Se Benedetto XVI avesse citato non solo la frase insultante pronunciata dall’imperatore bizantino su Maometto, martedì nella prolusione all’università di Regensburg, ma avesse raccontato come andò l’intero dialogo fra Manuele II Paleologo e il dotto persiano che avvenne una notte d’inverno del 1390-1 o 1391-2, tutto oggi sarebbe un po’ più chiaro, più complicato e forse anche un po’ più triste. Sarebbe più chiaro perché conosceremmo le argomentazioni del Mudarris, il professore teologo musulmano che davanti all’imperatore di Bisanzio difende l’Islam con forza e precisa convinzione. Sarebbe più complicato, perché il dissidio non riguarda tanto la ragione quanto l’essenza della fede, la sua vocazione a sperare, legiferare. Saremmo più tristi, perché in quella notte del XIV secolo il dialogo è una pratica normale, mentre nel secolo nostro non esiste. In quella notte c’è ascolto, voglia d’apprendere, immensa curiosità di conoscere le ragioni dell’altro e di fare in modo che la propria fede prevalga razionalmente anche se molti suoi tratti non sono razionali. Oggi quel dialogo è completamente assente. Se tutti ne parlano, se tanti l’invocano come un valore fine a se stesso che implica nei cristiani dissimulazione della propria identità, è perché tra i due monoteismi il baratro è enorme. Il basileus bizantino non deve scusarsi, il Papa sì.
La lettura dell’intero dialogo fra Manuele e il Persiano ci mostra innanzitutto una cosa: che non sono affatto il logos e l’Ellade a dividere il mondo cristiano dal musulmano. Rifacendosi alla filosofia greca, Manuele denuncia la propagazione delle fede attraverso la spada, vedendo nella guerra santa o jihad non solo un abito «malvagio e disumano» ma un’«assurdità non conforme a ragione», dunque sgradita a Dio «che non si compiace nel sangue». Il Persiano gli risponde che la vera ragionevolezza sta dalla propria parte, essendo l’Islam fondato su moderazione e praticabilità, su misura (métron) e giusto mezzo (mesòtes): categorie aristoteliche centrali. Ambedue sono immersi nella cultura greca. Ambedue si sforzano di poggiare argomentazioni e precetti sulla ragione e su una ragionevolezza «abbordabile». Il disquisire dei conversanti è logico, e in alcuni punti talmente sillogistico da apparire sofistico.
Quel che veramente li divide è in realtà qualcos’altro. Non è la fiducia o non fiducia nella ragione (il dialogo si conclude con la comune constatazione che «la Misura è la migliore delle cose»), ma sono i diversi modi di vivere le leggi, i folli paradossi insiti nella fede e nell’attesa. E la maggior follia non è quella dell’Islam ma del cristiano. Il basileus-imperatore bizantino lo riconosce d’altronde apertamente: in fondo è vero quel che il Persiano rimprovera al credo di Cristo - la sua follia, la non ragionevolezza, la «dismisura», il contraddirsi tormentoso tra poter essere e dover essere. Quel che fin d’allora stupisce più i musulmani - compresi i messianici sciiti - è proprio questa follia cristiana: il credere l’incredibile, il tendere smisuratamente l’anima verso l’alto, il non compromesso con le cose del mondo. Ed è l’insegnamento centrale del Cristo: l’amare il proprio nemico, il porgere l’altra guancia, oltre al disfarsi d’ogni ricchezza e al precetto che ingiunge, se si vuol esser discepoli, di «odiare padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria psyche, la propria anima» (Luca 14, 26): «Qual è l’uomo di ferro, di diamante, più insensibile della pietra - così il Persiano - che sopporterà queste cose?».
Manuele Paleologo non dissimula, non sminuisce: è vero che il cristianesimo mostra al credente una strada infinitamente più difficile, come deplorato dal musulmano. Una strada «dura, esagerata, eccessiva», dunque «impraticabile» (la parola greca abatos impiegata dal Persiano è la via che non si può camminare, l’inattraversabile). Impregnato anch’egli di pensiero ellenico, il dotto musulmano cita la «dottrina degli Antichi» e critica una via, quella cristiana, «contraria alla ragione», «pari a una trappola», «fardello violento» (per esempio sulla verginità). Una via «che in un certo modo forza la nostra natura terrestre a montare verso il cielo». Che raccomanda «cose impossibili, disumane».
Il basileus bizantino non nega tutto questo, abbiamo visto. Sì, la via cristiana comporta - quando è perfetta - una scelta deliberata di «soffrire cose penose, quale che sia la loro qualità e quantità»; di «sopportare con mitezza chiunque ci calpesti»; di «percorrere vie dolorose perché ogni strada in salita lo è». Il basileus non nega neppure che ci sia follia, nella religione della croce. Quest’ultima spiritualizza leggi che nell’Islam sono rigide, troppo semplificate e abbordabili, «copiate dalle sorpassate leggi di Mosè». Ma la follia cristiana ha un possente lievito curativo, come contrappeso: l’illimitata speranza, questa follia che guarisce dalla follia. Ha la speranza-certezza che l’incredibile diventi credibile, che l’insperabile sia sperabile, che i frutti della virtù si rivelino dolci pur essendo la loro radice amara. Questo il paradosso che distingue il cristiano: l’attesa di quel che verrà, la promessa del regno celeste, il presagire un futuro non visto ma sentito vicino. Per il Paleologo è vicinissimo, come lo era per Giovanni. Manuele dice: oggi l’aldilà è ineffabile ma «nel secolo a venire» sarà visibile. Gesù confida a Giovanni, in Apocalisse 22, 20: «Sì, verrò presto».
Questa speranza ineffabile e però vicinissima oggi manca, nel cristianesimo. Di speranza si parla anzi poco, come scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose, in un bellissimo saggio che uscirà a settembre ne «La rivista del clero italiano»: questa è epoca di «passioni tristi, narcisiste», che ha perso interesse nel futuro, che non prendendo tempo per pensarlo impoverisce il rapporto stesso col tempo. Eppure proprio questo è sperare: «dar forma al tempo». La ragione fatica a combinarsi con lo sperare, e il Persiano non ha torto quando osserva che «vivere con simili speranze non permette di mantenere la misura» ed evitare il peccato d’orgoglio. Se include le domande religiose sull’essere e sul perché esistiamo, la ragione si rimetterà a cercare: in questo il Papa nuota nel profondo e alla ragione apre più vasti spazi. È la follia dell’attesa che nel suo discorso non c’è. Non c’è l’ossimoro che è la speranza nell’insperabile. Non c’è neanche il riconoscimento che jihad è sforzo individuale oltre che guerra: sforzo non diverso dal combattimento spirituale (agone pneumatico) che il Paleologo esalta come cristiano. Questo è segno di intristimento, ma ancor più triste è la sordità dell’Islam alle parole cristiane, e a ogni alterità. La forza del persiano nel dialogo del ’300 è nell’ascolto, ed è una forza che oggi l’Islam non ha. Non è capace di dialogo e di esame della propria storia religiosa perché è come se avesse perso se stesso, e la scelta del Papa di parlare con massima franchezza (è un’altra virtù greca: la parresia) sarà «tragica e pericolosa» come scrive il New York Times, sarà più professorale che politica come dicono alcuni, ma ha la nobiltà politica dell’impolitica, della profezia. La collera nell’Islam nel mondo è diffusa ma esistono anche voci dissenzienti. Il capo della comunità musulmana in Germania, Aiman Mazyek, non scorge attacchi: le parole pontificali contro la violenza sono indirizzate non alla religione, ma a chi trasforma l’Islam in ideologia estremista. «Sono piuttosto un’incitazione a esercitare con più forza l’autocritica nelle nostre comunità», e a «mettere più apertamente in discussione il nichilismo infiltratosi nell’Islam» (Süddeutsche Zeitung, 14-9). In realtà l’Islam è meno forte di quanto sembri credere il Papa stesso in alcuni momenti. In realtà il vuoto lo minaccia.
Proprio questo svuotamento può tuttavia dischiudere porte, inaspettatamente. In un nitido testo pubblicato il 15 settembre sul Corriere, la scrittrice Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran) dice: «Vivere nel vuoto (accade nell’Iran del dopo-Khomeini, ndr) è molto meglio che sentirsi intrappolati da ideologie prefabbricate». Vivere nel vuoto - o come scrive Manicardi: nella disillusione, disperazione - apre a quel che Nafisi chiama «l’emergere d’un nuovo linguaggio». Il linguaggio della società aperta, che presuppone in ciascun individuo la coesistenza di molteplici identità: civili, estetiche, etiche, religiose (fra esse l’identità creata dall’arte: «L’arte consente di vivere molte vite», spiega a Nafisi il regista Mohsen Makhmalaf, che a forza di filmare e guardare ha abbandonato il fondamentalismo). Solo la laicità dà questa possibilità, e quando non è convinzione esclusiva ma metodo inclusivo rende obsolete definizioni riduttive come civiltà islamica, o buddhista, o cristiana. È la debolezza e non la potenza dei monoteismi che schiaccia nazioni e cittadini sulla sola appartenenza religiosa, trasformandola in unico cemento politico. Fare il vuoto perché emerga un nuovo linguaggio non esclude il conflitto, non inibisce l’affermazione della propria fede, non è neppure nichilismo: è l’inizio del dialogo, quello vero.
ROMA - «Basta polemiche. Su questo fantomatico muro sono state dette assurdità di ogni tipo. Mi ha chiamato addirittura la Bbc per sapere che cosa stava succedendo a Padova. La risposta è che questa amministrazione vuole smantellare il supermercato della droga che prospera in quell´area. E tra un anno, quando saranno ultimati gli sgomberi del complesso di via Anelli, la recinzione verrà abbattuta». Flavio Zanonato, sindaco diessino della città di Sant´Antonio, parla con la veemenza di chi non riesce a credere di essere accusato di razzismo sia da destra che da sinistra. Al centro della polemica la costruzione, appena ultimata, di una barriera metallica alta tre metri attorno ad un gruppo di palazzine diventate zona franca di spaccio e immigrazione clandestina, per "difendere" così i condomini limitrofi dal dilagare di degrado e micro criminalità.
Sindaco, il muro è stato appena costruito e lei già parla di abbatterlo...
«Prima di tutto smettiamo di chiamarlo muro, perché si tratta di una recizione di lastre di metallo che nulla hanno a che vedere con il muro di Berlino, o addirittura, con il muro che gli israeliani stanno costruendo attorno ai territori palestinesi. Anche di questo sono stato accusato... Quel "muro" è solo una barriera che impedisce agli spacciatori e ai loro clienti di vendere e comprare droga sotto le finestre di cittadini che hanno diritto a tranquillità e sicurezza».
Sì, ma di fatto così lei separa una zona degradata da una zona "normale". Isolando chi resta nelle palazzine a rischio, abitate anche da immigrati regolari, famiglie con bambini.
«Intanto questa barriera non isola nessuno, perché si può entrare ed uscire esattamente come prima. E poi, al massimo nel giro di un anno, tutti questi nuclei familiari che oggi sono costretti a pagare 600 euro al mese per vivere in 28 metri quadrati, riceveranno un alloggio comunale, così come è già accaduto per 120 famiglie, mentre altri 40 nuclei avranno la nuova casa ad ottobre. Il nostro obiettivo è quello di sgomberare e poi riqualificare. Ultimato lo sgombero di tutte le famiglie butteremo giù anche la recinzione».
Però sindaco, dover ricorrere ad un "muro" contro gli spacciatori sembra tanto un provvedimento disperato...
«Non nego che sia una misura forte, ma la situazione è gravissima. A comprare droga lì arriva gente da tutto il Nord. Non hanno bisogno nemmeno di scendere dalle macchine: abbassano il finestrino e gli spacciatori passano la merce. Una follia. Ecco, la barriera obbliga gli spacciatori a disperdersi, impedisce loro di nascondersi, favorisce i controlli delle forse dell´ordine. Io voglio rendere difficile la vita a chi vende la droga. E´ forse razzismo questo?».
E i check point?
«E´ un´altra esagerazione. Trattandosi di una zona ad alto rischio c´è una vigilanza di polizia e carabinieri 24 ore su 24. Ma non mi possono dire che due camionette di carabinieri sono un check point. E sono proprio gli inquilini delle palazzine circondate dalla recinzione, gli immigrati regolari, che ci chiedono di non lasciarli soli tra spacciatori e criminali».
Come si sente ad essere attaccato anche dalla Sinistra?
«Amareggiato, ma sicuro di quello che sto facendo».
Però lei ha già deciso che tra dodici mesi il Muro di Padova cadrà.
«Senza dubbio. Appena tutti i nuclei di immigrati avranno una casa popolare, il complesso di via Anelli verrà completamente smantellato e ricostruito con criteri "umani". E non ci sarà più bisogno della recinzione. Per adesso comunque ci limiteremo a riempirla di murales».
Per quanto si parli di cose serie, drammatiche e addirittura delinquenziali (il sequestro di persona è un reato grave), la faccenda del rapimento dell'imam Abu Omar sembra saltata fuori da una gag di Aldo, Giovanni e Giacomo. La storia è nota: gli amici della Cia, più un po' di amici del Sismi, prelevano un cittadino straniero a Milano per mandarlo in un posto (l'Egitto) dove possa essere comodamente torturato. Sembra «l'ora del dilettante »: si fanno beccare per colpa dei telefonini, si contraddicono, scappano lasciandosi dietro prove evidenti, persino l'ispettore Clouseau avrebbe fatto di meglio. Sistemato l'imam, una parte del Sismi passa a interessarsi di quell'altra parte del Sismi che era contraria al rapimento dell'imam. Oplà: ecco che la lotta al terrorismo internazionale (sic!) diventa faccenda di sgambetti nei corridoi, dispettucci tra colleghi, trasferimenti, gente che vuole un secondo lavoro (alla Cia). Si spiano giornalisti che scrivono sulla faccenda, si attiva l'agente «Betulla», tale Renato Farina, fin lì noto al pubblico come soave baciapile, segno zodiacale ipercattolico, ascendente ciellino, con la luna in Fallaci. Uno tanto devoto, ma tanto devoto, che trovano nel covo degli spioni le sue ricevute di pagamento (il miracolo della moltiplicazione degli stipendi!). A lui sono affidate scottanti missioni come per esempio fare un'intervista al pubblico ministero che si occupa del rapimento dell'imam: l'agente Betulla va da chi indaga sul rapimento con una lista di domande scritte dai rapitori, e ai rapitori telefona subito dopo per dire «...Non sanno niente, tranquilli». Le ultime parole famose. Il pasticcio ha molte letture possibili, una delle quali, sostenuta da Betulla, e sottoscritta da Ferrara Giuliano, pare la più esilarante: sarebbe in corso una quarta guerra mondiale e Farina, parte del Sismi, naturalmente Ferrara e altri eroi, «stanno dalla parte giusta». Ora, è evidente che a questa fregnaccia della quarta guerra mondiale io non ci credo, ma voglio essere generoso e farò finta di accettare l'ipotesi. Proviamo: c'è una quarta guerra mondiale e noi (i buoni) tentiamo di sconfiggere loro (i cattivi) grazie allo straordinario apporto di mister Betulla, vice di Feltri,uomo di fede. In effetti, ce ne vuole davvero tanta, di fede - e pure parecchia fantasia - per digerire una cazzata simile. Meno male che non c'è, 'sta guerra mondiale, sennò, pensate in che mani...
Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini (il titolo è quello originale)
Il cinismo a proposito della politica italiana è facile, ma qualche volta fuori luogo. L’11 novembre Francesco Rutelli, uno dei due vicepresidenti del consiglio nel governo di centrosinistra di Romano Prodi, ha pubblicato un programma di liberalizzazioni. Alcune parti suonano quasi ridicole, come la deregulation degli autobus scolastici, dei pulmini degli alberghi e dei servizi di auto di rappresentanza. Altre sono di campo più vasto: più concorrenza in campo energetico e nelle ferrovie, far sì che i fornitori di pubblici servizi partecipino a un appalto, e valutare la loro produttività sulla base della soddisfazione dei consumatori.
Rutelli è più noto come abile tattico piuttosto che come politico di profonde convinzioni. Nato come radicale anticlericale, è stato un verde prima di spostarsi verso il centro e assumere la leadership della Margherita, un insieme di democratici cristiani progressisti e liberali che è uno dei tre grandi partiti dell’articolatissima coalizione di governo. In quel governo, lui è visibilmente sottoutilizzato, con un portfolio che comprende soltanto cultura e turismo.
Persone vicine al primo ministro commentano che c’è poco, nel piano di Rutelli, che non sia già stato proposto anche da Prodi. Un pacchetto di riforme a luglio, redatto da un altro ministro, Pierluigi Bersani, ha liberalizzato le farmacie, i taxi e le tariffe legali. Prodi ha promesso di più: ci sono già altri due ministri al lavoro su progetti per smuovere il mondo delle amministrazioni locali e delle professioni.
Ma nonostante tutto l’iniziativa di Rutelli conta. In una società dove l’opinione pubblica è stata per lungo tempo favorevole alla regolamentazione e ai monopoli, un politico con un certo fiuto per i consensi sostiene riforme liberali. Anche la reazione alle prime mosse di Bersani è stata positiva. Potrebbe trattarsi di uno spartiacque storico.
Ma i liberalizzatori hanno bisogno di uno sponsor potente. Sinora, è la componente più di sinistra del governo Prodi ad avere più spazio: la bozza di finanziaria per il 2007, ad esempio, è prodiga di aumenti delle tasse, avara di tagli alla spesa. Ma Rutelli segnala che, una volta approvata la finanziaria, si aspetta il sostegno di Prodi.
Chi gestirà le riforme? Prodi sa che il suo compito è di coordinare i ministri. Ma nella sua posizione deve mantenere l’equilibrio di coalizione fra moderati, ex comunisti e chi comunista lo è ancora. Il decreto Bersani si è guadagnato un ampio sostegno nel governo solo perché tocca gruppi non sindacalizzati come i farmacisti, gli avvocati o i taxisti. Se il governo fa sul serio con le riforme, prima o poi dovrà scontrarsi coi potenti sindacati italiani. Anche se il piano di Rutelli offre una rete di protezione a chi è colpito dalle liberalizzazioni, qualcuno dovrà ribadire la determinazione governativa.
Rutelli vuole questo compito. Si è dimostrato uno sfavillante ed efficace sindaco di Roma. Adesso lo chiama il grande compito.
Presidente Prodi, il centrosinistra governa in Italia e in Spagna. I due modelli politici, però, sembrano piuttosto diversi.
«Perché bisogna sempre parlare di modelli? Ogni Paese ha i suoi problemi, le sue caratteristiche, i suoi momenti storici. È un bene che nell’ambito del centrosinistra convivano diversi modelli. Gli obbiettivi devono sempre essere raggiungere una maggiore uguaglianza, migliorare il sistema dell’istruzione, dare più sicurezza ai cittadini, innovare nel campo delle relazioni umane e proteggere i più deboli. Sotto questo aspetto, le nostre politiche sono analoghe. Ma l’ambiente in cui operiamo in Italia è totalmente diverso da quello della Spagna. Zapatero può contare su un partito che ha una chiara maggioranza in Parlamento, io cerco di costruirlo».
Come sarà il futuro Partito democratico, e quando partirà?
«Il processo è già iniziato. Incontreremo ostacoli, perché in politica è più facile dividere che unire. Già il prossimo anno, i due grandi partiti che costituiranno l’ossatura del Partito democratico, i Democratici di sinistra e la Margherita, terranno i propri congressi per dare il semaforo verde all’unificazione. L’obbiettivo è poter contare su un punto di riferimento per qualsiasi governo riformista».
Dopo il suo primo mandato come presidente del consiglio in Italia, lei passò alla testa della Commissione europea, a Bruxelles. L’incapacità europea di articolare una politica estera efficace deve rappresentare un motivo di particolare preoccupazione per lei.
«Questo è un vecchio problema. Il grande problema dell’Europa. Toccammo il fondo nel 2003, con la crisi irachena. L’Ue subì divisioni terribili. Non sono ottimista, né spero che la situazione migliori rapidamente, anche se questa estate, con l’invio di soldati nel Libano, è stata recuperata l’unità. In qualsiasi caso, la politica estera e la politica di difesa saranno l’ultimo capitolo del processo di unione. Le difficoltà, però, vanno al di là. Dobbiamo affrontare con urgenza il capitolo dell’immigrazione e quello dell’energia, che è gravissimo. L’Europa è molto esposta in questo senso. Non ci rendiamo conto della fragilità della politica energetica europea».
L’Iran rappresenta un problema particolarmente delicato per l’Italia.
«Sì, siamo il principale partner commerciale dell’Iran in Europa. Ma il nostro ruolo politico è per forza di cose secondario, perché non facciamo parte del gruppo di negoziatori e non possiamo assumere iniziative. Appoggiamo Javier Solana e la sua politica di dialogo e di fermezza. Non vogliamo che l’Iran costruisca un ordigno nucleare, ma fino all’ultimo bisogna cercare un accordo».
Ritornando alla politica italiana, perché in Italia sembra essere così difficile fare le riforme?
«È facile farle in Germania? O in Francia? È sempre difficile fare cambiamenti in materia di stato sociale. Ma noi abbiamo già cominciato. Siamo arrivati al govenro lo scorso 17 maggio, abbiamo avuto a disposizione appena cinque messi, con in mezzo le vacanze. E già abbiamo messo in campo il cosiddetto "pacchetto Bersani", per liberalizzare settori come l’avvocatura, le farmacie e i taxi. Guardi, giovedì scorso sono scesi in piazza a manifestare contro le riforme più di 20.000 professionisti. Avremo pur fatto qualcosa per spingere tutta questa gente a scendere in piazza, no? Abbiamo sviluppato uno sforzo enorme per riformare molti settori, e sappiamo che tra gli interessi che sono stati colpiti ci sono anche quelli di molti nostri elettori. Ma il Paese ha bisogno di riforme, soprattutto nel settore dei servizi. Le professioni, l’energia, il sistema energetico, devono trasformarsi. Abbiamo anche firmato un protocollo d’intesa con i sindacati per dare il via a una riforma approfondita delle pensioni. Certo, un protocollo non equivale a una decisione, ma apre la strada per cominciare a lavorarci nella prossima primavera».
Basterà una legislatura per raggiungere questi obbiettivi?
«Deve volerci di meno, perché queste cose si fanno all’inizio della legislatura».
Solo i sindacati applaudono senza riserve la Finanziaria del 2007. Non sono state fatte troppe concessioni alle centrali sindacali?
«Non abbiamo dato niente ai sindacati. Abbiamo dato tutto il possibile alle categorie più deboli del Paese. Onestamente, i più favoriti dal progetto di legge di bilancio sono la Confindustria, gli imprenditori. Le imprese avranno a disposizione 7 miliardi di euro per stimolare l’economia. Guardi, non è possibile cambiare rapidamente la distribuzione del reddito. Per il momento, abbiamo dato il segnale che intendiamo cambiare la situazione italiana, dove la sperequazione nella spartizione della ricchezza raggiunge livelli che non hanno eguali in Europa. I sindacati ci applaudono? Bene. Non sono loro a guidarci, ma la pura e semplice decenza».
Quindi, l’opposizione degli imprenditori va letta in chiave politica.
«In parte sì. Ma c’è un’altra chiave di lettura più profonda. Glielo dico con la massima sincerità: il problema fondamentale è l’evasione fiscale. In realtà le categorie professionali che manifestano protestano contro il pagamento delle tasse. E per me non cambierebbe niente anche se scendessero in piazza a milioni. Nella lotta contro l’evasione, ci giochiamo il futuro del Paese. Il resto è secondario. Il fatto che gli introiti del fisco siano tanto cresciuti negli ultimi mesi, senza che sia entrata in vigore nessuna riforma, è dovuto al fatto che la gente sta prendendo coscienza che dovrà pagare. Riusciremo a mettere fine alle frodi? Le resistenze sono enormi. E negli ultimi anni tutta la struttura della lotta contro l’evasione è stata smantellata».
Al precedente presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, evadere le tasse sembrava normale.
«Esatto. Questo dà la misura della sfida. Gli avvocati e gli ingegneri che manifestavano si opponevano, in fondo, a determinati principi contabili e a certi metodi di pagamento, come i bonifici elettronici, che limitano la possibilità di frode. Si rende conto? È un fenomeno interessantissimo. Non manifestavano per problemi concreti, ma contro l’obbligo di presentare una contabilità chiara e di pagare le imposte corrispondenti ai propri guadagni. Lo stesso Berlusconi stimò in un 40 per cento il volume dell’economia sommersa in Italia. E affermò che quando le imposte superavano un terzo dei guadagni, l’evasione era moralmente lecita. Il mio grande avversario è la cultura della frode. Lei vive qui, percepisce la ricchezza di questo Paese, l’intensità dei consumi, no? Questa situazione è inaccettabile. L’Italia di oggi deve scegliere una volta per tutte: o la cultura della legge o la cultura della disobbedienza e dell’anarchia».
Ma…
«Lei ha seguito il caso delle intercettazioni di massa di Telecom Italia. Una grande impresa, la Telecom, stava facendo quello che più le pareva. Ma hanno spostato l’attenzione da questo scandalo con delle accuse assurde, secondo cui noi volevamo intervenire sulla Telecom. È avvenuto un abuso molto grave, con intercettazioni illegali di massa. Io stesso ero spiato. E nessuno dice niente. Neanche El Pais».
Abbiamo dato un certo spazio alla questione.
«Salvo l’Unità, nessuno segue quello che è il vero scandalo. La stampa italiana tace. Segnale che abbiamo ingaggiato una battaglia importante. In casi del genere, bisogna capire da che parte sta la libertà. Evidentemente, lavorare con i mezzi di comunicazione contro per noi è un problema serio. Il leader dell’opposizione è proprietario del principale gruppo nel settore dei media. Ci sono di mezzo grandi interessi. Quello che è certo è che nessuno può rimproverarmi niente. Io non sapevo nulla del rapporto (elaborato da Angelo Rovati, consigliere personale di Prodi, e in cui si proponeva la rinazionalizzazione della rete di telefonia fissa controllata dalla Telecom, ndr), ma anche se lo avessi saputo? Che importanza aveva? Sono riusciti a spostare il dibattito sulla questione se io sapevo oppure no, se mento o se dico la verità su una cosa senza importanza. Quel documento non aveva nulla di ufficiale. Ma pazienza, alla fine vincerò io. Sa come si fa la mozzarella? Si gira e si rigira con pazienza, fino a formare una matassa. Diciamo che io sto facendo la mozzarella. Se non riescono a farmi fuori adesso, alla fine il Paese capirà le mie ragioni. E non possono mandarmi via perché non saprebbero che fare. Il momento in cui è scoppiato il caso Telecom non è casuale: proprio prima della Finanziaria».
Se lei rimane saldamente al timone del governo, qual è l’obbiettivo di questa campagna generalizzata contro di lei?
«Spingerci a trattare. Il grande problema dell’Italia, un Paese pieno di inventiva e intelligenza, sta nel fatto che la politica deve sempre stare sotto scacco, sotto minaccia. Non si tratta di guerra, ma di guerriglia. È un vecchio schema. Dobbiamo fare i conti con un ginepraio di privilegi radicati. Nel dialogo politico italiano, è difficile distinguere il problema reale, di cui non si parla mai, dal problema fittizio, su cui si combatte con accanimento. In questo momento, il problema reale è la contabilità, la trasparenza».
(Copyright El Paìs-La Repubblica - Traduzione di Fabio Galimberti)
Il papa è riuscito con un sol colpo a compattare l'islam e i fondamentalisti, e a ridare impulso alla «guerra di civiltà» che già tramontava nel sangue delle carneficine medio-orientali. Ci voleva il teologo Ratzinger con il suo disprezzo verso l'occidente laico e illuminista - incapace di far fronte alla forza spirituale del «nemico» - per infiammare l'islam, figlio di un «dio minore». Non è una gaffe quella del papa che fin dall'inizio del suo pontificato ha consegnato la salvezza del nostro mondo consumista e materialista al ritorno di un'identità forte e al primato del Dio cristiano. E il silenzio della comunità politica e laica adesso gli dà ragione così come gli Usa di Bush, che per bocca di John Hanford, responsabile per la libertà religiosa del dipartimento di stato, incassa l'aiuto del Vaticano nella sua guerra permanente e preventiva all'«islamo-fascismo».
La sordina messa dalla stampa alle prime dichiarazioni di Ratzinger si è infranta contro la protesta dei seguaci dell'«irragionevole» profeta con la spada, Maometto, e adesso il senso del discorso di Ratisbona emerge in tutta la sua pericolosità. Dalla Giordania all'Egitto, da Hamas alla Turchia - intenzionata a cancellare il viaggio apostolico di Benedetto XVI - dal Libano agli Ulema iracheni l'islam è in fiamme: «Le parole del papa consentono ai soldati in Afghanistan e in Iraq di sentirsi nel giusto, mentre le loro mani commettono crimini vergognosi nei confronti dei musulmani». Risponde dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente degli Stati Uniti, che ieri ha avvertito il Congresso: «Torneranno ancora, ci attaccheranno ancora» e ha chiesto il nulla osta alle leggi speciali contro il terrorismo.
Dov'è finita la cristiana «ragionevolezza»? In che modo Ratzinger interpreta la religione di un Dio che si fa uomo contro un Allah trascendente, intransigente e incapace di coniugare il divino con l'umano? Se c'è una contraddizione in questo papa, è proprio qui, nel suo farsi integralista, interlocutore di altri integralisti, nel promuovere una jihad sotto il segno della croce. E per una cattiva convergenza astrale oggi i giornali celebrano la scrittrice che temeva l'invasione dei topi-arabi, e che per un solo giorno ha mancato il suo trionfo.
BENGODI L’Italia è davvero il Belpaese: barche, auto di lusso e case. Tante case. Meglio se di pregio, circondate dal verde e con vedute mozzafiato. Silvio Berlusconi lo sapeva bene e lo ripeteva ad ogni occasione. Nuovi poveri? Ma dove? Se i ristoranti sono
pieni e i compagni di scuola dei miei figli hanno almeno un paio di telefonini. Vero, tutto vero. Nella Penisola ci sono oltre 7 milioni di auto di lusso circolanti. Negli ultimi mesi sono stati venduti circa 40mila Suv di lusso, 10mila Mercedes, altrettante Audi A6. Dal 2005 ad oggi sono stati venduti 150mila fuoristrada del valore di 50mila euro, di cui 74mila (quasi la metà) nei primi mesi di quest’anno. Se si cambia mezzo di trasporto, le cifre non cambiano di molto. Le imbarcazioni da 17 metri nel 2005 erano 65mila. Ma le vere scintille si vedono nel mercato immobiliare. Altro che barche e Rolls Royce: qui si parla di appartamenti in palazzi d’epoca, ville circondati da parchi, attici panoramici. Nel 2004 ne sono state acquistate 35mila unità. Sotto le Alpi poi una casa sembra non bastare a chi vive nell’agio: le famiglie proprietarie di almeno tre abitazioni sempre due anni fa erano 566mila (mezzo milione).
Questa folta moltitudine di ricchi si incontra al mare sugli yacht ormeggiati nei porti, e in città. In quei famosi ristoranti sempre pieni, per l’appunto, oppure nelle feste degli amici (sai, ho preso l’ultimo modello della Porsche Cayenne....). Gli unici a non intercettarli tanto facilmente sono gli uomini del fisco, se è vero (come è vero) che sono solo 17mila i contribuenti che dichiarano redditi superiori ai 200mila euro. Difficile pensare che ciascuno di loro abbia decine di barche e migliaia di auto. Chiaro che tutto quel Bengodi resta allegramente nelle tasche dei cittadini e non viene neanche leggermente filtrato dallo Stato. Anzi: a quanto pare più si è ricchi più ci si sente legittimati a fare il proprio comodo con i propri (propri?) soldi, senza rispettare le regole e i patti fondamentali del vivere sociale. Tant’è che di fronte ad uno Stato che non riesce a costruire strade, ferrovie, ponti, oberato da un debito pubblico che equivale a oltre il doppio della sua intera ricchezza, affannosamente alla ricerca di un pareggio di bilancio che sembra una chimera, quando il governo ha iniziato a dire di voler fare la lotta all’evasione (controllando i redditi da lavoro dei professionisti, roba dell’altro mondo per l’Italia) si è gridato allo scandalo. Con il decreto Bersani-Visco si dota l’amministrazione di strumenti più moderni. Eppure una certa Italia si è sentita oltraggiata. Si è evocato il grande fratello, anche se nessuna parte delle procedure necessarie per aprire un’indagine è stata modificata. Semplicemente si sono accorciati i tempi per le verifiche grazie a supporti più innovativi. Un passo normale, che nel Paese del liberi tutti (anzi, solo alcuni, perché i dipendenti non lo sono affatto) sembra una rivoluzione.
Eppure l’Istat registra un «nero» che sfonda i 200 miliardi di euro, e che si concentra nell’agricoltura, nelle costruzioni (insieme oltre il 30%) e nel terziario (circa il 20%). Secondo altre stime, il 25% della ricchezza prodotta dal paese resta irregolare: un euro ogni 4. Il tutto nella più assoluta indifferenza della popolazione. Che soffre in silenzio, visto che l’altro primato di questa Italia è l’alto grado di diseguaglianza. Per Bankitalia il 10% dei più ricchi controlla il 43% della ricchezza, mentre sul fronte opposto il 10% dei più poveri non arriva a controllare l’1%.
In una situazione così sorprende la tolleranza generalizzata per l’illecito fiscale. L’amministrazione spesso ha giocato a mosca cieca (parole di Pier Luigi Bersani) con alcuni contribuenti. La prova? Si vedano lr dichiarazioni. Che i ristoratori dichiarino in media quanto i metalmeccanici (circa 20mila euro) fa ridere (o piangere). Stesso dicasi per i dentisti che staccano di poco i docenti universitari (42.800 contro 38.500). Sempre i ristoratori guadagnano meno dei poliziotti. Sarà un caso, ma nell’ultima relazione annuale l’Agenzia delle entrate ha rivelato che oltre il 92% dei controlli è risultato positivo. Come dire: come cercano il nero lo trovano. Ma in giro non si sente aria di ribellione. Anzi, gli sforzi del governo Prodi per recuperare qualche grado di legalità e di equità sono messi all’indice da molte forze politiche come troppo punitive. Significativa l’interpretazione fornita da un’associazione culturale di finanzieri (ficiesse- finanzieri cittadini e solidarietà) in un documento sulla lotta all’evasione. Ecco l’analisi: «La situazione attuale discende dal fatto che in Italia, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si è gradualmente creato un particolare equilibrio tra categorie produttive per il quale, a fronte delle conquiste ottenute dai lavoratori dipendenti in termini di sicurezza del posto di lavoro, di livelli retributivi e di regimi pensionistici - si legge sul sito www.ficiesse.it - è stato di fatto consentito a imprenditori, artigiani e professionisti di pagare molte meno tasse (o di non pagarle proprio), grazie al ricorso a una molteplicità di meccanismi tra i quali in primo luogo l'evasione fiscale». Insomma, anche l’evasione farebbe parte del «patto». Difficile da digerire un’interpretazione di questo genere, che mischia diritti con reati e illegalità. Tanto più che un equilibrio di questo tipo non ha più le gambe per proseguire. I lavoratori dipendenti non hanno più né sicurezze, né buoni livelli retributivi, né certezze previdenziali. Devono pagare tutto: l’inflazione in aumento, le vicissitudini della precarietà del lavoro e anche una pensione aggiuntiva. Oltre naturalmente alle tasse. Non possono continuare a pagare anche le rendite di chi è «libero» dal mercato e dal fisco.
A indirizzare la spesa in conto capitale in questa direzione sarà il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 (di seguito: Quadro) che l’Italia definirà entro l’estate 2006 anche per accedere all’uso dei fondi europei. La politica regionale di sviluppo delineata nel Quadro sarà diretta a ridurre la persistente sottoutilizzazione di risorse del Mezzogiorno e contribuire alla ripresa della competitività e della produttività dell’intero Paese. Si intende perseguire una “strategia dell’offerta”, che attraverso la realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali e il miglioramento dei servizi collettivi conferisca redditività agli investimenti privati. Un aumento della convenienza a investire potrà tradursi in un incremento dell’attività imprenditoriale sia endogena sia esterna ai territori meridionali, con effetti positivi sui redditi e sull’occupazione. Per contrastare il rallentamento della dinamica della produttività nelle regioni del Centro Nord le politiche faranno leva sui punti di forza del sistema produttivo dell’area che, oltre a un settore agroindustriale in rinnovamento, a un settore turistico con rilevanti possibilità di miglioramento, e a produzioni tradizionali con prospettive di crescita dimensionale, comprende medie imprese in grado di affrontare i processi di internazionalizzazione e filiere quali la meccanica, capaci di sviluppare innovazioni sia di processo sia di prodotto e per tale via innescare un processo di modernizzazione utile all’intero Paese.
Sulla base degli impegni europei e dell’Intesa raggiunta da Stato e Regioni nel febbraio 2005, il Quadro conterrà un’indicazione delle priorità, le regole di condizionalità per il trasferimento dei fondi, incluse quelle a tutela del principio di addizionalità dei fondi comunitari, gli impegni finanziari settennali sulle risorse comunitarie e nazionali.
Nel prossimo settennio 2007-2013, in base all’accordo sulle Prospettive finanziarie dell’Unione europea raggiunto nello scorso mese di dicembre, le risorse comunitarie da utilizzare con Programmi nazionali, regionali e interregionali ammontano a circa 29 miliardi di euro. Le risorse nazionali a carico del Bilancio dello Stato richieste per l’accesso ai fondi europei saranno commisurate, secondo una programmazione anch’essa settennale: quanto al cofinanziamento, in base ai tradizionali tassi di cofinanziamento, integrati dalle dovute compensazioni per particolari aree;quanto alle risorse nazionali afferenti al Fondo aree sottoutilizzate, nella misura media dello 0,6 per cento del PIL, in linea con le leggi finanziarie degli ultimi anni. Verranno inoltre garantite, anche partendo dai limiti dell’esperienza passata, condizioni atte ad assicurare requisiti di aggiuntività finanziaria e strategica delle politiche regionali rispetto a quelle ordinarie.
Per quanto riguarda la strategia di assegnazione dei fondi, essa si muoverà sulla base dell’esperienza acquisita con il ciclo 2000-20061 e in linea con quanto prefigurato nella bozza tecnico-amministrativa di Quadro definita dalle Amministrazioni centrali e regionali con il partenariato economico e sociale, che ha identificato dieci priorità.
Quattro sono i principali obiettivi:
1. sviluppare i circuiti della conoscenza;
2. accrescere la qualità della vita, la sicurezza e inclusione sociale;
3. potenziare le filiere produttive, i servizi e la concorrenza;
4. internazionalizzare e modernizzare.
1) Sviluppare i circuiti della conoscenza
All’accrescimento delle conoscenze concorrono le azioni previste nell’ambito delle priorità “miglioramento e valorizzazione delle risorse umane” e “ricerca e innovazione per la competitività”. Si tratta di interventi per la qualificazione delle risorse umane e delle competenze in un contesto in cui, soprattutto al Sud, del tutto inadeguate appaiono le conoscenze diffuse dei giovani (cfr. par. 1). L’impegno finanziario in tema di istruzione andrà decisamente moltiplicato rispetto a quello, ancora insufficiente, destinato negli anni 2000-2006 al Programma nazionale sulla scuola. Va inoltre proseguito, orientato con maggior forza verso l’obiettivo dell’apprendimento lungo l’arco della vita e migliorato nella qualità, l’intervento di formazione, per il contributo che esso può dare alla capacità di inserimento nel mercato del lavoro degli individui e, in particolare, delle donne.
Nel campo della ricerca e dell’innovazione risorse superiori rispetto a quelle assegnate nel periodo di programmazione precedente saranno indirizzate, con criteri fortemente meritocratici a tre linee di intervento: finanziamento di centri d’eccellenza di standard internazionale presenti nel territorio meridionale; meccanismi di “mediazione” tra ricerca e mondo imprenditoriale in grado di valorizzare in termini di innovazione e di produttività i progressi della ricerca nazionale; promuovere la trasformazione della conoscenza in applicazioni produttive, anche valorizzando il ruolo delle tecnologie dell’informazione come fattore essenziale di innovazione.
2) Accrescere la qualità della vita, la sicurezza e l’inclusione sociale
Le condizioni di vita dei cittadini e l’accessibilità dei servizi condizionano la capacità di attrazione e il potenziale competitivo di un’area.
Gli interventi sull’ambiente mireranno, innanzitutto, attraverso un incremento di risorse dedicate, ad accrescere la disponibilità di risorse energetiche mediante il risparmio e l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Per i servizi idrici e della gestione dei rifiuti, saranno effettuati, in continuità con l’impostazione data nel 2000-2006, e con una identificazione di precisi obiettivi di servizio, investimenti rivolti all’efficienza e alla tutela del territorio.
Saranno previsti interventi per il miglioramento dell’accessibilità, con particolare attenzione alla logistica e alla disponibilità e qualità dei servizi sociali. Indispensabili risultano inoltre azioni che, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno, contrastino e prevengano i fenomeni criminali, ripristinando condizioni di adeguata sicurezza. Esse andranno condotte con un forte impegno sulla qualità delle risorse umane coinvolte e con un legame alle iniziative territoriali, che è finora mancato. A questi obiettivi è rivolta la priorità “Inclusione sociale e servizi per la qualità della vita e l’attrattività territoriale”, con accresciute risorse finanziarie.
3) Potenziare le filiere produttive, i servizi e la concorrenza
Gli interventi previsti in questo ambito si rivolgeranno alla promozione della competitività delle filiere produttive, incidendo sulle posizioni di rendita che pongono un netto limite alle potenzialità di crescita dei territori. Essi saranno integrati con azioni specifiche e modalità volte a incrementare la concorrenza nell’accesso alle opportunità offerte dai programmi, nei mercati dei servizi di pubblica utilità, e alla creazione di esternalità positive per il sistema delle imprese .
Ad aumentare la competitività dei sistemi di imprese contribuiranno anche “progetti integrati locali”, in base alla priorità “competitività dei sistemi produttivi locali e occupazione” e interventi per la mobilità e la logistica. Potranno contribuire anche meccanismi fiscali automatici, come i crediti d’imposta, da finalizzare alla ricerca, alla crescita dimensionale, agli start-up innovativi. A tali azioni si affiancheranno quelle mirate ad aprire spazi alla concorrenza e a ridurre il peso della burocrazia sull’attività imprenditoriale.
Particolare rilievo assumono le potenzialità di alcune filiere produttive:
• l’agro-alimentare potrà avvalersi anche di interventi atti a rendere più accessibili i mercati di sbocco e a rafforzare la logistica (priorità “reti e collegamenti per la mobilità”e “apertura internazionale e attrazione di investimenti, consumi e risorse”);
• la filiera meccanica potrà attivare fra l’altro la necessaria promozione e valorizzazione di produzione di energia rinnovabile;
• la filiera del turismo culturale e ambientale potrà orientare il proprio sviluppo grazie alla concentrazione delle risorse su pochi grandi attrattori culturali e naturali che già beneficiano di flussi di domanda turistica internazionale (priorità “valorizzazione delle risorse naturali e culturali”);
• i servizi avanzati nel campo della scienza, delle nuove tecnologie e della cultura potranno meglio svilupparsi nei sistemi urbani e nelle aree metropolitane grazie a un più elevato sostegno finanziario alle azioni per connettere le città e i sistemi territoriali con le reti materiali e immateriali dell’accessibilità e della conoscenza, al rafforzamento della specializzazione delle funzioni urbane.
4) Internazionalizzare e modernizzare
L’apertura del Mezzogiorno ai flussi di merci e persone, nonché il suo potenziamento quale area di destinazione di investimenti diretti esteri potrà essere favorita da interventi infrastrutturali e logistici destinati a rafforzare la capacità di penetrazione commerciale delle imprese dell’area sui mercati di sbocco e l’attrattività di queste aree per gli investitori. Quest’ultima andrà anche promossa attraverso il rafforzamento di un programma dedicato. Le relazioni internazionali del Mezzogiorno, affiancandosi a un rafforzamento dell’azione di capacity building, accelereranno la modernizzazione complessiva.
A giudicare dalla stampa slovena e croata che arriva a Trieste, i discorsi pronunciati in Italia per la «Giornata del ricordo», da quello del Capo dello Stato agli altri in centinaia di località, hanno destato interesse ma anche preoccupazione negli ambienti politici e nella popolazione della Slovenia e della Croazia, soprattutto in Istria. In questa regione, teatro degli eventi ricordati per le foibe e l'esodo, proprio in questi primi giorni di febbraio le associazioni della Resistenza e le famiglie delle vittime delle stragi fasciste e naziste, hanno commemorato le vittime di alcune stragi compiute nel febbraio 1944 dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti repubblichini italiani al loro servizio - militanti nella X Mas, nella Milizia Territoriale, nei reparti armati del Partito Fascista Repubblicano e in altre formazioni.
La «Giornata del Ricordo» del 10 febbraio, coincide dunque con anniversari altrettanto tragici e tristi per le popolazioni italiane, slovene e croate dell'Istria che, dopo una breve parentesi «partigiana» (dal 9 settembre ai primissimi giorni di ottobre 1943) conobbero l'occupazione nazista, l'annessione all'«Adriatische Kunstenland» tedesco e - soprattutto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1943 - un'interminabile serie di massacri di civili, di incendi di villaggi e di deportazioni. Con l'aiuto dei fascisti italiani i tedeschi diedero la caccia agli «infoibatori», ai combattenti della Resistenza, ai cosiddetti «badogliani» e a tutti coloro che gli si opponevano, massacrando nel giro di pochi mesi oltre 5.000 civili italiani e slavi e deportandone 12.000 nella sola Istria. Un'altra ondata di stragi e di distruzioni si ebbe nel febbraio-marzo-aprile 1944, sempre con la complicità e il sostegno dei fascisti italiani. Quello che la stampa slovena e croata rimprovera agli uomini politici italiani è il fatto che «la memoria italiana è una memoria selezionata»: è giusto rievocare le tragedie delle foibe e dell'esodo, ma perché - si chiedono il Novi List di Fiume, il Vjesnik di Zagabria, la Slobodna Dalmacija di Spalato, il Delo di Lubiana ed altri - non si ricordano i venti anni di persecuzioni fasciste contro gli slavi in Istria e le stragi in Montenegro, Dalmazia e Slovenia sotto l'occupazione dell'esercito italiano dall'aprile 1941 all'8 settembre 1945? Perché non si ricordano le vendette compiute «dopo le foibe del settembre 1943», nel litorale adriatico?
Il pubblicista e storico zagabrese Darko Dukovski, intervistato dal Novi List ha duramente condannato i «crimini della rivoluzione» riconoscendo che «la storia delle foibe è strettamente collegata alla storia dell'esodo degli italiani dall'Istria e da Fiume», aggiungendo che «una delle conseguenze delle foibe fu l'esodo e, quindi, lo stravolgimento della fisionomia etnica dei territori ceduti dall'Italia alla Jugoslavia col trattato di pace. Il che non significa, però, che fascisti e non fascisti furono gettati nelle foibe per stravolgere la fisionomia etnica della regione». Anche perché, sloveni e croati che pure finirono nelle foibe furono dieci volte più numerosi degli italiani. «Si offende la verità - continua lo storico - quando da parte italiana, oggi, si parla di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta del tentativo di falsificare la verità storica, di presentare il movimento resistenziale croato e sloveno come criminale». Dukovski cita - senza però relativa data - un documento fascista: il tenente della Mvsn Domenico Motta che in una relazione segreta alla questura di Pola affermò che gli insorti istriani, nella prima metà di settembre 1943 avevano «liquidato» per lo più segretari del Fascio, podestà ed altri gerarchi insieme a innocenti vittime di vendette personali. E Conclude il suo intervento (due paginoni del quotidiano) difendendo le posizioni del presidente croato Stjepan Mesic. Affermando che «la vendetta delle foibe posta in atto dagli insorti-partigiani istriani» nel settembre 1943 ma anche nell'immediato dopoguerra, «non giustifica i crimini: le foibe restano un crimine ingiustificabile»; infine afferma che, «le ricerche devono continuare e bisognerà continuare a trattare questa tematica ma con obiettività, restituendola agli storici; purtroppo - sono certo che la verità e l'obiettività continueranno ad essere calpestate dai politici fino a quando le foibe e l'esodo serviranno a raccogliere consensi politici e voti. Il crimine non può essere dimenticato, deve essere ammonimento alle future generazioni, ma bisogna ricordare i crimini compiuti da ambo le parti».
Più o meno questa è la posizione degli osservatori croati e sloveni: sarebbe ora che i responsabili politici in Croazia e Slovenia riconoscessero apertamente, pubblicamente, le stragi compiute in Istria nel settembre 1943, a Zara e Fiume, a Trieste e Gorizia e dintorni nell'immediato dopoguerra da parte delle truppe jugoslave; non si deve però parlare di odio anti-italiano, perché migliaia di soldati italiani furono aiutati dai partigiani e civili croati e sloveni a salvarsi dai tedeschi. Gli eccidi che portarono alla morte o alla scomparsa si circa diecimila fascisti e non fascisti furono crimini e basta, non prodotto di odio anti-italiano. Al tempo stesso sloveni e croati chiedono che anche da parte italiana, e al più alto livello, ufficialmente, vengano riconosciute e condannate le stragi compiute dai fascisti e dall'esercito italiano in Montenegro, Dalmazia, Croazia e Slovenia dall'aprile 1941 all'inizio di settembre 1943, e le stragi dei repubblichini al servizio dei nazisti dall'ottobre 1943 a fine aprile 1945 sul «Litorale Adriatico». Solo così si potrà costruire una memoria condivisa.
Che cosa hanno in comune le coppie di fatto, l´Afghanistan e Vicenza?
La risposta di molti italiani e di molti lettori di questo giornale sarà, suppongo, la seguente: l´intervento ripetuto e pesante di due grandi potenze mondiali sulla vita interna italiana.
Proverò a dire che non è vero, che si tratta di una percezione rovesciata del fenomeno. Invece di vedere il nostro problema italiano, preferiamo immaginare che stiamo subendo tremende costrizioni, che stiamo piegandoci a obblighi imposti con la forza.
Proverò a dire che i potenti pesano solo se si rendono conto di poterlo fare con efficacia e senza importanti segni di vita autonoma della parte su cui viene scaricato il peso.
Esempio: sia la Chiesa che gli Stati Uniti non mettono in dubbio la cattolicità o la leale amicizia di Paesi come la Spagna e la Francia che se ne vanno per la loro strada, discussa e decisa dentro la vita politica di quei Paesi.
Non si tratta certo di Paesi isolati. Essi, infatti, sono strettamente integrati sia all´Occidente cattolico che all´alleanza atlantica, anzi in entrambi i casi sono orgogliosi protagonisti.
Non vorrei essere frainteso. Anche il governo Prodi intende essere protagonista orgoglioso (nonostante che un ministro della Difesa, temporaneamente disperso, parli di date sconnesse da qualunque strategia nella questione dell´Afghanistan, nonostante l´improvvisa illuminazione di fede del ministro della Giustizia).
Il problema - che è anche la spiegazione del disorientamento che ogni tanto sembra cogliere gli stessi membri del governo ma anche deputati e senatori - è il paesaggio morale e politico nel quale viviamo.
Lo descrivo così: primo, quel paesaggio è intatto, dal giorno in cui Berlusconi è stato costretto (lui dice: con l´inganno e temporaneamente) a lasciare la guida del Paese.
Secondo, quel paesaggio è un cumulo di macerie: un Paese a crescita zero, un´amministrazione disastrata, illegalità diffusa e onorata, provvedimenti che hanno scardinato principi fondamentali come «la legge è uguale per tutti», un´intimidazione dei giornalisti e dei media che dura ancora e che rende molti di essi assai più propensi ad annotare i problemi di Prodi e le minacce di crepe nella sua maggioranza che a scoprire il gioco dell´altra parte.
Per esempio: Berlusconi è capo di chi, parla a nome di cosa, e perché va in onda ogni giorno come uno Chavez di imminente ritorno al potere, benché qualunque conto dimostri che la sua Casa della Libertà non esiste più? Perché ogni giorno Casini e i suoi, ascoltati in silenzio compunto, danno lezioni di moralità politica e alto senso dello Stato pur avendo scrupolosamente votato ogni singola legge ad personam, ogni decreto voluto e imposto da una sola persona per suo diretto, palese e noto beneficio, fino al punto da creare scandalo internazionale?
Se il paesaggio non fosse colmo di detriti e macerie (ma anche di estese e singolari amnesie di gran parte dei commentatori politici) potrebbe un uomo dotato soprattutto di voce grave come l´ex ministro della Difesa Martino presentarsi regolarmente in televisione per annunciare che il governo Prodi ha distrutto anni di prestigio dell´Italia nel mondo, mentre è fresco di stampa il libro del diplomatico inglese Rory Stewart su ciò che è veramente accaduto ai soldati italiani a Nassiriya? Racconta l´ambasciatore inglese che i nostri soldati erano presi fra i due fuochi della guerra vera, che però veniva negata nonostante i soldati morissero, privi com'erano di protezione adeguata, e la guerra mediatica dei superiori frivoli e dei collegamenti Tv all´ora giusta e nel talk show preparato per fare spettacolo intorno a questo o quel generale.
Quello spettacolo, racconta l´ambasciatore Stewart dall´Iraq in cui si trovava, risplendeva solo in Italia. Sul posto «per gli italiani c´era rischio altissimo a inerzia totale», perché l´uomo dalla bella voce che adesso compare solenne in televisione a parlare di prestigio italiano infranto si era limitato a offrire le vite dei soldati italiani in cambio di italianissima bella figura. Era un dono ai comandi di altri Paesi, con altre strategie, altri governi, altri parlamenti a cui rendere conto.
Agli italiani resta questo libro («I rischi del Mestiere, vita di un diplomatico inglese in Iraq ai tempi della guerra». Ponte alle Grazie, euro 22) e le bandiere intorno alle salme.
Macerie sono non solo quelle della strage dei nostri soldati privi di difesa nell´attentato terroristico ormai famoso, ma anche la mancanza di qualunque luce sulla differenza fra ciò è stato raccontato e ciò che è veramente accaduto. Strane vicende come quella del cosiddetto "governatore" Barbara Contini, che è costata vite italiane per farsi vedere in un suo fortino dal quale non faceva e non poteva fare niente tranne che comparire in opportuni collegamenti in televisione, non si è mai detta una parola di spiegazione. Ma c´è chi, nello show, ha lasciato la vita.
E provate a chiamare mercenari i mercenari (la parola viene usata liberamente dai giornali americani per dire personale privato con funzioni paramilitari a pagamento) e subito siete investiti dall´onda di piena di non si sa quale patriottismo. Ma quel patriottismo non ha fatto una piega per la morte di Enzo Baldoni (anzi insulti e sarcasmo), ha chiamato «vispe terese» (cioè stupide e fuori posto, forse perché disarmate) due volontarie scampate a un rapimento. E quando Nicola Calipari è stato ucciso nel modo in cui è stato ucciso, mentre portava in salvo l´ostaggio italiano Giuliana Sgrena, quell´onda di patriottismo si è improvvisamente spenta. Non solo resta aperta la questione giudiziaria in cui qualunque Paese avrebbe preteso di essere ascoltato e di avere risposte proprio perché amico e alleato. Resta aperto, a carico di coloro che si esibiscono in rimpianti della gloria italiana perduta, un dovere di verità: perché, da chi Nicola Calipari è stato lasciato solo a cavarsela nella notte di Baghdad, senza alcun intervento dei famosi e stimati migliori amici dell´alleato americano? Chi si è distratto da quella amicizia, quando, perché? Qualcuno ha spiegato come mai non c´era l´ambasciatore italiano in piena rappresentanza e garanzia del governo amico? Forse Nicola Calipari, che si è gettato col suo corpo sull'ostaggio liberato Giuliana Sgrena e l´ha salvata con la sua vita, non ha fatto vedere «come muore un italiano»?
Ma se volete avere un´idea delle macerie che ingombrano e deformano il nostro paesaggio, confrontate la televisione di Stato in due eventi esemplari. Il primo è il telefilm dedicato alla famiglia Sereni, pionieri del sionismo italiano, ma anche della Resistenza, trasmesso la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria. In quel filmato non c´è traccia del fascismo, non c´è traccia di protagonisti fascisti delle persecuzioni. Gli eventi avvengono da soli, salvo la colorita intromissione di alcuni tedeschi cattivi. Sono personaggi estrosi e amanti della musica che, hanno un po´ guastato in una vicenda che tutto sommato, non era altro che la consueta tragedia della guerra.
Quando invece si tratta del 10 febbraio, giorno di ricordo della tragedia delle foibe, i protagonisti cattivi ci sono, eccome. Recita lo spot ufficiale ripetuto per giorni dalla Tv di Stato: «I massacratori sono stati i partigiani comunisti».
Il problema non è l´improvvisa comparsa in Tv dei comunisti, a cui il berlusconismo ha dato una nuova vitalità che ci viene invidiata nel mondo (nel senso che in nessun altro luogo si può affidare tutto alla manipolazione dei media). Il problema è la scomparsa dei fascisti dal video. Essi però, nella vera vita militano, gagliardetti al vento, anche nella manifestazione romana del 2 dicembre scorso. Militano orgogliosi e intatti, come ai tempi della «difesa della razza» nelle file del cosiddetto "partito dei liberali italiani" di Silvio Berlusconi. E noi zitti.
La sera di sabato 10 febbraio i Gr, i Tg e - con particolare solennità - Radio Parlamento della Rai hanno trasmesso il discorso di Bossi che annuncia la riapertura del parlamento padano. Come se fosse normale, legale, costituzionale. Tema del discorso: «Siamo schiavi dell´ingordigia di Roma che deruba la nostra agricoltura a vantaggio di altre agricolture e vogliamo la libertà dalla oppressione di Roma».
Inevitabile rendersi conto che, al di là da questa barriera di macerie che ricorda l´immortale sequenza del film «Germania anno zero» di Rossellini, è possibile buttare oggetti di tutti i tipi contro la legge finanziaria del governo Prodi, persuadere ogni gruppo a una propria rivolta in base a informazioni false distribuite a cura di chi non vuole farsi notare come nemico del padrone di tutti i media. Oppure discusse come se fossero vere. Spiega le concitate genuflessioni che colgono a mezza strada coloro che non sono mai stati particolarmente religiosi ma non vogliono essere trovati, in questa confusione, senza "santi in paradiso", la famosa condizione essenziale per sopravvivere, così cara all´immaginario italiano quando il Paese ritorna indietro. Il Paese non sta tornando indietro, per fortuna. Ma i nemici di Prodi ce la mettono tutta, anche perché più che mai diventerebbe chiaro, a un Paese correttamente informato, che niente è più vecchio, antico, protezionista, illiberale, codino e reazionario (in modo addirittura farsesco e teatrale) di tutto ciò che rappresenta Berlusconi, così splendidamente descritto dalla moglie Veronica (ma solo dalla moglie Veronica, perché solo lei ha i mezzi per farlo).
Ma tutto ciò che ho detto finora spiega anche le ombre confuse che si addensano a sinistra su ogni tentativo di discutere finalmente con dignità la nostra politica estera.
Le macerie impediscono di vedere e anche di «apprezzare» - nel profondo senso negativo del termine - il disastro che Romano Prodi e l´Unione hanno trovato quando sono giunti al governo. Una delle grandi bravure di Berlusconi, il suo vero successo, è stato quello di farsi sottovalutare e anzi di ottenere continuamente una sorta di onore delle armi da sinistra. Non è stato notato che Berlusconi è autore di due geniali trovate. Per gli amici dell´America lancia il ricatto: chi non sta con me è antiamericano. Per quella che lui chiama la «sinistra radicale» la strategia è diversa. Va in giro a dire (fino al punto di persuadere qualcuno di essi): «Io vi rispetto perché voi sì che siete dei veri comunisti».
Il paradosso è questo. Berlusconi ha inventato le maschere dei suoi avversari. Per esempio le maschere dei comunisti duri e puri che non cedono di fronte ad alcun pericolo del suo ritorno, perché il suo ritorno vale ogni altro ritorno di ogni altro avversario politico di fronte a cui il comunista duro e puro non cede.
Indossando quelle maschere, non si vede il potere immenso di Berlusconi e il fatto che se ritornasse al potere farebbe diventare il peronismo - che era nato povero ed era costretto a rubare - un gioco da bambini. Indossando quelle maschere preparate e dipinte con la faccia feroce dell´antiamericanismo e del comunismo duro e puro da Berlusconi in persona, c´è chi pensa di fare la cosa giusta, e di conquistarsi il suo pezzo di voto in un bel corteo o in una drammatica dichiarazione di fine governo. Di certo lo conquista. Ma solo quello, piccolo e per sempre.
In altre parole, l´uomo che ci ha preparato le maschere da indossare in caso di improvviso invito a un talk show o al corteo di una dimostrazione, e ci ha lasciato un paesaggio ingombro di macerie in modo che non si intraveda neppure ciò che un´Italia diversa sta cercando di fare, ha tolto dignità al Paese. Non possiamo aspettarci che siano altri a ridarci la dignità. Tocca a noi. Ma è impossibile riuscirci se stiamo al loro gioco.
Ecco un appello: rifiutiamoci di indossare le maschere che lui ci ha preparato per Porta a Porta. Ma anche per i cortei. Primo dovere: restituire prontamente le maschere che si fossero inavvertitamente indossate. Mai stare al loro gioco.
Prodi ha annunciato che per oggi la lista del suo governo sarà varata. E´ auspicabile che, se dovesse incontrare nelle ultime ore concesse, altre difficoltà voglia porre la parola fine al defatigante tira e molla delle trattative di piazza Santi Apostoli. L´art. 92 della Costituzione, che affida al presidente del Consiglio la scelta dei ministri, venga applicato dal premier designato almeno in extremis. Il presidente della Repubblica metta da subito in atto la sua facoltà di «persuasione morale» per suggerire rapidissimamente una conclusione non troppo deludente. Per ora, stando alle più attendibili indiscrezioni, Prodi ha dovuto adeguare le sue opzioni agli oltraggi della spartizione partitocratica che il proporzionalismo, riesumato nella sua veste peggiore, ha fornito alla composita compagine del centro sinistra. Gli avvisi che vengono dal Paese non sembrano essere colti dai leader di partiti e partitini, cui il tenue successo non ha insegnato molto. Eppure dopo la "vittoria senza festa" del 9 aprile, con quel risultato risicato all´osso, l´insediamento di Giorgio Napolitano aveva segnato, solo l´altro ieri, la prima giornata davvero festosa, vissuta con sollievo e autenticità di sentimenti, per il popolo di sinistra e, forse, per una parte non piccola dei votanti di centro destra. Non è scontato chiedersi il perché e la risposta ci sembra risieda nella consapevolezza che questo Presidente era stato eletto proprio grazie a una rottura degli organigrammi spartitori perseguiti fino alla vigilia anche per il Quirinale. Un esito che non cancella, certo, l´ombra lasciata dalla rivendicazione di appartenenza, che i proponenti hanno voluto imporre alla candidatura, con un eccesso di ritorno identitario. Riscattato, però, dalla autenticità di una rivendicata e assoluta indipendenza di giudizio che le parole del neoeletto garantiscono, confermata dalla personale biografia.
Del resto, la stessa semantica politica del discorso d´investitura ha riportato, nel presente, la eco di un´Italia migliore: quella di De Gasperi e De Nicola, di Luigi Einaudi e Benedetto Croce, di Altiero Spinelli e Nilde Iotti. Fino a Carlo Azeglio Ciampi, che a quell´Italia si è sempre richiamato. Va anche detto che nell´accoglienza così favorevole a Napolitano ha anche giocato il fatto che a tanti cittadini egli è apparso come la figura più vicina, per comune sentire e storia vissuta, all´amatissimo Presidente dell´ultimo settennato. Il quale, peraltro, aveva, con preveggente saggezza, predisposto, con la nomina a senatore di diritto, condizioni più favorevoli alla eventuale successione.
Se i gruppi dirigenti del centrosinistra sapranno (ma non è detto, vista la vicissitudine della formazione del governo) raccogliere i sentimenti di speranza racchiusi nella elezione di Giorgio Napolitano, essi dovrebbero ora, con una torsione netta e percettibile, imporsi un comportamento più rispondente alle attese della stragrande maggioranza dei cittadini e, in primo luogo, del loro elettorato. Il compito non è di poco momento ed implica una consapevolezza autocritica che potrebbe essere meritatamente premiata. Si tratta di recuperare, con parole chiare e misure altrettanto chiare, quel rapporto tra la politica e il popolo che, paradossalmente, proprio l´ultima campagna elettorale ha maggiormente eroso. La legge che la regolava, la peggiore mai inventata, ha consentito, infatti, a un piccolissimo gruppo di persone, dell´uno e dell´altro campo – non più di una ventina in tutto – di "nominare", ancor prima del voto, i deputati e i senatori destinati a sedere in Parlamento. Un sistema che ha assicurato largamente in partenza la fedeltà dei prescelti ai «selezionatori», così da instaurare un sistema anche peggiore di quello attuato dalla partitocrazia nella fase finale della Prima Repubblica: una oligarchia autoreferenziale che decide sopra e al di fuori di qualsivoglia istanza e di ogni consultazione democratica (primarie eventuali da nessuno volute, per scegliere i candidati nei collegi, congressi di partito mai convocati, evirazione degli stessi gruppi parlamentari). Altresì le decisioni e discussioni, che hanno preceduto e seguito le elezioni, per determinare scelte non indifferenti appaiono appannaggio esclusivo dell´oligarchia di vertice, senza coinvolgimento di terzi estranei. In questo campo l´analogia nel procedere dei due attori contrapposti, in primo luogo nell´applicare con soddisfazione appena mascherata l´ignobile legge Calderoli, ha fatto sì che essa venisse percepita giustamente dall´opinione pubblica come un marchingegno trasversale.
La nomina "octroyé" del Parlamento (graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi) si è, inoltre, sposata in questa fase della nostra storia nazionale con la germinazione di un ceto di circa 300mila persone che ha intuito nella politica la scala per una garantita ascensione sociale ed economica. Ne è seguita la occupazione e lottizzazione partitocratica dei gangli essenziali della vita civile, dalla Rai agli ospedali, dalle società a partecipazione pubblica agli organismi economici o d´altro genere, dipendenti da Regioni e Comuni. A destra la degenerazione si è tradotta in un partito aziendale con filiali di marche associate, sotto un unico padrone. Una crosta soffocante ed invasiva si è così frapposta fra la politica, rettamente intesa, e la società civile. Ne sono usciti penalizzati i cittadini normali nelle loro esigenze, sia collettive di partecipazione democratica, sia di ascesa rispettosa della professionalità e delle competenze di ognuno. Ne è uscita penalizzata la qualità degli organismi sotto occupazione e dei servizi prestati. Ne è uscita ferita la speranza dei giovani e il premio ai loro studi e al loro lavoro. Neppure nei periodi peggiori di Tangentopoli il disseccarsi dei valori della politica aveva toccato la decadenza attuale.
Quei valori, peraltro, erano parte integrante del Dna di tutte quelle forze che sono oggi alla base del centrosinistra e che dovrebbero dar vita al partito democratico. Quel Dna non è esangue. I 4 milioni di votanti alle primarie per Romano Prodi hanno testimoniato, al di là di ogni previsione, la pregnanza e l´estensione di un´attesa che esige un ripristino della partecipazione di massa e un processo democratico selettivo per la rinascita di una classe politica.
Questo è il vero tema del momento che il centrosinistra è vocato ad affrontare e il futuro partito democratico ad inverare. E´ ora che i capi dell´Ulivo e i loro alleati levino la testa dai cruciverba degli organigrammi per proporre agli italiani una visione del futuro e politiche generali restauratrici di valori calpestati ma non dismessi nel cuore dei cittadini, una politica capace di suscitare passioni, coagulare interessi, inventare un linguaggio condiviso. Non bisogna illudersi che le misure economiche possano di per sé, in una situazione tanto deteriorata, suscitare larghi consensi.
La sapienza di Prodi, Padoa Schioppa, Bersani e degli altri con loro impegnati si confronterà con numeri ingrati. Quel che daranno da una parte dovranno togliere dall´altra. Nel migliore dei casi gestiranno una austerità che sarà premiata in un futuro speriamo prossimo, non suscitatrice di entusiasmi a breve termine.
Sarà, dunque, soprattutto nell´agire politico, nel messaggio democratico, riformista e liberale, nelle misure di "liberazione" della società civile dal giogo partitocratico che il centrosinistra potrà differenziarsi dal centrodestra e vantare un volto rinnovato. Questa sarà anche la condizione per conquistare quei suffragi che potranno consentirgli di governare cinque anni e scoraggiare la voglia di rivincita di Berlusconi.
Negli ultimi anni, la storia della Liberazione ha preso la forma di un chiacchiericcio più o meno dilettantesco e tendenzioso, che qualche critico ha definito «mal di Pansa». Dopo il successo di libri quali Il sangue dei vinti o Sconosciuto 1945, è diventato non soltanto possibile, ma addirittura
trendy rappresentare l'Italia del post-25 aprile come un Paese dove i «comunisti» la facevano da padroni, massacrando a ogni angolo di strada i loro nemici: fossero militari o civili, fascisti o antifascisti, avversari politici o nemici privati. Ed è diventato di moda sostenere che un unico comunista si comportò in maniera rispettabile e lungimirante: il segretario del Pci Palmiro Togliatti, che nel giugno del 1946 da ministro di Grazia e Giustizia ebbe la saggezza di promulgare un'amnistia bipartisan. La benvenuta pietra tombale sugli orrori condivisi della nostra guerra civile.
Gli anni Settanta vanno divenendo il secondo fronte di questo chiacchiericcio retrospettivo. In effetti, altri dilettanti della storiografia (o i medesimi: come il Bruno Vespa di Vincitori e vinti) si affaticano a propagandare la tesi secondo cui gli «anni di piombo» costituirono il momento più intenso e drammatico di una guerra civile permanente, che sarebbe stata combattuta in Italia dall'8 settembre 1943 a oggi. E si sente ora dire da sinistra come da destra che soltanto un'amnistia modellata su quella di Togliatti potrebbe risolvere il problema politico, giudiziario e morale della «peggio gioventù».
Stando così le cose, il nuovo libro di Mimmo Franzinelli, pubblicato da Mondadori e intitolato L'amnistia Togliatti, giunge come una manna dal cielo della storia scritta seriamente. Storia fatta con la dovuta onestà intellettuale, ma fatta anche con i gesti e con gli strumenti di un mestiere diverso da quello del giornalista: entrando negli archivi, praticando la critica delle fonti, assumendosi l'onere della prova. Il risultato è un libro tanto impressionante quanto importante, che molto più dei volumi di Pansa o di Vespa meriterebbe di andare incontro a un destino da bestseller.
Fra i Paesi europei i quali, liberati dall'occupazione nazista, dovettero affrontare il problema del collaborazionismo, l'Italia fu l'unico a perseguire da subito la strada di un'amnistia. Eppure, l'Italia aveva la responsabilità storica di avere partorito il mostro fascista. Per giunta, diversamente dalla Germania e dal Giappone, suoi ex alleati nell'Asse, l'Italia era sfuggita a processi simbolicamente esemplari come furono quelli di Norimberga e di Tokio. Tutto ciò non impedì ai due maggiori partiti della coalizione ciellenista, la Dc di De Gasperi e il Pci di Togliatti, di giudicare opportuno contro il parere dei socialisti e degli azionisti un colpo di spugna sui crimini del Ventennio e della Repubblica di Salò.
Così, mentre Paesi come il Belgio, l'Olanda, la Norvegia, la Francia si ripulivano della macchia nazifascista attraverso un severo processo di epurazione, la neonata Repubblica italiana spalancò le porte delle carceri dove fascisti e saloini erano stati rinchiusi al momento della Liberazione.
Il famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti non si era ancora asciugato in calce al decreto di amnistia (controfirmato da De Gasperi nella sua qualità di presidente del Consiglio), quando fu dato ai criminali di respirare la buona aria della libertà. Ai pezzi grossi «ras» delle squadracce, segretari del Pnf, gerarchi del regime, dirigenti dell'Ovra, giudici del Tribunale speciale, capi politici e militari della Repubblica sociale come ai pezzi piccoli: squallidi delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo. Dopodiché, nel corso del '47, gli zelanti magistrati della Cassazione romana (alcuni dei quali si erano distinti, pochi anni prima, ai vertici del Tribunale della razza) si incaricarono di rovesciare in senso innocentista il teorema colpevolista che le Corti d'assise straordinarie si erano illuse di avere dimostrato all'indomani del 25 aprile.
La maggiore novità documentaria del libro di Franzinelli viene dalle carte di Togliatti, che lo storico ha potuto consultare presso l'archivio della Fondazione Istituto Gramsci. Sono documenti dai quali la proverbiale «doppiezza» togliattiana emerge con un'evidenza quasi imbarazzante. Lasciata la carica di ministro di Grazia e Giustizia già nel luglio del 1946, subito dopo avere promulgato l'amnistia, il segretario del Pci tenne a presentare tale misura come qualcosa di giusto nelle intenzioni e di sbagliato nell'applicazione, ma per colpe non sue. Togliatti denunciò la maniera subdola in cui l'amnistia era stata politicamente recepita dalla Dc di De Gasperi, e la maniera distorta in cui era stata tecnicamente interpretata dalla corporazione dei magistrati. Ma lo studio di Franzinelli restituisce proprio a lui la paternità politica e tecnica del cosiddetto provvedimento di clemenza.
Fu Togliatti a volere l'amnistia, con il duplice intento di pescare nuovi comunisti nel mare magnum degli ex fascisti, e di risparmiare ai partigiani possibili conseguenze giudiziarie per le azioni da loro compiute durante la guerra civile e nell'immediato dopoguerra. Fu Togliatti a confezionare un pacchetto legislativo che escludeva dai benefici dell'amnistia soltanto i torturatori colpevoli di «sevizie particolarmente efferate», come se una sevizia non fosse efferata per definizione. Fu Togliatti a definire «eccesso di nervosismo» la rabbia dei parenti delle vittime (per esempio, le vittime delle Fosse Ardeatine) di fronte allo spettacolo degli aguzzini restituiti alla libertà. E fu Togliatti che si lavò pilatescamente le mani davanti alla sdegnata reazione della base comunista e partigiana, rimettendo la carica di guardasigilli al collega di partito Fausto Gullo. Insomma, fu Togliatti a meritare in pieno l'appellativo affibbiatogli da un indignato ragioniere di Venezia: ministro «di Grazia», ma non «di Giustizia»!
Senza perdere in asciuttezza, L'amnistia Togliatti diventa libro dolente nel momento in cui Franzinelli dà la parola ai magistrati della Cassazione romana, citando per pagine e pagine le motivazioni con le quali essi riconobbero ai criminali fascisti il diritto di venire amnistiati: quando tutta un'italica cultura da Azzeccagarbugli valse a mascherare con gli argomenti del giure le ingiustizie più flagranti. Chi aveva comandato i plotoni d'esecuzione di Salò venne assolto dall'accusa di omicidio perché non aveva personalmente imbracciato il fucile. Chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti fu amnistiato perché la tortura non era durata particolarmente a lungo. Chi aveva promosso lo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne giudicato colpevole di semplice offesa al pudore femminile.
L'amnistia Togliatti racconta la storia di una vergogna nazionale. Perciò, alla vigilia del sessantunesimo anniversario del 25 aprile, il libro di Franzinelli va consigliato come la più istruttiva delle letture possibili, per chi voglia sottrarsi a un discorso sull'amnistia che strizza l'occhio all'amnesia. Questo libro va raccomandato come un vaccino, contro il giampaolopansismo e il brunovespismo della memoria.
Non è vero che non c’è un programma elettorale del gruppo Berlusconi. C’è, ed è così semplice e radicale che si riassume in una sola parola: spaccare. Non c’è spazio per la discussione se sia o no naturale o possibile o sensato impegnarsi a distruggere prima di lasciare il potere. E non importa neppure chiedersi: ma che senso ha spaccare tutto prima del tempo? Potrebbe anche vincere. So benissimo che evoco un incubo scrivendo questa frase, «potrebbe anche vincere». Ma per un momento devo cercare di constatare i fatti e di capirli prima di giudicarli.
Dunque il presidente del Consiglio in carica - che in una sciagurata ipotesi potrebbe anche essere il prossimo presidente del Consiglio italiano - si dedica con impegno e furore a spaccare tutto ciò che conta e che è fondamentale in un Paese: coesione, fiducia, senso di cittadinanza, associazioni di grande rilievo sociale (agli industriali, i sindacati) rapporti internazionali, confronto di un intero Paese con i pericoli del mondo (terrorismo), alleanze e legami fondamentali (per esempio con gli Stati Uniti). Fa tutto ciò con grande rilievo pubblico, nel modo più visibile e non più smentibile. Fa venire il pubblico finto ad applaudire. Decreta espulsioni e condanne. Attrae non solo l’attenzione degli italiani, ma anche la testimonianza attonita dei governi e delle istituzioni europei e quella, anche più attonita, della stampa americana.
Dovunque esistono destra e sinistra, anche se la destra di Berlusconi, che va dal monopolio alla rendita, dal controllo totale delle informazioni alla abolizione del falso in bilancio, e si allarga fra il condono di ogni regola capitalistica e l’altra destra, dei nuovi alleati francamente fascisti, è difficile da definire. Ma non esistono precedenti, in normali Paesi democratici, di qualcuno che spacca e divide e accusa e attacca dovunque scorge anche un vago elemento di dissenso. E lascia polvere e macerie persino dove dice e sostiene che governerà ancora.
Tutti noi cittadini siamo tuttora stupiti da ciò che è successo alla assemblea della Confindustria di Vicenza, la più violenta - e solo apparentemente incontrollata - scenata in pubblico che sia mai accaduta al di fuori di situazioni di dittatura. Un lavoro degno di Lukashenko, il contestato dittatore della Bielorussia. Ma Lukashenko è amico di Putin che è amico di Berlusconi, e può darsi che i tre, esperti di strangolamento della libertà, si siano scambiati consigli.
Ma l’impegno accanito, il lavoro intenso di una mattina per spaccare la Confindustria, un lavoro che evidentemente non gli era riuscito dietro le quinte, è il seguito, ma anche l’annuncio, di una politica vigorosamente distruttiva, che non è solo prerogativa del capo, ma viene richiesta, momento per momento, a ciascun dipendente del gruppo Berlusconi.
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Come molti lettori ricorderanno, il primo impegno di questo governo privato è stato di spaccare l’opposizione, tentando di separare pattuglie di sottomessi da coloro che, secondo il dettato sacro in ogni democrazia, erano decisi a tenergli testa. Di volta in volta ha inventato liste di cattivi. Ha aizzato la stampa di regime ad attaccare, preferibilmente con la calunnia o l’accusa gratuita («stampa omicida»), chi si ostinava a raccontare le cose.
È giusto che i lettori sappiano che la «stampa omicida», benché chiamata in causa mille volte «per avere inventato accuse al solo scopo di denigrare il governo», e dunque l’Italia, per avere ricordato, quando era indispensabile farlo, la Loggia massonica P2, i legami di mafia, per aver riferito con esattezza su processi e condanne, non ha, al momento, una sola querela per avere detto o narrato il falso. Ci sono decine di querele di chi si ritiene offeso (Bossi non vuole essere chiamato «razzista», ma basterà chiedere al giudice di convocare il teste Borghezio, o l’apposita commissione del Parlamento europeo). Ma nessuno ha potuto dire «non è vero». Mai.
Ma l’operazione di spaccatura è cominciata presto. Ricordate quanto a lungo e con quanto impegno Berlusconi, conferenza stampa dopo conferenza stampa, ha nominato e accusato questo giornale per «educare» gli altri giornalisti e ammonirli a non sognarsi di criticarlo? Certo nessuno di noi dimentica che Berlusconi ha iniziato la sua carriera di «liberale» con il licenziamento di Biagi e Santoro, colpevoli di «attività criminosa», a cui è seguita una lunga serie che è giunta fino a Sabina Guzzanti. E alla fine si arriva alla minaccia in diretta (non una svista, l’esemplarità conta molto in questa strategia distruttiva) a Lucia Annunziata come modo per dire a tutti «state attenti qui non c’è posto per chi mi tiene testa».
Ricordate con quanto puntigliosa ripetitività i giornali di proprietà della famiglia Berlusconi sono tornati sulla accusa di contiguità al terrorismo, sul fatto che le parole con cui una opposizione critica un governo (parole senza le quali non esiste democrazia) in realtà - dicono loro - armano mani di assassini e richiedono (ci è stato detto proprio così) di aumentare la scorta, dopo ogni titolo «terrorista» dell’Unità, titolo tratto, il più delle volte, dalla stampa internazionale?
A questo si sono aggiunte lunghe e ripetute azioni di calunnia, durate anni e riprese costantemente da scrupolose persone di servizio del giornalismo, al fine di dire chiaro agli altri colleghi: «Se noi siamo in grado di sputtanare persone che hanno la reputazione di tutta una vita, vedete bene che siamo in grado di colpire chiunque». È questione di controllo delle informazioni, non di verità dei fatti, che a loro certo non importa.
Ricordate gli insulti dedicati dal premier agli inviati dell’Unità che osavano rivolgergli domande, il riferimento (prediletto fra il personale di servizio post fascista) delle banche off shore in cui avrebbe trafficato chi scrive questo articolo? Ricordate le presunte «cinquecento minacce» dell’Unità alla illustre persona di Silvio Berlusconi da parte dell’Unità (altro aumento del personale di scorta) anche allo scopo di avvisare gli inserzionisti pubblicitari di stare alla larga da chi osa fare opposizione?
Alla fine, come ha dimostrato l’editoriale del Corriere della Sera che - nella tradizione del New York Times e del Washington Post - ha dato una chiara indicazione di voto il mai interrotto tentativo di spaccare i frammenti di informazione libera, e più ancora di isolare e fare apparire indegni i giornalisti oppositori, non è riuscito a regola di regime come progettato. Certo ha devastato il sistema di informazione italiano, già vastamente oscurato dal possesso e controllo delle televisioni. Intanto era al lavoro il progetto di spaccare i sindacati. Il breve periodo in cui è sembrato riuscire il trucco del «Patto per l’Italia» ha fatto pensare a un successo.
Arduo però sfidare il rapporto con la realtà e il contatto con l’opinione pubblica dei grandi sindacati popolari. Possono essere più o meno a sinistra, più o meno all’opposizione. Ma hanno fiuto per la truffa e le affermazioni false. E tutti si sono allontanati per tempo, nonostante l'intenso fuoco di sbarramento contro il loro tornare insieme.
Al momento giusto, cioè estremo, quando la crescita zero inchioda un governo incapace alla sua responsabilità, restano due mosse immensamente distruttive, dannose e costose fino al limite estremo per l’Italia. Però - pensa il gruppo Berlusconi - che cosa importa l’Italia se la mossa può darci un beneficio?
Parte, dunque, con un finto e violento attacco di nervi, la campagna per dividere e spaccare la Confindustria. Niente è più normale di una grande e autorevole associazione di imprese in cui i titolari hanno interessi comuni ma anche visioni diverse. Al diavolo gli interessi, spacchiamoli sulla politica. È probabile che il gioco non sia riuscito, non nel modo totalmente distruttivo pianificato dal gruppo Berlusconi. Però l’attacco improvviso, grossolano e violento di un presidente del Consiglio a un singolo imprenditore, che aveva osato tenergli testa anche nel sacrario della sua trasmissione prediletta «Porta a Porta», appare in tutta la sua desolante gravità: Berlusconi può farlo. Lo ha fatto. E l’imprenditore attaccato, denigrato, insultato in pubblico, si è dimesso, come se fosse lui il colpevole. In tal modo il gruppo Berlusconi ha dimostrato - costi quello che costi alla reputazione del Paese - che non c’è poi tanta differenza fra un giornalista senza protettori e un industriale nel pieno del suo successo. Chi osa tenere testa paga.
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Questa oscura pagina della storia italiana continua. Adesso, in ogni occasione, intervista, talk show, dichiarazione ufficiale o confidenza al cronista, Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Tremonti fanno sapere che «i capitali se ne vanno».
Dicono che in Italia l’eventualità della alternanza democratica tra l’imprenditore fallito come governante Berlusconi e l’economista noto nel mondo Romano Prodi, che ha già governato bene in Italia e in Europa, sta portando alla fuga dei capitali, un atteggiamento che neppure Chavez del Venezuela oserebbe adottare nelle sue colorite campagne di denigrazione degli avversari.
L’annuncio, infatti, è capace di produrre conseguenze di immenso danno che potranno continuare a lungo. I capitali fuggono dalla crescita zero di Berlusconi? In fuga per la paura dei cosacchi di Prodi? Un guasto grave al Paese è assicurato comunque. Berlusconi non sa se vincerà e teme seriamente di non farcela. Ma spacca il Paese nel punto sensibile, proclamando che gli investitori del mondo decidono di fuggire. Se un simile disastro può servire a dargli una mano, perché no? Spaccare, distruggere, lasciare macerie è diventato il suo marchio di fabbrica. Così ha fatto nella scuola, nella sanità, nelle leggi sul lavoro, nella così detta riforma della giustizia, nella amputazione della Costituzione e della legge elettorale. Perché non dovrebbe continuare?
Invece delle opere pubbliche che non sono mai cominciate, ricordiamo l’esortazione del suo ministro delle Infrastrutture «a convivere con la mafia» (cioè con gli assassini di Falcone e Borsellino). Dopo un brutto e pericoloso periodo della vita italiana, ci resteranno soltanto le scenografie di cartone di Pratica di Mare. È stato il luogo in cui Berlusconi, attraverso i sette telegiornali che controlla, ha imposto agli italiani di credere che, per merito suo, Putin era entrato nel G8, nella Nato, in Europa, e l’America era diventata il miglior amico della Russia. Subito dopo è scoppiata la «Rivoluzione Arancione», ovvero la liberazione della Ucraina, sostenuta dagli Usa contro il Gaulaiter di Putin. E oggi - sempre con l’aiuto degli Usa - si ribella la Bielorussia contro il despota Lukashenko, già collega di Putin al Kgb. I vecchi amici si ritrovano e, come dice un proverbio americano, «non si può mentire a tutti per tutto il tempo».
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Vi sembra troppo? Eppure non basta. Quello di Berlusconi è l’unico governo al mondo - democratico o non democratico - che prima delle elezioni denuncia il rischio, anzi la probabilità di brogli. Altrove sarebbe una seria offesa al ministro dell’Interno, di cui gli italiani hanno rispetto. Ma Berlusconi non si fa intimidire e, se può spaccare, spacca. Anche la fiducia, anche il rispetto. Tratta il suo Paese come una tormentata Repubblica africana. Reclama brogli che - come governo - ha il compito e il dovere, ma anche i mezzi, di impedire. E come il leader braccato di una di quelle repubbliche, l’autore del danno corre negli Stati Uniti per far sapere che l’Italia è un Paese pericoloso, in modo che gli Usa avvertano gli americani di non venire in Italia.
Che cosa importa che l’Italia non è un Paese pericoloso se non per gli ingorghi di traffico che si formano a Roma il mercoledì, giorno dell’udienza generale del Papa? Che cosa importa il turismo? Da noi provvede il capo del governo a bloccarlo.
Sembra incredibile, sembra raro che una sola persona, con un cattivo governo, possa far tanto danno al suo Paese. Eppure resta l’ansia e il dubbio che non sia tutto. Se questo è ciò che finora è accaduto - e che non si può smentire - è ragionevole l’ansia e il dubbio che nei giorni che restano da oggi al voto ci saranno altri tentativi di far male al Paese. Risorse e cattive intenzioni non gli mancano.
furiocolombo@unita.it
La buona notizia, piccola, viene da Montepulciano, dove alcune associazioni riunite a convegno (Acli, Legambiente e Comunità di San.Egidio fra le altre) lanciano un manifesto per una informazione indipendente e interdipendente: dieci punti per aiutare a leggere la globalizzazione evitando di rafforzare stereotipi, fomentare odii, offendere tradizioni altrui e cercando di decifrare quello che accade di incomprensibile per la tradizione nostra.
La cattiva notizia, più grande, viene da Cosenza, dove Marcello Pera, in tour per commercializzare il suo Senza radici scritto a quattro mani con l’attuale papa ed ex cardinale Ratzinger, rilancia il suo manifesto per un Occidente indipendente e sovrano: dieci punti per armare l’Europa, a fianco degli Usa, di identità, orgoglio, valori, radici, famiglie e bambini, ogni cosa brandita come una spada per riaffermare il valore superiore e assoluto della «nostra» cultura.
Bene ha fatto Piero Sansonetti, su Liberazione di ieri, a mettere a confronto il manifesto del presidente del senato con il manifesto fascista degli scienziati razzisti del .38: accade infatti che l’uso del termine «cultura» al posto di quello di «razza» serva soltanto a coprire e rilegittimare il razzismo profondo del ragionamento, porgendolo in un lessico post-novecentesco e più digeribile di quello degli anni Venti. Molto del conflitto globale in corso si gioca sulle parole e sulla piega di senso che ogni parola prende. Per questo è una buona notizia che l’aggettivo «interdipendente » si affacci nel lessico politico. Alla tronfia intolleranza dei teocon non basta infatti contrapporre la tolleranza progressista, troppo esposta alle accuse di indifferentismo etico e alle smentite di modelli multiculturali prima vincenti poi andati a male, a Londra come a Amsterdam.
La tolleranza funziona finché l’altro non ci tocca, non ci colpisce e non ci spiazza. La reciprocità, che dietro al Papa tutti si sono messi a invocare a destra e a manca, è impossibile fra contendenti che non condividono le premesse di partenza del dialogo. La coscienza dell’interdipendenza è l’unica che possa dare misura alla convivenza e al conflitto, in un mondo in cui ciascuno dipende dall’altro - gli occidentali dagli islamici e gli islamici dagli occidentali -, la vulnerabilità di ciascuno è esposta all’aggressivit à dell’altro, e l’altro non è uno simile e prevedibile ma uno diverso e imprevedibile. Nel pianeta globale, nessuno è più sovrano in casa propria: prima la politica ne prende atto meglio è.
Sono i termini della guerra culturale, questa sì, interna alle democrazie occidentali dall’11 settembre in poi. Solo che adesso che piombano sull’Europa sotto l’urgenza degli eventi, si vede che l’Europa non è più avanti ma solo più lenta degli Stati uniti.
Marcello Pera e i suoi compagni di cordata, protetti dall’ombrello papale, cavalcano l’onda neo-con quando oltreoceano essa deve fare già i conti con le smentite che le vengono dalla tragica deriva degli eventi iracheni. Chiedere le dimissioni del presidente del senato, come fa Fausto Bertinotti, è anch’essa una mossa fuori tempo massimo: a senato chiuso e campagna elettorale aperta, i dieci punti del Filosofo già nutrono i discorsi del Cavaliere e il suo teorema sul fondamentalismo come malattia senile del comunismo. Non siamo fuori tempo massimo invece per rilanciare la questione dell’Europa, proprio ora che sembra al minimo della sua credibilità, capovolgendo gli argomenti del manifesto occidentalista. L’Europa è ferma non perché perde natalità e identità, perché non si ama abbastanza e non dichiara un.altra guerra in medioriente. E. ferma perché, ossessionata da ciò che era o doveva essere, ha perso l’occasione di diventare quello che poteva diventare. Cioè di costruirsi, nella contingenza del conflitto globale in corso dopo l’11 settembre, come un.alternativa culturale e politica, disarmata e disarmante, all’unilateralismo armato di George Bush. Nelle radici europee che Marcello Pera brandisce con la stessa mentalità identitaria e monolitica con cui guarda all’Islam, c’è tutto e il contrario di tutto. C’è l’inquisizione e c’è l’illuminismo, ci sono le guerre di religione e c’è il sincretismo, c’è il razzismo fascista e ci sono le costituzioni antifasciste. Senza radici non si vive, ma di radici marce qualche volta si può morire.
L’inaudito attacco scatenato contro Carlo Azeglio Ciampi da Silvio Berlusconi, con il dichiarato proposito di sostituirsi al capo dello Stato su materie delicatissime come lo scioglimento delle Camere e la data delle elezioni, dimostra che questo personaggio non si ferma e non si fermerà davanti a nulla pur di non mollare palazzo Chigi. Sta per deflagrare, insomma, con le conseguenze più gravi e imprevedibili, l’anomalia finale di un premier che considera la democrazia e i suoi istituti degli accessori facoltativi da mettere sempre e comunque al servizio del suo personale potere. Attraverso strappi e forzature, leggi ad personam e conflitti di interessi, occupazione delle televisioni e manovre intimidatorie contro l’opposizione, si è così venuta realizzando al vertice del governo una sorta di autocrazia di stampo caucasico; un’escrescenza prepotente, decisa a non rispondere dei propri comportamenti a nessuno dei poteri elencati nella Costituzione della Repubblica Italiana. E quindi non risponde alla magistratura che è stata anzi colpita e perseguitata come mai era accaduto in Europa; ciò per puro spirito di vendetta determinato dai numerosi processi per corruzione a cui l’imputato premier è riuscito comunque sempre a sottrarsi dileguandosi attraverso le maglie larghissime delle prescrizioni. E quindi non risponde al Parlamento costretto ad approvare le leggi più ingiuste e vergognose a colpi di maggioranza, di quella maggioranza formata in larga parte da suoi dipendenti o da esponenti politici assoggettati o troppo deboli per potergli dire di no.
E quindi, adesso, non risponde neppure al presidente della Repubblica e anzi lo minaccia facendo persino balenare l’ipotesi di far eleggere il successore di Ciampi dalle Camere uscenti e non da quelle rinnovate dal voto dei cittadini. Cosicché, visto che la maggioranza dei deputati e dei senatori è ancora sotto il suo controllo, c’è anche l’incubo di una elezione di Berlusconi al Quirinale.
Ma Ciampi, fortunatamente, è ancora il nostro presidente e lo resterà, nella pienezza delle sue funzioni, fino alla scadenza del settennato fissata il 19 di maggio. Possiamo dunque stare certi che tutti i tentativi di aggirare la Costituzione saranno respinti con la massima determinazione. Costituzione, ricordiamolo, che è stata già manomessa per effetto di quella sciagurata riforma approvata con il consenso dei bravi ragazzi Bossi, Fini e Casini e che, per fortuna, gli italiani avranno modo di rispedire al mittente con il prossimo referendum.
Se Ciampi farà il possibile, Berlusconi farà l’impossibile, come sta già facendo, per avvelenare il clima elettorale. E più i sondaggi lo daranno per sconfitto e più lui si adopererà per introdurre nuove rotture, nuove provocazioni, nuove aggressioni nei confronti di chi gli si oppone. E quando dalle urne uscirà la vittoria dell’Unione, lui, stiamone certi, griderà che l’Unione ha organizzato brogli e che il voto va annullato. Lo ha già fatto nel ‘96 e, del resto, se continua a definire impossibile un’affermazione del centrosinistra una ragione ci sarà.
In questo clima dove ogni colpo di mano è possibile si iscrive l’aggressione del presidente del Consiglio all’Unità. Non è la prima volta che il nostro giornale viene attaccato dall’autocrate con linguaggio diffamatorio e violento esponendo i giornalisti e i lavoratori di questa testata a tutti i rischi connessi. Sabato, a Firenze, però, ogni limite è stato superato quando davanti alla nostra precisa denuncia di come, con le 1942 intercettazioni trafugate per essere divulgate si voglia gravemente intossicare la campagna elettorale, il presidente del Consiglio ha citato il ministro degli Interni e chiesto l’intervento dell’Avvocatura dello Stato.
Cosa ci sta preparando? Minacce, comunque, che non ci fanno paura anche perché ci sentiamo appoggiati e confortati dalla grande solidarietà che ci giunge dai nostri lettori e dai tanti amici che ci chiedono di andare avanti, tenere duro. Ci dispiace soltanto che abbia ragione il Cdr dell’ Unità quando ieri mattina ha registrato «l’assordante silenzio» di importanti testate giornalistiche (la più importante della quale domenica mattina pubblicava la fotografia del Berlusconi che sventolava scatenato l’Unità, senza una sola parola che spiegasse il perché negli articoli degli inviati).
Nessun vittimismo da parte nostra, per carità, ma solo il timore che molti nostri colleghi non abbiano ancora capito che dopo la magistratura, il parlamento e il Quirinale, l’assalto di Berlusconi toccherà a loro come adesso tocca a noi. «Vi attacca perché date fastidio», Enzo Biagi lo ha spiegato come meglio non si poteva.
Ciampi. Biagi. Meno male che ci sono loro.
Titolo originale: A Big Government Fix-It Plan for New Orleans – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BATON ROUGE, Louisiana – Nel panorama di vuoto politico del post-Katrina, punteggiato dalle macerie di varie proposte, ricette che si sgretolano e iniziative alluvionate, un oscuro e molto conservatore membro del Congresso è entrato in campo con una soluzione finale decisamente statalista.
Il deputato Richard H. Baker, repubblicano eletto nei collegi suburbani di Baton Rouge, che deride i democratici perché non sufficientemente favorevoli al libero mercato, è l’improbabile campione di un piano di edilizia residenziale d’emergenza che farebbe dell’amministrazione federale il principale proprietario immobiliare di New Orleans: almeno per un po’. Baker ha proposto che la Louisiana Recovery Corporation stanzi ben 80 miliardi per estinguere mutui, ripristinare le opere pubbliche, acquisire enormi pezzi devastati di città, ripulire il tutto e rivenderlo ai costruttori.
Desperatamente alla ricerca di un intervento di grande scala all’enorme problema immobiliare della regione, rappresentanti politici e operatori economici della Louisiana di tutte le gradazioni – neri e bianchi, repubblicani e democratici – hanno adottato questo poco conosciuto uomo del Congresso e il suo grandioso progetto, definendolo un passaggio cruciale. Anche se la Casa Bianca deve ancora firmare, ci sono già segnali che alcuni alti esponenti del Congresso siano interessati a sostenerlo; Baker ha detto che i funzionari dell’amministrazione non l’hanno comunque respinto.
L’approvazione del disegno sta diventando sempre più importante per la Louisiana visto che lo stato ha perso la contesa col maggior peso politico del Mississippi lo scorso mese, quando il Congresso ha votato un pacchetto da 29 miliardi di dollari per la regione degli stati del Golfo. Lo stanziamento da’ al Mississippi circa cinque volte tanto per famiglia in aiuti all’abitazione di quanto non riceva la Louisiana: a riprova del peso del governatore Haley Barbour del Mississippi, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, e del Senatore Thad Cochran, che presiede lo Appropriations Committee.
I rappresentanti della Louisiana affermano di essere stati obbligati a votare a favore, perché altrimenti avrebbero potuto anche non ricevere alcun aiuto. Ma ora si concentrano anche con più intensità sul piano di acquisizione di Baker; molti economisti qui sostengono che non ci sono alternative, per i proprietari che non riescono a pagare le ipoteche sulle proprietà devastate.
”È probabilmente una delle ultime speranze per chi ha avuto la casa allagata e non era coperto da un’assicurazione” sostiene Loren C. Scott, economista emerito alla Louisiana State University. “Senza questo tipo di sostegno, ci sarebbe un numero notevole di persone che potrebbero semplicemente affondare”.
James A. Richardson, direttore del Public Administration Institute alla stessa università, dice “È l’ultima scommessa possibile, per certi versi”.
L’oppositore politico a Baker nella delegazione della Louisiana al Congresso, William J. Jefferson, democratico di New Orleans, sostiene che l’approvazione del disegno è importante.
”Senza – dice – i proprietari hanno poche possibilità di recuperare il valore che hanno perso”.
Secondo il piano, la Louisiana Recovery Corporation entrerebbe in campo ad evitare inadempienze, in modo simile a quanto fatto dalla Resolution Trust Corporation attivata dal Congresso nel 1989 col settore del risparmio e prestiti. Si offrirebbe di rilevare dai proprietari, a non meno del 60% del valore prima dell’uragano Katrina. Agli erogatori del prestito sarebbe offerto sino al 60% di quanto loro dovuto.
Per finanziare la spesa, il governo emetterebbe obbligazioni legate in parte alle vendite di terreni ai costruttori.
I proprietari non dovrebbero necessariamente vendere, ma chi lo fa avrebbe un’opzione a ricomprare dall’ente. L’ente federale non avrebbe nulla a che vedere con gli interventi urbanistici sui terreni; questo spetterebbe alle amministrazioni locali e ai costruttori.
Per passare, la proposta richiederà alla fine il sostegno della Casa Bianca. E i segnali, secondo questo solido repubblicano che vanta un sostegno quasi totale dai gruppi conservatori, sono stati vari.
Il Presidente Bush, nel corso di un viaggio in auto insieme a Baker lo scorso settembre “ha capito”, come insiste Baker in un’intervista dal suo ufficio, nella città che rappresenta in modo discreto da due decenni a Washington. “È stato molto aperto a riguardo. Mi ha detto, ' lavoraci su e vai da Hubbard' “ ovvero il massimo consigliere economico di Bush, Allan B. Hubbard.
Quando il Congresso stava per riunirsi lo scorso mese, col piano in sospeso, Baker ha ricevuto una domenica mattina la visita di Donald E. Powell, vicerè del Presidente per la ricostruzione della Costa del Golfo. Baker racconta che Powell era “più a suo agio” con la proposta ma ancora non del tutto convinto dopo un’ora di discussione. Il disegno fu respinto, nonostante le manovre riuscite per compattare la variegata rappresentanza della Louisiana a sostegno e gli appelli del mondo economico. Eppure, fra promesse dei senatori di riprendere rapidamente il progetto quando il Congresso si riunirà, e segnali che la Casa Bianca non ha voltato le spalle, il prudente Baker pensa che le sue chances siano migliori che mai.
Sean Reilly, membro della Louisiana Recovery Authority, afferma che Powell gli ha riferito come la Casa Bianca fosse “entrata” nel concetto ma avesse bisogno di riguardare un po’ l’idea.
”Ci siamo andati molto vicino” dice Walter Isaacson, vicepresidente della Louisiana Recovery Authority, istituita dal governatore per sovrintendere la ricostruzione. I massimi consiglieri della Casa Bianca “fondamentalmente apprezzano il principio” sostiene. E hanno fatto promessa di “collaborare con voi, e metterlo nella corsia preferenziale” per le udienze a Senate Banking, Housing and Urban Affairs Committee, continua Isaacson.
I colleghi conservatori di Baker, dentro e fuori il Congresso, si preoccupano delle dimensioni enormi dell’intervento proposto. All’interno dello House Financial Services Committee, parecchi membri hanno tentato di limitare spesa e durata del provvedimento, o di mirare ad una gestione in pareggio. “È irresponsabile per il Congresso firmare un assegno in bianco, pescando dai contribuenti americani, guidati dalla sola immaginazione dei politici” ha dichiarato il deputato Jeb Hensarling, repubblicano del Texas. “Dobbiamo assicurarci che non venga chiesto di pagare di nuovo, fra due o tre anni, per la stessa calamità”
Ai suoi critici Baker risponde: “Se non questo, che altro? Le risposte non sono valide”.
Un realistico volo di primo impatto sui quartieri devastati di New Orleans l’ha convinto che soluzioni ordinarie non funzionerebbero. Qui c’era un problema che superava le possibilità dell’impresa privata. “In questo caso, è saltato tutto” dice Baker. “Eliminazione totale. Così ha pensato che ciò richiedesse un rimedio senza precedenti. Se non lo facciamo, cosa sarà della regione fra due anni?”.
Tranquillo, bene educato e con l’aria da chierichetto da figlio di un pastore, Baker ha trascorso anni misurandosi con gli arcani della regolamentazione dei servizi finanziari. Con la calma di un uomo abituato a riunirsi coi banchieri per ragionare sui documenti di bilancio, espone tutto: decine di migliaia di proprietari di casa esposti, che devono milioni di pagamenti ipotecari su proprietà di dubbio valore, a vari istituti di prestito.
Sforzo pieno di paradossi, il suo. Baker ha dedicato gran parte della sua carriera al Congresso tentando di imbrigliare i giganti semipubblici Fannie Mae e Freddie Mac, affermando che hanno troppo potere. Ora, “favorevole come sono al libero mercato” dice, vuole che il governo agisca in modo che non ha precedenti.
Un’altra stranezza di Baker è la sua quasi invisibilità, anche nel suo collegio, al punto che “la maggior parte delle persone a Baton Rouge non lo riconoscerebbero” sostiene Wayne Parent, professore di scienze politiche alla Louisiana State University. In uno stato che da’ un cento valore alla visibilità dei suoi politici “Non si sente molto parlare di lui” dice Parent. E pure, Baker è improvvisamente balzato all’avanguardia della classe politica della Louisiana, evidentemente povera di idee.
È stato eletto in un collegio suburbano principalmente bianco, una zone relativamente ricca per gli standards della Louisiana, storicamente ostile a quella che fu la grande città dell’est. Ma la sua iniziativa potrebbe risultare di grande beneficio soprattutto agli afroamericani di New Orleans.
In parlamento, la sua proposta è stata adottata dei liberals – “Credo sia una buona idea” ha detto il deputato Barney Frank, democratico del Massachusetts – e schivata da molti conservatori. La proposta è valida “quanto il modo in cui la si usa” dice Isaacson. “La mia sensazione è che possa rappresentare una verifica di quanto è sincera l’amministrazione quando afferma di volere un attento e intelligente sforzo di ricostruzione”.
È stato soprattutto un discorso al parlamento come unico luogo dove può esercitarsi la politica: può sembrare insufficiente a quanti hanno un'idea diversa, più larga, della partecipazione ma è probabilmente un bene che il nuovo presidente della Repubblica si presenti consapevole dei limiti del suo mandato. «Sobrietà e rispetto dei limiti» ha detto appunto Giorgio Napolitano che non sarà un capo dello stato da messaggi in televisione. Eppure sarà un presidente molto politico, dopo gli anni del grande tecnocrate Ciampi. Il discorso di insediamento è stato profondamente calato - persino dichiaratamente - dentro l'attuale quadro parlamentare. Semmai è lo schema interpretativo del presidente che è sembrato datato. L'Italia non è al 2 giugno 1946 che tutt'al più è un anniversario da ricordare. A parte risultare poco interessante per i cittadini delle Repubblica meno che senescenti, lo schema paese diviso - politica condivisa va malissimo per il paese reale. Può solleticare le parti più inclini al trasformismo, che infatti hanno reagito con entusiasmo.Mase accolto sarebbe piombo nelle ali del nuovo governo e della maggioranza che ha prevalso nelle elezioni seppure - Napolitano ha puntualizzato - «lievemente». D'accordo: un presidente della Repubblica non può che invitare alla concordia e in questo senso Berlusconi resterà piacevolmente sorpreso dal nuovo presidente. Credesse un po' meno alla sua stessa propaganda il Cavaliere saprebbe da tempo che nessuno più di un ex comunista di destra può affezionarsi al ruolo del garante. Ma Napolitano è un parlamentarista convertitosi al maggioritario che ha parlato da bipolarista convinto. A parte il '46 le altre date che ha citato come fondanti sono state il '93, anno del referendum maggioritario, e il '94 quando le elezioni le ha vinte Berlusconi. Per questa via Napolitano ha spalancato ogni porta alle riforme costituzionali. Partendo dal presupposto, errato, che tutti i progetti di riforma portati avanti negli ultimi anni non hanno «mai messo in questione i principi fondamentali». Sulla distinzione tra prima e seconda parte della Carta ormai da tempo invitano alla prudenza i costituzionalisti più accorti. E basta guardare la devolution per avere la prova di come lemodifiche ordinamentali colpiscano alla fine i principi. Così se modifiche andrebbero fatte alla Carta del '48 è precisamente per metterla al riparo dagli effetti del maggioritario, magari andrebbe ritoccato anche l'articolo 138 così che l'aspirazione alla condivisione possa risultare meno vana. Non ci è piaciutoNapolitano soprattutto per la volontà di riportare tutto su un terreno di larghe intese, anche oltre la ritualità del capo dello stato. Perché fatto in chiave politica prima che istituzionale. Con accenti da solidarietà nazionale più che nello spirito repubblicano. Ed ecco la Resistenza buona per gli applausi di sinistra ma anche per quelli di destra per via delle sue «aberrazioni». Ci sono piaciuti invece un paio di passaggi classicamente riformisti: non è poco di questi tempi sentir parlare di «giustizia sociale» o avvertire la preoccupazione per il lavoro esposto «alla precarietà e alla mancanza di garanzie». Bene anche il richiamo al ripudio della guerra e soprattutto quella notazione sul «grado di consenso » della missione italiana in Iraq giustapposto all'omaggio ai nostri caduti: in questo caso la differenze politiche non si potevano proprio nascondere. Peccato però che tutto questo debba passare in secondo piano davanti all'omaggio «deferente» al papa che nemmeno Napolitano ha saputo evitare. Aggiungendoci per buona misura un invito alla collaborazione tra stato e chiesa. Davvero troppa grazia.
No, adesso non si può proprio più ironizzare sulle stimmate antropologiche o sul vernacolo di Stefano Ricucci descritto via via, fin dall´incredibile estate del 2005, come un marchese del Grillo dai lombi plebei, l´Alberto Sordi di "Un giorno in pretura", Capitan Fracassa o Gastone Paperone, giusto il soprannome usato dalla di lui signora Anna Falchi, ricambiatane con Cenerentola. Non si può più, perché con l´arresto - pare ben motivato - dell´odontotecnico di Zagarolo che voleva scalare l´Italia intera, si completa l´affresco del nuovo capitalismo straccione e fangoso, che stava per conquistare con variegate complicità, ma senza capitali, tutto ciò che conta nel paese. Dalle banche al "Corriere della Sera".
E poi, forse, su su fino a Mediobanca, alle Generali e - perché no? - alla Fiat. Per occupare il posto di quel capitalismo esangue e familistico che ha abbandonato la partita, col sogno di ricostituire il "salotto buono", che sembra non abbia più nemmeno gli occhi per piangere. Un "neosalotto" formato dal sestetto Gnutti-Fiorani-Ricucci-Billè-Coppola-Consorte, con il cappello del pio ex governatore della Banca d´Italia, aspirante Cuccia del nuovo millennio, e chissà di chi altri.
La commedia all´italiana non basta più ora che i contorni delinquenziali dell´affresco vanno precisandosi con le dichiarazioni rese da Fiorani nei due mesi di prigione e con le nuove accuse contestate a Ricucci.
L´epopea dei furbetti del quartierino, che Marco Tronchetti Provera bollò come «un´associazione a delinquere», e dell´uomo che così li battezzò e si battezzò, è qualcosa di molto di più che l´avventura di newcomers un po´ arruffoni, di raider velleitari, di finanzieri dalle ricchezze di origine oscura. E´ il pullulare, il manifestarsi senza più pudori, di un´Italia dove quasi tutto è stato sempre consentito, ma che nell´ultimo lustro ha visto cadere nell´oblio quel poco di rispetto che teneva insieme la democrazia più aleatoria d´Europa in termini di regole. Un´Italia nella quale l´intreccio tra affari e politica è diventato un crocevia di reciproche debolezze. Dove i furbetti hanno messo insieme un tesoro grande decine di volte più di quello di Tangentopoli, fin qui il più grande scandalo del dopoguerra conosciuto.
Tutta la storia di Ricucci nell´Italia berlusconiana si può raccontare, in fondo, con le parole di Ricucci medesimo. «In America secondo lei c´è qualcuno che si è mai chiesto chi c´è dietro a Bill Gates? Perché in Italia tutti domandano chi c´è dietro Ricucci? - sbruffoneggiava l´agosto scorso con Dario Di Vico, che lo intervistava per il giornale che stava scalando. Berlusconi non ha forse creato dal nulla un impero da 20 miliardi di euro? Come lui, Ricucci si attribuisce «una marcia in più», perciò dietro Ricucci c´è soltanto Ricucci.
Immaginate le risate che avrebbero fatto in America.
Immaginate le indagini della Sec, della Dea, gli agenti segreti del fisco sguinzagliati, se un tizio di 43 anni, figlio di un conducente dei trasporti pubblici e reduce dal fallimento di uno studio di odontotecnico perché non poteva pagare pochi milioni di lire, si fosse presentato dicendo: «Sapete che c´è? Sono come Gastone Paperone»; e mettendo sul tavolo i numeri della sua fortuna: 910 milioni di euro in immobili, 1400 milioni di partecipazioni in Rcs, Antonveneta, in Bnl, in Bipielle. Totale 2 miliardi di euro, circa 4 mila miliardi di ex lire. Come li ha fatti? Secondo il suo quadrettino naif, scambiando all´inizio un terreno di sua madre con tre appartamenti in quel Zagarolo, località del Lazio famosa, per l´appunto, per "Ultimo tango a Zagarolo", parodia dell´"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, interpretata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Ubbie di moralisti invidiosi, secondo lui, quelle di chi lancia sospetti e calunnie. E poi, in fondo, chi ha mai chiesto seriamente all´ex palazzinaro Berlusconi qual è stata l´origine delle sue fortune? L´hanno tenuto per due decenni ai margini dei salotti, l´ala nobile del capitalismo, che non sempre, per la verità, fu nobile, non l´ha mai accettato, l´ha tenuto fuori dalla porta dei salotti, gli ha scatenato contro «Il Corriere». E lui si è vendicato conquistando il salotto della politica, scalando palazzo Chigi.
Ecco la pista Berlusconi, che ha sempre occhieggiato, anzi qualcosa di più, dietro il caso Ricucci e furbetti. Anche qui attraverso le parole di Ricucci e dei ricucciani medesimi. Non solo le cene del premier con Gnutti, mentre Fazio decideva di consegnare l´Antonveneta a Fiorani, i fili numerosi con tutto il coté berlusconiano, dignitari, ministri e sottosegretari compresi. Ma le parole stesse di Ubaldo Livolsi, berlusconiano di antica affiliazione e banchiere d´affari del Gastone di Zagarolo, il quale ha candidamente confessato: «Ricucci l´abbiamo sdoganato (noi berlusconiani-ndr) perché non fosse cooptato dal centrosinistra e in particolare dal presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli», notoriamente supporter di Prodi.
Soltanto sdoganato? O sdoganato fino a farne un cavallo di Troia? Così lasciò intendere il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, quando in pieno caso Unipol, dopo l´annuncio dell´invito a comparire recapitato al Cavaliere per i fondi neri Mediaset, dichiarò accorato al Giornale, rivolgendosi ai Ds: fermiamo i Poteri forti. Ci sono grandi quotidiani che promuovono e bocciano persone e programmi: agiscono come partiti. Come dire una proposta ante litteram di Grosse Koalition a D´Alema.
Anche Anna Falchi scese in campo per difendere il marito «genio della matematica e della Borsa», dall´accusa di essere il cavallo di Troia di Berlusconi. Ma fece una piccola gaffe invitando a non guardare solo le sue tette, ma il suo «film d´arte». Film distribuito indovinate da chi? Da Marco Jacopo Alessandro Dell´Utri, figlio del più noto Marcello, fondatore di Forza Italia.
«Il signor Stefano Ricucci, poco più che quarantenne, avrà finito di pagare quando compirà cento anni», disse una volta cinicamente il finanziere Francesco Micheli. Chissà se si riferiva ai debiti o, visti gli sviluppi del caso, ai conti con la giustizia.
«Quanno uno deve seguì `na strada maestra p´annà a Napoli - aveva scolpito Gastone il matematico in un´intercettazione telefonica - tocca pijà l´autostrada del Sole, non è che tocca annà sulla Casilina, no?» Parole sante. Ma ieri ha imboccato via della Lungara, Regina Coeli
IL DIBATTITO sull’importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.
Ho partecipato anch’io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell’8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l’esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all’uso così confuso e spesso contraddittorio del termine «moderati». Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l’onore, l’onorabilità.
Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.
In questa nuova e arresa disposizione d’animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c’erano tutti: plateale violazione di regole in casa d’altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un’associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l’opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento. Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell’estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia.
Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.
Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere «senza compromettere l’associazione».
I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d’un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.
Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l’ex presidente di Confindustria, D’Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c’è da stupirsi.
Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.
Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti.
Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D’Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto.
Insomma il popolo riformista.
Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un’invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del ‘48. Quella dell’illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell’Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.
Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall’assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.
Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro.
Riuscì addirittura a portarli all’alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l’elastico, all’"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell’Isola dei Famosi. Nell’Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.
Ci sarà anche del buono in quest’altra metà della mela italiana; anzi certamente c’è. Ma non c’è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell’innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E’ il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.
Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l’ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.
Accettò d’esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l’illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l’avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico. Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute.
Con questo po’ po’ di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: «Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti». Non poteva essere più onesto e più chiaro: «Dalle spalle più deboli alle spalle più forti».
La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.
Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod’s viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l’Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.
PIÙ AUMENTANO gli attacchi e le cocenti offese che il presidente del Consiglio uscente lancia verso la magistratura e più si moltiplicano gli appelli ai magistrati affinché non rispondano all’aggressione. Venerdì scorso Ciampi li ha invitati alla pacatezza e all’imparzialità dal suo alto seggio di presidente del Consiglio superiore della magistratura riaffermando ancora una volta il valore dell’indipendenza dell’Ordine giudiziario. L’opposizione di centrosinistra dal canto suo si è astenuta dal commentare l’ennesima offensiva del "premier" condotta fino al parossismo nel discorso milanese di apertura della campagna elettorale.
Comprendo benissimo lo spirito di quegli inviti e di quella voluta prudenza, ma resta il fatto che l’aggressione tra il presidente del Consiglio uscente e i magistrati è un fatto la cui anomalia e gravità non può passare sotto silenzio per la semplicissima ragione che Silvio Berlusconi è, almeno fino al 10 aprile, il titolare del potere esecutivo. Allora la domanda, già posta tante volte ma finora priva di risposta, è questa: può il capo del potere esecutivo aggredire, insultare, delegittimare sistematicamente da cinque anni (tralascio gli anni precedenti) un altro potere dello Stato senza incorrere in alcuna sanzione? Non si configura un conflitto tra poteri che dovrebbe essere oggetto di giudizio presso la sede garante della correttezza di comportamento dei vari organi costituzionali?
I commentatori che si sono occupati di questa questione eccellono di solito nel dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Quelli più attenti a salvaguardare la propria equidistanza non mancano di premettere che «fa male» il presidente del Consiglio ad aggredire la magistratura. Fa male? È sufficiente un biasimo di mera opportunità? Qui si tratta, lo ripeto, d’un grave conflitto istituzionale tra poteri dello Stato provocato dal capo del potere esecutivo. La questione assume quindi una specialissima gravità.
Ho sotto gli occhi un articolo dell’ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, intitolato Ritorno all’imparzialità. Mi sono domandato, prima di leggerlo, se sarebbe stato imparziale a sua volta. Purtroppo non lo è stato e me ne dispiace molto per il conto che faccio dell’intelligenza dell’autore.
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Romano descrive la figura del magistrato quale lui la vorrebbe, anzi quale secondo lui deve essere e non è.
Scrive: «Non basta aver applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un’ombra sull’imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale».
Più oltre rincara la dose: «Un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale».
Secondo Sergio Romano un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi deve comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli della legge. Ma poiché non gli si può vietare di pensare (meno male) deve tuttavia far finta di non pensare, non lasciarsi sfuggire neppure una parola sui suoi pensieri poiché se lo facesse e se quelle parole venissero risapute egli «perderebbe la fiducia dei cittadini». Un monaco, dicevo, senza neppure la possibilità di abbandonare la tonaca. I sacerdoti hanno questa possibilità, possono rinunciare ai voti che presero in un certo momento della vita; ma il magistrato non può. Neppure se la sua carriera si è chiusa per cause anagrafiche. Magistrato è stato e tale morirà. La sua bocca deve restar sigillata per sempre. Altrimenti può essere attaccato e metaforicamente lapidato: se l’è voluta lui.
Ho riferito quasi letteralmente il contenuto dello scritto di Sergio Romano e ancora mi strofino gli occhi incredulo. Non avendo mai letto nulla di simile e poiché (lo scrive lui stesso) il magistrato è comunque una persona pensante, non mi ero mai imbattuto in un invito così scoperto all’ipocrisia. Dovrà fingere di non pensare e anzi di non aver mai pensato, di non aver avuto né fedi né convinzioni, non potrà neppure scrivere un romanzo o un saggio da cui traspariscono inclinazioni culturali e politiche, altrimenti sarà sfiduciato, messo all’indice, e non potrà che prendersela con se stesso. Ah, de Maistre... anche lui, vedi il caso, fu ambasciatore alla corte di San Pietroburgo e anche lui, nelle sue conversazioni non ufficiali, fece indebitamente mostra di aver convinzioni proprie sulla corte dello zar anziché limitarsi ad esprimere la posizione del regio governo che rappresentava. Perciò fu rimosso. Sua eccellenza Romano conosce bene questa storia per averne vissuta una analoga. Mancarono entrambi di ipocrisia e fu un bene per tutti e due. Ma ora pretende che il magistrato ne faccia invece sfoggio riducendosi a un manichino impagliato «quand’anche abbia applicato scrupolosamente la legge e agito con implacabile rigore professionale». Incredibile.
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La premessa sull’indipendenza della magistratura e sugli attacchi che riceve da cinque anni senza soluzione di continuità mi ha preso la mano, lo confesso. Ma ora vengo al merito della questione che mi ero proposto di trattare: il rapporto tra politica, economia, magistratura.
Essa è stata posta infinite volte, l’ultima delle quali dal presidente del Consiglio (sempre lui) quando tre giorni fa ha inopinatamente (?) attaccato la Procura di Milano per essere intervenuta sulla scalata Antonveneta determinando la vittoria della Abn Amro di Amsterdam. Ha anche attaccato la Procura e il "gip" di Parma per aver sospeso Geronzi dalle sue attività professionali per due mesi, poiché su di lui è in corso un’inchiesta connessa alla bancarotta della Parmalat. Secondo il presidente del Consiglio in entrambi i casi la magistratura ha dimostrato la sua faziosità, è uscita dalle sue competenze per interferire nel mercato e anche sui poteri della politica.
Mi ha stupito leggere in proposito un articolo di Paolo Franchi ( Corriere della Sera del 24 febbraio), collega del quale sono estimatore e amico, che dopo aver severamente censurato gli attacchi di Berlusconi, ha tuttavia aggiunto: «Non possono certo essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Franchi auspica che su questo tema si apra un «serrato confronto». Non capisco bene tra chi. Ma per quanto mi riguarda rispondo volentieri al suo invito.
L’azione penale, come sappiamo tutti, si esercita sempre e soltanto nei confronti di persone nella loro individualità e fisicità. Nei casi sopracitati si è esercitata nei confronti di Fiorani, consigliere delegato della Popolare italiana (ex Lodi), nei confronti di Tanzi, presidente di Parmalat, ed ora nei confronti di Geronzi, presidente di Capitalia.
Sono tutti e tre (e gli altri coimputati con loro) presunti innocenti. Geronzi più che mai poiché l’inchiesta su di lui è alle primissime battute. Gli esiti sono dunque ancora lontani. Ma il problema sollevato non è questo. «Non possono essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Giustissimo. E infatti non sono loro a stabilirlo. La scalata della Popolare ad Antonveneta è caduta perché Fiorani con il consenso del suo consiglio d’amministrazione, l’ha inzeppata di reati e di violazioni delle regole stabilite per legge. Tanzi idem, mandando la sua azienda in bancarotta. Geronzi è accusato (a torto o a ragione, si vedrà) di avergli tenuto mano e addirittura di essersi sovrapposto a lui dettandogli i comportamenti da prendere.
E allora? Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati secondo Berlusconi (e anche secondo Franchi)? Non esercitare l’azione penale? La tesi è singolare. L’interdizione di Geronzi non incide affatto sull’azienda bancaria Capitalia come il processo contro Tanzi ha lasciato in piedi Parmalat e quello contro Fiorani non impedisce alla Popolare italiana di portare avanti il suo lavoro. Dov’è dunque il problema? Intendo dire quello di Franchi, perché quello di Berlusconi è chiarissimo: insultare la magistratura, la Procura di Milano e quella di Parma, dare una mano al suo amico Fiorani. Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l’amico di Fiorani, anche nella scalata dei "furbetti" al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata; adesso ne ha finalmente l’indicazione davanti agli occhi.
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Mi resta da fare qualche non peregrina riflessione sulla politica bancaria. Perché una politica bancaria c’è e ci deve essere da parte di qualsiasi governo che si rispetti.
Generalizzando (ma non troppo) si può dire che esistono due orientamenti: uno è quello di affidare quella politica al mercato e alle sue regole, stabilite da leggi che non ne mortifichino l’efficienza ma ne salvaguardino la contendibilità. L’altro è quello di dotare il governo di ampia discrezionalità e capacità d’intervento in favore di obiettivi di bandiera. In sostanza protezionismo nazionale e coordinamento operativo.
Il governo "liberale" Berlusconi-Tremonti è orientato in quest’ultima direzione. Non lo dico io, l’ha detto Tremonti in varie occasioni e soprattutto in una sede ufficiale, nell’ultima riunione del Comitato del credito e del risparmio (Circ) avvenuta qualche giorno fa con la partecipazione di Draghi, neo-governatore della Banca d’Italia.
Lo strumento operativo indicato dal ministro dell’Economia è per l’appunto il Circ, che dovrebbe coordinare gli accorpamenti bancari dando la preferenza a quelli tra banche italiane e ostacolando le Opa non gradite al governo, modificando se necessario la legge vigente sulle Offerte pubbliche. L’obiettivo è quello di favorire la nascita di banche italiane più forti, capaci di confrontarsi con le istituzioni straniere da posizioni di maggior peso. Di fatto ciò equivale all’imposizione di dazi e contingentamenti. Cioè la fine del mercato comune tutte le volte che non vi sia reciprocità nel paese cui appartiene l’assaltatore. Insomma un ritorno all’italianismo di Fazio, con un po’ di belletto per renderlo presentabile.
Essendo tuttavia, questa discrezionalità interventista, affidata ad un organo governativo come il Circ ed essendo da esso coordinate tutte le Autorità di garanzia, Banca d’Italia inclusa, si avrebbe un ritorno dal mercato all’autorità politica del governo in barba all’autonomia della Banca d’Italia e alle liberalizzazioni fragorosamente strombazzate.
Da notare che il partito Ds ha da tempo presentato in Parlamento una proposta di legge per abolire il Circ, ritenuto un organo ormai inutile data la presenza delle Autorità di garanzia. Il tema di questo importante dissenso ha il suo perno nel concetto di reciprocità. Se paesi come la Francia, come dimostra la barriera eretta contro l’Enel, (ma non la Francia soltanto) privilegiano la difesa delle banche e delle imprese nazionali, non dobbiamo anche noi scendere sullo stesso terreno?
Tremonti dice di sì e lo dice anche Draghi che si è espresso allo stesso modo dinanzi al Circ e al Consiglio superiore della Banca d’Italia. Viva dunque i campioni nazionali. Anche se poco efficienti? Non sempre infatti l’accorpamento va in direzione dell’efficienza. Talvolta, anzi spesso, accade il contrario. Ma l’accorpamento di bandiera diminuisce la contendibilità della preda. Se questa tendenza si affermerà il mercato comune europeo cesserà di fatto di esistere come ha giustamente osservato il nostro collega Bonanni da Bruxelles. Il tema della (sacrosanta) reciprocità va dunque posto a Bruxelles alla Commissione Europea. È lì che bisogna risolvere la questione, non azzerando il mercato comune.
Quest’involuzione protezionistica è evidente ma non stupisce in Tremonti, colbertiano dichiarato e confesso. Stupisce piuttosto in Draghi, del quale non risultava una particolare inclinazione verso il ministro del Re Sole.
A proposito di Draghi, arrivato in Banca d’Italia dopo un brillante servizio nella Banca d’affari americana Goldman Sachs: la Banca d’Italia è la più alta «magistratura» del sistema bancario. Dovrebbe quindi valere la regola che non possa accedere alla sua guida chi abbia avuto posti di comando in banche private di affari e quindi inevitabile commercio con questo o con quell’operatore sul mercato nazionale e internazionale. Se per un magistrato la regola di "monachesimo" deve durare tutta la vita, non dovrebbe durare almeno per qualche anno per un banchiere privato prima di varcare i cancelli di via Nazionale? Sottopongo questa riflessione all’intelligenza di Sergio Romano.
Titolo originale: Rebuilding the American dream machine – Traduzione per Eddyburg di fabrizio Bottini
PER ogni college d’America gennaio è un mese di bilanci. La maggior parte delle richieste per il prossimo anno accademico che inizia in autunno devono essere fatte entro la fine di dicembre, e così la popolarità di un’università si calcola con un criterio obiettivo: quanta gente vuole frequentarla. Uno degli uffici che meno probabilmente sarà inondato di posta è quello della City University of New York (CUNY), college pubblico che non ha tra le altre cose una squadra sportiva famosa, un campus bucolico o feste scatenate (non ha nemmeno gli spazi), e sino a tempi recenti neppure credibilità accademica.
Un elemento di attrattiva alla CUNY è il programma per studenti particolarmente dotati, attivato nel 2001. Circa 1.100 dei 60.000 studenti delle cinque scuole superiori della CUNY, ricevono una cosa rara nel mondo costoso dei colleges americani: istruzione gratuita. Chi è ammesso al programma di sostegno della CUNY non paga tasse; riceve invece uno stipendio di 7.500 dollari (a contributo delle spese generali) e un computer portatile. Le richieste di ammissione ai corsi del prossimo anno sono oltre il 70%.
Essere ammessi poi non ha particolari rapporti con l’essere un atleta, o figlio di un ex alunno, o dotati di sponsor influente, o appartenere a un gruppo etnico particolarmente discriminato, tutti criteri sempre più importanti nelle università di élite d’America. La maggior parte degli studenti che fanno richiesta per lo honours programme vengono da famiglie relativamente povere, molte di immigrati. Tutto quello che si chiede, alla CUNY, è che questi studenti siano dotati e diligenti.
Lo scorso anno, la media realizzata nei test di ammissione per questo gruppo è stata nel 7% più elevato del paese. Fra il resto degli studenti CUNY le medie sono più basse, ma stanno quasi entrando nel terzo superiore (erano in quello più basso nel 1997). La CUNY non compare insieme a Harvard o Stanford nell’elenco delle università di punta americane, ma la sua recente trasformazione offre un’efficace parabola di meritocrazia rivisitata.
Fino agli anni ‘60, si poteva anche sostenere che la miglior qualità nell’educazione superiore in America non si trovasse a Cambridge o a Palo Alto, ma a Harlem, in una piccola scuola pubblica chiamata City College, nucleo centrale della CUNY. Prima libera università municipale d’America, fondata nel 1847, offriva i suoi servizi a chiunque fosse abbastanza brillante secondo i propri selettivi criteri.
L’età d’oro del City fu nel secolo scorso, quando i colleges più conosciuti d’America limitavano il numero di studenti ebrei ammessi, esattamente nel momento in cui New York pullulava dei brillanti figli degli immigrati poveri ebrei. Fra il 1933 e il 1954 il City laureò nove futuri premi Nobel, fra cui il vincitore del 2005 per l’economia, Robert Aumann (laureato nel 1950); la Hunter, ex college femminile affiliato, ne ha prodotti due, e una sede di Brooklyn un altro. Il City ha formato Felix Frankfurter, figura chiave della Corte Suprema (classe 1902), Ira Gershwin (1918), Jonas Salk, inventore del vaccino antipolio (1934) e Robert Kahn, uno degli artefici di internet (1960). Ambiente di sinistra negli anni ’30 e ‘40, il City ha figliato molti degli intellettuali neo-conservatori poi passati alla destra, come Irving Kristol (classe 1940, attività extrascolastica: gruppo pacifista), Daniel Bell e Nathan Glazer.
Dove si è sbagliato? Detto in parole semplici, il City ha lasciato cadere i propri criteri qualitativi. Ciò si deve in parte a questioni demografiche, in parte a impegnata confusione mentale. Negli anni ‘60, le università di tutto il paese subivano un’intensa pressione per ammettere studenti delle minoranze. Anche se il City era aperto a tutte le etnie, solo un piccolo numero di neri e ispanici superava i rigidi test di ammissione (come un futuro segretario di stato, Colin Powell). Questo, decisero i critici, non poteva essere coerente alla missione del City di “servire tutti i cittadini di New York”. In un primo tempo i criteri vennero allargati, ma non era ancora abbastanza, e nel 1969 una massiccia protesta studentesca fece chiudere il campus per due settimane. Di fronte alla sollevazione, il City abolì del tutto i criteri di ammissione. Nel 1970, quasi ogni studente diplomato alle superiori di New York poteva frequentare.
La qualità dell’insegnamento precipitò. Dapprima, senza alcuna barriera d’ingresso, aumentarono le iscrizioni, ma nel 1976 la municipalità di New York, allora in bancarotta, obbligò la CUNY a imporre tasse universitarie. Era finita l’epoca dell’istruzione gratuita, e un’università che aveva servito uno scopo tanto alto scivolava nell’opacità dei ranghi inferiori del sistema educativo americano.
Al 1997, sette su dieci studenti del primo anno alla CUNY non riuscivano a superare una prova di base di lettura, scrittura o matematica a livello di scuola superiore. Un rapporto commissionato dalla municipalità nel 1999 concludeva che “ Elemento centrale della missione storica della CUNY è l’impegno a offrire un ampio accesso, ma l’alto livello di abbandono e i bassi standard di laurea pongono il problema: accesso a cosa?”
Utilizzando questo rapporto come arma, furono imposte profonde riforme dall’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da un altro ex alunno, Herman Badillo (1951), primo eletto portoricano al Congresso. A capo del CUNY fu nominato Matthew Goldstein, un matematico (1963), che ha poi riportato il centro dell’attenzione sugli alti livelli formativi, fra notevoli contrasti.
Per esempio, nel 2001, tutti gli 11 senior college della CUNY (quelli ad esempio che offrono corsi di quattro anni) non offrivano più una formazione di base. Ciò ha provocato clamori da parte del corpo docente che sosteneva come si sarebbero “create separazioni e ghetti fra i vari livelli delle scuole”, tenendo studenti neri e ispanici fuori dalle migliori. In realtà, la composizione razziale delle senior schools, esaminata in modo ossessivo dai critici, è restata in gran parte la stessa: uno studente su quattro è nero, uno su cinque è latino. Un terzo è legato alle comunità portoricana, giamaicana, cinese o dominicana.
I criteri di ammissione sono stati elevati. Gli studenti che chiedono di entrare nei senior college della CUNY devono avere valutazioni di buon livello nazionale, statale, o della CUNY, e i criteri di ammissione ai programmi di sostegno economico sono i più rigidi nella storia dell’università. Al contrario di quanto avevano previsto i critici di Goldstein, gli standards più elevati attirano più studenti, non di meno: quest’anno le iscrizioni hanno fatto segnare un record. Ci sono anche segnali più informali che la CUNY stia di nuovo raccogliendo i soggetti locali più brillanti, soprattutto nelle scienze. Una delle classi avanzate di biologia al City ora ha il doppio degli studenti che aveva alla fine degli anni ‘90. L’anno scorso, due studenti entrambi nati nell’Unione Sovietica hanno ottenuto il titolo Rhodes, e uno nato nel Bronx dopo aver vinto l’ambito Intel Science Prize è nel programma di sostegno.
Tutto questo non significa che la CUNY è fuori dai guai. Gran parte appare degradata. Il bilancio annuale di 1,7 miliardi di dollari è restato identico, anche se il numero di studenti è aumentato. Con le finanze di New York City ancora in uno stato di precarietà, il sostegno municipale e statale all’università in termini reali è diminuito di oltre un terzo rispetto al 1991. Ma sono cominciati a entrare soldi privati.
In autunno aprirà una nuova scuola di giornalismo, sostenuta da una donazione di 4 milioni della famiglia Sulzberger, che controlla il New York Times, e guidata dall’ex direttore di Business Week, Steve Shepard (classe 1961). I tentativi di raccogliere una donazione di 1,2 miliardi hanno superato la mezza strada, con l’aiuto (prima assente) degli ex alunni. L’ex presidente Intel, Andrew Grove, laureato al City nel 1960 come immigrato ungherese senza un centesimo, ha donato 26 milioni (circa il 30% del bilancio esecutivo del City) alla scuola di ingegneria, definendo la sua alma mater “una vera macchina del Sogno Americano”.
C’è qualcosa in più da imparare dalla vicenda della CUNY, in particolare per quanto riguarda la creazione di opportunità di istruzione superiore per i poveri. Attualmente, solo il 3% degli studenti americani nei colleges di punta viene da famiglie a basso reddito, e solo il 10% da famiglie a reddito medio-basso, secondo una ricerca di Anthony Carnevale e Stephen Rose per la Century Foundation. La maggior parte degli studenti sono senza problemi economici, e c’è abbondanza di minoranze etniche, che ricevono un trattamento preferenziale indipendentemente dalla loro situazione economica.
Con tutte le imperfezioni, il modello CUNY di tasse ridotte e alti livelli formativi propone un approccio diverso. E la sua storia recente può contribuire a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli accademici scoraggiano studenti e donazioni. “Elitarismo”, sostiene Goldstein, “non è una parolaccia”.
Chi andrà al Quirinale? Chi a palazzo Chigi? Chi al senato, chi alla camera, chi nei municipi delle città in cui si rinnovano i governi comunali, chi andrà con chi nei movimenti interni ai partiti e alle coalizioni? Anno elettorale, annus terribilis: rischiamo di non sentire parlar d'altro, già non si sente parlar d'altro. E quando il palco della rappresentanza occupa tutta la scena, con le sue luci abbaglianti nasconde sempre quello che rappresentato non è, e talvolta nemmeno rappresentabile. Tutta la politica che si fa fuori da quel palco, non per amore di quelle luci ma per amore del mondo, come diceva Hannah Arendt; e in Italia se ne fa tanta, e si deve non poco a questa politica irrappresentata e irrappresentabile se restiamo in piedi malgrado il declino e malgrado le crepe sempre più profonde nella crosta della politica istituzionale. Auguriamoci dunque che le luci abbaglianti del gioco del «chi» non nascondano troppe cose, fatti e persone più vitali e meno rugosi. Auguriamoci anche di poter restare al mondo e di poter continuare ad abitare lo spazio pubblico senza dover imparare per forza che significa aggiottaggio, insider trainer, plusvalenza, opa, scalata eccetera eccetera. Ci sono lingue che è bene imparare per comunicare con più mondi, e lingue che servono solo per entrare in mondi ristretti che hanno pochissimo da dire. Auguriamoci anche di non impararle, queste lingue ristrette, dalle intercettazioni telefoniche, che sono una schifezza sia che peschino a sinistra sia che peschino a destra. Un buon anno sarebbe un anno che facesse scendere l'Italia nella classifica dei paesi più spioni del mondo.
Un buon anno sarebbe anche un anno che, invece di far diventare pubblico il privato con le intercettazioni sulla stampa e il gossip in tv, facesse ridiventare politico il personale. Fra le due circostanze c'è un abisso, anche se sembra una differenza di dettaglio. Auguriamoci che le manifestazioni prossime venture a sostegno della 194 non si limitino a difendere un diritto ma servano a far uscire dal buco del privato quelle esperienze, ragioni, passioni personali che la politica dovrebbe ridiventare in grado di ascoltare e di raccogliere: che servano a parlare di sessualità e non solo di aborto, di desiderio e non solo di fecondità o sterilità, di amore e non solo di pacs, di relazioni e non solo di matrimoni etero e omosessuali. Auguriamoci anche che facciano tesoro del femminismo degli anni settanta, ma senza somigliargli troppo: c'è già Casini (Carlo) a incarnare l'eterno ritorno dell'uguale, alle donne - come sempre - conviene fare differenza, anche da se stesse.
E naturalmente da come gli altri le vorrebbero. Auguriamoci che le signore scandinave che dovranno per forza, quote rosa alla mano, entrare nei consigli d'amministrazione delle aziende se ne inventino qualcuna per smarcarsi dagli obblighi paritari. Auguriamoci che gli obblighi paritari non diventino un catechismo interiorizzato anche nei paesi come l'Italia, in cui di quote rosa non se ne parla né nei consigli d'amministrazione né nei parlamenti, e non per amore della differenza ma per zelo della misoginia. Auguriamoci che le donne al governo, in Germania in Cile e dovunque siano, mettano un segno di grazia in un mondo sgraziato. Un buon anno sarebbe un anno con la grazia, non quella divina ma quella di cui gli umani sanno essere capaci quando la posta non è lo scontro ma la cura della civiltà.
Una volta esaurita la fase cruciale della investitura della presidenza della Repubblica, delle cariche istituzionali e degli incarichi governativi, il nuovo governo Prodi sarà presto, speriamo, sulla linea di volo. Sarà allora tempo di allacciare le cinture. Tanto più che il volo del nuovo governo dovrà affrontare non lievi turbolenze. Fuor di metafora, è necessario che una compagine governativa che poggia su una maggioranza risicata trovi in sé stessa la compattezza e la disciplina necessaria per persuadere gli italiani di saper governare. Ciò richiede che essa agisca energicamente e parli sobriamente, con chiarezza, e soprattutto con concordia. Sarebbe quanto mai opportuno dare un bel taglio agli «assolo» dei vari esponenti della coalizione. Perché non affidare a un portavoce il compito di spiegare la posizione del governo e anche le divergenze che inevitabilmente insorgono in ogni maggioranza, anche la più omogenea, evitando le passerelle televisive e minimizzando le esternazioni individuali? Ciò comporterebbe un confronto costante tra i numerosi partiti della coalizione: per esempio, attraverso la costituzione di un comitato permanente, uno steering committee che lavori a tempo pieno per raggiungere un accordo sulle inevitabili questioni controverse, prima di invadere le pagine dei giornali con il brutto vizio dei battibbecchi privati che non si traducono certo in pubbliche virtù; e compromettono gravemente il prestigio e la credibilità del governo e della sua maggioranza.
Mi rendo conto che allacciare le cinture è un arduo sacrificio per leader grandi e piccoli (soprattutto per questi ultimi) che aspirano alla più ampia visibilità dei loro movimenti. Saranno in grado di pagare questo ovvio costo del governare? È difficile non dubitarne. Ma è altrettanto vero che una spada di Damocle oscilla sulle loro teste: la minaccia del ricorso alle urne nel caso di una crisi della maggioranza. Ebbene: Damocle non dovrebbe lasciar dubbi sulla sua volontà di valersene, se fosse necessario.
Un governo provvisto di questo capitale di serietà può affrontare con fiducia i compiti gravi che lo fronteggiano. Il primo, è ovvio, è una strategia di risanamento dalla pesante eredità di una finanza pubblica in pericolosa difficoltà. Il governo precedente era convinto di "assistere" a una grande fase di sviluppo contando sull´onda favorevole di una economia mondiale in crescita. Scommessa rovinosa e perduta. Così, non solo non si è promossa la crescita interna, ma si è dissestata una finanza pubblica che faticosamente i precedenti governi erano riusciti a rimettere sulla buona strada. Quello che l´ex premier ha definito il miglior governo della Repubblica ha distrutto l´avanzo primario del bilancio, ha aumentato l´indebitamento annuale ben oltre il limite convenuto con Bruxelles, ha invertito la tendenza che era stata finalmente avviata alla riduzione del colossale debito pubblico, viaggia ormai verso il 108 per cento del prodotto nazionale. Che cosa poteva fare di più? Oggi sembra che davvero la crescita mondiale sia in deciso aumento. Pur con tutte le riserve prudenziali, questa sarebbe, per il governo di centrosinistra, una bella fortuna. E per Silvio Berlusconi un´amara beffa. Generali sfortunati, diceva cinicamente Napoleone, non fanno per me (figuriamoci quando credono di essere Napoleone!). D´altra parte, se Prodi, come alcuni sostengono, è accarezzato dalla fortuna, questo mi pare un indennizzo provvidenziale ai guai che il centrodestra gli ha lasciato in eredità. Si tratta però di un indennizzo ancora tutt´altro che scontato e comunque insufficiente. La strategia di risanamento comporta un programma da impostare subito ? bisogna arginare al più presto la possibile deriva di sfiducia dei mercati ? ma da attuare in un triennio, concordandola con Bruxelles.
Un governo di centrosinistra dovrebbe essere, però, anche un governo di forti iniziative riformatrici, che definisca in un vasto progetto di sviluppo dell´economia e della società italiana, entro un orizzonte di tempo più vasto, i traguardi che questo paese vuole darsi per assumere la condizione di equa prosperità e il ruolo di soggetto politico che gli spetta nella comunità delle grandi nazioni europee. Penso che al centro di questo progetto dovrebbe essere posta la valorizzazione della risorsa sulla quale non dobbiamo temere competizioni: l´immenso patrimonio territoriale storico culturale artistico dell´Italia. Ciò richiede una decisiva inversione di tendenza rispetto all´attuale vergognoso degrado di risorse, di idee, di competenze e di coraggio. Esige priorità per grandi progetti di risanamento ambientale e urbano, specie nel Sud: di infrastrutturazione, di organizzazione turistica, di promozione culturale. Comporta una posizione centrale dei soggetti responsabili dell´ambiente e dei beni culturali nel governo del Paese.
Un governo veramente riformatore dovrebbe, inoltre, realizzare finalmente la radicale modernizzazione di una pubblica amministrazione ancora vetusta. Si dice: meno Stato. Si dovrebbe dire: uno Stato migliore, agile ed efficiente. La riforma dello Stato è identificata dalla stoltezza convenzionale con le privatizzazioni: che poi, o non si fanno, o si fanno solo per incassare quattrini, spostando strutture monopolistiche dal settore pubblico a quello privato. Una riforma modernizzatrice dovrebbe riorientare l´amministrazione verso la pianificazione strategica, introdotta in America ormai da lungo tempo (all´insegna del reinventing government) ristrutturando nel senso della definizione degli obiettivi e del controllo dei risultati monumenti burocratici e autoreferenti come la Corte dei conti e la Ragioneria dello Stato.
Dovrebbe, infine, riprendere in grande stile la procedura di consultazione: sui grandi temi economici e sociali, con imprenditori e sindacati; su quelli territoriali, con le Regioni e le parti sociali, in veri e propri patti regionali di sviluppo.
Debole nei numeri della sua maggioranza, un governo ricco di idee innovatrici può diventare fortissimo conquistando il consenso popolare grazie alla credibilità del suo progetto. Gli italiani tutti gli saranno grati se gli si risparmierà la giornaliera chiacchiera televisiva, con la sfilata dei soliti noti, e gli si assicurerà, in operoso silenzio, servizi degni di un Paese moderno.
Primo paradosso, il pianto sulle due Italie e sul paese spaccato a metà in quegli stessi cantori del maggioritario che questa spaccatura l'hanno voluta e costruita. Che la società italiana sia una società divisa - per interessi, valori, ideologie - è sempre stato vero (quale società non lo è?) ed è sempre stato il sale del conflitto politico. Che questa divisione andasse rappresentata e forzata, politicamente e mediaticamente, nello schema bipolare «o di qua o di là», invece non era detto e non era neanche vero: è stato un risultato, tenacemente perseguito, della religione bipolar-maggioritaria nata sulle ceneri di Tangentopoli. Rappresentazione appunto schematica, che (l'ha notato pochi giorni fa Rossanda) occulta o semplifica molte divisioni trasversali ai due schieramenti. Ma che a sua volta, come ogni rappresentazione, produce realtà, o effetti di realtà. Alla fine, insomma, lo schema bipolare ha bipolarizzato la società, con l'aiuto determinante delle forzature ideologiche (altro che modernità disincantata) che Berlusconi ci ha messo: sulla proprietà (niente tasse), sull'identità (niente immigrati), sull'anticomunismo, puntando come sempre alle viscere dell'Italia profonda (come il Berlusconi di sempre, e come Bush del secondo mandato, solo che Bush all'anticomunismo sostituisce l'antiterrorismo). Perché meravigliarsi se l'Italia è spaccata? E perché meravigliarsi se si può «vincere tutto» con un solo voto di scarto? La religione bipolar-maggioritaria questo promette e questo mantiene. Se spacca in due il paese bisognerebbe casomai - e finalmente - interrogarsi sulla sua validità.
Con un voto di scarto infatti si vince, ma non è detto che si convinca (e tantomeno che si governi). Da cui il secondo paradosso, la sensazione di una vittoria (ai punti) che in realtà è una mezza sconfitta (politica). Sensazione diffusa nell'elettorato di centrosinistra, aldilà dell'opera di delegittimazione del risultato perseguita da Berlusconi. Qui però bisogna distinguere: l'opera di Berlusconi va bloccata, ma quella sensazione va ascoltata e analizzata. Berlusconi fa il suo gioco di sempre, come sempre puntando più uno. Il gioco di sempre è: le regole non contano niente; il più uno di oggi è: le regole elettorali non contano niente, basta negare l'evidenza del risultato. Anche in questo caso le parole, a lungo andare, producono effetti di realtà (è il meccanismo dello spot pubblicitario), sì che nessuno, neanche dalle più alte cariche dello stato, fa presente al Cavaliere che delira; e il suo gioco di sempre stavolta può diventare molto più pericoloso che in passato (chi invita alla vigilanza democratica non esagera). Ma in quel senso di vittoria dimezzata non c'è solo la paura che le istituzioni non reggano all'assalto di Berlusconi e l'amara constatazione che metà del paese continua a premiarlo (e non premia le sue promesse come nel '94 e nel 2001 ma il suo governo). Ci sono molte altre cose che riguardano il campo nostro e non il gioco suo. C'è la delusione per un risultato che si sperava più solido. C'è un senso di debolezza, non rassicurato dal poco credibile tono trionfale delle prime dichiarazioni di Prodi. C'è una scarsa identificazione in uno schieramento che ha condotto la più grigia campagna elettorale della storia repubblicana, senz'altri argomenti dai soldi e dalle tasse, senza mondo (guerra, Europa, politica estera) e senza passioni. Prodi conta sul fatto che l'esiguità del vantaggio compatterà la coalizione: può darsi che funzioni in parlamento, ma nell'elettorato?
Nell'elettorato, può darsi invece che la malinconica distanza dalla politica cresca. Il terzo paradosso della situazione è che arrivati a quella che tutti definiscono «una democrazia matura» (cioè bipolare), si scopre che si tratta in realtà di una democrazia svuotata. In cui tutte le attese di cambiamento si concentrano sull'attimo del voto, e il voto in un attimo le delude. E in cui la società è ormai la grande assente e la grande sconosciuta: compulsata (male) dai sondaggi, ignota alle sedi della rappresentanza (la classe politica) e della rappresentazione (i media). Siamo alla quarta elezione, senza contare il referendum sulla procreazione assistita, in cui il risultato spiazza le aspettative: forse dovremmo trarne qualche conseguenza, nella classe politica e nei media.
Per ultimo il paradosso più paradossale di tutti. Stando le cose come stanno, il referendum sulla Costituzione riacquista il rilievo che la campagna elettorale gli ha tolto cancellandolo dal discorso.