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PADOVA. «E’ buonissima. E’ meno grassa di una normale mortadella». Romano Prodi si libera dalla «morsa» del telefonino e addenta di gusto una fetta di ocadella, la mortadella d’oca, subito bagnata da un buon bicchiere di prosecco. Sarà anche impegnato in una campagna elettorale estenuante, ma il professore non rinuncia ai piccoli piaceri della vita. Insieme alla moglie Flavia, che lo segue nei weekend, il candidato premier dell’Unione arriva al mattino , a piedi, dalla Fiera, dove ha ammirato orchidee. Al padiglione 7 c’è il tempo di un simpatico botta e risposta con il titolare di una ditta di Montichiari (Brescia). «Abbiamo 25 persone - puntualizza l’imprenditore - che mangiano e dormono in albergo». «Beh», ribatte Prodi, «non vorrà mica farli dormire all’aperto...». Prima di uscire fissa il manifesto del concerto di Joan Baez, in calendario il primo aprile: «Peccato, avrò altro da fare», dice.

Attorno al tavolo della redazione si accomodano anche il sindaco Flavio Zanonato, il vicesindaco Claudio Sinigaglia, il segretario regionale dei Ds Cesare De Piccoli, il segretario provinciale della Quercia Alessandro Naccarato e il segretario cittadino della Margherita Simone Dalla Libera. Un pezzettino di caciotta, due acini d’uva, un bicchier d’acqua e poi si parte con il forum: «Bene», afferma il Prof, «lavoriamo».

Economia, grandi opere, Tav e Mose, ricerca scientifica e innovazione. E poi federalismo e referendum: sono questi i temi del «Forum» nella nostra redazione.

Professor Prodi, partiamo da un tema spinoso: le grandi opere. Lei ha detto che la Tav va realizzata. E per il Mose di Venezia, che pensa di fare. A proposito, lo sa che il governatore Galan si è candidato per sostituire il ministro alle Infrastrutture Lunardi?

«Non lo sapevo. Ma non è faticoso fare meglio di Lunardi. Ci vuole poco, così avremo meno tunnel, meno gallerie. Ma non servirà, perderanno le elezioni...»

Presidente le Grandi Opere: cosa farete?

«Ricordate quella frase di Flaiano: quando si apre una parentesi va chiusa. Bene, lo stesso metodo ci vuole per le grandi opere. Cominciamo dall’alta velocità. Il corridoio Est-Ovest da Barcellona e Budapest-Kiev attraverserà tutta la pianura padana, dal Piemonte al Veneto. E’ un’opera assolutamente indispensabile, per due ragioni: trasportare più merci e liberare i binari attuali per potenziare i treni dei pendolari. Non è possibile che tutta l’area metropolitana veneta e lombarda sia bloccata da eterni disagi: chi si sposta in treno resta bloccato nelle stazioni con ritardi scandalosi. Va trovato un rimedio e senza l’alta velocità non è possibile far partire i treni delle metropolitane leggere. Lo stesso discorso vale anche per l’Emilia, siamo in forte ritardo. Quindi la Tav va realizzata, dopo aver costruito il consenso delle popolazioni coinvolte dal progetto».

Presidente, a Venezia c’è polemica per i lavori del Mose, che drenano tutte le risorse della legge speciale: lei ritiene che le opere vadano completate oppure bisogna cambiare progetto?

«Il Mose mi pare la proposta più forte per salvare Venezia dall’incubo dell’acqua alta. Ma bisogna evitare che la laguna sia abbandonata a se stessa: accanto al Mose vanno finanziati tutti gli interventi necessari a garantire la salvaguardia del complesso sistema lagunare. Il centrosinistra non è contro le grandi opere, ma pretendiamo che i lavori siano fatti come Dio comanda. Purtroppo abbiamo esempi pochi edificanti: la pianura padana è devastata dal cemento e la nostra economia vive non solo sui mega appalti, ma sulle manuntenzioni con cui si salva l’efficienza del Paese. C’è molto da fare: le periferie stanno diventando bombe ad orologeria».

Veniamo da un periodo di grande espansione, seguito poi da una grande depressione. In questi anni, in Veneto, abbiamo perso molto sul piano della competitività. Professore, cosa c’è nel suo programma per rilanciare l’economia?

«Il mio obiettivo principale è la ripresa della crescita. Questo è un Paese che si è fermato. Se non riprendiamo a crescere, non ce la fanno le famiglie e non ce la fa nemmeno lo Stato. La mia proposta concreta riguarda il costo del lavoro e il cuneo fiscale. Ma comprende anche un deciso intervento su ricerca, sviluppo e innovazione. Che non vuol dire, però, Archimede Pitagorico...».

Cosa avete pensato per le imprese?

«In passato abbiamo certamente vantato che piccolo è bello. Ora non è più sufficiente. Spesso le nostre imprese non hanno una dimensione adeguata. Bisogna prevedere incentivi alle fusioni, alle concentrazioni. E poi bisogna riporre una grande attenzione alle esportazioni e ai nuovi mercati».

Professore, la Cina è sempre più vicina...

«Beh, la Cina in casa ti arriva. Il problema è arrivare noi in Cina. Quando, da presidente della Commissione europea, sono andato in Cina, con Chirac e Schroeder, dietro a loro c’era tutto il Paese. Il nostro governo, invece, in cinque anni, non ha fatto una missione in Cina. Sì, è vero, ci è andato il presidente della Repubblica, ma non è la stessa cosa. Si è inaugurato, in questi giorni, l’anno dell’Italia in Cina: ci è andato solo Buttiglione, il teatro era mezzo vuoto. Io sono invece sono convinto che il rapporto con la Cina lo dobbiamo gestire noi. Dobbiamo essere severissimi con chi copia, con chi sfrutta il lavoro minorile. Dobbiamo chiedere controlli alla Pubblica amministrazione, che non ha sorvegliato sugli ingressi di macchinari non sicuri. Non avendo richiesto controlli e sicurezza, ci siamo autocastrati».

E l’immigrazione come la controlliamo?

«Noi dobbiamo avere un’immigrazione di alto livello, che non ha bisogno di essere controllata».

E per l’Università qual è la sua ricetta?

«Sia chiaro, ho tutto il rispetto per chi frequenta Scienze della comunicazione. Ma se gli iscritti a questa facoltà sono il triplo di tutti gli iscritti a Matematica, Fisica e Chimica, hai voglia a costruire lo sviluppo... Se vogliamo davvero rinnovare la nostra industria, servono più periti. Ma io voglio i periti del ventunesimo secolo che, dopo il diploma studiano altri tre anni».

Presidente, ci sono un sacco di giovani preparati che faticano a trovare un lavoro stabile...

«Come si diceva una volta, dobbiamo metterci una mano sul cuore. E’ vero, c’è gente che fa per anni l’apprendista. Ho visto laureati che fanno i fattorini. Se uno dice: “Studio, faccio un grande sacrificio”, poi dovrebbe avere un impiego adeguato a quello che ha studiato. Io credo sia necessario operare una scrostatura delle professioni. Se n’è parlato tanto, ma di vere riforme degli ordini non ce ne sono state. Invece bisogna aprire le porte. A questo proposito, ho avuto un’esperienza con alcuni miei colleghi, professori universitari, arrivati dagli Stati Uniti per una ricerca sul personale degli ospedali. Sono entrati in una struttura e hanno subito accertato che otto primari su undici sono figli di primari. “Qui, è tutto chiaro”, mi hanno detto, “non c’è proprio niente da ricercare”.

Parliamo di devolution ? L’impressione è che il popolo del Nord abbia investito sul federalismo. E’ proprio tutta da buttare la riforma costituzionale del centrodestra?

«Ci sono delle incongruenze che vanno assolutamente sistemate al più presto. Di sicuro ridiscuteremo le competenze regionali. Ad esempio, per quanto riguarda la politica estera delle Regioni, è sotto gli occhi di tutti che siamo di fronte a uno spreco enorme di risorse. E occorre intervenire anche nella politica del turismo. Se voi andate all’aeroporto di Abu Dhabi o Dakar, vedete la pubblicità di una regione italiana, non vi dirò quale, che è grande così (l’onorevole Prodi avvicina pollice e indice). Una propaganda del genere non serve proprio a niente. Ma, tornando alla domanda, andiamo verso una legge elettorale per ogni regionale. Questa sarebbe la fine del mondo...».

Intanto il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, accusa il collega del Friuli-Venezia Giulia di alimentare uno smottamento istituzionale. Ci sono già tre-quattro Comuni di confine pronti a passare con il Friuli. Senza dimenticare che un altro Comune ha chiesto di passare con il Trentino-Alto Adige...

«Sul caso specifico non mi pronuncio. Non entro nella controversia perché non la conosco. Certo è che si rischia che prima passino quattro Comuni. E poi altri quattro... Va ribadito un concetto: le Regioni a statuto speciale non sono le Regioni più povere, ma quelle che sono diventate per alcune caratteristiche particolari: la Sicilia, la Valle d’Aosta, e via elencando. Ma quelle sono e quelle restano. Punto».

Lei parla spesso d’incentivi. In particolare, a quali sta pensando?

«Penso ai temi che sto affrontando in questi giorni: il cuneo fiscale e la detrazione per gli affitti. Per queste due proposte le risorse ci sono. D’altra parte, credo di essere credibile nell’uso delle cifre. Io ho fatto il più grande aggiustamento dei conti della storia d’Italia. Ho lasciato il governo (ottobre 1998, ndr) con il 6,5 di avanzo primario. Adesso siamo a zero. Credo ci sia una bella differenza tra 6,5 e zero. Allora, ogni mese, ci arrivava un introito fiscale superiore alle previsioni. La gente aveva capito che il ministro Visco le tasse le faceva pagare. E allora le pagava subito. Adesso, invece, è tutto un condono. Mettiamo che il “nero” sia il 30%. Se mettiamo in bianco, la metà del 30% di nero, il risanamento è già fatto. La prima riforma del governo Berlusconi è stata la rimozione del direttore del Dipartimento delle Entrate (Massimo Romano, ndr). Una sorta di messaggio ai commercialisti: “Ragazzi, alè”».

Torniamo ai temi della formazione e della ricerca. Padova ha un’università antica e prestigiosa, ma il Parco scientifico non riesce a decollare.

«Certo, questo non può avvenire se non c’è un rapporto stretto tra università e ricerca. La ricerca privata è addirittura nulla rispetto all’altra. Io credo sia necessario affrontare il problema della sburocratizzazione dell’università. Bisogna mettere in rete la ricerca con il mondo produttivo. Certo, se si fa archeologia o storia, non è facile fare fatturato. Ma non si può prendere in giro la gente: io m’impegno ad aumentare le risorse per l’università. Voglio anche dare un incentivo agli addetti alla ricerca».

Nel suo libro “Tempo scaduto” Luca Ricolfi ha analizzato il livello di realizzazione del programma elettorale di Berlusconi. Ora però si trova in difficoltà a misurare le 281 pagine del suo programma...

«Io lo sto presentando, giorno per giorno: prima il cuneo fiscale, poi gli affitti. Penso che Ricolfi potrà scrivere un altro libro, che potrà intitolare: “Che bel tempo”».

Allora Presidente, il «faccia a faccia» in tv con Berlusconi si farà sì o no o lei vuole sempre sfidare il tridente?

«Ma certo che si farà. Ho di fronte tre candidati al governo. Nella Casa della libertà non si sa chi sarà il primo ministro, loro dicono che lo farà chi ha più voti. Non a caso sui simboli dei partiti hanno messo i loro nomi: Fini, Casini, Berlusconi. Sia chiaro non mi interessa un confronto in cui si raccontano sogni, si fanno promesse o si parla di astrattezze.

Invece bisogna discutere di ciò che è stato fatto in questi cinque anni. Berlusconi, Fini e Casini non hanno mai governato insieme. Non voglio che Berlusconi possa dire agli italiani: sono stati gli altri che mi hanno impedito di governare. Se nel confronto tv ci saranno tutti e tre, non potranno sfuggire alle loro responsabilità».

A cura di CLAUDIO BACCARIN e ALBINO SALMASO

Giornali a lui vicini come "Libero" e "Il Foglio" hanno appioppato due nomignoli appropriati alla sua deposizione di «persona informata dei fatti»: "Detective Silvio" e "Ispettore Roc". Il "Corriere della Sera" di ieri ha richiamato l´ombra del Sifar e dei suoi illegali fascicoli di spionaggio. Ma la più pertinente delle definizioni (chiedendone scusa all´autore) mi sembra piuttosto "Dagospia", un sito Internet specializzato in gossip.

Il nostro "Dagospia" si è recato l´altro ieri pomeriggio in Procura accompagnato dall´avvocato Ghedini che aveva organizzato l´incontro con il Procuratore capo e con i due sostituti incaricati dell´inchiesta Unipol e per venticinque minuti li ha intrattenuti sui gossip dei quali era stato informato da un tunisino suo socio in affari: chi dei dirigenti diessini ha cenato con il presidente delle Generali e qual è stato il contenuto di quell´incontro.

Forse anche il menù della cena e i vini serviti a tavola.

Reati? Certo che no, ha detto Berlusconi ai suoi amici di Forza Italia ed ha ripetuto nell´ennesima trasmissione televisiva cui ha partecipato subito dopo (da Anna La Rosa).

Ieri pomeriggio ha ripetuto il concetto in una conferenza stampa appositamente convocata. Risulta evidente che il nostro Dagospia sente incombere il reato di calunnia e mette le mani avanti. Ma sente anche montare intorno a sé il disagio dei suoi alleati e la disapprovazione generale dell´opinione pubblica, non soltanto di quella di centrosinistra.

Un passo falso di estrema gravità, improvvidamente preparato dal suo avvocato di fiducia che in fatto di relazioni esterne non dev´essere proprio una cima.

La deposizione di Berlusconi ha avuto come effetto l´uscita di scena del caso Unipol, sostituito dal caso d´un presidente del Consiglio che, in piena campagna elettorale, consegna ai magistrati inquirenti un dossier di gossip politici compilato da un suo socio in affari, con il chiaro intento di attivare un ventilatore giudiziario per meglio schizzare fango sui suoi avversari, ma si accorge nel bel mezzo di questa fraudolenta operazione che il ventilatore funziona controvento rigettando il fango (o peggio) su di lui.

Qui nasce una questione della massima serietà, sollevata ieri nell´editoriale di Ezio Mauro; una questione politica e istituzionale che mette in discussione la natura stessa di questo governo.

Le iniziative calunniose e spionistiche del suo presidente turbano lo svolgimento ordinato delle elezioni politiche, cioè il momento culminante di ogni democrazia, tentando di manipolare il voto degli elettori e suscitando reazioni e tensioni. Si tratta dunque di iniziative di stampo eversivo, mentre non a caso il presidente della Repubblica, ben consapevole dei rischi indotti che possono derivarne, batte da tre giorni sul tasto del pericolo di inquinamento elettorale.

Mentre tutto ciò accade sotto gli occhi allibiti dei nostri partners europei, un Parlamento arrivato al termine del suo mandato approva a colpi di maggioranza una legge palesemente illegale (insisto sull´avverbio "palesemente") che abolisce la possibilità del Pubblico ministero di appellarsi contro le sentenze di assoluzione e con ciò discrimina la pubblica accusa e le parti civili rispetto alla difesa dell´imputato, violando gli articoli 110 e 112 della Costituzione che stabiliscono la parità delle parti in processo, con l´evidente intento di bloccare il processo Sme che vede imputato lo stesso presidente del Consiglio per corruzione in atti giudiziari.

Contemporaneamente lo stesso presidente del Consiglio, attraverso il capo del gruppo parlamentare del suo partito, fa bloccare a tempo indefinito la riforma della legge sulla contrattazione dei diritti televisivi delle partite di calcio e regala un bel pacco di denaro al Milan, alla Juventus e all´Inter a spese di tutte le altre squadre del campionato.

* * *

Questi sono i fatti accaduti nell´ultima settimana e ne mancano ancora una dozzina prima della giornata elettorale. Aggiungerei l´occupazione totale degli spazi televisivi dai quali campeggia ininterrottamente la faccia inceronata del presidente del Consiglio, concionante senza limiti di tempo di fronte a conduttori compiacenti o ammutoliti.

I dirigenti del centrosinistra hanno preannunciato un passo formale presso il capo dello Stato affinché questa invereconda deriva antidemocratica abbia termine e si recuperino condizioni di normalità democratica. Se questo obiettivo non si realizzasse e dovesse continuare l´attuale scompiglio, la situazione potrebbe arrivare a decisioni estreme.

Gli alleati di Forza Italia vanno per una volta aldilà del mugugno. Per Casini l´iniziativa del premier in Procura equivale a una seduta di «avanspettacolo», mentre per Maroni si è trattato di «una nota stonata, da evitare». Tuttavia è evidente che una radicalizzazione dello scontro elettorale ha anche loro come bersaglio. Fini e il presidente della Camera si stanno facendo schiacciare dal radicalismo berlusconiano. Saranno loro ed i loro propositi alternativisti le prime vittime di quanto accade.

***

Come se questi guasti inflitti alla democrazia dal massimo rappresentante del potere esecutivo non bastassero a suscitare stupore e preoccupazione, un´altra grave interferenza è stata compiuta tre giorni fa dalla più alta autorità religiosa. Dal palazzo Vaticano il Papa Benedetto XVI, ricevendo gli auguri del sindaco di Roma, del presidente della Regione Lazio e del presidente della Provincia, si è rivolto direttamente ad essi affinché si oppongano all´attuazione dei Pacs e alla somministrazione della pillola abortiva negli ospedali pubblici. E affinché si dichiarassero contrari alle manifestazioni popolari indette ieri a Roma e a Milano per rivendicare i diritti delle donne e degli omosessuali.

Il Papa e i vescovi – l´abbiamo ripetuto più volte da queste pagine – sono liberissimi di testimoniare la fede e l´etica che ne deriva. Ormai sono andati molto più in là e intervengono dando giudizi e indicazioni anche su temi strettamente politici sebbene i Patti Lateranensi delimitino con assoluta chiarezza che la materia politica non riguarda le autorità religiose.

Ma tre giorni fa Papa Ratzinger ha varcato un´altra frontiera che finora era stata rispettata. Non si è rivolto soltanto ai cattolici e a tutti i cittadini nella sua lotta contro l´aborto e contro gli omosessuali. Ha fatto di più.

Si è rivolto perentoriamente alle autorità civili in sua presenza e ne ha prescritto pubblicamente i comportamenti che il Papa si attende da loro.

Un fatto del genere non sarebbe certamente concepibile nei riguardi del sindaco di Parigi o di Londra o di Berlino o di Madrid. Wojtyla non si è mai spinto così oltre, neppure nella sua amata Polonia dove, proprio durante il suo pontificato, furono varate le prime leggi laiche di quel paese.

Benedetto XVI si è dichiarato addirittura ferito e offeso da due libere manifestazioni popolari che non avevano certo lui né la religione cattolica come bersaglio.

La nostra campagna elettorale non riguarda certo il Papa, ma anche lui e i suoi consiglieri, come pure il giornale che si pubblica in Vaticano con il "placet" della Segreteria di Stato, dovrebbero sentire l´elementare responsabilità di evitare interventi plateali indirizzati ad autorità civili che soltanto per un senso, esso si responsabile, di rispetto non hanno replicato come forse avrebbero voluto (e dovuto) richiamando "l´incipit" del Concordato che stabilisce l´esclusiva sovranità della Chiesa in materia religiosa e l´altrettanto esclusiva sovranità delle autorità civili in materia temporale.

Auspichiamo che il Papa dopo questo spiacevole episodio, abbia modo di riflettere con attenzione sul peso e sugli effetti delle sue esternazioni nonché sulle reazioni di chi lo ascolta con rispetto ma con libertà di spirito e autonoma dignità di coscienza.

La tentazione presidenzialista

di Sergio Romano

Confesso di non avere capito se l'Unione abbia fatto un passo indietro per meglio rilanciare la candidatura di Massimo D'Alema o voglia effettivamente discutere con l'opposizione la scelta della persona che dovrà diventare presidente della Repubblica. Ma per il momento, dopo avere letto le dichiarazioni di Piero Fassino al Foglio, dobbiamo presumere che il suo partito non abbia rinunciato a sostenere la candidatura del suo presidente.

Il segretario dei Ds dice che è ora di chiudere la fase della «guerra». Si rende conto che una metà del Paese ha votato per l'opposizione e promette che il governo Prodi «si farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto nel nome dell'interesse nazionale». Non vuole una repubblica presidenziale ma sostiene che il capo dello Stato debba essere il garante di una fase nuova e gli assegna quattro compiti. In primo luogo, se vi sarà crisi, dovrà sciogliere il Parlamento e chiedere al Paese di tornare alle urne. In secondo luogo, come presidente del Consiglio superiore della magistratura, dovrà «evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica». In terzo luogo dovrà favorire, sulle grandi questioni internazionali, «la massima intesa possibile». In quarto luogo dovrà vigilare dal Colle affinché, dopo la bocciatura del referendum confermativo sulla riforma del governo Berlusconi, si «porti a conclusione una transizione costituzionale da troppi anni incompiuta». Non è tutto. Per assumere pubblicamente questi impegni il candidato potrebbe presentare «ai mille grandi elettori, che da lunedì voteranno, una specie di programma presidenziale sul quale chiedere un consenso diffuso».

E' un progetto interessante in cui Fassino fa qualche implicita ammissione. Riconosce, senza dirlo espressamente, che vi sono stati cortocircuiti fra giustizia e politica, che la sinistra non può fare da sola la politica estera e che il centrodestra ha avuto il merito di mettere all'ordine del giorno la riforma della Costituzione. Ma contraddice la premessa delle sue dichiarazioni. Quella che il segretario dei Ds ha delineato non è forse una «repubblica presidenziale» ma prefigura uno Stato alquanto diverso da quello in cui, con qualche ipocrisia, abbiamo vissuto negli ultimi cinquant'anni. Nessun candidato al Quirinale, sinora, ha chiesto voti sulla base di un programma. E nessun candidato, in particolare, si è impegnato a sciogliere il Parlamento in una specifica circostanza. La «manovra antiribaltone», che il centrodestra vorrebbe inserire nella Costituzione, diventerebbe così parte integrante del programma presidenziale e darebbe al capo dello Stato un potere di controllo sul governo. Installato al Quirinale, infatti, D'Alema potrebbe aiutare Prodi a mantenere intatta la sua maggioranza (la prospettiva delle elezioni anticipate è un efficace deterrente contro i ricatti di palazzo) ma potrebbe anche orientare indirettamente la linea politica dell'esecutivo.

Quella che Fassino propone, quindi, è una sorta di diarchia, vale a dire una sostanziale modifica del sistema politico come si è andato formando, sulla base della Costituzione, nella storia della Repubblica. Il suo capo dello Stato sarebbe in alcuni casi il «presidente di tutti gli italiani» ma anche, contemporaneamente, il garante del governo in carica e il suo tutore (e tale sarebbe soprattutto se non venisse eletto con una larga maggioranza, ma dopo la terza votazione con il solo sostegno della sua parte). Insomma, quello di Fassino, che piaccia o meno, non è un programma politico: è una riforma costituzionale.

L'altolà della sinistra: no a baratti giustizia-Colle

di Francesco Battistini

ROMA — " Signor colonnello, sono il tenente Innocenzi. Accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani" (Alberto Sordi in Tutti a casa, 1960).

Tutti a casa. Se la guerra con Berlusconi è finita, come dice Piero Fassino, c'è una trincea da svuotare subito. Riga 52 dell'intervista al Foglio, punto secondo del Manifesto Per D'Alema Presidente, programma di lavoro del settennato a venire: «Da capo del Csm — dice il segretario ds —, un presidente che eserciti la funzione di garanzia operando, come ha fatto Ciampi, per evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica».

Ventisei parole. Che a qualcuno sembrano il prezzo del Quirinale: «Il nuovo inciucio — commenta Marco Travaglio —. Il segnale l'ha dato Dell'Utri: ripartiamo dalla Bicamerale, arrivano a maturazione altri processi. Telecinco in Spagna, Mediaset e Mills a Milano... Questa è la risposta: se tratti con Berlusconi, sappi che le sole cose che gl'interessano sono le tv e la giustizia. Qualcuno che "garantisca" sui magistrati...».

Il Colle a D'Alema in cambio del collo di Silvio. La solita proposta indecente? I magistrati la prendono soft: «Le parole di Fassino mi sembrano talmente vaghe... Lasciamoli trattare», dice il neodeputato ds Gerardo D'Ambrosio: «Non vedo cortocircuiti, piuttosto delegittimazioni: l'altro giorno, una giornalista giapponese mi diceva stupita che da loro è inconcepibile un governo che attacca la magistratura». Asciutto Giuseppe Gennaro, presidente dell'Anm: «È giusto che il nuovo capo dello Stato prosegua sulla strada segnata da Ciampi. Ricordando che la magistratura, checché se ne dica, non pronuncia sentenze politiche». Ad Antonio Di Pietro, il passaggio di Fassino non piace: «Quest'idea che il futuro capo dello Stato debba garantire sui cortocircuiti, va oltre le sue funzioni. Se poi questo significa anche altro, cioè l'impunità a Berlusconi in cambio del Quirinale, siamo all'assurdo. Non credo che Fassino si presti al baratto: chiunque l'accetti, diventa complice d'un abuso».

«Per carità di Dio!», no, Fassino non può voler quello: ne è sicura Anna Finocchiaro, capogruppo ds al Senato, perché «quelle parole possono essere lette in due modi: o come un segnale di garanzia ai magistrati, o come un'attenzione alla politica che soffre l'autonomia delle toghe». In ogni caso, occorre ricomporre «un clima di conflitto e garantire autonomia tanto al potere giudiziario che a quello politico», superando «un clima di sospetto che non fa andare avanti il Paese».

I soliti sospetti. Con omissis che si notano, nell'intervista di Fassino: per esempio, il silenzio sul conflitto d'interessi. «Il tema va affrontato — dice D'Ambrosio — e su questo non si discute. Ci si è lamentati di non aver fatto abbastanza nella XIII legislatura e niente nella XIV: vogliamo ripeterci? Chi ci ha eletto, ci ha chiesto di risolverlo una volta per tutte». Sarcastico Travaglio: «Come può Fassino parlare di conflitto d'interessi, se va a lanciare il "manifesto" sul giornale della moglie di Berlusconi, diretto da un ex ministro di Berlusconi, il giorno dopo l'avvertimento di Dell'Utri e dopo aver zittito Bertinotti che, su Mediaset da ridimensionare, ha ripetuto soltanto quel che dice la Consulta?».

D'Alema quirinabile, inciucio inevitabile, pensa l'opinionista dell'Unità. Un pateracchio proprio sulla giustizia: «Che custode e garante potrebbe essere un D'Alema che, presidente della Bicamerale, accettò indecenti compromessi al ribasso sull'indipendenza della magistratura?». C'è «un fumus oggettivamente ricattatorio», sostiene Travaglio, e così si spiega quella riga 52: «Anche D'Alema ha interesse a "garantire" sui magistrati che, in passato, qualche problema gliel'hanno dato. Un capo dello Stato non solo non dev'essere ricattabile, ma neppure sembrarlo. Guardate Unipol: non furono i Ds a dire che Berlusconi ha ancora i cd delle famose telefonate? La partita è aperta, a luglio c'è da rifare il Csm e con le nuove regole i membri politici, quelli che controllano le toghe, saranno di più. In questi anni, c'è stata anche una Bicamerale degli affari: speriamo

Le Due Italie sono sempre esistite anche se non si erano mai materializzate con una evidenza così plastica e in sostanziale pareggio politico. E' cosiddetta «sinistra» (termine col quale ormai indichiamo uno schieramento che riassume quasi tutto ciò che era «arco costituzionale»), che ha raggiunto, in realtà, il suo massimo storico in questa elezione. Quella destra diffusa, «che non si dà confini neanche nei confronti del fascismo », di cui ha parlato Rossanda nel commento dei primi dati elettorali, esisteva già sottotraccia negli anni della prima Repubblica ma era compressa e disciplinata dalla mediazione democristiana che ne moderava istinti e stemperava paure. Il maggioritario barbarico imposto da Berlusconi in chiave di guerra civile «fredda», ma permanente ha fatto emergere e messo a nudo l'Italia profonda che non aveva una vera rappresentanza politica e che ha finalmente trovato qualcuno che la interpretasse senza scrupoli e mediazioni. Questa Italia esiste ed esisterà, bisogna farci i conti, non è pensabile che si dissolva nel breve e nel medio tempo. La volontà di governare tenendo conto di essa è un proposito di elementare civiltà istituzionale, anche se purtroppo unilaterale e in Italia non ricambiato. Ma soprattutto bisognerebbe cercare di capire e scomporre questo blocco, in realtà molto differenziato, individuando i punti critici su cui agire, e rinunciando serenamente a recuperare ciò che non è recuperabile. Infatti non è pensabile di inseguire il berlusconismo sul suo terreno, ma si possono dare risposte serie a domande fondate. Rinunciando ad analisi troppo semplificate, come quelle che per molto tempo la sinistra ha prodotto dopo l'emergere del fenomeno Berlusconi. Questa destra non è interpretabile in chiave di «modernità», ma contiene al suo interno pulsioni addirittura arcaiche che questa campagna elettorale ha fatto emergere. Non solo subcultura, non è solo «l'Italia che parcheggia in seconda fila» come si legge spesso, ma esprime ormai culture radicate e immaginario diffuso. Paradossalmente, è molto più «ideologico» il voto a destra di quanto non sia un voto a sinistra ormai realistico e disincantato. Il fenomeno dell'anticomunismo postumo, che è forse l'ideologia più fortunata e diffusa della nuova Italia, va decrittato al di là delle fantasie pulp del leader della destra su bambini bolliti e nipotini di Pol Pot (a cui non si crede fino in fondo, se è vero che ventiquattrore dopo si chiede una grande coalizione con questi mostri). Ma da tempo quando a destra dicono comunisti intendono in realtà lo Stato, le tasse, il rispetto delle leggi, per cui non è del tutto incoerente che perfino Oscar Luigi Scalfaro diventi «comunista» in questo immaginario. Proprio la questione delle tasse, che pare sia stata la molla decisiva della rimonta finale di Berlusconi, ci impone però una analisi critica autocritica del blocco sociale della destra, e in ultima analisi su cosa è diventata la società italiana. Se è vero che il problema della tassazione è uno dei problemi fondamentali di ogni democrazia, e lo è particolarmente in Italia dove esiste storicamente lo scandalo di un regime fiscale debole coi forti ma occhiuto inflessibile coi deboli, questo diventerà forse il terreno decisivo dell'acquisizione del consenso. E proprio su questo terreno la sinistra ha mostrato una deplorevole confusione che non si può ricondurre solo a «difetto di comunicazione», che pure c'è stata, con quel parlare di «abbattimento di cinque punti del cuneo fiscale », progetto giusto e ambiziosissimo, che rivela però nella formulazione l'abitudine a parlare a imprenditori e redattori delle pagine economiche anziché al popolo (era così difficile parlare di tasse sul lavoro?)

Non ci si può rassegnare a consegnare definitivamente alla destra la rappresentanza delle regioni più ricche e produttive del Nord, e neppure accettare la situazione che vede ampliarsi in molte realtà il voto popolare delle periferie alla destra. In una situazione, come quella italiana, dove l'intreccio tra stipendi, pensioni familiari, piccole rendite e piccolo risparmio è ormai costitutiva dei bilanci delle famiglie e costituisce fattore di sopravvivenza e di rifugio precario sotto i colpi della crisi ci vuole la massima precisione nelle indicazioni e nelle proposte. Da fare, possibilmente, all'inizio e non alla fine delle campagne elettorali, e mettendosi d'accordo su cosa dire. Avere trascurato il tema fiscale, riproponendo nelle pieghe della campagna il ritorno di una tassa di successione sulla prima casa che nei suoi termini avarissimi era anacronistica già cinque anni fa in un paese dove oltre l'ottanta per cento dei cittadini possiede la casa dove abita è non solo un errore tattico ma strategico, che rivela categorie di analisi della società italiana ferme alla visione di una Italia povera che è ormai fotografia ingiallita di un paese che non esiste più, senza cogliere ancora del tutto la realtà di un paese a ricchezza diffusa ma ormai precaria e minacciata. Non si può, neppure per sbaglio, trovarsi nella condizione per cui la proposta, sacrosanta, della redistribuzione del reddito a favore dei ceti più deboli o di quelle fasce di società impoverite dalla mano libera che l'ex-premier ha dato al suo elettorato specifico di raddoppiare i prezzi negli ultimi anni, possa rischiare di venire intesa come spoliazione di chi ha poco e a maggior ragione difende quel poco che ha. Una pratica, finalmente introdotta, di tassazione equa e progressiva, come la Costituzione e ancor più la decenza imporrebbero a questo paese, può anche essere apprezzata alla fine da quei settori della società italiana che hanno risposto al richiamo della foresta di Berlusconi ma che non sono costituzionalmente evasori fiscali; ma che chiedono una rassicurazione attorno a una selva di tasse spesso incoerente e persecutoria per gli onesti. La questione di una revisione dell'Ici sulla prima casa, che aveva proposto per primo Bertinotti, è stata poi abbandonata colpevolmente alle improvvisazioni demagogiche dell'ex- premier, accompagnata per giunta dal proposito di revisioni catastali che giuste in sé hanno assunto inevitabilmente il significato di un inasprimento di una tassa fondamentalmente ingiusta e avvertita come tale. Per inciso, la stessa idea che circola da tempo di candidare alla presidenza della repubblica un politico come Giuliano Amato, il più impopolare nell'immaginario collettivo degli italiani in quanto percepito come uomo dell'Ici e delle mani nei conti correnti dei cittadini, mostra quanta trascuratezza vi sia di fronte a un senso comune di larga parte del paese, giusto o sbagliato che sia, ma col quale è doveroso fare i conti. Però va anche fatta una notazione comparativa rispetto al passato su questo voto imponente di metà degli italiani a destra, e che è forse l'unica nota ottimistica che si può ricavare. Nel 2001 il popolo di destra che aveva votato Berlusconi esprimeva ottimismo, vitalità ingenua ma reale, voglia di arricchimento facile. Oggi esprime solo paura. Che è un sentimento importante e che sarebbe colpevole ignorare, ma è anche una base su cui la destra non può costruire molto. Qui mi pare si registri la svolta e l'avvio del declino di Berlusconi, non più uomo dei sogni ma degli incubi, non solo degli italiani che lo detestano ma anche di quelli speculari e contrapposti degli italiani che lo votano.

Non se ne farà nulla, ma il solo fatto che sia stato posto il problema di spostare la data del secondo confronto fra Prodi e Berlusconi per evitare la concomitanza di data con la fiction di Mediaset su papa Wojtyla la dice lunga sullo stato dell’arte: il religioso batte il politico, o almeno ci prova, e il televisivo batte tutti i due. I sondaggi danno l’Unione in testa, Berlusconi perde punti ogni volta che tenta di guadagnarne con le sue performance, ma l’agenda teledemocratica è ancora quella dettata da lui con la scesa in campo del ‘94: è la tv la scena della politica. La differenza, rispetto al ‘94, è che adesso questa scena è satura e c’è un prim’attore che ha stancato e sbaglia il copione. Un’altra scena, però, non si vede: l’Unione si avvantaggia dell’eccesso autolesionista dell’avversario, più che brillare di creatività politica propria. Il berlusconismo finirà per autoimplosione?

L’incursione di Berlusconi a Vicenza lascia aperto l’interrogativo, cui i sondaggi non bastano a dare risposta. L’eccesso di violenza è probabile che gli abbia nuociuto, confermando appunto la saturazione - in atto già da tempo - dei dispositivi di identificazione nelle sue miracolistiche promesse, nel suo ottimismo, nel suo narcisismo. Però la sceneggiata resta carica di segnali che non si possono liquidare con l’argomento consolatorio della saturazione. Perché resta il fatto che un presidente del consiglio si presenta a un convegno di un’associazione con quella arroganza monarchica, ostenta un disprezzo assoluto per qualunque regola - del galateo, dell’economia, della democrazia -,aggredisce volgarmente uno che si permette di non pensarla (più) come lui, arringa il popolo televisivo e il popolo degli industriali contro le élite della politica e degli industriali; e comunque qualcosa porta a casa, almeno nel suo campo che è poi il destinatario della sua strategia di galvanizzazione. Il che significa che Berlusconi probabilmente perderà le elezioni, ma il berlusconismo è ancora in circolo, e i suoi ingredienti di arroganza, populismo, disprezzo delle procedure sono tutt’altro che un ricordo del passato.

A proposito di élite. Nell’intervista di ieri al Messaggero, intitolata per l’appunto «Addio al berlusconismo», Massimo D’Alema ha osservato che «nelle élite del paese c’è la percezione che Berlusconi ha perso». Il che è vero e va incassato con soddisfazione, a patto di completare il quadro con almeno una domanda sulla percezione della situazione in coloro che élite non sono. È certo che una parte - solo una parte - delle élite del paese nel 2001 stava con Berlusconi oggi sta con Prodi. Ma è altrettanto certo che è stato il voto popolare, non quello d.élite, a premiare Berlusconi nel 2001 come nel .94. E va ricordato che altre élite, ad esempio gli studiosi del populismo e della post-democrazia, non hanno smesso di sottolineare in questi anni che il populismo di destra vince quando e dove il popolo scompare dalle attenzioni della sinistra. E per ora non pare che sia granché ricomparso nella campagna elettorale dell’Unione.

Si dà il caso che nel frattempo popolo ed élite si ripresentino in nuove, o antiche, combinazioni. Sta accadendo ad esempio a Parigi, contro la riduzione del lavoro a schiavitù flessibile e precaria che affligge l’Italia più della Francia. Aspettiamo con fiducia che il fatto si conquisti l’attenzione che merita nel discorso elettorale della sinistra italiana: non foss’altro perché c’è da giurare che è il futuro, prossimo, che l’aspetta. Per dare l’addio al berlusconismo stavolta non basterà una gestione più decente del quadro politico e istituzionale.

gi, giorno dello scioglimento delle camere - alle 10,30, al teatro Eliseo di Roma, l’Unione presenterà il suo definitivo programma per le elezioni del 9 e 10 aprile. Il teatro Eliseo di Roma è sede storica di impegnative iniziative del Pci e della sinistra italiana, se ne potrebbe fare un elenco di date storiche. Quindi grande attesa per l’evento di stamane. Però, però, sulla base di quel che si è potuto leggere e sapere la condizione mia, e di tanti compagni, è quella della delusione preventiva. Meno peggio della guerra preventiva, ma che certamente non aiuta chi è convinto che l’obiettivo assoluto, anche contro le peggiori delusioni, sia quello di liberarci di Berlusconi e della sua eteroclita banda.

Spero fortemente di essere smentito stamani all’Eliseo, ma da quel che finora mi è dato di conoscere non credo proprio. Non c’è un punto, dall’Iraq alla scuola, dal lavoro all’economia, dalla politica interna a quella estera sul quale si possa leggere un’opzione chiara e netta e visto che siamo in campagna elettorale una posizione che si possa tradurre in slogan (qualcuno si ricorda della «terra a chi la lavora» o della «legge truffa» o delle «riforme di struttura»?).

In questo programma (salvo felici smentite di stamani) non c’è nulla di preciso e netto, nulla che possa mobilitare gli elettori, anche quelli che di Berlusconi non ne possono proprio più. Questo programma, nella migliore delle ipotesi, appare come una delega ai gruppi dirigenti perché trattino nel modo migliore. Mancano del tutto proposte nette e precise sulle quali mobilitarsi o dividersi. L’abuso dei verbi al condizionale preoccupa.

Se questo mio timore non sarà smentito stamani, e temo che non lo sarà, allora dobbiamo preoccuparci seriamente. Per almeno due o tre ragioni. La prima è che questa scarsa chiarezza, questo volere e non volere, incoraggia l’astensionismo di sinistra, incoraggia anche un qualunquismo suicida (sono tutti uguali: litigano tra loro solo per chi deve andare al governo). La seconda ragione è che questa cauta accortezza porta acqua al berlusconismo che è presente nella nostra società e che ha consentito la vittoria del cavaliere che non è extraterrestre (come Croce aveva detto di Mussolini). La terza ragione è che queste elezioni si vincono come vogliamo che sia su questa piattaforma di indeterminati, la gestione del futuro governo di centrosinistra sarà terribile e difficilissima. Ciascuna delle componenti sarà autorizzata a tirare la coperta dalla sua parte e non solo strapperanno la coperta, ma manderanno a pezzi anche il letto. C’è ancora tempo per evitare questo slittamento. SSO

Sostiene il politologo Mauro Calise, in un libro appena pubblicato da Laterza con il titolo La Terza Repubblica, che quindici anni dopo il troppo urlato crollo della Prima e il troppo festeggiato esordio della Seconda siamo ormai entrati, e a lungo resteremo, «in un regime che facciamo fatica a decifrare», che non reca i tratti della palingenesi incautamente evocata nei primi anni Novanta ma quelli compromissori «di ogni rivoluzione tradita, fallita, inceppata». Un misto di vecchio e nuovo, che arranca fra assaggi di presidenzial.ismo e rigurgiti di partitocrazia, fra l'elezione diretta di sindaci, governatori e premier e i capricci della nomenklatura. La transizione non ha dato forma istituzionale al mutamento, che è rimasto a mezz'aria e patisce il peggio dei «vecchi» e dei «nuovi» modelli, al centro e in periferia, a Roma e in provincia. Quello che segue è un caso di questa vasta tipologia del mutamento a mezz'aria. Nonché dello spirito autolesionista che anima la coalizione dell'Unione. Cominciamo dalla fine, o quasi. Cosenza, cinema Italia, domenica 8 gennaio, pomeriggio, più di mille persone in sala. Su un video scorrono le immagini di tutto quello che negli ultimi anni ha reso la città più bella, più viva e più vivibile. Data e luogo non sono stati scelti a caso: quattro anni fa, stesso giorno stesso cinema, era stato lì che Giacomo Mancini, tre mesi prima di morire, aveva investito della sua successione Eva Catizone, sostenendo che quella giovane donna classe 1965 formatasi nella sua amministrazione aveva «la stoffa del sindaco». Di lì a poco, in aprile, Eva vinse le elezioni al ballottaggio, sostenuta da una coalizione di centrosinistra (ma senza la Margherita, che le contrappose un altro candidato), con un programma in sette punti che prometteva una città policentrica, trasparente, aperta; una città dei saperi, dei lavori, delle donne, dell'ambiente. Il video adesso restituisce i risultati: il Castello restaurato, il progetto del ponte di Calatrava, Piazza Loreto rifatta; i nuovi raccordi stradali, l'informatizzazione dell'amministrazione; il forum dei giovani, dei disabili, delle famiglie; la città dei ragazzi, le ludoteche per i bambini; la fondazione intitolata a Roberta Lanzino, un nome-simbolo del femminismo calabrese; i bus ecologici, il lungocrati, l'isola pedonale, le biciclette per chi vuole usarle; il Festival delle invasioni del luglio scorso con un memorabile concerto di Patti Smith affollato quasi quanto quello, oceanico, di Jovanotti di questo capodanno; la mostra sui capolavori del Novecento realizzata in aprile, il museo all'aperto realizzato poco meno di un anno fa nelle vie del centro storico con le opere donate alla città da Carlo Bilotti, ultime, pochi giorni fa, Il Cardinale di Giacomo Manzù e Ettore e Andromaca di De Chirico.

Non c'è stata la bacchetta magica, s'intende: Cosenza continua a soffrire di alcuni problemi storici, fra cui la carenza d'acqua e l'abbondanza di traffico. Ma c'è stata una buona squadra, con molte donne (compresa la vicesindaco, Maria Francesca Corigliano), molta iniziativa e molte idee, animata da un'energia positiva che nel sud spesso manca e priva del complesso della marginalità che nel sud abbonda, e munita di alcune bussole salde. La bussola del welfare, che ha reso possibile la continuazione dell'esperienza delle cooperative di lavoro avviata da Mancini; quella della partecipazione, che anche grazie al rapporto con la rete «Nuovo Municipio» curato da Franco Piperno, assessore al decentramento e alla comunicazione, ha reso possibile la sperimentazione di forme di autogoverno dei quartieri; quella del rapporto con i movimenti, che ha consentito a Catizone di imporsi all'attenzione dei media pochi mesi dopo la sua elezione, quando dalla procura di Cosenza partì il processo (prossima udienza l'8 marzo) contro alcuni no-global per gli scontri di Napoli e Genova del 2001 e lei schierò l'amministrazione in cima al corteo di protesta, chiese ospitalità per i manifestanti alle famiglie, pregò i bar di restare aperti e sfilò sotto lo slogan «Cosenza città aperta». C'è stata, infine e non ultima, un'accorta politica della comunicazione (fra le altre cose fatte, il sito municipale multimediale www.monitorebruzio.net, Radio Ciroma e una tv civica), che insieme allo sviluppo dell'università (ai primi posti fra le università medie italiane per qualità degli studi) ha contribuito a imporre all'attenzione nazionale Cosenza come esempio di una città meridionale che cresce, produce cultura, dialoga con le istituzioni europee, secca smentita dell'immagine stantia di arretratezza e marginalità che al mezzogiorno resta troppo spesso incollata.

Ma tutto questo non basta, o al contrario forse fa gola, ai partiti del centrosinistra locale, che si sono messi in testa di mandare tutto all'aria. Infatti sul palco del cinema Italia Eva c'è tornata per spiegare alla cittadinanza una crisi inspiegabile, aperta ufficialmente il 20 dicembre con una mozione di sfiducia sottoscritta da 18 consiglieri, che verrà discussa martedì prossimo e con ogni probabilità segnerà la fine, o l'interruzione, del laboratorio cosentino. «Non sono qui per rispondere agli architetti della politica e ai tessitori di trame, ma per cercare di dar conto ai cittadini di una situazione che costringe tutti, anche me, a navigare a vista», esordisce Eva. «Intendiamoci - sottolinea -, la mozione non nasce su base politica. Non mi contestano nulla di specifico, non potrebbero senza sconfessare il lavoro dei loro assessori. Parlano di uno scollamento della maggioranza e di una mia incapacità di incollarla. Ma non spetta a me che ho un ruolo istituzionale ricomporre l'unità del quadro politico del centrosinistra: per questo ci sarebbero i dirigenti dei partiti, ma dove sono? La verità è che non ci sono motivi politici ma giochi di potere fatti sulla pelle della città e dei cittadini. La verità è che a Cosenza è in crisi il modello Mancini che io ho provato a continuare, un modello di autonomia dell'amministrazione, che vuol dire rispetto dei partiti ma lotta alla partitocrazia».

Due distinguo cruciali, fra politica e potere e fra funzione dei partiti e partitocrazia. Ma a quanti stanno a cuore, nelle istituzioni traballanti dell'Italia in perenne transizione? Certo la vicenda del comune di Cosenza li porta in primo piano. I guai cominciano nella primavera del 2004, quando in giunta entrano Ds e Margherita, che prima l'appoggiavano dall'esterno, i manciniani del Pse non gradiscono e i nuovi arrivati, pur forti dell'assessorato all'urbanistica e ai lavori pubblici di Franco Ambrogio e di un altro a Maria Lucente, cominciano a rivendicare più peso. Adesso che Ambrogio l'accusa nientemeno che di complicità con il centrodestra, Catizone parla di quel passaggio che imbarcò i diessini e scaricò i manciniani come di un errore: «Ho ceduto alle pressioni dei Ds, sacrificando un ancoraggio politico importante. Ma mi trovavo in condizioni particolari».

Fra le condizioni particolari, c'era all'epoca anche la sua relazione d'amore con il segretario regionale dei Ds, e oggi vicepresidente della Regione, Nicola Adamo. Storia nota, anzi cover story di quotidiani e settimanali nazionali dell'estate 2004, quando Eva annunciò urbi et orbi che con un'intervista al Quotidiano che aspettava un figlio e che gli avrebbe dato il suo cognome visto che il padre non pareva intenzionato a riconoscerlo. Mossa personale, politica e mediatica di gran signoria, che tenne banco in città e sulle spiagge e stanò il partner il quale a sua volta fece outing il giorno dopo sulla Gazzetta del Sud ma senza signoria, chiedendo scusa ad amici e compagni e perdono a moglie e figli per il peccato commesso. Fine della storia d'amore, ma non, com'è ovvio, dei suoi strascichi politici.

Che però bisogna fare attenzione a misurare. Perché certo tutto il seguito della vicenda si può e si deve leggere (come ha fatto Gianantonio Stella sul Corriere della Sera) anche come una prevedibile vendetta maschile contro un gesto di libertà femminile, o come un rigurgito di normale misoginia in una città che si era affidata all'eccezione di una donna. Ma quando privato e pubblico, personale e politico fanno corto circuito, il punto è capire gli innesti fra l'una e l'altra dimensione. E nella vicenda cosentina la posta in gioco personale non cancella, ma raddoppia, quella politica dello scontro fra partiti - segnatamente i Ds - e amministrazione. Resa più aspra, va detto, dal modificarsi del quadro nazionale, perché c'è la nuova legge elettorale che riconsegna ai partiti la scelta dei candidati e ridisloca i giochi all'interno dell'Unione, e con l'approssimarsi delle elezioni politiche tutto, anche i destini di un'amministrazione, rientra in più vasti e più contorti calcoli. Tanto più se a capo di quell'amministrazione c'è una donna molto vicina a Prodi, e che Prodi potrebbe volere anche in parlamento...

Torniamo alla cronologia politica. I partiti del centrosinistra vogliono una giunta ridisegnata a loro misura col solito Cancelli, ma non riescono ad accordarsi. A novembre la sindaca taglia il nodo e vara il Catizone-ter: quattro nuovi assessori, due di partito (Udeur e Margherita) e due autonomi, due spostamenti, qualche modifica nelle deleghe, tre nuovi organismi di democrazia partecipata. L'Unione non è soddisfatta. Il 25 novembre i Ds annunciano l'apertura ufficiale della crisi, sostenuti da Sdi, Verdi, Pse, Comunisti per l'Unione, mentre Udeur e Margherita restano in attesa: pronti a firmare, ma solo se gli altri fanno sul serio. Ma al momento decisivo, di fronte al notaio, a firmare le dimissioni dal consiglio si ritrovano non in 21, ma solo in 8. I due assessori Ds, nel frattempo si sono dimessi, quella della Margherita no e sarà la sindaca a doverli sospendere, pochi giorni fa. Il 30 novembre l'assestamento del bilancio passa nell'assenza di una parte della maggioranza dall'aula, grazie a Forza Italia che pur votando contro garantisce il numero legale. Il 22 dicembre diciotto firme (Ds, Margherita, Idv, Psdi, Comunisti per l'Unione, Udeur, Gruppo misto, Alleanza riformista, ma non Pse e Sdi) siglano la mozione di sfiducia, che in consiglio può contare anche sui voti di 4 consiglieri di An e dell'Udc e non ha bisogno di quelli del Pse e dello Sdi, che non si sa se la voteranno o no. La mozione, Catizone ha ragione, non contiene una sola critica di merito e si avvita sulla crisi della coalizione come un gatto che si morde la coda: «Si sono prodotti fatti politici e amministrativi che hanno compromesso la possibilità di assicurare al governo della città una gestione efficace e democratica. Si è creata una vera e propria paralisi politica, amministrativa e progettuale. E' venuto meno il rapporto di solidarietà e di condivisione tra il sindaco e le forze politiche». Tutto in terza persona, come se la crisi l'avesse portata la cicogna.

Il consiglio comunale è convocato per martedì prossimo. Gli argomenti si inacidiscono, l'ultimo in voga presso i Ds, dopo il successo della manifestazione al cinema Italia, è l'accusa alla sindaca di populismo. Il voto sulla mozione di sfiducia è previsto per martedì o, in seconda convocazione, per venerdì 20. I numeri per mandare a casa il laboratorio Catizone ci sono, ma le intenzioni dei manciniani non sono chiare, e tutto si giocherà nell'aula del consiglio. E dopo? Dopo c'è un commissario e poi nuove elezioni. Con l'avversario di Eva del 2002, il Dl Salvatore Perugini, che si scalda i muscoli sostenuto dai Ds, perché con lui a palazzo dei Bruzi i conti della distribuzione comunale, provinciale e regionale del potere dentro l'Unione tornerebbero meglio. Senonché Eva, che nel frattempo ha rifiutato una gentile candidatura alla camera offertale da Di Pietro, non demorde: «Questo non è né un addio né un arrivederci - ha scandito alla manifestazione di domenica scorsa -. Mantengo la mia posizione, comunque vada, nel mio impegno politico locale e nazionale. Resto al servizio della città e di qui ad aprile ci rivedremo tante volte». Vuol dire che si ricandiderà, con una lista civica e nessuno dei partiti che l'hanno sfiduciata, forte dei sondaggi che danno in ascesa, dal 44 al 48%, la fiducia dei cittadini in lei: «Questa situazione ha saldato il rapporto fra me e la città», dice, e checché se ne dica lei non ha alcuna intenzione di regalarla alla destra. Ammesso che si vada a nuove elezioni a giugno, e che la città non finisca in mano a un commissario per un anno e mezzo, come Forza Italia gradirebbe.

Restano una considerazione e una domanda. Traballando da quindici anni fra partiti morenti e leader, sindaci, governatori nascenti, la pratica della democrazia italiana rischia di rimetterci le penne al centro e in periferia. A seconda di come si guarda il bicchiere, nel piccolo di Cosenza come altrove si può impugnare la bandiera della rappresentanza e della mediazione tradizionale contro il governo diretto delle personalità, e ritrovarsi a difendere partiti che sono diventati scheletri vuoti, piccoli potentati locali, litigiosi comitati elettorali. O si può impugnare la bandiera dell'autonomia del governo dai partiti e del rapporto diretto con la cittadinanza, e ritrovarsi a scivolare sul confine della personalizzazione. Nel laboratorio cosentino, ai tempi di Giacomo Mancini non c'era gara fra pretese dei partiti e potenza di una personalità. Eva Catizone non è Giacomo Mancini, è una donna che ne ha interpretato l'eredità nel tempo infausto della seconda repubblica, dove i partiti sono quel poco e niente che sono ma nel vuoto da essi lasciato possono crescere idee, movimenti, forme di autogoverno, pratiche di buona amministrazione basate sull'amore per i luoghi in cui si radicano e su relazioni più forti di quelle garantite da una sigla. Il laboratorio cosentino adesso è questo e ha portato una città del sud fuori dall'immagine perdente del sud. Domanda: a chi giova perderlo, che cosa ci guadagna l'Unione, che cosa ne sanno e che cosa ne dicono i suoi leader nazionali?

Quanto c’è della prima Repubblica nei primi, incerti passi di questa legislatura? Poco, a nostro avviso. E, comunque, poco di buono. Certo, è difficile non venire risucchiati nella spirale del remake, ripercorrendo i nomi e le vicende degli ultimi giorni. Ex e neo comunisti alla ricerca dell’assoluzione definitiva dal loro peccato d’origine. E tanti democristiani. Mai pentiti. Anzi, mai come oggi orgogliosi di dichiararsi tali. Si pensi alla faticosa elezione del presidente del Senato. Quale migliore esempio dell’immortalità dello spirito democristiano, che permea la nostra cultura politica? Andreotti e Marini. Personaggi esemplari dell’epopea democristiana. Di cui hanno interpretato riferimenti diversi e complementari.

La destra e la sinistra riunite al centro. Insomma: la Dc. La mediazione. Per definizione e per necessità. Perché il Centro della prima Repubblica, come ha insegnato Giovanni Sartori, costituiva una "rendita di posizione". O una "posizione di rendita". L’unico possibile luogo di governo, in un sistema politico altamente polarizzato. Dove le alternative erano impossibili per la presenza di partiti antisistema. L’Msi, neofascista; e il Pci, comunista. Per cui al centro convergevano e coabitavano interessi e identità differenti. E la mediazione diventava quasi un’abitudine. Andreotti e Marini. Rivederli di nuovo, accompagnati da altre icone democristiane della prima Repubblica: Cossiga e Scalfaro in primo luogo. Ha evocato l’eterno ritorno dell’uguale. In questa Repubblica, dove ogni "divisione" viene percepita come una "drammatica spaccatura", di fronte a una alternativa istituzionale incerta, le due parti si sono affidate ai mediatori per definizione. I democristiani. Opponendo un novizio di oltre 65 anni a un navigato navigatore di quasi novanta. "Democristiani" (nell’accezione deteriore) appaiono anche i giochetti che hanno allungato e complicato l’elezione di Marini. I "franceschi tiratori". Che suggeriscono un retroscena di scambi e pressioni di piccolo cabotaggio. Democristiano, infine, anche il candidato proposto da Berlusconi alla Presidenza della Repubblica. Gianni Letta. Per evitare «l’occupazione sistematica del potere» da parte della sinistra.

Eppure, in mezzo a tanti segni democristiani, mai come oggi, mai come in questa occasione, la Dc è apparsa tanto lontana. Irripetibile. I due democristiani. A interpretare non la mediazione, l’accordo fra due coalizioni, fra due Italie: ma la loro contrapposizione irriducibile. In un clima parlamentare acceso. Punteggiato di polemiche, minacce, intimidazioni. Quando la Dc era la camera iperbarica. Dove le minacce e le tensioni venivano sterilizzate all’interno. E Andreotti: l’immobilità e il silenzio del potere (che "logora chi non ce l’ha"). Usato come un ariete, da "altri": il centrodestra. Per scardinare le difese dei nemici. Per sbrecciare le fragili mura del centrosinistra. Catturare qualche voto. Qualche anima. "In virtù delle diaboliche virtù" che la mitologia politica italiana gli attribuisce. Quanto di più lontano dalla Dc: madre di ogni mediazione. Mentre nei giorni scorso, al Senato, ogni scrutinio marcava l’esistenza di due settori quasi impermeabili. Senza transumanze. Almeno per ora. Difficile imbattersi in una raffigurazione altrettanto plastica ed espressiva del bipolarismo maggioritario. A cui si sono piegati – per rassegnazione o per costrizione – anche coloro che, fino ad oggi, lo hanno guardato con avversione o scetticismo. Giulio Andreotti, che ancora nel 2001 aveva partecipato attivamente al progetto neodemocristiano di Democrazia Europea, promosso da Sergio D’Antoni (il segretario della Cisl succeduto a Marini). Affondato immediatamente dall’insuccesso elettorale. Franco Marini: il leader della Margherita più ostile all’ipotesi dell’Ulivo-partito. Del soggetto unitario di centrosinistra. E, per questo, sostenitore della Margherita di centro. Partito moderato che si rivolge non solo agli elettori, ma anche ai partiti moderati di destra. Quasi un viatico al neocentrismo proporzionalista.

Andreotti e Marini: si sono affrontati all’interno di uno schema bipolare. Ne hanno accettato e recitato la parte. Senza dubbi né esitazioni. Proclamando, entrambi, che la loro elezione avrebbe garantito cittadinanza a tutti. Alla destra e alla sinistra. Oltre le divisioni. Come avviene nei sistemi bipolari a democrazia responsabile e matura. Dove chi vince, anche con un solo voto in più, governa e rappresenta tutti. La differenza, semmai, è che il nostro bipolarismo risulta ancora povero di significato e di fondamenti. Ricco solo di fazioni e di partiti (ni). Diversamente dalla prima Repubblica. Baricentrica per necessità, ma profondamente bipolare dal punto di vista politico, dei valori, delle identità. (Oltre che, al fondo, bipartitica). La "centralità del centro". Rifletteva la "frattura anticomunista". E, al tempo stesso, la "questione cattolica". In altri termini: la Dc costituiva il riferimento politico obbligato – e senza alternative – di fronte al maggior partito comunista presente in un paese occidentale. Al tempo stesso, rappresentava i cattolici. O meglio: garantiva la rappresentanza dei cattolici in politica, di fronte alla Chiesa. Ma il comunismo, come blocco geopolitico, non c’è più. Da tempo. È crollato, insieme all’Urss; e al muro di Berlino. Nel 1989. Così i cattolici, anche per questo, oggi non hanno più fedeltà politiche. I partiti che si riferiscono direttamente ed esplicitamente alla tradizione democristiana sono piccoli. Perché i cattolici oggi non hanno partiti né coalizioni di riferimento. La Chiesa, il clero, per questo, agiscono in proprio. Autonomamente. Come una lobby influente. A tutela dei valori (Chiesa, vita, solidarietà) e degli interessi (scuola, associazionismo) del mondo cattolico. Il nostro bipolarismo, invece, si regge su fratture diverse. Certamente più povere di significato e di contenuti, anche se altrettanto profonde. Anzitutto, il "berlusconismo". Quell’insieme di modelli di valore, comunicazione, espressione interpretati da Berlusconi e dal suo partito. (L’impresa, la deregolazione, la televisione, la personalizzazione). A cui si sono piegati, per amore o per forza, gli alleati. A cui si sono adeguati – per necessità e, in parte, per scelta – gli avversari. Poi, il "nuovo anticomunismo". Un prodotto e un artefatto del berlusconismo. L’anticomunismo senza il comunismo. Sinonimo di tutto ciò che è "altro" dal berlusconismo. Una confusa nebulosa di significati, che evoca la regolazione, il pubblico, lo Stato, il sindacato, la grande stampa e i grandi imprenditori, la magistratura…

Ecco: la precarietà del nostro bipolarismo non riflette solo il processo di riforme preterintenzionali e malintenzionate che l’ha accompagnato. Ma, in misura maggiore, la miseria dei riferimenti – politici e di valore – su cui si è fondato. L’incapacità, fin qui, di andare oltre Berlusconi. E l’anticomunismo di maniera che egli evoca. Dipende, inoltre, dall’ambiguità dei progetti e dei soggetti politici che hanno partecipato a costruire questa Repubblica.

Da cui il rischio vero. Peggiore, a nostro avviso, del clima di "divisione" sociale prodotto dal sistema politico. L’affermarsi di un bipolarismo meccanico. Adattivo. Che non aggrega e non divide sulla base di valori, disegni, interessi di grande (o anche medio) raggio. Ma di pallide idee mascherate da ideologie. Rispecchia logiche di potere; o ancora: piccoli calcoli particolaristici. Un bipolarismo che non si sviluppa su grandi soggetti e progetti politici. Ma su collage frastagliati di partiti (ni). La cui coesione parlamentare si fonda sulla sfiducia reciproca; ed è garantita da tecniche di reciproco controllo fra i gruppi (come si è già visto, in occasione del voto al Senato; dove il diverso modo di scrivere il nome dei candidati è servito a dichiararne la provenienza).

Un bipolarismo dove il residuo dell’eredità democristiana – oltre che da una folla di ex, più o meno anziani, più o meno autorevoli – sia costituito dalle furbizie. Dai "franceschi tiratori".

In questa "Repubblica degli ex" io non esiterei a dichiararmi "ex cittadino".

Titolo originale: Italian vote, American echoes – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le elezioni italiane una volta non erano così – combattute in modo tanto ravvicinato, ideologicamente polarizzate – in breve, tanto simili alle presidenziali americane del 2004 e del 2000. Ma questo succedeva prima dell’era di Silvio Berlusconi, il politico di centrodestra, uomo di spettacolo e miliardario self-made arrivato alle elezioni di questa settimana dopo il più lungo periodo in carica di un primo ministro dopo la seconda guerra mondiale.

Dopo una lunga notte di risultati altalenanti, gli italiani hanno appreso che Berlusconi probabilmente ha perso, per un margine strettissimo, a favore di Romano Prodi, esponente di centrosinistra ed economista. Prodi è l’opposto di Berlusconi quasi su tutto, dal suo atteggiamento del tutto poco appariscente alla piattaforma di governo. Su quasi 40 milioni di voti espressi, appena 25.000 separano i due schieramenti. Berlusconi deve ancora riconoscere la sconfitta, e chiede un ulteriore conteggio.

Quindi l’Italia ora è condannata a cinque anni di immobilità paralizzante? Probabilmente no. Se si confermano le cifre attuali, Prodi appare sicuro di costruire una maggioranza legislativa, posto che riesca a tenere insieme la sua composita coalizione di centrosinistra. Ma l’esiguità di questa maggioranza renderà più difficile al nuovi governo imporre le riforme fiscali, del mercato del lavoro e delle regole di cui l’Italia ha urgente bisogno per riavviare l’economia stagnante e servire la popolazione invecchiata.

Il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue promesse, di tradurre il proprio successo negli affari in una rinascita economica nazionale, gli è costato la rielezione. Prodi capisce bene cosa è necessario fare. Quello che resta da vedere è se riuscirà a convincere i suoi alleati politici, specie quelli della sinistra tradizionale, a dargli il sostegno parlamentare di cui ha bisogno.

Nota: da confrontare, questa ipotesi del NYT tutta razionalizzatrice "interna al sistema" con il più aperto approccio dell'articolo di Jonathan Freedland sul Guardian sullo sfondo dello scenario economico e politico globale (f.b.)

here English version

Il Presidente della Repubblica ha inviato una lettera al Ministro dell'Ambiente perché chiarisca alcuni punti del decreto legislativo di attuazione della delega ambientale (Testo unico ambiente).

Per oggi pomeriggio e' previsto un incontro a Palazzo Chigi tra Matteoli e lo staff legislativo del Ministero e della presidenza del Consiglio dei Ministri. I chiarimenti richiesti dal Quirinale riguarderebbero i rilievi già mossi dalle regioni che hanno preannunciato ricorso alla Corte costituzionale. Un altro aspetto riguarderebbe il mancato passaggio del testo al Consiglio di Stato. Il provvedimento, che è un decreto legislativo e non una legge, non può essere rispedito alle Camere, ne' vale, ai fini della decadenza del testo, il periodo di 30 giorni per la sua promulgazione. Il Quirinale dunque potrà scegliere di recepire le indicazioni del ministero dell'ambiente promulgando il testo anche in un termine successivo a quello prescritto per le leggi o, nell'ipotesi contraria, non firmare il provvedimento attendendo la sua scadenza naturale prevista per luglio prossimo.

In questi mesi le osservazioni della Legambiente e delle altre associazioni Ambientaliste sono state sistematicamente ignorate dal Parlamento e dal Governo.

Ad ora non si conoscono ancora le motivazioni con cui il Capo dello Stato ha sostanziato l'atto di rinvio ma questo può avvenire per motivi di ordine costituzionale, intendendo con questo anche il problema delle competenze tra Stato e Regioni, di obblighi internazionali che il nostro Paese ha (e quindi anche il corretto recepimento delle direttive comunitarie) e la copertura finanziaria. Quindi quantomeno uno di questi elementi ha pregiudicato la firma della legge delega sull'ambiente da parte del Capo dello Stato.

Infatti riteniamo che le scelte nei vari comparti siano viziate da un'impostazione sbagliata che viola le direttive comunitarie che si dichiara di voler recepire. La legge Delega di fatto sottrae milioni di tonnellate di rifiuti alla disciplina comunitaria che diventano facilmente smaltiti in modo illegale, indebolisce la procedura di danno ambientale e annulla la partecipazione delle associazioni ambientaliste ai processi per i reati ambientali; rende meno certi e cogenti gli interventi di bonifica dei siti industriali inquinati; stabilisce procedure che rendono impossibile il raggiungimento degli obiettivi di qualità per le acque stabilite dall'Unione Europea; crea un procedimento di valutazione ambientale strategica (Vas) a valle dei piani o dei programmi e non, come richiesto contestuale alla decisione di questi e trasforma la Via in un passaggio burocratico svuotandola di ogni potere di controllo e diniego.

Tutto questo senza considerare il conflitto di competenze che le Regioni hanno eccepito o le carenti coperture economiche che sono state da più parti osservate, su tutti questi temi il Governo era stato avvisato, non solo dalle associazioni ambientaliste, ma anche dalla Conferenza Stato-Regioni da numerosi organi istituzionali, non ultimi gli uffici del ministero dell'Economia.

Il Governo però ha scelto di andare avanti contro tutto e contro tutti, anche contro il mondo scientifico che si era mobilitato con centinaia di docenti indirizzando proprio al Governo e al Capo dello Stato un accorato appello che vedeva fra i primi firmatari Rita Levi Montalcini e Salvatore Settis.

Probabilmente la rabbia spontanea o manovrata dell'opinione pubblica in alcuni stati islamici per le famigerate «vignette» prima o poi si spegnerà. Giuste intanto le deplorazioni per una reazione sproporzionata auna pubblicazione certamente indebita e irriverente che non si capisce perché qualche «libertario» di casa nostra vorrebbe addirittura replicare o generalizzare. E giusta soprattutto la condanna per gli atti di violenza contro le persone e le cose (molti dei morti sembrano caduti però nella repressione). L'esplosione di questi giorni è un segno preoccupante di una tensione che trascende e travalica l'episodio in sé, per quanto grave. I crimini della piazza o di chi ha manipolato la piazza non possono far dimenticare le responsabilità di chi si atteggia sempre e solo a vindice di un ordine che per suo conto ha contribuito a deteriorare e piegare ai propri interessi e alla propria lettura della storia introducendo o evidenziando una spaccatura sempre più insanabile.

Spiegare tutto con l'odio inestinguibile dell'Islam per la libertà di cui gode e che diffonde l'Occidente, o con l'incompatibilità assoluta dei due sistemi di valori, non spiega nulla. Paradossalmente, se non c'è una prospettiva su cui lavorare per un futuro migliore riducendo le distanze mediante il progresso e la diversificazione sociale (dei paesi che vivono di rendita o dei popoli che vivono di Islam?), le guerre dell'Occidente - dall'Afghanistan all'Iraq, andata e ritorno - diventano guerre di pura conquista con il petrolio come unica posta. E' come se l'orientalismo bollato da Edward Said e riproposto da Bernard Lewis come strumento conoscitivo di una realtà con sue proprie regole di identità e di aggregazione si riappropriasse della sua materia di studio espungendo il Medio Oriente dal flusso della storia. Non è la Fallaci ad aver ragione. E' il pregiudizio di massa di cui la Fallaci si è fatta portavoce immaginando di essere un rompighiaccio che ha guadagnato tutto il campo della politica costringendo la controparte a recitare il copione che le è stato ritagliato su misura per l'egemonia e la superiorità dell'Occidente in un momento di oggettivo disorientamento davanti all'orrore del divario a cui in qualche modo le punte più avanzate dello stesso Occidente si sentono in dovere di metter mano. Finché, prendendo a caso dal mazzo, fatti sulla cui illiceità non possono sussistere dubbi come la guerra anglo-americana in Iraq o l'occupazione israeliana della Palestina non saranno sanzionati a livello mondiale - e cioè da tutti in tutti i paesi del mondo e da tutte le organizzazioni internazionali come avviene per gli attentati terroristici o il vandalismo contro le chiese e le ambasciate - la cosiddetta comunità internazionale, l'Occidente, i governi europei di destra o di sinistra non avranno la legittimità morale e la credibilità politica per svolgere la funzione regolatrice che in un altro contesto di comportamenti potrebbe effettivamente risultare proficua. Parlare di Voltaire è gratificante e forse pertinente, ma è con le politiche di Bush e Sharon (e al limite di Mubarak) che bisogna fare i conti per stabilire o ristabilire un ordinamento condiviso. Anche se le intenzioni fossero state buone, ma si sa che erano cattive e basate su una serie di falsità orchestrate ad hoc, la guerra contro Saddam ha provocato un numero inaccettabile di vittime e ha sconquassato un'intera nazione chissà per quanto tempo. Gli invasori e gli occupanti non si fanno scrupolo di disporre degli uomini, delle confessioni e delle istituzioni come se fossero res nullius. Nessun addobbo idealistico può far dimenticare agli interlocutori-antagonisti, moderati o fanatici che siano, che le logiche sono le stesse messe in atto in epoca coloniale con la civiltà, il libero commercio e la sicurezza dei coloni europei al posto che hanno oggi l'esportazione della democrazia e la difesa del mercato. Non si può nemmeno parlare di «esperimento» perché i precedenti appunto del colonialismo e dell'improvvisata decolonizzazione dimostrano a sufficienza che il passaggio di un governo europeo o occidentale non corrisponde necessariamente al trapianto riuscito e imparziale dei modelli di cui europei e occidentali vanno giustamente fieri. Visto il riferimento all'esperienza coloniale, si può ricordare incidentalmente che l'occupazione della West Bank da parte dello stato ebraico è già durata più dell'occupazione italiana della Libia. In Francia, adattandosi al fatto compiuto, non è chiaro se per iniziativa di Chirac o di Sarkozy, hanno sentito il bisogno di depotenziare la «minaccia» rappresentata dagli immigrati maghrebini riscoprendo il carattere «positivo» della presenza francese oltremare, in specie nel Nord Africa, a massimo disdoro della laicità della ricerca o a massimo incoraggiamento dei più pavidi per non dare respiro ai beur di seconda o terza generazione.

E' inutile ripetere che l'agitazione, i tumulti e il ribellismo possono non essere spontanei e non hanno obiettivi politici degni di essere registrati perché non ci sono ideologie, leaderships e alternative o che la Palestina è un falso problema. E' vero, può essere vero, ma non basta. Le cause della crisi del mondo arabo-islamico o più in grande della «periferia» - a cui, come scriveva Angela Pascucci nel bell'editoriale di domenica, fa da contraltare parallelo e configgente la crisi del «centro» - sono complesse e vanno a segno in tutte le direzioni possibili. C'è un incontro, una reciproca interazione, fra le ambizioni degli uni e le frustrazioni degli altri. Di sicuro, nel movimento di contrasto, di per sé ambiguo se non informe, si riconoscono sia i gruppi che detengono il potere o che aspirano ad esso sia le classi oppresse, il lumpen pronto a tutto per disperazione, i poveri. E' proprio il formarsi di quel tipo di coalizione di fatto a rendere il tutto così esplosivo e incontrollabile.

Eppure la politica è fatta apposta per opporre i mezzi di cui dispone al trionfo dell'irrazionalità e al senso di impotenza che ne deriva. Le forze politiche o le autorità nazionali o internazionali che non credono ai vantaggi malgrado tutto dello «scontro di civiltà» hanno il compito di intervenire. Se l'Europa ha espresso dissenso per la guerra in Iraq non può accontentarsi di una spolverata di legalismo votata obtorto collo da qualche istanza dell'Onu per ignorare la sostanza del vulnus e le conseguenze di lungo periodo che quella violazione del diritto ha innescato. Dispiace che D'Alema non si sia pentito del contributo che il centro-sinistra diede a suo tempo in Italia alla guerra della Nato contro la Jugoslavia. Non ci si può sbarazzare di ciò che significa la vittoria degli islamisti nei territori occupati intimando a Hamas di riconoscere Israele. A furia di temere di essere troppo dogmatici sui principi che appartengono dopo tutto al patrimonio della parte occidentale o di fingere di essere «equidistanti», si smarrisce per strada ogni criterio per giudicare i fenomeni della tormentata e faticosa transizione in tutta quella vasta area che si estende fra l'Ovest e l'Est dei tempi della guerra fredda e fra il Nord e il Sud della tipologia terzomondista vecchia maniera e sempre attuale per merito o per colpa di quelli che non vogliono più dare per scontata la fine del colonialismo. Senonché, togliendo anche il bonus della sovranità al mondo che ha molti motivi stringenti per sentirsi deluso dai risultati della decolonizzazione, il cerchio si chiude senza lasciare più alcun margine. Non per niente, stando alle analisi che utilizzano i documenti fatti circolare dai servizi delle maggiori potenze, la consegna che sovrintende alla «guerra al terrore» è di non prendere nemmeno in considerazione le cause che alimentano lo scontento e la protesta perché sono troppo diversificate e, allo stato attuale delle relazioni internazionali, insolubili.

Una volta accertato dalla magistratura che non esiste reato, non si capisce perché infuri su pagine e pagine la campagna sulla temperatura morale e politica dei Ds. Oppure si capisce troppo: la destra tenta lo slogan «siamo tutti ugualmente sporchi», la coalizione di centrosinistra tenta di ridurre il peso interno dei Ds. A costo di perdere fiducia e voti. Mi permetto infatti di non essere d'accordo quasi su niente. A partire dalle intercettazioni, sulle quali non mi persuadono né Parlato, né Pirani, né Rodotà. E non solo perché nessuno, neanche un politico, è tenuto a essere ascoltato 24 ore su 24 senza saperlo ed essere quindi inevitabilmente passato ai giornali, ma perché non è molto decente una giustizia che si mette la cuffia all'orecchio per captare indizi che non ha. Se li ha, usi quelli, e se mai il telefono con relativo avviso di garanzia. Chiamatela omertà, io la chiamo libertà minima.

Non capisco poi l'errore morale e politico. Un leader della sinistra non deve telefonare a nessuno, previo informarsi se non è sotto inchiesta? Non deve interessarsi a nessuna operazione che avviene sulla piazza economica? Nei primi giorni s'è detto addirittura che la politica deve stare alla larga dall'economia. Ma davvero? E la Commissione europea di che si occupa, di storia e filosofia? Ha deciso, e per di più senza consultare le popolazioni cui cambiava lo statuto dei rapporti, di demolire il modello sociale europeo e di imporre, come soli parametri della comunità, la competitività e la concorrenza, perché l'ineguaglianza è motore della crescita. Così sono state decise le regole di Maastricht e il Patto di stabilita (e ci si meraviglia se dalla gente arriva un sonoro No ai trattati). Il governo e il parlamento erogano soldi alle imprese e decidono di fragilizzare il lavoro, spendere meno in scuola, previdenza e sanità, esigendo e imponendo i fondi pensione come cassa per le imprese. La politica è inseparabile dall'economia.

Ma, si dice, questa è economia, quelli sono affari. Quali? Se si tratta di malversazioni, si ricorre al codice penale. Se no, non si dica che non è lecito a un politico o un gruppo politico di fare affari. Io preferirei di no, ma fino ad oggi è sì, si permette a qualsiasi soggetto, purché dichiarato, salvo che ci sia conflitto di interessi, perché alla Lega delle cooperative no? Ma, obiettano Scalfari e Ruffolo, la sinistra non è la stessa cosa. Se sembra occuparsi di finanza, la sua gente entra in allarme e sospetto. Certo non si può dire che Repubblica la rassicuri. Anzi ne accresce i timori che il solo interessarsene la farebbe mancare alla sua fisionomia, perdere l'anima.

Qui ti voglio: alla sinistra è stato chiesto, pena l'accusa di arcaismo e irrealismo, di dismettere la sua idea non dico di rivoluzione ma perfino riformista (la parola ha cambiato segno), di stare a un sistema di rapporti di mercato basato sul profitto, sulla riduzione dei salari, sul trasferimento incontrollato dei capitali, sull'erogazione a pioggia di denaro pubblico alle imprese, sulla tassazione derisoria dei capital gains, sulle privatizzazioni, sulla speculazione edilizia - (salvo che ci si metta gentucola come Ricucci) - e non ha sofferto molto ad adeguarvisi. Sono tutte misure che implicano un passaggio o una redistribuzione di risorse ingenti, che arricchiscono gli uni e penalizzano gli altri, quelli che a rigor di logica sarebbero la sua base? Tutto questo non fa problema né politico né morale, mentre lo fa che Fassino abbia telefonato a Consorte, per sapere quello che, evidentemente, non sapeva?

Non capisco perché chi ha fatto di tutto perché diventassimo «un paese normale», e si facesse normale soprattutto l'ex Pci, cosa di cui D'Alema si è convinto, non ammette che le Coop che del Pci non sono mai state ma gli erano vicine, si comportino da soggetto economico normale, e magari possano farsi una banca. Amato osservava che devono averne i mezzi e non stornarli da altri loro compiti. Giusto. Ma se così fosse, perché non potrebbe esistere una banca di proprietà condivisa, come i loro supermercati, cosa che con l'alternativa al capitalismo non c'entra affatto? Parlato pensa che una finanza «rossa» non debba esistere, e così anche io. Ma lui ed io siamo due vecchi comunisti, mentre i diesse non lo sono affatto, si vogliono clintoniani, e lo scandalizzato Ulivo sostiene ardentemente la proprietà, finanziaria inclusa. Oppure la ex sinistra deve stare nello stesso universo ma non competere? Se no perde l'anima? Gliene è stata chiesta una larghissima parte. L'ha data. Sta al gioco. Fino a prova contraria non bara. A che mira dunque questo starnazzare? A non disturbare qualche manovratore? A favorire la Margherita nella coalizione? A rischio di far rivincere Berlusconi? Bel colpo.

Se nella campagna elettorale si fosse parlato dell'essenziale - della legalità tenuta in spregio da anni, del conflitto d'interessi, della legge che in Italia non ha più maestà - forse non ci sarebbe stato il caos che abbiamo visto l’altra notte quando si è trattato di nominare il presidente del Senato. Non ci sarebbe stato questo nuovo manifestarsi d'un tumore che affligge gran parte della classe politica, che non accenna a mitigarsi nonostante la sconfitta di Berlusconi, e che può esser riassunto nelle seguenti malformazioni: il prevalere dell'interesse particolare o personale su quello collettivo, il primato dell'emozione vendicativa sulla valutazione razionale dell'utile per l'Italia, la sistematica preferenza data alla divisione, al disfacimento di quel che si potrebbe fare, al ricatto, al voto di scambio, all'avvertimento che promette e non promette, insinua e impaura.

Adesso Marini è stato eletto presidente e Prodi ha l'inconfutabile diritto a governare con il sostegno di ambedue le camere, ma i miasmi delle ultime ore converrà tenerseli accanto come ammonimenti, per capire quel che sta davanti al futuro governo e agli italiani. In particolare converrà avere accanto il ricordo di come Andreotti, candidandosi, ha contribuito a tale inquinamento. A partire dal momento in cui su suggerimento di Berlusconi è sceso in campo per contrastare la candidatura di Marini, a partire dal momento in cui s'è ostinato a restare in gara pur essendosi accorto che l'imparziale spirito d'unità che pretendeva incarnare era una menzogna, si poteva infatti prevedere la massima confusione. Diabolus, che vuol dire divisore, è lo spirito maligno che imprigiona l'Italia politica e non stupisce che questo sia il nome attribuito al senatore: Belzebù. Se nella campagna elettorale si fosse parlato di legalità da restaurare non ci sarebbe stato spazio per un rientro di Andreotti all'insegna di questo epiteto, e per quel che s'è accompagnato a tale rientro: i voti sbagliati per Marini denominati pizzini, il vocabolario della mafia che entra in Parlamento e l'infanga, le parole eversive dette dall'ex maggioranza contro Scalfaro.

Quest'ultima avventura di Andreotti resta come una ferita, uno sgarro. Una ferita che oscura le non poche sue condotte benefiche, e anche integre: la battaglia per l’Europa, la scelta di difendersi nei processi e non contro i processi. Ha detto il senatore che voleva apparire come uomo sopra le parti, un tipico esponente del centro che rifiuta l'aspro conflitto bipolare: ma come tale non si è comportato, seminando piuttosto divisione. La nozione stessa di centrismo esce devastata dall'esperienza, perché ancora una volta ad affiorare è stato l'estremismo del centro, che si dilania sulle persone avendo perso cognizione del conflitto di idee. Da questo punto di vista è più super partes Bertinotti, che alla Camera non ha esitato a dire: «Sono un uomo di parte che per questo motivo, però, non teme il conflitto. (....) Ma non bisogna lasciar scivolare la politica nella coppia amico-nemico».

Altri dicono più verosimilmente che Andreotti voleva levarsi un sassolino dalla scarpa (nel frattempo se n'è tolti tanti, troppi: fin da quando si augurò, nell'agosto 2005: «Meglio sarebbe che Violante e Caselli non fossero mai esistiti». O quando equiparò il proprio processo al calvario di Gesù), e ha fallito prestandosi a un'impresa disgregante anziché unitaria. Quest'idea di adoperare la politica per levarsi sassolini, strappar poltrone, è un'usanza che rischia di fare tanti più proseliti, quanto più viene considerata normale. Quando Andreotti sostiene che il potere logora chi non ce l'ha, è a quest'usanza che sembra pensare. È la convinzione che il politico sia autentico solo se è costantemente ai comandi e non, come in Plutarco, «governante per breve tempo, e governato per tutta la vita». Una convinzione non fugata dalla vittoria di Prodi.

È l'usanza di chi nella politica vede un mezzo per propri calcoli o rivincite e neppure sa cosa sia, dare uno scopo a sé e anche alla pòlis. Il sassolino di cui Andreotti voleva disfarsi è un macigno, ed è gravissimo che nessuno glielo abbia fatto capire, a cominciare dalle gerarchie ecclesiastiche. La giustizia lo ha assolto solo in apparenza, perché nella motivazione della sentenza la sua contiguità con la mafia fino all'80 è attestata: se non ha pagato per questo reato è perché esso fu prescritto, non perché non fu commesso. I giudici d'appello hanno emesso a Palermo una chiara sentenza nel 2003, resa definitiva dalla Cassazione nel 2004, quando hanno evocato: «un'autentica, stabile e amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi» fino alla «primavera del 1980». Se la legalità italiana non fosse da tempo e in misura crescente qualcosa di opinabile, Andreotti non avrebbe potuto osare esporsi così, e offrire un pessimo esempio ai politici dei due campi.

Da questa patologia il centro sinistra dovrà prima o poi ripartire, perché essa permette il continuo riemergere di personaggi che con la legalità hanno rapporti distorti: personaggi che Sylos Labini chiama i neomachiavellici, presenti a destra come a sinistra e sempre pronti non a distinguere la politica dalla morale, ma a contrapporre l'una all'altra (Sylos Labini, Ahi serva Italia). La caratteristica di simili personalità è l'indifferenza all'etica pubblica, la disinvoltura con cui minacciano slealtà, mercanteggiano lealtà, usano parlare di gioco politico per dissolvere nella levità dei vocabolari infantili la distruttività. Sono chiamati spesso simpatici per il modo in cui esibiscono la spregiudicatezza come un pennacchio (lo osservava con acutezza Thomas Mann, poco dopo l'ascesa di Mussolini, nel racconto Mario e il Mago: «Quello strano tipo di uomo, che gli italiani chiamano simpatico, confonde singolarmente il giudizio morale con quello estetico»). Altri attributi estetizzanti si sono nel frattempo aggiunti: geniale, coraggioso, intelligente, addirittura intelligentissimo. L'imperturbabilità nelle tempeste è scambiata automaticamente col coraggio, il cinismo è preso per acume: qui fiorisce spesso l'estremismo del centro.

La morale, con tutti questi attributi, non ha rapporto alcuno. La morale del geniale è quella tartufesca di chi ininterrottamente chiede un qualche risarcimento per i sacrifici fatti, una compensazione per la lealtà che in politica si dovrebbe dare gratuitamente. Andreotti abilitato a togliersi sassolini diventa modello, anche se sconfitto: ognuno ritiene di poter rivendicare un indennizzo sotto forma di promozione, in cambio della propria fedeltà. Nel dizionario Battaglia il risarcimento è «la riparazione di danni causati ingiustamente, l'ottenere soddisfazione a seguito di un danno morale, un'offesa, un'ingiustizia». Tutto a questo punto può divenire illecita offesa, danno morale: perdere la maggioranza nel voto, subire indagini, processi: tutti - da Berlusconi a Andreotti - devono esser pacificati con risarcimenti. Se così stanno le cose, son soprattutto le parole ad ammalarsi e a dover esser ripulite. Questa non è la seconda repubblica di cui si parla, né stiamo entrando nella terza. Siamo tuttora immersi nelle escrescenze della prima, che l'hanno appestata.

Stiamo tuttora cercando il gancio che ci riconnetta con l'Italia quando fu davvero coraggiosa: nel Risorgimento, nella Resistenza, nel dopoguerra. Certo siamo in emergenza, e ogni emergenza richiede larghe intese per fronteggiare ingovernabilità e maggioranze esigue. Ma larghe intese su cosa precisamente, su quali requisiti personali, pubblici? Se il terreno comune non ha come base la maestà della legge e la moralità da restaurare, le larghe intese sono un complice patto che perpetua il fango e rende grotteschi i paragoni con la grande coalizione tedesca. Se non si cerca un altro tipo d'accordo, l'insolente distruttività delle ultime ore si ripeterà per l'elezione del Capo dello Stato, e vorrà dire che dalle notti di aprile si è appreso poco. Il centrosinistra potrebbe forse proporre queste intese all'opposizione: su legalità, etica pubblica, imparzialità vera delle nomine. Se Berlusconi e alleati dissentiranno, vorrà dire che ben altro vogliono: non intese ma cosiddetti inciuci. Un vocabolo che dissolve ogni cosa - civile coerenza, divisione tra destra e sinistra - nei miasmi del pateracchio, del pettegolezzo e dell'intrigo.

Per Andreotti questi non sono stati giorni di riscatto, proprio perché da essi si era aspettato non già giustizia ma risarcimento. Questi sono stati giorni in cui la terribile profezia di Aldo Moro, pronunciata in una lettera dalla prigionia brigatista («Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice»), si è in parte avverata e non è stata contraddetta da una vera conoscenza di sé, oltre che delle proprie responsabilità.

IL VOTO dell´Italia del Nord, l´Italia ricca, è andato massicciamente a Berlusconi, percentuali bulgare in alcune province del Veneto, adesioni forti persino nel Piemonte provinciale cioè in quanto di più lontano esiste dal berlusconismo caciarone e bugiardo. L´Italia ricca, l´Italia moderata compatta in difesa dei suoi privilegi, dei suoi soldi. Una sorpresa? Ma no, una scelta che si ripete tutte le volte che sono in gioco gli interessi, i privilegi, i soldi dell´Italia borghese e moderata. Un voto conservatore più provinciale che metropolitano, con aspetti diversi: ora fascista, ora clericale, ora manageriale o finanziario ma sempre con lo stesso immutabile obiettivo: la difesa dei ricchi, compresi i poveri che si sentono ricchi.

Dico gli italiani poveri che si sentono dei potenziali Berlusconi: se ha fatto i miliardi lui perché non posso farli anche io? Il voto che negli anni Venti ha preferito il fascismo alla democrazia, che in quelli Quaranta si è rifugiato sotto lo scudo democristiano. Sorpresa? Sorpresa per chi pensa a un´Italia diversa, a una borghesia diversa, non per chi conosce o dovrebbe conoscere sia l´Italia ricca e la sua classe dirigente, sia l´Italia povera ma desiderante, l´Italia che applaude Mussolini, il fondatore di un impero inesistente o comunque già dentro la sua dissoluzione, l´Italia della «zona grigia» che appena uscita dalla rivelazione della sua pochezza si ricompatta in difesa del suo primato.

Il 25 aprile del ´45 noi partigiani di "Giustizia e libertà" scendemmo sulla città di Cuneo sicuri che fosse la nostra roccaforte: avevamo organizzato e diretto la guerra di liberazione e con noi c´era quasi al completo la gioventù della provincia. Vennero le elezioni e fummo cancellati dal trionfo democristiano, cioè dal trionfo del moderatismo, cioè dalla difesa dei soldi, di chi li aveva o di chi ragionava come se li avesse. Una sorpresa? Non direi, si tratta di sorprese che si ripetono:

I Bixio, i Medici del Vascello passano regolarmente dal Garibaldi in camicia rossa e dalla sua rivoluzione contadina ai generali di Casa Savoia, il socialista rivoluzionario Mussolini dal rosso al nero con marcia su Roma alla testa dello squadrismo agrario. Misteriose combinazioni di cause e concause su cui gli storici si affanneranno invano per capire, per spiegare, ma alla resa dei conti la storia è sempre la stessa. È una sorpresa che il Nord ricco sia rimasto fedele a Berlusconi, anche se i borghesi ben perben avevano orrore dei suoi gusti, delle sue gaffe, del suo modo di vivere, di essere? Ma quale sorpresa? Avete letto sui giornali le retribuzioni dei manager e dei finanzieri nel quinquennio berlusconiano? Non sono mai state così alte come durante il regime sovversivo e bugiardo delle grandi opere e della grande corruzione.

Non deve essere berlusconiano al voto quel manager Fiat che guadagna in un anno più di un miliardo di euro o di quello specialista in gallerie che ha quadruplicato in tre anni berlusconiani il capitale delle sue aziende? Certo, la conosciamo la borghesia dell´Italia ricca, conosciamo gli alto medio e piccolo borghesi civilissimi, colti e lontanissimi come modo di essere da Berlusconi ma nella difesa dei soldi come lui tenaci, come lui intransigenti.

E conosciamo quelli che si sentono ricchi, che desiderano essere ricchi anche se non lo sono. C´è stato un momento durante la campagna elettorale in cui ho pensato che per noi dell´Unione la partita volgesse al peggio: il giorno in cui i dirigenti dell´Unione ebbero la malaugurata idea di occuparsi delle tasse, della tassa di successione, in particolare. Sapevo abbastanza di questa tassa per essere indifferente a quel vecchio e superato spauracchio, da tutti evaso, o accettato come il minore dei pubblici balzelli; eppure il borghese e moderato che c´è in me entrò in stato di agitazione, anzi di terrore, neri fantasmi di povertà, ancestrali timori per il destino dei figli mi visitarono; e quanto più ragionando capivo che non erano una cosa seria ma una finta minaccia che non avrebbe cambiato neppure in minima parte quanto mi resta da vivere, tanto più mi procuravano una confusa affannosa preoccupazione.

Si parla molto, in questa indigestione elettorale e di passioni elettorali più forti del ragionevole, della sconosciuta e profonda italianità che si rivela nel rifiuto dello Stato, della legalità, del riformismo. Per cui su tutti i giornali, in tutte le televisioni ci sono i nostri migliori cervelli alla ricerca della spiegazione nascosta, del perché, per restare all´oggi, metà degli italiani si siano fatti incantare da un personaggio come Berlusconi, dal suo vitalismo sovversivo. La risposta deve esserci nella nostra storia, ma purtroppo la storia è quel confuso vai e vieni che non ha mai insegnato niente a nessuno. Di certo, in questa lunghissima storia siamo passati da una adorazione dello Stato, del pubblico interesse, delle leggi, del diritto e della loro pratica estensione all´impero militare, della romanità, a una perenne guerra civile fra i ricchi e i poveri, a una perenne alleanza di conservatorismo e di populismo in difesa sostanziale dei ricchi.

A ben guardare il ruolo di Berlusconi non è stato diverso da quello di Mussolini o di Masaniello, il ruolo del sovversivo che smuove le acque, moltiplica l´anarchia, fa un po´ di teatro perché intanto i costruttori di immaginari ponti sugli stretti, di ferrovie ad alta velocità che distruggono quel poco che resta del territorio, di Fiere campionarie senza strade di accesso si divorino quel che resta del mondo. Melanconie, tristi fissazioni di un utopista fallito? Da una recente indagine sullo stato della Italia ricca, quella che ha votato Berlusconi, risulta che buona parte del territorio è stato cementificato, non produce più alimenti, non consente più lo scolo delle acque e la raccolta dei rifiuti, non permette più una vita decente nelle città, sicché avviene l´esodo all´inverso di chi ci era arrivato dalla campagna... e ora ne fugge. Questa Italia sempre più ricca e sempre più sovversiva e autolesionista che ha votato Berlusconi e magari già lo rimpiange.

Signor Presidente, non sono né membro né candidata di un partito, sono un pezzo del manifesto, voce politica modesta ma rispettata. Ci ascolti. Le chiediamo di uscire brevemente dagli impegni di una campagna elettorale, cui ha saputo imporre uno stile, per prendere la parola e dire la sua, la nostra, su quel che sta avvenendo in Medioriente. Non esiste solo una provincia italiana, esiste il mondo e in esso la tragedia israelo-palestinese che è prossima a noi. Prossima all'Italia, perché siamo stati fra i persecutori di coloro che fra noi erano ebrei, e quindi coinvolti più di altri sotto il profilo morale e politico della vicenda da cui Israele ha preso vita.

Le chiediamo di non tacere sul fatto che le scelte odierne del primo ministro israeliano, Ehud Olmert, stanno abbattendo in Abu Mazen il solo vero interlocutore che Israele aveva in quell'infelice paese. Quale altro senso può avere l'attacco al carcere di Gerico? Esso ha voluto dire ai palestinesi: l'Anp non esiste. Abu Mazen voleva una trattativa? Non ci interessa. Avete votato Hamas e siamo in diritto di punirvi quando e come ci pare. Hamas ha deciso e pratica una tregua? Non ci interessa. Abbiamo inaugurato nel 1967 quella lacerazione del diritto internazionale che è stata la guerra preventiva, perché ci sentivamo minacciati dagli stati arabi. Ora nessun pericolo minaccia Israele, ma noi intendiamo continuare la guerra per azzerare i palestinesi come nazione, popolo e stato. Prima di uscire quasi dalla vita, Sharon aveva suggerito che bisognava finirla con questa linea, ma aveva torto. E poi ci servono i voti del Likud alle prossime elezioni, e se con azioni come quelle di Gerico possiamo strapparne, va bene. Se ne morranno altri palestinesi e qualche nostro figlio, va bene. Gli Usa e la Gran Bretagna ci hanno dato il via ritirandosi un quarto d'ora prima del nostro attacco. Dunque anche a loro va bene. L'Europa non dice niente, dunque per l'Europa va bene. L'Italia non dice niente, dunque anche per l'Italia va bene.

Le chiediamo di prendere la parola per dire: no, l'opposizione oggi, il prossimo governo domani, non ci stanno. Avevamo salutato la pur tardiva svolta di Sharon, e oggi non possiamo approvare che i dirigenti di Kadima, che da quella svolta pareva nata, la nullifichino. Pensiamo che sia un grave errore. L'Italia vuole due popoli, due stati. Vogliamo che i palestinesi abbiano uno stato, e consideriamo grave che in seguito alla guerra del 1967, che avete rifiutato di chiudere con una trattativa onesta e condivisa anche dall'Onu, il solo paese del Medioriente profondamente laico stia diventando una nazione islamica. Non lo sarebbe stata se a Taba aveste firmato per primi quella proposta, per insufficiente che fosse. Non lo sarebbe stato ancora dieci, cinque anni fa. Vogliamo che gli ebrei abbiano uno stato, quale che sia la nostra idea di uno stato moderno e laico: la loro è stata una storia atroce. Ci vorrà tempo.

Ma questo obiettivo, che è anche il nostro, non si identifica con la politica che di nuovo Israele si ostina a perseguire. Tanto meno in essa può identificarsi l'ebraismo. E' per rispetto e salvaguardia di Israele e, oltre ad essa, dell'ebraismo, che noi europei, noi italiani, la ammoniamo di cessare con azioni come quella di Gerico e riaprire il dialogo con Abu Mazen. Di aprirlo anche con Hamas, che oggi rappresenta quel popolo martoriato perché le strutture dell'Anp sono state devastate da Tsahal, l'esercito israeliano. Se l'attuale governo non comprende che la trattativa è la sola via di salvezza, materiale e morale, non ci avrà dalla sua parte. Come non ci avrà dalla sua parte nessuno che volesse la distruzione di Israele.

La prego, dica questo. Lo dica per non lasciare i palestinesi alla disperazione, e la loro causa a pochi di noi, che fatichiamo a difenderla da un estremismo insensato. Non si copra anche lei dietro a: «Ma a Gaza...». Gaza è un risultato della politica che Sharon ha abbandonato troppo tardi, è oggi un paese devastato e senza un governo che sia in grado di rappresentarlo. Parli ora, la prego. Dica a tutti noi e alla comunità ebraica italiana che Israele va difesa anche ora più che mai dai suoi nemici interni. La pace ha tardato già troppo. I guasti rischiano di essere irrimediabili per altri decenni, secoli. Non possiamo tacere.

Padre Andrea Santoro aveva a cuore il dialogo fra civiltà ed è rimasto vittima dello scontro di civiltà che impazza attorno alla «scandalo» delle vignette. Non è la prima vittima e non sarà l'ultima; e serve a poco interrogarsi su quanto sia diretto o indiretto il nesso fra la sua morte, la satira su Allah in Europa e le manifestazioni islamiche antieuropee in Medioriente. Diretto o indiretto che sia, il nesso c'è e sta in questa sorta di «bipolarismo culturale» in cui il mondo s'è cacciato in sostituzione del bipolarismo politico, per diretta responsabilità dei fondamentalisti islamici da un lato e del fondamentalismo identitario americano e europeo dall'altro, nemici a parole e alleati nei fatti nel costruire lo scontro di civiltà. Che non è affatto un destino ineluttabile inscritto nei codici genetici della razza della religione e della cultura, ma un preciso progetto politico, comune al peggio delle due sponde dell'Atlantico e al peggio del mondo islamico, nonché al peggio dei tre monoteismi. Padre Andrea Santoro ne è vittima come ne sono vittime tutti quelli e quelle che oppongono alla «confrontation» frontale dei valori e degli dei la pratica minuta, quotidiana, puntuale, della relazione fra differenze irriducibili, o non facilmente riducibili alla retorica a sua volta troppo semplice del dialogo e della tolleranza. Vengono in mente le parole di Freud sulla veridicità inconscia del motto di spirito di fronte all'assurdità della vicenda delle vignette, poco o nulla spiegabile in termini razionali. Non ha nulla di razionale non tanto la prima decisione di pubblicarle del quotidiano danese, quanto la pervicacia degli altri quotidiani europei nel ripubblicarle in seguito come bandierina della libertà di stampa. E non ha nulla di razionale - ma in compenso molto di strategico: i due termini non sempre sono sinonimi - la reazione di protesta montata in Medioriente a sei mesi di distanza come bandierina della dignità dell'Islam. Come il motto di spirito, le vignette funzionano da sintomo e lapsus, rivelando il materiale conscio e inconscio che lavora dietro le quinte dello scontro di civiltà: il razzismo (stavolta islamofobico, altre volte antisemita o anticristiano) di certi tratti della satira, l'islamofobia della destra danese simile a tutte le nuove destre europee, l'intolleranza della protesta islamica che chiede tolleranza all'Europa, lo svuotamento dell'universalismo occidentale dei diritti di libertà che di giorno in giorno, in guerra e in pace, si dimostrano sempre meno universali, le trappole in cui incorrono e le controbiezioni a cui si espongono molte posizioni pur ottimamente intenzionate: chi si appella al rispetto assoluto per le religioni si espone all'accusa di bachettonismo, chi si appella alla virtù dell'ironia si espone al sospetto di imperialismo culturale perché non si può pretendere da ogni cultura lo stesso tasso di disincanto della nostra, chi si appella al senso della misura si espone all'accusa di opportunismo perché non si sa chi dovrebbe decidere la misura e in base a quali parametri. Per non dire del solito Marcello Pera, l'antirelativista che stavolta domanda reciprocità e parità di comportamenti fra «noi» e «loro», con una mano fomentando lo scontro di valori e con l'altra pretendendo di ridurlo a un minuetto simmetrico e ben regolato.

Comunque la si prenda, resta materia incandescente, cui si addice solo la logica paziente della decostruzione, del «noi» e del «loro», dei diritti e dei poteri, dell'intolleranza e della tolleranza, delle parole pesanti e delle vignette leggere, dell'universalismo delle libertà e del relativismo dell'indifferenza. Nonché di ciò che chiamiamo Europa: il nome che avrebbe dovuto fare da barriera allo scontro «preventivo» di civiltà, e si ritrova invece oggi investito in pieno dalla sua onda, sempre più svuotato, fragile, frammentato.

Le vicende bancarie che hanno investito in questi mesi la vita politica ed economica del Paese hanno suscitato sconcerto e preoccupazione nell’opinione pubblica.

In particolare nell’elettorato di centrosinistra il profilo e i contorni assunti dalla vicenda Unipol/Bnl hanno suscitato profondo turbamento.

Partire da questi sentimenti, raccogliere le critiche, individuare con onestà e umiltà errori o contraddizioni è non solo doveroso, ma è anche il modo più giusto per respingere la vergognosa aggressione con cui si tenta la delegittimazione morale e politica dei Democratici di Sinistra e dei suoi dirigenti.

La sovraesposizione dei DS sulla vicenda Unipol/Bnl – su cui non ci sottraiamo ad una riflessione critica – non può giustificare in alcun modo la violenta aggressione contro il nostro partito.

La destra – reiterando la campagna scandalistica di Telekom Serbia – vuole minare la credibilità della principale forza politica dell’Unione per colpire l’intero centrosinistra.

Berlusconi e la sua maggioranza tentano così, con un ultimo disperato assalto, di occultare il fallimento di cinque anni di governo e di evitare una possibile sconfitta elettorale.

E, al tempo stesso, tentano di occultare l’evidente coinvolgimento di significativi esponenti del governo e della maggioranza nelle trame illecite di Fiorani.

Proprio per questo respingiamo nel modo più fermo ogni illazione calunniosa e denigratoria. Non esiste alcuna questione morale che riguardi i DS.

I DS sono un partito sano, di gente per bene, che ispira la propria azione politica a quei principi etici e a quei valori morali che sono tratto irrinunciabile della nostra identità di partito di sinistra. E della nostra concezione del riformismo.

I rapporti tra i DS e il movimento cooperativo sono stati e sono di natura esclusivamente politica e imperniati a principi di autonomia e di trasparenza.

E tali devono continuare a essere.

Il movimento cooperativo è parte essenziale dell’economia italiana: 1 milione di lavoratori di migliaia di imprese che spesso assolvono a ruoli di punta nei loro settori di attività.

Non è una convenienza di parte, ma un interesse del Paese che ci ha sollecitato a batterci perchè all’impresa cooperativa siano assicurate le stesse opportunità e gli stessi diritti riconosciuti a qualsiasi impresa.

E naturalmente a stessi diritti devono corrispondere da parte del movimento cooperativo stessi doveri e stesse responsabilità.

Sono queste le ragioni per cui i DS hanno affermato la legittimità della scelta di Unipol di acquisire Bnl per dare vita ad un polo bancario-assicurativo, ribadendo ogni volta che tale scelta doveva essere gestita nel pieno e continuo rispetto delle leggi e delle regole di mercato.

L’evolvere della vicenda, invece, ha via via assunto contorni molto diversi.

Non conforme ai principi di imparzialità e trasparenza è stato il ruolo di Bankitalia, che troppo spesso è parsa mossa da logiche protezionistiche. Sottovalutate sono state le decisioni e le contrarietà espresse da più parti sulla strategia e sulle modalità dell’acquisizione di Bnl da parte di Unipol. Eccessivo è via via divenuto il ruolo di soggetti radicati prevalentemente nella rendita. Si sono determinati intrecci tra diverse scalate che hanno ulteriormente accresciuto ostilità e diffidenze e su cui era necessario un più tempestivo giudizio politico.

Le indagini della magistratura hanno poi fatto emergere atti e comportamenti che, al di là del profilo giudiziario che solo alla magistratura spetta valutare, sono inaccettabili sul piano politico e etico perchè violano fondamentali norme di trasparenza e correttezza a cui deve ispirarsi chiunque abbia responsabilità.

Comportamenti inaccettabili in ogni caso per la sinistra, i suoi valori e i suoi principi etici.

Per noi la politica deve sempre ispirarsi ai valori dell’etica.

Così come irrinunciabili principi etici devono vivere anche nel mercato e nell’economia.

E quando essi sono negati e violati è nostro dovere essere severi e prendere le distanze in modo assoluto.

Le vicende bancarie di questi mesi sollevano altri nodi culturali e politici, evocati anche da Romano Prodi, su cui è dovere di tutti – istituzioni, partiti, imprese – riflettere e agire.

Emerge, in primo luogo, la necessità di una riflessione sull’identità del movimento cooperativo e su quali caratteri debba assumere il rapporto tra i valori di solidarismo per cui nasce e vive un’impresa cooperativa e le regole del mercato a cui anche un soggetto cooperativo non può sottrarsi. Così come appare necessaria una più visibile e forte valorizzazione delle finalità mutualistiche e di tutte le forme di impresa sociale, di terzo settore e no-profit.

Tutto ciò sollecita a un profondo aggiornamento del quadro legislativo e normativo che presiede alle attività della cooperazione in ragione da corrispondere in modo più adeguato ad un sistema di imprese sociali e cooperative che per finalità, dimensioni, strutture appare oggi molto più complesso e diversificato di un tempo.

Di non minore importanza è affrontare il cruciale tema della governance di impresa.

Il prevalere – nell’assetto proprietario e gestionale di molte grandi imprese private – dei patti di sindacato e del controllo tramite “relazioni” tra ristretti gruppi di protagonisti del sistema finanziario, è una delle fondamentali cause del carattere asfittico, poco dinamico e poco competitivo del capitalismo italiano.

L’apertura alla concorrenza e al protagonismo di nuovi soggetti – la cooperazione, i fondi pensione, il sistema delle medie imprese, il sistema del risparmio gestito e dei fondi di investimento da separare e distinguere dalle banche – costituisce un primario interesse nazionale. E’ indispensabile un compiuto progetto di apertura e modernizzazione del sistema e un impegno – in sede nazionale e comunitaria – nella definizione delle sue nuove regole di funzionamento.

Proprio le vicende bancarie hanno fatto emergere quanto gli strumenti attuali siano esposti a rischi di degenerazione e inquinamento di quei criteri di trasparente e buona amministrazione essenziali perchè un sistema economico sia sano e efficiente. Le riforme del diritto societario e fallimentare hanno solo parzialmente dato soluzione a questi temi. Così come la legge sul risparmio approvata nelle scorse settimane non solo appare insufficiente nel rafforzamento dei poteri delle istituzioni di vigilanza, ma consolida la sciagurata decisione dell’abolizione de facto del reato di falso in bilancio.

In tale contesto non appare soddisfatta la esigenza di una compiuta riforma della Banca d’Italia, gravemente minata nella sua imparzialità e nella sua autorevolezza dalla conduzione di questi mesi.

Alla nomina del nuovo Governatore, deve seguire ora una effettiva riforma di Bankitalia, del suo assetto proprietario e delle sue funzioni, contestualmente a un vero e netto rafforzamento dei poteri di Consob e dell’Authority Antitrust.

Anche le vicende di questi mesi ripropongono la necessità di una effettiva ed efficace regolazione dei conflitti di interesse, in particolare nei rapporti tra banche e imprese, così come nei rapporti tra imprese e mezzi di comunicazione.

Più in generale si propone la necessità di restituire trasparenza e linearità ai rapporti tra soggetti della politica – istituzioni pubbliche e partiti – e imprese.

Spetta alla politica definire norme e regole entro cui ogni impresa possa agire con certezza, nonché promuovere politiche e contesti favorevoli alle attività delle imprese.

Mentre è irrinunciabile prerogativa di ogni impresa la scelta delle proprie attività finanziarie, produttive e commerciali. Quanto più questa distinzione sarà netta e visibile, tanto più sarà possibile richiamare ciascuno ad attendere alle proprie responsabilità.

Da questo quadro emerge la necessità di una forte visione critica sugli assetti del capitalismo italiano e l’urgenza ineludibile di affrontare uno strutturale intervento sul piano economico e politico che riduca il primato della rendita a vantaggio del capitale di rischio e del lavoro e corregga gli effetti distorsivi di una accumulazione affidata sempre più spesso solo a meccanismi di finanziarizzazione.

Peraltro si è visto in questi anni come una esasperata finanziarizzazione acuisca le sperequazioni nella distribuzione del reddito e approfondisca le disuguaglianze economiche e sociali, blocchi l’innovazione, mini la qualità sociale e ambientale dello sviluppo.

In tale contesto non è rinviabile un bilancio delle politiche di privatizzazione realizzate in questi anni, sapendo che la scelta di quando e come adottare privatizzazioni deve essere ancorata a verificabili valutazioni dei benefici sia di costo, sia sociali. Così come l’esperienza di questi anni ci dice che le privatizzazioni determinano un mercato più aperto e libero solo se accompagnate da effettive misure di liberalizzazione che favoriscano l’aumento del numero degli operatori e promuovano un’ effettiva maggiore concorrenza a parità di condizioni.

Vi è, infine, anche un nodo relativo alla regolazione a alla vita democratica dei soggetti politici.

L’autonomia della politica è data dall’effettiva trasparenza della sua attività e del suo finanziamento.

Se è vero che per chi è investito di una responsabilità politica o istituzionale non è sufficiente il rispetto della legge, servono codici etici che consentano di ispirare ogni comportamento a principi morali e condivisi.

Proponiamo inoltre di verificare la possibilità di introdurre nella legge sul finanziamento pubblico dei partito l’istituzione di un’Autorità indipendente – fondato su rigorosi criteri di neutralità e professionalità – a cui ogni forza politica sottoponga i propri bilanci e le proprie attività patrimoniali e finanziarie.

Più in generale appare matura una legge di integrazione dell’art. 49 della Costituzione relativa al regime giuridico del partiti, volta a valorizzare il carattere democratico dei partiti, la loro funzione insostituibile per il sistema democratico e a garantire un serio riconoscimento giuridico per quei soggetti cui si richiede una contribuzione economica.

Sono questi, e altri ancora, temi di moralizzazione e di riforme che proponiamo di portare all’attenzione del Parlamento fin dai primi atti della prossima legislatura.

Sono la dimostrazione della serietà con cui vogliamo affrontare i tanti problemi irrisolti evidenziati dalle vicende bancarie di queste settimane.

L’aspetto cruciale rimane comunque la grave crisi del paese e il vuoto politico dell’attuale governo. Il nostro sforzo deve essere teso a far si che la politica ritrovi le forze per dettare nuove regole affinché il paese non si ritrovi in una situazione di sbando irreversibile. Il nostro impegno deve essere quello di saper offrire ai cittadini uno Stato di diritto che si faccia garante di tutti gli interessi generali. Solo in questo modo potremmo creare un economia nuova, più competitiva che sappia guardare al futuro con quella fiducia che appartiene a chi ha dietro le spalle un progetto autentico di guida del paese.

Questo si potrà fare solo se i DS sapranno essere una forza trainante della coalizione di centrosinistra. E a questo fine siamo impegnati ad un rafforzamento della democrazia interna, anche attraverso uno sviluppo di responsabilità comune e di collegialità.

Nell’avanzare queste proposte siamo naturalmente consapevoli che leggi, norme, regole, codici possono vivere ed e essere efficaci in quanto chiunque abbia responsabilità pubbliche e sociali sia capace di ispirare i propri comportamenti a forte rigore morale e coerenza etica.

È stato ed è nostro impegno far vivere ogni giorno la lezione morale e politica di Enrico Berlinguer: non già per una ragione genetica, perchè di DS sono in partito di donne e uomini, non infallibile, come chiunque, esposti quotidianamente al rischio dell’errore.

Quella lezione sentiamo la responsabilità di farla vivere nella nostra concezione della politica, nei nostri comportamenti quotidiani, nella generosità e nella passione dei nostri militanti e delle nostre organizzazioni, nella trasparenza e nella capacità di governo dei nostri pubblici amministratori, nel rapporto di condivisione e fiducia che ogni giorno costruiamo con i cittadini del nostro Paese.

Una politica ispirata da rigore morale e coerenza etica è per noi tratto fondamentale di una identità riformista.

Siamo di fronte ad un complesso di grandi questioni economiche, sociali, politiche, culturali che meritano seri approfondimenti e la ricerca di analisi e soluzioni innovative. E per questo obiettivo intendiamo chiamare a raccolta le migliori energie della sinistra e della società italiana.

E’ con questa determinazione che ci rivolgiamo alle donne e agli uomini del nostro Paese, volendo sviluppare con loro e con le loro domande il più ampio e concreto confronto.

Il 9 aprile sta nelle mai degli italiani il voto decisivo per aprire una strada nuova: nei 90 giorni che ci separano da quell’appuntamento intendiamo – insieme a Romano Prodi, ai partiti dell’Unione e alle forze con cui condividiamo il progetto dell’Ulivo – rivolgerci alla società italiana con l’unico obiettivo di restituire all’Italia e agli italiani le speranze e le certezze che la destra ha promesso e non ha saputo realizzare.

Superare oppure abrogare la legge 30, correggerla o lasciarla intatta, come vorrebbero Confindustria e centrodestra? In realtà, se si guarda alla situazione attuale del mondo del lavoro, il quesito appare di limitata rilevanza. Per quattro motivi.

Primo. Oltre tre milioni di persone hanno un´occupazione precaria, nel senso che sanno con certezza che a una certa data si troveranno senza lavoro, ma non sanno affatto se e quando ne troveranno un altro. Circa 2,1 milioni di essi sono lavoratori dipendenti con un contratto a termine.

Un altro milione e passa è formato da varie figure contrattuali atipiche: co.co.co. (che ancora esistono nel pubblico impiego, grande fabbricante di lavoro precario); collaboratori a progetto (come la legge 30 ha rietichettato i co.co.co.); lavoratori in affitto ovvero in somministrazione; persone che svolgono lavori occasionali, apprendisti e altre figure, incluse le partite Iva imposte dal datore di lavoro.

Molti di essi hanno un reddito annuo inferiore alla media, perché tra una occupazione e l´altra non ricevono alcun salario, oppure percepiscono solamente la cosiddetta indennità di disponibilità, che equivale a meno di un terzo del salario medio. A parte la carenza di altre tutele e diritti (sanità, maternità, ferie), la maggior parte di questi lavoratori va incontro a una pensione miseranda, dell´ordine del 30 per cento o meno di un salario medio.

Secondo. Almeno altri tre milioni di persone lavorano in nero. Per circa la metà si tratta di persone fisiche, che lavorano regolarmente in una situazione del tutto irregolare. L´altra metà è formata dalle cosiddette "unità di lavoro assimilate": cinque milioni di persone che svolgono, a tempo parziale ma sempre in nero, una massa di secondi e terzi lavori equivalenti ad almeno un milione e mezzo di lavoratori a tempo pieno. Una parte di coloro che lavorano in nero lo fanno sicuramente per convenienza. Ma una parte rilevante lo fa perché questo è il lavoro che propongono le aziende, piccole e grandi, oppure perché dinanzi all´offerta di retribuzioni che sono sì regolate da un contratto, e però non superano i cinque euro l´ora, l´interessato preferisce riceverne dieci in nero.

Terzo. I salari italiani sono i più bassi tra i grandi Paesi dell´Unione europea. Inoltre, diversamente da quanto è avvenuto in Francia, Germania e Regno Unito, essi sono quasi fermi, in termini reali, da una decina d´anni. Alla stagnazione dei salari in Italia hanno concorso parecchi fattori, il principale dei quali è la scarsa produttività del lavoro. A sua volta ciò è dovuto al limitato contenuto tecnologico della produzione, ma in misura non minore a un´organizzazione del lavoro che fu concepita in passato, ma è tuttora dominante nelle aziende. Essa è caratterizzata dall´intento di non utilizzare qualifiche professionali elevate, e meno che mai è idonea a sollecitare o a lasciare spazi sul lavoro per forme diffuse di formazione permanente.

Quarto. Le aziende in difficoltà tendono a licenziare, mettere in mobilità lunga o avviare al prepensionamento soprattutto i lavoratori e le lavoratrici quarantenni. Al tempo stesso le aziende in sviluppo preferiscono non assumerli. I giovani, si sa, costano meno e sono freschi di studi. Chiunque abbia superato i quarant´anni è oggi consapevole che ai primi segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di licenziamento sarà molto difficile trovarne un altro di pari livello professionale e a parità di retribuzione. L´allungamento in atto dell´età pensionabile rende particolarmente critica la condizione di tale fascia delle forze di lavoro.

Allo scopo di porre riparo a una simile situazione occorre una legge sul lavoro di vasto respiro. Più probabilmente, un complesso di leggi tra loro correlate. Gli obiettivi dovrebbero essere molteplici: ridare visibilmente centralità al lavoro produttivo; semplificare drasticamente la presente giungla contrattuale tanto nel privato che nel pubblico impiego; regolare attivamente i passaggi dal bacino dei contratti a tempo determinato, che possono continuare a svolgere funzioni utili per le persone come per le aziende, al bacino del tempo indeterminato, in modo da evitare la trappola della precarietà senza fine; favorire il passaggio dal bacino del lavoro nero ai due bacini del lavoro regolare, senza ignorare gli stretti legami che esistono tra economia formale ed economia informale; sviluppare, per mezzo di adeguati incentivi a nuovi tipi di organizzazione del lavoro, la formazione continua per tutto l´arco della vita attiva. Un processo, questo, indispensabile per assicurare alle aziende personale provvisto di elevate competenze professionali e organizzative, e al tempo stesso per evitare che i quarantenni si sentano dire, da un giorno all´altro, che sono diventati tecnologicamente obsoleti.

Il nuovo governo è dunque dinanzi a un compito grande e oneroso, da svolgere mediante la necessaria discussione con le parti sociali. Nel corso della quale le eventuali modificazioni del decreto attuativo della legge 30 apparirebbero, è dato presumere, come le naturali e circoscritte conseguenze di un disegno sostanzialmente più ampio.

In vista di un tale disegno meritano attenzione le proposte avanzate di recente da lavoce.info. Anch´esse partono dalla necessità di riformare la legge 30, ma, pur nella varietà delle posizioni, vanno molto al di là di essa. Riconoscono l´importanza di estendere a tutti i lavoratori in posizione di dipendenza economica la protezione offerta dal diritto del lavoro. Prevedono la costruzione di sentieri verso la stabilità dell´occupazione, fondata su un rapporto di lavoro unico a tempo indeterminato. Prospettano una limitazione dell´uso e della ripetibilità dei contratti a tempo determinato, mirata principalmente a fare di essi meccanismi davvero efficaci di accumulazione di esperienze professionali da parte delle persone e di verifica delle competenze dei neo-assunti da parte delle aziende.

Queste proposte non toccano, peraltro, il problema dei problemi, ossia il fatto che il mercato del lavoro italiano è non solo bipartito, bensì tripartito. Accanto alle due quote visibili dei lavoratori che sono regolarmente protetti e di quelli non protetti, esiste infatti la quota dei lavoratori invisibili, gli irregolari, che è di gran lunga la più alta registrata nei Paesi sviluppati. Se si può definire basso il grado di protezione dei lavoratori atipici, quello degli irregolari è sicuramente sotto zero. Non si può certo ignorare che su questo fronte i governi sono stati finora sconfitti. Ma la causa prima stava nell´errore di concepire il lavoro irregolare come se fosse un fenomeno collaterale, invece che un elemento strettamente intrecciato all´economia contemporanea; visto, tra l´altro, che produce almeno il 15 per cento del Pil.

Per questa ragione una legge complessiva per il lavoro che, insieme con gli altri problemi delineati, non affrontasse in una prospettiva e con metodi innovativi anche la necessità di far passare il maggior numero di persone dal bacino del lavoro irregolare ai bacini del lavoro regolare, porterebbe in sé il germe della propria inefficacia.

Nel gioco di società che va sotto il nome di "toto-ministri", i Beni Culturali sono relegati (c’era da aspettarselo) a un ruolo marginale. Ma prima che si cominci a disputare se la scomoda poltrona del Collegio Romano debba andare "in quota" a questo o a quel partito, sarebbe il caso di riflettere sulla miglior collocazione di questo dicastero nella mappa istituzionale. Sempre più chiaro è infatti che il patrimonio culturale può e deve avere una posizione-chiave nello sviluppo del Paese. La sua vera "redditività" non è negli introiti diretti e nemmeno nel turismo e nell’indotto che esso genera, bensì nel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato. Qualità della vita, identità culturale, solidarietà sociale, sono (lo ripetono sempre più spesso economisti e sociologi in tutto il mondo) fattori di produttività ed economicità non dei musei o dell’industria culturale, bensì della società nel suo insieme. Questo tema è nuovo solo in apparenza: con grande lungimiranza, già lo indicava l’art. 9 della nostra Costituzione, che prescrive la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», in stretta correlazione con lo «sviluppo della cultura scientifica e tecnica» e con «il pieno sviluppo della persona umana» richiamato all’art. 3. Come ha detto il presidente Ciampi in un lucido discorso (Mantova, novembre 2002), «gli insigni monumenti ereditati dai padri, le bellezze artistiche e ambientali, protette, riscoperte e restaurate, non sono soltanto una sorgente di rinnovata fiducia nella propria identità e nelle proprie capacità, ma sono risorse che costituiscono patrimonio e stimolo per la stessa crescita economica».

Questa risorsa straordinaria, che nessun Paese al mondo possiede nella stessa misura del nostro, non è appannaggio di nessuna parte politica, ma richiede una strategia condivisa, purtroppo mortificata negli ultimi anni da efferati tagli di bilancio e dall’irresponsabile blocco delle assunzioni. Ma quale è la corretta collocazione istituzionale dei "beni culturali"? In principio fu il ministero della Pubblica Istruzione, con varie direzioni generali, fra cui quella per l’Università e quella per le Antichità e Belle Arti. Ma "antichità" e "belle arti" parvero espressioni antiquate, e la creazione di un nuovo ministero (1975) introdusse la nuova etichetta, vagamente mercantile, di "beni culturali". Le intenzioni erano ottime: puntare sul valore monetario del patrimonio culturale per ottenere più finanziamenti per la tutela. Mancò tuttavia da subito ai Beni Culturali una sufficiente consapevolezza istituzionale della loro centralità nelle strategie di sviluppo del Paese, e dunque una mirata crescita e gestione degli investimenti nel settore. I Beni Culturali nacquero come un dicastero "minore", affidato quasi sempre a figure deboli e inadeguate, di corta visione istituzionale, con scarsa o nulla capacità di iniziativa, ansiose di spostarsi su un ministero più importante. A questa dannosa marginalità volle porre rimedio Veltroni, che da ministro e vicepresidente del Consiglio trasformò profondamente il suo ministero accorpandolo con Sport e Spettacolo e rinominandolo "dei Beni e delle Attività Culturali" (1998). Esperimento generoso, ma che (otto anni dopo) appare molto mal riuscito: se già grande è la distanza fra, poniamo, il cinema e gli archivi di Stato, proprio niente hanno di comune fra loro i musei e il calcio, i circhi equestri e le aree archeologiche. Affidare ambiti tanto difformi alle cure di un solo ministro ha avuto effetti negativi, ha accentuato anziché diminuire la marginalità del patrimonio culturale e dei suoi problemi.

Come altri accorpamenti ministeriali della riforma Bassanini messi alla prova durante il governo di centrodestra (per esempio quello di Tesoro, Bilancio e Finanze), anche questo andrebbe dunque ripensato. Della riforma Veltroni va salvaguardata l’idea centrale, fortificare i Beni Culturali mediante l’accorpamento non con sport e spettacolo, ma con altre competenze. Assai più appropriato e costruttivo sarebbe congiungere i Beni Culturali con Università e Ricerca, riprendendo una vecchia proposta di Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante. Si darebbe in tal modo un gran segno: che la ricerca conoscitiva è l’asse portante, la vera e sostanziale «attività» che dev’essere il cuore della tutela e della gestione del patrimonio culturale. L’intersezione fra campi del sapere, fra strutture della tutela e università potrebbe diventare la spina dorsale di un progetto vincente, lo stesso che dovrebbe informare l’organizzazione della ricerca in generale (si pensi alle interazioni fra fisici, medici, ingegneri). Si recupererebbe il nesso vitale fra l’università con le sue istanze di ricerca e il valore educativo del patrimonio culturale; si potrebbe favorire la mutua permeabilità fra ricerca sul campo e didattica (per esempio del restauro), fra strutture pubbliche della tutela e università. È questo un nuovo esperimento, che varrebbe la pena di tentare, tanto più che l’accorpamento di Università e Ricerca alla Pubblica Istruzione è anch’esso fra i meno riusciti nell’ultima legislatura.

Rispondendo sul "Corriere della Sera" del 29 marzo a un appello del Fai, Romano Prodi ha impegnato il suo governo a riportare il bilancio dei Beni Culturali al livello del 2001, «approntando un piano di recupero del patrimonio, con allocazione di risorse adeguate, anche ricorrendo a misure di incentivazione fiscale e tax shelter. L’obiettivo sarà quello di raggiungere nel medio-lungo periodo la destinazione di una quota pari all’1 % del Pil alla Cultura». È una dichiarazione importante, ma non basta: se tale quota dovesse esser destinata in prevalenza allo sport e allo spettacolo, lo stato di acuta sofferenza dei nostri beni culturali non ne risulterebbe alleviato. La crescita ragionata delle risorse deve accompagnarsi a una ripresa delle assunzioni, che miri all’altissima professionalità degli addetti sottraendoli al ricatto delle pressioni politiche esercitato con lo spoils system; al ripensamento dei ruoli di Stato, regioni, enti locali, privati mettendo ordine nella confusione generata dalla sciatta distinzione di tutela e valorizzazione inserita purtroppo nel nuovo Titolo V della Costituzione; all’organico collegamento delle tematiche della tutela con quelle della ricerca e dell’ambiente.

Un ultimo punto resta da chiarire. Per realizzare un programma come questo (se Prodi e il suo governo vorranno farlo) è preferibile un ministro tecnico o un ministro politico? Non ho alcun dubbio che un ministro politico, che abbia statura culturale e rispetto per il parere dei tecnici (e il ministero ne ha ancora di ottimi) sia la soluzione vincente, anzi l’unica. Quello dei Beni Culturali non deve, non può essere scenario per discorsi teorici o per un qualche apprendistato politico, ma esige un’azione immediata, forte e mirata, non marginale bensì collocata nel cuore stesso dell’azione di governo. Senza cedimenti a superficiali economicismi, ma con grande attenzione ai problemi della gestione del patrimonio. Solo un politico di provata esperienza può metterli adeguatamente a fuoco, con l’aiuto dei suoi tecnici, e segnare quel riscatto del nostro patrimonio culturale che i cittadini hanno il diritto di aspettarsi.

I commenti a Corriere.it: «Noi siamo un fenomeno nuovo, siamo liberali progressisti, mica pizza e mandolino»

Scrive Giacomo da Londra: «È inutile che il centrodestra s'arrabbi con Tremaglia. La realtà è che Berlusconi ci ha fatto fare figure meschine in Europa e nel mondo. Figure che ci hanno messo in imbarazzo. E questo imbarazzo credo sia stato determinante nell’andamento del voto estero». Scrive Emanuela da Washington: «Non potete neppure immaginare quante volte ho sentito commenti dopo una gaffe di Berlusconi».

Uno stillicidio quotidiano— continua Emanuela—che porta all’esasperazione e alla fine non se ne può più! E questo dev’essere successo a TUTTI gli italiani all’estero, non solo a me». Scrive Michele da Bruxelles: «Noi siamo un fenomeno nuovo, diverso dall'emigrazione tradizionale. Siamo liberali progressisti, anche perché confrontati con mondi politici meno stantii. Che dite: se ne saranno accorti, adesso, o dobbiamo continuare a sorbirci pizza & mandolino?». I commenti sono arrivati ieri pomeriggio: un’email e due tra i 18.000 (!) messaggi giunti alle dirette-video post-elettorali su www.corriere.it. Come questi, altri.

È vero: nel IV Referendum su Berlusconi, questi italiani hanno votato «no», scegliendo la sinistra. Ma qualcuno, a destra, dovrebbe chiedersi: perché? Un’ipotesi. Anzi, un’impressione: molti connazionali all’estero hanno usato quest’elezione 2006 per regolare un piccolo conto personale. E poiché gli italiani all’estero hanno, di fatto, deciso l’esito del voto, val la pena cercare di capire. Qual è l’accusa al presidente del Consiglio? D’essere un «detonatore di stereotipi»: di cui l’Italia —ci piaccia o no— è produttrice instancabile. Lo stereotipo nazionale è un esplosivo che, maneggiato con delicatezza, risulta inoffensivo. Meglio non scuoterlo, però: altrimenti esplode e può far male. Silvio Berlusconi non se n’è curato. La decisione di essere un «politico antipolitico», un primo ministro popolare e populista, l’ha portato a utilizzare all’estero gli stessi codici che gli hanno garantito il successo in Italia (e l’hanno portato, anche stavolta, a sfiorare una clamorosa riconferma).

La passione per il calcio, d’accordo; ma un premier proprietario della Tv, nelle democrazie del mondo, non piace. Va bene la mano sulla spalla dell’amico George e del caro Vladimir; vanno male —molto male— le battute sessuali sulle colleghe capo di governo, e le allusioni sulle disponibili segretarie italiane. Si può essere anticonvenzionali; non si possono fare battute sul nazismo nel Parlamento europeo, mostrare le corna nelle foto, ricevere i premier stranieri con la bandana, paragonarsi a Napoleone e Gesù Cristo. O meglio: si può, ma c’è un prezzo da pagare. E l’hanno pagato i connazionali all'estero. Per chi, nel mondo, ha pregiudizi sul nostro Paese, queste sono occasioni ghiotte: infatti, non se le è fatte sfuggire. Conduco dal 1998, su Corriere.it, un forum che si chiama Italians, ed è frequentato da questa nuova emigrazione professionale. Li conosco bene, questi nomadi che hanno patria: so quanto sono orgogliosi, sensibili, forti e fragili. Posso dire che il risultato del voto all’estero non mi ha stupito per niente?

Qual è il consuntivo del Parlamento che si è chiuso, quale la speranza per quello che si apre? Il consuntivo è purtroppo quello di una legislatura violenta. Tale da augurare agli italiani che una legislatura così non si veda mai più. Il parlamento è, infatti, una istituzione di pace civile. "Parlamentare" come "negoziare". "Parlamentarizzazione" come continua acquisizione al sistema democratico di movimenti politici e pulsioni che nascono con caratteristiche antisistema. La nostra lingua, come le altre lingue, riconduce alle radici della parola "Parlamento" significati di dialogo, di apertura, di inclusione.

Gli anni appena trascorsi dal 2001 ad oggi saranno segnati, invece, come una stagione in cui si è perduto, con il senso dell’autonomia del parlamento, anche il senso del suo nome.

Certo, ovunque, nel mondo delle democrazie, il parlamento ha ceduto peso a favore del governo per le decisioni legislative che attuano il programma elettorale della coalizione che ha vinto. E l’Italia ha partecipato sia pure con squilibri e incertezze agli inevitabili fenomeni di delocalizzazione della legge: dalle Camere al governo, alla pubblica amministrazione. Ma il fatto è che mentre la legislazione se ne esce sostanzialmente dal Parlamento, questo è stato occupato da bandi governativi emanati per privati scopi, personali o proprietari, che non meritano neppure lo stesso nome di legge. La parola legge, nel suo significato originario di «legame» tra chi decide e la comunità politica, appare per essi impropria e quasi impudica. Quegli atti, infatti, con il popolo sovrano non hanno avuto nulla a che fare. Con quel popolo che ha eletto un Parlamento e investito un governo su un programma che di quegli affari non parlava affatto.

Come non parlava di stravolgimento delle regole fondamentali della politica. C’è stato, invece, il prolungato attacco all’intero impianto della Costituzione utilizzando una procedura (l’art. 138) che la prassi repubblicana aveva sempre scartato, tutte le volte che con intenti condivisi si era tentata la riscrittura della intera organizzazione costituzionale. La prassi aveva infatti registrato un punto fermo con la legge costituzionale 24 gennaio 1997 n. 1 per la istituzione della «Bicamerale»: incaricata, appunto, di «elaborare progetti di revisione della parte II della Costituzione» da approvare poi con speciali procedure delle Assemblee.

Neppure era nel contratto di programma il cambio unilaterale delle regole elettorali dell’ultima ora, contro il codice di buona condotta elettorale europeo. E con questa lacerazione si è accompagnata anche la rottura del rapporto di prossimità territoriale tra elettori ed eletti. Un esempio di «democrazia negata al popolo» che i cittadini stanno in questi giorni mettendo a fuoco a poco a poco, sbalorditi per l’enormità della cosa. Mentre è già diffuso il timore che incostituzionali aggiunte di seggi nei risultati regionali possano addirittura «falsificare», per norma di legge, il risultato elettorale...

Ma la legislatura non è stata violenta solo per i suoi contenuti. Lo è stata anche per le sue procedure di schiacciamento dell’opposizione. Una maggioranza numerica senza precedenti nel nostro Paese non è bastata infatti al governo per far passare le sue leggi. Ha avuto bisogno di ricorrere a tutte le forzature del parlamentarismo di emergenza ora non più giustificate dalle ristrettezza dei numeri: salti di istruttoria, questioni di fiducia, maxi-emendamenti, contingentamento dei tempi, decreti-legge zeppi di cose eterogenee. Cinque anni di stress che si è ripercosso anche sulle istituzioni di garanzia. Così abbiamo avuto le finte-correzioni delle leggi rinviate dal Presidente della Repubblica perché palesemente viziate di incostituzionalità. Abbiamo avuto le leggi contro la magistratura (e quelle che hanno mutato la sorte dei "processi della casa", sono state più offensive per la funzione giurisdizionale di quella stessa che ha varato la controriforma finale dell’ordinamento giudiziario).

C’era possibilità per i presidenti delle Camere, il senatore Pera e l’onorevole Casini, di porre un qualche freno a queste truculenti manifestazioni di tirannia della maggioranza? Noi pensiamo di sì. E pensiamo anche che con la legislatura che muore i presidenti abbiano mancato una straordinaria occasione per temperare la ferocia del muro contro muro parlamentare. Il modello dello speaker d’Assemblea sopra le parti, come a Westminster, il modello dell’uomo della Costituzione che cancellava il suo nome dalla "chiama" delle votazioni perché votando non parteggiasse: modelli vanificati, come "mestieri che scompaiono".

Al Senato, la sola riforma regolamentare promossa dal presidente è stata quella di introdurre il principio maggioritario nel consiglio di amministrazione di Palazzo Madama: da sempre concepito come punto di pacifica convivenza, luogo di gestione consensuale della casa Parlamento e dove la contrapposizione maggioritaria era estranea al principio di corretto governo del condominio. Non è più così. Come non c’è più il principio antichissimo che voleva intangibile, salvo che per decisione unanime dell’Assemblea, l’ordine del giorno prefissato per la seduta in corso. Ora una grossolana interpretazione ha consentito che una nuova programmazione, decisa a maggioranza, possa cambiare senza preavviso, il lavoro della giornata parlamentare già iniziata.

Se poi, dall’ordine interno d’Assemblea, si passa al delicatissimo rapporto con il governo, si scopre che un’altra assurda decisione ha consentito che un semplice sottosegretario potesse mutare a suo piacimento, l’oggetto, sinora "sacro e inviolabile", su cui il Consiglio dei ministri aveva chiesto formalmente la fiducia del Parlamento. Inventando così l’istituto della fiducia "scorrevole", per "oggetto da precisare". Un mandato in bianco: in un regime parlamentare che ha smarrito così uno dei suoi "fondamentali".

Al presidente della Camera non si possono imputare devianze di questo tipo, destinate a restare incise nel legno storto del diritto parlamentare. Egli rimane però pur sempre associato al presidente del Senato per certe assai discusse nomine congiunte ad Autorità di garanzia. La joint venture tra i presidenti di Assemblea fu in altri tempi escogitata per garantire la caratura bipartisan di quelle nomine. Leggi concepite quando, per convenzione parlamentare della Prima Repubblica, una delle presidenze spettava alla maggioranza e l’altra all’opposizione. Ma leggi diventate illogiche, e da usare dunque con immensa cautela, quando i due presidenti vengono fuori dalla stessa covata maggioritaria.

I presidenti avrebbero potuto poi contenere, se non accortamente impedire, il fenomeno che ha avuto la sua prima apparizione in questa legislatura, delle "commissioni-canaglia". La commissione d’inchiesta delle Camere, che ancora oggi nelle grandi democrazie, è espressione alta del parlamentarismo dell’Occidente (la grande inchiesta sull’11 settembre è una gloria del Congresso Usa) è degenerata da noi in rozzo strumento di propaganda disegnato e usato contro l’opposizione. Volto a sostenere tesi di accusa più che ad accertare le verità dei fatti.

Ma la responsabilità più pesante delle presidenze delle Camere è stata di ordine costituzionale. Ad essi si imputa infatti l’ostruzionismo all’ingresso in Parlamento di rappresentanti di regioni, province, comuni. Ingresso previsto dalla legge costituzionale del 18 ottobre 2001, n. 3: ad integrazione della commissione bicamerale per le questioni regionali. Si sono così perduti cinque anni. Perché si è impedita una sperimentazione utilissima sia per capire come dovrebbe funzionare una Camera delle regioni, sia per stabilire un serio filtro preliminare e pregiudiziale delle inevitabili liti tra governo centrale e governi territoriali, sia per arricchire il Parlamento di apporti diretti della periferia istituzionale alla funzione legislativa centrale. Le anomalie di "governatori" che si candidano al Senato mentre sono in carica, si sarebbero forse evitate se i presidenti delle Assemblee si fossero preoccupati di fare attuare quella legge costituzionale.

Mancata ogni risorsa di moderazione, la cultura dello scontro è dilagata. Per questo il consuntivo della legislatura è quello di una partita violenta. Difficile fare di peggio. La speranza è che da questa triste esperienza venga fuori la volontà di fare, anche con l’argine di regole diverse, del nuovo Parlamento un Parlamento vero.

Postilla

Se il buongiorno si vede dal mattino, e se il giorno del nuovo Parlamento è annunciato dal mattino delle liste elettorali, allora bisogna temere che le speranze del bravo parlamentarista sono molto esili. Grazie alla indecente legge elettorale fatta approvare al pessimo Parlamento da Berlusconi, le liste sono “bloccate”: ciò significa che i membri del Parlamento sono stati scelti dai partiti, tutti in profonda crisi di legittimità, i quali hanno scelto – in grande maggioranza – persone capaci di garantire fedeltà e obbedienza più che competenza e rigore istituzionale. E gli elettori non hanno nessuna voce in capitolo. Quale miracolo potrà trasformare un così brutto mattino in una luminosa giornata, professor Manzella?

SÌ, HA RAGIONE Pietro Citati, dobbiamo andare a firmare per il referendum contro la loro "Mala Costituzione" (Giovanni Sartori), per sostenere la nostra "Costituzione aggredita" (Leopoldo Elia). Certo, il referendum si farà in ogni caso perché l’hanno già richiesto 13 regioni. Perché l’hanno già richiesto 359 parlamentari. Ma sarebbe importante che lo richiedessero anche 500 mila cittadini.

Ognuna di queste richieste costituzionali ha infatti una sua propria motivazione. Le regioni ci dicono che è possibile un altro regionalismo, un altro processo federativo secondo le comuni logiche europee. Logiche lontane dal progetto costituzionale del centrodestra che disgrega la stessa idea di un sistema italiano di governo coordinato e coerente ai vari livelli territoriali. L’opposizione parlamentare ci dice un’altra cosa: che non si cambia così una Costituzione. Forzando la procedura, prevista per singole modifiche, per travolgerne l’intero impianto; negando in Parlamento i tempi necessari per riflettere, dialogare, parlare sulla legge fondamentale del Paese.

La richiesta del cittadini ci dovrà dire invece che la cittadinanza vuole riappropriarsi della sua Costituzione. Non solo per difenderla ma per proiettarla come stella polare anche del suo futuro. I banchetti delle firme non sono banchetti di conservazione, ma garanzia per l’avvenire. Proprio nel momento in cui la cupa atmosfera da Oratore Unico, che viene giù da ogni televisione, ci spiega qual è la concezione di potere oppressivo che ci tocca contrastare ed allontanare.

2006: sono 50 anni dall’entrata in funzione della Corte costituzionale. Ci fu un ritardo di 8 anni causato da quello che allora si chiamò «ostruzionismo di maggioranza». E quando la Corte entrò in funzione, subito si accese una grande battaglia giuridica tra di essa e la Cassazione, tra «progressisti» e «conservatori». Una battaglia proprio sui valori costituzionali. Da un lato, si disse che le norme valoriali erano norme programmatiche che, per entrare in vigore, avevano bisogno di leggi attuative. Dall’altro lato, si disse invece che tutte le norme costituzionali di sostanza valoriale potevano e dovevano trovare immediata attuazione senza bisogno di leggi esecutive. La Corte costituzionale fece prevalere questa seconda tesi.

E, tuttavia, oggi vediamo con più chiarezza, con più serenità le cose. E capiamo, così, che la tesi delle norme programmatiche era infondata per quel presente. Ma coglieva e preservava per il futuro una preziosa proprietà dei valori costituzionali. Questa proprietà è la loro capacità di sviluppo, di progressivo adattamento ai tempi e ai fatti nuovi, insomma alla maturazione di una diversa modernità istituzionale. Ma se questo è vero, allora una severa autocritica si impone.

Oggi ci troviamo a rischiare la secessione dei diritti e la frattura fiscale tra nord e sud del Paese. È irresponsabile minimizzare. Competenze regionali esclusive più federalismo fiscale, significano proprio questo, nella impostazione leghista, finora sempre prevaricante. Vi è poi addirittura, nel progetto, una norma che facilita la frammentazione territoriale di regioni e comuni. Vi è ancora il rifiuto di un’Assemblea di confronto e di composizione tra governo centrale e governi territoriali per continuare l’esperienza partecipativa della Conferenza Stato-regioni. Vi è infine – come regalo per i suoi cinquantanni – l’inquinamento politico della Corte costituzionale.

Ebbene se tutto questo e molto altro ancora accade, è perché per troppi anni ci siamo addormentati sulla Costituzione. Perché non abbiamo sviluppato sino in fondo quel suo programma originario di vita e valori. Perché abbiamo messo la Costituzione sotto il mattone e non abbiamo investito i suoi valori come risorsa permanente di rinnovamento organizzativo della democrazia, nella maturazione dei tempi. Vogliamo qualche breve esempio?

Ecco, quando la Costituzione parla con le parole delle origini, all’art. 3, di «effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», quell’aggettivo «effettivo», quel sostantivo «partecipazione» significavano che l’organizzazione concreta dei partiti, del parlamento, dei sindacati non potevano restare immobili per sempre, come furono concepiti nell’800. E che si dovevano cambiare per tempo i rapporti e le procedure tra eletti e rappresentanti, tra iscritti e delegati, da sindacalisti e lavoratori. Ma i regolamenti parlamentari, gli statuti dei partiti, le strutture dei sindacati non si sono mai veramente aperti e aggiornati secondo questo programma fondato sul valore della partecipazione. Lo scossone del 16 ottobre scorso ce l’ha ricordato con la forza sbalorditiva della spontaneità delle elezioni «primarie» per il centrosinistra. Ma le primarie sono solo un aspetto della necessità di partecipazione per ristrutturare le istituzioni della politica.

Ancora. Quando la Costituzione all’art. 5 dice che la Repubblica adegua i «metodi» della sua legislazione alle esigenze delle autonomie territoriali, dice qualcosa di diverso dalla semplice separazione delle competenze. Indica una maniera di fare le leggi che già prefigurava una compartecipazione legislativa. Quella che oggi viene rinnegata con l’idea di legislazione «esclusiva»: una legislazione di separazione tra le regioni, e per le imprese, da regione a regione. Questo mentre la più matura esperienza federalista tedesca tenta, con gli accordi della Grosse Koalition, una via completamente nuova.

Ancora. La Costituzione, all’art. 11, nello stesso contesto del principio pacifista - e non è un caso - consente limiti alla sovranità dello Stato. Era la prima volta al mondo che una Costituzione statale prevedeva questo. Ebbene, quando questo avvenne, significava non solo che l’ordinamento sovranazionale non poteva fermarsi ai confini statali. Significava, positivamente, una Costituzione aperta che si proponeva una compartecipazione con le Costituzioni degli altri europei, con un superamento radicale della stessa idea federalista. Abbiamo fatto tutto quello che si doveva fare in questo senso per costruire una vera cittadinanza europea?

Infine, quando la Costituzione all’art. 2 dice che la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino, significa che i diritti fondamentali non possono essere disciplinati con le stesse regole delle comuni situazioni giuridiche. Ma che quei valori devono essere tutelati con un progressivo adeguamento dei procedimenti di garanzie alle nuove mutanti minacce di tirannie.

Si potrebbe continuare. Ma bastano questi quattro esempi per confermare due cose. La prima è che è stato trascurato un programma vasto e intenso di attuazione, manutenzione, adeguamento della Costituzione, che è cosa ben diversa dal concetto di riforme secondo astratte ingegnerie costituzionali. La seconda cosa è che nessuna difesa della Costituzione può esaurirsi nella logica conservativa. E questo perché ogni difesa di valori costituzionali è naturalmente collegata a quel programma originario di sviluppo e progresso e che ora si deve riprendere: per democratizzare la Costituzione, per costituzionalizzare la democrazia.

Hegel una volta dette la più bella definizione del Parlamento che si conosca. È il porticato, scrisse, tra le istituzioni e la società civile. Il porticato, né strada, né palazzo. Ma strada e palazzo insieme. Ecco: il compito del costituzionalismo del nostro tempo è quello di fare di ogni istituzione un porticato, di connettere la democrazia diretta con la democrazia rappresentativa, di democratizzare – con la partecipazione, con la concertazione – ogni procedura di decisione. Forse questo è proprio il nucleo portante del programma per modernizzare veramente l’Italia.

È dunque, in questa fedeltà dinamica al piano delle origini la specifica modernità dei valori costituzionali. Accanto ai banchetti per le firme, in questi giorni si moltiplicano i «comitati Dossetti» per la difesa della Costituzione, per il no al referendum. Ebbene, non dobbiamo mai dimenticare che la sentinella biblica evocata da don Dossetti non aveva nulla di conservatore, vigilava ma guardava all’avvenire. Alla domanda: «Che cosa vedi nella notte profonda?» rispondeva: «Vedo brillare le prime luci dell’alba».

C’era ancora qualcosa che mancava alla restaurazione in corso. Azzerato con la nuova legge elettorale il bipolarismo italiano, ricostituite le condizioni per una grande palude al centro del prossimo parlamento, vi era ancora un muro che vi avrebbe impedito il libero scolo delle acque. Era il muro della "diversità" del berlusconismo, il fattore impediente di ogni cambio, intreccio, pasticcio, compromesso per la legislatura futura.

Che fare? La fortuna ha aiutato i restauratori, senza bisogno di complotti né di cavalli di Troia. Le telefonate dalla cooperativa rossa e il "tifo" di chi si informava sono stati distorti e rimontati in una colossale opa sulla credibilità etico-politica del partito-pilastro della opposizione. Ma il vero obiettivo dell’operazione non era, e non è, questo. Era, ed è, quello di togliere l’ipoteca morale che grava, con insistenza planetaria, sulla anomala destra italiana. Insomma: negare la "diversità" della sinistra per negare la "diversità" del berlusconismo. "Sdoganare" il berlusconismo senza pagare neppure il dazio di una parvenza di revisionismo. Ma soltanto con l’argomento che l’"altro", l’opposizione, i "comunisti" gli sono diventati "uguali". Lo slogan che corre è: "niente più superiorità morale".

E’ un tentativo certo assai curioso ma pericoloso. Curioso perché ammette che l’opposizione possa essere considerata sullo stesso piano del berlusconismo solo quando ne condividesse il livello etico-politico. Tentativo pericoloso, perché fa appello, neppure nascosto, a quel certo immoralismo italiano diffuso, al "così fan tutti", al "sono tutti uguali" che è la giustificazione di ogni rifiuto qualunquista e di ogni astensione politica.

C’è però una cosa che rende difficile il successo di tale insidioso tentativo. L’impasto di vari partiti e zone sociali che si chiama "berlusconismo" non è più solo la questione politica-affari. Il fatto nuovo è che, negli ultimi cinque anni, nella legislatura dominata con 150 parlamentari di maggioranza, la questione morale del berlusconismo è venuta a coincidere, senza residui, con la questione istituzionale. Questa coincidenza l’ha, per così dire, indurito, l’ha pietrificato e l’ha reso irriducibile allo spazio della politica repubblicana dove sono sempre possibili i negoziati e le larghe intese.

Il marchio della legislatura che sta per finire, e del berlusconismo che l’ha padroneggiata, è stato il negazionismo dello Stato costituzionale e delle sue origini (appena ieri al Senato è caduto il tentativo di equiparazione della "repubblica di Salò" allo Stato della liberazione nazionale....). E’ il negazionismo del diritto come regola generale (anche negli ultimi giorni il Senato sarà costretto ad occuparsi di norme processuali personalizzate che disarmano i pubblici ministeri e snaturano la Corte di Cassazione...).

A chiusura di questa legislatura, insomma, il berlusconismo è diventato un’altra cosa. E’ un blocco politico che, senza rinunciare all’originario impasto affaristico, cerca di imporre un altro Stato, con un mutato racconto delle origini; con diversi rapporti costituzionali; con una differente visione dei rapporti internazionali e comunitari e addirittura della pace e della guerra; perfino con un’altra idea della libertà di religione degli italiani.

In queste condizioni il tentativo di "sdoganarlo", per conseguita omogeneità, non può riuscire: neppure se si sollevasse contro l’opposizione una "questione morale" cento volte più grande e, soprattutto, cento volte meno infondata dell’attuale. Non può riuscire perché il berlusconismo non è più una questione di soldi, che ci sono sempre stati, ma è una questione infinitamente più grave e di altra qualità: l’onestà verso la Repubblica e la sua storia.

Oggi che la legislatura sta per finire nel modo che si è detto, la valutazione del comportamento etico della maggioranza e di ciascuno dei suoi componenti non può essere dissociata da quello che per cinque anni hanno fatto contro le istituzioni.

Prendiamo, ancora, la questione dei processi. Non possono essere giudicati moralmente a posto coloro che hanno inventato un letto di Procuste alla rovescia: per adeguare le leggi ai processi in corso e ai loro imputati e non, come accade nel mondo dove civiltà giuridica regna, i processi alle leggi.

Ma se, al di là della sempre scivolosa materia dei processi penali, si andasse a guardare come nella legislatura siano state regolate delicatissime questioni istituzionali, i dubbi morali si fanno più forti e stringenti. E’ possibile che fior di galantuomini abbiano approvato una legge-burla come quella sul conflitto di interessi, quella che - appunto - dovrebbe segnare il confine tra politica e affari? Una legge che certo ha regole meno vincolanti per il presidente del consiglio di quelle che disciplinano il gioco delle tre carte (dal momento che, secondo un primo parere di Authority, il premier è considerato estraneo ai benefici di una legge del suo governo perfino quando su di essa abbia posto la questione di fiducia)? E’ possibile che onesti patrioti abbiamo approvato un progetto di Costituzione che cerca di fare avanzare l’idea di più "nazioni" nella Repubblica; di diritti fondamentali ineguali per regioni ricche e per regioni povere; di più frammentazioni burocratico-territoriali? E, ancora, è possibile che uomini con qualche scrupolo etico-democratico abbiano potuto far passare una legge elettorale che abolisce, senza le preferenze e senza i collegi uninominali, lo storico legame di responsabilità e di rappresentanza tra parlamentari e territorio e che, lacerando la Costituzione, falsifica la base elettorale del Senato (così mettendo a rischio certo la governabilità del Paese)? No, non è possibile: la supremazia del numero è stata adoperata per scopi diversi da quelle virtù repubblicane. Non c’è stata onestà, né lealtà nazionale, né scrupoli democratici nel concepire e approvare leggi così dirompenti per il comune senso delle istituzioni, per le stesse tradizioni popolari poste alla loro base.

Ma all’azione si è congiunta, forse più grave, l’omissione. Quando quella stessa enorme maggioranza parlamentare, pur capace di tali rivolgimenti, ha preferito invece far marcire, fra gli scandali, contro la norma costituzionale sulla tutela del risparmio, le regole di governo dei mercati finanziari, delle società, delle banche. E alla fine, quando è diventata insopportabile la situazione, ha imposto, per muoversi, un’ultima mancia per allentare le norme sul falso in bilancio...

E’ in tutto questo che la questione istituzionale ha coinciso rovinosamente con la questione morale. E’ tutto questo che oggi rende irreparabile la "diversità" del berlusconismo.

Dice un grande giurista tedesco che la essenza dello Stato costituzionale è nel "principio di speranza". A chi affidare allora la speranza che tanto disordine sia corretto se non a chi l’ha combattuto giorno dopo giorno per cinque lunghi anni, dimostrando così nei fatti di non essere come gli altri, di essere anzi simmetricamente "diverso" da essi? La speranza dell’alternanza alle prossime elezioni è dunque soprattutto la speranza di un nuovo ordine che ricominci con l’onestà repubblicana verso le istituzioni.

Certo: non è questione di superiorità morale. L’opposizione che ha contrastato, per una intera legislatura, e ancora dovrà contrastare in queste ultime settimane, norme ripugnanti per l’etica pubblica, ha fatto solo il suo dovere civico. Ma ha mantenuto viva, con questo quotidiano impegno che ha coinvolto partiti, associazioni, piazze e parlamento, la più grande delle questioni morali: la questione della democrazia. La bussola infallibile da tenere d’occhio quan

FIRENZE - «Centodue al governo? Probabilmente abbiamo battuto un record europeo. Il segnale è negativo, non c´è dubbio. Ed è giusto criticarlo e spingere per un cambiamento della politica. Ma dobbiamo stare attenti a non indebolire Prodi, che ha bisogno di tutto il nostro sostegno in questa fase». E´ un tono di rimprovero più che di condanna quello usato dallo storico Paul Ginsborg, a suo tempo uno dei promotori più attivi dei "girotondi" anti-Berlusconi, per commentare l´overdose di ministri e sottosegretari. Proprio in questi giorni sta finendo di scrivere nella sua casa dell´Oltrarno fiorentino un volume per Einaudi, La democrazia elusiva.

Un governo ipertrofico si addice a un paese con i conti in rosso?

«Non c´è dubbio che un governo ipertrofico sia un messaggio sbagliato e Prodi stesso nel suo primo mandato aveva cercato di limitare la pesantezza dell´esecutivo. Non ci può essere dubbio sul fatto che questo sia il risultato delle pressioni dei partiti, che hanno preteso una moltiplicazione di posti».

Prodi non poteva sfuggire alle richieste, insomma.

«La mia impressione è che Prodi non volesse questo ma che lo abbia dovuto subire. Poi ha fatto di necessità virtù dicendo che "c´è lavoro per tutti". Ma il numero 102 è un´esagerazione».

E´ un segnale di debolezza del premier aver ceduto alle richieste?

«Prodi è una combinazione di debolezza e di forza. Da una parte non è il leader di un partito, dall´altra è riconosciuto come l´unico possibile leader della coalizione. Ha vinto le elezioni e ha fatto altre cose buone, già nei primi giorni».

Se nascerà il Partito Democratico Prodi ne dovrà essere il leader? Questo darebbe a lui maggiore forza rispetto ad ora?

«Senz´altro. Ma non credo che ambizioni e appetiti spariscano nel corso di una notte o attraverso un cambio di nome».

Esistono governi altrettanto sovraffollati in Europa?

«Francamente non mi sorprenderebbe scoprire che il governo Prodi ha battuto una specie di record. Ma quello che vediamo nel nostro microcosmo fa parte di un trend generale che ha a che fare con la crisi della democrazia rappresentativa. Una parte di questa crisi emerge dal ruolo attuale dei partiti, che hanno molto bisogno di chiedere posti e distribuire incarichi perché non hanno più una forte base dentro la società. Si vedono molto meno gli scopi nobili, una volontà di "servire" il cittadino. La politica sembra diventata una mangiatoia».

Non le viene la tentazione di organizzare un girotondo intorno a Palazzo Chigi? Qualche anno fa lo avrebbe fatto.

«No, nessun girotondo invece. Dobbiamo far notare la negatività di certi segnali e premere per la riforma della politica. Ma Prodi non deve essere indebolito, perché il rischio è che si torni rapidamente al governo Berlusconi e questo sarebbe un disastro per l´Italia. Ho scritto un articolo per il Financial Times - che aveva espresso dubbi sulla tenuta dell´Unione - spiegando che invece Prodi sarebbe stato in grado di prendere iniziative importanti. Non vorrei essere smentito dai fatti. Noi rinunciamo ai girotondi, ma anche loro dovrebbero capire la necessità di un cambiamento e fare la loro parte».

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