Tanto il presidente del Consiglio che il ministro dell’Economia hanno detto di scorgere nel Dpef in gestazione uno strumento da utilizzare anche allo scopo di contrastare, in nome d’una maggior equità, le disuguaglianze economiche nel nostro paese. La semplice menzione di queste ultime, in rapporto a un documento governativo, rappresenta di per sé una novità di cospicuo rilievo. Sono infatti decenni che il tema delle disuguaglianze è stato escluso non solo dall’agenda, ma perfino dal linguaggio della politica. Che lo abbiano fatto le destre è comprensibile. Per le destre le disuguaglianze di reddito e di ricchezza, siano moderate o abissali, sono semplicemente l’esito, inevitabile quanto giusto, delle differenze di talento e di impegno sul lavoro che esistono tra le persone. Chi possiede il primo e si profonde nel secondo si ritrova naturalmente ai piani alti della piramide sociale. Tutti gli altri debbono accomodarsi ai piani bassi. Un po’ meno comprensibile è che pure il centrosinistra, il quale dovrebbe contare tra le sue idee ispiratrici la convinzione che la suddetta visione della società è politicamente e moralmente insostenibile, si sia parimenti tenuto per anni alla larga dal tema delle disuguaglianze. Rischiando in tal modo di farsi bypassare a sinistra, per lo meno sotto il profilo del lessico concettuale e politico, perfino da quel bastione del capitalismo moderno che è la Banca Mondiale. Nel recente rapporto di questa sullo sviluppo del mondo, per dire, la parola disuguaglianza ricorre 831 volte.
Una volta che sia accolto con interesse e apprezzamento l’ingresso del tema delle disuguaglianze nel Dpef, si tratta di vedere come il governo procederà al fine di passare dall’intento dichiarato a interventi capaci di ridurle in modo stabile. Di certo il compito è difficile. Contribuiscono a renderlo tale sia la entità delle disuguaglianze rilevabili in Italia, sia le loro profonde, e tutt’altro che recenti, radici strutturali. Quanto all’entità, è noto da tempo che l’Italia condivide con il Regno Unito e gli Usa il primato di essere, tra i grandi paesi sviluppati, uno dei più disuguali del mondo, in termini sia di reddito che di ricchezza. Nel 2004, il 10 per cento di famiglie italiane con i redditi più elevati ha percepito il 26,7 per cento del totale dei redditi prodotti, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali; al 10 per cento delle famiglie con il reddito più basso è toccato solamente il 2,6 per cento, ossia oltre dieci volte di meno. La ricchezza netta totale, incluse quindi sia la proprietà dell’abitazione e di altre proprietà immobiliari, sia le attività finanziarie, appare ancora più concentrata verso l’alto. Il 10 per cento delle famiglie più ricche risulta infatti possedere il 43 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane; meno dell’1 per cento di questa risulta posseduto dal 10 per cento più povero (fonte Banca d’Italia). Si noti che sia il reddito sia, in maggior misura, la ricchezza degli strati superiori sono sicuramente sottostimati. Accade infatti che nei confronti di tali strati i ricercatori abbiano maggiori difficoltà sia nell’includere un tot proporzionale di famiglie nel campione osservato, sia nell’ottenere dai rispondenti dichiarazioni fedeli. La distanza reale tra chi ha poco e chi ha molto è quindi maggiore, da noi, di quanto le statistiche disponibili non dicano.
Le disuguaglianze di reddito si sono fortemente approfondite in Italia non da ieri, bensì tra la metà degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90. In seguito sono rimaste relativamente stabili. Anche le disuguaglianze di ricchezza sono esplose in tale periodo, ma anziché stabilizzarsi hanno continuato ad inasprirsi sino ad oggi, con una concentrazione crescente di essa non solo nelle mani del 10 per cento delle famiglie più ricche, ma addirittura del 5 per cento, che già nel 2000 disponeva di oltre il 36 per cento della ricchezza familiare netta. Ad approfondire il fossato delle disuguaglianze economiche in Italia hanno contribuito diversi fattori. Anzitutto, se si guarda verso il basso, si è avuta una stagnazione delle retribuzioni reali che per entità e durata non trova paragoni negli altri maggiori paesi europei. Tra il 1995 e il 2005, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore manifatturiero, calcolate cioè al netto dell’inflazione, sono aumentate di oltre il 25 per cento nel Regno Unito, di oltre il 14 in Francia, e di oltre il 9 in Germania. In Italia, l’aumento è stato di un misero 1,5 per cento (dati Ocse). Ciò significa che un operaio che guadagnava l’equivalente di 1.000 euro mensili nel 1995 ne guadagna oggi 1.250 se è inglese, 1.140 se è francese, e 1.090 se è tedesco. Se è italiano, si deve invece accontentare di 15 euro d’aumento, un paio di biglietti del cinema in più al mese.
Verso l’alto, il fossato appare essere stato scavato prevalentemente dalla crescita della quota degli attivi finanziari presenti nel patrimonio delle famiglie, soprattutto nel 10 per cento e ancor più nel 5 per cento costituito dalle famiglie più ricche. Il valore complessivo di tali attivi è stato accresciuto vuoi dal rilevantissimo incremento del loro corso borsistico, ad onta del rallentamento di questo verificatosi nei primi anni 2000, vuoi dai dividendi percepiti: l’accumulazione degli uni e degli altri essendo favorita anche da un trattamento fiscale eccezionalmente favorevole, con un’aliquota fissa del 12,5 per cento sui guadagni di borsa, giusto la metà di quel che pagano le famiglie e gli operatori americani. Oltre che dall’andamento dei redditi e della ricchezza rilevati dalle indagini dirette sui bilanci familiari, l’ampliamento del fossato tra chi ha e chi non ha trova un perentorio riscontro in un dato macroeconomico. Tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni 2000, la quota di reddito da lavoro dipendente in rapporto al valore aggiunto è scesa di ben dieci punti, dal 48 al 38 per cento, mentre la quota dei profitti nel settore privato saliva di sei-sette punti già a metà degli anni ‘90 e si manteneva stabile dopo d’allora (dati Ocse e Fmi).
Questo insieme di dati sulle disuguaglianze economiche, sulla loro entità e sulla loro storia, attestano che al fine di ridurle stabilmente, almeno in qualche misura, la leva fiscale può essere utile ma non è sufficiente. Occorrerà pensare ad altri strumenti redistributivi, convergenti – a partire da un aumento del salario reale – in una crescita del reddito effettivamente disponibile quanto meno al 20 per cento delle famiglie a reddito più basso. Prendiamo atto, in attesa di vedere concretate le sue misure, che per la prima volta il Dpef di quest’anno sembra essersi fatto carico della questione. Con una (nostra) nota finale per i possibili obiettori: i paesi che presentano indici di disuguaglianza nettamente minori rispetto all’Italia pagano salari più elevati, ed offrono alla collettività servizi sociali migliori, mentre hanno tassi di produttività superiori e ci superano abbondantemente in tema di tecnologie ed esportazioni.
E' anomalo che un'anomalia duri da più di trentacinque anni, ma la difficile esistenza de il manifesto è tutta qui. Siamo un mostro. Da salvare, perché se muore non si riproduce più. Perché proprio adesso rischiamo di chiudere, perché abbiamo difficoltà a pagarci gli stipendi da febbraio: è una storia singolare da giornale libero e di mercato, un'anomalia mondiale. E che vuole risanarsi per ripartire. Più o meno la stessa missione - fatte le dovute proporzioni - del ministro Tommaso Padoa Schioppa.
L'attuale pericolosissima crisi nasce da lontano. Su un fatturato di 17,5 milioni di euro e 121 dipendenti, il contributo della legge per l'editoria alla nostra cooperativa vale il 25% mentre quello da incassi pubblicitari il 9,6% contro circa il 50% degli altri giornali. Il resto delle entrate sono da vendite da edicola e dalle poche promozioni che siamo in grado di fare - perché le promozioni necessitano di investimenti importanti - e comunque tutte rigorosamente in utile. Dai libri alla musica dei cd, dove il manifesto ha affermato in poco più di dieci anni un vero marchio di qualità.
Nonostante abbiamo ridotto gli oneri degli interessi passivi dal 10 al 5% fin dagli inizi del millennio, il peso del debito ci sta stritolando. Pure a fronte di un risanamento patrimoniale cominciato nel 2001 che ha portato a una secca riduzione del debito oneroso e a fronte di bilanci che, tra alti e bassi, non producono più da anni voragini nel conto economico e indicano anzi un certo equilibrio di gestione. Il 2005 abbiamo chiuso con una buona media di 29.000 copie vendute, a causa però di eventi eccezionali come la vicenda del sequestro della nostra Giuliana e la morte di Nicola Calipari. O addirittura per la scomparsa di Giovanni Paolo II.
Quel che ci sta spingendo sull'orlo del baratro è però il peso del debito, che sacrifica le risorse finanziarie correnti e azzera ogni possibilità di investimento. Quel che incassiamo serve a far fronte al piano di ammortamento del debito a breve e medio termine. Ogni volta che discutiamo una nuova possibile iniziativa ci chiediamo: e il budget? E' sempre zero, facciamo qualche miracolo, certamente si può e si deve provare a far meglio, ma la situazione è questa. La campagna che lanciamo oggi sta nell'esigenza di trovare subito risorse straordinarie per equilibrare i flussi finanziari, per stare contemporaneamente dietro al debito pregresso e avere denari per investire.
Dove? Sul giornale innanzitutto, il cuore del mostro; su nuove iniziative editoriali che abbiano un peso sul mercato culturale e politico, come è successo con il nostro supplemento dei trentacinque anni; sul web, strumento principe per crescere nella comunicazione mentre è in atto una crisi mondiale della forma quotidiano, come evidenzia l'erosione di copie vendute dal New Yok Times a Le Monde e Libération per arrivare fino al nostro piccolo, grande manifesto. Internet e carta, connessioni e concorrenza, il futuro prossimo. E' di pochi mesi fa uno studio del Washington Post su se stesso che poneva due domande oggi ineludibili per chi fa informazione: quanto perdiamo con il giornale on line? E quanti soldi avremmo perso se non avessimo fatto l'edizione on line?
Questa erosione globale delle vendite dei quotidiani (complice anche la crescita della diffusione free press) ci ha investito all'inizio del 2006. Sicuramente ci abbiamo messo del nostro, con molti errori. Abbiamo provato a rispondere con il nuovo giornale messo in edicola il 28 aprile scorso. Addio all'elegante formato americano, ecco il giornale che state leggendo più compatto nella formato, per tagliare i costi di carta e stampa (nel 2006 il prezzo della carta è aumentato principalmente per il caro-petrolio dell'8,5% e rischia di salire oltre l'11% entro dicembre), e più soggettivo nei contenuti, in particolare con la pagina 2 riservata agli editoriali e ai contributi dei lettori. Una scelta che scarta con il resto del panorama editoriale italiano.
Un giornale che ha dato nel primo mese segnali positivi, ma che non bastano più. Come non bastano più i 5.892 abbonamenti in essere tra postali, coupon e web, un record nella storia della nostra impresa ma al di sotto dell'obiettivo dei 7.000 indicato da Valentino Parlato all'inizio della campagna 2005-2006, nello scorso novembre. Un obiettivo mostruoso, verrebbe da dire.
Salviamo il mostro. Perché sappiate che questo nostro esperimento antimercato rischia di chiudere. Noi ce la mettiamo tutta ma la risposta spetta a voi lettori de il manifesto e ai non lettori che tuttavia pensano che questo giornale sia un utile personaggio nella commedia, o tragedia, che stiamo vivendo.
come contribuire
On line con carta di credito
oppure
Italia
telefonicamente con carta di credito, chiamando il numero 06 68719888 dalle ore 10:30 alle 18:30
estero
con un bonifico bancario sul conto corrente: Banca Popolare Etica – Agenzia di Roma ABI 05018 - CAB 03200 - C/C 000000535353 - CIN K IBAN: IT40 K050 1803 2000 0000 0535 353, intestato a Emergenza Manifesto
Sono chiuso in casa da tre settimane per terminare un romanzo, senz´altra compagnia se non quella del mio cane Zarko e del mare, felice tra i miei personaggi, ma dalle prime ore di domenica, ho cominciato a ricevere delle telefonate dei miei amici e amiche del Cile.
«Prepara i calici», mi dicono dal mio lontano paese. Ho pronta una bottiglia di Dom Perignon in frigorifero. È un riserva speciale e me la regalò a questo fine il mio caro amico Vittorio Gassman una sera a Trieste. «Spero che la berremo insieme», mi disse in quell´occasione e sarà così, perché a casa mia c´è un calice che porta inciso il suo nome.
Alla radio, una voce dice che il tiranno sta davvero male e che, a quanto pare, stavolta la Parca se lo porterà all´inferno degli indegni, anche se noi cileni non ci fidiamo mai delle repentine malattie che lo colpiscono ogni volta che deve affrontare la giustizia.
Vorrei essere in Cile tra i miei cari e condividere con loro la spumeggiante allegria di sapere che finalmente finisce l´odiosa presenza del vile che ha mutilato le nostre vite, che ci ha riempito di assenze e di cicatrici. Pinochet non solo ha tradito il legittimo governo guidato da Salvador Allende, ha tradito un modello di paese e una tradizione democratica che era il nostro orgoglio, ma in più ha tradito anche i suoi stessi compagni d´armi negando che gli ordini di assassinare, torturare e far scomparire migliaia di cileni li dava lui personalmente, giorno dopo giorno. E come se non bastasse, ha tradito i suoi seguaci della destra cilena rubando a dismisura e arricchendosi insieme al suo mafioso clan familiare.
L´ex dittatore paraguayano, Alfredo Stroessner, è morto poco tempo fa nel suo esilio brasiliano, pazzo come un cavallo, dichiarando persone non gradite in Paraguay cento persone al giorno i cui nomi estraeva dall´elenco del telefono di Sau Paulo. Pinochet, invece, muore simulando una follia che gli permette fino all´ultimo minuto di fare assegni e transazioni internazionali per nascondere la fortuna che ha rubato ai cileni. Muore amministrando il suo bottino di guerra con la complicità di una giustizia cilena sospettosamente lenta.
Smette di respirare un´aria che non gli appartiene, di abitare in un paese che non merita, tra cittadini che per lui non provano altro che schifo e disprezzo. Ma muore, e questo è quello che importa.
La sua immagine prepotente di "Capitán General Benemérito", titolo di ridicola magniloquenza che si autoconcesse, svanisce nella figura dell´anziano ladro che nasconde il suo ultimo furto tra i cuscini della sedia a rotelle. Ma muore, e questo è quello che importa.
Prima di tornare al mio romanzo, apro il frigorifero e palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell´orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell´esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un´ombra sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno.
(traduzione di Luis E. Moriones)
Nel programma di governo 2006-2011, con cui l’Unione ha vinto le elezioni, sta scritto: «Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi n. 276 e 360 che moltiplicano le tipologie precarizzanti. Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato». Di fronte a un impegno così esplicito, sono tanti gli elettori dell’Unione, ed i lavoratori precari, ad aver l’impressione che nei sei mesi trascorsi il governo su questo tema non si sia speso a sufficienza. Sembra che nella finanziaria alcuni provvedimenti anti-precarietà vi siano, ma a parte il fatto che la legge cambia ogni ventiquattr’ore, i loro possibili effetti, sepolti in un testo di insondabile complessità, appaiono incomprensibili alla gran maggioranza degli interessati.
E bisogna dar atto al ministro del Lavoro Cesare Damiano, cui sono state rivolte critiche sicuramente ingenerose, di avere utilizzato la normativa vigente per temperare da subito gli aspetti più negativi della legge 30. Però dal governo di cui è membro molti si aspettavano che ponesse subito mano, più che ad una serie di correttivi della legge vigente, alla elaborazione d’una nuova legge complessiva sul lavoro che ne sappia cogliere le novità ma tuteli anche alcune fondamentali acquisizioni che la precedente generazione di lavoratori, sindacalisti e giuristi ci avevano consegnato.
Se si pone mente allo scarto che gli elettori, compresi quelli precari, avvertono tra il programma dell’Unione e le realizzazioni da essa compiute finora per migliorare la situazione del mercato del lavoro, non dovrebbe apparire poi così scandaloso che alcuni esponenti del governo abbiano partecipato ad una manifestazione il cui senso sta nell’invitare l’insieme del governo a darsi una mossa per affrontare di petto, e presto, la questione del lavoro precario. Una legge generale per il lavoro, e contro la precarietà, sarebbe stato a ben vedere un impegno da affrontare nei primi cento giorni di governo. Ne sono trascorsi ormai più del doppio, ma se non si cambia marcia, in tema di legislazione sul lavoro, si rischia di finire per affrontare la questione a metà 2007 se non più avanti. Centomila precari in piazza mandano a dire che non si può più aspettare tanto nel mettere in pratica quelle quattro righe del programma dell’Unione.
È arcinoto che nel governo vi sono al riguardo posizioni differenti. Da un lato coloro che credono sia possibile e utile mantenere la flessibilità dell’occupazione mirando a evitare, per mezzo di più efficaci ammortizzatori sociali (termine e concetto orrendi, ma tant’è), che essa si trasformi in precarietà del lavoro e della vita. Dall’altro quelli che credono invece che l’occupazione con data di scadenza a breve appuntata sul petto della persona al lavoro - poiché a questo equivalgono i contratti atipici e i contratti a tempo indeterminato - si configuri implacabilmente come un’anticamera della precarietà. Al fine di ridurre le distanze tra gli uni e gli altri potrebbero forse servire un paio di considerazioni che traggono anch’esse lo spunto dalla manifestazione di Roma.
La prima è che le dimensioni del problema lo hanno ormai trasformato da circoscritto problema del mercato del lavoro a vasto problema sociale e politico. Per quanto sia arduo valutarne con precisione il numero - come si fa, per dire, a contare quelli che hanno una partita Iva imposta da un padrone che poi li fa lavorare come dipendenti? - si può stimare che il numero complessivo dei lavoratori che a vario titolo hanno un’occupazione con data di scadenza, per lo più a breve termine, si aggiri sui tre milioni e mezzo-quattro milioni. Inclusi i familiari, le persone direttamente toccate sono quindi almeno il doppio, sette od otto milioni. Almeno un terzo dei precari lo sono da lustri o decenni. Tutti vanno incontro, e per parecchi l’evento non è lontanissimo, a pensioni miserande, dell’ordine del 30% o meno di un salario medio. Siamo dinanzi, in altre parole, a un gigantesco processo di esclusione ed emarginazione sociale che riguarda almeno il 15 per cento della popolazione italiana. Senza contare coloro che hanno un lavoro stabile, ma che l’ansia trasmessa dalla visibilità e diffusione dell’occupazione precaria sta ponendo in stato di forte disagio. In ambito politico simili processi preparano la strada a due scenari: un massiccio astensionismo elettorale, o il successo di qualche rinnovato pifferaio di Hamelin.
Chi non abbia orecchio per il tasto politico, dentro l’Unione, potrebbe forse ascoltare quello economico. La diffusione dell’occupazione precaria equivale a scaricare ogni giorno migliaia di camion di ghiaia nei complessi ingranaggi dell’economia contemporanea, ovvero, per chi preferisca metafore high tech, a introdurre gran copia di virus devastanti nelle sue reti informatiche. L’economia richiede oggi più che mai formazione continua; sviluppo di culture del lavoro e dell’impresa condivise; assunzione di responsabilità del lavoratore in tema di tempi e qualità del prodotto; motivazione personale a lavorare con scrupolo e lealtà derivante dalla sicurezza dell’occupazione, del reddito, dei propri diritti sul lavoro. Giusto le sicurezze, tangibili e misurabili, che secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro definiscono il lavoro decente. Se si offre ad alcuni milioni di persone un lavoro indecente, ossia precario, perché viola tutte o quasi le suddette sicurezze, non ci si lamenti poi che la produttività del lavoro è troppo bassa, e la competitività delle imprese è scarsa.
Lo stesso giorno della manifestazione di Roma è stato raggiunto l’accordo tra governo e sindacati per il rinnovo del contratto per il pubblico impiego. È una buona notizia. Era un accordo atteso e necessario. Tuttavia, data la concomitanza dei due eventi, qualche precario potrebbe magari pensare che il governo un minimo di attenzione in più poteva riservarla anche a lui (o lei). E qualche solerte critico dei sindacati potrebbe per una volta aver ragione - una soltanto - se si affrettasse a ripetere, come suole, che i sindacati sono forti nel difendere le istanze di chi ha un lavoro stabile, e alquanto fiacchi quando si tratta di sostenere coloro che un lavoro stabile se lo sognano.
Se leggete i grandi giornali italiani vi convincete di questo: l’Italia è sull’orlo del comunismo. I riformisti hanno ceduto di schianto, la sinistra radicale detta legge, e così si afferma quel principio di “vendetta sociale” - o almeno, come dicono i più moderati, di “rivincita sociale” - che è l’esatto contrario del riformismo e porterà il paese alla rovina perché fermerà lo sviluppo e la produzione della ricchezza.
Queste cose le dice Berlusconi? Non solo lui, le dicono i commentatori del “Corriere della Sera” e della “Stampa” (ma anche di “Repubblica” e, ovviamente, di tutti i giornali di destra), lo dicono prestigiosi e seri intellettuali, anche di centrosinistra, lo dice - per esempio - un sofisticato e serio analista dell’economia italiana come Mario Deaglio. E’ proprio lui ad usare questa formulazione sfumata (“rivincita sociale”) per correggere appena la più cruda “vendetta sociale” denunciata da Berlusconi. In che consiste questa rivincita o vendetta? Nell’idea idea - che effettivamente è stata sommessamente avanzata dalla sinistra - di prevedere alcuni modesti meccanismi di redistribuzione della ricchezza - usando lo strumento fiscale - dopo un quindicennio che ha visto un massiccio spostamento di denaro dai salari ai profitti e alle rendite. Volete qualche cifra? Eccole qui. Negli ultimi venti anni è successo questo: i salari e gli stipendi, che costituivano il 60 per cento della ricchezza nazionale ai primi anni ’80, ora sono poco più del 40 per cento. Profitti e rendite, che erano circa il 40 per cento, ora sono circa il 60 per cento. Che vuol dire? Che profitti e rendite si sono mangiati, più o meno, la metà del monte salari. Una enormità, uno spostamento gigantesco, un rovesciamento degli equilibri sociali. La sinistra ora ha proposto una piccola - minuscola - correzione fiscale (che sta dentro l’idea liberale, non comunista, della progressività del prelievo fiscale, cioè di una proporzionalità tra ricchezza e tasse da pagare) e la correzione consiste in questo: chi guadagna più di 70 mila euro all’anno - e quindi non fa la fame - dovrà pagare di tasse (solo sugli euro che guadagna in più rispetto ali 70 mila) una tassa più alta (del 10 per cento) rispetto a quella che tocca a chi guadagna trenta o quaranta mila euro. Quali saranno le conseguenze? Che chi guadagna 80 mila euro dovrà pagare, ogni mese, una trentina di euro in più di tasse, chi guadagna 90 mila euro dovrà pagare circa 60 euro in più di tasse al mese, chi guadagna più di 150 mila euro all’anno dovrà pagare 100 euro in più al mese. Secondo voi un signore che guadagna 150 mila euro all’anno se ne accorge di quei cento euro di tasse in più?
Rifondazione comunista ha affisso ai muri un manifesto molto spiritoso, mi pare, che dice: “anche i ricchi piangano”. Piangano: al congiuntivo “esortativo”. Io però non credo, francamente, che nessuno piangerà per quei cento euro...
Ieri la Guardia di finanza ha scoperto, nel foggiano, un giro di immigrati clandestini che lavorava per dieci ore al giorno a raccogliere pomodori per uno stipendio lordo, più o meno, di 500 euro al mese. Cercate bene la notizia sui giornali di oggi, da qualche parte la troverete, senza grandi toni di indignazione, perché le possibilità di indignazione sono state tutte già esaurite nelle 10 o 15 pagine precedenti, per denunciare questa assurda pretesa del governo di “punire” i ricchi col salasso da 50 o 100 euro ( e pare che mettano anche una odiosa tassa sui gipponi di lusso...).
Il bello è che tutta questa indignazione è sostenuta da una considerazione politica: la presa d’atto della resa dei riformisti. Dicono i giornali che i riformisti hanno alzato bandiera bianca di fronte ai radicali e hanno rinunciato alla politica di rigore, che invece dovrebbe essere una loro caratteristica. Ma cos’è una politica di rigore? Facile da spiegare: è una politica che invece di imboccare la “facile strada” di prendere i soldi ai ricchi, sceglie la via coraggiosa di ridurre lo stato sociale e di peggiorare la condizione di vita dei poveri. Questo è rigore, questo è riformismo vero. Lo dice anche Deaglio. Non si illudano gli operai di poter continuare a usufruire dei loro privilegi (non è uno scherzo: dice proprio così...). Io penso che se un tipo come Turati (ve lo ricordate Turati, quello con la barba lunghissima e il cilindro, il padre del riformismo italiano) sentisse che oggi i veri riformisti sono quelli che vogliono smantellare lo stato sociale, poveretto, gli prenderebbe una sincope e morrebbe un’altra volta.
Mi chiedo: dove sta scritto che rafforzare anziché smantellare lo stato sociale, e redistribuire (assai modestamente, per altro) le ricchezze, riducendo magari un pochino la povertà, sia la tomba dello sviluppo? Negli anni ’30 non fu Stalin ma un presidente americano, un certo Franklin Roosevelt, che decise - di fronte alla depressione e alla recessione - di dare un impulso poderoso al welfare e di tentare delle politiche di redistribuzione. Non era mica un allievo di Bertinotti e di Giordano, e non aveva Ferrero tra i suoi ministri....
Se non si è embedded, coperti e rincalzati dall'esercito americano, non ci si muove da casa, può essere pericoloso. Se si è embedded, tutte le cause sono buone per muoversi. Siccome gli Usa avevano invaso l'Afghanistan e l'Iraq, siamo volati in ambedue i paesi, che fosse una aggressione o no, che sia una occupazione o no, che ne sia venuta una guerra civile o no. Siccome al confine fra Israele e Libano gli Usa non vanno, si scopre che interporsi fra due paesi in conflitto può essere pericoloso e chi ce lo fa fare? Questa sarebbe guerra e quelle sono missioni di pace.
Le persone e i partiti più curiosi si scoprono adepti di quel pacifismo che hanno dileggiato fino a ieri. E anche qualche pacifista trova che è meglio non mettersi in mezzo: il solo rispettabile, a parer mio, è Gino Strada, che preferirebbe una folla disarmata a quindicimila soldati, perché lui sta in mezzo sempre, ad aggiustare ossa rotte e cicatrizzare ferite e cercare di salvare le vite (e perciò è considerato un eversivo). E avrebbe anche ragione, ma una forza civile di interposizione non c'è.
C'è per una volta la disponibilità dell'Onu, c'è una accettazione di principio delle due parti, Libano e Israele, il primo, demolito dal secondo, la chiede con urgenza - e si continua a traccheggiare? E si ignora che in Libano gli Hetzbollah stanno alla tregua mentre Israele continua raid e bombardamenti finché la forza multinazionale non ci sarà, e qualsiasi rimprovero le venga dal Palazzo di vetro non lo sente?
Siamo stati accusati di essere antieuropei perché abbiamo giudicato indecoroso il trattato che doveva essere la base costituzionale del nostro continente. Oggi siamo noi sbalorditi della sua incapacità di metter assieme la forza di interposizione proposta dall'Onu. La Francia che se ne pretendeva l'alfiere e doveva impegnare 2.000 uomini sui 15.000 giudicati necessari, s'è ricordata che sta entrando in campagna elettorale per le presidenziali e senza arrossire ne manda duecento.
La Spagna più di 700 non ne mette, e fanno 900. La Germania non ne mette nessuno per un certo comprensibile pudore che un soldato tedesco si trovi di fronte, anche per un semplice controllo, un soldato israeliano. La Gran Bretagna di Blair manda i suoi sempre e solo dietro gli Usa. L'Italia s'è impegnata per 3.500 uomini, a certe condizioni che apparentemente sono garantite. Ma ci staremmo, noi gli spagnoli e i duecento francesi soli soletti? D'Alema si dà da fare. Nessun altro, anzi Rutelli mette il bastone fra le già fragili ruote. Quale stupenda prova di solidarietà e saggezza l'Europa sta dando! Come sospettavamo essa esiste soltanto come Banca centrale, moneta unica, libero mercato e coordinamento di polizie. Il resto è nulla.
Peggio, quel che da cancellerie e media stiamo sentendo sono argomentazioni invereconde, a coprire il fatto che chi se ne frega se il Libano è fatto a pezzi. In ogni caso Beirut ha la colpa di albergare i terroristi di Hetzbollah. Noi che difenderemmo l'esistenza di Israele, se fosse messa in causa, con le nostre persone - perché la libertà degli ebrei è un valore nostro - siamo convinti che gli Hetzbollah sono stati creati dalla infausta invasione israeliana del Libano nel 1982.
Senza questa e senza l'occupazione della Palestina dal 1967 ad oggi, non avremmo due forze islamiche e islamiste elette dai due popoli fino al governo, perché sono le sole a costruirne e reggerne la rete civile e sociale. Essi riempiono un vuoto che è stato colpevolmente creato. Israele sembra non rendersi conto ancora dei guasti che ha fatto in Medio Oriente, essa che poteva esserne un lievito. E continua a farne: quale altro paese potrebbe sequestrare la metà d'un governo democraticamente eletto? Chi altro sta da quaranta anni fuori dai propri confini?
La politica di Israele semina odio e poi lo teme. Il tutto senza che il mondo batta ciglio perché tanto, se lo batte, Tel Aviv resta indifferente, convinta come è di avere il più forte esercito di tutto il Medio Oriente e alle sue spalle quello più forte del mondo, cioè il Pentagono? È bene che una presenza internazionale sconsigli alla resistenza armata di Hetzbollah di lanciare missili e razzi, cosa che già adesso ha cessato di fare - dico con intenzione resistenza armata perché Hamas e Hetzbollah non c'entrano affatto con Al Qaida - ed è bene che il solo fatto di esserci, impedisca a Israele di fare raid nel Libano del sud come sta ancora continuando a fare, non senza minacciare un secondo round. Bisognerebbe interporsi anche fra Israele e Palestina, altro che muri. Finché le Nazioni Unite non riusciranno a impedire i conflitti e sanzionarli, conteranno sempre meno. E quanto all'Europa, non si capisce perché dovrebbe essere presa sul serio.
Due notizie piuttosto sconvolgenti. La prima. In un lontano sistema solare, in una sperduta galassia, su un piccolo pianetino, c'è un ministro della giustizia che si compiace e si complimenta perché un condannato ha saputo «spaventare i giudici». È un inedito in tutto l'universo che unministro della giustizia si rallegri perché i giudici sono stati intimiditi. La seconda notizia: quel lontano sistema solare è il nostro, la galassia, il pianetino, e persino il povero paese è il nostro. E si capisce che anche il ministro della giustizia è «nostro», Clemente Mastella: forse dovremmo farcene una ragione. Commentando le sentenze della giustizia sportiva, il famoso ministro della giustizia premette che parla «da tifoso», e già questa è una scemenza grossa (può un ministro della giustizia parlare da tifoso? O da alpinista? O da caciocavallaro?). Poi, commentando la sentenza - un po' più leggera con la squadra di Berlusconi che con le altre coinvolte - dice, papale-papale: «Berlusconi alla fine è stato bravo perché l'hamessa sul piano politico. E, forse i giudici si sono trattenuti. Magari si sono anche spaventati un po'». Naturalmente la libertà di parola comprende l'eventualità che si pronuncino solenni puttanate, e nessuno può farci nulla.Ma che un ministro della giustizia applauda il condannato perché se l'è mezza cavata spaventando i giudici rischia di aprire scenari imprevedibili e interessanti. In sostanza lo si può leggere come un accorato appello: imputati, condannati, indagati (purché potenti, s'intende), il consiglio del guardasigilli della nazione è di buttarla in politica e spaventare i giudici. È vero che il precedente ministro della giustizia era un «padano rinato» e i giudici li intimoriva lui in prima persona, cosa che era altrettanto enorme.Ma non si era cambiato segno? Non si erano vinte le elezioni? Non si era riportata in auge la «questione morale» con annessi e connessi, tra i quali - credevo - la regola aurea di non spaventare, intimidire, imbavagliare o delegittimare i giudici? C'è di peggio. Dice Mastella: «Parlo da tifoso. Dico quello che penso». Insomma, non solo lo dice, che sarebbe il meno, ma lo pensa pure! Mi sembra evidente che su quel povero pianetino il governo «di sinistra» abbia un piccolo problema. Come chiamare sennò il capo del pollaio che si complimenta col lupo perché intimidisce le galline?
Tito Boeri, docente ordinario alla Bocconi di Milano, direttore della Fondazione Rodolfo De Benedetti e fondatore del sito di informazione economica lavoce.info, non ha dubbi: se si dovesse disegnare una nuova mappa dei poteri economici in Italia bisognerebbe partire dai «futuri ex monopolisti, i managers a capo di società privatizzate in settori che dovevano essere liberalizzati, ma che sono rimasti in condizioni di monopolio». Sono i padroni dell'energia, del gas e dei trasporti, per certi aspetti anche quelli delle telecomunicazioni. «E' inutile nascondersi - dice Tito Boeri - gruppi come Eni, Enel, Snam rete gas e Autostrade, pur di mantenere le loro posizioni di monopolio, impongono costi molto elevati all'intero sistema economico. Si spera che il governo Prodi riesca a farli diventare ex-monopolisti perché il governo guidato da Silvio Berlusconi è stato molto accondiscendente nei loro confronti».
Un giudizio molto netto il tuo.
Non potrebbe essere altrimenti. I gruppi di cui stiamo parlando sono figli di una trasformazione incompiuta. Alle (parziali o totali) privatizzazioni dovevano seguire le liberalizzazioni dei settori chiave dell'economia, ma queste non sono mai avvenute o non si sono istituite autorità forti di regolazione dei mercati.
Che cosa dà così tanto potere ai futuri ex monopolisti?
In alcuni casi è la presenza dello Stato nell'azionariato. La timidezza con la quale i governi hanno gestito la liberalizzazione è determinata anche dal fatto che lo Stato incassa lauti dividendi dalle società partecipate. In altri casi sono gli azionisti privati ad essere fortemente rappresentati nel processo politico, a differenza degli utenti.
Mi puoi fare un esempio?
Prendiamo il caso del gas, da cui poi derivano anche i costi della bolletta elettrica, perché l'elettricità è generata in gran parte bruciando il gas. Il gruppo Eni sembra opporsi in tutti i modi ai tentativi di aumentare la capacità di importazione di gas. Questo fa lievitare i costi, ma nessuno si attiva per impedire che i proprietari e gestori della rete remino contro il paese. Non lo fa il Tesoro, che potrebbe intervenire, dato che controlla l'impresa. Non lo fa Confindustria, di cui Eni è grande contribuente. Si limita a tuonare contro i prezzi dell'energia, ma non usa fino in fondo il proprio potere cogente nei confronti di un associato.
Secondo te il governo Prodi ha qualche possibilità di cambiare rotta?
Lo spero. Il disegno di legge Bersani, il cosiddetto Bersani 2, chiede una delega per, me lo auguro, attuare vere liberalizzazioni in questo settore. Utile che ci fossero segnali in questa direzione nel Dpef. Negli ultimi Dpef di liberalizzazioni proprio non si parlava. Misura evidente dell'importanza attribuita al problema dal Governo Berlusconi.
E gli altri futuri ex-monopolisti?
Autostrade Spa continua a operare potendo imporre agli utenti pedaggi molto elevati. Nel libro «Oltre il Declino», di cui sono curatore assieme a Riccardo Faini, Andrea Ichino, Giuseppe Pisauro e Carlo Scarpa, abbiamo ricordato che nel 2002 i Nars, un gruppo tecnico di valutazione del Cipe, aveva espresso parere favorevole all'abbassamento delle tariffe autostradali, ma alla fine si sono accettate pressoché in toto le proposte di aumento dei pedaggi formulate da Autostrade Spa. E il titolo in borsa è balzato alle stelle
Da dove nasce questa anomalia?
Dalla liberalizzazione sono nati soggetti economici che hanno il potere economico e la forza politica per bloccare i passi successivi. Questi gruppi hanno una forte influenza sul potere politico.
Vi è poi una seconda anomalia, legata alla devolution all'italiana. Il decentramento ha dato molti poteri alle Regioni e ai Comuni e questo trasferimento di poteri ha rafforzato i poteri economici locali che, dalle società municipalizzate al commercio, sono in grado di bloccare le liberalizzazioni.
Noterai che non ho inserito tra i grandi poteri economici, molti grandi gruppi industriali. Questi, dopo l'introduzione dell'euro, non essendo più protetti dalle svalutazioni competitive, sono impegnati in una lotta di sopravvivenza che, peraltro, è una battaglia competitiva dell'intero paese. E' un esempio del fatto che, quando cambia il contesto in cui le imprese operano, queste possono diventare forza motrice anziché palla al piede del Paese. Sempre che lo stato non ceda alle richieste di aiuti, ma il potere di contrattazione di questi gruppi si è molto affievolito
Come ha agito il governo Berlusconi verso i nuovi poteri?
Come dicevo, il governo Berlusconi non ha fatto nulla per la liberalizzazione dei mercati. L'ex presidente del consiglio forse non ha voluto rischiare di perdere coesione nella sua maggioranza (i cui parlamentari erano nella maggioranza avvocati, notai, commercianti e liberi professionisti) e ha sempre agito con orizzonti molto brevi, non realizzando i grandi vantaggi che sarebbero derivati per l'economia del paese dalla liberalizzazione di questi settori.
E il governo Prodi quante possibilità ha di riuscire a scalfire il potere dei nuovi monopoli?
Direi che il governo Prodi ha più possibilità di lavorare in direzione di una liberalizzazione delle professioni e, spero, abbia la lungimiranza di intervenire nell'energia. A differenza del governo Berlusconi, legato a doppio filo ai lavoratori autonomi, Prodi rappresenta maggiormente il lavoro dipendente, un'area sociale che è meno ostile a una maggiore concorrenza nei servizi e nelle professioni.
Un'ultima domanda che esula dall'argomento di questa intervista ma che ha molto a che fare con i temi di cui ti occupi da sempre: il mercato del lavoro. Che cosa si deve fare con la legge Biagi, abolirla, rifarla, modificarla?
E' un tema delicato. In un articolo comparso su lavoce.info Pietro Garibaldi ed io abbiamo proposto un «sentiero verso la stabilità» che faciliti l'ingresso nel mercato senza creare precarietà e segregazione. I problemi strutturali del nostro mercato del lavoro sono tutti legati all'ingresso. Difficile entrare nel mercato del lavoro formale per giovani in cerca del loro primo impiego e per donne dopo la maternità o lunghi periodi passati a lavorare a casa. Ma è difficile rientrare anche per chi è costretto a uscirne durante una fase di una vita che diventa sempre più lunga. Il rientro è difficile anche per chi sceglie di stare per un po' fuori dal mercato, cosa che avverrà in modo sempre più frequente. Per non fare deprezzare il nostro capitale umano in un percorso lavorativo che non può che allungarsi assieme alla vita vissuta, si può avere bisogno di prendere, ogni tanto, dei «periodi sabbatici». Deve essere possibile entrare prima, uscire e poi rientrare, senza trovarsi di fronte a ostacoli insormontabili.
Non è stata e non poteva essere - come pure Berlusconi si augurava - la marcia dei 40.000 quadri Fiat del 1980: ma è stata una manifestazione che sarebbe un grave errore sottovalutare. Non erano due milioni, ma erano comunque moltissimi e poi, la cosa a mio parere più importante, rappresentavano una parte rilevante dell'attuale società italiana.
Non bisogna dimenticare che nelle ultime elezioni politiche lo scarto tra centrosinistra e centrodestra è stato modesto; dobbiamo avere sempre presente che nella società italiana di oggi il berlusconismo è una cultura diffusa; e tanto meno si deve dimenticare che nell'elettorato di centrosinistra è cresciuta la tentazione dell'astensionismo. Certo, c'è stato lo sforzo organizzativo e ci sono stati i soldi di Forza Italia, ma sarebbe assolutamente erroneo e controproducente definire «vacanze romane» la giornata di ieri.
L'adunata in piazza San Giovanni è stata una cosa seria. Molto presente e vivace (anche con Gianfranco Fini in motocicletta) era Alleanza nazionale, ma poi c'erano - più numerose e preoccupanti - le famiglie di Forza Italia (nel suo discorso Berlusconi ci ha ubriacati di familismo).
Il discorso di Berlusconi, protagonista e «santo» della giornata, è stato assolutamente vuoto. Non ha osato avanzare nessuna proposta appena credibile di politica: solo slogan dopo slogan. Ma è stato un discorso dichiaratamente eversivo. L'attuale governo - ha detto - non solo è contro il popolo, ma non ha più la maggioranza e si fonda sulla «barbarie comunista»; addirittura, in un impegno di demagogia, Berlusconi ha chiesto la riconta dei voti delle ultime elezioni politiche. Sempre nei giochi della politica, che ci sono stati anche a piazza San Giovanni, Fini ha insistito, per alzarne il prezzo, sulla sua fedeltà. Ma poi Berlusconi lo ha costretto a far pace con Alessandra Mussolini. I soliti giochi - nei quali Casini subisce un insuccesso.
E il centrosinistra, accusato di essere il borseggiatore dei cittadini, che dice? Debbo confessare che mi viene il sospetto - certamente cattivo e spero sbagliato - che, così come Prodi si regge su Berlusconi, anche Berlusconi si regga su Prodi. Se così fosse, povera Italia.
Ma torniamo al centrosinistra. Non può prendere sottogamba - come mi pare abbia fatto Prodi - la giornata di ieri e le centinaia di migliaia di persone che erano a Roma. Ma non può neppure mettersi a far concorrenza a Berlusconi. Dovrebbe avere - e può ancora riuscirci - delle posizioni nette: sull'economia, sul fisco, sul lavoro, sulla scuola e su tutto il resto. E dovrebbe avere anche la forza di mandare un messaggio di moralizzazione della politica.
Conterà poco dal punto di vista della contabilità nazionale, ma sarebbe pur sempre un messaggio di fuoriuscita dalla cultura berlusconiana che in questa fase infetta il paese. Le persone che affollavano ieri piazza San Giovanni - mosse certamente dagli egoismi della cultura berlusconiana - a un messaggio forte di moralizzazione, credo, sarebbero sensibili.
Non è facile capire cosa sta succedendo di questi tempi a Napoli. Non è facile neanche trovare il bandolo della matassa: l'origine del malessere che sta avendo la sua tragica espressione negli ammazzamenti di giovani da parte di giovani e altri fatti di sangue. Ma c'è di peggio: comincio ad avere il dubbio che non ci sia neanche tanta voglia di capire. E questo non solo per l'alternativa davvero insensata tra invio dell'esercito o rafforzamento della polizia. L'esistenza stessa di questa alternativa implica l'assunto che si tratti solo ed esclusivamente di una questione di repressione. Questo è al contempo sbagliato e crudele. D'altro canto né un giovane poliziotto inesperto, né un ragazzetto militare, per quanto bullo (io preferisco quelli spaventati), possono agire con efficacia in un contesto a loro estraneo, in situazione in cui la strada o il vicolo sono sotto il controllo di criminali.
Ho misurato le parole e non ho parlato di «controllo del territorio da parte della criminalità organizzata», come fanno solitamente non solo i giornalisti sbruffoni,ma anche spesso le autorità statali e amministrative (e almeno queste ultime per coerenza dovrebbero dimettersi per manifesta incapacità).
Una sorta di comodo «cupio dissolvi» va ora di moda a Napoli. Sembra di rileggere La pelle di Malaparte. Tutto è camorra e la camorra fa tutto: esporta cadaveri cinesi, produce prodotti contraffatti per miliardi in Campania e li vende in tutto il mondo, organizza le elezioni e fa le stragi. Su questo sono tutti d'accordo. Viene perciò da chiedersi che ci stiano a fare il governatore o i dirigenti della dogana o quelli della guardia di finanza. E con questo non voglio neanche dire che «c'è una parte sana della città». Già ce lo racconta tutta la stampa ma la cosa è in parte ovvia in parte neanche del tutto vera. Cos'è la parte sana della città? Quella che abita al Vomero( e ha mostrato di essere seccata perché il quartiere è raggiungibile con la Metropolitana da Scampia) o a Posillipo e si limita a praticare il crimine in colletto bianco? O i berlusconiani per bene collusi con gli ambienti camorristi?
Un altro fondamentale elemento di confusione riguarda il discorso sulla cultura e la mentalità. Essa discende dalla distinzione tra parte sana (quella borghese, la parte per bene) e parte corrotta: parte legata alla camorra e soprattutto lontana dallo stato. Le chiacchiere sullo spirito di clan contrapposto alla civicness di Putnam (che mancherebbe a Scampia) hanno anch'esse invaso i giornali nazionali. A Napoli avrebbe vinto la cultura della camorra, la cultura dell'antistato (dimenticando gli stretti nessi tra camorra e stato).
Che ci sia una perdita di fiducia nelle istituzioni a Napoli mi sembra fin troppo ovvio ed evidente. La fiducia è durata fin troppo con i tassi di disoccupazione registrati in città. E per quel che riguarda un giovane o una donna di Scampia non si può certo imputare alla loro mentalità il fatto che non trovino lavoro. La cosa non ha neanche a che fare genericamente con la «latitanza delle istituzioni», ma con l'assenza di uno straccio di politica economica e per l'occupazione in una città devastata dalle dismissioni (così bene descritte da Ermanno Rea). E ancora per quel che riguarda i giovani, anziché raccontare i record nei tassi di abbandono scolastico nei quartieri - come si dice ora - «a rischio » bisognerebbe da subito investire sulla scuola e sul doposcuola. Mentre ora sta per saltare (per colpa delle beghe nelle clientele locali) il progetto chance. Altro che esercito. Bisognerebbe inviare maestri. O perlomeno permettere di lavorare a quelli che già ci sono. Prima che di ordine pubblico, l’emergenza è sociale.
Intervista a cura di Tommaso Rondinella e Duccio Zola
Quando inizia a parlare Vandana Shiva le sue parole hanno il tono pacato dell'argomentazione. Ma quando arriva al cuore della sua riflessione, il timbro di voce diventa più imperioso, come chi è talmente sicura di ciò che sta sostenendo che deve dirlo con forza e foga. Laureata in fisica quantistica e in economia, ricercatrice per molti anni, Vandana Shiva fa parte di quegli «scienziati dai piedi scalzi» che a un certo della loro vita hanno lasciato i laboratori per verificare gli «effetti collaterali», cioè le conseguenze delle loro ricerche e scoperte. Per questa indiana nata in uno stato nel nord dell'india, il punto di svolta è stato quando si è imbattuta in un progetto della Banca mondiale che aveva distrutto l'economia locale di una regione indiana.
Da allora, infatti, ha abbandonato la ricerca scientifica per dare vita nel 1982, assieme ad altri ricercatori, al «Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». Il primo risultato della sua nuova attività di studiosa è condensato dal libro Sopravvivere allo sviluppo (Isedi). Da allora ha pubblicato molti saggi, tutti estremamente critici verso la «globalizzazione neoliberista», di cui vanno ricordati Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica (Bollati Boringhieri), Biopirateria. Il saccheggio della natura e saperi locali (Cuen), Vacche sacre e mucche pazze (DeriveApprodi), Il mondo sotto brevetto (Feltrinelli) e Le guerre dell'acqua (Feltrinelli).
In Italia per un ciclo di conferenze - è stata ospite del forum della campagna Sbilianciamoci e ha partecipato alla rassegna Torino Spiritualità - abbiamo incontrato Vandana Shiva e con lei abbiamo parlato del suo ultimo libro Il bene comune della Terra, da poco uscito per Feltrinelli .
Nel tuo libro descrivi la relazione tra questo modello di globalizzazione economica e il diffondersi di terrorismi e fondamentalismi. Puoi illustrarci questo legame?
Ciò che cerco di evidenziare sono i percorsi che generano una cultura di «sfruttabilità», basata sul poter disporre di tutto e tutti perché a ogni cosa e a ognuno è assegnato un prezzo. Questa condizione, economica e culturale allo stesso tempo, cambia il modo in cui pensiamo l'uno all'altro e in cui ci mettiamo reciprocamente in relazione, ed è all'origine di innumerevoli conflitti. Essa favorisce l'affermazione di «identità in negativo», basate su un atteggiamento escludente, che rifiuta l'altro.
Questo modello di sviluppo che nega diritti, marginalizza ed espropria è alla radice di fondamentalismo e terrorismo. Innesca una processo che non è insito in nessuna cultura, ma che si alimenta quando vengono create persone «usa e getta». Per fare un esempio, la crescita indiana che si legge sui giornali di tutto il mondo nasconde espropri di terra mai visti prima. E la terra sequestrata è quella dei piccoli contadini, dei più poveri. Le terre vengono poi acquistate a prezzi irrisori dalle grandi compagnie transnazionali, che così possono produrre a prezzi stracciati. Questo sta causando massicce migrazioni verso le città, dove le popolazioni sradicate, senza terra né lavoro, si aggiungono alle masse di disperati che affollano le periferie, causando un aumento dell'instabilità.
Da tempo sostieni la necessità di un controllo diretto sulle risorse e sui beni comuni attraverso una «localizzazione dell'economia» e una ridefinizione dei confini della democrazia. Cosa implica sul piano politico questa concezione?
Rispetto alla mia idea di democrazia, il modello neoliberista di globalizzazione non è altro che il dominio di istituzioni sovranazionali non democratiche e ostaggio di poche, potentissime multinazionali. La distanza è un fattore che isola. Ecco perché la pratica della localizzazione, del mettere al centro gli interessi e le legislazioni locali, riveste un'importanza fondamentale. La localizzazione permette di assicurare giustizia e sostenibilità. Ciò non significa che ogni decisione debba essere presa a livello locale, ma che debba essere discussa e approvata anche a livello locale: le decisioni migliori si prendono laddove il loro effetto può essere percepito più chiaramente.
E' importante sottolineare che questo principio costituisce un imperativo ecologico. Le crisi ambientali che affliggono il nostro pianeta derivano da un disconoscimento del ruolo delle risorse naturali. Per risolvere queste crisi è necessario che le comunità locali recuperino il controllo delle proprie risorse per costruire un'economia sostenibile. Riconquistare i beni comuni comporta dunque la necessità di poter esercitare un controllo sulla gestione statale delle risorse, delle decisioni e delle politiche di sviluppo economico. Ma al tempo stesso è necessario riprendere possesso delle risorse privatizzate dalle multinazionali attraverso gli accordi del Wto e i programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.
Nel tuo ultimo libro denunci l'esistenza di un genocidio ai danni di donne e piccoli agricoltori...
In India mancano all'appello 36 milioni di donne a causa dell'aborto selettivo praticato sui feti femminili. Nel mondo la cifra raggiunge i sessanta milioni. Il feticidio è la diretta conseguenza dell'esclusione delle donne da un sistema produttivo basato sull'agricoltura industriale, sul consumismo, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita umana. Questo avviene nelle regioni agricole, ma soprattutto nelle zone urbane o suburbane. A Dehli troviamo il più alto tasso di alfabetizzazione e i redditi più elevati di tutta l'India, e allo stesso tempo il maggior numero di violenze sulle donne, a partire da stupri, molestie sessuali e morti per dote. Il censimento del 2001 registra a Dehli 140 mila bambine sotto i sei anni in meno rispetto alle tendenze demografiche.
Parallelamente, lo sviluppo dell'agricoltura industriale, basata su costosissime tecnologie, sul massiccio impiego di fertilizzanti e pesticidi chimici, e sull'imposizione delle sementi geneticamente modificate, causa il fallimento dei piccoli agricoltori incapaci di sostenere i costi e la concorrenza di questi metodi. Solo nel 2004, 16.000 contadini si sono tolti la vita in India. I suicidi dei contadini poveri derivano dall'indebitamento, provocato dall'aumento dei costi di produzione e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. I suicidi sono l'esito inevitabile di una politica agricola che protegge gli interessi del capitalismo globale e ignora quelli dei piccoli agricoltori. Per questo io non parlo di suicidi, ma di genocidio.
La rete contadina Navdanya, che hai fondato e che coordini, si propone come un'alternativa per i piccoli contadini indiani minacciati dalle multinazionali del settore agroalimentare. Quali sono le vostre pratiche e i vostri obiettivi?
Navdanya significa «nove semi», un nome che evoca la ricchezza della diversità e il dovere di difenderla di fronte all'invasione delle biotecnologie e delle monoculture dell'agricoltura industriale. Insieme ai brevetti che monopolizzano i diritti sulla proprietà intellettuale introdotti dal Wto, dalla convenzione sulla biodiversità e da altri accordi commerciali, le biotecnologie riducono la diversità delle forme di vita al ruolo di materie prime per l'industria e i profitti. I semi geneticamente modificati intrappolano i piccoli agricoltori in una gabbia di debiti e menzogne. Per questo li chiamo «semi del suicidio». Essi sono resi sterili in modo tale che non possano riprodursi e debbano venire acquistati dai contadini ogni anno a caro prezzo. I brevetti dei semi sono di proprietà di multinazionali come la Monsanto, che in questo modo si appropriano della fonte di vita e dei diritti di due terzi dell'umanità.
Per far fronte a questa situazione Navdanya, che oggi conta quasi 300 mila agricoltori, ha creato delle economie locali alternative che controllano i processi di produzione e distribuzione degli alimenti e tutelano i produttori locali. I contadini della rete adottano coltivazioni biologiche differenziate che proteggono la fertilità dei terreni e la biodiversità, evitando l'uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. In questo modo si migliora la produttività e l'apporto nutritivo dei raccolti, recuperando anche il 90% dei costi di produzione. Le entrate sono tre volte superiori a quelle degli agricoltori che si servono di prodotti chimici, non vengono prodotti rifiuti tossici e danni alla biodiversità. Inoltre, il sistema di commercio equo che regola la distribuzione dei prodotti ci protegge dalla insicurezza dei mercati e delle speculazioni finanziarie. Coltivazione organica e commercio equo offrono invece sicurezza sul piano delle scelte alimentari, della salute e della stabilità. In questo modo tutti - agricoltori, ambiente e consumatori - ricavano un grande beneficio.
Di fronte a una situazione così grave, riesci a indicare una possibile via d'uscita?
Cento anni fa in Sudafrica, Gandhi rifiutò la segregazione razziale, affermando il diritto di non obbedire a leggi ingiuste. La disobbedienza civile implica la scelta della nonviolenza e della non cooperazione pacifica. Credo che anche oggi questa sia la strada da seguire, a cominciare dalla resistenza alla brevettazione dei semi indiani. In India è in discussione una legge che potrebbe portare alla proibizione dell'utilizzo di sementi proprie da parte dei contadini. Sementi che da migliaia di anni vengono conservate e trasmesse - di generazione in generazione e di raccolto in raccolto - verrebbero così bandite per far posto alla commercializzazione di semi prodotti nei laboratori di multinazionali come la Monsanto, e venduti a caro prezzo. Noi sappiamo che le varietà di sementi indigene, conservate e selezionate localmente, rappresentano la nostra garanzia ecologica ed economica, perché sono in grado di adattarsi perfettamente alle condizioni climatiche e geologiche delle diverse regioni indiane. Non si possono criminalizzare centinaia di milioni di piccoli agricoltori che non sono disposti a sottomettersi al modello agricolo imposto dalle multinazionali. Per conquistare la nostra libertà economica e politica è necessario guardare ancora una volta a Gandhi, alle sue idee di autogoverno e autoproduzione locale.
Nei tuoi interventi dimostri sempre come sia possibile rimpossessarsi dei beni comuni, attraverso degli esempi concreti. Come quello della mobilitazione contro la Coca Cola in Kerala...
Un esempio che dimostra le possibilità di vittoria da parte del movimento democratico globale. La lotta ha avuto inizio nel 2000 dalle donne di Plachimada, un piccolo villaggio del Kerala sede di uno stabilimento della Coca Cola. Uno stabilimento che era arrivato a consumare un milione e mezzo di litri d'acqua al giorno e a produrre siccità in tutta l'area circostante, da sempre ricca di acqua. A questo si deve aggiungere l'inquinamento prodotto dagli scarti produttivi e la contaminazione dei terreni. Le donne hanno cominciato ad assediare i cancelli dello stabilimento, a organizzare manifestazioni e sit-in, coinvolgendo tutte le comunità della regione. Si è così deciso di ricorrere all'Alta Corte di Giustizia del Kerala. Che ha dato ragione alle donne di Plachimada, con una storica sentenza che sostiene il carattere di bene pubblico dell'acqua: nel 2004 il governo regionale è stato costretto a chiudere lo stabilimento. Questo ha prodotto una moltiplicazione delle lotte in tutta l'India, e la formazione di una campagna nazionale di boicottaggio nei confronti di Coca Cola e Pepsi. Ad oggi più di cinquecento tra villaggi, scuole e università e si sono dichiarate «Coca Cola e Pepsi Free». Questa vicenda dimostra ciò che Gandhi ci ha insegnato: solo prendendo coscienza delle nostre responsabilità si possono ottenere i diritti, solo iniziando a vivere liberamente si può ottenere la libertà.
C'è un dato di fatto da cui bisogna partire per fare il punto sulla crisi libanese ed è il rapporto tra il governo di Beirut e Hezbollah, il partito di Dio: non si tratta di un rapporto conflittuale. Il Libano è un'entità statale debolissima, frazionata in diverse etnie e soprattutto in diverse comunità religiose (e tribali): maroniti, drusi, sunniti, sciiti. Hezbollah è molte cose insieme: un partito politico, una struttura assistenziale, un'associazione di previdenza e di mutuo soccorso, un centro di iniziative economico-industriali ed anche un'organizzazione militare. Infine un insediamento territoriale. La sua base popolare è sciita e rappresenta il quaranta per cento della popolazione, cioè la maggioranza relativa del paese. Fa parte del governo di Beirut ed ha la presidenza del Parlamento. Nel territorio che sta tra il fiume Litani e il confine tra il Libano e Israele tutti i comuni di città e di villaggi sono amministrati da sindaci di Hezbollah.
Quel lembo di terreno fu per molti anni la sede dell'Olp e dei palestinesi profughi dalla valle del Giordano dopo la guerra dei Sei giorni. Nell'82 furono espulsi e da allora, cioè da ventiquattr'anni, al loro posto ci sono gli sciiti di Hezbollah. Uno Stato nello Stato? O una marca di confine di un'entità geografica in cui perfino Beirut è divisa rigidamente in quartieri separati tra loro in lotta?
Il rapporto tra governo nazionale e Hezbollah ricorda per molti aspetti quello tra i curdi del Kurdistan iracheno e il governo di Baghdad: entità separate ma interconnesse attraverso la finzione d'un governo nazionale "democraticamente" eletto. Scrivo democraticamente tra virgolette. Di fatto nell'Iraq post-Saddam Hussein, così come in Libano, le elezioni sono avvenute su base religiosa e tribale. Con una differenza fondamentale: dietro il governo iracheno ci sono centoquarantamila soldati americani, dietro quello di Beirut c'è il nulla. Ma dietro Hezbollah c'è la Siria e, più lontano, l'Iran sciita. La Siria non è sciita. I suoi rapporti con l'Iran non sono affatto idilliaci. Ma i due paesi hanno un nemico comune: l'America e Israele, visti come un'unica entità. Anche Hezbollah ha quello stesso nemico. Se vogliamo allargare il quadro, anche Hamas considera Israele e America come il suo nemico.
Hamas non è un movimento sciita, i palestinesi non sono sciiti e fino a qualche tempo fa erano la popolazione araba meno coinvolta in dispute religiose. Ma ora il cemento islamico è diventato un punto d'appoggio e di consenso.
La struttura di Hamas ricorda per molti aspetti quella di Hezbollah: è un partito politico, una struttura educativa e assistenziale ed ha un braccio armato. Da un anno ha conquistato attraverso libere elezioni la maggioranza del Parlamento ed ha formato un governo. Un governo senza Stato, se si esclude Ramallah e la striscia di Gaza. Questo è lo stato dei fatti. E per tornare alla crisi libanese, il governo e l'esercito non hanno alcuna intenzione e alcuna possibilità di disarmare Hezbollah. Nelle medesime condizioni si trovano l'Unifil, i caschi blu dell'Onu presenti nel sud del Libano; e altrettanto si dica quando i caschi blu saranno quindicimila anziché duemila come ora: nei loro compiti non c'è quello di disarmare il partito di Dio.
La soluzione, ha detto Kofi Annan, non è militare ma politica. La stessa cosa hanno detto Chirac, Prodi e con lui D'Alema e Parisi.
Che cosa significa?
* * *
Israele e Bush hanno iscritto Hezbollah tra i gruppi terroristi censiti dalle loro "intelligence" ma questa rappresentazione non sembra corrispondere alla realtà. Non risulta infatti che il partito di Dio educhi le milizie al terrorismo e alla cultura kamikaze. Né che nelle file di Hezbollah ci siano infiltrazioni di Al Qaeda che tra l'altro è di confessione sunnita. Le milizie del partito di Dio sono una forza di guerriglia, bene addestrata e armata per la guerriglia. Con un'arma in più: i razzi a corta gittata e a scarsa precisione di puntamento. Forniti ovviamente dall'esterno.
La scommessa politica è quella di "legalizzare" le milizie di Hezbollah facendo loro indossare le spalline dell'esercito regolare libanese. Formalmente questo sarebbe il disarmo politico: quelle milizie, entrando a far parte dell'esercito regolare, metterebbero le loro armi al servizio del governo di Beirut e del comando militare libanese. Insomma sarebbero "assorbite" dalle strutture legali di quel paese. A questa soluzione stanno lavorando le Nazioni Unite, l'Italia, la Francia, i paesi arabi "moderati" e il governo di Beirut. Nella sostanza non ci sarebbe alcun assorbimento ma una partecipazione di Hezbollah al potere militare di Beirut, attualmente in mano ai maroniti.
Comunque Hezbollah - che già fa parte del governo Siniora - vi sarebbe inserito assai più profondamente. Acquisterebbe più potere ma insieme anche maggiori responsabilità. Interne e internazionali. La scommessa dei trattativisti è insomma di costituzionalizzare Hezbollah, come è stata quella di costituzionalizzare Hamas. Questa seconda scommessa per ora è fallita per responsabilità congiunte di Hamas e di Israele. Ma per costituzionalizzare veramente Hezbollah è necessario ottenere che il partito di Dio rinunci alla protezione siriana oppure che la Siria sia d'accordo e a sua volta allenti i suoi legami con l'Iran.
Chi deve trattare con Hezbollah o con la Siria o con tutti e due? Bush? Olmert? L'Europa?
* * *
La struttura portante del governo italiano, e cioè Prodi D'Alema Parisi, è perfettamente al corrente di questi dati di fatto, dei rischi della missione libanese, del pericolo che i caschi blu restino intrappolati da una rottura della tregua che avvenga sulle loro teste obbligandoli a un frettoloso quanto catastrofico rientro oppure ad un intervento armato contro entrambi i contendenti. Francamente impensabile.
Nonostante tutto ciò e nonostante il ridimensionamento della presenza francese nella spedizione dei caschi blu, il governo italiano sembra ormai deciso a contribuire alla forza Onu con un robusto contingente militare. Di più: sembra orientato ad assumere il comando di quella forza quando a febbraio scadrà il turno di comando francese dell'attuale forza Unifil.
Le regole d'ingaggio trasmesse ieri dall'Onu ai governi interessati sono state giudicate positivamente da Prodi. La pressione sulla Francia affinché superi la fase di marcia indietro dei giorni scorsi, continuerà nelle prossime ore. Si spera che Chirac superi l'opposizione dei suoi generali. Ma se ciò non avvenisse che farà il governo italiano? I nostri soldati partiranno egualmente per Tiro?
Sotto comando francese o, fin da subito, sotto comando italiano? Che cosa avverrà nel nostro Parlamento quando alla vigilia dell'ipotetica partenza il governo presenterà il decreto che autorizzi e finanzi l'operazione?
* * *
Al momento il nostro ministro della Difesa è il più prudente. E' comprensibile. Le cautele dei militari si scaricano soprattutto su di lui. Prodi e D'Alema puntano sulla scommessa politica che si riassume in tre condizioni:
1. La disponibilità di Nasrallah a fare indossare alle sue milizie le spalline dell'esercito regolare.
2. La disponibilità del governo d'Israele ad accettare come disarmo di Hezbollah questo passaggio formale.
3. L'apertura d'un serio negoziato tra Israele, Usa, Europa da una parte e il governo siriano di Assad dall'altra.
La prima di queste tre condizioni è la più facile (o la meno difficile) da risolvere, ma le altre due sono difficilissime anche perché la loro connessione con la questione palestinese è evidente. Trattare con gli Hezbollah continuando a guerreggiare con Hamas è una chimera. A questo punto il problema libanese e quello palestinese sono strettamente intrecciati. L'accordo tra Hamas e Abu Mazen di formare un governo palestinese di unità nazionale potrebbe essere un passo positivo, ma la decisione di Israele di rinviare "sine die" il ritiro dalla Cisgiordania va nella direzione opposta.
La crisi incombente sul governo Olmert sposta la situazione interna israeliana più verso destra che verso sinistra, più verso la guerra che verso la pace. Tony Blair è completamente afasico, mentre questo sarebbe per lui il momento di ridare al suo paese un ruolo decisivo. Quanto al Parlamento italiano, l'opposizione e una parte della maggioranza sono ancora ossessionate dall'idea che spetti all'Onu di disarmare Hezbollah.
Conclusione: Prodi, D'Alema, Parisi, hanno tra le mani una patata non bollente ma addirittura incandescente. Se almeno la Francia tornasse in campo... se Damasco trattasse con l'Europa...
Chi la pensa come noi dichiara di essere un vero amico d'Israele e un vero amico dell'America. Ma da molto tempo in qua sia Israele sia l'America diffidano dei loro veri amici. E' disperante ma è così. Senza di loro la pace è in un vicolo cieco nel quale è estremamente rischioso infilarsi.
QUANDO l’amministrazione Bush decise di rispondere con due guerre all’attentato terrorista dell’11 settembre, non furono pochi in America coloro che pensarono, attraverso le scelte del Presidente, di rifare in pochi anni il Medio Oriente e tutta l’area circostante cui venne dato il nome di Grande Medio Oriente. Immaginarono di poterlo finalmente democratizzare, e dunque pacificare in maniera stabile. Immaginarono un’ampia zona composta di Stati amici dell’America e in pace con Israele: una zona che dalla Palestina s’estendeva fino agli Stati petroliferi, nel Golfo; e fino ai margini dell’Asia centrale, in Afghanistan. Ci furono momenti in cui sembrò che un vecchio sogno abitasse le menti del governo Usa: il sogno di far rivivere il Patto di Baghdad (l’organizzazione denominata Cento), che Washington stipulò nel 1955 con Iraq, Turchia, Pakistan, Iran, ai fini di contenere l’espansione sovietica e di creare in Asia centrale una Nato parallela. Il patto si rivelò futile, anche perché concepito senza ripensamento alcuno sui colonialismi passati: tre anni dopo fallì - quando il partito Baath rovesciò la monarchia irachena - e nel ’79 venne definitivamente sepolto dalla rivoluzione iraniana. Quel che accadde dopo, gli Stati Uniti non solo non l’hanno mai accettato. Non l’hanno neppure capito, non hanno intuito l’emergere degli integralismi islamici, e di conseguenza non hanno saputo edificare una politica verso i nuovi attori di Medio Oriente e Golfo. Le loro sole armi furono, lungo i decenni, prima il corteggiamento di dittatori come Saddam poi la guerra distruttiva contro lo stesso Saddam. Una guerra che doveva appunto ricostruire il Grande Medio Oriente e garantire la potenza amica che è lo Stato d’Israele, forte dell’atomica ma incapsulato in uno spazio arabo sempre più islamizzato e radicale.
Quel che sta accadendo in questi giorni, con le truppe israeliane che si trovano a dover bombardare e occupare di nuovo il Libano per fronteggiare le aggressioni di Hezbollah contro il proprio territorio, è segno che il nuovo Grande Gioco Usa è fallito, trasformandosi in dannazione per Israele stesso. Due guerre e l’assenza di politica statunitense hanno avuto come risultato il radicalizzarsi del mondo arabo, la creazione in Iraq di una vasta base terrorista, l’ascesa di Hamas in Palestina, la decisione di Hamas e Hezbollah di unire le forze e stringere Israele in una tenaglia. Sullo sfondo, infine, hanno facilitato l’emergere impavido della Siria e quello mortifero di Ahmadinejad in Iran. La stessa rivoluzione dei cedri in Libano, che Washington e gli europei hanno tanto caldeggiato senza avere una sola idea su come farla riuscire, ha partorito uno Stato inetto, fintamente indipendente da Siria e Iran, incapace di esercitare sul proprio territorio il monopolio della violenza: il potere di Hezbollah nel Sud libanese è stato tollerato dagli occidentali e dagli europei che le rivoluzioni magari le favoriscono, ma non sanno comprenderle né gestirle, anche quando l’Onu impone risoluzioni e ordina, come in Libano, il disarmo di milizie incontrollate.
Il risultato - pessimo per gli Stati Uniti - è catastrofico per Israele. Il suo esercito resta il più potente nel Grande Medio Oriente, e si sente protetto in extremis dall’atomica. Ma la sua forza di dissuasione è compromessa gravemente e i suoi punti deboli son conosciuti e sfruttati dall’avversario. La guerra mondiale contro il terrore ha rafforzato i nemici di Israele, ha acutizzato il loro estremismo, ha liberato la loro parola, le loro provocazioni. È quello che molti amici di Israele, anche in Italia, sottovalutano. Non vedono come sia stato esiziale puntare tutto sulla strategia antiterrorista Usa. Non vedono i compiti immani che ha davanti Israele: il tempo oggi davvero lavora contro di lui, il ritiro da tutti i territori e un negoziato con Hamas diventano sempre più urgenti. Non vedono neppure quel che l’Europa può fare, per darsi una politica alternativa a quell’americana senza però abbandonare a se stesso Israele. Chi accusa Israele di avere una reazione sproporzionata (lo sostiene la maggioranza del centrosinistra in Italia) giudica assennatamente ma non guarda lontano e soprattutto non ripercorre con spirito critico quel che è successo negli ultimi anni: uno Stato così accerchiato, con la dissuasione a pezzi, ha poche alternative quando vede che perfino le azioni ragionevoli - ritiro dal Libano nel 2000, ritiro da Gaza nel 2005, volontà sia pur ambigua di ritirarsi da parte della Cisgiordania - non calmano l’avversario ma ne eccitano i trionfalismi distruttivi.
La dissuasione israeliana è pericolante perché il suo alleato, l’America, è al suo fianco solo verbalmente e chissà per quanto tempo ancora. L’America di Bush non esce rafforzata ma indebolita dalla lotta globale al terrore: non può fare politica, in questa zona che per l’Occidente è essenziale per motivi storici ed economici. Non può aiutare Israele a uscire dal pantano, non può inviare emissari-mediatori capaci di convincere gli avversari di Israele, perché gli Stati Uniti sono invisi nel mondo arabo come di rado in passato. Non può neppure contare su Egitto e Giordania, due moderati oggi impotenti. Al suo stesso interno, infine, cresce l’insofferenza verso una politica che negli ultimi anni si è alleata senza discernimento a Israele, condividendone gli errori e permettendo che si diffondesse in America stessa la paura di una lobby ebraica troppo influente, esigente. La voce di Bush in queste ore è forte nel difendere il diritto di Israele a esistere e difendersi. È flebile, drammaticamente non dissuasiva, sul piano dell’azione politica e diplomatica.
Anche la voce degli Europei è flebile, nonostante il loro prestigio sia più forte nell’area araba e nonostante le pressioni esercitate da anni su Israele, perché negozi più speditamente il ritiro completo dai territori. Ma anche essi non hanno fatto politica. In particolare, hanno fatto pochissimo per stabilizzare il Sud del Libano e permettere al governo di Beirut di liberarsi delle milizie terroriste. Anche la Chiesa ha pesanti responsabilità. Quando Benedetto XVI critica la natura sproporzionata del contrattacco israeliano e denuncia la violazione della sovranità libanese, nasconde una verità che pure conosce: non è sovrano uno Stato che governa i propri confini attraverso una milizia terrorista, manovrata e finanziata da Siria e Iran. I cristiani libanesi che in cambio di potere hanno stretto patti con Hezbollah, accettando che governasse le frontiere e le trasformasse in una ferita purulenta, sono partecipi delle odierne derive.
C’è qualcuno che guarda ai recenti avvenimenti con palese soddisfazione, o comunque con la certezza di poter profittare del presente vuoto di potere. Questo qualcuno, corteggiato nelle ultime ore a San Pietroburgo, è l’anfitrione del vertice dei Paesi industrializzati Vladimir Putin. Il Presidente russo ha in mano molte armi. Ha scommesso sul fallimento del Grande Gioco americano, coltivando al contempo rapporti con radicali e integralisti: con Hamas, Hezbollah, Siria, Iran. Può parlare con loro, cosa che Bush non può e che gli Europei non tentano: non è lontano il giorno in cui il Cremlino diverrà il nostro rappresentante-garante nel Golfo e Medio Oriente. Ma soprattutto, Putin ha in mano l’arma assoluta: il petrolio e il gas, di cui può divenire fornitore esclusivo, alternativo, tanto più capriccioso politicamente. I prezzi alti del greggio non son dovuti solo alla crisi nel Medio Oriente ma non sono senza rapporti con le sue patologie, e il petrolio venduto a carissimo prezzo è nell’interesse non solo economico ma strategico e politico di Mosca. È attraverso il petrolio che la Russia di Putin sta ridiventando superpotenza, in un’epoca che vede scricchiolare la dissuasione nucleare e politica degli occidentali.
Con questa Russia l’Europa dovrà ora trattare, ma essendo cosciente che i disegni del Cremlino non puntano necessariamente alla stabilità: né economica, né politica. Dovrà trattare sapendo che non basta sposare le tesi di Putin in ogni circostanza, a cominciare da quel che Mosca dice sulle reazioni sproporzionate di Israele in Libano. Sapendo che la lotta al terrorismo è stata brutale e fallimentare anche in Russia, come dimostra la Cecenia. Avere Mosca come garante della stabilità internazionale è una tentazione forte, per il nostro continente. Ma non è un’alternativa rassicurante, finché gli europei continueranno a cercare con il Cremlino speciali rapporti bilaterali, e rinvieranno il momento in cui l’Unione si dà una politica estera, militare ed energetica comune. È stata Washington a far uscire il mondo fuori dai cardini, ma per gli europei la consolazione è magra. Spetta a loro cominciare ora a far politica, senza aspettare che sia un’altra potenza come quella moscovita, non ancora democratica e esistenzialmente interessata agli odierni sconquassi, a far politica al posto nostro e in nostro nome.
Curzio Maltese Il diktat dei partiti sulla tv di Stato
RAI. Il centrosinistra diviso tra inciucio e Prodi. Da la Repubblica del 22 giugno 2006
D’accordo che il coraggio uno non se lo può dare e Don Abbondio si conferma un punto di riferimento sicuro per il centrosinistra. Ma almeno alla Rai, dopo cinque anni di urla e strepiti sull’occupazione berlusconiana e nel mezzo della solita «emergenza morale». ci si poteva aspettare dalla maggioranza un guizzo riformista, qualcosa di sinistra, il segnale di una svolta. E’ invece arrivata la nomina di Claudio Cappon alla direzione generale. Un ritorno all’insegna del meno peggio e di quel democristianissimo «tirare a campare» che è già diventato lo slogan della maggioranza, a soli settanta giorni dalla vittoria elettorale.
Naturalmente non è in questione la persona. Claudio Cappon è un manager serio, onesto, capace, che non è poco nel quadro di devastante squallore offerto dalla classe dirigente nazionale, sempre più simile al cast di un film dei fratelli Vanzina (ma più volgare). E’ terrificante piuttosto il metodo.
Un’orgia partitocratica, si sarebbe detto un tempo. Un’orgetta di partiti e soprattutto partitini, puniti dagli elettori ma più arroganti che mai, ben rappresentata dal teatrino di un consiglio d’amministrazione formato parlamentino, incaricato dalle segreterie di silurare i candidati troppo «movimentisti» (si fa per dire: Perricone, Minoli e altri) per approdare infine al solito inciucio sul nome più innocuo, almeno sulla carta. Quello che piace a tutti, da Sgarbi a Bertinotti, da La Russa a Rutelli, da Confalonieri a Petruccioli, insomma al salotto trasversale che poi si ritrova la sera da Vespa e non vuole sorprese, perché la Rai indipendente non s’ha da fare. Prodi puntava su Perricone, che aveva il torto di essere sgradito a Mediaset, per come aveva diretto la Sipra. Il Cda pur di non candidarlo si è inventato una falsa rosa di nomi, aggiungendo a quello di Cappon quello di un’improbabile Lorenza Lei, quasi uno sfregio al Tesoro.
La cosiddetta società civile ha ragione di sentirsi presa per i fondelli. Per cinque anni i leader del centrosinistra hanno condannato il selvaggio spoil system della destra, le segretarie di Berlusconi e Bossi nominate sul campo dirigenti della prima azienda culturale, gli amici e i parenti, meglio se cretini, piazzati ovunque a rubare stipendi e consulenze. Per cinque anni hanno partecipato a dibattiti nazionali e internazionali, sono scesi in piazza a protestare con Moretti e i girotondi, hanno giurato che quando sarebbe toccato a loro governare non avrebbero lottizzato. Si sono uniti allo slogan «giù le mani dei partiti dalla Rai», che oggi le intercettazioni di qualche portaborse hanno reso meno metaforico. Non ci voleva un gran coraggio allora per cambiare davvero la Rai, per nominare un Draghi a viale Mazzini, senza che la destra, travolta dagli scandali, potesse obiettare nulla. Ma non s’è trovato neppure quello. Con il ritratto di Don Abbondio in una mano e il manuale Cencelli nell’altra, il nuovo potere si prepara a lottizzare come prima, a moltiplicare le poltrone, nominando magari un bel torpedone di direttori e vicedirettori, un centinaio sul modello dei sottosegretari. Anzi duecento, visto che bisogna accontentare anche l’opposizione che in Rai è maggioranza nel consiglio d’amministrazione e comanda ancora, come si è capito dalla campagna refendaria.
A questo punto lanciare l’ennesimo appello alla politica sarebbe patetico. Si può soltanto sperare nelle persone. Per esempio nel fatto che Claudio Cappon trovi lui il coraggio di guidare la Rai come condurrebbe un’altra azienda. Con scelte trasparenti, professionali, libere. Senza rispondere alle chiamate dei portaborse, che oltretutto di questi tempi è pericoloso. Riportando sulla tv pubblica i censurati come Santoro, il giornalismo indipendente di Enzo Biagi. Provi a stupirci con effetti speciali. Scoprirà che si può fare, perché poi questa partitocrazia bipartisan è bollita, insensata, antistorica, insopportabile alla grande maggioranza dei cittadini, che non sono soltanto audience. Certo, sarebbe meglio appellarsi a qualcosa, piuttosto che a qualcuno. Ma la politica italiana sembra davvero troppo vecchia per riuscire a esprimere qualcosa che assomigli a un valore. Bisognerà forse aspettare un altro ceto politico, più giovane ed europeo, meno provinciale e vanziniano di questo, avido di sottogoverno, sottobanco, sottocultura.
Cosa sta succedendo al nostro Presidente? (della nostra Regione ed anche del “mio” centrosinistra). Si profilano all’orizzonte due progetti per impianti di rigassificazione e Riccardo Illy subito li appoggia entrambi, dichiarando ripetutamente che «il gas naturale liquefatto non esplode» (e non è vero). Per il Corridoio V, sposa un tracciato con ben più di 50 chilometri di gallerie triple, così difficile e costoso da rischiare di compromettere la realizzazione dell’importantissima infrastruttura. Per la preparazione del nuovo Piano territoriale regionale i suoi uffici lasciano agli enti consultati (Aziende sanitarie, Arpa, enti di ricerca etc.) quattro ore di tempo, a cavallo della festa del primo maggio, per «presentare eventuali osservazioni» finali.
Fa interpellare questi enti indicandoli pomposamente con termini gergali americani ( stakeholders) ma non sembra ascoltarli. In un’intervista ad un quotidiano nazionale, bacchetta altri che hanno i «soliti amici da sistemare» (ma sorvola su un paio di casi a lui molto vicini). Salto direttamente all’ultimo episodio. Sabato al Ridotto del Verdi, e tre giorni dopo sul Piccolo, Illy entra in dura polemica con il Municipio, con l’Associazione Azzurra, la stampa, il Burlo ed un bel po’ di concittadini. In particolare, a riprova della giustezza delle proprie scelte, rinfaccia all’ospedale di non aver indicato le «malattie rare fra le sue cinque principali linee di ricerca». Ma perché questa polemica? Che poi è di lana caprina, perché il non citarle esplicitamente non significa nulla, e certo non vuol dire né disconoscerle né rinunciarvi.
E’ infatti facile appurare che, da un punto di vista scientifico, le numerosissime malattie rare (vedi D.L. 124 del 29/4/1998) vengono spesso comprese nelle discipline mediche specialistiche che le studiano; ed è quello che ha fatto il Burlo nel suo pieghevole dei 150 anni, il cui secondo punto ne comprende molte (malattie croniche insorgenti in età pediatrica). Ma poi, vi pare che un Presidente regionale debba lasciarsi andare allo scontro duramente polemico? Ma nemmeno se avesse totalmente ragione! Questione di Stile. Viceversa, ha fatto piacere notare che l’Assessore competente, il medico Beltrame, nel suo intervento al Verdi non si è perso in polemiche.
Caro Riccardo, (il Presidente ed io siamo cresciuti nello stesso gruppo scout), pur non essendo un uomo di sinistra, nel 1992 ritenesti di proporti come candidato all’allora cosiddetto “gruppo di saggi della società civile” del nostro centrosinistra; e poi fosti nostro buon Sindaco (a parte certe cubature spropositate consentite dal tuo piano regolatore).
Lavoravi sodo, dando quasi l’impressione di continuare ad ispirarti alla nostra «Carta di Compagnia» di rover-scout, ricordi?: il rover «si rende utile senza chiedere gratitudine [...] fonda sempre i propri giudizi su dati precisi, non su voci od impressioni». La leggevamo in tutte le occasioni importanti. Governare la cosa pubblica è forse - dopo la famiglia - la cosa più importante che ti possa capitare nella vita. Visto che avevi scelto tu quella modalità, non reputi forse che - in vista delle elezioni del 2008 - sia giunto il momento di risottoporti anche al gruppo di saggi di allora? E ancora: saresti favorevole o contrario a che si tenessero le elezioni primarie anche per la Regione?
Livio Sirovich*
* (Livio Sirovich è geologo ricercatore presso l'OGS - Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale ; ha scritto ultimamente per Il Piccolo una serie di articoli, particolarmente approfonditi, sulle caratteristiche e problematiche del Corridoio 5 e sui progetti per gli impianti di rigassificazione. Scrittore, è autore di due bei libri: Cime irredente e Cari, non scrivetemi tutto) (d.v.)
La sparuta pattuglia dei mohicani ha ricevuto un inatteso rinforzo. Si tratta di Alessandro Profumo, massimo dirigente di Unicredit e principale autore del successo di quella banca che è ormai tra le prime in Europa. In un articolo di ieri sul "Corriere della Sera" Profumo ha ricordato e trascritto cifre ben note da tempo ma che acquistano speciale rilevanza quando sono diffuse attraverso giornali di vasta tiratura. Le cifre riguardano l´ammontare della spesa pubblica nelle principali democrazie europee e sono le seguenti: la spesa primaria rappresenta in Italia il 39,9 per cento del Pil, in Germania il 41,2, in Francia il 46,1. Se poi si considera quella voce al netto degli oneri sul debito pubblico, che da noi sono nettamente maggiori che in tutti gli altri Paesi dell´Unione, le cifre migliorano ancora nel senso che la nostra spesa primaria al netto degli interessi è ulteriormente più bassa di quella tedesca con un divario di circa tre punti e di quella francese con un divario di sei.
Ne consegue che la spesa corrente italiana è la più bassa in Europa salvo quella dell´Irlanda e della Spagna che spendono in rapporto al loro Pil ancora meno di noi.
Siete sorpresi da queste cifre? Giustificano il can-can che da mesi anzi da anni viene suonato e ballato da studiosi e politici di indiscussa autorità?
Non siatelo perché una spiegazione c´è. I tagli alla spesa dovrebbero servire a procurare le risorse necessarie per finanziare il risanamento del bilancio e gli investimenti destinati allo sviluppo, più o meno 25 miliardi di euro. In mancanza di quei tagli le risorse vanno reperite attraverso entrate tributarie. Per evitare tuttavia una brusca deflazione si cerca di bilanciare le maggiori entrate con diminuzione di imposte e altre provvidenze (assegni familiari, innalzamento della «no tax area») per risollevare il potere d´acquisto delle fasce deboli.
La differenza tra questa manovra bilanciata e un´altra eventuale concentrata sul restringimento della spesa sta nel diverso impatto sull´economia nazionale. Il taglio secco della spesa – al di là della doverosa eliminazione degli sprechi e dell´indispensabile riforma delle pensioni – creerebbe effetti depressivi sul ciclo economico estremamente perniciosi quando si è appena all´inizio d´una ripresa ancora timida e in presenza di preoccupanti segnali di rallentamento dell´economia americana.
Ricordo infine (per l´ennesima volta) che le maggiori entrate attese dal recupero dell´evasione non vanno considerate nel mucchio delle imposte e tasse che determinano la pressione fiscale e dovranno infatti al più presto essere compensate con diminuzione di imposte di pari importo seguendo lo slogan di «pagare tutti, pagare meno».
Avessimo ereditato un lascito meno sconquassato dalla precedente legislatura questa massima avrebbe dovuto e potuto essere adottata subito; così non è stato ma l´obiettivo della riduzione fiscale a fronte dei recuperi d´evasione deve restare un impegno primario e spetterà all´opinione pubblica di farlo valere ove mai il governo lo dimenticasse.
* * *
Resta da chiedersi il perché di quel can-can sull´ammontare nella spesa pubblica e la sottovalutazione di alcuni obiettivi di contenimento della dinamica delle uscite che compaiono in questa finanziaria. Sono stati indicati ripetutamente dal ministro dell´Economia ma la cavalleria economicistica carica gli sparuti mohicani senza darsi la minima cura di prendere atto di quelle misure che modificano la spesa rispetto a quella determinata dalla legislazione vigente.
Eppure quei provvedimenti non sono da poco. Ci sono risparmi nella spesa regionale, in quella degli enti locali, nella pubblica amministrazione centrale. L´entità complessiva di questa manovra vale all´incirca 10 miliardi.
Se dalle maggiori entrate si tengono distinte quelle imputabili al recupero dell´evasione e quelle imputate al trasferimento di una parte del Tfr alle casse dell´Inps (che serve a rendere possibile il taglio dell´Irap in favore delle imprese) si vedrà che l´insieme del quadro non è affatto così squilibrato come la grancassa della destra vuole far credere e come il qualunquismo nazionale ripete pedissequamente.
La ragione della perdita del consenso che sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza del governo dipende da varie ragioni e cioè:
1. Gli aggravi dell´Irpef sui redditi da 50 mila euro in su; aggravi modesti ma progressivi con l´aumentare del reddito.
2. Le imposte sulle rendite finanziare.
3. L´aumento dei contributi di categorie autonome.
4. La revisione degli studi di settore da concordare con gli interessati ma in ogni caso orientati al rialzo.
5. L´imposta di successione per i patrimoni superiori a 150 milioni con franchigia di un milione.
6. Il trasferimento all´Inps del Tfr per le imprese con più di cinquanta dipendenti, che ricevono tuttavia da subito una compensazione maggiore del maggior costo per il ricorso al credito bancario.
In sostanza l´Italia "modestamente" possidente è stata chiamata a contribuire "modestamente" al raddrizzamento dei dissestati conti pubblici. Contemporaneamente ha dato incentivi consistenti alle imprese. Tra il taglio dell´Irap, i crediti di imposta, gli incentivi per la ricerca, la compensazione per il trasferimento del Tfr, il sistema delle imprese avrà nel 2007 un beneficio di almeno sei miliardi che nel 2008 supereranno gli undici. Cioè un terzo dell´intera manovra.
Dunque le imprese non hanno alcuna ragione di lamentarsi. Ma gli imprenditori in quanto soggetti individuali sì, sono colpiti. Del resto se ci sono sacrifici da fare chi deve pagarli se non chi può permettersi di pagarli? I pochi ricchissimi, i numerosi semi-ricchi, gli strati superiori del ceto medio e, sia pure "modestamente", gli strati mediani.
Quando, durante i cinque anni della precedente legislatura, avvertivamo che i conti d´una dissennata politica economica sarebbero infine venuti al pettine e che tutti avremmo dovuto farcene carico, non fummo creduti. Da un certo momento in poi, però, i primi effetti di quel disastro cominciarono a materializzarsi. Da quel momento in poi il fascino berlusconiano e tremontiano sparì, gli effetti del miracolo promesso e non mantenuto determinarono un massiccio disincanto che, purtroppo per il centrosinistra, fu in parte dissipato da una campagna elettorale assai poco efficace.
Restava comunque da pagare il conto di cinque anni sciagurati. È un conto salato: 2 punti e mezzo di Pil. Non lo dico io ma tutti gli economisti indipendenti, tutti gli istituti di ricerca internazionale, tutte le autorità europee e il Fondo monetario.
Due punti e mezzo di Pil sono circa 40 miliardi di euro. E poiché l´economia europea e anche italiana sta migliorando, 5 miliardi ci sono arrivati dal cielo.
Lo ripeto: la Finanziaria è riuscita a sostenere lo sviluppo delle imprese oltre ai provvedimenti di rigore indispensabili, ma ha dovuto tassare l´Italia benestante, della quale fanno parte imprenditori, manager, quadri, professionisti, giù giù fino ai redditi da 40 mila euro.
C´era un altro modo?
* * *
Ma c´è la lotta politica e quella sì, è feroce. Usa addirittura lo spionaggio contro le persone. Si dice: robetta, spiavano Vieri, Totti, qualche velina troppo vistosa. Ladruncoli di galline, ricattatori da cortile. È vero, spiavano anche Prodi, ma anche Berlusconi. Dunque pari e patta, non c´è mandante politico, non a caso il Cavaliere ha sentenziato che si tratta di un bidone, una buffonata, un polverone per parlare d´altro. Poi, nella sua longanimità, ha offerto un governo di larghe intese del quale – ha detto – io non farò parte, tutt´al più potrò fare il ministro dei Beni culturali (?) o dello Sport (!).
Una volta ancora ha spiazzato Fini e Casini e li ha rimessi in fila. Bossi protesta perché teme che tra le ali da tagliare, oltre alla sinistra radicale, ci sia anche la Lega, ma sa che Berlusconi alla fine non lo farà.
Intanto il Cavaliere ha iniziato la campagna acquisti tra le anime tremule del centrosinistra. Ce ne sono parecchie. Qualcuno si è già venduto, qualche altro ci sta pensando. Se si tratta di deputati i prezzi sono bassi, ma se si tratta di senatori sono alti. Non si parla ovviamente di denaro ma di influenze, cariche future, salotti buoni, relazioni altolocate. Si vedrà.
* * *
È una stagione altamente istruttiva, quella attuale.
Agitata. Sanguigna. Intrigante. Le corporazioni nazionali sono tutte all´erta perché è il momento più favorevole per far valere i propri favori e le proprie richieste.
Molti amici sono turbati da strani sogni. E lo scrivono. È una maniera comoda per dar forma ad un articolo. Si può fare un sogno rosa oppure un incubo.
Giovanni Sartori ha fatto un incubo l´altra notte e ce l´ha raccontato sul grande quotidiano lombardo. Vaticinava la sconfitta di Prodi per colpa di una Finanziaria dissennata e Prodi, con in mano un coltello a serramanico, si lanciava su di lui per trafiggergli il petto. Per sua fortuna a quel punto Sartori si è svegliato. Bene. Se può interessare anch´io ho fatto un sogno. Senza paesaggio. Ho saputo che il governo era stato battuto al Senato sulla fiducia.
Napolitano aveva aperto le consultazioni. Un nuovo governo si formava. Chiedevo a destra e manca chi fossero i ministri e soprattutto il presidente del Consiglio, ma nessuno voleva dirmelo. Però – sempre nel sogno – gli avvenimenti si succedevano con implacabile logica. Per quel tanto che ricordo, la sequenza era questa:
1. Il governo si dimetteva a metà novembre.
2. Napolitano, dopo aver consultato a tambur battente i gruppi parlamentari, dava l´incarico dieci giorni dopo.
3. L´incaricato perdeva quindici giorni per ottenere un consenso bipartisan e costruire una lista anch´essa bipartisan, impresa difficilissima.
4. A quel punto l´approvazione di una nuova Finanziaria era fuori discussione e perciò si andava all´esercizio provvisorio.
5. La Commissione europea applicava immediatamente all´Italia le sanzioni previste per eccesso di deficit. I mercati spingevano i titoli tagliati al margine delle quotazioni facendo salire di alcune centinaia di punti lo spread tra i nostri titoli pubblici e quelli tedeschi assunti come punto di riferimento bancario.
6. Veniva prescritta all´Italia una cura da cavallo. La nuova Finanziaria era, quella sì, lacrime e sangue.
7. Il contratto del pubblico impiego non veniva firmato.
8. La riforma delle pensioni innalzava l´età pensionabile a 63 anni.
9. I tagli a Comuni e Regioni indicati nella Finanziaria di Padoa-Schioppa venivano mantenuti. La perequazione dell´Irpef abolita. Il Tfr restava interamente nelle mani delle imprese.
10. La Cassa Depositi e Prestiti diventava azionista di Telecom e dell´Alitalia.
11. Sotto la mia finestra passavano senza interruzione cortei vocianti e le sirene della polizia suonavano a distesa.
12. Questo, più o meno. Un governo di moderati riformisti. O di riformisti moderati. Prodi nelle segrete del palazzo di re Enzo a Bologna. Fassino dislocato in Sicilia come commissario di quella federazione del suo partito. D´Alema agli arresti domiciliari a palazzo Borghese col divieto di avere contatti con Condoleezza Rice. Parisi all´Asinara. Bertinotti, Franco Giordano e Curzi obbligati a essere presenti a tutte le trasmissioni di Bruno Vespa. Rutelli e Marini in convivenza continuativa con Ciriaco De Mita. E Pollari? Pollari nominato comandante generale dei carabinieri e della guardia di finanza appaiati.
Don Francis Darbellay, il priore dello Chateau Verdun, lo sa che c'è una legge dello Stato e una legge della Croce, e quando non coincidono non ha dubbi, sceglie la seconda. Lo sa anche una delle due nonne di Maria, che frequenta la letteratura greca e cita le parole di Antigone contro Creonte: «Ci sono delle leggi superiori a quelle degli uomini che io devo seguire». L'ambasciatore bielorusso non lo sa, e perentoriamente domanda che la corte d'appello di Genova riconosca la sovranità della Bielorussia. Le ragioni del sangue contro la ragion di Stato, il ghenos contro la Legge, come a Tebe?
Qui però non c'è un fratello da seppellire, ma una bambina da allevare; la bambina non è una figlia naturale, nelle sue vene circola sangue straniero; e la ragion di Stato non è univoca, trattandosi di una questione di confine fra due stati. Che cosa diventa la tragedia di Antigone sotto queste coordinate?
La legge bielorussa vuole che Maria sia restituita al suo paese d'origine; «senza condizioni», aggiunge l'algido ambasciatore. La legge italiana vuole che Alessandro Giusto e Chiara Bornacin, padre e madre aspiranti di Maria, rispondano del reato di sottrazione di minore. Non è perbene quello che hanno fatto, non ci si può «impadronire» di una bambina sequestrandola, e c'è una lobby di altri aspiranti genitori che non gli perdona di aver bloccato le loro pratiche di affidamento dei figli di Chernobyl rovinando i rapporti con la Bielorussia. Quell'affezione per la piccola Maria non meritava altre e più sapienti mediazioni?
I coniugi Giusto in verità non sembrano due pericolosi sovversivi. A fare le cose secondo la legge ci hanno provato: hanno ospitato Maria per la prima volta nell'estate del 2003, sono andati a trovarla nell'orfanotrofio di Vilejka, ne hanno chiesto l'adozione a gennaio del 2004. Non l'hanno ottenuta, e nel frattempo la piccola ha raccontato violenze fisiche e psicologiche accertate da medici e psicologi e ha minacciato di suicidarsi se la costringono a tornare in quell'istituto. Nascondendola in Val d'Aosta, i Giusto non si sono impadroniti di un giocattolo o di un capriccio: hanno sottratto una bambina a una legge ingiusta e a una procedura irrazionale. Non hanno neanche difeso le ragioni del sangue contro la ragion di Stato: hanno affermato le ragioni di una famiglia meticcia, non consanguinea, contro lo jus soli di una sovranità anacronistica, che si vuole padrona dei suoi bambini dentro i suoi confini, salvo cederli per brevi soggiorni; e che oggi - parola ancora dell'algido ambasciatore - privilegia le adozioni nazionali su quelle internazionali perché si sente insieme minacciata dalla denatalità e rassicurata dalla ripresa economica.
Le vacanze dei bambini bielorussi, si sa, non sono solo una questione di buoni sentimenti ma anche una questione d'affari. A causa delle tortuosità delle leggi sull'adozione, si sa, sui bambini abbandonati si svolgono talvolta loschi traffici. Quando le leggi sono irrazionali, il mercato se ne avvantaggia e non va per il sottile. Ma anche nelle pieghe del mercato nascono e crescono sentimenti, affetti, legami, che la legge colpevolmente tarda a riconoscere. E nelle pieghe della globalizzazione, dei suoi squilibri e delle sue ineguaglianze, nascono relazioni e forme sociali inedite, che la sovranità statuale si ostina a disconoscere. Né la famiglia né lo Stato sono più quelli di una volta: ci sono bambini abbandonati in patria che trovano famiglia fuori, ci sono, nella complessa galassia dei migranti, figli che lasciano madri e padri e madri e padri che lasciano i figli per trovare lavoro altrove, ricongiungimenti familiari difficili, separazioni coniugali inevitabili, amori troncati e amori trovati. E' il ghenos oltre il ghenos di oggi, quando anche lo Stato dovrebbe andare oltre lo Stato. A Genova un amore era stato trovato. Se viene troncato, la colpa è di Stato.
Le province di Roma, Milano, Torino spariranno. Le loro competenze saranno riassorbite dalle Città metropolitane, nuovi enti che si assumeranno responsabilità finora confuse e sovrapposte. È una delle novità più macroscopiche di quello che si chiamerà il Nuovo codice degli enti locali. La prima grande legge di riassetto dei rapporti tra diversi livelli di governo, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, che l'Esecutivo si appresta a varare. Nel quadro di un disegno più complessivo di svecchiamento dello Stato.
STATO PIÙ LEGGERO
Un pacchetto di riforme in arrivo in Parlamento che tende a quella flessibilità a geometria variabile, reclamata sul Corriere della Sera da Roberto Formigoni. E prevede al primo punto, come annunciato ieri dal Sole 24 ore, un ddl sul federalismo fiscale, con fondo perequativo per garantire il riequilibrio del gettito tra diverse regioni e l'avvio di definizioni di standard di spesa e di efficienza. Quindi un ddl sull'unificazione delle conferenze tra Stato e autonomie locali e uno per la riforma dei servizi pubblici locali. Puntando a riformare, con legge costituzionale, lo stesso Titolo V per riportare grandi opere ed energia sotto la competenza dello Stato.
IL CODICE
Il nuovo codice riscriverà da zero le competenze degli enti locali. Nasceranno le città metropolitane. Certe Roma, Milano, Torino e forse Napoli. Le relative province spariranno in un riassetto che ne rimpiegherà il personale. Uno statuto a parte avrà Roma Capitale. Potenziata l'attenzione alle patologie istituzionali e finanziarie degli enti locali. Per infiltrazione mafiosa potranno essere commissariati non solo organi di governo, ma anche strutture amministrative: come le direzioni degli appalti. A verificare la salute delle casse degli enti locali potrebbero essere valutatori indipendenti. Per scoraggiare il dissesto si pensa a incentivare chi si aggrega.
LA RETE
Per dare nuova linfa alle istituzioni verrà utilizzata la rete capillare delle prefetture, che fungerà anche da sensore economico e sociale. Il sottosegretario al Viminale, Alessandro Pajno, sintetizza: «Le prefetture devono diventare il front-office istituzionale del cittadino». L'idea è far nascere una serie di sportelli unici. Simili a quelli per gli immigrati. Dove, su input delle prefetture, le amministrazioni diano al cittadino l'accesso a servizi diversi in un'unica sede. «Il rinnovamento — spiega Pajno — deve partire da qui: garantire che in questo sistema complesso decisioni pubbliche e responsabilità vengano adottate con celerità».
Il taxi è un servizio pubblico di valenza strategica perché è uno dei pilastri dei sistemi di mobilità flessibile che - integrati in soluzioni intermodali con il trasporto di linea - sono l'unica strada percorribile per riportare la mobilità urbana entro un quadro di sostenibilità. Nel momento in cui, grazie al decreto Bersani, vengono ridefinite e negoziate le condizioni generali di esercizio di questo servizio è quindi opportuno inquadrarle in una visione strategica dell'evoluzione futura della mobilità urbana. Anche perché, ove si presentino situazioni di stallo tra le parti, come è avvenuto con gli scioperi dei giorni scorsi, e come potrebbe verificarsi nuovamente nel corso della trattativa, l'unico modo per venirne a capo è quello di allargare l'ambito del negoziato, chiamando in causa altre parti in causa ( stakeholder) dirette o indirette, attuali o potenziali; non solo associazioni di consumatori, e comuni, ma anche grandi utenti: imprese e enti come ospedali, impianti sportivi, scuole, università, strutture del decentramento amministrativo, comitati, associazioni, ecc.
L'obiettivo strategico della ridefinizione del servizio è lo spostamento modale di una quota crescente della mobilità urbana e periurbana dall'auto privata al servizio pubblico e dal trasporto individuale al veicolo condiviso. Condizione indispensabile perché il servizio di linea possa rispondere e fare fronte a un trasferimento ( modal shift) consistente, ancorché graduale, di passeggeri dall'auto privata è la sua stretta integrazione con modalità di trasporto flessibile: car-pooling e car-sharing, rimanendo nell'area del trasporto privato; taxi, individuale e collettivo, nell'area del servizio pubblico.
Il servizio pubblico non può infatti coprire il fabbisogno di mobilità creato dalla struttura e dall'organizzazione della città contemporanea con il solo trasporto di linea: in particolare nelle zone periferiche, nelle fasce orarie notturne e di «morbida» (cioè con poco traffico), o per particolari categorie di utenti, o in svariate circostanze saltuarie che possono intervenire nella vita di chiunque. Ma costringere il cittadino utente a tenere un'auto a propria disposizione per far fronte a questi bisogni è un invito a usarla sempre.
Di qui la necessità di un grande potenziamento dei servizi di taxi; potenziamento che tuttavia, nelle modalità della loro attuale organizzazione, incontra ostacoli quasi insormontabili, tutti riconducibili a tre categorie: il costo, la disponibilità di vetture, le modalità di erogazione.
Il costo del servizio dipende da diversi fattori: il contingentamento - e, conseguentemente, il costo di acquisizione - delle licenze; la congestione urbana - nelle metropoli italiane, maggiore che in qualsiasi altra città europea - che dilata tempi e costi di ogni spostamento; la scarsa trasparenza della tariffa, che non permette di evidenziare i ricavi netti dei tassisti, che non sono tenuti a rilasciare ricevute con valore fiscale.
Partendo da quest'ultimo punto, non c'è nessun comparto in cui sia altrettanto facile accertare costi e ricavi di un'attività economica. I tassisti vendono un solo bene (i chilometri percorsi) certificati per legge dal tassametro e acquistano pochi input (veicoli, manutenzione, assicurazione, carburante e quote associative): tutti fatturati e/o certificabili. Come tutti i lavoratori autonomi, anche i tassisti piangono miseria, ma sapere quanto guadagnano effettivamente è condizione essenziale non solo per la lotta all'evasione fiscale, ma anche per modulare le eventuali compensazioni di una riduzione o di un azzeramento del valore delle licenze. Il quale attualmente è elevatissimo e incide in misura sostanziale sulla tariffa.
E' evidente che se si vuole ridurre al minimo - compatibilmente con la salvaguardia dei diritti e delle condizioni di lavoro dei tassisti - il costo dei taxi, il valore della licenza va azzerato (le licenze vanno assegnate gratuitamente e restituite al comune quando il tassista si ritira). Ma è un'operazione che non si può fare di colpo: richiede almeno due o tre tempi, mettendo in vendita le nuove licenze a prezzi scontati (ma non all'asta: il loro valore tornerebbe su rapidamente) e destinando i proventi - come prevede il decreto Bersani - a compensare chi la licenza l'ha già pagata.
Ma non in eguale misura a tutti. I tassisti che l'hanno comprata da dieci o dodici anni se la sono già ripagata abbondantemente; quelli che l'hanno comprata da poco rischiano invece il tracollo. Le compensazioni dovranno quindi essere differenziate; e per farlo occorre un quadro chiaro dei redditi degli interessati. Dopo di che, il livello della tariffa da praticare ai clienti potrà essere oggetto di una contrattazione collettiva con la controparte, che è il comune, tenendo conto del fatto che nella remunerazione dei tassisti dovrà essere compreso il costo di un'assicurazione che consenta loro a tempo debito un'uscita tranquilla dal lavoro: cosa che attualmente viene assicurata dalla cessione della licenza.
Quanto alla congestione, è evidente che il problema non riguarda solo i tassisti, ma tutti coloro che devono spostarsi, sia con l'auto propria che con un servizio pubblico. Con un traffico scorrevole (basterebbe, per cominciare, sanzionare drasticamente il parcheggio in seconda fila) la velocità - e, quindi, anche la capacità complessiva - dei servizi pubblici, sia di linea che di taxi, potrebbe raddoppiare anche a parità di veicoli e di consumi (meno stop and go). Spostamenti più veloci, minore durata delle corse: cioè più corse e minor costo di ciascuna. Ma anche maggiore disponibilità di taxi liberi: cioè minor tempo di attesa.
La congestione, purtroppo, è un cane che si morde la coda: non si può limitare in misura sostanziale la circolazione di auto private - e, quindi, alleggerire la congestione - se non sono disponibili soluzioni alternative, a minor costo e altrettanto personalizzate (il taxi, in realtà, è più personalizzato dell'auto privata, perché fa un servizio porta-a-porta, mentre nessuno è più in grado di posteggiare la propria auto sotto casa o nei pressi delle sue destinazioni). Ma non si possono rendere disponibili queste soluzioni alternative se prima non si liberano le strade da un buon numero di auto private. Solo la moltiplicazioni di taxi a basso costo può permettere di uscire gradualmente da questo circolo vizioso.
Secondo punto: la disponibilità di vetture in circolazione. I difensori dello status quo - i tassisti - sostengono che i taxi non sono pochi, che la domanda è inferiore all'offerta, tanto è vero che loro stanno spesso fermi per una parte rilevante della giornata. Ma con le tariffe attuali la domanda non può che essere quella che è e non può aumentare: pochi benestanti, più tutti coloro che sono rimborsati da una ditta o da un ente, più qualche situazione di emergenza. Se invece le licenze fossero libere, aumenterebbe il numero dei taxi e le tariffe non potrebbero che scendere fino a ridurre i tassisti alla fame (è la legge della domanda e dell'offerta). L'utenza certo aumenterebbe, ma in questa corsa al ribasso si degraderebbe anche la qualità del servizio.
Tra i due estremi occorre trovare una mediazione a cui il mercato da solo non potrà mai arrivare. Per questo sia le tariffe che il numero di licenze devono essere oggetto di una contrattazione con le autorità municipali. Ma per farlo occorre trasparenza: i redditi dei tassisti devono essere chiari come quelli dei metalmeccanici (e lo stesso vale, ovviamente, per qualsiasi altra categoria). Lo standard del servizio deve essere uguale per tutti i taxi in circolazione: se fosse differenziato per sigla o, peggio, per marchio (nel caso di cumulo delle licenze in capo a un' impresa), la concorrenza sullo standard del servizio segmenterebbe l'offerta e si frantumerebbe la domanda (tra chi aspetta il taxi buono, e chi cerca quello a minor costo) e l'aumento delle licenze non comporterebbe più alcun vantaggio.
Comunque, se si riflette sui costi della situazione attuale, ci si accappona la pelle. Come ha già notato il liberista Giavazzi (ma non lasciamo ai liberisti il monopolio del buonsenso!) l'Italia sta spendendo cento miliardi di euro - in realtà sta solo lasciando un debito in eredità ai nostri figli - per l'alta velocità: un treno che tra Milano e Roma farà guadagnare poco più di un'ora; che poi si perde aspettando un taxi per mezz'ora sia all'arrivo che alla partenza. Lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto senza alta velocità, e con un po' di taxi in più.
Quanto all'organizzazione del servizio, il divieto del cumulo delle licenze è una salvaguardia della qualità del servizio, oltre che garanzia per le condizioni di lavoro dei tassisti. Introdurre in questo campo il lavoro salariato o, peggio, l'affitto a giornata del «medaglione» (la licenza), come succede negli Stati uniti, è come tornare alla mezzadria o alla colonìa in agricoltura: parassitismo, sfruttamento e inefficienza.
Ma per quanto riguarda le modalità di erogazione del servizio, oggi ne esistono praticamente solo due: l'attesa del cliente al posteggio e la chiamata, o la prenotazione, telefonica del radiotaxi. Molti regolamenti comunali prevedono anche soluzioni di taxi collettivo, ma a parte qualche corsa per l'aeroporto, chi le ha mai viste? Nelle grandi città italiane i tassisti non vogliono neppure il numero unico per le chiamate, moltiplicando così - a spese del cliente - i tempi di attesa per l'arrivo di una vettura.
Eppure il taxi collettivo - accanto a quello individuale, che continuerà a esistere per le situazioni di emergenza e per i clienti che se lo possono permettere - è la vera soluzione per abbassare drasticamente il costo delle corse e per rendere il taxi una modalità di trasporto alla portata di tutti: per lo meno nelle situazioni in cui il trasporto urbano e periurbano di linea non è economicamente né ambientalmente sostenibile (i bus che viaggiano vuoti costano, inquinano, e non servono a nessuno). Integrato a un trasporto di massa potenziato lungo le linee di forza della mobilità urbana, il taxi collettivo moltiplicherebbe l'utenza (la domanda pagante) del servizio pubblico: sia quella propria che quella del trasporto di linea; e con essa l'offerta, cioè il numero delle vetture disponibili.
Le soluzioni gestionali (tariffe a ripartizione, convenzioni con grandi utenze, corsie differenziate per destinazione e display per orientare i clienti ai parcheggi, call center unificati, ecc.) e tecnologiche (apparati di localizzazione, connessione a banda larga on board, software di gestione) per riorganizzare i servizi di taxi e consentire la condivisione della vettura tra utenti diversi con percorsi e orari tra loro compatibili sono già tutte pronte. Ma queste soluzioni molti assessori nemmeno sanno che esistono. I tassisti non le vogliono, perché a loro le cose vanno bene così. Gli utenti non le hanno mai viste e non hanno idea di come funzionerebbero.
E aspettando Godot, il prezzo del petrolio continuerà a salire. Fino a che ci ritroveremo tutti a piedi.
Le intercettazioni hanno invaso lo spazio pubblico, e pongono seri problemi di legalità. In due direzioni: la tutela della dignità delle persone (è questa la parola giusta da usare, più del riferimento alla privacy, pur indispensabile); la necessità e l´urgenza di ripristinare il rispetto di regole minime di diritto in aree che sembrano essere sfuggite ad ogni logica di legalità, con un inquietante parallelo con quanto accade in parti del territorio nazionale passate dal controllo pubblico a quello criminale. Se è giusto preoccuparsi della "gogna mediatica", è tuttavia impossibile ritenere secondario quello che, dall´estate scorsa, è sotto gli occhi di tutti.
Le vicende in Banca d’Italia e dintorni, la corruzione nel mondo del calcio e nella Rai, i commerci intorno alla sanità e alle società telefoniche, la simbolica discesa agli inferi di casa Savoia scoperchiano una miserabile Italia degli affaracci e turpiloquio, dove si negozia su tutto, dalle direzioni arbitrali alle prestazioni sessuali, dalle autorizzazioni bancarie all’uso "mirato" di trasmissioni televisive. Si scoprono mondi che si danno regole proprie e incuranti del codice penale, che costruiscono reti di protezioni e complicità.
Le inchieste giudiziarie producono solo «bolle di sapone»? Non direi basta leggere le parole sobrie e severe dedicate dal nuovo Governatore alla situazione che si era determinata nella Banca d’Italia.
Questo, ovviamente, non vuol dire che, se «l’Italia l’è malata», l’unico dottore debba essere la magistratura, costi quel costi. Una volta di più dobbiamo rifiutare la logica "sostanzialista", per cui il raggiungimento di un fine legittimo giustifica smagliature o vere e proprie violazioni delle garanzie dei diritti. Ma questo deve valere sempre, e per tutti. Va certamente rispettata la privacy di politici o veline, ma il garantismo non può scomparire, ad esempio, quando si affrontano i diversi problemi degli immigrati o dei tossicodipendenti. La legalità è un bene indivisibile.
Divenuta sempre più intricata e scottante, la questione delle intercettazioni non può essere affrontata a colpi d’accetta. Servono distinzioni e analisi accurate, soprattutto per evitare che la denuncia degli abusi si trasformi in pretesto per liberarsi di ogni forma di controllo su comportamenti sicuramente illeciti, per occultare la gravità delle situazioni che vengono rivelate.
È la vecchia storia di chi vuol rompere il termometro per non misurare la febbre. Poiché questo rischio è reale, si spiega perché Marco Pannella invochi la pubblicazione di tutto: non è solo una provocazione, è l’indicazione dell’inaccettabilità di una linea che, una volta di più, vuole distorcere le garanzie per occultare l’illecito.
Non è ammissibile, allora, il ricorso ad un decreto legge per riformare la disciplina delle intercettazioni. Il Parlamento sa da molto tempo che la questione è aperta.
Durante il primo governo Prodi, il ministro della Giustizia aveva presentato un disegno di legge; nella passata legislatura erano ben otto le iniziative parlamentari in materia; sollecitazioni precise erano venute dal Garante per la privacy. Il lungo silenzio parlamentare non è edificante, rivela un’evidente responsabilità politica.
Prima di aggredire i magistrati, i politici riflettano sulle loro inerzie. Ora è sicuramente necessario un lavoro rapido: ma la via migliore è quella del disegno di legge, che permette una reale collaborazione di tutti i parlamentari e una più efficace discussione davanti all’opinione pubblica. E, soprattutto, non si può più accettare il ricorso al decreto legge quando si tratta di diritti fondamentali delle persone.
La riforma, peraltro, non può essere ispirata ad una logica punitiva dei magistrati e dei giornalisti. Dichiarazioni preoccupate per le violazioni dei diritti, come quelle di Francesco Saverio Borrelli o di Nello Rossi, mostrano come nel mondo dei magistrati si manifesti un confortante ritorno della «cultura della giurisdizione» in molti casi sopraffatta da inclinazioni poliziesche. Questo punto va sottolineato, perché l’iter dell’annunciata riforma non può cominciare, come pure si era minacciato, da una drastica riduzione dei casi in cui è legittimo disporre intercettazioni. Ammetterle solo per i casi di terrorismo e di criminalità organizzata, infatti, significherebbe privarsi di un importante strumento di indagine, ad esempio in tutta la materia della corruzione, che è poi quella maggiormente evidente nella situazione che abbiamo di fronte. Una riforma non può costruire una nuova rete di protezione dell’illegalità.
Vero è, come ha messo in evidenza Giuseppe D’Avanzo, che il ricorso eccessivo alle intercettazioni rivela pure una inclinazione dei magistrati ad imboccare una via facile, trascurando altre tecniche investigative. Ma si tratta di questioni che non possono essere affrontate con modifiche legislative generali. Servono piuttosto specifiche regole procedurali più rigorose per quanto riguarda tempi e modalità delle intercettazioni, che possono anche favorire una maggiore consapevolezza dei magistrati, e quindi un controllo più attento delle richieste di autorizzazione a mettere i telefoni sotto controllo.
Il cuore del problema sta nella fase successiva, quella che comincia nel momento in cui il magistrato entra in possesso delle intercettazioni. Di questo era stato ben consapevole il legislatore quando, intervenendo nel 1974 proprio a tutela della riservatezza e della libertà e segretezza delle comunicazioni, aveva previsto un intervento del magistrato per stralciare e distruggere quanto appariva non rilevante a fini probatori. È questa parte della disciplina che non ha funzionato, ed è qui che bisogna intervenire.
Considerando le proposte passate e quelle avanzate in questi giorni, si può dire che ci si orienta verso un filtro più rigoroso e selettivo, che appare come la via maestra per evitare che vengano poi messe in circolazione conversazioni irrilevanti o tali da violare la riservatezza e la dignità di persone estranee all’indagine e, in circostanze particolari, degli stessi indagati. I punti da definire sono diversi e riguardano le modalità di acquisizione delle conversazioni ritenute rilevanti, alla cui definizione devono poter partecipare gli avvocati delle parti. Una volta effettuata la selezione, individuate le conversazioni rilevanti e disposta l’acquisizione, il segreto verrebbe meno e i testi potrebbero essere diffusi.
Qui, infatti, l’interesse all’informazione dell’opinione pubblica, spogliato dal puro voyeurismo, potrebbe legittimamente riprendere il sopravvento. Rimane aperta la questione se le conversazioni ritenute non rilevanti debbano essere in tutto o in parte distrutte (come prevede la norma attuale) o se, invece, debbano essere conservate in un archivio riservato.
L’istituzione di uno specifico archivio può consentire l’individuazione di un magistrato che se ne occupa, di un ristretto numero di suoi collaboratori e di procedure controllabili di accesso, facilitando così l’accertamento delle responsabilità nel caso di fughe di notizie. Ma è pure vero che, fatte salve le esigenze di eventuali riscontri successivi su documenti inizialmente ritenuti non rivelanti, proprio l’esperienza di questi mesi ci dice che vi sono conversazioni o loro parti assolutamente estranee, per protagonisti o contenuti, all’oggetto delle indagini, sicché la distruzione diviene la più opportuna forma di garanzia.
Si giungerebbe così ad una più precisa delimitazione dell’area delle conversazioni pubblicabili e si sposterebbe anche l’attenzione sulla fonte della notizia, evitando di concentrarsi solo sull’ultimo anello della catena, il giornalista, l’unico immediatamente individuabile. Ma rimane il rischio della violazione del segreto, della pubblicazione di conversazioni non ancora legittimamente acquisite, e quindi del modo in cui dovrebbe essere sanzionato il comportamento del giornalista.
Opportunamente accantonate le proposte di sanzioni penali, l’attenzione si sposta su quelle pecuniarie (che, tuttavia, possono risultare obiettivamente anche più pesanti). Ma bisogna incidere più direttamente non solo o non tanto sulla deontologia professionale quanto piuttosto sulle conseguenze visibili della violazione riscontrabili sul mezzo dove questa è avvenuta (giornale, rete televisiva, sito web). E in questa direzione il garante per la protezione dei dati personali può avere un ruolo significativo.
In passato, il garante è intervenuto tutte le volte che gli è stata segnalata la pubblicazione di brani di intercettazioni chiaramente irrilevanti per l’inchiesta e lesivi della dignità della persona. Ma questi interventi, pur importanti, non solo arrivano quando la violazione è già avvenuta, perché al garante non può essere attribuito né un ruolo incostituzionale di censura preventiva, né il compito di custode del buongusto. Sono anche poco incisivi, perché non riescono ad assumere adeguata rilevanza pubblica. Che cosa accadrebbe se il garante, accertata la violazione, avesse non il vecchio e stanco potere di imporre una rettifica, ma quello di obbligare il mezzo di comunicazione interessato, ad esempio un giornale, a pubblicare in prima pagina un ampio riquadro in cui si dicesse «abbiamo violato la privacy di tizia/o (senza menzionare il fatto specifico, per evitare l’amplificarsi ulteriore della violazione) e ricordiamo a tutti quali sono i criteri e i principi da rispettare (sintetizzati nel riquadro in modo eloquente)»? Non so se questo potrebbe divenire davvero un deterrente. Ma proprio la novità e la gravità degli attentati alla dignità delle persone esigono che si faccia qualche sforzo di fantasia e si cerchino strade diverse, anche se non proprio nuovissime. E spero che non si registri quell’arroccamento del sistema dell’informazione che abbiamo talvolta conosciuto in passato. Come i magistrati avvertono i rischi di derive che delegittimerebbero gravemente la loro funzione, così il mondo della comunicazione dovrebbe recuperare, insieme, la capacità di rispetto delle persone e l’orgoglio del «difensore civico», indagando sui mali italiani senza attendere d’essere preso per mano dai fornitori di intercettazioni.
Pubblichiamo una sintesi della "conferenza inaugurale" tenuta nei giorni scorsi all´Ecole doctorale de droit comparé dell´università Paris Panthéon-Sorbonne, con il titolo "Diritti fondamentali, globalizzazione, tecnologie".
Verso la fine del 1847, quattro mesi prima della pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, Alexis de Tocqueville annotava nei suoi Souvenirs: «presto la lotta politica si svolgerà tra chi possiede e chi non possiede: il grande campo di battaglia sarà la proprietà». Quel conflitto è continuato, ininterrotto, e continua ancora, anche se al centro dell´attenzione non è più la terra, ma piuttosto il vivente e l´immateriale.
Il campo di battaglia si è allargato. E´ diventato il mondo intero, e abbraccia molti altri diritti. Viviamo in un mondo che si proietta «oltre lo Stato», dove ritroviamo un «diritto sconfinato». Sopravviveranno i diritti fondamentali della persona in questo nuovo contesto? Proprio la dimensione mondiale, non accompagnata da istituzioni adeguate, li minaccia. L´irresistibile marcia della tecnica sembra svuotarli della loro funzione di garanzia della libertà e dell´autonomia individuale. La transizione verso il post-umano rischia d´indebolirli nella loro stessa natura, nel loro essere diritti dell´uomo, «human rights».
Movimenti contraddittori. La globalizzazione allarga anche la scena sulla quale condurre «la lotta per il diritto». L´innovazione scientifica e tecnologica ha portato ad un allungamento del catalogo dei diritti. L´evoluzione, che si coglie in documenti internazionali e leggi nazionali, induce giustamente a parlare di una «costituzionalizzazione della persona». E l´attenzione sempre più intensa per i diritti fondamentali modifica i termini della discussione, fa affiorare nuove questioni e nuovi soggetti.
Di questo tema non ci si può liberare con una mossa ideologica o guardando ad una realtà in continuo mutamento con schemi giuridici invecchiati. Non si può ridurre la presenza dei diritti fondamentali sulla scena del mondo ad un tentativo di colonizzazione culturale e politica di chi vive fuori del cerchio stretto dell´Occidente. Non si può ritenere irrilevante la previsione di vecchi e nuovi diritti in documenti come la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea solo perché non hanno ancora un formale valore giuridico formalmente vincolante.
Lo stesso modo di affrontare criticamente i problemi della globalizzazione si è, almeno in parte, modificato. Al rifiuto radicale («no global») si va sostituendo una strategia più articolata: non una globalizzazione attraverso i mercati, ma appunto attraverso i diritti. Un segnale chiaro in questa direzione era venuto dalle parole con le quali l´Unione europea aveva motivato la necessità di una carta dei diritti, sottolineando che questi rappresentano una «condizione indispensabile per la sua legittimazione». Conosciamo le difficoltà che la costruzione europea continua ad incontrare. Ma quelle parole vogliono dire proprio che essa non può proseguire se continua a legarsi soltanto alla logica di mercato. Senza una vera fondazione nei diritti, l´Europa non continuerà soltanto a soffrire d´un deficit di democrazia, ma addirittura di legittimità. Un problema, questo, che si avverte ormai nel vero spazio planetario unificato dalla tecnologia, Internet, per il quale si è appena chiesta proprio una carta dei diritti.
La tutela globale della persona, dunque, non può fermarsi agli spazi nazionali, ai soli spazi materiali, e neppure al modo abituale di segnare i confini del suo corpo. Anche questo appare sconfinato, con le informazioni che ci riguardano disperse in mille banche dati nei luoghi più diversi del mondo. Di nuovo la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea può servirci da guida, riformulando le regole sull´integrità fisica e mentale in forme adeguate alle innovazioni scientifiche e tecnologiche e affiancando ad esse un diritto autonomo, quello alla protezione dei dati personali, che dà evidenza e tutela al «corpo elettronico». Siamo di fronte ad una nuova idea integrale della persona, che ne comprende le tre dimensioni - fisica, psichica, virtuale. Nel mondo mutato, il «doppio corpo» non è più quello rivelato per il re medievale da Ernst Kantorowicz, ma diviene attributo e problema d´ogni persona.
Nuovi spazi, diritti, oggetti. Ma pure soggetti nuovi. Negli spazi giuridici compaiono le generazioni future, portatrici di diritti legati alla biosfera, alle risorse materiali, all´ambiente. E accanto a loro, sulla scena del mondo si materializza l´umanità. Questa è indicata come titolare di nuovi patrimoni comuni, la spazio extra-atmosferico e il fondo degli oceani, l´Antartide e il genoma umano, i siti indicati dall´Unesco; dà il nome al diritto d´«ingerenza umanitaria» e ai «crimini contro l´umanità». Ma immediatamente pone un problema: chi può parlare e agire in nome dell´umanità o delle generazioni future?
Il rischio di derive autoritarie è evidente, testimoniato dall´uso del diritto di ingerenza umanitaria come nuovo fondamento delle guerre d´aggressione. Un´ombra difficile da dissipare, ma che non può cancellare il fatto che il riferimento all´umanità significa anche limite alla sovranità degli Stati, che non possono impadronirsi di una porzione della luna o dell´Antartide, e ostacolo alla rapacità degli interessi economici che vogliono distruggere un ambiente o brevettare il vivente in qualsiasi sua forma. Si trasforma in impegno di solidarietà dei paesi più ricchi. Si affida a corti internazionali competenti per crimini contro l´umanità. Significa allargamento del principio di precauzione, e creazione di nuovi beni comuni e di nuove possibilità di accedervi. Dietro l´astrattezza della nozione di umanità scopriamo così diritti, obblighi e responsabilità di soggetti concreti.
La questione dei beni comuni è essenziale. Il senso della battaglia, di cui parlava Tocqueville, è profondamente cambiato. Non riguarda soltanto un conflitto intorno a risorse scarse, oggi l´acqua più ancora che la terra. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l´effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di «chiusura» simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili.
Dobbiamo ripetere che la tecnologia apre le porte e il capitale le chiude? Certo è che intorno al destino di nuovi e vecchi beni comuni si gioca una partita decisiva per l´eguaglianza. Protagonisti di questa vicenda non sono singoli o gruppi. E´ un´entità anch´essa nuova che, mimando la formula «economia mondo» di Immanuel Wallerstein, è stata definita «popolo mondo». Un popolo mobile, che si aggira nel mondo globale sempre più alla ricerca dei luoghi che più offrono opportunità, in un incessante «turismo dei diritti», che dalle sue forme più antiche, l´emigrazione e la ricerca d´asilo politico, si trasforma in turismo procreativo o in richieste d´asilo da parte di donne che, se rimandate nel paese d´origine, rischierebbero mutilazioni sessuali.
Sono dunque persone in carne ed ossa che, anche a prezzo di discriminazioni e persecuzioni, si fanno banditori nel mondo di diritti percepiti come parte dell´umanità di ciascuno. Nasce così una carta dei diritti spontanea e diffusa, specchio di esigenze reali, frutto di un ininterrotto dialogo tra culture, e non imposizione dall´alto. Anche con qualche paradosso. Il turismo dei diritti è reso possibile dal fatto che diversi Stati regolano in maniera diversa le stesse situazioni, rendendo possibile l´accesso alle tecnologie della riproduzione o la ricerca sulle cellule staminali che altri proibiscono. La sovranità nazionale come strumento della globalizzazione dei diritti?
Ma vi è chi percorre il mondo per trovare le maglie deboli della rete di protezione dei diritti. Gli antichi «paradisi» fiscali sono accompagnati da quelli che vanificano la protezione di dati personali. Imprese vanno alla ricerca dei luoghi dov´è facile lo sfruttamento dei lavoratori, nulla la tutela dei minori, agevole la sperimentazione dei farmaci sull´uomo. Astuti agenti di viaggio organizzano l´orribile «turismo sessuale». La prospettiva è completamente rovesciata. La pura logica di mercato aggredisce la persona nei luoghi dove maggiore è la sua debolezza. Si parla di paradisi, si trova l´inferno.
Torna il bisogno di punti fermi di riferimento solidi, di una rinnovata attenzione per dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, nel tempo della tecnica e del mondo globale. Tutto questo evoca un altro soggetto, i giudici e le corti che, in assenza di un governo mondiale, si presentano come quelli che già possono offrire tutele anche in situazioni difficili, ricercando ogni strumento disponibile. Lo stanno facendo quei magistrati che danno più forte tutela ai diritti sociali ricorrendo alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Di fronte alle debolezze della politica, saranno i giudici a promuovere l´Europa dei diritti?
Da mesi assistiamo ad uno scontro davvero duro sul decreto legislativo 152/06 conosciuto come "codice ambientale" che vede protagonista Confindustria contro il Ministro dell'ambiente, impegnato nel tentativo di far rispettare quel punto del programma dell'Unione che prevede la riscrittura delle norme contro l'ambiente varate dall'ex ministro Matteoli.
Viene però difesa la parte più arretrata del sistema produttivo, quella non vuole rispettare le direttive comunitarie in materia di rifiuti, che pensa alle rendite immobiliari su terreni scarsamente bonificati, che vuole valutazioni di impatto ambientale su progetti appena abbozzati, che chiede che vengano cancellati i controlli: ciò che è più negativo è che essa trova ascolto in alcuni settori di peso del Governo. Inizialmente, rispettando il programma di coalizione, è stato presentato in Consiglio dei Ministri uno schema di decreto legislativo correttivo che prevedeva la sospensione di tutto il codice ambientale di Matteoli e il ripristino della normativa precedente, quella ben conosciuta ed utilizzata sia dal mondo produttivo sia dalle amministrazioni e dalle aziende di servizi.
Ciò avrebbe permesso di poter correggere le norme varate dal Governo Berlusconi senza che esse potessero produrre i danni che si stanno verificando nei molti ambiti nei quali essa è già in applicazione.
La vera e propria aggressione di Confindustria contro questa proposta ed il consenso da essa trovata in Bersani e nella Bonino all'interno del Consiglio dei Ministri hanno provocato una modifica del testo inizialmente proposto, che si è limitato a far rivivere le autorità di bacino cancellate da Matteoli con gravi conseguenze per i nostri bacini fluviali sottoposti ad ogni tipo di rischio.
Le commissioni parlamentari e la conferenza unificata nell'esprimere il parere sullo schema di decreto hanno chiesto però al Governo di uscire dalle procedure di infrazione della commissione europea e di eliminare dal testo del codice ambientale le disposizioni che avrebbero sicuramente comportato condanne da parte della Corte di Giustizia UE sulla definizione di rifiuto, sui rottami ferrosi e non ferrosi, sui depositi temporanei, sulla definizione degli scarichi, sul combustibile derivato dai rifiuti, sui cosiddetti sottoprodotti. Inoltre i pareri chiedevano di sopprimere l'autorità di vigilanza sui rifiuti e le risorse idriche, di restituire alcune competenze alle province, di rivedere la normativa sulle politiche delle bonifiche e numerose altre norme di dettaglio.
E' stato pertanto predisposto il nuovo schema di decreto legislativo che rispecchia fedelmente i pareri, ma contro di esso ancora più forte si è scatenata la bagarre con accuse di tutti i tipi: non ascolteremmo nessuno, saremmo nemici dell'industria, in poche parole estremisti nemici del progresso. E' vero tutto il contrario, le consultazioni sono costanti, gli incontri ripetuti, tutti vengono ascoltati ma la novità vera è che non scriviamo, come i nostri predecessori, le norme sotto dettatura. Vogliamo che il nostro paese esca dall'arretratezza in campo ambientale nel quale alcuni vorrebbero rimanesse e vogliamo favorire l'innovazione e non i sistemi arretrati, la salute e non gli inquinatori, gli investimenti e non le rendite.
La cosa che deve maggiormente preoccupare, soprattutto in tema di rifiuti, è il fatto che nonostante che la malavita organizzata la faccia da padrona nello smaltimento criminale dei rifiuti, come dimostra anche la cronaca di questi giorni, si insista nel continuare a richiedere sistemi di favore e riduzione delle regole e controlli.
Avremmo preferito la sfida, che ci venissero proposti sistemi innovativi, ricorso a nuove tecnologie, che ci venisse richiesto di trovare metodi più efficaci per contrastare coloro che alterano il mercato attraverso l'illegalità, ma ciò non è avvenuto.
L'influenza di coloro che stanno cercando di ostacolare il nostro lavoro cercherà di coinvolgere le commissioni parlamentari ed alcune forze politiche, ma ciò non potrà ottenere i risultati che costoro si aspettano, se ci sarà la consapevolezza che non dobbiamo rispettare le normative comunitarie e che gli spazi di manovra sono davvero limitati. Il percorso di riscrittura del codice ambientale è appena agli inizi, le prossime tappe riguarderanno la Valutazione di Impatto Ambientale e la Valutazione Ambientale Strategica e la normativa sull'aria, per poi completare subito dopo le altre parti riguardanti le acque, le bonifiche ed il danno ambientale: siamo consapevoli della necessità di ricercare il maggior consenso possibile da parte dei cittadini, perché una rigorosa normativa ambientale è in loro favore e che solo con il loro sostegno riusciremo a contrastare i nemici della salute e dell'ambiente.
Sauro Turroni è presidente della commissione per la riscrittura del Codice Ambientale.
Prodi in parlamento, dunque. E´ una cosa assai normale, in un regime parlamentare normale, che il presidente del consiglio venga normalmente in parlamento quando il parlamento lo richieda. C´è l´art. 64 della Costituzione che prescrive questo "obbligo" per tutti "i membri del governo". Ed è venuta poi una norma del regolamento della Camera dei deputati che traduce in maniera precisa e vincolante quella prescrizione per il presidente del consiglio (e c´è anche uno specifico richiamo nell´art. 151 bis del Senato).
Perché sono state introdotte quelle norme, mirate sul "primo ministro"? Perché già prima della grande cesura maggioritaria del 1994, la "governabilità dei governi di coalizione" aveva imposto la necessità di assegnare un certo primato istituzionale – fatto di diritti e di doveri – al presidente del consiglio. La legge n. 400 del 1988 sulla presidenza del consiglio ne era stata una prima, chiara espressione di indirizzo.Un indirizzo che naturalmente trova la sua piena conferma ora che, da 12 anni, con la svolta maggioritaria e la contrapposizione elettorale bipolare – due coalizioni capeggiate da candidati alternativi alla premiership – il governo tende fatalmente a personificarsi nella figura del presidente "eletto".
Questa tendenza ha avuto la sua estremizzazione – e la sua netta sconfitta al referendum – con il tentativo del centro-destra di "assorbire" le Camere nel corpo mistico del premier. E di mutare nella sostanza il regime parlamentare, con la teorica giustificazione di voler evitare i "ribaltoni". Ma al di là di questa deviazione senza uscita, non vi è ormai alcun dubbio sulla preminenza istituzionale e politica del presidente del consiglio sul governo tutt´intero. E siccome il diritto costituzionale è fatto di bilanciamenti, non vi è alcun dubbio neppure che a questo surplus di potere istituzionale nel governo debba corrispondere un surplus di doveri istituzionali nei confronti delle Camere. Quando il parlamento dichiara che, per una certa questione, la "competenza delle competenze" spetta al presidente del consiglio, è con la sua faccia che deve quindi andare a rapporto.
Tutto chiaro, tutto pacifico? No. In realtà la decisione dell´attuale presidente del consiglio di andare in parlamento, bongré malgré, è una positiva originalità rispetto alla prassi dell´ultima legislatura. Per capirlo in fretta, basta rileggere il resoconto parlamentare del 24 marzo 2004 e far parlare il presidente della Camera di allora, Casini: «La questione riguarda l´esistenza di una norma del regolamento che prevede la presenza del presidente del consiglio allo svolgimento del question time un determinato numero di volte al mese. Il presidente del consiglio non è mai venuto. Onorevoli colleghi, non dispongo di strumenti coercitivi nei confronti del governo; a me compete richiamare il governo all´osservanza del regolamento e l´ho fatto. Una volta richiamato il governo all´osservanza del regolamento, ciò che resta sul campo è giudizio politico. Non ho altri strumenti».
Ora si cambia, dunque. Ma è sufficiente questo ritorno alla "normalità" per assicurare una legislatura viva e vitale? No, un parlamento che voglia davvero cambiare pagina su tutto, ha bisogno di verificare se stesso su tutto: nelle sue ragioni di indirizzo politico, di legislazione, di controllo sul potere. E per far questo, deve mettersi in gioco nei suoi metodi di lavoro, nei suoi rapporti con il corpo politico elettorale, nelle sue relazioni con gli altri livelli di rappresentanza politica (consigli comunali, consigli regionali, parlamento europeo).
Oggi ci sono due presidenti delle Camere che hanno fatto i sindacalisti. Ai loro bei dì, parlavano di un «nuovo modo di fare le automobili». Il sindacato "vedeva" il post-fordismo prima che lo vedessero i partiti e i politologi. Forse sono le persone giuste per capire che è sbagliato continuare a lavorare "come prima". Che il percorso va cambiato. Certo, i parlamenti vivono soprattutto di tradizioni e di consuetudini. Ma queste sono state sempre tradotte in procedure volte a mantenerne vitale lo spirito: e perciò aperte, come passerelle, ai tempi nuovi. Ora chi ha occhi per "vedere", come i sindacalisti della grande mutazione di fabbrica, capisce che, continuando a vivere "come prima", il parlamento stia in realtà morendo.
Muore il parlamento oggi, che un tempo spropositato è riservato al "premi-bottoni" nell´Assemblea. Mentre sono ridotti in maniera ridicola i tempi di lavoro destinati alle commissioni parlamentari competenti per materia. Cioè ai luoghi dove invece veramente si possono condurre confronti e approfondimenti su leggi e su ispezioni da fare. Possibile che non si riesca ancora a stabilire una riserva obbligatoria di almeno due mattinate alla settimana per il lavoro in commissione? Possibile che ogni studio, ogni confronto, ogni trattativa sulle leggi e sugli indirizzi politici debbano essere affidati a miracoli di acrobazia che, in spazi da strapuntino e in tempi precari, tra una seduta da "premi-bottoni" e l´altra, devono fare – e spesso riescono a fare – gli addetti ai lavori?
Muore il parlamento, oggi che una rilevante quantità di denaro pubblico viene sprecata in doppioni di una Camera sull´altra. A ben vedere lo scandalo del bicameralismo perfetto non è nella duplice procedura (che spesso, nelle condizioni di improvvisazione appena viste, consente di correggere inevitabili errori). Lo scandalo è nel fatto che una vastissima area di servizi di studi e di documentazione vede inutili duplicazioni di strumenti, ricerche e personale tra una Camera e l´altra. Eppure sembrerebbe facile riunire in una zona consorziale intercamerale almeno cinque strutture di documentazione: i due servizi bilancio, i due servizi internazionali e comunitari, i due servizi studi, le due biblioteche con gli annessi archivi storici. L´autonomia di ciascuna Camera (sopratutto quando sarà realizzata la futura "Camera delle Regioni") deve essere assoluta nelle fasi di decisione. Ma, come avviene già nei grandi parlamenti, è impensabile che l´autonomia debba riguardare l´oggettività della documentazione, garantita nella sua qualità e completezza da una tecnocrazia di eccellenza e di elevata indipendenza, come quella parlamentare. Le uniche resistenze possono essere solo di grigio tipo burocratico. Non tali, dunque, da spaventare due vetero-sindacalisti. Che possono, per curioso contrappasso, realizzare loro il sogno di tutti gli imprenditori con cui si sono confrontati: ottenere migliori servizi e risultati con grandi risparmi di risorse...
Muore il parlamento, quando si autoconfina nella mitologia della sua "centralità" e della sua "sovranità". Sono, queste, parole giuste solo se trovano un significato nuovo. "Centralità" significa oggi essere il perno di una rete di assemblee elettive. La rappresentanza politica non è più pensabile parcellizzata. Occorre un lavoro paziente e consapevole di raccordo per ricostruirne la pienezza. Dal parlamento di Bruxelles al più piccolo consiglio comunale, la vita di tutti e di ognuno è oggi più interconnessa di quella delle istituzioni. E queste allora devono inseguire, senza separazioni, senza veti giuridici, la vita densa e molteplice. Essere "centrali" significa la capacità di creare procedure di accoglienza per lavorare con gli "altri" e procedure di incontri per andare dagli "altri": la nuova democrazia di partecipazione. "Sovranità" poi, in questo costituzionalismo del nostro tempo, a molti livelli, può significare solo che non si è estranei alla sfera dove le decisioni massime diventano co-decisioni. E che si è in grado di cogliere le interdipendenze di ogni decisione con l´altra: non più in una scala gerarchica ma in un sistema di convivenze istituzionali.
Tante cose da fare dunque, per un parlamento che non voglia galleggiare (e morire) su se stesso. E dove un presidente del consiglio che si sottopone, infine, a dibattito spinoso (dopo una stagione pluriennale a bassa intensità parlamentare) può addirittura apparire originale. E magari dare un segnale di inversione di quella letale tendenza. Insomma cominciare a fare respirare il parlamento come un "nuovo modo" per far funzionare la Repubblica.
Per quanto sia stato breve, il Novecento è finito troppo in fretta. Lasciandoci in eredità un materiale storico incandescente che è diventato serbatoio d'immaginazione, più che base d'elaborazione. Sì che l'ennesimo paradosso d'inizio millennio è che tutti ci riempiamo la bocca delle inedite novità del mondo globale per poi attivare, quando si tratterebbe d'interpretarle, un immaginario politico bloccato al secolo scorso. L'ultima è quella dell'islamo-fascismo, ennesima categoria-spot tirata fuori dal fertile cappello di Bush II e dei suoi intellettuali di riferimento. Non entro nel merito della polemica, gli argomenti pro e contro essendo stati già ampiamente sviscerati nei giorni scorsi, dall'insostenibile leggerezza delle analogie di Paul Berman (fascismo e fondamentalismo islamico accomunati dalla mitologia di un passato grandioso e dal culto della morte) alle fondate distinzioni di Gilles Kepel (il fascismo è stato un Movimento di massa europeo, il terrorismo islamico è il contrario di un movimento di massa), alla circostanziata ricostruzione di Sergio Romano («Bush sembra dimenticare che nella lunga guerra fra l'Iraq di Saddam Hussein e l'Iran di Khomeini gli Usa furono dalla parte dei fascisti contro gli islamismi»), alle confutazioni di Parlato sul manifesto e di Sansonetti su Liberazione. Osservo solo en passant che è sempre dalla parte degli intellettuali della sinistra liberal-moderata alla Berman, dopo il Novecento alla perenne ricerca dell'identità perduta, che arrivano le onde confusionali più alte (si veda, oltre al pluricitato «Terrore e liberalismo », l'altro suo libro sul ’68 e i suoi esiti ideologici e politici). Meglio un (ex) neoconservatore come Fukuyama, che in America al bivio riconsidera autocriticamente, visti gli alibi che hanno fornito e i guai che hanno procurato, le sue tesi del dopo-89 sulla «fine della storia», consiglia l'amministrazione Bush di farla finita con la guerra preventiva e la democrazia imposta a suon di bombe, prende le distanze dai neocons ricostruendone la storia proprio a partire dalle loro interpretazioni degli snodi cruciali del secondo ’900, dalla guerra fredda al Vietnam, alla caduta del Muro di Berlino.
E qui torniamo all'immaginario politico (americano) inchiodato al ’900 e compulsato come Google: primo tentativo, identificazione dell'Islam come Grande Nemico sostitutivo del Comunismo sconfitto nel 1989; secondo tentativo, identificazione dell'Islam come Grande Nemico sostitutivo del Fascismo sconfitto nel 1945. Anche negli spot politici la dimensione orizzontale, veloce e atemporale della rete vince su quella (novecentesca) della paziente storicizzazione e contestualizzazione degli eventi. Come meravigliarsi del resto di queste leggerezze transoceaniche?
Una apre il Corriere della Sera e ci trova gli anatemi di Panebianco contro lo stato di diritto e quelli che ci credono, rei di nutrire qualche dubbio sull'opportunità di usare la tortura nella guerra al terrorismo e più in generale di prescindere, corrotti dalla fortuna di essersi formati nella lunga pace post-'45, dal «compromesso fra stato di diritto e sicurezza nazionale» su cui le democrazie si baserebbero. In verità a noi corrotti pareva di sapere che lo stato di diritto post-'45 si basa sul presupposto della pace (anzi: sul tabù della guerra) e che se crolla quel presupposto crolla fatalmente e disgraziatamente anche lo stato di diritto nonché la democrazia (come puntualmente sta accadendo); forse avevamo capito male.
Non sapremmo invece come definire e punire, né in base agli standard ideologici di Berman né in base a quelli giuridici di Panebianco, l'assassinio di Hina Saleem, la ragazza pakistana sgozzata e sepolta sotto i pomodori dagli uomini musulmani della sua famiglia gelosi del suo fidanzato italiano e «infedele ». Non scomoderemo il fascismo e non invocheremo la tortura: storia di ordinaria brutalità patriarcale (il cui orrore specifico non faccia dimenticare la recente sequenza di donne italiane morte ammazzate da uomini italiani nella provincia italiana). Però una cosa ci viene da dire, questa: sotto i fuochi d'artificio dei grandi spot politici d'inizio 2000 che hanno preso il posto delle grandi narrazioni del ’900, la gente comune, donne e uomini, di religioni, etnie e latitudini diverse si integra e si disintegra così sotto i nostri occhi nella porta accanto. Prima distogliamo l'ascolto dai grandi spot e lo dirottiamo sulle narrazioni della vita quotidiana, meglio sarà per i destini del mondo globale e per la comprensione delle linee di conflitto, micro emacro, che lo attraversano e lo tormentano.