Il numero di Internazionale in edicola commemora il quinto anniversario dell'11 settembre 2001 ripubblicando le prime pagine dei principali quotidiani del giorno dopo di tutto il mondo. Tornare a sfogliarle fa bene: riporta a quel primo shock della ragione e dell'inconscio, della parola e dell'immaginario, che prese tutto il mondo di fronte al collasso delle Torri gemelle in diretta tv. E aiuta a rispondere alla domanda che tutte le prime pagine del mondo si pongono in questi giorni, tornando a loro volta a quel «più niente sarà come prima» che si disse allora: che cosa è cambiato in realtà in questi cinque anni? tutto, poco, niente? Le risposte, come sempre, dipendono dal metro di misura. Ed è uno strano metro di misura, iperrealistico, quello di chi sostiene, cifre e macrotendenze alla mano (l'autorevole Foreign Affairs, ma anche e altrettanto autorevolmente, nella pagina qui a fianco, Immanuel Wallerstein), che in verità è cambiato poco o nulla - nel sistema-mondo, nella politica estera americana, nei flussi del capitalismo mondiale, nel rapporto fra il colosso americano e il colosso cinese emergente o fra il nord e il sud del mondo -, e che il grande evento con cui tutt'ora ci troviamo a fare i conti non è tanto l'11 settembre quanto il crollo dell'Urss e dell'ordine mondiale bipolare. Altre cifre crude e altri crudi fatti - le guerre fatte in risposta all'11 settembre e i cadaveri relativi, la centralità conquistata dal mondo islamico, l'inasprirsi del conflitto in Medioriente, i nuovi muri in Palestina e alle frontiere più calde dell'immigrazione, i diritti sacrificati sull'altare della sicurezza - basterebbero a replicare che in realtà molto è cambiato eccome. Ma non è solo questo il punto, perché quello che l'11 settembre ha cambiato non si può misurare solo con il metro, sempre discutibile, dell'oggettività. Per quanto poco o molto l'11 settembre abbia cambiato nel mondo, di certo ha cambiato la nostra percezione del mondo. E accanto alle guerre combattute sul campo, altre ne ha aperte - «guerre culturali» le chiamano infatti - nella nostra interpretazione del mondo.
Per questo fa bene rivedere le prime pagine di cinque anni fa, e ripensare quel «siamo senza parole» che ricorreva nei titoli come nella vita quotidiana, a significare che lo sfondamento delle Torri era anche uno sfondamento dei nostri schemi mentali e delle nostre categorie interpretative. In quei quattro aerei-cyborg nel cielo americano non c'era solo l'attacco inaudito alla grande potenza, la volontà di potenza del terrorismo internazionale, la fine della favola bella della «fine della storia», di una globalizzazione senza conflitti e di una democrazia senza resistenze che era spuntata dalle macerie del mondo bipolare. C'era, in quei quattro aerei così alieni e insieme così familiari, un'improvvisa epifania del mondo globale che ci piombava in casa via tv come un mondo interconnesso ma drammaticamente fratturato, secolarizzato nell'uso della tecnologia e teologico nella deriva apocalittica, multiculturale nei suoi flussi reali (di 63 etnie erano le vittime delle Torri) e identitario nei suoi proclami di guerra. Non eravamo attrezzati a interpretarlo, tutto andava ripensato, le geometrie mentali dovevano aprirsi e adeguarsi a quella nuova geometria non euclidea del mondo globale.
Il seguito è, in larga parte, storia del conflitto fra chi ha lottato appunto per aprirle e chi per richiuderle. La «grande narrazione» dello «scontro di civiltà» che, allestita prima dell'11 settembre, ne ha interpretato il dopo, altro non rappresenta che questo tentativo di riportare il «disordine» del mondo globale al rassicurante ordine del due del mondo bipolare perduto: l'Occidente contro l'Islam, la democrazia contro il Nemico ritrovato, l'identità contro la minaccia dell'alterità e delle diversità. Una litania speculare a quella di Bin Laden, che maschera e ingabbia le fratture reali che lacerano da dentro i due campi , e invalida i legami altrettanto reali che possono fluidificarli. Tutto il resto ne consegue, ed è appunto la posta in gioco - politica, geopolitica, culturale, antropologica - del cambiamento in corso, che dentro la grande e la piccola cronaca di questi cinque anni ha riscritto l'agenda del presente.
Dalla concezione della vita e della morte ai criteri della convivenza internazionale, dalla concezione dell'Occidente a quella della democrazia, dal multiculturalismo ai rapporti fra i sessi nulla ne è rimasto esente. Se la pratica sacrificale del terrorismo suicida ha attaccato alla radice il dispositivo primario della deterrenza, cioè la difesa della propria vita, la dottrina e il dispiegamento della guerra preventiva ha fatto fuori a sua volta il tabù primario della guerra su cui la convivenza internazionale si era retta - non senza infrazioni- dopo la seconda guerra mondiale. Con l'11 settembre il costituzionalismo novecentesco è finito sia nelle relazioni internazionali, sia all'interno degli stati democratici: lo stato d'eccezione è diventato la norma, Guantanamo incombe sulla coscienza occidentale. La democrazia, esportata con la forza fuori dall'Occidente, si svuota nelle società occidentali; i diritti sono le sue munizioni, da imporre agli altri e soprattutto alle altre con il nostro linguaggio e i nostri tempi.
L'Occidente universalistico torna così a mostrare la sua faccia più parziale ed etnocentrica. Il dopo-11 settembre ha inciso potentemente su questo punto sempre in bilico della nostra storia, piegando la società multiculturale americana, e due decenni di «lotte per il riconoscimento, su una concezione tradizionalista, e irrigidendo a loro volta le società europee. Al centro dei conflitti culturali, la libertà femminile e i rapporti fra i sessi sono diventati la posta in gioco dei backlash patriarcali, fuori dall'Occidente e dentro, e dell'espansionismo democratico: non si vede solo dai tentativi di legittimare in nome delle donne le guerre in Afghanistan e in Iraq, si vede dagli ordinari episodi di cronaca che affliggono la nostra provincia, e dalle ordinarie leggi come quella francese contro l'uso del velo in nome della laicità, a sua volta diventata, nella guerra contro il fondamentalismo, un valore aggressivo.
Le cose potevano prendere un'altra piega? Potevano e possono. La fine dell'invulnerabilità americana sancita dall'11 settembre poteva esser letta ed elaborata come un memento dell'interdipendenza, dell'esposizione all'altro, della fragilità che ovunque unifica la condizione umana. Poteva, può derivarne non un arroccamento identitario ma un'apertura alla differenza; non un affossamento ma un ripensamento della democrazia. La storia ufficiale di questi cinque anni dice che non è stato così. La memoria sotterranea del trauma, quella che non passa nei media mainstream ma traspare nei romanzi di Safran Foer e nei film di Spike Lee, può restituire altre impronte e altre soluzioni, e attende ancora di essere ascoltata e rappresentata. Dopo l'11 settembre tutto è cambiato, ma tutto è ancora in gioco.
IERI, subito dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il disegno di legge in favore della cittadinanza più rapida per gli immigrati e per i loro figli nati in Italia, Romano Prodi ha dichiarato: «L’azione di governo comincia a ingranare e andrà sempre più spedita». Era soddisfatto il nostro premier e credo ne avesse buone ragioni. Certo c’è ancora molto da fare prima che la nave Italia – lasciata dal precedente governo con molte falle nella chiglia e molti guasti nella timoneria – possa raggiungere la velocità di crociera, ma la rotta mi sembra quella buona e ci consente di sperare.
L’appuntamento grosso verrà in autunno con la finanziaria, ma il timoniere è esperto e lo stato di necessità del bilancio e dello sviluppo dovrebbero aiutare e aver la meglio sui dissensi, che sono legittimi e possono contribuire alla formazione di interventi equilibrati, nel rispetto di obiettivi inderogabili per l’interesse generale e compatibili con le attese dell’Europa e dei mercati.
In politica estera la linea Prodi-D’Alema è solida e nitida. Purtroppo le soluzioni per la crisi in Medio Oriente non sono nelle nostre mani, ma dipende anche da noi rafforzare la posizione europea e per quella via esercitare una pressione sulla comunità internazionale nel senso del dialogo e della pace.
Perciò aspettiamo con fiducia, pur non nascondendoci la fragilità di un assetto politico che deve essere ogni giorno sorretto con duttile intelligenza accompagnata da coerente fermezza. Fermezza, coerenza, duttilità. Ma soprattutto tenacia. Mai pensare d’essere all’ultima svolta, mai puntare su una sola carta l’intera posta; mai decidere da soli, mai rinviare le decisioni subendo veti e capricciose impuntature.
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Tutto ciò premesso permangono tuttavia alcuni motivi di disagio non marginale che hanno natura etico-politica.
Per dire che non riguardano il piccolo cabotaggio politichese, ma mettono in gioco ragioni profonde e una concezione della politica che ponga in discussione i sentimenti di appartenenza e le ragioni ideali che motivano il voto per una anziché per l’altra delle parti politiche contendenti.
Su questi motivi di disagio bisogna essere molto chiari. Ci sono domande da fare, questioni da discutere, risposte da esigere. Con onestà di intenzioni. Al di fuori delle ipocrisie, delle mezze verità e del tirare a campare.
In un rapporto sincero con la pubblica opinione democratica, strumento prezioso di supporto e di controllo dell’azione politica e delle sue motivazioni ideali.
La prima questione – ai miei occhi quella fondamentale – riguarda il modo di concepire lo Stato come entità ben distinta dal governo. E quindi la qualità della legislazione e dell’amministrazione, i rapporti tra le forze politiche e le istituzioni, il tema della continuità e della discontinuità. La moralità pubblica. L’efficienza. La legalità. La politica delle poltrone.
Il costituendo partito democratico, per la cui nascita si cercano le ragioni necessarie, ha in questo gruppo di problemi la sua motivazione. Ciò che lo rende indispensabile. Senza di che sarebbe una pura invenzione fatta a tavolino, senz’anima e senza quindi alcun reale consenso.
La storia politica dell’Italia gira da molto tempo intorno a questa questione. La debolezza del riformismo è dovuta alla mancata risposta alle domande che abbiamo indicato. La mala pianta del trasformismo rappresenta la controprova delle soluzioni mancate. La stessa fragilità della vittoria elettorale del centrosinistra si deve interamente a questa lacuna. La trappola della pessima legge elettorale con la quale si è dovuto votare ha certamente contribuito a quella fragilità, ma non ne è la vera causa. La vera causa, la causa prima, sta nell’assenza d’una concezione dello Stato e delle istituzioni. Questo avrebbe fatto la differenza tra una destra populista e demagogica e una sinistra democratica e innovatrice.
Se esiste il problema di rafforzare la sinistra in corso d’opera – e dio sa se esiste – quel rafforzamento sarà realizzabile solo facendo emergere nella nuova legislazione e nella nuova amministrazione quella differenza di fondo che con una definizione di scuola si chiama lo stato di diritto, senza il quale il sostantivo democrazia e l’aggettivo democratico non sono che parole vuote, gusci vuoti, castelli di carta esposti ad ogni vento e ad ogni fulmine. Il potere si riduce a sopravvivenza, furberia, corruttela diffusa. Durare per durare. Questo è il peggior andreottismo nelle sue forme minimaliste. E il peggior berlusconismo nelle sue forme roboanti e mediatiche. La peggiore continuità della storia italiana cui fa riscontro simmetrico la retorica massimalista dell’estremismo e la vocazione infantile della pura testimonianza.
La politica non è testimonianza e tantomeno immondezzaio. È scelta di obiettivi, tenacia e fatica per realizzarli, intelligenza e capacità di spiegarli.
Educazione civica da dare quotidianamente con l’esempio.
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La politica delle poltrone, o meglio la politica delle spoglie: ecco una frase che il centrosinistra non dovrebbe né pensare né tantomeno praticare perché è esattamente l’opposto di una concezione democratica dello stato di diritto.
Non dovrebbe esistere una politica delle spoglie. Non dovrebbero esistere i tecnici di area. Non dovrebbero esistere cariche da affidare a candidati sconfitti alle elezioni o ricompense da attribuire a chi fa mostra d’aver indossato i colori della maggioranza di turno o il vessillo del duca e del conte più potenti in un sistema feudale e pre-moderno.
Si parla di modernizzare il paese e lo Stato. In realtà se ne parla da quando questo Stato esiste. Cominciarono a discuterne ai tempi loro Marco Minghetti e Silvio Spaventa. Nientemeno.
Adesso l’accento della modernizzazione è stato messo sulla liberalizzazione dei mercati. Con ragione, perché le forme di oligopolio deformano il mercato, ne rendono difficile l’accesso, premiano le rendite di posizione.
Ma la liberalizzazione dei mercati è solo uno degli aspetti d’una questione molto più vasta perché in un’economia moderna e complessa i punti d’interferenza e le intersecazioni tra potere pubblico e imprenditoria privata sono innumerevoli, inevitabili e perfino necessari per configurare un progetto-paese che orienti, coordini, apra la strada alle innovazioni, alle tecnologie, agli investimenti, alla competitività, alla concorrenza.
Se le istituzioni preposte a questi compiti sono considerate luoghi dove si annida il potere dei partiti, se le "lobbies" alzano il vessillo di questo o di quello, la liberalizzazione dei mercati sarà puramente nominale, le partite saranno sempre truccate come le partite di calcio di Calciopoli.
Le rappresentanze sindacali e sociali dovrebbero essere più interessate alla piena realizzazione dello stato di diritto; troppo spesso invece si iscrivono anch’esse tra le "lobbies" sia pur legittime. Dovrebbero stare molto attente e non sporcarsi anche loro con la politica delle spoglie.
Per non parlare dei partiti, ai quali dovrebbe esser vietato per principio di esprimere, sostenere, impicciarsi di candidature ad enti, banche, imprese concessionarie di pubblici servizi.
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Farò tre soli esempi di questa politica delle spoglie che considero quanto mai nefasta poiché è l’esatto contrario di uno stato di diritto e quindi d’una forte e giusta democrazia.
Il primo esempio riguarda gli organi dirigenti della Rai, società concessionaria d’un pubblico servizio e interamente posseduta dal ministero del Tesoro.
L’attuale consiglio d’amministrazione della Rai, nominato dal precedente governo, è l’esempio peggiore di lottizzazione partitocratica mai visto fino ad oggi. Faccio salva la qualità delle persone che non è eccelsa ma neppure infima. Il punto non è questo, ma la provenienza e quindi la rappresentanza politica che ciascuno dei consiglieri porta con sé, l’intervento diretto delle segreterie di partito e degli apparati di corrente sui quali si sono pedissequamente appiattiti i presidenti delle Camere di allora.
Che cosa ci si aspettava dal nuovo governo? E che cosa ancora ci si aspetta? Che l’attuale consiglio sia rimosso e sostituito non già col criterio del manuale Cencelli perché in tal caso avremmo solo la sostituzione d’una maggioranza con un’altra, bensì col criterio della competenza e dell’indipendenza da fazioni e interessi. Si obietta: la tessera di partito diventa dunque un impedimento? Per cariche di questo genere sì, deve diventare un impedimento.
Può darsi che a termine di legge non si possa costringere il consiglio a dimettersi anzitempo. Non lo so. Ma in tal caso si crei una Fondazione, si passi ad essa il possesso delle azioni della Rai creando in tal modo una novazione strutturale e si affidi ad essa la nomina dei nuovi consiglieri.
Questo ci si aspettava e questo ci si aspetta. Ma non si ha sentore che il governo si stia mettendo su questa strada. Ne saremmo rassicurati se ciò fosse.
Il secondo esempio riguarda Francesco Cognetti, medico e scienziato di fama europea, direttore scientifico dell’istituto Regina Elena di Roma. Da lui portato a punti di eccellenza competitivi con le maggiori istituzioni sanitarie italiane e internazionali.
Sulla base del criterio delle spoglie il ministro della Salute Livia Turco ha decretato la sua sostituzione con altra persona, scientificamente accettabile, ricercatrice ma non medico. Senza valutare i risultati oggettivi e le qualità scientifiche e mediche di Cognetti.
Nonostante che gran parte dei primari del Regina Elena abbiano inviato al ministro una lettera in favore del direttore scientifico e nonostante che molte personalità abbiano fatto altrettanto a cominciare dalla Rita Levi Montalcini, premio Nobel e senatore a vita.
Il ministro della Salute (e il presidente della Regione) dovrebbero quantomeno dare pubblica motivazione di questo provvedimento che suscita profonde perplessità nella pubblica opinione e non giova certo al prestigio del ministro e meno che mai alla persona subentrata nell’incarico.
Infine il terzo esempio altrettanto rivelatore d’una prassi che non esito a definire pessima. C’è da nominare il presidente della Ferrovie. Padoa-Schioppa, d’accordo con Prodi, offre l’incarico a Fabiano Fabiani, attuale presidente dell’Acea e già presidente per molti anni di Finmeccanica. Un manager di tutto rispetto. Non iscritto a nessun partito.
Fabiani viene interpellato. Si riserva di rispondere. Poi invia una lettera al ministro dell’Economia dove pone una sola condizione: che i consigli d’amministrazione delle società controllate dalle Ferrovie siano nominati dal presidente e dall’amministratore delegato della holding senza alcuna interferenza politica e che i predetti consiglieri, se di provenienza da altre cariche delle Ferrovie, riversino alla holding gli emolumenti di spettanza. Aggiunge che per quanto lo riguarda non vorrà alcun emolumento come già accade per lui all’Acea.
Il vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli, si oppone alla nomina. Prodi gli chiede una rosa di candidati. Rutelli fornisce la rosa. Si aspettano decisioni. Fabiani si è ritirato e resta dov’è (credo che in cuor suo ne sia ben contento). Ma il senso di quanto è accaduto è molto chiaro: Fabiani è stato escluso non per appartenenza politica non gradita, ma per non appartenenza e per desiderio di immettere nelle società controllate amministratori «non appartenenti». Come dovrebbe essere.
Mi permetto di fare una critica al ministro dell’Economia, che stimo molto e di cui sono amico di vecchia data. Se la nomina del presidente delle Ferrovie è di sua spettanza, sia pure concertando col presidente e con i vicepresidenti del Consiglio, dopo il concerto proceda alla nomina se è convinto della sua scelta. Debbo dire: Tremonti ha sempre fatto così, anche in aperto e pubblico dissenso con Fini. Tra le tante pessime cose di cui è responsabile, questa gli va riconosciuta come merito anche perché spesso le sue scelte erano pienamente accettabili.
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Sarebbe motivo di vera speranza e conforto se il governo imboccasse questa buona strada per modernizzare lo Stato e liberare le istituzioni. Ho già detto: aspettiamo con fiducia. Ma presto. Il buongiorno infatti si vede dal mattino. Anche quello
Sta accadendo attorno alla Juve, al Milan, alla Fiorentina e alla Lazio quel che di solito capita nei quartieri pericolosi di Bari, Napoli e Palermo quando arrestano uno scippatore. Reattivamente interi aggregati umani (in inglese, "populace" e, in greco, "ochlos") insorgono a protezione del fuggiasco. Lì si identificano con il delinquente e qui si identificano con Moggi. Lì aggrediscono fisicamente il poliziotto e qui delegittimano moralmente il giudice sportivo.
Questi e quelli, ministri e masanielli, intellettuali e posteggiatori abusivi, contrappongono il loro tribunale, il tribunale della plebaglia, il plebeismo giuridico o calcistico che sia, ai codici istituzionali, a quello penale e a quello sportivo.
Ma c´è il diritto e c´è il tifo. Sempre il diritto ha come antagonista il tifo. E il diritto tifoso è solo un altro degli ossimori italiani, con esempi ancor più demagogici e addirittura sospetti via via che si avvicina la sentenza. Si va da Mastella, insolentemente amico di Moggi e «fraternamente sodale» di Della Valle, fino a Pisapia che confonde la curva nord con i Consigli operai e di fabbrica. Da Cossiga, che scambia Andreotti con Moggi e Giraudo con Contrada, si arriva all´immancabile autoconfliggente Berlusconi. E l´intera Accademia della pedata garantista, convinta che la giustizia nel nostro paese sia sempre "politica", ormai vede Craxi in ogni imputato italiano, si chiami Consorte o Pairetto, e pensa che Paparesta sia un personaggio di Borges, un sequestrato immaginario.
Insomma, qui la figura del delinquente la fa il giudice sportivo e la riprovazione viene scagliata sull´accusatore Palazzi piuttosto che sui corruttori di arbitri e sugli arbitri corrotti. In molti giornali il dibattimento è diventato tout court «il processo farsa». Cossiga dice che i giudici sono «buffoni» e letteralmente invita gli imputati «a mandarli a fare in c...». E Mastella propone l´amnistia senza neppure aspettare la sentenza, si batte perché si vanifichi il processo, stringe di solidarietà la vittoria ai mondiali dei valenti calciatori con i limacciosi imputati, come se in campo invece di Gattuso ci fosse Meani, come se il gol di Del Piero alla Germania l´avesse segnato Moggi. Abbiamo degli ottimi giocatori, forse i migliori del mondo, ma abbiamo anche i dirigenti calcistici più corrotti del mondo. Non c´è alcuna incompatibilità. Premiamo i primi e puniamo i secondi.
E invece, proprio come i plebei dei quartieri popolari, le furie della malafede vorrebbero un calcio codificato e regolamentato dai tifosi, dimenticando che i tifosi fra di loro hanno diritti confliggenti perché il tifo non ammette diritto, non ammette arbitri, non ammette Caf, non ammette moviole e prove televisive, non ammette regole; l´unica cosa ben accolta è la vittoria comunque, in qualsiasi modo procacciata.
Ci sono dimensioni intime e private nelle quali non esiste la norma, dove l´occhio esterno non deve entrare, e dinanzi alle quali i giudici dovrebbero fare passi indietro. Mai i giudici dovrebbero processare la storia e mai dovrebbero far prevalere gli interessi politici di parte, come invece in Italia ancora accade. Ma se c´è un pianeta dove il giudice è ontologicamente indispensabile, ebbene questo è il giuoco. Altrimenti si potrebbe disobbedire all´arbitro e, sarebbe lecito doparsi... Il gioco, il più perfetto, è giustificato dalla regola perché il gioco è sempre gratuito, è alogico. Senza la regola che assegna la superiorità assoluta all´asso il gioco della briscola crolla e i quattro giocatori diventano figure dell´assurdo, che è appunto il gioco senza regole. La comunità senza regole, l´utopia anarchica per esempio, è perfetta proprio perché non ha regole. Ma il gioco è perfetto perché ha regole. Come si può mandare "a fare in c…" l´asso di spade? Solo se vuoi, comunque e sempre, vincere puoi mandare al diavolo le regole o cambiarle unilateralmente o surrettiziamente. O giochi o rubi. E infatti si dice che il gioco d´azzardo è un furto regolamentato, gioco di destrezza sottoposto a regole.
I giudici sportivi e dunque le regole sono la condizione della stessa bellezza del gioco. Nel calcio è punito giocare la palla con le mani. È una regola. Mettete in campo Mastella e Cossiga: a dispetto dell´età e dell´adipe giocherebbero con le mani mandando al diavolo, magari in nome della loro impunibilità parlamentare, anche l´arbitro. E chi andrebbe a vedere una partita con arbitri tifosi come Mastella e Cossiga? E chi darebbe credito a sentenze sportive pronunziate da Mastella, Cossiga, Moggi, Lotito e Berlusconi?
Pare che uno degli elementi inficianti la legittimità del giudizio sia la rapidità della giustizia sportiva. Ma un giudice sportivo deve essere veloce ed efficace come un chirurgo d´urgenza perché, come cantano i Beatles, life is very short and there is no time. È anche la velocità di giudizio che certifica la qualità del giudice sportivo, che non deve cincischiare con la palla della demagogia, non deve fare melina.
Infine, perché Cossiga e Mastella dovrebbero saperne più di Zidane, quali saperi sportivi esprimono se non l´amicizia pelosa con i dirigenti della Juve, della Fiorentina, del Milan e della Lazio? E dove erano quando la giustizia sportiva abbatteva il suo duro maglio sulle squadre provinciali, sul Taranto, sul Palermo, sul Genoa...?
Forse non lo sapete ma in questo momento avete sotto gli occhi un´arma più potente della maggioranza di quelle in dotazione alle forze armate Usa. Una bomba a grappolo è in grado di uccidere o mutilare migliaia di persone ma quest´arma può portare milioni di individui ad acconsentire che i loro governi diano avvio a nuove guerre. Quest´arma si chiama giornale. Al giorno d´oggi la sua azione si esplica per lo più tramite disseminazione sugli schermi elettronici. Le fanno compagnia nel nuovo arsenale la radio, la televisione, i blog, le trasmissioni via internet e gli sms.
La crescita del potere dei media è una delle principali realtà del nostro tempo. I giornalisti si sono tradizionalmente attribuiti un ruolo di vigilanza nei confronti del potere, fosse esso politico, militare o economico. Oggi godono di un potere superiore rispetto a quelli canonici. Rivedendo la sua famosa "Anatomia della Gran Bretagna" a quarant´anni dalla prima pubblicazione, nel 1962, il giornalista Anthony Sampson conclude che «in Gran Bretagna nessun settore ha accresciuto il suo potere più rapidamente dei media». E non solo in quel paese. In tutto il mondo i governi, i terroristi, le grandi imprese e le Ong assegnano la massima priorità alla diffusione del proprio messaggio attraverso i media.
L´11 settembre 2001 i terroristi di Al Qaeda sfruttarono il potere dei media per moltiplicare milioni di volte l´impatto della loro terribile azione. L´11 settembre è diventato l´11 settembre perché mezza umanità ha potuto guardare in diretta il crollo delle torri gemelle in tv e molti hanno potuto rivederlo sugli schermi del computer, replicato 24 ore su 24, 7 giorni su 7 dai media globali su piattaforme multiple. Lo stesso vale per la guerra in Iraq. Il convincimento comune a molti che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa era solo frutto dell´inganno messo in atto dai governi di Washington e di Londra, che "imbastendo" e diffondendo informazioni distorte per il tramite del New York Times e di altri media di consolidata reputazione, normalmente credibili, fecero passare il falso per vero.
Per i media come per gli armamenti l´accresciuta potenza è frutto dell´innovazione tecnologica. Nel giornalismo come in guerra le nuove tecnologie danno luogo a opportunità senza precedenti, e a rischi altrettanto imponenti.
Quando, trent´anni fa, iniziai la mia carriera di giornalista come inviato in una Berlino divisa, avevo a disposizione una penna, un taccuino e una macchina da scrivere manuale. Per mandare il pezzo dovevo raggiungere un ufficio telex, punzonare o far punzonare un nastro telex e introdurlo in un macchinario scoppiettante. Le possibilità di ritardo, di errori di comunicazione e di incorrere nella censura locale erano innumerevoli. Oggi gli inviati multimediali del Guardian o della Bbc possono mandare un videoreportage digitale pressoché in tempo reale e senza censure dalle vette dell´Hindu Kush, via laptop e telefono satellitare, quasi direttamente sul vostro schermo. Oggi si ha la possibilità di fare cronaca direttamente dal luogo degli eventi con un´immediatezza e una precisione che prima i corrispondenti dall´estero potevano solo sognare.
Ma con altrettanta facilità si possono diffondere notizie false o esagerate e falsificare le immagini digitali. Esistono possibilità di manipolazione, distorsione e istigazione che trent´anni fa non c´erano. Pensate al ruolo dei siti web jihadisti radicali nel reclutamento dei terroristi locali in Europa.
Più che mai conta come queste armi straordinariamente potenti vengono utilizzate, per illuminare le masse, per ingannarle o per stimolarle, e questo dipende dai valori che guidano chi le maneggia. Sul fronte dei valori questa settimana si sono registrati due incoraggianti sviluppi. Li chiamerò per brevità Al Jazeera e Oxford. Forse l´accostamento vi lascerà sconcertati, un po´ come accoppiare semtex e sherry, ma forse è perché avete un´immagine superata e distorta di entrambi, per cui Al Jazeera evoca echi di Al Qaeda e Oxford una torre d´avorio con docenti universitari che tracannano porto. (Ma chi è che perpetua queste immagini? Continuiamo a dare la colpa ai media…)
A mezzogiorno di mercoledì della scorsa settimana stavo guardando in tv la prima ora di trasmissione del notiziario di Al Jazeera English, il nuovo canale in lingua inglese di Al Jazeera. È chiaro da tempo, data la qualità dei giornalisti soffiati a Bbc, Itn, Cnn, Sky, Reuters e altre emittenti, che Al Jazeera ha intenzione di battere i principali media giornalistici occidentali con le loro armi. Il codice deontologico di Al Jazeera, pubblicato sul sito web dell´emittente, è positivamente irto di rassicuranti termini simil-Bbc: «correttezza, equilibrio, indipendenza, credibilità», «fedele ricostruzione dei fatti» distinguendo le notizie dalle opinioni e così via. Anche la costituzione dell´Unione Sovietica era colma di nobili promesse. Ma, come si dice dalle mie parti, il budino va mangiato per sapere se è buono.
Il primo assaggio è stato appetitoso. L´intento dichiarato di Al Jazeera di «dare un ordine di priorità alle notizie» si è manifestato attraverso la scelta e l´ordine di presentazione dei servizi piuttosto che tramite un approccio preconcetto: primo la striscia di Gaza, secondo il Darfur, terzo l´Iran, quarto lo Zimbabwe. In altre parole si è deciso di attirare la nostra attenzione sistematicamente sulle sofferenze e le esperienze del mondo in via di sviluppo e soprattutto sul medio oriente. Lo stile era più quello di Bbc World che di Fox News, per non parlare di esempi di propaganda più rudimentale. A condurre il servizio sull´esordio dell´emittente era Mike Hanna, veterano corrispondente britannico e nel corso dell´ora si sono sentite altre voci conosciute. (Persino le previsioni del tempo erano affidate ad una briosa conduttrice britannica che prometteva sole in Medio Oriente). Nel corso del notiziario si è insistito molto sulle sofferenze dei palestinesi nella Striscia di Gaza, ma ce n´è ben donde, e a fondo schermo scorreva un flash di agenzia che con precisione e correttezza riportava: «Donna israeliana uccisa da un missile palestinese».
Nel complesso è stato un esordio eccellente, a dire il vero una delle cose più incoraggianti scaturite dal Medio Oriente da qualche tempo. Ma il banco di prova si avrà quando verrà il momento di trattare dei disordini in Arabia Saudita e riportare giorno per giorno il malcontento nei confronti di altri regimi arabi. Sarà solo uno scrutinio paziente spassionato ed analitico delle trasmissioni di Al Jazeera paragonandole con imparzialità a quelle di altre emittenti internazionali a stabilire se il nuovo canale è all´altezza delle sue lusinghiere aspirazioni.
E qui entra in campo Oxford. Lunedì scorso è stato inaugurato il nuovo Reuters Institute for the Study of Journalism presso l´Università di Oxford, nel corso di una cerimonia che vedrà la presenza dell´executive editor del Washington Post, del responsabile per la cronaca della Bbc e del direttore generale di Al Jazeera impegnati in un dibattito sul tema del giornalismo del dopo-Iraq. Quello che noi dell´Istituto Reuters cerchiamo di fare (dico noi perché in qualche modo sono coinvolto nell´iniziativa) è proprio mettere in rapporto lo scrutinio paziente, spassionato, analitico con quella che si può forse definire la superpotenza meno conosciuta del mondo. Superando le tradizionali barriere di lieve diffidenza che separano accademici e giornalisti, l´istituto di Oxford si pone l´obiettivo di studiare l´effettivo operato dei giornalisti in media e paesi diversi con rigorosa scientificità attraverso una costante comparazione internazionale.
Nel mio duplice ruolo di accademico e di giornalista credo che i giornalisti dovrebbero continuare a considerare un importante componente della loro missione l´impegno di «testimoniare la verità di fronte al potere». Ma se il giornalismo stesso è diventato un potere, ha anch´esso bisogno di verità. Il modo più certo di scoprire questa verità è di coniugare il meglio dell´operato dei giornalisti e degli accademici. Allora Al Jazeera potrà venire a dirci in che cosa, a suo giudizio, stiamo sbagliando.
Traduzione di Emilia Benghi
«Manca la missione. Questo è il vero problema dell’Italia di oggi...». Al culmine della tempesta politica sulla Legge Finanziaria, Carlo Azeglio Ciampi lancia un messaggio ai naviganti. E inutile imporre o litigare per le troppe tasse. E inutile rinviare o rifiutare i grandi interventi sulla spesa pubblica. E inutile guardare sempre e solo al proprio interesse particolare.
Che si tratti di un interesse di coalizione o di partito, di corporazione o di categoria. «Quello che conta e che oggi non si vede - dice l’ex presidente della Repubblica - è un grande obiettivo, generale e condiviso, che il Paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo».
Ciampi è appena rientrato da una passeggiata a Villa Ada. «Mi godo questa splendida ottobrata romana...», dice. Non vuole intervenire direttamente nel dibattito politico di questi giorni. «Mi sono dato una regola - chiarisce - mi occupo solo di questioni europee. Sono stato a Trento per il convegno su De Gasperi, poi a Berlino alla Fondazione Bertelsmann, tra un mese sarò a Firenze per una giornata di studio sull’Europa organizzata dal Gabinetto Viesseux. Non voglio parlare di problemi specifici di politica italiana. E un impegno che ho preso con me stesso, per rispetto e per coerenza...».
Ma l’ex capo dello Stato segue con grande attenzione tutto quello che sta succedendo. I primi passi del governo Prodi, il travagliato parto della manovra economica, le difficoltà all’interno della maggioranza, i malumori di molte parti sociali. Ciampi si guarda bene dal lanciare moniti paternalistici e dare consigli pubblici a Tommaso Padoa-Schioppa, con il quale ha condiviso tanti anni in Banca d’Italia, e che è anche suo amico personale, oltre che, a questo punto, «collega» in quanto ministro del Tesoro. La stessa, rovente poltrona che lui stesso occupò, tra il 1996 e il 1999, con il primo governo di centrosinistra.
«Sì - osserva Ciampi - vedo che in questo momento ci sono parecchie difficoltà sulla Finanziaria. Non la giudico, nel dettaglio delle misure che contiene. Certo, quando si fa una manovra, soprattutto di quell’entità, ci sono passaggi sempre molto complessi, che vanno affrontati con grande equilibrio e senso di responsabilità. In questa circostanza colpisce un fatto: da un lato c’è una buona accoglienza da parte dei sindacati, ma dall’altro lato c’è una evidente presa di distanza, oltre che da parte delle imprese, soprattutto da parte degli enti locali. Questo fa riflettere...». L’ex presidente non lo dice. Ma questa sua riflessione rafforza il dubbio che, nella fase che ha preceduto il varo della Finanziaria, ci sia stato un cortocircuito nel confronto triangolare tra governo e parti sociali. Si è riprodotto, ma questa volta amplificato ed estremizzato, lo schema della «concertazione asimmetrica» che caratterizzò a tratti anche il primo governo ulivista.
«Anche con le mie Finanziarie succedevano inconvenienti di questo tipo, e io sono convinto che alla fine queste tensioni con i sindaci rientreranno», aggiunge Ciampi, con una previsione in parte già confermata dal buon esito dell’incontro di ieri pomeriggio a Palazzo Chigi tra il premier e i vertici dell’Anci. «Il contributo degli enti locali al risanamento e allo sviluppo, del resto, è fondamentale. Io stesso me ne resi conto immediatamente, nel ‘96, quando partimmo con la rincorsa all’euro. Per questo mi inventai il «Patto di stabilità interno», che doveva servire proprio a questo: risanare il bilancio, per poi convogliare tutte le risorse verso lo sviluppo».
Allora la prima parte della scommessa funzionò.
«Raggiungemmo il nostro obiettivo, che allora era il risanamento e poi l’ingresso nella moneta unica. Fu un grande traguardo, che ci diede una certezza: una volta raggiunta la stabilità finanziaria, sarà finalmente possibile concentrare tutti gli sforzi per il rilancio della crescita economica». Con questa convinzione, poco prima di essere eletto al Quirinale, Ciampi lanciò l’idea di un «nuovo Patto sociale», che puntava all’obiettivo più ambizioso: aumentare la produttività, ridurre il costo del lavoro, rimettere in moto gli investimenti delle imprese e quindi l’occupazione.
Quella proposta, sottoposta all’attenzione della Confindustria e di Cgil, Cisl e Uil, fu in pratica il suo ultimo atto da ministro del Tesoro. Ma quella che allora parve una certezza (la stabilità acquisita come presupposto per la crescita possibile) presto si è trasformata in un’illusione. Nessuno ha ripreso in mano quella sfida. «E oggi - commenta l’ex Capo dello Stato - ci rendiamo conto una volta di più che l’obiettivo più importante di tutta la politica economica resta proprio quello di tornare alla crescita...».
Su questo terreno, purtroppo, la Legge Finanziaria appena approvata non fornisce risposte convincenti. C’è un’attenuante, che non può essere sottaciuta. Con una manovra da quasi 35 miliardi di euro, Padoa-Schioppa non ha potuto dedicare proprio alla crescita tutte le disponibilità di bilancio.
Ha invece dovuto concentrare un grande sforzo, ancora una volta, al riprisitno della stabilità finanziaria. Di nuovo, Ciampi si tiene lontano dai veleni da Transatlantico: extradeficit, buchi nascosti, eredità lasciate dal governo Amato e poi dal governo Berlusconi. Ma una cosa, per amore di verità, ci tiene a dirla: «Nei cinque anni tra il 2001 e il 2006, purtroppo, è stato abbandonato un sentiero virtuoso che noi avevamo imboccato. E stato annullato l’obiettivo dei 5 punti di avanzo primario rispetto al Prodotto lordo, che pure era un impegno che avevamo sottoscritto in sede europea. Ed è stata nuovamente invertita la tendenza alla riduzione del rapporto debito/Pil, che aveva caratterizzato la legislatura precedente. Questo, per me, è stato un colpo durissimo. Anche sul piano personale...».
Era ovvio che, in queste condizioni, il nuovo governo non potesse costruire una Finanziaria interamente dedicata allo sviluppo. E il ragionamento di Padoa-Schioppa: «Con questa manovra 2007 ci liberiamo una volta per tutte dell’incubo del risanamento, e dal prossimo anno ci dedichiamo interamente alla crescita». Ha una sua logica, che Ciampi capisce e condivide. Ma scontato questo limite «esogeno», che prescinde dalla volontà di chi l’ha redatta, la Finanziaria sconta anche un suo limite «endogeno», che invece non può prescinderne. E appunto quella che Ciampi chiama «la missione». «Vede - ragiona l’ex presidente - noi nel ‘96 una missione ce l’avevamo, l’abbiamo spiegata agli italiani e a quella abbiamo ancorato tutto il nostro impegno politico. Oggi è proprio questo che manca: la missione. Se il Paese non la vede, sta ai politici inventarsela, farla capire e cercare di farla condividere da tutti. Bisogna dare un senso, a quello che si fa. Oggi, come nella seconda metà degli anni ‘90, ci deve essere una direzione di marcia, un filo rosso che tiene tutto assieme, una stella polare da seguire. Sa come dicevo io, nel ‘96? Bisogna fare delle scelte, perché se non si sceglie si "svagola"...».
Ecco il punto. Quello che sta più a cuore a Ciampi. Quello già indicato su questo giornale da Ilvo Diamanti, domenica scorsa. Questa Italia in declino ha un urgente bisogno di «una missione». E di una politica capace di scegliere con spirito di modernizzazione, non di "svagolare" per istinto di autoconservazione.
Nell’avanspettacolo napoletano dei tempi andati c’era anche la scenetta dell’uomo dalla faccia feroce. Qualcuno gli ordinava: «Facite ‘a faccia feroce» e lui aggrottava i sopraccigli, gonfiava le gote e digrignava i denti. «Cchiù feroce ancora» e lui oltre a digrignare ringhiava. «Ferocissima» e lui erompeva in urla che avrebbero dovuto terrorizzare e provocavano invece una generale risata nelle platee.
La cosa strana è assistere alla ripetizione di questa antica quanto ingenua scenetta da parte d’un manipolo di belli ingegni che dall’alto di prestigiose tribune giornalistiche e para-politiche si dedicano alla predicazione della faccia feroce. I destinatari della predica sono di solito le forze politiche riformiste. Le quali, secondo i loro mentori, dovrebbero ringhiare da sera a mattina contro la cosiddetta sinistra massimalista, antagonista, radicale e conservatrice che dir si voglia. Le forze riformiste – secondo questa squadra d’élite di predicatori – dovrebbero sostenere una politica estera allineata al verbo dei neocon americani; in politica interna dovrebbero avere come modello l’ex sindaco di New York, Giuliani. In politica economica la faccia «cchiù feroce» dovrebbe essere rivolta contro la sinistra radicale e contro i sindacati accompagnata a strizzatine d’occhio verso il centrodestra, non solo quello di Casini ma anche di Tremonti e dello stesso Berlusconi. E’ appena di ieri – ma è solo l’ultima di una lunga serie – l’esortazione appassionata d’uno di questi belli ingegni che così si esprime: «In politica poche cose conferiscono identità come gli avversari che ci si sceglie. Che la sinistra riformista abbia per avversario la destra è scontato. Ma quel che conta è che l’altro suo nemico per antonomasia sia e debba essere la sinistra radicale. Ma capirlo non basta. Bisogna anche comunicarlo con chiarezza all’esterno e dirlo forte».
Lo schema politico su cui si muovono queste esortazioni è evidente: un robusto partito «centrale» in lotta contro la destra e la sinistra. Nel partito centrale Casini Fini Tremonti Rutelli Fassino e, ovviamente, Montezemolo. Mario Monti benedicente dall’alto; Prodi e Berlusconi presidenti onorari sempre che lo vogliano. A sinistra, con diritto di tribuna Bertinotti Diliberto ed Epifani; a destra, come figurante perché altri non ce ne sarebbero, Storace. E’ uno schema da bar dello sport, ma c’è gente seria e intelligente che ci crede, ne parla, ne scrive, convinta che per far progredire l’Italia non vi sia altra strada. Convinta anche che in tutte le democrazie degne del nome sia questo lo schema dominante. Naturalmente non è affatto vero.
In nessuna democrazia occidentale c’è un grande centro con due nanerottoli a destra e a sinistra. E’ stato così solo in Italia e si è visto come andò a finire. Non è così in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, in Usa, in Scandinavia. Neppure in Germania – a parte l’alleanza incidentale tra Cdu e Spd. Ma comunque: in Italia non esistono le condizioni per ritornare ai tempi di De Gasperi-Saragat, di Moro-Nenni e di Moro-Andreotti-Berlinguer. Se non altro perché non ci sono più personaggi di quel calibro, ma soprattutto perché è cambiato il Paese.
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La nostra squadra d’élite si contenterebbe, almeno per ora, di molto meno dell’intero e vagheggiato disegno. Si contenterebbe di un Padoa-Schioppa catafratto, con lancia e spada a menar fendenti per ridurre in angolo l’abominevole sinistra radicale; oppure, qualora né la lancia né la spada fossero sufficienti, pronto a rassegnare le dimissioni sbattendo la porta.
Va da sé che questa seconda ipotesi porterebbe con sé uno sconquasso di prima grandezza, il ritorno alle urne passando magari per un governo tecnico pre-elettorale. La paralisi completa di sei mesi. L’ipotesi del partito riformista «centrale» potrebbe prender corpo. «Parva favilla gran fiamma seconda». Perché non sperare?
Si dà il caso però che Padoa-Schioppa non sia propriamente il personaggio vagheggiato dai «centralisti». Padoa-Schioppa è certo quotidianamente alle prese con i demagoghi e i faciloni, molti dei quali stanno all’estrema sinistra, ma molti altri nidificano nei più vari settori della maggioranza camuffati con le più buffe maschere: moderati, democristiani di ritorno, liberaldemocratici di lungo corso, equidistanti e al di sopra delle parti, fautori della doppia tessera se non tripla. Insomma opportunisti. Dediti al bene proprio. Sono la iattura, la zavorra, il tormento della politica.
Padoa-Schioppa ovviamente non appartiene a nessuna di queste categorie. Non le sopporta. Gli sono idiosincratiche. E’ un uomo rigoroso e anche puntiglioso ma non un moderato. Pochi giorni fa ha detto in pubblico che le imprese debbono cominciare a svegliarsi perché gran parte della perdita di competitività non dipende affatto dai sindacati e neppure dall’insufficienza della politica, ma dalla loro pigrizia imprenditoriale. Romano Prodi che era con lui faceva larghi cenni di assenso. La platea, in gran parte formata proprio da imprenditori, era alquanto allibita. Ciò detto, sia Prodi sia Padoa-Schioppa, sia Bersani e sia Visco, faranno per intero quel che si deve fare in materia di politica economica e di legge finanziaria. Adempiranno agli impegni presi con l’Europa, riporteranno il deficit sotto al 3 per cento entro il 2007. Ridurranno la dinamica della spesa con misure strutturali, avvieranno la riforma delle pensioni non per fare cassa ma per assicurare ai lavoratori giovani un futuro previdenziale accettabile. E lo faranno in accordo con i sindacati.
Faticheranno ma ce la faranno. Per due ragioni: la prima è che la sinistra radicale non è fatta di mattoidi; la seconda è che un’altra strada non esiste. O meglio: un’altra strada c’è ma porta alla sconfitta totale ed alla scomparsa della sinistra – radicale o riformista che sia – dalla geografia italiana. Quindi percorribile solo da mattoidi.
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Certo, il governo non si può permettere errori perché sul piatto della bilancia l’elemento fondamentale sarà la credibilità e il prestigio che il governo avrà accumulato in tutti i campi della sua attività entro il prossimo novembre. Usando accortamente il freno e l’acceleratore. Promettendo solo ciò che è sicuro di poter mantenere. Ma su quello non arretrando più nemmeno di un passo.
Sui trenta miliardi di manovra, tanto per fare un esempio, non può arretrare. Trenta ha detto e tanto hanno da essere. Mi correggo: trentacinque disse e tanti saranno se è vero che i cinque apparentemente abbonati rappresentano un miglioramento strutturale acquisito. Il commissario europeo Almunia vuole essere sicuro, vuole verificare a ottobre. E’ un suo diritto-dovere. Male fece a non essere altrettanto rigoroso con i conti di Tremonti e noi lo rimproverammo per questa eccessiva credulità.
Se poi Almunia avesse ragione e quei cinque miliardi di maggiori entrate non fossero strutturali ma dovuti ad un ciclo congiunturale erratico, allora è chiaro che il ministro del Tesoro dovrebbe riportare in capitolo la cifra originaria di trentacinque, checché ne pensino Mastella e Pecoraro Scanio.
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E’ altrettanto chiaro che la riforma pensionistica Dini – da tutti giudicata la migliore – dovrà essere applicata fino in fondo con poche innovazioni emerse come necessarie dopo dieci anni di funzionamento.
Applicarla fino in fondo significa intanto attuare l’aggiustamento dei coefficienti tra contributi versati e invecchiamento demografico. E poi adeguare l’età pensionabile al predetto invecchiamento. C’è un modo «imperatorio» per imporre una più elevata età pensionabile e un altro modo che si affida alla volontarietà opportunamente guidata da un sistema di incentivi e disincentivi. Un governo di centrosinistra si varrà logicamente di questo secondo strumento, ma anche qui: stabilita la volontarietà guidata, ecco un altro picchetto dal quale non si può arretrare. Osservo incidentalmente che mantenere bassa l’età di pensionamento favorisce il lavoro nero dei pensionati giovani. Risultato paradossale che non dovrebbe essere incoraggiato, in particolare dai sindacati.
Non si può arretrare – ecco altri esempi – dal patto di stabilità finanziaria tra governo e enti locali e tra governo e regioni. Infine non si può arretrare dal turnover limitato nel pubblico impiego, con un miglior utilizzo delle forze-lavoro specie nelle strutture scolastiche.
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L’opposizione? Faccia quel che crede, l’opposizione. Per ora parla di una macelleria sociale di cui in realtà non si vede traccia. Se, come personalmente credo che avverrà, la legge finanziaria, i suoi allegati e l’eventuale legge – delega sul riordino pensionistico da approvare entro e non oltre il 2007, approderanno ad un risultato equilibrato nel rispetto degli impegni europei; e se di fronte a un siffatto risultato l’opposizione votasse contro; ebbene, essa si alienerebbe buona parte delle sue alleanze economiche e sociali. Dal centrodestra più volte ipotizzato da Follini, da Tabacci e anche da Casini, spunterebbe la faccia feroce d’una destra populista, schiacciata sulle vallate leghiste della Lombardia e del Veneto e sui settori corporativi delle professioni e della impresa medio piccola.
Si dice da alcuni che il centrosinistra deve chiarire il proprio Dna. C’è del vero, l’alleanza è fin troppo estesa e alcune anomalie sono innegabili. Ma le anomalie del centrodestra sono travi e non fuscelli, perché lì ha convissuto per dieci anni il liberismo con il dirigismo e la concorrenza con gli accessi bloccati. Coronate, le anomalie, dal paradosso maggiore: un monopolista e un concessionario dello Stato alla testa della cosiddetta Casa delle libertà.
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Due parole sul conflitto d’interessi, attorno al quale si continuano a spargere fiumi di inutile inchiostro. Si ha conflitto quando la stessa persona abbia nelle sue mani il potere di decidere tra l’interesse generale e quello della propria azienda. Il caso del proprietario e socio di maggioranza della Fininvest-Mediaset e d’una infinità di altre aziende è il più rilevante, ma non è il solo. Molti altri ce ne sono. Il caso Berlusconi è reso più eclatante dal fatto che si applica ad aziende operanti nel delicatissimo campo dell’informazione e in più d’una informazione che opera in regime di pubblica concessione. Può il presidente del Consiglio essere un concessionario dello Stato? A questa domanda c’è una sola risposta: non può. Per risolvere un siffatto conflitto c’è un solo modo: il proprietario imprenditore di attività svolte con la concessione di un bene pubblico non può ricoprire cariche di governo. Il che significa che può essere eletto a cariche parlamentari ma non può diventare né presidente del Consiglio né ministro né sottosegretario.
E’ una legge punitiva? E perché mai? Dov’è la punizione? Se vuole far politica può farla con la massima dignità e rappresentatività. Aspira a far parte del governo e addirittura a dirigerlo? Venda preventivamente l’azienda, ne incassi il controvalore e lo investa in titoli pubblici. Questa è una soluzione equa, buona e giusta. Altre non ce ne sono. Il governo vuole rinviare la legge al 2007? Lo faccia sotto la sua responsabilità ma sappia che, passato quel termine, tutti i suoi amici gli saranno contro e questa volta senza perdono.
Post scriptum. E’ tornato. Finalmente è tornato. Molte illustri persone erano stupite e preoccupate dalla sua assenza dalle scene. Si produceva a Villa Certosa e al Billionaire ma non dove si forgiano la vita e i destini d’un paese. Ma per fortuna eccolo di nuovo lì. Ieri. Dagli ozi delle vacanze alle fatiche di Gubbio. Ha detto che non voterà per la missione in Libano, che si batterà fino all’ultimo respiro contro i propositi di confiscare i suoi beni e contro il turpe progetto di mettere le mani sulla Rai. In difesa della libertà della (sua) Rai. E altre piacevolezze del genere. L’incredibile non è quello che dice. L’incredibile è che quest’uomo, questa barzelletta vivente, è stato per due volte presidente del Consiglio e ci ha governato per un’intera legislatura.
UN´AFFERMAZIONE centrale della politica estera dell´Amministrazione Bush è che il rimedio contro il terrorismo è la diffusione della democrazia in Medio Oriente. Che si fa, allora, quando ci si trova davanti a un´organizzazione terroristica democraticamente eletta? Si ignora l´antinomia. Si fa finta che non esista.
Nel corso delle ultime settimane c´è stato qualcosa di effettivamente surreale nel fatto che gli Stati Uniti abbiano continuato a permettere all´esercito israeliano di colpire Hezbollah, e così facendo di uccidere donne e bambini innocenti, pur continuando a sostenere che Washington si ripropone l´obiettivo di rafforzare il legittimo e democratico governo libanese. Intanto, il capo di quel governo, il primo ministro libanese Fuad Siniora, sta disperatamente chiedendo un´unica cosa, qualcosa che Stati Uniti e Israele si rifiutano di mettere in atto: un cessate-il-fuoco immediato. Hezbollah, che Stati Uniti e Gran Bretagna definiscono un´organizzazione terroristica, è parte integrante di quel governo democraticamente eletto.
E così dobbiamo fare qualsiasi cosa per il governo libanese democraticamente eletto all´infuori di ciò che esso chiede espressamente. Noi sì che sappiamo che cosa è bene per loro. Chi ha mai detto che democrazia significa lasciare che i popoli decidano da sé? Come ha detto martedì notte al programma Newshour della televisione americana Tarek Mitri, inviato speciale del Libano: «Non potete appoggiare un governo nel momento in cui tollerate che il suo Paese sia distrutto». Nel frattempo Hamas non ha l´autorizzazione ad agire come governo democraticamente eletto dei palestinesi. Il popolo palestinese si è espresso, ma lo ha fatto in modo sbagliato. Doveva essere male informato. Deve rifletterci su ancora.
Chiaramente, siamo in presenza di un vero dilemma. Solo perché Hamas e Hezbollah si sono candidati e hanno avuto buoni risultati alle urne non significa che si debba accettare tutto ciò per cui essi si schierano. Sono entrambi movimenti bifronte, dal doppio volto come Giano, come era l´Ira/Sinn Fein nella politica dell´Irlanda del Nord. Impegnarsi con Hezbollah-inteso-come-Sinn Fein o Hamas-inteso-come-Sinn Fein non significa tollerare le attività di Hezbollah-inteso-come-Ira o di Hamas-inteso-come-Ira. In una certa qual misura è possibile combattere il lato terrorista incoraggiando al contempo il lato politico. In effetti, la parola d´ordine è precisamente questa: spostare i loro calcoli interessati verso una politica di pace, aumentando sia i costi della violenza sia i benefici della partecipazione. Nondimeno, le transizioni dalla politica della violenza al compromesso democratico sono sempre complicate: comportano il dover condurre trattative con i terroristi, lasciare impuniti alcuni errori del passato, accettare che la retorica militante di un movimento possa trascinarsi dietro la più pragmatica realtà della sua posizione. Comporta tutto ciò che, di fatto, gli Stati Uniti stessi hanno messo in pratica nei loro rapporti con l´Esercito di Liberazione del Kosovo, che inizialmente definivano - non senza motivo - un «gruppo terroristico, indubbiamente».
Da questi primi strani frutti del processo di democratizzazione in Medio Oriente è possibile trarre due deduzioni diametralmente opposte. La prima è affermare che l´intera agenda di Bush, mirante a sostenere la democratizzazione nel mondo arabo e islamico, è stata sbagliata sin dall´inizio, frutto come era dell´approccio alla politica internazionale di un ingenuo cowboy-missionario. Quell´agenda destabilizza. Porta al potere terroristi ed estremisti. È una cura peggiore del male. Ritorniamo dunque a un sano e valido "realismo". Non cerchiamo di trasformare questi Paesi o di aspettarci che diventino più simili a noi, ma prendiamoli come sono. Perseguiamo i nostri interessi nazionali - sicurezza, commercio, energia - con qualsiasi alleato riusciremo a trovare. Prima di tutto viene la stabilità. Il vostro affabile despota locale può anche essere un figliodiputtana, ma quanto meno sarà il nostro figliodiputtana. O così candidamente immaginiamo.
Questa è la posizione di default di buona parte della diplomazia europea. È il buonsenso di Jacques Chirac. È abbastanza bizzarro, ma è anche la posizione che finisce con l´avere parte della sinistra europea, portatavi dalla sua opposizione alla "diplomazia trasformazionale" alla Bush o alla Blair, o semplicemente dall´automatismo del "se Bush è favorevole, allora noi dobbiamo essere contrari". Avendo seguito da vicino il dibattito in corso in America nelle ultime settimane, credo che anche negli Stati Uniti stia crescendo l´opposizione all´agenda della democratizzazione.
È sempre esistita una posizione "realista" Repubblicana, associata a personaggi come Henry Kissinger e Brent Scowcroft, consigliere nazionale per la sicurezza del presidente George Bush Sr. Dopo l´Iraq, e quest´ultimo imbroglio, questa posizione potrebbe riguadagnare terreno e prendere il sopravvento sui Repubblicani nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2008. Potrebbe altresì prendere il sopravvento sull´altra parte della politica americana. Se si analizza il dibattito sulla politica estera tra i Democratici, si scopre una forte vena di questo "realismo", anche se adesso lo si etichetta con l´aggettivo "progressivo". La tesi secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero tirarsi indietro da questo mondo pernicioso, badare ai propri interessi economici e trovare alleati ovunque si può sta affascinando una significativa parte dell´elettorato Democratico. Per molti Democratici il fatto che l´attuale presidente Bush si sia identificato così energicamente con la promozione della democrazia è un´altra ragione per essere scettici al riguardo della promozione della democrazia. Se democratizzare il Medio Oriente significa Iraq, Hezbollah e Hamas, meglio non provarci nemmeno.
Io credo che questa sia proprio la conclusione sbagliata da trarre da tutto ciò. Nel lungo periodo la crescita delle democrazie liberali effettivamente è la speranza migliore per il Grande Medio Oriente. É la migliore speranza di modernizzazione, di cui il mondo arabo ha disperatamente bisogno; la migliore speranza di affrontare alla radice le cause del terrorismo islamico, quanto meno nella misura in cui quelle cause sono radicate in quei Paesi piuttosto che tra i musulmani che vivono in Occidente; e la migliore speranza di permettere ad arabi, israeliani, iraniani, curdi e turchi di vivere fianco a fianco senza ostilità. Si tratterà, in ogni caso, di una lunga marcia. Sappiamo, da altre situazioni in altre regioni, che la fase intermedia di transizione verso la democrazia sarà un periodo pericoloso. Quella transizione di fatto può aumentare il rischio di violenza, specialmente nei Paesi spaccati al loro interno da spartiacque etnici o religiosi, e laddove si affrettano i tempi della competizione politica tra i partiti per il potere senza aver prima predisposto uno Stato funzionante, con confini ben definiti, un monopolio quasi esclusivo della forza, la legalità, mezzi indipendenti di informazione e una sana società civile. Questo è quanto è accaduto nell´ex Yugoslavia. Questo è quanto sta accadendo in modi diversi in Palestina, in Libano e in Iraq. Una democrazia liberale a tutti gli effetti contribuisce alla pace. Una democratizzazione parziale e incompleta può aumentare il rischio di belligeranza.
Ciò che dovremmo fare noi, nella comunità mondiale delle democrazie liberali consolidate, è non abbandonare il perseguimento della democratizzazione, ma perfezionarlo. Dovremmo riconoscere che soltanto in circostanze eccezionali (come nella Germania e nel Giappone del dopoguerra) le democrazie vengono effettivamente alla luce sotto occupazione militare, e che l´obiettivo di far nascere la democrazia di per sé non legittima un intervento militare. Dovremmo ammettere che, come ha scritto di recente il dissidente iraniano Akbar Ganji sul New York Times, è meglio che i popoli trovino da soli il loro cammino verso la libertà, mentre nostro dovere è quello di aiutarli nel modo in cui vogliono essere aiutati. Dovremmo imparare dall´esperienza che un sicuro monopolio della violenza organizzata, le frontiere ben controllate, la legalità e i mezzi indipendenti di informazione sono tanto importanti quanto le elezioni, e potrebbe essere necessario che venissero prima di esse. Dovremmo imparare che lungo la strada si devono condurre trattative con alcune persone o regimi davvero sgradevoli, come Siria e Iran. E dovremmo ricordare che in questo sporco e complicato vecchio mondo gli ex fautori della lotta armata e persino chi la pratica - i terroristi, se si vuole - possono diventare leader democratici. Come Menachem Begin. Come Gerry Adams. Come Nelson Mandela.
Cerchiamo quindi di non buttare il bambino/democratizzazione con l´acqua del bagnetto/Bush. Siamo in presenza di un´idea eccellente, che deve soltanto essere tradotta in realtà meglio, e con pazienza, e a lungo raggio. La conclusione esatta di questo ragionamento, pertanto, è strana ma vera: un po´ di democrazia è un pericolo. Assicuriamocene quindi molta di più.
(Traduzione di Anna Bissanti)
Scenario inquietante
di Ezio Mauro
Un atto ufficiale della Procura della Repubblica di Milano contro due alti funzionari del Sismi ipotizza che il giornalista di Repubblica Giuseppe D’Avanzo sia stato sottoposto a intercettazione illegale da parte dei nostri servizi segreti.
Si tratta, com’è evidente, di uno scenario inquietante. Un giornalista impegnato da anni in un lavoro di analisi e di inchiesta – insieme con Carlo Bonini – su tutte le vicende più delicate ed oscure della Repubblica viene fraudolentemente "ascoltato" nel suo lavoro da parte di due pubblici ufficiali, incaricati di operare a tutela della sicurezza del Paese e dei cittadini. Non solo. Gli stessi soggetti, secondo i magistrati che li hanno invitati a comparire, hanno messo in atto «comportamenti di controllo degli spostamenti fisici» di D’Avanzo e Bonini, cioè li hanno seguiti e pedinati, nei loro movimenti e nei loro contatti di lavoro.
È la prima volta, da molti anni, che la libertà di stampa subisce un attentato così clamoroso e patente nel nostro Paese. Qualcosa di inconcepibile in qualsiasi democrazia, anche più malandata della nostra. Un reporter intercettato fuori da ogni inchiesta giudiziaria, da ogni ipotesi di reato, da ogni autorizzazione della magistratura, fuori in una parola dalla legalità e dalla legge. Semplicemente per un sopruso, un abuso di potere diretto contro l’autonomia della libera stampa.
È così grave quanto è avvenuto che ci dobbiamo domandare dov’è cominciato, e quando è finito. Quali altre intercettazioni sono state fatte a giornalisti, senza emergere nel filtro casuale di un’inchiesta? Con quali limiti invisibili, con quanti custodi occulti, abbiamo lavorato negli anni di Berlusconi? E il governo attuale, di fronte a questo attacco ad un diritto fondamentale di una società democratica, non sa far altro che replicare una gregaria "fiducia" nei servizi? Perché non si domanda e soprattutto non domanda se il direttore del Sismi ha autorizzato questo sfregio illegale? Se sapeva, ed è dunque colpevole direttamente, o se non sapeva, ed è colpevole indirettamente?
Repubblica, naturalmente, si difende da sola, con il lavoro dei suoi reporter che è davanti ai suoi lettori. Ma se il Paese non ha nulla da dire quando un giornalista è intercettato dai servizi perché indaga su di loro, perché scrive su un giornale sgradito, o semplicemente perché è un giornalista, allora significa che in quel Paese tutto può davvero succedere.
Se le spie manipolano la realtà
di Giuseppe D’Avanzo
Chi ha saputo che cosa? Dopo l’arresto di Marco Mancini e Gustavo Pignero, l’uno e l’altro – nel corso del tempo – direttori del controspionaggio del Sismi, è questa ora la domanda che deve trovare una risposta accettabile. Le fonti di prova raccolte dalla procura di Milano (testimonianze di agenti segreti, tracciati telefonici, intercettazioni) raccontano che i due alti ufficiali dell’intelligence militare erano a conoscenza della decisione della Cia di sequestrare Abu Omar.
Quanto meno, i due ufficiali del Sismi non hanno fatto nulla per impedire l’extraordinary rendition del cittadino egiziano, come sarebbe stato loro compito istituzionale e di legge. È la conferma di quanto Repubblica va raccontando da tempo. L’Italia sapeva del «gravissimo attacco all’autorità dello Stato italiano e ai trattati internazionali» (come ha scritto il giudice Chiara Nobili), della «grave violazione della sovranità nazionale che, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, ha sottratto un indagato all’autorità giudiziaria per condurlo con la forza in uno Stato terzo» (come ha scritto il giudice Guido Salvini). Oggi, però, dire che "l’Italia sapeva" non significa più nulla.
Chi ha saputo? Le cose, in questi casi, dovrebbero andare così. L’agente segreto che ha notizia dell’organizzazione di un reato, o che presto un delitto sarà commesso, deve informare il suo superiore diretto. Il superiore diretto deve riferire al suo superiore, su su fino alla cima della catena gerarchica. La procura di Milano muovendosi dall’ultimo anello della catena - un maresciallo dei carabinieri che partecipa al sequestro nella speranza di essere trasferito nei ranghi degli 007 - è risalita con la decisiva testimonianza del capocentro Sismi di Milano (nel dicembre del 2002, il colonnello Stefano D’Ambrosio, contrario alla rendition, viene rimosso dall’incarico in un batter di ciglia) alla responsabilità di Marco Mancini, nel 2003, responsabile dei centri del Nord-Italia e reggente del centro di Milano (dopo la liquidazione di D’Ambrosio). Da Mancini a Gustavo Pignero, tre anni fa direttore del controspionaggio.
Agenti in azione durante il sequestro. Mancini. Pignero. L’indagine, per il momento, si ferma qui, alla porta del direttore del Sismi, Nicolò Pollari. Si può prevedere che i due alti ufficiali, nei loro interrogatori, dovranno soprattutto rispondere a questo interrogativo: hanno informato il loro Capo? Se i due agenti segreti dovessero confermare che l’informazione è salita fino al gradino più alto, avrebbero fatto il loro dovere. Le loro spalle sarebbero libere da ogni accusa. I grattacapi sarebbero tutti di Nicolò Pollari.
Ancora un’altra circostanza è oggi evidente. Escluso il direttore della "Ditta" da ogni provvedimento giudiziario (nessun avviso di garanzia, nessun invito a comparire, nessuna convocazione come testimone), si deve concludere che, al momento, i pubblici ministeri di Milano, Ferdinando Pomarici e Armando Spataro, non ritengono di avere in mano alcuna fonte di prova che possa far pensare che Pollari sapesse.
Pollari non ha saputo, dunque. Non è una novità. Nel corso di questi anni, è capitato spesso al direttore del Sismi di non accorgersi di quel che accadeva nel cortile di casa sua. Qualche esempio. Un gruppo di lestofanti, guidati da un facchino del mercato ortofrutticolo di Brescia, con l’aiutino di un ex collaboratore del Sismi, e documenti falsi e confessioni farlocche, combina la trappola "Telekom Serbjia". Per due mesi tiene sulla griglia, dicendoli «ladri», Prodi e Fassino e il direttore del Sismi non si accorge di nulla. Non vede e non sente. Un manipolo agguerrito di ex ufficiali dell’Arma dei carabinieri occupa un nodo nevralgico di Telecom Italia. È il luogo dove si effettuano tutte le intercettazioni telefoniche del Paese, utilizzandole (sospetta la Procura di Milano) secondo necessità assolutamente estranee alle ragioni istituzionali. Pollari, che pure per esigenze d’ufficio, ha strettissimi rapporti con Telecom, non si avvede di nulla. Nulla dice e nessuno avverte. Tre pitocchi - un ex collaboratore del Sismi, una "fonte" del Sismi, un colonnello del Sismi - pasticciano, ai tavolini di un bar, documenti contraffatti sull’uranio nigerino per sostenere che Saddam si sta preparando una bomba atomica e il direttore nulla sa, nulla vede. I siriani vogliono salvarsi dalla risoluzione dell’Onu che li obbliga a lasciare il Libano. Hanno una trovata per salire, da bravi ragazzi, sul carro della lotta al terrorismo. Inventano un attentato al tritolo alla nostra ambasciata di Beirut. Con la collaborazione del Sismi, afferrano un paio di poveri cristi. Li torturano per farli confessare. Troppo. Uno degli afferrati muore in carcere. La Grande Spia non se ne cura. Corre, trafelato e soddisfatto, in Parlamento. Annuncia di aver protetto l’Italia da un catastrofico «11 settembre». Una manina scaltra trafuga nell’estate del 2005 intercettazioni telefoniche che non vengono neanche trascritte all’autorità giudiziaria. E’ vero - come dicono i soliti maldicenti - che le sale di intercettazioni della Guardia di Finanza a Milano sono «affollate di agenti segreti». Ma la Grande Spia di nulla s’avvede, né prima né dopo.
Come di nulla si deve essere accorto, Pollari, dell’»agenzia di disinformazione e dossieraggio» che un funzionario del Sismi, sotto la supervisione di Marco Mancini (intanto diventato direttore del controspionaggio) ha organizzato in un "ufficio riservato" al 230 di via Nazionale a Roma. L’appartamento è all’attico. Da quell’attico, il funzionario controlla un giornalista, «fonte Betulla», che offre "appunti riservati" sulle indagini di Milano. È illegale, per il servizio segreto, ingaggiare giornalisti. Se è stato concluso un ingaggio, è del tutto evidente che Pollari non ne ha saputo niente. E nulla deve aver saputo dell’accorta e diffusa manovra di disinformazione che quel funzionario, pur avendo un rapporto diretto con il Capo, pilota nelle redazioni di giornali di destra e di sinistra. Sono soprattutto "bufale", utili a frullare nella paura il Paese, o aggressioni diffamatorie contro chi alle "bufale" non crede. Meno che mai, Pollari deve aver compreso che il direttore del controspionaggio, con il funzionario dell’ufficio riservato ai "depistaggi redazionali", si sia lasciato prendere la mano e abbia organizzato pedinamenti di due reporter di Repubblica, l’"osservazione" dei loro incontri di lavoro. Addirittura, l’intercettazione illegale delle loro telefonate.
Siamo al punto. Nell’ipotesi che la procura di Milano resti con le mani vuote di prove a carico di Pollari - la migliore delle ipotesi - si può dire che il direttore non è stato e non è in grado di sapere che cosa accade nell’istituzione strategica che gli è stata affidata nell’interesse della sicurezza nazionale. La palese incompetenza e la dimostrata impreparazione del generale Nicolò Pollari rende assai stravagante la nota diffusa dal Palazzo Chigi. Si legge: «Il governo ha assunto le dovute informazioni sul cosiddetto caso Abu Omar da parte delle strutture di intelligence nazionale che hanno ribadito la propria totale estraneità alla vicenda».
Poche righe. La sintesi di uno sketch comico. Le cose dovrebbero essere andate così. Il governo, che non sa nulla, chiede a Pollari, che non sa nulla, che cosa è successo. Pollari, come sempre, risponde che non è successo nulla perché, per quanto lo riguarda, non ha saputo nulla o per lo meno i suoi uomini non gli hanno, come al solito, detto nulla. Allora il governo, rinfrancato dall’inettitudine di Pollari, si affaccia al balcone di Palazzo Chigi e grida all’Italia: tutto va bene, non è successo nulla, siamo in buone mani, nelle mani di chi non sa nulla e, se non sa nulla, non è successo niente. Non è così, mister Prodi?
A giudicare dalla stampa slovena e croata che arriva a Trieste, i discorsi pronunciati in Italia per la «Giornata del ricordo», da quello del Capo dello Stato agli altri in centinaia di località, hanno destato interesse ma anche preoccupazione negli ambienti politici e nella popolazione della Slovenia e della Croazia, soprattutto in Istria. In questa regione, teatro degli eventi ricordati per le foibe e l'esodo, proprio in questi primi giorni di febbraio le associazioni della Resistenza e le famiglie delle vittime delle stragi fasciste e naziste, hanno commemorato le vittime di alcune stragi compiute nel febbraio 1944 dagli occupanti nazisti e dai collaborazionisti repubblichini italiani al loro servizio - militanti nella X Mas, nella Milizia Territoriale, nei reparti armati del Partito Fascista Repubblicano e in altre formazioni.
La «Giornata del Ricordo» del 10 febbraio, coincide dunque con anniversari altrettanto tragici e tristi per le popolazioni italiane, slovene e croate dell'Istria che, dopo una breve parentesi «partigiana» (dal 9 settembre ai primissimi giorni di ottobre 1943) conobbero l'occupazione nazista, l'annessione all'«Adriatische Kunstenland» tedesco e - soprattutto nei mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1943 - un'interminabile serie di massacri di civili, di incendi di villaggi e di deportazioni. Con l'aiuto dei fascisti italiani i tedeschi diedero la caccia agli «infoibatori», ai combattenti della Resistenza, ai cosiddetti «badogliani» e a tutti coloro che gli si opponevano, massacrando nel giro di pochi mesi oltre 5.000 civili italiani e slavi e deportandone 12.000 nella sola Istria. Un'altra ondata di stragi e di distruzioni si ebbe nel febbraio-marzo-aprile 1944, sempre con la complicità e il sostegno dei fascisti italiani. Quello che la stampa slovena e croata rimprovera agli uomini politici italiani è il fatto che «la memoria italiana è una memoria selezionata»: è giusto rievocare le tragedie delle foibe e dell'esodo, ma perché - si chiedono il Novi List di Fiume, il Vjesnik di Zagabria, la Slobodna Dalmacija di Spalato, il Delo di Lubiana ed altri - non si ricordano i venti anni di persecuzioni fasciste contro gli slavi in Istria e le stragi in Montenegro, Dalmazia e Slovenia sotto l'occupazione dell'esercito italiano dall'aprile 1941 all'8 settembre 1945? Perché non si ricordano le vendette compiute «dopo le foibe del settembre 1943», nel litorale adriatico?
Il pubblicista e storico zagabrese Darko Dukovski, intervistato dal Novi List ha duramente condannato i «crimini della rivoluzione» riconoscendo che «la storia delle foibe è strettamente collegata alla storia dell'esodo degli italiani dall'Istria e da Fiume», aggiungendo che «una delle conseguenze delle foibe fu l'esodo e, quindi, lo stravolgimento della fisionomia etnica dei territori ceduti dall'Italia alla Jugoslavia col trattato di pace. Il che non significa, però, che fascisti e non fascisti furono gettati nelle foibe per stravolgere la fisionomia etnica della regione». Anche perché, sloveni e croati che pure finirono nelle foibe furono dieci volte più numerosi degli italiani. «Si offende la verità - continua lo storico - quando da parte italiana, oggi, si parla di genocidio e di pulizia etnica. Si tratta del tentativo di falsificare la verità storica, di presentare il movimento resistenziale croato e sloveno come criminale». Dukovski cita - senza però relativa data - un documento fascista: il tenente della Mvsn Domenico Motta che in una relazione segreta alla questura di Pola affermò che gli insorti istriani, nella prima metà di settembre 1943 avevano «liquidato» per lo più segretari del Fascio, podestà ed altri gerarchi insieme a innocenti vittime di vendette personali. E Conclude il suo intervento (due paginoni del quotidiano) difendendo le posizioni del presidente croato Stjepan Mesic. Affermando che «la vendetta delle foibe posta in atto dagli insorti-partigiani istriani» nel settembre 1943 ma anche nell'immediato dopoguerra, «non giustifica i crimini: le foibe restano un crimine ingiustificabile»; infine afferma che, «le ricerche devono continuare e bisognerà continuare a trattare questa tematica ma con obiettività, restituendola agli storici; purtroppo - sono certo che la verità e l'obiettività continueranno ad essere calpestate dai politici fino a quando le foibe e l'esodo serviranno a raccogliere consensi politici e voti. Il crimine non può essere dimenticato, deve essere ammonimento alle future generazioni, ma bisogna ricordare i crimini compiuti da ambo le parti».
Più o meno questa è la posizione degli osservatori croati e sloveni: sarebbe ora che i responsabili politici in Croazia e Slovenia riconoscessero apertamente, pubblicamente, le stragi compiute in Istria nel settembre 1943, a Zara e Fiume, a Trieste e Gorizia e dintorni nell'immediato dopoguerra da parte delle truppe jugoslave; non si deve però parlare di odio anti-italiano, perché migliaia di soldati italiani furono aiutati dai partigiani e civili croati e sloveni a salvarsi dai tedeschi. Gli eccidi che portarono alla morte o alla scomparsa si circa diecimila fascisti e non fascisti furono crimini e basta, non prodotto di odio anti-italiano. Al tempo stesso sloveni e croati chiedono che anche da parte italiana, e al più alto livello, ufficialmente, vengano riconosciute e condannate le stragi compiute dai fascisti e dall'esercito italiano in Montenegro, Dalmazia, Croazia e Slovenia dall'aprile 1941 all'inizio di settembre 1943, e le stragi dei repubblichini al servizio dei nazisti dall'ottobre 1943 a fine aprile 1945 sul «Litorale Adriatico». Solo così si potrà costruire una memoria condivisa.
Che cosa hanno in comune le coppie di fatto, l´Afghanistan e Vicenza?
La risposta di molti italiani e di molti lettori di questo giornale sarà, suppongo, la seguente: l´intervento ripetuto e pesante di due grandi potenze mondiali sulla vita interna italiana.
Proverò a dire che non è vero, che si tratta di una percezione rovesciata del fenomeno. Invece di vedere il nostro problema italiano, preferiamo immaginare che stiamo subendo tremende costrizioni, che stiamo piegandoci a obblighi imposti con la forza.
Proverò a dire che i potenti pesano solo se si rendono conto di poterlo fare con efficacia e senza importanti segni di vita autonoma della parte su cui viene scaricato il peso.
Esempio: sia la Chiesa che gli Stati Uniti non mettono in dubbio la cattolicità o la leale amicizia di Paesi come la Spagna e la Francia che se ne vanno per la loro strada, discussa e decisa dentro la vita politica di quei Paesi.
Non si tratta certo di Paesi isolati. Essi, infatti, sono strettamente integrati sia all´Occidente cattolico che all´alleanza atlantica, anzi in entrambi i casi sono orgogliosi protagonisti.
Non vorrei essere frainteso. Anche il governo Prodi intende essere protagonista orgoglioso (nonostante che un ministro della Difesa, temporaneamente disperso, parli di date sconnesse da qualunque strategia nella questione dell´Afghanistan, nonostante l´improvvisa illuminazione di fede del ministro della Giustizia).
Il problema - che è anche la spiegazione del disorientamento che ogni tanto sembra cogliere gli stessi membri del governo ma anche deputati e senatori - è il paesaggio morale e politico nel quale viviamo.
Lo descrivo così: primo, quel paesaggio è intatto, dal giorno in cui Berlusconi è stato costretto (lui dice: con l´inganno e temporaneamente) a lasciare la guida del Paese.
Secondo, quel paesaggio è un cumulo di macerie: un Paese a crescita zero, un´amministrazione disastrata, illegalità diffusa e onorata, provvedimenti che hanno scardinato principi fondamentali come «la legge è uguale per tutti», un´intimidazione dei giornalisti e dei media che dura ancora e che rende molti di essi assai più propensi ad annotare i problemi di Prodi e le minacce di crepe nella sua maggioranza che a scoprire il gioco dell´altra parte.
Per esempio: Berlusconi è capo di chi, parla a nome di cosa, e perché va in onda ogni giorno come uno Chavez di imminente ritorno al potere, benché qualunque conto dimostri che la sua Casa della Libertà non esiste più? Perché ogni giorno Casini e i suoi, ascoltati in silenzio compunto, danno lezioni di moralità politica e alto senso dello Stato pur avendo scrupolosamente votato ogni singola legge ad personam, ogni decreto voluto e imposto da una sola persona per suo diretto, palese e noto beneficio, fino al punto da creare scandalo internazionale?
Se il paesaggio non fosse colmo di detriti e macerie (ma anche di estese e singolari amnesie di gran parte dei commentatori politici) potrebbe un uomo dotato soprattutto di voce grave come l´ex ministro della Difesa Martino presentarsi regolarmente in televisione per annunciare che il governo Prodi ha distrutto anni di prestigio dell´Italia nel mondo, mentre è fresco di stampa il libro del diplomatico inglese Rory Stewart su ciò che è veramente accaduto ai soldati italiani a Nassiriya? Racconta l´ambasciatore inglese che i nostri soldati erano presi fra i due fuochi della guerra vera, che però veniva negata nonostante i soldati morissero, privi com'erano di protezione adeguata, e la guerra mediatica dei superiori frivoli e dei collegamenti Tv all´ora giusta e nel talk show preparato per fare spettacolo intorno a questo o quel generale.
Quello spettacolo, racconta l´ambasciatore Stewart dall´Iraq in cui si trovava, risplendeva solo in Italia. Sul posto «per gli italiani c´era rischio altissimo a inerzia totale», perché l´uomo dalla bella voce che adesso compare solenne in televisione a parlare di prestigio italiano infranto si era limitato a offrire le vite dei soldati italiani in cambio di italianissima bella figura. Era un dono ai comandi di altri Paesi, con altre strategie, altri governi, altri parlamenti a cui rendere conto.
Agli italiani resta questo libro («I rischi del Mestiere, vita di un diplomatico inglese in Iraq ai tempi della guerra». Ponte alle Grazie, euro 22) e le bandiere intorno alle salme.
Macerie sono non solo quelle della strage dei nostri soldati privi di difesa nell´attentato terroristico ormai famoso, ma anche la mancanza di qualunque luce sulla differenza fra ciò è stato raccontato e ciò che è veramente accaduto. Strane vicende come quella del cosiddetto "governatore" Barbara Contini, che è costata vite italiane per farsi vedere in un suo fortino dal quale non faceva e non poteva fare niente tranne che comparire in opportuni collegamenti in televisione, non si è mai detta una parola di spiegazione. Ma c´è chi, nello show, ha lasciato la vita.
E provate a chiamare mercenari i mercenari (la parola viene usata liberamente dai giornali americani per dire personale privato con funzioni paramilitari a pagamento) e subito siete investiti dall´onda di piena di non si sa quale patriottismo. Ma quel patriottismo non ha fatto una piega per la morte di Enzo Baldoni (anzi insulti e sarcasmo), ha chiamato «vispe terese» (cioè stupide e fuori posto, forse perché disarmate) due volontarie scampate a un rapimento. E quando Nicola Calipari è stato ucciso nel modo in cui è stato ucciso, mentre portava in salvo l´ostaggio italiano Giuliana Sgrena, quell´onda di patriottismo si è improvvisamente spenta. Non solo resta aperta la questione giudiziaria in cui qualunque Paese avrebbe preteso di essere ascoltato e di avere risposte proprio perché amico e alleato. Resta aperto, a carico di coloro che si esibiscono in rimpianti della gloria italiana perduta, un dovere di verità: perché, da chi Nicola Calipari è stato lasciato solo a cavarsela nella notte di Baghdad, senza alcun intervento dei famosi e stimati migliori amici dell´alleato americano? Chi si è distratto da quella amicizia, quando, perché? Qualcuno ha spiegato come mai non c´era l´ambasciatore italiano in piena rappresentanza e garanzia del governo amico? Forse Nicola Calipari, che si è gettato col suo corpo sull'ostaggio liberato Giuliana Sgrena e l´ha salvata con la sua vita, non ha fatto vedere «come muore un italiano»?
Ma se volete avere un´idea delle macerie che ingombrano e deformano il nostro paesaggio, confrontate la televisione di Stato in due eventi esemplari. Il primo è il telefilm dedicato alla famiglia Sereni, pionieri del sionismo italiano, ma anche della Resistenza, trasmesso la sera del 27 gennaio, Giorno della Memoria. In quel filmato non c´è traccia del fascismo, non c´è traccia di protagonisti fascisti delle persecuzioni. Gli eventi avvengono da soli, salvo la colorita intromissione di alcuni tedeschi cattivi. Sono personaggi estrosi e amanti della musica che, hanno un po´ guastato in una vicenda che tutto sommato, non era altro che la consueta tragedia della guerra.
Quando invece si tratta del 10 febbraio, giorno di ricordo della tragedia delle foibe, i protagonisti cattivi ci sono, eccome. Recita lo spot ufficiale ripetuto per giorni dalla Tv di Stato: «I massacratori sono stati i partigiani comunisti».
Il problema non è l´improvvisa comparsa in Tv dei comunisti, a cui il berlusconismo ha dato una nuova vitalità che ci viene invidiata nel mondo (nel senso che in nessun altro luogo si può affidare tutto alla manipolazione dei media). Il problema è la scomparsa dei fascisti dal video. Essi però, nella vera vita militano, gagliardetti al vento, anche nella manifestazione romana del 2 dicembre scorso. Militano orgogliosi e intatti, come ai tempi della «difesa della razza» nelle file del cosiddetto "partito dei liberali italiani" di Silvio Berlusconi. E noi zitti.
La sera di sabato 10 febbraio i Gr, i Tg e - con particolare solennità - Radio Parlamento della Rai hanno trasmesso il discorso di Bossi che annuncia la riapertura del parlamento padano. Come se fosse normale, legale, costituzionale. Tema del discorso: «Siamo schiavi dell´ingordigia di Roma che deruba la nostra agricoltura a vantaggio di altre agricolture e vogliamo la libertà dalla oppressione di Roma».
Inevitabile rendersi conto che, al di là da questa barriera di macerie che ricorda l´immortale sequenza del film «Germania anno zero» di Rossellini, è possibile buttare oggetti di tutti i tipi contro la legge finanziaria del governo Prodi, persuadere ogni gruppo a una propria rivolta in base a informazioni false distribuite a cura di chi non vuole farsi notare come nemico del padrone di tutti i media. Oppure discusse come se fossero vere. Spiega le concitate genuflessioni che colgono a mezza strada coloro che non sono mai stati particolarmente religiosi ma non vogliono essere trovati, in questa confusione, senza "santi in paradiso", la famosa condizione essenziale per sopravvivere, così cara all´immaginario italiano quando il Paese ritorna indietro. Il Paese non sta tornando indietro, per fortuna. Ma i nemici di Prodi ce la mettono tutta, anche perché più che mai diventerebbe chiaro, a un Paese correttamente informato, che niente è più vecchio, antico, protezionista, illiberale, codino e reazionario (in modo addirittura farsesco e teatrale) di tutto ciò che rappresenta Berlusconi, così splendidamente descritto dalla moglie Veronica (ma solo dalla moglie Veronica, perché solo lei ha i mezzi per farlo).
Ma tutto ciò che ho detto finora spiega anche le ombre confuse che si addensano a sinistra su ogni tentativo di discutere finalmente con dignità la nostra politica estera.
Le macerie impediscono di vedere e anche di «apprezzare» - nel profondo senso negativo del termine - il disastro che Romano Prodi e l´Unione hanno trovato quando sono giunti al governo. Una delle grandi bravure di Berlusconi, il suo vero successo, è stato quello di farsi sottovalutare e anzi di ottenere continuamente una sorta di onore delle armi da sinistra. Non è stato notato che Berlusconi è autore di due geniali trovate. Per gli amici dell´America lancia il ricatto: chi non sta con me è antiamericano. Per quella che lui chiama la «sinistra radicale» la strategia è diversa. Va in giro a dire (fino al punto di persuadere qualcuno di essi): «Io vi rispetto perché voi sì che siete dei veri comunisti».
Il paradosso è questo. Berlusconi ha inventato le maschere dei suoi avversari. Per esempio le maschere dei comunisti duri e puri che non cedono di fronte ad alcun pericolo del suo ritorno, perché il suo ritorno vale ogni altro ritorno di ogni altro avversario politico di fronte a cui il comunista duro e puro non cede.
Indossando quelle maschere, non si vede il potere immenso di Berlusconi e il fatto che se ritornasse al potere farebbe diventare il peronismo - che era nato povero ed era costretto a rubare - un gioco da bambini. Indossando quelle maschere preparate e dipinte con la faccia feroce dell´antiamericanismo e del comunismo duro e puro da Berlusconi in persona, c´è chi pensa di fare la cosa giusta, e di conquistarsi il suo pezzo di voto in un bel corteo o in una drammatica dichiarazione di fine governo. Di certo lo conquista. Ma solo quello, piccolo e per sempre.
In altre parole, l´uomo che ci ha preparato le maschere da indossare in caso di improvviso invito a un talk show o al corteo di una dimostrazione, e ci ha lasciato un paesaggio ingombro di macerie in modo che non si intraveda neppure ciò che un´Italia diversa sta cercando di fare, ha tolto dignità al Paese. Non possiamo aspettarci che siano altri a ridarci la dignità. Tocca a noi. Ma è impossibile riuscirci se stiamo al loro gioco.
Ecco un appello: rifiutiamoci di indossare le maschere che lui ci ha preparato per Porta a Porta. Ma anche per i cortei. Primo dovere: restituire prontamente le maschere che si fossero inavvertitamente indossate. Mai stare al loro gioco.
Una volta esaurita la fase cruciale della investitura della presidenza della Repubblica, delle cariche istituzionali e degli incarichi governativi, il nuovo governo Prodi sarà presto, speriamo, sulla linea di volo. Sarà allora tempo di allacciare le cinture. Tanto più che il volo del nuovo governo dovrà affrontare non lievi turbolenze. Fuor di metafora, è necessario che una compagine governativa che poggia su una maggioranza risicata trovi in sé stessa la compattezza e la disciplina necessaria per persuadere gli italiani di saper governare. Ciò richiede che essa agisca energicamente e parli sobriamente, con chiarezza, e soprattutto con concordia. Sarebbe quanto mai opportuno dare un bel taglio agli «assolo» dei vari esponenti della coalizione. Perché non affidare a un portavoce il compito di spiegare la posizione del governo e anche le divergenze che inevitabilmente insorgono in ogni maggioranza, anche la più omogenea, evitando le passerelle televisive e minimizzando le esternazioni individuali? Ciò comporterebbe un confronto costante tra i numerosi partiti della coalizione: per esempio, attraverso la costituzione di un comitato permanente, uno steering committee che lavori a tempo pieno per raggiungere un accordo sulle inevitabili questioni controverse, prima di invadere le pagine dei giornali con il brutto vizio dei battibbecchi privati che non si traducono certo in pubbliche virtù; e compromettono gravemente il prestigio e la credibilità del governo e della sua maggioranza.
Mi rendo conto che allacciare le cinture è un arduo sacrificio per leader grandi e piccoli (soprattutto per questi ultimi) che aspirano alla più ampia visibilità dei loro movimenti. Saranno in grado di pagare questo ovvio costo del governare? È difficile non dubitarne. Ma è altrettanto vero che una spada di Damocle oscilla sulle loro teste: la minaccia del ricorso alle urne nel caso di una crisi della maggioranza. Ebbene: Damocle non dovrebbe lasciar dubbi sulla sua volontà di valersene, se fosse necessario.
Un governo provvisto di questo capitale di serietà può affrontare con fiducia i compiti gravi che lo fronteggiano. Il primo, è ovvio, è una strategia di risanamento dalla pesante eredità di una finanza pubblica in pericolosa difficoltà. Il governo precedente era convinto di "assistere" a una grande fase di sviluppo contando sull´onda favorevole di una economia mondiale in crescita. Scommessa rovinosa e perduta. Così, non solo non si è promossa la crescita interna, ma si è dissestata una finanza pubblica che faticosamente i precedenti governi erano riusciti a rimettere sulla buona strada. Quello che l´ex premier ha definito il miglior governo della Repubblica ha distrutto l´avanzo primario del bilancio, ha aumentato l´indebitamento annuale ben oltre il limite convenuto con Bruxelles, ha invertito la tendenza che era stata finalmente avviata alla riduzione del colossale debito pubblico, viaggia ormai verso il 108 per cento del prodotto nazionale. Che cosa poteva fare di più? Oggi sembra che davvero la crescita mondiale sia in deciso aumento. Pur con tutte le riserve prudenziali, questa sarebbe, per il governo di centrosinistra, una bella fortuna. E per Silvio Berlusconi un´amara beffa. Generali sfortunati, diceva cinicamente Napoleone, non fanno per me (figuriamoci quando credono di essere Napoleone!). D´altra parte, se Prodi, come alcuni sostengono, è accarezzato dalla fortuna, questo mi pare un indennizzo provvidenziale ai guai che il centrodestra gli ha lasciato in eredità. Si tratta però di un indennizzo ancora tutt´altro che scontato e comunque insufficiente. La strategia di risanamento comporta un programma da impostare subito ? bisogna arginare al più presto la possibile deriva di sfiducia dei mercati ? ma da attuare in un triennio, concordandola con Bruxelles.
Un governo di centrosinistra dovrebbe essere, però, anche un governo di forti iniziative riformatrici, che definisca in un vasto progetto di sviluppo dell´economia e della società italiana, entro un orizzonte di tempo più vasto, i traguardi che questo paese vuole darsi per assumere la condizione di equa prosperità e il ruolo di soggetto politico che gli spetta nella comunità delle grandi nazioni europee. Penso che al centro di questo progetto dovrebbe essere posta la valorizzazione della risorsa sulla quale non dobbiamo temere competizioni: l´immenso patrimonio territoriale storico culturale artistico dell´Italia. Ciò richiede una decisiva inversione di tendenza rispetto all´attuale vergognoso degrado di risorse, di idee, di competenze e di coraggio. Esige priorità per grandi progetti di risanamento ambientale e urbano, specie nel Sud: di infrastrutturazione, di organizzazione turistica, di promozione culturale. Comporta una posizione centrale dei soggetti responsabili dell´ambiente e dei beni culturali nel governo del Paese.
Un governo veramente riformatore dovrebbe, inoltre, realizzare finalmente la radicale modernizzazione di una pubblica amministrazione ancora vetusta. Si dice: meno Stato. Si dovrebbe dire: uno Stato migliore, agile ed efficiente. La riforma dello Stato è identificata dalla stoltezza convenzionale con le privatizzazioni: che poi, o non si fanno, o si fanno solo per incassare quattrini, spostando strutture monopolistiche dal settore pubblico a quello privato. Una riforma modernizzatrice dovrebbe riorientare l´amministrazione verso la pianificazione strategica, introdotta in America ormai da lungo tempo (all´insegna del reinventing government) ristrutturando nel senso della definizione degli obiettivi e del controllo dei risultati monumenti burocratici e autoreferenti come la Corte dei conti e la Ragioneria dello Stato.
Dovrebbe, infine, riprendere in grande stile la procedura di consultazione: sui grandi temi economici e sociali, con imprenditori e sindacati; su quelli territoriali, con le Regioni e le parti sociali, in veri e propri patti regionali di sviluppo.
Debole nei numeri della sua maggioranza, un governo ricco di idee innovatrici può diventare fortissimo conquistando il consenso popolare grazie alla credibilità del suo progetto. Gli italiani tutti gli saranno grati se gli si risparmierà la giornaliera chiacchiera televisiva, con la sfilata dei soliti noti, e gli si assicurerà, in operoso silenzio, servizi degni di un Paese moderno.
Primo paradosso, il pianto sulle due Italie e sul paese spaccato a metà in quegli stessi cantori del maggioritario che questa spaccatura l'hanno voluta e costruita. Che la società italiana sia una società divisa - per interessi, valori, ideologie - è sempre stato vero (quale società non lo è?) ed è sempre stato il sale del conflitto politico. Che questa divisione andasse rappresentata e forzata, politicamente e mediaticamente, nello schema bipolare «o di qua o di là», invece non era detto e non era neanche vero: è stato un risultato, tenacemente perseguito, della religione bipolar-maggioritaria nata sulle ceneri di Tangentopoli. Rappresentazione appunto schematica, che (l'ha notato pochi giorni fa Rossanda) occulta o semplifica molte divisioni trasversali ai due schieramenti. Ma che a sua volta, come ogni rappresentazione, produce realtà, o effetti di realtà. Alla fine, insomma, lo schema bipolare ha bipolarizzato la società, con l'aiuto determinante delle forzature ideologiche (altro che modernità disincantata) che Berlusconi ci ha messo: sulla proprietà (niente tasse), sull'identità (niente immigrati), sull'anticomunismo, puntando come sempre alle viscere dell'Italia profonda (come il Berlusconi di sempre, e come Bush del secondo mandato, solo che Bush all'anticomunismo sostituisce l'antiterrorismo). Perché meravigliarsi se l'Italia è spaccata? E perché meravigliarsi se si può «vincere tutto» con un solo voto di scarto? La religione bipolar-maggioritaria questo promette e questo mantiene. Se spacca in due il paese bisognerebbe casomai - e finalmente - interrogarsi sulla sua validità.
Con un voto di scarto infatti si vince, ma non è detto che si convinca (e tantomeno che si governi). Da cui il secondo paradosso, la sensazione di una vittoria (ai punti) che in realtà è una mezza sconfitta (politica). Sensazione diffusa nell'elettorato di centrosinistra, aldilà dell'opera di delegittimazione del risultato perseguita da Berlusconi. Qui però bisogna distinguere: l'opera di Berlusconi va bloccata, ma quella sensazione va ascoltata e analizzata. Berlusconi fa il suo gioco di sempre, come sempre puntando più uno. Il gioco di sempre è: le regole non contano niente; il più uno di oggi è: le regole elettorali non contano niente, basta negare l'evidenza del risultato. Anche in questo caso le parole, a lungo andare, producono effetti di realtà (è il meccanismo dello spot pubblicitario), sì che nessuno, neanche dalle più alte cariche dello stato, fa presente al Cavaliere che delira; e il suo gioco di sempre stavolta può diventare molto più pericoloso che in passato (chi invita alla vigilanza democratica non esagera). Ma in quel senso di vittoria dimezzata non c'è solo la paura che le istituzioni non reggano all'assalto di Berlusconi e l'amara constatazione che metà del paese continua a premiarlo (e non premia le sue promesse come nel '94 e nel 2001 ma il suo governo). Ci sono molte altre cose che riguardano il campo nostro e non il gioco suo. C'è la delusione per un risultato che si sperava più solido. C'è un senso di debolezza, non rassicurato dal poco credibile tono trionfale delle prime dichiarazioni di Prodi. C'è una scarsa identificazione in uno schieramento che ha condotto la più grigia campagna elettorale della storia repubblicana, senz'altri argomenti dai soldi e dalle tasse, senza mondo (guerra, Europa, politica estera) e senza passioni. Prodi conta sul fatto che l'esiguità del vantaggio compatterà la coalizione: può darsi che funzioni in parlamento, ma nell'elettorato?
Nell'elettorato, può darsi invece che la malinconica distanza dalla politica cresca. Il terzo paradosso della situazione è che arrivati a quella che tutti definiscono «una democrazia matura» (cioè bipolare), si scopre che si tratta in realtà di una democrazia svuotata. In cui tutte le attese di cambiamento si concentrano sull'attimo del voto, e il voto in un attimo le delude. E in cui la società è ormai la grande assente e la grande sconosciuta: compulsata (male) dai sondaggi, ignota alle sedi della rappresentanza (la classe politica) e della rappresentazione (i media). Siamo alla quarta elezione, senza contare il referendum sulla procreazione assistita, in cui il risultato spiazza le aspettative: forse dovremmo trarne qualche conseguenza, nella classe politica e nei media.
Per ultimo il paradosso più paradossale di tutti. Stando le cose come stanno, il referendum sulla Costituzione riacquista il rilievo che la campagna elettorale gli ha tolto cancellandolo dal discorso.
La Francia, ancora una volta, ha rimesso le cose al loro posto. I suoi giovani hanno gridato la domanda che inchioda l’intera Europa: «Come faremo a campare domani?». Hanno spazzato via i falsi problemi, i falsi obbiettivi, gli inutili discorsi con i quali i loro coetanei italiani sono stati ridotti a uno stato semiconfusionale.
Tre sole cifre per descrivere la situazione italiana. Siamo l’unico paese della Ue dove i salari di fatto sono rimasti fermi da più di dieci anni a questa parte, quello dove le disuguaglianze di reddito tra diverse categorie di cittadini sono più accentuate, siamo l’unico paese della Ue dove la produttività del lavoro è diminuita (nell’era dell’informatica!!!!). Com’è stato possibile? Vogliamo cavarcela dando ancora la colpa a Berlusconi? Vogliamo continuare con questa ossessione del Cavaliere, con questa fissazione che ha reso gli elettori di Sinistra una massa di gattini ciechi?
E. stato possibile dal modo in cui sono state poste le fondamenta della Seconda Repubblica, le architravi che ne reggono l’impalcatura istituzionale. Una di queste è l’accordo sul costo del lavoro del 1993. Così lo ha definito Cipolletta, allora Direttore Generale di Confindustria: «Non ho difficoltà ad ammettere che il vantaggio maggiore di quell’accordo fu per le imprese. Il blocco dei salari, unito alla svalutazione della lira che si ebbe successivamente, consentì alle aziende un recupero di competitività gigantesco».
Non condanniamo il sindacato per quell’accordo, ma avremo o no il diritto di trarne un bilancio, tredici anni dopo? Il sindacato volle mostrare allora senso di responsabilità e firmò un patto implicito: noi fermiamo i salari e voi, imprenditori, rafforzate e consolidate le imprese, investite in innovazione, fate un salto di qualità. E. accaduto il contrario. I salari sono rimasti fermi, le grandi imprese si sono rarefatte, è iniziato un processo di sgretolamento, di frammentazione, le imprese sono diventate sempre più piccole, prive di risorse per innovare, investire in ricerca. E. cresciuta a dismisura la finanziarizzazione, oggi l’Italia è in mano ai riders della finanza, agli immobiliaristi e ai monopolisti privati delle utilities pubbliche (v. autostrade). Accumulano rendite da capogiro. Il patto implicito contenuto nell’accordo del 1993 è stato rispettato solo da una controparte.
Ma non è in termini economici che il mancato rispetto di quel compromesso sociale ha prodotto i danni più gravi: è invece in termini di cultura d’impresa, anzi, di civiltà. L’Italia è diventata un paese nel quale il lavoro è considerato un costo, non una risorsa. Ed è qui che inizia il dramma dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Possono essere carichi di lauree e master, saranno considerati un puro costo e accettati solo in base alla disponibilità a ridurlo. Perché queste considerazioni «impolitiche »? Perché troppi sono coloro oggi che invocano una riduzione dei salari ed un allungamento degli orari, troppi sono coloro che parlano di «riforme» fondate su un nuovo «compromesso sociale ».Ma chi può oggi sottoscrivere un nuovo patto, quando il primo è stato cos ì vergognosamente violato? Se le imprese non hanno investito in innovazione e consolidamento dieci anni fa, che la congiuntura era favorevole, come si può pensare che lo facciano adesso, messe alle corde da concorrenti ben più temibili e da un prezzo del petrolio che punta verso i 100 dollari al barile? Come possono investire in innovazione le microimprese, le sole che trainano l’occupazione? Può bastare una fattura non pagata per mandarle in rovina.
Ascoltiamo come ragionano, quelle considerate di maggior successo, quelle del settore moda, tessile-abbigliamento, 43 miliardi di euro di fatturato, punto di forza della nostra economia, punta più alta della nostra «creatività». «La mission è e sarà quella di vestire con prodotti di eccellenza "i nuovi ricchi del mondo"... nazioni in cui il Pil aumenta oltre il 3% all’anno, quali la Russia, i paesi Peco, la Cina» - parole del Presidente della Camera della Moda Italiana, qualche mese fa a Milano. Vestire dei tessuti più raffinati i lardosi corpi di tycoons e mafiosi, ingioiellare le sudaticce membra delle loro amanti - a quest’alta missione giovani «creativi» italiani siete chiamati!
Dieci anni di lotte operaie, macchiati di agguati e azioni sanguinose delle Brigate Rosse, di Prima Linea ed altri gruppi armati, hanno tormentato la Fiat dall’estate 1969 all’ottobre 1980. Ne è uscita più forte di prima, agli inizi degli Anni 80 nell’auto era all’avanguardia nel mondo per la robotica e l’automazione. Seguirono 22 anni di pace sociale, 22 anni di un potere incontrastato. Ne è uscita sull’orlo del fallimento. I politologi dovrebbero spiegare una dinamica unica nella storia.
Per dire che l’Italia ha iniziato il suo declino quando il conflitto sociale è scomparso, quando le generazioni hanno perduto il gusto ed il senso di «farsi sentire». Quando il lavoro ha perso il suo prestigio sociale è iniziato il declino della nostra industria. Quando la Sinistra ha messo il tema «lavoro» nel cassetto, rinunciando a seguirne le rapidissime e profonde mutazioni, ed è rimasta incollata a una visione Anni 60, i giovani hanno smarrito l’orientamento essenziale della loro cittadinanza. Sono rimaste in piedi, a difendere i loro privilegi, piccole corporazioni prepotenti.
Se nessuno raccoglierà il messaggio francese, per questo Paese non ci sarà futuro. Con o senza Berlusconi.
La chiave non è stata trovata subito. Il padrone della Kts Textile Mills di Chittagong, Bangladesh, l'aveva messa al sicuro, al contrario dei 500 operai del turno di notte che al sicuro non ci stavano affatto. Anche le finestre erano chiuse per impedire che qualcuno lasciasse il lavoro. Così ieri sono morti in 65 (bilancio provvisorio, centinaia i feriti), la maggioranza donne, ma l'odore di bruciato non è arrivato fino a noi, tanto che i Tg hanno ignorato la notizia nei titoli di testa. Quella fabbrica è lontana, dove sta Chittagong sulla cartina geografica? Così lontana anche per le condizioni disumane, ottocentesce, anti-sindacali in cui vivono i lavoratori che hanno visto i rotoli di stoffa sparsi qua e là avvampare per lo scoppio di un radiatore elettrico, e provocare un rogo improvviso, senza via di fuga, senza scampo. Erano le 5.30 del mattino e le fiamme si sono propagate rapidamente in tutto il fabbricato tanto che i vigili del fuoco dopo 12 ore parlavano di numerosi corpi da recuperare sotto le macerie. Molti operai sono rimasti bloccati da ondate di fuoco e di fumo, alcuni hanno sfondato le finestre e si sono gettati dal terzo piano.
L'immagine del disastro riporta indietro fino al 1908 quando 129 operaie tessili - in sciopero per ottenere orari e condizioni decenti di lavoro - bruciarono nello stabilimento della Cotton di New York, chiuse a chiave dalla proprietà. E l'episodio, accaduto l'8 marzo, si vuole all'origine della Festa della donna. Una tragedia persa nell'immaginario che dà ancor di più un'aura da «leggenda» a quella successa ieri. Eppure abbiamo i loro abiti negli armadi.
Sei miliardi di dollari annui, infatti, sono il fatturato dell'esportazione dei prodotti tessili del Bangladesh, dove le donne sono le più utilizzate e prendono stipendi più bassi degli uomini per turni massacranti, spesso di notte, sicurezza zero.
Nell'aprile del 2005 più di 70 persone sono state schiacciate dal crollo di una fabbrica tessile illegale costruita abusivamente su un terrono paludoso a Palash Bari, distante pochi chilometri da Dacca. Nel 2000, 48 operai sono morti in un altro incendio sempre vicino alla capitale, l'uscita di sicurezza era chiusa. E il conto sale fino a 350 morti e 2500 feriti negli ultimi anni in quei baracconi che si chiamano «fabbriche delocalizzate», lontane. Vicinissime. È dietro l'angolo la Kts Textile Mills con i suoi marchi occidentali che troneggiano nelle nostre vetrine, e che non vogliono sapere delle ditte in franchising dove le porte sono chiuse. Non c'è né tempo né distanza che ci separi da Chittagong e dalle operaie prigioniere - fantasmi che ardono dietro finestre sbarrate - i cui nomi non sapremo mai. Di quella chiave che non si trova, qui, molti ne hanno una copia in tasca.
Titolo originale: Bolivia's new president is no Che Guevara – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
CITTÀ DEL MESSICO – Non si deve sottovalutare l’importanza della vittoria di Evo Morales alle elezioni presidenziali in Bolivia, a causa dei motivi simbolici e per le implicazioni che riguardano il resto dell’America Latina. In una regione dove è sempre esistita una scandalosa concentrazione di ricchezza e potere, avere un presidente che appartiene alla comunità indigena non è un fatto secondario.
La Bolivia è sempre stata un paese paradigmatico: la rivoluzione del 1952 è stata una delle sole quattro vere sollevazioni popolari dell’America latine nel XX secolo (insieme a quelle di Messico, Cuba e Nicaragua); fu tragicamente scelta e in modo sbagliato da Fidel Castro, Che Guevara e Régis Debray a metà anni ’60 come piattaforma di lancio per un movimento di guerriglia esteso a tutto il Sud America; e fu, insieme al Cile, il primo paese a sperimentare le “riforme strutturali” dette Reaganomics in the tropics già a metà anni ‘80.
In modo simile, le campagne antidroga USA spesso fanno riferimento o ripetono quello che da un certo punto di vista è stato considerato un enorme successo: la sostituzione delle colture e l’intervento militare nella regione di Chaparé vicino a Cochabamba, pure a partire dalla metà anni ‘80. In realtà, la coltivazione di coca fu semplicemente trasferita nella zona alta della valle Huallaga in Peru, lasciandosi dietro moltissimi coltivatori infuriati e impoveriti in Bolivia.
Fra questi, naturalmente, c’era Evo Morales, che domenica presterà giuramento come presidente della Bolivia dopo aver vinto le elezioni con 54% dei voti il 18 dicembre.
Oggi c’è uno spostamento a sinistra in America Latina, ma non è omogeneo. I partiti e rappresentanti che emergono dalla vecchia tradizione comunista, socialista o castrista (con l’eccezione dello stesso Castro) tendenzialmente hanno attraversato il Rubicone dell’economia di mercato, della democrazia rappresentativa, del rispetto dei diritti umani e di posizioni geopolitiche responsabili. Sono Ricardo Lago e Michelle Bachelet ch egli è succeduta in Cile, Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, e forse anche Tabaré Vázquez in Uruguay.
Ma quelli le cui radici affondano più profondamente nella tradizione populista latinoamericana, come il venezuelano Hugo Chávez, l’argentino Nestor Kirchner e il boliviano Evo Morales, sono di una pasta diversa. Sono molto meno convinti degli imperativi della globalizzazione o dell’ortodossia economica, del valore intrinseco della democrazia e rispetto dei diritti umani, e non aspettano altro che di stuzzicare la Casa Bianca.
La “nuova sinistra” del Cile, Brasile o Uruguay ha una politica interna che sale dalle radici profonde dei problemi: combattere la povertà, ridurre le ineguaglianze, migliorare il sistema sanitario, della casa e dell’istruzione. La politica estera può portare a disaccordi con Washington, ma senza veri attriti.
D’altro canto la sinistra populista non ha molta politica interna, ma fa risplendere le proprie credenziali di sinistra col vecchio metodo: antiamericanismo e politica estera filo-cubana.
Molto probabilmente, questo è quanto farà Morales in Bolivia. Essere troppo radicale non solo gli alienerebbe il sostegno finanziario internazionale, ma potrebbe intensificare le forze centrifughe già presenti delle aree orientali e più ricche della Bolivia. Inoltre, si devono fare enormi sforzi per la lotta alla povertà estrema, ma anche in questo caso i risultati non saranno cosa spettacolare di breve termine.
Quindi Morales dovrà fare ciò che i populisti del suo genere fanno sempre: attaccare Washington e ingraziarsi il sostegno interno: i coltivatori di coca del Chaparé, dove ha cominciato la sua carriera politica anni fa. Ha cominciato in modo non ambiguo per quanto riguarda gli Stati Uniti: i suoi primi viaggi all’estero sono stati all’Avana e a Caracas, e farà tutto il possibile per partecipare al cosiddetto “asse del bene” di Castro e Chávez.
E non solo rifiutando di proseguire col programma di eliminazione della coltura di coca, ma annunciando che intende aumentare le superfici coltivate – visto che la coca è oggetto tradizionale di consumo nelle terre alte boliviane - Morales raggiunge due obiettivi in un colpo solo: imboccare una strada di collisione “ politically correct” con Washington, e usare le frange più estreme del suo sostegno di base, qualcosa che il Presidente George W. Bush capisce molto bene.
Ma in definitiva, è improbabile che Evo Morales diventi un Fidel Castro andino. La Bolivia è tragicamente povera, profondamente dipendente dall’aiuto esterno e ha una storia di instabilità senza paragoni in America Latina. Se gli Stati Uniti giocheranno freddamente la loro partita, e il Brasile entrerà a pieno titolo nel dibattito globale, Morales potrà far notizia, ma non certo la storia. Spero che tutti noteranno la differenza.
(Jorge Castañeda, ex ministro degli esteri in Messico, è autore di “Compañero”, una biografia di Che Guevara, e di “Utopia Disarmata”, sui fallimenti delle rivoluzioni in Sud America)
Adesso che l´Italia si trova nuovamente investita dallo scandalo – le indagini sui manager di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia, l´inchiesta sulla possibile tangente data da Berlusconi a un importante testimone in uno dei suoi processi – apprendiamo da alcuni autorevoli editorialisti del Corriere della Sera che la colpa non è di quanti hanno commesso quei reati, bensì di coloro che hanno osato indagare su di loro o denunciarli (ufficialmente).
Nel suo ultimo articolo intitolato "La Sinistra e il moralismo" Angelo Panebianco ha espresso la preoccupazione che l´Italia, e in particolare la sinistra, stia riprendendo il "vizio nazionale" di moraleggiare sulla corruzione e di demonizzare Berlusconi, facendo ritorno ai tempi di Tangentopoli, quando le indagini dei giudici non erano altro che "una caccia alle streghe…un regolamento di conti fra bande, mascherato da lotta tra la Virtù e il Vizio".
Bisogna ammettere che Panebianco fa notare qualcosa di molto intelligente su cui vale la pena riflettere, e specificatamente che la corruzione in Italia è sistemica per sua natura, ed è dovuta al fatto che in Italia politica ed economia sono profondamente saldate tra loro. «Per ragioni storiche il capitalismo italiano vive in simbiosi con lo Stato e la politica», scrive Panebianco, con ciò significando che coloro che detengono il potere politico - siano essi di destra o di sinistra - inevitabilmente saranno tentati di agevolare gli interessi cui essi guardano con simpatia e di ostacolare coloro che dovessero ritenere sfavorevoli. Qualcosa del genere può essere accaduto su entrambi i fronti dell´attuale scandalo bancario, con i leader Ds che hanno appoggiato Unipol, e il centrodestra che ha lavorato dietro le quinte a favore di Fiorani e di Antonveneta.
Quando trae le sue conclusioni – affermando che la colpa è dello spirito anticapitalista moraleggiante della sinistra italiana - Panebianco esce malamente fuori rotta. «Per giunta, se in Italia non cambiano gli atteggiamenti diffusi (non solo a sinistra) sul mercato, non sarà mai possibile disciplinare i conflitti di interesse, da quello palese di Berlusconi a quelli occulti dei suoi avversari. Per la sinistra, soprattutto, sbarazzarsi del moralismo è difficile. Anche perché è stato uno strumento di lotta contro Berlusconi. Ma è un´arma controproducente».
È una vecchia, deprecabile storia il fatto che le più autorevoli voci del Corriere, nei momenti cruciali, paiano sempre e inevitabilmente dare una mano, conforto morale e giustificazioni intellettuali alle anomalie estreme del fenomeno Berlusconi. Da dieci anni ormai Panebianco, Sergio Romano ed Ernesto Galli della Loggia sembrano sempre trovare un maggior numero di colpe nei magistrati che portano alla luce la corruzione, rispetto a coloro che hanno infranto la legge, e sdrammatizzano l´importanza dei conflitti di interesse di Berlusconi con un migliaio di "distinguo" e di cavilli.
Dopo aver dato in origine il suo appoggio all´indagine di Mani Pulite, Galli della Loggia avanzò poi la curiosa tesi secondo cui i magistrati non avevano il diritto di perseguire i crimini di corruzione politica perché in precedenza non l´avevano mai fatto: «Ancora una volta, una domanda: perché, con l´eccezione di pochi casi, gli inquirenti in Italia prima del 1992 non hanno perseguito i reati di corruzione politica?» scrisse nel settembre del 2002. Oppure: «E perché dopo quella data la procura di Milano e a volte quella di Napoli e alcune della Sicilia sono le uniche ad avere condotto indagini accurate e penetranti in quella direzione? (…) È possibile esprimere un´ipotesi ideologico-politica? (…) Che la personalità, l´amicizia, la visione del mondo, il punto di vista di questo o quel magistrato ne abbia influenzato la condotta?». In altre parole, poiché soltanto un´esigua minoranza di magistrati italiani si era presa la briga di perseguire i reati di corruzione politica, devono aver agito per qualche profonda animosità politica, ideologica o personale.
Questa posizione era tanto sbagliata sul piano fattuale quanto sul piano razionale. L´ufficio del procuratore di Milano, in particolare, aveva avviato numerose indagini su importanti casi di corruzione – il caso Sindona, il caso della P2, i fondi neri dell´Iri, il caso della corruzione nella metropolitana di Milano, per citare soltanto quelli più importanti: poi però o erano stati riassegnati a Roma, dove erano stati "insabbiati", oppure il Parlamento italiano aveva negato il diritto di portare avanti le indagini. Così, stando a quanto afferma Galli della Loggia, i procuratori di Milano in qualche modo hanno fatto qualcosa di male cercando di applicare la legge, perché spesso in passato era stato loro impedito di farlo. Pertanto oggi è disdicevole che i procuratori di Milano, di Napoli e della Sicilia cerchino di portare avanti le indagini (che si ammette essere "accurate e penetranti") sulla corruzione, perché alcuni loro colleghi di altre sedi non sono riusciti a farlo. Tutto ciò è particolarmente assurdo alla luce del fatto che i procuratori milanesi hanno ormai dimostrato che corrompere i giudici era una prassi usuale a Roma; ma sono stati i magistrati che hanno scoperto i casi di corruzione a buscarsi tutto il disprezzo di Galli della Loggia.
Analogamente, anche Sergio Romano si è schierato pressoché inevitabilmente con Berlusconi contro i suoi accusatori. Quando Cesare Previti è stato incriminato per aver corrotto i giudici di Roma, Romano ha deciso di indignarsi non tanto per il fatto che l´avvocato personale del primo ministro era stato giudicato colpevole di aver scritto i nomi dei giudici nel suo libro paga, bensì per le parole adoperate dalla Corte nella sentenza che descrive la spirale di corruzione che ha invaso il Palazzo di Giustizia di Roma: «Una gigantesca opera di corruzione…Il più grande caso di corruzione nella storia, non solo d´Italia…".
Focalizzandosi su alcune frasi estrapolate dalla sentenza, Romano ha cercato di trasformare lo scandalo della corruzione dilagante nella cerchia romana degli intimi di Berlusconi nello scandalo dei procuratori di Milano. Insieme agli incessanti attacchi ai procuratori sugli organi di stampa di proprietà di Berlusconi, questi editoriali – che apparivano regolarmente ogni qualvolta i problemi legali di Berlusconi venivano in primo piano – hanno avuto il risultato di sdrammatizzare l´effetto del crescente accumularsi di prove sulle colpe del premier e dei suoi intimi. La colpa, se mai c´era, era dei procuratori: quante più prove di attività criminale essi trovavano, tanto più esse erano semplicemente indice della malvagità e dell´animosità ideologica e personale da essi riservata a Berlusconi.
Ricorrendo a ragionamenti al tempo stesso eruditi e tortuosi, essi hanno usato la loro considerevole intelligenza per rendere complicato ciò che di fatto è assai semplice: la persona proprietaria della più grande società privata del Paese non dovrebbe avere l´incarico di guidare il governo; il più importante proprietario di mezzi di comunicazione in Italia non dovrebbe altresì controllare il sistema dell´emittenza radiotelevisiva statale; e un uomo la cui azienda è indagata per qualche reato – prima che egli entrasse in politica – non dovrebbe essere responsabile del sistema della giustizia penale.
Il Corriere, in quanto voce della borghesia illuminata del nord, avrebbe potuto rivestire un ruolo assai importante costringendo Berlusconi ad attenersi alle più elementari leggi democratiche. Avrebbe potuto spiegare, con credibilità (come spesso ha fatto Giovanni Sartori, una voce isolata), che il conflitto di interessi non è un problema ideologico tra sinistra e destra, ma soltanto una regola di base della governance democratica.
Panebianco ha ragione quando afferma che il problema italiano è strutturale e non morale; ma sbaglia non vedendo che il conflitto di interessi è profondamente strutturale, che peggiora esponenzialmente e legittima la già grave simbiosi tra politica e business. Consentire all´uomo più ricco del Paese di guidare il governo è un´alterazione strutturale del sistema, nella direzione sbagliata. Panebianco e i suoi colleghi dovrebbero chiedersi che cosa sarebbe stato dell´attuale scandalo bancario – che al momento essi lodano come gestito in modo altamente professionale e imparziale –, se i tentativi del governo di Berlusconi di mettere la magistratura sotto il controllo politico diretto fossero andati in porto. Avremmo mai saputo niente delle malefatte di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia se fosse stato coronato da successo il tentativo del governo di abolire le intercettazioni telefoniche della polizia e di limitarle soltanto ai crimini più violenti?
(Traduzione di Anna Bissanti)
Non sappiamo ancora chi sarà nominato presidente della Repubblica dai grandi elettori riuniti alla Camera. Non lo sanno neanche loro. La tattica e la scelta sono decise, ora per ora, in una partita segreta fra pochi leaders. La figura istituzionale cardine della Repubblica non è neppure presentata in modo trasparente al paese, prassi niente affatto implicita nella Costituzione del 1948, che ne sancisce l'elezione in secondo grado.
Di queste poco limpide tattiche fanno parte sia la candidatura di D'Alema sia il suo ritiro a favore di Giorgio Napolitano. Mentre niente affatto nascosta è stata la mossa che Piero Fassino ha fatto verso Silvio Berlusconi, tramite o forse dietro suggerimento del berlusconiano Foglio. Qui non si tratta più di tattica ma di un mercato, e del tutto illecito. Il segretario dei Ds chiede infatti i voti della destra per il suo candidato offrendo in cambio quattro impegni programmatici che questi prenderebbe.
L'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida ha già scritto che è una manifesta violazione delle regole, perché in Italia il capo dello stato non è eletto su un programma né può farlo: il suo ruolo è di garante della Costituzione, non di un indirizzo di governo; nell'offerta di Fassino si prefigura una dualità di poteri o una repubblica presidenziale. Sappiamo da tempo che questa è nell'animo di Berlusconi. Da ieri siamo informati che sarebbe anche nell'animo dei Democratici di sinistra, che la vanno negoziando nel modo più extraparlamentare possibile. Alla faccia del programma cui l'Unione ha chiamato gli elettori.
Ma chi ha autorizzato Fassino a farlo? Chi lo ha autorizzato, primo, a garantire alla destra che il «suo» presidente non permetterà interferenze fra giustizia e politica, che è come dire che queste ci sono state, tesi prediletta di Berlusconi e Previti? Chi l'ha autorizzato, secondo, a impegnare il nuovo presidente a operare alla più larga convergenza con il centrodestra in politica estera, dopo che l'Unione aveva assicurato di essere contraria alla guerra in Iraq e all'unilateralismo degli Stati Uniti, cari invece alla Casa della Libertà? Bush e Rumsfeld sono al massimo del dissenso con i loro stessi militari, la loro guerra e leminacce di interventi ulteriori hanno incancrenito il medio oriente e li hanno impantanati in una situazione dalla quale non sanno come uscire, Tony Blair sta pagando il suo codismo a Washington e il maggiore partito del centrosinistra, mentre si rimpatriano i corpi anche delle nostre inutili vittime, cerca una convergenza con questa banda di dementi? Che ne pensano gli iscritti ai Ds, gli eletti e gli elettori? Terzo e non meno sorprendente: Fassino promette una revisione della Costituzione «per completare la transizione italiana» assieme con la destra, la quale da parte sua fa sapere urbi et orbi che considera Massimo D'Alema fin dalla Bicamerale il suo più credibile interlocutore.
Davvero crede di mobilitare gli elettori al referendum del 25 giugno in modo da abbattere questa devolution perché i Ds ne trattino un'altra con l'accordo della Lega? Perché perfezionino il superpotere, oggi un po' volgare, dell'esecutivo? Ma chi andrà a votare in questo gioco delle tre carte? Infine, come ha già scritto Valerio Onida, come può impegnarsi il nuovo presidente della Repubblica a sciogliere le Camere in caso di crisi di governo, essendo lo scioglimento il solo ma assoluto atto del quale sta a lui decidere la convenienza e i tempi?
Non penso che sia stata una trovata del solo Fassino. Certo i ds non lo hanno né smentito né corretto. Vuol dire che quale che sia il presidente della Repubblica che uscirà eletto, salirà al Colle con questo mandato del maggior partito della sinistra. Prodi si è limitato a sorridere e non commentare. Non ci siamo mai illusi sulla democrazia rappresentativa, ma ci sono dei limiti di decenza che è pericoloso superare.
Una terribile frase italiana, che mi disorientava quando, da bambino, la sentivo dire da adulti che si guardavano prudentemente intorno è: «qui lo dico e qui lo nego». È una espressione intraducibile che rappresenta il peggio dell’opportunismo italiano.
È ciò che sta accadendo adesso, in questo Paese, sotto gli occhi del mondo, dopo la vittoria di Prodi. In alto e in basso, e persino a sinistra e non solo a destra, si dice o si nega, si afferma e si attende, si contano i numeri giusti ma poi si fa finta di non saperli, si usa l’esiguità del margine (ormai tipico di tutte le democrazie, e consacrato da ben due successive elezioni americane) per dire che la vittoria di Prodi forse è accaduta e forse no, e magari sarebbe meglio trattare.
Trattare che cosa, trattare con chi?
C’è infatti una variazione molto importante al modello nazionale di dire e negare che ha consentito tante decisioni ambigue nella storia italiana.
Berlusconi, il leader battuto (nel voto italiano in casa e nel voto italiano dall’estero) della Casa delle libertà non dice. Nega. In questo unico senso è più moderno. Nega risolutamente di avere perduto, nonostante l’evidenza e cogliendo lo spazio libero che gli viene offerto da un grande silenzio. Come in tanti suoi processi, Berlusconi nega tutto. Esattamente come in tribunale, accusa di broglio chi lo ha battuto. La stampa internazionale nota l’affinità fra processi e politica. La stampa nazionale appare affascinata dalla sua straordinaria capacità di negare. E benché la negazione sia sprezzante e deliberatamente provocatoria, intorno al leader che ha inventato il “sit in” dello sconfitto, una Valle di Susa delle elezioni perdute, si forma un capannello di interlocutori interessati a vedere che cosa si può mediare con lui.
Siamo in presenza di un paradossale abbaglio logico: l’idea che sia bene trattare e progettare scambi con chi ha rifiutato e continua a rifiutare di avere perso le elezioni, persino in presenza della ammissione (purtroppo tardiva) del ministro dell’Interno.
Per avere un resoconto attendibile e definitivo di ciò che è accaduto davvero in Italia, occorre rivolgersi non alla televisione, in cui Berlusconi continua ad apparire come il protagonista, non ai giornali, colmi di retroscena che coprono di cortine fumogene i fatti. Non ai politici, anche del centrosinistra, alcuni dei quali discutono volentieri di scenari di possibile collaborazione saltando il dato: chi ha vinto?
Occorre la voce di un cardinale. Sentite le parole di Mons. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, raccolte ieri da La Stampa e dite se non sono l’unica cronaca attendibile di ciò che è appena accaduto in Italia. «C’è stato un evento che ha interessato non soltanto noi, ma l’Italia intera. Una lunga e non serena campagna elettorale, e poi le elezioni politiche di cui già conosciamo i risultati, che in una democrazia matura devono essere accettati e rispettati. I risultati dunque li conosciamo. Attendiamo ora che il nuovo Parlamento si insedi, che il Governo sia formato e si metta all’opera. Ora non è più tempo di parole ma di fatti per dimostrare che governare un Paese significa realizzare il bene comune non con strumentali finalità ma con sincerità di intenti. Bene comune vuol dire soprattutto il bene dei ceti più poveri e svantaggiati della nostra società».
Ciò che consola ma anche tormenta, in queste parole di un cardinale, è la chiarezza con cui la sequenza delle vicende italiane è descritta.
Provate a smentirle. Primo, le elezioni sono finite, sono state vinte, e la democrazia matura le accetta. Secondo, è evidente il messaggio del risultato delle elezioni: governare per il bene di tutti e non con strumentali finalità. Terzo, che cosa si aspetta a dare seguito ai risultati e mettere il Parlamento in condizione di riunirsi e il Governo in condizione di cominciare a governare? Si può essere più chiari?
È un testo (rileggete, vi prego, il virgolettato) che non nasconde l’ansia di un cittadino democratico per lo “stallo” che non esiste. Ma è stato creato con «strumentali finalità» e ci butta in un tempo vuoto e con un pericolo immenso.
Nell’ansia del cardinale c’è una domanda che è anche un ammonimento autorevole: «che cosa aspettate?».
Ma se le parole di Saverio Poletto sono chiare, non prendetele come la controprova che Silvio Berlusconi sia uno stravagante che, per autodifesa interiore, ha scelto di separarsi dalla realtà.
L’uomo è un calcolatore accorto che si muove fuori e lontano dalla «democrazia matura», continuamente mosso da «finalità strumentali».
Questa volta la finalità strumentale è non far finire la campagna elettorale. Se finisce, lui ha perso. Se non finisce, le sue probabilità di rivincita aumentano di giorno in giorno, a mano a mano che si espandono il silenzio istituzionale e il vuoto in cui sono stati lasciati gli italiani.
Ha teso una trappola: discutiamo di possibili accordi.
Deliberatamente butta sul tavolo questioni che hanno mobilitato l’opposizione democratica fino all’ultimo voto. La giustizia, per esempio, e l’umiliante precariato del lavoro.
Cadere nella trappola vuol dire sciogliere le fila di una grande mobilitazione civile, mandare a casa chi si è battuto per vincere anche senza Tv e senza miliardi.
Tutta la gente che non si lascia dire di aver dato l’anima per questa vittoria (senza neppure sapere i nomi di coloro per cui votava, a causa della «porcata» detta nuova legge elettorale) e poi sentirsi annunciare che «si può trattare» prima ancora di sapere che Romano Prodi ha ricevuto l’incarico.
Berlusconi, il candidato battuto, sa fare bene una cosa, con rabbia e dovizia di mezzi: la campagna elettorale. La sta facendo, proprio mentre alla sinistra giungono segnali, (per fortuna solo da parte di alcuni) di benevola smobilitazione. E mentre la vittoria, faticata, rischiata e conseguita, continua a non diventare un incarico di governo.
Berlusconi sta dimostrando di poter continuare a tenere sotto ferreo controllo mediatico la sua metà dell’Italia. Ha perso, ma non gli importa. Lui non è stupido come Al Gore o John Kerry, che hanno pensato prima di tutto alla pace istituzionale del loro Paese. Lui tiene tirata la corda dello scontro, tiene la tensione altissima. Lui stesso, e chi lo rappresenta, rifiutano ogni gesto di accettazione democratica. Fino al punto da fare in modo che manchi al legittimo risultato elettorale del nostro Paese il riconoscimento degli Stati Uniti. È un fatto su cui andrebbe concentrata tutta l’attenzione dei leader della coalizione vittoriosa. Chi sta mentendo all’America, Berlusconi o il suo ministro degli Esteri Fini? Non sarebbe il caso di chiedere un chiarimento all’ambasciatore degli Stati Uniti che è uomo esperto, buon conoscitore del nostro Paese e che certo ha a cuore la profonda amicizia fra i due Paesi, radicata nella storia della nostra libertà, del nostro diritto di decidere col voto?
È vero, la situazione è grottesca, ha venature di ridicolo. Ma una cosa occorre oggi riconoscere, una cosa che su questo giornale abbiamo detto fin dall’inizio. Berlusconi, che adora se stesso ed è davvero convinto di avere sempre ragione, è un pericolo per la democrazia.
In questi lunghi giorni di inspiegabile silenzio istituzionale, lui e i suoi stanno sbarrando la porta al verdetto del voto. Lui vede benissimo il rischio in cui sta buttando l’Italia. Lo calcola. Gli giova che tanti, che dovrebbero essere infaticabili e senza pace come lui, ma in senso opposto, in difesa della democrazia, sembrano non notare il pericolo.
Tre sono i risultati che Berlusconi sta incassando con la sua azione eversiva: tiene in ostaggio il Paese affinché, in un modo o nell’altro, la sua sconfitta venga annullata. Pone una minaccia pesante sul futuro italiano. Tiene i suoi mobilitati e pronti a nuove elezioni, che sono il suo vero progetto, contando sulla smobilitazione di chi ha votato per mandarlo a casa e ha vinto.
Non so rispondere, nelle frequenti interviste con le televisioni europee e americane, alla domanda: perché glielo lasciano fare? È vero, è ricco, è potente, controlla i media, possiede molti giornalisti, è senza scrupoli. Ma perché glielo lasciano fare, visto che ha perso? I colleghi della stampa internazionale notano che, a volte la fermezza di Prodi appare isolata. Lo si lascia a patire l’oltraggio del negato riconoscimento della vittoria (che è una offesa a una bella parte degli italiani). Una delle due campagne elettorali continua a svolgersi furiosamente, dopo avere provocato una spaccatura che si vuole a tutti i costi allargare.
Per mettere fine a questa situazione mai accaduta (un Paese ostaggio del premier battuto) alcuni esortano a “mediare”. Dicono per esempio che bisogna “mediare” sulla giustizia. Bene, da dove cominciamo, dai «giudici infami» o dai «giudici malati di mente»? Dal complotto delle toghe rosse con l’attività criminale delle cooperative, o della riforma Castelli che trasforma i magistrati in impiegati dello Stato sotto controllo del governo?
Ma il Cardinale ha detto bene. I risultati ci sono. Adesso gli italiani si aspettano che si formi il legittimo governo del Paese. Potrà chi deve proclamare ufficialmente i risultati continuare a non farlo? Potrà Prodi restare il vincitore senza incarico di formare il governo? Come racconteremo questi giorni, che dovrebbero essere di normale e civile alternanza democratica, nei nostri libri di Storia, fra qualche anno? Diremo che soltanto il Cardinale Poletto ha letto i risultati, ha constatato che il vincitore era Prodi e che era bene per il Paese consentirgli di cominciare subito a governare?
Possiamo continuare a dire e a negare i risultati delle elezioni politiche italiane del 9 e del 10 aprile 2006?
la Repubblica
L’uomo flessibile
di Gad Lerner
Da qualche giorno una malaugurata illusione ottica ha posto al centro del dibattito pubblico italiano lo scontro fra due opposti Paperon de’ Paperoni: il miliardario Silvio Berlusconi e il miliardario Diego Della Valle.
La realtà sociale pare quasi indietreggiare cedendo spazio ai due campioni rappresentativi di affascinanti storie di successo. Certo, permane evidente la distanza fra i comportamenti dell’uno e dell’altro patron. Ma la caricatura alla fine ci costringe a semplificare, a scegliere fra due primattori del capitalismo eletti a simbolo di opzioni politiche alternative. Ormai assuefatti come siamo alla crescita esponenziale delle disuguaglianze di reddito, si sono modificate anche le nostre nozioni di giustizia sociale e di rappresentanza dei conflitti.
Al contrario, in Francia sembra tornata la lotta di classe. Con un protagonista nuovo, impossibile da mortificare in una mera dimensione identitaria etnico-religiosa: è scoppiata infatti a Parigi la rivolta dell’uomo flessibile. Che può essere anche bianco, battezzato, insomma figlio nostro.
L’uomo flessibile è quello che più di ogni altro subisce l’apartheid che separa i lavori protetti da quelli che non lo sono, come scriveva ieri Barbara Spinelli su la Stampa. Segnalando la collera di chi vede spezzarsi uno dopo l’altro i fili che dovrebbero tener stretta la società.
In Francia come in Italia, l’uomo flessibile è innanzitutto il giovane condannato a una dimensione esistenziale precaria. Una condizione che secondo i dati resi noti dalla Banca d’Italia riguarda addirittura la metà dei nuovi entrati nel mondo del lavoro nel 2005. Rovesciando le aspettative fino al punto che i giovani laureati, almeno inizialmente, percepirebbero secondo l’Ires Cgil un reddito inferiore ai giovani lavoratori non laureati.
Sono anni che predichiamo a questi giovani la fine del posto fisso. Li incoraggiamo all’autoimprenditorialità. Spieghiamo loro che senza propensione al rischio, senza disponibilità al cambiamento – insomma senza flessibilità – non c’è futuro.
Alla metamorfosi dei sistemi produttivi, all’economia dei downsizing e delle ristrutturazioni, si è infine sommato il nuovo tempo di guerra che è per sua natura il tempo dell’incertezza.
Così il messaggio si fa ancor più confuso. Perché nella morale bellica e nel linguaggio comune un uomo inflessibile resta assai più ammirevole dell’uomo flessibile. Ma è invece dell’uomo flessibile che il sistema mostra di avere bisogno. Senza alcuna garanzia che l’incertezza si traduca in miglioramento. Al contrario.
La flessibilità come virtù è il contenuto prevalente di tutte le modifiche legislative introdotte nel diritto del lavoro e, ancor più, nell’esperienza quotidiana di chi è in cerca di primo impiego. La pretesa ideologica che accompagna tale innovazione è ambiziosissima: si tratterebbe di realizzare una rivoluzione antropologica vincendo un bisogno di sicurezza liquidato come retrogrado. Quasi che l’economia di mercato si incaricasse di realizzare il sogno totalitario in cui prima di lei aveva fallito il marxismo: plasmare finalmente l’uomo nuovo, cioè, appunto, l’uomo flessibile. Prima nel mondo povero, ma adesso pure in casa nostra.
Non voglio qui discutere le stringenti necessità che sospingono l’economia europea a riformare i meccanismi d’accesso e di tutela del lavoro subordinato. Anche se sarebbe meglio verificarne per tempo gli esiti pratici nella mecca del pensiero unico, cioè all’interno del modello sociale statunitense: dovremo pur riconoscere che neanche il prolungato ciclo economico di crescita degli Usa ha invertito la tendenza al peggioramento delle condizioni di vita ai gradini bassi della scala sociale.
Ma senza troppo fantasticare su possibili modelli alternativi, mi limiterei a segnalare una ragione forte che già accomuna i giovani francesi in rivolta e gli ancora fin troppo sottomessi giovani italiani nel respingere come ingiusta la flessibilità prospettata loro.
Da che pulpito viene la predica?
Voltiamoci un attimo indietro e guardiamo come si sono comportati negli ultimi vent’anni i teorici della flessibilità, a cominciare dagli imprenditori italiani e francesi.
Troppo facile elogiare la propensione al rischio quando si tratta di intaccare le garanzie dei soggetti sociali più deboli, e poi rifugiarsi al riparo della concorrenza quando si tratta di proteggersi dal rischio d’impresa.
Perché mai a rischiare dovrebbero essere per primi i nuovi venuti e i poveracci?
Davvero, a cominciare dal nostro monopolista presidente del Consiglio, si è predicato bene e razzolato male. Quanta parte dei profitti industriali viene reinvestita in rendite finanziarie? A quante illegittime spartizioni di mercato abbiamo assistito? Quanti grandi imprenditori si sono rifugiati nella cuccia calda delle concessioni governative? Quanti fallimenti aziendali abbiamo visto corrispondere alle centinaia di migliaia, ai milioni di fallimenti lavorativi individuali? Come ha scritto Richard Sennett ne "L’uomo flessibile" (Feltrinelli): «La manualistica popolare è piena di ricette per il successo, ma non dice molto su come affrontare un fallimento».
Ho sempre saputo che quando si deve incentivare la propensione al rischio e la rinuncia a garanzie di comodo, le élites sono chiamate per prime a dare il buon esempio. Se si deve cambiare, comincino i più forti a indicare la strada difficile, legittimando così i sacrifici richiesti ai più deboli…
Risultato: né i campioni nazionali del modello statalista francese, né tanto meno i protagonisti nostrani dei patti di sindacato e dell’economia di relazione, hanno i requisiti minimi per chiedere ai giovani di trasformarsi in uomini flessibili.
Questo è l’handicap che grava su ogni politica riformista in materia di diritto del lavoro, spiace dirlo a Pietro Ichino e agli altri studiosi che denunciano la plateale ingiustizia dei due mercati del lavoro subordinato: quello di serie A tutelato dai sindacati, e quello di serie B in cui i precari sono abbandonati a se stessi.
La rivolta dei giovani francesi e la silenziosa disillusione dei giovani italiani sono entrambe alimentate dalla scandalosa assenza di credibilità evidenziata dai rispettivi establishment.
La parola "rischio", ricorda Sennett, deriva dall’italiano rinascimentale risicare, cioè "osare". Ma quelle erano società giovani e aperte. I politici europei contemporanei misurano i loro consensi di fronte a un elettorato sempre più anziano, e dunque se non interverranno modifiche radicali nello stesso suffragio universale (per esempio l’assegnazione di più voti alle famiglie con figli minorenni) sarà ingenuo fare affidamento sulla loro lungimiranza.
Ecco allora puntuale riesplodere la tradizionale collera francese, anticipatrice di un moto destinato a spaccare anche la nostra società. I giovani sono David che fronteggiano il Golia della flessibilità, scrive ancora Sennett. Ma la rottura di solidarietà intergenerazionali rischia di avere effetti di lungo periodo non riducibili a un, per quanto biblico, duello. Perché, attenzione: «Un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni agli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità». Si prospetta nella rivolta contro il precariato una vera e propria crisi di sistema. Il capitalismo flessibile emana un’indifferenza agli sforzi umani e al destino delle persone senza precedenti nelle esperienze comunitarie del passato.
La pretesa di forgiare l’uomo flessibile rischia di rivelarsi per lo meno altrettanto nefasta della clonazione umana.
il manifesto
Italia, il paese dove il lavoro costa meno
di Francesco Piccioni
Kpmg mette a confronto i paesi più industrializzati e scopre che siamo un paese dove converrebbe investire, se non fosse per i costi di immobili e trasporti
Ce n'era, nell'aria, la convinzione. Ma serviva qualche dato ufficiale per confermarla. Ora quel dato c'è e l'ha fornito un «insospettabile» come Kpmg, la società americana di revisione dei conti che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sul paese - tra quelli già ampiamente industrializzati, in Asia, America ed Europa - in cui «è più conveniente avviare un'attività imprenditoriale». L'Italia si è classificata «solo» al quinto posto, preceduta da Singapore, Canada, Francia e Olanda. Ma bisogna dire che l'indagine prendeva in considerazione ben 27 fattori (come imposizione fiscale, costo dei terreni e degli immobili, tariffe di trasporti e utilities, ecc). Un'agenzia di destra ha commentato entusiastica che «il nostro paese si colloca al quinto posto tra le nazioni con i minori costi e addirittura al primo tra i partner europei per il costo del lavoro». Riportando il dato con i piedi per terra, siamo costretti a dire che «siamo il paese europeo con il costo del lavoro più basso». E non si vede proprio cosa ci sia da festeggiare. Tanto più che, come precisa il rapporto Kpmg, gli elementi maggiormente «dinamici» restano i rapporti di cambio tra le diverse monete (e gli Usa, per esempio, hanno «migliorato» la propria posizione solo grazie alla sostanziosa svalutazione del dollaro) e al costo del lavoro, che «rimane la principale variabile di costo per le imprese» (una dele poche su cui possono agire direttamente, ndr ), sia nel settore manifatturiero che nel terziario e nei servizi». E' chiaro perciò che quei 27 indicatori configurano l'«indice di competitività» capitalistica dell'Italia, su cui tanto si affannano i centri studi di Confindustria et similia , nonché le «fabbriche del programma» di entrambi gli schieramenti politici. Anche così, appare evidente che siamo «mediamente competitivi» per una lunga serie di ragioni, ma tra queste non c'è davvero il costo del lavoro; e che, quindi, proporsi di ridurlo ulteriormente - soprattutto se non dovessero venir modificati altri fattori, come ad esempio il costo dei trasporti, degli immobili o delle utilities - non può migliorare più di tanto la «nostra» classifica. Eppure Prodi si propone di abbattere il «cuneo fiscale» di cinque punti percentuali (ma non si comprende bene se parte di questa fiscalità verrà tradotta anche in quote di salario per i lavoratori oppure andrà tutta a beneficio delle imprese), mentre Confindustria vorrebbe un taglio addirittura di 10 punti. Siamo anche - ma non serve Kpmg per saperlo - il paese con il più alto tasso di precarietà contrattuale, e questo contribuisce molto a deprimere il valore del lavoro (il costo, detto con linguaggio «imprenditoriale»). Pensare di recuperare competitività lungo questa china è una follia palese: dietro di noi, su questa voce di bilancio, ci sono ormai solo i paesi dell'Est europeo; poi, ma si stanno avvicinando a passo di carica, indiani e cinesi. Paesi, bisogna pur dirlo, che non hanno ancora sviluppato un mercato interno. E' questo il «futuro radioso» dell'Italia «competitiva»?
il manifesto
Il Mezzogiorno disoccupato
di R. T
I dati Istat confermano nuove flessioni di occupazione. E in Italia aumenta la precarietà Brutti dati: a fine 2005 il 13,4% dei dipendenti era part-time e il 12,7% con un impiego a tempo determinato. E per le donne, soprattutto nel Mezzogiorno, va ancora peggio
Nel quarto trimestre del 2005 la dinamica dell'occupazione ha registrato un forte rallentamento: +56 mila gli occupati rispetto all'ultimo trimestre del 2004. Secondo i dati Istat, la creazione di nuovi posti di lavoro interessa solamente il Centro-Nord. Al Sud, invece, l'occupazione seguita a diminuire: 38 mila gli occupati in meno, ma soprattutto si segnala la scomparsa di 118 mila persone dal numero delle forze di lavoro. Per quest'ultimo dato negativo possono essere date varie interpretazioni: a) i lavoratori scoraggiati si ritirano dal mercato del lavoro; b) è ripreso alla grande il fenomeno del lavoro nero; c) prosegue la tendenza all'emigrazione. Anche rispetto al trimestre precedente, l'occupazione (i dati questa volta sono destagionalizzati) registra un incremento di 56 mila unità e in questo caso va un po' meglio per il mezzogiorno con un incremento di 19 mila posti di lavoro. Il recupero congiunturale dell'occupazione nel quarto trimestre dell'anno (+0,2%) «appare diffuso a livello territoriale e settoriale - spiega l'Isae - ma risente ancora della spinta proveniente dalle regolarizzazioni dei cittadini stranieri». La regolarizzazione dei cittadini stranieri, aggiunge l'Isae, è riflessa dall'anomalo andamento degli occupati uomini e dalla lieve contrazione del rapporto tra occupati e popolazione. L'immigrazione, anche per la Cgil, è uno dei motivi che spiegano l'aumento dell'occupazione. Al netto dell'immigrazione, l'occupazione, secondo l'analisi della segretaria confederale Marigia Maulucci, sarebbe «a crescita zero». Anzi, correlando i dati diffusi da Bankitalia (sulle unità di lavoro) la Cgil stima che nel 2005 si siano persi «ulteriori 90 mila posti di lavoro. Ulteriori vuol dire in aggiunta a quelli persi negli anni precedenti, per un totale che si aggira intorno alle 200 mila unità». Insomma, per la Cgil, l'aumento dell'occupazione è solo una «perversione statistica». Anche dalla Cisl arrivano osservazioni critiche sui dati Istat. Per il segretario confederale Raffaele Bonanni «i dati testimoniano che il tasso di occupazione è più che mai fermo. Il saldo rimane negativo, come dimostra peraltro il dato sul Mezzogiorno. In un paese che ha una crescita vicina allo zero, con una produzione industriale che si riduce sempre più, i consumi rimangono fermi, non c'è da farsi illusioni che ci siano segnali di dinamismo sul fronte occupazionale». Tornando ai dati Istat, a fine 2005 gli occupati ammontavano a 22,685 milioni, dei quali circa il 50% al Nord. Un po' meno di 2 milioni i disoccupati collocati per oltre il 54% al Sud. Il tasso di disoccupazione all'8% totale, oscilla tra il 4,7% del Nord e il 14,2% del Sud (dove «misteriosamente» è diminuito dello 0,8% su base annua pure in presenza di diminuzione degli occupati). Come al solito il Sud è anche penalizzato sul fronte dei tassi di attività maschili, ma soprattutto femminili. Un solo dato: nel Nord-Est il tasso femminile si colloca al 59,3%, nel Mezzogiorno precipita a 38,4%. Altro dato interessante, ma preoccupante per la qualità del lavoro, è quello che riguarda gli occupati dipendenti a tempo parziale: alla fine dello scorso anno erano 2,233 milioni, 149 mila in più (+7,1%) rispetto al 2004. In totale il 13,4% dei dipendenti lavora part-time e la percentuale sfiora il 26% per le donne. La conferma di questi dati si ha dalle ore lavorate: il 18,3% degli occupati lavora meno di 30 ore settimanali e il 2,1 meno di dieci ore. Per le statistiche basta un'ora di lavoro per essere considerati occupati. In crescita anche il numero dei dipendenti precari, cioè a termine. In totale sono 2,121 milioni (1,01 milioni maschi e 1,2 milioni donne) 159 mila (+8,1%) in più rispetto al 2004. Il 12,7% di chi lavora ha contratti a termine (58,1% in agricoltura) e come al solito sono le donne (15,6% sul totale) anche se è in forte crescita (+11,2% nell'anno) la componente maschile che lavora a termine.
il manifesto
Occupazione, che gran confusione
di Aldo Carra
Il comunicato Istat sulle forze di lavoro di ieri ci ha informati che gli occupati nell'intero anno 2005, rispetto al 2004, sono aumentati di 158.000 . Il primo Marzo, cioè venti giorni fa, l'Istat ci aveva detto che le unità di lavoro occupate , tra 2004 e 2005, erano diminuite di 102.000. Viene da chiedere: l'occupazione diminuisce o aumenta? Come orientarsi nel mare delle statistiche? Questa domanda non ce la poniamo solo noi in Italia. Se l'è posta, nel numero di Marzo, anche la rivista francese «Alternatives Economiques» dedicando con un bel dossier di 15 pagine dal titolo "I numeri sono affidabili?" La risposta che trapela nella lunga carrellata della rivista è: bisogna torturarli, farli parlare, ma non pretendere che ci possano dire quello che non sanno. Purtroppo gli utilizzatori di statistiche sono sempre più costretti a ricorrere a questa pratica, naturalmente innocua se applicata a numeri. Proviamo ad applicarla per capire se la verità è quella del 1° Marzo o quella del 21 e facciamolo spulciando nei successivi documenti dell'Istat. Sui dati delle unità di lavoro la lettura è netta: meno 102.000 senza discussione. Ma le unità di lavoro sono una entità di non facile comprensione. Sono, come spiega l'Istat, una misura standard di occupazione omogenea che equivale al lavoro prestato nell'anno da un occupato a tempo pieno. In soldoni due lavoratori a metà tempo fanno un lavoratore a tempo pieno e, quindi, una unità di lavoro. Le unità di lavoro, perciò, non sono «teste»: se viene licenziato un lavoratore a tempo pieno ed al suo posto ne vengono assunti due a part-time, le teste aumentano, le unità di lavoro no. E' a questo che si era attaccato il governo contestando, il primo Marzo, i dati delle unità di lavoro che davano una flessione. Adesso naturalmente il governo gongola ed esalta i dati delle forze di lavoro perché essi, invece, misurando le teste, cioè il numero di persone occupate indipendentemente da quanto lavorano, ci mostrano un aumento di 158.000 occupati. Ma sarà poi vero che gli occupati delle forze di lavoro, cioè le teste, aumentano? Ripercorriamo brevemente quello che l'Istat ha detto. Secondo trimestre 2004: le forze di lavoro aumentano di +40.000, ma questo dato «sconta il forte aumento della popolazione residente tra 2003 e 2004». Primo trimestre 2005 : occupati +308.000, ma «ancora una volta tale risultato incorpora il forte aumento della popolazione residente determinato dall'incremento dei cittadini stranieri registrati in anagrafe». Terzo trimestre 2005: occupati +57.000 «un aumento in marcato rallentamento rispetto al passato. Il risultato sconta l'attenuazione degli effetti dovuti alla regolarizzazione dei cittadini stranieri registrati in anagrafe». Quarto trimestre 2005: gli occupati sono aumentati di 56.000, ma «il risultato risente ancora degli effetti della regolarizzazione dei cittadini stranieri». Insomma, l'Istat continua a ripetere che la rilevazione da un risultato (aumento), ma lascia intendere che la verità è un'altra. Il problema vero è che nel 2004 e 2005 sono entrati nella rilevazione i lavoratori stranieri che si sono regolarizzati ed iscritti all'anagrafe, che non sono nuovi occupati, perché lavoravano anche prima, ma solo lavoratori sommersi che sono emersi.Purtroppo, però, l'Istat continua a non quantificare questo effetto, non depura i suoi dati da esso e continua a fornire, così, un dato che non ci da una buona rappresentazione della realtà. Sia l'Ires-Cgil che la Banca d'Italia, invece, producono stime ormai da diversi mesi arrivando a risultati simili. Aggiornando ad oggi le stime Ires, poiché l'effetto regolarizzazione tra 2004-2005 è stimabile in 250.000 occupati, se ne ricava che nel 2005 le forze di lavoro hanno registrato non un incremento di 158.000, ma un decremento di circa 90.000 occupati. Quindi non solo sono diminuite le unità di lavoro, ma sono diminuite anche le «teste». Come si vede torturando i numeri con gli stessi strumenti che l'Istat fornisce, le spiegazioni si trovano. Insomma, tra 102.000 unità di lavoro in meno e 158.000 occupati in più c'è uno scarto di 260.000. Se esso è dovuto agli stranieri regolarizzati ed ai cassintegrati che gonfiano artificialmente le forze lavoro il dato di oggi si spiega, anche se non si giustifica: la verità rimane quella del primo marzo e l'Istat farebbe bene a chiarirlo. Resta in ogni caso una amarezza: non potrebbe l'Istat stesso fornire il dato esatto dei lavoratori stranieri regolarizzati o almeno una stima evitando così agli utilizzatori di torturare i numeri per trovare la verità e, soprattutto, evitando di fornire, nello stesso mese, due dati che si prestano a due letture contrapposte?
Ancora scontri e saccheggi a Bengasi per la maglietta di Calderoli. Trenta morti e duecentotrenta feriti in Nigeria, per le vignette su Maometto e per un atto di profanazione del corano in una scuola. Manifestazioni islamiche, chiese cristiane incendiate e arresti in Pakistan (altro seguirà, in occasione della visita di Bush) e in Afghanistan, con gli studenti che minacciano di arruolarsi in Al Quaeda. Fatwa di condanna a morte del vignettista danese emanata da un tribunale islamico in India. Il quotidiano saudita Shamschiuso dal ministro dell.informazione per aver riprodotto alcune vignette, il quotidiano russo Nash Reghionchiuso dalla proprietà per la stessa ragione. E non basta, perché se Atene piange Sparta non ride: in Nuova Zelanda a sentirsi offesa non è l’islam fondamentalista ma la chiesa cattolica, e la colpa non è delle vignette sul Profeta ma la serie tv di cartoni animati «South Park», già annullata negli Stati uniti su pressione di un gruppo cattolico, che fa satira (non granché fine) su una statua della Madonna sanguinante, donde l’invito dei vescovi a boicottare i prodotti pubblicizzati dall.emittente. Mentre poco più in là, in Australia, il primo ministro Howard dà alle stampe un libro in cui stigmatizza la diversità culturale degli immigrati musulmani definendola «antagonistica e inassimilabile», e assesta così l’ennesimo colpo al multiculturalismo australiano.
Non è lo scontro di civiltà, se non nei desideri di chi lo attizza, e anzi a saperla leggera distintamente è una mappa del conflitto diversificata, che spacca al suo interno il mondo islamico (e quello cristiano) e in cui giocano fattori sociali e politici locali di segno perfino opposto. Ma certo è una guerriglia globale in cui le religioni hanno ormai conquistato un ruolo simbolico e politico primario, e da comprimarie giocano sulla scena politica contrattando con i governi fatwe, libertà d’espressione, limiti etici ed estetici. Ed è - si badi - una guerriglia tutta interna al campo politico e culturale che nel lessico politico occidentale corrisponde alla destra, e che in termini globali sarebbe più preciso definire come il campo che ha per posta in gioco principale quella dell’identità. Per ragioni identitarie il quotidiano danese (di destra) pubblica le vignette anti-Maometto, per ragioni identitarie gli islamici fondamentalisti si sollevano per ogni dove. Per ragioni identitarie Howard stigmatizza gli immigrati islamici (inventandosi un.identità australiana che non c’è, essendo a sua volta una stratigrafia di identità ridisegnate e reimmaginate dalle immigrazioni di due secoli); per ragioni identitarie Calderoli brandisce la sua maglietta contro gli immigrati islamici in Italia come l’aglio contro le streghe, e lungi dal battersi il petto incassa il risultato dei morti di Bengasi per la campagna elettorale identitaria che la Lega si appresta a fare associando alla ricerca dell’identità perduta padana quella siciliana.
Quattro anni e mezzo dopo l’11 settembre ovunque nel mondo si va facendo chiaro che il conflitto non è fra due civiltà ma fra una politica dell’identità e una politica non identitaria, ovvero declinata sulla differenza e capace di mettere in relazione le differenze. Solo che mentre le destre e i fondamentalisti sull.identità hanno le idee chiare e le armi affilate, sulla/e differenza/e le sinistre e i laici hanno le idee confuse e l’argomento unico della tolleranza, che è un argomento dai confini incerti (chi e in base a che ne decide le soglie?) e sempre a rischio di sfumare o nell.indifferenza per l’altro o nell .assimilazione dell’altro. Senza affrontare questo problema che dà il timbro al mondo presente, è inutile sperare in qualsivoglia palingenesi elettorale. Com’è stato inutile affidarsi alla mitologia europeista, se sotto il sorriso delle vignette è pronta a riemergere del vecchio continente più la radice delle guerre di religione che quella del sincretismo etnico e culturale.
Appello, ecco perché si viola la Costituzione
Il grande giurista, reduce e vincitore del duello contro la coppia Ferrara-Armeni, racconta perchè la nuoba legge salva-Berlusconi sarà cancellata. La Repubblica del 18 gennaio 2006
L´AVVOCATO-legislatore forzaitaliota celebra i mirabilia della sua creatura: taglia i tempi processuali, garantisce l´imputato, promuove la «cultura giuridica». Non bestemmiamola, povera cultura. Studio la procedura penale da mezzo secolo: fino al 1938 costituiva appendice vile del corso penalistico; qualche suo cultore stava al giurista come i flebotomi al medico; niente da spartire con le materie nobili.
Da allora varie cose sono cambiate in meglio ma i ritardi culturali pesano: l´ignoranza figlia errori.
fioriscono pericolose sgrammaticature. Abbiamo sotto gli occhi un caso-monstre, l´inappellabilità dei proscioglimenti.
L´argomento dei guastatori suona così: assolto l´imputato, affare chiuso; non ha più senso insistervi. Sarebbe vero se come avviene altrove (anche in Italia, al tempo delle vecchie corti d´assise) decidesse una giuria. Le giurie nascono nell´Inghilterra normanna, XIII secolo, colmando il vuoto aperto dalla desuetudine degli iudicia Dei, la cui impronta irrazionale conservano: i dodici giurati sono l´organo vocale d´una infallibile anima comunitaria; ovvio che i verdetti non siano ripetibili, come non lo erano i duelli, ordalie, giuramenti purgatori. Qui invece i giudizi sono sapere tecnico, prodotti razionali, quindi criticabili: al vaglio provvede l´appello, un bis chiesto dal soccombente; ce n´è sempre uno; e soccombono entrambi quando le rispettive domande siano accolte in parte. Nello scenario romano al culmine sta l´imperatore: tale struttura verticale sviluppa i due gradi; il processo non è più evento singolo, né l´atto finale nasce irrevocabile; lo diventa se nessuno impugna. L´appello, insomma, ripara l´«iniquitas» o «imperitia» degli «iudicantes», sebbene qualche volta guasti decisioni giuste, potendo sbagliare anche il secondo giudice (Ulpiano, D. 49.1.1s.).
La Convenzione europea (art. 2 del protocollo aggiuntivo n. 7, 22 novembre 1984) contempla un diritto del condannato al secondo giudizio. Da noi l´aveva: il soccombente appella, se vuole; e i possibili soccombenti sono due, imputato e pubblico ministero; quando l´appellante vinca, sopravviene una riforma. Chi giudica è fallibile nei due sensi, assolva o condanni: giudizi ripetuti riducono i rischi d´errore; era così da duemila anni. I guastatori invocano quel protocollo. L´assolto in primo grado e condannato nel secondo ha diritto alla terza chance? Risponde l´art. 2, c. 2: solo se i singoli legislatori glielo concedono; l´appello è arma a due tagli; l´appellante vince o perde; nel primo caso va male all´avversario. L´unico argomento addotto, dunque, vale zero. Lo leggano tutto il protocollo n. 7. Qui l´ignaro rimane perplesso: dei filantropi temono inique riforme in peius, benissimo; allestiscano un terzo grado. No, vogliono impedire gli appelli del pubblico ministero, tale essendo la congiuntura in cui versa l´augusto committente. Déja vu: quante leggi gli avevano cucito addosso; siamo alla settima, salve omissioni (falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto, conflitto d´interessi, immunità, prescrizione); lui comanda, i suoi avvocati unti dal popolo studiano la formula (a volte sbagliando), gli onorevoli yes-men votano.
Veniamo al punto, grosso come una casa: garantendo pari risorse alle parti, l´art. 111 Cost., c. 2, esclude proscioglimenti inappellabili; è contraddittorio monco quello dove l´imputato soccombente può appellare e l´accusatore no. Ogni sillaba in più sarebbe superflua: l´art. 593 nasce morto e tale sarà dichiarato; storpia il processo con un´assurda presunzione d´infallibilità dell´assolutore, nemmeno gli soffiasse nell´orecchio lo Spirito santo. I legislatori seri calcolano le regole in chiave pessimistica, presupponendo circostanze avverse e operatori talvolta ignoranti, distratti, negligenti, non equanimi, persino corrotti (ipotesi nient´affatto irreale, visti i casi de quibus); l´appello limita i rischi. Costoro l´aboliscono ogniqualvolta un tribunale assolva, bene o male. Inutile dire quante saranno le pressioni, se l´en plein chiude la partita. La parità dei contraddittori ammette varianti: la revisione del giudicato, ad esempio, non è esperibile contra reum; ma sono disparità nel sistema, mentre questa riforma lo devasta. Senza appello, l´organo dell´accusa perde un braccio e una gamba. Insomma, finché vigano gli art. 111, c. 2, e 112 Cost., è follia che solo l´imputato disponga del doppio grado. Né valgono i due precedenti costituzionali 24 giugno 1992 n. 305 e 24 marzo 1994 n. 98: nel rito abbreviato l´art. 443, c. 3, impone limiti marginali all´appello del pubblico ministero; l´art. 593 lo amputa.
Così risultano irrimediabili gli errori sul fatto, perché alla Cassazione manca lo strumentario d´una seconda decisione nel merito e se l´avesse, non sarebbe la Corte importata dalla Francia due secoli fa. Anche gli orbi vedono perché B. scateni il pandemonio nelle Camere moribonde: una sentenza milanese ritiene imperfetta (semipiena, scrivevano i vecchi dottori) la prova che abbia corrotto dei giudici, e applicando le attenuanti generiche, dichiara estinti dal tempo analoghi episodi delittuosi; pende l´appello; siccome la prospettiva d´una riforma lo disturba, con disinvoltura piratesca fracassa la macchina attraverso una servile mano d´opera parlamentare. I mimi lo servono raccontando che nella giustizia penale vi fossero residui barbari, e lui, sovrano benefico, la epuri. L´arte leguleia perversa è famoso tema satirico ma qui non citerei tanto Rabelais quanto Molière, quello del «Tartuffe», la commedia d´una ipocrisia sorda e cupa. L´ideologia della Cdl ha un nome, criminofilia. Avevo indicato otto esempi. Questa legge fornisce il nono. E le vittime? Al diavolo, i signori non tollerano piagnistei né rogne.
Post scriptum
Lunedì mattina 16 gennaio annuncia querela l´avvocato Gaetano Pecorella, difensore dell´Unico, nonché deputato e presidente della commissione giustizia (honni soit qui mal y pense): secondo lui, è diffamatorio dire che questa legge serva al committente. Argomento interessante, lo discuteremo in tribunale. Noto solo come G.P. abbia una curiosa idea della verità storica: deve averlo stregato B., mago del virtuale; nella loro loquela i fatti fluttuano; alla sera non sono più quelli della mattina. In poche righe l´intervista al «Corriere», 13 u.s., accumula quattro insigni esempi. È falso che, annullando la condanna inflitta ad Andreotti, la Cassazione raccomandasse d´abolire l´appello contro i proscioglimenti: quell´obiter dictum (nome latino-anglosassone degli argomenti ridondanti dalla «ratio decidendi») auspicava riforme a effetto rescindente, seguite da una terza decisione. Altrettanto falso, l´abbiamo visto, il riferimento alla Convenzione europea. E che questa sua proposta risalga al 2002, sviluppando idee formulate in un convegno di magistrati. Fanno fede gli atti parlamentari: «Proposta di legge d´iniziativa del deputato Pecorella, Modifiche al codice di procedura penale in materia d´inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, presentata il 13 gennaio 2004»; e in quel convegno nessuno s´era sognata l´inappellabilità dei proscioglimenti. Ridicolmente falso, infine, che la nuova formula riproduca quella del codice 1930: G.P. pensa davvero che Alfredo Rocco, molosso della «pretesa punitiva», negasse l´appello al pubblico ministero, suo enfant gâté?; se è così, ignora storia e procedura.
SIA a sinistra sia a destra si cerca e si vuole un presidente della Repubblica gradito alle due parti in causa. Questo è bene. Il Capo dello Stato rappresenta la nazione nella sua unità e non può essere espressione d’una sola forza politica. Infatti, non appena eletto e quali che siano la sua biografia, la sua cultura, le sue convinzioni, egli si affretta a porsi al di sopra delle parti e proclamare la sua autonomia nei confronti di chiunque. Così è sempre stato, almeno a parole. Talvolta anche nei fatti.
Non è però quasi mai accaduto nei 60 anni della nostra storia repubblicana che al Quirinale sia andato un uomo scelto al di fuori del Parlamento e dei partiti che vi sono rappresentati. Gronchi era democristiano e leader d’una delle correnti di quel partito. Così pure Antonio Segni.
Così Cossiga. Leone fu utilizzato da tutti i democristiani che volevano bloccare l’ascesa di Moro. Saragat era fondatore e capo dei socialdemocratici e si contrappose a Nenni. Pertini, socialista e partigiano, fu di fatto candidato dal Pci. Scalfaro fu scelto per superare lo stallo tra Forlani e Andreotti. Dunque tutti uomini di partito e di lunga militanza.
Restano il primo e l’ultimo di questa cronologia: Einaudi e Ciampi. Provenienti entrambi dalla Banca d’Italia. Ma Einaudi era, con Benedetto Croce, uno dei massimi esponenti del liberalismo e del partito che ne era l’espressione. È rimasto celebre anche per aver nominato presidente del Consiglio Pella senza neppure aver consultato i presidenti delle Camere, attenendosi alla lettera della Costituzione ma scavalcando il rito delle consultazioni.
Perciò, a ben guardare, l’unico esempio d’un presidente scelto al di fuori dei partiti e dello stesso Parlamento è stato Carlo Azeglio Ciampi. Dal punto di vista dell’arbitro imparziale e garante della Costituzione, così come è concepito nella nostra architettura istituzionale, è stato certamente quello che meglio di tutti ha rappresentato la nostra massima autorità di garanzia.
Si è parlato molto in questi giorni a proposito dei modi della sua elezione, di metodo Ciampi. Se ne è parlato in maniera imprecisa e spesso con lingue biforcute. La sua candidatura fu proposta da Veltroni, allora segretario del Pds, a Fini il quale convinse Berlusconi mandando a gambe all’aria un’intesa precedentemente intercorsa tra D’Alema (allora presidente del Consiglio) Marini e lo stesso Berlusconi sul nome della Russo Iervolino. Da due manovre incrociate e condotte all’insaputa dell’interessato che a tutto pensava fuorché a ricoprire la massima carica dello Stato, nacque la migliore e oggi giustamente rimpianta presidenza che la Repubblica abbia avuto nei 60 anni della sua storia.
In questi sessant’anni le maggiori forze politiche hanno avuto accesso a quella carica, vi si sono anche succeduti cattolici professi e laici. Ma mai una donna e mai un comunista. Dal 1989, caduta del Muro e fine del Pci, sono passati diciassette anni e si sono succeduti tre presidenti della Repubblica ma ancora nessun ex o post comunista è mai stato insediato al Quirinale. Il presidente del Consiglio uscente ha condotto l’intera sua campagna elettorale all’insegna dell’anti-comunismo (che non c’è più) e ancora due giorni fa comiziando a Napoli ha confermato che mai e poi mai «un comunista» varcherà quella soglia. Si riferiva a D’Alema, proprio mentre molti dei suoi collaboratori e consiglieri si affrettavano a smentire ogni discriminazione e alcuni di essi tifavano e tifano in favore del leader dei Ds.
Qual è dunque, in questo guazzabuglio, la reale posizione di Silvio Berlusconi e del partito di sua proprietà che ha raccolto e quindi rappresenta il 24 per cento del corpo elettorale (9 milioni di italiani su 36 milioni di votanti)?
Se capisco bene (ma posso anche sbagliarmi) Berlusconi e Forza Italia si sono rassegnati a D’Alema presidente della Repubblica; alcuni di loro addirittura pensano che quella sia la soluzione ottimale. Però non sono in grado di votarla. Si augurano che il centrosinistra lo voti compattamente. Lo elegga con i propri voti che, dalla quarta votazione, sono - almeno sulla carta - ampiamente sufficienti: 547, quarantuno in più del quorum di 506 necessario per l’elezione.
Poi, una volta eletto, Forza Italia e Berlusconi lo riconosceranno e lanceranno più di un ponte nei suoi confronti. E la discriminazione anticomunista sarà superata una volta per tutte. Capitolo chiuso.
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A questo schema, allo stato attuale delle cose, si oppongono tenacemente Fini e soprattutto Casini. Casini punta alla fine del berlusconismo. Una presidenza D’Alema favorita o non ostacolata da Berlusconi avrebbe come effetto un consolidamento del Cavaliere alla guida dell’opposizione rinviando a babbo morto i progetti successori dei suoi alleati. La Lega viceversa è sulla scia berlusconiana o addirittura lo precede.
Andrà così? La cartina di tornasole, che dovrebbe rivelarci l’esito di questa complessa partita entro poche ore, sta nella risposta che Berlusconi darà alla candidatura D’Alema quando (e se) gli sarà ufficialmente proposta.
Se risponderà rifiutandola e controproponendo il nome di Letta o di un «esterno» tipo Mario Monti, vorrà dire che Berlusconi non ostacola l’elezione di D’Alema. Sembra un paradosso ma è esattamente così. Oppure il Cavaliere e tutti i suoi alleati sceglieranno un nome all’interno del centrosinistra, per esempio Giuliano Amato o Giorgio Napolitano. In quel caso ci sarà la «larga intesa» e il candidato potrebbe addirittura essere eletto in prima o seconda votazione.
Ma, dettaglio non piccolo, affinché questa evoluzione sia possibile è necessario che il centrosinistra presenti una rosa di candidature e non un solo nome.
Quanto all’ipotesi che la Cdl accetti la candidatura di D’Alema e la voti fin dall’inizio, si tratta d’una soluzione poco probabile ma non impossibile.
In fondo il Cavaliere è anche celebre per i suoi improvvisi capovolgimenti di fronte.
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Fin qui ci siamo occupati di come si stanno predisponendo i pezzi sulla scacchiera del centrodestra. Ma vediamo che cosa avviene nel frattempo nell’opposto schieramento.
D’Alema. Vuole, per sé e per il suo partito, il Quirinale.
Non ne fa mistero. Ritiene che l’intera coalizione debba votarlo. Conosce la posizione di Berlusconi. Non dispera che qualche drappello di parlamentari berlusconiani nel segreto dell’urna si unisca alla sua maggioranza e serva a rimpiazzare qualche dissidente di casa propria (per esempio i radicali). Tutta la strategia, sua e di Fassino, è concentrata nell’evitare candidature plurime. In più, per vincere l’ostilità e la perplessità degli interlocutori, Fassino propone un programma di politica costituzionale condivisibile con il centrodestra.
Sarebbe una novità assoluta. In sessant’anni non c’è mai stato un candidato al Quirinale che abbia preventivamente (ma neppure successivamente) assunto impegni d’alcun genere salvo il rispetto della Costituzione.
Fassino ha dato atto (in un’intervista al Foglio, accanito sostenitore di D’Alema) che l’idea d’un programma di politica costituzionale sarebbe un fatto profondamente innovativo e anche traumatico ma lo ritiene giustificato dalla divisione in due metà del corpo elettorale e dal fatto che un sistema bipolare richiede profonde innovazioni istituzionali che finora non ci sono state.
Prodi. Segue con apparente distacco questa partita. Lo interessa soprattutto che essa non finisca per coinvolgere e sconvolgere la partita del governo, che avrebbe dovuto precedere e non seguire l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Preferirebbe avere D’Alema nel governo e non al Quirinale, ma non ne fa una tragedia. Fassino lo ha avvertito che comunque al Quirinale dovrà andare un Ds altrimenti liberi tutti. Siamo dunque, per quanto riguarda Prodi, nello stato di necessità.
Rutelli. Si è opposto all’ipotesi di più candidature ed è pronto a votare D’Alema se altri nomi fossero rifiutati o non fatti.
Le altre forze del centrosinistra attendono che la partita si sviluppi. Non hanno molto spazio per impostare un proprio gioco al di là di piccoli dispetti tattici.
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Sia permesso chiudere questa analisi esprimendo un parere personale che deriva da quello che, secondo noi, è l’interesse generale degli italiani. Lo farò per punti per essere il più chiaro possibile.
1. Pensare che le divisioni del corpo elettorale siano ricucite o permangano secondo la persona che sarà eletta al Quirinale è un errore. La gara può affascinare la fantasia, ma ripartire insieme, come si augura Prodi, deriva da quella che sarà in concreto l’azione di governo, non dall’accordo o dal disaccordo tra il centrosinistra e Berlusconi sul nome del nuovo Capo dello Stato. Sono in gioco aspettative e interessi. Anche speranze, anche valori. In fondo il programma costituzionale proposto da Fassino è esattamente quello perseguito da Ciampi per sette anni, che purtroppo però non ha evitato la divisione in due metà del corpo elettorale.
2. È augurabile che al Quirinale sia eletta una personalità col maggior numero di consensi possibile. Dico possibile. Altrimenti bisognerà fare di necessità virtù e contentarsi di varcare la soglia dei 506 voti. E procedere alla formazione del governo.
3. Quello che certamente non si può fare (che purtroppo si è in parte già fatto, come risulta dalla grottesca sequenza di comunicati seguiti all’incontro tra Gianni Letta e Ricky Levi) è di abbozzare una sorta di patto segreto tra i due maggiori contraenti al di fuori di quella trasparenza che viene invocata a parole e regolarmente tradita nei fatti.
4. Una lotta intestina nel centrosinistra è ipotesi da scongiurare a tutti i costi. Dopo una brutta campagna elettorale dividersi nel finale sarebbe catastrofico.
5. Qualora l’ipotesi dovesse affacciarsi all’orizzonte occorrerebbe che i candidati in lizza facessero un passo indietro, come ha già fatto D’Alema di fronte alla candidatura di Bertinotti alla Camera. Passo indietro meritorio; non è detto che debba sempre esser lui a farlo anche se non è escluso che quest’onere ricada di nuovo sulle sue spalle. I veri statisti si vedono in queste occasioni, sia nel pretendere sia nel lasciare.
6. Ci vorrebbe un uomo come Ciampi. Ma non c’è. Mario Monti è sul mercato da troppo tempo e non somiglia affatto a Ciampi. Si sente en réserve de la République da almeno tre anni. Forse è meglio che ci resti. I terzisti non sono al di sopra delle parti, sono dalla parte propria. Non è la stessa cosa.
7. Quando finalmente Romano Prodi riceverà l’incarico è auspicabile che componga il ministero attuando pienamente il dettato costituzionale. Prenda nota delle aspettative dei partiti ma proceda decidendo da solo la composizione del suo governo. Certe inclusioni e certe esclusioni sussurrate nei giorni scorsi appartengono ai riti della lottizzazione e non sono più tollerabili. Vale per il governo, per la Rai, in generale per lo spoils system. Lo Stato è lo Stato ed è o dovrebbe essere degli italiani. Da questo punto di vista Prodi ha una grande responsabilità. Non si chiuda e non si faccia chiudere nell’orticello partitocratico. E neppure nell’orticello prodiano. Veda di mettere la persona giusta al posto giusto e su questo sarà giudicato.
La partita comincia domani. Speriamo che non sia lunga, sarebbe un pessimo segnale. A tutti noi spettatori auguro buona visione pur avendo scarse speranze sulla qualità della medesima.
Caduta, come era prevedibile, l'uscita sulle irregolarità del voto, Silvio Berlusconi continua a tenere su di sé l'attenzione della stampa. A torto. Oggi il paese ha davanti una sola procedura da adempiere: il capo dello stato deve chiamare Prodi per affidargli l'incarico. Sia adesso sia fra un mese, sia Ciampi o sia un altro, non c'è altra scelta possibile. La supposta reticenza del Quirinale a prendere una decisione in fase di scadenza, non muta la decisione. Semplicemente la rinvia. E prolunga il governo di Berlusconi, sia pure nella non pienezza dei poteri di almeno un mese, ma potrebbe essere di più, quando urgerebbe metter fine alle incertezze e passare ai primi famosi cento giorni della sinistra. Rinviarli a petto di una finanziaria e le successive vacanze non è né brillante né del tutto innocuo.
È curioso che la stampa sembri galleggiare fra banalità e gossip. Banale è stata l'uscita di Tremaglia. Banale, anche se indicativa del personaggio, è l'ultima proposta che Berlusconi ha mandato tramite il Corriere della sera alla banda di comunisti che fino a ieri deprecava: patteggiamo assieme un pacchetto essenziale di misure internazionali, interne, economiche, eccetera. Gossip aveva già sollevato ieri la proposta di D'Alema all'opposizione di incontrarsi sull'elezione del nuovo capo dello stato, solo incontro d'obbligo, perché lo si vota a maggioranza qualificata e se, come è probabile, non ci sarà accordo, attraverso più d'un defatigante passaggio. In Italia il presidente della repubblica non è eletto dai cittadini bensì dalle camere, ma (sia detto fra parentesi) non è una buona ragione che a un mese di distanza il paese nulla ne sappia e in nessun modo venga interpellato e tutto si decida in incontri di capigruppo e segreterie. Sta di fatto che si parla di tutto fuorché della sola cosa seria: quale Italia è uscita dalle elezioni, quale fisionomia concreta ha, quale giudizio ne diamo? Non numerico. I numeri sono chiari e denunciano il carattere malefico del maggioritario bipolare, perdipiù in vario modo manipolati, che fa sussultare chi creda ancora alla democrazia rappresentativa quando si contempli la distribuzione dei seggi alla Camera e al Senato.
La spartizione dell'Italia in due blocchi quasi equivalenti, ma che se ne dividono diversamente le spoglie nelle coalizioni oscura una realtà politicamente assai più complessa, tagliando fuori interi pezzi di bisogni e di culture. La riduzione al bipolarismo a) oscura l'evidenza che il paese è almeno tripolare b)non rispetta la Costituzione legittimando nel centrodestra forze che in nessun altro paese europeo si ammetterebbero. Noi siamo un paese che più d'una scelta di fondo divide non sulla linea fra le due coalizioni.
Lo divide la contraddizione sociale indotta dal neoliberismo, che unisce quasi tutta la destra a metà del centrosinistra, lo divide lo spirito della Costituzione, che è stato intaccato in diversi modi da tutte e due e renderà non così agevole il prossimo referendum, lo divide l'idea di laicità dello stato. Questioni che, oscurate dal voto, emergono di continuo come trasversalità grazie alle quali ne abbiamo viste negli ultimi anni di tutti i colori. Sul giudizio del paese del resto, mi lasciano perplessi anche le conclusioni di due stimati amici Pasquale Santomassimo sul nostro giornale e Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera. Il primo rimprovera a Prodi non solo e con ragione certe goffaggini e confusioni di linguaggio, ma il non essere andato incontro alla richiesta di diminuire le tasse.
Ma non è questo il cardine di quel privatismo che Santomassimo deplora? Con che altro si pagano i servizi pubblici? Davvero ci si deve limitare al recupero dell'evasione o non si dovrebbe andare a qualche ragionevole forma di redistribuzione? Davvero la proprietà della casa è sacrosanta? Davvero ogni casa è abitata da chi la acquista? Davvero farebbe fuggire i capitali una scure fiscale sulle rendite, immobiliari e non? Quanto al cuneo fiscale, che meglio sarebbe stato chiamare detassazione del lavoro, non è neppur chiaro se quel che i lavoratori riceveranno in più in busta paga corrisponderà a qualche perdita in assistenza, previdenza, scuola e sanità. Dietro al problema delle tasse, sono in ballo davvero due idee di società, privatistica o solidale, uguagliante o disuguagliante. Analogamente non mi persuade che il blocco di centrodestra esprima una realtà finora semplicemente sotto traccia. Non è la stessa cosa votare Alcide De Gasperi o Silvio Berlusconi. Il primo ha messo un argine a destra, il secondo lo ha tolto. E questa non è una differenza da poco.
D'altra parte, quando Giuseppe De Rita, il cui lavoro è sempre di grande interesse, osserva che Prodi non ha parlato al cuore profondo del profondo Nord, ha ragione. Una breve incursione nel medesimo mi ha fatto constatare come esso sia a sua volta diviso fra centri urbani e campagna. I primi più recettivi a qualche problematica progressista. Ma che sono le campagne del nord oggi? Non certo il sinonimo dei campi dai quali a sera rientra il contadino onusto di fatica. Sono il territorio di piccole imprese, il cui gene egoistico è più grosso quanto più piccole sono e nonché il luogo dove riparano sempre più gli abbienti dei centri urbani, in cerca di verde e di comuni fiscalmente meno esigenti. È ai bisogni di questi attori sociali che il centrosinistra doveva parlare? Doveva andare incontro agli umori della Lega? Già la sinistra, e non solo diessina, s'era troppo piegata sul cosiddetto malessere del nord e farebbe bene a interrogarsi perché non più di un anno fa s'era conquistata delle regioni oggi perdute. Converrebbe insomma dare i nomi alle cose, i volti alle persone, la vera natura ai bisogni. Per capirli. Non sempre per andarvi incontro.
Ennesima beffa scientifica, ennesimo sbrego istituzionale, ennesimo inquinamento politico del ministro contro l'ambiente. Domani mattina in pompa magna elettorale, 17 giorni prima del voto, a camere sciolte, il candidato deputato di An Altero Matteoli presenta una Relazione sullo stato dell'ambiente, la prima e l'unica dei governi Berlusconi, con 39 mesi di ritardo rispetto alla scadenza normativa. La legge istitutiva del ministero (luglio 1986) impone di presentare «al Parlamento» una relazione sullo stato dell'ambiente «ogni due anni». La prima risale all'aprile 1989, la seconda al marzo 1992, poi nulla nelle due brevi legislature fino al 1996. I governi del centrosinistra ripresero il ritmo, rispettando l'impegno: due relazioni nei cinque anni di legislatura, la prima a luglio 1997, la seconda a gennaio 2001, entrambe presentate «al parlamento», ovvero a camere operative, con aule aperte, commissioni funzionanti, ordinaria dialettica democratica.
L'attuale ministro contro l'ambiente non ha rispettato impegno e scadenza, nel gennaio 2003 non si è nemmeno scusato del ritardo, il suo capo di gabinetto ha dichiarato il falso in diretta in una trasmissione rai dell'aprile 2005 (citando una presentazione «pochi mesi or sono», mai avvenuta). Ora presenta non al parlamento, ma ad amici e complici, giornali e televisioni una relazione di propaganda elettorale, basata su dati Apat già noti, strutturata sui rapporti mancati del ministero (con l'energia, l'industria, i trasporti, l'agricoltura. il turismo, le aree urbane), con utili allegati purtroppo poco credibili (il governo commenta i protocolli della convenzione delle Alpi che non ha voluto ratificare e un nuovo codice dell'ambiente che non è in vigore!). Tipo lettera Berlusconi ai bimbi appena nati o autoencomio Martino ai giovani non di leva. Propaganda. Domani a Villa Madama. Nella lettera di invito si informa, in modo bizzarro e istituzionalmente sgarbato, che «il Presidente della Repubblica è stato invitato a presenziare la cerimonia»: queste cerimonie si concordano, non si improvvisano! A peggiorare le cose si intuisce una pressione sulla Presidenza che il 17 febbraio ha ricevuto lo schema di decreto legislativo che «terremota» tutta la legislazione ambientale italiana (accompagnata da minacciose dichiarazioni del capo di gabinetto Togni). Dovete sapere che è un testo di 318 articoli e 45 allegati, quasi 1000 pagine, complicate anche solo da pubblicare in un fascicolo della Gazzetta Ufficiale, prive di un essenziale requisito formale (il parere della Conferenza Unificata, quello delle regioni è contrario), prive di una parte essenziale delegata con legge (le aree protette), contestate da molte regioni (con annunciati ricorsi alla Corte Costituzionale), già denunciate dalla Commissione Europea con atto ufficiale del 13 dicembre (tenuto nascosto dal ministro alle istituzioni italiane), piene di impatti negativi sulla certezza del diritto e sul rispetto della natura.
Il Presidente della Repubblica ha chiesto inevitabili svariati chiarimenti. Difficile che si possa rispondere in breve tempo, senza modifiche, senza passaggi collegiali. L'emanazione del decreto ha una scadenza normativa: la legge 308/2004 di delega prevede l'adozione entro 18 mesi, dunque entro l'11 luglio 2006. Quella è la scadenza per l'eventuale firma. Prima ci saranno le elezioni e la legittimazione democratica di una nuova maggioranza parlamentare. Dovete sapere che il governo Berlusconi chiese al parlamento di riscrivere tutta la legislazione nell'agosto 2001, all'inizio della legislatura del centrodestra, come alibi per poter «abolire» di fatto ogni funzione del ministero dell'ambiente concepito come intralcio ai superponti e alle gallerie di Lunardi, ai condoni fiscali e edilizi di Tremonti, agli attacchi al paesaggio di Urbani, alle emissioni di Marzano e Scajola, alle alleanze con Bush contro il protocollo di Kyoto. Visto che la storia andava per le lunghe, nel maggio 2003 il ministro contro l'ambiente fece scrivere a tutti i dirigenti del ministero di «volersi astenere, discutere o anche solo impostare attività» connesse alle materie della delega (cioè tutte!), ribadendo dopo pochi giorni che era «inutile che gli uffici perdano tempo a lavorare sugli stessi temi che poi saranno esaminati nell'ambito della predisposizione dei testi previsti dalla delega».
Con tre voti di fiducia sia al Senato che alla Camera (voti sul governo, non sul provvedimento di merito), la delega è giunta solo a gennaio 2005, il decreto legislativo delegato solo ora, alibi per non aver fatto nulla per tutti i cinque anni. O, meglio, per aver fatto solo favori e danni: commissariato parchi, abolito domeniche ecologiche e città dei bambini, boicottato la strategia europea di riduzione delle emissioni, tagliato fondi e progetti di regioni e comuni su difesa del suolo o qualità dell'aria, favorito l'inquinamento elettromagnetico, e poi ovviamente promosso consulenze clientelari e lottizzazioni partitiche (da cui, fra l'altro, la laurea honoris causa, da ragioniere ad ingegnere!).
Tanto che ora non hanno nemmeno i soldi per il funzionamento ordinario, per l'affitto, per le pulizie. Forse in campagna elettorale dovremmo denunciare di più questo scandalo! E annunciare un patto ambientale con gli italiani, la riconversione ecologica dell'economia e nelle istituzioni, in ogni manifestazione, in ogni intervista, di ogni partito dell'Unione.