Giulio Tremonti ne parla apertamente in tv, Silvio Berlusconi ne parla dietro le quinte coi suoi: come volevasi dimostrare, gli sconfitti sono pronti a prendere al balzo la palla della rivincita che il referendum sulla Costituzione gli offre. Certi di farcela, tanto per non perdere l'abitudine di «pensare positivo» come comanda lo spirito di Arcore: perché gli italiani non dovrebbero premiare «l'innovazione » di cui la loro riforma costituzionale è portatrice, e bloccarla andando dietro al «conservatorismo » quarantottesco del centrosinistra? Molto colpevolmente l'appuntamento referendario è stato occultato durante la campagna elettorale, come si trattasse di una questione spinosa. O rimosso, come si trattasse di una vittoria scontata. A essere sicuro di farcela, infatti, fino a l'altro ieri era il centrosinistra: un referendum senza quorum si vince facilmente, quando si è certi della capacità di mobilitare il proprio elettorato.
Senonché a dimostrarsi pronto alla mobilitazione, e a una mobilitazione ideologica, è stato l'elettorato di centrodestra, accorso a votare senza defezioni per salvare il capo dai comunisti che lessano i bambini e mettono le tasse. Figurarsi se si tratta non di salvarlo ma di resuscitarlo: tutti alle urne, come alla messa di Pasqua. Mentre nella metà campo di centrosinistra, finora, non si sente circolare un solo argomento che spinga qualcuno ad andare al seggio invece che al mare. Prodi accennò al referendum come «completamento dell'opera » la notte dei risultati elettorali, mentre cantava troppo trionfalmente vittoria.
Poi non se n'è sentito più nulla, come prima. E nei comitati per la difesa della Costituzione circola voce che i vertici del centrosinistra puntano al rinvio, o peggio a fare di un nuovo patteggiamento sulla riforma la carta da mettere sul tavolo del «dialogo» possibile fra le famose «due metà del paese». Converrà essere chiari e andare al sodo, della forma e della sostanza. Qui non c'è in gioco una conferma o un ribaltamento del risultato elettorale - che già non sarebbe cosa da poco. C'è in gioco un passaggio storico e istituzionale, prim'ancora che politico, di primaria grandezza. Proviamo infatti a immaginare lo scenario che si aprirebbe nello sciagurato caso di una vittoria del centrodestra al referendum.
Sul piano formale, sarebbe davvero insostenibile una situazione che vedesse gli eredi della Costituzione archiviata al governo e i padri della Costituzione «nuova» all'opposizione: la cesura costituzionale azzererebbe i giochi ordinari della politica e lo scioglimento delle camere sarebbe inevitabile.
Sul piano sostanziale, l'Unione si ritroverebbe ad aver vinto (di misura) le elezioni e ad aver perso la transizione italiana tutt'intera: se è vero com'è vero che la sua vera posta è, da quindici anni in qua, precisamente la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l'archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l'introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del parlamento. Ovvero il progetto che dal '94 tiene incollata la destra tricipite italiana e che la riforma costituzionale varata in parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente.
Non è credibile che i vertici dell'Unione non abbiano contezza di questo scenario. A che si deve allora il silenzio che avvolge il referendum, se non alle divisioni che da sempre solcano il centrosinistra sui destini della Costituzione, ben più radicali di quelle sui destini della legge 30 o dei Pacs? Il velo del silenzio serve a coprire la frattura fra chi vuole dire di no alla riforma del centrodestra per salvare e rilanciare la Costituzione del '48, e chi vuole dire no per modificarla subito dopo in termini più moderati ma non opposti a quelli della Cdl, anzi nella stessa direzione della Cdl, anzi con la Cdl. Dove porti questa strada lo sappiamo già. E del resto Berlusconi non ha alcuna intenzione di percorrerla. A radicalizzare lo scontro ci penserà lui, e nessuno dei suoi alleati, checché ci speri l'Unione, pensa di sfilarsene.
Franco Ferrarotti, tanto più ora (il 7 di aprile) che ha compiuto ottant'anni, è un mostro sacro della cultura italiana. Nessuno, che abbia una certa età, può dimenticare che è stato lui a sfondare la cortina di ferro «crocio-marxista» liberando l'insegnamento della sociologia dalla criminologia, dandole la dignità di disciplina autonoma. Poi Franco Ferrarotti non è stato solo professore in patria, ha insegnato in varie parti del mondo, è stato anche deputato, ha indagato sulle borgate non solo romane, ha scritto un sacco di libri, tutti piuttosto provocatori. E anche adesso è un vulcano, che non risparmia lava e lapilli. In omaggio a questi suoi ribollenti ottant'anni non ho resistito alla tentazione di intervistarlo.
Se ti va, visto che siamo alla vigilia, dimmi che pensi di queste elezioni.
Sì, la passione politica non mi manca. Da giovane, avevo ventidue anni, bazzicavo un po' con i trozkisti e gli anarchici. Nel '48 poi ero per la fusione dei socialisti di Nenni con i comunisti di Togliatti. Questi i miei lontani precedenti. Ora, le elezioni di domenica: mi sembrano molto importanti, quasi come quelle del 18 aprile del 1948 e vale sottolineare che il leader avverso non è De Gasperi, ma Berlusconi. Quelle del '48 segnarono la storia d'Italia dando il potere alla restaurazione democristiana. Oggi il rischio è analogo: Berlusconi è il bacino collettore di tutto lo storico moderatismo italiano, per di più rafforzato dalla chiesa cattolica. E' un blocco socio-culturale da temere.
Mi chiedi come andrà. Ho molta fiducia nel fatto che Berlusconi - come si è già visto - a un certo punto sbarella. Penso che il centro-sinistra vincerà, ma - aggiungo - o sarà una vittoria chiara e forte oppure sarà una mezza vittoria e la crisi italiana continuerà e andrà peggio.
La tua, e si era già nel 1960, è stata la prima cattedra di sociologia in Italia. Come mai questo ritardo?
In Italia dominava quel che io chiamerei crocio-marxismo, che fece blocco contro la sociologia: la si studiava solo nelle facoltà di giurisprudenza e medicina, come criminologia, ma non poteva essere una scienza a sé.
E come sei riuscito a passare, ad avere una cattedra?
Nel mondo accademico avevo due quinte colonne, Nicola Abbagnano e Franco Lombardi, poi ho avuto un po' di fortuna, ma dominante era l'affermazione della sociologia in tutto il mondo occidentale: l'eccezione italiana non poteva resistere.
In che senso fortuna?
Pensa che nel 1949 (avevo 23 anni) Einaudi pubblicò la mia traduzione della «Teoria della classe agiata» di Veblen. Il volume arrivò nelle librerie il 3 gennaio del 1949 e il 15 gennaio uscì una stroncatura di Benedetto Croce: il successo era assicurato. Ma anche la cultura marxista si schierò contro: la rivista Critica Economica diretta da Antonio Pesenti pubblicò la sua stroncatura a firma di Angiolini, che era - credo - il redattore capo della rivista. Allora trovai un sostegno da parte di Cesare Pavese e Felice Balbo.
Perché queste resistenze?
Si temeva una contaminazione della cultura consacrata e c'era anche la convinzione dell'impossibilità di passare dall'empiria (propria della sociologia) alla teoria.
Credo di capire, ma a che serve oggi la sociologia?
Bella domanda. La sociologia avrebbe dovuto essere sinottica, globale, l'autoanalisi continua dello stato della nostra società. Invece è diventata una tecnica specialistica di analisi settoriali senza un giudizio complessivo. Mi verrebbe da dire che si è ridotta quasi a un'attività di spionaggio e avrei voglia di aggiungere che oggi i veri sociologi negli Usa sono i pubblicitari, i quali studiano le capacità di spesa dei vari strati sociali e quindi le loro scelte di consumo.
Sai, quando andai per la prima volta negli Usa avevo in mente il sogno di Scipione scritto da Cicerone. Sognava che lo spirito filosofico greco si unisse allo spirito pratico romano. Io sognavo qualcosa di analogo tra pensiero filosofico europeo e pensiero sociologico americano, ma era solo un sogno.
Parliamo un po' del lavoro, che mi pare abbia perso di importanza nel dibattito politico-culturale anche in questa campagna elettorale.
Il lavoro è stato banalmente concepito come un puro strumento per procacciarsi i mezzi di sussistenza. Una visione riduttiva fatta propria anche dai sindacati. Pensa alla monetizzazione della nocività.
Voglio essere rozzo: è ancora il lavoro che produce ricchezza? E c'è ancora lo sfruttamento?
Certo è ancora il lavoro che produce ricchezza e c'è ancora lo sfruttamento, ma con la tua «rozzezza» rischi di rimanere ai tempi di Charlie Chaplin e della catena di montaggio e di non vedere i grandi cambiamenti che sono avvenuti nel processo capitalistico. Oggi le categorie nelle quali si dividevano i lavori sono saltate. Da una parte ci sono le macchine transfer che fanno parte del lavoro che una volta faceva l'operaio: oggi l'operaio ha soprattutto funzioni di controllo, è un supervisore. Siamo forse a un passaggio dall'operaio all'operatore.
C'è poi la questione dei cambiamenti del lavoro, non è più solo questione di lavoro flessibile, quanto di lavoro occasionale. La fabbrica nuova non è più la vecchia Mirafiori, spesso è diffusa nel territorio.
Così dall'altra parte non solo non c'è più la presenza del padrone e neppure del manager come era ancora ai tempi di Valletta, che si riconosceva sempre subalterno agli Agnelli. Ora - anche in Italia dovremmo impararlo - c'è il chief executive officer, che comanda, guadagna moltissimo, non ha nessun rapporto di fedeltà con l'impresa e non tiene in nessuna considerazione il padrone, che il più delle volte è rappresentato da un popolo di azionisti dispersi, che guardano più agli andamenti di borsa, che ai risultati produttivi dell'impresa.
Tutto questo - a mio parare - funziona in America, ma in Europa è un disastro. In America - mi hanno telefonato stamane - Bush, che è Bush, vuole dare la cittadinanza a undici milioni di ispanici, in Italia invece siamo alla Bossi-Fini e in Europa non è tanto meglio.
Passiamo ad altro, ma non tanto. Nel tuo libro sul capitalismo, dici che è l'unico sistema sociale ormai esistente. Per un verso corrisponde alla realtà, ma mi sembra un cedimento, anche culturale. Ha veramente vinto il capitalismo?
Sì il capitalismo ha vinto, ma è una vittoria «pirrica». Ti ricordi la frase di Pirro? «Un'altra vittoria così contro i romani e potremo tornarcene a casa».
La vittoria del capitalismo sul socialismo è indubitabile: il capitalismo produce ricchezza, il socialismo distribuisce ricchezza, ma siccome non la produce è un fallimento. Gorbaciov mi ha detto che il fallimento del socialismo sovietico era «inevitabile».
Ma oggi che succede?
Oggi - i marxisti hanno ancora una volta perso il treno - c'è la finanziarizzazione dell'economia nei paesi ricchi: la produzione la fanno gli altri, gli iloti dei paesi che cercano di raggiungere il capitalismo.
Perché dici che i marxisti hanno perso il treno?
Perché fra le tante cose che hanno dimenticato hanno dimenticato pure Hilferding e il suo Capitale finanziario. Oggi il comando capitalista sta nella finanza e i marxisti - ma forse esagero - si occupano ancora della produzione. Non hanno capito che il capitalismo è Proteo (lo diceva anche Franco Rodano). Cambia continuamente sotto le tue mani e diventa insuperabile perché supera sempre se stesso. I marxisti dovrebbero essere più attenti a Marx che, quando ancora i lavoratori erano artigiani, aveva anticipato la venuta della classe operaia.
Concludiamo, quale è il tuo giudizio sulla nostra società?
E' una società saturnina che alleva i suoi figli, li manda a scuola, gli fa fare anche i master e poi li ammazza, li divora.
La conversazione continua, ma sulla società «saturnina» mi fermo. Del resto se ne parlerà ancora. Franco Ferrarotti, come dicevo è un vulcano, e niente affatto in sonno.
NEW YORK - Professor Schlesinger, ha sentito? Silvio Berlusconi viene presentato negli Stati Uniti come un «nuovo De Gasperi». Lui stesso, nel discorso di mercoledì notte sulla portaerei Intrepid, ancorata non lontano da qui, ha proposto di trasformare il mondo in «una grande America». Lei che ne pensa?
«In teoria dovrei essere orgoglioso per questa professione di fede in una serie di valori che hanno sempre contraddistinto il nostro paese, e che tanti di noi hanno aiutato a difendere e rafforzare. Ma non mi fido, perché viene da Silvio Berlusconi, un uomo che ha sempre dimostrato di essere molto distante dai principi che ispirano la nostra democrazia».
Pochi personaggi hanno lo spessore e l´esperienza politica di Arthur Schlesinger Jr. A dispetto dell´età - ormai è alla soglie dei novanta anni - il grande storico e biografo kennediano appare instancabile, curioso, impegnato, con la battuta sempre pronta e la passione di un vero intellettuale liberal. È sempre stato un amico dell´Italia e - lo ammette chiaramente - un nemico di Silvio Berlusconi. Ad alimentare le sue riserve sul presidente del Consiglio non sono solo gli articoli dell´Economist, ma anche la lettura dell´ultimo libro di Alexander Stille, che lui ha ricevuto prim´ancora dell´uscita ufficiale nelle librerie newyorkesi.
Perché è così sospettoso sulla buona fede di Berlusconi?
«Nessuno, tra i politologi americani e i conoscitori dell´Italia, pensa che Berlusconi sia sincero nelle dichiarazioni sul modello americano. In un certo senso erano inevitabili, visto il contesto ufficiale della sua visita, ma l´insistenza e la forza con cui le ha poste fanno pensare a un tentativo di guadagnarsi in fretta una popolarità negli Stati Uniti, da poi rivendersi nelle elezioni italiane.».
Michael Stern, responsabile della "Intrepid Foundation", ha parlato di Berlusconi come l´artefice di un ravvicinamento storico tra Roma e Washington e come «un nuovo De Gasperi della politica italiana». È un paragone calzante?
«Non scherziamo. Alcide De Gasperi era una persona pia, un uomo santo che credeva nella presenza divina. Berlusconi crede solo in se stesso.»
Ma perché è così sicuro, professore, del carattere strumentale delle posizioni berlusconiane?
«Non sono certo il solo, né qui né in Europa, a dire che abbiamo a che fare con un acrobata della politica. Ma, nel risponderle, vorrei cercare di attenermi ai fatti, senza farmi condizionare da altre opinioni. Berlusconi vuole che il mondo diventi una grande America? Ma tutto quello che fa, in politica e negli affari, va nel senso opposto ai valori americani. Ad esempio, si presenta di nuovo alle elezioni con l´appoggio dei suoi miliardi e di sei reti televisive, senza alcun rispetto per le norme sul conflitto di interesse. Negli Stati Uniti non avrebbe alcuna chance. »
Berlusconi punta anche sul suo ruolo di alleato di George W. Bush nella guerra al terrorismo e ha citato, l´altro ieri, il contributo italiano agli sforzi militari in Afghanistan e Iraq.
«Berlusconi ha sempre fatto molto comodo a Bush, perché ha diviso il fronte europeo e ha appoggiato la Casa Bianca sull´avventura in Iraq. L´anno scorso, come paradossale ricompensa per questo ruolo, il presidente del consiglio subì l´umiliazione del caso Calipari: ricevette da Washington solo qualche vaga espressione di cordoglio per la morte dell´ufficiale artefice della liberazione della Sgrena di e una totale chiusura sul fronte delle indagini militari».
Titolo originale: After the Hamas earthquake- Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
I democratici applaudiranno giustamente quel risultato del 78% nelle elezioni di mercoledì per il Parlamento palestinese, che sono state significativamente equilibrate, libere e pacifiche. George Bush e Tony Blair, che hanno fissato il medesimo obiettivo per promuovere la democrazia in Iraq e (selettivamente) altrove in Medio Oriente, dovrebbero essere entusiasti. L’unico problema è il risultato: le cifre preliminari parlano di una schiacciante vittoria per il Movimento di Resistenza Islamico, Hamas, a lungo rifiutato come organizzazione terroristica non solo da Israele, ma anche da USA, Europa e Russia. Si tratta di una catastrofica sconfitta per Al Fatah, partito naturale della liberazione e di governo dei i palestinesi per 40 anni, e per metà di questo periodo impegnato verso una soluzione a due stati a questo conflitto fra i più inestricabili.
Hamas non è un normale partito politico. Sino a quando ha partecipato a queste elezioni era più conosciuto in Israele e all’estero per gli attacchi suicidi utilizzati contro i nemici ebrei. A Gaza e nella Cisgiordania era ammirato per la rete di servizi sociali e per i contrasti alla corruzione, diventata proverbiale per Al Fatah e l’OLP, sotto Yasser Arafat e poi Mahmoud Abbas. Ideologicamente, Hamas si avvicina a quello che era la OLP trent’anni fa, sposa la lotta armata e auspica la sostituzione di Israele con uno stato palestinese. Non è stato un buon segno, quando il suo capo in esilio si è recentemente incontrato col presidente iraniano, che chiede di sradicare Israele. Ma retorica e realtà possono essere diverse: il manifesto elettorale di Hamas non ripeteva il suo statuto riguardo alla distruzione dello stato ebraico. Il movimento è stato disciplinato quanto basta per osservare in massima parte un cessate il fuoco di un anno, e ha fatto capire che potrebbe continuarlo a tempo indefinito. Il trionfo elettorale si deve molto meno alla resistenza all’occupazione – una lotta impari contro gli F16 israeliani, i missili Hellfire e gli assassinii mirati – che alle richieste di moralità e risultati.
Paradossalmente, una vittoria di queste dimensioni, inattese anche dagli esperti analisti locali, potrebbe – anche – rivelarsi una notizia migliore di quanto non sembri. Se Hamas avesse vinto solo qualche seggio ministeriale in una situazioni di potere condiviso in un gabinetto dominato da Al Fatah, la tensione fra politica e resistenza sarebbe stata difficile da risolvere. Se la maggioranza parlamentare ottenuta – 76 su 132 seggi, contro i 43 di Al Fatah – significa responsabilità totale, Kalashnikov ed esplosivi dovranno tacere. È difficile pensare che Hamas sviluppi un governo efficace senza scendere a patti con gli israeliani. È anchepiù difficile pensare che gli israeliani si rapportino solo attraverso la canna di un fucile, se iniziano ad esplodere le bombe sugli autobus di Tel Aviv.
Ecco perché la risposta giusta a questi risultati è insistere perché Hamas chiarisca che è impegnato a negoziare con Israele. Il nuovo parlamento dovrebbe approvare a mettere in pratica una legge sui partiti politici che richieda alle milizie armate di sciogliersi. D’altro canto Israele deve adempiere ai suoi obblighi secondo la “ road map” internazionale per la pace, come la cessazione di tutte le attività per le colonie. Israele sarà profondamente scettica sia riguardo alle intenzioni di Hamas che ai consigli esterni, e sarà tentata di fare mosse unilaterali, sul modello del ritiro da Gaza spinto da Ariel Sharon la scorsa estate. Sarà difficile contestare Ehud Olmert, successore di Sharon, che affronta elezioni di verifica a marzo, quando afferma che Israele “non ha una controparte” per la pace. Olmert indebolirà il suo nuovo partito centrista Kadima se sarà visto fare qualunque concessione a quello che il leader del Likud, Binyamin Netanyahu, ieri ha sinistramente definito “ Hamasistan”.
Da fuori, Unione Europea e Stati Uniti dovranno verificare se una loro azione congiunta possa incoraggiare Hamas a togliere bombe e fucili dalla politica palestinese. La vittoria di Hamas è un terremoto per il Medio Oriente che può portare a nuove occasioni per quanto riguarda l’enorme traguardo della pace tra due popoli che combattono da troppo tempo nello stesso piccolo paese. Ma per il momento appaiono di gran lunga più evidenti i pericoli.
Il forum all'Unità di Massimo D'Alema, pubblicato ieri, sollecita una attenta lettura. E' una difesa, forse esagerata (“I Ds non sono colpevoli di nulla”), ma anche nobile; un appello agli elettori the hanno invaso di fax l’Unità e il partito; e un ammonimento agli alleati, di destra e di sinistra, che sgomitano per farsi spazio nelle candidature, è una difesa contro l’attacco dei poteri forti, italiani e soprattutto europei.
Detto tutto questo, il messaggio di D'Alema non persuade e non si può non concordare con la dichiarazione rilasciata ieri alle agenzie da Fabio Mussi. “E’ difficile the la direzione Ds di mercoledì possa concludersi unitariamente”. Sono sicuro - prosegue Mussi - the non abbiamo commesso reati e in questo senso difendo il partito come D'Alema, “ma se l'assenza di reati assolvesse anche dagli errori politici, basterebbe affidare i congressi di partito alla magistratura. Invece, nel caso delle scalate bancarie, e delle recenti alleanze the si sono intrecciate, sono stati commessi errori politici che rimandano a limiti più di fondo, politici, strutturali, etici, culturali, via via accumulati dalla sinistra italiana”.
L'errore politico e anche culturale e stato quello (questo giornale lo ha sostenuto fin dall'inizio) di illudersi di potersi rafforzare, e magari vincere, con la « finanza rossa". Capisco che la tentazione sia forte: perché, visto che ne siamo capaci, non dobbiamo fare finanziare anche noi e far valere la nostra intelligenza? La tentazione c'è, ma è diabolica e, soprattutto, ingenua e anche politicamente sciocca: non si possono fare le stesse cose di quelli che diciamo di voler combattere. Mi viene da dire che il disastro sarebbe stato ancora maggiore se l'Unipol (dando ingenua gioia a Fassino) fosse riuscita a conquistare la Bnl.
Ma queste tentazioni disastrose sono il sintomo di un grave e persistente pericolo di degenerazione della politica di sinistra. Di uno stravolgimento dei primato del lavoro e dell'eguaglianza che sono il fondamento della libertà e della fraternità. Per frenare, bloccare questa deriva che tende a renderci simili se non eguali ai nostri storici avversari, ci vuole un grande impegno culturale e politico. Non possiamo impegnarci a saper tutto sulla Borsa e sapere poco o niente della società e della vita dei subalterni (oso dire degli sfruttati).
“Il mio peccato originale - dice D’Alema - è di aver consentito l'Opa di Olivetti sulla Telecom”. Credo che cosi dicendo abbia ragione e non perché “non me l'hanno perdonata”, ma perché quella estata una tappa importante del percorso the ha portato i Ds a questo punto, e che ha dato forza a quelli che, partiti democratici o meno, vogliono ridurre il peso dei Ds.
Alcuni miei stimati e cari compagni mi hanno detto che questa diffidenzaa nei confronts della « finanza rossa» sa di muffa e di arcaico. Forse hanno ragione, ma al risultato della gara per la modernizzazione è sotto
Provo a immaginare la lunghissima notte di Prodi tra il 16 e il 17 maggio. L’elenco di ministeri e ministri mille volte scritto cancellato riscritto, telefoni a squillo continuo, inseguirsi di richieste di segno opposto, esigenze inconciliabili che si incrociano e scontrano, insindacabili diritti da non dimenticare, promesse portate all’incasso, ricatti e minacce appena e non sempre dissimulati, consiglieri che ne inventano di tutte, ma i conti ostinatamente non tornano. E via con ministeri che si sdoppiano, sottosegretariati che si moltiplicano… E’ fatta finalmente!
Oddio, le donne! Quante sono le donne? Appena due! Impossibile, che figura ci facciamo? Lascia perdere Zapatero, ma che siano almeno sei, come nel governo D’Alema… E ancora via con gli scorpori, l’invenzione di dicasteri nuovi di zecca, la crescita esponenziale dei sottosegretariati. Eccetera.
Magari non è andata proprio così, ma il senso del governo faticosamente partorito è questo: le donne non appartengono alla politica. Sono un’altra cosa, un’altra “categoria”, direbbe Berlusconi. Dopo trent’anni di femminismo, dopo una vastissima produzione di leggi a cancellare le più gravi discriminazioni a loro carico e ad agevolarne l’inserimento in tutti gli ambiti del pubblico e del sociale, le donne per il mondo politico rimangono una variabile esterna e assolutamente non determinante, sono qualcosa che si “aggiunge” al quadro politico via via definito dai governi, che non ha alcun potere di modificare in misura significativa. Le grandi e celebri eccezioni, da Golda Meir a Indira Ghandi a Margaret Thatcher a Condy Rice, sono in realtà eccezioni solo biologicamente.
Il discorso sui perché è quanto mai complesso e non è questa la sede per affrontarlo. Forse resta il fatto che la cultura, come la natura, “non facit saltus”, che trent’anni sono un nulla rispetto ai millenni della storia umana. Il portato della cultura lo si ritrova infatti anche dove meno lo si aspetterebbe. Vedi l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione, il quale recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”
Un testo senza dubbio dettato dalle migliori intenzioni e, per l’epoca, anche notevolmente avanzato, che certo in anni di difficile emancipazione è stato la base per provvedimenti di sicura utilità. Un testo che comunque dice con tutta chiarezza: la cura della famiglia è il compito “essenziale” delle donne; la maternità riguarda esclusivamente loro, non solo come ovvio dal punto di vista biologico, ma per tutto quanto comporta di lavoro e di impegno; nulla cambia quando la donna è regolarmente inserita nel mercato del lavoro, al massimo può esserle concesso qualche pubblico ausilio, come appunto l’articolo dispone; nessun provvedimento del genere ha motivo di essere previsto per i padri; dunque la società - con pieno diritto e con tutta naturalezza - scarica interamente sulla popolazione femminile i compiti relativi alla riproduzione.
Dopo sessant’anni che hanno visto il mondo radicalmente trasformato, e quello femminile soprattutto, l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione ancora resiste intatto. In contraddizione peraltro con provvedimenti legislativi di qualche decennio fa secondo cui anche i padri hanno diritto a “permessi di paternità”. E però in perfetta omogeneità con il fatto che sono pochissimi i padri che se ne avvalgono. Tutto si tiene. Ciò che pensano i politici, pensa anche la grandissima parte degli uomini. E forse dopotutto anche non poca parte delle donne? Le elette che non protestano abbastanza per essere così poche, come le elettrici che sono più numerose degli elettori e se volessero potrebbero regalarci un parlamento al femminile, come in questi giorni è stato notato?
Una proposta di revisione dell’articolo 37, comma 1, della Costituzione fu il primo atto di una mia breve stagione parlamentare. Proposta puntualmente finita dentro un cassetto di Palazzo Madama dove, suppongo, tuttora sta. Non sarebbe il caso che qualche nuova eletta riprendesse l’iniziativa? Il dibattito che ne seguirebbe, inevitabilmente trattandosi di una modifica costituzionale, non servirebbe ad approfondire il discorso di questo dopo-elezionii? E a capire perché di fatto, ancorta oggi, le donne non appartengono alla politica?
La questione iraniana è di per sé preoccupante. Anzi angosciante. Mahmud Ahmadinejad, il presidente eletto di Teheran, auspica la distruzione di un paese vicino (Israele), minaccia di sguinzagliare kamikaze nel mondo giudeo-cristiano che gli è ostile, e al tempo stesso annuncia (l´11 febbraio) di possedere la tecnologia necessaria per dotarsi di strumenti nucleari. Il deterrente di cui dispongono le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, può distogliere, ben inteso, i successori di Ruhollah Khomeyni dall´idea di poter usare un giorno le eventuali armi atomiche in loro possesso, o di fornirle a dei terroristi. Resta pur sempre inquietante la prospettiva di vedere tali ordigni di distruzione nelle mani di un regime di quel tipo (la cui credibilità è già inquinata dall´intenzione di violare il trattato di non proliferazione sottoscritto dall´Iran). Ma all´inquietudine alimentata dalla prospettiva di vedere l´Iran teocratico accedere al rango di potenza nucleare, se ne aggiunge un´altra: quella di vedere la (quasi) esclusiva responsabilità di risolvere la questione affidata a coloro che hanno gestito la vicenda irachena come degli «autisti ubriachi». (L´ espressione è di Thomas L. Friedman del New York Times). Stando a quanto ha scritto (sul New Yorker) Seymour Hersh, autore di affidabili inchieste giornalistiche, quegli « autisti ubriachi» starebbero considerando l´eventuale uso di armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti sotterranei nucleari iraniani.
Fondata o non fondata, smentita o non smentita, la semplice ipotesi suscita sgomento. Altri commentatori americani, abitualmente cauti nell´esprimere opinioni, non escludono del tutto che l´amministrazione Bush, paralizzata, boccheggiante nel pantano Iraq, adotti un vecchio proverbio, secondo il quale se hai preso male una curva non devi schiacciare il freno, perché rischieresti di uscire di strada, meglio schiacciare l´acceleratore. Per Bush, significherebbe estendere l´avventura mediorientale all´Iran.
Visto attraverso il prisma iracheno il bilancio della politica americana in Medio Oriente risulta un lungo elenco di insuccessi. Sarebbe di cattivo gusto fare del sarcasmo mentre il terrorismo e il controterrorismo uccidono ogni giorno gente inerme. Ma non assomiglia a una beffa il ritrovarsi davanti agli stessi fantasmi tre anni dopo l´invasione? Un´invasione giustificata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein; rivelatesi inesistenti nella valle del Tigri e dell´Eufrate; ma adesso rispuntate come dannati, maledetti fantasmi nel vicino Iran. Quindi l´inseguimento rischia di ricominciare, sia pure sotto un´altra forma. Non ci sono più marine da mobilitare, ma negli arsenali non mancano le bombe.
Altro motivo della spedizione irachena era ed è la democrazia. La democrazia da seminare, come il grano o il granoturco, nel mondo musulmano che non ha conosciuto né la rivoluzione americana né quella francese. La messe, al primo raccolto, assomiglia tuttavia più a una guerra civile che a una democrazia. Le elezioni ci sono state, in gennaio e poi in dicembre del 2005. È stata persino approvata, con un referendum, la Costituzione federale. Ma gli iracheni non hanno votato per questo o quel programma politico. Le schede sono servite per dichiarare l´appartenenza al proprio gruppo etnico e confessionale. In una società senza uno Stato in grado di garantire la sicurezza non può nascere la democrazia.
Nell´Iraq in preda alla violenza, dove neppure l´esercito della Superpotenza occupante è in grado di mantenere l´ordine, uomini e donne si rifugiano nel clan, nella tribù, nell´etnia, nella religione, che diventano fortezze dalle quali difendersi o attaccare gli avversari. Quattro mesi dopo le ultime elezioni politiche, che hanno dato vita a un Parlamento paralizzato, non c´è ancora quello che doveva essere il primo governo costituzionale della Repubblica democratica irachena. Nessuno riesce a scalzare il vecchio, inefficiente primo ministro, Ibrahim al-Jaffari, benché egli non riesca a trovare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Il panorama politico uscito dalle elezioni è frantumato in Sciiti, Sunniti e Curdi. Spesso divisi al loro interno in partiti, correnti e clan. Alle spalle dei quali si muove una miriade di milizie armate che formano come una cornice attorno alla guerra civile. Un mosaico che si compone e scompone, sotto lo sguardo smarrito degli americani impacciati sotto il peso di armi e di idee non adeguate all´Oriente che volevano convertire alla democrazia.
Tre anni dopo l´invasione anglo-americana, l´Iraq sprofonda sempre più nella barbarie. Decine di innocenti, a volte centinaia, quando le esplosioni avvengono in un mercato o sul sagrato di una moschea, sono dilaniati dalle autobombe guidate da kamikaze. Continuano i rapimenti criminali o politici che fanno fuggire medici, avvocati, ingegneri, commercianti nei paesi vicini, in Giordania, in Siria, in Arabia Saudita. Si moltiplicano le bande armate, guidate da signori della guerra o da capi clan incaricati di difendere una tribù, un quartiere, una qualsiasi attività economica, dagli assassini che colpiscono per denaro o per conto di una comunità etnica o religiosa. Il sospetto si insinua dappertutto. In tutti gli ambienti.
Oltre agli attentati spettacolari, ogni giorno si trovano cadaveri nei quartieri misti di Bagdad, dove un tempo convivevano in pace sciiti e sunniti. Per spingere una comunità o una famiglia ad andarsene viene ucciso uno dei suoi componenti. È una violenza che fa in media una ventina di morti quotidiani ma che passa quasi inosservata nella metropoli. È una pulizia etnica silenziosa. È un veleno che alimenta quella che ancora viene chiamata una guerra civile «non dichiarata», perché i capi religiosi, sciiti e sunniti, nella loro ufficiale saggezza, si guardano bene dal proclamare nelle moschee. Non stupisce che molti rimpiangano la dittatura sanguinaria di Saddam Hussein, il tiranno di cui si celebra con fatica il processo, nella Zona Verde, quella bunkerizzata in cui si trovano ministri, deputati, diplomatici (in particolare quelli americani), e non pochi giornalisti stranieri. Ai tempi di Saddam le strade erano sicure e la donne non erano costrette a coprirsi i capelli con uno scialle nero. L´Iraq occupato dal più potente esercito occidentale è il Paese meno sicuro per un occidentale. C´è stato un momento, dopo lo scioglimento del regime di Saddam, in cui si poteva assaporare una insolita, promettente libertà di espressione.
Non era ancora la democrazia. Ma ne poteva essere il preludio. La violenza, l´insicurezza, l´odio hanno fatto abortire quel tentativo. Hanno polverizzato il ricordo delle prime emozionanti elezioni, quando uomini e donne andavano alle urne affrontando le minacce dei terroristi.
Quest´ultimi, provenienti da numerose contrade dell´Islam, si sono annidati nel Paese. Si sono alleati o si sono imposti all´insurrezione armata dei sunniti, i quali rimpiangono i tempi in cui, pur essendo minoritari, loro, i sunniti, governavano il Paese. Il prisma iracheno non rivela soltanto il fallimento dell´impresa americana in Mesopotamia, aiuta anche a decifrare la crisi iraniana. La presenza militare in Iraq riduce la capacità dissuasiva di Bush nei confronti di Ahmadinejad, e delle sue ambizioni nucleari. Il regime sciita di Teheran esercita una forte influenza sulla comunità sciita irachena, che è stata l´alleata, non solo obiettiva, della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Le ripetute elezioni non hanno dato alla luce una democrazia, ma hanno condotto al legittimo riconoscimento della maggioranza sciita (55 per cento della popolazione), a lungo frustrata dallo strapotere sunnita. Da qui una complicità, sia pur tormentata, tra la comunità riabilitata e le forze della coalizione. L´esercito iracheno che si batte a fianco degli americani contro l´insurrezione armata, è composto da curdi, ma soprattutto da sciiti.
Al tempo stesso il più importante partito (sciita) del Paese, il Consiglio supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), è stato fondato in Iran ai tempi di Khomeini, e la sua milizia ha combattuto a fianco degli iraniani nella guerra 1980-´88. Conflitto che ha opposto l´Iraq all´Iran, e ha fatto, si dice, un milione di morti. Lo stesso percorso ha seguito l´altro grande partito sciita (Dawa), del quale è uno dei massimi esponenti Ibrahim al Jaffari, il primo ministro di cui gli americani non riescono o non possono liberarsi. L´obbedienza degli sciiti iracheni ai dirigenti scitti di Teheran non è assoluta. Il nazionalismo talvolta prevale sul rapporto religioso. Ma resta che l´Iran, oggi principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha buoni alleati, se non addirittura dei complici, nella comunità grazie alla quale gli Stati Uniti riescono a galleggiare sul fallimento iracheno. Una grande zattera non troppo sicura.
ARRIVANO quando scende la sera e il corteo dei settecentomila si sta lentamente sciogliendo. Tutti hanno paura di questi predatori di banlieue, di queste "squadracce pasoliniane" che sono la sola drammatica novità dell´ennesimo sessantotto francese, e non certo perché spaccano, come in passato, le vetrine, e perché attaccano la polizia.
Ma perché adesso piombano sui cortei come gli uccellacci sugli uccellini, derubano gli studenti, scippano loro i telefonini, sfilano ai ragazzi persino le scarpe. Tutti aspettano i casseurs come si aspetta il terremoto, perché questa è la loro natura: quando non ci sono, incombono; e quando ci sono, depredano i manifestanti come i pirati depredavano i galeoni spagnoli, e intanto lanciano biglie sulle porte delle boutiques e sassi contro la polizia.
I casseurs non risparmiano nessuno. Poi, veloci come i ratti, si dileguano con il loro bottino verso la periferia, che è covo e rifugio, come per i pirati lo furono Algeri o l´isola della Tortuga.
A Parigi fanno la loro incursione alle 7 della sera. A Rennes e Marsiglia sono stati più spavaldi. Ma a Parigi il servizio d´ordine dei sindacati ha esibito i manganelli proletari, e quattromila gendarmi hanno presidiato le stazioni, hanno perquisito, arrestato, e hanno sequestrato coltelli, bastoni, biglie e molotov. Eppure, durante il corteo, tutti sapevamo che, da qualche parte, c´erano anche i pirati che per tutta la scorsa settimana avevano picchiato e derubato i liceali in sciopero, scompigliando soprattutto i piccoli cortei, dopo avere trasformato Les Invalides in un campo di battaglia il 23 marzo scorso; e dopo essere stati affrontati con i cannoni d´acqua il 28 marzo. Venerdì scorso sul boulevard Montparnasse, mentre i beduini di banlieue distruggevano automobili in sosta e arraffavano marsupi, giubbotti, maglioni e magliette, avevo visto i tradizionali estremisti dei cortei, gli anarchici e i trotzkisti, chiedere e ottenere la protezione dell´odiata polizia. E la stessa cosa accade ora, dopo le 20 della sera, in place d´Italie. Ed è un inedito paesaggio che ci era sconosciuto: l´alleanza della città contro i teppisti sottoproletari delle banlieue, il centro unito contro la periferia. Ho visto tre di questi razziatori senza identità buttare per terra un ragazzino: lo hanno letteralmente spogliato, anche le calze gli hanno portato via.
I casseurs, tra i quali per un momento io stesso mi sono sentito prigioniero quando sono apparsi in mezzo al fumo, alle sirene, ai manganelli; i casseurs che si muovono come i topi, che si materializzano quando tutti scappano e nessuno capisce quel che accade tranne loro che riescono anche a scomparire, o come oggi ad uscire dal loro buco solo quando tutto sembra ormai finito; i casseurs fanno più paura dei black bloc. Mentre scrivo, casseur, estremisti e black bloc sono tutti all´opera, in place d´Italie, tutti chiusi in un angolo dalla polizia di Sarkozy, il ministro che non distingue e li chiama tutti casseurs.
Ma la differenze ci sono. I black bloc lavorano su licenza dei cortei che, tenendoli dentro, in qualche misura li autorizzano. Sono la parte estrema del movimento, la parte che lo corrode, sono i vermi nel formaggio. I casseurs sono invece i topi che si avventano sul formaggio e anche sui suoi vermi, non hanno l´autorizzazione di predare e propongono la razzia come dato connaturale di chi abita in quel deserto di opportunità che si chiama banileue, un deserto dove la risorsa non appartiene a nessuno se non all´ultimo che ci arriva.
E qui si vede quanto sbagliava Pasolini, quanto l´utopia arcaica di Pasolini si sia trasformata in pericoloso futuro.
Innamorato del sottoproletariato che aveva in testa e che gli pareva come il tempio della premodernità antifascista, Pasolini non aveva visto all´opera questi casseurs abilissimi nell´incursione, tecnici dell´arte predatoria, in rivolta contro la rivolta. Non aveva visto la rivolta dei simbiotici che succhiano il sangue a tutti, la rivolta dei "pidocchi".
Sicuramente sono loro, i nomadi sognati da Toni Negri e raccontati da Attali, la "rivelazione", drammaticamente gravida di futuro, di questo movimento francese contro la precarietà, contro l´idea di precarietà. Sono loro che resteranno nella mente di tutti noi che pure abbiamo tranquillamente navigato, sotto un cielo pieno di palloni colorati, tra enormi pupazzi di cartepesta con la faccia deformata di Chirac, di Villepin, di Sarkozy, tra sassofoni, tamburi e persino violini, in un mare di strada che cercava il sessantotto del duemila ma era lontano ventimila leghe da quel mare. A Parigi gli studenti che manifestano sono più studenti che altrove, e non solo perché ci sono la Senna, la Sorbona, la piazza della Bastiglia, e questa volta pure il sole.
Parigi, si sa, è l´America d´Europa. Tutto è nato qui: lo stato moderno, la repubblica, la rivoluzione, e anche il sessantotto.
E infatti dal sessantotto in poi, le manifestazioni, gli slogan, i cortei e le bandiere, ripetitivi perché la giovinezza è ripetitiva, sono sempre un sessantotto parigino, un nuovo maggio francese, un´altra primavera della Sorbona. Anche gli slogan sono arrangiamenti di una vecchia musica: «Sous le pavés, la plage», sotto i sampietrini, la spiaggia. Oppure «CRS-SS». Invece di «nous demandons l´impossible» gridano «tout ce que nous demandons est possible». Qualcuno grida «La France est irreformable». Su una specie di carro a due ruote c´è issato uno striscione con le lettere tricolori: «La chienlit, oui. La réforme, non» che è il rovescio esatto della famosa frase pronunziata da De Gaulle il 19 maggio del 1968: «La réforme, oui. La chienlit, non». Ce´ è pure un curioso «Barroso, Berlusconi, Sarkozy, la jeunesse est unie».
Farsi anguilla in questo mare, lasciarsi trasportare dalla corrente in un bel pomeriggio, fa dunque pensare al sessantotto molto più di quanto accade nelle mille analoghe manifestazioni delle città d´Europa. Più che altrove, a Parigi la piazza è teatralizzazione delle oltranze accidiose, delle riserve astiose che appunto nella teatralizzazione perdono la loro veemenza e diventano colori, suoni, canti, balli e giovinezza: «Chirac en prison / Villepein démission». È vero che la politica in piazza è ormai uno stanco rito attraverso il quale viene cooptata e segnalata la nuova classe dirigente, sono i giovani che si preparano a diventare vecchi, ma è meglio illudersi con Parigi che disilludersi con tutte le altre città del mondo.
Eppure alle 20,30 in place d´Italie ci sono ancora i casseurs. Con la loro rabbia assoluta attaccano la città, picchiano e smascherano la città, la Parigi gelosa che tiene a distanza le periferie marginali, le quali mandano queste loro avanguardie sottoproletarie, pasolinane appunto, a eroderne la compostezza, ad insidiare i privilegi centripeti. La polizia li circonda, li arresta, li malmena un pochino, li disperde. Ma sono casseur tutti questi arrestati? «Ogni casseur arrestato sia un casseur condannato» è l´ordine di Sarkozy. Ma quando si picchia è difficile identificare chi non ha un´identità. Intervengono i pompieri, le ambulanze, fumo, grida, calci, ferite. Noi siamo convinti che i casseurs non sono più là. «I casseurs non sopportano che la ribellione abbia un obiettivo, che la rivolta abbia un´etica», ha scritto Jean Daniel. In realtà il movimento degli studenti sta producendo, come al solito, tanti bravi leaderini pieni di etica, intervistati e coccolati dai media, ma non ci sono i figli degli immigrati tra di loro, e le sole università di Parigi che non sono coinvolte nella rivolta sono quelle di banlieue. Se la Sorbona, transennata da alte barriere di lamiera erette nelle stradine comprese tra la rue Saint Jacques e il boulevard Saint Michel, sembra un´isola prigione, come Manhattan nel film «Fuga da New York», al contrario Paris-VIII, nella periferia Seine-Saint-Denis, è tranquilla, non sono saltati né una lezione né un esame. Visitarla in questi giorni è come passare il confine verso un altro mondo, fertile e ordinato.
Paris-VIII è frequentata soprattutto dai figli degli immigrati e per l´università è già una promozione sociale. Ecco dunque un´altra novità apparentemente paradossale: nel momento più caldo sono rimasti freddi i posti più caldi. I nomadi della periferia esprimono sia gli studenti di Paris-VIII, vale a dire il massimo della compostezza, e sia i casseurs razziatori, vale a dire il massimo della violenza: sono le due faccia della stessa rabbia etnica. A loro infatti non importa nulla della precarietà. Gli studenti della città di Parigi protestano contro la teoria della flessibilità, un´idea ancora astratta perché il lavoro a Parigi è e rimane garantito. Ma la flessibilità è un valore connaturato al bedunio di periferia, è la sostanza stessa dell´abitante del deserto metropolitano, con un´identità indefinita e cangiante da passamontagna, da zingaro, da pirata, o da viaggiatore, con abitudini itineranti, lavori che ci sono e non ci sono, una vita d´espedienti, il trasloco.
Ecco perché i casseurs attaccano gli studenti garantiti, chiedono loro di pagare il biglietto. Ed ecco perché la critica più estrema del capitalismo vede nei casseurs insensati e irresponsabili l´avanguardia scombiccherata dei nemici dell´Impero, come se i casseurs fossero le forze speciali dei nuovi invasori, gli stessi che dal Messico entrano negli Stati Uniti, i cinesi che occupano i mercati delle città nel Meridione d´Italia, i nordafricani, gli albanesi, gli indiani, il terzo mondo, l´oriente povero che stringe d´assedio le città dell´occidente ricco.
In un'Europa che non cresce tutto è più incerto, a cominciare dal lavoro. I «posti» di una volta non ci sono più, i lavori che si trovano durano 6, 12 mesi al massimo. L'ansia del domani colpisce soprattutto i giovani: non bastano bonus bebè e asili nido per convincerli a formare una famiglia.
In un'economia che ristagna ogni novità fa paura. L'Europa non cresce, ma ci impone di liberalizzare i mercati, abbattere le barriere, eliminare le protezioni dei molti settori che vivono al riparo dalla concorrenza: non è sorprendente che i cittadini non capiscano e chiedano di essere difesi dagli effetti di questa ventata di liberismo. Il voto di francesi e olandesi contro la nuova Costituzione è stato anche un voto contro un'Europa che ci chiede di non aver paura del cambiamento ma poi non riesce a dare una prospettiva a 14 milioni di disoccupati.
Anziché avere il coraggio di affrontare le vere cause del ristagno, i governi cercano di rassicurare gli elettori. Hanno evirato la direttiva Bolkestein che liberalizzava i servizi escludendone medici, notai, la finanza, i servizi sociali. Parigi ha deciso di nazionalizzare Suez pur di evitare il rischio che finisse all'Enel; qualche settimana fa Francia e Lussemburgo si erano opposti all'acquisto di Acelor, un grande gruppo siderurgico europeo da parte di un efficiente imprenditore indiano. Madrid si appresta ad approvare norme che impediranno a E.on, un'azienda elettrica tedesca, di acquisire la spagnola Endesa per creare il maggior gruppo al mondo nell'elettricità e nel gas. E' come curare un malato grave con l'aspirina: il male e la paura temporaneamente si dissolvono, ma intanto la malattia procede e si acutizza.
Il paradosso, come ha scritto una settimana fa l'ex ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, in un bell'articolo su
La Stampa, è che l'Europa non cresce proprio perché vi è troppo poca concorrenza, troppe protezioni, un'eccessiva interferenza dello Stato nell'economia. Per riprendere a crescere occorre aver il coraggio di liberare l'economia e spiegare agli elettori che ogni protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori. Si viaggiava forse meglio da Brescia a Roma quando Alitalia aveva il monopolio dei cieli e Ryanair non poteva volare da Montichiari a Ciampino?
E non è neppur vero che la liberalizzazione favorisce i consumatori a danno dei lavoratori. Da quando il Nuovo Pignone è stato ceduto alla General Electric l'azienda è cresciuta perché gli americani si sono accorti che pochi sanno costruire turbine come l'azienda fiorentina e lì hanno trasferito produzioni che prima svolgevano altrove nel mondo. «I giudici hanno regalato Antonveneta agli stranieri», ha detto il premier Silvio Berlusconi: chiedete ai dipendenti e ai clienti della banca patavina se avrebbero preferito essere amministrati da Fiorani.
E che errore, come giustamente scrive il senatore Franco Debenedetti, insistere sulla reciprocità. Se la concorrenza è la chiave della crescita, e Parigi si arrocca, aprendoci cresceremo più dei francesi. La Gran Bretagna, il Paese più dinamico d'Europa, non si è mai sognata di bloccare un'acquisizione, neppure quando Finmeccanica ha acquistato un'azienda militare, la Westland. L'unica azienda europea che valeva la pena difendere era Skype, l'operatore telefonico via Internet che metterà in ginocchio le telecom tradizionali. Proteggiamo l'acciaio ma nessuno ha scritto un rigo quando l'americana eBay ha comprato Skype.
Se vogliamo ricominciare a crescere dobbiamo innanzitutto liberarci delle nostre paure.
SIAMO sicuri che la legittima difesa sia di destra, che sparare agli aggressori sia sempre di destra? Immaginiamoci una sera qualsiasi, nella nostra casa di campagna, con i bimbi già a letto, la moglie che legge in poltrona… Immaginiamo che accada a noi quel che è accaduto tante volte in Piemonte, in Lombardia, in Toscana, nel Lazio, in Campania, in Sicilia. Immaginiamo dunque che, improvvisamente, dal fondo della notte e dalla finestra della cucina entrino due uomini armati.
Entrino, cioè, due di quei malviventi che - pensiamo subito nella tensione che ci taglia il respiro - rimasticano rancori e sequestrano famiglie, rapinano, violentano, e arrivano ad uccidere. Ovviamente, quella brusca intrusione dell’inatteso nella nostra vita ci dà una tale vertigine che crediamo di precipitare in una caduta. Non capiamo fin dove gli aggressori sono disposti ad arrivare, ma sappiamo di non avere il fisico del ruolo, capiamo solo di essere la preda. Perciò prendiamo spazio arretrando, cerchiamo un aiuto che non c’è, poi li guardiamo mentre ci guardano, rapidi e violenti. Abbiamo solo un attimo per osservare e decifrare. Possiamo accettare l’orribile destino che ci viene preparato in una sorta di intuizione profetica fatalistica e stanca, oppure impugnare il vecchio fucile da caccia, o la pistola che ci spaventiamo di possedere: il cuore, il corpo perde ogni rigidezza, e sparare diventa lo scatto della vita.
Ebbene, non ci sarebbe nulla di sguaiato, di eccessivo, di convulso in questa legittima difesa che, secondo noi, deve essere protetta dalla legge, da una legge non pasticciata e non leghista, non vendicativa e non razzista, rigorosa e semplice. Una legge che non sbagli i toni come questa della Lega, e che non sia così insensatamente elettorale e volgarmente politica da spingere la sinistra a difendersi legittimamente con una reazione uguale e contraria: una legge insomma di sinistra, una legge intelligente che non somigli a John Wayne ma neppure a Totò che si lasciava brutalmente schiaffeggiare dall’aggressore che lo aveva preso per Pasquale: "Tanto, io non sono mica Pasquale".
Nella violenza di chi si difende, in casa o nel suo negozio, in ufficio o nel suo bar, c’è una delicatezza che lo Stato deve proteggere ed è la stessa delicatezza del famoso bambino di "Mamma, ho perso l’aereo!", quel film dove il piccolino, rimasto solo, protegge la casa assaltata dai ladri. Lo Stato deve prevedere e "legalizzare" le occasioni nelle quali siamo costretti a essere carogne per bene, a stringere i denti e a mettere le dita nella presa elettrica. In quei terribili attimi dobbiamo sentirci sicuri di reagire in nome e per conto dello Stato che non è ubiquitario, ma difende legittimamente i suoi cittadini anche quando non è presente con il poliziotto, con il carabiniere. In quei momenti lo Stato sono io. Sparando al suo posto, ne interpreto la norma.
È vero che non esiste un modo per rendere amabile uno sparo, e neppure un cazzotto o addirittura un insulto; e farsi giustizia da soli, praticare una giustizia privata alla Charles Bronson, è quanto di peggio si possa immaginare. Ma non è Far West difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria vita, non è Far West la reazione malinconica e severa dell’aggredito, del violato, della vittima che incarna lo Stato oltraggiato dal delinquente. È invece Far West l’insicurezza, la paura sociale, l’estrema vulnerabilità, l’assenza, non fisica ma ideale, dello Stato. Le villette della Brianza, le nostre case, non sono le grandi praterie dell’Ovest dove il più debole soccombe. In mancanza del poliziotto, non possiamo accontentarci di tenere il broncio a quello Stato che non è altro da noi stessi. Ci sono occasioni di estrema tensione nelle quali non c’è il tempo di affidarsi alla giustizia delegata, di chiamare i pompieri o di aspettare la polizia. Dove c’è un cittadino che rispetta le leggi dello stato, lì c’è lo Stato. È la polizia che delega a me compiti di polizia; è lo Stato che mi assegna la funzione di difendermi per difendere se stesso.
Certo, è Far West andare in giro con la pistola in tasca, tirarla fuori quando ci guardano male o ci fanno una cattiveria, prendere a pedate il capufficio prepotente, emettere una condanna ed eseguire sul posto la sentenza perdendo la ragione. Ed è vero, come dice bene Vittorio Zucconi citando lo Fbi, che «chi usa una pistola ha 22 volte più probabilità di farsi male o di fare male a una persona conosciuta di quante ne abbia di colpire un malfattore». Spesso le pistole, voluminose e affascinanti, si mettono ad esistere da sole. Basta poco perché il loro senso latente si realizzi. La pistola è un ordigno, un simbolo di forza, una pulsione aggressiva. Perciò il porto d’armi deve essere concesso con rigore, alle persone equilibrate e composte, e le reazioni di difesa debbono essere consentite e, subito dopo, sottoposte alla verifica del magistrato. Sarebbe Far West girare con la pistola nel cruscotto, pronta all’uso nel sorpasso.
Ed è infine vero che il mio portafoglio, per quanto possa essere ricco di risparmi, non vale mai la vita del ladro che me lo porta via. Ma la fatica dell’essere usciti dalle caverne dell’homo homini lupus deve essere ben ripagata e rispettata e, questa sì, vale più della vita di un delinquente. A meno che non si pensi che la serenità familiare sia costruita sulla vita da marciapiede degli esclusi, che la proprietà sia un furto, e che il delitto sia sempre la conseguenza di un’ingiustizia sociale: il delitto come diritto del marginale, il delitto come legittima difesa dello sfortunato.
Postilla
Così farcito di contraddittori luoghi comuni che meriterebbe d’essere collocato nella cartella Stupidario. Ma la nuova cartella corre il rischio di diventare troppo gonfia. Mi limito a rinviare a un altro punto di vista ("Merce armata") e a riportare gli articoli del Codice penale previgente.
Art. 52 - Difesa legittima
"Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa."
Art. 54 - Stato di necessità
"Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, ne altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.
"Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo.
"La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall'altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l'ha costretta a commetterlo."
Domanda
Ma Merlo è di sinistra?
Sui risvolti politici della vicenda Unipol si è già scritto e detto quasi tutto, ma c’è ancora qualcosa da aggiungere in attesa che la Direzione Ds si pronunci l’11 gennaio.
Le questioni che secondo me meritano un chiarimento ulteriore sono almeno tre: quella della diversità della sinistra, quella del fuoco incrociato contro i Ds e, l’ultima, sulla emendabilità del capitalismo italiano. È inutile aggiungere che si tratta di tre questioni interamente intrecciate tra loro nel senso che ciascuna è concausa delle altre due. Insieme stanno e insieme cadono, sicché bisogna anche porsi la domanda se sia nell’interesse del paese risolverle o impedirne la soluzione.
Dico subito che a mio avviso è interesse della democrazia italiana che quelle tre questioni siano risolte e che la loro soluzione non passi attraverso il dissolvimento del gruppo dirigente diessino, anche se è vero che la responsabilità di uscire dal bunker in cui si è cacciato spetta principalmente ad esso (come del resto ha già cominciato a fare Piero Fassino, nell’intervista che pubblichiamo oggi sul nostro giornale).
* * *
A proposito della diversità della sinistra italiana citai la settimana scorsa il «lascito» di Enrico Berlinguer. Un lascito costruito dalla coerenza di tutta la sua azione di dirigente politico, volta a evitare il rischio dell’omologazione del suo partito. Berlinguer aveva misurato quel rischio attraverso l’esperienza fatta dai socialisti. Non solo nella fase craxiana, ma già dal centrosinistra di Nenni e di Giacomo Mancini. La resistenza dei socialisti all’omologazione restando saldi in una versione riformista che incidesse sulla realtà italiana durò poco più d’un anno, dall’autunno del 1962 al giugno del ‘63. Fu la fase della nazionalizzazione dell’industria elettrica e della nominatività delle cedole e dei dividendi, ben presto caduta. La fase guidata da Riccardo Lombardi e da Antonio Giolitti nella breve esperienza della programmazione.
Quella fase ebbe termine con il «rumore di sciabole» del generale De Lorenzo, con l’intervento del ministro del Tesoro Emilio Colombo per una politica economica più rigida, con l’uscita di Giolitti dal ministero e l’emarginazione politica di Lombardi. Da allora la presenza politica del Psi si esaurì (con l’eccezione della legge Brodolini sulla giusta causa) nella «conquista» delle vicepresidenze negli enti pubblici di ogni genere e tipo, cioè nell’occupazione condominiale con la Dc delle caselle d’un potere che diventava rapidamente sempre più clientelare e partitocratico e sempre meno democratico e rappresentativo.
Poi arrivò Craxi e non fu più pioggerella ma grandine. La diversità berlingueriana aveva ben presente quell’esperienza e non voleva che si ripetesse. Non in quei modi. L’austerità berlingueriana era del resto un costume di tutto il partito, del gruppo dirigente, dei quadri, della base sociale in gran parte composta da operai, lavoratori dipendenti, braccianti, insomma proletari. E anche borghesia liberal-radicale.
Oggi la base sociale diessina è in parte cambiata, il partito attuale è, io dico per fortuna, molto diverso dal vecchio Pci, l’ideologismo rivoluzionario e massimalista non c’è più, la libertà è diventata un valore almeno pari ed anzi superiore a quello dell’eguaglianza. Ma la moralità politica è rimasta. Di qui l’anti-berlusconismo. Volete chiamarlo viscerale? Chiamatelo pure così perché viene dalla visceralità della gente di sinistra.
Il presidente della Camera, Casini, ha dichiarato due giorni fa che non vuol più sentir parlare d’una superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si tratta di superiorità, bensì di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto scossa dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia, Udc, Lega, An.
Quelle notizie sono scivolate come gocce d’acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del conflitto d’interessi di Berlusconi.
Ma è invece bastato un sostegno «tifoso» e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all’Unipol per scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma è considerata diversa anche da chi non è di sinistra. La sua diversità dovuta alle ragioni e alle motivazioni di appartenenza alle quali ho accennato, è dunque un dato di fatto. Si può dire che è un dato di fatto negativo, un errore, un residuo ideologico. Si può dire qualunque cosa, ma resta un dato con il quale sia gli avversari sia soprattutto i dirigenti debbono fare i conti. Se non li fanno sono loro a sbagliare.
Voglio dire al presidente Casini che quel modo di sentire «diverso» rispetto ai temi della moralità pubblica, dell’austerità del vivere, dei valori della solidarietà e dell’eguaglianza, dovrebbero anche essere patrimonio dei cattolici. Di quelli veri e non di quelli che si fanno il «nomedelpadre» baciandosi le dita e poi crogiolandosi nel sistematico malaffare.
Ce ne sono pochi di cattolici veri e sono anch’essi diversi. Mi rammarica perciò il disprezzo con cui il cattolico presidente della Camera parla dei diversi. Mi rammarica ma non mi stupisce. Non sempre i cattolici sono veri cristiani che rinunciano al potere per testimoniare la loro fede.
* * *
E vengo alla seconda questione: il fuoco incrociato contro i Ds. Scrissi la settimana scorsa che la dirigenza diessina ha commesso alcuni gravi errori.
Si è volutamente impigliata in una difesa di Unipol e del milieu circostante a Consorte, offrendo occasione ad un attacco nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. Da questi errori non si è ancora completamente districata ed è sommamente opportuno e urgente che se ne liberi.
Che il centrodestra in tutte le sue componenti ne abbia approfittato era nell’ordine delle cose e non può stupire. Fa parte della logica elettorale. Stupisce semmai l’impudenza con cui Berlusconi si è gettato in prima persona nella battaglia; stupisce che abbia potuto rivendicare, nell’indifferenza di gran parte della stampa, la sua estraneità alla mescolanza della politica con gli affari.
La fortuna di Berlusconi come imprenditore immobiliare prima e come concessionario di emittenti televisive poi è interamente legata a connivenze politiche; in particolare al legame strettissimo che ebbe con Bettino Craxi. I decreti craxiani che sospesero l’applicazione esecutiva delle sentenze della Corte costituzionale in materia televisiva, non a caso furono chiamati decreti Berlusconi, primo e gravissimo esempio d’una legislazione «ad personam». Per non parlare della legge Mammì che sancì di fatto il duopolio Rai-Mediaset.
Alla fine, dal 1994, avemmo il gigantesco conflitto d’interessi che tuttora incombe sulla vita nazionale.
Ma se vogliamo restare al tema delle Opa tuttora in atto, è stupefacente che le pagine dei giornali e i resoconti delle tivù siano pieni di Unipol mentre è totale l’assenza delle implicazioni ben più gravi di autorevoli politici del Polo, sottosegretari, presidenti di commissioni parlamentari, a finire con lo stesso presidente del Consiglio significativamente presente in compromettenti intercettazioni.
Perché dunque tanto accanimento unilaterale al quale, lo ripeto, la dirigenza diessina ha colpevolmente offerto il destro? La risposta è semplice.
Esiste in certi settori della politica e della stampa una nostalgia di centrismo che trova come impedimento maggiore la presenza d’un forte partito Ds. L’occasione offerta dal caso Unipol è stata da questo punto di vista preziosa. Ma è preziosa anche per rinverdire la visibilità elettorale di quella sinistra radicale «pura e dura» cui sembra in certe occasioni star più a cuore l’interesse della «ditta» che quello del paese.
Qui non si tratta della diversità berlingueriana ma d’un massimalismo a buon mercato, velleitario quanto nocivo come tutti i massimalismi. Berlinguer, tanto per ricordare ancora una volta la lezione dell’ultimo vero segretario del Pci, fu nel suo partito il punto centrale dello schieramento interno, distinto e spesso in contrasto con la sinistra di Ingrao, con quella filosovietica di Cossutta, oltre che con il gruppo moderato di Napolitano. Non darò – non ne avrei alcun titolo – giudizi di valore su queste diverse posizioni, ma ricordo appunto che Berlinguer rifuggì dal massimalismo e dall’estremismo come già prima di lui Longo e Togliatti.
In conclusione, si spara contro i Ds in nome del centrismo e dell’anti-riformismo. Questa è la verità del «fuoco incrociato».
* * *
Infine la terza questione, l’emendabilità del capitalismo italiano. Questo tema non è stato posto esplicitamente da nessuno con due eccezioni che mi piace citare: Alfredo Reichlin e Franco Debenedetti sulle pagine dell’Unità: due osservatori impegnati con biografie politiche assai diverse e tuttavia in consonanza su un tema di così grande rilievo.
Il capitalismo è stato modificato in modo sostanziale tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, cioè prima e dopo il secondo conflitto mondiale, dal pensiero di Keynes, dall’azione politica di Roosevelt e da quella successiva di Beveridge in Gran Bretagna e della socialdemocrazia in Germania.
Cioè dal pensiero e dalla pratica liberale e socialista abbinate alla forza del movimento sindacale.
Questo assetto ha configurato il capitalismo nella seconda metà del XX secolo accrescendo benessere e piena occupazione. Da un paio di decenni questa fase si è chiusa; la globalizzazione, l’informatica, la finanziarizzazione dell’economia hanno posto problemi nuovi tra i quali predominano la riforma del mercato del lavoro, la riforma del «welfare» e, soprattutto, la riforma dell’offerta di beni e servizi a cominciare dalla riorganizzazione dei mercati finanziari e delle società che vi operano.
Illudersi che una delle alternative a questa riorganizzazione sia il settore delle imprese cooperative è un grave errore di prospettiva. La cooperazione rappresenta un modello diverso di organizzazione dei consumi e del lavoro, non già un’alternativa al capitalismo. Merita di espandersi ma senza farsi «contaminare». Se non vuole scomparire e essere assorbita e omologata deve restare nel settore «non profit» che costituisce la sua forza e il suo limite.
Un grande partito riformista deve invece porsi il tema di stimolare la riforma dell’offerta, che riguarda la struttura societaria delle imprese capitalistiche, le piccole, le medie, le grandi e grandissime. Il fisco sulle imprese. L’accesso al credito e alla Borsa. Gli intrecci tra banche e imprese.
Gli organi di controllo esterni e interni alle imprese. La dimensione delle imprese.
L’internazionalizzazione e soprattutto l’europeizzazione delle imprese.
Ci sono nel capitalismo italiano forze consapevoli di questa necessità evolutiva del sistema e forze che vi si oppongono. Ma una cosa è certa: il sistema da solo non riuscirà a riformarsi. Lo stimolo politico gli è indispensabile come lo fu per arrivare alla fase denominata «mercato sociale» e «welfare».
Sono dunque tre questioni in una, come abbiamo indicato all’inizio. E ad esse bisognerà porre energicamente mano quando la nottata berlusconiana sarà finalmente passata.
«Tra poco più di un mese avremo un referendum sulla Costituzione, io credo che quel cambiamento costituzionale debba essere bloccato. Ma come tutte le Costituzioni credo che anche la nostra, che è una splendida Costituzione, abbia bisogno di revisioni e aggiornamenti. Sulla Costituzione, come sulla legge elettorale, io intendo che non si facciano cambiamenti se non con un dialogo approfondito con l'opposizione». Posto alla fine della replica di Prodi di ieri al senato, il riferimento al referendum del 25 giugno acquista il rilievo che gli è dovuto. E tuttavia non fuga i dubbi e i non detti che aleggiano sulla strategia referendaria e postreferendaria del centrosinistra.
In primo luogo, la sequenza di Prodi sembra dare per scontato un esito felice del referendum: si va alle urne, vince il no, si archivia la controriforma della Cdl; dopodiché il processo di riforma si riapre, nel confronto fra maggioranza e opposizione. Ora, che il referendum vada per il meglio non è affatto scontato. Può darsi che ci ripensino, ma all'indomani della sconfitta elettorale Berlusconi e i suoi alleati avevano deciso di comune accordo (cioè superando i precedenti contrasti di merito) di fare del 25 giugno il giorno della revanche. Ferma restando questa intenzione, la mobilitazione dell'elettorato di centrodestra sarà ampia e ideologicamente sostenuta, a fronte di una mobilitazione del centrosinistra fin qui fiacca e poco motivata. Niente autorizza dunque l'ottimismo, e nemmeno il silenzio sullo scenario catastrofico che si aprirebbe nella malaugurata ipotesi che a vincere fosse il sì.
Ma se anche la vittoria del no si potesse dare per certa, la sequenza di Prodi resterebbe oscura, non per quello che dice ma per quello che non dice. Che ogni Costituzione, compresa la nostra, possa essere riformata è ovvio, che debba essere riformata in modo condiviso è giusto (anche se fin qui, dopo il fallimento della bicamerale, sia il centrodestra sia il centrosinistra l'hanno modificata a maggioranza). Come la nostra «splendida» Costituzione debba essere riformata dopo più di un decennio speso, nel centrodestra e in larga parte del centrosinistra, a delegittimarla, è invece il non detto che pesa sul dopo-referendum e sul quale Prodi, come tutti i laeder di centrosinistra, glissa.
Non glissa invece la cultura giuridica e costituzionale che al centrosinistra fa riferimento, che da anni evidenzia questo colpevole processo di delegittimazione, e che oggi è convinta che la vittoria del no al referendum sia cruciale ma non garantisca affatto che le cose prendano una giusta piega in seguito. Ancora giovedì scorso, mentre Prodi presentava il suo governo al senato, un incontro promosso a Roma dalla Fondazione Basso e introdotto da Luigi Ferrajoli ha fatto il punto della questione. E il punto non è solo liquidare una controriforma che fa a pezzi il principio d'uguaglianza tramite la devolution, dà tutti i poteri al premier, mortifica il parlamento, paralizza il processo legislativo. Il punto è, o sarebbe, invertire quel processo di delegittimazione, rilanciando la Carta del '48 nei suoi principi fondamentali, a partire dall'uguaglianza (tradita del resto anche tramite legge ordinaria, si pensi alla legge 40). Un rilancio che richiederebbe insieme una buona «restaurazione culturale» e una buona riforma, in grado di agganciare la Costituzione italiana alla Carta dei diritti europea (Stefano Rodotà, Giuseppe Bronzini).
Ma è questa la riforma di cui (non) parlano Prodi e gli altri leader del centrosinistra, o è una riforma che punta solo a moderare gli eccessi di quella berlusconiana, confermandone la sostanza quanto a verticalizzazione dei poteri, svuotamento della rappresentanza, riduzione dell'uguaglianza? Prima di chiamarci alle urne, la nuova maggioranza dovrebbe provarsi a dissipare questi dubbi.
La più incisiva delle azioni antimafia è la corretta e scrupolosa applicazione della legge. Senza altisonanti dichiarazioni di principio, senza passerelle, senza protagonismi.
E anche, se possibile, senza quei solitari e quotidiani eroismi per riuscire ad applicare una norma che prevede un´assegnazione o un trasferimento, che possono tragicamente segnare un destino.
Chiedere l´applicazione della legge è del resto la più classica delle battaglie antimafia, quella che a partire dai sindacalisti uccisi nel dopoguerra ha visto tanti caduti. L´azione della legge che tutela il diritto di tutti i cittadini, da contrapporre alla vischiosità delle catene clientelari: prima che il Parlamento usasse legiferare ad personam era tutto più semplice.
Le leggi non sono tutte uguali, ce ne sono alcune portatrici di un forte valore simbolico che come un surplus s´aggiunge all´aspetto normativo, e per sua natura aspira a circolare come linfa fra le pieghe del corpo sociale. La legge Rognoni-La Torre, varata in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, sembrava naturalmente destinata a diventare il simbolo del riscatto contro la mafia. Tanto più che nel 1995 l´associazione "Libera" raccolse un milione di firme per proporre l´uso sociale dei beni confiscati, e la "nuova" Rognoni-La Torre riformata diventò legge nel 1996. Purtroppo però, senza volere sottovalutare il dato positivo dei beni assegnati e quelli che hanno visto l´insediamento di attività produttive, è mancata la volontà politica di utilizzare al meglio le potenzialità offerte dalla legge. Al punto che nel giro di pochi anni il bilancio della Rognoni-La Torre è diventato decisamente negativo e la proposta del centrodestra, che nel settembre 2004 prevedeva la possibilità di revisionare senza limiti di tempo i definitivi provvedimenti di confisca, è stata solo l´ultimo atto di una grande occasione mancata.
Le denunce sui contrattempi che nel breve volgere di qualche anno hanno invalidato lo spirito della legge sono state ripetute, anche con interventi su questo giornale. Più volte s´è scritto di come i lunghi tempi che intercorrevano fra l´azione di confisca e l´assegnazione dei beni determinasse il deterioramento di un patrimonio enorme, accumulato a spese della collettività. S´è denunciato come, nelle more, i beni confiscati continuassero ad essere utilizzati da prestanome beffando così l´azione della magistratura. O di come l´assenza di un approccio progettuale impedisse che i beni confiscati fossero considerati alla stregua di un patrimonio di risorse da utilizzare, senza contare che il notevole scarto fra i beni in carico al Demanio e quelli assegnati ai Comuni ha lasciato in un limbo burocratico dai contorni imprecisati un gran numero di patrimoni. Per arrivare al dilemma "farli perdere o vendere?" c´è voluta un´oculata cattiva gestione, essenziale per capovolgere e vanificare lo spirito della legge.
Il risultato, secondo i dati forniti dalla Corte dei conti ed elaborati dal centro Pio La Torre per un convegno tenutosi lo scorso febbraio, è che il cinquanta per cento dei beni confiscati alla mafia non viene assegnato e rischia di andare in rovina. A Trapani troviamo il record negativo, con 80 beni confiscati e nessuno assegnato. A Catania i beni assegnati sono 84 su 375. La politica ha lasciato che il tempo scorresse, senza prendere iniziative. La tradizionale organizzazione della burocrazia, stile muro di gomma, ha fatto il resto. E adesso la Corte dei conti denuncia come «gli uffici non forniscono notizie specifiche sulla cessione del bene o sulla mancata utilizzazione degli immobili. È assente un´analisi dei costi di gestione e non esiste alcun monitoraggio dell´attività degli amministratori». Possono passare anche dieci anni perché un bene confiscato sia finalmente assegnato, e a quel punto per rimediare i guasti e procedere alle necessarie ristrutturazioni servirebbero soldi. Ma le associazioni non possono dare in garanzia i beni assegnati, che vengono inventariati nel patrimonio indisponibile, e i Comuni soldi non ne hanno. Ed è come l´ultimo atto di una beffa, quando non è difficile che ville, aziende e palazzine vengano abbandonate. Solo a Bagheria – spiega l´ex assessore alla Legalità Pippo Cipriani - beni confiscati per centinaia di milioni di euro vanno alla deriva per mancanza di fondi. A Palermo poi, l´azienda con il più ingente patrimonio è una società che non esiste e che potremmo chiamare "Beni sequestrati spa": potenzialmente un´enorme risorsa sociale ed economica da utilizzare per la collettività, ad esempio per la risoluzione dell´emergenza casa. Quando si lascia che un simile patrimonio vada in rovina, quale messaggio arriva ai cittadini e come si potrà poi parlare di antimafia? La più rigorosa delle iniziative antimafia è semplice e comincia da qui, dall´applicazione attenta di una legge-simbolo.
Il testé dismesso ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, nella sua folgorante carriera ne ha dette e fatte di tutti i colori. Ma una l'ha detta magnifica: che la sua legge elettorale (ne ha addirittura rivendicata la stesura), la legge elettorale con la quale dovremo votare tra poco, era una «porcata».
Si potrebbe dire meglio? Per esempio, porcheria? Pensa e ripensa, mi sono dovuto inchinare a Calderoli; porcata era la parola perfetta, imbattibile. Ma perché? Porcata e porcheria non sono sinonimi? Di nuovo pensa e ripensa, ho scoperto che non lo sono, o meglio, che tra le due dizioni esiste una differenza.
Come è noto, io ho sempre detto male del sistema elettorale precedente, del Mattarellum. A forza di dirne male forse l'ho anche bollato come una porcheria; ma mai come una porcata. E ora, grazie a Calderoli, ho anche capito perché. Di per sé una porcheria può essere soltanto una bruttura, una cosa mal riuscita, il frutto di un errore: che so, una pasta stracotta, una maionese impazzita, un quadro di Churchill. Invece la porcata è una vigliaccata caratterizzata dall'intento di avvantaggiarsi fregando un altro. Pertanto il Mattarellum è una porcheria redenta da buone intenzioni (sbagliate), mentre il proporzionellum calderoliano è anche una porcata: una legge che fa male al Paese soltanto per fare male a un concorrente elettorale. «Ipse dixit», così disse Calderoli.
Mi scuso per una disquisizione che può sembrare frivola. Che però «supporta» una tesi che non è per niente frivola. Questa: che mentre i nostri passati governi hanno indubbiamente prodotto porcherie (decisioni malfatte o sbagliate), il lungo governo Berlusconi è invece caratterizzato da porcherie, che sono anche porcate. E questa non è una differenza da poco.
Sull'ultima legge elettorale non ci piove: la sua natura è confessa. Ma l'elenco è lungo. Per la legge Frattini sul conflitto di interessi vale in pieno la dizione di Calderoli, visto che il suo unico scopo è di consentire a Berlusconi di farsene beffe. Lo stesso è vero per la legge Gasparri sugli assetti radio-televisivi, che non ha creato nessun pluralismo dell'informazione ma che ha salvato la Retequattro di Mediaset (Emilio Fede) e consentito all'imperomediatico- pubblicitario di Berlusconi di ingrassare a suo piacimento. Abbiamo poi, scusate se è poco, una nuova costituzione che è una bruttura (porcheria) intrisa di cattive intenzioni (porcata). Aggiungi le leggi sul falso in bilancio, la Cirami, la Schifani, eccetera: tutta una sequela di leggi ad personam variamente salva-Berlusconi e salva-Previti.
Un anno fa pensavo che su queste basi la vittoria del centrosinistra nel 2006 potesse essere una passeggiata. Ma poi Prodi si è impuntato sul programma (che astutamente Berlusconi gli ha lasciato in esclusiva), e oggi è costretto a giocare in difesa su come lo pagherà e con quali tasse. Complimenti. Beninteso Prodi gioca in difesa anche perché i guru gli hanno spiegato che non deve «demonizzare» l'avversario. Sarà (io non ci credo per niente). Il punto resta che in Parlamento l'opposizione ha fatto fuoco e fiamme contro tutte le surricordate leggi vergogna. Ma ora non più, ora non fiata. Allora, l'opposizione esagerava e mentiva prima, oppure è infrollita e rimbecillita oggi? Un minimo di coerenza forse non guasterebbe.
Caro Augias, mi fa paura vedere la coalizione che ha buone carte per vincere le elezioni rispondere alle logiche dei bonus e delle una tantum con bonus ancor più eclatanti, incentivi selettivi che sopperiscono una povera omogeneità simbolica. Mi fa paura ipotizzare, in caso di vittoria, come rispettare le promesse di un pericoloso gioco al rialzo di fronte ad ammonizioni europee scansate per un soffio ed alla necessità di diminuire il deficit pubblico il più rapidamente possibile. Mi fa paura vedere, in uno dei meno caotici salotti politici televisivi, che la sola credibile risposta alle deliranti affermazioni dei neo-autonomisti sono citazioni filosofiche inadatte alla Tv. Mi fa paura non ascoltare risposte serie ma comprensibili, dotte ma non complesse, comprensibili ma non idiote. Mi fa paura leggere che un italiano su tre vorrebbe vivere all'estero, ma non per un finalmente raggiunto spirito europeo o di sana curiosità, bensì per pura, semplice, disperazione.
Mi fa paura sapere che la maggior parte dei disperati sono giovani con un elevato livello di studio, e che l'ingresso nel terzo millennio lascia l'Italia sull'uscio, in bilico fra una non irraggiungibile modernità competitiva e scenari da terzo mondo che rischiano di inghiottirci. Perché non trovo nessuno che, di fronte a tutto questo, sappia rassicurarmi?
Marco Lombardi.
lombardimarco77@libero. it
Ha scritto alla persona sbagliata gentile Lombardi. Le cose che le fanno paura spaventano anche me. Quasi ogni giorno mi chiedo perché mai una coalizione di gente in genere seria e responsabile faccia una così misera o goffa propaganda elettorale. Intendiamoci bene, in parte la cosa è voluta. Mandare in giro 280 pagine di programma è meno impegnativo che mandare in giro dieci frasi semplici e nette; è anche meno pericoloso. Giorni fa il collega Sebastiano Messina faceva notare che a proposito di sanità cinque parole («Abolirò le liste d'attesa») sono molto più efficaci di dieci pagine. E poco conta che l'autore sia un inveterato sparaballe. La pubblicità ci ha insegnato che il messaggio conta più del suo eventuale adempimento. In un libro appena uscito l'esperto di comunicazione Edoardo Novelli ("La Turbopolitica" Bur) racconta molto bene come la politica abbia cambiato faccia, funzione, approccio. La propaganda è diventata pubblicità; gli elettori, clienti; i simboli, marchi. In questa gara si possono tornare a promettere le stesse cose già vanificate da cinque anni di governo; e la sinistra, ancorata a valori, storia, tradizioni, è in chiaro svantaggio. Fiacchi gli slogan, poveri i manifesti, anche perché i soldi veri stanno tutti dall'altra parte. Ci sarebbero dei punti d'attacco efficaci. Le foto di alcuni padri costituenti con lo slogan «Questi uomini hanno scritto la Costituzione» la faccia di un ilare Calderoli: «Quest'uomo è stato incaricato di rifarla». Oppure: «Ci aveva promesso un nuovo boom l'unico boom è stato quello delle sue aziende profitti più che raddoppiati in cinque anni». Oppure: «La mafia strozza il Sud, in cinque anni quest'uomo non ha mai pronunciato la frase «Dobbiamo combattere la criminalità organizzata». Lo so, è propaganda aggressiva. Ma chi dice che bisogna prendere schiaffi (i comunisti, le toghe rosse, i brogli elettorali) senza gridare la verità?
Coraggio, fatti ammazzare», cos ì Clint Eastwood esortava il rapinatore di turno in una battuta diventata celebre e che autoironizzava sul culto dello sceriffo, battuta perfetta per la legge approvata dalla Camera a modifica della legge sulla legittima difesa. A scrutinio segreto, 244 parlamentari della maggioranza hanno votato sì, 175 no, applausi della Lega. Nessuno più rischier à il carcere se ammazzerà chiunque entrerà nella sua casa o nel suo luogo di lavoro e si sentirà vittima di un furto, di una rapina e di unaminaccia. Chi reagirà con la violenza non sarà punibile per «eccesso di difesa».
Difesa della propria vita? No, non è più l.essere umano il solo bene prezioso che autorizza a uccidere, ma la proprietà privata, sua o altrui. La merce trionfa e si appropria dello status del suo proprietario. La merce si è fatta uomo. È un salto culturale, uno shock che trasforma lo sguardo sull.altro, il sospetto, l.intruso dal quale guardarsi, e non solo una questione di civiltà giuridica - la legge è già stata definita dai penalisti «palesemente incostituzionale» - ma qualcosa che tocca un invisibile apparato di regole umane, che tutti ci illudevamo di condividere. A uccidere, dice la legge, può essere un.arma legittimamente detenuta o «altro mezzo», vale a dire che in mancanza della pistola con regolare porto d.armi, si può accoltellare, spaccare la testa, sgozzare, fate voi. Naturalmente, ci sono dei limiti, anzi delle condizioni: il pericolo d.aggressione e la mancata desistenza da parte dell.intruso, che, da morto, immaginiamo, testimonierà di essersi arreso davanti alla vittima. La modifica dell.articolo 52 del codice penale contiene in un solo breve testo l.intera natura politica di questo governo, l.ansia di sopravvivere un giorno di più e di lasciare in eredità la sua malattia contagiosa. L.urlo continuo rivolto all.opposizione di questi giorni di campagna elettorale è «non siete migliori di noi» - ladri come noi - e il paradigma ritorna, letale, in questo azzeramento etico delle parti.
La superiorità della giustizia che non pratica la vendetta è finita. Occhio per occhio dente per dente. Eppure i fautori della legge esultano e sostengono che finalmente un aggressore e un aggredito non sono più sullo stesso piano. Invece è vero il contrario, l.uno è uguale all.altro come succede al boia di fronte al condannato a morte. È la stessa logica della guerra che scarta il negoziato, e sceglie l.arma non della politica, ma quella da taglio. Così il ministro Castelli è fuori di sé dalla gioia e dichiara: questo è «un passo avanti per Abele», quando tutti sono potenzialmente Caino. Non erano i leghisti che incitavano a sparare agli immigrati come ai conigli? L.Italia intera è proprietà privata degli Abele di Castelli.
C.è chi evoca il Far West e un numeropi ù alto di vittime in una corsa probabile al possesso di armi, visto che il tabaccaio o il gioielliere che spara per primo non avrà più da giustificarsi. Ma più che il FarWest, che almeno aveva le sue regole d.onore, qui siamo nel territorio luccicante del supermercato berlusconiano, uno scenario da brivido nel quale ognuno avrà paura di essere scambiato per potenziale malvivente, che solo tocchi il bene privato del più forte e del più ricco. Noi siamo lo «zingarello» sorpreso nel giardino del «giustiziere della notte», noi cittadini precipitati in uno stato di insicurezza nelle ultime ore di questo governo moralmente golpista.
Molti anni fa, una “commissione Giannini” (dal nome del suo presidente, Massimo Severo Giannini), incaricata di proporre regole efficaci per la conduzione degli enti di ricerca, partì da una distinzione delle strutture in “Enti strumentali” ed “Enti non strumentali”, a seconda che il loro obiettivo fosse la ricerca finalizzata o quella fondamentale. Nel primo caso, l’importanza degli scienziati-manager era chiaramente riconosciuta, nel secondo caso sembrava più importante il prestigio scientifico.
Ma sarebbe riduttivo prendere in considerazione solo i presidenti. La commissione Giannini riconosceva che la formula dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) aveva meriti indiscussi: un organo collegiale di governo, costituito dai direttori, eletti localmente dal personale delle “sezioni”, dislocate presso le sedi universitarie, e dei laboratori nazionali, completato con rappresentanze minoritarie di ministeri ed altri enti competenti. Dunque, niente Consiglio di Amministrazione (CdA) con prevalenza di emissari di partiti e di sindacati, niente presidente di nomina governativa, riconoscimento di capacità di autogoverno alla comunità scientifica e inserimento in un ambiente scientifico allargato con diritto di partecipazione alla programmazione e all’attività. Effettivamente l’INFN sembrava funzionare in modo ideale: un presidente che risponde ai suoi “amministrati” e che, per rappresentarli degnamente nella comunità internazionale, deve avere un’indiscussa notorietà che tutti gli riconoscono per conoscenza diretta e senza bisogno di tabulati di agenzie, è il meglio che si possa desiderare. La responsabilità di un siffatto gestore è condivisa, per il modo in cui è scelto, da una larga maggioranza che, per ciò stesso, concorre ai migliori risultati dell’ente.
Ma l’INFN è un ente non strumentale, che riguarda una comunità scientifica omogenea ben quotata nel suo complesso. Gli enti strumentali sono più complicati da governare. Il compianto Antonio Ruberti, scienziato e manager, aveva le idee chiare, ma ci ha lasciati. Pure, la commissione Giannini in qualche modo sottolineava che un ente che svolge attività specialistiche di ricerca, di qualsiasi tipo, non può essere governato da un “commissario”, paracadutato dal Governo con un disegno concepito solo fuori dall’ente, per risponderne a un CdA che rappresenta solo parti politiche: questo, è governare con “conflittualità incorporata”. L’ente finisce con lo svolgere solo attività imposte dal commissario-presidente, che le concorda con il CdA, senza coinvolgere i ricercatori nelle scelte e nelle decisioni. Nessuna meraviglia che i ricercatori cambino nome e diventino “capi-commessa” (sic!).
(Dipartimento di Fisica, Università "La Sapienza", Roma)
Si veda sull'argomento, dello stesso autore, Incubi notturni di un professore (1° giugno 2002)
Prodi ha annunciato che per oggi la lista del suo governo sarà varata. E´ auspicabile che, se dovesse incontrare nelle ultime ore concesse, altre difficoltà voglia porre la parola fine al defatigante tira e molla delle trattative di piazza Santi Apostoli. L´art. 92 della Costituzione, che affida al presidente del Consiglio la scelta dei ministri, venga applicato dal premier designato almeno in extremis. Il presidente della Repubblica metta da subito in atto la sua facoltà di «persuasione morale» per suggerire rapidissimamente una conclusione non troppo deludente. Per ora, stando alle più attendibili indiscrezioni, Prodi ha dovuto adeguare le sue opzioni agli oltraggi della spartizione partitocratica che il proporzionalismo, riesumato nella sua veste peggiore, ha fornito alla composita compagine del centro sinistra. Gli avvisi che vengono dal Paese non sembrano essere colti dai leader di partiti e partitini, cui il tenue successo non ha insegnato molto. Eppure dopo la "vittoria senza festa" del 9 aprile, con quel risultato risicato all´osso, l´insediamento di Giorgio Napolitano aveva segnato, solo l´altro ieri, la prima giornata davvero festosa, vissuta con sollievo e autenticità di sentimenti, per il popolo di sinistra e, forse, per una parte non piccola dei votanti di centro destra. Non è scontato chiedersi il perché e la risposta ci sembra risieda nella consapevolezza che questo Presidente era stato eletto proprio grazie a una rottura degli organigrammi spartitori perseguiti fino alla vigilia anche per il Quirinale. Un esito che non cancella, certo, l´ombra lasciata dalla rivendicazione di appartenenza, che i proponenti hanno voluto imporre alla candidatura, con un eccesso di ritorno identitario. Riscattato, però, dalla autenticità di una rivendicata e assoluta indipendenza di giudizio che le parole del neoeletto garantiscono, confermata dalla personale biografia.
Del resto, la stessa semantica politica del discorso d´investitura ha riportato, nel presente, la eco di un´Italia migliore: quella di De Gasperi e De Nicola, di Luigi Einaudi e Benedetto Croce, di Altiero Spinelli e Nilde Iotti. Fino a Carlo Azeglio Ciampi, che a quell´Italia si è sempre richiamato. Va anche detto che nell´accoglienza così favorevole a Napolitano ha anche giocato il fatto che a tanti cittadini egli è apparso come la figura più vicina, per comune sentire e storia vissuta, all´amatissimo Presidente dell´ultimo settennato. Il quale, peraltro, aveva, con preveggente saggezza, predisposto, con la nomina a senatore di diritto, condizioni più favorevoli alla eventuale successione.
Se i gruppi dirigenti del centrosinistra sapranno (ma non è detto, vista la vicissitudine della formazione del governo) raccogliere i sentimenti di speranza racchiusi nella elezione di Giorgio Napolitano, essi dovrebbero ora, con una torsione netta e percettibile, imporsi un comportamento più rispondente alle attese della stragrande maggioranza dei cittadini e, in primo luogo, del loro elettorato. Il compito non è di poco momento ed implica una consapevolezza autocritica che potrebbe essere meritatamente premiata. Si tratta di recuperare, con parole chiare e misure altrettanto chiare, quel rapporto tra la politica e il popolo che, paradossalmente, proprio l´ultima campagna elettorale ha maggiormente eroso. La legge che la regolava, la peggiore mai inventata, ha consentito, infatti, a un piccolissimo gruppo di persone, dell´uno e dell´altro campo – non più di una ventina in tutto – di "nominare", ancor prima del voto, i deputati e i senatori destinati a sedere in Parlamento. Un sistema che ha assicurato largamente in partenza la fedeltà dei prescelti ai «selezionatori», così da instaurare un sistema anche peggiore di quello attuato dalla partitocrazia nella fase finale della Prima Repubblica: una oligarchia autoreferenziale che decide sopra e al di fuori di qualsivoglia istanza e di ogni consultazione democratica (primarie eventuali da nessuno volute, per scegliere i candidati nei collegi, congressi di partito mai convocati, evirazione degli stessi gruppi parlamentari). Altresì le decisioni e discussioni, che hanno preceduto e seguito le elezioni, per determinare scelte non indifferenti appaiono appannaggio esclusivo dell´oligarchia di vertice, senza coinvolgimento di terzi estranei. In questo campo l´analogia nel procedere dei due attori contrapposti, in primo luogo nell´applicare con soddisfazione appena mascherata l´ignobile legge Calderoli, ha fatto sì che essa venisse percepita giustamente dall´opinione pubblica come un marchingegno trasversale.
La nomina "octroyé" del Parlamento (graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi) si è, inoltre, sposata in questa fase della nostra storia nazionale con la germinazione di un ceto di circa 300mila persone che ha intuito nella politica la scala per una garantita ascensione sociale ed economica. Ne è seguita la occupazione e lottizzazione partitocratica dei gangli essenziali della vita civile, dalla Rai agli ospedali, dalle società a partecipazione pubblica agli organismi economici o d´altro genere, dipendenti da Regioni e Comuni. A destra la degenerazione si è tradotta in un partito aziendale con filiali di marche associate, sotto un unico padrone. Una crosta soffocante ed invasiva si è così frapposta fra la politica, rettamente intesa, e la società civile. Ne sono usciti penalizzati i cittadini normali nelle loro esigenze, sia collettive di partecipazione democratica, sia di ascesa rispettosa della professionalità e delle competenze di ognuno. Ne è uscita penalizzata la qualità degli organismi sotto occupazione e dei servizi prestati. Ne è uscita ferita la speranza dei giovani e il premio ai loro studi e al loro lavoro. Neppure nei periodi peggiori di Tangentopoli il disseccarsi dei valori della politica aveva toccato la decadenza attuale.
Quei valori, peraltro, erano parte integrante del Dna di tutte quelle forze che sono oggi alla base del centrosinistra e che dovrebbero dar vita al partito democratico. Quel Dna non è esangue. I 4 milioni di votanti alle primarie per Romano Prodi hanno testimoniato, al di là di ogni previsione, la pregnanza e l´estensione di un´attesa che esige un ripristino della partecipazione di massa e un processo democratico selettivo per la rinascita di una classe politica.
Questo è il vero tema del momento che il centrosinistra è vocato ad affrontare e il futuro partito democratico ad inverare. E´ ora che i capi dell´Ulivo e i loro alleati levino la testa dai cruciverba degli organigrammi per proporre agli italiani una visione del futuro e politiche generali restauratrici di valori calpestati ma non dismessi nel cuore dei cittadini, una politica capace di suscitare passioni, coagulare interessi, inventare un linguaggio condiviso. Non bisogna illudersi che le misure economiche possano di per sé, in una situazione tanto deteriorata, suscitare larghi consensi.
La sapienza di Prodi, Padoa Schioppa, Bersani e degli altri con loro impegnati si confronterà con numeri ingrati. Quel che daranno da una parte dovranno togliere dall´altra. Nel migliore dei casi gestiranno una austerità che sarà premiata in un futuro speriamo prossimo, non suscitatrice di entusiasmi a breve termine.
Sarà, dunque, soprattutto nell´agire politico, nel messaggio democratico, riformista e liberale, nelle misure di "liberazione" della società civile dal giogo partitocratico che il centrosinistra potrà differenziarsi dal centrodestra e vantare un volto rinnovato. Questa sarà anche la condizione per conquistare quei suffragi che potranno consentirgli di governare cinque anni e scoraggiare la voglia di rivincita di Berlusconi.
Negli ultimi anni, la storia della Liberazione ha preso la forma di un chiacchiericcio più o meno dilettantesco e tendenzioso, che qualche critico ha definito «mal di Pansa». Dopo il successo di libri quali Il sangue dei vinti o Sconosciuto 1945, è diventato non soltanto possibile, ma addirittura
trendy rappresentare l'Italia del post-25 aprile come un Paese dove i «comunisti» la facevano da padroni, massacrando a ogni angolo di strada i loro nemici: fossero militari o civili, fascisti o antifascisti, avversari politici o nemici privati. Ed è diventato di moda sostenere che un unico comunista si comportò in maniera rispettabile e lungimirante: il segretario del Pci Palmiro Togliatti, che nel giugno del 1946 da ministro di Grazia e Giustizia ebbe la saggezza di promulgare un'amnistia bipartisan. La benvenuta pietra tombale sugli orrori condivisi della nostra guerra civile.
Gli anni Settanta vanno divenendo il secondo fronte di questo chiacchiericcio retrospettivo. In effetti, altri dilettanti della storiografia (o i medesimi: come il Bruno Vespa di Vincitori e vinti) si affaticano a propagandare la tesi secondo cui gli «anni di piombo» costituirono il momento più intenso e drammatico di una guerra civile permanente, che sarebbe stata combattuta in Italia dall'8 settembre 1943 a oggi. E si sente ora dire da sinistra come da destra che soltanto un'amnistia modellata su quella di Togliatti potrebbe risolvere il problema politico, giudiziario e morale della «peggio gioventù».
Stando così le cose, il nuovo libro di Mimmo Franzinelli, pubblicato da Mondadori e intitolato L'amnistia Togliatti, giunge come una manna dal cielo della storia scritta seriamente. Storia fatta con la dovuta onestà intellettuale, ma fatta anche con i gesti e con gli strumenti di un mestiere diverso da quello del giornalista: entrando negli archivi, praticando la critica delle fonti, assumendosi l'onere della prova. Il risultato è un libro tanto impressionante quanto importante, che molto più dei volumi di Pansa o di Vespa meriterebbe di andare incontro a un destino da bestseller.
Fra i Paesi europei i quali, liberati dall'occupazione nazista, dovettero affrontare il problema del collaborazionismo, l'Italia fu l'unico a perseguire da subito la strada di un'amnistia. Eppure, l'Italia aveva la responsabilità storica di avere partorito il mostro fascista. Per giunta, diversamente dalla Germania e dal Giappone, suoi ex alleati nell'Asse, l'Italia era sfuggita a processi simbolicamente esemplari come furono quelli di Norimberga e di Tokio. Tutto ciò non impedì ai due maggiori partiti della coalizione ciellenista, la Dc di De Gasperi e il Pci di Togliatti, di giudicare opportuno contro il parere dei socialisti e degli azionisti un colpo di spugna sui crimini del Ventennio e della Repubblica di Salò.
Così, mentre Paesi come il Belgio, l'Olanda, la Norvegia, la Francia si ripulivano della macchia nazifascista attraverso un severo processo di epurazione, la neonata Repubblica italiana spalancò le porte delle carceri dove fascisti e saloini erano stati rinchiusi al momento della Liberazione.
Il famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti non si era ancora asciugato in calce al decreto di amnistia (controfirmato da De Gasperi nella sua qualità di presidente del Consiglio), quando fu dato ai criminali di respirare la buona aria della libertà. Ai pezzi grossi «ras» delle squadracce, segretari del Pnf, gerarchi del regime, dirigenti dell'Ovra, giudici del Tribunale speciale, capi politici e militari della Repubblica sociale come ai pezzi piccoli: squallidi delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo. Dopodiché, nel corso del '47, gli zelanti magistrati della Cassazione romana (alcuni dei quali si erano distinti, pochi anni prima, ai vertici del Tribunale della razza) si incaricarono di rovesciare in senso innocentista il teorema colpevolista che le Corti d'assise straordinarie si erano illuse di avere dimostrato all'indomani del 25 aprile.
La maggiore novità documentaria del libro di Franzinelli viene dalle carte di Togliatti, che lo storico ha potuto consultare presso l'archivio della Fondazione Istituto Gramsci. Sono documenti dai quali la proverbiale «doppiezza» togliattiana emerge con un'evidenza quasi imbarazzante. Lasciata la carica di ministro di Grazia e Giustizia già nel luglio del 1946, subito dopo avere promulgato l'amnistia, il segretario del Pci tenne a presentare tale misura come qualcosa di giusto nelle intenzioni e di sbagliato nell'applicazione, ma per colpe non sue. Togliatti denunciò la maniera subdola in cui l'amnistia era stata politicamente recepita dalla Dc di De Gasperi, e la maniera distorta in cui era stata tecnicamente interpretata dalla corporazione dei magistrati. Ma lo studio di Franzinelli restituisce proprio a lui la paternità politica e tecnica del cosiddetto provvedimento di clemenza.
Fu Togliatti a volere l'amnistia, con il duplice intento di pescare nuovi comunisti nel mare magnum degli ex fascisti, e di risparmiare ai partigiani possibili conseguenze giudiziarie per le azioni da loro compiute durante la guerra civile e nell'immediato dopoguerra. Fu Togliatti a confezionare un pacchetto legislativo che escludeva dai benefici dell'amnistia soltanto i torturatori colpevoli di «sevizie particolarmente efferate», come se una sevizia non fosse efferata per definizione. Fu Togliatti a definire «eccesso di nervosismo» la rabbia dei parenti delle vittime (per esempio, le vittime delle Fosse Ardeatine) di fronte allo spettacolo degli aguzzini restituiti alla libertà. E fu Togliatti che si lavò pilatescamente le mani davanti alla sdegnata reazione della base comunista e partigiana, rimettendo la carica di guardasigilli al collega di partito Fausto Gullo. Insomma, fu Togliatti a meritare in pieno l'appellativo affibbiatogli da un indignato ragioniere di Venezia: ministro «di Grazia», ma non «di Giustizia»!
Senza perdere in asciuttezza, L'amnistia Togliatti diventa libro dolente nel momento in cui Franzinelli dà la parola ai magistrati della Cassazione romana, citando per pagine e pagine le motivazioni con le quali essi riconobbero ai criminali fascisti il diritto di venire amnistiati: quando tutta un'italica cultura da Azzeccagarbugli valse a mascherare con gli argomenti del giure le ingiustizie più flagranti. Chi aveva comandato i plotoni d'esecuzione di Salò venne assolto dall'accusa di omicidio perché non aveva personalmente imbracciato il fucile. Chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti fu amnistiato perché la tortura non era durata particolarmente a lungo. Chi aveva promosso lo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne giudicato colpevole di semplice offesa al pudore femminile.
L'amnistia Togliatti racconta la storia di una vergogna nazionale. Perciò, alla vigilia del sessantunesimo anniversario del 25 aprile, il libro di Franzinelli va consigliato come la più istruttiva delle letture possibili, per chi voglia sottrarsi a un discorso sull'amnistia che strizza l'occhio all'amnesia. Questo libro va raccomandato come un vaccino, contro il giampaolopansismo e il brunovespismo della memoria.
Non è vero che non c’è un programma elettorale del gruppo Berlusconi. C’è, ed è così semplice e radicale che si riassume in una sola parola: spaccare. Non c’è spazio per la discussione se sia o no naturale o possibile o sensato impegnarsi a distruggere prima di lasciare il potere. E non importa neppure chiedersi: ma che senso ha spaccare tutto prima del tempo? Potrebbe anche vincere. So benissimo che evoco un incubo scrivendo questa frase, «potrebbe anche vincere». Ma per un momento devo cercare di constatare i fatti e di capirli prima di giudicarli.
Dunque il presidente del Consiglio in carica - che in una sciagurata ipotesi potrebbe anche essere il prossimo presidente del Consiglio italiano - si dedica con impegno e furore a spaccare tutto ciò che conta e che è fondamentale in un Paese: coesione, fiducia, senso di cittadinanza, associazioni di grande rilievo sociale (agli industriali, i sindacati) rapporti internazionali, confronto di un intero Paese con i pericoli del mondo (terrorismo), alleanze e legami fondamentali (per esempio con gli Stati Uniti). Fa tutto ciò con grande rilievo pubblico, nel modo più visibile e non più smentibile. Fa venire il pubblico finto ad applaudire. Decreta espulsioni e condanne. Attrae non solo l’attenzione degli italiani, ma anche la testimonianza attonita dei governi e delle istituzioni europei e quella, anche più attonita, della stampa americana.
Dovunque esistono destra e sinistra, anche se la destra di Berlusconi, che va dal monopolio alla rendita, dal controllo totale delle informazioni alla abolizione del falso in bilancio, e si allarga fra il condono di ogni regola capitalistica e l’altra destra, dei nuovi alleati francamente fascisti, è difficile da definire. Ma non esistono precedenti, in normali Paesi democratici, di qualcuno che spacca e divide e accusa e attacca dovunque scorge anche un vago elemento di dissenso. E lascia polvere e macerie persino dove dice e sostiene che governerà ancora.
Tutti noi cittadini siamo tuttora stupiti da ciò che è successo alla assemblea della Confindustria di Vicenza, la più violenta - e solo apparentemente incontrollata - scenata in pubblico che sia mai accaduta al di fuori di situazioni di dittatura. Un lavoro degno di Lukashenko, il contestato dittatore della Bielorussia. Ma Lukashenko è amico di Putin che è amico di Berlusconi, e può darsi che i tre, esperti di strangolamento della libertà, si siano scambiati consigli.
Ma l’impegno accanito, il lavoro intenso di una mattina per spaccare la Confindustria, un lavoro che evidentemente non gli era riuscito dietro le quinte, è il seguito, ma anche l’annuncio, di una politica vigorosamente distruttiva, che non è solo prerogativa del capo, ma viene richiesta, momento per momento, a ciascun dipendente del gruppo Berlusconi.
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Come molti lettori ricorderanno, il primo impegno di questo governo privato è stato di spaccare l’opposizione, tentando di separare pattuglie di sottomessi da coloro che, secondo il dettato sacro in ogni democrazia, erano decisi a tenergli testa. Di volta in volta ha inventato liste di cattivi. Ha aizzato la stampa di regime ad attaccare, preferibilmente con la calunnia o l’accusa gratuita («stampa omicida»), chi si ostinava a raccontare le cose.
È giusto che i lettori sappiano che la «stampa omicida», benché chiamata in causa mille volte «per avere inventato accuse al solo scopo di denigrare il governo», e dunque l’Italia, per avere ricordato, quando era indispensabile farlo, la Loggia massonica P2, i legami di mafia, per aver riferito con esattezza su processi e condanne, non ha, al momento, una sola querela per avere detto o narrato il falso. Ci sono decine di querele di chi si ritiene offeso (Bossi non vuole essere chiamato «razzista», ma basterà chiedere al giudice di convocare il teste Borghezio, o l’apposita commissione del Parlamento europeo). Ma nessuno ha potuto dire «non è vero». Mai.
Ma l’operazione di spaccatura è cominciata presto. Ricordate quanto a lungo e con quanto impegno Berlusconi, conferenza stampa dopo conferenza stampa, ha nominato e accusato questo giornale per «educare» gli altri giornalisti e ammonirli a non sognarsi di criticarlo? Certo nessuno di noi dimentica che Berlusconi ha iniziato la sua carriera di «liberale» con il licenziamento di Biagi e Santoro, colpevoli di «attività criminosa», a cui è seguita una lunga serie che è giunta fino a Sabina Guzzanti. E alla fine si arriva alla minaccia in diretta (non una svista, l’esemplarità conta molto in questa strategia distruttiva) a Lucia Annunziata come modo per dire a tutti «state attenti qui non c’è posto per chi mi tiene testa».
Ricordate con quanto puntigliosa ripetitività i giornali di proprietà della famiglia Berlusconi sono tornati sulla accusa di contiguità al terrorismo, sul fatto che le parole con cui una opposizione critica un governo (parole senza le quali non esiste democrazia) in realtà - dicono loro - armano mani di assassini e richiedono (ci è stato detto proprio così) di aumentare la scorta, dopo ogni titolo «terrorista» dell’Unità, titolo tratto, il più delle volte, dalla stampa internazionale?
A questo si sono aggiunte lunghe e ripetute azioni di calunnia, durate anni e riprese costantemente da scrupolose persone di servizio del giornalismo, al fine di dire chiaro agli altri colleghi: «Se noi siamo in grado di sputtanare persone che hanno la reputazione di tutta una vita, vedete bene che siamo in grado di colpire chiunque». È questione di controllo delle informazioni, non di verità dei fatti, che a loro certo non importa.
Ricordate gli insulti dedicati dal premier agli inviati dell’Unità che osavano rivolgergli domande, il riferimento (prediletto fra il personale di servizio post fascista) delle banche off shore in cui avrebbe trafficato chi scrive questo articolo? Ricordate le presunte «cinquecento minacce» dell’Unità alla illustre persona di Silvio Berlusconi da parte dell’Unità (altro aumento del personale di scorta) anche allo scopo di avvisare gli inserzionisti pubblicitari di stare alla larga da chi osa fare opposizione?
Alla fine, come ha dimostrato l’editoriale del Corriere della Sera che - nella tradizione del New York Times e del Washington Post - ha dato una chiara indicazione di voto il mai interrotto tentativo di spaccare i frammenti di informazione libera, e più ancora di isolare e fare apparire indegni i giornalisti oppositori, non è riuscito a regola di regime come progettato. Certo ha devastato il sistema di informazione italiano, già vastamente oscurato dal possesso e controllo delle televisioni. Intanto era al lavoro il progetto di spaccare i sindacati. Il breve periodo in cui è sembrato riuscire il trucco del «Patto per l’Italia» ha fatto pensare a un successo.
Arduo però sfidare il rapporto con la realtà e il contatto con l’opinione pubblica dei grandi sindacati popolari. Possono essere più o meno a sinistra, più o meno all’opposizione. Ma hanno fiuto per la truffa e le affermazioni false. E tutti si sono allontanati per tempo, nonostante l'intenso fuoco di sbarramento contro il loro tornare insieme.
Al momento giusto, cioè estremo, quando la crescita zero inchioda un governo incapace alla sua responsabilità, restano due mosse immensamente distruttive, dannose e costose fino al limite estremo per l’Italia. Però - pensa il gruppo Berlusconi - che cosa importa l’Italia se la mossa può darci un beneficio?
Parte, dunque, con un finto e violento attacco di nervi, la campagna per dividere e spaccare la Confindustria. Niente è più normale di una grande e autorevole associazione di imprese in cui i titolari hanno interessi comuni ma anche visioni diverse. Al diavolo gli interessi, spacchiamoli sulla politica. È probabile che il gioco non sia riuscito, non nel modo totalmente distruttivo pianificato dal gruppo Berlusconi. Però l’attacco improvviso, grossolano e violento di un presidente del Consiglio a un singolo imprenditore, che aveva osato tenergli testa anche nel sacrario della sua trasmissione prediletta «Porta a Porta», appare in tutta la sua desolante gravità: Berlusconi può farlo. Lo ha fatto. E l’imprenditore attaccato, denigrato, insultato in pubblico, si è dimesso, come se fosse lui il colpevole. In tal modo il gruppo Berlusconi ha dimostrato - costi quello che costi alla reputazione del Paese - che non c’è poi tanta differenza fra un giornalista senza protettori e un industriale nel pieno del suo successo. Chi osa tenere testa paga.
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Questa oscura pagina della storia italiana continua. Adesso, in ogni occasione, intervista, talk show, dichiarazione ufficiale o confidenza al cronista, Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Tremonti fanno sapere che «i capitali se ne vanno».
Dicono che in Italia l’eventualità della alternanza democratica tra l’imprenditore fallito come governante Berlusconi e l’economista noto nel mondo Romano Prodi, che ha già governato bene in Italia e in Europa, sta portando alla fuga dei capitali, un atteggiamento che neppure Chavez del Venezuela oserebbe adottare nelle sue colorite campagne di denigrazione degli avversari.
L’annuncio, infatti, è capace di produrre conseguenze di immenso danno che potranno continuare a lungo. I capitali fuggono dalla crescita zero di Berlusconi? In fuga per la paura dei cosacchi di Prodi? Un guasto grave al Paese è assicurato comunque. Berlusconi non sa se vincerà e teme seriamente di non farcela. Ma spacca il Paese nel punto sensibile, proclamando che gli investitori del mondo decidono di fuggire. Se un simile disastro può servire a dargli una mano, perché no? Spaccare, distruggere, lasciare macerie è diventato il suo marchio di fabbrica. Così ha fatto nella scuola, nella sanità, nelle leggi sul lavoro, nella così detta riforma della giustizia, nella amputazione della Costituzione e della legge elettorale. Perché non dovrebbe continuare?
Invece delle opere pubbliche che non sono mai cominciate, ricordiamo l’esortazione del suo ministro delle Infrastrutture «a convivere con la mafia» (cioè con gli assassini di Falcone e Borsellino). Dopo un brutto e pericoloso periodo della vita italiana, ci resteranno soltanto le scenografie di cartone di Pratica di Mare. È stato il luogo in cui Berlusconi, attraverso i sette telegiornali che controlla, ha imposto agli italiani di credere che, per merito suo, Putin era entrato nel G8, nella Nato, in Europa, e l’America era diventata il miglior amico della Russia. Subito dopo è scoppiata la «Rivoluzione Arancione», ovvero la liberazione della Ucraina, sostenuta dagli Usa contro il Gaulaiter di Putin. E oggi - sempre con l’aiuto degli Usa - si ribella la Bielorussia contro il despota Lukashenko, già collega di Putin al Kgb. I vecchi amici si ritrovano e, come dice un proverbio americano, «non si può mentire a tutti per tutto il tempo».
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Vi sembra troppo? Eppure non basta. Quello di Berlusconi è l’unico governo al mondo - democratico o non democratico - che prima delle elezioni denuncia il rischio, anzi la probabilità di brogli. Altrove sarebbe una seria offesa al ministro dell’Interno, di cui gli italiani hanno rispetto. Ma Berlusconi non si fa intimidire e, se può spaccare, spacca. Anche la fiducia, anche il rispetto. Tratta il suo Paese come una tormentata Repubblica africana. Reclama brogli che - come governo - ha il compito e il dovere, ma anche i mezzi, di impedire. E come il leader braccato di una di quelle repubbliche, l’autore del danno corre negli Stati Uniti per far sapere che l’Italia è un Paese pericoloso, in modo che gli Usa avvertano gli americani di non venire in Italia.
Che cosa importa che l’Italia non è un Paese pericoloso se non per gli ingorghi di traffico che si formano a Roma il mercoledì, giorno dell’udienza generale del Papa? Che cosa importa il turismo? Da noi provvede il capo del governo a bloccarlo.
Sembra incredibile, sembra raro che una sola persona, con un cattivo governo, possa far tanto danno al suo Paese. Eppure resta l’ansia e il dubbio che non sia tutto. Se questo è ciò che finora è accaduto - e che non si può smentire - è ragionevole l’ansia e il dubbio che nei giorni che restano da oggi al voto ci saranno altri tentativi di far male al Paese. Risorse e cattive intenzioni non gli mancano.
furiocolombo@unita.it
La buona notizia, piccola, viene da Montepulciano, dove alcune associazioni riunite a convegno (Acli, Legambiente e Comunità di San.Egidio fra le altre) lanciano un manifesto per una informazione indipendente e interdipendente: dieci punti per aiutare a leggere la globalizzazione evitando di rafforzare stereotipi, fomentare odii, offendere tradizioni altrui e cercando di decifrare quello che accade di incomprensibile per la tradizione nostra.
La cattiva notizia, più grande, viene da Cosenza, dove Marcello Pera, in tour per commercializzare il suo Senza radici scritto a quattro mani con l’attuale papa ed ex cardinale Ratzinger, rilancia il suo manifesto per un Occidente indipendente e sovrano: dieci punti per armare l’Europa, a fianco degli Usa, di identità, orgoglio, valori, radici, famiglie e bambini, ogni cosa brandita come una spada per riaffermare il valore superiore e assoluto della «nostra» cultura.
Bene ha fatto Piero Sansonetti, su Liberazione di ieri, a mettere a confronto il manifesto del presidente del senato con il manifesto fascista degli scienziati razzisti del .38: accade infatti che l’uso del termine «cultura» al posto di quello di «razza» serva soltanto a coprire e rilegittimare il razzismo profondo del ragionamento, porgendolo in un lessico post-novecentesco e più digeribile di quello degli anni Venti. Molto del conflitto globale in corso si gioca sulle parole e sulla piega di senso che ogni parola prende. Per questo è una buona notizia che l’aggettivo «interdipendente » si affacci nel lessico politico. Alla tronfia intolleranza dei teocon non basta infatti contrapporre la tolleranza progressista, troppo esposta alle accuse di indifferentismo etico e alle smentite di modelli multiculturali prima vincenti poi andati a male, a Londra come a Amsterdam.
La tolleranza funziona finché l’altro non ci tocca, non ci colpisce e non ci spiazza. La reciprocità, che dietro al Papa tutti si sono messi a invocare a destra e a manca, è impossibile fra contendenti che non condividono le premesse di partenza del dialogo. La coscienza dell’interdipendenza è l’unica che possa dare misura alla convivenza e al conflitto, in un mondo in cui ciascuno dipende dall’altro - gli occidentali dagli islamici e gli islamici dagli occidentali -, la vulnerabilità di ciascuno è esposta all’aggressivit à dell’altro, e l’altro non è uno simile e prevedibile ma uno diverso e imprevedibile. Nel pianeta globale, nessuno è più sovrano in casa propria: prima la politica ne prende atto meglio è.
Sono i termini della guerra culturale, questa sì, interna alle democrazie occidentali dall’11 settembre in poi. Solo che adesso che piombano sull’Europa sotto l’urgenza degli eventi, si vede che l’Europa non è più avanti ma solo più lenta degli Stati uniti.
Marcello Pera e i suoi compagni di cordata, protetti dall’ombrello papale, cavalcano l’onda neo-con quando oltreoceano essa deve fare già i conti con le smentite che le vengono dalla tragica deriva degli eventi iracheni. Chiedere le dimissioni del presidente del senato, come fa Fausto Bertinotti, è anch’essa una mossa fuori tempo massimo: a senato chiuso e campagna elettorale aperta, i dieci punti del Filosofo già nutrono i discorsi del Cavaliere e il suo teorema sul fondamentalismo come malattia senile del comunismo. Non siamo fuori tempo massimo invece per rilanciare la questione dell’Europa, proprio ora che sembra al minimo della sua credibilità, capovolgendo gli argomenti del manifesto occidentalista. L’Europa è ferma non perché perde natalità e identità, perché non si ama abbastanza e non dichiara un.altra guerra in medioriente. E. ferma perché, ossessionata da ciò che era o doveva essere, ha perso l’occasione di diventare quello che poteva diventare. Cioè di costruirsi, nella contingenza del conflitto globale in corso dopo l’11 settembre, come un.alternativa culturale e politica, disarmata e disarmante, all’unilateralismo armato di George Bush. Nelle radici europee che Marcello Pera brandisce con la stessa mentalità identitaria e monolitica con cui guarda all’Islam, c’è tutto e il contrario di tutto. C’è l’inquisizione e c’è l’illuminismo, ci sono le guerre di religione e c’è il sincretismo, c’è il razzismo fascista e ci sono le costituzioni antifasciste. Senza radici non si vive, ma di radici marce qualche volta si può morire.
L’inaudito attacco scatenato contro Carlo Azeglio Ciampi da Silvio Berlusconi, con il dichiarato proposito di sostituirsi al capo dello Stato su materie delicatissime come lo scioglimento delle Camere e la data delle elezioni, dimostra che questo personaggio non si ferma e non si fermerà davanti a nulla pur di non mollare palazzo Chigi. Sta per deflagrare, insomma, con le conseguenze più gravi e imprevedibili, l’anomalia finale di un premier che considera la democrazia e i suoi istituti degli accessori facoltativi da mettere sempre e comunque al servizio del suo personale potere. Attraverso strappi e forzature, leggi ad personam e conflitti di interessi, occupazione delle televisioni e manovre intimidatorie contro l’opposizione, si è così venuta realizzando al vertice del governo una sorta di autocrazia di stampo caucasico; un’escrescenza prepotente, decisa a non rispondere dei propri comportamenti a nessuno dei poteri elencati nella Costituzione della Repubblica Italiana. E quindi non risponde alla magistratura che è stata anzi colpita e perseguitata come mai era accaduto in Europa; ciò per puro spirito di vendetta determinato dai numerosi processi per corruzione a cui l’imputato premier è riuscito comunque sempre a sottrarsi dileguandosi attraverso le maglie larghissime delle prescrizioni. E quindi non risponde al Parlamento costretto ad approvare le leggi più ingiuste e vergognose a colpi di maggioranza, di quella maggioranza formata in larga parte da suoi dipendenti o da esponenti politici assoggettati o troppo deboli per potergli dire di no.
E quindi, adesso, non risponde neppure al presidente della Repubblica e anzi lo minaccia facendo persino balenare l’ipotesi di far eleggere il successore di Ciampi dalle Camere uscenti e non da quelle rinnovate dal voto dei cittadini. Cosicché, visto che la maggioranza dei deputati e dei senatori è ancora sotto il suo controllo, c’è anche l’incubo di una elezione di Berlusconi al Quirinale.
Ma Ciampi, fortunatamente, è ancora il nostro presidente e lo resterà, nella pienezza delle sue funzioni, fino alla scadenza del settennato fissata il 19 di maggio. Possiamo dunque stare certi che tutti i tentativi di aggirare la Costituzione saranno respinti con la massima determinazione. Costituzione, ricordiamolo, che è stata già manomessa per effetto di quella sciagurata riforma approvata con il consenso dei bravi ragazzi Bossi, Fini e Casini e che, per fortuna, gli italiani avranno modo di rispedire al mittente con il prossimo referendum.
Se Ciampi farà il possibile, Berlusconi farà l’impossibile, come sta già facendo, per avvelenare il clima elettorale. E più i sondaggi lo daranno per sconfitto e più lui si adopererà per introdurre nuove rotture, nuove provocazioni, nuove aggressioni nei confronti di chi gli si oppone. E quando dalle urne uscirà la vittoria dell’Unione, lui, stiamone certi, griderà che l’Unione ha organizzato brogli e che il voto va annullato. Lo ha già fatto nel ‘96 e, del resto, se continua a definire impossibile un’affermazione del centrosinistra una ragione ci sarà.
In questo clima dove ogni colpo di mano è possibile si iscrive l’aggressione del presidente del Consiglio all’Unità. Non è la prima volta che il nostro giornale viene attaccato dall’autocrate con linguaggio diffamatorio e violento esponendo i giornalisti e i lavoratori di questa testata a tutti i rischi connessi. Sabato, a Firenze, però, ogni limite è stato superato quando davanti alla nostra precisa denuncia di come, con le 1942 intercettazioni trafugate per essere divulgate si voglia gravemente intossicare la campagna elettorale, il presidente del Consiglio ha citato il ministro degli Interni e chiesto l’intervento dell’Avvocatura dello Stato.
Cosa ci sta preparando? Minacce, comunque, che non ci fanno paura anche perché ci sentiamo appoggiati e confortati dalla grande solidarietà che ci giunge dai nostri lettori e dai tanti amici che ci chiedono di andare avanti, tenere duro. Ci dispiace soltanto che abbia ragione il Cdr dell’ Unità quando ieri mattina ha registrato «l’assordante silenzio» di importanti testate giornalistiche (la più importante della quale domenica mattina pubblicava la fotografia del Berlusconi che sventolava scatenato l’Unità, senza una sola parola che spiegasse il perché negli articoli degli inviati).
Nessun vittimismo da parte nostra, per carità, ma solo il timore che molti nostri colleghi non abbiano ancora capito che dopo la magistratura, il parlamento e il Quirinale, l’assalto di Berlusconi toccherà a loro come adesso tocca a noi. «Vi attacca perché date fastidio», Enzo Biagi lo ha spiegato come meglio non si poteva.
Ciampi. Biagi. Meno male che ci sono loro.
Titolo originale: A Big Government Fix-It Plan for New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BATON ROUGE, Louisiana – Nel panorama di vuoto politico del post-Katrina, punteggiato dalle macerie di varie proposte, ricette che si sgretolano e iniziative alluvionate, un oscuro e molto conservatore membro del Congresso è entrato in campo con una soluzione finale decisamente statalista.
Il deputato Richard H. Baker, repubblicano eletto nei collegi suburbani di Baton Rouge, che deride i democratici perché non sufficientemente favorevoli al libero mercato, è l’improbabile campione di un piano di edilizia residenziale d’emergenza che farebbe dell’amministrazione federale il principale proprietario immobiliare di New Orleans: almeno per un po’. Baker ha proposto che la Louisiana Recovery Corporation stanzi ben 80 miliardi per estinguere mutui, ripristinare le opere pubbliche, acquisire enormi pezzi devastati di città, ripulire il tutto e rivenderlo ai costruttori.
Desperatamente alla ricerca di un intervento di grande scala all’enorme problema immobiliare della regione, rappresentanti politici e operatori economici della Louisiana di tutte le gradazioni – neri e bianchi, repubblicani e democratici – hanno adottato questo poco conosciuto uomo del Congresso e il suo grandioso progetto, definendolo un passaggio cruciale. Anche se la Casa Bianca deve ancora firmare, ci sono già segnali che alcuni alti esponenti del Congresso siano interessati a sostenerlo; Baker ha detto che i funzionari dell’amministrazione non l’hanno comunque respinto.
L’approvazione del disegno sta diventando sempre più importante per la Louisiana visto che lo stato ha perso la contesa col maggior peso politico del Mississippi lo scorso mese, quando il Congresso ha votato un pacchetto da 29 miliardi di dollari per la regione degli stati del Golfo. Lo stanziamento da’ al Mississippi circa cinque volte tanto per famiglia in aiuti all’abitazione di quanto non riceva la Louisiana: a riprova del peso del governatore Haley Barbour del Mississippi, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, e del Senatore Thad Cochran, che presiede lo Appropriations Committee.
I rappresentanti della Louisiana affermano di essere stati obbligati a votare a favore, perché altrimenti avrebbero potuto anche non ricevere alcun aiuto. Ma ora si concentrano anche con più intensità sul piano di acquisizione di Baker; molti economisti qui sostengono che non ci sono alternative, per i proprietari che non riescono a pagare le ipoteche sulle proprietà devastate.
”È probabilmente una delle ultime speranze per chi ha avuto la casa allagata e non era coperto da un’assicurazione” sostiene Loren C. Scott, economista emerito alla Louisiana State University. “Senza questo tipo di sostegno, ci sarebbe un numero notevole di persone che potrebbero semplicemente affondare”.
James A. Richardson, direttore del Public Administration Institute alla stessa università, dice “È l’ultima scommessa possibile, per certi versi”.
L’oppositore politico a Baker nella delegazione della Louisiana al Congresso, William J. Jefferson, democratico di New Orleans, sostiene che l’approvazione del disegno è importante.
”Senza – dice – i proprietari hanno poche possibilità di recuperare il valore che hanno perso”.
Secondo il piano, la Louisiana Recovery Corporation entrerebbe in campo ad evitare inadempienze, in modo simile a quanto fatto dalla Resolution Trust Corporation attivata dal Congresso nel 1989 col settore del risparmio e prestiti. Si offrirebbe di rilevare dai proprietari, a non meno del 60% del valore prima dell’uragano Katrina. Agli erogatori del prestito sarebbe offerto sino al 60% di quanto loro dovuto.
Per finanziare la spesa, il governo emetterebbe obbligazioni legate in parte alle vendite di terreni ai costruttori.
I proprietari non dovrebbero necessariamente vendere, ma chi lo fa avrebbe un’opzione a ricomprare dall’ente. L’ente federale non avrebbe nulla a che vedere con gli interventi urbanistici sui terreni; questo spetterebbe alle amministrazioni locali e ai costruttori.
Per passare, la proposta richiederà alla fine il sostegno della Casa Bianca. E i segnali, secondo questo solido repubblicano che vanta un sostegno quasi totale dai gruppi conservatori, sono stati vari.
Il Presidente Bush, nel corso di un viaggio in auto insieme a Baker lo scorso settembre “ha capito”, come insiste Baker in un’intervista dal suo ufficio, nella città che rappresenta in modo discreto da due decenni a Washington. “È stato molto aperto a riguardo. Mi ha detto, ' lavoraci su e vai da Hubbard' “ ovvero il massimo consigliere economico di Bush, Allan B. Hubbard.
Quando il Congresso stava per riunirsi lo scorso mese, col piano in sospeso, Baker ha ricevuto una domenica mattina la visita di Donald E. Powell, vicerè del Presidente per la ricostruzione della Costa del Golfo. Baker racconta che Powell era “più a suo agio” con la proposta ma ancora non del tutto convinto dopo un’ora di discussione. Il disegno fu respinto, nonostante le manovre riuscite per compattare la variegata rappresentanza della Louisiana a sostegno e gli appelli del mondo economico. Eppure, fra promesse dei senatori di riprendere rapidamente il progetto quando il Congresso si riunirà, e segnali che la Casa Bianca non ha voltato le spalle, il prudente Baker pensa che le sue chances siano migliori che mai.
Sean Reilly, membro della Louisiana Recovery Authority, afferma che Powell gli ha riferito come la Casa Bianca fosse “entrata” nel concetto ma avesse bisogno di riguardare un po’ l’idea.
”Ci siamo andati molto vicino” dice Walter Isaacson, vicepresidente della Louisiana Recovery Authority, istituita dal governatore per sovrintendere la ricostruzione. I massimi consiglieri della Casa Bianca “fondamentalmente apprezzano il principio” sostiene. E hanno fatto promessa di “collaborare con voi, e metterlo nella corsia preferenziale” per le udienze a Senate Banking, Housing and Urban Affairs Committee, continua Isaacson.
I colleghi conservatori di Baker, dentro e fuori il Congresso, si preoccupano delle dimensioni enormi dell’intervento proposto. All’interno dello House Financial Services Committee, parecchi membri hanno tentato di limitare spesa e durata del provvedimento, o di mirare ad una gestione in pareggio. “È irresponsabile per il Congresso firmare un assegno in bianco, pescando dai contribuenti americani, guidati dalla sola immaginazione dei politici” ha dichiarato il deputato Jeb Hensarling, repubblicano del Texas. “Dobbiamo assicurarci che non venga chiesto di pagare di nuovo, fra due o tre anni, per la stessa calamità”
Ai suoi critici Baker risponde: “Se non questo, che altro? Le risposte non sono valide”.
Un realistico volo di primo impatto sui quartieri devastati di New Orleans l’ha convinto che soluzioni ordinarie non funzionerebbero. Qui c’era un problema che superava le possibilità dell’impresa privata. “In questo caso, è saltato tutto” dice Baker. “Eliminazione totale. Così ha pensato che ciò richiedesse un rimedio senza precedenti. Se non lo facciamo, cosa sarà della regione fra due anni?”.
Tranquillo, bene educato e con l’aria da chierichetto da figlio di un pastore, Baker ha trascorso anni misurandosi con gli arcani della regolamentazione dei servizi finanziari. Con la calma di un uomo abituato a riunirsi coi banchieri per ragionare sui documenti di bilancio, espone tutto: decine di migliaia di proprietari di casa esposti, che devono milioni di pagamenti ipotecari su proprietà di dubbio valore, a vari istituti di prestito.
Sforzo pieno di paradossi, il suo. Baker ha dedicato gran parte della sua carriera al Congresso tentando di imbrigliare i giganti semipubblici Fannie Mae e Freddie Mac, affermando che hanno troppo potere. Ora, “favorevole come sono al libero mercato” dice, vuole che il governo agisca in modo che non ha precedenti.
Un’altra stranezza di Baker è la sua quasi invisibilità, anche nel suo collegio, al punto che “la maggior parte delle persone a Baton Rouge non lo riconoscerebbero” sostiene Wayne Parent, professore di scienze politiche alla Louisiana State University. In uno stato che da’ un cento valore alla visibilità dei suoi politici “Non si sente molto parlare di lui” dice Parent. E pure, Baker è improvvisamente balzato all’avanguardia della classe politica della Louisiana, evidentemente povera di idee.
È stato eletto in un collegio suburbano principalmente bianco, una zone relativamente ricca per gli standards della Louisiana, storicamente ostile a quella che fu la grande città dell’est. Ma la sua iniziativa potrebbe risultare di grande beneficio soprattutto agli afroamericani di New Orleans.
In parlamento, la sua proposta è stata adottata dei liberals – “Credo sia una buona idea” ha detto il deputato Barney Frank, democratico del Massachusetts – e schivata da molti conservatori. La proposta è valida “quanto il modo in cui la si usa” dice Isaacson. “La mia sensazione è che possa rappresentare una verifica di quanto è sincera l’amministrazione quando afferma di volere un attento e intelligente sforzo di ricostruzione”.
È stato soprattutto un discorso al parlamento come unico luogo dove può esercitarsi la politica: può sembrare insufficiente a quanti hanno un'idea diversa, più larga, della partecipazione ma è probabilmente un bene che il nuovo presidente della Repubblica si presenti consapevole dei limiti del suo mandato. «Sobrietà e rispetto dei limiti» ha detto appunto Giorgio Napolitano che non sarà un capo dello stato da messaggi in televisione. Eppure sarà un presidente molto politico, dopo gli anni del grande tecnocrate Ciampi. Il discorso di insediamento è stato profondamente calato - persino dichiaratamente - dentro l'attuale quadro parlamentare. Semmai è lo schema interpretativo del presidente che è sembrato datato. L'Italia non è al 2 giugno 1946 che tutt'al più è un anniversario da ricordare. A parte risultare poco interessante per i cittadini delle Repubblica meno che senescenti, lo schema paese diviso - politica condivisa va malissimo per il paese reale. Può solleticare le parti più inclini al trasformismo, che infatti hanno reagito con entusiasmo.Mase accolto sarebbe piombo nelle ali del nuovo governo e della maggioranza che ha prevalso nelle elezioni seppure - Napolitano ha puntualizzato - «lievemente». D'accordo: un presidente della Repubblica non può che invitare alla concordia e in questo senso Berlusconi resterà piacevolmente sorpreso dal nuovo presidente. Credesse un po' meno alla sua stessa propaganda il Cavaliere saprebbe da tempo che nessuno più di un ex comunista di destra può affezionarsi al ruolo del garante. Ma Napolitano è un parlamentarista convertitosi al maggioritario che ha parlato da bipolarista convinto. A parte il '46 le altre date che ha citato come fondanti sono state il '93, anno del referendum maggioritario, e il '94 quando le elezioni le ha vinte Berlusconi. Per questa via Napolitano ha spalancato ogni porta alle riforme costituzionali. Partendo dal presupposto, errato, che tutti i progetti di riforma portati avanti negli ultimi anni non hanno «mai messo in questione i principi fondamentali». Sulla distinzione tra prima e seconda parte della Carta ormai da tempo invitano alla prudenza i costituzionalisti più accorti. E basta guardare la devolution per avere la prova di come lemodifiche ordinamentali colpiscano alla fine i principi. Così se modifiche andrebbero fatte alla Carta del '48 è precisamente per metterla al riparo dagli effetti del maggioritario, magari andrebbe ritoccato anche l'articolo 138 così che l'aspirazione alla condivisione possa risultare meno vana. Non ci è piaciutoNapolitano soprattutto per la volontà di riportare tutto su un terreno di larghe intese, anche oltre la ritualità del capo dello stato. Perché fatto in chiave politica prima che istituzionale. Con accenti da solidarietà nazionale più che nello spirito repubblicano. Ed ecco la Resistenza buona per gli applausi di sinistra ma anche per quelli di destra per via delle sue «aberrazioni». Ci sono piaciuti invece un paio di passaggi classicamente riformisti: non è poco di questi tempi sentir parlare di «giustizia sociale» o avvertire la preoccupazione per il lavoro esposto «alla precarietà e alla mancanza di garanzie». Bene anche il richiamo al ripudio della guerra e soprattutto quella notazione sul «grado di consenso » della missione italiana in Iraq giustapposto all'omaggio ai nostri caduti: in questo caso la differenze politiche non si potevano proprio nascondere. Peccato però che tutto questo debba passare in secondo piano davanti all'omaggio «deferente» al papa che nemmeno Napolitano ha saputo evitare. Aggiungendoci per buona misura un invito alla collaborazione tra stato e chiesa. Davvero troppa grazia.