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I politologi e i filosofi non sono soliti attribuire molta importanza alla saggezza del diritto, che invece spesso compendia la lezione di secoli di lacrime e sangue e di esperienza pratica. Così, nelle discussioni odierne, di là e di qua dell´oceano, non capita di vedere ricordato che la tortura è oggetto di generale e incondizionata condanna in tutti i documenti internazionali sui diritti umani (art. 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948; art. 3 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali del 1950; art. 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966; art. II-64 del progetto di Trattato costituzionale per l’Unione europea) e che una Convenzione del 1984 «contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti», interamente dedicata alla messa al bando dal mondo di queste pratiche, ne prevede la perseguibilità da parte dei tribunali di tutti i paesi ove si trovi il colpevole, indipendentemente dal luogo ove il delitto sia stato compiuto e senza che sia invocabile giustificazione alcuna, come le circostanze eccezionali di guerra o di minaccia di guerra, o come l’instabilità politica interna.

Questa unanimità si presta a essere semplicemente ignorata con leggerezza? Non significa nulla per coloro che pensano di avere qualcosa da dire e vogliono "fare opinione" su questioni di tanto peso e tanta gravità?

Gli strateghi della guerra al terrorismo ripropongono l’antica questione della legittimità della tortura e sostengono la necessità di una concezione, diciamo così, permissiva dello Stato di diritto. Il terreno della discussione è segnato dalla tensione tra sicurezza e libertà. Sicurezza e libertà vivono normalmente in un rapporto inverso d’implicazione.

Dove c’è più insicurezza, ivi c’è meno libertà. Così, chi vuole libertà deve provvedere alla sicurezza e, al contrario, chi vuole togliere libertà incomincia col diffondere insicurezza e paura. Che questo rapporto esista, almeno per chi consideri realisticamente la questione, è tanto chiaro da non meritare altre parole.

Quanto segue mira a portare argomenti alla tesi seguente: si può discutere se il bilanciamento tra sicurezza e libertà possa giustificare, e in quale misura, controlli sulle comunicazioni, indagini sull’origine e la destinazione di ricchezze sospette, restrizioni dei movimenti delle persone, perquisizioni di abitazioni, impiego della forza pubblica, "fermo" delle persone sospette, isolamento carcerario per certi periodi di tempo, e altre pur pesanti cose di questo genere; ma non si può discutere di bilanciamento a proposito della tortura e ciò per ragioni (a) di moralità e (b) di efficacia. Per una volta, l’una e l’altra vanno d’accordo.

(a) La tortura è normalmente associata, per esempio nei documenti internazionali sopra ricordati, alla riduzione in schiavitù e al genocidio, e insieme con questi è condannata come crimine contro l’umanità. In effetti, c’è qualcosa di essenziale che apparenta questi delitti e che spiega e giustifica la comune esecrazione. Per usare un’espressione di Giorgio Agamben, questo qualcosa di comune è la degradazione dell’essere umano a "nuda vita" biologica, a mera materia vivente, priva di ogni autonomia e protezione, inerme di fronte al puro arbitrio di chi, per i propri fini, esercita su di essa un potere illimitato e incontrollato. Per chi crede che sia possibile parlare di "progresso morale dell’umanità" o, almeno, formulare giudizi morali riguardanti le organizzazioni sociali, il rigetto della schiavitù, del genocidio e della tortura è il segno minimo e, per questo, irrinunciabile della coscienza civile in cammino. All’elenco, come crimine contro l’umanità, dovrebbe aggiungersi la pena di morte, sol che si considerino i momenti finali prima dell’esecuzione, i più moralmente ripugnanti, quando il condannato, spogliato ormai di ogni difesa e speranza e reso ebete con sostanze droganti, è cosa vivente inerte, nelle mani di esseri umani che la mettono a morte.

Accettare compromessi morali a giustificazione della condizione di chi, come in tutti questi casi, è totalmente privato di dignità e posto letteralmente nelle mani di qualcuno che può fare di lui ciò che vuole, significherebbe un enorme passo all’indietro, un dover ricominciare da zero, dai tempi in cui schiavitù, supplizi e stermini di massa erano non solo tollerati ma perfino giustificati come diritti naturali dei più forti. Significherebbe, in breve, un tradimento dell’umanità, dei suoi sforzi e delle sue sofferenze per uscire dallo stato belluino, dove vige solo la legge del più forte e la vita del più debole non vale niente. Questo cammino non può essere sottovalutato nemmeno registrando il grande scarto, anzi lo scarto crescente nella nostra epoca, tra la realtà morale e quella fattuale perché abbattere o abbandonare la prima significherebbe glorificare la seconda e i crimini della cosiddetta bio-politica, la politica che fa della nuda vita (altrui) un suo strumento.

Naturalmente, leggendo queste proposizioni si starà pensando che tra i crimini contro l’umanità rientrano anche quelli del terrorismo ed esattamente nello stesso senso di cui si è detto circa la tortura: anche i terroristi considerano gli esseri umani come nuda vita, da gettare nella lotta come materia bruta. Anche questa è bio-politica. E si starà per concludere che, inumanità per inumanità, la tortura, senza cessare d’essere strumento deplorevole, può diventare accettabile come male minore o effetto solo secondario, almeno fino a quando non sarà resa superflua da altri mezzi legali efficaci di cui la cooperazione internazionale si sia dotata e che, finora, scarseggiano, a dispetto degli sforzi profusi (un progetto di convenzione generale contro il terrorismo si scontra con difficoltà già sulla definizione di ciò che si vorrebbe proscrivere).

Ma prima di arrivare a questo: che un’infamia (il terrorismo) ne giustifica un’altra (la tortura) se serve, aspettiamo un momento. Il discorso, dal terreno della moralità assoluta si sposta a quello della moralità relativa, dell’efficacia rispetto al fine.

(b) Che cosa faresti tu se avessi tra le mani un terrorista che sa dove e quando una bomba è stata collocata per scoppiare tra la folla? Se attraverso una confessione estorta con violenza potessi salvare molte vite da un attentato? Sono punti interrogativi che pongono dilemmi etici non eludibili, ma non dimostrano quello che vorrebbero dimostrare: che lo Stato di diritto, in questi casi, è impotente e che, perciò, occorre comprometterne i principi in favore della sicurezza.

Di fronte a gravi e imminenti pericoli per sé e per altri, gli atti ritenuti necessari per sventarli, anche quelli che altrimenti sarebbero gravi reati, diventano, infatti, giustificati non solo moralmente ma anche giuridicamente, in forza del principio dello "stato di necessità", un principio comune a tutti gli ordinamenti giuridici. È dunque totalmente inutile, per questi casi, invocare sospensioni o attenuazioni della legalità.

Quelle domande, però, parlando di una cosa, di fatto, tendono a giustificarne un’altra: precisamente, parlano della violenza per sventare pericoli attuali e certi (cosa per la quale non c’è bisogno di alterare il sistema giuridico) e mirano a giustificare la violenza come strumento d’inquisizione, per estorcere informazioni e provocare confessioni da usare nei processi (cosa per la quale, invece, occorrerebbe sovvertire i più elementari principi del diritto). Una cosa è la violenza come difesa occasionata da impellenti circostanze di fatto; un’altra, come mezzo per condurre indagini di polizia.

Ma la tortura, a questo ultimo fine, è uno strumento efficace?

La legittimità, alla stregua della morale relativa o strumentale, dipende dall’efficacia. La criminologia che da secoli ha combattuto la sua battaglia per l’abolizione della tortura ne dubita; i dubbi aumentano con riguardo a organizzazioni criminali cementate dal fanatismo. Su chi non ha nulla da confessare, la violenza è pura e semplice gratuita crudeltà che, semmai, può indurre la vittima a inventare qualsiasi cosa per smettere dai tormenti. Chi sa ed è fortemente motivato tacerà fino alla fine o dirà cose utili non a indirizzare le indagini, ma a sviarle. Solo chi sa e non è fortemente motivato forse parlerà. Ma il terrorismo islamico si avvale di terroristi che non siano fortemente motivati? Non sono essi pronti a morire? Non trovano anzi nella morte per la causa la ragione del loro paradiso? Soprattutto, si può pensare che le organizzazioni terroristiche non prendano le cautele per evitare che i loro agenti, una volta caduti nelle mani di una polizia torturatrice, abbiano qualcosa da rivelare sotto i tormenti? Non tutti i dirottatori dell’11 settembre, a quanto si è detto, non si conoscevano l’un l’altro.

L’utilità per lo scopo dichiarato è quantomeno incerta (nemmeno Abu Ghraib e Guantanamo, con i suoi metodi, hanno prodotto risultati); certa è invece la barbarie che penetra nei rapporti civili. La tortura assolve, anzi valorizza violenza e sadismo che degradano non solo le vittime ma ancor più gli autori; comporta prelevamenti illegali di individui e segregazioni in luoghi di detenzione segreti (i "buchi neri"); richiede "esperti" addestrati all’uso tecnico della violenza; ha bisogno di tribunali speciali, processi senza pubblico e imputati senza difesa di fronte a "prove" ottenute con metodi da inquisizione; si conclude spesso con l’eliminazione fisica dei soggetti a fine trattamento, quando non servono più: tutte implicazioni che mostrano l’ingenuità, per non dire di più, dell’idea balzana di ammettere la tortura ma con garanzie legali (tortura garantita?). I fini sono così pervertiti: la tortura, giustificata con ragioni di sicurezza, finisce per istillare nella società violenza e terrore; se non si era terrorista prima, è probabile che lo si diventi dopo. Sembra fatta apposta per moltiplicare l’odio, diffonderlo anche in chi ne era esente e ritorcerlo contro coloro che l’hanno provocato. È proprio vero che quando si dispiegano le bandiere e suonano le trombette, i cervelli vanno in soffitta.

Dunque, un’immorale stupidità. Eppure c’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso, i suoi figli, i suoi cari o quelli del suo ceto, ma solo gli "altri", individui come loro ma di altre etnie, fedi, situazioni sociali o convinzioni politiche. Solo a questa condizione, si possono fare discorsi "freddi" sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra.

«E pensare che giocavo bene a tennis», dice il novantunenne Pietro Ingrao, mentre avanza con passo lento nella sua frugale casa, dritto come un fuso e una memoria che sfiora il prodigio. «Il battito asciutto della pallina sul campo aveva per me un effetto terapeutico. Bastavano pochi colpi per cancellare comitati centrali, riunioni di direzione, interminabili segreterie...».

Di match point è costellata anche la sua vita. È stato uno dei grandi capi del comunismo italiano, ha attraversato la storia del Novecento quasi sempre in prima linea - la cospirazione antifascista, la guerra, l’Unità clandestina, poi le istituzioni repubblicane nel loro sorgere tempestoso - , ha incontrato personaggi come Stalin, Mao e Che Guevara, ma la sua esistenza appare segnata da una vena d’inquietudine mai appagata. Volevo la luna è l’efficace titolo dell’autobiografia che racconta con passione e severità il romanzo d’una vita intensa e forse mai pienamente risolta (Einaudi, pagg 384, euro 18,50, in uscita il 12 settembre). Un feuilleton ottocentesco, nei primi capitoli, con la storia degli avi garibaldini che cospirarono contro i Borboni e quel romantico incesto tra nonno Francesco e la splendida cugina Marianna da cui trae origine la progenie Ingrao. Se c’è una trama segreta, in Volevo la luna, va cercata nell’intima ribellione che anima costantemente il protagonista. Sin da bambino, quando figlio dei signori di Lenola, l’agiato ceto agrario del basso Lazio, partecipa ai rituali borghesi però dolendosi della distanza del mondo contadino. O da ragazzo, nei primi anni Trenta, lettore di Joyce e Kafka contro le semplificazioni sommarie della cultura ufficiale, e ancora studente dei Littoriali, ma con i primi germi del dissenso antifascista. Più tardi la scelta di vita comunista, anche questa segnata da dubbi, perplessità, insofferenza verso le formule teologiche del credo sovietico. Fino al dissenso esplicito negli anni Sessanta, con quell’epilogo da eretico verso gli stessi eretici: è rimasto storico il voto con cui Ingrao radiò gli ingraiani dal suo partito («La cosa più sbagliata ma anche la più assurda. Fu più forte il richiamo della chiesa comunista»).

Da cosa nasce questa inquietudine?

«Fin da piccolo, ebbi l’abitudine di interrogarmi sulle cose. Vivevo tra i contadini, ma ne avvertivo la distanza. Non erano nostri pari. In certo modo lì ebbe origine la mia riflessione sull’oppressione di classe e sul mondo diviso fra sfruttatori e sfruttati».

La sua critica verso Togliatti è molto nitida. Sono descritte le sue durezze, i protratti silenzi, la lunga e insopportabile soggezione a Mosca. Insomma, una resa dei conti senza reticenze.

«Sì, il suo percorso fu più complesso e contraddittorio di quanto sia stato scritto, come di errori e contraddizioni è disseminato il mio. Ma tra noi c’era anche un rapporto umano molto forte, coltivato nei lunghi anni della mia direzione dell’ Unità. Da gran rompiscatole, non mancava di farmi avere continuamente i suoi bigliettini, più o meno di questo tenore: "ma che cavolo volevi dire?". Quando parlava alla Camera c’era un rito: dopo l’intervento, veniva in redazione per rivedersi il testo, parola per parola. Sudatissimo, c’era qualcuno che l’asciugava. E intanto lui correggeva parole e virgole, secondo fissazioni bizzarre. Era persuaso che si dicesse "arme", non "arma". Così scriveva Missiroli, che a lui piaceva molto. Io storcevo il naso».

Qualche volta però lei scelse di non interpellare il segretario.

«Fu all’indomani del XX Congresso, al principio del 1956, dopo le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin. Togliatti aveva il testo del rapporto segreto, ma al rientro da Mosca non ne fece parola: né con noi né con i giornalisti che l’attendevano all’aeroporto. E sulle denunce dello stalinismo tacque anche al Comitato Centrale di marzo, dove ebbe solo accenti apologetici per l’Urss. E noi dell’Unità costretti a stare zitti, mentre nel mondo si scatenava la bufera. Quando sulla stampa americana comparve il misterioso rapporto, mi feci coraggio e, senza interpellarlo, pubblicai un resoconto».

E Togliatti?

«Laconico, come sempre. "Hai visto?", gli domandai trepido. "Ho visto", fu la risposta».

Finì lì?

«No, l’evento più pesante fu a Livorno, nell’aprile successivo, durante l’assemblea generale in vista delle elezioni comunali. Nella relazione Togliatti non fece nessun accenno al tema dello stalinismo. La nostra protesta assunse forme diverse. Al momento dell’applauso, Pajetta e Amendola stesero le mani sul panchetto per sottolineare che non applaudivano. Nel discorso conclusivo, Togliatti fu ancora muto sul "rapporto segreto". Aggiunse solo alcune brevi amarissime parole sulle tempeste che aveva attraversato».

Avevate un rapporto confidenziale. Si è mai lasciato andare sulle nefandezze di Mosca?

«No, mai. Aveva avuto una vita tragica, se ne avvertiva l’eco anche nei silenzi. Solo una volta lo vidi esplodere corrucciato. Fu durante un incontro con D’Onofrio, che si doleva col segretario per un trasferimento non desiderato. Lo gelò: "E allora cosa avrei dovuto fare io quando diceste sì a Stalin che non voleva farmi tornare in Italia?"».

Anche Nilde Iotti era reticente?

«No, con Nilde si parlava più serenamente. Mi confessò una volta il sospiro di sollievo che lei e Palmiro avevano tratto sul treno che li allontanava dalla frontiera sovietica. Stalin era ancora vivo».

Nel 1961 la leadership di Togliatti sembra sbandare. Lei racconta di un’aspra riunione del Comitato Centrale, che però lasciò una traccia scritta mitigata.

«I suoi ripetuti silenzi sullo stalinismo lasciarono molti di noi amareggiati. L’attacco partì da Amendola, seguito da Natoli, Chiaromonte, Alicata, Salinari, io stesso. Togliatti replicò con toni ancor più brucianti. S’accomiatò con una minaccia: se volete farmi la lotta, sono pronto».

Era stato Franco Fortini, incontrato casualmente nel 1940, a parlarle per primo delle purghe staliniane?

«No. Sapevamo già da tempo. Ma ci fu un colpevole silenzio. Il mito di Stalin scavalcava tutto. L’evento che sconvolse il nostro gracile gruppo romano fu nel 1939 lo sciagurato patto Ribbentrop-Molotov. Antonio Amendola, Lucio Lombardo Radice e io stesso fummo duramente critici. Aldo Natoli esitò: e fu strano perché Aldo era tra i più rigorosi e i più maturi fra di noi».

Della cospirazione antifascista, lei dà un ritratto assai poco eroico, restituendone anche fragilità e cedimenti.

«Eravamo esseri umani che imparavano - passo a passo - la lotta sociale in un momento molto difficile. Nel nostro piccolo vivevamo anche vicende amarissime. Antonio Amendola fu colpito da un grave disturbo psichico. Fummo costretti - per ragioni di sicurezza - ad interrompere i rapporti con lui. Fu una storia dolorosa: io da Antonio avevo appreso quasi tutto».

Con Amendola aveva partecipato anche ai Littoriali.

«E per questo Antonio s’era beccato una condanna furente dal fratello Giorgio, confinato a Ponza, che solo dopo avrebbe compreso l’importanza di quei nostri incontri: furono per noi occasione di maturazioni preziose, laboratori di coscienza antifascista. Senza i Littoriali sarei rimasto un pischelletto di provincia. Eppure nell’immediato dopoguerra subii un processo dalla stampa di destra: ma come, hai scritto un inno fascista a Littoria e ora fai il comunista? Fu Togliatti a dirmi di fregarmene di quegli "scocciatori reazionari"».

Sessant’anni dopo, più o meno si parla delle stesse cose. Ma ripensando a quella stagione, cosa la mosse a partecipare ai Littoriali?

«Il desiderio di stare nel clamore. Ho amato troppo l’applauso».

Quanto ancora ha contato l’amore dell’applauso nella sua vita successiva?

«Ahimé, sempre. Eh, la vanità... Però con una riserva costante: l’interesse e il rispetto per il dubbio. In fondo questa mia autobiografia è un libro sulla possibilità di dubitare, negata per troppo tempo nel Pci. Credo che la grande tragedia del comunismo e la ragione della sua sconfitta abbia origine anche in questo: nel monolitismo, nell’unanimismo forzato, in un’idea imbalsamata di classe, nell’adesione acritica al catechismo di Lenin e Stalin».

Lei ricorda con disagio il discorso pronunziato da Mao a Mosca nell’autunno del 1957.

«Sì, è come se lo rivedessi ora: un omone imponente, che ci accolse con grandi pacche sulle spalle. Profetizzò un radioso avvenire a prezzo di milioni di vite uccise. Nessuno ebbe il coraggio di obiettare. A peggiorare le cose, provvide il compagno francese Duclos, con una pesante filippica contro di noi. Chiesi a Togliatti se era il caso di replicare. Rispose con un "no" rabbioso. Poi in macchina proruppe in invettive da trivio, come mai l’avevo sentito».

Nel libro ci si imbatte in parole proibite come "frazionismo".

«Sì, il frazionismo allora era un termine maledetto, ma invece sarebbe stato necessario e vivificante. L’avessi sostenuto all’epoca, sarei finito nel rogo».

Però negli anni Sessanta lei dà avvio a una sorta di frazione. Per poi decidere insieme al Partito a favore dell’espulsione dei suoi stessi fratelli.

«Non so dire altro che uscii di senno. Io pure avevo assorbito un fondo chiesastico che mi indusse all’errore fratricida. Uno sbaglio grave, non solo per il tradimento verso quei compagni, ma anche perché annullava il principio del dissenso: un nodo che per me divenne vitale per la costruzione di un soggetto rivoluzionario articolato e molteplice».

La sua autobiografia è anche una toccante dichiarazione d’amore per sua moglie Laura Lombardo Radice, un misto di rigore e dolcezza.

«Sì, siamo stati molto uniti nella vita. E io ho avuto un dono enorme da lei. Anche quando con grazia ironica usava tirarmi le orecchie, per aprirmi gli occhi. Ricordo quando le feci leggere la Dichiarazione programmatica che Togliatti mi aveva sollecitato per il congresso del partito, nel dicembre del 1956. "Mi sembra il rosario della Madonna di Pompei". Avvampai di rabbia, ma aveva ragione lei».

Sfilano nel racconto tanti volti femminili. Perfino Alida Valli, la più amata della vostra generazione.

«La incontrai al Centro sperimentale di cinematografia, che frequentai alla metà degli anni Trenta. Era bellissima, ma fredda e un po’ altera».

A un certo punto lei confessa che era "quasi innamorato" di Marcella Ferrara, allora segretaria di Rinascita.

«Non rimasi insensibile al fascino di Marcella, donna di gran temperamento. In quegli anni - ma non vorrà scrivere anche questo? - le richieste sentimentali non mi mancavano. Il nostro non era un partito né di freddi né di casti».

Se c’è un’immagine che si staglia nel libro, è la grande scalinata che conduce allo studio di Togliatti. Cos’è che non le piaceva di quella scala?

«La vastità, lo sterminato numero di gradini. Era una delle cose assurde di Botteghe Oscure. Quando, circa alla metà degli anni Cinquanta, fui chiamato in Segreteria - posto nevralgico di potere - mi perdevo nel saliscendi dell’immenso palazzo, tra ampi corridoi e riunioni interminabili. Non ero tagliato per quella vita. Tra lo stupore di molti, decisi di lasciare».

Noi, Hina e le altre Stiamo facendo finta?

di Susanna Camusso *

Passata l'ondata di orrore, spese tante parole che suonano rituali di fronte all'orrenda morte di una giovane che cercava la sua strada nel mondo, perché non riconoscere che la morte di Hina apre questioni difficili da dipanare?

Il ministro Amato ha messo i piedi nel piatto dicendo più o meno: il riconoscimento della libertà femminile deve accompagnare il giuramento sulla Costituzione per l'ottenimento della cittadinanza italiana. Qualcuna di noi ha pensato: ma ai nostri connazionali viene mai fatto un esame sui diritti universali delle donne? Sono scorsi davanti agli occhi recentissimi e italianissimi atti di violenza contro le donne e i ricordi non così lontani nel tempo dei delitti d'onore o dei matrimoni riparatori. Insieme, la consapevolezza che i passi avanti sono figli delle lotte delle donne e che la nostra libertà, il riconoscimento del nostro essere persone sono traguardi non ancora raggiunti.

Tutto uguale, quindi? Si tratta solo di accorciare anche per altre culture i tempi di maturazione e di acquisizione dei diritti delle donne?

Per chi sostiene il rispetto delle altre culture e l'integrazione come obiettivo del futuro multietnico del nostro paese, la risposta parrebbe obbligata, come obbligato è distinguere il gesto della famiglia di Hina dall'idea che possa riguardare tutti i musulmani, o tutti i pachistani. Tutto politically correct!

Poi si leggono le cronache, le interviste nella comunità pachistana, le storie di altre donne e le domande si affollano: non stiamo facendo finta? Non siamo sempre condizionate dall'idea che il solo porre il problema sfoci rapidamente nel razzismo? Non abbiamo detto noi, in tutte le piazze, che la democrazia non si esporta, meno che mai con la guerra? Che agitare le guerre di religione o la superiorità della cultura occidentale è la culla del terrorismo?

Allora come affrontare il tema del rapporto tra noi e gli altri?

Che si possa morire per avere scelto il proprio amore, che si possa vivere senza documenti perché vengono «custoditi» dal padre o dal marito, che si possa essere picchiate a sangue per l'abbigliamento, per il trucco o per uno sguardo, e che tutto ciò avvenga nelle nostre strade, nella casa accanto, nel silenzio o nell'indifferenza fino a quando non esplode la cronaca, è troppo. Forse urge sfatare il mito che per essere «all'altezza» del processo di integrazione sperato sia d'obbligo rispettare le altre culture a tal punto da non criticare, da non giudicare, da non discutere.

Vorrei provare a dire che nel moralismo che attraversa tanta parte della sinistra e del pacifismo non mi trovo più; mi ricorda antiche discussioni, quando in nome della rivoluzione khomeinista che cacciava lo scià sanguinario ci si rifiutava di vedere che i primi provvedimenti furono quelli di far tornare le donne dietro il velo, sottomesse di nuovo al dominio maschile. La libertà femminile non era considerata né un parametro di democrazia, né di civiltà. Adesso molti negherebbero, ma non è una storia così lontana nel tempo da non poter essere consultata; scrittrici iraniane ce l'hanno recentemente riproposta.

È forse allora per una sorta di falsa coscienza che critichiamo quotidianamente e giustamente le ingerenze papali sulla nostra libertà ma taciamo su altre religioni e mentalità?

Dobbiamo dare per scontato che possa esserci nel nostro paese un doppio diritto, quello ricomposto dalle lotte delle donne, e quello degli altri che vivono nel nostro paese ignorando diritti fondamentali?

C'è una distanza abissale tra l'enormità di questo problema e la polemichetta strumentale sul numero di anni per ottenere la cittadinanza. Servono, piuttosto, iniziative che guardino alle nuove cittadinanze ma anche al maschilismo di casa nostra. Ne elenco alcune. Aggiornare la legge sulla violenza sessuale (in Francia è considerata a un'aggravante il fatto che lo stupro si svolga nelle mura di casa). Creare o consolidare servizi come i telefoni verdi, i centri di ascolto, le case per le donne maltrattate. Garantire sostegno economico, protezione e riconsegna dei documenti alle donne cui venissero sottratti, considerandone il sequestro ciò che realmente è: un reato per traffico di persone. Forse così si darebbe anche un contributo alla lotta al traffico finalizzato alla prostituzione, che spesso si realizza con dinamiche molto simili. C'è poi la questione centrale della scuola e della formazione; non si tratta solo di far rispettare l'obbligo scolastico ma di garantire, anche a chi è già adulto, l'accesso alla scuola nazionale pubblica e laica, magari attraverso una sorta di corsi «150 ore» per l'apprendimento della lingua e per la formazione alla cittadinanza. Infine - e anche qui ci possono aiutare le esperienze fatte in altri paesi europei - credo si debba pensare a norme che garantiscano alle donne che rifiutino matrimoni combinati il diritto allo scioglimento del vincolo e alla protezione.

Altrettanto importante è farsi delle domande su noi e le altre. Come singole e come movimento dobbiamo provare a entrare in relazione con le donne delle comunità, perché la contaminazione, il confronto, la crescita collettiva sono il sale dei processi di integrazione, perché non bisogna peccare di superiorità e indagare, invece, su cosa è repressione e cosa cultura differente, perché abbiamo bisogno di capire, ma anche di discutere e affermare la libertà femminile. Non so se sia vero che il Corano nega il possesso dell'uomo sui destini della donna. So che fa parte della mia libertà dire che se la predicazione di una religione, o la cultura di una comunità, permette di uccidere Hina, voglio contrastare quella cultura. Perché ogni giorno uccide anche un po' della mia, della nostra libertà.

* Usciamodalsilenzio

Patriarcati trasversali

di Ida Dominijanni

Dovendo scegliere fra la figlia morta e il marito che l'ha massacrata, Bushra Begum sceglie il marito. Lo denuncia ai carabinieri ma lo giustifica: è vero, ha ammazzato Hina, ma è un uomo buono, non è un violento, non le aveva mai torto un capello; era lei che «non si comportava bene, andava in giro, fumava», era lei che s'inventava tutte quelle balle sulle botte, il taglierino, le molestie del padre. Quanto alla madre, mai avrebbe sospettato, partendo per il Pakistan, che sarebbe andata a finire così: che Hina fosse morta, e come, l'ha saputo - potenza del tam-tam - da una vicina a sua volta informata da una parente che vive a Brescia, e poi l'ha verificato - potenza della tecnologia - su Internet. Di tutto il suo racconto assurdo e cinico, parrà strano, è il particolare che mi ha colpito di più: vero o inventato che sia, rende l'idea di queste vite sospese tra comunità e mondo, locale e globale, arcaismi e modernità, in un disequilibrio in cui la legge sembra fuoricampo, in scacco e inappellabile.

La deposizione di Bushra completa il quadretto familiare della tragedia di Brescia (appaiata nel frattempo da quella di Elena Lonati strangolata dal sacrestano cingalese) e dà ragione a quante e quanti hanno, anzi abbiamo, puntato l'indice contro la sua matrice patriarcale, a contrasto con quanti lo puntavano piuttosto contro una presunta matrice «islamica». Quale conferma migliore di una madre complice e autorizzatrice del marito assassino della figlia, per fotografare lo stampo patriarcale della vicenda? Le comunità islamiche italiane, dal canto loro (ma attenzione, sono le stesse che militano per l'equazione nazisti-israeliani, e dunque c'è poco, pochissimo da fidarsi), hanno condannato l'omicidio di Hina sostenendo che nessuna regola sharaitica può essere invocata come attenuante del padre, stante che «nel quadro giuridico e culturale musulmano la relazione della ragazza con il fidanzato italiano è considerata una grave colpa di fronte a Dio ma nessuna scuola di diritto islamico ha mai concesso agli uomini di fare giustizia con le proprie mani». Non un delitto islamico dunque ma un delitto patriarcale. Che invece di autorizzarci a inchiodare l'alterità islamica con un giudizio razzista, dovrebbe spingerci ad affiancare nella condanna il massacro di Hina ai massacri di donne, anch'essi di impronta patriarcale, che quotidianamente insanguinano le pagine di cronaca nera della provincia (cattolica) italiana: io stessa, in Politica o quasi di martedì scorso, avevo rivolto questo invito.

Che è un invito, però, non a derubricare l'assassinio di Hina, ma viceversa a drammatizzare quelli nostrani che la cronaca gonfia e sgonfia nel giro di ventiquattr'ore. L'accentuazione della matrice patriarcale del caso-Hina suona invece, troppo spesso e da parte maschile, come una levata di scudi a difesa della comunità islamica, cui nulla consegue quanto ad analisi e condanne della violenza specifica di uomini su donne che sta (ri)prendendo piede nelle nostre società democratiche, laiche, libere e post-femministe. Ma il patriarcato non è una fatalità senza tempo e senza storia: è una struttura socio-simbolica, che si innesta su altre strutture sociali e culturali (islam compreso), e i cui destini dipendono dalle relazioni e dai conflitti fra donne, fra donne e uomini, nonché fra uomini. Nella sua inchiesta sulle pakistane in Val Trompia di giovedì scorso, Manuela Cartosio metteva bene in luce come la condizione delle giovani pakistane immigrate, anche in casi non estremi come quello di Hina, sia afflitta da cattivi rapporti fra madri e figlie e dalla mancanza di socializzazione e comunicazione fra donne: ed è certo su questo nodo che in primo luogo bisogna incidere per cambiare lo stato delle cose. Ma il secondo passo deve essere l'apertura di un conflitto maschile contro i comportamenti violenti maschili: nelle comunità immigrate e nella società italiana e trasversalmente fra le une e l'altra. Diversamente, la denuncia del patriarcato altrui non servirà a sottrarre le donne al ruolo di posta in gioco fra uomini che militano per lo «scontro di civiltà» ma anche fra quelli che militano per evitarlo.

Titolo originale: Debunking, and Creating, Myths of Sprawl – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini



Qualunque movimento – sia esso politico, accademico, o geografico – ha bisogno di pro e contro, e in un mondo che negli ultimi anni ha adottato tutto quanto è più denso, piccolo, o “ smart”, anche alla smart growth può servire un avvocato del diavolo. In Sprawl: A Compact History (University of Chicago Press, 2005), il professore di urbanistica dell’Università dell’Illinois Robert Bruegmann si assume questo ruolo, e propone una irresistibile serie di affermazioni a mettere in discussione quelle che sono, ora, le idee correnti sullo sviluppo urbano.

Sprawl pone una serie di questioni provocatorie. Tutta la politica degli interventi sui quartieri popolari era razzista, o semplicemente cauta strategia delle banche nell’investire soldi in zone già condannate? Il fatto di sbancare con le ruspe terreni vergini rivela più crepe nel capitalismo di quanto non faccia lo stipare immigrati dentro palazzoni in affitto? Lo sprawl rappresenta solo il desiderio Americano di conquista degli spazi aperti, o qualunque cultura vorrebbe più spazio per abitare? Aspettare l’autobus è più appagante di quanto non sia guidare due tonnellate d’acciaio quando e dove si vuole?

Con una prosa vivace e acuta, rivolta sia ai più snob che alle casalinghe, Sprawl è abbastanza coinvolgente da meritarsi numerosi lettori, che amano le storie interessanti e le argomentazioni entusiasmanti, anche quando la logica lasci un po’ a desiderare. Lacune che nascono ad esempio dal fatto che, diversamente da quanto afferma il sottotitolo, Sprawl non è una storia generale. Si concentra in qualche modo su esempi isolati, e anche se quei casi sono di per sé indiscutibili, le implicite generalizzazioni, suggestioni, le serie di cifre accuratamente scelte a sostegno, costruiscono argomentazioni in definitiva solo in parte seducenti.

Il libro si articola in tre parti: una storia dello sprawl, una analisi dei movimenti che ad esso si sono opposti, e le “cure” figliate da questi movimenti. In ogni caso, Bruegmann parte dalla constatazione che l’attuale contesto americano è tutt’altro che perfetto, ma sostiene che gli americani hanno scelto lo sprawl perché è cosa buona, e nessun movimento favorevole ad una maggiore densità, non importa quanto zelante, oscurerà le virtù del suburbio.

La sfuggente definizione di Sprawl

Bruegmann inizia col proporre una buona e comprensiva definizione del concetto di sprawl, perché, sostiene, i gruppi di interesse e le ideologie spontaneamente tendono a pervertire lei idee, riguardo a un concetto tanto nebuloso. Fa riferimento allo sprawl come concetto “inventato”, come se altri nomi potessero contenere meno asfalto ed eliminare meno alberi. Spiega: “lo sprawl, come tanti termini quali degrado urbano, o slum, o altri legati allo sviluppo urbano, non è tanto una realtà oggettiva quanto un concetto culturale, un termine nato in un determinato tempo e luogo … ha accumulato attorno a sé un intero insieme organico di idee e assunti”. Peccato che non offra una spiegazione simile ad altri termini, come “comunità”, “stile di vita”, “prato della villetta”, o “sogno americano”: ma così è il postmodern.

Poi, Bruegmann tenta di definire a parte quanto rende lo sprawl così problematico: secondo qualunque punto di vista. Ne ignora l’intrinseca componente spaziale –preferendo invece basarsi su aspetti più soggettivi di carattere culturale, demografico, politico – e liquida irridendole le preoccupazioni estetiche. E con pesante ironia concede in conclusione “e, tra l’altro, è brutto”. É l’unico riferimento a questioni di estetica, e questo tono liquidatorio significa qualcosa di più, del fatto che Bruegmann probabilmente non gradirebbe fare il pendolare in macchina tutti i giorni insieme a Peter Blake. A dire il vero non nega il degrado visivo dello sprawl – in realtà, lo ammette – ma tenta invece di far capire che non si tratta di una questione seria, forse perché le questioni estetiche non consentono obiettive quantificazioni, e quindi non avrebbero impatti sulla vita delle persone.

Una delle più stravaganti ri-definizioni dello sprawl proposte da Bruegmann riguarda il fatto che non si tratti di fenomeno unicamente americano. Indica la crescita di Parigi come prova che lo sprawl sia una forza universale della natura, notando come solo una piccola quota dei parigini abiti nelle strade delle cartoline. Ma non dà nessuna prova del fatto che la diffusione dello sprawl non sia niente di diverso da un contagio, indipendentemente dall’origine nazionale. Certo, il fenomeno non si limita all’America, ma non lo fanno nemmeno il cancro, l’AIDS, o i Backstreet Boys. Inoltre, questa affermazione lascia ancora aperto il problema di dove si precipiterebbero tutti questi abitanti delle fasce esterne, di fronte alla possibilità di vivere nel settimo Arrondissement, se solo non fosse già pieno.

Con questa“definizione”, o mancanza di, la prima parte di Sprawl avanza cronologicamente sino al XX secolo a ricostruirne la storia, i cui elementi base sono noti a qualunque studente, o anche a un osservatore casuale della forma urbana americana. La tesi appassionante di Bruegmann è che lo sprawl sia il risultato di scelte consapevoli compiute dagli americani riguardo a dove vogliono abitare, come vogliono abitare, cosa sono disposti a fare per arrivarci. Bruegmann espone molte delle classiche teorie del complotto sullo sprawl (che variamente coinvolgono i costruttori, le banche, le compagnie petrolifere e automobilistiche, la razza bianca, e una miriade di leggi e strategie favorevoli), e offre alcune ragionevoli spiegazioni alternative non basate su cupidigia, corruzione, razzismo. Ma anche ammettendo che lo sprawl sia un regalo che l’umanità fa a sé stessa, i termini poco gentili che usa Bruegmann per le altre forme urbane e i corrispondenti stili di vita rappresentano una fastidiosa inclinazione, che non dovrebbe pervadere un lavoro scientifico.



Politica, stereotipi, e anelli mancanti

In un’America ora ben propensa alla geografia politica degli stati rossi o blu, i riferimenti beffardi alle “ élites” anti- sprawl o agli “abitanti della città” offre indizi per niente vaghi sulla scaletta politica di Bruegmann. Ha già denigrato Parigi, e ora si rivolge ai detrattori borghesi dello sprawl, aggrappati a “una particolare serie di assunti su una urbanità costituita dai membri di una ristretta élite culturale ... dentro a centri città densi che contengono le principali e altolocate istituzioni della cultura. In questi centro tanto densi, ritengono, i cittadini sono più tolleranti e cosmopoliti a causa della propria costante interazione con persone diverse da sé”. Nel suo caratterizzare gli obiettivi del progressismo urbano come desolatamente stravaganti, Bruegmann non spiega esattamente cosa non va, nell’accogliere le classi sradicate, dare ad esse accesso eguale alle istituzioni, consentire di sfuggire all’atteggiamento bigotto che li vorrebbe esclusi, allontanati, ad accettare il loro destino “bassolocato”.

Bruegmann non si basa comunque solo su argomentazioni culturali, e nell’affrontare il più ampio punto di vista geografico e demografico offre la propria più compiaciuta (e pubblicizzata) asserzione quando dichiara che la regione degli infiniti chilometri quadrati di Los Angeles non si qualifica, effettivamente, come sprawl. A seconda di come si girano i dati censuari, Los Angeles diventa l’area urbana più densa del paese. Questa discutibile osservazione porta Bruegmann a proclamare che lo sprawl, a L.A., semplicemente non esiste. In realtà, adotta un argomento dei suoi avversari, intendendo che la densità fa diventare tutto OK, come se alta densità significasse che milioni di ettari di deserto, spiagge, terre agricole, macchia e pianure costiere non dovessero mai essere toccate dalle ruspe, mai inquinate, mai deturpate da costruttori alla ricerca di guadagni facili e a breve termine.



Un problema di scelte

La grande forza di Sprawl sta nei capitoli finali, che espongono gli aspetti problematici delle politiche e normative, come le fasce di confine dell’urbanizzazione o i sostegni al trasporto pubblico, ideate per combattere lo sprawl. Bruegmann nota che tutti questi tentativi hanno spesso funzionato male, aumentato i prezzi degli immobili, e/o provocato contraccolpi, poi efficacemente sostiene che forze più potenti di quelle delle politiche pubbliche e della sensibilità estetica abbiano complicato e distorto i nostri sforzi per uscire dalla crescita rampante attraverso le greenbelt, l’urbanistica, le metropolitane leggere.

Davvero, le politiche pubbliche moderne trarrebbero grande beneficio da un riesame onesto di quali siano stati gli effetti devianti di alcune scelte rispetto ai propri obiettivi, e Bruegmann evoca i pericoli rappresentati da decisori e burocrati talmente sprofondati nel proprio ruolo da non accorgersi, o dar peso, agli effetti di queste scelte sulle persone (su questo aspetto, se non sulle conclusioni, lui e Betty Friedan sarebbero certamente d’accordo). Ma Bruegmann dà a questa conclusione un tono di sconfitta definitive, a intendere che la permanenza dello sprawl a fronte di tutti i tentativi di regolamentazione sta a significare che l’America deve semplicemente arrendersi all’imperfezione naturale, come se fosse la natura a dirci che la via più facile è anche la migliore, e che la scelta migliore è quella che abbiamo già fatto.

Chi propone il new urbanism, la smart growth, o simili, spesso subisce le critiche che li definiscono idealisti col coraggio di prescrivere un mondo fragile completamente avulso dalle realtà della politica, dell’economia, della cultura. Ma anche se queste teorie talvolta mancano in termini di impegno all’equilibrio, all’obiettività, a un metodo rigoroso, lo stesso si può dire di Sprawl. Bruegmann si merita un elogio per aver proposto conclusioni decise e discutibili, che controbattono quelle dei suoi avversari intellettuali, come James Howard Kunstler, Andres Duany, o la scomparsa Jane Jacobs. Ma nel rispondere ad armi pari, Bruegmann spesso dimentica di spiegare la propria logica, o di riconoscere anche una scintilla di saggezza nelle teorie che tenta di combattere. Dato che non possono essere tutte sbagliate, sarebbe assurdo credere che lui, nonostante tutta la sua tracotanza, abbia completamente ragione.

Il risultato è una versione a cartoni animati dello studio scientifico, ad auspicare poco più dello status quo. É divertente, e in parte anche vero, ma alla fin fine riduce il dibattito a uno scontro urlato. E finché non arriverà un altro avvocato del diavolo con argomentazioni più serie ed equilibrate al senso comune accettato, la battaglia contro lo sprawl continuerà, senza alcun dubbio, a riscrivere norme, riorientare investimenti, tagliare le gomme che lo fanno avanzare.



Nota: la tesi conclusiva di Stephens, della ridicolizzazione dell’avversario trasformata in una immagine generale da cartoni animati, è curiosamente ed esattamente la stessa della mia recensione a Bruegmann di qualche mese fa, intitolata Wilmaaaa, dammi lo Sprawl! (e, giuro, non ci siamo messi d’accordo); Josh Stephens è direttore di The Planning Report e Metro Investment Report , newsletter mensili sull’urbanistica, gli investimenti in infrastrutture, le politiche pubbliche nella regione di Los Angeles. Già insegnante alle scuole superiori e scrittore freelance, ha pubblicato di recente testi su Volleyball Magazine , English Journal , e You Are Here: The Journal of Creative Geography .

here English version

Titolo originale: The Terrible, Horrible, Urgent National Disaster That Immigration Isn't - Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini (scaricabile anche in PDF)



Parte Prima: Cosa non va con “Andarci duri con l’immigrazione”

I. L’immigrazione, molto semplificata. Troppo

Le argomentazioni degli osservatori favorevoli all’approccio duro sull’immigrazione, sono semplici in modo deprimente, e ciò le rende solo deprimenti.

Stringi stringi si riducono a questo: i problemi con l’immigrazione che abbiamo oggi, e una gran varietà di altri, cominciano e finiscono con gli immigrati stessi, con chi ha commesso il reato di star qui illegalmente: o semplicemente di star qui, e basta, in quantità indesiderabili, con abitudini indesiderabili, con effetti indesiderabili sulla salute del paese.

La loro presenza è vista soprattutto, quando non del tutto, come un male, imperdonabile offesa inferta ai cittadini americani.

Con questa prospettiva, il problema non si risolverà di certo mettendo ordine in un complesso sistema di leggi e norme sull’immigrazione, aggiustando i meccanismi economici alla ricerca di una migliore coincidenza fra domanda e offerta di lavoro, o con una maggiore attenzione ad applicare le norme esistenti sui posti di lavoro e le assunzioni. Certamente, il problema non si risolverà diventando più creativi o umani nell’accoglienza agli immigrati, in modi che li ripaghino del duro lavoro e del desiderio di partecipare in modo più pieno al sistema.

Si risolverà, solo, tenendoli fuori, e sbattendoli fuori. Fatelo, insisitono i restrizionisti, a avremo iniziato a risolvere una serie di altri problemi: l’invasione di quartieri e angoli di strada da parte di latini; la crescita delle bande organizzate e dello spaccio di droga; la congestione e lo sprawl urbano; il traffico di esseri umani; la crisi dei valori dell’Europa bianca; il carico sul sistema carcerario, ospedaliero e scolastico, e la minaccia alla stessa stabilità degli Stati Uniti.

Nessuna meraviglia, se qualcuno ha paragonato i lavoratori immigrati alle locuste, ai batteri, a un esercito invasore. Se si trovasse da qualche parte un americano di 250 anni disposto a discutere il problema, lui o lei racconterebbero quanto suona familiare tutto questo. Argomentazioni identiche sono state sostenute via via riguardo ai lavoratori cinesi, giapponesi, cattolici, irlandesi, italiani, e i primi poco amati – anche se ben documentati – estranei, afroamericani. Per non parlare degli Indiani d’America.

II. L’interferenza della Paura

Molti di coloro che sono favorevoli a un approccio duro all’immigrazione non amano vedere le proprie ragioni derise, la loro tolleranza messa in dubbio. Detestano essere gettati nella squallida pattumiera insieme al Colonnello Custer, a quelli Io-Non-Sapevo o al Ku Klux Klan.

É comprensibile. Ma la xenofobia non si limita a qualche frangia estrema dentro al movimento antimmigrazione. Sono state sostenute ragioni dettate dal panico, sull’immigrazione, da parte di persone apparentemente ragionevoli: compresi rappresentanti della Camera degli Stati Uniti e del Senato, delle assemblee statali, di contea, delle amministrazioni locali in tutto il paese. Il deputato degli Stati Uniti Tom Tancredo del Colorado probabilmente è il più conosciuto rappresentante xenofobo del Congresso. Ha costituito un caucus sull’immigrazione per sviluppare le sue prospettive arroventate. Ora esso conta circa 100 appartenenti, e un sito web dove si trova di tutto per quanto riguarda le argomentazioni anti-immigrati venate di paura.

Uno dei componenti del gruppo di Tancredo è John Culberson di Houston, che ha pubblicato un “ Border Security Alert” lo scorso ottobre, avvertendo che “ Terroristi di Al Qaeda e nazionalisti cinesi si stanno infiltrando nel nostro territorio da ogni parte a proprio piacimento, da Brownsville a San Diego”. Inoltre, prosegue, “ un vasto numero di individui di religione islamica si è trasferito in abitazioni di Nuevo Laredo e sta imparando lo spagnolo per assimilarsi alla cultura locale”.

Perciò, conclude Culberson, “ É in atto una guerra su larga scala lungo il nostro confine meridionale, e tutto il nostro stile di vita è a rischio, se non vinceremo la battaglia di Laredo”.

L’immagine dell’America come nazione assediata ha condotto lo scorso dicembre la Camera degli Stati Uniti ad approvare un progetto di legge sull’immigrazione, sostenuto da James Sensenbrenner del Wisconsin, che vede il problema totalmente dal punto di vista della repressione. Rende reato federale il risiedere illegalmente negli Stati Uniti, trasformando così milioni di immigrati in criminali, privi di diritto a qualunque status legale. Trasforma anche in reato, per le chiese e i servizi sociali, dar rifugio o sostegno agli immigrati illegali. Il dibattito sull’immigrazione al Senato ha avuto i suoi momenti di basso profilo, come il passaggio dell’emendamento del senatore James Inhofe dell’Oklahoma per dichiarare l’inglese lingua nazionale del paese: esplicito schiaffo agli immigrati latini e alla loro presunta riluttanza all’assimilazione. Un programma per i lavoratori-ospiti all’interno del progetto di legge del Senato è stato bruscamente ritirato dopo che la Heritage Foundation, think tank conservatore, aveva pubblicato un rapporto dove si dichiarava che, se fosse stato approvato quel testo, il paese sarebbe stato alluvionato da 193 milioni di nuovi immigrati legali entro 20 anni. La cifra, superiore alle popolazioni di Messico e Centro America sommate, era istericamente ridicola. Il progetto di legge è stato emendato in tutta fretta, e la stima rivista a un ancora surreale cifra di 66 milioni, 47 contando solo i nuovi arrivi, non chi è già qui e verrebbe legalizzato (per contro l’Ufficio Bilancio del Congresso, calcola 8 milioni netti di immigrati nei prossimi 10 anni col progetto di legge del Senato. La National Foundation for American Policy, calcolando nuovi venuti e immigrati già presenti, ha studiato il progetto di legge e ottenuto una cifra di 28,48 milioni in 20 anni, ovvero 1,42 milioni l’anno. Sono tanti, ma molto meno dei numeri che questi pugili dell’antimmigrazione avrebbero voluto far credere).

Se si scava nelle argomentazioni più discusse, che collegano gli immigrati a cose come la rampante sovrappopolazione o la crisi della lingua inglese, si ritrovano le influenze delle molte organizzazioni votate alla linea dura restrizionista. Tolte di mezzo queste, sotto di solito si trovano delle bufale. Non ci sono molti gradini, di solito, a dividere esteriormente razionali, spesso citate organizzazioni come la Federation for American Immigration Reform, che si definisce strutture senza scopo di lucro e, non di parte, dedicata alle ricerche e studi politici, e gente come il suo co-fondatore John Tanton. Il Southern Poverty Law Center, che studia gruppi che fomentano l’odio, dice che Tanton, oculista del Michigan in pensione, “Negli Stati Uniti è ampiamente riconosciuto come il personaggio di punta nei movimenti anti-immigrati e per l’Inglese Ufficiale”.

Un suo profilo sul sito web del Center recita: “ Oltre alla FAIR, di cui è ancora membro del comitato direttivo, Tanton gioca un ruolo centrale in una serie di gruppi e istituzioni inti-immigrati e nazionaliste, quali Pro English, U.S. Inc., Center for Immigration Studies (CIS), U.S. English, e Numbers USA.

Chi è, questo Tanton? Qualcuno che ha definito gli immigrati latini come un’orda di cattolici, con l’allarmante tendenza a riprodursi, di dubbia “educabilità”, uno che gestisce una casa editrice, la Social Contract Press, che commercializza titoli sul tema quali The Camp of the Saints, denunciato come indecente e razzista.

La Anti-Defamation League, in un rapporto del 2000 sulla FAIR, ne individua le radici originarie e propone quello che definisce “ uno sguardo su come la libertà di pensiero possa superare il confine di una tendenza alla divisione, alla ricerca di capri espiatori in chi è nato all’estero”. Vale la pena di leggerlo.

La FAIR e i suoi alleati non sono per niente gli unici nemici ostinati dell’immigrazione, ed esistono altre opinioni ancora più irriferibili, che verrebbero animosamente respinte dalla gran massa delle persone all’interno del campo dell’approccio repressivo. Ma la loro influenza resta significativa: le argomentazioni riflettono alcuni passaggi di molti esponenti conservatori. E mostrano quanto l’attuale panico non trovi la propria origine nel cervello della gente, ma nelle sue viscere.

III. Una serie di soluzioni troppo costose

I restrizionisti propongono una varietà di soluzioni drastiche. Ma le rassicurazioni che offrono a chi è preoccupato per l’immigrazione sono false, per un motivo semplice: il cartellino del prezzo segna una cifra troppo costosa perché la si possa seriamente prendere in considerazione. Chiunque le proponga seriamente sta facendo qualcosa di peggio che della demagogia.

Consideriamo la soluzione preferita dei restrizionisti: deportiamoli tutti. É un argomento indifendibile in qualunque dibattito, perché solo qualche urlatore da talk-show televisivo sarebbe disposto a pagarne il conto: 200 miliardi di dollari o più, almeno il doppio del bilancio del Department of Homeland Security. E ciò senza calcolare il costo psicologico per la nazione, del veder strappare gli immigrati dalle loro case, posti di lavoro, scuole, per buttarli fuori. E tanto improbabile la disponibilità a pagare questo prezzo una volta, tanto più a ripagarlo ancora e ancora, dato che arriverebbero nuovi immigrati a rimpiazzare quelli che abbiamo rimandato a casa.

Poi, c’è l’altra soluzione di gran moda tra i fautori della linea dura: fortificare il confine, che come qualunque restrizionista vi dirà è la priorità più urgente nelle riforme sull’immigrazione. Si sono già riversati miliardi sul confine meridionale - California, Arizona, New Mexico eTexas - in muraglie, sorveglianza e tecnologie. A partire dal 1986, il bilancio della vigilanza sulla frontiera è stato aumentato di dieci volte, il numero degli agenti in servizio di pattuglia cresciuto di otto volte. La Camera dei Deputati, nel suo inquietante progetto di legge da approccio duro all’immigrazione, vuole realizzare un muro di mille chilometri, che servirà a ingrassare pochi potenti appaltatori di parecchi milioni, difficili da calcolare, e il Presidente Bush ha già mobilitato la Guardia Nazionale.

Questi cartellini del prezzo sembreranno anche più esosi, paragonati ai risultati.

Abbiamo già speso parecchio in repressione, e abbiamo davvero molto poco di valido da mostrare. Un editoriale del Wall Street Journal dal titolo “Le Brigate di Confine” nota che “ La polizia U.S.A. per l’immigrazione, almeno dopo la legge Simpson-Mazzoli del 1986 e di certo dopo gli anni ’90, ha posto l’accento sulla ‘sicurezza’ sopra ogni altra cosa”. Ma ciò non ha rallentato minimamente l’immigrazione illegale. Il Pew Hispanic Center riporta che la popolazione degli immigrati illegali negli ultimi anni mostra una “crescita stabile”, ad essere cauti. Nel 1986, nell’ultima occasione in cu il paese fu logorato da un dibattito sulla riforme dell’immigrazione, la popolazione di illegali era stimata a 3 milioni. Oggi, è di 11-12 milioni.

Chi ha sposato la logica del pugno di ferro è contrario a qualunque riforma che allenti la pressione al confine, come un programma per lavoratori temporanei, o la garanzia di visti per legalizzare chi è già qui e i suoi familiari che attendono di entrare. Non lo ammetteranno, o non lo capiscono, che stanno semplicemente insistendo nel buttare denaro sonante per cause perse.

IV. Odi e paure locali

Il modo di avvicinarsi all’immigrazione dell’America dovrebbe essere quello di una nazione costruita dagli immigrati, orientate all’idea di eguaglianza. Purtroppo, le azioni intraprese a livello locale – dove succede la gran parte delle cose – appare come un gran cumulo di prepotenza e bigotteria.

Città e contee della California, Arizona, New York e altrove hanno deliberato ordinanze che colpiscono i lavoratori giornalieri, i più visibili e umiliati componenti della popolazione immigrata. Ciò non significa che non si usi il lavoro degli immigrati illegali. Vuol dire semplicemente che la pubblica amministrazione sta rendendo la loro dura vita ancora più dura. I lavoratori giornalieri sono stati sottoposti a maltrattamenti della polizia e sgombri illegali. Senza parlare dell’ostilità spontanea e degli abusi commessi da datori di lavoro in nero, cittadini regolari, gruppi di protesta e vigilanti come il Minuteman Civil Defense Corps.

In alcuni casi ci si concentra sullo strappare da tessuto sociale la figura dell’immigrato: approvando norme che impediscono alla società a cui essi danno un contributo di aiutarli. In aprile, il Governatore della Georgia Sonny Perdue ha firmato una delle leggi più dure anti-immigrazione del paese, un pacchetto di restrizioni che fra le altre cose richiede ai maggiorenni richiedenti sostegno statale di dimostrare di essere qui legalmente, e agli uffici dello stato di verificare la condizione riguardo all’immigrazione di ogni dipendente. Non conta il fatto che gran parte della vitalità economica della Georgia nasca dagli immigrati che lavorano nelle sue fabbriche tessili, che raccolgono le sue pesche, che preparano i suoi pasti e puliscono i suoi diffusi suburbi.

Alcune di queste sparate sono semplicemente stupide. A Danbury, Connecticut, il sindaco se l’è presa con la pallavolo, uno dei passatempi preferiti degli immigrati ecuadoregni. A Nashville hanno tentato di proibire i furgoncini che offrono i tacos ma non, e questo vuol dire qualcosa, i chioschi di hot dog. Stupidi, ma cattivi.

V. Usare la Polizia

Altre misure locali sono più gravi. Il più perverso degli impulsi a reprimere è quello di ricorrere alla polizia cittadina per applicare le leggi sull’immigrazione. Gli agenti odiano questi compiti. Consigli cittadini e comandi di polizia resistono ai tentativi di far loro carico di qualcosa che è, e dovrebbe restare, una responsabilità federale.

Per esempio, sindaci e capi della polizia di Minneapolis e St. Paul si sono espresso contro la proposta del governatore del Minnesota di utilizzare le forze locali per queste funzioni: e hanno parlato per conto di molti altri sindaci e capi della polizia che hanno le stesse idee. Il comandante John Harrington del St. Paul Police Department ha dichiarato al St. Paul Pioneer Press che i poliziotti locali erano già oberati da altro lavoro – come la lotta alla criminalità violenta – più urgente, del controllo dei documenti di immigrazione della gente.

La città di St. Paul non ha abbastanza agenti per gestire il carico di lavoro corrente, come applicare le norme cittadine o colpire i gravi reati federali – traffico di droga, sequestri, rapine in banca – che ha ora” ha detto il Capo Harrington. Controllare gli immigrati, continua, toglierebbe uomini dal lavoro su crimini più gravi come le violenze sessuali. Sostiene anche che il costo di mandare per sei mesi 550 agenti a formarsi allo Immigrations and Customs Enforcement potrebbe servire meglio a combattere i reati in città.

C’è un altro aspetto della repressione sugli immigrati che danneggia, anziché contribuire alla lotta alla criminalità. Come hanno sottolineato il capo Harrington e molti altri, i poliziotti locali – a differenza dei loro colleghi federali – hanno bisogno dell’aiuto della comunità per svolgere il proprio compito. Gli immigrati illegali sono già una popolazione nascosta. Rivolgere contro di loro la polizia locale li spingerebbe ancor più nell’ombra. Ciò rallenterebbe le indagini, coi testimoni che spariscono, e la criminalità che, imprendibile e impunita, prospera.

Parte Seconda: La via più difficile, ma preferibile

I. Un tentativo di far meglio, di 796 pagine

Se i fautori della linea dura, che cercano di eliminare qualunque riforma generale dell’immigrazione, sono un coro disciplinato che canta la medesima tonalità, chiara e sonante, l’altro schieramento assomiglia più a una folla che tenta di mettere insieme una messa cantata in uno stadio. Un’alleanza di poveracci e potenti, di dichiarati Repubblicani come i Senatori John McCain e Lindsey Graham, insieme al vecchio leone liberal, Edward Kennedy. Sono compresi interessi di impresa, alcuni sindacati, editoriali giornalistici come questo e altre pagine giornalistiche molto diverse da queste. Anche un diffidente Presidente Bush ha tentato di trovarsi un posto da qualche parte.

Quello che unisce questa variopinta alleanza, e la distingue dalla linea dura, è il capire che una immigrazione abbondante è una manna: una manna composita, ma comunque una manna. É il tentativo di risolvere il problema, che manca di chiarezza. Ci si districa fra le contraddizioni. Il lavoro, incarnato nel mattone da 796 pagine che è il progetto di legge del Senato, è al tempo stesso perdono e punizione. Butta soldi lungo il confine, ma comprende anche un percorso verso la cittadinanza per molti, anche se non per tutti, gli immigrati illegali già presenti. Spiana la strada ad altri milioni, le cui speranze di entrare nel paese sono state sbarrate, talvolta per decenni, da ostacoli burocratici.

I critici della legge l’hanno definita impraticabile e incomprensibile. Non hanno torto. Ma per quanto lacunoso, il progetto del Senato è l’unico che riconosca e tenti di enfatizzare il contributo degli immigrati all’economia e alla cultura di questo paese. É l’unico che tenti di comprendere immigrati attuali e futuri, illegali o meno, nell’opera di miglioramento di questo paese. E quindi è l’unico con qualche speranza, nell’incredibilmente difficile soluzione della complessa equazione costi/benefici a risultato positivo.

II. Quanto abbiamo bisogno di loro

Come collettore di lavoratori verso questo paese, l’attuale sistema di immigrazione è in forte squilibrio sul versante della domanda. Il percorso legale per un lavoratore generico che entra negli Stati Uniti significa uno dei 5.000 visti rilasciati a questo scopo ogni anno, il che significa che il percorso legale non esiste. L’economia del paese si è adeguata, naturalmente, occupando lavoratori temporanei e illegali a milioni. La mano invisibile del mercato non chiede carta d’identità alle circa 500.000 persone che entrano illegalmente ogni anno.

Gli immigrati – legali e illegali – occupano una nicchia vitale dell’economia americana. Sono il 12% della popolazione degli Stati Uniti, ma il 14% della forza lavoro, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso. Dal 1994 al 2004, afferma l’ufficio in un rapporto dello scorso dicembre, il numero di lavoratori nati all’estero è cresciuto da 13 sino a 21 milioni, un’ascesa che conta per oltre la metà dell’aumento complessivo della forza lavoro USA. Secondo la American Immigration Lawyers Association, gli immigrati coprono il 40% di tutti i posti di lavoro nei settori agricolo, della pesca e forestale del paese, il 33% nella cura di edifici e proprietà, 22% nella preparazione di alimenti e il 22% nelle costruzioni. Strappare circa un terzo di questi lavoratori, quelli illegali, dalla propria fonte di sostentamento e dalle famiglie, sarebbe rovinoso per l’economia, in particolare per i agricolo e del turismo in stati come la California.

Scordiamoci l’idea che gli immigrati siano parassiti fiscali. Al contrario. Pagano di più in tasse di quanto non consumino in servizi. Gli illegali che utilizzano numeri della sicurezza sociale falsi per essere assunti, pagano trattenute e imposte sul reddito, ma non ricevono servizi e non hanno diritto al Medicaid. La quantità di versamenti non rivendicati per la Sicurezza Sociale è più che raddoppiata dagli anni ‘80, fino a raggiungere quasi i 189 miliardi di dollari. Dato che gli immigrati tendono ad essere più giovani e sani dei lavoratori nati qui, usano con più parsimonia il servizio pubblico. Uno studio generale sull’immigrazione e i suoi effetti economici – The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, di James Smith e Barry Edmonston, per il National Research Council del 1997 – reassume le proprie conclusioni in questo modo: visto che gli immigrati in media sono meno istruiti di chi è nato qui, guadagnano meno e pagano meno tasse. Ma consumano anche molti meno servizi. Di conseguenza: l’immigrato medio paga circa 1.800 dollari di tasse in più di quanto non costi in servizi, anche tenendo conto dei costi di istruzione per i suoi bambini.

Il rapporto pone l’enfasi sul fatto che il modo adeguato di considerare questa spesa è in quanto investimento nel futuro del paese. In una nazione che assorbe circa un milione di nuovi arrivati l’anno, ciascun flusso annuale di immigrati paga 80 miliardi in più di tasse, nell’arco di una vita, di quanto non consumi in servizi. In altre parole, non c’è alcuna crisi economica provocata dall’immigrazione: potrebbe essercene una se l’immigrazione si arrestasse.

La scorsa settimana, è girata su internet una lettera aperta al Presidente Bush e al Congresso. Firmata da oltre 500 economisti specializzati in vari settori, compresi cinque vincitori del Premio Nobel, sostiene che l’immigrazione rappresenta una guadagno netto per l’America e i suoi cittadini, “ il più grandioso programma contro la povertà mai immaginato”.

III. Bisogna riconoscere i costi

Sarebbe sbagliato sostenere che un più rigido controllo non abbia spazio, in una attenta politica di riforma dell’immigrazione, o che il fenomeno non porti con sé una serie di problemi. Ci sono molte cose che anche i sostenitori dell’immigrazione dovrebbero e devono ammettere. Non sono soltanto buoni lavoratori dai piedi piagati e famiglie affamate, a riversarsi oltre il confine. Arrivano anche droghe, merci contraffatte e armi. Non si sa di terroristi entrati dal Messico, ma potrebbe anche succedere. Se c’è un modo realistico di sigillare il confine per quanto riguarda spacciatori di droga, criminali e terroristi, vorremmo certamente prenderlo in considerazione. Ma non c’è. Il controllo deve essere vigilante su tutti questi aspetti, ma non è al confine che si vince la battaglia.

C’è un aspetto problematico dell’immigrazione illegale, molto concreto: il costo che impone a chi compete con i lavoratori generici illegali. É ragionevole: come fa un mercato del lavoro ad assorbire tante persone nuove senza vedere cadere le retribuzioni? Uno studio citato spesso di due economisti di Harvard, George J. Borjas e Lawrence F. Katz, ha rilevato che fra il 1980 e il 2000, un’ondata di immigrazione illegale dal Messico ha ridotto le paghe i chi non ha un diploma dell’8,2%.

Ma questa ricerca potrebbe dare solo un’immagine parziale. Non tiene conto della crescita economica generate dagli immigrati: i molti posti di lavoro creati dal suo basso costo, e la lacuna demografica che si viene a colmare. Come ha sottolineato Eduardo Porter sul Times in aprile, “ Nello scorso quarto di secolo, la quantità di persone senza un’istruzione da college, compreso chi ha abbandonato gli studi, è diminuita drasticamente. Ciò ha ridotto il bacino di lavoratori più vulnerabili alla concorrenza da parte degli immigrati”.

La cosa non consola il portinaio di Los Angeles che ha visto scomparire il proprio posto di lavoro, o l’imprenditore corretto che non riesce a competere con quelli con meno scrupoli che usano a vagonate – e sottopagano e sfruttano – lavoratori giornalieri illegali. Qualunque tentativo serio di riforma sull’immigrazione deve misurarsi col fatto che molti americani – tra gli altri i giovani neri – esclusi ed emarginati dal mercato del lavoro per generazioni, continueranno ad essere esclusi. Ciò è particolarmente vero con l’economia che brulica di energie di immigrati, di cui molti illegali. Se il fenomeno fa diminuire il costo del lavoro e aumenta la ricchezza nazionale, dobbiamo trovare modi per cui questo guadagno sia condiviso da chi sta ai gradini più bassi della scala economica.

IV. La rabbia spontanea

Farmingville, una città operaia di Long Island molto bruscamente trasformata dall’immigrazione latinoamericana, è un ottimo esempio di come una fiorente immigrazione possa porre sfide e suscitare risentimento. Gli abitanti di lunga data si sono accorti loro malgrado della presenza di decine di latini agli angoli delle strade, o ammucchiati dentro ad appartamenti trasformati illegalmente in pensioni. É un chiaro esempio di globalizzazione con effetti locali, e secondo molti a Farmingville i suoi costi sono evidenti, e inaccettabili. Giovanotti che affollano il parcheggio del 7-Eleven, molestano donne e ragazze con epiteti sessualmente aggressivi. Uomini che orinano per strada, vagabondano e in generale sono fonte di disturbo. Non si può parlare con loro, non si può mandarli via.

Sono la manifestazione visibile della rottura dei confini, e qualcuno offeso ha pensato di risolvere il problema da sé. Hanno picchiato gli immigrati, e lanciato bottiglie incendiarie sulle loro case. Hanno preso i cartelli e sfilato. Hanno maltrattato e interrogato i lavoratori giornalieri, hanno scritto lettere, tenuto assemblee.

Il conflitto di Farmingville si replica, in modi diversi, in varie città degli Stati Uniti. Ma gli attivisti anti-immigrati di Farmingville non hanno ottenuto nulla, a meno che non consideriamo un successo la lotta contro la creazione di uno spazio per l’assunzione dei lavoratori giornalieri. Cinque anni dopo l’esplosione del furore, da cui è nato un documentario ben fatto, Farmingville ha tanti lavoratori giornalieri quanti ne aveva prima. Ma non ha un posto dove ingaggiarli.

V. I costi all’estero

Ci sono molti libri che documentano le difficoltà dei latini che migrano verso El Norte. Il libro Coyotes di Ted Conover, giornalista bianco con la passione di vivere direttamente le proprie storie, è un buon lavoro. Nei villaggi da cui gran parte dei giovani uomini vanno all’estero, la conseguenza è di poter contare su un flusso di rimesse regolari - in totale 25,5 miliardi di dollari nel 2003, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso – che rappresentano una risorsa vitale di reddito nei paesi poveri.

Ma significa anche che le comunità, in particolare quelle piccolo nel sud del Messico e in America Centrale, perdono i propri membri più vivaci, gli uomini e le donne più validi, per mesi o anni. Le energie che potrebbero essere spese per far crescere la comunità o per far prosperare attività locali, se ne vanno in un altro paese, e se i soldi sono benvenuti, spesso sono un povero sostituto all’impossibilità di avere coniugi e figli a casa, come attesta il prezzo in termini di famiglie separate.

VI. Possibilità e incertezze

L’attuale “sistema” per l’immigrazione, se si può chiamare così, è fallito. É pieno di perversioni. Lo è anche il tentativo di mettere rimedio.

Il progetto di legge della Camera è semplicemente dannoso. L’alternativa del Senato ha delle gravi lacune. Cerca di dividere la popolazione degli immigrati illegali in tre gruppi, ed è relativamente accogliente con alcuni, e più dura con altri, a seconda degli anni di presenza qui. Milioni fra I nuovi arrivati dovrebbero andarsene volontariamente dal paese: di fatto una deportazione. É difficile immaginare che una quantità significativa lo farà mai. Ma in ogni caso, sembra assai improbabile che complessivamente il Congresso possa, nel clima attuale, approvare qualcosa buono come il progetto del Senato.

Una quota notevole di gruppi a favore degli immigrati ha già concluso che il non far niente – non approvare alcun progetto di legge quest’anno – sarebbe meglio che approvare un ibrido fra i progetti della Camera e del Senato.

Potrebbero aver ragione. Con le elezioni che si profilano per novembre, l’orientamento della linea dura potrebbe risultare vincente. É quello sostenuto dalla maggioranza della Camera, e appoggiato dai gruppi di base che hanno fatto migliaia di telefonate e spedito mattoni (sì: veri mattoni) ai loro rappresentanti eletti per ottenere un risultato. Ma è sciocco pensare che chiudere l’America dentro a una muraglia, e riformare l’immigrazione solo attraverso la polizia, non sia qualcosa di diverso da sconfitta auto-inflitta.

Non solo perché i costi della sicurezza sono tanto elevati, o perché i contributi degli immigrati, legali e illegali, al paese sono positivi. Chi si è impegnato tanto come i sostenitori della linea dura per chiudere questo paese alle persone che vengono a cercare lavoro e un futuro, ha una visione incredibilmente ristretta di cosa dovrebbe essere la nazione. Militarizzare il confine, trasformare gli immigrati illegali in criminali, significa tentare di ribaltare la polarità della calamita americana, a respingere chi ha lottato, sognato, è morto, per venire qui.

Significa trasformare questo paese unico, in una delle tante potenze industriali con un tasso di nascita in calo, e un autolesionista antagonismo nei confronti di chi è nato all’estero. Vuol dire stabilire cosa vuole l’America, non importa quale possa essere il prezzo in termini economici, di tradizioni, e valori, e statura morale.

É pericoloso. Non è razionale. Ma le argomentazioni dei restrizionisti non nascono dalla razionalità. Nascono dalla paura.

Nota: vedi tra l'altro sullo stesso tono anche gli articoli di Robin Hoover e William H. Frey ; di seguito il PDF scaricabile (f.b.)

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Titolo originale: Italy's knife-edge election results are a symptom of this age of stalemate– Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini



Se esiste un settore globale che necessita di ristrutturazione, è di certo quello degli exit-polls. Lunedì pomeriggio, le prime proiezioni mettevano Romano Prodi in corsa verso una comoda vittoria su Silvio Berlusconi; man mano si avvicinava la sera, il margine di vittoria si è assottigliato fino ad una sottilissima barriera, un decimo di punto percentuale a separare i due contendenti. Due settimane fa, gli exit polls in Israele davano al partito Kadima 33 seggi, cifra caduta a 28 in un mattino. E non dimentichiamoci il 2 novembre 2004, quella notte in cui i guru dei sondaggi avevano proclamato presidente John Kerry.

E così gli italiani si sono risvegliati con un risultato fumoso e incerto, privo della chiarezza promessa il giorno prima. Eppure, per gli italiani progressisti quella era soltanto una piccola macchia sulla coppa di champagne; c’era qualcosa da celebrare: l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. "É stato tanto umiliante vederlo in televisione, a comportarsi come un dittatore latinoamericano” dice Pietro Corsi, direttore dell’edizione italiana della New York Review of Books.

Anche lui, come tanti altri, era arrivato a disprezzare tutto quanto rappresentava il primo ministro uscente. Lo accusavano per la sua alleanza coi razzisti ed ex fascisti, per il suo settarismo e la volgarità, come quando definiva gli avversari “teste di cazzo” o “coglioni”; per la sua rampante autostima, dalla chirurgia estetica alla cura della calvizie al paragonarsi a Napoleone o Gesù Cristo. Ma c’erano anche due oservazioni più gravi. La prima riguardava la sua lealtà all’amministrazione USA più di destra a memoria d’uomo, al seguire la Casa Bianca in una Guerra impopolare.

La seconda era al rappresentare la cultura della corruzione, al suo disprezzo altezzoso per la legge, ben tratteggiato dai suoi ripetuti tentativi di riscrivere le regole per tutelarsi dai processi. La sola idea di un magnate dei media che possiede il 90% delle frequenze televisive, dell’uomo più ricco d’Italia che fa il capo del governo, era di per sé un’erosione della vita pubblica. La sua uscita di scena, se avverrà, farà istantaneamente dello spazio pubblico italiano un luogo più pulito.

Per molti le elezioni sono state un referendum su Berlusconi, una questione particolare completamente italiana. Anche così, essa si colloca comunque almeno in due scenari più ampi. Primo, gli italiani ora sono diventati l’ultima democrazia matura che si rivela nazione 50%-50%. La strada è stata aperta dagli USA col testa a testa della Florida nel 2000, mentre le elezioni del 2004 si sono decise sui soli 60.000 voti dell’Ohio. Lo scorso autunno, i tedeschi hanno prodotto un proprio foto-finish, e ora il risultato italiano da’ destra e sinistra divise da soli 25.000 voti.

Potrebbe essere un cavillo aritmetico, o far pensare che queste società sono davvero spaccate in due. Le distanze culturali che separano gli stati “blu” da quelli “rossi” in America sono ben note, ma l’Italia è altrettanto polarizzata. Nord e sud, religione e cultura laica, ricchi e poveri, destra e sinistra: tutti elementi di divisione storici e profondi del paese. È un luogo dove i cattolici lottano ancora coi comunisti per il controllo dell’anima nazionale, dove qualcuno nel ricco nord crede di avere più in comune coi tedeschi del sud che con certi italiani che definisce “Marocchini”, della Sicilia o in genere del meridione.

La tendenza più grave è la paralisi che sembra attanagliare le tre maggiori nazioni dell’Europa continentale. In Germania, Francia e Italia la classe politica (spinta da quella imprenditoriale) si è convinta che occorre uno specifico urgente rimedio per le proprie economie malate. Ci si deve sottoporre, hanno concluso da tempo le élites, ad una ristrutturazione radicale, con una deregolamentazione e liberalizzazione del mercato del lavoro. Una medicina che ha vari nomi - thatcherismo, blairismo, neoliberalismo, modello anglosassone – ma i decisori di Parigi, Berlino e Roma non hanno dubbi debba essere somministrata, se non si vuole che questi tre leoni acciaccati europei vengano colpiti a morte nella giungla globalizzata, dall’India e dalla Cina.

Il guaio è, che i cittadini di questa troika europea rifiutano di sottoporsi alla cura. Lo fanno negando il sostegno alle urne, come in Germania dove si è trasformato il vantaggio iniziale di Angela Merkel in una vittoria strettissima su Gerhard Schröder. Oppure scendendo nelle strade, come accaduto in Francia, obbligando Dominique de Villepin a lasciar cadere il suo pur modesto progetto di rendere gli under-26 francesi più facilmente licenziabili, e quindi più attraenti per i datori di lavoro. Comunque sia, i cittadini non consentono ai propri leaders di imporre le riforme thatcheriane che gli stessi leaders sostengono essenziali.

Ma, in modo contraddittorio, questi elettori non corrono verso una chiara alternativa di sinistra: in parte per il fallimento dei progressisti in tutto il mondo a proporne una. Sonno cosa non vogliono, ma devono ancora capire a favore di quale programma raccogliersi. Ne consegue una situazione di stallo, più volte evidenziata dalle urne. L’Italia è uno di questi casi. Pochi negano esista un problema. La crescita economica l’anno scorso è stata zero; il debito pubblico del paese supera il prodotto nazionale lordo: l’Italia ha speso l’equivalente di 45 miliardi di sterline in un anno solo per pagare gli interessi. Berlusconi, che aveva promesso all’Italia il medesimo miracolo economico realizzato per sé, ha assistito al declino di tutti gli indicatori che contano, dalla produttività alla competitività.

La prospettiva di lungo termine è anche peggiore. I grandi settori italiani sono il tessile, calzature, arredamento, aree in cui Cina e India possono facilmente vincere sul prezzo. Il paese ha una popolazione invecchiata e in declino: il tasso di nascita è in calo e il 28% degli italiani è pensionato, si vive più a lungo ma ci sono meno lavoratori che pagano per chi è in pensione. Tutti sanno che deve cambiare qualcosa, se il paese non vuole passare tutto il XXI secolo affondando.

Ma all’elettorato non sono state proposte azioni chiare. Da un lato, non si è sostenuta direttamente l’opzione neoliberale. L’arci-libero-mercato Berlusconi ha promesso un aumento delle pensioni pubbliche è una maggiore tutela sociale, non di meno. Contemporaneamente, è stato il socialdemocratico Prodi a chiedere un taglio ai versamenti contributivi per i lavoratori da parte delle imprese. Ciascuno tenta di indossare i panni dell’altro. Ciò avviene in parte perché entrambi i contendenti hanno ampie coalizioni da tenere insieme. Ma anche perché la destra italiana non osa proporre un programma thatcheriano puro, temendo che l’elettorato lo rifiuterebbe. Così i partiti non si compromettono con le scelte, e lo fanno anche gli elettori.

Ma se la destra non ha offerto un programma chiaro, nemmeno la sinistra l’ha fatto. Non aveva una visione propria, che potesse contrastare l’ideologia neoliberista delle privatizzazioni e liberalizzazioni. Non si tratta di una debolezza italiana: la sinistra in tutto il mondo, con la fiducia di sé infranta dopo il 1989, manca di una visione coerente di politica economica, di una proposta di sistema da presentare agli elettori. "Troppo spesso l’alternativa al neoliberismo è solo conservatorismo, come quello degli studenti francesi che vogliono mantenere il mondo com’era", sostiene Charles Grant, direttore del Centre for European Reform.

Dunque abbiamo imparato dalla Germania, dalla Francia, e ora dall’Italia, che la risposta thatcheriana alla globalizzazione è temuta dagli elettori: ma essi non hanno nulla da votare, in alternativa. E non c’è bisogno di exit polls, per dire che l’epoca di stagnazione finirà solo quando ne troveranno una.

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Titolo originale: Family affair – Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini

Domani si chiude il sipario su quella che personalmente considero la più strana rappresentazione della terra: un’elezione politica italiana. Se credete che un branco di appannati politici e le loro fragili promesse non siano un gran spettacolo, pensateci due volte. La cosa più grandiosa in un’elezione italiana è che – cosa inconsueta per un’occasione del genere – la politica c’entra poco.

Quando i votanti entreranno in cabina domani potranno ripensare a uno dei più divertenti spettacoli dell’ultimo periodo: Silvio Berlusconi ha dato il tono sorprendendo gli elettori con la promessa di rinunciare al sesso per tutta la campagna elettorale; il suo ministro della salute si è dimesso dopo che era stato accusato di aver ingaggiato investigatori per spiare i rivali politici; c’è una showgirl, Mara Carfagna, che ha deciso di candidarsi in Campania; decine di migliaia di persone hanno sfilato nelle piazze avvolti in cartelli che recitavano “ Sono un Coglione” (non fate domande); i proprietari delle squadre di calcio del Milan e della Fiorentina hanno avuto una rissa verbale in pubblico; Berlusconi ha detto che i comunisti bollivano i bambini; l’ambasciata cinese ha protestato dicendo che no, non hanno mai bollito bambini. É stato uno spasso per settimane.

Una teatralità del genere richiede una preparazione complessa. Ci sono 174 simboli elettorali ufficialmente registrati. Come accade per il cattolicesimo nazionale, il proselitismo è altamente esteriorizzato: l’aspetto del paese è cambiato fra bandiere e manifesti che ricordano all’elettore i simboli dei partiti: una fiamma, un arcobaleno, una colomba, uno scudo, un ulivo.

L’incredibile quantità di simboli spiega in parte il motivo per cui il dibattito politico scarseggia. Gran parte della discussione elettorale degli ultimi mesi ha riguardato le coalizioni. Elemento centrale del dibattito è la partitica, non la politica: i raggruppamenti, non i programmi. Gli scoop giornalistici sui media fanno sembrare il parlamento un gioco da bambini: è un continuo alternarsi fra chi è il migliore amico, e improvvisamente diventa nemico giurato.

Le conseguenze sono parecchie. Per dirne una, il foglio su cui si vota è quello che viene chiamato scheda-lenzuolo, con dimensioni adeguate. E se è complicato essere giornalisti politici in Italia, immaginate cosa deve significare per un leader cercare di controllare i suoi alleati: ci sono 33 partiti presenti nella coalizione di Romano Prodi, 35 in quella di Berlusconi.

Se si guardano le immagini, emerge qualcosa di interessante. Il posto d’onore non è per il partito, ma per il leader. I manifesti che dicono " vota UDC" o " vota AN" invitano molto più insistentemente a " vota Casini" o " vota Fini" . A differenza che in Gran Bretagna, i politici sono più vecchi e consolidati dei propri partiti. Fra tutti i gruppi principali, solo il Partito Radicale è stato fondato prima degli anni ‘90. I partiti cambiano tanto spesso che la persona è decisamente più importante.

Il fatto che le personalità siano più riconoscibili dei partiti significa anche che un’elezione può, come in questo caso, essere la scelta fra un uomo che non ha un partito (Prodi) e un altro il cui carisma e potere extraparlamentare è tanto immenso da essersene creato uno dal nulla (Berlusconi). Significa che cambiare campo per unirsi alla formazione rivale è piuttosto comune. Nel parlamento precedente, ben 158 politici hanno cambiato partito, o coalizione. Soprattutto, significa che la politica appare caratterizzata dal vecchio clientelismo, dove i favori reciproci sono più importanti degli ideali e delle strategie politiche.

Tutto ciò porta alla consolidata immagine della vita politica italiana: il trasformismo, ovvero la tendenza ad avere tanti cambiamenti di gabinetto e alleanze da non riuscire a far niente. Un amico lo definisce il gioco delle sedie mancanti senza che manchino sedie: I politici si muovono ma non vengono mai sostituiti, mai esclusi. Erano esattamente gli stessi, titolare e sfidante, a competere alle elezioni politiche del 1996, 10 anni fa. Se non fosse per le voci insistenti sulla cattiva salute di Berlusconi, mi aspetterei quasi di rivederlo ancora fra altri 10 anni.

La " sta-abilità" di politici dalla reputazione non impeccabile, da Giulio Andreotti a Berlusconi, ricorda un altro tratto caratteristico del teatro politico: chi prende papere non viene mai fischiato via dal palco. Può darsi che sia a causa dell’abitudine cattolica al confessionale, o magari perché i potenti sono davvero al di sopra della legge, o forse ci sono così pochi buoni attori che non c’è partita. "Il problema non è che non ci siano pecche" dice un altro amico, "è che ce ne sono così tante che la cosa non importa più".

Significa che qualunque errore si commette, nomi noti e dinastie sopravvivono sempre. Può trattarsi di una figura marginale, ma Alessandra Mussolini, nipote del Duce, sta ancora in parlamento. Nella battaglia per raccogliere voti, il suo partito Alternativa Sociale è stato accolto nella coalizione di Berlusconi. Più che in qualunque altro posto, il potere è ereditario. Bobo Craxi, figlio dell’ex primo ministro caduto in disgrazia Bettino, fa parte della coalizione di Prodi. Se non fosse stata sconfitta alle primarie, Milly Moratti, moglie di Massimo Moratti, presidente dell’Inter, avrebbe sfidato la cognata Letizia Moratti per diventare sindaco di Milano.

Per mantenere al potere le stesse persone, si deve reinventare spesso il sistema elettorale. La Prima Repubblica (dal 1945 al 1993) era l’archetipo del sistema rappresentativo proporzionale. Il che significa che qui sarebbe stato inconcepibile un processo come lo " Twigging" di Portillo del 1997. Le “liste” della rappresentanza proporzionale garantivano che i potenti non potessero essere sconfitti: il partito poteva anche perdere moltissimo, ma se si stava in cima alla lista di qual partito perdente, si poteva ancora tornare in parlamento. La punizione degli elettori toccava i soldati semplici, mai i leaders.

Dato che quel sistema non consentiva di eliminare i Golia, emerse una strategia più sinistra in forma di azione extraparlamentare. L’Italia era nota per il terrorismo politico negli anni ’70 e ‘80. Ci sono ancora alcuni episodi di omicidio politico, sommosse, molti fascisti o comunisti non convinti dal sistema democratico. Tutto ciò semplicemente perpetua un centro stagnante, che si presenza come baluardo contro gli " opposti estremismi". L’inerzia porta all’agitazione, che rafforza l’inerzia.

Alla nascita della Seconda Repubblica, il 90% degli italiani scelse di adottare un metodo elettorale che premiava i più votati. Ma ne risultò un sistema al 75% uninominale, e al 25% proporzionale. Un sistema tanto complicato che ad ogni elezione, sui giornali venivano dedicati grandi grafici a spiegare una cosa chiamata scorporo. La prossima volta che siete in Italia e non avete niente da fare, provate a chiedere a qualcuno di spiegarvelo. Avrete bisogno di una calcolatrice, di molto caffè e almeno di un paio d’ore. Spesso sembra che il modo in cui funziona il paese abbia a che fare con la complicazione, e se si è cinici sembra che la cosa raramente favorisca il cittadino comune.

Berlusconi solo qualche mese fa ha introdotto una nuova legge elettorale. Fa tornare l’Italia, dopo 12 anni di flirt col maggioritario, a un sistema proporzionale. Ha spinto qualcuno a suggerire che il paese stia entrando in una Terza Repubblica, più simile alla prima che alla seconda. Siamo di nuovo alle caute politiche centriste e alle liste elettorali.

Per completare il quadro, il tutto è ostaggio di influenze esterne. Nessuno sa esattamente quanto peso abbiano, ma certo le varie mafie fanno sentire la propria presenza durante le elezioni. Leggete come volete il fatto che Berlusconi, nel 2001, abbia preso il 100% dei seggi parlamentari in Sicilia. Criminalità organizzata significa anche che la politica è influenzata dalle pallottole quanto dalle urne: Francesco Fortugno, vicepresidente della Regione Calabria, è stato assassinato in ottobre, quasi certamente dalla 'Ndrangheta, la mafia calabrese (dominante nella punta dello Stivale).

Ci sono anche altre influenze, più benevole o bizzarre. Il Vaticano può ancora svolgere un ruolo da king-maker. Prima di ogni elezione c’è una lunga fila di politici che escono seri dal territorio nazionale per guadagnarsi l’occasione di una foto col Papa. Ancora più strano, questa elezione vede 12 seggi della Camera e 6 del Senato decisi dalla diaspora mondiale degli emigrati italiani in quattro collegi elettorali (America Settentrionale e Centrale, Sud America, Europa e Resto del Mondo). Le conseguenze diplomatiche e democratiche stanno solo iniziando a capirsi. Significa, ad esempio, che il critico gastronomico italo-scozzese del Glasgow Herald, Ron MacKenna, potrebbe trovarsi eletto al Parlamento italiano. Se i risultati elettorali fossero più in bilico di quanto si prevede, lui e altri 17 stranieri potrebbero trovarsi ad essere l’ago della bilancia a Roma.

Il motivo finale per cui la rappresentanza proporzionale appare sproporzionatamente poco rappresentativa, è che esiste un acuto squilibrio generazionale e di genere. Su 315 senatori eletti, solo 25 sono donne. Bisogna avere più di 25 anni per votare il Senato, e oltre 40 per candidarsi. Si capisce in fretta che il paese è l’opposto della Gran Bretagna: noi siamo ossessionati dalla gioventù dei nostri leaders, l’Italia è determinata a rimanere una gerontocrazia.

Quindi è comprensibile che la maggior parte degli italiani abbia una visione distorta della politica nazionale. Eppure le contraddizioni sono così tante che questa democrazia è invidiata in tutto l’occidente. La percentuale degli elettori alle ultime politiche del 2001, è stata dell’82,7%. Paragonatela al 61,3% della Gran Bretagna nel 2005.

Paradossalmente, la situazione politica è così disperata, così apparentemente senza speranze, che chiunque capisce l’importanza di esprimere il proprio voto. E ciò nonostante il fatto che non si parli di voto elettronico o postale. Mentre state leggendo questo articolo, i treni italiani sono stracarichi di elettori che tornano nel comune di residenza per votare. Esprimere il voto è ancora considerato una cosa di tale importanza che, ad esempio, l’amministrazione municipale di Parma si offre di pagare il treno ai parmigiani all’estero perché tornino il giorno delle elezioni. Può darsi che la partecipazione sia tanto alta perché gli italiani, che vivono in una democrazia ancora giovane, non la danno per scontata. E certamente aiuta il fatto che ci sia un’alta percentuale di popolazione inscritta ai partiti: i Democratici di Sinistra, per esempio, vantano una potente militanza di 604.655 persone.

É vero che una partecipazione al voto così alta potrebbe essere per molti versi conseguenza di tribalismo. Se l’alta politica spesso appare stranamente apolitica, la vita quotidiana è straordinariamente politicizzata. Spesso si può indovinare l’orientamento politico delle persone dalle cose più strane: per quale squadra di calcio tifano; che tipo di caffè bevono (la marca Illy ha caratteri di sinistra dato che il proprietario, presidente della regione Friuli-Venezia-Giulia, Riccardo Illy, fa parte dell’alleanza di centro-sinistra); che libri leggono (Tolkien era, negli anni ‘70, l’improbabile icona del movimento fascista); addirittura quali scarpe indossano (le Tod’s sono fabbricate da Diego Della Valle, proprietario della squadra di calcio della Fiorentina e ciarliero critico di Berlusconi). In un paese dove spesso si fa politica attraverso simboli e gesti, questo è un tipo di segnale esterno che consente di riconoscere, quasi a prima vista, le simpatie politiche di qualcuno.

Ma l’impegno democratico va più in profondità dei soli simboli. C’è una qualità di dibattito che si vede raramente in Gran Bretagna. Ci sono di frequente referendum su argomenti politicamente soft ma moralmente ardui, come la ricerca sulle cellule staminali; le discussioni su questi argomenti sono approfondite, in modo impressionante. Quando sono arrivato in Italia in un primo tempo mi divertiva il fatto che scioperassero gli studenti delle medie. Di sicuro si tratta semplicemente di un modo sofisticato di non andare a scuola, pensavo. Ma quando si parla con loro, si capisce che sono informati, hanno delle opinioni, a un livello piuttosto raro fra i giovani britannici. Il ristagno della politica nazionale sembra solo renderli più decisi ad agire.

E se la politica romana può essere deprimente, è invece notevole quella locale. L’Italia è notoriamente un sistema decentrato, e non c’è un villaggio degno di questo nome che non abbia i suoi graffiti da caput mundi: il luogo dove si nasce è il centro della nazione. L’attaccamento al luogo spesso produce sindaci carismatici ed efficaci. Può non sembrare gran che, ma ammiro i loro modi intelligenti di affrontare i temi dell’istruzione o dei trasporti.

In ogni democrazia c’è una semplice equazione, che dice che gli elettori hanno i politici che si meritano. Per più di un secolo questo è stato il grande enigma dell’Italia. Come poteva un paese fatto da persone così intelligenti, inventive e generose, finire con politici tanto poco entusiasmanti? La risposta buona è che l’equazione della democrazia qui non è valida, perché la democrazia italiana è troppo intricata. La risposta cattiva è che le icone politiche dell’Italia del dopoguerra - Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – sono davvero rappresentative della maggioranza degli italiani. La grande speranza per le elezioni di domani è che, per una volta, i risultati riflettano l’idealismo, non il cinismo, degli elettori.



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Nota: Tobias Jones ha scritto The Dark Heart of Italy (Faber). Il suo nuovo libro, Utopian Dreams , sarà pubblicato dallo stesso editore il prossimo anno.

Titolo originale: The Space Race – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Mike Davis deve essere stanco di essere etichettato come profeta dei disastri. Ma l’essere apocalittici non è una brutta nicchia per uno storico di sinistra, in questi tempi fradici di calamità. Anche se il suo lavoro copre sia disastri di origine naturale che umana, Davis dedica gran parte del suo tempo alla sovrapposizione fra l’uno e l’altro, nelle fragili chiazze dove l’uomo ha negligentemente posto la sua dimora, come l’ecosistema desertificato di Los Angeles. Davis si è fatto una fama lì con la splendida storia urbana City of Quartz del 1990 e due successivi libri su L.A., Ecology of Fear e Magical Urbanism.

Al suo meglio, la prosa di Davis trasuda il fervore della crociata: se non proprio messianica, ci andiamo vicino. Aneddoti e fatti spuntano da ogni pagine, sostenendo le sue spesso radicali argomentazioni. Non tutti comunque amano questo marxista affatto pentito: qualche anno fa, Davis fa denunciato da parte di qualcuno per essersi preso delle libertà coi suoi dati. Anticipando James Frey, fu anche accusato di essersi inventato una conversazione, in un pezzo scritto nel 1989 per LA Weekly (col permesso dell’intervistato, come poi saltò fuori). Davis lasciò la West Coast per un periodo di tempo, e i suoi argomenti divennero globali con Late Victorian Holocausts, un tomo sulle tragedie ambientali del terzo mondo, seguito lo scorso anno da Monster at Our Door. Rapido trattato sull’influenza aviaria, Monster propone la pestilenza incombente come conseguenza di follie umane quali l’agricoltura industrializzata, il sistema sanitario marcio, una popolazione globale impoverita su cui domina lo slum, ambiente ideale per i germi.

Davis aveva già in mente gli slum, dato che era a mezza strada del manoscritto che poi è diventato Planet of Slums, in uscita il prossimo mese. Il paragrafo iniziale del libro esibisce la sua vena iperbolica, profetizzando la nascita di un bambino che segnerà “uno spartiacque nella storia dell’umanità, paragonabile al Neolitico o alla Rivoluzione industriale”. Davis non sta parlando del secondo avvento di Gesù, ma di un enorme mutamento epocale: il momento in cui la popolazione urbana del pianeta supererà in numero quella rurale. I teorici americani dell’urbanistica hanno passato gli ultimi vent’anni discutendo di sprawl o edge cities, ma Davis sostiene che il processo sta avvenendo a velocità iperbolica in luoghi come l’Asia, l’America Latina e l’Africa, dove le città divorano la campagna. Presto non racconteremo più le favole sulle differenze tra il Topo di Città e quello di Campagna: ci saranno soltanto il Topo di Megacity e quello di Small-City. La Cina, nota, “ha guadagnato più abitanti delle città negli anni ’80 di quanto non abbia fatto tutta l’Europa (Russia compresa) in tutto il ventesimo secolo!”.

Il problema è che popolazioni più grandi non portano automaticamente ad economie in crescita, e si crea un enorme frattura quando i poveri sciamano verso le città prive di infrastrutture per sostenerli. La popolazione di squatter a Karachi raddoppia ogni dieci anni, e Davis prevede che nell’Africa nera ci saranno 332 milioni di abitanti di slum entro il 2015”. “Le città del futuro, anziché essere fatte di vetro e acciaio come immaginato dalle scorse generazioni di urbanisti, sono invece costituite in gran parte di mattoni crudi, paglia, plastica riutilizzata, blocchi di cemento, legname di recupero” scrive. “Invece di città della luce che salgono verso il cielo, il mondo urbano del ventunesimo secolo sta acquattato nel fango”.

Davis si preoccupa per una “fondamentale riorganizzazione dello spazio metropolitano” nel mondo, coi ricchi che abbandonano le città ritirandosi nel genere di gated communities note agli americani – di fatto molto note a tutti, dato che Davis dice come siano “spesso immaginate come piccole Californie del Sud”. Ed ecco un insediamento nella fascia esterna di Pechino, chiamato Orange County, completo di case progettate da un architetto di Newport Beach. Mentre i poveri non hanno scelta sul dove vivere (e finiscono così su mucchi di rifiuti o in aree a rischio), i ricchi possono abitare in “un elusivo e dorato non luogo”.

Planet of Slums si sofferma raramente in un luogo abbastanza a lungo da lasciar tirare il respiro al lettore. Ciascun capitolo raccoglie un catalogo virtuale degli orrori sofferti dai poveri globali, dalla scarsità di acceso ai gabinetti (in alcuni casi centinaia di persone condividono un solo lurido pisciatoio) allo sfruttamento dei bambini. Sepolti tra le pagine, particolari affascinanti, come la Città dei Morti al Cairo, dove un milione di poveri vive nelle tombe dei sultani utilizzando le lapidi come arredamento. Alcuni degli episodi più brutali nascono dalle “campagne di abbellimento” pensate per impressionare occhi occidentali, come lo sgombero fatto da Imelda Marcos di 160.000 squatters di Manila per rendere più grazioso lo spazio destinato a un concorso di Miss Universo, una visita di Gerald Ford, un incontro Fondo Monetario Internazionale / Banca Mondiale.

Come per molti dei suoi libri, la tesi centrale di Davis è che la riduzione a slum del terzo mondo non fosse inevitabile, ma risultato di decisioni politiche. Negli anni ’50 e ‘60, i governi da Cuba alla Tanzania fecero voto di offrire assistenza sanitaria e abitazioni ai poveri: un impegno sabotato dalle restrizioni imposte ai paesi debitori dal FMI e Banca Mondiale, che ha ridotto i programmi governativi e incoraggiato le privatizzazioni.

Per essere uno dei pochi scrittori in grado di colmare il divario fra la comunicazione accademica e quella mediatica più ampia, Davis avrebbe potuto rendere l’argomento non solo accessibile, ma anche tale da inchiodare, collegando elegantemente i punti che uniscono ONG e remissione del debito, corporativismo e pianificazione urbana, abitanti delle favelas e operatori immobiliari. Ma Planet of Slums ha troppo poca della prosa vivace o dell’impulso narrativo che alimentava libri come City of Quartz o Late Victorian Holocausts, e qualunque forma di eloquenza impiegata soccombe sotto la valanga di dati e carte ammassate in ogni pagina. Il denso accalcarsi di idee e informazioni induce a chiedersi se Davis non abbia per caso voluto riprodurre la stessa claustrofobia dello slum.

Nota: la condizione "a mezza strada del manoscritto" di Mike Davis, citata dal recensore, ha anche prodotto un articolo piuttosto lungo, con il medesimo titolo del libro in uscita, pubblicato dalla New Left Review nel numero 26 del marzo-aprile 2004. Lo allego di seguito per gli eventuali interessati in file PDF scaricabile. Per qualche dato sul caso degli slum africani, qui su Eddyburg Mall /Ambiente si veda anche l'articolo di Christine Auclair sulle possibilità di sviluppo sostenibile (f.b.)

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Titolo originale: Groundhog Day – Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini

Dunque vediamo ... É agosto. Bush è a Crawford in “vacanze lavoro”. I sondaggi sono precipitati in cantina. Il Congresso è in rivolta. L’economia ristagna. Le prossime elezioni non si presentano bene. Cheney è via, in Wyoming, o dove altro se ne va. É il 2001. No, è il 2006.

Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx riporta che “Hegel ha scritto da qualche parte” come i grandi eventi della storia tendano ad accadere due volte, prima in forma di tragedia, poi di farsa.

L’11 settembre, diciannove dirottatori si erano impossessati di quattro aeroplani riuscendo a uccidere circa 3.000 persone. Il 10 agosto, ci dicono, le autorità britanniche hanno bloccato un complotto omicida-suicida mirato a distruggere dodici aeroplani, uccidendo tutte le persone a bordo compresi gli attentatori, potenzialmente con più vittime dell’11 settembre. Per dirla con un funzionario superiore della polizia Britannica “Doveva essere una strage di proporzioni inimmaginabili”.

Tutte le dichiarazioni ufficiali rilasciate sinora, ci portano a credere che quello del 10 agosto fosse un piano ampiamente studiato, ad uno stadio molto avanzato, sorvegliato da qualche tempo, che avrebbe potuto entrare in azione in pochissimi giorni. E forse il 10 agosto era davvero la cosa più grossa dall’11 settembre. O forse non lo era. Non lo sappiamo ancora. E forse non è troppo presto per porre le domande sulle quali basare il giudizio finale.

Dunque. Ecco qui un elenco di cose di cui vorremmo sentir brevemente parlare. Bombe. Prodotti chimici. Detonatori. Laboratori. Un luogo per le prove. Biglietti d’aereo. Passaporti. Testimoni. Vicini sospettosi. Genitori sospettosi. Amici sospettosi. Minacce. Confessioni. Lasciatemi chiarire questo: per definizione, non si può far esplodere un aereo con una bomba, se non si ha una bomba. In questo caso, ci viene detto che non c’erano bombe; invece, i cospiratori progettavano di portare a bordo le cose per fare una bomba: prodotti chimici e un detonatore. Il tutto sarebbe stato messo insieme a bordo.

Di quali prodotti chimici si trattasse esattamente, non è ancora chiaro. Si è parlato di nitroglicerina, ma è troppo probabile che esploda sulla strada per l’aeroporto. Si è parlato di TATP, fatto di acetone e perossido,ma ci sono due problemi. Uno, che il perossido richiesto è ad alta concentrazione: non la soluzione al 3% che si compra al drugstore. L’altro, che l’acetone è altamente volatile. Come sa chiunque voli, non si può aprire una boccetta di scioglismalto per le unghie senza che tutti in un raggio di dieci metri se ne accorgano subito. É possibile immaginare un bombarolo davvero competente e motivato che riesca a farcela. Ma è impossibile immaginare Quattro persone senza alcun addestramento, di età fra i 17 e i 35 anni, riuscire contemporaneamente nello stesso trucco.

Dunque, deve esserci stato addestramento. Ciò significa che ci deve essere un laboratorio, dei laboratori. Ci devono essere state delle bombe di prova. Ci devono essere vari pezzi e frammenti dei materiali usati per mescolare i prodotti chimici e farli esplodere. Ci deve essere un manuale. Ci deve essere un luogo per le prove. E ciascuno dei giovani arrestati deve essere stato in questi luoghi. Cosa piuttosto interessante, deve anche essere andato tutto senza nessun grave incidente, feriti o morti fra i cospiratori. Se è così, sono molto più competenti di quanto non siano mai stati i Weather Underground [ gruppo armato radicale USA degli anni ‘70] ai miei tempi.

Gli arresti sono stati compiuti di notte, e gli accusati presi a casa loro. Si è fatta irruzione nelle case, sono state perquisite. Per quanto ne sappiamo sinora, non sono state trovate bombe. Nessun prodotto chimico. Nessuna apparecchiatura. Nessun laboratorio. Nessun terreno di prova. Forse salteranno fuori più tardi, ma ancora non si sono visti, anche se le autorità sembrano ansiose di dire tutto quello che sanno.

Poi, per salire su un aeroplano, anche il più dedicato terrorista suicida ha bisogno di un biglietto, che in genere si deve comprare con del denaro. A quanto are, gli arrestati non hanno comprato nessun biglietto. Una cosa poco conosciuta della sicurezza aerea (negli Stati Uniti ad ogni modo) è che chi viaggia con biglietti di sola andata comprati all’ultimo momento subisce controlli particolari all’ingresso. Questi biglietti sono anche (molto) più costosi. Se non si vuole dare nell’occhio, si comprano biglietti di andata e ritorno, in anticipo, e si risparmiano soldi, come tutti. A dire il vero, se non si sanno già quelle cose, non si è pronti per uscire da soli di casa.

Ancora, per salire su un volo internazionale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, in quest’epoca moderna di stati nazionali, c’è bisogno di qualcos’altro. É un documento che si chiama passaporto. A quanto pare, alcuni dei fermati non ce l’hanno. Chi non ha un passaporto, credo, può essere escluso con sicurezza dai ranghi dei potenziali terroristi suicidi sui voli GB-USA. Potrebbero, naturalmente, averne uno falso, o avere un ruolo collaterale: ma sinora non ci è stato detto di alcun documento contraffatto, o di operazioni collaterali. E per superare i controlli si dovrebbe usare una persona diversa per trasportare ciascun elemento chimico necessario. Per dodici voli, fa ventiquattro persone.

Per quanto riguarda i genitori sospettosi, o amici, o vicini, è tecnicamente possibile che la sicurezza dei terroristi sia eccellente al punto che non ce ne sono. E però, quando si tratta di giovani travolti dal fervore di un odio religioso, le probabilità sono estremamente basse. Di tutti i gruppi islamici, Hezbollah in Libano è l’unico che mantenga una efficace sicurezza militare, cosa che avviene isolando i combattenti il più possibile dalla popolazione civile. Ma questi giovani sono stati presi a casa; erano ben conosciuti, e a quanto pare nessuno sospettava di loro.

Per quanto riguarda le minacce: una battuta che girava all’aeroporto di Manchester il 10 agosto era che l’IRA almeno si sarebbe ricordata di fare una telefonata. Che senso ha un’esplosione suicida se nessuno sa perché? Abbattere dodici aeroplani è orribile per chi ci sta sopra (compreso il sottoscritto, tra l’altro), ma non inceppa gli ingranaggi del capitalismo occidentale. Deve far parte di una campagna molto più vasta, in corso, inarrestabile. Altrimenti, perché preoccuparsi? Un attacco episodico mostra la debolezza, non la potenza, di chi lo prepara, e alla fine rafforza non questi, ma i governi attaccati. Dopo l’11 settembre, i terroristi questo dovrebbero saperlo.

E infine, le confessioni. Sono stati arrestati ventiquattro sospetti, secondo alcune notizie. Diciannove hanno un nome. Per fortuna, i fermati sono stati catturati vivi. A differenza dell’uomo arrestato in Pakistan, dobbiamo presumere (credo) che non siano stati torturati. Quindi, avranno la possibilità di fare una libera dichiarazione sulle proprie intenzioni in sede di pubblico processo. Entro quel tempo le autorità avranno trovato laboratori, terreni di prova, biglietti d’aereo e passaporti. Saranno emersi anche testimoni credibili. Allora i giovani zeloti non potranno aspettarsi assoluzione o clemenza, e non avranno niente da perdere. Possiamo quindi aspettare con fiducia che affrontino i giudici e dichiarino esattamente quali fossero le loro motivazioni. Se lo faranno, mi mangio il cappello.

In breve: è possibile che questo caso salti? Potrebbe venir fuori che si è trattato di un eccesso di reazione, di uno sbaglio: o anche di una bufala? Si, potrebbe, e del resto non sarebbe nemmeno la prima volta. Non sto dicendo che andrà necessariamente così. Non sto accusando le autorità britanniche di malafede. Non sto sostenendo che il complotto è stato simulato: almeno, non da loro. Ma informatori furbi e politici nervosi sono una miscela esplosiva, che detona facilmente sotto pressione. Lo sanno tutti.

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La paura dell'altro

di Rossana Rossanda

Condivido la collera di Angelo d'Orsi verso chi accusa di antisemitismo ogni critica alle scelte del governo israeliano. Non succede nei confronti di nessun altro paese. Non era neanche mai successo prima degli anni '70. Né l'accusa ci viene da parte di chi ha sofferto di persona delle leggi razziali e delle deportazioni, se è scampato ai campi di sterminio. Penso che ci sia voluta la guerra dei sei giorni e un vero e proprio cambio generazionale, più ancora che qualche scivolata dell'estrema sinistra degli anni '70, nello scordare la tragica percezione di sé da parte degli ebrei; sono episodi che si contano sulle dita d'una mano. Mentre non è accettabile il sospetto che alcuni nuovi esponenti della comunità ebraica gettano di continuo su ogni parola detta dalla sinistra che non approva né l'occupazione dei territori, né l'unilateralismo dei ritiri e dei muri, né la guerra al Libano, mentre aprono con entusiasmo le porte agli eredi della destra, fascisti inclusi.

D'Orsi ha ragione anche nell'infastidirsi del silenzio con il quale lasciamo passare queste accuse, come se avessimo da vergognarci di qualcosa, noi, i soli che si sono battuti assieme agli ebrei. Se il movimento operaio e comunista è stato alle origini antisionista lo è stato per motivi opposti alla discriminazione, perché riteneva ogni questione nazionale secondaria rispetto al battere il capitale. Ma così pensavano anche Rosa Luxemburg e ai suoi amici tedeschi, i molti ebrei del Bund polacco, quelli che facevano parte del gruppo dirigente leninista e perfino staliniano fino al dopoguerra. Antisionismo e antisemitismo non sono stati affatto la stessa cosa. Quanto all'Italia, se le leggi razziali passarono senza vere proteste degli antifascisti, era perché non si potevano esprimere. L'antifascismo poi unificò tutti; la mia generazione è venuta su, se mai, con la ripugnanza a distinguere fra religioni ed etnie, la rivalutazione delle differenze le è estranea, il che le viene, se mai, rimproverato. Ha colpito quelli come me il bisogno di tornare alle proprie radici dopo la sconfitta del 1968, che era stato forse approssimativamente universalista. Accresciuto in molti giovani dalla percezione di essere sopravvissuti al destino dei loro genitori o nonni . Per chi andava in cerca delle radici c'era nell'ebraismo un grande «in più», la scoperta d'una tradizione sapienziale che dette a molti una nuova dimensione del vivere.

Risalgo negli anni perché se l'accusa di antisemitismo è tutto sommato stupida, mi sembra oggi tessuta in una vicenda assai più grande e sofferente che non siano gli strepiti d'un Giuliano Ferrara. C'è nella coscienza di Israele il senso d'un eterno essere in pericolo cui non sa rispondere che con la forza delle armi, la guerra preventiva e la protezione degli Stati Uniti, compiendo un errore fatale verso i paesi che la circondano.

Angelo d'Orsi parla della lettera d'una giovane libanese, io ho sotto gli occhi quasi con le stesse parole nell'email d'una giovane e a me assai cara israeliana, e tutte e due hanno paura l'una del paese dell'altra. Sono giovani, nate là, e poco sanno di come si sia arrivati a questa ultima tragedia. La libanese ha sperimentato la crudele invasione israeliana, e poi l'occupazione siriana ed è terrorizzata dall'offensiva di Israele condotta fuori di ogni regola di guerra, con un'enormità di distruzioni e vittime civili, che viene detta contro gli Hezbollah e colpisce lei fra i libanesi, e non viene fermata da nessuno. La israeliana ha alle spalle secoli di negazioni e sofferenze, arrivate fino alla Shoah, ha imparato a scuola che gli arabi che circondano il suo paese non ne hanno mai accettato l'esistenza, dall'Iran con Israele confina ed è infinitamente più grande, Ahmadjnejad contiua a ripeterglielo, alcuni suoi amici sono morti per l'attacco dei kamikaze palestinesi e lei ha contato nell'ultimo mese i missili di Hezbollah.

Nessuna delle due donne riesce a figurarsi l'altra. Sono terrorizzate. Lo stesso pensano in Israele gli amici di Peace Now e uomini che ammiriamo come Yehoshua, Grossmann e perfino Amos Oz: pensano che «stavolta la guerra è giusta» - anche se gli pare che come «ammonimento al popolo libanese basti». Intanto quella del 1967 era finita in sei giorni, mentre adesso gli Hezbollah tengono testa da oltre tre settimane a uno degli eserciti più preparati del mondo. Va a spiegare la spirale degli avvenimenti e il meccanismo delle rappresaglie all'una e all'altra. Va a far capire alla mia giovane amica israeliana che Israele occupa la Palestina da quasi quaranta anni e ha fatto dei giovani di quel popolo, il più colto e laico del Medioriente, che non sono mai stati un giorno liberi, seguaci di un fondamentalismo che ne esprime la collera. Va a farle capire che anche l'arabismo è ormai vittima di un fondamentalismo che apparteneva solo a minuscoli gruppi, prima che la politica del suo paese in Palestina, e poi quella americana in Afganistan e poi l'invasione dell'Afganistan e poi dell'Iraq lo moltiplicasse, così come l'attuale guerra moltiplicherà gli Hezbollah. Va a farle capire che questi prima del 1982 non esistevano. Né i kamikaze durante la prima Intifada. Va a persuaderla che l'accettazione da parte israeliana di uno stato palestinese avrebbe da decenni staccato la spina che avvelena il Medio Oriente, e fatto dimenticare che Israele vi è stato installato a forza dalle potenze occidentali per garantire in qualche modo gli ebrei da una nuova Shoah di cui noi, l'Europa, eravamo soli colpevoli. Installato in un mondo che della Shoah nulla era tenuto a sapere e tanto meno di una terra promessa qualche migliaio di anni fa a sconosciuti da un Dio sconosciuto. E dalla quale venivano cacciati coloro che per duemila anni vi avevano lavorato. Va a farle capire oggi che la giovane Israele doveva vincere la diffidenza dei vicini, o almeno dopo la guerra dei sei giorni stare a quelle risoluzioni dell'Onu che adesso invoca contro i libanesi.

Qualche settimana fa Luciana Castellina scriveva su queste colonne: Io ho paura per Israele. Io non ho paura per la sua esistenza, noi tutti la difenderemmo a ogni costo. Ho paura delle sofferenze che Israele impone e si impone in una spirale di errori. Mi fa impressione il colono che dice rassegnato: «Ebbene, se Israele deve vivere grazie alla spada, viva con la spada», ma mi riempie di collera Claude Lanzmann, quello del film sulla Shoah, che protesta su Le Monde perché Israele è stata accusata di esagerare in Libano. Come, Israele non esagera, non può esagerare, il sangue fatto versare agli ebrei non sarà mai abbastanza compensato da altro sangue - gli ebrei sono stati colpiti in modo che il loro paese ha tutti i diritti e nessun dovere verso gli altri. Sono parole dementi come quelle del presidente iraniano, il reciproco l'una dell'altra. Ma il premier Olmert le sta praticando. E come Sharon non si accorge non solo dell'odio che si tira addosso, ma dell'errore strategico che fa. Rabin è stato ammazzato e dimenticato.

Di questa sciagurata spirale l'agitazione di parte della comunità ebraica italiana è un frammento derisorio. Ma è vero - ha ragione d'Orsi - che dovremmo smettere di stare in silenzio perché la matassa è complicata e ancora recente la perdita di innocenza del nostro paese. La posta in gioco è troppo alta, il pericolo troppo bruciante, il ricatto troppo stupido. Bisogna dirlo alto e forte che il governo di Israele sbaglia. Che si deve fermare. Che l'amministrazione americana è il suo più pericoloso alleato e consigliere. Che la comunità internazionale è stata finora troppo corriva. E che se c'è una discontinuità che urge per il centrosinistra al governo è questa. Se ne faccia carico.

Ribaltare la Shoah?

di Ida Dominijanni

Sottrarsi al ricatto della Shoah e dare voce a un grido liberatorio contro la politica di Israele: sul manifesto del 3 agosto e su Liberazione del 4 Angelo d'Orsi propone questa sorta di «programma minimo» per la sinistra - intellettuali, politici, giornali e comuni mortali in grado di sottrarsi al «chiacchiericcio opinionistico» che ci martella con la sicurezza di Israele e in nome della Shoah giustifica la sua aggressività in Medioriente, la sua pulizia etnica verso i palestinesi e la sua arroganza verso l'Onu. A costo di alimentare il chiacchiericcio, mi permetto di dissentire fermamente. Prima che sul merito, su una pratica intellettuale che perimetra la sinistra coi picchetti, gerarchizza intellettuali e senso comune, identifica verità e razionalità senza nulla apprendere dallo scacco della ragione in cui sulla questione mediorientale tutti, intellettuali e ordinary people, siamo presi e persi.

Sulla Shoah e sull'antisemitismo «scientifico» novecentesco che portò alla macchina dello sterminio di Hitler, molti intellettuali di sinistra, argomenta d'Orsi, hanno le carte in regola e le credenziali in ordine: energie, saggi, volumi dedicati a analizzare, condannare, combattere. Insomma: abbiamo dato. Basta questo per sentircene affrancati? Basta per decidere che siamo in un'altra epoca e in un mondo rovesciato, in cui «le vittime si sono trasformate in carnefici» e le energie, l'analisi, la denuncia e la condanna vanno spostati tutte e solo dall'altra parte? Tutte e solo, sottolineo. Perché è ovvio che su molti degli argomenti di d'Orsi siamo d'accordo: sull'aggressività e la cecità strategica della politica di Israele; sulla cecità politica della comunità israelitica italiana; sull'uso a dir poco strumentale della Shoah da parte della destra e dei giornali di destra (e non solo) italiani. Ribaltando lo schema retorico di d'Orsi verrebbe però da dire: non abbiamo già denunciato più e più volte tutto questo su questo giornale (e altrove)? Non abbiamo anche qui le carte in regola e le credenziali in ordine? E dunque in che dovrebbe consistere quell'appello a sottrarsi al ricatto della Shoah che d'Orsi ci rivolge, e da quale spostamento dovrebbe sgorgare quell'ulteriore grido d'indignazione che ci chiede di lanciare?

Temo che la chiave stia in quel presunto ribaltamento delle vittime in carnefici, che domanderebbe e autorizzerebbe il ribaltamento di cui sopra dell'epoca, del mondo, delle ragioni e dei torti. Con due conseguenze nefaste. La prima è lo schiacciamento - antisemita e antidemocratico - del popolo ebreo sul governo israeliano, schiacciamento speculare all'integralismo che d'Orsi denuncia nello stato di Israele. La seconda è la valutazione delle poste in gioco in Medioriente che ne consegue. Se le vittime si sono trasformate in carnefici, il conto è facile: tutti i torti a Israele, tutte le ragioni ai palestinesi e al Libano. Ma è così? Davvero, fermo restando il giudizio sulla politica israeliana, non c'è anche il problema del riconoscimento e della sicurezza di Israele? Davvero, fermo restando il giudizio sulla deriva integralista di Israele, non c'è anche il problema del fondamentalismo di Hamas e Hezbollah? Davvero su Hamas e Hezbollah possiamo farci scudo della religione democratica e della fede nella legittimazione elettorale, o non è piuttosto la fede democratica a essere scossa dalla legittimazione elettorale di Hamas e Hezbollah? Davvero l'11 settembre e la guerra in Iraq non ci obbligano a guardare al Medioriente con lenti modificate? La tragedia mediorientale non sta in un ribaltamento dei torti e delle ragioni: sta in una loro, spesso indecidibile, complicazione. Lo scacco della ragione sta qui, e brucia le migliori carte e le migliori credenziali.

Qual è l'eredità della Shoah in gioco nella discussione pubblica sul Medioriente, e per chi gioca? L'ha scritto domenica Sveva Haertter su queste pagine: la Shoah ha colpito il popolo ebraico ma pesa su tutta l'umanità. E' un crimine dell'umanità contro l'umanità: nella sua memoria non ne va solo del destino delle sue vittime, ma della colpa europea. Non ne va solo dell'antisemitismo novecentesco, ma di qualsivoglia biopolitica che faccia tutt'uno di una razza, una religione e uno stato. Non abbiamo svoltato pagina in un hegeliano e razionale ribaltamento del secolo e delle ragioni: quella pagina si sta tragicamente e irrazionalmente riaffacciando, per fortuna senza la macchina hitleriana dello sterminio, per disgrazia in più punti del mondo e su tutti i fronti del micro-mondo mediorientale. La sua memoria non parla a una parte o all'altra: parla a ciascuna e a noi spettatori, o tace per tutti.

Chissà se in natura esistono ancora, gli insegnanti che scrivevano rossoblù a margine dei temi in classe: “ CORRETTO, MA GIORNALISTICO”. La cosa significava di solito una valutazione inferiore, per aver involontariamente trasgredito alla regola non scritta che vuole (voleva?) lasciar fuori alcune forme espositive dalla dissertazione. Eppure, come l’esperienza insegna, quell’aggettivo “giornalistico” non ha necessariamente in sé connotati positivi o negativi, salvo rinviare a un metodo di lavoro certo diverso da quello di uno scrittore di temi in classe, di un accademico, di un militante delle cause proprie o altrui.

E certamente giornalistici sono l’approccio, l’impianto narrativo, l’organizzazione tematica e dei riferimenti, in questo nuovissimo e ricco This Land, dell’ex giornalista Boston Globe Anthony Flint, ora passato a un impegno a tempo pieno nel campo del planning col Lincoln Institute for Land Policy.

Il tema del libro è quello, ormai classico, della battaglia contro lo sprawl. Ma nei primi paragrafi un lettore un po’ informato potrebbe cadere in equivoco. Si parla infatti, subito, dei villaggi new urbanism, della forte personalità e impegno personale di Andrés Duany, e spuntano da tutte le parti (anche se ricomposti con eleganza nell’esposizione) gli stilemi da pieghevole pubblicitario ben noti del senso comunitario della cittadina tradizionale, dell’identità spaziale perduta fra le distese di case unifamiliari su grandi lotti, di come la casalinga curiosa Jane Jacobs avesse previsto tutto quanto - anche senza parlarne – mezzo secolo fa … Insomma, si avrebbe l’impressione di stare nel bel mezzo delle messe cantate, e sostanzialmente campate per aria, che qualche mese fa Robert Bruegmann ha appunto descritto e stroncato come tali, nel suo accattivante (anche se in malafede) Sprawl: a Compact History.

Ma sbaglierebbe di grosso, il lettore non neofita, a scoraggiarsi per questo piccolo assaggio di sapori troppo noti. Certo, dopo aver scritto nell’introduzione che chi combatte lo sprawl è un esercito di “ hippies con una laurea in architettura che tentano di cambiare un mondo che resiste ostinatamente”, delude un po’ vedere l’incarnazione dei figli dei fiori nell’ennesimo progettista rockstar ultramediatico che, pensoso, ci conduce nell’ennesimo viaggio virtuale fra uno spunto di vita quotidiana e la sua cosmologia urbanistica. C’è però una precisa strategia, nel percorso scelto da Flint, che va ben oltre le ricette – del resto tutte interne all’attività professionale – degli esegeti del villaggio tradizionale: è la volontà di attraversare in modo sistematico tutti i soggetti e i punti di vista interessati, a mostrare che in fondo non esistono veri e propri “schieramenti”.

Esistono però punti di vista molto divergenti, e non si tratta di divergenze accademiche, ma di solidi scontri – spesso in ottima fede – fra legittimi interessi, che tutti toccano temi importanti: libertà, innovazione, eguaglianza, salute e benessere. Non è un caso se nella brevissima (giornalistica?) rassegna storica sulla nascita del suburbio moderno si intrecciano da subito universi paralleli e apparentemente non comunicanti. La pubblicistica corrente ci ha abituato a ben altro. Ad esempio Dolores Hayden ci impiega alcune centinaia di pagine del suo Building Suburbia, a ricostruire i sentieri che conducono dall’arte dei giardini di Andrew Jackson Downing nella verde valle dell’Hudson, alle casette Cape Cod per soli bianchi di Levittown, poco a est della foce del fiume. Lo stesso Robert Bruegmann, spinge la sua faziosa storia “compatta” dello sprawl fino alle colline laziali di duemila e passa anni fa, coi senatori della Repubblica Romana impegnati in un improbabile pendolarismo in biga verso il marmoreo ufficio in centro.

Flint giornalisticamente fa molto più con molto meno: in una decina di righe accosta fisicamente, senza particolari soluzioni di continuità, fra gli altri i signori Ebenezer Howard e Henry Ford. Tutto qui. Il lettore, adesso, un saltino sulla sedia dovrebbe farlo. Perché non è l’arguto, accademico accostamento di diavolo e acquasanta, a partire dal quale poi l’autore occuperà il resto del libro a districare la matassa. Ad esempio, la citazione “ La città moderna è l’immagine più artificiale e orribile che offra questo pianeta” potrebbe appartenere a entrambi, e sicuramente si colloca nel bel mezzo dell’alba del Novecento, fra i primi modelli d’auto di massa lungo le parkways di Chicago o New York, e gli intellettuali un pochino stravaganti che iniziano a migrare, per il fine settimana o a tempo pieno, in quel nuovo villaggio di cottage a una cinquantina di chilometri da Londra: Letchworth, si chiama. Si aggiunga che l’unica forma di governo tollerata dal capitalismo è il proprio, di governo, e allo sprawl ci siamo già arrivati: senza bisogno di scomodare complotti demoplutocratici ai danni dell’onesto cittadino, o le trame del comunismo in uno dei suoi più riusciti travestimenti, per dissuadere il capofamiglia dall’allevare il frutto dei lombi nell’ambiente democraticamente scelto. Ovvero, la fatale villetta individualista, identica a quella dell’individualista lì di fianco, con la superstrada, il centro commerciale, le falciatrici al sabato e gli ingorghi del lunedì.

Insomma, Anthony Flint dipana i suoi percorsi fra idee e protagonisti dello sprawl e della città, a partire da un assunto: stiamo sulla medesima barca, anche ideologica. Assunto discutibile, ma abbondantemente e chiaramente discusso. Con la tecnica corretta ma giornalistica dell’attingere al variegato materiale dei periodici non specializzati, degli articoli propri e altrui che parlano di persone fisiche, opinioni costruite sull’esperienza quotidiana, e sempre solo in seconda battuta di grandi categorie dello spirito.

Solo così, si riesce a comprendere quello che, a mio parere, rappresenta il punto chiave per capire il senso del lavoro di Flint: il passaggio, abbastanza brusco e reiterato, fra i grandi movimenti progressisti e ambientalisti della smart growth, e gli altrettanto grandi movimenti di furibonda reazione, anche all’uso del termine smart growth (cancellato a metà campagna da Al Gore nel 2000, evaporato del tutto in quella di John Kerry). Perché, insinua Flint, c’è dell’ottimo anche nelle obiezioni più feroci e reazionarie, anche nel portare in radio una vecchietta semicieca a raccontare come i burocrati ambientalisti non le vogliano lasciar costruire la villetta da 50 mq. Il solo fatto che una cosa del genere accada, e che funzioni (la campagna è quella vinta, in Oregon, contro le leggi sulla pianificazione degli anni ’70), dimostra che c’era qualcosa di sbagliato anche nelle migliori intenzioni. Come, e si capisce ora, c’era un qualche fondo di “ hippie con una laurea in architettura” anche nascosto nelle pieghe dell’ego new urbanist di Andrés Duany.

Insomma le argomentazioni, per chi segue anche solo un pochino il dibattito sulle tematiche legate all’insediamento diffuso, sono quelle abituali. Da un lato il traffico, la segregazione funzionale, socioeconomica, etnica, l’omologazione dei comportamenti, la privatizzazione dello spazio pubblico. Dall’altro la liberta di scelta, di movimento, di “segnare il proprio territorio”. E proprio su questi aspetti da animale predatore, alcuni gustosissimi paragrafi nella parte finale del libro ci raccontano, addirittura, come lo sprawl si rivolga alla bestia che c’è in noi, come le visuali aperte a cui la casa unifamiliare in qualche modo sempre ammicca facciano scattare un senso di sicurezza ancestrale, che ci arriva dal DNA di australopitechi e dintorni, dallo scrutare dell’ominide sulla savana. Giornalistico, ma efficace.

Un’ultima lezione, sull’uso delle tecniche comunicative, Flint la dedica implicitamente a chi, occupandosi a vario titolo di territorio, considera le parole un inutile fardello, o al massimo uno strumento tecnico per riempire ponderosi rapporti di genitivi quadrupli o reiterate desinenze in “zione”.

L’aneddoto a cui ricorre suona più o meno così.

Il direttore di una importante agenzia di pianificazione regionale telefona a un giornalista. C’è un importante convegno, in cui verrà presentato un importantissimo rapporto strategico per lo sviluppo dell’area, ed è fondamentale una adeguata copertura mediatica dell’evento. Il laico consiglio del giornalista è: “Fai investire un barboncino fuori dal palazzo congressi, e fai in modo che sia un eroico urbanista a soccorrerlo. È il modo migliore di avere una copertura”.

Fuor di battuta, è vero che i temi della pianificazione territoriale sono piuttosto ostici, e che ridurli alla notizia di costume o al dato sensazionale non giova a molto. Ma in fondo, le trasformazioni anche di grande portata del nostro spazio si costruiscono per somma di piccoli eventi, piuttosto facili da descrivere e comunicare a chiunque. È vero, anche, che il messaggio subliminale che l’assenza dei grandi temi dalla stampa non specializzata comunica, è la normalità di ciò che non è affatto normale. Per cui prima leggiamo in un mese dieci articoli che raccontano ciascuno la cronaca dell’inaugurazione di un nuovo centro commerciale da 20.000 metri quadrati in provincia. Poi, l’allarme perché in un mese sono spuntati 200.000 metri quadrati di grande distribuzione! Questa, è mancanza di comunicazione: da un lato l’apparente tran-tran, la vita che continua, dall’altro l’ansiosa e cupa denuncia delle cassandre. L’oggetto è il medesimo, anche i fatti sono gli stessi, ma quanta diversità di probabili effetti informativi, e “formativi”!

L’unica, vera critica che mi viene in mente, dopo aver chiuso il bel libro di Flint, è che ancora una volta le Colonne d’Ercole culturali si attestano sui confini USA, salvo le brevissime e vaghe incursioni sui nomi di qualche pensatore internazionale. Ma non si può avere tutto dalla vita, e in fondo se vogliamo un libro leggibile, documentato, comprensibile a tutti, che tratti in modo approfondito il tema dello sprawl europeo, italiano, padano ecc., meglio rimboccarci le maniche e iniziare a farcelo da soli.

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Leonardo Benevolo ha ottantatré anni ed è uno dei maestri dell’urbanistica in Italia. Può guardare dall’alto di un’esperienza non solo di progettista, ma soprattutto di storico, alle vaste praterie popolate di architetti e di teorici dell’architettura, l’immensa scena di ciò che si costruisce dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Inghilterra alla Nuova Zelanda e all’India. Ha scritto volumi fondamentali sull’architettura dalle origini al Rinascimento fino ai giorni nostri. Ma ora, con L’architettura del nuovo millennio (Laterza, pagg. 484, euro 35), diventa storico della contemporaneità, del suo complicato svolgimento, senza pretendere di definire tutto o di nominare tutti, ma anche senza rinunciare ai giudizi netti: sulle "archistar", i grandi progettisti che hanno raggiunto gloria mediatica da un angolo all’altro del pianeta; sull’inferiorità dell’Italia (non degli architetti italiani) nel confronto internazionale; su uno dei motivi per cui l’architettura esce sconfitta in Italia, e con lei il territorio e il paesaggio – un antico, ma sempre attuale motivo: la grande forza di cui godono i proprietari privati, gli speculatori, i quali vogliono ricavare quanta più rendita possibile.

Si può mettere un ordine provvisorio, lei scrive, nell’architettura contemporanea. Da dove cominciare?

«Da due principi. Il primo è quello che possiamo chiamare "l’intelligenza dei luoghi". L’architettura modifica i luoghi, sia l’ambiente fisico sia lo scenario di ciò che è già edificato. Ora l’architettura deve avere consapevolezza che le trasformazioni devono custodire l’integrità di un lavoro complessivo di costruzione dell’ambiente umanizzato, che dura dall’alba dei tempi. Il secondo principio è la competenza tecnologica, che è cambiata completamente rispetto al passato».

Cosa vuol dire, in concreto, "l’intelligenza dei luoghi"?

«La distruzione del passato, cominciata da due secoli, è ancora in corso e solo recentemente si è imparato a limitarla. Questo vale soprattutto per l’Europa, dove abbiamo un passato più importante che in altri continenti. Le città storiche, da Venezia a Siena, da Bruges ad Amsterdam, contengono un segreto essenziale per noi: l’unico modello qualitativo ancora alla portata della nostra civiltà democratica».

Vale a dire?

«Nascono nel Medioevo dal compromesso tra un potere sicuro di sé, ma non più dispotico come nell’antichità classica, e una pluralità di operatori cittadini che perseguono i loro fini, ma sono sottomessi a un sistema di regole. Da questo compromesso, da questa imperfezione nasce una forma diversa di perfezione. Venezia non è meno bella di Atene, è bella in modo diverso».

Da qui scaturisce il bisogno di tutelare le città storiche?

«Certo. Ma non come siti archeologici, che si salvaguardano per essere visitati. Bensì come organismi viventi. Questa è la vera conservazione. Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentano ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli».

In Italia sono maturate alcune esperienze in questa materia.

«La "conservazione attiva" è stata messa a punto negli anni Sessanta e Settanta, ed è forse il contributo più rilevante che noi abbiamo recato alla cultura architettonica nel secolo XX. Prenda gli interventi di Pier Luigi Cervellati a Bologna fra il 1965 e il 1980, che hanno promosso il restauro di interi quartieri riconsegnandoli a chi li abitava».

A questo punto urge l’attualità. Che cosa pensa della sistemazione dell’Ara Pacis a Roma, progettata da Richard Meier?

«Tutto nasce da un equivoco. Il disastroso intervento su piazza Augusto Imperatore degli anni Trenta è stato letto dai tecnici del Comune di Roma come prodotto del razionalismo italiano. Invece è frutto del peggior accademismo classicheggiante, di quella che Giuseppe Pagano chiamava "l’internazionale dei pompieri". Sulla base di quel presupposto Meier è stato chiamato come esponente di un fantomatico "razionalismo americano"».

Alla base di tutto c’è dunque un difetto culturale, di "intelligenza dei luoghi"?

«Non solo. Invece di pensare a una nuova teca per l’Ara Pacis, si è immaginato di costruire il quarto lato della piazza con un edificio che contenga, oltre al monumento, una lunga serie di ambienti destinati a immiserirlo. Meier ha attenuato questo programma. Rispetto alle premesse, la sua costruzione è elegante e moderata, ma completamente spaesata».

Lei raggruppa in grandi architetti europei in due categorie, gli eredi della moderna tradizione continentale – Valle, Gregotti, De Carlo, Moneo e Siza – e gli "innovatori" – Foster, Rogers, Piano e Nouvel. Quali differenze ci sono fra i primi e i secondi?

«I primi prolungano la continuità novecentesca del dopoguerra, ma hanno subìto una mutazione che li stacca dalle circostanze di origine. È la tensione sottostante fra tradizione e innovazione che li distingue da molti spensierati continuatori delle tendenze di allora. I secondi, invece, sono capaci di invenzione pura e hanno il gusto della tecnologia. Dipendono da una precedente stagione della modernità, quella fra le due guerre».

Lei istituisce poi altre categorie, fra i quali "gli impazienti". Chi sono?

«Occorre una premessa. La precocità sembra diventata impossibile. Oggi si diventa bravi dopo i sessant’anni. Renzo Piano è un caso esemplare: la sua produzione sale di tono negli anni Novanta, con opere di prim’ordine come il centro culturale Jean Marie Tijbaou in Nuova Caledonia o il Museo della Scienza e della Tecnica ad Amsterdam»

Torniamo agli impazienti.

«I "giovani" che hanno fra i quaranta e i sessant’anni si espongono a due generi di successo, quello architettonico e quello mediatico, che si rivelano alla lunga incompatibili fra loro».

Siamo quindi a quelle che chiamano "archistar".

«L’espressione rimanda agli architetti di fama assicurata, scelti per fare pubblicità a marchi famosi della moda o dell’industria automobilistica».

Facciamo ora qualche nome: Frank O. Gehry.

«Gehry appartiene a una generazione precedente. Non si presenta come un mago dell’architettura, fa più professione di modestia rispetto a molti colleghi giovani. Per lui conta soprattutto la meraviglia per le forme inconsuete, predilige quelle oblique e curvilinee. Ma poi paga un prezzo figurativo, perché si vincola a una gamma preconcetta di effetti che impoverisce il suo lavoro».

E Zaha Hadid?

«Ha virato nettamente sul versante artistico. Una volta ha scritto: "Perché attenersi all’angolo di novanta gradi, quando ce ne sono disponibili altri trecentocinquantanove?". Per lei si parla di "superiorità dell’architettura nella produzione di spazio". Superiorità rispetto a cos’altro? A me sembra che il suo lavoro resti confinato nel mondo dell’intrattenimento».

Un’altra "archistar": Santiago Calatrava.

«È un tecnico capace di inventare strutture semoventi. Ma negli edifici olimpici realizzati in Grecia vedo megalomania, eclettismo e un gusto artistico scadente».

Lei ritiene che molti architetti vogliano diventare artisti?

«Un critico come Germano Celant desidera un’architettura che "si liberi degli aspetti funzionali". Ma l’architettura è un utensile necessario del vivere».

Per l’Italia lei parla di sconfitta dell’architettura.

«Abbiamo distrutto il nostro paesaggio che è un patrimonio di rilevanza mondiale. La dissoluzione non è avvenuta per incuria, è stata pagata in contanti».

Pensa ai protagonisti della speculazione edilizia?

«La rendita fondiaria è ormai una componente primaria del nostro comparto finanziario, che sopravanza quello industriale».

Mi faccia qualche esempio.

«Milano è l’epicentro della cultura professionale italiana. Ma se si esclude il caso riuscito della Bicocca, il riuso delle grandi aree industriali dismesse è gravemente condizionato dai processi di valorizzazione speculativa, che lasciano pochissimi margini alle scelte progettuali. L’architettura resta un ornamento secondario. Eppure sono mobilitati grandi nomi, da Pei a Pelli, da Foster a Chipperfield. Guardi, per citare un caso, cosa succede nell’area dell’ex Fiera di Milano».

Cosa succede?

«Ha vinto il progetto di gran lunga peggiore, con tre grattacieli da collezione che frammentano e rendono inutilizzabile il parco pubblico previsto dal programma. Arata Isozaki ha clonato un suo progetto precedente, Daniel Libeskind e la Hadid presentano due sculture gesticolanti che è difficile immaginare realizzate a grandezza naturale».

Si poteva fare altrimenti?

«Si sarebbe potuta seguire la tradizione europea, realizzata integralmente in Olanda, parzialmente in altri paesi, quasi mai da noi. L’autorità pubblica avrebbe dovuto acquistare l’area soggetta a trasformazione per poi rivendere agli operatori privati i lotti edificabili. Così si elimina l’interesse speculativo, ma non il legittimo profitto dei privati. Dal canto suo l’ente pubblico guadagna la libertà di progettare e di mantenere il controllo delle fasi di lavorazione. E l’architettura è salva».

Sono preoccupata - molto - per tutti quegli ebrei di origine assai diversa che hanno deciso di essere israeliani. Condivido l’allarme di questi giorni sulla sorte del paese che hanno creato. Come potrà infatti mai sentirsi sicuro uno stato che ha fatto crescere attorno a sé tanto odio? Come potrà mai legittimare davvero la sua esistenza, non nelle istanze istituzionali dove è più che riconosciuto ma nella coscienza dei milioni di arabi che gli vivono accanto e che per ragioni analoghe a quelle della diaspora ebraica si sentono anche loro fra loro solidali, se non assumendo il problema del popolo che la costituzione del loro stato ha lasciato senza patria né casa? Come potrà il governo di Tel Aviv invocare l’applicazione - sacrosanta - della risoluzione 1559 dell’Onu che ingiunge a Hezbollah di disarmare, quando ha, esso stesso, da mezzo secolo, ignorato ogni altra risoluzione delle Nazioni Unite, a cominciare dalla, fondamentale, 242 che gli ingiungeva di ritirarsi entro i confini del ’48? Come potrà rendere convincente la propria voce che si accompagna a quella del suo altrettanto incosciente alleato americano nel rivendicare l’intervento armato contro l’Iran perché pretende di possedere un potenziale nucleare, quando Israele stessa lo possiede in violazione di ogni norma internazionale? Come potranno raccogliere adesione nella denuncia degli orrendi regimi dell’Iran, di Saddam Hussein, dei Talebani, quando intrattengono ottime relazioni con altrettanto orrendi regimi reazionari (a cominciare da quelli del Golfo), e di fronte al disastro cui ha condotto l’intervento «democratizzatore» degli americani? Come potrà chiedere solidarietà contro la minaccia di Ahmadinejad, di Hamas, di Hezbollah, che rifiutano di riconoscere ufficialmente lo stato d’Israele, quando ogni giorno non solo insidia ma rende risibile ogni prospettiva di creare uno stato palestinese, che infatti ancora non c’è, né mai ci potrà essere fino a quando a quel mozzicone di terra che dovrebbe costituirne l’embrione è negato ogni attributo di sovranità, del controllo delle proprie frontiere, economia e risorse, esposto al kidnapping e all’assassinio dei propri rappresentanti democraticamente eletti, ridotto a peggio di un bantustan nell’Africa dell’apartheid? Come potrà ottenere una reale accettazione della propria esistenza e far dimenticare le sofferenze e privazioni inaudite che la creazione di Israele ha imposto a chi ci abitava ed ebreo non era, se non col coraggio di ragionare sulla rispettiva storia e cercare con umiltà un compromesso, non negando con arroganza i diritti degli altri, ma riconoscendoli e chiedendo però che anche gli altri riconoscano i propri? Come mai sarà possibile cancellare dalla memoria dei propri vicini le stragi quotidiane di innocenti, l’aver ridotto la Striscia di Gaza a un campo di concentramento esposto alle incursioni, senza acqua, cibo e lavoro? Come potrà sentirsi più forte ora che si è giocato ogni simpatia anche in Libano?

Sgomenta in queste ore, ancor più che la sostanziale indifferenza verso le vittime, la cecità e l’incoscienza di chi si pretende amico di Israele e che, pur vivendo altrove, dovrebbe dunque avere il vantaggio della lungimiranza che dà la distanza. E invece scelgono di aggiungere le loro grida alle grida della più irragionevole, furiosa e primitiva reazione, anziché richiamare quel governo alla ragione, farlo riflettere sull’errore tremendo di aver volutamente bruciato l’interlocutore migliore che avrebbe potuto avere, la laica Olp, e di detenere tuttora i suoi uomini più lucidi in galera, così aiutando il popolo israeliano a capire che la vera sicurezza del paese può esser conquistata solo per via politica, creando legami sociali culturali economici con i propri vicini, dando sicurezza e non insicurezza ai palestinesi. E’ vero: Israele è sola. Avere dalla sua il paese più potente del mondo, e con esso i suoi vassalli -media governi imprese - non riduce il suo isolamento. A chi sta a cuore salvare questo stato deve smetterla con questa mortifera, pericolosa, cieca solidarietà.

Una cronaca in presa diretta di avvenimenti storici avvolti in un dramma. Lo sfondo è insolito. Il tempo è quel decennio che va dall’ottobre del 1935 - data d’inizio dell’ultima conquista africana dell’Italia, che si concluse l’anno dopo, in maggio, con la proclamazione dell’Impero - alla metà del decennio successivo. Il punto di vista della narrazione è quello dei vinti. Il libro s’intitola Memorie di una principessa etiope (Neri Pozza, pagg. 256, euro 16,50, con prefazione di Angelo Del Boca) e lo firma Martha Nasibù, figlia di un aristocratico etiopico, Nasibù Zamanuel, braccio destro e fedele consigliere dell’imperatore Hailè Sellassiè, ex «degiac», cioè sindaco, di Addis Abeba e, durante la guerra, comandante dell’«armata Sud» del suo paese. Una lettura interessante, come testimonia il fatto che, in breve tempo, quest’autobiografia (che viene oggi presentata a Roma, alle 17,30, nella sala della Protomoteca in Campidoglio) è già arrivata alla seconda edizione.

Nel lungo esordio del suo libro l’autrice, classe 1931, riferisce episodi che non poté vivere in maniera cosciente, perché troppo piccola, e infatti informa il lettore di essersi documentata con l’aiuto di sua madre. Il paesaggio, l’ambiente, i personaggi si sciolgono in una sorta di mimesi dell’infanzia. Ne risulta un quadro estatico, popolato dall’aristocrazia etiopica degli anni Trenta: i palazzi nei quali essa viveva, il sentore di privilegio che ne accompagnava atti, modi, linguaggio, frequentazioni. Di queste realtà, noi italiani non avevamo affatto sentore. Quelli che all’epoca già leggevano qualche giornale, vedevano il Negus effigiato come un vecchietto che avanzava a piedi nudi nel deserto portando per la cavezza un cammello, con un piccolo seguito di diseredati armati tutt’al più di lance. Figure da presepio. Erano queste le immagini che la propaganda fascista riservava al nemico, proprio per rafforzare l’ipotesi che l’Italia fosse accorsa in quelle contrade per liberarle dalla barbarie.

Qui, invece, le figure «di vertice» del mondo etiopico riacquistano l’originaria dignità storica. Le circonda un popolo animato da quella millenaria religiosità copto-ortodossa, che ne fa un’enclave cristiana nel cuore dell’Africa. Gente orgogliosa delle proprie attitudini guerriere, devota all’Imperatore.

Culturalmente progressista all’interno di un mondo feudale, ras Nasibù è insieme il dio e l’eroe di un simile Olimpo. Lo affianca la sua seconda moglie (madre di Martha e dei suoi quattro fratelli): giovane, bella, poliglotta, è la figlia di un aristocratico russo, diventato etiopico per elezione. La sontuosità ariosa del ghebì, cioè della dimora principesca dove Martha è nata e vive, gli ottanta servitori, le istitutrici che addestrano i bambini, i giardini nei quali essi scorrazzano: voci, profumi, cerimonie, giochi, aneddoti, figure statuarie che s’intravedono fra i visitatori del capo-famiglia: ecco gli scorci di questo contesto «prodigioso» (così lo definisce Del Boca). Nel tessuto di quel mondo a noi noto, all’epoca, attraverso un’ottica in buona sostanza denigratoria, s’intrecciano dei fili che fanno capo anche all’Italia e ai suoi remoti deliri imperiali.

A un certo punto, ecco che la fiaba interpretata dalla piccola Martha si tramuta in elegia. È scoppiata la guerra, uno dei più tremendi conflitti coloniali del secolo. Il generale Nasibù è un pilastro nella difesa dell’Impero. Difesa resa vana dalla disparità delle forze in campo oltre che dall’impiego di strumenti di guerra, come i gas, che le convenzioni internazionali proibiscono. L’Etiopia è sola. L’Europa le volta le spalle. Le sanzioni contro l’Italia, decretate dalla Società delle Nazioni, sono una farsa. I familiari del ras, moglie e cinque figli, si rifugiano in una piantagione di proprietà del nonno russo-etiope, e lì arrivano dal capofamiglia notizie frammentarie. Echi d’un eroismo vano. Da ultimo, giungono le voci che parlano di un’Addis Abeba nella quale i «ferenj» - cioè gli stranieri bianchi - marciano al seguito del loro condottiero Pietro Badoglio «con enormi scarponi chiodati ai piedi, facendo un grande rumore, cantando a squarciagola inni di vittoria e urlando: Duce! Duce!».

I ghebì del Negus e quello del suo braccio destro vengono assaliti e saccheggiati. Le strade si colmano di cadaveri. Il papà dell’autrice, costretto alla ritirata, ripara in Europa insieme all’Imperatore, di cui fiancheggia gli ultimi tentativi per alleviare i tormenti inflitti al suo popolo; poi muore a Davos, in Svizzera, a quarantadue anni, per i postumi dell’aggressione chimica dei gas. Un figlio che egli ha avuto dal primo matrimonio, Keflè Nasibù, cadetto della scuola militare di Olettà, è stato fucilato per ordine del generale Rodolfo Graziani.

Si apre per Martha e per i suoi un lungo periodo di esilio. Trasferimenti insensati, in Italia e fuori, che obbediscono a volte a logiche interne al regime fascista, per il quale la famiglia del capo etiopico rappresenta un nemico, benché sconfitto, da tenere a bada e dal quale (assurdamente) si può temere qualche iniziativa di rivincita. Prima un soggiorno a Napoli, dove Martha, fra i suoi compagni di giochi nella villa Comunale accanto al mare, conosce Francesco Tortora Brayda, che sarà assai più tardi suo marito. Poi trasferte a Rodi, per due volte a Tripoli dove la famiglia scampa alla morte in una delle periodiche «punizioni dei vinti», predisposte da Graziani. E ancora Napoli, Firenze, le Dolomiti. Non si contano le peripezie affrontate dai familiari di quel Ras che era stato potente.

Con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, nel giugno del ‘40, il destino di questi aristocratici africani è di nuovo stravolto. Si vedono coinvolti in eventi bellici che non dovrebbero riguardarli. Ma nel maggio del ‘41, il Negus Hailé Selassié ritorna sul trono, recuperando il titolo d’Imperatore che gli era stato sottratto e che il fascismo aveva regalato a re Vittorio Emanuele III. Ecco che allora lo «stato civile» dei Nasibù diventa surreale. In quanto cittadini d’un paese tornato sovrano, non possono più considerarsi prigionieri della potenza ex-occupante. Restano esuli, ma perché? Lucrano un magro sussidio, che l’intervento di qualche amico italiano vale un po’ a rimpolpare. Così vanno avanti.

Ben presto è di scena la disfatta dell’Italia. Percosse dai bombardamenti anglo-americani, le città si sfollano. Piccoli villaggi si gremiscono di profughi: gli «sfollati», appunto. La penisola è percorsa da eserciti stranieri che vi si combattono fra mille atrocità. Una potenza che s’era dipinta come imperiale assume i colori patetici della sconfitta. Il razzismo - che pure, a tratti, durante l’esilio, ha angustiato l’autrice e i suoi familiari, ma che sempre è stato attraversato da oasi di tolleranza - si attenua. La razza dominante, se pure c’è, non è ormai più quella italiana.

La famiglia Nasibù torna in Addis Abeba. Ma la diaspora è cosa compiuta per sempre. Martha sposa prima un funzionario del ministero degli esteri etiopico, Immirù Zelleke, parente dell’Imperatore, e si stabilisce successivamente in vari paesi d’Europa. Poi, nel ‘64, si unisce in matrimonio (come abbiamo visto) con il marchese Francesco Tortora Brayda di Belvedere, «quel bambino», sono sue parole, «con cui avevo giocato nel parco della villa comunale di Napoli» e con il quale «ci eravamo incontrati per caso durante una mia permanenza a Zurigo».

Questa, però, è un’altra storia, che si prolunga nell’oggi. Lontana dagli splendori, dai bagliori e dalle ingiustizie d’un secolo terribile.

Il 22 maggio 2006 il quotidiano la Repubblica pubblicava, su due intere pagine e con un richiamo in prima, un articolo di Paolo Rumiz su uno dei peggiori crimini consumati in Etiopia dalle truppe fasciste. L’articolo raccontava, in sintesi, ciò che lo storico Matteo Dominioni aveva scoperto nei dintorni di Ankober, seguendo l’itinerario indicato da una mappa dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito.

Si tratta di un’immensa caverna nella quale alcune migliaia di etiopici, partigiani combattenti ma anche donne e bambini, si rifugiarono il 9 aprile 1939, durante uno dei frequenti rastrellamenti ordinati da Amedeo di Savoia e dal comandante delle truppe, generale Ugo Cavallero.

Per snidare gli arbegnuoe (i partigiani) dalla caverna, il plotone chimico della divisione “Granatieri di Savoia” utilizzò i lanciafiamme e, quando queste armi si rivelarono inefficaci, impiegò l’artiglieria, con bombe caricate a iprite e arsine. Tuttavia, occorsero tre giorni di intensi bombardamenti per eliminare “il focolaio di rivolta”. Secondo i documenti militari italiani, i morti “accertati” furono 800, ma gli etiopici, che Dominioni ha interrogato nella regione, parlano invece di migliaia di uccisi. Cifra convalidata anche da ciò che di macabro e di terrificante Dominioni ha rinvenuto nella sua ispezione della caverna.

L’episodio, certamente tra i più gravi accaduti in Etiopia (ma neppure il più angoscioso, se confrontato con le stragi di Addis Abeba del 19-21 febbraio 1937 e con la totale distruzione della popolazione della città conventuale di Debrà Libanòs), è il risultato di una di quelle “operazioni di grande polizia coloniale” che hanno caratterizzato il periodo della presenza italiana in Etiopia. Dopo aver sconfitto in 7 mesi, con una serie di battaglie campali, gli eserciti dell’imperatore Hailè Selassiè, Mussolini era persuaso di aver concluso le operazioni belliche. Invece, non era che all’inizio. Per cinque anni avrebbe dovuto contrastare una generale e insidiosa guerriglia, ricorrendo a una controguerriglia fra le più feroci e cruente. In effetti, gli italiani non riuscirono mai a conquistare tutto l’impero del Negus.

L’Etiopia è il paese che maggiormente ha pagato, in termini di vite umane, le aggressioni dell’imperialismo italiano. Ma la repressione è stata durissima anche in altre colonie africane, come la Libia e la Somalia. Nel Memorandum presentato dal governo imperiale etiopico al consiglio dei ministri degli esteri, riunitosi a Londra nel settembre del 1945, si parlava di 760mila morti, facendo riferimento solo alle perdite subite tra il 1935 e il 1943 e non a quelle della prima guerra italo-abissina del 1895-96. Alcuni storici libici e lo stesso governo di Gheddafi indicano, dal canto loro, in mezzo milione gli uccisi tra il 1911 e il 1943. Si tratta di due cifre non scientificamente documentate.

Tuttavia, i morti etiopici accertati non sono meno di 350mila e quelli libici superano certamente i 100mila. Nelle repressioni ordinate in Somalia dal quadrumviro fascista Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, tra il 1926 e il 1928, sono stati uccisi almeno 20mila somali. Gli eritrei non hanno subito dure repressioni (se si eccettua quella del 1894 contro il degiac Batha Hagos), ma hanno perso almeno 30mila ascari nelle campagne di conquista libiche, somale ed etiopiche. Tirando le somme, i governi di Crispi, Giolitti e Mussolini sono responsabili della morte di 500mila africani.

L’articolo di Paolo Rumiz sulla “foiba abissina” ha suscitato commenti e proposte di notevole rilievo. Il giurista Antonio Cassese, ad esempio, suggeriva di seguire l’esempio della Germania, che ha reagito al nazismo scavando a fondo nel proprio passato recente, facendolo conoscere alle giovani generazioni, erigendo monumenti e musei alla memoria. Egli proponeva, inoltre, di creare una commissione di storici che esaminasse ciò che è avvenuto in Etiopia (e nelle altre colonie italiane, aggiungiamo noi) e preparasse «una documentazione e un’analisi rigorose».

In seguito alla proposta di Antonio Cassese (apparsa sulla Repubblica del 23 maggio), noi chiedevamo ospitalità allo stesso giornale per avanzare un ulteriore suggerimento: quello di istituire una Giornata della memoria per i 500mila africani che l’Italia crispina, giolittiana e fascista hanno sacrificato nelle loro sciagurate campagne di conquista. Nello stesso giorno (27 maggio) in cui Nello Ajello esponeva la nostra proposta sul giornale romano, scrivevamo una lettera al ministro degli affari esteri, Massimo D’Alema, per metterlo al corrente della nostra iniziativa.

La scelta di D’Alema non era casuale o solo dettata dalla stima che nutriamo per lui. In realtà egli è stato il primo – e unico – capo del governo italiano che, dinanzi al monumento ai martiri di Seiara Sciat, nel corso del suo viaggio a Tripoli del 1° dicembre 1999, ammise in modo esplicito la colpa coloniale. Contiamo sulla sua sensibilità e capacità di leggere la storia, anche quella che si vorrebbe rimuovere a tutti i costi.

Nella lettera a D’Alema, facevamo osservare che gli attuali rapporti con le nostre ex colonie non sono sereni, a cominciare da quelli con Tripoli, turbati dal mancato risarcimento dei danni di guerra. Una ricerca a tutto campo, eseguita con metodi scientifici, sui crimini commessi in Africa, non potrebbe che allontanare dal nostro paese il sospetto che si voglia rimuovere il passato e negarne gli aspetti più deteriori, come sta facendo da tempo il Giappone. Ciò potrebbe anche agevolare la soluzione del problema del contenzioso, che si trascina da anni.

Quanto alla Giornata della memoria per i 500mila africani uccisi, ci sembra che essa abbia un valore non soltanto simbolico. Noi siamo convinti che potrebbe avere riflessi non effimeri su popolazioni che non soltanto lottano contro la povertà e 1’Aids, ma anche cercano disperatamente anche una propria identità. Se questa Giornata venisse fatta propria dal nostro governo, – scrivevamo nella lettera a Massimo D’Alema – si raggiungerebbe anche l’obiettivo di riconoscere ufficialmente le colpe e gli orrori del nostro passato coloniale nella maniera più esplicita, nobile e definitiva.

Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio bene? Il lamento dell'Orfeo di Gluck è di quelli che tutto il mondo conosce. E' dolore, ma addolcito dalla malinconia. Povero Orfeo. Perché diamine s'è voltato verso la sua amata mentre la portava fuori dall'Averno, perdendola per sempre? Di lui sappiamo molto: che era un grande poeta e musico, che non solo gli umani ma le fiere si immobilizzavano al sentirlo, incantate. Che amava tanto Euridice da convincere i crudelissimi dei a permettergli di andare laggiù, dove nessuno va e da dove nessuno ritorna, a riprendersela. E loro, che amano giocare sulle debolezze dei mortali, avevano finito con il dire: Sì, va, ma non voltarti a guardarla finché non sarete fuori dagli inferi, perché la perderesti. Lui si precipita nel profondo Averno, si avviano all'uscita, ma Orfeo non regge, si volta, le getta un solo sguardo. E la perde, stavolta per sempre.

E di Euridice che cosa sappiamo? Finora niente. Ce ne dà notizia una signora di mezza età e mezza condizione nell'ultimo romanzo di Claudio Magris: Lei dunque capirà (Garzanti, pp. 55, euro 9,50). Dice Lei, perché scrive al presidente della Casa di riposo in cui si trova. Gli si rivolge rispettosamente, perché lui non si fa mai vedere come si addice a una grande autorità, e lei nulla pretende. Nella Casa di Riposo si sta quieti, un po' noiosamente, un po' grigi, con poche parole e molte regole, ma la signora non si lamenta. Vuole solo spiegare la condotta dissennata del suo uomo, che è venuto a riprenderla, cosa raramente concessa e della quale al Presidente lei si assicura assai grata. E' pieno di fascino, è un geniale, piace moltissimo, ma è un po' debole, diciamo un po' immaturo, viziato, come sovente succede a chi ha successo. E' il suo uomo, proprio suo, lei gli ha insegnato tutto, anche come si fa l'amore sul serio, non soltanto sesso come si dice ora, e gli perdona tutto, anche certi suoi cedimenti alle squinzie che gli girano attorno, purché non le vengano sotto mano che cava loro gli occhi. E', la loro, una storia d'amore qualsiasi, forse un po' meno che borghese, dei nostri giorni senza smalto, ma è amore davvero. Lei lo sa. Lui scrive e compone, come gli gira, e lei sa anche dove sbaglia registro, dove cade - e non gliene fa passare una, e lui borbotta ma le è grato, sa che nessuno come lei conosce quanto, o a volte quanto poco, vale. E se ne va in giro per il mondo coperto di complimenti e allori, uno po' sciocco, fragile, insomma senza una gran spina dorsale, e torna sempre da lei, che di spina dorsale ne ha per due. E' tornato anche quando si è ammalata, molto ammalata, si sono abbracciati sino alla fine, quando lei ha dovuto ritirarsi nella Casa di Riposo, enorme e grigia. Lui ha fatto il diavolo a quattro per entrare, il regolamento è severo. Lei ha avuto il cuore traboccante di gioia: era proprio da lui ostinarsi in questa impresa, riuscirci, è venuto.

Ma poi s'è voltato. Per troppo amore, dunque per troppo poco, più amore per sé, per il suo trasporto, che per lei? No, signor Presidente, non è andata così. Era venuto a cercarla perché da lei voleva assolutamente sapere quel che lei solo poteva dirgli: quel che si sa soltanto quando si è nella Casa di Riposo, dall'altra parte. Chi ne è fuori, i vivi, pensano che chi ne è dentro, i morti, sappiano tutto - tutto quel che ai viventi sfugge. Lui lo vuol sapere, arde di saperlo, poi lo canterà. Sarà il primo, il solo. Orfeo. Per questo è venuto a cercarla, oltre che beninteso per amore. E lei, nel seguirlo verso l'uscita, se ne è resa conto, ha capito che appena fuori lui le domanderà: E allora, dimmi? E lei dovrà rispondergli: Niente, qui non si sa niente più di quel che si sappia fuori. Di là come di qua non si sa nulla. Ed egli ne sarà così tramortito da restare senza parole, senza speranza, senza voce... di là come di qui non si sa niente, mai! Non c'è niente da sapere? Non se ne darà ragione, quel suo debole uomo così amato, non troverà più parole né musica, non sarà più lui. Lei, questa verità non gliela può dire. E dunque, signor Presidente, sa perché s'è voltato? Perché io l'ho chiamato. Non se lo aspettava, s'è voltato e mi ha visto dolcemente sparire.

Così parla Euridice, rivendicando a sé anche quel suo voltarsi e perderla. Non poteva non voltarsi se lei lo avesse chiamato. E lei così ha fatto perché continuasse a essere Orfeo, a tradurre in musica quella domanda senza riposta, e riceverne onori e gioie. Finché rimaneva da questa parte.

Raramente è stata scritta una così assoluta elegia per una donna come ha fatto Magris in Lei dunque capirà. A una donna si può dovere tutto. Non è facile trovare questa confessione neanche negli autori che più amano una figura femminile. Perché devono riconoscerle una grandezza che il mito non dà a Euridice. E neanche Gluck. Gluck la sfiora nella sua meno nota bellissima Alcesti, quella che amava tanto il marito Admeto che quando lui si disperava senza vergogna all'annuncio di dover morire, non si dava pace, strepitava, supplica che qualcuno prenda il suo posto, Alcesti ha detto: Al tuo posto vado io. Non perché non ami la vita. Non perché il cavernoso Averno non le faccia paura. Ma scende tremando verso quelle livide acque e chiede a spaventevoli voci di poter prendere il posto di Admeto, perché a morire quel povero diavolo non ce la fa.

Con Alcesti alla fine gli dei saranno pietosi come con Orfeo non sono stati. Il canto di Alcesti fra vita che non vorrebbe perdere e morte che domanda di avere, è la voce della signora che scrive al Presidente. Claudio Magris la rivela. E risponde alla melodiosa domanda retorica di Orfeo: Che farà senza Euridice? Continuerà a cantare. Dove andrà senza il suo bene? Girerà il mondo per incantarlo. E così sia.

Il mito di Orfeo ed Euridice racontato in Elicriso

Da "MicroMega " pubblichiamo parte della "lectio magistralis" tenuta al Festival di Filosofia di Roma sul tema "Leviathan contro Dike"

Dove esista un monopolio normativo, incombe il pericolo, già individuato dai greci, che qualcuno diventi legalmente «kúrios tón nómon», padrone della macchina, abusandone. L’investitura popolare è via consueta ai regimi illiberali. Rinata la repubblica sulle spoglie della monarchia orléanista, domenica 10 dicembre 1848 i francesi votano un presidente che governi: stravince Louis-Napoléon, il cui carisma sta nel nome, 5.434.226 voti, contro 1.448.107 del generale Godefroy Cavaignac, ministro della guerra, autore d’una sanguinosa repressione a giugno; Alexandre Ledru-Rollin, 370.119; François-Vincent Raspail, 36.920; l’eloquente poeta Alphonse de Lamartine ne spigola 17.910. La Carta regola un ufficio quadriennale: al principe-presidente non bastano quattro anni; se ne piglia dieci con un sommesso coup d’Etat, 2 dicembre 1851, anniversario d’Austerlitz abilmente scelto perché gli elettori amano i ricorsi immaginosi, e gliel’approvano, 20 dicembre (7.439.216 sì, 640.736 no); undici mesi dopo, 20 novembre 1852, un plebiscito ancora più straripante rifonda l’Impero (7.839.000 contro 253.000). La dittatura mussoliniana nasce in forme legali. Altrettanto l’ascesa hitleriana.

Kniébolo, come lo chiama Ernst Janger, vola sulle ali del consenso popolare: attraverso cinque turni, settembre 1930 - luglio 1932, sale dal 18.3 al 37.3%; indi ripiega sul 33.1, settembre 1932; già cancelliere, miete il 43.9, marzo 1933; e ottiene d’emblée i pieni poteri, 441 voti contro 94, avendo garantito a Destra e Centro che li userà giudiziosamente; gli credono ritenendosi furbi. I meccanismi traslativi del potere legale sono adoperabili bene o male: a Weimar se li erano studiati nella forma più virtuosa; lavoro fine ma il diavolo s’impadronisce anche dei migliori manufatti; e arriva l’ex caporale dai baffi ridicoli, nell’occasione vestito comme il faut, cilindro, abito a code, ghette, foriero d’una terrificante catastrofe.

Le Havre, sabato 2 aprile 1831: Gustave de Beaumont e Alexis de Tocqueville s’imbarcano; vanno a studiare la riforma penitenziaria negli Stati Uniti. I Tocqueville sono una nobile e ricca famiglia normanna: il padre distava due passi dalla ghigliottina quando è caduto Robespierre; pativano l’usurpatore corso; naturalmente fedeli ai Borboni ma Alexis cova un molto cauto penchant liberale; studia diritto; s’addottora discutendo due tesi, «de usucapionibus» e «l’action en rescission ou nullité»; visita l’Italia in compagnia del fratello Edoardo; nominato uditore del tribunale versagliese, prende servizio, giugno 1827; lunedì 16 agosto 1830 presta giuramento alla Monarchia orléanista, decisione sofferta, poi chiede un congedo motivato dalla missione americana. In dieci mesi scarsi vede molto del nuovo mondo, avendo un’assai acuta vista intellettuale. Al ritorno dà le dimissioni. Fa carriera politica, senza averne la stoffa. Gli portano alte lodi i primi due tomi della «Démocratie en Amérique», editi da Gosselin, gennaio 1835. Con minore fortuna esce il séguito, meno vivo, 1840. L’autore coniuga gusti d’ancien régime e testa fredda, rassegnato al dominio delle classi medie. L’»omnipotence de la majorité» gl’ispira riflessioni memorabili. Mandato imperativo, voti frequenti, inflazione delle norme, instabilità (senza contare i malcostumi elettorali: domenica 7 ottobre 1849 Edgar Allan Poe muore a Baltimora d’un delirium tremens da crisi alcolica; era caduto in mano ai galoppini che sequestrano i passanti, li ubriacano e tengono nella stia, «coop», portandoli in giro a votare nei vari Polls). Quando abbia mano libera, l’organismo collettivo differisce poco dall’individuo. Troppo potere nuoce e il partito vittorioso costituisce «force irrésistible», nel lessico teologale «potentia absoluta»: l’opinione pubblica «forme la majorité», rappresentata nelle assemblee legislative; i governi ubbidiscono, idem la «force publique»; i jury le prestano voce; gli stessi giudici talvolta sono eletti; iniqua o dissennata che sia «la mesure qui vous frappe», bisogna subirla (I, 261ss., ed. Mayer, Gallimard, 1961). Stiamo meglio nel vecchio continente. Qui citerei un caso giudiziario tedesco, al culmine della parabola hitleriana. Fallita l’offensiva su Mosca, sopravviene una purga negli alti gradi militari: dimessi o dimissionari tre feldmarescialli; saltano trentacinque generali; uno è Erich Hoepner, comandante della 4a Panzergruppe, colpevole d’avere ritirato i resti delle sue quattro divisioni un attimo prima del permesso. Espulso dall’esercito, chiede la pensione: il tribunale lipsiense gliel’accorda presupponendo intangibili i diritti; l’infuriato Fahrer convoca il Reichstag (è l’ultima volta); al diavolo i diritti, l’ora richiede poteri extra ordinem esercitabili contro chiunque, senza limiti legali; sì, acclama l’assemblea; e domenica 26 aprile 1942, nella Kroll Opera, ore 16.24, Adolf Hitler diventa la Legge in persona.

Torniamo al nobile normanno. La «majorité» supera ogni dominio sinora subito dai sudditi europei: apud nos il pensiero sfida le tirannie; nemmeno i più asfissianti regimi assoluti comandano gl’interni d’anima; il dissenso s’annida persino nelle corti. In America, no: finché la maggioranza sia dubbia, «on parle»; appena abbia deciso, nessuno fiata più; saltano tutti sul carro; l’anonimo tiranno moderno modifica i cervelli. «La majorité trace un cercle formidable autour de la pensée»: finché stia nel cerchio, lo scrittore è libero; guai appena muove un passo fuori. Non sono più tempi da autodafé e roghi, naturalmente. Catene e patiboli erano arnesi grossolani. Avviene tutto in modi puliti: il deviante resta solo; qualunque cosa chieda, incassa rifiuti; gli negano tutto, cominciando dal riconoscimento dei talenti; credeva d’avere dei fautori; violata l’ortodossia, scopre d’essere un cane in chiesa; i vituperanti gridano; chi pensa come lui tace e s’allontana; alla fine, stremato dallo sforzo quotidiano, s’arrende vergognandosi d’avere pensato. Sotto monarchie assolute fiorisce la critica dei costumi: La Bruyère abita a corte; Molière vi recita commedie scandalose. L’America 1831 detesta lo specchio critico: l’opinione dominante esige lodi, chiusa nella «perpétuelle adoration d’elle-mome»; perciò l’ambiente sviluppa una letteratura fiacca. Libri empi sfuggono all’Inquisizione spagnola, così occhiuta. Oltre Atlantico non circolano perché non se ne scrivono e se qualcuno li scrivesse, nessuno li pubblicherebbe: esistono atei anche lì ma l’ateismo non ha organo editoriale; meglio così, commenta lui, non so quanto credente, convinto però che la religione venga utile quale connettivo e freno (ivi, 265 - 68). Siamo al capitolo antropologico: il culto della. majorité» alleva uomini mediocri (quante figure eminenti, invece, nella rivoluzione americana); dove «pubblico» e «privato» siano categorie fluide, essendo il sovrano «abordable de toutes parts», solo che uno alzi la voce, è frequente il mestiere del vivere sulle passioni altrui; s’ingrassano i parassiti, le anime deperiscono; lo spirito cortigianesco penetra dappertutto (ivi, 268s.).

I tableaux tocquevilliani illuminano esperienze italiane recenti. Parlavamo del Secondo Impero, in qual modo sia salito Louis-Napoléon, figlio dell’ex re d’Olanda e d’Ortensia Beauharnais, quindi due volte nipote dell’Imperatore: anima gentile, pensieroso, malinconico, mite, fatalista; era carbonaro in Italia; parla quattro lingue; studia e scrive molto, d’arte militare, storia, questione sociale. Non gli somiglia l’aspirante monarca italiano, ricco da scoppiare, famelico, cinico, ignorante, volgare, profittatore astutissimo, bugiardo qualunque cosa dica, monco del sentimento morale, istrione (finto sorriso, piagnisteo, ringhio): s’ingigantisce nell’abusivo monopolio delle televisioni commerciali, senza le quali non esisterebbe; salta sul palco politico; padrone dei numeri, distorce le norme commisurandole al suo tornaconto; tenta d’instaurare un regime signorile o meglio piratesco, perché le signorie superavano i particolarismi comunali; e manca poco che vi riesca; stavamo regredendo ai clan. Deo adiuvante, è caduto, grazie alla riforma elettorale combinata in extremis, contro quelli che presumeva vittoriosi: classica eterogenesi dei fini, una furberia suicida; ma nessuno con la testa sul collo lo crede innocuo o virtuosamente mutato; resta qual era, dietro l’angolo. Hanno maschera benevola le tirannie profetate nella «Démocratie en Amérique»: una servitù diffusa e calma avvilisce gli animali umani senza tormentarli; anzi, procura piccoli piaceri volgari; se ne saturano. Nello sfondo opera un’invisibile autorità tutelare dalla funzione inversa: padri e tutori conducono i figli o pupilli all’età virile; l’organo del dominio psichico fissa i sudditi a livelli infantili.

Tocqueville scrive come avesse sotto gli occhi lo slogan berlusconiano: «gli spettatori hanno undici anni», ma la soglia ideale è alquanto più bassa; l’ordigno frolla le volontà e spegne i cervelli; l’optimum è un armento timido, ebete, industrioso (frasi sue, ivi, II, 323ss.).

Mi sia consentito di aggiungere un breve commento. Queste Conclusioni mi sembrano utili per coloro che si accingono oggi ad affrontare il tema non facile del bipolarismo nella realtà del nostro paese.

Agli storici vorrei dare anzitutto un consiglio, quello di compiere l'analisi parallela delle coppie dei più famosi personaggi del nostro cinquantennio: la coppia De Gasperi-Togliatti e la coppia Moro-Berlinguer.

Sulla coppia De Gasperi-Togliatti andrebbe - a mio avviso - avviata la valorizzazione degli idonei documenti per ribadire come non sia possibile identificare De Gasperi semplicemente come leader del partito cattolico; Togliatti con il comunismo di Stalin. In ogni caso occorre tener presente che i due personaggi hanno dato vita a un "compromesso storico" costituzionale attraverso il referendum del 2 giugno 1946 e il voto dato quasi all'unanimità alla Costituente, il 27 dicembre 1947.

Sulla coppia Moro-Berlinguer un'attenta analisi su Moro (ma ritengo anche su Berlinguer) non conduce a individuare come punto d'incontro fra i due l'obiettivo del “compromesso storico” di governo ma la “democrazia compiuta”, e cioè la possibilità di dar vita a un’alternativa democratica che avrebbe consentito sia alla DC che al PCI la gestione responsabile di un esecutívo.

La condizione perché questa democrazia "compiuta" potesse attuarsi era che il partito della sinistra avesse acquistato nella politica estera una sua piena autonomia da Mosca e che i partiti democratici (si dichiarassero laici o a ispirazione cristiana) fossero stati capaci di attuare e rispettare in pieno i principi riformisti della Costituzione - cosa che di fatto già stava avvenendo con la DC di cui era diventato segretario Benigno Zaccagnini.

L'assassinio di Moro (del quale non sono ancora pienamente conosciute le cause) pose fine a questo disegno.

La storia, con il suo corso, ha fatto poi venir meno la rottura fra Est e Ovest allora esistente sul piano internazionale e che era il più evidente impedimento alla democrazia "compiuta" nel nostro paese.

In realtà, se prendiamo come simbolo il crollo del Muro di Berlino, dobbiamo dire che gli storici di domani non potranno non interpretare questo crollo come la fine dell'evo moderno e l'inizio dell'evo postmoderno (allo stesso modo in cui il 1492, e cioè la scoperta dell'America, è stato interpretato come la fine del Medioevo e l'inizio dell'evo moderno). Si spiega così come in Italia, con il crollo del Muro di Berlino, siano entrati in crisi tutti i partiti ideologici (sia quelli di massa sia quelli di opinione) che avevano partecipato nel loro complesso agli schieramenti antifascisti e che hanno contribuito a creare insieme la Repubblica e la Costituzione. Ma, contrariamente a quanto superficialmente è stato detto, non è venuta meno, con questo, la "prima Repubblica" e nemmeno se n'è formata una nuova perché i principi fondamentali della vecchia restano e le revisioni costituzionali finora proposte in Parlamento devono ancora passare il vaglio del referendum popolare.

Ecco dunque in che senso il racconto di Beppe Chiarante sulle sue esperienze giovanili nella DC di Bergamo, coincidenti nella sostanza con le esperienze da me vissute nella Dc antifascista di Bologna, sembra utile oggi nel momento in cui, superata, come sembra, la divisione del mondo fra Est e Ovest, ci dobbiamo accingere a costruire una democrazia che, per sua natura, coincida con l'interesse generale dell'unità dello Stato.

Ma bipolarismo e alternativa in che senso? Non nel senso che si possano rinnegare le conquiste fatte nelle battaglie a suo tempo vinte sul fascismo e sulla dittatura nazista, contro la quale hanno combattuto non solo tutti i partiti antifascisti italiani ma la gran parte degli Stati democratici del mondo, compresi gli Stati Uniti d'America e lo Stato comunista dell'URSS

Per questo non possono essere comprese nel bipolarismo e nell'alternativa democratica le forze che stanno fuori dell'unità degli Stati democratici. Non possono quindi rientrare nel bipolarismo quelle forze che, stante l'art. 139 della Costituzione, vorrebbero introdurre la revisione costituzionale sulla forma repubblicana, e anche quelle che mettono in discussione l'unità e l'indivisibilità della Repubblica (art. 5), i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2), la pari dignità sociale e l'eguaglianza di fronte alla legge (art. 3) o non accettano il ripudio della guerra (art. 11).

Così come De Gasperi e Togliatti dichiararono, a partire dal 1948, che non potevano tornare indietro sulla Repubblica e sulla Costituzione, anche oggi le conquiste storiche dello Stato non possono essere rinnegate. La nostra Costituzione, come riconobbero in sede di sottocommissione dei 75 Dossettí e Togliatti nella discussione sull'art. 2, ha individuato principi nuovi, sia rispetto ai principi liberali che a quelli collettivistici. Non ci può essere alternativa fra le conquiste raggiunte dalla nostra Costituzione e ciò che è antecedente alle conquiste costituzionali stesse.

Oggi è dunque necessaria un'unità fra tutte le forze che vengono dall'antifascismo e dalla Resistenza, dalla Repubblica e dalla Costituzione. L'alternativa di governo in una repubblica parlamentare può esistere solo tra forze che si riconoscano nell'unità della Costituzione.

Questo è l'insegnamento che viene a Beppe Chiarante e a me dalla nostra esperienza giovanile. Oggi possiamo essere insieme sul terreno operativo per formare una maggioranza, solo se possiamo far parte di un'unità di governo che sia tutta intera all'interno della Repubblica e dei suoi principi costituzionali.

Qui la scheda editoriale del libro di Chiarante

La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…

E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!

O quando io leggo nell’art. 8:«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!

O quando io leggo nell’art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!

O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!

E quando leggo nell’art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.

Chi è Piero Calamandrei

Le costituzioni sono costruzioni, ma queste costruzioni, come anche quella cui tanto volonterosamente e a lungo si è dedicata la nostra ingegneria costituzionale, presentano sempre un aspetto, per così dire, naturalistico che non risulta aver attirato l’attenzione che merita. Eppure, proprio su questo, in ultima analisi, ci pronunceremo tra breve e sarà un pronunciamento che conterrà un giudizio, oltre che sulla costituzione che ci viene proposta, anche su noi stessi.

L’espressione "aspetto naturalistico" si riferisce a quella che i classici denominavano l’indole costituzionale dei popoli. Le costituzioni dei popoli intuitivi e sentimentali non possono essere quelle dei popoli ragionatori e speculativi; le costituzioni dei popoli molli e pigri, non quelle dei forti e laboriosi; dei pessimisti e fatalisti, non quelle degli ottimisti e fieri; degli attivi e coraggiosi, non quelle dei passivi e paurosi; dei dissipatori, non quelle dei parsimoniosi. Un despota, per esempio, è necessario per coloro che, dovendo cogliere una banana, pensano, invece di arrampicarsi, di tagliare il banano alla radice. La democrazia non è adatta ai popoli che cercano favori piuttosto che diritti, che scansano le responsabilità invece che cercarle. Accogliere nei Paesi freddi il lusso e i molli costumi degli Orientali, si è anche detto, significa darsi le loro catene.

Non lasciamoci fuorviare dall’apparente ingenuità di queste contrapposizioni settecentesche. Esse contengono una profonda verità: la più perfetta opera di ingegneria costituzionale potrebbe non valere nulla se ignora o contraddice i caratteri naturali del popolo che si vuole costituzionalizzare. «Le costituzioni sono simili alle vesti: è necessario che ogni individuo, che ogni età di ciascun individuo abbia la sua propria, la quale se tu vorrai dare ad altri, starà male. Non vi è veste, per quanto sia mancante di proporzioni nelle sue parti, la quale non possa trovare un uomo difforme cui sieda bene; ma se vuoi fare una sola veste per tutti gli uomini, ancorché sia misurata sulla statua modellaria di Policlete, troverai sempre che il maggior numero è più alto, più basso, più secco, più grasso, e non potrà fare uso della tua veste».

Parole di Vincenzo Cuoco contro il progetto di costituzione napoletana del 1799 che egli considerava un arbitrario tentativo di trasposizione di astratte idee costituzionali dalla Francia dell’epoca (Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1913, p. 218).

I nostri ingegneri e sarti costituzionali probabilmente non si saranno nemmeno posti il problema. Forse, non saranno neppure stati sfiorati dal dubbio che questo sia un punto importante sul quale saranno giudicati. Più probabilmente ancora, si saranno lasciati condizionare inconsapevolmente dalla presunzione che la nostra indole sia come la loro. Ma noi, nel momento in cui ci viene chiesto di pronunciarci per mezzo del referendum, è proprio questa la domanda che ci poniamo: se siamo o, meglio, se vogliamo essere quello che essi presumono che siamo; se siamo o vogliamo essere come credono loro.

* * *

Quali sono dunque le pulsioni profonde che la riforma costituzionale viene a solleticare o lusingare?

a) Innanzitutto la servilità. Un popolo è servile se si rallegra di poter scegliere, ogni cinque anni, un capo al quale conferire poteri illimitati. Non sembri una sintesi esagerata. Questo nuovo capo è denominato "primo ministro", ma il potere personale che questo nome innocente indica è tale da far paura. Egli dispone dei ministri a suo piacimento, nominandoli quando gli sono graditi e revocandoli quando gli diventano sgraditi. A suo piacimento dispone anche dei rappresentanti del popolo perché ogni dissenso nei suoi confronti si può concludere con il loro licenziamento, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni: il diritto di critica è dunque ammesso, ma chi lo eserciterebbe, quando il prezzo è il suicidio? Non può invece accadere il contrario, cioè che siano i rappresentanti del popolo a licenziare il capo e a sostituirlo con un altro. Questa ipotesi è bensì prevista, ma come pura ipotesi di fantasia: occorrerebbe un voto a maggioranza assoluta dell’Assemblea, senza l’apporto dell’opposizione, cioè da parte della stessa compatta compagine che fino ad allora è stata al seguito del capo. Il che è quanto dire che non potrebbe realizzarsi mai.

Si dirà: prima di parlare di regime autoritario, si noti almeno che questo capo è pur sempre scelto con un’elezione, ogni cinque anni. Ma ciò significa solo che quel popolo che se ne rallegrasse, lo farebbe perché trova gioia nel ripetersi, cioè nell’insistere nella sua servilità. Varrebbero le parole che Rousseau indirizzava al popolo inglese del suo tempo: «pensa di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Non lo è che durante l’elezione dei membri dei Parlamento. Appena sono eletti, è schiavo, non è nulla. Nei brevi momenti della sua libertà, per l’uso che ne fa merita di perderla» (Contratto sociale, libro III, c. XV).

b) In secondo luogo, l’insicurezza e l’aggressività, degli uni verso gli altri. Ogni elezione di capo dai poteri illimitati tramite un’investitura popolare trasformerebbe l’elezione in conflitto in cui ciascuno avrebbe tutto da sperare ma anche tutto da temere, a seconda dell’esito. La propria sopravvivenza sarebbe legata alla soccombenza degli avversari e così l’insicurezza si esprimerebbe in aggressione. L’ultima tornata elettorale cui abbiamo assistito sgomenti già ci ammonisce come una sia pur parziale primizia. Gli strumenti dello scontro sarebbero i più rozzi, irrazionali e semplicistici: amore-odio, bene-male, amici-nemici. Ecrasez l’infame! potrebbe diventare la parola d’ordine dei due schieramenti che si demonizzano reciprocamente.

Né potrebbe farsi troppo conto sulle istituzioni di controllo, per mitigare i poteri del vincitore e, con ciò stesso, l’asprezza del confronto. Questo accade in effetti in diversi regimi, dove pure i cittadini eleggono il capo del loro governo. Ma lì esistono pesi e contrappesi, tradizioni e cultura politica che ne bilanciano il potere. E da noi? Il Presidente della Repubblica è reso dalla riforma una figura marginale. La Corte costituzionale, con una modifica della sua composizione, viene allineata alla maggioranza politica. La magistratura, al di là delle riforme che la riguardano, sarebbe intimorita da una concentrazione di potere politico, collegata all’investitura popolare diretta, sconosciuta negli altri Paesi che si dicono democratici. L’uguaglianza di fronte alla legge, che già non è propriamente il punto di forza delle nostre istituzioni, si ridurrebbe a principio-beffa. Il Parlamento, infine, abbiamo già visto essere reso nullo nella sua funzione, che è sempre stata la sua essenziale, di garanzia contro gli abusi del governo. Quando gli assurdi rapporti tra Camera e Senato previsti dalla riforma glielo consentissero, legifererebbe, ma sempre e solo agli ordini del capo del governo. Ogni appuntamento elettorale, data l’enormità della posta in gioco, si risolverebbe in dramma o in tragedia. Più che la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna, ci darebbero il benvenuto taluni Paesi del Sud America o dell’ex-blocco sovietico.

c) Lo spirito cortigiano. La riforma promette un’alternanza tra lo scontro elettorale e il ruere in servitium, a cose fatte. Si potrà deplorare la disposizione a cambiare casacca a seconda del momento ma, d’altra parte, che cosa si può pretendere quando il vincitore può tutto, da lui dipendono la fortuna o la rovina della tua azienda, della tua banca, del tuo giornale, della tua casa editrice, della tua carriera? Se e fino a quando sei nelle sue mani, cercherai di ingraziartelo, almeno fino al momento in cui, pensando che stia per cadere in disgrazia, non hai più nulla da ottenere o da temere da lui. Quando nuovi capi sono all’orizzonte, i cortigiani che ti hanno adulato diventano serpenti velenosi.

d) L’atteggiamento impolitico e qualunquista. Nessun Parlamento al mondo è tanto umiliato quanto quello che deriverebbe dalla riforma. Non controlla ma è controllato; se legifera, lo fa per conto altrui; se si permette di dissentire, è sciolto. Data la sua marginalità, potrebbe anche essere soppresso o sostituito da un’astratta attribuzione di millesimi, come nei condomini, a ciascuna delle parti in campo. Se non lo è, forse è perché esso rappresenta ancora un’immagine potente e carica di storia della libertà politica ed eliminarlo sarebbe stato un po’ troppo forte; o, forse, è anche perché, ridotto in questa umiliazione, simboleggia come un trofeo la vittoria delle forze e delle mentalità antiparlamentari: quella vittoria già iscritta nell’attuale, recente legge elettorale, che ha trasformato in molti casi i rappresentanti del popolo in ignote propaggini di dosaggi di potere, clientele e familismi di partito. Non sono pochi, del resto, coloro che intendono l’annunciata diminuzione del numero dei parlamentari, operativa – se mai lo sarà – solo tra molti anni, come un ammiccamento all’eterno qualunquismo latente nel nostro Paese.

e) Il provincialismo pessimista e ripiegato su se stesso. "A casa mia": è il motto di chi crede a quella cosa che la riforma definisce federalismo (il federalismo è l’apertura della piccola patria a una patria più grande) ed è invece ripiegamento su se stessi, timore per l’ignoto, aggressività verso chi viene creduto diverso, comunitarismo organico: l’esatto contrario del federalismo. I giuristi hanno ripetutamente spiegato che nelle norme della cosiddetta devolution c’è molto più centralismo che non federalismo. Diverse competenze sono state ritrasferite al centro e il "federalismo fiscale" è reso una beffa dalla norma che vieta "in tutti i casi" all’autonomia impositiva delle Regioni (e degli enti locali) di determinare incrementi della pressione fiscale complessiva. Anche le competenze regionali "esclusive" - assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, definizione dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione e polizia amministrativa regionale e locale - devono pur sempre coesistere con le competenze statali, anch’esse "esclusive", circa i livelli essenziali delle prestazioni in campo sanitario, le norme generali sull’istruzione e la tutela della salute, nonché l’ordine pubblico e la sicurezza.

Ma, evidentemente, quello che conta, in questo caso, non è la realtà giuridica ma è il messaggio "culturale" di chiusura e ostilità verso il diverso. Della nostra salute, della istruzione dei nostri figli, della nostra sicurezza ci occupiamo noi perché, per l’appunto sono cose di casa nostra. La violenza concreta di questo atteggiamento, tuttavia, non tarderebbe poi a farsi sentire, ben al di là di quel che le norme costituzionali (per ora) contengono.

* * *

Riassumiamo. L’indole costituzionale che la riforma solletica, lusinga, blandisce è questa: servilità, insicurezza e aggressività, spirito cortigiano, antipolitica e qualunquismo, provincialismo ripiegato su se stesso. Occorrerebbero troppe parole, ma sarebbero del tutto superflue, per mostrare come questi spiriti, politicamente molto ben definiti, siano agli antipodi rispetto a quelli su cui si fonda la Costituzione che viene dall’Assemblea costituente del 1946-1947. Ma riprendiamo la domanda iniziale: siamo disposti a riconoscerci in questa nuova, o forse antica indole che vogliono attribuirci? Il referendum ci interpella su questo, dunque su noi stessi, molto prima che sui contenuti giuridici. Posta così la questione, si può sperare che in molti si avverta la necessità di una reazione a una proposta che è un tentativo di seduzione dei lati peggiori del nostro carattere e di oltraggio ai suoi lati migliori.

I cittadini hanno il diritto di esprimersi su questa domanda e la nostra classe politica ha il dovere di non alterare la loro risposta. Da più parti si insiste invece sul fatto che, quale che sia il risultato del referendum, le due parti dovranno subito dopo trovare l’accordo "per una riforma condivisa", per esempio in una Assemblea o una Convenzione costituenti. Il sì e il no conterrebbero entrambi una clausola sottintesa: poi ci si metterà d’accordo. Ma su che cosa? Questo è un parlare ambiguo. Su quale terreno ci si vorrà muovere? in base a quale spirito? Una cosa è lavorare per la Costituzione che abbiamo; una cosa opposta è lavorare per la Costituzione che non vogliamo avere. Si tratta di promuovere due spiriti pubblici, due indoli costituzionali del tutto incompatibili. La condivisione, in questa situazione, nasconderebbe inganni. Anche i tentativi di puro miglioramento tecnico cascano davanti a questa alternativa.

Calafati, Antonio , Dove sono le ragioni del sì? La “TAV in Val di Susa” nella società della conoscenza, Edizioni SEB 27, Torino 2006

Il libro nasce da una esercitazione universitaria svolta a ridosso delle grandi manifestazioni di opposizione locale al progetto della TAV in Val di Susa del dicembre del 2005: due settimane di letture e discussioni dei maggiori quotidiani con gli studenti del corso di Antonio Calafati, docente di Economia Urbana e di Analisi delle Politiche Pubbliche presso la Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” dell’Università Politecnica delle Marche (Ancona) e presso l’Università Friedrich Schiller di Jena (Calafati.econ.unian.it).

Oggetto dell’esercitazione, la ricerca delle ragioni del sì al progetto della TAV in Val di Susa attraverso la lettura della stampa quotidiana.

Nel corso della lettura e della discussione collettiva in classe, è emerso un quadro sconfortante della grande stampa del nostro paese: mancanza di informazioni serie e documentate sul progetto, costante travisamento della realtà, unanimismo senza ragioni nel merito di un’opera di cui non si riesce comunque a motivare l’utilità sociale, valutazioni preconcette e assenza di dubbi sull’impostazione dei processi decisionali, improvvisi ravvedimenti man mano che il conflitto locale si estende,…

Da quella esercitazione è scaturito un agile libretto, scritto con grande rigore scientifico unito a un grande disincanto, che ha ottenuto un successo editoriale molto superiore alle aspettative e una crescente attenzione nei siti web impegnati sulle problematiche ambientali..

La TAV in Val di Susa ne esce come una vicenda paradigmatica dell’opacità dei processi decisionali e dell’inadeguatezza di un giornalismo che produce “pseudoconoscenza”. Ma per chi insegna all’università, il lavoro di Calafati costituisce anche un esempio di come svolgere al meglio la propria funzione didattica, sviluppando negli studenti non soltanto rigore metodologico, ma anche consapevolezza critica.

Allegato il file con la copertina e la prefazione dell’autore

SE tre Presidenti della Repubblica hanno parlato della Costituzione italiana con parole che rimandano al sacro - Oscar Luigi Scalfaro la ricorda come resurrezione civile, Carlo Azeglio Ciampi la chiama sua Bibbia laica, Giorgio Napolitano la paragona alla mosaica tavola dei valori e dei principi in cui riconoscersi - vuol dire che c’è qualcosa di essenziale, nella scelta che gli italiani compiranno il 25-26 giugno quando approveranno o respingeranno la riforma costituzionale varata dalla precedente maggioranza. Secondo alcuni si tratta di scegliere tra il vecchio e il nuovo, fra conservazione e modernità. Altri hanno l’occhio fisso sui futuri negoziati tra partiti, e danno al voto un valore puramente strumentale: c’è chi sostiene che il No faciliterà la ripresa di trattative bicamerali, e chi invece ritiene che solo il Sì la permetterà. Difficile sapere esattamente dove stia la verità, ma non è questa l’essenza su cui saremo chiamati a pronunciarci.

L’essenza su cui voteremo è la natura non immediatamente politica della carta costituzionale: il suo esistere e durare a dispetto dei governi che passano, delle maggioranze che prendono il sopravvento, del voto che porta al potere queste maggioranze, della morte che naturalmente caratterizza il loro destino e sempre sta loro allato. Nell’aureo libretto che ha scritto sulla Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky sottolinea proprio questo punto, pur non negando affatto che la Costituzione e la Corte siano anch’esse figure del vivere politico. Ma lo sono in modo radicalmente diverso, distinto dalla politica che si fa tutti i giorni in Parlamento, nei partiti, e a intervalli regolari nelle urne. La prima politica, quella della Carta, fonda il pactum societatis: il patto fra cittadini, le condizioni istituzionali che consentono loro di non perire in guerre civili, la fiducia che le norme saranno rispettate da tutti. Esso presuppone l’adesione a regole condivise. La seconda politica è il pactum subjectionis: essa produce il governo, e ha al suo centro la forza (Zagrebelsky, Principî e voti, Einaudi 2005).

La Costituzione ritaglia nella democrazia uno spazio sacro che protegge la cosa pubblica dalla contingenza e non a caso predispone argini contro il prevalere del numero, contro il dispotismo potenziale d’ogni maggioranza. È fin da principio che Dio dice a Mosè: «Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo» (Esodo 23: 2-3). Quel che Zagrebelsky scrive a proposito della Consulta vale per la Costituzione: la sua funzione «è politica, ma allo stesso tempo non appartiene alla politica; è essenziale al nostro modo d’intendere la democrazia, ma allo stesso tempo non viene dalla democrazia». In democrazia sono cruciali il numero, la maggioranza. Nella Costituzione il numero non è tutto: le sue leggi valgono quale che sia il numero dei vincenti, e protegge dall’annientamento i perdenti. Sulla Costituzione «non si vota». I suoi principi «non dipendono dall’esito di nessuna votazione».

Precisamente su quest’essenza voteremo: sull’opportunità o no di sottrarre la Costituzione alle peripezie della politica intesa come governo e come forza basata sui numeri. Sull’opportunità o no di restringere lo spazio sempre più grande, soffocante, che la seconda politica rischia di prendere nella vita dei cittadini e nel loro patto di convivenza. Sul principio che quando è in gioco la Carta non si vota, e in ogni caso non si delibera nei modi in cui ordinariamente si vota in democrazia: a maggioranza. Per questo la scelta non è tra innovazione e conservazione. Non è il vecchio che vale la pena conservare né l’immutabilità d’un ordine, ma l’idea che debbano esistere regole e patti le cui tradizioni e i cui tempi non coincidono con quelli di partiti, governi, programmi.

Quello che si tratta di salvare o non salvare è il corpo duraturo, metafisico, non transeunte del re. I re passano, e ciascuno di essi preso individualmente è mortale e triste - ha «occhi pieni di lacrime», subisce usurpazioni e quando precipita non può che «parlare di tombe, di vermi e di epitaffi», dicono i re spodestati nel ciclo delle Guerra delle Rose di Shakespeare. Quel che non cambia di contro è la Corona, è la regalità: acquisite in tempi passati per elezione divina, incarnate nel pactum societatis a partire dal giorno in cui il diritto divino venne meno. I due corpi del re vanno tenuti disgiunti, perché resti vivo l’inaugurale patto che dissuade dalla guerra di tutti contro tutti, e che fonda un rapporto non effimero, non continuamente modificabile, fra i cittadini e chi li comanda. Nella ricostruzione di Ernst Kantorowicz la Corona è il corpo mistico e immortale del re, ha un carattere sacramentale e indelebile (character indelebilis), non ha i naturali difetti che possiede il monarca: a seconda dei due corpi sono diversi gli onori, il tempo, la natura della forza, l’idea di ciò che è privato e di ciò che è pubblico (I due corpi del Re, Einaudi 1989).

La modernità democratica mostra ogni giorno di non poter fare a meno di queste categorie. Le rivoluzioni stesse sono state negli ultimi secoli stratagemmi cruenti per restaurare il corpo mistico di re che avevano perso la regalità, e che avevano fuso quel che non andava fuso (i due corpi, il privato e il pubblico). Anche i tumulti hanno spesso quest’obiettivo inconfessato. Nel ’68 tutto era votato a negazione, distruzione. Nel Policlinico a Roma ogni cosa venne imbrattata, disfatta: pareti, mobili, autorità. Una sola cosa gli studenti non toccarono mai, misteriosamente: il busto di Umberto I che sta a metà scalinata all’ingresso della direzione dell’ospedale. Il corpus indelebilis doveva restare tale. Sulla corona «non si vota», come non si vota sulla Costituzione.

Può sembrare un paradosso ma proprio su questo voteremo: se sia lecito votare, sulla Costituzione. Se bastino i numeri e le maggioranze tipiche delle democrazie, per riscriverla senza violare magari la lettera della Carta, ma violando di sicuro l’etica istituzionale che l’impregna. Se l’ultima riforma risponda all’esigenza della prima politica o della seconda, se sia il risultato d’una adesione o d’una prova di forza. Per il modo in cui è stata imposta contro la minoranza sembrerebbe che il corpo mistico sia stato offeso, gravemente, anche se l’offesa non è nuova.

Già prima di Bossi e Berlusconi fu un governo di sinistra a imporre modifiche unilaterali, riformando nel 2001 il titolo V della Carta con la sola forza dei propri numeri, e in fine legislatura. Quella fu la prima rottura, irresponsabile; quella la breccia attraverso cui poi ha fatto irruzione Berlusconi. Quel che venne dopo fu una riscrittura ben più sostanziale (non qualche paragrafo ma ben 52 articoli, cui se ne aggiungono 3 nuovi), ma è con piccole smagliature che l’etica istituzionale comincia ad alterarsi. Tanto più che nella riforma del 2005 non mancano correttivi - è lo stesso Augusto Barbera, costituzionalista Ds, a dirlo - che son stati introdotti «per rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo»: è il caso della clausola sull’interesse nazionale, che può esser invocato per far valere le ragioni dello Stato unitario in caso di crisi di competenze.

Tuttavia non è questo il punto: non è la bontà o malvagità di singoli paragrafi, anche se i paragrafi malvagi sono davvero numerosi. Quel che insidia la Costituzione è l’Opa che vien lanciata su di essa dalla politica, dai partiti, non per ultimo dalle Regioni. Altri modi di mutarla ci devono pur essere, basati sul consenso non di una maggioranza - di parlamentari o Regioni - ma su alleanze ampie almeno quanto fu ampio l’arco costituzionale. Quel che mina la Carta sono le molte bicamerali non sempre trasparenti, che hanno preceduto il finale colpo di forza di Berlusconi. La minoranza di sinistra presentò nel settembre 2003 un suo disegno di legge (i relatori erano Villoni e Bassanini), proponendo alla maggioranza un testo comune, ma quest’ultima la respinse perché ormai voleva una Costituzione nata dalla sola forza dei numeri: una Costituzione non costituzionale, dicono alcuni. È così che ha prevalso il corpo naturale e mortale del re, sulla regalità dell’istituzione che lo trascende perché gli sopravvive. Il corpo naturale s’è impossessato del secondo corpo, ha deciso di far tutt’uno con esso, e lo ha stritolato.

Tutti i punti contestati discendono da questa volontà: il potere assoluto dato al primo ministro, il depotenziamento e l’abolizione di un’enorme quantità di contrappesi (presidenza della Repubblica, opposizione, Parlamento), la politicizzazione della Corte Costituzionale (le nomine politiche aumentano rispetto a quelle non politiche). Discende da questa volontà anche il potere esclusivo dato alle Regioni in materie come scuola, polizia, sanità, cultura. Il giurista Andrea Manzella ricorda come i poteri esclusivi siano assurdi, in una Carta destinata a intrecciarsi con future costituzioni europee e con l’esigenza (già presente nel nostro profetico articolo 11) di superare i poteri sovrani assoluti dello Stato nazione.

Certo è importante che la Costituzione si adatti a un ordinamento mutato, dove la scelta del governo è ormai nelle mani dei cittadini anziché del Parlamento. Il referendum che introdusse il maggioritario, nel 1993, prolungò discussioni già iniziate negli Anni 80. Ma qui siamo di fronte a un patologico accanimento terapeutico, come scrive Luciano Vandelli in Psicopatologia delle riforme quotidiane (il Mulino 2006): siamo di fronte a riforme ciclotimiche, che - come la devoluzione - oscillano tra frenesie e lunghe indolenze; a riforme autistiche, elaborate da un legislatore che è stato indifferente a ogni critica e stimolo esterno; a riforme schizofreniche, che predicano il decentramento e praticano l’accentramento massimo dei poteri del Premier.

La Costituzione sarà cambiata ma - si spera - con metodi diversi da quelli adottati dalla sinistra e poi, con decuplicata faziosità giacobina, dalla destra. Si spiega così, forse, il tiepido impegno del nuovo governo in una campagna referendaria che pure concerne l’essenza del rapporto fra cittadini e potere. Si spera che la Carta cambi non in segrete baite montane come ai tempi di Berlusconi, non in esoteriche bicamerali dove solo conta il rapporto di forza tra partiti: ma all’aperto, sapendo che in discussione è il patto della società, è il corpo non transeunte della cosa pubblica, è la regola di Montesquieu riguardante i contropoteri («È necessario, perché non ci sia abuso di potere, che il potere arresti il potere»). Questo è il sacro che conviene salvare: non la politica alta rispetto alla bassa, ma la sussistenza di due politiche, ciascuna con tempi e aspirazioni differenti. Questa è la dissacrazione (la de-regalizzazione, dice Kantorowicz) cui non sarà irragionevole dire no.

Intervista di Antonella Rampino

«C’è del marcio in Danimarca». Non usa mezzi termini il professor Giovanni Sartori se gli si chiede di valutare l’atteggiamento della maggioranza in vista del referendum che il prossimo 25 giugno potrebbe dare il via libera alla «Malacostituzione» della Cdl, come la chiama il politologo di fama internazionale e autore di molteplici trattati in materia istituzionale. Non per stare ai particolari, «ma ha letto il Riformista? Ha addirittura invitato a votare sì. Ed è un giornale di centrosinistra,no?».

Lei è più preoccupato dallo scarso impegno che l’Unione mette nel sostenere il «no» al referendum, che non delle minacce secessioniste di Umberto Bossi?

«Certo. Perché dove vuole che vada Bossi? In Svizzera? Il suo è solo un ricatto. Se il referendum viene bocciato, la Lega riceverà un colpo mortale, abbandonerà Berlusconi, e il centrodestra sarà pronto a trattare. Ben più grave è se dal centrosinistra arrivano voci a consigliare il sì: qualsiasi motivazione non è tollerabile. E mi spiace dirlo, ma questo indica che la sinistra in Italia non è una cosa seria. Ci sono in Italia elementi della sinistra poco credibili».

Ma l’Unione sembra avere una posizione netta, ha combattuto in Parlamento contro il testo dei «saggi» di Lorenzago...

«In Parlamento, sì: lì hanno fatto fuoco e fiamme. Ma adesso che si arriva al referendum chiesto da loro non fanno quasi niente. Non s’è visto un manifesto, sono stati i singoli e i privati che si sono agitati. Il centrosinistra è stato flaccido, addormentato. Che vuole che le dica, speriamo che si sveglino».

Perché, secondo lei? Si sentono sicuri della vittoria? Flirtano di già con Berlusconi?

«Se si sentono sicuri sono sciocchi. Perché invece siamo in bilico, a me risulta da amici che fanno i sondaggi. E comunque non è un argomento: se si vince, meglio vincere bene che per un voto solo. Il resto è un mistero: sono dieci anni che vediamo una sinistra che consente a Berlusconi di non aver problema di conflitto d’interesse, e così via. C’è sempre qualcuno che, o per stupidità o per interessi privati, pensa come fare un piacere a Berlusconi. Farlo sulla pelle della Costituzione è grave».

Non teme di essere bollato come un girotondino?

«Io non lo sono. Vede, sono un’anziano professore emerito, non ho l’età. Ho sempre detto e scritto queste cose, da una quindicina d’anni almeno. Le faccio notare che non sottoscrivo mai appelli. L’altro giorno Calderoli mi ha detto anche che io sono come Moggi. Non è vero. Naturalmente, solo perché io sono più bello».

Ricordo un convegno a porte chiuse alla Laterza nel quale lei, Elia, Rodotà, Bassanini dicevate: durante la campagna del referendum bisogna contrastare la linea di due costituzionalisti di sinistra, Barbera e Ceccanti. Ovvero la difesa del rafforzamento dei poteri del premier che nella riforma del centrodestra c’è. Ma dopo, se il «no» avesse la meglio, si dovrebbe rimetter mano a quei poteri?

«Perbacco, certo! Sono decenni che lo dico: ci sono 5 o 6 riforme cui metter mano. Una vera sfiducia costruttiva, alla tedesca per capirci. Che il presidente del Consiglio possa nominare da solo il suo governo. Un Bicameralismo efficiente, un federalismo non finto. Cose che si possono fare, una volta detto di no a questa riforma, attraverso l’articolo 138 della Costituzione. Quanto a Barbera e Ceccanti, il punto è che la loro è una linea che divide il fronte del «no». Quando invece ci sono duecento costituzionalisti, non nani e ballerine evvero, che fanno presente come il premierato della Cdl sia assoluto. Questo poteva dare il prestesto a Mediaset per fare una sua campagna referendaria. Non è successo, per ora. Infatti adesso la Cdl lancia il messaggio della riduzione dei parlamentari, dei costi minori, della pretesa efficienza del governo. Ma il servizio pubblico, intanto, che fa?».

Per un settennato ha difeso la Costituzione dal Colle più alto, attirandosi anche qualche sempiterna inimicizia da chi auspicava interpretazioni più 'elastiche'. Oggi Oscar Luigi Scalfaro, 87 anni, già membro della Costituente e poi deputato e ministro di lungo corso, ha accettato di presiedere il Comitato per il No. Salviamo la Costituzione, creato per condurre la battaglia referendaria del 25 e 26 giugno contro la riforma della Carta varata dal centrodestra. E ha svolto questo ruolo senza risparmiarsi, correndo da una parte all'altra d'Italia, partecipando a dibattiti e kermesse di ogni tipo. E suscitando entusiasmo specie tra i più giovani, accorsi in gran numero. Quali sono gli argomenti che il presidente emerito considera più convincenti per un voto contro la devolution incarnata in questa riforma? 'L'espresso' gliel'ha chiesto.

Se vincono i 'No' non si rischia di buttar via il bambino con l'acqua sporca, cioè assieme ad alcune brutture anche aspetti positivi, come la riduzione dei parlamentari?

"Si fa molta propaganda, e un po' di demagogia, sul taglio dei seggi. Ben vengano i risparmi, magari se ne potrebbero fare di più con una sola Assemblea anziché due. Ma la decurtazione è secondaria rispetto al problema reale...".

Che sarebbe...

"Il Parlamento è espressione del popolo: quest'ultimo paga le tasse anche per dargli voce. Sarebbe certo meglio se le due Camere costassero meno, ma è prioritario che i poteri delle Assemblee non vengano demoliti. E uno dei dati maggiormente negativi della riforma è invece proprio che il ruolo del Parlamento ne esce assai mortificato. Oggi mette al mondo il governo con la fiducia e lo manda a casa con la sfiducia; domani non solo il primo ministro verrebbe indicato dagli elettori, ciò che di fatto già avviene, non solo il premier sceglierebbe i ministri (e anche questo sarebbe accettabile), ma non dovrebbe più chiedere la fiducia e, soprattutto, la Camera non ha più il potere di dare o negare la fiducia. Nella Costituzione del '48 Parlamento e governo sono legati da un cordone ombelicale che verrebbe reciso. Addirittura si apre la possibilità che se il Parlamento riuscisse a mandare a casa il governo, esso stesso si scioglierebbe automaticamente. In più, finora le Assemblee hanno eletto un capo dello Stato forte, d'ora in poi non sarebbe più così, anche se sta scritto che sarebbe il garante della Costituzione e dell'unità federale dello Stato: ma con quali mezzi? Con quali poteri?".

Non le pare che tutto ciò sia un prezzo da pagare per rafforzare i poteri del premier e quindi la stabilità dei governi?

"Non è un rafforzamento: è l'onnipotenza del primo ministro che ha il potere di scioglimento senza contrappesi e garanzie. Può mandare a casa i deputati, gli unici che hanno un'investitura politica democratica, se solamente non votano una legge che lui ritiene essenziale. Per giustificare questo radicale mutamento degli assetti costituzionali vengono ricordate le molte crisi di governo che si sono verificate in passato. Ma Alcide De Gasperi ha governato per circa sette anni, passando attraverso varie crisi senza però che il presidente Luigi Einaudi avesse granché da fare: infatti De Gasperi aveva una maggioranza di governo decisamente stabile. È questo il punto importante. Poi le formule per limitare le crisi troppo facili sono molte, ad esempio la soglia tedesca per entrare in Parlamento, ed è bene scegliere la più opportuna, ma senza giungere a dare al primo ministro un potere così ampio come quello di licenziare la Camera, diminuendo - così facendo - l'importanza del voto dei cittadini. Oggi votiamo parlamentari che hanno dei poteri, domani deputati che sulla testa hanno la spada di Damocle di poter essere cacciati di punto in bianco".

La nuova configurazione costituzionale avrebbe un effetto anti-ribaltone.

"Ribaltone è un termine propagandistico. È nato quando ero presidente della Repubblica e il governo entrò in crisi: la Lega dichiarò che non lo avrebbe più votato. Era un governo legato da una solidarietà numerica, non politica. Silvio Berlusconi venne da me a rimettere il mandato e mi chiese: lo scioglimento delle Camere, le elezioni, e il tutto da svolgere con il suo governo già dimissionario. Gli ho risposto tre no, diversamente sarei stato imputabile di alto tradimento perché avrei fatto un atto totalmente in favore di una parte e a danno dell'altra. Questo fu chiamato ribaltone. Ma dove stava scritto che avrei dovuto sciogliere le Camere perché il governo era andato in crisi? Pure nei paesi dove il maggioritario è molto radicato non esiste lo scioglimento automatico del Parlamento".

La devolution è più pericolosa perché mina l'unità del paese, perché rende più inefficaci i processi decisionali o perché ha un costo alto?

"Certamente il punto fondamentale è che si spezza l'unità del paese. Bastano due esempi: sanità e scuola. Ci ritroveremmo con due cittadini italiani a pieno titolo, con gli stessi diritti e doveri, con le medesime necessità sanitarie, trattati in maniera molto diversa a seconda della regione in cui risiedono. È inaccettabile. L'articolo 5 della Costituzione dice che 'la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali'. Ma se l'autonomia valica determinati limiti, l'uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini ne esce distrutta".

Aumenterà la conflittualità Stato-Regioni?

"Già oggi il dialogo Stato-Regioni è notevolmente conflittuale, basta vedere il numero delle cause pendenti alla Corte costituzionale. Con la riforma aumenterebbero, sia perché l'indicazione delle competenze esce da quei binari fondamentali che lo Stato solo ha il dovere di indicare, come nel caso della scuola, sia perché non sono affatto delineate chiaramente nelle materie e nei loro limiti. Inoltre la conflittualità si riduce quando si ha una giurisprudenza consolidata della Consulta: ma per ottenerla ci vogliono decenni. Sorvolo sui conflitti che nascerebbero per i poteri non chiari attribuiti al Senato che nasce su base regionale e può perfino eleggere quattro giudici costituzionali: insomma, una parte si nomina i propri giudici".

Nella sua esperienza ha mai avvertito problemi di vetustà della Costituzione?

"No. Basti pensare ad articoli come l'11 sul 'ripudio della guerra' e sull'accettazione 'in condizione di parità con gli altri Stati, delle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni'. I costituenti - c'ero anch'io, giovanissimo, e molto imparai - hanno dimostrato grande lungimiranza. All'indomani della Seconda guerra mondiale compresero che i caratteri fondamentali dei conflitti erano mutati, che a farne le spese, più ancora dei soldati al fronte, erano soprattutto le popolazioni inermi delle città. Cosa sempre più vera, tanto che oggi gli storici si pongono un tremendo interrogativo: i bombardamenti sulle popolazioni civili sono atti di guerra o manifestazioni di terrorismo? E poi soprattutto la rinuncia a una parte della sovranità nazionale fu allora un luminoso sguardo sul futuro, un grande segno di civiltà".

Il 'No' alla riforma è un 'no' a ogni cambiamento sostanziale della Costituzione?

"Quando fui eletto capo dello Stato, nel '92, nel discorso del giuramento ho ricordato che da decenni si discuteva di riforme e ho invitato il Parlamento ad affrontarle in concreto. Ora, passati gli anni, preciso in sintesi: anzitutto non si possono toccare i principi fondamentali relativi alla persona umana. Quando si vuole riformare occorre tenere sempre presenti due vincoli. Il fine sostanziale di ciò che viene cambiato deve essere l'utilità del cittadino; inoltre, ogni mutamento deve essere approvato da una maggioranza ampia, non meno dei due terzi, come ho sempre sostenuto anche da presidente. Non è un caso che oggi siamo alla vigilia di un referendum confermativo: i costituenti, che nel '47 votarono la Carta con quasi il 90 per cento dei consensi, previdero questo passaggio qualora le modifiche non avessero ottenuto almeno i due terzi dei voti. Oggi quindi siamo di fronte a una legge 'sospesa', a cui manca il voto referendario. Secondo l'articolo 138 della Costituzione il referendum può essere richiesto da un quinto dei componenti della Camera, o del Senato, o da almeno cinque consigli regionali. Tutto ciò è stato fatto, ma noi responsabili del Coordinamento nazionale abbiamo ritenuto essenziale raccogliere anche le firme popolari perché tutti siamo consapevoli che la Carta è di ciascun cittadino".

Per cambiare la Costituzione basta l'articolo 138 o dobbiamo pensare a una Costituente o a una Convenzione?

"Penso che il 138 sia sufficientemente saggio, aggiungerei però la soglia dei due terzi al posto della maggioranza assoluta attuale. In fin dei conti già oggi, se il Parlamento vota con la maggioranza dei due terzi, le modifiche costituzionali possono venire promulgate subito, senza l'attesa di tre mesi altrimenti necessaria. Quanto alla creazione di una Costituente, mi sembra fosse una strada obbligata nel '46: lo Statuto albertino era morto schiacciato dalle riforme dittatoriali e il 25 luglio '43 con il regime erano cadute anche le istituzioni. Oggi mi sembra assai meno necessaria, in presenza di una Costituzione operante. La Convenzione, infine, altro non è che una commissione. Non mi pare che nel caso della Costituzione europea abbia dato buona prova, a giudicare dalle bocciature raccolte. Ma è pur vero che quella Convenzione è stata espressione dei governi e non dei Parlamenti che le avrebbero dato base più autorevole".

Tra i sostenitori del 'Sì' ve ne sono che promettono modifiche dopo il referendum. Promesse speculari provengono da molti sostenitori del 'No'. Che ne pensa?

"Sono posizioni idonee a creare confusioni, perché possono parere simili: 'poi si discute'. In realtà sono diametralmente opposte. Quando si vota 'No' si cancella ciò che è stato scritto e poi ci si mette intorno a un tavolo sul quale non c'è nessun progetto precostituito. Se invece prevalgono i 'Sì', anzitutto il capo dello Stato deve promulgare la legge, anche se entra in vigore qualche tempo dopo. L'impegno a discuterla è un impegno politico, non costituzionale. Nel frattempo si dà il crisma di legge costituzionale alla riforma e modificarla diventa assai difficile".

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