Cosa c’entra il delitto Matteotti con la realtà politica dei nostri giorni? Veramente poco, se non fosse che qualche settimana fa, il 10 giugno, si è celebrato l’ottantesimo anniversario dell’assassinio del parlamentare socialista per mano dei sicari fascisti. Così come, figuriamoci, non c’è né potrebbe esserci relazione alcuna tra il nascente regime di allora e l’Italia nella quale tutti noi possiamo, fortunatamente, vivere e prosperare. A nessuno, poi, salterebbe in mente di accostare la figura del presidente del Consiglio, e non ancora dittatore, del 1924 con il presidente del Consiglio del 2004. E chi si sognerebbe di tracciare paragoni tra le progressive, drammatiche restrizioni a cui la liberta di stampa e di parola venivano sottoposte in quegli anni e le questioni dell’informazione e della concentrazione di potere mediatico con cui abbiamo a che fare?. Questa premessa è a beneficio di quanti a sentire parlare di regime di oggi sono pronti a insorgere scandalizzati per un possibile accostamento con il regime di ieri; paragone che massimamente considerano ingiusto, sbagliato, offensivo oltre che storicamente indecente. Se, dunque, nelle righe che seguono citeremo ampi brani di un libro che molto c’è piaciuto e che tratta degli eventi di ottant’anni or sono, cercheremo di farlo evitando che al lettore possano subdolamente essere suggeriti collegamenti impropri e congiunzioni innaturali (lasciando naturalmente al lettore medesimo il sacrosanto diritto di collegare e congiungere quanto più gli garba).
Ciò precisato, il titolo del libro, fresco di stampa, è: «Matteotti e Mussolini» (editore Mursia, pagine 492). Ne è autore Claudio Fracassi che, nelle prime pagine, ci spiega come, pur in un clima di crescente violenza squadristica e con un parte consistente dei poteri forti (industriali, agrari, alta burocrazia) che si andavano accodando al nascente regime, e tuttavia, in quel 1924, né la società né lo Stato erano fascistizzati: «Non pochi tra i magistrati erano gelosi dell’indipendenza solennemente garantita loro dalle leggi. La libertà di sciopero era difesa dai sindacati, così come la libertà di stampa dai giornalisti». A proposito di giornali, tuttavia, non mancavano gli apologeti del presidente del Consiglio che un cronista più incantato degli altri descriveva di abitudini frugali, di carattere chiuso ma portato al romanticismo: «È per esempio, assai amante dei fiori, e, tra questi, preferisce la rosa: spesso è veduto con questo fiore tra le labbra, mentre cavalca, e ne aspira anche spesso la viva fragranza mentre siede al tavolo di lavoro».
Nelle relazioni internazionali e con i potenti emergeva il carattere contraddittorio del personaggio che, stando alla testimonianza di un futuro ambasciatore a Londra «quando parlava alla folla era un leone, e nei dialoghi a quattr’occhi, soprattutto con stranieri, diventava una pecora», poiché, «egli aveva soprattutto sviluppatissimo il dono di sapersi adeguare al sentimento dei suoi ospiti, precedendoli, anzi, nel giudizio».
Secondo un grande oppositore, Piero Gobetti, «la lotta politica in regime mussoliniano non è facile: non è facile resistergli perché egli non resta fermo a nessuna coerenza, a nessuna posizione, a nessuna distinzione precisa, ma è pronto sempre a tutti i trasformismi». Quanto alla grande stampa, essa vede progressivamente ridotta la sua libertà anche perché si lascia intimidire come dimostra la lettera che, nel giugno ’23 l’editore del «Corriere della Sera», Mario Crespi, manda al direttore Albertini: «...pare a noi che il “Corriere”, ben lungi dall’accodarsi agli adoratori del nuovo idolo, potrebbe, ripigliando l’antica sua tradizione di giudice pacato ed obiettivo, prestare al fascismo quella serena attesa che ormai gli è offerta dagli uomini più rappresentativi d’ogni colore politico affine al nostro, senza infliggergli continui colpi di spillo...».
Quanto al’opposizione, pur consistente nel numero dei parlamentari eletti e radicata nel paese, in essa le rivalità prevalgono sulla comune contrapposizione al fascismo. Commenta il leader dei socialisti Turati in una lettera: «I comunisti fanno da sé, quindi anche i massimalisti, e i popolari sono sempre oscillanti ed equivoci...». Scrive Fracassi che lo stesso Turati assisteva desolato non solo alle manifestazioni di trasformismo politico, ma anche ai comportamenti quotidiani di quei suoi colleghi di partito che, nei rapporti con gli esponenti della maggioranza, sembravano muoversi come se quello fascista al potere fosse un normale movimento democratico e parlamentare: «Troppi nostri sono stanchi di stare di continuo con i pugni tesi e non domandano di meglio che un po’ di détente (distensione ndr.)...Quando vedo Gonzales a braccetto con Terzaghi o sento Modigliani scherzare coi i vari Ciano e Finzi e Corbino, mi sento venir male. Non abbiamo forse che un’arma: dare sempre la sensazione del nostro irreducibile disprezzo, e mi pare che, se questa ci è tolta di mano, siano finiti». Alla fiera ma scoraggiata impotenza di Turati, spiega Fracassi, Giacomo Matteotti opponeva la convinzione che la battaglia per la democrazia potesse ancora essere condotta e vinta, a tre condizioni: che l’opposizione fosse unita, che non ci fossero cedimenti nei confronti del governo, che il regime nascente in Italia - in quanto alla lunga contagioso e pericoloso per l’intera Europa - fosse combattuto non solo a Roma ma in ambito continentale.
Con il discorso parlamentare di venerdì 30 maggio 1924, culminato nell’accusa di brogli elettorali sbattuta sulla faccia di un Mussolini stravolto, Matteotti firma la sua condanna a morte. Turati non nasconde che quel drammatico intervento, se aveva entusiasmato e trascinato molti dei suoi, aveva anche suscitato critiche tra coloro che, a sinistra, aspiravano a una qualche normalizzazione dei rapporti col fascismo al governo: «Non mancano fra noi i cacadubbi che trovano che si è fatto male, che il discorso di Matteotti era inopportuno...». Il presidente del Consiglio coglie il disorientamento nel fronte avversario e con il discorso del 7 giugno tende all’opposizione un ramoscello d’ulivo avvelenato: «L’opposizione ci deve essere!... L’opposizione è necessaria; non solo, ma vado più in là e dico: può essere educativa e formativa. Ma allora ci si domanda: perché siete così irrequieti, così insofferenti? Non è l’opposizione che ci irrita. È il modo dell’opposizione». Mussolini propone agli avversari, per adeguarsi al nuovo clima, di seguire i suoi consigli: «Qualche volta l’opposizione è opposizione piena di rancori che si mette in un angolo... Poi accade talvolta che l’opposizione si dà delle arie cattedratiche che ci indispongono: pare che là ci siano dei pozzi di sapienza, delle arche di dottrina, uomini che recano lo scibile ambulante! Altro vizio dell’opposizione: è sempre in attesa dello sfascio».
Nel frattempo il parlamento viene esautorato, come osserva Turati: «I bilanci non si discutono più se non in quei capitoli che importino variazioni al bilancio precedente! Gli emendamenti di qualche importanza non si posono votare, ossia è inutile neppure presentarli e sostenerli se non sono previamente accettati dal governo! Insomma, è la sostituzione effettiva del governo al parlamento».
Dopo l’assassinio di Matteotti, il ritrovamento del suo corpo alla Quartarella e la pubblica denuncia del ruolo e delle responsabilità avute nell’omicidio dal governo fascista e dal suo capo, il regime nascente conosce i suoi giorni peggiori. Mussolini è alle corde. L’opposizione si prepara alla spallata finale. Scrive Gobetti: «Alla Camera le minoranze non dovranno porre questioni di competenza tecnica,ma provocare battaglie pregiudiziali, differenziarsi in modo così reciso e violento da costringere gli avversari alle reazioni più sincere. Nessuna illusione costruttiva: nessun pensiero di tregua e di normalizzazione».I giornali di regime reagiscono scompostamente e se la prendono con i commentatori esteri che al delitto Matteotti danno, ovviamente, enorme rilievo. Commenta il filogovernativo “Messaggero” : «Ancora una volta... con infinita voluttà la stampa di vari paesi ha colto il pretesto per assalirci e per tentare di gettare il discredito sull’intera Nazione... Si distingue, in tale campagna antitaliana, la stampa francese». Il presidente del Consiglio viene chiamato direttamente in causa dal “Corriere della sera”: «Di fronte a certe imputazioni si ha il dovere di mettersi a disposizione della giustizia rinunciando alle prerogative e all’immunità che il potere accorda di fatto...». Sull’orlo del baratro, Mussolini fa appello all’Italia che chiede ordine, e ricorda i suoi meriti di normalizzatore: «Bastava il minimo presteto perchè i ferrovieri sospendessero la marcia dei treni... C’è stato uno sciopero dei maestri. Immaginate se si può pensare a qualcosa di più paradossale di uno sciopero di maestri... Siccome c’era un sindacalismo di magistrati siamo stati a un solo pelo dall’avere lo sciopero della giustizia...». Ai suoi, Mussolini così illustra la strategia del contrattacco: «La battaglia è difficile e delicata. Bisogna cloroformizzare le opposizioni e anche il popolo italiano. Lo stato d’animo del popolo italiano è questo: fate tutto, ma fatecelo sapere dopo. Non pensateci tutti i giorni dicendo che volete fare i plotoni di esecuzione. Questo ci scoccia. Una mattina quando ci svegliamo diteci di aver fatto questo e saremo contenti, ma non uno stillicidio continuo».
Malgrado il sacrificio di Giacomo Matteotti, il fascismo, come sappiamo, riuscirà purtroppo a cloroformizzare l’Italia. Persa l’occasione storica di rovesciare il regime, l’opposizione verrà definitivamente sconfita, dispersa, perseguitata. Come racconta Fracassi al termine del ’24 si aprì la fase delle «leggi eccezionali». Il 14 gennaio 1925 la Camera approvò in una sola seduta oltre duemila decreti-legge presentati dal governo. I deputati dell’opposizione furono dichiarati formalmente «decaduti» dal parlamento nel novembre del 1926. Prima che fossero espulsi dal parlamento, agli esponenti dell’Aventino Mussolini aveva posto, intervenendo alla Camera dai banchi del governo, la seguente condizione: «Chiunque dell’Aventino voglia ritornare, semplicemente tollerato, in quest’aula, deve solennemente e pubblicamente riconoscere il fatto compiuto della rivoluzione fascita, per cui un’opposizione preconcetta è politicamente inutile, storicamente assurda...».
Quale ragione ci spinge a parlare di Matteotti e Mussolini, ottanta anni più tardi, in un sabato di estate inoltrata? Nient’altro che una semplice associazione di idee.
Tanto per cominciare: la coppia Ratzinger-Wojtyla batte tutti i nostri leader nonché i nostri intellettuali di sinistra, moderata e radicale, dieci a zero. La Chiesa prende atto del «problema» del rapporto fra i sessi, lo colloca giustamente su un livello ontologico in quanto tale anche politico, si preoccupa del portato umano e sociale della rivoluzione femminista, si informa sulle sue diverse tendenze e se ne lascia interpellare; mentre a sinistra del problema tuttora non si prende atto, del femminismo si parla come dell'ultimo, fastidioso residuo ideologico novecentesco, delle sue tendenze interne si ignora tutto e tutto si confonde in un rituale ritornello su diritti e opportunità che annacqua nel nulla la politica, figurarsi l'ontologia. Non vedrei perciò nella «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna» una mera versione aggiornata dell'ossessione del pontificato di Wojtyla per la donna e per il controllo della sessualità femminile (che pure resta); c'è in essa, a me pare, un ascolto del divenire storico, del mutamento innescato dalla rivoluzione femminile, che va riconosciuto e incassato. Ferme restando le critiche all'esito - largamente prescrittivo - che le gerarchie vaticane imprimono al discorso. C'è, dicevo, la collocazione del problema al giusto livello dell'antropologia politica e non della contabilità dei diritti e dei poteri. C'è la declinazione della differenza sessuale come differenza relazionale, costitutiva dello statuto dell'umano. C'è l'indicazione di una soluzione appunto relazionale, non separatista e solipsista né rivendicativa e vendicativa, del conflitto uomo-donna. C'è l'individuazione della sessualità come dimensione «non solo fisica ma psicologica e spirituale», rilevante ai fini del pensiero e del linguaggio, dell'essere umano. E c'è la visione della differenza femminile come vocazione relazionale della donna (quella «capacità dell'altro» citata dal documento in cui mi sembrano riconoscibili echi dell'ultima riflessione di Luisa Muraro), non necessariamente incardinata sul destino biologico materno e matura per improntare di sé la vita sociale.
Ciò detto, non è tutto oro quello che luccica. Perché dall'insieme del testo (sui cui passaggi teologici, vetero e neotestamentari, spero che altre interverranno con maggior cognizione di causa) risulta altrettanto evidente la volontà di riportare ciascuna di queste acquisizioni nei binari della morale cattolica, e di imbrigliare la libertà femminile, che della scoperta femminista della differenza è figlia, nel destino sessuale e matrimoniale tradizionale, ancorché rivalorizzato sul piano sociale. La differenza relazionale fra uomo e donna, antidoto alla deriva del solipsismo maschile (deriva risalente a Adamo, se Dio non gli avesse messo a fianco Eva), ricade tutta sulle spalle di lei, mentre esenta lui da qualsivoglia responsabilità: il documento non fa parola della differenza maschile e non la convoca ad alcuna prova di quella «reciprocità» che pure predica. La relazionalità inscritta nella differenza femminile, d'altra parte, viene finalizzata al ruolo «sponsale», privato o sociale che sia, della donna, e una volta disarcionata dal destino biologico della Madre trova un altro esempio solo nella Vergine. E il giusto no al femminismo rivendicativo e belligerante della «guerra fra i sessi» (primo fronte avverso fra le tendenze interne al femminismo) finisce con l'eludere il nodo del potere sessuale fallocratico: fu il peccato, non il dominio della sessualità maschile, a rompere l'equilibrio fra Adamo ed Eva, ed è l'uscita dal peccato, non la lotta al fallocentrismo, a poterlo ristabilire.
Nel documento risulta rivelatore come una cartina al tornasole, infatti, l'individuazione della «gender theory» come secondo fronte avverso all'interno del femminismo. Qui il documento - per quanti motivi di diffidenza possa avere contro certe derive postmoderne di smaterializzazione della sessualità - cade, per almeno due ragioni. Una è teorica, perché non è con le teorie del gender (molte delle quali in verità coincidono con la «prima tendenza» del femminismo rivendicativo) che Ratzinger combatte, bensì con la teoria del gender trouble di Judith Butler (evocata ma non esplicitamente citata), ovvero con la teoria che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire - non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale - alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche, discorsive, di pensiero. Per aprire insomma alla differenza femminile la possibilità di dirsi in prima persona, senza che nessuno, né l'ordine fallocratico né la Chiesa, ne decidano una definizione oggettiva. Su questo Ratzinger e Wojtyla non ci stanno: ne vedono solo l'esito sessuale «perverso» - le famiglie «irregolari» gay e lesbiche - che la Chiesa non può tollerare, né in Nordamerica né qui. Per quanto sia accettata, è pur sempre oggettivata e imbrigliata nello «sposalizio» tradizionale che la differenza fra i sessi deve restare.
Le critiche più incisive alla moderna democrazia rappresentativa sono state rivolte per un verso dal liberalismo conservatore e per l´altro dal comunismo. Queste correnti hanno condiviso il considerare una mera ideologia e un pregiudizio privo di fondamento la concezione della democrazia come «forma di governo» di «tutti i cittadini». Per entrambe la democrazia era invece il movimento delle masse diseredate diretto contro i possidenti per assumere da ultimo il potere. Sennonché per la sinistra rivoluzionaria la «democrazia» delle masse ? volta a diventare «dittatura» sui possidenti - era una benedizione, la vera democrazia; per i liberali conservatori una maledizione, in quanto destinata a produrre la «tirannide della maggioranza».
Alla critiche rivolte da tali opposte scuole all´idea di una democrazia esercitata da tutti i cittadini attraverso le istituzioni rappresentative e alla concezione della democrazia come potere delle masse si collega decisamente Luciano Canfora nel suo libro La democrazia. Storia di un´ideologia (Laterza, pagg. 421, euro 20), che parte della Grecia per arrivare alla nostra epoca. La tesi dell´autore è chiara e semplice: fin dall´Atene di Pericle la democrazia era sentita dai suoi avversari come «un sistema liberticida» in quanto attentava alla libertà e alle proprietà dei ricchi, con cui si poneva in antitesi; sennonché in effetti già allora essa diede luogo non già ad un governo popolare, ma ad «una guida del "regime popolare"» da parte di una frazione dei ricchi che accettava e sfruttava il sistema. Così nell´Atene antica, e così più che mai oggi, mutatis mutandis, nelle democrazie di matrice liberale. La democrazia è sempre stata e può essere una sola: la lotta di coloro che mirano a stabilire l´eguaglianza contro il predominio delle oligarchie fautrici della diseguaglianza. E perciò Canfora insiste che la democrazia «non è una forma, non è un tipo di costituzione»; che essa è presente nelle «più diverse forme politico-costituzionali», dove e quando si fa sentire con efficacia l´azione della parte popolare. Il che aveva capito Croce, il quale «aveva ben chiaro che "democrazia" non è un regime politico, ma un modo di essere dei rapporti di classe sbilanciato in direzione della "prevalenza del demo", per dirla con Aristotele».
Impostata in questi termini la questione, Canfora traccia una storia della democrazia assai poco interessata alla ricostruzione delle dottrine democratiche e dei grandi dibattiti a queste legate. Quel che piuttosto per lui conta ? e il richiamo ad Arthur Rosenberg è insistente - è la ricostruzione di una serie di capitoli esemplari dei conflitti tra le classi dominanti e le classi subalterne volta a mostrare come la teoria della democrazia intesa quale eguaglianza formale di tutti nella legge, formazione della volontà comune mediante la rappresentanza delle diverse parti sociali nelle istituzioni parlamentari sia in effetti una «ideologia» in senso marxiano a beneficio delle minoranze al potere. Nella ricostruzione di questi capitoli egli appare sovrabbondante, mentre assai ridotti o soffocati sono i richiami a coloro che del significato della democrazia in epoca moderna discussero «classicamente» non solo sul versante liberale ma anche marxista. Basti dire che non compare il nome di Kelsen e che la grande controversia tra Kautsky e i leader bolscevichi è assente. L´attenzione poi è pressoché tutta eurocentrica e all´America sono dedicati cenni. I riferimenti a Bobbio il quale sostiene che «l´egualitarismo è l´essenza della democrazia» riescono fuorvianti, poiché svincolati dal contesto della sua tesi centrale che la democrazia può basarsi unicamente sull´individualismo e che quella dei moderni è e deve essere la «democrazia di tutti i cittadini».
Ma non si comprende lo spirito del libro di Canfora se non si coglie il suo rammarico per il fatto che «il "punto di vista" comunista è quasi del tutto svanito» nel contesto di sinistre europee nella grande maggioranza integratesi nel sistema dominante. Riesce evidente l´intenzione di Canfora di ricostruire la buona memoria di quel punto di vista. E a sostegno della memoria da non perdere Canfora dedica pagine significative alla tradizione comunista. Grandi le lodi a Togliatti, ad aspetti esemplari della costituzione staliniana del 1936 e persino apprezzamento della via «leninista» seguita da Stalin nello stringere il patto con i nazisti nel 1939. Certo, egli non può non cogliere tutta la portata del naufragio del comunismo; sennonché è per lui pur sempre il naufragio della parte che ha in prima fila incarnato nel nostro secolo la battaglia per la democrazia: e perciò di questa battaglia l´autore rivendica tutto il valore. Ma la sua analisi sui progetti di una democrazia di classe pervenuti alla dittatura di nuove oligarchie impostesi in primo luogo sulle masse lavoratrici non dà risposta alla questione: può una forza intesa ad affermare una «democrazia di classe» non finire per promuovere un potere dispotico?
La conclusione di Canfora è che nel mondo occidentale «ha vinto la libertà» come libertà dei ricchi e che la democrazia - ormai «inesistente», ma sempre «indispensabile» - è «rinviata ad altre epoche», affidata «altri uomini», «forse non più europei». La democrazia della parte popolare - secondo l´autore rimasta viva come aspirazione ma senza ancoraggio nel mondo sviluppato - è così da lui stesso ridotta ad un´"utopia" che non ha più un soggetto in grado di farsene portatore efficace nella realtà presente. A me sembra che l´impostazione di Canfora vada rovesciata. La democrazia attuale nel mondo occidentale tradisce largamente le sue promesse, soggiace alle più pesanti deformazioni e la libertà dei ricchi tende a soffocare quella degli altri. Ma da ciò non segue che la partita sia chiusa e da rinviarsi ad un futuro e a luoghi indeterminati. La partita è tanto più aperta quanto più difficile. Niente di peggio può accadere agli strati poco o non difesi che cedere allo strapotere delle oligarchie per le disillusioni causate dalle vicende del comunismo.
Pagine di Luciano Canfora sulla democrazia
Lo sapevamo anche prima, ma vederlo nero su bianco fa un certo effetto. Nel giro di pochi giorni, tre differenti commissioni d'inchiesta dei paesi che hanno fisicamente raso al suolo l'Iraq hanno detto che la guerra è stata fatta per sbaglio. Saddam non aveva le armi letali. I paesi sono Stati uniti, Gran Bretagna e la mai abbastanza citata Australia. I rapporti della commissione bipartisan del Senato americano, della commissione Butler britannica e della commissione Flood australiana hanno analizzato lo stesso materiale, sono stati presentati nello stesso momento, sono arrivati alle stesse conclusioni. Non sono che tragiche fotocopie di una certezza talmente diffusa da diventare scontata e di conseguenza inservibile: l'Iraq era un pretesto, uno stato di guerra permanente l'obiettivo, il ritorno alla legge naturale dell'uccisione altrui la conseguenza.
La più curiosa coincidenza dei tre rapporti è quella di dare tutta la colpa agli agenti segreti e nessuna ai leader politici che hanno adoperato le loro informazioni - e che hanno commissionato le commissioni d'inchiesta. La minaccia d'antrace sventolata da Colin Powell all'assemblea generale dell'Onu era una panzana, l'argomento chiave di Blair che l'Iraq potesse esplodere un colpo mortale in 45 minuti era falso, le informazioni del ferino primo ministro Howard sull'arsenale di Saddam erano «deboli, ambigue e incomplete», insomma nessuno sapeva un accidente. Ma ciò è da attribuirsi a spiate andate a male, alla perfidia levantina delle fonti, alla venalità degli informatori a pagamento, all'incapacità occidentale di origliare compiutamente in lingua araba, alla burocrazia statale scampata al reaganismo che non connette i computer del Fbi con quelli degli aeroporti. Per nessun motivo è colpevole chiunque abbia fatto uso di tali spiate. Ciò ha una sola naturale conclusione: tutti e tre i presidenti in questione hanno dichiarato di aver fatto bene a combattere, tutte e tre le commissioni hanno raccomandato di spiare di più e di spiare meglio.
Con disinvoltura omicida viene rovesciato l'argomento logico secondo il quale, commesso un errore e accertato che se ne è accorto l'intero pianeta, si cerca di porvi rimedio. In breve tempo e con pochi brividi i tre paesi che hanno avviato il viaggio di ritorno all'età della pietra si sono invece congratulati con le proprie strutture democratiche formali. Esse sono capaci con tutta evidenza di individuare i propri errori e rappresentano pertanto un bene di qualità superiore che si ha il dovere di esportare. Invece di fucilare il capo delle spie e il presidente, negli Stati uniti elettorali si è persino acceso un dibattito che propone alternativamente un unico zar allo spionaggio interno ed estero oppure la frammentazione dei servizi segreti perché si bilancino tra loro, ovvero allungare il mandato al capo della Cia per sottrarlo agli equilibri politici del momento o infine accorciarglielo per farlo dipendere di più dalla Casa bianca e dal congresso. Tutte le proposte prevedono un solido aumento delle risorse per l'intelligence. C'è un dividendo anche per le cattive azioni.
Nessuno sembra sfiorato dall'altro argomento, del pari logico, che è forse la politica e soprattutto la politica estera l'arma migliore contro il nemico esplicito che i guerrieri affermano di combattere, cioè il terrorismo. Il quale è una tattica, non una persona. Non esiste un numero finito di terroristi nel mondo, non è cacciandoli uno a uno che se ne esaurirà la spinta, l'esercizio del ruolo di poliziotto globale assoluto è nel migliore dei casi velleitario, nel peggiore fascista.
Cosa altro serve per indignarsi? La guerra in Iraq ha il valore inaugurale di un evo contemporaneo nebuloso ma certo spietato. E l'indignazione, manifesta e su larga scala, è forse la nostra sola garanzia di futuro.
Sarà il mio connaturato pessimismo, sarà la mia insofferenza per la politica politicante, ma ho trovato la cronaca di questa crisi strisciante del governo Berlusconi davvero deprimente. Lo so che il termine può apparire inopportuno in un momento in cui invece sarebbe naturale brindare all'esaurimento di una delle peggiori esperienze politiche dell'Italia repubblicana. Ma mi pare il più realistico. Abuso troppo del paradosso se dico che in queste settimane l'unica opposizione reale nel nostro sistema politico mi è sembrata incarnarsi nell'improbabile Follini? E che, se tutto va bene, passerà nelle mani di Umberto Bossi, dal suo Aventino svizzero? Gli altri, quelli che l'opposizione dovrebbero farla per «dovere istituzionale», diciamo così, danno l'impressione di giocare la stessa partita su un altro campo, offrendo una sconcertante sensazione fantasmatica. Né mi sembra che le pur sensate ricette di chi, come Asor Rosa e altri, sollecita una rapida ricomposizione della «sinistra del centro-sinistra», bastino a restituire un corpo al fantasma. Utili. Indispensabili. Ma non risolutive se lasciate alla sola logica relazionale dei gruppi. Ricordano un po' - scusate l'impertinenza - il tentativo del barone di Munchausen di sollevarsi in aria tirandosi per il codino. D'altra parte la questione che abbiamo di fronte è davvero di quelle cruciali, che chiamano in causa non solo il piano istituzionale, ma anche livelli più profondi (sociale, culturale, persino antropologico). Potremmo chiamarla «la fine del berlusconismo». L'espressione è stata usata da Fausto Bertinotti nel commento a caldo delle elezioni europee. Ed è seducente ed efficace. Ma richiede di essere precisata. Che cosa intendiamo con essa? Solo la fine della centralità di Silvio Berlusconi all'interno del centro destra? O qualcosa di più? In occasione del decennale di Forza Italia, Panebianco aveva scritto sul Corriere che il merito di Berlusconi era stato quello di «legittimare il capitalismo in Italia», in contrapposizione alle due culture politiche della prima repubblica, quella cattolica e quella comunista, entrambe diffidenti nei confronti dell'economia di mercato. Come se l'essenza del berlusconismo fosse appunto un'adesione allo spirito del capitalismo inedita fino ad allora nel panorama politico italiano.
La cosa sulle prime mi era parsa bizzarra perché, dati alla mano, mi sembrava evidente che il «vero» capitalismo italiano - a partire dalla grande industria fino all'ingresso nel mercato europeo - si era strutturato proprio nei decenni della deprecata Prima repubblica. Tutt'al più nel «decennio berlusconiano» si è assistito alla decostruzione di quel patrimonio. Alle grandi dismissioni. Alla fine dei grandi gruppi e delle grandi imprese. Alla molecolarizzazione di quel modello. Poi credo di aver capito: quello che intendeva Panebianco non era il capitalismo ma l'ideologia capitalistica. Non l'economia industriale di mercato ma l'antropologia dell'individualismo possessivo. Insomma, il mito del «capitalismo di massa», inteso come speranza (illusione) dell'arricchimento personale. Nell'immaginario berlusconiano non c'erano ciminiere ed altiforni, né dentati profili di fabbriche. C'era la promessa giuliva di un bel pacco di soldi fatta a padroncini di capannoni, a microimprenditori di se stessi, soprattutto alla moltitudine di utenti dei «borsini» lanciati ad acquistare bond Parmalat e Cirio, a invadere i canali del Nasdaq, a contendersi questo o quel titolo di volta in volta «sospeso per eccesso di rialzo»... indifferenti alla sorte dello Stato sociale (anzi, visceralmente ostili ad esso) perché convinti che l'assicurazione sul futuro se la potessero fare in banca, lasciando crescere su se stesso il proprio conto. Su quell' hard core di consenso, si sarebbero ridefiniti i rapporti anche con i poteri forti, in un nuovo «blocco sociale» contrapposto a quello «industriale-operaio» della prima repubblica. Quella cosa lì è durata fin che è durata: ha raggiunto il proprio apice intorno al Duemila, in corrispondenza col tetto del Mibtel (trainando la vittoria del 2001). E' ancora rimasta un po'in bilico nel periodo successivo, animata dalle speranze di improbabili «rimbalzi». E si è infranta definitivamente del 2003 (questo Panebianco non lo diceva), con i grandi crolli di Cragnotti e di Tanzi.
E' andato in malora lì il berlusconismo: con i pensionati rovinati, i Tfr bruciati in una settimana, le casalinghe di Voghera in lacrime con le loro obbligazioni argentine ridotte a carta straccia. Il ceto medio italiano colpito al cuore (simbolicamente e materialmente): in qualche misura - se mi si passa il paragone - quanto avvenne alla classe operaia con l'autunno `80. O quanto avvenne alla prima repubblica con la fine del «regime dei Bot» all'inizio degli anni `90. Allora, potremmo dire, è saltato il «blocco sociale» su cui si reggeva. Né è un caso che il berlusconismo si sia decomposto lì dove si era aggregato: nel profondo nord in fibrillazione per eccesso di innovazione e di modernità. Lì dove i deliri post-industriali si creano e si consumano in fretta.
Il problema ora è capire che cosa riempirà quel vuoto. Potrebbe svilupparsi nel centro sinistra (e i presupposti, ahimé, ci sono tutti) la tentazione di candidarsi a gestire una sorta di «berlusconismo senza Berlusconi». Di promettere un modello non molto differente dal punto di vista sociale (ancora l' enrichissez vous, forse un po' più pudico; ancora l'idea di un consenso alimentato dalla promessa d'un incremento costante di reddito e consumi...), da realizzare magari con maggiore prudenza. Con un rapporto meno aggressivo con i poteri tradizionali, le vecchie famiglie del capitalismo, i sindacati (a condizione che si facciano ragionevoli e scarichino quegli «estremisti» della Fiom). Soprattutto con maggiore «stile»: meno barzellette, più serietà tecnica. Così come potrebbe maturare l'idea di tenere in sella un «Berlusconi senza berlusconismo». Di garantire con qualunque mezzo la continuità al potere dell'uomo che avrebbe tutto da perdere lasciando il governo, anche senza più il «blocco sociale» di sostegno. Semplicemente forzando ancora i limiti della Costituzione. Affidandosi ai colpi di mano istituzionali.
Potrebbe infine profilarsi una terza alternativa (l'unica virtuosa, tra quelle che riesco a ipotizzare): ed è quella che punta a uno riempimento «dal basso» di quel vuoto. All'azione «di territorio». Al lavoro relazionale che si gioca nelle reti di prossimità, al livello del municipio, dell'area urbana, dei quartieri. Là dove la crisi materiale lavora. Dove rischiano di aggregarsi i grumi di rancore che possono alimentare i peggiori progetti di potere. Ma anche là dove si sperimentano gli antidoti alla disgregazione sociale. Le forme pratiche della comunicazione interpersonale e della solidarietà. Insomma, là dove si lavora sull'ipotesi di una «nuova antropologia», fuori dai giochi mediatici ma poveri della dimensione nazionale. Gli ottimi risultati delle elezioni amministrative dovrebbero dirci qualcosa. Di lì, si potrebbe andare avanti. Faccio un solo esempio, tra i tanti possibili: esattamente in questi giorni cade l'anniversario dei fatti di Genova, e dell'assassinio di Carlo Giuliani. Sarebbe una buona verifica «dei valori» giudicare lì, sul territorio in cui tutto si consumò - più che sulle dichiarazioni dei Fassino e dei Rutelli -, chi ci sta e chi no a fare dell'esperienza vissuta, delle pratiche collettive e della loro memoria, un terreno di ricostruzione di alleanze, di identità e di una «politica altra».
Anche sulle immagini si può (a volte si deve) riflettere. Spesso esprimono più di quanto possano le parole. Ho raccolto le fotografie in una cartella di immagini intitolata alle Torture ad Abu Ghraib. Esse sono riprese dal sito Indibay, in cui servizio in cui sono commentate.
Vedi anche in Eddyburg gli scritti di Rosetta Loy, di Giorgio Agamben, di Ida Domijanni
IDA DOMINIJANNI
Non c'è più estraneità femminile rispetto alla guerra: se avesse un senso filtrare qualche sedimento positivo dal panorama devastato del dopo 11 settembre, questo sarebbe uno. Ancora all'inizio degli anni 90, durante la guerra del Golfo, e poi di nuovo durante la guerra in Kosovo, la rivendicazione dell'innocenza delle donne - storica o «naturale» che fosse - rispetto al mestiere maschile delle armi finiva con l'assumere, nel dibattito femminista, una funzione di schermo: esentava dalla presa di parola, dalla responsabilità, dall'azione politica. Già allora in verità lo schema non teneva: c'era Melissa nel deserto iracheno, la marine spaccata in due, mezza soldatessa emancipata mezza femmina stuprata, a dire di un coinvolgimento volente o nolente della donna, e del gioco della differenza sessuale, sul campo. Ma poi sono arrivate le altre: Condoleeza Rice a dirigere le operazioni, e Lyndie England a eseguire sevizie e torture divertendosi allegramente. Tirarsi da parte non si può più: sono donne. Forse degli imprevisti, ma non certo dei meri incidenti, sulla strada della libertà femminile. E l'imprevisto, insegna Hannah Arendt, è ciò che apre la storia e il pensiero. Qualcosa va ripensato, nella piena del mutamento del presente. Come scrive Lia Cigarini sull'ultimo numero di Via Dogana, collocato fra 11 settembre 2001 e 11 marzo 2004: «Ora veramente la cosa della guerra ci tira per i capelli fuori dalle collocazioni che ci siamo date. Impossibile rifugiarsi nell'estraneità». E come scrive Anna Maria Crispino sull'ultimo numero di Leggendaria, dedicato alla sinistra vicenda della tortura nel carcere di Abu Ghraib: «Il fatto che a quelle torture abbiano attivamente partecipato delle giovani donne e il modo in cui ne siamo venute a conoscenza suppongono una prova di realtà cui non possiamo sfuggire». Crispino prova a riordinare le questioni sulla base di una domanda circolata anche in alcuni incontri dei mesi scorsi alla Casa internazionale delle donne di Roma, nonché su queste stesse pagine: Lyndie England «è un esito perverso dell'emancipazione, o anche un portato della libertà femminile che non contiene, non necessariamente né in modo lineare, un ordine di civiltà altra?». Le risposte di Leggendaria sono svariate, ma tutte accurate e da meditare. Bia Sarasini parla della «banalità del male in forma di donna» che emerge nello shifting dall'immaginario della forza femminile stile Kill Bill alla realtà della soldatessa sadica ventunenne del West Virginia. Kenneth Kusmer individua nella saga di Abu Ghraib alcuni elementi sintomatici degli Usa di oggi e dell'Occidente di sempre, come la perversione sessuale innestata sulla violenza razziale, antico marchio del colonialismo, e una certa eroticizzazione in chiave sadomaso della cultura americana, recente marchio dell'America sessuofobica degli anni `90, sul quale torna in altra chiave Roberta Tatafiore. Mariella Gramaglia lavora sul tratto androgino che accomuna i e le ventenni di oggi da New York a Roma a Teheran, dal comportamento fallico di Lyndie England alle giovani teste rasate, maschili e femminili, delle nostre periferie, tratto tuttavia fratturato al suo interno da linee di classe sempre più implacabili. Anna D'Elia conta i danni dell'effetto Abu Ghraib: demonizzazione della parità fra uomini e donne che porta a par orrori di uomini e donne, demonizzazione della scommessa sulla differenza che ne esce smentita, affossamento del multiculturalismo, strada spianata alla prossima guerra preventiva contro il femminismo dopo quella contro il terrorismo. Letizia Paolozzi interroga l'afasia maschile di fronte a quelle foto, Gabriella Bonacchi e Alberto Leiss le confrontano con altre sintomatiche immagini pescate nella miniera cinematografica dell'inconscio collettivo.
La strategia, o le strategie femministe non ne escono intatte. Ma neanche azzerate. Acutamente Marco Bascetta vede nel gesto di obbedienza al corpo militare della torturatrice l'esatto contrario del gesto di diserzione dal corpo militante operato dal femminismo negli anni 70. E Lia Cigarini - torno a Via Dogana - individua in Lyndie England non una deriva imprevista della libertà femminile, bensì la traccia di un'antica contraddizione, fra il progetto della libertà femminile e la permanenza del tratto fallico della sessualità di donne non libere, che si mettono al servizio del simbolico maschile. Resta che Lyndie England e Condoleeza Rice non bastano ad azzerare alcuni guadagni della pratica politica delle donne, come argomentano su Via Dogana con toni segnati dal dolore del presente, Marina Terragni, Ana Maneru Mendez, Luisa Cavaliere. Tornare alla pratica dell'inconscio, dice Terragni, ci aiuterebbe a capire che cosa corre in noi sotto questi cieli di guerra. Inconsciamente appunto, Mariella Gramaglia ci prova su Leggendaria. Racconta di come le capitò di vedere per la prima volta, a 10 anni, un nudo di uomo, in una mostra sui campi di sterminio nazisti, «un corto circuito emotivo indimenticabile per l'intera vita», monito a non dimenticare che, «se si spezza il legame fra esporsi ed essere accolti, qualcosa di atroce può essere in agguato»: il salto del confine fra l'umano e l'inumano, direbbe Judith Butler.
«Siamo intrappolati in una cattiva parità». Così Stanley Greenberg, il celebre consulente strategico di Bill Clinton e Al Gore (ma anche di Tony Blair e Gerhard Schroeder), ora con John Kerry, sintetizza le cose nel suo libro The Two Americas. E «cattiva parità» significa che entrambe le parti politiche possono a turno assaggiare il frutto della vittoria, ora l´elefante repubblicano, ora l´asino democratico: Carter-Reagan-Reagan-G.H.Bush-Clinton-Clinton-G.W.Bush. L´alternanza è generalmente un bene per le democrazie, ma questo genere di parità così stretta (come nell´indimenticabile e a momenti ridicolo novembre-dicembre americano del 2000) produce dei veleni: battaglie aspre che lasciano il paese ogni volta più diviso, cittadini costretti a una scelta di campo, di qua o di là del fossato.
Perché questa «cattiva parità» fa male alla politica? Greenberg tira fuori, per rispondere a questa domanda, un principio di teoria. E si capisce perché quando il think-tank italiano «Glocus», guidato da Linda Lanzillotta, ha portato l´autore davanti a un uditorio di politici di casa nostra tutti hanno drizzato le orecchie al momento della spiegazione, anche se si tratta propriamente delle due Americhe e non delle due Italie. Le elezioni del 2000, ecco il punto, non sono un incidente casuale e questo incidente non dipende soltanto dal sistema elettorale. Si tratta di una impasse, di un deadlock, del blocco di un´America la cui divisione si è cronicizzata. E questo processo suona indubbiamente familiare anche dalle nostre parti.
Il fenomeno si manifesta perché nessun partito-polo riesce ad affermare la propria egemonia sopra la società e a sopravanzare l´altro. L´ultima volta che si è visto qualcosa del genere è accaduto con il rooseveltismo, ma dalla metà del secolo, nonostante le alterne fortune, si è camminato in direzione della parity. Né il kennedismo né il reaganismo, nonostante la loro epopea mediatica, hanno prodotto qualcosa di simile all´egemonia repubblicana dell´inizio dell´Ottocento o a quella democratica del New Deal. E la parity secondo Greenberg radicalizza il conflitto perché lo spinge sul terreno della cultura: stili di vita molto più che punti di programma, valori più che progetti. Si sceglie il partito in relazione ai giudizi su aborto, omosessualità, accesso alle armi, diritti delle donne, immigrazione e multiculturalismo più che nel confronto tra programmi economici o di politica estera.
Il fatto è che per vincere, il primo comandamento di una strategia elettorale, in queste condizioni di parità, è che devi mobilitare il tuo elettorato e devi in ogni modo evitare di mettere a repentaglio la tenuta dei sostenitori fedeli. Il tentativo di conquistare gli incerti o i voti degli altri viene secondo.
La forza dello stratega Greenberg non sta solo nell´astuzia dei consigli sussurrati all´orecchio del Principe, quanto nella preparazione del terreno della battaglia: lo studio della società americana e del modo in cui l´opinione si forma segmento per segmento.
Ne vengono fuori zone azzurre e zone rosse, a netta prevalenza liberal o a netta prevalenza conservatrice. Il vantaggio dei democratici sui repubblicani è abissale tra gli african-americani (86 contro 8 per cento) e molto largo tra gli ispanici (55 a 37), le donne super-istruite (con titoli di studio post-laurea, 58 a 36), i militanti delle cause laiche (aborto, niente armi, ambientalismo, 63 a 30).
Il mondo dei partisans pro-repubblicani è radicato invece tra i cristiani militanti (72 a 23) nel «profondo Sud» (i bianchi degli Stati del Sud, 59 a 35), i bianchi senza titolo di studio (63 a 30), i «privilegiati» (maschi sposati con laurea, 61 a 32). Ci sono poi le zone grigie dove la partita è aperta: cattolici devoti, uomini con istruzione post laurea, donne anziane senza titolo di studio, donne con redditi famigliari sotto i 30.000 dollari.
Il dramma della scelta strategica sul cammino di ogni politico si presenta sempre come un bivio ad alto rischio. Da una parte sta la prospettiva di conquista nelle aree incerte, dall´altra quella di assicurarsi le proprie truppe: «Prima di tutto non devi minacciare l´entusiasmo dei loyalists», i tuoi elettori fedeli, insiste Greenberg. (Guai dunque ai democratici che dimenticassero l´importanza del voto tra i neri o tra i cittadini di provata fede laica!). Rende di più, nei fatti, lo sforzo per aumentare la convinzione di voto (e l´affluenza alle urne) dei tuoi, che non qualunque stratagemma per spostare dalla tua parte gli incerti.
Ma c´è anche la ambizione cui un politico non può ovviamente neppure rinunciare, quella di combattere nelle zone competitive, dove la battaglia è aperta. L´idea, molto spesso evocata dai politici «realisti», che le campagne elettorali in regime di parità si decidono con la conquista di una manciata di voti incerti, «al centro», ha un fondamento ma va presa con cautela e deve misurarsi con il «realismo» di Greenberg secondo il quale devi portare al voto i tuoi. Ma devi stare attento che la polarizzazione non soffochi la tua narrative, come è accaduto ultimamente ai Democratici.
La parola «narrative» ci conduce al punto decisivo del programma elettorale. E qui non basta più la somma di eventuali promesse alle varie categorie. Qualche volta il politico riformista, moderato, di governo, di centro-sinistra o di centro-destra, tende a pensare il programma come qualche cosa di obbligato, spigoloso e talora indigesto, che deve essere offerto al pubblico con una aggraziata presentazione ad opera di consulenti. Tuttavia lo spin-doctoring di un programma indigesto non basta a renderlo vincente. Il buon racconto in un certo senso è il programma stesso, non solo la sua cosmesi. E il suo contenuto non si può allontanare da quel che una effettiva politica di governo potrà poi essere.
Il famoso «contratto con gli Italiani», per fare un esempio di casa, aveva forza narrativa ed era capace di mobilitare le truppe partisan, dunque funzionava. Era anche irrealistico, fatto che poi è diventato un problema. Ma questo è un altro discorso e riguarda il governare non il votare, il che avrà magari il suo peso sull´elettorato più riflessivo.
Il modello di tutte le «narrative» era la grande eloquenza di John Kennedy, volta al futuro. Non fu da meno il Clinton del ´92 (che aveva accanto Greenberg) con il suo progetto democratico riformista. Correzioni di timone sono necessarie per vincere, ma il leader non deve mai perdere contatto con l´ispirazione di fondo della sua parte. Le politiche dell´immigrazione non possono eccedere in lassismo, ma i Democratici non devono neppure abbandonare il valore della «diversità» che rende la loro visione fortemente alternativa a quella dei Repubblicani.
I voti di area repubblicana che Kerry guadagnerebbe con una politica più simile a quella dell´elefante sono meno di quelli che perderebbe tra i democratici, regalandoli magari al guastafeste «narcisista» Ralph Nader.
Ci sono molti mezzi che possono aiutare a vincere le elezioni, alcuni dei quali Greenberg illustra anche se li colloca tra le idee «che gli vengono e non gli piacciono». Uno di questi è la strategia definita in tedesco «ber dem» o «del 100 per cento»: se in una zona sociale hai una netta prevalenza puoi spingere, radicalizzare e sfondare le linee fino a fare il pieno. I Democratici potrebbero farlo per esempio tra le donne super-istruite o tra i militanti laici (quelli che adorano Michael Moore) calcando la mano sui temi dell´aborto o dell´ambiente (come i Repubblicani possono fare spingendo su una linea dura anti-immigrazione). A farlo bene si vince, confessa lo stratega. I problemi verranno dopo. Anche questo è Greenberg-pensiero, pensiero tattico: «strategia numero 4».
Ma il programma ideale rimane quello modellato sul progetto Apollo. E il New Apollo Project, che forse andrà in scena con John Kerry, è quanto segue: sforzo dirompente, paragonabile a quello che finì sulla Luna, per affrontare il riscaldamento globale; riduzione delle emissioni di biossido di un terzo in 25 anni; investimenti nella gasificazione del carbone; crediti di imposta per sviluppare energie rinnovabili e auto a idrogeno; mettere gli Stati Uniti alla guida del mondo in questo virtuoso rinnovamento tecnologico.
Lo stratega non rinuncia all´idea che all´America farebbe bene un ciclo egemonico su queste basi, anziché il contrasto sul filo del rasoio, fino al conteggio dell´ultimo voto. Un ciclo Democratico, naturalmente.
I riconoscimenti alla bravura di Greenberg arrivano da ogni parte del mondo, da Israele come dal Sud Africa (da Barak a Mandela), dai boss accademici di Yale e Harvard (come Robert Dahl, Theda Skocpol, Joseph La Palombara), ma il più spiritoso lo ha pronunciato un falco neocon e leo-straussiano come Willliam Kristol, il direttore della rivista «The Weekly Standard»: «Memo per il candidato democratico 2004: non leggere questo libro perché tira fuori la miglior strategia mai vista per battere Bush, il che sarebbe male per l´America. Dunque, please, please, ignora Greenberg».
MILANO - Aveva sette anni Umberto Ambrosoli, quando una notte - ascoltando nascosto dietro una porta - sentì una voce registrata minacciare di morte suo padre. Una voce dal forte accento siciliano: «Lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e bastardo!». Umberto, detto Betò, tornò a letto in punta di piedi. Ma non dormì più, a scuola cadeva con la testa sul banco. La maestra gli chiese cosa succedeva: «Ho delle gravi preoccupazioni», rispose lui. Mandarono a chiamare la mamma. Lui taceva. Solo con la nonna, scoppiando a piangere, raccontò di quella voce nella notte.
Adesso sono passati venticinque anni da quel terribile 1979: la telefonata minatoria in gennaio, e il 12 luglio un killer pagato da Michele Sindona uccide Giorgio Ambrosoli. Umberto (per amici e familiari ancora Betò) ha 33 anni, è avvocato come il padre, ha un bambino di 11 mesi che si chiama Giorgio. Un quarto di secolo, l´età di un uomo adulto, e il figlio affronta il peso e l´occasione della ricorrenza per ricordare ancora che cosa dobbiamo tener caro dell´esempio di suo padre, l´"eroe borghese"del memorabile libro di Corrado Stajano.
Un ricordo che, quasi con rammarico, muove dalla persistente "anomalia" della figura di Giorgio Ambrosoli: il giovane avvocato milanese, conservatore rigoroso, che si trova a metter mano al calderone dell´impero di Michele Sindona, che resiste a pressioni e lusinghe di mafiosi, piduisti e politicanti («A quarant´anni di colpo ho fatto politica, in nome dello Stato e non per un partito») , fino a morire ammazzato in una notte d´estate. «Negli anni di Tangentopoli - dice Umberto - la percezione dell´anomalia era evidente. C´era la piena consapevolezza che il Paese andava avanti su binari diversi da quelli che mio papà aveva scelto. E, a occhio e croce, non mi pare che oggi le cose siano cambiate».
«Non penso che oggi siamo davanti a un cambiamento nella gestione del potere e della cosa pubblica, ma ancora di più nel comportamento personale - continua Umberto - C´è poca percezione della legalità, a livello individuale. Difficile vedere persone che si distinguono per aver affrontato con rigore le proprie responsabilità». Un´anomalia, quella della figura di Giorgio Ambrosoli, che paradossalmente viene sottolineata e tenuta viva da quanti non hanno dimenticato: «Incontro spesso persone che mi dicono quanto sia importante per loro l´esempio di mio papà. Vedo come quei princìpi siano attualissimi, in un contesto diverso. Ma poi, siccome non sono così pessimista, o forse per superare la delusione, resto attento ai comportamenti soggettivi, e vedo anche molto impegno, molti modi in cui ciascuno può contribuire a migliorare il nostro Paese».
Un insegnamento di libertà, quello che i figli di Giorgio Ambrosoli hanno più caro. «Ciò che resta più forte della figura di mio papà, dopo 25 anni, è l´aver insegnato l´importanza di affermare la propria libertà. Con se stesso, quando ha scelto quella responsabilità e ne ha accettato i rischi. Con gli altri, quando ha respinto ricatti e blandizie, senza cercare protezioni. Poi c´è l´onestà, e tutto il resto. Ma, prima di tutto, viene la libertà». «Quando mi dicono che mio papà è stato un esempio - dice Umberto - è come se dicessero che è difficile affermare la propria libertà».
Ma non è impossibile: «Se sei un avvocato, devi saper essere libero anche dal tuo cliente, se sei un medico dai giochi di potere, se lavori in un´azienda dagli interessi che violano le regole. L´onestà finisce per essere una scelta, l´affermazione della tua libertà». E, dice, nemmeno si sta parlando di grandi poteri, di giochi enormi: «Intendo l´essere autonomi e liberi, ciascuno nel suo mondo».
Umberto Ambrosoli è ancora curioso della vita e della gente: «Mi è sempre piaciuto curiosare». Come quella notte, bambino, dietro una porta: «La casa si prestava, c´era un corridoione lungo, e quella porta fra giorno e notte, fra il guardaroba e la cucina». «Ormai, di quella notte, confondo memoria e ricostruzione. Ricordo le luci, l´essere nascosto anche senza volere. Il tono estremamente tranquillizzante della voce di papà con mamma». Giorgio Ambrosoli faceva ascoltare quella telefonata minatoria ad Annalori, la moglie, e provava a dirle che quello era solo «un pazzo».
Sei mesi più tardi la minaccia si avverò. A Umberto raccontarono la verità sono un poco per volta: «Ricordo, al di là della difficoltà di capire, l´illusione che non fosse una cosa definitiva, la percezione che invece lo fosse, e l´immaginarsi che cosa fosse non avere più un papà. Quei giorni confusi, il dolore». Poi, negli anni, il lungo lavoro della curiosità non più infantile: «Capire i ragionamenti, le domande, l´importanza di quel papà aveva fatto, la parole delle persone vicine, pian piano realizzare. La prima sensazione, che lui avesse fatto qualcosa di eccezionale, ma qualcosa di condiviso solo dalla famiglia, senza riscontro pubblico».
Umberto ricorda il processo a Michele Sindona, per l´omicidio di suo padre.
Era un ragazzino, allora. «Ricordo le riunioni a casa, dopo cena. C´erano gli amici: Giorgio Balzaretti, Francesco Rosica, l´avvocato Dedola, Silvio Novembre, Pino Gusmaroli. Noi figli - Francesca, Filippo ed io - venivamo mandati a letto presto. Ma io curiosavo sempre, di nascosto. Un giorno ho voluto vedere un´udienza. Ci sono andato da solo, la mamma mi ha trovato lì: sono rimasto poco, mi diceva che i bambini non potevano».
Ha voluto fare l´avvocato, come il padre. Ha continuato a curiosare: «Ho rivisto molti documenti. L´Italia, anche allora, aveva i suoi strumenti di controllo. E invece l´insofferenza alle regole, l´arroganza erano devastanti. Ho rivisto tante cose che mi sembrano attuali: le denunce subìte da papà, il gioco a scaricare le responsabilità, l´inefficienza dei controlli, i piccoli azionisti e creditori raggirati. E invece, siamo ancora qui, a storie come quella della Parmalat». E l´anomalia Ambrosoli, malgrado l´ottimismo del giovane Umberto, che resiste: «Resiste, sì. Ma la vicenda di papà qualcosa ha insegnato. E qualcuno ha lasciato un esempio a cui ancorarsi in determinati momenti della propria vita».
«L'emendamento italiano secondo cui le violenze o minacce devono essere reiterate perché si possa parlare di tortura è il massimo dell’abiezione». Non ha dubbi Giorgio Agamben nel puntare il dito su quella che appare una barbarie senza precedenti, nemmeno nella Germania nazista. Le immagini dei prigionieri iracheni seviziati, resi oggetto di ogni sorta di violenze e degradazioni sessuali, stanno facendo il giro del mondo. Torture note ai vertici del potere americano e inglese. Forse addirittura autorizzate. Ma non legalizzate. Agamben, docente di Estetica allo Iuav di Venezia, curatore delle opere di Walter Benjamin in Italia, filosofo che nei suoi lavori più recenti ha riflettuto sui temi della violenza del potere sulle persone, sposta volutamente lo sguardo sulla situazione italiana. Perché, insiste, in questo caso ci troviamo di fronte non a una situazione di fatto, ma alla possibilità che la tortura entri a pieno titolo nella legislazione dello Stato. Modalità, peraltro, alla quale il nostro Paese non è estraneo: la Procura di Genova ha firmato ieri la richiesta di 47 rinvii a giudizio per i soprusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, appellandosi alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. La china verso «una società che non è più neanche umana», per usare una definizione di Agamben, sembra già iniziata.
Professore, lo scorso 22 aprile la Camera ha approvato un emendamento della Lega alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate» altrimenti non è tortura. Si tratta dell’ennesima manifestazione dello «stato di eccezione», ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che dovrebbe essere una misura provvisoria e straordinaria, ma che - come lei ha teorizzato in uno dei suoi lavori («Lo stato di eccezione», Bollati Boringhieri) - sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo?
«Non si tratta, per essere precisi, di stato di eccezione, perché questo implica una sospensione della legge di fronte a circostanze eccezionali. Qui, piuttosto, si rende stabilmente e legalmente praticabile la tortura. Siamo di fronte, cioè, a qualcosa di ancora più atroce del semplice fatto della tortura, perché in questione è, appunto, la sua legalizzazione, il suo inserimento nell’ordinamento giuridico dello Stato. Ciò non è avvenuto nemmeno nella Germania nazista, in cui nessuna legge ha mai autorizzato la tortura. Con questo emendamento, l’Italia diventa un paese barbaro, uno stato i cui funzionari sono legalmente abilitati a praticare la tortura, non importa se reiterata o meno. Una sola tortura è sufficiente a segnare per sempre la vita di chi la commette e di chi la subisce, così come una sola tortura può provocare la morte».
A gennaio, in seguito all’introduzione di nuovi dispositivi di controllo, imposti dal governo americano ai cittadini stranieri che si recano in Usa, con l’obbligo di lasciare le proprie impronte digitali e di essere schedati, lei ha annullato il corso che doveva tenere presso la New York University. Come ha reagito, allora, all’emendamento che di fatto vuole legalizzare in Italia la tortura?
«Mi sono dimesso dal mio incarico all’Università di New York per le ragioni che ha detto. Ma qui in Italia io sono professore in una università dello stato. Come potrei continuare a insegnare - e a vivere - in un paese in cui fosse legittima la tortura? Ma questo vale per tutti. Mi chiedo come potrebbe il Capo dello stato accettare di essere il presidente di una repubblica aguzzina? Con la legittimità della tortura, verrebbe meno non un articolo della costituzione, ma il principio stesso su cui la costituzione si fonda».
Dopo il G8 di Genova la tortura sembra essere nel nostro Paese una realtà. Quale società rende possibile una pratica come questa?
«Io credo che siamo al di là o al di qua di un’analisi propriamente politica. Mi chiedo, a volte, se siamo ancora fra esseri umani. Una società che oggi legittima la tortura non è una società umana. Che uomini sono coloro che hanno proposto e votato questo emendamento? È possibile che non si rendano conto che un paese in cui venisse oggi legalmente praticata la tortura sarebbe un paese in cui ogni convivenza umana sarebbe resa durevolmente impossibile? Come si può vivere in un paese i cui cittadini possono incontrare per strada i loro legali torturatori o i torturatori delle loro mogli e delle loro madri, dei propri figli e fratelli? Io penso che i giornali dovrebbero pubblicare i nomi e le fotografie dei deputati che hanno votato a favore dell’emendamento con la semplice scritta: vogliono la tortura».
La legittima difesa secondo Castelli, la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini sulle droghe, il progetto Burani-Procaccini di riforma della 180, ora la tortura reiterata: c’è un filo rosso che unisce tutte queste «eccezioni»?
«Più che cercare un collegamento di ordine politico fra queste leggi, vorrei piuttosto invitare a riflettere su un processo che caratterizza profondamente le società in cui viviamo. Qui una decadenza inarrestabile delle coscienze democratiche e un progressivo imbarbarimento delle forme di vita va di pari passo a un’ipertrofia legislativa senza precedenti e a un processo di crescente giuridificazione di ogni ambito della vita individuale e sociale. Tutto, anche l’atto più anodino e privato (fumare, domani anche camminare o orinare) o ciò che è gia evidentemente reato (la tortura), deve diventare una fattispecie giuridica particolare. Mi sembra significativo da questo punto di vista che l’emendamento che legalizza la tortura sia contenuto proprio in una legge che introduce il reato di tortura nel codice penale. La tortura, in quanto violenza su un altro essere umano, era già reato: il fatto che si sia sentito il bisogno di farne una fattispecie particolare mostra in realtà che si stava smarrendo la coscienza della sua punibilità, che l’imbarbarimento della società era giunto al punto che la tortura come istituto giuridico diventava, dopo secoli, nuovamente possibile. Di qui a renderla legale, il passo è stato breve».
Se poi spostiamo lo sguardo a livello mondiale, ci troviamo oggi di fronte alle torture dei soldati americani e inglesi ai danni dei prigionieri iracheni. Torture che, almeno stando alle informazioni a disposizione, sono gratuite, non hanno neanche lo scopo di estorcere informazioni, di fiaccare la volontà dei detenuti. Sembra trattarsi non di una pratica coercitiva purtroppo diffusissima, ma di una manifestazione di estrema violenza. Quale spiegazione possiamo dare a questo fenomeno?
«Si è parlato molto e a ragione della tortura in Iraq. Ma non mi risulta che il governo americano - che pure, insieme a quello israeliano, pratica oggi senz’alcun dubbio la più massiccia e sistematica politica del terrore - e neanche quello inglese abbiano giustificato le torture in Iraq. Persino le canaglie che in tempi recenti avevano provato negli Stati Uniti a legittimare la tortura oggi tacciono. Le ripeto che l’emendamento italiano rappresenta il massimo dell’abiezione concepibile. E di questo non mi sembra che si parli abbastanza».
Ci sono teorie filosofiche, politiche, sociologiche che hanno giustificato o giustificano la tortura?
«La tortura, come ogni istituto giuridico e come ogni prassi umana, va iscritta nel contesto culturale in cui si produce. È del tutto evidente che quella di oggi non può essere messa in connessione con la tortura praticata, ad esempio, nei tribunali dell’Inquisizione, dove essa si fondava su presupposti teologici che oggi non avrebbero senso. Chi volesse servirsi di questi precedenti per giustificare o anche soltanto per rendere pensabile la tortura come istituto giuridico oggi - poiché di questo si tratta - sarebbe, oltre che un irresponsabile, un ignorante».
Per usare ancora alcune sue categorie (esposte soprattutto in «Homo sacer», Einaudi, 1995, «Quel che resta di Auschwitz», Bollati Boringhieri, 1998, «Aperto. L’uomo e l’animale», Bollati Boringhieri, 2002) si può dire che ormai rischiamo di diventare un po’ tutti una «nuda vita», biologica di fronte al potere sovrano?
«Perché “rischiamo”? Nell’orizzonte del biopotere moderno, lo siamo da un pezzo. Piuttosto occorre ripensare da capo la relazione privilegiata fra violenza e diritto che definisce l’ordine statuale. E, insieme, pensare le condizioni che renderebbero possibile una forma di vita in cui non sia mai possibile separare, come avviene nella tortura, qualcosa come una nuda vita. Ma questa è un’altra questione».
Lo shock e il disgusto prodotto dalle immagini non deve far dimenticare che di torture “democratiche” è lastricata la strada di tutte le guerre “civilizzatrici”. E anche quella delle missioni di “redenzione” interne (avete notato che almeno due dei riservisti torturatori di Abu Ghraib da civili facevano i secondini? Quanti film di Hollywood sulle sevizie nelle carceri Usa vi vengono in mente?). La possibilità che ci sia una corte marziale spettacolare, che sia licenziato il capo del Pentagono, e magari ci vada anche di mezzo il presidente che con tanta volontà aveva voluto questa guerra per i più santi valori dell’Occidente, non deve far dimenticare che in Usa, come in tutti gli altri Paesi “civili” per cose del genere non quasi è mai stato punito nessuno ai livelli più alti, e non sempre ha pagato nemmeno la semplice “manovalanza”.
La differenza rispetto al passato, anche molto recente, non è tanto che non si sapeva e non se ne parlava. Men che meno che non si poteva immaginare o prevedere che di certe schifezze si macchiassero i “liberatori” del paese faro di buone intenzioni. Non è certo il fatto che si sia consolidato il rigetto di pratiche da Medioevo: al contrario, la novità di questi ultimi anni, in modo specifico dopo l’11 settembre à semmai l’incredibile e agghiacciante ritorno di una discussione, non solo tra “specialisti”, ma gente colta e “civile”, volta a riabilitare e giustificare la tortura, “quando serve”. Forse non è nemmeno che i media americani, a riprova consolante che dopotutto lì c’è ancora la libertà di stampa e tv, abbiano avuto il coraggio di pubblicare. Forse è che quelle immagini “amatoriali” riescono a “fare notizia” in modo esplosivo in tutto il mondo perché nessuno sarebbe in grado di fermarle, non c'è censura che tenga di fronte al potere di internet. Un'amministrazione Usa ossessionata dall'immagine, che tutto aveva puntato sul controllo, la manipolazione e il dosaggio delle immagini, s'è trovata spiazzata dal potere delle immagini.
La prima volta che la generazione del dopoguerra mondiale era stata sconvolta dalle “torture democratiche”, a “fin di bene” (non di quelle dei nazisti o nei gulag, dei tiranni e dei selvaggi - trovo particolarmente ripugnante l’argomento: «ma quelli facevano peggio» - , ma di eserciti “perbene”, e “del Bene”, che si poteva supporre avessero un proprio “codice d’onore”), fu in Algeria. I parà inviati dal governo del socialista Guy Mollet (appoggiato anche dal Pcf), sotto le bandiere dell'esercito erede dei Lumi, si macchiarono di atrocità orrende, scrissero capitoli nuovi delle “tecniche” della tortura. In un’intervista a Le Monde, uno degli intellettuali francesi che più energicamente si sono battuti per estirpare quella vergogna, il grande grecista e superstite dei campi nazisti Pierre Vidal-Naquet, si dice «costernato, e al tempo stesso ammirato» per le rivelazioni sulle torture americane in Iraq. Costernato per l'orrore, ammirato della «rapidità della reazione» dei media americani, «all’opposto di quello che avevamo vissuto all'epoca delle guerra d’Algeria». E ricorda che, se ora si parla di punire i responsabili delle sevizie, per l’Algeria «nessun responsabile delle torture è stato mai giudicato o sanzionato». «Nessuno», ripete. Puniti furono solo coloro che le avevano denunciate, come Jacques de la Bollardière, uno degli ufficiali più decorati di Francia, o l’allora tenente Jean-Jacques Servant-Schreiber, rinchiuso in fortezza per 60 giorni e poi sbattuto in Africa nera. Avevo intervistato 10 anni fa per l’Unità il generale Jacques Massu, il capo dei parà, l’inventore del supplizio della «gégène». Mi aveva spiegato che, di fronte al dover estorcere da un sospetto “terrorista” informazioni che avrebbero portato al disinnesco di una bomba in un caffè affollato di donne e bambini innocenti, non aveva altra scelta. Pare che prima di morire abbia avuto ripensamenti, ma morì con tutte le sue decorazioni e gradi.
Chissà che effetto gli avrebbe fatto vedere che, tanti anni dopo, il suo “argomento” tornava tanto in auge. Recentemente lo si è sentito ripetere anche in Israele, martoriata dagli attentati suicidi. Ricorre ogni volta che una guerra si mette male, non si sa dove sbattere la testa. In Iraq si era cominciato subito, ma c'è chi nota che la sistematicità cieca è venuta quando si sono accorti di non riuscire a controllare più nulla. Altri argomentano che la brutalità è imposta dalle circostanze, qualunque siano le intenzioni originarie (qualcuno ha applicato l’argomento anche a Hitler, notando che lo sterminio sistematico degli ebrei seguì il peggioramento sui campi di battaglia). Brutale era certo anche Yitzhak Rabin, quando disse ai soldati di «spaccare le ossa» a quelli che facevano l’intifada. Ma poi si accorse che la soluzione possibile era solo un’altra, e andò a stringere la mano ad Arafat, per questo un fanatico lo uccise. François Mitterrand è stato uno dei più grandi statisti della sinistra europea, ma al tempo dell’Algeria era ministro; non poteva non sapere, ma non ne disse mai nulla. Più di recente, Jacques Chirac ha raccomandato l’espulsione dai ranghi del generale Paul Aussaresses, che in un libro pubblicato all'età di 83 anni si vantava di aver sistematicamente torturato e giustiziato con le proprie mani i suoi prigioniero, come «metodo per prevenire la morte di innocenti per mano dei terroristi». Ma questo solo dopo che un tribunale parigino nel 2001 lo aveva condannato per «apologia di crimini di guerra» (non al carcere o alla degradazione, i crimini erano già “prescritti”, ma ad una multa, di 7.500 euro).
Poi venne il Vietnam, dove si continuò a massacrare e torturare a tutto spiano, dalla parte “buona” e “civile” come da quella “cattiva” e “incivile”. La mia generazione, quella del ‘68, vide solo una parte della medaglia, forse non avrebbe capito quello che V.S. Naipaul avrebbe cercato di spiegare, molti anni dopo, nel suo discorso di accettazione del Nobel per la letteratura 2001, raccontando di quando, andato in Argentina dopo la caduta dei generali, trovò chi gli diceva che «c’è tortura buona e tortura cattiva», nel senso che «tortura buona era quella che tu facevi ai nemici del popolo, tortura cattiva era quella che i nemici del popolo facevano a te», e lamentando non aver trovato un vero dibattito ma «solo passioni e gergo politico preso a prestito dall’Europa». Ci furono foto che fecero il giro del mondo e segnarono un’epoca, come quella del massacro di My Lai (l’ufficiale che lo aveva ordinato fu processato, condannato a tre anni, è in libertà da venti). Altre che non furono mai viste. Un collega reporter veterano del Vietnam ha di recente ricordato come gli uffici di grandi giornali e tv a Saigon negli anni ‘60 fossero tappezzati di foto rivoltanti: arti mutilati, soldati che si fregiavano di collane di orecchi e testicoli recisi, di uomini e donne torturati, picchiati a morte, annegati, attaccati ad elettrodi, umiliati, da soldati col sorriso sulle labbra. Ricorda anche una foto di un torturatore con un palloncino in testa, con la scritta: «Così impari a parlare con la stampa!». Chiese perché non le pubblicassero. «Pubblicarle senza spiegare il contesto più ampio della guerra, sarebbe sensazionalismo», gli dissero i colleghi. Le torture americane erano “aberrazioni”, quelle del nemico la realtà nel suo contesto. «É qui che appendiamo la nostra coscienza», gli disse uno. Molti non si limitarono ad appendere con le puntine le proprie coscienze, tornarono in America a raccontare quello che avevano visto. Tra questi l’allora tenente John Kerry. Ma nessuno fu mai licenziato al Pentagono. Per molto tempo, nei decenni successivi, si sarebbe parlato solo delle torture inflitte dai vietnamiti ai prigionieri di guerra americani. Ne dobbiamo concludere che, comunque sia, non ci sono guerre “pulite”? Le Monde ha rivolto questa domanda a Vidal-Naquet. «É falso, nella guerra 1915-18 non ci furono torture», la sorprendente risposta. Bastava e avanzava il puro massacro, tra i più sanguinosi nella storia di tutte le guerre
"Sono una guida religiosa, le prigioniere mi riconobbero. Il resto fu pianto, mio e loro"
«Era notte - racconta Abdul - quando i soldati americani vennero a casa a mia. Cercavano non so cosa, armi, esplosivo forse. Urlavano parole incomprensibili. Rovistarono in ogni angolo buttando tutto all´aria senza rispetto per nessuno, i vecchi, le donne, i bambini. Non trovarono nulla perché non c´era nulla. Le mie sole armi sono le parole. Quelle stesse, durissime che avevo pronunciato nella mia ultima predica del venerdì. Avevo detto che bisognava cacciare l´invasore con ogni mezzo, riprenderci la nostra vita, determinare il nostro futuro senza padroni né tutori. Quella era la mia colpa. La stessa di milioni di iracheni come me, sunniti, sciiti, cristiani che vorrebbero che le truppe di occupazione se ne tornassero a casa. Di questo mi ero macchiato, ma non avevo alcun tipo di contatto con la guerriglia di Falluja o Bagdad».
«Arrivammo ad Abu Ghraib che era l´alba. Mi misero in una cella insieme ad una ventina di altri disgraziati come me, accusati anche loro di non so cosa.
Gli americani con noi non ci vanno troppo per il sottile. Parlano di democrazia, ma a loro basta un sospetto, anche il più piccolo, per sbatterci dentro e trattarci come il più feroce dei criminali. La mia presenza sembrò confortare i miei compagni di cella. Provai a rincuorarli, pregammo insieme.
Ma durò poco perché dopo due giorni dopo fui messo in isolamento e affidato alle cure di soldatesse. Feci l´errore di pensare che essendo donne potessero avere più cuore. Mi sbagliavo e di grosso. Erano peggiori degli uomini. Arrivò il giorno dell´interrogatorio. Fui portato in una stanzetta. Erano in tre più un´interprete. Mi ordinarono di spogliarmi. Rimasi in mutande ma mi urlarono di togliere anche quelle. Non capisco perché, protestai. Ma quella che sembrava la capa mi zittì con un: "Qui le domande le faccio solo io". Rimasi nudo, dunque. Mi vergognavo mentre quelle non facevano che ridere godendo del mio imbarazzo. Istintivamente ero portato con le mani a coprirmi il basso ventre. E fu allora che una delle mie aguzzine tirò fuori da una borsa un indumento rosso. Un ridottissimo slip, da donna. "Copriti con questo, se ti vergogni". Avevo capito cosa volevano. Quando si è nudi, abituati oltre tutto come noi iracheni a vivere in una società dove il pudore è una componente essenziale, si è assai più fragili. Più disponibili a parlare, a collaborare, a tradire, pensavano loro. Ma io non avevo segreti da svelare. Non avevo complici da coprire, non sapevo nulla, non conoscevo i nomi dei capi della guerriglia, non potevo quindi fornire informazioni che non avevo. Indossai quello slip sentendomi ridicolo come mai in vita mia. E loro sghignazzavano dicendo cose che non capivo ma di cui intuivo il senso. Poi arrivarono le domande, sempre le stesse. Tu non puoi non sapere chi nel tuo quartiere, nella tua zona nasconde armi, esplosivo. Chi sta preparando attentati. Se parli, puoi rivestirti, altrimenti è peggio per te. Non riuscivo a immaginare cosa fosse peggio di quello stare in piedi nudo davanti a delle donne che mi mancavano di rispetto come uomo e come religioso».
«Ripetei fino alla nausea che non sapevo nulla, che dovevano credermi. Mi lasciarono solo per un´ora, forse due. Pensavo di averle convinte, di aver finalmente fatto breccia nei loro cuori. Pregai con tutte le mie forze che fosse così. Ma ritornarono e mi portarono nudo come ero nel settore delle donne. Non capivo cosa volessero. Poi aprirono una cella e mi spinsero dentro. C´erano sedici detenute. Giovani e meno giovani. Madri, mogli, figlie o sorelle di uomini sospettati di non si sa bene cosa. Fu terribile, per noi la stanza delle donne è sacra è inviolabile. Alcune di quelle poverette mi riconobbero e abbassarono gli occhi rendendosi conto della mia vergogna che non era inferiore alla loro. Non possono farci anche questo, fu l´unica cosa che sentii dire. Perché tutto il resto fu soltanto un interminabile pianto. Il mio ed il loro. Tre ore dopo, che mi sembrarono lunghe una vita, tornai nella mia cella. Mi restituirono i vestiti. Due giorni dopo ero fuori da Abu Ghraib».
La costituzione d’un coordinamento nazionale delle Resistenze appare sempre più una necessità del periodo attuale.
Poichè vediamo messo in discussione lo zoccolo delle conquiste sociali della Liberazione noi, veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti di Francia Libera (1949-1945), chiamiamo le giovani generazioni a far vivere e a trasmettere l’eredità della Resistenza e i suoi ideali sempre attuali di democrazia economica, sociale e culturale.
A sessant’anni da allora il nazismo è vinto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle della Resistenza e delle nazioni unite contro la barbarie fascista. Ma la minaccia non è del tutto scomparsa, e la nostra collera contro l’ingiustizia è sempre intatta.
Noi chiamiamo a celebrare l’attualità della Resistenza, non a vantaggio di cause di parte o strumentalizzando a vantaggio di giuochi di potere, ma per proporre alle generazioni che ci seguiranno di compiere tre gesti umanitari e profondamente politici nel vero senso del termine, perché la fiamma della Resistenza non si spenga mai.
Chiamiamo in primo luogo gi educatori, i movimenti sociali, le collettività pubbliche, i creatori, i cittadini, gli sfruttai, gli umiliati a celebrare insieme l’anniversario del programma del Consiglio nazionale della Resistenza (CNR), adottao nella clandestinità il 15 marzo 1944: sicurezza sociale e pensione generalizzate, controllo dei feudi economici, diritto alla cultura e all’educazione per tutti, stampa liberata dal denaro e dalla corruzione, leggi sociali per gli operai e i contadini ecc. Come è possibile che manchino oggi i fondi per mantenere e prolungare questa conquiste sociali, oggi che la produzione di ricchezza è considerevolmente aumentata dalla Liberazione, periodo nel quale l’Europa era rovinata? I responsabili politici, economici e intellettuali e l’insieme della societànon devono arrendersi, né lasciarsi impressionare dall’attuale dittatura internazionale dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia.
Chiamiamo poi i movimenti, i partiti, le associazioni, le istituzioni e i sindacati eredi della Resistenza a superare gli obiettivi settoriali, e a consacrarsi prioritariamente alle cause politiche delle ingiustizie e dei inflitti sociali, e non solo alle loro conseguenze, a definire insieme un nuoco “Programma di Resistenza” per il nostro secolo, nella consapevolezza che il fascismo si nutre sempre del razzismo dell’intolleranza e della guerra, che a loro volta si nutrono delle ingiustizie sociali.
Noi chiamiamo infine i bambini e i ragazzi, i genitori, gli anziani e i nonnim, gli educatori e le autorità pubbliche, a una vera insurrezione pacifica contro i mezzi di comunicazione di massa, i quali non propongono alla nostra gioventù altro orizzonte che quello del consumo mercantile, del disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti conro tutti. Non accettiamo che i principali media siano ormai controllati dagli interessi privati, in contrasto con il programma del Consiglio nazionale della Resistenza e le ordinanze sulla stampa del 1944.
Oggi più che mai, a quelli e a quelle che costruiranno il secolo che comincia, vogliamo dire con il nostro affetto: « creare è resistere. Resistere è creare»
Plus que jamais, à ceux et celles qui feront le siècle qui commence, nous voulons dire avec notre affection : «Créer, c'est résister.
Résister, c'est créer ».
Firmatari:
Lucie Aubrac, Raymond Aubrac, Henri Bartoli, Daniel Cordier, Philippe Dechartre, Georges Guingouin, Stéphane Hessel, Maurice Kriegel-Valrimont, Lise London, Georges Séguy, Germaine Tillion, Jean-Pierre Vernant, Maurice Voutey.
Chi sono i firmatari
Chi é Lucie AubracChi è Raymond Aubrac
Chi è Henry Bartoli
Chi è Daniel Cordier
Chi è Philippe Deschartres
Chi è Georges Guingouin
Chi è Stéphane Hessel
Chi è Maurice Kriegel-Valrimont
Chi è Lise London
è Georges Séguy
Tillion Chi è Germaine Tillion
Chi è Jean-Pierre Vernant
Chi è Maurice Voutey
Gustavo Zagrebelsky ha finito da poco il suo servizio di giudice costituzionale. E scrive un libro con il proposito di «continuare a servire un poco la giustizia costituzionale»: per fare conoscere la nostra Corte costituzionale, vista dal di dentro e nel suo difficile rapporto con il mondo esterno (Principi e voti. La Corte costituzionale e la politica, Einaudi, pagg. 131, euro 8). Ma la precisa sensazione del lettore è che parlando della Corte non è solo dell´istituzione centrale del nostro tempo che si parla («come il secolo XIX è stato il secolo dei Parlamenti, così il secolo XX è stato il tempo della giustizia costituzionale»). Si parla innanzitutto della Istituzione come concetto generale, e fondamentale, dell´ordinamento giuridico. Spiegando usi, regole e rischi del nostro tribunale costituzionale, si penetra in realtà in uno dei dogmi più misteriosi - e nello stesso tempo più necessari - del moderno costituzionalismo. L´Istituzione, appunto, al principio e alla fine del discorso costituzionale: ma di per sé, nella sua intima natura, sottratta ad ogni discorso. Ebbene, Zagrebelsky riesce nell´impresa, ricostruendo l´impasto di persone e regole, di bilanciamenti di forza e debolezze, di aperture e chiusure verso gli altri mondi di vita, che costituisce l´in sé della Istituzione, come categoria angolare del diritto.
Ecco allora che, più delle "voci di fuori", sono essenziali, per capire, le "voci di dentro" della Corte. Il significato dell´istituzione - secondo Zagrebelsky - appare più autenticamente attraverso i comportamenti, che non attraverso le norme scritte. «L´istituzione, più precisamente l´idea della istituzione, è presupposto al diritto posto. Il diritto ha sempre, rispetto alla consapevolezza istituzionale, un valore susseguente».
L´istituzione, insomma, "è" nei comportamenti, nei ragionamenti, nella coscienza di quelli che, per un certo periodo, sono chiamati a farla vivere. Ma questo non significa che l´istituzione-Corte si risolva nella soggettività, e nella transitorietà, dei suoi componenti. Essa, al contrario, li "plasma", con "virtù omeostatiche", capaci di assorbirne e neutralizzarne limiti e difetti, con una forza di bilanciamento tra i vizi degli uni e le virtù degli altri (o degli stessi...). Da dove deriva questa forza interna, istituzionale, della Corte? Zagrebelsky indica un luogo e una regola. Il luogo è la "camera di consiglio", come "spazio spirituale" di quella particolare unità che fa dei quindici giudici una sola "persona in grande". «L´attività della Corte è imperniata sulla personalità individuale del giudice. Al tempo stesso, però, è rigorosamente collegiale. I giudici fuori del collegio non sono nulla».
La regola è quella del «mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale»: cioè la consapevolezza della "funzione repubblicana" della Corte, nella sua funzione costante di integrazione "politica" del paese. Questo significa, da un lato, lo sforzo permanente, nelle decisioni della Corte, di «raccogliere in unità il maggior numero possibile di ragioni costituzionali». Di "non dividersi" sulla Costituzione perché «la Costituzione è ciò su cui non si vota»: dato che «si è già votato su di essa, una volta per tutte, all´inizio». E quando, tuttavia, vi è divisione, tutti i giudici sono sconfitti perché «da una parte e dall´altra ci si deve chiedere: quanto ho mancato in capacità di persuasione nei confronti di chi non è stato dalla mia parte?».
L´altro lato della funzione repubblicana della Corte è nella sua fedeltà, nel tempo, a se stessa. Con il valore altissimo assegnato ai precedenti, «il passato stringe a sé il futuro» e l´istituzione mostra il suo "carattere" difendendo la stabilità del principio giuridico e la prevedibilità della sua applicazione.
Ma perché l´istituzione Corte ha questa regola di omogeneità logica e temporale come suo legamento intimo, strutturale? L´ha perché essa deriva dalla natura stessa della Costituzione: che è una natura "pluralistica" a cui deve corrispondere una logica «orizzontale, compositiva e includente di ogni possibile ragione costituzionale». L´ha perché «non si può mai ripartire da zero». Se non fosse così la decisione apparirebbe prodotto della «mera volontà del momento e non della ragione giuridica radicata nei testi costituzionali».
Con questo argomentare denso di rigore e di severità, Zagrebelsky arriva all´essenza dell´istituzione Corte: la sua necessaria "condizione di estraniazione" al personale e al contingente, la sua "pretesa di esclusività" nell´assumere la Costituzione come proprio "abito mentale e morale".
Giunto a questo punto così alto e intenso - quasi il paradigma della "moralità istituzionale della Corte" - il libro si scontra però con le debolezze degli uomini e del suo tempo. Pagine piene di inquietudine sono dedicate a certe prassi malformate della Corte: come il numero "abnorme" di ordinanze di inammissibilità, spesso "vie di fuga" per evitare gli "scogli" di una divisiva decisione di merito o come le "simulazioni di continuità" giurisprudenziale in luogo di una responsabile dichiarazione di ragionata discontinuità.
Ma è vera indignazione quella che esplode contro le "fedeltà improprie" che spingano i giudici ad artifici argomentativi per chiare ragioni di partito preso o contro la ridicola, improvvisa facondia di giudici che coltivino aspettative di futuri benefici politici dopo il servizio alla Corte. È il punto dolente contro cui si muovono progetti di legge: rimedi che Zagrebelsky giudica però inadeguati e aggirabili rispetto alla forza di un superiore costume etico.
Ci sono, dunque, queste insidie conficcate nel cuore della Corte. E tuttavia esse non prevalgono sulla funzione della istituzione che meglio impersona quello che sta scritto nell´articolo 1 della Costituzione sui "limiti" alla sovranità popolare. Una "funzione antimaggioritaria", dunque, che limita la "quantità" della democrazia per preservarne la "qualità": perché «il senso del diritto della Costituzione è precisamente impedire il bruto predominio». Quello che si esercita con leggi personali, "manifestazione estrema" di corruzione della democrazia. O con l´"irrazionalità" di leggi che rompono insieme la logica dell´ordinamento giuridico e la Costituzione in quanto garanzia di equilibrio e di ponderazione (è il tema su cui Zagrebelsky è tornato pochi giorni fa su questo giornale, a proposito dell´eversivo progetto elettorale per il Senato).
Scritto in tempi bui per la Costituzione e per la democrazia, questo breve libro vibrante si conclude con una visione di realistico ottimismo. La funzione di garanzia repubblicana dell´istituzione Corte intercetta oggi e "alimenta" un "desiderio di Costituzione", anzi una "volontà di Costituzione". Nasce questa dal diffuso «bisogno di vivere non nel regno della forza ma nel regno del diritto che regola la forza». Con questo libro il servizio reso dal giurista alla giustizia costituzionale è compiuto. Può tornare tranquillo all´Università. E adottare ad epigrafe del suo rendiconto, il monito biblico: «Non seguirai la maggioranza per agire male (Es. 23.2)».
Di Luigi Einaudi ce n´è più d´uno. Alle personalità importanti per altezza di ingegno, fermezza di carattere, purezza di intenti, capita spesso. Si muove il mondo, si muovono perfino le piramidi d´Egitto - come esemplificava Montaigne - e sarebbe dunque ben strano che uomini di talento non cogliessero quel movimento restando incartapecoriti e immobili. La loro preziosa funzione di testimoni del tempo ne risulterebbe vanificata. La loro coerenza apparente si trasformerebbe in una incoerenza sostanziale poiché - muovendosi l´intera realtà che li circonda e restando essi in uno stato di mummificata fissità - i loro rapporti con la società in movimento ne risulterebbero profondamente alterati. Sicché, spostandosi tutte le cose, la vera coerenza consiste nel mantenere il rapporto con esse e non già nell´allontanarsene.
Massimamente ciò accade per chi - come appunto Luigi Einaudi - abbia nutrito per tutta la sua lunga vita convinzioni e cultura liberali, non agganciate ad alcuna schematica e utopica ideologia ma a convinzioni flessibili quali sono quelle ispirate dalla libertà degli individui e delle società nelle quali essi vivono e operano.
Dunque nessuna sorpresa nel constatare che il pensiero di Einaudi sia stato un modello di coerenza e al tempo stesso di molteplici «letture» della realtà sociale nella quale e sulla quale egli operò in un arco di anni che dalla «Belle Époque», dal «ballo Excelsior» e dalla lira che faceva aggio sull´oro, ci avrebbe portati alla conquista della Luna, all´invenzione dei microprocessori, alla scoperta delle cellule staminali e infine al terrorismo globale, passando attraverso fasi oscene che hanno fatto regredire il mondo a livello d´un mattatoio gigantesco, attraverso due guerre mondiali, l´Olocausto, i lager staliniani e l´atomica di Hiroshima e Nagasaki.
Come tutti sanno, Einaudi fu attento soprattutto agli aspetti economici e alle dottrine che cercano di spiegare le leggi che li governano e i meccanismi che incitano i soggetti a competere gli uni con gli altri per conseguire posizioni ottimali nell´incessante lotta per la vita.
Nel dedicarsi allo studio di questi temi, compì due operazioni apparentemente contraddittorie: restrinse il campo delle sue ricerche agli aspetti monetari e tributari dell´economia politica, ma contemporaneamente lo allargò ai princìpi morali che debbono presiedere anche ai comportamenti dei soggetti economici. Del resto Adam Smith, che fu il suo maggiore punto di riferimento, duecento anni prima aveva fatto un´analoga operazione, tanto che si discute oggi se l´autore della Ricchezza delle nazioni abbia lasciato più profonde tracce nella dottrina economica o nella filosofia morale. A mio parere si tratta di due campi del sapere talmente interconnessi che l´uno non è concepibile senza l´altro. Ma questo è un altro discorso, e ci porterebbe troppo lontano.
Eppure, desidero richiamare l´attenzione dei lettori sul fatto che le osservazioni più innovative del pensiero economico einaudiano sono emerse tutte le volte che esso, fissando uno specifico segmento della vita sociale, ha usato al tempo stesso l´analisi economica e il sentimento morale. Così quando esaminò la naturale tendenza del mercato a produrre situazioni di oligopolio e addirittura di monopolio ove non intervengano severe norme di tutela della libera concorrenza; e ancora quando, raccontando le conseguenze economiche della guerra (quella del ‘14-‘18), mise in luce gli sfacciati arricchimenti prodotti dalla collusione tra le industrie degli armamenti e degli approvvigionamenti militari con settori del mondo bancario e apparati della pubblica amministrazione; infine quando teorizzò, nelle lezioni di politica sociale tenute in Svizzera nel ‘44 mentre ancora infuriava la seconda guerra mondiale, la necessità di fornire a tutti gli individui eguali condizioni di partenza, affinché il libero gioco del mercato, la selezione dei talenti, l´accumulazione delle risorse e la distribuzione della ricchezza prodotta non avvenissero sulla base di carte truccate, ma fossero l´effettivo risultato d´una competizione tra eguali in fondo alla quale avrebbero prevalso i migliori, fermo restando il dovere della comunità di darsi carico dei perdenti per metterli in grado di tornare in campo e partecipare a nuove competizioni.
Queste impennate del pensiero einaudiano verso le conseguenze sociali del mercato e delle variabili che ne condizionano il funzionamento restano comunque saldamente innestate su un nucleo costante e invariato che ha come valore primario e attore principale l´individuo e la sua libertà. Libertà organizzata nelle sue specifiche articolazioni, quelle indicate e codificate come diritti dell´uomo, che furono successivamente definite dalla vulgata marxista come libertà borghesi, per dire che esse erano più formali che sostanziali, o anche come elementi sovrastrutturali, prodotti dalle forze strutturali operanti nel tessuto economico e nei rapporti di forza tra le varie classi sociali.
Ci volle molto tempo (e molti eventi) affinché fosse riconosciuto anche dagli adepti dell´ideologia marxista che le libertà da essi definite borghesi erano comunque necessarie per garantire la dignità e l´autonomia individuale e che tra struttura delle forze produttive e sovrastruttura istituzionale, giuridica, politica, il rapporto non era improntato a un determinismo semi-automatico tra causa ed effetto ma ad un´interazione dialettica di cause che producono effetti che a loro volta suscitano reazioni e correzioni nelle cause stesse.
Einaudi non si riconobbe mai in questo dibattito e, almeno in apparenza, non vi partecipò salvo una volta: nell´accesa polemica che lo vide contrapporsi ad un altro grande liberale, Benedetto Croce, sul rapporto tra liberalismo e liberismo. Paradossalmente in quel dibattito fu proprio Einaudi a far sua la concezione marxista di struttura e sovrastruttura quando teorizzò che il liberalismo inteso come filosofia della libertà e delle libertà non avrebbe potuto esplicarsi in assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e del libero mercato. Croce sostenne invece, almeno in linea di principio, che il liberalismo poteva esistere in forme originali ma non per questo meno autentiche anche in presenza di strutture economiche non liberiste.
Fu un dibattito appassionato, condotto da due maestri non soltanto del pensiero ma anche dello stile, della qualità eccelsa della prosa e dell´uso del linguaggio: limpido in entrambi come acqua purissima e al tempo stesso profondo nelle sue implicazioni.
Per quanto riguarda Einaudi - a parte il paradosso che ho poco fa segnalato ma del quale mi pare di poter dire che egli non si fosse reso conto - emerge dalle pagine di quel dibattito il nucleo del suo pensiero e cioè l´importanza storica della micro-economia, della piccola proprietà terriera, delle innovazioni applicate alla trasformazione e commercializzazione delle derrate in beni di consumo diretto, dell´armonica integrazione tra agricoltura e industria, dell´uso dell´imposta per avocare alla comunità le rendite nel senso ricardiano del termine; infine del risparmio come principale fonte di accumulazione del capitale e quindi di finanziamento degli investimenti produttivi.
Oggi si applicherebbe probabilmente a Einaudi lo slogan «piccolo è bello» e si troverebbero nei suoi scritti numerose conferme a sostegno di quella tesi, suffragate altresì dalla sua concezione dello Stato e del governo dello Stato. E qui veniamo a questo libro che raccoglie una parte dei suoi innumerevoli interventi sul tema del buongoverno, che dà il titolo all´intero volume.
Einaudi è intervenuto nella vita pubblica italiana utilizzando numerosi strumenti di comunicazione. Non parlo degli scritti di carattere dottrinale che hanno dato luogo a specifiche pubblicazioni: scritti sulla natura e sugli effetti dell´imposta, sui modelli teorici dell´equilibrio economico, sulle regole che dovrebbero assicurare al mercato un funzionamento ottimale e in mancanza delle quali lo strumento pratico si allontana rapidamente dal modello teorico fino addirittura a divorarlo dando vita al «mostro» del monopolio.
Parlo invece degli innumerevoli articoli da lui scritti con serrato ritmo sul Corriere della Sera rifondato e diretto da Luigi Albertini, dei suoi interventi su riviste di politica economica e sociale, delle lettere e «memorandum» da lui inviati al presidente del Consiglio ed altre autorità pubbliche durante il settennato che passò al Quirinale come presidente della Repubblica.
Tutti questi suoi interventi raffigurano nel loro variegato insieme il suo ideale di buon governo, di cui le pagine qui raccolte rappresentano la quintessenza. Quest´ideale è reso concreto dalla descrizione dei singoli casi, scelti come esempi paradigmatici di ciò che un buon governo deve fare o non deve fare, e riguardano soprattutto i comportamenti della pubblica amministrazione nei confronti dei cittadini da un lato e delle forze politiche dall´altro.
La continuità dell´amministrazione, vivificata dall´alternarsi delle forze politiche alla guida del governo, configura per Einaudi la concreta distinzione tra Stato e Governo, che era chiarissima nella sua mente e che viceversa non lo era affatto sia nel personale politico sia nel personale amministrativo, tendenti entrambi ad appropriarsi ciascuno dei poteri dell´altro producendo di conseguenza situazioni di malgoverno, di sopraffazione, di inefficienza, di costi crescenti e benefici calanti nei confronti dei cittadini.
In queste pagine c´è la denuncia puntuale e ostinata di singole devianze da quel modello ideale, secondo il quale spetta al Governo di indicare gli obiettivi che l´amministrazione deve perseguire e a quest´ultima l´esecuzione degli atti idonei a realizzarli nei tempi dovuti. Al Parlamento il controllo politico dell´insieme degli atti amministrativi e di ciascuno di essi. Alle magistrature amministrative, Corte dei Conti e Consiglio di Stato, la tutela dell´interesse dei cittadini e quella altresì dell´indipendenza dei pubblici impiegati dall´eventuale interferenza dei politici.
Resta da dire perché l´editore Laterza abbia voluto farci dono di questo volume ormai introvabile, uscito in prima edizione nel maggio 1954, e poi ripubblicato nel 1973 con una Premessa di Massimo L. Salvadori.
Non svelo alcun segreto, anzi adempio ben volentieri al compito di comunicare ai lettori che quest´iniziativa intende ricordare l´opera non dimenticata - perché non dimenticabile - di Vito Laterza, a tre anni dalla sua scomparsa.
La sostanza dell´operazione culturale di Vito fu quella di un grande innesto tra cultura liberale, cultura radicale e cultura marxista. Gli innesti sono operazioni assai delicate: richiedono prudenza, selettività e intuizione; si debbono scegliere gli aspetti - e in questo caso gli autori e i testi - più dinamici e più densi di futuro, combinandoli con elementi altrettanto idonei a fruttificare nuove specie. Il rischio è elevato perché può accadere che l´innesto faccia appassire le varie specie combinate o dia luogo a prodotti privi di sapore e affetti da sterilità.
Non è stato così nel caso Laterza.
Una bella pagina di Luigi Eimnaudi è già in Eddyburg
Ci stiamo americanizzando due volte, dice Yves Mény parlando di populismo e democrazia da europeo ed europeista convinto ancorché alquanto deluso e disilluso. Il Vecchio Continente importa dall'America del nord il rigetto per i partiti, la retorica dei valori popolari, le tecniche di marketing in campagna elettorale; dall'America del sud la denuncia della corruzione delle élite, l'abuso dei media nel discorso politico, la retorica violenta che spara a voce alta l'indicibile; e da tutte e due, America del nord e del sud, il mito del capo - la leadership al meglio, il caudillismo al peggio - che nella costellazione populista fa sempre da pendant all'appello al popolo. Non è una buona notizia per l'Europa e i suoi retori, politici e intellettuali, troppo spesso sicuri di una superiorità e di una superiore tenuta delle forme della democrazia nella culla della politica. Anche le culle talvolta si sfasciano, sotto l'urto della crescita poco conforme dei figli. E infatti le vicissitudini del populismo disegnano precisamente questo circolo, dalle origini europee della democrazia e ritorno, passando per le forme - o le deformazioni - che la democrazia ha preso via via in giro per il mondo. L'Europa è l'origine e il punto terminale della crisi: per la buona ragione che la crisi sta dentro l'origine. All'origine del populismo c'è infatti una doppia tensione irrisolta che è della democrazia: fra il corpo del popolo e la forma della rappresentanza, e fra la sovranità popolare e i limiti che le impone il costituzionalismo. Fra la «verità» delle masse e i «tradimenti» delle élite, fra il «caldo» della vox populi e il «freddo» delle regole. In teoria, una buona democrazia dovrebbe stare in equilibrio fra queste contraddizioni. In pratica, nessuna democrazia riesce oggi a mantenere questo sano equilibrio. E se la corrente populista tira dappertutto, in alcuni casi investendo non i margini ma il centro della scena politica, acquista evidentemente valore di sintomo della malattia democratica: il populismo essendo nient'altro che «un'ombra proiettata dalla stessa democrazia», per usare le parole di Margaret Canovan che ne è fra i principali studiosi, una sfida continuamente rilanciata da gruppi esclusi o penalizzati dalla rappresentanza al «bluff» di un sistema che garantisce il voto a tutti e il potere a pochissimi.
Il che comunque non esaurisce il problema, né la sua topografia. Volendolo approfondire, i due fascicoli dedicati al populismo in contemporanea da Filosofia politica e Ricerche di storia politica (entrambe edite dal Mulino e in libreria in questi giorni) offrono ampi materiali sia sul concetto sia sulla storia del populismo (in Russia, in America latina, negli Usa, in Europa), mostrando come il sintomo del disagio democratico, innestandosi su contesti diversi, acquisti di volta in volta anche valenze diverse, e attragga interpretazioni diverse. Questo spiega come mai accada, ad esempio, che a una stessa costellazione di fenomeni «populisti» possa essere attribuito un significato regressivo e di destra nelle democrazie nord-occidentali, progressista e di sinistra nei paesi latinoamericani (Loris Zanatta, in Filosofia politica). O come sia complicato, se non sbagliato, tracciare linee certe di demarcazione fra destra e sinistra nel populismo statunitense (Ronald Formisano, in Ricerche di storia politica), dove la stessa retorica populista si rintraccia tanto nei movimenti progressisti per i diritti civili dagli anni `40 ai `60 quanto nel «contraccolpo bianco» reazionario che ne seguì e, negli anni `80 e `90, tanto nella campagne elettorali del reverendo democratico Jesse Jackson quanto in quella del miliardario repubblicano Ross Perot. E oggi, osserva Mény, tanto nella campagna elettorale di Bush quanto in quella di Kerry.
Aggiunge tuttavia Mény che il sistema americano prevede una sorta di bilanciamento fra la retorica populista «calda» a livello statale e la forza «fredda» dello stato di diritto a livello federale. Mentre nelle democrazie europee, dove la democrazia costituzionale e rappresentativa è più forte, le spinte populiste rischiano di essere più esplosive: si tratterebbe dunque di trovare sbocchi per quella vox populi che non si sente rappresentata dai parlamenti ed esplode nell'antipolitica, nel leghismo, nel lepenismo. Aggiornando in qualche modo quell'equilibrio malcerto fra popolo ed élite, sovranità popolare e regole che dicevamo all'inizio. Ricetta difficile ma plausibile, se vogliamo mantenere un qualche tasso di ottimismo, o come suggerisce Mény di «dover essere» democratico. Ma è lecito anche un maggior pessimismo e disincanto nei confronti di questa crisi «originaria» dell'equilibrio democratico: tanto più che esso è oggi terremotato dalla globalizzazione e dalla fine contemporanea dello stato- nazione e del popolo-nazione. E forse proprio la fine del popolo-nazione potrebbe essere una buona occasione per ripensare la costituzione di quel demos che la teoria democratica ha da sempre.
Sulla democrazia:
Luciano Canfora, La democrazia qui e oggi
PUÒ ammettersi che per uno sia giusto ciò che non lo è per un altro? Se sì, la giustizia - intendo la giustizia assoluta, valida per tutti - non esiste. Se no - perché la giustizia assoluta esiste - o l´uno o l´altro (o forse entrambi) sono in errore. Ma occorre allora un criterio razionale (il criterio di giustizia) per scoprire l´errore e dividere torti e ragioni. Tale criterio esiste? È inutile illudersi: no, non esiste.
I criteri assoluti di giustizia sono tutti privi di contenuto. Se sono assoluti, sono vuoti; se fossero pieni, sarebbero relativi; varrebbero cioè per uno ma non necessariamente per un altro. Con le parole del professor Bobbio: se un criterio di giustizia ha portata universale, è puramente formale; se ha valore sostanziale, non è più universale, ma storico: cioè, appunto, relativo. Una nozione di giustizia che sia insieme universale e sostanziale è assurda.
Prendiamo la più famosa e comprensiva tra le formule della giustizia, l´ unicuique suum tribuere, l´"a ciascuno il suo" dei giureconsulti romani, o la sua riformulazione "tratta gli uguali in modo uguale e i diversi in modo diverso". Entrambe lasciano indeterminato il punto decisivo, cioè la nozione di suum, ciò che spetta in rapporto a ciò che ci rende, sotto i più diversi aspetti, uguali e diversi (dato che l´uguaglianza e la diversità assolute non esistono). Formule come queste possono essere accolte da chiunque: dal superuomo nietzschiano come dal difensore dei diritti umani, dal combattente per il comunismo universale come dal fautore della libertà dello stato di natura, dall´apostolo della fratellanza universale come dal fanatico dello stato razzista.
I campi di sterminio, per esempio, sono in regola con questa massima della giustizia. Il motto di benvenuto al campo di Buchenwald - una sorta di "lasciate ogni speranza, o voi che entrate" - era, per l´appunto, jedem das Seine, a ciascuno il suo, ma questo avrebbe potuto anche essere il motto del buon samaritano o di un Martino che divide il suo mantello con l´ignudo. Onde, queste regole di giustizia possono essere indifferentemente il programma del regno dell´amore come del regno dell´odio.
Puri involucri privi di contenuto sono anche le massime di giustizia che fanno appello alla coscienza individuale, come il biblico «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» o, nella forma positiva, il «tratta gli altri come tu desideri essere trattato». Esse contengono un appello all´uguaglianza: tu sei simile al tuo prossimo, hai il medesimo valore; dunque, non fare torto agli altri, perché faresti torto a te stesso. Ma le aspettative individuali, inutile insistere, sono infinite, come infinitamente varia è la natura umana. L´applicazione di questo criterio nei rapporti sociali darebbe luogo, né più né meno, all´anarchia.
Queste e le altre simili formule di giustizia (a ciascuno secondo i bisogni, i meriti, ecc.) finiscono in tautologie senza significato: giusto è il suum e il suum è giusto. Per uscire dal circolo vizioso, occorre aprirsi a un sistema di valori sostanziali la cui vigenza imperativa è compito di un legislatore. Ma così si passa al terreno dello scontro politico: dalla giustizia, che dovrebbe valere per tutti, alla politica, che è regno di divisione e competizione.
In effetti, l´intera storia dell´umanità è lotta per affermare concezioni della giustizia diverse e perfino antitetiche, «vere» solo per coloro che le professano. Diciamo giusto ciò che corrisponde alla nostra visione della vita in società, ingiusto ciò che la contraddice. La giustizia è sempre stata una retorica a favore di questa o quella visione politica: la giustizia rivoluzionaria giacobina; la giustizia borghese; la giustizia proletaria; la giustizia völkisch, del sangue e della terra, nazista, ecc. ciascuna con la pretesa d´essere unica.
Questi accenni dicono qualcosa di sconfortante: dietro l´appello ai valori più elevati e universali è facile che si celi la più spietata lotta politica, il più materiale degli interessi. Quanto più sublimi sono quei valori, tanti più terribili gli eccessi che vogliono giustificare. La storia mostra che proprio i grandi progetti di giustizia sono quelli che hanno motivato le maggiori discriminazioni, persecuzioni, massacri e mistificazioni, facendo apparire gli oppressi come oppressori e viceversa. Onde la desolante conclusione che le idee di giustizia promettono, per l´avvenire, l´armonia universale ma, nel presente, giustificano ingiustizie.
A questo esito paradossale conducono dunque le astratte definizioni della giustizia: esse nascono bensì per indirizzare il potere e limitarlo; ma il loro significato dipende dal potere stesso. Aveva ragione Trasimaco, il contradditore di Socrate nella Repubblica di Platone, il quale negava valore autonomo alla giustizia e la riduceva all´utile del più forte. Così ragionano tutti i realisti, che sanno come va il mondo: «Può Socrate credere davvero che i pastori e i bovari abbiano di mira il bene delle pecore e dei buoi e li ingrassino e li curino con uno scopo diverso dall´interesse proprio o dei padroni? Si può credere davvero senza cadere nel ridicolo che quanti hanno in mano il potere negli Stati, i governanti, rispetto ai propri sudditi siano in una disposizione d´animo diversa da quella che si può avere per delle pecore o dei buoi e che giorno e notte essi non pensino che al modo di avvantaggiarsi?».
Ma anche senza cedere al nichilismo morale di un Trasimaco, per il quale il potere è solo egoismo e i cittadini solo bestiame, si finisce comunque per cadere nella giustizia come volontà del legislatore, cioè nella giustizia come legalità. La legge non è né giusta né ingiusta: è la legge. La giustizia infatti implica una legge, quale che sia. Ma la legge non presuppone la giustizia perché è essa stessa che la determina. Non doveva la giustizia, secondo tutte le aspettative, essere criterio di giudizio della legge stessa? La società giusta che andiamo cercando non è forse quella dove vigono leggi giuste? Ed ecco invece un paradosso: proprio la giustizia postula l´obbedienza alla legge, senza scrupoli di coscienza di fronte al suo contenuto. Giusto non è chi opera secondo una propria elevata visione morale dei rapporti sociali, ma l´osservante, il conformista, il legalista: un risultato sconcertante.
Che cosa concludere? Che la giustizia è illusione o dissimulazione del potere? Che invocare la giustizia, come milioni di esseri umani da sempre e dappertutto fanno ogni giorno, è non senso o addirittura prepotenza, come picchiare il pugno sul tavolo? Che la promessa di Gesù di Nazareth agli affamati e assetati di giustizia (Mt 5, 6), ai perseguitati a causa della giustizia (Mt 5, 10) è solo un inganno crudele? Questo ci dice la ragione. Ma siamo venuti qui per sentirci dire questo: che tutto è un vano, insopportabile paradosso? Non può essere, e forse non è così.
Il nichilismo della giustizia è inevitabile conclusione di un tentativo fallimentare, date le premesse da cui muove: (a) che esista un´idea a priori di giustizia, la cui ricerca richieda la messa in azione delle forze della ragione; (b) che la giustizia sia pienezza di contenuti. Finora, infatti, abbiamo ragionato come se si trattasse di elaborare un´idea che rispecchi fedelmente i caratteri di relazioni sociali in sé giuste: un modo di pensare di tipo giusnaturalistico che, in quanto tale, non avrebbe potuto avere altra sorte che, per l´appunto, il fallimento. Ma possiamo provare a rovesciare i punti di partenza e ritenere che si tratti (a) non della ricerca di un´idea ma della percezione di un sentimento, il sentimento di giustizia e (b) che questo sentimento riguardi non la giustizia ma l´ingiustizia. Si entra così in tutt´altro ordine di problemi. Sono consapevole che il terreno è scivoloso ma, prima di storcere il naso, aspettiamo un poco.
Che la giustizia abbia a che fare con atteggiamenti non razionali dovrebbe essere chiaro già per il fatto che essa attiene a valori. Le cosiddette scelte di valore sono oggetto di percezioni e propensioni non giustificabili razionalmente, cioè non attraverso speculazioni o dimostrazioni. Del resto, il linguaggio, anche qui testimone attendibile, parla di senso o sentimento di giustizia. La giustizia solo come idea o teoria appare quando il razionalismo della nostra civiltà ha iniziato a pretendere, nella ricerca della natura delle società, di lasciare da parte, perché non scientifico, tutto ciò che non è ragionamento e calcolo. Così esso si è esteso oltre misura, mettendo nell´angolo l´altra metà delle facoltà dello spirito umano e inducendo a trascurare strumenti di conoscenza che possono talora perfino giungere là dove la ragione non arriva.
In effetti, i giuristi hanno qualche volta tentato una rivincita sul razionalismo, cercando di trarre da un fondamentale e originario «sentimento del diritto» degli esseri umani norme di giustizia sottratte alle critiche relativistiche alle quali sono esposte le nozioni puramente razionali. Questo sentimento consisterebbe nella naturale reazione contro azioni che repellono, prima e indipendentemente dall´esistenza e dalla conoscenza di una norma che le vieti. Insomma, una sorta di giusnaturalismo del sentimento, invece che della ragione, con questa essenziale differenza: che il primo, diversamente del secondo, non pretende di costruire la giustizia in terra ma si limita a rivoltarsi contro l´ingiustizia. Non è lo stesso. Il sentimento dell´ingiustizia si ribella all´inferno in terra; la scienza della giustizia mira a costruirvi il paradiso. Soprattutto, il sentimento di ingiustizia è dei deboli e degli oppressi; la scienza della giustizia, dei forti e, forse, degli oppressori.
Questo spostamento dalla scienza al sentimento, dalla ragione alla percezione, potrebbe tuttavia sembrare anch´esso destinato al fallimento, esattamente come i tentativi di racchiudere la giustizia in un formula astratta. I sentimenti di giustizia degli uomini sono diversi e contrastanti: quelli del possidente che vive di rendita non saranno gli stessi del disoccupato o del lavoratore salariato con posto di lavoro a rischio; quelli del filantropo, non gli stessi del misantropo; del cosmopolita, non del nazionalista razzista; del mite, non del prepotente, ecc.
Questa osservazione è giustificata in quanto dal sentimento di giustizia si pretenda troppo. Se si esagera, effettivamente la critica che fa leva sulla relatività dei contenuti, fa breccia. Occorre rimanere al minimo, che, proprio in quanto tale, è fondamentale.
Il minimo fondamento sta nella risposta alla grande domanda di tanto in tanto riaffiorante, ma sempre accantonata con senso di fastidio: se si possa mai accettare il male inferto all´innocente - intendo il male inferto consapevolmente - , fosse pure per il fine più elevato, come la felicità del genere umano o l´armonia universale. La sofferenza dell´innocente, la lacrima di un bambino, può stare in bilancia con il bene dell´umanità? La risposta, naturalmente, è no. Il bene non può consapevolmente fondarsi sul male. Se si è disposti a versare una lacrima innocente, si sarà disposti a versare fiumi di sangue. Basterà alzare il prezzo della felicità promessa. La risposta positiva alla domanda, a ben pensarci, oltre che moralmente insostenibile, sarebbe anche l´inizio della guerra di tutti contro tutti.
Ma qui vediamo la nostra ipocrisia, perché l´intera nostra storia è fondata proprio su questo intreccio di bene e male, moralmente ingiustificabile. Il primo celebre stasimo di Antigone, che celebra l´essere umano e le sue opere sotto l´ambiguità delle molte cose mirabili e al tempo stesso esecrabili (pollà ta deinà), esprime splendidamente ammirazione e costernazione di fronte a questa terribile duplicità. Al passo sofocleo, che Martin Heidegger considerava sintesi dell´intera storia dell´Occidente, si affianca il lamento dell´Ecclesiaste (7, 20): «Certo non vi è uomo giusto sotto il sole il quale, facendo il bene, non faccia il male».
Il male inferto all´innocente, cioè l´ingiustizia assoluta, può razionalmente essere giustificato: come «prezzo» del progresso, per esempio. Ma non è tollerabile esistenzialmente, quando entrano in gioco facoltà di percezione e comprensione diverse da quelle razionali. Sto parlando non dei mali naturali, rispetto ai quali non ci può essere che rassegnazione o disperazione: qui è all´opera l´humana conditio e non c´è nulla da fare. Parlo di chi, con la propria azione, coscientemente, anche se non intenzionalmente, produce fame, malattie, oppressione, sterminio di esseri umani. Non è questa la vista di un´ingiustizia rivoltante? Il sentimento di giustizia di tutti, al di là delle diverse idee di giustizia che professiamo, non si mobiliterebbe sol che se ne avesse chiara la visione?
Come è possibile l´indifferenza di fronte alla sofferenza dell´innocente, l´ingiustizia assoluta? Quella, ad esempio, inferta ai più innocenti tra tutti, i bambini e gli animali («la debole cavallina dai miti occhi»), di cui parla Ivàn Karamazov, nel dialogo col fratello Al sha che introduce alla Leggenda del Grande Inquisitore: quell´ingiustizia che rende il mondo inaccettabile e trasforma in oscena bestemmia la promessa apocalittica (15, 3) dell´intervento divino che, alla fine dei tempi, ricondurrà tutto a «suprema armonia»: il torturato che si riconcilia col torturatore, la vittima col carnefice, il lupo con l´agnello. E la stessa cosa non avverrebbe, se solo le si vedesse, di fronte alle sofferenze di cui sono testimoni i volontari della solidarietà e dell´informazione che non disdegnano di guardare in faccia, senza filtro di teorie - teorie che consentono di darsi una ragione di qualsiasi, proprio di qualsiasi cosa - , la realtà degli ospedali del terzo e quarto mondo, delle periferie delle megalopoli, delle strade di paesi tormentati da guerre, violenze, sfruttamento; la realtà dei luoghi di segregazione dove il dominio dell´uomo sull´uomo è assoluto; dei campi militarizzati di lavoro forzato infantile che sono le miniere di pietre preziose nell´Africa centro-meridionale e nell´America latina, eccetera, eccetera, eccetera.
Finché non si resterà insensibili di fronte a questi spettacoli ed essi continueranno a fare scandalo, il sentimento di giustizia non sarà spento. Non si saprebbe dire se per natura o per cultura. Se si pensa alla sofferenza degli inermi offerta al divertimento delle plebi negli spettacoli pubblici, dall´antichità a qualche secolo fa, si dovrebbe dire: per cultura, non per natura. Nei tempi nostri, faremmo fatica a immaginare uomini di governo che si fanno belli di questa sofferenza, la producono consapevolmente per offrirla come dono all´opinione pubblica. Il giorno in cui essa genererà solo indifferenza o addirittura divertimento, il discorso sulla giustizia come valore generale sarà chiuso.
Ma non è ancora così. Le pratiche d´ingiustizia si compiono di nascosto e richiedono un senso di umanità anestetizzato dall´uso di sostanze intossicanti e un senso morale deviato con lavaggi ideologici del cervello. In condizioni normali non sarebbero possibili. I Sonderkommando e gli aguzzini dei Lager nazisti, gli squadroni della morte in giro per il mondo, ci parlano di assunzione previa di alcool e droghe. La tecnologia della sofferenza all´opera in carceri speciali o in operazioni belliche specializzate presuppone l´indottrinamento intensivo dei suoi agenti. Sarebbe di grande interesse la lettura dei testi su cui si forma la psicologia di quanti sono impiegati in compiti al o oltre il limite del senso di umanità; sarebbe istruttivo partecipare ai «corsi di formazione» organizzati, con l´ausilio di psicologi, espressamente per loro. E altrettanto istruttivo è l´ottundimento delle coscienze ottenuto tramite la scientifica burocratizzazione o, secondo Hannah Arendt, banalizzazione della morte e del terrore, che pianifica i crimini e solleva le coscienze.
Al contrario, non risulta che per elaborare le idee «di giustizia» del darwinismo sociale - cioè l´applicazione alla razza umana del principio della sopravvivenza del più forte e dell´annientamento del più debole - o della divisione dell´umanità in razze superiori e inferiori, tanto per fare l´esempio di due dottrine criminali, sia stata necessaria l´assunzione di sostanze. Non risulta cioè che Spencer o Gobineau abbiano dovuto forzare artificialmente la loro natura per scrivere Individuo e Stato o Saggio sull´ineguaglianza delle razze umane.
Non si devono però squalificare teorie e idee generali. La rivolta all´ingiustizia ha alla base una propensione e una passione, ma abbisogna della ragione. A questa compete individuare le cause del male da estirpare e proporre misure per eliminarle. Ma non si tratta di idee e teorie di giustizia come progetti politici. La giustizia viene prima, la politica dopo; la politica è funzione della giustizia, non il contrario; la giustizia non è valore finale ma principio o movente della politica. Essa sta alle nostre spalle, come dovere morale impegnativo; non sta davanti a noi, come il sol dell´avvenire che dobbiamo rincorrere. La differenza è radicale: come principio di ogni nostra azione, la giustizia non può mai giustificare un´ingiustizia, un mezzo ingiusto; come valore a cui tendere, potrebbe giustificare qualunque cosa sia ritenuta necessaria per raggiungerlo. La giustizia come principio, ma non come valore, contrasta evidentemente con le filosofie della storia orientate ai grandi orizzonti del progresso dell´umanità, ma insensibili alle sorti personali di milioni di esseri umani, sempre posposte ai progetti di potenza di regni e repubbliche, gerarchie religiose e sistemi economici, oggi inneggianti al mercato illimitato.
L´interrogativo più urgente che la giustizia solleva nei nostri giorni è quello dell´accettabilità in nome suo dell´uso della forza, della guerra, in quanto ci siano di mezzo popolazioni inermi, o anche soltanto (soltanto?) individui - i soldati - la cui libertà è costretta dalla necessità o dalla disciplina. La risposta all´interrogativo, secondo la giustizia degli inermi e degli innocenti, è no, mai. Se si risponde di sì, in quanto vi sono violenze giustificate in guerre dettate da giusti motivi, ciò significa che la giustizia è vista dalla parte non delle vittime ma dei potenti, per i quali la parola giustizia è un mezzo per celare altre cose, come la politica di potenza, la difesa della sicurezza e del livello di vita, l´identità religiosa, eccetera: cose più o meno nobili che, comunque, sono diverse e hanno altri nomi.
Possiamo terminare così: la giustizia è l´altra faccia di ogni cosa. Ogni cosa può essere vista da due lati, quello del potere e quello di chi subisce il potere. Non si approprino i potenti di quello che loro non spetta ed è spesso è l´unica risorsa che resta agli inermi: l´invocazione di giustizia. Non pretendano di rendere unico ciò che è sempre duplice, di confondere con la giustizia la loro forza e le loro mire. Lascino la giustizia a chi ne ha fame e sete. Noi rammentiamo ancora una volta, col deinòs di Antigone e con le parole dell´Ecclesiaste, l´intimo intreccio di bene e male e comprendiamo che, in tutte le cose, la giustizia ha a che fare con il lato del dolore, con l´inferno in terra delle nostre società, non con il lato del benessere, con il paradiso che gli uomini di potere fanno mostra di voler realizzare attraverso i loro programmi.
Fino a che punto una discussione sull'Ottobre bolscevico può limitarsi al resoconto storico, all'elenco delle vicende prima e dopo la presa del Palazzo d'Inverno del 7 novembre 1917? Se si richiama alla memoria l'insieme di questioni cruciali che il partito di Lenin dovette affrontare - prendere o no il potere, nazionalizzare o meno le industrie, come costruire uno «Stato operaio e contadino», quali rapporti con i poteri locali dei Soviet, quali punti scegliere per qualificare un programma socialista e via elencando - salta subito agli occhi il significato politico della discussione. Impossibile, quindi, confinare nello specialismo storiografico una costellazione di temi che evocano in primo piano l'interrogativo di che cosa sia oggi la politica e come essa si definisca, per quanto riguarda la tradizione comunista, in rapporto alle questioni sollevate dalla rivoluzione russa. Sono gli stessi interrogativi evocati dall'intervento di Rossanda Rossanda sulle pagine di "Liberazione" sabato e sui quali torniamo oggi con un nuovo intervento di Luciano Canfora, studioso della storia del movimento operaio, oltre che docente di filologia greca e latina presso l'Università di Bari. Si tratta, a prima vista, di mettere a fuoco l'attualità della rivoluzione nel nostro tempo, di valutare lo stato di salute dei partiti di massa e chiedersi se corrispondano o meno alla migliore forma di organizzazione ed espressione del consenso, se abbiano oggi la capacità di dirigere i processi sociali o debbano, al contrario, abdicare a questa funzione in nome di qualche istanza ancora imprecisata.
E' proprio dal rapporto partiti-rivoluzione (tra «direzione» e «spontaneità», avrebbe detto Gramsci) che parte il ragionamento di Luciano Canfora. La domanda è radicale: quale iniziativa possono intraprendere i partiti in un'epoca come quella attuale in cui i nuovi mezzi tecnologici - in prima fila la televisione - hanno «modificato e sottratto al controllo della politica i meccanismi di formazione del consenso»? Se un tempo erano i partiti a organizzare il consenso, «oggi è la televisione a modellare il senso comune. Pensiamo soltanto al martellante ripetersi dei messaggi pubblicitari nella testa delle persone. La pubblicità è il vero telegiornale della nostra epoca, il luogo in cui si formano i modelli dominanti».
Nella visione di Lenin il partito era sicuramente un luogo d'intersezione fondamentale tra la classe e l'iniziativa politica. Ma chi fa le rivoluzioni, i partiti o i processi sociali?
I partiti sono il prodotto storico, essi stessi, di processi sociali profondi che li trascendono. Prendiamo il caso della rivoluzione francese: prima degli eventi del 1789 i giacobini non esistevano, sono emersi solo in corso d'opera e come risposta a bisogni a essi preesistenti. E hanno realizzato una politica procedendo per tentativi, indovinando o sbagliando. In un discorso alla Costituente Palmiro Togliatti ebbe a dire: "le rivoluzioni non le fanno i partiti: i partiti al più le dirigono, se ne sono capaci". Se questo era vero nel '47 (anno in cui l'ondata resistenziale non era ancora spenta, ma gli Alleati presidiavano saldamente la nostra penisola), a maggior ragione è vero oggi, dopo che gli stati nati da rivoluzioni endogene (Urss) o esportate (Est Europa) sono crollati. Inoltre l'odierna tecnologia nonché la modifica del corpo sociale nell'Europa "a prima velocità" (quella più ricca) hanno reso anacronistica ogni nostalgia della "rivoluzione" di tipo giacobino-bolscevico. Mi riferisco ovviamente alla cosiddetta tecnica della presa del potere. Il che non toglie che i rapporti sociali tendono per loro natura ad essere "rivoluzionati" (per motivi ancor più profondi di quelli descritti da Marx). Nel mondo attuale però tutto è reso più difficile dal carattere planetario dei fenomeni di dominio e per contro dal carattere frantumato e incomunicante delle ribellioni.
Ma le rivoluzioni funzionano, a volte, anche come modelli per altre rivoluzioni indicando delle strade che prima non c'erano, seppur fiutabili nell'aria. L'Ottobre aprì la via ai movimenti di liberazione coloniale: questo non va messo nel bilancio?
La rivoluzione sovietica partì, nel convincimento dei suoi artefici, come volano di un fenomeno "mondiale" (di crollo del capitalismo, per lo meno in Europa: per loro il mondo era soprattutto l'Europa) ma, dopo il fallimento delle rivoluzioni in Germania e Ungheria e la vittoria della controrivoluzione in Italia, si trovò dinanzi all'alternativa: perire ovvero arroccarsi "in un paese solo" guardando al sollevamento del Terzo Mondo. E' quanto dice lucidamente Lenin nel '23 (Meglio meno, ma meglio). Fu la prima rivoluzione del Terzo Mondo ed ha funzionato per tutto il XX secolo in tal senso. Anche il suo esito postremo conferma questa analisi.
Fare la rivoluzione senza "sporcarsi le mani" con il potere è possibile? E' pensabile una trasformazione molecolare della società al di fuori dei Palazzi?
La rivoluzione senza potere è il modo di procedere della predicazione "disarmata" (religioni di salvezza etc.). Ma anche le religioni hanno prodotto guerre e potere. Quanto alla «trasformazione molecolare», ci pensa l'evolversi inarrestabile della realtà. Tale "trasformazione" avviene dovunque, tutti i giorni. Chiamarla "rivoluzione" è un gioco di parole.
Il modello bolscevico - si dice - ha prodotto violenza e accentramento del potere...
La violenza delle rivoluzioni è sempre una risposta, una reazione a violenze secolari precedenti. Secondo l'Istat (rapporto del luglio 2004) ci sono ogni giorno in Italia 4 morti sul lavoro in media. Non è violenza questa? Ma non ne parla ormai nemmeno la sinistra, bensì, ogni tanto, Giuliano Zincone sul "Corriere della Sera". Celebrando l'anniversario della rivoluzione francese, Carducci (notare!) scrisse che Marat custodiva «nel sen profondo l'onta di venti secoli» e nel Ça ira (IX sonetto) immagina Luigi XVI prigioniero, che dalla finestra della sua cella «guarda il popolo e a Dio chiede perdono della notte di San Bartolomeo». Naturalmente della violenza rivoluzionaria si mena scandalo, dell'altra no. Il primo settembre 1965 la Cia scatenò in Indonesia un Putsch che portò in pochi mesi al massacro di 700.000 comunisti (segretario del partito era Aidit). E chi ne parlerà più nel XXI secolo?
Diciamoci la verità, Bush ha vinto e stravinto il suo secondo mandato di presidente degli Stati uniti, ma il vero vincitore strategico, di fase, rischia di essere Osama Bin Laden, con la sua aura ieratica e la sua concezione della politica attaccata alla fede. O forse vincono insieme, Bush e Bin Laden, coppia gemellare a onta della loro proclamata inimicizia frontale, come ben videro alcune analisi dei loro gemellari proclami immediatamente successivi all'11 settembre, costruiti su una identica e speculare retorica dell'appello a Allah e a Dio. Fatto sta che ormai ci si appella a spada tratta al divino anche qua in Europa: la coppia Buttiglione-Ferrara insegna. E anche in questo caso il linguaggio la dice lunga: è una fiera del repechage postmoderno di parole della storia continentale stravolte di senso. La caccia alle streghe applicata al caso del commissario europeo mancato, la qualifica di totalitarista appiccicata allo stato laico reo di discriminare i cristiani e via dicendo. Il prof. Carlo Pelanda, insigne editorialista del Giornale nonché di Ideazione, parla candidamente di «nuova identità politica e di missione» improntata all'«alleanza fra la luce e la croce», che sarebbero l'illuminismo e il cristianesimo abbinati alla bell'e meglio contro gli «idioti» abitatori della sinistra. Così va il mondo agli inizi del terzo millennio. Aveva ragione Juergen Habermas quando, poco dopo l'11 settembre, profetizzò che il primo effetto del crollo delle Torri sarebbe stato un rigurgito del sacro e del divino in varie maschere all'interno delle democrazie occidentali secolarizzate, con relativo scontro di civiltà al loro interno prima che fra occidente e islam. E forse, nove mesi prima, avremmo dovuto tutti prestare più attenzione alle venature apocalittiche di cui era stata costellata, sotto sotto, la grande festa per il passaggio di secolo e di millennio. Affilate analisi del voto americano, del resto, riportano a tendenze precedenti l'11 settembre: non è stata tanto la paura del terrorismo a giocare a favore di Bush, quanto insicurezze più primarie incanalate nelle professioni di fede, nella santificazione della famiglia «regolare», nell'omofobia. «L'11 settembre è servito solo a cristallizzare la spaccatura preesistente fra un'America fatta di fede religiosa, unilateralismo politico e isolamento culturale e un'America laica, multilaterale, scientista e cosmopolita», scrive David Rieff su Internazionale. Una spaccatura già operante negli anni 90 del boom clintoniano, e sulla quale i neocons americani, com'è noto, lavoravano per costruire la loro risposta all'insicurezza sociale generata dalla globalizzazione e al terremoto politico innescato dal crollo del bipolarismo nell'89.
Non è un caso infatti, ed è un effetto positivo del 2 novembre, che dell'89 si ricominci a parlare nella sinistra italiana, riconsiderandone gli effetti culturali prima che politici, proprio a ridosso del voto americano. Perché è lì, nella reazione della sinistra al crollo del Muro giusto quindici anni fa, che vanno ricercate le cause di quella cattiva «laicizzazione» della sinistra che, con la cesta delle ideologie sconfitte, ha buttato via anche il bambino di un qualsivoglia orizzonte di senso. Interiorizzando una concezione della politica come pura tecnica amministrativa, moderatismo dei piccoli passi, mimetismo del linguaggio della parte contraria (che è cosa ben diversa dal «riconoscimento del nocciolo di verità contenuto nelle ragioni dell'avversario» di gramsciana memoria). E lasciando interamente scoperto il campo che oggi si definisce «dei valori», e per il quale forse bisognerebbe mobilitare altre parole: senso, emotività, immaginario, simbolico, e forse sogno, a volerla dire col linguaggio dei Dreamers di Bertolucci. Non è accaduto solo in America, dove trionfano le tre «g» di Bush. E' avvenuto anche in Italia, dove ha trionfato la colonizzazione berlusconiana dell'immaginario, e ora si fa strada la colonizzazione neo-cristiana (e alquanto blasfema, non foss'altro che per la sua palese strumentalità politica) del senso.
Qualcosa si muoverà, anche nella sinistra italiana, di fronte al disastro americano? Sì, se non si continuerà a pretendere ostinatamente, stile D'Alema, di riconquistare i voti perduti parlando moderando e razionalizzando i messaggi che vengano dall'altro campo. Ha ragione Massimo Cacciari quando dice che ci vuole un'altra invenzione, un'altra lingua e un'altra altezza del tiro di fronte a un terremoto materiale e culturale che ridisegna il profilo delle democrazie contemporanee e la loro toponomastica politica. Ha ragione anche Fausto Bertinotti, quando dice che non si può rispondere alla rivoluzione conservatrice col moderatismo e invoca per la sinistra una qualche visione del mondo. Ma per favore non la chiami ideologia. Le parole hanno una storia, e la storia della parola ideologia sa di falsa coscienza, nonché di scissione fra contenuti e pratiche, progetto e esperienza, concetti e vissuto, imperativi e comportamenti. Non è con la ripetizione di queste scissioni che contrasteremo il voto identitario, per non dire olistico, con cui i «fedeli» americani si rispecchiano oggi in Bush e in chissà chi domani quelli italiani o europei.
Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto tra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l´organizzazione d´una società di uomini liberi.
Questo gruppo di questioni sta all´origine della modernità occidentale e perfino dell´evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell´uno e dell´altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti.
Dal «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» alla guerra delle investiture sul finire dell´XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV, fino alla nascita dell´Umanesimo, della libera scienza, della Riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell´Occidente europeo. Essa ha toccato infine il suo culmine nell´epoca dei Lumi, dell´egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino, nella guerra d´indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell´Ottantanove incardinata nei princìpi tricolori di libertà eguaglianza fraternità.
Se tra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l´Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l´elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all´interno delle Chiese sia all´interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall´assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana.
Certo la religione fu cemento comune in un´epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell´Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il "lago" mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali.
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La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un´attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere, nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di "partito di Dio" nell´ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo.
L´analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all´America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del voto del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel «maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa». È l´immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle grandi mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall´alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali.
Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei «rinati in Cristo», spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest´ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati.
Questa comunque è l´America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l´uomo che la guida. È possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all´inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l´America ha bisogno d´un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d´una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica, imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l´impero del Bene contro l´impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati-canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. «Dio non è neutrale», ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. «Dio è con noi». Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C´è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino.
Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell´Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l´antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica.
In queste condizioni è evidente che il fossato tra le due sponde dell´Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. È del pari evidente che i valori dell´Occidente non sono più gli stessi tra l´America e l´Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d´una recuperata convergenza all´insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa.
Del resto, prima o poi, il problema d´un cristianesimo crociato si porrà ? si è già posto ? anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà.
Certo, esiste anche un´Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un´altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d´un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L´America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l´Europa laica?
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I laici non hanno, per definizione, né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno, come signore di se stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I princìpi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento.
Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest´ultimo sulla base d´una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d´ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch´essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell´individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l´amore del prossimo.
Il sempre più spesso ricordato «perché non possiamo non dirci cristiani» di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un´inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi e inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto dell´altro e con la libera scelta individuale.
Il laicismo ha il suo culmine nell´abolizione dell´idea stessa di "peccato". Non c´è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l´altrui libertà. Non c´è peccato se non l´egoismo dell´io e del noi contro il tu e il voi. Non c´è peccato se non la sopraffazione contro l´altro e contro il diverso.
Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l´escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell´Africa come metafora dei mali del mondo.
Il laico vuole l´affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l´individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di far emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell´animale nudo che è in lui.
E´ secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede una senso alla sua vita, oppure che non l´abbia, non creda nell´assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi dalla cui combinazione è nata la sua consapevole individualità.
Questa è a mio avviso la moralità e l´ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l´adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza.
In realtà il Figlio ha profondamente modificato l´immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l´idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all´opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine d´un qualsiasi impero contrasta con i valori dell´Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor di più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola.
Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l´inutile guerra, l´intolleranza, l´egoismo, il disconoscimento dell´altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. È anche questa una fede, che ingloba le fedi al livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte.
Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch´essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.
Deve la fede, intesa come verità, prevalere non solo nel contesto di ciascuna vita di credente ma anche nella vita dei non credenti, nelle decisioni politiche che riguardano tutti? Se la fede prevale, non si forma una sorta di imposizione in nome della verità religiosa che si trasforma in legge?
Queste domande nascono da un titolo di questo giornale (8 ottobre) che, dando notizia della conclusione della Settimana Sociale dei cattolici, riassumeva con la frase: "Appello del Papa ai cattolici: entrare in politica per imporre la fede". Il titolo era motivato da alcuni passaggi letti, a conclusione dell’evento cattolico, dal Card. Ruini. Il passaggio chiave era quello che attribuiva al laicismo la colpa di coltivare il relativismo (ovvero il riconoscimento di altre verità diverse dalla propria) definendolo "rischio e minaccia per la democrazia". La democrazia - secondo il testo letto da Ruini - sarebbe stata garantita solo se "fondata sulla verità". Perché "senza il radicamento nella verità l’uomo e la società rimangono esposti alla violenza delle passioni e a condizionamenti occulti". Una lettrice, la signora Anna Maria Stua, aveva scritto per dire, da credente, che "la fede non si può imporre perché appartiene alla inviolabile libertà della coscienza". L’ipotesi dell’autrice della lettera era che l’Unità, con quel titolo, aveva deformato i fatti e forzato il senso delle cose dette nella Settimana Sociale dei cattolici. La lettera della signora Stua e la mia risposta sulle pagine de l’Unità sono state seguite da numerose lettere e-mail che rendono utile tornare sull’argomento.
IL 23 ottobre avevo risposto alla lettera della signora Stua (pag. 1 e pag. 24 de l’Unità) notando due aspetti del problema: il primo è che vi è certo un’aspirazione a imporre la fede quando si chiede che essa si trasformi in legge per tutti. La seconda per notare che, per fortuna, un clima di intelligente e rispettosa convivenza esiste in Italia, accanto, e nonostante l’integralismo di molti. E usavo come testimonianza una frase di Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni, che in occasione di un dibattito con non credenti ha detto (questa era la mia citazione a memoria): "Ciascuno di noi possiede solo una piccola parte della verità. Perciò possiamo vivere accanto, ciascuno rispettoso dell’altro". Si trattava di un dialogo fra Mons. Paglia e Arrigo Levi, che per fortuna è riflessa in modo molto più completo in due libri che citerò secondo la data di pubblicazione: "Lettera a un amico che non crede" di Mons. Vincenzo Paglia, Rizzoli, 1998, e "Dialoghi sulla fede" di Arrigo Levi, Il Mulino, 2000.
Di Vincenzo Paglia ricorderò questa frase essenziale: "Ai laici e ai credenti è chiesto di inventare nuove "vie di mezzo", di interrogarsi sulle vie della salvezza, sui modi per combattere la superstizione e allontanare l’idolatria, sulle strategie per difendersi dai sincretismi ingannatori e ostacolare i fondamentalismi, su come praticare la vita interiore e difendere la pace e saper ascoltare il grido di tanti popoli" (pag. 27). Come si vede è una affermazione coraggiosa, una finestra aperta su un vasto paesaggio di comprensione reciproca fra ispirazioni diverse che corrisponde alla frase "ciascuno di noi possiede una piccola parte di verità..." che gli avevo attribuito nel mio articolo.
Il libro di Arrigo Levi che ho appena citato è notoriamente un diario in pubblico sul "dialogo delle fedi", ovvero sul come sentimenti e culture diverse convivono. Stiamo parlando di un’Italia profondamente civile che precede l’epoca sboccata dei finti credenti (si pensi alla invocazione delle radici cristiane da parte della Lega e di An)e di eventi come "il caso Buttiglione" destinato a segnare tristemente la storia della nuova Europa. Qui, nell’Italia del rispetto che stiamo citando, ogni parola ha un peso, e non è il "politicamente corretto" delle parole che conta, ma l’elaborazione attenta e misurata di passaggi difficili, da parte di persone che non si accontentano delle buone maniere e cercano, nella diversità, veri punti di contatto sia umani che culturali.
A pag. 55 del suo libro, Levi cita il Card. Martini che dice: "Le religioni sono l’esprimersi storico, dottrinale, sociale della fede e in questo esprimersi storico possono entrare valori e disvalori etnici, politici, nazionali che diventano motivo di conflitto". A questo punto Levi chiede al card. Martini: "Non vi è illogicità nel dialogo fra credenti, ciascuno dei quali ha una sua verità rivelata?". "No - replica il Cardinale - perché la verità rivelata non è una verità matematica. Verità è una parola che uso malvolentieri perché è una parola troppo grande, è una apertura su un mistero più grande, e io non riesco se non a intuire qualcosa, a balbettare qualcosa di questo mistero più grande di noi. Perciò è possibile dialogare con altri che, come me, non si accontentano delle cose che hanno davanti, se no non dialogherebbero. Citando Bobbio, l’importante è essere pensanti: non ci domandiamo se siamo credenti o non credenti, ma pensanti o non pensanti".
Queste parole del Card. Martini ad Arrigo Levi, che Levi riporta nel suo libro, corrispondono nitidamente alla citazione di Mons. Paglia da me riportata, sia pure a memoria. E ci indicano un modo di parlare di fede in un tempo e in un luogo (questa Italia) in cui la religione viene usata come strumento di intimidazione e di governo nel tentativo di isolare i miscredenti, vuoi islamici (la invocazione ripetuta alla guerra santa), vuoi "comunisti" (ovvero tutti coloro che si oppongono). Ci parla della preoccupazione morale e culturale di impedire uno scontro come conseguenza del non riconoscersi. È una testimonianza di civiltà. E per questo, in un momento difficile e torbido della vita italiana, è sembrato importante, rispondendo alla lettera della signora Stua e poi alle molte e-mail ricevute, parlarne ancora in queste pagine.
Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po´ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un´allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta. Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni.
La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull´elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così. Non è un po´ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po´ pedante le citavo una frase di Jung: «Una vita che non si individua è una vita sprecata. «Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere. A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: «Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l´ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell´altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe. «Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo. A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c´è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l´ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all´emulazione, li invitava a uscire dall´inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un´altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l´ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla. Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno. Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l´umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent´anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.
L'otto di settembre due (tre, quattro?) giorni dopo la strage nella scuola di Beslan, in una marea di articoli e di trasmissioni televisive dai toni concitati e drammatici, fra un diluvio di parole e di immagini, è uscita su un quotidiano una vignetta di Altan. Il suo solito personaggio nasuto è afflosciato in poltrona, mancano, credo per la prima volta, i colori del viso, e la frase sotto recita: «Forse è ora che l'umanità si dimetta». Ecco, credo che nessun altro sia stato capace di comunicare con più lucidità il sentimento del tempo che ci è toccato in sorte. Quel quadratino di carta sintetizzava in maniera folgorante, come una stilettata al cuore, la nostra impotenza e nello stesso tempo la nostra ignominia. Ci ho pensato quando, nella notte, è arrivata la notizia: hanno ucciso le due Simone, e poi la lunga sequenza di incertezza, di alti e bassi, di angoscia.
Alla fine di agosto mi era capitato di sentire un concerto in un museo lungo la Via Flacca, a poche decine di metri dal mare. L'acustica era pessima per via del sottile ronzio di un'aria condizionata che nessuno aveva avuto il criterio di spegnere, ma il pianista era bravo e appassionato. Suonava le Kinderzenen di Schumann e nel secondo tempo, la terza sonata di Chopin, e alla meravigliosa sonorità della musica si accompagnava la visione di alcuni frammenti di statue che si stagliavano nella penombra mentre si avvertiva, dalle vetrate, la luce del mare al crepuscolo. Accanto a me, su un piedistallo, la mano di Ulisse, grande il doppio del normale, con le cinque dita dischiuse, premeva contro le pieghe di una tunica il Palladio sottratto con l'inganno dal tempio di Troia.
Una mano virile di una forza e di una grazia che appartiene solo alla gioventù. Teneva il piccolo simulacro di Atena come un oggetto sacro e prezioso, ma anche come un trofeo. Qualcosa di perfetto e di commovente per la bellezza perduta di una statua che aveva lasciato solo quel piccolo dettaglio. Per la fragilità della civiltà che l'aveva concepita e poi si era disfatta come un organismo putrefatto lasciando che la sabbia e il fango la seppellissero e le radici degli alberi e la stratificazione di pietra e terra ne cancellassero i tratti, ogni armonia distrutta come insopportabile alla vista. Per un tempo, il nostro, dove la bellezza è tornata a essere uno spauracchio che va immediatamente esorcizzato scimmiottandola e scempiandola. Un tempo dove è possibile solo riconoscersi nell'orrore e nel mostruoso.
Quella mano, come gli altri frammenti di statue sparsi nel museo, appartenevano alla residenza che l'imperatore Tiberio si era fatto costruire sulla sponda del mare, non lontano da dove si diceva che avesse abitato la maga Circe. Le statue ornavano una grande piscina alimentata da una sorgente di acqua dolce al cui centro un enorme Polifemo di marmo veniva accecato da Ulisse. Poco più lontano, sempre in marmo, si specchiava nell'acqua la nave di Argo in mezzo ai flutti mentre alle spalle si apriva una grande grotta naturale collegata con un passaggio scavato nella roccia al resto della villa. Ma più che una villa era una piccola città che ospitava oltre duemila persone, ricca di mosaici e di marmi di cui restano pochissimi frammenti.
Tutto, la nave di Argo e Polifemo, i mosaici e le statue che la rendevano una delle più splendide dimore di Tiberio, venne fatto a pezzi dopo il crollo dell'impero romano, quando nella grotta si rifugiarono i monaci nei tempi bui delle invasioni barbare. Vedevano in quelle statue una religione che era stata bellezza e edonismo, sensualità. Peccato. E si accanirono contro il marmo anche se non era facile e dovettero usare molta energia mentre le onde sbattevano contro gli scogli e lentamente si mangiavano quanto restava delle mura di quella mirabile residenza, la sabbia inghiottiva le pietre e i mosaici, i frammenti delle cisterne e delle condutture di acqua calda e fredda, le colonne spezzate.
È rimasto un piede, una mano, un volto sfigurato, un lembo di tunica e una quantità di minuscoli frammenti che gli archeologi come formiche pazienti tentano di rimettere insieme alla ricerca di una bellezza sfigurata per sempre. È durata secoli l'espansione dell'impero romano, la costruzione delle strade e dei ponti attraverso cui si è diffusa in ogni direzione, insieme ai guerrieri e ai mercanti, anche la concezione che essere uomini significa «Nihil mihi humanum alienum puto». Il dissolversi di quello stesso impero, al contrario, è stato una sorta di autofagocitazione dove l'idolatria del dominio ha trasformato il potere in un Dio Moloch che ha divorato se stesso. E mentre le note sublimi di Chopin scivolavano come una carezza su quella lucida mano di marmo sembrava di avvertire l'ultimo lancinante richiamo della bellezza. Prima del buio.
Non so perché mi è venuto di collegare quel ricordo alla vignetta di Altan, a quel Cipputi afflosciato in poltrona, perduto ogni colore del viso. Non sono state solo le immagini della devastazione e della morte nella scuola di Beslan, ma i numeri, quei numeri che si moltiplicano come su un libro contabile di bambini e donne, uomini inermi che giorno dopo giorno crepano fra le bombe e il fuoco in Iraq. Neanche sappiamo quanti, perché fanno meno storia. Forse non ne fanno affatto. O ne fanno troppa, allora si tappano gli occhi e le orecchie. Così per quei mille, forse mille e cinquecento haitiani spazzati via dall'uragano Jeanne (che grazioso nome per una morte, sepolti nel fango e sbattuti dal vento, massacrati dai detriti che Jeanne trascina con sé). Una morte di terza, di quarta categoria relegata nelle pagine interne dei giornali, perché arriva in uno dei Paesi che siamo riusciti a rendere fra i più poveri del mondo dove nessuno ha i mezzi per difendersi o venire difeso, poltiglia indistinta. Così se Jeanne passando lungo le coste degli Stati più forti si piglia al massimo una ventina di corpi, e tutti partecipano alla drammaticità dell'evento, a Haiti «Jeanne» può nutrirsi e impinguarsi come un maiale. Come è riuscito Altan a centrare così esattamente il nostro peccato mortale?
(È stato Terenzio a scrivere: «Homo sum, nihil mihi humanum alienum puto». Era un commediografo di grande successo nato a Cartagine nel II secolo Avanti Cristo e diventato prima schiavo e poi liberto, appassionato di cultura greca. Dopo di lui il concetto di uomo così sinteticamente espresso ha viaggiato attraverso Seneca, Cicerone, Sant'Agostino, Montaigne, fino ad approdare sui nostri banchi di scuola. Era bello e ci faceva sentire di appartenere a qualcosa di alto e universale).
Ecco che tutti si sono messi in cerca dell´Islam moderato. Col lanternino, perché quasi ciascuno dice che ci sia, dove sia nessuno lo sa. Neanch´io, ma mi pare di sapere che cosa sia il suo più prezioso equivalente, e dove sia. Dove fosse, piuttosto. Era nell´Afghanistan monarchico, prima. In Bosnia, prima. In Cecenia, ancora poco fa. È in Turchia, chissà se ancora abbastanza a lungo da scuotere le pensose autorità europee. È in Iran, ancora mimetizzato dai chador. È nelle donne che vanno a testa alta nelle strade di Algeri, in Khalida Messaoudi che l´ha tenuta alta anche nei giorni delle teste mozzate, e ora si è compromessa, secondo gli schizzinosi, andando al governo. A meno che si intenda quel pugno di personalità intellettuali laiche e anche religiose che aspirano a una riforma della loro legge e della loro fede e pagano con la galera un amore per la libertà, e meriterebbero di diventare i nostri eroi, a meno di quelle testimonianze inermi, l´Islam moderato non è che la gente di nascita musulmana che vive prendendosi una libertà personale, di pensare, di parlare, di abbigliarsi e pettinarsi e radersi, di votare, di scegliersi per amore. Questo è l´islam moderato in cui bisogna riconoscersi, oltretutto perché ci assomiglia, assomiglia alla parte migliore di noi. Mentre facciamo chiasso attorno alla fata morgana dell´Islam moderato, quello vero, quel modo di vita e di convivenza, ci scompare sotto gli occhi.
Lo sprofondamento cominciò nell´Iran di Khomeini, che presentò il suo lugubre conto sciita all´occidentalizzazione forzata dei Pahlavi. Poi è continuato, seguendo quell´oscillazione forzata del pendolo. Nell´Afghanistan dei talebani, suscitato dall´invasione sovietica. (Chi ha voglia di ricordare, oggi, che i capi degli indipendentisti ceceni erano in prima fila nell´Armata Rossa in Afghanistan?) Oggi, a Kabul almeno, qualche breccia si è aperta nella grande galera in cui i Taliban avevano sigillato donne e bambini. In Bosnia si lasciò che l´odio razzista e urbicida facesse fuoco così a lungo da spalancare campi di addestramento ed edifici di culto fanatico a Iran, Arabia Saudita e altri disinteressati finanziatori. E non era facile, se si ricordi che riparo della convivialità cosmopolita ed europea era Sarajevo, e che i musulmani di Bosnia sono diversi dai cristiani jugoslavi solo per l´accidente storico di una conversione religiosa. La Cecenia di pochi anni fa vedeva concorrere tre modi di governo sociale: la legge laica dello Stato, la legge patriarcale tradizionale del teip, la legge coranica. L´ultima era la meno influente, e solo qualche maniaco auspicava l´avvento della sharia.
L´Islam ceceno era recente, e messo al servizio di una causa nazionale e anzi transnazionale, come quella dell´autonomia del Caucaso del Nord. Era famosa la Cecenia, nei trattati etnologici, per la diffusione di confraternite iniziatiche dell´islam mistico, la Naqshbandiya, la Qadirya, niente a che fare col wahabismo ? che arriva a far proselitismo coi soldi, assai prima che con la dottrina. Del resto quando arrivavate in Cecenia, e andavate in cerca di sufi adepti di Naqshbandia e di Qadirya, a meno che aveste il fiuto affinato di un vecchio professore di storia delle religioni, stentavate a trovarne le tracce. L´Islam fu richiamato in servizio nella mobilitazione contro l´impero sovietico che si disfaceva, ma il presidente Dudaev sfotteva i neofiti fasciati dalla benda verde mandandoli ad arruolarsi nella marina del Caspio. Nella prima guerra cecena ? la prima di questi dieci anni, che ne hanno ospitate due e ne annunciano una terza - e dopo la sua conclusione, l´islam restò dietro alla rivendicazione nazionale, e gli arabi "afghani" come l´emiro Khattab erano pochi, sopportati dai loro ospiti d´arme, malvisti dagli altri. Alla fine il trentenne Shamil Basaev non sapeva ancora che cosa fare di sé: il più eroico patriota caucasico, il più temuto terrorista mondiale, il presidente della repubblica (primo ministro era già), il mercante di computer, il giocatore d´azzardo coi servizi russi, il contrabbandiere di petrolio, o chissà che altro. L´Islam era solo una delle sue devozioni, e più moderata di altre mondanissime.
Assai più laico era Aslan Maskhadov, che era stato, come Jokhar Dudaev, un alto ufficiale sovietico, poi il comandante militare della resistenza antirussa, e nel 1997 il presidente regolarmente eletto della repubblica di Ichkeria. Era invece islamista bigotto, e legato a quei paesi del Golfo dove l´anno scorso i sicari di Mosca l´hanno assassinato, Zelimkhan Jandarbiev, e fu battuto di gran lunga nelle elezioni.
La svolta venne nel 1999, quando Basaev e Khattab compirono la grottesca invasione del confinante Daghestan, isolata dentro quel paese, che è il più straordinario crogiolo di popoli e lingue al mondo, e conclusa di lì a poco con una ovvia disfatta. Fu il segnale che aspettavano il Cremlino e il delfino Putin, e i capi militari russi umiliati dalla sconfitta e decisi comunque alla vendetta. Da allora Basaev ha cessato di essere il redivivo Shamil, l´eroe della sua gente, e l´ha presa sempre più in ostaggio delle proprie gesta oltranziste. La sua gente, e i capi più prudenti, compreso Maskhadov, ostile al terrore contro i civili, desideroso di un negoziato e, da un certo momento in poi, di un´interposizione internazionale che disarmasse ambedue le parti, rinviando sine die la questione dell´indipendenza.
Mi è difficile ricapitolare la storia di una catastrofe, con l´animo dell´aderente alla minuscola e sempre più disperata confraternita dei difensori europei della vita e della dignità dei ceceni, frustrate Cassandre. Il distratto ascolto pubblico tende ad attribuire a questi pazzi di Cecenia una faziosità o una intransigenza che sono da loro lontanissime. E non solo perché amano la Russia. Essi sono realisti, misurati. Vladimir Putin ha messo insieme nel suo pugno forte l´eredità dello zar e quella del Kgb; ha costruito sulla sfida dell´annientamento della Cecenia la sua ascesa; ha manomesso televisione e stampa libere con i metodi più spicci (anche a non voler considerare la sequela di assassinii di giornalisti indipendenti); ha espropriato con gli stessi metodi la concorrenza degli oligarchi; ha imposto in Cecenia elezioni e referendum farseschi. Tuttavia Putin è il presidente della Federazione Russa (anche dei ceceni, sapete). Dopo la trionfale rielezione, non aveva più avversari che potessero fargli ombra: e perfino questa sua onnipotenza ha indotto noi, i pazzi per la Cecenia, e forse lo stesso Maskhadov, a sperare che Putin aprisse finalmente una trattativa nella quale non aveva niente da perdere, e tutti avrebbero guadagnato la fine della carneficina quotidiana di ceceni e di russi.
Non è successo, al contrario. L´abietta impresa di Beslan ha messo una pietra sopra ogni spiraglio di umanità. Ma già prima la speranza in un negoziato che isolasse Basaev era morta. Putin ha voluto rinnovare l´investimento nelle milizie squadriste di Ramzan Khadirov e in un nuovo presidente filorusso, Alu Alchanov, il quale si è premurato di dichiarare una guerra senza quartiere a Maskhadov, tornato nella morsa degli attentati di Basaev, e rassegnato a dare l´addio alla proposta di smobilitazione controllata dall´Onu. La proposta era stata sostenuta dai radicali e specialmente da Olivier Dupuis, e da adesioni significative nel parlamento europeo, benché del tutto inadeguate alla sua ambizione. Eppure, provate a ripensare, dopo che Beslan ha spalancato l´inferno del Caucaso davanti agli occhi del pubblico, all´importanza di episodi e segni che rimasero pressoché inosservati. Membri del governo Maskhadov in esilio, da lui autorizzati, come il ministro degli esteri, Ilias Akhmadov, o della sanità, il medico Umar Khambiev, che si pronunciano in favore della nonviolenza anche dove la resistenza armata sia legittimata dall´occupazione di una potenza militare schiacciante. Manifestazioni toccanti, come la partecipazione a un digiuno per l´ingresso delle donne nel governo provvisorio afghano da parte di civili ceceni profughi nei tristissimi campi dell´Inguscezia. Episodi di rottura aperta fra Maskhadov e Basaev. Segnali come questi avrebbero potuto eccitare la commozione e la premura dell´opinione e delle autorità europee, per non dire delle Nazioni Unite, così dolorosamente chiamate in soccorso. Non è avvenuto.
Si dice che la compiacenza verso Putin, così spericolata nel nostro Berlusconi, spieghi questa ottusità, nemmeno incrinata dall´evidenza di un genocidio. È vero, ma temo che prima ancora ci sia una più gratuita distrazione, l´abitudine a voltare la testa dall´altra parte, delle persone e delle autorità: ora una mano assassina ce l´ha afferrata, la testa, e ce l´ha schiacciata dentro il sangue degli scolari e delle madri e delle maestre di Beslan, e non ce la facciamo a tenere gli occhi aperti. I radicali hanno idee grandiose e forze poche: bisognerebbe prenderli sul serio, quando la loro sola disponibilità induce genti guerriere per tradizione antica, ma finalmente stanche di guerra, e consapevoli dell´impossibilità di vincere con le armi, a cercare un´altra strada. E´ successo con i ceceni, e anche con gli uiguri del Xinjiang cinesizzato, con i Montagnards vietnamiti, con altre minoranze combattive e spossate. La nonviolenza, che è la più difficile e strenua delle forme di vita e di lotta, non è autosufficiente: non lo è neanche, e Gandhi lo sapeva, rispetto al ricorso alla forza. Può farne a meno a condizione di cercarsi alleati non per calcolo militare o economico, ma per la solidarietà nella buona ragione. Senza il sostegno internazionale, e in particolare europeo (il Caucaso è la culla dell´Europa), la nonviolenza, che è la più ardua delle rivoluzioni dovunque, e tanto più in un piccolo e maschio paese di fieri guerrieri, è una irrisoria chimera. Ci vuole un´audacia senza pari per pronunciare dalla Cecenia dei signori della guerra, dei teip rivali, dell´odio antirusso, le parole del disarmo, della trattativa, del rispetto per i civili, della nonviolenza. Alcuni fra i capi ceceni lo ebbero, e non per un breve momento. Putin continuò a chiamarli terroristi e sgherri di Al Qaeda: ridicola pretesa, che gli serviva a esigere l´appoggio del mondo intero, nel momento stesso in cui dichiarava la Cecenia un suo geloso affare interno, suo e dei suoi mercenari e torturatori.
Nella minuscola e desolata confraternita di pazzi della Cecenia, ebbi da tempo una speranza ancora più disperata. Ero persuaso che la trattativa non si sarebbe aperta, schiacciata fra il terrorismo ceceno, ormai travestito dal jihad islamista, l´oltranzismo gangsteristico dei capi militari russi, l´indifferenza e il cinismo dell´Occidente. Oltretutto, la leggendaria unità cecena di fronte al secolare nemico russo era andata in pezzi. I resistenti moderati, come Maskhadov, sarebbero stati ributtati continuamente in braccio agli estremisti, che hanno dalla loro il vantaggio della spavalderia militare e della sfrenatezza morale, così da isolarsi dalla gente ma da sedurre le reclute sempre più giovani ed esasperate. Mi ero convinto che in Cecenia bisognasse sperare in una società civile pressoché inesistente, perché i superstiti di quel popolo decimato sono un volgo disperso senza nome e senza voce. Una società civile, in quella patria del valor militare, vuol dire una società femminile. Le donne cecene sono piegate a un regime patriarcale rigido, sul quale l´islamismo ha impresso un violento giro di vite. Ma sono fiere, colte e capaci di una forte libertà. Obbediscono ai loro uomini - fin dai figli maschi neanche adolescenti - ma non con una sottomissione servile, bensì con una misteriosa superiorità, la docilità amorevole di sorelle e mogli e madri che sanno come gli uomini di tutte le età siano infantili e prepotenti, e non ci si può far niente: scherzarci su nelle cucine da cui i maschi restano fuori. Nei campi dei rifugiati, nelle cantine rovinate delle città, nelle case assediate dai sequestratori e dai razziatori, le donne vedono il consumarsi di una follia: a loro è riservata la debolezza del pianto, ma anche l´intelligenza delle cose. Gli uomini fanno la guerra. Se qualcuno ? l´Occidente, l´Europa, i volontari, gli amanti della pace, le madri russe - trovasse il modo di dare la parola alle donne cecene, ne troverebbe una capace di gridare su quel campo di rovine: «È tutta una pazzia», e mostrare il re nudo. Lo so, non succede. Vedo che cosa succede: un mondo che uccide i bambini ogni giorno, ma lo mette nel conto dei danni collaterali, ed ecco che passa a sterminare i bambini prendendo bene la mira. Non è successo che la sapienza e il coraggio delle donne cecene abbia trovato un altoparlante in cui gridare: «È tutta una pazzia». È successo, invece, che alcune tra loro abbiano preso un posto di nero spicco, cinte di esplosivo, spesso orfane o vedove o orbate di fratelli e figli, a volte incinte, e ora infine assassine suicide di bambini al primo giorno di scuola. Così le donne hanno reclamato la loro lugubre parte in tragedia. Oppure, bandite per aver subito l´onta dello stupro russo, sono mandate a purificarsene nella strage suicida.
Ci riguarda? Non ricordo una sola frase che l´Europa abbia saputo indirizzare alla gente cecena inerme, quando era sterminata, torturata, deportata, stuprata. Adesso possiamo lavarcene le mani. Possiamo dire che ormai è troppo tardi. Le donne cecene, erano loro l´Islam moderato, prima che se ne parlasse tanto. Adesso le donne cecene sono note al mondo come ragni spaventosi, vedove nere.