ROMA - Alle sei del pomeriggio il deputato dimissionario Paolo Cacciari, barba grigia molto curata, fratello "massimalista" del sindaco riformista di Venezia, è nel suo studio al quarto piano di palazzo Marini. Su una scrivania lo scatolone pieno a metà di cartelle e fascicoli dei suoi due mesi di vita parlamentare. Il cellulare squilla in continuazione. In tivù Franco Giordano, il segretario del suo partito, sta spiegando in aula le ragioni del sì al decreto che rifinanzia le missioni militari.
Onorevole Cacciari, Giordano sta dicendo che la pace è qualcosa che in politica si costruisce giorno per giorno, a piccoli passi. Perché non ha condiviso questa linea e si è dimesso, all’improvviso?
«Mi spiace molto aver spiazzato i compagni. Giudico però questo dibattito parlamentare inadeguato e insufficiente. Si è avvitato su un carro armato in più e un fucile in meno. Io vengo dalla scuola della non violenza, sono promotore di quel convegno che ogni anno sull’isola di San Servolo a Venezia mette insieme e cerca di contaminare il movimento operaio con le posizioni anarchiche e le pratiche pacifiste e non violente. Bertinotti mi ha scelto per questo. E io cosa faccio? Vengo qui e rinnego tutto? Non è possibile. Così ho raccolto l’invito avanzato da Sofri sulle pagine di Repubblica e lascio libero il mio seggio(l’articolo è sulla scrivania sottolineato in rosso e blu, ndr)».
Si è dimesso per un problema etico e di coscienza? La politica non sempre ha queste priorità...
«Io credevo, e lo credo ancora, che Rifondazione sia il partito che mette fine alla divisione tra etica e politica. Ho iniziato così il mio intervento stamani: "Questa volta la politica non mi aiuta a tenere insieme ragionamento e convinzione". E ho citato Bobbio: "L’etica della responsabilità è quella della coscienza"».
Nel discorso con cui ha spiegato le dimissioni, lei però riconosce che la mozione parlamentare e il disegno di legge sono "le migliori possibili nelle condizioni date".
«Ma la coscienza mi dice anche che le carneficine in corso in Medio oriente avrebbero bisogno di una rottura netta e immediata con le pratiche e le scelte fatte finora dall’Italia e dall’Occidente».
E’ consapevole che la sua scelta apre la strada a una sconfitta della maggioranza al Senato?
«Sia chiaro che io, al contrario di Strada, non brindo se cade questo governo. Ma sono anche tristissimo se da questo governo non arriva un contributo alla crescita di una cultura non violenta e di pace. Ho cercato di fare la cosa più indolore per la maggioranza».
Cosa doveva fare, secondo lei, il governo per segnare la discontinuità in politica?
«Io riconosco una discontinuità in politica estera a questo governo. Ma i contingenti Onu in Libano e Palestina e le missioni militari di pace sono un’abdicazione della politica. Ed è un’illusione suicida credere che siano la soluzione del problema».
Quindi?
«Quindi penso ai corpi di pace, alla diplomazia dal basso, alla cooperazione, alla confidence building, alla costruzione del consenso. Ma tutto questo sembra politica di serie b».
A chi ha rassegnato le dimissioni?
«Al Presidente della Camera».
Cosa dice ai vertici di Rifondazione?
«Che ho rotto un mandato politico che il partito ci ha chiesto ripetutamente di non tradire. Per questo restituisco il mio mandato».
La partita più bella l'Italia non l'ha vinta in Germania con un rigore all'ultimo minuto, l'ha vinta in casa, con un punteggio straordinario, dopo svariati ed estenuanti anni di gioco. Quel perentorio 61,7% di No alla controriforma costituzionale che avrebbe dovuto suggellare l'era berlusconiana acquista tanto più valore con quell'inatteso 53,6% di partecipanti al voto, che dopo dieci anni di quorum mancato riabilita, proprio sulla Carta fondamentale, l'istituto referendario e la vigilanza popolare sulle scelte politiche. Il No c'era il rischio che perdesse, ma c'era anche il rischio che vincesse di misura, con una partecipazione svogliata che avrebbe indirettamente autorizzato il ceto politico, di destra e di sinistra, a continuare a trattare la Costituzione come cosa propria, disponibile allo scambio politico. Così non è stato e i numeri parlano chiaro: la Costituzione è di tutti, e nel momento di massimo rischio i suoi titolari se la sono presa in mano per presidiarla e confermarla.
L'inatteso e non necessario quorum raggiunto oggi riporta alla mente il mancato quorum, altrettanto inatteso ma necessario, del referendum del '99 sull'abolizione della quota proporzionale dal «Mattarellum». Quel quorum mancato di allora pose fine alla favola bella del maggioritario come panacea di tutti i mali che aveva accompagnato i primi dieci anni della transizione italiana. Il quorum raggiunto di oggi mette fine alla favola bella della riforma costituzionale come protesi indispensabile di una modernizzazione senza qualità che ha accompagnato anche gli anni successivi. Allora come oggi ne viene travolto e sepolto lo schema semplificato vecchio-nuovo di cui si accontenta una politica immiserita negli obiettivi e nelle pratiche.
Posto di fronte a un quesito fondamentale sulla legge fondamentale, il paese «spaccato in due» della retorica postelettorale di poche settimane fa ha ritrovato una sua fondamentale unità, irrispettosa del bipolarismo coatto. Ha detto No all'egoismo sociale, al mito del Capo e alla servitù volontaria che nelle intenzioni dei riformatori avrebbero dovuto sostituire i principi della solidarietà, dell'uguaglianza, della rappresentanza scritti in Costituzione. Anche la divisione territoriale artatamente costruita fra un'Italia moderna e produttiva e un'Italia passatista e dipendente ne esce ridimensionata: trionfante al Sud il No alla devolution vince anche al Nord, e il 51,8% che conquista a Milano parla chiaro quanto e più del 68,4% che incassa a Palermo o dell' 82,5% in Calabria. Spiace per Bossi e per Speroni,ma se andranno in Svizzera pochi li seguiranno. Spiace per Berlusconi e Fini, ma tre sconfitte in tre mesi, e quest'ultima più di tutte, dicono che il vento del '94 ha smesso di soffiare. Sulla posta in gioco cruciale e ultimativa, quella del sovversivismo costituzionale della destra estranea al patto del '48, il paese ha messo l'alt.
Ma l'ha messo anche sul vizio di giocare col fuoco della revisione che incanta al centro e a sinistra anche gli eredi di quel patto. Che i loro leader provassero a incassare la vittoria del No come un'autorizzazione a procedere sulla strada delle riforme perseguita in passato era del tutto scontato; e tuttavia suona oggi del tutto stonato. Quel No ha un altro suono. Rilegittima una Costituzione che anche loro hanno colpevolmente contribuito a delegittimare. E obbliga anche loro a sottostare alla sua autorità. Come tutte le leggi umane, la Carta del '48 non è intoccabile, ma nell'ambito dei suoi principi e delle sue procedure. Dopo il voto di ieri, fantomatiche commissioni, convenzioni e assemblee costituenti sono diventate improponibili, come pure ipotetiche riscritture complessive. La revisione costituzionale possibile torna a essere puntuale, affidata al parlamento, sottratta al capriccio delle maggioranze e, si spera, assicurata a un 138 al più presto riformulato.
Due anni prima di morire mio padre mi consegnò un valigetta piena di suoi scritti, manoscritti e taccuini. Assumendo la sua solita espressione ironica e scherzosa mi disse che voleva che li leggessi dopo che se n´era andato, intendendo con ciò dopo la sua morte.
«Dai un´occhiata», disse con aria di lieve imbarazzo. «Guarda se c´è dentro qualcosa che ti può servire. Forse, dopo che me ne sarò andato, potrai fare una cernita e pubblicare il materiale».
Eravamo nel mio studio, circondati da libri. Mio padre cercava un posto dove posare la valigetta andando avanti e indietro come chi voglia liberarsi di un penoso fardello. Infine la depose con discrezione in un angolo dove non avrebbe dato fastidio. Una volta passato questo momento un po´ imbarazzante ma indimenticabile, riprendemmo la leggerezza tranquilla dei nostri soliti ruoli, le nostre personalità sarcastiche e disinvolte. Parlammo come sempre facevamo delle piccole cose della vita quotidiana, degli infiniti problemi politici della Turchia e delle avventure imprenditoriali di mio padre, per lo più fallimentari. Ne discorremmo senza troppo rammarico.
Ricordo che, andato via mio padre, per giorni passai accanto alla valigetta senza neppure sfiorarla. Conoscevo dalla mia infanzia quella piccola borsa di pelle nera, la sua serratura, gli angoli arrotondati. Mio padre la teneva sempre con sé nei brevi spostamenti e talvolta la usava per portare documenti al lavoro. Ricordo che, da bambino, quando tornava da un viaggio aprivo quella valigetta e frugavo tra le sue cose, beandomi del profumo di colonia e di paesi stranieri. Quella valigetta era una presenza amica e familiare, mi ricordava intensamente l´infanzia, il mio passato, ma ora non riuscivo neppure a toccarla. Perché? Senza dubbio dipendeva dal peso misterioso del suo contenuto.
Parlerò ora del senso di questo peso. È il senso del lavoro di un uomo che si chiude in una stanza, che, seduto a un tavolo o in un angolo, si esprime per mezzo di carta e penna, vale a dire il senso della letteratura. Nel momento in cui toccai la valigia di mio padre pur senza riuscire ad aprirla, sapevo che cosa contenevano alcuni di quei taccuini. Avevo visto mio padre intento a scrivere su alcuni di essi. Non era la prima volta che avevo sentito parlare del pesante carico contenuto nella valigia. Mio padre aveva un´ampia biblioteca. Da giovane, alla fine degli anni ‘40, aveva aspirato a diventare poeta, a Istanbul, e aveva tradotto Valery in turco, ma non aveva voluto vivere la vita riservata a chi scriveva poesie in un paese povero con pochi lettori. Il padre di mio padre, mio nonno, era stato un ricco uomo d´affari, suo figlio aveva vissuto una vita agiata da bambino e da ragazzo e non aveva intenzione di cadere in ristrettezze in nome della letteratura. Amava la vita e tutte le sue piacevolezze, e lo capivo.
La prima cosa che mi tenne lontano dal contenuto della valigetta di mio padre era, ovviamente, il timore di non gradire ciò che avrei letto. Mio padre lo sapeva, e per questo si era preoccupato di far finta di non prendere troppo sul serio il contenuto della borsa. Ne fui addolorato, dopo 25 anni passati a scrivere, ma non volevo neppure irritarmi con lui perché non prendeva la letteratura abbastanza sul serio...
Il mio vero timore, la cosa essenziale che non volevo sapere o scoprire era la possibilità che mio padre fosse un bravo scrittore. Non riuscivo ad aprire la valigetta di mio padre perché temevo questo. Peggio ancora, non riuscivo neppure a confessarlo a me stesso. Se dalla valigetta di mio padre fosse emersa della vera, grande letteratura, avrei dovuto ammettere che dentro mio padre esisteva un uomo del tutto diverso. Era una possibilità che mi spaventava. Perché anche alla mia non più tenera età volevo che lui fosse soltanto mio padre, non uno scrittore.
Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno, e del mondo che lo rende la persona che è: quando parlo di scrivere, la prima cosa che mi viene in mente non è un romanzo, una poesia o una tradizione letteraria, è una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e, da solo, si concentra su se stesso, tra le sue ombre costruisce un mondo nuovo con le parole.
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Avevo timore ad aprire la valigetta di mio padre e a leggere i suoi taccuini perché sapevo che non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, la folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia. Ma poi i miei pensieri presero una direzione diversa. Queste idee, questi sogni di rinuncia e pazienza, erano pregiudizi che avevo tratto dalla mia vita e dalla mia personale esperienza di scrittore. C´erano moltissimi scrittori geniali che conducevano una vivace, brillante vita sociale e familiare fatta di compagnia e allegre conversazioni. Inoltre mio padre quando eravamo piccoli, stanco della monotonia della vita familiare, ci lasciò per andarsene a Parigi, dove, come tanti autori, sedeva nella sua stanza d´albergo a riempire taccuini. Sapevo anche che alcuni di quei taccuini si trovavano nella valigetta perché qualche anno prima di portarmela egli aveva finalmente iniziato a parlarmi di quel periodo della sua vita. Raccontava di quegli anni anche quando ero bambino ma senza far cenno alle sue debolezze, ai suoi sogni di diventare scrittore, o alle crisi di identità che lo avevano afflitto nella sua stanza d´albergo. Mi parlava invece delle volte che aveva visto Sartre per le strade di Parigi, dei libri letti, dei film visti, con il sincero trasporto di chi comunica notizie importantissime. Divenuto scrittore, non dimenticai mai ciò che accadde grazie a quel padre che parlava degli scrittori di fama mondiale molto più che di pascià e grandi autorità religiose. Forse allora dovevo leggere i suoi appunti con questa consapevolezza e ricordare quanto fossi in debito con la sua vasta biblioteca. Dovevo tenere a mente che, quando viveva con noi, come me, amava star solo in compagnia dei suoi libri e dei suoi pensieri e non prestava troppa attenzione al valore letterario dei suoi scritti.
Ma mentre fissavo con apprensione la valigetta lasciatami in eredità sentivo anche che era proprio questo che non sarei riuscito a fare. Mio padre talvolta si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva in un sogno, sprofondato a lungo nei suoi pensieri. Vedendogli sul viso un´espressione così diversa da quella che aveva nell´atmosfera scherzosa e allegra dei battibecchi familiari, scoprendo in lui i primi accenni di introspezione, pensavo, soprattutto da bambino e nella prima giovinezza, con trepidazione che non fosse contento. Oggi, a distanza di tanti anni, so che questa insoddisfazione è la caratteristica fondamentale che fa di un individuo uno scrittore. Per diventare scrittore pazienza e fatica non bastano: dobbiamo innanzitutto sentire l´impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la consuetudine, la quotidianità e a chiuderci in una stanza. Aspiriamo alla pazienza e speriamo di riuscire così a creare un mondo intenso nei nostri scritti. Ma è il desiderio di chiuderci in una stanza che ci spinge all´azione. Il precursore di questo genere di scrittore indipendente, che legge i suoi libri per soddisfare il suo cuore e che ascoltando esclusivamente la voce della propria coscienza, discute con le parole altrui, che conversando con i suoi libri sviluppa i suoi pensieri e il suo mondo personale, fu senza dubbio Montaigne, agli albori della letteratura moderna. Montaigne era un autore cui mio padre tornava spesso, un autore che mi raccomandava. Mi piacerebbe considerarmi parte della tradizione di scrittori che ovunque si trovino nel mondo, in Oriente o in Occidente, si tagliano fuori dalla società rinchiudendosi con i loro libri nella loro stanza. La vera letteratura parte dall´uomo che si chiude nella sua stanza con i suoi libri.
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Fu questo a spingermi ad aprire la valigetta di mio padre. Aveva forse un segreto, un´infelicità che ignoravo, qualcosa che riusciva a sopportare solo riversandola nei suoi scritti? Non appena aprii la valigetta ritrovai il profumo di viaggi, riconobbi vari taccuini e notai che mio padre me li aveva mostrati anni addietro senza però soffermarvisi molto a lungo. La maggior parte dei taccuini che ora avevo tra le mani li aveva riempiti quando ci aveva lasciato per recarsi a Parigi, da giovane. Il mio desiderio era sapere che cosa avesse scritto e che cosa avesse pensato mio padre alla mia stessa età. Non mi ci volle molto a capire che non avrei trovato nulla del genere là dentro. A turbarmi particolarmente fu l´imbattermi qui e là, nei taccuini di mio padre, in una voce narrante. Non era la voce di mio padre, dissi a me stesso, non era la sua voce originale, o meglio, non quella dell´uomo che conoscevo come mio padre. Al di là del timore che mio padre non fosse più mio padre nel momento in cui scriveva, c´era un timore più profondo: la paura di non trovare nulla di buono negli scritti di mio padre, di scoprire che si era fatto eccessivamente influenzare da altri autori, e sprofondai nella disperazione che mi aveva afflitto da ragazzo tanto da porre in discussione la mia vita, la mia stessa esistenza, il mio desiderio di scrivere e la mia opera. Durante i miei primi dieci anni da scrittore avvertii quest´ansia più profondamente, e pur respingendola, talvolta temevo che un giorno avrei dovuto ammettere la sconfitta, come avevo fatto con la pittura e soccombere all´inquietudine, abbandonando anche l´attività di romanziere.
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Un autore parla di cose che tutti sanno senza averne consapevolezza. Esplorare questo sapere e vederlo crescere dà al lettore il piacere di visitare un mondo al contempo familiare e miracoloso. Quando un autore si chiude per anni in una stanza per affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell´umanità. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie, e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino. Quando uno scrittore si chiude per anni in una stanza, evoca col suo gesto un´umanità unica, un mondo privo di centro. Ma come si può vedere dalla valigetta di mio padre e dalle nostre vite sbiadite a Istanbul, il mondo aveva un centro ed era lontanissimo da noi. Nei miei libri ho descritto in dettaglio come questa realtà evocasse un provincialismo cechoviano e come, per altra via, mi spingesse a porre in discussione la mia autenticità. Sapevo per esperienza che la gran maggioranza delle persone su questa terra condividono le stesse sensazioni e che molti sono afflitti da un senso ancor più profondo di inadeguatezza, insicurezza e abbrutimento rispetto a me. Sì, i maggiori dilemmi che l´umanità si trova ad affrontare sono ancora la povertà, la mancanza di un tetto, e la fame... Ma oggi la televisione e i giornali ci informano su questi fondamentali problemi più rapidamente e più semplicemente di quanto possa mai fare la letteratura. Oggi l´oggetto dell´indagine della letteratura devono essere soprattutto le paure dell´umanità: la paura di essere esclusi, la paura di non contare nulla e il senso di nullità che le accompagna. Le umiliazioni collettive, le vulnerabilità, gli affronti, i torti, le suscettibilità, gli insulti immaginati, e i vanti e la retorica nazionalista... Ogniqualvolta mi confronto con questi sentimenti e con il linguaggio irrazionale, eccessivo con cui vengono generalmente espressi, so che toccano un punto oscuro al mio interno. Abbiamo spesso visto popoli, società e nazioni esterni al mondo occidentale, e mi è facile identificarmi con essi, soccombere a timori che li conducono a commettere idiozie, tutto per paura di subire umiliazioni e a motivo delle loro suscettibilità. So anche che in Occidente, un mondo con cui mi è altrettanto facile identificarmi, nazioni e popoli eccessivamente fieri della loro ricchezza e del fatto di averci portato il Rinascimento, l´Illuminismo il Modernismo, di tanto in tanto hanno ceduto a un autocompiacimento quasi altrettanto idiota.
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Significa che mio padre non era l´unico, che tutti diamo eccessiva importanza all´idea di un mondo con un centro. Ciò che invece ci spinge a chiuderci nelle nostre stanze a scrivere per anni e anni è la convinzione opposta, quella che un giorno i nostri scritti saranno letti e compresi perché tutta la gente del mondo si somiglia. Ma questo, lo so dai miei scritti e da quelli di mio padre, è un ottimismo inquieto, segnato dalla rabbia di essere relegato ai margini, escluso. L´amore e l´odio che Dostoevskij provò per tutta la vita nei confronti dell´Occidente l´ho provato anch´io, in numerose occasioni. Ma se ho afferrato una verità essenziale, se ho motivo di essere ottimista è perché ho viaggiato assieme a questo grande scrittore attraverso il suo rapporto di amore-odio con l´Occidente, per contemplare l´altro mondo che egli ha costruito dall´altra parte.
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Mio padre avrà magari scoperto questo genere di felicità durante gli anni passati a scrivere, pensavo fissando la sua valigetta: non dovevo giudicarlo a priori. Gli ero così grato, dopo tutto. Non era mai stato un padre qualunque, autoritario soffocante, punitivo, ma un padre che mi ha sempre lasciato libero, che ha sempre dimostrato nei miei confronti il massimo rispetto. Avevo pensato spesso che se, di tanto in tanto, ero stato capace di attingere alla mia immaginazione, come un bambino, era perché a differenza di tanti miei amici dell´infanzia e della giovinezza, non avevo paura di mio padre e talvolta ero profondamente convinto che sarei riuscito diventare scrittore perché anche mio padre, da giovane, lo aveva desiderato. Dovevo leggere i suoi scritti con spirito di tolleranza, cercare di capire che cosa aveva scritto in quelle stanze d´albergo.
Animato di ottimismo mi avvicinai alla valigetta che giaceva ancora dove mio padre l´aveva lasciata. Facendo appello a tutta la mia forza di volontà ho letto qualche manoscritto e qualche taccuino. Che cosa scriveva mio padre? Ricordo qualche scorcio dalle finestre degli hotel di Parigi, poesie, paradossi, analisi... Mi sento ora come chi è appena stato vittima di un incidente stradale e si sforza di ricordare come è successo mentre al contempo trema alla prospettiva di ricordare troppo. Da bambino quando i miei genitori erano sul punto di litigare e tra loro calava un silenzio letale, mio padre accendeva sempre la radio, per cambiare atmosfera e la musica ci aiutava a dimenticare tutto più in fretta.
Permettetemi di cambiare atmosfera con qualche parola che, mi auguro, abbia l´effetto della musica. Come sapete la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l´ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso prender parte alla vita reale solo trasformandola. Scrivo perché voglio che gli altri, tutti noi, il mondo intero, sappia che tipo di vita viviamo e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l´odore della carta, della penna e dell´inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell´arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l´interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l´ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell´immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e le ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire al presagio che esiste un posto cui sono destinato ma che, proprio come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice.
Una settimana dopo avermi lasciato la valigia, mio padre mi fece ancora visita. Come sempre mi portò una tavoletta di cioccolata (aveva dimenticato i miei 48 anni). Come sempre chiacchierammo e ridemmo della vita, della politica e dei pettegolezzi di famiglia. A un certo punto mio padre andò con lo sguardo all´angolo in cui aveva lasciato la valigetta e vide che l´avevo spostata. Ci guardammo negli occhi. Seguì un silenzio imbarazzato. Non gli dissi che l´avevo aperta e avevo tentato di leggere ciò che conteneva, ma distolsi lo sguardo. Capì lo stesso. Come io capii che aveva capito. Come lui capiì che avevo capito che aveva capito. Ma tutta questa comprensione durò solo lo spazio di pochi secondi. Perché mio padre era un uomo accomodante, sicuro di sé: mi sorrise come faceva sempre. E andandosene mi ripeté tutte le frasi affettuose e incoraggianti che mi diceva sempre, da padre.
Come sempre lo guardai andar via, invidiando la sua serenità, la sua spensieratezza, la sua imperturbabilità. Ma ricordo che quel giorno avvertii dentro di me anche un lampo di gioia di cui mi vergognai. Veniva dal pensiero che magari non mi sentivo a suo agio come lui nella vita, magari non avevo condotto una vita felice e libera come la sua, ma io l´avevo dedicata alla scrittura - avete capito... mi vergognavo di pensare quelle cose a scapito di mio padre. Di tutte le persone proprio mio padre, che non mi aveva mai fatto soffrire, che mi aveva lasciato libero. Tutto questo dovrebbe ricordarci che la scrittura e la letteratura sono intimamente connesse a un vuoto, al centro di tutte le nostre vite, e a un senso di felicità e di colpa.
Ma la mia storia ha un´altra componente, simmetrica, che immediatamente mi riporta alla mente un altro aspetto di quel giorno e acuisce il mio senso di colpa. Ventitré anni prima che mio padre mi lasciasse la sua valigetta e quattro anni dopo aver deciso, all´età di 22 anni, di diventare romanziere e, abbandonando tutto, di chiudermi in una stanza, terminai il mio primo romanzo, Cevdet Bey and Sons. Consegnai a mio padre con mano tremante il dattiloscritto del romanzo ancora non pubblicato perché lo leggesse e mi desse il suo giudizio. Questo non solo perché avevo fiducia nel suo gusto e nella sua intelligenza: la sua opinione contava moltissimo per me perché lui, a differenza di mia madre, non si era opposto al mio desiderio di diventare scrittore. In quel periodo mio padre non era con noi, ma molto lontano. Attesi con impazienza il suo ritorno. Quando arrivò, due settimane dopo, corsi ad aprigli la porta. Non disse nulla, ma ad un tratto mi abbracciò in un modo che esprimeva che il libro gli era piaciuto moltissimo. Per un attimo sprofondammo in quel silenzio imbarazzato che accompagna spesso i momenti di grande emozione. Quando ci calmammo e iniziammo a parlare mio padre ricorse a parole cariche ed esagerate per esprimere la fiducia che riponeva in me e nel mio primo romanzo: mi disse che un giorno avrei vinto il premio che mi accingo a ricevere oggi con tanta gioia.
Lo disse non per cercare di convincermi che apprezzava il mio libro né per pormi l´obbiettivo di questo premio. Lo disse come un padre turco dice a un figlio a mo´ di incoraggiamento «un giorno diventerai un pascià!». Per anni, ogni volta che mi vedeva, ripeteva quelle parole per incoraggiarmi.
Mio padre è morto nel dicembre 2002.
(traduzione di Emilia Benghi)
© The Nobel Foundation 2006
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Stangata fiscale, grida la destra (e il centro). Poche riforme e nessun serio recupero strutturale della spesa, affermano sentenziosi gli economisti indipendenti.
Berlusconi, Tremonti, Bossi e Fini chiamano la piazza a scendere in piazza. Casini forse in piazza non ci andrà ma sicuramente applaudirà dalla finestra.
Il circo mediatico dal canto suo (con pochissime eccezioni) piange sulle sorti del ceto medio tartassato. Quanto al governo, difetta di efficaci strumenti di comunicazione e quando ne ha li usa male per difetto di comunicativa.
Sicché l´impressione generale, l´apparenza, è che questa Finanziaria con i suoi annessi e connessi sia nel migliore dei casi mediocre e segni comunque la vittoria politica della sinistra massimalista che avrebbe Prodi come portabandiera.
Personalmente non condivido affatto questa «apparenza».
Personalmente ritengo in tutta onestà che questa sia una buona Finanziaria. Con alcuni difetti, ma con un saldo positivo rispetto agli obiettivi che erano stati sostenuti in campagna elettorale.
Quegli obiettivi, ricordiamolo, erano tre: raddrizzamento dei conti pubblici rispetto ai parametri europei, sviluppo dell´economia, equità sociale. Padoa-Schioppa aveva aggiunto l´impegno di economizzare sulla previdenza, sugli sprechi della pubblica amministrazione centrale e locale, sulla sanità. Prodi infine aveva più volte ripetuto che non avrebbe gravato la mano sui contribuenti specificando però che avrebbe spostato il carico dalle spalle deboli a spalle meno deboli.
Dopo essermi studiato per quanto possibile la foresta dei numeri (sciopero dei giornali permettendo) io penso che gli impegni assunti con gli elettori e con l´Europa siano stati adempiuti almeno in buona misura. Ho l´impressione d´essere tra i pochi a sostenere questa tesi, ma poiché mi capita spesso, questa probabile solitudine non mi sconforta.
Cercherò di essere chiaro nella dimostrazione di questa tesi.
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La manovra ammonta complessivamente a 33,4 miliardi di euro. Manovra imponente, su questo non mi pare ci possano esser dubbi. Nonostante il netto miglioramento delle entrate del 2006 che si valuta attualmente – a legislazione vigente – in oltre 10 miliardi.
Faccio osservare a questo proposito che la sinistra massimalista aveva chiesto perentoriamente di ridurre la manovra prima a 30 e poi 26 miliardi e di spalmare la parte destinata al raddrizzamento dei conti pubblici su due anni anziché sul solo 2007. Questi suggerimenti avrebbero creato più danni che vantaggi e il governo non li ha accolti. Vuol dire che il cosiddetto timone riformista ha tenuto.
Il governo sostiene che i 33,4 miliardi si ripartiscono in 15 destinati al raddrizzamento e 18,4 alla crescita e all´equità. Sostiene anche che 13 miliardi proverranno da entrate e 20 da economie.
L´opposizione naturalmente contesta, cifre alla mano.
Purtroppo quelle cifre, nove volte su dieci, sono dei falsi palesi. Dico purtroppo perché a me piacerebbe che almeno sui numeri non si discutesse, ma basta consultare i giornali della destra usciti per due giorni senza concorrenza nelle edicole per avere la dimostrazione di quei falsi.
Vediamo dunque quei numeri più da vicino, a cominciare dall´operazione equitativa con la quale il governo, e Visco in particolare, ha modificato il peso fiscale spostandolo da spalle deboli a spalle meno deboli.
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Il ceto medio è un termine che designa realtà diverse. Si va dalle fasce di reddito intorno ai 15 mila euro annui ai 60 mila, cioè da 1.200 euro netti mensili a 3.500. Questa platea coinvolge più dell´80 per cento dei contribuenti. Il resto è formato da fasce esenti o da ricchi-ricchissimi. Il sommerso è un mondo a sé che secondo calcoli aggiornati supera il 20 per cento del Pil «visibile».
Tra le fasce da 15 mila e quelle da 60 mila di reddito ci sono quattro lunghezze di distacco, 60 mila è infatti di quattro volte superiore a 15 mila. Il governo ha fissato la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito. Vuol dire che da 40 mila cominciano i ricchi? Ovviamente no, tanto più che 40 mila sono lordi. Al netto dell´imposta ne restano poco più di 30 mila, vuol dire 2.300 euro mensili per tredici mensilità. Non c´è affatto da scialare.
I redditi da 60 mila arrivano ad un netto mensile di circa 3.000 euro. Non si sciala neanche lì, ma si respira.
L´operazione redistributiva premia le fasce di reddito fino a 40 mila in modo abbastanza consistente. La spesa totale destinata al miglioramento di questi cittadini lavoratori e contribuenti è di 7,3 miliardi. Dalle fasce superiori il fisco preleverà complessivamente 6,7 miliardi. La differenza di 600 milioni la metterà lo Stato.
Un economista indipendente (di quelli che simpatizzano col centrosinistra e danno sempre ragione alla destra) ha sostenuto che i contribuenti beneficiari percepiranno un vantaggio di 6 euro a testa all´anno. Mentre - ha detto - tutto il peso si scaricherà sui redditi da 75 mila euro in su e lì sarà macelleria.
Naturalmente queste simulazioni sono sbagliate. I redditi dei ceti medi inferiori avranno benefici del 3 per cento attraverso detrazioni e tagli alle imposte sul lavoro. I ceti medio-alti subiranno aggravi molto modesti fino a 60 mila euro di reddito. Ho calcolato la penalità d´un reddito di 80 mila (55 mila netti). Pagherà in più 66 euro al mese, una discreta cena per un coperto e una cena magra per due coperti al ristorante. Macelleria sociale? È un po´ forte.
Gli esenti dalle imposte sono i redditi fino a 8 mila euro per un singolo. Per un contribuente con moglie e un figlio l´esenzione arriva a 13 mila euro, con due figli a 15 mila. Di fatto l´asticella dell´esenzione media si colloca sui redditi da 15 mila. Non è poco.* * *
Mi pare che la vituperata macelleria si riduce a tirare il collo ad un pollo al mese. E passo perciò ad un altro argomento, quello delle tasse tasse tasse. Tutte pagate dal Nord. In particolare dal lombardo-veneto.
Che il lombardo-veneto sia la zona più produttiva d´Italia è un dato reale che fa onore a quelle regioni. Che essendo la zona più produttiva e quindi più ricca sia anche quella che contribuisce di più, mi pare altrettanto ovvio.
Che debba avere i servizi ai quali ha diritto e che su questo punto vi sia un deficit drammatico è lapalissiano e di quel deficit sono responsabili i governi degli ultimi vent´anni, a terminare col quinquennio berlusconiano.
L´opposizione, in nome del Nord, si ribella. Vuole che a pagare siano gli evasori e non i contribuenti che fanno il dover loro. Lo dice Formigoni, lo dice Cesa, lo dice perfino La Russa, il d´Artagnan dei poveri. E lo dice anche Silvio Berlusconi.
Ora a questo punto io voglio tributare un caloroso applauso a questi convertiti. Veramente. Era tempo che si convertissero e vanno accolti come altrettanti figlioli prodighi. Sia dunque ucciso il vitello grasso in onore di questi professionisti del condono fiscale.
Ciò detto, perché protestano? Di che cosa si dolgono?
Nella Finanziaria in questione ci sono 7 miliardi di entrate provenienti dal recupero dell´evasione. Sette miliardi su un´entrata tributaria stimata in Finanziaria a 13 miliardi. In dodici mesi un risultato così è un esercizio per il quale Visco meriterebbe una promozione. Si tratta di previsioni, perciò gli ho chiesto ieri se è sicuro dell´esito. E ha risposto che ne è certo. Mi auguro che porti a casa quel risultato e che prosegua su quella strada. Se nei cinque anni di legislatura si arrivasse gradualmente a recuperare il 15 per cento dell´evasione, il fisco incasserebbe annualmente niente meno che 30 miliardi da questa voce. I 7 miliardi del 2007 sono (saranno, sarebbero) un ottimo inizio perché recuperare l´evasione comporta tempi lunghi. Perciò trovo assai strano che nessuno fin qui abbia messo l´accento su quest´aspetto della Finanziaria.
Debbo aggiungere che l´evasione non è quasi mai totale. Molto spesso l´evasore paga almeno il 30 per cento del suo debito fiscale. È oltraggioso pensare alla struttura delle aziende grandi e piccole? Private e pubbliche? Ai professionisti? Agli artigiani che non ti danno una fattura nemmeno se li impicchi? Ai lavoratori dipendenti che hanno un secondo lavoro (nero)?
Non è oltraggioso, è la realtà. L´evasione, parziale ma consistente, è la frangia di ogni tappeto. Il guaio italiano consiste nell´entità della frangia che occupa a dir poco un quarto del tappeto.
* * *
I paletti di Padoa-Schioppa. Nei numeri della Finanziaria le risorse provenienti dalla sanità sono di circa 3 miliardi, dalla previdenza più di 5, dagli enti locali 4,3, dalla pubblica amministrazione (al netto dei contratti) altri 3. Per di più in queste cifre non entrano i risultati a più lungo termine che proverranno dalla riforma pensionistica di cui si comincerà a discutere dal prossimo gennaio.
Poteva far di più il tecnico Padoa-Schioppa? Forse sì, difficile dirlo, bisognerebbe star seduti su quella sedia per saperlo. Di una cosa però sono certo: il ministro del Tesoro che è un uomo politico per definizione, non poteva fare di più. Secondo me il risultato che ha raggiunto merita 110 con la lode. La mia pagella non conta, ma io comunque gliela do. E la do anche, anzi «in primis», al presidente del Consiglio al quale però mi permetto di attribuire un voto di insufficienza per la sua «performance» a Montecitorio sulla questione Telecom. Lì è andata male, lui non è tagliato per i dibattiti parlamentari. Ma sulla Finanziaria è stato bravo ed era il passaggio più tosto.
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Resta da dire sui cinque miliardi del Tfr, punto dolentissimo per la Confindustria. E sul cuneo fiscale.
Su questo secondo aspetto non c´è che rallegrarsi: era un impegno, è stato mantenuto. Attenzione però: dà un po´ di ossigeno alla competitività e sostiene i consumi del ceto medio-basso. Ma il problema dell´imprenditoria italiana o, se volete del capitalismo italiano non si risolve certo tagliando il cuneo di cinque punti (fossero anche dieci non cambierebbe).
Non si risolve da fuori ma da dentro il capitalismo. Si risolve valorizzando gli imprenditori che innovano il prodotto e non solo il modo di produrlo; che cambiano i gusti del mercato; che modificano i termini dell´offerta, non quelli che seguono passivamente la domanda.
Ho detto prima dell´insufficienza di Prodi nel dibattito su Telecom, ma aggiungo che quell´insufficienza ha toccato il culmine negli interventi dell´opposizione. La quale si è avventata sul tema Rovati senza spendere neppure un minuto di tempo sull´assetto di Telecom, dei mancati investimenti, dell´assetto del capitale. Insomma della sostanza della questione. Prodi almeno su quell´aspetto qualcosa ha detto.
I suoi interlocutori neppure una sillaba. Un dibattito, voglio dirlo, d´una povertà intellettuale inaudita.
Il Tfr. Quei soldi, diciamolo ancora una volta, non sono delle imprese ma dei lavoratori. Se i lavoratori optano per lasciarli alla previdenza pubblica, hanno pieno diritto di farlo. Alle imprese resta comunque lo stock perché il passaggio all´Inps si esercita su una parte dell´accantonamento annuale.
Certo le imprese ne sono penalizzate. Dovranno ricorrere di più all´autofinanziamento e alle banche. In questo secondo caso spenderanno un 3 per cento in più. Saranno indotte ad essere più competitive. L´operazione si limiterà ad essere una «una tantum»? Dipende dai recuperi dell´evasione.
Intanto l´avanzo primario salirà dallo zero lasciato da Tremonti al 2 per cento. Questa è la migliore premessa per la riduzione del debito pubblico, altra meta che l´Europa richiede e che è nel nostro precipuo interesse raggiungere.
Sembra che nessuno si ricordi più del lascito che è stato ereditato dalla trascorsa legislatura. Un lascito disastroso. Con le casse vuote, l´avanzo primario azzerato, il debito in ascesa, il deficit al 4 e mezzo per cento, i cantieri delle imprese pubbliche allo sbando, la previdenza integrativa rinviata al 2008, i contratti non rinnovati.
Dopo di noi il diluvio e chi se ne frega, questa sembrò essere la filosofia di quei cinque anni.
Il diluvio per fortuna non c´è stato, la Finanziaria va ora in Parlamento col voto unanime di tutte le componenti governative.
Io vedo questo e questo scrivo. Ora comincia il passaggio parlamentare. Qualche modifica migliorativa si potrà fare ma i paletti sono stati messi e non potranno essere divelti. Il domani è in gran parte figlio dell´oggi. Oggi la giornata è stata buona.
RACCONTANO le cronache che l’altro ieri, al «meeting» riminese di Comunione e liberazione, l’ospite d’onore fosse impacciato. Trattandosi di Silvio Berlusconi l’aggettivo impacciato stupisce. Se c’è un personaggio totalmente disinibito, uno «showman» a prova di bomba, un professionista del video e dei bagni di folla, è lui. Una platea come quella di Cl, settemila allievi di Don Giussani, il crocifisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso, equivale per lui ad una flebo di adrenalina. Dunque come mai impacciato? Nonostante che un terzo di quei settemila fosse composto dalla «claque» mobilitata da Forza Italia? Io lo capisco Berlusconi, pensava d’essere insostituibile alla guida dell’Italia. Pensava d’aver creato un rapporto di ferro con Putin, con Blair, soprattutto con Bush e Condoleezza Rice. Pensava che i soldati italiani a Nassiriya fossero il pegno la garanzia e il pilastro della sua politica estera. Pensava che il governo d’Israele avrebbe buttato fuori a calci D’Alema e Prodi semmai avessero osato farsi vedere dalle parti di Gerusalemme. E infine pensava che sulla missione militare in Libano il centrosinistra si sarebbe sfarinato e dissolto come nebbia al sole.
Invece è accaduto tutto il contrario. L’Italia di Prodi, D’Alema e Parisi è diventata il partner più affidabile per Bush. Il ritiro dall’Iraq del nostro contingente militare non ha provocato neppure un battito di ciglia né al Pentagono né alla Casa Bianca. L’unità europea si è ricostruita proprio sulla questione libanese e l’embrione di una struttura militare ha fatto la sua comparsa per la prima volta proprio in seguito all’iniziativa italiana. Lo credo bene che fosse impacciato. Tanto più che, al punto in cui sono le cose, gli toccherà perfino di dover dare i voti di Forza Italia, graditi ma non determinanti, alla strategia dell’odiato Prodi.
E chi aveva a fianco come ospite d’onore al raduno di Cl? Roberto Formigoni, uno dei suoi concorrenti, il benamato, lui sì, di Don Giussani, il vero padrone della Lombardia teocon, la sua bestia nera dopo Casini o forse perfino prima di lui. Sicché dire impacciato è dir poco. In realtà chi lo conosce riferisce che fosse furibondo, ammalato di malinconia, appannato nella postura e nell’eloquio non più fluente come un tempo. Non avendo molti argomenti da offrire al pubblico, ha ritirato fuori la delicata questione dell’uomo della provvidenza aggiungendo che metà dell’Italia lo odia ma un’altra metà lo ama e lo costringe a restare in politica.
Francamente è raro che un uomo politico si vanti d’aver spaccato il Paese in due e lo consideri un merito storico. Forse qualcuno dei suoi consiglieri dovrebbe avvertirlo che quella spaccatura da lui considerata il segno del suo successo rappresenta invece una pietra tombale sui sogni di rivincita. Se avesse dei consiglieri. Ma non li ha. Ha avuto una corte e dei cortigiani. Scomparso il potere scomparsi i cortigiani. Forse Apicella, ma anche sul chitarrista non ci giurerei.
* * *
Tuttavia, lasciando da parte il ciarpame, la claque, il trapianto dei capelli e l’uomo della provvidenza, qualche cosa di serio è venuto fuori nell’incontro tra Berlusconi e Cl. Riguarda una certa idea dell’Italia, una certa idea del cattolicesimo italiano e una certa idea dell’Occidente nei suoi rapporti con le altre culture.
Avesse affrontato temi di questa importanza in una riunione di Forza Italia non varrebbe neppure la pena di parlarne; ma li ha affrontati davanti al popolo di Comunione e liberazione e allora la faccenda cambia aspetto. L’importanza non deriva da chi ha posto il tema ma da chi lo ha ascoltato.
Da come lo ha ricevuto. Dal peso che quel tema ha su una comunità di giovani cattolici cari a papa Wojtyla e al suo successore, cari a Ruini e al patriarca di Venezia che probabilmente ne prenderà il posto, cari ad Andreotti.
Gli invitati ai raduni di Cl ci vanno per essere accettati. Ciò che viene detto a Rimini, chiunque lo dica, serve a guadagnarsi il favore della platea, non a scontentarla e a farla infuriare. Alcuni ci riescono altri no e ne escono scornati e rancorosi. Bocciati. Resta da capire perché tanta gente delle più varie estrazioni voglia farsi esaminare dai giovanotti di Cl. Ecco un punto che va approfondito.
Berlusconi l’esame l’ha superato in alcune materie, ma in altre no.
Sull’invito finale a far nascere da Cl un partito moderato e liberale è stato bocciato, i ciellini non sono né liberali né moderati e lo sanno benissimo. Invece è stato promosso sulla sua idea di scuola e di cattolicesimo. Semplicemente perché non ha fatto che ripetere le cose che i ciellini vogliono sentirsi dire.
Ma quelle cose corrispondono alla realtà italiana? Agli interessi del paese? A un rapporto equilibrato tra il cattolicesimo e la modernità?
* * *
I giovani di Cl rappresentano una militanza credente. Un Cristo operativo. Pregano e operano. Si comunicano e operano. Organizzano e operano. La solitudine non è il loro forte. La contemplazione meno che mai. Li vedo molto più vicini a Giovanni Bosco che a Francesco d’Assisi. A Teresa di Calcutta che a Giovanni della Croce. Fosse tempo di crociate forse sarebbero crociati. Credo che abbiano un briciolo d’invidia verso l’Opus Dei perché il suo fondatore è già santo e quella comunità è stata elevata a prelatura. Anche Cl vorrebbe diventare prelatura e vedere il suo fondatore sugli altari, ma questi salti di qualità, purtroppo per loro, non sembrano far parte dell’agenda vaticana.
Comunque in Italia sono abbastanza potenti, sempre per via delle opere. Fuori d’Italia li conoscono poco, anzi non li conoscono affatto.
Della scuola hanno un’idea che piace molto a papa Ratzinger e a Ruini. Vogliono che lo Stato finanzi le scuole cattoliche e che queste siano equiparate a quelle pubbliche. L’idea fa breccia. Nel polo berlusconiano è condivisa da quasi tutti. Anche nel centrosinistra non mancano i consensi. Però c’è un problema: bisognerà finanziare anche le scuole musulmane, senza parlare di eventuali scuole protestanti, ortodosse, ebraiche. E poi c’è un altro problema: come si forma una coscienza della cittadinanza interetnica e interculturale se si finanziano le scuole delle varie comunità religiose? In un’Europa e in un’Italia dove la diaspora musulmana è già – e più ancora sarà – una minoranza sempre più numerosa? Con tassi di natalità crescenti?
Infine c’è un terzo problema: se lo Stato finanzia scuole religiose e le parifica alla scuola pubblica avrà ben il diritto di controllare gli standard educativi e formativi con specifica attenzione ai principi della cittadinanza. E un quarto problema ancora: di fronte al moltiplicarsi di scuole religiose quella pubblica dovrà inevitabilmente accentuare le sue caratteristiche laiche. L’insegnamento della religione cattolica, tanto per dire, cadrà per non diventare un duplicato di quanto si insegna nelle scuole cattoliche. Senza parlare delle scuole private non religiose che diventerebbero (già sono) un meccanismo finalizzato all’ottenimento del titolo di studio.
L’idea di scuola di Cl, rilanciata l’altro ieri da Berlusconi, è in realtà un nonsenso, non incrocia nessuno dei problemi del presente e del futuro. Incrocia soltanto lo slogan: «L’Italia è cattolica e deve essere degli italiani».
Il fatto che l’Italia debba essere degli italiani è ovvio. Dev’essere dei cittadini italiani, quelli che hanno cittadinanza italiana, che lavorano, che pagano le tasse, che usufruiscono dei diritti civili e politici. Quindi anche degli ebrei italiani, dei musulmani italiani, dei valdesi italiani e dei non credenti italiani. Insomma di tutti.
Ma c’è l’altra parte di quello slogan, assai meno ovvia, che afferma: l’Italia è cattolica. Chi l’ha detto? Non esiste nella nostra Costituzione. Anzi c’era nel Concordato del ‘29 ma è stato abolito. Questo in punto di diritto.
In punto di fatto ha risposto Andreotti. Alla domanda che gli è stata fatta se i musulmani dovrebbero andare a messa, ha risposto sorridendo: sono molti di più i cattolici che non ci vanno. Se lo dice lui...
Per fortuna questi meeting di Cl non contano poi granché. Servono agli sponsor e alla Compagnia delle opere. Ai giovani che ci vanno per stare insieme. Ai politici e agli imprenditori che si guadagnano un titolo sui giornali. Come alle feste dell’Amicizia di questo e di quello e ai festival dell’Unità.
Tanto il presidente del Consiglio che il ministro dell’Economia hanno detto di scorgere nel Dpef in gestazione uno strumento da utilizzare anche allo scopo di contrastare, in nome d’una maggior equità, le disuguaglianze economiche nel nostro paese. La semplice menzione di queste ultime, in rapporto a un documento governativo, rappresenta di per sé una novità di cospicuo rilievo. Sono infatti decenni che il tema delle disuguaglianze è stato escluso non solo dall’agenda, ma perfino dal linguaggio della politica. Che lo abbiano fatto le destre è comprensibile. Per le destre le disuguaglianze di reddito e di ricchezza, siano moderate o abissali, sono semplicemente l’esito, inevitabile quanto giusto, delle differenze di talento e di impegno sul lavoro che esistono tra le persone. Chi possiede il primo e si profonde nel secondo si ritrova naturalmente ai piani alti della piramide sociale. Tutti gli altri debbono accomodarsi ai piani bassi. Un po’ meno comprensibile è che pure il centrosinistra, il quale dovrebbe contare tra le sue idee ispiratrici la convinzione che la suddetta visione della società è politicamente e moralmente insostenibile, si sia parimenti tenuto per anni alla larga dal tema delle disuguaglianze. Rischiando in tal modo di farsi bypassare a sinistra, per lo meno sotto il profilo del lessico concettuale e politico, perfino da quel bastione del capitalismo moderno che è la Banca Mondiale. Nel recente rapporto di questa sullo sviluppo del mondo, per dire, la parola disuguaglianza ricorre 831 volte.
Una volta che sia accolto con interesse e apprezzamento l’ingresso del tema delle disuguaglianze nel Dpef, si tratta di vedere come il governo procederà al fine di passare dall’intento dichiarato a interventi capaci di ridurle in modo stabile. Di certo il compito è difficile. Contribuiscono a renderlo tale sia la entità delle disuguaglianze rilevabili in Italia, sia le loro profonde, e tutt’altro che recenti, radici strutturali. Quanto all’entità, è noto da tempo che l’Italia condivide con il Regno Unito e gli Usa il primato di essere, tra i grandi paesi sviluppati, uno dei più disuguali del mondo, in termini sia di reddito che di ricchezza. Nel 2004, il 10 per cento di famiglie italiane con i redditi più elevati ha percepito il 26,7 per cento del totale dei redditi prodotti, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali; al 10 per cento delle famiglie con il reddito più basso è toccato solamente il 2,6 per cento, ossia oltre dieci volte di meno. La ricchezza netta totale, incluse quindi sia la proprietà dell’abitazione e di altre proprietà immobiliari, sia le attività finanziarie, appare ancora più concentrata verso l’alto. Il 10 per cento delle famiglie più ricche risulta infatti possedere il 43 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane; meno dell’1 per cento di questa risulta posseduto dal 10 per cento più povero (fonte Banca d’Italia). Si noti che sia il reddito sia, in maggior misura, la ricchezza degli strati superiori sono sicuramente sottostimati. Accade infatti che nei confronti di tali strati i ricercatori abbiano maggiori difficoltà sia nell’includere un tot proporzionale di famiglie nel campione osservato, sia nell’ottenere dai rispondenti dichiarazioni fedeli. La distanza reale tra chi ha poco e chi ha molto è quindi maggiore, da noi, di quanto le statistiche disponibili non dicano.
Le disuguaglianze di reddito si sono fortemente approfondite in Italia non da ieri, bensì tra la metà degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90. In seguito sono rimaste relativamente stabili. Anche le disuguaglianze di ricchezza sono esplose in tale periodo, ma anziché stabilizzarsi hanno continuato ad inasprirsi sino ad oggi, con una concentrazione crescente di essa non solo nelle mani del 10 per cento delle famiglie più ricche, ma addirittura del 5 per cento, che già nel 2000 disponeva di oltre il 36 per cento della ricchezza familiare netta. Ad approfondire il fossato delle disuguaglianze economiche in Italia hanno contribuito diversi fattori. Anzitutto, se si guarda verso il basso, si è avuta una stagnazione delle retribuzioni reali che per entità e durata non trova paragoni negli altri maggiori paesi europei. Tra il 1995 e il 2005, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore manifatturiero, calcolate cioè al netto dell’inflazione, sono aumentate di oltre il 25 per cento nel Regno Unito, di oltre il 14 in Francia, e di oltre il 9 in Germania. In Italia, l’aumento è stato di un misero 1,5 per cento (dati Ocse). Ciò significa che un operaio che guadagnava l’equivalente di 1.000 euro mensili nel 1995 ne guadagna oggi 1.250 se è inglese, 1.140 se è francese, e 1.090 se è tedesco. Se è italiano, si deve invece accontentare di 15 euro d’aumento, un paio di biglietti del cinema in più al mese.
Verso l’alto, il fossato appare essere stato scavato prevalentemente dalla crescita della quota degli attivi finanziari presenti nel patrimonio delle famiglie, soprattutto nel 10 per cento e ancor più nel 5 per cento costituito dalle famiglie più ricche. Il valore complessivo di tali attivi è stato accresciuto vuoi dal rilevantissimo incremento del loro corso borsistico, ad onta del rallentamento di questo verificatosi nei primi anni 2000, vuoi dai dividendi percepiti: l’accumulazione degli uni e degli altri essendo favorita anche da un trattamento fiscale eccezionalmente favorevole, con un’aliquota fissa del 12,5 per cento sui guadagni di borsa, giusto la metà di quel che pagano le famiglie e gli operatori americani. Oltre che dall’andamento dei redditi e della ricchezza rilevati dalle indagini dirette sui bilanci familiari, l’ampliamento del fossato tra chi ha e chi non ha trova un perentorio riscontro in un dato macroeconomico. Tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni 2000, la quota di reddito da lavoro dipendente in rapporto al valore aggiunto è scesa di ben dieci punti, dal 48 al 38 per cento, mentre la quota dei profitti nel settore privato saliva di sei-sette punti già a metà degli anni ‘90 e si manteneva stabile dopo d’allora (dati Ocse e Fmi).
Questo insieme di dati sulle disuguaglianze economiche, sulla loro entità e sulla loro storia, attestano che al fine di ridurle stabilmente, almeno in qualche misura, la leva fiscale può essere utile ma non è sufficiente. Occorrerà pensare ad altri strumenti redistributivi, convergenti – a partire da un aumento del salario reale – in una crescita del reddito effettivamente disponibile quanto meno al 20 per cento delle famiglie a reddito più basso. Prendiamo atto, in attesa di vedere concretate le sue misure, che per la prima volta il Dpef di quest’anno sembra essersi fatto carico della questione. Con una (nostra) nota finale per i possibili obiettori: i paesi che presentano indici di disuguaglianza nettamente minori rispetto all’Italia pagano salari più elevati, ed offrono alla collettività servizi sociali migliori, mentre hanno tassi di produttività superiori e ci superano abbondantemente in tema di tecnologie ed esportazioni.
E' anomalo che un'anomalia duri da più di trentacinque anni, ma la difficile esistenza de il manifesto è tutta qui. Siamo un mostro. Da salvare, perché se muore non si riproduce più. Perché proprio adesso rischiamo di chiudere, perché abbiamo difficoltà a pagarci gli stipendi da febbraio: è una storia singolare da giornale libero e di mercato, un'anomalia mondiale. E che vuole risanarsi per ripartire. Più o meno la stessa missione - fatte le dovute proporzioni - del ministro Tommaso Padoa Schioppa.
L'attuale pericolosissima crisi nasce da lontano. Su un fatturato di 17,5 milioni di euro e 121 dipendenti, il contributo della legge per l'editoria alla nostra cooperativa vale il 25% mentre quello da incassi pubblicitari il 9,6% contro circa il 50% degli altri giornali. Il resto delle entrate sono da vendite da edicola e dalle poche promozioni che siamo in grado di fare - perché le promozioni necessitano di investimenti importanti - e comunque tutte rigorosamente in utile. Dai libri alla musica dei cd, dove il manifesto ha affermato in poco più di dieci anni un vero marchio di qualità.
Nonostante abbiamo ridotto gli oneri degli interessi passivi dal 10 al 5% fin dagli inizi del millennio, il peso del debito ci sta stritolando. Pure a fronte di un risanamento patrimoniale cominciato nel 2001 che ha portato a una secca riduzione del debito oneroso e a fronte di bilanci che, tra alti e bassi, non producono più da anni voragini nel conto economico e indicano anzi un certo equilibrio di gestione. Il 2005 abbiamo chiuso con una buona media di 29.000 copie vendute, a causa però di eventi eccezionali come la vicenda del sequestro della nostra Giuliana e la morte di Nicola Calipari. O addirittura per la scomparsa di Giovanni Paolo II.
Quel che ci sta spingendo sull'orlo del baratro è però il peso del debito, che sacrifica le risorse finanziarie correnti e azzera ogni possibilità di investimento. Quel che incassiamo serve a far fronte al piano di ammortamento del debito a breve e medio termine. Ogni volta che discutiamo una nuova possibile iniziativa ci chiediamo: e il budget? E' sempre zero, facciamo qualche miracolo, certamente si può e si deve provare a far meglio, ma la situazione è questa. La campagna che lanciamo oggi sta nell'esigenza di trovare subito risorse straordinarie per equilibrare i flussi finanziari, per stare contemporaneamente dietro al debito pregresso e avere denari per investire.
Dove? Sul giornale innanzitutto, il cuore del mostro; su nuove iniziative editoriali che abbiano un peso sul mercato culturale e politico, come è successo con il nostro supplemento dei trentacinque anni; sul web, strumento principe per crescere nella comunicazione mentre è in atto una crisi mondiale della forma quotidiano, come evidenzia l'erosione di copie vendute dal New Yok Times a Le Monde e Libération per arrivare fino al nostro piccolo, grande manifesto. Internet e carta, connessioni e concorrenza, il futuro prossimo. E' di pochi mesi fa uno studio del Washington Post su se stesso che poneva due domande oggi ineludibili per chi fa informazione: quanto perdiamo con il giornale on line? E quanti soldi avremmo perso se non avessimo fatto l'edizione on line?
Questa erosione globale delle vendite dei quotidiani (complice anche la crescita della diffusione free press) ci ha investito all'inizio del 2006. Sicuramente ci abbiamo messo del nostro, con molti errori. Abbiamo provato a rispondere con il nuovo giornale messo in edicola il 28 aprile scorso. Addio all'elegante formato americano, ecco il giornale che state leggendo più compatto nella formato, per tagliare i costi di carta e stampa (nel 2006 il prezzo della carta è aumentato principalmente per il caro-petrolio dell'8,5% e rischia di salire oltre l'11% entro dicembre), e più soggettivo nei contenuti, in particolare con la pagina 2 riservata agli editoriali e ai contributi dei lettori. Una scelta che scarta con il resto del panorama editoriale italiano.
Un giornale che ha dato nel primo mese segnali positivi, ma che non bastano più. Come non bastano più i 5.892 abbonamenti in essere tra postali, coupon e web, un record nella storia della nostra impresa ma al di sotto dell'obiettivo dei 7.000 indicato da Valentino Parlato all'inizio della campagna 2005-2006, nello scorso novembre. Un obiettivo mostruoso, verrebbe da dire.
Salviamo il mostro. Perché sappiate che questo nostro esperimento antimercato rischia di chiudere. Noi ce la mettiamo tutta ma la risposta spetta a voi lettori de il manifesto e ai non lettori che tuttavia pensano che questo giornale sia un utile personaggio nella commedia, o tragedia, che stiamo vivendo.
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A giudicare dalla stampa slovena e croata che arriva a Trieste, i discorsi pronunciati in Italia per la «Giornata del ricordo», da quello del Capo dello Stato agli altri in centinaia di località, hanno destato interesse ma anche preoccupazione negli ambienti politici e nella popolazione della Slovenia e della Croazia, soprattutto in Istria. In questa regione, teatro degli eventi ricordati per le foibe e l'esodo, proprio in questi primi giorni di febbraio le associazioni della Resistenza e le famiglie delle vittime delle stragi fasciste e naziste, hanno commemorato le vittime di alcune stragi compiute nel febbraio 1944 dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti repubblichini italiani al loro servizio - militanti nella X Mas, nella Milizia Territoriale, nei reparti armati del Partito Fascista Repubblicano e in altre formazioni.
La «Giornata del Ricordo» del 10 febbraio, coincide dunque con anniversari altrettanto tragici e tristi per le popolazioni italiane, slovene e croate dell'Istria che, dopo una breve parentesi «partigiana» (dal 9 settembre ai primissimi giorni di ottobre 1943) conobbero l'occupazione nazista, l'annessione all'«Adriatische Kunstenland» tedesco e - soprattutto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1943 - un'interminabile serie di massacri di civili, di incendi di villaggi e di deportazioni. Con l'aiuto dei fascisti italiani i tedeschi diedero la caccia agli «infoibatori», ai combattenti della Resistenza, ai cosiddetti «badogliani» e a tutti coloro che gli si opponevano, massacrando nel giro di pochi mesi oltre 5.000 civili italiani e slavi e deportandone 12.000 nella sola Istria. Un'altra ondata di stragi e di distruzioni si ebbe nel febbraio-marzo-aprile 1944, sempre con la complicità e il sostegno dei fascisti italiani. Quello che la stampa slovena e croata rimprovera agli uomini politici italiani è il fatto che «la memoria italiana è una memoria selezionata»: è giusto rievocare le tragedie delle foibe e dell'esodo, ma perché - si chiedono il Novi List di Fiume, il Vjesnik di Zagabria, la Slobodna Dalmacija di Spalato, il Delo di Lubiana ed altri - non si ricordano i venti anni di persecuzioni fasciste contro gli slavi in Istria e le stragi in Montenegro, Dalmazia e Slovenia sotto l'occupazione dell'esercito italiano dall'aprile 1941 all'8 settembre 1945? Perché non si ricordano le vendette compiute «dopo le foibe del settembre 1943», nel litorale adriatico?
Il pubblicista e storico zagabrese Darko Dukovski, intervistato dal Novi List ha duramente condannato i «crimini della rivoluzione» riconoscendo che «la storia delle foibe è strettamente collegata alla storia dell'esodo degli italiani dall'Istria e da Fiume», aggiungendo che «una delle conseguenze delle foibe fu l'esodo e, quindi, lo stravolgimento della fisionomia etnica dei territori ceduti dall'Italia alla Jugoslavia col trattato di pace. Il che non significa, però, che fascisti e non fascisti furono gettati nelle foibe per stravolgere la fisionomia etnica della regione». Anche perché, sloveni e croati che pure finirono nelle foibe furono dieci volte più numerosi degli italiani. «Si offende la verità - continua lo storico - quando da parte italiana, oggi, si parla di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta del tentativo di falsificare la verità storica, di presentare il movimento resistenziale croato e sloveno come criminale». Dukovski cita - senza però relativa data - un documento fascista: il tenente della Mvsn Domenico Motta che in una relazione segreta alla questura di Pola affermò che gli insorti istriani, nella prima metà di settembre 1943 avevano «liquidato» per lo più segretari del Fascio, podestà ed altri gerarchi insieme a innocenti vittime di vendette personali. E Conclude il suo intervento (due paginoni del quotidiano) difendendo le posizioni del presidente croato Stjepan Mesic. Affermando che «la vendetta delle foibe posta in atto dagli insorti-partigiani istriani» nel settembre 1943 ma anche nell'immediato dopoguerra, «non giustifica i crimini: le foibe restano un crimine ingiustificabile»; infine afferma che, «le ricerche devono continuare e bisognerà continuare a trattare questa tematica ma con obiettività, restituendola agli storici; purtroppo - sono certo che la verità e l'obiettività continueranno ad essere calpestate dai politici fino a quando le foibe e l'esodo serviranno a raccogliere consensi politici e voti. Il crimine non può essere dimenticato, deve essere ammonimento alle future generazioni, ma bisogna ricordare i crimini compiuti da ambo le parti».
Più o meno questa è la posizione degli osservatori croati e sloveni: sarebbe ora che i responsabili politici in Croazia e Slovenia riconoscessero apertamente, pubblicamente, le stragi compiute in Istria nel settembre 1943, a Zara e Fiume, a Trieste e Gorizia e dintorni nell'immediato dopoguerra da parte delle truppe jugoslave; non si deve però parlare di odio anti-italiano, perché migliaia di soldati italiani furono aiutati dai partigiani e civili croati e sloveni a salvarsi dai tedeschi. Gli eccidi che portarono alla morte o alla scomparsa si circa diecimila fascisti e non fascisti furono crimini e basta, non prodotto di odio anti-italiano. Al tempo stesso sloveni e croati chiedono che anche da parte italiana, e al più alto livello, ufficialmente, vengano riconosciute e condannate le stragi compiute dai fascisti e dall'esercito italiano in Montenegro, Dalmazia, Croazia e Slovenia dall'aprile 1941 all'inizio di settembre 1943, e le stragi dei repubblichini al servizio dei nazisti dall'ottobre 1943 a fine aprile 1945 sul «Litorale Adriatico». Solo così si potrà costruire una memoria condivisa.
Che cosa hanno in comune le coppie di fatto, l´Afghanistan e Vicenza?
La risposta di molti italiani e di molti lettori di questo giornale sarà, suppongo, la seguente: l´intervento ripetuto e pesante di due grandi potenze mondiali sulla vita interna italiana.
Proverò a dire che non è vero, che si tratta di una percezione rovesciata del fenomeno. Invece di vedere il nostro problema italiano, preferiamo immaginare che stiamo subendo tremende costrizioni, che stiamo piegandoci a obblighi imposti con la forza.
Proverò a dire che i potenti pesano solo se si rendono conto di poterlo fare con efficacia e senza importanti segni di vita autonoma della parte su cui viene scaricato il peso.
Esempio: sia la Chiesa che gli Stati Uniti non mettono in dubbio la cattolicità o la leale amicizia di Paesi come la Spagna e la Francia che se ne vanno per la loro strada, discussa e decisa dentro la vita politica di quei Paesi.
Non si tratta certo di Paesi isolati. Essi, infatti, sono strettamente integrati sia all´Occidente cattolico che all´alleanza atlantica, anzi in entrambi i casi sono orgogliosi protagonisti.
Non vorrei essere frainteso. Anche il governo Prodi intende essere protagonista orgoglioso (nonostante che un ministro della Difesa, temporaneamente disperso, parli di date sconnesse da qualunque strategia nella questione dell´Afghanistan, nonostante l´improvvisa illuminazione di fede del ministro della Giustizia).
Il problema - che è anche la spiegazione del disorientamento che ogni tanto sembra cogliere gli stessi membri del governo ma anche deputati e senatori - è il paesaggio morale e politico nel quale viviamo.
Lo descrivo così: primo, quel paesaggio è intatto, dal giorno in cui Berlusconi è stato costretto (lui dice: con l´inganno e temporaneamente) a lasciare la guida del Paese.
Secondo, quel paesaggio è un cumulo di macerie: un Paese a crescita zero, un´amministrazione disastrata, illegalità diffusa e onorata, provvedimenti che hanno scardinato principi fondamentali come «la legge è uguale per tutti», un´intimidazione dei giornalisti e dei media che dura ancora e che rende molti di essi assai più propensi ad annotare i problemi di Prodi e le minacce di crepe nella sua maggioranza che a scoprire il gioco dell´altra parte.
Per esempio: Berlusconi è capo di chi, parla a nome di cosa, e perché va in onda ogni giorno come uno Chavez di imminente ritorno al potere, benché qualunque conto dimostri che la sua Casa della Libertà non esiste più? Perché ogni giorno Casini e i suoi, ascoltati in silenzio compunto, danno lezioni di moralità politica e alto senso dello Stato pur avendo scrupolosamente votato ogni singola legge ad personam, ogni decreto voluto e imposto da una sola persona per suo diretto, palese e noto beneficio, fino al punto da creare scandalo internazionale?
Se il paesaggio non fosse colmo di detriti e macerie (ma anche di estese e singolari amnesie di gran parte dei commentatori politici) potrebbe un uomo dotato soprattutto di voce grave come l´ex ministro della Difesa Martino presentarsi regolarmente in televisione per annunciare che il governo Prodi ha distrutto anni di prestigio dell´Italia nel mondo, mentre è fresco di stampa il libro del diplomatico inglese Rory Stewart su ciò che è veramente accaduto ai soldati italiani a Nassiriya? Racconta l´ambasciatore inglese che i nostri soldati erano presi fra i due fuochi della guerra vera, che però veniva negata nonostante i soldati morissero, privi com'erano di protezione adeguata, e la guerra mediatica dei superiori frivoli e dei collegamenti Tv all´ora giusta e nel talk show preparato per fare spettacolo intorno a questo o quel generale.
Quello spettacolo, racconta l´ambasciatore Stewart dall´Iraq in cui si trovava, risplendeva solo in Italia. Sul posto «per gli italiani c´era rischio altissimo a inerzia totale», perché l´uomo dalla bella voce che adesso compare solenne in televisione a parlare di prestigio italiano infranto si era limitato a offrire le vite dei soldati italiani in cambio di italianissima bella figura. Era un dono ai comandi di altri Paesi, con altre strategie, altri governi, altri parlamenti a cui rendere conto.
Agli italiani resta questo libro («I rischi del Mestiere, vita di un diplomatico inglese in Iraq ai tempi della guerra». Ponte alle Grazie, euro 22) e le bandiere intorno alle salme.
Macerie sono non solo quelle della strage dei nostri soldati privi di difesa nell´attentato terroristico ormai famoso, ma anche la mancanza di qualunque luce sulla differenza fra ciò è stato raccontato e ciò che è veramente accaduto. Strane vicende come quella del cosiddetto "governatore" Barbara Contini, che è costata vite italiane per farsi vedere in un suo fortino dal quale non faceva e non poteva fare niente tranne che comparire in opportuni collegamenti in televisione, non si è mai detta una parola di spiegazione. Ma c´è chi, nello show, ha lasciato la vita.
E provate a chiamare mercenari i mercenari (la parola viene usata liberamente dai giornali americani per dire personale privato con funzioni paramilitari a pagamento) e subito siete investiti dall´onda di piena di non si sa quale patriottismo. Ma quel patriottismo non ha fatto una piega per la morte di Enzo Baldoni (anzi insulti e sarcasmo), ha chiamato «vispe terese» (cioè stupide e fuori posto, forse perché disarmate) due volontarie scampate a un rapimento. E quando Nicola Calipari è stato ucciso nel modo in cui è stato ucciso, mentre portava in salvo l´ostaggio italiano Giuliana Sgrena, quell´onda di patriottismo si è improvvisamente spenta. Non solo resta aperta la questione giudiziaria in cui qualunque Paese avrebbe preteso di essere ascoltato e di avere risposte proprio perché amico e alleato. Resta aperto, a carico di coloro che si esibiscono in rimpianti della gloria italiana perduta, un dovere di verità: perché, da chi Nicola Calipari è stato lasciato solo a cavarsela nella notte di Baghdad, senza alcun intervento dei famosi e stimati migliori amici dell´alleato americano? Chi si è distratto da quella amicizia, quando, perché? Qualcuno ha spiegato come mai non c´era l´ambasciatore italiano in piena rappresentanza e garanzia del governo amico? Forse Nicola Calipari, che si è gettato col suo corpo sull'ostaggio liberato Giuliana Sgrena e l´ha salvata con la sua vita, non ha fatto vedere «come muore un italiano»?
Ma se volete avere un´idea delle macerie che ingombrano e deformano il nostro paesaggio, confrontate la televisione di Stato in due eventi esemplari. Il primo è il telefilm dedicato alla famiglia Sereni, pionieri del sionismo italiano, ma anche della Resistenza, trasmesso la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria. In quel filmato non c´è traccia del fascismo, non c´è traccia di protagonisti fascisti delle persecuzioni. Gli eventi avvengono da soli, salvo la colorita intromissione di alcuni tedeschi cattivi. Sono personaggi estrosi e amanti della musica che, hanno un po´ guastato in una vicenda che tutto sommato, non era altro che la consueta tragedia della guerra.
Quando invece si tratta del 10 febbraio, giorno di ricordo della tragedia delle foibe, i protagonisti cattivi ci sono, eccome. Recita lo spot ufficiale ripetuto per giorni dalla Tv di Stato: «I massacratori sono stati i partigiani comunisti».
Il problema non è l´improvvisa comparsa in Tv dei comunisti, a cui il berlusconismo ha dato una nuova vitalità che ci viene invidiata nel mondo (nel senso che in nessun altro luogo si può affidare tutto alla manipolazione dei media). Il problema è la scomparsa dei fascisti dal video. Essi però, nella vera vita militano, gagliardetti al vento, anche nella manifestazione romana del 2 dicembre scorso. Militano orgogliosi e intatti, come ai tempi della «difesa della razza» nelle file del cosiddetto "partito dei liberali italiani" di Silvio Berlusconi. E noi zitti.
La sera di sabato 10 febbraio i Gr, i Tg e - con particolare solennità - Radio Parlamento della Rai hanno trasmesso il discorso di Bossi che annuncia la riapertura del parlamento padano. Come se fosse normale, legale, costituzionale. Tema del discorso: «Siamo schiavi dell´ingordigia di Roma che deruba la nostra agricoltura a vantaggio di altre agricolture e vogliamo la libertà dalla oppressione di Roma».
Inevitabile rendersi conto che, al di là da questa barriera di macerie che ricorda l´immortale sequenza del film «Germania anno zero» di Rossellini, è possibile buttare oggetti di tutti i tipi contro la legge finanziaria del governo Prodi, persuadere ogni gruppo a una propria rivolta in base a informazioni false distribuite a cura di chi non vuole farsi notare come nemico del padrone di tutti i media. Oppure discusse come se fossero vere. Spiega le concitate genuflessioni che colgono a mezza strada coloro che non sono mai stati particolarmente religiosi ma non vogliono essere trovati, in questa confusione, senza "santi in paradiso", la famosa condizione essenziale per sopravvivere, così cara all´immaginario italiano quando il Paese ritorna indietro. Il Paese non sta tornando indietro, per fortuna. Ma i nemici di Prodi ce la mettono tutta, anche perché più che mai diventerebbe chiaro, a un Paese correttamente informato, che niente è più vecchio, antico, protezionista, illiberale, codino e reazionario (in modo addirittura farsesco e teatrale) di tutto ciò che rappresenta Berlusconi, così splendidamente descritto dalla moglie Veronica (ma solo dalla moglie Veronica, perché solo lei ha i mezzi per farlo).
Ma tutto ciò che ho detto finora spiega anche le ombre confuse che si addensano a sinistra su ogni tentativo di discutere finalmente con dignità la nostra politica estera.
Le macerie impediscono di vedere e anche di «apprezzare» - nel profondo senso negativo del termine - il disastro che Romano Prodi e l´Unione hanno trovato quando sono giunti al governo. Una delle grandi bravure di Berlusconi, il suo vero successo, è stato quello di farsi sottovalutare e anzi di ottenere continuamente una sorta di onore delle armi da sinistra. Non è stato notato che Berlusconi è autore di due geniali trovate. Per gli amici dell´America lancia il ricatto: chi non sta con me è antiamericano. Per quella che lui chiama la «sinistra radicale» la strategia è diversa. Va in giro a dire (fino al punto di persuadere qualcuno di essi): «Io vi rispetto perché voi sì che siete dei veri comunisti».
Il paradosso è questo. Berlusconi ha inventato le maschere dei suoi avversari. Per esempio le maschere dei comunisti duri e puri che non cedono di fronte ad alcun pericolo del suo ritorno, perché il suo ritorno vale ogni altro ritorno di ogni altro avversario politico di fronte a cui il comunista duro e puro non cede.
Indossando quelle maschere, non si vede il potere immenso di Berlusconi e il fatto che se ritornasse al potere farebbe diventare il peronismo - che era nato povero ed era costretto a rubare - un gioco da bambini. Indossando quelle maschere preparate e dipinte con la faccia feroce dell´antiamericanismo e del comunismo duro e puro da Berlusconi in persona, c´è chi pensa di fare la cosa giusta, e di conquistarsi il suo pezzo di voto in un bel corteo o in una drammatica dichiarazione di fine governo. Di certo lo conquista. Ma solo quello, piccolo e per sempre.
In altre parole, l´uomo che ci ha preparato le maschere da indossare in caso di improvviso invito a un talk show o al corteo di una dimostrazione, e ci ha lasciato un paesaggio ingombro di macerie in modo che non si intraveda neppure ciò che un´Italia diversa sta cercando di fare, ha tolto dignità al Paese. Non possiamo aspettarci che siano altri a ridarci la dignità. Tocca a noi. Ma è impossibile riuscirci se stiamo al loro gioco.
Ecco un appello: rifiutiamoci di indossare le maschere che lui ci ha preparato per Porta a Porta. Ma anche per i cortei. Primo dovere: restituire prontamente le maschere che si fossero inavvertitamente indossate. Mai stare al loro gioco.
FIRENZE - «Centodue al governo? Probabilmente abbiamo battuto un record europeo. Il segnale è negativo, non c´è dubbio. Ed è giusto criticarlo e spingere per un cambiamento della politica. Ma dobbiamo stare attenti a non indebolire Prodi, che ha bisogno di tutto il nostro sostegno in questa fase». E´ un tono di rimprovero più che di condanna quello usato dallo storico Paul Ginsborg, a suo tempo uno dei promotori più attivi dei "girotondi" anti-Berlusconi, per commentare l´overdose di ministri e sottosegretari. Proprio in questi giorni sta finendo di scrivere nella sua casa dell´Oltrarno fiorentino un volume per Einaudi, La democrazia elusiva.
Un governo ipertrofico si addice a un paese con i conti in rosso?
«Non c´è dubbio che un governo ipertrofico sia un messaggio sbagliato e Prodi stesso nel suo primo mandato aveva cercato di limitare la pesantezza dell´esecutivo. Non ci può essere dubbio sul fatto che questo sia il risultato delle pressioni dei partiti, che hanno preteso una moltiplicazione di posti».
Prodi non poteva sfuggire alle richieste, insomma.
«La mia impressione è che Prodi non volesse questo ma che lo abbia dovuto subire. Poi ha fatto di necessità virtù dicendo che "c´è lavoro per tutti". Ma il numero 102 è un´esagerazione».
E´ un segnale di debolezza del premier aver ceduto alle richieste?
«Prodi è una combinazione di debolezza e di forza. Da una parte non è il leader di un partito, dall´altra è riconosciuto come l´unico possibile leader della coalizione. Ha vinto le elezioni e ha fatto altre cose buone, già nei primi giorni».
Se nascerà il Partito Democratico Prodi ne dovrà essere il leader? Questo darebbe a lui maggiore forza rispetto ad ora?
«Senz´altro. Ma non credo che ambizioni e appetiti spariscano nel corso di una notte o attraverso un cambio di nome».
Esistono governi altrettanto sovraffollati in Europa?
«Francamente non mi sorprenderebbe scoprire che il governo Prodi ha battuto una specie di record. Ma quello che vediamo nel nostro microcosmo fa parte di un trend generale che ha a che fare con la crisi della democrazia rappresentativa. Una parte di questa crisi emerge dal ruolo attuale dei partiti, che hanno molto bisogno di chiedere posti e distribuire incarichi perché non hanno più una forte base dentro la società. Si vedono molto meno gli scopi nobili, una volontà di "servire" il cittadino. La politica sembra diventata una mangiatoia».
Non le viene la tentazione di organizzare un girotondo intorno a Palazzo Chigi? Qualche anno fa lo avrebbe fatto.
«No, nessun girotondo invece. Dobbiamo far notare la negatività di certi segnali e premere per la riforma della politica. Ma Prodi non deve essere indebolito, perché il rischio è che si torni rapidamente al governo Berlusconi e questo sarebbe un disastro per l´Italia. Ho scritto un articolo per il Financial Times - che aveva espresso dubbi sulla tenuta dell´Unione - spiegando che invece Prodi sarebbe stato in grado di prendere iniziative importanti. Non vorrei essere smentito dai fatti. Noi rinunciamo ai girotondi, ma anche loro dovrebbero capire la necessità di un cambiamento e fare la loro parte».
La constatazione di un Italia «spaccata in due» fa parte dell'inconsistenza del dibattito politico; un sistema bipolare fornisce in genere risultati risicati (se ne hanno esempi numerosi), il che sollecita l'accusa di brogli, errori, irregolarità ecc. Qualora fornisse risultati molti distanti (da 60 a 40 per cento, come per esempio in Toscana) si ripeterebbero le accuse di brogli, errori e irregolarità per un «risultato coreano» (l'insulto politico si aggiorna, prima la Bulgaria ora la Corea). Ma lasciamo stare queste vacuità e guardiamo ai risultati.
Il Polo ha perso per pochissimo, un dato di fatto non discutibile. Come mai una sconfitta di misura mentre era annunziato un tracollo? Come mai una divergenza così forte tra il convincimento generale di una vittoria certa e consistente per l'Unione e il misero risultato? Come mai una differenza così marcata tra i risultati amministrativi e quelli politici?
Ciascuno ha da portare qualche punto di riflessione poiché si tratta di questione non priva di implicazioni sulla tenuta del governo e sulla possibilità di portare avanti il programma dell'Unione (e non ci si riferisce agli scarsi margini del Senato, ma al rapporto con la società).
Il risultato è tutto attribuibile alla grande capacità di Berlusconi? Ma Prodi non ha sempre vinto nei confronti? E poi l'errore madornale dei «coglioni per chi vota l'Unione», dove lo mettiamo? Sono gli astenuti che hanno determinato il risultato? Non credo. Tutta colpa di una sbagliata e non coordinata comunicazione dell'Unione agli elettori? Certo la questione delle tasse così maldestramente gestita ha influito. Ma la questione credo sia ancora un'altra.
Il convincimento di una vittoria ampia e secca nasceva da un errore di fondo: la non percezione della mutazione antropologica che ha investito il paese; ci siamo voluti illudere che il berlusconismo fosse argomento di sociologia politica e non radicamento nelle coscienze della gente. Il veleno sociale seminato dal Polo ha inquinato le coscienze di molti e un po' di tutti. Un paese che ragiona con lo stomaco; che si sente colpito quando sente parlare di aumento delle tasse, coinvolto o meno che sia; che ha sentito «giustificata» l'evasione fiscale; premiato chi non rispetta le regole; spinto a negare ogni valenza di convivenza regolata. Un paese corrotto dalla televisione in attesa del colpo di fortuna spacciata per abilità (quale è la principale città del Giappone tra Tokyo, Mosca e Sidney? Mmm... Tokyo. Bene ha vinto 100 mila euro), abbrutito da spettacoli che fanno della volgarità e dell'aggressività lo loro cifra di successo. Un paese clericale e, ovviamente, satanista, ma si crogiola nei peccati e vizi privati e pubblici, tanto un perdono e un condono non si nega a nessuno. Un paese così non può votare a sinistra.
In un paese così il Polo ha fatto il miracolo di perdere e l'Unione quello di vincere. È solo il malgoverno portato all'eccesso della destra, l'impoverimento di fasce consistenti di popolazione, la mancanza di prospettiva dei giovani, l'emergere che la "flessibilità" non era un'opportunità ma una fregatura, cioè il rifiuto di Berlusconi non l'adesione al centro sinistra e una certa e sempre più risicata fedeltà politica, hanno spinto un po' le vele dell'Unione, con pochi meriti dell'equipaggio. E questo senza dimenticare dell'appoggio di cui ha goduto l'Unione da parte dell'intellighenzia (ma chi l'ascolta), dei maggiori giornali (ma chi li legge), di settori consistenti del potere economico (ma quale potere). In una paese immerso in questo brodo di coltura la sinistra (anche se di centro) non avrebbe dovuto vincere, a meno che non si aiutasse la gente a riflettere, a svegliarsi dal sonno della ragione. La gente è avvelenata, frastornata, ma può tornare a ragionare, può tornare con i piedi per terra, può tornare ad aspirare al meglio come costruzione faticosa, può smitizzare speranze infondate. Ma come? Questo è il punto.
È possibile partire dallo scarto tra i risultati delle elezioni amministrative e politiche; si tratta di un indizio importante. Si rifletta che la differenza più rilevante tra la campagna elettorale delle amministrative e quella delle politiche sta tutta nell'uso della tv e nel coinvolgimento delle persone. Gli aspiranti sindaci si sono mossi nel tessuto sociale, hanno dialogato con le persone, hanno cercato di convincere i singoli, i partiti sono stati costretti a curare gli elettori, i singoli elettori, non solo i convinti. Insomma, per le elezioni amministrative, per lo più, si è fatto quello che un tempo si chiamava lavoro politico di base. L'intervento attraverso la tv è stato modesto, per ovvie ragioni. Insomma la campagna per le amministrative è stata radicata tra la gente, partecipata; il confronto ravvicinato è stato lo strumento per svelenire le coscienze, per aiutare a ragionare a guardare la realtà.
Tutto diverso per le elezioni politiche dove la tv è stata non lo strumento principale, ma l'unico strumento. Le riunioni pubbliche, poche, sono state tra i convinti; nessun lavoro politico di base. Con la tv vincono gli ideali, si fa per dire, di Berlusconi. E adesso siamo a fare i conti con una risicata maggioranza, non tanto in parlamento, ma, e la cosa è più preoccupante, tra la gente.
Se si volesse che il «programma del centro sinistra» trovasse un tessuto sociale di accettazione (anche se non unanime) allora bisognerebbe rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare lavoro politico di base, il che non esclude l'utilizzo parsimonioso della tv. Solo con un radicamento nel tessuto delle città, tra le diverse categorie sociali, tra i giovani e gli anziani, sarebbe possibile ricostruire un ambito di riflessione comune, non tanto un'omologazione, quanto una disponibilità raziocinante, il rifiuto delle mitologie, la presa di coscienza che l'impegno collettivo è il fondamento di una società sana e la possibilità di affermare l'individualità. Ci arrovella il dubbio che i partiti non siano più in grado di un lavoro politico di base, che non ripeta i riti antichi, ma rinnovi le modalità di un'esperienza fondamentale.
DUNQUE, cos´è successo? Per capirlo, guardiamo prima di tutto alla sostanza delle cose: se si confermeranno i risultati diffusi dal Viminale, Silvio Berlusconi non sarà più Capo del governo, e dovrà scendere le scale di Palazzo Chigi dov´era salito trionfante cinque anni fa. Non andrà nemmeno al Quirinale, dove pensava di trasferirsi per sette lunghi anni in caso di vittoria del Polo, dominando dal Colle tutta la visuale della politica italiana. La stagione del Cavaliere alla guida del Paese sembra dunque finita, mentre comincia la seconda era Prodi, con una prospettiva di governo esile nei numeri, faticosa nell´eterogeneità della coalizione, debole e incerta nella sua cultura politica: e tuttavia pienamente legittima. Perché il centrosinistra – stando ai numeri fino ad oggi ufficiali – alla fine ha vinto, dopo la battaglia elettorale più difficile di tutta la storia repubblicana.
Diciamo subito che se nell´ipotesi notturna di un pareggio (una Camera alla destra, l´altra alla sinistra) si discuteva del diritto della sinistra di provare a governare, nel momento in cui ha conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento l´Unione ha il dovere di provarci. Un dovere costituzionale, ma anche morale, perché Prodi si è presentato agli elettori chiedendo di mandare a casa Berlusconi e di cambiare governo, per aiutare l´Italia a ripartire voltando pagina. Siamo tutti sotto l´effetto di una doccia scozzese che non ha precedenti: prima il tam tam continuo che nel silenzio elettorale dà un vantaggio molto netto all´Unione, poi i primi exit poll che annunciano una vittoria sicura, quindi la correzione di rotta, le regioni conquistate un anno fa dalla sinistra che se ne vanno a destra, il Cavaliere che recupera, l´annuncio della sua vittoria al Senato per un voto, una vittoria che sembra estendersi anche alla Camera: infine il rovesciamento, prima parziale, poi totale, fino alla festa notturna per la vittoria, già insidiata dall´annuncio berlusconiano del ricorso per la verifica delle schede.
La moderna religione dei sondaggi si è svelata per quel che è, una superstizione a bassa tecnologia che punta a soggiogare la politica, determinandola o sostituendola, mentre compulsa il popolo invece di mobilitare i cittadini.
Squarciato il velo della falsa profezia, emerge la doppia realtà di un Paese spaccato a metà, irriducibile nelle sue divisioni frutto di culture divaricate, interessi legittimi separati e distinti, valori contrapposti e inconciliabili. Non è un risultato da poco per il centrosinistra prevalere nel discorso pubblico di un Paese sordo a turno per metà, dove oggettivamente le parole d´ordine della solidarietà, dell´uguaglianza, dei diritti e della giustizia fanno più fatica a passare, trasversali come sono nella loro natura politica. E invece l´Unione ha infine prevalso, di misura strettissima e tuttavia chiara, come se la saggezza superstite e residua di un Paese stremato vedesse nella sinistra più che nella destra l´unica possibilità di tenere insieme le due Italie.
Perché allora questo sentimento diffuso di vittoria mutilata, con un amaro sapore del successo? A mio parere la risposta è chiara: per la scoperta che anche nella vittoria dell´Ulivo Berlusconi "morde" su metà del Paese. C´è una metà dell´Italia che dopo dodici anni di avventura, dopo cinque di malgoverno, dopo una campagna elettorale esagerata e forsennata (che dovrebbe spaventare i moderati) sceglie ancora Berlusconi, e non importa se il sogno del ´94 è oggi bucato. Vuole Berlusconi non più per ciò che promette, ma per ciò che è, ormai apertamente svelato. Sceglie la sua natura nel momento in cui più diventa radicale, la sua proposta quando coincide con la sua figura e poco più, la sua politica quando è rivoluzionaria e tecnicamente sovversiva ad ogni regola, la sua figura come paradigma ingigantito e obbligatorio di una moderna destra.
È senz´altro possibile, anzi sicuro, che una parte di questi elettori voti Berlusconi per i suoi interessi, seguendo l´invito del Cavaliere a badare al portafoglio. Ma un´altra parte, con ogni evidenza, vota Berlusconi "contro" i suoi interessi, visti i cattivi risultati del suo governo, l´incapacità di fare le riforme, la crescita zero. E infine – ed è ciò che più conta – c´è un pezzo d´Italia che vota Berlusconi comunque e a dispetto di chiunque, per vero e proprio ideologismo. Berlusconi come ultima ideologia, anzi, come ideologia che cammina. Solo così si spiega il recupero impetuoso del Cavaliere: nella sua capacità di trasformare la sua base sociale fatta di piccola borghesia antiliberale, di proprietà minuta, larga e diffusa, di intellettualità radicale e "rivoluzionaria" non solo in un blocco sociale, ma in una specie di vera e propria nuova "classe", pronta a muoversi omogeneamente in politica. Se quella classe oltre al portafoglio ha un´anima, come ha, Berlusconi ne è oggi il signore incontrastato. E non solo. Paradossalmente, nel momento in cui finisce di essere premier, Berlusconi comincia ad essere una politica.
L´adesione ideologica al berlusconismo, il dirsi e il diventare di destra attraverso Berlusconi, consente al Cavaliere l´uso politico più libero e spregiudicato della sua base di manovra. Così ieri con una mano ha delegittimato e post-datato la vittoria della sinistra, alludendo a piccoli brogli, pasticci nei seggi da verificare, con una manovra d´interdizione. E con l´altra mano ha lanciato a sorpresa la proposta di una grande coalizione capace di governare la divisione italiana, anche con la sua personale fuoruscita dall´orizzonte del governo. Per l´alterità dei due schieramenti nella scena italiana, e per i toni dell´ultima campagna, è una sorta di compromesso storico berlusconiano, inedito, suggestivo nell´impianto europeo, ma poco credibile nel tradimento definitivo di ogni spirito maggioritario, ma soprattutto del vero spirito del Cavaliere. La destra ha vinto nel 2001 e ha governato. Se la sinistra ha vinto, è giusto che governi, o almeno che ci provi. Così dicono le regole, che hanno però anche un corollario: se Berlusconi ha perso, è giusto che vada all´opposizione, dismetta il ruolo di deus ex machina, passi la mano. Ieri, la sua proposta sembrava il tentativo ansioso e troppo precipitoso di tenere comunque in mano il mazzo delle carte e fare il gioco, almeno dentro la destra: dove già si smarca la Lega.
Per governare davvero, e non provarci soltanto, che cosa serve alla sinistra italiana? Verrebbe da rispondere: ciò che non ha (e dunque ciò che gli elettori non hanno potuto trovare nei seggi): un´identità chiara e risolta, quindi una coscienza di sé. La controprova è nel buon risultato dei partiti con una ragione sociale netta, come Rifondazione, ma anche come i Verdi e i Comunisti italiani, persino Di Pietro. I guai cominciano con la Margherita, che non vede l´onda lunga, e soprattutto con i Ds, rimpiccioliti nelle ambizioni al 17,5 per cento, dopo essere stati l´asse centrale della coalizione per cinque anni. Verrebbe da dire: se per troppo tempo non sai chi sei, prima o poi gli elettori se ne accorgono. Dove si va con quel 17, dove si va col 10,7 della Margherita? Da nessuna parte, com´è evidente.
Se prima il partito democratico era un´opportunità per Rutelli e Fassino, oggi è una necessità. Guai però se lo concepiscono come un assemblaggio di apparati, un piccolo meccano di classe dirigenti e un dòmino organizzativo. Deve avere e trasmettere un´impronta di modernità europea, di apertura e di inclusione (a partire dai socialisti, dai radicali, dalla società), di identità nuova, di necessità riformista, di cultura di governo, forte e radicale. Deve essere l´occasione per rinnovare le classi dirigenti, a partire dal vertice, senza paure e senza riserve. Insomma, deve essere una cosa nuova, da fare subito, credendoci, senza furbizie. Solo così, cambiando la natura della sinistra, può cambiare il suo destino. E solo così può funzionare da perno e baricentro per il governo Prodi in questa stagione complicata.
Tutto ciò dà a Prodi un compito in più, un compito doppio. Deve provare a governare, in una situazione difficilissima, non solo per i numeri, ma per l´eterogeneità di una coalizione da trasformare in forza di governo, e per la debolezza di una cultura riformista ancora incapace di dispiegarsi. Ma nello stesso tempo, deve essere alla testa di questo processo di fondazione di un nuovo Ulivo, che si chiamerà partito democratico. Il Professore sa che la sua è una vittoria debole, fragile. Se parte per galleggiare, va a fondo. Ha bisogno di strappare, di pensare in grande. Cominci dal suo governo, indicando subito i ministri, fuori dai giochi e dai condizionamenti, sentendo i partiti, ma senza farsi ingabbiare. La sua debolezza è la sua forza: la usi, come se il partito democratico ci fosse già.
La vera risposta alla mossa berlusconiana della grande coalizione sta nella capacità di Prodi di parlare al Paese, a tutto il Paese. Ci provi, cominciando da quel Nord che per la prima volta nella storia italiana si contrappone politicamente al Centro, diventando il nuovo scrigno ideologico del Cavaliere, le regioni berlusconiane contro le regioni rosse, con la destra che acquista un territorio, espropriando la Lega. L´altra risposta a Berlusconi, sta nella capacità del centrosinistra di indicare una soluzione limpida ma condivisibile per il Quirinale. Oggi il nome possibile è uno solo, quello di Carlo Azeglio Ciampi, che vuole lasciare il Colle ma che rappresenta un punto d´incontro forte e sicuro. Da qui bisogna partire.
Come si vede, e per fortuna, dopo il voto la parola torna alla politica. La sinistra mostri di averne una, dopo l´antiberlusconismo. La politica è l´unico modo per far vivere un governo Prodi, se nascerà dopo la vittoria. Ed è anche l´unico modo per battere davvero Berlusconi, dopo averlo disarcionato.
Alcuni giorni fa Andrea Camilleri e Giovanni Sartori hanno presentato il libro-testamento di Paolo Sylos Labini «Ahi serva Italia, appello ai miei concittadini».
C’era una grande folla nelle stanze della Casa Editrice Laterza di Roma. Tutta quella gente non era venuta soltanto per l’immensa stima e l’immenso affetto che Sylos Labini si era meritato nella sua vita di maestro.
Camilleri, Sartori e tutti gli altri sono venuti per dire che ci impegniamo anche in condizioni di totale controllo mediatico e di esclusive notizie di regime a fare in modo che tutti sappiano di quell’appello.
È l’impegno di tanti che non hanno mai rotto il patto.
Il patto era di dire e di ripetere e di far sapere in Italia ciò che di noi dice il mondo: l’Italia è umiliata e soffocata da un gigantesco conflitto di interessi che non si ferma o non si modera con l’espediente di parlarne con gentilezza. Oggi quel conflitto è molto più grande del primo giorno del triste governo Berlusconi. Diventa ogni giorno più incompatibile con la democrazia. Può essere rimosso, salvando il Paese, solo col voto. Sylos Labini è stato voce alta, limpida, autorevole di questo giornale, una voce che non si è mai placata perché non c’era ragione di placarsi. Nella presentazione del suo libro-appello, Camilleri e Sartori (certo difficilmente definibili “radicali” e “girotondini”) hanno voluto unire le proprie voci a quella di Sylos Labini per dire ai disorientati e agli incerti secondo l’ammonizione di Umberto Eco: «Non siete matti, voi che parlate di dittatura mediatica. Siete i cittadini che non si rassegnano a consegnare i propri diritti democratici al governo della famiglia Berlusconi e dei suoi scrupolosi dipendenti. Ora diremo basta col voto».
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Si chiama “endorsement” negli Stati Uniti la dichiarazione con cui alcuni grandi giornali prendono posizione sui partiti contrapposti e sui loro leader prima di ogni elezione politica. Poiché, in quel Paese gli elettori hanno il privilegio democratico di scegliere una per una le persone da eleggere alla Camera o al Senato, i quotidiani come il New York Times, fanno seguire alla dichiarazione di voto per lo schieramento (Repubblicani, Democratici, Kerry o Bush) una serie di editoriali brevi dedicati ai singoli candidati, con le ragioni specifiche di sostegno o di rigetto.
L’«Editorial Board» di quei giornali (che è composto dall’editore, dal direttore e dai capi dei vari settori del giornale) ama sentirsi libero e vuole dimostrarlo. Perciò non è raro che l’indicazione di voto per singoli candidati incroci le linee dei due schieramenti. Questo impegno è allo stesso tempo politico e pedagogico.
Ciò che viene ritenuto improprio e pericoloso in una democrazia è il silenzio, è la finzione di equidistanza, che il più delle volte copre l’imbroglio. L’oscura e cieca legge elettorale che è stata gettata sull’Italia, ultimo contributo di Berlusconi al peggioramento della nostra vita, impedisce di seguire questo percorso di civiltà.
Ma per questa ragione, il dramma del peggioramento progressivo in cui sta cadendo l’Italia, in ogni campo e settore della sua vita, della sua attività, e a causa della paurosa crisi di credibilità, perduta dal Paese verso il resto del mondo, e dalle istituzioni nei confronti dei cittadini, si deve apprezzare l’iniziativa del Corriere della Sera. Mercoledì 8 marzo, con un editoriale del suo direttore Paolo Mieli, quel giornale ha indicato la scelta di voto, ovvero lo “endorsement”, come avviene nella vita democratica di altri Paesi. Il direttore del Corriere della Sera ha spiegato con chiarezza perché è bene votare per l’Unione e per Prodi.
Mi domando se apparirà credibile ciò che sto per scrivere: quel gesto mi sarebbe sembrato altrettanto importante e civile anche nel caso che lo “endorsement” fosse andato in senso contrario, a favore di Berlusconi. Avrei detto con vigore il mio dissenso. Ma avrei ugualmente considerato essenziale al costume e al confronto democratico la aperta dichiarazione di voto. Il nostro Paese, infatti, come ci dimostra ogni sera la televisione di Stato, è pervaso dalla malattia del giornalista o conduttore che si considera, in modo fatuo e impossibile, “al di sopra delle parti”, come se, nel mestiere di informare, un simile atteggiamento fosse desiderabile, umano e possibile.
Il danno recato dall’impasto di finta estraneità - qualcosa di profondamente diverso dal giornalismo libero nel mondo (basti ricordare gli editoriali del New York Times sul governare di George W. Bush) - lo abbiamo constatato per anni nei silenzi, nelle notizie mancanti, nelle citazioni senza commento di frasi false o insultanti o assurde dette dal presidente del Consiglio o da alcuni suoi Ministri, o per l’immensa tolleranza che ha quasi sempre coperto il comportamento osceno di esponenti della Lega Nord.
L’importanza dell’editoriale di Paolo Mieli rompe il gioco del professionismo equidistante, molto adatto a coprire la complicità, in un momento particolarmente grave della vita italiana.
Questo gioco, ripeto, sarebbe stato rotto anche da una dichiarazione di segno opposto. Felice come sono che il Corriere della Sera indichi Prodi e il Centrosinistra come degni di essere votati, mi sento di dire che l’avere scelto e proclamato il valore democratico di quella scelta, è il vero senso dell’evento.
Questo spiega la povertà imbarazzante delle dichiarazioni con cui ha reagito la Casa delle libertà. E se Mantovano, Fini e Calderoli si comportano come maschere fisse di una malandata commedia dell’arte, fanno effetto le seguenti battute di Pier Ferdinando Casini, che sta dimenticando troppo in fretta la sua dignità di Presidente della Camera.
Ha detto Casini con una memorabile sbandata: «Nel referendum sulla fecondazione il Corriere della Sera scese in campo invitando gli italiani ad andare a votare. Gli italiani però non andarono a votare. Spero che non lo facciano neanche questa volta». Curiosa svista. L’abile uomo politico a cui si attribuiscono effervescenti disegni centristi nel caso che fosse necessario mettere insieme una “grande coalizione”, non si accorge di invocare e celebrare il peggior pericolo per la sua parte.
Casini ostenta, inoltre, una disinformazione sorprendente per uno che è alla testa della associazione dei parlamentari democristiani del mondo. Dice che «è inconsueto per un giornale indipendente prendere posizione prima delle elezioni». Tutti sanno che farlo è normale e tipico in tanti Paesi democratici e negli Usa è considerato doveroso. Ma a Casini non manca neppure il cattivo gusto: «invece delle leggi ad personam, che ad personam non sono, adesso siamo arrivati alla campagna elettorale ad personam».
E nella stessa frase nega ciò che ha fatto come presidente di una Camera che quelle leggi le ha votate a una a una con la procedura oscura del voto di fiducia. E definisce “ad personam” una pubblica e democratica dichiarazione di voto.
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Come in una pista d’atterraggio nella giungla, si vedono, nell’editoriale di Mieli, alcune luci che indicano il passaggio. Una è quando il direttore del Corriere della Sera dice che «il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di avere badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese». L’altra è un accenno, rapido ma chiarissimo. Definisce ciò che è accaduto nel mondo finanziario italiano la scorsa estate «la battaglia sulle scalate bancarie ed editoriali».
Il direttore del Corriere ha notato il pericolo, e ha dato all’opinione pubblica italiana il segnale d’allarme. Se il conflitto di interessi resta incastrato nella nostra vita collettiva, non può che crescere e travolgere tutti, in una sorta di guerra contro tutti, non solo contro la sinistra.
È accaduto questo: le parole di Mieli ricordano ciò che aveva scritto Eugenio Scalfari nel suo editoriale del 26 febbraio, dopo che Berlusconi si era prodotto nel suo elogio di Fiorani: «Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l’amico di Fiorani, anche nella scalata dei furbetti” al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata. Adesso ne ha finalmente l’indicazione davanti agli occhi».
Il povero ministro Giovanardi crede di essere draconiano con la sua condanna: «Finalmente il Corriere si è ufficialmente affiancato all’ Unità». È una affermazione che ci rende fieri in questo giornale. A noi è sembrato molto presto di scorgere nel conflitto di interessi e di legalità un pericolo per l’integrità della Repubblica, della sua vita, dei suoi costumi, della sua libertà. L’appello del Corriere della Sera è contro un profondo processo di corruzione, divisione e guerra permanente che continua e dilaga. Chiede agli italiani che venga risparmiato al Paese un periodo di spaventosa stagnazione. La causa è nella descrizione del lavoro di governo fatta da Mieli: lavora per sé soltanto per sé. Lavora per proteggere interessi personali. Ma nel giro degli interessi personali c’è una ragnatela di legami che richiede l’agevolazione di altri interessi personali. Casi come Parmalat e Fiorani diventano - anche di fronte al mondo , il cui interesse a investire in Italia crolla - patologia cronica e inevitabile. L’inquinamento fermenta sotto la calotta del conflitto di interessi, l’abolizione del falso in bilancio, le leggi che esimono dal rispondere in tribunale. Ma ciò che ha provocato il segnale d’allarme alla borghesia italiana, lanciato dal Corriere della Sera va collegato al segnale d’allarme lanciato dalla Confindustria.
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Il problema appare, con evidenza, molto più grave di una pur tumultuosa campagna elettorale.
È vero, Berlusconi sta conducendo questa campagna con un tipo di violenza che tende a suscitare lo scontro. Ma è pur sempre una campagna elettorale, e la paura di perdere può giocare brutti scherzi.
Più grave è ciò che si è appreso giorno per giorno dal modo di governare di Berlusconi. I cinque anni che abbiamo vissuto sono stati cinque anni di estenuante campagna elettorale, comprese le bandiere, le accuse, le mitragliate di cifre false e di dati deliberatamente formati per dare annunci, un impegno ininterrotto ad attaccare secondo un veemente modello di opposizione. Ma qui, la veemenza, l’attacco, le continue imputazioni agli avversari, il tentativo di mettere gli avversari a tacere, vengono dal governo e puntano febbrilmente contro ogni dissenso e ogni tentativo di opposizione. La colonizzazione della Rai, il livellamento della Rai con Mediaset, il lavoro forzato delle Camere per approvare subito e con il voto di fiducia le leggi speciali per persone e interessi speciali, non hanno mai placato l’opposizione continua di questo governo e della sua maggioranza, che ha creato e mantenuto una profonda spaccatura nel Paese.
Opposizione a chi, visto che Berlusconi e i suoi sono (erano) al governo? Non resta che una risposta, che sembrerà un po’ retorica, ma viene dalla constatazione dei fatti. È opposizione all’Italia. Viene freneticamente e ripetutamente descritta un’Italia tutta comunista, una spirale di manovre malevole scatenate dalle cooperative rosse, dai sindacati rossi, dalle giunte rosse, dai magistrati rossi, dai giornalisti rossi, dalle televisioni rosse, dal cinema rosso, dalle professioni succubi del comunismo. E dalla Confindustria.
Il messaggio continuo è che si deve avere paura della sinistra. Nel penoso “Porta a Porta” dell’8 marzo, Berlusconi, per tutta una sera, durante ore di monologo, ha detto al “dottor Vespa” che il “signor Prodi” si prepara a fare il prestanome di un governo che imporrà il modello comunista in tutti gli aspetti, stadi e settori della vita.
L’Italia ha raggiunto quota zero di sviluppo, unica democrazia occidentale al mondo, dopo avere attraversato cinque anni di continua campagna elettorale, senza alcuna attività legislativa che possa essere ricordata. Solo distruzione delle procedure democratiche, delle regole comuni, della Costituzione. L’Italia ha raggiunto l’impoverimento delle famiglie, la perdita di posti di lavoro, la caduta del commercio con l’estero, l’aumento drammatico dell’abbandono della scuola dell’obbligo, lo svilimento dell’immagine italiana e della sua credibilità sia politica che imprenditoriale. Ma Berlusconi sta ancora accusando il complotto della sinistra.
La campagna elettorale che dura per anni distrugge il tessuto sociale, i rapporti fra gruppi, le possibilità di cooperazione su cui si basa la vita democratica. Impedisce di lavorare, di comprare, di vendere, di investire. Ogni problema - e tutti si rendono conto della complessità dei problemi con cui ogni governo e ogni Paese si devono confrontare - diventa uno spot pubblicitario e un podio per lanciare l’accusa contro qualunque dissenso, per sviare o eliminare ogni punto di vista diverso, offrendo solo autoesaltazione e connivenze private. La sindrome di corruzione italiana diventa internazionale, come sembra dimostrare il nuovo processo di Milano appena aperto contro Silvio Berlusconi e il suo avvocato inglese Mills.
C’è in tutto questo l’evidente e serio problema caratteriale di una persona. Ma è anche tragedia, se quella persona è in grado di sovrapporre una immensa ricchezza agli interessi di tutto il Paese. Aggrava il quadro la volontà di gettare lo Stato e il paese contro la Magistratura. Il conflitto di potere si somma al conflitto di interessi, l’impegno dichiarato è di abolire uno dei tre poteri della democrazia.
A questo gioco il Corriere della Sera e la Confindustria hanno dichiarato di non volersi prestare. Nella lunga scenata di Berlusconi non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è garanzia in alcun campo, in alcun senso, per nessuno.
Dopo ore di monologo a Porta a porta, nel cuore della notte, Berlusconi ha detto ai suoi interlocutori stremati: «Ah se potessi andare a dire queste cose in televisione». Che si confronti una buona volta con Prodi secondo regole di normale civiltà democratica. E poi voltiamo pagina.
furiocolombo@unita.it
Nel gioco delle parti era il turno dell’estrema destra danese, e gli Sms che quella aveva messo in circolazione promettevano uno spettacolo ghiotto alla troupe di Al Jazeera: in tarda mattinata, davanti al Municipio, alcuni giovani ariani avrebbero bruciato un paio di Corani. Poche ore dopo, nei telegiornali arabi, quei venti idioti avrebbero personificato 350 milioni di europei, così come i pochi forsennati che da giorni incendiano bandiere danesi da Gaza a Giacarta giganteggiano nel nostro immaginario, come fossero i 1300 milioni di musulmani.
E’ il Noi contro Loro, la menzogna che s’autoavvera, il losco equivoco, insomma l’imbroglio chiamato "scontro tra civiltà". Però alle due gli ariani non s’erano palesati e i quattrocento giovani musulmani convenuti per salvare il Libro si chiedevano se seguire Al Jazeera a Hillerod, venti chilometri da Copenaghen, dove altri Sms garantivano un secondo raduno incendiario. Le tv ci speravano, la giornata aveva offerto poco: un incontro in Parlamento di quei musulmani laici che detestano tanto la destra ariana quanto «gli auto-proclamati poliziotti di Allah», gli imam; e una dimostrazione mista, danesi e immigrati musulmani, tra i pattinatori della piazza Blagards. Ma questa roba non interessa, non si vende, non fa paura, non sta dentro lo schema Noi contro Loro. E poi gli imbelli di piazza Blagards arrivavano a sostenere che i media europei hanno frainteso: la grande maggioranza dei musulmani danesi non solo non avrebbe proprio nulla contro le nostre democrazie liberali, ma al contrario, vorrebbe che ne siano applicati i principi. Che i Nostri Valori non siano poi così nostri?
Allora proviamo a riscrivere da capo questa storia che nessuno riesce più a circoscrivere, non Kofi Annan, non i premier europei, tantomeno la piccola Danimarca, la cui placidità borghese ormai nasconde a fatica lo spavento per la sfida lanciata dalle caste religiose islamiche con manifestazioni sempre più aggressive, con boicottaggi commerciali sempre più estesi. L’inizio: il 30 settembre 2005 un giornale della destra danese, il Jillands Posten, secondo nel Paese per diffusione, pubblica 12 vignette su Maometto. Alcune blande, altre insulse, due sprezzanti. Una in particolare lo mostra col turbante disegnato in forma di bomba. Molti di questi cartoon sono stati ripubblicati in questi giorni da quotidiani europei, per riaffermare un principio sacrosanto, questo: in Occidente la libertà d’opinione non può essere sottomessa a divieti religiosi.
Ma qui c’è un equivoco: alla grande maggioranza dei musulmani danesi, e forse dei musulmani nel mondo, importa un accidenti se la penna d’un disegnatore dà un volto a Maometto. Raffigurarlo come un terrorista è un’altra cosa. Beninteso, che esista un unico islam e che la sua natura sia terroristica è un’opinione particolarmente stupida, però del tutto legittima. Con lo stessa logica potremmo sostenere che la vocazione del cristianesimo è il genocidio, dato che passi della Bibbia incitano apertamente alla strage e alcune Chiese slave furono in buoni rapporti con il nazismo. Sarebbe anche questa un’idiozia: però altrettanto legittima. Se però un giornale italiano pubblicasse una vignetta in cui Gesù è raffigurato con un ghigno mentre spinge un bambino dentro un forno crematorio, forse non la guarderemmo con la stessa flemma con cui osserviamo il Maometto con la bomba.
Ma perfino quel Maometto sarebbe stato condonato se non fossimo in Danimarca. Qui un emigrato musulmano legge immediatamente la vignetta del Jillands Posten come l’esatta trasposizione della frase «Fin dal suo inizio l’islam è stato un movimento terrorista», apparsa nel sito web di Martin Henriksen, portavoce di quel Partito del Popolo (DF) che ha costruito le proprie fortune sull’aggressività verso l’islam. Nelle ultime elezioni il DF è balzato al 13 per cento, i sondaggi lo danno in crescita, e il suo appoggio esterno è così indispensabile alla destra di governo che questa nicchia quando un deputato del DF definisce musulmani «un cancro» in un discorso in Parlamento.
In seguito alle proteste Henriksen ha sostituito «movimento terrorista» con «ideologia di conquista». Ma la sostanza non cambia. Per partiti che rappresentano un quinto dell’elettorato danese, gli immigrati da Paesi musulmani sono un pericolo, una minaccia: «L’immigrazione è il modo con cui i Musulmani cercano di conquistare l’Europa», ripete Soren Krarup, leader del DF. Corollario implicito: diamoci da fare per sottomettere il nemico, oppure per scacciarlo (magari mediante un’applicazione sbrigativa della nuova legge sull’immigrazione). Questo c’era nella vignetta. E pubblicarla è stata - secondo Bjorn Moller, ricercatore dell’Istituto di studi internazionali - «un’azione deliberata per provocare i musulmani restando dentro i confini della legge». Però il Posten s’è appellato ad un ideale alto, non farsi intimidire dall’islamismo radicale.
Secondo il giornale, non bisogna cedere al clima di paura costruito dall’assassinio di Theo Van Gogh. E certo anche questo è parte del problema. Ma se vogliamo trovare martiri del libero pensiero, in quel ruolo migliaia di musulmani funzionano assai meglio del regista olandese. Prima di scoprire che era più conveniente prendersela con Maometto, Van Gogh aveva scritto di Gesù come «il pesce marcio di Nazareth»; d’una storica ebrea, che faceva sogni erotici sul dottore Mengele, il medico di Auschwitz noto per i suoi mostruosi esperimenti; e d’un odore dolciastro nell’aria, che probabilmente stavano bruciando ebrei diabetici.
L’espressione artistica non può essere compressa dentro i limiti del buon gusto o del politically correct: però se la vostra famiglia fosse stata sterminata in un lager forse trovereste intollerabile che un cialtrone vi rida in faccia. A molti immigrati musulmani risultò intollerabile che l’islam fosse equiparato ad una setta d’assassini. Ad altri sembrò solo molto sgradevole: per esempio al medico d’origine irachena Mohammad Hashimy. Lo incontro in Parlamento, è tra i duecento musulmani convenuti per dare visibilità, mi dice, «a quanti di noi, e siamo la maggioranza, ritiene il diritto d’opinione un fondamento della democrazia». Eppure anche Hashimy e i musulmani come lui, molto più liberali di tanti danesi, oggi si sentono a disagio. Da quando governa la destra, dice il medico, «ogni musulmano è considerato un estremista finché non prova il contrario».
Le vignette provocarono le reazioni più disparate tra gli immigrati musulmani. Rassegnazione, scontento, perfino indifferenza. E ira. «Però non sono state l’origine della nostra reazione: semmai il detonatore», mi dice una danese d’origine pakistana, Lubna Ehai, per 16 anni consigliere comunale a Copenaghen. Alcuni religiosi islamici, imam autoproclamati e in genere non radicali, chiesero al Jillands Posten le scuse: non ottenendole si rivolsero alla magistratura; infine bussarono alle ambasciate arabe. A fine ottobre una decina d’ambasciatori di Paesi sunniti sollecita un incontro con il primo ministro Rasmussen per lamentare «la campagna denigratoria» nei media contro i musulmani. Il premier rifiuta: in una democrazia liberale, fa sapere, la stampa è libera. Gli ambasciatori si irritano ma sembrano disponibili a dimenticare. Nel frattempo gli imam compiono il passo che risulterà decisivo: delusi dalla diplomazia, volano al Cairo e a Beirut. Incontrano teologi e leader fondamentalisti, incluso il capo di Hezbollah. E trovano sostegno. Le prime manifestazioni, il boicottaggio delle merci danesi in Arabia saudita: l’inizio della valanga. A quel punto anche i regimi arabi escono dall’indifferenza. Sono troppo deboli per opporsi ai mullah. E capiscono d’avere un buon pretesto per sottrarsi alle pressioni, interne e internazionali, che vorrebbero spingerli a riforme vere. Ora possono dire: ecco dove conduce la democrazia, quest’invenzione d’una civiltà che ci odia.
Autocrazie sunnite e opposizioni fondamentaliste siglano così l’alleanza anti-danese, cui si unisce presto Teheran. Ai contraenti probabilmente risulta gradita la scelta di ripubblicare le vignette del Jillands Posten compiuta da alcuni quotidiani europei, e ancor più lo schema di riferimento, i Nostri Valori contro i Loro, la libertà d’opinione contro la sottomissione ai precetti della fede. Invece s’infuria la stampa araba d’indirizzo liberale, giornalisti che rischiano non poco sfidando i mullah con prose audaci (scriveva l’anno scorso il saudita Al Watan: quell’Occidente che vogliamo immaginarci come decadente «ha valori più islamici e morali che tutti i paesi musulmani»). Le redazioni si sentono tradite. Non faticano a immaginare quel che accadrà: regimi e mullah profitteranno del risentimento verso l’Europa per aumentare la pressione sul dissenso.
Ai regimi arabi non conviene affatto chiudere un contrasto così proficuo. Così non s’accontentano delle mezze scuse del Jillands Posten, tardive ma reiterate. E neppure della correzione di rotta del premier Rasmussen, che incontra gli ambasciatori e si spiega con la tv saudita Al Arabiya. Anche a molta destra europea è utile questa commedia dello "scontro tra civiltà": potrebbe rendere ai più furbi quanto finora ha reso alla destra danese.
Però c’è anche un’Europa in controtendenza, finalmente consapevole che nel continente si diffonde una pericolosa "islamofobia". Parola fino a ieri bandita dal lessico politico, adesso appare nel rapporto 2005 della Helsinki Federation for Human Rights. E a Bruxelles Franco Frattini, certo non un bolscevico, parla d’una «crescente islamofobia». La stampa europea in questi giorni percorsa da pulsioni eroiche potrebbe dare una prova inusuale di coraggio misurandosi con questo tema. Se per una volta raccontasse quel che accade a Loro come se accadesse a un Noi, non mancherebbero le sorprese.
Titolo originale: Left on the line - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il suo portavoce dice che non può far altro che “denunciare decisamente una campagna avvelenata di dicerie” innescata da uno dei principali giornali nazionali. Ricorda che la pubblicazione delle conversazioni telefoniche di un parlamentare è illegale, e richiede che le autorità responsabili intervengano a scoprire in che modo alcune frasi registrate nel corso di un’indagine giudiziaria siano arrivate alla stampa.
Sono cose che abbiamo già sentito. Quando Silvio Berlusconi dava la colpa ai media e ai magistrati anziché rispondere alle accuse che gli erano state mosse.
Soltanto, stavolta non è Berlusconi o il suo ufficio stampa, ma il portavoce di uno dei principali oppositori del primo ministro. Piero Fassino è il leader del principale partito italiano, i Democratici di Sinistra (DS), eredi del formidabile movimento comunista nazionale.
Insieme al suo partito è una delle pietre angolari di un’alleanza, formata dall’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi, che alle elezioni generali del 9 aprile spera di scalzare Berlusconi e la sua coalizione di destra dopo cinque anni in carica tra forti opposizioni. Uno scandalo che coinvolga Fassino potrebbe decidere il risultato.
Ma lo stesso potrebbe fare una divisione a sinistra. Ed è esattamente questo che sta succedendo in Italia, coi sostenitori e i critici del leader dei Democratici di Sinistra a discutere se ci sia o meno uno scandalo.
Quello che è successo è che un giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ha pubblicato alcuni estratti da una conversazione telefonica registrata tra Fassino e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, compagni assicurativa che è tra i molti attori in una enormemente controversa battaglia di acquisizione.
All’inizio di quest’anno Unipol, controllata dall’importante movimento cooperativo italiano, si è imposta sulla banca spagnola BBVA in una lotta per la Banca Nazionale del Lavoro. Gli estratti delle registrazioni fanno supporre che Fassino non solo sosteneva l’offerta, ma la riteneva un prolungamento delle attività del partito. Dopo aver ascoltato i particolari, si riporta che abbia dichiarato: “Beh, allora siamo padroni di una banca”. Ma poi ha cambiato registro dicendo: “Voi siete padroni della banca. Io non c’entro niente”.
Questo, da solo, fa pensare a una confusione nelle distinzioni fra politica e finanza. Ma qui non si trattava di una comune offerta di acquisizione.
È una delle due offerte che lo scorso mese hanno condotto alle dimissioni del governatore della banca centrale italiana, Antonio Fazio. In entrambi i casi, una contro offerta da parte di un soggetto italiano apparentemente più debole aveva strappato l’iniziativa a un concorrente straniero meglio fornito di capitali.
I magistrati al momento stanno indagando se Fazio abbia agito per bloccare i due offerenti stranieri. Vogliono anche sapere se i finanzieri italiani coinvolti abbiano agito per aiutarsi l’uno con l’altro a costruire la propria offerta. Consorte è indagato per attività criminali e truffa in entrambi i casi.
Dal punto di vista politico, c’è un problema più serio. La sua compagnia, Unipol, è indicata come modello di capitalismo amico con ispirazioni socialiste. E pure molti degli investitori nell’altra battaglia di acquisizione erano uomini della destra. Esiste chiaro il pericolo che gli elettori progressisti traggano dalla vicenda la conclusione che c’è in realtà poca differenza fra sinistra e gente come Berlusconi, disertando poi le urne il giorno delle elezioni.
Come hanno sottolineato gli stessi magistrati, non c’è niente nelle trascrizioni che indichi alcun comportamento illegale da parte di Fassino. Ma questo non ha impedito a molti a sinistra di deplorare il suo coinvolgimento in un affare tanto opaco.
Beppe Grillo, il comico il cui sito web è diventato un punto di incontro per il dissenso, sostiene il bisogno di un radicale chiarimento al vertice dei DS. Molti importanti esponenti del partito, come l’ex presidente del gruppo alla Camera, Giorgio Napolitano, hanno chiesto a Fassino di ammettere di aver grossolanamente sbagliato. Prodi, in una dichiarazione molto cautamente articolata, ha detto che è importante mantenere separati politica e affari.
Ma in modo compatto la dirigenza del partito ha risposto seccamente, negando che esista niente da ripudiare. Il presidente dei DS Massimo D’Alema, ha liquidato una domanda sulla presunta collaborazione dell’Unipol con gli altri scalatori italiani dichiarando: “Nel mondo degli affari, ci sono contatti. È una cosa che succede normalmente”.
Forse ha ragione. Ma quello che conta ora è che l’opposizione è visibilmente e in modo imbarazzante divisa, a quattro mesi da una verifica pubblica decisiva.
Bertinotti è l´ossimoro materializzato in una persona, anzi in un´istituzione. Va alla parata militare del 2 giugno con una spilla arcobaleno (colori del pacifismo) appuntata sulla giacca e l´accarezza ostentatamente mentre assiste in piedi, alla sfilata dei paracadutisti, degli incursori, dei bersaglieri, dei carabinieri, con le loro bandiere di guerra. Irrita i militari che rappresentano la patria e irrita i movimentisti che sfilano per conto loro in un´altra zona della città. Francesco Merlo ne ha fatto ieri su queste pagine un bellissimo ritratto, il ritratto delle contraddizioni.
Ma – ci tengo a dirlo – l´intera civiltà moderna (e non soltanto quella occidentale) è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell´arte, in filosofia.
Non si tratta d´un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza.
Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l´unità dell´io. Il Leopold Bloom del suo Ulisse è un ossimoro fatto personaggio, ben più radicale di Bertinotti. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all´imprevisto, magmatica, pragmatica. Infine, priva di senso e quindi piena di paura ma ricca di avventure. Non emendabile, almeno per ora. Priva di valori egemoni. Forse priva di valori "tout court".
Leggevo in questi giorni i commenti di alcuni studiosi di economia e i loro rimbrotti verso quei governi che danno troppo spago alla disparità di opinioni cercando di conciliarle con compromessi al ribasso. Leggevo anche analoghi giudizi da parte di imprenditori: vorrebbero governi capaci di decisioni impopolari, purché naturalmente l´impopolarità fosse a senso unico e privilegiasse gli interessi della categoria.
Faccio osservare che il presidente della Confindustria di fronte all´insorgenza della platea di Vicenza demagogicamente stimolata dall´empito appassionato di Berlusconi, ha modificato la rotta e il linguaggio, ha preso le distanze dal nuovo governo e dalle organizzazioni sindacali, ha insomma visibilmente spostato la barra del suo timone.
Cioè ha tenuto conto di Vicenza, ha dovuto tenerne conto, ha dovuto riconquistare credibilità e popolarità tra i suoi associati. La democrazia non può prescindere dal consenso. La classe dirigente democratica deve essere sostenuta dal consenso.
Deve cercare di spostarlo a proprio favore e allo stesso tempo ne risulta essa stessa spostata. La civiltà dell´ossimoro è obbligata a compiere questi diuturni esercizi.
Sapete chi meglio rappresenta quella forma retorica da almeno sessant´anni? Giulio Andreotti. A me non piace neanche un po´, ma se c´è un ossimoro puro, personificato, è lui. Intramontabile, inaffondabile, di tutte le stagioni, scherza coi fanti ma anche con i santi, stringe alleanze a destra e a sinistra, prega e si comunica, il suo cinismo è talmente rivoltante da essere diventato un´opera d´arte. Petrolini non gli sarebbe piaciuto ma Pippo Franco e il Bagaglino lo incantano.
Sempreverde, Giulio Andreotti. Infatti a 87 anni è ancora l´uomo del giorno. Non siede al Quirinale per puro caso. Io dico per fortunato accidente. Ce ne siamo salvati per il rotto della cuffia.
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Il problema politico di oggi parrebbe quello del disgelo tra le due coalizioni. Gettare ponti transitabili tra l´una e l´altra. Che si parlino e si riconoscano reciprocamente. Tutti ne sarebbero contenti o almeno la maggior parte, salvo alcuni manipoli di irriducibili.
Questa è l´apparenza. Mi domando se sia anche la sostanza. In proposito qualche dubbio ce l´ho.
Per esempio Berlusconi. Per lui rinunciare al muro contro muro è un rischio molto alto. Se allenta la presa aumenta lo spazio al gioco libero dei suoi alleati e anche di alcuni forzisti di eccellenza: Tremonti, Scajola, Dell´Utri, tanto per dire. Perfino Bossi e qualcuno dei colonnelli leghisti. Ha detto che il referendum non sarà più considerato il giorno della rivincita e della spallata al governo. Che altro poteva dire? Il referendum costituzionale non ha «quorum»: chi vota vota, chi vince vince. Sarà molto se il 25 giugno, con mezza Italia già in vacanza, andrà alle urne il 50 per cento degli elettori. Mettiamo il caso che vincano i "sì". Vinceranno per un pelo e così pure se vinceranno i "no". Una spallata col 25 per cento di consensi?
Quindi niente rivincita. Ma il muro contro muro, per Berlusconi, deve continuare. Quanto agli alleati, tenterà di imbrigliarli nel partito unico dei "popolari" o moderati che dir si voglia. Grosso problema. Sarà un partito con altrettante correnti. Ogni corrente parlerà il suo linguaggio come prima e più di prima. Quanto alla base, il disgelo avrà come naturale effetto il formarsi di molti "iceberg" che navigheranno in preda alle correnti. Alle convenienze. Agli interessi.
Follini (e forse Tabacci) prenderanno il largo. Una zona franca, un ponte percorribile tra i ghiacci dell´Islanda e la corrente del Golfo. Condizione pessima per il Capo dei capi, ma ideale per negoziare i salvacondotti in favore del proprietario di Fininvest-Mediaset.
A sinistra la situazione non è meno complicata. La fine del muro contro muro conviene certamente alla Margherita, più libera di muoversi verso il centro. Ma non per liberarsi di Prodi. Se Prodi dovesse cedere prima dei cinque anni, a succedergli ci sono già numerose prenotazioni cominciando da Walter Veltroni, da Fassino, da Bersani. La Margherita potrebbe fare piccolo cabotaggio ma non molto di più. L´idea di scomporre e ricomporre i poli mi sembra molto improbabile. Quella di spostare al centro l´asse sociale, altrettanto.
Nelle ultime pagine di Guerra e pace Tolstoj espose la teoria del pendolo: la società, scrisse, pendola tra l´Est e l´Ovest; i grandi uomini non guidano ma seguono questi movimenti che si svolgono nel profondo. Napoleone seguì il moto dall´Ovest verso Est, lo zar Alessandro pochi anni dopo seguì il moto contrario.
Se dovessimo applicare la teoria del pendolo, che non è priva di una sua saggezza statistica, dovremmo dire che la società di questi anni (quella italiana, ma non soltanto) si sta spostando dall´ubriacatura liberista dello Stato supplente, ad una posizione di interventi pubblici mirati a proteggere i diritti: diritto alla previdenza, diritto alla salute, diritto al salario minimo garantito, diritto ad un lavoro flessibile ma non precario. Diritto delle donne di guidare la realizzazione del bene comune. Diritto delle piccole imprese d´esser assistite a sopravvivere modernizzandosi.
Questi diritti e altri ancora consimili non sono né di destra né di sinistra ma nemmeno di centro. Sfuggono a queste classificazioni, ma una cosa è certa: hanno lo Stato e le istituzioni pubbliche come interlocutori.
La fase del liberismo e del mercato senza regole è passata. Non ha lasciato molte tracce positive. Non ha smantellato le corporazioni. Ha disastrato il bilancio del Paese. Non ha realizzato le infrastrutture. Ci ha allontanato dall´Europa. Non ha liberato i ceti medi dalle loro paure.
Certo ha premiato molta gente. Ha consentito un trasferimento di ricchezza formidabile a vantaggio di una consistente minoranza. Proprio perché consistente non la si può ignorare, ma neppure subirne il ricatto.
La modernizzazione del Paese viene agitata come una bandiera e come un programma soprattutto nei confronti dei sindacati. Capisco le buone intenzioni, capisco il peso dell´invecchiamento della popolazione e la necessità di porvi riparo, capisco l´accento sulla flessibilità del lavoro.
Ma c´è un altro immenso settore della società che va anch´esso accompagnato e indotto alla modernizzazione ed è quello della piccola e piccolissima impresa. Il miracolo del Nordest (e non solo del Nordest) ha avuto come fondamento il lavoro personale dell´imprenditore (e dei lavoratori immigrati), l´innovazione dei processi (ma quasi mai dei prodotti) e l´evasione fiscale e contributiva rimpiazzate dall´aumento del debito pubblico. Alcuni di questi fattori del miracolo sono finiti o stanno per finire o addirittura debbono finire.
Se è vero, ed è purtroppo vero, che il reddito sommerso ammonta al 25-30 per cento del Pil, evidentemente è in quel bacino che vanno trovate le risorse delle quali c´è bisogno per rilanciare l´economia e raddrizzare i conti dello Stato. Padoa Schioppa e Visco lo sanno. Prodi ne ha fatto uno dei perni della sua campagna elettorale. Lo sa benissimo anche Draghi e mi ha stupito che la parola "sommerso" non sia comparsa affatto nella sua pregevole relazione del 31 maggio. Un quarto e forse un terzo del Pil non contribuiscono alle risorse comuni e il governatore non ne fa cenno? Dove sta questa massa enorme di risorse fuori controllo?
Mi ha altresì stupito la notizia delle proteste che Rutelli avrebbe sollevato nell´ultimo Consiglio dei ministri nei confronti di Padoa Schioppa per aver concesso al viceministro Visco eccessive deleghe per la gestione dell´entrate. Visco è una delle vere risorse tecniche di cui dispone il governo. Ha accettato un ruolo di vice essendo stato per anni ministro titolare delle Finanze e poi di tutta l´Economia. Merita lode per quell´accettazione e merita lode Padoa Schioppa per averlo delegato alla gestione delle entrate. Sicché le proteste di Rutelli riescono incomprensibili.
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Rimane da capire ragioni e interessi di quella "consistente minoranza" che del convegno confindustriale di Vicenza fece la sua "Pallacorda" (quando nacque il Terzo Stato alla Costituente francese del 1789) e che si è spellato le mani nell´applauso a Gianni Letta in occasione della recente assemblea della Confindustria.
A quella che ho definito «borghesia produttiva e moderata» ho dedicato domenica scorsa un articolo intitolato Che cosa vuole la borghesia italiana? Ho ricevuto molte lettere di consenso e di dissenso. Assai massimalistiche da entrambe le parti. I consenzienti hanno rincarato le mie tesi sostenendo che quella borghesia non merita alcun riguardo; i dissenzienti mi hanno dato semplicemente del fazioso para-comunista. Mi sembrano, tutte e due, reazioni sbagliate.
In realtà la borghesia cui mi rivolgevo è certamente produttiva nel senso che produce reddito, ma nella sua maggior parte non è affatto moderata. Per certi aspetti è fortemente innovatrice, assume rischi, conquista mercati, lavora a corpo morto insieme alla propria famiglia. Da questo punto di vista si potrebbe addirittura definire progressista.
Ma è anche una borghesia fortemente ideologizzata. La sua ideologia è la fabbrichetta. La sua fabbrichetta. Quella è la fonte dei suoi guadagni, il luogo del suo lavoro e della realizzazione di sé, insomma la sua vita. E lì comincia e lì si conclude. È totalizzante. Tutto ciò che accade fuori da quell´orizzonte mentale viene giudicato secondo che sia utile alla fabbrichetta oppure no.
L´aumento delle dimensioni dell´impresa facendovi entrare nuovi azionisti non è utile, perciò non si fa. I condoni sono utili e perciò si approvano. La mancanza di regole è utile. La ricerca, a quelle dimensioni aziendali, è impossibile. Le infrastrutture sono necessarie. La previdenza non è necessaria, è troppo costosa. Le tasse sono insostenibili.
Mi guardo bene dall´affermare che l´intera platea delle imprese piccole e piccolissime sia schiava di questa ideologia. Ve ne sono con quattro, dieci, quindici dipendenti che lavorano a prodotti di alta ed altissima tecnologia. Ma la grande maggioranza è ferma ad un miracolo (ex) di cui ho già accennato i fondamenti. In gran parte un miracolo sommerso.
Questa è la «consistente minoranza» sicuramente produttiva ma con scarso valore aggiunto, fiscalmente e contributivamente assente almeno per il 70 per cento.
Pretendere di mandarla a gambe all´aria sarebbe pura follia. Proporle un piano di rientro graduale ma non scandito sull´eternità è necessario. Tentare di de – ideologizzarla è arduo ma non impossibile. Finora quella «consistente minoran za» se ne è infischiata dei guai della finanza pubblica. Ha chiesto prestazioni (doverose) senza responsabilizzarsi dei costi. È evidente che così non si può continuare. Bisogna spiegarlo e dargli in contropartita i servizi efficienti che vengono richiesti.
Questa è la scommessa. Che significa governare governare governare.
Non ho votato Rifondazione perché Fausto Bertinotti diventasse presidente della Camera. E' un suo diritto, l'elettore delega, ma può sperare. E io non lo speravo nei panni di speaker della discussione parlamentare, ché altro non potrà fare: anche le sortite pubbliche dovranno essere contenute. Lo speravo come sollecitatore continuo del governo e nel governo di una scelta, per quanto mediata, esplicitamente di sinistra. Bertinotti dice di ispirarsi a Pietro Ingrao. Ma Ingrao fu spedito alla presidenza della Camera perché dava fastidio a Botteghe Oscure, promoveatur ut amoveatur. La Cdl è in perfetta malafede quando si agita perché il più radicale dei leader di sinistra si contenta di discutere e governare l'agenda dei lavori a Montecitorio. Ed è ancora più strano che tanti di Rc si sentano da questa nomina sdoganati. Ma da che? E da chi?
Non mi impressiona tanto il metodo. Se tutto il problema si riduceva agli equilibri nell'Unione - a me questo a te quello - cinque persone dovevano riunirsi, parlarsi, sbrigarsela tra loro e riaffacciarsi uniti, senza lettere di Fassino, silenzi di Prodi, ritiri di D'Alema, incursioni di Cossiga e Andreotti. Mi impressiona che dal 10 aprile siamo costretti soltanto a questo spettacolo. Se la Cdl ci sguazza, è che gliene è stato offerto il destro. Se ha da essere un mercato, tenetelo fra voi, viene da dire. Anche se colpisce che per la presidenza della Repubblica nessuno del ceto politico sembra pensare a una personalità che non faccia parte del giro più prossimo: non a un Gustavo Zagrebelski, non a una Tullia Zevi, non a uno Stefano Rodotà, non a una Tina Anselmi - i primi che mi vengono in mente fra coloro che esistono non soltanto per virtù di qualche segreteria.
Il tutto sarebbe fastidioso ma meno grave se non nascondesse un generale scansarsi dal guardare in faccia lo strappo avvenuto fra centrosinistra e paese, che le primarie avevano occultato. Sembra che nessuno se ne accorga e ne tenga conto. Neanche nell'imminenza delle amministrative e del referendum sulla Costituzione che, se dovesse fallire, sarebbe la peggiore sconfitta, e per decenni: se lo si tiene basso, chi indurrà l'elettore, già malmostoso, a infilarsi per la terza volta in meno di tre mesi in una cabina elettorale?
Se è vero, come credo, che a mettere assieme le molte anime del centrosinistra è stata l'urgenza di finirla con un degrado della democrazia come in Italia dopo il fascismo non s'era mai visto, questa dovrebbe essere la preoccupazione principale. Il degrado non è una parentesi, dilaga, allaga, fa marcire. Prodi e Scalfari si danno più pensiero dei conti pubblici: ma neanche questi sono una questione contabile. E' una questione pesantemente politica, l'elettorato poco ne sa e molto teme dai diktat del Fmi e di Almunia. Chi è meno abbiente teme come la peste le «riforme strutturali» cui il nuovo governo è pressato ancora prima di formarsi, salvo la scelta prodiana di Padoa Schioppa. Sa solo che finora esse hanno significato tagli alle pensioni, riduzione della spesa pubblica per scuola e sanità, stretta del potere d'acquisto. Potrebbe non esser così? Forse. Ma lo si spieghi e in chiaro. Non si dimentichi che dopo i famosi sacrifici per entrare nell'euro doveva venire una fase più confortevole che non arrivò mai, mentre i poveri sono diventati più poveri, i ricchi più ricchi, i precari più precari.
E passiamo sulle molte altre divisioni trasversali sulle quali il centrosinistra si ostina a tacere: dalla laicità alle questioni che ormai la tecnologia propone sul corpo, delle donne e non solo, sulle quali ha da finire la bufala della «libertà di coscienza», premurosamente avanzata dopo un inchino di passaggio alle virtù della buona religione. Certo nulla sarà facile. Per questo ci si aspettava un impegno prioritario, senza tracheggiamenti, della coalizione passata per miracolo o almeno dalla sua sinistra. Sembra sfuggire a tutti in quale confusione di idee, interessi, incertezze e paure il paese è aggrovigliato. E questo fa più paura delle convulsioni del Cavaliere.
COMUNQUE vada a finire, la vera sorpresa di queste elezioni è che l'Italia non cambia mai. O forse a essere stupefacente è solo il nostro stupore, alimentato da anni di sondaggi ed elezioni locali a senso unico. A furia di leggere e scrivere che il popolo del centrodestra non ne poteva più di Berlusconi, avevamo finito col sottovalutare un particolare decisivo: che qualsiasi nausea e delusione sarebbero sempre state inferiori alla paura procurata dal pronostico di una vittoria altrui. E quel popolo detesta i valori della sinistra e ne teme l'attuazione pratica al punto da essere disposto a turarsi ogni volta il naso, pur di non mandarla comodamente al potere. Berlusconi non è la democrazia cristiana, ma i suoi elettori sì, e non averlo mai voluto capire è la colpa strategica dei partiti dell'Ulivo. I berluscones sono l'Italia che si sente all'opposizione dai tempi «di quel comunista di Fanfani», tranne aver sempre continuato a votare per chi stava al governo, lamentandosene. L'Italia dissimulatrice che mente agli exit polls perché non vuol far sapere in giro per chi vota: mica per vergogna, ma per disinteresse, non considerandolo un motivo particolare di orgoglio. La maggioranza silenziosa che non ha una passione speciale per la politica e se avesse un Moretti o una Guzzanti di centrodestra non andrebbe nemmeno a vederli, perché preferisce le commedie romantiche e i giochi a premi. Un fiume carsico che scorre sotto traccia per badare agli affari propri e riappare in superficie solo il giorno delle elezioni nazionali, quando bisogna sbarrare il passo ai «cattivi» che vogliono portargli via «la roba».
Sono quelli che preferiscono l'America all'Europa, le barzellette agli appelli e i libri della Fallaci a quelli di Terzani. Sullo Stato hanno idee chiare: non lo considerano un amico, ma un padrone che vogliono affamare con la riduzione delle tasse, e pazienza se all'inizio a rimetterci non saranno le autoblu dei ministri ma i servizi, perché «è come nelle diete, prima di arrivare a perdere la pancetta devi rassegnarti a dimagrire anche dove non vuoi».
L'unica speranza che l'Unione aveva di ammansirli era mettere in pista il suo finto democristiano: l'ipnotizzatore di masse variegate Walter Veltroni. Invece ha insistito col voler schierare quello vero, Romano Prodi. Ora, se c'è una categoria che gli elettori democristiani detestano con tutta l'anima sono i cattolici rossi o almeno rosè. Già il cuore piccolo borghese della democrazia cristiana era convinto che i propri voti difensivi servissero ai vertici del partito per promuovere politiche progressiste e candidati molto più a sinistra del loro elettori. Prodi rappresenta la sintesi di ciò che essi detestavano e detestano: don Camillo che va a pranzo da Peppone. Più prosaicamente, il sindacato rosso che si mette d'accordo con la Confindustria sulla pelle del ceto medio dei piccoli produttori.
Nessuno, a sinistra, ha provato sul serio a esorcizzare queste antiche paure, pensando che il fallimento del governo Berlusconi avrebbe influito sugli esiti del voto più di qualsiasi pregiudizio contrario nei loro confronti. Non è così. Non nel Nord industriale del Paese. Quello che ha eletto a suo filosofo di riferimento un commercialista, Giulio Tremonti, e almeno a parole vorrebbe riforme liberali, ma in ogni caso preferisce tenersi stretto il suo monopolista preferito che affidare la dichiarazione dei redditi agli amici del compagno Visco.
Nulla riesce a smuoverli dalle certezze dell'esperienza e il sentirsi perennemente descritti dagli intellettuali come uomini ignoranti e allergici alle regole non fa che alimentare la convinzione di essere nel giusto. Dopo dodici anni si tengono ancora stretto Berlusconi: è diventato una ossessione, ma sempre meno che per gli altri, «i comunisti».
Se aveva ragione Borges, e la democrazia perfetta è quella in cui i cittadini non ricordano come si chiama il loro presidente, l'Italia di questi anni è stata di un'imperfezione assoluta. Riesce ormai difficile persino immaginare che sia esistito un tempo in cui i giornali potevano uscire la mattina senza avere sulla prima pagina il marchio di quelle quattro sillabe, Ber-lu-sco-ni, abbinato a qualche dichiarazione dirompente: «Scendo in campo!», «Magistrati comunisti!», «Farò l'Italia come il Milan!», «Giornalisti stalinisti!», «Meno tasse per tutti!», «Bollitori di bambini maoisti!», «Sì, avete capito bene, a-bo-li-rò l'Ici!», «Chi non vota per i propri interessi è un coglione!» e ogni punto esclamativo era il profilo della sua dentatura, sorridente o digrignante a seconda del copione. Ma risulta altrettanto improbo ricordarsi un film, un libro, un monologo satirico, un'inchiesta giornalistica e finanche una conversazione privata su un oggetto politico, calcistico o televisivo che non andassero prima o poi a sbattere lì, addosso a Sua Invadenza. Lui che se fosse un elemento del creato, non sarebbe fuoco che brucia ma acqua che sommerge, occupando ogni spazio vuoto aggirabile o non ostruito da una diga.
Eppure i berluscones continuano a sopportarlo, a considerarlo uno di loro. Qualche sua bizza ha il potere di imbarazzarli, ma nessuna veramente di sconvolgerli. Lo accettano come il fratello un po' troppo disinibito che avrebbero voluto avere e, in fondo, essere. Li accomuna la stessa visione utilitaristica delle istituzioni e l'idea assolutamente rivoluzionaria che lo Stato e la politica debbano essere gestite da un padrone, proprio come le aziende. Che la democrazia non sia partecipazione diffusa e continua, ma consista nel trovare 5 minuti ogni 5 anni per andare a votare, delegando per il tempo rimanente qualcuno che abbia non solo la voglia bizzarra di occuparsene, ma anche un interesse personale nel farlo, perché «se Berlusconi non avesse le tv e tutto il resto, non avrebbe alcun tornaconto a far andare bene l'Italia, diventerebbe un politico e si metterebbe a rubare come gli altri», mi ha spiegato un idraulico romano che lo vota da una vita: immaginarlo a colloquio con un girotondino dà la misura della incomunicabilità delle due Italie che non hanno più un linguaggio di valori condivisi con cui parlarsi o almeno capirsi. Ognuna delle due addossa all'altra i mali della modernità: l'immobilismo delle gerarchie, l'impoverimento del ceto medio, la diminuzione delle garanzie, la superficialità delle emozioni, l'orgoglio dell'ignoranza, il sadismo dei reality show. Si guardano in cagnesco, mentre la barca affonda. Senza nemmeno più rendersi conto che è la stessa barca.
GIORNATA nerissima quella di venerdì per Berlusconi e per tutta la Casa delle Libertà. Cominciata a metà mattina con le dimissioni di Storace e finita alle 2 dopo mezzanotte con la conclusione del "match" con Diliberto, aggiudicato per unanime verdetto al segretario dei Comunisti italiani per 3-0 se non addirittura per ko. Una gradevole sorpresa per quanti temevano pericolose intemperanze verbali e politiche da parte dello sfidante (io tra questi e me ne pento) e si sono invece trovati davanti un roccioso e calmo rappresentante di tutta l’Unione che colpiva con precisa regolarità un Berlusconi sfasato e inutilmente ripetitivo di lunghe filastrocche anticomuniste e anti-magistratura.
Un match rovinoso e pieno di insegnamenti per successive disfide e in particolare per l’atteso duello con Romano Prodi. Si è visto infatti che il campione del centrodestra non ha una sola idea né uno straccio di programma per la prossima legislatura. Segue lo schema che i suoi consulenti gli hanno preparato: descrivere l’Italia come un paese al colmo del benessere, plagiato dal potere diffuso dei comunisti annidati in tutti i gangli del potere e dedito alla menzogna; raccontare la bravura e i miracoli compiuti dalla sua squadra di governo e soprattutto da lui stesso, che è riuscito a superare l’avversa congiuntura, le diavolerie messe in campo dai comunisti nonché la pochezza e la malizia dei suoi alleati; infine presentarsi come una vittima della cattiveria altrui, un agnello nelle grinfie d’un branco allupato di magistrati faziosi e di politici sciagurati. Con in tasca tuttavia la vittoria e il trionfo finale, novello San Giorgio in lotta contro il drago che lui e lui soltanto riuscirà a trafiggere mortalmente in quelle che saranno le radiose giornate del 9 e 10 aprile.
Portato fuori da questo schema che ormai recita a memoria tanto l’ha ripetuto in due mesi di invasioni barbariche di tutte le televisioni nazionali e locali, il "premier" si smarrisce, perde il controllo di sé, sfugge le risposte, si rivela incapace di incalzare l’avversario con domande ficcanti e risposte pertinenti. Hai la sensazione che il mattatore indiscusso e temuto sia diventato un robot programmato per recitare una parte che non prevede varianti e dà l’impressione d’un disco rotto più che d’un discorso compiuto. Il più sofferente durante il match con Diliberto sembrava Enrico Mentana che ad un certo punto è arrivato ad apostrofarlo e quasi a redarguirlo per la sua assenza mentale.
«Presidente, si sta forse annoiando?» gli ha chiesto mentre Diliberto continuava a colpire con pacata durezza. «No», ha risposto il premier scuotendosi con fatica evidente «No, stavo riflettendo».
Mai riflettere troppo a lungo quando sei sotto l’occhio implacabile della macchina da presa, ce l’ha insegnato lui. Mai fuggire, mai indugiare in "melina", per far passare il tempo e salvarsi almeno con uno stentato pareggio.
Ma Mentana era preoccupato anche per un’altra ragione: il match di venerdì sera condanna infatti la formula fin qui seguita di incontri senza regole chiare e nette. Consente di evitare il dibattito sui temi di fondo, favorisce la rissa anziché il confronto su programmi e su valori. Ha quindi ragione Prodi a voler stabilire regole precise perché con competitor come Berlusconi non si esce dal "trash" della tv-immondizia. Di quella ce n’è già tanta in circolazione ed è inutile propinarne una dose aggiuntiva.
* * *
Sul caso Storace ha già scritto ieri Ezio Mauro delineando compiutamente la natura scandalosa di quanto è avvenuto e il gravissimo "vulnus" inferto al funzionamento delle istituzioni democratiche. Alla sua diagnosi giustamente impietosa non c’è molto da aggiungere se non ricordare che la guerra per bande di cui il caso Storace rappresenta l’esempio più recente, è un connotato ricorrente nella storia italiana tutte le volte che lo Stato e le istituzioni cadono nelle mani di gruppi di avventura, privi di cultura politica e avidi di potere senza altro scopo che il potere e il gusto di esercitarlo.
Dalle trame del Sifar negli anni ‘60 allo stragismo degli anni ‘70, agli "opposti estremismi", alla P2, agli anni di piombo delle Br, c’è una storia parallela che incrocia gli apparati deviati, la manovalanza terrorista nera e rossa, la criminalità mafiosa e camorristica in un intreccio perverso che ha comunque avuto come obiettivo fisso e comune quello di inquinare e infine sopprimere il funzionamento della democrazia, dello stato di diritto e della legalità.
La magistratura accerterà, speriamo con rapida chiarezza, se l’ex ministro della Sanità sia direttamente e consapevolmente coinvolto nello spionaggio politico organizzato in suo favore dai suoi più intimi collaboratori. Ma resta il fatto che una banda di investigatori privati, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza, nonché dell’ "intelligence" e di operatori della Telecom ha violato la vita privata e pubblica di persone che contrastavano i progetti di Storace, ha manomesso e invalidato documenti pubblici nell’intento di alterare gli esiti di elezioni democratiche per procacciarsi denaro e potere.
Queste metastasi attecchiscono quando un corpo sano è invaso da cellule degenerate mentre gli anticorpi che dovrebbero eliminarle sono stati prostrati e resi inoperanti. Per fortuna questo processo degenerativo ha trovato ostacoli, per fortuna il sistema immunitario è ancora largamente operante, per fortuna la magistratura è ancora in grado di esercitare il controllo di legalità che la Costituzione le assegna.
Il caso Storace è un campanello di allarme ma anche la prova che le difese democratiche funzionano. Per merito di gran parte della società civile, dei partiti democratici, della libera stampa e della giurisdizione.
* * *
Non starò ad analizzare gli altri eventi che hanno reso nerissima per il centrodestra la giornata di venerdì. Mi basterà elencarli: la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari inoltrata dalla Procura di Milano al giudice dell’udienza preliminare nelle persone di Berlusconi e dell’avvocato inglese Mills; l’intervento dell’industriale Della Valle di aspra critica della politica economica del governo; la dichiarazione di Bossi che, in caso di sconfitta nelle prossime elezioni, la Lega uscirà dall’alleanza di centrodestra.
Prodi, alla fine di quella giornata, ne ha sintetizzato il senso con quattro parole: la legislatura finisce con una catastrofe del governo. La nostra bravissima Ellekappa non è stata da meno sul piano della satira: «Schizzi di fango su Storace? Tranquillo, si confondono con tutto il resto». A volte anche una vignetta ha la forza d’un articolo di fondo.
Ma resta il problema dei programmi e della loro fattibilità. Alla resa dei conti s’è visto che il centrodestra un programma non ce l’ha. O meglio, il suo è quello di portare a compimento il programma del 2001 a conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il famoso contratto con gli italiani è stato onorato in piccola parte o per nulla.
Il fatto è che - a parte la sua mancata realizzazione - quel programma nelle sue linee maestre era profondamente sbagliato. Presupponeva una crescita del reddito nazionale in una fase di ristagno della congiuntura mondiale; si basava sulla drastica riduzione della pressione fiscale attraverso il taglio delle aliquote dell’Irpef e dell’Irpeg allo scopo di rilanciare la domanda languente; tendeva a favorire i ceti più abbienti sperando che reinvestissero i profitti nelle attività produttive.
Queste erano le linee maestre del programma 2001, realizzate minimalmente e per di più sbagliate nella scelta degli strumenti poiché per far crescere l’economia bisognava puntare sul rilancio dell’offerta piuttosto che sulla domanda e quindi sul taglio del cuneo fiscale invece che su quello delle imposte sul reddito.
Per nulla ammaestrato dall’esperienza negativa, Berlusconi propone per la legislatura 2006-2011 il completamento di quanto non fatto nel 2001-2005. Che dire?
Sbagliare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. Per di più in una fase in cui il nostro paese non riesce a intercettare la ripresa europea già in atto mentre la politica dei bassi tassi di interesse si è interrotta, sostituita in Europa, in Usa, in Asia da un «trend» di tassi al rialzo e di prosciugamento della liquidità internazionale.
* * *
Il programma del centrosinistra c’è ed è ben chiaro nonostante le geremiadi sul numero delle pagine e sui compromessi necessari a tenere unita la "lunga coalizione".
C’è il taglio di 5 punti del cuneo fiscale nel primo anno e di altri 5 nei restanti della legislatura, programma condiviso sia dai sindacati sia dalla Confindustria.
C’è l’indicazione delle coperture: abolizione degli altri incentivi alle imprese, destinazione d’una parte del taglio alla fascia dei bassi salari, stretti rapporti tra benefici al potere d’acquisto e incremento della produttività.
Tassazione delle rendite e delle plusvalenze speculative, allineandola allo standard europeo. Emersione del lavoro nero e dell’economia sommersa attraverso un piano di recupero graduale e opportunamente incentivato.
Revisione degli studi di settore per il lavoro autonomo e le partite Iva al di sopra di una certa dimensione.
Crescita degli stanziamenti per la ricerca pubblica.
Investimenti nell’alta velocità, nei porti, nella rete viaria e autostradale, completamento delle reti ferroviarie europee. Politica energetica di risparmi, energie alternative, partecipazione a produzioni estere.
Lotta al precariato, revisione della legge Biagi, incentivazione fiscale alla trasformazione delle flessibilità d’ingresso in contratti a tempo indeterminato.
Queste cose stanno nel programma di Prodi. Queste cose dirà nel duello televisivo con Berlusconi se il premier accetterà di misurarsi sui programmi del futuro anziché sulle battute e sul comunismo staliniano di due generazioni fa.
Mancano un po’ meno di quattro settimane al 9 aprile.
Vale la pena di cominciare il conto alla rovescia.
ROMA —Un atto d'indirizzo, per precisare i limiti che tivù pubbliche e privatedovranno rispettare prima della par condicio. Il presidente dell'Autorità per le comunicazioni Corrado Calabrò lo potrebbe firmare mercoledì, per porre fine alle polemiche sull'offensiva mediatica di Silvio Berlusconi e tradurre in concreto il suggerimento del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Un semplice atto d'indirizzo. Ma che secondo il presidente dell'Authority imporrebbe regole certe a tutte le televisioni e servirebbe a mettere in chiaro un fatto: «Ci sono principi che si applicano tutto l'anno, anche prima della convocazione del comizi elettorali. Forse a qualcuno era sfuggito».
Qualcuno chi?
«Non posso anticipare cose che sono in corso di valutazione. Ma è certo che qualcuno ha pensato che in questo periodo ci fosse assenza di regole. Adesso, dopo il richiamo di Ciampi, con cui sono perfettamente d'accordo, è ancora più evidente che non può essere così».
Berlusconi insiste che la legge sulla par condicio non è ancora operativa. Lei che dice?
«È un abbaglio, quello che non ci fossero regole, nel quale sono caduti in molti. Faccio il magistrato da 45 anni e posso assicurare che la mia interpretazione è giusta, come hanno riconosciuto anche i rappresentanti delle televisioni pubbliche e private nell'incontro che abbiamo avuto con loro la scorsa settimana. Rai e Mediaset ci hanno addirittura consegnato un documento con le istruzioni date ai capistruttura».
Ma poi le hanno rispettate?
«Non c'è dubbio che sia opportuno un chiarimento. La legge prevede che la tutela del pluralismo è compito dell'Agcom. E la legge ci dà competenza a dettare disposizioni applicative».
Disposizioni applicative?
«Un atto d'indirizzo. Mercoledì valuteremo, alla luce del comportamento delle televisioni, se ci sarà o meno la necessità di emanarlo.»
Che cosa ci sarà scritto?
«Saranno precisati i comportamenti che tutte le televisioni dovranno tenere in base a principi sempre stati chiari, ma che in quanto principi, possono anche sfumare nell'indeterminatezza».
Quali sarebbero?
«La legge parla chiaro: obiettività, completezza dell'informazione, lealtà, apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche».
E lei sostiene che vanno rispettati anche prima che scatti la par condicio.
«Non io. La legge. Tenga presente che il periodo precedente la campagna elettorale è ancora più delicato, perché l'apparizione del politico nei programmi non espressamente dedicati alla propaganda, come quelli di informazione e intrattenimento, può essere ancora più suggestiva».
Il premier è intervenuto anche a Isoradio. E c'è chi ipotizza la violazione del contratto di servizio fra Rai e Stato. Ipotesi corretta?
«Isoradio può trasmettere solo informazioni di pubblico interesse e repliche di programmi già andati in onda. Valuteremo se esistono presupposti per un'eventuale sanzione».
Ecco, le sanzioni. Che si rischia?
«Una multa da 10 mila a 258 mila euro. Mentre per la Rai, che è servizio pubblico, si arriva fino al 3% del fatturato. Tutte le volte che riscontreremo una violazione dei principi d'imparzialità scatteranno le sanzioni. A questo punto ognuno si dia una regolata».
Se è tutto qui, regolarsi è fin troppo facile...
«Sottolineo che è in corso un procedimento penale nel quale si è arrivati alla determinazione che chi non obbedisce alle decisioni dell'autorità rischia pure d'incorrere nel reato d'omissione d'atti d'ufficio».
Sa che spavento.
«Faccio presente che è un reato. Ma soprattutto confido che dopo l'intervento di Ciampi tutti staranno molto più attenti».
Sia sincero: le sanzioni non sono inadeguate?
«Per la Rai no. Per i privati sono troppo lievi».
A proposito, è vero che in questo periodo la Rai ha commesso più violazioni di Mediaset?
«No comment. Qui parlo solo di regole. I giudizi si discutono in sede sanzionatoria».
Dove al massimo si può dare uno scapaccione.
«Per questo stiamo facendo una segnalazione molto articolata al Parlamento. Nel complesso il sistema sanzionatorio è insoddisfacente».
Un «bravo!» a Valentino Parlato che sul manifesto ha inneggiato alle intercettazioni affermando che «la privacy è una forma di difesa per i cittadini comuni ma non per i protagonisti della cosa pubblica». Quando l´ho letto avevo già deciso di sostenere una analoga tesi nella odierna rubrica.
Cercherò ora di approfondire l´argomento soprattutto perché, dopo le minacce di Berlusconi d´imporre un decreto-bavaglio, sono sopravvenute le reprimende di Casini («Le intercettazioni sono una barbarie, sia che riguardino Fassino che Fazio»), le lamentele di D´Alema che invoca l´intervento della magistratura, le reazioni di tanti timorati di sinistra, riassumibili nel altolà del senatore diessino Guido Calvi («Guai a scherzare con le garanzie previste dalla Costituzione che sono una conquista della democrazia, un retaggio della Rivoluzione francese perché tutelano il parlamentare e lo mettono al riparo da attacchi strumentali») che si sente evidentemente di mette sull´avviso quanti, come Parlato e il sottoscritto, non reputano incombente la restaurazione dell´assolutismo borbonico mentre pensano che la trasparenza della politica, assicurata dalla libertà di stampa - compresa la pubblicazione delle telefonate delle personalità pubbliche - costituisca oggi una indispensabile garanzia per impedire il trionfo dei Fiorani e dei Consorte.
Mi ha confortato constatare che Stefano Rodotà, da me consultato, sia del medesimo avviso. L´ex Garante della privacy (una parola anglosassone che rivela l´origine giuridica del principio) mi ha illustrato la distinzione che la giurisprudenza è venuta sempre più approfondendo tra diritto alla privatezza dei semplici cittadini e, per contro, le ridotte aspettative in materia per chi si espone pubblicamente (uomini politici ma anche gente dello spettacolo e campioni sportivi). Fa testo, come punto di partenza in materia, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 6 marzo 1964 che assolveva il New York Times, accusato di aver divulgato notizie riservate e diffamanti sul City Commissioner di Montgomery in Alabama, tal Sullivan, allora impegnato in una campagna contro Martin Luther King. La Corte, respingendo le accuse di Sullivan, teorizzò che, nei riguardi delle "figure pubbliche", la libertà di espressione dei mezzi d´informazione deve essere talmente ampia da consentire perfino la pubblicazione di qualche notizia inesatta, a meno che non lo si faccia con "actual malice", cioè con la consapevolezza della inesattezza e del suo uso al fine di danneggiare l´individuo. Da questo spartiacque è discesa tutta una legislazione che si è estesa anche agli ordinamenti di molti altri Paesi nei quali, quasi ovunque, si è riconosciuta una tutela «affievolita» per quanti abbiano deciso di svolgere una attività pubblica e per ciò stesso abbiano accettato di "vivere in pubblico". Con una rigorosa eccezione: la tutela alla privacy per tutti - uomini pubblici e semplici cittadini - per quanto attiene alle relazioni della vita privata, alle credenze religiose o ideali, alla salute, alle inclinazioni sessuali e a quant´altro riguarda esclusivamente l´individuo nelle sue peculiarità. E pur tuttavia, a volte, la natura pubblica del soggetto implica persino qualche eccezione in merito.
Ad esempio Rodotà mi ha ricordato il caso di un consigliere regionale lombardo, colto dalla PS durante un rapporto omosessuale in un luogo aperto, la cui invocazione alla privacy non venne accolta in quanto lo stesso personaggio era noto per vivaci campagne contro i gay. Quindi quel comportamento privato rivelava un risvolto attinente il comportamento pubblico che non poteva essere "oscurato".
Ma, tornando a cose ben più corpose, Rodotà mi ha anche ricordato il Codice deontologico dei giornalisti, avallato dal Garante e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale quale norma di legge che all´articolo 6 recita: «La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l´informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell´originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. La sfera privata delle persone note o che esercitino funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». É una "barbarie" aver pubblicato notizie e dati riservati, riguardassero essi Fazio, Fassino o chiunque altro o non, piuttosto, la pretesa autoreferenziale di un ceto politico, aduso ad una omertosa segretezza e che legge come lesa maestà ogni giudizio critico?
La rivincita non c'è stata. Berlusconi ha riperso le elezioni, in maniera ancor più netta di quanto sia avvenuto lo scorso 9 aprile.Un paese un po' stanco non l'ha seguito nella sua crociata «contro l'invadenza della sinistra». In molti hanno disertato i seggi elettorali: a sinistra convinti che con il voto politico il più era ormai fatto, a destra pensando che nessun risultato amministrativo sarebbe suonato comeunannuncio di sfratto per Prodi.Valutazioni entrambe sbagliate, ma comprensibili. Anche perché nonè stata una campagna elettorale vibrante: sugli autobus e nei bar l'attesa era per i mondiali di calcio e per la sorte di Juve eMilan, le preoccupazioni per i tagli di bilancio che il rosso dei conti pubblici annuncia. Privato delle pubbliche passioni il Cavaliere ne è uscito dimezzato, anche se conferma che il centrodestra non può prescindere da lui. Il risultato è coerente, da nord a sud: il centrosinistra guadagna ovunque e recupera anche dove perde. Gli stenti milanesi della Moratti e la vittoria contenuta di Cuffaro in Sicilia valgono più dello scontato trionfo dell'Unione a Torino e Roma. Mentre Napoli, su cui il centrodestra aveva puntato tutto, conferma la Jervolino nonostante le disillusioni del suo elettorato.
Ora Berlusconi e i suoi alleati punteranno tutto sul referendum costituzionale: per salvare la pelle, visto che una nuova sconfitta sulla ragione sociale leghista della devolution avrebbe conseguenze esplosive sulla tenuta di una coalizione già profondamente divisa. Ed è proprio questo l'obiettivo che il centrosinistra dovrebbe ora perseguire.Non solo per ragioni tattiche: vincere il referendum significa salvare il paese da una controriforma devastante. Ma il voto di ieri consegna al centrosinistra una grande responsabilità, dà un mandato che pretende rapido rispetto. Il governo che esce rafforzato dalle elezioni amministrative a questo punto non ha più alibi per dare un segnale di discontinuità rispetto al berlusconismo: dalle scelte internazionali (Iraq, Medio oriente e Afghanistan) a quelle economiche e sociali (risorse finanziarie, lavoro e welfare). Gli elettori hanno chiesto per la seconda volta un chiaro cambio di direzione: essere l'opposto di ciò che ha rappresentato il centrodestra, fare il contrario di ciò che il precedente governo ha fatto.
Care amiche, cari amici,
il 25 aprile che festeggiamo nelle piazze del nostro Paese ci rammenta, a 61 anni di distanza, il prezzo e il valore della libertà. Ci consegna il compito di mantenere viva la memoria dei fatti nella loro verità e delle migliaia di persone che, combattendo la buona battaglia, hanno aperto un’epoca nuova della nostra storia.
Tra le città liberate il 25 aprile 1945 c’è anche Milano, dove io pure sarò domani a ricordare la nostra rinascita di popolo libero e unito. E’ nell’unità nazionale che festeggiamo, proprio come allora, il bene supremo della democrazia. Per questo occorre una memoria che unisca e non divida. Una memoria che guarda al futuro, non alle recriminazioni e agli odii del passato.
E’ questo il significato di una festa che, come tante volte ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scandisce e scandirà per sempre la vita della Repubblica nata dalla lotta di Resistenza. Quel 25 aprile del 1945 le numerose forze partigiane e comuni che variamente operavano sul territorio nazionale si unirono nell’abbraccio forte della vittoria, dopo la battaglia congiunta e sanguinosa contro l’occupazione nazista.
In quella lotta decisivo fu il contributo delle truppe degli eserciti alleati con l’apporto di alcune divisioni dell’esercito italiano, ai quali dobbiamo e vogliamo rendere onore e merito. Ma in quella lotta decisivo fu anche il contributo di popolo: delle donne e degli uomini che con coraggio, con eroismo, con generosità seppero mettere al primo posto il bene della propria Patria, la dignità dell’uomo, i propri ideali di libertà e giustizia. In loro c’era la speranza e la volontà di vivere essi stessi e di far vivere i propri figli in un Paese libero e giusto.
E’ ricordando quelle donne e quegli uomini che oggi penso ai nostri giovani. Ai quali rivolgo, con affetto, una raccomandazione. Non lasciatevi portare via la storia. Essa vi appartiene. Non lasciate che il sacrificio di chi ha vissuto prima di voi pensando anche a voi, venga dimenticato. Ricordiamo insieme i momenti che hanno fatto grande il nostro Paese; ricordiamo chi ha saputo sacrificare se stesso per farci vivere in questa Italia, uniti e liberi. Abituatevi a pensare all’Italia come alla Patria, leggete la costituzione repubblicana nella sua forza e nella sua indiscutibile attualità, scoprite il valore delle istituzioni democratiche che tutelano i nostri doveri e i nostri diritti, la libertà nostra e quella degli altri, anche di coloro che a quella lotta di liberazione non presero parte.
Ma questo 25 aprile rammenta a tutti noi anche l’urgenza di difendere la nostra Costituzione. La riforma costituzionale che la destra ha portato a conclusione senza un confronto parlamentare stravolge il senso del lavoro della Costituente del 1947 che seppe far prevalere l’interesse generale su quello delle parti e il bene di tutti sulle divisioni ideologiche. Per questo è importante ricordare in questa giornata che la partecipazione popolare al prossimo referendum sia la più ampia possibile e che il no a questa sbagliata riforma costituzionale arrivi da ogni parte d’Italia.