loader
menu
© 2026 Eddyburg

La coalizione di centrosinistra non ce l'ha fatta. Prodi non ha vinto, Berlusconi non ha vinto, si va verso un pareggio, aggravato dal pessimo meccanismo della legge elettorale. Si apre uno scenario incerto, ma sicuramente politicamente negativo. Siamo davanti a un voto molto partecipato e riflettuto sul quale ha pesato l'aggressività di Berlusconi, giocando sulle viscere più torbide del paese, e spuntandola per meno di poco quando pareva aver già perduto. Non stavano più con lui infatti né la grande stampa né la Confindustria, né le banche. Stava con lui soltanto la chiesa di Ratzinger. E stava il portafoglio di una proprietà diffusa, alta media e bassa che egli aveva sfacciatamente protetto e che si è difesa a denti stretti. Il pareggio non è solo nei numeri: all'interno delle coalizioni non è avvenuto nessun grande spostamento. Berlusconi resta di gran lunga il leader più forte del centrodestra. L'agitazione dei Follini e Casini non gli ha recato gran danno, anzi, in conclusione lo ha favorito. Nella coalizione di centrosinistra il solo successo evidente è quello di Rifondazione, ma in un quadro generale che non ne moltiplica la valenza. La Rosa nel pugno, anche se puntava su un'affermazione maggiore, dimostra - ed è meglio che niente - che neppure in Italia si può andare oltre un certo limite nell'ossequio al Vaticano. E questo è tutto.

Il problema più grave, e del quale sarebbe folle tenere poco conto, è che a differenza di solo venti anni fa, su cento italiani che incontri per strada, in autobus e in treno, quarantotto votano una destra illimitata che non si da confini neanche nei confronti del fascismo. Questo non accade in nessun altro paese dell'occidente europeo. Questa destra si è radicata nella cosiddetta società civile. Anche per la flebilissima condanna che ha incontrato nelle istituzioni, a cominciare dal Quirinale che non ha difeso con forza quei principi fondanti della Repubblica dei quali doveva essere garante. Neanche l'opposizione ha capito che cosa era in gioco quando ha scelto la bonarietà: che Berlusconi andasse oltre ogni limite di decenza non comportava che non si dovesse condannarne in termini più secchi l'oltranzismo e il disprezzo per qualsiasi principio di una democrazia non formale. C'è in ogni paese, come in ciascuno di noi, un fondo di impaurito e pauroso egoismo che non va accettato - una democrazia non è tenuta a rappresentare qualsiasi cosa, la Costituzione non è un optional. E anche chi ha seminato, supponendosi più a sinistra, l'antipolitica, oggi ci deve riflettere. Non è detto che ci sia molto tempo. Un paese che è profondamente diviso non, come si è andati cianciando, dalle ideologie, ma da contraddizioni sociali di fondo, non può darsi una maggioranza che abbia, non dico un abbastanza ampio consenso, ma consenta uno spazio di mediazione. Nel nostro paese è così ogni volta che la destra si consolida: essa porta in sé un connotato eversivo. Quale che sia il risultato che ci aspetta nelle prossimo ore – stiamo scrivendo ancora sull'orlo dell'incertezza - l'Italia è ammalata. Faremo di tutto perché non lo si dimentichi.

E’stato coraggioso Paolo Mieli a scrivere l’editoriale, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, nel quale esprime l’appoggio del suo giornale all’Unione. In inglese - o più precisamente in “americano” - si dice endorsement, che vuol dire approvazione, ed è un passaggio importante - negli Stati Uniti - di tutte le campagne elettorali. C’è un momento, cioè - in genere molto atteso dall’opinione pubblica - nel quale i grandi giornali (Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times, il Boston Globe eccetera) annunciano agli elettori quale sarà il candidato che loro sosterranno in vista delle elezioni. Nelle democrazie anglosassoni il “rito” dell’ endorsement è un passaggio importante, perché garantisce “trasparenza” nei rapporti tra stampa e politica e aiuta i lettori a capire le questioni essenziali della partita elettorale.

Da noi il rapporto tra giornali e politica non è mai stato molto trasparente. Per un milione di motivi. Forse il più chiaro ed evidente è un motivo storico: nel secolo scorso il nostro paese ha vissuto sotto due regimi, uno illiberale (il fascismo) che aveva del tutto abolito i giornali indipendenti, e uno liberale (nel dopoguerra) dominato dal potere democristiano e dal cosiddetto fattore “K” (cioè l’impossibilità dell’opposizione, comunista, di accedere al governo). In questo secondo, lungo, periodo, cioè il cinquantennio della prima repubblica, la grande stampa - tutta la grande stampa - è sempre stata subalterna ai partiti governativi e in particolare alla Dc: in qualche modo ne è stata l’emanazione. Questo non ha permesso all’Italia di avere un giornalismo indipendente forte e sviluppato come quello di altri paesi occidentali.

* * *

Paolo Mieli ha scritto un editoriale molto lucido, nel quale ha chiarito il motivo per il quale il Corriere sceglie Prodi. Perché il governo uscente, e i gruppi dirigenti espressi dal centro destra - e specialmente dal partito di maggioranza relativa, e cioè Forza Italia - non sono in grado di governare il paese, e cioè di farsi carico di un qualche interesse generale. E’ questa la ragione del loro fallimento. Naturalmente si può discutere finché si vuole sull’interesse generale, ed è assolutamente evidente che l’idea di interesse generale che può avere qualunque lettore di questo giornale è assai diversa dall’idea di Paolo Mieli, o dei lettori del Corriere, o dei gruppi intellettuali, politici, economici, che sono vicini al direttore del Corriere della Sera. Il fatto è che Paolo Mieli, nel suo editoriale, sostiene che il governo di centrodestra non ha saputo porsi al servizio di nessun tipo di interesse generale, ma ha lavorato solo per l’interesse specialissimo del premier e dei gruppi che fanno parte del suo sistema economico, finanziario, politico. Ha privatizzato lo Stato.

A me è sembrato che più che un endorsement verso Prodi, Paolo Mieli abbia espresso la più netta e irreversibile sfiducia al premier uscente. Tanto che - rivolgendosi agli elettori di destra - li ha consigliati di votare eventualmente per Casini, o per An, o per chi vogliono, ma mai e poi mai per Forza Italia.

* * *

Paolo Mieli, scrivendo l’editoriale, ha dimostrato anche quanto sia insidiosa l’ipoteca che una parte ampia e molto forte delle classi dominanti italiane (la “grande borghesia”, nel vecchio gergo, i “poteri forti”, se vogliamo usare un linguaggio più moderno) pone sul futuro governo di centrosinistra. Quel pezzo consistente di borghesia, che dopo un decennio si è smarcata nettamente da Berlusconi e ha deciso di non seguirlo più, ci dice: «noi investiamo sul centrosinistra, noi aiuteremo il centrosinistra a vincere, ma tutto ciò non sarà gratis».

Già, non sarà gratis. Una alleanza politica e sociale impone dei prezzi. E’ giusto. Purché sia chiaro che i prezzi li pagano tutti - il centro, la sinistra, la borghesia, i ceti popolari - e che il punto di equilibrio politico che va trovato non può essere una semplice riproposizione - più colta ed educata - delle vecchie politiche della destra. Per capirci: il futuro governo di centrosinistra - usiamo uno slogan - non può essere un governo “Prodi- Montezemolo”, né può essere una alleanza nella quale viene delegato alla sinistra il compito di occuparsi del “teatro” (cioè le regole del gioco, i diritti in Tv, le par condicio e quelle cose lì, le varie norme e limitazioni o esaltazioni del ceto politico) e ai rappresentanti dei “poteri veri” resta il compito di decidere le politiche economiche e statuali. Questo - e Mieli lo sa - non sta nelle cose. Per un motivo, in fondo, semplicissimo: che dentro la coalizione, stavolta, avranno un peso consistente le forze della sinistra radicale guidate da Rifondazione.

ROMA, 26 gennaio – Ora è ufficialmente impossibile evitare il viso confidenziale, sorridente e lisciato dal chirurgo di Silvio Berlusconi. Negli ultimi tempi è apparso in televisione quasi ogni sera, parlando di sua madre, delle sue idee sulla morale, dei suoi nemici, del suo giardino (smisurato: 100 ettari, come sottolinea), e anche di Erasmo.

”Erasmo diceva: Le migliori idee non vengono dalla ragione, ma da una lucida follia visionaria” ha dichiarato Berlusconi, primo ministro italiano, nel corso di un’intervista di un’ora e mezza trasmessa questa settimana da una delle tre reti televisive di sua proprietà.

Visionario o tendente alla follia, Berlusconi si è lanciato con l’abituale energia in un inconsueto blitz sui mezzi di comunicazione: una prolungata televendita rivolta agli elettori italiani, che i sondaggi mostrano stanchi di lui dopo cinque anni di governo. “Ciclone Silvio” ha strombazzato sulla copertina dell’ultimo numero il settimanale Panorama, pure di sua proprietà.

A poco più di due mesi dalle elezioni nazionali, questo teatro politico rappresenta, secondo molti, la lotta dell’uomo più ricco d’Italia, presidente del consiglio in carica per il periodo più lungo, per la propria sopravvivenza politica. Il copione prevede l’attacco.

Vigoroso sessantanovenne, dall’aspetto più giovane e con più capelli di quando è entrato in carica, grazie alla chirurgia estetica che ha discusso in pubblico, ha iniziato due settimane fa accusando il principale partito dell’opposizione di centrosinistra di affari poco trasparenti. Poi Berlusconi, più volte processato per corruzione ma mai arrestato, ha fatto una visita ai magistrati a questo proposito.

Immediatamente coi suoi alleati del centro destra – uno dei quali ha definito la visita in procura “di cattivo gusto” –sono ripresi i periodici battibecchi. Questa settimana Berlusconi si è impegnato in un altro bisticcio, stavolta col presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sul desiderio da parte di Berlusconi di prolungare la durata del parlamento di due settimane oltre la data del 29 gennaio originariamente fissata da Ciampi per lo scioglimento delle camere. “Solo contro tutti” ha dichiarato il primo ministro settimana scorsa.

La questione è se, spingendo via tutti gli altri, Berlusconi possa guadagnarsi l’ammirazione – e i voti – degli italiani alle elezioni previste per il 9 aprile.

”Sta conducendo una campagna elettorale che dimostra leadership” dice Carlo Pelanda, professore di relazioni internazionali e collaboratore di due quotidiani conservatori italiani. “Se si analizzano le tendenze elettorali, non è vero che la sinistra stia crescendo. È vero che alcuni elettori di centro destra hanno perso un po’ di interesse per Forza Italia, e Berlusconi deve sollecitare l’entusiasmo della gente che gli ha dato il voto nel 2001”.

Almeno, anche i suoi molti nemici concedono che Berlusconi, a capo del partito Forza Italia, sta dominando il dibattito, e insieme a televisione, radio, giornali e riviste ci sono pure i manifesti per le strade. La sua accusa che il principale partito di opposizione, i Democratici di Sinistra, abbiano avuto un ruolo in una oscura acquisizione, sembra essere riuscito a mettere l’opposizione, non certo famosa per la sua unità anche nei tempi migliori, in ulteriore disagio.

Secondo alcuni esperti, questa offensiva potrebbe essere il colpo da maestro di un esperto tattico, che rivela speranze di rielezione migliori di quanto non mostrino i sondaggi. “È un uomo d’affari troppo realista: se avvertisse davvero che la situazione è disperata, o irrecuperabile, probabilmente cercherebbe una strategia d’uscita” dice Franco Pavoncello, analista politico alla John Cabot University di Roma. “Agire così è significativo, secondo me, del fatto che sente di poter probabilmente modificare la situazione”.

Nicola Piepoli, presidente dell’Istituto Piepoli, specializzato in sondaggi, dice che anche lui non considera Berlusconi fuori gara, e crede che stia riuscendo a infondere energia nella base dei voti più conservatori. Però, aggiunge, i dati dei sondaggi non mostrano ancora uno spostamento a suo favore. “Aveva il 46% prima, e ha il 46% adesso” dice Piepoli, sottolineando come Berlusconi affermi di star superando la differenza rispetto all coalizione di centrosinistra guidata dall’ex primo ministro Romano Prodi.

In un paese tradizionalmente dominato dai partiti, e non dalle singole personalità, la campagna mediatica in stile americano di Berlusconi è tanto nuova quanto ubiqua. I critici sostengono che sta usando in modo scorretto la sua posizioni di capo del governo, che controlla la televisione pubblica, e di magnate della comunicazione che controlla le proprie reti. Secondo uno studio comparso sui giornali italiani, ha avuto più di tre ore di tempo televisivo in due settimane, mentre Prodi appariva per soli otto minuti.

Il tono della campagna è apparso chiaro sin dall’inizio, quando Berlusconi è comparso in un popolare talk show politico, attaccando a testa bassa il suo elemento di maggior debolezza politica: l’idea, diffusa anche fra molti alleati, di aver usato il governo per tener lontani i magistrati. Nel corso della trasmissione, è riuscito a ricordare agli italiani che alcuni degli scandali principali sono accaduti all’epoca dei governi di centrosinistra. Ma è andato anche oltre: si è definito un esempio vivente di “come politica e affari devono rimanere separati”.

”La politica” ha dichiarato di fronte a un interlocutore esterrefatto, “non mi ha mai aiutato negli affari”. Per attenuare i colpi sferrati nel primo spettacolo, più tardi è comparso in un programma dedicato al calcio (è proprietario non solo della rete che lo trasmetteva, ma anche della squadra di calcio del Milan). Mentre la sinistra annaspava per rispondere all’attacco, Berlusconi diventava una presenza quasi quotidiana per gli spettatori televisivi, dibattendo col capo dei Comunisti, Fausto Bertinotti, e con Francesco Rutelli, che guida il partito di centro sinistra della Margherita.

Lunedì, ha risposto alla più gentile delle interviste possibili da parte di uno dei più popolari personaggi della televisione italiana, Paolo Bonolis, mostrando immagini della famiglia, e di sé insieme a tre presidenti americani. “Ho fatto visita a Bush 20 volte” ha detto, mettendo se stesso – e così l’Italia – al centro del palcoscenico mondiale.

La sua battaglia col Presidente Ciampi sulla data di scioglimento delle camere è stata anche determinata, sostengono i critici, dal desiderio di rimanere visibile. Anche se ha sostenuto che il parlamento aveva lavori fondamentali da concludere prima delle elezioni, la campagna elettorale comincerà ufficialmente al momento in cui le camere vengono sciolte, e per legge i tempi televisivi saranno distribuiti equamente fra i due schieramenti sino alla data delle elezioni.

Prodi ha dichiarato che la battaglia di Berlusconi con Ciampi mostra come il primo ministro abbia bisogno di tempo televisivo extra per ribaltare “il giudizio degli elettori” su di lui. “Non vogliono regole” ha dichiarato lunedì riferendosi a Berlusconi e ai suoi sostenitori. “Vogliono un Far West dove l’unica cosa che conta è la possibilità di spendere denaro e comparire in televisione”. Berlusconi ha vinto la sua battaglia: Ciampi ha consentito di sciogliere le camere l’11 febbraio.

here English version

Caro Massimo,

leggendo il tuo lungo Forum all’"Unità", mi è venuta, di continuo, la voglia di interloquire direttamente con te e con le cose che dici. Perciò ti scrivo questa “lettera”. Non è certo, la mia, una pretesa di “parità” di ruolo politico, è una libertà che mi prendo a partire da una vecchia amicizia, nata nel mezzo di “anni formidabili” e nutrita, a tutt’oggi, da stima e solidarietà, a dispetto della distanza delle nostre rispettive posizioni politiche. Leggendo la tua intervista, dicevo, apprezzando il tono razionale e determinato che la caratterizza, annotandone, per altro, alcuni passaggi non del tutto chiari, mi sono venuti molti e contraddittori pensieri. Il primo dei quali lo formulo così: Massimo, hai ragione, ma in realtà hai torto. Un ossimoro che va spiegato.

In effetti, il leit-motiv della tua intervista ha un fondamento: è in atto "un’operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra", i Ds. E’ in corso, cioè, una campagna di delegittimazione politica e demonizzazione morale del maggior partito italiano, orchestrata da “poteri forti”, densa di strumentalizzazioni anche bieche, alimentata da grandi e piccoli giornali con tutti i mezzi - compresa la pratica barbarica della pubblicazione di intercettazioni telefoniche prive di ogni rilievo penale.

Aggiungiamo che, in un clima che “autorizza” - sembrerebbe - all’uso di tutti i mezzi, “à la guerre comme à la guerre”, anche la tua persona è diventata un bersaglio privilegiato di attacchi davvero ignobili - e che, in sostanza, c’è materia non solo di riflessioni, ma di preoccupazioni per il futuro. Compreso il passaggio a cui alludi: una competizione elettorale come quella che rischia di essere alle porte, traboccante di veleni e scoop, rischia moltissimo di contribuire, non poco, al qualunquismo, alla sfiducia di massa, al “sono tutti eguali”.

D’altronde, una destra già quasi sconfitta su che cosa può puntare se non su un improvviso disincanto di massa, su quella crisi della politica che può non risparmiare nessuno? La nostra gente - il popolo di sinistra - rischia di uscire da questa storia più che altro “disorientata”, come si diceva una volta. Non è che noi di Rifondazione non vediamo bene questo pericolo: contrariamente a quel che dice Peppino Caldarola, tutto abbiamo fatto, facciamo e faremo fuorché speculare su queste storie nella speranza (per altro illusoria) di una manciata di voti in più, rubati al partito cugino (o fratello, fai tu). Fin qui, hai ragione, o hai comunque molte ragioni. Dov’è, invece, quel che non convince?

Come spesso accade, il problema è la diagnosi - l’analisi. Perché qualcuno sta cercando di mettere in mezzo la Quercia? E perché qualcun altro, magari gli stessi, vorrebbero volentieri sbarazzarsi della tua presenza protagonistica sulla scena italiana? Tu dici: perché i Ds incarnano, più di qualunque altra forza, “l’autonomia della politica”. Ovvero, la capacità della politica di governare e dirigere i processi reali - dell’economia prima di tutto - senza soggezioni o subalternità ai poteri costituiti.

In un altro passaggio, dici, più o meno, che il “peccato originale” diessino è stato il tentativo di intervenire contro i più prestigiosi poteri del capitalismo italiano - la Fiat - e aiutare, appoggiare, sostenere la nascita di nuovi poteri “indipendenti” - la famosa Opa di Colaninno, per intenderci. Ora, qui emerge la portata strategica della questione, e del nostro dissenso di fondo: aver accarezzato l’illusione che, per ritrovare un ruolo politico primario, per ricostruire un sistema di alleanze sociali largo e robusto, per ritornare ad esercitare sulla società italiana una vera e rinnovata egemonia, la strada giusta per la sinistra fosse quella di “appoggiarsi” su un pezzo di capitalismo - quello avventuroso, o all’apparenza in ascesa. Qui, è vero, la questione morale non c’entra nulla: c’entra invece, fino in fondo, l’idea di politica, l’idea di sinistra. Quell’opzione, ribadita in tutti gli ultimi congressi Ds, che la sinistra del duemila, per esser tale, altro non debba che “governare la modernizzazione”, cioè il capitalismo nell’era della globalizzazione - magari individuando in qualche pezzo della neo-borghesia nazionale un antidoto efficace ai guai della concorrenza e del mercato mondiale. Perdonami se ti dico che questo passaggio politico - proprio questo - mi ricorda da vicino il tentativo di Bettino Craxi: so che, giustamente, non hai mai demonizzato l’ex-leader socialista, ma l’hai valutato per quello che è realmente stato, il “revisionista” più osè della politica italiana, e del suo filone “riformista”. Anche Craxi, intendo dire, dopo aver coniato (o fatto coniare da Martelli), lo slogan “governare il cambiamento”, si pose il problema di tenere botta ai poteri forti, come la Fiat, che non lo amava, e pensò di contare su forze nuove - tipo il “made in Italy”. Anche Craxi entrò in rotta di collisione totale con il *Corriere della Sera*. E anche Craxi diventò oggetto di una campagna negativa ad alta intensità, alla quale rispondeva per lo più con la sindrome del complotto - ma anche rivendicando il carattere generalizzato e diffuso di alcune pratiche, quel “lo fanno tutti”, che un leader politico non dovrebbe mai dire. Non è che una suggestione, un’analogia: è chiarissimo, ai miei occhi, sia quanto tu sei diverso da Bettino, sia quanto i Ds, il corpo attivo del partito, siano lontani dal craxismo. Per fortuna. Resta però che l’illusione di “migliorare” il capitalismo da dentro, accettandone la logica di fondo e puntando tutto sul suo possibile, auspicabile, “necessario” riequilibrio interno, è, secondo me, un’illusione pericolosa - non perdi solo l’anima, perdi la partita strategica. Dentro tutta la vicenda Unipol-Bnl non c’è proprio, al fondo, questa stessa illusione? Nulla a che fare, dal mio punto di vista, sul terreno giudiziario, che è sempre bene lasciare alla magistratura. Molto a che fare, però, sul terreno morale - chiamalo strategico, se è più chiaro - su che cosa è, può e deve essere oggi il movimento cooperativo. In breve: poiché il capitalismo non è neutro, come ben sai, e poiché esso è invece il regno dell’antipolitica (nel senso preciso che le sue leggi proprie di funzionamento sono la produzione di plusvalore, il profitto, l’arricchimento anche personale e cozzano per natura con l’idea stessa di “limite”), l’autonomia della politica, e della sinistra, come fanno a conciliarsi con l’internità al capitalismo, o alla modernizzazione, che tu rivendichi? E alla fin fine, se entri nel gioco, “in partibus infidelium”, come fai, a trasformare (anche tu!) in una specie di complotto quella che a me pare, piuttosto, la “normale” pratica dello scontro dei poteri, usi ad ammazzare i parvenus o usi, ad ogni buon conto, a preservarsi, a rafforzarsi, a stipulare patti, accordi, alleanze con chi più li aggrada?

Oggi, questi poteri vogliono un’Italia normalizzata: senza più alcun genere di sinistra. Forse vogliono perfino rilanciare lo sviluppo - quello produttivo che, mi pare, anche tu torni a privilegiare su quello finanziario e speculativo - ma alla condizione di un riassetto del sistema politico nel quale, sì, la “damnatio memoriae” pesa, e come: D’Alema sarà certo diverso, diversissimo, da Bertinotti, ma resta pur sempre il terminale attivo di un’altra storia - di grandi speranze collettive.

Caro Massimo, mi rendo conto che qui il discorso rischia di diventare ideologico e di sfiorare le ragioni per cui tu sei (quasi) il massimo leader dei Ds e io una militante di Rifondazione. Ma sei davvero così sicuro che, dal punto di vista strategico, i Ds non hanno proprio nessuna colpa? Che la strada imboccata - a partire da quella maledetta “svolta” di quasi vent’anni fa - sia stata una scelta così felice? Oggi, siamo arrivati, forse, al tempo delle decisioni “definitive”. Consentimi di citare ancora Bettino Craxi, che fece proprio il vecchio adagio: “primum vivere, deinde philosophare”. Io penso che sì, sarebbe bene che i Ds vivessero, senza farsi assorbire da un Partito democratico qualsiasi - mi pare che, in questo Forum, mazzoli con una certa durezza annessionismi rutelliani e freddezze prodiane. Ma potrebbe, il tuo partito, pensar di vivere, se non a sinistra?

LE ELEZIONI amministrative di oggi e di domani sono un’altra cosa dalle elezioni politiche di un mese e mezzo fa. Non rappresentano una conferma o una rivincita di quel risultato. Così pure il referendum costituzionale del 25 giugno: non è in gioco il governo ma una proposta di riforma da alcuni considerata mirabile e da altri esecrata.

Così sostengono Prodi e i partiti dell’Ulivo.

Berlusconi (ma non lui soltanto, anche Bossi, Fini e Casini) sostengono stentoreamente l’esatto contrario: il voto di oggi (venti milioni di italiani alle urne) e quello referendario del 25 giugno serviranno in primo luogo a stabilire da che parte sta la vera maggioranza, il paese reale. Serviranno ad uscire dall’incertezza su chi deve comandare. Perciò tutti alle urne e se la spallata sarà confermata dai voti, allora tutti in piazza, tutti a Roma per imporre all’imbalsamato Napolitano lo scioglimento delle Camere e il ritorno al potere dell’Uomo della Provvidenza.

Del resto lui, quell’Uomo, non ha forse scritto una lettera personale a tutti i capi di Stato e di governo d’Europa per informarli che le elezioni del 9 aprile le ha vinte lui e che ritornerà al potere entro poche settimane dopo che alcuni controlli burocratici saranno stati adempiuti? Un fatto simile non si era mai verificato. Non era mai accaduto che un candidato sconfitto si rivolgesse alle cancellerie straniere per comunicare che lui è ancora lì, presente e vittorioso.

L’altro ieri Giuliano Ferrara nella sua ultima trasmissione "Otto e mezzo", ha chiesto a Massimo D’Alema con una buona dose di malizia se sarebbe stato permesso al centrodestra di organizzare pacifiche manifestazioni di piazza.

Ovviamente D’Alema ha risposto sì. «Vogliamo metterlo per iscritto?» ha proposto Ferrara mellifluo, «un patto tra gentiluomini, non si sa mai...».

Un patto scritto tra un vicepresidente del Consiglio e un conduttore televisivo de La7? Veramente il comune senso del pudore ha fatto fagotto. Del resto nelle stesse ore Berlusconi (con Fini e Casini che si spellavano le mani con applausi entusiastici) apostrofava il suo pubblico a Milano e subito dopo a Roma adottando la retorica mussoliniana: «Siete pieni di rabbia contro questo governo?». «Sì» urlava la platea. «Siete favorevoli a non trattare su niente con quella gente?». «Sì» rispondeva il coro. «Siete pronti a muovervi senza paura? Siete pronti a venire tutti a Roma al mio primo richiamo?». «Sì, a Roma». «Non ho sentito bene, ripetete ancora». «Sì, a Roma, senza paura».

Nel frattempo alcune camionette gremite di giovanotti in camicia nera, stendardi con fiamma tricolore e fasci littori, percorrevano le vie di Roma cantando inni e minacciando vendette.

Questo è il clima. Forse sarebbe utile rasserenare l’atmosfera, distinguere i diversi appuntamenti elettorali, avviare un riconoscimento reciproco dei diversi ruoli costituzionali e politici, ma per arrivare a questo risultato bisogna essere in due come nei matrimoni.

Berlusconi ha preso un’altra strada. I suoi alleati lo seguono senza alcun distinguo. In questa situazione il rasserenamento è una favola.

Sandro Viola, in un gustoso articolo di qualche giorno fa su queste pagine, prevedeva che i giornalisti italiani, avvezzi da anni alle sciabolate antiberlusconiane dovessero ora morire di noia dopo l’uscita di scena del Cavaliere.

Purtroppo non potremo goderci questa noia riposante perché il nostro uomo è sempre lì, più vociante e aggressivo che mai. Più demagogo ed eversivo di prima. Il finale del Caimano ripreso alla lettera. Altro che annoiarsi, caro Sandro...

* * *

Avevo pregato un mio amico imprenditore di raccontarmi il «matinée» della Confindustria dell’altro giorno nella grande sala dell’Auditorium di via dell’Architettura gremita in ogni ordine di posti. Secondo il suo resoconto (del resto confermato da tutti i giornali) il momento di maggior rilievo è stato il lunghissimo applauso, anzi la «standing ovation» tributata a Gianni Letta. Più lungo e più intenso del battimano a Montezemolo. Più che al nome di Ciampi. Più di quello alla memoria di Biagi e della intoccabile legge ribattezzata con il suo nome.

Il mio amico mi ha proposto alcune e diverse interpretazioni di quell’applauso. 1. Hanno applaudito Letta per la sua candidatura al Quirinale, poi ritirata in corso d’opera. Quasi un applauso polemico nei confronti di Napolitano. 2. Un applauso al "factotum" di Silvio Berlusconi indirizzato dunque a quest’ultimo per interposta persona. 3. Un applauso a Letta mediatore per eccellenza, contro la linea dura e avventurosa che Berlusconi sta portando avanti e che non si sa dove ci porterà.

Tu - gli ho chiesto - quale interpretazione dai? Mi ha risposto «Le prime due, la terza è fuori discussione». E credo che le cose stiano esattamente così. Ma se stanno così la questione merita attenta riflessione perché quei duemilasettecento plaudenti, anzi osannanti, non sono persone qualunque. Sono i delegati delle associazioni territoriali e di categoria degli industriali di tutta Italia; imprenditori piccoli, medi, grandi; del Nord, del Centro, del Sud; gente che sa leggere i bilanci, conosce il mercato nazionale e quello internazionale; gente che viaggia, esporta, importa, conosce i congegni del credito e delle Borse, lavora e dà lavoro, discute con la pubblica amministrazione, paga le tasse, i contributi, assume e licenzia lavoratori.

Insomma rappresenta l’Italia produttiva. Il «business». Il fatturato. Infine la borghesia, quale che sia il significato che si voglia dare a questa parola.

La borghesia produttiva.

Ebbene, questa borghesia sa le seguenti cose:

1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po’ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d’un governo munito d’una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell’Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell’Anas.

2. Nel 2001 l’avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.

3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007.

La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l’intera Eurolandia.

4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.

5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.

* * *

Mi limito a ricordare questi cinque indiscutibili dati di fatto come consuntivo dei cinque anni del trascorso governo, ma dovrei ancora aggiungere le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell’immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef.

Sulla base di questo consuntivo si vorrebbe capire quali siano le ragioni di nostalgia del passato governo da parte dell’Italia produttiva, borghese, moderata, pragmatica.

Esiste una questione settentrionale? Sì, esiste. È nata dopo il voto di due mesi fa? Non direi proprio, ci vogliono anni se non decenni per far nascere problemi di quella portata. Questa questione è stata affrontata negli ultimi cinque anni? Non sembrerebbe. Però avete nostalgia del Cavaliere.

Poiché manca ogni spiegazione logica, ogni rapporto causale, ogni riscontro economico che possa spiegare quella nostalgia, mentre tutti i dati a consuntivo dovrebbero suscitare un senso di liberazione; allora bisogna cercarla, quella spiegazione, in qualche cosa di irrazionale, in un sentimento, in una ideologia, ma quale?

* * *

Il governo di centrodestra non è stato né liberale né liberista, su questo punto sono tutti d’accordo a cominciare da Tremonti. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla.

Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l’antiparlamentarismo e l’antipolitica, ma poi, d’un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema. Avete nostalgia di tutto questo?

Oppure vi piace il Berlusconi di oggi (che poi non è diverso da quello di sempre, con la differenza per lui non piccola di non essere più a Palazzo Chigi)? Vi piace il Berlusconi eversivo che mima una sorta di marcia su Roma per riconquistare il Palazzo? Di questo avete voglia? Sembrerebbe impossibile che i rappresentanti della borghesia produttiva, moderata, pragmatica, siano disposti a seguire l’avventurismo d’un demagogo che vuole tornare in sella subito. Rifare subito le elezioni.

Subito. Vuol dire sospendere per almeno altri sei mesi ogni possibilità di governare. Niente politica economica, Camere di nuovo latitanti, congelamento dell’Italia all’interno dell’Unione europea, rating sul debito ai minimi termini.

Sapete bene che gli effetti di quell’avventura sarebbero questi. Ed è questo che volete?

* * *

Post Scriptum. I voti della Val d’Aosta e gli italiani all’estero non entrano nel computo per l’attribuzione del premio di maggioranza, ma fanno parte dei voti di schieramento politico. Ne consegue che la maggioranza di centrosinistra non è di 24 mila voti come finora si è detto ma di 130 mila.

Non saranno moltissimi ma nemmeno tanto pochi.

Verrà di sicuro il giorno in cui l’Unione di Prodi, avendo vinto le elezioni, si troverà di fronte un’opposizione normale, che contesta anche duramente la politica del governo, ma che non lo chiama illegittimo, frutto di enorme usurpazione. Una parte degli oppositori proseguirà la battaglia di Berlusconi, imboccando la strada del combattente irregolare che rifiuta di indossare l’uniforme di guerra e volutamente si fa partigiano, ma pian piano la strategia della piccola guerra illegale, detta anche guerriglia, perderà seguaci. Quel giorno, forse, l’Italia ritroverà un suo metodo di convivenza politica ordinato, prevedibile, una razionalità non continuamente travolta da emozioni esagerate. Una fase storica forse si concluderà, cominciata nel ‘91-‘92 con Mani pulite e contrassegnata da una questione che lungo gli anni s’è fatta centrale: la questione della legittimità.

La questione della legittimità si pone quando cessa la maestà indiscussa e stabile della legge, e si accampa una giustizia sostanziale che trascende la legalità condivisa, trasgredendola. La legittimità fa appello a un diritto superiore a quello rafforzatosi nel tempo, e sospende la vita politica consueta inaugurando uno stato di eccezione transitorio o permanente, a seconda di chi rompe le regole. L’eccezione assoluta è quella di Antigone, che s’appella a un diritto naturale che il potere costituito, sulla base di regolamenti arbitrari, non ritiene legale.

Ma contestare la legalità quando essa nuoce a una carriera e contrapporla sistematicamente a una superiore legittimità è caratteristica del dittatore o dell’anti-politico, che irrompe nella politica e la sovverte creando un’emergenza ininterrotta. Denunciando il voto-truffa Berlusconi scommette sul permanere di quest’antinomia fra legittimità e legalità, che da anni cattura l’Italia e che gli consente d’affogare l’anomalia del proprio conflitto d’interessi in una anomalia cosmica, da cui tutti sarebbero infettati.

Il diritto superiore cui Berlusconi si è appellato lungo gli anni non ha nulla di fermo, di costante: ieri era il giudizio delle urne opposto a quello dei tribunali; poi erano le leggi ad personam al posto della legge uguale per tutti; oggi è la «maggioranza morale» che premia su quella dei votanti. Due più due per lui non fa quattro, per lui l’equazione sarebbe un’impudenza sommamente insopportabile come lo è per l’Uomo del Sottosuolo di Dostoevskij: «Due più due quattro ha un'aria strafottente, vi si piazza in mezzo alla strada con le mani sui fianchi e sputa. Sono d'accordo che due più due quattro è una cosa magnifica; ma se si vuol lodare proprio tutto, allora anche due più due cinque è una cosuccia talvolta molto carina». La democrazia sostanziale ha da prevalere su quella legale, il sistema rappresentativo è una maschera grottesca incollata sull’essere reale della nazione: lo diceva Charles Maurras nel ‘37, ed è ancora l’argomento della destra estremista. Paradossalmente, il giorno in cui simile stato d’eccezione finirà, la politica cesserà di dominare ogni anfratto delle nostre esistenze. Nella strategia del partigiano, la popolazione non si compone di cittadini con idee e occupazioni diverse ma si suddivide in fanatici, ribelli e indifferenti.

Molto, forse tutto, dipenderà dalla coalizione guidata da Prodi: dalla capacità che essa avrà di aiutare i cittadini a ricongiungere l’imperativo della legittimità con quello della legalità. Chi sistematicamente invoca superiori legittimità mette infatti in causa la liceità delle leggi, attenta alla stabilità dell’ordine giuridico, sospende per ciascuno ­ politico e cittadino ­ l’esecuzione dei propri doveri. Il resistente o il gregario sono le due uniche figure in cui si sostanzia il rapporto con l’autorità. Anche nella sinistra questa tradizione eversiva ha radici forti: il caos rivoluzionario affascina estremisti d’ogni tipo.

Restaurare la maestà della legge non è solo questione etica. Non è solo il tentativo di fondare su norme condivise e non arbitrarie sia la legalità, sia la legittimità. È operazione necessaria perché ricomincino a proceder bene l’economia, la crescita affidabile delle imprese, l’imposizione di tasse che consentano a ospedali e scuole di funzionare, l’abitudine dei magistrati all’autonomia, alla correttezza. Restaurare la maestà della legge non è abbassare toni e conflitti ma togliere al conflitto i miasmi della distruttività e del libertinaggio. È un compito immane: sia perché gran parte della classe politica non è più abituata a una libera parola che non sia libertino turpiloquio, sia perché un certo numero di politici continuerà ad agitare il vessillo della vera democrazia, mutilata o usurpata. Questo agitarsi non è solo l’inelegante incapacità di perdere, derisa dalla stampa estera. La mancanza d’eleganza interiore è un veleno terribile, come lo sono l’ottusità e l’ignoranza militanti. Si può scommettere naturalmente su isole di razionalità nella futura opposizione: Berlusconi potrebbe restare isolato. Ma è la sinistra con i suoi comportamenti, il suo stile e le sue politiche che dovrà fare il lavoro essenziale.

Il senso del dramma potrà aiutare l’Unione a lavorare e superare le divisioni. In fondo il mandato di oggi non è molto diverso da quello che generò la volontà costituente nel dopoguerra, quando l’urgenza era di restaurare un’affidabile legalità democratica. Se tale è il mandato, i partiti e le identità contano, ma ancor più conta la coalizione che dovrà favorire il ritorno a un rapporto di fiducia tra italiani e giustizia, italiani e Stato, italiani e diritti-doveri.

Continuare a occuparsi delle identità partitiche significa sottovalutare il dramma: pensare d’aver tempo, agio. Invece tempo e agio son brevi, e per tanti motivi c’è incendio in casa. La maggioranza vincente è esigua, minacciosamente. Il Nord che produce ricchezze non le ha dato fiducia. Il rapporto degli italiani con legalità e giustizia è guastato. L’Europa è inferma, e per ricostruirsi ha bisogno di Parigi e Berlino ma anche di Roma.

Non ultima, la Conferenza episcopale: anch’essa s’è acclimatata a un’Italia anomala, intervenendo nella sua politica come non usa in altre democrazie.

Il discorso sui valori che essa fa e che viene esibito da molti esponenti del centro-destra nasconde la rinuncia a stigmatizzare un ormai diffuso dispregio dell’etica pubblica.

Rifondare il senso delle leggi e lo spirito costituente è difficile, imporrà un’inusuale disposizione al sacrificio. Verrà il giorno in cui ci si occuperà delle singole culture politiche e identità. Ma fino a quando c’è chi combatte irregolarmente una sua guerra da partigiano, converrà sospendere ogni calcolo particolare e avere un obiettivo prioritario: ripristinare non solo la maestà della legge, ma l’utilità per tutto un popolo di questa maestà.

Oggi noi italiani siamo chiamati a fare il nostro dovere: votare. E credo che oltre che un dovere, sia un privilegio. La mia generazione sa che cosa vuol dire non poter scegliere, tant'è vero che molti hanno dato la vita per permettere a tutti di poter uscire stamattina e andare al seggio. Non sono qui a dare indicazioni di voto, ma voglio condividere con voi delle riflessioni che ho fatto in queste settimane. Per cinque anni, su queste colonne ho espresso il mio pensiero su Silvio Berlusconi. Dal punto di vista di qualcuno, l'ho fatto anche troppo.

Dunque, che il Cavaliere non mi piaccia, niente ovviamente di personale, è chiaro. Sintetizzando prendo a prestito le parole di Corrado Alvaro: «Abbiamo il diritto di sapere non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca». Aggiungo, anche come hanno fatto a riempire quella tasca. Adesso devo dirvi perché sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito «coglioni ». Credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti allo studio e uguali possibilità nell'affrontare la vita; credo nella magistratura, nella sua indipendenza, e che tutti possano difendersi qualunque sia il conto in banca, quindi non credo alle trame; credo nella libertà di espressione, cioè giornali e televisioni liberi di criticare il potere; credo che non debbano esserci prevaricazioni né leggi ad personam, per sé, familiari o amici; credo che la pace debba sempre vincere sulla guerra; infine credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti per un pugno di voti. Non mi fido di chi ha avuto cinque anni e li ha spesi male. E non ho mai sopportato quelli che fanno promesse e non le mantengono.

Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci.

Quindi l’appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato: in quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.

In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.

Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D’altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.

Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. E’ questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. E’ proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi..

Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.

E’ in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.

Umberto Eco

Hamas ha vinto le elezioni: i terroristi hanno sconfitto la democrazia con le sue stesse armi, quelle elettorali, oppure la democrazia elettorale ha saputo convincere anche chi non le credeva? È ovvio che soltanto il tempo ci darà una risposta certa, ma quel che oggi possiamo già dire è che la prima risposta - quella che si attesta sul pericolo che Hamas porti il terrorismo in Parlamento - è tutt’altro che fondata. Per una serie di motivi: se non credi alle elezioni non vi partecipi; se vi partecipi vuol dire che poi seguirai le logiche parlamentari.

E poi: se non le seguirai perderai il sostegno popolare ottenuto così largamente; se violi le regole democratiche, non potrai più evocarle per difenderti dai soprusi altrui.

Si potrebbe dire che addirittura il mezzo trasforma chi lo utilizza: o Hamas chiude il Parlamento (ma allora perché ha voluto entrarci?), o il Parlamento atrofizza il terrorismo.

Una nuova grande sfida sorge nella storia del rapporto tra Israele e Palestina: la democratizzazione di Hamas sconvolgerebbe tutte le aspettative più consolidate e Hamas potrebbe scoprire che la democrazia paga più che un attentato. Ma se si incomincia subito con la sferzante alzata di spalle: terroristi erano e tali restano anche dentro un Parlamento, allora è chiaro che non ne potrà venire nulla di buono, a incominciare dal giudizio ingeneroso e aprioristico che daremmo sulla società palestinese: ha scelto Hamas perché è terrorista, oppure perché spera che porti nella lotta politica parlamentare tutta la forza del suo programma indipendentistico?

Non dovremo, poi, disprezzare la forza delle istituzioni: Hamas non ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroristiche, e non potrà usare il terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia infatti, tra le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioé chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le loro regole. Le responsabilità di governo trasformano chi se le assume. Ma non accadrà invece (credo di sentir dire) che i meccanismi democratici saranno piegati e distorti a vantaggio dei terroristi, e che proprio le elezioni, uno dei più sacramentali riti della vita democratica, siano violentate da un movimento che ammantatosi da agnello per vincere le elezioni poi ridiventa lupo cattivo?

Ovviamente nessuno di noi conosce il futuro, ma oso ipotizzare che gestire del potere politico potrebbe fare di Hamas un partito di governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la ripresa di un vero processo di pace con Israele. L’ultimo Sharon non ha preso decisioni che parevano contrarie alla sua politica? Y. Rabin, da militare, fu un combattente spietato, ma da politico divenne un abilissimo diplomatico: essi fecero non tanto ciò che era nelle loro corde emotive, ma ciò che politicamente era più vantaggioso e in entrambi i casi li aveva portati vicinissimi alla pace. Potremmo dunque ribaltare gli allarmi pessimistici ipotizzando che il processo di pace potrà riprendere più facilmente tra interlocutori rappresentativi della reale posizione dei rispettivi paesi e vincolati a procedure di tipo democratico: pace e democrazia sono l’una la conseguenza dell’altra e avanzano soltanto insieme. Se è vero che l’Autorità nazionale palestinese del passato non era democratica, ora che il suo governo è stato eletto, Israele per la prima volta avrà un interlocutore affermatosi con le schede elettorali e non il fucile.

Un curioso dilemma si apre di fronte alla politologia occidentale: dopo le elezioni in Iran, in Egitto, in Iraq, ora in Palestina, continueremo a pensare che i risultati che vi si ottengono non sono (ancora) democratici, oppure finalmente incominceremo a dirci che, insomma, quella elettorale non è tutta la democrazia, ma ne è almeno un buon inizio?

Oppure, perché mai le vorremmo in Iraq e non altrove? Perché le elezioni in Afghanistan devono essere state democratiche (chi ne ricorda i risultati?), e quelle in Palestina no? Qui entra in gioco una delle scommesse fondamentali alla teoria democratica lanciate dagli Stati Uniti quando sostengono che la democrazia si esporta non con l’esempio ma con la forza, come in Iraq. In certi stati l’esempio può bastare, in altri ci vuole un risoluto intervento che ponga fine alla dittatura? La risposta è semplice: chi la democrazia la subisce, non ne diventerà, appena possibile, un nemico?

La democrazia è un costume che si forma dentro di noi, come può svilupparsi mentre intorno sentiamo sibilare i colpi di fucile?

Non possiamo decidere quali elezioni siano buone e quali no, chi sia giunto democraticamente al potere e chi no. Sappiamo che lo strumento migliore per combattere il terrorismo non è il contro-terrorismo (che ne è altrettanto violento), ma la democrazia.

Se la popolazione palestinese sta incominciando a impratichirsi con lo strumento elettivo della democrazia, le elezioni, perché non apprezzarlo e confidare che, come gli elettorati occidentali, riuscirà a raffinarlo sempre di più?

IL PRESIDENTE DEI DS «Siamo interessati e disponibili a una serena discussione sulle regole. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i Ds siamo l’epicentro di una nuova questione morale. Non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito»

Ringraziamo il presidente D'Alema - inizia il direttore Antonio Padellaro - per avere accettato questa intervista-forum sulle questioni che agitano la politica in questi giorni. Anzitutto gli aspetti più grevi: sotto Natale Giuliano Ferrara sul Foglio ha scritto che i soldi che la Procura di Milano sta contestando a Consorte, 50 milioni di euro, sarebbero riconducibile a una maxitangente, destinata ai Ds e ha fatto il suo nome. La speculazione è caduta immediatamente, però ciò dimostra quale sia stato il livello dell'attacco scatenato in questi giorni nei confronti dei vertici dei Ds. Vuole commentare con noi questi fatti?

Abbiamo deciso di promuovere un’azione giudiziaria nei confronti de Il Foglio. Ci sembra un atto obbligato, e sarà l'occasione di approfondirne tutti gli aspetti, ne abbiamo parlato proprio ieri con l'avvocato Guido Calvi. Ma mi pare che queste insinuazioni non siano riuscite a fare breccia. È problema di Giovanni Consorte dimostrare se le operazioni finanziarie che egli ha avuto con Gnutti siano lecite o illecite. È tema su cui si pronuncerà la magistratura. Tema che non tocca per nulla il nostro partito, nel senso che si tratta di operazioni finanziarie di carattere personale. Oltre tutto, in questa vicenda si fa una gran confusione, schiacciando date e avvenimenti, per creare la sensazione che l'Opa-Bnl e i rapporti tra Consorte e Gnutti siano parti di una stessa vicenda. E a mio giudizio quella data non a caso coincide con la cessione di Telecom da parte di Gnutti a Tronchetti Provera. La vicenda, dunque, non ci ha riguardato minimamente. Non eravamo al governo, e io criticai quella operazione anche in pubblico. Non per ragioni personali, né certo per disistima nei confronti di Tronchetti Provera. Ma perché mi parve che l'operazione fosse per le sue modalità negativa per tanti piccoli risparmiatori, a differenza della tanto vituperata Opa di Colaninno. Ricordo per inciso che Consorte era stato partecipe di quell’operazione da me criticata, a conferma del fatto che Consorte e i ds non sono la stessa cosa.

È stata avanzata una critica politica nei confronti dei Ds riguardo ai rapporti, alle amicizie e alle alleanze di Giovanni Consorte...

Sono accuse curiose, perché da una parte siamo invitati a evitare ogni collateralismo e contemporaneamente siamo chiamati a rispondere su chi sono i manager del movimento cooperativo e su quali siano i loro rapporti. Consorte è presidente dell'Unipol dal 1992, eletto a questo incarico dalle cooperative, e via via confermato nel suo ruolo per una serie di successi ottenuti da una società quotata in Borsa che è diventata la terza assicurazione del Paese. Il partito non c'entra nulla, né con la sua nomina, né con la sua carriera, né con le sue amicizie. Credo che oggi anche lui consideri essere stato un errore le relazioni così intime che si erano venute creando con finanzieri dai comportamenti discutibili. Tuttavia vorrei ricordare che in questo Consorte è stato in amplissima e autorevole compagnia. Il presidente del Consiglio è tra i soci della finanziaria Hopa di cui Gnutti è presidente, e Gnutti è stato sino a ieri vicepresidente e socio di riferimento di Olimpia, la finanziaria che controlla la più grande impresa italiana, e che non è piccola parte della proprietà del Corriere della sera. Non ricordo alcun editoriale indignato, né titoli del tipo: «Fuori i furbetti dal tempio dell'economia italiana». Non lo dico a scopo di ritorsione. Ma per riportare una notizia che non è facilissimo ritrovare sui giornali. Il quadro che emerge è assai preoccupante e propone l’esigenza di una riflessione autocritica più complessiva e tocca la responsabilità di un’intera classe dirigente alla quale noi non ci sottraiamo. Ma rifiutiamo l’idea grottesca che i ds siano l’epicentro di una nuova questione morale. Tanto più agitata da chi non sembra avere titolo per fare la morale a nessuno. È ragionevole che tutti veniamo chiamati a riflettere su come - nel corpo fragile dell'economia italiana - abbiano messo radici fenomeni speculativi, operazioni ai limiti della legalità, che sicuramente vanno molto al di là dei personaggi di cui si discute. Ma non c’è nessuna nuova Tangentopoli, anzitutto perché non ci sono tangenti, in primo luogo al nostro partito, e poi perché nella vicenda di Tangentopoli i partiti intervenivano per alterare i meccanismi della concorrenza, per truccare appalti pubblici. Noi non abbiamo alterato e truccato alcunché. Siamo non solo disponibili, ma interessati a una seria e serena discussione sulle regole, sul perché dei guasti prodotti e sulle responsabilità di un’intera classe dirigente. Aggiungo che ritengo necessario approfondire un confronto sulla realtà attuale del movimento cooperativo, perché è evidente che siamo di fronte a una realtà economica che è divenuta via via, crescendo, assai diversa dalle cooperative di tanti anni fa, e che si pongono seri problemi per quanto attiene al rinnovamento delle forme di governance e alla ridefinizione della missione di queste grandi imprese. E qui certo c’è anche un nostro ritardo.

Ma non c'è stato anche un eccesso di reazione nei confronti di questa campagna?

Sono d'accordo con Romano Prodi: la politica non deve occuparsi di affari, ma del futuro del paese. Ma non possiamo essere ingenui. Nei grandi Paesi europei gli interessi economici che hanno rilevanza nazionale si muovono con l'appoggio della politica. Se una grande banca spagnola viene in Italia non possiamo pensare che ciò avvenga senza il sostegno della politica. Così quando le grandi imprese italiane sono sbarcate all'estero e spesso ne sono state ricacciate, ciò è avvenuto per l'intervento del potere politico di quel paese. Il nostro è un Paese fragile dove - mancando una visione dell'interesse nazionale - siamo litigiosi e autolesionisti: un Paese in cui per antica tradizione ci si associa volentieri con lo straniero per fregare il connazionale: Franza o Spagna purché se magna, è da secoli lo slogan di una parte delle classi dirigenti. Non si coglie che il movimento cooperativo è un pezzo importante dell'economia italiana. stiamo attenti a un certo provincialismo per cui tutto ciò che viene dall’estero è innovatore o moralizzatore: basti pensare a quel che scrive il Wall Street Journal sull'Abn Amro.

Vi vengono rimproverate, però, dichiarazioni avventate e contraddittorie…

Mi dà fastidio il moralismo a comando: in questa campagna c'è chi ha scoperto improvvisamente che non va più bene colui che fino a ieri è stato suo socio, anzi che è ancora suo socio. Non conosco Fiorani, non conosco Ricucci; per essere precisi conosco Profumo, ma non conosco Gnutti. Ma tra loro i contendenti si conoscono. È davvero curioso che vengano a fare la morale a me.

È stata rimproverato un atteggiamento di eccessiva tifoseria, e il coordinatore della segreteria dei Ds, Chiti, ha ammesso che si è trattato di un errore.

Chiti ha detto che si è peccato di eccessiva tifoseria da una parte e dall'altra. E ho letto decine di interviste a favore o contro questa Opa. Persino Bertinotti ne ha rilasciato una con il titolo: «Il Banco di Bilbao deve comprare la Bnl». Sarà lecito, dunque, se tanta parte del mondo politico tifava per gli spagnoli, che qualcuno tifasse per gli italiani. Comunque il tifo non mi pare un peccato mortale. Posso capire che adesso si dica: ora stiliamo una nuova regola, quando c'è un'Opa la politica taccia. Finché non c'è questa nuova regola non vedo, però, nessuno scandalo se il leader del maggiore partito si informa sull'andamento di un'operazione. Continuo a ritenere che se sorgesse in Italia una realtà bancaria legata alla Lega delle cooperative ciò arricchirebbe il pluralismo e rafforzerebbe il sistema economico italiano: è un'opinione politica di cui rivendico la legittimità.

La telefonata di Fassino e Consorte su cui si è imbastita la campagna di aggressione ai Ds non è stata uno sbaglio?

Non ritengo che si possa imputare a Fassino una telefonata in cui si chiedono informazioni, e che non ha nessuna rilevanza di natura giudiziaria. È un tipo di materiale facilmente manipolabile, basta cambiare una virgola per cambiare il senso, da una trascrizione non si riesce a capire se quella è una battuta di spirito, non c'è alcun valore di documento in quel brogliaccio di frasi prive di contesto. Ma la verità è che siamo l'unico Paese al mondo in cui leggendo su un giornale di proprietà della famiglia del premier la trascrizione illegittima della intercettazione telefonica di un leader dell'opposizione, anziché scattare su e denunciare lo scandalo, l'attentato alla democrazia, si discute del contenuto della telefonata. Come se per il Watergate negli Stati uniti si fosse discusso del contenuto delle conversazioni tra i leader democratici, e non del fatto che essi erano spiati dal governo. Il che dimostra una scarsa cultura democratica di questo Paese. Questa vicenda è il termometro di qualcosa d'altro: senza nessuna base che poggi sui fatti scatta verso di noi un linciaggio che non verrebbe consentito contro nessun altro, forse perché si pensa che venendo da una certa storia noi siamo quelli che possiamo essere presi a calci in bocca…

Ci sono anche telefonate di D'Alema con Consorte?

Ce ne saranno, immagino di sì.

Tra gli attacchi ai Ds ce n’è stato uno rivolto al vostro tesoriere, Ugo Sposetti, da una personalità molto vicina al centrosinistra, Gad Lerner.

Ieri ho parlato a lungo al telefono con Gad Lerner, perché lo conosco da tanti anni, gli voglio bene e proprio per questo sono stato dispiaciuto per la sua uscita. Lo considero nel novero non di quelli che ci odiano, ma uno con il quale siamo impegnati in una comune battaglia politica, anche se ha una storia diversa dalla nostra e mantiene con ogni evidenza una riserva su di noi.

Ha scritto che Sposetti non poteva non sapere... Lei che cosa gli ha risposto?

Gli ho detto: “Guarda Gad, ti sbagli, perché Sposetti è una persona assolutamente perbene che fa un lavoro difficile”: perché amministrare un grande partito con pochi soldi, dover gestire debiti, dismissioni, per chi non naviga nell’oro è un impegno estremamente difficile, di pesante responsabilità. E lo ha fatto con assoluta correttezza personale.

Anche con altri importanti giornalisti vi conoscete da tanti anni: uno di questi in particolare durante un dibattito pubblico ha detto che chi viene dal Pci deve ancora depurarsi...

Volendo rispondere con una battuta si potrebbe chiedere quanti decenni ci vogliono per quelli che vengono da potere operaio, almeno noi non predicavamo l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato...

Ricordo un'intervista sull’Unità a Sergio Sergi il 10 giugno, quando la vicenda era ancora sotto traccia, eppure in quell'intervista l'allarme era molto forte, si diceva che c'erano veleni all'interno del centrosinistra. Non c'è stata una sottovalutazione di quell'allarme? La stessa lettera di Prodi non è stata propriamente amichevole nei confronti dei Ds..

Al di là delle discussioni passate, credo che nell’Unione oggi si sia compresa la portata di una operazione che mira a disgregare la maggiore forza del centrosinistra. Forse fino adesso non era stato compreso appieno che, colpendo i Ds, si vogliono indebolire le prospettive del centrosinistra e della governabilità del Paese.

Repubblica le attribuisce queste frasi: “Non mi alleo con chi sospetta che il nostro sia un partito di delinquenti. Meglio lasciar perdere. Tanto c’è il proporzionale. Ognuno vada per conto suo”..

Non ho fatto alcuna intervista a Repubblica.Si riprendono battute, sfoghi.

Ma tutto ciò peserà sul cammino della lista unitaria e del Partito democratico?

Sono uno dei più convinti assertori della necessità di trasformare l’Ulivo nel principio costitutivo di una nuova grande forza politica di centrosinistra democratica e riformatrice in grado di dare al bipolarismo italiano un asse forte. Sostengo questa tesi da molti anni, ho sostenuto tutte le proposte che vanno in questa direzione. Ogni volta che si è parlato di gruppi unici sono stato a favore, quando Prodi propose la lista unitaria alle europee mi schierai subito a favore. Questa è la linea sostenuta in questi anni con coerenza dalla maggioranza del nostro partito. All’indomani della sconfitta del 2001 parlai della necessità di una svolta profonda e dell’esigenza di superare quella contrapposizione tra ulivismo e partiti che è stato il male del centrosinistra. E superarlo con la costruzione di una nuova grande forza politica.

Ha cambiato opinione negli ultimi giorni?

No. Non ho cambiato opinione rispetto a questo convincimento. Però dev’essere chiaro a tutti i protagonisti che un processo come questo richiede che non ci siano né egemonismi né damnatiomemoriae. Cioè non si può pensare che si possa costruire una cosa di questo genere sulle macerie della sinistra italiana, sulla delegittimazione politica e morale dei suoi gruppi dirigenti. Così come noi non possiamo pensare che si tratti di un processo di assorbimento, della creazione di una sorta di grande Quercia. Quindi, se volete, nella forma di uno sfogo, era un modo per dire: “Signori, se volete che questo processo vada avanti non si può accettare che esso venga presentato come la liquidazione di un patrimonio o di una forza politica. Mi pare, ho visto anche l’intervista di Franco Marini su Repubblica, che il messaggio sia stato compreso. E che si comprenda che ci vuole rispetto reciproco tra le forze che sono in campo.

Perché si prendono di mira proprio i Ds?

Siamo una forza che ha un’idea precisa dell’autonomia della politica e questo, forse, a qualcuno dà fastidio.

a cura di Ninni Andriolo, Simone Collini e Vincenzo Vasile

Finalmente abbiamo un governo, forse di centro-sinistra, forse di sinistra-centro, ma certamente non c'è più il Cavaliere in sella. E' questo un grande successo: ci siamo liberati dal populismo reazionario di Berlusconi.

Ma in quale situazione siamo? Le borse di tutta Europa, e degli Usa anche, vanno giù. I famosi «spiriti vitali» del capitalismo sono in difficoltà. Quindi la parola dovrebbe passare dal mercato (che è fiacco) alla politica. E in Italia questo non sarebbe una novità. Nel secondo dopoguerra, quando c'era la conventio ad escludendum e il dominio della Dc, abbiamo avuto iniziative di intervento pubblico che sono state alla base del famoso «miracolo economico». Facciamo solo alcuni nomi: Cassa del Mezzogiorno, Eni, Enti di sviluppo, Svimez. Senza dimenticare l'Iri che esisteva già. Ma oggi tutte queste forme di intervento sono condannate e siamo, dal punto di vista della crescita, in una situazione più difficile. Allora che fare? Innanzitutto procedere a una rilevazione dello stato del paese reale.

E qui debbo confessare che Berlusconi non aveva tutti i torti quando affermava che l'Italia non sta tanto male, e debbo consentire con il mio stimatissimo amico Geminello Alvi, che ha scritto un libro nel quale sostiene che l'Italia vive di rendite e quindi rischia di arenarsi in una palude di depressione. In questa situazione il mio totale consenso va a Vincenzo Visco (purtroppo un ministro che anche quando ha ragione non ispira simpatia) il quale propone, si propone come vice-ministro per le finanze, di tassare le rendite e di punire il guadagno di chi non fa niente,ma ha - come si dice - una rendita di posizione.

Il punto - senz'altro discutibile - è che Visco non vuole tassare tanto il profitto, il quale deriva da iniziativa e lavoro, ma la rendita che arriva anche al proprietario dormiente. In una Italia nella quale i valori immobiliari sono arrivati quasi alle stelle senza che il proprietario abbia mosso un dito, la rendita è doverosamente tassabile. E' tassabile non solo nell'interesse dei non proprietari ma anche nell'interesse dei medesimi proprietari, i quali con tutte le loro rendite avrebbero difficoltà a pagarsi malattie e pensioni. Nella campagna elettorale - va riconosciuto - l'uso delle tasse sulle rendite e anche la patrimoniale sono state usate male e sul terreno elettorale anche controproducenti. Ma adesso che le elezioni sono state vinte? Adesso la maggioranza deve avere il coraggio della verità e della razionalità, come il ministro Visco sembra abbia inteso. La patrimoniale e tutte le tassazioni sulle rendite e le proprietà immobili non sono tassazioni moralistiche o vendicative di quella parte della popolazione che non ha proprietà, dei proletari si diceva una volta. Tassare le rendite e i patrimoni è un modo di rianimare e rendere attiva una ricchezza morta e che è mortifera per il paese e per gli attuali proprietari. Anche - se non soprattutto - per evitare di trarre risorse a scapito del lavoro, costringendo chi vive del proprio reddito a «pagare la crisi» come avvenne negli anni '90 per l'entrata in Europa. La lotta alla rendita non è proprio un'invenzione bolscevica. E' un grano di saggezza borghese. Visco non è un bolscevico, ma fonda le sue tasse su ragioni antiche. E tuttora valide.

Nota: si vedano le curiose assonanze fra questo articolo di Parlato e un contemporaneo intervento sul britannico Guardian (f.b.)

Giulio Tremonti ne parla apertamente in tv, Silvio Berlusconi ne parla dietro le quinte coi suoi: come volevasi dimostrare, gli sconfitti sono pronti a prendere al balzo la palla della rivincita che il referendum sulla Costituzione gli offre. Certi di farcela, tanto per non perdere l'abitudine di «pensare positivo» come comanda lo spirito di Arcore: perché gli italiani non dovrebbero premiare «l'innovazione » di cui la loro riforma costituzionale è portatrice, e bloccarla andando dietro al «conservatorismo » quarantottesco del centrosinistra? Molto colpevolmente l'appuntamento referendario è stato occultato durante la campagna elettorale, come si trattasse di una questione spinosa. O rimosso, come si trattasse di una vittoria scontata. A essere sicuro di farcela, infatti, fino a l'altro ieri era il centrosinistra: un referendum senza quorum si vince facilmente, quando si è certi della capacità di mobilitare il proprio elettorato.

Senonché a dimostrarsi pronto alla mobilitazione, e a una mobilitazione ideologica, è stato l'elettorato di centrodestra, accorso a votare senza defezioni per salvare il capo dai comunisti che lessano i bambini e mettono le tasse. Figurarsi se si tratta non di salvarlo ma di resuscitarlo: tutti alle urne, come alla messa di Pasqua. Mentre nella metà campo di centrosinistra, finora, non si sente circolare un solo argomento che spinga qualcuno ad andare al seggio invece che al mare. Prodi accennò al referendum come «completamento dell'opera » la notte dei risultati elettorali, mentre cantava troppo trionfalmente vittoria.

Poi non se n'è sentito più nulla, come prima. E nei comitati per la difesa della Costituzione circola voce che i vertici del centrosinistra puntano al rinvio, o peggio a fare di un nuovo patteggiamento sulla riforma la carta da mettere sul tavolo del «dialogo» possibile fra le famose «due metà del paese». Converrà essere chiari e andare al sodo, della forma e della sostanza. Qui non c'è in gioco una conferma o un ribaltamento del risultato elettorale - che già non sarebbe cosa da poco. C'è in gioco un passaggio storico e istituzionale, prim'ancora che politico, di primaria grandezza. Proviamo infatti a immaginare lo scenario che si aprirebbe nello sciagurato caso di una vittoria del centrodestra al referendum.

Sul piano formale, sarebbe davvero insostenibile una situazione che vedesse gli eredi della Costituzione archiviata al governo e i padri della Costituzione «nuova» all'opposizione: la cesura costituzionale azzererebbe i giochi ordinari della politica e lo scioglimento delle camere sarebbe inevitabile.

Sul piano sostanziale, l'Unione si ritroverebbe ad aver vinto (di misura) le elezioni e ad aver perso la transizione italiana tutt'intera: se è vero com'è vero che la sua vera posta è, da quindici anni in qua, precisamente la riscrittura del patto fondamentale, lo sradicamento delle radici antifasciste della Repubblica, la rottura della sua unità territoriale, l'archiviazione liberista dei suoi principi egualitari, l'introduzione di una forma di governo presidenziale che renda pleonastico il ruolo del parlamento. Ovvero il progetto che dal '94 tiene incollata la destra tricipite italiana e che la riforma costituzionale varata in parlamento e sottoposta a referendum realizza perfettamente e coerentemente.

Non è credibile che i vertici dell'Unione non abbiano contezza di questo scenario. A che si deve allora il silenzio che avvolge il referendum, se non alle divisioni che da sempre solcano il centrosinistra sui destini della Costituzione, ben più radicali di quelle sui destini della legge 30 o dei Pacs? Il velo del silenzio serve a coprire la frattura fra chi vuole dire di no alla riforma del centrodestra per salvare e rilanciare la Costituzione del '48, e chi vuole dire no per modificarla subito dopo in termini più moderati ma non opposti a quelli della Cdl, anzi nella stessa direzione della Cdl, anzi con la Cdl. Dove porti questa strada lo sappiamo già. E del resto Berlusconi non ha alcuna intenzione di percorrerla. A radicalizzare lo scontro ci penserà lui, e nessuno dei suoi alleati, checché ci speri l'Unione, pensa di sfilarsene.

Franco Ferrarotti, tanto più ora (il 7 di aprile) che ha compiuto ottant'anni, è un mostro sacro della cultura italiana. Nessuno, che abbia una certa età, può dimenticare che è stato lui a sfondare la cortina di ferro «crocio-marxista» liberando l'insegnamento della sociologia dalla criminologia, dandole la dignità di disciplina autonoma. Poi Franco Ferrarotti non è stato solo professore in patria, ha insegnato in varie parti del mondo, è stato anche deputato, ha indagato sulle borgate non solo romane, ha scritto un sacco di libri, tutti piuttosto provocatori. E anche adesso è un vulcano, che non risparmia lava e lapilli. In omaggio a questi suoi ribollenti ottant'anni non ho resistito alla tentazione di intervistarlo.

Se ti va, visto che siamo alla vigilia, dimmi che pensi di queste elezioni.

Sì, la passione politica non mi manca. Da giovane, avevo ventidue anni, bazzicavo un po' con i trozkisti e gli anarchici. Nel '48 poi ero per la fusione dei socialisti di Nenni con i comunisti di Togliatti. Questi i miei lontani precedenti. Ora, le elezioni di domenica: mi sembrano molto importanti, quasi come quelle del 18 aprile del 1948 e vale sottolineare che il leader avverso non è De Gasperi, ma Berlusconi. Quelle del '48 segnarono la storia d'Italia dando il potere alla restaurazione democristiana. Oggi il rischio è analogo: Berlusconi è il bacino collettore di tutto lo storico moderatismo italiano, per di più rafforzato dalla chiesa cattolica. E' un blocco socio-culturale da temere.

Mi chiedi come andrà. Ho molta fiducia nel fatto che Berlusconi - come si è già visto - a un certo punto sbarella. Penso che il centro-sinistra vincerà, ma - aggiungo - o sarà una vittoria chiara e forte oppure sarà una mezza vittoria e la crisi italiana continuerà e andrà peggio.

La tua, e si era già nel 1960, è stata la prima cattedra di sociologia in Italia. Come mai questo ritardo?

In Italia dominava quel che io chiamerei crocio-marxismo, che fece blocco contro la sociologia: la si studiava solo nelle facoltà di giurisprudenza e medicina, come criminologia, ma non poteva essere una scienza a sé.

E come sei riuscito a passare, ad avere una cattedra?

Nel mondo accademico avevo due quinte colonne, Nicola Abbagnano e Franco Lombardi, poi ho avuto un po' di fortuna, ma dominante era l'affermazione della sociologia in tutto il mondo occidentale: l'eccezione italiana non poteva resistere.

In che senso fortuna?

Pensa che nel 1949 (avevo 23 anni) Einaudi pubblicò la mia traduzione della «Teoria della classe agiata» di Veblen. Il volume arrivò nelle librerie il 3 gennaio del 1949 e il 15 gennaio uscì una stroncatura di Benedetto Croce: il successo era assicurato. Ma anche la cultura marxista si schierò contro: la rivista Critica Economica diretta da Antonio Pesenti pubblicò la sua stroncatura a firma di Angiolini, che era - credo - il redattore capo della rivista. Allora trovai un sostegno da parte di Cesare Pavese e Felice Balbo.

Perché queste resistenze?

Si temeva una contaminazione della cultura consacrata e c'era anche la convinzione dell'impossibilità di passare dall'empiria (propria della sociologia) alla teoria.

Credo di capire, ma a che serve oggi la sociologia?

Bella domanda. La sociologia avrebbe dovuto essere sinottica, globale, l'autoanalisi continua dello stato della nostra società. Invece è diventata una tecnica specialistica di analisi settoriali senza un giudizio complessivo. Mi verrebbe da dire che si è ridotta quasi a un'attività di spionaggio e avrei voglia di aggiungere che oggi i veri sociologi negli Usa sono i pubblicitari, i quali studiano le capacità di spesa dei vari strati sociali e quindi le loro scelte di consumo.

Sai, quando andai per la prima volta negli Usa avevo in mente il sogno di Scipione scritto da Cicerone. Sognava che lo spirito filosofico greco si unisse allo spirito pratico romano. Io sognavo qualcosa di analogo tra pensiero filosofico europeo e pensiero sociologico americano, ma era solo un sogno.

Parliamo un po' del lavoro, che mi pare abbia perso di importanza nel dibattito politico-culturale anche in questa campagna elettorale.

Il lavoro è stato banalmente concepito come un puro strumento per procacciarsi i mezzi di sussistenza. Una visione riduttiva fatta propria anche dai sindacati. Pensa alla monetizzazione della nocività.

Voglio essere rozzo: è ancora il lavoro che produce ricchezza? E c'è ancora lo sfruttamento?

Certo è ancora il lavoro che produce ricchezza e c'è ancora lo sfruttamento, ma con la tua «rozzezza» rischi di rimanere ai tempi di Charlie Chaplin e della catena di montaggio e di non vedere i grandi cambiamenti che sono avvenuti nel processo capitalistico. Oggi le categorie nelle quali si dividevano i lavori sono saltate. Da una parte ci sono le macchine transfer che fanno parte del lavoro che una volta faceva l'operaio: oggi l'operaio ha soprattutto funzioni di controllo, è un supervisore. Siamo forse a un passaggio dall'operaio all'operatore.

C'è poi la questione dei cambiamenti del lavoro, non è più solo questione di lavoro flessibile, quanto di lavoro occasionale. La fabbrica nuova non è più la vecchia Mirafiori, spesso è diffusa nel territorio.

Così dall'altra parte non solo non c'è più la presenza del padrone e neppure del manager come era ancora ai tempi di Valletta, che si riconosceva sempre subalterno agli Agnelli. Ora - anche in Italia dovremmo impararlo - c'è il chief executive officer, che comanda, guadagna moltissimo, non ha nessun rapporto di fedeltà con l'impresa e non tiene in nessuna considerazione il padrone, che il più delle volte è rappresentato da un popolo di azionisti dispersi, che guardano più agli andamenti di borsa, che ai risultati produttivi dell'impresa.

Tutto questo - a mio parare - funziona in America, ma in Europa è un disastro. In America - mi hanno telefonato stamane - Bush, che è Bush, vuole dare la cittadinanza a undici milioni di ispanici, in Italia invece siamo alla Bossi-Fini e in Europa non è tanto meglio.

Passiamo ad altro, ma non tanto. Nel tuo libro sul capitalismo, dici che è l'unico sistema sociale ormai esistente. Per un verso corrisponde alla realtà, ma mi sembra un cedimento, anche culturale. Ha veramente vinto il capitalismo?

Sì il capitalismo ha vinto, ma è una vittoria «pirrica». Ti ricordi la frase di Pirro? «Un'altra vittoria così contro i romani e potremo tornarcene a casa».

La vittoria del capitalismo sul socialismo è indubitabile: il capitalismo produce ricchezza, il socialismo distribuisce ricchezza, ma siccome non la produce è un fallimento. Gorbaciov mi ha detto che il fallimento del socialismo sovietico era «inevitabile».

Ma oggi che succede?

Oggi - i marxisti hanno ancora una volta perso il treno - c'è la finanziarizzazione dell'economia nei paesi ricchi: la produzione la fanno gli altri, gli iloti dei paesi che cercano di raggiungere il capitalismo.

Perché dici che i marxisti hanno perso il treno?

Perché fra le tante cose che hanno dimenticato hanno dimenticato pure Hilferding e il suo Capitale finanziario. Oggi il comando capitalista sta nella finanza e i marxisti - ma forse esagero - si occupano ancora della produzione. Non hanno capito che il capitalismo è Proteo (lo diceva anche Franco Rodano). Cambia continuamente sotto le tue mani e diventa insuperabile perché supera sempre se stesso. I marxisti dovrebbero essere più attenti a Marx che, quando ancora i lavoratori erano artigiani, aveva anticipato la venuta della classe operaia.

Concludiamo, quale è il tuo giudizio sulla nostra società?

E' una società saturnina che alleva i suoi figli, li manda a scuola, gli fa fare anche i master e poi li ammazza, li divora.

La conversazione continua, ma sulla società «saturnina» mi fermo. Del resto se ne parlerà ancora. Franco Ferrarotti, come dicevo è un vulcano, e niente affatto in sonno.

NEW YORK - Professor Schlesinger, ha sentito? Silvio Berlusconi viene presentato negli Stati Uniti come un «nuovo De Gasperi». Lui stesso, nel discorso di mercoledì notte sulla portaerei Intrepid, ancorata non lontano da qui, ha proposto di trasformare il mondo in «una grande America». Lei che ne pensa?

«In teoria dovrei essere orgoglioso per questa professione di fede in una serie di valori che hanno sempre contraddistinto il nostro paese, e che tanti di noi hanno aiutato a difendere e rafforzare. Ma non mi fido, perché viene da Silvio Berlusconi, un uomo che ha sempre dimostrato di essere molto distante dai principi che ispirano la nostra democrazia».

Pochi personaggi hanno lo spessore e l´esperienza politica di Arthur Schlesinger Jr. A dispetto dell´età - ormai è alla soglie dei novanta anni - il grande storico e biografo kennediano appare instancabile, curioso, impegnato, con la battuta sempre pronta e la passione di un vero intellettuale liberal. È sempre stato un amico dell´Italia e - lo ammette chiaramente - un nemico di Silvio Berlusconi. Ad alimentare le sue riserve sul presidente del Consiglio non sono solo gli articoli dell´Economist, ma anche la lettura dell´ultimo libro di Alexander Stille, che lui ha ricevuto prim´ancora dell´uscita ufficiale nelle librerie newyorkesi.

Perché è così sospettoso sulla buona fede di Berlusconi?

«Nessuno, tra i politologi americani e i conoscitori dell´Italia, pensa che Berlusconi sia sincero nelle dichiarazioni sul modello americano. In un certo senso erano inevitabili, visto il contesto ufficiale della sua visita, ma l´insistenza e la forza con cui le ha poste fanno pensare a un tentativo di guadagnarsi in fretta una popolarità negli Stati Uniti, da poi rivendersi nelle elezioni italiane.».

Michael Stern, responsabile della "Intrepid Foundation", ha parlato di Berlusconi come l´artefice di un ravvicinamento storico tra Roma e Washington e come «un nuovo De Gasperi della politica italiana». È un paragone calzante?

«Non scherziamo. Alcide De Gasperi era una persona pia, un uomo santo che credeva nella presenza divina. Berlusconi crede solo in se stesso.»

Ma perché è così sicuro, professore, del carattere strumentale delle posizioni berlusconiane?

«Non sono certo il solo, né qui né in Europa, a dire che abbiamo a che fare con un acrobata della politica. Ma, nel risponderle, vorrei cercare di attenermi ai fatti, senza farmi condizionare da altre opinioni. Berlusconi vuole che il mondo diventi una grande America? Ma tutto quello che fa, in politica e negli affari, va nel senso opposto ai valori americani. Ad esempio, si presenta di nuovo alle elezioni con l´appoggio dei suoi miliardi e di sei reti televisive, senza alcun rispetto per le norme sul conflitto di interesse. Negli Stati Uniti non avrebbe alcuna chance. »

Berlusconi punta anche sul suo ruolo di alleato di George W. Bush nella guerra al terrorismo e ha citato, l´altro ieri, il contributo italiano agli sforzi militari in Afghanistan e Iraq.

«Berlusconi ha sempre fatto molto comodo a Bush, perché ha diviso il fronte europeo e ha appoggiato la Casa Bianca sull´avventura in Iraq. L´anno scorso, come paradossale ricompensa per questo ruolo, il presidente del consiglio subì l´umiliazione del caso Calipari: ricevette da Washington solo qualche vaga espressione di cordoglio per la morte dell´ufficiale artefice della liberazione della Sgrena di e una totale chiusura sul fronte delle indagini militari».

Titolo originale: After the Hamas earthquake- Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I democratici applaudiranno giustamente quel risultato del 78% nelle elezioni di mercoledì per il Parlamento palestinese, che sono state significativamente equilibrate, libere e pacifiche. George Bush e Tony Blair, che hanno fissato il medesimo obiettivo per promuovere la democrazia in Iraq e (selettivamente) altrove in Medio Oriente, dovrebbero essere entusiasti. L’unico problema è il risultato: le cifre preliminari parlano di una schiacciante vittoria per il Movimento di Resistenza Islamico, Hamas, a lungo rifiutato come organizzazione terroristica non solo da Israele, ma anche da USA, Europa e Russia. Si tratta di una catastrofica sconfitta per Al Fatah, partito naturale della liberazione e di governo dei i palestinesi per 40 anni, e per metà di questo periodo impegnato verso una soluzione a due stati a questo conflitto fra i più inestricabili.

Hamas non è un normale partito politico. Sino a quando ha partecipato a queste elezioni era più conosciuto in Israele e all’estero per gli attacchi suicidi utilizzati contro i nemici ebrei. A Gaza e nella Cisgiordania era ammirato per la rete di servizi sociali e per i contrasti alla corruzione, diventata proverbiale per Al Fatah e l’OLP, sotto Yasser Arafat e poi Mahmoud Abbas. Ideologicamente, Hamas si avvicina a quello che era la OLP trent’anni fa, sposa la lotta armata e auspica la sostituzione di Israele con uno stato palestinese. Non è stato un buon segno, quando il suo capo in esilio si è recentemente incontrato col presidente iraniano, che chiede di sradicare Israele. Ma retorica e realtà possono essere diverse: il manifesto elettorale di Hamas non ripeteva il suo statuto riguardo alla distruzione dello stato ebraico. Il movimento è stato disciplinato quanto basta per osservare in massima parte un cessate il fuoco di un anno, e ha fatto capire che potrebbe continuarlo a tempo indefinito. Il trionfo elettorale si deve molto meno alla resistenza all’occupazione – una lotta impari contro gli F16 israeliani, i missili Hellfire e gli assassinii mirati – che alle richieste di moralità e risultati.

Paradossalmente, una vittoria di queste dimensioni, inattese anche dagli esperti analisti locali, potrebbe – anche – rivelarsi una notizia migliore di quanto non sembri. Se Hamas avesse vinto solo qualche seggio ministeriale in una situazioni di potere condiviso in un gabinetto dominato da Al Fatah, la tensione fra politica e resistenza sarebbe stata difficile da risolvere. Se la maggioranza parlamentare ottenuta – 76 su 132 seggi, contro i 43 di Al Fatah – significa responsabilità totale, Kalashnikov ed esplosivi dovranno tacere. È difficile pensare che Hamas sviluppi un governo efficace senza scendere a patti con gli israeliani. È anchepiù difficile pensare che gli israeliani si rapportino solo attraverso la canna di un fucile, se iniziano ad esplodere le bombe sugli autobus di Tel Aviv.

Ecco perché la risposta giusta a questi risultati è insistere perché Hamas chiarisca che è impegnato a negoziare con Israele. Il nuovo parlamento dovrebbe approvare a mettere in pratica una legge sui partiti politici che richieda alle milizie armate di sciogliersi. D’altro canto Israele deve adempiere ai suoi obblighi secondo la “ road map” internazionale per la pace, come la cessazione di tutte le attività per le colonie. Israele sarà profondamente scettica sia riguardo alle intenzioni di Hamas che ai consigli esterni, e sarà tentata di fare mosse unilaterali, sul modello del ritiro da Gaza spinto da Ariel Sharon la scorsa estate. Sarà difficile contestare Ehud Olmert, successore di Sharon, che affronta elezioni di verifica a marzo, quando afferma che Israele “non ha una controparte” per la pace. Olmert indebolirà il suo nuovo partito centrista Kadima se sarà visto fare qualunque concessione a quello che il leader del Likud, Binyamin Netanyahu, ieri ha sinistramente definito “ Hamasistan”.

Da fuori, Unione Europea e Stati Uniti dovranno verificare se una loro azione congiunta possa incoraggiare Hamas a togliere bombe e fucili dalla politica palestinese. La vittoria di Hamas è un terremoto per il Medio Oriente che può portare a nuove occasioni per quanto riguarda l’enorme traguardo della pace tra due popoli che combattono da troppo tempo nello stesso piccolo paese. Ma per il momento appaiono di gran lunga più evidenti i pericoli.

here English version

Il forum all'Unità di Massimo D'Alema, pubblicato ieri, sollecita una attenta lettura. E' una difesa, forse esagerata (“I Ds non sono colpevoli di nulla”), ma anche nobile; un appello agli elettori the hanno invaso di fax l’Unità e il partito; e un ammonimento agli alleati, di destra e di sinistra, che sgomitano per farsi spazio nelle candidature, è una difesa contro l’attacco dei poteri forti, italiani e soprattutto europei.

Detto tutto questo, il messaggio di D'Alema non persuade e non si può non concordare con la dichiarazione rilasciata ieri alle agenzie da Fabio Mussi. “E’ difficile the la direzione Ds di mercoledì possa concludersi unitariamente”. Sono sicuro - prosegue Mussi - the non abbiamo commesso reati e in questo senso difendo il partito come D'Alema, “ma se l'assenza di reati assolvesse anche dagli errori politici, basterebbe affidare i congressi di partito alla magistratura. Invece, nel caso delle scalate bancarie, e delle recenti alleanze the si sono intrecciate, sono stati commessi errori politici che rimandano a limiti più di fondo, politici, strutturali, etici, culturali, via via accumulati dalla sinistra italiana”.

L'errore politico e anche culturale e stato quello (questo giornale lo ha sostenuto fin dall'inizio) di illudersi di potersi rafforzare, e magari vincere, con la « finanza rossa". Capisco che la tentazione sia forte: perché, visto che ne siamo capaci, non dobbiamo fare finanziare anche noi e far valere la nostra intelligenza? La tentazione c'è, ma è diabolica e, soprattutto, ingenua e anche politicamente sciocca: non si possono fare le stesse cose di quelli che diciamo di voler combattere. Mi viene da dire che il disastro sarebbe stato ancora maggiore se l'Unipol (dando ingenua gioia a Fassino) fosse riuscita a conquistare la Bnl.

Ma queste tentazioni disastrose sono il sintomo di un grave e persistente pericolo di degenerazione della politica di sinistra. Di uno stravolgimento dei primato del lavoro e dell'eguaglianza che sono il fondamento della libertà e della fraternità. Per frenare, bloccare questa deriva che tende a renderci simili se non eguali ai nostri storici avversari, ci vuole un grande impegno culturale e politico. Non possiamo impegnarci a saper tutto sulla Borsa e sapere poco o niente della società e della vita dei subalterni (oso dire degli sfruttati).

“Il mio peccato originale - dice D’Alema - è di aver consentito l'Opa di Olivetti sulla Telecom”. Credo che cosi dicendo abbia ragione e non perché “non me l'hanno perdonata”, ma perché quella estata una tappa importante del percorso the ha portato i Ds a questo punto, e che ha dato forza a quelli che, partiti democratici o meno, vogliono ridurre il peso dei Ds.

Alcuni miei stimati e cari compagni mi hanno detto che questa diffidenzaa nei confronts della « finanza rossa» sa di muffa e di arcaico. Forse hanno ragione, ma al risultato della gara per la modernizzazione è sotto

Provo a immaginare la lunghissima notte di Prodi tra il 16 e il 17 maggio. L’elenco di ministeri e ministri mille volte scritto cancellato riscritto, telefoni a squillo continuo, inseguirsi di richieste di segno opposto, esigenze inconciliabili che si incrociano e scontrano, insindacabili diritti da non dimenticare, promesse portate all’incasso, ricatti e minacce appena e non sempre dissimulati, consiglieri che ne inventano di tutte, ma i conti ostinatamente non tornano. E via con ministeri che si sdoppiano, sottosegretariati che si moltiplicano… E’ fatta finalmente!

Oddio, le donne! Quante sono le donne? Appena due! Impossibile, che figura ci facciamo? Lascia perdere Zapatero, ma che siano almeno sei, come nel governo D’Alema… E ancora via con gli scorpori, l’invenzione di dicasteri nuovi di zecca, la crescita esponenziale dei sottosegretariati. Eccetera.

Magari non è andata proprio così, ma il senso del governo faticosamente partorito è questo: le donne non appartengono alla politica. Sono un’altra cosa, un’altra “categoria”, direbbe Berlusconi. Dopo trent’anni di femminismo, dopo una vastissima produzione di leggi a cancellare le più gravi discriminazioni a loro carico e ad agevolarne l’inserimento in tutti gli ambiti del pubblico e del sociale, le donne per il mondo politico rimangono una variabile esterna e assolutamente non determinante, sono qualcosa che si “aggiunge” al quadro politico via via definito dai governi, che non ha alcun potere di modificare in misura significativa. Le grandi e celebri eccezioni, da Golda Meir a Indira Ghandi a Margaret Thatcher a Condy Rice, sono in realtà eccezioni solo biologicamente.

Il discorso sui perché è quanto mai complesso e non è questa la sede per affrontarlo. Forse resta il fatto che la cultura, come la natura, “non facit saltus”, che trent’anni sono un nulla rispetto ai millenni della storia umana. Il portato della cultura lo si ritrova infatti anche dove meno lo si aspetterebbe. Vedi l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione, il quale recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”

Un testo senza dubbio dettato dalle migliori intenzioni e, per l’epoca, anche notevolmente avanzato, che certo in anni di difficile emancipazione è stato la base per provvedimenti di sicura utilità. Un testo che comunque dice con tutta chiarezza: la cura della famiglia è il compito “essenziale” delle donne; la maternità riguarda esclusivamente loro, non solo come ovvio dal punto di vista biologico, ma per tutto quanto comporta di lavoro e di impegno; nulla cambia quando la donna è regolarmente inserita nel mercato del lavoro, al massimo può esserle concesso qualche pubblico ausilio, come appunto l’articolo dispone; nessun provvedimento del genere ha motivo di essere previsto per i padri; dunque la società - con pieno diritto e con tutta naturalezza - scarica interamente sulla popolazione femminile i compiti relativi alla riproduzione.

Dopo sessant’anni che hanno visto il mondo radicalmente trasformato, e quello femminile soprattutto, l’articolo 37, comma 1, della nostra Costituzione ancora resiste intatto. In contraddizione peraltro con provvedimenti legislativi di qualche decennio fa secondo cui anche i padri hanno diritto a “permessi di paternità”. E però in perfetta omogeneità con il fatto che sono pochissimi i padri che se ne avvalgono. Tutto si tiene. Ciò che pensano i politici, pensa anche la grandissima parte degli uomini. E forse dopotutto anche non poca parte delle donne? Le elette che non protestano abbastanza per essere così poche, come le elettrici che sono più numerose degli elettori e se volessero potrebbero regalarci un parlamento al femminile, come in questi giorni è stato notato?

Una proposta di revisione dell’articolo 37, comma 1, della Costituzione fu il primo atto di una mia breve stagione parlamentare. Proposta puntualmente finita dentro un cassetto di Palazzo Madama dove, suppongo, tuttora sta. Non sarebbe il caso che qualche nuova eletta riprendesse l’iniziativa? Il dibattito che ne seguirebbe, inevitabilmente trattandosi di una modifica costituzionale, non servirebbe ad approfondire il discorso di questo dopo-elezionii? E a capire perché di fatto, ancorta oggi, le donne non appartengono alla politica?

La questione iraniana è di per sé preoccupante. Anzi angosciante. Mahmud Ahmadinejad, il presidente eletto di Teheran, auspica la distruzione di un paese vicino (Israele), minaccia di sguinzagliare kamikaze nel mondo giudeo-cristiano che gli è ostile, e al tempo stesso annuncia (l´11 febbraio) di possedere la tecnologia necessaria per dotarsi di strumenti nucleari. Il deterrente di cui dispongono le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, può distogliere, ben inteso, i successori di Ruhollah Khomeyni dall´idea di poter usare un giorno le eventuali armi atomiche in loro possesso, o di fornirle a dei terroristi. Resta pur sempre inquietante la prospettiva di vedere tali ordigni di distruzione nelle mani di un regime di quel tipo (la cui credibilità è già inquinata dall´intenzione di violare il trattato di non proliferazione sottoscritto dall´Iran). Ma all´inquietudine alimentata dalla prospettiva di vedere l´Iran teocratico accedere al rango di potenza nucleare, se ne aggiunge un´altra: quella di vedere la (quasi) esclusiva responsabilità di risolvere la questione affidata a coloro che hanno gestito la vicenda irachena come degli «autisti ubriachi». (L´ espressione è di Thomas L. Friedman del New York Times). Stando a quanto ha scritto (sul New Yorker) Seymour Hersh, autore di affidabili inchieste giornalistiche, quegli « autisti ubriachi» starebbero considerando l´eventuale uso di armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti sotterranei nucleari iraniani.

Fondata o non fondata, smentita o non smentita, la semplice ipotesi suscita sgomento. Altri commentatori americani, abitualmente cauti nell´esprimere opinioni, non escludono del tutto che l´amministrazione Bush, paralizzata, boccheggiante nel pantano Iraq, adotti un vecchio proverbio, secondo il quale se hai preso male una curva non devi schiacciare il freno, perché rischieresti di uscire di strada, meglio schiacciare l´acceleratore. Per Bush, significherebbe estendere l´avventura mediorientale all´Iran.

Visto attraverso il prisma iracheno il bilancio della politica americana in Medio Oriente risulta un lungo elenco di insuccessi. Sarebbe di cattivo gusto fare del sarcasmo mentre il terrorismo e il controterrorismo uccidono ogni giorno gente inerme. Ma non assomiglia a una beffa il ritrovarsi davanti agli stessi fantasmi tre anni dopo l´invasione? Un´invasione giustificata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein; rivelatesi inesistenti nella valle del Tigri e dell´Eufrate; ma adesso rispuntate come dannati, maledetti fantasmi nel vicino Iran. Quindi l´inseguimento rischia di ricominciare, sia pure sotto un´altra forma. Non ci sono più marine da mobilitare, ma negli arsenali non mancano le bombe.

Altro motivo della spedizione irachena era ed è la democrazia. La democrazia da seminare, come il grano o il granoturco, nel mondo musulmano che non ha conosciuto né la rivoluzione americana né quella francese. La messe, al primo raccolto, assomiglia tuttavia più a una guerra civile che a una democrazia. Le elezioni ci sono state, in gennaio e poi in dicembre del 2005. È stata persino approvata, con un referendum, la Costituzione federale. Ma gli iracheni non hanno votato per questo o quel programma politico. Le schede sono servite per dichiarare l´appartenenza al proprio gruppo etnico e confessionale. In una società senza uno Stato in grado di garantire la sicurezza non può nascere la democrazia.

Nell´Iraq in preda alla violenza, dove neppure l´esercito della Superpotenza occupante è in grado di mantenere l´ordine, uomini e donne si rifugiano nel clan, nella tribù, nell´etnia, nella religione, che diventano fortezze dalle quali difendersi o attaccare gli avversari. Quattro mesi dopo le ultime elezioni politiche, che hanno dato vita a un Parlamento paralizzato, non c´è ancora quello che doveva essere il primo governo costituzionale della Repubblica democratica irachena. Nessuno riesce a scalzare il vecchio, inefficiente primo ministro, Ibrahim al-Jaffari, benché egli non riesca a trovare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Il panorama politico uscito dalle elezioni è frantumato in Sciiti, Sunniti e Curdi. Spesso divisi al loro interno in partiti, correnti e clan. Alle spalle dei quali si muove una miriade di milizie armate che formano come una cornice attorno alla guerra civile. Un mosaico che si compone e scompone, sotto lo sguardo smarrito degli americani impacciati sotto il peso di armi e di idee non adeguate all´Oriente che volevano convertire alla democrazia.

Tre anni dopo l´invasione anglo-americana, l´Iraq sprofonda sempre più nella barbarie. Decine di innocenti, a volte centinaia, quando le esplosioni avvengono in un mercato o sul sagrato di una moschea, sono dilaniati dalle autobombe guidate da kamikaze. Continuano i rapimenti criminali o politici che fanno fuggire medici, avvocati, ingegneri, commercianti nei paesi vicini, in Giordania, in Siria, in Arabia Saudita. Si moltiplicano le bande armate, guidate da signori della guerra o da capi clan incaricati di difendere una tribù, un quartiere, una qualsiasi attività economica, dagli assassini che colpiscono per denaro o per conto di una comunità etnica o religiosa. Il sospetto si insinua dappertutto. In tutti gli ambienti.

Oltre agli attentati spettacolari, ogni giorno si trovano cadaveri nei quartieri misti di Bagdad, dove un tempo convivevano in pace sciiti e sunniti. Per spingere una comunità o una famiglia ad andarsene viene ucciso uno dei suoi componenti. È una violenza che fa in media una ventina di morti quotidiani ma che passa quasi inosservata nella metropoli. È una pulizia etnica silenziosa. È un veleno che alimenta quella che ancora viene chiamata una guerra civile «non dichiarata», perché i capi religiosi, sciiti e sunniti, nella loro ufficiale saggezza, si guardano bene dal proclamare nelle moschee. Non stupisce che molti rimpiangano la dittatura sanguinaria di Saddam Hussein, il tiranno di cui si celebra con fatica il processo, nella Zona Verde, quella bunkerizzata in cui si trovano ministri, deputati, diplomatici (in particolare quelli americani), e non pochi giornalisti stranieri. Ai tempi di Saddam le strade erano sicure e la donne non erano costrette a coprirsi i capelli con uno scialle nero. L´Iraq occupato dal più potente esercito occidentale è il Paese meno sicuro per un occidentale. C´è stato un momento, dopo lo scioglimento del regime di Saddam, in cui si poteva assaporare una insolita, promettente libertà di espressione.

Non era ancora la democrazia. Ma ne poteva essere il preludio. La violenza, l´insicurezza, l´odio hanno fatto abortire quel tentativo. Hanno polverizzato il ricordo delle prime emozionanti elezioni, quando uomini e donne andavano alle urne affrontando le minacce dei terroristi.

Quest´ultimi, provenienti da numerose contrade dell´Islam, si sono annidati nel Paese. Si sono alleati o si sono imposti all´insurrezione armata dei sunniti, i quali rimpiangono i tempi in cui, pur essendo minoritari, loro, i sunniti, governavano il Paese. Il prisma iracheno non rivela soltanto il fallimento dell´impresa americana in Mesopotamia, aiuta anche a decifrare la crisi iraniana. La presenza militare in Iraq riduce la capacità dissuasiva di Bush nei confronti di Ahmadinejad, e delle sue ambizioni nucleari. Il regime sciita di Teheran esercita una forte influenza sulla comunità sciita irachena, che è stata l´alleata, non solo obiettiva, della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Le ripetute elezioni non hanno dato alla luce una democrazia, ma hanno condotto al legittimo riconoscimento della maggioranza sciita (55 per cento della popolazione), a lungo frustrata dallo strapotere sunnita. Da qui una complicità, sia pur tormentata, tra la comunità riabilitata e le forze della coalizione. L´esercito iracheno che si batte a fianco degli americani contro l´insurrezione armata, è composto da curdi, ma soprattutto da sciiti.

Al tempo stesso il più importante partito (sciita) del Paese, il Consiglio supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), è stato fondato in Iran ai tempi di Khomeini, e la sua milizia ha combattuto a fianco degli iraniani nella guerra 1980-´88. Conflitto che ha opposto l´Iraq all´Iran, e ha fatto, si dice, un milione di morti. Lo stesso percorso ha seguito l´altro grande partito sciita (Dawa), del quale è uno dei massimi esponenti Ibrahim al Jaffari, il primo ministro di cui gli americani non riescono o non possono liberarsi. L´obbedienza degli sciiti iracheni ai dirigenti scitti di Teheran non è assoluta. Il nazionalismo talvolta prevale sul rapporto religioso. Ma resta che l´Iran, oggi principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha buoni alleati, se non addirittura dei complici, nella comunità grazie alla quale gli Stati Uniti riescono a galleggiare sul fallimento iracheno. Una grande zattera non troppo sicura.

ARRIVANO quando scende la sera e il corteo dei settecentomila si sta lentamente sciogliendo. Tutti hanno paura di questi predatori di banlieue, di queste "squadracce pasoliniane" che sono la sola drammatica novità dell´ennesimo sessantotto francese, e non certo perché spaccano, come in passato, le vetrine, e perché attaccano la polizia.

Ma perché adesso piombano sui cortei come gli uccellacci sugli uccellini, derubano gli studenti, scippano loro i telefonini, sfilano ai ragazzi persino le scarpe. Tutti aspettano i casseurs come si aspetta il terremoto, perché questa è la loro natura: quando non ci sono, incombono; e quando ci sono, depredano i manifestanti come i pirati depredavano i galeoni spagnoli, e intanto lanciano biglie sulle porte delle boutiques e sassi contro la polizia.

I casseurs non risparmiano nessuno. Poi, veloci come i ratti, si dileguano con il loro bottino verso la periferia, che è covo e rifugio, come per i pirati lo furono Algeri o l´isola della Tortuga.

A Parigi fanno la loro incursione alle 7 della sera. A Rennes e Marsiglia sono stati più spavaldi. Ma a Parigi il servizio d´ordine dei sindacati ha esibito i manganelli proletari, e quattromila gendarmi hanno presidiato le stazioni, hanno perquisito, arrestato, e hanno sequestrato coltelli, bastoni, biglie e molotov. Eppure, durante il corteo, tutti sapevamo che, da qualche parte, c´erano anche i pirati che per tutta la scorsa settimana avevano picchiato e derubato i liceali in sciopero, scompigliando soprattutto i piccoli cortei, dopo avere trasformato Les Invalides in un campo di battaglia il 23 marzo scorso; e dopo essere stati affrontati con i cannoni d´acqua il 28 marzo. Venerdì scorso sul boulevard Montparnasse, mentre i beduini di banlieue distruggevano automobili in sosta e arraffavano marsupi, giubbotti, maglioni e magliette, avevo visto i tradizionali estremisti dei cortei, gli anarchici e i trotzkisti, chiedere e ottenere la protezione dell´odiata polizia. E la stessa cosa accade ora, dopo le 20 della sera, in place d´Italie. Ed è un inedito paesaggio che ci era sconosciuto: l´alleanza della città contro i teppisti sottoproletari delle banlieue, il centro unito contro la periferia. Ho visto tre di questi razziatori senza identità buttare per terra un ragazzino: lo hanno letteralmente spogliato, anche le calze gli hanno portato via.

I casseurs, tra i quali per un momento io stesso mi sono sentito prigioniero quando sono apparsi in mezzo al fumo, alle sirene, ai manganelli; i casseurs che si muovono come i topi, che si materializzano quando tutti scappano e nessuno capisce quel che accade tranne loro che riescono anche a scomparire, o come oggi ad uscire dal loro buco solo quando tutto sembra ormai finito; i casseurs fanno più paura dei black bloc. Mentre scrivo, casseur, estremisti e black bloc sono tutti all´opera, in place d´Italie, tutti chiusi in un angolo dalla polizia di Sarkozy, il ministro che non distingue e li chiama tutti casseurs.

Ma la differenze ci sono. I black bloc lavorano su licenza dei cortei che, tenendoli dentro, in qualche misura li autorizzano. Sono la parte estrema del movimento, la parte che lo corrode, sono i vermi nel formaggio. I casseurs sono invece i topi che si avventano sul formaggio e anche sui suoi vermi, non hanno l´autorizzazione di predare e propongono la razzia come dato connaturale di chi abita in quel deserto di opportunità che si chiama banileue, un deserto dove la risorsa non appartiene a nessuno se non all´ultimo che ci arriva.

E qui si vede quanto sbagliava Pasolini, quanto l´utopia arcaica di Pasolini si sia trasformata in pericoloso futuro.

Innamorato del sottoproletariato che aveva in testa e che gli pareva come il tempio della premodernità antifascista, Pasolini non aveva visto all´opera questi casseurs abilissimi nell´incursione, tecnici dell´arte predatoria, in rivolta contro la rivolta. Non aveva visto la rivolta dei simbiotici che succhiano il sangue a tutti, la rivolta dei "pidocchi".

Sicuramente sono loro, i nomadi sognati da Toni Negri e raccontati da Attali, la "rivelazione", drammaticamente gravida di futuro, di questo movimento francese contro la precarietà, contro l´idea di precarietà. Sono loro che resteranno nella mente di tutti noi che pure abbiamo tranquillamente navigato, sotto un cielo pieno di palloni colorati, tra enormi pupazzi di cartepesta con la faccia deformata di Chirac, di Villepin, di Sarkozy, tra sassofoni, tamburi e persino violini, in un mare di strada che cercava il sessantotto del duemila ma era lontano ventimila leghe da quel mare. A Parigi gli studenti che manifestano sono più studenti che altrove, e non solo perché ci sono la Senna, la Sorbona, la piazza della Bastiglia, e questa volta pure il sole.

Parigi, si sa, è l´America d´Europa. Tutto è nato qui: lo stato moderno, la repubblica, la rivoluzione, e anche il sessantotto.

E infatti dal sessantotto in poi, le manifestazioni, gli slogan, i cortei e le bandiere, ripetitivi perché la giovinezza è ripetitiva, sono sempre un sessantotto parigino, un nuovo maggio francese, un´altra primavera della Sorbona. Anche gli slogan sono arrangiamenti di una vecchia musica: «Sous le pavés, la plage», sotto i sampietrini, la spiaggia. Oppure «CRS-SS». Invece di «nous demandons l´impossible» gridano «tout ce que nous demandons est possible». Qualcuno grida «La France est irreformable». Su una specie di carro a due ruote c´è issato uno striscione con le lettere tricolori: «La chienlit, oui. La réforme, non» che è il rovescio esatto della famosa frase pronunziata da De Gaulle il 19 maggio del 1968: «La réforme, oui. La chienlit, non». Ce´ è pure un curioso «Barroso, Berlusconi, Sarkozy, la jeunesse est unie».

Farsi anguilla in questo mare, lasciarsi trasportare dalla corrente in un bel pomeriggio, fa dunque pensare al sessantotto molto più di quanto accade nelle mille analoghe manifestazioni delle città d´Europa. Più che altrove, a Parigi la piazza è teatralizzazione delle oltranze accidiose, delle riserve astiose che appunto nella teatralizzazione perdono la loro veemenza e diventano colori, suoni, canti, balli e giovinezza: «Chirac en prison / Villepein démission». È vero che la politica in piazza è ormai uno stanco rito attraverso il quale viene cooptata e segnalata la nuova classe dirigente, sono i giovani che si preparano a diventare vecchi, ma è meglio illudersi con Parigi che disilludersi con tutte le altre città del mondo.

Eppure alle 20,30 in place d´Italie ci sono ancora i casseurs. Con la loro rabbia assoluta attaccano la città, picchiano e smascherano la città, la Parigi gelosa che tiene a distanza le periferie marginali, le quali mandano queste loro avanguardie sottoproletarie, pasolinane appunto, a eroderne la compostezza, ad insidiare i privilegi centripeti. La polizia li circonda, li arresta, li malmena un pochino, li disperde. Ma sono casseur tutti questi arrestati? «Ogni casseur arrestato sia un casseur condannato» è l´ordine di Sarkozy. Ma quando si picchia è difficile identificare chi non ha un´identità. Intervengono i pompieri, le ambulanze, fumo, grida, calci, ferite. Noi siamo convinti che i casseurs non sono più là. «I casseurs non sopportano che la ribellione abbia un obiettivo, che la rivolta abbia un´etica», ha scritto Jean Daniel. In realtà il movimento degli studenti sta producendo, come al solito, tanti bravi leaderini pieni di etica, intervistati e coccolati dai media, ma non ci sono i figli degli immigrati tra di loro, e le sole università di Parigi che non sono coinvolte nella rivolta sono quelle di banlieue. Se la Sorbona, transennata da alte barriere di lamiera erette nelle stradine comprese tra la rue Saint Jacques e il boulevard Saint Michel, sembra un´isola prigione, come Manhattan nel film «Fuga da New York», al contrario Paris-VIII, nella periferia Seine-Saint-Denis, è tranquilla, non sono saltati né una lezione né un esame. Visitarla in questi giorni è come passare il confine verso un altro mondo, fertile e ordinato.

Paris-VIII è frequentata soprattutto dai figli degli immigrati e per l´università è già una promozione sociale. Ecco dunque un´altra novità apparentemente paradossale: nel momento più caldo sono rimasti freddi i posti più caldi. I nomadi della periferia esprimono sia gli studenti di Paris-VIII, vale a dire il massimo della compostezza, e sia i casseurs razziatori, vale a dire il massimo della violenza: sono le due faccia della stessa rabbia etnica. A loro infatti non importa nulla della precarietà. Gli studenti della città di Parigi protestano contro la teoria della flessibilità, un´idea ancora astratta perché il lavoro a Parigi è e rimane garantito. Ma la flessibilità è un valore connaturato al bedunio di periferia, è la sostanza stessa dell´abitante del deserto metropolitano, con un´identità indefinita e cangiante da passamontagna, da zingaro, da pirata, o da viaggiatore, con abitudini itineranti, lavori che ci sono e non ci sono, una vita d´espedienti, il trasloco.

Ecco perché i casseurs attaccano gli studenti garantiti, chiedono loro di pagare il biglietto. Ed ecco perché la critica più estrema del capitalismo vede nei casseurs insensati e irresponsabili l´avanguardia scombiccherata dei nemici dell´Impero, come se i casseurs fossero le forze speciali dei nuovi invasori, gli stessi che dal Messico entrano negli Stati Uniti, i cinesi che occupano i mercati delle città nel Meridione d´Italia, i nordafricani, gli albanesi, gli indiani, il terzo mondo, l´oriente povero che stringe d´assedio le città dell´occidente ricco.

In un'Europa che non cresce tutto è più incerto, a cominciare dal lavoro. I «posti» di una volta non ci sono più, i lavori che si trovano durano 6, 12 mesi al massimo. L'ansia del domani colpisce soprattutto i giovani: non bastano bonus bebè e asili nido per convincerli a formare una famiglia.

In un'economia che ristagna ogni novità fa paura. L'Europa non cresce, ma ci impone di liberalizzare i mercati, abbattere le barriere, eliminare le protezioni dei molti settori che vivono al riparo dalla concorrenza: non è sorprendente che i cittadini non capiscano e chiedano di essere difesi dagli effetti di questa ventata di liberismo. Il voto di francesi e olandesi contro la nuova Costituzione è stato anche un voto contro un'Europa che ci chiede di non aver paura del cambiamento ma poi non riesce a dare una prospettiva a 14 milioni di disoccupati.

Anziché avere il coraggio di affrontare le vere cause del ristagno, i governi cercano di rassicurare gli elettori. Hanno evirato la direttiva Bolkestein che liberalizzava i servizi escludendone medici, notai, la finanza, i servizi sociali. Parigi ha deciso di nazionalizzare Suez pur di evitare il rischio che finisse all'Enel; qualche settimana fa Francia e Lussemburgo si erano opposti all'acquisto di Acelor, un grande gruppo siderurgico europeo da parte di un efficiente imprenditore indiano. Madrid si appresta ad approvare norme che impediranno a E.on, un'azienda elettrica tedesca, di acquisire la spagnola Endesa per creare il maggior gruppo al mondo nell'elettricità e nel gas. E' come curare un malato grave con l'aspirina: il male e la paura temporaneamente si dissolvono, ma intanto la malattia procede e si acutizza.

Il paradosso, come ha scritto una settimana fa l'ex ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, in un bell'articolo su

La Stampa, è che l'Europa non cresce proprio perché vi è troppo poca concorrenza, troppe protezioni, un'eccessiva interferenza dello Stato nell'economia. Per riprendere a crescere occorre aver il coraggio di liberare l'economia e spiegare agli elettori che ogni protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori. Si viaggiava forse meglio da Brescia a Roma quando Alitalia aveva il monopolio dei cieli e Ryanair non poteva volare da Montichiari a Ciampino?

E non è neppur vero che la liberalizzazione favorisce i consumatori a danno dei lavoratori. Da quando il Nuovo Pignone è stato ceduto alla General Electric l'azienda è cresciuta perché gli americani si sono accorti che pochi sanno costruire turbine come l'azienda fiorentina e lì hanno trasferito produzioni che prima svolgevano altrove nel mondo. «I giudici hanno regalato Antonveneta agli stranieri», ha detto il premier Silvio Berlusconi: chiedete ai dipendenti e ai clienti della banca patavina se avrebbero preferito essere amministrati da Fiorani.

E che errore, come giustamente scrive il senatore Franco Debenedetti, insistere sulla reciprocità. Se la concorrenza è la chiave della crescita, e Parigi si arrocca, aprendoci cresceremo più dei francesi. La Gran Bretagna, il Paese più dinamico d'Europa, non si è mai sognata di bloccare un'acquisizione, neppure quando Finmeccanica ha acquistato un'azienda militare, la Westland. L'unica azienda europea che valeva la pena difendere era Skype, l'operatore telefonico via Internet che metterà in ginocchio le telecom tradizionali. Proteggiamo l'acciaio ma nessuno ha scritto un rigo quando l'americana eBay ha comprato Skype.

Se vogliamo ricominciare a crescere dobbiamo innanzitutto liberarci delle nostre paure.

SIAMO sicuri che la legittima difesa sia di destra, che sparare agli aggressori sia sempre di destra? Immaginiamoci una sera qualsiasi, nella nostra casa di campagna, con i bimbi già a letto, la moglie che legge in poltrona… Immaginiamo che accada a noi quel che è accaduto tante volte in Piemonte, in Lombardia, in Toscana, nel Lazio, in Campania, in Sicilia. Immaginiamo dunque che, improvvisamente, dal fondo della notte e dalla finestra della cucina entrino due uomini armati.

Entrino, cioè, due di quei malviventi che - pensiamo subito nella tensione che ci taglia il respiro - rimasticano rancori e sequestrano famiglie, rapinano, violentano, e arrivano ad uccidere. Ovviamente, quella brusca intrusione dell’inatteso nella nostra vita ci dà una tale vertigine che crediamo di precipitare in una caduta. Non capiamo fin dove gli aggressori sono disposti ad arrivare, ma sappiamo di non avere il fisico del ruolo, capiamo solo di essere la preda. Perciò prendiamo spazio arretrando, cerchiamo un aiuto che non c’è, poi li guardiamo mentre ci guardano, rapidi e violenti. Abbiamo solo un attimo per osservare e decifrare. Possiamo accettare l’orribile destino che ci viene preparato in una sorta di intuizione profetica fatalistica e stanca, oppure impugnare il vecchio fucile da caccia, o la pistola che ci spaventiamo di possedere: il cuore, il corpo perde ogni rigidezza, e sparare diventa lo scatto della vita.

Ebbene, non ci sarebbe nulla di sguaiato, di eccessivo, di convulso in questa legittima difesa che, secondo noi, deve essere protetta dalla legge, da una legge non pasticciata e non leghista, non vendicativa e non razzista, rigorosa e semplice. Una legge che non sbagli i toni come questa della Lega, e che non sia così insensatamente elettorale e volgarmente politica da spingere la sinistra a difendersi legittimamente con una reazione uguale e contraria: una legge insomma di sinistra, una legge intelligente che non somigli a John Wayne ma neppure a Totò che si lasciava brutalmente schiaffeggiare dall’aggressore che lo aveva preso per Pasquale: "Tanto, io non sono mica Pasquale".

Nella violenza di chi si difende, in casa o nel suo negozio, in ufficio o nel suo bar, c’è una delicatezza che lo Stato deve proteggere ed è la stessa delicatezza del famoso bambino di "Mamma, ho perso l’aereo!", quel film dove il piccolino, rimasto solo, protegge la casa assaltata dai ladri. Lo Stato deve prevedere e "legalizzare" le occasioni nelle quali siamo costretti a essere carogne per bene, a stringere i denti e a mettere le dita nella presa elettrica. In quei terribili attimi dobbiamo sentirci sicuri di reagire in nome e per conto dello Stato che non è ubiquitario, ma difende legittimamente i suoi cittadini anche quando non è presente con il poliziotto, con il carabiniere. In quei momenti lo Stato sono io. Sparando al suo posto, ne interpreto la norma.

È vero che non esiste un modo per rendere amabile uno sparo, e neppure un cazzotto o addirittura un insulto; e farsi giustizia da soli, praticare una giustizia privata alla Charles Bronson, è quanto di peggio si possa immaginare. Ma non è Far West difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria vita, non è Far West la reazione malinconica e severa dell’aggredito, del violato, della vittima che incarna lo Stato oltraggiato dal delinquente. È invece Far West l’insicurezza, la paura sociale, l’estrema vulnerabilità, l’assenza, non fisica ma ideale, dello Stato. Le villette della Brianza, le nostre case, non sono le grandi praterie dell’Ovest dove il più debole soccombe. In mancanza del poliziotto, non possiamo accontentarci di tenere il broncio a quello Stato che non è altro da noi stessi. Ci sono occasioni di estrema tensione nelle quali non c’è il tempo di affidarsi alla giustizia delegata, di chiamare i pompieri o di aspettare la polizia. Dove c’è un cittadino che rispetta le leggi dello stato, lì c’è lo Stato. È la polizia che delega a me compiti di polizia; è lo Stato che mi assegna la funzione di difendermi per difendere se stesso.

Certo, è Far West andare in giro con la pistola in tasca, tirarla fuori quando ci guardano male o ci fanno una cattiveria, prendere a pedate il capufficio prepotente, emettere una condanna ed eseguire sul posto la sentenza perdendo la ragione. Ed è vero, come dice bene Vittorio Zucconi citando lo Fbi, che «chi usa una pistola ha 22 volte più probabilità di farsi male o di fare male a una persona conosciuta di quante ne abbia di colpire un malfattore». Spesso le pistole, voluminose e affascinanti, si mettono ad esistere da sole. Basta poco perché il loro senso latente si realizzi. La pistola è un ordigno, un simbolo di forza, una pulsione aggressiva. Perciò il porto d’armi deve essere concesso con rigore, alle persone equilibrate e composte, e le reazioni di difesa debbono essere consentite e, subito dopo, sottoposte alla verifica del magistrato. Sarebbe Far West girare con la pistola nel cruscotto, pronta all’uso nel sorpasso.

Ed è infine vero che il mio portafoglio, per quanto possa essere ricco di risparmi, non vale mai la vita del ladro che me lo porta via. Ma la fatica dell’essere usciti dalle caverne dell’homo homini lupus deve essere ben ripagata e rispettata e, questa sì, vale più della vita di un delinquente. A meno che non si pensi che la serenità familiare sia costruita sulla vita da marciapiede degli esclusi, che la proprietà sia un furto, e che il delitto sia sempre la conseguenza di un’ingiustizia sociale: il delitto come diritto del marginale, il delitto come legittima difesa dello sfortunato.

Postilla

Così farcito di contraddittori luoghi comuni che meriterebbe d’essere collocato nella cartella Stupidario. Ma la nuova cartella corre il rischio di diventare troppo gonfia. Mi limito a rinviare a un altro punto di vista ("Merce armata") e a riportare gli articoli del Codice penale previgente.

Art. 52 - Difesa legittima

"Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa."

Art. 54 - Stato di necessità

"Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, ne altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

"Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo.

"La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall'altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l'ha costretta a commetterlo."

Domanda

Ma Merlo è di sinistra?

Sui risvolti politici della vicenda Unipol si è già scritto e detto quasi tutto, ma c’è ancora qualcosa da aggiungere in attesa che la Direzione Ds si pronunci l’11 gennaio.

Le questioni che secondo me meritano un chiarimento ulteriore sono almeno tre: quella della diversità della sinistra, quella del fuoco incrociato contro i Ds e, l’ultima, sulla emendabilità del capitalismo italiano. È inutile aggiungere che si tratta di tre questioni interamente intrecciate tra loro nel senso che ciascuna è concausa delle altre due. Insieme stanno e insieme cadono, sicché bisogna anche porsi la domanda se sia nell’interesse del paese risolverle o impedirne la soluzione.

Dico subito che a mio avviso è interesse della democrazia italiana che quelle tre questioni siano risolte e che la loro soluzione non passi attraverso il dissolvimento del gruppo dirigente diessino, anche se è vero che la responsabilità di uscire dal bunker in cui si è cacciato spetta principalmente ad esso (come del resto ha già cominciato a fare Piero Fassino, nell’intervista che pubblichiamo oggi sul nostro giornale).

* * *

A proposito della diversità della sinistra italiana citai la settimana scorsa il «lascito» di Enrico Berlinguer. Un lascito costruito dalla coerenza di tutta la sua azione di dirigente politico, volta a evitare il rischio dell’omologazione del suo partito. Berlinguer aveva misurato quel rischio attraverso l’esperienza fatta dai socialisti. Non solo nella fase craxiana, ma già dal centrosinistra di Nenni e di Giacomo Mancini. La resistenza dei socialisti all’omologazione restando saldi in una versione riformista che incidesse sulla realtà italiana durò poco più d’un anno, dall’autunno del 1962 al giugno del ‘63. Fu la fase della nazionalizzazione dell’industria elettrica e della nominatività delle cedole e dei dividendi, ben presto caduta. La fase guidata da Riccardo Lombardi e da Antonio Giolitti nella breve esperienza della programmazione.

Quella fase ebbe termine con il «rumore di sciabole» del generale De Lorenzo, con l’intervento del ministro del Tesoro Emilio Colombo per una politica economica più rigida, con l’uscita di Giolitti dal ministero e l’emarginazione politica di Lombardi. Da allora la presenza politica del Psi si esaurì (con l’eccezione della legge Brodolini sulla giusta causa) nella «conquista» delle vicepresidenze negli enti pubblici di ogni genere e tipo, cioè nell’occupazione condominiale con la Dc delle caselle d’un potere che diventava rapidamente sempre più clientelare e partitocratico e sempre meno democratico e rappresentativo.

Poi arrivò Craxi e non fu più pioggerella ma grandine. La diversità berlingueriana aveva ben presente quell’esperienza e non voleva che si ripetesse. Non in quei modi. L’austerità berlingueriana era del resto un costume di tutto il partito, del gruppo dirigente, dei quadri, della base sociale in gran parte composta da operai, lavoratori dipendenti, braccianti, insomma proletari. E anche borghesia liberal-radicale.

Oggi la base sociale diessina è in parte cambiata, il partito attuale è, io dico per fortuna, molto diverso dal vecchio Pci, l’ideologismo rivoluzionario e massimalista non c’è più, la libertà è diventata un valore almeno pari ed anzi superiore a quello dell’eguaglianza. Ma la moralità politica è rimasta. Di qui l’anti-berlusconismo. Volete chiamarlo viscerale? Chiamatelo pure così perché viene dalla visceralità della gente di sinistra.

Il presidente della Camera, Casini, ha dichiarato due giorni fa che non vuol più sentir parlare d’una superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si tratta di superiorità, bensì di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto scossa dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia, Udc, Lega, An.

Quelle notizie sono scivolate come gocce d’acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del conflitto d’interessi di Berlusconi.

Ma è invece bastato un sostegno «tifoso» e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all’Unipol per scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma è considerata diversa anche da chi non è di sinistra. La sua diversità dovuta alle ragioni e alle motivazioni di appartenenza alle quali ho accennato, è dunque un dato di fatto. Si può dire che è un dato di fatto negativo, un errore, un residuo ideologico. Si può dire qualunque cosa, ma resta un dato con il quale sia gli avversari sia soprattutto i dirigenti debbono fare i conti. Se non li fanno sono loro a sbagliare.

Voglio dire al presidente Casini che quel modo di sentire «diverso» rispetto ai temi della moralità pubblica, dell’austerità del vivere, dei valori della solidarietà e dell’eguaglianza, dovrebbero anche essere patrimonio dei cattolici. Di quelli veri e non di quelli che si fanno il «nomedelpadre» baciandosi le dita e poi crogiolandosi nel sistematico malaffare.

Ce ne sono pochi di cattolici veri e sono anch’essi diversi. Mi rammarica perciò il disprezzo con cui il cattolico presidente della Camera parla dei diversi. Mi rammarica ma non mi stupisce. Non sempre i cattolici sono veri cristiani che rinunciano al potere per testimoniare la loro fede.

* * *

E vengo alla seconda questione: il fuoco incrociato contro i Ds. Scrissi la settimana scorsa che la dirigenza diessina ha commesso alcuni gravi errori.

Si è volutamente impigliata in una difesa di Unipol e del milieu circostante a Consorte, offrendo occasione ad un attacco nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. Da questi errori non si è ancora completamente districata ed è sommamente opportuno e urgente che se ne liberi.

Che il centrodestra in tutte le sue componenti ne abbia approfittato era nell’ordine delle cose e non può stupire. Fa parte della logica elettorale. Stupisce semmai l’impudenza con cui Berlusconi si è gettato in prima persona nella battaglia; stupisce che abbia potuto rivendicare, nell’indifferenza di gran parte della stampa, la sua estraneità alla mescolanza della politica con gli affari.

La fortuna di Berlusconi come imprenditore immobiliare prima e come concessionario di emittenti televisive poi è interamente legata a connivenze politiche; in particolare al legame strettissimo che ebbe con Bettino Craxi. I decreti craxiani che sospesero l’applicazione esecutiva delle sentenze della Corte costituzionale in materia televisiva, non a caso furono chiamati decreti Berlusconi, primo e gravissimo esempio d’una legislazione «ad personam». Per non parlare della legge Mammì che sancì di fatto il duopolio Rai-Mediaset.

Alla fine, dal 1994, avemmo il gigantesco conflitto d’interessi che tuttora incombe sulla vita nazionale.

Ma se vogliamo restare al tema delle Opa tuttora in atto, è stupefacente che le pagine dei giornali e i resoconti delle tivù siano pieni di Unipol mentre è totale l’assenza delle implicazioni ben più gravi di autorevoli politici del Polo, sottosegretari, presidenti di commissioni parlamentari, a finire con lo stesso presidente del Consiglio significativamente presente in compromettenti intercettazioni.

Perché dunque tanto accanimento unilaterale al quale, lo ripeto, la dirigenza diessina ha colpevolmente offerto il destro? La risposta è semplice.

Esiste in certi settori della politica e della stampa una nostalgia di centrismo che trova come impedimento maggiore la presenza d’un forte partito Ds. L’occasione offerta dal caso Unipol è stata da questo punto di vista preziosa. Ma è preziosa anche per rinverdire la visibilità elettorale di quella sinistra radicale «pura e dura» cui sembra in certe occasioni star più a cuore l’interesse della «ditta» che quello del paese.

Qui non si tratta della diversità berlingueriana ma d’un massimalismo a buon mercato, velleitario quanto nocivo come tutti i massimalismi. Berlinguer, tanto per ricordare ancora una volta la lezione dell’ultimo vero segretario del Pci, fu nel suo partito il punto centrale dello schieramento interno, distinto e spesso in contrasto con la sinistra di Ingrao, con quella filosovietica di Cossutta, oltre che con il gruppo moderato di Napolitano. Non darò – non ne avrei alcun titolo – giudizi di valore su queste diverse posizioni, ma ricordo appunto che Berlinguer rifuggì dal massimalismo e dall’estremismo come già prima di lui Longo e Togliatti.

In conclusione, si spara contro i Ds in nome del centrismo e dell’anti-riformismo. Questa è la verità del «fuoco incrociato».

* * *

Infine la terza questione, l’emendabilità del capitalismo italiano. Questo tema non è stato posto esplicitamente da nessuno con due eccezioni che mi piace citare: Alfredo Reichlin e Franco Debenedetti sulle pagine dell’Unità: due osservatori impegnati con biografie politiche assai diverse e tuttavia in consonanza su un tema di così grande rilievo.

Il capitalismo è stato modificato in modo sostanziale tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, cioè prima e dopo il secondo conflitto mondiale, dal pensiero di Keynes, dall’azione politica di Roosevelt e da quella successiva di Beveridge in Gran Bretagna e della socialdemocrazia in Germania.

Cioè dal pensiero e dalla pratica liberale e socialista abbinate alla forza del movimento sindacale.

Questo assetto ha configurato il capitalismo nella seconda metà del XX secolo accrescendo benessere e piena occupazione. Da un paio di decenni questa fase si è chiusa; la globalizzazione, l’informatica, la finanziarizzazione dell’economia hanno posto problemi nuovi tra i quali predominano la riforma del mercato del lavoro, la riforma del «welfare» e, soprattutto, la riforma dell’offerta di beni e servizi a cominciare dalla riorganizzazione dei mercati finanziari e delle società che vi operano.

Illudersi che una delle alternative a questa riorganizzazione sia il settore delle imprese cooperative è un grave errore di prospettiva. La cooperazione rappresenta un modello diverso di organizzazione dei consumi e del lavoro, non già un’alternativa al capitalismo. Merita di espandersi ma senza farsi «contaminare». Se non vuole scomparire e essere assorbita e omologata deve restare nel settore «non profit» che costituisce la sua forza e il suo limite.

Un grande partito riformista deve invece porsi il tema di stimolare la riforma dell’offerta, che riguarda la struttura societaria delle imprese capitalistiche, le piccole, le medie, le grandi e grandissime. Il fisco sulle imprese. L’accesso al credito e alla Borsa. Gli intrecci tra banche e imprese.

Gli organi di controllo esterni e interni alle imprese. La dimensione delle imprese.

L’internazionalizzazione e soprattutto l’europeizzazione delle imprese.

Ci sono nel capitalismo italiano forze consapevoli di questa necessità evolutiva del sistema e forze che vi si oppongono. Ma una cosa è certa: il sistema da solo non riuscirà a riformarsi. Lo stimolo politico gli è indispensabile come lo fu per arrivare alla fase denominata «mercato sociale» e «welfare».

Sono dunque tre questioni in una, come abbiamo indicato all’inizio. E ad esse bisognerà porre energicamente mano quando la nottata berlusconiana sarà finalmente passata.

«Tra poco più di un mese avremo un referendum sulla Costituzione, io credo che quel cambiamento costituzionale debba essere bloccato. Ma come tutte le Costituzioni credo che anche la nostra, che è una splendida Costituzione, abbia bisogno di revisioni e aggiornamenti. Sulla Costituzione, come sulla legge elettorale, io intendo che non si facciano cambiamenti se non con un dialogo approfondito con l'opposizione». Posto alla fine della replica di Prodi di ieri al senato, il riferimento al referendum del 25 giugno acquista il rilievo che gli è dovuto. E tuttavia non fuga i dubbi e i non detti che aleggiano sulla strategia referendaria e postreferendaria del centrosinistra.

In primo luogo, la sequenza di Prodi sembra dare per scontato un esito felice del referendum: si va alle urne, vince il no, si archivia la controriforma della Cdl; dopodiché il processo di riforma si riapre, nel confronto fra maggioranza e opposizione. Ora, che il referendum vada per il meglio non è affatto scontato. Può darsi che ci ripensino, ma all'indomani della sconfitta elettorale Berlusconi e i suoi alleati avevano deciso di comune accordo (cioè superando i precedenti contrasti di merito) di fare del 25 giugno il giorno della revanche. Ferma restando questa intenzione, la mobilitazione dell'elettorato di centrodestra sarà ampia e ideologicamente sostenuta, a fronte di una mobilitazione del centrosinistra fin qui fiacca e poco motivata. Niente autorizza dunque l'ottimismo, e nemmeno il silenzio sullo scenario catastrofico che si aprirebbe nella malaugurata ipotesi che a vincere fosse il sì.

Ma se anche la vittoria del no si potesse dare per certa, la sequenza di Prodi resterebbe oscura, non per quello che dice ma per quello che non dice. Che ogni Costituzione, compresa la nostra, possa essere riformata è ovvio, che debba essere riformata in modo condiviso è giusto (anche se fin qui, dopo il fallimento della bicamerale, sia il centrodestra sia il centrosinistra l'hanno modificata a maggioranza). Come la nostra «splendida» Costituzione debba essere riformata dopo più di un decennio speso, nel centrodestra e in larga parte del centrosinistra, a delegittimarla, è invece il non detto che pesa sul dopo-referendum e sul quale Prodi, come tutti i laeder di centrosinistra, glissa.

Non glissa invece la cultura giuridica e costituzionale che al centrosinistra fa riferimento, che da anni evidenzia questo colpevole processo di delegittimazione, e che oggi è convinta che la vittoria del no al referendum sia cruciale ma non garantisca affatto che le cose prendano una giusta piega in seguito. Ancora giovedì scorso, mentre Prodi presentava il suo governo al senato, un incontro promosso a Roma dalla Fondazione Basso e introdotto da Luigi Ferrajoli ha fatto il punto della questione. E il punto non è solo liquidare una controriforma che fa a pezzi il principio d'uguaglianza tramite la devolution, dà tutti i poteri al premier, mortifica il parlamento, paralizza il processo legislativo. Il punto è, o sarebbe, invertire quel processo di delegittimazione, rilanciando la Carta del '48 nei suoi principi fondamentali, a partire dall'uguaglianza (tradita del resto anche tramite legge ordinaria, si pensi alla legge 40). Un rilancio che richiederebbe insieme una buona «restaurazione culturale» e una buona riforma, in grado di agganciare la Costituzione italiana alla Carta dei diritti europea (Stefano Rodotà, Giuseppe Bronzini).

Ma è questa la riforma di cui (non) parlano Prodi e gli altri leader del centrosinistra, o è una riforma che punta solo a moderare gli eccessi di quella berlusconiana, confermandone la sostanza quanto a verticalizzazione dei poteri, svuotamento della rappresentanza, riduzione dell'uguaglianza? Prima di chiamarci alle urne, la nuova maggioranza dovrebbe provarsi a dissipare questi dubbi.

La più incisiva delle azioni antimafia è la corretta e scrupolosa applicazione della legge. Senza altisonanti dichiarazioni di principio, senza passerelle, senza protagonismi.

E anche, se possibile, senza quei solitari e quotidiani eroismi per riuscire ad applicare una norma che prevede un´assegnazione o un trasferimento, che possono tragicamente segnare un destino.

Chiedere l´applicazione della legge è del resto la più classica delle battaglie antimafia, quella che a partire dai sindacalisti uccisi nel dopoguerra ha visto tanti caduti. L´azione della legge che tutela il diritto di tutti i cittadini, da contrapporre alla vischiosità delle catene clientelari: prima che il Parlamento usasse legiferare ad personam era tutto più semplice.

Le leggi non sono tutte uguali, ce ne sono alcune portatrici di un forte valore simbolico che come un surplus s´aggiunge all´aspetto normativo, e per sua natura aspira a circolare come linfa fra le pieghe del corpo sociale. La legge Rognoni-La Torre, varata in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, sembrava naturalmente destinata a diventare il simbolo del riscatto contro la mafia. Tanto più che nel 1995 l´associazione "Libera" raccolse un milione di firme per proporre l´uso sociale dei beni confiscati, e la "nuova" Rognoni-La Torre riformata diventò legge nel 1996. Purtroppo però, senza volere sottovalutare il dato positivo dei beni assegnati e quelli che hanno visto l´insediamento di attività produttive, è mancata la volontà politica di utilizzare al meglio le potenzialità offerte dalla legge. Al punto che nel giro di pochi anni il bilancio della Rognoni-La Torre è diventato decisamente negativo e la proposta del centrodestra, che nel settembre 2004 prevedeva la possibilità di revisionare senza limiti di tempo i definitivi provvedimenti di confisca, è stata solo l´ultimo atto di una grande occasione mancata.

Le denunce sui contrattempi che nel breve volgere di qualche anno hanno invalidato lo spirito della legge sono state ripetute, anche con interventi su questo giornale. Più volte s´è scritto di come i lunghi tempi che intercorrevano fra l´azione di confisca e l´assegnazione dei beni determinasse il deterioramento di un patrimonio enorme, accumulato a spese della collettività. S´è denunciato come, nelle more, i beni confiscati continuassero ad essere utilizzati da prestanome beffando così l´azione della magistratura. O di come l´assenza di un approccio progettuale impedisse che i beni confiscati fossero considerati alla stregua di un patrimonio di risorse da utilizzare, senza contare che il notevole scarto fra i beni in carico al Demanio e quelli assegnati ai Comuni ha lasciato in un limbo burocratico dai contorni imprecisati un gran numero di patrimoni. Per arrivare al dilemma "farli perdere o vendere?" c´è voluta un´oculata cattiva gestione, essenziale per capovolgere e vanificare lo spirito della legge.

Il risultato, secondo i dati forniti dalla Corte dei conti ed elaborati dal centro Pio La Torre per un convegno tenutosi lo scorso febbraio, è che il cinquanta per cento dei beni confiscati alla mafia non viene assegnato e rischia di andare in rovina. A Trapani troviamo il record negativo, con 80 beni confiscati e nessuno assegnato. A Catania i beni assegnati sono 84 su 375. La politica ha lasciato che il tempo scorresse, senza prendere iniziative. La tradizionale organizzazione della burocrazia, stile muro di gomma, ha fatto il resto. E adesso la Corte dei conti denuncia come «gli uffici non forniscono notizie specifiche sulla cessione del bene o sulla mancata utilizzazione degli immobili. È assente un´analisi dei costi di gestione e non esiste alcun monitoraggio dell´attività degli amministratori». Possono passare anche dieci anni perché un bene confiscato sia finalmente assegnato, e a quel punto per rimediare i guasti e procedere alle necessarie ristrutturazioni servirebbero soldi. Ma le associazioni non possono dare in garanzia i beni assegnati, che vengono inventariati nel patrimonio indisponibile, e i Comuni soldi non ne hanno. Ed è come l´ultimo atto di una beffa, quando non è difficile che ville, aziende e palazzine vengano abbandonate. Solo a Bagheria – spiega l´ex assessore alla Legalità Pippo Cipriani - beni confiscati per centinaia di milioni di euro vanno alla deriva per mancanza di fondi. A Palermo poi, l´azienda con il più ingente patrimonio è una società che non esiste e che potremmo chiamare "Beni sequestrati spa": potenzialmente un´enorme risorsa sociale ed economica da utilizzare per la collettività, ad esempio per la risoluzione dell´emergenza casa. Quando si lascia che un simile patrimonio vada in rovina, quale messaggio arriva ai cittadini e come si potrà poi parlare di antimafia? La più rigorosa delle iniziative antimafia è semplice e comincia da qui, dall´applicazione attenta di una legge-simbolo.

© 2026 Eddyburg