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La stampa israeliana funziona spesso da sveglia. Nel corso di avvenimenti che agitano trippe e cervelli, guerre o intifada, nei momenti in cui hai l´impressione che le idee si appannino e si smarriscano nella faziosità, su alcuni quotidiani di Gerusalemme e di Tel Aviv puoi trovare analisi lucide, dissacranti, anticonformiste, che riconducono alla ragione e quindi alla realtà. È una delle principali virtù di una società democratica puntualmente messa alla prova dalle passioni. Nelle ultime ore, grazie ai colleghi israeliani, mi sono reso conto che avevamo dimenticato la questione palestinese.

Prima presi dal conflitto in Libano, e poi dalle sue immediate conseguenze, impegnati come eravamo a seguire le grandi trame diplomatiche, a Damasco, a Teheran, nelle capitali occidentali, avevamo perso di vista il dramma all´origine, magari come pretesto, di (quasi) tutti i drammi mediorientali: appunto la questione palestinese. La quale, se non verrà risolta o seriamente affrontata, renderà vani i tentativi di ridisegnare, in positivo, la mappa politica mediorientale.

Leggo in un articolo di Danny Rubinstein (Haaretz del 4 settembre), che tra luglio e agosto, a Gaza e in Cisgiordania, sono stati uccisi 251 palestinesi, tutti da soldati delle Forze armate israeliane. E che circa la metà di quei morti erano civili, inclusi vecchi, donne e bambini. In quei due mesi i contatti diplomatici tra Israele e l´Autorità palestinese sono stati congelati. E lo sono tuttora. Soltanto quelli riguardanti i problemi pratici quotidiani sono assicurati da semplici funzionari. Non si è più parlato di un possibile rilancio della road map, il mai ufficialmente defunto processo di pace. E il Primo ministro, Ehud Olmert, ha ribadito ieri, ancora una volta, che il progressivo ritiro unilaterale dalla Cisgiordania, compreso nel suo programma elettorale di marzo, non è più d´attualità dopo la guerra del Libano. Sempre ieri è stato inoltre reso pubblico il finanziamento per la costruzione di 690 nuove abitazioni nelle colonie israeliane di Betar Llit e di Ma´aleh Adumim, nei territori occupati. Si tratta della più importante decisione tesa a rafforzare gli insediamenti al di là della Linea Verde, virtuale confine tra Israele e la Palestina, presa dal governo formato dal Labour e da Kadima, il movimento centrista creato da Ariel Sharon, dopo il suo divorzio dal partito di destra Likud.

La vittoria elettorale di Hamas e la costituzione di un governo che non riconosce lo Stato di Israele avevano già condotto al comprensibile irrigidimento di Gerusalemme. Ma i rapporti con l´Autorità Palestinese (di fatto Presidenza di una repubblica da creare), ben distinta da Hamas e guidata dal moderato Abu Mazen, non erano stati congelati. Anche perché essa cercava e cerca di condurre Hamas ad accettare lo statuto dell´Olp, che riconosce da tempo, dal 1993, lo Stato ebraico. L´ulteriore irrigidimento è adesso senz´altro dovuto, in larga parte, alla necessità di assecondare l´opinione pubblica israeliana, insoddisfatta di come il governo ha condotto la guerra in Libano, e pronta a votare, stando ai sondaggi, per i partiti di destra e di estrema destra. Ma pesa soprattutto il rapimento del soldato Gilad Shalit, ancora nelle mani di un gruppo estremista di Gaza. Israele non lo perdona. Esige la liberazione. Stringe Gaza in una morsa. Per ora le trattative segrete non hanno dato risultati. Gli stessi uomini di Abu Mazen lavorano per convincere i rapitori a lasciare la preda. Non si sa quanti palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane esigano in cambio.

Se la cattura, da parte degli hezbollah, di altri due soldati ha provocato il 12 luglio la guerra del Libano, la cattura di Gilad Shalit, da parte di estremisti palestinesi, ha provocato di fatto la rioccupazione di Gaza, che Ariel Sharon aveva evacuato l´anno scorso, costringendo con fatica i coloni ad abbandonare i loro insediamenti. Le condizioni umanitarie in quella città, collettivamente punita perché colpevole del ratto di Gilad Shalit, sono disastrose. Gli ospedali sono gonfi di malati e privi di medicine. Scarseggia l´acqua, manca in molti quartieri l´elettricità. Come in Cisgiordania, ancora ufficialmente occupata, a Gaza i funzionari non sono pagati da mesi. Non si è neppure potuto inaugurare l´anno scolastico perché gli insegnanti senza salario sono rimasti a casa. Come prefigurazione della Palestina indipendente, Gaza offre una triste immagine. Ghazi Hamad, portavoce del governo Hamas, ha fatto l´autocritica. Non è soltanto colpa dell´occupazione israeliana, ha scritto, se siamo in queste condizioni: «Anche noi siamo responsabili dell´anarchia, degli assassinii, dei furti, delle occupazioni illegali delle terre abbandonate dai coloni, delle montagne di rifiuti per le strade».

Una scuola di pensiero, emersa soprattutto nelle capitali europee, giudica che il trauma della (seconda) guerra israelo-libanese abbia creato le premesse per una revisione positiva della intricata situazione mediorientale. Si sarebbe prodotto qualcosa di simile a un "bang" politico da cui potrebbe nascere un´occasione di dialogo tra paesi (e popoli) finora abituati a comunicare soltanto attraverso le armi, il terrorismo e la repressione. La guerra avrebbe prodotto una scarica, un elettrochoc, in grado di riaccendere i lumi della ragione nelle menti accecate dall´odio di antiche rivalità. Si può certo guardare con scetticismo quella volonterosa scuola di pensiero che intravede la possibilità di creare condizioni favorevoli, affinché tanti popoli nemici rinsaviscano. Ma la volontà dell´ottimismo è spesso efficace nelle grandi imprese. Tante volte, nella storia, dalle rovine e dai cimiteri è scaturita una pace che sembrava impossibile. Per ottenerne una vera è stato tuttavia indispensabile estirpare i principali motivi che l´avevano a lungo impedita. Ed è evidente che la questione palestinese è all´origine di larga parte del dramma mediorientale. Il dialogo è dunque consigliabile anche con Gaza.

Prove di guerra hi-tech, così si muore in Libano e a Gaza

di Manlio Dinucci

Da Gaza al Libano, le testimonianze dei medici sono unanimi: in decenni di lavoro negli ospedali non hanno mai visto niente di simile alle condizioni in cui sono ridotte molte delle vittime (quasi tutte civili) degli attacchi israeliani. Corpi bruciati e deformati da sostanze penetrate al loro interno, che carbonizzano il fegato e le ossa. Corpi che all'interno presentano migliaia di finissimi tagli, ma nei quali non si trovano schegge, oppure se ne trova solo una di plastica con la scritta «Test Gf». Braccia e gambe colpite da frammenti non visibili ai raggi X, che devitalizzano i tessuti e coagulano il sangue, provocando dopo l'amputazione una rapida necrosi che si estende al resto del corpo. Corpi mummificati che non presentano ferite esterne.

Anche se non si conoscono le armi che provocano tali effetti, una cosa è certa: le forze israeliane stanno usando non solo bombe a guida di precisione, proiettili al fosforo bianco, munizioni termobariche, munizioni a grappolo, i cui effetti sono ormai noti (v. il manifesto, 23/26/28 luglio). Stanno usando anche armi di nuova generazione. Lo conferma l'ordine dato agli organi di stampa il 23 luglio dal colonnello Sima Vaknin-Gil, capo censore militare israeliano, di non fornire informazioni sull'«uso di tipi unici di munizioni e armamenti». In base agli indizi sinora raccolti, si possono fare due ipotesi, non alternative ma complementari l'una all'altra.

La prima: alcune delle munizioni a grappolo rilasciano nuovi tipi di submunizioni le quali, esplodendo, spargono attorno non frammenti metallici (visibili ai raggi X) che squar-ciano i corpi con la loro energia cinetica, ma sostanze che, una volta penetrate nel corpo, lo distruggono dall'interno con le loro specifiche proprietà. Il fatto che siano riportati casi di feriti in cui la necrosi si estende molto rapidamente e in modo inarrestabile e che, nonostante l'amputazione degli arti, i feriti muoiano entro breve tempo, fa pensare che gli ordigni possano essere contaminati da agenti biologici specifici oppure da sostanze chimiche destinate ad aggravare lo stato delle ferite.

La seconda: possono essere state usate dalle forze israeliane anche armi a energia diretta. Esse colpiscono l'obiettivo non con proiettili, frammenti di submunizioni o con l'onda d'urto di un'esplosione, ma con forme di energia non cinetica: radiazioni elettromagnetiche, plasma ad elevata energia, raggi laser. Una delle armi laser - il Mobile tactical high energy laser (Mthel) - è stata sviluppata da un team statunitense guidato dalla Northrop Grumman e da uno israeliano comprendente diverse industrie: Electro-Optic Industries, Israel Aircraft Industries, Rafael, Tadiran. In alcuni test, il Mthel si è dimostrato capace di distruggere proiettili di mortaio e razzi prima che arrivassero al suolo. Armi di tale potenza, sia laser che elettromagnetiche, possono però essere usate sia a scopo difensivo che a scopo offensivo contro bersagli umani.

Il Tacom (il comando responsabile della «mobilità e potenza di fuoco dell'esercito americano») presentò a un simposio, il 29 agosto 2000, il Pulsed impulsive kill laser (Pikl). Testato su bersagli di gelatina (con all'interno sensori) riproducenti il corpo umano, su camoscio umido riproducente la pelle umana e su abiti di diversi tessuti, questo laser killer aveva dimostrato di poter distruggere veicoli con «impulsi che letteralmente masticano il materiale senza causare bruciature» e di poter provocare «effetti anti-persona di tipo letale o inferiore a quello letale». Il Tacom concludeva quindi che il Pikl poteva essere usato sia per operazioni militari, sia per il «controllo della folla».

Tre anni dopo alcune di queste armi a energia diretta sono state quasi certamente usate dalle forze statunitensi nella guerra in Iraq. Lo conferma l'inchiesta di Maurizio Torrealta e Sigfrido Ranucci, «Guerre stellari in Iraq», trasmessa da RaiNews24 il 17 maggio 2006. Attendibili testimoni riferiscono di aver visto, durante la battaglia dell'aeroporto a Baghdad nell'aprile 2003, un autobus che, colpito da una misteriosa arma, si accartoccia riducendosi alle dimensioni di un pullmimo, corpi intatti con solo testa e denti bruciati, corpi intatti senza più occhi, corpi rimpiccioliti a 1 metro di lunghezza. Corpi fatti sparire rapidamente per cancellare ogni traccia.

Intervistati dai realizzatori del documentario, alcuni dei massimi esperti statunitensi confermano che prototipi di armi a energia diretta sono già in uso. William Arkin, già analista del Pentagono ora al Washington Post, afferma che siamo di fronte a un cambiamento epocale: dalle armi cinetiche si sta passando alle armi a energia diretta.

Poiché non c'è test che equivalga all'uso di un'arma nelle condizioni reali di una guerra, è logico che le nuove armi a energia diretta, come le nuove armi contenenti probabilmente specifici agenti biologici e sostanze chimiche, siano state usate in funzione anti-persona prima in Iraq e ora in Libano e a Gaza. Solo che a fare da bersaglio al laser killer non sono manichini di gelatina ricoperti di camoscio ma uomini, donne, bambini.

Qualcosa possiamo fare, noi ebrei italiani

di Stefania Sinigaglia

Domenica mattina, risveglio davanti alle immagini trasmesse dalla Bbc da Qana, Sud Libano.

«Di fronte agli eserciti e alle superpotenze ci si sente deboli e inermi. Abbiamo dalla nostra parte soltanto la capacità di analisi e raziocinio, la nostra volontà di reagire e di farci ascoltare, e su queste risorse dobbiamo contare. Dobbiamo agire qui ed ora, dal basso, dato che i poteri del mondo dimostrano o connivenza insipiente o colpevole complicità, come organizzazioni e associazioni, ma soprattutto come ebrei singoli quali siamo, insieme alle organizzazioni palestinesi che rifiutano le derive islamiste, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare una catastrofe comune».

Ho riguardato alcuni miei testi scritti anni fa, come singola ebrea laica già legata al piccolo gruppo «Ebrei contro l'Occupazione», ora libera battitrice grazie alle cesure temporali delle mie peregrinazioni terzomondiste, perfetto clichè dell'ebrea errante del 21esimo seecolo. E pour cause: la terra promessa non è in quel lembo di territorio strappato a un altro popolo che da 60 anni ormai lotta per averne la porzione cui il diritto internazionale inascoltato decreta il suo diritto ad accedere. Testi del 2002, pubblicati dal manifesto o usati per riunioni pubbliche, che dicevano: la misura è colma, Israele sta distruggendo se stesso e la sua anima nel distruggere il sogno palestinese di una patria e di un loro ritorno, ossessionato dal miraggio di una impossibile «sicurezza», ottenibile solo al prezzo della rinuncia alla politica di aggressione che dagli anni Ottanta lo ha caratterizzato. Ma questa misura si rivela smisurata, la misura non ha fondo, la follia miope e disastrosa delle dirigenze israeliane (e la cecità di chi le elegge) sfida ogni sforzo di comprensione. Ciascuna nuova compagine governativa supera la precedente in capacità di recare morte e distruzione a popolazioni inermi, perseguendo militarmente un nemico politico che si rivela sempre più ubiquo e inafferrabile, e che come Atlante ad ogni colpo inferto si rialzerà rafforzato, sia in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, sia ora, di nuovo, in Libano, chissà domani in Siria o in Iran. E recando morte e distruzione a civili, e ai civili più poveri e privi di risorse, quelli che non hanno neppure i soldi e la macchina per scappare, addensa su di sé non solo l'obbrobrio di chi ha occhi per vedere ma compatta una nuova più solida resistenza. Invece di distruggere Hezbollah, Israele lo sta rafforzando oltre ogni previsione, in modo perfettamente autolesionista.

Ripensando ai versi del famoso canto pacifista di Bob Dylan di 40 anni fa, quanti morti ci vorranno ancora finchè Israele capisca che non si può esigere il diritto alla propria esistenza finchè non si riconosce il diritto di esistere degli altri? E questi altri sono i loro vicini, i loro, i nostri, cugini. «Degli Ebrei sono cugino», diceva la copertina di un Espresso del giugno del 1967, recante l'immagine di Nasser sconfitto. Già, cugini, e non ci sono lotte peggiori di quelle tra parenti o lontani parenti. Tutti figli in un modo o nell'altro di un Medio Oriente che non smette di sanguinare. Gli Israeliani dicono agli ebrei della diaspora, quei pochi che alzano la voce contro la loro politica distruttiva ed autodistruttiva: voi non siete qui, la pelle è la nostra, noi ci difendiamo. Chiamano traditori o rinnegati i loro dissidenti interni, anche loro una minoranza vocale ma numericamente esigua. Che in questi giorni sono in piazza comunque, come mi ha assicurato una rappresentante di New Profile, una delle organizzazioni che aderiscono alla Coalition of Women for a Just Peace.

La maggioranza, in Israele e anche nella Diaspora, è accecata dal mito del militarismo, che sembra l'unica garanzia di salvezza, perché si hanno negli occhi ancora le immagini degli ebrei buttati come cenci sporchi nei vagoni blindati. Mai più deboli, mai più vilipesi, mai più vittime.

Israele-Faust ha fatto allora un patto con un neo-Mefistofele: mai più vittima, vittime saranno «gli altri». Ma non esisterà nessuna catarsi un questa nuova edizione del Faust, nessun «fermati sei bello». Solo il baratro dell'ignominia di uno Stato che da faro possibile di civiltà e di redenzione si muta in canaglia internazionale.

Che possiamo fare noi ebrei italiani per esprimere il nostro orrore e il nostro rifiuto di fronte a questo nuovo salto di qualità nella discesa agli inferi della politica israeliana? Vogliamo tacere e macinare il nostro disgusto e la nostra rivolta davanti alle immagini di dolore lancinante dei civili libanesi e palestinesi? L'inettitudine della diplomazia è stata finora somma, solo la volontà di pace delle persone di buona volontà ci può forse ancora una volta aiutare ad uscire da questo nuovo carnaio.

Propongo che come singoli e in silenzio, senza alcuna etichetta ci si ritrovi davanti alla Sinagoga di Roma, il venerdì sera prossimo, con un semplice cartello di cartone che ognuno di noi può scriversi a casa, che dica: «Nessuna soluzione militare ai problemi politici in Medio Oriente. Applicazione di tutte le risoluzioni dell'Onu. Solo il negoziato conduce a una pace sostenibile».

Il correntone minaccia la scissione. Massimo D'Alema pare che freni. Giovanna Melandri nega che sarà il recinto del moderatismo. Marina Sereni dice che bisogna fare il programma per sciogliere le paure. Fra una buona e una cattiva intenzione, il partito democratico rimane lo spettro che si aggira sullo scenario politico. Si fa? Non si fa? Ma quando si fa? E come si fa? E soprattutto perché si fa? Credevamo di essere al come e invece siamo ancora al perché, ha scritto sul Riformista di ieri l'ex direttore Antonio Polito, replicando a un editoriale di venerdì del nuovo direttore Paolo Franchi, il quale aveva giustamente messo nero su bianco che «del perché un simile, inedito soggetto dovrebbe prendere corpo,e del perché l'Italia ne avrebbe bisogno, nessuno dei praticoni del 'partito nuovo' si è mai peritato di darci qualche ragione di carattere nazionale». Tali non essendo, a giudizio di Franchi, le esigenze di allargamento dei consensi elettorali di Ds e Dl, né «il tedioso chiacchiericcio» sulla necessità di far confluire le diverse tradizioni riformiste, né il successo delle primarie per Romano Prodi. Qualche ragione cercherà di darla il forum convocato per oggi a Roma dall'associazione per il partito democratico, presenti tutti gli interessati da Fassino a Rutelli a Cacciari a Parisi ad Amato. Ma allo stato attuale, la base più realistica per la discussione non l'ha fornita nessuno dei leader Ds, Dl e dintorni, ma un lungo e ambizioso saggio di Michele Salvati, pubblicato sempre sul Riformista in due puntate, venerdì e sabato. Impossibile da riassumere qui esaustivamente, ma di cui vanno almeno segnalati, e interrogati, alcuni passaggi. In primo luogo l'inizio, perentorio e sacrosanto: «Un 'partito nuovo' non nasce e non sopravvive se non risponde a un'esigenza storica, a una domanda del tempo, che i suoi promotori sono capaci di avvertire anche quando non è esplicita. Nasce e sopravvive se vi risponde». In secondo luogo il compito principale che per il nuovo partito viene indicato: prendere sul serio il rischio-declino dell'Italia e provare a rilanciare una crescita non solo economica ma anche civile e politica. In terzo luogo, la collocazione del progetto nella «storia lunga» della Repubblica: della cosiddetta Prima e della cosiddetta Seconda Repubblica, dei rispettivi sistemi politici e dei relativi blocchi. In quarto luogo, la definizione di una base culturale per il nuovo partito, con una rosa di autori di riferimento finora mai assunti esplicitamente come tali.

Personalmente condivido il primo e il secondo di questi punti, mentre avrei molte questioni da porre sul merito - non sulla rilevanza - del terzo e del quarto. Mi pare ad esempio tanto centrata la sottolineatura di Salvati del fallimento del primo centrosinistra nelal gestione della modernizzazione degli anni '60 e del consociativismo Dc-Pci nella gestione della crisi sociale degli anni 70, quanto affrettata l'analisi dei rapporti fra Psi e Pci; tanto apprezzabile l'esortazione a superare definitivamente le nostalgie per la «Prima» Repubblica, quanto rassicurante l'analisi delle derive della « Seconda», che non sono riducibili al «cattivo funzionamento» del bipolarismo ma a fattori di crisi sociale e politica che hanno scavato in profondità. Ancora: tanto condivisibile è la necessità di contestualizzare il progetto del nuovo partito nel «mondo cambiato» del dopo-'89, quanto discutibile è l'accettazione sostanziale della cassetta degli attrezzi di Blair, o la sua sostanziale equiparazione a quella di Schroeder e Zapatero; e tanto chiara è la defizione della'orizzonte culturale liberal-socialista (Sen, Rawls, Dworkin, Bobbio, Walzer) del partito democratico, quanto liquidatorio il giudizio sui «residui marxisti» presenti a sinistra. Infine e soprattutto: tanto è convinto l'invito a «derivare dal valore della democrazia una serie di implicazioni programmatiche forti», quanto è elusa la questione della crisi che le democrazie reali di oggi attraversano. Forse è proprio da qui che bisognerebbe avere il coraggio di cominciare a discutere. Ma allora quel nome, «partito democratico», apparirebbe ancor più spettrale di quanto non sia.

Alla vigilia dei cortei che ieri sono sfilati a Roma e Milano sul conflitto Israele-Palestinesi, e prendendo in anticipo le distanze dalla manifestazione di Roma, Piero Fassino ha detto una cosa su cui conviene meditare: contrariamente a quel che accade altrove, in Medio Oriente i confini tra aggressore e aggredito non sono del tutto chiari. Ambedue le parti hanno ragioni. Ogni giorno le milizie palestinesi colpiscono con missili le città israeliane di Sderot e Ashkelon, ogni giorno l'esercito israeliano colpisce a morte civili e non civili, e di fatto è tornato a occupare Gaza dopo il ritiro unilaterale dell’estate 2005.

“In Medio Oriente non sono in conflitto un torto e una ragione, ma due ragioni”, conclude Fassino: perché è legittima la volontà israeliana di vivere nella sicurezza, ed è legittima la volontà palestinese di veder liberato uno spazio su cui costruire uno Stato, e non una terra desolata che Israele circonda con soldati e occupa con colonie.

È dai tempi della Grecia antica che quando si ha conflitto fra due ragioni egualmente valide si oltrepassa la normale contrapposizione e si ha invece aporia, che significa assenza di passaggio, di percorso. L'aporia è stoffa di cui è fatta la tragedia, che è una condizione moralmente insolubile, sormontabile solo con espedienti che aggiustino la morale salvaguardandola. In politica, dall’aporia si esce con una parziale rinuncia alle proprie ragioni, alla propria sovranità. Tragica è dunque la condizione in Israele-Palestina, e per forza essa crea perplessità morale e poi divisione. Ma è proprio qui (nella divisione tra pareri contrari, non ignorata ma accettata) che comincia il percorso d’uscita. La divisione è non solo lievito della decisione politica, ne è anche la premessa.

Per questo desta qualche preoccupazione la maniera in cui parte delle comunità ebraica italiana ha reagito alle parole di D'Alema, espresse in un'intervista all'Unità del 10 novembre. È molto tempo che il ministro degli Esteri è accusato di faziosità: tempo fa venne accusato di equidistanza, oggi è sospettato di partigianeria anti-israeliana. Il colmo, tuttavia, l'avrebbe raggiunto sulla questione della diaspora. Questione spinosa, intoccabile: qual è il suo ruolo, e quale il suo rapporto con lo Stato d'Israele? Deve esercitare pressioni su quest’ultimo, come comunità? Può dividersi su Israele? È l'appello a dividersi e a premere sulle scelte israeliane che ha suscitato fortissimo sdegno. D'Alema è accusato di fare elenchi di ebrei buoni e non buoni, democratici e non, come usano gli antisemiti.

Vorrei fare qui l’elogio della divisione. Essendo la comunità ebraica un’associazione, essa può avere posizioni più o meno democratiche, più o meno pacifiche, più o meno favorevoli a negoziare con gli avversari di Israele. Non c’è niente di male a evocare e invocare tale divisione, ineluttabile. Non si parla qui del singolo italiano ebreo: individualmente egli non è tenuto a pronunciarsi per il solo fatto d’essere ebreo. Ma chi è iscritto in una comunità entra a far parte di un gruppo di pressione religioso, culturale e politico. Il che vuol dire: sulla condotta d'Israele ha da farsi un'opinione, cosa che comunque fa quando sceglie di essere attivista d’un collettivo. Alcuni, in diaspora, sentono addirittura una doppia lealtà: verso il paese di cui son cittadini e verso Israele.

Negli Stati Uniti si discute molto di questi dilemmi, da quando due professori, John Mearsheimer e Stephen Walt, hanno scritto nel marzo scorso un saggio attorno al peso che la lobby ebraica ha sulla politica americana. Le loro tesi sono state contestate o approvate, non solo fuori dalla comunità ebraica. In particolare, la critica rivolta dai due accademici alla lobby più conservatrice e faziosa (l'Aipac, Comitato americano-israeliano di pubblici affari) è discussa con veemenza dentro lo stesso Comitato. Sul giornale israeliano Haaretz, il 17 novembre, Gidon Remba, iscritto all'Aipac, accusa l'associazione di non difendere le ragioni dello Stato israeliano ma di militare in favore delle sue componenti più bellicose, conservatrici, fondamentaliste.

Simile militanza - continua Remba - è tutt'altro che condivisa dagli ebrei americani: almeno la metà e forse più della metà «considerano che la politica dell'Aipac sia perniciosa per la ricerca israeliana di pace e sicurezza». Occorre di conseguenza «creare una lobby ebraica moderata», che rispecchi la varietà della diaspora e separi i democratici dai non democratici. Questo in sostanza ha detto D'Alema: quel che avviene in America, potrebbe utilmente avvenire in Italia. Chi l'accusa di voler fare elenchi di buoni e cattivi, democratici e non democratici, vede il mondo ebraico come un collettivo chiuso, monolitico, incompatibile con la diversità. E trasforma tale visione in tabù. La divisione d'altronde è anche in Italia fisiologica. Non è concepibile che gli ebrei italiani siano in blocco a favore del premier Olmert e anche del suo nuovo vice, Avigdor Lieberman, che rappresenta l'ala più razzista e anti-araba della destra israeliana.

Dividersi in diaspora vuol dire che anche gli altri possono dividerti e catalogarti. È il primo espediente della politica. È la fine della messa all'indice di opinioni diverse, e della fusione integralista che vien fatta tra chi avversa i governi israeliani, chi avversa il sionismo e chi avversa l'ebreo in quanto tale. Nella diaspora c’è una varietà grandissima, che non esclude l'ebreo non sionista. È una varietà che va salvaguardata, soprattutto da quando l'uccisione di civili è divenuta un’usanza anche israeliana, in Libano o a Beit Hanun nella striscia di Gaza. È vero, esiste il rischio di condannare Israele più di quanto si condanni il terrorismo islamico. Ma la santuarizzazione della popolazione civile non esiste nel terrorismo islamico, mentre esiste in Israele che è una democrazia.

Scoprire che la storia è tragica e che su di essa tocca dividersi è più che mai urgente, oggi. La diaspora risente di quel che accade in Israele, anche quando non ne vuol sapere nulla. Una politica bellicosa a Gerusalemme ha effetti perniciosi su ciascun ebreo in diaspora e questo crea responsabilità speciali: responsabilità dello Stato israeliano verso la diaspora, e della diaspora organizzata per quello che fa Israele.

C'è urgenza per vari motivi. Ha detto il re di Giordania Abdallah che se entro il 2007 non ci sarà uno Stato palestinese, i terroristi avranno il completo monopolio della violenza nei territori. Non pochi analisti in Israele sostengono che l'assedio brutale e l'immiserimento di Gaza creerà una più agguerrita generazione di terroristi e che Hamas sarà sostituito da Al Qaeda, come in Iraq. Infine c'è il problema della solitudine israeliana, sollevato da Furio Colombo nella replica a D'Alema (l’Unità, 13-11). Aver fiancheggiato con tanta veemenza la politica di Bush, e averla in parte ispirata, non ha aiutato Israele ma l'ha stremato. Le amministrazioni Usa non l'abbandoneranno ma le loro politiche cambieranno. Saranno più attente ai propri interessi, non identici a quelli israeliani; chiederanno a Israele di fare più concessioni, di accettare negoziati con l'Autorità palestinese, con la Siria, magari con l’Iran. I primi sforzi di riadattamento già si percepiscono. C’è un nuovo piano Beilin, lo stesso politico che negoziò l'accordo di Ginevra nel 2003. C'è un abbozzo di iniziativa europea, per ora ristretta a Italia, Spagna e Francia. Disprezzare questi tentativi non produrrà più sicurezza per Israele.

Resta naturalmente il dramma dell'Iran e dei tanti arabi per cui l'Olocausto non è tabù: Ahmadinejad lo ha abbattuto in loro nome. Occorre anche qui una storia revisionista che faccia tabula rasa delle mitologie, come è avvenuto in Israele negli Anni 80. Occorre ricostruire e ripensare la cacciata degli ebrei dai paesi arabi, e anche l'aiuto che tanti arabi diedero agli ebrei perseguitati durante la Shoah. È quello che sostiene Rashid Khalidi, professore alla Columbia University, sul Boston Globe dell'1 ottobre: il grande compito dei palestinesi, se vogliono costruirsi un'identità statuale, è di scrivere e riscrivere anche questa storia, per troppo tempo occultata e dimenticata.

Ci sono le migliaia di negozi, di alberghi, di ristoranti, c´è il turismo perenne della città che appartiene al mondo. E il mostro di fango e di olio, di acqua fetida e di detriti sommerge i ponti, devasta i lungarni e penetra nel cuore antico della città dove cercano di resistergli i fiorentini, umili o famosi che siano, i professori dei musei e delle biblioteche che mettono in salvo centinaia di quadri, di tomi preziosi, quelli che alzano ripari, svuotano le cantine, salvano gli ammalati e gli anziani e anche i cronisti come Franco Nencini che va instancabile per la città dove le luci si sono spente, piove a dirotto per ore, esplodono le caldaie, cadono le case e anche i carcerati devono mettersi in salvo sui tetti.

La mobilitazione dei cittadini è totale. È in prima fila Enrico Mattei direttore della Nazione, il più famoso pastonista d´Italia, cioè uno che ogni sera mette insieme in un unico pastone tutto ciò che è accaduto in politica, e i maggiorenti, il sindaco Bargellini, il presidente Spadolini, i ministri accorsi da Roma. È saltato il gruppo elettrogeno dell´ospedale San Giovanni di Dio, l´acqua sale nei piani, le grida dei duecento malati, sommerse tutte le scorte di viveri salvo venti bottiglie di acqua minerale e dieci polli. Resiste il Ponte Vecchio, ma l´acqua ha distrutto i negozi degli orafi. Sui Lungarni Ferrucci, Serristori, delle Grazie la piena spara le automobili nel fiume o contro le case e dovunque si alza il lamentoso suono dei clacson.

Agli Uffizi sono arrivati il sovrintendente Procacci e il direttore del restauro Baldini. Ci si organizza per il recupero, si porta in salvo tutto ciò che sta nei laboratori: l´Incoronazione di Filippo Lippi, la Madonna del Masaccio, due Simone Martini, un Giotto, formando una catena si portano via i trecento quadri della Galleria dei ritratti compresa l´Incoronazione del Botticelli. Sono in pericolo i ventiquattromila manoscritti della Biblioteca nazionale, i tremila e ottocento incunaboli, le sessantottomila opere musicali.

Ricorda una guardia: dal carcere di Santa Teresa arrivarono dei colpi e la gente si mise a gridare: «La rivolta, la rivolta!». Il terrore regnava nel carcere dove l´acqua aveva raggiunto i quattro metri. Sopraffatte le guardie, un centinaio di detenuti aveva raggiunto il tetto. Alcuni scesero l´angolo e poi si tuffarono nelle acque vorticose, la gente dalle case circostanti li incoraggiava. Arrivò un tronco e una donna gridò a un evaso: «Buttati, buttati!». Lui si buttò, si chiamava Luciano Sonnellini e aveva vent´anni. Il suo cadavere fu trovato ad un chilometro dal carcere in una cantina di via dei Papi. Alcuni riuscirono a entrare in un alloggio vicino, la gente li guardò per un po´ spaventata, ma lo erano di più loro che cominciarono a scusarsi e a spiegarsi. In alcune case finì con conversazioni da salotto: «Prego signora, non vorremmo disturbarla. Appena è possibile ce ne andiamo». «Ma figuratevi ragazzi, siamo tutti figli di Dio». Ce ne erano di quelli con la faccia da far spavento, ma altri come i nostri figli.

Degli evasi ciascuno seguiva il suo destino. Un gruppo andò a svaligiare le armerie, e sapeva dove trovarle. Alcuni si arresero al primo carabiniere, altri tornarono addirittura in carcere. Ce ne furono che raggiunsero in via Manzoni l´istituto delle suore domenicane e per farsi aprire battevano ai vetri del lucernario, chiedevano acqua e cibo. Ma non gli fu aperto. Fu più coraggioso il signor Lumachini che stava in via Manzoni. «Vogliamo solo raggiungere la strada», gli dicevano e lui li fece entrare. Anche qui dal Lumachini comincia una conversazione assurda, quasi salottiera, di grazie e di prego, di fiammiferi che passano da una mano all´altra. Gli evasi offrono sigarette e gli ospiti di casa Lumachini qualcosa da mangiare.

Intanto si conclude felicemente a Ponte Vecchio l´avventura degli orafi che nel ponte hanno negozi e magazzino, tutte le loro fortune. Qualcuno li ha avvertiti dell´alluvione che arriva: Romildo Cesaroni, una vecchia guardia notturna che sorveglia il Ponte Vecchio. Sarà stata la mezzanotte del 3 e Cesaroni telefona a casa della signora Piccini, che ha negozio sul ponte: «Signora è meglio che venga, l´Arno si sta gonfiando da fare impressione». Cesaroni è in attesa della signora all´ingresso del ponte ma in quella arrivano una quindicina di nottambuli, corrono in girotondo e cantano beffardi: «Tra due minuti crolla tutto, è meglio che li diate a noi i vostri gioielli». Arriva il marito della signora, nell´ansia non riescono a aprire il negozio.

Il ponte trema, si sentono terribili tonfi, il vento e l´acqua sbattono sulle casette dei negozi che sembrano sul punto di volar via, la corrente che trascina alberi passa un metro sotto ma la voglia di salvar la roba è più forte di tutto. Baldino, il marito della signora, le dice: «Tu scappa e intanto porta questa roba a casa». «Vien via, vien via!», implora lei. Erano arrivati dei carabinieri e anche loro dicevano di andare via, ma fuori c´erano ancora quei giovanottacci. «Tornai al ponte con altre valigie, saranno state le tre e mezza, era saltata la luce e nel buio pauroso diluviava. Si vedevano dei fari accesi, erano altri gioiellieri. Si prese qualche altra cosa e poi il ponte tremava così forte, sembrava dovesse crollare da un momento all´altro. L´ultima cosa che ricordo è un tronco gigantesco e un´auto che con il muso sbatteva contro il davanzale di una finestra». Ma altri gioiellieri arrivavano e correvano ai loro negozi. Si sentivano i carabinieri gridare: «A vostro rischio e pericolo, a vostro rischio e pericolo!».

Quando a ottanta anni ti entra un fiume in casa. A Montedomini, quartiere di povera gente, c´è il ricovero per gli anziani. L´alluvione ti viene incontro con la figura di un vecchio con il pigiama a righe e la papalina in testa che si è messo a spazzare l´acqua del cortile. Lavora piano, senza espressione in volto, non si capisce se sia un´immagine di speranza o di rassegnazione. Tutti i vecchi sembrano in stato confusionale, non fanno nulla, come annichiliti dalla sciagura. Oppure si perdono in lavori minuti, in gesti senza senso, cercando di togliere l´acqua dalla scala mentre tutta la casa è un lago, o cercando un gatto. Quando hai ottant´anni e un fiume ti entra in casa non è facile capire, muoversi.

Firenze ha anche una guida spirituale, il professor Giorgio La Pira, evangelico e poeta, che dice: «E così si risorge, un mattone dopo l´altro, un mattone per ciascuno senza discriminazioni. Firenze è un´isola, un esperimento nuovo, prezioso. Presto presto, tutto il mondo ora è Firenze, la Russia manda aerei carichi di aiuti, i parroci collaborano con i comunisti». Si impegna un grande laico, il professor Carlo Ludovico Ragghianti, lo storico dell´arte, che esorta uomini di cultura e giovani a soccorrere la città. Il mondo raccoglie la sua voce, arrivano studenti a migliaia. Dormono nelle cuccette dei vagoni abbandonati su un binario morto, salvano quadri preziosi e vite umane.

Si incomincia a far la conta dei danni. Le opere guastate sono 1.400, di cui 221 tavole, 413 tele, 39 affreschi, 122 sculture. Disfatto il Museo delle scienze, distrutta la raccolta degli strumenti musicali, danneggiati il Cristo di Cimabue e gli affreschi di Paolo Uccello, quasi distrutta la sezione etrusca, danneggiato l´Archivio di Stato che raccoglie in trecento sale la storia di Firenze, sommersi i seimila volumi e i corali miniati dell´Opera del Duomo, un milione e trecentomila pezzi delle biblioteche danneggiati, devastati, il Gabinetto Vieusseux, la Sinagoga, l´Accademia dei Georgofili, nove facoltà dell´Università alluvionate con danni irreparabili.

E si scopre l´incuria che ha permesso l´alluvione. C´è un lamento generale sulla mancanza di informazione. Enrico Mattei, direttore della Nazione, fa una pubblica denuncia: «La stanza dei bottoni c´era, ma dietro i bottoni c´era molta insensibilità, molta inefficienza. Ancora ieri mattina a sei giorni dal disastro nelle zone allagate migliaia di persone invocavano pane e acqua potabile. La vicenda di Firenze è eloquente. A una certa ora, un certo giorno, un fiume in piena si è abbattuto su una grande città. Nessuno lo ha visto salire, nessuno ha dato l´allarme, nessuno ha misurato il pericolo».

La città ha pagato errori del presente e del passato, non sono state abolite le pescaie ormai inutili, non sono stati fatti i bacini di difesa e neppure gli scolmatori. Il fiume è un budello stretto fra le colline. Durante la piena l´Arno si è trovato da sé il suo scolmatore sui Lungarni Acciarini e Archibusieri, si è riversato in città. E Firenze è stata costruita nel punto sbagliato, la cosa migliore ma non fattibile sarebbe stata spostarla.

La stampa straniera non è tenera con le nostre autorità. Scrive il Sunday Times: «La nostra inchiesta è giunta alla conclusione che il disastro è stato reso più grave dallo scarico di acqua fatto da una società idroelettrica dal suo bacino. Alle 21 del giorno 2 a trentacinque miglia dalla città sono state aperte le paratie del bacino e si è spalancata la strada a cinque milioni di metri cubi di acqua. Il bacino della diga conteneva acqua in eccedenza per nove milioni di metri cubi».

La logica di chi produce energia spesso non coincide con quella della sicurezza. L´ottimismo degli ingegneri viene spesso pagato con migliaia di morti.

Anche i naviganti scaltri talvolta affondano. Succede all’on. G. P.: avvocato organico dell’allora premier, pontificava nella commissione giustizia; ed è presentatore della legge grazie a cui il cliente schiva l’appello contro la sentenza che concedendogli le attenuanti generiche, dichiara estinto dal tempo un grave episodio delittuoso. Rispedita alle Camere dal Quirinale, riappare incostituzionale come prima. Così la XIV legislatura chiude in gloria il ciclo dei favori al padrone. In due articoli (qui, 13 e 18 gennaio 2006) spiegavo che roba sia. L’autore racconta d’avermi querelato: nessuno se n’è accorto; e siccome non esistono querele occulte, suppongo che fosse vanteria; dopo sette mesi arriva una citazione dove, asserendosi leso nel «patrimonio morale», chiede i danni.

Ricapitoliamo. Giugno 2000: i moribondi del centrosinistra consumano l’ultimo squallido anno; B. vola ad sidera. È sotto accusa, d’avere comprato sentenze romane (una risulta determinante nella storia dell’impero editoriale): gliele comprava l’avvocato C. P.; e mettendo piede a Palazzo Chigi, 1994, se l’era scelto ministro della giustizia. L’udienza preliminare del caso Mondadori sbocca in uno sbalorditivo non luogo a procedere: applaudono i miracolati e la claque; il pubblico ministero appella (oggi non potrebbe). La Corte accoglie l’appello ma i correi hanno sorti diverse a causa d’una svista legislativa, stavolta solo colposa: l’art. 319-ter aumenta la pena della corruzione nei processi; l’ha interpolato una l. 26 aprile 1990 n. 86, i cui compilatori dimenticano il corruttore (art. 321); poi lo nominano (art. 2 l. 7 febbraio 1992 n. 181); siccome però i fatti risultano anteriori, B. è passibile solo della pena meno grave, da due a cinque anni, anziché da tre a otto; e con le attenuanti cosiddette generiche il reato sarebbe estinto. La sentenza 25 giugno 2001 le concede motivando così: seguiva la prassi d’un ambiente corrotto, poi ha concluso accordi transattivi; infine, l’attuale suo stato «individuale e sociale» merita riguardi. In lingua spiccia, «non possiamo negarle a chi s’è appena riseduto sulla più alta poltrona, ricchissimo, potente, fortunato». Ricorrono tutti in cassazione: non è titolo lusinghiero «privato corruttore»; il pubblico ministero mira alla condanna; la Corte respinge i ricorsi. Res iudicata, lo stigma resta. Nel dibattimento i correi subiscono pesanti condanne. Comincia un lustro d’incubo. L’uomo ha pochi scrupoli: entra nelle teste dagli schermi; comprava giudici nemmeno fossero fattorini; risalito in sella, inquina la legge tagliandosela su misura. Falso in bilancio, rogatorie (vuol escludere carte bancarie che svelano i circuiti del denaro corso nelle baratterie), translatio iudicii (vuol cambiare tribunale), conflitto d’interessi, prescrizione. Padrone della macchina normativa, l’adopera: i votanti muovono la testa su e giù, nodding asses; l’avvocato, stratega d’asfissianti cavilli, guida la commissione giustizia a Montecitorio; un lupo custodisce l’ovile, direbbe Fedro.

Erano due i processi pericolosi. Ne trascina ancora uno. Alla fine del dibattimento, primavera 2003, annuncia d’avere nel cuore «dichiarazioni spontanee», sul velluto perché non ha contraddittori e verrà solo quando gli sia comodo: tiene banco tutta una mattina, spettacolo tristissimo; le puntate seguenti, Dio sa quando; guadagnava tempo, mentre le Camere affatturano un cosiddetto lodo d’immunità processuale, esemplarmente invalido. Saltiamo al 22 novembre 2003: il Tribunale aveva separato i giudizi; assolve C. P. da due capi d’accusa; condannandolo sul terzo inchioda B.; era denaro suo (perciò le Camere avevano riscritto l’articolo sulle rogatorie). Può salvarsi solo con la prescrizione accorciata dalle attenuanti generiche: volo arduo, dopo l’eversiva sfida alla giustizia; e qualora gliele regalino, il pubblico ministero appella. Salta fuori G. P., 13 gennaio 2004, proponendo d’abolire l’appello contro i proscioglimenti: s’è sognato che lo imponga la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo; ogni tanto scrive e parla come intrattenesse un pubblico ignorante o ebete. Anche gli orbi vedono dove miri. L’attesa sentenza esce venerdì 10 dicembre 2004: nessun dubbio sui fatti, i soldi venivano dalle casse berlusconiane; ormai tutto dipende dalle famose attenuanti; e gliele concedono ancora, senza una sillaba sulla questione capitale (fin dove le meriti il pirata che, salito al potere, scardina l’ordinamento). La mossa legislativa arriva appena in tempo, grazie al riguardoso timing del procedimento, in sonno nei mesi della campagna elettorale: la Corte ossequente dichiara inammissibile l’appello; i proscioglimenti non sono più appellabili; se vuole, il pubblico ministero ricorra in cassazione, dove le questioni sul fatto evaporano.

Legge invalida, a parte le bestialità tecniche. L’avevo detto in un convegno, presente l’autore che s’è guardato dal contraddire, né contraddice adesso, ma nega d’avere reso servizi al cliente. Che l’interno d’anima fosse immacolato, l’afferma sbandierando le date: la proposta risale al 13 gennaio 2004; la sentenza il cui appello disturba B., viene fuori 11 mesi dopo. Bell’argomento, ne ricorda uno speso da David Irving, storico delle Hitler’s Wars, quando nega che il suo idolo sapesse del genocidio ebraico: manca l’ordine scritto; poi contesta anche l’evento; morivano d’epidemie o sotto le bombe alleate. Ripetiamolo: la proposta 13 gennaio 2004 nasce dalla condanna 22 novembre 2003; inchiodato quale mandante, B. spera nella prescrizione, purché il Tribunale gli regali le «generiche»; e dev’essere un proscioglimento che non sfumi in appello. Tutto avviene secondo i desideri. L’onorevole avvocato pratica arti induttive sui generis. Nell’art. 533, ad esempio, interpola una battuta: il giudice condanna solo se l’imputato risulta colpevole «al di là d’ogni ragionevole dubbio», come nei film americani; era chiaro dall’art. 530, c. 2. Formula enfatica e ridondante: lettori impressionabili vi colgono l’invito ad allargare le maglie del dubbio; penalisti disinibiti scaricheranno i casi d’omicidio indiziario sugli spiriti dell’aria. Dire che l’atto servisse a B., costituisce «intollerabile aggressione»; e leso nel «patrimonio morale», chiede 250 mila euro: quasi niente rispetto alle parcelle d’Arcore, ma più della buona uscita che lo Stato italiano m’ha corrisposto su quarantun anni d’insegnamento nelle sue Università.

Dopo le mercuriali, i valori. Se G. P. non fosse assorbito da affari meno eterei, gli consiglierei due letture: Eric R. Dodds, The Greeks and the Irrational, University of California Press, Berkeley & Los Angeles 1951; e Arthur W. H. Adkins, Merit and Responsability. A Study in Greek Values, Oxford University Press, 1960, a proposito d’archetipi del sentimento morale. Sono due, vergogna e colpa. Lasciamo da parte il secondo: astro e satelliti del mondo berlusconiano ignorano i tormenti della coscienza infelice, assente nel caimano Leviathan; vale invece un modello della shame culture; «cosa dirà la gente?». Emergono affinità col mondo omerico: riuscire è kalón (bello, degno, ammirevole), senza riguardo al modo; fallire, aischrón (brutto, turpe, obbrobrioso); contano i fatti, non motivi e circostanze. La società achea venera gli agonisti vittoriosi dei quali ha bisogno o crede d’averne. Agamennone appare aischrós quando Clitemnestra l’ammazza in casa: lei no, benché l’atto sia empio; ma non essendo vendicata, soffre vergogna nell’Ade, anima errabonda. I violatori della reggia d’Itaca sono agathói (eccellenti), finché nessuno li stani, mentre sarebbe infame l’Ulisse soccombente. Solo Teognide (sesto secolo a. C.) loda i giusti, vincano o perdano. Le gesta berlusconiane risuscitano categorie arcaiche: ha schivato le condanne che il fido correo sconta; l’epopea leguleia aperta nella fine secolo onora G. P., quasi una seconda guerra troiana. Ne goda i lucri ma sia coerente: chiedendo quei 250 mila euro, vuol qualificarsi Baiardo delle istituzioni e asceta forense vecchio stile (vedi Arturo Carlo Jemolo o Alfredo De Marsico, un’avvocatura nobile, colta, povera); qui commette hybris, molto malvista dagli dèi (in pallida versione italiana, l’atto arrogante d’uno che vìola limiti naturali). Il sottinteso tattico adombra «larghe intese» sperimentabili sul corpo vile della procedura penale, caso mai qualche dialogante aprisse spiragli. Speriamo di no: il capolavoro firmato G. P. somiglia ai feti mostruosi che i naturalisti conservavano sotto spirito; è imperdonabile trascinarselo; e quanta aria cattiva spira dalle porte socchiuse.

Lo si capisce dalle vignette di Giannelli sul Corriere della Sera, che dipingono un Berlusconi felice di ottenere da sinistra quel che non aveva ottenuto da destra. Lo si capisce dalle parole di Federico Grosso, che su questo giornale, il 25 luglio, parla di legge necessaria al miglioramento delle carceri, ma viziata da un compromesso che garantisce impunità a crimini economici «fortemente caratterizzati da disvalore sociale e morale». Lo si capisce dalle proteste di Eugenio Scalfari, di Luca Ricolfi, di Michele Ainis, di Vittorio Grevi, dell’ex giudice D’Ambrosio, del giudice Caselli. La legge sull’indulto che ieri è passata al Senato è molto più di un errore. Nasce da una profonda, radicata indifferenza alla cultura della legalità e al rapporto sano fra Stato di diritto ed economia. Le critiche pesanti rivolte da sinistra a Di Pietro, che ha provato a fermare la legge sino a dissociare la lealtà di ministro dalla propria coscienza di cittadino, confermano questa indifferenza.

Di Pietro è sospettato di voler conquistarsi visibilità, oltre che di usare un linguaggio sleale, violento. Il che forse non è falso: se c'è un modo di coltivare il protagonismo, quello del ministro è ben scelto. Ma gli strali si concentrano sul dito anziché su quel che il dito indica, e il proverbio cinese evocato da Di Pietro è sempre valido: «Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito». Lo sciocco non guarda alla sostanza, bensì all'apparenza. Per lo sciocco vale soprattutto: Primum Vivere, e dunque la sopravvivenza di una coalizione che senza Forza Italia non avrebbe approvato l'indulto. Primum Vivere fu il motto di Craxi quando prese la guida del Psi: lo slogan rovinò una grande scommessa politica (il rafforzamento della sinistra non comunista) trascinando il socialismo italiano nella corruzione. Il centro sinistra non corre quel pericolo ma quasi sembra trascurarlo. Come se in testa venisse anche per lei, in occasioni non marginali, la conquista-salvaguardia del potere e non quel che il potere fa. In tali circostanze il resto conta poco o nulla, anche quando questo resto è la sostanza delle cose: la cultura della legalità e il senso civico della classe dirigente, in un paese dove il problema dell'etica nell'economia e nella politica è il vero suo tarlo e la vera anomalia.

Questa trascuratezza in tema di legalità non cade dal cielo: si può scrivere ormai una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo. Che hanno sconnesso il legale dall'utile, l'onestà dalle esigenze - considerate più autentiche, pratiche - dell'economia o della gestione del potere. È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata. Di questa storia Berlusconi ha profittato, andando al potere nel '94 e nel 2001 senza che conflitto d'interessi e processi l'ostacolassero.

Da quale cultura (nel doppio significato del termine) è germinata questa storia che ha creato uno spazio per Berlusconi e che oggi glielo preserva? Da una cultura presente nei luoghi meno prevedibili, sia a destra sia nella sinistra radicale, sia nella politica sia in parte della Chiesa: sfatando le tesi di chi considera finito il catto-comunismo e non vede sorgere la nuova, strana alleanza tra catto-comunisti e Berlusconi. In realtà, buona parte della Chiesa italiana si è rivelata attore di primo piano, e questo spiega come mai tanti cattolici di centro, pur distanziandosi da Forza Italia o combattendola, coltivano il culto berlusconiano dell'impunità. Con il passare degli anni la Conferenza episcopale ha dimenticato le sue battaglie per la cultura della legalità e contro la mafia, pur di ritagliarsi uno spazio politico che compensasse il declinare, in molti suoi esponenti, della missione spirituale e profetica. Del tutto dimenticata oggi è la nota pastorale redatta il 4 ottobre '91, poco prima di Mani Pulite, che s'intitolava «Educare alla legalità» e condannava il crescente corrompersi del colletti bianchi. Del tutto scordate sembrano le parole tremende - un anatema che sconvolse il clan Provenzano, spingendolo ai delitti della primavera-estate '93 - che Giovanni Paolo II pronunciò contro la mafia (e implicitamente contro i voti di scambio coperti da indulto). Quel discorso, pronunciato dal Papa nella Valle dei templi a Agrigento il 9 maggio '93 («Convertitevi! Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte!») è da anni introvabile sul sito internet della Santa Sede. La visita in Sicilia neppure è annoverata tra i viaggi del Pontefice. L'altro attore non irrilevante è Rifondazione di Bertinotti. Val la pena ricordare che fin dal 23 febbraio 2002, quando Di Pietro e la rivista MicroMega organizzarono al Palavobis di Milano una conferenza sulla legalità, l'attuale presidente della Camera si stizzì, svilendo un'iniziativa giudicata superflua, secondaria rispetto alle strutturali questioni economico-sociali: «È la rivolta dei ceti medi professionali - disse -. Da un lato (gli organizzatori) colgono fatti di involuzione della società politica, dall'altro rivendicano un ruolo come ceto e istituzioni, mi riferisco agli intellettuali e alla magistratura. È un terreno ambiguo». Più di tre anni dopo, intervistato dal Corriere della Sera sulle indagini del giornalista Travaglio (inchieste Dell'Utri, Berlusconi), disse: «Marco Travaglio? Non nominatemelo. Solo a sentire il suo nome mi viene l'orticaria. I moralisti danneggiano la sinistra. Non amo il giustizialismo a tutti i costi. Ogni volta che qualcuno si autoinveste del ruolo di censore, di moralizzatore, rischia di fare più danni di chi poi si vuole condannare» (5-10-05). Così si giunge all'oggi: estendendo l'indulto ai crimini contro la pubblica amministrazione, e a corruzione e concussione (tutti gli scandali dell’ultimo decennio, compresi Parmalat e furbetti del quartierino), il fronte degli Indifferenti di sinistra esita a regolare i conti col berlusconismo. Nei fatti ne è contagiato, come Arturo Parisi temeva nell'estate 2005, quando avvenne il disastro Banca d'Italia.

Naturalmente esiste un’ urgente necessità di migliorare le carceri italiane, disumanamente stracolme. Due papi si sono battuti per questo. Ma l'emergenza è stata usata per un compromesso con Forza Italia che ha consentito a quest'ultima di imporre la propria agenda giudiziaria, con più successo ancora che nel passato (Grosso ricorda che esisteva un disegno di legge condiviso, del gennaio scorso, che concedeva ai delitti economici un solo anno di sconto e non tre). I processi per questi delitti non sono cancellati ma la certezza della pena, mai lunghissima, è ridotta a zero. Può darsi che esistano ragioni per difendere l'interezza della legge; ma nessuno è parso convinto al punto tale da illustrarle bene. Che il disagio di chi non ha impedito questo tipo d'indulto sia grande, lo rivelano le parole stupefacenti del deputato prodiano Franco Monaco: «Sono un soldato, il testo dell'indulto lo voto, ma attenti perché è un testo inaccettabile!». Dunque, parte della sinistra ha voluto l'indulto così com'è, pur definendolo «inaccettabile». Ha ritenuto probabilmente che questo sia il prezzo del Primum Vivere, nei momenti in cui occorre conquistare il potere o non perderlo. Primum Vivere è una sorta di scetticismo degenerato, che in simili momenti prende il sopravvento.

L'intera campagna elettorale è stata condotta in fondo all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto d'interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale. L'attenzione si concentrò totalmente sul fisco, col risultato che Prodi più che attaccare dovette difendersi. Vero è che promise di ripristinare la «maestà della legge», che denunciò in alcune interviste l'intreccio tra affari e politica. Ma la cultura della legalità è restata sconnessa dall'economia, come se non fosse invece parte fondamentale di essa. Come se per ripartire e crescere, l'economia non avesse prima di tutto bisogno di restaurare il dovere civico del pagare le tasse, del rispettare le leggi, creando un clima fondato sulla fiducia, dunque affidabile. Questo legame urge instaurarlo in Italia, perché altrimenti non solo la democrazia ma anche il mercato, divenendo diseducativi o distorti, falliscono e muoiono. La grande vocazione pedagogica di Prodi, che tante volte lo ha premiato, diverrà più che mai essenziale.

Abbiamo parlato di scetticismo degenerato perché gli scettici non intendevano questo, quando giudicavano superflue tutte le cose sensibili. Nel IV secolo avanti Cristo, Pirrone consigliava l'atarassia e cioè l'imperturbabilità; raccomandava l'afasia, ritenendo che astenersi dal parlare fosse meglio delle affermazioni perentorie; suggeriva l'apatia, che evita emozioni forti. Era poi raccomandata la sospensione di giudizio sulle cose del mondo (l'epoché) ma lo scopo era l'Atman: il collegamento con l'io più profondo dell'uomo, con la scintilla di Dio. Oggi l'Atman è la conquista del potere, la coalizione a qualsiasi prezzo, non la sostanza di quel che in politica si fa e il linguaggio con cui lo si spiega ai cittadini. Primum vivere, deinde philosophari - in primo luogo bisogna vivere, dopo fai filosofia. Il detto antico non è errato: la ricerca della massima saggezza non può soffocare i bisogni elementari e animali dell'uomo, del suo convivere sociale. Prima di dedicarsi alla sapienza e alla virtù, bisogna procurarsi il necessario per vivere. Ma gli antichi esaltavano le quotidiane virtù dell'onesto cittadino, quando posticipavano l'astratta cerca della Repubblica perfetta. Non esaltavano - oscuro oggetto del desiderio, sensualità speciale di chi comanda - il potere fine a se stesso.

I tassisti, come le farmacie, sono percettori di rendite oligopolistiche grazie alle barriere frapposte all´ingresso di nuovi competitors. In Italia i taxi sono pochi: a Barcellona, modello per tutti i sindaci italiani, i taxi per abitante sono sei volte quelli di Milano. Di qui il prezzo spropositato a cui vengono scambiate le licenze: fino a 200mila euro in città come Roma, Milano o Firenze; una compravendita peraltro illegale, mai registrata ai prezzi effettivi. Il costo di ingresso nel settore viene recuperato con le tariffe. Per il recupero (pay-back) dell´investimento si parla di cinque-dieci anni. 200mila euro recuperati in dieci anni sono un balzello annuo di ventimila euro, quasi cento euro al giorno, cioè da cinque a dieci euro su ogni corsa, che vanno ad aggiungersi alla remunerazione del tassista, al canone associativo e al costo di assicurazione, manutenzione, carburante e rinnovo periodico del mezzo.

In altre città italiane queste stime vanno ridotte di un terzo o della metà. Il balzello, comunque, grava soprattutto sui costi delle imprese: oggi può permettersi il taxi quasi solo chi è rimborsato da una ditta o da un ente.

Una volta recuperato il costo della licenza – nel caso che non sia stata ereditata – i tassisti guadagnano molto: per lo meno rispetto agli addetti a mansioni simili. Quanto, esattamente, non si sa; perché non sono tenuti a rilasciare ricevute (quelle che danno al passeggero non hanno alcun riscontro fiscale): le ha abolite, pochi mesi dopo la loro introduzione, il primo governo Berlusconi. A fronte di questi guadagni, il lavoro dei tassisti è stressante e gli orari sono lunghi: dieci e a volte anche sedici ore al giorno. Non è detto – anzi, non accade quasi mai – che durante il turno siano sempre in moto: stanno fermi, in attesa dei clienti, anche per metà della giornata.

La cessione della licenza rappresenta una sorta di buonuscita, in assenza di tutele previdenziali più adeguate: è un "fai-da-te" eretto a sistema di governo; sulla sua perpetuazione si reggono lobby, clientele e "pacchetti" di voti che stanno all´origine della frammentazione della categoria in associazioni e cooperative che invece di collaborare per rendere efficiente il servizio, si combattono per difendere le prerogative di chi le governa. Basti pensare che nelle principali città italiane, nonostante i molti tentativi esperiti, non si è riusciti nemmeno a istituire un numero unico per le chiamate: cosa che evidentemente pesa sia sulla qualità del servizio (tempi di attesa) che sul suo costo (l´attesa spesso la paga il cliente).

Non parliamo delle innovazioni rese possibili dalle tecnologie dell´informazione e delle telecomunicazioni (Itc): nove anni fa l´allora ministro dell´ambiente Ronchi, nel quadro di un decreto sulla mobilità sostenibile, aveva istituito – sulla carta – una nuova modalità di trasporto a domanda, chiamandola impropriamente "taxi collettivo" e assegnandone incautamente la gestione alle aziende di trasporto pubblico locale (Tpl). Le quali, sostenute dai contributi regionali, avrebbero potuto fare una concorrenza sleale ai tassisti. Per reazione un compatto sciopero aveva offerto a Berlusconi l´occasione di un bagno di folla tra i tassisti romani. Il provvedimento era stato subito revocato e reso non operativo.

Le misure sui taxi del sacrosanto decreto-legge del governo Prodi, se non sarà accompagnata da interventi che affrontino tempestivamente la questione nel suo insieme – e purtroppo la questione non è stata nemmeno sfiorata nel lungo processo di elaborazione programmatica dell´Unione – rischia di sortire effetti analoghi. Vale la pena evidenziare rischi e opportunità a cui si espone la decisione del governo:

1. Senza misure di accompagnamento, il decreto è una mera spoliazione di lavoratori che hanno investito molte risorse nell´acquisto della licenza; o che contano su di essa per una tranquilla uscita dal lavoro;

2. Una compensazione monetaria non è praticabile. Le licenze in Italia sono circa quarantamila. A un costo cautelativo di 100mila euro ciascuna, fanno 4 miliardi di euro. Chi li può sborsare di questi tempi? Il Governo? Le Regioni? I Comuni? Nessuno dei tre;

3. Uno scontro frontale con i tassisti alla lunga è pericoloso: innanzitutto perché svolgono un servizio pubblico essenziale; poi, perché possono adottare forme di lotta estreme, come il blocco del traffico, emulando i camionisti che avevano preparato il terreno al rovesciamento violento di Allende. Sarebbe però gravissimo se il governo facesse marcia indietro;

4. È sbagliato però pensare di affidare progressivamente il servizio a imprese gestite con criteri capitalistici e forme di lavoro subordinato o in appalto come accade negli Stati Uniti. Per capire a quali eccessi di sfruttamento, parassitismo, inefficienza, e anche di conflitto sociale, esso possa portare, consiglio la lettura di Taxi! - Driver in rivolta a New York di Biju Mathew, Feltrinelli. Qualità ed efficienza del servizio sono garantite meglio da una compagine di lavoratori indipendenti;

5. Non ci si può aspettare che dalle attuali organizzazioni dei tassisti vengano proposte diverse dalla difesa dello status quo. Non sono venute finora e non c´è motivo perché le cose cambino improvvisamente. Dovrà farsene carico qualcun altro.

Che fare, allora? Alcune considerazioni di buon senso possono contribuire a imboccare una strada vantaggiosa per tutti:

1. La palla passa alle Regioni e ai Comuni che dovranno assegnare le nuove licenze. Dovranno graduarle nel tempo, in modo da permettere a chi la ha acquistata un recupero almeno parziale del suo valore;

2. Occorre introdurre subito la ricevuta fiscale stampata in automatico dal tassametro. È un altro duro colpo per i tassisti! Ma giacché il governo non se li è certo ingraziati con l´attuale decreto, tanto vale completare l´opera e porre le basi di un effettivo rinnovamento del servizio. Così potrà anche monitorare i guadagni effettivi dei tassisti e graduare la liberalizzazione del servizio sulla loro capacità di recuperare almeno una parte del valore perso;

3. Per ridurne l´opposizione bisogna offrire ai tassisti delle chance: per esempio la possibilità di alternarsi su più turni sullo stesso mezzo; la reintroduzione del trasporto dei disabili finanziato dai servizi sociali; la concessione ai titolari di licenze già in essere di nuove licenze per i coadiuvanti familiari e delle licenze, con facoltà di recesso, per i servizi innovativi: quelli basati sulla condivisione del veicolo tra una pluralità di utenti;

4. Occorre soprattutto predisporre normative e agevolazioni per l´acquisizione delle tecnologie necessarie all´innovazione: tassametri a ripartizione di tariffa; display che segnalino la destinazione del veicolo, per consentire la raccolta di nuovi passeggeri lungo il percorso; display e corsie differenziate in base alla destinazione in tutti i grandi poli di attrazione (aeroporti, stazioni, stadi, ospedali, centri commerciali, quartieri dei divertimenti); interconnessioni, software e terminali per servizi su chiamata estemporanea per passeggeri con percorsi e orari compatibili. E poi, servizi a chiamata sostitutivi del trasporto di linea in zone periferiche e orari di morbida; promozione e agevolazione di convenzioni con utenti collettivi: imprese, enti, categorie.

A giudicare dalla stampa slovena e croata che arriva a Trieste, i discorsi pronunciati in Italia per la «Giornata del ricordo», da quello del Capo dello Stato agli altri in centinaia di località, hanno destato interesse ma anche preoccupazione negli ambienti politici e nella popolazione della Slovenia e della Croazia, soprattutto in Istria. In questa regione, teatro degli eventi ricordati per le foibe e l'esodo, proprio in questi primi giorni di febbraio le associazioni della Resistenza e le famiglie delle vittime delle stragi fasciste e naziste, hanno commemorato le vittime di alcune stragi compiute nel febbraio 1944 dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti repubblichini italiani al loro servizio - militanti nella X Mas, nella Milizia Territoriale, nei reparti armati del Partito Fascista Repubblicano e in altre formazioni.

La «Giornata del Ricordo» del 10 febbraio, coincide dunque con anniversari altrettanto tragici e tristi per le popolazioni italiane, slovene e croate dell'Istria che, dopo una breve parentesi «partigiana» (dal 9 settembre ai primissimi giorni di ottobre 1943) conobbero l'occupazione nazista, l'annessione all'«Adriatische Kunstenland» tedesco e - soprattutto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1943 - un'interminabile serie di massacri di civili, di incendi di villaggi e di deportazioni. Con l'aiuto dei fascisti italiani i tedeschi diedero la caccia agli «infoibatori», ai combattenti della Resistenza, ai cosiddetti «badogliani» e a tutti coloro che gli si opponevano, massacrando nel giro di pochi mesi oltre 5.000 civili italiani e slavi e deportandone 12.000 nella sola Istria. Un'altra ondata di stragi e di distruzioni si ebbe nel febbraio-marzo-aprile 1944, sempre con la complicità e il sostegno dei fascisti italiani. Quello che la stampa slovena e croata rimprovera agli uomini politici italiani è il fatto che «la memoria italiana è una memoria selezionata»: è giusto rievocare le tragedie delle foibe e dell'esodo, ma perché - si chiedono il Novi List di Fiume, il Vjesnik di Zagabria, la Slobodna Dalmacija di Spalato, il Delo di Lubiana ed altri - non si ricordano i venti anni di persecuzioni fasciste contro gli slavi in Istria e le stragi in Montenegro, Dalmazia e Slovenia sotto l'occupazione dell'esercito italiano dall'aprile 1941 all'8 settembre 1945? Perché non si ricordano le vendette compiute «dopo le foibe del settembre 1943», nel litorale adriatico?

Il pubblicista e storico zagabrese Darko Dukovski, intervistato dal Novi List ha duramente condannato i «crimini della rivoluzione» riconoscendo che «la storia delle foibe è strettamente collegata alla storia dell'esodo degli italiani dall'Istria e da Fiume», aggiungendo che «una delle conseguenze delle foibe fu l'esodo e, quindi, lo stravolgimento della fisionomia etnica dei territori ceduti dall'Italia alla Jugoslavia col trattato di pace. Il che non significa, però, che fascisti e non fascisti furono gettati nelle foibe per stravolgere la fisionomia etnica della regione». Anche perché, sloveni e croati che pure finirono nelle foibe furono dieci volte più numerosi degli italiani. «Si offende la verità - continua lo storico - quando da parte italiana, oggi, si parla di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta del tentativo di falsificare la verità storica, di presentare il movimento resistenziale croato e sloveno come criminale». Dukovski cita - senza però relativa data - un documento fascista: il tenente della Mvsn Domenico Motta che in una relazione segreta alla questura di Pola affermò che gli insorti istriani, nella prima metà di settembre 1943 avevano «liquidato» per lo più segretari del Fascio, podestà ed altri gerarchi insieme a innocenti vittime di vendette personali. E Conclude il suo intervento (due paginoni del quotidiano) difendendo le posizioni del presidente croato Stjepan Mesic. Affermando che «la vendetta delle foibe posta in atto dagli insorti-partigiani istriani» nel settembre 1943 ma anche nell'immediato dopoguerra, «non giustifica i crimini: le foibe restano un crimine ingiustificabile»; infine afferma che, «le ricerche devono continuare e bisognerà continuare a trattare questa tematica ma con obiettività, restituendola agli storici; purtroppo - sono certo che la verità e l'obiettività continueranno ad essere calpestate dai politici fino a quando le foibe e l'esodo serviranno a raccogliere consensi politici e voti. Il crimine non può essere dimenticato, deve essere ammonimento alle future generazioni, ma bisogna ricordare i crimini compiuti da ambo le parti».

Più o meno questa è la posizione degli osservatori croati e sloveni: sarebbe ora che i responsabili politici in Croazia e Slovenia riconoscessero apertamente, pubblicamente, le stragi compiute in Istria nel settembre 1943, a Zara e Fiume, a Trieste e Gorizia e dintorni nell'immediato dopoguerra da parte delle truppe jugoslave; non si deve però parlare di odio anti-italiano, perché migliaia di soldati italiani furono aiutati dai partigiani e civili croati e sloveni a salvarsi dai tedeschi. Gli eccidi che portarono alla morte o alla scomparsa si circa diecimila fascisti e non fascisti furono crimini e basta, non prodotto di odio anti-italiano. Al tempo stesso sloveni e croati chiedono che anche da parte italiana, e al più alto livello, ufficialmente, vengano riconosciute e condannate le stragi compiute dai fascisti e dall'esercito italiano in Montenegro, Dalmazia, Croazia e Slovenia dall'aprile 1941 all'inizio di settembre 1943, e le stragi dei repubblichini al servizio dei nazisti dall'ottobre 1943 a fine aprile 1945 sul «Litorale Adriatico». Solo così si potrà costruire una memoria condivisa.

Che cosa hanno in comune le coppie di fatto, l´Afghanistan e Vicenza?

La risposta di molti italiani e di molti lettori di questo giornale sarà, suppongo, la seguente: l´intervento ripetuto e pesante di due grandi potenze mondiali sulla vita interna italiana.

Proverò a dire che non è vero, che si tratta di una percezione rovesciata del fenomeno. Invece di vedere il nostro problema italiano, preferiamo immaginare che stiamo subendo tremende costrizioni, che stiamo piegandoci a obblighi imposti con la forza.

Proverò a dire che i potenti pesano solo se si rendono conto di poterlo fare con efficacia e senza importanti segni di vita autonoma della parte su cui viene scaricato il peso.

Esempio: sia la Chiesa che gli Stati Uniti non mettono in dubbio la cattolicità o la leale amicizia di Paesi come la Spagna e la Francia che se ne vanno per la loro strada, discussa e decisa dentro la vita politica di quei Paesi.

Non si tratta certo di Paesi isolati. Essi, infatti, sono strettamente integrati sia all´Occidente cattolico che all´alleanza atlantica, anzi in entrambi i casi sono orgogliosi protagonisti.

Non vorrei essere frainteso. Anche il governo Prodi intende essere protagonista orgoglioso (nonostante che un ministro della Difesa, temporaneamente disperso, parli di date sconnesse da qualunque strategia nella questione dell´Afghanistan, nonostante l´improvvisa illuminazione di fede del ministro della Giustizia).

Il problema - che è anche la spiegazione del disorientamento che ogni tanto sembra cogliere gli stessi membri del governo ma anche deputati e senatori - è il paesaggio morale e politico nel quale viviamo.

Lo descrivo così: primo, quel paesaggio è intatto, dal giorno in cui Berlusconi è stato costretto (lui dice: con l´inganno e temporaneamente) a lasciare la guida del Paese.

Secondo, quel paesaggio è un cumulo di macerie: un Paese a crescita zero, un´amministrazione disastrata, illegalità diffusa e onorata, provvedimenti che hanno scardinato principi fondamentali come «la legge è uguale per tutti», un´intimidazione dei giornalisti e dei media che dura ancora e che rende molti di essi assai più propensi ad annotare i problemi di Prodi e le minacce di crepe nella sua maggioranza che a scoprire il gioco dell´altra parte.

Per esempio: Berlusconi è capo di chi, parla a nome di cosa, e perché va in onda ogni giorno come uno Chavez di imminente ritorno al potere, benché qualunque conto dimostri che la sua Casa della Libertà non esiste più? Perché ogni giorno Casini e i suoi, ascoltati in silenzio compunto, danno lezioni di moralità politica e alto senso dello Stato pur avendo scrupolosamente votato ogni singola legge ad personam, ogni decreto voluto e imposto da una sola persona per suo diretto, palese e noto beneficio, fino al punto da creare scandalo internazionale?

Se il paesaggio non fosse colmo di detriti e macerie (ma anche di estese e singolari amnesie di gran parte dei commentatori politici) potrebbe un uomo dotato soprattutto di voce grave come l´ex ministro della Difesa Martino presentarsi regolarmente in televisione per annunciare che il governo Prodi ha distrutto anni di prestigio dell´Italia nel mondo, mentre è fresco di stampa il libro del diplomatico inglese Rory Stewart su ciò che è veramente accaduto ai soldati italiani a Nassiriya? Racconta l´ambasciatore inglese che i nostri soldati erano presi fra i due fuochi della guerra vera, che però veniva negata nonostante i soldati morissero, privi com'erano di protezione adeguata, e la guerra mediatica dei superiori frivoli e dei collegamenti Tv all´ora giusta e nel talk show preparato per fare spettacolo intorno a questo o quel generale.

Quello spettacolo, racconta l´ambasciatore Stewart dall´Iraq in cui si trovava, risplendeva solo in Italia. Sul posto «per gli italiani c´era rischio altissimo a inerzia totale», perché l´uomo dalla bella voce che adesso compare solenne in televisione a parlare di prestigio italiano infranto si era limitato a offrire le vite dei soldati italiani in cambio di italianissima bella figura. Era un dono ai comandi di altri Paesi, con altre strategie, altri governi, altri parlamenti a cui rendere conto.

Agli italiani resta questo libro («I rischi del Mestiere, vita di un diplomatico inglese in Iraq ai tempi della guerra». Ponte alle Grazie, euro 22) e le bandiere intorno alle salme.

Macerie sono non solo quelle della strage dei nostri soldati privi di difesa nell´attentato terroristico ormai famoso, ma anche la mancanza di qualunque luce sulla differenza fra ciò è stato raccontato e ciò che è veramente accaduto. Strane vicende come quella del cosiddetto "governatore" Barbara Contini, che è costata vite italiane per farsi vedere in un suo fortino dal quale non faceva e non poteva fare niente tranne che comparire in opportuni collegamenti in televisione, non si è mai detta una parola di spiegazione. Ma c´è chi, nello show, ha lasciato la vita.

E provate a chiamare mercenari i mercenari (la parola viene usata liberamente dai giornali americani per dire personale privato con funzioni paramilitari a pagamento) e subito siete investiti dall´onda di piena di non si sa quale patriottismo. Ma quel patriottismo non ha fatto una piega per la morte di Enzo Baldoni (anzi insulti e sarcasmo), ha chiamato «vispe terese» (cioè stupide e fuori posto, forse perché disarmate) due volontarie scampate a un rapimento. E quando Nicola Calipari è stato ucciso nel modo in cui è stato ucciso, mentre portava in salvo l´ostaggio italiano Giuliana Sgrena, quell´onda di patriottismo si è improvvisamente spenta. Non solo resta aperta la questione giudiziaria in cui qualunque Paese avrebbe preteso di essere ascoltato e di avere risposte proprio perché amico e alleato. Resta aperto, a carico di coloro che si esibiscono in rimpianti della gloria italiana perduta, un dovere di verità: perché, da chi Nicola Calipari è stato lasciato solo a cavarsela nella notte di Baghdad, senza alcun intervento dei famosi e stimati migliori amici dell´alleato americano? Chi si è distratto da quella amicizia, quando, perché? Qualcuno ha spiegato come mai non c´era l´ambasciatore italiano in piena rappresentanza e garanzia del governo amico? Forse Nicola Calipari, che si è gettato col suo corpo sull'ostaggio liberato Giuliana Sgrena e l´ha salvata con la sua vita, non ha fatto vedere «come muore un italiano»?

Ma se volete avere un´idea delle macerie che ingombrano e deformano il nostro paesaggio, confrontate la televisione di Stato in due eventi esemplari. Il primo è il telefilm dedicato alla famiglia Sereni, pionieri del sionismo italiano, ma anche della Resistenza, trasmesso la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria. In quel filmato non c´è traccia del fascismo, non c´è traccia di protagonisti fascisti delle persecuzioni. Gli eventi avvengono da soli, salvo la colorita intromissione di alcuni tedeschi cattivi. Sono personaggi estrosi e amanti della musica che, hanno un po´ guastato in una vicenda che tutto sommato, non era altro che la consueta tragedia della guerra.

Quando invece si tratta del 10 febbraio, giorno di ricordo della tragedia delle foibe, i protagonisti cattivi ci sono, eccome. Recita lo spot ufficiale ripetuto per giorni dalla Tv di Stato: «I massacratori sono stati i partigiani comunisti».

Il problema non è l´improvvisa comparsa in Tv dei comunisti, a cui il berlusconismo ha dato una nuova vitalità che ci viene invidiata nel mondo (nel senso che in nessun altro luogo si può affidare tutto alla manipolazione dei media). Il problema è la scomparsa dei fascisti dal video. Essi però, nella vera vita militano, gagliardetti al vento, anche nella manifestazione romana del 2 dicembre scorso. Militano orgogliosi e intatti, come ai tempi della «difesa della razza» nelle file del cosiddetto "partito dei liberali italiani" di Silvio Berlusconi. E noi zitti.

La sera di sabato 10 febbraio i Gr, i Tg e - con particolare solennità - Radio Parlamento della Rai hanno trasmesso il discorso di Bossi che annuncia la riapertura del parlamento padano. Come se fosse normale, legale, costituzionale. Tema del discorso: «Siamo schiavi dell´ingordigia di Roma che deruba la nostra agricoltura a vantaggio di altre agricolture e vogliamo la libertà dalla oppressione di Roma».

Inevitabile rendersi conto che, al di là da questa barriera di macerie che ricorda l´immortale sequenza del film «Germania anno zero» di Rossellini, è possibile buttare oggetti di tutti i tipi contro la legge finanziaria del governo Prodi, persuadere ogni gruppo a una propria rivolta in base a informazioni false distribuite a cura di chi non vuole farsi notare come nemico del padrone di tutti i media. Oppure discusse come se fossero vere. Spiega le concitate genuflessioni che colgono a mezza strada coloro che non sono mai stati particolarmente religiosi ma non vogliono essere trovati, in questa confusione, senza "santi in paradiso", la famosa condizione essenziale per sopravvivere, così cara all´immaginario italiano quando il Paese ritorna indietro. Il Paese non sta tornando indietro, per fortuna. Ma i nemici di Prodi ce la mettono tutta, anche perché più che mai diventerebbe chiaro, a un Paese correttamente informato, che niente è più vecchio, antico, protezionista, illiberale, codino e reazionario (in modo addirittura farsesco e teatrale) di tutto ciò che rappresenta Berlusconi, così splendidamente descritto dalla moglie Veronica (ma solo dalla moglie Veronica, perché solo lei ha i mezzi per farlo).

Ma tutto ciò che ho detto finora spiega anche le ombre confuse che si addensano a sinistra su ogni tentativo di discutere finalmente con dignità la nostra politica estera.

Le macerie impediscono di vedere e anche di «apprezzare» - nel profondo senso negativo del termine - il disastro che Romano Prodi e l´Unione hanno trovato quando sono giunti al governo. Una delle grandi bravure di Berlusconi, il suo vero successo, è stato quello di farsi sottovalutare e anzi di ottenere continuamente una sorta di onore delle armi da sinistra. Non è stato notato che Berlusconi è autore di due geniali trovate. Per gli amici dell´America lancia il ricatto: chi non sta con me è antiamericano. Per quella che lui chiama la «sinistra radicale» la strategia è diversa. Va in giro a dire (fino al punto di persuadere qualcuno di essi): «Io vi rispetto perché voi sì che siete dei veri comunisti».

Il paradosso è questo. Berlusconi ha inventato le maschere dei suoi avversari. Per esempio le maschere dei comunisti duri e puri che non cedono di fronte ad alcun pericolo del suo ritorno, perché il suo ritorno vale ogni altro ritorno di ogni altro avversario politico di fronte a cui il comunista duro e puro non cede.

Indossando quelle maschere, non si vede il potere immenso di Berlusconi e il fatto che se ritornasse al potere farebbe diventare il peronismo - che era nato povero ed era costretto a rubare - un gioco da bambini. Indossando quelle maschere preparate e dipinte con la faccia feroce dell´antiamericanismo e del comunismo duro e puro da Berlusconi in persona, c´è chi pensa di fare la cosa giusta, e di conquistarsi il suo pezzo di voto in un bel corteo o in una drammatica dichiarazione di fine governo. Di certo lo conquista. Ma solo quello, piccolo e per sempre.

In altre parole, l´uomo che ci ha preparato le maschere da indossare in caso di improvviso invito a un talk show o al corteo di una dimostrazione, e ci ha lasciato un paesaggio ingombro di macerie in modo che non si intraveda neppure ciò che un´Italia diversa sta cercando di fare, ha tolto dignità al Paese. Non possiamo aspettarci che siano altri a ridarci la dignità. Tocca a noi. Ma è impossibile riuscirci se stiamo al loro gioco.

Ecco un appello: rifiutiamoci di indossare le maschere che lui ci ha preparato per Porta a Porta. Ma anche per i cortei. Primo dovere: restituire prontamente le maschere che si fossero inavvertitamente indossate. Mai stare al loro gioco.

SIA a sinistra sia a destra si cerca e si vuole un presidente della Repubblica gradito alle due parti in causa. Questo è bene. Il Capo dello Stato rappresenta la nazione nella sua unità e non può essere espressione d’una sola forza politica. Infatti, non appena eletto e quali che siano la sua biografia, la sua cultura, le sue convinzioni, egli si affretta a porsi al di sopra delle parti e proclamare la sua autonomia nei confronti di chiunque. Così è sempre stato, almeno a parole. Talvolta anche nei fatti.

Non è però quasi mai accaduto nei 60 anni della nostra storia repubblicana che al Quirinale sia andato un uomo scelto al di fuori del Parlamento e dei partiti che vi sono rappresentati. Gronchi era democristiano e leader d’una delle correnti di quel partito. Così pure Antonio Segni.

Così Cossiga. Leone fu utilizzato da tutti i democristiani che volevano bloccare l’ascesa di Moro. Saragat era fondatore e capo dei socialdemocratici e si contrappose a Nenni. Pertini, socialista e partigiano, fu di fatto candidato dal Pci. Scalfaro fu scelto per superare lo stallo tra Forlani e Andreotti. Dunque tutti uomini di partito e di lunga militanza.

Restano il primo e l’ultimo di questa cronologia: Einaudi e Ciampi. Provenienti entrambi dalla Banca d’Italia. Ma Einaudi era, con Benedetto Croce, uno dei massimi esponenti del liberalismo e del partito che ne era l’espressione. È rimasto celebre anche per aver nominato presidente del Consiglio Pella senza neppure aver consultato i presidenti delle Camere, attenendosi alla lettera della Costituzione ma scavalcando il rito delle consultazioni.

Perciò, a ben guardare, l’unico esempio d’un presidente scelto al di fuori dei partiti e dello stesso Parlamento è stato Carlo Azeglio Ciampi. Dal punto di vista dell’arbitro imparziale e garante della Costituzione, così come è concepito nella nostra architettura istituzionale, è stato certamente quello che meglio di tutti ha rappresentato la nostra massima autorità di garanzia.

Si è parlato molto in questi giorni a proposito dei modi della sua elezione, di metodo Ciampi. Se ne è parlato in maniera imprecisa e spesso con lingue biforcute. La sua candidatura fu proposta da Veltroni, allora segretario del Pds, a Fini il quale convinse Berlusconi mandando a gambe all’aria un’intesa precedentemente intercorsa tra D’Alema (allora presidente del Consiglio) Marini e lo stesso Berlusconi sul nome della Russo Iervolino. Da due manovre incrociate e condotte all’insaputa dell’interessato che a tutto pensava fuorché a ricoprire la massima carica dello Stato, nacque la migliore e oggi giustamente rimpianta presidenza che la Repubblica abbia avuto nei 60 anni della sua storia.

In questi sessant’anni le maggiori forze politiche hanno avuto accesso a quella carica, vi si sono anche succeduti cattolici professi e laici. Ma mai una donna e mai un comunista. Dal 1989, caduta del Muro e fine del Pci, sono passati diciassette anni e si sono succeduti tre presidenti della Repubblica ma ancora nessun ex o post comunista è mai stato insediato al Quirinale. Il presidente del Consiglio uscente ha condotto l’intera sua campagna elettorale all’insegna dell’anti-comunismo (che non c’è più) e ancora due giorni fa comiziando a Napoli ha confermato che mai e poi mai «un comunista» varcherà quella soglia. Si riferiva a D’Alema, proprio mentre molti dei suoi collaboratori e consiglieri si affrettavano a smentire ogni discriminazione e alcuni di essi tifavano e tifano in favore del leader dei Ds.

Qual è dunque, in questo guazzabuglio, la reale posizione di Silvio Berlusconi e del partito di sua proprietà che ha raccolto e quindi rappresenta il 24 per cento del corpo elettorale (9 milioni di italiani su 36 milioni di votanti)?

Se capisco bene (ma posso anche sbagliarmi) Berlusconi e Forza Italia si sono rassegnati a D’Alema presidente della Repubblica; alcuni di loro addirittura pensano che quella sia la soluzione ottimale. Però non sono in grado di votarla. Si augurano che il centrosinistra lo voti compattamente. Lo elegga con i propri voti che, dalla quarta votazione, sono - almeno sulla carta - ampiamente sufficienti: 547, quarantuno in più del quorum di 506 necessario per l’elezione.

Poi, una volta eletto, Forza Italia e Berlusconi lo riconosceranno e lanceranno più di un ponte nei suoi confronti. E la discriminazione anticomunista sarà superata una volta per tutte. Capitolo chiuso.

* * *

A questo schema, allo stato attuale delle cose, si oppongono tenacemente Fini e soprattutto Casini. Casini punta alla fine del berlusconismo. Una presidenza D’Alema favorita o non ostacolata da Berlusconi avrebbe come effetto un consolidamento del Cavaliere alla guida dell’opposizione rinviando a babbo morto i progetti successori dei suoi alleati. La Lega viceversa è sulla scia berlusconiana o addirittura lo precede.

Andrà così? La cartina di tornasole, che dovrebbe rivelarci l’esito di questa complessa partita entro poche ore, sta nella risposta che Berlusconi darà alla candidatura D’Alema quando (e se) gli sarà ufficialmente proposta.

Se risponderà rifiutandola e controproponendo il nome di Letta o di un «esterno» tipo Mario Monti, vorrà dire che Berlusconi non ostacola l’elezione di D’Alema. Sembra un paradosso ma è esattamente così. Oppure il Cavaliere e tutti i suoi alleati sceglieranno un nome all’interno del centrosinistra, per esempio Giuliano Amato o Giorgio Napolitano. In quel caso ci sarà la «larga intesa» e il candidato potrebbe addirittura essere eletto in prima o seconda votazione.

Ma, dettaglio non piccolo, affinché questa evoluzione sia possibile è necessario che il centrosinistra presenti una rosa di candidature e non un solo nome.

Quanto all’ipotesi che la Cdl accetti la candidatura di D’Alema e la voti fin dall’inizio, si tratta d’una soluzione poco probabile ma non impossibile.

In fondo il Cavaliere è anche celebre per i suoi improvvisi capovolgimenti di fronte.

* * *

Fin qui ci siamo occupati di come si stanno predisponendo i pezzi sulla scacchiera del centrodestra. Ma vediamo che cosa avviene nel frattempo nell’opposto schieramento.

D’Alema. Vuole, per sé e per il suo partito, il Quirinale.

Non ne fa mistero. Ritiene che l’intera coalizione debba votarlo. Conosce la posizione di Berlusconi. Non dispera che qualche drappello di parlamentari berlusconiani nel segreto dell’urna si unisca alla sua maggioranza e serva a rimpiazzare qualche dissidente di casa propria (per esempio i radicali). Tutta la strategia, sua e di Fassino, è concentrata nell’evitare candidature plurime. In più, per vincere l’ostilità e la perplessità degli interlocutori, Fassino propone un programma di politica costituzionale condivisibile con il centrodestra.

Sarebbe una novità assoluta. In sessant’anni non c’è mai stato un candidato al Quirinale che abbia preventivamente (ma neppure successivamente) assunto impegni d’alcun genere salvo il rispetto della Costituzione.

Fassino ha dato atto (in un’intervista al Foglio, accanito sostenitore di D’Alema) che l’idea d’un programma di politica costituzionale sarebbe un fatto profondamente innovativo e anche traumatico ma lo ritiene giustificato dalla divisione in due metà del corpo elettorale e dal fatto che un sistema bipolare richiede profonde innovazioni istituzionali che finora non ci sono state.

Prodi. Segue con apparente distacco questa partita. Lo interessa soprattutto che essa non finisca per coinvolgere e sconvolgere la partita del governo, che avrebbe dovuto precedere e non seguire l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Preferirebbe avere D’Alema nel governo e non al Quirinale, ma non ne fa una tragedia. Fassino lo ha avvertito che comunque al Quirinale dovrà andare un Ds altrimenti liberi tutti. Siamo dunque, per quanto riguarda Prodi, nello stato di necessità.

Rutelli. Si è opposto all’ipotesi di più candidature ed è pronto a votare D’Alema se altri nomi fossero rifiutati o non fatti.

Le altre forze del centrosinistra attendono che la partita si sviluppi. Non hanno molto spazio per impostare un proprio gioco al di là di piccoli dispetti tattici.

* * *

Sia permesso chiudere questa analisi esprimendo un parere personale che deriva da quello che, secondo noi, è l’interesse generale degli italiani. Lo farò per punti per essere il più chiaro possibile.

1. Pensare che le divisioni del corpo elettorale siano ricucite o permangano secondo la persona che sarà eletta al Quirinale è un errore. La gara può affascinare la fantasia, ma ripartire insieme, come si augura Prodi, deriva da quella che sarà in concreto l’azione di governo, non dall’accordo o dal disaccordo tra il centrosinistra e Berlusconi sul nome del nuovo Capo dello Stato. Sono in gioco aspettative e interessi. Anche speranze, anche valori. In fondo il programma costituzionale proposto da Fassino è esattamente quello perseguito da Ciampi per sette anni, che purtroppo però non ha evitato la divisione in due metà del corpo elettorale.

2. È augurabile che al Quirinale sia eletta una personalità col maggior numero di consensi possibile. Dico possibile. Altrimenti bisognerà fare di necessità virtù e contentarsi di varcare la soglia dei 506 voti. E procedere alla formazione del governo.

3. Quello che certamente non si può fare (che purtroppo si è in parte già fatto, come risulta dalla grottesca sequenza di comunicati seguiti all’incontro tra Gianni Letta e Ricky Levi) è di abbozzare una sorta di patto segreto tra i due maggiori contraenti al di fuori di quella trasparenza che viene invocata a parole e regolarmente tradita nei fatti.

4. Una lotta intestina nel centrosinistra è ipotesi da scongiurare a tutti i costi. Dopo una brutta campagna elettorale dividersi nel finale sarebbe catastrofico.

5. Qualora l’ipotesi dovesse affacciarsi all’orizzonte occorrerebbe che i candidati in lizza facessero un passo indietro, come ha già fatto D’Alema di fronte alla candidatura di Bertinotti alla Camera. Passo indietro meritorio; non è detto che debba sempre esser lui a farlo anche se non è escluso che quest’onere ricada di nuovo sulle sue spalle. I veri statisti si vedono in queste occasioni, sia nel pretendere sia nel lasciare.

6. Ci vorrebbe un uomo come Ciampi. Ma non c’è. Mario Monti è sul mercato da troppo tempo e non somiglia affatto a Ciampi. Si sente en réserve de la République da almeno tre anni. Forse è meglio che ci resti. I terzisti non sono al di sopra delle parti, sono dalla parte propria. Non è la stessa cosa.

7. Quando finalmente Romano Prodi riceverà l’incarico è auspicabile che componga il ministero attuando pienamente il dettato costituzionale. Prenda nota delle aspettative dei partiti ma proceda decidendo da solo la composizione del suo governo. Certe inclusioni e certe esclusioni sussurrate nei giorni scorsi appartengono ai riti della lottizzazione e non sono più tollerabili. Vale per il governo, per la Rai, in generale per lo spoils system. Lo Stato è lo Stato ed è o dovrebbe essere degli italiani. Da questo punto di vista Prodi ha una grande responsabilità. Non si chiuda e non si faccia chiudere nell’orticello partitocratico. E neppure nell’orticello prodiano. Veda di mettere la persona giusta al posto giusto e su questo sarà giudicato.

La partita comincia domani. Speriamo che non sia lunga, sarebbe un pessimo segnale. A tutti noi spettatori auguro buona visione pur avendo scarse speranze sulla qualità della medesima.

Caduta, come era prevedibile, l'uscita sulle irregolarità del voto, Silvio Berlusconi continua a tenere su di sé l'attenzione della stampa. A torto. Oggi il paese ha davanti una sola procedura da adempiere: il capo dello stato deve chiamare Prodi per affidargli l'incarico. Sia adesso sia fra un mese, sia Ciampi o sia un altro, non c'è altra scelta possibile. La supposta reticenza del Quirinale a prendere una decisione in fase di scadenza, non muta la decisione. Semplicemente la rinvia. E prolunga il governo di Berlusconi, sia pure nella non pienezza dei poteri di almeno un mese, ma potrebbe essere di più, quando urgerebbe metter fine alle incertezze e passare ai primi famosi cento giorni della sinistra. Rinviarli a petto di una finanziaria e le successive vacanze non è né brillante né del tutto innocuo.

È curioso che la stampa sembri galleggiare fra banalità e gossip. Banale è stata l'uscita di Tremaglia. Banale, anche se indicativa del personaggio, è l'ultima proposta che Berlusconi ha mandato tramite il Corriere della sera alla banda di comunisti che fino a ieri deprecava: patteggiamo assieme un pacchetto essenziale di misure internazionali, interne, economiche, eccetera. Gossip aveva già sollevato ieri la proposta di D'Alema all'opposizione di incontrarsi sull'elezione del nuovo capo dello stato, solo incontro d'obbligo, perché lo si vota a maggioranza qualificata e se, come è probabile, non ci sarà accordo, attraverso più d'un defatigante passaggio. In Italia il presidente della repubblica non è eletto dai cittadini bensì dalle camere, ma (sia detto fra parentesi) non è una buona ragione che a un mese di distanza il paese nulla ne sappia e in nessun modo venga interpellato e tutto si decida in incontri di capigruppo e segreterie. Sta di fatto che si parla di tutto fuorché della sola cosa seria: quale Italia è uscita dalle elezioni, quale fisionomia concreta ha, quale giudizio ne diamo? Non numerico. I numeri sono chiari e denunciano il carattere malefico del maggioritario bipolare, perdipiù in vario modo manipolati, che fa sussultare chi creda ancora alla democrazia rappresentativa quando si contempli la distribuzione dei seggi alla Camera e al Senato.

La spartizione dell'Italia in due blocchi quasi equivalenti, ma che se ne dividono diversamente le spoglie nelle coalizioni oscura una realtà politicamente assai più complessa, tagliando fuori interi pezzi di bisogni e di culture. La riduzione al bipolarismo a) oscura l'evidenza che il paese è almeno tripolare b)non rispetta la Costituzione legittimando nel centrodestra forze che in nessun altro paese europeo si ammetterebbero. Noi siamo un paese che più d'una scelta di fondo divide non sulla linea fra le due coalizioni.

Lo divide la contraddizione sociale indotta dal neoliberismo, che unisce quasi tutta la destra a metà del centrosinistra, lo divide lo spirito della Costituzione, che è stato intaccato in diversi modi da tutte e due e renderà non così agevole il prossimo referendum, lo divide l'idea di laicità dello stato. Questioni che, oscurate dal voto, emergono di continuo come trasversalità grazie alle quali ne abbiamo viste negli ultimi anni di tutti i colori. Sul giudizio del paese del resto, mi lasciano perplessi anche le conclusioni di due stimati amici Pasquale Santomassimo sul nostro giornale e Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera. Il primo rimprovera a Prodi non solo e con ragione certe goffaggini e confusioni di linguaggio, ma il non essere andato incontro alla richiesta di diminuire le tasse.

Ma non è questo il cardine di quel privatismo che Santomassimo deplora? Con che altro si pagano i servizi pubblici? Davvero ci si deve limitare al recupero dell'evasione o non si dovrebbe andare a qualche ragionevole forma di redistribuzione? Davvero la proprietà della casa è sacrosanta? Davvero ogni casa è abitata da chi la acquista? Davvero farebbe fuggire i capitali una scure fiscale sulle rendite, immobiliari e non? Quanto al cuneo fiscale, che meglio sarebbe stato chiamare detassazione del lavoro, non è neppur chiaro se quel che i lavoratori riceveranno in più in busta paga corrisponderà a qualche perdita in assistenza, previdenza, scuola e sanità. Dietro al problema delle tasse, sono in ballo davvero due idee di società, privatistica o solidale, uguagliante o disuguagliante. Analogamente non mi persuade che il blocco di centrodestra esprima una realtà finora semplicemente sotto traccia. Non è la stessa cosa votare Alcide De Gasperi o Silvio Berlusconi. Il primo ha messo un argine a destra, il secondo lo ha tolto. E questa non è una differenza da poco.

D'altra parte, quando Giuseppe De Rita, il cui lavoro è sempre di grande interesse, osserva che Prodi non ha parlato al cuore profondo del profondo Nord, ha ragione. Una breve incursione nel medesimo mi ha fatto constatare come esso sia a sua volta diviso fra centri urbani e campagna. I primi più recettivi a qualche problematica progressista. Ma che sono le campagne del nord oggi? Non certo il sinonimo dei campi dai quali a sera rientra il contadino onusto di fatica. Sono il territorio di piccole imprese, il cui gene egoistico è più grosso quanto più piccole sono e nonché il luogo dove riparano sempre più gli abbienti dei centri urbani, in cerca di verde e di comuni fiscalmente meno esigenti. È ai bisogni di questi attori sociali che il centrosinistra doveva parlare? Doveva andare incontro agli umori della Lega? Già la sinistra, e non solo diessina, s'era troppo piegata sul cosiddetto malessere del nord e farebbe bene a interrogarsi perché non più di un anno fa s'era conquistata delle regioni oggi perdute. Converrebbe insomma dare i nomi alle cose, i volti alle persone, la vera natura ai bisogni. Per capirli. Non sempre per andarvi incontro.

Ennesima beffa scientifica, ennesimo sbrego istituzionale, ennesimo inquinamento politico del ministro contro l'ambiente. Domani mattina in pompa magna elettorale, 17 giorni prima del voto, a camere sciolte, il candidato deputato di An Altero Matteoli presenta una Relazione sullo stato dell'ambiente, la prima e l'unica dei governi Berlusconi, con 39 mesi di ritardo rispetto alla scadenza normativa. La legge istitutiva del ministero (luglio 1986) impone di presentare «al Parlamento» una relazione sullo stato dell'ambiente «ogni due anni». La prima risale all'aprile 1989, la seconda al marzo 1992, poi nulla nelle due brevi legislature fino al 1996. I governi del centrosinistra ripresero il ritmo, rispettando l'impegno: due relazioni nei cinque anni di legislatura, la prima a luglio 1997, la seconda a gennaio 2001, entrambe presentate «al parlamento», ovvero a camere operative, con aule aperte, commissioni funzionanti, ordinaria dialettica democratica.

L'attuale ministro contro l'ambiente non ha rispettato impegno e scadenza, nel gennaio 2003 non si è nemmeno scusato del ritardo, il suo capo di gabinetto ha dichiarato il falso in diretta in una trasmissione rai dell'aprile 2005 (citando una presentazione «pochi mesi or sono», mai avvenuta). Ora presenta non al parlamento, ma ad amici e complici, giornali e televisioni una relazione di propaganda elettorale, basata su dati Apat già noti, strutturata sui rapporti mancati del ministero (con l'energia, l'industria, i trasporti, l'agricoltura. il turismo, le aree urbane), con utili allegati purtroppo poco credibili (il governo commenta i protocolli della convenzione delle Alpi che non ha voluto ratificare e un nuovo codice dell'ambiente che non è in vigore!). Tipo lettera Berlusconi ai bimbi appena nati o autoencomio Martino ai giovani non di leva. Propaganda. Domani a Villa Madama. Nella lettera di invito si informa, in modo bizzarro e istituzionalmente sgarbato, che «il Presidente della Repubblica è stato invitato a presenziare la cerimonia»: queste cerimonie si concordano, non si improvvisano! A peggiorare le cose si intuisce una pressione sulla Presidenza che il 17 febbraio ha ricevuto lo schema di decreto legislativo che «terremota» tutta la legislazione ambientale italiana (accompagnata da minacciose dichiarazioni del capo di gabinetto Togni). Dovete sapere che è un testo di 318 articoli e 45 allegati, quasi 1000 pagine, complicate anche solo da pubblicare in un fascicolo della Gazzetta Ufficiale, prive di un essenziale requisito formale (il parere della Conferenza Unificata, quello delle regioni è contrario), prive di una parte essenziale delegata con legge (le aree protette), contestate da molte regioni (con annunciati ricorsi alla Corte Costituzionale), già denunciate dalla Commissione Europea con atto ufficiale del 13 dicembre (tenuto nascosto dal ministro alle istituzioni italiane), piene di impatti negativi sulla certezza del diritto e sul rispetto della natura.

Il Presidente della Repubblica ha chiesto inevitabili svariati chiarimenti. Difficile che si possa rispondere in breve tempo, senza modifiche, senza passaggi collegiali. L'emanazione del decreto ha una scadenza normativa: la legge 308/2004 di delega prevede l'adozione entro 18 mesi, dunque entro l'11 luglio 2006. Quella è la scadenza per l'eventuale firma. Prima ci saranno le elezioni e la legittimazione democratica di una nuova maggioranza parlamentare. Dovete sapere che il governo Berlusconi chiese al parlamento di riscrivere tutta la legislazione nell'agosto 2001, all'inizio della legislatura del centrodestra, come alibi per poter «abolire» di fatto ogni funzione del ministero dell'ambiente concepito come intralcio ai superponti e alle gallerie di Lunardi, ai condoni fiscali e edilizi di Tremonti, agli attacchi al paesaggio di Urbani, alle emissioni di Marzano e Scajola, alle alleanze con Bush contro il protocollo di Kyoto. Visto che la storia andava per le lunghe, nel maggio 2003 il ministro contro l'ambiente fece scrivere a tutti i dirigenti del ministero di «volersi astenere, discutere o anche solo impostare attività» connesse alle materie della delega (cioè tutte!), ribadendo dopo pochi giorni che era «inutile che gli uffici perdano tempo a lavorare sugli stessi temi che poi saranno esaminati nell'ambito della predisposizione dei testi previsti dalla delega».

Con tre voti di fiducia sia al Senato che alla Camera (voti sul governo, non sul provvedimento di merito), la delega è giunta solo a gennaio 2005, il decreto legislativo delegato solo ora, alibi per non aver fatto nulla per tutti i cinque anni. O, meglio, per aver fatto solo favori e danni: commissariato parchi, abolito domeniche ecologiche e città dei bambini, boicottato la strategia europea di riduzione delle emissioni, tagliato fondi e progetti di regioni e comuni su difesa del suolo o qualità dell'aria, favorito l'inquinamento elettromagnetico, e poi ovviamente promosso consulenze clientelari e lottizzazioni partitiche (da cui, fra l'altro, la laurea honoris causa, da ragioniere ad ingegnere!).

Tanto che ora non hanno nemmeno i soldi per il funzionamento ordinario, per l'affitto, per le pulizie. Forse in campagna elettorale dovremmo denunciare di più questo scandalo! E annunciare un patto ambientale con gli italiani, la riconversione ecologica dell'economia e nelle istituzioni, in ogni manifestazione, in ogni intervista, di ogni partito dell'Unione.

PADOVA. «E’ buonissima. E’ meno grassa di una normale mortadella». Romano Prodi si libera dalla «morsa» del telefonino e addenta di gusto una fetta di ocadella, la mortadella d’oca, subito bagnata da un buon bicchiere di prosecco. Sarà anche impegnato in una campagna elettorale estenuante, ma il professore non rinuncia ai piccoli piaceri della vita. Insieme alla moglie Flavia, che lo segue nei weekend, il candidato premier dell’Unione arriva al mattino , a piedi, dalla Fiera, dove ha ammirato orchidee. Al padiglione 7 c’è il tempo di un simpatico botta e risposta con il titolare di una ditta di Montichiari (Brescia). «Abbiamo 25 persone - puntualizza l’imprenditore - che mangiano e dormono in albergo». «Beh», ribatte Prodi, «non vorrà mica farli dormire all’aperto...». Prima di uscire fissa il manifesto del concerto di Joan Baez, in calendario il primo aprile: «Peccato, avrò altro da fare», dice.

Attorno al tavolo della redazione si accomodano anche il sindaco Flavio Zanonato, il vicesindaco Claudio Sinigaglia, il segretario regionale dei Ds Cesare De Piccoli, il segretario provinciale della Quercia Alessandro Naccarato e il segretario cittadino della Margherita Simone Dalla Libera. Un pezzettino di caciotta, due acini d’uva, un bicchier d’acqua e poi si parte con il forum: «Bene», afferma il Prof, «lavoriamo».

Economia, grandi opere, Tav e Mose, ricerca scientifica e innovazione. E poi federalismo e referendum: sono questi i temi del «Forum» nella nostra redazione.

Professor Prodi, partiamo da un tema spinoso: le grandi opere. Lei ha detto che la Tav va realizzata. E per il Mose di Venezia, che pensa di fare. A proposito, lo sa che il governatore Galan si è candidato per sostituire il ministro alle Infrastrutture Lunardi?

«Non lo sapevo. Ma non è faticoso fare meglio di Lunardi. Ci vuole poco, così avremo meno tunnel, meno gallerie. Ma non servirà, perderanno le elezioni...»

Presidente le Grandi Opere: cosa farete?

«Ricordate quella frase di Flaiano: quando si apre una parentesi va chiusa. Bene, lo stesso metodo ci vuole per le grandi opere. Cominciamo dall’alta velocità. Il corridoio Est-Ovest da Barcellona e Budapest-Kiev attraverserà tutta la pianura padana, dal Piemonte al Veneto. E’ un’opera assolutamente indispensabile, per due ragioni: trasportare più merci e liberare i binari attuali per potenziare i treni dei pendolari. Non è possibile che tutta l’area metropolitana veneta e lombarda sia bloccata da eterni disagi: chi si sposta in treno resta bloccato nelle stazioni con ritardi scandalosi. Va trovato un rimedio e senza l’alta velocità non è possibile far partire i treni delle metropolitane leggere. Lo stesso discorso vale anche per l’Emilia, siamo in forte ritardo. Quindi la Tav va realizzata, dopo aver costruito il consenso delle popolazioni coinvolte dal progetto».

Presidente, a Venezia c’è polemica per i lavori del Mose, che drenano tutte le risorse della legge speciale: lei ritiene che le opere vadano completate oppure bisogna cambiare progetto?

«Il Mose mi pare la proposta più forte per salvare Venezia dall’incubo dell’acqua alta. Ma bisogna evitare che la laguna sia abbandonata a se stessa: accanto al Mose vanno finanziati tutti gli interventi necessari a garantire la salvaguardia del complesso sistema lagunare. Il centrosinistra non è contro le grandi opere, ma pretendiamo che i lavori siano fatti come Dio comanda. Purtroppo abbiamo esempi pochi edificanti: la pianura padana è devastata dal cemento e la nostra economia vive non solo sui mega appalti, ma sulle manuntenzioni con cui si salva l’efficienza del Paese. C’è molto da fare: le periferie stanno diventando bombe ad orologeria».

Veniamo da un periodo di grande espansione, seguito poi da una grande depressione. In questi anni, in Veneto, abbiamo perso molto sul piano della competitività. Professore, cosa c’è nel suo programma per rilanciare l’economia?

«Il mio obiettivo principale è la ripresa della crescita. Questo è un Paese che si è fermato. Se non riprendiamo a crescere, non ce la fanno le famiglie e non ce la fa nemmeno lo Stato. La mia proposta concreta riguarda il costo del lavoro e il cuneo fiscale. Ma comprende anche un deciso intervento su ricerca, sviluppo e innovazione. Che non vuol dire, però, Archimede Pitagorico...».

Cosa avete pensato per le imprese?

«In passato abbiamo certamente vantato che piccolo è bello. Ora non è più sufficiente. Spesso le nostre imprese non hanno una dimensione adeguata. Bisogna prevedere incentivi alle fusioni, alle concentrazioni. E poi bisogna riporre una grande attenzione alle esportazioni e ai nuovi mercati».

Professore, la Cina è sempre più vicina...

«Beh, la Cina in casa ti arriva. Il problema è arrivare noi in Cina. Quando, da presidente della Commissione europea, sono andato in Cina, con Chirac e Schroeder, dietro a loro c’era tutto il Paese. Il nostro governo, invece, in cinque anni, non ha fatto una missione in Cina. Sì, è vero, ci è andato il presidente della Repubblica, ma non è la stessa cosa. Si è inaugurato, in questi giorni, l’anno dell’Italia in Cina: ci è andato solo Buttiglione, il teatro era mezzo vuoto. Io sono invece sono convinto che il rapporto con la Cina lo dobbiamo gestire noi. Dobbiamo essere severissimi con chi copia, con chi sfrutta il lavoro minorile. Dobbiamo chiedere controlli alla Pubblica amministrazione, che non ha sorvegliato sugli ingressi di macchinari non sicuri. Non avendo richiesto controlli e sicurezza, ci siamo autocastrati».

E l’immigrazione come la controlliamo?

«Noi dobbiamo avere un’immigrazione di alto livello, che non ha bisogno di essere controllata».

E per l’Università qual è la sua ricetta?

«Sia chiaro, ho tutto il rispetto per chi frequenta Scienze della comunicazione. Ma se gli iscritti a questa facoltà sono il triplo di tutti gli iscritti a Matematica, Fisica e Chimica, hai voglia a costruire lo sviluppo... Se vogliamo davvero rinnovare la nostra industria, servono più periti. Ma io voglio i periti del ventunesimo secolo che, dopo il diploma studiano altri tre anni».

Presidente, ci sono un sacco di giovani preparati che faticano a trovare un lavoro stabile...

«Come si diceva una volta, dobbiamo metterci una mano sul cuore. E’ vero, c’è gente che fa per anni l’apprendista. Ho visto laureati che fanno i fattorini. Se uno dice: “Studio, faccio un grande sacrificio”, poi dovrebbe avere un impiego adeguato a quello che ha studiato. Io credo sia necessario operare una scrostatura delle professioni. Se n’è parlato tanto, ma di vere riforme degli ordini non ce ne sono state. Invece bisogna aprire le porte. A questo proposito, ho avuto un’esperienza con alcuni miei colleghi, professori universitari, arrivati dagli Stati Uniti per una ricerca sul personale degli ospedali. Sono entrati in una struttura e hanno subito accertato che otto primari su undici sono figli di primari. “Qui, è tutto chiaro”, mi hanno detto, “non c’è proprio niente da ricercare”.

Parliamo di devolution ? L’impressione è che il popolo del Nord abbia investito sul federalismo. E’ proprio tutta da buttare la riforma costituzionale del centrodestra?

«Ci sono delle incongruenze che vanno assolutamente sistemate al più presto. Di sicuro ridiscuteremo le competenze regionali. Ad esempio, per quanto riguarda la politica estera delle Regioni, è sotto gli occhi di tutti che siamo di fronte a uno spreco enorme di risorse. E occorre intervenire anche nella politica del turismo. Se voi andate all’aeroporto di Abu Dhabi o Dakar, vedete la pubblicità di una regione italiana, non vi dirò quale, che è grande così (l’onorevole Prodi avvicina pollice e indice). Una propaganda del genere non serve proprio a niente. Ma, tornando alla domanda, andiamo verso una legge elettorale per ogni regionale. Questa sarebbe la fine del mondo...».

Intanto il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, accusa il collega del Friuli-Venezia Giulia di alimentare uno smottamento istituzionale. Ci sono già tre-quattro Comuni di confine pronti a passare con il Friuli. Senza dimenticare che un altro Comune ha chiesto di passare con il Trentino-Alto Adige...

«Sul caso specifico non mi pronuncio. Non entro nella controversia perché non la conosco. Certo è che si rischia che prima passino quattro Comuni. E poi altri quattro... Va ribadito un concetto: le Regioni a statuto speciale non sono le Regioni più povere, ma quelle che sono diventate per alcune caratteristiche particolari: la Sicilia, la Valle d’Aosta, e via elencando. Ma quelle sono e quelle restano. Punto».

Lei parla spesso d’incentivi. In particolare, a quali sta pensando?

«Penso ai temi che sto affrontando in questi giorni: il cuneo fiscale e la detrazione per gli affitti. Per queste due proposte le risorse ci sono. D’altra parte, credo di essere credibile nell’uso delle cifre. Io ho fatto il più grande aggiustamento dei conti della storia d’Italia. Ho lasciato il governo (ottobre 1998, ndr) con il 6,5 di avanzo primario. Adesso siamo a zero. Credo ci sia una bella differenza tra 6,5 e zero. Allora, ogni mese, ci arrivava un introito fiscale superiore alle previsioni. La gente aveva capito che il ministro Visco le tasse le faceva pagare. E allora le pagava subito. Adesso, invece, è tutto un condono. Mettiamo che il “nero” sia il 30%. Se mettiamo in bianco, la metà del 30% di nero, il risanamento è già fatto. La prima riforma del governo Berlusconi è stata la rimozione del direttore del Dipartimento delle Entrate (Massimo Romano, ndr). Una sorta di messaggio ai commercialisti: “Ragazzi, alè”».

Torniamo ai temi della formazione e della ricerca. Padova ha un’università antica e prestigiosa, ma il Parco scientifico non riesce a decollare.

«Certo, questo non può avvenire se non c’è un rapporto stretto tra università e ricerca. La ricerca privata è addirittura nulla rispetto all’altra. Io credo sia necessario affrontare il problema della sburocratizzazione dell’università. Bisogna mettere in rete la ricerca con il mondo produttivo. Certo, se si fa archeologia o storia, non è facile fare fatturato. Ma non si può prendere in giro la gente: io m’impegno ad aumentare le risorse per l’università. Voglio anche dare un incentivo agli addetti alla ricerca».

Nel suo libro “Tempo scaduto” Luca Ricolfi ha analizzato il livello di realizzazione del programma elettorale di Berlusconi. Ora però si trova in difficoltà a misurare le 281 pagine del suo programma...

«Io lo sto presentando, giorno per giorno: prima il cuneo fiscale, poi gli affitti. Penso che Ricolfi potrà scrivere un altro libro, che potrà intitolare: “Che bel tempo”».

Allora Presidente, il «faccia a faccia» in tv con Berlusconi si farà sì o no o lei vuole sempre sfidare il tridente?

«Ma certo che si farà. Ho di fronte tre candidati al governo. Nella Casa della libertà non si sa chi sarà il primo ministro, loro dicono che lo farà chi ha più voti. Non a caso sui simboli dei partiti hanno messo i loro nomi: Fini, Casini, Berlusconi. Sia chiaro non mi interessa un confronto in cui si raccontano sogni, si fanno promesse o si parla di astrattezze.

Invece bisogna discutere di ciò che è stato fatto in questi cinque anni. Berlusconi, Fini e Casini non hanno mai governato insieme. Non voglio che Berlusconi possa dire agli italiani: sono stati gli altri che mi hanno impedito di governare. Se nel confronto tv ci saranno tutti e tre, non potranno sfuggire alle loro responsabilità».

A cura di CLAUDIO BACCARIN e ALBINO SALMASO

Giornali a lui vicini come "Libero" e "Il Foglio" hanno appioppato due nomignoli appropriati alla sua deposizione di «persona informata dei fatti»: "Detective Silvio" e "Ispettore Roc". Il "Corriere della Sera" di ieri ha richiamato l´ombra del Sifar e dei suoi illegali fascicoli di spionaggio. Ma la più pertinente delle definizioni (chiedendone scusa all´autore) mi sembra piuttosto "Dagospia", un sito Internet specializzato in gossip.

Il nostro "Dagospia" si è recato l´altro ieri pomeriggio in Procura accompagnato dall´avvocato Ghedini che aveva organizzato l´incontro con il Procuratore capo e con i due sostituti incaricati dell´inchiesta Unipol e per venticinque minuti li ha intrattenuti sui gossip dei quali era stato informato da un tunisino suo socio in affari: chi dei dirigenti diessini ha cenato con il presidente delle Generali e qual è stato il contenuto di quell´incontro.

Forse anche il menù della cena e i vini serviti a tavola.

Reati? Certo che no, ha detto Berlusconi ai suoi amici di Forza Italia ed ha ripetuto nell´ennesima trasmissione televisiva cui ha partecipato subito dopo (da Anna La Rosa).

Ieri pomeriggio ha ripetuto il concetto in una conferenza stampa appositamente convocata. Risulta evidente che il nostro Dagospia sente incombere il reato di calunnia e mette le mani avanti. Ma sente anche montare intorno a sé il disagio dei suoi alleati e la disapprovazione generale dell´opinione pubblica, non soltanto di quella di centrosinistra.

Un passo falso di estrema gravità, improvvidamente preparato dal suo avvocato di fiducia che in fatto di relazioni esterne non dev´essere proprio una cima.

La deposizione di Berlusconi ha avuto come effetto l´uscita di scena del caso Unipol, sostituito dal caso d´un presidente del Consiglio che, in piena campagna elettorale, consegna ai magistrati inquirenti un dossier di gossip politici compilato da un suo socio in affari, con il chiaro intento di attivare un ventilatore giudiziario per meglio schizzare fango sui suoi avversari, ma si accorge nel bel mezzo di questa fraudolenta operazione che il ventilatore funziona controvento rigettando il fango (o peggio) su di lui.

Qui nasce una questione della massima serietà, sollevata ieri nell´editoriale di Ezio Mauro; una questione politica e istituzionale che mette in discussione la natura stessa di questo governo.

Le iniziative calunniose e spionistiche del suo presidente turbano lo svolgimento ordinato delle elezioni politiche, cioè il momento culminante di ogni democrazia, tentando di manipolare il voto degli elettori e suscitando reazioni e tensioni. Si tratta dunque di iniziative di stampo eversivo, mentre non a caso il presidente della Repubblica, ben consapevole dei rischi indotti che possono derivarne, batte da tre giorni sul tasto del pericolo di inquinamento elettorale.

Mentre tutto ciò accade sotto gli occhi allibiti dei nostri partners europei, un Parlamento arrivato al termine del suo mandato approva a colpi di maggioranza una legge palesemente illegale (insisto sull´avverbio "palesemente") che abolisce la possibilità del Pubblico ministero di appellarsi contro le sentenze di assoluzione e con ciò discrimina la pubblica accusa e le parti civili rispetto alla difesa dell´imputato, violando gli articoli 110 e 112 della Costituzione che stabiliscono la parità delle parti in processo, con l´evidente intento di bloccare il processo Sme che vede imputato lo stesso presidente del Consiglio per corruzione in atti giudiziari.

Contemporaneamente lo stesso presidente del Consiglio, attraverso il capo del gruppo parlamentare del suo partito, fa bloccare a tempo indefinito la riforma della legge sulla contrattazione dei diritti televisivi delle partite di calcio e regala un bel pacco di denaro al Milan, alla Juventus e all´Inter a spese di tutte le altre squadre del campionato.

* * *

Questi sono i fatti accaduti nell´ultima settimana e ne mancano ancora una dozzina prima della giornata elettorale. Aggiungerei l´occupazione totale degli spazi televisivi dai quali campeggia ininterrottamente la faccia inceronata del presidente del Consiglio, concionante senza limiti di tempo di fronte a conduttori compiacenti o ammutoliti.

I dirigenti del centrosinistra hanno preannunciato un passo formale presso il capo dello Stato affinché questa invereconda deriva antidemocratica abbia termine e si recuperino condizioni di normalità democratica. Se questo obiettivo non si realizzasse e dovesse continuare l´attuale scompiglio, la situazione potrebbe arrivare a decisioni estreme.

Gli alleati di Forza Italia vanno per una volta aldilà del mugugno. Per Casini l´iniziativa del premier in Procura equivale a una seduta di «avanspettacolo», mentre per Maroni si è trattato di «una nota stonata, da evitare». Tuttavia è evidente che una radicalizzazione dello scontro elettorale ha anche loro come bersaglio. Fini e il presidente della Camera si stanno facendo schiacciare dal radicalismo berlusconiano. Saranno loro ed i loro propositi alternativisti le prime vittime di quanto accade.

***

Come se questi guasti inflitti alla democrazia dal massimo rappresentante del potere esecutivo non bastassero a suscitare stupore e preoccupazione, un´altra grave interferenza è stata compiuta tre giorni fa dalla più alta autorità religiosa. Dal palazzo Vaticano il Papa Benedetto XVI, ricevendo gli auguri del sindaco di Roma, del presidente della Regione Lazio e del presidente della Provincia, si è rivolto direttamente ad essi affinché si oppongano all´attuazione dei Pacs e alla somministrazione della pillola abortiva negli ospedali pubblici. E affinché si dichiarassero contrari alle manifestazioni popolari indette ieri a Roma e a Milano per rivendicare i diritti delle donne e degli omosessuali.

Il Papa e i vescovi – l´abbiamo ripetuto più volte da queste pagine – sono liberissimi di testimoniare la fede e l´etica che ne deriva. Ormai sono andati molto più in là e intervengono dando giudizi e indicazioni anche su temi strettamente politici sebbene i Patti Lateranensi delimitino con assoluta chiarezza che la materia politica non riguarda le autorità religiose.

Ma tre giorni fa Papa Ratzinger ha varcato un´altra frontiera che finora era stata rispettata. Non si è rivolto soltanto ai cattolici e a tutti i cittadini nella sua lotta contro l´aborto e contro gli omosessuali. Ha fatto di più.

Si è rivolto perentoriamente alle autorità civili in sua presenza e ne ha prescritto pubblicamente i comportamenti che il Papa si attende da loro.

Un fatto del genere non sarebbe certamente concepibile nei riguardi del sindaco di Parigi o di Londra o di Berlino o di Madrid. Wojtyla non si è mai spinto così oltre, neppure nella sua amata Polonia dove, proprio durante il suo pontificato, furono varate le prime leggi laiche di quel paese.

Benedetto XVI si è dichiarato addirittura ferito e offeso da due libere manifestazioni popolari che non avevano certo lui né la religione cattolica come bersaglio.

La nostra campagna elettorale non riguarda certo il Papa, ma anche lui e i suoi consiglieri, come pure il giornale che si pubblica in Vaticano con il "placet" della Segreteria di Stato, dovrebbero sentire l´elementare responsabilità di evitare interventi plateali indirizzati ad autorità civili che soltanto per un senso, esso si responsabile, di rispetto non hanno replicato come forse avrebbero voluto (e dovuto) richiamando "l´incipit" del Concordato che stabilisce l´esclusiva sovranità della Chiesa in materia religiosa e l´altrettanto esclusiva sovranità delle autorità civili in materia temporale.

Auspichiamo che il Papa dopo questo spiacevole episodio, abbia modo di riflettere con attenzione sul peso e sugli effetti delle sue esternazioni nonché sulle reazioni di chi lo ascolta con rispetto ma con libertà di spirito e autonoma dignità di coscienza.

La tentazione presidenzialista

di Sergio Romano

Confesso di non avere capito se l'Unione abbia fatto un passo indietro per meglio rilanciare la candidatura di Massimo D'Alema o voglia effettivamente discutere con l'opposizione la scelta della persona che dovrà diventare presidente della Repubblica. Ma per il momento, dopo avere letto le dichiarazioni di Piero Fassino al Foglio, dobbiamo presumere che il suo partito non abbia rinunciato a sostenere la candidatura del suo presidente.

Il segretario dei Ds dice che è ora di chiudere la fase della «guerra». Si rende conto che una metà del Paese ha votato per l'opposizione e promette che il governo Prodi «si farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto nel nome dell'interesse nazionale». Non vuole una repubblica presidenziale ma sostiene che il capo dello Stato debba essere il garante di una fase nuova e gli assegna quattro compiti. In primo luogo, se vi sarà crisi, dovrà sciogliere il Parlamento e chiedere al Paese di tornare alle urne. In secondo luogo, come presidente del Consiglio superiore della magistratura, dovrà «evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica». In terzo luogo dovrà favorire, sulle grandi questioni internazionali, «la massima intesa possibile». In quarto luogo dovrà vigilare dal Colle affinché, dopo la bocciatura del referendum confermativo sulla riforma del governo Berlusconi, si «porti a conclusione una transizione costituzionale da troppi anni incompiuta». Non è tutto. Per assumere pubblicamente questi impegni il candidato potrebbe presentare «ai mille grandi elettori, che da lunedì voteranno, una specie di programma presidenziale sul quale chiedere un consenso diffuso».

E' un progetto interessante in cui Fassino fa qualche implicita ammissione. Riconosce, senza dirlo espressamente, che vi sono stati cortocircuiti fra giustizia e politica, che la sinistra non può fare da sola la politica estera e che il centrodestra ha avuto il merito di mettere all'ordine del giorno la riforma della Costituzione. Ma contraddice la premessa delle sue dichiarazioni. Quella che il segretario dei Ds ha delineato non è forse una «repubblica presidenziale» ma prefigura uno Stato alquanto diverso da quello in cui, con qualche ipocrisia, abbiamo vissuto negli ultimi cinquant'anni. Nessun candidato al Quirinale, sinora, ha chiesto voti sulla base di un programma. E nessun candidato, in particolare, si è impegnato a sciogliere il Parlamento in una specifica circostanza. La «manovra antiribaltone», che il centrodestra vorrebbe inserire nella Costituzione, diventerebbe così parte integrante del programma presidenziale e darebbe al capo dello Stato un potere di controllo sul governo. Installato al Quirinale, infatti, D'Alema potrebbe aiutare Prodi a mantenere intatta la sua maggioranza (la prospettiva delle elezioni anticipate è un efficace deterrente contro i ricatti di palazzo) ma potrebbe anche orientare indirettamente la linea politica dell'esecutivo.

Quella che Fassino propone, quindi, è una sorta di diarchia, vale a dire una sostanziale modifica del sistema politico come si è andato formando, sulla base della Costituzione, nella storia della Repubblica. Il suo capo dello Stato sarebbe in alcuni casi il «presidente di tutti gli italiani» ma anche, contemporaneamente, il garante del governo in carica e il suo tutore (e tale sarebbe soprattutto se non venisse eletto con una larga maggioranza, ma dopo la terza votazione con il solo sostegno della sua parte). Insomma, quello di Fassino, che piaccia o meno, non è un programma politico: è una riforma costituzionale.

L'altolà della sinistra: no a baratti giustizia-Colle

di Francesco Battistini

ROMA — " Signor colonnello, sono il tenente Innocenzi. Accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani" (Alberto Sordi in Tutti a casa, 1960).

Tutti a casa. Se la guerra con Berlusconi è finita, come dice Piero Fassino, c'è una trincea da svuotare subito. Riga 52 dell'intervista al Foglio, punto secondo del Manifesto Per D'Alema Presidente, programma di lavoro del settennato a venire: «Da capo del Csm — dice il segretario ds —, un presidente che eserciti la funzione di garanzia operando, come ha fatto Ciampi, per evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica».

Ventisei parole. Che a qualcuno sembrano il prezzo del Quirinale: «Il nuovo inciucio — commenta Marco Travaglio —. Il segnale l'ha dato Dell'Utri: ripartiamo dalla Bicamerale, arrivano a maturazione altri processi. Telecinco in Spagna, Mediaset e Mills a Milano... Questa è la risposta: se tratti con Berlusconi, sappi che le sole cose che gl'interessano sono le tv e la giustizia. Qualcuno che "garantisca" sui magistrati...».

Il Colle a D'Alema in cambio del collo di Silvio. La solita proposta indecente? I magistrati la prendono soft: «Le parole di Fassino mi sembrano talmente vaghe... Lasciamoli trattare», dice il neodeputato ds Gerardo D'Ambrosio: «Non vedo cortocircuiti, piuttosto delegittimazioni: l'altro giorno, una giornalista giapponese mi diceva stupita che da loro è inconcepibile un governo che attacca la magistratura». Asciutto Giuseppe Gennaro, presidente dell'Anm: «È giusto che il nuovo capo dello Stato prosegua sulla strada segnata da Ciampi. Ricordando che la magistratura, checché se ne dica, non pronuncia sentenze politiche». Ad Antonio Di Pietro, il passaggio di Fassino non piace: «Quest'idea che il futuro capo dello Stato debba garantire sui cortocircuiti, va oltre le sue funzioni. Se poi questo significa anche altro, cioè l'impunità a Berlusconi in cambio del Quirinale, siamo all'assurdo. Non credo che Fassino si presti al baratto: chiunque l'accetti, diventa complice d'un abuso».

«Per carità di Dio!», no, Fassino non può voler quello: ne è sicura Anna Finocchiaro, capogruppo ds al Senato, perché «quelle parole possono essere lette in due modi: o come un segnale di garanzia ai magistrati, o come un'attenzione alla politica che soffre l'autonomia delle toghe». In ogni caso, occorre ricomporre «un clima di conflitto e garantire autonomia tanto al potere giudiziario che a quello politico», superando «un clima di sospetto che non fa andare avanti il Paese».

I soliti sospetti. Con omissis che si notano, nell'intervista di Fassino: per esempio, il silenzio sul conflitto d'interessi. «Il tema va affrontato — dice D'Ambrosio — e su questo non si discute. Ci si è lamentati di non aver fatto abbastanza nella XIII legislatura e niente nella XIV: vogliamo ripeterci? Chi ci ha eletto, ci ha chiesto di risolverlo una volta per tutte». Sarcastico Travaglio: «Come può Fassino parlare di conflitto d'interessi, se va a lanciare il "manifesto" sul giornale della moglie di Berlusconi, diretto da un ex ministro di Berlusconi, il giorno dopo l'avvertimento di Dell'Utri e dopo aver zittito Bertinotti che, su Mediaset da ridimensionare, ha ripetuto soltanto quel che dice la Consulta?».

D'Alema quirinabile, inciucio inevitabile, pensa l'opinionista dell'Unità. Un pateracchio proprio sulla giustizia: «Che custode e garante potrebbe essere un D'Alema che, presidente della Bicamerale, accettò indecenti compromessi al ribasso sull'indipendenza della magistratura?». C'è «un fumus oggettivamente ricattatorio», sostiene Travaglio, e così si spiega quella riga 52: «Anche D'Alema ha interesse a "garantire" sui magistrati che, in passato, qualche problema gliel'hanno dato. Un capo dello Stato non solo non dev'essere ricattabile, ma neppure sembrarlo. Guardate Unipol: non furono i Ds a dire che Berlusconi ha ancora i cd delle famose telefonate? La partita è aperta, a luglio c'è da rifare il Csm e con le nuove regole i membri politici, quelli che controllano le toghe, saranno di più. In questi anni, c'è stata anche una Bicamerale degli affari: speriamo

Le Due Italie sono sempre esistite anche se non si erano mai materializzate con una evidenza così plastica e in sostanziale pareggio politico. E' cosiddetta «sinistra» (termine col quale ormai indichiamo uno schieramento che riassume quasi tutto ciò che era «arco costituzionale»), che ha raggiunto, in realtà, il suo massimo storico in questa elezione. Quella destra diffusa, «che non si dà confini neanche nei confronti del fascismo », di cui ha parlato Rossanda nel commento dei primi dati elettorali, esisteva già sottotraccia negli anni della prima Repubblica ma era compressa e disciplinata dalla mediazione democristiana che ne moderava istinti e stemperava paure. Il maggioritario barbarico imposto da Berlusconi in chiave di guerra civile «fredda», ma permanente ha fatto emergere e messo a nudo l'Italia profonda che non aveva una vera rappresentanza politica e che ha finalmente trovato qualcuno che la interpretasse senza scrupoli e mediazioni. Questa Italia esiste ed esisterà, bisogna farci i conti, non è pensabile che si dissolva nel breve e nel medio tempo. La volontà di governare tenendo conto di essa è un proposito di elementare civiltà istituzionale, anche se purtroppo unilaterale e in Italia non ricambiato. Ma soprattutto bisognerebbe cercare di capire e scomporre questo blocco, in realtà molto differenziato, individuando i punti critici su cui agire, e rinunciando serenamente a recuperare ciò che non è recuperabile. Infatti non è pensabile di inseguire il berlusconismo sul suo terreno, ma si possono dare risposte serie a domande fondate. Rinunciando ad analisi troppo semplificate, come quelle che per molto tempo la sinistra ha prodotto dopo l'emergere del fenomeno Berlusconi. Questa destra non è interpretabile in chiave di «modernità», ma contiene al suo interno pulsioni addirittura arcaiche che questa campagna elettorale ha fatto emergere. Non solo subcultura, non è solo «l'Italia che parcheggia in seconda fila» come si legge spesso, ma esprime ormai culture radicate e immaginario diffuso. Paradossalmente, è molto più «ideologico» il voto a destra di quanto non sia un voto a sinistra ormai realistico e disincantato. Il fenomeno dell'anticomunismo postumo, che è forse l'ideologia più fortunata e diffusa della nuova Italia, va decrittato al di là delle fantasie pulp del leader della destra su bambini bolliti e nipotini di Pol Pot (a cui non si crede fino in fondo, se è vero che ventiquattrore dopo si chiede una grande coalizione con questi mostri). Ma da tempo quando a destra dicono comunisti intendono in realtà lo Stato, le tasse, il rispetto delle leggi, per cui non è del tutto incoerente che perfino Oscar Luigi Scalfaro diventi «comunista» in questo immaginario. Proprio la questione delle tasse, che pare sia stata la molla decisiva della rimonta finale di Berlusconi, ci impone però una analisi critica autocritica del blocco sociale della destra, e in ultima analisi su cosa è diventata la società italiana. Se è vero che il problema della tassazione è uno dei problemi fondamentali di ogni democrazia, e lo è particolarmente in Italia dove esiste storicamente lo scandalo di un regime fiscale debole coi forti ma occhiuto inflessibile coi deboli, questo diventerà forse il terreno decisivo dell'acquisizione del consenso. E proprio su questo terreno la sinistra ha mostrato una deplorevole confusione che non si può ricondurre solo a «difetto di comunicazione», che pure c'è stata, con quel parlare di «abbattimento di cinque punti del cuneo fiscale », progetto giusto e ambiziosissimo, che rivela però nella formulazione l'abitudine a parlare a imprenditori e redattori delle pagine economiche anziché al popolo (era così difficile parlare di tasse sul lavoro?)

Non ci si può rassegnare a consegnare definitivamente alla destra la rappresentanza delle regioni più ricche e produttive del Nord, e neppure accettare la situazione che vede ampliarsi in molte realtà il voto popolare delle periferie alla destra. In una situazione, come quella italiana, dove l'intreccio tra stipendi, pensioni familiari, piccole rendite e piccolo risparmio è ormai costitutiva dei bilanci delle famiglie e costituisce fattore di sopravvivenza e di rifugio precario sotto i colpi della crisi ci vuole la massima precisione nelle indicazioni e nelle proposte. Da fare, possibilmente, all'inizio e non alla fine delle campagne elettorali, e mettendosi d'accordo su cosa dire. Avere trascurato il tema fiscale, riproponendo nelle pieghe della campagna il ritorno di una tassa di successione sulla prima casa che nei suoi termini avarissimi era anacronistica già cinque anni fa in un paese dove oltre l'ottanta per cento dei cittadini possiede la casa dove abita è non solo un errore tattico ma strategico, che rivela categorie di analisi della società italiana ferme alla visione di una Italia povera che è ormai fotografia ingiallita di un paese che non esiste più, senza cogliere ancora del tutto la realtà di un paese a ricchezza diffusa ma ormai precaria e minacciata. Non si può, neppure per sbaglio, trovarsi nella condizione per cui la proposta, sacrosanta, della redistribuzione del reddito a favore dei ceti più deboli o di quelle fasce di società impoverite dalla mano libera che l'ex-premier ha dato al suo elettorato specifico di raddoppiare i prezzi negli ultimi anni, possa rischiare di venire intesa come spoliazione di chi ha poco e a maggior ragione difende quel poco che ha. Una pratica, finalmente introdotta, di tassazione equa e progressiva, come la Costituzione e ancor più la decenza imporrebbero a questo paese, può anche essere apprezzata alla fine da quei settori della società italiana che hanno risposto al richiamo della foresta di Berlusconi ma che non sono costituzionalmente evasori fiscali; ma che chiedono una rassicurazione attorno a una selva di tasse spesso incoerente e persecutoria per gli onesti. La questione di una revisione dell'Ici sulla prima casa, che aveva proposto per primo Bertinotti, è stata poi abbandonata colpevolmente alle improvvisazioni demagogiche dell'ex- premier, accompagnata per giunta dal proposito di revisioni catastali che giuste in sé hanno assunto inevitabilmente il significato di un inasprimento di una tassa fondamentalmente ingiusta e avvertita come tale. Per inciso, la stessa idea che circola da tempo di candidare alla presidenza della repubblica un politico come Giuliano Amato, il più impopolare nell'immaginario collettivo degli italiani in quanto percepito come uomo dell'Ici e delle mani nei conti correnti dei cittadini, mostra quanta trascuratezza vi sia di fronte a un senso comune di larga parte del paese, giusto o sbagliato che sia, ma col quale è doveroso fare i conti. Però va anche fatta una notazione comparativa rispetto al passato su questo voto imponente di metà degli italiani a destra, e che è forse l'unica nota ottimistica che si può ricavare. Nel 2001 il popolo di destra che aveva votato Berlusconi esprimeva ottimismo, vitalità ingenua ma reale, voglia di arricchimento facile. Oggi esprime solo paura. Che è un sentimento importante e che sarebbe colpevole ignorare, ma è anche una base su cui la destra non può costruire molto. Qui mi pare si registri la svolta e l'avvio del declino di Berlusconi, non più uomo dei sogni ma degli incubi, non solo degli italiani che lo detestano ma anche di quelli speculari e contrapposti degli italiani che lo votano.

Non se ne farà nulla, ma il solo fatto che sia stato posto il problema di spostare la data del secondo confronto fra Prodi e Berlusconi per evitare la concomitanza di data con la fiction di Mediaset su papa Wojtyla la dice lunga sullo stato dell’arte: il religioso batte il politico, o almeno ci prova, e il televisivo batte tutti i due. I sondaggi danno l’Unione in testa, Berlusconi perde punti ogni volta che tenta di guadagnarne con le sue performance, ma l’agenda teledemocratica è ancora quella dettata da lui con la scesa in campo del ‘94: è la tv la scena della politica. La differenza, rispetto al ‘94, è che adesso questa scena è satura e c’è un prim’attore che ha stancato e sbaglia il copione. Un’altra scena, però, non si vede: l’Unione si avvantaggia dell’eccesso autolesionista dell’avversario, più che brillare di creatività politica propria. Il berlusconismo finirà per autoimplosione?

L’incursione di Berlusconi a Vicenza lascia aperto l’interrogativo, cui i sondaggi non bastano a dare risposta. L’eccesso di violenza è probabile che gli abbia nuociuto, confermando appunto la saturazione - in atto già da tempo - dei dispositivi di identificazione nelle sue miracolistiche promesse, nel suo ottimismo, nel suo narcisismo. Però la sceneggiata resta carica di segnali che non si possono liquidare con l’argomento consolatorio della saturazione. Perché resta il fatto che un presidente del consiglio si presenta a un convegno di un’associazione con quella arroganza monarchica, ostenta un disprezzo assoluto per qualunque regola - del galateo, dell’economia, della democrazia -,aggredisce volgarmente uno che si permette di non pensarla (più) come lui, arringa il popolo televisivo e il popolo degli industriali contro le élite della politica e degli industriali; e comunque qualcosa porta a casa, almeno nel suo campo che è poi il destinatario della sua strategia di galvanizzazione. Il che significa che Berlusconi probabilmente perderà le elezioni, ma il berlusconismo è ancora in circolo, e i suoi ingredienti di arroganza, populismo, disprezzo delle procedure sono tutt’altro che un ricordo del passato.

A proposito di élite. Nell’intervista di ieri al Messaggero, intitolata per l’appunto «Addio al berlusconismo», Massimo D’Alema ha osservato che «nelle élite del paese c’è la percezione che Berlusconi ha perso». Il che è vero e va incassato con soddisfazione, a patto di completare il quadro con almeno una domanda sulla percezione della situazione in coloro che élite non sono. È certo che una parte - solo una parte - delle élite del paese nel 2001 stava con Berlusconi oggi sta con Prodi. Ma è altrettanto certo che è stato il voto popolare, non quello d.élite, a premiare Berlusconi nel 2001 come nel .94. E va ricordato che altre élite, ad esempio gli studiosi del populismo e della post-democrazia, non hanno smesso di sottolineare in questi anni che il populismo di destra vince quando e dove il popolo scompare dalle attenzioni della sinistra. E per ora non pare che sia granché ricomparso nella campagna elettorale dell’Unione.

Si dà il caso che nel frattempo popolo ed élite si ripresentino in nuove, o antiche, combinazioni. Sta accadendo ad esempio a Parigi, contro la riduzione del lavoro a schiavitù flessibile e precaria che affligge l’Italia più della Francia. Aspettiamo con fiducia che il fatto si conquisti l’attenzione che merita nel discorso elettorale della sinistra italiana: non foss’altro perché c’è da giurare che è il futuro, prossimo, che l’aspetta. Per dare l’addio al berlusconismo stavolta non basterà una gestione più decente del quadro politico e istituzionale.

gi, giorno dello scioglimento delle camere - alle 10,30, al teatro Eliseo di Roma, l’Unione presenterà il suo definitivo programma per le elezioni del 9 e 10 aprile. Il teatro Eliseo di Roma è sede storica di impegnative iniziative del Pci e della sinistra italiana, se ne potrebbe fare un elenco di date storiche. Quindi grande attesa per l’evento di stamane. Però, però, sulla base di quel che si è potuto leggere e sapere la condizione mia, e di tanti compagni, è quella della delusione preventiva. Meno peggio della guerra preventiva, ma che certamente non aiuta chi è convinto che l’obiettivo assoluto, anche contro le peggiori delusioni, sia quello di liberarci di Berlusconi e della sua eteroclita banda.

Spero fortemente di essere smentito stamani all’Eliseo, ma da quel che finora mi è dato di conoscere non credo proprio. Non c’è un punto, dall’Iraq alla scuola, dal lavoro all’economia, dalla politica interna a quella estera sul quale si possa leggere un’opzione chiara e netta e visto che siamo in campagna elettorale una posizione che si possa tradurre in slogan (qualcuno si ricorda della «terra a chi la lavora» o della «legge truffa» o delle «riforme di struttura»?).

In questo programma (salvo felici smentite di stamani) non c’è nulla di preciso e netto, nulla che possa mobilitare gli elettori, anche quelli che di Berlusconi non ne possono proprio più. Questo programma, nella migliore delle ipotesi, appare come una delega ai gruppi dirigenti perché trattino nel modo migliore. Mancano del tutto proposte nette e precise sulle quali mobilitarsi o dividersi. L’abuso dei verbi al condizionale preoccupa.

Se questo mio timore non sarà smentito stamani, e temo che non lo sarà, allora dobbiamo preoccuparci seriamente. Per almeno due o tre ragioni. La prima è che questa scarsa chiarezza, questo volere e non volere, incoraggia l’astensionismo di sinistra, incoraggia anche un qualunquismo suicida (sono tutti uguali: litigano tra loro solo per chi deve andare al governo). La seconda ragione è che questa cauta accortezza porta acqua al berlusconismo che è presente nella nostra società e che ha consentito la vittoria del cavaliere che non è extraterrestre (come Croce aveva detto di Mussolini). La terza ragione è che queste elezioni si vincono come vogliamo che sia su questa piattaforma di indeterminati, la gestione del futuro governo di centrosinistra sarà terribile e difficilissima. Ciascuna delle componenti sarà autorizzata a tirare la coperta dalla sua parte e non solo strapperanno la coperta, ma manderanno a pezzi anche il letto. C’è ancora tempo per evitare questo slittamento. SSO

Sostiene il politologo Mauro Calise, in un libro appena pubblicato da Laterza con il titolo La Terza Repubblica, che quindici anni dopo il troppo urlato crollo della Prima e il troppo festeggiato esordio della Seconda siamo ormai entrati, e a lungo resteremo, «in un regime che facciamo fatica a decifrare», che non reca i tratti della palingenesi incautamente evocata nei primi anni Novanta ma quelli compromissori «di ogni rivoluzione tradita, fallita, inceppata». Un misto di vecchio e nuovo, che arranca fra assaggi di presidenzial.ismo e rigurgiti di partitocrazia, fra l'elezione diretta di sindaci, governatori e premier e i capricci della nomenklatura. La transizione non ha dato forma istituzionale al mutamento, che è rimasto a mezz'aria e patisce il peggio dei «vecchi» e dei «nuovi» modelli, al centro e in periferia, a Roma e in provincia. Quello che segue è un caso di questa vasta tipologia del mutamento a mezz'aria. Nonché dello spirito autolesionista che anima la coalizione dell'Unione. Cominciamo dalla fine, o quasi. Cosenza, cinema Italia, domenica 8 gennaio, pomeriggio, più di mille persone in sala. Su un video scorrono le immagini di tutto quello che negli ultimi anni ha reso la città più bella, più viva e più vivibile. Data e luogo non sono stati scelti a caso: quattro anni fa, stesso giorno stesso cinema, era stato lì che Giacomo Mancini, tre mesi prima di morire, aveva investito della sua successione Eva Catizone, sostenendo che quella giovane donna classe 1965 formatasi nella sua amministrazione aveva «la stoffa del sindaco». Di lì a poco, in aprile, Eva vinse le elezioni al ballottaggio, sostenuta da una coalizione di centrosinistra (ma senza la Margherita, che le contrappose un altro candidato), con un programma in sette punti che prometteva una città policentrica, trasparente, aperta; una città dei saperi, dei lavori, delle donne, dell'ambiente. Il video adesso restituisce i risultati: il Castello restaurato, il progetto del ponte di Calatrava, Piazza Loreto rifatta; i nuovi raccordi stradali, l'informatizzazione dell'amministrazione; il forum dei giovani, dei disabili, delle famiglie; la città dei ragazzi, le ludoteche per i bambini; la fondazione intitolata a Roberta Lanzino, un nome-simbolo del femminismo calabrese; i bus ecologici, il lungocrati, l'isola pedonale, le biciclette per chi vuole usarle; il Festival delle invasioni del luglio scorso con un memorabile concerto di Patti Smith affollato quasi quanto quello, oceanico, di Jovanotti di questo capodanno; la mostra sui capolavori del Novecento realizzata in aprile, il museo all'aperto realizzato poco meno di un anno fa nelle vie del centro storico con le opere donate alla città da Carlo Bilotti, ultime, pochi giorni fa, Il Cardinale di Giacomo Manzù e Ettore e Andromaca di De Chirico.

Non c'è stata la bacchetta magica, s'intende: Cosenza continua a soffrire di alcuni problemi storici, fra cui la carenza d'acqua e l'abbondanza di traffico. Ma c'è stata una buona squadra, con molte donne (compresa la vicesindaco, Maria Francesca Corigliano), molta iniziativa e molte idee, animata da un'energia positiva che nel sud spesso manca e priva del complesso della marginalità che nel sud abbonda, e munita di alcune bussole salde. La bussola del welfare, che ha reso possibile la continuazione dell'esperienza delle cooperative di lavoro avviata da Mancini; quella della partecipazione, che anche grazie al rapporto con la rete «Nuovo Municipio» curato da Franco Piperno, assessore al decentramento e alla comunicazione, ha reso possibile la sperimentazione di forme di autogoverno dei quartieri; quella del rapporto con i movimenti, che ha consentito a Catizone di imporsi all'attenzione dei media pochi mesi dopo la sua elezione, quando dalla procura di Cosenza partì il processo (prossima udienza l'8 marzo) contro alcuni no-global per gli scontri di Napoli e Genova del 2001 e lei schierò l'amministrazione in cima al corteo di protesta, chiese ospitalità per i manifestanti alle famiglie, pregò i bar di restare aperti e sfilò sotto lo slogan «Cosenza città aperta». C'è stata, infine e non ultima, un'accorta politica della comunicazione (fra le altre cose fatte, il sito municipale multimediale www.monitorebruzio.net, Radio Ciroma e una tv civica), che insieme allo sviluppo dell'università (ai primi posti fra le università medie italiane per qualità degli studi) ha contribuito a imporre all'attenzione nazionale Cosenza come esempio di una città meridionale che cresce, produce cultura, dialoga con le istituzioni europee, secca smentita dell'immagine stantia di arretratezza e marginalità che al mezzogiorno resta troppo spesso incollata.

Ma tutto questo non basta, o al contrario forse fa gola, ai partiti del centrosinistra locale, che si sono messi in testa di mandare tutto all'aria. Infatti sul palco del cinema Italia Eva c'è tornata per spiegare alla cittadinanza una crisi inspiegabile, aperta ufficialmente il 20 dicembre con una mozione di sfiducia sottoscritta da 18 consiglieri, che verrà discussa martedì prossimo e con ogni probabilità segnerà la fine, o l'interruzione, del laboratorio cosentino. «Non sono qui per rispondere agli architetti della politica e ai tessitori di trame, ma per cercare di dar conto ai cittadini di una situazione che costringe tutti, anche me, a navigare a vista», esordisce Eva. «Intendiamoci - sottolinea -, la mozione non nasce su base politica. Non mi contestano nulla di specifico, non potrebbero senza sconfessare il lavoro dei loro assessori. Parlano di uno scollamento della maggioranza e di una mia incapacità di incollarla. Ma non spetta a me che ho un ruolo istituzionale ricomporre l'unità del quadro politico del centrosinistra: per questo ci sarebbero i dirigenti dei partiti, ma dove sono? La verità è che non ci sono motivi politici ma giochi di potere fatti sulla pelle della città e dei cittadini. La verità è che a Cosenza è in crisi il modello Mancini che io ho provato a continuare, un modello di autonomia dell'amministrazione, che vuol dire rispetto dei partiti ma lotta alla partitocrazia».

Due distinguo cruciali, fra politica e potere e fra funzione dei partiti e partitocrazia. Ma a quanti stanno a cuore, nelle istituzioni traballanti dell'Italia in perenne transizione? Certo la vicenda del comune di Cosenza li porta in primo piano. I guai cominciano nella primavera del 2004, quando in giunta entrano Ds e Margherita, che prima l'appoggiavano dall'esterno, i manciniani del Pse non gradiscono e i nuovi arrivati, pur forti dell'assessorato all'urbanistica e ai lavori pubblici di Franco Ambrogio e di un altro a Maria Lucente, cominciano a rivendicare più peso. Adesso che Ambrogio l'accusa nientemeno che di complicità con il centrodestra, Catizone parla di quel passaggio che imbarcò i diessini e scaricò i manciniani come di un errore: «Ho ceduto alle pressioni dei Ds, sacrificando un ancoraggio politico importante. Ma mi trovavo in condizioni particolari».

Fra le condizioni particolari, c'era all'epoca anche la sua relazione d'amore con il segretario regionale dei Ds, e oggi vicepresidente della Regione, Nicola Adamo. Storia nota, anzi cover story di quotidiani e settimanali nazionali dell'estate 2004, quando Eva annunciò urbi et orbi che con un'intervista al Quotidiano che aspettava un figlio e che gli avrebbe dato il suo cognome visto che il padre non pareva intenzionato a riconoscerlo. Mossa personale, politica e mediatica di gran signoria, che tenne banco in città e sulle spiagge e stanò il partner il quale a sua volta fece outing il giorno dopo sulla Gazzetta del Sud ma senza signoria, chiedendo scusa ad amici e compagni e perdono a moglie e figli per il peccato commesso. Fine della storia d'amore, ma non, com'è ovvio, dei suoi strascichi politici.

Che però bisogna fare attenzione a misurare. Perché certo tutto il seguito della vicenda si può e si deve leggere (come ha fatto Gianantonio Stella sul Corriere della Sera) anche come una prevedibile vendetta maschile contro un gesto di libertà femminile, o come un rigurgito di normale misoginia in una città che si era affidata all'eccezione di una donna. Ma quando privato e pubblico, personale e politico fanno corto circuito, il punto è capire gli innesti fra l'una e l'altra dimensione. E nella vicenda cosentina la posta in gioco personale non cancella, ma raddoppia, quella politica dello scontro fra partiti - segnatamente i Ds - e amministrazione. Resa più aspra, va detto, dal modificarsi del quadro nazionale, perché c'è la nuova legge elettorale che riconsegna ai partiti la scelta dei candidati e ridisloca i giochi all'interno dell'Unione, e con l'approssimarsi delle elezioni politiche tutto, anche i destini di un'amministrazione, rientra in più vasti e più contorti calcoli. Tanto più se a capo di quell'amministrazione c'è una donna molto vicina a Prodi, e che Prodi potrebbe volere anche in parlamento...

Torniamo alla cronologia politica. I partiti del centrosinistra vogliono una giunta ridisegnata a loro misura col solito Cancelli, ma non riescono ad accordarsi. A novembre la sindaca taglia il nodo e vara il Catizone-ter: quattro nuovi assessori, due di partito (Udeur e Margherita) e due autonomi, due spostamenti, qualche modifica nelle deleghe, tre nuovi organismi di democrazia partecipata. L'Unione non è soddisfatta. Il 25 novembre i Ds annunciano l'apertura ufficiale della crisi, sostenuti da Sdi, Verdi, Pse, Comunisti per l'Unione, mentre Udeur e Margherita restano in attesa: pronti a firmare, ma solo se gli altri fanno sul serio. Ma al momento decisivo, di fronte al notaio, a firmare le dimissioni dal consiglio si ritrovano non in 21, ma solo in 8. I due assessori Ds, nel frattempo si sono dimessi, quella della Margherita no e sarà la sindaca a doverli sospendere, pochi giorni fa. Il 30 novembre l'assestamento del bilancio passa nell'assenza di una parte della maggioranza dall'aula, grazie a Forza Italia che pur votando contro garantisce il numero legale. Il 22 dicembre diciotto firme (Ds, Margherita, Idv, Psdi, Comunisti per l'Unione, Udeur, Gruppo misto, Alleanza riformista, ma non Pse e Sdi) siglano la mozione di sfiducia, che in consiglio può contare anche sui voti di 4 consiglieri di An e dell'Udc e non ha bisogno di quelli del Pse e dello Sdi, che non si sa se la voteranno o no. La mozione, Catizone ha ragione, non contiene una sola critica di merito e si avvita sulla crisi della coalizione come un gatto che si morde la coda: «Si sono prodotti fatti politici e amministrativi che hanno compromesso la possibilità di assicurare al governo della città una gestione efficace e democratica. Si è creata una vera e propria paralisi politica, amministrativa e progettuale. E' venuto meno il rapporto di solidarietà e di condivisione tra il sindaco e le forze politiche». Tutto in terza persona, come se la crisi l'avesse portata la cicogna.

Il consiglio comunale è convocato per martedì prossimo. Gli argomenti si inacidiscono, l'ultimo in voga presso i Ds, dopo il successo della manifestazione al cinema Italia, è l'accusa alla sindaca di populismo. Il voto sulla mozione di sfiducia è previsto per martedì o, in seconda convocazione, per venerdì 20. I numeri per mandare a casa il laboratorio Catizone ci sono, ma le intenzioni dei manciniani non sono chiare, e tutto si giocherà nell'aula del consiglio. E dopo? Dopo c'è un commissario e poi nuove elezioni. Con l'avversario di Eva del 2002, il Dl Salvatore Perugini, che si scalda i muscoli sostenuto dai Ds, perché con lui a palazzo dei Bruzi i conti della distribuzione comunale, provinciale e regionale del potere dentro l'Unione tornerebbero meglio. Senonché Eva, che nel frattempo ha rifiutato una gentile candidatura alla camera offertale da Di Pietro, non demorde: «Questo non è né un addio né un arrivederci - ha scandito alla manifestazione di domenica scorsa -. Mantengo la mia posizione, comunque vada, nel mio impegno politico locale e nazionale. Resto al servizio della città e di qui ad aprile ci rivedremo tante volte». Vuol dire che si ricandiderà, con una lista civica e nessuno dei partiti che l'hanno sfiduciata, forte dei sondaggi che danno in ascesa, dal 44 al 48%, la fiducia dei cittadini in lei: «Questa situazione ha saldato il rapporto fra me e la città», dice, e checché se ne dica lei non ha alcuna intenzione di regalarla alla destra. Ammesso che si vada a nuove elezioni a giugno, e che la città non finisca in mano a un commissario per un anno e mezzo, come Forza Italia gradirebbe.

Restano una considerazione e una domanda. Traballando da quindici anni fra partiti morenti e leader, sindaci, governatori nascenti, la pratica della democrazia italiana rischia di rimetterci le penne al centro e in periferia. A seconda di come si guarda il bicchiere, nel piccolo di Cosenza come altrove si può impugnare la bandiera della rappresentanza e della mediazione tradizionale contro il governo diretto delle personalità, e ritrovarsi a difendere partiti che sono diventati scheletri vuoti, piccoli potentati locali, litigiosi comitati elettorali. O si può impugnare la bandiera dell'autonomia del governo dai partiti e del rapporto diretto con la cittadinanza, e ritrovarsi a scivolare sul confine della personalizzazione. Nel laboratorio cosentino, ai tempi di Giacomo Mancini non c'era gara fra pretese dei partiti e potenza di una personalità. Eva Catizone non è Giacomo Mancini, è una donna che ne ha interpretato l'eredità nel tempo infausto della seconda repubblica, dove i partiti sono quel poco e niente che sono ma nel vuoto da essi lasciato possono crescere idee, movimenti, forme di autogoverno, pratiche di buona amministrazione basate sull'amore per i luoghi in cui si radicano e su relazioni più forti di quelle garantite da una sigla. Il laboratorio cosentino adesso è questo e ha portato una città del sud fuori dall'immagine perdente del sud. Domanda: a chi giova perderlo, che cosa ci guadagna l'Unione, che cosa ne sanno e che cosa ne dicono i suoi leader nazionali?

Quanto c’è della prima Repubblica nei primi, incerti passi di questa legislatura? Poco, a nostro avviso. E, comunque, poco di buono. Certo, è difficile non venire risucchiati nella spirale del remake, ripercorrendo i nomi e le vicende degli ultimi giorni. Ex e neo comunisti alla ricerca dell’assoluzione definitiva dal loro peccato d’origine. E tanti democristiani. Mai pentiti. Anzi, mai come oggi orgogliosi di dichiararsi tali. Si pensi alla faticosa elezione del presidente del Senato. Quale migliore esempio dell’immortalità dello spirito democristiano, che permea la nostra cultura politica? Andreotti e Marini. Personaggi esemplari dell’epopea democristiana. Di cui hanno interpretato riferimenti diversi e complementari.

La destra e la sinistra riunite al centro. Insomma: la Dc. La mediazione. Per definizione e per necessità. Perché il Centro della prima Repubblica, come ha insegnato Giovanni Sartori, costituiva una "rendita di posizione". O una "posizione di rendita". L’unico possibile luogo di governo, in un sistema politico altamente polarizzato. Dove le alternative erano impossibili per la presenza di partiti antisistema. L’Msi, neofascista; e il Pci, comunista. Per cui al centro convergevano e coabitavano interessi e identità differenti. E la mediazione diventava quasi un’abitudine. Andreotti e Marini. Rivederli di nuovo, accompagnati da altre icone democristiane della prima Repubblica: Cossiga e Scalfaro in primo luogo. Ha evocato l’eterno ritorno dell’uguale. In questa Repubblica, dove ogni "divisione" viene percepita come una "drammatica spaccatura", di fronte a una alternativa istituzionale incerta, le due parti si sono affidate ai mediatori per definizione. I democristiani. Opponendo un novizio di oltre 65 anni a un navigato navigatore di quasi novanta. "Democristiani" (nell’accezione deteriore) appaiono anche i giochetti che hanno allungato e complicato l’elezione di Marini. I "franceschi tiratori". Che suggeriscono un retroscena di scambi e pressioni di piccolo cabotaggio. Democristiano, infine, anche il candidato proposto da Berlusconi alla Presidenza della Repubblica. Gianni Letta. Per evitare «l’occupazione sistematica del potere» da parte della sinistra.

Eppure, in mezzo a tanti segni democristiani, mai come oggi, mai come in questa occasione, la Dc è apparsa tanto lontana. Irripetibile. I due democristiani. A interpretare non la mediazione, l’accordo fra due coalizioni, fra due Italie: ma la loro contrapposizione irriducibile. In un clima parlamentare acceso. Punteggiato di polemiche, minacce, intimidazioni. Quando la Dc era la camera iperbarica. Dove le minacce e le tensioni venivano sterilizzate all’interno. E Andreotti: l’immobilità e il silenzio del potere (che "logora chi non ce l’ha"). Usato come un ariete, da "altri": il centrodestra. Per scardinare le difese dei nemici. Per sbrecciare le fragili mura del centrosinistra. Catturare qualche voto. Qualche anima. "In virtù delle diaboliche virtù" che la mitologia politica italiana gli attribuisce. Quanto di più lontano dalla Dc: madre di ogni mediazione. Mentre nei giorni scorso, al Senato, ogni scrutinio marcava l’esistenza di due settori quasi impermeabili. Senza transumanze. Almeno per ora. Difficile imbattersi in una raffigurazione altrettanto plastica ed espressiva del bipolarismo maggioritario. A cui si sono piegati – per rassegnazione o per costrizione – anche coloro che, fino ad oggi, lo hanno guardato con avversione o scetticismo. Giulio Andreotti, che ancora nel 2001 aveva partecipato attivamente al progetto neodemocristiano di Democrazia Europea, promosso da Sergio D’Antoni (il segretario della Cisl succeduto a Marini). Affondato immediatamente dall’insuccesso elettorale. Franco Marini: il leader della Margherita più ostile all’ipotesi dell’Ulivo-partito. Del soggetto unitario di centrosinistra. E, per questo, sostenitore della Margherita di centro. Partito moderato che si rivolge non solo agli elettori, ma anche ai partiti moderati di destra. Quasi un viatico al neocentrismo proporzionalista.

Andreotti e Marini: si sono affrontati all’interno di uno schema bipolare. Ne hanno accettato e recitato la parte. Senza dubbi né esitazioni. Proclamando, entrambi, che la loro elezione avrebbe garantito cittadinanza a tutti. Alla destra e alla sinistra. Oltre le divisioni. Come avviene nei sistemi bipolari a democrazia responsabile e matura. Dove chi vince, anche con un solo voto in più, governa e rappresenta tutti. La differenza, semmai, è che il nostro bipolarismo risulta ancora povero di significato e di fondamenti. Ricco solo di fazioni e di partiti (ni). Diversamente dalla prima Repubblica. Baricentrica per necessità, ma profondamente bipolare dal punto di vista politico, dei valori, delle identità. (Oltre che, al fondo, bipartitica). La "centralità del centro". Rifletteva la "frattura anticomunista". E, al tempo stesso, la "questione cattolica". In altri termini: la Dc costituiva il riferimento politico obbligato – e senza alternative – di fronte al maggior partito comunista presente in un paese occidentale. Al tempo stesso, rappresentava i cattolici. O meglio: garantiva la rappresentanza dei cattolici in politica, di fronte alla Chiesa. Ma il comunismo, come blocco geopolitico, non c’è più. Da tempo. È crollato, insieme all’Urss; e al muro di Berlino. Nel 1989. Così i cattolici, anche per questo, oggi non hanno più fedeltà politiche. I partiti che si riferiscono direttamente ed esplicitamente alla tradizione democristiana sono piccoli. Perché i cattolici oggi non hanno partiti né coalizioni di riferimento. La Chiesa, il clero, per questo, agiscono in proprio. Autonomamente. Come una lobby influente. A tutela dei valori (Chiesa, vita, solidarietà) e degli interessi (scuola, associazionismo) del mondo cattolico. Il nostro bipolarismo, invece, si regge su fratture diverse. Certamente più povere di significato e di contenuti, anche se altrettanto profonde. Anzitutto, il "berlusconismo". Quell’insieme di modelli di valore, comunicazione, espressione interpretati da Berlusconi e dal suo partito. (L’impresa, la deregolazione, la televisione, la personalizzazione). A cui si sono piegati, per amore o per forza, gli alleati. A cui si sono adeguati – per necessità e, in parte, per scelta – gli avversari. Poi, il "nuovo anticomunismo". Un prodotto e un artefatto del berlusconismo. L’anticomunismo senza il comunismo. Sinonimo di tutto ciò che è "altro" dal berlusconismo. Una confusa nebulosa di significati, che evoca la regolazione, il pubblico, lo Stato, il sindacato, la grande stampa e i grandi imprenditori, la magistratura…

Ecco: la precarietà del nostro bipolarismo non riflette solo il processo di riforme preterintenzionali e malintenzionate che l’ha accompagnato. Ma, in misura maggiore, la miseria dei riferimenti – politici e di valore – su cui si è fondato. L’incapacità, fin qui, di andare oltre Berlusconi. E l’anticomunismo di maniera che egli evoca. Dipende, inoltre, dall’ambiguità dei progetti e dei soggetti politici che hanno partecipato a costruire questa Repubblica.

Da cui il rischio vero. Peggiore, a nostro avviso, del clima di "divisione" sociale prodotto dal sistema politico. L’affermarsi di un bipolarismo meccanico. Adattivo. Che non aggrega e non divide sulla base di valori, disegni, interessi di grande (o anche medio) raggio. Ma di pallide idee mascherate da ideologie. Rispecchia logiche di potere; o ancora: piccoli calcoli particolaristici. Un bipolarismo che non si sviluppa su grandi soggetti e progetti politici. Ma su collage frastagliati di partiti (ni). La cui coesione parlamentare si fonda sulla sfiducia reciproca; ed è garantita da tecniche di reciproco controllo fra i gruppi (come si è già visto, in occasione del voto al Senato; dove il diverso modo di scrivere il nome dei candidati è servito a dichiararne la provenienza).

Un bipolarismo dove il residuo dell’eredità democristiana – oltre che da una folla di ex, più o meno anziani, più o meno autorevoli – sia costituito dalle furbizie. Dai "franceschi tiratori".

In questa "Repubblica degli ex" io non esiterei a dichiararmi "ex cittadino".

Titolo originale: Italian vote, American echoes – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Le elezioni italiane una volta non erano così – combattute in modo tanto ravvicinato, ideologicamente polarizzate – in breve, tanto simili alle presidenziali americane del 2004 e del 2000. Ma questo succedeva prima dell’era di Silvio Berlusconi, il politico di centrodestra, uomo di spettacolo e miliardario self-made arrivato alle elezioni di questa settimana dopo il più lungo periodo in carica di un primo ministro dopo la seconda guerra mondiale.

Dopo una lunga notte di risultati altalenanti, gli italiani hanno appreso che Berlusconi probabilmente ha perso, per un margine strettissimo, a favore di Romano Prodi, esponente di centrosinistra ed economista. Prodi è l’opposto di Berlusconi quasi su tutto, dal suo atteggiamento del tutto poco appariscente alla piattaforma di governo. Su quasi 40 milioni di voti espressi, appena 25.000 separano i due schieramenti. Berlusconi deve ancora riconoscere la sconfitta, e chiede un ulteriore conteggio.

Quindi l’Italia ora è condannata a cinque anni di immobilità paralizzante? Probabilmente no. Se si confermano le cifre attuali, Prodi appare sicuro di costruire una maggioranza legislativa, posto che riesca a tenere insieme la sua composita coalizione di centrosinistra. Ma l’esiguità di questa maggioranza renderà più difficile al nuovi governo imporre le riforme fiscali, del mercato del lavoro e delle regole di cui l’Italia ha urgente bisogno per riavviare l’economia stagnante e servire la popolazione invecchiata.

Il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue promesse, di tradurre il proprio successo negli affari in una rinascita economica nazionale, gli è costato la rielezione. Prodi capisce bene cosa è necessario fare. Quello che resta da vedere è se riuscirà a convincere i suoi alleati politici, specie quelli della sinistra tradizionale, a dargli il sostegno parlamentare di cui ha bisogno.

Nota: da confrontare, questa ipotesi del NYT tutta razionalizzatrice "interna al sistema" con il più aperto approccio dell'articolo di Jonathan Freedland sul Guardian sullo sfondo dello scenario economico e politico globale (f.b.)

here English version

Il Presidente della Repubblica ha inviato una lettera al Ministro dell'Ambiente perché chiarisca alcuni punti del decreto legislativo di attuazione della delega ambientale (Testo unico ambiente).

Per oggi pomeriggio e' previsto un incontro a Palazzo Chigi tra Matteoli e lo staff legislativo del Ministero e della presidenza del Consiglio dei Ministri. I chiarimenti richiesti dal Quirinale riguarderebbero i rilievi già mossi dalle regioni che hanno preannunciato ricorso alla Corte costituzionale. Un altro aspetto riguarderebbe il mancato passaggio del testo al Consiglio di Stato. Il provvedimento, che è un decreto legislativo e non una legge, non può essere rispedito alle Camere, ne' vale, ai fini della decadenza del testo, il periodo di 30 giorni per la sua promulgazione. Il Quirinale dunque potrà scegliere di recepire le indicazioni del ministero dell'ambiente promulgando il testo anche in un termine successivo a quello prescritto per le leggi o, nell'ipotesi contraria, non firmare il provvedimento attendendo la sua scadenza naturale prevista per luglio prossimo.

In questi mesi le osservazioni della Legambiente e delle altre associazioni Ambientaliste sono state sistematicamente ignorate dal Parlamento e dal Governo.

Ad ora non si conoscono ancora le motivazioni con cui il Capo dello Stato ha sostanziato l'atto di rinvio ma questo può avvenire per motivi di ordine costituzionale, intendendo con questo anche il problema delle competenze tra Stato e Regioni, di obblighi internazionali che il nostro Paese ha (e quindi anche il corretto recepimento delle direttive comunitarie) e la copertura finanziaria. Quindi quantomeno uno di questi elementi ha pregiudicato la firma della legge delega sull'ambiente da parte del Capo dello Stato.

Infatti riteniamo che le scelte nei vari comparti siano viziate da un'impostazione sbagliata che viola le direttive comunitarie che si dichiara di voler recepire. La legge Delega di fatto sottrae milioni di tonnellate di rifiuti alla disciplina comunitaria che diventano facilmente smaltiti in modo illegale, indebolisce la procedura di danno ambientale e annulla la partecipazione delle associazioni ambientaliste ai processi per i reati ambientali; rende meno certi e cogenti gli interventi di bonifica dei siti industriali inquinati; stabilisce procedure che rendono impossibile il raggiungimento degli obiettivi di qualità per le acque stabilite dall'Unione Europea; crea un procedimento di valutazione ambientale strategica (Vas) a valle dei piani o dei programmi e non, come richiesto contestuale alla decisione di questi e trasforma la Via in un passaggio burocratico svuotandola di ogni potere di controllo e diniego.

Tutto questo senza considerare il conflitto di competenze che le Regioni hanno eccepito o le carenti coperture economiche che sono state da più parti osservate, su tutti questi temi il Governo era stato avvisato, non solo dalle associazioni ambientaliste, ma anche dalla Conferenza Stato-Regioni da numerosi organi istituzionali, non ultimi gli uffici del ministero dell'Economia.

Il Governo però ha scelto di andare avanti contro tutto e contro tutti, anche contro il mondo scientifico che si era mobilitato con centinaia di docenti indirizzando proprio al Governo e al Capo dello Stato un accorato appello che vedeva fra i primi firmatari Rita Levi Montalcini e Salvatore Settis.

Probabilmente la rabbia spontanea o manovrata dell'opinione pubblica in alcuni stati islamici per le famigerate «vignette» prima o poi si spegnerà. Giuste intanto le deplorazioni per una reazione sproporzionata auna pubblicazione certamente indebita e irriverente che non si capisce perché qualche «libertario» di casa nostra vorrebbe addirittura replicare o generalizzare. E giusta soprattutto la condanna per gli atti di violenza contro le persone e le cose (molti dei morti sembrano caduti però nella repressione). L'esplosione di questi giorni è un segno preoccupante di una tensione che trascende e travalica l'episodio in sé, per quanto grave. I crimini della piazza o di chi ha manipolato la piazza non possono far dimenticare le responsabilità di chi si atteggia sempre e solo a vindice di un ordine che per suo conto ha contribuito a deteriorare e piegare ai propri interessi e alla propria lettura della storia introducendo o evidenziando una spaccatura sempre più insanabile.

Spiegare tutto con l'odio inestinguibile dell'Islam per la libertà di cui gode e che diffonde l'Occidente, o con l'incompatibilità assoluta dei due sistemi di valori, non spiega nulla. Paradossalmente, se non c'è una prospettiva su cui lavorare per un futuro migliore riducendo le distanze mediante il progresso e la diversificazione sociale (dei paesi che vivono di rendita o dei popoli che vivono di Islam?), le guerre dell'Occidente - dall'Afghanistan all'Iraq, andata e ritorno - diventano guerre di pura conquista con il petrolio come unica posta. E' come se l'orientalismo bollato da Edward Said e riproposto da Bernard Lewis come strumento conoscitivo di una realtà con sue proprie regole di identità e di aggregazione si riappropriasse della sua materia di studio espungendo il Medio Oriente dal flusso della storia. Non è la Fallaci ad aver ragione. E' il pregiudizio di massa di cui la Fallaci si è fatta portavoce immaginando di essere un rompighiaccio che ha guadagnato tutto il campo della politica costringendo la controparte a recitare il copione che le è stato ritagliato su misura per l'egemonia e la superiorità dell'Occidente in un momento di oggettivo disorientamento davanti all'orrore del divario a cui in qualche modo le punte più avanzate dello stesso Occidente si sentono in dovere di metter mano. Finché, prendendo a caso dal mazzo, fatti sulla cui illiceità non possono sussistere dubbi come la guerra anglo-americana in Iraq o l'occupazione israeliana della Palestina non saranno sanzionati a livello mondiale - e cioè da tutti in tutti i paesi del mondo e da tutte le organizzazioni internazionali come avviene per gli attentati terroristici o il vandalismo contro le chiese e le ambasciate - la cosiddetta comunità internazionale, l'Occidente, i governi europei di destra o di sinistra non avranno la legittimità morale e la credibilità politica per svolgere la funzione regolatrice che in un altro contesto di comportamenti potrebbe effettivamente risultare proficua. Parlare di Voltaire è gratificante e forse pertinente, ma è con le politiche di Bush e Sharon (e al limite di Mubarak) che bisogna fare i conti per stabilire o ristabilire un ordinamento condiviso. Anche se le intenzioni fossero state buone, ma si sa che erano cattive e basate su una serie di falsità orchestrate ad hoc, la guerra contro Saddam ha provocato un numero inaccettabile di vittime e ha sconquassato un'intera nazione chissà per quanto tempo. Gli invasori e gli occupanti non si fanno scrupolo di disporre degli uomini, delle confessioni e delle istituzioni come se fossero res nullius. Nessun addobbo idealistico può far dimenticare agli interlocutori-antagonisti, moderati o fanatici che siano, che le logiche sono le stesse messe in atto in epoca coloniale con la civiltà, il libero commercio e la sicurezza dei coloni europei al posto che hanno oggi l'esportazione della democrazia e la difesa del mercato. Non si può nemmeno parlare di «esperimento» perché i precedenti appunto del colonialismo e dell'improvvisata decolonizzazione dimostrano a sufficienza che il passaggio di un governo europeo o occidentale non corrisponde necessariamente al trapianto riuscito e imparziale dei modelli di cui europei e occidentali vanno giustamente fieri. Visto il riferimento all'esperienza coloniale, si può ricordare incidentalmente che l'occupazione della West Bank da parte dello stato ebraico è già durata più dell'occupazione italiana della Libia. In Francia, adattandosi al fatto compiuto, non è chiaro se per iniziativa di Chirac o di Sarkozy, hanno sentito il bisogno di depotenziare la «minaccia» rappresentata dagli immigrati maghrebini riscoprendo il carattere «positivo» della presenza francese oltremare, in specie nel Nord Africa, a massimo disdoro della laicità della ricerca o a massimo incoraggiamento dei più pavidi per non dare respiro ai beur di seconda o terza generazione.

E' inutile ripetere che l'agitazione, i tumulti e il ribellismo possono non essere spontanei e non hanno obiettivi politici degni di essere registrati perché non ci sono ideologie, leaderships e alternative o che la Palestina è un falso problema. E' vero, può essere vero, ma non basta. Le cause della crisi del mondo arabo-islamico o più in grande della «periferia» - a cui, come scriveva Angela Pascucci nel bell'editoriale di domenica, fa da contraltare parallelo e configgente la crisi del «centro» - sono complesse e vanno a segno in tutte le direzioni possibili. C'è un incontro, una reciproca interazione, fra le ambizioni degli uni e le frustrazioni degli altri. Di sicuro, nel movimento di contrasto, di per sé ambiguo se non informe, si riconoscono sia i gruppi che detengono il potere o che aspirano ad esso sia le classi oppresse, il lumpen pronto a tutto per disperazione, i poveri. E' proprio il formarsi di quel tipo di coalizione di fatto a rendere il tutto così esplosivo e incontrollabile.

Eppure la politica è fatta apposta per opporre i mezzi di cui dispone al trionfo dell'irrazionalità e al senso di impotenza che ne deriva. Le forze politiche o le autorità nazionali o internazionali che non credono ai vantaggi malgrado tutto dello «scontro di civiltà» hanno il compito di intervenire. Se l'Europa ha espresso dissenso per la guerra in Iraq non può accontentarsi di una spolverata di legalismo votata obtorto collo da qualche istanza dell'Onu per ignorare la sostanza del vulnus e le conseguenze di lungo periodo che quella violazione del diritto ha innescato. Dispiace che D'Alema non si sia pentito del contributo che il centro-sinistra diede a suo tempo in Italia alla guerra della Nato contro la Jugoslavia. Non ci si può sbarazzare di ciò che significa la vittoria degli islamisti nei territori occupati intimando a Hamas di riconoscere Israele. A furia di temere di essere troppo dogmatici sui principi che appartengono dopo tutto al patrimonio della parte occidentale o di fingere di essere «equidistanti», si smarrisce per strada ogni criterio per giudicare i fenomeni della tormentata e faticosa transizione in tutta quella vasta area che si estende fra l'Ovest e l'Est dei tempi della guerra fredda e fra il Nord e il Sud della tipologia terzomondista vecchia maniera e sempre attuale per merito o per colpa di quelli che non vogliono più dare per scontata la fine del colonialismo. Senonché, togliendo anche il bonus della sovranità al mondo che ha molti motivi stringenti per sentirsi deluso dai risultati della decolonizzazione, il cerchio si chiude senza lasciare più alcun margine. Non per niente, stando alle analisi che utilizzano i documenti fatti circolare dai servizi delle maggiori potenze, la consegna che sovrintende alla «guerra al terrore» è di non prendere nemmeno in considerazione le cause che alimentano lo scontento e la protesta perché sono troppo diversificate e, allo stato attuale delle relazioni internazionali, insolubili.

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