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Le metafore sono formule condensate: devo definire x e dico y, perché tra i due esiste una similitudine; lo scenario evocato dal segno metaforico illumina aspetti importanti della cosa da dire. Ad esempio «caimano», a proposito del quasi dominus d´Italia, il cui sorriso zannuto riempie le icone elettorali: è bestia eminente il coccodrillo, infatti Yaweh lo indica al povero Giobbe come capolavoro del creato; ha squame invulnerabili; sputa fuoco; quando solleva la testa dall´acqua, gli angeli piangono. Leviathan configura una potenza infraumana.

Analoghe misure esibisce B.: attraverso l´ipnosi televisiva comanda masse stupefatte; forte dei quarantamila miliardi moltiplicati nei cinque anni al governo, compra tutto quanto sia in vendita, dalle case editrici ai favori giudiziari; s´ingigantisce ripetendo due o tre mosse elementari (agguato, scatto delle mascelle, digestione); la sua forza sta nel non pensare; il pensiero semina dubbi; lui punta diritto alla preda e l´inghiotte. I suoi quadri mentali ignorano l´Altro: siamo bestiame umano; perciò irrompe a testa bassa contro le categorie politiche, morali, estetiche, nella cui sintassi gli animali inciviliti prevengono o regolano i conflitti. Le regole sono prodotti culturali: vuoi chiamare in giudizio Leviathan?; prova, se vi riesci. Così Iddio deride Giobbe.

Davanti agli spettacoli tristi chi ha buoni sentimenti abbassa gli occhi e affretta il passo, notavo una volta, allibito dallo show nell´udienza Sme 17 giugno 2003: l´imputato negatore della giurisdizione tiene banco in barba all´art. 494 c. p. p. dove le «dichiarazioni spontanee» (al riparo da scomodi contraddittori) sono ammesse purché non affoghino il dibattimento: il presidente ammonisce chi esorbita; e se costui persiste, «gli toglie la parola». Furente e vaniloquo, straparla un´intera mattina. L´identico riflesso scatta nel convegno confindustriale vicentino: viene quando gli fa comodo; colloca strategicamente i claqueurs; rifiuta ogni domanda, canta i mirabilia governativi come se l´uditorio non avesse organi percettivi né memoria, inveisce, miete applausi a comando, scatena fischi sui dissidenti, se ne va battendo i piedi. I caimani non sono animali da torneo dialettico. Se l´atto scenico fosse valutato in pura chiave estetica, leggo sgomento, meriterebbe trenta e lode: mettono freddo nella schiena battute simili; a tal punto Leviathan dissesta i sistemi nervosi.

Ho visto il film: quanto giusta fosse la metafora, lo dicono scene dal vero interpolate nella commovente fiaba chapliniana, al parlamento europeo e nell´aula milanese; le altre due incarnazioni lo ingentiliscono iniettandogli barlumi d´umanità, specie l´ultima, d´un B. eversore perdente. Gli artisti dello spegnitoio farfugliano ironie dando a intendere che ormai sia innocuo: non vedete che ha perso gli spiriti animali? Nossignori, è terribilmente pericoloso.

In una campagna elettorale velenosa e definitiva, ecco un grande ritorno: la guerra dei Bot. Il panico finanziario. Il terrore via bancomat. Chi si ricorda dei vecchi tempi precedenti l'euro (il celebre «Bassolì, hai fatto crollare la lira», detto al neosindaco di Napoli dall'erede Mussolini in tv), dei Bot-people, del tormentone di Bertinotti rovesciato satiricamente in «tassiamo la Nato e usciamo dai Bot»?

Nell'anno 2006 molto è cambiato: i titoli del debito pubblico rendono un quinto di quello che davano allora, la metà di essi è piazzata all'estero (dunque non è tassata in Italia), la lira non crolla più perché non c'è, i capitali non «fuggono» ma legittimamente viaggiano nel mercato europeo unificato in tutto tranne che nel fisco, i piccoli risparmiatori sono sempre più piccoli e i grandi rentiers sono sempre più grandi. Eppure, lo spettro ritorna: la sinistra vuole stangare i risparmiatori, già le banche (quali?) segnalano al Cavaliere un fuggi-fuggi. E la reazione del centrosinistra è spesso specularmente irrazionale: chi nega tutto, chi ammette qualcosa, chi cambia discorso. A Porta a Porta Rutelli è arrivato persino a negare che mai uno stato possa concepire l'idea di tassare i Bot.

Ma i Bot sono tassati già, come tutti i titoli pubblici, con una ritenuta secca alla fonte del 12,5%. Lo stesso succede per le rendite finanziarie che vengono da obbligazioni e azioni, mentre se la cavano esentasse le plusvalenze azionarie, che siano piccine o gigantesche, dei quartierini o dei quartieroni. Agli interessi sui conti correnti bancari e postali va peggio, con un'imposta del 27%. Di qui lo slogan di Prodi: riordino della tassazione sulle rendite, da portare tutte mediamente sul 20%. Cioè comunque meno di quanto tutti noi paghiamo sui nostri salari. Comunque troppo, a quanto pare, per poterne parlare chiaramente, senza isterici attacchi e altrettanto isteriche smentite.

Usciamo da un ciclo economico - e politico - durante il quale il lavoro si è impoverito e la rendita è ingrassata. Che al termine di una così chiara redistribuzione della ricchezza e del reddito a una coalizione che si dice anche di sinistra possa venire in mente di proporre un leggero ritocco alla tassazione delle rendite, per tirarne fuori una parte dei soldi che servono per pagare altre politiche (a partire dal popolarissimo taglio del cuneo fiscale), non dovrebbe far scandalo. Né c'è il pericolo di un crollo finanziario legato alla fuga dei Bot-people, visto che la gran parte dei proprietari del nostro debito pubblico viene dall'estero - in base al grazioso principio europeo per il quale ciascun paese è un paradiso fiscale per i finanzieri dell'altro.

Il vero pericolo è un altro: che di fronte al can can di Berlusconi e alleati, l'inchiostro del programma dell'Unione sbiadisca ancora di più e che si dimentichi quello che lo stesso Prodi ha detto ieri: «L'85% dell'intero patrimonio finanziario è posseduto dal 10% delle famiglie più ricche».

Se si deciderà di rassicurare anche queste - oltre che, come è giusto, i piccoli risparmiatori - bisognerà dire allora da dove verranno le risorse per finanziare tutte le belle politiche promesse: i 2.500 asili nido, il taglio di cinque punti del cuneo fiscale, l'aumento dei fondi per la ricerca, eccetera eccetera. A meno di non voler fare i berlusconiani a tempo scaduto.

Queste elezioni del 9-10 aprile proprio non mi piacciono. Per niente e in niente. Se ne scrivessi, direi male di tutti. Perciò lascio perdere. Il che non mi vieta di inquadrarle e di metterle in prospettiva.

In passato esistevano veri leader. Un vero leader crede nei suoi ideali, combatte le sue battaglie elettorali con la sua testa, e non è disposto a qualsiasi bassezza pur di vincere. Invece in questa elezione trionfano più che mai i guru, i sondaggi e i colpi bassi. E i candidati sono finti nel senso che i loro discorsi sono scritti da altri, da specialisti in discorsi, e che quel che debbono dire o non dire è stabilito dai loro maghi e sondaggisti. Il momento della verità dovrebbe essere quello dell'incontro alla pari, in televisione, dei candidati massimi. Ma anche questo momento della verità non riesce a rivelare più di tanto. I contendenti si fanno allenare dai rispettivi «consigliori» e vengono più che altro imbottiti di punch lines, di battute a effetto; così il loro problema, al dibattito, è di ricordare al momento giusto la battuta prefabbricata da recitare.

In materia di duelli televisivi

America docet; e la dottrina americana è che in ultima analisi vince il candidato che ispira più «fiducia». Beninteso fiducia visibile, fiducia telegenica. Ma se è così, allora ci dobbiamo davvero spaventare. Perché i grandi imbroglioni sono tali proprio perché ispirano fiducia. Se non ispirassero fiducia sarebbero soltanto dei pataccari, dei furfantelli di poco conto. Ma se la fiducia è un'apparenza infida, allora di cosa ci possiamo fidare?

Come si dovrebbe sapere, esistono due tipi di comportamento elettorale: il voto retrospettivo e cioè sul consuntivo di quel che un governo ha fatto; e il voto, che dirò per simmetria proiettivo, di chi invece si regola sul preventivo, sui programmi e sulle promesse elettorali. Ma in queste elezioni il frastuono dei media raccomanda ossessivamente il voto sul programma. Il voto retrospettivo sui fatti, malfatti o non fatti del governo uscente viene dichiarato sterile e ridicolizzato come voto «dietrologico»: il che lascia il nostro povero elettore in balia delle sue facoltà divinatorie. Davvero povero elettore.

Per carità, ognuno è libero di votare con i criteri che vuole. Ma allora va anche lasciato libero di votare per premiare o, viceversa, punire chi ci ha governato. Chiedevo sopra come ci possiamo salvare dall'imbroglione che ispira fiducia. La risposta è di non badare alle sue promesse e di giudicarlo sul suo operato. E, a dispetto dei «programmisti », io mi regolerò così.

Mettiamo, per illustrare, che io sia un buon cittadino (che pertanto si sente in dovere di votare) «indeciso». Se leggo il programmone di quasi trecento pagine prodotto dal pensatoio prodiano temo che non mi sentirei di sottoscriverlo. Quel programmone è — come era previsto e prevedibile — un indigeribile pasticcio cucinato da troppi cuochi (undici, per l'esattezza). Ma fortuna vuole — per Prodi — che io non creda molto ai programmi. Non perché siano necessariamente disonesti. Però sono sempre gonfiati; e oggi sappiamo anche per certo che chi eredita il governo eredita un immenso debito (in prossimità del 110% del nostro Pil) e casse vuote, vuotissime. Il che mi riporta — per indurmi a votare — allo sputacchiatissimo voto punitivo. Che non sottintende che io rinunzi a sperare. Sottintende però che io debba intanto punire e rimandare a casa chi ci ha così bene disastrati da ultimo. Almeno questo.

NEW YORK — «Mangiare la minestra con il coltello», così si intitola il capolavoro di tattica militare del tenente colonnello John Nagl finalmente lodato dallo stato maggiore Usa. Invocando una massima del mitico Lawrence d'Arabia, «Combattere contro i ribelli è lento e sporco, come mangiare la minestra con il coltello», Nagl — reduce di due guerre in Iraq — spiega che «ogni azione militare condotta senza analizzarne le conseguenze politiche, se va bene è inutile, se va male aiuta il nemico».A tre anni dalla caduta di Saddam Hussein, mentre il presidente Bush difende l'attacco a Bagdad e i suoi critici in parlamento chiedono una censura contro la Casa Bianca per le intercettazioni non autorizzate, la morale saggia di Nagl e Lawrence d'Arabia si applica a tutta la guerra al terrorismo: ogni azione lanciata senza riflettere sulle sue conseguenze lontane è imbelle o aiuta i sabotatori.

In nessun caso, né contro la guerriglia a Bagdad, né nei raid contro i Talebani, né nella caccia a Osama Bin Laden e neppure nel confronto con l'Iran, la filosofia di Nagl è provata come nella

débâcle americana sulla tortura. Gli abusi ai diritti umani, le vessazioni, le celle di rigore, avere cestinato la Convenzione di Ginevra dando mano libera a sergenti ottusi e generali ipocriti, costeranno agli Stati Uniti più di una campagna militare perduta, come si disse dell'Austria ai tempi delle «Mie prigioni» di Silvio Pellico.

Le rivelazioni del New York Times sulla Stanza Nera di Camp Nama, nell'aeroporto di Bagdad, confermano che le foto scandalo di Abu Ghraib non sono rimaste un caso isolato e che, per dare la caccia al famigerato terrorista Abu Musab al Zarkawi, la Task Force 6-26 ha usato vessazioni e sevizie proibite dal diritto internazionale e censurate dalla Costituzione e dal diritto Usa. Il presidente Bush ha giustificato la forza eccessiva con la necessità di strappare informazioni destinate a prevenire nuovi sanguinosi attentati. E lo stesso argomento è stato usato per impugnare misure di isolamento, dai controlli ai visti per gli studenti stranieri alle intercettazioni disinvolte.

E' difficile spiegare quanto la tortura sporchi l'immagine dell'America e quanto discredito crei, via Internet, tra quei musulmani il cui consenso è cruciale contro Al Qaeda. Perché è impossibile perseguire la strada — giusta — della diffusione della democrazia, della crescita della libertà come antidoto alla violenza, della pace come frutto di istituzioni e Paesi liberi, se poi Washington è vista come l'ennesimo Paese che tortura e incarcera senza processo.

A lungo la Casa Bianca e i suoi ministri hanno pensato di poter applicare un doppio standard, agitare la sacrosanta bandiera della giustizia e al tempo stesso lasciar lavorare i bulli, con tirapugni e calci nei fianchi, in buie cantine. La contraddizione è insanabile: i nemici dell'America la usano dai siti che reclutano i guerriglieri, gli amici dell'America si vedono in difficoltà in ogni conversazione.

E' utile ricordare che gli Stati Uniti non sono la Bielorussia di Lukashenko, che ogni giorno, a telecamere spente, dissidenti cinesi e russi le prendono di santa ragione, che i terroristi hanno decapitato e hanno ancora in pugno innocenti ostaggi tra cui una cara collega di un giornale cristiano, che molti Paesi arabi trattano i propri cittadini, ogni giorno, come a Camp Nama. E' utile, ma non basta: perché è evidente che il Paese leader, che basa la politica estera sulla libertà, non può riposare sugli standard ruffiani del «così fan tutti». Durante la seconda guerra mondiale i prigionieri in mano agli americani vissero meglio di qualunque altro europeo in zona di occupazione e la buona volontà seminò consenso e simpatie.

E' il giurista Jon Yoo, nel saggio « The powers of war and peace: the Constitution and foreign affairs after 9/11 », a tracciare la dottrina che copre gli abusi: in caso di guerra il potere del presidente è assoluto in politica estera e né Congresso né magistratura possono interferire. Su questa base Yoo scrisse il discusso memorandum del 1˚ agosto 2002 giustificando, in certi limiti, l'uso di violenze fisiche e psicologiche.

Non c'è bisogno di essere studiosi di diritto per capire che la dottrina Yoo stride con la Costituzione Usa e non c'è bisogno di essere Lawrence d'Arabia per capire che arruola terroristi, non li elimina. L'ex giudice della Corte Suprema Sandra Day O'Connor ha detto: «Ci vuole molta degenerazione prima che un Paese cada nella dittatura, ma occorre vigilare sempre, fin dall'inizio». Gli Stati Uniti non sono a rischio totalitarismo e Bush non è un tiranno: ma la strategia di diffondere la libertà non può convivere con la tortura e solo una radicale denuncia degli abusi da parte della Casa Bianca avvierà la faticosa uscita dalla camicia di forza della dottrina Yoo.

griotta@corriere.it

Titolo originale: New Labour must recognise that Berlusconi is the devil – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini



Non dobbiamo sorprenderci se il New Labour è rimasto invischiato in uno scandalo che riguarda Silvio Berlusconi. C’è qualcosa di perfettamente prevedibile in questo. Tony Blair è stato felicissimo di abbracciare Berlusconi, insieme all’ex primo ministro spagnolo José Maria Aznar, come alleato all’epoca della rottura fra Europa e Stati Uniti nei mesi precedenti all’invasione angloamericana dell’Iraq. Ha visto in Berlusconi un valido alleato nel perseguimento della sua politica estera pro-Bush. In realtà, è stato notevolmente più vicino a Berlusconi che ad esponenti di centro-sinistra come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Questo senso di affinità ha assunto anche una dimensione personale e familiare, con i coniugi Blair che accettavano l’ospitalità di Berlusconi passando le vacanze insieme al leader italiano nella sua casa estiva.

Blair chiaramente sente di avere un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha fissato la linea per il New Labour: Berlusconi è considerato un uomo con cui avere a che fare. Ciò è profondamente inopportuno. Come può, il New Labour, vedere Berlusconi in una luce simile? Come può ignorare e non riflettere sull’influenza maligna che egli ha avuto sulla democrazia italiana? E cosa ci dicono, il silenzio su questi argomenti e il caldo abbraccio al leader italiano, sullo stesso New Labour?

Berlusconi è il più pericoloso fenomeno politico d’Europa. Rappresenta la più seria minaccia lla democrazie dell’Europa occidentale dal 1945. Si potrebbe sostenere che è l’estrema destra rappresentata da figure evidentemente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen o Jörg Haider, a porre un pericolo più serio, ma si tratta di personaggi che restano relativamente ai margini della scena politica europea. Non Berlusconi. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una grave erosione della qualità della democrazia italiana, e del tono della vita pubblica.

La democrazia si basa sulla separazione fra il potere politico, quello economico, culturale e giudiziario. La proprietà di Berlusconi dei principali canali televisivi – e il controllo delle reti statali Rai, durante la sua presidenza – insieme alla sua propensione a utilizzare questo potere mediatico per le proprie crude ambizioni politiche, ha minato la democrazia. Inoltre, ha modificato le leggi a proprio piacimento – usando la maggioranza parlamentare – per proteggere interessi personali e salvarsi dai processi.

Il collegamento fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare. C’è sempre stata una prevedibile tendenza ad aspettarsi che il fascismo si ripresentasse nelle vecchie forme; ma questo non è mai stato il pericolo principale. Ciò che dobbiamo temere è il riapparire del fascismo in nuove forme, che riflettono le mutate condizioni globali economiche e culturali dell’epoca, attingendo al tempo stesso dalle tradizioni nazionali. Berlusconi è esattamente una figura di questo tipo. Tratta la democrazia con sufficienza: ad ogni passo tenta di indebolirla, distorcerla, abusarne. Non ha rispetto per i fondamenti indipendenti dell’autorità: accusando i giudici di essere burattini dell’opposizione e descrivendoli come “comunisti”.

Con l’assalto indiscriminato a chiunque si frapponga al suo potere e arricchimento personale, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini. L’incapacità del New Labour di riconoscere questo - peggio, di essergli amici, di considerarlo come alleato, di accettare la sua ricca ospitalità – non possono essere liquidate come distrazioni. Chiamano in causa la visione del mondo e il giudizio politico: del New Labour come del primo ministro.

Tessa Jowell non è politicamente innocente. É membro di spicco del governo. Ha salito gradino per gradino la scala del New Labour per molti anni. È da lungo tempo una sostenitrice di Blair, e gode di un particolare rapporto di fiducia col primo ministro. Ha fiduciosamente condiviso i suoi punti di vista riguardo a Berlusconi come figura politicamente amica con cui il New Labour, e le sue famiglie di punta, potevano avere rapporti di affari. Può aver saputo o meno, dei minimi particolari degli affair finanziari di suo marito, ma sicuramente sapeva che aveva agito per Berlusconi, l’aveva aiutato ad evadere le tasse, l’aveva assistito nei suoi tentativi di resistere alla magistratura. E, senza dubbio, la Jowell non ha visto niente di sbagliato in tutto questo. In fondo, Berlusconi aveva la benedizione del primo ministro: era per così dire “dalla nostra parte”.

Ma Berlusconi è un uomo pericoloso per chi ci rimane invischiato. Agisce negli angoli oscuri della vita politica italiana. Il suo partito, Forza Italia, ha operato instancabilmente per assicurarsi l’eredità dei voti mafiosi dal cadavere della Democrazia Cristiana. I suoi tentacoli finanziari hanno violentato e sfigurato la politica italiana. Considera la legge cosa malleabile, trattabile, corruttibile. Chi va a cena col diavolo deve aspettarsi delle conseguenze. Il problema è che Blair e il New Labour non hanno mai riconosciuto che Berlusconi è il diavolo. Lo vedono invece come un amico e alleato. Non hanno mai riconosciuto, o almeno non ci hanno fatto sufficientemente caso, la minaccia velenosa che pone alla democrazia italiana ed europea.

Questo per due ragioni. Primo, è considerato anima gemella globale di Bush e Blair. Secondo, alcuni dei valori che rappresenta - denaro, celebrità e potere – sono quelli che lo stesso Blair desidera e ammira. Il New Labour condivide alcune caratteristiche con Berlusconi, in particolare una indiscriminata adorazione degli affari e del far soldi, una fede nel potere dei media, un disprezzo per la sinistra. Stiamo assistendo a un lento degrado della democrazia europea, di cui Berlusconi è la più estrema e perniciosa espressione, ma di cui il New Labour, in forma molto più attenuata, è in parte sia causa che conseguenza.

Col processo legale italiano che lentamente si dipana, senza dubbio verranno alla luce nuove rivelazioni. Qualunque cosa David Mills abbia o non abbia fatto, non può essere considerato responsabilità della Jowell, di Blair o del New Labour. Ma il fato che il partito sia stato pronto ad abbracciare un’influenza politica tanto insidiosa senza dubbio ha contribuito a convincere Mills che Berlusconi era un cliente accettabile, e la Jowell che non c’era niente di improprio negli affari di suo marito con un uomo del genere, e nel giocarci un ruolo tanto interno. Per questo, il primo ministro deve prendersi la responsabilità principale. Come nel caso dell’Iraq, Blair è responsabile di un errore politico monumentale. Quello che è in gioco, non è niente di meno che la salute democratica di uno dei più grandi paesi d’Europa, e di conseguenza la salute dell’Europa intera.

here English version

L'esilio di Umberto Eco non piace né a Massimo D'Alema né a Piero Fassino. I due esponenti ds non hanno gradito la provocazione lanciata dallo scrittore qualche giorno fa, dal palco di un convegno organizzato a Milano dall'associazione «Libertà è Giustizia»: «Se dovesse vincere Silvio Berlusconi e tornassimo in un regime come quello degli ultimi cinque anni, io sarei pronto ad andarmene in esilio».

Col suo grido di dolore, d'altronde, Eco è l'ultimo di una schiera di intellettuali e politici che, già prima di lui, hanno minacciato l'esilio per motivi diversi: Tabucchi, Forattini, Consolo, Pannella, Battiato, Sgarbi... Ma al presidente e al segretario ds stavolta la frase pronunciata da Umberto Eco ha dato fastidio. D'Alema, giovedì sera, in un convegno a Torino ha bacchettato indirettamente lo scrittore: «Non mi piace chi dice che se vince Berlusconi se ne va in esilio perché c'è un regime.

Credo che si debba stare tutti qui a combattere. A parte che non tutti si possono permettere un esilio...». E ieri Fassino, intervenendo a Radio Anche Noi (trasmissione in onda sulle emittenti del gruppo Area) è tornato sul tema: «Quale che sia l'esito delle elezioni, nessuno deve pensare che andrà in esilio, né chi voterà per il centrosinistra né chi voterà per il centrodestra. L'Italia è un grande Paese, capace proprio per la sensibilità democratica dei suoi cittadini di vivere democraticamente quale che sia l'esito delle elezioni». Ma perché D'Alema e Fassino bocciano la minaccia d'esilio di Eco? «Perché i nostri politici sono a prova di bomba — commenta ironico Alberto Asor Rosa —. Sarebbero in grado di mantenere la calma anche se il Paese dovesse cadere nelle mani di un popolo di extraterrestri particolarmente feroce, che stupri bambini e donne... Loro sono corazzati contro ogni evenienza, l'indignazione morale non li sfiora più. Se uno dice che il regime berlusconiano non è democratico, si incavolano perché le ritengono affermazioni avventate. Sono spaventati dalla loro ombra, hanno paura di apparire troppo diversi da Berlusconi». In esilio, però, lo storico non ci andrebbe: «Non ho casa fuori. Credo che quello di Eco sia un ragionamento estremo che non tutti gli italiani sarebbero in grado di fare... Preferisco Borrelli: resistere, resistere, resistere».

Non capisce la reazione di D'Alema e Fassino neppure la scrittrice Lidia Ravera, vicina alla sinistra radicale: «Non si può dare dell'intollerante a una persona che si lamenta di questo centrodestra. Non si può pensare che i cittadini non soffrano. Forse nel gioco astratto della politica si sanguina meno, ma noi invece sanguiniamo. Abbiamo sofferto.

Quello che dice Eco è una mozione di fiducia verso il centrosinistra, e francamente non capisco la reazione di Fassino e D'Alema: dovrebbero sentire la responsabilità di non deludere chi li ha votati e li rivoterà. E per quanto mi riguarda capisco Eco, ma sono contraria all'esilio: anche se vince Berlusconi, conto di continuare a essere fastidiosa. Sono una ragazza combattiva».

Difende invece la posizione assunta dai due leader il deputato ds Peppino Caldarola: «Che significano queste dichiarazioni stizzite di esilio? Capisco lo stato d'animo, ma non comprendo l'andar via. E poi, forse, ragiono da antico militante politico: se si perde si resta. Tanto più se si è dirigenti di partito. Difficile immaginarsi un politico che in caso di sconfitta lasci il Paese. Fassino e D'Alema potevano rispondere solo così: hanno delle responsabilità politiche, loro».

A sorpresa, anche il regista Marco Bellocchio, candidato con la Rosa nel Pugno, sostiene le tesi dei due esponenti ds: «Penso anch'io che quella di Eco sia un'esagerazione. La puoi fare se sei un multimiliardario… Però io dove vado? Lui ha casa a New York, a Parigi, ma gli italiani medi dove scappano? E poi così si attribuisce a Berlusconi un'onnipotenza che non dovrebbe avere. Condivido dunque l'incazzatura dei due leader della Quercia: bisognerebbe resistere. Non ha alcun senso mollare».

Il filosofo Gianni Vattimo, invece, è sulla stessa linea di Umberto Eco. Anzi, annuncia a sorpresa: «Non più tardi del 20 gennaio scorso, trovandomi a Madrid per una laurea ad honorem, ho dichiarato a El País che chiederò la cittadinanza spagnola, viste le condizioni dell'Italia. Non lo chiamerei esilio, ma certo l'atmosfera che si minaccia di respirare qui da noi sarà ancora peggio. Anche se non vince Berlusconi: si scatenerà il partito democratico, a cui bisognerebbe aggiungere fin d'ora l'aggettivo "cristiano". Per quanto riguarda poi Fassino e D'Alema, la verità è che i leader ds sono diventati superconservatori: hanno sempre ostacolato l'idea di regime legata a Berlusconi. Mi ricordo ancora quando alcuni di noi andavamo in giro per il mondo a denunciarlo e loro a ribattere che dicevamo sciocchezze, demonizzandoci».

E con Umberto Eco si schiera anche la presidente di «Libertà è Giustizia», Sandra Bonsanti: «La sua era una battuta, legata al giudizio negativo di questi cinque anni. Capisco, ma non condivido, Fassino e D'Alema: loro fanno un discorso più politico, hanno delle responsabilità. Ma la paura di un altro "regime Berlusconi" c'è, e Umberto si rivolgeva soprattutto ai delusi che potrebbero non votare. Tutto qui».

Postilla

Neanch’io parlerei di esilio. Ma certo, se vincesse di nuovo Berlusconi, bisognerebbe constatare:

- che il Belpaese verrebbe ulteriormente distrutto, il disagio sociale crescerebbe, il costo della vita aumenterebbe, tutela della salute e formazione peggiorerebbero,

- che le teste e le coscienze degli italiani verrebbero ulteriormente imbarbariti da media sempre più mercificanti;

- che oltre la metà dei nostri concittadini sono soddisfatti o rassegnati da ciò che Berlusconi rappresenta ed esprime.

Credo che la tentazione di andare a vivere altrove sarebbe comune a molti, anche se non tutti potrebbero cederle.

Se invece vincesse Prodi bisognerebbe non solo rimanere, ma combattere: si aprirebbe infatti (speriamo!) una fase molto dura, e finalmente civile, di lotta contro il berlusconismo, la cui scomparsa certo non seguirebbe automaticamente alla sconfitta del personaggio da cui il vigente “pensiero unico” prende il nome.

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi per aver indotto (con 600mila dollari) l'avvocato Mills, marito di un ministro di Blair, a testimoniare il falso in due processi milanesi. Il ministro della salute Francesco Storace si è dimesso ieri (ci sono già parecchi arresti) per aver organizzato spionaggio e sabotaggio elettorale ai danni di Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini in rapporto alle ultime elezioni regionali. Questi i fatti, noti e stranoti. Gli strilli degli illustri imputati sono egualmente noti e scontati. Proviamo ad avanzare qualche considerazione sempliciotta. Silvio Berlusconi non è schizofrenico, è una persona capace che si è fatta negli affari e poi (pare per salvarsi) è entrato in politica continuando a comportarsi come negli affari, con tutti i maneggi che negli affari servono. Quindi nessuna sorpresa o scandalo, l'uomo è fatto così, è sempre lo stesso ma essendo entrato pesantemente in politica, i magistrati stanno più attenti.

Analogo, anche se diverso il caso Storace: viene dallo squadrismo e non ha perso la passione per le operazioni speciali, come organizzare spionaggio d'assalto anche ai danni della nipotina del Duce. Che poi i due, Alessandra e Francesco si trovino nello stesso schieramento elettorale dice qualcosa su entrambi. Va aggiunto che quasi certamente Storace è stato indotto alle dimissioni da Fini e Berlusconi, preoccupati di tenersi un ministro cosiffatto a poche settimane dal voto.

Terza considerazione: il fronte della Casa delle libertà raccoglie quel che ha seminato, ma non ha più la forza di zittire chi dice che il re è nudo e piuttosto brutto. Capita così anche ai grandi banditi: fino a quando hanno successo sono bravi, coraggiosi e innovativi, appena gli va male sono coperti di insulti. Il cane morde chi è vestito di stracci recita un proverbio siciliano.

Insomma, perché non ricordiamo lo scenario delle elezioni politiche del 2001 quando D'Amato era presidente di una Confindustria appassionatamente berlusconiana? Se ora ha cambiato non è per ragioni ideali, ma materiali: la politica economica di Berlusconi non li ha fatti guadagnare quanto desiderato, e così anche parte di sindacati. Allora c'era una benevola attenzione di Cisl e Uil, oggi non più.

E ancora, Berlusconi con il suo slogan «arricchitevi come ho fatto io» riuscì a catturare anche l'attenzione e la benevolenza dei tassisti. Oggi nei taxi la musica è diversa. Se quelli che lo avevano sostenuto non lo fanno più una ragione c'è e Berlusconi dovrebbe rendersene conto, come - anche questo è sintomatico - se ne rendono conto i suoi alleati ex fascisti ed ex democristiani, per i quali, non a caso, Paolo Mieli ha avuto un occhio di riguardo.

Per ultimo c'è una quarta considerazione che si compendia nel detto latino «motus in fine velocior»: ogni movimento nel suo concludersi diventa più veloce. Un grave in caduta acquista il massimo di velocità quando sta per sbattere per terra. Il caso Mills, il caso Storace e certo altri ne verranno dicono che la velocità di caduta di Berlusconi sta raggiungendo il massimo.

Ero andata in sezione a riannodare la continuità con i comunisti. Non erano le stesse persone, i partigiani e la rete clandestina sprofondavano dentro un'altra massa, fatta eccezione per alcuni di loro che si dimostrarono anche capaci di tessere la rete della pace - un altro fare. Ma riconoscevo il profilo, gente che lavorava e faticava ed era anche comunista. Nei due anni terribili, o ancora prima, alcuni avevano fatto la loro parte. Ma c'era anche chi non l'aveva fatta, aveva subito gli eventi, ora cercava una bussola, e mi sorprese - e dubitai che fosse giusto - che le porte fossero aperte, le modalità di accoglimento nulle. Non era certo il partito di Lenin.

Ritrovavo la fabbrica, anzi la scoprivo, non la piccola azienda di Cantú che si sarebbe moltiplicata in Brianza, ma la Innocenti, l'Alfa e la Borletti ancora in città, la Breda e le Marelli e la Falck a Sesto San Giovanni - era l'industria, la classe operaia, il paesaggio della modernità, alti muri, lunghi reparti, cortili, ciminiere, cancellate, grigiori, grandezze. Davanti a quei cancelli la strada era un po' scassata dai molti piedi, dai camminamenti, ostacolata da camion e gru; salvo alla Borletti, che si affacciava in via Washington, era come se la città si ritirasse qualche decina di metri dalla fabbrica o viceversa. Perché gli stabili dove si produceva avevano un'aria transitoria, intercambiabile, sempre meno mattoni e piú cemento e lamiere appena dietro le facciate a capanna o quelle traforate del primo Novecento. Fino alla Olivetti di Ivrea il movimento moderno non ci mise piede, la fabbrica non era architettura, soltanto contenitore. Una bellezza stava nelle macchine, ma fra gli acciai e gli snodi appariva sul giunto qualche straccio sgocciolante, la traccia dell'operaio che faceva andare la sua macchina con un colpetto, un tempo, una familiarità in piú.

Vi entravamo a portare la stampa, a tesserare e discutere, nei locali del sindacato finché non lo misero fuori, o aspettavamo gli operai e le operaie quando uscivano al sole freddolino per mangiare quel che s'erano portati da casa - le mense vennero dopo - e alla fine dei turni o la sera nelle sezioni, finché ce ne furono di adiacenti allo stabilimento. Nei primi tempi alcune grosse fabbriche erano aperte e ne facemmo qualcuna di troppo: alla Innocenti il Consiglio di gestione era signore dell'azienda, lo dirigeva un compagno intelligente e spiritoso, di quello spirito lombardo un po' sarcastico, di nome Muneghina, e il gancio che pendeva da una catena aerea in movimento si svagava talvolta a rincorrerci e magari a sollevarci per qualche metro. Parve per un poco agli operai che le fabbriche, che avevano difeso da ogni trasferimento e dal sabotaggio tedesco nella ritirata, fossero loro, cioè nostre; e non è che smettessero di funzionare. Loro, la manodopera, alla sirena dell'uscita si affrettavano verso i tram, perché ricostruendosi la città li espelleva, abitavano e venivano da fuori, sui treni o i mezzi dei pendolari, fumanti di fiato e nebbia.

Ma era un'impresa catturare le donne dal volto grigio, i lineamenti tirati e la permanente ferrosa: non facevano che correre, o per non arrivare tardi in fabbrica o per comprare il latte prima che il negozio chiudesse e preparare la schisceta per la mattina dopo. Dopo cena, mentre il marito scendeva in sezione, loro mettevano il bucato a mollo per la notte o stiravano quello che s'era asciugato, la domenica lui usciva vestito da festa e lei faceva la pulizia di fino, che vuol dire grattare il pavimento sulle ginocchia. Del resto erano di poche parole, lui e lei, il lombardo essendo stato azzittito dalla controriforma, la peste e il capitalismo.

Nella sezione si scendeva per disegnare l'altra storia, quella uscita vittoriosa e non vincente dalla Resistenza. Era l'altra guerra, sorda e di tempi lunghi. Nelle cellule di strada (per qualche anno ci furono) si scendeva la sera; nella memoria scendo sempre, perché presto le sedi che erano state fasciste restarono sí e no alle dirigenze mentre, la maggior parte venendo riconquistata da qualche proprietà, il Pci calava fortunosamente negli scantinati delle vecchie case popolari, quelle che a Milano costituirono una gran cintura dopo le case a ringhiera. Ci si accedeva dal cortile, la porta segnalata da una falce e martello o dall'annuncio dell'ultima riunione, e dopo qualche scalino si era fra le viscere dell'immobile, tubature da tutte le parti, muri ridipinti dal compagno imbianchino, due bandiere alle pareti e sul tavolo il drappo rosso che alla fine si piegava e metteva via. C'era gente, talvolta si faceva il pieno, qualcuno faceva le scale esitando per vedere com'erano i comunisti e si sedeva in fondo.

La relazione non era mai brevissima, partiva dallo stato del mondo anche se alle varie impelleva la bolletta del telefono. Si riferiva sugli eventi internazionali o del paese, e sempre di quel che aveva discusso e deciso una direzione o il comitato centrale. Si può sorridere delle approssimazioni (lo «schematismo»), del passare di gradino in gradino dal centro del mondo alla periferia, al quartiere, dall'informazione alla «direttiva», ma fu un'immensa acculturazione. Mobilitava i «quadri» e tutti coloro in grado di parlare, perché i funzionari e i giornalisti disponibili erano pochi rispetto al territorio da coprire nella metropoli a stella e nella sua grande provincia. Eravamo spediti in tram a Rogoredo o a piazzale Corvetto, ma il sabato sera o domenica mattina venivamo stipati in sei o sette sulla giardinetta d'uno di noi, che ci depositava uno per uno in provincia da un paese all'altro e aspettava con l'ultimo - ero spesso io - che finisse il comizio o la riunione per riprenderci su come i chicchi d'una collana e riportarci a Milano.

Era il partito pesante che si andò logorando negli anni settanta e ottanta e fu distrutto dalla svolta del 1989, una rete faticosa ma vivente che strutturò il popolo di sinistra contro l'omologazione dei giornali, e della radio e della prima Tv, tutte di governo. Chi ricorda che fino al 1963 non un comunista parlò dai microfoni e davanti alle telecamere? Era un popolo che si unificava in nome d'una idea forse semplificata della società, fra dubitose domande e meno dubitose risposte; ma mentre ogni altra comunicazione spingeva a una privata medietà, il partito si sforzava fin ossessivamente a vedersi nel mondo e vedere il mondo attorno a sé. La sezione di Lambrate sentiva, a giornata di lavoro chiusa, quel che aveva detto Truman, quel che succedeva a Berlino, lo confrontava con quel che aveva colto a sprazzi dalla radio, sapeva dov'erano Seul o Portella della Ginestra - l'ignorante non era disprezzato, ma neppure adulato, era la borghesia a volerci ignoranti, l'imperialismo, i padroni. Osservando quei visi in ascolto, pensavo che a ciascuno la sua propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate o ripiegamenti. Seguiva il dibattito. Non era mai un gran dibattito. Quando uno prendeva la parola per contestare - sempre da sinistra, il partito nuovo appariva concessivo - non solo dal tavolo del relatore scattava un riflesso di difesa della linea: tutto ma non dividere quell'embrione di altro paese, non tornare atomizzati nel quartiere, soli in fabbrica.

Questo, assai irriso a fine secolo, è stato il partito che fu anche mio nel dopoguerra. Poi c'erano i gruppi dirigenti, l'eletto del popolo al comune o alla Camera. Ma quelli del seminterrato, quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento, configuravano una società altra dentro a questa. Nella quale i comunisti si volevano i più uguali e i piú disciplinati, gli sfruttati e oppressi ma sicuri di capire piú degli altri le leggi che fanno andare il mondo, con semplicità e presunzione. E convinti di essere sempre un po' al di sotto del loro proprio ideale e quindi moralisti, severi con gli altri e quella parte di sé che rischiava di essere l'altro. Tanto piú che i giorni radiosi erano stati brevi: assai presto la relazione d'apertura ebbe sullo sfondo il discorso di Churchill a Fulton e nel 1947 la rottura del governo di unità antifascista. Gli alleati della guerra si dividevano in uno scontro illimitato negli orizzonti, duro nella quotidianità. Tuttavia chi veniva dal 1945 non lo confuse con una guerra né desiderò che lo diventasse. Non pensò che si affrontassero fascismo e antifascismo. Cerco di riafferrare la percezione di allora: i nemici di classe non ci erano umanamente alieni come i fascisti, ma politicamente inconciliabili. E infatti non li chiamavamo fascisti - questo divenne corrente dopo il 1968 - ma i padroni erano i padroni, i borghesi erano borghesi, il governo era avversario. E cosí fummo anche noi per loro: eravamo dentro l'arco costituzionale e determinanti nella Costituente, ma non un partito come un altro. Noi, la base e non solo, pensammo che si sarebbe guadagnato lentamente terreno e quindi potere, la storia sarebbe andata dalla nostra parte. «Addavení baffone» fu una battuta romanesca, a Roma la lasciavano cadere fra sorriso e delusione. A Milano non circolò, i cosacchi in piazza San Pietro furono piú temuti dagli alleati e avversari che sperati da noi, come la sempre piú fantasmatica «ora x »; ma per noi il conflitto era duro, si doveva arretrare, abituarsi a un terreno che cambiava sotto i piedi, alla polizia che interveniva e pestava e, se si trovava stretta in un androne, le prendeva. La magistratura imperversava codice Rocco alla mano, presto occorse il permesso perfino per le conferenze pubbliche al chiuso, e quando cominciava una vertenza in fabbrica volavano le sassate e i vetri.

Di quel che seguí al 1945 e specie al 1947 m'è rimasta l'immagine della lotta di classe allo stato puro in una fase non rivoluzionaria, dentro steccati statuali e internazionali ben fermi. Uno schema, a rifletterci, colto e complicato, e rispetto alle ambizioni personali che si scorgevano in altri partiti, nel nostro erano le idee, il progetto, il partito che contava, non il singolo, perché nessuno da solo ce l'avrebbe fatta. Questo legò per molti anni operai, contadini che lasciavano la terra, migranti dal sud e dal Veneto bianco, che si fondevano al nord senza troppe storie, guardavano ai dirigenti tra fedeltà - anche noi avevamo gente importante - e attesa con una punta di diffidenza. A lungo restò appesa nello studio di Trentin una fotografia di Di Vittorio che incrocia lo sguardo d'un giovane operaio, si interrogano senza sorridere, c'è preoccupazione e domanda.

Quella gente arrivava stanca dalla giornata di lavoro, perlopiú povera ma non tutti, erano operai, insegnanti, ingegneri, pochi studenti, si riconoscevano per l'uso della parola, averla o non averla. Venivano vestiti con decoro, c'era vera povertà e quindi nessun poverismo. Che cosa trovavano? Oltre a sentirsi già un soggetto collettivo, e riconosciuto, una forza che era sicura di dover cambiare? Quanto e fin quando sperò, ragionevolmente nell'ambito di un mondo diviso, un mutare delle cose, dei rapporti di forza? Non saprei dire, forse non ci sono segni, giorni che indicano il venir meno inconfessato d'un domani diverso, inducono al silenzio, a diradare le presenze in sezione, perché l'essere assieme non basta piú, le parole del relatore suonano deboli.

Io scendevo come gli altri, ascoltavo, raramente parlavo, prendevo la mia parte di incarichi. Imparai molte cose ma non ero né sorpresa né sedotta, non sempre ero persuasa, ma mi pareva normale non esserlo. Non ero piú un'adolescente, non cercai e non ebbi una religiosità del partito. C'era la mia formazione, che era una cosa, e quella che intuivo nel relatore e vedevo farsi in chi mi era accanto sulle sedie, che era un'altra. Non pensai mai che dovessero coincidere. Avevo un'esperienza che mi aveva segnata e mi aspettava una mia strada, il mio lavoro, la mia vita. Nei quali c'era anche, decisivo ma non unico e neppure centrale, il Pci.

Non male il Manifesto in difesa delle civiltà con cui Liberazione ha aperto l'edizione di domenica ribaltando l'ordine del discorso del manifesto Per l'Occidente forza di civiltà di Marcello Pera e compagni. Dieci punti (si può aderire su www.liberazione.it) contro gli undici del presidente del senato teocon.

Al centro, nell'uno e nell'altro, la crisi dell'Occidente: solo che mentre Pera l'attribuisce a una "crisi morale e spirituale" che ci renderebbe molli e arrendevoli di fronte all'attacco del fondamentalismo islamico, Liberazione l'attribuisce alla crisi dei modelli economici e sociali, alla fallacia della favola bella della globalizzazione, alla guerra. Dopodiché Pera parte in quarta per «riaffermare il valore della civiltà occidentale come fonte di principi universali e irrinunciabili», Liberazione entra nel merito dei tre più importanti fra i principi in questione - uguaglianza, libertà, fraternità-sorellanza - e si cimenta nel riscriverli adeguandoli ai tempi (fra l'altro riportando a galla l'opposizione fra libertà e potere, dimenticata da tutti i liberal-liberisti di oggi e naturalmente anche da Pera). Pera snocciola: identità europea, integrazione (in cambio di assimilazione), educazione (privata o pubblica per me pari sono), Liberazione parla di sviluppo e diritti entrambi commisurati sui beni comini, di scuola pubblica come luogo di convivenza e contaminazione. Pera mette al punto 2 la sicurezza (militare e militarizzata), Liberazione ribadisce il valore della pace, la scelta strategica della nonviolenza, la condanna senza sconti del terrorismo («il terrorismo non si spiega solo con la disperazione sociale in quanto vive di una sua autonoma progettualità politica»). Pera eternizza la famiglia intesa come «società naturale fondata sul matrimonio (etero)», Liberazione la storicizza ricollocandola dopo la rivoluzione femminista, oltre il patriarcato, oltre la gerarchizzazione delle scelte sessuali. Pera chiude con la Patria italica la sua perorazione per la superiorità dell'Occidente, Liberazione denuncia la trappola che consiste nel sostituire alla parola «razza» la parola «cultura» lasciando intatta la superiorità razzista dell'uomo bianco, e allo scontro di civiltà contrappone il dialogo fra le civiltà come «nuova frontiera dell'umanità».

Non male anche un articolo di Carlo Galli, “Declinare il declino”, che apre l'ultimo numero della rivista Il Mulino ribaltando il discorso corrente sul declino italiano, solitamente attribuito (come nell'intervento di sabato del nuovo governatore della Banca d'Italia) all'insabbiamento dell'economia, al deficit di crescita, produttività e competitività, ai ritardi nella ricerca e nell'innovazione. Galli invece sposta l'asse dall'economia alla politica. Comincia analizzando il termine «declino » e la filosofia della storia incentrata sul progresso ad esso sottesa, prosegue analizzando le posizioni del dibattito politico sul tema, esamina evidenze e contraddizioni della fenomenologia del declino così come le analisi socioeconomiche (Censis, Rapporto Sapir) lo descrivono. Scoprendo così che gli indicatori più interessanti non sono tanto quelli economici quanto quelli sociali (blocco della mobilità di classe, inefficienza della formazione scolastica e universitaria, ricambio generazionale lentissimo, autoriproduzione delle elite), i quali a loro volta rinviano a un deficit di politica. Nel declino, la società si riadatta come meglio può, la politica sta ferma. La società, per dirla con De Rita, «galleggia», la politica ristagna. Il declino sta precisamente in questa condizione: non va inteso come «un unitario e coerente precipitare del paese verso un'imminente catastrofe, quanto piuttosto come una sua sconnessione a-sistematica». Che non si arresta affidandosi all'automobilitazione delle risorse sociali, né lasciando mano libera ai poteri forti, ma solo ricostruendo una sfera pubblica in cui le istanze «sconnesse» possano di nuovo entrare in comunicazione e in conflitto, e la politica possa di nuovo esercitare l'arte della scelta e della decisione. E dunque, «è 'deficit di democrazia' il vero nome del 'declino'», ed è di un di più di politica e di democrazia, prima che di cantieri e di Pil, che l'Italia ha bisogno per tentare di uscirne.

Dal nuovo libro di Marc Lazar, L’Italie à la dérive. Le moment Berlusconi , in uscita il 23 marzo in Francia nelle edizioni Perrin, anticipiamo parte d’un capitolo.

Il «periodo Berlusconi» conferma le attuali metamorfosi che la democrazia italiana vive all’epoca della globalizzazione, della crisi degli Stati-nazione e delle difficoltà dell’integrazione europea. I mezzi di comunicazione rendono le relazioni tra i leader e le opinioni pubbliche più immediate e tempestive. La capacità di sedurre e la semplificazione dei discorsi avvantaggiano i leader più abili a comunicare, e di conseguenza costoro conoscono ascese folgoranti, ma vanno incontro altresì alla possibilità di subire rapidi tracolli perché sono sovraesposti. La propensione a ricorrere a modalità dirette di espressione in politica può favorire, per esempio, il successo di Silvio Berlusconi presso alcuni elettori, e al contempo presso altre categorie l’inizio di mobilitazioni contrarie a lui, di movimenti che esigono un maggiore controllo dei poteri e che vogliono prendere attivamente parte alla vita pubblica.

Il potere giudiziario afferma sempre più spesso la propria indipendenza in rapporto al potere politico, e questo fenomeno è sfociato in molteplici conflitti tra le due istituzioni, infiammatisi ancor più con Berlusconi. Il controllo della costituzionalità si accentua, e questo provoca una sorta di «giuridizzazione» dei rapporti politici e sociali. Infine, Europa significa dover rinunciare a qualche particella di sovranità in ambito monetario, economico, giurisdizionale, e persino in ambito politico e sociale, rinunce oggi percepite molto meno bene dagli italiani rispetto al passato perché non si concretizzano automaticamente in un miglioramento tangibile nella quotidianità e perché le scelte italiane non sempre sono state ben giustificate davanti all’opinione pubblica dai governi di Berlusconi. Nello stesso modo di quanto avviene presso altri membri dell’Unione Europea, il quadro tradizionale dello Stato nazione si spacca, senza che ne nasca automaticamente uno Stato europeo: questa fase di transizione alimenta l’incertezza, le esitazioni, i dubbi e le critiche, in Italia come altrove.

L’analisi di questi sviluppi richiede ovviamente di tener conto delle nuance: i partiti politici non sono scomparsi del tutto e costituiscono apparati sempre più importanti. I mezzi di informazione e di comunicazione non sono poi così influenti come assicurano coloro che si sentono delusi da Silvio Berlusconi. I giudici sono sicuramente più influenti, ma gli uomini politici mantengono il controllo della situazione. I movimenti nati dal basso, dalla società, si moltiplicano e ormai hanno un loro peso sulle decisioni pubbliche, ma incontrano enormi difficoltà a istituzionalizzarsi. L’Europa continua a lasciare un ampio margine di manovra in numerosi settori di cruciale importanza per l’Italia come per qualsiasi altro Stato-membro.

Volendo ricorrere ad un’altra definizione, la democrazia italiana come le altre democrazie europee occidentali, vive un’incerta mutazione. Essa non corrisponde più esattamente ai criteri della democrazia rappresentativa, ma non è ancora diventata la democrazia dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista uno dei paradossi del periodo Berlusconi che colpiscono maggiormente ha appunto a che vedere col fatto che, per reazione a quest’ultimo, ha effettivamente visto la luce in Italia con un bel distacco rispetto ai vicini europei una nuova forma di rapporto con la politica: lo comprovano l’importanza delle associazioni, la vitalità dei movimenti dei cittadini, ma altresì il tentativo dei partiti, per lo meno quelli del centro-sinistra, di gettare nuovi ponti verso alcune componenti della società civile.

Il periodo Berlusconi è altresì emblematico dell’incerta fase nella quale è precipitata la società italiana. Essa da un lato è travagliata da un movimento di individualizzazione che fa saltare in aria le ultime coesioni delle classi sociali e incrinare ancora di più i fondamenti di un senso civico storicamente debole; dall’altro essa è in ugual modo resa fragile dalle forze di disgregazione che valorizzano, con la Lega Nord, gli interessi della parte settentrionale del Paese a discapito del Sud, o con questo o quell’altro gruppo di interesse, le rivendicazioni di uno strato sociale preciso, a detrimento del bene comune.

Eppure, per un altro verso ancora, questa stessa società italiana è continuamente alla ricerca di solidarietà. Le solidarietà di vecchia data rimangono vive grazie alla "sociabilità primaria" della famiglia o a quella più istituzionale dei sindacati, potenti ma in via di invecchiamento e comunque sempre più confinati nel settore pubblico. Nuove solidarietà si vanno affermando con l’invenzione di forme inedite di aggregazione e di coesione, che si realizzano per alcuni dei suoi componenti intorno alle imprese, nell’ambito locale o regionale, o che si formano nei «centri sociali» che costituiscono una sorta di società parallela e alternativa, o che ancora si manifestano nell’ambito della grande panoplia di movimenti civili di lotta alla mafia, di denuncia della «dittatura» di Berlusconi, di resistenza all’arrivo nelle valli alpine della Tav che collegherà Lione e Torino, di opposizione alla costruzione di un ponte nello Stretto di Messina e così via. È molto significativo il fatto che gli italiani accettano sempre più apertamente l’economia di mercato, e al contempo esprimono un forte attaccamento all’esistenza di uno Stato sociale modernizzato, attaccamento che trascende la spaccatura destra-sinistra. Pertanto, l’italiano è individualista, ma non è mai solo.

Il periodo Berlusconi riflette dunque molto bene la deriva dell’Italia, nel senso che sia il suo presente sia il suo avvenire sono pieni di indecisione e del tutto imprevedibili.

Codesta incertezza è quanto mai aggravata dal cumulo di cattivi indici economici e demografici, e dall’ampliarsi delle disparità sociali che affliggono la costellazione largamente maggioritaria delle classi medie. La forte diffidenza dei cittadini nei confronti della maggior parte delle loro istituzioni e dei loro dirigenti politici alimenta anch’essa il dubbio e lo scetticismo che si respirano.

Tutto ciò significa forse che l’Italia è inesorabilmente condannata a mettere il piede in fallo e addirittura a cadere?

La storia dimostra che ogni volta che questo Paese si è ritrovato in ginocchio, a terra, poi ha saputo rialzarsi in modo spettacolare. Così è avvenuto - volendo limitarsi alla sola seconda metà del ventesimo secolo - all’indomani della seconda guerra mondiale, o negli anni Sessanta-Settanta, all’epoca dell’ondata di contestazione cui fece seguito l’offensiva del terrorismo rosso e nero. Le sue capacità di riprendersi completamente sono dovute al senso di responsabilità di cui danno prova - checché se ne dica - numerosi tra coloro che prendono le decisioni e alla vitalità della sua stessa società, abituata a non fare completamente a meno dello Stato e dei politici, ma a trovare insieme ad essi accomodamenti, soluzioni e appoggi utili a mettere a punto una forma di controllo. Andrà dunque a finire così, in questo inizio di nuovo millennio? A suo favore, l’Italia dispone di considerevoli riserve di intelligenza, di talento e di inventiva nella società transalpina come in una parte della cerchia dei suoi dirigenti, malgrado l’esecrazione di cui sono oggetto questi ultimi.

In realtà, la salvezza non arriverà soltanto dalla società civile, come sostiene una vulgata molto diffusa in Italia e all’estero. La capacità di sapersi trarre d’impaccio, il dinamismo, l’ingegnosità non basteranno per raccogliere le sfide economiche, scientifiche e tecnologiche della nostra epoca e farvi fronte. Occorreranno altresì - e molto più che in passato - la volontà politica e insieme ad essa politiche pubbliche efficaci, in grado di garantire una convivenza.

Questo presuppone che le élite italiane sappiano dare nuove fondamenta alla propria legittimità e che la crisi della rappresentanza politica si risolva. Queste sono due delle sfide che periodicamente segnano e orientano la traiettoria di questo paese. Il Sisifo dei tempi moderni è senza alcun dubbio italiano.

(Traduzione di Anna Bissanti)

Titolo originale: Dialogue: How to prevent a clash of civilizations – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

TÜBINGEN, Germania – La controversia sulle vignette danesi ha confermato in modo definitivo l’esattezza della teoria di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà”? No, perché le civiltà non si muovono sul palco delle politiche mondiali, né conducono guerre; in molti luoghi, persone di culture diverse vivono pacificamente insieme.

La politica mondiale è questione degli stati e dei loro leaders, come è sempre stata. Ma una teoria sbagliata potrebbe diventare realtà, attraverso politiche sbagliate. Si deve prevenire, una guerra di civiltà e religioni. Il problema è come.

Attivare una de-escalation attraverso il dialogo. Ma i musulmani sono interessati ad un dialogo serio?

Questo dialogo sta avendo luogo, fra singoli, gruppi, comunità religiose in molti luoghi e a molti livelli in tutto il mondo.

E per quanto riguarda la grande scena politica, l’ex presidente della Repubblica Islamica di Iran, Mohammad Khatami, già nel 1998 proponeva all’Assemblea Generale dell’ONU che il 2001 dovesse essere “Anno del Dialogo tra le Civiltà”. Gli spaventosi eventi dell’11 settembre 2001, di cui né Iran né Iraq sono responsabili, hanno tragicamente confermato l’urgenza di questa iniziativa.

La sessione dell’Assemblea Generale l’8-9 novembre 2001 era dedicata al dialogo fra civiltà. Ma si notava l’assenza del delegato USA, da quella sessione. Il pubblico praticamente ne era escluso, per “ragioni di sicurezza”. I media ne diedero a malapena notizia. Quindi possiamo girare la questione in questo modo: l’Occidente, vuole qualche dialogo serio coi Musulmani?

Si chiede un’autocritica dell’Occidente. Ma non sono i Musulmani, ad avere per primi motivo di autocritica?

Sempre più Musulmani oggi riconoscono la difficile situazione del mondo islamico e si impegnano nell’autocritica. Dalla pubblicazione dei tre Rapporti sullo Sviluppo Umano Arabo negli anni recenti, commissionati dalle Nazioni Unite e dalla Lega Araba, e redatti da 50 accademici arabi, nessuno può negare che in particolare il mondo arabo stia andando verso una crisi sociale, politica ed economica.

Ma l’Occidente condivide le responsabilità di questa situazione. Deve riflettere onestamente su sé stesso anziché puntare sempre il dito contro l’”Islam”. In molti casi stati e imprese occidentali hanno notoriamente giocato un ruolo nel mancato sviluppo e negli abusi. Noi in Occidente abbiamo tutte le ragioni per un’autoanalisi, che deve andare oltre la superficie degli eventi attuali.

Rilassare la tensione riconoscendone le cause profonde. Ma non è stata organizzata, l’indignazione dei Musulmani per le vignette, e non si usa ogni mezzo da parte dei fondamentalisti Musulmani per suscitare la rabbia popolare?

È vero che per le organizzazioni radicali islamiche e singoli governi le vignette sono state una gradita conferma della loro caricatura, di un Occidente immorale e violento. Sono come le torture di Abu Ghraib, dove i diritti umani sono stati deliberatamente violati e i Musulmani deliberatamente disonorati, e possono essere usate per sfruttare la rabbia popolare.

Ma è anche vero che questa rabbia popolare non avrebbe potuto essere sfruttata se l’Occidente non avesse creato un’esca politica a cui bastava solo una scintilla, perché la frustrazione e la furia che si sono accumulate nel mondo islamico la facessero esplodere. Ogni giorno, Musulmani dal Marocco all’Indonesia vedono e sentono di crudeli azioni militari in Afghanistan, Iraq, Palestina e Cecenia.

Libertà di stampa in una stampa responsabile. Ma non si devono mantenere ad ogni costo, le libertà di opinione e di stampa?

Senza mezzi di comunicazione liberi non ci può essere democrazia. Ma la libertà di espressione non può essere abusata in modi da violare deliberatamente sentimenti religiosi centrali, e producendo immagini stereotipate ostili: prima degli Ebrei, ora dei Musulmani. Libertà di stampa implica erre responsabili.

Non si può consentire che si denigrino persone e si violi la loro dignità, e poi occorre anche avvicinarsi con tatto nei mezzi di comunicazione alle grandi figure religiose dell’umanità, siano esse il Profeta Maometto, il Buddha o Gesù Cristo.

Una soluzione al problema della Palestina: centrale per allentare la tensione. Ma non deve prima Hamas riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, rinunciare del tutto alla violenza e sottoscrivere trattati internazionali in questo senso?

Allo stesso modo i palestinesi possono domandare che prima Israele si ritiri da tutti i territori occupati secondo la risoluzione ONU 242, si astenga da attacchi con l’esercito e applichi tutte le risoluzioni ONU che ha ignorato.

Comunque, questo non ci porterà molto lontano. Più di 50 anni di quella che in pratica è una politica di parte, di “mediazione” degli Stati Uniti in favore di Israele, ha reso i palestinesi, la cui situazione si è costantemente deteriorata, dubbiosi sul fatto che gli USA siano un mediatore onesto per la pace.

il conflitto in Medio Oriente alla radice non è un problema di terrorismo, ma un conflitto territoriale. Un inizio è stata l’evacuazione israeliana dalla striscia di Gaza. La pace chiede concessioni da ambo le parti, ma soprattutto da parte del più forte. E oggi Israele, col sostegno USA, è la più forte potenza militare del Medio Oriente.

La grande maggioranza del popolo palestinese ha votato Hamas per una profonda frustrazione di fronte al regime corrotto e inefficiente dell’OLP, l’intransigenza di Israele e la partigianeria degli americani.

È un tragico errore trattare il nuovo governo palestinese come un’organizzazione terroristica e tentare di forzare i palestinesi indietro, in una situazione deteriorata, attraverso la vessazione e il trattenere illegalmente il reddito delle tasse e altre risorse loro dovute.

Rafforzare i Musulmani obbliga alle riforme. Ma certo gli attacchi violenti alle persone da parte di radicali islamici, l’occupazione di ambasciate straniere e istituti culturali, non sono inaccettabili?

A queste violenze occorre resistere in modo fermo. I discorsi di Ahmadinejad contro lo stato di Israele devono essere condannati, sia dai Musulmani che dai non-Musulmani. Ma la gran maggioranza del popolo iraniano ha votato Ahmadinejad per la disillusione dal precedente regime dei mullah, nella speranza di superare povertà e mancanza di prospettive.

Gli Stati Uniti hanno fatalmente abbandonato il presidente riformista, Khatami, n quanto rappresentante di un “asse del male”. Così, non ha avuto il coraggio già nelle prime fasi di usare il soverchiante potere del voto contro i mullah reazionari e le loro guardie rivoluzionarie. Così gli USA hanno messo il gioco nelle mani del fondamentalista estremista Ahmadinejad.

Dialogo preventivo, invece di guerra preventiva. Considerando le vignette su Maometto e le foto delle torture di Abu Ghraib, è sempre più importante che noi in Occidente non ci limitiamo a diffondere valori condivisi come libertà e eguaglianza, o grandi traguardi come democrazia, diritti umani e tolleranza, ma li riempiamo di vita attraverso un’etica dell’umanità, rispetto di tutte le vite, solidarietà, verità e collaborazione.

Complessivamente, i Musulmani d’Europa e degli Stati Uniti hanno reagito in modo composto a questi penosi eventi e hanno tentato di esercitare un’influenza moderatrice sui confratelli dei paesi Musulmani.

Non voglio che le buone relazioni fra Musulmani e non-Musulmani arrivino ad uno scontro, ma che diventino più profonde, anche se ciò deve avvenire attraverso la condivisione di esperienze negative.

Un modo possibile di prevenire lo scontro di civiltà e livello locale e regionale sarebbe l’istituzione di consigli interreligiosi nella maggior quantità di città possibile. Consigli del genere hanno funzionato bene in Gran Bretagna per anni.

Composti da rappresentanti ufficiali delle fedi religiose presenti, essi possono affrontare questioni che interessano direttamente le relazioni fra le comunità di credenti. In situazioni di crisi possono agire come mediatori e prevenire sviluppi pericolosi.



(Hans Küng, teologo cattolico, è anche consigliere delle Nazioni Unite in quanto presidente della Global Ethic Foundation.)

here English version

[…..] E così in quell'autunno del 1939. Eppure l'anno prima, sarà stato novembre, la mia compagna di banco mi aveva detto: “Da domani non vengo più a scuola"Perché? “Perché sono ebrea”. Giorgina Moll si chiamava, aveva un bel viso quieto, era un poco piu grande di me, bruna e gentile. Qualche anno fa una giovane donna mi lanciò animosamente: “Se non fosse stata ebrea l'avresti aiutata, saresti intervenuta, ti saresti informata”. No, temo di no. Funzionava il non sapere, non voler sapere, scansarsi - non dal pericolo, percepivamo confusamente not ragazzi, da una volgarità potente ma pur sempre accidentale. Fu una riduzione, il non fascismo, che non era l'antifascismo e credeva di starne fuori non senza una punta di sprezzo - sono le omissioni i veri peccati mortali. lo ero allenata a omettere.

Giorgina Moll non la vidi mai più. Mi dico, spero, che i suoi abbiano avuto il riflesso pronto, sia andata via, fuori dall'Italia. Che cosa dissero i professori di quei vuoti nei banchi? Niente. Che cosa chiesi? Niente. O furono domande e risposte elusive, di quelle che non restano. Siamo avvezzi a non chiedere e lasciare la prima risposta come viene. Ebrea che voleva dire? Chi era ebreo ? Nella nostra miscela triestina l'ebreo non lo trovo, non si diceva attorno a me il tale e ebreo o non lo é - l'ebreo come “altro” lo decide qualcuno, lo decisero il governo, il regime, i fascisti e sembrò di non dover ascoltare quella prevaricazione. Neppure la gran parte degli ebrei ne colse la gravità, o se la nascose o la ridusse. In ogni caso i miei compagni e compagne di scuola non si sentivano né erano sentiti diversi, e non basta un culto a farsi sentire tali. Lo e oggi per interposta Shoah. Venezia non era uno shtetl, dello shtetl credo neppure sapessero, se pur stava nella memoria di qualche vecchio parente. Dovevano essere ebrei come ero cattolica io, che non mi sarei sognata di dire a Giorgina: Sai, domenica sono stata a messa, tanto la cosa era indifferente. Così dal suo “non vengo a scuola perché sono ebrea» percepii che altri decidevano di noi, come sempre dei ragazzi.

Non un allarme. O che fosse addestrata a tacere o lei stessa non avvertisse che cosa covava in quella separazione. Era a scuola che non sarebbe venuta, non alla deportazione che sarebbe andata.

Fino a tardi fra la gente comune le distinzioni fra ebrei e non ebrei non esistettero né nel bene né nel male. Ma il male doveva essere così sornione e la gente così spossessata che la discriminazione si installò senza un sussulto. La furia mi prese dopo: chi non aveva avuto in casa, o vicino, degli antifascisti impegnati era venuto su nel silenzio. Al più - non so se meglio o peggio - un rifiuto che pareva aristocratico della politica, cosa sporca della quale non occuparsi. I miei appartenevano a questa cieca categoria.

E io ? E certo che per le vicende politiche non avevo uno spazio interno. Ma come mi comportai ? Che cosa rilevavo ? Il primo ricordo sono i manifesti “Si Si Si” che tappezzavano la scuola, avrò avuto otto anni, ero al Lido, gli zii non votarono e basta. Si diceva “il regime” come un'ovvietà. Ho in mente - o l'ho sognata? - una visita del re a Venezia, cui la scuola ci accompagnò, e la delusione nell'intravvedere oltre la siepe di folla un ometto senza corona.

Nulla di questo entrava nella quotidianità con la quale avevo a che fare, neanche quando ebbi dieci o dodici anni, salvo l'ora di ginnastica e la divisa. L'ora di ginnastica era tremenda, non riuscivo a percorrere l'asse di equilibrio senza precipitare, saltavo trenta centimetri o simili. “Patata! Polentona!” gridavano le maestre magre e diritte, capelli tirati sulla nuca, che provenivano dalla Farnesina. Una faceva “Ich!” col saluto romano per mostrarci come la massima estensione e dirittura del corpo corrispondesse a quella parola, e in tedesco funzionasse mirabilmente. Soltanto sul quadro svedese salivo, scendevo e caprioleggiavo, per cui cercavo sempre di infilarmici, ma quelle insegnanti malefiche mi spedivano sull'asse. Il mio corpo era pigro e non lo sapevo governare, a differenza di mia sorella Mimma, abituata dalla prima lunga malattia a prenderlo in conto e averne ragione. Mimma percorreva 1'asse fatale in punta di piedi, tipo farfalla, e graziosamente ne scendeva con un saltino. Inoltre saltava la funicella come una cavalletta e non lasciava cadere un pallone. Non posso reclamare ad antifascismo il mio disgusto per la ginnastica, legata a immagini littorie ma simile all'ora di religione, obbligatoria e non importante.

Mentre mi piacque la divisa da giovane fascista, era il primo tailleur con camicetta e cravatta. Con le stesse carte ci si iscriveva alla tal classe e alla categoria giovane italiana o giovane fascista. Non era un gesto, sarebbe stato un gesto dire: No, io no. Non mi venne mai in mente. Che cosa facessi dentro quella divisa non ricordo. Qualche scempiaggine devo aver detto o fatto se qualche tempo fa, a Torino, una compagna di classe dalla bella treccia bionda che ancora le circonda il viso, mi avvicinò a una conferenza nella quale ero stata verbalmente aggredita da alcuni seguaci di Nolte: “Ti ricordi di me? Sono Liliana. Dimmi, come è avvenuta la svolta ?” Quale svolta ? “Quella politica !” Politica ? Ero fascista ? “Eh, si”. Buon dio! Liliana era in piena buona fede, amichevolmente curiosa. Non ne dubitai, la memoria precipitò verso quel buio, vacillò, non pensò niente. Da allora ho frugato nel passato senza esito. Liliana Thalmann, si chiama, a che anni si riferiva? Non potevano essere che quelli che condividemmo al Manzoni, dunque fra i tredici e i sedici, fra il 1937 e il 1940, due anni di ginnasio e due di liceo, perche anticipai l'esame di maturità per guadagnar tempo. Dev'essere allora che Liliana mi ha visto giovane italiana o giovane fascista - era una graduazione per età - asserire non so che cosa, poi 1'ho perduta per mezzo secolo, fino alla sera di Torino. Perché non ricordo che diavolo ho fatto o ho detto? Che sia un tremendo rimosso? Non possono avermi sedotta le aquile e i gagliardetti, parenti del sole che sorgeva libero e giocondo, ridicoli. Mi ha tentato la retorica bellica, gente in trincea, Vinceremo?, o ero attratta da una certa impronta antiborghese, dall'ergersi eroico contro i modesti orizzonti, il buon senso del «chi te lo f fare”, insomma to ziopierinismo ?

Non so, ma questo potrebbe essere, mi dava fastidio e mi da fastidio anche oggi. Se fu, fu un atteggiamento obliquo, nato nell'indifferenza. Che e la peggior colpa, penso ora. Ma mi inquieta. Quindici, sedici anni adesso sono niente, allora non erano niente. E per come poi mi sbalestro il 25 luglio dovevano non essere stati niente. Fino ad allora il fascismo fu un panorama trovato, non scelto, ero una ragazza grigia. Quelli che Renzo De Felice definisce consenzienti col fascismo, quelli delle grandi adunate dove raccattare qualche brandello di identità, dovevano essere perlopiu grigi, il grande incolore del paese. Avrei cercato di individuarli con to sguardo fra il 1943 e il 1945 quando era decisivo capire se qualcuno di loro ti vedeva, ti notava, se ti avrebbe denunciato. Ma come distingui un grigio ? E non erano i grigi a denunciare. Oggi li penso con maggior pietà. Quanto a me, restai assordata dai fragori interni fino al 1943, quando su meta dell'Europa la guerra era gia passata, e per molti versi era decisa. Fino a quel momento mi difesi dal precipitar fuori e sbattervi il muso. La sbattuta fu violenta.[...]

Chi governa, si sa, non ama le critiche. C'è qualcuno però che per metterle a tacere pensa che sia lecito negare ogni addebito e in sostanza mentire: il ministro della Giustizia Castelli appartiene a questa non eletta schiera. Era poco più di due mesi fa, infatti, il 29 dicembre dell'anno scorso, quando, in risposta a un mio editoriale critico delle condizioni delle carceri italiane, egli scriveva a questo giornale una piccatissima lettera di risposta (lunga almeno il doppio, secondo un tipico costume nazionale), nella quale, oltre a sostenere il carattere malizioso e del tutto infondato delle critiche suddette, frutto naturalmente della più colpevole disinformazione, assicurava che sotto la sua guida l'amministrazione carceraria non aveva fatto che migliorare. «Smettiamola - concludeva l'indignato Castelli - di accreditare i nostri penitenziari come un inferno, smettiamola di eccitare irresponsabilmente l'animo dei detenuti». Peccato che a dispetto di tanto nobili intenzioni sia proprio il ritratto di un inferno quello che invece emerge dai dati resi noti in un convegno organizzato l'altro giorno proprio dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero cui sovrintende l'onorevole Castelli. Nelle carceri italiane sono ospitati oltre 15 mila detenuti in soprannumero (un sovraffollamento mai registrato nell'ultimo decennio), il 27 per cento di essi è tossicodipendente, il 20 per cento è affetto da patologie del sistema nervoso e da disturbi mentali; dal canto suo oltre il 20 per cento delle duemila e 800 detenute soffre di patologie tipicamente femminili come tumore dell'utero, della mammella, ecc. A fronte di questi dati c'è quello stupefacente della diminuzione della spesa sanitaria per ogni cittadino detenuto, passata da poco più di 1.800 euro di dieci anni fa agli attuali 1.607 (cifra che è sì un po’ superiore a quella destinata a ogni cittadino libero, ma che quindici anni fa lo era nella misura di più del doppio).

Ma non è solo questione di condizioni sanitarie o di sovraffollamento. Per esempio è drasticamente diminuito rispetto all'anno passato il numero dei detenuti iscritti a corsi professionali; di mille unità circa è diminuito il numero di quelli che hanno la possibilità di lavorare, mentre oltre il 63 per cento della popolazione carceraria italiana è tuttora costretta, all'inizio del XXI secolo, a lavarsi con l'acqua gelida. Come stupirsi se continua a contarsi ancora a decine il numero dei suicidi nelle prigioni della penisola?

Naturalmente questa situazione era la medesima anche due mesi fa, quando il ministro Castelli, che pure non poteva non esserne a conoscenza, scriveva al che nel suo dicastero, per carità, tutto andava per il meglio o quasi. Non solo, ma arrivava a dipingersi come la povera vittima della solita stampa superficiale e calunniatrice. Proprio in questo tentativo di nascondere la gravità di grandi questioni nazionali (nessuno è così sciocco da credere che il disastro delle carceri italiane sia cominciato con il governo Berlusconi), proprio in questa costante tendenza ad abbellire la realtà con le chiacchiere prendendosela con chi non sta al gioco, proprio qui, forse, sta la maggiore manifestazione del dilettantismo della classe politica e di governo che il centrodestra ha messo in campo. Dilettantismo di chi si ostina a pensare alla cosa pubblica come a una sorta di palcoscenico dove ciò che conta non è la serietà, magari anche sgradevole, dei comportamenti e dei provvedimenti, ma il «fare bella figura», e di chi, come l'onorevole Castelli, non si è ancora accorto, alla sua età, che le bugie hanno invariabilmente le gambe corte.

La scena è otto volte orrenda. Una volta perché l’uomo pestato a sangue è ubriaco, non sta in piedi, basta uno spintoncino e va giù come un birillo, allora perché pestarlo in tanti? Una seconda volta perché è un extracomunitario, lo si sapeva fin da subito, han chiamato i carabinieri dicendogli: «Venite, c’è un marocchino ubriaco, sfascia tutto». La terza volta perché a pestare con pugni e calci sono carabinieri, due in divisa, uno in borghese: e i carabinieri sono la Legge, lo Stato, quindi qui è la Legge, lo Stato che picchia un uomo indifeso, incapace di reggersi in piedi.

La quarta aggravante perché l’uomo picchiato è nudo: s’è spogliato lui, è in mutandoni bianchi, e dunque pestandolo pesti la carne spoglia, vai direttamente sulle costole, ne senti lo schiocco. Il filmato trasmesso in tv è diviso in due tempi. Nel primo tempo il marocchino è attorcigliato a terra, viene colpito con pugni e calci, tirar calci a un uomo caduto a terra fa parte di un istinto primordiale, l’uomo civile lo riscopre in guerra (o nel lager).

Ogni uomo è tuo nemico. Se il nemico cade, colpiscilo prima che si rialzi, colpiscilo perché non si rialzi. E questa - la riscoperta degli istinti arcaici - è la quinta aggravante. Perché questa riscoperta la fa la Legge, lo Stato. Nel secondo tempo il marocchino è in piedi, forse l’han tirato su, qualcuno lo tiene fermo e intanto uno lo colpisce, ci volta le spalle, vediamo il braccio destro che rotea in aria per prender forza, poi viene scaricato dall'alto in basso, e il pugile che lo scarica fa un saltino, per dare al pugno più violenza.

E questa è la sesta aggravante, la gragnola di colpi su un uomo in ko. La scena dei pugni con saltino dura tanto a lungo che il nostro cervello fa in tempo a formulare un pensiero: «Questo è odio, odio personale». E questa è la settima aggravante. L’ottava, l’ultima che vediamo, è la più lugubre: l’uomo è di nuovo a terra, stramazzato, e uno dei carabinieri balza sopra il suo corpo, a piedi giunti. Non si vede bene, tutto il filmato è confuso, girato in fretta, di nascosto. Se qualcosa fosse meno grave di quanto ci è parso, saremmo i primi a esserne contenti. Lo dico in piena coscienza. Nostro massimo desiderio sarebbe che il filmato fosse tutto inventato. Ma purtroppo anche il Comando dei Carabinieri sa che è buono, e ha provveduto a punire immediatamente col trasferimento i militi protagonisti.

Ed ecco la coda velenosa dell'argomento: gli italiani residenti nel quartiere (siamo a Sassuolo, in provincia di Modena, la capitale delle piastrelle) han sottoscritto una petizione per chiedere che i carabinieri non vengano puniti, facevano quel che facevano per fermare la criminosità della zona, l’invivibilità, che rovina l'esistenza di tutti. Il marocchino pestato è un clandestino. Ma la zona è piena di extracomunitari regolari, i quali pure si sentono danneggiati dalla criminosità che detta legge.

La tentazione da respingere è quella di stare con una parte, contro l’altra. Se quello è un irregolare malavitoso (ripeto: se), non va massacrato, va espulso, che per lui è anche peggio. Se i carabinieri son pronti a metterci tanto impegno per bonificare le aree di loro competenza dalla criminosità, devono avere mezzi e leggi, non andare nel corpo a corpo, a farsi una giustizia tribale. Non vanno usati come barriera umana, a scaraventare il loro corpo contro il corpo dell’illegalità. Qui il gesto più saggio, più utile, più moderno, l’ha compiuto il marocchino che ha filmato la scena col suo cellulare, e ha mandato il filmatino alla stampa. Son passati dieci giorni, ed ecco, sappiamo tutto. Se non sapessimo niente, poteva anche succedere che tutto venisse coperto. Invece sappiamo, e scoppia lo scandalo, e la giustizia non può più fermarsi. Perché la giustizia non è la Giustizia. Siamo noi. Sono gli articoli, compreso questo.

Nota: sulla diffidenza generale che circonda a Sassuolo gli immigrati, per Eddyburg avevamo mesi fa proposto un articolo di Elisabeth Rosenthal (f.b.)

Titolo originale: Visiting U.S., Berlusconi gets a warm endorsement from Bush – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, che sta combattendo un’aspra campagna elettorale per la rielezione, è stato salutato martedì dal Presidente George W. Bush come “forte ” e fonte di necessaria stabilità per il governo italiano.

Ma Bush e Berlusconi, la cui alleanza trae forza dall’ampio ruolo italiano nella coalizione per l’Iraq, hanno parlato cautamente della guerra.

Bush ha detto che le recenti violenze lasciano gli iracheni di fronte alla scelta fra “caos o unità”.

E Berlusconi ha confermato il piano per ritirare le ultime truppe italiane dall’Iraq entro la fine dell’anno.

L’esponente italiano, in visita per tre giorni negli USA, chiaramente contava su un sostegno politico nella sua campagna contro Romano Prodi, il candidato di centro-sinistra ex presidente della Commissione Europea, che guida i sondaggi.

Le elezioni si terranno il 9 aprile.

Le relazioni di Berlusconi con alcuni paesi europei sono tese: Roma è furiosa per un tentativo francese di bloccare l’acquisizione italiana della compagnia energetica francese Suez: il che rende le relazioni con gli USA ancora più importanti.

Bush ha ampiamente accontentato Berlusconi, dicendo: “Il primo ministro è un leader forte. È un uomo di parole. Ha portato stabilità nel governo italiano” in quanto primi ministro in carica più a lungo in Italia dalla seconda guerra mondiale.

Fermandosi appena prima di un aperto sostegno politico, Bush ha aggiunto: “Ovviamente, per un presidente americano è importante lavorare con qualcuno in modo continuativo”.

Evitando la domanda di un giornalista italiano su come cambierebbero le relazioni se vincesse Prodi, Bush si è avvicinato in punta di piedi a un sostegno. “È molto più facile costruire politiche comuni” ha detto, “quando ci si rapporta con la stessa persona da un anno all’altro”.

È stato riferito che Bush abbia ritardato di qualche ora la partenza per il viaggio in India e Pakistan per accontentare il suo alleato nella guerra in Iraq.

Bush e Berlusconi sono entrambi conservatori saliti al potere nel 2001. L’Italia ha inviato 3.000 uomini in Iraq dopo l’invasione USA e ne tiene ancora 2.600.

Così in un momento in cui molti italiani si oppongono aspramente alla guerra, lamentano lo sprofondamento economico del paese, deridono i problemi legali di Berlusconi e dicono che le affermazioni del primo ministro sono ridicole – ha fatto voto di astenersi dal sesso durante la campagna elettorale e si è paragonato a Gesù Cristo – la calda accoglienza della Casa Bianca è stata molto gradita.

L’incontro, comunque, è avvenuto solo pochi giorni dopo l’attentato con bombe ad una importante moschea in Iraq, che ha provocato centinaia di morti per ritorsioni e aumentato i timori di una possibile guerra civile.

Alla domanda se la violenza influisse sul morale delle truppe USA, Bush ha invece risposto che agli iracheni si presenta una scelta.

”La scelta è tra il caos e l’unità” ha detto. “La scelta è fra una società libera o una dominata da persone malvagie che uccidono degli innocenti”.

Bush aveva sentito sette leaders iracheni dopo l’attacco alla moschea, e ha dichiarato: “Capiscono la serietà del momento. Hanno fatto la loro scelta, che è di lavorare verso un governo di unità”.

Berlusconi e Bush hanno dichiarato di aver discusso di Iran e del ruolo della NATO in Afghanistan.

Dovevano anche discutere la vittoria elettorale del gruppo militante Hamas nei territori palestinesi. Berlusconi ha dichiarato a Newsweek in una recente intervista che voleva spiegare a Bush le intenzioni del presidente russo Vladimir Putin che ha invitato i di Hamas a Mosca.

”Credo sia questa la strada per iniziare i negoziati” ha dichiarato alla rivista. “Conto anche sul fatto che gli esponenti di Hamas ora comprendano di avere responsabilità di governo”.

In una ostentazione di indipendenza, Berlusconi la scorsa settimana si è distinto auspicando la chiusura “il più velocemente possibile” del centro di detenzione USA di Guantánamo Bay, Cuba. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha fatto la medesima richiesta prima della sua recente visita alla Casa Bianca.

Oltre all’incontro alla Casa Bianca, il primi ministro è stato invitato a parlare alle camere riunite al Congresso mercoledì mattina.

Si tratta di qualcosa meno di un discorso in sessione congiunta, ma un onore generalmente riservato agli alleati più stretti: come il leader di un’altro paese chiave della coalizione, il Primo Ministro britannico Tony Blair.

Più tardi Berlusconi pranzerà col numeroso gruppo italo-americano del Congresso.

Durante la giornata riceverà poi lo Intrepid Freedom Award a bordo della portaerei Intrepid, nave della seconda guerra mondiale ora ancorata a New York. Il riconoscimento, della privata Intrepid Foundation, viene conferito ad esponenti nazionali o stranieri che “promuovono e difendono i valori della libertà e democrazia”.

Berlusconi è stato al centro di una piccola polemica dopo la sua ultima visita alla Casa Biabca, quando ha affermato che Bush gli aveva che avrebbe preferito la sua rielezione. Un portavoce della Casa Bianca ha dichiarato più tardi che “come sempre, gli USA non interferiscono negli affari interni di altri paesi, specialmente in periodo di elezioni”.

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L'impegno che le forze della sinistra italiana devono porsi è quello per un diverso sviluppo. Uno sviluppo non più basato sulla cieca crescita, ma sul rispetto dell'ambiente in tutti i suoi aspetti: che punti quindi sulla riqualificazione delle città e la dotazione degli spazi e dei servizi essenziali, sul risanamento dei centri storici, sul consolidamento degli abitati a rischio sismico, sulla difesa del suolo e sul recupero diffuso del territorio, sul restauro dei beni culturali, sull'istituzione di parchi e aree protette e loro gestione, sul rimboschimento e via dicendo. Solo gli attardati maitres à penser che scrivono sui giornali, completamente spiazzati dalla rigogliosa ventata ambientalista, possono scrivere vaneggiando che dissesto e inquinamento sono «prezzi da pagare al progresso»: la semplice verità è che non è possibile nessun progresso senza rigorosa salvaguardia dell'ambiente e risparmio delle risorse, nessuno sviluppo economico senza politica ecologica.

È necessario che la sinistra impari a fare i conti ecologici. Calcolare cioè quanto ci è costato lo «sviluppo» deforme degli anni passati, basato sull'ignoranza e il disprezzo del territorio e dell'ambiente: gli ingenti costi sociali scaricati sulla collettività dalla rapina del suolo e delle risorse. Sapere dunque quante migliaia di miliardi ci è costato il dissesto idrogeologico, l'inquinamento delle falde idriche, l'avvelenamento dei corsi d'acqua, lo sparpagliamento dei rifiuti tossici, la congestione e la paralisi delle città, la terziarizzazione dei centri storici, quanto ci costerà il risanamento delle aree devastate dall'abusivismo, ecc.: e per converso sapere quali benefici economici, quanti posti di lavoro saranno creati dallo sviluppo tutto diverso per il quale Occorre battersi.

Postilla

Così si concludeva la prefazione al libro di Vezio De Lucia, Se questa è una città, scritta da Antonio Cederna nel 1989. L'attualità delle considerazioni di Cederna è nota a tutti coloro che si interessano di urbanistica. Altrettanto condiviso il rammarico di non poter più confidare sulla sua prosa acuminata, così efficace nel mettere alla berlina l'ipocrisia, il conformismo e l'ignoranza, purtroppo ancora ampiamente diffusi nel nostro paese.(m.b.)

«Siamo a qualcosa di peggio». Lo dice Tina Anselmi l’indimenticata e coraggiosa presidente della Commissione P2, in un’intervista all’Espresso del 23 febbraio. L’intervistatrice Chiara Valentini ricorda all’Anselmi la durezza del suo esordio politico, ai tempi del «duello all’ultimo sangue tra Togliatti e De Gasperi». E prontamente l’ottuagenaria ma non domata signora risponde: «Adesso siamo a qualcosa di peggio. Oggi c’è chi rifiuta le modalità della democrazia». Dice: «Quando presiedevo la Commissione della P2 ho avuto pressioni, minacce, denunce, sette chili di tritolo davanti casa, era una vita impossibile, ma Papa Wojtyla, mi ha detto battendomi una mano sulla spalla: “Forza, forza”. Nell’elenco di Gelli c’era una buona parte di quelli che contavano, uno spaccato tremendo del Paese. Ma ben più grave è che molti uomini della P2 siano passati indenni da quegli anni. Basti ricordare l'attuale presidente Berlusconi, tessera P2 1816. E il suo aiutante, Fabrizio Cicchitto, tessera P2 2232».

Se in tempo di quote rosa si ammettesse che, oltre ai “padri”, ci sono anche le “madri della Patria”, quel titolo spetterebbe certo alla cattolica democratica Tina Anselmi. Per il coraggio che ha avuto, e per il coraggio che ha. Perché anche adesso il semplice menzionare un nome e una tessera P2 porta, come conseguenza immediata, di essere definiti «giornalisti criminali» e «testata omicida», con accuse di contiguità al terrorismo politico o al terrorismo islamico.

Eppure le due tessere P2 sopracitate corrispondono, nell’ordine, a colui che si proclama l’uomo nuovo destinato da Dio a cambiare il Paese (lo ha cambiato, purtroppo, e anche senza essere credenti c’è da dubitare che Dio sia coinvolto con lui, con Dell’Utri e con Previti in questo umiliante cambiamento). E al portavoce del premier che appariva ogni giorno nei telegiornali di Stato per redarguire la sinistra sulla scarsità di senso morale, al tempo in cui andavano quotidianamente in onda notizie false sulle scalate Ds alle banche.

I n quel tempo il buon avvocato Mills, destinatario di un anticipo di seicentomila dollari misteriosamente giuntogli dall’Italia, non aveva ancora parlato, non aveva ancora indicato il mittente della sua fortuna.

Se vi fermate un momento a riflettere, notate questo: tutti gli uomini del presidente (in particolare gli intimi) sono identificati o da una tessera P2 o da grandi somme di denaro, distribuite, assegnate o transitate per una ragione o per l’altra.

Per questo Tina Anselmi dice, dopo aver ricordato i suoi tempi terribili, «adesso siamo a qualcosa di peggio».

Ma mettetevi nei panni di un normale lettore o lettrice dell’intervista Valentini-Anselmi. Molti constateranno di non avere mai sentito, da quando esiste questo governo, un simile discorso alla radio o alla televisione italiana. Infatti la campana di vetro che isola l’Italia da ciò che realmente accade, attraverso il controllo ferreo delle notizie (Tg e talk show, le altre fonti dissuase o intimidite, se necessario, con pesanti denigrazioni o minacce) produce la percezione di una realtà alterata in cui chi si ostina a dire le cose così come sono, appare un persecutore e anche un testardo.

Infatti la realtà offerta dai Tg è completamente diversa. Al punto che il presidente del Parlamento Europeo Josep Borrell che vede gli eventi senza il filtro malato della Tv italiana, si è accorto subito delle dichiarazioni para-naziste di Romagnoli (uno dei nuovi alleati fascisti di Berlusconi, secondo i patti siglati a Palazzo Grazioli, sede privata del Governo) e del suo disprezzo della Shoah, ha subito dichiarato la sua incredula indignazione.

Molti italiani sarebbero stati colti di sorpresa da quella dichiarazione, se il presidente Ciampi, lo stesso giorno, di sua iniziativa, non si fosse recato alla Sinagoga di Roma per dire: «Un uomo della mia generazione non dimenticherà mai il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma, non dimenticherà mai la Shoah».

Ora non crediate che Carlo Azeglio Ciampi si sia trovato a passare per caso sul Lungotevere, e abbia pensato di passare a fare una visita al suo amico livornese Elio Toaff.

Una ragione c’era, anche se manca nelle notizie italiane: arrivano i fascisti, e fanno campagna elettorale, per la prima volta nella storia democratica italiana, con un leader che viene dalla P2 e che va in giro spacciandosi per “liberale” (come scrivono benevolmente di lui sui muri di “Porta a Porta”).

Ci sono anche collaborazionisti (più o meno consapevoli) della destra che si fanno trovare a bruciare bandiere di Israele (un Paese la cui distruzione viene continuamente invocata) in coda al corteo di un partito che figura nella coalizione guidata da Romano Prodi.

Prodi ha messo subito per iscritto, in una lettera a Giorgio Gomel e al gruppo Martin Buber, la sua recisa e incondizionata condanna per quella umiliante e incivile iniziativa. Si può capire l’imbarazzo di Berlusconi. Berlusconi non potrebbe scrivere quella lettera. Ha preso ben altri impegni con certi fascisti che, ancora adesso, si collegano direttamente alla Repubblica di Salò, e dunque anche alle leggi razziali.

Ma qualche altro “liberale” della sua parte (o qualche cattolico fervente, come Casini) avrebbe potuto dedicare un minuto di attenzione alle squadre fasciste che si sono adunate a Palazzo Grazioli per fare il “saluto ad Arcore” e comunicare, almeno, un po’ di disaccordo. Invece continuano a parlare di Vladimir Luxuria, come se essere transessuale fosse un reato. Lo sarà, forse, se dovesse vincere, con i suoi fascisti a bordo, accanto a Casini e a Pera, la Casa delle Libertà.

C’è un film dvd di Enrico Deaglio che sarà distribuito con il settimanale «il Diario» il primo marzo, e poi nelle librerie Feltrinelli. Contiene un documento che è importante vedere. È l’intera sequenza della seduta del Parlamento Europeo che ascolta Berlusconi nel giorno infausto in cui si è insediato alla guida del semestre italiano.

Di quell’evento è restato un senso di profondo imbarazzo in Italia, perché a nessuno piace mostrare in pubblico di aver meritato un simile primo ministro. Ma il nostro imbarazzo era motivato da brevissimi flash di telegiornale così cautamente contenuti che il Tg 1, per esempio, aveva soppresso la voce dei protagonisti e l'aveva sostituita con la narrazione fuori campo, durata comunque pochi secondi.

Che cosa è realmente accaduto? Lo vedrete nel dvd che mostra l’intera vicenda. È accaduto che il capo del governo italiano ha dato del nazista («Kapò») al deputato tedesco Martin Schultz, capogruppo dei socialisti in quel parlamento. La ragione della scenata di Berlusconi è familiare agli italiani. Schultz si era permesso di fare delle critiche e di alludere al gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi che, fuori dall’Italia, continua a provocare meraviglia, disagio e anche disprezzo a causa dell’evidente illegalità. Di fronte a quelle critiche - durate in tutto un paio di minuti e contenute nel più tradizionale linguaggio parlamentare - Berlusconi ha perso la testa ed è passato all’insulto violento, con parole volgari e gridate. L’evento è servito molto ai parlamentari europei. Hanno colto al volo l’incapacità di governare di Berlusconi, che infatti ha prodotto, nel semestre italiano, soltanto circostanze penose, negative o ridicole.

Ma hanno visto anche - dietro la finzione dell’eterno sorriso da venditore - una genuina cattiveria, una vera e non controllabile voglia di vendetta (che del resto questo giornale conosce bene, se pensate alle accuse costantemente sollevate contro chi non ha mai accettato di considerare Berlusconi un normale avversario e si è sentito costretto a insistere sul pericolo per la democrazia che il conflitto di interessi provoca con la sua infezione e la sua estraneità alla legalità).

Ma è necessario vedere il film di Deaglio perché nessuno di noi, in Italia, ha mai visto l’intera, umiliante sequenza, ha mai ascoltato i boati di indignazione dei parlamentari europei, ha mai visto la faccia esterrefatta di Prodi che ascolta, ha mai potuto sostare sui primi piani del presidente Cox, che appariva offeso e desolato, ha mai potuto ascoltare le sue parole. Vedendo il film apprenderete ciò che la Tv italiana ci ha negato, negando una pagina rilevante del giornalismo contemporaneo.

I parlamentari europei insorgono. Quando Parla Schultz lo applaudono in piedi per più di un minuto. Quando parla Berlusconi gridano e protestano, non per impedirgli di parlare, ma per le cose incredibili che ascoltano. Ascoltano sarcasmo, maleducazione, offesa e rifiuto di scusarsi. Invano il presidente Cox, che notoriamente non è di sinistra, ha offerto a Berlusconi una seconda occasione di prendere la parola. Il premier ha ripetuto e deliberatamente peggiorato le cose che aveva già detto. La reazione del Parlamento è stata di aperto rigetto. Niente di tutto ciò era stato visto in Italia, dove anche coloro che avevano giudicato severamente l’evento erano stati lasciati con l’impressione di un momento sbagliato o difficile in un incontro altrimenti normale. La verità è che si è trattato di un disastro di immagine gravissimo, irrimediabile. E solo un uomo prepotente e ricco è in condizione di bloccare l’informazione nel suo Paese, una informazione tanto importante su un fatto così clamoroso. Attraverso la pesante intimidazione, oppure l’amicizia conveniente, oppure la paura preventiva è stato reso possibile il quasi silenzio.

Ho ripensato a questa sequenza proibita quando all’improvviso, nel corso di una puntata di «Otto e mezzo» il senatore Debenedetti ha detto a Berlusconi, che era accanto a lui in trasmissione: «Lei ha spaccato l’Italia».

La frase semplice e inequivocabile ha provocato un effetto dirompente. Il presidente-padrone è abituato alle lodi di corte o alla prudenza di chi conosce il suo istinto vendicativo. E, purtroppo, al silenzio dei giornalisti. In quel caso lo ha bloccato lo stupore. E, solo dopo, il furore. Ma questo, almeno, in Italia si è visto anche se Berlusconi non è sembrato in vena di perdonare la sorpresa. Berlusconi sa che, a causa del conflitto di interessi, è in grado di interferire in qualunque campo o attività imprenditoriale. Parlo delle imprese che controllano i giornali. Questo fatto, che è fuorilegge, spaventa e zittisce molti fra coloro che dovrebbero raccontare, interrogare, sollevare obiezioni.

Nei libri di storia italiani si ricorderà che la potente macchina illegale messa in funzione da Berlusconi e dai suoi associati - scelti a uno a uno dal condannato in primo grado Marcello Dell’Utri anche per le prossime elezioni - non ha potuto funzionare sui magistrati. «Delira», hanno detto di lui venerdì senza esitare i Giudici dell’Associazione Nazionale Magistrati, quando Berlusconi è tornato a dichiararsi vittima di persecuzione delle toghe rosse.

Parlando a Perugia, alla folla fatta pervenire sul posto per le riprese televisive, Berlusconi aveva appena assicurato i suoi: «Non me ne andrò finché non sarò riuscito a cambiare la magistratura». Vuol dire: metterli a tacere. I suoi elettori che - avrete notato - lo applaudono in continuazione ma, perfino loro si fermano stupiti e in silenzio quando lui ha il coraggio di dire: «Ho mantenuto tutti i punti del mio contratto», sanno che quella di far tacere i Magistrati è l’unica promessa che Berlusconi, se rieletto, si impegnerà davvero a mantenere.

Ciò rende ancora più urgente il voto di tutti i cittadini democratici, in qualunque parte si riconoscano, per chiudere l’epoca della illegalità e per informare i parlamentari e governi europei che l’Italia è tornata, che il Paese è uscito da una tremenda condizione di rischio. Come dice Tina Anselmi, «peggio della P2».

Chi potrà ancora sostenere che se si ritirano le truppe straniere dall'Iraq scoppierà la guerra civile? Quello che è successo ieri a Samarra - un'esplosione ha distrutto la cupola d'oro della moschea al Aksari, luogo santo sciita, cui sono seguite proteste e rappresaglie contro imam e moschee sunnite - toglie ogni velo di ipocrisia ai fautori dell'occupazione. Non è la prima volta che vengono attaccati i luoghi santi sciiti e probabilmente non sarà l'ultima. Bisogna fermare il massacro non alimentarlo, come hanno fatto finora gli occupanti acuendo la divisione fra le varie componenti etnico-confessionali irachene. Il ritiro dall'Iraq toglierebbe ogni alibi a coloro che non sono interessati alla sua liberazione dall'occupazione ma alla destabilizzazione del paese sfruttando le diverse appartenenze religiose (sunniti e sciiti) per perseguire il proprio disegno terroristico. Non si può assistere al dissanguamento di un popolo sfuggendo alle proprie responsabilità. Che non sono solo americane, ma anche italiane. La testimonianza resa a Rainews 24 da Ali Shalal al Kaisi, «l'incappucciato» di Abu Ghraib, ci rivela qualcosa che purtroppo non ci può sorprendere: tra i torturatori del tristemente famoso carcere c'erano anche italiani. Non i soldati in «missione di pace» a Nassiriya, ma i mercenari. Perché ci sono anche italiani tra i mercenari presenti in Iraq, insieme a sudafricani, cileni, bosniaci, colombiani, francesi, etc. etc. Io stessa a Baghdad avevo cercato di intervistarne uno ma non sono riuscita perché, da vero mercenario, voleva essere pagato. Sono quei contractors che costituiscono il secondo esercito di occupazione in Iraq, il cui numero è di decine di migliaia. Sono i fautori della privatizzazione della guerra sostenuta dalle americane Balckwater, Caci, Titan corp e altre società che così rimpinguano i loro bilanci.

E' la parte più sporca della guerra: sono infatti i contractors a fare quello che nemmeno i soldati regolari possono permettersi di fare. E sono superpagati. Tanto da far nascere tensioni con soldati americani che si erano ribellati a questo doppio trattamento. Non si può certo impedire a chi vuole fare della guerra una propria fonte di reddito di farlo, ma almeno potremmo evitare di celebrarli come eroi. Possiamo invece evitare che i nostri soldati continuino a essere complici di un'occupazione che non può avere nessuna giustificazione. L'Iraq è in guerra, per questo gli americani hanno sparato un anno fa alla macchina su cui viaggiavamo verso l'aeroporto uccidendo Nicola Calipari. E anche i nostri soldati sono in guerra e non in «missione di pace». Ancora una volta è stata Rainews 24 a svelarci una realtà che solo l'ipocrisia poteva farci ignorare: la guerra è la guerra e chi si trova su un teatro di guerra imbracciando le armi non svolge attività umanitaria. E spara anche sulle autoambulanze, lo ha confessato il caporalmaggiore Raffaele Allocca confermano le affermazioni del giornalista americano Micah Garen. Di fronte a tanta barbarie come è possibile che la campagna elettorale non faccia della posizione sulla guerra e l'Iraq un punto qualificante?

Pubblicato per la prima volta nel 1989 e riedito, nel 1992, con una lucida e civilmente appassionata prefazione di Antonio Cederna, questo libro possiede ancora oggi la freschezza di un classico.Lo si potrebbe leggere come la dolente cronaca delle vicende in cui si è consumato il più vandalico sfiguramento del paesaggio urbano dell’intera storia d’Italia. La testimonianza solitaria, non rassegnata, ma pur sempre impietosa e dolorosa, di fronte all’opera di distruzione del cuore delle nostre città e di tanta parte del territorio nazionale nella seconda metà del XX secolo. Oppure lo si può leggere per quello che sostanzialmente è stato e continua a essere: un libro di storia.Un equilibrato, riccamente documentato saggio di ricerca storica. Fosse stata una semplice opera di denuncia, Se questa è una città mostrerebbe oggi irrimediabilmente i segni del tempo. Nessuna opera scritta per pura passione, e quindi intensamente legata alla congiuntura particolare che l’ha generata, si sottrae a questa regola.Essa invecchia rapidamente con lo stesso trascorrere e mutare delle circostanze e della temperie che l’hanno ispirato.

Tale definizione di opera storica non si fonda soltanto sulla valutazione del metodo e delle procedure di documentazione che sostengono il testo. Ma anche e più decisamente sul fatto che il libro di De Lucia, mentre dà conto dei processi di trasformazione delle città e del territorio, colloca i fenomeni esaminati nel loro contesto storico.Un contesto - ambito che è per eccellenza affare dello storico, come voleva Edward P.. Thompson - in cui protagonisti non sono solo i manufatti urbani, le istituzioni e le leggi, ma anche le forze sociali, i partiti, gli uomini di governo, i gruppi politici e intellettuali, la temperie culturale del Paese nelle varie fasi e congiunture..Una fitta folla di personaggi e di gruppi popola lo scenario di quasi mezzo solo di vicende nazionali. De Lucia è lontanissimo da ogni descrittivismo cronachistico,ed è invece animato costantemente da una insopprimibile vis interpretativa propria dello storico. Non solo illustra quanto è avvenuto. Ma vuol costantemente comprendere perché è avvenuto, chi sono stati i protagonisti e i responsabili, in che modo si sono svolti i processi e gli eventi. Ne risulta dunque un quadro assai ricco in cui sono scandite fasi e stagioni diverse della vita civile del dopoguerra, che in una certa misura compongono una sorta di storia dell’ Italia repubblicana sotto il profilo delle trasformazioni urbane e territoriali.

In tale carattere, dunque, io credo che occorra cercare uno dei motivi fondamentali della freschezza di questo testo..Ma l’altra e civilmente importante ragione della sua attualità è che il suo racconto - che si conclude con le vicende urbanistiche italiane dei primi anni Novanta - rimane come un testo drammaticamente aperto sul nostro presente. Ci mostra il come siamo arrivati fin qui e al tempo stesso ci comunica la sua incompiutezza di testimonianza di fronte a una realtà che appare come proseguire nei fatti, con immutata gravità, la vicenda storica che esso ha raccontato e analizzato per i precedenti decenni. Assistere come accade oggi, anno 2004 dell’Era Cristiana, tramite condoni annunciati e reiterati, alla incentivazione dell’abusivismo edilizio da parte dello stesso Governo della Repubblica rappresenta un esito di clamorosa e inaudita continuità con il passato. E in questo caso in una forma stupefacente per gravità politica e morale, senza precedenti e senza possibilità di comparazione con le scelte di nessuno Stato di diritto. E tale situazione, com’è facile immaginare, rende il saggio di De Lucia non solo dolorosamente attuale, ma in qualche misura inevitabilmente profetico.

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Il racconto delle vicende delle città italiane nella seconda metà del XX secolo incomincia con l’analisi della legge del 1942. Per paradossale che possa sembrare, il quadro normativo che precede la devastazione urbanistica del dopoguerra è quanto di meglio si possa desiderare sul piano delle prescrizioni formali.Tra le altre cose, quella legge, ricorda De Lucia, tramite l’articolo 18, conferiva ai comuni il potere di espropriare - dopo l’approvazione del Piano regolatore generale - i terreni destinati all’edificazione ad un prezzo che non tenesse conto degli incrementi di valore previsti dallo stesso piano. Si trattava, dunque, di uno strumento normativo avanzato, il quale consentiva ai municipi di essere protagonisti nella fase di espansione urbana che inevitabilmente si apriva dopo la guerra e di difendere l’interesse collettivo e del territorio contro le pretese, spesso assai poco moderate, della rendita fondiaria.

Ma la legge urbanistica viene letteralmente travolta appena comincia l’opera della ricostruzione.Gli organi di Governo, ricorda De Lucia, ritardano colpevolmente l’approvazione dei Piani regolatori redatti dai comuni. Il primo di essi è approvato soltanto nel 1950. Mentre l’attività di edificazione riprende a un ritmo che si fa crescente di anno in anno, senza ubbidire ad alcuna norma o prescrizione che non sia ispirata dagli interessi dei costruttori e dei proprietari dei suoli..Le città italiane diventano in quegli anni teatro di una attività edilizia che non ha precedenti nella storia del Paese. Allora in molti centri, danneggiati dalla guerra, occorreva ricostruire abitazioni e talora interi quartieri . Le dinamiche demografiche che in quella fase attraversavano l’Italia erano d’altra parte di proporzioni inedite. Alla crescita naturale della popolazione si sommavano i processi di migrazione interna - dalle campagne alle città e dal Sud al Nord - e i bisogni abitativi della popolazione creavano una domanda poderosa di abitazioni: anche se di fatto - come ripetutamente documenta e denuncia l’autore - le costruzioni di case hanno spesso, e di gran lunga, sopravanzato i bisogni e la domanda reale.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, dunque, il territorio cittadino e delle aree contermini viene sottoposto a un’opera gigantesca di occupazione e di manipolazione per trasformare il suolo in edifici, palazzine, case.. In questa, per tanti aspetti inedita, situazione sociale non c’è, si può dire, città del Paese che si sottragga alla febbre costruttiva che accompagna la ricostruzione postbellica e poi lo sviluppo economico da primato proprio di quel ventennio.Ma in alcune di esse, quella vera e propria furia edilizia, ha fatto, in un certo senso epoca. E’ il caso, ad esempio, di Napoli. Qui, ricorda De Lucia, l’amministrazione comunale guidata da Achille Lauro compie le operazioni urbanisticamente più gravi e irreparabili di sfiguramento urbano. Sui quattro lotti del centro storico della città, sopravvissuti all’opera di sventramento realizzata nel periodo fascista, il comune autorizza la costruzione di un nuovo quartiere, che riempie di cemento il cuore di Napoli. E’ « il più raccapricciante esempio in Europa e forse nel mondo di edilizia speculativa in un centro storico » non esita a definirlo De Lucia. Un’operazione realizzata a dispetto del fatto che Napoli disponesse di un ottimo piano regolatore, quello del 1939. Secondo l’autore « il migliore strumento urbanistico che Napoli abbia avuto ». Ma le norme del piano vennero aggirate grazie a due sentenze del Consiglio di Stato che nel 1953 diedero il via libera ai costruttori.Tuttavia, questo episodio che ha interessato l’area contigua a piazza Carità, non è stato che l’inizio di un’opera di devastazione che De Lucia ricostruisce con lucida amarezza sin negli aspetti più incredibilmente truffaldini di quella vicenda.Il lettore di oggi può trovare in quel racconto non poche delle ragioni che danno conto dell’attuale congestione e asfissia urbana di cui soffre Napoli.

Allo stesso modo Roma. Anche nella Capitale, soprattutto per iniziativa della Società generale immobiliare, propietaria di vaste aree urbane, la manomissione fu particolarmente vasta e grave, anche in ragione del patrimonio archeologico ingente disseminato sul suo territorio. Come l’autore ricorda, grazie anche alle analisi e alle denuncie di Italo Insolera e di Antonio Cederna, in quel ventennio edificatorio furono investiti da costruzioni e spesso gravemente alterate aree di pregio dell’Urbe, da Monte Mario all’Appia antica, dalla Tuscolana alla Cassia.Edifici enormi, che spesso hanno cancellato per sempre aree verdi e paesaggi, costruiti in genere senza alcuna preoccupazione della densità volumetrica dei manufatti in rapporto allo spazio, senza alcuna cura della qualità urbana e civile dei quartieri che si creavano, imponendo alla collettività il pagamento degli oneri di urbanizzazione e di creazione dei servizi richiesti dai nuovi abitati. Dunque una ingiusta sottrazione di reddito ai cittadini, una alterazione grave della bellezza del paesaggio romano, della qualità dell’abitare singolo e collettivo, del modo stesso di vivere di milioni di cittadini, segregati in immensi e desolati dormitori. Tutto questo a fronte dei guadagni ingenti di ristretti gruppi di costruttori.

Il terzo caso esemplare della tendenza di fondo che domina la vita urbana e l’uso del territorio nel primo ventennio dopo la seconda guerra mondiale riguarda la vicenda di Agrigento.Il 19 luglio 1966, ricorda De Lucia, una frana imponente che trascinò case e suolo in un crollo rovinoso, e fortunatamente incruento, svelò all’ ignara opinione pubblica nazionale, attraverso l’emozione dell’evento catastrofico, di che cosa era fatta l’espansione urbana recente di quella città. Ben 8500 vani erano stati costruiti al di fuori di ogni norma, e spesso su territori fragili, inadatti a sostenere il gravame dell’edificazione. Come scrisse Michele Martuscelli, direttore generale dell’urbanistica del Ministero del lavori pubblici, nella relazione voluta dall’allora ministro Giacomo Mancini, e ripresa da De Lucia,«Gli uomini, di Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori.Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano ».

Dunque, una condanna istituzionale severa e generale, senza distinzioni e senza riserve. Ebbene, come ricorda l’autore, le 27 persone tra sindaci, funzionari del genio civile, amministratori, ecc allora chiamati in tribunale a rispondere delle proprie responsabilità furono in seguito tutte assolte. Dopo quasi 8 anni dai fatti, nel febbraio del 1974, vennero prosciolte da ogni accusa con la formula più favorevole «Per non aver commesso il fatto». Nessuno aveva costruito, nessuno aveva violato la legge, nessuno aveva distrutto un esteso tratto di territorio pubblico.Nel pensiero giuridico di certa magistratura di allora il territorio esisteva ed andava tutelato solo allorquando si configurava come proprietà privata di qualcuno e diventava oggetto di finalità edificatorie.

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Ho voluto ricordare succintamente questi tre casi - su cui De Lucia si diffonde in maniera circostanziata - per una ragione argomentativa molto precisa. Nel loro insieme, anche assumendoli solo come l’emersione estrema di un fenomeno generale, essi compongono una vicenda complessiva che senza dubbio distingue l’urbanizzazione italiana della seconda metà del XX secolo dagli altri Paesi dell’Europa. E’ pur vero che manca, per quel che io sappia, una vera e propria storia comparata europea dei modi in cui si è ricostruito e costruito in quella fase storica. Ricerca vivamente auspicabile. Ma le informazioni sparse in tanta letteratura urbanistica, la conoscenza diretta di varie città importanti d’Europa, sono di per sé sufficienti a renderci scarsamente comparabili i casi di Napoli e Roma, per non dire di Agrigento o di Palermo con quelli di Londra o di Manchester, di Parigi o Lione, per non dire delle medie città dell’Olanda, della Germania o del Portogallo..La singolarità dell’ Italia, unico paese in Europa - come denunciava Antonio Cederna nella Prefazione del 1992 - ad essere « ancora privo della legge fondamentale sui suoli, che consente ai comuni di espropriare le aree necessarie senza svenarsi » è certamente significativa di una profonda particolarità italiana.

Ora, io credo che quanto è avvenuto e continua ad avvenire dentro il territorio della Penisola sia il frutto di un percorso storico originale, un Sonderweg negativo che affonda nella storia di lungo periodo del nostro Paese e che nella seconda metà del XX secolo si manifesta in tutta la sua dirompente ampiezza. Senza dubbio, come mostra nelle sue analisi circostanziate De Lucia, la devastazione urbanistica e la speculazione sui suoli trova la sua piena spiegazione storica in un insieme di fenomeni che si combinano perversamente in quella lunga stagione.La necessità di ricostruire un Paese che aveva subito pesanti distruzioni - ma non comparabili, ricorda l’autore, a quelle della Germania o della Polonia - la fame di case e la spinta ideologica alla crescita economica ad od ogni costo portano ben presto vasti settori della società italiana a considerare il territorio come un mezzo, uno strumento qualsiasi su cui far leva per pervenire allo sviluppo e al benessere. Nell’immaginario collettivo, il progresso stesso della nazione a un certo punto si identifica con l’attività edificatoria, con la cancellazione di campi e colline e l’avanzare del cemento, la crescita veloce di edifici e quartieri. D’altra parte, c’è una ragione politica generale che favorisce anche il fenomeno.Costruire case genera consenso politico: è una attività che crea occupazione, favorisce la crescita economica generale attraverso l’indotto, fa arricchire le potenti famiglie dei costruttori e dei detentori di suoli in grado di movimentare consistenti pacchetti di voti nelle campagne elettorali. La Democrazia Cristiana, che si trova a detenere un potere sovrastante nell’esecutivo, non guarda certo per il sottile nella raccolta del consenso tanto al centro che in periferia.E la minaccia dell’alternativa comunista aveva già allora una particolare forza aggregante, in grado di tacitare dubbi e riserve di tanti cittadini pur non insensibili ai problemi delle città..

D’altra parte, occorre rammentare che l’opera più grave di manipolazione del territorio si verifica in quegli anni soprattutto da Roma in giù. Nel Mezzogiorno l’attività edilizia si pone come l’industria principale per gran parte di quelle regioni.Essa appare agli imprenditori meridionali, per almeno tre o quattro decenni, la più vantaggiosa forma di attività produttiva.L’impresa edile, infatti, aveva un mercato sicuro e lucroso: i suoi prodotti finali erano infatti le case, che venivano immancabilmente vendute con profitti quasi sempre eccezionali. Nessuna concorrenza esterna veniva a minacciare un simile settore di industria che non necessitava peraltro di tecnologia innovativa, e aveva a disposizione in abbondanza la manodopera generica di cui necessitava. Ciò di cui l’imprenditore edile aveva realmente bisogno era quello che oggi si chiamerebbe un fattore extraeconomico: la benevolenza dei politici di turno per la concessione di una licenza edilizia che consentisse l’attività edificatoria. Tale situazione, ha spinto tanti imprenditori e amministratori a valutare il territorio come puro oggetto di lucro, la materia prima su cui fondare un rapido arricchimento individuale e familiare. Per decenni l’industria meridionale più diffusa si è realizzata tramite il saccheggio del suolo urbano e periurbano. Una simile tendenza ha avuto l’esito ben noto dello sfiguramento di gran parte delle città e delle coste del Sud. Ma essa, come ha ricordato un economista, Gianfranco Viesti, ha anche spinto l’imprenditoria meridionale in un cul de sac. Adagiata per decenni nella sua situazione di monopolio di fatto essa ha finito col rinchiudersi in un settore merceologico vecchio, che non spingeva a nessuna innovazione e a nessuna ricerca sul terreno specificamente industriale.

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D’altra parte, la vicenda raccontata da De Lucia in Se questa è una città non si limita a questo. Non solo, come vedremo brevemente, egli ci da conto, con equanimità ed equilibrio, anche delle conquiste e dei successi, pochi in verità, a favore di una urbanistica rispettosa degli interessi collettivi e dei beni territoriali. Ma ricostruisce persuasivamente soprattutto i passaggi storici fondamentali che hanno dato la curvatura, per così dire, politica, culturale e legale alle vicende urbanistiche italiane dell’ultimo cinquantennio. E sono questi passaggi che inducono lo storico a scorgere i percorsi sotterranei di lungo periodo che segnano la vita profonda del nostro Paese.Uno dei pregi già rilevato di questo saggio di De Lucia è che egli ricostruisce i fatti dell’urbanistica come una vicenda di movimenti, di posizioni intellettuali e politiche, di conflitti che coinvolgono un gran numero di protagonisti: urbanisti, magistrati, uomini politici, partiti. Ebbene, è difficile non riconoscere una tendenza profonda della vita e della cultura italiana nella sequenza di eventi che spezzano drammaticamente i tentativi ripetuti di assoggettare la rendita fondiaria e in generale il bene collettivo territorio ai progetti di un uso ispirato agli interessi collettivi.

E’ stata ricordata la sentenza del tribunale di Agrigento, che non ha individuato nessun responsabile per i danni inferti al territorio di quel comune: ridotto così perfettamente a res nullius.Ma ben più grave nelle sue conseguenze fu la sentenza della Corte costituzionale del maggio 1968, che accoglieva il rilievo di incostituzionalità mosso ad alcuni articoli della legge urbanistica del 1942 a proposito di esproprio e indennizzo dei suoli destinati all’edificazione. Quella sentenza creò un vuoto legislativo che fu variamente tamponato ma che alla fine non è stato mai colmato. Nello stesso solco giuridico e politico, benché su piani istituzionali profondamente diversi, si inserisce la vicenda politica che vede protagonista il ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano Sullo. Tra il 1962 e il 1963 Fiorentino Sullo aveva elaborato una coraggiosa legge urbanistica che prevedeva una chiara separazione della proprietà dei suoli dal diritto di edificazione. Accusato di «voler togliere la casa agli italiani » da una ben orchestrata campagna di stampa, il ministro non fu più sostenuto dal proprio partito e dovette così dimettersi. Al vuoto legislativo creato dalla sentenza del 1968 si era provveduto provvisoriamente con la legge tampone, ma in maniera più stabile con la nota legge Bucalossi, che in materia di regime dei suoi aveva provveduto ad operare, in termini nuovi, la distinzione fra proprietà e diritto edificatorio. Ebbene, con una sentenza del 25 gennaio 1980 la Corte costituzionale rimise in discussione proprio questa recente conquista.L’Italia - non può fare a meno di constatare Vezio De Lucia - « è l’unico paese al mondo - dopo la rivoluzione francese - privo di certezza del diritto in materia di uso del suolo».

Ora, questa continua rimessa in discussione di quella che si potrebbe definire una soglia irrinunciabile della modernità urbana, vale a dire la costruzione sul territorio secondo regole che tutelino l’interese generale, non costituisce un insieme di fatti casuali. Essa rivela, con la sua continua iterazione, una corrente sotterranea profonda, politica e culturale, che percorre la vita dell’Italia contemporanea.In questo continuo riemergere, nelle prese di posizione degli organismi dello Stato, nelle sentenze della magistratura, nelle scelte dei governi e dei singoli politici in difesa della rendita fondiaria, affiora tutta la forza del conservatorismo sociale e culturale che ha accompagnato la trasformazione dell’Italia in senso moderno.Le città d’Italia e il loro territorio non sono i soli ad avere avuto nemici «armati» nei gruppi dominanti, nelle istituzioni e spesso nell’indifferenza dei ceti intellettuali. Anche le campagne hanno sofferto a lungo e storicamente oltre ogni misura il peso della rendita fondiaria e della cultura giuridica che l’ha tenacemente difeso. Ricordo che l’Italia ha a lungo detenuto un primato abnorme di preminenza del latifondo e della concentrazione giuridica della proprietà terriera.E non solo nel Mezzogiorno e in Sicilia, che ci accomunavano all’ Andalusia, o all’Alentejo portoghese, ma anche nel Lazio e perfino -aspetto meno noto- nella coltivatissima Toscana. Solo nel 1950, con l’avvio della riforma agraria, lo scandalo sociale del latifondo viene colpito fra non poche resistenze e contromisure messe in atto dai gruppi colpiti.Ma la forza politica e culturale del fronte della rendita riuscirà a manifestarsi ancora a lungo con particolare tenacia nelle campagne italiane, attraverso una resistenza strenua per impedire la riforma dei patti agrari, per ostacolare l’affermazione delle ragioni del lavoro contro quelle della proprietà.I mezzadri,occorre ricordare, la spina dorsale delle campagne dell’« Italia di mezzo», sono stati costretti ad abbandonare la terra prima di potere assistere alla trasformazione del loro patto secolare in un fitto. Trasformazione tenacemente avversata da forze molteplici e variamente dislocate.

Ora, in un Paese come l’Italia, profondamente attraversato dalla modernizzazione industriale, proiettato verso primati mondiali di collocazione economica, una così pervicace difesa degli interessi della rendita costituisce indubbiamente, per la sua durata, una evidente e clamorosa contraddizione. Le ragioni della percezione passiva di lucro, la difesa delle posizioni ereditate finiscono col contrastare e talora con l’ avere la meglio sulle ragioni non solo del lavoro e dell’interesse collettivo, ma spesso anche su quelle dell’impresa, dell’investimento produttivo, dell’efficienza, della mobilità.

Ma ancora più clamorosa e più grave appare tuttavia la contraddizione con tutta la precedente, originalissima storia d’Italia. Se si fa eccezione per ristrette ed isolate èlites intellettuali, nessuno in Italia, nella seconda metà del Novecento, sembra avere avuto consapevolezza che l’elemento più profondamente distintivo della nostra storia, rispetto al resto dell’Europa e del mondo, è la nostra civiltà urbana. La città considerata come principio ideale delle historie italiane (1858) di Carlo Cattaneo vanamente ci ha mostrato come l’intero territorio della Penisola sia stato plasmato nei secoli dai criteri ordinatori espressi dai centri cittadini. Cattaneo soleva dire, con gusto del paradosso, che in Italia «l’agricoltura nasce dalle città» volendo intendere che erano stati gli innumerevoli centri urbani disseminati nel territorio ad avere organizzato i vicini contadi, trasformandoli con i propri investimenti agricoli e secondo i dettami della propria cultura cittadina.Ma nell’Italia della seconda metà del XX secolo questa storia plurisecolare è stata spezzata drammaticamente. Le città hanno cessato di essere centri ordinatori del territorio circostante secondo progetti, di essere produttori di funzioni spaziali, di forme e anche di bellezza.. Al contrario esse sono diventate, come in una malattia autoimmunitaria, agenti di aggressione contro se stesse e contro il proprio passato.

Occorre infine abbozzare un’altra considerazione. Nei ripetuti successi dell’interesse proprietario - di cui la storia raccontata da De Lucia è fittamente costellata - si riflette anche pienamente e drammaticamente la fragilità dell’Italia come compagine unitaria. Le ripetute sconfitte subite dalla edificazione urbana, e in generale dall’uso del territorio, secondo una pianificazione che pensasse lo spazio come risorsa pubblica, da plasmare secondo i dettami e gli scopi dell’interesse generale, rivela la cronica debolezza della «nazione» italiana. Vale a dire la sua faticosa difficoltà a pensarsi e governarsi come comunità, per via della riottosità sistematica e ricorrente di gran parte dei suoi gruppi dirigenti, così pronti e decisi a far valere ad ogni costo le proprie ragioni particolari su quelle nazionali.La devastazione subita dal territorio italiano nell’ultimo mezzo secolo costituisce, sotto tale profilo, la testimonianza più eloquente della violazione riputata e sistematica cui è stato sottoposto quel patto che con il linguaggio moderno viene appunto definito nazione. Nel nostro territorio, nelle tante città sfigurate, nelle coste ricoperte di cemento, nelle colline deturpate è come stampata l’impronta anarcoide, violenta e votata all’illegalità dello spirito pubblico italiano. Coloro i quali oggi accusano di fallimento e rovesciano le responsabilità di quanto accaduto sui tentativi messi in atto dalla pianificazione urbanistica - in quanto inefficace e paralizzante - possono farlo per una condizione storica vantaggiosa:nessuno infatti è in grado oggi di mostrare che cosa sarebbe accaduto in Italia senza lo sforzo pianificatorio dei Piani Regolatori e degli altri strumenti urbanistici. Nessuno è in grado di mostrarlo, ma ogni persona di buon senso può senza sforzo immaginare che cosa sarebbe accaduto al nostro territorio se anche quei vincoli e quelle norme fossero stati rimossi.

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Proprio perchè il libro di Vezio De Lucia non è un pamhlet di denuncia, ma, come abbiamo detto, un libro di storia non sarebbe equanime né nei confronti dell’autore, né nei confronti dei lettori, limitare il quadro della rappresentazione di questo lavoro alla sua sola pars destruens. Non sono poche né meno appassionate le pagine che l’autore dedica alle elaborazioni intellettuali, ai progetti, alle battaglie politiche in favore di uno sviluppo urbano capace di contemperare la crescita degli abitati con il rispetto dell’ambiente e quello della qualità del vivere cittadino.La ricostruzione degli anni in cui si avvia la politica del centro-sinistra è insieme esemplare tanto per l’equilibrio del quadro dei fatti e dei protagonisti quanto per la contenuta passione con cui sono tratteggiati i passaggi e alla fine registrata la delusione per i pochi successi quando non per le sconfitte.Nel capitolo su Le iIllusioni del centrosinistra si possono ad esempio leggere brani delle dichiarazioni programmatiche di Aldo Moro all’ atto dell’insediamento del governo da lui presieduto, il 12 dicembre 1963: « Il ritmo disordinato che ha assunto negli ultimi anni lo sviluppo degli insediamenti urbani è stato accompagnato da una sostanziale sopraffazione dell’interesse privato sulle esigenze della comunità, da una irrazionalità e disumanità degli sviluppi delle nostre città, con la conseguenza di una diffusa e crescente distorsione del vivere civile. Tale situazione manifesta le manchevolezze e le insufficienze delle norme vigenti in materia, perciò il governo s’ impegna di prendere l’iniziativa per una radicale riforma della legislazione urbanistica».

Dunque, anche uno dei maggiori leader della DC, del partito che - sul piano politico - portava le più gravi responsabilità di quanto era avvenuto, appariva acutamente consapevole della necessità di un mutamento radicale di condotta. Ma i fatti, com’è noto, avranno un altro corso. Tuttavia l’autore dà conto della nuova ventata culturale che investe l’Italia in quella fase. Il territorio viene inserito nei progetti di programmazione economica e torna ad essere pensato come un bene collettivo che va utilizzato secondo progetti e regole condivisi.Molte delle idee e delle inziative che si elaborano in quel decennio troveranno applicazioni parziali, successi o netti abbandoni nel corso dei due decenni successivi. Essi si svolgeranno peraltro in un quadro istituzionale che dopo il 1970 muta profondamente con l’istituzione di quell’inedito soggetto istituzionale che sono le regioni. Il lettore troverà ricostruite nel testo di De Lucia le pagine più importanti di questa storia, tentata o effettivamente realizzata, in controcorrente: dal recupero del centro storico di Bologna ad opera di Pier Luigi Cervellati - solitario esempio di restaurazione di un nucleo cittadino restituito ai ceti popolari che lo abitavano - al tentato recupero dei Sassi di Matera, al grandioso progetto dei Fori a Roma, che vedrà nel sindaco Luigi Petroselli il suo ultimo e appassionato assertore politico.Certo molte battaglie rimangono senza esito. Alcune hanno tuttavia un successo di rilievo. E’ il caso ad esempio della legge per la casa del 1971: una normativa complessa, che imponeva ai comuni di acquisire le aree destinate all’edilizia popolare, e che segnerà senza dubbio « un risoluto passo in avanti nel controllo dei meccanismi di formazione della rendita fondiaria». Essa riaggiornava la famosa legge per la casa del 1962 la 167, e verrà poi completata e arricchita dal piano decennale per lacasa del 1978.

Queste ed altre conquiste normative - come ad esempio la legge Galasso del 1984, pensata in difesa del paesaggio e del territorio e variamente trasformata- fanno parte di quel « filo reciso», come lo chiama De Lucia, che le diverse e sparse forze riformatrici italiane hanno tentato e tentano continuamente di riannodare. Ma anche nei pochi successi e nelle tante sconfitte di questo insieme di forze va ritrovata oggi il filo rosso di una grande storia, da riportare alla luce, da mostrare con orgoglio e capacità di incoraggiamento alle nuove generazioni.E’ necessario riprendere o continuare le battaglie. Oggi il rispetto e la tutela di quel bene sempre più scarso che è il territorio appaiono come una necessità ben più drammatica e cogente di quanto potesse apparire solo cinquant’anni fa. La consapevolezza dei limiti ambientali entro cui è costretto il nostro agire rende sempre più obbligate le scelte che la corrente riformatrice italiana, con le sue molteplici voci, ha cercato strenuamente di promuovere nei passati decenni. La diffusa coscienza ambientalista che oggi attraversa tanti ceti sociali e gruppi intellettuali rende possibile quel vero e proprio salto di civiltà che comporta un progetto e un atteggiamento di tutela e conservazione del patrimonio cittadino. Conservazione - ricordava Leonardo Benevolo nel 1985, citato da De Lucia - il cui oggetto « non è un insieme di manufatti fisici - monumenti e opere d’arte tutelati in nome di un interesse specializzato, storico o artistico - ma un organismo abitato - quel che resta della città preindustriale, con la sua popolazione tradizionale - caratterizzato dalla qualità che manca nella città contemporanea, e che è richiesto nuovamente dalla ricerca moderna: la stabilità del rapporto fra popolazione e quadro edilizio, cioè la riconciliazione tra l’uomo e il suo ambiente». Ma anche nei confronti dell’insieme del territorio italiano, così densamente intessuto di manufatti storici, così intensamente plasmato nei millenni secondo forme estetiche consapevoli, la linea da percorre non appare oggi meno obbligata e necessaria. Tanto più se si ricorda che questo stesso territorio costituisce uno degli habitat più fragili d’Europa, luogo diffusamente sismico e sottoposto a estesi e diffusi fenomeni di erosione del suolo e di franamento. Quasi la metà dei comuni italiani sono soggetti a simili fenomeni, secondo una scala varia per intensità e gravità. Mentre la marcata concentrazione demografica e di attività produttive lungo le coste e i fondovalle rende la vita civile del Paese singolarmente esposta ai grandi eventi alluvionali. Per tale insieme di ragioni, nella fase storica in cui i grandi processi di industrializzazione sono esauriti, si rende necessario ripensare l’intero habitat nazionale secondo un progetto complessivo di protezione e di governo. Anche se forze disordinate e potenti sono ancora diuturnamente intenti nell’opera di accaparramento e di distruzione, la lunga notte di questi ultimi anni non potrà durare ancora a lungo.

Titolo originale: The Silent Treatment – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

La sinistra e la destra americane non sono d’accordo su molte cose, ma settimane di dimostrazioni e ambasciate date alle fiamme le hanno spinte a convergere almeno su un punto: esiste, se non uno scontro di civiltà, almeno una grossa spaccatura fra “mondo occidentale” e “mondo musulmano”. Ma quando si va oltre questo punto – la convergenza sull’esistenza di una spaccatura – e si chiede cosa fare a questo proposito, c’è meno accordo. Dopo tutto, i baratri sono difficili da superare.

Ma per fortuna, le dimensioni del baratro sono state esagerate. La sollevazione musulmana su quelle vignette danesi non è tanto aliena rispetto alla cultura americana come amiamo pensare. Una volta capito questo, inizia a intravedersi una risposta essenzialmente americana e benevola.

Anche molti americani che condannano la pubblicazione delle vignette accettano le premesse che il direttore dell’ora famoso giornale danese ha voluto dimostrare: in Occidente in genere non ci lasciamo indurre da gruppi di pressione in quello che chiamiamo “autocensura”

Che sciocchezza. I direttori dei principali strumenti di comunicazione americani cancellano moltissime parole, frasi e immagini per evitare di offendere gruppi di interesse, specialmente etnici e religiosi. È difficile fare esempi, dato che per definizione queste cose non appaiono. Ma usate la vostra immaginazione.

Hugh Hewitt, blogger conservatore e cristiano evangelico, ha tirato fuori un paragone adeguato per le vignette di Maometto: “il disegno di una corona di spine trasformate in candelotti di esplosivo dopo le bombe a una clinica che pratica aborti”. Come nota Hewitt, una vignetta del genere offenderebbe molti cristiani americani. Ecco uno dei motivi per cui non avete mai visto niente di questo tipo in un giornale americano.

Né, a quanto pare, in molti giornali danesi mainstream. Quello che ha pubblicato i disegno con Maometto, si scopre, precedentemente ne aveva respinti con Cristo perché, come ha spiegato in una e-mail il direttore del supplemento domenicale al vignettista che li aveva proposti, avrebbero provocato scalpore.

I difensori della tesi del “baratro” potrebbero rispondere che gli editori dell’Occidente praticano l’autocensura per evitare di perdere abbonati, o avere manifestazioni sindacali o boicottaggi degli inserzionisti, non per paura della morte. In realtà, ciò che ha forgiato la convergenza sulla questione della profonda spaccatura, convincendo molti americani che il “mondo Musulmano” potrebbe anche stare su un altro pianeta, è l’immagine di una violenza sempre pronta a scattare: compare qualche vignetta irriverente e le ambasciate vanno a fuoco.

Ma più conosciamo particolari di questo episodio, meno ci appare come processo di combustione spontaneo. La prima risposta musulmana ai disegni non è stata violenta, ma piccole dimostrazioni in Danimarca, insieme ad una campagna di pressione da parte dei musulmani danesi, che è andata avanti per mesi senza apparire sullo schermo radar mondiale.

Solo dopo che questi attivisti erano stati snobbati dai politici danesi, e che avevano trovano una sinergia con politici potenti negli stati musulmani, sono seguite le grandi dimostrazioni. Alcune di esse sono diventate violente, ma gran parte della violenza sembra essere stata orchestrata dai governi degli stati, da gruppi terroristi e da altri cinici attori politici.

E poi, chi l’ha detto che non esiste una tradizione americana di uso della violenza per ottenere qualcosa? Ricordate le rivolte urbane degli anni ’60, a partire da quella di Watts del 1965, in cui furono uccise 34 persone? Il pitcher della squadra dei St. Louis Cardinals, Bob Gibson, nel suo libro del 1968 “ Dal Ghetto alla Gloria” paragonava queste rivolte a un “ brushback pitch”: un tiro vicino alla testa del battitore per impedirgli di occupare la base, un modo di far capire che il pitcher ha bisogno di più spazio.

Nella scia delle rivolte, i neri ebbero più spazio. La National Association for the Advancement of Colored People protestava per le trasmissioni dello spettacolo “ Amos 'n' Andy”, col suo gruppo di personaggi neri inetti e conniventi, sin dagli anni ‘50, ma fu solo nel 1966 che la CBS ritirò le copie dalla distribuzione. Non c’è modo di stabilire un nesso causale, ma non c’è dubbio che le rivolte degli anni ’60 abbiano aumentato la sensibilità alle proteste su come venivano presentati dai media i neri (tradotto: aumentò la “autocensura”).

Nel mezzo delle proteste per le vignette, alcuni siti conservatori hanno avvertito che l’espressione di offesa attraverso la violenza è una forma di “appagamento” e porterà solo nuova violenza indebolendo i valori dell’Occidente. Ma questo “appagamento” non funzionò così negli anni ‘60. La Commissione Kerner, istituita dal Presidente Lyndon B. Johnson nel 1967 per studiare le rivolte, raccomandò di prestare più attenzione ai problemi della povertà, della discriminazione nel lavoro e per la casa, dell’iniquità nell’istruzione: un’attenzione che fu la benvenuta e che non innescò decenni di rivolte razziali.

La commissione riconobbe la differenza fra ciò che innesca una sollevazione (come la polizia gestisce un blocco del traffico a Watts) e cosa la alimenta (discriminazione, povertà, ecc.). Questo riconoscimento è stato raro nel caso delle sollevazioni per le vignette, con gli americani fissati sulla domanda come potesse un disegno infiammare milioni di persone.

Risposta: dipende di quale milione stiamo parlando. A Gaza molto è alimentato dalle tensioni con gli israeliani, in Iran alcuni fondamentalisti coltivano un antiamericanismo di lunga data, in Pakistan gioca un ruolo importante l’opposizione al governo pro-occidentale, e così via.

Questa diversificazione della furia, e di ciò che sta sotto l’offesa, complica la sfida. A quanto pare evitare le offese evidenti alla sensibilità religiosa non sarà sufficiente. E ancora, l’offesa di oggi è il simbolo di una sfida più generale, dato che molte delle ingiustizie si sommano a formare la sensazione che i Musulmani non siano rispettati dal ricco, potente Occidente (proprio come i neri americani in rivolta non erano rispettati dai ricchi e potenti bianchi). Una vignetta che manca di rispetto all’Islam mettendo in ridicolo Maometto è al tempo stesso una scintilla e una benzina a molti ottani.

Ciò non significa che non esistano grosse differenze fra la cultura americana e le culture di molte parti musulmane del mondo. In qualche modo, è proprio questo il punto: alcune differenze sono tanto grandi, e l’impegno per rimpicciolirle così impari, che non possiamo permetterci di mancare di chiarezza su quali siano, quelle più grosse.

E non è certo una grossa differenza, la domanda da parte dei Musulmani per una autocensura da parte delle grandi centrali della comunicazione. Quel tipo di autocensura non è solo una tradizione americana, ma qualcosa che ha contribuito a fare dell’America una delle società più armoniosamente multietniche e multireligiose nella storia del mondo.

Dunque perché non adottare il modello che ha funzionato per l’America, e applicarlo a scala globale? Ovvero: certo, sei legalmente libero di pubblicare qualunque cosa, ma se pubblichi cose che offendono gratuitamente gruppi religiosi o etnici, avrai la disapprovazione di tutte le persone illuminate. La libertà si accompagna alla responsabilità.

Naturalmente, si tratta di un percorso a due sensi. Se gli occidentali devono sintonizzarsi sulle sensibilità dei musulmani, questi devono rispettare le sensibilità, ad esempio, degli ebrei. Ma sarà difficile per gli occidentali piazzare questo principio simmetrico se essi stessi sono colti in flagranza di violazione. Quel direttore di giornale danese, e con lui i suoi difensori americani, sta complicando la battaglia contro l’antisemitismo.

Alcuni occidentali sostengono che qui non c’è simmetria: le vignette sull’Olocausto sono più offensive di quelle su Maometto. E, a dire il vero, a noi secolarizzati può sembrare evidente che scherzare sull’omicidio di milioni di persone è peggio che non prendere in giro un Dio la cui esistenza è messa in dubbio.

Ma una delle chiavi per la formula americana della coesistenza pacifica è evitare questi argomenti: lasciare che sia ciascun gruppo a decidere cosa ritenga più offensivo, fin tanto che il tabù non sia troppo gravoso. Chiediamo soltanto, che il gruppo offeso a sua volta rispetti i verdetti degli altri gruppi su ciò che essi, ritengono offensivo. Ovviamente, le vignette antisemite e altre cose odiose non si elimineranno da un giorno all’altro (nell’epoca di internet, nessuna forma di parola d’odio sarà eliminata, punto; la questione riguarda ciò che compare nei mezzi di comunicazione mainstream a cui è conferita legittimazione da parte di nazioni e popoli).

Ma l’esperienza americana suggerisce che uan veloce autoregolamentazione può far fare dei passi in avanti. Negli anni ‘60, la Nation of Islam stava guadagnando forza propulsiva quando il suo leader, Elijah Muhammad, chiamava i bianchi “diavoli dagli occhi azzurri” che dovevano essere sterminati secondo il volere di Allah. Da allora, la Nation of Islam ha perso di importanza e, comunque, ha lasciato cadere quella dottrina dal suo messaggio. Prevale la pace, in America, e una delle cose che la mantiene è una rigida autocensura.

No solo da parte delle centrali della comunicazione. La maggior parte degli americani vanno cauti quando si discute di etnia o religione, e lo facciamo tanto abitualmente che è diventato quasi inconsapevole. Alcuni potrebbero definirlo disonesto, forse lo è, ma contiene una verità morale: finché non ti sei calato nei panni di altre persone, non puoi davvero cogliere la loro frustrazione, il loro risentimento, e non puoi davvero sapere cosa li offenda e cosa no.

La confusione del direttore di giornale danese è stata quella di mettere insieme censura e autocensura. Non solo non si tratta della stessa cosa: la seconda è quanto ci consente di vivere in una società spettacolarmente diversificata, senza far uso della prima; per mantenere la censura fuori dall’ambito giuridico, la pratichiamo in quello morale. Qualche volta è scomodo, ma c’è di molto peggio.

Nota: l'Autore Robert Wright è membro della New America Foundation ; solo per palati forti, e visto che solleva il medesimo tema del "politically correct" implicitamente suggerito da Wright, chi desidera può confrontare le argomentazioni del New York Times, pure discutibili e del 17 febbraio (prima dei morti libici nelle proteste davanti al consolato italiano), con il commento che il 19 successivo ci offre il direttore della Padania. Evidentemente molto ben pagato, per questa inqualificabile porcheria(f.b.)

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Titolo originale: A “martyr” with some method in his madness – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I MUSULMANI offesi dalle vignette sul loro Profeta devono essere rimasti sconcertati nel sentire che il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, si era paragonato a Gesù. Prova che l’Occidente è incorreggibilmente empio? O una nuova prova del fatto che Berlusconi, dopo aver vantato la superiorità culturale dell’Occidente dopo l’11 settembre, sia un vero “crociato”?

In verità, nessuna delle due cose. Nonostante – o forse proprio perché – la Cristianità sia tanto al centro della società europea occidentale, i latini spesso mostrano una noncurante familiarità col suo lessico e i suoi simboli che può sorprendere i popoli più a nord. In francese o in spagnolo, una prova o un tormento si chiamano “Calvario” come il luogo in cui fu crocefisso Gesù. E gli italiani definiscono un disgraziato un “povero Cristo”. Questo aiuta a spiegare l’affermazione di Berlusconi: “Sono il Gesù Cristo della politica. Sono una vittima paziente. Sopporto tutto. Mi sacrifico per tutti”.

Ma gli oppositori definiscono Berlusconi il primo ministro più al servizio di sé stesso della storia d’Italia: un uomo il cui governo ha approvato ripetutamente leggi che favorivano i suoi interessi d’affari, cambiandone altre per assicurarsi di non essere condannato per nessuna delle accuse per cui è stato processato. E pure Berlusconi frequentemente si dipinge come un martire: un uomo che, se non lavorasse come no schiavo giorno e notte per il bene dei suoi amici italiani, potrebbe rilassarsi e godere la sua immensa fortuna personale.

Stavolta, comunque, ha fatto qualcosa di più che non semplicemente lamentarsi del suo destino. Le affermazioni incredibilmente offensive per cui il primo ministro è famoso servono ad uno scopo che di solito passa inosservato: concentrano l’attenzione su di lui, escludendo i suoi avversari politici. Berlusconi ha usato questa tecnica con buoni risultati prima dello scioglimento delle camere l’11 febbraio, che prepara la strada alle elezioni generali del 9-10 aprile. Non essendo riuscito a scalfire le regole che impongono un identico tempo in onda per tutti i partiti politici nel corso della campagna, Berlusconi ha capitalizzato il suo accesso senza confronti ai mezzi di comunicazione prima dell’inizio formale della campagna. Ha una posizione di controllo sulle tre principali reti della televisione privata e, in quanto primo ministro, può decidere il destino delle tre gestite dallo stato.

Per più di tre settimane, gli spettatori italiani hanno visto Berlusconi parlare dei risultati del suo governo, talvolta per ore e ore. Ad un certo punto Romano Prodi, l’ex presidente della Commissione Europea, che mira a sloggiare Berlusconi, si è lamentato del fatto che, nelle due settimane precedenti, il primo ministro avesse avuto 24 volte lo spazio televisivo riservato a lui. Le tattiche choc del primo ministro comprendono il paragonare i propri risultati al governo con quelli di Napoleone, o il promettere che si asterrà dal sesso fino al giorno delle elezioni.

Un modo un po’ brutale di suscitare attenzione, forse. Ma ha funzionato. Prima che Berlusconi si imbarcasse nel suo blitz sui mezzi di comunicazione, la sua coalizione seguiva l’opposizione a sei punti percentuali di distanza. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano il Corriere della Sera indica che, alla fine di tutto, il distacco si era ridotto a circa quattro.

Alla fine, l’11 febbraio, i suoi avversari pensavano di avere una buona occasione, e hanno scelto la giornata per lanciare il proprio programma. Berlusconi ha avuto il suo guizzo da “Gesù Cristo” e quelle 379 pagine di buone intenzioni sono state affogate dalle polemiche sulla sfacciataggine del primo ministro.

Se dovesse davvero preoccuparsi, è altra questione: il programma dell’opposizione presto è diventato oggetto di imbarazzo. La sua lunghezza testimonia i problemi di Prodi nel mantenere compatta l’Unione, la spaventosamente composita alleanza che guida. Da un lato comprende un trotzkista che difende il diritto dei resistenti di attaccare i soldati italiani in Iraq. Dall’altro include ex democristiani che in molte situazioni sarebbero considerati a destra del centro.

Il programma, pieno di modifiche dell’ultima ora, comprende i piccoli progetti di tutti i sette partiti che l’hanno firmato. Promette che le truppe italiane saranno ritirate dall’Iraq, ma secondo i tempi dettati dalle “necessità tecniche” che garantiscono “condizioni di sicurezza”: una posizione poco diversa da quella del governo. Schiva il problema se continuare o meno la galleria ferroviaria attraverso le Alpi a nord di Torino, nei pressi dei luoghi delle Olimpiadi invernali. Cosa che non è passata inosservata alla stampa, e fra le proteste dei Verdi italiani, che pure appartengono all’Unione, Prodi ha detto che proseguirà ad ogni costo.

L’episodio ha lasciato una preoccupante impressione di divisione, e distratto l’attenzione dal fulcro del programma: un’attenta analisi del declino economico del paese e un programma per invertire la tendenza. Prodi si era già impegnato a tagliare il costo del lavoro di cinque punti percentuali. Il programma aggiunge una riforma fiscale per abbassare i contributi previdenziali dei dipendenti, aumentando gli stipendi netti. Si tratta di provvedimenti vigorosi e ambiziosi. Ma una scossa all’economia stagnante richiede anche di attaccare gli interessi consolidati delle professioni, dei sindacati e del settore pubblico, che la sinistra troverà difficile gestire. Il suo principale impegno per l’occupazione è quello di ridurre il numero dei posti di lavoro precari.

Una domanda più ovvia, è quanti elettori si prenderanno la pena di leggersi un programma lungo come un romanzo. Berlusconi ha usato un approccio più immediato. Anziché fare tira e molla con gli alleati, ha semplicemente svelato il suo programma prima di consultarli. Ignorando i brontolii di dissenso, si è impegnato a cercare il loro sostegno ad un piano su otto punti fondato sui tagli fiscali. Promette anche un milione mezzo di nuovi posti di lavoro, pensioni più alte, più sicurezza urbana, libri di testo per le scuole gratuiti, fine dell’attesa per entrare in ospedale e un piano per la vendita delle case dello stato agli inquilini. Messi di fronte a questo fatto compiuto, i suoi alleati politici hanno ceduto. L’evidente contrasto fra l’unità della destra e la confusione della sinistra è penoso da vedere. Col vantaggio che scivola via, la sinistra non si può permettere di mettere di nuovo un piede in fallo.

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A ottant’anni dalla morte Piero Gobetti rimane, nell’Italia di oggi, figura inquieta. Certamente non conciliata, né conciliante. Nonostante l’approdo di pressoché tutte le culture politiche del nostro paese a una formale adesione al liberalismo, il «liberale» Gobetti non è stato unanimemente accolto, come forse superficialmente ci si sarebbe potuto aspettare, nel novero dei «padri della patria» ma continua, come ogni buon «eretico» che si rispetti, a ricevere - accanto a minoritarie ma convinte adesioni - scomuniche e anatemi.

Nonostante il suo liberalismo. O forse proprio a causa del suo (particolare) liberalismo.

Che tipo di «liberale» era dunque Gobetti? Forse per comprenderlo la via più breve, e sintetica, è la lettura della densa serie di scritti che pubblicò sulla sua rivista di battaglia, Rivoluzione liberale nel 1922, a ridosso della marcia su Roma, nel momento drammatico e intensissimo in cui, potremmo dire, Gobetti diventò Gobetti, e nel naufragio del vecchio mondo definì il senso della propria azione politica e culturale: «Abbiamo sempre saputo - scriveva, ad esempio, in un articolo del 23 novembre, intitolato “La Tirannide” - di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione». «La nostra - aggiungeva nello stesso numero, in una nota dedicata a “Questioni di tattica” - è un’antitesi di stile. Noi non combattiamo specificamente il ministero Mussolini, ma l’altra Italia». E precisava nella pagina accanto, sotto il titolo definitivo, “Elogio della ghigliottina”: «Il fascismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale. Si può valorizzare il regime, si può cercare di ottenerne tutti i frutti: [Noi] chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro». Considerando il fascismo «autobiografia della nazione» - la prova provata e il frutto delle nostre «tare storiche», della fragilità del nostro Risorgimento e della nostra coscienza politica -, affidava la possibilità di emendarsene a una rottura netta nella continuità delle classi dirigenti - a una «rivoluzione», appunto - e offriva se stesso e il proprio gruppo in consapevole «sacrificio».

Questo era dunque il liberalismo di Gobetti. Un liberalismo non accademico, lontano anni luce dall’estenuata cultura notabilare dei liberali del suo tempo, forgiato nel fuoco di uno scontro politico mortale con la dittatura incipiente e proprio per questo attento più ai valori dell’autonomia, alle pratiche della liberazione, alla dimensione antropologica ed etica che non a quella giuridica e istituzionale. L’unico tipo di liberalismo capace di far fronte al vitalismo selvaggio del fascismo sorgente. Certo esso si nutriva più del culto einaudiano per il libero e aperto confronto (diciamolo pure: per lo scontro) tra le classi sociali - dell’idea del valore salvifico del «conflitto» per una sana cultura civile - , che non della problematica anglosassone della separazione dei poteri e della ingegneria costituzionale. E declinava l’idea di libertà in una chiave apertamente attivistica, come capacità («dovere») di ognuna delle parti in campo di perseguire con chiarezza e con nettezza il proprio progetto, di «mantenere le posizioni» con intransigenza (come «libertà positiva», libertà «di»), più che come passiva tolleranza e indifferenza (come «libertà negativa», libertà «da»). Con una visione che può anche definirsi «elitistica»: affidata a minoranze virtuose. Venata persino di una non taciuta vocazione «pedagogica». E tuttavia, per un paese cui era mancata, storicamente la propria «rivoluzione», che non aveva mai vissuto una vera rottura col passato, giudicata necessaria per conquistare la propria tardiva modernità.

Si spiega così - con questo nucleo sostanzialmente etico del liberalismo gobettiano - il sospetto, quando non l’aperta antipatia nei suoi confronti da parte dei tardivi neo-liberali di fine secolo. Domenico Settembrini e Lucio Colletti, alla domanda sulla sua attualità, in occasione della riedizione de La rivoluzione liberale nel 1995, avevano risposto rispettivamente: «Nessuna» e «Quel libro serve solo a D’Alema», mentre Cofrancesco la commentava sul Corriere della Sera sotto il titolo “La rivoluzione inattuale”, e la rivista Liberal apriva il fuoco con Giuseppe Bedeschi. Il suo veniva incluso tra i «linguaggi non secolarizzati», tipico più di un riformatore religioso che di un politico pragmatico; la sua visione giudicata obsoleta perché «il conflitto non verteva su consistenti interessi mondani, ma su impegnative concezioni del mondo». Ernesto Galli della Loggia, infine, ne contesterà l’asimmetria nel giudizio su fascismo e comunismo, e soprattutto l’eticizzazione del liberalismo gobettiano, come forma paradossalmente interna all’«ideologia italiana».

Né quest’ostilità stupisce. Il liberalismo etico di Gobetti era infatti incompatibile con ogni «cerchiobottismo», con ogni vocazione bi-partisan, con ogni pratica di accomodamento e di neutralizzazione di cui - aldilà della retorica «polarizzante» del maggioritario - era avida la nascente seconda repubblica.

Esso rompeva con ogni cultura del compiacimento e dell’autocompiacimento nazionale. Praticava una sobria ed esigente cultura del disagio: un’impietosa denuncia dei propri vizi e delle proprie insufficienze. Era «anti-italiana» nella sua sostanza programmatica. Non poteva che entrare in conflitto con l’Italia avida di unanimismo, bisognosa di riconciliazione, che apriva le porte a ogni proprio passato tenera con i propri tanti vizi, aspra con le poche virtù: l’Italia desiderosa di continuità e assoluzione delle proprie classi dirigenti entrata finalmente nell’epoca del liberalismo edonistico e del cittadino-consumatore.

L'immagine è un disegno di Felice Casorati

Chi è Piero Gobetti

Ali Tariq si sorprende per le manifestazioni musulmane davanti alle ambasciate. Scrive: non hanno, i musulmani, altri e più minacciosi nemici di un vignettista? Eccome. Li hanno addosso: dagli eserciti che hanno fatto la guerra in Iraq e in Afganistan per gli interessi geoeconomici dell'occidente, ai governi arabi che la appoggiano mentre deprivano i loro popoli di tutti i diritti e dell'accesso alla ricchezza del proprio paese, alla supponenza europea nei loro confronti pari soltanto alla codardia verso Bush. Ma contro questo schieramento nemico non hanno né gli strumenti né la forza per reagire. Incassano il peggio, cresce l'esasperazione e mettono fuoco ad alcune tranquille ambasciate che non c'entrano molto. Potrebbero fare di più contro i loro nemici veri e astenersi da una protesta deviata dunque vana e che li isola? Non so. Si può rimproverare loro di non essere all'altezza dello scontro? Si può. Ma una soggettività complessa e all'altezza della sfida presente andava da tempo seminata e alimentata, sostenuta da una solidarietà. Nulla di questo è avvenuto. Che è successo dei tentativi delle loro dirigenze laiche? Chi ha difeso il popolo in questo senso più avanzato, i palestinesi? L'occidente, miope, se ne è guardato bene. Gli Usa hanno utilizzato l'Iraq contro l'Iran e oggi un islam contro l'altro, finendo con il cacciare tutto il Medioriente nel fondamentalismo. E quale alleato avrebbe oggi in Europa un islam che si proponesse di sbaraccare la «guerra infinita» tagliando alle radici il fondamentalismo e la sua coda terrorista? Nessuno. Mi si nomini una sola cancelleria che lo farebbe, un movimento sociale che lo sosterrebbe non solo a parole. Io non ne vedo. Ma non è questo deviare della protesta e della mobilitazione dal vero nemico un vizio soltanto loro, del quale hanno qualche giustificazione. È proprio anche delle nostre società.

Già negli anni `70 Franco Fortini scriveva, sulle tracce di Turkey, che quel che era una volta una discesa in piazza del popolo per ottenere un diritto negato o esigere un bisogno, tende a diventare oggi un'autorappresentazione, puro mezzo di visibilità che poi sparisce per repressione, isolamento,stanchezza.Non è lo stesso la aspirazione attuale di alcuni gruppi molto minoritari a passare da invisibili a visibili, attraverso presenze che più possono essere mediatizzate, a prescindere dall'obiettivo che li ha mossi? E pazienza quando tendono soltanto a questo. Ma sempre più spesso alcuni di essi parassitano movimenti più vasti, che si aggregano fuori di loro, per coinvolgerli in scontri più accesi sia perché li considerano politicamente opportunisti sia per provocare una reazione della polizia. Della quale nulla giustifica l'intervento repressivo. Ma intanto esso ricade inesorabilmente sulle folle mosse da un intento unitario più puntuale, pacifico e tale da mettere in difficoltà i poteri. Non è avvenuto questo con la manifestazione anti Tav della Val di Susa? È il vecchio vizio di chi si definisce avanguardia. La sua vera radice, anche se non confessata, sta nell'impotenza a incidere il blocco avversario. Di qui la tentazione a ripiegare su un simbolo. Il nemico sono oggi gli Stati uniti e le multinazionali, complesso di enormi dimensioni e capacità non solo repressive. La Coca Cola, che è una multinazionale e simbolo della penetrazione americana attraverso i consumi, ha sponsorizzato le Olimpiadi. Né la Coca Cola né le Olimpiadi in quanto tali si potevano attaccare, per cui ci si è attaccati al loro ultimissimo anello: il tedoforo.

La stampa ha dato loro più corda che mai, Repubblica e Co rriere hanno titolato per tre giorni la prima pagina: «Torino sotto assedio» per cambiare nel corso d'una sera con: «Torino in festa», facendo finire in un trafiletto interno le poche decine di ragazzi, nessuno dei quali aveva le mani sporche di sangue né di quattrini, che si ritiravano mestamente. L'impotenza si trova nemici e identità sostitutive.

Anche il mio amato Valentino Parlato rischia di farsi prendere da amico del leopardo. Prima che tutti i nostri valorosi colleghi si lanciassero alla ricerca di tutte le tensioni nella coalizione, di destra, sinistra o centro che siano - chi mai, salvo il rispetto, aveva dedicato tre colonne al coerente trotzkista Ferrando? - siamo stati noi, a dirci acerbamente delusi dal programma di Prodi. Io mi sono letta quel malloppo - più voluminoso e meno firmato di quello de l'Ernesto - senza delusione alcuna. Non mi ero affatto aspettata di più, come poteva essere? La coalizione si è data e si è formata su un obiettivo primario: battere la Casa delle Libertà. E non è poco, è una condizione della democrazia.

Soltanto con Berlusconi fuori di scena si potrà ricominciare a parlare di politica. Adesso devi badare a quel che dici, ogni differenza di idee è materia di gossip, ogni, dio non voglia, divergenza è enfatizzata come lacerazione incombente e quindi incapacità di governare. Che la Casa della Libertà abbia governato con Bossi e Fini assieme non importa, e giustamente. Avevano in comune l'attacco alla Costituzione, al lavoro e alla cultura, la privatizzazione di tutto e un colpo decisivo allo stato sociale. Questo li teneva uniti. Sulla sponda opposta, da Rutelli a Bertinotti via Prodi e D'Alema hanno in comune la restaurazione di quel che della Costituzione resta, l'abolizione del conflitto di interessi, l'autonomia della magistratura e della Rai e dell'informazione, un qualche equilibrio fra impresa e lavoro. Non è molto, ma va in direzione del tutto diversa. Che poi Rutelli frascheggi con la Udc non importa granché. A breve termine non andrà molto lontano.

Che Prodi sia tirato da una parte e dall'altra, specie da un'Europa senza più trattato né crescita, non sorprende; nella coalizione la crisi dell'ipotesi liberista che sottendeva la Ue è più visibile e più urgente. Che il rapporto con gli Stati uniti e la guerra infinita diventerà terreno bruciante è prevedibile. Che Rifondazione e la Margherita abbiano un'idea diversa della società, del lavoro e della persona, e che i Ds siano stretti a evitare gli errori che li hanno portati a perdere il governo è sicuro. In un paese che Berlusconi ha trovato guasto e ha guastato ulteriormente, a dinamica produttiva e crescita zero, a egoismi crescenti e senso della solidarietà in gran parte perduto, la partita sarà più difficile che non fosse cinque anni fa. Anche da questo è venuta, penso, la difficoltà di indicare quattro precisissime scelte, al di là del restauro di uno stile istituzionale e della divisione dei poteri. Le Tav sono più d'una.

Sarà sul terreno che, stabilito un qualche orizzonte di rimedi al quinquennio, si disegnerà l'approdo. È mia ostinata persuasione che sarà il rapporto di forza e creatività sociale e intellettuale a deciderne le tappe. Per questo darò il voto a Bertinotti pur sapendo che il governo non sarà il suo, e pur essendo meno vicina a lui che non fossi qualche anno fa.

In questo transito ciascuno di noi, manifesto incluso, sarà costretto a uscire dalla denuncia e dalle vaghezze, capire le priorità e valutare chi mobilitare - il terreno politico che abbiamo scelto sta nella società, non passa per il parlamento e non ne sottovaluta la funzione. Intanto importa che la maggioranza non sia più quella di ora. Se Berlusconi dovesse passare ancora una volta non ci resterebbe - la rivoluzione non essendo all'o.d.g - che elevare alte strida.

Che cosa hanno detto il candidato premier, il Segretario dei DS, l' Assessore ecologista, e il Presidente del F-VG che ha perso l'aroma. La precisazione dell'esperto e la postilla di eddyburg

Dal Mose al rigassificatore
quelle 129 trappole a sinistra
di Lucio Cillis

ROMA - Di trappole, disseminate lungo tutto lo Stivale, ce ne sono almeno 129. Sono opere pubbliche "a ostacoli", quelle che nel censimento del Nimby Forum (osservatorio dei contenziosi al quale aderiscono aziende e istituzioni coinvolte dai "no") sono per la loro presenza sui media, le più contestate dai comitati locali.

Una forza trasversale, che per difendere il proprio "giardino" (Not in my backyard, ovvero Nimby) ha contrastato diverse opere pubbliche del governo in carica e non guarderà in faccia nemmeno un eventuale esecutivo targato Prodi. Molti di questi nodi rischiano di trascinare in snervanti confronti e contenziosi politici tutto il centrosinistra, in mancanza di un progetto partecipato e pensato da tutte le anime che vi convivono.

Sono opere pubbliche non necessariamente imponenti e non sempre di alto impatto. I rigassificatori, ad esempio: una necessità che per il centrosinistra (in prima linea i due cervelli economici di Margherita e Ds, Enrico Letta e Pierluigi Bersani) è oggi in tempi di crisi di gas, irrinunciabile. Ma che nel caso del "no" all´impianto di Brindisi, vede il sindaco della città Domenico Mennitti (Forza Italia) e il governatore della Puglia Nichi Vendola (Rifondazione) schierati dalla stessa parte della barricata.

E se c´è la Tav in Val di Susa, o il Mose a Venezia, in Lombardia spunta l´autostrada Milano-Bergamo-Brescia, contestata da 35 sindaci, anche di centrosinistra. Per non parlare del percorso del corridoio Tirrenico, l´autostrada Livorno-Civitavecchia: i due progetti che si sono affiancati fino ad oggi sono stati osteggiati con forza da Verdi e ambientalisti che chiedono a gran voce di puntare tutto sul raddoppio dell´Aurelia e non su un percorso da realizzare più a ovest secondo la giunta regionale guidata da Claudio Martini (Ds) o addirittura in Maremma come nel progetto di Lunardi.

Il carbone è invece, l´esempio eclatante di un´altra spaccatura difficilmente sanabile. La rivolta di Civitavecchia e del presidente della Regione Lazio Marrazzo (alla guida di una giunta di centrosinistra) contro la centrale, fa il paio con l´impianto di Porto Tolle, a Rovigo. Anche qui, ora che il carbone torna in auge, è stata la rivolta di ambientalisti, comitati e Verdi della zona, a "svegliare" gli altri partner della coalizione e a riportarli alla lotta al carbone.

Sulla strada delle proteste si incontra, infine, anche "il vento", vecchio cavallo di battaglia degli ecologisti. La costruzione di nuove centrali eoliche - spesso cattedrali nel deserto che, secondo i detrattori, deturpano il paesaggio - sono di fatto bloccate in Sardegna e Puglia, due Regioni guidate dal centrosinistra. E al grido nimby, altri progetti sono stati drasticamente ridotti anche nella progressista Basilicata.

Tav, il rilancio di Prodi "Si farà, punto e basta"

di Marco Marozzi

MADRID - Lo dice prima di pranzo: «La Tav si fa. Punto e basta». In Italia in molti lo applaudono. Ma altri da sinistra lo attaccano. Lui però, prima di cena, raddoppia: «Il corridoio 5 è nel programma dell´Unione come tutti i grandi collegamenti europei. Quindi, non c´è discussione su questo punto». Romano Prodi si gioca sul treno ad alta velocità il ruolo di leader del centrosinistra. Volontà di mostrare che è lui ad avere la parola decisiva per far scendere sulla terra, fra spine e speranze, le 281 pagine del programma dell´Unione. Avviso ai suoi che la riforma elettorale «è un insulto» ed è meglio stare attenti: «Il proporzionale spinge i partiti a diversificarsi il più possibile. E questo li premia con i media». Così eccolo prendere di petto il nodo Val di Susa e le divisioni fra alleati. «È una polemica fuori posto. - taglia corto - Le grandi infrastrutture europee vengono portate avanti e tra queste c´è il Corridoio 5. E quindi la Torino-Lione». Lo dice da Madrid, arrivato per incontrare gli italiani di qua, raccontare a una cena di imprenditori spagnoli cosa farà se andrà al governo, partecipare a un Forum sull´Europa. Lo dice subito prima di andarsene a pranzo con Loyola de Palacio, sua commissaria Ue ai trasporti e adesso coordinatrice per il Corridoio 5. Incontro previsto da tempo, ma su cui - guizzo fra fato e simboli - ieri sono esplose le gran discussioni italiane sull´assenza della Tav nella Magna Charta del centrosinistra. Anche su questo, Prodi sceglie il decisionismo: «Il programma è la cornice, il quadro lo decido io». No, non importa «nessuna integrazione» come ancora ieri chiedevano il presidente del Piemonte e il sindaco di Torino, Mercedes Bresso e Sergio Chiamparino. «Le speculazioni non hanno né peso né giustificazione» trancia le polemiche un Prodi rilassato nonostante la levataccia da Bologna. «Noi non abbiamo scritto le cose analitiche nel programma, però la decisione di andare avanti con le infrastrutture europee è una decisione che avevamo preso ed è ribadita».

L´impegno dei capi dell´Unione, per il Professore, è nell´adesione generale al testo presentato sabato. «Nel programma - manda a dire ai critici - c´è scritto che i collegamenti europei si fanno. E io credo che il Corridoio 5 sia uno dei più importanti. Francamente bisognerà fare anche quelli che ci portano verso nord perché del Brennero abbiamo assolutamente bisogno. Ma l´incrocio tra est-ovest e nord-sud è indispensabile per non essere isolati». Nessuna telefonata da Madrid verso i contestatori. «Non ho parlato con Rifondazione, con i Verdi perché ho ridetto quello che c´è scritto nel programma. E mi basta». La Tav, insiste, «è una priorità». «Certo, siamo per analizzare i problemi con le comunità interessate. Non come il governo attuale che ha imposto tutto senza confronto. Pochi giorni ho discusso con i sindaci della Val di Susa: hanno apprezzato l´atteggiamento, ma nessuno ha messo in dubbio l´opera». «Occorre aprire un dialogo con le comunità locali come sempre si fa in questi casi. Ho in mente l´esempio della Bologna-Firenze: riunioni fiume che hanno portato anche alla modifica degli aspetti di sicurezza. Bisogna anche pensare a compensazioni per le comunità che sopporteranno pesi così rilevanti». Prodi mostra fiducia e lancia confronti. «Nessuno chiede il programma al centrodestra. A me fa piacere, vuol dire che non se lo aspettano» dice agli italiani di Madrid. «Fino a quattro giorni fa mi rimproveravano tutti che non c´era il nostro programma. Ora mi dicono che è troppo lungo. Non c´è una virgola di demagogia. Abbiamo fatto un programma di governo». Rassicura: «Mastella e Bertinotti sono legati da un giuramento». Promette: «Se vinciamo, dal partito democratico non si torna indietro».

"Ma nel testo l´omissione è voluta"

Targetti, tecnico di area ds e coautore del programma:

si parla solo del Corridoio 5

ROMA - «La realizzazione del percorso del treno ad alta velocità nella Val di Susa non è esplicitato nel programma dell´Unione».

Quindi non è una svista?

«Assolutamente no. Non c´è stato accordo».

Il professor Ferdinando Targetti, tecnico di area ds, è stato il coordinatore del tavolo di programma che si è occupato di "Problematiche industriali e infrastrutture".

Professore, il fatto che la Tav non sia esplicitata nel programma significa che non sarà realizzata?

«Significa che ancora non lo sappiamo. Quel punto è rimasto in sospeso».

Durante i lavori del tavolo come è stata affrontata la questione alta velocità e Corridoio 5?

«Sono due passaggi diversi. Con l´assenso di tutte le anime dell´Unione è stato dato il via libera all´integrazione dell´Italia con le grandi reti europee. Significa che il Corridoio europeo numero 5, l´arteria un po´ treno un po´ autostrada che collegherà Lisbona con Kiev, sarà realizzato e passerà a sud delle Alpi, dove previsto».

E il secondo passaggio?

«Non è stato esplicitato e il mezzo e il metodo con cui verrà realizzato il Corridoio 5».

Se non con l´alta velocità, come?

«Ad esempio rafforzando la rete ferroviaria già esistente. Ci saranno nuovi studi e saranno coinvolti cittadini e enti locali».

Prodi oggi dice che la Tav si farà punto e basta. E´ andato oltre il programma?

«Questo nel programma non c´è».

(c. fus.)

Fassino: "Alleati, stop alle furbizie

o i cittadini non si fideranno"

di Gianluca Luzi

ROMA - «Penso che dobbiamo ristabilire delle regole. Ogni posizione è legittima, ma poi a un certo punto si deve decidere e non può che prevalere un criterio di maggioranza. Ogni minoranza ha diritto di esprimere le proprie posizioni ma non ha diritto di paralizzare una maggioranza, altrimenti non si governa e i cittadini non si fidano». A otto settimane dal voto la pazienza di Fassino viene messa ancora una volta alla prova da una lacerante disputa sulla Tav. Ma il segretario dei Ds non ha dubbi: discutere con tutti «per dare risposte alle paure», approfondire tutto quello che c´è da approfondire, ma la Torino-Lione si deve fare perché serve all´Italia e all´Europa.

Segretario Fassino, non siete neanche al primo tornante e rischiate già di andare fuori strada?

«Diciamo una cosa subito con chiarezza: l´alta velocità in Val di Susa non è una ferrovia locale e neanche soltanto il tratto di una ferrovia italiana. Stiamo parlando di quel grande corridoio paneuropeo che parte da Lisbona e Londra, i due rami si unificano a Lione, attraverso la Val di Susa entra in Italia, prosegue fino a Trieste e poi Lubiana, Budapest, Kiev, Mosca. Quindi un´opera strategica per l´Italia e per l´Unione europea. L´Italia non può permettersi di stare fuori da questa rete senza pagare un prezzo economico e sociale molto alto. Il punto, quindi, non è se fare la Tav o non farla perché sarebbe un grave errore e un danno per il paese non realizzare quest´opera. Il punto vero è come farla».

Difficile, considerando l´ostilità delle popolazioni locali.

«Si deve affrontare un nodo che ormai si pone non solo in Italia ma in qualsiasi paese ogni volta che si deve fare una grande opera, sia una centrale elettrica che un impianto di smaltimento rifiuti o una ferrovia veloce. Si è diffuso nel mondo un atteggiamento di diffidenza o di rifiuto: fatela dove volete ma non nel mio giardino. Di fronte a questo atteggiamento bisogna evitare due reazione sbagliate. La prima è di farsi paralizzare dalla paura e dall´eventualità di rischi prima ancora di verificare se i rischi ci siano davvero. E il secondo è di alzare semplicemente le spalle come se le inquietudini e le paure non dovessero ricevere delle risposte. Invece si tratta di fare la Tav in modo sicuro e non devastante. Bisogna liberarsi da letture ideologiche che non aiutano e non servono. La Tav non è l´ultimo simbolo dello Stato Imperialista delle Multinazionali, come qualcuno pensa. E´ un´opera che serve allo sviluppo economico e sociale del nostro paese e dell´Europa».

Per ora l´opposizione dei movimenti locali resta piuttosto forte.

«Se oggi siamo in questa situazione c´è una responsabilità molto seria di Lunardi e del governo di centrodestra che in nome di quel decisionismo sbrigativo che è tipico di chi non tiene in considerazione i cittadini e le loro inquietudini, ha avviato l´opera senza dare corso a tutte le valutazioni di impatto ambientale e sociale. E invece se vogliamo costruire una alta velocità sicura dobbiamo fare tutti gli accertamenti. che naturalmente vanno consentiti e non impediti in nome del pregiudizio ideologico».

La sinistra più radicale continua a dire che la Tav in Val di Susa non è nel programma dell´Unione.

«C´è qualcuno che fa il furbo. Perché a pagina 138 del programma dell´Unione sta scritto in modo chiaro che "priorità della politica dei trasporti e della mobilità è l´integrazione del sistema di mobilità italiano nelle grandi reti europee". Siccome il Corridoio numero 5 è uno degli assi delle grandi reti europee, è chiaro che questa formulazione significa che noi intendiamo realizzare il Corridoio numero 5 in tutte le sue tratte».

L´obiezione è che nel programma si parla di Gottardo e Brennero, non di Torino-Lione.

«Il riferimento che viene fatto in questo testo a Gottardo e Brennero è esemplificativo, non esclusivo. C´è scritto: "dare priorità alle direttrici vicine alla saturazione, come ad esempio quelle verso il Gottardo e il Brennero". Ripeto, c´è qualcuno che fa il furbo».

Un avvertimento a Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio?

«Non è un avvertimento, è una considerazione. Se qualcuno pensa che andiamo al governo per non fare le cose, si sbaglia. Abbiamo il dovere e la responsabilità di realizzare le opere necessarie a sostenere lo sviluppo economico e sociale del paese. Naturalmente abbiamo il dovere di farlo nella sicurezza dei cittadini».

E i tempi? Le discussioni portano via tempi lunghissimi.

«Quello che è accaduto dimostra che il decisionismo che passa sulla testa dei cittadini poi i tempi li allunga. Perché se Lunardi avesse discusso con i sindaci della Val di Susa e avesse fatto tutte le verifiche, adesso non dovremmo ricominciare daccapo. E non si sarebbe determinata un´ostilità che per superarla ci vorrà più tempo di quello richiesto per ottenere consenso».

Intanto lei se la deve vedere con Ferrando e Caruso alla testa dei no global e nelle liste di Rifondazione comunista.

«Ogni partito è sovrano nello scegliere i propri candidati, ma è responsabilità di ogni leader chiedere ai propri candidati coerenza con gli obiettivi e il programma dell´Unione. Le dichiarazioni di questi giorni di Ferrando e Caruso sono inconciliabili con la politica dell´Unione».

Cosa le hanno detto Bertinotti e gli altri oppositori della sua intenzione di fare la Tav?

«Risposte piuttosto imbarazzate con argomenti assai deboli, ma noi non possiamo chiedere un voto per governare l´Italia trasmettendo l´idea che abbiamo paura di mettere in campo grandi opere. Metterebbe in discussione la nostra credibilità».

Berlusconi si vanta spesso delle sue Grandi Opere. Volete fare a gara a chi ne fa di più?

«Sfatiamo il mito delle Grandi opere del centrodestra. La verità è che negli anni del centrodestra la legge obiettivo è stata un fallimento. Hanno elencato 125 opere di interesse strategico, ne hanno finanziate non più di una quindicina e si sono aperti i cantieri di tre o quattro. Lo stato di avanzamento dei lavori riguarda l´1,5 per cento dell´investimento globale. Quasi tutto quello che Berlusconi inaugura sono progetti e finanziamenti dei governi di centrosinistra».

Mercedes Bresso: "Conta quello che dicono il leader dell´Unione e il segretario Ds" - Verdi e Prc non arretrano "Sarà dura, altre le priorità"

ROMA - Chiusura netta. Senza se e senza ma. È la risposta a Romano Prodi dei due alleati Alfonso Pecoraro Scanio. Secondo il leader dei Verdi «Prodi conferma che il programma non si tocca e in quel programma c´è scritto che le priorità sono il Gottardo e il Brennero e il potenziamento della linea ferroviaria in Val di Susa». Pecoraro interpreta così le parole del Professore. «Una cosa è riconoscere che il corridoio 5 deve essere realizzato, potenziando la linea ferroviaria esistente, una è pensare che si possa insistere sul mega tunnel contro le popolazioni». Anche il segretario di Prc invita al dialogo con la gente del luogo. E invita, come ha già fatto nell´intervista di ieri a Repubblica, a «non alzare bandiere» magari oscurando gli altri risultati di un progetto ispirato alle posizioni di una sinistra riformatrice: «Sei mesi fa pensavano tutti che non avremmo mai trovato un´intesa sull´Iraq e invece l´intesa c´è: ritiro nei tempi tecnici. Nel programma, c´è l´abrogazione della riforma Moratti, della Bossi-Fini e dopo 20 anni tornano al centro i lavoratori con il riconoscimento del valore assoluto del contratto di lavoro a tempo indeterminato». Sulla Tav Bertinotti ripete: «Siamo per rispettare quello che c´è scritto nel programma. L´Alta velocità è un tema rimasto fuori perché non c´è ancora la maturità per una scelta in questa direzione». Dunque, il problema si risolve con il consenso «mentre se qualcuno pensa di risolverle militarmente si sbaglia».

Per Giuliano Amato la tempesta è in un bicchiere d´acqua: «Non sono dissensi così drammatici come spesso vengono raffigurati perché poi, quando si arriverà al concreto, che si parli di Pacs o di Tav, io sono convinto che i margini di consenso saranno superiori a quelli che appaiono oggi». Gli amministratori locali però sono guardinghi, chiedono decisioni nette. Il governatore del Piemonte Mercedes Bresso avverte: «Conta quello che dicono Prodi e Fassino. Permane il problema di un pezzo dell´alleanza che non crede nel progetto e dovrà ricredersi». E il sindaco di Torino Sergio Chiamparino critica il programma del centrosinistra: dovrebbe uscire dalle ambiguità. «Sarebbe opportuna - dice - una precisazione formale: se non si vuole un emendamento aggiuntivo, almeno se ne faccia uno soppressivo, nel senso che si tolgano gli esempi. Com´è oggi tutto resta indefinito, c´è una priorità della rete infrastrutturale europea e non ci sono particolari riferimenti».

Illy: "Prodi rifaccia il programma basta ai ricatti di Bertinotti"

di Alberto Statera

«Caro Romano, il tuo programma va preso e rifatto, sei ancora in tempo per rimetterci le mani e farlo rifirmare ai partiti della coalizione.

Altrimenti...» Riccardo Illy, governatore del Friuli Venezia Giulia e icona del centrosinistra che vince nell´Italia di destra, può dire le cose più taglienti e dolorose con voce bassa, monocorde e freddezza austroungarica. E annuncia che queste sono le parole che giovedì dirà a Romano Prodi, il quale sabato scorso ha presentato le sue 280 pagine di programma come fosse un gioiellino.

Altrimenti, governatore Illy ?

«Altrimenti, poiché il buongiorno si vede dal mattino, non è proprio un gran bel giorno. Con quel programma, che prevede quasi tutto e quasi niente, è facile preconizzare un leader debole e un governo inconcludente. Ammesso che il Centrosinistra la smetta di fare di tutto per non consentire a Berlusconi di perdere».

Cosa c´è che non va in tutte quelle pagine?

«Sarebbe più facile enumerare le poche cose che vanno. Non vanno i mille paletti infilati dall´ala sinistra della coalizione e in particolare da Bertinotti, che ne fanno un programma generico, a dispetto delle 280 pagine, con un´impostazione del tutto timida e parziale».

Ne dica uno di paletto bertinottiano.

«Non c´è alcun riferimento esplicito all´Alta Velocità e men che meno al progetto prioritario numero 6, la tratta da Lione al confine dell´Ucraina».

Prodi dice che è una svista.

«Allora rimedi subito alla svista. Ma io non credo che sia una svista. Il fatto è che Bertinotti, che tra i suoi candida Caruso, la firma sulla Tav non la metterà mai. Per cui anche il sincero impegno di Prodi non basterebbe, perché in un governo di coalizione il leader non governa senza la coesione della sua maggioranza. Poi fosse solo la Tav».

Che altro c´è o, piuttosto, non c´è ?

«Si abbandona il Ponte sullo Stretto di Messina. Una scelta che non condivido e che appare illogica, perché il Ponte fu avviato dal governo di centrosinistra. Cos´è cambiato ? Il "niet" di Bertinotti. Il Mose non c´è e tutte le altre indicazioni sono generiche, a parte il blocco del Ponte».

Sulle Grandi Opere le piaceva di più la campagna napoleonica di Berlusconi-Lunardi, peraltro largamente fallita?

« Ahimè sì. Alcune opere si sono sbloccate, come l´Alta Velocità Nord-Sud. Non è questione di programmi napoleonici, ma ci vuole la percezione del fatto che gli investimenti nei trasporti, quando l´opera è utile, comportano un effetto di volano, inducono lo sviluppo economico nei territori attraversati».

Ma che ci vuol fare se Bertinotti serve per vincere ?

«Per vincere veramente occorre convincere. Occorre convincere Bertinotti che certe opere sono necessarie non solo per i benestanti, ma anche per i poveri. Con la Tav, per esempio, ci saranno più treni per i pendolari lulle linee normali».

Sulle Grandi Opere a Prodi diamo l´insufficienza, ma c´è anche molto altro. Per esempio, la riduzione del costo del lavoro.

«Io non l´ho vista. Non si dice né quanto, né quando né come. Con una coalizione non coesa, con divergenze forti, o le cose sono scritte e sottoscritte, blindate, o non si faranno mai. Con questa legge elettorale, sia chiaro che ciò che Bertinotti non vota, non si fa. E poi, lo dico da imprenditore, a che serve ridurre del 5 per cento il costo del lavoro se il nostro costo del lavoro è di venti volte superiore a quello della Cina ?»

Sempre meglio di uno schiaffone, presidente Illy.

«Il problema è che il reddito da lavoro è troppo basso perché è falcidiato dagli oneri previdenziali, che vanno abbattuti con coraggio, come diceva Modigliani. Vanno dimezzati o almeno ridotti del 20 per cento. Questo è un problema centrale, insieme ad altri due».

Dica.

«La salute e l´energia. Il capitolo salute è trattato in modo autocompiacente: si dice che più o meno va bene così. Ma è falso. In quasi tutte le regioni la spesa sanitaria cresce del 7-8 per cento l´anno contro l´1 per cento del pil. È una progressione insostenibile, da bancarotta. Quanto all´energia, grande questione mondiale, sembra che si ignori che il prezzo del petrolio è triplicato in pochi anni. Ci vogliono non affermazioni generiche, ma misure adeguate all´emergenza».

Ma insomma, in 280 pagine non c´è proprio niente di buono? «Ci sono alcune evidenti contraddizioni. Per esempio, si dice che le tariffe degli avvocati vanno mantenute e poi che le tariffe minime professionali vanno abolite».

Va bene, governatore, ma sia gentile, ci dica almeno una cosa che condivide.

«C´è il reddito d´inserimento, che somiglia al reddito di cittadinanza che abbiamo fatto in Friuli Venezia Giulia per sostenere chi è indigente perché pensionato, portatore di handicap, oppure temporaneamente in difficoltà perché espulso dal lavoro. Ci sono cose buone per la cultura, come l´aumento delle risorse del Fondo unico per lo spettacolo».

Se Prodi la volesse come ministro, presidente Illy?

«Impossibile. Primo, perché Prodi ha la fila dietro la porta, mentre ancora i partiti si spartiscono i seggi alla Camera e al Senato, con una legge fatta apposta per i partiti e contro i cittadini. Secondo, perché ho preso un impegno con i miei elettori in Friuli Venezia Giulia. Terzo, perché si sarà capito che non sono troppo ottimista sull´efficacia dell´azione di un governo di centrosinistra, se le premesse sono queste».

Appoggerà le liste civiche se si presenteranno alle elezioni?

«Se si presenteranno al Senato, forse con Di Pietro, sarò loro testimonial».

Quindi giovedì a Prodi dirà...

«Gli dirò che è ancora in tempo a riformulare il programma e a farlo firmare nuovamente da tutti gli alleati. Perché: patti chiari, amicizia lunga».

Postilla

Sconcertanti le cose che hanno detto.

Continuano a parlare di TAV (Treni ad alta velocità), quando il progetto su cui si discute è per il trasporto ad alta capacità (TAC): un treno lento per trasportare molte merci (da dove? a dove?), invece di un treno iperveloce per trasportare passeggeri da Kiev a Lisbona e a Londra (o da Torino a Lione).

Continuano a confondere il Corridoio 5 (che è la direttrice di un sistema complesso di infrastrutture su ferro, asfalto, tubo per spostare persone, merci, energia, informazioni) con la modalità tecnica di realizzazione di un elemento di un suo piccolo segmento (la Val di Susa). Uno che le cose le sa (perché ha partecipato alla stesura del prigramma e perché di trasporti ne capisce) si affanna a precisare che le cose sono diverse e che nel programma cìè l’una e non c’è l’altra, ma loro (Fassino) continuano a dire che gli altri “fanno i furbi”.

Continuano a parlare di Nimby, quando è chiaro che la critica alla TAC in Val di Susa è critica di una strategia di sviluppo per la quale c’è sviluppo se l’acqua minerale si sposta da Kiev a Lisbona, la carta igienica da Londra a Trieste - e viceversa: più si sposta più cresce il PIL. E’ critica di un sistema di priorità distorto (prima le Grandi Opere, poi la manutenzione del sistema normale del territorio e delle sue reti). E’ critica di un metodo di decidere arrogante, che trascura le valutazioni tecniche di sistema e la trasparenza sulle decisioni e sulle loro reali motivazioni.

Continuano a difendere le Grandi Opere senza impegnarsi alle politiche necessarie per renderle di una qualche utilità: per esempio, hanno mai detto come faranno a convincere i trasportatori ad abbandonare i TIR per il TAC? E ch’è addirittura chi critica Berlusconi perché ha promesso le GO e poi non ha saputo realizzarle: non solo il “Governatore” (le virgolette sono d’obbligo) del Friuli – Venezia Giulia, ma anche il Segretario dell’erede del PCI.



Speriamo di riuscire a mandarli al governo del paese per cacciarne l’attuale occupante; ma speriamo anche che studino di più e apprendano meglio. Altrimenti, saranno dolori anche dopo la vittoria.

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