccia F.D., De Leo D. (a cura di), I nuovi soggetti della pianificazione, Milano, Franco Angeli
Gibelli M. C. (2003), “Flessibilità e regole nella pianificazione strategica: buone pratiche alla prova in ambito internazionale”, in Spaziante A., Pugliese T. (2003) (a cura di), Pianificazione strategica per le città: riflessioni dalle pratiche, Milano, Franco Angeli
Mazza L. (1996), “Difficoltà della pianificazione strategica”, Territorio, 2
Mazza L. (2000), “Strategie e strategie spaziali”, Territorio, 13
Prager J.-C. (2004), “Les élus locaux et le développement économique”, A.A.V.V., Villes et économie, Paris, La Documentation Française
[1] Nel Documento di Inquadramento del Comune di Milano (2001), la più compiuta realizzazione recente del modello elitista, è proprio questa necessità di definizione di alcune regole chiare - di trasformazione urbana, di valutazione di impatto urbanistico e ambientale, e di distribuzione fra pubblico e privato del surplus emergente dai processi di trasformazione – che viene negata e azzerata. Si afferma infatti non solo che “il Documento di Inquadramento in qualche misura espropria (sic!) il piano regolatore dei suoi contenuti strategici” (Presentazione dell’allora Assessore Maurizio Lupi, pag. V), ma anche che “gli investitori hanno la massima libertà di proposta” e “se la proposta è accolta, le regole specifiche del progetto di trasformazione vengono definite contestualmente alla proposta di cambiamento e non preesistono ad essa” (Sintesi di controcopertina, che riprende concetti esposti con ampiezza nel Documento).
Perché mai la mostra che si apre domani in Campidoglio, dedicata a Leon Battista Alberti, un architetto nato nel 1404 e morto nel 1472, si inserisce nel vivo del dibattito sulla città? Perché mai la teoria dell'architettura di Alberti è nuovissima, determinante guida per la urbanistica di oggi, dove i pareri sono violentemente contrapposti? Lo sappiamo: il lussemburghese Leon Krier, consulente di Carlo di Inghilterra, vuole la tutela ferrea delle città storiche, il loro integrale recupero, la limitazione delle altezze, l'uso degli antichi materiali. Ma per Massimiliano Fuksas, progettista di Porta Palazzo a Torino, della Nuova Fiera diMilano e del Centro Congressi dell'Eur, la così detta Nuvola, la città è una utopia, un modello del passato, servono gli interventi del nuovo. Del resto anche Jean Nouvel, il progettista de l'Institut du Monde Arabe a Parigi, i centri storici, e in particolare ad esempio quello di Roma, sono uno spazio nel quale intervenire, anche nella zona barocca, peraltro esclusa da manomissioni dal sindaco Walter Veltroni. D'altro canto Kjatil Traedal Thorsen, norvegese, ritiene che anche a Roma, nel centro storico, si debba intervenire con forme nuove. Così anche adesso le polemiche sono fortissime quando si inseriscono segni violenti, distruggendo per giunta architetture storiche di grande rilievo, come è il caso di Richard Meier con il suo imballaggio dell'Ara Pacis di sapore post moderno, obelisco compreso.
Torniamo ad Alberti per leggere un modernissimo passo della sua De re aedificatoria ( 1452), il trattato di architettura che, evocando quello di Vitruvio scritto in età augustea, mette le basi per la nuova idea della città di oggi: « Quando si giunge in una città, se questa è famosa e potente, esigerà strade dritte e molto ampie, confacenti al suo decoro e alla sua dignità. Se invece è una colonia o una semplice piazzaforte… ( le vie) all'interno della città non dovranno passare in linea retta, ma piegare con ampie curve come anse di fiume, più volte da una parte e dall'altra… perché il fatto è di grande giovamento sia alla bellezza, sia alla pratica convenienza, sia alle necessità di determinati momenti… infatti chi vi cammina viene scoprendo man mano, quasi a ogni passo, nuove prospettive di edifici… inoltre la strada a curve sarà sempre ombreggiata, anche d'estate; e d'altra parte non vi sarà casa ove non giunge la luce del giorno: mai vi mancheranno le brezze… né vi sarà pericolo di venti nocivi, che verrebbero subito respinti dai muri frapposti » .
Qui dunque le città di Alberti sono due, quella rinascimentale, con le sue vedute assiali, la sua prospettiva come una scena teatrale e l'altra, la città che l'umanista, studioso della Roma dove lavora come « abbreviatore » per i pontefici, vede ogni giorno, la città medievale, la città con le strade dense di edifici di epoche diverse, che si guardano camminando fra essi lentamente, ciascuno con dentro il senso della propria storia. Così dunque Alberti dialoga con l'antico ma anche con il mondo medievale.
Un moderno architetto, Stefano Boeri, ricorda un libro di Françoise Choey, La regola e il modello , che contrappone alla città utopica di Tommaso Moro ( 1516) quella di Leon Battista Alberti: « Alberti ha capito - dice Boeri - che per l'architettura delle città non si possono fissare modelli; la città non è la creazione del principe, se mai lo è stata, ed è il prodotto di tanti soggetti che devono fissare regole condivise; e proprio il trattato di Alberti è il primo a indicare per la città un sistema di spazi ordinati da norme » . Così dunque la mostra organizzata da Paolo Fiore e, fra gli altri, da Howard Burns e Arnold Nesselrath, pone problemi che vanno al di là della pur importante vicenda di Alberti, e segna una tappa nella storia del dibattito sul mondo di oggi. Proviamo a riflettere, una generazione fa Bruno Zevi scriveva un libro su Biagio Rossetti ( 1447 1516) che veniva definito « primo urbanista moderno europeo » . Ebbene ben prima Alberti ripensa per i Gonzaga Mantova, come propone in mostra Arturo Calzona, costruisce alcuni nuclei, alcuni nodi fuori le mura, come il San Sebastiano, progetta nuovi portici rinascimentali lungo le antiche strade, adattandosi dunque ai percorsi medievali, alle curve, alle prospettive della città storica entro cui deve operare. Ancora lui, Alberti, ripensa anche la centralissima Piazza delle Erbe, con doppi portici attorno e in mezzo un monumento a Virgilio, mai realizzato, ma che riprendeva la vivissima tradizione medievale del poeta, provata anche da due statue del secolo XIII che ancora si conservano. Così Alberti applica agli spazi urbani una visione nuova, che Biagio Rossetti imiterà a Ferrara, dove peraltro prima era operoso proprio Alberti, e che sta alla base della moderna idea della città e della sua funzione in tutto l'occidente. Dice Guido Canali, che di interventi nelle città storiche ha grandi esperienze, dal restauro dello Spedale di Santa Maria della Scala a Siena a quello del Real Collegio Carlo Alberto di Monreale: «Alberti ha segnato gli inizi del mondo moderno: certo è che per intervenire nella città storica si deve rifiutare il protagonismo, l'architetto deve sapersi adattare ai volumi, agli spazi, ai colori del tessuto storico per assecondarli, per evocarli, a volte anche per riscoprirne valenze che sono state velate da trasformazioni o manomissioni» .
Dunque una mostra importante perché permette di riflettere sulla città così detta storica, ma questa, lo vediamo sotto i nostri occhi, ha perso la sua antica forma, è diventata senza limiti, senza confini. Si parla oggi di città diffusa, di reti urbane, e così gli interventi in città si fanno sulle aree dismesse, ai margini, ai confini, oppure si decide di recuperare una fabbrica, se ne lascia intatto l'involucro esterno e poi lo si intasa di nuove strutture. Gli esempi? Troppi , ma il vero nodo sta sempre nel dialogo fra antico e nuovo, fra una architettura per l'architetto e la sua mitologia, quella fallica dei grattacieli stigmatizzata da Krier, e un dialogo attento, consapevole, con le pietre, con i mattoni, con gli intonaci, con le forme del passato, quello stesso sguardo lungo che Leon Battista Alberti portava alla città pensando sopra tutto alla gente, a quelli che la devono abitare.
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Confesso che mi arreca pena tornare a scrivere del sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia di fronte alle ricorrenti svalutazioni di cui quell´episodio che costò la vita a 6500 militari italiani è fatto oggetto. Se intervengo ancora una volta è per rispetto alla memoria di quei poveri morti ed anche perché vorrei che i propugnatori delle versioni «riduzionistiche» riflettessero sugli effetti negativi che la loro vulgata può avere sulla formazione all´amor patrio delle giovani generazioni. Dico questo anche perché sono convinto che i dubbi su Cefalonia sono stati in questi anni coltivati soprattutto da personaggi e da studiosi come Gian Enrico Rusconi e Sergio Romano (e nel passato anche da Montanelli), meritevoli per tanti versi di assoluta considerazione, ma impregnati forse da una forma personale di scetticismo storico assoluto, destinato a prevalere su ogni giudizio di valore. Da questo punto di vista discutibilissimo appare inoltre il luogo e l´occasione della loro ultima esternazione, la Radio ufficiale della Germania federale che, nel quadro del Sessantennio della fine della guerra, ha dedicato una trasmissione alla nostra Resistenza, a partire da Cefalonia.
Ecco cosa si evince dal resoconto stenografico della trasmissione.
Voce narrante: «E´ stato soprattutto il Presidente Ciampi a raccogliere l´impulso a porre il grande gesto patriottico della Divisione Acqui al vertice della resistenza italiana. Gian Enrico Rusconi non è d´accordo... « Intervento di Rusconi: «Effettivamente si sta ricostruendo una immagine d´insieme della Resistenza in cui c´è posto per i militari. Ma questi non hanno nulla a che vedere con la resistenza dei partigiani. Perché la Divisione Acqui - e Pirani può dire quello che vuole (la domanda, peraltro, riguardava Ciampi, ndr) - voleva tornare a casa con le armi, punto.... La Resistenza? Se resistenza significa lottare contro i tedeschi, allora quella era resistenza, ma avrebbero combattuto contro chiunque, anche contro i russi, se questi li avessero voluti disarmare. «Intervento di Lutz Klinkhammer, ricercatore presso l´Istituto storico tedesco a Roma: «C´è qui quella che si chiama storiografia del Quirinale.... dimostrare la resistenza della Divisione come simbolo dell´unità nazionale... delle analisi più approfondite potrebbero solo recare disturbo a questo mito di nuova creazione. Alcuni intellettuali conservatori, tra cui Sergio Romano, hanno parlato anche di questi punti dolenti».
Intervento di Sergio Romano: «L´unico desiderio di quei soldati era di tornare a casa. Per loro la guerra era finita. Avevano paura di essere catturati dai tedeschi. Non hanno combattuto per altre ragioni... Poi ci fu un episodio non bello e confuso, quando il generale Gandin forse perse il controllo della truppa. Nella truppa si svilupparono disordini di «tipo sovietico», tra virgolette nel senso che si formarono consigli militari. Ci fu un referendum, il che è piuttosto insolito per un´unità combattente. Forse Gandin perse il controllo della situazione ed in seguito ci furono quegli scontri. Dunque io non credo che si possa parlare di una prima manifestazione di resistenza».
Tralascio altre citazioni (tra cui gli interventi miei e di Giorgio Bocca) ma mi limito a ricordare che la strage di Cefalonia fu bollata dal Tribunale di Norimberga come uno dei più indegni crimini di guerra commessi dalla Wermacht.
Certamente i soldati italiani desideravano tornare a casa ma resta il fatto che decisero di battersi e di resistere, a prezzo della vita, dai generali Gandin e Gherzi all´ultimo fante. Quattro Reggimenti e 17 Caduti furono per questo decorati di medaglia d´oro alla memoria.
Mi spiace non avere lo spazio per riportare le motivazioni.
Se questa non fu Resistenza, tale non fu neppure quella dei 600.000 soldati prigionieri che preferirono restare nei lager piuttosto che aderire a Salò come era stato loro offerto. Se tutti volevano solo andare a casa non si capisce perché i sopravvissuti delle Divisioni Venezia e Taurinense dettero vita alla Divisione Garibaldi che fino alla fine della guerra combattè in Jugoslavia accanto ai partigiani di Tito. E perché le Divisioni Cremona e Friuli, comandate dal generale Magli, invece di ripiegare in Sardegna, liberarono la Corsica dopo duri scontri con le truppe corazzate tedesche. E perché 50 ufficiali a Trilj in Montenegro e più di cento a Santi Quaranta in Albania vennero giustiziati per aver rifiutato la resa. La risposta l´ha data Ciampi: «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria. Tennero fede al giuramento».
Ma forse non serve ripeterlo a chi non vuol sentire
Via libera ai sopralluoghi dei magistrati a Villa Certosa. La Procura di Tempio ha confermato la notizia pubblicata oggi dal Giornale di Sardegna. Prima ancora che la Corte Costituzionale potesse esprimersi sulla fondatezza del ricorso al segreto di Stato per impedire l'accesso ai magistrati nella sua residenza estiva, il premier, a sorpresa, ha deciso di aprire le porte della Certosa. La comunicazione e' stata inviata da Palazzo Chigi via fax al palazzo di giustizia di Tempio Pausania, alla Consulta e al ministero dell'Interno. Laconico il commento del procuratore capo della Repubblica di Tempio, Valerio Cicalo', secondo il quale la decisione di Berlusconi e' stata presa "per evitare il pronunciamento della Consulta". Il ricorso alla Corte costituzionale era stato avanzato dalla magistratura gallurese che, dopo aver aperto un'inchiesta su presunti abusi commessi nella residenza del premier, si era vista negare l'accesso alla tenuta di Punta Lada. Il Governo oppose il segreto di Stato, motivandolo con la necessita' di individuare una sede alternativa di massima sicurezza per l'incolumita' del presidente del Consiglio. Nonostante le proteste dell'opposizione, il caso non approdo' in Parlamento, dopo che il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco) si divise equamente tra favorevoli e contrari al dibattito in aula.
Il Cavaliere e le ville segrete, il manifesto, 19 febbraio 2005
La villa del cactus, illustrata, Dagospia (on line)
CRavaioli A che serve la Camera dei «rossoverdi»
Una sinistra “rossoverde senza trattini”: una speranza per un futuro non subalterno? Da
il manifesto
Che il 15 gennaio abbia posto gli obiettivi elencati da Asor Rosa nel suo intervento del 30 aprile, non è discutibile. Ma non mi pare siano state le sole esigenze avanzate, e forse nemmeno le più significative emerse nel dibattito. Penso ad esempio agli interventi di Agnoletto, Greco, Tortorella - per dire solo di qualcuno. Ma in particolare penso a quanto affermato proprio da Asor Rosa in un articolo apparso sul poco prima del 15: «La sinistra del futuro o sarà rossoverde o non sarà». Con un'aggiunta che puntualizza: «Non rossa e verde, ma rossoverde, senza trattino». Un'affermazione di tale radicalità e pregnanza che, qualora venisse fatta propria da «tutte le forze autenticamente di sinistra», potrebbe non solo favorirne il «riavvicinamento unitario» e la «graduale omogeneizzazione» da Asor Rosa auspicati, ma farsi anche premessa di una strategia economica e sociale alternativa alle destre, di cui da gran tempo si sente il bisogno.
Una sinistra davvero «rossoverde» significherebbe innanzitutto un netto cambiamento del rapporto finora intrattenuto con il problema ambiente, in sostanza considerato (non molto diversamente dalla destra) come una variabile di scarso rilievo e comunque estranea ai grandi temi della politica. E questo comporterebbe un impegno nei confronti della crisi ecologica ben diverso, per quantità e qualità, da quello fin qui osservato.
Ma soprattutto porterebbe a una riflessione su quel «senso del limite» che la specie umana, a differenza di tutte le altre, dimostra di avere smarrito, non solo nell'uso dissennato e distruttivo della natura. Fino a leggere l'accumulazione - il motore di tanta parte della storia umana governata dal capitalismo - come l'azzardo di un continuo sconfinamento oltre il limite, ormai non più sopportabile. Accettare il fatto che i meccanismi di accumulazione si scontrano ormai contro la realtà di un mondo finito e non dilatabile a nostro piacere, e pertanto si trovano a fare i conti non solo con l'aggravarsi continuo dello squilibrio ambientale, ma con la crescente riduzione, anzi il prossimo esaurimento, di nuovi spazi disponibili alla valorizzazione dei capitali, offrirebbe risposta anche a una domanda mai formulata ad alta voce e però presente nelle cose: perché la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica che a lungo, pur tra iniquità e sfruttamento, è andata via via migliorando le condizioni di vita nei paesi industrializzati, sembra aver imboccato un itinerario opposto, e sempre più comporta disoccupazione e precarietà, salari miserabili, orari impossibili, taglio delle pensioni e dei servizi? e perché affannosamente rincorre le ultime chances delocalizzando verso terre di lavoro a costi irrisori, senza sindacati e leggi ambientali, per la produzione di una ricchezza destinata a una quota minima degli abitanti del pianeta?
Parrebbe allora inevitabile prendere atto dell'inutilità delle politiche portate avanti finora dalle sinistre, da un lato appiattite sulle strategie delle destre nell'eterna richiesta di modernizzazione produttività competitività aumento dei consumi crescita del Pil, dall'altra - nel modo più incongruo - tenacemente aggrappate a una tradizione che chiede più salari pensioni servizi.
E parrebbe logico riconoscere che l'attuale modello di produzione e consumo non solo va sconvolgendo le regole che presiedono alla continuità vitale della natura e di noi tutti, ma non è più in grado di consentire ciò che da sempre è scritto nei programmi delle sinistre e nelle ragioni stesse del loro esistere. Perché marginalizzazione ed esclusione sono oggi normali strumenti di strategia economica, le disuguaglianze vanno aumentando e da una parte del mondo si muore di fame mentre dall'altra si muore di obesità da sovralimentazione.
Altrettanto logico parrebbe abbandonare l'eterno alibi antiambientalista che da sinistra si richiama alla povertà da sconfiggere per giustificare la politica dello «sviluppo». Ricordando se non altro che - come attesta la Fao - il mondo produce cibo sufficiente a sfamare tutti suoi abitanti; ciò che lo impedisce è solo l'iniquità della distribuzione, la deliberata distruzione di enormi derrate alimentari al fine di proteggere questa o quella categoria di produttori, l'esosità e l'assurdo di politiche doganali a contraddire la realtà della globalizzazione e il mito del libero mercato.
Impiantare un discorso serio sul «senso del limite» smarrito dagli umani incrocerebbe poi tutta una serie di altri temi giganteschi che attraversano il nostro tempo e a ritmi sempre più veloci lo trasformano. Posso qui solo nominarne qualcuno, alla rinfusa. Accennare alle sorti della scienza, sempre più a rischio di subalternità rispetto allo strapotere economico, ciò che è già accaduto con la tecnologia. Al fenomeno migratorio, che la brutale insipienza dei governi vede solo in termini di manodopera da utilizzare, sottopagata, per i peggiori lavori, e da ridurre a mero problema di sicurezza quando non serve più: senza mai porsi domande di fronte alla magnitudine di masse, regioni intere, in movimento verso le frontiere del favoloso Occidente, di cui tv e satelliti ininterrottamente gli raccontano i fasti. Al terrorismo, una costante ormai del nostro vivere, forse - al di là delle cause connesse alle singole situazioni - soltanto urla di infelicità contro le smisurate disparità del mondo. E alla guerra, sempre più tranquillamente e senza pudori usata come ultimo strumento per far quadrare i conti dei potenti.
Una «sinistra rossoverde, senza trattino», quella da Asor Rosa indicata come l'unica capace di futuro, a me pare sarebbe il tema e l'obiettivo più confacente al lavoro di un organismo come la Camera di consultazione, che non credo potrebbe avere grande utilità inserendosi attivamente nell'immediato del dibattito politico, aggiungendo la propria voce all'interno di un coro fin troppo affollato. Come altri hanno detto, la funzione della Camera dovrebbe essere soprattutto un'attività seminariale, distaccata dal politichese dell'Italia berlusconiana: non certo per dimenticarla, ma per garantirsene un'osservazione più ampia, e rapportarla alle vicende del mondo dalle quali inevitabilmente anche i fatti di casa nostra sono condizionati.
E proprio l'idea di una sinistra «rossoverde senza trattino», che contiene e unifica i due massimi problemi d'oggi, mi parrebbe materia bruciante su cui riflettere e discutere: ipotesi certo tutta da costruire, verso un obiettivo estremamente difficile da raggiungere e prima ancora da mettere a fuoco, ma di cui qualcuno al mondo dovrà pure un giorno o l'altro farsi carico.