L’attacco statunitense contro i presunti terroristi in Somalia è assai grave. E ciò non solo perché, come ha osservato il ministro D’Alema, costituisce una misura unilaterale politicamente deprecabile e destinata ad accrescere l’instabilità di quella zona del mondo. E’ grave anche perché contrario alle regole del diritto internazionale. Le autorità di Washington si difendono affermando di aver previamente ottenuto il consenso del presidente somalo Yusuf. Ma, a parte l’esilissima rappresentatività di Yusuf, il consenso ad Usare la forza non può mai giustificare l’uccisione di persone, di cui peraltro solo l’intelligence americana ci dice trattarsi di terroristi: altrimenti ogni Stato potrebbe permettere ad un altro Stato di massacrare i propri cittadini (perché, ad esempio, oppositori politici). Il consenso del presidente Yusuf poteva al più autorizzare gli Usa ad usare la forza per catturare i presunti terroristi e consegnarli alle autorità somale o ad organi internazionali, perché venissero processati.
L’azione statunitense dei giorni scorsi costituisce in realtà il punto di approdo di una svolta preoccupante nell’azione degli Usa contro il terrorismo. Negli anni 80 Washington correttamente seguiva la via maestra della "risposta penale", nel lottare contro terroristi stranieri: chiedeva allo Stato che li ospitava di arrestarli e poi estradarli, perché fossero sottoposti a processo negli Usa. Se quello Stato si rifiutava di consegnare i presunti terroristi, gli Usa agivano in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu per adottare sanzioni contro lo Stato recalcitrante. E’ ciò che avvenne con i libici autori dell’attentato di Lockerbie, che alla fine Gheddafi, per far cessare le sanzioni, consegnò, perché venissero processati. Non che gli Usa si attenessero in tutto e per tutto alle regole internazionali. Ad esempio, in qualche caso usarono illegittimamente la forza sull’alto mare per arrestare un presunto terrorista arabo (Yunis); ma il fine era quello, poi conseguito, di sottoporlo a processo negli Usa. Insomma, all’epoca non venivano praticate le extraordinary renditions di oggi (usate per catturare illegittimamente stranieri perché forniscano informazioni, anche sotto tortura). Le violazioni del diritto internazionale erano limitate e comunque dirette a permettere che i presunti terroristi venissero processati in America. Inoltre, in vari casi Washington ricorse a missili e bombe in risposta ad attentati terroristici: ma quegli attacchi furono rivolti contro Stati, colpevoli secondo Washington di ospitare nel proprio territorio organizzazioni terroristiche: nel 1986 gli Usa bombardarono la Libia per l’attentato alla discoteca di Berlino; nel 1993 Clinton fece inviare missili contro Bagdad per punire l’Iraq di aver preparato un attentato contro Bush padre. Si era già in notevole misura al di fuori del diritto internazionale, ma almeno l’azione era interstatuale, cioè rivolta contro Stati come tali, e non volta a soppiantare completamente la "risposta penale".
La svolta si ebbe nel 1998, quando, a seguito degli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, Clinton autorizzò l’invio di missili contro terroristi in Sudan e in Afghanistan. Gli Usa si trasformarono così in gendarmi planetari, che ritengono di intervenire dovunque nel mondo, uccidendo terroristi o distruggendone le basi. In Sudan venne colpita una fabbrica che secondo Washington produceva armi chimiche (e invece sembra producesse solo farmaci); in Afghanistan si sperava di uccidere Bin Laden (che invece la fece franca). A partire da allora l’azione violenta, volta sic et simpliciter all’uccisione, in qualsiasi parte del mondo, di coloro che Washington considera pericolosi terroristi, si sostituisce del tutto alla "risposta penale". La debolissima protesta degli Stati contro gli attacchi americani del 1998, e poi gli attentati dell’11 settembre 2001, spiegano in certa misura come gli Usa oggi si ritengano legittimati ad agire contro i terroristi all’estero, al di fuori dei canali della giustizia e del diritto internazionale.
L’unico modo per cercare di indurre Washington a rientrare nei canali della "risposta penale" è quello di protestare con forza – come ha fatto D’Alema – contro questa pericolosa deriva, nella speranza che si torni al multilateralismo, il mezzo migliore per cercare anche soluzioni politiche al grave problema del terrorismo.
«I potenti odiano i proletari e l'odio deve essere ricambiato». Perciò, sostiene Edoardo Sanguineti, bisogna «restaurare l'odio di classe», per contrastare l'oblìo di sé in cui la classe operaia, «inibita da una cultura dominata dalla tv», è immersa. Pronunciate venerdì sera a Genova, alla conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra» che sostiene la candidatura di Sanguineti a sindaco della città, le parole del grande intellettuale colpiscono gli astanti e le agenzie, e dalle agenzie rimbalzano sui giornali in una serata avara di notizie. Scandalo: che c'entra l'odio di classe, o anche solo la lotta di classe, mentre si montano pagine e pagine sulla separazione di Nicola Rossi e si celebrano funerali su funerali dei «D'Alema boys» orfani del loro leader? Che c'entra quel richiamo ortodosso di Sanguineti alla forza-lavoro, «la merce uomo, che oggi è la più svenduta», mentre la pietra filosofale della politica sociale sono diventati i tagli alle pensioni? Che c'entra quell'abbozzo di analisi del postfordismo, per cui «oggi i proletari sono anche gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari», mentre si parla di categorie sociali solo nella lingua asettica e fiscale della finanziaria? Il poeta dell'avanguardia, il protagonista del «Gruppo 63», il materialista storico non pentito ha colpito ancora, e ha colpito giusto: fanno stridore solo le parole che l'ordine del discorso decide a un certo punto di rendere impronunciabili, indicibile e indecenti. Lotta di classe e odio di classe fanno parte di questo serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della sinistra. E non foss'altro per questo è bene che qualcuno torni a pronunciarle.
Sanguineti in verità non aveva aspettato di essere candidato a sindaco di Genova dal correntone Ds, dal Prc e dai Comunisti italiani per tirarle fuori. Meno di un anno fa le aveva pronunciate con la stessa convinzione a Roma, nella solenne Sala del Refettorio della Camera, durante la sua Lectio Magistralis (oggi pubblicata da Ediesse) in onore dei 91 anni di Pietro Ingrao organizzata dal Centro studi per la riforma dello Stato. Allora aggiunse anche «rivoluzione», e spiegò come qualmente «oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano, in cui il 98% delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria». Sgarbati, ecco. Che non vuol dire violenti, aggiunse allora e ripete oggi il poeta.Significa semplicemente non stare a danzare quel garbatissimo minuetto di parole che vorrebbe convincerci che tutto va bene e che quello in cui viviamo è l'unico nonché il migliore dei mondi possibili. Significa tenere aperta non la speranza per le prossime generazioni - di quella si riempiono la bocca tutti, tanto non ci tocca - ma la responsabilità che lega le generazioni adulte di oggi a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno. Senguineti pensa a Walter Benjamin e lo dice: il compito della sinistra non è quello di accodarsi all'idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi. E' la «debole forza messianica» di cui Benjamin scriveva nelle Tesi sul concetto di storia. La sinistra senza alcuna forza messianica di oggi, divisa in tre tronconi e tre candidati a Genova come ovunque ci sia un posto in palio, potrebbe provare a rileggersele.
Quando c’erano le sezioni Pci (una per ogni campanile, già, era un vero partito di massa): lui dedica all’argomento due capitoli (“Vita di sezione” e “(Dolce vita di sezione”). «Le sezioni erano posti da frequentare anche la sera della domenica. A Torino ricordo la Eric Giacchino, la Bravin di Mirafiori, la Ilio Baroni, la Gino Scali, dove si andava a ballare... Alle 23 la musica si interrompeva ec’erailmomentodi “richiamo politico”».
Lui è Diego Novelli, ex giornalista dell’“Unità”, ex sindaco di Torino (per dieci anni, 1975-1985), ex parlamentare di lungo corso, nonché comunista non pentito. L’autoritratto se lofa con poche righe Ben tirate,proprio nell’incipit del suo nuovo libro (ne ha scritti altri venti), appena uscito per gli Editori Riuniti con un titolo-manifesto: “Come era bello il mio Pci” (pp. 153, euro 10). «Non sono un apostata come Giuliano Ferrara. Non mi sono iscritto al Pci per combattere il comunismo, come ha dichiarato Piero Fassino. Il partito di Berlinguer e il Pci per me erano la stessa cosa, contrariamente a quanto vorrebbe far credere Walter Veltroni. Non è vero che non sono mai stato comunista, come ora dice di sé Claudio Petruccioli. Sono stato comunista non solo perché avevo intascaunatesseradipartito.E oggi non sono un ex comunista solo perché non ho in tasca una tessera di partito».
Quel che si dice parlare fuori dai denti. Un vero outing, per di più assolutamente temerario, dati i tempi. Non un’operazione nostalgia, non il santo Pci icona venerabile; ma un libro di contingente polemica politica. Un libro che, proprio dal confronto con il Partito che fu (quello appunto che venne “sepolto vivo”, come accusa la Rossanda) trae ottima linfa per un puntatissimo pollice versus, contro Un Presente che non lo attrae né tanto né poco, diciamo Quercia e dintorni. Un ripudio del Botteghino (ma anche i tentativi ultimi, e perfino ultimissimi, di dare vita ad altri soggetti a sinistra dei Ds non lo vedono entusiasta: vedi l’ultimo rassmblement, quello in data 24 settembre 2006, della Sinistra europea, dove ,«il dibattito, se così si può chiamare, mi ha ricordato tristemente sproloquianti assemblee sessantottine »).
Insomma, “non va più”. Niente consolazione, dopo la Sepoltura, ma anche niente resurrezione, niente formidabile Nuovo Inizio, macché. Il Pci era rock, questi sono lenti, e questi sono i Ds e simili, sostiene Novelli. Raccontare di «come era bello il mio Pci», è per lui,quindi, oltre che un momento della Memoria, anche lo specchio per mostrare di come invece non è affatto bello - anzi piuttosto bruttino - ciò che è venuto dopo. A Babbo (Pci) morto.
Per esempio. Allora «la sezione aveva aspetti sacrali, sia nella distribuzione dei locali, sia per gli ideal-tipi che la frequentavano. La stanzetta della segreteria era il “tabernacolo” della nostra piccola chiesa, dove il segretario convocava i compagni per colloqui riservati, o per affidare loro dei compiti particolari e dove, in una minuscola scrivania, venivano gelosamente custoditi gli elenchi degli iscritti, le tessere in bianco da compilare per i nuovi reclutati, un quadernetto a quadretti, sul quale venivano registrati i movimenti di cassa». Immarcescibili sezioni Pci. «La vita della sezione, aperta tutti i giorni alle nove della mattina fino a sera tardi, aveva un suo preciso dipanarsi», secondo i giorni della settimana.«Al giovedì c’era l’assemblea degli iscritti. All’ordine del giorno, in primo piano, le campagne che il Partito promuoveva, ma dove si discuteva di tutto», ivi compreso la rete dell’illuminazione e la sistemazione delle strade.
Una volta. Allora. «Oggi le cose vanno diversamente. L’attuale classe dirigente dei Ds non ha alcun rispetto non dico per gli elettori, ma nemmeno per gli iscritti. Loro fanno tutto in televisione,attraverso “Ballarò” e “Porta a porta”. Ci vanno sempre gli stessi». Un sassolino dalla scarpa o un sasso in fronte? (la domanda è retorica).
Per esempio. Allora «molto forte era lo spirito di solidarietà». L’episodio che Diego Novelli racconta è quello relativo all’alluvione del Polesine nel ’51. «Dalla Federazione arrivò un lapidario messaggio telefonico, ricevuto da Rosalia, l’impiegata, a tempo pieno, della sezione. «Bisogna organizzare subito gli aiuti per quella gente e provvedere a ospitare a Torino il maggior numero di bambini». Questa era “la direttiva”. In poche ore ci fu una straordinaria mobilitazione. Il giorno dopo, all’alba, partivamo con un camion Isotta Fraschini D/65, di proprietà di una ex cooperativa partigiana, carico di masserizie, indumenti, sacchi di pane, formaggi, scatolame, acquistati con fortissimo sconto presso lo spaccio della Alleanza cooperativa torinese di via Di Nanni. Tre giorni dopo eravamo di ritorno con una quarantina di bambini di Cavarzere », (tutti ospitati in casa di compagni della sezione).
Per esempio. Allora «il grande vivaio dei leader del Pci era la fabbrica, soprattutto a Torino. Dalle fabbriche arrivavano non solo operai, ma anche impiegati e tecnici. Diversi dirigenti della Federazione torinese furono paradossalmente eletti da Vittorio Valletta, visto che erano stati licenziati dallaFiat a causa della loro attività politica». Come Emilio Pugno, come Vito D’Amico diventati in seguito deputati. «C’era il culto degli operai nelle istituzioni, oggi non se ne vede più neanche uno. Non ci sono operai in parlamento, ma neppure nel Consiglio comunale di Torino». Quei fantastici metalmeccamici torinesi, capaci di«rifare i baffi alle mosche»,quegli strenui resistenti comunisti di Mirafiori, quei mitici compagni della Officina 32, il reparto “confino”, la famigerata Osr (officina sussidiaria residui), subito ribattezzata Officina stella rossa. Quei tipi come il Bonaventura Alfano e l’Antonio Bonazinga, i due operai iscritti al Pci, che «guidano la lotta dell’Officina 32»...
E quei tipi come il Nega - Celeste Negarville, ex operaio, dirigente del Pci torinese, poi deputato - «il Nega che aveva fatto dieci anni di “università speciale” nelle patrie galere, che conosceva a memoria tutti i canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, e che ci esortava a studiare dicendoci: “Ricordatevi, l’istruzione è obbligatoria, mentre l’ignoranza è facoltativa” ». E anche quei tipi come «il segretario della 39ª sezione di Torino che cerca di giustificare l’invasione sovietica dell’Afghanistan con la motivazione che “l’Armata Rossa è fatta per muoversi” ». I famosi tipi comunisti doc, quelli delle altrettanto famose frasi fatte, «nella misura in cui», il problema «che si pone», o, al contrario, «si solleva», il dibattito che «si apre» ed è sempre «approfondito », mentre «il Partito lo esige». «Un altro vezzo era quello di indicare nelle risposte tre punti. Come dice ancora spesso Piero Fassino, “le questioni sono tre”»... Sassolini dalle scarpe (uno si chiama Macaluso, un altro Chiamparino...), schizzi e ritratti, il libro ne abbonda. Uno riguarda Giuliano Ferrara (quello d’antan, quello di allora, dirigente del Pci torinese): infuriato con l’assessore della cultura Giorgio Balmas, reodinonaverdatosubitolanotizia della strage di Sabra e Chatila per non interrompere un concerto di Berio, per la pace, che il Comune aveva organizzato in piazza, «perdeva il controllo di sé, insultava l’assessore, malmenava il funzionario della ripartizione cultura, stendendolo sul selciato, con un cazzotto in pieno viso». Pci, un’altra storia
Scomparsi dalla scena sociale e mediatica? Magari proprio no, ma gli Anni 70 sono lontani. Niente più mega-fabbriche e grandi scioperi di massa, niente più operai-modello o piazze stracolme che urlano «E’ ora, è ora di cambiare: la classe operaia deve governare». Via dai tg e dall’immaginario collettivo almeno fino a poche settimane fa, quando i fischi di Mirafiori contro i leader sindacali (e le successive dichiarazioni del presidente della CameraBertinotti) hanno confermato a tutti che il nostro Cipputi sarà anche malridotto, a causa di salari in caduta libera e condizioni di lavoro sempre più difficili, ma è vivo. E non si da per vinto.
«Non è un caso che alla Fiat ci sia stata quella protesta - spiega oggi il segretario Fiom Rinaldini -. La gente è proprio incazzata: le condizioni di lavoro sono peggiori e dal punto di vista retributivo c’è una perdita netta del potere d’acquisto». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha puntato il dito contro le «condizioni pesanti» e i «salari inadeguati» degli operai dell’industria e contro i troppi incidenti sul lavoro suscitando commenti positivi dai sindacati e da tutta la sinistra: «Il capo dello Stato ha colto nel segno».
Salari al palo
In media un operaio dell’industria guadagna all’incirca 1.000-1.100 euro al mese. E per arrivare a quota 1300, come ricorda spesso il ministro del Lavoro Cesare Damiano, deve farsi 35 anni di turni alla catena di montaggio. Del resto, come conferma una un’indagine Ires-Cgil, la media dei salari netti dei lavoratori dipendenti in Italia è pari a 1.109 euro, che scendono però a 960 nel Mezzogiorno e addirittura a 788 per i giovani sotto i 24 anni. Ben il 68,6% degli intervistati guadagna meno di 1300 euro al mese ed il 35% sta sotto quota mille (il 49% tra le donne).
I lavoratori dell’industria, 6,9 milioni (5,4 uomini) su 22,5 milioni di occupati, non si discostano molto da queste medie. «Dagli Anni 80 ad oggi - ricorda il segretario Fiom - l’incidenza sul Pil delle risorse destinate al lavoro è calata del 10%, cosa che non ha eguali nei Paesi simili al nostro». E di pari passo è aumentata anche la forbice tra operai e dirigenti. I primi bloccati sotto il tetto dell’inflazione programmata, i secondi premiati con ricchissime stock options.
Sulla condizione operaia l’economista Giuseppe Berta invita però a non generalizzare: «Un conto è parlare di grandi imprese, o ancora meglio, di medie imprese dinamiche e di distretti, ed un altro discorso è parlare di piccole imprese: la situazione in Italia è molto disomogenea». E quindi, citando un recente saggio di Mauro Magatti e Mario de Benedittiis («I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?») pubblicato da Feltrinelli, spiega che l’operaio medio italiano non è scomparso, ma negli anni è progressivamente rifluito verso gli strati bassi della società, dove oltre reddito scarseggia anche il livello di istruzione. Colpa della flessibilità e della terziarizzazione, sostengono in molti.
La nuova geografia
«Gli operai sono ancora tanti, ma distribuiti in modo diverso spiega Rinaldini. A guidare la classifica degli occupati c’è sempre la Lombardia (1.618.000), mentre il Piemonte in affanno ha dovuto cedere il passo a Veneto ed Emilia Romagna. E’ cambiata la geografia dell’industria e l’articolazione di tanti settori: molte attività, come la logistica, sono emigrate verso il terziario e dopo la chimica sono scomparse anche elettronica e telecomunicazioni.
«Un tempo la classe operaia era vista come un momento quasi messianico, in grado di cambiare la società - spiega Salvatore Buglio ex operaio poi deputato -. Io ricordo di essere partito dalla Sicilia per essere assunto dalla Fiat e quando arrivai a Torino mi si aprirono quasi le porte del Paradiso». Oggi non è più così: «E’ venuta meno la missione. La mitica classe operaia è stata messa in disparte, si è seduta in panchina, ed ha perso potere contrattuale. E’ sparita la fabbrica-comunità e il lavoro si è polverizzato». E anche Cipputi ha finito per perdere la bussola.
Il padre del Monopoli in realtà era una madre, e il gioco del capitalismo era in realtà un passatempo ideato contro i ricconi latifondisti. Dietro lo sterminato riscontro commerciale del gioco da tavola più famoso al mondo - 125 milioni di copie, diffuso in più di 40 paesi e tradotto in oltre 20 lingue - si nasconde infatti un figlio degenere, una creatura sfuggita alle mani dei suoi ideatori fino a convertirsi nell'esatto opposto di quello a cui era destinata. Il primo passatempo capitalista della storia - bandito a suo tempo dall'Urss, all'indice anche in Cina, Corea del nord e Cuba (dove Fidel Castro, si favoleggia, ne avrebbe ordinato una requisizione per l'intera isola) - fu inventato da Lizzie Magie, una fervente seguace dell'economista americano Henry George, che considerava la speculazione sul suolo la madre di tutti i mali economici e sociali e aveva proposto la tassazione unica sulla terra.
La piccola scatola rettangolare che conteneva il Monopoly partì dagli Usa alla conquista del globo nel 1933, su iniziativa di Charles Darrow, un ingegnere di Germantown in Pennsylvania, caduto improvvisamente in disgrazia durante la grande depressione. La storia ufficialmente tramandata parla di un riparatore di radiatori disoccupato - Darrow, per l'appunto - che improvvisamente grazie ad un idea semplice e geniale riesce ad accumulare una ricchezza immensa. Detta così, sembra l'incarnazione stessa del sogno americano: un emblema del capitalismo almeno come lo è il gioco di cui Darrow si auto-assegnò la paternità.
Tuttavia le cose non erano andate esattamente in questo modo. Una versione primitiva del Monopoly circolava già più di un trentennio prima di quella commercializzata da Darrow. Si chiamava The landlord's game (il gioco del proprietario terriero) e fu registrata il 23 marzo 1903 da Elizabeth Magie, una donna americana nata nel 1866 in Illinois. Le caratteristiche della versione di Magie erano praticamente identiche a quelle della versione di Darrow: un tabellone di gioco di quaranta caselle disposte lungo i bordi, quattro ferrovie, la Prigione e delle proprietà i cui valori erano superiori man mano che si procedeva lungo il percorso. C'era però un piccolo particolare che determinava una differenza sostanziale.
L'obiettivo dichiarato de The landlord's game era quello di diffondere le virtù del «Single tax movement», il movimento per la tassazione unica che fece seguito alle teorie di Henry George. Magie infatti era affascinata dall'economista e giornalista George e attraverso lo strumento del gioco voleva dimostrare i mali connessi alla concentrazione della terra nelle mani di pochi. Il pensiero di George infatti partiva proprio dal presupposto che la terra fosse di proprietà dell'intera collettività. Stando così le cose nessun individuo o impresa avrebbe potuto possederla. Questo non escludeva però la possibilità di sfruttamento economico del fattore da parte dei privati, ai quali bastava pagare un affitto allo stato per poter mettere in marcia qualsiasi attività, dalla fattoria alla fabbrica. Ai singoli andava comunque riconosciuto il diritto di proprietà su tutti i frutti che riuscivano a ricavare dallo sfruttamento del suolo, come riconoscimento al loro sforzo per renderlo produttivo.
In questo contesto l'economista statunitense introdusse il concetto di single tax (tassa unica); ovvero un'imposta che gravava esclusivamente sulla terra e non sui profitti che da essa derivavano. L'aliquota doveva essere abbastanza alta da garantire un'adeguata remunerazione allo stato, e rappresentava la rendita ceduta alla collettività per poter beneficiare dell'uso privato della terra. Contemporaneamente qualsiasi altra tassa sui redditi o sul lavoro doveva essere totalmente abolita.
Secondo George il programma per la tassazione unica avrebbe dato un forte impulso alla crescita, spingendo verso un sistema economico volto ad incoraggiare investimenti sia di capitale che di lavoro, visto che questi due fattori sarebbero stati integralmente esenti da imposte. Dall'altra parte si sarebbero evitati comportamenti indesiderati come lo sfruttamento della rendita del suolo o la speculazione sul valore della terra. Un'alta tassa sulla proprietà, inoltre, avrebbe fatto sì che la terra finisse nelle mani di chi l'avesse resa più produttiva. Questa piccola rivoluzione avrebbe assicurato, secondo i suoi sostenitori, profitti più alti, salari migliori, e un più efficiente funzionamento del mercato del lavoro.
Henry George espresse il suo pensiero in Progress and poverty, la sua opera più importante che catalizzò l'attenzione di molti che si autodefinirono seguaci. Tra questi c'era anche Elizabeth Magie, a cui venne in mente che forse un gioco da tavolo sarebbe stato più efficace di un libro per trasmettere la proposta della tassazione unica.
Nonostante le buone intenzioni di Magie però The Landlord's game non raggiunse l'effetto desiderato, ma anzi si tramutò nel trampolino di lancio per tutt'altra propaganda.
Una copia del The landlord's game, fini' infatti casualmente nelle mani di Charles Darrow. Le piccole modifiche che Darrow apportò al gioco stravolsero l'impianto ideologico creato da Magie, ma lo resero molto più appetibile al pubblico americano che con un fascio di banconote false in una mano e una coppia di dadi nell'altra sognava di uscire dall'incubo della grande depressione. A onor del vero c'è da dire che Darrow si accorse subito delle potenzialità del gioco e -capitalisticamente - decise di rischiare del suo nell'impresa: produsse di tasca propria le prime 5 mila copie, che andarono letteralmente a ruba. Con questi numeri l'ingegnere disoccupato si presentò negli uffici della Parker Brothers, allora come adesso una delle aziende leader del settore dei giochi da tavolo, dichiarando di essere l'inventore di quello strano gioco.
Alla Parker fiutarono l'affare e firmarono immediatamente un accordo con lui che rese alle due parti un'autentica fortuna. Era la primavera del 1935 e da quel momento Charles Darrow sarebbe stato per tutti l'inventore del Monopoly.
Titolo originale: Cholera and the City - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Verso la metà del XIX secolo, molti ritenevano che Londra, città con quasi due milioni e mezzo di abitanti, fosse impossibile da mantenere. Per due decenni, le epidemie di colera l’avevano devastate, insieme ad altre grandi città d’Europa, e l’opinione diffusa era che avendo stipato un numero senza precedenti di persone in un’area delle dimensioni della Londra vittoriana, la diffusione della malattia fosse inevitabile. In qualche modo, avevano anche ragione. In The Ghost Map: The Story of London’s Terrifying Epidemic—and How It Changed Science, Cities, and the Modern World, Steven Johnson ci racconta la storia dell’esplosione di colera a Londra nel 1854, e di come due uomini brillanti risolsero il mistero della propagazione del morbo mortale.
A metà del XIX secolo, l’aspettativa di vita di un londinese era spaventosamente bassa: “il gentleman medio moriva a quarantacinque anni, chi lavorava, addirittura verso la metà dei venti”. Per quanto la Londra vittoriana si fosse abituata alla morte, l’esplosione di colera del 1848-49 lasciò attonita la popolazione uccidendo oltre 50.000 abitanti della città. Si viveva con il costante terrore che la malattia si prendesse delle vite senza alcun avvertimento.
Come in tutte le zone urbane dell’epoca, anche a Londra mancavano le infrastrutture per una grande città moderna. Nel 1854 aveva cominciato a comparire un sistema fognario esteso a scala urbana, in parte per arginare l’apparire del colera. Questo nuovo sistema coesisteva col vecchio metodo di gestione degli escrementi umani, quello degli uomini dello “scavo notturno”, del letame di cui erano praticamente pieni i seminterrati delle case, e che veniva trasportato nelle fattorie ai margini della città. “Nessuna descrizione realistica della Londra di quel periodo mancava di menzionare la puzza della città” nota Johnson.
Il nuovo rudimentale sistema fognario semplicemente scaricava i liquami di origine domestica nel Tamigi, contaminando così le acque sotterranee che rappresentavano una delle principali risorse idriche della città. Ironicamente, l’uomo responsabile di tutto questo era il commissario alla sanità di Londra, Edwin Chadwick. Sostenitore della Teoria del Miasma, ovvero che il colera fosse trasmesso dal puzzo che si spandeva nell’aria, Chadwick credeva che scaricando i liquami nel fiume, lontano dalle case, si impedissero altre emergenze della malattia. Ma naturalmente, contaminando la principale fonte d’acqua di Londra, contribuì molto alla diffusione del colera. Come sottolinea Johnson, un terrorista biologico del XX secolo non avrebbe potuto mettere a punto un piano più ingegnoso per mettere in pericolo la popolazione della città.
Ad ogni modo, non si trattava solo di Chadwick. Nel 1854, la comunità medica non aveva idee migliori per prevenire il colera di quando aveva colpito Londra per la prima volta nel 1832. Continuava la teoria della diffusione per via aerea, rafforzando i pregiudizi dei tecnocrati. Secondo il pensiero dominante, chi viveva nello sporco e tra i cattivi odori, come accadeva alla maggior parte dei poveri lavoratori di Londra, più probabilmente sarebbe morto per la malattia. Pochi avevano notato che gli “scavatori della notte”, nonostante il rapporto quotidiano con lo sporco, spesso vivevano sani e a lungo.
Uno di quelli che lo avevano notato era il dottor John Snow. Di umili origini, Snow era salito al culmine della medicina del XIX secolo: la Regina Vittoria lo aveva chiamato nel 1853 per la somministrazione di cloroformio durante il parto, una tecnica perfezionata dallo stesso Snow. Inoltre, era un medico sistematico e sperimentatore scientifico con vaste prospettive intellettuali. Dubitando della Teoria del Miasma, Snow tentò di dimostrare che il colera durante l’esplosione del 1848-49 si era trasmesso attraverso la fornitura d’acqua. Ma le prove concrete di questa sua ipotesi si dimostrarono vaghe: statistiche pubbliche dei decessi carenti, e poca chiarezza su quali famiglie ricevessero l’acqua da quali compagnie private, resero l’analisi di Snow troppo complessa da portare a termine.
Sul finire dell’estate 1854, il colera si diffuse in un particolare quartiere di Londra: Soho, il cortile di casa di Snow. “Quasi settecento persone che abitavano entro un raggio di 250 metri dalla pompa di Broad Street erano morte, in un periodo di meno di due settimane” scrive Johnson. Snow percorreva il quartiere a passi frenetici, raccogliendo campioni d’acqua e intervistando le famiglie sulle abitudini di consumo.
Ma Snow non avrebbe cambiato da solo il corso della storia. Fu il Reverendo Henry Whitehead, che in un primo tempo dubitava della sua teoria, che contribuì a sistematizzare i rilevamenti e a convincere il Commissario Chadwick che la malattia si diffondeva attraverso l’acqua. In quanto ministro, e intellettuale uomo di mondo, Whitehead conosceva più di ogni altro le famiglie di Soho. Furono le sue conoscenze a consentire a Snow di scoprire dove si era originate l’esplosione di colera; non si sarebbe potuto convincere Chadwick, senza questa fondamentale informazione.
Allo stesso modo di Snow, anche i funzionari della sanità pubblica che avevano frettolosamente indagato sull’emergere del morbo in città mancavano di conoscenza sul campo a Soho. Insieme, Snow e Whitehead furono in grado di convincere Chadwick a chiudere la pompa di Broad Street prima di un altro scoppio di epidemia.
Snow morì pochi anni più tardi, quarantacinquenne, prima che fosse accettato diffusamente il fatto che il colera si trasmetteva via acqua, ma aveva messo in moto una trasformazione dei sistemi fognari che alla fine glia avrebbe dato ragione. Non si verificarono più grandi manifestazioni di colera a Londra, dopo la modernizzazione della rete, completata nel 1866.
Il capitolo conclusivo del libro di Johnson tratta i problemi contemporanei delle città dei paesi in via di sviluppo, spaventosamente simili a quelli della Londra vittoriana. Nairobi e Dacca hanno popolazioni che si avvicinano ai 20 milioni, e pure la loro lotta in assenza di acqua potabile e adeguati sistemi sanitari passa in gran parte sotto silenzio. Le risposte a questi problemi verranno solo da massicci investimenti nelle infrastrutture urbane, ma le differenze culturali e di proporzioni richiederanno approcci innovativi.
Johnson indica che la nostra capacità di risolvere i problemi delle città attuali potrebbe essere vanificata se non teniamo conto delle conoscenze locali di figure come Snow e Whitehead. E Johnson chiarisce come risolvere i problemi delle aree urbane richieda sia un approccio dall’alto che uno dal basso. La questione che lascia senza risposta, è se siamo ancora in grado di ascoltarle, le idee di persone come Snow e Whitehouse, nell’epoca del Department of Homeland Security.
La crescita inarrestabile del blob urbano - non più correlabile a trend demografici o a improbabili tassi di sviluppo - richiede strumenti efficaci di verifica e di blocco, strumenti necessari per contrastare un fenomeno che fino a pochi anni fa gli urbanisti credevano ancora di poter gestire con interpretazioni progettuali mirate o con misure articolate. Oggi la clamorosa (e spesso rozza) occupazione dei «paesaggi italiani» da parte della città «diffusa», con i processi di degrado e dissesto che ne derivano, traduce sovente - anche tra gli urbanisti - la riflessione in preoccupazione.
Per questo, il principale motivo di interesse della raccolta di saggi No Sprawl curata per Alinea da Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano (pp. 250, euro 28) consiste forse nel fatto che il volume segna un passaggio di fase (verso il recupero dell'esistente) e in generale un mutato atteggiamento di disciplina e politica urbanistica. Così, mentre continua la cementificazione del «Bel Paese» (peraltro secondo dinamiche riscontrabili in altre aree europee e occidentali), i connotati del fenomeno - e i suoi effetti sulla qualità dell'ambiente e della vita quotidiana - sono oggi restituiti da molte indagini, di cui questo libro offre un esemplare spaccato.
Accanto all'infaticabile lavoro di documentazione e denuncia compiuto dal sito Eddyburg.it (promosso dallo stesso Salzano), sono infatti sempre più numerosi gli studiosi o i tecnici che, sia pure con accenti diversi, indagano sui processi di deterritorializzazione già prefigurati da Alberto Magnaghi: fra gli altri, Anna Marson, attenta in particolare alla «marmellata insediativa veneta», Osvaldo Pieroni, studioso delle situazioni meridionali e segnatamente calabresi, e ancora Paolo Berdini, Giovanni Caudo, Giulio Tamburini, Arturo Lanzani e Giorgio Ferraresi.
Riferendosi più o meno esplicitamente a questi autori, No Sprawl ne approfondisce e aggiorna alcuni studi: notevoli le descrizioni della distruzione dell'ambiente dell'agro campano da parte di Antonio Di Gennaro e Francesco Innamorato, la «Roma diffusa» nella campagna urbanizzata (anche quale esito delle politiche riformiste recenti) di Paolo Berdini, l'implosione del territorio vasto di Bologna osservata da Piero Cavalcoli e soprattutto «il viaggio» attraverso il mare (una volta) verde della megalopoli padana, da Torino al Brenta, descritto argutamente da Fabrizio Bottini, secondo un profilo interpretativo che potrebbe essere utilmente messo a confronto con quello proposto da Arturo Lanzani nel suo Paesaggi italiani (Meltemi 2003).
Anche i contributi di taglio più metodologico e normativo confermano la qualità complessiva del lavoro. Di notevole interesse per esempio la distinzione operata da Maria Cristina Gibelli tra diffusione urbana (espressione fisiologica di antropizzazione matura) e dispersione (patologia dovuta a una cementificazione inarrestabile e ingiustificata). Da parte sua, Georg Josef Frish istituisce un confronto tra le politiche di contenimento dello spreco di suolo in Europa: e se la situazione italiana è tra le peggiori, il quadro presenta comunque molte analogie, come già avevano previsto a suo tempo Bernardo Secchi e Giuseppe Dematteis. Al centro dell'intervento di Alfredo Dufruca sono invece i macroscopici errori di politica infrastrutturale, che certamente alimentano il fenomeno dell'iperurbanizzazione: un tema, questo, affrontato più ampiamente in un altro volume uscito di recente a cura del Wwf, La cattiva strada. La prima ricerca sulla «Legge Obiettivo», dal ponte sullo Stretto alla Tav (Perdisa, pp. 272, euro 15).
Indagando sull'efficacia degli strumenti di contenimento del consumo di suolo proposti da alcuni recenti provvedimenti di legge regionali (a livello nazionale nulla, e meno male che si è bloccata la proposta di legge Lupi), Luigi Scano sottolinea come in alcuni casi - Toscana, Calabria, Sardegna, tra gli altri - il problema venga messo correttamente a fuoco. E tuttavia anche in questi disegni autenticamente riformisti si sconta la contraddizione creata dalla «perequazione», dalla necessità cioè di «tutelare i diritti edificatori», almeno nelle zone urbanizzabili e anche a fronte di fabbisogni inesistenti e di contesti già compromessi. Ne deriva, naturalmente,l'esigenza di coordinare politiche urbanistiche e paesaggistiche: la tutela del patrimonio territoriale, infatti, richiede un approccio che accosti ancora di più i due concetti, senza tuttavia integrarli nello stesso strumento (come è l'aporia - più volte segnalata - contenuta nella legge toscana, che contribuisce ai vari «abusi istituzionalizzati»: si pensi al caso, non isolato, di Monticchiello).
Quanto sia opportuno accostarsi al recupero di territorio con un'impostazione paesaggistica è dimostrato nel libro dallo studio di Massimo Zucconi sulla Val di Cornia. E proprio questo contributo ricorda come il «No Sprawl» si possa perseguire solo con un'azione sociale dal basso forte e continua: la crisi della politica territoriale è crisi delle istituzioni politiche tout court e non si risolve soltanto con gli strumenti e le logiche già consolidati nella disciplina urbanistica.
In libreria il lavoro di Charles Fishman, giornalista che indaga tra i carrelli del mercato globale e i bilanci delle grandi company. L'avvento del «basso prezzo a tutti i costi» ha sconvolto il lavoro, l'ambiente, l'economia e le abitudini di spesa. In tutto il pianeta
Pordenone Perché una catena di supermercati americani dovrebbe interessare il pubblico italiano? Ormai da anni, in tutta Europa, si è affermato il modello del low cost , non solo alimentare: dagli hard discount caserecci ai modelli in scala tipo Lidl, fino ai prezzi stracciati di grandi compagnie aeree come Ryanair, che hanno rivoluzionato il mercato mettendo in crisi diversi vettori nazionali. Per comprendere i vantaggi e i rischi del «prezzo basso a tutti i costi» bisogna guardare necessariamente alla Wal-Mart, la catena di distribuzione statunitense che proprio sul low cost ha costruito un impero, riuscendo a diventare l'impresa più grossa del mondo e della storia. Attirandosi, insieme a questi successi, le critiche di ambientalisti e sindacati, attenzioni un tempo riservate ai big globali come la Nike o McDonald's. In queste settimane è in libreria la preziosa inchiesta di un giornalista statunitense, Charles Fishman, dal titolo «Effetto Wal-Mart - Il costo nascosto della convenienza» (Editrice Egea).
Interessante, perché l'autore non parte da posizioni preconcette (Wal-Mart è tutto bene, Wal-Mart è tutto male), ma cerca di capire come, in particolare negli ultimi due decenni, il «basso costo» abbia cambiato l'economia Usa, influenzando i tassi di inflazione e le abitudini dei consumatori, accelerando la delocalizzazione delle industrie e l'abbassamento dei salari, arrivando a stravolgere, in alcuni casi, equilibri ambientali e comunità locali. Abbiamo incontrato Fishman in una delle presentazioni italiane del volume, all'associazione «Cinema zero» di Pordenone: un cinema pieno e un pubblico attento, che si è trattenuto per più di due ore a parlare di precarizzazione del lavoro, prezzi, globalizzazione dei mercati. Evidentemente temi che «tirano». L'inchiesta di Fishman parte da un oggetto di tutti i giorni, una scatola di cartone. In questo caso, l'involucro di un comune deodorante, prodotto che milioni di persone acquistano ogni settimana in ogni angolo della Terra. E' un modo per illustrare uno dei tanti «effetti Wal-Mart»: la multinazionale della distribuzione, a inizio anni Novanta, si chiese infatti che senso avesse rinchiudere un deodorante dentro una confezione di cartone. Nessuno, dato che il prodotto è già efficacemente protetto nel suo contenitore in vetro o in plastica, e dato che - soprattutto l'esistenza della scatola di cartone comporta costi in più, assolutamente superflui: prende più spazio sugli scaffali del supermercato, fa pesare di più il deodorante nel trasporto, bisogna pagare il materiale e il lavoro per realizzarla. E allora?
Eliminiamola, pensò WalMart: cominciò un'opera di convincimento presso tutti i produttori del settore perché rinunciassero alla confezione, e in effetti nel giro di qualche anno non esisteva più non solo sugli scaffali Wal-Mart, ma in tutti i supermercati Usa, un solo deodorante che fosse contenuto in un involucro cartaceo. Il risparmio - calcolò il big della grande distribuzione - sarebbe stato di cinque centesimi per ogni singolo deodorante, da distribuire tra produttori, catene commerciali e clienti finali. Con un vantaggio per tutti, anche per l'ambiente (si pensi a quanti alberi abbattuti in meno), e con un solo danneggiato, evidente: chiunque lavori in una fabbrica di confezioni di cartone. Un piccolo episodio, un aneddoto, che però spiega l'effetto dirompente della Wal-Mart sull'economia Usa, e sulle abitudini degli stessi americani. «Vendi sempre più basso» Il segreto del successo della WalMart sta tutto nella filosofia del suo fondatore, Sam Walton, che aprì il primo store nel 1962: «Vendi sempre più basso degli altri». Anche se di pochi centesimi, il prezzo di Wal-Mart deve essere il più basso in assoluto che si trovi nel mercato per un prodotto di qualsiasi genere, anche di marca. Attenzione: non stiamo parlando di un hard discount , quello cui siamo abituati in Europa, dove in negozi spartani e disadorni vengono vendute merci perlopiù sconosciute per risparmiare sui costi della pubblicità: Wal-Mart risparmia certamente sull' appeal degli ambienti e sugli ornamenti, ma offre prodotti di marca. Solo che riesce a venderli tutto l'anno (e non solo nei periodi degli sconti) anche fino al 15% in meno degli altri, il che fa una bella cifra per le tasche dell'americano medio. E' il principio dell' everyday low price , ogni giorno prezzi bassi, un vero e proprio «patto con il consumatore» di cui Wal-Mart si è fatto alfiere. Ancora: sugli scaffali del colosso, possiamo trovare ben 120 mila prodotti diversi, tanto che si è calcolato che la stessa persona potrebbe fare la spesa quotidianamente da WalMart per 5 anni e non comprare mai lo stesso prodotto pur mettendo nel carrello 60 articoli differenti al giorno.
Una comodità per chi vuole comprare il necessario per la settimana (non solo alimentari) con un solo viaggio in macchina. E sempre nei 5 anni, il prezzo della lampadina Ge - molto diffusa negli Usa - si è abbassato dai 2,19 dollari del 2001 agli 0,88 del 2005. Grazie all'imperativo del prezzo basso, Wal-Mart dunque è riuscita a diventare la più grande catena di distribuzione, negli Usa e nel mondo. Non solo: attualmente è anche l'impresa con il più alto fatturato del pianeta, e verrà superata a fine 2006 dal gruppo petrolifero Exxon solo grazie al notevole rincaro del greggio nell'ultimo anno. In ogni cittadina o metropoli in cui WalMart si è insediata, ha cominciato infatti ad imporre un abbassamento dei prezzi a tutti i negozi vicini, costringendoli a chiudere o ad operare con i suoi stessi obiettivi. Wal-Mart ha così orientato il mercato, non solo localmente: la recente fusione dei big Gillette e Procter & Gamble (stiamo parlando di due multinazionali Usa che non hanno certo bisogno di presentazioni) è stata motivata dalla necessità di avere maggiore forza contrattuale rispetto all Wal-Mart. Se infatti il prezzo basso può essere - a prima vista - molto vantaggioso per il consumatore, non è detto che alla lunga questo principio non comporti grossi svantaggi al sistema economico e alle comunità. Wal-Mart - e di conseguenza tutti i suoi concorrenti - chiedono infatti ai propri fornitori un costante abbassamento dei prezzi, in contrasto persino con le leggi dell'inflazione (l'esempio della su citata lampadina parla da solo). Oggi comanda il distributore Bisogna anche tener conto che l'ultimo decennio, quello che ha visto trionfare la Wal-Mart, è anche quello in cui il settore del retail (commercio) ha superato per addetti quello dell'industria, fatto storico per gli Usa: 14,9 milioni di occupati nel commercio contro i 14,5 nel manifatturiero nel 2003. La distribuzione si è messa al centro dei processi economici, al pari se non in posizione di superiorità rispetto alla produzione, una novità leggibile proprio nell'effetto Wal-Mart: i fornitori, per abbassare il prezzo su richiesta dei distributori, hanno dovuto via via ridurre la qualità dei prodotti, ridurre i salari o licenziare gli operai per delocalizzare nelle aree del mondo a minor costo di manodopera.
Così, oggi, gran parte della merce venduta nei WalMart viene da paesi come il Bangladesh, la Cina o il Cile. Effetto Wal-Mart che non risparmia - come anticipato - i lavoratori, e forse questo è il fenomeno più noto al grande pubblico europeo, aspetto non certo messo in ombra da Fishman: innanzitutto gli 1,6 milioni di dipendenti diretti della multinazionale, spesso sotto i riflettori mediatici a causa dello sfruttamento cui sono costretti. Bassi salari, straordinari imposti, discriminazioni di genere (Wal-Mart è oggetto della più grossa class action della storia: 1,6 milioni di lavoratrici hanno fatto causa perché discriminate nelle retribuzioni e nell'avanzamento di carriera); senza contare il caso dei dipendenti chiusi di notte nei negozi, o degli immigrati irregolari (e ovviamente sottopagati) impiegati dalle ditte di pulizia. Ma che dire degli operai che cuciono i jeans in Bangladesh? Un episodio del libro riporta la testimonianza di una giovane operaia tessile picchiata dal caporeparto con il paio di jeans che sta cucendo. In Cile, gli addetti alla lavorazione del salmone non se la passano meglio, ma nel paese sudamericano c'è un effetto Wal-Mart ancora più macroscopico: il salmone fino a 12 anni fa non esistev a nei mari cileni, mentre oggi - grazie alle massicce importazioni di Wal-Mart - il Cile è diventato addirittura il primo esportatore di salmone del mondo. Un vantaggio per il paese, non per i suoi oceani: gli allevamenti intensivi, infatti, stanno sconvolgendo l'ambiente sottomarino a causa degli scarichi industriali e delle feci dei pesci che si depositano sul fondo. E infine, molti commessi dei negozi vicini a Wal-Mart hanno perso il lavoro, causa chiusura per impossibilità di reggere la competizione, come tanti dipendenti dei fornitori di Wal-Mart. Il libro di Fishman si conclude con le interviste ad alcune operaie della L.R. Nelson, azienda costruttrice di irrigatori: sono state licenziate in 300, perché a causa delle insistenti richieste di Wal-Mart - «abbassate i costi» - l'impresa ha deciso di delocalizzare parte della produzione in Cina. Un «ricatto» tipico, in epoca di globalizzazione: uno dei tanti «effetti Wal-Mart».
Lodovico Meneghetti, L'opinione contraria. Articoli in eddyburg.it, giornale e archivio di urbanistica, politica e altre cose. Libreria CLUP, Milano 2006.
| Il disegno in copertina è di Paul Klee |
È trascorso poco più di un anno e mezzo da quando la Libreria Clup ha pubblicato (aprile 2005) Parole in rete. Interventi in Eddyburg, giornale e archivio di urbanistica, politica e altre cose. Una raccolta numerosa relativa al periodo da marzo 2003 a marzo 2005 preceduto da un solo intervento isolato del 15 giugno 2002, data del primo contatto col sito fondato e diretto da Edoardo Salzano. 58 pezzi di lunghezza assai varia, dalle poche righe di un messaggio ritenuto urgente alla corposità di un articolo di giornale se non di un breve saggio. Dopo, la mia collaborazione a Eddyburg è proseguita secondo una modalità diversa. Salzano aveva impegnato alcuni frequentatori a inviare articoli con una certa regolarità (“sistematicamente”, dice nella cartella di illustrazione del sito). Nacque così il gruppetto degli “opinionisti”. Chi apre la schermata iniziale e punta la casella “Le oopinioni di…” risale subito agli autori e ai loro contributi.
I pezzi attuali sono 29, per puro caso la metà dei precedenti. Non si trovano le brevi note come in Parole in rete (che Salzano definiva “fulminanti”); ma solo scritti di una certa consistenza che ho preparato ogni volta per la necessità di commentare avvenimenti a mio parere notevoli o prese di posizione altrui in relazione a determinati temi, oppure l’ambizione di rilanciare annose questioni per ritrovare il bandolo almeno di un chiarimento, stante l’impossibilitò di risolverle effettivamente.
I temi, come prima, rispecchiano la definizione del sito (riprodotta nel sottotitolo del libro) e si allargano, in evidente coerenza, sotto la spinta dell’esigenza, percepita intensamente, di rappresentare la funzione di una cultura non svigorita dagli eccessi di certo specialismo disciplinare, di fatto anticamera della cecità e sordità mentre la realtà da comprendere è sempre complicata. Ad ogni modo: urbanistica nel significato esteso e architettura, ambiente umano e paesaggio, territorio città abitazione; e la politica, dal momento che ogni tema vi si riversa, più o meno.
Qualche ripetizione o qualche insistenza tematica volute in alcuni articoli mi sembrano giustificate dalla pubblicazione nel sito uno dopo l’altro a una certa distanza; gli articoli si sono succeduti ognuno secondo una propria relativa indipendenza, non sono nati come capitoli di un libro scritto senza interruzioni. Quel tal rilievo, quella tal critica dovevano essere replicati per agevolare il lettore a collegarsi con un argomento già introdotto.
Il titolo, questa volta, non è neutrale. L’aggettivo “contraria” accollato a “opinione” vuol comunicare che l’autore è rimasto al proprio posto di osservazione adottando un punto di vista critico: ovvero in opposizione ad indulgenze fuori luogo verso determinate scelte della cultura e politica conservatrici-reazionarie, ma anche della parte culturale e politica di appartenenza, quand’era il caso di farlo a causa della trasgressione, se così si può dire, dei principi affermati e del compito atteso.
Alcuni titoli hanno subito modificazioni rispetto all’originale allo scopo di renderli, nei limiti della necessaria brevità, più chiara espressione dei contenuti. Tutti gli articoli sono apparsi nel sito alla data indicata – quella della stesura – o appena precedente o successiva. Due, pensati per Eddyburg, in realtà sono stati pubblicati su una rivista. Mi è parso giusto, ora, inserirli secondo la data originaria.
Se non lo trovate in libreria potete ordinarlo qui:
clup@galactica.it, oppure telefonando alla Libreria Clup, Via Ampère, 20 - 20131 Milano, 02 70634828
Hans Bernoulli, La città e il suolo urbano, con una prefazione di E. Salzano e una nota bibliografica di M. Senn, Corte del Fòntego editore, Venezia 2006
Torna finalmente in libreria un testo fondamentale per capire di urbanistica e di pianificazione del territorio. L’autore, lo svizzeroHans Bernoulli (Basilea 1876-1969), un grande intellettuale dai molteplici interessi, architetto, urbanista, docente universitario, scrittore, amministratore e politico, dedicò ogni energia, in tutta la vita, a propagandare e perseguire l’obiettivo della proprietà pubblica del suolo urbano, unica condizione per realizzare un assetto razionale, esteticamente soddisfacente e socialmente equo delle città. Egli è profondamente convinto che all’origine di ogni decisione in materia di urbanistica ci deve stare la questione fondiaria e sbaglia chi, come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Richard Neutra, Tony Garnier, disegna grandiosi piani urbanistici sottovalutando il tema cruciale della proprietà dei suoli.
La cittàe il suolo urbano espone in forma essenziale il convincimento di Bernoulli. Egli raccoglie e analizza tutti gli aspetti della questione proponendo una sorta di sintetica storia dell’urbanistica (con oltre cento illustrazioni, ottimamente riprodotte) dal punto di vista della proprietà dei suoli, i cui capitoli fondamentali sono: le città d’impianto del medioevo nell’Europa centrale e alcuni mirabili interventi dei secoli successivi in regime di proprietà demaniale (dalla Amsterdam del XVII secolo a Place Vendôme); gli effetti negativi della sconfitta dell’ancien régime che provoca l’appropriazione privata delle aree fabbricabili; i risultati disastrosi delle espansioni urbane comandate della speculazione fondiaria; le città giardino e i tentativi diversamente proposti e praticati per restituire alla collettività la proprietà del suolo urbano (dalle espansioni di Amsterdam e di Stoccolma, alle nuove città industriali dell’Unione Sovietica, a molti altri esempi). Ampie parti del libro sono d’impostazione teorica. Bernoulli non era un sovversivo, si rifaceva a una visione liberal-socialista della società. Il suo pensiero deve molto all’americano Henry George, il cui obiettivo era di contrastare con l’imposizione fiscale il peso della rendita, eliminando o riducendo al minimo l’ostacolo ch’essa pone allo sviluppo delle forze produttive, liberando il profitto e il salario.
La cittàe il suolo urbano era stato tradotto in italiano da Luigi Dodi, uno dei fondatori della moderna disciplina urbanistica in Italia, e pubblicato da Vallardi nel 1951, cinque anni dopo la prima edizione svizzera, ed ebbe una vasta diffusione nell’immediato dopoguerra. Alla sua impostazione si rifece anche Fiorentino Sullo, il democristiano ministro dei lavori pubblici all’inizio degli anni Sessanta, quando propose una nuova legge urbanistica basata sull’esproprio preventivo e generalizzato delle aree agricole destinate a diventare città. Si sa come finì il povero Sullo, sconfessato dal suo partito e politicamente massacrato: la sua vicenda ancora terrorizza chi si occupa di legislazione urbanistica. Con il passare degli anni, in particolare nell’ultimo quarto di secolo, la tensione riformatrice, che in Italia, negli anni Sessanta e Settanta, non era stata avara di risultati è stata travolta da una concezione dell’urbanistica funzionale al potere assoluto della proprietà privata e alle tendenze di un mercato fondiario affrancato da ogni regola, con il consenso anche di importanti settori della cultura e dalla politica di sinistra. Non stupisce perciò che il pensiero di Bernoulli sia stato negli anni recenti sempre più trascurato, infine dimenticato. Ho potuto verificare che molti architetti e urbanisti delle ultime generazioni non conoscono il nome dell’insigne studioso.
L’importanza e l’attualità del pensiero di Bernoulli in riferimento alla situazione italiana di oggi è lucidamente messa in luce da Edoardo Salzano, che firma la prefazione del libro. “La destra italiana è da tempo abissalmente lontana da quella del liberalismo e del liberismo dei Croce e degli Einaudi e la borghesia del nostro paese è sempre stata più abile a stimolare l’accrescimento dell’assistenzialismo e del parassitismo di Stato che a impiegare innovazione e competizione per lo sviluppo della produzione”. E Salzano ricorda che non molti decenni fa l’obiettivo della riduzione del peso della rendita era condiviso da un ampio arco di forze politiche e sociali, dal Pci a parti della Dc, dai sindacati a esponenti di spicco dell’imprenditoria. Oggi, quell’obiettivo, continua Salzano, “è scomparso su quasi tutti versanti dello schieramento politico”.
Bernoulli è figlio del suo tempo e le sue idee non possono certamente essere riproposte sic et simpliciter ai problemi dell’urbanistica contemporanea, almeno in Europa. Le sue riflessioni riguardano anni caratterizzati da un crescente bisogno di alloggi che, all’indomani della seconda guerra mondiale, era spaventoso. In Germania e nei paesi dell’Est si dovevano ricostruire intere città, milioni di abitazioni, e perciò la questione della proprietà pubblica delle aree era decisiva (Bernoulli si occupò della ricostruzione di Varsavia, Berlino, Budapest, Francoforte, Praga, Salisburgo, Colonia, Amburgo, Düsseldorf, Stoccarda). Oggi – quando il problema cruciale per chi si occupa di pianificazione non è di disegnare nuove espansioni ma, al contrario, di porre un freno al consumo del suolo agricolo – del suo insegnamento resta importante soprattutto la dimensione morale, l’assoluta indipendenza dagli interessi fondiari, la prevalenza indiscussa dell’interesse pubblico, la schiena dritta nei confronti degli interessi dominanti. Dalla nota biografica curata da Mireille Senn, apprendiamo che, nel 1938, gli ambienti conservatori riuscirono a fargli perdere la cattedra e il titolo di professore di urbanistica del Politecnico di Zurigo, ma l’emarginazione rafforzò i suoi convincimenti e moltiplicò il suo impegno nella vita politica e culturale.
Infine, il merito di aver riproposto Bernoulli è della veneziana Marina Zanazzo, che ha avuto il coraggio di fondare una nuova casa editrice, la Corte del Fontego. Insieme a Bernoulli, ha pubblicato un altro libro ormai introvabile, Mussolini urbanista di Antonio Cederna, che racconta come la smania di restaurazione dell’Impero abbia condotto il fascismo a una selvaggia opera di sventramento del centro storico di Roma, da alcuni, negli ultimi tempi, nuovamente apprezzata. Insomma: due libri contro, che spero siano letti e studiati. E che restituiscano il gusto del pensiero indipendente.
The Iraq Study Group Report, dicembre 2006 (trad. per Eddyburg di Fabrizio Bottini)
Lettera introduttiva dei Co-Presidenti della Commissione
Non c’è una formula magica per risolvere i problemi dell’Iraq. Comunque, ci sono azioni che possono essere intraprese per migliorare la situazione e proteggere gli interessi americani.
Molti americani sono insoddisfatti, non soltanto per la situazione in Iraq ma per lo stato del nostro dibattito politico riguardo all’Iraq. I nostri dirigenti politici devono assolutamente assumere un atteggiamento bipartisan per giungere ad una conclusione responsabile di quella che è diventata una guerra lunga e costosa. Il nostro paese si merita un dibattito più orientate alla concretezza e meno alla retorica, una politica adeguatamente finanziata e sostenibile. Il Presidente e il Congresso devono lavorare insieme. Il nostri leaders devono essere espliciti e diretti nel rivolgersi al popolo americano per ottenere il suo sostegno.
Nessuno può garantire che qualunque azione intrapresa in Iraq a questo stato delle cose possa arrestare la guerra tra le fazioni, l’aumento della violenza, lo scivolamento verso il caos. Se prosegue l’attuale tendenza, le conseguenze potrebbero essere gravi. Per il ruolo e responsabilità degli Stati Uniti in Iraq, e gli impegni presi dal nostro governo, il paese ha obblighi particolari.
Dobbiamo fare il massimo possibile per affrontare i molti problemi dell’Iraq. Gli Stati Uniti hanno relazioni di lungo termine e interessi in gioco in Medio Oriente, e devono proseguire nel loro coinvolgimento.
In questo rapporto unitario, noi dieci membri dell’ Iraq Study Group proponiamo un nuovo approccio perché riteniamo che esista una via migliore. Non sono state ancora esaurite tutte le possibilità. Crediamo sia ancora possibile perseguire politiche diverse, tali da dare all’Iraq l’occasione di un futuro migliore, combattere il terrorismo, stabilizzare una regione cruciale per il mondo intero, proteggere la credibilità dell’America, i suoi interessi, i suoi valori. Il nostro rapporto esplicita anche come il governo e il popolo iracheno debbano agire per ottenere un futuro stabile e di speranza.
Quanto raccomandiamo richiede una enorme volontà politica e cooperazione fra le branche esecutiva e legislativa del governo americano. Richiede un’attuazione accorta. Richiede unità di impegno da parte delle agenzie governative. E il suo successo dipende dall’unità del popolo americano in un momento di polarizzazione politica. Gli americani possono e devono poter contare sul diritto a un onesto dibattito in un quadro democratico. Ma la politica estera degli U.S.A. è destinata al fallimento – insieme a qualunque azione intrapresa nel caso dell’Iraq – se non ha il sostegno di un ampio consenso. Obiettivo del nostro rapporto è di spostare il paese in direzione di tale consenso.
Vogliamo ringraziare tutti gli interpellati, e chi ha contribuito con informazioni e assistenza al Gruppo di Studio, sia all’interno che all’esterno del governo U.S.A., in Iraq, e in tutto il mondo. Ringraziamo i componenti del gruppo di lavoro di esperti, e il personale delle organizzazioni coinvolte. In modo particolare, ringraziamo i nostri colleghi dello Study Group, che hanno lavorato con noi su queste difficili questioni, con generosità e spirito bipartisan.
Nel presentare il nostro rapporto al Presidente, al Congresso, e al popolo americano, lo dedichiamo alle donne e agli uomini – militari e civili – che hanno prestato servizio in Iraq, alle loro famiglie in patria. Hanno dimostrato uno straordinario coraggio, e compiuto difficili sacrifici. Ogni americano è il debito con loro.
Onoriamo anche i molti iracheni che si sono sacrificati per il bene del loro paese, e i componenti della Forza di Coalizione che si sono schierati insieme a noi e al popolo dell’Iraq.
James A. Baker, III - Lee H. Hamilton
Di seguito: le schede informative sui due co-presidenti Baker e Hamilton, proposte dal manifesto il 7 dicembre 2006, e un articolo di commento di Michele Giorgio dallo stesso giornale (f.b.)
James A. Baker III da piccolo era un democratico. Passa con i repubblicani a quarant'anni per militare nella campagna che nel 1970 cerca di portare al Senato, senza successo, il suo più vecchio amico: Bush padre. Nasce da quella fallita campagna elettorale l'intera vita successiva di Baker, spesa a fare il capo dello staff di Reagan, poi il suo ministro del tesoro, quindi al consiglio per la sicurezza nazionale, infine capo dello staff e segretario di stato di Bush padre. In quegli anni trova anche il tempo e i miliardi per salvare dalla bancarotta un'azienda in crisi: la Arbusto, la ditta di Bush figlio. Nel '93 esce dalla scena governativa, fonda il James Baker Institute e si dedica al super-lobbismo: è tra i padri della coalizione della prima guerra del Golfo, entra nel consiglio d'amministrazione di diverse società (come il Carlyle group) e si arricchisce immensamente, nel 2000 è fra i protagonisti della battaglia legale in Florida che regala a Bush figlio la presidenza. E' un vetero-con, temporaneamente accantonato dalla travolgente onda neo-con e ora riportato al centro della scena proprio dal loro fallimento.
Lee H. Hamilton è un campione moderato, un cacciatore del compromesso, un professionista del bipartisan. La biografia politica dell'uomo che insieme a James Baker ha firmato il rapporto del parlamento americano sull'Iraq è quella di un oliatore professionista: figlio di un pastore metodista della Florida, 74 anni dei quali ben 34 passati alla Camera - in cui entrò poco più che trentenne al seguito di Lyndon Johnson - Hamilton entrò nell'allora Foreign affairs comittee della Camera (che oggi si chiama Comitato per le relazioni internazionali ed è il luogo in cui il parlamento americano decide la politica estera dal paese), scegliendo di restarci anche quando, anni dopo, gli venne offerta una prestigiosa candidatura al Senato. E' conosciuto per avere rapporti particolarmente stretti con la Casa Bianca, anche quando è guidata dai repubblicani. Negli anni '80 frenò gli attacchi democratici a Reagan durante lo scandato Iran-Contra. Si è opposto più volte a obbligare l'ex ministro della difesa Rumsfeld a deporre sotto giuramento davanti alla commissione che indagava sull'11 settembre.
Michele Giorgio, La terapia Baker non guarirà Bush
Le reazioni con motivazioni opposte, gli analisti arabi e israeliani restano scettici sul cambiamento
Alla fine la ricetta di James Baker per far uscire gli Stati Uniti dalle sabbie mobili dell'Iraq e del Medio Oriente, è stata consegnata: meno forze da combattimento e più sostegno tecnico e di addestramento ai reparti di sicurezza iracheni, più coinvolgimento diplomatico nel conflitto israelo-palestinese e un atteggiamento meno aggressivo, se non di dialogo vero e proprio, nei confronti della Siria e dell'Iran. Gli analisti arabi e, con motivazioni opposte, quelli israeliani tuttavia dubitano che l'Amministrazione Bush seguirà la terapia indicata dall'ex Segretario di stato e pensano che gli Usa si limiteranno a modificare l'utilizzo delle truppe Usa in Iraq. «Più volte in passato esponenti di varie Amministrazioni americane, una volta terminato il loro incarico, hanno avanzato proposte fondate sul buon senso. Ma alla fine i presidenti in carica svolgono sempre la stessa politica, che è di aperto appoggio alle posizioni israeliane», ha commentato l'analista palestinese Ghassan Khatib del Centro media e comunicazione di Gerusalemme Est. «Staremo a vedere - ha aggiunto - in ogni caso un ipotetico maggior coinvolgimento Usa (nel conflitto israelo-palestinese) per essere effettivo dovrà fondarsi sulle risoluzioni internazionali e mantenersi neutrale. Altrimenti rimarremo al punto di partenza».
Tra gli analisti arabi il giudizio è simile. «Quello che mi attendo nei prossimi mesi è solo lo spostamento graduale delle forze armate statunitensi dal centro e dal sud dell'Iraq verso il nord del Paese in modo da limitare il più possibile le perdite americane e favorire, con una adeguata assistenza tecnica, il coinvolgimento dei reparti iracheni», ha detto l'egiziano Mohammed Sayyed Said, del Centro studi strategici Al-Ahram del Cairo. «Prevedo anche cambiamenti nelle relazioni con le varie organizzazioni politiche irachene per favorire la riconciliazione ma oltre a ciò non riesco a immaginare un atteggiamento nuovo nei confronti di Siria e Iran nonostante questi due Paesi siano in grado di svolgere politiche effettive per stabilizzare l'Iraq. Ancora meno credo che Washington scelga di lasciarsi coinvolgere maggiormente nella questione israelo-palestinese», ha previsto. In casa araba tuttavia non mancano reazioni più articolate al rapporto-Baker. «Il punto non è cosa Bush pensa o vorrebbe fare - ha dichiarato Mouin Rabbani, dell'ufficio di Amman dell'International crisis group - è evidente che il presidente americano desidera portare avanti la sua 'guerra preventiva' e di isolamento totale di quei paesi che ha descritto come Asse del Male. Sul terreno però le cose vanno nella direzione opposta e Bush oggi è obbligato a riscoprire il multilateralismo, a cercare il consenso degli europei e, infine, a riaprire canali di collegamento in particolare con la Siria ma anche con l'Iran». Rabbani è convinto che Washington ricercherà la collaborazione indiretta della Siria per stabilizzare l'Iraq e metterà da parte, almeno per il momento, piani di attacco contro le centrali nucleari iraniane.
Duro il giudizio dell'esperto israeliano Gerald Steinberg, del Centro studi Begin-Sadat. «L'ex Segretario di stato è sempre stato un sostenitore della Siria ed ostile nei confronti di Israele - ha commentato - in realtà sta cercando di riorganizzare a 15 anni di distanza una nuova Conferenza di Madrid. Il suo tentativo è destinato al fallimento perché questa Amministrazione americana ha capito la natura del regime siriano e pertanto non cambierà posizione». Israele, secondo Steinberg, «è tranquillo perché la linea americana verso la Siria non è destinata a cambiare in modo sostanziale mentre con l'Iran di Ahmadinejad non è possibile alcun dialogo anche se dopo gli sviluppi recenti è probabile che Washington chiuda nel cassetto i piani per un attacco militare alle centrali iraniane». Steinberg infine ha escluso novità di rilievo per il conflitto israelo- palestinese: «È una questione molto vecchia - ha commentato - ormai avviata da tempo su binari noti, come la Road Map, sostenuti proprio dagli Usa. Ipotizzare stravolgimenti è pura fantasia».
Nota: di seguito scaricabile il PDF del Rapporto (f.b.)
Qualcosa di umano. Apro la finestra e vedo in lontananza le cime delle montagne verso la Slovenja, tra loro e me una torre piezometrica e più a destra le strutture in elevazione dell’ospedale (Azienda ospedaliera, pardon), poi attorno una piccola selva di case e casette a due, quattro, sei appartamenti. Bifamiliari, schiere, lo scatolone del supermercato, seguiti da condomini e condominioni verde pistacchio. Giù per strada trovare un buco per il parcheggio è un casino. Se potessero parcheggiare sul muso della macchina di fronte lo farebbero. Per fortuna ci sono le assicurazione che ti chiedono più soldi se cagioni un danno. Le piste ciclabili sono larghe anche troppo, a volte inutili perché casuali e prive di senso. Se perdi l’autobus ti tocca aspettare sotto la pioggia per altri venticinque minuti. I giardini del secolo scorso (per me è ancora l’800, non mi capacito di essere nel 2000) erano belli, studiati e pensati. Oggi sono la mano del vivaista e del geometra dell’ufficio comunale del verde pubblico. Quella coppia di signori in età avanzata coltiva un orticello che è un campionario ricchissimo di varietà eduli: radicchi, insalate, carote, piselli, melanzane, pomidoro, peperoni, fragole, cipolle, cavoli, verze, albicocche, pere, susine e fiori, tanti fiori coloratissimi. Una manna, un pezzo di paradiso terrestre da altrove. Quasi un triangolo di Sud Tirolo in città. Tra me e quelle montagne c’è la bruttezza e un po’ di umanità.
Mi domando perché, se siamo stati capaci di ricostruire muri e campanili dopo quel grande evento disastroso, il resto non ha funzionato. Eppure quell’epopea ricchissima di speranze ma anche di concrete attese era lì: 765, 167, 865, 10, 457 e poi anche la Galasso. Numeri e nomi di leggi e norme statali che nel corso degli anni sessanta e settanta hanno qualificato in senso civile non solo una parte importante del ceto politico delle Camere, ma pure quelle amministrazioni locali che hanno applicato quelle leggi con coraggio e saggezza, migliorando la qualità della vita di tanti cittadini. Eppure non è bastato. Era tutto lì a portata di mano, la città potevamo farla meglio: più bella, più giusta, più felice per chi ci vive, ci lavora, si innamora, si cura, ci gioca, ci studia, ci cammina e ci muore. Anche fuori dalla città, la campagna, poteva essere più campagna e invece è quella cosa lì, spesso inscatolata, sfregiata, consumata, abbandonata, più spesso privatizzata. Sembrava che il progresso – ebbene si, quello che però non si esprime solo con la materialità del possesso individuale di soldi e di cose – fosse davvero a portata di mano, per tutti i cittadini. Era lecito attenderselo.
Scandalo. Lo scandalo è qui davanti a noi, attorno a noi, sicuramente dentro di noi.
Ci sono quelle persone che hanno dato tutta la propria vita, sin dentro il sangue, perché hanno creduto – si, proprio: creduto, sperato – di riuscire a far stare meglio le persone, i lavoratori, le donne, gli anziani, i bambini. Case giuste: accoglienti, sicure, semplici, sane, eque. Che hanno pure creduto che non bisognava scordarsi da dove si veniva e che anzi la strada percorsa doveva essere conservata, che i muretti in pietra a secco dovevano essere conservati, che le strade bianche tali dovevano restare, che un fiume è un fiume e non un opportunità da sfruttare, un albero un albero, una spiaggia una spiaggia in sè, un palazzo un palazzo per ciò che rappresenta e che porta impresso. Non so se tutto questo è ismo, comun-ismo, romantic-ismo, ideal-ismo. Di certo non è a favore del consumismo degli uomini sugli uomini, della terra su cui viviamo, delle città in cui siamo nati. Per me è civismo, è civile, è buono, è giusto. Ci sono ancora persone che vogliono, nonostante tutto, continuare a discutere, a comunicare, a ragionare, a scandalizzare, a mantenere viva e salda la memoria. Sono educati, non alzano la voce, non strillano. E anche se lo facessero il clangore attorno è così assordante talvolta che pare proprio sia un coro sapientemente diretto da un unico direttore d’orchestra. Eppure non è solo così. Spesso basta sollevare il coperchio e si scopre un mondo nascosto che ribolle e dal basso sale un brusio, un coro sempre più forte.
Il libretto di Lodovico Meneghetti ci riprova, fa il bis. Ci propone una serie di interventi apparsi tra il 2005 e il 2006 su www.eddyburg.it, sito che ha una sua affezionata e affatto piccola clientela, di addetti ai lavori, di politici, amministratori, intellettuali, curiosi, studenti. Ed è uno dei pochi posti rimasti a ben pensare in cui si possa fare informazione sulle malefatte a danno delle città, del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, ma anche propugnare la difesa delle istituzioni repubblicane e perfino della democrazia. Lì, sul quel sito, da quel sito quotidianamente lo scandalo si fa proposta, sempre quella in fondo: il buon governo pubblico della città, il rispetto del prossimo e di se stessi. Quella trentina di interventi che Meneghetti ha selezionato ci trasmettono una vivacità intellettuale, una capacità di scandalizzarsi ancora, di non demordere, ma pure una grande voglia di proposta. Perché dum spiro spero, finché c’è vita c’è speranza. La speranza di vivere in città più giuste, più eque, più belle e più umane; perché la campagna sia più bella, rispettata e conservata, perché le pietre restino a testimoniare da dove siamo venuti. Lodovico Meneghetti, che ha ricoperto prestigiose cariche presso il Politecnico di Milano dove è stato apprezzato, rispettato e amato dai suoi allievi, e che ha sostenuto anche grandi responsabilità nell’amministrare la cosa pubblica in qualità di assessore all’urbanistica della città di Novara, è uomo di profonda cultura, di umana sensibilità, di generosità sincera e di rara capacità nel trasmettere valori, responsabilità e sapienza. Tanto attento, scrupoloso e severo, quanto ancora più sensibile e onesto intellettualmente. Non è poco, anzi, grandi valori per tutti. Gli interventi da lui scelti ben rappresentano lo stimolo e la decisa voglia di battagliare che ancora contraddistinguono la sua vis polemica.
Quando si parla di ricerca, va da sé, l’annosa questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno trova una soluzione immediata. Nel senso che sul versante finanziario il bicchiere è desolatamente vuoto. Su questo nessun dubbio.
Miracolosamente (non esiste altra spiegazione razionale) però di ricerca se ne fa ancora, da qualche parte, e la rete a volte ne evidenzia aspetti che gli alti costi (ancora loro) della divulgazione cartaceo-convegnistica occultano, in tutto o in buona parte.
Un ottimo esempio di questi miracoli della natura, sono le neonate pagine del Centro Studi Urbani, attivato presso il Dipartimento di Economia, Istituzioni e Società dell’Università degli studi di Sassari, e interamente dedicate alla “riflessione sui mutamenti delle realtà urbane, con riferimento ai temi sociali, psicologici, urbanistici, economici, di marketing urbano e delle relazioni tra cittadini ed istituzioni”.
Un riflessione sui mutamenti … eccetera, che – cosa ancor più rara – non si limita ad annunciare la propria esistenza in vita (di per sé ragguardevole), ma a fornire sostanziose prove di florida salute, sotto forma di saggi, articoli, e altri materiali in libera consultazione. Ecco il vero fatto ragguardevole (almeno per quello che promette, essendo i materiali accumulati ancora relativamente pochi).
Perché, come ben sanno i frequentatori della rete, in particolare chi si occupa di questioni legate alla città e al territorio, le pagine (soprattutto quelle italiane, ma non solo) che trattano questi argomenti appartengono quasi sempre ad una delle due categorie: le copertine e le discariche, con pochi casi intermedi.
La prima categoria comprende quegli sfolgoranti siti, spesso finanziati anche raschiando inopinatamente qualche fondo di ricerca, che elencano persone, intenzioni, titoli e progetti. I contenitori sono talvolta articolatissimi, multilingui, colorati, pieni di rinvii e icone. Provate però a cercare qualche contenuto degno di tale nome, e ve ne andrete con la coda tra le gambe: al massimo un bell’ abstract con consigli per gli acquisti in calce.
Il secondo gruppo di siti e pagine, comprende in gran parte quelli degli enti locali e istituzioni varie, ed è insieme tanto sovraccarico e confuso da poter essere già considerato una “materia prima” per la ricerca.
Una ricerca i cui prodotti dovrebbero invece configurarsi esattamente come queste pagine del Centro Studi Urbani, con materiali leggibili e/o scaricabili. Coordinato da Antonietta Mazzette, il centro/sito si avvale di numerosissime competenze scientifico-disciplinari (tra cui senza far torto a nessuno voglio ricordare qui il collaboratore di eddyburg.it, Sandro Roggio), e si articola secondo approcci innovativi ai temi del territorio e della società urbani, ivi compreso un accenno di quanto altrove si chiama women’s studies, e che tanti originali contributi ha dato a varie discipline.
Unico neo, che sicuramente troverà rapida soluzione, quello della attuale disomogeneità (grafica, ma anche rispetto a contenuti e modalità di restituzione) fra le sezioni. Nell’organizzazione attuale, succede che il lettore trovi al capitolo Città, Ambiente Territorio una serie di materiali scaricabili, mentre l’area tematica Giustizia e politiche di intervento si struttura attorno a una serie di links, e quelle Vita Quotidiana ed Economia Urbana propongano brevi testi programmatici e altri links.
Il resto, beh, vedetevelo da soli, no?
Cinquemila romani, di tutte le età, i più anziani muniti di seggioline pieghevoli, si sono messi in coda domenica mattina davanti all’Auditorium (a partire dall’alba…) per ascoltare una prolusione del professor Luciano Canfora su Ottaviano. Identica sorte aveva avuto una precedente conferenza dell’archeologo Andrea Carandini. I cinquemila fanno parte di una setta numericamente non quantificabile, ma decisamente considerevole: quella degli italiani che chiedono cultura. Inutile snocciolare qui di seguito l’ormai nota trafila di eventi grandi e piccoli (festival, fiere culturali, conferenze, dibattiti) che possono vantare vere e proprie folle di spettatori.
Devo piuttosto spiegare perché ho usato il termine "setta" per definire, con un paradosso, un fenomeno di massa. La condizione di chi domanda cultura è infatti, se misurata con il principale metro di rappresentazione (e rappresentanza) del nostro come di altri paesi, cioè la televisione, semiclandestina. A pieno titolo, ed è un secondo paradosso, di questa nuova clandestinità fa parte, come membro onorario, perfino un transfuga della televisione sedicente "popolare", come lo show-man Claudio Lippi, il cui autoesilio dai palinsesti, motivato da disgusto per la bassezza dei contenuti, andava forse trattato con minore supponenza.
Lippi, ovviamente, non ha alcuna parentela con Canfora e Carandini. È un intrattenitore di lungo corso, e si rivolge a ben altre fasce di pubblico. Eppure il suo rabbioso abbandono, proprio perché del tutto interno al mondo e alla logica del "popolare", è legato a un pauroso deficit di qualità: perché la qualità, sia chiaro, non significa trasmettere più kultura con la kappa e meno intrattenimento. Ci possono essere mediocri e corrive trasmissioni di libri, e strip-tease di totale raffinatezza: la cultura è un modo, uno sguardo, un approccio. Una qualità, appunto, non una quantità. Difatti a denunciare la catastrofe qualitativa della televisione non è un intellettuale sprezzante o uno scrittore ombroso, ma un protagonista trentennale della televisione facile, quella allegrotta e senza pretese destinata all’indeterminato (e fantasmatico) pubblico "delle famiglie".
Se parliamo proprio di lui, è perché la scomparsa del parametro della qualità dall’orizzonte televisivo è esattamente ciò che spiega l’apparente "stranezza" di una folla in coda per sentire la conferenza di un antichista. Viene da definirla "sorprendente", ma sorprendente non è. Banalmente, non è rappresentata. Quella folla, che è uno dei tanti segni di una solida e crescente domanda di qualità, che è quella che va a teatro, quella che entra in libreria, in buona misura anche quella che legge i quotidiani, abita in questo paese ma rarissimamente può riconoscersi in televisione. È come se la televisione l’avesse espulsa, nel nome di un ostracismo del "difficile" che viene poi smentito, in giro per l’Italia reale, dal facile e familiare approccio agli oggetti culturali da parte di moltissime persone.
Poiché non è immaginabile (e nemmeno desiderabile, per giunta) che la televisione, almeno quella pubblica, torni a comportarsi e a progettare secondo i vecchi ideali pedagogici e formativi della Rai delle origini, resta da chiedersi come mai un pubblico così ingente, e spesso così solvente, sia considerato superfluo o marginale dal management televisivo. Gli investitori pubblicitari, già da tempo, si preoccupano per il livellamento verso il basso di un audience dal portafogli piuttosto esiguo, e dai consumi limitati. Procedendo secondo cinismo – visto che di responsabilità politica e civile non sembra più il caso di parlare - , è possibile che la televisione, principale veicolo pubblicitario del paese, rinunci a rivolgersi alle fasce colte, o curiose di cultura? Quante delle moltissime persone che frequentano teatri, librerie e festival culturali dedicherebbero qualcosa di più di uno sguardo disgustato alla tivù (non solo al satellite: è la tivù generalista, checché se ne dica, che forma identità e descrive una società), se l’offerta fosse meno mediocre? Se, cioè, potessero nuovamente riconoscersi nella televisione come avvenne per l’Italia dei padri, che si formò anche davanti al video e nel video? E ammesso che la "setta" di cui sopra si sia formata, invece, contro la televisione, o senza la televisione, e tutto sommato possa continuare a farne volentieri a meno: che genere di delitto è escludere a priori che i meno acculturati possano, nella televisione, trovare stimoli, scoprire cose che non sanno, uscire dal ghetto?
Negli ultimi articoli che ha scritto su la Repubblica, Eugenio Scalfari si domanda come mai la politica italiana funzioni così male, come mai sia così difficile far riforme che ridiano forza al paese, e va alla sostanza delle cose: quel che manca è la visione d'insieme, il senso di un interesse generale che trascenda i bisogni dei particolari e i diritti da essi accampati. È il motivo per cui quando guardiamo oggi all'Italia abbiamo l'impressione di stare davanti a uno specchio infranto: nei suoi minuscoli frammenti il singolo - gruppo o individuo che sia - guarda se stesso e si compiace di non veder altro che se stesso. Lo specchio è rotto, questa la triste verità, ma il singolo è come avesse dimenticato quel che un grande specchio può mostrare. Ciascuno si rimira nella scheggia e non pensa ad alcun altro: né al vicino né al lontano, né a chi gli è contemporaneo né a chi nascerà dopo di lui. Dopo di me venga pure il diluvio, dice a se stesso. La morale pubblica diventa oggetto di esecrazione, ed esecrabile è anche chi si dedica alla funzione pubblica. Il particolare giudica ambedue le categorie (morale e funzione pubblica) con un certo pudico fastidio, quasi ne avesse vergogna. Quando ne parla lo fa con parsimonioso distacco, come se l'etica pubblica fosse un affare di cuore: un affare che non deve intorbidire l'asciutta purezza del giudizio.
Scalfari pone una questione essenziale: la più essenziale forse delle questioni contemporanee. In altre parole si chiede se sia possibile, dopo il naufragio delle utopie che promettevano paradisi collettivisti di salvezza, avere ancora un'idea dell'interesse generale e del bene pubblico, o se il mondo che viviamo sia quello dove solo gli interessi particolari hanno visibilità, legittimità e potere. La questione è fondamentale per l'Italia, e Scalfari ricorda le ragioni storiche per cui da noi l'interesse generale è flebile: le frammentazioni dell'epoca dei comuni, il modo in cui si è fatta l'unità nazionale, privilegiando l'annessione a una comune identità. Si potrebbe aggiungere anche la malattia descritta da Leopardi: quello scetticismo ferocemente disilluso, incapace di immaginazione, che impedisce agli italiani di creare una «società stretta».
Ma la questione è essenziale per tutte le democrazie e per l'Europa intera, perché tutte hanno alle spalle quel naufragio delle utopie e tutte sono alle prese con gli effetti che esso ha avuto sul modo di pensare la politica e il governo, i diritti dell'individuo e i suoi doveri.
Ovunque è difficile ricominciare a discutere con serietà di interesse generale, anche se in Italia è difficile in modo specialissimo: nell'agorà, che è la piazza dove i cittadini discutono le loro comuni questioni, è l'idea stessa di questione comune che crea diffidenza, malessere, e chi la propone si isola, inascoltato o frainteso. Quel che seduce le penne e le menti sono le questioni del particolare, le cosiddette questioni-tabù, che il naufragio ha restituito alla vista dopo lungo occultamento. La perniciosa preminenza del pubblico sul privato e sull'individuale, le conseguenze di un interesse generale che soffoca le soggettività e financo le fedi: queste sono le questioni più seducenti. Vengono anche chiamate questioni politicamente scorrette, anche se nel frattempo son diventate le più corrette e correnti, anche tra molti che si dicono riformisti. La cosa veramente più scorretta, soprattutto in Italia, è parlare di interesse generale.
Eppure è di questo che urge parlare, se desideriamo contemplare sullo specchio un paesaggio leggermente più ampio, leggermente meno striminzito e breve della nostra persona. Se vogliamo metter fine alla frammentazione di cui ha parlato ieri il presidente Romano Prodi, quando ha detto: «Il paese è impazzito perché non è più capace di pensare al domani».
Naturalmente non è il paese ad avere tutte le colpe. I principali responsabili sono i politici e la classe dirigente - cioè tutti coloro che esercitano un'influenza sui cittadini anche se non governano - e il paese è piuttosto vittima del loro impazzimento (della frammentazione dello specchio): non si può accusarlo quando preferisce questo o quel partito. Governo e classi dirigenti modellano tuttavia la società civile, quando la influenzano con il proprio esempio, e anche la società ha sue responsabilità ed è soggetta a impazzimenti. Se per natura il popolo fosse incolpevole, i governi dovrebbero sempre decidere misure popolari e mai azzardarne di impopolari. Sicché è da meditare e non da scartare frettolosamente il punto che Prodi solleva quando accenna al paese impazzito e invita a non cercar conforto nelle favole: «È ora che i politici governino anche scontentando: scontentare a volte significa fare il bene di tutti».
Una cosa simile ha detto l'arcivescovo Bruno Forte, venerdì in una conferenza all'università di Chieti, accennando all'evasione fiscale e alla cultura dell'illegalità: se la classe dirigente non ricomincia a «cercare il bene comune più che quello della propria parte», se non rispetta i principi etici nell'ambito pubblico, per forza la società penserà che non pagare le tasse sia legittimo. Invece «è un peccato grave, è rubare!» ha ricordato Bruno Forte, raccontando subito dopo che nel confessionale nessuno mai gli confessa l'evasione. Vuol dire che evadere non è interiorizzato come peccato, dai più. Lo Stato derubato è qualcosa di distante, alieno: non è la personificazione di un superiore patto tra cittadini, che pagano tutti per pagare tutti di meno.
Nei secoli scorsi, è vero, l'interesse generale è stato deturpato. Lo fu sin dal '700, quando venne teorizzato da Jean-Jacques Rousseau. Hannah Arendt ricorda in alcune limpide pagine come l'idea di una volontà generale, di un corpo unanimistico della nazione, abbia ridotto gli interessi particolari a nemici eversivi del bene pubblico. Quest'ultimo è stato sacralizzato, estromettendo la libertà in nome di una falsa uguaglianza. La volontà generale di Rousseau «sostituisce la vecchia nozione di consenso, esclude ogni processo di scambio di opinioni e ogni eventuale tentativo di conciliare opinioni diverse». L'interesse del collettivo cancella le differenze, le spiana in nome di un'amorfa e unanimistica totalità, e sfocia infine «nella teoria del Terrore, da Robespierre a Lenin e Stalin»: una teoria secondo cui «l'interesse di tutti deve automaticamente e permanentemente essere ostile all'interesse particolare del cittadino». Il rivoluzionario collettivista esalta il sacrificio e l'abnegazione, deprezzando quel che c'è di più nobile nel sacrificio. «Il valore dell'uomo viene giudicato dal grado in cui egli agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà». (Arendt, Sulla Rivoluzione, ed. Comunità 1983)
La perversione dell'interesse generale è dunque denunciata con validi motivi. Troppe volte la persona è stata sacrificata sull'altare del bene pubblico, e l'interesse generale suscita scetticismo. Quel che si omette di dire tuttavia è che l'idea di bene comune è stata travisata, avvelenata. Nel comunismo non fu il bene pubblico a vincere: quando un partito si arroga il diritto di definire quale debba essere l'interesse di tutti, escludendo ogni dissenso, il bene pubblico torna a essere il male contro cui era stato invocato. Torna a essere interesse particolaristico, che non include ma esclude, il che vuol dire: l'interesse del più forte. La fine di questa perversione ha riportato infine la persona al centro dell'attenzione. Ha riscoperto i suoi diritti, ha introdotto i diritti della persona anche nel diritto internazionale. Ma ha anche generato nuovi squilibri: perché come salvare dalle macerie quello che c'era di costruttivo, di utile e di morale, nell'interesse generale? Come salvare Rousseau da Rousseau?
L’idea di Rousseau è che l'uomo sia buono per natura, e che la sua corruzione cominci con la differenziazione della società e con il razionale perseguimento dell'interesse particolaristico. Il seme totalitario è qui: è nel terrore di una virtù che si esprime nella volontà una e indivisibile. Quel che è accaduto nei secoli recenti ha smentito tale ipotesi, ma non interamente: l'uomo non è buono per natura, ma è pur sempre vero che la società può renderlo ancora più malvagio - può farlo impazzire - se è governata senza idea d'un interesse generale, d'un bene pubblico cui ciascuno concorre sacrificando un po' di se stesso ed equilibrando i diritti coi doveri.
Cos'è il bene pubblico? È tutto quello che il singolo (individuo, gruppo) non può tutelare da solo, nei tempi lunghi. L'educazione, la sanità, l'acqua, l'aria, e tante cose ancora: sono beni nell'interesse di ogni privato cittadino, ma non finanziabili dal privato. Per definizione, sono interessi della res publica, delle sue leggi e istituzioni. In molti casi neppure lo Stato-nazione può tutelare, ed è l'Unione europea ad occuparsene. Il pensiero moderno (a cominciare dai testi ultimi del filosofo Hans Jonas) aggiunge al classico interesse generale la responsabilità verso le future generazioni e anche verso il futuro della Terra minacciata. Una sorta di responsabilità per il futuro, un'«etica della distanza» che s'aggiunge all'etica della vicinanza e della contemporaneità.
Tutto questo è considerato fastidioso, troppo corretto. La rivoluzione conservatrice americana, cominciata nel '94 con le arringhe di Newt Gingrich contro le servitù della cosa pubblica e dello Stato, ha avuto e ha un'influenza grande ma in questi giorni si sta sfiancando. Trascurando l'interesse generale, queste rivoluzioni creano un vuoto che produce disgregazione, anomia, cultura dell'illegalità, e non per ultimo impossibilità di riforme. E siccome il bisogno di beni comuni e quindi di sicurezza permane, sono altri a riempire il vuoto: le chiese, le sette, le religioni, con le loro leggi esclusive. Oppure, in Italia, la mafia e la camorra.
Se i riformisti non vogliono questi vuoti converrà dirlo, e parlare un po' di interesse generale. Altrimenti non resterà che la compassione dei singoli verso i più deboli: una virtù che non dura nel tempo, che non si sostanzia in istituzioni durature come è accaduto con lo Stato sociale, che alimenta la lotta di tutti contro tutti, che promuove alla fine l'interesse del più prepotente. È la prossima perversione totalitaria in cui rischiamo di cadere.
Il 4 Novembre di quarant'anni fa il mare tracimò nella basilica di San Marco e salì un metro e venti oltre il livello del pavimento. Due anni dopo l'Unesco pubblicò un documento che illustrava come evitare che Venezia facesse la fine di Atlantide, un mito disperso in fondo al mare. Sugli amministratori della città quelle proposte ebbero l'effetto di un bicchiere di acqua fresca: per tentare di scuoterli Indro Montanelli iniziò a scrivere, giunse fino a produrre un film nel quale denunciava l'incapacità della classe dirigente della città ad affrontarne i problemi (era andato perduto, dobbiamo al professor Gherardo Ortalli dell'Università di Venezia il recupero di quel documento straordinario). Risultato, il sindaco denunciò per diffamazione Montanelli e Giovanni Spadolini, allora direttore del Corriere della Sera.
Il processo durò alcuni anni e come sempre accade finì in nulla.
Oggi una delle soluzioni proposte dall'Unesco è in costruzione, un sistema di paratie mobili che in occasione di maree particolarmente impetuose possono essere alzate chiudendo le bocche di porto e impedendo che il mare inondi la città. Ma il sindaco vorrebbe fermare i lavori per valutare soluzioni diverse, come abbiamo fatto per quarant'anni senza venire a capo di nulla. Massimo Cacciari è troppo intelligente per non capire ciò che aveva intuito già trent'anni fa Bruno Visentini: il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica; quello che manca alla città non sono le opzioni tecniche per salvarla dal mare bensì la capacità di decidere.
Il giorno dell'alluvione a Venezia vivevano 130 mila persone, oggi sono meno della metà: ma non eleggono loro il sindaco perché i cittadini di Mestre (la terraferma del Comune) sono tre volte più numerosi. Costoro hanno interessi diversi dalla salvaguardia della città: Venezia affondi pure, purché prima di affondare faccia affluire alle casse del Comune ancora un po' di denaro pubblico. Per questo motivo Visentini propose un referendum per dividere Mestre da Venezia, ma la separazione non ha evidentemente alcuna possibilità di passare. Una democrazia bloccata.
Fra trenta, quarant'anni è matematicamente certo che a Venezia non abiterà più nessuno: rimarranno solo i turisti e i venditori che dalla terraferma giungono in città con il loro ciarpame per raccogliere un po' della rendita prodotta dal turismo a buon mercato. Di fronte alla basilica di San Marco ogni mattina si installano alcuni venditori di mangime per piccioni: ognuno di quei banchetti vale qualche centinaia di migliaia di euro e produce un reddito congruente al suo valore. Non importa che, poco a poco, il guano dei piccioni stia distruggendo San Marco. Il sindaco, come i suoi predecessori, ogni anno rinnova le licenze e attraversa quella piazza straordinaria senza più nemmeno accorgersi di quell'orrore.
Patriarca Scola, la basilica è affidata anche a Lei. Come Gesù nel Vangelo, esca sul sagrato e scacci i mercanti di piccioni. Non creda nell'inutilità di questo gesto: talvolta un gesto riesce a rompere un equilibrio che anni di rassegnazione non erano riusciti a scalfire. E' accaduto nella metropolitana di New York: dieci anni fa pochi vi si avventuravano la notte, poi l'equilibrio cambiò ed oggi è uno dei luoghi più sicuri della città (lo racconta un libro «The tipping point», che consiglio ai nostri sindaci).
A Venezia arrivano ogni giorno decine di migliaia di turisti, ma gli amministratori della città la gestiscono come se si trattasse di un qualsiasi borgo: la spazzatura viene raccolta una volta al giorno e non nei giorni di festa. Così la domenica sera nelle calli scorazzano pantegane e gabbiani disseminando rifiuti e avanzi di cibo. Il settimanale inglese Observer
— devo anche questa citazione al professor Ortalli, uno dei pochi che riesce ancora a ragionare su Venezia — alcuni mesi or sono lanciò una provocazione: se l'unico destino di Venezia è il turismo a buon mercato affidiamo la città alla Walt Disney Corporation.
Ad Orlando, in Florida, questa azienda gestisce con efficienza grandi flussi di visitatori: per terra non si vede una carta, una bottiglietta di plastica, le code sono ordinate.
Se Venezia non vuole diventare Disneyland deve ritrovare i suoi abitanti. Con una popolazione di sessantenni un boom demografico è evidentemente improbabile. Una soluzione è portarvi studenti universitari: c'è già un'università, e vi è un gran numero di edifici abbandonati.
Ma gli studenti vanno cercati all'estero, perché la demografia è un problema italiano, non solo di Venezia. Il motto potrebbe essere «un turista cinese in meno, ma uno studente cinese in più». Per riuscirci però i corsi debbono essere insegnati in inglese: oggi nessuno lo fa e infatti non c'è neppure uno studente straniero. Il rettore dice che ci penserà, ma in realtà nulla si muove. Che interesse hanno i professori a cambiare il loro comodo tran tran? Magari studenti cinesi residenti chiederebbero di essere ricevuti dopo le quattro del pomeriggio, magari chiederebbero biblioteche aperte la sera. Troppa fatica. Il seminario dei Gesuiti è abbandonato: da anni il Comune si illude di attrarvi la sede di un'organizzazione europea, ma non c'è mai riuscito. Sindaco Cacciari perché è tanto difficile aprire nell'ex seminario una residenza universitaria?
Se a Venezia la democrazia è bloccata che cosa può fare lo Stato? «Non possiamo certo tagliare i fondi per la salvaguardia della città» direbbe il ministro dell'Economia. E invece è proprio quello che bisognerebbe fare.
Non più un soldo pubblico senza un progetto.
Perché se il progetto è solo il turismo a buon mercato allora basta la Walt Disney Corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti.
Gli amministratori gestiscono la città come un qualsiasi borgo È meglio un turista cinese in meno ma uno studente cinese in più.
Le cose serie su Venezia, la laguna e il MoSE nelle cartelle dedicate a Venezia e la sua Laguna
Ritorna in libreria, esattamente dopo 50 anni, I vandali in casa di Antonio Cederna, archeologo di formazione e giornalista esperto di questioni urbane e ambientali scomparso 10 anni fa.[1]. La nuova edizione si deve a Francesco Erbani – uno dei più versatili giornalisti italiani di cultura – che dagli esordi di ricerca nella storia del giornalismo è passato a occuparsi più sistematicamente delle vicende e delle cronache dell’urbanizzazione nazionale, dapprima con Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente,[2] e poi, nel 2003, con L’Italia maltrattata, sempre presso Laterza. E documentare le trasformazioni urbane, le vicende delle nostre città - ci tengo a rammentarlo - comporta, in Italia, l’addentrarsi per un sentiero civilmente impervio, che non trova molti cultori e che richiede doti anche personali di autonomia intellettuale non comuni per essere frequentato.La solitudine intellettuale dell’autore di cui ci occupiamo in queste note, come quella di pochi altri simili a lui, lo testimonia anche per il passato.
Il testo attuale di Cederna presenta alcune modificazioni rispetto all’edizione originaria del 1956, nella quale l’autore raccolse gli articoli pubblicati su “Il Mondo” a partire dal 1949.Da quella prima edizione Erbani ha espunto le parti più caduche, più legate alle cronache del momento (e meno comprensibili al lettore odierno) con una conseguente, salutare riduzione della mole originaria del testo e delle sue inevitabili ridondanze.Ma, lo diciamo subito, il libro non risente in nessun modo del suo ridimensionamento, sia per l’intatto vigore dei suoi contenuti, sia per l’accresciuto valore della cura di Erbani – che appone al testo di oggi un ampio saggio introduttivo, oltre a una breve postfazione finale.Nella Prefazione del curatore è infatti ricostruita un’accurata biografia intellettuale di Antonio Cederna, indispensabile per comprenderne la formazione - e dunque la genesi di molte sue posizioni urbanistiche – e al tempo stesso viene collocato e interpretato I vandali in casa, di cui si individuano gli assi interpretativi essenziali: quelli che per l’appunto fanno l’attualità viva di questo testo e la ragione non occasionale della sua riproposizione editoriale.
Crediamo che in questo volume ci siano molti elementi che rendono obbligatoria la sua segnalazione in una rivista di storia dell’ambiente come la nostra. Alcuni non immediatamente ovvii. E tuttavia, prima di entrare nel merito di questi scritti, io vorrei preliminarmente sottolineare il particolare valore dello stile giornalistico del loro autore.E non certo per indulgere in considerazioni non pertinenti di natura estetico-letteraria. Anche chi non dovesse condividere i giudizi o le singole interpretazioni dell’autore, od anche l’intera sua prospettiva, non può non rimane stupito e ammirato di fronte a una prosa giornalistica icastica e lampeggiante, trascinata da un furore immaginifico che incanta ad ogni rigo. Una scrittura brillante è qui all’opera, non priva talora di beffarde asprezze, ed essa dà alla denuncia che la ispira una potenza persuasiva di rara efficacia. Certo, si tratta di una non comune capacità letteraria, ma essa sarebbe stata impossibile senza la passione, senza il coraggio, senza l’” eroismo” di questo personaggio che combatteva con la solo arma della macchina da scrivere contro le maggiori potenze economiche e politiche del nostro Paese negli anni Cinquanta. Ma anche tanta potenza d’animo non sarebbe bastata a fare la singolare energia della scrittura di Cederna se non ci fosse stato un altro elemento decisivo ad animarla: la forza derivante da una profonda, solida visione storica del nostro passato cittadino, e una interpretazione , un’idea altrettanto profonda e coerente della modernità urbana
L’introduzione alla raccolta dei sui articoli che Cederna appose nel 1956 – e che anche nella presente edizione apre il volume - è oggi un testo che non ha perso nulla della sua freschezza originaria. Non solo, ma dopo mezzo secolo di trasformazioni profonde, che hanno investito il mondo e il nostro paese, dopo decenni di lotte politiche e di vaste acquisizioni sul piano della cultura ambientalista, colpisce ancora per la sua non scalfita attualità. Nelle pagine di questa introduzione si trovano nitidamente riassunte le ragioni alla base delle sue battaglie contro i distruttori dei nostri centri storici e del nostro territorio.Ed è singolare ritrovare qui – contrariamente a chi di Cederna coltiva l’ immagine di un inguaribile passatista – proprio nella comprensione e accettazione della nascita della città contemporanea i fondamenti della difesa dell’antico, della sua integrità, del sua non modificabile alterità.Egli è assolutamente consapevole della novità radicale della città che nasce nell’Ottocento sull’onda dell’industrializzazione, che ammassa al suo interno un numero crescente di popolazione, che si divide in aree funzionali, irrigidisce gli spazi in nuove gerarchie, che è percorsa da nuovi mezzi di trasporto, è segnata da nuovi impianti e servizi, attraversata da flussi di energia e ritmi temporali inimmaginabili nei centri cittadini di antico regime.Persino i materiali costruttivi segnano una cesura incomponibile con il passato:”L’architettura moderna – scrive Cederna è figlia della rivoluzione industriale che ha portato alla scoperta di materiali nuovi e rivoluzionari, quali il ferro, l’acciaio, il cemento armato: la costruzione a scheletro che ne è derivata, e la conseguente abolizione dei tradizionali rapporti statici su cui si è retta tutta l’architettura del passato, ha cambiato in cent’anni l’essenza dell’architettura. Tanto è vero che nessuno pensa più oggi di completare in stile funzionale la basilica di San Clemente o le terme di Caracalla.” (p.11) Questo insieme di mutamenti radicali “rende evidente la rottura definitiva verificatasi nel secolo scorso tra tutta l’architettura passata e quella contemporanea: dal che deriva che ogni inserimento semplicistico di edifici moderni nella compagine delle città antiche è un’operazione destinata a fallire e a risolversi in una reciproca contaminazione.”(ivi) Ecco un punto chiave del pensiero urbanistico e storico di Cederna giustamente messo in luce anche da Erbani. La città moderna ha bisogno dei suoi specifici spazi, secondo logiche del tutto nuove, che vanno programmate sulla base di bisogni funzionali a cui i centri antichi non possono più piegarsi. Il “ pretendere oggi di “adeguare” una rete stradale tracciata nel Medioevo o nell’età barocca, Siena o i Rioni di Roma, alle “esigenze” di migliaia di automezzi, è come pretendere di trasformare, con qualche ritocco, una lettiga in automobile, una balestra in fucile mitragliatore, un tamburo in un radiogrammofono”(p.12)
Dunque, una doppia ragione di critica muoveva il Cederna di allora, mentre a Roma, a Napoli, a Lucca, a Palermo società immobiliari, costruttori, politici, amministratori comunali realizzavano il più selvaggio scempio urbano di tutta l’età contemporanea.[3] Da una parte egli scorgeva come quegli interventi di grave modificazione di antichi assetti non risolvevano i problemi nuovi delle città in crescita, spinte da inediti bisogni di spazio e di mobilità. La demolizione di piazze e manufatti all’interno dei centri storici, iniziata con la pratica degli “ sventramenti” fascisti, non soltanto ora continuava a mutilare irreparabilmente parti sempre più ampie del nostro patrimonio, ma impediva di indirizzare la crescita tumultuosa delle città secondo direttrici programmate, in cui il territorio venisse ridisegnato, senza sperperi, secondo i nuovi bisogni funzionali di residenza e di mobilità di una popolazione in crescita. Al contrario, l’espansione urbana, anche quella che allora si andava svolgendo all’esterno dei centri storici – e Roma è il caso più esemplare preso in esame ripetutamente da Cederna - avveniva sotto il segno di una espansione caotica e senza un piano. Un’espansione a “macchia d’olio”, come denunciava allora l’autore, ispirata nelle sue improvvisate geografie dal disegno di valorizzazione della rendita fondiaria di questa o quell’area delle campagne circostanti . E in questa caotica proliferazione, in questa crescita di città - sarebbe più esatto dire di ammassi di manufatti urbani - non secondo il tracciato dettato dai bisogni collettivi, ma dagli appetiti dei gruppi privati, Cederna vedeva a ragione la causa fondamentale delle miseria del nuovo urbanesimo italiano, della sua inadeguatezza ai bisogni dei cittadini, della sua bruttezza estetica, della sua violenza e dissipazione territoriale, della sua grave inadeguatezza funzionale.Non pochi dei problemi futuri – come ammoniva Cederna con facile capacità profetica – sarebbero venuti da quella crescita ispirata e in gran parte dominata da interessi disordinati e predatori.
Ma il quadro concettuale di Cederna si completa con l’altro versante delle sue riflessioni urbanistiche:”solo conservando il carattere e l’unità ambientale degli antichi centri urbani si pongono le condizioni generali per lo sviluppo veramente moderno e modernamente efficiente delle nostre città“ (p.17) Riconoscere l’intangibilità dei nostri centri storici, avrebbe condotto, infatti, i nuovi edificatori urbani a ripensare in maniera radicalmente nuova la città contemporanea. Ma occorre qui dire che sono le considerazioni sul valore dei centri storici a costituire il nucleo di pensiero più originale di Cederna: un pensiero urbanistico, civile e ambientale davvero non comune nel quadro della cultura italiana di quel decennio del Novecento.[4] Cederna non mostra qui di conoscere il Carlo Cattaneo de La città considerata come principio ideale delle istorie italiane [5], il testo, com’è noto, che più esemplarmente ha sottolineato il carattere profondamente urbano della civilizzazione italiana. In esso si ritrova una ricostruzione dei caratteri profondi della storia peninsulare, che mostra la millenaria intelaiatura cittadina del nostro territorio.Ma al tempo stesso vengono illustrate le gerarchie spaziali che gli innumerevoli centri urbani hanno impresso nei secoli sui contadi contermini, così come le forme più durevoli, le impronte antropologiche delle identità comunali delle nostre popolazioni. Una interpretazione storica che non ha mai trovato continuatori, non si è mai fatta cultura, né tanto meno comune sentire dei gruppi intellettuali e delle classi dirigenti italiane.Le roventi critiche di insensibilità urbanistica e territoriale che Cederna muove all’intera cultura italiana degli anni ‘50 sono, a loro modo, una delle tante riprove della nessuna fortuna dell’interpretazione cattaneana.[6] Naturalmente non mancheranno – soprattutto negli anni ’60 e ’70 – urbanisti, gruppi, forze politiche riformatrici che tenteranno di muoversi in controtendenza. Cosi come non mancheranno episodi significativi di grande momento, nei quali i centri cittadini sono stati interpretati come soggetti storici e antropologici da tutelare e far rivivere. L’iniziativa di Pier Luigi Cervellati, urbanista e assessore, che negli anni ‘70 restituì i quartieri ristrutturati del centro storico di Bologna ai ceti popolari, costituì un evento-simbolo di grande significato.Quel successo della qualità urbana e della democrazia, per un momento, rese l’urbanistica italiana all’altezza della sua storia. Ma, significativamente, il caso di Bologna, rimarrà isolato e senza seguito.[7]
Con sorprendente difformità dalla tradizione italiana, dunque, già negli anni ’50 la concezione urbanistica di Cederna è riccamente nutrita di consapevolezza del valore storico del nostre città. Val la pena far parlare direttamente lo stesso Cederna : “ Il carattere principale di questi antichi centri di città non sta nei “monumenti principali”, ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura “minore”, che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l”ambiente” vitale. Questi antichi centri urbani sono un patrimonio incalcolabile, perché la storia vi ha sedimentata e stratificata la diversità in unità viva e tangibile, tanto più ammirevole quanto più varie, composite e diffuse sono le sue testimonianze. Un patrimonio d’arte e di storia colmo e compiuto nel suo ciclo, necessario a noi oggi proprio perché irrepetibili e insostituibili sono i valori che l’hanno determinato “ (p.6) .E’, dunque, la diversità, la distanza, la radicale alterità, l’impossibilità della sua assimilazione al nuovo a fare dell’antico il superbo reperto di una fase trascorsa della storia umana che dà qualità e ingigantisce la civiltà che lo rispetta. Sono i valori che l’hanno reso possibile, con la loro diversità da quelli nostri presenti, ad arricchirci in un dialogo continuo con l’altro, destinato a illuminare la nostra specificità di contemporanei e rendere più profondo lo sguardo sulle realtà del passato. E occorre anche aggiungere l’ovvia considerazione che la città non si esaurisce nelle sue forme costruite, essa è anche il suo popolo, i suoi abitanti, la trama storica delle relazioni sociali e umane che l’hanno plasmata nel tempo. Assai opportunamente Leonardo Benevolo ha di recente ricordato – in una intervista a “ Repubblica” - che “ Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentono ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli“[8]
E mi preme qui osservare che Cederna esalta l’assoluta gratuità del nostro rapporto con le tracce, tanto grandiose che umili, di questo passato Nelle sue parole non c’è alcuna traccia, nessun cedimento alle retoriche utilitaristiche che oggi appestano ogni discorso pubblico: quasi che non si possa più parlare di alcunché, di nessuno aspetto della nostra vita, senza giustificarsi, senza premettere, senza garantire le “potenzialità di sviluppo”, di “crescita economica”, di “ innovazione”, la possibilità “ di andare avanti”, per qualunque brandello di realtà ci capiti di occuparci. Quanto Cederna fosse lontano da tale “economismo” conformistico e subalterno, da questo tratto di miseria culturale che soffoca la nostra epoca ce la prova, a mio avviso in modo superbo, un frammento di articolo sull’Appia antica, scritto l’8 dicembre del 1953 per “Il Mondo”, mentre imperversava la violenta manipolazione della Regina viarum e della sua campagna: “ Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta attorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene” (pp.103-104)
Cederna era dunque in quegli anni uno dei pochi intellettuali italiani a tentare di mettere in pratica – per dirla con parole relativamente recenti di Edoardo Salzano - quella “ controtendenza per evitare che dalla città scompaia ogni residua qualità ed essa si riduca a un mero agglomerato di oggetti e di persone”.[9] Proprio un simile e irriducibile fondo culturale e morale consentiva a Cederna di assumere posizioni che oggi appaiono di una ragionevolezza difficilmente contestabile e alla lunga – almeno sul piano teorico – vittoriosa. E di queste, in conclusione, vorrei sottolineare almeno due aspetti che ritornano continuamente nelle pagine dei Vandali in casa.
Il primo riguarda l’opposizione ostinata ma lucida che l’autore mostra nei confronti della pretesa “modernità” dell’automobile e della sua mobilità entro le città storiche. Ci voleva molto coraggio civile in quegli anni per assumere quelle posizioni, per mostrare, con assoluta ragionevolezza, che i nostri centri antichi non erano sorti per ospitare il traffico automobilistico proprio della città contemporanea. E devo a questo proposito aggiungere che la solitudine di Cederna su tali posizioni getta un’ombra assai spessa di discredito sulla cultura dominante italiana della seconda metà del XX secolo.Non credo che si sia mai discusso abbastanza,in Italia, su tale aspetto quando sarebbe stato ancora utile. Aver fatto spazio alle auto nelle città d’arte, nei centri storici delle innumerevoli cittadine della Penisola, perfino nei borghi medievali, testimonia una subalternità culturale a modelli esterni e una miopia civile che non si condannerà mai abbastanza, che ha degradato e continua a degradare la vita di più di una generazione di cittadini.Oggi, in varie parti del mondo, dove le amministrazioni sono in grado di intervenire con creatività sui problemi che si pongono, l’inversione di tendenza rispetto a 50 anni fa è clamorosa. “ Dall’Europa all’Australia – è stato ricordato di recente - stanno emergendo strategie per “calmare il traffico”(ad esempio rallentando le auto con strade strette a alberate) in modo tale da moderare e scoraggiare l’uso delle auto e riqualificare i quartieri.“ [10]
Il secondo aspetto riguarda le argomentazioni messe in campo da Cederna per ribatte il superficiale “storicismo” con cui i promotori della distruzione delle nostre città – l’equivalente dei nostri attuali fautori dello “sviluppo” - tentavano di dare dignità culturale e civile al loro operato. Con una argomentazione all’apparenza ineccepibile, costoro sostenevano che i loro interventi nei centri storici non facevano che replicare una vicenda millenaria e in qualche modo inevitabile, se non addirittura necessaria:ogni epoca, distrugge parte delle civiltà del passato e imprime sul territorio la propria particolare impronta. Cederna demolisce con vero e proprio furore argomentativo questa pretesa ineluttabilità storica. Intanto ricordando come, con tale pratica, le generazioni del passato hanno spesso compiuto distruzioni che ci hanno privato di innumerevoli capolavori, eliminato per sempre dalla scena del mondo edifici, monumenti, templi, statue che celebravano momenti altissimi dell’arte e della creatività umana. Ma almeno – ricorda Cederna – gli uomini del Medioevo o del Rinascimento avevano qualche giustificazione mentre consumavano i loro scempi: se sottraevano il travertino del Colosseo era per utilizzarlo nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Oggi non esiste più neppure una tale – pur sempre inaccettabile – giustificazione. I materiali dei manufatti urbani della città contemporanea – come abbiamo visto - sono altri. Ma è comprendendo le conquiste di cultura e di civiltà della nostra epoca, le ragioni profonde della sua “generosità” e rispetto per il passato, che si trovano i motivi per opporsi alla manipolazione distruttiva delle città storiche.. Ma facciamo parlare Cederna, con le sue parole: “Ce lo vieta proprio la Storia, che invano i vandali pretendono, ignorandola, di continuare: ce lo vieta il progresso, la civiltà:ce lo vietano, tra l’altro, le discipline che in un tempo relativamente recente abbiamo inventato, gli studi storici, le scienze dell’antichità, l’archeologia, la storia dell’arte, l’estetica, eccetera, che ci hanno insegnato a capire storicamente nei suoi valori concreti e specifici l’opera d’arte, e almeno a separare l’apprezzamento artistico di essa da qualsiasi utilizzazione pratica, e quindi anche a rispettarla, a conservarla, a reintegrarla nel suo stato migliore “ (p.9)
[1] A. Cederna, I vandali in casa, a cura di F.Erbani, Laterza ,Roma-Bari 2006, pp. 272 Euro 18.
[2] Laterza, Roma-Bari Laterza 2002
[3] Per la ricostruzione storica di queste vicende si veda, essenzialmente, V. De Lucia, Se questa è una città. La condizione urbana nell’Italia contemporanea.(1989) Introduzione di P.Bevilacqua, Prefazione di A.Cederna, Donzelli, Roma 2006;
[4] Cfr. E.Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza Roma-Bari, 1998, pp. 128-129.
[5] C. Cattaneo,La considerata come principio ideale delle istorie italiane ( 1858 ) a cura di G.Belloni, Firenze 1931
[6] Chi scrive si è soffermato su un aspetto affine relativo all’insensibilità degli italiani per il loro territorio e la sua storia. Cfr. P.Bevilacqua, Sulla impopolarità della storia del territorio in Italia , in P.Bevilacqua e P.Tino ( a cura di) Natura e società. Studi in memoria di Augusto Placanica, Meridiana Libri- Donzelli, Roma 2005
[7] Cfr. De Lucia, Se questa è una citta, cit. p. 105 e ss. Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. pp. 134-135
[8] Cfr. F.Erbani, Se perde l’architettura, intervista a Leonardo benevolo, « La Repubblica », 21 luglio 2006.
[9] Salzano, Fondamenti di urbanistica, cit. p.13
[10] P.Hawken, A.Lovins e L.Hunter Lovins, Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale, Presentazione di U. Colombo, Introduzione di G. Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2001, p.56
Il paradosso della tolleranza torna in campo ormai ogni settimana nell'Europa alle prese con l'incontro-scontro con altre culture, altre religioni e altre storie. Ne avevo parlato la settimana scorsa, a proposito dei propositi di impedire o limitare l'uso del burka e del velo in Olanda e in Gran Bretagna, nonché a proposito del caso Redeker in Francia. Nei giorni successivi la questione è di nuovo esplosa, ancora in territorio francese e ancora con effetti e risonanze europee, a proposito della legge che punisce il negazionismo sul genocidio degli Armeni. La legge, com'è noto (ne hanno già scritto, sul manifesto, Annamaria Merlo, Astrit Dakli e Carla Casalini) , è stata approvata in prima lettura dal parlamento francese, ma difficilmente riuscirà a passare la seconda lettura entro la fine della legislatura e per fortuna, non sembrandoci buona prassi, né in questo né in altri casi, quella di affidare a una legge penale la sanzione di un problema storiografico, culturale e politico: è una di quelle circostanze in cui la sacrosanta giustezza di un contenuto - combattere il negazionismo - rischia di essere del tutto inficiato dallo strumento a cui ci si affida. Come hanno sostenuto i tre intellettuali turchi e armeni autori di un appello contro la legge francese - e tutti e tre accusati e condannati in patria per avere scritto del genocidio armeno - una legge del genere sarebbe opposta negli intenti, ma identica nella forma alla legislazione turca che inibisce la libertà d'espressione. Può la Francia - e può l'Europa - impugnare la libertà d'espressione quando si tratta di difendere il professor Redeker, autore di un attacco frontale all'islam, dalle minacce di morte fondamentaliste, e dimenticarsene quando pretende di punire per legge il suo pessimo esercizio negazionista sul genocidio armeno?
Ralf Dahrendorf, su la Repubblica di ieri, aggiunge al dilemma un elemento importante. La cultura europea, scrive, è quella che ha progressivamente - e positivamente - fatto cadere tutti i tabu, soprattutto dagli anni 60 in poi e soprattutto nel campo del pensiero e dell'espressione artistica. Come difendere questa conquista dell'illuminismo europeo, nel momento in cui entriamo in contatto ravvicinato con comunità che viceversa ricorrono anche a metodi violenti pur di salvaguardare i loro tabu? Il paradosso della tolleranza interviene in questo punto: se da un lato essa ci imporrebbe di tollerare gli «altri» da noi, dall'altro lato tollerarli significherebbe in questi casi rinunciare alle nostre libertà. In altri - e classici - termini: è possibile tollerare l'intolleranza?
Dei due corni del dilemma, Dahrendorf sceglie il secondo, con una condizione che lo distingue però dall'arroccamento aggressivo dei «fondamentalisti» occidentali dello scontro di civiltà: le libertà illuministe vanno difese come valori non negoziabili, ma in tutti i casi in cui il dilemma si pone è d'obbligo aprire la sfera pubblica al dibattito, non necessariamente conciante ma se necessario anche aspro, con gli «altri». Slavoj Zizek, che al paradosso della tolleranza si è più volte dedicato, risponderebbe invece con qualche ragione che è falso il punto di partenza, perché in Occidente la tolleranza funziona solo quando c'è da tollerare il simile, ma cade non appena il contatto con l'altro diventa un urto.
La questione dei tabu però complica e arricchisce il tema. Siamo sicuri infatti di poter applicare alla caduta dei tabu lo schema lineare e progressivo che Dahrendorf assume? Davvero la convivenza umana può fare a meno di qualsivoglia tabu? La questione della Shoah, ad esempio, per l'Europa è un tabu di quelli non arcaici e primitivi, bensì positivamente costruiti in seguito ad accadimenti e responsabilità storiche precise: è dal «mai più» sullo sterminio che simbolicamente prende avvio la costruzione europea, nonché molto costituzionalismo europeo. Non sempre dunque i tabu si tratta di abbatterli; qualche volta - ed è il caso del genocidio armeno - si tratterebbe semmai di allargarli. Ma prendendosi la briga di un confronto e di un conflitto culturale e politico, invece di prendere la scorciatoia di una legge.
Titolo originale: The Economy of Gaza – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
In uno dei molti rapporti e resoconti sulla vita economica della Striscia di Gaza che ho avuto modo di leggere recentemente, sono stata colpita dalla descrizione di un vecchio sulla spiaggia che gettava le sue arance in mare. Il racconto mi ha fatto sobbalzare perché era la medesima scena a cui avevo assistito di persona 21 anni fa durante la mia prima visita a quel territorio. Era l’estate del 1985 ed ero guidata in un giro a Gaza da un’amica di nome Alya. Mentre percorrevamo in macchina la strada litoranea vidi un vecchio palestinese sulla riva con alcune cassette di arance vicine. Ero perplessa e chiesi a Alya di fermare l’auto. Il palestinese prendeva le arance una per una e le gettava nell’acqua. Il suo non era un gesto giocoso, ma di dolore e tristezza. I movimenti erano lenti ed elaborati, come se il peso di ciascun frutto fosse più di quanto lui potesse sopportare. Chiesi alla mia amica cosa stava facendo, e lei mi spiegò che il vecchio, non potendo esportare le arance in Israele, anziché guardarle marcire nel frutteto aveva scelto di buttarle in mare. Non ho mai dimenticato quella scena e l’effetto che ha avuto su di me.
Politica ed Economia
Oltre vent’anni più tardi, dopo accordi di pace, protocolli economici, road map e separazioni, gli abitanti di Gaza stanno ancora buttando in mare le proprie arance. E Gaza non è più il posto dove sono andata tanto tempo fa, ma un luogo molto peggiore e pericoloso. Un anno dopo il “ritiro” di Israele del 2005 dalla Striscia, salutato dal Presidente Bush come una grande occasione perché “il popolo palestinese possa costruire un’economia moderna che sollevi milioni di persone dalla povertà [e] crei le strutture e l’abitudine alla libertà” [1], secondo Thomas Friedman una “Dubai sul Mediterraneo” [2], Gaza sta subendo un grave e debilitante declino economico, verso livelli di povertà senza precedenti, disoccupazione, caduta degli scambi, deterioramento dei servizi sociali specie per quanto riguarda salute e istruzione.
L’ottimismo che circondava il ritiro ha trovato un riflesso anche nel piano dell’Autorità di rinnovo dell’economia noto come Strategia di Sviluppo Economico della Striscia di Gaza, pubblicato subito dopo la conclusione del ritiro. [3]Questo piano, una serie di obiettivi più che un programma di sviluppo, aveva fra i primi punti “raggiungimento di stabilità, contiguità e controllo sul suolo per sostenere l’economia palestinese” e “adozione di politiche economiche efficaci per consentire che la ripresa dell’economia palestinese persegua uno sviluppo equilibrato” [4].
Non c’è bisogno di dire, che l’Autorità non è stata in grado di realizzare i propri obiettivi, date le urgenze imposte. Ad ogni modo, è importante sottolineare che anche in assenza delle molte restrizioni, una pianificazione razionale come quella descritta nel documento dell’Autorità è semplicemente inutile, in un contesto in sé tanto irrazionale, caratterizzato da una crescente grave imprevedibilità, vulnerabilità e dipendenza, tutte risultanti da una continua e immodificata occupazione. Non si tratta di un problema nuovo, ma di uno vecchio che richiede un nuovo atteggiamento, che sostenga come finché il contesto politico resta immutato (o peggiorato), è precluso lo sviluppo economico, e la pianificazione debba concentrarsi su aree meno vulnerabili alle pressioni esterne (p.es. la formazione professionale, lo sviluppo istituzionale). Altrimenti, la pianificazione diventa nient’altro che un esercizio teorico sempre più astratto, che non promette alcun risultato di qualche senso. In questo contesto, l’aiuto internazionale può giocare un ruolo critico nell’aiutare le persone a sopravvivere, ma con poco o nessun impatto strutturale sull’economia.
L’impoverimento dell’economia di Gaza non è accidentale, ma deliberata, risultato delle continuate politiche restrittive di Israele (principalmente la chiusura), in particolare dall’inizio dell’attuale rivolta sei anni fa, e più di recente dall’embargo internazionale sugli aiuti imposto ai palestinesi dopo l’elezione e l’assunzione del potere del governo democraticamente eletto a guida di Hamas all’inizio di quest’anno. Comunque, basta solo guardare l’economia di Gaza, ad esempio, alla vigilia della rivolta, per capire che la devastazione non è un fatto recente. All’epoca in cui scoppiò la seconda intifada, la politica di isolamento di Israele era in vigore da sette anni, e aveva condotto a livelli di disoccupazione senza precedenti (che sarebbero presto stati superati). E pure la politica di chiusura si è dimostrata tanto distruttiva soltanto a causa di un processo trentennale di integrazione dell’economia di Gaza a Israele, che la rendeva profondamente dipendente. Di conseguenza, quando il confine fu chiuso nel 1993, non era più possibile l’autosufficienza: semplicemente non ne esistevano i mezzi. Decenni di esproprio e deindustrializzazione avevano da tempo rubato alla Palestina il suo potenziale di sviluppo, assicurando che non ne potesse emergere nessuna valida struttura economica (e dunque politica).
Le agenzie internazionali: realtà e previsioni
Secondo la Banca Mondiale, i palestinesi stanno attualmente subendo la peggiore depressione economica della storia moderna. L’oltraggiosa imposizione delle sanzioni internazionali ha avuto un impatto devastante su un’economia già gravemente compromessa, data la sua estrema dipendenza da risorse finanziarie esterne. Ad esempio, l’Autorità Palestinese dipende fortemente da due fonti di entrata. La prima sono gli aiuti annuali dei donatori occidentali con circa un miliardo di dollari a sostegno (nel 2005, secondala Banca Mondiale, i contributi sono stati di 1,3 miliardi fra umanitari e di emergenza [500 milioni / 38%], per lo sviluppo [450 milioni / 35%] e di bilancio [350 milioni / 27%]), gran parte dei quali ora sospesi. La seconda è un trasferimento mensile da Israele di 55 milioni di dollari in entrate doganali e fiscali raccolte per la AP, fonte di entrate assolutamente critica per il bilancio palestinese, completamente sospesa. [5]Di fatto, Israele ora sta trattenendo quasi mezzo milione di dollari di entrate palestinesi di cui c’è disperato bisogno a Gaza.
L’impatto complessivo delle restrizioni, soprattutto l’incessante chiusura e il proseguimento del boicottaggio economico, si è tradotto in livelli senza precedenti di disoccupazione, che attualmente a Gaza si avvicinano al 40% (contro meno del 12% nel 1999). In realtà, se non è stato consentito l’ingresso dei lavoratori palestinesi da Gaza a Israele dal 12 marzo 2006, tutti i punti di entrata e uscita principali per il mercato sono in pratica sigillati dal 25 giugno, quando è iniziata l’attuale campagna militare israeliana. [6] Inoltre, nei prossimi cinque anni sarebbero necessari altri 135.000 nuovi posti di lavoro soltanto per mantenere la disoccupazione al 10%. [7]Nello stesso modo sono stati influenzati i livelli degli scambi. Ad esempio, all’inizio del maggio 2006 il passaggio di Karni, attraverso il quale entrano a Gaza le forniture commerciali, è stato chiuso per il 47% dell’anno con perdite giornaliere stimate a 500.000-600.000 dollari. [8]A questo si sommano le perdite agricole, che ammontano a una stima di 1,2 miliardi di dollari fra Gaza e la West Bank negli ultimi sei anni.
Nell’aprile del 2006, il 79% dei nuclei familiari di Gaza viveva in povertà [9] (contro meno del 30% nel 2000), una quota probabilmente aumentata da allora; molti i casi di fame. Inoltre, a Gaza, l’aggiunta di un componente dipendente alla famiglia aumenta la probabilità di essere poveri del 3,5%. Il carico di dipendenza rilevato a Gaza è secondo soltanto a quello dell’Africa. [10]Quindi, il numero di adulti occupati in una famiglia è un forte fattore di attenuazione della povertà. Non sorprende che le persone che abitano nella Striscia di Gaza abbiano il 23% di probabilità in più di essere poveri di quanto non accada a quelle della West Bank.
Le Nazioni Unite attualmente si fanno carico dell’alimentazione di circa 830.000 dei 1.400.000 abitanti di (ovvero il 59% della popolazione totale morirebbe di fame senza aiuto ONU): di questi 100.000 si sono aggiunti da marzo di quest’anno. La United Nations Relief and Works Agency ne sostiene 610.000 (tutti rifugiati) e il World Food Program altri 220.000 (60.000 si sono aggiunti nel solo mese di settembre 2006) non-rifugiati. Quest’ultimo gruppo comprende 136.000 “poveri cronici” che in precedenza ricevevano aiuti dall’AP. [11]
A esacerbare il declino socioeconomico di Gaza c’è stato l’attacco israeliano dello scorso giugno alla centrale energetica. L’impianto, completamente distrutto, forniva il 45% dell’elettricità alla Striscia. Le cadute di tensione sono state estremamente gravi per la fornitura di assistenza ospedaliera, la distribuzione di acqua e cibi, la gestione degli scarichi e altri problemi. Recentemente, il gruppo israeliano per i diritti umani B'tselem ha dichiarato che l’attacco alla centrale costituisce un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, dato che ha preso di mira la popolazione civile.
Inoltre, dall’invasione militare israeliana della Striscia di Gaza nota come “ Operazione Pioggia d’Estate” sono stati uccisi dai militari 237 palestinesi (sui 382 dal gennaio 2006 e 2.137 dal settembre 2000, di cui la maggioranza civili) e feriti 821. I soldati israeliani hanno anche sparato almeno 260 missili aria-terra e centinaia di proiettili di artiglieria, in maggior parte verso bersagli civili, come edifici governativi o scolastici, decine di abitazioni private, sei ponti e una quantità di strade, centinaia di ettari di terreni agricoli, devastandoli. [12] [Nota: fra il 29 marzo e il 27 giugno 2006, Israele ha lanciato 112 attacchi aerei, sparato 4.251 colpi di artiglieria e cinque bordate navali uccidendo 94 abitanti di Gaza di cui 35 civili.] [13]
Secondo le Nazioni Unite, nel 2007 in assenza di significativi miglioramenti nell’economia palestinese, nell’insieme essa sarà del 35% più ridotta di quanto non fosse nel 2005, precipitando ai livelli del 1991, con oltre la metà della forza lavoro disoccupata.[14]Le previsioni sono quelle recentemente rese pubbliche dall’ONU sull’impatto della riduzione degli aiuti internazionali sull’economia palestinese. Utilizzando il 2005 come base di confronto, le proiezioni assumono una riduzione del 30-50% negli aiuti (e con essa della spesa pubblica), un 50-100% di incremento nella riduzione degli scambi, un 10-20% di incremento nelle restrizioni sui flussi per lavoro verso Israele. Secondo lo scenario peggiore, del resto non improbabile, la perdita in termini di prodotto interno lordo fra il 2006 e il 2008 potrebbe raggiungere i 5,4 miliardi di dollari, ovvero superare l’intero prodotto lordo palestinese del 2005. Potrebbero andare perduti l’84% dei posti di lavoro disponibili nel 2005.[15]Anche secondo lo scenario migliore, scrive Raja Khalidi, economista della United Nations Conference on Trade and Development, “l’economia palestinese imploderebbe verso livelli mai visti da generazioni”.[16]
Il fattore popolazione
Il problema di Gaza non è soltanto di occupazione, ma demografico, e questo è vitale da comprendere. Oggi, ci sono oltre 1,4 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza: per il 2010 la cifra si avvicinerà ai due milioni. Gaza ha il tasso di natalità più elevato della regione – 5,5 6,0 figli per donna – e la popolazione cresce del 3-5% l’anno. L’80% è sotto i 50 anni, e il 50% sotto i 15 anni. La metà del territorio in cui si concentra la popolazione ha una delle densità più elevate del mondo. Nel solo campo profughi di Jabalya, ci sono 74.000 persone per chilometro quadrato, contro le 25.000 di Manhattan.
Secondo gli ultimi dati elaborati dal Progetto 2010 dell’Università di Harvard, con una crescita annuale fra il 3,45% e il 3,5%, la popolazione di Gaza di 1.330.000 persone raggiungerà le 1.590.000 entro il 2010, e le 2.660.000 al 2028, raddoppiando la dimensione attuale. Inoltre al 2010 la popolazione adulta, in proporzione a quella infantile, crescerà del 24%, ponendo ulteriori pressioni sui mercati del lavoro e della casa. [17]Se cresce il numero di persone che non riescono ad accedere al lavoro e alla casa, entrambi fattori chiave di matrimonio e struttura familiare, il conseguente gap sempre più ampio fra domanda e offerta porterà a un aumento della violenza, e con esso ad una più elevata militarizzazione della società. Dunque, le tendenze per quanto riguarda la popolazione saranno uno dei fattori principali nel determinare il benessere socioeconomico, o la sua assenza, nella Striscia di Gaza. Anche nel caso di un immediato arresto nel tasso di fertilità, la popolazione giovane di Gaza è destinata a crescere per almeno una generazione (a causa delle dimensioni dei gruppi già esistenti). [18]
Il complesso di popolazione in crescita e spostamento nella composizione per età pone enormi pressioni sui servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità. Nel caso dell’istruzione, ad esempio, la sola crescita di popolazione senza alcun miglioramento nella qualità dei servizi richiederà un’aggiunta di 1.517 e 984 aule nei prossimi quattro anni. Parallelamente, se il sistema educativo di Gaza vuole raggiungere gli attuali livelli della West Bank, necessita di almeno 7.500 insegnanti in più, e 4.700 aule aggiunte. Per quanto riguarda la sanità, se la Striscia di Gaza vuole semplicemente mantenere gli attuali livelli di accesso ai servizi fino al 2010, avrà bisogno di altri 425 medici, 520 infermieri aggiuntivi, 465 nuovi posti letto negli ospedali. [19]
Una previsione economica
Il danno conseguente – sia quello attuale che futuro – non può essere rimediato semplicemente “restituendo” territorio a Gaza, rimuovendo i 9.000 coloni israeliani, consentendo ai palestinesi libertà di movimento e il diritto di costruire fabbriche, in una Gaza più grande, ma isolata e circondata. Non è possibile affrontare i suoi molti problemi quando la popolazione in rapida crescita è costretta fisicamente entro un territorio dalle risorse limitate. La densità non è soltanto un problema di quantità di persone, ma di accesso alle risorse, specialmente al mercato del lavoro. Senza accessi esterni e il diritto di emigrare, cose che il Piano di Ritiro da Gaza e quello di riallineamento di Olmert efficacemente impediscono, la Striscia continuerà ad essere una prigione senza possibilità di sviluppare qualunque forma di attività economica.
E nel 2005, la comunità internazionale (attraverso l’ Ad Hoc Liason Committee) ha concluso che il fattore più importante nel declino economico palestinese non sono le riduzioni degli aiuti, ma le restrizioni nell’accesso e negli spostamenti, e la sospensione dei trasferimenti di reddito. In definitiva, la prolungata assenza di un accordo politico (che consentirebbe un maggior movimento verso Israele e oltre), fa sì che gli aiuti internazionali possano soltanto contribuire alla sopravvivenza dei palestinesi, e nulla di più.
L’urgenza del dramma di Gaza è grave, perché come scrive Raja Khalidi “Anche assumendo una totale ripresa del sostegno dei paesi donatori e il ritiro delle restrizioni alla mobilità per il 2008, le perdite di prodotto interno e di posti di lavoro continuerebbero ad accumularsi. Ciò fa pensare che il declino attuale avrà pericolosi e duraturi effetti sull’economia, che persisteranno anche se in futuro verranno attenuate le condizioni avverse” [20].
Nota: Sara Roy è professore al Center for Middle Eastern Studies della Harvard University. La Dottoressa Roy ha lavorato nella Striscia di Gaza e nella West Bank a partire dal 1985 conducendo ricerche principalmente sullo sviluppo economico, sociale e politico della Striscia di Gaza e sugli aiuti USA nella regione. La Dottoressa Roy ha ampiamente pubblicato sul tema dell’economia palestinese, in particolare a Gaza, e documentato i suoi sviluppi negli ultimi trent’anni.
Questa nota informativa è stata redatta per il Palestine Center (Jerusalem Fund). Le opinioni non rispecchiano necessariamente quelle del Jerusalem Fund.
[1] The White House, Office of the Press Secretary, "President Bush Commends Israeli Prime Minister Sharon's Plan," 14 aprile 2004.
[2] Vedi la mia analisi sull’accordo per il ritiro, in Sara Roy, "A Dubai on the Mediterranean," The London Review of Books, novembre 2005.
[3] Ministry of National Economy and Ministry of Planning, Gaza Strip Economic Development Strategy, The Palestinian National Authority, settembre 2005.
[4] Ibid. v Roy, "A Dubai on the Mediterranean."
[5]Samar Assad, "Forecast for Palestinian Economic Survival," PalestineCenter Information Brief No. 135, 18 aprile 2006.
[6]United Nations, The Humanitarian Monitor-occupied Palestinian territory, n. 4, agosto 2006, p. 1.
[7]Program on Humanitarian Policy and Conflict Research, HarvardUniversity, Gaza 2010: human security needs in the Gaza Strip, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, Working Paper n. 1, maggio 2006, Cambridge, MA, p. 18.
[8]OCHA, Situation Report: The Gaza Strip, 3 maggio 2006
[9]United Nations, The Humanitarian Monitor, p. 7.
[10]HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, p. 15.
[11]Steven Erlanger, "As Parents Go Unpaid, Gaza Children Go Hungry," The New York Times, 14 settembre 2006, p. A11.
[12]Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), Weekly Report: A Special Issue on the 6th Anniversary of the al-Aqsa Intifada, No. 38/2006, 21-27 settembre 2006, p. 2.
[13]Palestinian National Initiative, The Forgotten People: The Despair of Gaza One Year After the 'Disengagement', 14 settembre 2006. http://www.amin.org.
[14]Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all," Ha'aretz, 17 settembre 2006.
[15]Ibid.
[16]Ibid.
[17]HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, pp. 13-16, 20.
[18] Ibid, p. 13
[19]Ibid, p. 21.
[20]Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all."
Nell’introdurne la nuova edizione Piero Bevilacqua afferma che il libro di Vezio De Lucia (Se questa è una città, Donzelli Mediterranea 2005) “possiede la freschezza del classico”. E la scrittura (semplice, rapida, costruita con parole mai di gergo eppure sempre precisa e rigorosa) è certamente quella di un classico. A me ad esempio ricorda la prima pagina del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
Forse è proprio la scrittura una delle doti che ha consentito a un testo di urbanistica, quale è quello di De Lucia, di accedere a un pubblico vasto. Raramente un libro che parla di piani regolatori e di abusivismo, di estenuanti battaglie d’opinione e di complesse pratiche amministrative, di distruzioni del territorio e di tentativi di risarcimento, che racconta eventi ricchi di tecnicità e normalmente riservati agli “addetti ai lavori”, riesce a trovare un pubblico largo fuori dai circuiti accademici.
È un libro che, come ha scritto Antonio Cederna nella prefazione all’edizione del 1992, “sarebbe da rendere obbligatorio nella scuola e nelle università”. Ma non solo nelle aule: dovrebbe esser letto da chiunque voglia essere parte attiva nella vita della comunità. Del resto, più d’una testimonianza rivela che, più degli studenti, l’hanno letto amministratori locali e cittadini appassionati al governo della loro città, tecnici negli avamposti del “buongoverno” del territorio e urbanisti militanti. Insomma, persone interessate a conoscere (gli eventi che hanno determinato l’ambiente della nostra vita e gli strumenti mediante i quali è possibile modificarne il corso) non per divenire più colti, ma per cambiare la realtà nella quale vivono.
Ma De Lucia non è uno scrittore: è un urbanista. Se accetta di scrivere libri è perché le sue numerose esperienze professionali e politiche lo hanno convinto che da soli non si vince. Si vince se si riesce a far comprendere a un numero ampio di cittadini che le nostre città e i nostri territori sono così, nel bene e nel male, perché noi li abbiamo costruiti così. E se non ci viviamo bene, siamo noi che dobbiamo e possiamo modificare le cose.
La privatizzazione dell’urbanistica (i cui alias sono speculazione edilizia, prevalenza della rendita immobiliare, urbanistica contrattata) è il nemico dei nostri anni. È il nemico che De Lucia, raccontandone le malefatte, combatte e spinge a sconfiggere. Asservire un bene comune – quale è la città – agli interessi venali di un gruppetto di privilegiati è indubbiamente il peccato d’origine di ogni “malaurbanistica”.
Ma la premessa di quella privatizzazione, e la garanzia della sua sopravvivenza, sta nel fatto che è privatizzata la conoscenza dell’urbanistica. Finché questa sarà appannaggio esclusivo di alcune ristrette categorie professionali, in larga misura mobilitabili dai “padroni della città”, ben poche saranno le speranze di un futuro migliore. Scrivere Se questa è una città è allora parte sostanziale del lavoro di urbanista che De Lucia ha svolto e continua a svolgere: come funzionario del Ministero dei lavori pubblici (dove giunse dopo aver rifiutato un ben più lauto incarico, che lo avrebbe impegnato a favorire gli interessi immobiliari privati), come autore di rilevanti progetti pubblici di tutela e riqualificazione di città e territori (il Piano comprensoriale della Laguna di Venezia, il Piano paesaggistico dell’Emilia Romagna, la ricostruzione a Napoli dopo il terremoto del 1980, il Piano regolatore di Napoli con la prima Giunta Bassolino).
Le sue esperienze professionali e politiche sono parte delle vicende della politica urbanistica italiana. Era giovane funzionario del Ministero di Porta Pia quando la Direzione generale dell’urbanistica fu protagonista nel documentare e denunciare lo scandalo di Agrigento, nel disegnare la “legge ponte” del 1967 e nel documentare lo scempio compiuto nell’anno di moratoria, nel predisporre il decreto sugli standard urbanistici (che per la prima volta rese concreto il diritto dei cittadini a fruire di adeguate quantità di spazi pubblici). Era più maturo quando videro la luce, attorno a quell’ufficio, provvedimenti di grande rilievo come la legge per la casa del 1971, quella sul regime dei suoli del 1977 e quella per l’equo canone del 1978.
Le vicende dell’urbanistica contemporanea in Italia, che De Lucia racconta, sono perciò in larga misura eventi della vita e delle passioni dell’autore. È una delle cause, e non la minore, dell’indubbio fascino del suo libro per il lettore, spinto a sentirsi partecipe delle speranze e delle delusioni attraverso le quali il filo della narrazione si svolge.
Eppure, come scrive uno storico di mestiere come Bevilacqua, Se questa è una città è “un equilibrato, riccamente documentato saggio di ricerca storica”. Una simile definizione, prosegue Bevilacqua, “non si fonda soltanto sulla valutazione del metodo e delle procedure di documentazione che sostengono il testo, ma anche […] sul fatto che De Lucia, mentre dà conto dei processi di trasformazione della città e del territorio, colloca i fenomeni esaminati nel loro contesto storico”.
Così, lo svolgersi delle vicende della “condizione urbana nell’Italia contemporanea”, è anche una storia dell’Italia dagli ultimi anni del Fascismo ai primi del Berlusconismo. Una storia vista dalla parte del territorio. Non meraviglia che, da questo punto di vista, appaiano momenti alti quelli, corrispondenti ai governi di centrosinistra degli anni 60 e 70, nei quali il buongoverno del territorio ebbe il massimo di speranze e seppe foggiare i migliori strumenti e correre le più felici avventure.
Né stupisce che vengano descritti come momenti drammatici sia quelli in cui, all’uscita del fascismo, i governi italiani scelsero una ricostruzione dell’economia e della società che scatenò il saccheggio del territorio e fu foriera delle gravissime distorsioni che oggi soffriamo, sia – più tardi – quelli che videro oscillare il paese tra l’arricchimento delle riforme degli anni del centrosinistra e le tendenze controriformatrici. Tendenze che poi si svilupparono negli anni 90, dando luogo al trionfo dell’urbanistica privatizzata, del prevalere della rendita immobiliare tra i moventi delle trasformazioni urbane e territoriali, dell’indebolimento di tutti gli strumenti dell’azione pubblica.
Se i prossimi anni vedranno svilupparsi i nuovi germi di rivendicazione per una città e un territorio vissuti e governati come un bene comune dell’umanità di oggi e di quella di domani il merito sarà anche di libri come questo.
I compagni Cesare Salvi e Massimo Villone nella loro sacrosanta battaglia contro gli sprechi, per la moralizzazione della vita pubblica rischiano (vedi il manifesto 30 settembre, pagina 4), come già fecero nel titolo del loro importante libro di qualche mese fa, di prendere lucciole per lanterne. Lo dico con grande rispetto poiché condivido pressoché totalmente l'analisi dei due esponenti diessini. Dove sta l'abbaglio? Nel confondere, non solo da un punto di vista lessicale, terminologico, democrazia con politica. La democrazia non comporta dei costi in quanto tale, semmai è la politica che li determina, soprattutto se degenera sino ad arrivare ai livelli parossistici che ben documentano i due autori. L'articolo di sabato scorso sul manifesto di Salvi e Villone conferma quello che poteva essere soltanto un dubbio derivante dal titolo del loro libro I costi della democrazia , quando propongono nella loro analisi della legge finanziaria «una serie di emendamenti volti a combattere la congestione istituzionale, i costi eccessivi della (cattiva) politica, le pulsioni clientelari di una falsa modernità». Quale primo provvedimento indicano la soppressione delle attuali circoscrizioni comunali, laddove previste, e la riassunzione nelle maggiori assemblee elettive - in non meglio precisate «varie forme» - della funzione di rappresentanza più ravvicinata del territorio.
Salvi e Villone ben ricordano, perché erano membri della commissione affari costituzionali del parlamento, che quando venne discussa la questione non ci si limitò a paventare il trasferimento di funzioni di rappresentanza o burocratico-amministrative, bensì il passaggio di reali poteri di governo, di gestione di tutti i servizi cosiddetti «alla persona». Il «Grande Comune» nello spirito di quella riforma doveva scomparire per lasciare spazio alle municipalità, con un salto di qualità da un punto di vista democratico, avvicinando le istituzioni ai reali bisogni dei cittadini, consentendo loro di partecipare alle scelte politiche e amministrative, informandoli, rendendoli consapevoli e quindi corresponsabilizzandoli. Le municipalità, di fatto, non dovevano comportare aumenti di costi poiché si dovevano ridurre drasticamente quelli del comune centrale. L'invenzione della città metropolitana, addirittura inserita nella Costituzione (articolo 114), votato da Salvi e Villone (e non dal sottoscritto perché contrario a quel pasticcio di riforma inficiata dall'elezione diretta del sindaco) non fu un'ubbia di qualcuno, bensì una razionale visione della realtà, affidando ad un governo di grado superiore la gestione dei servizi di "area vasta": grandi infrastrutture, grande viabilità, energia, acquedotti, smaltimento rifiuti solidi ecc.
Tutto questo moderno disegno istituzionale (già sperimentato in altri paesi, si pensi a Parigi e Londra) naufragò in Italia e, se vogliamo dircela tutta, per «merito» di alcuni comuni governati dal centrosinistra: Roma, Napoli e Torino, con i sindaci Rutelli, Bassolino e Castellani i quali mai e poi mai avrebbero accettato di perdere il prestigio ed il potere del comune capoluogo: Dio me lo ha dato e guai a chi me lo tocca! E la sinistra, che tante battaglie aveva fatto in passato a favore del decentramento inteso come partecipazione, sviluppo e crescita della democrazia dal basso, restò a guardare intimidita, per dirla con D'Alema, dal frastuono dei nostrani «cacicchi».
Lo sanno Salvi e Villone che oggi i consigli comunali non contano praticamente più niente? Provino ad assistere ad una seduta di queste assemblee elettive: si discute e si strilla sul nulla, come nel defunto processo del lunedì di Aldo Biscardi. La giunta non è più un organo collegiale e gli assessori sono degli impiegati-manager scelti dal sindaco, il quale ha su di loro diritto di vita e di morte. In questi anni sono state distrutte le aziende municipalizzate per un perverso concetto di liberalizzazione e privatizzazione, costituendo una miriade di spa, con tanti presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati, consigli di amministrazione, direttori, funzionari, stipendi e gettoni a go-go. Tutto sotto l'alto patrocinio del nuovo deus ex machina : il sindaco. Gli assessorati che con la riforma degli anni Novanta erano stati ridotti sono silenziosamente cresciuti: nel quadro dell'austerity e del risparmio, ad esempio, a Torino sono passati in quest'ultimo anno da 14 a 16 per accontentare le «esigenze» della politica, non della democrazia. Non parlo degli assistenti, degli staffisti, dei consulenti esterni alcuni dei quali marciano «a botte» da 100 a 200 mila euro all'anno (e non sono a tempo pieno, fanno tutti un altro mestiere, magari il preside di qualche facoltà universitaria). Sono totalmente d'accordo per la revisione delle provincie che stanno lievitando. I nostri due bravi fustigatori degli sprechi si facciano dare dalla segreteria del senato l'elenco delle proposte di legge per l'istituzione di nuove provincie in Italia, e verifichino quante di queste sono state presentate da parlamentari della sinistra (o presunta tale).
E' la politica, cari Salvi e Villone, che è ammalata e non da oggi. E non dalla discesa in campo di Berlusconi: semmai il Cavaliere ha portato avanti, aggravandolo, un processo di degrado avviato con il protagonismo, il liderismo, il decisionismo, la politica-spettacolo, la falsa modernità di craxiana memoria. Tutto ciò è accaduto nella totale timidezza, nell'imbarazzo, se non nel silenzio responsabile della cultura politica di sinistra. Diceva mia nonna: chi è colpa del suo mal pianga se stesso.
Alla domanda di un intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera, professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza».
Questo, in effetti, sembra un mondo di rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili».
Ma noi possiamo a nostra volta domandare: in vista di che cosa? Sono virtù fini a se stesse o c’è qualcosa di simile a una speranza, una speranza laica, che le giustifica?
Rispetto a che cosa questi atteggiamenti, che per taluno (i dogmatici, i fanatici, gli inquisitori d’ogni risma, gli uomini dell’azione per l’azione) sono gravi difetti, possono invece essere concepiti, per l’appunto, come virtù e non semplicemente come disposizioni dell’animo prive di valore come tante altre, se non addirittura come corruzioni dell’animo, debolezze o almeno mancanze di energia? «Questi uomini mettono nel dubbio ogni cosa. Ma - dice l’Inquisitore nel processo a Galileo (B. Brecht, Leben des Galilei, 12. Trad. it., Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 1994, pagg. 200) - possiamo noi fondare la compagine umana sul dubbio anziché sulla fede?».
In un passo della sua Autobiografia (a cura di A. Papuzzi, Bari, Laterza, 1997, pagg. 226 ss.) dedicato a «il problema della guerra e le vie della pace», riprendendo il tema di un corso universitario da cui è nato un libro famoso dallo stesso titolo e utilizzando le immagini ivi usate per descrivere la condizione dell’umanità nel tempo delle armi termonucleari (Bologna, Il Mulino, 1979, pagg. 21 ss.), Norberto Bobbio si interroga sul significato della vita individuale e collettiva per mezzo di tre immagini tratte da Wittgenstein, elevate a paradigmi: la bottiglia nella quale la mosca vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce, il labirinto entro il quale ci si aggira cercando la via per uscirne. Al di là del comune malessere, la mosca nella bottiglia, il pesce nella rete e l’errabondo nel labirinto sono in condizioni molto diverse. La mosca uscirà dalla bottiglia (sempre che sia senza tappo) solo per un colpo di fortuna. La sorte del pesce è invece segnata e il suo dibattersi non farà che impigliarlo sempre di più, mentre chi è perso nel labirinto può tentare di uscirne con il suo ingegno. La sorte, la necessità e l’ingegno sono le cause che muovono le tre situazioni. Bobbio, si comprende facilmente conoscendone il carattere prima ancora che l’opera, tra le tre immagini predilige quella del labirinto: «Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro». L’etica del labirinto richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell’azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d’ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute».
Le tre immagini corrispondono a tre visioni della vita e della storia e rinviano a tre etiche diverse: il pesce nella rete non ha prospettive per il futuro e può solo, subendo senza reagire con rassegnazione apatica, limitare il dolore; la mosca nella bottiglia può solo giocare disperatamente d’azzardo, agitandosi più che possibile sperando nella buona sorte; l’ospite del labirinto può ponderatamente coltivare una speranza, tenendo i nervi saldi e controllando responsabilmente la situazione. In tutti e tre i casi, si potrebbe sperare in un intervento esterno: qualcuno che ci liberi dalla rete, ci faccia uscire dal collo della bottiglia o ci conduca per mano fuori del labirinto. Ma questa sarebbe una prospettiva messianica, di un messianesimo religioso o storico, che presuppone la fede in qualcuno, un qualche salvatore (un messo divino o una forza storica) che ci trascende. Ed è per l’appunto ciò che è precluso a un Bobbio «che non ha alcuna speranza» di questo tipo: la salvezza, se salvezza ci può essere, non verrà da altri che da noi stessi.
Ma perché prediligere il labirinto, che lascia una speranza razionale, e non la rete, che toglie ogni speranza, o la bottiglia, che mette in gioco la cieca sorte? Per la semplice ragione che Bobbio è un uomo di ragione e scommette pascalianamente non sulla fede in un Dio trascendente o in una qualche «levatrice della storia» ma sulla ragione umana. A chi chiedesse quali buone ragioni d’essere vinta ha dalla sua questa scommessa, si dovrebbe rispondere semplicemente: nessuna buona ragione, ma è l’unica speranza per l’essere umano: e più non dimandare.
Nell’ultima pagina della già citata Autobiografia leggiamo: «Come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino». Il che è quanto dire, per stare ancora all’immagine del labirinto, che non sappiamo se c’è l’uscita ma che dobbiamo sperare che ci sia e operare quindi come se ci sia e su questo esile filo costruire la nostra speranza, la speranza degli uomini di ragione e non di fede. Rispetto a ciò le virtù mondane e civili sopra ricordate possono per l’appunto essere ritenute virtù.
Si sarà notato che tutte queste immagini contengono in sé l’idea del passaggio da un luogo a un altro e che questo passaggio equivale alla liberazione dai tormenti, dall’oppressione, dall’infelicità. Questa è un’idea ebraica e cristiana. Il Dio di Israele è colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per trarlo alla terra promessa; libera nos a malo implora la principale preghiera al Dio dei cristiani e la resurrezione del Cristo - centro del messaggio evangelico - è presentata come il passaggio da un regno a un altro, dal regno della morte al regno della vita. Questo passaggio, promesso a tutte le creature, è paragonato da Paolo di Tarso alle doglie del parto che travagliano il creato (Romani, 8, 19-22; 2 Corinti 5, 1-4).
Sono, queste, tutte figure dell’esodo, un nucleo concettuale che tanta parte ha avuto e ha tuttora nella formazione della mentalità del mondo occidentale. Le immagini della rete, della bottiglia e del labirinto ne sono soltanto versioni, per così dire, più familiari. In ogni caso, ciò che si intende dire è che la salvezza sta nel lasciare il luogo in cui siamo in oppressione e andare o ritornare in quello della libertà.
Anche per il labirinto è la stessa cosa. Anche qui si tratta di guadagnare la libertà. Una sua particolarità, rispetto ad altre immagini dell’esodo, è che l’uscita è all’indietro: occorre ritornare sui propri passi perché la libertà non è dove non siamo ancora mai stati ma là, da dove proveniamo. Il filo di Arianna e il mito di Teseo parlano non di progresso, ma piuttosto di regresso o, meglio, di ritorno al tempo felice perduto. Ma non è questo il punto più importante. E invece il postulato che ci sia un altro mondo, alternativo a quello in cui ci troviamo a vivere. Il labirinto è immagine che calza a pennello con l’idea del professor Bobbio circa le virtù laiche, indicate in alternativa alla speranza teologica. Ma si può dire la stessa cosa circa l’esistenza di questo «altro mondo»? Sembra di no.
Il passaggio da un mondo a un altro è idea tipicamente messianica. Essa evoca un intervento dall’esterno di «questo» mondo da parte di un salvatore, di una forza millenarista, di un qualche movimento palingenetico irrazionalista, di un capo inviato dalla provvidenza.
Nessuno di noi, comuni mortali, potrà mai aspirare a tanto, a scrollarci di dosso il nostro mondo per indossarne un altro. Nessuno di noi potrà mai pensare di dare un senso, una direzione alla sua e alle altrui vite per trasformarle in qualcosa di totalmente altro. A ritenere il contrario, si incorrerebbe nel sarcasmo di un Jacob Taubes (La teologia politica di San Paolo, Milano, Adelphi, 1997, pagg. 143) che, citando Kafka, dice che i tentativi dall’interno, come ad esempio quelli che si richiamano all’idealismo tedesco e alle «leggi della storia», non portano a nulla: «Il ponte levatoio si trova sull’altra sponda» (altra immagine dell’esodo); è dall’altra sponda, se mai, che lo devono abbassare per farci passare.
Dire che queste visioni catartiche sono del tutto estranee a Norberto Bobbio è perfino un’ovvietà. Nel suo universo concettuale non esiste un «altro mondo», diverso dal nostro; l’esodo è un’immagine consolatoria; il messia, un’illusione pericolosa. Noi siamo e resteremo nel nostro mondo, il mondo che costruiamo con le nostre forze. Siamo e resteremo nel labirinto. Il labirinto non è luogo dal quale si possa uscire e non possiamo attenderci nulla da fuori, meno che mai la nostra «salvezza». Il compito, il senso della vita e di quel aspetto essenziale della vita umana che è la cultura è lavorare insieme, nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore analitico, nell’assenza di dogmi messianici, affinché la condizione nel labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più sopportabile, più umana, meno ingiusta. Tutto il resto non è che teologia politica. Se poi, indipendentemente da noi, «alla consumazione dei tempi» qualcosa (e che cosa) da fuori accadrà, sono solo punti interrogativi.
Le trecentoquarantaquattro pagine dell’analitica, e per nulla indulgente alla retorica giustizialista, ordinanza del Gip di Milano si leggono in preda a un vivo senso crescente di spaesamento, nel senso preciso della parola: in che paese ci siamo ridotti a vivere?
Cerchiamo di comprendere il senso d’insieme, nel modo più freddo possibile. Si tratta di dati contenuti in un’ordinanza di custodia cautelare, quindi non di prove nel senso della condanna penale delle numerose persone coinvolte, condanna che non c’è ora, e potrebbe non esserci alla fine del processo. Ma certo siamo di fronte almeno a quei “gravi indizi di colpevolezza” che la legge richiede perché si possa limitare la libertà delle persone e sequestrarne i beni, sia pure solo in via provvisoria. Da questi “gravi indizi”, emerge quanto segue. All’interno di Telecom, la più grande impresa di telecomunicazioni operante in Italia, è esistito un soggetto responsabile della sicurezza, facente capo direttamente al vertice dell’azienda, sostanzialmente esente da controlli interni che non fossero – come è detto pudicamente –“soft”, dotato di un’elevatissima capacità di spesa (si parla di un “fiume di denaro”, più di 20 milioni di euro in otto anni, gestiti “in nero” e sottratti ai bilanci sociali e quindi agli azionisti), il quale, in base a un suo rapporto personale col titolare di un’agenzia investigativa, ha stabilito con questa un rapporto di collaborazione stabile. I clienti di gran lunga più importanti di tale agenzia sono Pirelli e Telecom. Gli incarichi che essi conferivano erano, per così dire, molto informali. Questa agenzia madre, a sua volta collegata ad altre due società fasulle, con sede all’estero – due “scatole vuote”, per la circolazione del denaro estero-su-estero – ha progressivamente costruito una ramificata struttura investigativa capace di operare in tutta Italia, anche grazie a sub-appalti con soggetti d’investigazione locali. L’attività di questa rete si è avvalsa, e non in modo episodico, anche di personale in servizio presso le forze di polizia, agenti di polizia giudiziaria, pubblici ufficiali infedeli e sedicenti ispettori di polizia, disponibili a farsi corrompere, e si è svolta attraverso gravi reati: associazione per delinquere, corruzione, rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio, violazione dei doveri d’ufficio, appropriazione indebita, eccetera (sullo sfondo, almeno per ora, stanno reati societari).
Questa rete non lascerebbe esenti nemmeno i Servizi segreti, dei cui “rapporti pericolosi” con gli indagati principali si parla diffusamente nell’ordinanza. Lo strumento principale di questa attività illecita sono state le intercettazioni telefoniche illegali, disposte non dall’autorità giudiziaria per fini investigativi, ma da privati per i loro interessi. Che questi facessero capo al responsabile della sicurezza della società che, a favore degli utenti che pagano il servizio, dovrebbe garantire il buon funzionamento della rete telefonica potrebbe sembrare un’ironia del destino, ma è invece un dato che fa seriamente pensare sulla necessità di garanzie per tutti, in questo settore.
Nella rete nazionale di ascolto illegale sono cadute migliaia di persone (e dall’ordinanza risulta che si tratta solo di risultanze provvisorie), tra cui diversi esponenti noti del mondo dell’economia, della politica, dello spettacolo e dello sport, oltre a innumerevoli cittadini ignoti alla grande cronaca, ma non per questo meno titolari di diritti costituzionali alla riservatezza delle loro comunicazioni. Per una parte, questi controlli illeciti si sono indirizzati a dipendenti, o aspiranti tali, di Pirelli e Telecom (“operazione filtro”), per un’altra e maggior parte fuori della cerchia aziendale. Si può congetturare a che cosa queste potessero servire: carpire notizie del mondo finanziario da usare per operazioni sul mercato a proprio favore, insider trading, ricatti del più vario genere per i più diversi fini, eccetera.
Resta da aggiungere, per completare il quadro, sperando in una smentita, che quel tale responsabile della sicurezza in Telecom avrebbe svolto anche un ruolo direttivo della struttura addetta alla messa sotto controllo legale delle utenze telefoniche per disposizione dell’autorità giudiziaria!
Dati di un’ordinanza emessa nelle indagini preliminari, ripetiamo; non prove che suffragano sentenze di condanna. Ma c’è da trasecolare a leggere il modo di intendere e presentare questi dati da parte di molta stampa: la riduzione o a un’intrigante spy story o a un episodio degli interessi turbolenti attorno a Telecom e al suo ex-presidente.
C’è ben altro e qui è difficile tenere la freddezza di chi semplicemente mette una vicina all’altra le tessere di un mosaico, come fa l’ordinanza del Gip di Milano. Il quadro d’insieme incute spavento. A ragione, a partire da questo giornale, si è parlato di una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia e sullo Stato di diritto, ridicolizzando tanti retorici discorsi in proposito. Da questa vicenda non c’è tanto da essere esterrefatti per la sua estensione, quanto per la sua qualità. Anche se l’intercettazione illegale fosse stata una soltanto, non sarebbe per questo men grave, date le sue modalità. L’allarme maggiore deriva dall’intreccio di poteri e soggetti pubblici e privati che si legano (e si combattono) in attività deviata e illegale, e dunque segreta, per interessi comuni o contrapposti. La democrazia ha un’esigenza primaria: che i circuiti del potere si manifestino in pubblico. Quelli occulti la svuotano dall’interno.
In passato, si è adoperata la formula del “doppio Stato”. Essa è nata per designare il potere parallelo allo Stato di diritto che si era formato in Germania attorno al movimento nazionalsocialista, per eroderlo progressivamente. In Italia, quella formula è stata ripresa negli anni ‘70 del secolo scorso per indicare l’esistenza di strutture parallele dello Stato, le une visibili, depositarie della legalità e soggette alle regole e ai controlli della democrazia, e le altre invisibili, che conducevano una propria politica attraverso atti illegali (la “strategia della tensione”, ad esempio.), al riparo di sguardi indiscreti. L’impressione, addirittura, è che questa formula si presti poco e male per descrivere quello che oggi abbiamo visto esistere, e che potrebbe esistere in chissà quanti altri casi che non vengono nemmeno alla luce. Non c’è “doppio”, per la ragione che c’è invece una profonda immedesimazione: soggetti sociali e soggetti pubblici (o addirittura organi dello Stato, come è detto in un passo dell’ordinanza), nel loro intreccio, formano tutt’uno. Notiamo una “statizzazione” della società, cui corrisponde una “socializzazione” dello Stato, realizzata nel modo peggiore, attraverso la corruzione reciproca dell’una e dell’altro. Ma non c’è neppure “Stato”, perché si farebbe fatica a usare questo nome, che allude alla cura di interessi generali come definiti dalla legge comune, per designare quest’indegna mistura di arbitrio.
Ora, dalle sedi della politica, si levano voci sdegnate: ispettori, decreti-legge, commissioni parlamentari d’indagine… Buone cose, buoni propositi, ma del tutto insufficienti ad affrontare il problema alla radice. La radice è la distinzione che manca tra interessi pubblici e interessi privati; è l’assenza di autonomia tra le due sfere; è la tentazione dell’una a ricercare il favore dell’altra; è, in definitiva, la corruzione del senso delle responsabilità pubbliche come di quelle private. Chi, nel mondo politico, è disposto a far a meno di cercare cointeressenze col mondo economico? E chi nel mondo economico è disposto a non cercare protezione in quello politico?
Non riduciamo il significato di quanto vediamo a una brutta storia di spioni. E rendiamoci conto che la reazione è difficile – più difficile di quella dei tempi del nostro “doppio Stato” – perché non è contro qualcuno che sta fuori di noi, ma è contro una parte che sta dentro di noi.
Ascoltare Giorgio Lunghini è sempre un piacere. Da una parte perché ha fatto propria quella attitudine di alcuni grandi teorici dell'economia della chiarezza. Dall'altra perché si intravedono nei suoi occhi e risuonano nelle sue parole echi di letture lontane dalla sua disciplina. Colto, affabile e comunque rigoroso nell'esposizione del suo punto vista. Che è quello di un economista che non nasconde i continui riferimenti all'analisi marxiana dello sviluppo capitalistico spesso associati a una lettura innovativa del pensiero di Lord Keynes. Negli ultimi anni, Giorgio Lunghini ha più volte scritto attorno a temi al centro della attualità, dalla disoccupazione alla «crisi della società del lavoro», dalle proposte di riforma, o meglio di controriforma del welfare state al ruolo della cosiddetta «economia sociale». Ma lo ha sempre fatto preferendo l'analisi al rumore di fondo che spesso caratterizza la discussione pubblica. Scelta che gli ha dato l'agio di poter affrontare argomenti controversi a partire da un agire comunicativo lontano dalle esemplificazioni. L'intervista che segue ruota attorno al welfare state, argomento che le recenti proposte di politica economica hanno posto sullo sfondo nella prossima azione del governo.
In passato lei ha sostenuto che non è più possibile parlare di stato sociale solo per accenni, perché ciò darebbe luogo a fraintendimenti. È ancora così?
Credo ancora che oggi si debba affrontare quel tema senza fraintendimenti. Con questo intendo dire che bisognerebbe parlare di stato sociale senza preconcetti contro di esso e senza i diffusi e indimostrati pregiudizi circa la sua desiderabilità e la sua sostenibilità. Per quel che riguarda l'avversione al welfare state, è noto che molti - a meno che non siano evasori fiscali - non desiderrebbero affatto meno imposte se ciò dovesse comportare una riduzione dei servizi sociali. A proposito della sostenibilità, poi, basta ricordare che un ridimensionamento dello stato sociale non implicherebbe una riduzione della spesa a carico della collettività per procurarsi le prestazioni corrispondenti. Al contrario, se i servizi venissero forniti da privati anziché dallo stato la spesa sarebbe maggiore, basta guardare all'esempio degli Stati Uniti, dove però molti ne sono esclusi. Lo stato sociale è più efficiente del mercato nell'assicurare i servizi fondamentali, e sopratutto assicura quelli che i privati non troverebbero conveniente fornire per la loro scarsa redditività di breve periodo, o che sarebbero inaccessibili alla maggior parte dei cittadini.
Nel cosiddetto postfordismo, la questione del rapporto stato-mercato assume una rilevanza fondamentale. Partendo dal presupposto che il compito principale delle istituzioni politiche è quello di garantire la coesione e l'eguaglianza sociale, lei ritiene che davanti alle sfide poste dalla globalizzazione dell'economia i sistemi di welfare oggi in vigore sono in grado di ottenere questo risultato?
La tesi prevalente è che lo stato sociale determinerebbe una perdita di competitività, la riduzione delle esportazioni, il calo degli investimenti e dunque dell'occupazione, e così via. Ma non esiste alcun argomento teorico solido e alcuna evidenza empirica a favore di questa tesi.
È ovvio che in un'economia aperta al commercio internazionale la competitività è un problema. Però, la riduzione del costo del lavoro nazionale non è una condizione necessaria né sufficiente per un aumento della competitività del settore privato. Sarebbe impossibile ridurre i costi del lavoro italiano al livello dei paesi meno sviluppati, e non sarebbe accettabile ridurre a quel livello i salari per via indiretta, tagliando i servizi sociali, rendendo precario il posto di lavoro, riducendo la spesa pubblica per la previdenza, per l'istruzione, per la ricerca, per la cura di quanti per sfortuna o per età sono deboli e perciò dipendono da altri. Si può caricare di tutti questi oneri la famiglia, istituzione di cui peraltro si parla troppo? O non dovrebbe provvedere lo stato, di cui si parla troppo poco, e semmai male? I bassi salari non sono la risposta adeguata alla disoccupazione. È la disoccupazione che costringe a accettare lavori precari e poco remunerati.
Gli imprenditori che pagano poco la forza lavoro dirigono imprese inefficienti o marginali, e cercano di compensare in questo modo la loro inefficienza. Sono loro, che dovrebbero essere licenziati. Se si paga meglio un lavoratore, si rende più efficiente il suo datore di lavoro, forzandolo a scartare impianti e metodi obsoleti e affrettando così l'uscita dal mercato degli imprenditori meno capaci. Basta leggere un po' di storia economica. Se poi si considera che il mondo è un sistema chiuso, si capisce che una riduzione universale del costo del lavoro si tradurrebbe in una crisi generale di sovrapproduzione. La competitività di un sistema economico non dipende dal costo del lavoro, dipende dalla capacità, o incapacità, degli imprenditori di fare il loro mestiere. Guarda caso, la delocalizzazione delle produzioni nazionali, in paesi con un minor costo del lavoro, non si traduce in una diminuzione del prezzo delle merci, bensì in un aumento dei profitti. La presenza dello stato nell'economia e nella società è l'unica risposta possibile alle conseguenze economiche e sociali della globalizzazione, a meno che non si preferisca un mondo di imprese multinazionali senza legge a un mondo di stati nazionali civili.
Nel suo libro «L'età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali» lei afferma che la disoccupazione non è un fenomeno naturale. È invece un fenomeno normale nei sistemi capitalistici, dove i frutti del cambiamento tecnico non sono distribuiti in maniera eguale. Per arginare questo fenomeno alcuni studiosi propongono l'introduzione di un reddito di esistenza o di cittadinanza e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Cosa ne pensa di queste proposte?
Sul reddito di esistenza è in corso un ampio e fecondo dibattito, mentre non mi pare all'ordine del giorno la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Tuttavia io credo che al reddito di esistenza siano preferibili i servizi sociali, che non costringono a passare per il mercato. Sul mercato non si può comperare la sicurezza, si comprano soltanto merci.
La teoria economica si è espressa in maniera chiara sull'origine del valore: o esso è dato dalla quantità del lavoro necessaria a produrre un bene o dalla sua scarsità/utilità, che oggi è dominante. Entrambe queste interpretazioni dimenticano il contenuto relazionale intrinseco allo scambio. Crede che in un epoca in cui la conoscenza, che per definizione non è scarsa, è centrale nel processo produttivo sia possibile avanzare una teoria del valore capace di incorporare la dimensione relazionale?
Il lavoro è in sé una attività relazionale. Lo è, in primo luogo, perché il lavoro è la principale attività materiale con la quale l'uomo si pone in rapporto con la natura, al fine di cavarne valori d'uso. Qui non è questione di fordismo o postfordismo. La crescente importanza del general intellect nella forma attuale del processo di produzione e riproduzione, d'altra parte, complica la tassonomia delle diverse attività lavorative e semmai infittisce, non dirada, la rete delle relazioni tra i produttori. Rete di cui magari i lavoratori non si rendono conto. Il che può rendere più difficile l'analisi del processo lavorativo e la regolamentazione del mercato del lavoro, ma non toglie al lavoro la sua forma di lavoro salariato.
È noto che il capitalismo ha una indubbia capacità di metamorfosi. Nell'attuale fase del suo sviluppo, come si modifica il rapporto tra lavoro concreto e lavoro astratto, categorie abbastanza rilevanti nella critica al capitalismo?
La capacità di metamorfosi del capitalismo non deve indurci a liquidare frettolosamente le categorie analitiche dell'economia politica classica e della critica marxiana, né a sposare categorie dubbie come quella di «capitale umano». L'evoluzione strutturale degli ultimi decenni - nella scelta dei mercati, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro - non comporta affatto una soluzione di continuità nel rapporto tra capitale e lavoro. La sostanza del lavoro non dipende dalla forma del contratto. Si può pensare come lavoro salariato qualsiasi lavoro eterodiretto, qualsiasi lavoro che direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d'opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le sue proprie modalità economiche e politiche di riproduzione. L'apparente autonomia di molti «nuovi lavori» nasconde il ritorno a forme di lavoro servile, prive di qualsiasi mediazione o protezione sindacale o istituzionale. Di qui un ulteriore argomento a favore dello stato sociale.
A proposito del rapporto tra rendita e profitto: è possibile parlare ancora di rendita quando la struttura della proprietà passa dalla proprietà dei mezzi di produzione alla proprietà intellettuale, ovvero quando ha a che fare con le reti, i flussi di conoscenza e con la struttura gerarchica indotta dalla dinamica finanziaria (non più separata dalla produzione, ma oggi elemento costituente della creazione di valore)?
La rendita non crea nessun valore: è una sottrazione al prodotto sociale, senza nessun corrispettivo e legittimata soltanto dal diritto di proprietà. Oggi i rapporti tra rendita e profitto non sono nitidi come potevano apparire nel capitalismo precedente al 1830. Dopo di allora i comportamenti dei capitalisti, in una economia monetaria di produzione, sono più articolati. E anche più miopi. Se i capitalisti realizzano profitti come capitalisti, ma li impiegano come gaudenti o come rentier, anzichè come sacerdoti della accumulazione del capitale, l'unica prospettiva per loro praticabile sarà l'esercizio della loro forza contrattuale al fine di ridurre i salari; nonché il tentativo di aggirare il vincolo della domanda effettiva interna, spostando altrove i luoghi di produzione e i mercati di sbocco, se ne sono capaci. Altrimenti si confineranno nella nicchia del rentier e reimpiegheranno i profitti nella speculazione, finanziaria o edilizia. Tenteranno di cambiare gioco, dalla produzione di merci a mezzo di merci alla produzione di denaro a mezzo di denaro. In Italia ce ne sono molti esempi. È un gioco che può riuscire a qualcuno ma non a tutti, e che per la collettività può essere rovinoso. Sta qui il problema più difficile e urgente per le politiche economiche nazionali, la cui unica soluzione è la proposta di quel bolscevico che secondo Luigi Einaudi era J. M. Keynes: l'eutanasia del rentier.
Molti economisti politici, seguendo l'insegnamento di Ricardo, sostengono che l'imbrigliamento della rendita è fondamentale per ottenere la crescita economica e il benessere generale. A suo parere quali forme dovrebbe assumere la fiscalità e quali livelli di tassazione possono essere compatibili con un efficiente sistema di Welfare?
La risposta sta già negli articoli 3, 41 e 53 della Costituzione. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Ritiene che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio siano istituzioni sufficientemente preparate per affrontare la sfida di uno sviluppo socialmente sostenibile, oppure pensa che una loro riforma sarebbe necessaria?
Sono istituzioni effettivamente molto preparate, ma non allo scopo di perseguire l'interesse generale. Lo sarebbero state, invece, quelle prefigurate da Keynes, che infatti fu sconfitto a Bretton Woods. Un Keynes che nel suo World's Economic Outlook del 1932 aveva già capito tutto circa la mancata coincidenza tra interessi particolari e interesse generale: «Ciascun paese, nel tentativo di migliorare la propria posizione relativa, intraprende iniziative dannose per la prosperità dei suoi vicini; e poiché l'esempio viene imitato, ogni paese patirà iniziative analoghe da parte dei suoi vicini e ne soffrirà più di quanto non se ne avvantaggi. Praticamente tutti i rimedi oggi invocati hanno questo carattere di danno reciproco. Riduzioni salariali competitive, politiche tariffarie competitive, svalutazioni competitive della moneta e così via sono tutti esempi di questo gioco a rubamazzetto. Poiché le uscite dell'uno sono le entrate dell'altro, se aumentiamo i nostri margini diminuiamo quelli di qualcun altro. Se la pratica sarà seguita da tutti, tutti ci perderanno... Il capitalista moderno è come un marinaio che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo in salvo, per la fretta di spingere via il vicino e salvare se stesso. Se gli Stati Uniti risolvessero i loro problemi interni, ciò varrebbe come esempio e stimolo per tutti gli altri paesi e dunque andrebbe a vantaggio del mondo intero».