Verrà di sicuro il giorno in cui l’Unione di Prodi, avendo vinto le elezioni, si troverà di fronte un’opposizione normale, che contesta anche duramente la politica del governo, ma che non lo chiama illegittimo, frutto di enorme usurpazione. Una parte degli oppositori proseguirà la battaglia di Berlusconi, imboccando la strada del combattente irregolare che rifiuta di indossare l’uniforme di guerra e volutamente si fa partigiano, ma pian piano la strategia della piccola guerra illegale, detta anche guerriglia, perderà seguaci. Quel giorno, forse, l’Italia ritroverà un suo metodo di convivenza politica ordinato, prevedibile, una razionalità non continuamente travolta da emozioni esagerate. Una fase storica forse si concluderà, cominciata nel ‘91-‘92 con Mani pulite e contrassegnata da una questione che lungo gli anni s’è fatta centrale: la questione della legittimità.
La questione della legittimità si pone quando cessa la maestà indiscussa e stabile della legge, e si accampa una giustizia sostanziale che trascende la legalità condivisa, trasgredendola. La legittimità fa appello a un diritto superiore a quello rafforzatosi nel tempo, e sospende la vita politica consueta inaugurando uno stato di eccezione transitorio o permanente, a seconda di chi rompe le regole. L’eccezione assoluta è quella di Antigone, che s’appella a un diritto naturale che il potere costituito, sulla base di regolamenti arbitrari, non ritiene legale.
Ma contestare la legalità quando essa nuoce a una carriera e contrapporla sistematicamente a una superiore legittimità è caratteristica del dittatore o dell’anti-politico, che irrompe nella politica e la sovverte creando un’emergenza ininterrotta. Denunciando il voto-truffa Berlusconi scommette sul permanere di quest’antinomia fra legittimità e legalità, che da anni cattura l’Italia e che gli consente d’affogare l’anomalia del proprio conflitto d’interessi in una anomalia cosmica, da cui tutti sarebbero infettati.
Il diritto superiore cui Berlusconi si è appellato lungo gli anni non ha nulla di fermo, di costante: ieri era il giudizio delle urne opposto a quello dei tribunali; poi erano le leggi ad personam al posto della legge uguale per tutti; oggi è la «maggioranza morale» che premia su quella dei votanti. Due più due per lui non fa quattro, per lui l’equazione sarebbe un’impudenza sommamente insopportabile come lo è per l’Uomo del Sottosuolo di Dostoevskij: «Due più due quattro ha un'aria strafottente, vi si piazza in mezzo alla strada con le mani sui fianchi e sputa. Sono d'accordo che due più due quattro è una cosa magnifica; ma se si vuol lodare proprio tutto, allora anche due più due cinque è una cosuccia talvolta molto carina». La democrazia sostanziale ha da prevalere su quella legale, il sistema rappresentativo è una maschera grottesca incollata sull’essere reale della nazione: lo diceva Charles Maurras nel ‘37, ed è ancora l’argomento della destra estremista. Paradossalmente, il giorno in cui simile stato d’eccezione finirà, la politica cesserà di dominare ogni anfratto delle nostre esistenze. Nella strategia del partigiano, la popolazione non si compone di cittadini con idee e occupazioni diverse ma si suddivide in fanatici, ribelli e indifferenti.
Molto, forse tutto, dipenderà dalla coalizione guidata da Prodi: dalla capacità che essa avrà di aiutare i cittadini a ricongiungere l’imperativo della legittimità con quello della legalità. Chi sistematicamente invoca superiori legittimità mette infatti in causa la liceità delle leggi, attenta alla stabilità dell’ordine giuridico, sospende per ciascuno politico e cittadino l’esecuzione dei propri doveri. Il resistente o il gregario sono le due uniche figure in cui si sostanzia il rapporto con l’autorità. Anche nella sinistra questa tradizione eversiva ha radici forti: il caos rivoluzionario affascina estremisti d’ogni tipo.
Restaurare la maestà della legge non è solo questione etica. Non è solo il tentativo di fondare su norme condivise e non arbitrarie sia la legalità, sia la legittimità. È operazione necessaria perché ricomincino a proceder bene l’economia, la crescita affidabile delle imprese, l’imposizione di tasse che consentano a ospedali e scuole di funzionare, l’abitudine dei magistrati all’autonomia, alla correttezza. Restaurare la maestà della legge non è abbassare toni e conflitti ma togliere al conflitto i miasmi della distruttività e del libertinaggio. È un compito immane: sia perché gran parte della classe politica non è più abituata a una libera parola che non sia libertino turpiloquio, sia perché un certo numero di politici continuerà ad agitare il vessillo della vera democrazia, mutilata o usurpata. Questo agitarsi non è solo l’inelegante incapacità di perdere, derisa dalla stampa estera. La mancanza d’eleganza interiore è un veleno terribile, come lo sono l’ottusità e l’ignoranza militanti. Si può scommettere naturalmente su isole di razionalità nella futura opposizione: Berlusconi potrebbe restare isolato. Ma è la sinistra con i suoi comportamenti, il suo stile e le sue politiche che dovrà fare il lavoro essenziale.
Il senso del dramma potrà aiutare l’Unione a lavorare e superare le divisioni. In fondo il mandato di oggi non è molto diverso da quello che generò la volontà costituente nel dopoguerra, quando l’urgenza era di restaurare un’affidabile legalità democratica. Se tale è il mandato, i partiti e le identità contano, ma ancor più conta la coalizione che dovrà favorire il ritorno a un rapporto di fiducia tra italiani e giustizia, italiani e Stato, italiani e diritti-doveri.
Continuare a occuparsi delle identità partitiche significa sottovalutare il dramma: pensare d’aver tempo, agio. Invece tempo e agio son brevi, e per tanti motivi c’è incendio in casa. La maggioranza vincente è esigua, minacciosamente. Il Nord che produce ricchezze non le ha dato fiducia. Il rapporto degli italiani con legalità e giustizia è guastato. L’Europa è inferma, e per ricostruirsi ha bisogno di Parigi e Berlino ma anche di Roma.
Non ultima, la Conferenza episcopale: anch’essa s’è acclimatata a un’Italia anomala, intervenendo nella sua politica come non usa in altre democrazie.
Il discorso sui valori che essa fa e che viene esibito da molti esponenti del centro-destra nasconde la rinuncia a stigmatizzare un ormai diffuso dispregio dell’etica pubblica.
Rifondare il senso delle leggi e lo spirito costituente è difficile, imporrà un’inusuale disposizione al sacrificio. Verrà il giorno in cui ci si occuperà delle singole culture politiche e identità. Ma fino a quando c’è chi combatte irregolarmente una sua guerra da partigiano, converrà sospendere ogni calcolo particolare e avere un obiettivo prioritario: ripristinare non solo la maestà della legge, ma l’utilità per tutto un popolo di questa maestà.
Oggi noi italiani siamo chiamati a fare il nostro dovere: votare. E credo che oltre che un dovere, sia un privilegio. La mia generazione sa che cosa vuol dire non poter scegliere, tant'è vero che molti hanno dato la vita per permettere a tutti di poter uscire stamattina e andare al seggio. Non sono qui a dare indicazioni di voto, ma voglio condividere con voi delle riflessioni che ho fatto in queste settimane. Per cinque anni, su queste colonne ho espresso il mio pensiero su Silvio Berlusconi. Dal punto di vista di qualcuno, l'ho fatto anche troppo.
Dunque, che il Cavaliere non mi piaccia, niente ovviamente di personale, è chiaro. Sintetizzando prendo a prestito le parole di Corrado Alvaro: «Abbiamo il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca». Aggiungo, anche come hanno fatto a riempire quella tasca. Adesso devo dirvi perché sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni ». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell'affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.
Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.
Quindi l’appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.
In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.
Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D’altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.
Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E’ questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E’ proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.
E’ in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.
Umberto Eco
Hamas ha vinto le elezioni: i terroristi hanno sconfitto la democrazia con le sue stesse armi, quelle elettorali, oppure la democrazia elettorale ha saputo convincere anche chi non le credeva? È ovvio che soltanto il tempo ci darà una risposta certa, ma quel che oggi possiamo già dire è che la prima risposta - quella che si attesta sul pericolo che Hamas porti il terrorismo in Parlamento - è tutt’altro che fondata. Per una serie di motivi: se non credi alle elezioni non vi partecipi; se vi partecipi vuol dire che poi seguirai le logiche parlamentari.
E poi: se non le seguirai perderai il sostegno popolare ottenuto così largamente; se violi le regole democratiche, non potrai più evocarle per difenderti dai soprusi altrui.
Si potrebbe dire che addirittura il mezzo trasforma chi lo utilizza: o Hamas chiude il Parlamento (ma allora perché ha voluto entrarci?), o il Parlamento atrofizza il terrorismo.
Una nuova grande sfida sorge nella storia del rapporto tra Israele e Palestina: la democratizzazione di Hamas sconvolgerebbe tutte le aspettative più consolidate e Hamas potrebbe scoprire che la democrazia paga più che un attentato. Ma se si incomincia subito con la sferzante alzata di spalle: terroristi erano e tali restano anche dentro un Parlamento, allora è chiaro che non ne potrà venire nulla di buono, a incominciare dal giudizio ingeneroso e aprioristico che daremmo sulla società palestinese: ha scelto Hamas perché è terrorista, oppure perché spera che porti nella lotta politica parlamentare tutta la forza del suo programma indipendentistico?
Non dovremo, poi, disprezzare la forza delle istituzioni: Hamas non ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroristiche, e non potrà usare il terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia infatti, tra le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioé chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le loro regole. Le responsabilità di governo trasformano chi se le assume. Ma non accadrà invece (credo di sentir dire) che i meccanismi democratici saranno piegati e distorti a vantaggio dei terroristi, e che proprio le elezioni, uno dei più sacramentali riti della vita democratica, siano violentate da un movimento che ammantatosi da agnello per vincere le elezioni poi ridiventa lupo cattivo?
Ovviamente nessuno di noi conosce il futuro, ma oso ipotizzare che gestire del potere politico potrebbe fare di Hamas un partito di governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la ripresa di un vero processo di pace con Israele. L’ultimo Sharon non ha preso decisioni che parevano contrarie alla sua politica? Y. Rabin, da militare, fu un combattente spietato, ma da politico divenne un abilissimo diplomatico: essi fecero non tanto ciò che era nelle loro corde emotive, ma ciò che politicamente era più vantaggioso e in entrambi i casi li aveva portati vicinissimi alla pace. Potremmo dunque ribaltare gli allarmi pessimistici ipotizzando che il processo di pace potrà riprendere più facilmente tra interlocutori rappresentativi della reale posizione dei rispettivi paesi e vincolati a procedure di tipo democratico: pace e democrazia sono l’una la conseguenza dell’altra e avanzano soltanto insieme. Se è vero che l’Autorità nazionale palestinese del passato non era democratica, ora che il suo governo è stato eletto, Israele per la prima volta avrà un interlocutore affermatosi con le schede elettorali e non il fucile.
Un curioso dilemma si apre di fronte alla politologia occidentale: dopo le elezioni in Iran, in Egitto, in Iraq, ora in Palestina, continueremo a pensare che i risultati che vi si ottengono non sono (ancora) democratici, oppure finalmente incominceremo a dirci che, insomma, quella elettorale non è tutta la democrazia, ma ne è almeno un buon inizio?
Oppure, perché mai le vorremmo in Iraq e non altrove? Perché le elezioni in Afghanistan devono essere state democratiche (chi ne ricorda i risultati?), e quelle in Palestina no? Qui entra in gioco una delle scommesse fondamentali alla teoria democratica lanciate dagli Stati Uniti quando sostengono che la democrazia si esporta non con l’esempio ma con la forza, come in Iraq. In certi stati l’esempio può bastare, in altri ci vuole un risoluto intervento che ponga fine alla dittatura? La risposta è semplice: chi la democrazia la subisce, non ne diventerà, appena possibile, un nemico?
La democrazia è un costume che si forma dentro di noi, come può svilupparsi mentre intorno sentiamo sibilare i colpi di fucile?
Non possiamo decidere quali elezioni siano buone e quali no, chi sia giunto democraticamente al potere e chi no. Sappiamo che lo strumento migliore per combattere il terrorismo non è il contro-terrorismo (che ne è altrettanto violento), ma la democrazia.
Se la popolazione palestinese sta incominciando a impratichirsi con lo strumento elettivo della democrazia, le elezioni, perché non apprezzarlo e confidare che, come gli elettorati occidentali, riuscirà a raffinarlo sempre di più?
IL PRESIDENTE DEI DS «Siamo interessati e disponibili a una serena discussione sulle regole. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i Ds siamo l’epicentro di una nuova questione morale. Non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito»
Ringraziamo il presidente D'Alema - inizia il direttore Antonio Padellaro - per avere accettato questa intervista-forum sulle questioni che agitano la politica in questi giorni. Anzitutto gli aspetti più grevi: sotto Natale Giuliano Ferrara sul Foglio ha scritto che i soldi che la Procura di Milano sta contestando a Consorte, 50 milioni di euro, sarebbero riconducibile a una maxitangente, destinata ai Ds e ha fatto il suo nome. La speculazione è caduta immediatamente, però ciò dimostra quale sia stato il livello dell'attacco scatenato in questi giorni nei confronti dei vertici dei Ds. Vuole commentare con noi questi fatti?
Abbiamo deciso di promuovere un’azione giudiziaria nei confronti de Il Foglio. Ci sembra un atto obbligato, e sarà l'occasione di approfondirne tutti gli aspetti, ne abbiamo parlato proprio ieri con l'avvocato Guido Calvi. Ma mi pare che queste insinuazioni non siano riuscite a fare breccia. È problema di Giovanni Consorte dimostrare se le operazioni finanziarie che egli ha avuto con Gnutti siano lecite o illecite. È tema su cui si pronuncerà la magistratura. Tema che non tocca per nulla il nostro partito, nel senso che si tratta di operazioni finanziarie di carattere personale. Oltre tutto, in questa vicenda si fa una gran confusione, schiacciando date e avvenimenti, per creare la sensazione che l'Opa-Bnl e i rapporti tra Consorte e Gnutti siano parti di una stessa vicenda. E a mio giudizio quella data non a caso coincide con la cessione di Telecom da parte di Gnutti a Tronchetti Provera. La vicenda, dunque, non ci ha riguardato minimamente. Non eravamo al governo, e io criticai quella operazione anche in pubblico. Non per ragioni personali, né certo per disistima nei confronti di Tronchetti Provera. Ma perché mi parve che l'operazione fosse per le sue modalità negativa per tanti piccoli risparmiatori, a differenza della tanto vituperata Opa di Colaninno. Ricordo per inciso che Consorte era stato partecipe di quell’operazione da me criticata, a conferma del fatto che Consorte e i ds non sono la stessa cosa.
È stata avanzata una critica politica nei confronti dei Ds riguardo ai rapporti, alle amicizie e alle alleanze di Giovanni Consorte...
Sono accuse curiose, perché da una parte siamo invitati a evitare ogni collateralismo e contemporaneamente siamo chiamati a rispondere su chi sono i manager del movimento cooperativo e su quali siano i loro rapporti. Consorte è presidente dell'Unipol dal 1992, eletto a questo incarico dalle cooperative, e via via confermato nel suo ruolo per una serie di successi ottenuti da una società quotata in Borsa che è diventata la terza assicurazione del Paese. Il partito non c'entra nulla, né con la sua nomina, né con la sua carriera, né con le sue amicizie. Credo che oggi anche lui consideri essere stato un errore le relazioni così intime che si erano venute creando con finanzieri dai comportamenti discutibili. Tuttavia vorrei ricordare che in questo Consorte è stato in amplissima e autorevole compagnia. Il presidente del Consiglio è tra i soci della finanziaria Hopa di cui Gnutti è presidente, e Gnutti è stato sino a ieri vicepresidente e socio di riferimento di Olimpia, la finanziaria che controlla la più grande impresa italiana, e che non è piccola parte della proprietà del Corriere della sera. Non ricordo alcun editoriale indignato, né titoli del tipo: «Fuori i furbetti dal tempio dell'economia italiana». Non lo dico a scopo di ritorsione. Ma per riportare una notizia che non è facilissimo ritrovare sui giornali. Il quadro che emerge è assai preoccupante e propone l’esigenza di una riflessione autocritica più complessiva e tocca la responsabilità di un’intera classe dirigente alla quale noi non ci sottraiamo. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i ds siano l’epicentro di una nuova questione morale. Tanto più agitata da chi non sembra avere titolo per fare la morale a nessuno. È ragionevole che tutti veniamo chiamati a riflettere su come - nel corpo fragile dell'economia italiana - abbiano messo radici fenomeni speculativi, operazioni ai limiti della legalità, che sicuramente vanno molto al di là dei personaggi di cui si discute. Ma non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito, e poi perché nella vicenda di Tangentopoli i partiti intervenivano per alterare i meccanismi della concorrenza, per truccare appalti pubblici. Noi non abbiamo alterato e truccato alcunché. Siamo non solo disponibili, ma interessati a una seria e serena discussione sulle regole, sul perché dei guasti prodotti e sulle responsabilità di un’intera classe dirigente. Aggiungo che ritengo necessario approfondire un confronto sulla realtà attuale del movimento cooperativo, perché è evidente che siamo di fronte a una realtà economica che è divenuta via via, crescendo, assai diversa dalle cooperative di tanti anni fa, e che si pongono seri problemi per quanto attiene al rinnovamento delle forme di governance e alla ridefinizione della missione di queste grandi imprese. E qui certo c’è anche un nostro ritardo.
Ma non c'è stato anche un eccesso di reazione nei confronti di questa campagna?
Sono d'accordo con Romano Prodi: la politica non deve occuparsi di affari, ma del futuro del paese. Ma non possiamo essere ingenui. Nei grandi Paesi europei gli interessi economici che hanno rilevanza nazionale si muovono con l'appoggio della politica. Se una grande banca spagnola viene in Italia non possiamo pensare che ciò avvenga senza il sostegno della politica. Così quando le grandi imprese italiane sono sbarcate all'estero e spesso ne sono state ricacciate, ciò è avvenuto per l'intervento del potere politico di quel paese. Il nostro è un Paese fragile dove - mancando una visione dell'interesse nazionale - siamo litigiosi e autolesionisti: un Paese in cui per antica tradizione ci si associa volentieri con lo straniero per fregare il connazionale: Franza o Spagna purché se magna, è da secoli lo slogan di una parte delle classi dirigenti. Non si coglie che il movimento cooperativo è un pezzo importante dell'economia italiana. stiamo attenti a un certo provincialismo per cui tutto ciò che viene dall’estero è innovatore o moralizzatore: basti pensare a quel che scrive il Wall Street Journal sull'Abn Amro.
Vi vengono rimproverate, però, dichiarazioni avventate e contraddittorie…
Mi dà fastidio il moralismo a comando: in questa campagna c'è chi ha scoperto improvvisamente che non va più bene colui che fino a ieri è stato suo socio, anzi che è ancora suo socio. Non conosco Fiorani, non conosco Ricucci; per essere precisi conosco Profumo, ma non conosco Gnutti. Ma tra loro i contendenti si conoscono. È davvero curioso che vengano a fare la morale a me.
È stata rimproverato un atteggiamento di eccessiva tifoseria, e il coordinatore della segreteria dei Ds, Chiti, ha ammesso che si è trattato di un errore.
Chiti ha detto che si è peccato di eccessiva tifoseria da una parte e dall'altra. E ho letto decine di interviste a favore o contro questa Opa. Persino Bertinotti ne ha rilasciato una con il titolo: «Il Banco di Bilbao deve comprare la Bnl». Sarà lecito, dunque, se tanta parte del mondo politico tifava per gli spagnoli, che qualcuno tifasse per gli italiani. Comunque il tifo non mi pare un peccato mortale. Posso capire che adesso si dica: ora stiliamo una nuova regola, quando c'è un'Opa la politica taccia. Finché non c'è questa nuova regola non vedo, però, nessuno scandalo se il leader del maggiore partito si informa sull'andamento di un'operazione. Continuo a ritenere che se sorgesse in Italia una realtà bancaria legata alla Lega delle cooperative ciò arricchirebbe il pluralismo e rafforzerebbe il sistema economico italiano: è un'opinione politica di cui rivendico la legittimità.
La telefonata di Fassino e Consorte su cui si è imbastita la campagna di aggressione ai Ds non è stata uno sbaglio?
Non ritengo che si possa imputare a Fassino una telefonata in cui si chiedono informazioni, e che non ha nessuna rilevanza di natura giudiziaria. È un tipo di materiale facilmente manipolabile, basta cambiare una virgola per cambiare il senso, da una trascrizione non si riesce a capire se quella è una battuta di spirito, non c'è alcun valore di documento in quel brogliaccio di frasi prive di contesto. Ma la verità è che siamo l'unico Paese al mondo in cui leggendo su un giornale di proprietà della famiglia del premier la trascrizione illegittima della intercettazione telefonica di un leader dell'opposizione, anziché scattare su e denunciare lo scandalo, l'attentato alla democrazia, si discute del contenuto della telefonata. Come se per il Watergate negli Stati uniti si fosse discusso del contenuto delle conversazioni tra i leader democratici, e non del fatto che essi erano spiati dal governo. Il che dimostra una scarsa cultura democratica di questo Paese. Questa vicenda è il termometro di qualcosa d'altro: senza nessuna base che poggi sui fatti scatta verso di noi un linciaggio che non verrebbe consentito contro nessun altro, forse perché si pensa che venendo da una certa storia noi siamo quelli che possiamo essere presi a calci in bocca…
Ci sono anche telefonate di D'Alema con Consorte?
Ce ne saranno, immagino di sì.
Tra gli attacchi ai Ds ce n’è stato uno rivolto al vostro tesoriere, Ugo Sposetti, da una personalità molto vicina al centrosinistra, Gad Lerner.
Ieri ho parlato a lungo al telefono con Gad Lerner, perché lo conosco da tanti anni, gli voglio bene e proprio per questo sono stato dispiaciuto per la sua uscita. Lo considero nel novero non di quelli che ci odiano, ma uno con il quale siamo impegnati in una comune battaglia politica, anche se ha una storia diversa dalla nostra e mantiene con ogni evidenza una riserva su di noi.
Ha scritto che Sposetti non poteva non sapere... Lei che cosa gli ha risposto?
Gli ho detto: “Guarda Gad, ti sbagli, perché Sposetti è una persona assolutamente perbene che fa un lavoro difficile”: perché amministrare un grande partito con pochi soldi, dover gestire debiti, dismissioni, per chi non naviga nell’oro è un impegno estremamente difficile, di pesante responsabilità. E lo ha fatto con assoluta correttezza personale.
Anche con altri importanti giornalisti vi conoscete da tanti anni: uno di questi in particolare durante un dibattito pubblico ha detto che chi viene dal Pci deve ancora depurarsi...
Volendo rispondere con una battuta si potrebbe chiedere quanti decenni ci vogliono per quelli che vengono da potere operaio, almeno noi non predicavamo l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato...
Ricordo un'intervista sull’Unità a Sergio Sergi il 10 giugno, quando la vicenda era ancora sotto traccia, eppure in quell'intervista l'allarme era molto forte, si diceva che c'erano veleni all'interno del centrosinistra. Non c'è stata una sottovalutazione di quell'allarme? La stessa lettera di Prodi non è stata propriamente amichevole nei confronti dei Ds..
Al di là delle discussioni passate, credo che nell’Unione oggi si sia compresa la portata di una operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra. Forse fino adesso non era stato compreso appieno che, colpendo i Ds, si vogliono indebolire le prospettive del centrosinistra e della governabilità del Paese.
Repubblica le attribuisce queste frasi: “Non mi alleo con chi sospetta che il nostro sia un partito di delinquenti. Meglio lasciar perdere. Tanto c’è il proporzionale. Ognuno vada per conto suo”..
Non ho fatto alcuna intervista a Repubblica.Si riprendono battute, sfoghi.
Ma tutto ciò peserà sul cammino della lista unitaria e del Partito democratico?
Sono uno dei più convinti assertori della necessità di trasformare l’Ulivo nel principio costitutivo di una nuova grande forza politica di centrosinistra democratica e riformatrice in grado di dare al bipolarismo italiano un asse forte. Sostengo questa tesi da molti anni, ho sostenuto tutte le proposte che vanno in questa direzione. Ogni volta che si è parlato di gruppi unici sono stato a favore, quando Prodi propose la lista unitaria alle europee mi schierai subito a favore. Questa è la linea sostenuta in questi anni con coerenza dalla maggioranza del nostro partito. All’indomani della sconfitta del 2001 parlai della necessità di una svolta profonda e dell’esigenza di superare quella contrapposizione tra ulivismo e partiti che è stato il male del centrosinistra. E superarlo con la costruzione di una nuova grande forza politica.
Ha cambiato opinione negli ultimi giorni?
No. Non ho cambiato opinione rispetto a questo convincimento. Però dev’essere chiaro a tutti i protagonisti che un processo come questo richiede che non ci siano né egemonismi né damnatiomemoriae. Cioè non si può pensare che si possa costruire una cosa di questo genere sulle macerie della sinistra italiana, sulla delegittimazione politica e morale dei suoi gruppi dirigenti. Così come noi non possiamo pensare che si tratti di un processo di assorbimento, della creazione di una sorta di grande Quercia. Quindi, se volete, nella forma di uno sfogo, era un modo per dire: “Signori, se volete che questo processo vada avanti non si può accettare che esso venga presentato come la liquidazione di un patrimonio o di una forza politica. Mi pare, ho visto anche l’intervista di Franco Marini su Repubblica, che il messaggio sia stato compreso. E che si comprenda che ci vuole rispetto reciproco tra le forze che sono in campo.
Perché si prendono di mira proprio i Ds?
Siamo una forza che ha un’idea precisa dell’autonomia della politica e questo, forse, a qualcuno dà fastidio.
a cura di Ninni Andriolo, Simone Collini e Vincenzo Vasile
L’EDITORIALE di Avvenire di martedì scorso ha il tono di una "nota diplomatica", contenente un memorandum e un ultimatum, il tono cioè di atti di natura ufficiale, nei rapporti tra Stato e Stato e, come tale, deve essere valutato parola per parola, tanto più in quanto la diplomazia vaticana è di solito maestra di cautela e sottigliezze.
L’oggetto è la legge prossima ventura (?) sui diritti e i doveri delle coppie di fatto, una legge che, secondo il quotidiano dei vescovi italiani, realizzerebbe, «sia pure in forma insolita e indiretta, un modello alternativo e spurio di famiglia» che indebolirebbe e mortificherebbe l’istituto coniugale e familiare «nella sua unità irripetibile», un effetto «sgradevole» (!) che sarebbe dimostrato «in modo incontrovertibile» dall’esperienza di altri Paesi. Ciò andrebbe contro il favor per la famiglia fondata sul matrimonio, riconosciuto dalla Costituzione repubblicana, e contro una tradizione culturale e giuridica bimillenaria. Fin qui la critica, discutibile e discussa come tutte le opinioni, ma certo perfettamente legittima. A questo memorandum, segue l’ ultimatum.
«Per questi motivi – si legge - se il testo che in queste ore circola come indiscrezione fosse sostanzialmente confermato, noi per lealtà dobbiamo fin d’ora dire il nostro non possumus. Che non è in alcun modo un gesto di arroganza, piuttosto è consapevolezza di ciò che dobbiamo - per servizio di amore – al nostro Paese» e «indicazione franca e disarmata di uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».
Lasciamo da parte la retorica: ci mancherebbe altro che si rivendicasse il diritto a un gesto d’arroganza o a un atto di disprezzo verso "il nostro Paese". Vediamo invece le tre espressioni-chiave, quelle sopra indicate in corsivo.
Nella sua storia, la Chiesa ha pronunciato diversi non possumus, nei confronti delle pretese delle autorità politiche. Il che è del tutto naturale (anzi, forse ne ha pronunciati non pochi di meno di quanti ci si sarebbe potuto attendere in nome del Vangelo).
Si incomincia con Pietro e Paolo (Atti 4, 20) che, diffidati dal Sinedrio di non parlare né insegnare in nome di Gesù, risposero: « Non possumus non parlare di ciò che vedemmo e udimmo». Si dice poi che nel nonpossumus si siano trincerati Clemente VII, il papa che negò il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona; Pio IX che si oppose al ritorno a casa di un bimbo ebreo, nel famoso e crudele "caso Mortara"; ancora Pio IX che rifiutò di partecipare alla coalizione anti-austriaca al tempo del Risorgimento e non accolse l’ipotesi di un’occupazione pacifica di Roma da parte dei piemontesi; il cardinale Antonelli, che escluse il riconoscimento papale di Roma capitale d’Italia. Tutto questo è chiaro e riguarda comportamenti, comunque li si voglia valutare storicamente, che rientrano nei loro compiti e nelle responsabilità degli uomini di Chiesa. Ma che cos’è che "non possono" i vescovi italiani, nella circostanza odierna? La risposta la danno loro stessi. Non si tratta solo del diritto al dissenso circa una legge dello Stato, diritto che nessuno contesta. Si tratta di una cosa molto diversa: non possono non prospettare uno spartiacque, che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana.
Bisogna meditare su questa affermazione. Non è una "indicazione" che riguarda i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano. Se così fosse, si tratterebbe di una questione, per così dire, di politica estera, tra due soggetti sovrani, che pur si riconoscono come tali. Si sarebbe potuto discutere se ciò costituisse una corretta concezione degli "ambiti" rispettivi che l’art. 7 della Costituzione riconosce a ciascuno di loro («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito…»). Poiché, in materia concordataria, manca per definizione, un terzo super partes, in caso di conflitto ognuno dei due soggetti finisce per essere arbitro dell’ampiezza della propria sfera d’azione. La discussione, su questo punto, sarebbe senza costrutto. Ma qui la "indicazione" dei vescovi è del tutto diversa: la Chiesa, attraverso un suo organo ufficiale – non un gruppo di cittadini o deputati cattolici, nella loro autonomia, ciò che farebbe una differenza essenziale - parla del futuro della politica italiana, parla cioè della vita interna dello Stato e delle «inevitabili conseguenze» su di essa. Così, viene, altrettanto inevitabilmente, messo in discussione l’altro caposaldo dell’art. 7, quel riconoscimento di reciproca «indipendenza e sovranità» dello Stato e della Chiesa, da cui discende l’esclusione di ogni ingerenza interna reciproca, esclusione che è conditio sine qua non del regime concordatario. Direi che mai, come in questo caso, nella storia recente, i basamenti del concordato hanno traballato. Non ci si è resi conto dell’implicazione? Se si vuole il concordato, occorre rispettare e difendere le condizioni materiali che lo rendono possibile.
Spesso, per comprendere i caratteri di una situazione, non c’è nulla di meglio che provare a rovesciarne i termini. Allora, che cosa si direbbe se fosse lo Stato che, per assurdo, dicesse: se la Chiesa non assume un tale o un talaltro atteggiamento, ciò rappresenterà uno spartiacque e peserà sul futuro (non dei rapporti reciproci, ma addirittura) dei rapporti interni alla Chiesa, tra le sue diverse componenti, facendo eventualmente intravedere interventi per favorire o contrastare questa o quella posizione che fedeli o sacerdoti potessero prendere, a seconda del gradimento riscosso.
Si dirà: ma qui l’ Avvenire si limita a una semplice, innocente "indicazione" preventiva. Già, ma viene data per lealtà. Che significa questa apparentemente innocua aggiunta? Non altro, mi pare, che un avvertimento: non ci si venga poi a lamentare che non ve l’avevamo detto; state in guardia per quel potrà accadere. La lealtà dell’annuncio significa preannuncio di conseguenze perturbatrici del quadro parlamentare, in definitiva della libertà di esercizio del mandato parlamentare e della libera dialettica democratica. Ci sono questioni sulle quali anche da parte dello Stato democratico dovrebbero essere detti dei non possumus. Ci sono principi irrinunciabili di laicità e democraticità delle istituzioni che sono non negoziabili. Ci sono casi su cui sarebbe bene che i soggetti che le rappresentano facessero sentire una voce rassicurante per tutti, pacata e ferma. Questo è uno di quelli. Con ogni garbo, naturalmente, e con tutta la diplomazia necessaria, ma questo è uno di quelli.
Ieri abbiamo appreso di una reazione di eletti dal popolo, ascrivibili alla schiera dei cattolici democratici, di cattolici adulti che, senza disconoscere la loro appartenenza alla Chiesa e il loro attaccamento ai principi spirituali cristiani, ristabiliscono le distinzioni, rivendicano la loro autonomia nell’esercizio delle loro funzioni costituzionali e respingono richiami all’ordine fin nel dettaglio di scelte legislative, in definitiva lesivi delle responsabilità dei cristiani nelle cose temporali. Finalmente. Anche per loro, la partita in corso è decisiva ed è precisamente quella che riguarda la difesa della loro dignità di soggetti, non di oggetti, come si dice, in re: quella dignità che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto loro.
Si è detto che, nella vicenda in corso, la Chiesa italiana, attraverso la Conferenza episcopale, gioca il tutto per tutto, in una partita dall’esito incerto. Noi non sappiamo se la presa di posizione dell’Avvenire sarà eventualmente seguita da atti conseguenti. Può essere sì o no. Gli esperti di cose vaticane sono concordi nel riconoscere agli uomini della Cei capacità tattiche, se non strategiche. Può darsi che la prudenza induca a ripensamenti, a lasciare che le cose si stemperino nel tempo. Ma che triste delusione, per chi crede in Gesù il Cristo o, semplicemente, ritiene che il messaggio cristiano sia comunque un fermento spirituale prezioso da preservare, il vedere la Chiesa di Cristo ridotta al tavolo d’una partita, tentata di usare la discordia politica tra i cittadini e i suoi rappresentanti, come se fosse arma lecita delle sue battaglie.
Vacilla da tutte le parti il bipolarismo che dopo il 1989 era eretto a principio base di tutte le assemblee elettive, a imitazione del sistema anglosassone. Nell'Europa, politicamente più complessa, esso non funziona. Francesi, italiani, tedeschi ben poco conoscono l'uno dell'altro - sa sul serio soltanto chi ha poteri di decisione, la Commissione della Ue, la Banca centrale, l'Ecofin, il coordinamento delle polizie - ma le popolazoni sono investite dagli stessi processi che stanno mandando in fibrillazione i rispettivi scenari istituzionali.
Comune è il ridisegnarsi di un centro che tende a tagliare le ali delle coalizioni che riflettono settori importanti ma politicamente minoritari della società. Questo è il vero oggetto della pericolosa navigazione del centrosinistra di Romano Prodi, in queste settimane sui pacs e sulla politica estera, con il rifinanziamento della missione in Afganistan e il raddoppio o allargamento della base americana a Vicenza. E ancora più difficile sarà, nelle prossime settimane, il tavolo delle pensioni.
La prima negazione del bipolarismo è venuta da tempo dalla Germania con la Grosse Koalition fra Spd e Cdu, che pure avevano già tagliato le famose ali estreme, ed è tornata in sella alle ultime elezioni: in questo caso il bipolarismo funziona soltanto come misura dei rapporti di forza, in un sistema di governo condiviso a dominanza moderata, cioè centrista.
In Italia, la maggioranza di centrosinistra è strattonata nello stesso senso, e non soltanto dall'ala ultrà della Margherita e da Mastella, che gradirebbero liberarsi delle cosiddette sinistre radicali, cioè Rifondazione, Pdc, forse i Verdi e sostitirli con i voti della Udc e qualche transfuga di Forza Italia.
Non è solo una tentazione parlamentare, indotta dalla esilità dei numeri specie al Senato: è l'auspicio della maggior parte dei media antiberlusconiani, basti leggere gli editoriali di Eugenio Scalfari, personalmente non sospetto di volere maggioranze variabili, ma insofferente di quel che chiama «massimalismo» delle sinistre.
In Francia, il classico duello fatale e finale fra due idee del paese che prenderebbe corpo nelle elezioni presidenziali del prossimo aprile, è incarnato dal repentino emergere nella coalizione governativa uscente di una specie di Follini-Rutelli d'oltralpe, Francois Bayrou, che minaccia i due candidati rispettivamente della Ump, Nicolas Sarkozy e del Partito socialista, Segolène Royal. Non che il candidato centrista sembri poter vincere, ma certo morde sull'uno e sull'altra, che finora dominavano incontrastati la scena. Nel sistema di voto francese, al primo turno possono presentarsi tutti coloro che hanno cinquecento firme di già eletti, mentre nel secondo vanno in ballottaggio soltanto i primi due. In concreto, il 21 aprile saranno in campo per l'uscente centrodestra Jean Marie Le Pen (un cocktail di Almirante e Bossi), Nicolas Sarkozy, attuale ministro degli Interni e ultraliberista, e il rampante Francois Bayrou, mentre l'attuale opposizione presenta ben sei nomi, per i socialisti Segolène Royal, già ministra del governo Jospin e presidente d'una grande regione, Marie George Buffet segretaria del Pcf, Arlette Laguiller, inossidabile leader di Lutte Ouvrière, Dominique Voynet per i Verdi e, se ottengono come sembra le cinquecento firme di sponsors, Olivier Besancenot, segretario della Ligue Communiste Revolutionnaire e José Bové per l'ecologismo senza partito. Fino a tre settimane fa, l'animatore d'una fortunata rubrica ecologica in tv rischiava di prendere un posto trasversale analogo a quello che si propone Bayrou.
Il fascino che, almeno nei sondaggi, hanno i personaggi terzi viene certamente dal fatto che sembrano rompere un gioco prefissato fra ruoli. Ma è apparenza, perché essi non possono che collocarsi sul baricentro delle forze in campo, e variano con il loro variare. Oggi come oggi è un'opzione centrista. Nel 2007 non molto resta delle categorie che strutturavano destra e sinistra fino al 1990; in Francia, differentemente che da noi, resta viva l'opzione antifascista, e se per delusione o dispetto arrivasse ancora una volta al secondo turno Jean Marie Le Pen, tutti i voti si riverserebbero sul suo rivale, chiunque fosse, come nel 2002 si rovesciarono su Jacques Chirac, inclusi giovani e immigrati delle banlieues con le bandiere al vento. E' come se il senso comune, al di là delle Alpi, avesse ereditato dalla seconda metà del Novecento l'intollerabilità per il razzismo e l'antisemismo, cosa che da noi non è avvenuta quando Berlusconi ha sdoganato i fascisti. Mentre è sempre più confusa sulla scena della rappresentanza politica la contraddizione sociale. Dal 1945 agli anni '70 è parso - e sarebbe questione da rivedere senza schematismi - che l'antifascismo contenesse in sé una valenza progressista: fascismo e nazismo erano arrivati a gettare nei campi di sterminio ebrei, zingari e bolscevichi dopo aver devastato tutte le organizzazioni politiche, sindacali e operaie. Ma oggi, malgrado i suoi connotati imperativi, il liberismo sembra aver perduto le stigmate di un autoritarismo affine, o almeno preparatorio, d'una possibile precipitazione fascista. Esso dilaga fin nelle sinistre storiche.
E' avvenuto insomma il processo inverso da quando la percezione di una profonda contraddizione fra le classi era penetrata nella cultura democratica niente affatto marxista, ma liberale. Così le costituzioni postbelliche sono sotto attacco e il trattato costituzionale europeo ne ignorava o annacquava in formule vuote ogni ricordo. Non a caso i lavoratori francesi e olandesi hanno votato no.
E' inoppugnabile che questo oscuramento vada inserito nel quadro della globalizzazione, ma è altrettanto inoppugnabile che il dominio capitalistico che la induce non ha nulla di oggettivo e separato dallo scontro di interessi e di idee di società. Ora è questa presunta oggettività che è stata introiettata dalle sinistre storiche, abbattendo anche i residui delle socialdemocrazie, per cui il nostro centrosinistra, l'opposizione francese e in Germania quella della Cdu, mentre contano sulle sinistre «radicali» per battere il centrodestra, tendono a liberarsene subito dopo.
Da che altro è travagliata la coalizione di Prodi? Prodi si è illuso di governarne le contraddizioni con la ragionevolezza e, vocabolo preferito, l'equità. Così ha tenuto sulla finanziaria, così sulla pioggia di liberalizzazioni avanzata da Bersani, che non colpivano direttamente se non nicchie corporative, e ha finora rimandato il tema pensioni nonostante gli strepiti della Commissione o le beneducate ma precise ingiunzioni del governatore Draghi.
Ma esse si squaderneranno presto. Per primo si è presentato lo scontro sulla politica estera. Il governo ha tenuto fede al ritiro dall'Iraq, ma per il resto privilegia ancora la linea di un Bush in declino, invece della nuova maggioranza democratica che regge il Congresso e perfino il Senato, e accenna a una inversione di rotta in Medio oriente. L'Italia, non dovrebbe guardare a questa come a un futuro già iniziato? Sembra invece che il nostro governo abbia l'occhio fisso su una amministrazione non solo disastrosa ma sconfitta, che regge ancora soltanto sulle regole d'un estremismo presidenziale.
Così se nel caso dell'Iraq, il centrosinistra si è tirato fuori, facilitato dall'essere stata quella una guerra decisa unilateralmente, non è riuscito a districarsi dall'Afganistan (che peraltro nel programma dell'Unione non era stato neppure considerato) e dove il conflitto si fa sempre più incandescente.
Se su questo punto si troverà una mediazione (la famosa «discontinuità») questa non basta a fare una politica estera. Se in Iraq e in Afghanistan la priorità italiana è salvare le vite italiane, e su questo non ci piove, è assai poco per sostenere che abbiamo una posizione forte sulla tragedia che, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito a creare.
Il punto centrale per quel settore del mondo e per il mondo, noi inclusi, è il ritiro degli Stati Uniti, per una ragione diversa e cogente: mentre la nostra presenza è stata e resta probabilmente più grave per noi che per gli afghani o iracheni, quella americana costituisce il detonatore che ha messo a fuoco in Medio oriente e moltiplicato il fondamentalismo fino a sconvolgimenti impensabili prima dell'11 settembre e in crescita esponenziali. Gli Stati Uniti si sono fatti simbolo stesso del nemico, ne hanno dato tutti i motivi, e finché vi resteranno non ci sarà pace possibile e si aggroviglieranno anche i conflitti interni. Che gli Usa se ne vadano è una priorità mondiale, e per l'Europa questione di vita o di morte.
Non è un disimpegno semplice, tanto più in quanto manca un disegno pacifico alternativo, che non consista solo in beneficienze ma in iniziative politiche - prima di tutto sulla questione Israele e Palestina, già atrocemente guasta. Di fronte alla vastità del problema, che senso ha che il governo si limiti a sganciarsi, e con difficoltà, dall'intervento armato? Non sottovaluto le mosse di Massimo d'Alema, non a caso l'Italia è bersaglio degli ambasciatori (pochini) che hanno scritto la derisoria, oltre che irrituale, lettera di rimprovero al nostro governo. Siamo seri, dopo il ritiro non si sono proposte che genericità davanti a un focolaio che la guerra americana ha alimentato come un fiammifero sulla paglia e che non basterà neppure il ritiro americano a spegnere. E' una rovina umana, politica, culturale di dimensioni crescenti.
Di più, chi ne riconosce le dimensioni? Neppure la sinistra radicale, se si limita al ritiro del nostro contingente, come finora ha fatto. E' vero che non può essere solo l'Italia, dovrebbe essere l'Europa. Ma l'Italia sta premendo sull'Europa? Neanche siamo a un decente lavoro di analisi: perché in un paese come l'Afganistan, che non era affatto dei più arretrati, i talebani hanno vinto? Perché sono di nuovo in ripresa? Perché l'Iraq ha paurosamente oscillato da Saddam Hussein agli sciiti, e da questi al più brutale conflitto interetnico e interreligioso? Che è avvenuto dei palestinesi che si uccidono nella striscia di Gaza? Una deriva mortale è andata avanti. E non ci vuol molto a vedere che in essa hanno giovato, tutte le proporziooni fatte, anche due opposte debolezze delle sinistre europee, vecchie e nuove: la linea della ingerenza umanitaria e quella di un elogio indifferenziato delle differenze a prescindere dal quadro che solo le può garantire, un sistema politico condiviso di coesistenza. La nostra resta una paralisi politico-intellettuale.
Inutile scomodare i grandi problemi per il caso di Vicenza. Su nessun ragionevole argomento poggia la scelta di raddoppiare o allargare una base americana destinata a operazioni logistiche Usa verso il Medio Oriente (che altro se no?). L'attuale governo non è tenuto a onorare le scelte contingenti del governo precedente. Che perdipiù vanno contro al rinsavire dell'opinione americana espressa nelle ultime elezioni.
La fragilità di Prodi su questo punto è così evidente che paiono fin eccessive le preoccupazioni della protesta vicentina di non avere con sé il «governo amico». Non sono autonomi i movimenti, non sono nati per sospingere e non per essere sospinti? Che la manifestazione del 17 febbraio sarà grande è cosa certa. Sarà un problema per il comune di Vicenza, che non pare dotato di grandi lumi, e forse per la maggioranza, ma se la sbrighi la maggioranza.
Sulla quale mi permetto due parole. Nessuno ha obbligato nessuno a candidarsi in una coalizione che si sapeva in partenza divisa su diversi fronti cruciali: non si fa politica soltanto da un'aula parlamentare. E questo va detto alle coscienze inquiete. Ma nessuno obbligava Romano Prodi ad accompagnarsi a coscienze che sapeva inquiete e motivate da culture così differenti: non si mette assieme uno schieramento così articolato senza pagare un prezzo.
Non è corretto che, dentro e fuori la maggioranza, si suggerisca al Presidente del consiglio di passar oltre le esitazioni niente affatto impreviste né superficiali di molti, tanto non avrebbero altra via d'uscita che assumersi la responsabilità di far cadere il governo, riaprendo la strada a un governo di destra. E non è corretto che una minoranza, pur seriamente motivata, risponda: non sei autosufficiente, ti faccio cadere oggi o preparo la tua caduta domani se prendi i voti da un'altra parte. Una coalizione del genere impone a tutti e in egual misura di andare a una mediazione, che a volte consiste semplicemente nell'ascoltare l'altro. Sulla questione di Vicenza, Prodi ascolti quel che non è un fatto personale di un gruppetto di parlamentari. Un governo forte deve saper anche tornare indietro.
Non lo farà? Il problema simmetrico si porrà allora alle sinistre radicali. Io non conto niente, ma non ho mai accusato Rifondazione di aver fatto cadere il governo Prodi la prima volta, quando questi ha rifiutato di procedere su una, chiaramente promessa, «fase due». E' il non esserci andati che ha prodotto la successiva sconfitta del centrosinistra, non la scelta di Bertinotti.
Non sono sicura che se fossi oggi in una delle due camere mi comporterei allo stesso modo. Ma non è un caso che, quando in passato mi è stato proposto di entrarvi, non ho accettato
Brutte giornate nel Parlamento, e dintorni. E allora bisogna guardare più a fondo, e più lontano, nel considerare il modo in cui oggi si discute e si decide su questioni essenziali e drammatiche dell´esistenza di ciascuno di noi – come morire e come organizzare le relazioni affettive, come procreare e come dare il cognome ai figli e come riconoscere pienezza di diritti a quelli nati fuori dal matrimonio. Sono in campo in prima persona, ed è un fatto inedito nella storia repubblicana, tutte le grandi istituzioni: Presidente della Repubblica, Governo, Parlamento, Corte costituzionale, magistratura. E la Chiesa cattolica, sempre più presente. E una opinione pubblica sempre più sondata e sempre meno informata. Vale la pena di seguire le mosse di alcuni di questi protagonisti.
Dice il Cardinal Ruini: è «norma di saggezza non pretendere che tutto possa essere previsto e regolato per legge». Dice il Presidente della Corte di Cassazione: «Appare urgente e indispensabile un intervento del legislatore che affronti e chiarisca i gravi problemi che sempre più frequentemente si presentano al giurista e al medico». Chi ha ragione?
Nessuno dei due. Intendiamoci: nelle materie che interessano la vita è sempre necessario un uso sobrio e prudente della legge e i giudici devono avere forti principi di riferimento per le loro decisioni. Ma la sobrietà, o addirittura l´assenza, dell´intervento legislativo significa cose radicalmente diverse a seconda che manifesti rispetto della libertà individuale o, al contrario, intenzione di mantenere vincoli costrittivi, volontà di girare la testa dall´altra parte di fronte alle dinamiche sociali ed alle difficoltà dell´esistenza. Il legislatore auspicato da Ruini non avrebbe dovuto votare la legge sul divorzio, quella sull´interruzione di gravidanza e neppure quella pericolosa riforma del diritto di famiglia del 1975, a lungo avversata da ambienti cattolici perché abbandonava il modello gerarchico e riconosceva i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio (e anche allora si impugnava una interpretazione gretta della nozione di famiglia). Oggi siamo di fronte ad una situazione analoga. Affrontando con poche norme le questioni delle unioni di fatto e del diritto di morire con dignità, il legislatore non invade indebitamente la sfera delle decisioni private. Rimuove ostacoli ormai irragionevoli, sviluppa logiche già ben visibili nel nostro sistema costituzionale, non impone nulla a nessuno e mette ciascuno nella condizione di esercitare responsabilmente la propria libertà.
Perché, a questo punto, non si può dar ragione neppure al Presidente della Cassazione? Perché nelle sue parole si scorge anche un ritrarsi da responsabilità che sono proprie della magistratura, un riflesso dell´atteggiamento gravemente rinunciatario che si è manifestato nelle decisioni riguardanti Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Due casi che i giudici avrebbero potuto risolvere seguendo in particolare la linea tracciata dagli articoli della Costituzione sulla libertà personale e sul diritto alla salute (e che era stata indicata con precisione da un parere della Procura di Roma).
Sembra quasi che i giudici, messi di fronte a temi assai impegnativi e che dividono la società, abbiano scelto di chiamarsi fuori, di lasciare che sia solo la politica ad affrontare e risolvere questioni che pure li investono direttamente. Questo accade perché, provati da un lungo braccio di ferro con una politica che voleva mortificarne indipendenza ed autonomia, hanno deciso di prendersi una rivincita e di lasciarla sola e nuda, indicandola come unica responsabile delle difficoltà presenti? Ma questa sarebbe davvero una ingiustificata reazione corporativa e il segno di una regressione culturale che impedisce loro di cogliere quale sia oggi il compito istituzionale della magistratura, senza che possa essere accusata di indebite invasioni di campo, di esercitare una illegittima supplenza.
Commentando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell´uomo, si è proprio messo in evidenza che ormai spetta sempre a questi giudici "risolvere le più gravi e difficili questioni di diritto civile poste dal cambiamento dei costumi, dalla scienza e dalla tecnica". Questo non è l´effetto di distrazioni o ritardi del legislatore, ma del fatto che la vita propone ormai una molteplicità di situazioni sempre nuove e sempre variabili, che nessuna legge può cogliere e disciplinare nella loro singolarità, in un inseguimento continuo e impossibile. Ad essa, invece, spetta il compito di fissare i principi di base, che l´intervento del giudice adatterà poi ai casi concreti.
Questo quadro di principi è, e non può che essere, quello della Costituzione italiana, integrato da indicazioni che vengono da documenti internazionali, in primo luogo dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Ed è proprio su questo punto che si sta svolgendo il conflitto. Si leggono interpretazioni di norme costituzionali contrastanti con la loro stessa lettera o comunque incompatibili con il sistema complessivo di cui fanno parte. Ma sempre più spesso si va oltre, e si parla e si scrive come se la Costituzione non esistesse. Si fa riferimento a valori, rispettabilissimi, ma che non trovano alcun riscontro nel testo costituzionale, o addirittura contrastano con esso. Da tempo sottolineo che è in atto un tentativo, strisciante ma visibilissimo, di sostituire al quadro dei valori costituzionali un quadro del tutto diverso, portando così a compimento una impropria e inammissibile revisione costituzionale.
Qui è il limite dei dialoghi possibili intorno ai temi in discussione. I principi costituzionali non possono essere revocati in dubbio contrapponendo ad essi altri valori "non negoziabili", che nella religione cattolica troverebbero un fondamento così forte da imporli ad ogni altro. Gustavo Zagrebelsky ha più volte messo in evidenza come ciò apra un conflitto insanabile con la stessa democrazia. E, nella concretezza della vicenda italiana, ciò pone il problema della linea che stanno seguendo le gerarchie ecclesiastiche. Un problema che non si affronta e non si risolve ripetendo, come peraltro è ovvio, che la Chiesa deve poter esercitare pienamente il suo magistero spirituale.
Da anni sappiamo che la Chiesa, venuta meno la mediazione svolta dalla Dc, agisce ormai in presa diretta sulla politica italiana. Lo si ripete in questi giorni. Ma questo vuol dire che essa si comporta come un soggetto politico tra gli altri, sia pure con il peso grandissimo della sua storia, e che come tale deve essere considerata. Entrando direttamente nella politica, la Chiesa "relativizza" sé e i suoi valori, non può pretendere trattamenti privilegiati, che è pretesa autoritaria, incompatibile appunto con la democrazia.
Nella debolezza della situazione politica italiana, nelle sue fragilità e convenienze, la pressione della Chiesa si sta manifestando con una intensità sconosciuta quando, in Francia o in Belgio o in Germania o in Spagna o in Olanda, sono state affrontate, e in modo assai più radicale, analoghe questioni intorno alla vita. La debole Italia più agevole terreno di conquista? Una politica che porta a ritenere inammissibile nel "cortile di casa" quel che è tollerato quando Roma è più lontana?
Inquieta, a questo punto, la quasi totale assenza di un mondo cattolico che conosciamo portatore di un´altra cultura che, ad esempio, si fa sentire con chiarezza nelle questioni riguardanti la pace. Una dura ortodossia avvolge i temi "eticamente sensibili". Nessuno è autorizzato ad avviare una discussione aperta, dunque l´unica via per un vero dialogo, fosse anche il cardinal Martini. La dura reprimenda che gli è stata rivolta, con un´accusa neppure velata di "deviazionismo", aveva evidentemente anche l´obiettivo di impedire che si aprisse una falla, di intimidire chi avesse voluto seguirne l´esempio. Anche nel silenzio di quei cattolici, come nelle aggressività di altri e nel disorientamento di troppa sinistra, scorgiamo la conferma di una debolezza politica e culturale che non autorizza troppe speranze.
«Siano avvertiti il Partito e l’Università di Padova». Così si leggeva su un biglietto che i familiari trovarono indosso a Concetto Marchesi nel momento della sua morte, a Roma, il 12 febbraio 1957, cinquant’anni fa. Quel biglietto, Marchesi lo portava con sé da alcuni giorni, in previsione dell’unico viaggio per il quale (diceva) non si sarebbe recato alla stazione con un quarto d’ora d’anticipo.
Il commiato dalla vita del grande umanista - nativo di Catania, ha appena compiuto settantanove anni - avviene in un quadro a suo modo sontuoso. Vi partecipano, appunto, l’ateneo padovano in cui ha insegnato per trent’anni, e soprattutto il Pci, nel quale ha militato dal 1921. L’Unità gli dedica quattro fitte pagine, con firme molto note, da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Francesco Flora, da Vincenzo Arangio Ruiz a Gabriele Pepe. Di fronte alla salma, la scrittrice Sibilla Aleramo sprofonda nel lirismo: «Giuro che avrei voluto essere io in sua vece, stesa in tanto limpido riposo». È piena di confronti con De Sanctis e Gramsci l’orazione pronunciata da Togliatti. A "coprire" la cronaca provvede Gianni Rodari. Secondo il quale, uscendo dal suo appartamento in via Cristoforo Colombo per raggiungere la clinica Sanatrix, Marchesi avrebbe detto, in greco, a un suo discepolo: «Oichomai», me ne vado. Nell’articolo di Luigi Russo, celebre italianista anche lui siciliano, si trova un ritratto dell’amico: «Piccolo, snodato, aveva un’aria d’un bambino, o d’un "angelone", come quelli che ricorrono nei nostri paesi nelle cerimonie cattoliche».
Di conversione, nessuno parlò. Marchesi non era il tipo, benché in una delle sue ultime opere, L’Antologia della letteratura latina per i licei, avesse curato con particolare amore la parte relativa agli scrittori del primo cristianesimo, Arnobio, Tertulliano, Prudenzio. Dichiarando poi: «Noi comunisti ci inchiniamo davanti a tutte le fedi», anche a quella «degli apologisti e dei padri della Chiesa». Ecco un modo di ribadire che la sua Chiesa era un’altra. E anche di rispondere in anticipo a una diffusa perplessità, come quella espressa, proprio nel febbraio ‘57, dal Corriere della sera: come si spiega (s’è chiesto il giornale) una ispida «passionalità di accenti» politici in «un uomo che ha studiato con penetrazione alcune delle più serene figure del mondo classico», Marziale, Seneca, Petronio, Fedro, Orazio, Apuleio?
Di fatto, convivevano in Marchesi un filologo e un uomo politico. Impetuoso, quest’ultimo. Beffardo. Incurante di apparire settario. Così egli era stato fin da adolescente. Sulle sue origini aleggiava un precedente suggestivo. Si voleva che egli discendesse da lombi aristocratici, i nobili d’Angiò. Un sacerdote, suo antenato, essendogli nato un figlio naturale, lo aveva dato ad allevare a una coppia di contadini: e il cognome Marchese, diventato poi Marchesi, alludeva a quella origine patrizia. In politica, la precocità di Concetto si manifestò in forme prorompenti, "sovversive". Lucifero, un giornale catanese che egli fondò nel 1894, a sedici anni, venne subito sequestrato per aver osannato al «furore ideologico» che conduceva al patibolo gli anarchici di Parigi. Condannato a un mese di reclusione per apologia di reato, si risparmiò al direttore la prigione: era un ragazzo.
Ma nel ‘96, appena Concetto ebbe compiuti i diciotto anni, la sentenza divenne esecutiva ed egli fu arrestato nella sede dell’Università di Catania: vi si era recato per ascoltare una lezione di Remigio Sabatini (il professore del quale sarebbe restato "discepolo a vita" sposandone la figlia Ada). Dopo il primo mese di carcere, gliene inflissero un secondo per aver commesso «oltraggio a pubblico ufficiale», dando del «rospo» a una guardia.
Su simili episodi Marchesi s’intrattiene nei volumi di memorie Il cane di terracotta, Il letto di Procuste e Il libro di Tersite. S’intitolava Battaglie un libretto di poesie a sua firma uscito nel ‘96 a Catania: egli avvertì che lo aveva scritto «con la rabbia di chi ha una vendetta da compiere e la fede di chi ha un ideale da raggiungere». L’autore avrebbe poi sconfessato quei versi giovanili, ma lo spirito che li connotava gli sarebbe rimasto inalterato lungo un’intera carriera di cattedratico - a Messina e poi a Padova - e di «militante».
Il ventennio fascista coincise con la sua piena maturità. Non era iscritto al fascio, ma adempì nel 1931 all’obbligo, per i professori, di giurare fedeltà al regime. Nei giorni della morte fu Ludovico Geymonat a rimproverargli quel gesto, mentre Cesare Musatti lo difese (e poi Giorgio Amendola nelle sue memorie rivelò che era stato Togliatti ad autorizzare il giuramento). Gli amici di Marchesi andarono a cercare nel suo capolavoro, la geniale Storia della letteratura latina (1927), certi giudizi interpretabili in chiave di critica al fascismo. A partire da quello su Giulio Cesare: «Quest’uomo, giunto al sommo dell’umano potere, lasciò che tutti parlassero, perché le bocche si chiudono quando si è servi della ventura e non signori della storia». Ezio Franceschini, suo biografo, ricorda che nel 1942 Marchesi, rievocando a Perugia Cornelio Tacito, inserì nel discorso acuti sapori antitedeschi. Quello di guardare alla storia come eterno presente era un vezzo del professore catanese. Sedici anni più tardi, nel 1956, all’VIII Congresso del Pci, il nome del massimo storico del Principato gli sarebbe tornato sulle labbra in un contesto sarcastico, contro la demolizione della personalità di Stalin: «Tiberio uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma», egli ricordò, «trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Kruscev». Aveva così rassicurato il partito in merito alla sua fedeltà. Compiacendo Togliatti. Al quale, anni prima, aveva rilasciato una patente di umanista. Si può parlare - s’era chiesto - della «cultura classica» del segretario del Pci? «Certo», era stata la risposta, «se per classico s’intende "di prima classe"».
Il partito ricambiava. Con stupore ammirativo veniva ricordato il coraggio mostrato dal latinista nei tardi anni del regime, i più duri. Di quando, per esempio, clandestino a Milano, si faceva passare per l’avvocato Antonio Mancinelli. Lui stesso usava spesso commemorare la notte di Natale del ‘43, allorché nella casa in cui si nascondeva piombarono «come lupi affamati» i compagni di partito Scoccimarro e Li Causi. «Tutti e due insieme!», esclamava il professore. «Sarebbe stata una bella festa se ci avessero presi». Nel maggio di quell’anno, a Padova, Marchesi aveva conosciuto Giorgio Amendola che, pur molto ammirandolo, trovò i suoi argomenti politici «settari e anche ingenui».
Un’accentuata freddezza mostrerà poi nei suoi riguardi Luigi Longo, imputandogli di aver accettato la carica di Rettore, a Padova, nei mesi di Salò. Ma a riportarlo nella "linea" del partito valsero le dimissioni da quella carica, accompagnate, il 1. dicembre 1943, da un vigoroso appello agli studenti di Padova perché si unissero alla Resistenza, a «questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo».
Febbraio ‘44: Marchesi si rifugia in Svizzera. In settembre eccolo nell’Ossola, nelle file della Resistenza. C’è stato, ai primi dell’anno, un altro colpo di scena a sua firma. Commentando un articolo di Giovanni Gentile sul Corriere della sera, nel quale si invocava la concordia nazionale, Marchesi così aveva reagito: «Concordia è unità di cuori, è congiunzione di fede e di opere: non è residenza inerte e fangosa di delitti e di smemorataggine». E più avanti: «Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino». Questa Lettera aperta a Gentile venne stampata nel giornale «La Lotta» del gennaio 1944. In marzo, essa venne ripubblicata nella rivista clandestina del Pci «La nostra lotta». Era scomparsa la firma. Sotto un nuovo titolo - Sentenza di morte - era stata aggiunta una frase finale: «Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: Morte!». Si sarebbe saputo più tardi che a rimaneggiare il testo aveva provveduto Girolamo Li Causi.
Il 15 aprile 1944 Giovanni Gentile viene assassinato a Firenze. E fra gli enigmi connessi al delitto se ne profila uno con al centro, appunto, la figura di Marchesi. Per tentare di decifrarlo, lo storico dell’antichità Luciano Canfora scriverà assai più tardi, nel 1985, edito da Sellerio, un libro affascinante, una sorta di noir dal vero. S’intitola La sentenza. L’autore percorre l’intero arco delle ipotesi che accompagnano la morte di Gentile (se alla base dell’attentato ci sia un ordine emanato dal Pci, se si debba invece pensare a un’iniziativa "dal basso", e così via). Ma Canfora esamina soprattutto il ruolo che svolse, all’interno del «caso», Concetto Marchesi. Ne ripercorre la carriera di militante comunista. Ricorda le roventi accuse che egli rivolse a Gentile. Esclude che quella variante finale, in cui si parla esplicitamente di morte, apposta da Li Causi al testo di Marchesi, possa essere passata senza la sua approvazione.
Canfora definiva comunque quell’attentato un «fotogramma sfocato». Tale forse è destinato a rimanere. Offuscando, di scorcio, la biografia - che si vorrebbe luminosa - d’un grande umanista.
La moglie del leader del centrodestra scrive una lettera al maggior quotidiano di centrosinistra per chieder conto al marito di qualche battuta di troppo pronunciata ad una cena dei Telegatti. Dopo ventisette anni di matrimonio, improvvisamente, Veronica Lario scopre che il modello culturale rappresentato dal coniuge è nutrito di dosi massicce di maschilismo, offensivo per lei, per i figli. E pretende pubbliche scuse alzando la bandiera femminista dell'intreccio politico tra rapporti privati e comportamenti pubblici, tra sesso e politica.
C'è qualcosa che non quadra, ma di sicuro non si tratta di gossip da bar sport. Per le modalità dell'esternazione, l'atto clamoroso dell'ex first lady ha una valenza politica. A qual fine si vedrà.
Troppe tette e culi sono passati sotto i baffi del Telegattomammone per alzare ora il sopracciglio dell'orgoglio ferito. La politica vola rasoterra da molti anni, appesantita dalla zavorra culturale del berlusconismo. Una filosofia di vita (arricchitevi) alimentata quotidianamente, e negli anni, dall'abbuffata televisiva di una classe dirigente perennemente in fila per sedersi sulle poltroncine di Porta a Porta. Il dibattito sulle tasse accompagnato dalla chitarra del maestro Apicella, la polemica sulle coppie di fatto impreziosita dalle tette di Aida Yespica, onorevoli rappresentanti del popolo che vanno a prendere le torte in faccia al Bagaglino, secondo l'antica lezione andreottiana di sempre: è lo specchio di un'Italia affratellata dal celodurismo sbruffone che ha nutrito generazioni di governanti e governati senza soluzione di continuità dai tempi del regime democristiano.
Il grande comunicatore ha ipnotizzato l'opposizione diventando paradigma del consenso. Gli apprendisti stregoni si sono moltiplicati, Rai e Mediaset sono diventate indistinguibili, un unico palinsesto ha soffocato il paese. Quando, nel '96, vinse l'Ulivo di Romano Prodi, la speranza di un cambiamento svanì in un profluvio di carrambate, omologhe al pensiero unico di un bipolarismo posticcio, fatto apposta per mascherare un sistema unico di valori e cultura (tele-vaticano, tele-famiglia, tele-patria, tele-guerra).
In questi giorni si è acceso il dibattito sulla legge di riforma del duopolio televisivo, con le sorprendenti opinioni del presidente Catricalà verso i timidi tentativi del governo di porre un tetto al monopolio pubblicitario di Mediaset. Come se il feudalesimo made in Italy, recentemente scoperto dalle indagini sociologiche, non fosse diretta conseguenza di uno strapotere economico che ha plasmato il sistema mediatico, profittando del nanismo della carta stampata, intasando le vie di una libera informazione di massa.
Le scuse di Silvio a Veronica sono arrivate in poche ore a stretto giro di posta («scusami, te ne prego»). Il modello del reality si è riprodotto nei telegiornali della sera. Ma per le scuse al paese si prevedono tempi più lunghi.
Cissè, Mohammad, Azar, Abdou, Bathie, Babacar, Sammadi, Sikdar, Sow, Melick... sessanta uomini pigiati in 120 metri quadri. Materassi in terra, pavimento nudo, latrina accanto alla cucina, fili elettrici che pendono a mazzi dal soffitto e che piovono dalle scatole vuote degli interruttori. Un luogo nascosto e nemmeno tanto segreto di una strada romana del Pigneto, ex quartiere popolare che sta diventando di moda: case ridipinte, stucchi ritoccati, colori pastello e botteghe trendy. Qui il prezzo delle case ha ormai superato i 4.000 euro al metro quadro, ma per chi abita al numero 97 è tutta un´altra storia: si paga per passare una notte all´asciutto, sia pure stesi in terra; si paga 100-150 euro a testa per riposare con un cuscino sotto il capo. E se non c´è il cuscino c´è un rotolo di stracci in due metri di cemento preziosi, da sfruttare a turno. Uno si alza per andare a vendere accendini e un altro si riposa.
È il cosiddetto "posto testa", una vergogna diffusa in tutti i ghetti urbani della capitale e non solo. E loro sono i "migranti", i senza casa e senza diritti. Senegalesi, bengalesi, nigeriani, pachistani che a migliaia si nascondono nelle pieghe della città. Disposti a spendere anche un quarto della loro paga non per avere una stanza o un letto, ma il diritto di dormire. Anche semplicemente in terra.
«Che dobbiamo fare? Dove possiamo andare?», dicono.
Il vero pericolo per questi disperati è trovarsi senza un tetto, per quanto pericolante e infiltrato dall´acqua, e senza nemmeno quello spicchio di cemento detto "posto testa" dove poter chiudere gli occhi (e rompersi le ossa) quando fuori è freddo.
È per questo che Bilal, del Bangladesh, non ha problemi a raccontare che dalle parti di Porta Maggiore dorme assieme ad altri 6 connazionali ogni notte in un buco di stanza. Un solo letto su cui giacciono a turno. Ma guai a fartelo vedere: «Se qualcuno lo dice al padrone, quello ci scaccia». E la stessa cosa ci dice Baku, anche lui del Bangladesh, raccontando di come per un anno intero ha pagato per ottenere un "posto testa" a Centocelle: «Mi stendevo davanti alla porta di un bagno e tutti quelli che dovevano andarci mi dovevano scavalcare». La conferma arriva anche da Azar, un albanese che assieme ad altri 7 dalle parti di via Turati si divide 15 metri quadri di pavimento e un solo letto a turno per 600 euro al mese. E lì accendono bombolette e fornelli, stufe e lampadine appese a fili di fortuna, fissati alla meglio con un chiodo alle pareti. Ogni giorno e ogni notte a rischio della vita. Stessa sorte di Joseph, indiano, senza permesso di soggiorno, che paga 150 euro al mese per un letto apribile: «Siamo in 5 in una stanza - dice - In genere chi arriva prima si mette sul divano e chi arriva dopo si sistema in terra. A me non pesa molto, l´unica cosa è che al risveglio ho un po´ di mal di schiena. Ma ora abbiamo deciso di fare i turni».
Non è stato facile arrivare a uno di questi luoghi di miseria e sopravvivenza, protetti dalla diffidenza dei loro abitanti.
Ma alla fine eccolo l´inferno, dietro un portoncino anonimo come tanti altri. Entriamo. È buio pesto, i fasci di fili scoperti non portano a nessuna lampadina. E dentro senegalesi, che sopravvivono con la vendita dei cd pirata. Un posto-testa? Un metro quadrato a pagamento per sdraiarsi in terra e dormire al riparo della pioggia? No, qui è peggio. «A volte in tutta la palazzina siamo anche novanta, e allora si dorme dovunque, sulle scale, sui balconi e se serve anche nel bagno». Eppure il padrone di casa li chiama appartamenti.
Ecco un´altra casa: tre passi da una parte e poi cinque dall´altra. Quindici metri quadrati, forse meno. Con dentro una cucina alimentata a bombola e qualche tramezzo di cartongesso per chiudere una minuscola latrina coperta da muffe. Nello spazio che resta ci vive Elisabeth, peruviana di 38 anni, con marito e due figli, più uno in arrivo. «Sono incinta di 5 mesi, almeno credo». Affitto 550 euro, più le spese. E non è neanche l´alloggio peggiore.
Basta arrivare al piano di sopra, dopo essersi arrampicati per una scala buia con le pareti sporche e unte di grasso. Sul pianerottolo un secchio d´immondizia. Dentro un pezzo di terzo mondo per come lo raccontano i documentari: odore di chiuso e umidità, mucchi di gommapiume putride, stracci, cuscini ammassati in terra, borsoni pieni di cd. Sikdar, senegalese, spiega che questo marciume risponde a una ferrea logica economica. Se uno possiede un palazzo cariato dal degrado, lo affitta al nero spezzettandolo in loculi infami a qualche centinaia d´immigrati che non hanno la minima possibilità di protestare o di trattare il prezzo; e così ricava proprio da loro, i più disperati, i soldi che gli serviranno per ristrutturare la casa e metterla infine linda e pinta sul mercato immobiliare. Infatti tutti gli sfruttati, una volta spremuti, poi ricevono l´avviso dello sfratto. I poveri sono un grande affare, due volte.
Sono le 14. Dall´"appartamento" di Melick un refolo di odore di zenzero e cumino taglia quello delle muffe e del sudore. In terra c´è la tovaglia: dei giornali vecchi stesi con accuratezza. La fiamma del gas lampeggia a cinque palmi da una valigia piena di stracci. Dalla latrina si spande minacciosa una perdita d´acqua che già bordeggia un materasso. Finestre non ci sono. E se scoppia un incendio? Risposta: «Qualcuno muore, come è successo con i due bengalesi a piazza Vittorio. Che dobbiamo fare?». Quanto pagate per questo buco? «Seicento euro». Ci vivono in cinque. I giacigli di fortuna sono talmente vicini che per mettersi in piedi, vestirsi e imboccare la porta d´uscita tocca fare a turno. «Ma ora siamo pochi. D´estate è peggio, anche se ci si può sdraiare sul terrazzo». E le donne? «Non ce le portiamo qui le nostre donne, fa troppo schifo». Nel palazzo ci sono altri otto vani come questo, di 10-15 metri ciascuno, "servizi" compresi. E per ognuno nelle tasche del proprietario vanno dai 400 ai 600 euro.
Il fotografo inquadra feci di topo grandi come noccioli di oliva e pezzi di gomma piuma arrotolati, pronti ad essere usati per la notte. Eppure Mohammad, Abdou e Sharani ringraziano il cielo di vivere comunque sotto un tetto «perché il rischio è di perdere anche questo». Così come a Porta Maggiore il bengalese Abdil trema all´idea di perdere una striscia di pavimento per cui paga 200 euro al mese con altri cinque. «Perché dovremmo denunciare i proprietari? - dice in piazza Vittorio uno dei capi della comunità del Bangladesh - . Forse per avere un´altra presa in giro? Chi ha denunciato fino a oggi ha avuto un solo risultato: s´è ritrovato in strada. Senza neanche un posto-cuscino».
Dice Carl Gustav Jung che la gente «non può sopportare troppa realtà»: preferisce pensare ad altro, chiudere le finestre, rinviare il momento in cui guarderà quel che ha davanti e deciderà il da farsi. Il cambiamento del clima che stiamo vivendo è una di queste realtà, ormai ben visibile e proprio per questo insopportabile. È difficile guardare la catastrofe che s'avvicina, perché noi stessi l'abbiamo in parte creata e stiamo accelerandola: con i nostri comportamenti di consumatori, con la nostra abitudine al petrolio a buon prezzo e all'acqua sprecata come fosse inesauribile, con le nostre politiche incuranti, asservite a lobby e compagnie petrolifere. Le scienze economiche aiutano poco a fronteggiare il male, prigioniere come sono - da decenni - di ideologie liberiste senza più costrutto: l'invisibile mano del mercato non produce correzioni del clima, e l'individualismo che s'accompagna a tale ideologia perpetua le illusioni della belle époque petrolifera che ci ha viziati e accecati, con la benzina poco cara e l'atmosfera che intanto si riempiva di biossido di carbonio. Perfino la preferenza assoluta che si tende oggi ad accordare al cittadino-consumatore, rispetto al cittadino-produttore, potrebbe rivelarsi intelligente ma fatale: se stesse nel consumatore, nessun prezzo aumenterebbe e di certo non quello di petrolio o gas. Questo nel momento in cui proprio il contrario si impone: che i prezzi restino alti, in modo da favorire la ricerca - subito - di energie alternative (vento, solare, anche nucleare). E che la tassa sull'emissione di anidride carbonica, già adottata in gran parte d'Europa, diventi una necessità anche agli occhi degli Stati Uniti, prima potenza mondiale non per saggezza ma per i danni che sta arrecando al pianeta.
Venerdì prossimo, 2 febbraio, ne sapremo ancora di più: l'Ipcc, un organismo delle Nazioni Unite nato nell'88 per studiare il cambiamento climatico, pubblicherà un nuovo rapporto. L’Observer annuncia fin d'ora che il linguaggio sarà improntato al massimo allarme, e la conclusione inequivocabile. Non ci saranno più dubbi sulle responsabilità dell'uomo nel riscaldamento planetario, e sul nostro destino qualora si continuasse come se nulla fosse. Il collasso delle attuali condizioni di vita, dunque della nostra civiltà, è già oggi anticipabile da quel che vediamo, viviamo: i ghiacciai tendono a sciogliersi - al Polo Nord, al Polo Sud, in Groenlandia - e, come è già avvenuto nella storia terrestre, il livello del mare di conseguenza si alza. Intere regioni e città minacciano d'essere sommerse (New York, Florida, Olanda - solo in Cina, Bangladesh e India i rifugiati sarebbero 520 milioni). È un riscaldamento dovuto anche alla radiazione solare, sostengono alcuni scienziati, ma l'emissione di anidride carbonica (CO2) contribuisce grandemente a dilatarlo e ad accelerarne i tempi. Ogni volta che si consuma petrolio o gas naturale o carbone si sprigiona questa letale sostanza e ci si avvicina al punto critico, di non ritorno. Anche il metano è sostanza che surriscalda, ed è destinato a esser liberato nell'atmosfera con lo sciogliersi del permafrost in varie regioni e soprattutto in Siberia, dove il ghiaccio sta diluendosi per la prima volta da quando si formò, undicimila anni fa alla fine dell'ultima glaciazione. Grande quanto Germania e Francia, il permafrost siberiano contiene 70 miliardi di tonnellate di metano, un quarto del metano nascosto in terra. Il metano sprigiona un gas serra venti volte più potente del biossido di carbonio. Dice uno dei massimi esperti, James Hansen: «Abbiamo tempo fino al 2015 prima di arrivare al punto di non ritorno, oltre il quale la Terra diverrà un altro pianeta e la situazione sarà fuori controllo». Al calore potrebbe paradossalmente far seguito una serie di glaciazioni: se si fermerà la corrente del Golfo, a seguito dello sciogliersi dei ghiacciai, l'Europa tornerà alla sua temperatura «naturale», non più temperata come l'attuale. L'allarme nasce da una straordinaria accelerazione del mutamento, e della sua visibilità. La canicola in Francia del 2003 (15 mila morti), l'estate surriscaldata del 2005, l'uragano Katrina che quasi sommerse New Orleans, il recente uragano in Europa, gli ultimi dati sullo scioglimento dei ghiacciai: siamo entrati nella Lunga Emergenza, come annuncia in un libro James H. Kunstler (The Long Emergency, New York 2005). L'allarme viene anche da Al Gore, il candidato alla Casa Bianca vinto da Bush nel 2000. Il suo libro e il suo film s'intitolano Una scomoda verità (Rizzoli 2006) e in America libro e film hanno un successo enorme. Al Gore mostra senza eufemismi un collasso ineluttabile se non contrastato. Anch'egli sostiene che abbiamo pochissimi anni, meno di dieci. Nel 2005 Hansen disse: «Abbiamo dieci anni non per decidere, ma per ridurre fondamentalmente le emissioni di gas serra».
In altre parole è necessario il ritorno della politica, e precisamente, come ripetono gli scienziati più avvertiti, della capacità di egemonia e di leadership dei governanti. Una capacità venuta tragicamente meno, soprattutto nel paese che pretende di governare il mondo: gli Stati Uniti. Rifiutando di aderire al trattato di Kyoto, l'America di Bush ha non solo intralciato gli sforzi delle altre nazioni ma si è anche sbarazzata dell'obbligo, previsto dal protocollo di Kyoto, di assistere i nuovi consumatori d'energia - Cina e India - che dovranno ridurre le loro crescenti emissioni di gas serra. L'indifferenza dell'America è totale, e l'ultima presa di coscienza di Bush è flebile e retorica. Più ancora che nella fallimentare lotta al terrore, l'America è lungi dal comportarsi - nella Lunga Emergenza climatica - come la superpotenza che pretende essere. Non guida più nulla, e l'Unione europea ha una ben più decisiva capacità di leadership, grazie alla sua adesione al protocollo di Kyoto. La parte dell'America nell'emissione di biossido di carbonio è impressionante: circa il 30 per cento, molto più di altri paesi fortemente inquinanti come Cina e Russia (meno di 8 per cento ciascuno). Un Presidente davvero egemone mondialmente non ha paura, come ha paura Bush, di urtare lobby e petrolieri usando parole scomode come global warming, riscaldamento globale. Leadership vuol dire rimettersi a far politica, sfatando tanti luoghi comuni accumulatisi negli animi di governi, classi dirigenti, giornalisti. E vuol dire parlar chiaro, non mentendo. Non è vero che il consumatore ha sempre ragione. È vero che il prezzo dell'energia (come dell'acqua) deve riflettere il costo del suo consumo smisurato. E il costo è ormai chiaro: il riscaldamento climatico, le guerre che si scateneranno - già son cominciate - per il controllo delle risorse. Il costo del riscaldamento globale, scrive l'economista Nicholas Stern nel rapporto preparato per il governo inglese il 30 ottobre, supera quello di due guerre mondiali e della Grande Depressione degli anni Trenta.
Cambia il pianeta, cambieranno i nostri modi di vivere, ed è sperabile che anche la politica cambi. L'impoliticità degli stessi ecologisti è spesso disastrosa, perché individualmente si può far poco per mutare le cose e l'impegno nella prassi di governo è più che mai urgente: l'individualismo è figlio del petrolio facile, e la tassa sul carbonio difficilmente passerà se non l'impongono i governi. La politica deve ritornare al centro, deve sapersi imporre agli industriali e al consumatore. Nell'era del petrolio che si sta esaurendo e che resterà caro conterà sempre più l'«agire in comunità», spiega Hansen, e sempre meno la buona coscienza dell'individuo isolato (o dell'isolato Stato nazione). Un altro luogo comune è l'idea secondo cui i grandi cambiamenti si ottengono solo con l'accordo bipartisan di tutti, e con interminabili dibattiti d'opinione. Non sempre è vero: il politico coraggioso deve poter affrontare anche l'odio avversario, se ritiene che l'alternativa sia necessaria. Lo spiega bene Paul Krugman sul New York Times del 26 gennaio, ricordando come nacque il New Deal di Roosevelt. Anche Al Gore fu considerato un pazzo, quando mise il clima al centro della sua battaglia. Il suo libro rivela che un consenso vasto esiste tra riviste scientifiche, ma non tra giornali e tv. Questi ultimi, dipendenti come sono dalla pubblicità e dunque da gruppi d'interesse, non mancano mai di presentare la questione climatica come molto più controversa di quanto essa sia in realtà. Ma soprattutto si tratta di ricominciare a pensare nei tempi lunghi, e non nell'orizzonte inane di settimane e mesi. Probabilmente, per i politici e per noi giornalisti, è questa la difficoltà maggiore. Non saremo noi infatti a pagare per l'indifferenza di oggi, ma chi ancora non può agire: i figli e nipoti. La scelta immorale che stiamo facendo è stata ben spiegata, un centinaio di anni fa, dal filosofo William James: «La caratteristica più significativa della civiltà moderna è il sacrificio del futuro sull'altare del presente, e tutto il potere della scienza è stato prostituito per raggiungere questo obiettivo».
Una questione urbanistica, direbbe qualcuno. Ma soprattutto un grande affare. Per gli italiani, o almeno per alcuni. Forse anche per gli americani, se verrà smentito quello che, di fronte alla polemica politica montante, due giorni orsono si è affannato a spiegare il portavoce (italiano) della base (americana) di Sigonella, Alberto Lunetta: «Non c'è, in generale, alcun piano per la costruzione di nuove unità abitative militari a Sigonella, e quindi neppure a Lentini». Quel che pare vero è che, «in generale», non ci sia alcun accordo formalizzato per spostare da Mineo a Lentini settemila militari con i loro familiari. Quel che è invece sicuro è che il consiglio comunale della cittadina del siracusano ha approvato, in maniera assolutamente bipartisan e senza alcun voto contrario, una variante al Piano regolatore che prevede la trasformazione di due aree da «agricole» a «edificabili» per consentire la realizzazione di un «complesso insediativo chiuso ad uso collettivo destinato alla esclusiva residenza temporanea dei militari americani della base Sigonella Us Navy».
Come a Vicenza, l'urbanistica prevale sulla politica forse perché alla politica è superfluo chiedere un'approvazione che si dà per scontata. Come a Vicenza, il progetto compiuto arriva prima degli accordi formali. Ma questa volta siamo in Sicilia.
E' il 16 ottobre quando arriva il via libera definitivo, ma per capire meglio la portata del grande affare bisogna fare un passo indietro e spiegare come in meno di un anno e con due amministrazioni contrapposte la lottizzazione abbia potuto procedere spedita come in tempi di governi forti e maggioranze compatte. E soprattutto tenere d'occhio i protagonisti. Che portano i nomi di un'impresa vicentina, la Maltauro, che potrebbe entrare anche nell'appalto per la costruzione della nuova base Usa in Veneto. E di Mario Ciancio Sanfilippo, monopolista dell'informazione catanese, editore-direttore del quotidiano La Sicilia nonché delle due principali tv locali ed ex vicepresidente della Federazione degli editori. Un potente che qui si mostra in un'altra veste, quella di ricco proprietario terriero e imprenditore.
Ma partiamo dal progetto, diviso in due lotti. Il primo prevede «n.1000 villette a schiera unifamiliari a piano terra e primo piano, con annesso verde privato e parcheggi», nonché scuole, strade, negozi, centri sportivi e quant'altro serve per la nascita di un'ordinata cittadella di cinquemila abitanti distribuita su 145 mila mq. Con l'unica particolarità di essere blindata e presidiata all'accesso da alcune guardiole «per il presidio di controllo e sicurezza». Laddove oggi c'è un cancello e la scritta «cavaliere Sanfilippo». Idem per il secondo lotto, solo un po' più piccolo: 50 mila mq per 1.800 abitanti. L'importo previsto per i lavori è di 300 milioni di euro. La durata fissata in 36 mesi. Previsto l'impiego di una quarantina tra tecnici e geometri e di svariate centinaia di operai suddivisi in quattro o cinque ditte subappaltatrici.
Chi ci andrà ad abitare lo spiega il sindaco Alfio Mangiameli, della Margherita: si tratta del trasferimento degli alloggi occupati a Mineo, dovuto al fatto che «Lentini è più vicina alla base di Sigonella». Dunque, un mero spostamento logistico che «porterà solo vantaggi per le casse comunali: basti pensare che dall'Ici arriveranno oltre 500 mila euro ogni anno».
Nulla, insomma, che giustifichi la procedura d'«urgenza» con cui il comune ha affrontato la pratica. Evidentemente non la pensava così, lo scorso febbraio, l'allora sindaco Sebastiano «Nello» Neri, ex deputato di An trasmigrato nelle fila del Mpa di Lombardo e ripescato alla camera nelle elezioni di aprile. Accade infatti che l'entusiasta primo cittadino, «appresa l'importante rilevanza sociale» del progetto, disponga che «il provvedimento venga istruito con urgenza». Detto fatto, nel giro di poco lo prendono alla lettera, nell'ordine, il Genio civile, l'Asl, la Soprintendenza e la Commissione consiliare urbanistica. Tutti pareri favorevoli e senza alcun dubbio, nonostante l'area si trovi in una zona doppiamente vincolata, per il paesaggio e per i ritrovamenti archeologici. L'unico a fare qualche osservazione dissenziente è il locale Centro studi territoriale Ddisa. Che però non ha alcun potere di fermare nulla. I Verdi si oppongono ma non hanno consiglieri comunali, Rifondazione anche ma ne ha uno solo e per giunta si astiene insieme a due diessini. E così il 18 aprile 2006 viene approvata in prima convocazione, nessuna discussione e stragrande maggioranza la variante al Piano regolatore. In cambio la società Scirumi srl, proprietaria dei terreni, si dichiara «disponibile» alla realizzazione di alcune opere per il paese, come una strada per il lago di Lentini e il completamento di opere di urbanizzazione per un quartiere. E' quello che a molti appare come un compenso per un sì così veloce, visto che analoghe lottizzazioni erano già state tentate nel '99 e nel 2002, con giunte di centrosinistra, ed erano entrambe naufragate.
Ma non tutto va per il verso giusto. Il Centro studi, con i Verdi e un giornale on line, Girodivite, montano una campagna contro l'arrivo degli americani. L'opposizione finalmente si oppone, la delibera viene bloccata e tutto è rinviato al dopo-elezioni. Vince il centrosinistra ma servirà a poco, perché a ottobre il voto si ripete, è di nuovo bipartisan e il progetto viene riapprovato. A guadagnarci è ancora una volta la Scirumi.
E qui arriviamo all'ultimo punto dell'affare. Forse il più importante. Chi c'è dietro la società che gestirà l'intera partita? Il principale azionista è la Maltauro spa di Vicenza. Una società gradita agli americani per aver già lavorato al progetto Aviano 2000. Poi c'è la Cappellina srl, che appartiene in parti uguali a familiari di Mario Ciancio Sanfilippo. Che a sua volta è proprietario degli agrumeti su cui sorgerà il lotto A. E così dalle arance agli hamburger il passo è più breve del previsto.
Da oggi siamo più liberi? Il pacchetto Bersani, presentato al consiglio dei ministri di ieri, presume che sia proprio così, ma la questione è aperta. La materia si può dividere in tre parti.
Vi sono in primo luogo i piccoli affari. L'idea base è quella di difendere il contraente più debole, ma in un libero mercato. Contraente più debole significa il cliente della banca, l'assicurato, il mutuatario: insomma chi sottoscrive un contratto con molti articoli obbligatori e con i caratteri scritti in piccolo. Il mercato si allarga e la concorrenza si rafforza - ne è convinto il ministro - se ognuno può fare il mediatore, il rappresentante, l'agente immobiliare. Sarà forse il festival dell'improvvisazione, ma alla fine le cose si aggiusteranno; sarà il mercato, ancora lui, a selezionare gli agenti capaci dagli altri; saranno sufficienti pochi mesi di errori e di truffe per eliminare gli incapaci e promuovere gli altri. Sempre in linea con il libero mercato, sarà possibile aprire esercizi accanto a esercizi simili: un primo tentativo era già stato svolto dall'antitrust in tema di cinematografi, ma senza arrivare ai risultati sperati.
Poi vi sono i grandi affari, che toccano i veri interessi economici. Tra piccoli e grandi, a fare da spartiacque, l'impresa-fatta-in-un-giorno, tanto in fretta da confondere il radicale Capezzone che si sarebbe accontentato di una settimana. I grandi affari sono connessi alla distribuzione dell'energia: i supermercati venderanno benzina e gasolio; le stazioni di servizio, in compenso, venderanno di tutto. Inoltre la rete del gas, ora controllata dall'Eni tramite la consociata Snam, verrà liberalizzata, nel senso che per poterla utilizzare gli altri fornitori di gas non dovranno chiedere il permesso all'Eni. Una parte rilevante della politica industriale e finanziaria del paese si gioca su questo punto. Gazprom, in riva al fiume, attende che passi lo sconfitto. Anche gli industriali dei rigassificatori attendono, con trepidazione, la rete del gas. La liberalizzazione, in fondo, li riguarda più di tutti gli altri. Le alleanze, gli scontri, le pacificazioni nel mercato energetico sembrano prescindere dall'esigenza primaria di risparmiare energia, di progettare energie alternative, di vivere con emissioni di gas serra ridotte e tendenti allo zero.
E poi c'è una terza parte. La piccola tassa per la ricarica del telefonino è abolita, almeno nelle intenzioni, e questo fa piacere a quasi tutti. Il lunedì del barbiere è un'usanza molto antica, che consentiva di tenere aperta la bottega alla domenica, dando modo ai maggiorenti del villaggio di stare insieme e commentare (gli uomini non spettegolano, commentano). Nessuno riterrà che sia una questione decisiva.
Decisiva a nostro parere è invece la liberalizzazione della vendita dei giornali. Lo spostare dalle edicole ad altri luoghi, indeterminati ma di certo numerosi, la vendita della carta stampata è una scelta che moltiplicherà, in teoria, i punti vendita. In passato si è fatto un esperimento, con la vendita di quotidiani nelle stazioni di servizio e nei supermercati. E' provato che non si è venduta una copia in più. Se i grandi proprietari dell'editoria volevano aumentare le copie, il risultato è stato mancato in pieno. Ma forse volevano «razionalizzare il mercato» cioè far fuori i piccoli e mettere in riga le edicole. I giornalai hanno tentato di difendersi e hanno usufruito del successo straordinario dei collaterali. Con essi le edicole hanno aumentato le vendite complessive, i quotidiani sono rimasti stabili e sono aumentate le disgrazie dei minori.
Ora le edicole otterranno di vendere ogni merce, non solo collaterali. Il risultato sarà di escludere dallo spazio di vendita tutto il superfluo. I piccoli giornali, per esempio. Così, liberalizzando liberalizzando, si ucciderà anche la libertà di stampa.
I mille volti del social forum
Cinzia Gubbini
Con una marcia contro gli Epa, un'altra degli antiabortisti e l'occupazione dell'imbarazzante punto ristoro del forum, di proprietà della famiglia del ministro della Sicurezza John Michuki, si avvia alla conclusione il settimo forum sociale mondiale. Tra luci e ombre. Da un lato, si è trattato di un'occasione importante per i movimenti africani che dopo il forum policentrico dello scorso anno a Bamako, in Mali, hanno avuto l'occasione di rafforzare le loro campagne. In particolare quelle per l'acqua pubblica e contro gli Epa, gli accordi di partenariato economico con l'Europa, che in un'altra sede avrebbero certamente avuto meno visibilità di quanta ne abbiano avuta qui. A loro sono stati infatti dedicati numerosi stand, almeno una decina di seminari e un corteo che ieri ha attraversato le vie del centro per dire no a quello che viene definito «un cappio al collo dell'Africa».
Viceversa, l'appuntamento di Nairobi ha evidenziato l'incompatibilità della presenza di soggetti e organizzazioni molto diverse tra loro. Il che è ovviamente una caratteristica dei forum sociali, della loro cifra da «università popolare» in cui chiunque può organizzare il suo seminario, e più in generale del movimento dei movimenti che abbiamo conosciuto da Seattle in poi. Ma questa volta la distanza è parsa abissale, probabilmente anche per la la preponderante presenza delle chiese, cattoliche o evangeliche. Solo per fare un esempio, ieri all'interno del forum un gruppetto di persone ha marciato innalzando cartelloni di feti abortiti. E sull'ultimo numero del Korogocho Mirror, il giornale stampato da una ong che opera nella baraccopoli di Nairobi, si può leggere un editoriale in cui ci si rammarica per l'aumento di aborti nello slum. Antiabortisti ma anche radicali su questioni come il debito, l'acqua pubblica e il diritto alla casa, i cattolici. Suore, preti e frati hanno assunto infatti le posizioni più radicali e meno di mediazione con i governi. E se l'influenza delle chiese nei luoghi più poveri e marginalizzati dall'Africa ha lasciato perplessi molti degli attivisti arrivati a questo social forum, va anche detto che i ragazzi di Korogocho «organizzati» dai cattolici hanno dato una lezione a tutti.
Tra gli aspetti più positivi, invece, il ruolo delle donne, che hanno dominato il forum, organizzando decine di iniziative ma anche cercando di mettere in piedi reti transnazionali. I seminari sui diritti delle donne, nei quali l'autodeterminazione è sempre stata un elemento centrale, sono stati in assoluto quelli con la maggiore partecipazione intercontinentale.
Quello che non è andato giù a molti è invece il costo eccessivo dei cibi, dei trasporti e di registrazione, nonché la commercializzazione del forum. Lo si era visto già nei giorni scorsi, ma ieri la contestazione ha raggiunto il suo picco quando i ragazzi degli slum hanno preso di mira il punto di ristoro Windsor, così chiamato perché in epoca coloniale era una catena di ristoranti britannici e ora è di proprietà della famiglia del contestato ministro della Sicurezza. Gli attivisti all'ora di pranzo hanno prima inviato un gruppo di bambini a sedersi alla spicciolata ai tavoli. Poi hanno inscenato un corteo di protesta urlando «free food», «cibo gratis». La polizia, colta di sorpresa, non ha potuto fare niente, mentre l'altro ieri era riuscita a scongiurare un altro tentativo di occupazione. Alla fine, dopo una lunga trattativa, i giovani hanno ottenuto la distribuzione gratuita dei pasti.
Ma quella di ieri è stata soprattutto la giornata in cui si è tentato di dare un senso a questo settimo forum sociale. Per la prima volta si sono svolte assemblee sui temi principali (dall'acqua agli Epa, dall'educazione alla guerra, dalla sovranità alimentare al debito, fino alle migrazioni) finalizzate non solo alla discussione ma a proporre iniziative concrete per il prossimo anno. Nel pomeriggio i risultati sono stati presentati all'assemblea generale, che però si è trasformata in un gran calderone in cui chiunque voleva lanciava le iniziative che aveva in mente: la mobilitazione per la cancellazione del debito a ottobre, una manifestazione contro gli sfratti in Zimbabwe, l'annuncio del prossimo controvertice a Rostock, in Germania, contro il G8, dal 2 all'8 giugno. Non è mancato nemmeno un messaggio di solidarietà con i cittadini di Vicenza che manifesteranno a febbraio contro l'allargamento della base statunitense a Vicenza. La curiosità è che a lanciarlo sia stato un ragazzo spagnolo e nessuno degli italiani. Su tutte, grande eco ha avuto la campagna contro la privatizzazione dell'acqua.
Proprio questo argomento ieri pomeriggio ha creato qualche momento di tensione tra gli italiani. Una lite arrivata dopo molti giorni di malumori dovuti alla presenza considerata troppo «ingombrante» della Tavola della pace e che si è riversata poi su alcuni aspetti dell'organizzazione: ad esempio il fatto che la delegazione ha avuto come punto di riferimento l'hotel Hilton, che si trova al centro della città (anche se chi ci vive giura che il lusso non è di casa). Ieri, durante la presentazione della prossima marcia Perugia-Assisi, che si svolgerà il prossimo 7 ottobre, Alex Zanotelli ha chiesto a Flavio Lotti «coerenza», chiedendo di escludere i gonfaloni dei comuni impegnati in progetti di privatizzazione dell'acqua. Il coordinatore della Tavola ha replicato che non sta a lui giudicare «chi marcia vicino a me». Ne è scaturita una contestazione, animata da attivisti di Ya Basta e della Rete del nuovo municipio, contro la mancanza di dialogo e di trasparenza sulle decisioni e anche sulle parole d'ordine lanciate dalla Tavola, «contro la povertà e per il sostegno all'allargamento della presenza civile nelle missioni militari». C'è infatti chi avrebbe gradito una posizione molto più netta contro la guerra. Non è stato così nemmeno sulla Somalia. L'unica parola d'ordine in comune è «stop bombing», cioè fermare i bombardamenti, senza alcuna critica al ruolo dell'Etiopia e degli Usa.
Il forum contestato è un segnale politico
Raffaele K. Salinari *
Potrebbe sembrare un episodio marginale del Forum, ma l'invasione dei bambini di strada che ieri hanno letteralmente espugnato il costosissimo ristorante dello stadio è certamente un segnale politico-simbolico che mette e nudo tutte le contraddizioni di questo Wsf. Da giorni infatti cresceva il malcontento verso i prezzi troppo alti di ogni genere alimentare, come verso l'impossibilità da parte degli abitanti delle baraccopoli di accedere al Forum; basta pensare che la quota di ingresso corrisponde a circa un mese di affitto per una baracca. Nei giorni scorsi, lentamente, gruppi di bambini erano arrivati alla spicciolata, quasi in avanscoperta, per poi tentare questa azione di massa, che ha voluto segnalare un disagio tanto più motivato in quanto il ristorante espugnato è di proprietà del fratello del ministro degli Interni.
Dopo l'attacco e la conseguente distribuzione di cibo per tutti a prezzi politici, restano però gli interrogativi di fondo che il Consiglio internazionale dovrà affrontare nei prossimi mesi. Primo fra tutti il come coinvolgere realmente i gruppi di base nella preparazione dei Forum, ma anche per tentare di rispondere all'interrogativo se è ancora questa la formula più adatta allo scopo. Restano poi aperte altre importanti questioni, come quelle legate al finanziamento di una manifestazione che si rivela sempre più costosa e che in questa occasione ha accumulato un debito di un milione di dollari. Naturalmente il problema è politico e pone una ipoteca gravissima sui prossimi Forum. Chi ha i fondi infatti, nel caso di Nairobi anche imprese private come quella di telefonia mobile che lo sponsorizza quest'anno, rischia di condizionare il processo decisionale e di impoverire la partecipazione popolare. Si aprirebbe così una divaricazione tra le cosiddette organizzazioni «grass roots» e quelle che possono permettersi di partecipare alle riunioni itineranti del Consiglio internazionale.
Questi dunque i temi di un dibattito che è già cominciato e che dovrebbe vedere un amplissimo coinvolgimento dei movimenti sociali, a partire dalle realtà nazionali, almeno per cercare una piattaforma comune che sappia portare a sintesi la necessaria libertà di espressione tra le varie anime del movimento altermondialista e la altrettanto impellente necessità di stabilire impegni comuni per tutti. Ancora una volta, come hanno fatto i bambini di Nairobi, dovremo partire alla conquista del palazzo d'inverno.
* Presisente sez. italiana Terre des hommes
Pillole di Wsf
Da Nairobi ad Assisi
In marcia con la Tavola
La diciassettesima marcia per la pace Perugia-Assisi partirà idealmente dall'Africa. E' infatti stata presentato ieri il percorso che porterà, il prossimo 7 ottobre, centinaia di migliaia di pacifisti a sfilare per 24 km tra le due cittadine umbre. «Il tema di quest'anno sarà "All human rights for all"», ha spiegato il coordinatore della Tavola della pace Flavio Lotti, «e ci muoveremo in questo senso a partire da oggi perché cercheremo di facilitare la partecipazione alla marcia di tante persone delle baraccopoli di questa città, che inviteremo in Italia». Al centro della mobilitazione ci saranno i problemi, ha detto ancora Lotti, «per i quali siamo oggi a
Nairobi insieme alla società civile africana e internazionale: lotta alla povertà, pace in Medio Oriente, Obiettivi di sviluppo del Millennio, comunicazione e informazione di pace».
Migranti senza frontiere
E' nata una Rete globale per i diritti dei migranti. L'iniziativa è giunta a conclusione dell'assemblea dei migranti organizzata oggi dall'Arci al Forum sociale mondiale. L'obiettivo, ambizioso, è giungere a una Convenzione sui diritti umani alle frontiere.
Per questo, appena possibile, sarà messa a punto una campagna ad hoc.
Oggi la maratona finale
Il World social forum si chiuderà oggi con una maratona promossa da Libera e Uisp che partirà dalla baraccopoli di Korogocho e arriverà a Uhuru Park, nel cuore di Nairobi. A dare il via alla maratona, 14 chilometri il percorso, sarà la viceministra degli Esteri con delega alla cooperazione, Patrizia Sentinelli.
Backstage
Il duro prezzo dell'antagonismo
Shaka
Come finanziare il Forum sociale mondiale è una delle più rilevanti questioni da corridoio. Se si vuole che il prossimo incontro si tenga di nuovo in un paese del Sud del mondo, come evitare le ingombranti sponsorizzazioni di ditte private? Se Nairobi 2007 fosse stato adeguatamente sostenuto finanziariamente, forse non sarebbe stato necessario chiamare una compagnia di telefonia mobile a coprire le spese di un evento che vuole denunciare le multinazionali. Una proposta la lancia il quotidiano del Forum, TerraViva, che nell'intervista a Luiz Dulci, ministro della presidenza brasiliana, propone la creazione di un fondo internazionale che possa farsi carico dei costi (ingenti) del Forum. E possa soprattutto coprire gli extra. Perché il segreto di pulcinella è che quest'anno si va sotto di un milione di dollari. Chi pagherà?
Costi 2, l'iniziativa d'impresa
La signora Helen ha pensato che in occasione del Word social forum avrebbe potuto fare un buon affare. Con cinquantamila partecipanti previsti le premesse c'erano. È andata in banca e si è indebitata per un milione e mezzo di scellini (circa quindicimila euro) dando per garanzia la casa, i mobili e anche il letto. Non aveva fatto i conti con la realtà: relegata in un angolo del grande stadio, non ha venduto niente perchè il grande punto di ristoro di proprietà del ministro della Sicurezza interna ha praticamente monopolizzato le gole dei partecipanti. A fine gennaio la banca le chiederà indietro i soldi e lei dovrà vendere la casa, i mobili e il letto. I suoi figli smetteranno di andare a scuola. «Il Forum mi ha lasciato più povera di prima», dice. Chi pagherà?
Costi 3
Il costo per entrare una giornata al Forum era di circa cinque dollari, quanto costa l'affitto di una baracca in uno slum per un mese intero. Dopo le proteste che hanno caratterizzato i giorni scorsi, ieri i bambini di Korogocho sono passati all'azione e hanno letteralmente dato l'assalto al solito unico grande punto di ristoro. L'esproprio proletario ha funzionato e in pochi minuti sono stati svuotati tutti i contenitori di cibo. Arrivati in ritardo, alcuni fotografi hanno chiesto ai bimbi di rifare la scena. Buona la seconda. Nessuno si è lamentato. Neanche i lavoratori del ristorante che sanno che questa volta a pagare sarà il proprietario detto il Kimendero, lo «spezzatore di ossa», ministro della Sicurezza.
Costi 4
Il vuoto spaventa, soprattutto in politica. E quando si lascia uno spazio vuoto c'è sempre qualcuno che tende a riempirlo. Una dinamica che si è ripetuta anche durante questo Forum, dove è venuta fuori in maniera chiara la mancanza di unità del movimento italiano. Ieri tutto ciò è divenuto palese con le contestazioni e le polemiche alla presentazione della prossima marcia della pace Perugia-Assisi. Tra smentite, correzioni e contraddizioni, si è reso palese il passo di gambero fatto da diverse organizzazioni che finora avevano fatto da punto di riferimento per la società civile italiana: facile criticare chi fa salti in avanti, più difficile fare autocritica sullo spazio lasciato libero a chi li ha fatti. Tornati a casa, però, c'è chi scommette che le cose rientreranno in breve tempo nella normalità. Chi ne pagherà il costo politico?
Shaka Lettera22
Guardie private all'attacco di uno slum. Scontri e paura al Wsf
Lacrimogeni, roghi e tanta paura. Non è una riedizione del G8 di Genova, non c'entrano nulla nè la polizia nè gli attivisti arrivati a Nairobi per il social forum. Quello che si sono trovati ad assistere diversi delegati al Wsf è stato «solo» lo sgombero di uno slum. Nel pieno centro della città e proprio nei giorni del forum. Ma soprattutto ad opera di guardie private. La vicenda è emblematica di come funzioni da queste parti il rapporto tra ricchi e poveri per quanto riguarda la proprietà. E' accaduto infatti ciò che di regola avviene in questo pezzo d'Africa: un latifondista che noleggia a centinaia di dannati povere lamiere trasformate in case, riscuotendo anche un affitto. Quando l'area diviene improvvisamente redditizia e commercialmente appetibile, ecco pronto lo sgombero per costruirvi sopra un albergo. Così, da un giorno all'altro. Il 19 il preavviso e il 20, per puro caso il primo giorno del forum, ecco arrivare le ruspe che non danno nemmeno il tempo ai malcapitati abitanti di portare via le loro povere cose. Non rispettata nemmeno la legge che prevede un preavviso di sei mesi. Per i 150 sfrattati nessuna protezione né di polizia né sociale. Semplicemente dalla baracca alla strada. L'altra sera il secondo round: ruspe con il contorno di guardie private che non esitano a sparare lacrimogeni tra la folla. Che questa volta, galvanizzata dalla presenza dei militanti di alcune reti presenti al forum, si ribella e blocca gli accessi allo slum con falò e auto di traverso. Tanta paura, finché arriva la polizia e risolve tutto semplicemente rinviando lo sfratto. Che comunque avverrà. A riflettori spenti.
Lettera a Prodi da Nairobi
Flavio Lotti
Caro Presidente Prodi, le scrivo da Nairobi, nel cuore dell'Africa, seduto accanto a due milioni e cinquecentomila persone che in questa città sono costrette a sopravvivere e a morire miseramente con in tasca meno di un dollaro al giorno. Li ho incontrati a Kibera, la più grande baraccopoli dell'Africa, da dove è partita la Marcia per la pace che ha aperto i lavori del Forum Sociale Mondiale. Camminando insieme a loro, dal quartiere più povero a quello più ricco di Nairobi, ho avvertito un profondo disagio per le ingiustizie che continuano ad uccidere ogni minuto centinaia di bambini e bambine, donne e uomini innocenti. Questa mattina li ho incontrati nuovamente a Korogocho, la discarica di Nairobi, dove si è svolta la prima assemblea del Forum sociale mondiale: un'assemblea eucaristica carica di preoccupazioni, di gioia e di speranza.
Caro Presidente, vista da qui a Nairobi, la base militare che gli Stati uniti intendono costruire a Vicenza appare un insulto a tutte queste persone private della dignità e di ogni diritto, straziate dalla fame e dalle peggiori malattie, violentate e abusate, ignorate e abbandonate dal mondo. Immersi in questa miseria, la costruzione di una nuova base di guerra è un inaccettabile spreco di denaro pubblico. E le cose inaccettabili non possono essere accettate. Di chiunque sia quel denaro, sono soldi sottratti alla lotta alla povertà.
Cosa dobbiamo dire ai ragazzi e alle ragazzi che, forse per la prima volta, sono usciti dalle loro baracche per marciare al nostro fianco chiedendo giustizia, diritti umani, pace? Cosa dobbiamo dire quando ci chiederanno perché l'Italia ha deciso di appoggiare la costruzione di questa nuova base? Perché signor Presidente? Quale nobile motivo ha spinto il suo Governo ad assumere una decisione così importante? Quanti aiuti umanitari partiranno dalla nuova base di Vicenza? Quante vite umane riusciremo a salvare grazie a questa nuova infrastruttura strategica?
Si dice che gli impegni internazionali si debbono mantenere. Ma allora... perché l'Italia mantiene sempre gli impegni militari con il governo Usa e non rispetta gli impegni contro la povertà che il governo si è assunto con l'Onu e tutti gli altri governi del mondo, come gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio?
Come faremo a spiegare che anche quest'anno dovranno cavarsela da soli perché l'Italia ha stanziato per la cooperazione internazionale solo una piccola somma incapace persino di toglierci da quell'angusta posizione che ci identifica come il paese più avaro dell'occidente? Quest'anno non c'erano soldi per salvare la loro vita. Non ce n'erano neanche l'anno scorso. Com'è possibile allora che ogni anno il nostro bilancio militare segni un nuovo record?
Tra qualche settimana forse qualcuno di loro forse sbarcherà a Lampedusa e diventerà immediatamente clandestino da rinchiudere in un Centro di permanenza temporanea in attesa di essere espulso. Altri moriranno lungo la strada. Caro Presidente, cosa possiamo dire a questa gente? Sono qui al nostro fianco. Hanno fame e sete ma non c'è né cibo né acqua. Ne hanno bisogno ora. Domani per alcuni sarà già troppo tardi. Vorrebbero vivere in pace ma, ad ogni istante, sono vittime di una violenza inconcepibile. Non c'è nessun esercito in grado di proteggerli. Sono qui al nostro fianco, signor Presidente. Cosa gli dobbiamo dire? In queste situazioni anche il silenzio uccide.
Flavio Lotti è Coordinatore della Tavola della Pace
AAA, fittasi baracche negli slum di Nairobi
Cinzia Gubbini
Fare a piedi la strada che separa Korogocho dallo stadio Kazarani, dove si sta svolgendo il primo social forum mondiale in Africa, è istruttivo: prima di tutto si scopre che lo slum dista solo quattro km dalla sede del forum, anche se tutti in salita. In secondo luogo si possono incontrare le persone che vanno e vengono dal centro, e che magari si sono spinte fino allo stadio, per partecipare o almeno dare un'occhiata alle decine di stand e alle centinaia di seminari che vanno avanti da quattro giorni. Ci sono un signore con le scarpe laccate, un gruppo di ragazzini che giocano a far rotolare i copertoni, una donna velata, un'altra vestita di stracci, un anziano con la barba curata, un diciassettenne che ascolta musica con le cuffie, parla un buon inglese ed è appena tornato dal forum.
Perché per quanto baraccopoli come quelle di Korogocho o di Kibera, rispettivamente la seconda e la prima di Nairobi, siano i posti più poveri, marginalizzati e disumani della città, a viverci sono soprattutto kenyani, cittadini che lavorano e pagano le tasse. Si calcola che il 65% della popolazione viva in uno slum. Ovviamente, appena la situazione economica lo consente chiunque scappa da qui. Nelle baracche in lamiera e nelle poche case costruite in mattoni non ci sono servizi igienici, non c'e acqua corrente, manca la corrente elettrica anche se poco lontano c'è una piccola centrale e si possono vedere gli elettrodotti che portano l'elettricità chissà dove.
Il fatto è che Korogocho - il cui nome nella lingua degli Agikuyu significa «immondizia» - è nata intorno al 1950 ma è ancora considerata dal governo kenyano un insediamento abusivo, che sorge su un terreno demaniale: dunque non esiste alcun obbligo per lo stato a fornire servizi, compresi ospedali e scuole. Tutti gli istituti scolastici che ci sono nello slum, come la St. John's School dei comboniani, non rilasciano titoli riconosciuti dallo stato. Eppure, anche se può sembrare incredibile, la gente che vive qui paga l'affitto e non è proprietaria neanche del pezzo di lamiera che ha sopra la testa. A costruire le baracche, infatti, sono dei privati, perlopiù proprietari terrieri che gestiscono questo business. L'offerta è finanche diversificata: le catapecchie sono la maggior parte, ma qua e là c'è anche qualche palazzetto fatto in mattoni. Una baracca costa tra i 300 e i 500 scellini al mese, un appartamento 1.500. Bisogna considerare che non è frequente, per chi svolge un lavoro umile, guadagnare 500 scellini al mese, cioè cinque euro, e che c'è molta gente che guadagna invece meno di un dollaro. Anche per questo motivo nello slum si vende di tutto: corpi, droga, armi, oltre ai più ordinari oggetti di consumo. Tutta merce esposta nei banchi allestiti proprio di fronte alla porta di casa, intorno ai quali si incontrano capre e galline che beccano la terra - l'asfalto non c'è - impastata con centinaia di buste di plastica che galleggiano anche dentro al fiumiciattolo, intorno al quale ci sono gli stessi meravigliosi alberi che si possono ammirare al Safari Park, uno degli alberghi più esclusivi di Nairobi, anch'esso distante pochi chilometri da Korogocho.
Quello della plastica è un problema serio. L'unica conseguenza positiva è che questi appezzamenti sono talmente inquinati che difficilmente il governo troverà qualcuno a cui venderli. Ciò non difende però gli abitanti degli slum - a Nairobi ce ne sono più di 200 - dalle demolizioni. Solo in questi giorni di forum ce ne sono state tre, anche se nessuno allo stadio Kazarani se n'è accorto. A raccontarlo è Daniele Moschetti, il padre comboniano che ha raccolto il testimone di Alex Zanotelli, che ha vissuto per ben 12 anni a Korogocho. L'occasione è stata uno dei tredici seminari disseminati negli slum per cercare di decentrare un po' i lavori del forum. A Korogocho, in una piccola arena che si trova nel centro culturale dei comboniani, si parlava di diritto alla casa e alla terra: ospiti d'onore, oltre a Zanotelli che ormai vive a Napoli da quattro anni ma che viene accolto dagli abitanti della baraccopoli come una specie di capofamiglia emigrato all'estero, gli attivisti sudamericani della campagna No evictions, «Basta sfratti», e il teologo della liberazione brasiliano Marcello Barros. «Qui in Kenya il diritto alla casa e alla terra è un problema essenziale: l'80% delle persone vive nel 5% della terra, in una situazione insostenibile», dice Moschetti. Barros ricorda che quando un dominatore vuole conquistare un paese, la prima cosa che fa è prendere la terra, come hanno fatto i colonialisti in America Latina e in Africa.
La storia degli slum di Nairobi è proprio questa: quando gli inglesi fondarono la città, prima come deposito della ferrovia da Mombasa a Kampala, poi come sede del protettorato, i neri non potevano entrare nel centro. E così nacquero i primi slum, che sono diventati la risposta abitativa, dopo l'indipendenza, dei lavoratori che scappavano dalle campagne - distrutte dalle politiche di aggiustamento strutturale - per cercare lavoro in città. Oggi negli slum arrivano anche i migranti, ad esempio da Tanzania e Uganda, o rifugiati politici come i somali.
Alla fine del seminario padre Zanotelli celebra una cerimonia di benedizione della terra in cui coinvolge i ragazzini dello slum, alcuni dei quali avevano passato tutto il tempo dell'incontro a sniffare glup, colla. Tutti, mano nella mano, intonano «We shall overcome». L'azione dei comboniani è uno dei fattori che hanno stimolato una qualche organizzazione politica nelle baraccopoli. Veri e propri movimenti sociali non esistono, ma nel 2004 la protesta degli abitanti ha fermato l'espulsione di 300 mila persone. Oggi la rete Kutoka chiede prima di tutto che sia concesso maggiore spazio vitale agli abitanti e che la terra diventi comunitaria. Ma ci sono anche gli adolescenti, che barcamenandosi tra comboniani, ong e una vera volontà di autonomia, si muovono: al Social forum sono stati loro a mettere in piedi la protesta contro il prezzo di ingresso e il costo del cibo.
Backstage
L'esercito, il torturatore e chi rapina Indymedia
Shaka *
Changamoto za mkutano wa Nairobi (le sfide del forum di Nairobi). Si può discutere di cosa significhi essere di sinistra oggi senza interloquire con i governi di sinistra e la classe lavoratrice? Secondo l'organizzazione non governativa brasiliana Ibase, sì. In un seminario che si è tenuto domenica scorsa, si è riusciti a parlare di sinistra senza menzionare neanche una volta la parola working class e citando curiosamente solo tre dei nove paesi sudamericani che hanno oggi un governo progressista. Ignorando i governi di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cuba, Ecuador, Nicaragua, Uruguay e Venezuela i relatori si sono inavvertitamente esposti a una delle critiche più comuni al Word social forum: l'incapacità di connettersi attivamente al mondo reale della politica. Nelle loro discussioni, i relatori si sono lanciati in una vigorosa discussione sulla vecchia e la nuova sinistra: nonostante il riconoscimento dei valori della sinistra tradizionale e della loro importanza per la nuova sinistra e i movimenti, le sfide che guardano in avanti non possono non partire dall'analisi della sconfitta globale del comunismo avvenuta lo scorso secolo con la caduta del muro di Berlino. Circa 100 persone erano presenti alla discussione, tra loro nessun africano.
Contraddizioni
Di contraddizioni al forum di Nairobi ce ne sono parecchie. Si potrebbe cominciare da quelle sulla sicurezza. L'apparato messo a disposizione dei partecipanti è sicuramente imponente: guardie private, polizia, verso sera anche l'esercito (armato). Il grado di potere è direttamente proporzionale alla lunghezza del sempre presente manganello e tutti gli accessi ai punti «sensibili» sono sorvegliati con occhi di falco. Eppure verso le 18 di lunedì tre persone armate sono potute salire all'ultimo piano dello stadio e rubare tutto il materiale di Indymedia. La lista dei furti è peraltro abbastanza elevata. In termini di sicurezza poi, c'è da dire che l'unico grande punto di ristoro del forum è di proprietà personale del ministro della Sicurezza nazionale, tanto noto torturatore da meritarsi il nomignolo di Kimendero, «lo spezzatore di ossa».
Buon appetito
Un panino e una birra costano quanto dieci giorni di reddito medio di una famiglia povera di Nairobi (circa dieci dollari). Dopo il lauto pasto, gli attenti altermondialisti non esitano a seminare plastica e carta tutt'intorno, di fretta per non perdere l'ultimo seminario sull'ecosostenibilità dell'ambiente.
Cosa c'è
La sinistra giovanile, la Caritas, Vittorio Agnoletto, i bonghi (in abbondanza), i ballerini, l'artigianato locale, i sandali, gli infiltrati del governo tunisino, tanta buona volontà, un sole che spacca le pietre, le suore, i francescani, qualche parlamentare, qualche ministro (o vice), qualche ladruncolo, le magliette di Ho Chi Min, le apparecchiature cinesi.
Cosa non c'è
I microfoni, le sedie, il programma, i traduttori, internet (poco), la carta igienica, una comunicazione efficace, Bertinotti, i disobbedienti, Radio Popolare, i trasporti gratuiti, la certezza dei luoghi dove si tengono gli incontri, le zanzare, i cestini della spazzatura, una visione comune del Forum.
* Lettera22
E al forum alternativo parlano i «cittadini»
Cristina Formica
Il giorno prima dell'apertura del Wsf, nel parcheggio del Kenyatta conference centre si è svolta una manifestazione di protesta contro il comitato organizzatore keniano. Quindici donne e uomini con cartelli scritti a mano che invitavano i partecipanti al Social forum a recarsi agli incontri organizzati dall'associazione Citizen assembly. A chi li osservava, i manifestanti davano un fiocchetto bianco, simbolo della lotta dei poveri del Kenya a una vita più giusta. Il luogo degli incontri era il Jevanjee Garden, che si trova ai limiti del centro di Nairobi, tra le università: siamo al confine con gli slum, quando la città diventa baraccopoli. Il Citizen social forum si è svolto tra il 21 e il 23 gennaio, ma gli organizzatori tengono a precisare che la loro iniziativa è interna al più grande Social forum mondiale.
Citizen assembly appare una rete civica: Shamsia, uno degli organizzatori, spiega che il loro network nasce nel 2005 e lavora solo in Kenya, ma ora stanno cominciando a collegarsi anche con reti europee. Lavorano sulla mobilitazione popolare perché i keniani possano maggiormente incidere sulla vita politica nazionale e abbiano più potere e consapevolezza. Assembly citizen ha 10 gruppi nazionali che si riuniscono regolarmente una volta al mese, le assemblee sono libere alla partecipazione popolare. Ogni gruppo decide il tema su cui impegnarsi, che è sempre legato al territorio e ai problemi reali delle persone.
Il programma svolto al Citizen forum center era tutto incentrato sul Kenya: dibattiti dalla mattina al primo pomeriggio sulla democrazia, la pace e la giustizia, i giovani, i diritti delle minoranze. L'ultimo giorno dei lavori è stato riservato ai temi dell'aids, delle relazioni tra i diversi gruppi etnici keniani e del debito estero. Quest'ultimo è al centro delle discussioni sia qui che al social forum, dramma comune per il sud del mondo: mentre il 56% della popolazione keniana vive miseramente, 112 miliardi di scellini devono essere ripagati alle istituzioni internazionali, per un debito senza fine che ha il drammatico risultato di distogliere fondi dall'educazione, dalla sanità e dal miglioramento delle condizioni di vita dei keniani.
Anche a Jevanjee Garden la soluzione per i keniani è quella di non pagare più. Tutte le proposte che l'Onu fa per risolvere le ingiustizie mondiali sono da respingere, a partire dagli Obiettivi del millennio, che per i keniani sono falliti e inutili. Per non parlare delle politiche degli accordi tra Unione europea e paesi africani, e che provocano disastri per i mercati africani.
Odindo è il fondatore di una delle associazioni legate a Citizen network, Hakijamii, che si occupa della questione agraria. A suo parere il ruolo del colonialismo britannico nella creazione delle discriminazioni in Kenya è stato determinante: la proprietà della terra era in mano a gruppi economici stranieri che hanno costretto l'agricoltura keniana a monoculture come il tè e il caffè e che non hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita dei keniani. Un problema molto sentito è oggi la discriminazione delle donne: sebbene siano loro a coltivare la terra e garantire la sopravvivenza delle comunità, esse non sono proprietarie, dipendendo in questo modo dai mariti e dai fratelli.
«Tutti a New York a giugno». Un forum nel cuore dell'impero
ci.gu.
Si terrà ad Atlanta a partire dal 27 giugno. Il primo Social forum statunitense è praticamente già realtà, e qui a Nairobi si guarda a quell'appuntamento con speranza e entusiasmo. Praticamente dopo aver «espugnato» l'Africa, che per i tantissimi problemi organizzativi sembrava un'impresa impossibile, gli Stati uniti rappresentano la tappa successiva nel tentativo di esportare il forum nel «cuore» dei probelmi. E certamente la politica degli Usa e di Bush è uno di quei cuori. A organizzare l'«evento» è la Grassroot global justice network, una rete che raccoglie più di 80 associazioni e che si occupa di difendere i diritti della working class. «L'idea è nata al Social forum di Caracas, avevamo un tendone nel centro della città, eravamo molto visibili, e in tanti si sono avvicinati per incoraggiarci, soprattutto i latinoamericani, dicevano che un Social forum negli Usa è indispensabile - spiega Stephen Bartlett - così prima abbiamo provato con un forum regionale che si è svolto ad aprile in North Carolina, poi abbiamo iniziato a costruire il forum nazionale». La vittoria dei Democratici al Congresso, dice Bartlett, non ha influenzato minimamente la voglia di dare questa spallata: «La vittoria dei Democratici cambia gli equilibri nel paese. Ma il nostro problema è un altro: la consapevolezza che la democrazia in America è a rischio. La gente è contraria alla politica di Bush, ma è impossibile farsi ascoltare. Organizziamo il forum soprattutto per il bene degli Usa». A Nairobi qualcuno ha fatto notare che sarà molto complicato raggiungere gli States: «E' una preoccupazione seria - dice Bartlett - nel mio paese vige lo stato di polizia, ottenere i visti sarà durissima. Ma noi faremo il possibile per assicurare una partecipazione ampia».
Rischi e pericoli di un'Africa no global
Emma Bonino *
Cari direttori, ho letto con interesse - e una buona dose di inquietudine - l'opinione di Vittorio Agnoletto (il manifesto 20 gennaio) sugli Accordi di partenariato economico (Epa) in corso di negoziato fra l'Unione europea ed i Paesi africani. Mi inquieto non tanto per il grido d'allarme lanciato da Agnoletto, quanto per l'approssimazione nel trattare una materia delicata e complessa, e per la rappresentazione caricaturale dell'operato del mio Ministero.
L'iniziativa europea di negoziare accordi di partenariato economico con i paesi dell'Africa, Caraibi e Pacifico (Acp), conseguenti agli Accordi di Cotonou del 2000, ha una ragione e una scadenza precisa. A norma dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), è necessario per l'Unione europea concludere accordi di libero scambio con questi paesi entro la fine del 2007, data in cui scadrà la deroga che ci consente di praticare a vantaggio dei Paesi Acp condizioni tariffarie preferenziali rispetto a quelle che l'Ue applica a tutti gli altri membri dell'Omc (inclusi altri paesi in via di sviluppo, che reclamano da tempo contro questa «discriminazione fra poveri»).
L'esperienza dei vari accordi precedenti tra Ue e Paesi Acp (in particolare gli Accordi Lomé) mostra che questi ultimi non ne hanno tratto grande giovamento per la loro crescita economica. E' tempo di cambiare registro, e di rendere questi paesi più partecipi dei ritmi e dei meccanismi dell'economia globale. E' innegabile che il passato coloniale e anche certi atteggiamenti spregiudicati sul piano dello sfruttamento delle risorse (non solo degli occidentali: cinesi e indiani fanno la loro parte) abbiano concorso a penalizzare le prospettive di sviluppo dell'Africa sub-sahariana, ma non per questo mi sento di condividere l'analisi di Agnoletto.
L'Africa non è oggi una vittima della globalizzazione selvaggia. Ha ereditato, come tutti, la sua quota di problemi e rischi globali: ambiente, pandemie, terrorismo. Ma soffre, al contrario, di rimanere ai margini di quasi tutti i processi globalizzanti: che si tratti dell'economia, della tecnologia, della diffusione delle conoscenze, della ricerca, della governance, spesso della democrazia e dello stato di diritto. Ad essere seri, quasi l'intero continente è oggi no global, nel senso che accusa un ritardo crescente, secondo tutti gli indicatori mondiali, anche rispetto agli altri paesi in via di sviluppo. Se questo trend continua, come sembra auspicare Agnoletto, c'è poco da stare allegri. Il processo di globalizzazione è destinato a continuare e ad incidere pesantemente sui tassi di crescita e di sviluppo - che ci piaccia o meno.
Gli «Epa» sono un tentativo di affrontare il problema del sottosviluppo con un approccio diverso. Sono accordi che sostengono fortemente l'integrazione regionale all'interno delle aree dell'Africa, Caraibi e Pacifico: ciò dovrebbe costituire per i paesi di piccola dimensione un impulso aggiuntivo alla crescita.
Il nostro governo - non solo un ministro liberista, né solo il mio dicastero - sostiene la strategia della Commissione europea, volta a concludere entro quest'anno gli «Epa» con le sei aree regionali interessate. In qualche caso - si pensi all'Africa orientale e ai drammi che la scuotono, dal Darfur alla Somalia - si tratta di un obiettivo probabilmente non realizzabile. Ed è un peccato.
Gli «Epa» non hanno intenti predatori, né fanno astrazione della differenza di sviluppo delle parti contraenti. Il mandato negoziale prevede infatti un adeguato sostegno finanziario ai Paesi Acp, che fa seguito al meccanismo dei Fondi europei di sviluppo ampiamente sperimentato nel corso degli ultimi decenni. Parte di questo sostegno può essere utilizzato per recuperare l'erosione finanziaria conseguente all'eliminazione dei dazi, che sarà retta da un meccanismo asimmetrico, e avrà luogo solo alla fine di un congruo periodo di adattamento.
Agnoletto ha ovviamente pieno diritto a coltivare e esprimere opinioni divergenti da quelle dell'Unione europea e del governo. Può anche, se lo ritiene opportuno, versare il contributo della sua preziosa esperienza no global alla causa di un ipotetico movimento pan-africano che ha «nell'opposizione agli Epa l'obiettivo principale di questa stagione di lotta».
Per quanto mi riguarda, auspico soprattutto che il dibattito sui problemi e le prospettive del continente africano rimanga serio e non demagogico. E che le energie disponibili per lottare a favore dell'Africa e degli africani trovino una causa migliore di quella dell'«opposizione agli Epa».
* Ministro del commercio internazionale e per le Politiche europee
Epa, il cappio europeo al collo dell'Africa
Cinzia Guzzini
Nairobi
«L'Europa ha visto tutte le piroghe che sono partite questa estate per la Spagna dal Senegal? Ebbene, su quelle barche c'erano i contadini. Contadini costretti a partire perché non riescono più a vivere della loro agricoltura», dice Babacar Ndao, uno dei rappresentanti della Roppa (la rete delle organizzazioni agricole dei paesi dell'Africa occidentale). «E' l'effetto incontestabile della liberalizzazione del mercato: gli aggiustamenti strutturali imposti dall'Organizzazione mondiale del commercio negli anni passati hanno costretto i nostri paesi ad abbassare le tariffe doganali e a spingere il pedale delle privatizzazioni: questo è stato il risultato. Ora stanno per completare l'opera». Ndao ha appena concluso il suo intervento al seminario contro gli Epa, uno dei tanti che si svolge allo stadio Kazarani di Nairobi. Sono loro il fantasma che attraversa questo settimo Social forum mondiale, i grandi accusati. Perché per quanto la sigla Epa sia pressoché sconosciuta - moltissimi europei guardano con curiosità lo striscione che annuncia l'incontro, qualche italiano la scambia con l'abbreviazione di epatite - gli «accordi di partenariato economico» sono il cappio che sta per stringersi attorno al collo dell'Africa. «La Commissione europea sta siglando accordi con le regioni africane per stabilire aree di libero mercato - spiega Ndao - Questo significa che i paesi europei pretendono la completa eliminazione dei dazi doganali in modo da competere con i nostri prodotti». Chi avrà la meglio in questa «competizione» è facile da immaginare.
«L'Europa pretende di arrivare con i suoi prodotti nei nostri paesi, ma la nostra agricoltura non ha niente degli standard agricoli europei: ci vorranno almeno venti anni. E nel frattempo la nostra agricoltura deve essere protetta. Come d'altronde l'Europa protegge la propria», aggiunge una donna del Camerun, che rappresenta le reti contadine dell'Africa centrale. A partire dal primo gennaio 2008, cioè tra meno di un anno, gli Epa entreranno in vigore. «Per noi è una vera catastrofe», dice Yaboxyekk Haile, etiope, membro della ong Acord e arrivato a Nairobi con il neocostituito Ethiopian Social Forum. «L'agricoltura famigliare, quella più diffusa, verrà completamente distrutta. Ma accadrà lo stesso anche con le piccole industrie, che non potranno avere prezzi abbastanza competitivi». Haile sottolinea le ipocrisie di Bruxelles: «Parlano di libero mercato, ma una mucca europea riceve due dollari al giorno di sussidi, quando il 45% della popolazione in Etiopia vive con meno di un dollaro al giorno». Un esempio piuttosto scioccante.
La contrattazione sugli Epa è iniziata dopo la firma degli accordi di Cotonou nel 2000, tra l'Europa e i paesi Acp (paesi dell'Africa dei Caraibi e del Pacifico): fino a quel momento i paesi Acp godevano di una clausola preferenziale che però, secondo le regole del Wto, scade il 31 dicembre 2007. Da quel momento in poi devono entrare in vigore nuovi accordi: ed è così che si è scatenata la corsa agli Epa. «Ma gli accordi di Cotonou prevedevano tre pilastri: l'aspetto politico, sociale e economico. I tre pilastri sono stati messi da parte, e gli accordi riguardano soltanto l'aspetto finanziario», denuncia ancora Haile. I sostenitori degli accordi di partenariato economico ritengono che il libero mercato stimolerà anche la produttività delle aziende e dell' agricoltura del sud. Una filosofia che può apparire molto moderna, ma che in Africa e in altre zone del pianeta viene applicata in modo sfrenato da almeno venti anni. E i risultati sono pessimi: in Ghana 50 mila posti di lavoro nel settore tessile sono scomparsi dopo la liberalizzazione delle importazioni tra il 1987 e il 1993. Babacar Ndao racconta che in Senegal tra il 2003 e il 2005 sono scomparse 56 aziende per effetto dell'entrata in vigore delle tariffe esteriori comuni (un ennesimo taglio delle tariffe doganali). Qui, al Social forum, i movimenti contadini africani stanno cercando di coordinarsi per impedire ai propri governi di firmare gli Epa. Ma senza una mobilitazione in Europa, la loro lotta sarà molto più dura.
Sentinelli: la cooperazione deve cambiare
«La cooperazione internazionale deve cambiare, le decisioni devono essere prese dai governi ma insieme ai movimenti e alla società civile». La politica della donazione non funziona, è meglio diventare partner dei paesi. Unica rappresentante del governo italiano al Forum di Nairobi, Patrizia Sentinelli ha parlato di Africa e beni comuni: «Acqua, energia e cibo sono della popolazione e non delle multinazionali. Basta con le politiche che portano via le risorse».
«L'Italia dimentica gli Obiettivi Onu»
Emanuele Giordana*
«Siamo francamente stupiti che nella legge delega di riforma della cooperazione non ci sia praticamente alcun accenno agli Obiettivi del Millennio, la "road map" della comunità internazionale per la lotta alla povertà». Silvia Francescon è la coordinatrice per l'Italia della Campagna del Millennio delle Nazioni Unite, gli otto obiettivi che dovrebbero trasformare in realtà le decisioni prese nel 2000, con la Dichiarazione del Millennio. All'epoca 189 leader mondiali si impegnarono a eliminare la povertà, o almeno le sue forme più scandalose, attraverso appunto otto Obiettivi da raggiungere entro il 2015: dimezzare la povertà estrema e la fame; raggiungere l'istruzione primaria universale, promuovere l'uguaglianza di genere, diminuire la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere l'Hiv/Aids, la malaria e le altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale, sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo. «Ma su quest'ultimo tema - aggiunge Francescon - vediamo pochi avanzamenti. L'Italia non è tra i paesi che redigono un bilancio dello stato dell'arte del punto 8, che riguarda gli impegni dei paesi ricchi». Manca un segnale forte insomma, e da questo punto di vista la legge delega di riforma della Cooperazione, fatta propria il 12 dicembre dal consiglio dei ministri, pare alla rappresentante dell'Onu troppo avara.
Nella legge c'è un riferimento alle Nazioni Unite nelle prime righe...
Si, ma resta un principio troppo vago perché non c'è alcun riferimento agli Obiettivi del Millennio, mentre sarebbe stato importante, e in linea tra l'altro col Programma dell'Unione, un segnale forte sull'impegno italiano, com'è per altri paesi europei. Francamente la cosa ci ha stupito.
Gli altri paesi?
Ogni paese ha una strategia, il problema è che l'Italia non sta spiegando qual è la sua. Nazioni come l'Olanda o la Svezia preparano dei rapporti che monitorano l'Obiettivo 8 che, a differenza degli altri che responsabilizzano i paesi in via di sviluppo, è incentrato sui doveri dei paesi ricchi. L'Italia non lo fa: è come se non sapessimo qual è la strategia in termini quantitativi e qualitativi.
Cominciamo dalla quantità.
Questo è forse un difetto anche della legge. Non c'è alcun riferimento all'obiettivo dello 0,7% del Pil entro il 2015 o dello 0,51% entro il 2010. Ora noi sappiamo che l'Italia è nella situazione scandalosa di essere il fanalino di coda nell'aiuto pubblico allo sviluppo, ma il governo, pur se il programma dell'Unione era stato molto puntuale, non ha più dato indicazioni. Come ci arriveremo e quando?
La qualità...
La povertà non si vince solo coi soldi e devo dire che da questo punto di vista la legge delega fa un passo avanti molto importante. Mi riferisco all' "aiuto legato" quando si scrive che "nelle attività di cooperazione allo sviluppo sia privilegiato l'impiego di beni e servizi prodotti nei paesi e nelle aree in cui si realizzano gli interventi". Sarebbe forse stato opportuno anche un riferimento alla Convenzione di Parigi che fornisce indicatori quali l'armonizzazione delle procedure di erogazione dei fondi. C'è anche un altro punto positivo: il concetto di unitarietà. Anche se non è chiaro in che modo poi si farà questa coerenza delle politiche. Mi rendo conto che la legge è in itinere e sono certa che molte lacune saranno colmate.
C'è stata una polemica sui fondi privati. C'è chi teme una «privatizzazione» dell'aiuto allo sviluppo.
Nella legge delega c'è un forte riferimento ai fondi privati, ma non sta a noi dire se sia una scelta positiva o meno. La domanda vera riguarda la risposta ai cittadini italiani. Se i fondi sono pubblici, sulle scelte rispondono governo e parlamento. Se sono privati? E' un nodo che resta forse da sciogliere.
Qualcuno trova la legge troppo «bilateralista».
Credo che si debba tener conto delle scelte del governo che sono evidentemente orientate in senso multilaterale. Non credo ci sia il rischio di un eccesso di cooperazione bilaterale. Naturalmente è importante indicare i mezzi, la quantità, la qualità, la coerenza degli interventi. Una strategia dunque nella quale, ci auguriamo, trovino un riferimento forte e puntuale gli Obiettivi del Millennio.
* Lettera22
Non è troppo tardi per salvare la terra
Cinzia Gubbini
Inviata a Nairobi Alla conferenza che ha tenuto ieri mattina nel tendone allestito dalla Caritas internazionale (una vera potenza in questo social forum) il premio Nobel per la pace Waangari Maathai ha emozionato tutti, raccontando la parabola dell'uccellino che non scappa di fronte al grande incendio, mentre tutti i grandi animali se la danno a gambe. «Con il suo piccolo becco andava e veniva dal fiume, per spegnere il fuoco. Gli altri, gli animali potenti, lo scoraggiavano: che puoi fare tu così piccolo? E lui rispondeva: "faccio il meglio che posso". E questo è quello che dovremmo dire anche noi tutti i giorni». Maathai ha cominciato così la sua battaglia ambientalista con il Green belt movement: piantando alberi, uno dopo l'altro, un'azione piccola ma dirompente. E non ha mai smesso: oggi pomeriggio ha organizzato una cerimonia in cui verranno piantati degli alberi.
Dottoressa Maathai, cosa pensa dei cambiamenti climatici che si stanno registrando nel mondo? Proprio in questi giorni l'Europa del nord è stata colpita da un violento uragano che ha fatto molti morti e provocato il naufragio di una petroliera.
E' molto difficile capire se i fenomeni che si registrano nel mondo siano da addebitare al 100% ai cambiamenti climatici. Per molto tempo non c'è stato consenso tra gli scienziati su cosa stia accadendo. Alcuni sostengono che è tutto normale: accade periodicamente che ci siano dei cambiamenti climatici e dunque non c'è nulla di cui preoccuparsi. Ma ormai la maggior parte degli scienziati è d'accordo nel segnalare che questi cambiamenti sono accelerati da quando è iniziata la rivoluzione industriale. Nel film realizzato da Al Gore, negli Stati uniti, vengono mostrati dei grafici che esemplificano come il clima sia cambiato negli ultimi 300 o 500 anni. Secondo la maggior parte degli scienziati, ormai, è evidente che le attività umane stanno causando dei mutamenti troppo veloci, e che le conseguenze sul nostro pianeta saranno gravi: già oggi ci sono casi in cui nevica ad agosto, al polo si riducono i ghiacciai, un fenomeno che possiamo osservare andando sul monte Kenya, dove si sta sciogliendo il ghiacciaio mentre alcuni fiumi straripano. I periodi di siccità, inoltre, si allungano sempre di più. Sono fenomeni sotto gli occhi di tutti.
Il punto è se i danni causati sono irreparabili o meno. Lei cosa ne pensa?
Molte persone ritengono che si possa ancora fare qualcosa. E io ci credo. Ma è complicato convincere le persone a muoversi. La gente sa tutto su queste cose, è d'accordo, dice che vorrebbe fare qualcosa. Ma non reagisce a meno che non si trovi in mezzo alla catastrofe. Lo stesso si può dire dei governi.
Gli Stati uniti non hanno ancora adottato il protocollo di Kyoto, riducendone nettamente l'impatto. Cosa si può fare per convincerli?
Credo che vedremo molto presto dei cambiamenti importanti in America. Quando sono stata negli Stati uniti ho avuto la sensazione che ci sia una grande coscienza, una grande mobilitazione. In paesi come il Kenya le persone vedono alberi bellissimi, la natura rigogliosa, pensano che non stia accadendo nulla, finché non arriva qualche catastrofe. Gli americani saranno anche grandi consumatori, ma hanno contemporaneamente un grande livello di analisi e coscienza. Durante la conferenza sul clima che si è tenuta qui a Nairobi, gli Stati uniti sono stati piuttosto silenziosi. Non so esattamente per quale motivo, forse stanno aspettando di vedere cosa accadrà entro il 2012, ma secondo me il governo è consapevole che la maggior parte della popolazione vorrebbe che gli Usa appoggino Kyoto. Forse non accadrà finché Bush è alla presidenza. Ma poi, ne sono certa, le cose cambieranno. Detto questo, credo che il problema rimanga cosa abbiano intenzione di fare gli altri paesi: se l'America sbaglia, ciò non impedisce agli altri di imboccare la strada giusta.
A che punto è il movimento ambientalista africano?
Credo che non ci sia una grande coscienza in Africa sul collegamento tra degrado ambientale e cambiamenti climatici. C'è invece una fortissima coscienza della necessità di proteggere l'ambiente e la natura. Anche a livello governativo, ad esempio qui in Kenya, c'è tradizionalmente questo tipo di preoccupazione. Ma io credo che i governi non facciano ancora abbastanza per mobilitare le comunità, e soprattutto per investire in energia alternativa: qui in Kenya il legno è ancora una fonte di energia importante. Significa che si continuano a bruciare troppi alberi.
Al social forum mondiale appare evidente che nei movimenti del sud del mondo le donne hanno un ruolo centrale, che hanno perlopiù perso nel nord. Perché, secondo lei?
E' vero, le donne sono una risorsa essenziale nei movimenti del sud del mondo. Ma io credo che lo siano per necessità: stanno cercando di cambiare veramente la pessima situazione in cui si trovano. Dunque si informano, si cercano, si incoraggiano, vanno avanti. In un forum come questo pretendono che tutti sappiano quali sono le loro istanze. Io credo che la cosa più importante sia esattamente questa: formare delle reti. Perché è in questo modo che si può riuscire a focalizzare degli obiettivi chiari, che possono essere portati avanti incoraggiandosi l'un l'altro.
Eppure alcune campagne non riescono ad avere successo, come quella sulla cancellazione del debito, altro grande tema del forum. Perché?
I cittadini non sanno nulla del debito: quelli del nord pensano che ci siano stati prestati dei soldi, e che ora non li vogliamo restituire. Per questo mi piace il termine «debito illegittimo» e vorrei che lo chiamassero tutti in questo modo. Certo, sarebbe fantastico se un governo africano decidesse di non pagare più: ma non lo faranno perché sarebbero puniti. Oltre al fatto che alcuni stati non vogliono accettare le condizioni che vengono poste quando il debito viene cancellato, e non per nobili motivi, ma perché hanno paura che non avrebbero più i soldi per comprare le armi o mantenere se stessi. Ma nel processo per eliminare questa enorme ingiustizia sono fondamentali anche i movimenti del nord. Noi, dal sud, dobbiamo fare pressione sui nostri governi. Ma voi, del nord, dovete essere coscienti che il debito uccide e dire con chiarezza che non volete soldi sporchi di sangue.
I paradossi della cooperazione
Michele Nardelli
Ha ragione Giulio Marcon (il manifesto 13 gennaio) nel felicitarsi del fatto che avremo finalmente una nuova legge sulla cooperazione internazionale a fronte di una normativa del secolo scorso. E ad auspicare che sia una buona legge. Per farlo però non serve un semplice ammodernamento del vecchio impianto legislativo. Quel che occorre è un «salto di paradigma».
E invece ho l'impressione che le proposte di legge in circolazione siano ancora segnate dalla logica dell'«aiuto allo sviluppo», il che significherebbe disegnare una legge fuori dal tempo, incapace di tentare qualche risposta alla crisi profonda in cui versa la cooperazione internazionale.
Il paradosso è questo. Nel momento in cui più forte che mai è la consapevolezza della globalizzazione e tocchiamo con mano i meccanismi dell'interdipendenza, viviamo il momento più alto di crisi della cooperazione internazionale. Tale crisi non è data, come in genere si ritiene, dal taglio dei fondi nazionali o del sistema delle Nazioni unite, e nemmeno dal perverso connubio fra intervento bellico e «circo umanitario». La crisi della cooperazione riguarda i suoi «fondamentali», il suo presupposto teorico.
E' cambiato il mondo e si continua a ragionare come se questo fosse ancora diviso fra nord e sud, fra sviluppo e sottosviluppo. Prima ancora della mancanza di strategie, la cooperazione internazionale sembra incapace di leggere il presente.
La nuova geografia planetaria, l'economia mondo, ci indica che i luoghi cruciali dell'accumulazione finanziaria sono le aree di massima deregolazione: le guerre, i traffici criminali (dalle scorie nucleari agli esseri umani), le nuove schiavitù. L'internazionalizzazione delle produzioni e la delocalizzazione delle imprese ci raccontano di paesi che conoscono una crescita travolgente grazie soprattutto alla sistematica violazione dei diritti umani e dei lavoratori e a forme di controllo neofeudale dei territori. Chi è dunque sviluppato e chi sottosviluppato?
L'idea della «cooperazione allo sviluppo» ha come presupposto che ci siano paesi «rimasti indietro»: si tratta di una lettura economicista e sostanzialmente neocoloniale («insegnare a pescare», ci dicevano...), che non corrisponde alla realtà.
Forse andrebbe ripensato il concetto stesso di cooperazione intesa come trasferimento di risorse, a partire dalla semplice considerazione che non esistono paesi poveri (impoveriti semmai), che ogni paese è ricco di suo, di culture e saperi prima ancora che di risorse materiali (spesso motivo di impoverimento e di aggressione), e che la frontiera di una nuova cooperazione dovrebbe riguardare il sostegno ai processi di riappropriazione da parte delle comunità locali di tali risorse, il che implica una capacità tanto di riconoscerle che di partecipazione e di autogoverno.
Allora non è solo o tanto un problema di maggiori investimenti nella cooperazione, smettendola peraltro con la contabilizzazione del debito o delle operazioni militari dette umanitarie in questa voce: serve una modalità diversa di fare cooperazione basata sulle relazioni piuttosto che sugli aiuti.
Questo investe anche il nodo dell'autonomia progettuale, tanto della cooperazione governativa quanto del sistema delle Ong. Gli uni e le altre hanno il problema di ricostruire un loro pensiero, cui far seguire la ricerca dei fondi per operare. Non possiamo nasconderci che la crisi della politica e la cultura dell'emergenza hanno fatto disastri da una parte e anche dall'altra, nel mondo detto non governativo, nell'ossessivo rincorrere bandi che pongono le coordinate entro cui agire. Così le Ong rischiano di perdere la loro autonomia, rinchiuse in gabbie già prestabilite dai donatori, sempre più tecnicizzate e dunque tendenzialmente prive di autopensiero. Gli schemi tecnici impongono tempi di realizzazione che non permettono la conoscenza approfondita dei territori nei quali si opera anche perché il lavoro di relazione viene trascurato in sede progettuale e di finanziamento. Producendo insostenibilità.
Limitarsi ad agire sugli ingorghi ministeriali in termini di finanziamenti e competenze, arrivando tutt'al più alla legittimazione di una pluralità di attori della cooperazione, può servire ma non aiuta certo a «cambiare rotta».
Una nuova legge sulla cooperazione internazionale dovrebbe cercare uno sguardo diverso in un tempo cambiato, pensando alla cooperazione come sostegno ai processi di autosviluppo, valorizzando le relazioni territoriali e le esperienze di cooperazione fra territori, cogliendo le straordinarie potenzialità di comunità che si mettono in gioco in uno spazio aperto. Prossimità (conoscenza), reciprocità (comunità di destino) ed elaborazione del conflitto (una lettura condivisa di ciò che è accaduto) sono le parole chiave che dovrebbero segnare quel salto di paradigma che si richiede alla cooperazione internazionale.
nardelli@osservatoriobalcani.org
La discussione su antiamericanismo e filoamericanismo sta assumendo, in Italia, caratteristiche molto stravaganti e assai poco pratiche. È una disputa completamente astratta, che si sostituisce all'analisi dei fatti e che ignora non solo la storia passata ma anche la storia che con le nostre azioni o omissioni stiamo facendo. Chi entra nella disputa deve rinunciare a quello che sa, che vede e prevede razionalmente, che ha appreso da errori constatati. Deve accettare di discutere religiosamente della politica statunitense, e per essere ascoltato deve prima professare una fede: crede o non crede nell'America, a prescindere da quello che essa fa? Essere antiamericani o filoamericani non implica un giudizio sui modi d'agire di una superpotenza trasformatasi in unico egemone mondiale: è divenuto il metro con cui definiamo quel che siamo e chi siamo, senza più rapporto alcuno con la realtà. Per molti musulmani l'accusa di antiamericanismo o filoamericanismo ha questa funzione integralista-identitaria, ma in Italia le cose non stanno diversamente.
La discussione sulle basi di Vicenza non è condotta con l'intento di capire l'uso che oggi, nel 2006-2007, Washington fa delle basi costruite in Europa durante la guerra fredda, ma diventa subito un affare ideologico interno - un'occasione per verificare se la sinistra è restata comunista o no, se la nostra diplomazia è ricaduta nelle tradizioni filoarabe o se ne è liberata - come se niente fosse successo dai tempi della diplomazia andreottiana. La decisione di proseguire l'operazione in Afghanistan oppure di rimetterla in questione è vissuta come se non avesse nulla a che vedere con quel che accade in quel paese, e con una guerra antiterrorismo che pretende di andare avanti con occhi chiusi e opinioni granitiche, senza apprendere alcunché dagli errori dei cinque anni scorsi. Simili sviste avvengono in Iraq, Somalia, Palestina, Israele.
La Scomparsa dei fatti cui Marco Travaglio allude nel suo ultimo libro vale anche per i rapporti che tanti politici italiani hanno con l'America, e con una lotta mondiale al terrore che manifestamente non funziona e che necessita una revisione urgente. Alla luce dei risultati ottenuti, infatti, non regge più l'assunto secondo il quale bisogna tutti far quadrato attorno alla strategia imboccata nel 2001 da Bush e Blair. È come se dicessimo: per fronteggiare il disastro del clima e dell'energia inquinante sosteniamo tutti la perniciosa noncuranza americana. L'evaporare dei fatti è una malattia grave, e non si limita a ignorare quel che succede. Cancella anche il mondo che ci circonda, sottraendolo alla vista e trasformandolo in un'arena dove vengono inscenati i nostri ripetitivi, immodificabili tornei ideologici domestici. La mente si fa casalinga e tutto, fuori casa, si tramuta in simbolo o terra ignota. La disputa sull'antiamericanismo fa di noi dei provinciali del pensiero, che corrono con occhi bendati in direzioni di cui non si vuol conoscere il senso. Gli eventi in cui ci imbattiamo son senza geografia, e la storia stessa assieme alla memoria si converte in trappola: non è qualcosa che scorre, che cambia, che obbliga a ripensare azioni e concetti. È fatta di alcune idee astratte, che vengono strappate al fluire fenomenico come accade per le immobili costruzioni mentali che sono le ipostasi. Le storie degli altri paesi e l'influenza che esse hanno sul loro modo di giudicarci non le vogliamo conoscere, quindi non le sappiamo capire né contrastare. Tutto ciò ha avuto effetti nefasti: il disastro in Iraq, l'impossibile pace mediorientale, l'incancrenirsi della missione afghana, il caos somalo sono il risultato di questa cecità e di questa monotona fissità delle menti e dei dibattiti.
Analogamente si può dire della base di Vicenza: la sola discriminante che conta sembra essere la fedeltà intima agli Stati Uniti, anche se un contratto perenne con gli Usa non esiste e se la storia è cambiata rispetto all'era della guerra fredda. La scomparsa dei fatti rende vani, quasi inaudibili, gli argomenti di chi prova a ragionare e osservare con freddezza. L'analisi di Sergio Romano ad esempio è come cadesse nel vuoto, anche se è difficilmente confutabile: «Oggi, dopo il crollo dell'Urss e dell'impero sovietico in Europa centro-orientale, le basi sono al servizio di una strategia politico-militare che l'Italia potrebbe non condividere. So che rappresentano per la gente del posto una fonte di reddito (...). Ma non credo che uno Stato sovrano abbia interesse a cedere una parte del proprio territorio per attività su cui, in ultima analisi, non può esercitare alcun controllo» (Corriere della Sera, 16 ottobre 2006). Discutere sulle basi potrebbe esser l'occasione per ridiscutere queste attività, e per meditare sulla dismisura di un'ambizione egemonica americana che i neoconservatori per primi hanno chiamato a suo tempo imperiale. Al momento attuale sono attività che stanno fallendo, in maniera gravissima perché Washington presenta le proprie guerre come globali, non locali e circoscritte nel tempo. In queste condizioni non è astruso interrogarsi sull'utilità delle basi, in Europa e in Italia. Naturalmente il ministro della Difesa Parisi ha motivi validi di preoccuparsi. C'è, in molte critiche italiane ed europee dell'America, un'abitudine alla passività e alla dipendenza strategica che rende irrealistica, perché poco praticabile, la difesa della sovranità cui si vorrebbe tendere: manca «un'adeguata cultura della difesa e della sicurezza», dice il ministro, senza la quale la sovranità è vuota parola. Quando ad esempio il presidente della Camera Bertinotti parla dell'Europa, invoca una cosa giusta: «L'Europa deve farsi più autonoma». Ma deve anche darsi una cultura della difesa, se si vuol ritrovare nell'Unione le sovranità nazionali perdute. L'autonomia come valore a sé stante è falsa libertà, nella vita come in politica. Lo stesso vale per l'Afghanistan: sono mesi che esperti e osservatori raccontano come la missione stia impantanandosi, se non naufragando. I talebani son tornati a esser padroni della metà sud-orientale del paese, hanno programmato per la primavera nuove offensive, e le truppe occidentali si sono dedicate molto più alla distruzione che alla ricostruzione, illudendosi di controllare l'Afghanistan come si illudevano i sovietici. La campagna di sradicamento dell'oppio non ha seminato che estrema povertà e ha spinto le popolazioni ad aggrapparsi ancor più ai talebani, come spiega l'ultimo rapporto del Senlis Council di dicembre. Ogni proposta di legalizzare la produzione dell'oppio (come accadde in passato in Turchia, quando si cominciò a produrre legalmente narcotici a fini medici) cade nel vuoto perché politicamente scorretta. Tenere lì i soldati è forse opportuno, ma egualmente opportuno è ridefinire la missione: sia dandole finalmente una durata precisa, sia riscrivendo i suoi compiti a cominciare dalla questione dell'oppio. Visto come sono andate le cose occorrerà negoziare un ordine nuovo anche con i talebani e le tribù Pashtun, e poco importa che sia Russo Spena di Rifondazione a dirlo. Non è il dito di Russo Spena che dovrebbe interessarci, ma le realtà afghane su cui il dito è puntato.
La disputa religiosa sull'antiamericanismo non è pratica, perché in situazioni di pericolo si rivela del tutto inutilizzabile. Bisogna che gli esperti, emarginati sistematicamente dopo l'11 settembre, tornino a svolgere il proprio ruolo e a parlare. Lo storico Rashid Khalidi, della Columbia University, racconta in un suo libro come orientalisti e arabisti sono stati estromessi e sprezzati, nel farsi della politica americana in Iraq, Afghanistan, Medio Oriente (Resurrecting Empire, Beacon Press 2005). Allo stesso modo non sono oggi ascoltati gli esperti di Somalia, dell'Iran, con effetti deleteri sulle politiche statunitensi e occidentali. Se ascoltassero un po' più orientalisti e africanisti, i politici avrebbero idee più chiare su quel che accade. In Somalia vedrebbero i risultati di un disastro annunciato: lo schieramento americano a fianco degli stessi signori della guerra da cui furono cacciati nel '93, e lo scombussolamento di un fragilissimo ordine che le corti islamiche avevano a loro modo restaurato a Mogadiscio, non democraticamente ma mettendo fine al caos sanguinario degli anni passati. Perfino i talebani stanno mutando, secondo il Senlis Council. Non mancano i terroristi, in Somalia come in Afghanistan, ma il caos creato dalle guerre americane li resuscita e li nutre. Gli orientalisti hanno sbagliato enormemente nel Novecento, ma non tanto quanto stanno sbagliando oggi politici e commentatori. Il fallimento delle strutture statuali, il failed state generatore di terrorismo, non è un danno collaterale delle guerre antiterroriste. Sta diventando il loro fulcro, la loro ragion d'essere. Le rovinose peripezie coloniali di Francia e Inghilterra sembrano ripetersi (fa impressione l'insistenza di Londra nell'errore) ma senza più disporre - come l'impero britannico nei primi del '900 - di un Arab Bureau e di un Lawrence d'Arabia.
Titolo originale: Housing that will make you feel good - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La psicogeografia dell’abitazione si installa in noi sin dalla più tenera età. Quando facevo la consegna dei giornali, portavo i miei pacchi di Mirror e di Sun in una zona della città caratterizzata da due principali tipi di case: solidi, graziosi, cottage in linea costruiti per gli operai di epoca vittoriana; e più in alto sul ciglio della collina, più anonime schiere di edifici vari moderni in mattoni delle case economiche. Era impossibile capire esattamente perché, ma nelle brume del primo mattino mi sentivo sempre a mio agio nelle strade dei villini vittoriani, mentre avvicinavo gli isolati delle case popolari con una strana trepidazione. Stessa gente, stessa scelta di giornali: ma in qualche modo si avvertiva di attraversare un invisibile confine, verso uno spazio diverso e inquietante.
Un bellissimo libro della giornalista Lynsey Hanley, pubblicato questa settimana, spiega vivacemente e approfonditamente perché il paesaggio mentale di ognuno di noi venga modellato dall’ambiente fisico. É cresciuta in un enorme complesso pubblico degli anni ’60 a Chelmsley Wood, Solihull, e ora abita a Bow, nella zona est di Londra. Ha imparato sulla propria pelle come i posti migliori per abitare vi facciano sentire al sicuro, liberi e soddisfatti, mentre i peggiori – colloca molti complessi di case popolari in questa categoria, coi blocchi di cemento armato, i sottopassaggi e passerelle – inducono “batticuore e paura”. Ambienti che sembrano quasi esalare miasmi, sostiene, ed è praticamente sicuro che inducano disagio, stress e ansia.
Come lo stato sociale britannico sia arrivato a realizzare spazi tanto mostruosi, rappresenta parte dell’obiettivo del lavoro della Hanley. Ricostruisce la parabola discendente della casa sociale, dal fugace idealismo del periodo fra le due guerre, all’immediato dopoguerra delle “case per gli eroi” , all’abominio dei complessi modernisti degli anni ’50 e ‘60.
Descrive quanto rapidamente la necessità politica ed economica di costruire case economiche e di massa abbia travolto le visioni della cultura socialista “bevanita”, delle spaziose casette a tre camere per ogni famiglia, indistinguibili da quelle borghesi. A metà anni ‘60, spuntavano dappertutto e senza pensarci troppo gli enormi complessi autosufficienti delle case popolari ai margini delle città e cittadine: centinaia di alloggi stipati in poco spazio, senza un pub, un ufficio postale, una chiesa, figuriamoci un centro comunitario, o trasporti pubblici vicini. A questo punto, l’immagine sociale della casa pubblica era cambiata: “Si potevano riconoscere a chilometri di distanza”.
Escono da queste pagine semplici insegnamenti per urbanisti, architetti, costruttori: progettate case di alta qualità; non usate materiali scadenti; chiedete agli abitanti in quali case vorrebbero abitare; fate una buona manutenzione ai complessi una volta terminati. Non sono cose originali, ma escono dalla pura forza dell’esperienza diretta. La Hanley ricorda quando insieme a un gruppo di inquilini accompagnavano una delegazione di “master planners” per un progetto di rigenerazione nel suo quartiere dello East End. Mentre arrancavano tristemente di fianco ad auto bruciate, coi ragazzini che sfrecciavano in motorino, uno dei visitatori si chiedeva ad alta voce chi avesse mai concepito spazi tanto poco funzionali. “La risposta arrivò, spontanea come il sorgere del sole” ricorda la Hanley: “Qualcuno che non abita qui”.
Nonostante la sua difesa quasi religiosa del sistema delle abitazioni pubbliche e dello stato sociale, la Hanley finisce per esprimere idee eretiche sul fatto che le case popolari abbiano un futuro, oppure no, se non altro perché la loro immagine pubblica è stata tanto denigrata da associarsi automaticamente a droga, criminalità, piccoli comportamenti idioti, “una specie di follia strisciante indotta dalla povertà cronica, da menti umane ingabbiate tra le rigide sbarre di classe e la scarsa voglia di sapere di chi dovrebbe”. Alla fine, conserva la sua fiducia, ispirata in questo dalla visita al complesso Old Ford di Tower Hamlets, dove gli abitanti hanno pensato e progettato la rigenerazione dei propri spazi. Le nuove case popolari nascono dalle macerie delle vecchie, l’Autrice è colpita da quanto sembrano belle. Poi capisce perché: “Non hanno l’aspetto di case popolari”.
Una leggenda circola da anni negli ambienti politici e economici: gli americani saranno anche ingombranti, però pagano l'affitto delle basi allo Stato italiano. Falso. Completamente. La verità è contenuta nel "2004 Statistical Compendium on Allied Contributions to the Common Defense", ultimo rapporto ufficiale reso noto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Alla pagina "B-10" c'è la scheda che ci riguarda: vi si legge che il contributo annuale alla "difesa comune" versato dall'Italia agli Usa per le "spese di stazionamento" delle forze armate americane è pari a 366 milioni di dollari. Tre milioni, spiega il documento ufficiale, sono versati cash, mentre gli altri 363 milioni arrivano da una serie di facilitazioni che l'Italia concede all'alleato: si tratta (pagina II-5) di «affitti gratuiti, riduzioni fiscali varie e costi dei servizi ridotti». Ciò che le imprese del Nord-Est e del Meridione domandano da anni a Roma senza ottenerlo, gli Usa lo incassano in silenzio già da molti anni. È come se il padrone di casa, oltre a dare alloggio all'inquilino, gli girasse anche dei soldi. Nel caso delle basi americane, il 41 per cento dei costi totali di stazionamento sono a carico del governo italiano: il dato è riportato alla pagina B-10. Alla tabella di pagina E-4 sono invece messi a confronto gli alleati: più dell'Italia pagano solo Giappone e Germania, mentre persino la fidata Gran Bretagna è dopo di noi, si è limitata - nel 2004 - a contribuire con 238 milioni di dollari.
Una sorpresa la si ha mettendo a confronto i dati del 1999 e del 2004: si scopre che il Governo Berlusconi ha incrementato i pagamenti agli Usa, passando dal 37 per cento al 41 per cento dei costi totali sostenuti dalle forze armate ospiti.
Ma non basta. In base agli accordi bilaterali firmati da Italia e Usa nel 1995, se una base americana chiude, il nostro governo deve indennizzare gli alleati per le «migliorie» apportate al territorio. Gli Usa, per esempio, hanno deciso di lasciare la base per sommergibili nucleari di La Maddalena, in Sardegna: una commissione mista dovrà stabilire quanto valgono le «migliorie» e Roma provvederà a pagare. Con un ulteriore vincolo: se l'Italia intende usare in qualche modo il sito entro i primi tre anni dalla partenza degli americani, Washington riceverà un ulteriore rimborso.
L'offesa di Vicenza
Marco Revelli
Non necessariamente i governi si giudicano dai grandi gesti di coraggio. Ma dai piccoli atti di viltà sì. E quello di Vicenza è un mediocre, umiliante - e anche gratuito - atto di viltà.
Assistiamo ormai quotidianamente allo spettacolo grottesco che un presidente americano allo sbando, abbandonato dai suoi stessi elettori, infligge al mondo intero. Ai sacrifici umani di Baghdad. Alle mattanze somale, se possibile ancor più scandalose nel loro mettere in scena, sul palcoscenico globale, l'immagine della potenza dei primi - dei più ricchi, dei più forti - scaricata ad annientare gli ultimi, i più poveri della terra, i più invisibili, quelli delle capanne tra le paludi. Tutto il mondo può vedere ormai, ad occhio nudo, il disastro morale, umano, politico di quella pratica. E non è questione di anti-americanismo o di filo-americanismo. Si tratta qui dell'aver conservato o meno un brandello di capacità di giudizio. O anche semplicemente un residuo d'istinto di conservazione.
Abbiamo, dall'altra parte, un territorio - come quello vicentino - che si difende. Che da mesi si mobilita e resiste. Non per ostilità politica. Per tutelare la propria quotidianità. Non c'era nessuna necessità di ruere in servitium, alla velocità del fulmine. E di prostrarsi in ginocchio dal potente alleato col dono in mano, solo perché dall'altra parte dello schieramento politico qualcuno ha pronunciato la parola magica e tanto temuta - «anti-americanismo» -, e ha richiamato agli impegni (da lui, dal «suo» governo) assunti. «I patti vanno rispettati», sussurra il cavaliere disarcionato. Ma quali patti? Quelli assunti dal vecchio governo con l'amico George? O quelli stipulati dall'Unione con i propri elettori, quando servivano per vincere? O, ancora, quelli che dovrebbero legare un governo ai propri cittadini in un rapporto di responsabilità e di fiducia? Perché mai il «patto» con Washington dovrebbe valere di più di quello con gli elettori di Vicenza, abbandonati da Prodi alla loro «questione urbanistica»? In nome di quale «Ragion politica», umiliarli e frustrarli, ostentando questa incapacità e indisponibilità all'ascolto?
C'è, in questo paese, un tessuto civile che ancora, nonostante tutto, resiste, vuole crederci, si indigna e vorrebbe partecipare. E' ciò che resta delle grandi mobilitazioni di quattro anni fa. Il residuo solido della «seconda potenza mondiale» che aveva tentato di inceppare la macchina bellica globale. E' l'Italia che gli oligarchi di Caserta, chiusi nella propria reggia, si ostinano a non vedere. Né ascoltare. Sarebbe una risorsa non solo per una sinistra che volesse degnarla di uno sguardo, ma per la comatosa democrazia post-contemporanea. Ma sta al limite. Sente crescere dentro di sé frustrazione e disprezzo, di fronte all'impenetrabilità del «politico».
Ancora poco e ogni comunicazione verrà interrotta. Ci si guarderà, esplicitamente, come «nemici» tra chi sta dentro la reggia e i suoi codici lobbistici e chi sta nella vita, senza mezzi per difenderla. Perché aggiungere alla distanza abissale costruita con ostinata sicumera, anche la derisione?
Ci si conquisterà, forse, una critica in meno sul Corriere della sera. Ma si perderà, con certezza, un bel pezzo di futuro. Prodi benedice la base Usa
Via libera del premier alla cessione dell'aeroporto civile Dal Molin
Matteo Bartocci
«Sto per comunicare all'ambasciatore americano che il governo italiano non si oppone alla decisione presa dal governo precedente e dal comune di Vicenza a che venga ampliata la base militare americana». Romano Prodi, incredibilmente, derubrica a questione «urbanistica» la scelta tutta politica sulla mega-base dei marines di Vicenza (600mila metri cubi di cemento a un km dal centro cittadino): «Come sapete il mio governo si era impegnato a seguire il parere della comunità locale - dice il premier ai giornalisti che lo seguono a Bucarest - e quindi non abbiamo ragione di opporci visto che il problema non è di natura politica ma urbanistica e amministrativa».
L'accelerazione del Professore sconcerta le sinistre pacifiste e gela i Ds, che soltanto ieri sera con Piero Fassino a Porta a porta si erano espressi a favore del referendum con la popolazione. Non è un caso che per la Quercia sia solo Luciano Violante a difendere pubblicamente il Professore.
Il sì di Romano Prodi ovviamente fa compiacere gli Stati uniti. L'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli commenta a caldo i flash di agenzia con le parole del premier: «Oggi le relazioni tra Italia e Usa registrano un passo avanti». Gli americani non hanno accettato soluzioni diverse da quella di Vicenza. Nonostante lo stesso Prodi riveli che il governo aveva proposto «soluzioni alternative». «Una vasta area vicino ad Aviano», precisa Massimo D'Alema a Ballarò. In quanto al suo primo incontro alla Casa bianca con il presidente Bush Prodi spiega che, al momento, «non è previsto», che «avverrà al momento opportuno» e che comunque con gli Usa «non c'è nessun problema».
Oliviero Diliberto, segretario Pdci, è tra i primi a dirsi «deluso» dalla scelta prodiana. E poco dopo anche Prc e Verdi reagiscono compatti: «Tanto più se è materia locale allora bisogna ascoltare i cittadini con il referendum», dice Giovanni Russo Spena. Anche Franco Giordano, segretario Prc, non nasconde il suo disaccordo con Prodi: «Si apra il confronto. Il Prc sta con il popolo di Vicenza e con quello della pace». Oggi alle 11 i parlamentari veneti dell'Unione incontreranno a palazzo Chigi Enrico Letta. «Non finisce qui - giura Titti Valpiana del Prc - vedremo come faranno a portare avanti i cantieri».
Il senso del blitz del Professore, a quanto pare annunciato telefonicamente ai segretari dei vari partiti, è però ancora un mistero. Di buon mattino a Bucarest infatti il Professore era parso ben più attendista: «Non è il caso che la decisione venga annunciata qui. Lo faremo in Italia». Detto e subito contraddetto con un'apposita conferenza stampa convocata a sorpresa poche ore dopo. Secondo il premier il governo italiano non avrebbe avuto nessun fondamento giuridico per dire no agli Stati Uniti dopo che il comune di Vicenza ha dato il suo via libera al progetto. Ipotesi come minimo balzana, come se io sindaci potessero decidere a piacimento sulle basi militari di paesi stranieri.
Il pressing Usa e gli auspici alla collaborazione transatlantica che il presidente della Repubblica gli ha espresso personalmente l'altroieri evidentemente hanno convinto il premier a rompere gli indugi. Qualcuno però avanza speculazioni più «politiche» dietro il decisionismo del Professore. L'ennesimo intervento di Giuliano Amato, che si muove ormai quasi come il premier ombra garante di un certo equilibrio centrista e filoatlantico, ha innervosito Prodi, che si sente assediato da tutte le parti. L'occasione di dare un altolà al presunto «ticket» Fassino-Giordano e al protagonismo internazionale di D'Alema forse ha fatto il resto. Motivi poco limpidi sia nel merito che nel metodo.
«Prodi attento, rischi un'altra Val di Susa»
Oscar Mancini
«Noi non ci arrendiamo. Prodi stia attento: potrebbe esplodere un'altra val di Susa. Se si mette contro la volontà popolare, il governo avrà una caduta verticale di credibilità». Non fa sconti il segretario della Cgil vicentina, Oscar Mancini. Chiaramente deluso, come del resto la città.
Che fare adesso che c'è il via libera?
La Cgil chiede un incontro immediato al presidente del consiglio, unitamente ai comitati dei cittadini. Vicenza si aspettava una bocciatura netta di questo scellerato progetto. Il governo ha invece deluso le aspettative della stragrande maggioranza dei vicentini che hanno detto no al Dal Molin. Si tratta di un atto gravissimo: ma in Italia comanda ancora Berlusconi? E poi non è coerente con la nuova e apprezzata politica estera di questo governo.
In che senso?
Il governo ha fatto scelte molto apprezzate e condivise. E ora non può contraddirle subendo il diktat americano. La questione Dal Molin è complessa e va analizzata nel suo contesto. C'è un contesto ambientale su cui perfino i sostenitori del sì ormai sono d'accordo: il Dal Molin è il luogo meno adatto per la nuova base. C'è poi un contesto sociale, perché questa è una città già pesantemente militarizzata. E non è vero che i militari statunitensi sono integrati nel tessuto cittadino. I fatti di cronaca nera sono purtroppo all'ordine del giorno; si tratta di soldati che rientrano da teatri di guerra, stressati, spossati non solo nel fisico. E poi ci sono le scelte di questo governo in materia di politica estera. Non possiamo ritirare le nostre truppe dall'Iraq e poi permettere che dalle basi italiane partano missioni militari dirette verso quegli stessi teatri di guerra che la nostra politica estera ormai non appoggia più. Infine, come sostiene l'ex ambasciatore Sergio Romano, c'è una questione di sovranità nazionale: bisogna porsi il problema della presenza delle basi Usa alla luce del nuovo ordine mondiale.
Quello della base è stato presentato anche un problema sociale, perché se gli americani se ne vanno si perderanno centinaia di posti di lavoro. Facciamo un po' di chiarezza?
I numeri sono un mistero, come tutte le cose americane. Si va da 340 fino a 8000 posti di lavoro a rischio. I numeri sono gonfiati e gli imprenditori vicentini che non hanno mai aperto bocca sui licenziamenti - 1500 solo alla Marzotto, Folco, Nutti - ora si ergono a paladini della difesa dell'occupazione. A nostro avviso bisogna aumentare gli stanziamenti per finanziare leggi già esistenti. A chi ci chiede dove si prendono i soldi rispondiamo dicendo che il 34% delle spese di stazionamento delle truppe Usa nel nostro paese sono a carico del contribuente italiano. Basterebbe quindi mettersi attorno a un tavolo a trattare. E francamente è assai singolare che la Cgil che normalmente viene accusata di essere conservatrice nella difesa intransigente dei lavoratori, oggi che propone e parla di riconversione del militare per usi civili venga accusata di non difendere il lavoro. La riconversione offre nuove possibilità di occupazione.
In parlamento rivolta pacifista
Matteo Bartocci
L'accelerazione del presidente del consiglio sulla mega-base dei marines a Vicenza è una legnata per la sinistra pacifista, una doccia fredda per chi sperava nel ritrovato feeling dell'Unione con la propria base di riferimento. Fuor di metafora, il «non ci opporremo» del Professore rischia di azzerare l'unico punto di moderata sintonia all'interno del centrosinistra: la tanto ostentata «discontinuità» con le scelte di politica estera del governo Berlusconi. Come se non bastasse il raddoppio degli investimenti in armi deciso dalla finanziaria (1,7 miliardi di euro) incombe infatti la discussione sul finanziamento delle missioni all'estero. Una cosa è certa: se si votasse oggi il governo in senato non avrebbe più la sua maggioranza. E non è questione di «dissidenti» o meno.
La scelta di portare Vicenza in prima linea nella «guerra globale al terrorismo» sconcerta non poco tantissimi parlamentari pacifisti, da Cesare Salvi e Silvana Pisa della sinistra Ds ad Armando Cossutta dei comunisti italiani. «Personalmente credo che con il sì alla base si sia definitivamente rotto il patto tra gentiluomini che avevamo siglato a luglio sull'Afghanistan», avverte il Verde Mauro Bulgarelli, battagliero da sempre e oggi più che mai sulla lotta contro le servitù militari.
Dentro il Prc è burrasca. In tutto il partito non solo nelle minoranze sono in tanti a chiedere un cambio di rotta. Claudio Grassi, senatore di «Essere comunisti», la minoranza più consistente, avverte il governo: «Se il decreto sulle missioni è identico a quello di luglio per me ma non credo solo per me è invotabile. Chiedo al mio partito di essere coerente. Giordano e Russo Spena si sono sempre spesi per una strategia di uscita dall'Afghanistan. Dobbiamo votare solo il finanziamento necessario al ritiro delle truppe». Su Isaf, tranne nel luglio scorso, sinistra Ds, Verdi, Prc e Pdci hanno sempre votato no. Anche per questo dopo il caso Vicenza Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto della «Sinistra critica» del Prc, si dicono ormai «svincolati» dagli obblighi di maggioranza in politica estera. Gli animi si scaldano. Pacifiste storiche come Lidia Menapace, Silvana Pisa e Titti Valpiana non misurano le parole, per usare un eufemismo si dicono «sconcertate» dalle parole del presidente del consiglio. «Stiamo tradendo il programma dell'Unione - sbotta Valpiana - per quanto vago rimandava ogni scelta sulle servitù militari a un'apposita conferenza nazionale» L'Italia è già una portaerei a stelle strisce: «Negli ultimi anni sono state ampliate Camp Darby, Sigonella e Aviano, se ci aggiungiamo Vicenza e la Sardegna siamo ormai ridotti a un paese coloniale».
Anche Armando Cossutta, storico leader del Pdci, non è persuaso dalla scelta di Prodi: «Ma il Cermis ce lo siamo dimenticato? Non ci ha insegnato niente? Prodi sbaglia completamente, il governo Berlusconi ha deciso tante cose ma noi siamo stati eletti proprio per cambiarle. Non solo - dice Cossutta - sono contro l'ampliamento della base Usa ma penso che anche quella che c'è oggi, la Ederle 1, debba andare via. Le basi americane non devono esistere». E sull'Afghanistan? «Da soli non ce ne possiamo andare - avverte - ma l'Italia deve predisporsi subito al ritiro negli organismi internazionali».
Maretta anche alla camera. Paolo Cacciari, deputato dimessosi a luglio proprio contro il sì all'Afghanistan vede «il disastro sociale»: «Alla popolazione non interessano gli accordi internazionali o l'alta politica. Lì non è come la Val Susa, nelle istituzioni locali non c'è un «Ferrentino» (il sindaco dell'alta Valle, ndr) capace di guidare la tanta rabbia che c'è per la decisione del governo. Si rischia un distacco dalla politica a tutto tondo». Anche Elettra Deiana, altra deputata bertinottiana doc, è delusa dal sì prodiano: «Il governo ha fatto malissimo. Ma a sinistra sulla politica estera dobbiamo tornare a discutere pubblicamente, perché non è che possiamo andare avanti facendo finta di nulla».
La decisione di palazzo Chigi insomma complica non poco il cammino della maggioranza. E scava fossati anche dove non ci sarebbero: «Contro alcune questioni - la guerra globale dell'amministrazione Bush, le basi militari, il disarmo - a sinistra siamo tutti d'accordo - giura Silvana Pisa - a questo punto dobbiamo mettere da parte le differenze e agire tutti insieme».
ROMA - "Il governo non si opporrà all'allargamento della base militare Usa" di Vicenza. La risposta di Romano Prodi è arrivata, dopo le pressioni, da destra e da sinistra, a prendere presto una posizione sulla vicenda dell'ampliamento della Base Ederle, che ospita il comando della US Army per l'Europa del Sud. Se dall'Italia fosse giunto un "no", la base sarebbe stata chiusa e trasferita in Germania. Invece da Bucarest, dove si trova in visita ufficiale, il presidente del Consiglio ha anticipato: "Sto per comunicare all'ambasciatore americano che il governo italiano non si oppone alla decisione, presa dal governo precedente e dal Comune di Vicenza con un voto del Consiglio comunale".
Qualche minuto prima dell'annuncio di Prodi, un monito al rispetto dei "patti" era giunto anche dall'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, secondo il quale sarebbe stato "gravissimo mostrarsi inaffidabili nei confronti degli Stati Uniti e dell'Alleanza Atlantica". E in mattinata all'idea del referendum, proposta dal segretario Ds Piero Fassino, avevano aderito tutta anche la sinistra radicale e i comitati cittadini per il "no".
In quanto al referendum, "a tutt'oggi non è attuato", osserva Prodi, è "una mera ipotesi" e "non è un problema che riguarda l'attività di governo" poiché si tratta di "decisioni locali" e il governo non è chiamato "a nessun atto amministrativo". Il modo con cui il Consiglio comunale di Vicenza intenderà fare esprimere la popolazione locale, conclude il presidente del Consiglio, "sarà sua responsabilità".
Prodi sottolinea che la vicenda non rappresenta "un problema di natura politica", bensì "una questione di carattere urbanistico-territoriale". E ricorda: il suo governo "si era impegnato a seguire il parere della comunità locale". "Non abbiamo ragione di opporci", precisa, rivelando che il governo italiano aveva anche "offerto soluzioni che sembravano più equilibrate", ma che alla fine "non è stato possibile accettare". In quanto a un incontro con il presidente americano George W. Bush, Prodi spiega che, al momento, "non è previsto", che "avverrà al momento opportuno" e che comunque "non c'è nessun problema" nelle relazioni italo-americane.
Nell'immagine, le mani di Ponzio Pilato nel film di Mel Gibson. Ricordiamo ai lettori che si tratta di una base di guerra USA, non NATO, insediata in Italia a spese dell'Italia (analogamente in Giappone e in Germania) per punizione ai paesi dell'Asse dopo la sconfitta del 1945. Dopo sessant'anni, ancora paghiamo i danni di guerra.
Se il governo Prodi-Amato è supporter di George W. Bush il suo leader abbia il coraggio di ammetterlo: il "buffone" Berlusconi lo aveva
E a Vicenza si prepara una settimana in piazza
Orsola Casagrande
Vicenza. E’ la settimana decisiva per il futuro del Dal Molin. Dal conclave della maggioranza a Caserta non è uscita una presa di posizione a favore o contro l’allargamento della base militare americana a Vicenza, ed è proprio questa vaghezza a preoccupare i cittadini che da mesi si mobilitano contro il progetto statunitense. Il timore è che si proceda con un colpo di mano, così come è stato per il Mose, il sistema di paratie mobili pensato per la laguna di Venezia, che dopo tanti tentennamenti è stato approvato dal governo dopo un vero e proprio blitz del ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro. Ed è ancora una volta Di Pietro a cercare di accelerare i tempi, buttando qua e là frasi e commenti che lasciano intendere che una decisione sia imminente se non già presa. Nei fatti la maggioranza è divisa sul Dal Molin così come lo era sul Mose e sul progetto della Tav in val Susa. In questo caso la spaccatura è quasi a metà. Una circostanza che rende evidentemente assai più complicate le cose. Anche perché l’ambasciatore statunitense Spogli l’ha detto senza mezzi termini: il governo italiano deve decidere e in tempi molto brevi. Anzi brevissimi, addirittura entro venerdì prossimo 19 gennaio.
Mentre il governo continua a lacerarsi e a discutere se dire sì o dire no agli americani, i cittadini di Vicenza non mollano e proseguono con le iniziative. Che questa settimana saranno quasi quotidiane. Si è cominciato domenica con il corteo fino alla fiera dell’oro di Vicenza. Un corteo molto partecipato anche se blindatissimo, visto che (almeno questa è stata la motivazione delle forze dell’ordine) il comitato per il sì al Dal Molin (costituito nei fatti da una parte dei lavoratori della caserma Ederle) aveva chiesto di poter fare un presidio proprio nel punto d’arrivo del corteo dei comitati per il no. Per evitare «contatti» la polizia ha così deciso una presenza massiccia. Questa sera invece alle 20.30 è prevista la fiaccolata che partirà da piazza Castello. L’idea dei comitati è quella di montare, davanti al Dal Molin, un tendone che diventerà un presidio permanente, così come hanno fatto i valsusini a Venaus. Giovedì mattina invece scenderanno in sciopero gli studenti medi. E anche se non ci sarà lo sciopero dei lavoratori, gli studenti diranno qualcosa anche in merito al lavoro, visto che l’ultima arma usata dal fronte del sì (e da Cisl e Uil) è quella dei 700 posti di lavoro che andrebbero persi se la Ederle dovesse essere trasferita in Germania. Gli americani infatti hanno detto che se non verrà approvato il loro progetto di allargamento al Dal Molin, sposteranno anche la caserma Ederle. Sui numeri dei dipendenti è iniziato un balletto che arriva fino a 1200. In realtà all’interno della Ederle lavorano poco più di 300 persone, alle quali si aggiungono gli esterni, arrivando così a circa 700. I cittadini contrari alla nuova base ricordano che in caso di dismissione di una base militare ci sono protezioni e garanzie ben definite per legge per i lavoratori che rimangono a casa.
Da Vicenza a Roma, dove invece infuria una polemica e uno scambio di battute, tutto interno alla maggioranza. Contro Di Pietro che ha definito «cani e gatti della coalizione» tutti quelli che sono contrari alla seconda base Usa a Vicenza, si scagliano le senatrici di Rifondazione comunista Tiziana Valpiana e Lidia Menapace che ricordano a Di Pietro che «come ha sottolineato il ministro degli esteri Massimo D’Alema, il 70% della popolazione locale non vuole la base». Tra l’altro l’Italia dei valori a Vicenza si è schierata pubblicamente con i comitati per il no al Dal Molin, aderendo e partecipando anche alla grande manifestazione contro la base del 2 dicembre scorso.
A Di Pietro risponde anche il senatore dei Verdi-Pdci, Mauro Bulgarelli che chiede di finirla con le «accuse di antiamericanismo a tutti coloro che si oppongono alla base. E’ infantile, oltre che scorretto». Intanto da parte dei Ds arriva il commento della deputata veneta Lalla Trupia che ribadisce che «stiamo lavorando perché il governo si pronunci per il no. L’antiamericanismo non c’entra nulla».
«Via crucis» a stelle e strisce
Matteo Bartocci
Romano Prodi ha 72 ore di tempo per sciogliere il nodo gordiano della base Usa di Vicenza. Il raddoppio delle caserme per la 173ma divisione dei marines (3mila soldati di prima linea da alloggiare a un chilometro dal centro della città palladiana) sarà sul tavolo del consiglio dei ministri di venerdì prossimo.
Washington non può attendere. Il progetto a stelle e strisce è il più consistente impegno finanziario americano in una base di oltremare. Il «National Defense Authorization Act», la finanziaria 2007 del Pentagono attualmente in discussione al Congresso (HR 5122), stanzia ben 223 milioni di dollari solo per l’esproprio e la costruzione della nuova base più altri 47 milioni per la costruzione e l’ampliamento di due nuove scuole (elementare e media) e 52 milioni di dollari per lo sviluppo del sistema sanitario «Tricare» che garantisce la salute ai soldati in servizio.
Gli appalti per la costruzione delle scuole, precisa il budget della Difesa, devono essere siglati entro gennaio in modo da iniziare i lavori entro marzo e completarli entro l’agosto del 2009. Si tratta di quasi trecento milioni di dollari che fanno gola a molti imprenditori della zona ma che rischiano di compromettere i rapporti già delicati tra Roma e i «neocon» di Washington.
La decisione sulla mega-base Usa in effetti è solo la prima stazione di una via crucis sulla politica estera che rischia di far impallidire il braccio di ferro in atto su liberalizzazioni e previdenza. Entro il 31 gennaio, cioè nel consiglio dei ministri del 26, il governo infatti dovrà sciogliere le sue riserve anche sul finanziamento delle missioni militari all’estero tra cui quella in Afghanistan. Le due questioni, assai complesse, appaiono più intrecciate di quanto si creda. Incurante delle divisioni locali (a Vicenza, per dire, solo i Ds hanno 4 posizioni diverse sulla base Dal Molin) a Roma i partiti si schierano in formazione perfetta.
Al centro Radicali, Udeur, Italia dei Valori e il ministro degli Interni Giuliano Amato si spendono nettamente per il sì alla concessione della base. A sinistra Verdi, Pdci, Prc (in sintonia con la stragrande maggioranza della popolazione) si battono da mesi contro un progetto politicamente strategico per la guerra internazionale al terrorismo (la base di Vicenza già oggi è una retrovia per i marines impegnati in Iraq e in futuro sarà il fulcro operativo del «fronte Sud» per gli Stati uniti) e nefasto dal punto di vista ambientale e sociale.
Il governo una patata così bollente non la vorrebbe, anche perché il viaggo a Washington di Prodi è ancora di là da venire. Non a caso, Piero Fassino si schiera apertamente per il referendum consultivo. Una strada che possa dimostrare agli Usa al di là di ogni ragionevole dubbio che i cittadini italiani quel progetto proprio non lo digeriscono e un modo per prendere tempo e dare al governo una forte leva «democratica» su cui motivare un eventuale altro dissenso (dopo l’Iraq, Abu Omar, Calipari e la Somalia) che disturba non poco gli americani e i loro corifei.
Dal ministero della Difesa ricordano lo «storico» ritiro Usa dalla Maddalena e dicono che per ora sono da escludere solo le ipotesi alternative in altre città come Rovigo: la decisione finale su Vicenza sarà un sì (magari condizionato) oppure un no. Non è un mistero che anche il ministro Arturo Parisi tifi per il referendum.
«Il dossier preparato da D’Alema e Parisi è sul tavolo del presidente del consiglio», precisano da palazzo Chigi, piuttosto infastiditi per la canea scatenata tra gli altri dal recidivo Antonio Di Pietro. Gli uomini del Professore non rincorrono il Cavaliere nelle sue polemiche: «Siamo filoitaliani, se ci sono dissensi con gli Usa si esprimono con serietà e a tempo debito, da parte italiana non c’è nessun antiamericanismo». Anche D’Alema, che da giorni inanella una dopo l’altra dichiarazioni critiche con il governo Bush in sintonia con l’opposizione democratica al Congresso, parla di «dissenso circoscritto» con gli Usa.
La questione però si complica ancora di più sull’Afghanistan. Il decreto stavolta sarà annuale e non più semestrale e i dissensi di luglio non sono certamente ricomposti. Secondo la Difesa in Afghanistan non aumenterà né «il numero di soldati né il loro armamento». Da palazzo Baracchini chiedono «più tranquillità» alla maggioranza, nella consapevolezza comune a tutto il governo che «la soluzione militare da sola è insufficiente». Di ritiro però non se ne parla: «E’ una missione internazionale perfettamente multilaterale».
Entro il 2007 anzi l’Italia dovrebbe assumere perfino il comando della missione Isaf a Kabul, che dal 4 febbraio prossimo passerà dalla Gran Bretagna agli Stati uniti.
Titolo originale: Country Life marks 110th birthday – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La rivista Country Life, quintessenza della vita di campagna britannica, ha compiuto ieri 110 anni celebrando l’anniversario con un numero souvenir.
Una retrospettiva che ricostruisce l’influenza del periodico sull’architettura, il giardinaggio, gli sport che si praticano in campagna, gli immobili, ed esamina il modo in cui sono stati trattati i momenti che hanno costruito il XX secolo.
Country Life nei suoi 110 anni è cambiata radicalmente. Quando Edward Hudson fondò la rivista col titolo Country Life Illustrated nel 1897, si concentrava sul golf e le corse, oltre ad occuparsi delle case di campagna che sono diventate il suo nucleo centrale.
Ma Hudson era anche impegnato a diffondere immagini e sensazioni di quell mondo rurale che già allora gli appariva in rapida scomparsa.
Ora inserita nel gruppo di riviste della IPC, di proprietà Time Warner, Country Life viene composta in un palazzo a torre a sud di Londra, ma resta uno spazio per le persone della campagna la cui voce spesso non si ascolta nei media nazionali.
Il periodico, che vende circa 40.000 copie la settimana, si occupa di architettura, giardini, immobili, belle arti e mercati locali.
“La rivista si è spostata un po’ rispetto al suo percorso storico. Si fondava su eredità e capitali di vecchia data” spiega il direttore, Mark Hedges, che dallo scorso marzo ha preso il posto di Clive Aslet.
“Quello che vediamo sempre di più è che gli immobili [di campagna] appartengono a persone diverse. Circa il 40% delle abitazioni vendute a ltre 5 milioni di sterline lo scorso anno sono state comprate da Russi”.
“Quello che resta ancora valido e sempre lo sarà, è che la campagna inglese è un rifugio per chi ha dei soldi”.
La rivista può vantare una prestigiosa lista di collaboratori, e anche Elizabeth Bowes-Lyon, diventata più tardi la Regina Madre, è comparsa regolarmente sui sommari.
Ci sono stati famosi scrittori di giardinaggio come Gertrude Jekyll e Christopher Lloyd, e Edwin Lutyens, il progettista di New Delhi, si occupava di architettura.
Il grande poeta John Betjeman mandava regolarmente articoli, e così Auberon Waugh; Simon Jenkins, poi direttore del Times, iniziò la sua carriera nella rivista come pubblicista.
Fra gli altri Roy Strong, ex direttore del Victoria and Albert Museum, e il romanziere Alexander McCall Smith.
Negli anni più recenti la rivista ha lanciato vigorose campagne su questioni come la criminalità nelle campagne, il dibattito sulla caccia e lo sprawl urbano.
“Stiamo tornando alla campagna, celebriamo quanto ha da offrire, e facciamo campagne per assicurarle un futuro solido” spiega Hedges.
Per il numero commemorativo sono stati intervistati 1.000 cittadini britannici, e si stima che 48 milioni su una popolazione di 60 preferirebbero abitare in campagna. Ci abitano effettivamente in 12 milioni.