Un altro metodo
Attenti,nell’Unione. La posta in gioco è alta, e non potete rischiare di farci perdere. Ecco come.Da il manifesto
Romano Prodi e Fausto Bertinotti (si nominano due leader per indicare le due aree che coesistono nell.Unione) non sono affatto d.accordo sulla Tav. Francesco Rutelli ed Emma Bonino non hanno trovato un punto di mediazione reciprocamente soddisfacente sui Pacs e sui finanziamenti alle scuole private. L.elenco potrebbe continuare, citando molti dei capitoli in cui si divide un programma di governo (che non equivale affatto al voluminoso «Programma » dato alle stampe dai leader dell.Unione: è cosa meno propagandistica e più seria).
Va da sé che le suddette divisioni, e quelle che prevedibilmente emergeranno nelle settimane che ci separano dal voto, saranno impugnate dalla destra come prova provata della scarsa attitudine al governo di una coalizione tanto divisa quanto quella di centrosinistra. Trattasi di lecita propaganda. Il punto dolente è che di fronte a questa offensiva la stessa Unione barcolla sulla difensiva. Costretta all.angolo dall.accusa di Berlusconi e soci, tenta un.improbabile difesa negando l.evidenza, sbandierando una concordia tanto monolitica quanto inesistente.
Sarebbe infinitamente più onesto, e soprattutto sarebbe politicamente più sano, uscire dall.angolo, rivendicare le divisioni che effettivamente esistono nell.Unione, riaffermare con un po. di coraggio la validità di un metodo che è opposto a quello berlusconiano. Un metodo che fa perno sul dibattito e sulla dialettica e ammette di chiedere lumi agli elettori su alcune scelte: saranno loro, con il voto proporzionale, a decidere su molte delle decisioni ancora in forse, inclusa la Tav e i Pacs. E. la democrazia, che non può essere ridotta alla miseria della scelta «o di qua o di là» una volta ogni cinque anni.
L.errore del centrosinistra non è il rivelarsi diviso su alcune specifiche, per quanto importanti, questioni. E. il cercare di nascondere quelle divisioni con la finzione di un.unità granitica che dovrebbe essere dimostrata dal ponderoso «Programma». Si tratta di un errore grave, anche perché rischia di cancellare il vero e sostanziale pregio di quel «Programma», che non è un manuale delle giovani marmotte da consultare ogni volta che ci si trova di fronte a una scelta, ma un.indicazione di fondo, una cornice, quella sì unitaria, all .interno della quale sarà poi necessario lasciare ampio spazio a una dialettica politica capace di prestare ascolto ai suggerimenti e alle pressioni della base. Interpretato in questo modo, il programma presentato sabato scorso da Romano Prodi rappresenta davvero una rottura con le impostazioni di fondo che hanno guidato la politica del governo Berlusconi e segna anche un passo avanti rispetto alle linee guida dell .Ulivo nel 1996. Se invece si pretende di farne un testo sacro in grado di offrire risposte sul pronto a ogni problema, quel programma diventa, non solo inefficace, ma anche esposto facilmente al contropiede degli avversari.
Anche Romano Prodi ha accumulato negli ultimi giorni alcuni errori seri, che si riassumono nel tentativo di riapplicare al suo schieramento il metodo padronale adottato da Silvio Berlusconi nel condominio delle libertà. Un decisionismo imperioso che rimbalza dalle perentorie affermazioni sulla Tav a quelle altrettanto ultimative sul maggioritario. Ma la forza di Prodi, e quella del centrosinistra, non è nell.imitazione di Berlusconi: risiede tutta, al contrario, nella capacità di offrire agli italiani, prima ancora che contenuti alternativi, un metodo opposto a quello del berlusconismo. Un metodo democratico davvero, non solo per modo di dire.
Il programma dell’Unione su cui sabato hanno garantito la loro adesione i segretari dei partiti che compongono la coalizione di centrosinistra (con l’eccezione di Boselli) è disponibile agevolmente per chi si collega al sito di Prodi o a quello della Fabbrica del Programma ma consta di duecentottantuno pagine. Troppe per l’uomo della strada e per chiunque non dedichi alla politica una parte stabile del suo tempo ma nel suo discorso all’Eliseo lo stesso Prodi ha messo in luce quali sono le priorità del programma e quale è lo spirito che lo pervade.
Ma io ho voluto fare una prova personale e ho passato due ore a leggere la versione integrale del programma.Devo dire, con una certa soddisfazione, che ho trovato nella versione integrale lo stesso spirito di quel discorso e ho pensato che farne una breve sintesi possa essere utile ai nostri lettori.
C'è un punto di metodo che percorre tutto il testo e che vale ricordare subito: Prodi è convinto e lo dice quasi ad ogni piè sospinto che ci vogliono riforme radicali e che in ogni caso delle riforme devono essere protagonisti e non vittime inascoltate tutti quelli,i cittadini, che ne sentiranno gli effetti. Ad esempio, la scuola e l'università non hanno bisogno soltanto di un'attenzione costante che in questi anni è mancato né solo delle risorse che sono mancate in maniera sempre più grande ma devono essere coinvolti attraverso gli insegnanti e i giovani nel processo riformatore. Un lavoro, insomma, per gli italiani fatto con gli italiani.
E la consapevolezza che «non potremo ottenere una ripresa di competitività complessiva del sistema-paese senza profonde innovazioni del sistema produttivo,senza un percepibile miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini,senza un'attenzione nuova alla qualità della vita delle famiglie».
E il primo punto è in assoluto il miglioramento dell'ambiente visto che il degrado dell'ambiente naturale sta letteralmente cambiando la terra sotto i nostri piedi. Ma tutto sarà realizzabile «solo con un governo - ricorda Prodi - che,oltre le idee e alla determinazione nel realizzarle, abbia la capacità di motivare e mobilitare le energie del Paese».
E occorre ridurre l’eccessivo carico contributivo sul lavoro dipendente,superare l'attuale legislazione sul mercato del lavoro (legge Maroni) e una politica industriale volta a rafforzare la dimensione e la solidità finanziaria delle imprese. Ma questo deve accompagnarsi allo sviluppo dell'innovazione e della ricerca che ci fa essere il fanalino di coda dell'Europa con l’1,1% delle risorse sul Pil.
La legge Moratti va messa da parte. È una legge sbagliata che ha già prodotto danni notevoli alle nuove generazioni. Gli insegnanti devono partecipare alla riforma della scuola e ai cambiamenti necessari per riportare la formazione ai livelli europei. In un certo senso si può fare lo stesso discorso per il Mezzogiorno che attende con ansia una nuova politica consapevole delle risorse che può offrire e di un nuovo slancio verso la moder nità:anche qui dovranno essere i meridionali con tutti gli altri a mobilitarsi per una nuova stagione di mutamenti.
Il fisco è un altro campo che necessita di grandi interventi. Ci vuole una lotta feroce all'evasione fiscale, la fine dei condoni e si penalizza il reddito personale delle imprese e delle persone mentre non si tassa che in modo ridicola la rendita finanziaria. Bisognerà agire per rendere uniforme il sistema di tassazione delle rendite finanziarie escludendo i redditi prodotti dai piccoli patrimoni frutto del risparmio familiare. Ci vuole una politica efficace di sostegno della famiglia, così come è definita dalla costituzione repubblicana regolando in maniera civile le unioni di fatto a prescindere dal loro orientamento sessuale. Ed è necessario un programma di sviluppo dell'assistenza domiciliare integrata facendo affluire in un Fondo nazionale tutte le risorse impegnate già oggi nel settore.
In politica estera la scelta dell'Europa e del processo di integrazione europea come asse centrale della nostra politica è chiara e limpida. Ma l'altra stella polare è la costituzione repubblicana e la sua difesa contro la scriteriata e pericolosa revisione costituzionale approvata dalla coalizione di destra.
L'impegno a respingere con il referendum di giugno quella revisione e mantenere intatto l'edificio democratico previsto dalla Carta del 1948 è centrale nella parte del documento che si occupa delle strutture centrali del nostro Stato. Naturalmente è impossibile in così poco spazio dar conto delle soluzioni specifiche che il programma dà a questioni importanti che la coalizione dovrà affrontare dal giorno successivo alle elezioni.
Faccio un esempio che mi sembra di particolare importanza perché riguarda una delle questioni centrali di questi anni:il problema dell'informazione e della pubblicità. Qui gli elettori si aspettano nei fatti il ritorno a un carattere genuinamente democratico della comunicazione dopo cinque anni di sostanziale oscuramento dell'articolo 21 della costituzione. Nel testo del programma mi sembra di veder circolare questa esigenza e l'attenzione a proibire ad esempio l'estenzione di posizioni dominanti in settori contigui come quelli delle telecomunicazioni e del comparto radiotelevisivo rispetto al settore dei quotidiani mi sembra un punto di partenza necessario.
Come appare indispensabile tutelare il carattere di servizio pubblico della Rai e la sua indipendenza dal potere esecutivo ma si tratta di un compito difficile per il quale occorre una grande determinazione e una capacità straordinaria di tener fede ad alcuni principi di fondo.
Nel suo discorso all'Eliseo Prodi ha ripetuto due volte la frase «non vi deluderemo» e mi ha ricordato quel che disse Zapatero all'indomani della sua imprevista vittoria nelle elezioni spagnole: «Il potere non mi cambierà». È quello che gli italiani,dopo questi anni, vorrebbero più di qualunque altra cosa.
L’Unione, Per il bene dell’Italia. Programma di Governo 2006-2011
Estratti dal Cap. La nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo
[...] dobbiamo riconoscere che il territorio è la più importante infrastruttura di un Paese, la sua manutenzione è la più importante opera pubblica: un’opera pubblica redditizia che consente di ridurre i rischi e di risparmiare le spese delle emergenze.
Le nostre politiche per il governo del territorio sono orientate a garantire la qualità ambientale, culturale e paesistica, la biodiversità, il risparmio del suolo, la prevenzione e la riduzione dei rischi. Noi crediamo che i principi della sostenibilità, della prevenzione e della precauzione debbano improntare tutti i piani e programmi che intervengono sul medesimo territorio, garantendo la massima trasparenza e partecipazione.
In particolare proponiamo di varare una nuova legge quadro per il governo del territorio che operi secondi i seguenti criteri:
- evitare il consumo di nuovo territorio senza aver prima verificato tutte le possibilità di recupero, di riutilizzo e di sostituzione;
- realizzare una gestione integrata che tenga conto della biodiversità, della qualità ambientale, culturale e paesistica, del ruolo multifunzionale dell’agricoltura e insieme della qualità sociale e urbana;
- promuovere l’efficienza energetica e dell’uso delle risorse idriche e la logistica e i sistemi per la mobilità sostenibile e della prevenzione dei rischi del dissesto idrogeologico, di quelli naturali e tecnologici.
Basta con i condoni edilizi: ci impegniamo a non varare nuovi condoni e a potenziare attività e misure di prevenzione, di controllo e dissuasione, nonché piani di recupero del territorio che passino anche attraverso l’abbattimento delle opere abusive, a partire da quelle realizzate nelle aree vincolate.
La sicurezza passa anche per la cura del territorio e per un efficiente sistema di protezione civile. Intendiamo sviluppare ad ogni livello la cultura della prevenzione, affinchè essa venga interpretata come investimento nel futuro, utilizzando in modo coordinato gli strumenti tipici della pianificazione, riqualificazione, recupero e manutenzione perridurre la vulnearbilità del territorio e del patrimonio edilizio. Vogliamo, in particolare, rafforzare la collaborazione interistituzionale, agendo sulla sensibilizzazione dei cittadini, investendo in nuove tecnologie e nelle ricerche tecnico-scientifiche. Ciò richiede un quadro normativo e procedurale più aggiornato ed omogeneo e, contemporaneamente una struttura flessibile di alta amministrazione, che va potenziata e concentrata sui compiti fondamentali di studio, prevenzione e intervento, per non spostare solo sugli enti territoriali e le comunità locali l'onere organizzativo. Ad un piano di legislatura dovranno concorrere tutti i livelli istituzionali, garantendo l'apporto, accanto alle strutture della Protezione civile nazionale, dei servizi tecnici dello Stato, del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. La prevenzione è, in un paese come l'Italia, una fondamentale opera pubblica, sulla quale vogliamo investire, a partire dal livello della comunicazione, valorizzando sempre di più la risorsa della solidarietà e del volontariato di protezione civile.
Nell'ambito del governo del territorio, un'attenzione particolare intendiamo riservare alla Montagna.
La montagna comprende il 54% del territorio italiano e in area montana risiedono 11 milioni di abitanti. Cinque anni di promesse mancate da parte del governo Berlusconi hanno inciso negativamente sullo sviluppo di questi territori, malgrado vi fossero le condizioni per un’organica riforma della legge n. 97 del 1994 che tenesse conto dei suoi peculiari profili antropici, culturali, ambientali ed economici.
Noi intendiamo perciò avviare una politica nazionale per la montagna coerente e innovativa, capace di valorizzarne le potenzialità economiche, fondata sui principi della sua specificità territoriale, della coesione economica, dello sviluppo sostenibile e della sussidiarietà. Intendiamo a tal fine rilanciare un progetto di governance per la montagna, che prenda le mosse dai principi di adeguatezza e differenziazione e dalla considerazione che i piccoli Comuni italiani, la maggior parte dei quali di montagna, non sono più in grado di rispondere singolarmente alle richieste dei propri concittadini e di erogare servizi fondamentali sul territorio. Per evitare una sovrapposizione di competenze e rendere efficiente ed economicamente sostenibile la gestione associata dei servizi intercomunali sul territorio montano, è necessario rivedere i rapporti istituzionali e gli equilibri interni al sistema Comuni-Comunità montane. Si dovrà prevedere che la Comunità montana sia l’unico strumento associativo dei Comuni montani rivedendone, nel contempo, anche i meccanismi elettivi e di rappresentanza.
Il concetto di “montanità” non può più prescindere da un elemento altimetrico coniugato con il grado di accessibilita` dei territori, con gli indici ISTAT di invecchiamento della popolazione, con le condizioni climatiche, con la pendenza delle superfici e con la durata del periodo vegeta-tivo. Questi criteri saranno definiti dalla normativa nazionale, in quanto unificanti e di principio. Potranno essere meglio dettagliati dalle regioni secondo le loro specificità territoriali. Tutto ciò perché la montagna delle Alpi è diversa da quella degli Appennini e delle Isole e le risorse sono scarse con la necessità di focalizzare gli interventi selezionandone i beneficiari.
Proponiamo inoltre l’istituzione di un fondo perequativo che faccia fronte ai sovracosti strutturali permanenti tipici dei territori montani e l’individuazione meccanismi automatici di alimentazione del Fondo Nazionale per la Montagna che, facendo uscire dalla contrattazione politicoparlamentare la determinazione delle risorse da destinare al sistema montagna, ne riconosca la natura di restituzione di ciò che la montagna apporta alla comunità nazionale. Ci impegniamo a ratificare i Protocolli alla Convenzione delle Alpi, valido strumento per coniugare in modo armonico la tutela degli interessi economici e la cooperazione transfrontaliera con le esigenze di conservazione dell’ecosistema.
Ci impegniamo infine a rilanciare il progetto Appennino Parco d’Europa attraverso un patto tra Comunità montane e Parchi per la qualificazione dell’ambiente appenninico, attraverso la promozione di nuove modalità organizzative del territorio, attuando un piano di sviluppo delle potenzialità della dorsale appenninica integrato e funzionale.
Con riguardo alle aree urbane, ci impegniamo a promuovere un programma per le città e le loro periferie, finalizzato congiuntamente alla tutela e alla valorizzazione dei centri storici e al risanamento urbanistico e sociale delle periferie. In questo contesto, ci impegniamo a:
- riconoscere apposite misure di sostegno e tutela ai piccoli Comuni, con particolare riferimento a quelli con un rapporto penalizzante fra popolazione e dimensione territoriale;
- promuovere, nelle aree urbane e metropolitane, l’aumento di parchi, giardini, orti e altre aree verdi;
- potenziare il trasporto pubblico locale, metropolitano e regionale con sistemi integrati incrementando la modalità di sistemi su ferro e in corsie preferenziali;
- rendere permanenti gli incentivi fiscali per ristrutturazioni edilizie finalizzandole in particolare al risparmio energetico, alla qualità ecologica, alla bioedilizia e alla sicurezza degli edifici;
- promuovere, incentivare e governare il partenariato pubblico/ privato definendo regole e modelli, e sostenendo le esperienze di successo nel raggiungimento di obiettivi pubblici;
- attuare, in conformità con le indicazioni europee, la Valutazione Ambientale Strategica dei piani e dei programmi.
[...]
Da: Massimiliano Fuksas, con Paolo Conti, Caos Sublime, Rizzoli 2001
Qual è la sostanziale differenza urbanistica tra metropoli e megalopoli?
Non la quantità di abitanti, naturalmente. È l'accelerazione della crescita. Per parlare chiaramente e terra terra: in Europa non esistono, almeno per ora, megalopoli ma solo metropoli. Megalopoli è Kuala Lumpur, passata in una manciata di anni da alcune centinaia di migliaia di abitanti a 18 milioni. Megalopoli è Dakka, che attira gran parte della popolazione dell'intero Bangladesh. Megalopoli è naturalmente Calcutta, che non smette di ricevere umanità.
La megalopoli è insomma la moderna rappresentazione del nomadismo: l'aggregato si sposta, si modifica continuamente, è qualcosa di duttile.
Ecco perché la megalopoli ha poco a che fare con la metropoli. Perché la metropoli non ha alcuno di quei problemi. E la megalopoli, a sua volta, spesso non ha nemmeno un centro e quindi non è policentrica come la metropoli. (p. 16)
Nota: secca, precisa, questa definizione nasometrica di megalopoli (e di cosa esattamente la distingue dalla metropoli) non ha bisogno di commenti. Di commenti no, magari di un link sì. Un link ad alcuni estratti di Jean Gottmann, il quale circa mezzo secolo fa riteneva ci volesse qualcosa di più complesso e diverso dalla "moderna rappresentazione del nomadismo", per costruire il sistema insediativo che faticosamente (almeno noi) chiamiamo Megalopoli. "Per parlare chiaramente e terra terra", naturale (f.b.)
Oggi a Trieste e in molti altre città italiane, si svolgeranno cerimonie pubbliche - in apertura di campagna elettorale - per il cosiddetto "giorno del ricordo", annunciato a senso unico dagli spot in tv del governo Berlusconi come il giorno della «pulizia etnica comunista». Questa interpretazione è stata accreditata mercoledì dal presidente della repubblica Ciampi che nel suo discorso, prima di premiare con la medaglia d'oro i parenti di alcune vittime dichiaratamente fasciste, si è dimenticato di «ricordare», senza alcuna indicazione di memoria condivisa, che la storia attribuisce una responsabilità sanguinosa e primaria all'occupazione nazifascista della Slovenia e dei Balcani durante la seconda guerra mondiale (1940-1944). Su questo abbiamo posto alcune domande a Galliano Fogar, storico dell'Istituto per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
Che pensa del discorso di Ciampi?
Il messaggio di Ciampi per la giornata del Ricordo dell'esodo istriano, fiumano e dalmato, senza alcun cenno al fascismo e alle sue colpe per quanto è poi avvenuto nella Venezia Giulia, può anche indirettamente suffragare l'idea, tutta post-fascista, che su questi confini si sono fronteggiati due totalitarismi, quello nazista e quello comunista jugoslavo di stampo stalinista. Non è stato così. E il fascismo dov'è? Io rispetto ciò che dice Ciampi per il fatto che gli italiani dell'Istria, di Fiume e di Zara dovettero abbandonare le terre perse, ma anche lui dimentica di ricordare che tutto ciò, anche se è certamente da condannare sul piano umano e morale, ebbe il suo terreno di coltura nella violenza fascista e nell'invasione e disgregazione della Jugoslavia da parte italiana e tedesca. Senza questo non si può discutere, non esiste una storia a metà.
Fini alla cerimonia con Ciampi ha dichiarato: «Basta buchi neri, basta omissioni, basta pagine strappate...
Altro che buchi neri. Nelle terre di confine, in quella che fu la Venezia Giulia il ventennio fascista imperversò, ancor prima dell'invasione della Jugoslavia, con una violenta opera di snazionalizzazione verso tutto ciò che non era «italiano» e perciò «fascista». Io non mi rassegno al fatto che la storia venga «dimezzata», che l'ignoranza e la disinformazione su quanto realmente è avvenuto qui, in quella che fu la Venezia Giulia, la faccia da padrone e che perfino gli eredi dell'ex Pci si appiattiscano sulle tesi antistoriche di An, che fa nascere la storia - dal 1945, dall'occupazione di Trieste da parte delle truppe di Tito.
Invece di una memoria condivisa siamo ad una storia dimezzata?
Sì, c'è la volontà di una storia dimezzata. Era quello che avrei voluto dire il 6 febbraio di due anni fa a Fassino e Violante quando vennero a Trieste per aderire alla proposta di Roberto Menia (An) di istituire il 10 febbraio la giornata del ricordo dell'esodo e per attribuire al Pci di allora colpe ed errori di valutazione. Come può Fassino dire che il Pci sbaglio "perché l'aggressione fascista alla Jugoslavia non poteva giustificare in nessun modo la perdita di territori né l'esodo degli Italiani"? Ma è stata quella la causa scatenante, l'Italia fascista è stata responsabile e corresponsabile con la Germania di Hitler delle devastazioni e delle stragi che hanno insanguinato l'Europa. A partire da queste terre con stragi perpetrate dai militari italiani, rappresaglie delle camice nere contro le popolazioni in Slovenia, i campi di concentramento come quello famigerato di Arbe: decine e decine di migliaia furono le vittime civili, non solo i partigiani. Che dovrebbero dire ebrei, polacchi, russi, i milioni che sono stati sterminati?
C'è il tentativo di omologare la Resistenza alla tragica stagione delle Fobie?
Dal processo della Risiera del 1976 non si contano più i tentativi di equiparare la Resistenza alle Foibe, il comunismo jugoslavo al nazifascismo. Poi si è passati al revisionismo storico, al voler equiparare carnefici e vittime, a chiedere la pacificazione nazionale servendosi dell'ignoranza della storia per cercare di cancellare i valori della resistenza antifascista. Con una martellante campagna di stampa sulla «vergogna della tragedia dimenticata» e sui processi da fare per le foibe, dimenticando che già sotto il Governo militare alleato erano stati celebrati a Trieste processi contro 72 infoibatori o presunti tali con condanne fino all'ergastolo. E' deplorevole che parte della grande stampa , la Rai, i politici democratici conoscano assai poco le vicende internazionali - e non locali - di una regione, la Venezia Giulia, che con la guerra fu coinvolta in pieno nel conflitto dell'area danubiana-balcanica. Non è un caso che il 10 febbraio preso dalla destra come simbolo della tragedia (ma foibe ed esodo sono due cose distinte) è la data della sigla del Trattato di Pace di Parigi. Ma questi signori non spiegano che l'Italia era sul banco degli imputati e che la gran parte dell'Istria e Fiume furono perdute non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera snazionalizzatrice prima e per l'invasione
Per saperne qualcosa di più sulla pulizia etnica del governo italiano (fascista) in Slovenia e sul carattere "composito" delle foibe andate nella cartella Italiano brava gente, e in particolare leggete gli articoli di Claudia Cernigoi e di Corrado Staiano, nonchè dalle informazioni trasmesse da Paolo Cecchi
Si discute molto, nel centrosinistra, se Romano Prodi debba o no concedere a Silvio Berlusconi un confronto in diretta tv. Il buonsenso fa propendere per il no, perché al candidato che è in testa nei sondaggi non conviene esporsi al rischio di dilapidare il vantaggio in una serata storta. Nel 2001 il Cavaliere si rifiutò, accortamente, di incontrare Francesco Rutelli; in Francia, nel 2002, Jacques Chirac negò a Jean Marie Le Pen qualsiasi dibattito, e lo stesso ha fatto l’anno scorso in Gran Bretagna Tony Blair con gli sfidanti conservatore e liberaldemocratico. Quale che sia il suo orientamento in materia, però, il Professore sarebbe davvero matto se accettasse un duello in tv alle condizioni finora fissate dalla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. E non soltanto per l’ignobile decisione di lasciare a Berlusconi l’ultima parola, con una conferenza stampa tutta per lui subito prima del voto del 9 aprile. Ciò che è in linea di principio totalmente inaccettabile, infatti, è che le regole dell’eventuale faccia-a-faccia vengano stabilite da organismi nei quali uno dei due contendenti, cioè Berlusconi, ha la maggioranza. È assurdo che siano la Vigilanza o il consiglio d’amministrazione della Rai, entrambi controllati dalla Casa delle libertà, a dettare legge; o, peggio, Raiuno, il cui direttore Fabrizio Del Noce è un ex deputato di Forza Italia. Se un duello ha da esserci, il regolamento non può scaturire che da una trattativa diretta fra le due parti in causa. Esattamente come è avvenuto nel 2004 negli Stati Uniti, dove George W. Bush e John F. Kerry hanno concordato tutto fra di loro senza sottostare al diktat di alcuna autorità esterna. All’esperienza americana pensa Prodi, probabilmente, quando allude sornione alla necessità di «un po’ di regolette». L’accordo fra Bush e Kerry, raggiunto dopo mesi di discussioni, disciplinava i tre faccia-a-faccia fin nei minimi dettagli. Nessuno era in grado di giocare scherzi da prete all’altro. Tutto veniva specificato nero su bianco: le caratteristiche dei conduttori e gli obblighi dei registi, i temi di ciascun dibattito e i doveri del pubblico negli studi. In Italia, visti il dominio di Berlusconi sulle tv e la sua inclinazione alla prepotenza, il duello esigerebbe regole ancora più stringenti. Fra le garanzie all’americana, però, ce ne sono almeno due che Prodi dovrebbe considerare assolutamente irrinunciabili. Una è il limite massimo di due minuti per ogni intervento dei candidati, senza il quale il premier uscente, volutamente logorroico, requisirebbe per sé gran parte del tempo a disposizione. L’altra clausola di rigore è la facoltà di opporre a ogni dichiarazione dell’avversario una replica di 30 secondi: se Berlusconi dicesse che i comunisti mangiano i bambini, con la perentorietà demagogica che gli è propria, Prodi avrebbe almeno la possibilità di ribattere che è una fesseria. Quanto ai conduttori, è ovvio che essi debbano apparire imparziali: non possono essere notoriamente vicini a uno dei duellanti più che all’altro. Che senso ha, dunque, fare il nome di Bruno Vespa? Costui è un professionista capace; ma non c’è dubbio che per vari aspetti, a prescindere dalle sue opinioni politiche, sembri gravitare nell’orbita di Berlusconi. Che riscuota emolumenti dal gruppo Fininvest è un fatto, sia come collaboratore fisso di "Panorama" sia come autore della Mondadori che gli pubblica un libro all’anno. L’ultima volta che ha ospitato il Cavaliere a "Porta a porta", il 31 gennaio, gli ha messo di fronte due giornalisti amici, Augusto Minzolini che ha anche lui una rubrica sul settimanale di Segrate e Maria Latella che è la biografa super-autorizzata di Veronica Lario. Un caso? Si aggiunga che la moglie di Vespa, il gip Augusta Iannini, ha ottenuto dal governo Berlusconi l’importante poltrona di direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia; e i suoi rapporti con l’entourage berlusconiano sono tali che anni fa non se la sentì, correttamente, di esaminare lei due richieste di arresto avanzate dalla Procura di Roma per Gianni Letta e Adriano Galliani. Come arbitro dell’ipotetica sfida Berlusconi-Prodi, insomma, Vespa si esporrebbe fatalmente a qualche sospetto di sudditanza psicologica verso uno dei due. Se il leader dell’Unione preferisse designazioni diverse, come dargli torto?
IL FATTO più rilevante della giornata di ieri è stato la lettera che il presidente Ciampi ha inviato al presidente della Commissione di vigilanza della Rai con la richiesta che la «par condicio» entri in vigore da subito in tutte le trasmissioni della televisione pubblica, garantendo il pluralismo e la parità delle parti politiche e impedendo che i teleschermi e le radio siano monopolizzate da un solo partito o addirittura da un solo personaggio.
L´iniziativa di Ciampi è stata approvata da tutti, con la sola differenza che il centrodestra ha escluso di esserne il destinatario e soprattutto che l´indiziato principale di quel messaggio fosse Silvio Berlusconi. Ormai è una tecnica collaudata da tempo: Ciampi parla, il Polo continua come se le parole del Presidente non lo riguardassero.
Quanto a Berlusconi, il suo lapidario commento è stato: «La par condicio è una legge iniqua e illiberale».
Così lo scontro istituzionale appena sopito sulla data di scioglimento delle Camere torna più che mai a riproporsi tra Ciampi custode delle regole democratiche e il picconatore che vuole distruggerle ed è già abbastanza avanti in questo perverso disegno.
La situazione deve infatti essere arrivata ad un livello di gravità molto preoccupante se il Capo dello Stato ha deciso di intervenire rivolgendosi ad uno specifico organo di vigilanza parlamentare. Si è trattato di un messaggio vero e proprio che il Quirinale ha facoltà di inviare in qualunque momento e su qualsiasi argomento al potere legislativo; dal punto di vista costituzionale la lettera di Ciampi è dunque assolutamente corretta. Ciò non toglie che si tratti d´uno strumento straordinario, proporzionato alla eccezionalità creata da un presidente del Consiglio che ormai da venti giorni occupa gli spazi radiofonici e televisivi come mai era accaduto non solo in Italia ma in nessun´altra parte del mondo.
Temo purtroppo che anche questo estremo appello cadrà nel vuoto. La maggioranza parlamentare, ovviamente presente in forze sia nella Commissione di vigilanza sia nel Consiglio d´amministrazione della Rai, tirerà per le lunghe con tutti i pretesti possibili.
Quanto ai singoli conduttori delle varie trasmissioni, continueranno a subire o addirittura a incoraggiare la presenza di Berlusconi nelle trasmissioni di loro pertinenza, contrapponendogli interlocutori attentamente selezionati, giornalisti intimiditi o se stessi in veste di unico contrappeso. Fino a quando la legge entrerà finalmente in vigore dopo altri quindici giorni da oggi di manipolazione massiccia del corpo elettorale.
* * *
In che cosa consiste l´invasione della radio e delle televisioni da parte di Berlusconi? C´è un contenuto, un programma, un´affermazione di valori, un´indicazione di strumenti per realizzare concreti obiettivi? O almeno la dimostrazione che buona parte degli impegni assunti con tanta enfasi cinque anni fa è stata adempiuta? Alcuni brandelli di queste cose spuntano di tanto in tanto come discontinui sprazzi dietro una spessa cortina, ma il vero e sostanziale contenuto di quella presenza è l´esibizione del corpo del Re. Quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, muscolatura mentale, umori, buona fortuna, sicurezza. E anche odio per il nemico e sopportazione paziente degli alleati, disprezzo per le regole, noncuranza per le opinioni altrui. Logorrea. Luoghi comuni. Barzellette grevi. Sessuologia da taverna.
Megalomania.
E due messaggi martellati senza risparmio: il pericolo del comunismo incombente, l´immoralità della sinistra.
Questo è il messaggio che il corpo del Re comunica dai televisori da lui saldamente occupati. Un messaggio, come ha scritto Gad Lerner in un articolo dell´altro ieri, pre-politico, anzi antipolitico. Non lo ha confermato lui stesso nel profluvio di parole con le quali sommerge ogni giorno ed ogni sera i malcapitati ascoltatori? «Io odio la politica e odio la televisione. Ma sono costretto a far politica e ad apparire in televisione perché debbo salvarvi dal comunismo». Gliel´ha detto la mamma che già dieci anni fa sognò il drago che minacciava di distruggere e ingoiare la Penisola e che solo un San Giorgio con la spada lucente avrebbe potuto sconfiggere. Quel San Giorgio era lui e non poteva essere altri che lui.
Così, recalcitrante, scese (scese) in politica. Trasse dal nulla un partito, sconfisse l´avversario. Ma l´avversario, come Satana, è risorto dalla polvere, è più potente che mai, controlla la magistratura, l´università, la scuola, le banche, le imprese, i sindacati, la burocrazia, le case editrici, i giornali e perfino la televisione. Più lo sconfiggi e più si ripresenta potente e minaccioso; perciò la sua fatica deve ogni volta ripetersi. Ma lui c´è. Lui non diserta. Lui vincerà ancora con a fianco la mamma, i figli di primo letto, i figli del secondo. La sposa nello sfondo, forse appena un po´ perplessa ma (per sua fortuna) silente.
Questo comunica il corpo del Re. Sembra una favola, di quelle che si ascoltano a bocca aperta come tutto ciò che sconfina dal reale nel fantastico.
Per alcuni è una favola bella a lieto fine. Per altri un inganno che può far perdurare il disastro che abbiamo ogni giorno dinanzi agli occhi. La conclusione è che si finisce col parlare soltanto di lui. Per inneggiarlo o vilipenderlo, non importa. Lui questo vuole: che il suo corpo sia al centro del dibattito e al massimo della visibilità.
Siamo ai confini della nevrosi. Prodi ha detto: tra poco venderà perfino i tappeti in televisione. Vedremo sicuramente anche questo, anzi l´abbiamo già visto: sono cinque anni che rifila agli italiani falsi tappeti persiani come fossero veri. Molti ci sono cascati e molti ci cascheranno ancora perché non sempre l´esperienza insegna e non sempre la memoria soccorre. Il potere poi, chi ce l´ha sa come farlo fruttare a proprio vantaggio. Lui e i suoi lo sanno.
Lo sapevano anche prima. Per questa ragione non era vero ciò che a un tempo la bella Iva Zanicchi consigliava dalle televisioni del «boss»: «Proviamolo, facciamolo governare e poi, se non funziona, lo rimanderemo a casa».
Non era vero nemmeno quello che diceva Montanelli: «Il solo vaccino contro la malattia berlusconiana è di iniettarsela. Poi saremo tutti definitivamente vaccinati». Non è così.
Quando te la sei iniettata rischi di renderla cronica quella malattia anziché vaccinarti contro di essa.
Non andrà così, ma potrebbe anche accadere.
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Sempre ieri – altra notizia non da poco – l´anno giudiziario è stato aperto nei distretti di tutte le Corti d´appello italiane e il giudizio dei presidenti e dei procuratori generali è stato unanime: la giustizia non funziona come dovrebbe nel nostro Paese. È terribilmente lenta, i processi civili e penali si accumulano, i reati impuniti aumentano, la sicurezza pubblica non è affatto migliorata. Il governo, anziché tentare di migliorarla, ne ha scompaginato l´ordinamento con una raffica di leggi improvvisate, talvolta contraddittorie, spesso tendenti soltanto a sottrarre alla giurisdizione il corpo del Re.
Questo trattamento sussultorio, per di più affidato alle mani d´un ministro arrogante quanto incapace, ha ridotto la magistratura italiana allo stremo, lasciando i cittadini privi del più importante tra i servizi che lo Stato dovrebbe organizzare a loro vantaggio.
Se il corpo del Re rappresenta lo Stato, per quanto riguarda la giustizia esso è già imputridito da tempo. Non ci fosse un mucchio di altre ragioni, questa basta e avanza per rimuoverlo.
Mi prendo la licenza di riprodurre ancora una volta (lo feci già qualche anno fa ma i tempi mi sembra che lo richiedano) un sonetto del grande Gioachino Belli che fa al caso nostro. Eccone il testo.
C´era ´na vôrta un re, cche ddar palazzo
Mannò ffôra a li popoli st´editto:
Io so´ io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto!
Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto;
Pôzzo venneve a tutti a un tanto er mazzo;
Io, si vv´impicco nun ve fo strapazzo
Che la vita e la robba io ve l´affitto.
Chi abbita a ´sto monno senza er titolo
O dde papa o dde re o dd´imperatore,
Cuello nun pô avé mmai vosce in capitolo.
Co st´editto annò er bojja pe ccuriero
A interrogà la ggente in zur tenore
E arisposero tutti: è vvero! è vvero!
Castelnuovo del Garda, come sanno in molti, è il comune che ospita Gardaland, il più famoso parco a tema italiano, gioia di grandi e piccini.
Castelnuovo del Garda, come fino al gennaio 2006 sapevano in pochi, ospita anche uno di quei folkloristici figuri della Lega Nord ai quali purtroppo ci siamo abituati. È stato assessore comunale e segretario locale del partito, e da buon militante ha voluto “sperimentare sul campo” la nuova legge sul tiro a segno fortemente voluta dai padani (da quelli che sbandierano chissà perché di essere padani, e gli altri?). L’ha fatto nel migliore stile del villettaro sparacchiatore: vista un’ombra stagliarsi contro la tapparella, ci ha scaricato sopra 14 (quattordici) “pillole di piombo” del grosso calibro che si tiene sotto il cuscino o nei paraggi. A duecento metri dalla sacra villetta, poi, è stato trovato il bersaglio (ex) mobile. Un albanese.
Che dire? Magari, parafrasando Don Siegel, “ Ce l’ho di piombo, ispettore Callaghan”. Oppure proponendo a Gardaland di arricchire l’offerta delle attrazioni con un’area tematica “ Gli eroi di Villa Apache”, con bersagli mobili importati direttamente dai CPT? Si potrebbe magari suggerire addirittura la specializzazione del parco tematico in questo segmento di mercato, cambiando il marchio da Gardaland a Legaland (la mascotte è già una bestiolina verde).
In attesa che qualcuno metta a frutto l’idea, confesso per il momento: l’immagine è composta da 1) il marchio di Gardaland a ricordare il toponimo; 2) un gruppo di fieri bifolchi dello Wyoming dipinto da Larry Edgar ; 3) la scritta in basso è una opinione personale del
sottoscritto (f.b.)
Qui un commento sul tema di Erri De Luca
Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, durante l’avanzata verso Berlino, arrivarono nella città polacca di Oświęcim, meglio conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz, e scoprirono il più tristemente noto campo di stermino, facendo così conoscere al mondo gli orrori del genocidio nazista. Le testimonianze dei pochi sopravvissuti hanno rivelato realtà mostruose e inimmaginabili. A 61 anni da quell’avvenimento si celebra in Italia la giornata della memoria per ricordare tutte le vittime delle persecuzioni naziste. Non solo ebrei, ma anche oppositori politici, gruppi etnici e religiosi dichiarati da Hitler indegni di vivere. Come il Porrajmos, lo sterminio, di 500mila rom e sinti.
L’ideologia della razza ha origini antiche, ma trova legittimazione in Italia, con il decreto del 17 novembre 1938 che permise di scrivere alcune tra le pagine più scure della nostra storia. Nel 2000, il Parlamento italiano decise di istituire la giornata della memoria con una legge proposta da Furio Colombo, approvata all’unanimità. Scrive Colombo nella illustrazione della sua proposta di legge: «La Shoah non è soltanto la memoria di un immenso e meticoloso progetto di genocidio di tutto un popolo in tutta Europa. È memoria di un delitto italiano. Italiane sono le leggi razziali (tra le peggiori d’Europa) e italiane sono le firme di Mussolini e del re. Vittorio Emanuele di Savoia è stato il solo monarca d’Europa a firmare leggi di persecuzione contro i suoi cittadini».
Il ricordo di sei milioni di vittime è una memoria troppo importante per essere cancellata, per questo dopo 61 anni, si continua a parlare di shoah. La memoria deve essere tenuta viva per evitare che una tragedia così immane si possa ripetere. Non dimenticare significa anche mantenere vivo il ricordo di ogni singola persona che quegli orrori li ha subiti.
Trovare il coraggio di testimoniare certi orrori, per chi è sopravvissuto, non è stato facile. «Vivere nella colpa di essere sopravvissuti - scriveva Primo Levi - è un peso spesso troppo grande da portare. Meditate che questo è stato». Un carico pesante per i reduci dei campi di sterminio che quegli orrori li portano tatuati addosso e nell’animo. Ma tanti non si sono voluti sottrarre all’obbligo morale di far conoscere la verità a chi questa storia la ha conosciuta solo sui libri.
Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative da parte delle scuole. Protagonisti studenti e docenti di numerosi istituti italiani che si sono confrontati con oratori che di storie da raccontare ne avevano tante. Incontri tra studenti ed ex deportati, viaggi della memoria, letture di testimonianze, seminari, sono solo alcune delle tante proposte per far conoscere ai giovani gli orrori della shoah.
Da parte dei giovani c’è voglia di sapere, di conoscere e di partecipare. Queste le parole di una delle organizzatrici di
un treno della memoria e dei diritti umani Un esempio di progetto educativo organizzato dall’archivio storico della Cgil che ha coinvolto diverse scuole italiane con un numero di partecipanti sempre più ampio.
Un viaggio come quello di tanti altri ragazzi iniziato all’insegna della leggerezza e dello svago, ma terminato con la voglia di non dimenticare. I numerosi istituti coinvolti nell’iniziativa hanno lasciato testimonianza della loro esperienza, c’è chi come Marta M. di una scuola media di Firenze dice: l’esperienza più toccante e significativa della mia vita, oppure chi, come Giovanni del Liceo Parini Di Milano, si limita a citare gli scritti di Primo Levi tante emozioni, sensazioni e commenti raccolti in altrettanti siti internet. Ma c’è anche chi, come il comune di Campi Bisenzio, ha deciso di racchiudere in un libro le impressioni e le esperienze di 31 ragazzi delle scuole medie del territorio che hanno partecipato al progetto. Tanti ragazzi come Giada che parlano delle emozioni di questa esperienza vissuta: "Due ore la settimana non bastano per rendersi conto, la Prof. ci spiega bene la storia, ma poi è finita lì, si chiude il libro e si scorda tutto. Così invece non si dimenticherà mai, ci rimarrà sempre qualcosa dentro, una piccola piaga, che farà male ogni volta che si rammenterà il nome Auschwitz. Non avevo mai provato una cosa simile, ne sono fiera, così potrò dire, io sono stata ad Auschwitz e mi sono resa conto di che cosa è stata la persecuzione contro gli ebrei .
Questa è la spinta giusta perché i giovani devono sapere che quegli orrori erano veri, hanno tentato di cancellare l’identità di un popolo, la dignità di ogni individuo. Non c’è futuro senza memoria e quando non ci saremo più loro dovranno essere la nostra memoria. Questi i commenti di Bruno Venezia, ex deportato ad Auschwitz , dopo l’incontro con alcuni ragazzi prima che partissero per la Polonia.
Imparare dalla storia a non ripetere certi orrori vuol dire anche essere pronti al dialogo con gli altri popoli, educare al rispetto e alla tolleranza questo il messaggio che tanti educatori impegnati nelle iniziative per il giorno della memoria vogliono lanciare soprattutto ai giovani. La memoria di tante persone che certi orrori continuano a viverli. La storia, infatti, non sempre insegna e purtroppo si ripete. In questa giornata così significativa è bene non dimenticare anche i genocidi che sono avvenuti in diversi paesi del mondo come il Ruanda, il Kossovo, la Cambogia, l’ Afghanistan e tutte quelle persone che sono ancora vittime di vessazioni in nome di assurde ideologie. Accanto alle tante proposte in calendario anche iniziative orientate in questa direzione.
Nota
Ricordo che "epifania" significa "manifestazione". Ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, si rivelò l'orrore dell'ideologia che considerava inferiori i diversi.
"Legalità", nome astratto, evoca dei modelli: li chiamiamo positivi quando vigono; e se una norma viga, lo dicono regole-matrice dei singoli ordinamenti; nell´Italia 2005 gli artt. 70-89 Cost. Ma non basta comandare, perché talvolta i comandi restano sulla carta o nell´aria: dopo l´attentato 20 luglio 1944, l´apparato coattivo nazista lavora inesorabilmente; Roland Freisler, psicopatico presidente del Volksgerichtshof, applica norme valide ed effettive; nove mesi dopo gli ordini del Führer non incidono più nei fatti, puro rumore vocale; regna uno stato caotico, risolto dalle armi; appena qualcuno trovi gente che ubbidisce, ecco l´ordinamento nuovo, finché dura. La teoria del diritto sta tutta lì. I cultori del diritto cosiddetto naturale elaborano falsi teoremi raccontando che siano valide solo le norme giuste: pia favola; la questione però esiste ed esplode ogniqualvolta l´atto conforme al prescritto risulti immorale o dannoso alla comunità; Roland Freisler era l´organo d´una giustizia infame. Insomma, non confondiamo sintassi del diritto, etica, politica.
Dopo i nomi e le idee, la storia. Nel collasso della prima Repubblica corrosa dal malcostume consortile, appare B., finto homo novus: affarista d´origini buie; s´è ingrossato nel privilegio concessogli dalla vecchia consorteria; accumula soldi col monopolio delle televisioni commerciali, istupidisce il pubblico, falsifica bilanci, evade il fisco, allunga le mani dappertutto; gl´italiani sapranno poi in qual modo vincesse le cause, comprando i giudici attraverso un´agenzia barattiera. In vista dei sessant´anni scende in campo perché teme la resa dei conti. Tale l´unico programma, sotto la falsa bandiera d´una rivolta contro i politicanti professionisti: qualificandosi campione dello spirito d´impresa, truffa gli elettori; è un enorme parassita, fabbricato dalla malavita politica, abilissimo nella frode, mago delle lobotomie televisive; spaccia menzogne come i bachi secernono bava.
Convertite le televisioni in partito, assolda mano d´opera più o meno intellettuale: s´imbarcano anche degl´illusi d´una svolta radicale; qualcuno se ne pente; emergono naufraghi del vecchio corso, sgherri impuniti, parolieri, commedianti, uomini del sì, domestici, faune da Satyricon. Scenario senza precedenti nella storia d´Italia: bene o male avevano un disegno politico gli avventurieri, da Crispi a Mussolini; costui no, difende l´impero personale senza scrupoli nella scelta delle armi. Naturalmente autocrate, paga e vuol essere servito: gli mancano i neuroni del sentimento etico; l´avversario va sgominato o corrotto; negli elettori vede bestiame umano dal cervello frollo.
Le due stagioni al governo, 1994, dicono che gusti e talenti abbia: vuol ministro degl´interni o guardasigilli l´avvocato che gli compra i giudici; cade; dopo sedici mesi d´un confuso interregno, sale l´altro polo. I quattro anni seguenti portano dati su cui riflettere, se non vogliamo funesti bis. Qualcuno s´è convinto che l´intruso sia ormai innocuo (conclusione assurda: aveva raccolto altrettanti voti), e intavolando negoziati bicamerali, lo riaccredita; forse voleva disporne nelle partite interne al centrosinistra, il cui buon governo cade, affondato dagli arrembanti; ne segue uno da dimenticare; l´ultimo inalbera insegne ormai obituarie. I dialoghi presupponevano intese sotto banco: che l´impero mediatico resti intatto al parassita; glielo garantiscono, perché le sue aziende sono «patrimonio italiano» (formula d´inaudito ridicolo); va in fumo la prima cosa da fare, una legge che impedisca conflitti d´interesse come quello dal quale umori instabili e calcoli furbeschi d´un Bertoldo padano hanno provvisoriamente salvato l´Italia affossando l´invasore.
L´Ulivo è padrone delle Camere: 157 seggi contro 116; 284 contro 246, ma in materie capitali legiferano in chiave già berlusconiana; sul tema giustizia la Bicamerale ricalca il «Piano d´una rinascita democratica» tramato da Licio Gelli, contemplante inter alia un pubblico ministero nella gabbia del potere esecutivo; risulterà meno vandalica la riforma berlusconiana. L´astuto partner stava al gioco: incassato ogni possibile profitto, dopo un anno e mezzo rovescia il tavolo; e l´aborto bicamerale infetta i 23 mesi seguenti; i frutti velenosi dell´albero avvelenato maturano nel tempo; eravamo afflitti da una procedura penale declamatoria, farraginosa, contorta; vari interventi disseminano uno pseudo-garantismo passibile d´usi micidiali; viene da lì la norma grazie alla quale l´ex ministro sotto accusa (d´avere corrotto dei giudici a profitto del cliente, futuro statista) moltiplica i rinvii dell´udienza preliminare adducendo impegni parlamentari; la Camera nega l´autorizzazione alla custodia cautelare; e solleva un conflitto davanti alla Corte, perché quel giudice s´era permesso d´obiettare che la giurisdizione penale non è poi l´ultima ruota del carro. La coalizione muore suicida.
Guai se dimenticassimo i lugubri anni del dialogo col caimano. Rioccupato Palazzo Chigi, l´arrembante provvede a sé stesso.
Era falsario nei bilanci e subito, attraverso onorevoli yes-men, riformula la legge: sarà prosciolto, non costituendo più reato i fatti de quibus, con tanti saluti alla trasparenza societaria, importantissima dove esista un capitalismo degno del nome; poi ritocca pro domo sua la materia delle rogatorie, perché carte bancarie estere inchiodano gl´imputati dei processi milanesi. Fallita la fuga da Milano attraverso varie chicanes, sfigura un articolo del codice sulla translatio iudicii motivata da anomalie ambientali; s´inventa un´immunità che la Consulta dichiara invalida; riforma l´ordinamento giudiziario avendo in mente un pubblico ministero comandato dal potere esecutivo. Siamo sul terreno della legalità perversa: patologia più grave delle consuete prassi delittuose; il fattore criminogeno s´è impadronito della leva normativa. Qui la politica forzaitaliota, condivisa da alleati e satelliti, svela disegni coerenti. Chiamiamoli criminofilia. Parola forte ma otto esempi dicono quanto sia puntuale.
Primo, il socio dominante falsifica impunemente i bilanci, l´abbiamo appena visto: tali furberie sono bagatella nell´art. 2621 c. c., comma 1, mentre nei paesi dell´autentico capitalismo costano lunghe galere ai falsari; e chi fermerebbe la frenesia d´impunità se godessimo del miracolo economico che i dulcamara annunciavano. Secondo: bisogna salvare i correi del padrone; le difese pretendono d´escludere dal processo carte bancarie elvetiche, perché mancano dei timbri; apprendisti in diritto affatturano un nuovo art. 729 c.p.p., sicuri d´avere codificato il cavillo avvocatesco; ma dal Tribunale alla Cassazione i giudici lo disinnescano. Gli autori del capolavoro s´infuriano: «eversione!», gridano, tanto ignoranti da non sapere che i testi vanno interpretati nel sistema normativo: avevano anche congegnato una chiusura ermetica, vietando la prova dei fatti in questione mediante «dichiarazioni da chiunque rese»; inammissibili i testimoni; e se l´imputato, colto da rimorso, confessasse, la confessione non varrebbe. Fantasie da fumatori d´oppio.
Terzo caso, l´arcinota proposta rinnegata dall´autore, tanto gliel´hanno deformata i colleghi, taglia i termini della prescrizione scatenando una devastante amnistia sommersa, affinché dopo nove anni esca prosciolto il correo del quasi padrone d´Italia, nel cui interesse comprava sentenze. Quarto, l´offensiva contro le intercettazioni, canale insostituibile nel lavoro investigativo su pericolosi filoni criminali: ferrei garantisti le mandano al diavolo; così gli adepti d´un vario malaffare converseranno sicuri, nemmeno fossero parlamentari, i cui assurdi privilegi significano impunità.
Quinto, diciannove onorevoli i cui nomi meritano d´essere scolpiti, propongono un bando delle notizie anonime, esteso alle prove acquisite su tale impulso, e qualificano «nulli a ogni effetto i relativi procedimenti penali». Supponiamo che l´inquirente scovi archivi, arsenali, santuari, cimiteri d´una Murder´s Corporation, nonché i testimoni: tutta farina del diavolo, tamquam non sit; l´inquisito è lui, che indaga; gl´incombe l´onere d´una prova negativa; provi che l´anonimo non l´abbia guidato in nessun passo dell´indagine. Sesto, una lobby studia come rivedere processi e confische subiti da mafiosi. Settimo, cervelli forzaitalioti s´inventano un pubblico ministero puro organo requirente, sulla base dei materiali raccolti dalla polizia, unica legittimata (e siccome l´organo poliziesco dipende dal potere esecutivo, sarà il governo a stabilire chi debba o no essere perseguito). Infine, un´idea sbalorditiva: negare al pubblico ministero l´appello contro i proscioglimenti; se vuole, ricorra in cassazione; e siccome la Corte non acquisisce prove, né rivaluta le acquisite come giudice del merito, diverso essendo lo spettro cognitivo, diventano irreparabili gravi errori sul fatto. Norma grossolanamente incostituzionale (art. 111 Cost. c. 2). Arie affini spirano nella deregulation lassistica del fallimento.
Forte dei suoi ventimila milioni d´euro, divus Berlusco inquina teste, leggi, apparati: scardina la giustizia; con lui salgono al potere volgarità, sopruso, menzogna (vedi il dissenso da Bush sulla guerra d´Iraq, perché la democrazia non s´esporta con le armi, asserito e negato in ventiquattr´ore); potendo, ridurrebbe la vita psichica dei sudditi a giaculatorie e fescennini. Il quinto foglio volante della Rosa Bianca nella Germania hitleriana 1943 denuncia un regno del male: Gestapo, Lager, patiboli, lo configurano in forme atroci, ma il fenomeno può assumerne d´allegre; mancava la versione comica; l´imbonitore dalle ganasce aperte nel finto sorriso può combinarsi l´en plein dov´era fallito l´orrendo Kniébolo, come lo chiama Ernst Jünger, sotto quella maschera da serial killer (alla fine voleva uccidere l´intero popolo tedesco, «non è degno d´un genio come me»). Abbiamo un Führer barzellettiere, canterino, ottimista: «siete ricchi, belli, giovani, felici», svela ridendo a poveri diavoli italiani arrancanti in bolletta; e guardandosi nello specchio, confida d´avere visto un santo.
In Val di Susa, sono contro il tunnel
, che ci collegherebbe al resto d'Europa (e persino all’Asia); in Campania, contro i termovalorizzatori, con i quali si produce energia dai rifiuti; un po' dappertutto, sono contro gli inceneritori, che i rifiuti si limitano a bruciarli. A Brindisi, non vogliono il degassificatore, che serve a riportare il gas dallo stadio liquido (compresso) — che ci arriva via mare, invece che attraverso gasdotto — a quello gassoso; a Grosseto, le pale eoliche che hanno la funzione di utilizzare il vento per produrre energia. Per altri ancora, il ponte sullo stretto di Messina, che ancorerebbe la Sicilia alla penisola, è inutile. Solo l'altro ieri, la variante di valico sulla Firenze- Bologna, progettata per migliorare il traffico automobilistico, aveva provocato un'ondata di «no». Ora, ci si è messo anche il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, a sollevare dubbi sul Mose — il progetto di paratie mobili per bloccare il flusso delle maree e salvare la città dal pericolo di sprofondare «nell'acqua alta» — suggerendone la revisione a opera già approvata e ormai iniziata.
L'elenco dei «no» — che Piero Fassino ha opportunamente denunciato— sembra destinato a crescere a dismisura e la sua ombra, dopo aver paralizzato quello di centrodestra, minaccia di allungarsi anche su un eventuale governo e sulle future amministrazioni locali di centrosinistra qualora l'Unione vincesse le prossime elezioni. Il grande esercito dei «no» (ecologisti, movimentisti, dirigisti e quant'altro) tende, infatti, a identificarsi prevalentemente con la cultura di sinistra e sulle maggioranze di governo di centrosinistra farebbe certamente sentire il proprio peso. Il rischio, allora — poiché non c'è uomo politico che non sia incline a piegarsi ai «no» per non provocare fratture nella propria parte — è che, a tutti i livelli del processo decisionale, finisca col prevalere la «cultura del non fare». Sarebbe un disastro.
E' un rischio, dunque, che il centrosinistra, in tutte le sue componenti — prima fra tutte quella riformista, ma non escluse quelle radicali — farebbe male a sottovalutare e di fronte al quale farebbe invece bene fin d'ora ad attrezzarsi. Non con un generico e retorico «programmismo », già denunciato su queste stesse colonne da Angelo Panebianco e Dario Di Vico. Ma con un'«idea forte» circa quello che occorre fare per dare al Paese le infrastrutture di cui necessita e consentirgli, così, di stare al passo con i tempi e con il resto dell'Europa.
Il riformismo — che è una sorta di ingegneria sociale gradualistica—è innanzi tutto, rispetto al massimalismo, «una questione di metodo». E' la differenza — ha spiegato bene Karl Popper — «fra un metodo che può essere applicato in ogni momento e un metodo la cui adozione può facilmente diventare un alibi per il continuo rinvio dell'azione a una data successiva, quando le condizioni risultino più favorevoli». Il riformismo — secondo Popper —è, in sostanza, un continuo processo di soluzione di problemi parziali; problemi che il pensiero massimalista rinuncia a risolvere, chiedendosi continuamente se i mezzi adottati siano idonei a raggiungere il Fine ultimo, il Bene assoluto. Ma, conclude Popper, non c'è un metodo razionale per determinare il Fine ultimo (la Perfezione). Ci riflettano tutti quelli che, nel centrosinistra, si dicono riformisti.
Vedi anche, sullo stesso argomento, l’eddytoriale n. 84
Contretemps è una rivista indipendente on-line,sovvenzionata dal dipartimento di filosofia dell'università di Sydney, che ha lo scopo di incoraggiare un pensiero del presente, capace di leggere gli eventi sociali e politici nel loro accadere «con, a fianco e anche contro la disciplina filosofica» accademicamente intesa. E curiosamente, proprio mentre il papa annuncia la sua enciclica sullo splendore dell'amore divino e umano (tema, bisogna riconoscerlo in attesa di leggerla, centratissimo nella sua dichiarata inattualità), il numero attualmente consultabile (http://www.usyd.edu.au/contretemps) apre con due titoli sul rapporto fra amore e politica, o se preferite sull'amore politicamente inteso, o sulle potenzialità di una «politica dell'amore». Il primo di questi titoli, Learning to love again, è quello di una intervista collettiva (di Christina Colegate, John Dalton, Timothy Rayner, Cate Thill) a Wendy Brown, una filosofa californiana studiosa del potere e del rapporto fra potere e libertà ( States of Injury: Power and Freedom in Late Modernity, Princeton, 1995), che qualche mese fa è stata ospite di un convegno internazionale a Sydney insieme con Judith Butler. E in questa lunga e bella intervista riprende un filo noto ai lettori di Butler e anche di queste pagine, il filo che lega amore, lutto e malinconia nella sinistra del dopo-89, smarrita per la perdita della sua identità storica e della sua utopia rivoluzionaria novecentesca. Tema altresì derridiano, giacché fu il filosofo francese a porre già nel `94, in Spettri di Marx, la questione del «lutto dei comunisti» e dei suoi effetti sulla «malinconia dell'inconscio geopolitico globale», individuando per tempo un sintomo della crisi della politica contemporanea tutt'ora non risolto. Wendy Brown torna sul punto, all'interno di una più ampia riflessione su che cosa significa essere «radicali» oggi e come possa crescere un pensiero «radicale» - capace cioè di aggredire «alla radice» il problema della trasformazione - nella generazione dei pensatori e delle pensatrici posties (ovvero postmodern) che alle radici e ai fondamenti non credono più, e che ritengono impossibile coltivare l'attaccamento al «progetto rivoluzionario» com'era inteso ancora pochi decenni fa.Una generazione che si trova da un lato di fronte ai limiti di una strategia di radicalismo democratico, dall'altro di fronte all'incapacità e forse all'impossibilità di riattivare una strategia di abbattimento del capitalismo, sempre più abile e veloce nel trasformarsi e reinventarsi; e senza poter immaginare altro dal capitalismo, si può immaginare davvero la libertà politica e l'autogoverno? Brown teme di no ma con onestà lascia in sospeso una domanda per la quale non ha la risposta.
Ce l'ha invece per un'altra domanda, che riguarda appunto ciò di cui la sinistra post-'89 deve ancora fare, e imparare a fare, il lutto: la perdita dell'identità nazionale, ad esempio, e di tutto quello che essa garantiva - ways of live, forme di relazioni familiari e sociali, rapporto con le istituzioni. Non basta, ammonisce Brown, riconvertirsi in un'ottica transnazionale, come pure giustamente ha fatto il movimento no-global da Seattle in poi, se non si elabora il senso di perdita e di disorientamento che questo passaggio comporta. E non basta nemmeno affermare che «un altro mondo è possibile» se non si attraversa il vuoto lasciato nel pensiero e nella psiche della sinistra radicale dalla fine del progetto rivoluzionario novecentesco. E' come quando uno o una perde un amante, incalzano gli intervistatori, che era parte della sua identità, la potenziava al presente e le dava una direzione di senso per il futuro: si deve innamorare di nuovo, ma può la sinistra «imparare ad amare di nuovo»? Può, risponde Brown, se come chi ha perso un amante impara che malgrado quella perdita ha ancora una sua propria soggettività e altre possibilità di relazione, e che tuttavia la sua identità non è più la stessa di prima: «Dobbiamo imparare ad amare di nuovo, ma il `noi' che imparerà a farlo sarà diverso dal `noi' che siamo stati», perché lutto e amore, nella vita personale come nella politica, provocano e domandano una necessaria trasformazione di sé, senza la quale non c'è trasformazione del mondo.
Cinque anni di governo una grande opera l'hanno portata a termine: la costruzione del balcone mediatico che il presidente del Consiglio usa per parlare al popolo. Entra nelle nostre case a ogni ora del giorno e della notte per dettare l'agenda della politica. Se non ha niente da dire ai giudici fa lo stesso, le telecamere lo inseguiranno, i telegiornali gli faranno da grancassa, i talk show lo serviranno come un piatto di spaghetti fumanti, le opposizioni saranno costrette a inseguirlo sul suo terreno, i giornali a riempire le prime pagine, finché l'opinione pubblica sarà convinta che è importante farsi un'idea sulla comparsata tribunalizia del Cavaliere. La macchina virtuale costruita in tutta una vita e modellata negli ultimi cinque anni per dotarla di un motore turbo-elettorale, viene spinta al massimo. Berlusconi dilaga, gli alleati ridono a denti stretti del loro mister Fregoli che finisce la serata con una telefonata a Ballarò, dà il buongiorno a Unomattina, fa una pausa a Isoradio, prenota il massimo share al Tg1, prende appuntamento per una sosta di quattro ore a Rai2 e Canale5. E la prossima settimana si ricomincia. Una ricca riserva per i prossimi mesi di Blob.
Mentre il presidente della Repubblica, nel ricevere la commissione parlamentare di vigilanza, pronuncia davanti ai rappresentanti del Parlamento, il suo alto richiamo al pluralismo dell'informazione, il presidente del Consiglio vortica come una falena sotto la luce delle telecamere occupando ogni fessura del palinsesto. Un drammatico paradosso istituzional-politico-mediatico: tanto più le parole di Ciampi sottolineano l'impegno della sua presidenza sulla regola fondamentale della democrazia (la libertà di espressione e le pari opportunità dei soggetti politici), tanto più risalta la sordità di una classe di governo, prona al predominio berlusconiano e dunque sorda al richiamo del Quirinale.
Una politica che costruisce la sua casa nel recinto delle quattro mura di Porta a porta, una classe dirigente che crea il suo habitat nel piccolo schermo, ne resta prigioniera. Fuori della tv, nel mondo degli umani, dove i metalmeccanici testimoniano una piazza reale, i politici sono stranieri. Il loro mondo è l'altrove dello schermo, e quando il più furbo, il più ricco, il più illiberale di loro se ne impossessa, non sanno come uscire dalla prigione dorata che hanno costruito. Non è facile aprire una via di fuga, anche perché un'altra strada, un altro modo di essere non ha cittadinanza da molti anni. La sinistra è rimasta vittima della sindrome berlusconiana, assimilandone la linfa, vitale per il re della pubblicità, esiziale per i suoi antagonisti. Quando Fausto Bertinotti stringe la mano all'avversario, convinto di aver fatto una bella figura, è già fregato perché lui ha discusso, parlato, spiegato dentro una cornice che intitolava il match «Il liberale e il comunista», come se il duello fosse tra la Libertà e la Solidarietà, due buone sorelle. Senza sospettare che di Grande Sorella ce n'è una sola ed è figlia unica. Dove sono i giornalisti del servizio pubblico? E come reagiscono i vertici radiotelevisivi? A sentire il presidente della Rai, la par-condicio è sostanzialmente rispettata, come se l'informazione fosse solo una questione di minutaggio delle presenze di leader e partiti. Ma Petruccioli li vede i telegiornali? Sono le vetrine di un'azienda superlottizzata che offre i suoi frutti avvelenati. Così nessuno può scagliare la prima pietra per rompere lo schermo incantato, e chi ci ha provato è stato preso a pedate nel sedere, come ricordava, qualche sera fa, con soddisfazione, Giuliano Ferrara davanti al presidente del Consiglio. Forse ci salverà l'effetto-nausea. Solo Berlusconi può affondare Berlusconi.
«I nuovi vandali». «Gli infaticabili promotori del brutto». «La tremenda invasione della rozzezza e della brutalità». «La mania cafona dei grattacieli». Cemento e asfalto dilaganti «in nome dello sviluppo». L'automobile che s'impone e crea «una società di sedentari motorizzati». Laghi alpini prosciugati, valli riempite d'acqua, vecchi paesi sommersi, cascate che spariscono per costruire centrali elettriche. «I soliti progressisti che hanno rovinato il progresso». «Il vero è che progresso, civiltà moderna, igiene, viabilità, non sono che scuse alla mania distruttiva, al desiderio di lucro, all'ignoranza e al cattivo gusto». Non sono invettive di qualcuno inorridito dalle devastazioni ambientali e dagli scempi urbanistici, ormai pratica quotidiana nella berlusconiana Italia dei condoni: sono brani di quaranta, cinquanta anni fa, scelti a caso da L'Italia rovinata dagli italiani, una raccolta di scritti di Leonardo Borgese, dedicati all'ambiente, alla città, al paesaggio, curata da Vittorio Emiliani (Rizzoli, pp. 342, € 19), che tristemente ci dice come la disinvolta pratica italiana di rovinare l'Italia abbia antefatti lontani. Gli articoli, apparsi sul Corriere della Sera tra il `46 e il `70, coprono un periodo estremamente significativo della nostra storia, che muove da un'Italia sconfitta, povera e in macerie, e però già pervasa dalla febbrile euforia della ricostruzione, per giungere al pieno dispiegamento del miracolo economico. Un percorso che segna il passaggio dalla miseria dei più a un benessere via via più diffuso, il prevalere dell'ottimismo su sacrifici squilibri iniquità, l'imporsi del consumo come simbolo e vanto di un nuovo status raggiunto, l'affermarsi della tv come agenzia formativa prioritaria per la gran massa della popolazione, l'onnipresenza della pubblicità. Una sorta di mutazione antropologica che inevitabilmente (Pasolini ne è stato il testimone più intelligente e severo) si colora di una mentalità da «nuovi ricchi» o aspiranti tali, fatalmente sedotti dalla modernità non importa quale, dalle «grandi opere», dal trionfo tecnologico, dal possesso e dall'ostentazione. Una trasformazione che nel suo procedere incontra ben pochi limiti e correzioni da parte degli addetti alla gestione e alla difesa della cultura, in ogni suo territorio e funzione: a partire dai diretti incaricati - governi, amministrazioni locali, sovrintendenze - fino alla gran parte delle più eminenti personalità del sapere.
Leonardo Borgese è una delle poche eccezioni. Uno che (come nota Emiliani, felicemente ricostruendone l'esemplare biografia) sa mettere a pieno frutto il privilegio di essere nato e cresciuto in ambienti della migliore cultura italiana, di cui rigore morale e antifascismo erano stati puntuali contrassegni; che coerentemente, dopo la resistenza e la guerra, accetta una vita difficile, anche materialmente, per difendere con inflessibilità le proprie opinioni, e con occhio infallibile e parola indignata denunciare tutti gli interventi urbanistici o restaurativi che peggiorano anziché migliorare e salvare le bellezze del paese. A cominciare da quelli operati per fini autocelebrativi già in epoca fascista (l'abbattimento di vecchie case popolari del centro di Roma per costruire la «funebre» piazza Augusto Imperatore, lo sventramento di Borgo Pio per fare spazio a Via della Conciliazione che lui chiama la «marcia degli obelischi»), continuando con il pessimo restauro del Caffè Pedrocchi a Padova, la copertura dei Navigli a Milano, la spoliazione sistematica delle Ville vicentine, i parchi sacrificati al cemento del boom edilizio, la «Brianza che tramonta nel cemento», l'illuminazione al neon che «uccide il chiaro di luna» sul Canal Grande...
Voce scomoda e spesso isolata, non risparmia nessuno dei «colpevoli di lesa patria» in una serie di abusi, sopraelevazioni, superfetazioni, demolizioni, sfruttamento intensivo del suolo cittadino, in un crescente caos architettonico e urbanistico, dai più - spesso con l'avallo o addirittura la complicità delle sinistre - contrabbandato per sviluppo. Voce per molti versi anticipatrice e addirittura profetica: nel `59 parla dell'acqua come «bene di tutti»; già all'inizio dei `60 sollecita le amministrazioni a chiudere i centri storici al traffico motorizzato e incentivare il trasporto pubblico. Mentre con insistenza ripete: «Le buone amministrazioni non demoliscono, restaurano»; e sottolinea anche che salvare il patrimonio storico e artistico del paese può risultare proficuo anche per i nostri bilanci; perfino, con grande anticipo, vede e sostiene la necessità di un «comando unico» delle attività e degli organi addetti alla gestione e alla salvaguardia del patrimonio artistico, cosa che accadde parecchi anni dopo la sua morte, per iniziativa del governo Spadolini, con l'istituzione del ministero della cultura, ma senza conseguenze gran che apprezzabili.
Negli anni in cui scriveva Borgese il mercato non era ancora spudoratamente dato come misura di ogni agire, l'ossessione della crescita e del pil non era ancora il leitmotiv della vita, l'economicismo non dominava e inquinava nella misura di oggi, sopraffacendo ogni altro valore. E però già lui con furore dichiarava, che quanto viene chiamato cultura non è che «duro affarismo, avido, cieco, sordo, odioso e presuntuoso utilitarismo, puzzo, veleno, neon, frastuono».
Non si può negare che il panorama attuale della cultura italiana - tra anarchia urbanistica programmata a norma di legge, logiche partitiche e clientelari prevalenti insieme alla più scorante incompetenza nell'amministrazione pubblica del settore, dissesto territoriale consentito, anzi promosso, in favore delle mafie e della speculazione immobiliare - sia tremendamente peggiorato. E però, a ben guardare, le differenze sono soprattutto di scala, legate alla dilatazione produttivistica che per quantità esponenziali sempre più caratterizza oggi ogni attività, anche quelle che da ben altri criteri e finalità dovrebbero essere guidate. I vizi che ne sono la ragione profonda c'erano già tutti nell'Italia di Borgese, e lui era uno dei pochi a dirlo.
Giustizia. Via libera definitivo del Senato alla legge sull'inappellabilita' delle sentenze di proscioglimento
L'Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sull'inappellabilita' delle sentenze di proscioglimento. Adesso il pubblico ministero non potra' ricorrere in appello contro una sentenza di assoluzione. A favore si e' espressa la Cdl, mentre l'opposizione ha votato contro il provvedimento.
"Oggi in Senato è stata scritta una delle pagine più inquietanti di questa XIV legislatura". Lo dichiara il vicepresidente dei senatori della Margherita, sen. Roberto Manzione. "Nel silenzio della maggioranza [nessuno dei senatori di Fi, An, Udc e Lega ha preso la parola sui circa 150 emendamenti votati], è passata una riforma truffa che altera la parità fra accusa e difesa, limita l'obbligatorietà dell'azione penale, indebolisce la funzione e la tutela delle parti civili e determina effetti devastanti sulla durata dei processi stravolgendo il ruolo e la funzione della Corte di Cassazione. Anche la rete dei Presidenti delle Supreme Corti dell'Unione Europea, con voto unanime, ha inutilmente lanciato un appello al Parlamento ed al Governo Italiano. Con l'articolo 9, infine, si prevede che la legge truffa produca immediatamente i suoi effetti rispetto ai processi in corso che toccano direttamente il Presidente del Consiglio ed i suoi soci. Ecco perché, intervenendo in aula, ho detto che 'quando il padrone ordina, i servi obbediscono, in silenzio'."
Di segno completamente opposto il parere di Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia e relatrice alla Camera della legge sull'inappellabilita' delle sentenze: "L'approvazione al Senato della legge sull'inappellabilita' delle sentenze di proscioglimento in primo grado segna un nuovo passo avanti verso una giustizia piu' giusta".
Isabella Bertolini, sottolinea che si tratta di "una legge sacrosanta che tutela i diritti di tutti gli italiani, e garantisce ai cittadini gia' giudicati innocenti in primo grado,
Va bene, può darsi che oggi tra destra e sinistra non ci siano differenze sul piano morale e che parlare di una superiorità etica della sinistra sia una operazione ipocrita e truffaldina. Ma è certamente sbagliato (come ha fatto il mio vecchio compagno Marco Boato) proiettare a ritroso nel tempo
Nel combattere l'ipocrisia degli uomini dei partiti, Craxi chiese a ognuno non di essere se stesso ma di attingere senza riserve alle proprie doti di spregiudicatezza e di cinismo. Il suo esempio dal «palazzo» si allargò in tanti cerchi concentrici verso il paese, coinvolgendo non solo «nani e ballerine», ma pezzi significativi del mondo delle comunicazioni di massa e segmenti decisivi dell'e stablishement imprenditoriale. A spezzare questa deriva ci provò il «secondo» Berlinguer, quello della «svolta di Salerno» del 1980, della denuncia implacabile della corruzione della vita politica e dell'affermazione orgogliosa della diversità comunista. Sembrava una battaglia di retroguardia e fu invece, con tutto quello che successe con Tangentopoli, una scelta strategica consapevole: il suo estremismo moralistico fu direttamente proporzionale ai rischi che correva, insieme al Pci, l'intero patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. A suo tempo Asor Rosa ha opportunamente ricordato quale fu il ruolo di Craxi non solo nel Psi ma direttamente dentro il Pci, le pulsioni che attraversarono un mondo comunista incerto e ansioso di «soccorrere il vincitore», l'attrazione fatale esercitata dalla prospettiva di inserirsi «senza condizioni» in un pentapartito visto come «partito unico policefalo moderato»; e allora è legittimo chiedersi oggi «cosa sarebbe accaduto in quelle condizioni all'organizzazione comunista, se non si fosse preoccupata di salvaguardare il più possibile il proprio radicamento», se Berlinguer non si fosse strenuamente impegnato a «preservare sotto il fuoco concentrico di più avversari, le ragioni profonde e ineliminabili dell'identità del suo partito». Oggi possiamo dirlo: per salvare il Pci dalla deriva che travolse tutti i partiti della prima repubblica non bastava un tasso «normale» di moralità; c'era bisogno proprio della gobettiana «aridità» di Berlinguer, della sua intransigenza radicale ed estrema. Il sussulto di commozione che ne accompagnò la morte appare così molto lontano dai limiti riduttivi in cui lo ha definito una semplice «ondata emotiva».
Archiviato Berlinguer, quelle tentazioni sono riaffiorate prepotentemente. L'ansia di diventare «normali», di accantonare una diversità che rende «antipatici» è diventata quasi un'ossessione. Alla fine degli Ottanta, «Arricchitevi!», fu il ritornello ossessivo di un libro di Giuliano Ferrara rivolto ai suoi vecchi compagni di partito; da allora, con l'astuzia di chi conosce bene e dal di dentro le cose di cui parla, Ferrara non ha mai smesso di martellarli su questo punto: invitandoli a rompere con quell'universo segnato dal tedio di riunioni lunghissime in sezioni affumicate e arredate con mobili di fortuna, dal dignitoso squallore di interni domestici spartani, dalle inconfessate ambizioni personali annegate nella totalizzante dimensione del «partito di massa», Ferrara sapeva di intercettare umori reali, pulsioni che lui stesso aveva attraversato prima di offrirsi come un esempio da seguire: accettare la ricchezza e la spregiudicatezza, senza vergognarsene e senza ipocrisie cattocomuniste; così, da anni li aspetta fiducioso e compiaciuto, sicuro del fatto suo. Può darsi che stiano per raggiungerlo, per approdare alle rive da lui indicate da più di dieci anni. Può darsi che, come ha scritto efficacemente Luca Ricolfi sulla Stampa, quando si tratta di scegliere un primario, un assessore, un professore universitario, un giornalista Rai, un candidato al Parlamento oggi non ci sia nessuna differenza tra destra e sinistra.
Ma attenzione: nell'autorappresentazione identitaria della sinistra questa superiorità morale rimane, tenacemente rimane. E se fossi un politico del centro sinistra non la sottovaluterei. E' un luogo comune molto datato quello per cui le elezioni si vincono strappando i voti allo schieramento avversario. Oggi, con la sfiducia generalizzata che ha investito la politica e con percentuali elettorali che calano vistosamente a ogni elezione, vince chi porterà a votare tutti, ma proprio tutti i suoi elettori tradizionali. E in questo senso, la dimensione identitaria in cui è radicata la «superiorità morale» più che un'anomalia da rimuovere resta una preziosa risorsa a cui attingere.
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
Fonte
http://www.ilbolerodiravel.org/kattivi_maestri/q_morale.htm
Quando, tre anni fa, Carlo Desideri mi parlò del suo progetto di approfondire la questione del National Trust e del Conservatoire du littoral come antidoto al dilagare del massacro dei luoghi più belli del nostro Paese, confesso, ora, che la cosa mi lasciò alquanto perplesso. Eravamo nel pieno dispiegarsi delle politiche del centro-destra, impostate, com’è noto, sul laisser faire. Ma non è che da sinistra si vedessero segnali molto diversi: nessuno degli uomini politici più in vista si stracciava le vesti per tutelare l’ambiente e il paesaggio.
Carlo e Emma Imparato mi hanno poi, a più riprese, tenuto informato degli sviluppi della ricerca, di cui ho potuto leggere con grande piacere i manoscritti. E, nel frattempo, qualcosa cambiava. Soprattutto in Sardegna. Renato Soru, praticamente appena insediato, emanò un decreto che bloccava l’edificazione sull’isola fino alla redazione di un nuovo Piano paesistico. E, contemporaneamente, deliberava la costituzione di una Conservatoria delle coste, quale struttura organizzativa della Regione.
Il progetto di Piano paesistico della Sardegna è stato appena adottato e la Conservatoria sta facendo i primi passi, affidata alle cure di Giovanni Carta.
Il lavoro di Carlo Desideri e Emma Imparato, sviluppato anche grazie al sostegno di Carlo Alberto Graziani, che firma un’ampia presentazione del volume, finisce così per diventare di stringente attualità. Addirittura uno strumento di lavoro per quelle giunte regionali (speriamo non solo di centro-sinistra), che volessero intraprendere la strada di agevolare iniziative di tutela, al riparo da ogni rischio di degrado.
Perché, l’intuizione felicissima della ricerca di Desideri e Imparato, è quella di mettere l’accento sul fatto che ci sono due strade possibili per creare un patrimonio inalienabile di aree protette: quella inglese, basata sulla cessione volontaria e comunque a gestione privatistica, e quella francese, basata sull’acquisizione pubblica e a gestione pubblica (degli enti locali) o eventualmente privata.
Gestione rimane la parola chiave: non si tratta di patrimoni in cui governa la natura naturans. Al contrario, parliamo di interi sistemi paesaggistici che coniugano tutela e produttività, che conciliano la massima qualità ambientale con la presenza antropica idonea a garantirne la salvaguardia e il godimento. E, soprattutto nel caso inglese, a praticare attività agricole compatibili e redditive, turismo e benessere.
Le indicazioni per il caso italiano sono molteplici: nel nostro Paese esistono patrimoni pubblici di aree che si sono dimostrati validi ai fini della tutela (pensiamo al demanio militare), e forme pubbliche o pubblicistiche o collettive che invece hanno poco garantito sul terreno della tutela. O perché erroneamente (o colpevolmente) ritenute superate (è il caso delle varie forme di uso civico), o perché mal gestite (pensiamo al demanio marittimo). E, comunque, la questione dei demani va riordinata e resa gestibile: ma non certo alla maniera di Tremonti, che è riuscito a inserire nella finanziaria, senza particolari resistenze, una sciagurata disposizione sulle concessioni relative al demanio costiero.
Il libro di Desideri e Imparato andrebbe diffuso soprattutto in vista della prossima campagna elettorale. Questo lavoro indica una direzione chiara e praticabile, anche in forma comparata, per un riordino di tutta la materia delle proprietà pubbliche o d’interesse collettivo, con una particolare attenzione alle forme di gestione. Senza trascurare di rileggere criticamente l’esperienza dei Parchi naturali, certamente importante ma che non può soddisfare. L’esame deve essere laico: dobbiamo rivedere anche criticamente l’insieme degli strumenti di pianificazione territoriale. Dobbiamo dare spessore e continuità a quella fase, che ormai data un ventennio, nella quale fiorirono diversi strumenti di piano, tutti concorrenti ma o poco praticati o comunque inefficaci: piani paesistici (1985), piani di bacino (1989), piani territoriali provinciali (1990), piani per le aree protette (1991). Deve nascere una nuova stagione che ponga al centro il paesaggio e l’ambiente. Riapriamolo davvero questo capitolo, senza più dimenticare che non basta fare delle buone riforme senza garantire contemporaneamente forme di gestione idonee e un sistema conseguente di controllo dell’efficacia delle leggi.
Alla Conferenza Programmatica dei DS, che si è svolta a Firenze dallì1 al 3 dicembre 2005, è stato presentato tra gli altri un documento sulle politiche abitative, redatto da Luisa Calimani, Francesco indovina, Piergiorgio Bellagamba e altri, firmato da un gruppo di esperti di diversa estrazione. Nell'attenzione riservata a questo documento (che, per la sua ampiezza inseriamo in formato ridotto senza tabelle; il file integrale è scaricabile cliccando in calce ai nomi dei firmatari) i presentatori hanno individuato un segno positivo di attenzione per i problemi sollevati. Speriamo.
DEMOCRATICI DI SINISTRA, DIREZIONE NAZIONALE, Dipartimento Imprese e Infrastrutture, UNA NUOVA POLITICA DELLA CASA. Fra mercato e diritti urbani, dicembre 2005
Premessa
La questione delle abitazioni è un problema strutturale nell'organizzazione della città e nella pianificazione del territorio, rappresenta un costo significativo nei bilanci delle famiglie, collabora a sostenere l'economia e l'occupazione del Paese attraverso il settore delle costruzioni l'unico in crescita negli ultimi anni.La casa è fondamentalmente un problema urbano che si amplifica con la dimensione della città e si acutizza con l'espansione e il degrado delle periferie, colpisce le fasce a basso reddito e determina la condizione di povertà di molte famiglie.
Politiche abitative e politiche urbane
Pur essendo profondamente mutati negli ultimi 10 anni la situazione socio economica e il quadro legislativo di riferimento, non è corrisposto nella politica delle abitazioni un conseguente aggiornamento delle proposte. L'emergenza abitativa, ormai cronica, è stata curata con rimedi (come dimostrano i risultati) assolutamente inefficaci.
La loro riproposizione oggi è ancor più di allora incongruente e incapace di rispondere alle esigenze di soggetti vecchi e nuovi che vivono situazioni di forte disagio e precarietà. E quando alla precarietà del posto di lavoro si aggiunge quella della casa, le condizioni di vita diventano insopportabili.
Ed è proprio l'insicurezza che ha fatto compiere a molte famiglie la "scelta obbligata" dell'acquisto, inducendo a pesanti sacrifici e a un indirizzo a senso unico del risparmio delle famiglie e degli investimenti.
E’ anche una scelta di politica economica. Azioni di promozione ( es. contributi a diverso titolo elargiti, direttamente alle imprese o attraverso buoni casa individuali) possono favorire una scelta sul risparmio degli italiani che si concentri, come è finora avvenuto, prevalentemente nell'acquisto della casa. che condiziona soprattutto le giovani coppie per i prossimi 10 - 20 anni, ma comprime altri consumi; situazione che si aggraverà pesantemente con il previsto aumento dei tassi d’interesse.
La ragione prevalente che spinge la famiglia italiana a indebitarsi presso le banche o le società finanziarie resta l’acquisto e la ristrutturazione di immobili” scrive la Banca d’Italia e le erogazioni per l’acquisto hanno raggiunto la cifra di 55.278 milioni di € nel 2003, per la contrazione di mutui per lo più quindicennali.
Questo fenomeno è tipicamente italiano, perché l’Europa ha un rapporto fra abitazioni in affitto e in proprietà molto più equilibrato. Solo Spagna e Irlanda hanno una percentuale più bassa, negli altri Paesi europei la % di alloggi in affitto è in media il doppio dell’Italia.
Per formulare proposte credibili ed efficaci è necessario saper interpretare i mutamenti, sia riguardo le competenze istituzionali discendenti dal titolo V della Costituzione, sia in merito alla situazione del mercato immobiliare, dei tassi d'interesse, dell'evoluzione della struttura della società urbana, della composizione dei nuclei della familiari, degli strumenti urbanistici nelle strategie della pianificazione.
La questione, mai seriamente affrontata dello sviluppo integrato delle politiche urbane, ha come apice la mancata relazione fra trasporti, infrastrutture a rete e insediamenti urbani, fra residenza, localizzazione dei servizi e posti di lavoro . L’emarginazione localizzativa di quartieri monofunzionali nasce infatti non tanto dalla distanza fisica ai luoghi, quanto dal tempo e dal costo necessario per raggiungerli.
E la costruzione di abitazioni senza servizi ha amplificato queste distanze, appesantito il traffico, aumentato la domanda di mobilità soprattutto nelle aree rarefatte ovvero a scarsa densità edilizia, condannando così all’esclusione i quartieri non serviti da mezzi di trasporto pubblico.
Poiché la presenza di collegamenti urbani efficienti aumenta la rendita, in altri paesi l’impresa costruisce agglomerati di case (che i giapponesi chiamano i quartieri della notte) e a proprie spese, i treni per collegarle ai sevizi e ai luoghi di lavoro. Non è un buon esempio di funzioni integrate nella città, ma in Italia non solo non vi è un mix funzionale in molte parti del territorio anche densamente popolate, ma sono a carico del pubblico le strutture di collegamento e a “carico” del privato i benefici economici del costruire.
La città diffusa, che offre bassi costi dei terreni e quindi delle abitazioni, comporta in cambio maggiori costi collettivi dei servizi a rete.
Un efficace e dominante impegno verso il trasporto su ferro, armatura urbana e territoriale attorno alla quale indirizzare le politiche insediative sarebbe una strategia di “alta qualità” e potenzialità straordinarie sotto l’aspetto ecologico, funzionale, di riduzione della dispersione urbana.
L’integrazione urbana, attraverso l’accessibilità di tutte le parti della città e la permeabilità sociale, oggi preclusa dai differenti costi delle zone urbane che costruiscono ghetti insicuri (per i quartieri periferici ma anche per l’intera città perchè l’insicurezza non ha recinti), si attua soprattutto attraverso il risanamento delle periferie e dei complessi di edilizia residenziale pubblica. E' noto che il degrado sociale e i processi di emarginazione ed esclusione si sviluppano più facilmente in situazioni didegrado urbano. L'ostilità dell'ambiente fisico della città si riproduce spesso nei comportamenti; risanare le periferie significa dare qualità agli spazi urbani, salubrità e bellezza agli edifici, dignità alle persone, scoraggiare comportamenti illeciti, significa mettere in relazione modelli urbani e modelli di vita.
Far parte dell'Europa significa anche offrire una condizione abitativa che renda tutti i cittadini più uguali. La riduzione del "costo casa", la cui incidenza sullo stipendio è in continua crescita, è uno strumento fra i più efficaci per far uscire molte famiglie dalla soglia di povertà. Ma non solo i più poveri sono afflitti dal problema lo sono anche i "ceti medi" sui quali questo costo pesa sproporzionatamente e cresce arbitrariamente.
L’alloggio sociale diventa una risposta indifferibile, in quanto il divario fra domanda e offerta è così alto da non poter essere risolto dal mercato. Questa è una funzione che deve assolvere l’Ente Pubblico. Possono e debbono essere attivate forme di “convergenza”, contributi, strumenti, collaborazione fra pubblico e privato, ma quando l’affitto supera la pensione percepita, la responsabilità di una soluzione spetta all’Ente pubblico e questo vale anche per quel 50% di famiglie in affitto (oltre un milione) che stanno sotto la soglia di povertà.
A queste famiglie il “pubblico” deve dare una soluzione pronta ed immediata, mentre oggi risponde solo con il 7,8% alle domande di alloggio presentate. L’Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per quantità di alloggi sociali: circa un milione, che rappresenta il 20% del totale di alloggi in locazione; percentuale che si abbassa vertiginosamente se confrontata con lo stock complessivo di abitazioni.
L’invecchiamento della popolazione, in progressivo aumento, superiore a tutti i Paesi europei è una altro fattore che concorre a determinare l’esigenza di una politica sociale per la casa, oggi completamente assente
Nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica in Italia, vi sono elementi di distorsione che diminuiscono l’efficacia della sua funzione, e sono ancor più pesanti data la scarsa offerta, indebolita da una vendita poco remunerativa e dalla presenza di alloggi occupati abusivamente (2% al nord e centro, 15% al sud), a cui si aggiunge un sottoutilizzo del patrimonio dovuto ad inagibilità e a scarsa mobilità degli inquilini.
Questi elementi, anziché essere corretti e “governati”, diventano un pretesto per negare la necessità dell’edilizia sociale.
Si evince come i valori catastali ai quali è venduta l’edilizia pubblica siano distanti dai valori di mercato, quindi l’acquisto di un nuovo alloggio pubblico equivale alla vendita dai tre ai cinque alloggi ERP costruiti con i soldi dei lavoratori dipendenti ricavati dalle trattenute ex Gescal. A questo si aggiungono vendite eseguite per l’importo di 1000 € conseguenti a provvedimenti regionali
Non sempre ciò che viene costruito corrisponde a ciò che effettivamente serve.
Questo divario è oggi profondo perché la ragione del costruire non sta nel dare risposte alla domanda di abitazioni, bensì nell'interesse ad investire nel solito "bene rifugio" il mattone (o il calcestruzzo) che ha un tasso di redditività più alto e/o più sicuro di altre forme di investimento.
La casa e il mercato immobiliare
L’aumento del valore del patrimonio immobiliare supera la crescita del reddito.
E’ una tendenza provocata dal crollo delle borse che, ad eccezione del Giappone, ha subito un processo di accelerazione in tutto il mondo
Il trionfo della rendita cui stiamo assistendo è parte di quel meccanismo ormai da tempo in atto che vede ridursi progressivamente la quota di reddito destinata al lavoro produttivo mentre aumenta la quota del reddito destinata alla remunerazione del capitale.
In Italia, dove il reddito nazionale cresce di meno, il fenomeno è più evidente; i profitti non sono investiti per aumentare la capacità produttiva, l’aggiornamento tecnologico, la ricerca, bensì nell’acquisto di beni immobiliari.
La speculazione edilizia è diventata il mezzo di arricchimento più remunerativo, se si escludono le attività illecite di cui peraltro il settore immobiliare è il privilegiato riciclatore dei profitti. L’intensa attività di acquisizione di immobili soprattutto nei centri urbani è anche opera di stranieri, asiatici e cinesi in particolare, interessati ad impegnativi complessi immobiliari per i quali offrono vantaggiose condizioni di acquisto.
E' un tema sul quale non solo la Magistratura dovrebbe riflettere ma anche la Politica, per trovare strumenti efficaci di controllo su movimenti e transazioni finanziarie che passano attraverso la compravendita di immobili.
La presenza nelle grandi banche, la scalata al Corriere della Sera, dimostrano come le grosse concentrazioni di imprese immobiliari usino iloro capitali. Non quindi nell'abbassare i prezzi di vendita, non in riqualificazione urbana, non in tecnologie più moderne, ecologiche e a maggior risparmio energetico, ma in operazioni bancarie e in quella che viene definita la finanziarizzazione dell’impresa.
Le trasformazioni urbane
I profitti provengono soprattutto da due importanti operazioni di trasformazione. Quella relativa alla modifica di destinazione d'uso di terreni ai quali viene attribuita una capacità edificatoria che ne incrementa fortemente il valore attraverso una nuova destinazione di Piano (è la rendita che investe terreni agricoli e destinati a servizi pubblici). E quella relativa alla trasformazione di parti già edificate dei centri urbani.
Le trasformazioni edilizie e di destinazione d'uso degli immobili, riguardano il tessuto dell'intera città in maniera diffusa, ma quelle più consistenti, per le quali si utilizzano strumenti urbanistici complessi, interessano aree degradate dove insistono soprattutto attività produttive dismesse. In particolare aree portuali, caserme, scali ferroviari che col tempo sono diventati luoghi centrali, appetibili ai grandi operatori che realizzano interventi di trasformazione che condizionano il futuro di una città, spesso senza un quadro di riferimento complessivo.
Anche i profitti sono consistenti, e gli utili nel settore sono anche quest'anno in crescita insieme al volume d'affari.
Mai una congiuntura è stata così favorevole al recupero di un fabbisogno pregresso anche di edilizia residenziale, sia per alloggi in affitto a canone sociale e convenzionato, sia per la cessione al Comune di alloggi e terreni da destinare all'ERP. Questo "contributo" può essere sostenuto dall'operatore perché è assorbito dai profitti determinati non dal guadagno d'impresa ma dalla rendita prodotta da scelte urbanistiche compiute dall'Amministrazione Comunale.
Le proposte politico-programmatiche debbono quindi tener conto di questo nuovo quadro, comune a quasi tutti i Paesi del mondo.
In Italia:
- la bolla immobiliare cresce nonostante alcune previsioni diverse,
- sono esauriti i fondi ex Gescal, lo Stato ha diminuito le risorse destinate alla casa e i tagli delle Finanziarie agli Enti Locali riducono l'esigua percentuale che Regioni e Comuni destinano a questo settore
- le condizioni del mercato sono peggiorate per gli utenti, migliorate per le imprese/ immobiliari,
- il titolo di godimento delle abitazioni è concentrato al 72% sulla proprietà, 1/5 della popolazione vive in affitto, il 9% ad altro titolo.
- l'utenza è molto diversificata ,per età, etnie, composizione del nucleo familiare, collocazione geografica, reddito
- la popolazione anziana è in progressivo aumento e il costo dell’alloggio, lo sfratto, il trasferimento, la colpisce in modo traumatico
Una situazione così complessa e diversificata richiede risposte articolate, mentre le proposte tendono spesso a riprodurre vecchi schemi.
Dieci anni fa i contributi regionali e statali per l'acquisto della prima casa servivano ad abbattere i tassi d'interesse portandoli ai livelli che già oggi le banche praticano normalmente.
Lo stesso contributo al pagamento del canone di locazione cade in un pozzo senza fondo e contribuisce a sostenere la rendita, perché l'incremento del valore degli immobili ha avuto come conseguente esigenza di remunerazione del capitale investito, un consistente aumento degli affitti.
Le risorse esistenti
Il patrimonio edilizio esistente eccede del cento per cento il rapporto ritenuto ottimale di un abitante/vano. Il numero di alloggi costruiti nell’ultimo decennio è doppio rispetto all’incremento dei nuclei familiari. Eppure nonostante questo non diminuisce la spinta alla nuova edificazione.
L’incremento totale delle abitazioni dal 1971 al 2001 è stato del 56% ma l’incremento delle abitazioni non occupate ha raggiunto nello stesso periodo il 164%
Per arginarla nasce la domanda/proposta di un migliore utilizzo del patrimonio edilizio esistente dove già ora si concentra la maggior parte delle domande di concessioni e autorizzazioni edilizie e l’attività delle piccole imprese di costruzione.
Ed è su, recupero, restauro, risanamentodel patrimonio edilizio, che si dovrebbe applicare un vantaggio fiscale sistematico e consistente, perché produce un risparmio collettivo in termini di consumo di suolo e di nuove infrastrutture, con conseguenze sulla permeabilità dei terreni e sui dissesti idrogeologici.
Il vantaggio fiscale dovrebbe accentuarsi se i miglioramenti apportati dagli interventi sono rivolti alla qualità ambientale dell’immobile e del quartiere.
La normativa dei Piani privilegia, e a volte esaurisce in queste categorie, gli interventi ammessi nei centri storici e nella città consolidata.
Ma l’intervento all’interno dei perimetri dei centri edificati, dove la rendita è più elevata e il terreno si paga, non a metro quadro, ma a metro cubo edificabile, comprende anche la “ristrutturazione urbanistica”, categoria auspicata da molti, urbanisti, imprenditori, frequentemente usata in altri Paesi.
Ma in Italia l’elevato frazionamento della proprietà immobiliare la rende difficile. Per realizzare ristrutturazioni urbanistiche in zone residenziali, che costituiscono la parte prevalente dell’edificato, è necessario il verificarsi di una delle due seguenti condizioni. O l’intervento riguarda immobili di proprietà pubblica (con costi sociali per il trasferimento degli abitanti), o l’aumento di cubatura è tale da rendere economicamente appetibile l’intervento. Ma nella città costruita un forte incremento degli indici di edificabilità provoca spesso l’occupazione dei pochi spazi liberi rimasti in aree già prive di servizi e l’appesantimento del traffico nelle arterie urbane già sature, causato dal maggior numero di abitanti insediabili-insediati.
E’ per questo che in Italia, le trasformazioni di aree residenziali già edificate, è tema di convegni più che di realizzazioni. Lo stesso operatore privato non è sempre disposto ad un’esposizione finanziaria a lungo termine che non risulta garantita, sia per la complessità delle procedure, che per la difficoltà politica dovuta ad un esito non scontato nel consenso dei cittadini che non sempre vedono nell’intervento grandi vantaggi per la collettività in termini di qualità urbana, servizi aggiuntivi, soprattutto spazi verdi.
Si pone quindi in modo pressante la domanda non generica e demagogica del “dove”.
Dove ricavare aree e immobili da destinare all’edilizia abitativa a prezzi accessibili.
Come la Pubblica Amministrazione può assicurare ai cittadini tutti, un bene non voluttuario come la casa.
Quali strumenti oggi consentono di affrontare il problema con sistematicità ed efficacia.
La rendita
Il costo delle aree incide sul metro quadro venduto in misura proporzionale alla vicinanza al centro, ma in media corrisponde a metà del costo finale dell'immobile. Quindi abbattere il costo dell'area (ad esempio nei comparti attraverso la cessione gratuita al Comune) permette di dimezzare il "costo casa" sia nell'affitto che nella vendita, sia per l'edilizia pubblica che privata convenzionata.
La bolla immobiliare (senza precedenti) è servita, almeno si spera, per togliere l’illusione, a chi ancora l’avesse, che basta costruire più case per risolvere il problema.
Il permanere del divario fra domanda e offerta ha evidenziato il fallimento della teoria che in un regime di libero mercato l’autoregolazione si matura con la produzione di una quantità del bene emesso che ne condizionerà il prezzo. Oggi siamo di fronte all’aumento del numero di case e al contestuale incremento vertiginoso dei prezzi, peraltro in presenza di una certa stabilità della popolazione e del numero di nuclei familiari.
Questa premessa si rende necessaria per inquadrare il “problema casa” in un ambito di riferimento generale che se non giustamente interpretato conduce a luoghi comuni e “cure” inefficaci, come dimostra la condizione cronica dell’emergenza abitativa.
A chi si deve rivolgere la programmazione e il sostegno pubblico se già il privato offre ai cittadini “abbienti” quanto serve per soddisfare ogni tipo di fabbisogno abitativo?
La complessità del problema è tale da richiedere soluzioni diverse per i vari segmenti della domanda in rapporto alla sua articolazione per fasce d’età, di reddito, composizione del nucleo familiare, dimensione urbana.
Anche il problema immigrazione va affrontato sapendo che ha una sua specificità che somma disagio a disagio.
I bassi tassi d’interesse che hanno reso l’affitto paragonabile al mutuo da contrarre hanno già espanso quanto possibile la proprietà dell’alloggio.
Il 72% di case in proprietà è una soglia che presumibilmente non subirà sostanziali variazioni. Una categoria residuale (rispetto a quella che non accede alla proprietà per ragioni economiche) ritiene comunque inopportuno rendere stabile la propria dimora. Perché ciò irrigidiscefortemente la possibilità di adeguamento alle mutevoli composizioni del nucleo familiare e costituisce un forte freno alla mobilità del posto di lavoro.
Ma la gran parte di quel 20% di famiglie che non ha la proprietà dell’alloggio, per lo più non solo non è in grado di risparmiare ma a volte neppure di pagare un affitto.
Il numero di sfratti per morosità aumentato in questi anni, dimostra che molte famiglie pur di avere un tetto firmano un contratto di locazione che poi non saranno in grado di rispettare.
Condizioni economiche precarie anche temporanee (malattie, perdita del posto di lavoro, allontanamento di un parente portatore di reddito..) rendono necessario l’intervento immediato che non sempre i Comuni riescono a fare, come dimostra l’esecuzione coatta degli sfratti da parte della forza pubblica.
Va quindi costruito un sostegno non effimero ai Comuni affinché possano far fronte a queste emergenze. Sono gli enti locali più vicini ai cittadini (sindaci e assessori alla casa) che affrontano quotidianamente, spesso con senso di impotenza, l'assurdo e doloroso problema abitativo.
Sapervi rispondere è segno di civiltà, contraddistingue una società moderna e solidale, caratterizza una politica di centro-sinistra.
Le proposte
E' certo una questione di risorse, ma non solo economiche.
Queste ultime servono nel primo periodo di Governo per far fronte alle situazioni più gravi in cui versano le famiglie a basso reddito, dando loro un sostegno per il pagamento del canone e delle utenze (in particolare il riscaldamento per anziani e bambini) onde evitare lo sfratto per morosità.
Ma si tratta di provvedimenti congiunturali, che non solo non risolvono il problema in modo strutturale, ma non lo avviano neppure verso una prospettiva di soluzione . Per questa è necessario mettere in moto meccanismi che diano continuità temporale agli interventi, attraverso progetti mirati, flussi finanziari programmati che permettano a cooperative e imprese di attivare sistemi di produzione ecologicamente e tecnologicamente avanzati, assicurino una dotazione di aree pubbliche ai Comuni senza la quale, affermava Giovanni Astengo, nessuna seria politica nella città e nel territorio può avere successo. Esperienze di cessione gratuita di alloggi e di aree da destinare all’edilizia sociale negli interventi di trasformazione urbana, sono gia una pratica di alcuni Comuni.
Sembra essersi persa la speranza che tutti i cittadini di questo Paese, indipendentemente dalla razza e dal reddito, possano godere di una condizione abitativa "normale", senza l'incubo di uno sfratto, senza il sovraffollamento degli studenti e degli immigrati, senza paura. Paura di non riuscire a pagare l'affitto o il mutuo perchè troppo alti rispetto al reddito, paura di essere aggrediti dentro e fuori la propria abitazione (le banlieue francesi non sono poi così lontane).
Forse alla radice dell'incapacità di risolvere il problema c'è la mancata convinzione che la casa è un diritto fondamentale di tutti.
Nessuno (o quasi) metterebbe in discussione che la sanità l'istruzione la previdenza siano diritti che vanno assicurati indipendentemente dalla capacità reddituale. Garantirli a tutti è segno di civiltà di un Paese, dà la misura del buon amministrare la politica e la cosa pubblica.
Questo vale anche per la casa, di cui l’edilizia sociale è l’anello debole che per rientrare in un possibile circuito deve essere inserita fra gli standard urbanistici.
E' a partire da questo presupposto che va impostata una nuova politica abitativa.
E' una filosofia solo apparentemente ovvia, ma in realtà coraggiosa perché propone il superamento delle politiche assistenziali, dei rimedi all'emergenza, della estemporaneità e frammentazione degli interventi.
E' in sostanza il considerare le politiche abitativenon più residuali, maparte delle politiche urbane, dei processi di trasformazione che non ghettizzino per fasce di reddito gli utenti della città ma attraverso l'integrazione di ceti sociali, culture, funzioni, costruiscano una città moderna e solidale.
PROGETTO PER L’ABITAZIONE E L‘ABITARE
L’impegno del nuovo governo sarà finalizzato a migliorare la condizione abitativa e dell’abitare nelle nuove condizioni della città, che non è più soltanto la città concentrata ma anche la città territorio, o, come viene chiamata, l’arcipelago metropolitano.
La nuova condizione urbana non ha, tuttavia, modificato la questione dell’abitazione per una frazione non modesta della popolazione, che al contrario è stata aggravata dalle politiche liberiste, dalla vendita del patrimonio pubblico e dai nuovi stili di vita e di lavoro. Alle tradizionali problematiche delle famiglie a basso reddito, sia sono infatti sommate quelle relative agli immigrati, la crescita della popolazione anziana, la crescita degli studenti fuori sedi e le forme di lavoro precario che richiedono, molto spesso, il trasferimento temporaneo in città diverse da quelle di residenza. Per altro la “fuga” dalla città di molte famiglie, che ha determinato la urbanizzazione diffusa, nella maggior parte dettata dall’insostenibile costo economico della città se ha, forse, permesso di realizzare condizioni migliori per la casa, ha aggravato l’abitare (aumento della mobilità, carenza di servizi ecc.).
Si tratta di attivare una politica di riqualificazione bisognosa di notevoli risorse che non potranno non essere reperite che attraverso una politica fiscale progressiva, con specifico riferimento al settore immobiliare la cui attuale franchigia fiscale ha permesso la creazione di cospicui patrimoni fonte di spericolate e oscure manovre economiche e politiche.
Per affrontare questa situazione appare indispensabile un programma che utilizzi una ricca tastiera di strumenti e che si basi su interventi di emergenza, temporanei e strutturali del sistema di costruzione e di gestione delle trasformazioni urbane e territoriali.
Emergenza: si intende far riferimento a interventi immediati in grado di affrontare le condizioni più critiche. Tra questi si indicano:
- sostegno alle famiglie più bisognose per le quali l’affitto pesa sul reddito familiare in modo insopportabile e alle quali non si è in grado di offrire un alloggio pubblico;
- contributo ai soggetti economicamente deboli, per il pagamento delle utenze in particolare di riscaldamento,
- disponibilità immediata di fondi destinati ad alloggi per far fronte agli fratti esecutivi;
- politiche finalizzate a realizzare il diritto alla casa per gli immigrati. Si tratta di una questione dai molteplici aspetti; civile, sociale, sicurezza, ecc. Questi interventi potranno essere attivati anche nella forma dell’autoprogettazione e autocostruzione;
- recupero dell'evasione fiscale derivante dalla mancata registrazione dei contratti locativi (16% dei casi, 550 milioni di euro) che con il recupero dell'ICI conseguente alla gestione integrata delle funzioni catastali con ordinarie funzioni comunali (proposta ANCI) porterebbe ad un miliardo di euro da destinare alla casa; divieto di esecuzione degli sfratti in assenza di registrazione del contratto
Temporanei: intendendo provvedimenti limitati nel tempo, programmati e in grado di produrre effetti di lungo periodo.
- politiche finalizzate alla realizzazione di residente studentesche, la cui presenza in molte città è elemento di forte distorsione del mercato, fonte di speculazione e di rarefazione dell’offerta di locazione stabile;
- politiche per la realizzazione di residenze per anziani, sia nella forma autonoma sia in quella di case di assistenza (in collegamento con le politiche di WS); che possono dar luogo ad aumenti dell’offerta abitativa e che possono permettere l’acquisizione al patrimonio pubblico di una quota di questo patrimonio nella forma del “vitalizio di assistenza”;
- Interventi di risanamento dei complessi di edilizia residenziale pubblica, attraverso ristrutturazioni urbanistiche, edilizie e di manutenzione permanente e programmata;
- un programma pluriennale di investimenti pubblici per l’edilizia sociale che preveda risorse economiche certe e programmate con la partecipazione finanziaria di Stato, Regioni e Comuni;
- programma pluriennale, con la partecipazione finanziaria di Stato, Regioni e Comuni, per la riqualificazione urbanistica e la dotazione di servizi generali e per la mobilità, delle periferie e dei territori di urbanizzazione diffusa, attraverso progetti integrati non solo nei soggetti ma negli oggetti e negli ambiti in cui ricadono le opere necessarie, conseguenti alla trasformazione.
Strutturali: intesi come provvedimenti stabili e permanenti in grado di evitare, per quanto possibile, l’insorgere di emergenze:
- ogni trasformazione territoriale e ogni ristrutturazione urbanistica dovrà comprendere, gli standard urbanistici fissati in misura minima a livello nazionale e incrementabili da Regioni e Comuni, sulla base delle esigenze locali, fino al 100%. Agli standard tradizionali sarà aggiunto lo standard di “edilizia sociale” commisurato al 20 % del volume edificato/edificabile (sia di residenza che di altre funzioni); nelle trasformazioni urbane sarà fissata la quota di aree da cedere gratuitamente al comune per l’edilizia sociale
- detassazione dei trasferimenti immobiliari nei comparti, estensibile ad altre situazioni (miglior utilizzo del patrimonio edilizio esistente, necessità di vendita determinate dalla mobilità del posto di lavoro, condizioni di rischio ambientale, acquisto della prima casa)
- agevolazioni fiscali concesse per il risanamento di edifici, risparmio energetico, architettura ecocompatibile, per la costruzione di alloggi in affitto a canone sociale e concordato (L. 431), l’edilizia pubblica e per la costruzione di alloggi a riscatto che favoriscono le giovani coppie sottraendole, in un periodo di instabilità economica, all’impegno di un pesante indebitamento a lungo termine che può diventare insostenibile con l’aumento dei tassi di interesse dei mutui
Un impegno europeo dell’Italia affinché la casa sia inserita fra i diritti fondamentali della Carta di Nizza e siano rafforzati i fondi strutturali per la casa e la città.
L’insieme di questi interventi costituirà un unico provvedimento legislativo e di governo collegato eventualmente con provvedimenti relativi al WS. Tale provvedimento, inoltre, deve affermare il principio costituzionale che nessun comportamento illecito in ambito urbanistico ed edilizio sia sanabile attraverso una qualsiasi forma di condono.
Adeguata agli indirizzi sottesi a tale provvedimento dovrà essere la “legge di indirizzo” sul governo del territorio.
Hanno aderito
Luisa De Biasio Calimani(coordinamento), Walter Tocci, Francesco Indovina, Patrizia Colletta Anna Pozzo, Mara Rumiz, Vanni Bulgarelli, Marino Folin, Giulio Tamburini, Vezio De Lucia, Piergiorgio Bellagamba, Vittorio Dal Piaz, Bernardo Rossi Doria, Edoardo Salzano, Marco Mion, Teresa Cannarozzo, Antonio Draghi, Tommaso Giura Longo, Beniamino Tenuta, Sergio Lironi, Cecilia Scoppetta, Camillo Pluti, Manlio Marchetta, Federico Oliva, Laura Fregolent, Gianni Fabbri, Gabriele Righetto, Umberto Cao, Braioni Annamaria, , Giuseppe Soriero, Loredana Mozzilli, Paolo Berdini, Camillo Bianchi, Paolo Urbani, Domenico Santoro, Paolo Ceccarelli, Fernando Maglietta, Adriano Cornoldi, Mariolina Toniolo Trivellato, Stefano Stanghellini, Renato Nicolini, Franco Purini, Alessandro Bianchi, Massimiliano Fuksas
Nicola Labanca La memoria ambigua degli italiani
Il protagonista del romanzo di Ennio Flaiano Tempo di uccidere (1947), ambientato nell’Africa orientale italiana al tempo della guerra d’Etiopia (1935-36), ama carnalmente una donna locale ma poi finisce per ucciderla. La sua memoria rimane indelebilmente segnata da quella doppia esperienza, di fascinazione e repulsione, di amore e odio. Tornando in patria però solo una parte dell’esperienza viene ricordata: quella dell’amore, dell’affetto. Flaiano fa dire al suo protagonista: «"Il prossimo è troppo occupato coi propri delitti per accorgersi dei nostri". "Meglio così", dissi. "Se nessuno mi ha denunciato, meglio così"». La memoria del delitto rimane in Africa, in Italia torna solo quella dell’affetto: nasce così il mito della "bravagente".
L’episodio di Flaiano potrebbe essere la chiave per comprendere la memoria nazionale del colonialismo italiano. Un’esperienza di dominio italiano durata grossomodo sessant’anni, dall’Eritrea (1882) alla Somalia, dalla Libia all’Etiopia. Una storia per quarant’anni liberale e per vent’anni fascista, bruscamente interrotta perché il regime perse in guerra (1941-43) tutte le sue colonie. Di quella storia è rimasta una memoria nazionale fortemente ambigua, parziale. Solo una parte della storia è stata ricordata.
Come tutti i colonizzatori europei, gli italiani amano ricordarsi e immaginarsi come "bravagente" affascinata dalle bellezze della natura africana, sinceramente interessata delle popolazioni dominate, prodiga di interventi in loro favore. È difficile negare che anche questo furono (ma quanto rispetto ad altri imperi coloniali? già a questa domanda non si vuole rispondere). Inoltre, un po’ come i francesi in Algeria e i britannici in Rhodesia o in Sudafrica, laddove poterono, gli italiani affollarono le loro colonie anche di povera gente, di lavoratori manuali, di petit blancs o poor whites come si diceva a Parigi o a Londra. L’Italia liberale e persino l’Italia fascista (se si esclude la conquista dell’Etiopia, 1935-41) esportarono nelle colonie molto più manodopera che capitale.
Ma questa è solo una parte della storia.
Chi ricorda il "regime delle sciabole" della primissima Eritrea italiani, prima di Adua? O le deportazioni indiscriminate dei libici già nel 1911-12 verso le isole italiane come le Tremiti? O il sangue sparso nella "riconquista" della Libia voluta da Mussolini e condotta con brutalità da Badoglio e Graziani nel 1929-31? In particolare, chi ricorda i campi di concentramento della Cirenaica fra 1929 e 1933? Una decina di anni fa una polemica giornalistica fra Indro Montanelli e Angelo Del Boca portò all’attenzione di tutti la storia dei gas nella conquista dell’Etiopia, una vicenda conosciuta ai lettori di libri di storia ma segretata dal regime e negata sino all’ultimo dall’ostinato giornalista de "Il corriere della sera". Ma chi ricorda i massacri del convento copto di Debra Libanos, in cui Graziani fece sterminare l’elite religiosa etiopica?
Non si tratta del silenzio naturale della memoria di fronte a fatti sgradevoli, né è sufficiente lavarsi le mani dicendo che di fatti sgradevoli è piena tutta la storia del colonialismo europeo. Il punto è che senza quei fatti il debole dominio italiano non ci sarebbe stato, non avrebbe potuto né instaurarsi né sostenersi. Non sono fatti aggiuntivi, sono sostanziali. Inoltre il dominio italiano fu, per vent’anni, fascista. Per capire cosa ciò significhi si legga il programma politico del fascio di Asmara già fra 1919 e 1922, o si ponga mente al fatto che nel 1937 – un anno prima dell’adozione della legislazione antisemita – il fascismo introdusse istituzionalmente nel suo impero la discriminazione razziale, come al tempo forse nemmeno il Sudafrica aveva fatto. Tutto questo, gli italiani dei decenni della Repubblica hanno preferito non ricordarlo, come il genio letterario di Flaiano aveva per tempo intuito.
Quali le spiegazioni di questa memoria selettiva? È stato chiamato in causa il carattere nazionale degli italiani (sullo specifico coloniale già Benedetto Croce, nel 1927, aveva parlato di "bonomia" degli italiani…). Gli storici hanno spiegato che non aver vissuto le aspre divisioni che in Francia o in Gran Bretagna hanno accompagnato la decolonizzazione negli anni Cinquanta-Sessanta ha impedito una presa di coscienza ed un dibattito sul passato coloniale. C’è chi ha voluto trascinare in giudizio persino la sinistra, accusata prima di ambiguità (in effetti, per il prestigio nazionale, nel 1945-47 anche Pci e Psi volevano la restituzione all’Italia di tutte o parti delle vecchie colonie) e poi di "debolezza di anticolonialismo".
Forse, per trovare una risposta dobbiamo invece guardare in basso, in alto e al governo. In basso: perché le stesse responsabilità storiche di lavoratori e popolani non possono essere uguagliate a quelle di un Mussolini o di un Graziani. In alto: perché le maggiori decisioni, come sempre, furono prese da una ristretta cerchia di governatori coloniali, funzionari, militari. Al governo: questo è, per l’Italia repubblicana, il capitolo più interessante. Nelle liste stilate dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, non pochi politici e militari erano accusati di crimini di guerra perpetrati nelle colonie. E nel 1947 l’Etiopia aveva richiesto alcuni alti gerarchi del fascismo, fra cui Badoglio e Graziani, per i crimini commessi in colonia. Ma l’Italia repubblicana e ormai democratica fece di tutto per non consegnarli. Graziani non affrontò mai un processo per i suoi misfatti coloniali, del 1929-33 come del 1936-38. E se i tribunali dell’Italia democratica non processarono i massimi responsabili politici e militari, perché i petit blancs dell’imperialismo demografico italiano avrebbero dovuto ritenersi responsabili? La loro memoria fu aiutata a divenire parziale.
Se nel 1947 non furono fatti i processi, se l’Italia democratica non ricorda pubblicamente i campi di concentramento in Cirenaica del 1929-33 (ma attenzione: in quelli del 1941 passarono anche gli ebrei libici) e se oggi l’Italia berlusconiana restituisce l’obelisco di Axum all’Etiopia ma lo fa alla chetichella, perché obbligata, e non imposta un serio dibattito pubblico sul passato coloniale, se insomma così si fa in alto e al governo, perché in basso i combattenti della guerra d’Etiopia dovrebbero ricordare tutta la storia del colonialismo e non solo una sua parte?
Forse, si potrebbe dire, in Italia non c’è bisogno di un articolo di legge come quella francese (n. 258 del 23 febbraio 2005). Nei fatti, come anticipava Flaiano, il risultato è già stato raggiunto da tempo.
A volte una domanda stupida ha una risposta rivelatrice. Recentemente il comico italiano Beppe Grillo ha messo un annuncio di un'intera pagina sull'International HeraldTribune per pubblicizzare una campagna che gli sta particolarmente a cuore. Poiché in Italia non c'è una norma che vieta a chi è stato condannato di far parte del parlamento, e poiché nella classe politica italiana i criminali non mancano, nel parlamento italiano ed europeo ci sono 23 deputati che, dopo aver infranto la legge, si occupano di fare le nuove leggi. Grillo vuole sapere se nel mondo esiste un altro paese in cui i criminali possono rappresentare i cittadini del proprio paese (sembra che un paese così in effetti esista, è l'Uzbekistan). Ma lo scandalo più grande, forse, è che persone come Grillo siano costrette a fare le loro campagne sulle pagine dei giornali stranieri.
Su Eddyburg il testo in inglese
Sul blog di Beppe Grillo altri particolari sull'argomento
L’immagine qui accanto mi è arrivata con lo spam quotidiano il giorno stesso che un’amica mi aveva segnalato l’articolo
Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l'imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: "la rivoluzione si è spinta troppo oltre(...)". Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete dall'esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all'assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà - sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione ...
Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l'errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ....»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l'opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l'espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.
Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell'assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell'ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l'impossibile». Non c'è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento - forse l'unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton - conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell'infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell'opinione pubblica l'idea fondamentale che, con l'assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.
A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell'ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» - come le definisce Ulrich Beck - in cui l'ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l'opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un'ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l'ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un'immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell' ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.
Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell'Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All'improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell'Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo ...
A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all'interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell'insieme stesso di coordinate. L'intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l'ad quem di tale transizione: all'improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ....).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l'appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all'interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all'interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l'appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?
Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C'est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l'esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali. Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull'equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C'est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l'appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.
Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all'ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch'essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L'idea che «l'epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L'elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l'umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata. Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L'ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L'unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale - essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti, ecc. - non può non ricordarci l'imbarazzo della scelta quando chiediamo un dolcificante artificiale in un bar: l'alternativa onnipresente fra bustine rosa e bustine blu, fra sweet'n'low e dietor, e la ridicola pervicacia con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l'insignificanza totale dell'alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi. Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante «chiudi porte» degli ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì soltanto per dare ai singoli individui l'impressione di partecipare, di contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli individui nel processo politico della nostra società «postmoderna» ...
È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché egli fosse un «nemico della libertà», ma piuttosto perché ci ricorda i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra «società delle scelte» preclude qualsiasi vera scelta.
(traduzione di Rita Imbellone)
Pubblico e privato sono due parole che si possono dire in molti modi. Un tempo le separava una linea chiara, sì che le virtù pubbliche, a quel tempo tutte maschili, risplendevano a spese dei vizi privati, occultandoli o omettendoli; molti uomini pubblici apparentemente tutti d'un pezzo vivevano in realtà, e gradirebbero tuttora vivere, di quella scissione. Poi delle virtù pubbliche si sono impadronite anche le donne, per giunta rifiutandosi di considerare vizi le passioni private, nonché di occultarle o di ometterle. La linea chiara si è spezzata e privato e pubblico, o come meglio disse il femminismo personale e politico, da allora sono entrati in circolo: o si potenziano o si urtano, o si sostengono o si sgambettano; dipende da chi muove la partita. Accade alla corte reale d'Inghilterra con Lady D. come alla Casa bianca col sexgate come al comune di Cosenza; e quasi sempre a muovere è una donna. Muove la regina anche a Cosenza, dove il sindaco Eva Catizone - 39 anni, separata dal marito, vicina no global e pacifisti, eletta nel 2002, sulla base della designazione di Giacomo Mancini, da una coalizione di centrosinistra oggi scossa da non pochi problemi - un bel giorno decide di rendere pubblica la sua scelta privata di mettere al mondo un figlio da sola, o come si dice da single, senza riconosciuta paternità e dandogli il proprio cognome. Lo fa con un'intervista al Quotidiano della Calabria - «con una donna, Lucia Serino, perché mi fidavo di più» -, cui seguono altre interviste in tv e la prima pagina della Gazzetta del Sud, e seguiranno servizi nazionali e copertine di settimanali. Complice agosto, la storia fa notizia, perché è la protagonista stessa a politicizzarla. Da donna, si sente in sintonia con i tempi: dice che vuole questo figlio anche se il padre non lo riconosce, che gli farà lei da madre e da padre, che anche la Consulta ha messo in questione il patronimico, che la legge sulla procreazione assistita va abolita perché non aiuta ma ostacola il desiderio di maternità. Da sindaco, si sente in sintonia con la sua città e vuole che la sua città si metta in sintonia con lei: «La mia vita privata è necessariamente anche pubblica, fra un sindaco e la sua città c'è un rapporto carnale, io sono sicura di interpretarne lo spirito, ci sono gesti di libertà che servono a trasformare le infrastrutture mentali più di centinaia di strade o di ponti». Ci sono gesti di libertà che servono anche a stroncare le insidie sempre in agguato del gossip politico, che non si era risparmiato di associare i recenti eventi politici dell'amministrazione cosentina - rottura del patto federativo fra il il Pse di Giacomo Mancini jr e i Ds, ingresso in giunta di Ds e Margherita che prima la appoggiavano dall'esterno -, al legame tra il sindaco e il segretario regionale dei Ds Nicola Adamo. Legame non segreto ma non ufficiale. Fino a ieri.
Ieri infatti la notizia raddoppia, perché a sorpresa il padre del bambino si manifesta, a sua volta tramite un'intervista, questa volta alla Gazzetta: «Penso di essere io», dice Nicola Adamo sotto un titolo a sette colonne sulla «delicatissima vicenda». Stessa tecnica mediatica, stesso intrigo di pubblico e privato, ma il linguaggio cambia e il senso si capovolge: il tormento al posto dell'entusiasmo, la confessione al posto dell'annuncio, i sensi di colpa al posto della gioia, l'errore al posto del desiderio. Il dirigente ds avrebbe preferito che la vicenda «si risolvesse in una dimensione privata», ma vista la mossa di lei non c'era più scampo: «la mia coscienza non poteva più reggere, i miei genitori mi hanno inculcato il principio dell'onestà, quando si sbaglia meglio ammettere le proprie colpe, non fuggo e non mi nascondo, non voglio che il nome del nascituro resti ignoto, non potevo avallare un nuovo gioco di società, il toto-partner del sindaco». No, quel figlio non era previsto e lui non desiderava una nuova paternità, ma «la scelta finale non poteva che essere di Eva». Seguono le scuse agli amici, la richiesta di perdono a moglie e figli, l'evocazione dell'esempio di Emanuele Macaluso che nel suo ultimo libro racconta di essere stato in carcere per adulterio: «Vecchi tempi che insegnano a essere coerenti e ad addossarsi il peso degli errori». C'è la sintonia di un sindaco con la città, e c'è la sintonia di un dirigente col super io delle istituzioni, dalla famiglia al partito.
Eva Catizone si chiude in un rigido no-comment: bisogna tutelare l'oggetto d'amore anche, forse soprattutto, quando rischia di essere compromesso. Anche quando prima evapora dalla scena erotica, poi ricompare sulla scena mediatica. La città intanto ha reagito al meglio: fiori e auguri al sindaco in quantità. Il bambino si chiamerà Filippo come il nonno, padre adorato di Eva che faceva il ginecologo dalla parte delle donne ma «non ha mai fatto un'interruzione di gravidanza».Con la sua nascita sua madre ne festeggerà altre due, quella del più grande planetario del Mediterraneo e quella del percorso museale sui maestri del Novecento, da Consagra a Warhol a Botero, realizzato grazie alla donazione del mecenate newyorchese Carlo Bilotti alla sua città natale.
la traduzione in italiano è qui
Par leur accumulation et par leur caractère unilatéral, les commémorations du soixantième anniversaire du Débarquement sont en train d'installer, dans la conscience collective des jeunes générations, une vision mythique, mais largement inexacte, concernant le rôle des Etats-Unis dans la victoire sur l'Allemagne nazie.
L'image véhiculée par les innombrables reportages, interviews d'anciens combattants américains, films et documentaires sur le 6 juin, est celle d'un tournant décisif de la guerre. Or, tous les historiens vous le diront : le Reich n'a pas été vaincu sur les plages de Normandie mais bien dans les plaines de Russie.
Rappelons les faits et, surtout, les chiffres.
Quand les Américains et les Britanniques débarquent sur le continent, ils se trouvent face à 56 divisions allemandes, disséminées en France, en Belgique et aux Pays Bas. Au même moment, les soviétiques affrontent 193 divisions, sur un front qui s'étend de la Baltique aux Balkans.
La veille du 6 juin, un tiers des soldats survivants de la Wehrmacht ont déjà enduré une blessure au combat. 11% ont été blessés deux fois ou plus. Ces éclopés constituent, aux côtés des contingents de gamins et de soldats très âgés, l'essentiel des troupes cantonnées dans les bunkers du mur de l'Atlantique. Les troupes fraîches, équipées des meilleurs blindés, de l'artillerie lourde et des restes de la Luftwaffe, se battent en Ukraine et en Biélorussie. Au plus fort de l'offensive en France et au Benelux, les Américains aligneront 94 divisions, les Britanniques 31, les Français 14. Pendant ce temps, ce sont 491 divisions soviétiques qui sont engagées à l'Est.
Mais surtout, au moment du débarquement allié en Normandie, l'Allemagne est déjà virtuellement vaincue. Sur 3,25 millions de soldats allemands tués ou disparus durant la guerre, 2 millions sont tombés entre juin 1941 (invasion de l'URSS) et le débarquement de juin 1944. Moins de 100.000 étaient tombés avant juin 41. Et sur les 1,2 millions de pertes allemandes après le 6 juin 44, les deux tiers se font encore sur le front de l'Est. La seule bataille de Stalingrad a éliminé (destruction ou capture) deux fois plus de divisions allemandes que l'ensemble des opérations menées à l'Ouest entre le débarquement et la capitulation.
Au total, 85% des pertes militaires allemandes de la deuxième guerre mondiale sont dues à l'Armée Rouge (il en va différemment des pertes civiles allemandes : celles-ci sont, d'abord, le fait des exterminations opérées par les nazis eux-mêmes et, ensuite, le résultat des bombardements massifs de cibles civiles par la RAF et l'USAF).
Le prix payé par les différentes nations est à l'avenant. Dans cette guerre, les Etats Unis ont perdu 400.000 soldats, marins et aviateurs et quelques 6.000 civils (essentiellement des hommes de la marine marchande). Les Soviétiques quant à eux ont subi, selon les sources, 9 à 12 millions de pertes militaires et entre 17 et 20 millions de pertes civiles. On a calculé que 80% des hommes russes nés en 1923 n'ont pas survécu à la Deuxième Guerre Mondiale. De même, les pertes chinoises dans la lutte contre le Japon -- qui se chiffrent en millions -- sont infiniment plus élevées -- et infiniment moins connues -- que les pertes américaines.
Ces macabres statistiques n'enlèvent bien évidemment rien au mérite individuel de chacun des soldats américains qui se sont battus sur les plages de Omaha Beach, sur les ponts de Hollande ou dans les forêts des Ardennes. Chaque GI de la Deuxième guerre mondiale mérite autant notre estime et notre admiration que chaque soldat russe, britannique, français, belge, yougoslave ou chinois. Par contre, s'agissant non plus des individus mais des nations, la contribution des Etats Unis à la victoire sur le nazisme est largement inférieure à celle que voudrait faire croire la mythologie du Jour J. Ce mythe, inculqué aux générations précédentes par la formidable machine de propagande que constituait l'industrie cinématographique américaine, se trouve revitalisée aujourd'hui, avec la complicité des gouvernements et des médias européens. Au moment ou l'US-Army s'embourbe dans le Vietnam irakien, on aura du mal à nous faire croire que ce serait le fait du hasard...
Alors, bien que désormais les cours d'histoire de nos élèves se réduisent à l'acquisition de « compétences transversales », il serait peut-être bon, pour une fois, de leur faire « bêtement » mémoriser ces quelques savoirs élémentaires concernant la deuxième guerre mondiale :
- C'est devant Moscou, durant l'hiver 41-42, que l'armée hitlérienne a
été arrêtée pour la première fois.
- C'est à Stalingrad, durant l'hiver 42-43, qu'elle a subi sa plus lourde défaite historique.
- C'est à Koursk, en juillet 43, que le noyau dur de sa puissance de feu -- les divisions de Panzers -- a été définitivement brisé (500.000 tués et 1000 chars détruits en dix jours de combat !).
- Pendant deux années, Staline a appelé les anglo-américains à ouvrir un deuxième front. En vain.
- Lorsqu'enfin l'Allemagne est vaincue, que les soviétiques foncent vers l'Oder, que la Résistance -- souvent communiste -- engage des révoltes insurrectionnelles un peu partout en Europe, la bannière étoilée débarque soudain en Normandie...