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Alcuni giorni fa Andrea Camilleri e Giovanni Sartori hanno presentato il libro-testamento di Paolo Sylos Labini «Ahi serva Italia, appello ai miei concittadini».

C’era una grande folla nelle stanze della Casa Editrice Laterza di Roma. Tutta quella gente non era venuta soltanto per l’immensa stima e l’immenso affetto che Sylos Labini si era meritato nella sua vita di maestro.

Camilleri, Sartori e tutti gli altri sono venuti per dire che ci impegniamo anche in condizioni di totale controllo mediatico e di esclusive notizie di regime a fare in modo che tutti sappiano di quell’appello.

È l’impegno di tanti che non hanno mai rotto il patto.

Il patto era di dire e di ripetere e di far sapere in Italia ciò che di noi dice il mondo: l’Italia è umiliata e soffocata da un gigantesco conflitto di interessi che non si ferma o non si modera con l’espediente di parlarne con gentilezza. Oggi quel conflitto è molto più grande del primo giorno del triste governo Berlusconi. Diventa ogni giorno più incompatibile con la democrazia. Può essere rimosso, salvando il Paese, solo col voto. Sylos Labini è stato voce alta, limpida, autorevole di questo giornale, una voce che non si è mai placata perché non c’era ragione di placarsi. Nella presentazione del suo libro-appello, Camilleri e Sartori (certo difficilmente definibili “radicali” e “girotondini”) hanno voluto unire le proprie voci a quella di Sylos Labini per dire ai disorientati e agli incerti secondo l’ammonizione di Umberto Eco: «Non siete matti, voi che parlate di dittatura mediatica. Siete i cittadini che non si rassegnano a consegnare i propri diritti democratici al governo della famiglia Berlusconi e dei suoi scrupolosi dipendenti. Ora diremo basta col voto».

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Si chiama “endorsement” negli Stati Uniti la dichiarazione con cui alcuni grandi giornali prendono posizione sui partiti contrapposti e sui loro leader prima di ogni elezione politica. Poiché, in quel Paese gli elettori hanno il privilegio democratico di scegliere una per una le persone da eleggere alla Camera o al Senato, i quotidiani come il New York Times, fanno seguire alla dichiarazione di voto per lo schieramento (Repubblicani, Democratici, Kerry o Bush) una serie di editoriali brevi dedicati ai singoli candidati, con le ragioni specifiche di sostegno o di rigetto.

L’«Editorial Board» di quei giornali (che è composto dall’editore, dal direttore e dai capi dei vari settori del giornale) ama sentirsi libero e vuole dimostrarlo. Perciò non è raro che l’indicazione di voto per singoli candidati incroci le linee dei due schieramenti. Questo impegno è allo stesso tempo politico e pedagogico.

Ciò che viene ritenuto improprio e pericoloso in una democrazia è il silenzio, è la finzione di equidistanza, che il più delle volte copre l’imbroglio. L’oscura e cieca legge elettorale che è stata gettata sull’Italia, ultimo contributo di Berlusconi al peggioramento della nostra vita, impedisce di seguire questo percorso di civiltà.

Ma per questa ragione, il dramma del peggioramento progressivo in cui sta cadendo l’Italia, in ogni campo e settore della sua vita, della sua attività, e a causa della paurosa crisi di credibilità, perduta dal Paese verso il resto del mondo, e dalle istituzioni nei confronti dei cittadini, si deve apprezzare l’iniziativa del Corriere della Sera. Mercoledì 8 marzo, con un editoriale del suo direttore Paolo Mieli, quel giornale ha indicato la scelta di voto, ovvero lo “endorsement”, come avviene nella vita democratica di altri Paesi. Il direttore del Corriere della Sera ha spiegato con chiarezza perché è bene votare per l’Unione e per Prodi.

Mi domando se apparirà credibile ciò che sto per scrivere: quel gesto mi sarebbe sembrato altrettanto importante e civile anche nel caso che lo “endorsement” fosse andato in senso contrario, a favore di Berlusconi. Avrei detto con vigore il mio dissenso. Ma avrei ugualmente considerato essenziale al costume e al confronto democratico la aperta dichiarazione di voto. Il nostro Paese, infatti, come ci dimostra ogni sera la televisione di Stato, è pervaso dalla malattia del giornalista o conduttore che si considera, in modo fatuo e impossibile, “al di sopra delle parti”, come se, nel mestiere di informare, un simile atteggiamento fosse desiderabile, umano e possibile.

Il danno recato dall’impasto di finta estraneità - qualcosa di profondamente diverso dal giornalismo libero nel mondo (basti ricordare gli editoriali del New York Times sul governare di George W. Bush) - lo abbiamo constatato per anni nei silenzi, nelle notizie mancanti, nelle citazioni senza commento di frasi false o insultanti o assurde dette dal presidente del Consiglio o da alcuni suoi Ministri, o per l’immensa tolleranza che ha quasi sempre coperto il comportamento osceno di esponenti della Lega Nord.

L’importanza dell’editoriale di Paolo Mieli rompe il gioco del professionismo equidistante, molto adatto a coprire la complicità, in un momento particolarmente grave della vita italiana.

Questo gioco, ripeto, sarebbe stato rotto anche da una dichiarazione di segno opposto. Felice come sono che il Corriere della Sera indichi Prodi e il Centrosinistra come degni di essere votati, mi sento di dire che l’avere scelto e proclamato il valore democratico di quella scelta, è il vero senso dell’evento.

Questo spiega la povertà imbarazzante delle dichiarazioni con cui ha reagito la Casa delle libertà. E se Mantovano, Fini e Calderoli si comportano come maschere fisse di una malandata commedia dell’arte, fanno effetto le seguenti battute di Pier Ferdinando Casini, che sta dimenticando troppo in fretta la sua dignità di Presidente della Camera.

Ha detto Casini con una memorabile sbandata: «Nel referendum sulla fecondazione il Corriere della Sera scese in campo invitando gli italiani ad andare a votare. Gli italiani però non andarono a votare. Spero che non lo facciano neanche questa volta». Curiosa svista. L’abile uomo politico a cui si attribuiscono effervescenti disegni centristi nel caso che fosse necessario mettere insieme una “grande coalizione”, non si accorge di invocare e celebrare il peggior pericolo per la sua parte.

Casini ostenta, inoltre, una disinformazione sorprendente per uno che è alla testa della associazione dei parlamentari democristiani del mondo. Dice che «è inconsueto per un giornale indipendente prendere posizione prima delle elezioni». Tutti sanno che farlo è normale e tipico in tanti Paesi democratici e negli Usa è considerato doveroso. Ma a Casini non manca neppure il cattivo gusto: «invece delle leggi ad personam, che ad personam non sono, adesso siamo arrivati alla campagna elettorale ad personam».

E nella stessa frase nega ciò che ha fatto come presidente di una Camera che quelle leggi le ha votate a una a una con la procedura oscura del voto di fiducia. E definisce “ad personam” una pubblica e democratica dichiarazione di voto.

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Come in una pista d’atterraggio nella giungla, si vedono, nell’editoriale di Mieli, alcune luci che indicano il passaggio. Una è quando il direttore del Corriere della Sera dice che «il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di avere badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese». L’altra è un accenno, rapido ma chiarissimo. Definisce ciò che è accaduto nel mondo finanziario italiano la scorsa estate «la battaglia sulle scalate bancarie ed editoriali».

Il direttore del Corriere ha notato il pericolo, e ha dato all’opinione pubblica italiana il segnale d’allarme. Se il conflitto di interessi resta incastrato nella nostra vita collettiva, non può che crescere e travolgere tutti, in una sorta di guerra contro tutti, non solo contro la sinistra.

È accaduto questo: le parole di Mieli ricordano ciò che aveva scritto Eugenio Scalfari nel suo editoriale del 26 febbraio, dopo che Berlusconi si era prodotto nel suo elogio di Fiorani: «Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l’amico di Fiorani, anche nella scalata dei furbetti” al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata. Adesso ne ha finalmente l’indicazione davanti agli occhi».

Il povero ministro Giovanardi crede di essere draconiano con la sua condanna: «Finalmente il Corriere si è ufficialmente affiancato all’ Unità». È una affermazione che ci rende fieri in questo giornale. A noi è sembrato molto presto di scorgere nel conflitto di interessi e di legalità un pericolo per l’integrità della Repubblica, della sua vita, dei suoi costumi, della sua libertà. L’appello del Corriere della Sera è contro un profondo processo di corruzione, divisione e guerra permanente che continua e dilaga. Chiede agli italiani che venga risparmiato al Paese un periodo di spaventosa stagnazione. La causa è nella descrizione del lavoro di governo fatta da Mieli: lavora per sé soltanto per sé. Lavora per proteggere interessi personali. Ma nel giro degli interessi personali c’è una ragnatela di legami che richiede l’agevolazione di altri interessi personali. Casi come Parmalat e Fiorani diventano - anche di fronte al mondo , il cui interesse a investire in Italia crolla - patologia cronica e inevitabile. L’inquinamento fermenta sotto la calotta del conflitto di interessi, l’abolizione del falso in bilancio, le leggi che esimono dal rispondere in tribunale. Ma ciò che ha provocato il segnale d’allarme alla borghesia italiana, lanciato dal Corriere della Sera va collegato al segnale d’allarme lanciato dalla Confindustria.

***

Il problema appare, con evidenza, molto più grave di una pur tumultuosa campagna elettorale.

È vero, Berlusconi sta conducendo questa campagna con un tipo di violenza che tende a suscitare lo scontro. Ma è pur sempre una campagna elettorale, e la paura di perdere può giocare brutti scherzi.

Più grave è ciò che si è appreso giorno per giorno dal modo di governare di Berlusconi. I cinque anni che abbiamo vissuto sono stati cinque anni di estenuante campagna elettorale, comprese le bandiere, le accuse, le mitragliate di cifre false e di dati deliberatamente formati per dare annunci, un impegno ininterrotto ad attaccare secondo un veemente modello di opposizione. Ma qui, la veemenza, l’attacco, le continue imputazioni agli avversari, il tentativo di mettere gli avversari a tacere, vengono dal governo e puntano febbrilmente contro ogni dissenso e ogni tentativo di opposizione. La colonizzazione della Rai, il livellamento della Rai con Mediaset, il lavoro forzato delle Camere per approvare subito e con il voto di fiducia le leggi speciali per persone e interessi speciali, non hanno mai placato l’opposizione continua di questo governo e della sua maggioranza, che ha creato e mantenuto una profonda spaccatura nel Paese.

Opposizione a chi, visto che Berlusconi e i suoi sono (erano) al governo? Non resta che una risposta, che sembrerà un po’ retorica, ma viene dalla constatazione dei fatti. È opposizione all’Italia. Viene freneticamente e ripetutamente descritta un’Italia tutta comunista, una spirale di manovre malevole scatenate dalle cooperative rosse, dai sindacati rossi, dalle giunte rosse, dai magistrati rossi, dai giornalisti rossi, dalle televisioni rosse, dal cinema rosso, dalle professioni succubi del comunismo. E dalla Confindustria.

Il messaggio continuo è che si deve avere paura della sinistra. Nel penoso “Porta a Porta” dell’8 marzo, Berlusconi, per tutta una sera, durante ore di monologo, ha detto al “dottor Vespa” che il “signor Prodi” si prepara a fare il prestanome di un governo che imporrà il modello comunista in tutti gli aspetti, stadi e settori della vita.

L’Italia ha raggiunto quota zero di sviluppo, unica democrazia occidentale al mondo, dopo avere attraversato cinque anni di continua campagna elettorale, senza alcuna attività legislativa che possa essere ricordata. Solo distruzione delle procedure democratiche, delle regole comuni, della Costituzione. L’Italia ha raggiunto l’impoverimento delle famiglie, la perdita di posti di lavoro, la caduta del commercio con l’estero, l’aumento drammatico dell’abbandono della scuola dell’obbligo, lo svilimento dell’immagine italiana e della sua credibilità sia politica che imprenditoriale. Ma Berlusconi sta ancora accusando il complotto della sinistra.

La campagna elettorale che dura per anni distrugge il tessuto sociale, i rapporti fra gruppi, le possibilità di cooperazione su cui si basa la vita democratica. Impedisce di lavorare, di comprare, di vendere, di investire. Ogni problema - e tutti si rendono conto della complessità dei problemi con cui ogni governo e ogni Paese si devono confrontare - diventa uno spot pubblicitario e un podio per lanciare l’accusa contro qualunque dissenso, per sviare o eliminare ogni punto di vista diverso, offrendo solo autoesaltazione e connivenze private. La sindrome di corruzione italiana diventa internazionale, come sembra dimostrare il nuovo processo di Milano appena aperto contro Silvio Berlusconi e il suo avvocato inglese Mills.

C’è in tutto questo l’evidente e serio problema caratteriale di una persona. Ma è anche tragedia, se quella persona è in grado di sovrapporre una immensa ricchezza agli interessi di tutto il Paese. Aggrava il quadro la volontà di gettare lo Stato e il paese contro la Magistratura. Il conflitto di potere si somma al conflitto di interessi, l’impegno dichiarato è di abolire uno dei tre poteri della democrazia.

A questo gioco il Corriere della Sera e la Confindustria hanno dichiarato di non volersi prestare. Nella lunga scenata di Berlusconi non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è garanzia in alcun campo, in alcun senso, per nessuno.

Dopo ore di monologo a Porta a porta, nel cuore della notte, Berlusconi ha detto ai suoi interlocutori stremati: «Ah se potessi andare a dire queste cose in televisione». Che si confronti una buona volta con Prodi secondo regole di normale civiltà democratica. E poi voltiamo pagina.

furiocolombo@unita.it

Nel gioco delle parti era il turno dell’estrema destra danese, e gli Sms che quella aveva messo in circolazione promettevano uno spettacolo ghiotto alla troupe di Al Jazeera: in tarda mattinata, davanti al Municipio, alcuni giovani ariani avrebbero bruciato un paio di Corani. Poche ore dopo, nei telegiornali arabi, quei venti idioti avrebbero personificato 350 milioni di europei, così come i pochi forsennati che da giorni incendiano bandiere danesi da Gaza a Giacarta giganteggiano nel nostro immaginario, come fossero i 1300 milioni di musulmani.

E’ il Noi contro Loro, la menzogna che s’autoavvera, il losco equivoco, insomma l’imbroglio chiamato "scontro tra civiltà". Però alle due gli ariani non s’erano palesati e i quattrocento giovani musulmani convenuti per salvare il Libro si chiedevano se seguire Al Jazeera a Hillerod, venti chilometri da Copenaghen, dove altri Sms garantivano un secondo raduno incendiario. Le tv ci speravano, la giornata aveva offerto poco: un incontro in Parlamento di quei musulmani laici che detestano tanto la destra ariana quanto «gli auto-proclamati poliziotti di Allah», gli imam; e una dimostrazione mista, danesi e immigrati musulmani, tra i pattinatori della piazza Blagards. Ma questa roba non interessa, non si vende, non fa paura, non sta dentro lo schema Noi contro Loro. E poi gli imbelli di piazza Blagards arrivavano a sostenere che i media europei hanno frainteso: la grande maggioranza dei musulmani danesi non solo non avrebbe proprio nulla contro le nostre democrazie liberali, ma al contrario, vorrebbe che ne siano applicati i principi. Che i Nostri Valori non siano poi così nostri?

Allora proviamo a riscrivere da capo questa storia che nessuno riesce più a circoscrivere, non Kofi Annan, non i premier europei, tantomeno la piccola Danimarca, la cui placidità borghese ormai nasconde a fatica lo spavento per la sfida lanciata dalle caste religiose islamiche con manifestazioni sempre più aggressive, con boicottaggi commerciali sempre più estesi. L’inizio: il 30 settembre 2005 un giornale della destra danese, il Jillands Posten, secondo nel Paese per diffusione, pubblica 12 vignette su Maometto. Alcune blande, altre insulse, due sprezzanti. Una in particolare lo mostra col turbante disegnato in forma di bomba. Molti di questi cartoon sono stati ripubblicati in questi giorni da quotidiani europei, per riaffermare un principio sacrosanto, questo: in Occidente la libertà d’opinione non può essere sottomessa a divieti religiosi.

Ma qui c’è un equivoco: alla grande maggioranza dei musulmani danesi, e forse dei musulmani nel mondo, importa un accidenti se la penna d’un disegnatore dà un volto a Maometto. Raffigurarlo come un terrorista è un’altra cosa. Beninteso, che esista un unico islam e che la sua natura sia terroristica è un’opinione particolarmente stupida, però del tutto legittima. Con lo stessa logica potremmo sostenere che la vocazione del cristianesimo è il genocidio, dato che passi della Bibbia incitano apertamente alla strage e alcune Chiese slave furono in buoni rapporti con il nazismo. Sarebbe anche questa un’idiozia: però altrettanto legittima. Se però un giornale italiano pubblicasse una vignetta in cui Gesù è raffigurato con un ghigno mentre spinge un bambino dentro un forno crematorio, forse non la guarderemmo con la stessa flemma con cui osserviamo il Maometto con la bomba.

Ma perfino quel Maometto sarebbe stato condonato se non fossimo in Danimarca. Qui un emigrato musulmano legge immediatamente la vignetta del Jillands Posten come l’esatta trasposizione della frase «Fin dal suo inizio l’islam è stato un movimento terrorista», apparsa nel sito web di Martin Henriksen, portavoce di quel Partito del Popolo (DF) che ha costruito le proprie fortune sull’aggressività verso l’islam. Nelle ultime elezioni il DF è balzato al 13 per cento, i sondaggi lo danno in crescita, e il suo appoggio esterno è così indispensabile alla destra di governo che questa nicchia quando un deputato del DF definisce musulmani «un cancro» in un discorso in Parlamento.

In seguito alle proteste Henriksen ha sostituito «movimento terrorista» con «ideologia di conquista». Ma la sostanza non cambia. Per partiti che rappresentano un quinto dell’elettorato danese, gli immigrati da Paesi musulmani sono un pericolo, una minaccia: «L’immigrazione è il modo con cui i Musulmani cercano di conquistare l’Europa», ripete Soren Krarup, leader del DF. Corollario implicito: diamoci da fare per sottomettere il nemico, oppure per scacciarlo (magari mediante un’applicazione sbrigativa della nuova legge sull’immigrazione). Questo c’era nella vignetta. E pubblicarla è stata - secondo Bjorn Moller, ricercatore dell’Istituto di studi internazionali - «un’azione deliberata per provocare i musulmani restando dentro i confini della legge». Però il Posten s’è appellato ad un ideale alto, non farsi intimidire dall’islamismo radicale.

Secondo il giornale, non bisogna cedere al clima di paura costruito dall’assassinio di Theo Van Gogh. E certo anche questo è parte del problema. Ma se vogliamo trovare martiri del libero pensiero, in quel ruolo migliaia di musulmani funzionano assai meglio del regista olandese. Prima di scoprire che era più conveniente prendersela con Maometto, Van Gogh aveva scritto di Gesù come «il pesce marcio di Nazareth»; d’una storica ebrea, che faceva sogni erotici sul dottore Mengele, il medico di Auschwitz noto per i suoi mostruosi esperimenti; e d’un odore dolciastro nell’aria, che probabilmente stavano bruciando ebrei diabetici.

L’espressione artistica non può essere compressa dentro i limiti del buon gusto o del politically correct: però se la vostra famiglia fosse stata sterminata in un lager forse trovereste intollerabile che un cialtrone vi rida in faccia. A molti immigrati musulmani risultò intollerabile che l’islam fosse equiparato ad una setta d’assassini. Ad altri sembrò solo molto sgradevole: per esempio al medico d’origine irachena Mohammad Hashimy. Lo incontro in Parlamento, è tra i duecento musulmani convenuti per dare visibilità, mi dice, «a quanti di noi, e siamo la maggioranza, ritiene il diritto d’opinione un fondamento della democrazia». Eppure anche Hashimy e i musulmani come lui, molto più liberali di tanti danesi, oggi si sentono a disagio. Da quando governa la destra, dice il medico, «ogni musulmano è considerato un estremista finché non prova il contrario».

Le vignette provocarono le reazioni più disparate tra gli immigrati musulmani. Rassegnazione, scontento, perfino indifferenza. E ira. «Però non sono state l’origine della nostra reazione: semmai il detonatore», mi dice una danese d’origine pakistana, Lubna Ehai, per 16 anni consigliere comunale a Copenaghen. Alcuni religiosi islamici, imam autoproclamati e in genere non radicali, chiesero al Jillands Posten le scuse: non ottenendole si rivolsero alla magistratura; infine bussarono alle ambasciate arabe. A fine ottobre una decina d’ambasciatori di Paesi sunniti sollecita un incontro con il primo ministro Rasmussen per lamentare «la campagna denigratoria» nei media contro i musulmani. Il premier rifiuta: in una democrazia liberale, fa sapere, la stampa è libera. Gli ambasciatori si irritano ma sembrano disponibili a dimenticare. Nel frattempo gli imam compiono il passo che risulterà decisivo: delusi dalla diplomazia, volano al Cairo e a Beirut. Incontrano teologi e leader fondamentalisti, incluso il capo di Hezbollah. E trovano sostegno. Le prime manifestazioni, il boicottaggio delle merci danesi in Arabia saudita: l’inizio della valanga. A quel punto anche i regimi arabi escono dall’indifferenza. Sono troppo deboli per opporsi ai mullah. E capiscono d’avere un buon pretesto per sottrarsi alle pressioni, interne e internazionali, che vorrebbero spingerli a riforme vere. Ora possono dire: ecco dove conduce la democrazia, quest’invenzione d’una civiltà che ci odia.

Autocrazie sunnite e opposizioni fondamentaliste siglano così l’alleanza anti-danese, cui si unisce presto Teheran. Ai contraenti probabilmente risulta gradita la scelta di ripubblicare le vignette del Jillands Posten compiuta da alcuni quotidiani europei, e ancor più lo schema di riferimento, i Nostri Valori contro i Loro, la libertà d’opinione contro la sottomissione ai precetti della fede. Invece s’infuria la stampa araba d’indirizzo liberale, giornalisti che rischiano non poco sfidando i mullah con prose audaci (scriveva l’anno scorso il saudita Al Watan: quell’Occidente che vogliamo immaginarci come decadente «ha valori più islamici e morali che tutti i paesi musulmani»). Le redazioni si sentono tradite. Non faticano a immaginare quel che accadrà: regimi e mullah profitteranno del risentimento verso l’Europa per aumentare la pressione sul dissenso.

Ai regimi arabi non conviene affatto chiudere un contrasto così proficuo. Così non s’accontentano delle mezze scuse del Jillands Posten, tardive ma reiterate. E neppure della correzione di rotta del premier Rasmussen, che incontra gli ambasciatori e si spiega con la tv saudita Al Arabiya. Anche a molta destra europea è utile questa commedia dello "scontro tra civiltà": potrebbe rendere ai più furbi quanto finora ha reso alla destra danese.

Però c’è anche un’Europa in controtendenza, finalmente consapevole che nel continente si diffonde una pericolosa "islamofobia". Parola fino a ieri bandita dal lessico politico, adesso appare nel rapporto 2005 della Helsinki Federation for Human Rights. E a Bruxelles Franco Frattini, certo non un bolscevico, parla d’una «crescente islamofobia». La stampa europea in questi giorni percorsa da pulsioni eroiche potrebbe dare una prova inusuale di coraggio misurandosi con questo tema. Se per una volta raccontasse quel che accade a Loro come se accadesse a un Noi, non mancherebbero le sorprese.

Titolo originale: Left on the line - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Il suo portavoce dice che non può far altro che “denunciare decisamente una campagna avvelenata di dicerie” innescata da uno dei principali giornali nazionali. Ricorda che la pubblicazione delle conversazioni telefoniche di un parlamentare è illegale, e richiede che le autorità responsabili intervengano a scoprire in che modo alcune frasi registrate nel corso di un’indagine giudiziaria siano arrivate alla stampa.

Sono cose che abbiamo già sentito. Quando Silvio Berlusconi dava la colpa ai media e ai magistrati anziché rispondere alle accuse che gli erano state mosse.

Soltanto, stavolta non è Berlusconi o il suo ufficio stampa, ma il portavoce di uno dei principali oppositori del primo ministro. Piero Fassino è il leader del principale partito italiano, i Democratici di Sinistra (DS), eredi del formidabile movimento comunista nazionale.

Insieme al suo partito è una delle pietre angolari di un’alleanza, formata dall’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi, che alle elezioni generali del 9 aprile spera di scalzare Berlusconi e la sua coalizione di destra dopo cinque anni in carica tra forti opposizioni. Uno scandalo che coinvolga Fassino potrebbe decidere il risultato.

Ma lo stesso potrebbe fare una divisione a sinistra. Ed è esattamente questo che sta succedendo in Italia, coi sostenitori e i critici del leader dei Democratici di Sinistra a discutere se ci sia o meno uno scandalo.

Quello che è successo è che un giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ha pubblicato alcuni estratti da una conversazione telefonica registrata tra Fassino e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, compagni assicurativa che è tra i molti attori in una enormemente controversa battaglia di acquisizione.

All’inizio di quest’anno Unipol, controllata dall’importante movimento cooperativo italiano, si è imposta sulla banca spagnola BBVA in una lotta per la Banca Nazionale del Lavoro. Gli estratti delle registrazioni fanno supporre che Fassino non solo sosteneva l’offerta, ma la riteneva un prolungamento delle attività del partito. Dopo aver ascoltato i particolari, si riporta che abbia dichiarato: “Beh, allora siamo padroni di una banca”. Ma poi ha cambiato registro dicendo: “Voi siete padroni della banca. Io non c’entro niente”.

Questo, da solo, fa pensare a una confusione nelle distinzioni fra politica e finanza. Ma qui non si trattava di una comune offerta di acquisizione.

È una delle due offerte che lo scorso mese hanno condotto alle dimissioni del governatore della banca centrale italiana, Antonio Fazio. In entrambi i casi, una contro offerta da parte di un soggetto italiano apparentemente più debole aveva strappato l’iniziativa a un concorrente straniero meglio fornito di capitali.

I magistrati al momento stanno indagando se Fazio abbia agito per bloccare i due offerenti stranieri. Vogliono anche sapere se i finanzieri italiani coinvolti abbiano agito per aiutarsi l’uno con l’altro a costruire la propria offerta. Consorte è indagato per attività criminali e truffa in entrambi i casi.

Dal punto di vista politico, c’è un problema più serio. La sua compagnia, Unipol, è indicata come modello di capitalismo amico con ispirazioni socialiste. E pure molti degli investitori nell’altra battaglia di acquisizione erano uomini della destra. Esiste chiaro il pericolo che gli elettori progressisti traggano dalla vicenda la conclusione che c’è in realtà poca differenza fra sinistra e gente come Berlusconi, disertando poi le urne il giorno delle elezioni.

Come hanno sottolineato gli stessi magistrati, non c’è niente nelle trascrizioni che indichi alcun comportamento illegale da parte di Fassino. Ma questo non ha impedito a molti a sinistra di deplorare il suo coinvolgimento in un affare tanto opaco.

Beppe Grillo, il comico il cui sito web è diventato un punto di incontro per il dissenso, sostiene il bisogno di un radicale chiarimento al vertice dei DS. Molti importanti esponenti del partito, come l’ex presidente del gruppo alla Camera, Giorgio Napolitano, hanno chiesto a Fassino di ammettere di aver grossolanamente sbagliato. Prodi, in una dichiarazione molto cautamente articolata, ha detto che è importante mantenere separati politica e affari.

Ma in modo compatto la dirigenza del partito ha risposto seccamente, negando che esista niente da ripudiare. Il presidente dei DS Massimo D’Alema, ha liquidato una domanda sulla presunta collaborazione dell’Unipol con gli altri scalatori italiani dichiarando: “Nel mondo degli affari, ci sono contatti. È una cosa che succede normalmente”.

Forse ha ragione. Ma quello che conta ora è che l’opposizione è visibilmente e in modo imbarazzante divisa, a quattro mesi da una verifica pubblica decisiva.

here English version

Bertinotti è l´ossimoro materializzato in una persona, anzi in un´istituzione. Va alla parata militare del 2 giugno con una spilla arcobaleno (colori del pacifismo) appuntata sulla giacca e l´accarezza ostentatamente mentre assiste in piedi, alla sfilata dei paracadutisti, degli incursori, dei bersaglieri, dei carabinieri, con le loro bandiere di guerra. Irrita i militari che rappresentano la patria e irrita i movimentisti che sfilano per conto loro in un´altra zona della città. Francesco Merlo ne ha fatto ieri su queste pagine un bellissimo ritratto, il ritratto delle contraddizioni.

Ma – ci tengo a dirlo – l´intera civiltà moderna (e non soltanto quella occidentale) è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell´arte, in filosofia.

Non si tratta d´un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza.

Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l´unità dell´io. Il Leopold Bloom del suo Ulisse è un ossimoro fatto personaggio, ben più radicale di Bertinotti. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all´imprevisto, magmatica, pragmatica. Infine, priva di senso e quindi piena di paura ma ricca di avventure. Non emendabile, almeno per ora. Priva di valori egemoni. Forse priva di valori "tout court".

Leggevo in questi giorni i commenti di alcuni studiosi di economia e i loro rimbrotti verso quei governi che danno troppo spago alla disparità di opinioni cercando di conciliarle con compromessi al ribasso. Leggevo anche analoghi giudizi da parte di imprenditori: vorrebbero governi capaci di decisioni impopolari, purché naturalmente l´impopolarità fosse a senso unico e privilegiasse gli interessi della categoria.

Faccio osservare che il presidente della Confindustria di fronte all´insorgenza della platea di Vicenza demagogicamente stimolata dall´empito appassionato di Berlusconi, ha modificato la rotta e il linguaggio, ha preso le distanze dal nuovo governo e dalle organizzazioni sindacali, ha insomma visibilmente spostato la barra del suo timone.

Cioè ha tenuto conto di Vicenza, ha dovuto tenerne conto, ha dovuto riconquistare credibilità e popolarità tra i suoi associati. La democrazia non può prescindere dal consenso. La classe dirigente democratica deve essere sostenuta dal consenso.

Deve cercare di spostarlo a proprio favore e allo stesso tempo ne risulta essa stessa spostata. La civiltà dell´ossimoro è obbligata a compiere questi diuturni esercizi.

Sapete chi meglio rappresenta quella forma retorica da almeno sessant´anni? Giulio Andreotti. A me non piace neanche un po´, ma se c´è un ossimoro puro, personificato, è lui. Intramontabile, inaffondabile, di tutte le stagioni, scherza coi fanti ma anche con i santi, stringe alleanze a destra e a sinistra, prega e si comunica, il suo cinismo è talmente rivoltante da essere diventato un´opera d´arte. Petrolini non gli sarebbe piaciuto ma Pippo Franco e il Bagaglino lo incantano.

Sempreverde, Giulio Andreotti. Infatti a 87 anni è ancora l´uomo del giorno. Non siede al Quirinale per puro caso. Io dico per fortunato accidente. Ce ne siamo salvati per il rotto della cuffia.

* * * *

Il problema politico di oggi parrebbe quello del disgelo tra le due coalizioni. Gettare ponti transitabili tra l´una e l´altra. Che si parlino e si riconoscano reciprocamente. Tutti ne sarebbero contenti o almeno la maggior parte, salvo alcuni manipoli di irriducibili.

Questa è l´apparenza. Mi domando se sia anche la sostanza. In proposito qualche dubbio ce l´ho.

Per esempio Berlusconi. Per lui rinunciare al muro contro muro è un rischio molto alto. Se allenta la presa aumenta lo spazio al gioco libero dei suoi alleati e anche di alcuni forzisti di eccellenza: Tremonti, Scajola, Dell´Utri, tanto per dire. Perfino Bossi e qualcuno dei colonnelli leghisti. Ha detto che il referendum non sarà più considerato il giorno della rivincita e della spallata al governo. Che altro poteva dire? Il referendum costituzionale non ha «quorum»: chi vota vota, chi vince vince. Sarà molto se il 25 giugno, con mezza Italia già in vacanza, andrà alle urne il 50 per cento degli elettori. Mettiamo il caso che vincano i "sì". Vinceranno per un pelo e così pure se vinceranno i "no". Una spallata col 25 per cento di consensi?

Quindi niente rivincita. Ma il muro contro muro, per Berlusconi, deve continuare. Quanto agli alleati, tenterà di imbrigliarli nel partito unico dei "popolari" o moderati che dir si voglia. Grosso problema. Sarà un partito con altrettante correnti. Ogni corrente parlerà il suo linguaggio come prima e più di prima. Quanto alla base, il disgelo avrà come naturale effetto il formarsi di molti "iceberg" che navigheranno in preda alle correnti. Alle convenienze. Agli interessi.

Follini (e forse Tabacci) prenderanno il largo. Una zona franca, un ponte percorribile tra i ghiacci dell´Islanda e la corrente del Golfo. Condizione pessima per il Capo dei capi, ma ideale per negoziare i salvacondotti in favore del proprietario di Fininvest-Mediaset.

A sinistra la situazione non è meno complicata. La fine del muro contro muro conviene certamente alla Margherita, più libera di muoversi verso il centro. Ma non per liberarsi di Prodi. Se Prodi dovesse cedere prima dei cinque anni, a succedergli ci sono già numerose prenotazioni cominciando da Walter Veltroni, da Fassino, da Bersani. La Margherita potrebbe fare piccolo cabotaggio ma non molto di più. L´idea di scomporre e ricomporre i poli mi sembra molto improbabile. Quella di spostare al centro l´asse sociale, altrettanto.

Nelle ultime pagine di Guerra e pace Tolstoj espose la teoria del pendolo: la società, scrisse, pendola tra l´Est e l´Ovest; i grandi uomini non guidano ma seguono questi movimenti che si svolgono nel profondo. Napoleone seguì il moto dall´Ovest verso Est, lo zar Alessandro pochi anni dopo seguì il moto contrario.

Se dovessimo applicare la teoria del pendolo, che non è priva di una sua saggezza statistica, dovremmo dire che la società di questi anni (quella italiana, ma non soltanto) si sta spostando dall´ubriacatura liberista dello Stato supplente, ad una posizione di interventi pubblici mirati a proteggere i diritti: diritto alla previdenza, diritto alla salute, diritto al salario minimo garantito, diritto ad un lavoro flessibile ma non precario. Diritto delle donne di guidare la realizzazione del bene comune. Diritto delle piccole imprese d´esser assistite a sopravvivere modernizzandosi.

Questi diritti e altri ancora consimili non sono né di destra né di sinistra ma nemmeno di centro. Sfuggono a queste classificazioni, ma una cosa è certa: hanno lo Stato e le istituzioni pubbliche come interlocutori.

La fase del liberismo e del mercato senza regole è passata. Non ha lasciato molte tracce positive. Non ha smantellato le corporazioni. Ha disastrato il bilancio del Paese. Non ha realizzato le infrastrutture. Ci ha allontanato dall´Europa. Non ha liberato i ceti medi dalle loro paure.

Certo ha premiato molta gente. Ha consentito un trasferimento di ricchezza formidabile a vantaggio di una consistente minoranza. Proprio perché consistente non la si può ignorare, ma neppure subirne il ricatto.

La modernizzazione del Paese viene agitata come una bandiera e come un programma soprattutto nei confronti dei sindacati. Capisco le buone intenzioni, capisco il peso dell´invecchiamento della popolazione e la necessità di porvi riparo, capisco l´accento sulla flessibilità del lavoro.

Ma c´è un altro immenso settore della società che va anch´esso accompagnato e indotto alla modernizzazione ed è quello della piccola e piccolissima impresa. Il miracolo del Nordest (e non solo del Nordest) ha avuto come fondamento il lavoro personale dell´imprenditore (e dei lavoratori immigrati), l´innovazione dei processi (ma quasi mai dei prodotti) e l´evasione fiscale e contributiva rimpiazzate dall´aumento del debito pubblico. Alcuni di questi fattori del miracolo sono finiti o stanno per finire o addirittura debbono finire.

Se è vero, ed è purtroppo vero, che il reddito sommerso ammonta al 25-30 per cento del Pil, evidentemente è in quel bacino che vanno trovate le risorse delle quali c´è bisogno per rilanciare l´economia e raddrizzare i conti dello Stato. Padoa Schioppa e Visco lo sanno. Prodi ne ha fatto uno dei perni della sua campagna elettorale. Lo sa benissimo anche Draghi e mi ha stupito che la parola "sommerso" non sia comparsa affatto nella sua pregevole relazione del 31 maggio. Un quarto e forse un terzo del Pil non contribuiscono alle risorse comuni e il governatore non ne fa cenno? Dove sta questa massa enorme di risorse fuori controllo?

Mi ha altresì stupito la notizia delle proteste che Rutelli avrebbe sollevato nell´ultimo Consiglio dei ministri nei confronti di Padoa Schioppa per aver concesso al viceministro Visco eccessive deleghe per la gestione dell´entrate. Visco è una delle vere risorse tecniche di cui dispone il governo. Ha accettato un ruolo di vice essendo stato per anni ministro titolare delle Finanze e poi di tutta l´Economia. Merita lode per quell´accettazione e merita lode Padoa Schioppa per averlo delegato alla gestione delle entrate. Sicché le proteste di Rutelli riescono incomprensibili.

* * *

Rimane da capire ragioni e interessi di quella "consistente minoranza" che del convegno confindustriale di Vicenza fece la sua "Pallacorda" (quando nacque il Terzo Stato alla Costituente francese del 1789) e che si è spellato le mani nell´applauso a Gianni Letta in occasione della recente assemblea della Confindustria.

A quella che ho definito «borghesia produttiva e moderata» ho dedicato domenica scorsa un articolo intitolato Che cosa vuole la borghesia italiana? Ho ricevuto molte lettere di consenso e di dissenso. Assai massimalistiche da entrambe le parti. I consenzienti hanno rincarato le mie tesi sostenendo che quella borghesia non merita alcun riguardo; i dissenzienti mi hanno dato semplicemente del fazioso para-comunista. Mi sembrano, tutte e due, reazioni sbagliate.

In realtà la borghesia cui mi rivolgevo è certamente produttiva nel senso che produce reddito, ma nella sua maggior parte non è affatto moderata. Per certi aspetti è fortemente innovatrice, assume rischi, conquista mercati, lavora a corpo morto insieme alla propria famiglia. Da questo punto di vista si potrebbe addirittura definire progressista.

Ma è anche una borghesia fortemente ideologizzata. La sua ideologia è la fabbrichetta. La sua fabbrichetta. Quella è la fonte dei suoi guadagni, il luogo del suo lavoro e della realizzazione di sé, insomma la sua vita. E lì comincia e lì si conclude. È totalizzante. Tutto ciò che accade fuori da quell´orizzonte mentale viene giudicato secondo che sia utile alla fabbrichetta oppure no.

L´aumento delle dimensioni dell´impresa facendovi entrare nuovi azionisti non è utile, perciò non si fa. I condoni sono utili e perciò si approvano. La mancanza di regole è utile. La ricerca, a quelle dimensioni aziendali, è impossibile. Le infrastrutture sono necessarie. La previdenza non è necessaria, è troppo costosa. Le tasse sono insostenibili.

Mi guardo bene dall´affermare che l´intera platea delle imprese piccole e piccolissime sia schiava di questa ideologia. Ve ne sono con quattro, dieci, quindici dipendenti che lavorano a prodotti di alta ed altissima tecnologia. Ma la grande maggioranza è ferma ad un miracolo (ex) di cui ho già accennato i fondamenti. In gran parte un miracolo sommerso.

Questa è la «consistente minoranza» sicuramente produttiva ma con scarso valore aggiunto, fiscalmente e contributivamente assente almeno per il 70 per cento.

Pretendere di mandarla a gambe all´aria sarebbe pura follia. Proporle un piano di rientro graduale ma non scandito sull´eternità è necessario. Tentare di de – ideologizzarla è arduo ma non impossibile. Finora quella «consistente minoran za» se ne è infischiata dei guai della finanza pubblica. Ha chiesto prestazioni (doverose) senza responsabilizzarsi dei costi. È evidente che così non si può continuare. Bisogna spiegarlo e dargli in contropartita i servizi efficienti che vengono richiesti.

Questa è la scommessa. Che significa governare governare governare.

Non ho votato Rifondazione perché Fausto Bertinotti diventasse presidente della Camera. E' un suo diritto, l'elettore delega, ma può sperare. E io non lo speravo nei panni di speaker della discussione parlamentare, ché altro non potrà fare: anche le sortite pubbliche dovranno essere contenute. Lo speravo come sollecitatore continuo del governo e nel governo di una scelta, per quanto mediata, esplicitamente di sinistra. Bertinotti dice di ispirarsi a Pietro Ingrao. Ma Ingrao fu spedito alla presidenza della Camera perché dava fastidio a Botteghe Oscure, promoveatur ut amoveatur. La Cdl è in perfetta malafede quando si agita perché il più radicale dei leader di sinistra si contenta di discutere e governare l'agenda dei lavori a Montecitorio. Ed è ancora più strano che tanti di Rc si sentano da questa nomina sdoganati. Ma da che? E da chi?

Non mi impressiona tanto il metodo. Se tutto il problema si riduceva agli equilibri nell'Unione - a me questo a te quello - cinque persone dovevano riunirsi, parlarsi, sbrigarsela tra loro e riaffacciarsi uniti, senza lettere di Fassino, silenzi di Prodi, ritiri di D'Alema, incursioni di Cossiga e Andreotti. Mi impressiona che dal 10 aprile siamo costretti soltanto a questo spettacolo. Se la Cdl ci sguazza, è che gliene è stato offerto il destro. Se ha da essere un mercato, tenetelo fra voi, viene da dire. Anche se colpisce che per la presidenza della Repubblica nessuno del ceto politico sembra pensare a una personalità che non faccia parte del giro più prossimo: non a un Gustavo Zagrebelski, non a una Tullia Zevi, non a uno Stefano Rodotà, non a una Tina Anselmi - i primi che mi vengono in mente fra coloro che esistono non soltanto per virtù di qualche segreteria.

Il tutto sarebbe fastidioso ma meno grave se non nascondesse un generale scansarsi dal guardare in faccia lo strappo avvenuto fra centrosinistra e paese, che le primarie avevano occultato. Sembra che nessuno se ne accorga e ne tenga conto. Neanche nell'imminenza delle amministrative e del referendum sulla Costituzione che, se dovesse fallire, sarebbe la peggiore sconfitta, e per decenni: se lo si tiene basso, chi indurrà l'elettore, già malmostoso, a infilarsi per la terza volta in meno di tre mesi in una cabina elettorale?

Se è vero, come credo, che a mettere assieme le molte anime del centrosinistra è stata l'urgenza di finirla con un degrado della democrazia come in Italia dopo il fascismo non s'era mai visto, questa dovrebbe essere la preoccupazione principale. Il degrado non è una parentesi, dilaga, allaga, fa marcire. Prodi e Scalfari si danno più pensiero dei conti pubblici: ma neanche questi sono una questione contabile. E' una questione pesantemente politica, l'elettorato poco ne sa e molto teme dai diktat del Fmi e di Almunia. Chi è meno abbiente teme come la peste le «riforme strutturali» cui il nuovo governo è pressato ancora prima di formarsi, salvo la scelta prodiana di Padoa Schioppa. Sa solo che finora esse hanno significato tagli alle pensioni, riduzione della spesa pubblica per scuola e sanità, stretta del potere d'acquisto. Potrebbe non esser così? Forse. Ma lo si spieghi e in chiaro. Non si dimentichi che dopo i famosi sacrifici per entrare nell'euro doveva venire una fase più confortevole che non arrivò mai, mentre i poveri sono diventati più poveri, i ricchi più ricchi, i precari più precari.

E passiamo sulle molte altre divisioni trasversali sulle quali il centrosinistra si ostina a tacere: dalla laicità alle questioni che ormai la tecnologia propone sul corpo, delle donne e non solo, sulle quali ha da finire la bufala della «libertà di coscienza», premurosamente avanzata dopo un inchino di passaggio alle virtù della buona religione. Certo nulla sarà facile. Per questo ci si aspettava un impegno prioritario, senza tracheggiamenti, della coalizione passata per miracolo o almeno dalla sua sinistra. Sembra sfuggire a tutti in quale confusione di idee, interessi, incertezze e paure il paese è aggrovigliato. E questo fa più paura delle convulsioni del Cavaliere.

COMUNQUE vada a finire, la vera sorpresa di queste elezioni è che l'Italia non cambia mai. O forse a essere stupefacente è solo il nostro stupore, alimentato da anni di sondaggi ed elezioni locali a senso unico. A furia di leggere e scrivere che il popolo del centrodestra non ne poteva più di Berlusconi, avevamo finito col sottovalutare un particolare decisivo: che qualsiasi nausea e delusione sarebbero sempre state inferiori alla paura procurata dal pronostico di una vittoria altrui. E quel popolo detesta i valori della sinistra e ne teme l'attuazione pratica al punto da essere disposto a turarsi ogni volta il naso, pur di non mandarla comodamente al potere. Berlusconi non è la democrazia cristiana, ma i suoi elettori sì, e non averlo mai voluto capire è la colpa strategica dei partiti dell'Ulivo. I berluscones sono l'Italia che si sente all'opposizione dai tempi «di quel comunista di Fanfani», tranne aver sempre continuato a votare per chi stava al governo, lamentandosene. L'Italia dissimulatrice che mente agli exit polls perché non vuol far sapere in giro per chi vota: mica per vergogna, ma per disinteresse, non considerandolo un motivo particolare di orgoglio. La maggioranza silenziosa che non ha una passione speciale per la politica e se avesse un Moretti o una Guzzanti di centrodestra non andrebbe nemmeno a vederli, perché preferisce le commedie romantiche e i giochi a premi. Un fiume carsico che scorre sotto traccia per badare agli affari propri e riappare in superficie solo il giorno delle elezioni nazionali, quando bisogna sbarrare il passo ai «cattivi» che vogliono portargli via «la roba».

Sono quelli che preferiscono l'America all'Europa, le barzellette agli appelli e i libri della Fallaci a quelli di Terzani. Sullo Stato hanno idee chiare: non lo considerano un amico, ma un padrone che vogliono affamare con la riduzione delle tasse, e pazienza se all'inizio a rimetterci non saranno le autoblu dei ministri ma i servizi, perché «è come nelle diete, prima di arrivare a perdere la pancetta devi rassegnarti a dimagrire anche dove non vuoi».

L'unica speranza che l'Unione aveva di ammansirli era mettere in pista il suo finto democristiano: l'ipnotizzatore di masse variegate Walter Veltroni. Invece ha insistito col voler schierare quello vero, Romano Prodi. Ora, se c'è una categoria che gli elettori democristiani detestano con tutta l'anima sono i cattolici rossi o almeno rosè. Già il cuore piccolo borghese della democrazia cristiana era convinto che i propri voti difensivi servissero ai vertici del partito per promuovere politiche progressiste e candidati molto più a sinistra del loro elettori. Prodi rappresenta la sintesi di ciò che essi detestavano e detestano: don Camillo che va a pranzo da Peppone. Più prosaicamente, il sindacato rosso che si mette d'accordo con la Confindustria sulla pelle del ceto medio dei piccoli produttori.

Nessuno, a sinistra, ha provato sul serio a esorcizzare queste antiche paure, pensando che il fallimento del governo Berlusconi avrebbe influito sugli esiti del voto più di qualsiasi pregiudizio contrario nei loro confronti. Non è così. Non nel Nord industriale del Paese. Quello che ha eletto a suo filosofo di riferimento un commercialista, Giulio Tremonti, e almeno a parole vorrebbe riforme liberali, ma in ogni caso preferisce tenersi stretto il suo monopolista preferito che affidare la dichiarazione dei redditi agli amici del compagno Visco.

Nulla riesce a smuoverli dalle certezze dell'esperienza e il sentirsi perennemente descritti dagli intellettuali come uomini ignoranti e allergici alle regole non fa che alimentare la convinzione di essere nel giusto. Dopo dodici anni si tengono ancora stretto Berlusconi: è diventato una ossessione, ma sempre meno che per gli altri, «i comunisti».

Se aveva ragione Borges, e la democrazia perfetta è quella in cui i cittadini non ricordano come si chiama il loro presidente, l'Italia di questi anni è stata di un'imperfezione assoluta. Riesce ormai difficile persino immaginare che sia esistito un tempo in cui i giornali potevano uscire la mattina senza avere sulla prima pagina il marchio di quelle quattro sillabe, Ber-lu-sco-ni, abbinato a qualche dichiarazione dirompente: «Scendo in campo!», «Magistrati comunisti!», «Farò l'Italia come il Milan!», «Giornalisti stalinisti!», «Meno tasse per tutti!», «Bollitori di bambini maoisti!», «Sì, avete capito bene, a-bo-li-rò l'Ici!», «Chi non vota per i propri interessi è un coglione!» e ogni punto esclamativo era il profilo della sua dentatura, sorridente o digrignante a seconda del copione. Ma risulta altrettanto improbo ricordarsi un film, un libro, un monologo satirico, un'inchiesta giornalistica e finanche una conversazione privata su un oggetto politico, calcistico o televisivo che non andassero prima o poi a sbattere lì, addosso a Sua Invadenza. Lui che se fosse un elemento del creato, non sarebbe fuoco che brucia ma acqua che sommerge, occupando ogni spazio vuoto aggirabile o non ostruito da una diga.

Eppure i berluscones continuano a sopportarlo, a considerarlo uno di loro. Qualche sua bizza ha il potere di imbarazzarli, ma nessuna veramente di sconvolgerli. Lo accettano come il fratello un po' troppo disinibito che avrebbero voluto avere e, in fondo, essere. Li accomuna la stessa visione utilitaristica delle istituzioni e l'idea assolutamente rivoluzionaria che lo Stato e la politica debbano essere gestite da un padrone, proprio come le aziende. Che la democrazia non sia partecipazione diffusa e continua, ma consista nel trovare 5 minuti ogni 5 anni per andare a votare, delegando per il tempo rimanente qualcuno che abbia non solo la voglia bizzarra di occuparsene, ma anche un interesse personale nel farlo, perché «se Berlusconi non avesse le tv e tutto il resto, non avrebbe alcun tornaconto a far andare bene l'Italia, diventerebbe un politico e si metterebbe a rubare come gli altri», mi ha spiegato un idraulico romano che lo vota da una vita: immaginarlo a colloquio con un girotondino dà la misura della incomunicabilità delle due Italie che non hanno più un linguaggio di valori condivisi con cui parlarsi o almeno capirsi. Ognuna delle due addossa all'altra i mali della modernità: l'immobilismo delle gerarchie, l'impoverimento del ceto medio, la diminuzione delle garanzie, la superficialità delle emozioni, l'orgoglio dell'ignoranza, il sadismo dei reality show. Si guardano in cagnesco, mentre la barca affonda. Senza nemmeno più rendersi conto che è la stessa barca.

GIORNATA nerissima quella di venerdì per Berlusconi e per tutta la Casa delle Libertà. Cominciata a metà mattina con le dimissioni di Storace e finita alle 2 dopo mezzanotte con la conclusione del "match" con Diliberto, aggiudicato per unanime verdetto al segretario dei Comunisti italiani per 3-0 se non addirittura per ko. Una gradevole sorpresa per quanti temevano pericolose intemperanze verbali e politiche da parte dello sfidante (io tra questi e me ne pento) e si sono invece trovati davanti un roccioso e calmo rappresentante di tutta l’Unione che colpiva con precisa regolarità un Berlusconi sfasato e inutilmente ripetitivo di lunghe filastrocche anticomuniste e anti-magistratura.

Un match rovinoso e pieno di insegnamenti per successive disfide e in particolare per l’atteso duello con Romano Prodi. Si è visto infatti che il campione del centrodestra non ha una sola idea né uno straccio di programma per la prossima legislatura. Segue lo schema che i suoi consulenti gli hanno preparato: descrivere l’Italia come un paese al colmo del benessere, plagiato dal potere diffuso dei comunisti annidati in tutti i gangli del potere e dedito alla menzogna; raccontare la bravura e i miracoli compiuti dalla sua squadra di governo e soprattutto da lui stesso, che è riuscito a superare l’avversa congiuntura, le diavolerie messe in campo dai comunisti nonché la pochezza e la malizia dei suoi alleati; infine presentarsi come una vittima della cattiveria altrui, un agnello nelle grinfie d’un branco allupato di magistrati faziosi e di politici sciagurati. Con in tasca tuttavia la vittoria e il trionfo finale, novello San Giorgio in lotta contro il drago che lui e lui soltanto riuscirà a trafiggere mortalmente in quelle che saranno le radiose giornate del 9 e 10 aprile.

Portato fuori da questo schema che ormai recita a memoria tanto l’ha ripetuto in due mesi di invasioni barbariche di tutte le televisioni nazionali e locali, il "premier" si smarrisce, perde il controllo di sé, sfugge le risposte, si rivela incapace di incalzare l’avversario con domande ficcanti e risposte pertinenti. Hai la sensazione che il mattatore indiscusso e temuto sia diventato un robot programmato per recitare una parte che non prevede varianti e dà l’impressione d’un disco rotto più che d’un discorso compiuto. Il più sofferente durante il match con Diliberto sembrava Enrico Mentana che ad un certo punto è arrivato ad apostrofarlo e quasi a redarguirlo per la sua assenza mentale.

«Presidente, si sta forse annoiando?» gli ha chiesto mentre Diliberto continuava a colpire con pacata durezza. «No», ha risposto il premier scuotendosi con fatica evidente «No, stavo riflettendo».

Mai riflettere troppo a lungo quando sei sotto l’occhio implacabile della macchina da presa, ce l’ha insegnato lui. Mai fuggire, mai indugiare in "melina", per far passare il tempo e salvarsi almeno con uno stentato pareggio.

Ma Mentana era preoccupato anche per un’altra ragione: il match di venerdì sera condanna infatti la formula fin qui seguita di incontri senza regole chiare e nette. Consente di evitare il dibattito sui temi di fondo, favorisce la rissa anziché il confronto su programmi e su valori. Ha quindi ragione Prodi a voler stabilire regole precise perché con competitor come Berlusconi non si esce dal "trash" della tv-immondizia. Di quella ce n’è già tanta in circolazione ed è inutile propinarne una dose aggiuntiva.

* * *

Sul caso Storace ha già scritto ieri Ezio Mauro delineando compiutamente la natura scandalosa di quanto è avvenuto e il gravissimo "vulnus" inferto al funzionamento delle istituzioni democratiche. Alla sua diagnosi giustamente impietosa non c’è molto da aggiungere se non ricordare che la guerra per bande di cui il caso Storace rappresenta l’esempio più recente, è un connotato ricorrente nella storia italiana tutte le volte che lo Stato e le istituzioni cadono nelle mani di gruppi di avventura, privi di cultura politica e avidi di potere senza altro scopo che il potere e il gusto di esercitarlo.

Dalle trame del Sifar negli anni ‘60 allo stragismo degli anni ‘70, agli "opposti estremismi", alla P2, agli anni di piombo delle Br, c’è una storia parallela che incrocia gli apparati deviati, la manovalanza terrorista nera e rossa, la criminalità mafiosa e camorristica in un intreccio perverso che ha comunque avuto come obiettivo fisso e comune quello di inquinare e infine sopprimere il funzionamento della democrazia, dello stato di diritto e della legalità.

La magistratura accerterà, speriamo con rapida chiarezza, se l’ex ministro della Sanità sia direttamente e consapevolmente coinvolto nello spionaggio politico organizzato in suo favore dai suoi più intimi collaboratori. Ma resta il fatto che una banda di investigatori privati, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza, nonché dell’ "intelligence" e di operatori della Telecom ha violato la vita privata e pubblica di persone che contrastavano i progetti di Storace, ha manomesso e invalidato documenti pubblici nell’intento di alterare gli esiti di elezioni democratiche per procacciarsi denaro e potere.

Queste metastasi attecchiscono quando un corpo sano è invaso da cellule degenerate mentre gli anticorpi che dovrebbero eliminarle sono stati prostrati e resi inoperanti. Per fortuna questo processo degenerativo ha trovato ostacoli, per fortuna il sistema immunitario è ancora largamente operante, per fortuna la magistratura è ancora in grado di esercitare il controllo di legalità che la Costituzione le assegna.

Il caso Storace è un campanello di allarme ma anche la prova che le difese democratiche funzionano. Per merito di gran parte della società civile, dei partiti democratici, della libera stampa e della giurisdizione.

* * *

Non starò ad analizzare gli altri eventi che hanno reso nerissima per il centrodestra la giornata di venerdì. Mi basterà elencarli: la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari inoltrata dalla Procura di Milano al giudice dell’udienza preliminare nelle persone di Berlusconi e dell’avvocato inglese Mills; l’intervento dell’industriale Della Valle di aspra critica della politica economica del governo; la dichiarazione di Bossi che, in caso di sconfitta nelle prossime elezioni, la Lega uscirà dall’alleanza di centrodestra.

Prodi, alla fine di quella giornata, ne ha sintetizzato il senso con quattro parole: la legislatura finisce con una catastrofe del governo. La nostra bravissima Ellekappa non è stata da meno sul piano della satira: «Schizzi di fango su Storace? Tranquillo, si confondono con tutto il resto». A volte anche una vignetta ha la forza d’un articolo di fondo.

Ma resta il problema dei programmi e della loro fattibilità. Alla resa dei conti s’è visto che il centrodestra un programma non ce l’ha. O meglio, il suo è quello di portare a compimento il programma del 2001 a conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il famoso contratto con gli italiani è stato onorato in piccola parte o per nulla.

Il fatto è che - a parte la sua mancata realizzazione - quel programma nelle sue linee maestre era profondamente sbagliato. Presupponeva una crescita del reddito nazionale in una fase di ristagno della congiuntura mondiale; si basava sulla drastica riduzione della pressione fiscale attraverso il taglio delle aliquote dell’Irpef e dell’Irpeg allo scopo di rilanciare la domanda languente; tendeva a favorire i ceti più abbienti sperando che reinvestissero i profitti nelle attività produttive.

Queste erano le linee maestre del programma 2001, realizzate minimalmente e per di più sbagliate nella scelta degli strumenti poiché per far crescere l’economia bisognava puntare sul rilancio dell’offerta piuttosto che sulla domanda e quindi sul taglio del cuneo fiscale invece che su quello delle imposte sul reddito.

Per nulla ammaestrato dall’esperienza negativa, Berlusconi propone per la legislatura 2006-2011 il completamento di quanto non fatto nel 2001-2005. Che dire?

Sbagliare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. Per di più in una fase in cui il nostro paese non riesce a intercettare la ripresa europea già in atto mentre la politica dei bassi tassi di interesse si è interrotta, sostituita in Europa, in Usa, in Asia da un «trend» di tassi al rialzo e di prosciugamento della liquidità internazionale.

* * *

Il programma del centrosinistra c’è ed è ben chiaro nonostante le geremiadi sul numero delle pagine e sui compromessi necessari a tenere unita la "lunga coalizione".

C’è il taglio di 5 punti del cuneo fiscale nel primo anno e di altri 5 nei restanti della legislatura, programma condiviso sia dai sindacati sia dalla Confindustria.

C’è l’indicazione delle coperture: abolizione degli altri incentivi alle imprese, destinazione d’una parte del taglio alla fascia dei bassi salari, stretti rapporti tra benefici al potere d’acquisto e incremento della produttività.

Tassazione delle rendite e delle plusvalenze speculative, allineandola allo standard europeo. Emersione del lavoro nero e dell’economia sommersa attraverso un piano di recupero graduale e opportunamente incentivato.

Revisione degli studi di settore per il lavoro autonomo e le partite Iva al di sopra di una certa dimensione.

Crescita degli stanziamenti per la ricerca pubblica.

Investimenti nell’alta velocità, nei porti, nella rete viaria e autostradale, completamento delle reti ferroviarie europee. Politica energetica di risparmi, energie alternative, partecipazione a produzioni estere.

Lotta al precariato, revisione della legge Biagi, incentivazione fiscale alla trasformazione delle flessibilità d’ingresso in contratti a tempo indeterminato.

Queste cose stanno nel programma di Prodi. Queste cose dirà nel duello televisivo con Berlusconi se il premier accetterà di misurarsi sui programmi del futuro anziché sulle battute e sul comunismo staliniano di due generazioni fa.

Mancano un po’ meno di quattro settimane al 9 aprile.

Vale la pena di cominciare il conto alla rovescia.

ROMA —Un atto d'indirizzo, per precisare i limiti che tivù pubbliche e privatedovranno rispettare prima della par condicio. Il presidente dell'Autorità per le comunicazioni Corrado Calabrò lo potrebbe firmare mercoledì, per porre fine alle polemiche sull'offensiva mediatica di Silvio Berlusconi e tradurre in concreto il suggerimento del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Un semplice atto d'indirizzo. Ma che secondo il presidente dell'Authority imporrebbe regole certe a tutte le televisioni e servirebbe a mettere in chiaro un fatto: «Ci sono principi che si applicano tutto l'anno, anche prima della convocazione del comizi elettorali. Forse a qualcuno era sfuggito».

Qualcuno chi?

«Non posso anticipare cose che sono in corso di valutazione. Ma è certo che qualcuno ha pensato che in questo periodo ci fosse assenza di regole. Adesso, dopo il richiamo di Ciampi, con cui sono perfettamente d'accordo, è ancora più evidente che non può essere così».

Berlusconi insiste che la legge sulla par condicio non è ancora operativa. Lei che dice?

«È un abbaglio, quello che non ci fossero regole, nel quale sono caduti in molti. Faccio il magistrato da 45 anni e posso assicurare che la mia interpretazione è giusta, come hanno riconosciuto anche i rappresentanti delle televisioni pubbliche e private nell'incontro che abbiamo avuto con loro la scorsa settimana. Rai e Mediaset ci hanno addirittura consegnato un documento con le istruzioni date ai capistruttura».

Ma poi le hanno rispettate?

«Non c'è dubbio che sia opportuno un chiarimento. La legge prevede che la tutela del pluralismo è compito dell'Agcom. E la legge ci dà competenza a dettare disposizioni applicative».

Disposizioni applicative?

«Un atto d'indirizzo. Mercoledì valuteremo, alla luce del comportamento delle televisioni, se ci sarà o meno la necessità di emanarlo.»

Che cosa ci sarà scritto?

«Saranno precisati i comportamenti che tutte le televisioni dovranno tenere in base a principi sempre stati chiari, ma che in quanto principi, possono anche sfumare nell'indeterminatezza».

Quali sarebbero?

«La legge parla chiaro: obiettività, completezza dell'informazione, lealtà, apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche».

E lei sostiene che vanno rispettati anche prima che scatti la par condicio.

«Non io. La legge. Tenga presente che il periodo precedente la campagna elettorale è ancora più delicato, perché l'apparizione del politico nei programmi non espressamente dedicati alla propaganda, come quelli di informazione e intrattenimento, può essere ancora più suggestiva».

Il premier è intervenuto anche a Isoradio. E c'è chi ipotizza la violazione del contratto di servizio fra Rai e Stato. Ipotesi corretta?

«Isoradio può trasmettere solo informazioni di pubblico interesse e repliche di programmi già andati in onda. Valuteremo se esistono presupposti per un'eventuale sanzione».

Ecco, le sanzioni. Che si rischia?

«Una multa da 10 mila a 258 mila euro. Mentre per la Rai, che è servizio pubblico, si arriva fino al 3% del fatturato. Tutte le volte che riscontreremo una violazione dei principi d'imparzialità scatteranno le sanzioni. A questo punto ognuno si dia una regolata».

Se è tutto qui, regolarsi è fin troppo facile...

«Sottolineo che è in corso un procedimento penale nel quale si è arrivati alla determinazione che chi non obbedisce alle decisioni dell'autorità rischia pure d'incorrere nel reato d'omissione d'atti d'ufficio».

Sa che spavento.

«Faccio presente che è un reato. Ma soprattutto confido che dopo l'intervento di Ciampi tutti staranno molto più attenti».

Sia sincero: le sanzioni non sono inadeguate?

«Per la Rai no. Per i privati sono troppo lievi».

A proposito, è vero che in questo periodo la Rai ha commesso più violazioni di Mediaset?

«No comment. Qui parlo solo di regole. I giudizi si discutono in sede sanzionatoria».

Dove al massimo si può dare uno scapaccione.

«Per questo stiamo facendo una segnalazione molto articolata al Parlamento. Nel complesso il sistema sanzionatorio è insoddisfacente».

Un «bravo!» a Valentino Parlato che sul manifesto ha inneggiato alle intercettazioni affermando che «la privacy è una forma di difesa per i cittadini comuni ma non per i protagonisti della cosa pubblica». Quando l´ho letto avevo già deciso di sostenere una analoga tesi nella odierna rubrica.

Cercherò ora di approfondire l´argomento soprattutto perché, dopo le minacce di Berlusconi d´imporre un decreto-bavaglio, sono sopravvenute le reprimende di Casini («Le intercettazioni sono una barbarie, sia che riguardino Fassino che Fazio»), le lamentele di D´Alema che invoca l´intervento della magistratura, le reazioni di tanti timorati di sinistra, riassumibili nel altolà del senatore diessino Guido Calvi («Guai a scherzare con le garanzie previste dalla Costituzione che sono una conquista della democrazia, un retaggio della Rivoluzione francese perché tutelano il parlamentare e lo mettono al riparo da attacchi strumentali») che si sente evidentemente di mette sull´avviso quanti, come Parlato e il sottoscritto, non reputano incombente la restaurazione dell´assolutismo borbonico mentre pensano che la trasparenza della politica, assicurata dalla libertà di stampa - compresa la pubblicazione delle telefonate delle personalità pubbliche - costituisca oggi una indispensabile garanzia per impedire il trionfo dei Fiorani e dei Consorte.

Mi ha confortato constatare che Stefano Rodotà, da me consultato, sia del medesimo avviso. L´ex Garante della privacy (una parola anglosassone che rivela l´origine giuridica del principio) mi ha illustrato la distinzione che la giurisprudenza è venuta sempre più approfondendo tra diritto alla privatezza dei semplici cittadini e, per contro, le ridotte aspettative in materia per chi si espone pubblicamente (uomini politici ma anche gente dello spettacolo e campioni sportivi). Fa testo, come punto di partenza in materia, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 6 marzo 1964 che assolveva il New York Times, accusato di aver divulgato notizie riservate e diffamanti sul City Commissioner di Montgomery in Alabama, tal Sullivan, allora impegnato in una campagna contro Martin Luther King. La Corte, respingendo le accuse di Sullivan, teorizzò che, nei riguardi delle "figure pubbliche", la libertà di espressione dei mezzi d´informazione deve essere talmente ampia da consentire perfino la pubblicazione di qualche notizia inesatta, a meno che non lo si faccia con "actual malice", cioè con la consapevolezza della inesattezza e del suo uso al fine di danneggiare l´individuo. Da questo spartiacque è discesa tutta una legislazione che si è estesa anche agli ordinamenti di molti altri Paesi nei quali, quasi ovunque, si è riconosciuta una tutela «affievolita» per quanti abbiano deciso di svolgere una attività pubblica e per ciò stesso abbiano accettato di "vivere in pubblico". Con una rigorosa eccezione: la tutela alla privacy per tutti - uomini pubblici e semplici cittadini - per quanto attiene alle relazioni della vita privata, alle credenze religiose o ideali, alla salute, alle inclinazioni sessuali e a quant´altro riguarda esclusivamente l´individuo nelle sue peculiarità. E pur tuttavia, a volte, la natura pubblica del soggetto implica persino qualche eccezione in merito.

Ad esempio Rodotà mi ha ricordato il caso di un consigliere regionale lombardo, colto dalla PS durante un rapporto omosessuale in un luogo aperto, la cui invocazione alla privacy non venne accolta in quanto lo stesso personaggio era noto per vivaci campagne contro i gay. Quindi quel comportamento privato rivelava un risvolto attinente il comportamento pubblico che non poteva essere "oscurato".

Ma, tornando a cose ben più corpose, Rodotà mi ha anche ricordato il Codice deontologico dei giornalisti, avallato dal Garante e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale quale norma di legge che all´articolo 6 recita: «La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l´informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell´originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. La sfera privata delle persone note o che esercitino funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». É una "barbarie" aver pubblicato notizie e dati riservati, riguardassero essi Fazio, Fassino o chiunque altro o non, piuttosto, la pretesa autoreferenziale di un ceto politico, aduso ad una omertosa segretezza e che legge come lesa maestà ogni giudizio critico?

La rivincita non c'è stata. Berlusconi ha riperso le elezioni, in maniera ancor più netta di quanto sia avvenuto lo scorso 9 aprile.Un paese un po' stanco non l'ha seguito nella sua crociata «contro l'invadenza della sinistra». In molti hanno disertato i seggi elettorali: a sinistra convinti che con il voto politico il più era ormai fatto, a destra pensando che nessun risultato amministrativo sarebbe suonato comeunannuncio di sfratto per Prodi.Valutazioni entrambe sbagliate, ma comprensibili. Anche perché nonè stata una campagna elettorale vibrante: sugli autobus e nei bar l'attesa era per i mondiali di calcio e per la sorte di Juve eMilan, le preoccupazioni per i tagli di bilancio che il rosso dei conti pubblici annuncia. Privato delle pubbliche passioni il Cavaliere ne è uscito dimezzato, anche se conferma che il centrodestra non può prescindere da lui. Il risultato è coerente, da nord a sud: il centrosinistra guadagna ovunque e recupera anche dove perde. Gli stenti milanesi della Moratti e la vittoria contenuta di Cuffaro in Sicilia valgono più dello scontato trionfo dell'Unione a Torino e Roma. Mentre Napoli, su cui il centrodestra aveva puntato tutto, conferma la Jervolino nonostante le disillusioni del suo elettorato.

Ora Berlusconi e i suoi alleati punteranno tutto sul referendum costituzionale: per salvare la pelle, visto che una nuova sconfitta sulla ragione sociale leghista della devolution avrebbe conseguenze esplosive sulla tenuta di una coalizione già profondamente divisa. Ed è proprio questo l'obiettivo che il centrosinistra dovrebbe ora perseguire.Non solo per ragioni tattiche: vincere il referendum significa salvare il paese da una controriforma devastante. Ma il voto di ieri consegna al centrosinistra una grande responsabilità, dà un mandato che pretende rapido rispetto. Il governo che esce rafforzato dalle elezioni amministrative a questo punto non ha più alibi per dare un segnale di discontinuità rispetto al berlusconismo: dalle scelte internazionali (Iraq, Medio oriente e Afghanistan) a quelle economiche e sociali (risorse finanziarie, lavoro e welfare). Gli elettori hanno chiesto per la seconda volta un chiaro cambio di direzione: essere l'opposto di ciò che ha rappresentato il centrodestra, fare il contrario di ciò che il precedente governo ha fatto.

Care amiche, cari amici,

il 25 aprile che festeggiamo nelle piazze del nostro Paese ci rammenta, a 61 anni di distanza, il prezzo e il valore della libertà. Ci consegna il compito di mantenere viva la memoria dei fatti nella loro verità e delle migliaia di persone che, combattendo la buona battaglia, hanno aperto un’epoca nuova della nostra storia.

Tra le città liberate il 25 aprile 1945 c’è anche Milano, dove io pure sarò domani a ricordare la nostra rinascita di popolo libero e unito. E’ nell’unità nazionale che festeggiamo, proprio come allora, il bene supremo della democrazia. Per questo occorre una memoria che unisca e non divida. Una memoria che guarda al futuro, non alle recriminazioni e agli odii del passato.

E’ questo il significato di una festa che, come tante volte ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scandisce e scandirà per sempre la vita della Repubblica nata dalla lotta di Resistenza. Quel 25 aprile del 1945 le numerose forze partigiane e comuni che variamente operavano sul territorio nazionale si unirono nell’abbraccio forte della vittoria, dopo la battaglia congiunta e sanguinosa contro l’occupazione nazista.

In quella lotta decisivo fu il contributo delle truppe degli eserciti alleati con l’apporto di alcune divisioni dell’esercito italiano, ai quali dobbiamo e vogliamo rendere onore e merito. Ma in quella lotta decisivo fu anche il contributo di popolo: delle donne e degli uomini che con coraggio, con eroismo, con generosità seppero mettere al primo posto il bene della propria Patria, la dignità dell’uomo, i propri ideali di libertà e giustizia. In loro c’era la speranza e la volontà di vivere essi stessi e di far vivere i propri figli in un Paese libero e giusto.

E’ ricordando quelle donne e quegli uomini che oggi penso ai nostri giovani. Ai quali rivolgo, con affetto, una raccomandazione. Non lasciatevi portare via la storia. Essa vi appartiene. Non lasciate che il sacrificio di chi ha vissuto prima di voi pensando anche a voi, venga dimenticato. Ricordiamo insieme i momenti che hanno fatto grande il nostro Paese; ricordiamo chi ha saputo sacrificare se stesso per farci vivere in questa Italia, uniti e liberi. Abituatevi a pensare all’Italia come alla Patria, leggete la costituzione repubblicana nella sua forza e nella sua indiscutibile attualità, scoprite il valore delle istituzioni democratiche che tutelano i nostri doveri e i nostri diritti, la libertà nostra e quella degli altri, anche di coloro che a quella lotta di liberazione non presero parte.

Ma questo 25 aprile rammenta a tutti noi anche l’urgenza di difendere la nostra Costituzione. La riforma costituzionale che la destra ha portato a conclusione senza un confronto parlamentare stravolge il senso del lavoro della Costituente del 1947 che seppe far prevalere l’interesse generale su quello delle parti e il bene di tutti sulle divisioni ideologiche. Per questo è importante ricordare in questa giornata che la partecipazione popolare al prossimo referendum sia la più ampia possibile e che il no a questa sbagliata riforma costituzionale arrivi da ogni parte d’Italia.

La coalizione di centrosinistra non ce l'ha fatta. Prodi non ha vinto, Berlusconi non ha vinto, si va verso un pareggio, aggravato dal pessimo meccanismo della legge elettorale. Si apre uno scenario incerto, ma sicuramente politicamente negativo. Siamo davanti a un voto molto partecipato e riflettuto sul quale ha pesato l'aggressività di Berlusconi, giocando sulle viscere più torbide del paese, e spuntandola per meno di poco quando pareva aver già perduto. Non stavano più con lui infatti né la grande stampa né la Confindustria, né le banche. Stava con lui soltanto la chiesa di Ratzinger. E stava il portafoglio di una proprietà diffusa, alta media e bassa che egli aveva sfacciatamente protetto e che si è difesa a denti stretti. Il pareggio non è solo nei numeri: all'interno delle coalizioni non è avvenuto nessun grande spostamento. Berlusconi resta di gran lunga il leader più forte del centrodestra. L'agitazione dei Follini e Casini non gli ha recato gran danno, anzi, in conclusione lo ha favorito. Nella coalizione di centrosinistra il solo successo evidente è quello di Rifondazione, ma in un quadro generale che non ne moltiplica la valenza. La Rosa nel pugno, anche se puntava su un'affermazione maggiore, dimostra - ed è meglio che niente - che neppure in Italia si può andare oltre un certo limite nell'ossequio al Vaticano. E questo è tutto.

Il problema più grave, e del quale sarebbe folle tenere poco conto, è che a differenza di solo venti anni fa, su cento italiani che incontri per strada, in autobus e in treno, quarantotto votano una destra illimitata che non si da confini neanche nei confronti del fascismo. Questo non accade in nessun altro paese dell'occidente europeo. Questa destra si è radicata nella cosiddetta società civile. Anche per la flebilissima condanna che ha incontrato nelle istituzioni, a cominciare dal Quirinale che non ha difeso con forza quei principi fondanti della Repubblica dei quali doveva essere garante. Neanche l'opposizione ha capito che cosa era in gioco quando ha scelto la bonarietà: che Berlusconi andasse oltre ogni limite di decenza non comportava che non si dovesse condannarne in termini più secchi l'oltranzismo e il disprezzo per qualsiasi principio di una democrazia non formale. C'è in ogni paese, come in ciascuno di noi, un fondo di impaurito e pauroso egoismo che non va accettato - una democrazia non è tenuta a rappresentare qualsiasi cosa, la Costituzione non è un optional. E anche chi ha seminato, supponendosi più a sinistra, l'antipolitica, oggi ci deve riflettere. Non è detto che ci sia molto tempo. Un paese che è profondamente diviso non, come si è andati cianciando, dalle ideologie, ma da contraddizioni sociali di fondo, non può darsi una maggioranza che abbia, non dico un abbastanza ampio consenso, ma consenta uno spazio di mediazione. Nel nostro paese è così ogni volta che la destra si consolida: essa porta in sé un connotato eversivo. Quale che sia il risultato che ci aspetta nelle prossimo ore – stiamo scrivendo ancora sull'orlo dell'incertezza - l'Italia è ammalata. Faremo di tutto perché non lo si dimentichi.

E’stato coraggioso Paolo Mieli a scrivere l’editoriale, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, nel quale esprime l’appoggio del suo giornale all’Unione. In inglese - o più precisamente in “americano” - si dice endorsement, che vuol dire approvazione, ed è un passaggio importante - negli Stati Uniti - di tutte le campagne elettorali. C’è un momento, cioè - in genere molto atteso dall’opinione pubblica - nel quale i grandi giornali (Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times, il Boston Globe eccetera) annunciano agli elettori quale sarà il candidato che loro sosterranno in vista delle elezioni. Nelle democrazie anglosassoni il “rito” dell’ endorsement è un passaggio importante, perché garantisce “trasparenza” nei rapporti tra stampa e politica e aiuta i lettori a capire le questioni essenziali della partita elettorale.

Da noi il rapporto tra giornali e politica non è mai stato molto trasparente. Per un milione di motivi. Forse il più chiaro ed evidente è un motivo storico: nel secolo scorso il nostro paese ha vissuto sotto due regimi, uno illiberale (il fascismo) che aveva del tutto abolito i giornali indipendenti, e uno liberale (nel dopoguerra) dominato dal potere democristiano e dal cosiddetto fattore “K” (cioè l’impossibilità dell’opposizione, comunista, di accedere al governo). In questo secondo, lungo, periodo, cioè il cinquantennio della prima repubblica, la grande stampa - tutta la grande stampa - è sempre stata subalterna ai partiti governativi e in particolare alla Dc: in qualche modo ne è stata l’emanazione. Questo non ha permesso all’Italia di avere un giornalismo indipendente forte e sviluppato come quello di altri paesi occidentali.

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Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto lucido, nel quale ha chiarito il motivo per il quale il Corriere sceglie Prodi. Perché il governo uscente, e i gruppi dirigenti espressi dal centro destra - e specialmente dal partito di maggioranza relativa, e cioè Forza Italia - non sono in grado di governare il paese, e cioè di farsi carico di un qualche interesse generale. E’ questa la ragione del loro fallimento. Naturalmente si può discutere finché si vuole sull’interesse generale, ed è assolutamente evidente che l’idea di interesse generale che può avere qualunque lettore di questo giornale è assai diversa dall’idea di Paolo Mieli, o dei lettori del Corriere, o dei gruppi intellettuali, politici, economici, che sono vicini al direttore del Corriere della Sera. Il fatto è che Paolo Mieli, nel suo editoriale, sostiene che il governo di centrodestra non ha saputo porsi al servizio di nessun tipo di interesse generale, ma ha lavorato solo per l’interesse specialissimo del premier e dei gruppi che fanno parte del suo sistema economico, finanziario, politico. Ha privatizzato lo Stato.

A me è sembrato che più che un endorsement verso Prodi, Paolo Mieli abbia espresso la più netta e irreversibile sfiducia al premier uscente. Tanto che - rivolgendosi agli elettori di destra - li ha consigliati di votare eventualmente per Casini, o per An, o per chi vogliono, ma mai e poi mai per Forza Italia.

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Paolo Mieli, scrivendo l’editoriale, ha dimostrato anche quanto sia insidiosa l’ipoteca che una parte ampia e molto forte delle classi dominanti italiane (la “grande borghesia”, nel vecchio gergo, i “poteri forti”, se vogliamo usare un linguaggio più moderno) pone sul futuro governo di centrosinistra. Quel pezzo consistente di borghesia, che dopo un decennio si è smarcata nettamente da Berlusconi e ha deciso di non seguirlo più, ci dice: «noi investiamo sul centrosinistra, noi aiuteremo il centrosinistra a vincere, ma tutto ciò non sarà gratis».

Già, non sarà gratis. Una alleanza politica e sociale impone dei prezzi. E’ giusto. Purché sia chiaro che i prezzi li pagano tutti - il centro, la sinistra, la borghesia, i ceti popolari - e che il punto di equilibrio politico che va trovato non può essere una semplice riproposizione - più colta ed educata - delle vecchie politiche della destra. Per capirci: il futuro governo di centrosinistra - usiamo uno slogan - non può essere un governo “Prodi- Montezemolo”, né può essere una alleanza nella quale viene delegato alla sinistra il compito di occuparsi del “teatro” (cioè le regole del gioco, i diritti in Tv, le par condicio e quelle cose lì, le varie norme e limitazioni o esaltazioni del ceto politico) e ai rappresentanti dei “poteri veri” resta il compito di decidere le politiche economiche e statuali. Questo - e Mieli lo sa - non sta nelle cose. Per un motivo, in fondo, semplicissimo: che dentro la coalizione, stavolta, avranno un peso consistente le forze della sinistra radicale guidate da Rifondazione.

ROMA, 26 gennaio – Ora è ufficialmente impossibile evitare il viso confidenziale, sorridente e lisciato dal chirurgo di Silvio Berlusconi. Negli ultimi tempi è apparso in televisione quasi ogni sera, parlando di sua madre, delle sue idee sulla morale, dei suoi nemici, del suo giardino (smisurato: 100 ettari, come sottolinea), e anche di Erasmo.

”Erasmo diceva: Le migliori idee non vengono dalla ragione, ma da una lucida follia visionaria” ha dichiarato Berlusconi, primo ministro italiano, nel corso di un’intervista di un’ora e mezza trasmessa questa settimana da una delle tre reti televisive di sua proprietà.

Visionario o tendente alla follia, Berlusconi si è lanciato con l’abituale energia in un inconsueto blitz sui mezzi di comunicazione: una prolungata televendita rivolta agli elettori italiani, che i sondaggi mostrano stanchi di lui dopo cinque anni di governo. “Ciclone Silvio” ha strombazzato sulla copertina dell’ultimo numero il settimanale Panorama, pure di sua proprietà.

A poco più di due mesi dalle elezioni nazionali, questo teatro politico rappresenta, secondo molti, la lotta dell’uomo più ricco d’Italia, presidente del consiglio in carica per il periodo più lungo, per la propria sopravvivenza politica. Il copione prevede l’attacco.

Vigoroso sessantanovenne, dall’aspetto più giovane e con più capelli di quando è entrato in carica, grazie alla chirurgia estetica che ha discusso in pubblico, ha iniziato due settimane fa accusando il principale partito dell’opposizione di centrosinistra di affari poco trasparenti. Poi Berlusconi, più volte processato per corruzione ma mai arrestato, ha fatto una visita ai magistrati a questo proposito.

Immediatamente coi suoi alleati del centro destra – uno dei quali ha definito la visita in procura “di cattivo gusto” –sono ripresi i periodici battibecchi. Questa settimana Berlusconi si è impegnato in un altro bisticcio, stavolta col presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sul desiderio da parte di Berlusconi di prolungare la durata del parlamento di due settimane oltre la data del 29 gennaio originariamente fissata da Ciampi per lo scioglimento delle camere. “Solo contro tutti” ha dichiarato il primo ministro settimana scorsa.

La questione è se, spingendo via tutti gli altri, Berlusconi possa guadagnarsi l’ammirazione – e i voti – degli italiani alle elezioni previste per il 9 aprile.

”Sta conducendo una campagna elettorale che dimostra leadership” dice Carlo Pelanda, professore di relazioni internazionali e collaboratore di due quotidiani conservatori italiani. “Se si analizzano le tendenze elettorali, non è vero che la sinistra stia crescendo. È vero che alcuni elettori di centro destra hanno perso un po’ di interesse per Forza Italia, e Berlusconi deve sollecitare l’entusiasmo della gente che gli ha dato il voto nel 2001”.

Almeno, anche i suoi molti nemici concedono che Berlusconi, a capo del partito Forza Italia, sta dominando il dibattito, e insieme a televisione, radio, giornali e riviste ci sono pure i manifesti per le strade. La sua accusa che il principale partito di opposizione, i Democratici di Sinistra, abbiano avuto un ruolo in una oscura acquisizione, sembra essere riuscito a mettere l’opposizione, non certo famosa per la sua unità anche nei tempi migliori, in ulteriore disagio.

Secondo alcuni esperti, questa offensiva potrebbe essere il colpo da maestro di un esperto tattico, che rivela speranze di rielezione migliori di quanto non mostrino i sondaggi. “È un uomo d’affari troppo realista: se avvertisse davvero che la situazione è disperata, o irrecuperabile, probabilmente cercherebbe una strategia d’uscita” dice Franco Pavoncello, analista politico alla John Cabot University di Roma. “Agire così è significativo, secondo me, del fatto che sente di poter probabilmente modificare la situazione”.

Nicola Piepoli, presidente dell’Istituto Piepoli, specializzato in sondaggi, dice che anche lui non considera Berlusconi fuori gara, e crede che stia riuscendo a infondere energia nella base dei voti più conservatori. Però, aggiunge, i dati dei sondaggi non mostrano ancora uno spostamento a suo favore. “Aveva il 46% prima, e ha il 46% adesso” dice Piepoli, sottolineando come Berlusconi affermi di star superando la differenza rispetto all coalizione di centrosinistra guidata dall’ex primo ministro Romano Prodi.

In un paese tradizionalmente dominato dai partiti, e non dalle singole personalità, la campagna mediatica in stile americano di Berlusconi è tanto nuova quanto ubiqua. I critici sostengono che sta usando in modo scorretto la sua posizioni di capo del governo, che controlla la televisione pubblica, e di magnate della comunicazione che controlla le proprie reti. Secondo uno studio comparso sui giornali italiani, ha avuto più di tre ore di tempo televisivo in due settimane, mentre Prodi appariva per soli otto minuti.

Il tono della campagna è apparso chiaro sin dall’inizio, quando Berlusconi è comparso in un popolare talk show politico, attaccando a testa bassa il suo elemento di maggior debolezza politica: l’idea, diffusa anche fra molti alleati, di aver usato il governo per tener lontani i magistrati. Nel corso della trasmissione, è riuscito a ricordare agli italiani che alcuni degli scandali principali sono accaduti all’epoca dei governi di centrosinistra. Ma è andato anche oltre: si è definito un esempio vivente di “come politica e affari devono rimanere separati”.

”La politica” ha dichiarato di fronte a un interlocutore esterrefatto, “non mi ha mai aiutato negli affari”. Per attenuare i colpi sferrati nel primo spettacolo, più tardi è comparso in un programma dedicato al calcio (è proprietario non solo della rete che lo trasmetteva, ma anche della squadra di calcio del Milan). Mentre la sinistra annaspava per rispondere all’attacco, Berlusconi diventava una presenza quasi quotidiana per gli spettatori televisivi, dibattendo col capo dei Comunisti, Fausto Bertinotti, e con Francesco Rutelli, che guida il partito di centro sinistra della Margherita.

Lunedì, ha risposto alla più gentile delle interviste possibili da parte di uno dei più popolari personaggi della televisione italiana, Paolo Bonolis, mostrando immagini della famiglia, e di sé insieme a tre presidenti americani. “Ho fatto visita a Bush 20 volte” ha detto, mettendo se stesso – e così l’Italia – al centro del palcoscenico mondiale.

La sua battaglia col Presidente Ciampi sulla data di scioglimento delle camere è stata anche determinata, sostengono i critici, dal desiderio di rimanere visibile. Anche se ha sostenuto che il parlamento aveva lavori fondamentali da concludere prima delle elezioni, la campagna elettorale comincerà ufficialmente al momento in cui le camere vengono sciolte, e per legge i tempi televisivi saranno distribuiti equamente fra i due schieramenti sino alla data delle elezioni.

Prodi ha dichiarato che la battaglia di Berlusconi con Ciampi mostra come il primo ministro abbia bisogno di tempo televisivo extra per ribaltare “il giudizio degli elettori” su di lui. “Non vogliono regole” ha dichiarato lunedì riferendosi a Berlusconi e ai suoi sostenitori. “Vogliono un Far West dove l’unica cosa che conta è la possibilità di spendere denaro e comparire in televisione”. Berlusconi ha vinto la sua battaglia: Ciampi ha consentito di sciogliere le camere l’11 febbraio.

here English version

Caro Massimo,

leggendo il tuo lungo Forum all’"Unità", mi è venuta, di continuo, la voglia di interloquire direttamente con te e con le cose che dici. Perciò ti scrivo questa “lettera”. Non è certo, la mia, una pretesa di “parità” di ruolo politico, è una libertà che mi prendo a partire da una vecchia amicizia, nata nel mezzo di “anni formidabili” e nutrita, a tutt’oggi, da stima e solidarietà, a dispetto della distanza delle nostre rispettive posizioni politiche. Leggendo la tua intervista, dicevo, apprezzando il tono razionale e determinato che la caratterizza, annotandone, per altro, alcuni passaggi non del tutto chiari, mi sono venuti molti e contraddittori pensieri. Il primo dei quali lo formulo così: Massimo, hai ragione, ma in realtà hai torto. Un ossimoro che va spiegato.

In effetti, il leit-motiv della tua intervista ha un fondamento: è in atto "un’operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra", i Ds. E’ in corso, cioè, una campagna di delegittimazione politica e demonizzazione morale del maggior partito italiano, orchestrata da “poteri forti”, densa di strumentalizzazioni anche bieche, alimentata da grandi e piccoli giornali con tutti i mezzi - compresa la pratica barbarica della pubblicazione di intercettazioni telefoniche prive di ogni rilievo penale.

Aggiungiamo che, in un clima che “autorizza” - sembrerebbe - all’uso di tutti i mezzi, “à la guerre comme à la guerre”, anche la tua persona è diventata un bersaglio privilegiato di attacchi davvero ignobili - e che, in sostanza, c’è materia non solo di riflessioni, ma di preoccupazioni per il futuro. Compreso il passaggio a cui alludi: una competizione elettorale come quella che rischia di essere alle porte, traboccante di veleni e scoop, rischia moltissimo di contribuire, non poco, al qualunquismo, alla sfiducia di massa, al “sono tutti eguali”.

D’altronde, una destra già quasi sconfitta su che cosa può puntare se non su un improvviso disincanto di massa, su quella crisi della politica che può non risparmiare nessuno? La nostra gente - il popolo di sinistra - rischia di uscire da questa storia più che altro “disorientata”, come si diceva una volta. Non è che noi di Rifondazione non vediamo bene questo pericolo: contrariamente a quel che dice Peppino Caldarola, tutto abbiamo fatto, facciamo e faremo fuorché speculare su queste storie nella speranza (per altro illusoria) di una manciata di voti in più, rubati al partito cugino (o fratello, fai tu). Fin qui, hai ragione, o hai comunque molte ragioni. Dov’è, invece, quel che non convince?

Come spesso accade, il problema è la diagnosi - l’analisi. Perché qualcuno sta cercando di mettere in mezzo la Quercia? E perché qualcun altro, magari gli stessi, vorrebbero volentieri sbarazzarsi della tua presenza protagonistica sulla scena italiana? Tu dici: perché i Ds incarnano, più di qualunque altra forza, “l’autonomia della politica”. Ovvero, la capacità della politica di governare e dirigere i processi reali - dell’economia prima di tutto - senza soggezioni o subalternità ai poteri costituiti.

In un altro passaggio, dici, più o meno, che il “peccato originale” diessino è stato il tentativo di intervenire contro i più prestigiosi poteri del capitalismo italiano - la Fiat - e aiutare, appoggiare, sostenere la nascita di nuovi poteri “indipendenti” - la famosa Opa di Colaninno, per intenderci. Ora, qui emerge la portata strategica della questione, e del nostro dissenso di fondo: aver accarezzato l’illusione che, per ritrovare un ruolo politico primario, per ricostruire un sistema di alleanze sociali largo e robusto, per ritornare ad esercitare sulla società italiana una vera e rinnovata egemonia, la strada giusta per la sinistra fosse quella di “appoggiarsi” su un pezzo di capitalismo - quello avventuroso, o all’apparenza in ascesa. Qui, è vero, la questione morale non c’entra nulla: c’entra invece, fino in fondo, l’idea di politica, l’idea di sinistra. Quell’opzione, ribadita in tutti gli ultimi congressi Ds, che la sinistra del duemila, per esser tale, altro non debba che “governare la modernizzazione”, cioè il capitalismo nell’era della globalizzazione - magari individuando in qualche pezzo della neo-borghesia nazionale un antidoto efficace ai guai della concorrenza e del mercato mondiale. Perdonami se ti dico che questo passaggio politico - proprio questo - mi ricorda da vicino il tentativo di Bettino Craxi: so che, giustamente, non hai mai demonizzato l’ex-leader socialista, ma l’hai valutato per quello che è realmente stato, il “revisionista” più osè della politica italiana, e del suo filone “riformista”. Anche Craxi, intendo dire, dopo aver coniato (o fatto coniare da Martelli), lo slogan “governare il cambiamento”, si pose il problema di tenere botta ai poteri forti, come la Fiat, che non lo amava, e pensò di contare su forze nuove - tipo il “made in Italy”. Anche Craxi entrò in rotta di collisione totale con il *Corriere della Sera*. E anche Craxi diventò oggetto di una campagna negativa ad alta intensità, alla quale rispondeva per lo più con la sindrome del complotto - ma anche rivendicando il carattere generalizzato e diffuso di alcune pratiche, quel “lo fanno tutti”, che un leader politico non dovrebbe mai dire. Non è che una suggestione, un’analogia: è chiarissimo, ai miei occhi, sia quanto tu sei diverso da Bettino, sia quanto i Ds, il corpo attivo del partito, siano lontani dal craxismo. Per fortuna. Resta però che l’illusione di “migliorare” il capitalismo da dentro, accettandone la logica di fondo e puntando tutto sul suo possibile, auspicabile, “necessario” riequilibrio interno, è, secondo me, un’illusione pericolosa - non perdi solo l’anima, perdi la partita strategica. Dentro tutta la vicenda Unipol-Bnl non c’è proprio, al fondo, questa stessa illusione? Nulla a che fare, dal mio punto di vista, sul terreno giudiziario, che è sempre bene lasciare alla magistratura. Molto a che fare, però, sul terreno morale - chiamalo strategico, se è più chiaro - su che cosa è, può e deve essere oggi il movimento cooperativo. In breve: poiché il capitalismo non è neutro, come ben sai, e poiché esso è invece il regno dell’antipolitica (nel senso preciso che le sue leggi proprie di funzionamento sono la produzione di plusvalore, il profitto, l’arricchimento anche personale e cozzano per natura con l’idea stessa di “limite”), l’autonomia della politica, e della sinistra, come fanno a conciliarsi con l’internità al capitalismo, o alla modernizzazione, che tu rivendichi? E alla fin fine, se entri nel gioco, “in partibus infidelium”, come fai, a trasformare (anche tu!) in una specie di complotto quella che a me pare, piuttosto, la “normale” pratica dello scontro dei poteri, usi ad ammazzare i parvenus o usi, ad ogni buon conto, a preservarsi, a rafforzarsi, a stipulare patti, accordi, alleanze con chi più li aggrada?

Oggi, questi poteri vogliono un’Italia normalizzata: senza più alcun genere di sinistra. Forse vogliono perfino rilanciare lo sviluppo - quello produttivo che, mi pare, anche tu torni a privilegiare su quello finanziario e speculativo - ma alla condizione di un riassetto del sistema politico nel quale, sì, la “damnatio memoriae” pesa, e come: D’Alema sarà certo diverso, diversissimo, da Bertinotti, ma resta pur sempre il terminale attivo di un’altra storia - di grandi speranze collettive.

Caro Massimo, mi rendo conto che qui il discorso rischia di diventare ideologico e di sfiorare le ragioni per cui tu sei (quasi) il massimo leader dei Ds e io una militante di Rifondazione. Ma sei davvero così sicuro che, dal punto di vista strategico, i Ds non hanno proprio nessuna colpa? Che la strada imboccata - a partire da quella maledetta “svolta” di quasi vent’anni fa - sia stata una scelta così felice? Oggi, siamo arrivati, forse, al tempo delle decisioni “definitive”. Consentimi di citare ancora Bettino Craxi, che fece proprio il vecchio adagio: “primum vivere, deinde philosophare”. Io penso che sì, sarebbe bene che i Ds vivessero, senza farsi assorbire da un Partito democratico qualsiasi - mi pare che, in questo Forum, mazzoli con una certa durezza annessionismi rutelliani e freddezze prodiane. Ma potrebbe, il tuo partito, pensar di vivere, se non a sinistra?

LE ELEZIONI amministrative di oggi e di domani sono un’altra cosa dalle elezioni politiche di un mese e mezzo fa. Non rappresentano una conferma o una rivincita di quel risultato. Così pure il referendum costituzionale del 25 giugno: non è in gioco il governo ma una proposta di riforma da alcuni considerata mirabile e da altri esecrata.

Così sostengono Prodi e i partiti dell’Ulivo.

Berlusconi (ma non lui soltanto, anche Bossi, Fini e Casini) sostengono stentoreamente l’esatto contrario: il voto di oggi (venti milioni di italiani alle urne) e quello referendario del 25 giugno serviranno in primo luogo a stabilire da che parte sta la vera maggioranza, il paese reale. Serviranno ad uscire dall’incertezza su chi deve comandare. Perciò tutti alle urne e se la spallata sarà confermata dai voti, allora tutti in piazza, tutti a Roma per imporre all’imbalsamato Napolitano lo scioglimento delle Camere e il ritorno al potere dell’Uomo della Provvidenza.

Del resto lui, quell’Uomo, non ha forse scritto una lettera personale a tutti i capi di Stato e di governo d’Europa per informarli che le elezioni del 9 aprile le ha vinte lui e che ritornerà al potere entro poche settimane dopo che alcuni controlli burocratici saranno stati adempiuti? Un fatto simile non si era mai verificato. Non era mai accaduto che un candidato sconfitto si rivolgesse alle cancellerie straniere per comunicare che lui è ancora lì, presente e vittorioso.

L’altro ieri Giuliano Ferrara nella sua ultima trasmissione "Otto e mezzo", ha chiesto a Massimo D’Alema con una buona dose di malizia se sarebbe stato permesso al centrodestra di organizzare pacifiche manifestazioni di piazza.

Ovviamente D’Alema ha risposto sì. «Vogliamo metterlo per iscritto?» ha proposto Ferrara mellifluo, «un patto tra gentiluomini, non si sa mai...».

Un patto scritto tra un vicepresidente del Consiglio e un conduttore televisivo de La7? Veramente il comune senso del pudore ha fatto fagotto. Del resto nelle stesse ore Berlusconi (con Fini e Casini che si spellavano le mani con applausi entusiastici) apostrofava il suo pubblico a Milano e subito dopo a Roma adottando la retorica mussoliniana: «Siete pieni di rabbia contro questo governo?». «Sì» urlava la platea. «Siete favorevoli a non trattare su niente con quella gente?». «Sì» rispondeva il coro. «Siete pronti a muovervi senza paura? Siete pronti a venire tutti a Roma al mio primo richiamo?». «Sì, a Roma». «Non ho sentito bene, ripetete ancora». «Sì, a Roma, senza paura».

Nel frattempo alcune camionette gremite di giovanotti in camicia nera, stendardi con fiamma tricolore e fasci littori, percorrevano le vie di Roma cantando inni e minacciando vendette.

Questo è il clima. Forse sarebbe utile rasserenare l’atmosfera, distinguere i diversi appuntamenti elettorali, avviare un riconoscimento reciproco dei diversi ruoli costituzionali e politici, ma per arrivare a questo risultato bisogna essere in due come nei matrimoni.

Berlusconi ha preso un’altra strada. I suoi alleati lo seguono senza alcun distinguo. In questa situazione il rasserenamento è una favola.

Sandro Viola, in un gustoso articolo di qualche giorno fa su queste pagine, prevedeva che i giornalisti italiani, avvezzi da anni alle sciabolate antiberlusconiane dovessero ora morire di noia dopo l’uscita di scena del Cavaliere.

Purtroppo non potremo goderci questa noia riposante perché il nostro uomo è sempre lì, più vociante e aggressivo che mai. Più demagogo ed eversivo di prima. Il finale del Caimano ripreso alla lettera. Altro che annoiarsi, caro Sandro...

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Avevo pregato un mio amico imprenditore di raccontarmi il «matinée» della Confindustria dell’altro giorno nella grande sala dell’Auditorium di via dell’Architettura gremita in ogni ordine di posti. Secondo il suo resoconto (del resto confermato da tutti i giornali) il momento di maggior rilievo è stato il lunghissimo applauso, anzi la «standing ovation» tributata a Gianni Letta. Più lungo e più intenso del battimano a Montezemolo. Più che al nome di Ciampi. Più di quello alla memoria di Biagi e della intoccabile legge ribattezzata con il suo nome.

Il mio amico mi ha proposto alcune e diverse interpretazioni di quell’applauso. 1. Hanno applaudito Letta per la sua candidatura al Quirinale, poi ritirata in corso d’opera. Quasi un applauso polemico nei confronti di Napolitano. 2. Un applauso al "factotum" di Silvio Berlusconi indirizzato dunque a quest’ultimo per interposta persona. 3. Un applauso a Letta mediatore per eccellenza, contro la linea dura e avventurosa che Berlusconi sta portando avanti e che non si sa dove ci porterà.

Tu - gli ho chiesto - quale interpretazione dai? Mi ha risposto «Le prime due, la terza è fuori discussione». E credo che le cose stiano esattamente così. Ma se stanno così la questione merita attenta riflessione perché quei duemilasettecento plaudenti, anzi osannanti, non sono persone qualunque. Sono i delegati delle associazioni territoriali e di categoria degli industriali di tutta Italia; imprenditori piccoli, medi, grandi; del Nord, del Centro, del Sud; gente che sa leggere i bilanci, conosce il mercato nazionale e quello internazionale; gente che viaggia, esporta, importa, conosce i congegni del credito e delle Borse, lavora e dà lavoro, discute con la pubblica amministrazione, paga le tasse, i contributi, assume e licenzia lavoratori.

Insomma rappresenta l’Italia produttiva. Il «business». Il fatturato. Infine la borghesia, quale che sia il significato che si voglia dare a questa parola.

La borghesia produttiva.

Ebbene, questa borghesia sa le seguenti cose:

1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po’ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d’un governo munito d’una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell’Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell’Anas.

2. Nel 2001 l’avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.

3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007.

La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l’intera Eurolandia.

4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.

5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.

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Mi limito a ricordare questi cinque indiscutibili dati di fatto come consuntivo dei cinque anni del trascorso governo, ma dovrei ancora aggiungere le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell’immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef.

Sulla base di questo consuntivo si vorrebbe capire quali siano le ragioni di nostalgia del passato governo da parte dell’Italia produttiva, borghese, moderata, pragmatica.

Esiste una questione settentrionale? Sì, esiste. È nata dopo il voto di due mesi fa? Non direi proprio, ci vogliono anni se non decenni per far nascere problemi di quella portata. Questa questione è stata affrontata negli ultimi cinque anni? Non sembrerebbe. Però avete nostalgia del Cavaliere.

Poiché manca ogni spiegazione logica, ogni rapporto causale, ogni riscontro economico che possa spiegare quella nostalgia, mentre tutti i dati a consuntivo dovrebbero suscitare un senso di liberazione; allora bisogna cercarla, quella spiegazione, in qualche cosa di irrazionale, in un sentimento, in una ideologia, ma quale?

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Il governo di centrodestra non è stato né liberale né liberista, su questo punto sono tutti d’accordo a cominciare da Tremonti. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla.

Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l’antiparlamentarismo e l’antipolitica, ma poi, d’un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema. Avete nostalgia di tutto questo?

Oppure vi piace il Berlusconi di oggi (che poi non è diverso da quello di sempre, con la differenza per lui non piccola di non essere più a Palazzo Chigi)? Vi piace il Berlusconi eversivo che mima una sorta di marcia su Roma per riconquistare il Palazzo? Di questo avete voglia? Sembrerebbe impossibile che i rappresentanti della borghesia produttiva, moderata, pragmatica, siano disposti a seguire l’avventurismo d’un demagogo che vuole tornare in sella subito. Rifare subito le elezioni.

Subito. Vuol dire sospendere per almeno altri sei mesi ogni possibilità di governare. Niente politica economica, Camere di nuovo latitanti, congelamento dell’Italia all’interno dell’Unione europea, rating sul debito ai minimi termini.

Sapete bene che gli effetti di quell’avventura sarebbero questi. Ed è questo che volete?

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Post Scriptum. I voti della Val d’Aosta e gli italiani all’estero non entrano nel computo per l’attribuzione del premio di maggioranza, ma fanno parte dei voti di schieramento politico. Ne consegue che la maggioranza di centrosinistra non è di 24 mila voti come finora si è detto ma di 130 mila.

Non saranno moltissimi ma nemmeno tanto pochi.

Verrà di sicuro il giorno in cui l’Unione di Prodi, avendo vinto le elezioni, si troverà di fronte un’opposizione normale, che contesta anche duramente la politica del governo, ma che non lo chiama illegittimo, frutto di enorme usurpazione. Una parte degli oppositori proseguirà la battaglia di Berlusconi, imboccando la strada del combattente irregolare che rifiuta di indossare l’uniforme di guerra e volutamente si fa partigiano, ma pian piano la strategia della piccola guerra illegale, detta anche guerriglia, perderà seguaci. Quel giorno, forse, l’Italia ritroverà un suo metodo di convivenza politica ordinato, prevedibile, una razionalità non continuamente travolta da emozioni esagerate. Una fase storica forse si concluderà, cominciata nel ‘91-‘92 con Mani pulite e contrassegnata da una questione che lungo gli anni s’è fatta centrale: la questione della legittimità.

La questione della legittimità si pone quando cessa la maestà indiscussa e stabile della legge, e si accampa una giustizia sostanziale che trascende la legalità condivisa, trasgredendola. La legittimità fa appello a un diritto superiore a quello rafforzatosi nel tempo, e sospende la vita politica consueta inaugurando uno stato di eccezione transitorio o permanente, a seconda di chi rompe le regole. L’eccezione assoluta è quella di Antigone, che s’appella a un diritto naturale che il potere costituito, sulla base di regolamenti arbitrari, non ritiene legale.

Ma contestare la legalità quando essa nuoce a una carriera e contrapporla sistematicamente a una superiore legittimità è caratteristica del dittatore o dell’anti-politico, che irrompe nella politica e la sovverte creando un’emergenza ininterrotta. Denunciando il voto-truffa Berlusconi scommette sul permanere di quest’antinomia fra legittimità e legalità, che da anni cattura l’Italia e che gli consente d’affogare l’anomalia del proprio conflitto d’interessi in una anomalia cosmica, da cui tutti sarebbero infettati.

Il diritto superiore cui Berlusconi si è appellato lungo gli anni non ha nulla di fermo, di costante: ieri era il giudizio delle urne opposto a quello dei tribunali; poi erano le leggi ad personam al posto della legge uguale per tutti; oggi è la «maggioranza morale» che premia su quella dei votanti. Due più due per lui non fa quattro, per lui l’equazione sarebbe un’impudenza sommamente insopportabile come lo è per l’Uomo del Sottosuolo di Dostoevskij: «Due più due quattro ha un'aria strafottente, vi si piazza in mezzo alla strada con le mani sui fianchi e sputa. Sono d'accordo che due più due quattro è una cosa magnifica; ma se si vuol lodare proprio tutto, allora anche due più due cinque è una cosuccia talvolta molto carina». La democrazia sostanziale ha da prevalere su quella legale, il sistema rappresentativo è una maschera grottesca incollata sull’essere reale della nazione: lo diceva Charles Maurras nel ‘37, ed è ancora l’argomento della destra estremista. Paradossalmente, il giorno in cui simile stato d’eccezione finirà, la politica cesserà di dominare ogni anfratto delle nostre esistenze. Nella strategia del partigiano, la popolazione non si compone di cittadini con idee e occupazioni diverse ma si suddivide in fanatici, ribelli e indifferenti.

Molto, forse tutto, dipenderà dalla coalizione guidata da Prodi: dalla capacità che essa avrà di aiutare i cittadini a ricongiungere l’imperativo della legittimità con quello della legalità. Chi sistematicamente invoca superiori legittimità mette infatti in causa la liceità delle leggi, attenta alla stabilità dell’ordine giuridico, sospende per ciascuno ­ politico e cittadino ­ l’esecuzione dei propri doveri. Il resistente o il gregario sono le due uniche figure in cui si sostanzia il rapporto con l’autorità. Anche nella sinistra questa tradizione eversiva ha radici forti: il caos rivoluzionario affascina estremisti d’ogni tipo.

Restaurare la maestà della legge non è solo questione etica. Non è solo il tentativo di fondare su norme condivise e non arbitrarie sia la legalità, sia la legittimità. È operazione necessaria perché ricomincino a proceder bene l’economia, la crescita affidabile delle imprese, l’imposizione di tasse che consentano a ospedali e scuole di funzionare, l’abitudine dei magistrati all’autonomia, alla correttezza. Restaurare la maestà della legge non è abbassare toni e conflitti ma togliere al conflitto i miasmi della distruttività e del libertinaggio. È un compito immane: sia perché gran parte della classe politica non è più abituata a una libera parola che non sia libertino turpiloquio, sia perché un certo numero di politici continuerà ad agitare il vessillo della vera democrazia, mutilata o usurpata. Questo agitarsi non è solo l’inelegante incapacità di perdere, derisa dalla stampa estera. La mancanza d’eleganza interiore è un veleno terribile, come lo sono l’ottusità e l’ignoranza militanti. Si può scommettere naturalmente su isole di razionalità nella futura opposizione: Berlusconi potrebbe restare isolato. Ma è la sinistra con i suoi comportamenti, il suo stile e le sue politiche che dovrà fare il lavoro essenziale.

Il senso del dramma potrà aiutare l’Unione a lavorare e superare le divisioni. In fondo il mandato di oggi non è molto diverso da quello che generò la volontà costituente nel dopoguerra, quando l’urgenza era di restaurare un’affidabile legalità democratica. Se tale è il mandato, i partiti e le identità contano, ma ancor più conta la coalizione che dovrà favorire il ritorno a un rapporto di fiducia tra italiani e giustizia, italiani e Stato, italiani e diritti-doveri.

Continuare a occuparsi delle identità partitiche significa sottovalutare il dramma: pensare d’aver tempo, agio. Invece tempo e agio son brevi, e per tanti motivi c’è incendio in casa. La maggioranza vincente è esigua, minacciosamente. Il Nord che produce ricchezze non le ha dato fiducia. Il rapporto degli italiani con legalità e giustizia è guastato. L’Europa è inferma, e per ricostruirsi ha bisogno di Parigi e Berlino ma anche di Roma.

Non ultima, la Conferenza episcopale: anch’essa s’è acclimatata a un’Italia anomala, intervenendo nella sua politica come non usa in altre democrazie.

Il discorso sui valori che essa fa e che viene esibito da molti esponenti del centro-destra nasconde la rinuncia a stigmatizzare un ormai diffuso dispregio dell’etica pubblica.

Rifondare il senso delle leggi e lo spirito costituente è difficile, imporrà un’inusuale disposizione al sacrificio. Verrà il giorno in cui ci si occuperà delle singole culture politiche e identità. Ma fino a quando c’è chi combatte irregolarmente una sua guerra da partigiano, converrà sospendere ogni calcolo particolare e avere un obiettivo prioritario: ripristinare non solo la maestà della legge, ma l’utilità per tutto un popolo di questa maestà.

Oggi noi italiani siamo chiamati a fare il nostro dovere: votare. E credo che oltre che un dovere, sia un privilegio. La mia generazione sa che cosa vuol dire non poter scegliere, tant'è vero che molti hanno dato la vita per permettere a tutti di poter uscire stamattina e andare al seggio. Non sono qui a dare indicazioni di voto, ma voglio condividere con voi delle riflessioni che ho fatto in queste settimane. Per cinque anni, su queste colonne ho espresso il mio pensiero su Silvio Berlusconi. Dal punto di vista di qualcuno, l'ho fatto anche troppo.

Dunque, che il Cavaliere non mi piaccia, niente ovviamente di personale, è chiaro. Sintetizzando prendo a prestito le parole di Corrado Alvaro: «Abbiamo il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca». Aggiungo, anche come hanno fatto a riempire quella tasca. Adesso devo dirvi perché sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni ». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell'affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.

Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.

Quindi l’appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.

In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.

Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D’altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.

Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E’ questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E’ proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..

Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.

E’ in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.

Umberto Eco

Hamas ha vinto le elezioni: i terroristi hanno sconfitto la democrazia con le sue stesse armi, quelle elettorali, oppure la democrazia elettorale ha saputo convincere anche chi non le credeva? È ovvio che soltanto il tempo ci darà una risposta certa, ma quel che oggi possiamo già dire è che la prima risposta - quella che si attesta sul pericolo che Hamas porti il terrorismo in Parlamento - è tutt’altro che fondata. Per una serie di motivi: se non credi alle elezioni non vi partecipi; se vi partecipi vuol dire che poi seguirai le logiche parlamentari.

E poi: se non le seguirai perderai il sostegno popolare ottenuto così largamente; se violi le regole democratiche, non potrai più evocarle per difenderti dai soprusi altrui.

Si potrebbe dire che addirittura il mezzo trasforma chi lo utilizza: o Hamas chiude il Parlamento (ma allora perché ha voluto entrarci?), o il Parlamento atrofizza il terrorismo.

Una nuova grande sfida sorge nella storia del rapporto tra Israele e Palestina: la democratizzazione di Hamas sconvolgerebbe tutte le aspettative più consolidate e Hamas potrebbe scoprire che la democrazia paga più che un attentato. Ma se si incomincia subito con la sferzante alzata di spalle: terroristi erano e tali restano anche dentro un Parlamento, allora è chiaro che non ne potrà venire nulla di buono, a incominciare dal giudizio ingeneroso e aprioristico che daremmo sulla società palestinese: ha scelto Hamas perché è terrorista, oppure perché spera che porti nella lotta politica parlamentare tutta la forza del suo programma indipendentistico?

Non dovremo, poi, disprezzare la forza delle istituzioni: Hamas non ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroristiche, e non potrà usare il terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia infatti, tra le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioé chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le loro regole. Le responsabilità di governo trasformano chi se le assume. Ma non accadrà invece (credo di sentir dire) che i meccanismi democratici saranno piegati e distorti a vantaggio dei terroristi, e che proprio le elezioni, uno dei più sacramentali riti della vita democratica, siano violentate da un movimento che ammantatosi da agnello per vincere le elezioni poi ridiventa lupo cattivo?

Ovviamente nessuno di noi conosce il futuro, ma oso ipotizzare che gestire del potere politico potrebbe fare di Hamas un partito di governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la ripresa di un vero processo di pace con Israele. L’ultimo Sharon non ha preso decisioni che parevano contrarie alla sua politica? Y. Rabin, da militare, fu un combattente spietato, ma da politico divenne un abilissimo diplomatico: essi fecero non tanto ciò che era nelle loro corde emotive, ma ciò che politicamente era più vantaggioso e in entrambi i casi li aveva portati vicinissimi alla pace. Potremmo dunque ribaltare gli allarmi pessimistici ipotizzando che il processo di pace potrà riprendere più facilmente tra interlocutori rappresentativi della reale posizione dei rispettivi paesi e vincolati a procedure di tipo democratico: pace e democrazia sono l’una la conseguenza dell’altra e avanzano soltanto insieme. Se è vero che l’Autorità nazionale palestinese del passato non era democratica, ora che il suo governo è stato eletto, Israele per la prima volta avrà un interlocutore affermatosi con le schede elettorali e non il fucile.

Un curioso dilemma si apre di fronte alla politologia occidentale: dopo le elezioni in Iran, in Egitto, in Iraq, ora in Palestina, continueremo a pensare che i risultati che vi si ottengono non sono (ancora) democratici, oppure finalmente incominceremo a dirci che, insomma, quella elettorale non è tutta la democrazia, ma ne è almeno un buon inizio?

Oppure, perché mai le vorremmo in Iraq e non altrove? Perché le elezioni in Afghanistan devono essere state democratiche (chi ne ricorda i risultati?), e quelle in Palestina no? Qui entra in gioco una delle scommesse fondamentali alla teoria democratica lanciate dagli Stati Uniti quando sostengono che la democrazia si esporta non con l’esempio ma con la forza, come in Iraq. In certi stati l’esempio può bastare, in altri ci vuole un risoluto intervento che ponga fine alla dittatura? La risposta è semplice: chi la democrazia la subisce, non ne diventerà, appena possibile, un nemico?

La democrazia è un costume che si forma dentro di noi, come può svilupparsi mentre intorno sentiamo sibilare i colpi di fucile?

Non possiamo decidere quali elezioni siano buone e quali no, chi sia giunto democraticamente al potere e chi no. Sappiamo che lo strumento migliore per combattere il terrorismo non è il contro-terrorismo (che ne è altrettanto violento), ma la democrazia.

Se la popolazione palestinese sta incominciando a impratichirsi con lo strumento elettivo della democrazia, le elezioni, perché non apprezzarlo e confidare che, come gli elettorati occidentali, riuscirà a raffinarlo sempre di più?

IL PRESIDENTE DEI DS «Siamo interessati e disponibili a una serena discussione sulle regole. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i Ds siamo l’epicentro di una nuova questione morale. Non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito»

Ringraziamo il presidente D'Alema - inizia il direttore Antonio Padellaro - per avere accettato questa intervista-forum sulle questioni che agitano la politica in questi giorni. Anzitutto gli aspetti più grevi: sotto Natale Giuliano Ferrara sul Foglio ha scritto che i soldi che la Procura di Milano sta contestando a Consorte, 50 milioni di euro, sarebbero riconducibile a una maxitangente, destinata ai Ds e ha fatto il suo nome. La speculazione è caduta immediatamente, però ciò dimostra quale sia stato il livello dell'attacco scatenato in questi giorni nei confronti dei vertici dei Ds. Vuole commentare con noi questi fatti?

Abbiamo deciso di promuovere un’azione giudiziaria nei confronti de Il Foglio. Ci sembra un atto obbligato, e sarà l'occasione di approfondirne tutti gli aspetti, ne abbiamo parlato proprio ieri con l'avvocato Guido Calvi. Ma mi pare che queste insinuazioni non siano riuscite a fare breccia. È problema di Giovanni Consorte dimostrare se le operazioni finanziarie che egli ha avuto con Gnutti siano lecite o illecite. È tema su cui si pronuncerà la magistratura. Tema che non tocca per nulla il nostro partito, nel senso che si tratta di operazioni finanziarie di carattere personale. Oltre tutto, in questa vicenda si fa una gran confusione, schiacciando date e avvenimenti, per creare la sensazione che l'Opa-Bnl e i rapporti tra Consorte e Gnutti siano parti di una stessa vicenda. E a mio giudizio quella data non a caso coincide con la cessione di Telecom da parte di Gnutti a Tronchetti Provera. La vicenda, dunque, non ci ha riguardato minimamente. Non eravamo al governo, e io criticai quella operazione anche in pubblico. Non per ragioni personali, né certo per disistima nei confronti di Tronchetti Provera. Ma perché mi parve che l'operazione fosse per le sue modalità negativa per tanti piccoli risparmiatori, a differenza della tanto vituperata Opa di Colaninno. Ricordo per inciso che Consorte era stato partecipe di quell’operazione da me criticata, a conferma del fatto che Consorte e i ds non sono la stessa cosa.

È stata avanzata una critica politica nei confronti dei Ds riguardo ai rapporti, alle amicizie e alle alleanze di Giovanni Consorte...

Sono accuse curiose, perché da una parte siamo invitati a evitare ogni collateralismo e contemporaneamente siamo chiamati a rispondere su chi sono i manager del movimento cooperativo e su quali siano i loro rapporti. Consorte è presidente dell'Unipol dal 1992, eletto a questo incarico dalle cooperative, e via via confermato nel suo ruolo per una serie di successi ottenuti da una società quotata in Borsa che è diventata la terza assicurazione del Paese. Il partito non c'entra nulla, né con la sua nomina, né con la sua carriera, né con le sue amicizie. Credo che oggi anche lui consideri essere stato un errore le relazioni così intime che si erano venute creando con finanzieri dai comportamenti discutibili. Tuttavia vorrei ricordare che in questo Consorte è stato in amplissima e autorevole compagnia. Il presidente del Consiglio è tra i soci della finanziaria Hopa di cui Gnutti è presidente, e Gnutti è stato sino a ieri vicepresidente e socio di riferimento di Olimpia, la finanziaria che controlla la più grande impresa italiana, e che non è piccola parte della proprietà del Corriere della sera. Non ricordo alcun editoriale indignato, né titoli del tipo: «Fuori i furbetti dal tempio dell'economia italiana». Non lo dico a scopo di ritorsione. Ma per riportare una notizia che non è facilissimo ritrovare sui giornali. Il quadro che emerge è assai preoccupante e propone l’esigenza di una riflessione autocritica più complessiva e tocca la responsabilità di un’intera classe dirigente alla quale noi non ci sottraiamo. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i ds siano l’epicentro di una nuova questione morale. Tanto più agitata da chi non sembra avere titolo per fare la morale a nessuno. È ragionevole che tutti veniamo chiamati a riflettere su come - nel corpo fragile dell'economia italiana - abbiano messo radici fenomeni speculativi, operazioni ai limiti della legalità, che sicuramente vanno molto al di là dei personaggi di cui si discute. Ma non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito, e poi perché nella vicenda di Tangentopoli i partiti intervenivano per alterare i meccanismi della concorrenza, per truccare appalti pubblici. Noi non abbiamo alterato e truccato alcunché. Siamo non solo disponibili, ma interessati a una seria e serena discussione sulle regole, sul perché dei guasti prodotti e sulle responsabilità di un’intera classe dirigente. Aggiungo che ritengo necessario approfondire un confronto sulla realtà attuale del movimento cooperativo, perché è evidente che siamo di fronte a una realtà economica che è divenuta via via, crescendo, assai diversa dalle cooperative di tanti anni fa, e che si pongono seri problemi per quanto attiene al rinnovamento delle forme di governance e alla ridefinizione della missione di queste grandi imprese. E qui certo c’è anche un nostro ritardo.

Ma non c'è stato anche un eccesso di reazione nei confronti di questa campagna?

Sono d'accordo con Romano Prodi: la politica non deve occuparsi di affari, ma del futuro del paese. Ma non possiamo essere ingenui. Nei grandi Paesi europei gli interessi economici che hanno rilevanza nazionale si muovono con l'appoggio della politica. Se una grande banca spagnola viene in Italia non possiamo pensare che ciò avvenga senza il sostegno della politica. Così quando le grandi imprese italiane sono sbarcate all'estero e spesso ne sono state ricacciate, ciò è avvenuto per l'intervento del potere politico di quel paese. Il nostro è un Paese fragile dove - mancando una visione dell'interesse nazionale - siamo litigiosi e autolesionisti: un Paese in cui per antica tradizione ci si associa volentieri con lo straniero per fregare il connazionale: Franza o Spagna purché se magna, è da secoli lo slogan di una parte delle classi dirigenti. Non si coglie che il movimento cooperativo è un pezzo importante dell'economia italiana. stiamo attenti a un certo provincialismo per cui tutto ciò che viene dall’estero è innovatore o moralizzatore: basti pensare a quel che scrive il Wall Street Journal sull'Abn Amro.

Vi vengono rimproverate, però, dichiarazioni avventate e contraddittorie…

Mi dà fastidio il moralismo a comando: in questa campagna c'è chi ha scoperto improvvisamente che non va più bene colui che fino a ieri è stato suo socio, anzi che è ancora suo socio. Non conosco Fiorani, non conosco Ricucci; per essere precisi conosco Profumo, ma non conosco Gnutti. Ma tra loro i contendenti si conoscono. È davvero curioso che vengano a fare la morale a me.

È stata rimproverato un atteggiamento di eccessiva tifoseria, e il coordinatore della segreteria dei Ds, Chiti, ha ammesso che si è trattato di un errore.

Chiti ha detto che si è peccato di eccessiva tifoseria da una parte e dall'altra. E ho letto decine di interviste a favore o contro questa Opa. Persino Bertinotti ne ha rilasciato una con il titolo: «Il Banco di Bilbao deve comprare la Bnl». Sarà lecito, dunque, se tanta parte del mondo politico tifava per gli spagnoli, che qualcuno tifasse per gli italiani. Comunque il tifo non mi pare un peccato mortale. Posso capire che adesso si dica: ora stiliamo una nuova regola, quando c'è un'Opa la politica taccia. Finché non c'è questa nuova regola non vedo, però, nessuno scandalo se il leader del maggiore partito si informa sull'andamento di un'operazione. Continuo a ritenere che se sorgesse in Italia una realtà bancaria legata alla Lega delle cooperative ciò arricchirebbe il pluralismo e rafforzerebbe il sistema economico italiano: è un'opinione politica di cui rivendico la legittimità.

La telefonata di Fassino e Consorte su cui si è imbastita la campagna di aggressione ai Ds non è stata uno sbaglio?

Non ritengo che si possa imputare a Fassino una telefonata in cui si chiedono informazioni, e che non ha nessuna rilevanza di natura giudiziaria. È un tipo di materiale facilmente manipolabile, basta cambiare una virgola per cambiare il senso, da una trascrizione non si riesce a capire se quella è una battuta di spirito, non c'è alcun valore di documento in quel brogliaccio di frasi prive di contesto. Ma la verità è che siamo l'unico Paese al mondo in cui leggendo su un giornale di proprietà della famiglia del premier la trascrizione illegittima della intercettazione telefonica di un leader dell'opposizione, anziché scattare su e denunciare lo scandalo, l'attentato alla democrazia, si discute del contenuto della telefonata. Come se per il Watergate negli Stati uniti si fosse discusso del contenuto delle conversazioni tra i leader democratici, e non del fatto che essi erano spiati dal governo. Il che dimostra una scarsa cultura democratica di questo Paese. Questa vicenda è il termometro di qualcosa d'altro: senza nessuna base che poggi sui fatti scatta verso di noi un linciaggio che non verrebbe consentito contro nessun altro, forse perché si pensa che venendo da una certa storia noi siamo quelli che possiamo essere presi a calci in bocca…

Ci sono anche telefonate di D'Alema con Consorte?

Ce ne saranno, immagino di sì.

Tra gli attacchi ai Ds ce n’è stato uno rivolto al vostro tesoriere, Ugo Sposetti, da una personalità molto vicina al centrosinistra, Gad Lerner.

Ieri ho parlato a lungo al telefono con Gad Lerner, perché lo conosco da tanti anni, gli voglio bene e proprio per questo sono stato dispiaciuto per la sua uscita. Lo considero nel novero non di quelli che ci odiano, ma uno con il quale siamo impegnati in una comune battaglia politica, anche se ha una storia diversa dalla nostra e mantiene con ogni evidenza una riserva su di noi.

Ha scritto che Sposetti non poteva non sapere... Lei che cosa gli ha risposto?

Gli ho detto: “Guarda Gad, ti sbagli, perché Sposetti è una persona assolutamente perbene che fa un lavoro difficile”: perché amministrare un grande partito con pochi soldi, dover gestire debiti, dismissioni, per chi non naviga nell’oro è un impegno estremamente difficile, di pesante responsabilità. E lo ha fatto con assoluta correttezza personale.

Anche con altri importanti giornalisti vi conoscete da tanti anni: uno di questi in particolare durante un dibattito pubblico ha detto che chi viene dal Pci deve ancora depurarsi...

Volendo rispondere con una battuta si potrebbe chiedere quanti decenni ci vogliono per quelli che vengono da potere operaio, almeno noi non predicavamo l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato...

Ricordo un'intervista sull’Unità a Sergio Sergi il 10 giugno, quando la vicenda era ancora sotto traccia, eppure in quell'intervista l'allarme era molto forte, si diceva che c'erano veleni all'interno del centrosinistra. Non c'è stata una sottovalutazione di quell'allarme? La stessa lettera di Prodi non è stata propriamente amichevole nei confronti dei Ds..

Al di là delle discussioni passate, credo che nell’Unione oggi si sia compresa la portata di una operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra. Forse fino adesso non era stato compreso appieno che, colpendo i Ds, si vogliono indebolire le prospettive del centrosinistra e della governabilità del Paese.

Repubblica le attribuisce queste frasi: “Non mi alleo con chi sospetta che il nostro sia un partito di delinquenti. Meglio lasciar perdere. Tanto c’è il proporzionale. Ognuno vada per conto suo”..

Non ho fatto alcuna intervista a Repubblica.Si riprendono battute, sfoghi.

Ma tutto ciò peserà sul cammino della lista unitaria e del Partito democratico?

Sono uno dei più convinti assertori della necessità di trasformare l’Ulivo nel principio costitutivo di una nuova grande forza politica di centrosinistra democratica e riformatrice in grado di dare al bipolarismo italiano un asse forte. Sostengo questa tesi da molti anni, ho sostenuto tutte le proposte che vanno in questa direzione. Ogni volta che si è parlato di gruppi unici sono stato a favore, quando Prodi propose la lista unitaria alle europee mi schierai subito a favore. Questa è la linea sostenuta in questi anni con coerenza dalla maggioranza del nostro partito. All’indomani della sconfitta del 2001 parlai della necessità di una svolta profonda e dell’esigenza di superare quella contrapposizione tra ulivismo e partiti che è stato il male del centrosinistra. E superarlo con la costruzione di una nuova grande forza politica.

Ha cambiato opinione negli ultimi giorni?

No. Non ho cambiato opinione rispetto a questo convincimento. Però dev’essere chiaro a tutti i protagonisti che un processo come questo richiede che non ci siano né egemonismi né damnatiomemoriae. Cioè non si può pensare che si possa costruire una cosa di questo genere sulle macerie della sinistra italiana, sulla delegittimazione politica e morale dei suoi gruppi dirigenti. Così come noi non possiamo pensare che si tratti di un processo di assorbimento, della creazione di una sorta di grande Quercia. Quindi, se volete, nella forma di uno sfogo, era un modo per dire: “Signori, se volete che questo processo vada avanti non si può accettare che esso venga presentato come la liquidazione di un patrimonio o di una forza politica. Mi pare, ho visto anche l’intervista di Franco Marini su Repubblica, che il messaggio sia stato compreso. E che si comprenda che ci vuole rispetto reciproco tra le forze che sono in campo.

Perché si prendono di mira proprio i Ds?

Siamo una forza che ha un’idea precisa dell’autonomia della politica e questo, forse, a qualcuno dà fastidio.

a cura di Ninni Andriolo, Simone Collini e Vincenzo Vasile

Finalmente abbiamo un governo, forse di centro-sinistra, forse di sinistra-centro, ma certamente non c'è più il Cavaliere in sella. E' questo un grande successo: ci siamo liberati dal populismo reazionario di Berlusconi.

Ma in quale situazione siamo? Le borse di tutta Europa, e degli Usa anche, vanno giù. I famosi «spiriti vitali» del capitalismo sono in difficoltà. Quindi la parola dovrebbe passare dal mercato (che è fiacco) alla politica. E in Italia questo non sarebbe una novità. Nel secondo dopoguerra, quando c'era la conventio ad escludendum e il dominio della Dc, abbiamo avuto iniziative di intervento pubblico che sono state alla base del famoso «miracolo economico». Facciamo solo alcuni nomi: Cassa del Mezzogiorno, Eni, Enti di sviluppo, Svimez. Senza dimenticare l'Iri che esisteva già. Ma oggi tutte queste forme di intervento sono condannate e siamo, dal punto di vista della crescita, in una situazione più difficile. Allora che fare? Innanzitutto procedere a una rilevazione dello stato del paese reale.

E qui debbo confessare che Berlusconi non aveva tutti i torti quando affermava che l'Italia non sta tanto male, e debbo consentire con il mio stimatissimo amico Geminello Alvi, che ha scritto un libro nel quale sostiene che l'Italia vive di rendite e quindi rischia di arenarsi in una palude di depressione. In questa situazione il mio totale consenso va a Vincenzo Visco (purtroppo un ministro che anche quando ha ragione non ispira simpatia) il quale propone, si propone come vice-ministro per le finanze, di tassare le rendite e di punire il guadagno di chi non fa niente,ma ha - come si dice - una rendita di posizione.

Il punto - senz'altro discutibile - è che Visco non vuole tassare tanto il profitto, il quale deriva da iniziativa e lavoro, ma la rendita che arriva anche al proprietario dormiente. In una Italia nella quale i valori immobiliari sono arrivati quasi alle stelle senza che il proprietario abbia mosso un dito, la rendita è doverosamente tassabile. E' tassabile non solo nell'interesse dei non proprietari ma anche nell'interesse dei medesimi proprietari, i quali con tutte le loro rendite avrebbero difficoltà a pagarsi malattie e pensioni. Nella campagna elettorale - va riconosciuto - l'uso delle tasse sulle rendite e anche la patrimoniale sono state usate male e sul terreno elettorale anche controproducenti. Ma adesso che le elezioni sono state vinte? Adesso la maggioranza deve avere il coraggio della verità e della razionalità, come il ministro Visco sembra abbia inteso. La patrimoniale e tutte le tassazioni sulle rendite e le proprietà immobili non sono tassazioni moralistiche o vendicative di quella parte della popolazione che non ha proprietà, dei proletari si diceva una volta. Tassare le rendite e i patrimoni è un modo di rianimare e rendere attiva una ricchezza morta e che è mortifera per il paese e per gli attuali proprietari. Anche - se non soprattutto - per evitare di trarre risorse a scapito del lavoro, costringendo chi vive del proprio reddito a «pagare la crisi» come avvenne negli anni '90 per l'entrata in Europa. La lotta alla rendita non è proprio un'invenzione bolscevica. E' un grano di saggezza borghese. Visco non è un bolscevico, ma fonda le sue tasse su ragioni antiche. E tuttora valide.

Nota: si vedano le curiose assonanze fra questo articolo di Parlato e un contemporaneo intervento sul britannico Guardian (f.b.)

Giulio Tremonti ne parla apertamente in tv, Silvio Berlusconi ne parla dietro le quinte coi suoi: come volevasi dimostrare, gli sconfitti sono pronti a prendere al balzo la palla della rivincita che il referendum sulla Costituzione gli offre. Certi di farcela, tanto per non perdere l'abitudine di «pensare positivo» come comanda lo spirito di Arcore: perché gli italiani non dovrebbero premiare «l'innovazione » di cui la loro riforma costituzionale è portatrice, e bloccarla andando dietro al «conservatorismo » quarantottesco del centrosinistra? Molto colpevolmente l'appuntamento referendario è stato occultato durante la campagna elettorale, come si trattasse di una questione spinosa. O rimosso, come si trattasse di una vittoria scontata. A essere sicuro di farcela, infatti, fino a l'altro ieri era il centrosinistra: un referendum senza quorum si vince facilmente, quando si è certi della capacità di mobilitare il proprio elettorato.

Senonché a dimostrarsi pronto alla mobilitazione, e a una mobilitazione ideologica, è stato l'elettorato di centrodestra, accorso a votare senza defezioni per salvare il capo dai comunisti che lessano i bambini e mettono le tasse. Figurarsi se si tratta non di salvarlo ma di resuscitarlo: tutti alle urne, come alla messa di Pasqua. Mentre nella metà campo di centrosinistra, finora, non si sente circolare un solo argomento che spinga qualcuno ad andare al seggio invece che al mare. Prodi accennò al referendum come «completamento dell'opera » la notte dei risultati elettorali, mentre cantava troppo trionfalmente vittoria.

Poi non se n'è sentito più nulla, come prima. E nei comitati per la difesa della Costituzione circola voce che i vertici del centrosinistra puntano al rinvio, o peggio a fare di un nuovo patteggiamento sulla riforma la carta da mettere sul tavolo del «dialogo» possibile fra le famose «due metà del paese». Converrà essere chiari e andare al sodo, della forma e della sostanza. Qui non c'è in gioco una conferma o un ribaltamento del risultato elettorale - che già non sarebbe cosa da poco. C'è in gioco un passaggio storico e istituzionale, prim'ancora che politico, di primaria grandezza. Proviamo infatti a immaginare lo scenario che si aprirebbe nello sciagurato caso di una vittoria del centrodestra al referendum.

Sul piano formale, sarebbe davvero insostenibile una situazione che vedesse gli eredi della Costituzione archiviata al governo e i padri della Costituzione «nuova» all'opposizione: la cesura costituzionale azzererebbe i giochi ordinari della politica e lo scioglimento delle camere sarebbe inevitabile.

Sul piano sostanziale, l'Unione si ritroverebbe ad aver vinto (di misura) le elezioni e ad aver perso la transizione italiana tutt'intera: se è vero com'è vero che la sua vera posta è, da quindici anni in qua, precisamente la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l'archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l'introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del parlamento. Ovvero il progetto che dal '94 tiene incollata la destra tricipite italiana e che la riforma costituzionale varata in parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente.

Non è credibile che i vertici dell'Unione non abbiano contezza di questo scenario. A che si deve allora il silenzio che avvolge il referendum, se non alle divisioni che da sempre solcano il centrosinistra sui destini della Costituzione, ben più radicali di quelle sui destini della legge 30 o dei Pacs? Il velo del silenzio serve a coprire la frattura fra chi vuole dire di no alla riforma del centrodestra per salvare e rilanciare la Costituzione del '48, e chi vuole dire no per modificarla subito dopo in termini più moderati ma non opposti a quelli della Cdl, anzi nella stessa direzione della Cdl, anzi con la Cdl. Dove porti questa strada lo sappiamo già. E del resto Berlusconi non ha alcuna intenzione di percorrerla. A radicalizzare lo scontro ci penserà lui, e nessuno dei suoi alleati, checché ci speri l'Unione, pensa di sfilarsene.

Franco Ferrarotti, tanto più ora (il 7 di aprile) che ha compiuto ottant'anni, è un mostro sacro della cultura italiana. Nessuno, che abbia una certa età, può dimenticare che è stato lui a sfondare la cortina di ferro «crocio-marxista» liberando l'insegnamento della sociologia dalla criminologia, dandole la dignità di disciplina autonoma. Poi Franco Ferrarotti non è stato solo professore in patria, ha insegnato in varie parti del mondo, è stato anche deputato, ha indagato sulle borgate non solo romane, ha scritto un sacco di libri, tutti piuttosto provocatori. E anche adesso è un vulcano, che non risparmia lava e lapilli. In omaggio a questi suoi ribollenti ottant'anni non ho resistito alla tentazione di intervistarlo.

Se ti va, visto che siamo alla vigilia, dimmi che pensi di queste elezioni.

Sì, la passione politica non mi manca. Da giovane, avevo ventidue anni, bazzicavo un po' con i trozkisti e gli anarchici. Nel '48 poi ero per la fusione dei socialisti di Nenni con i comunisti di Togliatti. Questi i miei lontani precedenti. Ora, le elezioni di domenica: mi sembrano molto importanti, quasi come quelle del 18 aprile del 1948 e vale sottolineare che il leader avverso non è De Gasperi, ma Berlusconi. Quelle del '48 segnarono la storia d'Italia dando il potere alla restaurazione democristiana. Oggi il rischio è analogo: Berlusconi è il bacino collettore di tutto lo storico moderatismo italiano, per di più rafforzato dalla chiesa cattolica. E' un blocco socio-culturale da temere.

Mi chiedi come andrà. Ho molta fiducia nel fatto che Berlusconi - come si è già visto - a un certo punto sbarella. Penso che il centro-sinistra vincerà, ma - aggiungo - o sarà una vittoria chiara e forte oppure sarà una mezza vittoria e la crisi italiana continuerà e andrà peggio.

La tua, e si era già nel 1960, è stata la prima cattedra di sociologia in Italia. Come mai questo ritardo?

In Italia dominava quel che io chiamerei crocio-marxismo, che fece blocco contro la sociologia: la si studiava solo nelle facoltà di giurisprudenza e medicina, come criminologia, ma non poteva essere una scienza a sé.

E come sei riuscito a passare, ad avere una cattedra?

Nel mondo accademico avevo due quinte colonne, Nicola Abbagnano e Franco Lombardi, poi ho avuto un po' di fortuna, ma dominante era l'affermazione della sociologia in tutto il mondo occidentale: l'eccezione italiana non poteva resistere.

In che senso fortuna?

Pensa che nel 1949 (avevo 23 anni) Einaudi pubblicò la mia traduzione della «Teoria della classe agiata» di Veblen. Il volume arrivò nelle librerie il 3 gennaio del 1949 e il 15 gennaio uscì una stroncatura di Benedetto Croce: il successo era assicurato. Ma anche la cultura marxista si schierò contro: la rivista Critica Economica diretta da Antonio Pesenti pubblicò la sua stroncatura a firma di Angiolini, che era - credo - il redattore capo della rivista. Allora trovai un sostegno da parte di Cesare Pavese e Felice Balbo.

Perché queste resistenze?

Si temeva una contaminazione della cultura consacrata e c'era anche la convinzione dell'impossibilità di passare dall'empiria (propria della sociologia) alla teoria.

Credo di capire, ma a che serve oggi la sociologia?

Bella domanda. La sociologia avrebbe dovuto essere sinottica, globale, l'autoanalisi continua dello stato della nostra società. Invece è diventata una tecnica specialistica di analisi settoriali senza un giudizio complessivo. Mi verrebbe da dire che si è ridotta quasi a un'attività di spionaggio e avrei voglia di aggiungere che oggi i veri sociologi negli Usa sono i pubblicitari, i quali studiano le capacità di spesa dei vari strati sociali e quindi le loro scelte di consumo.

Sai, quando andai per la prima volta negli Usa avevo in mente il sogno di Scipione scritto da Cicerone. Sognava che lo spirito filosofico greco si unisse allo spirito pratico romano. Io sognavo qualcosa di analogo tra pensiero filosofico europeo e pensiero sociologico americano, ma era solo un sogno.

Parliamo un po' del lavoro, che mi pare abbia perso di importanza nel dibattito politico-culturale anche in questa campagna elettorale.

Il lavoro è stato banalmente concepito come un puro strumento per procacciarsi i mezzi di sussistenza. Una visione riduttiva fatta propria anche dai sindacati. Pensa alla monetizzazione della nocività.

Voglio essere rozzo: è ancora il lavoro che produce ricchezza? E c'è ancora lo sfruttamento?

Certo è ancora il lavoro che produce ricchezza e c'è ancora lo sfruttamento, ma con la tua «rozzezza» rischi di rimanere ai tempi di Charlie Chaplin e della catena di montaggio e di non vedere i grandi cambiamenti che sono avvenuti nel processo capitalistico. Oggi le categorie nelle quali si dividevano i lavori sono saltate. Da una parte ci sono le macchine transfer che fanno parte del lavoro che una volta faceva l'operaio: oggi l'operaio ha soprattutto funzioni di controllo, è un supervisore. Siamo forse a un passaggio dall'operaio all'operatore.

C'è poi la questione dei cambiamenti del lavoro, non è più solo questione di lavoro flessibile, quanto di lavoro occasionale. La fabbrica nuova non è più la vecchia Mirafiori, spesso è diffusa nel territorio.

Così dall'altra parte non solo non c'è più la presenza del padrone e neppure del manager come era ancora ai tempi di Valletta, che si riconosceva sempre subalterno agli Agnelli. Ora - anche in Italia dovremmo impararlo - c'è il chief executive officer, che comanda, guadagna moltissimo, non ha nessun rapporto di fedeltà con l'impresa e non tiene in nessuna considerazione il padrone, che il più delle volte è rappresentato da un popolo di azionisti dispersi, che guardano più agli andamenti di borsa, che ai risultati produttivi dell'impresa.

Tutto questo - a mio parare - funziona in America, ma in Europa è un disastro. In America - mi hanno telefonato stamane - Bush, che è Bush, vuole dare la cittadinanza a undici milioni di ispanici, in Italia invece siamo alla Bossi-Fini e in Europa non è tanto meglio.

Passiamo ad altro, ma non tanto. Nel tuo libro sul capitalismo, dici che è l'unico sistema sociale ormai esistente. Per un verso corrisponde alla realtà, ma mi sembra un cedimento, anche culturale. Ha veramente vinto il capitalismo?

Sì il capitalismo ha vinto, ma è una vittoria «pirrica». Ti ricordi la frase di Pirro? «Un'altra vittoria così contro i romani e potremo tornarcene a casa».

La vittoria del capitalismo sul socialismo è indubitabile: il capitalismo produce ricchezza, il socialismo distribuisce ricchezza, ma siccome non la produce è un fallimento. Gorbaciov mi ha detto che il fallimento del socialismo sovietico era «inevitabile».

Ma oggi che succede?

Oggi - i marxisti hanno ancora una volta perso il treno - c'è la finanziarizzazione dell'economia nei paesi ricchi: la produzione la fanno gli altri, gli iloti dei paesi che cercano di raggiungere il capitalismo.

Perché dici che i marxisti hanno perso il treno?

Perché fra le tante cose che hanno dimenticato hanno dimenticato pure Hilferding e il suo Capitale finanziario. Oggi il comando capitalista sta nella finanza e i marxisti - ma forse esagero - si occupano ancora della produzione. Non hanno capito che il capitalismo è Proteo (lo diceva anche Franco Rodano). Cambia continuamente sotto le tue mani e diventa insuperabile perché supera sempre se stesso. I marxisti dovrebbero essere più attenti a Marx che, quando ancora i lavoratori erano artigiani, aveva anticipato la venuta della classe operaia.

Concludiamo, quale è il tuo giudizio sulla nostra società?

E' una società saturnina che alleva i suoi figli, li manda a scuola, gli fa fare anche i master e poi li ammazza, li divora.

La conversazione continua, ma sulla società «saturnina» mi fermo. Del resto se ne parlerà ancora. Franco Ferrarotti, come dicevo è un vulcano, e niente affatto in sonno.

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