UNA angoscia inespressa tormenta gli spiriti più avvertiti. Fra pochi giorni - il 25 e 26 giugno - siamo chiamati a votare sulla Costituzione, ma l'appuntamento sembra avvicinarsi nella distrazione e nella stanchezza politica degli italiani. Pochi i manifesti sui muri, dove dominano, peraltro, i Sì berlusconiani, grazie anche a una dovizia inesauribile di mezzi; pochi i comizi; deludenti e noiosi i dibattiti e gli spot in tv.
I partiti o, meglio, i "padroni delle liste", così accaniti durante la campagna elettorale e poi, nell'ultimo mese, rabbiosamente impegnati nella spartizione di poltrone, poltroncine e sedie aggiunte, deleghe "spacchettate" e quant'altro, dedicano queste ore soprattutto a opere di consolazione degli afflitti, alias di quanti, per l'uno o l'altro motivo, si son visti esclusi dalla prima scelta parlamentare o ministeriale. Si moltiplicano le promesse, fatte balenare magari a più d'uno, per le cariche di sottogoverno. Il voto del 25-26 viene dopo, quasi si trattasse di un altro referendum sulla caccia.
Si distinguono, per contro, per il loro impegno i valenti giuristi del Comitato "Salviamo la Costituzione", gli intellettuali del movimento "Libertà e Giustizia" ed alcune personalità politiche consapevoli della posta in gioco, da Oscar Luigi Scalfaro a Piero Fassino. La sottovalutazione viene da lontano, almeno da quando il governo di centro destra presentò il progetto al Parlamento e autorevoli leader della sinistra si premurarono subito di rassicurare quanti si allarmavano affermando che era solo una mossa strumentale di Berlusconi per dare un contentino a Bossi: "Vedrete, si limiteranno a votarlo in prima lettura e tutto verrà poi rinviato alla prossima Legislatura". Quando, invece, le Camere approvarono in seconda e definitiva lettura i soliti soloni appesero il loro ottimismo alla certezza che, comunque, il referendum popolare avrebbe certamente spazzato via quella sconcezza. Ora, infine, per giustificare tanta accidia politica, sembrano affidarsi al basso profilo con cui la destra affronterebbe, a loro avviso, la campagna referendaria: "Se Berlusconi non bombarda l'opinione pubblica con i soliti effetti speciali, vuol dire che dà per scontata la sconfitta". E con questa "speranziella" si tranquillizzano, senza riflettere che, se la strategia del centrodestra rifugge dalle tematiche costituzionali più impegnative, controverse e di largo impatto, una ragione c'è: far credere agli elettori che si tratta di ridurre il numero dei deputati, eliminare l'inutile doppione perditempo di Camera e Senato, diminuire i costi del parlamentarismo. Tutti slogan fasulli ma di pronta resa, immediata comprensione, scontata popolarità per una opinione pubblica disinformata e abbandonata colpevolmente a se stessa. Illusoria suona, infine, l'ipotesi ventilata in qualche anticamera di palazzo Chigi secondo cui se Prodi e gli esponenti della maggioranza si tengono defilati dalla contesa, alcuna conseguenza ne verrà per il governo, pur se prevalesse il Sì. Auguriamoci che un simile esito non sussista, poiché se, per disavventura immane, si verificasse l'ondata di delegittimazione costituzionale, suffragata dal voto, risulterebbe assai difficilmente arginabile.
Non appare, infine, di gran conforto il dibattito, se pur ristretto nell'ambito di una audience qualificata, che si sta svolgendo sulle opzioni di modifica della Costituzione, una volta respinto il pasticcio Calderoli. Se è vero che la stragrande maggioranza degli studiosi parteggia per il No e pospone a questo l'eventuale nuova riforma, è altrettanto evidente che il messaggio percepito dall'italiano della strada è, nel migliore dei casi, quello di un dibattito di ingegneria istituzionale (dal ruolo del premier a quello del Presidente della Repubblica, dalle sovrapposizioni delle legislazioni concorrenti alla composizione della Consulta, dalle funzioni amministrative dei comuni ai nuovi compiti delle regioni). Tutte cose che non lo appassionano né gli permettono di valutare chiaramente la posta in gioco. In fondo, molti possono dirsi, se la Costituzione è un ingranaggio che non funziona più se la vedano loro come aggiustarla.
Ma non è così. La posta è ben più alta. Riguarda l'Italia, la sua storia, il suo futuro, il tipo di Paese che i cittadini vogliono, l'eguaglianza dei diritti, le garanzie di una democrazia liberale opposta alle dittature delle maggioranze, sia pure di volta in volta alternative, l'unità della Patria. Non temiamo, dunque, di essere accusati di retorica patriottica se cominciamo proprio da qui ricordando agli immemori quante speranze, sangue, sacrifici e sofferenze sia costata l'unificazione dell'Italia, dal Risorgimento a Vittorio Veneto e la riconquista della democrazia e della libertà, dalla Resistenza alla Costituzione del 22 dicembre 1947.
Butteremo tutto a mare per inseguire i vaneggiamenti leghisti, le pulsioni secessioniste di una infima minoranza tramutate in falso federalismo con la malleveria di Berlusconi e il pusillanime assenso di Fini e Casini? La storia di un paese ha un valore, un'intima coerenza che l'ha animata per generazioni e che non può essere travolta e bistrattata se non a scapito della sua identità profonda.
Non più italiani, torneremmo in un arco di tempo non troppo lungo, a sentirci soprattutto lombardi e siciliani, veneti e pugliesi. I modelli federali esistenti - in primo luogo il tedesco e l'americano - non mettono certamente in gioco l'unità della Nazione. Nella Costituzione germanica, ad esempio, c'è solo l'elenco delle competenze esclusive dello Stato, mentre la facoltà dei laender di legiferare sul resto è temperata dalla possibilità del Parlamento di intervenire quando lo reputa necessario per garantire l'unità giuridica ed economica del Paese o l'eguaglianza dei cittadini. Negli Stati Uniti fin dall'800 la Corte Suprema legifera imponendo la "supremacy clause", la clausola di supremazia che supera ogni istanza federale. La stessa filosofia ispira la pienezza legislativa del Congresso.
La devoluzione leghista che si vorrebbe approvare è tesa, invece, a strappare allo Stato, affidandoli alle Regioni, diritti esclusivi di legislazione. Qui è la miccia dell'esplosione dell'unità nazionale. Si dice - ed è già gravissimo - che la minaccia riguarderebbe solo tre settori: la sanità, la scuola e la polizia regionale. Inutile dilungarsi qui su cose già dette: avremmo, malgrado risibili clausole di salvaguardia, venti sistemi sanitari diseguali, venti sistemi scolastici con svariate ore di materie "locali", dal dialetto alle costumanze folcloristiche, venti polizie regionali da affiancare ai troppi corpi già esistenti (Ps, Carabinieri, GdF, polizia penitenziaria, forestale, municipale). Ma, oltre a ciò, la costituzione berlusconian-leghista affida alla competenza esclusiva della legislazione regionale tutte quelle materie che non siano espressamente riservate allo Stato. Questo si vedrebbe, quindi, sottratte l'agricoltura, il turismo, il commercio, l'artigianato, quasi tutta l'industria, salvo l'energia. Non ci sarebbe spazio per quasi nessuna politica nazionale, dalla promozione del territorio alla rappresentanza degli interessi italiani in sede europea e internazionale. Tanto varrebbe seguire l'esempio balcanico che in poco tempo ha variegato la carta geografica con la riemersione di Serbia, Bosnia, Montenegro, Slovenia, Sangiaccato, Macedonia, Kosovo e via continuando.
Sotto un profilo più generale la Carta del 1947 risulterebbe praticamente semicancellata con 53 articoli annullati o riscritti e la prima parte, apparentemente salva ma sostanzialmente insidiata. Sul vulnus parziale della modifica del titolo V, improvvidamente inferto nel 2001 dal centrosinistra, si è così innestato un ben più corposo e dirompente tsunami. Quel che è peggio sta passando nella mentalità corrente l'idea che la costituzione sia una legge come tutte le altre, sì che ogni maggioranza, vieppiù in un sistema di alternanza, può, di volta in volta, scomporla e ricomporla a seconda delle sue specifiche aspirazioni, convenienze tattiche, contingenze impreviste. Di qui la tendenza ad accompagnare l'alternanza elettorale alla dittatura della maggioranza che si sente officiata a tutto occupare e a tutto stravolgere, proprio in contrapposizione al costituzionalismo moderno, imperniato sulla definizione dei limiti e alla separazione dei singoli poteri istituzionali così da garantire diritti e regole comuni per tutti i cittadini. Qui sta, appunto, il significato fondamentale della Costituzione oggi in pericolo: una tavola, elaborata in una stagione di alta temperie delle forze politiche, che dai cattolici ai comunisti, dai liberali ai socialisti seppero definire valori e principi capaci assicurare la convivenza civile degli italiani in anni, dal '47 ad oggi, attraversati da un epocale scontro di civiltà, da guerre, da lotte sociali e politiche asperrime, da sconvolgimenti economici e sociali profondissimi, senza che mai venissero meno le garanzie di democrazia e di libertà, la correttezza istituzionale, le possibilità di introdurre nuovi diritti prima inediti (dalla salute al divorzio, dal codice di famiglia all'aborto). Quel quadro costituzionale ha retto a tutte le prove e va nella sua sostanza strenuamente difeso. Se qualche inceppo funzionale si è rivelato col tempo nulla impedisce che si introducano modifiche di razionalizzazione opportunamente concordate. Soprattutto va tenuto presente che le falle di governabilità che devastano la vita politica italiana non dipendono da arretratezze costituzionali ma dalla dissennatezza di una legge elettorale che esula per la sua stesura dai dettami della Carta.
Ormai siamo al dunque. Nel 390 a. C. i romani dormienti, mentre i Galli di Brenno stavano per farli a pezzi, vennero risvegliati in tempo dallo schiamazzare delle oche del Campidoglio. Chi sveglierà ora gli stanchi combattenti dell'Ulivo?
DIECI ANNI FA - si erano appena svolte le elezioni - don Giuseppe Dossetti capì dove si sarebbe arrivati. E il 15 aprile 1994 scrisse una lettera al sindaco di Bologna, Vitali, per denunciare i pericoli di "una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti supremi". Da quella lettera sorsero i "comitati per la difesa della Costituzione".
Ma neppure don Dossetti poteva immaginare allora quel che oggi possiamo vedere. E cioè che l´attacco alla nostra Costituzione è solo una faccia di un attacco generalizzato al costituzionalismo, come necessità democratica di limitazioni al potere. E che, dunque, dopo la Costituzione italiana l´offensiva coinvolge anche l´ordinamento costituzionale europeo. Perché anche esso, in fondo, è portatore di "lacci e lacciuoli" alla concezione assolutistica del governo.
D´altra parte l´intreccio, in tutta l´Unione, tra costituzioni nazionali ed ordinamento europeo, è così stretto che liberarsi dell´una senza coinvolgere l´altro è divenuto impossibile. Questo intenso rapporto negli ultimi tempi si è rafforzato. La necessità sempre più pressante di Unione sembra invertire una vecchia tendenza: sono le elezioni nazionali che si europeizzano, come è avvenuto in Spagna. E non più le elezioni europee che si nazionalizzano. Uno scambio che è perfino sottolineato in significativi passaggi di personale politico da posizioni chiave nel governo dell´Unione a posizioni chiave nei governi nazionali: com´è avvenuto per il francese Barnier e per lo spagnolo Solbes.
In realtà, tutti hanno capito in Europa - dal Portogallo alla Polonia, dalla Finlandia a Malta - che lo stragismo dell´11 marzo non va solo fermato con misure di polizia. Che la necessità di usufruire di un quadro istituzionale unico, la Costituzione europea appunto, che eleva a sistema razionale e compiuto la paziente costruzione di cinquant´anni, è necessità che va affrontata senza più rinvii.
Costituzione, ora, significa innanzitutto cooperazione nella sicurezza e nelle informazioni ad essa relative. Cooperazione nell´attività giudiziaria. Concretizzazione di una difesa comune. Ma anche una politica esterna incentrata sul ministro degli esteri dell´Unione. E una politica economica incentrata su un altro ministro che si faccia carico di quella grande concorrenza tra sistemi economici nazionali verso fini comuni che si chiama "strategia di Lisbona".
I governi di Spagna e di Polonia sono stati travolti, perché i punti su cui si era bloccato a Bruxelles il negoziato per la Costituzione, erano Termopili di cartapesta. Di fronte alla prospettiva di una finis Europae, tutti hanno riguadagnato in fretta i tre capisaldi per cui di una Costituzione non si può più fare a meno. Si tratta del disegno unitario di istituzioni e competenze: quell´ordinamento che possa sopportare e assorbire al suo interno la inevitabile spinta delle differenziazioni fra Stati che procedono a diversa velocità di integrazione.
Si tratta del linguaggio comune di leggi e atti amministrativi: quel codice condiviso dei segni del diritto che consenta ad ogni europeo di comprendere i termini politici ed economici della sua condizione di cittadinanza. Si tratta della Carta dei diritti fondamentali degli europei: la loro carta di identità, quella per cui la persona umana è al centro di ogni politica dell´Unione. E questa può presentarsi davanti al resto del mondo come continente dei diritti. Come nella felliniana "Prova d´orchestra", la furia distruttrice a cui è stata sottoposta l´Europa, cambia l´ordine delle priorità, accelera le urgenze e fa emergere l´essenziale delle cose che si devono fare.
Tutti hanno capito. Meno chi governa in Italia. Dove in ogni situazione europea il peso del vincolo e l´accidia del rendiconto prevalgono sull´interesse nazionale a rioccupare la testa dell´Unione. Si vede nell´ordine economico: dove il patto di stabilità è considerato nella serie (tristemente famosa nel linguaggio di questo governo) dei "rompimenti". E quindi da valutare allegramente (assieme agli interessi del nostro debito pubblico) prima di pensare seriamente a concordare con gli altri europei una sua interpretazione adeguatrice. Si vede nell´ordine della cooperazione giudiziaria: dove per il mandato di cattura europeo, che figura al primo posto nelle misure antiterrorismo, arriviamo tra gli ultimissimi. Si vede nella politica per la pace e la lotta al terrorismo dove perdurano i danni della divisione artificiosamente introdotta nell´Unione dalla sventurata iniziativa Aznar-Berlusconi. Una divisione che ha impedito all´Unione europea di presentarsi come forza coerente, unitaria sulla scena internazionale, capace di svolgere una missione di equilibrio nell´interesse suo e degli stessi Stati Uniti.
Non meraviglia che tutto questo conduca all´aperto scetticismo espresso dal governo italiano sulla possibilità di arrivare al più presto al trattato costituzionale europeo. Uno scetticismo che diventa contrarietà sostanziale appena dissimulata dal paradossale invito rivolto dal governo alla sua maggioranza parlamentare a rifiutare ogni "compromesso al ribasso". Come se fosse questo nostro governo ad avere in mano, più di ogni altro governo europeo, il parametro su cui valutare i risultati del negoziato in corso (prima ancora che sia concluso). Come se questo governo, che ha condotto l´Italia alla condizione di "democrazia monitorata" e di "nazione in ritardo" potesse avere - esso solo - ragione rispetto agli altri 24 Stati "in torto". Come se un rifiuto solitario di Costituzione europea potesse avere una qualche ragione di interesse nazionale: dal momento che già sappiamo che la situazione di non-Costituzione è quella più favorevole alla nascita di direttori, dai quali questo governo è fatalmente escluso.
A ben vedere questa che si agita contro il costituzionalismo europeo è la stessa logica che l´attuale governo pone a sostegno della sua offensiva contro il costituzionalismo interno. Si sono cancellate le preliminari esigenze di riequilibrio e di messa in sicurezza del nostro sistema politico, sbandato dal cambio di legge elettorale. Su questo peccato capitale per omissione si è innestato il tentativo di devitalizzare completamente le garanzie preesistenti: presidente della Repubblica e Corte costituzionale. Accentuato così il dissesto del sistema, si pretende da un lato, l´accrescimento incontrollato dei poteri istituzionali del premier. Dall´altro, la triturazione dell´uguaglianza di cittadinanza quando più se ne ha bisogno (cioè quando si è ammalati, quando si va a scuola, quando vi è necessità di tutela da parte delle forze di polizia).
Insomma, Costituzione italiana, Costituzione europea appaiono come due impacci da cui liberarsi con lo stesso "facile pretesto non alla impossibilità ma alla incapacità di governare".
Don Giuseppe Dossetti condensava, dieci anni fa, i suoi timori e le sue speranze nella domanda di Isaia: «Sentinella, quanto resta della notte?». Purtroppo, in Italia, in Europa la notte è per noi assai fonda e non si vedono ancora spuntare le prime luci dell´alba
Nel mega-super-maxi-giga-emendamento alla Finanziaria su cui il governo ha messo la fiducia, tra un aiutino al calcio femminile, la celebrazione di Colombo e l'autofatturazione del tartufo, c'è un comma apparentemente imperscrutabile come un'incisione runica o il Disco di Festo. E dietro il quale, sorpresa, gli intenditori avrebbero scovato un ritocco che pare proprio ad personam: il via libera ai servizi segreti per i lavori edilizi alla Certosa, la villa sarda di Silvio Berlusconi. Cosa c'entra con la Finanziaria? Niente. Ma l'inserimento di cose «eccentriche» nella legge-base delle pubbliche casse non è una novità.
Spiegò un giorno l'allora ministro del Tesoro Giuliano Amato che «l'enfasi mitica che accompagna ha una spiegazione precisa: è l'unica legge ad approvazione certa da parte delle Camere. L'ultimo treno per Yuma. Dove chi non sale rischia di restare definitivamente a terra. Di qui le mille spinte per infilarci di tutto». Dai soldi per il lago di Pergusa («il lago di Proserpina!») alla sagra del Polpo, dal carnevale di Putignano alla mozzarella doc, «formaggio fresco a pasta filata prodotto con latte bufalino». Lobby ricche e lobby straccione.
Ruotavano personaggi mitici, intorno alle Finanziarie. Come Wilmo Ferrari, detto per l'irruenza «Wilmo la clava». O i protagonisti di memorabili nottate quale quella della scazzottata tra i diccì e il socialista Tommaso Mancia che, passato un comma imposto dallo scudocrociato per le terme in liquidazione, sbottò: «Allora deve passare anche l'aumento dei fondi al Club alpino italiano». «Cos'è, un ricatto?». «No, ma se passa il vostro emendamento deve passare pure il nostro». «Che ti frega, il Cai è socialista?». «No, ma è giusto così». «Sono socialiste le Alpi?». «Guarda che vivo al mare». Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Come non è nuova, alla faccia delle promesse prima del centrosinistra e poi del centrodestra di rendere più semplice il linguaggio, la scelta di continuare piuttosto ricordando l'antico monito lasciato nel Settecento da Ludovico Muratori: «Quante più parole si adopera in distendere una legge, tanto più scura essa può diventare». Detto fatto, tra le 58.538 parole per un totale di 591 commi che compongono il megaemendamento fatto votare l'altro ieri dal governo, prendere o lasciare, si può leggere al punto 245 questo capolavoro a metà tra il sanscrito e il cifrario di Vernam: «All'articolo 24, comma 6, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, dopo le parole: "comma 1-bis" sono aggiunte le seguenti: "e degli organismi di cui agli articoli 3, 4 e 6 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, che sono disciplinati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, emanato su proposta del Comitato di cui all'articolo 2 della citata legge n. 801 del 1977, previa intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze"». In pratica, spiegano gli specialisti, si tratta di un «ritocco», proposto inizialmente con l'emendamento 35.158 da due senatori azzurri, Aldo Scarabosio e Mario Francesco Ferrara, alla «Merloni». La legge voluta nel 1994 dall'allora premier Carlo Azeglio Ciampi e dal ministro dei Lavori pubblici Francesco Merloni per rendere trasparenti gli appalti pubblici, che avevano visto l'esplodere di scandali indimenticabili. Quale quello del costruttore Edoardo Longarini, che secondo la Corte dei conti era arrivato ad applicare per gli scavi sovrapprezzi del 156% (fondazione sotto i 2 metri), 258% (sbancamento) e addirittura 477 (fondazione da 0 a2 metri) per cento.
Diceva, dunque, la «Merloni» che per i lavori pubblici sono obbligatorie le gare europee, aperte e trasparenti, salvo rare e precise eccezioni. Dice la leggina fatta passare nel megaemendamento che, a quelle rare e precise eccezioni, vanno aggiunte quelle che toccano gli «organismi di cui agli articoli 3, 4 e 6 della legge 24 ottobre 1977, n. 801», vale a dire il Cesis, il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, il Sismi, cioè il Servizio informazioni sicurezza militare, e il Sisde, cioè il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. I quali, per quel che se ne sa, avevano già manifestato qualche insofferenza per la «Merloni» e hanno avuto a che fare negli ultimi tempi con vari lavori di edilizia pubblica (caserme, postazioni, infrastrutture varie...) ma uno solo nella proprietà privata di un cittadino, sia pure speciale: Villa Certosa a Portorotondo.
Dove oltre alle cinque piscine della talassoterapia (costruite abusivamente, descritte, fotografate e pubblicate in un libro prima della firma delle licenze), al lifting di una cabina elettrica diventata un finto nuraghe con vetrate trasparenti sul mare che «con un semplice scatto d'interruttore si polarizzano per garantire la massima privacy» e all'anfiteatro che miracolosamente ottenne il via libera della Regione allora forzista addirittura 56 giorni prima che fosse presentata la domanda (wow!), è stato appunto scavato nella tutelatissima roccia il celeberrimo imbarcadero stile 007. Imbarcadero sul quale la magistratura di Tempio Pausania ha aperto un'inchiesta. Subito arginata, prima ancora di una contestatissima aggiustatina al decreto delega sull'ambiente e del comma di cui parliamo che potrebbe chiudere la faccenda, da due decreti varati ai primi di maggio da Pietro Lunardi e Beppe Pisanu, coi quali si dichiaravano tutti i lavori (non si è mai capito se era compreso, ad esempio, il «capanno di cantiere riattato a bungalow per gli ospiti» di cui scrive l'architetto) assolutamente top secret. Al punto che perfino i decreti, in mano agli avvocati del Cavaliere, vennero solo mostrati al Pm. Guardare e non toccare. Una scelta che destò perplessità. E qualche risatina: la mappa segretissima del posto, con tutti i dettagli comprese le altimetrie, era infatti pubblicata a pagina 232 del libro che della Certosa descrive le meraviglie. Top secret all'italiana.
La legge obiettivo è nel mirino. Il problema del centrosinistra è ora valutare opera per opera nel settore delle grandi infrastrutture. Sul Ponte di Messina l'Unione si ritrova: non si deve fare. Sul tavolo del programma non ha trovato posto invece il concetto di Pil ambientale
Il tema ambientale ha fatto discutere molto il centrosinistra, nella fase di preparazione del programma elettorale. Non ci sono stati scontri diretti come su altri argomenti, come per esempio la legge 30 (superarla o abrogarla?) o le tematiche relative alla Moratti. Ma le idee sono diverse e su alcuni punti non convergenti. In sostanza si sono sviluppati due tavoli paralleli che hanno affrontato tutte le tematiche ambientali e le tematiche più o meno collegate, come quella relativa alle infrastrutture, per esempio. E ora, dopo la presentazione della delega ambientale del governo Berlusconi (circa 700 pagine), le carte sono ancora più scompaginate. Nella bozza provvisoria del programma dell'Unione ci sono solo degli enunciati generali e non si è arrivati alla definizione di una vera e propria proposta legislativa in campo ambientale. Ci sono cioè linee guida e non riferimenti normativi precisi, né definizioni di competenze del futuro governo ambientale.
Su alcuni punti il centrosinistra ha trovato una sintonia perfetta. Sui parchi, sulla distruzione ambientale attuata durante i cinque anni di governo berlusconiano, sull'assenza di misure serie in termini di protezione idrogeologica, non ci sono stati problemi nella discussione sul programma. Altra cosa, invece, il discorso sui temi legati alle scelte sulle infrastrutture, alle scelte strategiche in campo energetico e più in generale al concetto di sviluppo. Nei due tavoli paralleli che hanno discusso dell'ambiente non sono riuscite per esempio a entrare le nuove proposte sul Pil ambientale, che pure hanno un grande consenso a livello di parlamentari del centrosinistra. Esiste infatti la proposta - avanzata tra gli altri da Valerio Calzolaio dei Democratici di sinistra - di inserire nel prossimo Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria, il concetto di «Pila», ovvero il Pil ambientale. La proposta è stata sottoscritta da almeno cento deputati, ma non è poi stata tradotta in proposte concrete da inserire, nero su bianco, nel programma elettorale dell'Unione.
Il concetto di «Pila» è infatti alquanto ambizioso perché pone la questione di un modello di sviluppo economico diverso da quello attuale. Si arriva alla provocazione di dire che il Pil potrebbe anche subire piccoli incrementi o addirittura leggere diminuzioni, in cambio di una «Pila», ovvero di un Pil dell'ambiente che invece deve crescere costantemente. Se crescerà questo nuovo indicatore, dicono i sostenitori della proposta, è chiaro che l'economia italiana e la società nel loro complesso miglioreranno. «Non si tratta affatto di una sostituzione del Pil con la Pila - spiega Calzolaio - quanto piuttosto di un affiancamento dei due indicatori, quello tradizionale che misura lo stato di salute dell'economia e il nuovo Pil ambientale».
Ma se questi sono discorsi di fondo, «strategici», la polemica politica nel centrosinistra si concentra anche sulla legge sulle infrastrutture e sulla legge obiettivo. Un'abrogazione totale viene giudicata impossibile. Devono essere valutati i progetti singoli, opera per opera. Su questo punto, nell'Unione, le idee non convergono, anche se ci sono state già autorevoli prese di posizione. Lo stesso leader, Prodi, ha detto in più di un'occasione che il Ponte sullo stretto non si farà.
Scritti sul PIL li trovate nelle cartelle Il nostro pianeta (gli scritti Ecco il PIL degli ambientalisti leggeriIl patto è scaduto, e gli articoli di Giovanni Sartori, Umberto Garimberti, Tommaso Padoa Schioppa, Marcello Cini, Serge Latouche, Guido Viale e altri) e nella cartella Carla Ravaioli
L'Unità, 2 febbraio
Assalto all’ambiente: ecco la legge «ecomostro»
di Maria Zegarelli
La destra in Senato dice sì alle nuove norme su acqua, aria e territorio - Le Regioni: ricorreremo alla Consulta. CORSE FRENETICHE in queste ultime ore di attività parlamentare: durante la notte la commissione Ambiente al Senato ha dato l’ok definitivo allo schema di decreto legislativo che attua la legge Delega Ambientale. Dopo un ultimo scontato passaggio in Consiglio dei Ministri, che dovrebbe avvenire entro i prossimi giorni, il sacco all’Ambiente sarà completo. Si tratta di un provvedimento nato senza la necessaria e prevista concertazione, criticato duramente da opposizione, sindacati, Enti locali e ambientalisti. Ieri la Regione Emilia Romagna ha detto no al decreto con una risoluzione del centro sinistra e ha invitato la giunta ad attivarsi per ricorrere «in ogni sede» contro il governo. E intanto l’Ue ha aperto una nuova procedura d’infrazione per il mancato rispetto delle norme sui rifiuti (ricomprese anche nel decreto), come contestato nel ricorso del Wwf.
Più che come un testo unico, secondo il centro sinistra in commissione Ambiente alla Camera, si tratta di un «mero assemblaggio, per di più confuso e pasticciato, di singoli testi pensati separatamente». Dure le critiche, arrivate dopo l’ok del Senato: «Un provvedimento che smantella, nella sostanza, l’autonomia dei Comuni esautorandoli della gestione dei servizi essenziali per i cittadini quali rifiuti e acqua», ha commentato Dario Esposito, presidente dell’Anci. «Anche la maggioranza chiede al governo profonde modifiche al decreto, in particolare sul danno ambientale pubblico - dice Fausto Giovanelli, capogruppo Ds in commissione Ambiente Senato - trasformato da principio generale della legislazione nazionale e europea in una funzione della nuova direzione generale del Ministero, creata apposta per il capo di Gabinetto di Matteoli». Per il senatore verde Vauro Turroni, «per l’Italia si tratta di un ritorno al passato».
Il testo unico riscrive le norme su sei materie: difesa del suolo, tutela dell’aria, danno ambientale, procedure di valutazione ambientale, rifiuti e bonifiche, tutela e gestione delle acque.
Difesa del suolo, lotta alla desertificazione, tutela delle acque e gestione delle risorse idriche. Recepisce la direttiva 200/60 in materie di acque «che prevede l’istituzione di Autorità di bacino distrettuali e la definizione dei distretti idrografici». La critica: lo schema di decreto unifica difesa del suolo, tutela delle acque, gestione delle risorse idriche, ma di fatto ripropone, aggravandola, la separazione di questi diversi settori. Non dà una risposta unitaria neanche sotto il profilo delle responsabilità e delle politiche ambientali. Prevede un forte accentramento di competenze e funzioni che erano già state trasferite alle Regioni o alle Autorità di Bacino dalla legge 183/89. Le Regioni, nella reale gestione di tutto ciò, saranno esautorate, pur avendo competenza in materia. Forte probabilità di contenziosi.
Tutela dell’aria. «Riordino e coordinamento di tutte le misure concernenti la prevenzione dell’inquinamento dell’aria; promozione del ricorso alle migliori tecniche disponibili; introduzione di una durata fissa per l’autorizzazione pari a 15 anni». Le critiche. Non sono stati rispettati i criteri previsti nella legge Delega perché il decreto si concentra solo sulle emissioni inquinanti di impianti industriali e civili, cercando di impedire alle Regioni di stabilire limiti più severi. Non tratta tutti gli aspetti che contribuiscono a garantire la qualità dell’aria e la sua tutela.
Danno Ambientale. «Viene definita la nozione di danno ambientale e una nuova disciplina in materia per conseguire l’effettività delle sanzioni amministrative e viene applicato il principio di chi inquina paga...». Le critiche. Il decreto abroga l’articolo 18 della legge 349/86 senza sostituirlo con norme adeguate alla nuova giurisprudenza e alle norme comunitarie. Inoltre, si prevede l’istituzione presso il Ministero dell’Ambiente di una nuova direzione Generale che dovrà occuparsi del danno ambientale. Si priveranno le associazioni ambientaliste della possibilità di presentare autonomamente ricorso contro chi inquina: potranno farlo soltanto attraverso il ministero.
Valutazione di impatto ambientale (Via), valutazione ambientale strategica (Vas) e Autorizzazione ambientale integrata (Ippc). «Integrale recepimento di quatto direttive, scansione puntuale dei procedimenti di Via per garantire il completamento di tutte le procedure in tempi certi». Anche per la Via ordinaria «verrà esaminato il progetto preliminare. Definizione dei meccanismi di coordinamento tra Via e Vas e tra Via e Ippc. Introduzione di un sistema di controlli successivi». Le critiche. Il decreto si preoccupa di accorciare i tempi di attesa per i pareri senza distinguere tra opere diverse per tipologia e complessità. Complessivo appesantimento procedurale e restringimento degli spazi di informazione e partecipazione.
Rifiuti e bonifiche. «Per le bonifiche vengono confermati sostanzialmente i parametri in vigore per la definizione di “sito inquinato” e per la successiva bonifica viene compiuta un’analisi di rischio».Confermato il meccanismo dell’accordo di programma, istituita un’Authority per acque e rifiuti. Spariscono il Comitato di vigilanza e l’Osservatorio nazionale sui rifiuti. Le critiche. Modifica la norma nelle parti che più funzionavano. Compresse le funzioni regionali e locali. Nessuna possibilità di intervento sull’attribuzione privata della gestione dei rifiuti urbani ad un soggetto diverso dal Comune.
il manifesto, 1 febbraio
Ambiente, delega allo sfascio
di Luca Fazio
Passa alla Camera il decreto legge di Matteoli. L'Unione: «E' uno scempio, la aboliremo»
Un altro compito per il centrosinistra. L'infinita opera di demolizione che l'Unione di governo è costretta a promettere (per ora sulla carta) ieri si è arricchita di un nuovo «pilastro» da eliminare dopo il 9 aprile. E' tutto scritto su un volume di 700 pagine scritto dal ministro caterpillar all'Ambiente Altero Matteoli, un monumento alla distruzione ambientale che nelle prossime settimane verrà sicuramente illustrato nel salotto di Bruno Vespa per dire agli italiani che «carta canta» e anche questa è fatta. L'Unione però ha già risposto: quel testo unico della Delega ambientale, che in teoria dovrebbe rendere più trasparente e snella la legislazione sulla tutela e la salvaguardia del territorio, verrà stracciato pagina dopo pagina. Sarà. Nel frattempo il tomo dello «scempio», come lo definiscono ambientalisti e alcune Regioni italiane, la quali hanno già preannunicato ricorsi alla Corte costituzionale, ieri è stato approvato dalla Commissione ambiente della Camera e presto (anche il Senato dirà sì) tornerà per la terza volta all'esame del Consiglio dei ministri. Insomma, si tratta di un altro spot di fine legislatura che però rischia di trasformarsi nell'ennesima mina da disinnescare al più presto.
Il ministro Altero Matteoli è soddisfatto ma mantiene un profilo piuttosto basso, forse perché si sente ministro uscente anche se con il suo decreto sottobraccio. «Credo che non ci sia stata una norma in Parlamento - si congratula - che abbia avuto così tanti passaggi istituzionali nel suo iter come la legge delega». L'Unione, unita per davvero, invece promette sfracelli, e qualcuno azzarda anche un improbabile appello a Silvio Berlusconi affinché blocchi questo schema di decreto, «siamo ancora in tempo per avviare l'elaborazione di un nuovo testo, basterebbe un atto di buonsenso per bloccare questo provvedimento che non introduce una riforma ma un vero e proprio stravolgimento della legislazione in materia di rifiuti, bonifiche, danno ambientale, difesa del suolo, acque, valutazione di impatto ambientale e tutela dell'aria» (Roberto Della Seta, Legambiente).
Senza alcun appello, taglia corto Pietro Folena (Prc) secondo cui «queste leggi vergognose» verranno abolite. «Con il decreto - precisa Folena - si privatizza un bene pubblico, l'ambiente. Si permette di inquinare dietro pagamento di una concessione, e in questo modo fiumi, laghi e terreni potranno essere privatizzati allo scopo di versarci veleni. Inoltre, si generalizza il metodo seguito per la Tav per cui non solo le grandi opere ma anche altre meno importanti avranno la valutazione di impatto ambientale da organismi centrali e non saranno più coinvolte le popolazioni locali».
Ermette Realacci (Margherita) si dà un compito arduo per il futuro, «riparare i guasti prodotti dal governo Berlusconi», e indica l'ambiente come una priorità assoluta. Il presidente onorario di Legambiente parla di «controriforma scriteriata, pericolosa e confusa, che non trova consenso in quasi nessun settore». Il verde Marco Lion fa indirettamente riferimento alla tesi secondo cui la Delega ambientale è stata scritta unicamente per favorire le industrie e le cosiddette «lobby» dell'inquinamento, il «mondo produttivo» o inquinante che dir si voglia. «Le nuove norme - dice - sono un attentato all'ambiente e all'impegno di chi ha contribuito a costruire una seria normativa ambientale. La destrutturazione della tutela ambientale sarà devastante ed è stata architettata per favorire interessi palesemente di parte».
Il capogruppo Ds alla Commissione ambiente della Camera, Fabrizio Vigni, forse con un eccesso di ottimismo sostiene che c'è «una unica via se si vuole evitare un danno così grave per l'ambiente: il governo ritiri immediatamente questo decreto e affidi al governo che verrà il compito di dare all'Italia una moderna ed efficace legislazione ambientale».
Introduzione
Le possibilità di un futuro migliore e di rilancio dell’Italia, nella nuova fase dell’economia globalizzata, sono strettamente legate alla capacità di valorizzarne potenzialità e vocazioni, con una visione in grado di promuovere e indirizzare l’innovazione necessaria per cogliere le nuove sfide come opportunità.
I beni comuni ambientali, indispensabili alla vita, alla sua qualità e allo sviluppo stanno diventando risorse scarse, sottoposte a pressioni globali e a prelievi crescenti, alimentati da modelli di produzione e di consumo insostenibili che si stanno rapidamente estendendo in varie parti del Pianeta. Le tutela dei beni comuni ambientali è un cardine della civiltà nella nostra epoca.
Il Protocollo di Kyoto rappresenta un modello generale per orientare lo sviluppo sociale ed economico.
Tutto ciò costituisce il contesto fondamentale delle nuove sfide che l’umanità deve affrontare. Cogliere la portata di queste nuove sfide è condizione necessaria per affrontarle, ma anche per conquistare un ruolo avanzato, offrire nuove risposte e nuove opportunità, cooperare ad un più esteso ed equo accesso ai benefici dello sviluppo e rispondere alla domanda di un numero ormai rilevante di consumatori maturi.
Il made in Italy associato nel mondo al vivere bene, alla bellezza ed alla qualità culturale e ambientale di uno straordinario Paese, a fronte delle nuove sfide, può avere grandi potenzialità perché risponde ad una domanda crescente di migliore qualità della vita, può ritagliare spazi per beni dove pochi altri possono competere e contribuire ad un quadro di coesione e cooperazione internazionale.
Una parte rilevante del nostro sistema produttivo è costituito da piccole e medie imprese che operano spesso in distretti con una forte caratterizzazione territoriale. Lo sviluppo locale caratterizzato da territori di qualità è una leva fondamentale per il rilancio del Paese. L’efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili valorizzano la vocazione di un Paese che deve ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rappresentano possibilità di importanti sbocchi anche all’estero. L’uso efficiente delle materie prime, la minimizzazione dei rifiuti ed il potenziamento del riciclo, come già ampiamente provato in importanti settori, hanno una crescente importanza non solo ambientale, ma anche economica.
Attività il cui rilievo è in aumento, come quelle agroalimentari e quelle turistiche, possono crescere e reggere una competizione internazionale sempre più accesa puntando sulla qualità integrata, multifunzionale, capace di promuovere la qualità dei singoli territori e delle loro reti.
Materiali, prodotti e processi produttivi, beni e servizi di elevata qualità ambientale,riconosciuta e garantita, costituirebbero per la filiera italiana un fattore di tipicità, di difesa legittima dalla concorrenza sleale da prodotti di bassa qualità e di valore aggiunto anche sui mercati internazionali.
In settori d’importanza rilevante come le infrastrutture ed i sistemi di mobilità, cruciali per la qualità delle città e del territorio, per quella dei crescenti spostamenti di merci e passeggeri, la qualità ambientale costituisce un criterio di riferimento fondamentale per una effettiva valutazione del rapporto costi-benefici, per un impiego razionale delle risorse, per la scelta delle priorità, per modalità decisionali in grado di valorizzare la partecipazione dei cittadini.
Il centrodestra al governo con le politiche dei condoni, con numerosi interventi normativi fino al decreto legislativo che attua una estesa controriforma, ha abbassato i livelli della tutela dell’ambiente e dei beni culturali, ponendosi in aperto contrasto con l’Unione Europea, anche con numerose norme che vanno riviste o sostituite.
Gli indirizzi,le direttive, i regolamenti e le risorse finanziarie dell’Unione Europea che puntano sull’elevata qualità ambientale e dei territori, rappresentano per il nostro Paese un utile quadro di riferimento, di indirizzo, di politiche e di misure per il suo rilancio.
Ad essi devono ispirarsi incisive politiche pubbliche con riforme della normativa, con un utilizzo razionale delle limitate risorse finanziarie disponibili, utilizzando incentivi economici e fiscali, strumenti volontari, di valutazione e contabilità ecologica, migliorando strutture tecniche e sistemi di monitoraggio e di controllo, promuovendo formazione e ricerca, accesso alle buone pratiche ed alle migliori tecnologie disponibili per attivare una chiave fondamentale per il rilancio del Paese: l’innovazione ecologica.
1. Trasporti, infrastrutture e politiche di mobilità (*)
I cittadini e le imprese del nostro paese si confrontano con una rete di infrastrutture satura, inadeguata e pesantemente sbilanciata a favore del trasporto su gomma e con servizi insufficienti a soddisfare le esigenze di mobilità delle persone e delle merci. Questo scenario sta producendo effetti particolarmente negativi con un drammatico numero di morti per incidenti stradali, nonché sul fronte dei costi del trasporto e dello sviluppo economico, dell’impatto ambientale anche in termini di consumi energetici ed emissioni di gas serra, della sicurezza e della vivibilità soprattutto nelle aree urbane e metropolitane dove si sviluppa quasi il 70% degli spostamenti di tutto il territorio nazionale.
2. IL FALLIMENTO DEL GOVERNO BERLUSCONI
Gli italiani non si spostano meglio di 5 anni fa: con il governo della destra la situazione è ulteriormente peggiorata. Il trasporto pubblico è stato indebolito. Di un’efficace politica di viabilità non vi è stata traccia. La Legge Obiettivo per la realizzazione delle grandi opere si è rivelata un fallimento: pochissimi i cantieri aperti mentre gli investimenti pubblici per le infrastrutture si sono ridotti. Si sono prodotte preoccupanti forme di indebitamento che peseranno sul nostro futuro. Si è abbandonata ogni corretta forma di programmazione delle opere coerente con il Piano Generale dei Trasporti e Logistica (d’ora in avanti PCGTL) e di relazione con gli enti locali. La legislatura si chiude con un dato paradossale: per effetto della gravissima situazione finanziaria dell’ANAS si stanno bloccando perfino i cantieri avviati dal precedente Governo.
3. I CONCETTI ISPIRATORI DELLA POLITICA DELL’UNIONE
Centrali nel programma dell’unione sono gli interventi e gli investimenti per le città per il potenziamento del trasporto pubblico locale collettivo.
Al fine di ridurre il trasporto su gomma, con obiettivi quantificati e verificati, occorre incrementare il trasporto ferroviario, marittimo, l’intermodalità e la logistica. Fondamentale è un quadro organico di misure e risorse destinate a garantire la sicurezza stradale.
L’unione si impegna a individuare sulla base delle risorse finanziarie realmente disponibili le priorità da realizzare nel campo delle infrastrutture e in coerenza con il PGTL e con particolare riguardo al Mezzogiorno.
4. LE PROPOSTE DI PROGRAMMA DELL’UNIONE
Per le città:
Per il riequilibrio intermodale, il cabotaggio e la logistica integrata:
Per la sicurezza nei trasporti:
Per la legislazione sui lavori pubblici:
Il Ponte sullo Sretto
2. Rifiuti e Bonifiche
[omissis - vedi nel testo integrale allegato]
1. IL TERRITORIO E LE CITTA’
Il territorio italiano è un patrimonio di grande valore per la sua ricca biodiversità, per la sua qualità ambientale e paesistica, per la presenza diffusa di beni culturali, storici e archeologici: rappresenta quindi una risorsa fondamentale per la qualità della vita e dello sviluppo presente e futuro. Le città italiane dotate di ricchezze culturali, ambientali e sociali sono centri propulsori della vita civile ed economica del Paese.
Il nostro territorio e le città devono affrontare pressioni prodotte dalla crescente mobilità di persone e merci, dall’espansione insediativa, dal dissesto idrogeologico aggravato dai cambiamenti climatici e dalle diverse forme di inquinamento e di produzione di rifiuti.
Nel contempo la campagna e la montagna sono investite da un processo di marginalizzazione e di abbandono.
2. IL FALLIMENTO DEL GOVERNO BERLUSCONI
ll governo di centrodestra ha attuato condoni edilizi, ha realizzato tagli dei finanziamenti per gli enti locali e per il trasporto pubblico, ha favorito un’abnorme crescita delle rendita immobiliare, ha ridotto i fondi per la difesa del suolo; ha indebolito la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-culturale, le politiche di governo del territorio e di gestione urbanistica attaccandone sistematicamente la gestione ed il controllo pubblico. Ha alimentato altresì un drastico peggioramento delle condizioni sociali indebolendo le politiche di coesione ed inducendo nuove criticità in numerose aree urbane.
3. I PRINCIPI ISPIRATORI DEL GOVERNO DELL’UNIONE
Il riordino del governo del territorio deve garantire la qualità ambientale, culturale e paesistica, la biodiversità, il risparmio del suolo, la prevenzione e la riduzione dei rischi. I diversi piani e programmi che intervengono sul medesimo territorio devono essere coordinati ed integrati secondo i principi della sostenibilità, delle prevenzione e della precauzione garantendo trasparenza e partecipazione.
4. LE PROPOSTE DI PROGRAMMA DELL’UNIONE
1. Varare una nuova legge quadro peril governo del territorio quale bene comune nella programmazione e regolazione pubblica delle esigenze insediative ed infrastrutturali che operi secondi i seguenti criteri:
a) evitare il consumo di nuovo territorio senza aver prima verificato tutte le possibilità di recupero, di riutilizzo e di sostituzione;
b) realizzare una gestione integrata che tenga conto della biodiversità, della qualità ambientale, culturale e paesistica, del ruolo multifunzionale dell’agricoltura e insieme della qualità sociale e urbana;
c) promuovere l’efficienza energetica e dell’uso delle risorse idriche e la logistica e i sistemi per la mobilità sostenibile e della prevenzione dei rischi del dissesto idrogeologico, di quelli naturali e tecnologici;
2. Impegno a non varare nuovi condoni edilizi e a potenziare attività e misure di prevenzione, di controllo e dissuasione nonché piani di recupero del territorio anche attraverso l’abbattimento delle opere abusive a partire da quelle realizzate nelle aree vincolate;
3. Promuovere un programma a favore delle città finalizzato in particolare alla tutela ed alla valorizzazione dei centri storici e al risanamento ed alla riqualificazione delle periferie;
4. Varare la proposta di legge con misure per sostenere i piccoli Comuni;
5. Promuovere, nelle aree urbane e metropolitane, l’aumento di parchi, giardini, orti e altre aree verdi;
6. Potenziare il trasporto pubblico locale, metropolitano e regionale con sistemi integrati incrementando la modalità di sistemi su ferro e in corsie preferenziali;
8.
Promuovere, incentivare e governare il partenariato pubblico/privato definendo regole e modelli, e sostenendo le esperienze di successo nel raggiungimento di obiettivi pubblici;
9. Attuare, in conformità con le indicazioni europee, la Valutazione Ambientale Strategica dei piani e dei programmi;
4. ACQUE, BACINI IDRICI E MARE
[omissis - vedi nel testo integrale allegato]
[omissis - vedi nel testo integrale allegato]
6. BIODIVERSITA’ ED AREE PROTETTE
[omissis - vedi nel testo integrale allegato]
Due sono le nozioni di politica e possono entrare in rapporto. La prima è la cooperazione tra alleati, per creare convivenza e inclusione sociale, cioè, secondo Aristotele, amicizia. La seconda è conflitto tra avversari per il sopravvento, dove conquista ed esercizio del potere pubblico sono la posta in gioco. Teniamo per ora sullo sfondo questa duplicità: convivenza e competizione. Sarà presto utile.
Tra le ragioni della giustizia costituzionale, cioè del controllo giudiziario su procedure e contenuti delle decisioni collettive - le leggi, in primo luogo - c´è quella che vado a esporre.
In un´ideale società rigorosamente omogenea, composta di esseri umani identici per capacità, ideali, interessi, gusti e aspirazioni, l´adozione delle decisioni collettive potrebbe essere affidata indifferentemente - per passare da un estremo all´altro - a un´assemblea che delibera all´unanimità o a un singolo che decide in generale, da solo e per tutti. Chi faccia parte dell´assemblea o chi sia questo solitario legislatore sarebbe, poi, del tutto indifferente; onde costoro potrebbero anche scegliersi a caso, tirarsi a sorte. Situazioni di questo genere si sono realizzate nel tempo della mitologia costituzionale classica (alludo alla Costituzione degli Ateniesi di Aristotele), in società che non conoscevano (o celavano piuttosto le) differenze ed erano perciò felicissime (o, più verosimilmente, infelicissime).
Non è evidentemente così nelle tormentate società democratiche del nostro tempo, segnate da differenze e divisioni d´ogni genere. Qui sono oggetto della cura più attenta le procedure di selezione dei governanti, poiché esse comportano selezione di interessi, ideali e prospettive di vita collettiva. La deliberazione all´unanimità, poi, è esclusa per l´evidente ragione che l´assenza di omogeneità la renderebbe impossibile.
La delega casuale a un unico soggetto, infine, è scartata per il carattere totalmente arbitrario che essa assumerebbe in una società divisa. Non resta che fare ricorso alla regola della maggioranza. Ma ciò comporta, come è stato detto, che i regimi democratici celino una proprietà della quale non si ama parlare volentieri: impongono alla minoranza di piegarsi e accettare le decisioni della maggioranza.
Può questa imposizione essere incondizionata? Possono ammettersi decisioni della maggioranza totalmente ripulsive per la minoranza? (?)
Il problema si pone con acutezza nelle odierne società democratiche, pluraliste e non omogenee. Perché possa accettarsi il governo della maggioranza occorre che in particolare la parte minoritaria sia rassicurata sulla circostanza che, quale che sia l´esito del voto popolare, non ne deriveranno conseguenze esiziali per il perdente. Senza questa rassicurazione, di fronte al rischio di soppressione o persecuzione da parte del "vincitore democratico", ogni elezione sarebbe una battaglia all´ultimo sangue: l´esatto contrario di quel che vuole essere la democrazia, cioè una via pacifica e consensuale per risolvere divergenze e conflitti.
Qui si mostra una, forse la principale, funzione della Costituzione: fissare i presupposti della convivenza fra tutti, cioè i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere pubblico accettati da tutti, posti perciò al di fuori, anzi, al di sopra della contesa politica; principi e regole sui quali - in una parola - non si vota. O meglio, non si vota più, una volta iscritti in una Carta costituzionale. Per riprendere antiche e venerabili concezioni, si può dire che la Costituzione fissa il pactum societatis, con il quale ci si accorda sulle condizioni dello stare insieme, nel reciproco rispetto che protegge dal conflitto all´ultimo sangue. Sulla base di questo primo accordo, può essere stipulato il pactum subiectionis, con il quale ci si promette reciprocamente di ubbidire - di assoggettarsi - alle decisioni del governo legittimo, cioè del potere della maggioranza che agisce secondo le regole e nel rispetto dei principi contenuti nel pactum societatis. È facile comprendere come le due nozioni di politica enunciate all´inizio - la politica come cooperazione e la politica come conflitto - hanno a che vedere, la prima, con il pactum societatis e, la seconda, con il pactumsubiectionis: nozioni entrambe necessarie, perché l´unione senza soggezione è impotente e la soggezione senza unione è tirannica.
Sono distinzioni, schemi teorici, privi di aggancio con la vita politica concreta, dove tutto si mescola indistintamente? Per nulla. In democrazia, i governanti resi saggi dalla lezione dell´esperienza, fatta spesso a loro spese, sanno che il rispetto del pactum societatis, cioè della Costituzione, è garanzia di un minimo comune denominatore di omogeneità politica e che ciò è la condizione indispensabile per il governo. Il primo compito della Costituzione, l´integrazione in questo minimo di unità, viene prima di quello, altrettanto essenziale ma secondo, di organizzare le istituzioni e i procedimenti di governo. Ogni uomo politico democratico che si preoccupi della cosiddetta governabilità, cioè (contro l´uso corrente del termine) delle condizioni che rendono la società suscettibile di essere governata, è consapevole che il mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale, cioè il rispetto della Costituzione e, ancor prima, la fiducia nell´altrui lealtà costituzionale sono la principale di queste condizioni. In mancanza, verrebbe meno la disponibilità della minoranza ad accettare come legittime le decisioni della maggioranza. Nel caso estremo, il conflitto si risolverebbe fuori della democrazia: o con il rovesciamento del governo o con il soffocamento della minoranza. Entro questi due casi-limite, sta comunque il logoramento del governo e la perdita di efficacia della sua azione. Perciò, contro l´apparenza - o, meglio, guardando oltre l´illusione - si può dire che la Costituzione, con i suoi vincoli e i suoi limiti, anzi: proprio per i vincoli e i limiti, svolgendo un´imprescindibile funzione d´integrazione, è strumento di governabilità, non ostacolo o impaccio per il governo. Ove prevale l´opinione opposta, ivi c´è incoscienza o spirito d´avventura.
* * *
Passo ora, dall´empireo dei fondamenti dello Stato costituzionale, qualcuno potrebbe dire - sbagliando - dalle nuvole dei concetti, scendere ai problemi della giustizia costituzionale.
La discesa è ovvia: una Corte che non è e deve temere di essere o anche solo di apparire (la descrizione si intreccia con la prescrizione; l´essere con il dover essere; la constatazione con l´esigenza; la realtà con l´apparenza) organo della e nella politica come conflitto, cioè organo politico del secondo tipo. Siamo invece e dobbiamo essere organo politico del primo tipo, politico dunque non nel senso in cui lo sono il parlamento, il governo, i partiti politici, i comportamenti elettorali.
La giustizia costituzionale non è prosecuzione in altra forma della contesa che si svolge in questi luoghi. Il massimo tradimento di questi chierici che noi siamo (o siamo stati) sarebbe quello di trasformarci in una terza camera dove continua per interposte persone il confronto tra le parti del conflitto politico. Una Corte costituzionale politicamente (sempre nel secondo significato) schierata meriterebbe di essere soppressa, perché, se a favore della maggioranza, non se ne capirebbe l´utilità se non come copertura e inganno della pubblica opinione; se contro, se ne capirebbe l´utilità ma mancherebbe totalmente di legittimità. Il massimo danno che possiamo fare, da noi stessi, all´istituzione di cui facciamo parte è operare, e dare l´impressione di operare come quinta colonna.
La Corte costituzionale è custode del pactum societatis, garanzia delle condizioni d´insieme minime della vita collettiva. A essa spetta la difesa dei principi costituzionali sui quali "non si può votare". Il massimo affronto non è quello di sentirci dire: sbagliate!, ma di essere trattati come attori del conflitto politico. Il che è quanto talora, anzi frequentemente avviene a opera di un´informazione politico-giudiziaria incapace di cogliere le differenze, con la gratuita e pregiudiziale distribuzione tra i giudici di appartenenze politiche. Essa alimenta in modo acritico e rozzo l´idea che tutto e in tutte le sedi (anche nelle stanze dei loro giornali?) si riduca a lotta tra partiti.
Si comprende allora quel certo disagio che avvertiamo se la soluzione di un caso costituzionale coincide con quella auspicata, per i suoi fini, da una parte politica (di maggioranza o di opposizione, non cambia), anche se è sorretta dalle più incontrovertibili delle ragioni costituzionali: disagio che deriva dal rischio di confusione tra i due distinti ordini di ragioni. Consciamente o inconsciamente, e aggiungo: conformemente al ruolo della Corte, avvertiamo la preferibilità, ove possibile, di soluzioni che non siano quelle né di una né dell´altra parte. Non credo di ingannarmi se segnalo una certa tendenza psicologica alla "terza via", nei dispositivi e nelle motivazioni delle nostre decisioni, soprattutto sui temi più controversi politicamente. Penso a cause pendenti di grande rilievo politico e culturale, su temi che dividono le opinioni. La "terza via" che eventualmente venga escogitata dalla Corte l´espone normalmente all´accusa di ambiguità 'politica´ e consente spesso alle parti contrapposte di cantare, pro parte, vittoria; ma si tratta appunto della politica del secondo tipo, alla quale la Corte, giustificatamente, cerca di sfuggire.
Si dirà: eppure alla Corte ci si conta, si vota, e si vota proprio per decidere questioni, come quelle costituzionali, sulle quali "non si dovrebbe votare". Se non sono lecite maggioranze e minoranze tra gli elettori o tra i rappresentanti in Parlamento, come può accadere che votino i quindici giudici della Corte; che proprio tra di loro ci si divida? Dove vanno a finire i nostri buoni propositi, se col voto, una parte schiaccia l´altra?
Queste domande pongono una questione seria. In effetti, esiste tra noi una certa ritrosia a "passare ai voti". Non rivelo certo segreti dicendo che, sulle questioni più importanti, quelle di vero diritto costituzionale, si cerca di non votare o, meglio, di decidere senza che sia necessario ricorrere al voto o di renderlo una semplice formalità. È saggezza della Corte darsi tempo, non forzare i tempi. È un´elementare constatazione di psicologia che, in un collegio, la prima volta ci si schiera, e quindi ci si divide, anche profondamente; la seconda volta, prevale l´esigenza della composizione, e dunque ci si dispone a comprendere le ragioni altrui. Prima si milita, poi si coopera. È buona cosa che la Corte italiana, a differenza di organi suoi omologhi di altri ordinamenti, non sia costretta a vincoli temporali di decisione.
L´optimum sarebbe l´unanimità. L´obbiettivo realistico è la soluzione più condivisa. (?)
Ma, si dirà ancora, la Corte nelle sue decisioni esprime degli indirizzi. Sì, ma non certo nel senso dell´indirizzo politico di un governo o di una maggioranza parlamentare. Ogni causa è a sé. Non esiste maggioranza precostituita alle singole decisioni né elaborazione di indirizzi generali, che richiedano attuazione. Un programma che si frapponesse tra la singola decisione e la Costituzione sarebbe in contrasto con il dovere di fedeltà alla Costituzione in generale, dovere che esclude ogni vincolo particolare, come un programma di parte.
Se di indirizzo di politica giudiziaria si può parlare, è solo in senso retrospettivo, come bilancio a posteriori di un operato che non ubbidisce a disegni prefigurati. In Parlamento, invece, esiste una maggioranza che deve durare in funzione di un programma. Se si divide, venendo meno la continuità d´azione, non ha più ragione di esistere. Perciò, in un organo parlamentare è normale che le decisioni siano prese sempre dalla stessa maggioranza fino a quando una maggioranza diversa non sostituisca la precedente. Presso la Corte non è così. Le decisioni si prendono giorno per giorno e in relazione a ogni singola questione. Nella medesima giornata, le aggregazioni da cui scaturiscono le decisioni sono le più variabili. In Parlamento, la minoranza accetta di essere tale, in attesa di qualche ribaltamento elettorale, per diventare a sua volta maggioranza. Ma qui? Pensate che ci siano giudici che accetterebbero di restare a far parte di un organo alla formazione del cui indirizzo sono stabilmente, magari per l´intero mandato, esclusi? O che accetterebbero di non contare nulla fino a un´eventuale ma non certo prevedibile mutamento di equilibri interni? Del resto, se presso la Corte esistesse un indirizzo politico, non sarebbe naturale che il Presidente ne fosse l´espressione e il garante? Ma è notorio che il criterio primo che ne determina l´elezione è l´anzianità: non la politica, dunque, ma la natura. (?)
Ma, si dirà infine, alla Corte siedono pur sempre persone con un passato politico (nel secondo senso della parola). Così è infatti, conformemente al sistema della loro nomina e elezione (uno dei meno politici, comunque, tra quelli che il diritto comparato registra). Ma occorre valutare, oltre alla durata novennale del mandato (il più lungo tra tutti quelli previsti dalla Costituzione) e alle garanzie di totale indipendenza, la condizione psicologica dei giudici: il rispetto di sé e l´amor proprio.
I chiamati alla carica di giudice costituzionale sono di norma forti personalità con un degnissimo passato, anche politico, da difendere. È necessario che sia così, non solo per ragioni lapalissiane, ma anche e soprattutto perché è garanzia di indipendenza dalla politica contingente. Tutto è meglio dei tiepidi o dei Nicodemi che non hanno o nascondono le loro fedeltà. Essi, le mezze figure, non hanno motivo di rispetto di sé e possono essere più facilmente di altri indotti a cedere ad altri rispetti.
L´amor di sé, infine, spinge chiunque, e anche i giudici costituzionali a voler valere, fino magari alla presidenza della Corte stessa. Ma, per valere, occorre conquistarsi la fiducia dei colleghi. Ogni camera di consiglio, per nove anni, è perciò un esame. Qui, il passato conta per il solo nostro foro interno (il rispetto di sé), non per gli altri. Non siamo interessati da dove vengano i nostri colleghi. Questo riguarda chi li nomina o li elegge. Conta invece, e conta molto, quel che si è si fa nel collegio, nella diuturna opera del giudicare. Se un giudice si esponesse nel lavoro quotidiano alla critica, tra noi distruttiva, di essere longa manus politica sarebbe perduto. L´amor di sé sarebbe presto costretto a ricredersi.
* * *
Per queste ragioni è possibile definire in breve e in sintesi la Corte un´omeòstasi, un equilibrio che si forma quasi automaticamente tra forze autoregolative che la mantengono sulla rotta e la preservano dagli sbandamenti.
La Corte, come ho cercato di mostrare, è il frutto congiunto sia di ragioni giuridiche che di atteggiamenti spirituali e motivi psicologici. Le une hanno influito sugli altri e viceversa. L´equilibrio è fragilissimo e può essere facilmente spezzato e dobbiamo esserne consapevoli. Spirito e psicologia orientati al superiore interesse della protezione della Costituzione dalle turbolenze della contesa politica sono affare dei giudici. I presupposti giuridici sono affare del legislatore. Siamo certi, vogliamo essere certi che, al primo posto di tante sue cure riformatrici, c´è il mantenimento della Corte, salda nel luogo costituzionale che le compete.
L´ultima garanzia, tuttavia, non sta né nei giudici né nella maggioranza legislatrice. Sta oltre e riguarda tutti. Riprendo dall´inizio. Sta nel bisogno diffuso, in una generale volontà di Costituzione: intendo dire della costituzione come pactum societatis, presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva. Qualora quel bisogno e quella volontà andassero perduti, prevalendo nel nostro Paese l´idea diabolica (da repubblica dei diavoli) della costituzione come campo di battaglia e sopraffazione, la politica di parte spirerà incontrastata anche in queste stanze e la giustizia costituzionale si trasformerà in una farsa costituzionale.
Di fronte al dissesto costituzionale in atto, si rivela tutta la lungimiranza dell’allarme lanciato da Dossetti dieci anni fa. Tuttavia ciò che Dossetti non poteva prevedere, è la crisi della democrazia costituzionale nell’intero ordine internazionale, con la caduta verticale del diritto sul piano mondiale e la sostituzione della teoria e pratica dell’aggressione e della guerra all’interdizione generale dell’uso della forza e della stessa minaccia dell’uso della forza, sancita dall’articolo 2,4 dello Statuto dell’Onu. Allora, nel riprendere la lotta, i comitati devono prendere atto della nuova situazione, aggiornando analisi e strategie e assumendo pienamente il fatto che la crisi e lo scuotimento del costituzionalismo italiano non sono che un capitolo particolarmente sfortunato della caduta del costituzionalismo sul piano internazionale e di quella crisi generale del diritto, per cui oggi si può parlare di una situazione di vera e propria anomia.
In tale situazione, anche il soccorso dell’Europa, che secondo Eugenio Scalfari è il solo anticorpo che ci può salvare dall’instaurarsi in Italia di un regime autoritario, non è cosí sicuro. L’Europa, cosí com’è, non può funzionare come anticorpo per noi, a meno di una sua profonda trasformazione, ciò a cui avrebbero dovuto mirare le elezioni europee. Questa trasformazione, però, non potrebbe fare dell’Europa un anticorpo per la malattia italiana, se essa non si ponesse come antidoto all’intero imbarbarimento della politica mondiale. Solo se l’Europa potrà farsi alternativa a se stessa e alternativa per tutto l’Occidente, ristabilendo il primato del diritto, ripristinando e riformando l’Onu, riannodando i legami con l’Islam, il mondo arabo e la Palestina, combattendo lo sterminio per fame, per malattie e per miseria denunciato da Romano Prodi, e ponendosi come principio di ricomposizione dell’unità dell’intera famiglia umana, si potrà aprire una strada di uscita dalla crisi.
Ma perché questo possa avvenire, occorre, a mio parere, far ricorso a due idee radicali, che in anni lontani furono espresse da Giuseppe Dossetti.
La prima idea è quella di una crisi extra ordinem dell’intero sistema globale. In effetti noi non ci troviamo oggi, semplicemente, dinanzi all’incidente della Presidenza Bush, all’improvviso delirio del “nuovo secolo americano” e a un exploit della destra e dello sfasciacarrozze della Costituzione italiana, ma ci troviamo di fronte, come Dossetti tematizzò già nel 1951, a una crisi radicale del sistema, che coinvolge tutto il sistema economico, sociale, politico, culturale e religioso, sviluppatosi negli ultimi secoli, crisi che già allora, secondo Dossetti, investiva ambedue i sottosistemi globali, l’americano e il sovietico, distinti ma provenienti dalla stessa radice. Venuto meno, dopo gli eventi dell’Ottantanove, uno dei due sottosistemi, la crisi è ormai la crisi dell’unico sistema globale. Ma questo vuol dire, allora, rimettere in discussione il sistema e vorrei dire piú specificamente rimettere in discussione il nomos dell’Occidente, divenuto il nomos dell’intero mondo globalizzato. Ciò essenzialmente significa, io credo, rimetterlo in causa nei suoi due assunti originari. Il primo è quello di un ordine che fin dal principio suppone un’umanità frantumata nelle diseguaglianze, discriminata e scissa tra eletti ed esclusi, tra salvati e perduti, tra giusti e canaglie. Il secondo è quello di un ordine, o di un nomos, che imprigiona tutte le relazioni umane e anche le relazioni umano-divine nell’unico e universale codice della reciprocità, dell’appropriazione, dello scambio e del prezzo, escludendo l’economia della gratuità, della grazia, della comunione e del dono. Sono questi i due pilastri della legge, elezione e contraccambio, da cui dipendeva la stessa salvezza; ciò che per l’appunto Paolo attaccò nella sua critica al nomos, il termine greco in cui si traduce Torah. L’ideologia del mercato totale, della confisca della natura, e della guerra che li presidia, non è estranea a questo ordine di problemi.
La seconda idea radicale di Dossetti, a cui oggi dobbiamo far ricorso, è l’idea dell’originarietà, dell’ordinamento internazionale, che Dossetti cercò di inserire senza riuscirci, nella Costituzione del 1948. La formulazione da lui proposta per l’articolo sull’ordinamento internazionale suonava infatti cosí: «Lo Stato si riconosce come membro della comunità internazionale e riconosce perciò come originario l’ordinamento giuridico internazionale».
L’originarietà dell’ordinamento internazionale significava che esso sussiste indipendentemente dal potere degli Stati e perciò non ha solamente un’origine pattizia, non è il concerto degli Stati e nemmeno si può esaurire e identificare con l’Onu, che non è il sovrano, ma l’interprete della sua legittimità. Ciò non vuol dire solo passare da un diritto internazionale pattizio a uno ius cogens obbligante tutti gli Stati. Nel presentare la sua formulazione alla I Sottocommissione della Commissione dei 75, Dossetti diceva: Voi avete già approvato implicitamente questa tesi dell’originarietà dell’ordinamento internazionale, quando avete approvato la norma del rifiuto della guerra (quella che sarà poi l’articolo 11). Infatti la rinuncia (o il ripudio) della guerra, non è che la conseguenza del riconoscimento dell’unità tra le nazioni, in quanto appartenenti a un unico ordinamento. Le due cose vanno insieme, originarietà dell’ordinamento e bando della guerra. Nell’unità dell’ordinamento, infatti, la guerra è guerra civile e la guerra civile non può essere normata dal diritto. Ma è vero anche l’inverso – ed è quello che è avvenuto –: il ripristino della guerra, la sua indizione come guerra preventiva e la sua perpetuazione come guerra contro il terrorismo rompe l’unità della comunità umana. Oggi siamo a questo: la guerra – come dice un recente documento del Pentagono sulla crisi ecologica e climatica – è assunta come nuovo «parametro della vita umana sulla terra»; e nel disegno di legge con cui il nostro governo chiede la delega al parlamento per la riforma dei codici penali militari di pace e di guerra, la necessità di tale riforma viene motivata con il fatto che oggi il tempo di guerra non sarebbe piú “riconoscibile”, non piú distinguibile, rispetto al tempo ordinario di vita; allora questo ripristino della guerra, questa sua assunzione come parametro della vita umana sulla terra, segna la rottura programmatica dell’unità e originarietà dell’ordinamento internazionale, ma rappresenta anche la negazione e il rifiuto dell’unità di tutta la famiglia umana, di cui la creazione è il fondamento e di cui la Chiesa è «segno e strumento», come proclamava la Lumen Gentium del Concilio.
In questo senso, e non solo per la sua attuale distruttività e inarginabile produzione di dolore, la guerra rappresenta oggi il massimo dell’antiumanesimo, cui il corso storico è pervenuto. Questa è la posta in gioco della nostra lotta per la difesa della Costituzione. Pace e Costituzione sono ormai indissolubilmente legate, non si può difendere una cosa, senza difendere l’altra. È questo allora, il contesto e il terreno nuovo di impegno, di mobilitazione, su cui i nostri comitati sono chiamati a misurarsi; non da soli, naturalmente, perché qui siamo su una linea estrema di frontiera, su cui grandi forze culturali, religiose, politiche e sociali, chiese e popoli devono essere convocati e su cui sono chiamati a cimentarsi.
Espletato, salvo ballottaggi, il secondo appuntamento elettorale della stagione si passa al terzo. Quello più importante, il referendum sulla controriforma costituzionale della Casa delle libertà. Il centrosinistra dice no, ma è un no gravato da troppi non detti sul dopo referendum, e da troppi equivoci sul rapporto fra innovazione e conservazione e fra revisione e rilancio della Costituzione. Ne parliamo con Mario Tronti, che oggi a Roma introduce, insieme con Gustavo Zagrebelsky, l'assemblea annuale del Crs dedicata a «Repubblica e Costituzione».
Un titolo meno ovvio di quanto possa sembrare. Che significa?
Significa che in Italia la Repubblica e la Costituzione nascono assieme e assieme si tengono. Questa doppia nascita è un evento politico, che chiude un'epoca e ne apre un'altra. Non c'è forma repubblicana senza la Carta del '48: la Costituzione definisce la forma fin'allora approssimativa dello Stato italiano e, come si disse in assemblea costituente, «dà il volto» alla Repubblica. Un volto unitario, come dimostra la struttura compatta della Carta, che non è scindibile fra prima e seconda parte, fra principi e ordinamento. I primi 12 articoli, il cosiddetto Preambolo, definiscono i caratteri fondativi del nuovo Stato, che il seguito del testo sviluppa in norme rigide e vincolanti. Stato repubblicano, Stato democratico-parlamentare, Stato sociale, Stato laico, Repubblica una e indivisibile, Stato regionale: ognuna di queste definizioni, che sono delle vere e proprie decisioni politiche, si ritrovano nei princìpi fondamentali, e tutto il resto - diritti e doveri, ordinamento - ne consegue.
Questa compattezza formale esprime una unità di intenti fra le componenti popolari della società italiana, democristiani socialisti e comunisti, che fu propria di quel momento magico della storia italiana, quando era in gioco non l'attività di governo ma l'interesse dello Stato. Andreotti ha ricordato di recente come anche dopo la dura rottura politica provocata dalla cacciata dal governo di socialisti e comunisti nel '47, nella Costituente si continuasse a lavorare in un costruttivo spirito di collaborazione. Quella classe politica sapeva ancora distinguere fra livello politico e livello storico dei problemi. Quella di oggi no.
Quel momento magico tuttavia durò poco. E la storia della Costituzione ne ha risentito.
Non appena quel clima politico cambia, negli anni Cinquanta, l'attuazione della Costituzione si blocca. Riparte negli anni Sessanta, quando fra società e politica si rimette in moto un circolo virtuoso. E torna a bloccarsi negli anni Ottanta, quando questo circolo si spezza e l'asse del discorso si sposta dalla rappresentanza alla governabilità. Non è un caso che l'onda del revisionismo costituzionale parta, con Craxi, proprio sul tema della governabilità: la Costituzione viene attaccata nei punti cardinali di una concezione dello Stato che guarda alla materia della società, e di un'idea della politica attenta ai bisogni del sociale.
Negli anni 90 però le cose si complicano: resta l'enfasi sulla governabilità, ma il revisionismo costituzionale si nutre anche di rotture più profonde. La destra che emerge nel '94 dalle macerie del vecchio sistema politico è fatta di tre culture politiche - quella di An, della Lega e di Forza Italia - rispettivamente extra, anti e post-costituzionali, che esprimono pezzi di società estranei al patto del '48 e alle sue forme. A quel punto forse non c'era più solo revisionismo ma anche crisi costituzionale.
A quel punto c'era crisi delle culture fondative della Costituzione. Una crisi certificata ma senza rinnovamento, un vuoto senza eredità in cui l'antipolitica berlusconiana ha potuto dilagare, e la concezione della democrazia rappresentativa ribaltarsi in democrazia immediata, o mass-mediatica.
D'accordo, ma non c'era anche qualcosa di più strutturale? L'impresa post-fordista di Berlusconi, ad esempio, non esprimeva anche una trasformazione sociale che non si lascia più ordinare nella formula costituzionale della «Repubblica fondata sul lavoro»?
Al contrario: bisognava reinterpretare quel fondamento sulla base della trasformazione sociale, trapiantarlo dalla società fordista alla società postfordista. Che il lavoro sia cambiato non significa che abbia perso centralità, anzi: in tempi di precarizzazione, la tutela del diritto al lavoro andrebbe rilanciata e rafforzata. Con, non contro il dettato costituzionale.
E' un buon esempio del confine sottile che passa fra un cattivo revisionismo e un giusto rilancio della Costituzione. Alternativa a mio avviso più corretta di quella fra conservatorismo e innovazione che occupa da anni il dibattito pubblico.
La spinta alla riforma costituzionale fin'ora non è stata una spinta innovativa bensì restaurativa. Volta a chiudere il circuito fra società e politica che nella Costituzione è aperto, e improntata a un cattivo realismo politico che consiste nell'adattarsi al trend del momento quale che sia - laddove realismo politico significa anche contrastare il trend del momento con le rigidità che per l'appunto una Costituzione stabilisce. Altra cosa sarebbe un rilancio della Carta a partire dalle trasformazioni reali della società nonché dell'antropologia contemporanea. La condizione della differenza umana posta dal femminismo a partire dagli anni '70, ad esempio, nel testo del '48 ovviamente non c'è, ma oggi andrebbe registrata.
Il fatto è che i riformatori non guardano mai il cono della trasformazione dalla base della società, ma sempre e solo dall'alto dei poteri. L'ossessione è solo quella, ridefinire l'assetto dei poteri.
Soprattutto, verticalizzare l'assetto dei poteri stravolgendo la forma di governo. Mentre semmai alcuni interventi necessari riguardano il bicameralismo e la forma di Stato. E comunque l'ordinamento nazionale va ricollocato in un quadro almeno continentale. Il processo costituzionale europeo adesso è interrotto ma riprenderà. E va a sua volta ripensato rispetto a come si è svolto finora.
Ammettiamo che il referendum riesca a bloccare la controriforma costituzionale della Cdl: già si dice anche da parte del centrosinistra che poi bisognerà riaprire il processo riformatore. Ma come? Secondo l'articolo 138 del testo costituzionale, la revisione della Costituzione si fa in parlamentoe su questioni puntuali. Alle spalle abbiamo invece tre commissioni bicamerali che hanno tentato senza riuscirci una revisione complessiva a lato del parlamento, e due riforme - quella del centrosinistra sul titolo V e questa della Cdl - fatte in parlamento ma a maggioranza, senza una adeguata base di consenso. Come procedere dopo il referendum? E perché dovremmo fidarci di un ceto politico che finora ha messo mano alla Costituzione strumentalmente, più per risolvere i problemi dell'assetto politico che per più nobili ragioni?
Bisogna dire basta a questo procedimento congiunturale di revisione, a questo «smanettamento» continuo o continuamente annunciato della Costituzione. La Costituzione non è una legge ordinaria, è una legge superiore e come tale va trattata. Non vorrei vedere un'altra bicamerale all'orizzonte, né un'assemblea costituente composta dello stesso ceto politico. Bisognerebbe escogitare una formula capace di rimettere in moto le culture del paese: ripristinare a livello costituzionale un protagonismo delle culture politiche, ammesso che ancora esistano. Forse l'idea di una convenzione, fatta di rappresentanze politiche ma anche sociali e culturali, non è da scartare. Ma quello che più importa è ritrovare e valorizzare il dinamismo della nostra Costituzione. La nostra è senza dubbio una Costituzione giuridicamente garantista, ma anche politicamente interventista. Ha dietro di sé il coraggio della lotta antifascista e la scelta di campo della Resistenza. Non può limitarsi a dare forma all'esistente. Deve, attraverso la leva del nuovo Stato, indicare le vie del cambiamento della vecchia società. In questo senso, e solo in questo senso, si può avviare, per alcune parti, un lavoro non di revisione ma di aggiornamento.
Il volto della Repubblica va ridisegnato, forse ricostruito: troppa distruzione sta dietro le nostre spalle. Distruzione dello stesso testo costituzionale, attraverso queste improvvisate riforme di parte. In nome della Costituzione impegnamoci a cancellarle. E poi riprendiamoci la visione d'insieme di un assetto istituzionale capace di guidare l'attuale mutamento sociale. Ma è da questa Carta che dobbiamo partire. Questa Carta devono amarla soprattutto le giovani generazioni. Perché fu lo straordinario prodotto di un giovanile entusiasmo repubblicano, che provò a costruire con la politica un nuovo Paese-Società, che ancora non abbiamo.
Vittorio Emanuele Orlando, il fondatore della «Prima scuola italiana di diritto pubblico», padre della patria, alla fine dell'800 sostenne che, raggiunta l'unità politica, fondato lo Stato italiano, era giunta l'ora di «dare la scienza del diritto pubblico» al nostro paese, assegnando ai giuristi questo compito fondamentale. Durante i governi della destra storica il compito fu assolto addirittura con un eccesso di arroganza, ponendo i giuristi a capo del processo d'unificazione politica e amministrativa. Successivamente la scienza giuridica ha assunto un ruolo più riservato, ma ha sempre continuato a influenzare la sfera del politico, conservando un salutare distacco da essa. All'Assemblea costituente fu decisivo l'apporto dei giuristi e l'integrazione tra questi e i politici ha rappresentato una delle ragioni del successo (si pensi al rapporto tra Lelio Basso e Massimo Severo Giannini, solo per citare un caso, che partorì la norma più significativa dell'intera nostra costituzione: il principio di eguaglianza sostanziale, scolpito nel testo della nostra costituzione con parole impegnate e profetiche, con un'eleganza stilistica e una precisione concettuale insuperate). Ora il colloquio tra giuristi e potere s'è trasformato. Troppi giuristi si offrono come consiglieri dei principi rinunciando all'autonomia della propria scienza, molti politici non amano i vincoli giuridici, in particolare quelli che il diritto costituzionale, nato per limitare il potere, pretende di imporgli. Nell'epoca della tecnica e della neutralizzazione del politico, gli unici «tecnici» inascoltati dal potere appaiono essere proprio i costituzionalisti.
Destra sorda
E' così che l'ultima «grande» riforma dell'intera seconda parte della nostra costituzione ha conquistato il più alto numero di critiche da parte degli studiosi di diritto costituzionale, eppure - inascoltate le critiche - è stata approvata di forza e «a colpi di maggioranza» nello scorcio della passata legislatura. Ora, si spera, sarà il corpo elettorale che si esprimerà il 25 giugno nel referendum costituzionale a dare regione ai tecnici e torto ai politici.
E' probabile che la sordità del ceto politico di centrodestra, che ha progettato e poi strenuamente voluto la modifica costituzionale, sia almeno in parte da far risalire alle «culture» politiche di appartenenza: Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega - le forze politiche «egemoni» in quel campo - sono estranee, per storia e pratica politica, ai principi della Costituzione italiana del dopoguerra. Tant'è che una ragione che spiega la forzatura costituente risiede proprio nella volontà di legittimare la propria forza e fondare la propria esistenza su nuove basi costituzionali. Non credo però ci si possa accontentare di questa spiegazione. La fuga dal diritto costituzionale non può ridursi a una semplice intolleranza di una parte delle forze partitiche refrattarie a ricondurre il proprio agire politico entro un ordine costituzionale esistente; questa tesi trova almeno due ostacoli: una «banale» ragione pratica, una «profonda» ragione storica.
Anzitutto, in effetti, non si comprenderebbe perché quelle stesse forze politiche, nel momento in cui, rifiutando questa costituzione, decidono di scrivere una loro costituzione, non utilizzino al meglio i «propri» tecnici per formare un testo giuridicamente («tecnicamente») solido o almeno in grado di funzionare. Diciamolo chiaramente: la «nuova» costituzione non solo è inaccettabile perché esprime una concezione autoritaria dello Stato, dell'organizzazione politica e dei rapporti tra poteri, ma è anche pessimamente scritta (si guardi per curiosità il nuovo articolo 70 della costituzione sulla funzione legislativa e si comprenderà immediatamente come non potrà mai un Parlamento operare in base a quegli incomprensibili criteri di riparto tra le funzioni di Camera e Senato). Potrebbe anche maliziosamente ritenersi che sia una sciatteria tecnica politicamente redditizia (l'esempio che si è richiamato, in fondo, è un modo per paralizzare ed indebolire l'organo parlamentare a favore del governo, il che rappresenta uno dei principi ispiratori della riforma costituzionale), ma ciò confermerebbe l'impressione che al fondo ci sia una profonda insofferenza nei confronti del diritto costituzionale e delle sue regole, anche nei suoi aspetti meno ideologicamente orientati relativi alle tecniche di scrittura dei testi costituzionali. Meglio regole mal scritte che condizionamenti costituzionali sembra essere il pensiero politico dominante.
Vi è poi un'altra «profonda» ragione storica, che ancor più preoccupa. In effetti se tutto potesse ridursi all'incultura ed all'estraneità al sistema costituzionale vigente della destra di questo paese, la vittoria «seppur di misura» alle elezioni politiche ci renderebbe tutti più sicuri per il futuro. Passata la notte della democrazia costituzionale ci appresteremmo a tornare alla normalità. Una parentesi, forse per alcuni aspetti drammatica, ma ormai alle nostre spalle. Non credo sia così semplice. Non lo penso sia perché ritengo che le forze di centrosinistra non siano senza peccato, sia perché l'idea di tornare al tempo della normalità può essere diversamente intesa.
Entrambe le convinzioni si fondano sulla valutazione del recente passato. Se si volge lo sguardo all'indietro si scorge un percorso accidentato e pieno di «disinvolture» costituzionali: dall'acritica assunzione di parole d'ordine storicamente patrimonio culturale della destra (la forma di governo presidenziale), allo schiacciamento delle ragioni «superiori e indisponibili» dei valori costituzionali sulle esigenze contingenti della politica e della sua crisi progressiva. Un'impennata si ebbe durante tutti gli anni '90 (ma il processo di erosione delle ragioni del costituzionalismo data in Italia almeno dalla metà degli anni '70), quando si è voluto tradurre un'evidente e profonda crisi politica in crisi costituzionale, senza avvedersi che in tal modo non si sarebbe potuto raggiungere alcuno dei risultati sperati. Che sia fallito l'obiettivo della stabilizzazione del sistema politico perseguito attraverso riforme della costituzione sempre più spericolate non può stupire: bastava sapere che non è questo il compito delle costituzioni, le quali se dettano le regole della politica, tuttavia non forniscono ad essa alcuna soluzione pratica ed immediata. Ma, evidentemente, nessuno ha avuto interesse ad ascoltare chi conosce cosa sono le costituzioni, meglio è apparso usarle per fini, più o meno nobili, ma comunque strumentali.
Propaganda contro la Carta
Ciò che appare più grave è però che il fallimento degli obiettivi politici contingenti non è stato privo di conseguenze sul piano «nobile» della Costituzione. Anziché consolidarne il ruolo in tempi che vedono una caduta delle legittimazioni dei poteri politici e dunque rafforzare quell'àncora che può dare senso e valore all'agire politico, si è pensato bene di eroderne le fondamenta, delegittimare la costituzione vigente con un'opera incessante di propaganda negativa (la «vecchia» costituzione e la retorica del cambiamento costituzionale necessario) e di assalti fuori controllo (le forzature compiute con leggi ordinarie in materie costituzionali, le modifiche «tacite», i progetti di riscrittura di intere parti eterogenee di costituzione, l'istituzione di commissioni «quasi-costituenti», l'evocazione diretta del terribile potere costituente: tutte misure di «rottura» o comunque in deroga a quelle ordinariamente previste dalla stessa costituzione per la sua revisione all'articolo 138).
Le disinvolture costituzionali del centrosinistra, la sordità dei suoi responsabili politici ai richiami severi della dottrina costituzionalistica, sono di minor gravità rispetto a quelle vissute nell'ultima legislatura? Non sarò io a negarlo, ma che si possa riprendere il cammino semplicemente mettendo tra parentesi l'operato della destra considerandolo il male assoluto e nascente dal nulla, mi sembrerebbe francamente bizzarro, miope, forse suicida.
Possiamo permetterci in sostanza di riprendere il cammino interrotto delle riforme costituzionali «lì dove eravamo rimasti»? Nuove bicamerali, accordi di governabilità, pirotecniche proposte di trasformazione costituzionale si affacciano già all'orizzonte. La smania del nuovo, la permanente crisi dei partiti, l'irresistibile leggerezza della politica dei giorni nostri, l'incultura costituzionale diffusa, spingono tutte verso la direzione di una nuova stagione di uso congiunturale e distorto della costituzione. Ci si può opporre? Si può rilanciare una politica costituzionale consapevole? O è troppo rivoluzionario nell'Italia di oggi chiedere che si lotti per la costituzione, per l'affermarsi di un costituzionalismo che certo sia adeguato ai tempi della globalizzazione e della fine degli spazi chiusi, ma non perciò arreso al tempo dell'indeterminatezza e della politica senza valore?
Tra breve una risposta sarà data. Dopo il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno constateremo in via di fatto se c'è ancora spazio per una riflessione critica sulle sorti del costituzionalismo, che sappia tener conto delle valutazioni della dottrina più consapevole del ruolo che le costituzioni devono e possono ricoprire nel nostro tempo. Se il referendum costituzionale sarà in grado di produrre un'auspicabile soluzione di continuità rispetto ad un periodo passato di lungo, lento e progressivo deterioramento non è scritto; che sia in grado di produrla non può escludersi.
Ammesso che il referendum respinga l'ultimo assalto alla Costituzione (in caso contrario approderemo ad un altro sistema costituzionale, e ben poco rimarrà da dire), le modalità di reazione allo scampato pericolo possono essere diverse. La reazione continuista è già stata annunciata. In alcuni casi, l'unico insegnamento che si ritiene di dover trarre da una stagione da mettersi rapidamente alle spalle è quella che induce ad evitare alcune improvvide forzature del recente passato (le riforme a stretta maggioranza). Ben poca cosa rispetto alla gravità dello stato confusionale in atto. Ove prevalesse questa reazione continuista, si dimostrerebbe la profondità della crisi di cultura del ceto politico e l'inanità di un pensiero critico ormai sopraffatto da un pensiero unico, egemone e non scalfibile. Lo spazio per la riflessione critica non scomparirebbe, ma i tempi si allungherebbero. La critica dell'esistente diventerebbe il compito principale rispetto a qualsiasi impegno per la trasformazione del sistema costituzionale, in ogni caso - in mancanza di una seria ridefinizione concettuale - condannata ad un'irresistibile perdita di senso costituzionale.
Cercare un'altra strada
Personalmente mi auguro invece che, dopo il referendum, un'altra strada sia percorsa. Più riflessiva, ma non perciò scarsamente innovativa. Anzi, a ben vedere, una prospettiva affatto rivoluzionaria rispetto al passato trentennio (l'origine della crisi, si è poc'anzi affermato, è da far risalire a metà degli anni '70), che finalmente espliciti il reale segno conservatore delle politiche costituzionali fin qui perseguite. Politiche, quelle passate, «disinvolte», non invece «nuove». Almeno se con quest'abusata espressione si vuole intendere adeguate ai reali problemi delle società democratiche e pluraliste del nostro tempo. Se si è consapevoli della profondità della crisi, si evitino facili scorciatoie, si affrontino di petto, invece, la complessità dei tempi difficili. Una strada impervia, forse tortuosa, ma che alla fine può giungere a rinnovare la forza del diritto delle costituzioni. Solo allora potremmo approdare a un nuovo costituzionalismo, senza perciò temere di aver gettato al vento un capitale di civiltà giuridica, senza ottenere nulla in cambio. Come fin'ora è avvenuto.
Quella indicata rappresenta una prospettiva forse politicamente difficile, ma non velleitaria. L'auspicata vittoria del no al referendum costituzionale provocherà di per sé una rinnovata energia alla nostra vigente Costituzione, consolidandone la oramai consumata base di legittimazione, riaffermandone forza e valore. Allora, anziché rimetterla immediatamente in discussione - dando nuovo vigore alla tesi del necessario superamento purchessia della vigente costituzione - più saggio sarebbe concedersi una pausa di riflessione. Non per conservatorismo costituzionale (più o meno nobile), ma per «operare conoscendo», secondo l'insegnamento di un grande giurista, Riccardo Orestano, troppo spesso dimenticato in questa fase storica dominata dall'irriflessività del politico e dall'irresponsabilità della tecnica.
In termini più concreti, può così sintetizzarsi l'alternativa cui ci si troverà dinanzi dopo il referendum: una nuova stagione di trasformazioni costituzionali in Italia può aprirsi o seguendo i tempi costipati della politica, ovvero quelli allungati della cultura. Personalmente preferisco i secondi. Solo quando, se e dopo che in Italia si affermerà una cultura della «manutenzione costituzionale» - altrove presente, la quale ha garantito revisioni, anche profonde, dei testi delle costituzioni nazionali senza produrre al contempo lacerazioni del tessuto e dell'idea che si ha di costituzione - si potrà (e a quel punto si dovrà) promuovere le riforme costituzionali necessarie al tempo della globalizzazione e alla fine degli spazi chiusi. Un riformismo radicale - altro che conservatorismo costituzionale - quest'orizzonte deve fare proprio. Chi è disposto ad accettare le sfide della storia rinunciando a quelle della politica? Chi è disposto ad ascoltare la voce del diritto costituzionale e non solo quelle della politica politicante?
Il presidente emerito della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, è nel suo studio da senatore a vita di palazzo Giustiniani, appena tornato da un incontro con il nuovo capo dello stato, GiorgioNapolitano. «Ottima, ottima», dice della soluzione trovata per il Quirinale, sottolineando l’amicizia che lo lega al presidente della Repubblica appena eletto. A capo del comitato promotore del referendum sulla riforma costituzionale, il comitato «Salviamo la Costituzione», il senatore a vita - che partecipò alla costituente - è impegnato da tempo nella campagna per il no. Ma Scalfaro parla anche del nuovo governo, della guerra, del pensiero politico da tempo assai debole se non assente.
Prima di tutto, qual è il suo giudizio sullo stato attuale della Costituzione?
Sullo stato di salute della Costituzione faccio rispondere ai costituzionalisti più famosi che in larga maggioranza parlano di una costituzione viva e attuale.
Alcuni dicono però che ci vorrebbe un po’ di manutenzione.
Nel mio discorso di insediamento come capo dello stato feci riferimento specifico alla necessità di affrontare alcune modifiche poiché da anni vi era un’aperta e viva discussione.
Dunque, è possibile secondo lei fare alcune modifiche oppure no?
Proprio allora accennai ad una eventuale commissione bicamerale: aggiornamenti possono essere fatti. Ma una modifica deve essere sempre e solo nell’interesse del destinatario, che è sempre il popolo italiano. Sempre. Avere un premier onnipotente come previsto nella riforma è nell’interesse del popolo italiano? E avere un parlamento mortificato è nell’interesse del popolo italiano?
Non si direbbe… La Costituzione che abbiamo è nata a maggioranza larghissima.
Il 2 giugno 1946 fummo eletti in 556 per scrivere la Carta che entrò in vigore il primo gennaio 1948. A fine dicembre 1947, nel voto finale furono solo 62 i voti contrari. Vuol dire una valanga di voti a favore che hanno consentito al cittadino di dire «questa carta è anche mia». Se il mio libro sull’assemblea costituente ha quel titolo, La mia Costituzione, è perché quella è la frase che ogni cittadino può dire. Invece, purtroppo, nell’attuale riforma con un voto di stretta maggioranza di governo, cambia il parlamento, cambia il capo dello stato, cambia il primo ministro... questo è uno stravolgimento totale. L’assemblea costituente doveva cercare un denominatore comune. L’ha trovato nella persona umana. Le persone come sono rappresentate? Dal parlamento che è eletto col voto di tutti i cittadini. Se mortifico il parlamento colpisco il cuore della Costituzione.
Anche il centrosinistra ha fatto una modifica con la sola maggioranza governativa.
Il centrosinistra fece la sciocchezza imperiale nel modificare il titolo V della Costituzione con la sola maggioranza di governo. E’ vero che prese il testo della bicamerale che era stato votato all’unanimità, però è impensabile modificare anche una virgola della Carta costituzionale senza un’ampia maggioranza. Lo dissi già allora, quindi ho titolo per ripeterlo. La maggioranza di centrodestra ci ha anche regalato questa pessima legge elettorale: non abbiamo mai avuto deputati e senatori non eletti dai cittadini ma nominati dai partiti. E’ intollerabile. Quando si è in vista delle elezioni non è onesto modificare le regole, se non con voto unanime.
Cosa ne pensa della scelta di fissare il referendum alla fine di giugno?
Il 25 giugno non è una data fortunata perché le scuole, soprattutto le elementari, chiudono entro la prima decade di giugno.
Ma lei che previsione fa su questo referendum?
La previsione diffusa era che la riforma fosse facilmente bocciata. Ma il Cavaliere ha già detto «noi faremo una battaglia intensa»: in tal caso non è più battaglia referendaria, poiché assume soprattutto valenza nettamente politica. Dopo la sconfitta elettorale, Berlusconi si deve prendere una rivincita. Questa cosa è pericolosa, perché se prevale soltanto lo spirito di rivalsa politica ci va di mezzo la costituzione, e se fosse così modificata si determinerebbe un grave danno per il popolo italiano.
Però dovremmo farcela...
Abbiamo fatto una riunione importante con il prossimo presidente del consiglio, Romano Prodi e ho notato che è assai sensibile a questo tema. Nessuna euforia, ma essere attenti alla realtà.
Quindi ci troviamo di fronte a un impegno serio, veramente serio. Però nella campagna elettorale la questione costituzionale è stata del tutto trascurata.
Non sempre...
Cosa pensa dell’elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano? Le va bene?
Ripeto, ottima. Io sono molto amico, vorrei dire fraterno amico. Ho avuto con lui momenti di collaborazione indimenticabili, quando era presidente della camera ed io capo dello stato.
Lui è l’undicesimo presidente della Repubblica. Con questa elezione c’è qualche novità nella storia dei presidenti?
Certamente si. E’ la prima volta che il capo dello stato proviene dal partito comunista.Mi ha emozionato una constatazione: ieri (tre giorni fa, ndr) ero nella chiesa di San Claudio, e il sacerdote dopo aver pregato per il papa ha aggiunto «preghiamo per il nuovo presidente». Questa mattina (l’altro ieri, ndr) nella chiesa di San Pantaleo il sacerdote ha invitato a pregare per il nuovo presidente della repubblica elogiandone le doti personali. Evidentemente Napolitano accende simpatie e ammirazioni.
E il governo Prodi? Cosa si aspetta dal governo Prodi?
Mi aspetto una linea politica chiara, proposte concrete e fattibili. Mi pare che questa sia l’impostazione di Prodi. La campagna elettorale ha avuto momenti di aridità assai poco comprensibile, pareva di sentire dei ragionieri sul bilancio di una azienda, né si può concentrare tutto sulle tasse. Non è pensabile che la politica sia solo questo. Si tratta di avere un’apertura di ali. La politica ha bisogno di pensiero. Diciamo che è da tempo che c’è assai poca politica, se la politica è anzitutto pensiero.
Delle leggi berlusconiane cosa pensa che se ne debba fare? E della legge 30? Nel suo libro lei scrive che quando parlava Di Vittorio si commuoveva. E Di Vittorio contrasterebbe la legge 30.
La critica che faccio alla gestione del centrodestra è questa: il concetto di "cosa pubblica" viene annullato quando ciò che è pubblico è trattato come cosa privata e personale. Questo è. Tutti i democristiani avevano il senso dello stato? Non direi. Però non si può negare che mai c’è stata una maggioranza che considerasse lo stato come fosse cosa privata. Non è mai accaduto.
Il centrosinistra ha vinto le elezioni di misura, c’è dunque chi ha definito il prossimo governo Prodi un «Prodino».
La forza dei governi sta nel pensiero politico, prima che nello schieramento delle truppe.
Ma c’è il pensiero? E questo governo durerà poco?
Credo di sì, il pensiero c’è. Il presidente Prodi ha espresso la volontà di durare 5 anni e la volontà politica conta sempre.
Però l’impressione è che idee chiare e distinte non ce ne siano granché.
Non siate pessimisti, aspettate il discorso programmatico. Penso che si parlerà di pace e di difesa della Costituzione che sono temi di vasta portata. Certo ci saranno interventi sull’economia tanto attesi, per l’attività industriale, per il lavoro, per i giovani, per il bilancio delle famiglie.
A proposito di riforma, durante la partita per il Quirinale Piero Fassino ha preso l’iniziativa con il Foglio di Giuliano Ferrara e ha presentato una sorta di programma, una sorta di controriforma della Costituzione.
Sono un convinto estimatore e amico di Fassino. Su quell’intervista avrei chiesto spiegazioni, ma è pagina totalmente superata dall’elezione di Napolitano.
Sulla questione della pace, del Medioriente, si aspetta che Prodi faccia un po’ di politica?
Nella vicenda della guerra in Iraq, io ho votato contro. Sono molto polemico. Il capo dello stato più potente ha detto che faceva la guerra al terrorismo. Se per guerra si intende «io lotto contro il terrorismo» è esatto; se guerra vuol dire aggredire uno stato, invaderlo, allora è sbagliato. Neanche un mese fa è stato detto che sono 30mila gli iracheni morti in combattimento; ce n’è uno terrorista fra questi 30mila o sono dei soldatini, fossero pure generali, che hanno obbedito a chi li ha chiamati? E tu per fare questo hai detto che Saddam in mezz’ora sterminava un popolo, con le armi di distruzione di massa. Ma non si è trovato nulla, nessuno trovò nulla. Fare una guerra poggiando su un falso è veramente immorale.
Ritiriamoli allora questi soldati.
Ci vuole chiarezza di impostazione: l’Italia non può più condividere questa missione militare, anche se è chiamata di pace. Ecco, questo è il punto politico. Alla guerra la politica deve saper dire un no assoluto, irrevocabile.
1. LA COSTITUZIONE SOTTO ATTACCO.
La nostra Costituzione è in pericolo. Infatti il centro-destra ha approvato nell’autunno del 2005 una sua modifica che, se non sarà respinta dall’ormai prossimo referendum, entrerà in vigore producendo danni gravi e irreversibili. Con il referendum possiamo dire NO all’entrata in vigore di tale modifica. Le parti più pericolose di essa prevedono una forte riduzione del ruolo del Parlamento, subordinandolo a un Primo ministro dotato di poteri enormi; una tanto confusa quanto deleteria trasformazione del Senato della Repubblica in un finto Senato federale e, infine, la famigerata devolutionvoluta dalla Lega Nord. I cittadini italiani non possono permettere che una simile revisione entri in vigore. Sfigurare la nostra Costituzione significherebbe minare le fondamenta della nostra convivenza. In questo scritto abbiamo voluto approfondire i motivi per i quali le modifiche alla Costituzione deliberate dal centro-destra devono essere respinte, cosicché chi legge queste pagine possa a sua volta spiegare al maggior numero di cittadini possibile perché al prossimo referendum costituzionale è di vitale importanza che vincano i NO.
2. LE ORIGINI DELLA COSTITUZIONE E DELLA MODIFICA DEL CENTRO-DESTRA: DUE STORIE DIVERSE.
La Costituzione del 1948 simboleggia la vittoria della democrazia contro la dittatura, la sconfitta della monarchia e l’avvento della Repubblica, la fine della guerra e la stipulazione di un grande patto condiviso tra le forze politiche della resistenza e della liberazione. È proprio la sua essenza di patto condiviso che ha consentito alla Carta fondamentale di porre le basi per l’uscita dell’Italia dalle macerie della guerra e di avviare la ricostruzione non solo economica, ma anche morale e culturale del Paese. I democristiani, i comunisti, i socialisti, i liberali riuscirono a trovare, nel corso della redazione del testo costituzionale, un vero e proprio spirito costituente, che consentì loro di elaborare una Costituzione con alla base principi e valori comuni: l’eguaglianza sostanziale e i diritti sociali, la tutela dei diritti di libertà, la laicità dello Stato, l’equilibrio e il bilanciamento tra i poteri. È per questo che quando si leggono gli articoli della Costituzione italiana si prova un sentimento di identificazione, di riconoscimento, la percezione che si è di fronte non al testo di una parte politica contro le altre, ma alla Costituzione di tutti.
La revisione costituzionale del centro-destra non ha nulla dello spirito costituente descritto. La sua origine non è il frutto di un accordo tra la maggioranza e l’opposizione, ma l’esito di un baratto tra i partiti della maggioranza nell’ambito del quale la Costituzione è stata letteralmente venduta a pezzi.
Per potersi garantire la Presidenza del Consiglio fino alla fine della legislatura e l’approvazione delle ben note leggi ad personam, Berlusconi non ha esitato a concedere, sotto forma di modifiche al testo costituzionale, una sorta di dittatura del premierad Alleanza nazionale e la devolutionalla Lega Nord.
Il testo della riforma, scritto nel chiuso di una baita alpina dai cosiddetti saggi di Lorenzago (alcuni pretesi esperti di diritto costituzionale del centro-destra), è stato presentato in Parlamento sotto forma di disegno di legge del Governo e approvato coi soli voti della maggioranza. Esattamente il contrario di un patto condiviso, anzi un modo per trasformare la Costituzione di tutti nella Costituzione di pochi, un modo per distruggere l’idea stessa di Costituzione.
È nata così questa riforma confusa, pasticciata, di difficile lettura e incredibile complessità. Intendiamo metterne in evidenza gli aspetti più contraddittori e pericolosi, destinati a creare indesiderabili concentrazioni di potere, ma soprattutto una devastante paralisi istituzionale.
Il progetto del testo di revisione nasce, dunque, fuori dal Parlamento, senza un reale confronto tra la maggioranza e l’opposizione, perseguendo una logica di emarginazione delle assemblee parlamentari e con esse, inevitabilmente, dell’opposizione e delle autonomie territoriali. Certamente, vi è sempre il momento dell’iniziativa: nell’Assemblea Costituente ad Egidio Tosato fu affidato il compito di redigere lo schema generale della Costituzione, ma in quanto mandatario sia della maggioranza che dell’opposizione. Sia dalla sua genesi politica, che dal metodo, dunque, l’attuale revisione si caratterizza per una sua vocazione extrapar- 6 lamentare, per la sua nascita fuori dal Parlamento. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, sul finire della XIII legislatura, viene richiamata da alcuni quale precedente che giustifica il modo di procedere della destra, ma le due situazioni sono radicalmente diverse. Anche nel 2001, infatti, vi fu una votazione finale da parte della sola maggioranza di centrosinistra, ma tale votazione aveva ad oggetto un testo che rappresentava il risultato di un lungo lavoro di colloquio tra la maggioranza stessa e l’opposizione, già a partire dalla Commissione bicamerale D’Alema. Solo al momento dell’approvazione finale, in vista delle imminenti elezioni politiche, il centro-destra, allora opposizione, si chiamò strumentalmente fuori. Peraltro, non si possono dimenticare i rapporti intessuti con le Regioni e gli enti locali che si espressero unanimemente a favore della riforma, mentre a questa di oggi sono nettamente contrari: quasi tutti i Consigli regionali hanno richiesto l’indizione del referendum perché si possa dire NO.
3. LA DEMOLIZIONE DELLA FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE: ASSEMBLEA SUPERSOLUBILE E DISPOTISMO DEL PRIMO MINISTRO.
Il costituzionalismo democratico esprime l’idea di Costituzione come un patto condiviso, patto che tutela le minoranze contro gli eventuali abusi della maggioranza e garantisce il bilanciamento dei poteri. Viceversa la controriforma del centro-destra si riallaccia a ideologie del tutto opposte.
Il suo intento generale è quello di potenziare a dismisura il dominio della maggioranza e in particolare del premier che ne sarebbe il padrone assoluto: per esserne consapevoli basta guardare alla disciplina dello scioglimento anticipato della Camera, crocevia qualificante per qualsiasi forma di governo.
Lo scioglimento anticipato delle Camere è oggi un potere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica in funzione di garanzia. È il Capo dello Stato che, tenuto conto delle istanze provenienti dal Parlamento, valuta la possibilità di uno scioglimento anticipato. Detto in altri termini, il delicato potere di sciogliere le Camere normalmente viene utilizzato dal Presidente della Repubblica perché i partiti e il Parlamento non riescono ad esprimere una maggioranza che sostenga il Governo.
L’articolo 88 è stato riscritto dal centro-destra stravolgendo questo istituto: il Presidente della Repubblica dovrebbe necessariamente sciogliere la Camera quando richiesto dal Primo ministro. Il Presidente della Repubblica non emana il decreto di scioglimento solo ove venga presenta- ta e approvata dalla Camera dei deputati una mozione, sottoscritta dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera, nella quale si dichiari di voler continuare nell’attuazione del programma e si indichi il nome di un nuovo Primo ministro. L’articolo 94 dal canto suo prevede che, votando a maggioranza assoluta una mozione di sfiducia al Primo ministro, lo scioglimento della Camera sia automatico, a meno che tale mozione non contenga altresì la designazione di un nuovo Primo ministro e sempre però a condizione che venga approvata dalla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera.
Si tratta di previsioni per alcuni aspetti bizzarre ed astruse, per altri preoccupanti. A norma dell’articolo 88 il Primo ministro che richiede lo scioglimento non avrebbe neanche l’onere di andare a riferire in Parlamento. Dunque, nell’ipotesi in discorso, un procedimento delicato come quello dello scioglimento anticipato, che per sua natura segna una fase di sofferenza istituzionale, viene di fatto reso extraparlamentare e talmente complesso da apparire incerto nei suoi tratti di fondo.
Oggi, con uno scioglimento che da un punto di vista sostanziale trae origine dal Parlamento, il Presidente del consiglio è solo uno dei protagonisti della vicenda. Inoltre, a seconda delle circostanze di fatto, un ruolo più o meno rilevante può essere svolto dai poteri di influenza del Presidente della Repubblica. La proposta in discorso prefigura invece un ruolo meramente notarile per il Capo dello Stato e, soprattutto, una posizione assolutamente preponderante del Primo ministro che ha la possibi- 9 lità di determinare lo scioglimento sulla base di valutazioni o interessi del tutto personali, anche prescindendo dagli orientamenti della stessa maggioranza che lo sostiene.
Altro indizio della inaccettabile cultura politica che sostiene questotest o è ravvisabile nel secondo comma dell’articolo 88, dove si ipotizza che la mozione con la quale viene indicato il nome del nuovo Primo ministro deve essere accompagnata dalla dichiarazione di voler continuare nell’attuazione del programma: si tratta di una previsione tra l’ingenuo e il minaccioso. E’ sicuramente ingenuo ritenere che un programma di governo possa rimanere sempre uguale a se stesso nonostante tutto quello che può accadere nel mondo e in casa nostra; d’altra parte, una simile visione evidenzia ulteriormente quella concezione ipernormativa dell’indirizzo politico che pervade tutto il testo e non può non suscitare apprensione.
Il Primo ministro è eletto, in pratica, direttamente: la nomina da parte del Presidente della Repubblica è un atto dovuto in base ai risultati elettorali e il Primo ministro stesso deve presentarsi alle Camere semplicemente ad esporre il suo programma. Il secondo comma dell’articolo 92, però, non solo dispone un collegamento necessario tra il candidato Primo ministro e i candidati alla Camera, ma prefigura altresì un premio di maggioranza quando afferma che la “legge disciplina l’elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di Primo ministro”. Il Primo ministro è in sostanza inamovibile per la legislatura e il sistema viene chiuso da uno scioglimento della Camera in pratica disposto dal Primo ministro stesso. Infatti, anche la previsione della sfiducia costruttiva non pare sufficiente per evitare uno scioglimento dell’Assemblea, in quanto essa presuppone per la sua validità l’approvazione da parte della stessa maggioranza uscita dalle elezioni. Non è difficile immaginare come si possa neutralizzare una simile previsione: è sufficiente che il Primo ministro “controlli” anche un piccolo gruppo di deputati per evitare il raggiungimento della maggioranza dei voti necessari alla approvazione della sfiducia costruttiva e per determinare quindi, comunque, lo scioglimento della Camera. Siamo di fronte ad una revisione che costruisce un Premier in pratica inamovibile, con un Governo ai suoi ordini e un Parlamento del tutto succube delle sue volontà.
Un’ulteriore dimostrazione di ciò che si afferma risiede nel quinto comma dell’art. 72, che rimette nelle mani del Governo la decisione sull’ordine del giorno della Camera e del Senato. Nessuna assemblea legislativa può accettare che la propria agenda sia decisa dall’esecutivo: l’autonomia della fissazione dell’ordine del giorno fu tra le prime rivendicazioni dei Parlamenti moderni contro l’assolutismo regio. Dunque, è il Parlamento nel suo complesso che viene posto in una condizione di minorità rispetto al Governo e per esso al Primo ministro, facendo così seriamente dubitare che la forma di governo inventata dal centro-destra possa definirsi democratica. E’ chiaro come né il presidenzialismo americano, né la forma di governo britannica contemplino una simile concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo o, per dir meglio, di una carica monocratica, di un uomo solo. Sia chiaro: non nutriamo nessuna diffidenza nei confronti di una forma di governo presidenziale nella quale l’esecutivo fosse eletto direttamente per un periodo predeterminato e fosse altresì dotato di forti poteri; in questa ipotesi però il Parlamento dovrebbe essere attentamente salvaguardato nelle sue prerogative legislative. Del resto anche il Presidente degli Stati Uniti gode soltanto di un potere negativo di veto sulla legislazione, peraltro superabile a maggioranza qualificata, ma non può certamente sciogliere le Camere.
Tra quelle che si potevano immaginare, le ipotesi formulate dalla proposta in oggetto sono forse le più eccentriche rispetto ai principi del costituzionalismo. Riprova che l’ispirazione complessiva della proposta appare volta al conferimento al Primo ministro di un potere privo di qualsiasi efficace bilanciamento, praticamente illimitato. Viceversa, l’essenza del costituzionalismo va individuata proprio nel bilanciamento del potere: questa riforma è “incostituzionale” nel senso più profondo del termine. Essa, infatti, contrasta con lo scopo stesso del costituzionalismo: limitare e bilanciare il potere. Si vuole instaurare una “dittatura” del Primo ministro.
4. LA RIDUZIONE DI RUOLO DEGLI ORGANI DI GARANZIA.
L’assenza di bilanciamento tra i poteri è confermata da un altro grave elemento previsto dalla revisione: la compressione del ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, gli organi di garanzia della nostra Costituzione.
Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, la proposta del centro-destra è volta a fare in modo che i suoi poteri siano ridotti a vantaggio del Governo e del Primo ministro. Uno dei poteri tradizionali affidato al Capo dello Stato consiste nella autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge del Governo in Parlamento. Un potere non determinante, si potrà osservare, ma in realtà significativo perché volto a impedire la presentazione alle Camere di disegni di legge manifestamente incostituzionali.
Per i costituenti era fondamentale rispettare la “dignità” del Parlamento e della Costituzione contro atteggiamenti in un certo qual modo “arroganti” manifestati dal Governo attraverso disegni di legge in palese conflitto col testo costituzionale stesso. Se le modifiche proposte entrassero in vigore anche questo potere del Capo dello Stato – come quello di scioglimento delle Camere - verrebbe meno, nel segno di un ulteriore rafforzamento del Primo ministro.
Ciò che però, se possibile, lascia ancora più perplessi, è la modifica della composizione della Corte costituzionale, che nel nostro ordinamento ha il fondamentale compito di annullare quelle leggi che si pongono in contrasto con la Costituzione. Attualmente, l’art. 135 Cost. stabilisce che dei 15 giudici che la compongono, 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica, 5 sono eletti dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa, 5 sono eletti dal Parlamento in seduta comune.
Ne segue che i giudici più “vicini” alla politica, ovvero quelli di nomina parlamentare, sono solo un terzo: questo ha consentito alla Corte costituzionale, nel corso degli anni, di non farsi trascinare quasi mai nelle polemiche politiche contingenti, ma anzi di guadagnarsi una posizione di grande autorevolezza e di autonomia dalla politica. Tutto ciò è seriamente messo in pericolo dalla riforma costituzionale, che sembra spingere verso una sorta di politicizzazione della Corte facendo saltare l’equilibrio delle nomine. E’ infatti previsto che i giudici rimangano 15, ma sia il Presidente della Repubblica che le magistrature ne eleggerebbero non più 5, ma 4 ciascuno. Gli altri sette giudici costituzionali sarebbero tutti eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 4 dal Senato. In tal modo i giudici di più diretta derivazione politica e partitica aumenterebbero di numero: come si può intuire, vi sarebbe il serio pericolo che la Corte costituzionale si trasformi in una cassa di risonanza delle polemiche politiche. Sarebbe la fine della Corte costituzionale, la fine quindi del nostro giudice delle leggi, ultimo garante del rispetto della Costituzione. 14
5. IL FALSO SENATO FEDERALE, LA DEVOLUTION E L’IMPOSSIBILE ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA.
Se le osservazioni sin qui svolte suscitano allarme per il corretto funzionamento della forma di governo, non minori perplessità la revisione del centro-destra fa nascere per quanto concerne i rapporti tra Stato e Regioni e l’effettivo esercizio della funzione legislativa.
Viene ipotizzato un Senato federale, ma basterebbe ricordare lo sferzante giudizio del Presidente (di centro-destra!) della Regione Lombardia secondo il quale questo Senato avrebbe di federale solo il nome, per svelare un altro pasticcio. Infatti esso non è in grado, per la sua stessa struttura, di assolvere una seppur minima funzione di coordinamento preventivo della legislazione statale e regionale, né di proiettare le regioni al centro. A norma dell’art. 57 i duecentocinquantadue senatori dovranno essere eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Il Senato non sarà dunque costituito da rappresentanti delle Regioni, ma da eletti che non si differenziano in modo significativo da quelli odierni. Veramente poca cosa è la previsione dell’elezione dei senatori contestualmente a quella dei Consigli regionali. Addirittura beffardo suona l’ultimo comma dell’art. 57, secondo cui partecipano all’attività del Senato, per ciascuna Regione, un rappresentante eletto dal Consiglio regionale ed uno eletto dai Consigli delle autonomie locali, tutti senza diritto di voto. Proprio così, senza diritto di voto.
In questo contesto già ambiguo ed incoerente viene ampliata la potestà legislativa esclusiva delle Regioni in materia sanitaria, scolastica e di polizia locale – la cosiddetta devolution– aggravando ulteriormente i problemi di coordinamento con la legislazione statale. Basti pensare alla ancora più difficile conciliabilità con la previsione della lettera m) del secondo comma dell’art. 117, secondo la quale allo Stato spetta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
La devolution esprime, inoltre, una cultura politica in palese contrasto col principio costituzionale di eguaglianza. Alla base dell’eguaglianza vi è infatti l’idea che i diritti civili e sociali debbano essere goduti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, senza che vi possano essere differenze significative tra una Regione e un’altra. In un Paese come l’Italia, nel quale il divario economico tra Nord e Sud è fortissimo, il principio di eguaglianza è uno degli elementi che ha tenuto unite le differenti realtà territoriali. La devolution del centro-destra, al contrario, è ispirata ad un etno-federalismo fondato su un principio di inimicizia non privo di connotazioni razzistiche piuttosto che sul principio della solidarietà nazionale. Trasferire alle Regioni tutta la competenza in materia sanitaria significa, semplicemente, che le Regioni più ricche potranno garantire servizi sanitari di eccellenza; viceversa le Regioni più povere non potranno fare altrettanto. Ancora, con la devolution oltre le prestazioni sanitarie, anche la scuola, tendenzialmente, potrà essere gratuita solo nelle Regioni che potranno finanziarla. È questa l’Italia che vogliamo?
Votare NO al referendum significa difendere diritti sociali fondamentali come la salute e l’ istruzione.
Come se ciò non bastasse, anche altre norme della revisione del centrodestra contribuiscono a instaurare un federalismo confuso e contraddittorio, praticamente ingovernabile. Accanto a quel paradossale Senato di cui abbaimo già parlato, l’art. 118 costituzionalizza la Conferenza Stato-Regioni, organo volto a realizzare la collaborazione tra il Governo e le Regioni. Senza voler negare l’importanza di quest’organo di raccordo, è veramente inaccettabile che la sua costituzionalizzazione avvenga senza prevederne il ruolo e le funzioni. Ma i guasti non si fermano qui. Forse il danno più grave da un punto di vista generale è ravvisabile nel fatto che la proposta rende di fatto impossibile l’esercizio della funzione legislativa da parte dello Stato. Il sistema delineato da un lato non è efficace nel rappresentare le Regioni al centro, dall’altro spinge all’estremo la maggiore complessità che i sistemi federali comunque comportano nell’esercizio della funzione legislativa. L’attuale articolo 70 della Costituzione stabilisce: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Esso verrebbe sostituito da un articolo lungo un’intera pagina di Gazzetta Ufficiale, che detta una disciplina oscura e tanto complessa da rendere pressoché impossibile l’adozione delle leggi.
Proviamo a leggerlo questo nuovo art. 70:
«Art. 70. – La Camera dei deputati esamina i disegni di legge concernenti le materie di cui all’articolo 117, secondo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte della Camera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.
Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di legge concernenti la determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di cui all’articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera dei deputati, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.
La funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalle due Camere per l’esame dei disegni di legge concernenti le materie di cui all’articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e 119, l’esercizio delle funzioni di cui all’articolo 120, secondo comma, il sistema di elezione della Camera dei deputati e per il Senato federale della Repubblica, nonché nei casi in cui la Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o alla legge della Repubblica, di cui agli articoli 117, commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto, 122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e 133, secondo comma. Se un disegno di legge non è approvato dalle due Camere nel medesimo testo i Presidenti delle due Camere possono convocare, d’intesa tra di loro, una commissione, composta da trenta deputati e da trenta senatori, secondo il criterio di proporzionalità rispetto alla composizione delle due Camere, incaricata di proporre un testo unificato da sottoporre al voto finale delle due Assemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono i termini per l’elaborazione del testo e per le votazioni delle due Assemblee.
Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche a un disegno di legge, sottoposto all’esame del Senato federale della Repubblica ai sensi del secondo comma, siano essenziali per l’attuazione del suo programma approvato dalla Camera dei deputati, ovvero per la tutela delle finalità di cui all’articolo 120, secondo comma, il Presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, può autorizzare il Primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato, che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle modifiche proposte.
L’autorizzazione da parte del Presidente della Repubblica di cui al quarto comma può avere ad oggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dalla Camera dei deputati ai sensi del secondo periodo del secondo comma.
I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei deputati, d’intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti, in ordine all’esercizio della funzione legislativa. I Presidenti possono deferire la decisione ad un comitato paritetico, composto da quattro deputati e da quattro senatori, designati dai rispettivi Presidenti.
La decisione dei Presidenti o del comitato non è sindacabile in alcuna sede. I Presidenti delle Camere, d’intesa tra di loro, su proposta del comitato, stabiliscono sulla base di norme previste dai rispettivi regolamenti i criteri generali secondo i quali un disegno di legge non può contenere disposizioni relative a materie per cui si dovrebbero applicare procedimenti diversi».
Anche se qualcuno fosse riuscito a leggere per intero questo art. 70 della proposta, dubito che ne abbia compreso il contenuto normativo, di difficilissima interpretazione anche per gli esperti di diritto costituzionale. Il danno che una norma di questo tipo produce è duplice. Da un lato paralizza, o comunque rende lentissima e farraginosa, la procedura legislativa; dall’altro fa perdere alla Costituzione quella funzione pedagogica che essa esprime grazie a formulazioni semplici, di immediata comprensione e leggibilità, che devono consentire anche ai non addetti ai lavori di capire il significato di una norma costituzionale e di identificarsi con essa. Forse, la stessa maggioranza che l’ha approvato prova un po’ di vergogna per questo testo. Le norme transitorie della riforma prevedono infatti un’entrata in vigore per scaglioni. Le parti relative alla devolution, sulle quali la Lega ha tanto insistito, entrerebbero in vigore subito. Viceversa, le parti relative alla forma di governo e alla forma di Stato - e in particolare quelle che concernono la riduzione del numero dei deputati e dei senatori - entrerebbero in vigore tra dieci anni, ovvero nel 2016!
In realtà, la ragione di questo pasticcio non risiede in un sentimento di vergogna, ma nel fatto che il centro-destra ha avuto difficoltà nel far digerire ai suoi stessi parlamentari la riduzione del loro numero. Il compromesso è stato trovato, perciò, rinviando ad un lontano futuro l’ entrata in vigore delle norme costituzionali più scomode. Altro che spirito costituente!
Ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, si ha la prova della vendita sottobanco della Costituzione: la modifica è stata costruita su misura per i deputati del centro-destra, non certo per il bene del nostro Paese.
6. UNA CONTRORIFORMA EVERSIVA CHE GETTA LE ISTITUZIONI NEL CAOS.
La domanda sul come sia possibile che in Italia, dopo mezzo secolo di Repubblica, Costituzione e democrazia, possano trovare spazio impostazioni che, al di là delle diverse preferenze politiche, porterebbero ad un sicuro blocco delle istituzioni è angosciante. Su questo aspetto bisogna insistere: la proposta del centro-destra porta al caos istituzionale. E’ chiaro, purtroppo, che in questa fase della nostra storia si sommano una serie di fattori che, interagendo tra di loro, formano una miscela davvero minacciosa. Emerge, innanzitutto, un iperdecisionismo senza freni che, estraneo alla cultura della democrazia, percepisce ogni bilanciamento come un impaccio. Ciò si è saldato con la radicata tendenza a considerare la sfera pubblica come il campo dell’ opportunismo. Potere arrogante, servilismo diffuso, pseudo-federalisti, uniti in un patto populistico, hanno dato l’assalto alla Costituzione.
In un sistema privo di bilanciamenti, con una Camera dei deputati debole e un Senato che di federale ha solo il nome, con le Regioni povere sempre più marginali, la legge e la riserva di legge da istituti di garanzia si trasformerebbero nel braccio armato del complesso Capo del governo- maggioranza per colpire le garanzie dei diritti. Qui forse, al di là di notazioni ascrivibili alla psicologia politica, si palesa il vero obiettivo finale e materiale di questa devastazione del costituzionalismo: l’abbattimento dei diritti. La riduzione della rappresentanza politica si accompagnerebbe alla compressione della funzione redistributiva dei diritti sociali. Contro il bilanciamento dei poteri vi sarebbe l’affermazione di una sorta di integralismo di maggioranza, in palese contrasto con il vivificante spirito dell’alternanza. In una democrazia ben organizzata intorno alla possibilità che le parti politiche si alternino al governo c’è bisogno di una maggioranza tollerante, capace di ragionevoli composizioni delle sue ragioni con quelle degli altri, e di un’opposizione paziente, in grado di attendere scadenze previste dall’ordinamento per rigiocare la partita elettorale.
La revisione costituzionale che stiamo analizzando è l’esatto contrario di tutto ciò. Essa, abbassando i livelli del bilanciamento, costruendo il comando di un uomo solo, nega i presupposti della democrazia dell’alternanza.
Chi la propone sembra pensare che l’eletto sia destinato a governare per sempre e che incarni necessariamente il migliore dei governi possibili.
Non possiamo permettere che questa modifica entri in vigore.
È necessario rispondere compatti votando NO al prossimo referendum costituzionale: dire NO a questa modifica significa avere fiducia nel futuro del nostro Paese.
APPENDICE
I costituenti del 1948
La Costituzione repubblicana del 1948 è stata scritta, tra gli altri, da: Giorgio Amendola, Benedetto Croce, Pietro Calamandrei, Alcide de Gasperi, Giuseppe di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Aldo Moro, Costantino Mortati, Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Umberto Nobile, Vittorio Emanuele Orlando, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Paolo Treves, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.
Gli artefici della modifica del 2005
La modifica di ben 53 articoli della Costituzione repubblicana votata dalla maggioranza di centro-destra nel 2005 è stata elaborata da Andrea Pastore, Francesco D'Onofrio, Roberto Calderoli e Domenico Nania, scelti dalle segreterie dei rispettivi partiti (FI, UDC, Lega Nord, AN), riuniti per qualche giorno in una baita di montagna (località Lorenzago).
La proposta di legge costituzionale al vaglio del prossimo referendum popolare è stata approvata, con lasola maggioranza del centro-destra, dalla Camera dei deputati nella seduta del 20 ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 novembre 2005. La procedura per la sottoposizione della proposta di legge a referendum popolare è stata attivata dai parlamentari appartenenti al centrosinistra, dagli elettori attraverso la raccolta di oltre ottocentomila firme, e da quasi tutti i Consigli delle regioni italiane.
Il testo di modifica della Costituzione contiene una complicatissima normativa transitoria che avrebbe l’effetto di far entrare in vigore molte delle sue disposizioni a partire addirittura dalla XVII legislatura (2016). Le modifiche agli articoli 55 (trasformazione del Senato della Repubblica in Senato federale), 56 primo comma, 57 primo e sesto comma (introduzione dei senatori senza diritto di voto), 58 (eleggibilità a senatore), 59 (deputati a vita), 60 primo comma (durata in carica dei deputati), 61 (rinnovo della Camera) si applicano "nella prima legislatura successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale".
In pratica tali norme entreranno in vigore - esito del referendum permettendo - nella XV legislatura (2006-2011), ma si applicheranno dalla XVI legislatura (2011-2016). Il resto (riduzione del numero di deputati e senatori, elettorato attivo e passivo, durata in carica dei senatori e dei consigli regionali) si applicherebbe "per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del Senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo", (dunque, per la XVII legislatura del 2016). Inoltre, "fino all'adeguamento della legislazione elettorale alle disposizioni della presente legge costituzionale trovano applicazione le leggi elettorali per il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati, vigenti al momento dell'entrata in vigore della riforma”: questa clausola potrebbe - facendo venir meno l'attuazione del nuovo bicameralismo - ritardare l'applicazione di numerose altre disposizioni contenute nel progetto. Inoltre, il potere presidenziale di scioglimento della Camera e il rapporto Governo-Parlamento come ridisegnati dalla revisione costituzionale saranno operanti "a decorrere dalla prima legislatura della Camera dei deputati successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della legge costituzionale" (XVI legislatura). La ripartizione delle competenze legislative Stato-regioni sarà invece operante dall'entrata in vigore della riforma.
Nel dettaglio, tra le disposizioni transitorie contenute nell’articolo 53 della legge costituzionale in relazione alla prima applicazione della riforma, si segnala che: a) solo le disposizioni di cui agli articoli 65, 69, 76, 84, 98-bis, 114, 116, 117, 118, 120, 122, 123, 126, terzo comma, 127, 127-bis, 131 e 133 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale al vaglio del referendum popolare, si applicherebbero a decorrere dalla data di entrata in vigore della modifica costituzionale;
b) le disposizioni di cui agli articoli 55, 56, primo comma, 57, primo e sesto comma, 58, 59, 60, primo comma, 61, 63, 64, 66, 67, 70, 71, 72, 73, 74, 77, 80, 81, 82, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 104, 126, primo comma, 127-ter, 135 e 138 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si applicherebbero a partire dalla prima legislatura successiva a quella nel corso della quale entra in vigore la modifica della Costituzione (cioè dalla XVI legislatura 2011-2016). Gli articoli 56, secondo, terzo e quarto comma, 57, secondo, terzo, quarto e quinto comma, 60, secondo e terzo comma, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum costituzionale, si applicherebbero per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo (cioè a partire dalla XVII legislatura del 2016);
c) in sede di prima applicazione dell’art. 135 della Costituzione, come modificato dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare, alla scadenza del mandato dei giudici della Corte costituzionale già eletti dal Parlamento in seduta comune e alle prime scadenze del mandato di un giudice già eletto dalla suprema magistratura ordinaria e di un giudice già nominato dal Presidente della Repubblica, l’elezione dei nuovi giudici sarebbe attribuita alternativamente al Senato federale della Repubblica, integrato dai Presidenti delle Giunte delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, e alla Camera dei Deputati;
d) nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si 26 potrebbero, con leggi costituzionali, formare nuove regioni con un minimo di un milione di abitanti, a modificazione dell’elenco di cui all’articolo 131 della Costituzione, senza il concorso delle condizioni richieste dall’articolo 132 della Costituzione, fermo restando l’obbligo di sentire le popolazioni interessate.
Dove recuperare il testo della modifica costituzionale:
http://www.governo.it/governoinforma/dossier/devolution/index.html
Dove seguire il dibattito:
http://www.referendumcostituzionale.org
http://www.cgil.it/nuovoportale/Documenti/RiformaCostituzionale/default.htm
http://www.repubblica.it/speciale/2005/dossier_devolution/index.html?ref=hppro
Nell'immagine i firmatari: Enrico De Nicola, presidente della Repubblica, Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, Umberto Terracini, Ministro di Grazia e Giustizia: le componenti liberale, democristiana e socialista della Resistenza. La Costituzione è entrata in vigore il 1° gennaio 1948
PRINCIPI FONDAMENTALI
Articolo 1.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Articolo 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Articolo 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Articolo 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Articolo 5.
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
Articolo 6.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Articolo 7.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Articolo 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.
Articolo 9.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Articolo 10.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Articolo 11.
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Articolo 12
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.
PARTE I
DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI
TITOLO I
RAPPORTI CIVILI
Articolo 13.
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.
Articolo 14.
Il domicilio è inviolabile.
Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.
Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.
Articolo 15.
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.
Articolo 16.
Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.
Articolo 17.
I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Articolo 18.
I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Articolo 19.
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.
Articolo 20.
Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.
Articolo 21.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
Articolo 22.
Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.
Articolo 23.
Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.
Articolo 24.
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.
Articolo 25.
Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.
Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.
Articolo 26.
L'estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.
Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.
Articolo 27.
La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.
Articolo 28.
I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.
TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI
Articolo 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.
Articolo 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.
Articolo 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
Articolo 32.
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Articolo 33.
L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.
Articolo 34.
La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
TITOLO III
RAPPORTI ECONOMICI
Articolo 35.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.
Articolo 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Articolo 37.
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.
Articolo 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.
Articolo 39.
L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
Articolo 40.
Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.
Articolo 41.
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Articolo 42.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
Articolo 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
Articolo 44.
Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.
Articolo 45.
La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.
Articolo 46.
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.
Articolo 47.
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.
Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e aldiretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
TITOLO IV
RAPPORTI POLITICI
Articolo 48.
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tal fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.
Articolo 49.
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Articolo 50.
Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.
Articolo 51.
Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.
La legge può, per l'ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica.
Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.
Articolo 52.
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l'esercizio dei diritti politici.
L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.
Articolo 53.
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Articolo 54.
Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.
CAMERA DEI DEPUTATI:
La Camera sarà l'organo politico e sarà costituito da 518 deputati (oggi sono 630), di cui 18 eletti nelle circoscrizioni estere, oltre ai deputati a vita, nominati dal capo dello Stato, che potranno essere al massimo tre. Di diritto gli ex presidenti della Repubblica. L'età minima per essere eletti scende a 21 anni (adesso è 25). La Camera è eletta per cinque anni. Le Commissioni d'inchiesta istituite dalla Camera avranno gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria; la loro presidenza sarà assegnata all'opposizione.
SENATO FEDERALE: I senatori saranno 252 (oggi sono 315), eletti in ciascuna Regione insieme all'elezione dei rispettivi consigli regionali. A questo numero si sommeranno i 42 delegati delle Regioni, che partecipano ai lavori del Senato federale senza diritto di voto: due rappresentanti per ogni regione più due per le Province autonome di Trento e Bolzano. Sarà eleggibile chi ha 25 anni (oggi 40 anni). Con la proroga dei Consigli regionali e delle province autonome sono prorogati anche i senatori in carica.
CAPO DELLO STATO: Il presidente della Repubblica non è più il rappresentante dell'unità nazionale, ma «rappresenta la Nazione ed è garante della Costituzione e dell'unità federale della Repubblica». Sarà eletto dall'Assemblea della Repubblica, presieduta dal presidente della Camera dei deputati e composta da tutti i parlamentari, i governatori e i delegati regionali. Può diventare presidente della Repubblica chi ha compiuto 40 anni (oggi 50). Il capo dello Stato è eletto a scrutinio segreto con la maggioranza dei due terzi dei componenti l'Assemblea della Repubblica. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei componenti. Dopo il quinto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. Il capo dello Stato indice le elezioni della Camera e quelle dei senatori. Nomina i presidenti delle Autorità indipendenti, il presidente del Cnel e il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) nell'ambito dei componenti eletti dalle Camere.
PREMIERATO: Non c'è più il presidente del Consiglio, ma il Primo ministro. Nomina e revoca i ministri (adesso spetta al capo dello Stato, su proposta del premier), determina (e non più «dirige») la politica generale del governo e dirigerà l'attività dei ministri. Il Primo ministro non dovrà più ottenere la fiducia dalla Camera, ma dovrà soltanto illustrare il suo programma sul quale la Camera dei deputati esprimerà un voto. Inoltre potrà porre la questione di fiducia e chiedere che la Camera si esprima «con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alle proposte del governo». In caso di bocciatura deve dimettersi. Il Primo ministro viene eletto mediante collegamento con i candidati ovvero con una o più liste di candidati, norma che consente l'adattamento sia al sistema maggioritario che a quello proporzionale.
NORMA ANTI-RIBALTONE E SFIDUCIA COSTRUTTIVA: In qualsiasi momento la Camera potrà obbligare il Primo ministro alle dimissioni, con l'approvazione di una mozione di sfiducia firmata almeno da un quinto dei componenti (ora è un decimo). Nel caso di approvazione, il Primo ministro si dimette e il presidente della Repubblica decreta lo scioglimento della Camera. Il Primo ministro si dimette anche se la mozione di sfiducia è stata respinta con il voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni. Garante di questa maggioranza sarà il presidente della Repubblica, che richiederà le dimissioni del Primo ministro anche nel caso in cui per il voto favorevole a una questione di fiducia posta dal Primo ministro sia stata determinante una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne. Entra in Costituzione anche la mozione di sfiducia costruttiva: i deputati appartenenti alla maggioranza uscita dalle urne, infatti, possono presentare una mozione di sfiducia con la designazione di un nuovo Primo ministro. In tal caso il premier in carica si dimette e il capo dello Stato nomina il Primo ministro designato nella mozione.
DEVOLUTION: Le Regioni avranno potestà legislativa esclusiva su alcune materie come assistenza e organizzazione sanitaria; organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche; definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; polizia amministrativa regionale e locale. Tornano a essere di competenza dello Stato la tutela della salute, le grandi reti strategiche di trasporto e di navigazione di interesse nazionale, l'ordinamento della comunicazione, l'ordinamento delle professioni intellettuali, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell'energia, l'ordinamento di Roma; la promozione internazionale del made in Italy.
INTERESSE NAZIONALE E CLAUSOLA DI SUPREMAZIA: L'interesse nazionale prevede che il governo, qualora ritenga che una legge regionale pregiudichi l'interesse nazionale della Repubblica, invita la Regione a rimuovere le disposizioni pregiudizievoli. Se entro 15 giorni il Consiglio regionale non rimuove la causa del pregiudizio, il governo entro altri 15 giorni sottopone la questione al Parlamento in seduta comune che con maggioranza assoluta può annullare la legge. Il presidente della Repubblica entro i successivi 10 giorni, emana il decreto di annullamento. La clausola di supremazia, invece, prevede che lo Stato può sostituirsi alle Regioni, alle città metropolitane, alle Province e ai Comuni, nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica ovvero quando lo richiedano la tutela dell'unità giuridica o economica o i livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali.
ITER LEGISLATIVO: La Camera esamina i disegni di legge riguardanti le materie che il nuovo articolo 117 affida alla legislazione esclusiva dello Stato. Dopo l'approvazione il Senato federale può proporre modifiche entro trenta giorni sulle quali sarà comunque la Camera a decidere in via definitiva. All'Assemblea di Palazzo Madama spetterà l'esame e la parola definitiva, invece, sui provvedimenti riguardanti le materie concorrenti. Le questioni di competenza tra le due Camere sono risolte dai presidenti delle Camere o da un comitato paritetico, composto da quattro deputati e da quattro senatori, designati dai rispettivi presidenti. La decisione dei presidenti o del comitato non è sindacabile in alcuna sede. Per alcune materie comunque resta il procedimento bicamerale. In caso di disaccordo tra le due Camere, il testo sarà proposto da una commissione, composta da trenta deputati e da trenta senatori, convocata dai presidenti delle Camere, e sottoposto al voto finale delle Assemblee.
CLAUSOLA DI ESSENZIALITÀ: Se il governo ritiene che proprie modifiche a un disegno di legge, sottoposto all'esame del Senato, siano essenziali per l'attuazione del suo programma approvato dalla Camera, il presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, può autorizzare il Primo ministro a esporne le motivazioni al Senato federale che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera dei deputati che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle modifiche proposte. I disegni di legge del governo avranno comunque una via preferenziale nel calendario dei lavori delle Camere. Se l'esecutivo lo richiede, verranno iscritti all'ordine del giorno e votati entro tempi certi.
PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ: La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato, che esercitano le loro funzioni secondo i principi di leale collaborazione e sussidiarietà.
ROMA CAPITALE: Roma è la capitale della Repubblica e dispone di forme e condizioni particolari di autonomia, anche normativa, nelle materie di competenza regionale, nei limiti e con le modalità stabiliti nello Statuto della regione Lazio.
FEDERALISMO FISCALE: Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di riforma costituzionale sarà assicurata l'attuazione del federalismo fiscale. Sono fissati dei limiti per cui in nessun caso l'attribuzione dell'autonomia impositiva alle Regioni, alle Province, alle città metropolitane e ai Comuni può determinare un incremento della pressione fiscale complessiva. Inoltre, viene inserito il concetto di sussidiarietà fiscale: il cittadino su alcune spese come a esempio quelle di mantenimento dei figli, invece di pagare le tasse per richiedere poi il rimborso a livello regionale, può detrarle direttamente dalla dichiarazione dei redditi.
CORTE COSTITUZIONALE: Aumentano i giudici di nomina parlamentare nella Corte Costituzionale. La Consulta sarà composta da 15 giudici: quattro nominati dal presidente della Repubblica, quattro dalle supreme magistrature ordinaria e amministrative; tre giudici sono nominati dalla Camera dei deputati e quattro dal Senato federale della Repubblica integrato dai governatori. È previsto che, concluso il mandato, nei successivi tre anni non si possano ricoprire incarichi di governo, cariche pubbliche elettive o di nomina governativa o svolgere funzioni in organi o enti pubblici individuati dalla legge.
CSM: I componenti del Csm, oltre a quelli eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, sono eletti per un sesto dalla Camera dei deputati e per un sesto dal Senato federale della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio. La Costituzione attualmente, invece, prevede che siano eletti per un terzo dal Parlamento in seduta comune. Il presidente della Repubblica nomina il vice presidente del Csm nell'ambito dei componenti eletti dalle Camere.
ENTRATA IN VIGORE: La nuova Costituzione entrerà in vigore in tempi diversi. Devolution, interesse nazionale e clausola di supremazia saranno effettivi subito con l'entrata in vigore della riforma, mentre per il resto dipenderà da quando si terrà il referendum confermativo. Se questo sarà fatto prima delle prossime elezioni politiche, le norme entreranno in vigore dalla nuova legislatura, però il Senato federale sarà effettivo nella sua composizione solo dal 2011. Invece, se il referendum si terrà dopo le elezioni politiche del 2006, la riforma entrerà in vigore nel 2011 e il Senato federale sarà effettivo solo dal 2016.
da il "Corriere.it"
Una storia italiana
Una legge regionale per un solo comune (forse due), un canale di 7 km, una modifica del Piano di assetto idrogeologico: solo per favorire un’operazione immobiliare di Paolo Berlusconi, fratello del più noto Silvio, già Presidente del consiglio della Repubblica italiana.
I giornali di questi giorni parlano della legge che la Regione Lombardia sta approvando:una legge che, riducendo da 5 a 3 anni la durata della norme di salvaguardia sugli strumenti urbanistici adottati, consente di realizzare una grossa operazione immobiliare (Monza Due) su terreni di Paolo Berlusconi. È una prassi italiana, che il Parlamento nazionale ha dismesso da quando è stato rinnovato ma che nella Regione Lombardia ancora vige: la prassi delle leggi
ad personam.
Leggendo la cronaca de la Repubblica, e poi la lettera dell’assessore all’urbanistica di Monza Alfredo Vigano, e poi l’appello ai consiglieri regionali delle associazioni ambientaliste, ci siamo ricordati un servizio bellissimo di Report, l’ottima trasmissione di Rai Tre diretta da Milena Gabanelli. Raccontava come un canale di 7 km a spese della collettività (progettato ma non realizzato) e una modifica del Piano di assetto idrogeologico avessero reso edificabile un’area di proprietà del fratello dell’allora Premier.
È difficile trattenere il sentimento di disgusto e d’indignazione, di rabbia. Aiuta a farlo ricordare le parole del poeta Paul Éluard, “il nous faut drainer la colère”, dobbiamo incanalare la collera (nella poesia Les sept poèmes d'amour en guerre): tradurla in denuncia, protesta, azione e proposta culturale e politica. Intanto, documentare: è ciò che facciamo, e continueremo a fare.
Per ora, inseriamo qui sotto l'articolo più recente, che inquadra la vicenda. Poi alleghiamo in formato .pdf una lettera dell'assessore Viganò e l'appello delle associazioni ambientaliste, e infine lo stralcio dal servizio di Report (qui il link al testo integrale).
La Repubblica, 23 maggio 2006
Urbanistica, Pronta la legge a favore di Paolo Berlusconi
di Andrea Montanari
La Regione impone la modifica della legge urbanistica per favorire a Monza il progetto edilizio di Paolo Berlusconi alla Cascinazza, l’opposizione insorge e fa saltare il consiglio regionale, che rinvia la seduta alla prossima settimana. Protesta il sindaco di Monza Michele Faglia, che ieri ha scritto al governatore Roberto Formigoni. «Se non bloccherà tutto - spiega - dimostrerà di essere succube non solo di Paolo Berlusconi, ma di tutti gli interessi che vogliono mettere le mani su un’area protetta. Non sarò mai il sindaco del sacco edilizio di Monza. Se i monzesi non sono d’accordo l’anno prossimo si scelgano un altro sindaco».
Il presidente della commissione Territorio di Forza Italia Marcello Raimondi si difende: «È solo una modifica tecnica, non c’è nessun interesse in gioco». Ma i Ds in Regione insistono. «Per l’ennesima curiosa coincidenza - denuncia il consigliere regionale della Quercia monzese Pippo Civati - un provvedimento apparentemente tecnico apre la strada alla costruzione di quasi 400mila metri cubi in un’area ora considerata sicura dalle esondazioni del Lambro solo perché è stata ipotizzata la realizzazione di un canale scolmatore che costerà 170 milioni di euro».
La vicenda è al centro di un’annosa polemica. La società Istedin di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex presidente del Consiglio, ha presentato anni fa un piano di lottizzazione su un’area di 388mila metri cubi. Il progetto di legge presentato ora della maggioranza chiede di ridurre da cinque a tre gli anni entro i quali non si può costruire, in contrasto con un piano regolatore già adottato. Tecnicamente questo periodo, oggi di cinque anni, si definisce salvaguardia. Se passasse, la modifica di fatto annullerebbe gli effetti della variante al piano regolatore approvata nel 2002 dalla giunta monzese, allora di centrodestra, che riduceva a soli 200mila metri cubi l’area edificabile. Mentre a Monza rimarrebbe in vigore solo il vecchio piano regolatore del 1971, che non prevede limiti. In questo modo, la Istedin di Paolo Berlusconi non avrebbe più ostacoli e potrebbe lottizzare tutti i 388mila metri cubi del terreno della Cascinazza ora destinato al verde. E con lei altre società in altre aree, per un totale di un milione di metri cubi. Il provvedimento, che ha ottenuto l’avvallo anche dall’assessore regionale al Territorio leghista Davide Boni, dopo lo stop di ieri slitterà alla prossima settimana. Per questo, l’Unione, che ha già presentato oltre ottocento emendamenti, sottolinea che al momento «il pericolo è solo rinviato».
È una vicenda assurda. Comincia con una discussione a «L'Infedele» di Gad Lerner cui è invitato fra gli altri Alberto Asor Rosa. E' da poco uscito un suo libro, La guerra che, riprendendo un tema già toccato nel saggio sull'Apocalisse, sostiene che la belligeranza e la persecuzione dell'altro sono iscritte nel genoma maledetto dell'occidente. Al quale egli contrappone l'ebraismo, antitesi, «oriente». Basta sfogliare il libro per coglierne il filo. Ma ecco che uno degli astanti lo accusa di avere usato una volta la parola «razza» invece che «nazione» ebraica. E' vero che il Novecento ha dato al termine una eco terribile. Ma il contesto dell'intero volume rende impensabile che Asor Rosa la utilizzi in senso, appunto, razzista. Tantomeno antiebraico. Eppure di qui ad accusarlo di antisemitismo il passo è breve. Tanto più che ha anche scritto che a quel popolo di perseguitati è accaduto di diventare persecutore.
Apriti cielo. Qui non è più una parola ambigua, è una constatazione dolorosa che per gli attuali leader della comunità ebraica italiana è intollerabile. Differentemente da quelli che l'hanno preceduta - la generazione antifascista di Elio Toaff, Tullia Zevi, Amos Luzzatto - essi non concepiscono differenza alcuna fra ebraismo e governo di Israele, le cui scelte sono sacre e intoccabili. Ogni critica nasconderebbe una (inconfessata) volontà di distruzione di quello stato. Sarebbe oggettivamente fascista, filoaraba, anzi oggi terrorista.
Un paio d'anni fa successe alla sottoscritta di essere assediata perché si teneva una riunione noglobal in preparazione del forum sociale europeo in una scuola dismessa dell'ex ghetto di Roma. Una folla tumultuosa, agitata da qualcuno che ci additò come terroristi antisemiti in quanto filopalestinesi, ci voleva prendere a pietrate. Aspetto ancora le scuse del professor Di Segni. Figuriamoci quando una settimana fa viene in mente a Oliviero Diliberto che Asor Rosa sarebbe un buon ministro dell'Università - il Pdci è il solo partito che non chiede posti per i suoi. Il nuovo leader della comunità ebraica, Morpurgo, che manifestamente non ha letto La guerra ma ha sentito quel torbido vociare, protesta vivacemente sul Corriere. Un così tremendo antisemita nel governo! Ha un bel protestare a sua volta, e con fin troppo pazienti argomentazioni, e sul Corriere medesimo, il nostro professore. Fassino, che pure lo conosce e sa bene che uomo è, finge di spaventarsi e spaventa, pare, Romano Prodi. In breve exit Asor Rosa, ministro sarà Fabio Mussi. Penso che Mussi sarà un buon ministro, sono sicura che per Asor Rosa è una grana di meno, ha da scrivere e scrivere. Ma è ben amaro quel che si lascia dire su di lui, e così a vanvera, e così contro il vero. Nessuno ha aperto bocca. E sarebbe finita così se qualche giorno dopo non fossero apparse nientemeno che su l'Unità due colonne a firma di Victor Magyar che più stolte e velenose non potrebbero essere. Magyar passa per un uomo di sinistra. Si presume che, meno impegnato di Morpurgo, Fassino e Prodi, abbia letto La guerra. No. Asor Rosa, scrive, è un razzista, un antisemita, frascheggia con i negazionisti e con Auschwitz.
Adesso basta. Questa è una canagliata. Non ha a che vedere con la politica il dare dell'antisemita a chiunque critichi Israele. Soltanto una immensa sofferenza, nessun diritto divino ha dato a quel popolo una terra dove può sentirsi al sicuro da persecuzioni secolari. Ma né le grandi potenze ieri né l'Europa si sono date cura di compensare i palestinesi perché gli era tolta una terra che avevano ragione di considerare loro. Penso che portiamo una responsabilità se la lotta fra Israele e Palestina è diventata atroce. Penso che il Muro non è meno odioso di quello di Berlino, che Ehud Olmert ha meno coraggio dell'ultimo Sharon ma nessuno dei due è stato o è un giusto, che i kamikaze sono ferocemente disperati e gli omicidi mirati di Tsahal sono solo feroci, e via. Leggo che da un paio di giorni le coppie miste - di sangue? di religione? - sono obbligate a lasciarsi o lasciare Israele. Insomma è una tragedia sulla quale ho non solo diritto ma dovere di esprimermi. Che nessuno si permetta di darmi dell'antisemita. Non a gente come Asor Rosa, come me.
Dice bene il regista Moretti: non è cambiato nulla, il paese è sempre sotto l´ala nera di una ondata reazionaria, nemica della democrazia e della giustizia, pronta all´attacco dello Stato e delle istituzioni, pronta soprattutto a considerare i galantuomini come nemici, gli onesti come colpevoli. Alla notizia che Francesco Saverio Borrelli era stato nominato capo dell´ufficio indagini della Federazione del calcio, l´Italia berlusconiana compatta è scesa in campo per accusarlo, in mancanza di delitti compiuti, delle peggiori intenzioni quali giustizialismo sovversivo, interdizione e ricatto verso l´Italia sportiva onesta che sarebbe quella dei notabili ladri e mafiosi del calcio.
Incredibile? Incredibile no ma salutare per capire che la partita non è ancora chiusa, che il recupero della democrazia è ancora da cominciare. Il modo di ragionare o sragionare è sempre lo stesso di Mani pulite e della gestione governativa di Berlusconi: l´esercizio della giustizia, ordinaria come sportiva, è una congiura politica con cui gli "assassini" comunisti e i loro utili idioti cercano di instaurare la loro dittatura.
Non importa che le indagini giudiziarie su Bettino Craxi e sui corrotti della prima Repubblica siano giunte a processi regolari, ritenuti tali dall´Alta corte di giustizia europea, non importa che la refurtiva dei loro furti sia stata recuperata nei caveaux delle banche svizzere o lussemburghesi, bisogna continuare a dire a gridare che Mani pulite fu una operazione premeditata per eliminare, per spezzare il fronte moderato italiano che sino allora aveva governato saggiamente l´Italia e impedito che cadesse nelle mani sanguinanti di una dittatura rossa. I ladri, i mafiosi, i corrotti e corruttori? Specchietti per le allodole, falsi scopi, inganni per il popolo bue, dietro i quali si muoveva implacabile l´armata dei rossi e dei loro stolti alleati. La nomina di Borrelli a dirigere le indagini sul grande scandalo del calcio è la cartina di tornasole, il reagente chimico, la prova della verità, la caduta delle menzogne, il re nudo del popolo berlusconiano che "non molla", che non tollera ritorni alla giustizia, che concepisce la democrazia solo come alleanza delle cosche più forti e più ricche. Eccoli lì tutti schierati come ai bei tempi in cui si gridava allo scandalo di Mani pulite, all´inaudito oltraggio che veniva compiuto perseguendo personaggi altolocati, politici e banchieri, finanzieri e poliziotti presi con le mani nella marmellata o come il povero Chiesa mentre facevano scomparire le banconote nel water del Pio Albergo Trivulzio.
Ecco dietro Berlusconi («Si sono scelti l´arbitro di fiducia») in prima fila Fabrizio Cicchitto, che non ci crederete ma apparteneva alla sinistra lombardiana, era per la politica etica per la epurazione dei ladri e ora alza il suo lamento se con la nomina di Borrelli «si ritorna al giustizialismo che ci ha deliziato negli anni Novanta», cioè se si ritorna ad essere per Lombardi e non per Craxi. E´ contro anche Maurizio Gasparri il missino che legiferava sulla televisione con l´approvazione di Silvio. Ha detto: «Io sono della Roma, se fossi del Milan sarei preoccupato». Capito? Per lui Borrelli un magistrato che per una vita ha onorato la magistratura sarebbe uno scelto da Guido Rossi per far carte false contro la squadra di Berlusconi. Che di cadaveri nell´armadio deve averne non pochi se grida che i «comunisti si sono impadroniti del calcio». Ci sono nella nostra politica dei nani che colgono ogni occasione per alzare il capino e far vedere che esistono. Uno è Marco Taradash esponente dei non meglio conosciuti Riformatori liberali. Lui è del disinteressato parere che le nomine di Guido Rossi a commissario straordinario della Federazione del calcio e della Melandri a ministro dello Sport abbiano uno scopo preciso «mettere le mani sul calcio e tentare di orientare politicamente le emozioni che la passione calcistica suscita. La nomina di Borrelli amplia la natura dello scontro. Non c´è ingenuità in questo ma voglia di rivincita politica con regole truccate e l´arbitro compare». Ha ragione Moretti: il berlusconismo che "non molla" è ancora fra di noi, nei giornali nelle televisioni nei due rami del Parlamento. Con le tecniche di sempre: l´arroganza, la certezza di essere detentori del potere, la diffamazione degli avversari.
Che cosa vuol dire il missino La Russa quando afferma che Borrelli è «persona preparata ma con un bagaglio di polemiche non marginali il quale può prefigurare una sorta di occupazione dello sport». Semmai diciamo noi potrebbe prefigurare una disoccupazione, un chiarimento visto che il Milan ha piazzato come presidente della Lega il suo amministratore Galliani, di Berlusconi fidato secondo.
«In Italia torna l´uso politico della Giustizia» afferma Gianfranco Rotondi segretario di una Democrazia Cristiana che francamente pensavamo defunta, super berlusconiano. E non poteva mancare la Santanché che attribuisce a Borrelli il motto «retrocedere, retrocedere, retrocedere» per dire che è stato chiamato a quel posto per punire la squadra di Berlusconi... Poteva mancare Stefania Craxi? «Mi auguro che non compia gli stessi errori che ha compiuto quando commissariava il mondo della politica». Quali errori? Quelli di scoprire i conti segreti del socialismo craxiano in Svizzera o i miliardi affidati a un barista di Portofino perché li portasse in Costarica? Non è cambiato nulla in Italia. Contro Borrelli quelli di sempre, con Borrelli quelli che stavano al suo fianco come Gerardo D´Ambrosio: «Sarà sicuramente all´altezza dell´incarico che gli è stato assegnato come ha fatto in passato. In analoghe circostanze si comportò benissimo». Già ma è proprio per questo che non è gradito a lor signori.
Del Boca: "Le stragi fasciste in Etiopia rimosse per volontà politica"
di Anais Ginori
Una strage dimenticata che riaffiora insieme agli orrori commessi dall’esercito italiano in Etiopia. La foiba abissina scoperta da uno studioso di Torino, Matteo Dominioni, e raccontata ieri da , rilancia la polemica sui massacri commessi durante l’avventura colonialista di Mussolini. Tra il 9 e l’11 aprile 1939 a Debra Brehan, 100 chilometri a nord di Addis Abeba, furono fucilati e avvelenati con i gas centinaia di guerriglieri che si erano rifugiati in una grotta insieme alle loro famiglie. Donne, vecchi, bambini. Mille morti, almeno. «Ed è soltanto uno dei tantissimi massacri che devono essere pienamente indagati» racconta Angelo Del Boca, il maggior storico del colonialismo italiano che nel suo ultimo libro, Italiani, brava gente?, ha invitato l’Italia repubblicana ad ammettere i crimini di quegli anni.
Nel massacro di Debra Brehan furono usati contro la popolazione gas e persino lanciafiamme. Come spiegare una tale ferocia?
«Alla fine del 1938 la resistenza abissina era ancora fortissima e Mussolini era molto scontento di come stavano andando le cose nell’Africa Orientale. Il Duce voleva una repressione ancora più violenta. I gas iprite e fosgene furono usati in maniera continuativa durante la guerra».
Perché settant’anni dopo la nostra memoria rimuove ancora episodi come questo?
«La mia prima ricerca del 1966 sui massacri in Etiopia fu accolta in maniera disastrosa da gran parte del mondo politico. Non solo dai fascisti e neo-fascisti ma anche dagli ambienti conservatori per cui certe cose non si possono dire perché siamo, appunto, brava gente».
Adesso siamo pronti a riscrivere la storia?
«E’ un lento cammino. Fino agli Ottanta nei libri di scuola si parlava ancora di "battaglia di civilizzazione". Adesso la storiografia è più moderata ma certo non si fanno studiare ai ragazzi stermini come questo».
E invece ci sarebbero tanti altri eccidi da raccontare.
«Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di iprite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Uno degli episodi più gravi fu il massacro nella città santa di Debre Libanos dove nel maggio 1937 furono uccise quasi duemila persone, in gran parte preti, sacerdoti e pellegrini».
Pensa che il governo etiope dovrebbe chiedere un risarcimento?
«Credo sia impossibile. Alla fine degli anni Cinquanta, quando sono state ristabilite le relazioni tra l’Italia e l’Etiopia, il nostro governo costruì una diga e versò dei soldi come risarcimento. Non era certo una somma che pagava i 300mila morti della guerra ma fu comunque un atto simbolico».
Continuerà a indagare su questi crimini della colonizzazione?
«Per anni l’archivio del ministero degli Esteri è stato inaccessibile. Soltanto quando al centro di documentazione è arrivato Enrico Serra, un partigiano come me, sono riuscito a fare le mie ricerche. Lo Stato rende difficile il lavoro d’indagine sul colonialismo, ci sono ancora migliaia di faldoni intonsi proibiti agli studiosi. E chissà quante cose potremmo scoprire se solo ci fosse la volontà di fare luce sul nostro passato».
Il coraggio di indagare sui fantasmi del passato
di Antonio Cassese
Sul massacro di etiopi compiuto nel 1939 a Debre Birhan dalle truppe italiane il diritto ha poco da dire. La Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra e il Protocollo del 1925 sulle armi chimiche non si applicavano che alle guerre internazionali, mentre il massacro avvenne nel quadro di una guerra civile: la Potenza colonialista cercava di spegnere nel sangue un’insurrezione, in un territorio che, seppur conquistato a seguito di un’aggressione contraria al Patto della Società delle Nazioni, rimaneva tuttavia sottoposto all’autorità italiana, come territorio coloniale. E’ dubbio poi che le truppe italiane avessero violato le norme italiane, assai permissive in materia di lotta all’insurrezione. Le norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei civili in tempo di conflitto armato interno non esistevano ancora. L’unica conclusione amara per il giurista è che la sovranità degli Stati rimaneva ancora sconfinata e nessun limite era posto dalle regole internazionali all’arroganza e all’arbitrio delle grandi e medie Potenze. Consoliamoci pensando che da allora si sono fatti straordinari progressi, almeno sul piano della stigmatizzazione normativa e della criminalizzazione. Oggi quelle atrocità sono almeno vietate, e possono essere punite.
Che fare dunque, dopo la scoperta di questo specifico massacro? (altri sono noti e li ha documentati, tra gli altri, lo storico Del Boca). A mio giudizio una risposta dignitosa si potrebbe articolare lungo varie direttrici. Anzitutto, il Presidente del Consiglio dei ministri dovrebbe nominare una commissione di pochi storici, ma indipendenti e di grande valore (quale che sia la loro affiliazione politica o ideologica), perché esaminino con acribìa ciò che è avvenuto in Etiopia in quel periodo, e preparino una documentazione ed un’analisi rigorose. In secondo luogo, le nostre autorità dovrebbero diffondere nelle scuole una maggiore conoscenza del colonialismo italiano. Ad esempio, Del Boca si è chiesto più volte perché non venga proiettata l’inchiesta televisiva della Bbc "Fascist Legacy", acquistata e mai trasmessa. Il Governo italiano potrebbe poi costruire un museo della memoria, per documentare le azioni del nostro colonialismo ed il modo in cui sono stati sterminati circa 300.000 etiopi tra il 1935 ed il 1939.
Dovremmo inoltre destinare una somma considerevole per "risarcire" moralmente l’Etiopia. Non si tratta di pagare danni di guerra (tra l’altro, abbiamo già versato all’Etiopia sei milioni di sterline, contro i 184 milioni richiesti) o indennizzi alle vittime. Si tratta di un’opera spontanea ed unilaterale di espiazione morale, che potrebbe consistere nel costruire ospedali, scuole e strade in Etiopia, consentire a giovani di quel paese di ottenere gratuitamente un addestramento professionale in Italia, e prestare in Italia cure mediche sofisticate a malati gravi.
Infine, dovremmo ispirarci al modo esemplare con cui la Germania ha reagito al nazismo: a differenza ad esempio del Giappone, quel paese ha saputo scavare a fondo nel proprio passato recente, documentandolo, facendolo conoscere ai giovani, erigendo musei e monumenti alla memoria. Soprattutto, la Germania ha capito che uno dei modi più efficaci di riscattarsi dalle proprie colpe consiste nell’adoperarsi fattivamente perché né le autorità tedesche né altri Stati commettano in futuro quei crimini. E così la Germania ha adottato importanti iniziative internazionali per promuovere e diffondere la giustizia penale e prevenire e punire crimini contro l’umanità. Facciamo altrettanto, avanzando idee e proposte in sedi internazionali quali l’Onu, il Consiglio di Europa e l’Unione Europea. Daremo così un piccolo contributo allo sforzo immane, che la comunità internazionale sta da qualche anno intraprendendo, di evitare il ripetersi di crimini intollerabili.
Con che faccia il presidente del Consiglio avrebbe potuto inaugurare oggi in pompa magna l’Alta Velocità tra Roma e Napoli, dopo il grave incidente ferroviario di Roccasecca, proprio sulla direttrice Sud? Così, l’evento a lungo annunciato, cui avrebbero dovuto partecipare anche i ministri Pietro Lunardi e Giulio Tremonti, in una sorta di inaugurazione della campagna elettorale all’insegna del motto berlusconiano «Io sto cambiando l’Italia», è stato annullato all’ultimo momento.
Perché sembra che purtroppo l’Italia non cambi mai, persa tra sogni di Grandi Opere, di tecnologie, di piramidi infrastrutturali, di velocità supersoniche, di miliardi di euro mostrati sulla carta in diretta televisiva e, nella realtà, di carrozze ferroviarie piene di zecche, se non di scorpioni, che si accartocciano facendo morti e feriti oltre un semaforo rosso.
Se oggi fosse riuscito a tagliare il nastro della prima «opera di regime» giunta, secondo lui, a compimento, se a Roccasecca non si fosse accartocciato quel treno di viaggiatori a Bassa Velocità, Silvio Berlusconi non si sarebbe fermato a Eboli, ma un po’ più a nord, ad Afragola.
E’ lì, nella cittadina campana che ridente non si può dire, nonostante abbia dato i natali ad afragolesi illustri come Domenico De Stelleopardis, superiore provinciale dei Domenicani nel Regno delle Due Sicilie, e a Luigi Ciaramella, il podestà fascista più longevo d’Italia, che c’è il «nodo finale». E’ lì che il sogno dell’Alta Velocità diventa, more solito, Alta Lentezza, che sarebbe persino tollerabile se non facesse morti e feriti.
Da Afragola a Napoli si va piano piano. La Ferrari Colosseo-Vesuvio su rotaie, che in campagna elettorale avrebbe dovuto essere un cavallo di battaglia, la prova del motto «sto cambiando l’Italia», il motto che lunedì sera il Berlusconi furioso non è riuscito a dimostrare a «Porta a Porta», nonostante i «foglietti» contenenti su carta le Grandi Opere e gli «aiutini» del bravo presentatore, rimane il sogno o lo spot che di volta in volta s’infrange su vecchie tradotte sventrate, su inchieste ordinate dai ministri che non si concludono mai. Errore umano o guasto meccanico? Ad Afragola, il «nodo finale» è la stazione «a ponte», disegnata dall’architetto Zaha Hadid. Semplicemente, non c’è. Se tutto va bene sarà pronta tra il 2008 e il 2010, ma tra imprevisti, aggiornamento-costi e camorra, è piuttosto difficile. Ergo, la Ferrari su rotaia immatricolata dal ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, notoriamente più veloce di parola che di pensiero, s’imballa e diventa una Fiat 500 prima serie, quelle con gli sportelli che si aprivano controvento, a Gricignano, 19,6 chilometri a nord di Napoli. Luca Montezemolo, poveretto, non può fare sempre lo scettico blu e così ha avallato, nel viaggio di prova di qualche giorno fa, la felice immagine del ministro detto il «Talpa», per la passione quasi erotica che nutre per le gallerie, della Ferrari da 300 chilometri all’ora. Ma, ahimè, non c’è solo il «nodo finale» di Afragola, c’è anche un «nodo iniziale».
Montezemolo abita ai Parioli e per provare l’ebbrezza della Ferrari su rotaia dovrà spingere l’acceleratore tra i pendolari della «Fr2», la ferrovia normale che collega Roma a Tivoli, perché la stazione «a ponte» di Roma Tiburtina, disegnata dall’architetto Paolo Desideri, non c’è.
Stamane, se tutto fosse andato bene e se a Roccasecca quel treno normalissimo non si fosse schiantato, Berlusconi avrebbe impiegato un’ora e 27 minuti per andare da Roma a Napoli, una ventina di minuti in meno di quanto ci hanno sempre messo i pendolari dai primi del Novecento in poi.
«Se tutto fosse andato bene». Perché un gruppo di senatori del Centrosinistra guidati da Luigi Zanda, sicuramente non berlusconiani, ma preparati e tutt’altro che menagrami, era assai preoccupato per l’incolumità del cinquantadue per cento del governo in carica (cinquanta Berlusconi, il resto i due ministri) e per i prossimi normali viaggiatori, causa «la drastica riduzione del pre-esercizio», decisa per consentire al premier di inaugurare prima delle elezioni almeno una delle Grandi Opere così assertivamente e incautamente promesse.
Il pre-esercizio è, in sostanza, il periodo di prova e di collaudo della nuova ferrovia, ridotto da sei mesi a un solo mese, per non andare oltre le elezioni, previste per il 9 aprile prossimo, in modo da fare dell’Alta Velocità Roma-Napoli l’epitome dell’”Italia che (Berlusconi) cambia”. La prova su rotaia che mentono quegli istituti scientifici che calcolano nello 0,03 per cento (fonte Cresme) la realizzazione effettivamente ultimata delle opere degne dei faraoni promesse da Berlusconi cinque anni fa in diretta televisiva.
I sistemi di sicurezza, mai sperimentati prima, funzioneranno a 300 all’ora, se non funzionano neanche quelli tradizionali a pochi chilometri all’ora, come fa sospettare l’incidente di Roccasecca? Si vedranno i semafori rossi? E che succederà tra il chilometro 178 e 192, tra Pastorano, Capua e Santa Maria La Fossa, dove sono segnalati cedimenti? Per non dire delle barriere antirumore, che sembra siano un po’ instabili. Sicuri che non precipiteranno sulla Ferrari da 300 all’ora? Dio ci scampi, la tecnologia è indiscutibile, se ben sperimentata può probabilmente evitare incidenti come quello di ieri.
Ma i trenta e più senatori che prima dell’incidente di Roccasecca ponevano un problema di sicurezza dell’Alta Velocità, denunciando la fretta di un’inaugurazione prematura ed elettoralistica, guastando la festa infrastrutturale di Berlusconi, pongono anche qualche altro interrogativo di buonsenso. Quanto è costata, per dire, l’Alta Velocità Roma-Napoli fino al «nodo finale» di Afragola, mentre le Ferrovie sono sull’orlo del fallimento, non riescono a fare manutenzione e a garantire la sicurezza neanche sulle linee-lumaca? Quanto sono lievitati i costi dal 1991 ad oggi? Qual è stato il reale costo per metro?
Di più o di meno rispetto ad analoghe opere in Francia, Spagna e Germania? Vale la pena di guadagnare venti piccoli minuti tra Roma e Napoli, quando a Roccasecca ci si schianta nei pressi di una stazione? I conti sono fermi a dieci anni fa, quando l’ex giudice Ferdinando Imposimato, in una relazione alla Commissione Antimafia, quantificò in diecimila miliardi di lire la torta della camorra, entrata nel business con i subappalti sulla Roma-Napoli. Una torta così suddivisa: sei decimi ai partiti, tutti tranne Rifondazione comunista e la Lega, quattro decimi a camorristi, affaristi e faccendieri vari.
L’album di famiglia, tutto intero, di Tangentopoli. Ma erano briciole. La nuova contabilità è ignota, non c’è aggiornamento attuariale, ci sono lire non euro.
Quel che conta oggi è il taglio dei nastri, quello 0,01 di Grandi Opere (quasi) completate dal governo Berlusconi, mentre tutta l’Italia viaggia a un solo binario e talvolta rischia la vita in un vagone accartocciato.
Milano. In consiglio la nuova legge urbanistica
MILANO - Protesta l’opposizione in Consiglio regionale dopo che ieri è stato approvato un articolo della legge sul governo del territorio che il centrosinistra definisce «pro Berlusconi». L’articolo infatti impedisce ai Comuni che hanno un piano regolatore varato prima del 1975 di approvare nuove varianti e li obbliga invece a redigere un nuovo «piano del governo del territorio» (quello che nella nuova legge sostituirà i Prg). In Lombardia sono solo due i Comuni con un piano regolatore così vecchio: Campione d’Italia e Monza. E proprio da Monza arrivano le proteste. Il Comune sta infatti votando una variante per impedire che si possa costruire in una serie di aree esterne, che nel vecchio piano erano edificabili. Tra le altre, quella della Cascinazza di proprietà della famiglia Berlusconi dove potrebbe essere realizzato un piano di lottizzazione da 388 mila metri cubi.
«In questo modo - commenta il consigliere Ds Marco Cipriano - non potrà andare in consiglio comunale il provvedimento, predisposto dalla giunta, che dichiarava inedificabile la vasta area di proprietà di Paolo Berlusconi. Questo è un ennesimo provvedimento ad personam». Sull’area a sud di Monza, è in corso un contenzioso giudiziario cominciato nel lontano 1964 fra l’amministrazione comunale e l’Istituto per l’edilizia industrializzata, immobiliare della famiglia Berlusconi. La società aveva concluso una convenzione per la costruzione di un quartiere residenziale, ma non è mai riuscita a portare a termine il progetto. Preoccupati, il sindaco di Monza, Michele Faglia, e il suo vice, Roberto Scanagatti.
«Questa legge sembra un provvedimento punitivo nei nostri confronti - dice il diessino Scanagatti -, mirato a farci pagare responsabilità di chi ci ha preceduto. Non vogliamo nemmeno pensare che sia stata voluta per favorire l’immobiliare di Berlusconi e la lottizzazione sull’area della Cascinazza». «Se un Comune non si è dotato di un piano regolatore negli ultimi trent’anni - risponde l'assessore regionale all’Urbanistica Alessandro Moneta - vuol dire che qualcosa non va e la colpa non è certo di una legge della Regione che gli chiede di prepararlo
IL NUOVO governo ha superato lo scoglio della fiducia al Senato oltre le previsioni e anzi «meglio del ‘96», come ha detto Romano Prodi. È il segno che può durare a lungo, salvo istinti suicidi della maggioranza. E questo ha fatto saltare i fragili nervi del berlusconismo sconfitto. A pochi giorni dalla proposta di eleggere Carlo Azeglio Ciampi e Giulio Andreotti alle prime due cariche dello Stato, il centrodestra ha scoperto nelle due ex bandiere e negli altri cinque senatori a vita una cricca di nemici del popolo da mettere alla gogna in Parlamento con fischi e insulti e da processare in televisione.
La violenza dei toni e degli slogan è la solita applicata in passato ad altri nemici del popolo, «comunisti», magistrati.
Ma vedere stavolta il manganello mediatico abbattersi sulle teste candide di ottuagenari e in qualche caso quasi centenari padri della patria fa un’impressione particolarmente penosa. I fischi a Carlo Azeglio Ciampi sono un atto osceno in luogo pubblico.
Così come la derisione e le offese rivolti a Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, Rita Levi Montalcini, Sergio Pininfarina, Emilio Colombo, accolti tutti al grido di «venduti, venduti», «necrofori» e altri peggiori. Il filmato dell’impresa tardo dannunziana, ma soprattutto tarda di cervello, ha già fatto il giro del mondo civile, dove nessuno si sogna di organizzare pestaggi verbali nei confronti di ex presidenti e premi Nobel. Anche dall’opposizione, Silvio Berlusconi continua a esaltare l’immagine e il prestigio dell’Italia all’estero, come direbbe il Tg1.
L’imboscata ai senatori a vita è insensata, indegna e ignorante. Insensata perché il voto dei sette senatori a vita, alla fine, non è stato neppure decisivo. Se non si fossero presentati in aula, come invocato dai berluscones, il governo avrebbe ottenuto ugualmente la fiducia. È stata indegna per i motivi già citati e anche perché un Parlamento dove continuano a circolare inquisiti, condannati e pregiudicati, tutto può permettersi ma non di sollevare una «questione morale» intorno alla figura di Carlo Azeglio Ciampi.
È ignorante perché ignora alla lettera la storia anche recentissima. I senatori a vita, per lunga consuetudine, hanno quasi sempre votato per la maggioranza, al di là delle preferenze politiche individuali. È accaduto nel 1994, quando il governo Berlusconi passò la fiducia al Senato per un solo voto e in quel caso sì furono decisive le scelte di tre senatori a vita: Gianni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone. D’altra parte, a voler fare politica, il centrodestra dovrebbe interrogarsi sulla ragione che ha spinto quattro ex democristiani (Andreotti, Colombo, Cossiga e Scalfaro) e un ex liberale (Pininfarina) a votare «il governo più spostato a sinistra nella storia d’Italia», come l’ha definito l’Economist.
Ma qui non si fa politica, si va in scena. Pretendere di opporre argomenti razionali all’istinto eversivo del berlusconismo sconfitto è un po’ come voler spiegare al lupo di Esopo che l’agnello, stando in basso, non può inquinargli l’acqua. Bisogna piuttosto chiedersi quando finirà il delirio paranoide dell’opposizione, cominciato la notte stessa del 10 aprile, e proseguito con la ricerca di un nemico al giorno, dagli scrutatori dei seggi fino alla Spectre dei senatori a vita, pur di non ammettere la sconfitta.
Il fatto che il berlusconismo continui a dominare la televisione e quindi l’informazione in generale, ha creato dalle elezioni a oggi una falsa percezione della situazione politica. Tutto il dibattito mediatico è impostato sulla fragilità del centrosinistra, sulle sue contraddizioni, sulle difficoltà a governare la variegata coalizione da parte di Prodi. Poi i giorni passano, l’emergenza si stempera, la maggioranza riesce in tempi rapidi e senza difficoltà a eleggere i presidenti delle Camera e il presidente della Repubblica, Prodi forma il governo e ottiene una larga fiducia. La squadra di governo non sarà il massimo dello sforzo creativo, ma proprio per questo ha le caratteristiche per durare. Quale interesse avrebbero i partiti del centrosinistra a far cadere questo capolavoro di lottizzazione? Da chi potrebbero ottenere più posti e visibilità? Eppure, contro l’evidenza, si seguita a discutere soltanto dei problemi della maggioranza. La gazzarra di ieri ha almeno il merito di segnalare, per la par condicio, le disperate difficoltà in cui si dibatte l’opposizione.
Costretta a inseguire le folli recriminazioni del suo capo che ha settant’anni e non può aspettare il prossimo turno, quindi si gioca il tutto per tutto ogni giorno, senza un progetto, senza futuro, sfoderando una trovata da «serata futurista» dopo l’altra. Può andar bene per la claque leghista, sempre contenta di menare le mani. Ma per quanto Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possono accettare di suicidarsi politicamente piuttosto che comunicare a Napoleone l’avvenuta Waterloo?
Rovesciando i luoghi comuni di un’informazione ancora controllata dal vecchio potere, s’intravede un altro rischio democratico. Non la fragilità del governo Prodi ma la fragilità anche nervosa dell’opposizione di Berlusconi, troppo isterica per essere a lungo sostenibile. Una sconfitta alle amministrative o al referendum sulla devolution, la fatale perdita di posizioni nei media, a cominciare dalla Rai destinata a una ri-lottizzazione da sinistra, possono far esplodere dopo dodici anni la costruzione berlusconiana della destra.
Si può obiettare, con ragione, che sono gli stessi discorsi che si facevano nel ‘96 dopo la prima vittoria del centrosinistra. Berlusconi fu molto abile nello sventare il pericolo, assai concreto, di vedersi sostituire alla guida del centrodestra. Ma non vi sarebbe riuscito senza l’aiuto, più o meno consapevole, di una sponda nell’Ulivo. Stavolta all’orizzonte non si vedono Bicamerali o patti delle crostate, almeno non pare, ed è (forse) un eccesso di ottimismo da parte dei berluscones pensare che il centrosinistra possa inciampare sempre sulla stessa pietra.
Per gli studiosi è una storia complicata, ma prossima a un sereno epilogo. Per la diplomazia mondiale è un problema spinoso, tuttora aperto. Se fino a dieci anni fa il genocidio degli armeni costituiva un caso emblematico del perverso intreccio tra politica e ricerca, oggi i due percorsi tendono a divaricarsi: più avanzato quello delle acquisizioni scientifiche, contrastato il versante istituzionale. Due eventi recenti ne sono conferma. A New York storici di diversa nazionalità e differente anagrafe si sono appena confrontati sulla questione dei massacri armeni tra il 1915 e il 1916, condividendo - se non la terminologia del genocidio - la volontà di accertare una verità storica rimasta sepolta per oltre cinquant’anni sotto una coltre di tabù e reticenze incrociate. Negli stessi giorni in Europa, ma anche in Canada, le ambasciate turche hanno minacciato rappresaglia per la proposta di legge francese di punire con il carcere chi nega il genocidio armeno (proposta sospesa ieri l’altro nel Parlamento di Parigi tra le proteste degli armeni raccolti in tribuna). Solo qualche mese fa, sul finire del 2005, uno scrittore come Orhan Pamuk è stato messo sotto accusa da un tribunale di Ankara per "denigrazione pubblica dell’entità turca": Pamuk aveva parlato su un quotidiano del "milione di armeni uccisi in questo paese". In Turchia è ancora vietato.
Ora il documentato volume di Marcello Flores Il genocidio degli armeni (Il Mulino, pagg. 296, euro 22) restituisce quella tragedia a una dimensione storica accertata - tra ottocentomila e il milione e quattrocentomila le vittime, su inequivocabile disegno di sterminio nel quadro della prima guerra mondiale - ripercorrendo con misura le ragioni del protratto silenzio. Un complesso di rimozioni cui concorrono non solo la reinvenzione della propria storia operata negli anni Trenta dalla Turchia nazionalista di Mustafa Kemal, ma anche l’imbarazzo dello stesso Occidente, l’ambiguità dei tedeschi che pure vi ebbero una parte, perfino l’afasia degli armeni schiacciati dal potere sovietico. Le acquisizioni storiografiche maturate su fonti nuove e diverse (gli ordini scritti del premier turco Talât, le carte diplomatiche delle potenze occidentali, le numerosissime testimonianze emerse nell’ultimo decennio) consentono il ricorso alla categoria del genocidio. Definizione oggi respinta con veemenza sia dal governo di Ankara che dalla storiografia nazionalista turca, inclini a un’interpretazione giustificazionista della deportazione armena.
Lei professor Flores non esita a classificare quella vicenda come genocidio.
«Sì, molti elementi mi inducono a farlo, tenendo conto della definizione di genocidio suggerita dai Tribunali di Bertrand Russell e di Lelio Basso, oltre che dall’Institute for Transitional Justice di New York. Ma prima di illustrarli preferirei fare una premessa».
Quale?
«Quella che viene definita "The G Question" - ossia la domanda se si sia trattato o meno di genocidio - interessa più la politica che la storiografia. Anche nel seminario scientifico appena chiuso a New York - al quale hanno partecipato studiosi turchi ed armeni, europei ed americani - la questione è rimasta ai margini della discussione. Sul piano delle relazioni internazionali, invece, essa è centrale: da molte parti si ritiene che il riconoscimento del genocidio da parte della Turchia sia uno dei requisiti per l’ammissione in Europa».
In Turchia un articolo del codice penale impedisce che se ne parli apertamente.
«Sì, è l’articolo 301 che punisce chiunque critichi o metta in discussione l’identità nazionale. Si tratta di una disposizione autoritaria e illiberale. Ogni richiesta di dibattito critico sul passato rischia di diventare oggetto di sanzione».
Sul fronte avverso, gli armeni premono per un riconoscimento pubblico da parte dei governi.
«Naturalmente fanno la loro parte. La recente proposta di legge francese - il carcere per i negazionisti - è nata proprio per assecondare la comunità armena, circa mezzo milione di persone. Io però non credo nell’efficacia di misure repressive. Non si può imporre una verità storica per decreto. Penso sia più utile incoraggiare la ricerca e coinvolgere non tanto i vertici istituzionali quanto la società civile».
Nel suo libro lei lamenta una scarsa sensibilità da parte dell’opinione pubblica italiana.
«I giornali americani mi sembrano più attenti dei nostri. Devo però riconoscere che negli ultimi anni molte cose sono cambiate. Anche il nuovo film dei fratelli Taviani, dedicato proprio a quella tragedia, ne è un segnale».
Il governo turco s’è sempre giustificato sostenendo che la deportazione fu conseguenza della guerra. Argomento peraltro sostenuto da una storiografia anche illustre: Shaw, McCarthy, Lewis.
«La paura sicuramente ebbe una parte importante nella deportazione. L’insicurezza era motivata dalle sconfitte militari dell’inverno 1915. E gli armeni, minoranza cristiana, erano visti come una forza sovversiva interna, potenziale alleata dei russi. Ma le modalità della deportazione erodono ogni possibile tesi giustificazionista».
Lei attribuisce grande rilievo a una legge in particolare.
«È la legge sulla "confisca dei beni", voluta dal governo turco nel maggio del 1915, poco dopo la legge sulla deportazione. Le autorità giustificarono queste iniziative come misure preventive per impedire agli armeni di allearsi con i russi. Se si può discutere sulla necessità della deportazione nel deserto in nome di finalità belliche, non si può certo farlo a proposito della vendita dei beni degli armeni. È proprio questa disposizione che consente di interpretare il fenomeno nei termini di pulizia etnica e genocidio».
Emerge nitido un disegno di sterminio.
«Le due leggi combinate insieme, deportazione e confisca, rendono chiaro il progetto di espellere gli armeni - non temporaneamente, ma definitivamente - dalle zone di loro insediamento storico come l’Anatolia orientale e la Cilicia. Se si fosse trattato d’una necessità di guerra - allontanare momentaneamente un gruppo ritenuto a torto o a ragione potenziale traditore - non ci sarebbe stato bisogno di depredarlo anche economicamente dei suoi averi».
Ci sono anche gli ordini scritti del premier Talât.
«Sì, i telegrammi spediti ai capi provinciali. Là dove l’ordine era accolto con obbedienza tiepida, i funzionari - allontanati o uccisi - venivano sostituiti da personalità più dure».
Sin dal principio le autorità turche non fecero distinzione tra "armeni buoni" e "armeni cattivi".
«Sì, il Grande Male - come lo chiamano gli armeni - ebbe inizio il 24 aprile del 1915, giorno in cui furono arrestate oltre duemila persone tra dirigenti politici, intellettuali, giornalisti, funzionari pubblici: non solo rivoluzionari e nazionalisti, ma l’élite nel suo complesso. Si voleva colpire un’intera comunità. Anche in seguito cade ogni possibile differenza tra rivoluzionari e moderati, potenziali nemici e lealisti fedeli al sultano».
Fu il primo genocidio del Novecento. Con modalità feroci.
«La deportazione nel deserto fu accompagnata da violenze di ogni tipo: assassinii, mutilazioni, stupri, rapimenti, torture, riduzione in schiavitù, furti e brutalità di ogni genere. Le vittime erano uomini e donne, bambini e vecchi: senza distinzione di età o sesso. Secondo alcune stime, tra il maggio e il novembre del 1915 non più del venti per cento dei deportati riuscì a sopravvivere. Contribuirono alla decimazione anche le condizioni climatiche, la fame, il caldo, il freddo la notte, la malattia, gli stenti. Per sfuggire alle crudeltà molte donne scelsero il suicidio».
Le responsabilità sono state accertate.
«Su ordine del triumvirato governativo - Talât, Enver e Cemal - agivano gli uomini dei gruppi paramilitari organizzati dal Cup (Comitato di Unione e Progresso) insieme ai soldati dell’esercito regolare. Con loro anche bande di criminali, membri di clan curdi e di altre popolazioni musulmane non turche. Basterebbe solo una piccola parte delle tantissime testimonianze coeve, comprese le memorie di molti dirigenti dello Stato ottomano, per togliere qualsiasi dubbio».
Le potenze dell’Intesa - Francia, Inghilterra e Russia - erano informate dei fatti.
«Produssero anche una dichiarazione ufficiale di condanna che però, di fatto, non scoraggiò le deportazioni, tutt’altro. La consapevolezza di quella tragedia non influì minimamente sulla logica militare del conflitto. Tra i testimoni figura anche il grande storico Arnold Toynbee, allora giovane diplomatico al servizio del governo britannico. La sua relazione tendeva a separare nettamente il genocidio dalla guerra, togliendo argomenti ai turchi. Forse una separazione un po’ troppo netta. Senza nulla togliere all’intenzionalità del genocidio, la guerra servì da straordinaria occasione».
Lei nega anche la continuità tra i massacri degli armeni di fine Ottocento e la deportazione del 1915-’16.
«Non mi convince l’interpretazione del genocidio armeno come progetto di lungo periodo prodotto da una cultura e da una mentalità d’odio. È una tesi sostenuta da studiosi di origine armena. Preferisco diffidare di categorie astratte e un po’ generalizzanti».
Colpisce, nel genocidio del ‘15, il coinvolgimento della Germania.
«Sembra esagerato ipotizzare un complotto turco-tedesco contro gli armeni, ma è indubitabile che diversi ufficiali tedeschi ebbero un atteggiamento favorevole allo sterminio. Alcuni vi parteciparono attivamente. All’interno del mondo tedesco le posizioni erano molto diverse».
Soltanto negli anni Sessanta, in occasione del cinquantesimo anniversario, fu rotto il silenzio.
«Prima l’afasia conveniva un po’ a tutti. Innanzitutto alla Turchia, che non voleva affrontare quella pesante eredità. Poi all’Occidente, complice in tutte le fasi della storia che avevano a che fare con la vicenda armena. Un po’ anche agli stessi armeni, schiacciati dal tallone sovietico che mal tollerava le singole identità nazionali. Solo alla metà degli anni Sessanta se ne cominciò a parlare. Nell’ultimo decennio, poi, la storiografia ha fatto notevoli passi avanti, beneficiando anche dell’apertura di archivi prima blindati. È importante che alla ricerca partecipino gli studiosi più giovani: sono i meno esposti al ricatto della memoria».
A chi non lo ha letto raccomando il bel romanzo di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh40
Signor Presidente,
onorevoli deputati,
onorevoli senatori,
signori rappresentanti delle Regioni d'Italia,
è con profonda emozione che mi rivolgo a voi in quest'Aula nella quale ho speso tanta parte del mio impegno pubblico, apprendendo dal vivo il senso e il valore delle istituzioni rappresentative, supremo fondamento della democrazia repubblicana. Sono le assemblee elettive, è innanzitutto il Parlamento, il luogo del confronto sui problemi del paese, della dialettica delle idee e delle proposte, della ricerca delle soluzioni più valide e condivise.
La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un'aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L'assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso rappresenta l'espressione naturale del principio maggioritario che l'Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell'alternanza realmente operante.
Ma in tali condizioni più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti tra maggioranza e opposizione. Non si tratta di tornare indietro rispetto all'evoluzione che la democrazia italiana ha conosciuto grazie allo stimolo e al contributo di forze di diverso orientamento.
Ma il fatto che si sia instaurato un clima di pura contrapposizione e di incomunicabilità, a scapito della ricerca di possibili terreni di impegno comune, deve considerarsi segno di un'ancora insufficiente maturazione nel nostro paese del modello di rapporti politici e istituzionali già consolidatosi nelle altre democrazie occidentali.
Ebbene, è venuto il tempo della maturità per la democrazia dell'alternanza anche in Italia. Il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria e possibile limpida convergenza nell'interesse generale, possono non già mettere in forse ma, al contrario, rafforzare in modo decisivo il nuovo corso della vita politica e istituzionale avviatosi con la riforma del 1993 e le elezioni del 1994. Ciò potrà avvenire solo ad opera delle forze politiche organizzate e delle loro rappresentanze nelle istituzioni rappresentative, sorrette dalla consapevolezza e dal dinamismo della società civile.
A chi vi parla, chiamato a rappresentare l'unità nazionale, spetta semplicemente trasmettere oggi un messaggio di fiducia, in risposta al bisogno di serenità e di equilibrio fattosi così acuto e diffuso tra gli italiani. Sono convinto che la politica possa recuperare il suo posto fondamentale e insostituibile nella vita del paese e nella coscienza dei cittadini. Può riuscirvi quanto più rifugga da esasperazioni e immeschinimenti che ne indeboliscono fatalmente la forza di attrazione e persuasione, e quanto più esprima moralità e cultura, arricchendosi di nuove motivazioni ideali.
Tra esse, quella del costruire basi comuni di memoria e identità condivisa, come fattore vitale di continuità nel fisiologico succedersi di diverse alleanze politiche nel governo del paese. Ma non si può dare memoria e identità condivisa, se non si ripercorre e si ricompone in spirito di verità la storia della nostra Repubblica nata sessanta anni fa come culmine della tormentata esperienza dello Stato unitario e, prima ancora, del processo risorgimentale.
Ci si può - io credo - ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni. Ci si può ritrovare - senza riaprire le ferite del passato - nel rispetto di tutte le vittime e nell'omaggio non rituale alla liberazione dal nazifascismo come riconquista dell'indipendenza e della dignità della patria italiana. Memoria condivisa, come premessa di una comune identità nazionale, che abbia il suo fondamento nei valori della Costituzione. Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo - ed è giusto farlo anche nel celebrare il sessantesimo anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente - di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze.
Così, il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai al riconoscimento concreto del diritto al lavoro, ancora lontano dal realizzarsi per tutti, e alla tutela del lavoro "in tutte le sue forme e applicazioni", e dunque anche nelle forme ora esposte alla precarietà e alla mancanza di garanzie. I diritti inviolabili dell'uomo e il principio di uguaglianza, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione", si integrano e completano nella Carta europea, aperta ai nuovi diritti civili e sociali. Essi non possono non riconoscersi a uomini e donne che entrano a far parte, da immigrati, della nostra comunità nazionale contribuendo alla sua prosperità. Il valore della centralità della persona umana viene a misurarsi con le nuove frontiere della bioetica.
L'unità e indivisibilità della Repubblica si è via via intrecciata col più ampio riconoscimento dell'autonomia e del ruolo dei poteri regionali e locali. Si rivela lungimirante come fattore di ricchezza e apertura della nostra comunità nazionale la tutela delle minoranze linguistiche. Essenziale appare tuttora il laico disegno dei rapporti tra Stato e Chiesa, concepiti come, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
La libertà e il pluralismo delle confessioni religiose sono state via via sancite, e ancora dovranno esserlo, attraverso intese promosse dallo Stato. Presentano poi una pregnanza ed urgenza senza precedenti, tanto lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, quanto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Infine, i valori, tra loro inscindibili, del ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale per assicurare la pace e la giustizia nel mondo, si confrontano con nuove, complesse e dure prove. Ebbene - Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati regionali - chi può mettere in dubbio la straordinaria sapienza, e rispondenza al bene comune, dei principi e valori costituzionali che ho voluto puntualmente ripercorrere? In questo senso, è giusto parlare di unità costituzionale come sostrato dell'unità nazionale.
Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo. I costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione "destinata a durare", per una Costituzione rigida ma non immutabile, e definirono le procedure e garanzie per la sua revisione. Nei progetti volti a rivedere la seconda parte della Costituzione che si sono via via succeduti, non sono stati mai messi in questione i suoi principi fondamentali.
Ma già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale.
La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento mesi or sono è ora affidata al giudizio conclusivo del popolo sovrano; si dovrà comunque verificare poi la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento.
Esprimo il più sentito e convinto omaggio al mio predecessore Carlo Azeglio Ciampi per l'esemplare svolgimento del suo mandato, e in special modo per l'impulso a una più forte affermazione dell'identità nazionale italiana e di un rinnovato sentimento patriottico.
Nello stesso tempo, nessun ripiegamento entro confini e orizzonti anacronistici. Come già si disse, precorrendo i tempi, all'Assemblea Costituente, l'Europa è per noi italiani una seconda patria. Lo è diventata sempre di più nei quasi cinquant'anni che ci separano da quei Trattati di Roma che portano la firma, per l'Italia, di Antonio Segni e di Gaetano Martino: e il cammino dell'integrazione e costruzione europea cominciò ancor prima, ispirato dalle profetiche intuizioni di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi, guidato dall'incontro tra i diversissimi apporti di personalità come Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entrambi né meschinamente realisti né astrattamente utopisti. La crisi che da un anno ha investito l'Unione europea non può in alcun modo oscurare il cammino compiuto e far liquidare il grande progetto della costruzione comunitaria come riflesso di una fase storica, quella del continente diviso in due blocchi contrapposti, conclusasi nel 1989.
In effetti non solo si è portata a compimento la più grande impresa di pace del secolo scorso nel cuore dell'Europa, non solo si è realizzato uno straordinario e duraturo avanzamento economico e sociale, civile e culturale nei paesi che si sono via via associati al progetto, ma si sono poste le radici di un irreversibile moto di avvicinamento e integrazione tra i popoli, le realtà produttive, i sistemi monetari, le culture, le società, i cittadini, i giovani delle nazioni europee.
Non potranno arrestare questo processo le difficoltà pur gravi incontrate dall'iter di ratifica del Trattato costituzionale: l'Italia - dopo che il suo governo e il suo Parlamento hanno tra i primi provveduto alla ratifica di quel Trattato - è fortemente interessata e impegnata a creare le condizioni per l'entrata in vigore di un testo di autentica rilevanza costituzionale.
Ci inducono a riflettere ma non potranno fermarci i fenomeni di disincanto e di incertezza indotti nelle opinioni pubbliche da un serio rallentamento della crescita dell'economia e del benessere, da un palese affanno nel far fronte sia alle sfide della competizione globale e del cambiamento di pesi e di equilibri nella realtà mondiale, sia alle stesse prove dell'allargamento dell'Unione. Di certo non esiste dinanzi a queste sfide alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea.
L'Italia solo come parte attiva della costruzione di un più forte e dinamico soggetto europeo, e l'Europa solo attraverso l'unione delle sue forze e il potenziamento della sua capacità d'azione, potranno giuocare un ruolo effettivo, autonomo, peculiare nell'affermazione di un nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia. Un ordine di pace nel quale possa espandersi la democrazia e prevalere la causa dei diritti umani, e insieme assicurarsi un governo dello sviluppo che contribuisca a scongiurare tensioni e rischi di guerra, e ponga un argine all'intollerabile, allarmante aggravarsi delle disuguaglianze a danno dei paesi più poveri, dei popoli colpiti da ogni flagello come quelli del continente africano.
La strada maestra per l'Italia resta dunque quella dell'impegno europeistico, come il Presidente Ciampi ha in questi anni appassionatamente indicato. E in ciò egli ha incontrato, io credo, il sentire profondo ormai maturato soprattutto nelle nostre giovani generazioni, il cui animo italiano fa tutt'uno con l'animo europeo, e che non vedono avvenire se non nell'Europa. La priorità dell'impegno europeistico nulla toglie alla profondità dell'adesione dell'Italia a una visione dei rapporti transatlantici, dei suoi storici legami con gli Stati Uniti d'America e delle relazioni tra Europa e Stati Uniti, come cardine di una strategia di alleanze, nella libera ricerca di approcci comuni ai problemi più controversi e nella pari dignità.
È in tale contesto che va affrontata senza esitazioni e ambiguità la minaccia così dura, inquietante e per tanti aspetti nuova, del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, senza mai offrire a questo insidioso nemico il vantaggio di una nostra qualsiasi concessione alla logica dello scontro di civiltà, di una nostra rinuncia al principio e al metodo del dialogo tra storie, culture e religioni diverse. Non è illusorio pensare che questa cornice degli orientamenti di politica internazionale dell'Italia possa essere condivisa dagli opposti schieramenti politici.
Entro questa cornice spetta al governo e al Parlamento indicare iniziative atte a contribuire al dialogo e al negoziato tra Israele e l'Autorità palestinese nel pieno riconoscimento del diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza e del diritto del popolo palestinese a darsi uno Stato indipendente. Ed è ora di mettere al bando l'arma del terrorismo suicida e di contrastare fermamente ogni rigurgito di antisemitismo. Si impongono egualmente iniziative volte alla soluzione della ancora aperta e sanguinosa crisi in Iraq, alla stabilizzazione del processo democratico in Afghanistan, alla ricerca di uno sbocco positivo per lo stato di preoccupante tensione con l'Iran.
Più specificamente, compete al governo e al Parlamento definire le soluzioni per il rientro dei militari italiani dall'Iraq. Oggi, non può che accomunare quest'Assemblea l'omaggio riverente e commosso a tutti i nostri caduti, che hanno rappresentato il prezzo così doloroso di missioni all'estero assolte con dedizione e onore, qualunque sia stato il grado di consenso nel deliberarle.
Onorevoli parlamentari, signori delegati regionali, se rivolgo ora lo sguardo dal cruciale orizzonte europeo allo stato del nostro paese e al quadro delle nostre dirette responsabilità, posso solo consentirmi brevi considerazioni, senza affacciarmi in un campo che è, più di ogni altro, proprio del confronto tra diverse impostazioni e posizioni politiche. Posso, anche qui, esprimere solo un messaggio di fiducia, senza indulgere a diagnosi pessimiste sull'inevitabile declino del nostro sistema economico e finanziario, ma nemmeno sottovalutando la gravità delle debolezze da superare e dei nodi da sciogliere. Il nodo - innanzitutto - del debito pubblico. E insieme, le debolezze del sistema produttivo.
Le imprese italiane hanno mostrato di saper raccogliere la sfida che viene dall'operare in un mercato aperto e in libera concorrenza e di volersi impegnare in un serio sforzo per la crescita, l'innovazione e l'internazionalizzazione. Esse chiedono allo Stato non di introdurre o mantenere indebite protezioni, ma di favorire la competitività del sistema e gli investimenti privati e pubblici, nonché di riprendere quel processo di sviluppo infrastrutturale che tanta parte ebbe nella crescita del secondo dopoguerra. Ma all'esigenza di rimuovere limiti e vincoli ingiustificati, si accompagna quella di assicurare regole e controlli efficaci ed efficienti.
Il nostro paese non può rinunciare alle sue grandi tradizioni in campo industriale e agricolo, che ancora si esprimono in rilevanti prove di progresso anche tecnologico: tali da dar luogo di recente a casi di straordinario recupero in gravi situazioni di crisi e da animare nuove, vitali realtà produttive. Nello stesso tempo, appare indispensabile rafforzare e modernizzare il settore dei servizi, e valorizzare con coraggio e lungimiranza il patrimonio naturale e paesaggistico, culturale e artistico senza eguali di cui l'Italia dispone.
Di qui passa anche qualsiasi politica per il Mezzogiorno, le cui regioni diventano un asse obbligato del rilancio complessivo dello sviluppo nazionale anche per la loro valenza strategica nella nuova grande prospettiva dei flussi di investimenti e di scambi tra l'area euromediterranea e l'Asia. Né occorre che io aggiunga altro a questo proposito, signori parlamentari e delegati regionali, per la profondità delle radici e delle esperienze politiche e di vita che mi legano al Mezzogiorno: non occorrono altre parole per affidarvi un auspicio così intimamente sentito.
Sono più in generale le mie complessive esperienze politiche e di vita che mi inducono ad associare con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le accresciute disuguaglianze e le nuove emarginazioni e povertà, dell'impegno più conseguente per elevare l'occupazione e il livello di attività della popolazione, il problema non eludibile del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati e di una rinnovata garanzia della dignità e della sicurezza del lavoro. C'è bisogno di più giustizia e coesione sociale.
E se un ruolo decisivo spetta in questo senso ai sindacati, posti peraltro di fronte a un mercato del lavoro in profondo cambiamento che richiede forti aperture all'innovazione, è interesse e responsabilità anche delle forze imprenditoriali comprendere e assecondare politiche di coesione e di solidarietà. Quando ci domandiamo - dinanzi a problemi così complessi e a vincoli così pesanti - se possiamo farcela, dobbiamo guardare alle risorse di cui dispone l'Italia. Sono le risorse delle istituzioni regionali e locali che esercitano le loro autonomie in responsabile e leale collaborazione con lo Stato e contando sull'impegno unitario della pubblica amministrazione al servizio esclusivo della nazione.
Sono, insieme, le risorse di un ricco tessuto civile e culturale, da cui si sprigiona un potenziale prezioso di sussidiarietà, per l'apporto di cui si è mostrato e si mostra capace il mondo delle comunità intermedie, dell'associazionismo laico e religioso, del volontariato e degli enti non profit. Sono le risorse della partecipazione di base, che le istituzioni locali tanto possono stimolare e canalizzare. E sono le risorse delle famiglie: come quelle che abbiamo visto in queste settimane stringersi attorno alle spoglie dei caduti di Nassirya e di Kabul.
Famiglie laboriose e modeste che educano i loro figli al senso del dovere verso la patria e verso la società. Famiglie che rappresentano la più grande ricchezza dell'Italia. E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.
Contiamo infine sulle risorse che possono essere attribuite ai giovani, uomini e donne in formazione, da un sistema di istruzione che fino al più alto livello offra a tutti uguali opportunità di sviluppo della persona, e premi il merito e la dedizione allo studio e al lavoro. Da tutto ciò le ragioni di una non retorica fiducia nel futuro del nostro paese. Il nostro futuro tuttavia è legato anche a problemi come quelli che ormai si collocano nel grande scenario dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.
Resta assai dura la sfida della lotta contro la criminalità, una presenza aggressiva che ancora tanto pesa sulle possibilità di sviluppo del Mezzogiorno, così come contro le nuove minacce del terrorismo internazionale e interno. Ci dà però fiducia il fatto che lo Stato ha mostrato anche negli ultimi anni di poter contare sull'azione efficace e congiunta della magistratura e delle forze dell'ordine, alle quali tutte - avendo io stesso, da responsabilità di governo, imparato a meglio conoscerne e apprezzarne l'impegno e lo slancio - desidero indirizzare il più vivo nostro riconoscimento.
Certo, i problemi della legalità e della moralità collettiva si presentano ancora aperti in modi inquietanti e anche in ambiti che avremmo sperato ne restassero immuni. Mentre sono purtroppo rimaste critiche le condizioni dell'amministrazione della giustizia, soprattutto sotto il profilo della durata del processo.
E troppe tensioni circondano ancora i rapporti tra politica e giustizia, turbando lo svolgimento di una così alta funzione costituzionale e ferendo la dignità di coloro che sono chiamati ad assolverla. Anche in questo delicatissimo campo, sono esigenze di serenità e di equilibrio, negli stessi necessari processi di riforma, quelle che si avvertono e chiedono di essere soddisfatte. Seri e complessi sono dunque gli impegni cui debbono far fronte la politica e le istituzioni.
L'Italia vive un momento difficile: ma drammatico, non solo difficile, fu il periodo che l'Italia visse negli anni successivi alla fine della guerra e alla Liberazione, dovendo accollarsi un'eredità di terribili distruzioni materiali e morali e superare anche le scosse di un conflitto elettorale e ideale come quello che divise in due il paese nella scelta tra monarchia e repubblica. Prevalse allora - la prova più alta la diede l'Assemblea Costituente - ed ebbe ragione di tutte le difficoltà il senso della missione nazionale comune : che fu più forte di pur legittimi contrasti ideologici e politici.
Così, oggi, il mio appello all'unità non tende a edulcorare una realtà di aspre divergenze soprattutto ai vertici della politica nazionale, ma proprio a sollecitare tra gli italiani un nuovo senso della missione da adempiere per dare slancio e coesione alla nostra società, per assicurare al nostro paese il ruolo che gli spetta in Europa e nel mondo. Ed è un appello che può forse trovare maggiore rispondenza in quell'Italia profonda, l'Italia delle cento province, l'Italia della fatica quotidiana e della volontà di progredire, che il mio predecessore ha voluto esplorare traendone l'immagine di una concordia di intenti e di opere più salda di quanto comunemente si ritenga. Considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche e più ampie, costruttive convergenze nel paese ; ma è un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente.
Un ruolo di garanzia dei valori e degli equilibri costituzionali; un ruolo di moderazione e persuasione morale, che ha per presupposto il senso e il dovere dell'imparzialità nell'esercizio di tutte le funzioni attribuite al Presidente. Come rappresentante dell'unità nazionale, raccolgo il riferimento ben presente nel messaggio augurale indirizzatomi dal Pontefice Benedetto XVI - al quale rivolgo il mio deferente ringraziamento e saluto: raccolgo il riferimento ai valori umani e cristiani che sono patrimonio del popolo italiano, ben sapendo quale sia stato il profondo rapporto storico tra la cristianità e il farsi dell'Europa.
E ne traggo la convinzione che debba laicamente riconoscersi la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, e svilupparsi concretamente la collaborazione, in Italia, tra Stato e Chiesa cattolica in molteplici campi in nome del bene comune. Nel momento in cui inizia il suo mandato, il Presidente della Repubblica rende omaggio alla Corte Costituzionale, come organo di alta garanzia che da cinquant'anni veglia sul pieno rispetto della nostra legge fondamentale; al Consiglio Superiore della Magistratura, espressione e presidio dell'autonomia e indipendenza di quell'ordine da ogni altro potere; a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutti gli organi e i corpi dello Stato, e in particolare alle Forze Armate italiane che si distinguono per sempre più alti livelli di moderna professionalità ed efficienza, così come alle diverse e distinte forze preposte con convergente impegno alla tutela del bene essenziale della sicurezza dei cittadini. Un segno di particolare attenzione va al mondo della scuola e dell'Università e a quanti sono chiamati a tenerne alta la funzione educativa.
Al mondo dell'informazione va indirizzato un convinto impegno a garantirne la libertà e il pluralismo come condizione imprescindibile di democrazia. Rivolgo un grato e rispettoso pensiero a tutti i miei predecessori, personalità rappresentative di diverse correnti ideali e tradizioni popolari, ritrovatesi nel primato dei valori essenziali: libertà, giustizia, solidarietà.
Uno speciale ricordo per il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, che fu simbolo di pacificazione in un contrastato passaggio storico e al quale fui legato da rapporti di antica amicizia famigliare e dal comune impegno, in diverse epoche, a rappresentare in Parlamento la nostra grande, generosa e travagliata città di Napoli. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati, mi inchino dinanzi a questa Assemblea nella quale si riconoscono tutti gli italiani, per la prima volta anche quelli che operano all'estero, le cui comunità hanno finalmente voce per far sentire le loro esigenze ed attese.
Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all'interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte.
Viva il Parlamento!
Viva la Repubblica!
Viva l'Italia!
«Tra ipocrisie e malafede» è il titolo dell'articolo che l'altro ieri Gianni Riotta, vicedirettore del Corriere della Sera, ha dedicato all'elezione dei membri del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Titolo perfettamente azzeccato. Così azzeccato che non ho resistito alla tentazione di usarlo anch'io. Ovviamente, con una sottile variante semantica, che può essere espressa con l'adagio medice, cura te ipsum: prima di accusare gli altri, occupati della tua personale ipocrisia e malafede, e cerca di curarti. Nel suo articolo Riotta ripete diligentemente gli argomenti di John Bolton, l'ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite. Secondo Bolton tutti gli Stati non in regola con la difesa dei diritti umani avrebbero dovuto essere esclusi dalla procedura di elezione del Consiglio.
E nel Consiglio i paesi occidentali, essendo i soli autentici difensori dei diritti umani, avrebbero dovuto avere molto più spazio. Assecondando queste tesi, nel suo articolo Riotta si scatena nel denunciare l'indegnità di una serie di Stati - una sua personale lista di «Stati canaglia», che figurano fra gli eletti nel nuovo Consiglio. Mentre si sono sdegnosamente rifiutati di farne parte gli Stati Uniti, Israele e l'Italia, nel Consiglio sono entrati, fra gli altri, la Cina, la Russia, la Nigeria e soprattutto Cuba. Questi paesi, sostiene Riotta, fanno strage dei diritti fondamentali dei loro cittadini. Lo scandalo è intollerabile: l'organismo che dovrebbe vigilare, dall'alto della sua integerrima moralità, contro torture, incarcerazioni illegali, vessazioni, aggressioni, ecc., accoglie fra le sue fila tiranni, torturatori e fondamentalisti islamici.
Certo, non si può negare che con l'elezione di questo Consiglio le Nazioni Unite abbiano mostrato ancora una volta la loro impotenza, incongruenza funzionale e irreformabilità. La loro pretesa di erigersi a baluardo di principi e valori universali è risibile. La tutela imparziale e universale dei diritti fondamentali delle persone non può essere affidata ad una istituzione politico-militare che si fonda sulla particolarità degli interessi dei governi nazionali e che, per di più, è dominata, al vertice della sua struttura gerarchica, dallo strapotere di alcune grandi potenze, in primis gli Stati Uniti.
Questa ambizione universalistica è altrettanto mistificante quanto lo è stato il tentativo del Segretario generale Kofi Annan di chiudere il suo mandato varando una (modestissima) riforma delle Nazioni Unite, riforma che l'ambasciatore Bolton ha efficacemente sabotato. Ed ora la vicenda si chiude nel grigiore e nella mistificazione di un Consiglio per i diritti dell'uomo che l'opposizione degli Stati Uniti renderà comunque impotente, come ha reso impotente la Corte penale internazionale, inutilmente insediatasi all'Aia tre anni fa (da allora non è riuscita a varare un solo processo).
Resta dunque immutato uno scenario di gravissima, diffusa violazione dei diritti dell'uomo. Ma a violarli nel modo più clamoroso sono anzitutto i paesi occidentali. Basterebbe ricordare gli orrori e le infamie di Guantanamo (e annessi voli-prigione della Cia) e di Abu Ghraib, della strage di Fallujah, delle migliaia di vite umane falciate dalle armate occidentali in guerre di aggressione mascherate come guerre umanitarie o guerre preventive contro il terrorismo.
Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, l'8 maggio ha pubblicato sul New York Times un articolo intitolato Punishing the innocent is a crime. Visostiene che Israele e i suoi alleati statunitensi ed europei, costringendo alla fame e a gravissimi disagi il popolo palestinese che ha votato per Hamas, lo assoggettano a una «punizione collettiva», e cioè a un gravissimo crimine contro l'umanità previsto dalle Convenzioni di Ginevra. Riotta provi a riscrivere il suo articolo almeno tenendo conto dell'opinione di Jimmy Carter. Medice, cura te ipsum.