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«Tra poco più di un mese avremo un referendum sulla Costituzione, io credo che quel cambiamento costituzionale debba essere bloccato. Ma come tutte le Costituzioni credo che anche la nostra, che è una splendida Costituzione, abbia bisogno di revisioni e aggiornamenti. Sulla Costituzione, come sulla legge elettorale, io intendo che non si facciano cambiamenti se non con un dialogo approfondito con l'opposizione». Posto alla fine della replica di Prodi di ieri al senato, il riferimento al referendum del 25 giugno acquista il rilievo che gli è dovuto. E tuttavia non fuga i dubbi e i non detti che aleggiano sulla strategia referendaria e postreferendaria del centrosinistra.

In primo luogo, la sequenza di Prodi sembra dare per scontato un esito felice del referendum: si va alle urne, vince il no, si archivia la controriforma della Cdl; dopodiché il processo di riforma si riapre, nel confronto fra maggioranza e opposizione. Ora, che il referendum vada per il meglio non è affatto scontato. Può darsi che ci ripensino, ma all'indomani della sconfitta elettorale Berlusconi e i suoi alleati avevano deciso di comune accordo (cioè superando i precedenti contrasti di merito) di fare del 25 giugno il giorno della revanche. Ferma restando questa intenzione, la mobilitazione dell'elettorato di centrodestra sarà ampia e ideologicamente sostenuta, a fronte di una mobilitazione del centrosinistra fin qui fiacca e poco motivata. Niente autorizza dunque l'ottimismo, e nemmeno il silenzio sullo scenario catastrofico che si aprirebbe nella malaugurata ipotesi che a vincere fosse il sì.

Ma se anche la vittoria del no si potesse dare per certa, la sequenza di Prodi resterebbe oscura, non per quello che dice ma per quello che non dice. Che ogni Costituzione, compresa la nostra, possa essere riformata è ovvio, che debba essere riformata in modo condiviso è giusto (anche se fin qui, dopo il fallimento della bicamerale, sia il centrodestra sia il centrosinistra l'hanno modificata a maggioranza). Come la nostra «splendida» Costituzione debba essere riformata dopo più di un decennio speso, nel centrodestra e in larga parte del centrosinistra, a delegittimarla, è invece il non detto che pesa sul dopo-referendum e sul quale Prodi, come tutti i laeder di centrosinistra, glissa.

Non glissa invece la cultura giuridica e costituzionale che al centrosinistra fa riferimento, che da anni evidenzia questo colpevole processo di delegittimazione, e che oggi è convinta che la vittoria del no al referendum sia cruciale ma non garantisca affatto che le cose prendano una giusta piega in seguito. Ancora giovedì scorso, mentre Prodi presentava il suo governo al senato, un incontro promosso a Roma dalla Fondazione Basso e introdotto da Luigi Ferrajoli ha fatto il punto della questione. E il punto non è solo liquidare una controriforma che fa a pezzi il principio d'uguaglianza tramite la devolution, dà tutti i poteri al premier, mortifica il parlamento, paralizza il processo legislativo. Il punto è, o sarebbe, invertire quel processo di delegittimazione, rilanciando la Carta del '48 nei suoi principi fondamentali, a partire dall'uguaglianza (tradita del resto anche tramite legge ordinaria, si pensi alla legge 40). Un rilancio che richiederebbe insieme una buona «restaurazione culturale» e una buona riforma, in grado di agganciare la Costituzione italiana alla Carta dei diritti europea (Stefano Rodotà, Giuseppe Bronzini).

Ma è questa la riforma di cui (non) parlano Prodi e gli altri leader del centrosinistra, o è una riforma che punta solo a moderare gli eccessi di quella berlusconiana, confermandone la sostanza quanto a verticalizzazione dei poteri, svuotamento della rappresentanza, riduzione dell'uguaglianza? Prima di chiamarci alle urne, la nuova maggioranza dovrebbe provarsi a dissipare questi dubbi.

La più incisiva delle azioni antimafia è la corretta e scrupolosa applicazione della legge. Senza altisonanti dichiarazioni di principio, senza passerelle, senza protagonismi.

E anche, se possibile, senza quei solitari e quotidiani eroismi per riuscire ad applicare una norma che prevede un´assegnazione o un trasferimento, che possono tragicamente segnare un destino.

Chiedere l´applicazione della legge è del resto la più classica delle battaglie antimafia, quella che a partire dai sindacalisti uccisi nel dopoguerra ha visto tanti caduti. L´azione della legge che tutela il diritto di tutti i cittadini, da contrapporre alla vischiosità delle catene clientelari: prima che il Parlamento usasse legiferare ad personam era tutto più semplice.

Le leggi non sono tutte uguali, ce ne sono alcune portatrici di un forte valore simbolico che come un surplus s´aggiunge all´aspetto normativo, e per sua natura aspira a circolare come linfa fra le pieghe del corpo sociale. La legge Rognoni-La Torre, varata in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, sembrava naturalmente destinata a diventare il simbolo del riscatto contro la mafia. Tanto più che nel 1995 l´associazione "Libera" raccolse un milione di firme per proporre l´uso sociale dei beni confiscati, e la "nuova" Rognoni-La Torre riformata diventò legge nel 1996. Purtroppo però, senza volere sottovalutare il dato positivo dei beni assegnati e quelli che hanno visto l´insediamento di attività produttive, è mancata la volontà politica di utilizzare al meglio le potenzialità offerte dalla legge. Al punto che nel giro di pochi anni il bilancio della Rognoni-La Torre è diventato decisamente negativo e la proposta del centrodestra, che nel settembre 2004 prevedeva la possibilità di revisionare senza limiti di tempo i definitivi provvedimenti di confisca, è stata solo l´ultimo atto di una grande occasione mancata.

Le denunce sui contrattempi che nel breve volgere di qualche anno hanno invalidato lo spirito della legge sono state ripetute, anche con interventi su questo giornale. Più volte s´è scritto di come i lunghi tempi che intercorrevano fra l´azione di confisca e l´assegnazione dei beni determinasse il deterioramento di un patrimonio enorme, accumulato a spese della collettività. S´è denunciato come, nelle more, i beni confiscati continuassero ad essere utilizzati da prestanome beffando così l´azione della magistratura. O di come l´assenza di un approccio progettuale impedisse che i beni confiscati fossero considerati alla stregua di un patrimonio di risorse da utilizzare, senza contare che il notevole scarto fra i beni in carico al Demanio e quelli assegnati ai Comuni ha lasciato in un limbo burocratico dai contorni imprecisati un gran numero di patrimoni. Per arrivare al dilemma "farli perdere o vendere?" c´è voluta un´oculata cattiva gestione, essenziale per capovolgere e vanificare lo spirito della legge.

Il risultato, secondo i dati forniti dalla Corte dei conti ed elaborati dal centro Pio La Torre per un convegno tenutosi lo scorso febbraio, è che il cinquanta per cento dei beni confiscati alla mafia non viene assegnato e rischia di andare in rovina. A Trapani troviamo il record negativo, con 80 beni confiscati e nessuno assegnato. A Catania i beni assegnati sono 84 su 375. La politica ha lasciato che il tempo scorresse, senza prendere iniziative. La tradizionale organizzazione della burocrazia, stile muro di gomma, ha fatto il resto. E adesso la Corte dei conti denuncia come «gli uffici non forniscono notizie specifiche sulla cessione del bene o sulla mancata utilizzazione degli immobili. È assente un´analisi dei costi di gestione e non esiste alcun monitoraggio dell´attività degli amministratori». Possono passare anche dieci anni perché un bene confiscato sia finalmente assegnato, e a quel punto per rimediare i guasti e procedere alle necessarie ristrutturazioni servirebbero soldi. Ma le associazioni non possono dare in garanzia i beni assegnati, che vengono inventariati nel patrimonio indisponibile, e i Comuni soldi non ne hanno. Ed è come l´ultimo atto di una beffa, quando non è difficile che ville, aziende e palazzine vengano abbandonate. Solo a Bagheria – spiega l´ex assessore alla Legalità Pippo Cipriani - beni confiscati per centinaia di milioni di euro vanno alla deriva per mancanza di fondi. A Palermo poi, l´azienda con il più ingente patrimonio è una società che non esiste e che potremmo chiamare "Beni sequestrati spa": potenzialmente un´enorme risorsa sociale ed economica da utilizzare per la collettività, ad esempio per la risoluzione dell´emergenza casa. Quando si lascia che un simile patrimonio vada in rovina, quale messaggio arriva ai cittadini e come si potrà poi parlare di antimafia? La più rigorosa delle iniziative antimafia è semplice e comincia da qui, dall´applicazione attenta di una legge-simbolo.

Il testé dismesso ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, nella sua folgorante carriera ne ha dette e fatte di tutti i colori. Ma una l'ha detta magnifica: che la sua legge elettorale (ne ha addirittura rivendicata la stesura), la legge elettorale con la quale dovremo votare tra poco, era una «porcata».

Si potrebbe dire meglio? Per esempio, porcheria? Pensa e ripensa, mi sono dovuto inchinare a Calderoli; porcata era la parola perfetta, imbattibile. Ma perché? Porcata e porcheria non sono sinonimi? Di nuovo pensa e ripensa, ho scoperto che non lo sono, o meglio, che tra le due dizioni esiste una differenza.

Come è noto, io ho sempre detto male del sistema elettorale precedente, del Mattarellum. A forza di dirne male forse l'ho anche bollato come una porcheria; ma mai come una porcata. E ora, grazie a Calderoli, ho anche capito perché. Di per sé una porcheria può essere soltanto una bruttura, una cosa mal riuscita, il frutto di un errore: che so, una pasta stracotta, una maionese impazzita, un quadro di Churchill. Invece la porcata è una vigliaccata caratterizzata dall'intento di avvantaggiarsi fregando un altro. Pertanto il Mattarellum è una porcheria redenta da buone intenzioni (sbagliate), mentre il proporzionellum calderoliano è anche una porcata: una legge che fa male al Paese soltanto per fare male a un concorrente elettorale. «Ipse dixit», così disse Calderoli.

Mi scuso per una disquisizione che può sembrare frivola. Che però «supporta» una tesi che non è per niente frivola. Questa: che mentre i nostri passati governi hanno indubbiamente prodotto porcherie (decisioni malfatte o sbagliate), il lungo governo Berlusconi è invece caratterizzato da porcherie, che sono anche porcate. E questa non è una differenza da poco.

Sull'ultima legge elettorale non ci piove: la sua natura è confessa. Ma l'elenco è lungo. Per la legge Frattini sul conflitto di interessi vale in pieno la dizione di Calderoli, visto che il suo unico scopo è di consentire a Berlusconi di farsene beffe. Lo stesso è vero per la legge Gasparri sugli assetti radio-televisivi, che non ha creato nessun pluralismo dell'informazione ma che ha salvato la Retequattro di Mediaset (Emilio Fede) e consentito all'imperomediatico- pubblicitario di Berlusconi di ingrassare a suo piacimento. Abbiamo poi, scusate se è poco, una nuova costituzione che è una bruttura (porcheria) intrisa di cattive intenzioni (porcata). Aggiungi le leggi sul falso in bilancio, la Cirami, la Schifani, eccetera: tutta una sequela di leggi ad personam variamente salva-Berlusconi e salva-Previti.

Un anno fa pensavo che su queste basi la vittoria del centrosinistra nel 2006 potesse essere una passeggiata. Ma poi Prodi si è impuntato sul programma (che astutamente Berlusconi gli ha lasciato in esclusiva), e oggi è costretto a giocare in difesa su come lo pagherà e con quali tasse. Complimenti. Beninteso Prodi gioca in difesa anche perché i guru gli hanno spiegato che non deve «demonizzare» l'avversario. Sarà (io non ci credo per niente). Il punto resta che in Parlamento l'opposizione ha fatto fuoco e fiamme contro tutte le surricordate leggi vergogna. Ma ora non più, ora non fiata. Allora, l'opposizione esagerava e mentiva prima, oppure è infrollita e rimbecillita oggi? Un minimo di coerenza forse non guasterebbe.

Caro Augias, mi fa paura vedere la coalizione che ha buone carte per vincere le elezioni rispondere alle logiche dei bonus e delle una tantum con bonus ancor più eclatanti, incentivi selettivi che sopperiscono una povera omogeneità simbolica. Mi fa paura ipotizzare, in caso di vittoria, come rispettare le promesse di un pericoloso gioco al rialzo di fronte ad ammonizioni europee scansate per un soffio ed alla necessità di diminuire il deficit pubblico il più rapidamente possibile. Mi fa paura vedere, in uno dei meno caotici salotti politici televisivi, che la sola credibile risposta alle deliranti affermazioni dei neo-autonomisti sono citazioni filosofiche inadatte alla Tv. Mi fa paura non ascoltare risposte serie ma comprensibili, dotte ma non complesse, comprensibili ma non idiote. Mi fa paura leggere che un italiano su tre vorrebbe vivere all'estero, ma non per un finalmente raggiunto spirito europeo o di sana curiosità, bensì per pura, semplice, disperazione.

Mi fa paura sapere che la maggior parte dei disperati sono giovani con un elevato livello di studio, e che l'ingresso nel terzo millennio lascia l'Italia sull'uscio, in bilico fra una non irraggiungibile modernità competitiva e scenari da terzo mondo che rischiano di inghiottirci. Perché non trovo nessuno che, di fronte a tutto questo, sappia rassicurarmi?

Marco Lombardi.

lombardimarco77@libero. it

Ha scritto alla persona sbagliata gentile Lombardi. Le cose che le fanno paura spaventano anche me. Quasi ogni giorno mi chiedo perché mai una coalizione di gente in genere seria e responsabile faccia una così misera o goffa propaganda elettorale. Intendiamoci bene, in parte la cosa è voluta. Mandare in giro 280 pagine di programma è meno impegnativo che mandare in giro dieci frasi semplici e nette; è anche meno pericoloso. Giorni fa il collega Sebastiano Messina faceva notare che a proposito di sanità cinque parole («Abolirò le liste d'attesa») sono molto più efficaci di dieci pagine. E poco conta che l'autore sia un inveterato sparaballe. La pubblicità ci ha insegnato che il messaggio conta più del suo eventuale adempimento. In un libro appena uscito l'esperto di comunicazione Edoardo Novelli ("La Turbopolitica" Bur) racconta molto bene come la politica abbia cambiato faccia, funzione, approccio. La propaganda è diventata pubblicità; gli elettori, clienti; i simboli, marchi. In questa gara si possono tornare a promettere le stesse cose già vanificate da cinque anni di governo; e la sinistra, ancorata a valori, storia, tradizioni, è in chiaro svantaggio. Fiacchi gli slogan, poveri i manifesti, anche perché i soldi veri stanno tutti dall'altra parte. Ci sarebbero dei punti d'attacco efficaci. Le foto di alcuni padri costituenti con lo slogan «Questi uomini hanno scritto la Costituzione» la faccia di un ilare Calderoli: «Quest'uomo è stato incaricato di rifarla». Oppure: «Ci aveva promesso un nuovo boom l'unico boom è stato quello delle sue aziende profitti più che raddoppiati in cinque anni». Oppure: «La mafia strozza il Sud, in cinque anni quest'uomo non ha mai pronunciato la frase «Dobbiamo combattere la criminalità organizzata». Lo so, è propaganda aggressiva. Ma chi dice che bisogna prendere schiaffi (i comunisti, le toghe rosse, i brogli elettorali) senza gridare la verità?

Coraggio, fatti ammazzare», cos ì Clint Eastwood esortava il rapinatore di turno in una battuta diventata celebre e che autoironizzava sul culto dello sceriffo, battuta perfetta per la legge approvata dalla Camera a modifica della legge sulla legittima difesa. A scrutinio segreto, 244 parlamentari della maggioranza hanno votato sì, 175 no, applausi della Lega. Nessuno più rischier à il carcere se ammazzerà chiunque entrerà nella sua casa o nel suo luogo di lavoro e si sentirà vittima di un furto, di una rapina e di unaminaccia. Chi reagirà con la violenza non sarà punibile per «eccesso di difesa».

Difesa della propria vita? No, non è più l.essere umano il solo bene prezioso che autorizza a uccidere, ma la proprietà privata, sua o altrui. La merce trionfa e si appropria dello status del suo proprietario. La merce si è fatta uomo. È un salto culturale, uno shock che trasforma lo sguardo sull.altro, il sospetto, l.intruso dal quale guardarsi, e non solo una questione di civiltà giuridica - la legge è già stata definita dai penalisti «palesemente incostituzionale» - ma qualcosa che tocca un invisibile apparato di regole umane, che tutti ci illudevamo di condividere. A uccidere, dice la legge, può essere un.arma legittimamente detenuta o «altro mezzo», vale a dire che in mancanza della pistola con regolare porto d.armi, si può accoltellare, spaccare la testa, sgozzare, fate voi. Naturalmente, ci sono dei limiti, anzi delle condizioni: il pericolo d.aggressione e la mancata desistenza da parte dell.intruso, che, da morto, immaginiamo, testimonierà di essersi arreso davanti alla vittima. La modifica dell.articolo 52 del codice penale contiene in un solo breve testo l.intera natura politica di questo governo, l.ansia di sopravvivere un giorno di più e di lasciare in eredità la sua malattia contagiosa. L.urlo continuo rivolto all.opposizione di questi giorni di campagna elettorale è «non siete migliori di noi» - ladri come noi - e il paradigma ritorna, letale, in questo azzeramento etico delle parti.

La superiorità della giustizia che non pratica la vendetta è finita. Occhio per occhio dente per dente. Eppure i fautori della legge esultano e sostengono che finalmente un aggressore e un aggredito non sono più sullo stesso piano. Invece è vero il contrario, l.uno è uguale all.altro come succede al boia di fronte al condannato a morte. È la stessa logica della guerra che scarta il negoziato, e sceglie l.arma non della politica, ma quella da taglio. Così il ministro Castelli è fuori di sé dalla gioia e dichiara: questo è «un passo avanti per Abele», quando tutti sono potenzialmente Caino. Non erano i leghisti che incitavano a sparare agli immigrati come ai conigli? L.Italia intera è proprietà privata degli Abele di Castelli.

C.è chi evoca il Far West e un numeropi ù alto di vittime in una corsa probabile al possesso di armi, visto che il tabaccaio o il gioielliere che spara per primo non avrà più da giustificarsi. Ma più che il FarWest, che almeno aveva le sue regole d.onore, qui siamo nel territorio luccicante del supermercato berlusconiano, uno scenario da brivido nel quale ognuno avrà paura di essere scambiato per potenziale malvivente, che solo tocchi il bene privato del più forte e del più ricco. Noi siamo lo «zingarello» sorpreso nel giardino del «giustiziere della notte», noi cittadini precipitati in uno stato di insicurezza nelle ultime ore di questo governo moralmente golpista.

Molti anni fa, una “commissione Giannini” (dal nome del suo presidente, Massimo Severo Giannini), incaricata di proporre regole efficaci per la conduzione degli enti di ricerca, partì da una distinzione delle strutture in “Enti strumentali” ed “Enti non strumentali”, a seconda che il loro obiettivo fosse la ricerca finalizzata o quella fondamentale. Nel primo caso, l’importanza degli scienziati-manager era chiaramente riconosciuta, nel secondo caso sembrava più importante il prestigio scientifico.

Ma sarebbe riduttivo prendere in considerazione solo i presidenti. La commissione Giannini riconosceva che la formula dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) aveva meriti indiscussi: un organo collegiale di governo, costituito dai direttori, eletti localmente dal personale delle “sezioni”, dislocate presso le sedi universitarie, e dei laboratori nazionali, completato con rappresentanze minoritarie di ministeri ed altri enti competenti. Dunque, niente Consiglio di Amministrazione (CdA) con prevalenza di emissari di partiti e di sindacati, niente presidente di nomina governativa, riconoscimento di capacità di autogoverno alla comunità scientifica e inserimento in un ambiente scientifico allargato con diritto di partecipazione alla programmazione e all’attività. Effettivamente l’INFN sembrava funzionare in modo ideale: un presidente che risponde ai suoi “amministrati” e che, per rappresentarli degnamente nella comunità internazionale, deve avere un’indiscussa notorietà che tutti gli riconoscono per conoscenza diretta e senza bisogno di tabulati di agenzie, è il meglio che si possa desiderare. La responsabilità di un siffatto gestore è condivisa, per il modo in cui è scelto, da una larga maggioranza che, per ciò stesso, concorre ai migliori risultati dell’ente.

Ma l’INFN è un ente non strumentale, che riguarda una comunità scientifica omogenea ben quotata nel suo complesso. Gli enti strumentali sono più complicati da governare. Il compianto Antonio Ruberti, scienziato e manager, aveva le idee chiare, ma ci ha lasciati. Pure, la commissione Giannini in qualche modo sottolineava che un ente che svolge attività specialistiche di ricerca, di qualsiasi tipo, non può essere governato da un “commissario”, paracadutato dal Governo con un disegno concepito solo fuori dall’ente, per risponderne a un CdA che rappresenta solo parti politiche: questo, è governare con “conflittualità incorporata”. L’ente finisce con lo svolgere solo attività imposte dal commissario-presidente, che le concorda con il CdA, senza coinvolgere i ricercatori nelle scelte e nelle decisioni. Nessuna meraviglia che i ricercatori cambino nome e diventino “capi-commessa” (sic!).

(Dipartimento di Fisica, Università "La Sapienza", Roma)

Si veda sull'argomento, dello stesso autore, Incubi notturni di un professore (1° giugno 2002)

Prodi ha annunciato che per oggi la lista del suo governo sarà varata. E´ auspicabile che, se dovesse incontrare nelle ultime ore concesse, altre difficoltà voglia porre la parola fine al defatigante tira e molla delle trattative di piazza Santi Apostoli. L´art. 92 della Costituzione, che affida al presidente del Consiglio la scelta dei ministri, venga applicato dal premier designato almeno in extremis. Il presidente della Repubblica metta da subito in atto la sua facoltà di «persuasione morale» per suggerire rapidissimamente una conclusione non troppo deludente. Per ora, stando alle più attendibili indiscrezioni, Prodi ha dovuto adeguare le sue opzioni agli oltraggi della spartizione partitocratica che il proporzionalismo, riesumato nella sua veste peggiore, ha fornito alla composita compagine del centro sinistra. Gli avvisi che vengono dal Paese non sembrano essere colti dai leader di partiti e partitini, cui il tenue successo non ha insegnato molto. Eppure dopo la "vittoria senza festa" del 9 aprile, con quel risultato risicato all´osso, l´insediamento di Giorgio Napolitano aveva segnato, solo l´altro ieri, la prima giornata davvero festosa, vissuta con sollievo e autenticità di sentimenti, per il popolo di sinistra e, forse, per una parte non piccola dei votanti di centro destra. Non è scontato chiedersi il perché e la risposta ci sembra risieda nella consapevolezza che questo Presidente era stato eletto proprio grazie a una rottura degli organigrammi spartitori perseguiti fino alla vigilia anche per il Quirinale. Un esito che non cancella, certo, l´ombra lasciata dalla rivendicazione di appartenenza, che i proponenti hanno voluto imporre alla candidatura, con un eccesso di ritorno identitario. Riscattato, però, dalla autenticità di una rivendicata e assoluta indipendenza di giudizio che le parole del neoeletto garantiscono, confermata dalla personale biografia.

Del resto, la stessa semantica politica del discorso d´investitura ha riportato, nel presente, la eco di un´Italia migliore: quella di De Gasperi e De Nicola, di Luigi Einaudi e Benedetto Croce, di Altiero Spinelli e Nilde Iotti. Fino a Carlo Azeglio Ciampi, che a quell´Italia si è sempre richiamato. Va anche detto che nell´accoglienza così favorevole a Napolitano ha anche giocato il fatto che a tanti cittadini egli è apparso come la figura più vicina, per comune sentire e storia vissuta, all´amatissimo Presidente dell´ultimo settennato. Il quale, peraltro, aveva, con preveggente saggezza, predisposto, con la nomina a senatore di diritto, condizioni più favorevoli alla eventuale successione.

Se i gruppi dirigenti del centrosinistra sapranno (ma non è detto, vista la vicissitudine della formazione del governo) raccogliere i sentimenti di speranza racchiusi nella elezione di Giorgio Napolitano, essi dovrebbero ora, con una torsione netta e percettibile, imporsi un comportamento più rispondente alle attese della stragrande maggioranza dei cittadini e, in primo luogo, del loro elettorato. Il compito non è di poco momento ed implica una consapevolezza autocritica che potrebbe essere meritatamente premiata. Si tratta di recuperare, con parole chiare e misure altrettanto chiare, quel rapporto tra la politica e il popolo che, paradossalmente, proprio l´ultima campagna elettorale ha maggiormente eroso. La legge che la regolava, la peggiore mai inventata, ha consentito, infatti, a un piccolissimo gruppo di persone, dell´uno e dell´altro campo – non più di una ventina in tutto – di "nominare", ancor prima del voto, i deputati e i senatori destinati a sedere in Parlamento. Un sistema che ha assicurato largamente in partenza la fedeltà dei prescelti ai «selezionatori», così da instaurare un sistema anche peggiore di quello attuato dalla partitocrazia nella fase finale della Prima Repubblica: una oligarchia autoreferenziale che decide sopra e al di fuori di qualsivoglia istanza e di ogni consultazione democratica (primarie eventuali da nessuno volute, per scegliere i candidati nei collegi, congressi di partito mai convocati, evirazione degli stessi gruppi parlamentari). Altresì le decisioni e discussioni, che hanno preceduto e seguito le elezioni, per determinare scelte non indifferenti appaiono appannaggio esclusivo dell´oligarchia di vertice, senza coinvolgimento di terzi estranei. In questo campo l´analogia nel procedere dei due attori contrapposti, in primo luogo nell´applicare con soddisfazione appena mascherata l´ignobile legge Calderoli, ha fatto sì che essa venisse percepita giustamente dall´opinione pubblica come un marchingegno trasversale.

La nomina "octroyé" del Parlamento (graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi) si è, inoltre, sposata in questa fase della nostra storia nazionale con la germinazione di un ceto di circa 300mila persone che ha intuito nella politica la scala per una garantita ascensione sociale ed economica. Ne è seguita la occupazione e lottizzazione partitocratica dei gangli essenziali della vita civile, dalla Rai agli ospedali, dalle società a partecipazione pubblica agli organismi economici o d´altro genere, dipendenti da Regioni e Comuni. A destra la degenerazione si è tradotta in un partito aziendale con filiali di marche associate, sotto un unico padrone. Una crosta soffocante ed invasiva si è così frapposta fra la politica, rettamente intesa, e la società civile. Ne sono usciti penalizzati i cittadini normali nelle loro esigenze, sia collettive di partecipazione democratica, sia di ascesa rispettosa della professionalità e delle competenze di ognuno. Ne è uscita penalizzata la qualità degli organismi sotto occupazione e dei servizi prestati. Ne è uscita ferita la speranza dei giovani e il premio ai loro studi e al loro lavoro. Neppure nei periodi peggiori di Tangentopoli il disseccarsi dei valori della politica aveva toccato la decadenza attuale.

Quei valori, peraltro, erano parte integrante del Dna di tutte quelle forze che sono oggi alla base del centrosinistra e che dovrebbero dar vita al partito democratico. Quel Dna non è esangue. I 4 milioni di votanti alle primarie per Romano Prodi hanno testimoniato, al di là di ogni previsione, la pregnanza e l´estensione di un´attesa che esige un ripristino della partecipazione di massa e un processo democratico selettivo per la rinascita di una classe politica.

Questo è il vero tema del momento che il centrosinistra è vocato ad affrontare e il futuro partito democratico ad inverare. E´ ora che i capi dell´Ulivo e i loro alleati levino la testa dai cruciverba degli organigrammi per proporre agli italiani una visione del futuro e politiche generali restauratrici di valori calpestati ma non dismessi nel cuore dei cittadini, una politica capace di suscitare passioni, coagulare interessi, inventare un linguaggio condiviso. Non bisogna illudersi che le misure economiche possano di per sé, in una situazione tanto deteriorata, suscitare larghi consensi.

La sapienza di Prodi, Padoa Schioppa, Bersani e degli altri con loro impegnati si confronterà con numeri ingrati. Quel che daranno da una parte dovranno togliere dall´altra. Nel migliore dei casi gestiranno una austerità che sarà premiata in un futuro speriamo prossimo, non suscitatrice di entusiasmi a breve termine.

Sarà, dunque, soprattutto nell´agire politico, nel messaggio democratico, riformista e liberale, nelle misure di "liberazione" della società civile dal giogo partitocratico che il centrosinistra potrà differenziarsi dal centrodestra e vantare un volto rinnovato. Questa sarà anche la condizione per conquistare quei suffragi che potranno consentirgli di governare cinque anni e scoraggiare la voglia di rivincita di Berlusconi.

Negli ultimi anni, la storia della Liberazione ha preso la forma di un chiacchiericcio più o meno dilettantesco e tendenzioso, che qualche critico ha definito «mal di Pansa». Dopo il successo di libri quali Il sangue dei vinti o Sconosciuto 1945, è diventato non soltanto possibile, ma addirittura

trendy rappresentare l'Italia del post-25 aprile come un Paese dove i «comunisti» la facevano da padroni, massacrando a ogni angolo di strada i loro nemici: fossero militari o civili, fascisti o antifascisti, avversari politici o nemici privati. Ed è diventato di moda sostenere che un unico comunista si comportò in maniera rispettabile e lungimirante: il segretario del Pci Palmiro Togliatti, che nel giugno del 1946 da ministro di Grazia e Giustizia ebbe la saggezza di promulgare un'amnistia bipartisan. La benvenuta pietra tombale sugli orrori condivisi della nostra guerra civile.

Gli anni Settanta vanno divenendo il secondo fronte di questo chiacchiericcio retrospettivo. In effetti, altri dilettanti della storiografia (o i medesimi: come il Bruno Vespa di Vincitori e vinti) si affaticano a propagandare la tesi secondo cui gli «anni di piombo» costituirono il momento più intenso e drammatico di una guerra civile permanente, che sarebbe stata combattuta in Italia dall'8 settembre 1943 a oggi. E si sente ora dire da sinistra come da destra che soltanto un'amnistia modellata su quella di Togliatti potrebbe risolvere il problema politico, giudiziario e morale della «peggio gioventù».

Stando così le cose, il nuovo libro di Mimmo Franzinelli, pubblicato da Mondadori e intitolato L'amnistia Togliatti, giunge come una manna dal cielo della storia scritta seriamente. Storia fatta con la dovuta onestà intellettuale, ma fatta anche con i gesti e con gli strumenti di un mestiere diverso da quello del giornalista: entrando negli archivi, praticando la critica delle fonti, assumendosi l'onere della prova. Il risultato è un libro tanto impressionante quanto importante, che molto più dei volumi di Pansa o di Vespa meriterebbe di andare incontro a un destino da bestseller.

Fra i Paesi europei i quali, liberati dall'occupazione nazista, dovettero affrontare il problema del collaborazionismo, l'Italia fu l'unico a perseguire da subito la strada di un'amnistia. Eppure, l'Italia aveva la responsabilità storica di avere partorito il mostro fascista. Per giunta, diversamente dalla Germania e dal Giappone, suoi ex alleati nell'Asse, l'Italia era sfuggita a processi simbolicamente esemplari come furono quelli di Norimberga e di Tokio. Tutto ciò non impedì ai due maggiori partiti della coalizione ciellenista, la Dc di De Gasperi e il Pci di Togliatti, di giudicare opportuno contro il parere dei socialisti e degli azionisti un colpo di spugna sui crimini del Ventennio e della Repubblica di Salò.

Così, mentre Paesi come il Belgio, l'Olanda, la Norvegia, la Francia si ripulivano della macchia nazifascista attraverso un severo processo di epurazione, la neonata Repubblica italiana spalancò le porte delle carceri dove fascisti e saloini erano stati rinchiusi al momento della Liberazione.

Il famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti non si era ancora asciugato in calce al decreto di amnistia (controfirmato da De Gasperi nella sua qualità di presidente del Consiglio), quando fu dato ai criminali di respirare la buona aria della libertà. Ai pezzi grossi «ras» delle squadracce, segretari del Pnf, gerarchi del regime, dirigenti dell'Ovra, giudici del Tribunale speciale, capi politici e militari della Repubblica sociale come ai pezzi piccoli: squallidi delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo. Dopodiché, nel corso del '47, gli zelanti magistrati della Cassazione romana (alcuni dei quali si erano distinti, pochi anni prima, ai vertici del Tribunale della razza) si incaricarono di rovesciare in senso innocentista il teorema colpevolista che le Corti d'assise straordinarie si erano illuse di avere dimostrato all'indomani del 25 aprile.

La maggiore novità documentaria del libro di Franzinelli viene dalle carte di Togliatti, che lo storico ha potuto consultare presso l'archivio della Fondazione Istituto Gramsci. Sono documenti dai quali la proverbiale «doppiezza» togliattiana emerge con un'evidenza quasi imbarazzante. Lasciata la carica di ministro di Grazia e Giustizia già nel luglio del 1946, subito dopo avere promulgato l'amnistia, il segretario del Pci tenne a presentare tale misura come qualcosa di giusto nelle intenzioni e di sbagliato nell'applicazione, ma per colpe non sue. Togliatti denunciò la maniera subdola in cui l'amnistia era stata politicamente recepita dalla Dc di De Gasperi, e la maniera distorta in cui era stata tecnicamente interpretata dalla corporazione dei magistrati. Ma lo studio di Franzinelli restituisce proprio a lui la paternità politica e tecnica del cosiddetto provvedimento di clemenza.

Fu Togliatti a volere l'amnistia, con il duplice intento di pescare nuovi comunisti nel mare magnum degli ex fascisti, e di risparmiare ai partigiani possibili conseguenze giudiziarie per le azioni da loro compiute durante la guerra civile e nell'immediato dopoguerra. Fu Togliatti a confezionare un pacchetto legislativo che escludeva dai benefici dell'amnistia soltanto i torturatori colpevoli di «sevizie particolarmente efferate», come se una sevizia non fosse efferata per definizione. Fu Togliatti a definire «eccesso di nervosismo» la rabbia dei parenti delle vittime (per esempio, le vittime delle Fosse Ardeatine) di fronte allo spettacolo degli aguzzini restituiti alla libertà. E fu Togliatti che si lavò pilatescamente le mani davanti alla sdegnata reazione della base comunista e partigiana, rimettendo la carica di guardasigilli al collega di partito Fausto Gullo. Insomma, fu Togliatti a meritare in pieno l'appellativo affibbiatogli da un indignato ragioniere di Venezia: ministro «di Grazia», ma non «di Giustizia»!

Senza perdere in asciuttezza, L'amnistia Togliatti diventa libro dolente nel momento in cui Franzinelli dà la parola ai magistrati della Cassazione romana, citando per pagine e pagine le motivazioni con le quali essi riconobbero ai criminali fascisti il diritto di venire amnistiati: quando tutta un'italica cultura da Azzeccagarbugli valse a mascherare con gli argomenti del giure le ingiustizie più flagranti. Chi aveva comandato i plotoni d'esecuzione di Salò venne assolto dall'accusa di omicidio perché non aveva personalmente imbracciato il fucile. Chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti fu amnistiato perché la tortura non era durata particolarmente a lungo. Chi aveva promosso lo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne giudicato colpevole di semplice offesa al pudore femminile.

L'amnistia Togliatti racconta la storia di una vergogna nazionale. Perciò, alla vigilia del sessantunesimo anniversario del 25 aprile, il libro di Franzinelli va consigliato come la più istruttiva delle letture possibili, per chi voglia sottrarsi a un discorso sull'amnistia che strizza l'occhio all'amnesia. Questo libro va raccomandato come un vaccino, contro il giampaolopansismo e il brunovespismo della memoria.

Non è vero che non c’è un programma elettorale del gruppo Berlusconi. C’è, ed è così semplice e radicale che si riassume in una sola parola: spaccare. Non c’è spazio per la discussione se sia o no naturale o possibile o sensato impegnarsi a distruggere prima di lasciare il potere. E non importa neppure chiedersi: ma che senso ha spaccare tutto prima del tempo? Potrebbe anche vincere. So benissimo che evoco un incubo scrivendo questa frase, «potrebbe anche vincere». Ma per un momento devo cercare di constatare i fatti e di capirli prima di giudicarli.

Dunque il presidente del Consiglio in carica - che in una sciagurata ipotesi potrebbe anche essere il prossimo presidente del Consiglio italiano - si dedica con impegno e furore a spaccare tutto ciò che conta e che è fondamentale in un Paese: coesione, fiducia, senso di cittadinanza, associazioni di grande rilievo sociale (agli industriali, i sindacati) rapporti internazionali, confronto di un intero Paese con i pericoli del mondo (terrorismo), alleanze e legami fondamentali (per esempio con gli Stati Uniti). Fa tutto ciò con grande rilievo pubblico, nel modo più visibile e non più smentibile. Fa venire il pubblico finto ad applaudire. Decreta espulsioni e condanne. Attrae non solo l’attenzione degli italiani, ma anche la testimonianza attonita dei governi e delle istituzioni europei e quella, anche più attonita, della stampa americana.

Dovunque esistono destra e sinistra, anche se la destra di Berlusconi, che va dal monopolio alla rendita, dal controllo totale delle informazioni alla abolizione del falso in bilancio, e si allarga fra il condono di ogni regola capitalistica e l’altra destra, dei nuovi alleati francamente fascisti, è difficile da definire. Ma non esistono precedenti, in normali Paesi democratici, di qualcuno che spacca e divide e accusa e attacca dovunque scorge anche un vago elemento di dissenso. E lascia polvere e macerie persino dove dice e sostiene che governerà ancora.

Tutti noi cittadini siamo tuttora stupiti da ciò che è successo alla assemblea della Confindustria di Vicenza, la più violenta - e solo apparentemente incontrollata - scenata in pubblico che sia mai accaduta al di fuori di situazioni di dittatura. Un lavoro degno di Lukashenko, il contestato dittatore della Bielorussia. Ma Lukashenko è amico di Putin che è amico di Berlusconi, e può darsi che i tre, esperti di strangolamento della libertà, si siano scambiati consigli.

Ma l’impegno accanito, il lavoro intenso di una mattina per spaccare la Confindustria, un lavoro che evidentemente non gli era riuscito dietro le quinte, è il seguito, ma anche l’annuncio, di una politica vigorosamente distruttiva, che non è solo prerogativa del capo, ma viene richiesta, momento per momento, a ciascun dipendente del gruppo Berlusconi.

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Come molti lettori ricorderanno, il primo impegno di questo governo privato è stato di spaccare l’opposizione, tentando di separare pattuglie di sottomessi da coloro che, secondo il dettato sacro in ogni democrazia, erano decisi a tenergli testa. Di volta in volta ha inventato liste di cattivi. Ha aizzato la stampa di regime ad attaccare, preferibilmente con la calunnia o l’accusa gratuita («stampa omicida»), chi si ostinava a raccontare le cose.

È giusto che i lettori sappiano che la «stampa omicida», benché chiamata in causa mille volte «per avere inventato accuse al solo scopo di denigrare il governo», e dunque l’Italia, per avere ricordato, quando era indispensabile farlo, la Loggia massonica P2, i legami di mafia, per aver riferito con esattezza su processi e condanne, non ha, al momento, una sola querela per avere detto o narrato il falso. Ci sono decine di querele di chi si ritiene offeso (Bossi non vuole essere chiamato «razzista», ma basterà chiedere al giudice di convocare il teste Borghezio, o l’apposita commissione del Parlamento europeo). Ma nessuno ha potuto dire «non è vero». Mai.

Ma l’operazione di spaccatura è cominciata presto. Ricordate quanto a lungo e con quanto impegno Berlusconi, conferenza stampa dopo conferenza stampa, ha nominato e accusato questo giornale per «educare» gli altri giornalisti e ammonirli a non sognarsi di criticarlo? Certo nessuno di noi dimentica che Berlusconi ha iniziato la sua carriera di «liberale» con il licenziamento di Biagi e Santoro, colpevoli di «attività criminosa», a cui è seguita una lunga serie che è giunta fino a Sabina Guzzanti. E alla fine si arriva alla minaccia in diretta (non una svista, l’esemplarità conta molto in questa strategia distruttiva) a Lucia Annunziata come modo per dire a tutti «state attenti qui non c’è posto per chi mi tiene testa».

Ricordate con quanto puntigliosa ripetitività i giornali di proprietà della famiglia Berlusconi sono tornati sulla accusa di contiguità al terrorismo, sul fatto che le parole con cui una opposizione critica un governo (parole senza le quali non esiste democrazia) in realtà - dicono loro - armano mani di assassini e richiedono (ci è stato detto proprio così) di aumentare la scorta, dopo ogni titolo «terrorista» dell’Unità, titolo tratto, il più delle volte, dalla stampa internazionale?

A questo si sono aggiunte lunghe e ripetute azioni di calunnia, durate anni e riprese costantemente da scrupolose persone di servizio del giornalismo, al fine di dire chiaro agli altri colleghi: «Se noi siamo in grado di sputtanare persone che hanno la reputazione di tutta una vita, vedete bene che siamo in grado di colpire chiunque». È questione di controllo delle informazioni, non di verità dei fatti, che a loro certo non importa.

Ricordate gli insulti dedicati dal premier agli inviati dell’Unità che osavano rivolgergli domande, il riferimento (prediletto fra il personale di servizio post fascista) delle banche off shore in cui avrebbe trafficato chi scrive questo articolo? Ricordate le presunte «cinquecento minacce» dell’Unità alla illustre persona di Silvio Berlusconi da parte dell’Unità (altro aumento del personale di scorta) anche allo scopo di avvisare gli inserzionisti pubblicitari di stare alla larga da chi osa fare opposizione?

Alla fine, come ha dimostrato l’editoriale del Corriere della Sera che - nella tradizione del New York Times e del Washington Post - ha dato una chiara indicazione di voto il mai interrotto tentativo di spaccare i frammenti di informazione libera, e più ancora di isolare e fare apparire indegni i giornalisti oppositori, non è riuscito a regola di regime come progettato. Certo ha devastato il sistema di informazione italiano, già vastamente oscurato dal possesso e controllo delle televisioni. Intanto era al lavoro il progetto di spaccare i sindacati. Il breve periodo in cui è sembrato riuscire il trucco del «Patto per l’Italia» ha fatto pensare a un successo.

Arduo però sfidare il rapporto con la realtà e il contatto con l’opinione pubblica dei grandi sindacati popolari. Possono essere più o meno a sinistra, più o meno all’opposizione. Ma hanno fiuto per la truffa e le affermazioni false. E tutti si sono allontanati per tempo, nonostante l'intenso fuoco di sbarramento contro il loro tornare insieme.

Al momento giusto, cioè estremo, quando la crescita zero inchioda un governo incapace alla sua responsabilità, restano due mosse immensamente distruttive, dannose e costose fino al limite estremo per l’Italia. Però - pensa il gruppo Berlusconi - che cosa importa l’Italia se la mossa può darci un beneficio?

Parte, dunque, con un finto e violento attacco di nervi, la campagna per dividere e spaccare la Confindustria. Niente è più normale di una grande e autorevole associazione di imprese in cui i titolari hanno interessi comuni ma anche visioni diverse. Al diavolo gli interessi, spacchiamoli sulla politica. È probabile che il gioco non sia riuscito, non nel modo totalmente distruttivo pianificato dal gruppo Berlusconi. Però l’attacco improvviso, grossolano e violento di un presidente del Consiglio a un singolo imprenditore, che aveva osato tenergli testa anche nel sacrario della sua trasmissione prediletta «Porta a Porta», appare in tutta la sua desolante gravità: Berlusconi può farlo. Lo ha fatto. E l’imprenditore attaccato, denigrato, insultato in pubblico, si è dimesso, come se fosse lui il colpevole. In tal modo il gruppo Berlusconi ha dimostrato - costi quello che costi alla reputazione del Paese - che non c’è poi tanta differenza fra un giornalista senza protettori e un industriale nel pieno del suo successo. Chi osa tenere testa paga.

***

Questa oscura pagina della storia italiana continua. Adesso, in ogni occasione, intervista, talk show, dichiarazione ufficiale o confidenza al cronista, Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Tremonti fanno sapere che «i capitali se ne vanno».

Dicono che in Italia l’eventualità della alternanza democratica tra l’imprenditore fallito come governante Berlusconi e l’economista noto nel mondo Romano Prodi, che ha già governato bene in Italia e in Europa, sta portando alla fuga dei capitali, un atteggiamento che neppure Chavez del Venezuela oserebbe adottare nelle sue colorite campagne di denigrazione degli avversari.

L’annuncio, infatti, è capace di produrre conseguenze di immenso danno che potranno continuare a lungo. I capitali fuggono dalla crescita zero di Berlusconi? In fuga per la paura dei cosacchi di Prodi? Un guasto grave al Paese è assicurato comunque. Berlusconi non sa se vincerà e teme seriamente di non farcela. Ma spacca il Paese nel punto sensibile, proclamando che gli investitori del mondo decidono di fuggire. Se un simile disastro può servire a dargli una mano, perché no? Spaccare, distruggere, lasciare macerie è diventato il suo marchio di fabbrica. Così ha fatto nella scuola, nella sanità, nelle leggi sul lavoro, nella così detta riforma della giustizia, nella amputazione della Costituzione e della legge elettorale. Perché non dovrebbe continuare?

Invece delle opere pubbliche che non sono mai cominciate, ricordiamo l’esortazione del suo ministro delle Infrastrutture «a convivere con la mafia» (cioè con gli assassini di Falcone e Borsellino). Dopo un brutto e pericoloso periodo della vita italiana, ci resteranno soltanto le scenografie di cartone di Pratica di Mare. È stato il luogo in cui Berlusconi, attraverso i sette telegiornali che controlla, ha imposto agli italiani di credere che, per merito suo, Putin era entrato nel G8, nella Nato, in Europa, e l’America era diventata il miglior amico della Russia. Subito dopo è scoppiata la «Rivoluzione Arancione», ovvero la liberazione della Ucraina, sostenuta dagli Usa contro il Gaulaiter di Putin. E oggi - sempre con l’aiuto degli Usa - si ribella la Bielorussia contro il despota Lukashenko, già collega di Putin al Kgb. I vecchi amici si ritrovano e, come dice un proverbio americano, «non si può mentire a tutti per tutto il tempo».

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Vi sembra troppo? Eppure non basta. Quello di Berlusconi è l’unico governo al mondo - democratico o non democratico - che prima delle elezioni denuncia il rischio, anzi la probabilità di brogli. Altrove sarebbe una seria offesa al ministro dell’Interno, di cui gli italiani hanno rispetto. Ma Berlusconi non si fa intimidire e, se può spaccare, spacca. Anche la fiducia, anche il rispetto. Tratta il suo Paese come una tormentata Repubblica africana. Reclama brogli che - come governo - ha il compito e il dovere, ma anche i mezzi, di impedire. E come il leader braccato di una di quelle repubbliche, l’autore del danno corre negli Stati Uniti per far sapere che l’Italia è un Paese pericoloso, in modo che gli Usa avvertano gli americani di non venire in Italia.

Che cosa importa che l’Italia non è un Paese pericoloso se non per gli ingorghi di traffico che si formano a Roma il mercoledì, giorno dell’udienza generale del Papa? Che cosa importa il turismo? Da noi provvede il capo del governo a bloccarlo.

Sembra incredibile, sembra raro che una sola persona, con un cattivo governo, possa far tanto danno al suo Paese. Eppure resta l’ansia e il dubbio che non sia tutto. Se questo è ciò che finora è accaduto - e che non si può smentire - è ragionevole l’ansia e il dubbio che nei giorni che restano da oggi al voto ci saranno altri tentativi di far male al Paese. Risorse e cattive intenzioni non gli mancano.

furiocolombo@unita.it

La buona notizia, piccola, viene da Montepulciano, dove alcune associazioni riunite a convegno (Acli, Legambiente e Comunità di San.Egidio fra le altre) lanciano un manifesto per una informazione indipendente e interdipendente: dieci punti per aiutare a leggere la globalizzazione evitando di rafforzare stereotipi, fomentare odii, offendere tradizioni altrui e cercando di decifrare quello che accade di incomprensibile per la tradizione nostra.

La cattiva notizia, più grande, viene da Cosenza, dove Marcello Pera, in tour per commercializzare il suo Senza radici scritto a quattro mani con l’attuale papa ed ex cardinale Ratzinger, rilancia il suo manifesto per un Occidente indipendente e sovrano: dieci punti per armare l’Europa, a fianco degli Usa, di identità, orgoglio, valori, radici, famiglie e bambini, ogni cosa brandita come una spada per riaffermare il valore superiore e assoluto della «nostra» cultura.

Bene ha fatto Piero Sansonetti, su Liberazione di ieri, a mettere a confronto il manifesto del presidente del senato con il manifesto fascista degli scienziati razzisti del .38: accade infatti che l’uso del termine «cultura» al posto di quello di «razza» serva soltanto a coprire e rilegittimare il razzismo profondo del ragionamento, porgendolo in un lessico post-novecentesco e più digeribile di quello degli anni Venti. Molto del conflitto globale in corso si gioca sulle parole e sulla piega di senso che ogni parola prende. Per questo è una buona notizia che l’aggettivo «interdipendente » si affacci nel lessico politico. Alla tronfia intolleranza dei teocon non basta infatti contrapporre la tolleranza progressista, troppo esposta alle accuse di indifferentismo etico e alle smentite di modelli multiculturali prima vincenti poi andati a male, a Londra come a Amsterdam.

La tolleranza funziona finché l’altro non ci tocca, non ci colpisce e non ci spiazza. La reciprocità, che dietro al Papa tutti si sono messi a invocare a destra e a manca, è impossibile fra contendenti che non condividono le premesse di partenza del dialogo. La coscienza dell’interdipendenza è l’unica che possa dare misura alla convivenza e al conflitto, in un mondo in cui ciascuno dipende dall’altro - gli occidentali dagli islamici e gli islamici dagli occidentali -, la vulnerabilità di ciascuno è esposta all’aggressivit à dell’altro, e l’altro non è uno simile e prevedibile ma uno diverso e imprevedibile. Nel pianeta globale, nessuno è più sovrano in casa propria: prima la politica ne prende atto meglio è.

Sono i termini della guerra culturale, questa sì, interna alle democrazie occidentali dall’11 settembre in poi. Solo che adesso che piombano sull’Europa sotto l’urgenza degli eventi, si vede che l’Europa non è più avanti ma solo più lenta degli Stati uniti.

Marcello Pera e i suoi compagni di cordata, protetti dall’ombrello papale, cavalcano l’onda neo-con quando oltreoceano essa deve fare già i conti con le smentite che le vengono dalla tragica deriva degli eventi iracheni. Chiedere le dimissioni del presidente del senato, come fa Fausto Bertinotti, è anch’essa una mossa fuori tempo massimo: a senato chiuso e campagna elettorale aperta, i dieci punti del Filosofo già nutrono i discorsi del Cavaliere e il suo teorema sul fondamentalismo come malattia senile del comunismo. Non siamo fuori tempo massimo invece per rilanciare la questione dell’Europa, proprio ora che sembra al minimo della sua credibilità, capovolgendo gli argomenti del manifesto occidentalista. L’Europa è ferma non perché perde natalità e identità, perché non si ama abbastanza e non dichiara un.altra guerra in medioriente. E. ferma perché, ossessionata da ciò che era o doveva essere, ha perso l’occasione di diventare quello che poteva diventare. Cioè di costruirsi, nella contingenza del conflitto globale in corso dopo l’11 settembre, come un.alternativa culturale e politica, disarmata e disarmante, all’unilateralismo armato di George Bush. Nelle radici europee che Marcello Pera brandisce con la stessa mentalità identitaria e monolitica con cui guarda all’Islam, c’è tutto e il contrario di tutto. C’è l’inquisizione e c’è l’illuminismo, ci sono le guerre di religione e c’è il sincretismo, c’è il razzismo fascista e ci sono le costituzioni antifasciste. Senza radici non si vive, ma di radici marce qualche volta si può morire.

L’inaudito attacco scatenato contro Carlo Azeglio Ciampi da Silvio Berlusconi, con il dichiarato proposito di sostituirsi al capo dello Stato su materie delicatissime come lo scioglimento delle Camere e la data delle elezioni, dimostra che questo personaggio non si ferma e non si fermerà davanti a nulla pur di non mollare palazzo Chigi. Sta per deflagrare, insomma, con le conseguenze più gravi e imprevedibili, l’anomalia finale di un premier che considera la democrazia e i suoi istituti degli accessori facoltativi da mettere sempre e comunque al servizio del suo personale potere. Attraverso strappi e forzature, leggi ad personam e conflitti di interessi, occupazione delle televisioni e manovre intimidatorie contro l’opposizione, si è così venuta realizzando al vertice del governo una sorta di autocrazia di stampo caucasico; un’escrescenza prepotente, decisa a non rispondere dei propri comportamenti a nessuno dei poteri elencati nella Costituzione della Repubblica Italiana. E quindi non risponde alla magistratura che è stata anzi colpita e perseguitata come mai era accaduto in Europa; ciò per puro spirito di vendetta determinato dai numerosi processi per corruzione a cui l’imputato premier è riuscito comunque sempre a sottrarsi dileguandosi attraverso le maglie larghissime delle prescrizioni. E quindi non risponde al Parlamento costretto ad approvare le leggi più ingiuste e vergognose a colpi di maggioranza, di quella maggioranza formata in larga parte da suoi dipendenti o da esponenti politici assoggettati o troppo deboli per potergli dire di no.

E quindi, adesso, non risponde neppure al presidente della Repubblica e anzi lo minaccia facendo persino balenare l’ipotesi di far eleggere il successore di Ciampi dalle Camere uscenti e non da quelle rinnovate dal voto dei cittadini. Cosicché, visto che la maggioranza dei deputati e dei senatori è ancora sotto il suo controllo, c’è anche l’incubo di una elezione di Berlusconi al Quirinale.

Ma Ciampi, fortunatamente, è ancora il nostro presidente e lo resterà, nella pienezza delle sue funzioni, fino alla scadenza del settennato fissata il 19 di maggio. Possiamo dunque stare certi che tutti i tentativi di aggirare la Costituzione saranno respinti con la massima determinazione. Costituzione, ricordiamolo, che è stata già manomessa per effetto di quella sciagurata riforma approvata con il consenso dei bravi ragazzi Bossi, Fini e Casini e che, per fortuna, gli italiani avranno modo di rispedire al mittente con il prossimo referendum.

Se Ciampi farà il possibile, Berlusconi farà l’impossibile, come sta già facendo, per avvelenare il clima elettorale. E più i sondaggi lo daranno per sconfitto e più lui si adopererà per introdurre nuove rotture, nuove provocazioni, nuove aggressioni nei confronti di chi gli si oppone. E quando dalle urne uscirà la vittoria dell’Unione, lui, stiamone certi, griderà che l’Unione ha organizzato brogli e che il voto va annullato. Lo ha già fatto nel ‘96 e, del resto, se continua a definire impossibile un’affermazione del centrosinistra una ragione ci sarà.

In questo clima dove ogni colpo di mano è possibile si iscrive l’aggressione del presidente del Consiglio all’Unità. Non è la prima volta che il nostro giornale viene attaccato dall’autocrate con linguaggio diffamatorio e violento esponendo i giornalisti e i lavoratori di questa testata a tutti i rischi connessi. Sabato, a Firenze, però, ogni limite è stato superato quando davanti alla nostra precisa denuncia di come, con le 1942 intercettazioni trafugate per essere divulgate si voglia gravemente intossicare la campagna elettorale, il presidente del Consiglio ha citato il ministro degli Interni e chiesto l’intervento dell’Avvocatura dello Stato.

Cosa ci sta preparando? Minacce, comunque, che non ci fanno paura anche perché ci sentiamo appoggiati e confortati dalla grande solidarietà che ci giunge dai nostri lettori e dai tanti amici che ci chiedono di andare avanti, tenere duro. Ci dispiace soltanto che abbia ragione il Cdr dell’ Unità quando ieri mattina ha registrato «l’assordante silenzio» di importanti testate giornalistiche (la più importante della quale domenica mattina pubblicava la fotografia del Berlusconi che sventolava scatenato l’Unità, senza una sola parola che spiegasse il perché negli articoli degli inviati).

Nessun vittimismo da parte nostra, per carità, ma solo il timore che molti nostri colleghi non abbiano ancora capito che dopo la magistratura, il parlamento e il Quirinale, l’assalto di Berlusconi toccherà a loro come adesso tocca a noi. «Vi attacca perché date fastidio», Enzo Biagi lo ha spiegato come meglio non si poteva.

Ciampi. Biagi. Meno male che ci sono loro.

Titolo originale: A Big Government Fix-It Plan for New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

BATON ROUGE, Louisiana – Nel panorama di vuoto politico del post-Katrina, punteggiato dalle macerie di varie proposte, ricette che si sgretolano e iniziative alluvionate, un oscuro e molto conservatore membro del Congresso è entrato in campo con una soluzione finale decisamente statalista.

Il deputato Richard H. Baker, repubblicano eletto nei collegi suburbani di Baton Rouge, che deride i democratici perché non sufficientemente favorevoli al libero mercato, è l’improbabile campione di un piano di edilizia residenziale d’emergenza che farebbe dell’amministrazione federale il principale proprietario immobiliare di New Orleans: almeno per un po’. Baker ha proposto che la Louisiana Recovery Corporation stanzi ben 80 miliardi per estinguere mutui, ripristinare le opere pubbliche, acquisire enormi pezzi devastati di città, ripulire il tutto e rivenderlo ai costruttori.

Desperatamente alla ricerca di un intervento di grande scala all’enorme problema immobiliare della regione, rappresentanti politici e operatori economici della Louisiana di tutte le gradazioni – neri e bianchi, repubblicani e democratici – hanno adottato questo poco conosciuto uomo del Congresso e il suo grandioso progetto, definendolo un passaggio cruciale. Anche se la Casa Bianca deve ancora firmare, ci sono già segnali che alcuni alti esponenti del Congresso siano interessati a sostenerlo; Baker ha detto che i funzionari dell’amministrazione non l’hanno comunque respinto.

L’approvazione del disegno sta diventando sempre più importante per la Louisiana visto che lo stato ha perso la contesa col maggior peso politico del Mississippi lo scorso mese, quando il Congresso ha votato un pacchetto da 29 miliardi di dollari per la regione degli stati del Golfo. Lo stanziamento da’ al Mississippi circa cinque volte tanto per famiglia in aiuti all’abitazione di quanto non riceva la Louisiana: a riprova del peso del governatore Haley Barbour del Mississippi, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, e del Senatore Thad Cochran, che presiede lo Appropriations Committee.

I rappresentanti della Louisiana affermano di essere stati obbligati a votare a favore, perché altrimenti avrebbero potuto anche non ricevere alcun aiuto. Ma ora si concentrano anche con più intensità sul piano di acquisizione di Baker; molti economisti qui sostengono che non ci sono alternative, per i proprietari che non riescono a pagare le ipoteche sulle proprietà devastate.

”È probabilmente una delle ultime speranze per chi ha avuto la casa allagata e non era coperto da un’assicurazione” sostiene Loren C. Scott, economista emerito alla Louisiana State University. “Senza questo tipo di sostegno, ci sarebbe un numero notevole di persone che potrebbero semplicemente affondare”.

James A. Richardson, direttore del Public Administration Institute alla stessa università, dice “È l’ultima scommessa possibile, per certi versi”.

L’oppositore politico a Baker nella delegazione della Louisiana al Congresso, William J. Jefferson, democratico di New Orleans, sostiene che l’approvazione del disegno è importante.

”Senza – dice – i proprietari hanno poche possibilità di recuperare il valore che hanno perso”.

Secondo il piano, la Louisiana Recovery Corporation entrerebbe in campo ad evitare inadempienze, in modo simile a quanto fatto dalla Resolution Trust Corporation attivata dal Congresso nel 1989 col settore del risparmio e prestiti. Si offrirebbe di rilevare dai proprietari, a non meno del 60% del valore prima dell’uragano Katrina. Agli erogatori del prestito sarebbe offerto sino al 60% di quanto loro dovuto.

Per finanziare la spesa, il governo emetterebbe obbligazioni legate in parte alle vendite di terreni ai costruttori.

I proprietari non dovrebbero necessariamente vendere, ma chi lo fa avrebbe un’opzione a ricomprare dall’ente. L’ente federale non avrebbe nulla a che vedere con gli interventi urbanistici sui terreni; questo spetterebbe alle amministrazioni locali e ai costruttori.

Per passare, la proposta richiederà alla fine il sostegno della Casa Bianca. E i segnali, secondo questo solido repubblicano che vanta un sostegno quasi totale dai gruppi conservatori, sono stati vari.

Il Presidente Bush, nel corso di un viaggio in auto insieme a Baker lo scorso settembre “ha capito”, come insiste Baker in un’intervista dal suo ufficio, nella città che rappresenta in modo discreto da due decenni a Washington. “È stato molto aperto a riguardo. Mi ha detto, ' lavoraci su e vai da Hubbard' “ ovvero il massimo consigliere economico di Bush, Allan B. Hubbard.

Quando il Congresso stava per riunirsi lo scorso mese, col piano in sospeso, Baker ha ricevuto una domenica mattina la visita di Donald E. Powell, vicerè del Presidente per la ricostruzione della Costa del Golfo. Baker racconta che Powell era “più a suo agio” con la proposta ma ancora non del tutto convinto dopo un’ora di discussione. Il disegno fu respinto, nonostante le manovre riuscite per compattare la variegata rappresentanza della Louisiana a sostegno e gli appelli del mondo economico. Eppure, fra promesse dei senatori di riprendere rapidamente il progetto quando il Congresso si riunirà, e segnali che la Casa Bianca non ha voltato le spalle, il prudente Baker pensa che le sue chances siano migliori che mai.

Sean Reilly, membro della Louisiana Recovery Authority, afferma che Powell gli ha riferito come la Casa Bianca fosse “entrata” nel concetto ma avesse bisogno di riguardare un po’ l’idea.

”Ci siamo andati molto vicino” dice Walter Isaacson, vicepresidente della Louisiana Recovery Authority, istituita dal governatore per sovrintendere la ricostruzione. I massimi consiglieri della Casa Bianca “fondamentalmente apprezzano il principio” sostiene. E hanno fatto promessa di “collaborare con voi, e metterlo nella corsia preferenziale” per le udienze a Senate Banking, Housing and Urban Affairs Committee, continua Isaacson.

I colleghi conservatori di Baker, dentro e fuori il Congresso, si preoccupano delle dimensioni enormi dell’intervento proposto. All’interno dello House Financial Services Committee, parecchi membri hanno tentato di limitare spesa e durata del provvedimento, o di mirare ad una gestione in pareggio. “È irresponsabile per il Congresso firmare un assegno in bianco, pescando dai contribuenti americani, guidati dalla sola immaginazione dei politici” ha dichiarato il deputato Jeb Hensarling, repubblicano del Texas. “Dobbiamo assicurarci che non venga chiesto di pagare di nuovo, fra due o tre anni, per la stessa calamità”

Ai suoi critici Baker risponde: “Se non questo, che altro? Le risposte non sono valide”.

Un realistico volo di primo impatto sui quartieri devastati di New Orleans l’ha convinto che soluzioni ordinarie non funzionerebbero. Qui c’era un problema che superava le possibilità dell’impresa privata. “In questo caso, è saltato tutto” dice Baker. “Eliminazione totale. Così ha pensato che ciò richiedesse un rimedio senza precedenti. Se non lo facciamo, cosa sarà della regione fra due anni?”.

Tranquillo, bene educato e con l’aria da chierichetto da figlio di un pastore, Baker ha trascorso anni misurandosi con gli arcani della regolamentazione dei servizi finanziari. Con la calma di un uomo abituato a riunirsi coi banchieri per ragionare sui documenti di bilancio, espone tutto: decine di migliaia di proprietari di casa esposti, che devono milioni di pagamenti ipotecari su proprietà di dubbio valore, a vari istituti di prestito.

Sforzo pieno di paradossi, il suo. Baker ha dedicato gran parte della sua carriera al Congresso tentando di imbrigliare i giganti semipubblici Fannie Mae e Freddie Mac, affermando che hanno troppo potere. Ora, “favorevole come sono al libero mercato” dice, vuole che il governo agisca in modo che non ha precedenti.

Un’altra stranezza di Baker è la sua quasi invisibilità, anche nel suo collegio, al punto che “la maggior parte delle persone a Baton Rouge non lo riconoscerebbero” sostiene Wayne Parent, professore di scienze politiche alla Louisiana State University. In uno stato che da’ un cento valore alla visibilità dei suoi politici “Non si sente molto parlare di lui” dice Parent. E pure, Baker è improvvisamente balzato all’avanguardia della classe politica della Louisiana, evidentemente povera di idee.

È stato eletto in un collegio suburbano principalmente bianco, una zone relativamente ricca per gli standards della Louisiana, storicamente ostile a quella che fu la grande città dell’est. Ma la sua iniziativa potrebbe risultare di grande beneficio soprattutto agli afroamericani di New Orleans.

In parlamento, la sua proposta è stata adottata dei liberals – “Credo sia una buona idea” ha detto il deputato Barney Frank, democratico del Massachusetts – e schivata da molti conservatori. La proposta è valida “quanto il modo in cui la si usa” dice Isaacson. “La mia sensazione è che possa rappresentare una verifica di quanto è sincera l’amministrazione quando afferma di volere un attento e intelligente sforzo di ricostruzione”.

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È stato soprattutto un discorso al parlamento come unico luogo dove può esercitarsi la politica: può sembrare insufficiente a quanti hanno un'idea diversa, più larga, della partecipazione ma è probabilmente un bene che il nuovo presidente della Repubblica si presenti consapevole dei limiti del suo mandato. «Sobrietà e rispetto dei limiti» ha detto appunto Giorgio Napolitano che non sarà un capo dello stato da messaggi in televisione. Eppure sarà un presidente molto politico, dopo gli anni del grande tecnocrate Ciampi. Il discorso di insediamento è stato profondamente calato - persino dichiaratamente - dentro l'attuale quadro parlamentare. Semmai è lo schema interpretativo del presidente che è sembrato datato. L'Italia non è al 2 giugno 1946 che tutt'al più è un anniversario da ricordare. A parte risultare poco interessante per i cittadini delle Repubblica meno che senescenti, lo schema paese diviso - politica condivisa va malissimo per il paese reale. Può solleticare le parti più inclini al trasformismo, che infatti hanno reagito con entusiasmo.Mase accolto sarebbe piombo nelle ali del nuovo governo e della maggioranza che ha prevalso nelle elezioni seppure - Napolitano ha puntualizzato - «lievemente». D'accordo: un presidente della Repubblica non può che invitare alla concordia e in questo senso Berlusconi resterà piacevolmente sorpreso dal nuovo presidente. Credesse un po' meno alla sua stessa propaganda il Cavaliere saprebbe da tempo che nessuno più di un ex comunista di destra può affezionarsi al ruolo del garante. Ma Napolitano è un parlamentarista convertitosi al maggioritario che ha parlato da bipolarista convinto. A parte il '46 le altre date che ha citato come fondanti sono state il '93, anno del referendum maggioritario, e il '94 quando le elezioni le ha vinte Berlusconi. Per questa via Napolitano ha spalancato ogni porta alle riforme costituzionali. Partendo dal presupposto, errato, che tutti i progetti di riforma portati avanti negli ultimi anni non hanno «mai messo in questione i principi fondamentali». Sulla distinzione tra prima e seconda parte della Carta ormai da tempo invitano alla prudenza i costituzionalisti più accorti. E basta guardare la devolution per avere la prova di come lemodifiche ordinamentali colpiscano alla fine i principi. Così se modifiche andrebbero fatte alla Carta del '48 è precisamente per metterla al riparo dagli effetti del maggioritario, magari andrebbe ritoccato anche l'articolo 138 così che l'aspirazione alla condivisione possa risultare meno vana. Non ci è piaciutoNapolitano soprattutto per la volontà di riportare tutto su un terreno di larghe intese, anche oltre la ritualità del capo dello stato. Perché fatto in chiave politica prima che istituzionale. Con accenti da solidarietà nazionale più che nello spirito repubblicano. Ed ecco la Resistenza buona per gli applausi di sinistra ma anche per quelli di destra per via delle sue «aberrazioni». Ci sono piaciuti invece un paio di passaggi classicamente riformisti: non è poco di questi tempi sentir parlare di «giustizia sociale» o avvertire la preoccupazione per il lavoro esposto «alla precarietà e alla mancanza di garanzie». Bene anche il richiamo al ripudio della guerra e soprattutto quella notazione sul «grado di consenso » della missione italiana in Iraq giustapposto all'omaggio ai nostri caduti: in questo caso la differenze politiche non si potevano proprio nascondere. Peccato però che tutto questo debba passare in secondo piano davanti all'omaggio «deferente» al papa che nemmeno Napolitano ha saputo evitare. Aggiungendoci per buona misura un invito alla collaborazione tra stato e chiesa. Davvero troppa grazia.

No, adesso non si può proprio più ironizzare sulle stimmate antropologiche o sul vernacolo di Stefano Ricucci descritto via via, fin dall´incredibile estate del 2005, come un marchese del Grillo dai lombi plebei, l´Alberto Sordi di "Un giorno in pretura", Capitan Fracassa o Gastone Paperone, giusto il soprannome usato dalla di lui signora Anna Falchi, ricambiatane con Cenerentola. Non si può più, perché con l´arresto - pare ben motivato - dell´odontotecnico di Zagarolo che voleva scalare l´Italia intera, si completa l´affresco del nuovo capitalismo straccione e fangoso, che stava per conquistare con variegate complicità, ma senza capitali, tutto ciò che conta nel paese. Dalle banche al "Corriere della Sera".

E poi, forse, su su fino a Mediobanca, alle Generali e - perché no? - alla Fiat. Per occupare il posto di quel capitalismo esangue e familistico che ha abbandonato la partita, col sogno di ricostituire il "salotto buono", che sembra non abbia più nemmeno gli occhi per piangere. Un "neosalotto" formato dal sestetto Gnutti-Fiorani-Ricucci-Billè-Coppola-Consorte, con il cappello del pio ex governatore della Banca d´Italia, aspirante Cuccia del nuovo millennio, e chissà di chi altri.

La commedia all´italiana non basta più ora che i contorni delinquenziali dell´affresco vanno precisandosi con le dichiarazioni rese da Fiorani nei due mesi di prigione e con le nuove accuse contestate a Ricucci.

L´epopea dei furbetti del quartierino, che Marco Tronchetti Provera bollò come «un´associazione a delinquere», e dell´uomo che così li battezzò e si battezzò, è qualcosa di molto di più che l´avventura di newcomers un po´ arruffoni, di raider velleitari, di finanzieri dalle ricchezze di origine oscura. E´ il pullulare, il manifestarsi senza più pudori, di un´Italia dove quasi tutto è stato sempre consentito, ma che nell´ultimo lustro ha visto cadere nell´oblio quel poco di rispetto che teneva insieme la democrazia più aleatoria d´Europa in termini di regole. Un´Italia nella quale l´intreccio tra affari e politica è diventato un crocevia di reciproche debolezze. Dove i furbetti hanno messo insieme un tesoro grande decine di volte più di quello di Tangentopoli, fin qui il più grande scandalo del dopoguerra conosciuto.

Tutta la storia di Ricucci nell´Italia berlusconiana si può raccontare, in fondo, con le parole di Ricucci medesimo. «In America secondo lei c´è qualcuno che si è mai chiesto chi c´è dietro a Bill Gates? Perché in Italia tutti domandano chi c´è dietro Ricucci? - sbruffoneggiava l´agosto scorso con Dario Di Vico, che lo intervistava per il giornale che stava scalando. Berlusconi non ha forse creato dal nulla un impero da 20 miliardi di euro? Come lui, Ricucci si attribuisce «una marcia in più», perciò dietro Ricucci c´è soltanto Ricucci.

Immaginate le risate che avrebbero fatto in America.

Immaginate le indagini della Sec, della Dea, gli agenti segreti del fisco sguinzagliati, se un tizio di 43 anni, figlio di un conducente dei trasporti pubblici e reduce dal fallimento di uno studio di odontotecnico perché non poteva pagare pochi milioni di lire, si fosse presentato dicendo: «Sapete che c´è? Sono come Gastone Paperone»; e mettendo sul tavolo i numeri della sua fortuna: 910 milioni di euro in immobili, 1400 milioni di partecipazioni in Rcs, Antonveneta, in Bnl, in Bipielle. Totale 2 miliardi di euro, circa 4 mila miliardi di ex lire. Come li ha fatti? Secondo il suo quadrettino naif, scambiando all´inizio un terreno di sua madre con tre appartamenti in quel Zagarolo, località del Lazio famosa, per l´appunto, per "Ultimo tango a Zagarolo", parodia dell´"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, interpretata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Ubbie di moralisti invidiosi, secondo lui, quelle di chi lancia sospetti e calunnie. E poi, in fondo, chi ha mai chiesto seriamente all´ex palazzinaro Berlusconi qual è stata l´origine delle sue fortune? L´hanno tenuto per due decenni ai margini dei salotti, l´ala nobile del capitalismo, che non sempre, per la verità, fu nobile, non l´ha mai accettato, l´ha tenuto fuori dalla porta dei salotti, gli ha scatenato contro «Il Corriere». E lui si è vendicato conquistando il salotto della politica, scalando palazzo Chigi.

Ecco la pista Berlusconi, che ha sempre occhieggiato, anzi qualcosa di più, dietro il caso Ricucci e furbetti. Anche qui attraverso le parole di Ricucci e dei ricucciani medesimi. Non solo le cene del premier con Gnutti, mentre Fazio decideva di consegnare l´Antonveneta a Fiorani, i fili numerosi con tutto il coté berlusconiano, dignitari, ministri e sottosegretari compresi. Ma le parole stesse di Ubaldo Livolsi, berlusconiano di antica affiliazione e banchiere d´affari del Gastone di Zagarolo, il quale ha candidamente confessato: «Ricucci l´abbiamo sdoganato (noi berlusconiani-ndr) perché non fosse cooptato dal centrosinistra e in particolare dal presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli», notoriamente supporter di Prodi.

Soltanto sdoganato? O sdoganato fino a farne un cavallo di Troia? Così lasciò intendere il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, quando in pieno caso Unipol, dopo l´annuncio dell´invito a comparire recapitato al Cavaliere per i fondi neri Mediaset, dichiarò accorato al Giornale, rivolgendosi ai Ds: fermiamo i Poteri forti. Ci sono grandi quotidiani che promuovono e bocciano persone e programmi: agiscono come partiti. Come dire una proposta ante litteram di Grosse Koalition a D´Alema.

Anche Anna Falchi scese in campo per difendere il marito «genio della matematica e della Borsa», dall´accusa di essere il cavallo di Troia di Berlusconi. Ma fece una piccola gaffe invitando a non guardare solo le sue tette, ma il suo «film d´arte». Film distribuito indovinate da chi? Da Marco Jacopo Alessandro Dell´Utri, figlio del più noto Marcello, fondatore di Forza Italia.

«Il signor Stefano Ricucci, poco più che quarantenne, avrà finito di pagare quando compirà cento anni», disse una volta cinicamente il finanziere Francesco Micheli. Chissà se si riferiva ai debiti o, visti gli sviluppi del caso, ai conti con la giustizia.

«Quanno uno deve seguì `na strada maestra p´annà a Napoli - aveva scolpito Gastone il matematico in un´intercettazione telefonica - tocca pijà l´autostrada del Sole, non è che tocca annà sulla Casilina, no?» Parole sante. Ma ieri ha imboccato via della Lungara, Regina Coeli

IL DIBATTITO sull’importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.

Ho partecipato anch’io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell’8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l’esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all’uso così confuso e spesso contraddittorio del termine «moderati». Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l’onore, l’onorabilità.

Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.

In questa nuova e arresa disposizione d’animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c’erano tutti: plateale violazione di regole in casa d’altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un’associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l’opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento. Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell’estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia.

Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.

Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere «senza compromettere l’associazione».

I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d’un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.

Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l’ex presidente di Confindustria, D’Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c’è da stupirsi.

Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.

Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti.

Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D’Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto.

Insomma il popolo riformista.

Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un’invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del ‘48. Quella dell’illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell’Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.

Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall’assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.

Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro.

Riuscì addirittura a portarli all’alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l’elastico, all’"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell’Isola dei Famosi. Nell’Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.

Ci sarà anche del buono in quest’altra metà della mela italiana; anzi certamente c’è. Ma non c’è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell’innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E’ il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.

Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l’ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.

Accettò d’esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l’illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l’avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico. Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute.

Con questo po’ po’ di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: «Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti». Non poteva essere più onesto e più chiaro: «Dalle spalle più deboli alle spalle più forti».

La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.

Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod’s viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l’Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.

PIÙ AUMENTANO gli attacchi e le cocenti offese che il presidente del Consiglio uscente lancia verso la magistratura e più si moltiplicano gli appelli ai magistrati affinché non rispondano all’aggressione. Venerdì scorso Ciampi li ha invitati alla pacatezza e all’imparzialità dal suo alto seggio di presidente del Consiglio superiore della magistratura riaffermando ancora una volta il valore dell’indipendenza dell’Ordine giudiziario. L’opposizione di centrosinistra dal canto suo si è astenuta dal commentare l’ennesima offensiva del "premier" condotta fino al parossismo nel discorso milanese di apertura della campagna elettorale.

Comprendo benissimo lo spirito di quegli inviti e di quella voluta prudenza, ma resta il fatto che l’aggressione tra il presidente del Consiglio uscente e i magistrati è un fatto la cui anomalia e gravità non può passare sotto silenzio per la semplicissima ragione che Silvio Berlusconi è, almeno fino al 10 aprile, il titolare del potere esecutivo. Allora la domanda, già posta tante volte ma finora priva di risposta, è questa: può il capo del potere esecutivo aggredire, insultare, delegittimare sistematicamente da cinque anni (tralascio gli anni precedenti) un altro potere dello Stato senza incorrere in alcuna sanzione? Non si configura un conflitto tra poteri che dovrebbe essere oggetto di giudizio presso la sede garante della correttezza di comportamento dei vari organi costituzionali?

I commentatori che si sono occupati di questa questione eccellono di solito nel dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Quelli più attenti a salvaguardare la propria equidistanza non mancano di premettere che «fa male» il presidente del Consiglio ad aggredire la magistratura. Fa male? È sufficiente un biasimo di mera opportunità? Qui si tratta, lo ripeto, d’un grave conflitto istituzionale tra poteri dello Stato provocato dal capo del potere esecutivo. La questione assume quindi una specialissima gravità.

Ho sotto gli occhi un articolo dell’ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, intitolato Ritorno all’imparzialità. Mi sono domandato, prima di leggerlo, se sarebbe stato imparziale a sua volta. Purtroppo non lo è stato e me ne dispiace molto per il conto che faccio dell’intelligenza dell’autore.

* * *

Romano descrive la figura del magistrato quale lui la vorrebbe, anzi quale secondo lui deve essere e non è.

Scrive: «Non basta aver applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un’ombra sull’imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale».

Più oltre rincara la dose: «Un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale».

Secondo Sergio Romano un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi deve comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli della legge. Ma poiché non gli si può vietare di pensare (meno male) deve tuttavia far finta di non pensare, non lasciarsi sfuggire neppure una parola sui suoi pensieri poiché se lo facesse e se quelle parole venissero risapute egli «perderebbe la fiducia dei cittadini». Un monaco, dicevo, senza neppure la possibilità di abbandonare la tonaca. I sacerdoti hanno questa possibilità, possono rinunciare ai voti che presero in un certo momento della vita; ma il magistrato non può. Neppure se la sua carriera si è chiusa per cause anagrafiche. Magistrato è stato e tale morirà. La sua bocca deve restar sigillata per sempre. Altrimenti può essere attaccato e metaforicamente lapidato: se l’è voluta lui.

Ho riferito quasi letteralmente il contenuto dello scritto di Sergio Romano e ancora mi strofino gli occhi incredulo. Non avendo mai letto nulla di simile e poiché (lo scrive lui stesso) il magistrato è comunque una persona pensante, non mi ero mai imbattuto in un invito così scoperto all’ipocrisia. Dovrà fingere di non pensare e anzi di non aver mai pensato, di non aver avuto né fedi né convinzioni, non potrà neppure scrivere un romanzo o un saggio da cui traspariscono inclinazioni culturali e politiche, altrimenti sarà sfiduciato, messo all’indice, e non potrà che prendersela con se stesso. Ah, de Maistre... anche lui, vedi il caso, fu ambasciatore alla corte di San Pietroburgo e anche lui, nelle sue conversazioni non ufficiali, fece indebitamente mostra di aver convinzioni proprie sulla corte dello zar anziché limitarsi ad esprimere la posizione del regio governo che rappresentava. Perciò fu rimosso. Sua eccellenza Romano conosce bene questa storia per averne vissuta una analoga. Mancarono entrambi di ipocrisia e fu un bene per tutti e due. Ma ora pretende che il magistrato ne faccia invece sfoggio riducendosi a un manichino impagliato «quand’anche abbia applicato scrupolosamente la legge e agito con implacabile rigore professionale». Incredibile.

* * *

La premessa sull’indipendenza della magistratura e sugli attacchi che riceve da cinque anni senza soluzione di continuità mi ha preso la mano, lo confesso. Ma ora vengo al merito della questione che mi ero proposto di trattare: il rapporto tra politica, economia, magistratura.

Essa è stata posta infinite volte, l’ultima delle quali dal presidente del Consiglio (sempre lui) quando tre giorni fa ha inopinatamente (?) attaccato la Procura di Milano per essere intervenuta sulla scalata Antonveneta determinando la vittoria della Abn Amro di Amsterdam. Ha anche attaccato la Procura e il "gip" di Parma per aver sospeso Geronzi dalle sue attività professionali per due mesi, poiché su di lui è in corso un’inchiesta connessa alla bancarotta della Parmalat. Secondo il presidente del Consiglio in entrambi i casi la magistratura ha dimostrato la sua faziosità, è uscita dalle sue competenze per interferire nel mercato e anche sui poteri della politica.

Mi ha stupito leggere in proposito un articolo di Paolo Franchi ( Corriere della Sera del 24 febbraio), collega del quale sono estimatore e amico, che dopo aver severamente censurato gli attacchi di Berlusconi, ha tuttavia aggiunto: «Non possono certo essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Franchi auspica che su questo tema si apra un «serrato confronto». Non capisco bene tra chi. Ma per quanto mi riguarda rispondo volentieri al suo invito.

L’azione penale, come sappiamo tutti, si esercita sempre e soltanto nei confronti di persone nella loro individualità e fisicità. Nei casi sopracitati si è esercitata nei confronti di Fiorani, consigliere delegato della Popolare italiana (ex Lodi), nei confronti di Tanzi, presidente di Parmalat, ed ora nei confronti di Geronzi, presidente di Capitalia.

Sono tutti e tre (e gli altri coimputati con loro) presunti innocenti. Geronzi più che mai poiché l’inchiesta su di lui è alle primissime battute. Gli esiti sono dunque ancora lontani. Ma il problema sollevato non è questo. «Non possono essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Giustissimo. E infatti non sono loro a stabilirlo. La scalata della Popolare ad Antonveneta è caduta perché Fiorani con il consenso del suo consiglio d’amministrazione, l’ha inzeppata di reati e di violazioni delle regole stabilite per legge. Tanzi idem, mandando la sua azienda in bancarotta. Geronzi è accusato (a torto o a ragione, si vedrà) di avergli tenuto mano e addirittura di essersi sovrapposto a lui dettandogli i comportamenti da prendere.

E allora? Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati secondo Berlusconi (e anche secondo Franchi)? Non esercitare l’azione penale? La tesi è singolare. L’interdizione di Geronzi non incide affatto sull’azienda bancaria Capitalia come il processo contro Tanzi ha lasciato in piedi Parmalat e quello contro Fiorani non impedisce alla Popolare italiana di portare avanti il suo lavoro. Dov’è dunque il problema? Intendo dire quello di Franchi, perché quello di Berlusconi è chiarissimo: insultare la magistratura, la Procura di Milano e quella di Parma, dare una mano al suo amico Fiorani. Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l’amico di Fiorani, anche nella scalata dei "furbetti" al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata; adesso ne ha finalmente l’indicazione davanti agli occhi.

* * *

Mi resta da fare qualche non peregrina riflessione sulla politica bancaria. Perché una politica bancaria c’è e ci deve essere da parte di qualsiasi governo che si rispetti.

Generalizzando (ma non troppo) si può dire che esistono due orientamenti: uno è quello di affidare quella politica al mercato e alle sue regole, stabilite da leggi che non ne mortifichino l’efficienza ma ne salvaguardino la contendibilità. L’altro è quello di dotare il governo di ampia discrezionalità e capacità d’intervento in favore di obiettivi di bandiera. In sostanza protezionismo nazionale e coordinamento operativo.

Il governo "liberale" Berlusconi-Tremonti è orientato in quest’ultima direzione. Non lo dico io, l’ha detto Tremonti in varie occasioni e soprattutto in una sede ufficiale, nell’ultima riunione del Comitato del credito e del risparmio (Circ) avvenuta qualche giorno fa con la partecipazione di Draghi, neo-governatore della Banca d’Italia.

Lo strumento operativo indicato dal ministro dell’Economia è per l’appunto il Circ, che dovrebbe coordinare gli accorpamenti bancari dando la preferenza a quelli tra banche italiane e ostacolando le Opa non gradite al governo, modificando se necessario la legge vigente sulle Offerte pubbliche. L’obiettivo è quello di favorire la nascita di banche italiane più forti, capaci di confrontarsi con le istituzioni straniere da posizioni di maggior peso. Di fatto ciò equivale all’imposizione di dazi e contingentamenti. Cioè la fine del mercato comune tutte le volte che non vi sia reciprocità nel paese cui appartiene l’assaltatore. Insomma un ritorno all’italianismo di Fazio, con un po’ di belletto per renderlo presentabile.

Essendo tuttavia, questa discrezionalità interventista, affidata ad un organo governativo come il Circ ed essendo da esso coordinate tutte le Autorità di garanzia, Banca d’Italia inclusa, si avrebbe un ritorno dal mercato all’autorità politica del governo in barba all’autonomia della Banca d’Italia e alle liberalizzazioni fragorosamente strombazzate.

Da notare che il partito Ds ha da tempo presentato in Parlamento una proposta di legge per abolire il Circ, ritenuto un organo ormai inutile data la presenza delle Autorità di garanzia. Il tema di questo importante dissenso ha il suo perno nel concetto di reciprocità. Se paesi come la Francia, come dimostra la barriera eretta contro l’Enel, (ma non la Francia soltanto) privilegiano la difesa delle banche e delle imprese nazionali, non dobbiamo anche noi scendere sullo stesso terreno?

Tremonti dice di sì e lo dice anche Draghi che si è espresso allo stesso modo dinanzi al Circ e al Consiglio superiore della Banca d’Italia. Viva dunque i campioni nazionali. Anche se poco efficienti? Non sempre infatti l’accorpamento va in direzione dell’efficienza. Talvolta, anzi spesso, accade il contrario. Ma l’accorpamento di bandiera diminuisce la contendibilità della preda. Se questa tendenza si affermerà il mercato comune europeo cesserà di fatto di esistere come ha giustamente osservato il nostro collega Bonanni da Bruxelles. Il tema della (sacrosanta) reciprocità va dunque posto a Bruxelles alla Commissione Europea. È lì che bisogna risolvere la questione, non azzerando il mercato comune.

Quest’involuzione protezionistica è evidente ma non stupisce in Tremonti, colbertiano dichiarato e confesso. Stupisce piuttosto in Draghi, del quale non risultava una particolare inclinazione verso il ministro del Re Sole.

A proposito di Draghi, arrivato in Banca d’Italia dopo un brillante servizio nella Banca d’affari americana Goldman Sachs: la Banca d’Italia è la più alta «magistratura» del sistema bancario. Dovrebbe quindi valere la regola che non possa accedere alla sua guida chi abbia avuto posti di comando in banche private di affari e quindi inevitabile commercio con questo o con quell’operatore sul mercato nazionale e internazionale. Se per un magistrato la regola di "monachesimo" deve durare tutta la vita, non dovrebbe durare almeno per qualche anno per un banchiere privato prima di varcare i cancelli di via Nazionale? Sottopongo questa riflessione all’intelligenza di Sergio Romano.

Titolo originale: Rebuilding the American dream machine – Traduzione per Eddyburg di fabrizio Bottini

PER ogni college d’America gennaio è un mese di bilanci. La maggior parte delle richieste per il prossimo anno accademico che inizia in autunno devono essere fatte entro la fine di dicembre, e così la popolarità di un’università si calcola con un criterio obiettivo: quanta gente vuole frequentarla. Uno degli uffici che meno probabilmente sarà inondato di posta è quello della City University of New York (CUNY), college pubblico che non ha tra le altre cose una squadra sportiva famosa, un campus bucolico o feste scatenate (non ha nemmeno gli spazi), e sino a tempi recenti neppure credibilità accademica.

Un elemento di attrattiva alla CUNY è il programma per studenti particolarmente dotati, attivato nel 2001. Circa 1.100 dei 60.000 studenti delle cinque scuole superiori della CUNY, ricevono una cosa rara nel mondo costoso dei colleges americani: istruzione gratuita. Chi è ammesso al programma di sostegno della CUNY non paga tasse; riceve invece uno stipendio di 7.500 dollari (a contributo delle spese generali) e un computer portatile. Le richieste di ammissione ai corsi del prossimo anno sono oltre il 70%.

Essere ammessi poi non ha particolari rapporti con l’essere un atleta, o figlio di un ex alunno, o dotati di sponsor influente, o appartenere a un gruppo etnico particolarmente discriminato, tutti criteri sempre più importanti nelle università di élite d’America. La maggior parte degli studenti che fanno richiesta per lo honours programme vengono da famiglie relativamente povere, molte di immigrati. Tutto quello che si chiede, alla CUNY, è che questi studenti siano dotati e diligenti.

Lo scorso anno, la media realizzata nei test di ammissione per questo gruppo è stata nel 7% più elevato del paese. Fra il resto degli studenti CUNY le medie sono più basse, ma stanno quasi entrando nel terzo superiore (erano in quello più basso nel 1997). La CUNY non compare insieme a Harvard o Stanford nell’elenco delle università di punta americane, ma la sua recente trasformazione offre un’efficace parabola di meritocrazia rivisitata.

Fino agli anni ‘60, si poteva anche sostenere che la miglior qualità nell’educazione superiore in America non si trovasse a Cambridge o a Palo Alto, ma a Harlem, in una piccola scuola pubblica chiamata City College, nucleo centrale della CUNY. Prima libera università municipale d’America, fondata nel 1847, offriva i suoi servizi a chiunque fosse abbastanza brillante secondo i propri selettivi criteri.

L’età d’oro del City fu nel secolo scorso, quando i colleges più conosciuti d’America limitavano il numero di studenti ebrei ammessi, esattamente nel momento in cui New York pullulava dei brillanti figli degli immigrati poveri ebrei. Fra il 1933 e il 1954 il City laureò nove futuri premi Nobel, fra cui il vincitore del 2005 per l’economia, Robert Aumann (laureato nel 1950); la Hunter, ex college femminile affiliato, ne ha prodotti due, e una sede di Brooklyn un altro. Il City ha formato Felix Frankfurter, figura chiave della Corte Suprema (classe 1902), Ira Gershwin (1918), Jonas Salk, inventore del vaccino antipolio (1934) e Robert Kahn, uno degli artefici di internet (1960). Ambiente di sinistra negli anni ’30 e ‘40, il City ha figliato molti degli intellettuali neo-conservatori poi passati alla destra, come Irving Kristol (classe 1940, attività extrascolastica: gruppo pacifista), Daniel Bell e Nathan Glazer.

Dove si è sbagliato? Detto in parole semplici, il City ha lasciato cadere i propri criteri qualitativi. Ciò si deve in parte a questioni demografiche, in parte a impegnata confusione mentale. Negli anni ‘60, le università di tutto il paese subivano un’intensa pressione per ammettere studenti delle minoranze. Anche se il City era aperto a tutte le etnie, solo un piccolo numero di neri e ispanici superava i rigidi test di ammissione (come un futuro segretario di stato, Colin Powell). Questo, decisero i critici, non poteva essere coerente alla missione del City di “servire tutti i cittadini di New York”. In un primo tempo i criteri vennero allargati, ma non era ancora abbastanza, e nel 1969 una massiccia protesta studentesca fece chiudere il campus per due settimane. Di fronte alla sollevazione, il City abolì del tutto i criteri di ammissione. Nel 1970, quasi ogni studente diplomato alle superiori di New York poteva frequentare.

La qualità dell’insegnamento precipitò. Dapprima, senza alcuna barriera d’ingresso, aumentarono le iscrizioni, ma nel 1976 la municipalità di New York, allora in bancarotta, obbligò la CUNY a imporre tasse universitarie. Era finita l’epoca dell’istruzione gratuita, e un’università che aveva servito uno scopo tanto alto scivolava nell’opacità dei ranghi inferiori del sistema educativo americano.

Al 1997, sette su dieci studenti del primo anno alla CUNY non riuscivano a superare una prova di base di lettura, scrittura o matematica a livello di scuola superiore. Un rapporto commissionato dalla municipalità nel 1999 concludeva che “ Elemento centrale della missione storica della CUNY è l’impegno a offrire un ampio accesso, ma l’alto livello di abbandono e i bassi standard di laurea pongono il problema: accesso a cosa?

Utilizzando questo rapporto come arma, furono imposte profonde riforme dall’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da un altro ex alunno, Herman Badillo (1951), primo eletto portoricano al Congresso. A capo del CUNY fu nominato Matthew Goldstein, un matematico (1963), che ha poi riportato il centro dell’attenzione sugli alti livelli formativi, fra notevoli contrasti.

Per esempio, nel 2001, tutti gli 11 senior college della CUNY (quelli ad esempio che offrono corsi di quattro anni) non offrivano più una formazione di base. Ciò ha provocato clamori da parte del corpo docente che sosteneva come si sarebbero “create separazioni e ghetti fra i vari livelli delle scuole”, tenendo studenti neri e ispanici fuori dalle migliori. In realtà, la composizione razziale delle senior schools, esaminata in modo ossessivo dai critici, è restata in gran parte la stessa: uno studente su quattro è nero, uno su cinque è latino. Un terzo è legato alle comunità portoricana, giamaicana, cinese o dominicana.

I criteri di ammissione sono stati elevati. Gli studenti che chiedono di entrare nei senior college della CUNY devono avere valutazioni di buon livello nazionale, statale, o della CUNY, e i criteri di ammissione ai programmi di sostegno economico sono i più rigidi nella storia dell’università. Al contrario di quanto avevano previsto i critici di Goldstein, gli standards più elevati attirano più studenti, non di meno: quest’anno le iscrizioni hanno fatto segnare un record. Ci sono anche segnali più informali che la CUNY stia di nuovo raccogliendo i soggetti locali più brillanti, soprattutto nelle scienze. Una delle classi avanzate di biologia al City ora ha il doppio degli studenti che aveva alla fine degli anni ‘90. L’anno scorso, due studenti entrambi nati nell’Unione Sovietica hanno ottenuto il titolo Rhodes, e uno nato nel Bronx dopo aver vinto l’ambito Intel Science Prize è nel programma di sostegno.

Tutto questo non significa che la CUNY è fuori dai guai. Gran parte appare degradata. Il bilancio annuale di 1,7 miliardi di dollari è restato identico, anche se il numero di studenti è aumentato. Con le finanze di New York City ancora in uno stato di precarietà, il sostegno municipale e statale all’università in termini reali è diminuito di oltre un terzo rispetto al 1991. Ma sono cominciati a entrare soldi privati.

In autunno aprirà una nuova scuola di giornalismo, sostenuta da una donazione di 4 milioni della famiglia Sulzberger, che controlla il New York Times, e guidata dall’ex direttore di Business Week, Steve Shepard (classe 1961). I tentativi di raccogliere una donazione di 1,2 miliardi hanno superato la mezza strada, con l’aiuto (prima assente) degli ex alunni. L’ex presidente Intel, Andrew Grove, laureato al City nel 1960 come immigrato ungherese senza un centesimo, ha donato 26 milioni (circa il 30% del bilancio esecutivo del City) alla scuola di ingegneria, definendo la sua alma mater “una vera macchina del Sogno Americano”.

C’è qualcosa in più da imparare dalla vicenda della CUNY, in particolare per quanto riguarda la creazione di opportunità di istruzione superiore per i poveri. Attualmente, solo il 3% degli studenti americani nei colleges di punta viene da famiglie a basso reddito, e solo il 10% da famiglie a reddito medio-basso, secondo una ricerca di Anthony Carnevale e Stephen Rose per la Century Foundation. La maggior parte degli studenti sono senza problemi economici, e c’è abbondanza di minoranze etniche, che ricevono un trattamento preferenziale indipendentemente dalla loro situazione economica.

Con tutte le imperfezioni, il modello CUNY di tasse ridotte e alti livelli formativi propone un approccio diverso. E la sua storia recente può contribuire a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli accademici scoraggiano studenti e donazioni. “Elitarismo”, sostiene Goldstein, “non è una parolaccia”.

here English version

Chi andrà al Quirinale? Chi a palazzo Chigi? Chi al senato, chi alla camera, chi nei municipi delle città in cui si rinnovano i governi comunali, chi andrà con chi nei movimenti interni ai partiti e alle coalizioni? Anno elettorale, annus terribilis: rischiamo di non sentire parlar d'altro, già non si sente parlar d'altro. E quando il palco della rappresentanza occupa tutta la scena, con le sue luci abbaglianti nasconde sempre quello che rappresentato non è, e talvolta nemmeno rappresentabile. Tutta la politica che si fa fuori da quel palco, non per amore di quelle luci ma per amore del mondo, come diceva Hannah Arendt; e in Italia se ne fa tanta, e si deve non poco a questa politica irrappresentata e irrappresentabile se restiamo in piedi malgrado il declino e malgrado le crepe sempre più profonde nella crosta della politica istituzionale. Auguriamoci dunque che le luci abbaglianti del gioco del «chi» non nascondano troppe cose, fatti e persone più vitali e meno rugosi. Auguriamoci anche di poter restare al mondo e di poter continuare ad abitare lo spazio pubblico senza dover imparare per forza che significa aggiottaggio, insider trainer, plusvalenza, opa, scalata eccetera eccetera. Ci sono lingue che è bene imparare per comunicare con più mondi, e lingue che servono solo per entrare in mondi ristretti che hanno pochissimo da dire. Auguriamoci anche di non impararle, queste lingue ristrette, dalle intercettazioni telefoniche, che sono una schifezza sia che peschino a sinistra sia che peschino a destra. Un buon anno sarebbe un anno che facesse scendere l'Italia nella classifica dei paesi più spioni del mondo.

Un buon anno sarebbe anche un anno che, invece di far diventare pubblico il privato con le intercettazioni sulla stampa e il gossip in tv, facesse ridiventare politico il personale. Fra le due circostanze c'è un abisso, anche se sembra una differenza di dettaglio. Auguriamoci che le manifestazioni prossime venture a sostegno della 194 non si limitino a difendere un diritto ma servano a far uscire dal buco del privato quelle esperienze, ragioni, passioni personali che la politica dovrebbe ridiventare in grado di ascoltare e di raccogliere: che servano a parlare di sessualità e non solo di aborto, di desiderio e non solo di fecondità o sterilità, di amore e non solo di pacs, di relazioni e non solo di matrimoni etero e omosessuali. Auguriamoci anche che facciano tesoro del femminismo degli anni settanta, ma senza somigliargli troppo: c'è già Casini (Carlo) a incarnare l'eterno ritorno dell'uguale, alle donne - come sempre - conviene fare differenza, anche da se stesse.

E naturalmente da come gli altri le vorrebbero. Auguriamoci che le signore scandinave che dovranno per forza, quote rosa alla mano, entrare nei consigli d'amministrazione delle aziende se ne inventino qualcuna per smarcarsi dagli obblighi paritari. Auguriamoci che gli obblighi paritari non diventino un catechismo interiorizzato anche nei paesi come l'Italia, in cui di quote rosa non se ne parla né nei consigli d'amministrazione né nei parlamenti, e non per amore della differenza ma per zelo della misoginia. Auguriamoci che le donne al governo, in Germania in Cile e dovunque siano, mettano un segno di grazia in un mondo sgraziato. Un buon anno sarebbe un anno con la grazia, non quella divina ma quella di cui gli umani sanno essere capaci quando la posta non è lo scontro ma la cura della civiltà.

Una volta esaurita la fase cruciale della investitura della presidenza della Repubblica, delle cariche istituzionali e degli incarichi governativi, il nuovo governo Prodi sarà presto, speriamo, sulla linea di volo. Sarà allora tempo di allacciare le cinture. Tanto più che il volo del nuovo governo dovrà affrontare non lievi turbolenze. Fuor di metafora, è necessario che una compagine governativa che poggia su una maggioranza risicata trovi in sé stessa la compattezza e la disciplina necessaria per persuadere gli italiani di saper governare. Ciò richiede che essa agisca energicamente e parli sobriamente, con chiarezza, e soprattutto con concordia. Sarebbe quanto mai opportuno dare un bel taglio agli «assolo» dei vari esponenti della coalizione. Perché non affidare a un portavoce il compito di spiegare la posizione del governo e anche le divergenze che inevitabilmente insorgono in ogni maggioranza, anche la più omogenea, evitando le passerelle televisive e minimizzando le esternazioni individuali? Ciò comporterebbe un confronto costante tra i numerosi partiti della coalizione: per esempio, attraverso la costituzione di un comitato permanente, uno steering committee che lavori a tempo pieno per raggiungere un accordo sulle inevitabili questioni controverse, prima di invadere le pagine dei giornali con il brutto vizio dei battibbecchi privati che non si traducono certo in pubbliche virtù; e compromettono gravemente il prestigio e la credibilità del governo e della sua maggioranza.

Mi rendo conto che allacciare le cinture è un arduo sacrificio per leader grandi e piccoli (soprattutto per questi ultimi) che aspirano alla più ampia visibilità dei loro movimenti. Saranno in grado di pagare questo ovvio costo del governare? È difficile non dubitarne. Ma è altrettanto vero che una spada di Damocle oscilla sulle loro teste: la minaccia del ricorso alle urne nel caso di una crisi della maggioranza. Ebbene: Damocle non dovrebbe lasciar dubbi sulla sua volontà di valersene, se fosse necessario.

Un governo provvisto di questo capitale di serietà può affrontare con fiducia i compiti gravi che lo fronteggiano. Il primo, è ovvio, è una strategia di risanamento dalla pesante eredità di una finanza pubblica in pericolosa difficoltà. Il governo precedente era convinto di "assistere" a una grande fase di sviluppo contando sull´onda favorevole di una economia mondiale in crescita. Scommessa rovinosa e perduta. Così, non solo non si è promossa la crescita interna, ma si è dissestata una finanza pubblica che faticosamente i precedenti governi erano riusciti a rimettere sulla buona strada. Quello che l´ex premier ha definito il miglior governo della Repubblica ha distrutto l´avanzo primario del bilancio, ha aumentato l´indebitamento annuale ben oltre il limite convenuto con Bruxelles, ha invertito la tendenza che era stata finalmente avviata alla riduzione del colossale debito pubblico, viaggia ormai verso il 108 per cento del prodotto nazionale. Che cosa poteva fare di più? Oggi sembra che davvero la crescita mondiale sia in deciso aumento. Pur con tutte le riserve prudenziali, questa sarebbe, per il governo di centrosinistra, una bella fortuna. E per Silvio Berlusconi un´amara beffa. Generali sfortunati, diceva cinicamente Napoleone, non fanno per me (figuriamoci quando credono di essere Napoleone!). D´altra parte, se Prodi, come alcuni sostengono, è accarezzato dalla fortuna, questo mi pare un indennizzo provvidenziale ai guai che il centrodestra gli ha lasciato in eredità. Si tratta però di un indennizzo ancora tutt´altro che scontato e comunque insufficiente. La strategia di risanamento comporta un programma da impostare subito ? bisogna arginare al più presto la possibile deriva di sfiducia dei mercati ? ma da attuare in un triennio, concordandola con Bruxelles.

Un governo di centrosinistra dovrebbe essere, però, anche un governo di forti iniziative riformatrici, che definisca in un vasto progetto di sviluppo dell´economia e della società italiana, entro un orizzonte di tempo più vasto, i traguardi che questo paese vuole darsi per assumere la condizione di equa prosperità e il ruolo di soggetto politico che gli spetta nella comunità delle grandi nazioni europee. Penso che al centro di questo progetto dovrebbe essere posta la valorizzazione della risorsa sulla quale non dobbiamo temere competizioni: l´immenso patrimonio territoriale storico culturale artistico dell´Italia. Ciò richiede una decisiva inversione di tendenza rispetto all´attuale vergognoso degrado di risorse, di idee, di competenze e di coraggio. Esige priorità per grandi progetti di risanamento ambientale e urbano, specie nel Sud: di infrastrutturazione, di organizzazione turistica, di promozione culturale. Comporta una posizione centrale dei soggetti responsabili dell´ambiente e dei beni culturali nel governo del Paese.

Un governo veramente riformatore dovrebbe, inoltre, realizzare finalmente la radicale modernizzazione di una pubblica amministrazione ancora vetusta. Si dice: meno Stato. Si dovrebbe dire: uno Stato migliore, agile ed efficiente. La riforma dello Stato è identificata dalla stoltezza convenzionale con le privatizzazioni: che poi, o non si fanno, o si fanno solo per incassare quattrini, spostando strutture monopolistiche dal settore pubblico a quello privato. Una riforma modernizzatrice dovrebbe riorientare l´amministrazione verso la pianificazione strategica, introdotta in America ormai da lungo tempo (all´insegna del reinventing government) ristrutturando nel senso della definizione degli obiettivi e del controllo dei risultati monumenti burocratici e autoreferenti come la Corte dei conti e la Ragioneria dello Stato.

Dovrebbe, infine, riprendere in grande stile la procedura di consultazione: sui grandi temi economici e sociali, con imprenditori e sindacati; su quelli territoriali, con le Regioni e le parti sociali, in veri e propri patti regionali di sviluppo.

Debole nei numeri della sua maggioranza, un governo ricco di idee innovatrici può diventare fortissimo conquistando il consenso popolare grazie alla credibilità del suo progetto. Gli italiani tutti gli saranno grati se gli si risparmierà la giornaliera chiacchiera televisiva, con la sfilata dei soliti noti, e gli si assicurerà, in operoso silenzio, servizi degni di un Paese moderno.

Primo paradosso, il pianto sulle due Italie e sul paese spaccato a metà in quegli stessi cantori del maggioritario che questa spaccatura l'hanno voluta e costruita. Che la società italiana sia una società divisa - per interessi, valori, ideologie - è sempre stato vero (quale società non lo è?) ed è sempre stato il sale del conflitto politico. Che questa divisione andasse rappresentata e forzata, politicamente e mediaticamente, nello schema bipolare «o di qua o di là», invece non era detto e non era neanche vero: è stato un risultato, tenacemente perseguito, della religione bipolar-maggioritaria nata sulle ceneri di Tangentopoli. Rappresentazione appunto schematica, che (l'ha notato pochi giorni fa Rossanda) occulta o semplifica molte divisioni trasversali ai due schieramenti. Ma che a sua volta, come ogni rappresentazione, produce realtà, o effetti di realtà. Alla fine, insomma, lo schema bipolare ha bipolarizzato la società, con l'aiuto determinante delle forzature ideologiche (altro che modernità disincantata) che Berlusconi ci ha messo: sulla proprietà (niente tasse), sull'identità (niente immigrati), sull'anticomunismo, puntando come sempre alle viscere dell'Italia profonda (come il Berlusconi di sempre, e come Bush del secondo mandato, solo che Bush all'anticomunismo sostituisce l'antiterrorismo). Perché meravigliarsi se l'Italia è spaccata? E perché meravigliarsi se si può «vincere tutto» con un solo voto di scarto? La religione bipolar-maggioritaria questo promette e questo mantiene. Se spacca in due il paese bisognerebbe casomai - e finalmente - interrogarsi sulla sua validità.

Con un voto di scarto infatti si vince, ma non è detto che si convinca (e tantomeno che si governi). Da cui il secondo paradosso, la sensazione di una vittoria (ai punti) che in realtà è una mezza sconfitta (politica). Sensazione diffusa nell'elettorato di centrosinistra, aldilà dell'opera di delegittimazione del risultato perseguita da Berlusconi. Qui però bisogna distinguere: l'opera di Berlusconi va bloccata, ma quella sensazione va ascoltata e analizzata. Berlusconi fa il suo gioco di sempre, come sempre puntando più uno. Il gioco di sempre è: le regole non contano niente; il più uno di oggi è: le regole elettorali non contano niente, basta negare l'evidenza del risultato. Anche in questo caso le parole, a lungo andare, producono effetti di realtà (è il meccanismo dello spot pubblicitario), sì che nessuno, neanche dalle più alte cariche dello stato, fa presente al Cavaliere che delira; e il suo gioco di sempre stavolta può diventare molto più pericoloso che in passato (chi invita alla vigilanza democratica non esagera). Ma in quel senso di vittoria dimezzata non c'è solo la paura che le istituzioni non reggano all'assalto di Berlusconi e l'amara constatazione che metà del paese continua a premiarlo (e non premia le sue promesse come nel '94 e nel 2001 ma il suo governo). Ci sono molte altre cose che riguardano il campo nostro e non il gioco suo. C'è la delusione per un risultato che si sperava più solido. C'è un senso di debolezza, non rassicurato dal poco credibile tono trionfale delle prime dichiarazioni di Prodi. C'è una scarsa identificazione in uno schieramento che ha condotto la più grigia campagna elettorale della storia repubblicana, senz'altri argomenti dai soldi e dalle tasse, senza mondo (guerra, Europa, politica estera) e senza passioni. Prodi conta sul fatto che l'esiguità del vantaggio compatterà la coalizione: può darsi che funzioni in parlamento, ma nell'elettorato?

Nell'elettorato, può darsi invece che la malinconica distanza dalla politica cresca. Il terzo paradosso della situazione è che arrivati a quella che tutti definiscono «una democrazia matura» (cioè bipolare), si scopre che si tratta in realtà di una democrazia svuotata. In cui tutte le attese di cambiamento si concentrano sull'attimo del voto, e il voto in un attimo le delude. E in cui la società è ormai la grande assente e la grande sconosciuta: compulsata (male) dai sondaggi, ignota alle sedi della rappresentanza (la classe politica) e della rappresentazione (i media). Siamo alla quarta elezione, senza contare il referendum sulla procreazione assistita, in cui il risultato spiazza le aspettative: forse dovremmo trarne qualche conseguenza, nella classe politica e nei media.

Per ultimo il paradosso più paradossale di tutti. Stando le cose come stanno, il referendum sulla Costituzione riacquista il rilievo che la campagna elettorale gli ha tolto cancellandolo dal discorso.

La Francia, ancora una volta, ha rimesso le cose al loro posto. I suoi giovani hanno gridato la domanda che inchioda l’intera Europa: «Come faremo a campare domani?». Hanno spazzato via i falsi problemi, i falsi obbiettivi, gli inutili discorsi con i quali i loro coetanei italiani sono stati ridotti a uno stato semiconfusionale.

Tre sole cifre per descrivere la situazione italiana. Siamo l’unico paese della Ue dove i salari di fatto sono rimasti fermi da più di dieci anni a questa parte, quello dove le disuguaglianze di reddito tra diverse categorie di cittadini sono più accentuate, siamo l’unico paese della Ue dove la produttività del lavoro è diminuita (nell’era dell’informatica!!!!). Com’è stato possibile? Vogliamo cavarcela dando ancora la colpa a Berlusconi? Vogliamo continuare con questa ossessione del Cavaliere, con questa fissazione che ha reso gli elettori di Sinistra una massa di gattini ciechi?

E. stato possibile dal modo in cui sono state poste le fondamenta della Seconda Repubblica, le architravi che ne reggono l’impalcatura istituzionale. Una di queste è l’accordo sul costo del lavoro del 1993. Così lo ha definito Cipolletta, allora Direttore Generale di Confindustria: «Non ho difficoltà ad ammettere che il vantaggio maggiore di quell’accordo fu per le imprese. Il blocco dei salari, unito alla svalutazione della lira che si ebbe successivamente, consentì alle aziende un recupero di competitività gigantesco».

Non condanniamo il sindacato per quell’accordo, ma avremo o no il diritto di trarne un bilancio, tredici anni dopo? Il sindacato volle mostrare allora senso di responsabilità e firmò un patto implicito: noi fermiamo i salari e voi, imprenditori, rafforzate e consolidate le imprese, investite in innovazione, fate un salto di qualità. E. accaduto il contrario. I salari sono rimasti fermi, le grandi imprese si sono rarefatte, è iniziato un processo di sgretolamento, di frammentazione, le imprese sono diventate sempre più piccole, prive di risorse per innovare, investire in ricerca. E. cresciuta a dismisura la finanziarizzazione, oggi l’Italia è in mano ai riders della finanza, agli immobiliaristi e ai monopolisti privati delle utilities pubbliche (v. autostrade). Accumulano rendite da capogiro. Il patto implicito contenuto nell’accordo del 1993 è stato rispettato solo da una controparte.

Ma non è in termini economici che il mancato rispetto di quel compromesso sociale ha prodotto i danni più gravi: è invece in termini di cultura d’impresa, anzi, di civiltà. L’Italia è diventata un paese nel quale il lavoro è considerato un costo, non una risorsa. Ed è qui che inizia il dramma dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Possono essere carichi di lauree e master, saranno considerati un puro costo e accettati solo in base alla disponibilità a ridurlo. Perché queste considerazioni «impolitiche »? Perché troppi sono coloro oggi che invocano una riduzione dei salari ed un allungamento degli orari, troppi sono coloro che parlano di «riforme» fondate su un nuovo «compromesso sociale ».Ma chi può oggi sottoscrivere un nuovo patto, quando il primo è stato cos ì vergognosamente violato? Se le imprese non hanno investito in innovazione e consolidamento dieci anni fa, che la congiuntura era favorevole, come si può pensare che lo facciano adesso, messe alle corde da concorrenti ben più temibili e da un prezzo del petrolio che punta verso i 100 dollari al barile? Come possono investire in innovazione le microimprese, le sole che trainano l’occupazione? Può bastare una fattura non pagata per mandarle in rovina.

Ascoltiamo come ragionano, quelle considerate di maggior successo, quelle del settore moda, tessile-abbigliamento, 43 miliardi di euro di fatturato, punto di forza della nostra economia, punta più alta della nostra «creatività». «La mission è e sarà quella di vestire con prodotti di eccellenza "i nuovi ricchi del mondo"... nazioni in cui il Pil aumenta oltre il 3% all’anno, quali la Russia, i paesi Peco, la Cina» - parole del Presidente della Camera della Moda Italiana, qualche mese fa a Milano. Vestire dei tessuti più raffinati i lardosi corpi di tycoons e mafiosi, ingioiellare le sudaticce membra delle loro amanti - a quest’alta missione giovani «creativi» italiani siete chiamati!

Dieci anni di lotte operaie, macchiati di agguati e azioni sanguinose delle Brigate Rosse, di Prima Linea ed altri gruppi armati, hanno tormentato la Fiat dall’estate 1969 all’ottobre 1980. Ne è uscita più forte di prima, agli inizi degli Anni 80 nell’auto era all’avanguardia nel mondo per la robotica e l’automazione. Seguirono 22 anni di pace sociale, 22 anni di un potere incontrastato. Ne è uscita sull’orlo del fallimento. I politologi dovrebbero spiegare una dinamica unica nella storia.

Per dire che l’Italia ha iniziato il suo declino quando il conflitto sociale è scomparso, quando le generazioni hanno perduto il gusto ed il senso di «farsi sentire». Quando il lavoro ha perso il suo prestigio sociale è iniziato il declino della nostra industria. Quando la Sinistra ha messo il tema «lavoro» nel cassetto, rinunciando a seguirne le rapidissime e profonde mutazioni, ed è rimasta incollata a una visione Anni 60, i giovani hanno smarrito l’orientamento essenziale della loro cittadinanza. Sono rimaste in piedi, a difendere i loro privilegi, piccole corporazioni prepotenti.

Se nessuno raccoglierà il messaggio francese, per questo Paese non ci sarà futuro. Con o senza Berlusconi.

La chiave non è stata trovata subito. Il padrone della Kts Textile Mills di Chittagong, Bangladesh, l'aveva messa al sicuro, al contrario dei 500 operai del turno di notte che al sicuro non ci stavano affatto. Anche le finestre erano chiuse per impedire che qualcuno lasciasse il lavoro. Così ieri sono morti in 65 (bilancio provvisorio, centinaia i feriti), la maggioranza donne, ma l'odore di bruciato non è arrivato fino a noi, tanto che i Tg hanno ignorato la notizia nei titoli di testa. Quella fabbrica è lontana, dove sta Chittagong sulla cartina geografica? Così lontana anche per le condizioni disumane, ottocentesce, anti-sindacali in cui vivono i lavoratori che hanno visto i rotoli di stoffa sparsi qua e là avvampare per lo scoppio di un radiatore elettrico, e provocare un rogo improvviso, senza via di fuga, senza scampo. Erano le 5.30 del mattino e le fiamme si sono propagate rapidamente in tutto il fabbricato tanto che i vigili del fuoco dopo 12 ore parlavano di numerosi corpi da recuperare sotto le macerie. Molti operai sono rimasti bloccati da ondate di fuoco e di fumo, alcuni hanno sfondato le finestre e si sono gettati dal terzo piano.

L'immagine del disastro riporta indietro fino al 1908 quando 129 operaie tessili - in sciopero per ottenere orari e condizioni decenti di lavoro - bruciarono nello stabilimento della Cotton di New York, chiuse a chiave dalla proprietà. E l'episodio, accaduto l'8 marzo, si vuole all'origine della Festa della donna. Una tragedia persa nell'immaginario che dà ancor di più un'aura da «leggenda» a quella successa ieri. Eppure abbiamo i loro abiti negli armadi.

Sei miliardi di dollari annui, infatti, sono il fatturato dell'esportazione dei prodotti tessili del Bangladesh, dove le donne sono le più utilizzate e prendono stipendi più bassi degli uomini per turni massacranti, spesso di notte, sicurezza zero.

Nell'aprile del 2005 più di 70 persone sono state schiacciate dal crollo di una fabbrica tessile illegale costruita abusivamente su un terrono paludoso a Palash Bari, distante pochi chilometri da Dacca. Nel 2000, 48 operai sono morti in un altro incendio sempre vicino alla capitale, l'uscita di sicurezza era chiusa. E il conto sale fino a 350 morti e 2500 feriti negli ultimi anni in quei baracconi che si chiamano «fabbriche delocalizzate», lontane. Vicinissime. È dietro l'angolo la Kts Textile Mills con i suoi marchi occidentali che troneggiano nelle nostre vetrine, e che non vogliono sapere delle ditte in franchising dove le porte sono chiuse. Non c'è né tempo né distanza che ci separi da Chittagong e dalle operaie prigioniere - fantasmi che ardono dietro finestre sbarrate - i cui nomi non sapremo mai. Di quella chiave che non si trova, qui, molti ne hanno una copia in tasca.

Titolo originale: Bolivia's new president is no Che Guevara – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

CITTÀ DEL MESSICO – Non si deve sottovalutare l’importanza della vittoria di Evo Morales alle elezioni presidenziali in Bolivia, a causa dei motivi simbolici e per le implicazioni che riguardano il resto dell’America Latina. In una regione dove è sempre esistita una scandalosa concentrazione di ricchezza e potere, avere un presidente che appartiene alla comunità indigena non è un fatto secondario.

La Bolivia è sempre stata un paese paradigmatico: la rivoluzione del 1952 è stata una delle sole quattro vere sollevazioni popolari dell’America latine nel XX secolo (insieme a quelle di Messico, Cuba e Nicaragua); fu tragicamente scelta e in modo sbagliato da Fidel Castro, Che Guevara e Régis Debray a metà anni ’60 come piattaforma di lancio per un movimento di guerriglia esteso a tutto il Sud America; e fu, insieme al Cile, il primo paese a sperimentare le “riforme strutturali” dette Reaganomics in the tropics già a metà anni ‘80.

In modo simile, le campagne antidroga USA spesso fanno riferimento o ripetono quello che da un certo punto di vista è stato considerato un enorme successo: la sostituzione delle colture e l’intervento militare nella regione di Chaparé vicino a Cochabamba, pure a partire dalla metà anni ‘80. In realtà, la coltivazione di coca fu semplicemente trasferita nella zona alta della valle Huallaga in Peru, lasciandosi dietro moltissimi coltivatori infuriati e impoveriti in Bolivia.

Fra questi, naturalmente, c’era Evo Morales, che domenica presterà giuramento come presidente della Bolivia dopo aver vinto le elezioni con 54% dei voti il 18 dicembre.

Oggi c’è uno spostamento a sinistra in America Latina, ma non è omogeneo. I partiti e rappresentanti che emergono dalla vecchia tradizione comunista, socialista o castrista (con l’eccezione dello stesso Castro) tendenzialmente hanno attraversato il Rubicone dell’economia di mercato, della democrazia rappresentativa, del rispetto dei diritti umani e di posizioni geopolitiche responsabili. Sono Ricardo Lago e Michelle Bachelet ch egli è succeduta in Cile, Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, e forse anche Tabaré Vázquez in Uruguay.

Ma quelli le cui radici affondano più profondamente nella tradizione populista latinoamericana, come il venezuelano Hugo Chávez, l’argentino Nestor Kirchner e il boliviano Evo Morales, sono di una pasta diversa. Sono molto meno convinti degli imperativi della globalizzazione o dell’ortodossia economica, del valore intrinseco della democrazia e rispetto dei diritti umani, e non aspettano altro che di stuzzicare la Casa Bianca.

La “nuova sinistra” del Cile, Brasile o Uruguay ha una politica interna che sale dalle radici profonde dei problemi: combattere la povertà, ridurre le ineguaglianze, migliorare il sistema sanitario, della casa e dell’istruzione. La politica estera può portare a disaccordi con Washington, ma senza veri attriti.

D’altro canto la sinistra populista non ha molta politica interna, ma fa risplendere le proprie credenziali di sinistra col vecchio metodo: antiamericanismo e politica estera filo-cubana.

Molto probabilmente, questo è quanto farà Morales in Bolivia. Essere troppo radicale non solo gli alienerebbe il sostegno finanziario internazionale, ma potrebbe intensificare le forze centrifughe già presenti delle aree orientali e più ricche della Bolivia. Inoltre, si devono fare enormi sforzi per la lotta alla povertà estrema, ma anche in questo caso i risultati non saranno cosa spettacolare di breve termine.

Quindi Morales dovrà fare ciò che i populisti del suo genere fanno sempre: attaccare Washington e ingraziarsi il sostegno interno: i coltivatori di coca del Chaparé, dove ha cominciato la sua carriera politica anni fa. Ha cominciato in modo non ambiguo per quanto riguarda gli Stati Uniti: i suoi primi viaggi all’estero sono stati all’Avana e a Caracas, e farà tutto il possibile per partecipare al cosiddetto “asse del bene” di Castro e Chávez.

E non solo rifiutando di proseguire col programma di eliminazione della coltura di coca, ma annunciando che intende aumentare le superfici coltivate – visto che la coca è oggetto tradizionale di consumo nelle terre alte boliviane - Morales raggiunge due obiettivi in un colpo solo: imboccare una strada di collisione “ politically correct” con Washington, e usare le frange più estreme del suo sostegno di base, qualcosa che il Presidente George W. Bush capisce molto bene.

Ma in definitiva, è improbabile che Evo Morales diventi un Fidel Castro andino. La Bolivia è tragicamente povera, profondamente dipendente dall’aiuto esterno e ha una storia di instabilità senza paragoni in America Latina. Se gli Stati Uniti giocheranno freddamente la loro partita, e il Brasile entrerà a pieno titolo nel dibattito globale, Morales potrà far notizia, ma non certo la storia. Spero che tutti noteranno la differenza.

here English version

(Jorge Castañeda, ex ministro degli esteri in Messico, è autore di “Compañero”, una biografia di Che Guevara, e di “Utopia Disarmata”, sui fallimenti delle rivoluzioni in Sud America)

Adesso che l´Italia si trova nuovamente investita dallo scandalo – le indagini sui manager di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia, l´inchiesta sulla possibile tangente data da Berlusconi a un importante testimone in uno dei suoi processi – apprendiamo da alcuni autorevoli editorialisti del Corriere della Sera che la colpa non è di quanti hanno commesso quei reati, bensì di coloro che hanno osato indagare su di loro o denunciarli (ufficialmente).

Nel suo ultimo articolo intitolato "La Sinistra e il moralismo" Angelo Panebianco ha espresso la preoccupazione che l´Italia, e in particolare la sinistra, stia riprendendo il "vizio nazionale" di moraleggiare sulla corruzione e di demonizzare Berlusconi, facendo ritorno ai tempi di Tangentopoli, quando le indagini dei giudici non erano altro che "una caccia alle streghe…un regolamento di conti fra bande, mascherato da lotta tra la Virtù e il Vizio".

Bisogna ammettere che Panebianco fa notare qualcosa di molto intelligente su cui vale la pena riflettere, e specificatamente che la corruzione in Italia è sistemica per sua natura, ed è dovuta al fatto che in Italia politica ed economia sono profondamente saldate tra loro. «Per ragioni storiche il capitalismo italiano vive in simbiosi con lo Stato e la politica», scrive Panebianco, con ciò significando che coloro che detengono il potere politico - siano essi di destra o di sinistra - inevitabilmente saranno tentati di agevolare gli interessi cui essi guardano con simpatia e di ostacolare coloro che dovessero ritenere sfavorevoli. Qualcosa del genere può essere accaduto su entrambi i fronti dell´attuale scandalo bancario, con i leader Ds che hanno appoggiato Unipol, e il centrodestra che ha lavorato dietro le quinte a favore di Fiorani e di Antonveneta.

Quando trae le sue conclusioni – affermando che la colpa è dello spirito anticapitalista moraleggiante della sinistra italiana - Panebianco esce malamente fuori rotta. «Per giunta, se in Italia non cambiano gli atteggiamenti diffusi (non solo a sinistra) sul mercato, non sarà mai possibile disciplinare i conflitti di interesse, da quello palese di Berlusconi a quelli occulti dei suoi avversari. Per la sinistra, soprattutto, sbarazzarsi del moralismo è difficile. Anche perché è stato uno strumento di lotta contro Berlusconi. Ma è un´arma controproducente».

È una vecchia, deprecabile storia il fatto che le più autorevoli voci del Corriere, nei momenti cruciali, paiano sempre e inevitabilmente dare una mano, conforto morale e giustificazioni intellettuali alle anomalie estreme del fenomeno Berlusconi. Da dieci anni ormai Panebianco, Sergio Romano ed Ernesto Galli della Loggia sembrano sempre trovare un maggior numero di colpe nei magistrati che portano alla luce la corruzione, rispetto a coloro che hanno infranto la legge, e sdrammatizzano l´importanza dei conflitti di interesse di Berlusconi con un migliaio di "distinguo" e di cavilli.

Dopo aver dato in origine il suo appoggio all´indagine di Mani Pulite, Galli della Loggia avanzò poi la curiosa tesi secondo cui i magistrati non avevano il diritto di perseguire i crimini di corruzione politica perché in precedenza non l´avevano mai fatto: «Ancora una volta, una domanda: perché, con l´eccezione di pochi casi, gli inquirenti in Italia prima del 1992 non hanno perseguito i reati di corruzione politica?» scrisse nel settembre del 2002. Oppure: «E perché dopo quella data la procura di Milano e a volte quella di Napoli e alcune della Sicilia sono le uniche ad avere condotto indagini accurate e penetranti in quella direzione? (…) È possibile esprimere un´ipotesi ideologico-politica? (…) Che la personalità, l´amicizia, la visione del mondo, il punto di vista di questo o quel magistrato ne abbia influenzato la condotta?». In altre parole, poiché soltanto un´esigua minoranza di magistrati italiani si era presa la briga di perseguire i reati di corruzione politica, devono aver agito per qualche profonda animosità politica, ideologica o personale.

Questa posizione era tanto sbagliata sul piano fattuale quanto sul piano razionale. L´ufficio del procuratore di Milano, in particolare, aveva avviato numerose indagini su importanti casi di corruzione – il caso Sindona, il caso della P2, i fondi neri dell´Iri, il caso della corruzione nella metropolitana di Milano, per citare soltanto quelli più importanti: poi però o erano stati riassegnati a Roma, dove erano stati "insabbiati", oppure il Parlamento italiano aveva negato il diritto di portare avanti le indagini. Così, stando a quanto afferma Galli della Loggia, i procuratori di Milano in qualche modo hanno fatto qualcosa di male cercando di applicare la legge, perché spesso in passato era stato loro impedito di farlo. Pertanto oggi è disdicevole che i procuratori di Milano, di Napoli e della Sicilia cerchino di portare avanti le indagini (che si ammette essere "accurate e penetranti") sulla corruzione, perché alcuni loro colleghi di altre sedi non sono riusciti a farlo. Tutto ciò è particolarmente assurdo alla luce del fatto che i procuratori milanesi hanno ormai dimostrato che corrompere i giudici era una prassi usuale a Roma; ma sono stati i magistrati che hanno scoperto i casi di corruzione a buscarsi tutto il disprezzo di Galli della Loggia.

Analogamente, anche Sergio Romano si è schierato pressoché inevitabilmente con Berlusconi contro i suoi accusatori. Quando Cesare Previti è stato incriminato per aver corrotto i giudici di Roma, Romano ha deciso di indignarsi non tanto per il fatto che l´avvocato personale del primo ministro era stato giudicato colpevole di aver scritto i nomi dei giudici nel suo libro paga, bensì per le parole adoperate dalla Corte nella sentenza che descrive la spirale di corruzione che ha invaso il Palazzo di Giustizia di Roma: «Una gigantesca opera di corruzione…Il più grande caso di corruzione nella storia, non solo d´Italia…".

Focalizzandosi su alcune frasi estrapolate dalla sentenza, Romano ha cercato di trasformare lo scandalo della corruzione dilagante nella cerchia romana degli intimi di Berlusconi nello scandalo dei procuratori di Milano. Insieme agli incessanti attacchi ai procuratori sugli organi di stampa di proprietà di Berlusconi, questi editoriali – che apparivano regolarmente ogni qualvolta i problemi legali di Berlusconi venivano in primo piano – hanno avuto il risultato di sdrammatizzare l´effetto del crescente accumularsi di prove sulle colpe del premier e dei suoi intimi. La colpa, se mai c´era, era dei procuratori: quante più prove di attività criminale essi trovavano, tanto più esse erano semplicemente indice della malvagità e dell´animosità ideologica e personale da essi riservata a Berlusconi.

Ricorrendo a ragionamenti al tempo stesso eruditi e tortuosi, essi hanno usato la loro considerevole intelligenza per rendere complicato ciò che di fatto è assai semplice: la persona proprietaria della più grande società privata del Paese non dovrebbe avere l´incarico di guidare il governo; il più importante proprietario di mezzi di comunicazione in Italia non dovrebbe altresì controllare il sistema dell´emittenza radiotelevisiva statale; e un uomo la cui azienda è indagata per qualche reato – prima che egli entrasse in politica – non dovrebbe essere responsabile del sistema della giustizia penale.

Il Corriere, in quanto voce della borghesia illuminata del nord, avrebbe potuto rivestire un ruolo assai importante costringendo Berlusconi ad attenersi alle più elementari leggi democratiche. Avrebbe potuto spiegare, con credibilità (come spesso ha fatto Giovanni Sartori, una voce isolata), che il conflitto di interessi non è un problema ideologico tra sinistra e destra, ma soltanto una regola di base della governance democratica.

Panebianco ha ragione quando afferma che il problema italiano è strutturale e non morale; ma sbaglia non vedendo che il conflitto di interessi è profondamente strutturale, che peggiora esponenzialmente e legittima la già grave simbiosi tra politica e business. Consentire all´uomo più ricco del Paese di guidare il governo è un´alterazione strutturale del sistema, nella direzione sbagliata. Panebianco e i suoi colleghi dovrebbero chiedersi che cosa sarebbe stato dell´attuale scandalo bancario – che al momento essi lodano come gestito in modo altamente professionale e imparziale –, se i tentativi del governo di Berlusconi di mettere la magistratura sotto il controllo politico diretto fossero andati in porto. Avremmo mai saputo niente delle malefatte di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia se fosse stato coronato da successo il tentativo del governo di abolire le intercettazioni telefoniche della polizia e di limitarle soltanto ai crimini più violenti?

(Traduzione di Anna Bissanti)

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