La domanda è: che paese è un paese che da sei mesi guarda una complicata soap-opera economico-finanziaria con un cast mediocre di star dell'editoria, prim'attori affaristi e comparse politiche, fa fatica - comprensibilmente - a capire il plot, contempla rassegnato un'economia bloccata, non sogna più né cultura né ricerca né lavoro né consumi, e non reagisce? Domanda fuori luogo: nessuno story-liner ha davvero a cuore le sorti del suo pubblico, gli basta tenerlo incollato davanti al video e suscitarne mediocri reazioni emotive. Che tutto fa un po' schifo è la mediocre reazione che la soap suscita, alimentando la deriva antipolitica che travolge l'Italia in perenne transizione. Una transizione che da quindici anni scorre e si impantana sul crinale, anzi sull'intreccio, fra affari e politica. Troppi paragoni si sprecano fra Bancopoli e Tangentopoli, peggio questa o peggio quella, come se un paese governato da Silvio Berlusconi potesse stupirsi se il problema è rimasto lo stesso sotto la finta numerazione delle repubbliche in prima, seconda e terza: fine dell'autonomia della politica; subordinazione della politica all'economia, e degli interessi pubblici agli interessi privati; gestione mass-mediatica della sfera pubblica. Il problema sta qui, e chi prima riesce non diciamo a risolverlo, ma almeno a istruirlo avrebbe qualche chance di vincere la partita.
Non è stato un buon modo di risolverlo, e nemmeno di istruirlo, l'idea che bastasse aggiungere una finanza rossa al panorama per passare la linea d'ombra della modernizzazione di un partito ex-comunista e partecipare al mercato politico ad armi più pari. Non è e non è mai stata in questione la liceità della scalata Unipol; ma non può nemmeno bastare adesso liberarsi delle mele marce Consorte e Sacchetti e perseverare come nulla fosse. L'episodio, dice Napolitano, porti consiglio ai vertici diessini: sulle prospettive della finanza rossa, sul rapporto fra soldi e politica, sui criteri di valutazione dei «capitani», rossi e non, che di volta in volta tentano - legittimamente, ma la legittimità non fa lo stile né il senso né il consenso - l'assalto a questo o quel bastione del capitalismo nazionale.
Ma non solo. Checché resti legittima l'opa Unipol è morta, si dice ora; il partito democratico, invece, può nascere. Al saldo delle scalate e delle inchieste, il risultato è che il precoce crack della finanza rossa travolge con sé quel residuo di mondo ex-comunista che le coop rappresentano e quel residuo di leadership più socialista che democratica che Massimo D'Alema, agli occhi infastiditi di molti, ancora incarna. Consorte ha barato, D'Alema e Fassino hanno perso, Carlo De Benedetti ha ragione, il futuro è democratico, Veltroni e Rutelli si mettano al volante. La sequenza sarebbe questa, con l'oscar per la regia al Corsera, che in soli sei mesi sbaraglia gli scalatori suoi e quelli altrui e detta la linea della riforma finale della politica e della normalizzazione finale dell'Italia.
Troppo facile. Dietro le quinte della mediocre soap bancaria, resta il problema, e vale per il salotto buono non meno che per i parvenus, di un capitalismo italiano che non ha mai conosciuto un'etica del capitalismo. Resta il problema di un suo perimetro troppo ristretto, familistico e arroccato per consentire a nuovi attori, più presentabili di Ricucci e Consorte, di venire alla luce. Resta il problema di una politica troppo impastata di affari e di una televisione fatta di affari e politica, ma anche quello di una stampa troppo legata ai suoi azionisti di riferimento. Resta il problema di un blocco di potere, economico ed editoriale, che a scadenze ritornanti sbarra la strada, con metodi propri e impropri barche comprese, allo squilibrio che nell'establishment italiano potrebbe portare quello che resta del ricordo della sinistra di ieri. Resta infine, immutato, il problema di una sinistra di oggi, che l'ennesimo cambio di etichetta, più americana che europea, archivia senza risolvere. E che forse, più che con gli alfabeti accattivanti su Europa, potrebbe provare a inaugurare l'anno con una ruvida analisi del capitalismo italiano.
AUTORE - Queste sono tutte le case nuove fatte?
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardi - Sì, sì. Qui sotto ci sono tutte le…
AUTORE - Qui stiamo proprio sul movimento franoso.
DANIELE RAVAGNANI - Qui stiamo sul movimento franoso.
AUTORE - Cioè sono case costruite negli ultimi anni.
DANIELE RAVAGNANI - Sì, case costruite negli ultimi anni.
DUILIO ALBRICCI - Sindaco di Valbondione - Se uno guarda i rischi che ha ad andare a lavorare, a questo punto dice "è meglio che io stia a casa", ma se sta a casa non vive più, ha capito? Allora queste edificazioni purtroppo sono state realizzate non nella nostra amministrazione.
AUTORE - Siete in affitto?
DONNA 1 - No.
AUTORE - L'avete comprata? Qualcuno vi ha detto che siete sotto una frana?
DONNA 1 - No.
AUTORE - Non ve l'hanno mai detto?
DONNA 1 - No.
AUTORE - Lei abita qua?
DONNA 2 - No.
AUTORE - È in vacanza qui?
DONNA 2 - Sì.
AUTORE - Ma ha comprato o è in affitto?
DONNA 2
Ho comprato. - AUTORE - Non gliel'ha detto nessuno che lì c'è una frana?
DONNA 2 - No.
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Cioè se c'è un modo di fare prevenzione è proprio quello di evitare di costruire in posti che non vanno bene.
MILENA GABANELLI IN STUDIO - Da anni i comuni e le regioni conoscono il loro territorio e sanno bene dove si può costruire e dove no. Una zona a rischio frana non è che oggi c’è e domani no, una zona a rischio alluvione, se non si interviene, continua a rimanerla. Invece nei comuni, come nei ministeri, quando cambiano le persone, cambia anche la lettura delle carte. E poi succede quello che adesso il nostro Bernardo Iovene ci mostra. Partiamo dal nord.
VOCE DELL'AUTORE FUORI CAMPO- In Lombardia i piani regolatori dei comuni devono essere preceduti da uno studio geologico che stabilisce le zone a rischio–frane o alluvioni, e quindi, non edificabili. Qui siamo in Valseriana, alto bergamasco, il nostro geologo aveva stabilito, nel piano geologico comunale, che in questa zona era pericoloso costruire.
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Secondo me non era idoneo questo terreno, poi è cambiata l'amministrazione, l'amministrazione ha cambiato tecnico, evidentemente avevano altre opinioni.
AUTORE - Poi hanno cominciato a costruire.
DANIELE RAVAGNANI - Hanno cambiato il piano geologico e hanno cominciato anche a costruire.
AUTORE - Poi cosa è successo?
DANIELE RAVAGNANI - È successo che facendo lo scavo è partita la frana che ha interessato anche un bel tratto di versante mettendo a rischio anche una linea di alta tensione, quindi il cantiere è stato fermato ed è stato anche messo sotto sequestro.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Mentre parliamo arrivano i proprietari del terreno.
UOMO - Lei è geologo, come mai qui sopra…era l'unico prezzo in ripiano era lì, come mai di lì non è franato niente?
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - E infatti di là non era rosso.
UOMO - Qui dove è iniziato a far la strada è tutta roccia, è tutta roccia che va su fino in alto, anche perché…
DANIELE RAVAGNANI - Ma la previsione infatti era quella lì, dopodiché qualcuno l'ha cambiata, hanno deciso di costruire e infatti è venuta giù la frana.
DONNA - Ma noi abbiamo presentato un regolare progetto con una relazione geologica e noi ci siamo trovati questa sorpresa, che ci abbiamo rimesso solo noi in questo caso, perché non siamo venuti abusivi a costruire.
DANIELE RAVAGNANI - No, no certo ma nessuno vi dice che siete abusivi.
DONNA - Cioè non è che abbiamo corrotto qualcuno sia chiaro, abbiamo presentato il nostro progetto in comune, abbiamo fatto richiesta di completamento, ci è stato concesso e ci siamo ritrovati questa sorpresa.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Anche il privato, infatti, prima di costruire deve presentare una sua relazione geologica, e in questo caso, il tecnico era lo stesso incaricato dal comune.
AUTORE - Ma voi dovevate abitare in questa casa.
DONNA - Certo, era la nostra abitazione, era la nostra prima casa, di conseguenza se sapevamo che la zona era pericolosa mica andavamo a costruire la nostra casa lì.
AUTORE - Però il geologo vi ha detto che la zona era tranquilla.
DONNA - Ci ha detto, noi abbiamo presentato le cose, era tutto a posto e abbiamo iniziato a costruire.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il comune lo sapeva che era pericoloso, ma quando è cambiata l'amministrazione è cambiato il geologo e la zona è diventata edificabile.
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Ecco qui si vede, si vede il rettangolo dove è avvenuta la frana, dove si voleva fare la costruzione.
AUTORE - Noi dove stavamo adesso?
DANIELE RAVAGNANI - Noi stavamo vicino al numerino due e si vede che qui è zona quattro. Poi è successo che nel novantasette è subentrata un'altra perizia geologica e vediamo lo stesso rettangolino, la classe quattro non c'è più, c'è una classe due e una classe tre.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E dopo la frana la perizia è stata fatta sempre dal nuovo geologo comunale, che è anche il geologo pagato dal proprietario del terreno.
AUTORE - Sono compatibili queste funzioni?
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Non credo.
AUTORE - E come mai?
DANIELE RAVAGNANI - C'è un codice deontologico che bisognerebbe rispettare.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Chiediamolo al sindaco.
AUTORE - La zona è passata da classe quattro a classe tre. Perché?
ANTONIO DEL BONO - Sindaco di Ardesio - Sì, l'amministrazione comunale nel pianificare il nuovo piano regolatore è stato valutato che poteva…
AUTORE - Vabbè, una valutazione sbagliata.
ANTONIO DEL BONO - Beh, in questo caso, non si può mai dire che è sbagliato però ogni tanto si può anche sbagliare, certamente.
AUTORE - Senta lei conosce il geologo che aveva fatto questa relazione geologica?
ANTONIO DEL BONO - Sì, è il nostro geologo.
AUTORE - Che era lo stesso geologo del privato che ha fatto la relazione geologica e poi è lo stesso geologo che è andato a fare l'accertamento insomma?
ANTONIO DEL BONO - Adesso mi sta facendo delle domande che io non sono propriamente a conoscenza di tutti questi passaggi perché come le ripeto non ero in amministrazione all'epoca.
AUTORE - Però era dello stesso colore l'amministrazione?
ANTONIO DEL BONO - Sì, l'amministrazione era sempre della Lega.
AUTORE - Lei è della Lega.
ANTONIO DEL BONO - Sì sono della Lega.
AUTORE - E il sindaco precedente?
ANTONIO DEL BONO - Sempre della Lega.
AUTORE - Che adesso è vicesindaco.
ANTONIO DEL BONO - Sì è il mio vicesindaco.
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - La richiesta, l’occasione fa l’uomo ladro, la richiesta in un qualche modo si cerca sempre di soddisfarla e allora si cominciano a conquistare anche terreni che non sono esattamente i più sicuri dal punto di vista geologico. Si cerca di arrivare dove si può.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La montagna è anche turismo e, quindi, seconde case. Ad esempio a Valbondione, sempre provincia di Bergamo, vicino a questa seggiovia era previsto un villaggio di case. Ma dalla relazione geologica è risultata una grossa frana.
DANIELE RAVAGNANI - E quindi è stato molto utile fare questo lavoro. Si voleva realizzare un intervento di questo tipo.
AUTORE - Lì proprio dove abbiamo visto noi che c'era quello spazio libero?
DANIELE RAVAGNANI - Sì. Abbiamo scoperto che questa zona a monte, quest'area, è tutta un accumulo di una frana antica.
AUTORE - Vengono presi in considerazione questi studi o no?
DANIELE RAVAGNANI - Devono essere presi in considerazione.
AUTORE - Oggi come oggi com’è la situazione a Valbondione?
DANIELE RAVAGNANI - In che senso?
AUTORE - Nel senso che il suo studio è tenuto in considerazione per quanto riguarda l’edificabilità o no?
DANIELE RAVAGNANI - Penso che questa domanda la deve rivolgere all'ufficio tecnico del comune di Valbondione o al sindaco di Valbondione dal momento che dopo queste vicende io non ho più avuto rapporti con il comune di Valbondione. -
AUTORE - Cioè lei ha fatto questo studio, ha certificato che non si può edificare, dopodiché non l'hanno chiamata più.
DANIELE RAVAGNANI - Non mi hanno più chiamato. -
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ed anche qui con un nuovo geologo, la zona è passata da zona 4 a zona 3.
AUTORE . Il comune ha cambiato geologo e ora si può edificare.
DUILIO ALBRICCI - Sindaco di Valbondione e facciamo questi tipi di ragionamenti possiamo dire tutto e il contrario di tutto.
AUTORE - Parliamo di geologi, non è che parliamo di…
DUILIO ALBRICCI - Però possiamo dire tutto e il contrario di tutto. Allora lui ha fatto una serie di valutazioni su terreni che erano già edificabili e secondo i suoi ragionamenti potevano esserci delle difficoltà.
AUTORE - Cioè una frana ha individuato la sotto.
DUILIO ALBRICCI - Partiamo da un terreno edificabile e di colpo lo trasformiamo in non edificabile, anche questo è un ragionamento che deve essere tenuto in considerazione.
AUTORE - Se c'è una frana. Cosa dice lei?
DUILIO ALBRICCI - Io dico che stiamo facendo studi di approfondimento per definire in realtà delle cose, ha capito?
AUTORE - Ho capito. Per cui adesso lì si può edificare o no?
DUILIO ALBRICCI - Allora attualmente la situazione…il terreno è edificabile.
AUTORE - Comunque rimane il fatto che adesso quella zona è edificabile.
DUILIO ALBRICCI - Ma è sempre stata edificabile. Adesso noi partiamo dal ragionamento: c'è un'area di dissesto, basta, in montagna non dobbiamo starci più, allora chiudiamo, l'avevo detto una volta provocatoriamente, chiudiamo Valbondione la domenica e lo riapriamo il venerdì quando vengono i turisti a visitarlo. Però capisce che noi abbiamo un’ambizione un pò più alta rispetto a questa qui. In montagna siamo cresciuti e in montagna vogliamo rimanerci.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora si costruisce sulle frane per vendere ai turisti? Gli studi di prevenzione servono proprio ad evitare situazioni come quella che si è verificata a Gandellino un paese tra Ardesio e Valbondione.
DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Guarda se è possibile fare una cosa del genere? Ci abiteresti tu dopo che l'hai comprata dai dieci anni? La vorresti così una casa che hai comprato da soli 10 anni?
VOCE DELL'AUTORE F.C.- No, appunto. I problemi, poi, restano a chi compra.
DANIELE RAVAGNANI - Qui si sposta tutta la montagna.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E se poi arriva una frana grossa e le case vanno giù,a riparare è lo Stato.
AUTORE - Questi sono i garage che non si aprono più?
DANIELE RAVAGNANI - E nonostante questo si vuol continuare a costruire.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Poi ci sono le opere pubbliche, anche in questo caso interviene prima la politica, e poi il tecnico deve trovare la soluzione, ad esempio il professor Vai è stato consulente per l’alta velocità tra Bologna e Firenze, nella fase del progetto preliminare aveva consigliato una deviazione. -
GIAN BATTISTA VAI - Ordinario di Geologia Università di Bologna - Questo era un tratto che allungava un po’ il percorso ma che consentiva dei attraversare dei terreni assai più facilmente perforabili e soprattutto perforabili con costi assai minori. A livello di Ferrovie dello Stato ci fu detto che tecnicamente poteva anche convenire, sarebbe stato anche opportuno, ma che a livello superiore non si poteva uscire da quella progettazione di massima.
AUTORE - Questo cosa ha comportato?
GIAN BATTISTA VAI - Quello che sono aumentati di molto, di moltissimo, sono i costi per poter garantire in condizioni peggiori una sicurezza adeguata.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Insomma si è perforato il tratto appenninico più complicato, e quindi più costoso.
AUTORE - Senta in percentuale quanto ci è costato in più questo tracciato, rispetto a quello che consigliava lei?
GIAN BATTISTA VAI - Almeno il doppio, se non di più.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Se si costruisce dove ci sono problematiche geologiche, e si vuole la sicurezza, i costi aumentano. Ed è quello che non è stato fatto 20 anni fa nel bolognese, quando si volle, contro il parere dei tecnici, fare una strada parallela alla Futa, tra Bologna e Firenze.
AUTORE - Cioè ma questa è venuto giù all’improvviso?
MARCO PIZZIOLO - Geologo - Sì
AUTORE - Cioè tutto questo masso così grosso?
MARCO PIZZIOLO - Sì, è venuto all’improvviso esattamente dove era prevedibile che venisse giù perché gli studi precedenti avevano dimostrato che quella era proprio una delle zone più pericolose di tutto il percorso delle gole di Scascoli. Ecco si vede il tratto dove riprende la strada.
AUTORE - Praticamente la strada…ma quello è il fiume?
MARCO PIZZIOLO - Sì.
AUTORE - Cioè passava sul fiume la strada?
MARCO PIZZIOLO - No, passava affianco. La strada sostanzialmente si è impostata in una zona assolutamente ristretta dove non c’era molto spazio sostanzialmente.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Questo risultato era stato previsto in uno studio del WWF.
FAUSTO BONAFEDE - WWF Bologna - Purtroppo queste conclusioni dell’ingegner Nesi, queste previsioni sono state drammaticamente confermate in seguito ai rovinosi eventi di frana che si sono verificati nel 2002 e poi nel 2005.
MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - La Valsavene è una valle selvaggia, bellissima, con gole dirupate. Lì sarebbe stato meglio, buona cosa che una strada non ci passasse. Adesso la strada c'è ed è ad elevato rischio di pericolo perché è appunto soggetta a frane di crollo improvviso.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Un disastro previsto, ma chi lo ha voluto ad ogni costo?
MARCO MALPENSI - C'era il sindaco di Loiano che capeggiava questa forma di pressione da parte di coloro che non tanto vivevano sul crinale ma quelli che vivevano nel fondovalle e che veramente potevano trarre un vantaggio effettivo dalla strada.
AUTORE - Quanto è costata questa strada?
MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - Possiamo dire che alla fine della fiera una decina di milioni di euro questa strada è venuta a costare e in futuro non si possono escludere altri cedimenti in qualche altra zona.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma tutti questi soldi ce li deve mettere lo Stato o il vecchio sindaco che ha voluto fare al strada dove non si poteva? Lo abbiamo rintracciato e ci ha portato sul luogo. Qui lui è ancora di casa.
AUTORE - Senta, ha visto che disastro?
ARNALDO NALDI - Ex sindaco di Loiano - Sì. Purtroppo è veramente una situazione che…un disastro ambientale in parte si vede, c’è anche quello.
AUTORE - Lei lo sa quanto stanno costando queste frane?
ARNALDO NALDI - Certo.
AUTORE - Non si sente un po’ responsabile?
ARNALDO NALDI - Beh, responsabile di queste frane non mi sento più di tanto perché anche io sono nato qua, quindi anche negli anni precedenti che si intervenisse in questo fiume, cioè in questa valle, vi erano degli smottamenti che avvenivano in modo naturale. -
AUTORE - Il problema è: se uno vuole andare a cercare le responsabilità di quello che succede, anche dopo vent’anni, è possibile o no? O nessuno è mai responsabile di niente in questo paese? -
ARNALDO NALDI - No io credo che sarebbe un nascondere le cose, un non volere. È chiaro che se noi sindaci non ci fossimo posti il problema che era necessario dare uno sfogo verso la città, è chiaro che qui nessuno avrebbe messo le mani e qui non sarebbe successo nulla. Col senno di poi si poteva dire ”la scelta comunque o non la facciamo o tentiamo di andare avanti sperando che”. Purtroppo…
GUIDO BERTOLASO - Capo dipartimento Protezione Civile - Non sono sufficienti i soldi stanziati e allora proprio recentemente abbiamo, d'intesa con la regione Emilia Romagna, garantito un ulteriore contributo di sei milioni di euro che permetteranno quegli interventi, vogliamo sperare definitivi, per risolvere questo problema.
ARNALDO NALDI - Dopo 25 anni, se io fossi sindaco, con la crescita culturale che anche attorno ai problemi ambientali è cresciuta nella gente, in tutti quanti, forse anch’io avrei valutato meglio il rapporto "facciamo la strada e cosa danneggiamo"; i costi e i benefici dell’una e dell’altra sarebbero stati sicuramente valutati in modo diverso.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Alla vera fine della fiera i milioni di euro non si contano e pochi giorni fa, per evitare crolli in quel tratto hanno fatto brillare ciò che rimaneva di queste gole meravigliose.
MILENA GABANELLI IN STUDIO - Siccome i nodi vengono sempre al pettine, paghiamo oggi errori di 25 anni fa, e ancora oggi non abbiamo imparato granché perché ognuno pensa per se e non si è mai visto un amministratore pubblico pagare per la propria imperizia imprudenza o negligenza. Nel ‘66 molti ricorderanno Firenze è andata sott’acqua, ma ci sono voluti 23 anni per incaricare un soggetto di individuare i punti fragili del territorio, si chiama autorità di bacino. Poi c’è voluta la tragedia di Sarno, e altri 9 anni per fare un decreto che stabilisce un programma di interventi, e nel ‘98, arrivano i Pai, ovvero piani di assetto idrogeologico. Da quel momento in poi regioni e autorità di bacino cominciano a lavorare. Passano 4 anni e arriva un’altra legge che dà facoltà al ministero dell’Ambiente di finanziare direttamente i comuni. Con quali criteri lo vediamo.
ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Non c'è dubbio che i problemi legati all’assesto idrogeologico del nostro paese è serio, ci sono grossi problemi perché si è speso molto nell’emergenza ma non si è speso per mettere in sicurezza il territorio. I Pai che sono stati approvati hanno consentito di cominciare a mettere in sicurezza il territorio.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma il ministro predica bene e razzola male, perché negli ultimi due anni non finanzia le regioni che devono fare le opere previste dai piani.
VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Quindi in questa fase noi siamo di fatto impossibilitati a continuare a lavorare per la realizzazione di opere strategiche.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il piano, ci sono voluti 32 anni per prepararlo e renderlo obbligatorio, prevede che ogni fiume d’Italia venga studiato dalla sorgente alla foce, per vedere quali problemi di frane o esondazione crea attorno alle zone abitate. Da qui partono i piani di intervento che si chiamano Pai, e a tirare fuori i soldi è il ministero dell’ambiente. Ha funzionato così fino al 2001. Poi cosa cambia? Parallelamente una nuova legge stabilisce che lo stesso ministro può decidere di finanziare direttamente i comuni. Ma quali comuni? Quelli che hanno bisogno di interventi urgenti? Pare di no! Allora questi soldi a chi sono andati? Il primo a rispondere è chi si occupa di questi problemi per l’Emilia Romagna.
VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Abbiamo dovuto fare ricerche presso il ministero per capire, per sapere dove sono andati a finire…
AUTORE - E dove sono andati a finire?
VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Sono andati a finire al comune di Bobbio, in provincia di Piacenza.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora andiamo a Bobbio. Il comune aveva chiesto cinquecentomila euro e Matteoli gliene ha dati il doppio. Ma perché?
ROBERTO PASQUALI - Sindaco di Bobbio - Il primo piano regolatore che era stato fatto prevedeva qui aree edificabili però a condizione che venisse messo in sicurezza l’intero versante.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Questi soldi quindi servono a mettere in sicurezza un’area dove si vuole costruire.
ROBERTO PASQUALI - In effetti sulla base di questo abbiamo già avuto alcuni proprietari che hanno già presentato domanda per le autorizzazioni a costruire.
AUTORE - Perché in tutta l'Emilia-Romagna nel loro programma è stato stanziato solo un milione di euro e qui a Bobbio.
ROBERTO PASQUALI - Certo. Forse ci sono anche alcuni amici a livello ministeriale. Il governo, è un governo di centro destra così come il governo che gestisce oggi questo comune è di centro destra e credo che questo possa essere un fatto positivo.
AUTORE - Li avete avuti in amicizia?
ROBERTO PASQUALI - Potremmo anche dire che li abbiamo avuti per amicizia ma possiamo dire anche un’altra cosa che noi eravamo pronti con i progetti.
ALTERO MATTEOLI - Ministro dell’Ambiente - Ora io non sono Pico della Mirandola e non posso ricordarmi tutti i comuni che hanno avuto dei finanziamenti. C’è sicuramente una sua logica, questo sì.
AUTORE - La logica che ci hanno spiegato i sindaci è che avevano conoscenza con il sottosegretario, che sono comuni di centro destra, ce l’hanno detto i sindaci.
ALTERO MATTEOLI - Il sottosegretario dell’Emilia Romagna al mio ministero non c’è.
AUTORE - No io ho chiesto come avete fatto, con quale prassi, e allora mi hanno detto ci siamo rivolti…siamo un comune di centro destra, abbiamo amicizie all'interno del ministero, abbiamo ottenuto questi soldi.
ALTERO MATTEOLI - Guardi non sapevo nemmeno che esiste un comune che si chiama Bobbio.
AUTORE - Oltre a quel milione…
VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Oltre a quel milione di Bobbio, un programma successivo, il decimo, ha destinato quasi 10 milioni di euro.
AUTORE - Sempre all'Emilia Romagna.
VINICIO RUGGERI - Nove milioni e novecentosessantaseimila e seicento euro, sempre all'Emilia Romagna.
AUTORE - Però direttamente…
VINICIO RUGGERI - Direttamente ai comuni e alle comunità montane dell’Appennino parmense.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- I comuni beneficiati sono solo quattro. E tutti nella provincia di Parma. A Bardi la richiesta di questi soldi era stata fatta dalla comunità montana e dalla vecchia giunta nel 2004, ambedue erano di centro destra. Ma oggi c’è un sindaco di centro sinistra che avrà fatto la sua battaglia per la poltrona, ma pecunia non olet.
AUTORE - Per cui lei deve ammettere che la vecchia giunta è stata brava a prendere questi finanziamenti.
PIETRO TAMBINI – Sindaco di Bardi - Ma certo quello che c’è di buono…io non ce l'ho con chi fa, ma con chi non fa. La strada che scende che lei ha fatto per risalire è tutta interessata da quel movimento franoso.
AUTORE - Va bene.
PIETRO TAMBINI – Non è molto convinto.
AUTORE - Quello che sembra strano è che siccome questi soldi non sono nel Pai e tanti altri comuni hanno problemi simili oppure peggio dei vostri, come mai sono arrivati a voi questi soldi direttamente?
PIETRO TAMBINI –Se le devo dire la verità incredibile io non lo so. Posso presumerla ma le presunzioni non gliele dico.
AUTORE - Ho capito, però senta, come cittadino qualche indiscrezione ce la può dire.
PIETRO TAMBINI –Io penso che come cittadino glielo posso anche dire, penso che ci sia l’opera di uomini politici. In questo caso credo del senatore Guasti al quale va anche il mio ringraziamento, pur avendo noi una militanza politica diversa.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- L’intermediario fra il comune e il ministero è il senatore Guasti che ha il suo studio a Parma.
AUTORE - Si dice che è venuto da lei, è normale che sono venuti da lei a chiederglielo?
VITTORIO GUASTI - Senatore - Ma guardi da me vengono tutti i comuni, il comune di Parma…è chiaro che è una pratica a Roma per strade normali impiega più tempo…io ho fatto un po’ il tramite dopodiché…
AUTORE - A chi si è rivolto lei?
VITTORIO GUASTI - Io al Ministero dell'Ambiente.
AUTORE - Al Ministero dell'Ambiente nella persona del ministro?
VITTORIO GUASTI - No, nella persona del sottosegretario con il quale ho un buon rapporto, ho un rapporto di antica data.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma la legge parla di aree a rischio. Di riassetto territoriale e stato d’emergenza, non di buoni rapporti con i sottosegretari, e il ministro che queste cose le sa, smentisce.
AUTORE - Cioè il senatore Guasti che abbiamo intervisto ce lo ha detto lui che ha fatto così.
ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Ma guardi questo…ora ho capito cosa vuol dire. Spesso i parlamentari che si devono ripresentare, quando arriva un finanziamento si appropriano dei meriti, anche dell'opposizione, ma a volte non è nemmeno vero ma se ne appropriano per usarli nella campagna elettorale.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- In un altro programma abbiamo trovato un finanziamento al comune di Ferriere, ma il sindaco non c’è e l’assessore competente non vuole parlarne.
AUTORE - Assessore? Dico, non possiamo parlare un pò politicamente di come è avvenuta questa…
ASSESSORE DEL COMUNE DI FERRIERE - No.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Mi dice che se voglio trovare il sindaco devo andare a Roma perché è un senatore di Forza Italia.
ANTONIO AGOGLIATI – Sindaco di Ferriere - Le frane crescono tutti i giorni come i funghi, questo è un periodo di funghi che ne crescono tantissimi, da noi le frane si moltiplicano come i funghi purtroppo.
AUTORE - Come mai avete ottenuto voi questo finanziamento?
ANTONIO AGOGLIATI –Ma io non so se gli altri comuni hanno fatto delle domande, come le hanno fatte: lì c'è una commissione e la commissione ha valutato i progetti che le sono pervenuti.
AUTORE - Ma chi lo ha portato il progetto?
ANTONIO AGOGLIATI –Il progetto l’ho portato io.
AUTORE - E ha avuto un contatto con chi?
ANTONIO AGOGLIATI –Ma è un ministero, con un funzionario, insomma faccio il parlamentare non è che vengo a Roma a scaldare le seggiole.
AUTORE - Il fatto che lei è senatore, sapeva dove andare diciamo.
ANTONIO AGOGLIATI –Le ripeto…se lei vuole andare avanti su questo problema qui, andiamo avanti. Le ripeto io sono senatore e non sono qui a scaldare le seggiole. Lavorando in commissione, conoscendo e sapendo i vari interventi che si fanno con il ministero, è normale che…
AUTORE - Senta sono andato nel suo comune e c’è stato un po’ di panico quando chiedevo queste cose, ma come mai, il suo assessore era un po’ infastidito da questa mia visita, come mai?
ANTONIO AGOGLIATI –Ma forse non avrà capito cosa riguardava, non lo so, non credo che il mio assessore l'abbia trattata male, non so perché non ero presente…ma che cazzo di domande mi fa? Voleva farmi dire delle cose che non volevo. Non sono mica scemo, chi la manda qui, coso, D'Alema…
AUTORE - No, noi facciamo inchieste, cerchiamo di capire come vengono dati i finanziamenti.
ANTONIO AGOGLIATI –Non vorrà mica che le dica che io sono andato dal sottosegretario perché è mio amico e mi faccio dare i soldi…ma adesso mi scusi è…non sono mica scemo! Tanto il microfono non è acceso…Ma scusi…e insiste. Tortoli è il sottosegretario di Forza Italia, gli dico…è andato da lui? Mi puoi dare una mano? Beh vediamo…io ce ne ho fin troppo di casini…purtroppo. Ho fatto la richiesta e poi mi ha dato i finanziamenti…ha fatto il suo iter, a parte che Tortoli o non Tortoli il comune è là da vedere…
AUTORE - Ma quello è fuori di dubbio che le frane ci sono, non è che io sto dicendo che lì non c’è la frana
ANTONIO AGOGLIATI –E insiste…me l'ha fatta dieci volte la domanda: ma chi glieli ha dati? E io ho detto: caz…ci sono le elezioni l'anno prossimo, poi dicono che mi faccio portare i soldi solo al mio comune. -
AUTORE - Vuol dire che è bravo.
ANTONIO AGOGLIATI –Ecco perché io volevo non dicessero niente, ha capito? Io al mio assessore gli ho detto "che caz.. dici!"…basta, perché gli ho detto: guardate che dopo se va sui giornali o sulla televisione…io non sapevo neanche che era una cosa così, che andasse subito al telegiornale. Già dicono, perché ho ottenuto un finanziamento che io faccio il senatore solo di Ferriere, che per fortuna non è vero. Se poi va in giro la cosa che…succede il putiferio.
AUTORE - Vabbè.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Funziona così. Però nei 3 programmi di finanziamento analizzati, almeno un comune con una frana regolarmente inserita nei piani di bacino l’abbiamo trovato, è Fornovo sul Taro. A Salso Maggiore, invece, sono andati 3 milioni e 700 mila euro per interventi che non erano stati previsti dall’autorità di bacino.
AUTORE - Nei piani di bacino, nella pianificazione dell'autorità di bacino, queste frane non ci sono.
GIUSEPPE FRANCHI - Sindaco di Salsomaggiore - No, non ci sono.
AUTORE - Com'è possibile?
GIUSEPPE FRANCHI - Forse è stata una sottovalutazione del rischio.
AUTORE - Per cui avete trovato una via diretta al ministero.
GIUSEPPE FRANCHI - Al ministero. Siamo passati attraverso questo viceministro, Lucara appunto.
AUTORE - Quello che non riusciamo a capire, cioè vi ha consigliato qualcuno di andare direttamente al ministero, non sono le regioni che dovrebbero occuparsi di queste frane attraverso i Pai?
GIUSEPPE FRANCHI - Ma io ho trovato questa strada politica, ponendo il problema sotto l'aspetto fortemente tecnico, ho trovato udienza.
AUTORE - Magari quando siete dello stesso partito si facilita, o insomma si è dello stesso schieramento.
GIUSEPPE FRANCHI - Questo facilita certamente.
AUTORE - Siccome si parla di pianificazione e di programmazione e poi vengono finanziati i comuni fuori della pianificazione e chi deve attuare questi…
ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Ma che hanno bisogno di realizzare delle opere e quindi sono stati finanziati perché c'è bisogno di realizzare delle opere.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Di frane, solo in Emilia Romagna ce ne sono 32000, come ci mostra un dvd della regione. Per quelle urgenti interviene già la protezione civile, per quelle strutturali c’è una priorità di intervento stabilita dai piani di bacino, ma in Emilia come in Lombardia in Piemonte e nella maggior parte delle regioni italiane il ministro Matteoli ha finanziato direttamente comuni fuori dalla pianificazione.
ALTERO MATTEOLI - Però ogni comune che ha avuto il suo finanziamento, c’è una sua logica e un suo motivo.
AUTORE - Per esempio nell’undicesimo di questo, che è appena uscito, abbiamo visto che in provincia di Lucca sono arrivati quaranta milioni di euro.
ALTERO MATTEOLI - Perché la provincia di Lucca è una delle provincie d’Italia più a rischio dal punto di vista idrogeologico. La provincia di Lucca, la Versilia, ogni volta che piove va sott’acqua.
AUTORE - Ha fatto andare più risorse lì perché è il suo collegio?
ALTERO MATTEOLI - Ho fatto andare risorse dove c’era più necessità di mandare risorse.
AUTORE - Anche qui si può fare la polemica che è il suo collegio elettorale per cui anche lei…
ALTERO MATTEOLI - Guardi il mio collegio elettorale è uno solo, è Massarosa e Lucca, quindi…
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tanto per precisare, proprio Lucca e il comune di Massarosa hanno ricevuto più soldi di tutti gli altri comuni e cioè rispettivamente 12 milioni e 462000 e 8 milioni e seicento mila euro.
MILENA GABANELLI IN STUDIO - È da precisare che i finanziamenti non è che siano andati dove non ce n'era bisogno, sono andati a chi ha un rapporto privilegiato con le istituzioni a scapito degli interventi prioritari e urgenti individuati dall’autorità di bacino dopo anni di studi. E siccome di soldi ce ne sono sempre meno, alla fine i problemi restano lì.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nel piano di assetto idrogeologico del bacino del Po era prevista una cassa di espansione per mettere in sicurezza la città di Parma. Sono zone disabitate, recintate da argini, che formano una cassa dove il fiume può esondare salvando i centri abitati. Oggi questi lavori previsti dalla legge, però non sono finanziati, ma l’agenzia interregionale del Po ha deciso di portarli a termine con fondi propri.
AUTORE - Per cui voi state anticipando questi soldi?
PIETRO TELESCA – Agenzia Interregionale del Po Esatto, questo è il termine giusto, noi stiamo anticipando questi soldi per completare l'opera, perché per noi l’importante è completare l’opera.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Sono 6 milioni di euro che servono a tutelare la popolazione di un’intera città e che il ministero per ora non li ha tirati fuori, perché come abbiamo visto li ha dati ai comuni per rendere edificabili i terreni. Anche nel bolognese i paesi intorno ai fiumi dovrebbero essere messi in sicurezza.
AUTORE - Siete arrivati fin dove sono arrivati i finanziamenti adesso vi siete fermati.
GIUSEPPE SIMONI - Servizio tecnico bacino del Reno - Adesso siamo fermi in attesa di un ulteriore finanziamento per completare l'opera.
MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - Ma certo perché i soldi vengono dati attraverso questi interventi ad personam, a comune, ministero comune, e invece la programmazione triennale, che era tutta costruita sul fatto che le regioni individuavano i punti più critici del proprio territorio, facevano un elenco di priorità e le mandavano al ministero, tutto ciò non avviene più e quindi quindici anni, tutti gli anni novanta e i primi anni duemila di programmazione, rischiano di essere completamente annullati.
VOCE DELL’AUTORE F.C.- Ma il segretario generale dell’autorità di bacino, anche se dopo 15 anni di studi non gli finanziano più i piani non è arrabbiato, è solo abbottonato.
AUTORE - Questi finanziamenti sono a discrezione del ministero dell’ambiente, che vanno ai comuni e scavalcano il vostro piano è evidente no?
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po
Bisogna vedere se questi finanziamenti sono compresi anche nei piani o no.
AUTORE - Ci sono dei finanziamenti non compresi nei piani, lei cosa ne pensa?
MICHELE PRESBITERO - Se non sono compresi nei piani penso che ci siano delle ragioni che hanno portato a queste scelte, non penso che sia un diktat o una scelta politica così pesante che possa decidere di finanziare comuni o enti scavalcando autorità di bacino e regioni.
VOCE DELL’AUTORE F.C. - Non è una scelta politica, sentiamo il ministro.
AUTORE - Il fatto che questi non abbiano fatto vedere i dati, questi dice a noi non arriva più niente…
ALTERO MATTEOLI – Ministro dell’Ambiente
È una scelta politica che ho fatto io.
VOCE DELL’AUTORE F.C. - Il signor Presbitero lo sa, visto che la sua è una nomina governativa.
DAL TG2 del 18-10-2000 - "Prendiamo la linea da Casale Monferrato anche perché qui ieri sera c'è stata l'ultima vittima dell'alluvione in Piemonte, la sesta, un agricoltore che con il trattore è finito nel fiume Po. Immagini devastanti, il dopo alluvione è più terribile di quello che si poteva immaginare. Solo qui a Casale sono 2.500 gli uomini che sono rimasti senza lavoro, industrie famose, la Cerutti che fabbrica macchine tipografiche, la seconda del mondo".
DAL TG2 del 18-10-2000 - Ecco vedete la periferia di Casale Monferrato è ancora invasa dall'acqua.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Le zone a rischio alluvione sono 2500. Il Po a Casale Monferrato è esondato nel 2000.
AUTORE - Senta ma è mai possibile che bisogna fare sempre i comitati in Italia?
MASSIMO DE BERNARDI - Comitato Alluvionati del Casalese - Purtroppo se nascono i comitati vuol dire che c'è qualcosa che non funziona a livello delle istituzioni, dei partiti, dei tecnici. Il comitato perché non abbiamo avuto delle risposte esaurienti e abbiamo ancora dei seri dubbi sulle risposte che ci danno i tecnici sulla messa in sicurezza del nostro territorio.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma cosa bisognava fare che non è stato fatto?
AUTORE - Questo è il piano.
MASSIMO DE BERNARDI - Sì questo è un piano diciamo che prevede la creazione di casse di espansione, di laminazione, chiamiamole come si vuole.
AUTORE - Questo è Casale Monferrato.
MASSIMO DE BERNARDI - Sì è Casale Monferrato.
AUTORE - Il fiume dovrebbe entrare e poi uscire. Ma queste casse in espansione sono state fatte?
MASSIMO DE BERNARDI - No. Non sono state fatte, sono stati ringrossati e livellati gli argini, non portati secondo noi alla sicurezza adeguata perché ci danno si e no un frano arginale di dieci centimetri.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il piano è dell'autorità di bacino del Po.
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Per realizzarle ci vogliono dei fondi e dunque si devono realizzare. Sono delle proposte tecniche ma bisogna avere dei fondi per realizzarle.
AUTORE - Non ci sono i fondi, non arrivano questi fondi?
MICHELE PRESBITERO - Per fare le vasche di espansione penso che non ne abbiamo adesso, non sono stati stanziati, non si fanno finché non c'è la disponibilità.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tutte le opere che aspettano i cittadini alluvionati sono ferme. Ad Alessandria, nel 1994 ci furono 13 morti e 1600 miliardi di danni, delle vecchie lire, i quartieri San Michele e Orti, a 11 anni dall'alluvione, sono ancora a rischio. Qui, quando piove, la gente non dorme.
AUTORE - Senta ma a distanza di undici anni voi avete ancora paura?
ELIDE BIGLIA - Ogni qualvolta ci sono delle piogge un attimino più abbondanti del solito è premura di tutti gli abitanti di questa zona raccogliere tutte le cose più utili e portarle ai piani superiori.
GRAZIELLA ZACCONE LANGUZZI - Noi conosciamo qui famiglie che quando piove, subentra uno stato di ansia e di agitazione e quindi noi dopo l'alluvione siamo persone che non vivono più tranquille finché ogni città, ogni territorio non è in sicurezza: si spende ancora troppo poco in sicurezza. Dopo un'alluvione si dovrebbe essere più celeri e più attenti.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La città è a rischio perché questo ponte non reggerebbe la portata di piena, dovrebbe essere abbattuto ma il ministero dei beni culturali ha messo un vincolo.
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Ad Alessandria sono stati dati all'amministrazione comunale qualche anno fa, mi pare quindici miliardi per poter considerare la progettazione di un nuovo ponte e quindi per garantire la sicurezza della città.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- I primi 5 miliardi sono stati già sprecati.
MARA SCAGNI - Sindaco di Alessandria - Perché l'amministrazione di allora decise di chiedere un architetto americano che perse cinque miliardi; fece un progetto che può essere bello o brutto io non mi sbilancio, ma è un progetto che per la realizzazione del ponte ha bisogno di altri sessanta, settanta miliardi di lire che l'amministrazione non ha e non ha preso dallo Stato.
AUTORE - Senta Legambiente invece non vuole fare abbattere questo ponte?
VANDA BONARDO - Lega Ambiente Piemonte e Valle D'Aosta - No, perché è bellissimo, è meraviglioso e secondo noi è perfettamente inutile rispetto a una riduzione del rischio, perché per una riduzione del rischio bisogna pensare di intervenire a monte, in modo da rallentare la portata del fiume, non può esserci questo intervento.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- A monte di Alessandria, nel piano, erano previste casse di espansione, ma a tutt'oggi non è stato fatto nulla.
GRAZIELLA ZACCONE LANGUZZI - Destra, sinistra devono pensare che le alluvioni, la sicurezza della persona, di un territorio, la sicurezza di una città, della vita e dei beni dei suoi cittadini, non ha colore politico. Io potrei fare una vita tranquilla e invece no, sono cinque anni che faccio battaglie perché ho subito l'alluvione: non deve più succedere, perché al momento opportuno rimborsi fanno fatica ad averli, oggi come oggi ci sono leggi che non rimborsano più niente, hanno messo una franchigia regionale, quindi sotto una certa cifra danni non ne rimborsano più. Non rimborsano più pertinenze come un garage, una vetrata, un giardino: ma quelle cose lì una persona se le è costruite con i soldi, non so se mi spiego.
DAL TG3 DEL 27-11-2002 - "A Lodi l'Adda ha rotto gli argini e ha invaso la cittadina. Sono tremila gli sfollati fino a questa sera è interdetta la circolazione con le auto".
VOCE DELL'AUTORE F.C.- A Lodi c'è stata l'alluvione nel 2002, le opere vanno a rilento il fiume non viene pulito e la ghiaia e i tronchi possono ostruire il ponte.
AUTORE - Cioè questi qua non si sa neanche chi deve spostarli.
UOMO - Questi sono ancora tronchi e rimasugli dell'alluvione del 2002. Non è stato fatto assolutamente nulla, neanche la pulizia delle piante secche, rotte, tutto quello che è venuto giù dal 2002 fino ad adesso.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nel piano di bacino del Po ci sono altre priorità non prese in considerazione dal ministero, per esempio Berceto è un paese costruito su un lago di montagna.
SIMONA ALERBIS - Assessore all'Ambiente Comune di Berceto - Se guardi la cartina del dissesto le aree rosse e le aree viola sono aree infranativa, aree in frana quiescente, sono praticamente…
AUTORE - E il comune dov'è?
SIMONA ALERBIS - Il comune è questo che vedi colorato.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La frana si estende in questo versante dove passa l'autostrada della Cisa Parma - La Spezia.
LODOVICO BIGLIARDI - Sindaco di Berceto - Hanno preferito, per paura di frane fare questo ponte doppio che lei vede.
AUTORE - Qui l'autostrada si sovrappone.
LODOVICO BIGLIARDI - Esatto, e ci sono dei piloni che hanno dei piccoli cedimenti, e loro adesso hanno pensato di fare un ponte laterale, nuovo, e di tirare via questo ponte, per consolidare…perché la frana parte da tutta questa zona in alto, è tutto questo versante che è interessato dalla frana, quell'anfiteatro che le dicevo prima, comprende tutta questa zona, dalla Cisa fino lì in fondo a Solignano.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La frana comunque è monitorata. Ma di finanziare interventi non se ne parla.
SIMONA ALERBIS - Assessore all'Ambiente Comune Di Berceto - È chiaro che è ancora più difficile darsi una risposta quando ci si chiede "perché non è stato finanziato?", se poi ci sono anche le prove scientifiche che questo movimento c'è.
MILENA GABANELLI IN STUDIO - I soldi sono pochi e non si riesce a fare tutto, però abbiamo visto che le urgenze oltre al ponte sono quelle di mettere in sicurezza Alessandria, Lodi, il Monferrato, e altre 2500 aree abitate. I piani di assetto avevano previsto anche le casse di espansione, ma non sono mai state fatte. Si è deciso invece di dirottare il denaro là dove era probabilmente meno urgente, a qualche comune, abbiamo sentito, arriverà il doppio di quel che è stato chiesto. Ma a tutto c'è un perché.
MILENA GABANELLI IN STUDIO - E torniamo ai fiumi che ogni tanto non stanno al loro posto. Allora per evitare di disperarci dopo, sarebbe meglio prevenire. Per questo sono stati pagati degli studi, i famosi Pai, che individuano i punti in cui il fiume può esondare, e lì sarebbe buona cosa non costruire. Provate voi ad immaginare cosa succede se un'area dove è prevista la costruzione di un quartiere ad un certo punto diventa esondabile e quindi non edificabile. Siamo a Monza.
DAL TG3 DEL 27-11-2002 - "Da ieri sera a Monza non si hanno più notizie di un uomo di quarantuno anni che è scivolato nel Lambro".
VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ultima alluvione a Monza c'è stata nel 2002. In città c'è un'ampia zona, senza abitazioni, che nel piano di assetto idrogoelogico del 2001 era esondabile. L'autorità di bacino ha fatto una variante al piano, che ha più che dimezzato, la fascia di esondazione del Lambro.
AUTORE - Senta ma quindi sono terreni comunali o dei privati.
ALFREDO VIGANÒ - Assessore al territorio di Monza - Dei privati.
AUTORE - Di tanti privati?
ALFREDO VIGANÒ - No, lì è quasi interamente di un privato.
AUTORE - E di chi sono?
ALFREDO VIGANÒ - Sono di un privato, di una società di industrializzazione edilizia, ma d'altra parte i giornali hanno scritto che è una proprietà di Paolo Berlusconi, quindi non è un elemento di privacy.
AUTORE - Voi avete fatto ricorso?
ALFREDO VIGANÒ - Noi abbiamo fatto ricorso sia contro la decisione del Pai, e poi abbiamo in corso un contenzioso specifico sull'edificabilità in base alle proposte del privato di costruire qui 388 mila metri cubi, su queste aree agricole.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nell'alluvione del 2002 si è allagato il centro storico e in quest'area l'acqua è arrivata in tutta la zona evidenziata.
ALFREDO VIGANÒ - Perché creare degli abitanti a rischio, tuteliamo quelli che già ci sono storicamente che vanno tutelati con opere idrauliche. Ma per aree libere studiamo prima il problema, anzi come potenziare il loro valore naturale di aree libere ai fini idraulici. Il Pai prima arrivava fino a quella gru, adesso arriva qua.
AUTORE - Per cui praticamente tutta questa zona qui.
ALFREDO VIGANÒ - Tutta questa zona qui è stata liberata ai fini delle possibilità edificatorie. Del vecchio piano regolatore del '71. Se loro avessero, anche con amministrazioni precedenti sicuramente definito prospettive più legate al quartiere, più legate alla realtà, probabilmente una soluzione parziale al loro problema l'avrebbero già trovata da tempo. No, loro dicono è questo, voglio fare questo e comunque farò questo. Questo è stato il loro atteggiamento.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Loro sono Paolo Berlusconi, che qui vuole costruire Monza 2. Eccolo il progetto queste sono le case, questo è il fiume. il Pai del 2001 aveva certificato che l'esondazione arrivava fin qui, copriva proprio le case. Il Pai del 2004 ha stabilito che l'acqua arriva al massimo qua, salvando proprio la zona dove sono in progetto le case. Chi ha deciso che il Lambro non esonderà è l'autorità di bacino.
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Se diciamo che in una zona l'acqua non arriva, lo facciamo con cognizione di causa, e perché dobbiamo mettere un limite qui quando si può mettere lì, si aggiorna.
AUTORE - Hanno sbagliato prima.
MICHELE PRESBITERO - Alla luce delle conoscenze…mi scusi ma.
AUTORE - Deve bere l'acqua?
MICHELE PRESBITERO - Sì perché mi fa parlare, vabbè. Alla luce delle conoscenze…
AUTORE - Hanno sbagliato.
MICHELE PRESBITERO - No, io dico che dipende dal livello di approfondimento con cui vengono condotte le prime indagini, non abbiamo scritto il Vangelo.
AUTORE - Nella città di Monza c'era questa zona che non era edificabile.
MICHELE PRESBITERO - Allora non prendiamo quella zona.
AUTORE - No io voglio prendere proprio quella zona.
MICHELE PRESBITERO - Lo so ma prendiamo pure tutto l'arco del bacino del Lambro.
AUTORE - Lei è a conoscenza di quest'area perché quest'area è di Paolo Berlusconi, cioè ha cambiato destinazione d'uso.
MICHELE PRESBITERO - Guardi che la destinazione d'uso…
AUTORE - Non è a conoscenza di questa cosa?
MICHELE PRESBITERO - Ma è su tutti i giornali.
AUTORE - Allora lo sa.
MICHELE PRESBITERO - Ma cosa vuol dire? Io mi sono comportato come si è comportata l'autorità di bacino in modo irreprensibile, perché se io avessi violato qualche legge o se avessi fatto qualche cosa che tecnicamente non è sostenibile o comunque riparlo di tutta la fascia del Lambro, io ne risponderei personalmente.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Da quel che abbiamo visto è difficile che qualcuno ne risponda. Comunque lo studio di approfondimento è stato fatto a Roma.
GIORGIO VISENTINI - Ingegnere - Le fasce si sono ridotte, sono basate sugli interventi e quindi ci sono degli interventi a monte di Monza, sul bacino del Lambro, che hanno ridotto il valore della piena che arrivava a Monza. Ciò non toglie che Monza va lo stesso sott'acqua, anche nelle previsioni. Infatti c'è un intervento previsto di un by-pass, di un grosso canale che toglie una parte della portata di piena a monte di Monza per restituirla a valle di Monza. È un canale di circa sette, otto chilometri. È uno degli interventi previsti.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Per costruire qui bisogna fare un canale che gira intorno alla città.
AUTORE - Però non sono stati fatti ancora questi lavori.
GIORGIO VISENTINI - Ingegnere - No.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma la variante si. Pubblicata sulla gazzetta ufficiale del dicembre 2004, approvata dal Presidente del Consiglio che di fatto favorisce suo fratello.
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - A favore di chi, le ripeto, non c'è a favore di nessuno, perché il comune può decidere in qualunque momento qual è la sua destinazione nel suo piano regolatore.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Certo è il comune, se non fosse intervenuta una legge della regione Lombardia ad impedirlo. Cosa dice la legge? Che i comuni che hanno il piano regolatore approvato prima del 1975, non possono fare alcuna variante. In tutta la Lombardia di comuni in queste condizioni ce n'è solo uno: Monza, l'altro è l'enclave svizzera di Campione.
AUTORE - Senta, lei le sa le polemiche che ci sono?
DAVIDE BONI - Assessore Ambiente e Territorio Regione Lombardia - L'iter di questa legge alla fine è stato molto strano. È arrivato praticamente l'ultimo minuto utile dell'ultimo giorno utile della passata legislatura.
AUTORE - Per cui anche secondo lei è un articolo mirato proprio per quei due comuni?
DAVIDE BONI - Assessore Ambiente e Territorio Regione Lombardia - Evidentemente questo non lo dico io però sulla statistica di 1545 comuni lombardi gli unici che si trovano in quelle condizioni sono due: c'è Campione d'Italia, c'è Monza.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Non c'è altro da aggiungere se non segnalare l'ingiustizia che stava a monte di questa storia, che ci ha fatto notare, così bene, il responsabile della variante al piano di bacino del Po.
MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Sono assolutamente consapevole che questa è stata una maledetta combinazione che è andata a finire in questo caso, è andato sul sito internet, tutti gli strumentalismi.., perché Berlusconi, ma Dio santo allora un comune prima gli dice che può costruire, poi cambia amministrazione e siccome non è d'accordo dice qui non si può costruire, le sembra un'azione corretta questa?
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La scorrettezza grave non è delle amministrazioni che cambiano, ma del Lambro, perché ogni tanto vieni fuori da lì?
MILENA GABANELLI IN STUDIO - Riassumendo, e nel caso non fossimo stati chiari: La costruzione di canale di 7 km è stata pensata per mettere Monza in sicurezza non per autorizzare il fratello del Cavaliere a costruire. Il punto è che questo canale costa un patrimonio ed è probabile che non lo faranno mai, però è stato sufficiente disegnarlo sulla carta per far diventare quell'area non più esondabile, e quindi nessuno si può opporre se tireranno su un intero quartiere, nemmeno il comune, perché la regione ha fatto una legge che in tutta la Lombardia, impedisce solo a Monza di cambiare il proprio piano regolatore. Una legge ad hoc, ha detto l'assessore regionale. - L'ultima parola al Lambro con la prossima piena. Certo è che la prevenzione rimane una bella idea, noi preferiamo le emergenze, e per questo abbiamo la protezione civile, che ha giusto aperto una bella sede nuova.
GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Questa è la sala operativa Italia, cosiddetta, perché riunisce tutte quelle che sono le diverse componenti e quindi le diverse esperienze e competenze delle istituzioni.
AUTORE - Vedo poliziotti, vigili del fuoco.
GUIDO BERTOLASO - Esattamente, sono rappresentate tutte le istituzioni, i vigili del fuoco innanzitutto, ma anche la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri, il Corpo Forestale, la Guardia di Finanza e anche le Forze Armate.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La protezione civile ha appena inaugurato la nuova sede. Ai piani alti c'è un centro funzionale. Qui si raccolgono i dati che le regioni rilevano sui territori a rischio idrogeologico, e si possono prevedere gli effetti degli eventi meteorologici come frane, alluvioni e incendi.
PAOLA PAGLIARA - Servizio Rischio Idrogeologico - Viene utilizzato tutto il bagaglio di conoscenze che viene acquisito da altre strutture dello Stato le quali sono ordinariamente deputate alla conoscenza del territorio.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- I dati arrivano dal ministero dell'ambiente, dall'aeronautica e da centri di ricerca. Sono monitorati il vulcano di Stromboli e i rischi sismici. Nel sotterraneo c'è la sala operativa, che raccoglie i dati di tutte le forze di polizia e dei vigili del fuoco per valutare se e quando intervenire in stato di emergenza. Il dottor Bertolaso coordina tutto in nome del Presidente del Consiglio.
GUIDO BERTOLASO - - Può piacere, può non piacere, qualcuno può avere dei mal di pancia, perché poi quando c'è uno che comanda può dare fastidio, ma come dico io, soprattutto nei momenti d'emergenza non può esserci democrazia, ci deve essere uno che coordina, che prende delle decisioni e che se ovviamente sbaglia poi paga. Questo deve essere il funzionamento di una protezione civile che davvero vuole proteggere i cittadini.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Infatti, la protezione civile dispone di poteri eccezionali, che vuol dire soldi subito.
AUTORE - Per cui si va in deroga anche a tutte le leggi, se lei deve comprare delle cose le compra senza gara, senza niente.
GUIDO BERTOLASO - - Solo ed esclusivamente nei momenti di emergenza, mi sembra che questo sia assolutamente inevitabile e scontato.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Con questi poteri, dopo il crollo della scuola di San Giuliano, 3 anni fa, è stata emanata un'ordinanza che stabiliva i criteri per la classificazione sismica e norme tecniche per le costruzioni in zona sismica. Norme uscite con 122 errori.
PAOLO RUGARLI - Ingegnere Strutturista - La norma, anche dopo queste correzioni, la mia personale opinione è che non sia applicabile.
MARCO GUIDUZZI - Ordine degli Ingegneri Forlì - Cesena - La norma dunque non è applicabile pensando di poter eseguire un controllo manuale passo a passo.
TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Questo è il punto, il fatto incontrovertibile oggi è che l'ordinanza è stato un atto illegale.
SERGIO POLESE - Presidente Consiglio Nazionale degli Ingegneri - Abbiamo più volte interessato al riguardo le autorità competenti. Chiediamo ed esponiamo la necessità di chiarezza per quanto riguarda questa normativa.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ordinanza della protezione civile, ha previsto anche la creazione e quindi il finanziamento di un centro di ricerca antisismica, è a Pavia, si chiama Eucentre. Questo è il giorno dell'inaugurazione.
LETIZIA MORATTI - Ministro della Pubblica Istruzione - Io vedo in questo Centro una grande assonanza con le politiche che il governo ha cercato di portare avanti in questi anni.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Eucentre è diretto dal professor Calvi, colui che ha stabilito insieme ad altri esperti le nuove norme inapplicabili.
GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - Solamente le cose cristallizzate in decenni non hanno errori. Una cosa scritta in 45 giorni gli errori ce li ha. Le norme devono essere cambiate con continuità.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ordinanza fatta in fretta, prevede anche la verifica di tutti gli edifici strategici, ospedali, scuole, caserme etc. Ma da una parte non ci sono i soldi, dall'altra le regioni non sanno applicare le nuove norme ed allora devono rivolgersi all'Eucentre e pagare la consulenza.
AUTORE - Vi siete rivolti a loro perché? Perché eravate in difficoltà ad applicarle?
MASSIMO FERRINI - Architetto Regione Toscana - Certamente, certamente. Il professionista a cui c'eravamo rivolti, ovviamente non era un difetto loro, c'era un difetto d'applicazione.
AUTORE - Per cui vi siete rivolti a chi ha scritto la norma.
MASSIMO FERRINI - Certamente. Era l'unica strada.
GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - Ci chiedono appunto: "Noi come dobbiamo fare?". Vi produciamo un documento che non è una norma ma che aiuta a capire.
AUTORE - Questi interventi li fate a pagamento?
GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - La logica è di una pura copertura dei costi. Tanto che questo è un centro no profit, non possiamo dividere utili.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nato Eucentre il campo della ricerca sismica universitario langue.
TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Un tempo si diceva che forse i soldi venivano distribuiti a pioggia. Adesso siamo a secco totale. Se le università non sono in qualche modo collegate con questo polo esperto non ricevono assolutamente niente.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E a proposito di verifiche degli edifici strategici sia la sala operativa della protezione civile che quest'altra bellissima sala con le poltrone in pelle, adibita in caso di unità di crisi, per i ministri, sono in una zona a rischio esondazione.
AUTORE - È vero che questa sala è a rischio esondazione che qui c'è il Tevere, che ci può arrivare l'acqua, è una zona R3 mi hanno detto?
GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Era una zona R3, con l'autorità di bacino si sta rifacendo il nuovo piano, diciamo che può essere anche un'utile situazione per fare eventualmente delle prove, delle esercitazioni in caso di vera emergenza.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tornando all'ordinanza antisismica, all'improvviso i professionisti non si sono sentiti più in grado di costruire da soli.
MARCO GUIDUZZI - Ordine degli Ingegneri Forlì - Cesena - Paradossalmente si può arrivare a dieci risultati diversi.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma se si vuole costruire un ponte anti-scossa progettato con l'ordinanza antisismica della protezione civile, conviene scegliere come co-progettista il professor Calvi. Il ponte è stato realizzato a tempo di record. Anche se il costo del progetto ha significato un incremento del 40 per cento rispetto ai progetti tradizionali, e i materiali sono costati il 50 per cento in più.
TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Allora che cosa succede, che i committenti, soprattutto se si tratta di grandi opere dicono "lei non la sa applicare, la mandiamo all'Eucentre, la mandiamo da qualche altra parte.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma un mese fa, è uscito dal ministero delle infrastrutture, dopo anni di studio il testo unico con le norme tecniche delle costruzioni. la confusione è aumentata.
AUTORE - Senta una domanda: adesso che c'è il testo unico l'ordinanza…
REMO CALZONA - Ordinario tecnica delle costruzioni - L'ordinanza decade automaticamente.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- Per Bertolaso le norme dell'ordinanza sono integrate nel testo.
GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Basta consultare le carte per vedere chi ha ragione.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora leggiamo le carte: nel decreto c'è scritto che le disposizioni dell'ordinanza possono continuare a trovare vigenza, alla fine ha ragione il presidente del consiglio degli ingegneri.
SERGIO POLESE - Presidente Consiglio Nazionale degli Ingegneri - L'ordinanza potrebbe essere applicata ma in maniera facoltativa al pari di altre possibili normative.
MARISA ABBONDANZIERI - Commissione Parlamentare Ambiente Territorio - Sul piano della messa in sicurezza sismica ancora non si sa quali sono le norme prevalenti, quelle che devono essere utilizzate.
AUTORE - Per cui la protezione civile ha invaso un campo non suo?
MARISA ABBONDANZIERI - La protezione civile, quella che abbiamo conosciuto in questi anni è una protezione civile che di fatto è un organismo di molta immagine, molte deroghe e purtroppo pochi fondi da destinare alle emergenze a seguito delle calamità naturali.
VOCE DELL'AUTORE F.C.- La protezione civile, dal settembre 2001 si può occupare, attraverso le ordinanze, dell'organizzazione di grandi eventi, come il vertice Nato - Russia. Ordinanze sono state emanate per le celebrazioni del semestre europeo, per Padre Pio ed altre beatificazioni, per il congresso eucaristico a Bari, per il quarto centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino in provincia di Lecce. Ma anche per rifare il porto di Trapani in occasione della Coppa America. In quattro anni in tutto ci sono state oltre 400 ordinanze con rispettivi commissari straordinari, con i poteri eccezionali dell'emergenza.
AUTORE - Mi sono messo a vedere un po' le ordinanze, ordinanze sul traffico a Catania per cui si fa un commissario straordinario, il sindaco già si dovrebbe occupare normalmente del traffico.
GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Sì, perché non ci ricordiamo diciamo, che anche il sindaco di Roma ha chiesto le stesse cose, anche il sindaco di Venezia, anche il sindaco di Milano, anche il sindaco di Torino.
AUTORE - Sono tutti commissari straordinari per cose che dovrebbero già fare normalmente.
GUIDO BERTOLASO -
Usa, alla fine della Luna
“Politica o quasi”, si intitola la rubrica della Dominijanni su il manifesto. La intitolerei invece “Politica e oltre”. Questo articolo è del 17 maggio 2005.
Condoleeza Rice è contrariata per il danno inferto all'immagine degli Stati uniti dall'articolo di Newsweek - poi parzialmente smentito, ma quattro ex detenuti invece lo confermano - sulle profanazioni del Corano nel campo di Guantanamo. Dice che tutta questa storia rovina gli sforzi degli americani di migliorare i rapporti col mondo musulmano, che dopo gli abusi di Abu Ghraib ci voleva poco per riaccendere l'odio antiamericano e che qualcuno l'ha tirata fuori apposta. Per la verità il danno principale di quell'articolo consiste nei morti e feriti negli scontri che ha scatenato in Afghanistan, ma su questo Rice sorvola. Il suo ragionamento non fa una piega nella logica perversa che domina l'amministrazione e mezza società americana dall'11 settembre in poi, e che consiste nel mettere gli Usa nel posto della vittima anche quando con ogni evidenza occupano quello del carnefice. E così quella promettente domanda - perché ci odiano tanto? - che sulle ceneri delle Torri gemelle si ponevano i bambini con l'apertura mentale dei bambini, diventa un'interrogativa retorica a risposta chiusa: ci odiano tanto perché siamo liberi e buoni; non c'è niente da correggere, niente da cambiare, siamo i migliori ed è questo che i barbari non ci perdonano. Slavoj Zizek ha messo in rilievo più volte questo paradosso, anche su queste pagine. Con maggiore impatto mi è capitato di sentirlo mettere in ridicolo poche sere fa da Laurie Anderson, nota artista multimediale della scena newyorkese in concerto all'Auditorium di Roma con una performance sull'estetica della guerra, la spiritualità e il consumismo. E' come quando la più antipatica della classe si convince che i compagni di scuola la odiano perché è la più bella, recita Laurie e tronca: «ma non è per questo, è perché è la più stronza».
Performance di rara intensità, The End of the Moon, secondo atto della trilogia cominciata con Happiness, in cui Anderson raccontava di quando se n'era andata a lavorare in un Mc Donald per scendere temporaneamente dal piedistallo privilegiato dell'artista e calarsi in un pezzo di vita ordinaria. Stavolta invece racconta di un viaggio con la Nasa, prima artista a essere incorporata nel santuario del sogno americano di conquista dello spazio. E da un verso all'altro del suo testo minimalista, fra una nota e l'altra dei violini estenuati sulla base elettronica ossessiva e monotonale, il sogno si capovolge in incubo. L'incubo del progresso, della conquista, dell'espansione, del primato del più forte. Lo stesso primato a cui la piccola Laurie veniva educata quando usciva di casa per andare a scuola e la madre la salutava con un «vinci!» invece di preoccuparsi di vedere come stava.
Che c'era da vincere? Niente, canta adesso l'adulta, sola sul palco in nero anch'esso minimalista, a rappresentare la solitudine malinconica dell'epoca della guerra permanente, «questa guerra non finirà mai e lo sappiamo tutti». La performance comincia con il ricordo dell'11 settembre, neanche a dirlo, e finisce con la fantasia di un'implosione dello spazio, ritorno allo status quo ante big bang, «almeno questa storia finirà com'era cominciata». In mezzo non c'è nessuna àncora occidentale, solo sprazzi di spiritualità orientale. Altro che la democrazia da esportare e i nostri valori da universalizzare. La luna è finita, il sogno americano pure, resta l'incubo e i cocci dello Shuttle da raccattare fra la costa della Florida e quella della California.
Paranoia malinconica e disperata, l'opposto esatto della paranoia onnipotente di Condoleeza Rice. Dovremmo farci calamitare meno dal delirio del potere americano, e volgere ogni tanto lo sguardo sulla sua vittima prima, gli americani che lo subiscono senza riuscire a contrastarlo, attori di una soap «scritta da troppi sceneggiatori che lavorano di notte, all'oscuro, senza che noi ne sappiamo mai niente».
«L'esperienza americana in quanto grande democrazia multietnica ci fa sostenere la convinzione che i popoli di diverse tradizioni e fedi possono vivere e prosperare in pace». Così la lettera di un passo della National Security Strategy, contraddetta dallo spirito di tutto quel documento dell'autunno 2002 inaugurale non solo della strategia militare della guerra preventiva, ma della strategia filosofica del primo mandato di Bush il giovane. Strategia che all'individuazione del nuovo nemico esterno - il Male del terrorismo internazionale in lotta contro il Bene della democrazia e della libertà - accompagnava l'individuazione dei nuovi nemici interni agli Stati uniti: non tanto questo o quel gruppo etnico o culturale, quanto e prim'ancora la filosofia del multiculturalismo politically correct che aveva largamente informato l'America clintoniana. Bisognava farla finita con quella rispettosa coesistenza fra culture diverse che nel senso comune democratico aveva sostituito e proseguito il mito del melting pot, e rilanciare il totem perduto di un'identità angloamericana originaria, liberale, proterstante, basata sul culto del lavoro e della proprietà, egemone su tutte le altre identità impiantatesi nel nuovo mondo per successive ondate immigratorie. Il presidente texano che ostentatamente pronunciava Airaq invece che Iraq incarnava perfettamente questo passaggio dal politically correct multiculturale a un disprezzo per le diversità etniche e culturali mascherato di noncuranza wasp. Lungi dall'essersi esaurita, questa «spinta propulsiva» del primo mandato di Bush si è rafforzata nel secondo, a onta di quanti si ostinano a rintracciare fra l'uno e l'altro cesure promettenti e rassicuranti a fini geopolitici. Come ha sottolineato Rita Di Leo nel corso di un recente seminario del Centro studi per la riforma dello stato di Roma sui rapporti fra Stati uniti e Europa, il faro ideale della rivoluzione conservatrice di Bush è il nuovo mito del ritorno alle origini: «via dal New Deal, dalla Great Society, dalle affirmative actions, dal multiculturalismo, dal relativismo amorale del liberal», l'America del nuovo secolo ripudia quella degli anni 30, 60 e 90 del Novecento per lanciarsi in una sorta di ritorno al futuro, al «paradiso originario in cui l'individuo era libero di agire a profitto di se stesso pur vivendo dentro la comunità della sua religione, del suo lavoro, della difesa dai popoli indigeni», La ricchezza, la forza, la Bibbia erano le armi di quell'individuo delle origini tradito dal progressismo novecentesco e tornano ad essere le armi dell'individuo post-novecentesco. Stato sociale, cittadinanza, conflitti di classe made in Europe possono andare in soffitta: la rinascita del primato anglo-puritano non li prevede, nutrendosi più semplicemente di una casa di proprietà, di un piccolo o grande business, di un piano pensionistico personale. La proprietà individuale è la scelta vincente per l'integrazione sociale. I latinos impermeabili al sogno americano e all'inglese possono a buon diritto incarnare la nuova minaccia di destrutturazione di questo paradiso delle origini, come Samuel Huntington teorizza.
Tornare al paradiso delle origini significa dunque anche recidere il legame con l'Europa, o almeno con quell'Europa continentale che resta la culla dello stato sociale novecentesco e di una concezione della comunità basata sulla cittadinanza e non su valori «originari» e tradizionalisti. Da questo punto di vista, che conta più delle esche e dei ponti lanciati nelle visite ufficiali, i rapporti fra le due sponde dell'Atlantico appaiono tutt'altro che in via di risanamento. Salvo il fatto però la sponda europea non appare a sua volta in grado di contrapporre al «sogno delle origini» americano altro che le origini di un sogno che stenta sempre più a tradursi in una realtà politica efficace. Non si tratta solo della debolezza di iniziativa geopolitica che tanti commentatori abituati a ragionare solo in termini di politica di potenza attribuiscono al Vecchio continente. Il fatto è che la crisi dell'America degli anni 30, 60 e 90 sulla quale è cresciuta la pianta neoconservative assomiglia per troppi versi alla crisi in cui versano anche le società europee. L'esempio del multiculturalismo è uno dei più calzanti, perché su tutte e due le sponde dell'Atlantico esso era arrivato, a fine 900, a una soglia implosiva, sulla quale il rispetto per le diversità sconfinava in tendenza alla loro ghettizzazione autoreferenziale e incomunicante: come non ricordare il quadro disinncantato che ne dà Spike Lee nel monologo centrale de la venticinquesima ora ? Come non associare a quel monologo l'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda? E come non vedere nella crisi del modello integrazionista francese l'altra faccia della stessa medaglia, che riporta il proiblema delle società multirazziali alle aporie originarie della costruzione dello stato moderno occidentale in tutte le sue varianti? Sempre più divise, le due sponde dell'Atlantico restano anche sempre più unite, non dalle prospettive sul loro futuro ma dalla crisi del loro passato.
Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti lasciano la guida dell’Unipol e l’Opa Unipol su Bnl è morta. Il presidente e il vicepresidente della compagnia assicurativa lasciano i loro incarichi in parte per potersi difendere meglio (ma dovevano pensarci un po’ prima) e soprattutto perché contro di loro pesano accuse infamanti: dall’aggiotaggio all’insider trading.
Due reati particolarmente odiosi perché sono, sempre e comunque, contro il mercato, contro la gente, contro gli altri risparmiatori, piccoli e grandi. Sono reati che solo i peggiori commettono. La sola idea che a commettere simili porcherie siano stati due "cooperatori" mette i brividi e lancia un’ombra lunghissima e molto nera sul mondo della cooperazione. Anche l’Unipol (come la Banca Popolare italiana di Fiorani) aveva un consiglio di amministrazione, sindaci, revisori dei conti. Anche dei codici etici, si dice. Ma nessuno ha visto niente e niente è servito a qualcosa, a quanto pare.
E quindi la partita non può certo essere considerata chiusa con l’uscita di scena di Consorte e Sacchetti. Il movimento cooperativo dovrà interrogarsi a lungo sul suo modo di essere e su quello che fa. Non è che il caso si possa chiudere mandando a casa Consorte e Sacchetti. E tutti gli altri che erano lì? Ma le coop dovranno anche riflettere sul loro futuro, su quello che vogliono fare. E questo proprio partendo dal caso Consorte e Sacchetti. I due non sono funzionari qualunque delle coop indiziati di aver commesso qualche marachella.
I due (soprattutto Consorte, che era il capo) sono quelli che in un certo senso hanno trascinato le coop nel XXI secolo. Sono loro infatti, e non altri, che hanno portato l’Unipol in Borsa, facendola diventare una protagonista (sia pure minore) della finanza italiana, dove prima c’era una compagnia che "faceva le polizze ai compagni" e alle altre cooperative.
E infatti, giustamente, dentro il movimento Consorte era considerato una star, quello più avanti di tutti. Quello che avrebbe finalmente dato corpo e sostanza a quella specie di fantasma che è, e rimane, la "finanza rossa". Lui la stava costruendo, partendo proprio dall’Unipol. Lui ha fatto quello che gli altri cooperatori, abituati a vendere piselli in scatola nei supermercati e a tirar su villette unifamiliari per i soci, non avevano nemmeno osato immaginare.
Insomma, dall’Unipol non si sta dimettendo un funzionario un po’ birbante, ma si sta dimettendo il migliore. Quello che negli ultimi quindici anni ha indicato alle coop la nuova strada, quella della finanza.
Adesso, lui se ne va, e allora le coop devono cominciare a chiedersi se quella strada era giusta. E, soprattutto, se il movimento cooperativo è attrezzato per lanciarsi in un’avventura del genere. Sembra di capire che, almeno stando alle notizie di cronaca, i bravi cooperatori italiani non sono ancora abbastanza smaliziati e severi per gestire affari di questo genere. Sono brave persone, che fino a ieri guardavano al "loro" Consorte come un bravo padre di famiglia guarda con orgoglio al figlio che si è laureato ingegnere.
Insomma, se le coop vogliono rimanere nella finanza, nel XXI secolo, possono farlo, ne hanno il diritto. Ma allora devono attrezzarsi in modo diverso. Devono, in una parola, imparare un po’ di etica protestante. E devono stare attenti alle compagnie che frequentano. Certo, facendo affari con Fiorani e con Gnutti si potevano fare molti soldi e in fretta. Ma per questo non c’è bisogno di un movimento cooperativo. Bastano una scrivania, due telefoni e un po’ di spregiudicatezza.
L’Opa sulla Bnl è morta. In queste ore i vertici delle coop continuano a dire che l’episodio Consorte non cambia niente, si va avanti. Si tratta quasi di un riflesso condizionato, di un moto di orgoglio. Ma, non appena ci avranno fatto sopra una bella dormita, gli stessi vertici delle coop si renderanno conto che la cosa più conveniente da fare è studiare una veloce "exit strategy", cioè un modo per andarsene e per sfilarsi da questo affare pasticciato. Un affare troppo grosso per l’Unipol e dalle prospettive molto incerte sul piano industriale.
Ma qualche riflessione va fatta anche in casa dei Ds. Di questo disgraziato affare (che finirà malissimo) i Ds hanno parlato troppo, spendendo nella difesa di Unipol e del suo assalto alla Bnl i migliori fra i loro dirigenti. E hanno sempre mostrato molta, troppa cautela, nel prendere le distanze da questa storia, anche quando tutti cominciavano a nutrire profondi sospetti. In altri casi i Ds hanno mostrato molto più buonsenso e molto più fiuto.
C’è da chiedersi: perché? E molti giornali stanno già facendo, a questo proposito, insinuazioni sgradevoli. Io penso invece che quello dei Ds sia stato soprattutto un errore politico. Un grave errore politico.
In realtà, a loro l’ipotesi che l’Unipol arrivava a mettere le mani sulla Bnl è sempre piaciuta. Anzi, la vedevano come il passaggio di una frontiera.
Dalle collette domenicali dell’Unità al controllo di una grande banca nazionale. Tutti, a quel punto, avrebbero capito che i Ds erano finalmente cresciuti. che non erano più quelli delle feste con le salsicce e il discorso del compagno segretario. Inoltre, avere una banca come Bnl (associata a Unipol) nella propria area di riferimento avrebbe indotto tutti a un maggior rispetto.
Ecco, l’errore (al di là del fatto di non essersi accorti di chi era Consorte e di che cosa stava facendo) è stato proprio questo: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c’è già Berlusconi che lo fa, non si sente alcun bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra. Una forza di sinistra (o di centrosinistra) vince perché sa fare buone proposte al paese. Non perché ha le "sue" banche, le "sue" coop, i "suoi" finanzieri che operano in Borsa. Se poi l’idea era quella (da qualche parte ventilata) di contrapporre al salotto buono dell’establishment italiano una specie di salottino improvvisato, gestito da Consorte, Gnutti, Fiorani, Ricucci, allora va detto che saremmo alla follia politica.
Certo, si dirà, tutti questi ragionamenti si basano, per ora, solo su accuse e tutti hanno il diritto di essere considerati innocenti fino a una sentenza definitiva.
Giustissimo. In questa vicenda, però, abbiamo visto che, finora, i giudici milanesi che seguono il caso hanno visto sempre giusto. Anzi, hanno visto (diciamo le cose come stanno) quello che altri (ben più attrezzati) non avevano e avrebbero invece dovuto vedere. La bilancia, quindi, pende già adesso un po’ dalla loro parte. E tutti quelli che in questi anni hanno considerato Consorte come "il migliore" e i suoi disegni come una strategia vincente, interessante, è ora che comincino a cambiar
Internet ha bisogno di una Costituzione? La domanda è attuale dopo le notizie di iniziative censorie del governo cinese, e addirittura della cooperazione offerta da un portale americano, Yahoo!, per l´arresto di un dissidente. Ed è una domanda che non può essere elusa con l´argomento che ogni tentativo di imporre regole alla Rete è impossibile o non necessario. Internet è il più grande spazio pubblico che l´umanità abbia conosciuto, dove ogni giorno milioni di persone si scambiano messaggi, producono e ricevono conoscenza, costruiscono partecipazione politica e sociale, giocano, comprano e scambiano beni e servizi. Può tutto questo essere abbandonato alle prepotenze dei regimi autoritari o alle convenienze del mercato?
I fatti. Aveva cominciato qualche mese fa Microsoft accettando di mettere in guardia i propri utenti cinesi dall´usare nelle loro comunicazioni elettroniche parole come libertà, democrazia, partecipazione. Più pesantemente, Yahoo! ha fornito le informazioni necessarie per rintracciare una e-mail che un giornalista, Shi Tao, aveva mandato negli Stati Uniti, riferendo un avviso del governo ai giornalisti sui pericoli della presenza dei dissidenti nell´anniversario di piazza Tienanmen. Shi Tao è stato poi condannato a dieci anni di prigione per diffusione di notizie ritenute segrete. Infine, come ha ampiamente raccontato Federico Rampini su Repubblica (26 settembre), è arrivata una legge che sottopone a stretto controllo le comunicazioni su Internet, autorizzando solo quelle "buone", per evitare che attraverso la Rete si diffonda un contagio democratico che possa far crescere il peso delle organizzazioni di volontariato, consenta mobilitazioni tra gli oltre cento milioni di navigatori cinesi e produca così non solo dissenso, ma rivolte. Si deve concludere che Internet è per sua natura democratico, è incompatibile con i regimi autoritari?
Quest´insieme di vicende mostra con chiarezza come non si possano analizzare i problemi di Internet partendo dalla tradizionale interpretazione libertaria, che vede la Rete come spazio intrinsecamente anarchico, per sua natura insofferente d´ogni regola, capace di ristabilire autonomamente la libertà violata. Ma, per giustificare la "delazione" del giornalista, uno dei fondatori di Yahoo! ha dichiarato che la sua azienda rispetta le regole del paese dove opera. Le regole, dunque, ci sono, pesanti, e vengono rafforzate da inquietanti alleanze tra Stati e imprese, divenendo strumenti limitativi della libertà.
Pensare a regole giuridiche di segno opposto diviene una necessità, quasi un obbligo democratico. Ma ci si imbatte subito in ostacoli concreti, levati in ogni campo contro i tentativi di far nascere garanzie giuridiche adeguate alla realtà di un mondo globalizzato e di nuovi spazi senza confini, come Internet: la sovranità degli Stati nazionali e la radicata abitudine delle imprese transnazionali di pretendere di essere esse stesse i produttori delle norme che le riguardano.
Non ci resta che arrenderci, o fidarci solo nelle virtù di Internet? Guardandosi intorno, si scorgono altre possibilità. Un acuto analista, Franco Carlini, propone una reazione sociale. Sfruttare subito le opportunità offerte dalla stessa Rete, la sensibilità dei naviganti e le possibilità di mobilitazione immediata, rispondendo così a tutti i messaggi che giungano da una casella Yahoo!: "il suo messaggio viene respinto, ma saremo lieti di leggerlo quando proverrà da un servizio di mail diverso da Yahoo! e rispettoso dei diritti umani". In Italia lo stanno facendo aderenti a Magistratura Democratica e l´associazione Peacelink offre una casella di posta elettronica a chi abbandona Yahoo!. In assenza di norme di garanzie, i cittadini sparsi nel mondo cercano di incarnare una sorta di contropotere.
Iniziative del genere, che sfruttano ogni varco di Internet, sono state definite "strategie da bracconiere" e, in altre situazioni, hanno prodotto effetti significativi, com´è accaduto con il boicottaggio di imprese transnazionali che sfruttavano il lavoro minorile, e oggi Reporters sans frontières fornisce istruzioni per diffondere informazioni in Rete senza farsi scoprire. Qui tutto è più difficile per l´esistenza di uno Stato nazionale deciso a tenere una linea dura e per l´interesse di Yahoo! a conquistare l´enorme mercato cinese. Tuttavia, se la reazione proposta riuscisse a raggiungere una sufficiente massa critica, avrebbe sicuramente un peso non soltanto simbolico: per questo non convince la tesi di chi sostiene che è preferibile accettare quel che fa Yahoo! piuttosto che abbandonare gli utenti cinesi ad un monopolio nazionale assai più pressante. Già l´aver sollevato il problema, ad ogni modo, mette in evidenza il rischio concreto di una "censura di mercato". Un tema, questo, sul quale da tempo ho cercato di richiamare l´attenzione e che non può più essere eluso, dal momento che gli usi commerciali della Rete hanno superato quelli civili, prospettando così rivolgimenti profondi della stessa natura di Internet.
Le possibilità di successo delle strategie dal basso crescono se hanno alle spalle anche strategie istituzionali. Quando parlo di una Costituzione per Internet, non penso evidentemente ad un documento simile alle costituzioni nazionali, ma alla necessità di definire i principi che possono trasformare in diritti le situazioni di quanti usano la Rete. E, non essendo pensabile una assemblea costituente che proclami questi principi, è necessario seguire sentieri diversi, cogliendo le varie opportunità via via presenti nelle aree del mondo.
Un buon punto di partenza può essere costituito dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, dove il diritto alla protezione dei dati personali viene riconosciuto appunto come un autonomo diritto fondamentale. Questo vuol dire andare oltre la tradizionale nozione di privacy e considerare la tutela forte delle informazioni personali come un aspetto ineliminabile della libertà della persona. Ricordare questo fatto è importante, perché l´Unione europea costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la tutela dei dati personali, e questa scelta sta influenzando le decisioni di molti altri paesi.
Nella Conferenza mondiale sulla privacy, tenuta a Venezia nel settembre del 2000, il Garante italiano lanciò il progetto di una Convenzione internazionale, ora ripreso dalla Conferenza mondiale appena conclusasi a Montreux. Arrivare a questo tipo di documento richiederà certamente le tradizionali e lunghe negoziazioni tra governi. Ma esige intanto che tutti i soggetti coinvolti nella gestione di Internet (Stati, cittadini, providers, produttori, imprese, autorità garanti) comincino a rafforzare e a far rispettare le regole sovranazionali ormai contenute in molti documenti, a sperimentare codici di autodisciplina "di nuova generazione" (nel senso che non sono il prodotto esclusivo degli interessi di settore, ma nascono dalla collaborazione tra questi e soggetti pubblici), a verificare quali problemi possano essere risolti attraverso una migliore progettazione e un miglior uso delle stesse tecnologie, contribuendo così a definire sperimentalmente quale dovrebbe essere il campo di una futura Convenzione.
Lungo questa strada, non dovrebbe essere perduta l´occasione che a novembre verrà offerta dal World Summit sulla società dell´informazione, che si terrà a Tunisi per iniziativa delle Nazioni Unite. Si è proposto, infatti, che lì venga approvata una Carta dei diritti per la Rete, che parta dalla constatazione che Internet sta realizzando una nuova, grande ridistribuzione del potere. Per evitare che prevalgano le logiche censorie, è tempo di affermare alcuni principi "costituzionali" come parte della nuova cittadinanza planetaria: libertà di accesso, libertà di utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della privacy, riconoscimento di nuovi beni comuni. E a Tunisi si dovrà decidere se la gestione tecnica di Internet dovrà passare dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite.
Ma l´Unione europea, che può essere il motore di questo processo ed ha assunto una posizione coraggiosa sul tema della gestione di Internet, sta vivendo una stagione che rischia d´essere dominata unicamente da preoccupazioni riguardanti la sicurezza. Rampini ricorda che "le autorità di Shangai hanno installato telecamere negli Internet café e registrano i documenti di chi entra". E´ quel che sta accadendo anche in Europa, mentre la Commissione di Bruxelles, soprattutto sotto la spinta della Gran Bretagna, propone di ridisegnare in modo restrittivo il quadro normativo riguardante le comunicazioni telefoniche e quelle attraverso la posta elettronica e Internet, cominciando dai tempi di conservazione dei dati che le riguardano. Il Parlamento europeo e le autorità garanti stanno reagendo, sottolineando che siamo di fronte a diritti fondamentali, che non possono essere compressi senza alterare i caratteri democratici delle nostre società.
In questo conflitto prende corpo proprio la dimensione costituzionale di Internet. E la giusta proposta di una protesta capillare contro Yahoo! deve valere, a maggior forza, nei confronti di regole europee che vanno ben oltre le esigenze di tutela della sicurezza.
La legge scritta fu una conquista, nel mondo greco arcaico. Prima c’era il predominio di gruppi, aristocratici e sacerdotali, che "amministravano" una legge «atavica» di cui erano e si proclamavano i soli detentori ed interpreti; e la cui integrità testuale era incontrollabile. La legge scritta era stata dunque una conquista contro l’arbitrio di una «legge non scritta» promanante dall’alto e controllata da caste protette dal paravento della sacralità. Non è secondario che le «leggi non scritte» siano state sin dal principio fatte percepire come un bagaglio «primario» di principi fondamentali: in nuce una sorta di diritto di natura in cui sostanza comportamentale empirica ed alone di sacralità religiosa si fondevano.
Va da sé che lo sviluppo in direzione di una prassi democratica (decisioni condivise da un ampio corpo decisionale sulla base di norme, accettate e controllabili) è andato di pari passo con l’estendersi ed il consolidarsi della pratica della «legge scritta». Essa a sua volta si accompagna a una diffusione dell’alfabetismo, che non è facile definire e quantificare in modo puntuale ma che indubbiamente rientra, come componente, in questo quadro. S’intende che anche il non alfabetizzato può farsi leggere la norma alla quale intende richiamarsi, e che c’è - per esempio ad Atene - un mestiere che pertiene direttamente a questo ambito, una figura che «collega» i cittadini alla legge: i logografi (potremmo definirli anche, modernamente, avvocati).
Non deve perciò sorprendere che il maggiore statista dell’Atene classica, Pericle, sia rappresentato da uno storico suo contemporaneo e ammiratore (Tucidide) nell’atto di elogiare il sistema politico vigente nella città (che lui dice potersi definire faute de mieux, «democrazia») e di indicare nelle leggi scritte il baluardo della libertà individuale. Ma Pericle, in quel discorso solenne che forse pronunciò davvero all’incirca in quella forma in cui Tucidide lo fa parlare, dice anche tutta la sua considerazione per le «leggi non scritte» e lascia intendere che esse comportano, se violate, soprattutto una sanzione morale (lui dice «vergogna»).
Cos’era accaduto? Il grande fatto nuovo intervenuto tra l’albeggiare della democrazia e la matura età di Pericle era stato l’irrompere di un movimento di pensiero la cui ampiezza, pervasività, efficacia e capacità di fare immediatamente presa su larghe cerchie fu almeno pari a quella dell’Illuminismo: intendo la Sofistica. Forse la corrente di pensiero più influente, anche per i suoi effetti di lunga e lunghissima durata, di tutta l’età antica. La Sofistica aveva brandito una scoperta: che cioè la legge positiva, concreta, stabilita dalle varie città, è convenzione, mentre durevole e non di rado in contrasto con la legge convenzionale è quel nucleo profondo stabile e anche ben visibile e sempre riaffiorante (anche quando la si conculca) che è la natura. Di qui il proporsi di una antitesi legge/natura che però poteva avere gli esiti più diversi. Per un verso una rispettosa accettazione delle singole «convenzioni» (tolleranza, ai limiti avalutativa); per l’altro la pretesa di fare largo soprattutto alla natura, unica «vera».
Ma che idea alcuni di loro avevano, o suggerivano, della «natura»? Dall’esperienza avevano ricavato una visione realistica. Ed era difficile contrastare la veduta che apertamente affermavano che il rapporto di forza, la "naturale" prevalenza del più forte (nei più diversi campi, dalla politica al mondo animale) riflettesse appunto, e appieno, la fondamentale «legge di natura». Nel dialogo che lo stesso Tucidide immagina svolgersi tra Melii e Ateniesi, questi ultimi sostengono che tale legge vige anche tra gli dei, nel mondo degli dei!
Ecco dunque l’imbarazzo della città democratica di fronte a questa frastornante "rivelazione", ed ecco sorgere orientamenti di pensiero miranti a rintracciare altri fondamenti universali dell’agire (e del dover agire) umano non semplicemente regolati dalla ferina «naturalità» della forza. Tutto il socratismo fino alle sue propaggini moderne è stato impegnato in questo sforzo di superamento del possibile "baratro etico" aperto dalla Sofistica. Allo stesso fine, ma con risorse intellettuali arcaiche, mira la riscoperta, simboleggiata da Antigone, della «santità» delle leggi non scritte (ma "naturali").
E nel mondo della politica? Lì si produce, con lo sviluppo della democrazia radicale, una svolta inattesa, pur essa legata ai rapporti di forza. Sorge cioè col tempo all’interno della città democratica una polarità tra l’idea della superiorità della legge (nucleo di partenza della democrazia stessa contro il sopruso di casta) e l’idea, estrema, che il popolo è esso stesso al di sopra della legge. E’ quello che dicono i capipopolo, minacciosamente, durante la prima fase del processo dei generali vincitori alle Arginuse: «qui si vuole impedire al popolo di fare quello che vuole!».
L'immagine è tratta dalla bella rivista Sagarana.net
Da qualche giorno l'italiano non fa più parte del gruppo ristretto delle lingue stabili dell'Unione europea, nel quale restano solo l'inglese, il francese e il tedesco. Per decisione della portavoce di José Manuel Barroso, infatti, la nostra lingua è stata cancellata da tutte le conferenze stampa (salvo quelle del lunedì, unico giorno in cui è comunque garantita la traduzione nelle principali lingue dell'Unione) dei commissari della Ue. La notizia è di qualche giorno fa e ha suscitato sulla stampa nazionale grande scandalo e alti lai. Il presidente dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, intervistato venerdì scorso dal Corriere della Sera che è stato il primo giornale a lanciare l'allarme, ne deduce che il prestigio dell'italiano è in picchiata e denuncia l'assenza di una politica linguistica dell'Unione e di una politica del governo italiano di sostegno all'italiano: stante che le lingue europee sono venti, la Ue, sostiene Sabatini, dovrebbe «compensare» quelle che non vengono usate nelle sedi ufficiali finanziandone l'insegnamento e le traduzioni, mentre il governo italiano dovrebbe investire nel sostegno della lingua nazionale all'estero. Gianfranco Fini gli ha risposto assicurandolo che la promozione della lingua e dell'identità italiana nella Ue e in tutto il mondo è in cima alle priorità del suo ministero e degli istituti di cultura all'estero, che l'italiano rimane una delle lingue usate nelle riunioni del Consiglio europeo, che la domanda di studio dell'italiano cresce ovunque nel mondo. Ma il problema ormai è sul piatto, e non riguarda solo le politiche di sostegno all'italiano: riguarda il rapporto fra lingua e identità nazionale per un verso, fra lingue e costruzione europea per l'altro. E spiace in verità che venga sollevato solo in termini di difesa identitaria e solo sulla base di un risentimento per l'esclusione della nostra lingua da una sede istituzionale. E' vero che, come ha scritto Raffaele Simone sul Messaggero, la cancellazione dell'italiano dalle lingue ufficiali dell'Unione rischia di depotenziare la comunicazione politica dei nostri rappresentanti; ed è vero che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corsera, quella cancellazione è segno di una perdita di peso politico dell'Italia nella costruzione europea, a vantaggio del peso della Gran Bretagna, della Francia e della Germania. In questa prospettiva, l'unica politica possibile per la nuova Europa sarebbe quella di un plurilinguismo sostenuto dai singoli stati e dalle istituzioni comunitarie, a garanzia di una Europa pluriculturale e pluriidentitaria, in cui la comunicazione, politica e sociale, resta affidata fondamentalmente a una continua opera di traduzione (che attualmente occupa un terzo dei laureati che lavorano nelle istiutuzioni Ue). Ma questa ipotesi non mancherebbe di sollevare, se non subito di qui a pochi anni, le obiezioni che già circolano oggi nei confronti dei modelli multiculturali anglosassone e olandese: troppe identità autoreferenziali, troppa poca mescolanza, troppo comunitarismo garantito dalle barriere linguistiche. C'è invece la possibilità di ribaltare l'ostacolo del plurilinguismo europeo in una opportunità di ibridazione e contatto fra culture e identità diverse?
Questa possibilità passa in primo luogo per il riconoscimento del problema. Il quale invece è stato, fin qui e malgrado l'anno europeo della lingua celebrato pochi anni fa, ignorato o rimosso, nel corso di un processo di costruzione europea ridotto alla pura dimensione istituzionale e costituzionale. Eppure, che l'esistenza di 11 lingue diverse, diventate 20 con l'allargamento ai paesi dell'est, fosse un problema difficilmente superabile nell'universalismo del linguaggio giuridico avrebbe dovuto essere chiaro. Come dovrebbe essere chiaro che nessuna politica protezionista e nessuna salvaguardia identitaria può reggere l'impatto con i processi sociali e culturali attraverso i quali una lingua si impone più di un'altra, o le giovani generazioni imparano più e meglio delle vecchie a comunicare in più lingue, via via che il romanzo di formazione europea si sostituirà al romanzo di formazione nazionale. Serve di più resistere a questi processi difendendo le barriere linguistiche e identitarie, o spingerli in avanti a costo di perdere ciascuno qualcosa, compreso l'agio della lingua materna? O meglio ancora, si può ripensare l'agio della lingua materna come qualcosa di irrinunciabile, ma a cui si può tornare per andare e andare per tornare, aprendosi al rischio della lingua dell'altro invece che rinserrandosi nella propria? Non è questa apertura, che passa anche e in primo luogo, l'unica strada per la costruzione di un'Europa aperta alla differenza, invece che arroccata sull'identità? Non vale la pena, per questo obiettivo, di correre qualche rischio di fraintendimento, invece di contare su un'intesa fredda garantita dagli esperti in traduzione?
Postilla – “Comunicare in più lingue”, comprendere più culture, far conoscere la propria (e quindi in primo luogo coltivarla) e insieme aprirsi a quelle altrui (e quindi in primo luogo difenderne l’esistenza e la pratica). Mi sembra l’unico modo per far crescere la civiltà umana. Ma è molto difficile, ed esige personale politico all’altezza di questa sfida. Il cui primo rischio è questo: la promozione del distacco tra alcune élites plurilingue e masse condannate all’idioma locale (quindi all’idiotismo), o all'esperanto del linguaggio pubblicitario (quindi all'idiozia). O no? (es)
Il titolo dell' Unità di martedì scorso «Fazio se ne va, ritorna la Banca d'Italia» esprimeva solo una speranza, certo generosa, ma niente di più. La verità è che siamo al tramonto di Bankitalia, che Fazio, al massimo, ha solo accelerato e reso clamoroso. La Banca d'Italia, da quando c'è l'euro non ha più il governo della moneta (con il quale faceva politica economica), ora perde anche il controllo sulla concorrenza che passa all'Antitrust. Qualcuno potrà annetterla agli enti inutili. Forse esagero, ma il punto di maggiore interesse e preoccupazione è che la caduta di Bankitalia mette in piena luce un quadro complessivo di liquidazione o indebolimento dei poteri sui quali si è fondato l'equilibrio democratico del nostro paese. I partiti politici praticamente non ci sono più, il parlamento è fortemente indebolito, la stessa Confindustria non si sa bene che cosa rappresenti (i poteri dei capitalisti si esprimono più attraverso stampa e televisione che non attraverso l'associazione). Si può aggiungere che anche i sindacati non hanno più la forza che avevano negli anni `70. Il tramonto di Bankitalia appare come il compimento del franare della costituzione materiale del paese. E tutto questo - già preoccupante - ha due aggravanti.
Innanzitutto il famoso declino, che continua e si esprime in una stagnazione o calo della produttività. Un calo della produttività che se continua, come si prevede, ci sbatterà in faccia la questione salariale e la prospettiva di un blocco o riduzione dei salari non può procedere nella pace sociale; comporterà scontri e domanda di autorità.
In secondo luogo siamo - a livello europeo - a una crisi, direi una cancellazione, della politica economica, se non addirittura della politica. Prendiamo il caso delle banche: le banche centrali dei singoli stati hanno poteri assai ridotti e non hanno più il governo della moneta: non possono più svalutare o rivalutare, alzare o abbassare i tassi di interessi. Ma, nel contempo la Banca centrale europea ha solo una funzione antinflazionistica, cioè solo di freno e non di promozione. E così è anche a livello degli stati: gli stati nazionali debbono stare dentro le regole di Maastricht, ma non c'è uno stato federale europeo in grado di fare politica economica europea. Gli stati nazionali sono ingabbiati e non c'è uno stato europeo in grado di fare una politica continentale, sia pure articolata nelle varie regioni che lo compongono.
Sarò troppo incline al pessimismo ma una situazione caratterizzata dal frammento dei poteri componenti dell'equilibrio costituzionale di un paese e dalla estrema difficoltà o impossibilità di sviluppare politiche in grado di contrastare il declino economico e la caduta della produttività non promette nulla di buono. All'orizzonte si riaffaccia il fantasma delle tentazioni autoritarie, anche in situazioni e forme fortemente diverse da quelle che abbiamo sperimentato nel passato.
Eccesso di «disfattismo», come si diceva in tempi di guerra? Forse, ma il modo con il quale l'attuale governo ha chiesto la fiducia per il disegno di legge sul risparmio non è un buon segno.
Si apre oggi a Bagdad il primo di una serie di processi a Saddam Hussein.
È giusto trascinare l´ex dittatore davanti ad un giudice penale? Per quali motivi lo si fa?
Processando Saddam si potrà certo portare alla luce e documentare crimini efferati, ignoti alla maggior parte degli iracheni. Il processo avrà dunque un effetto non solo archivistico ma anche pedagogico, perché aprirà gli occhi di tanti. Si potrà pure dare un minimo di soddisfazione morale ai familiari delle vittime. E gli americani realizzeranno il loro obiettivo principale, che è duplice: legittimare politicamente e idealmente il nuovo governo, mostrando le nefandezze di quello precedente, e contribuire a ridurre il sostegno della popolazione per gli insorti baathisti, screditando tutti i seguaci di Saddam.
C´è anche un altro intendimento: esporre l´ex dittatore in tutte le sue debolezze di uomo, umiliandolo in pubblico: lui abituato a terrorizzare chiunque non si piegasse ai suoi ordini, costretto ora a tacere se zittito dalla Corte, ad ascoltare pazientemente tutti i testimoni a carico, a difendersi da gravi accuse. A questo scopo il governo iracheno sta prendendo tutte le misure necessarie ad evitare che Saddam adotti la strategia di Milosevic, che, difendendosi da solo, ha trasformato il processo dell´Aia in una tribuna politica per attaccare i suoi avversari politici e i suoi giudici.
A Bagdad è stata appositamente cambiata una norma processuale, proprio per impedire a Saddam di difendersi da sé: potrà solo essere rappresentato da un avvocato di sua scelta.
In principio è giusto processare l´ex dittatore: fare giustizia risponde sempre a una esigenza legittima. Chi può però ignorare le molte ombre che gravano sul tribunale iracheno? Questo tribunale soffre di un male oscuro: la «sindrome di Norimberga». Norimberga, si sa, segnò una svolta nella storia contemporanea, perché per la prima volta nel 1945-46 leader politici e militari vennero sottoposti a giudizio per i loro crimini. Norimberga servì a documentare le atrocità naziste e il genocidio, ancora non abbastanza conosciuti nel dopoguerra. Servì a scuotere le coscienze di tutti i tedeschi che avevano colpevolmente taciuto o accettato. Servì anche, come fece notare al Presidente Truman il più eminente membro dell´accusa, l´americano Robert Jackson, ad aprire gli occhi agli americani che, non avendo visto la guerra da vicino, non ne avevano vissuto direttamente gli orrori. Ma tutti sanno che Norimberga si macchiò di una grave colpa: vennero processati e puniti solo i vinti. Uno dei 22 imputati riuscì a far parlare dei crimini degli alleati solo di sfuggita. L´ammiraglio Doenitz invocò il principio tu quoque per discolparsi dell´accusa di aver fatto colare a picco dai sottomarini tedeschi le navi commerciali delle Potenze alleate senza previo avvertimento, e di non aver salvato i naufraghi; egli dunque abilmente fece interrogare dalla corte l´ammiraglio statunitense Nimitz, il quale ammise che anche gli americani si erano comportati nello stesso modo. Nell´insieme però il processo finì per costituire il prolungamento giudiziario della vittoria militare, anche se poi i giudici pronunciarono sentenze eque. Lo stesso accadde a Tokyo con il processo dei maggiori criminali giapponesi.
Purtroppo questo vizio profondo si è sottilmente insinuato anche nei successivi tribunali internazionali ad hoc, quelli per l´ex Jugoslavia e per il Ruanda. A differenza di quello di Norimberga, essi sono composti da giudici che non hanno alcun legame con le parti ai rispettivi conflitti. Si mirava così ad assicurare un´assoluta imparzialità. Tuttavia, quando si è posto il problema di accertare se i militari della Nato avevano commesso crimini di guerra in Serbia nel 1999, il Procuratore dell´Aia ha preferito evitare l´apertura di investigazioni. Quando lo stesso procuratore ha cominciato ad indagare sui crimini imputati ai vincitori nel Ruanda, e cioè ai Tutsi attualmente al governo, i politici si sono mossi ed il procuratore è stato rapidamente sostituito dal Consiglio di sicurezza. Così la «sindrome di Norimberga» serpeggia nei due tribunali, e ne infirma la portata, malgrado i grandissimi meriti che hanno acquisito e il modo per altri versi esemplare in cui stanno amministrando la giustizia. Finora si salva la Corte penale internazionale, che peraltro non ha ancora svolto alcun processo, a tre anni dalla sua istituzione.
Quella sindrome è esplosa macroscopicamente nel caso dell´Iraq. Il tribunale per Saddam rappresenta un vistoso passo indietro. È un organo esclusivamente nazionale: istituito di fatto dalla maggiore potenza occupante, il 10 dicembre 2003, è composto solo da giudici iracheni, accuratamente selezionati dall´occupante (non venne accolta la proposta, che facemmo in molti, di internazionalizzare la corte includendovi eminenti giudici di altri paesi arabi). È anche un tribunale speciale, costituito quasi ad personam: la sua competenza si estende ai crimini commessi tra il 17 luglio 1968 (data dell´ascesa al potere di Saddam) e il 1° maggio 2003 (quando Bush proclamò la fine delle operazioni militari e la sconfitta del dittatore iracheno). Date scelte oculatamente! Tutto ciò che è avvenuto durante e dopo l´occupazione (compresi i crimini degli occupanti, degli insorti e dei terroristi) è escluso dalla competenza del tribunale: creato dunque solo per sottoporre a processo penale il passato regime.
Pensate che un tribunale così costituito possa fare giustizia in modo equo? Viene in mente quel che un generale statunitense disse nel 1946 a Röling, il membro olandese del Tribunale internazionale di Tokyo, a proposito di alcuni generali giapponesi: «Faremo loro un bel processo, un processo equo, e poi li impiccheremo». Bando dunque ai processi? No, vanno fatti, soprattutto contro i dittatori. Senza però che le strumentalizzazioni politiche vanifichino i nobilissimi fini della giustizia.
La prolusione sul revisionismo storico al III Congresso del Partito dei Comunisti Italiani, Rimini, 20 – 22 febbraio 2004
Vorrei esordire ricordando una verità elementare: che cioè la storia la scrivono i vincitori. E poiché la lunga guerra europea e poi mondiale incominciata nel 1914 e sviluppatasi in più fasi e finita, dopo vari rivolgimenti, paci apparenti, cambi di fronte, con la sconfitta dell'Unione sovietica nel 1991, è evidente che per ora, e per lungo tempo ancora, la storia che prevarrà sarà quella scritta dai nemici dell'Unione Sovietica e quindi dell'antifascismo.
Non stupisca quel "quindi": l'antifascismo, anche non comunista, ebbe sempre una considerazione rispettosa della storia e del ruolo dell'URSS.
Non è casuale che un capofila del revisionismo storiografico come François Furet, nel suo troppo vezzeggiato pamphlet Il passato di un'illusione, abbia presentato reiteratamente l'antifascismo europeo come "l'utile idiota" di Stalin. E la sua opera non è rimasta senza seguito, ora che saldamente la grande stampa e salvo rare eccezioni la grande editoria stanno passando nelle mani di coloro che riscrivono la storia appunto nell'ottica degli ultimi vincitori.
Per l'Europa borghese, corresponsabile dell'agosto '14 e levatrice perciò della rivoluzione, fu appunto, sin da allora, il comunismo il principale problema. La nascita del fascismo, e poi dei fascismi, fu la risposta estrema e pienamente avallata dalle classi dominanti nei confronti di tale "grande pericolo".
Due scene tornano alla mente, emblematiche in questo senso:
- la sfilata delle camicie nere a Napoli pochi giorni prima della marcia su Roma e tra loro, in camicia bianca, Enrico De Nicola con il braccio levato nel saluto romano;
- e circa due anni dopo, Benedetto Croce, che vota la fiducia al governo Mussolini, pur dopo il delitto Matteotti.
Questo non è moralismo storiografico. Nei due casi che ho ricordato non c'era costrizione, quella costrizione o necessità che si invoca per giustificare la debolezza di tanti lapsi per salvare magari una cattedra universitaria. Era invece il segno chiaro dell'iniziale consenso della borghesia anche colta, anche illuminata, verso il fascismo visto come argine contro l'unico pericolo: la rivoluzione comunista.
Ecco perché è cruciale continuare a studiare l'esperienza del fascismo nella sua interezza e non limitandosi - come sarebbe più comodo - al suo infame crepuscolo. Perché solo studiandolo per intero sin dai suoi esordi si comprende che esso fu figlio legittimo delle classi dominanti. Le quali hanno fatto buon viso a tale mezzo estremo pur di mantenere l'ordine sociale costituito. Certo, col tempo, una parte si è tirata indietro, ma era ormai troppo tardi ed il fascismo, forte di un largo consenso, stava già portando il mondo intero alla guerra e alla rovina.
La domanda da porsi è dunque: Quali erano le fattezze del nemico contro cui si faceva ricorso ad un rimedio così estremo? Cos'era quel "comunismo" contro cui tutti, dal giovane De Gaulle al ministro di Sua Maestà britannica Winston Churchill, dalle armate polacche ad Ovest ai generali giapponesi ad est si scatenarono sin dal primo momento, in un attacco concentrico che rischiò di essere mortale?
Oggi che l'URSS è finita da un pezzo, lo sforzo dei vincitori è di dimostrare che quello fu il regno del male, della soprafazione, della smisurata e ininterrotta ecatombe. Il cosiddetto "Libro nero" è la Bibbia di questo sforzo senza soste. L'implicazione che va di pari passo con tali diagnosi è molto chiara: recuperare in larga parte un giudizio positivo sul fascismo che - si dice ormai apertamente - poneva rimedio (ipocritamente alcuni dicono doloroso rimedio) ad un male di gran lunga peggiore.
Questo è oggi il terreno di scontro in quell’ambito necessariamente, strutturalmente, "impuro" che è la storiografia. Dati i nuovi rapporti di forza, la partita è già largamente vinta dai grandi strumenti di informazione (grande stampa, tv, saggistica): ogni giorno viene ripetuto in modo martellante e ossessivo che quello, il comunismo, era il grande male, mentre si suggerisce talora scopertamente che il fascismo fu comunque un male minore o, a piacer vostro, una dolorosa necessità. Restano fuori dell'opera di salvataggio le leggi razziali, ma si tenta poi di far credere - ed è menzogna - che esse fossero effettivamente operative e micidiali solo con Salò.
La partita è dunque ardua. Si tratta di RECUPERARE LA MEMORIA di una fase storica - l'URSS e il socialismo: una memoria che resta positiva soprattutto nella mente di chi ne trasse vantaggio, per esempio i ceti ormai ridotti alla fame nella nuova Russia mafio-capitalistica. I quali però non hanno voce, men che meno voce storiografica. La loro voce è coperta dal fragore di una pubblicistica storiografica che dà con ogni disinvolta lettura l'immagine più fosca dell'impero del male.
Né vale opporre le testimonianze d'epoca, anche le più diverse, anche quelle che quantunque ostili, davano tuttavia ampio riconoscimento a quel mondo nuovo che faticosamente nell'entusiasmo di intere generazioni si cercò allora di costruire.
Certo, noi sappiamo di essere di fronte a una mistificazione, né ignoriamo che già con la rivoluzione francese si assistette alla medesima parabola storiografica. Dopo la sua fine, con la vittoria della Restaurazione, la sua immagine dominante fu solo quella di un cumulo insensato di crimini. Solo molto dopo la lettura di quel grande avvenimento cambiò: ma passò molto tempo e l'orientamento della storiografia mutò quando un nuovo movimento democratico risospinse indietro la lettura demonizzante divenuta dominante. Né manca ancora oggi chi della Rivoluzione francese parla con il tono e l'orrore del conte De Maistre. Pochi faziosi si ostinano oggi a credere che la Rivoluzione francese fosse soltanto Vandea e repressione, tribunale rivoluzionario e "ghigliottina a vapore", per dirla con un ironico poeta. Certo, la rivoluzione fu anche questo, ma fu soprattutto altro e durevole. Analogamente ci vorrà tempo perché sia dissipata la attuale forma mentis da libro nero. Io credo che lo storico del futuro, se onesto, non potrà non prendere atto del fatto che comunismo e rivoluzione coloniale su scala planetaria sono un unico gigantesco e positivo fenomeno che ha man mano messo in crisi nel corso del secolo ventesimo " il mondo di ieri". E già questo basterebbe, per ribaltare gli schemi oggi dominanti.
Per il momento la questione che ci sta di fronte può essere così espressa: pensiamo noi che un nuovo andamento della vicenda politica e sociale possa avviare - come già avvenne per la rivoluzione francese - quel riassestamento storiografico che permetta di leggere l'esperienza del socialismo nelle sue giuste dimensioni e in un'ottica non più demonizzante? Non è facile dare una risposta certa, anche se molti segnali fanno intendere che l'ondata di piena della mistificazione è ben lunge dall'essere passata.
L'importante è che sia chiara la posta in gioco. Il recupero storiografico di una parte più o meno grande dell'esperienza fascista e la contestuale demonizzazione martellante dell'esperienza comunista non sono un'operazione erudita: sono un'operazione politica con voluti effetti politici. Si tratta di travolgere la nozione positiva di antifascismo (concetto che assume il fascismo come male principale) e di fondare un ordine costituzionale conforme alle aspirazioni di quei ceti che a suo tempo non esitarono ad avvallare appunto il fascismo come rimedio.
Non ci lasceremo abbagliare dalla varietà degli argomenti e dei tentativi. Uno è il punto di partenza, uno l'obiettivo: ribaltare il giudizio che era consolidato nella coscienza degli italiani intorno all'esperienza fascista. Qualche professore in cerca di gloria o qualche supergiornalista dirà che non è vero: che c'è un ambito vastissimo in cui il revisionismo storiografico si è da sempre esercitato e continua ad esercitarsi. Ma questa ovvietà, che nessuno contesta, serve a mascherare il problema specifico. Esso riguarda il fascismo italiano e la sua sdramatizzazione in funzione della politica italiana.
Il ragionamento parte dalla cosiddetta scoperta del CONSENSO. Apparente scoperta. Apparente per un duplice motivo: perché l'intuizione di come il fascismo si fosse via via radicato, ferme restando le sue origini violente e soprafattorie in un consenso di massa, era il cardine delle fondamentali "lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti, incentrate appunto sulla nozione del fascismo come "regime reazionario di massa"; e inoltre perché quel consenso - che non fu né costante né indiscusso - è stato per lo più documentato con il dubbio strumento delle ingannevoli perché corrive carte di polizia. E andrebbe dunque studiato in modo ben altrimenti critico.
L'implicazione di questa apparente scoperta è ben nota: trasformare il fascismo in regime normale, magari un po' paternalistico ma non repressivo. L'ulteriore corollario è la denuncia dell'età staliniana come unica vera esperienza totalitaria. Essendosi peraltro il fascismo proposto come antitesi frontale del bolscevismo, il corollario ulteriore è che qualcosa di molto buono vi doveva essere in tale "primo della classe" dell'anticomunismo. Coronamento del ragionamento è l'attacco alla nostra costituzione repubblicana ed ai suoi principi fondanti, per essere essa stata scritta anche dai comunisti e comunque da uomini che comunisti non erano ma che alcune delle istanze fondamentali del comunismo accoglievano e apprezzavano: a cominciare dall'esordiale indicazione (articolo 1) del lavoro come fondamento della Repubblica e dalla implicita identificazione tra cittadino e lavoratore, a seguitare con l'articolo 3, ed il suo impegno a "rimuovere gli ostacoli" di ordine sociale che impedivano e tuttora impediscono l'effettiva uguaglianza tra i cittadini.
Orbene qui non si intende sottrarsi alla sfida. Il "velen dell'argomento" ci è ben chiaro. Noi sappiamo che la principale battaglia che tutti i democratici hanno da affrontare è proprio la difesa della costituzione e in primo luogo dei suoi principi esemplarmente delineati nel capitolo primo. E sappiamo anche che il vulnus più profondo finora inferto alla costituzione è stata la modifica della legge elettorale, l'abbandono del principio proporzionale, unico istituto che rispetti davvero l'istanza del suffragio universale.
Tutto questo ci è chiaro, e la battaglia è ardua.
Ma il punto di partenza non ci sfugge , né intenderemo sfuggirvi, anzi lo dobbiamo affrontare di petto. È la questione del consenso. L'Italia sta scivolando verso un REGIME REAZIONARIO FONDATO SUL CONSENSO. Ed è sui modi in cui oggi, diversamente che nel 1922-1926, il consenso si consegue che le idee non sono sempre chiare.
Ma il processo è ormai molto avanzato. Le forme di creazione del consenso sono molto più capillari e sofisticate e irresistibilmente pervasive che non in passato: concomitanti con la radicale trasformazione del reclutamento stesso del personale politico-parlamentare - ormai prevalentemente abbiente e centrista -, dovuto appunto al meccanismo elettorale maggioritario.
Orbene lo studio del modo in cui davvero il fascismo pervenne - in capo a cinque lunghissimi anni dal 1921 (sua prima apparizione in parlamento) al 1926 (leggi eccezionali e messa fuori legge del PCI)- a dar vita ad un REGIME è forse oggi il più istruttivo dei compiti intellettuali.
Forse la sinistra (il centro-sinistra) si fa qualche illusione sulle prossime elezioni del 2006. A mio avviso, invece, la destra oggi al potere non cederà facilmente il timone, non attenderà passivamente il responso delle urne. Farà di tutto, ma proprio di tutto, per conservare il potere. Essi pensano di avere ormai in pugno l'Italia per un lungo tempo. Pensano di averla riplasmata sotto ogni riguardo. Noi non possiamo chiudere gli occhi su questa evidente verità.
Dal 1922 al 1926 il fascismo creò le premesse per restare al timone. Per prima cosa abrogò il sistema elettorale proporzionale poi creò un blocco, un listone unico nel quale imbarcò pezzi di tutte le formazioni politiche liberali e cattoliche delle più varie sfumature. Quindi ricorse alla provocazione. E mi riferisco non solo al rapimento di Matteotti. Ma alla provocazione imbastita contro il partito comunista (l'arresto dei "corrieri" sorpresi alla stazione di Pisa con volantini "eversivi" come prova della imminente "eversione comunista"): donde l'arresto di Gramsci e degli altri dirigenti; donde la creazione del tribunale speciale, donde il mostruoso "processone"; e alla fine l'attentato oscuro di Bologna e la sospensione degli altri partiti.
Questo crescendo è uno scenario che sembra arcaico ma è un modello ancora utilizzabile.
Ben venga l'invito a studiare come davvero il fascismo giunse al potere e si affermò. Non ne caveremo, come si vorrebbe, la tranquillizzante immagine di un regime tutto sommato "normale" (tenendo conto anche dei tempi perigliosi in cui nacque), ma l'allarmante scenario ancora ripetibile, mutati lo stile e gli strumenti, di come si demolisce una democrazia.
Capisco che la prescrizione d´un reato di strage come quello di Primavalle del 1973 (perché di questo si trattò, anche se nella sentenza fu derubricato a omicidio colposo) susciti emozione anche a trentadue anni di distanza. Ma un´emozione montata col frullatore mediatico, l´evocazione di memorie lottizzate e non condivisibili, la mobilitazione dei "talk show" televisivi, la chiamata di correi fisici e metafisici, il tutto servito ad un´opinione pubblica frastornata, in perenne ricerca di piatti ravvivati col pepe di Caienna, fa pensare. Di solito la moneta cattiva scaccia dal mercato quella buona. Nel caso in questione il rogo appiccato da un gruppuscolo di disperati, nel quale perirono carbonizzati i due giovanissimi fratelli Mattei, ha scacciato per qualche giorno dalle prime pagine argomenti di ben altro rilievo e attualità. Questo è un dato di fatto preliminare che merita d´esser considerato.
Dal frullatore mediatico sono emersi personaggi che avevamo dimenticato a giusta ragione; altri che nel frattempo avevano mutato pelle e colore assumendo con spregiudicata disinvoltura nuovi ruoli e nuove tribune e, insieme con loro, è riemersa un´atmosfera di violenza, di furore, di regolamento di conti, sapientemente stimolata, una vampata d´inferno artificialmente amplificata, un "horror" in piena regola popolato di attori tratti da una realtà remota: attori incanutiti, arrochiti, ma tuttora in cerca d´un qualsiasi palcoscenico dal quale esibire la propria rabbia e le proprie inaccettabili giustificazioni.
C´è una logica in questa follia? Sì, io credo che vi sia. Ma prima di parlarne cerchiamo di guardare il quadro con il distacco che il tempo consente a quanti furono allora testimoni di ciò che avvenne e possono dunque rendere ancora testimonianza scevra di faziosa partecipazione.
* * *
La contabilità dell´orrore si divide in due partite: quella dei singoli omicidi mirati e quella delle stragi.
Due partite di eguale efferatezza ma di assai diversa fattura. Redatte entrambe sulla bocca dell´inferno da demoni di natura opposta: rosi da passioni di tenebra i primi, gelidi e professionali i secondi; ma entrambi congiunti contro l´ordine costituito, contro il sistema democratico, contro lo Stato costituzionale.
Le persone della mia generazione ricordano bene quegli anni. Ricordano le prime vittime degli omicidi mirati, quelli caduti per mano dei gruppi di estrema destra e quelli caduti per mano dei gruppi di estrema sinistra.
E ricordano le stragi che segnarono l´inizio dei cupi anni di piombo: piazza Fontana del dicembre ?69 e poi Brescia e poi i treni e poi la stazione di Bologna e Peteano, e il punto culminante del mattatoio, il rapimento di Aldo Moro, la sua detenzione il suo omicidio, cui seguì ancora la lunga e sanguinosa scia fino a Roberto Ruffilli, con i truci "post scriptum" di D´Antona e di Biagi.
Faida tra opposte ideologie e comune invidia e disadattamento sociale? Certo. Opposti estremismi? Certo. Disegni eversivi e "golpe" minacciati per influire sullo svolgersi della politica? Certo.
Nel lungo articolo pubblicato sul "Foglio" di giovedì scorso in cui Lanfranco Pace abbozza una giustificazione peggiore del suo trentennale silenzio, c´è una frase, una sola, da cui traluce una scheggia di verità e di sincerità. Leggetela con attenzione quella frase, che spiega molti fatti di allora e molti successivi percorsi di quei personaggi che arrivano ai giorni nostri.
«Per noi [di Potere Operaio] l´antifascismo e a maggior ragione l´antifascismo militante non è mai stato nemmeno alla lontana una priorità. Lo scontro per noi, nelle fabbriche e nel territorio, era contro lo Stato e le sue articolazioni. Ed era contro il Pci, equivoco da sciogliere, ibrido da superare. Certo i fascisti c´erano e dovevamo prenderne atto. Ma controvoglia, come si fa con qualcosa che ti occupa la visuale e ti distoglie dal vero obiettivo».
Ammazzavano i fascisti e ne erano a loro volta ammazzati, ma per toglier l´ingombro che ostruiva la visuale e nascondeva gli obiettivi veri: il sistema, lo Stato, il Pci. Non a caso, quando arrivarono in campo le Br al culmine di quel percorso di confusa violenza, le forze che si opposero al terrorismo furono la Democrazia cristiana e il Partito comunista. E a quelle forze, guidate da Benigno Zaccagnini e da Enrico Berlinguer e sorrette compattamente dall´intera società italiana, si deve se il terrorismo fu sconfitto senza che la democrazia fosse stravolta e i diritti fossero indeboliti o addirittura confiscati.
La stampa fece allora interamente il suo dovere. Voglio ricordarlo perché da tempo è invalso l´uso di accusarla di volta in volta di faziosità e di conformismo. E poiché il nostro giornale si trovò anche in quell´occasione a raccontare e a testimoniare i fatti e la verità, dirò anche in che modo cercammo di adempiere al nostro dovere professionale. Cito da un editoriale di "Repubblica" pubblicato il 15 gennaio del 1979 con il titolo "Due morti che pesano sulla nostra coscienza".
«Tre giorni fa un agente di polizia in borghese ha ucciso il giovane Alberto Giaquinto con un colpo di pistola alla nuca. Cioè sparandogli da dietro mentre il giovane stava fuggendo. Poche ore dopo un "commando" di estremisti di sinistra ha ucciso a revolverate il giovane Stefano Cecchetti, "reo" di frequentare un bar dove si danno spesso convegno estremisti di destra. Sono entrambi, l´uccisione di Giaquinto e quella di Cecchetti, fatti gravissimi non solo perché due vite di giovani sono state falciate da una violenza barbara e inutile, ma anche perché hanno messo a nudo una verità sconcertante: noi giornalisti "democratici", noi opinione pubblica "democratica", abbiamo cercato inconsciamente di rimuoverli, di archiviarli al più presto e di dimenticarcene.
Fosse stato ucciso da un agente in borghese con un colpo di pistola alla nuca un giovane "democratico", noi giornalisti "democratici" e noi opinione pubblica "democratica" non avremmo dato tregua per giorni e giorni, avremmo chiesto conto in tutte le sedi di quanto era accaduto, avremmo invocato prevenzione e repressione e riforme. Ma nel caso di Giaquinto e di Cecchetti la nostra attenzione è stata distratta, la nostra protesta assente o flebile e passeggera.
Mi sono accorto di questo comportamento leggendo i giornali a cominciare da "Repubblica" e non esito ad affermare che si tratta d´un comportamento orribile, quello di pesare il valore della vita e le responsabilità della violenza secondo i colori di bandiera. Per la parte che ci compete ne faccio pubblica ammenda: perciò non rimuoveremo i due morti dell´altro ieri, come non rimuoviamo le cinque donne colpite nella stanza di Radio Città Futura. La sorte di tutti ci deve toccare e ci tocca allo stesso modo; e allo stesso modo, con la stessa ferma tenacia, dobbiamo condannare i responsabili ed esigere la loro punizione esemplare».
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Una cosa ci è sempre stata ben chiara: l´attacco allo Stato democratico e alle forze politiche che in quegli anni ne assunsero la difesa non ebbe mai gli aspetti di una guerra civile. Fu, come sopra ho ricordato, l´attacco di bande terroristiche e prima ancora di estremisti di destra e di sinistra in cerca d´avventura, drogati di violenza e di inconcreti furori ideologici mentre, nello stesso tempo, professionisti del killeraggio organizzavano stragi contro innocenti per elevare la tensione pubblica e piegare la democrazia ai loro turpi disegni.
Personalmente ho sempre pensato che neppure lo scontro del '43-45 tra la resistenza partigiana e le bande di Salò abbia avuto natura di guerra civile.
Non ci fu, dalla parte di Salò, appoggio di popolo. Le milizie del governo fascista operavano come forze ausiliarie dell´armata tedesca di occupazione, senza alcuna partecipazione emotiva e tantomeno pratica della popolazione che dette invece alle formazioni partigiane tutto l´appoggio che si poteva dare in un paese occupato da truppe straniere.
Ci furono a guerra finita massacri odiosi effettuati da partigiani ancora in armi, e furono disonoranti per i valori di libertà in nome dei quali la Resistenza era insorta contro il nazismo.
Nel 1947, con opportuna saggezza, il governo e per esso l´allora ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, promulgò una generale amnistia per i reati di sangue commessi in quell´arco di anni.
Quell´atto di doverosa clemenza chiuse la guerra di liberazione. Restano intatti i valori che animarono (laddove ce ne furono) l´una e l´altra parte e resta intatto il giudizio, tante volte ripetuto da Carlo Azeglio Ciampi di quale sia stata la causa e la parte giusta e quale la causa e la parte sbagliata.
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I conti sono dunque stati chiusi da allora e non li ha certo riaperti la violenza, lo stragismo e il terrorismo degli anni di piombo che furono e sono questione della magistratura ordinaria.
Qual è dunque la finalità che sta dietro al frullatore mediatico che ha montato l´"horror" del rogo di Primavalle con tutto il seguito (ultra-noto e ultra-analizzato) degli annessi e dei connessi? La probabile finalità non è la ricerca della verità, che per la parte ancora ignota spetta alla magistratura di ricercare oppure non sarà mai raggiunta. Si vuole invece riaprire il tema di Salò. Si vuole rimettere in discussione un punto fondamentale e cioè la base di legittimità su cui è nata la Repubblica e la Costituzione repubblicana. Si vuole metter mano, appena sarà politicamente possibile con la scadenza del settennato di Ciampi, ai principi enunciati nella prima parte della Costituzione, fondati sui valori della democrazia e dell´antifascismo.
Il primo passo su quella strada si chiama Salò. A chiudere quella questione l´amnistia del '47 non basta più. Si vuole il riconoscimento dello "status" di combattenti per le milizie fasciste e la loro completa equiparazione morale e materiale alle formazioni partigiane. Con il che non si cambia soltanto lo stato giuridico degli individui che militarono nella parte sbagliata e in difesa di valori negativi, ma (questo è il vero obiettivo) si vogliono cambiare i fondamenti dello Stato repubblicano, la sua identità e la sua legittimazione storica.
Temo (ma spero di sbagliarmi) che il sapiente montaggio dell´"horror" di Primavalle sia strumentalizzato (o strumentalizzabile) a questo fine, ben più gravido di conseguenze politiche e morali. Ma confido che la saggezza della pubblica opinione non cada nelle trappole del "trash" a tutti i costi e preferisca semmai gli "horror" di Dario Argento a quelli di Lollo e dei suoi compagni di crimine, più o meno ravveduti.
Di Mohamed Daki , il marocchino che il ministro degli interni italiano ha espulso per «pericolosità» dopo che i giudici italiani lo avevano assolto in primo e secondo gardo dall'accusa di terrorismo internazionale, non si sa che fine abbia fatto una volta sbarcato a Casablanca e si teme che sia stato sbattuto nel carcere di Kenitra, a 200 km da Casablanca, tristemente noto per la durezza delle condizioni di detenzione. Il suo avvocato ricorda al nostro ministro che l'Italia non può consegnare nessuno a stati in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito, ma il nostro ministro sa quello che fa, vanta «indizi e elementi probatori» insufficienti per la magistratura ma più che sufficienti per lui, ed è coperto dalle leggi speciali antiterrorismo che il parlamento ha votato qualche mese fa. E' coperto anche dal giudice di Milano che due settimane fa aveva assolto Daki, e che oggi dà il suo ok a mezzo stampa alla doppia corsia della via crucis di Daki: il potere giudiziario agisce valutando le prove e se le prove non ci sono deve assolvere, il potere esecutivo «previene» valutando la pericolosità in base a «parametri diversi», dio sa quali. Contraddizioni ordinarie quando l'eccezione diventa la regola, ovvero quando le leggi speciali e l'esecutivo prevalgono sulla Costituzione e la giurisdizione.
E l'eccezione, dopo l'11 settembre, è diventata la regola per ogni dove nell'Occidente che esporta democrazia e diritti. Si cominciò con Guantanamo, la «detenzione infinita» e le corti speciali dell'amministrazione Usa, e si sapeva che si sarebbe finiti chissà dove. Per ora siamo approdati alle extraordinary renditions, gli arresti sbrigativi dei sospetti terroristi e ai voli fantasma della Cia per portarli a destinazione in centri di detenzione segreti sparsi nei paesi dell'ex blocco sovietico, con Condoleeza Rice che giura e spergiura sulla Costituzione americana e sull'osservanza dei diritti fondamentali e richiama all'ordine i governi europei al grido di «siamo tutti nella stessa barca contro il terrorismo», spalleggiata dal consigliere della sicurezza Hadley che invita i governi europei medesimi a «non fare il gioco del nemico».
Regole violate? Costituzioni e costituzionalismo nella cantina della storia? Macché, «abbiamo solo salvato delle vite umane». Anche in Iraq, va da sé, il gioco del massacro continua per impiantare democrazia e salvare vite umane, anche se le vittime irachene sono ormai 30 mila e quelle americane 2140, conti di Bush alla mano, e si suppone che pure i seicento prigionieri perlopiù sunniti ammassati, denutriti, maltrattati e torturati (elettroshock, ossa spezzate, unghie strappate) scoperti in un campo di detenzione di Baghdad gestito da iracheni siano solo un incidente di percorso, l'ennesimo: Baghdad aprirà un'inchiesta, Bush garantisce che le mele marce pagheranno.
La guerra in Iraq intanto è diventata un gioco di società, The battle to Baghdad: the fight for freedom, in vendita in Internet, 29 dollari di cui uno viene devoluto alle famiglie dei caduti, dadi bianchi per i willing, dadi gialli per Saddam, perdite fino a 200 uomini con una autobomba e fino a 100 come penalità per eventuali torture inflitte ai prigionieri. Eventuali. Rick Medina, imprenditore edile dell'Oregon che s'è inventato il gioco, non ci trova niente di male, ha 33 anni, si è pure opposto alla guerra ma «come americano sono stato educato a pensare che dobbiamo fare affari con le idee che abbiamo». Il prossimo gioco potrebbe avere come scenario il mondo intero e chiamarsi Underground, come un vecchio magnifico film di Kusturicka che parlava di quello che viveva, rimosso, nei sotterranei reali e inconsci dell'impero comunista. Nelle segrete reali dell'impero democratico adesso vive, nascosta detenuta e torturata, e se aggiungiamoi i Cpt per gli ordinari migranti semplicemente ammassata, una popolazione intera di sospetti e di reietti, il rimosso dello stato d'eccezione che non turba i nostri sonni.
In pochi anni abbiamo assistito al graduale smantellamento di un'équipe, quella che componeva Radio Tre, che ci portava in tanti a vivere le nostre giornate accompagnate dai suoi programmi, con la radio sempre accesa.
Assistiamo a questa procedura perversa per cui quando una trasmissione ha successo, è seguita e amata, in breve viene sospesa e allontanati i redattori, gli animatori, quelli che ne avevano costruito la forma, il contenuto e il successo. Fatto sta che i migliori scompaiono. Il risultato è che l'intero palinsesto di Radio Tre ha perso senso.
Erano trasmissioni dietro le quali si sentiva la passione di un gruppo di persone capaci: ogni trasmissione sembrava legata all'altra da un progetto generale e vasto, ogni notizia si collocava all'interno di un discorso trattato via via da esperti, ma sempre con un occhio all'informazione puntuale, attuale, con riferimenti al mondo circostante.
Ora per esempio: la trasmissione Il terzo anello è diventata l'intelaiatura di tutta Radio Tre su cui si incastonano gli altri programmi, occupa fra gli altri il tempo prima dedicato alla musica classica da Mattino Tre. Questa trasmissione l'ascoltavo con vero piacere mentre guidavo per l'interminabile cammino verso Roma. Mi forniva un discorso musicale globale, un confronto fra musiche diverse, una storia della musica raccontata con i pezzi e con osservazioni intelligenti, che arricchivano l'ascolto, che si collegava a un discorso che sarebbe venuto dopo o era già stato fatto prima in un'altra trasmissione, c'era insomma una radio collegata nell'interesse e nella passione delle materie trattate che ne faceva un'unica lunga giornata radiofonica piena di significato. Ora si direbbe che c'è un disc jockey che annuncia senza alcuna partecipazione i pezzi che ascolteremo. Si direbbe che il concetto guida ora sia «Un pezzo bello è bello, quindi sta bene ovunque». Non c'è storia, non c'è preparazione, non c'è progetto, spengo la radio e metto i dischi che mi porto ormai sempre da casa. Direte: «Ma quanto pretende!». Radio Tre ci aveva insegnato a pretendere cose intelligenti perché ce ne dava in continuazione.
Questo modo di fare radio era contagioso, sembrava di assistere a una palestra attraverso la quale capitavi anche a partecipare e trattare argomenti che non erano del tuo specifico, quindi in qualche modo ti esponevi, e questo costituiva un continuo monitoraggio di cosa pensa la gente. Si direbbe (questa è l'impressione che ho) che ora la Radio Tre sia tutta registrata, non c'è il piacere dell'invenzione di programmi nuovi e se per caso qualcuno invece dimostra di essere all'altezza di farlo viene immediatamente allontanato.
Ci sono pure alcuni programmi specialistici, carini, chiusi nel loro ghetto di specialità, ma manca il senso dell'équipe che lavora gomito a gomito, inventa e produce idee. Si direbbe che oggi le idee diano fastidio.
Io continuo ad ascoltare Radio Tre Suite, Fahrenheit, Uomini e profeti, mi sembrano dei bunker di resistenza, mi sembra di fare il tifo «Restate, restate, cercate di farcela».
È un ascolto da disperata che invita questi, che oramai sono diventati voci amiche, che mi hanno accompagnato per anni, a resistere in un clima sicuramente difficile, una specie di campo minato dal quale sanno che prima o poi saranno cacciati, e quindi stanno lì nel fortino, sopravvissuti. Sembra deciso che Radio Tre diventi pedante, noiosa, scostante.
Stiamo forse assistendo senza reagire alla lucida messa in atto di un progetto di svuotare i programmi Rai e Radio di Stato da ogni contenuto, così come anche la scuola pubblica, in modo da incentivare le imprese private? Che peccato!
Il sito di Amici di Radio 3
Qualcosa di Giovanna Marini
Antigone, forse più di tutte le altre tragedie, è esempio di ricca messe di significati potenziali, che le generazioni di lettori nel tempo hanno costruito su un testo di classica semplicità e, insieme, di straordinaria complessità e fecondità. Ma che esista un nucleo di significato originario autenticamente sofocleo, dettato dalle condizioni della vita della città e indirizzato agli Ateniesi di quel tempo, si deve facilmente ammettere. In generale, tutte le rappresentazioni tragiche, per il loro carattere pubblico, ubbidivano a una funzione pedagogica ufficiale.
Anche la scelta degli argomenti, per lo più legati a figure e avvenimenti regali, sempre ripresi dagli Autori tragici in veri e propri cicli (di Oreste, di Edipo o di Tebe), mostra l´intento di promuovere e vivificare, di anno in anno, la discussione della città su temi vitali. In Antigone è evidente e pieno di insegnamento il cambiamento radicale - dall´elogio del tiranno all´elogio della saggezza - che si manifesta nella psiche del Coro, il Coro che rappresenta la città: all´inizio, tutto dispiegato a giustificare la decisione sovrana del re: «Certo tu hai il potere di adottare qualsiasi misura, sia verso i morti che verso i vivi» (vv. 212 ss.); e alla fine, attraverso dolorosi passaggi, tutto ripiegato a considerare l´insensatezza dell´arbitrio: «La saggezza è la prima condizione della felicità. Non si deve mai commettere empietà verso gli dei. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino e in vecchiaia insegnano a essere saggi» (vv. 1348).
È questione della sepoltura di un cadavere e gli studi sul diritto funerario dell´epoca fanno pensare a contrasti sulla condizione giuridica delle spoglie di chi - come Polinice, il fratello di Antigone - avesse preso le armi contro la patria. Il tema del funerale è ritornante. Lo troviamo, ad esempio, in Aiace, dove in due circostanze (vv. 1130 e 1343) si tratta del dovere di seppellire i morti «secondo la legge degli dei», e in Supplici (vv. 524 ss. e 531 ss.) dove l´argomento è affrontato dal punto di vista della "legge dei Greci" o "legge panellenica". Si è anche congetturata l´esistenza di un´occasione specifica, i contrasti circa il ritorno in patria dei resti di Temistocle, il difensore di Atene, l´eroe di Salamina, datosi al re persiano e morto suicida, ciò di cui narrano Tucidide e Plutarco.
Il diritto funerario era collocato in un punto nevralgico del sistema giuridico del tempo, al confine tra il diritto del genos e il diritto del demos, il primo tradizionale e arcaicizzante, il secondo convenzionale e modernizzante. Il significato storicamente determinato di Antigone è dunque vasto. Le riforme di Pisistrato e l´inizio dell´esperienza democratica, fin dall´inizio del V secolo, stavano spostando l´equilibrio, in nome dell´isonomia, a sfavore del diritto arcaico, non scritto, di matrice aristocratica. Dato il potere del tiranno o la volontà della maggioranza, il rischio della legge arbitraria doveva essere oggetto di riflessioni preoccupate. Tanto più che si manifestavano i primi effetti disgreganti della compagine cittadina e del suo nomos determinati dalla critica di sofisti. Mettendosi in discussione le credenze tradizionali in vista della formazione, per così dire, dell´"uomo di cultura" e diffondendosi punti di vista relativisti, si finiva per esaltare il diritto come pura volontà, rischiando di assecondare le propensioni tiranniche della democrazia.
È chiaro, tuttavia, che, per le generazioni che si sono abbeverate alle fonti tragiche, l´essenziale non è il contesto storico di allora. Le innumerevoli Antigoni che dalla prima sono state tratte hanno trovato la loro verità non in una pretesa corrispondenza con un nucleo originario di pensiero autentico e storicamente determinato, consegnato al testo sofocleo, ma nella capacità sempre nuova di rappresentare lo specchio di permanenti contraddizioni dell´esistenza umana, ovvero nella possibilità di mettere in rilievo le vie che fatalmente portano all´epilogo tragico, per distogliere dall´imboccarle finché si è in tempo.
Questo è il legittimo "uso attuale" delle grandi figure del teatro classico: l´interrogazione dei testi a partire da domande concrete che cercano risposte in una riflessione generale e le trovano anche oltre quel che originariamente i testi intendevano significare, in relazione alle specifiche condizioni in cui furono scritti. In Antigone, tale fecondità di pensiero concerne le vicende del potere e della resistenza al potere. Così, quella che è stata definita la più filosofica di tutte le tragedie classiche si è dimostrata anche essere la più politica di tutte, anche se non immediatamente politica. Essa tocca i caratteri primigeni della politica ed è quindi sempre politicamente rilevante.
Delineando nel modo più netto la figura della coscienza pura che si ribella alla prepotenza del despota, essa è stata ed è esempio e sostegno di chi disobbedisce per ragioni morali e pone in discussione così la legittimità del potere che pretende obbedienza. Individuo e collettività: tra questi estremi stanno i problemi maggiori di ogni filosofia politica e sta, per l´appunto, la vicenda di Antigone. (...)
Al centro dello scontro tra Antigone e Creonte c´è un corpo, conteso tra pietà familiare e ragion di stato. Antigone, sorella, lo vuole sepolto; Creonte, re, insepolto. La prima fa valere la legge del sangue; il secondo, la legge della città. Per quanto lontani dalla pietas antica verso i defunti, neppure oggi potremmo sminuire il contrasto. Nella cultura antica, il defunto privo di onori funebri era destinato a vagare senza patria: non più quella dei vivi e non ancora quella dei morti. La profanazione del corpo di un morto è oltraggio a quanto c´è di più santo nell´identità di una famiglia. Lo spregio più odioso è la profanazione dei sepolcri. Il diritto funerario è fondamento di tutte le civiltà, dall´antichità più remota. Se noi meno ne avvertiamo l´importanza fondativa delle società dei viventi, se la sorte dei cadaveri è diventata quasi esclusivamente problema di spazi e igiene pubblici, è solo perché l´effimero mondo dei vivi è venuto ad assorbire ogni energia, speranza e attenzione.
Il ludibrio del corpo che marcisce insepolto è rituale di annientamento. Essere consegnati alle mani dei propri cari, dopo morti, è invece l´ultima difesa contro la disperazione, è tornare a casa, alla "terra nativa" (v. 1203) dove c´è pace e vita che continua nella pietà del ricordo. «Cara mamma», scrive un condannato a morte della Resistenza di 18 anni, «oggi 17 alle ore 17 fucilati innocenti. La mia salma si trova [notare il tempo presente] di qua dalla scuola cantoniera dove sta Albegno, di qua dal ponte. Potete venire subito a prendermi [notare: non a prenderla]. Mi sono tanto raccomandato, ma è stato impossibile intenerire questi cuori. Mammina, pregate per me, dite ai miei fratelli che siano buoni, che io sono innocente. Mentre scrivo ho il cuore secco, mamma e babbo cari venite subito a prendermi. L´anello datelo alla mia Maria, che lo tenga per ricordo».
Alle prese con un cadavere, carico di ricordi e significati simbolici e affettivi, è Antigone, una giovane donna di nobili natali (gli eroi tragici sono sempre tali, quasi che la gente semplice - come il nunzio nei vv. 223 ss. - non sia capace di sentimenti elevati), promessa sposa del figlio di Creonte stesso, Émone, anche lui una vittima. Fino ad allora, nulla diceva che fosse un´estremista, una ribelle. Non esistono, né in Antigone né in tutto il ciclo di Tebe, segni della predestinazione a un simile ruolo: anzi, i precedenti la mostrano fanciulla saggia, desiderosa di preservare sé e la sua famiglia da ulteriori sciagure decretate dal destino. I giovani devono sopravvivere alle maledizioni dei padri. Veniva infatti da una genia particolare e la maledizione di Edipo che, per i suoi inconsapevoli delitti, si era strappato dagli occhi (I sette contro Tebe, stasimo II), incombeva sui suoi figli-fratelli e sulle sue figlie-sorelle. L´Edipo a Colono preannuncia il conflitto mortale tra Eteocle e Polinice, figli di Edipo, per il governo di Tebe dalle sette porte. Antigone aveva cercato di dissuadere il fratello prediletto, Polinice, dallo scontro mortale, ma senza successo: «Nelle mani di dio, del nostro dèmone, sta l´essere e il mutarsi delle cose», questi aveva risposto (vv. 1849-1850). Levato un esercito di Argivi, l´aveva mosso contro Eteocle e Tebe. I due fratelli si erano affrontati in armi e si erano dati l´un l´altro la morte. Creonte, fratello della lor madre Giocasta, aveva assunto il potere e, come primo atto decretando funerali solenni per Eteocle, il difensore della città, e l´esposizione del cadavere alle fiere e agli uccelli rapaci per il traditore Polinice, ad ammonimento per tutti coloro che avessero tramato contro la città e il suo re. Chi avesse violato il divieto di sepoltura sarebbe stato messo a morte.
I comunisti non mangiano i bambini, gli ebrei non li sacrificano al loro Dio, gli zingari non li rapiscono. Si sa che i pregiudizi sono proiezioni di timori irrazionali, personali e collettivi, e che, come diceva Einstein, "è più facile disintegrare un atomo che un luogo comune". Era dunque ovvio che la contestabile sentenza di Lecco avrebbe rilanciato l’ossessione e la leggenda della corte dei miracoli celebrata da Victor Hugo. Infatti i leghisti hanno affisso i loro manifesti elettorali "giù le mani dai nostri bambini" appropriandosi appunto del pregiudizio sul misterioso popolo dei ladri di neonati che, come insegnano i libri di storia, è addirittura un postgiudizio.
In Europa si cominciò a pensare già tra sei e settecento di assorbire il problema del nomadismo "eslege" togliendo l’acqua al mondo irregolare degli zingari, vale a dire sottraendo i loro bambini agli accampamenti diseducativi per affidarli ai contadini e alla dolce e soda cultura stanziale della zappa. In tutta l’Europa centrale, che registrava il tasso più alto di popolazione zingaresca, per ben tre secoli decreti e leggi furono emanati per "liberare" quei bambini dai loro genitori naturali, sino alla soluzione finale nazista e dunque all’internamento di adulti e pargoli, tutti irrecuperabili come gli ebrei. Ne furono sterminati più di cinquecentomila.
In questo nostro pregiudizio così antico e radicato c’è forse dunque un’astuta operazione di prestidigitazione storica per mettersi in pace con la propria coscienza puerofila e familistica. Insomma eravamo noi a rubare i loro bambini e invece nel fondo oscuro dell’immaginario collettivo da più di tre secoli sono loro a rubare i nostri.
La prima domanda da porsi è dunque: davvero gli zingari rubano i bambini? A Lecco il segretario provinciale della Lega ha denunciato "il tentativo di rapire una giovane padana". E nel manifesto della Lega c’è scritto: "leggerete il futuro nelle nostre manette", che è il contrappasso promesso alle zingare divinatrici le quali, mentre ti leggono la mano o i tarocchi o i fondi di caffè, non solo fregano i portafogli dalle tasche, ma anche i figli dalle culle. I leghisti che, a firma del ministro Castelli, hanno preparato un disegno di legge per lo sgombero dei campi, cavalcano dunque la leggenda dei camerieri di Dracula, le carovane del film di Francis Ford Coppola, delle streghe esotiche e delle saghe notturne, le femmine dei rapimenti demoniaci che organizzano il racket dei mendicanti, allevano schiavi e li nascondono nei loro accampamenti ai margini delle città come in una specie di Aspromonte imprendibile. Si sa che la Padania, quella di ricchezza recente, è tremebonda come i kulaki sotto il potere bolscevico ed ha bisogno di mostri e di capri espiatori. Sino a una generazione fa, era infilata nell’albero degli zoccoli, con un reddito inferiore a quello della Sicilia. Rapidamente opulenti, questi falegnami diventati mobilieri e questi scarpari evolutisi in calzaturieri appunto come i kulaki vedono bolscevichi dappertutto: nei meridionali, negli sloveni, nei croati, negli extracomunitari neri, e ovviamente negli zingari che sono il massimo del "bolscevismo" perché rubano i bambini e, magari, se li mangiano pure.
La Padania, tra le tutte le zone d’Italia, è la più esposta a cadere preda dei pregiudizi e degli umori razzisti. Ogni fenomeno illegale che sta dentro la fisiopatologia della modernità qui può diventare una minaccia apocalittica. Ecco perché il tentato rapimento della bimba di Lecco è il dettaglio che annuncia la calata degli Unni. Ed è una Attila "annebbiata dall’ideolgia marxista e buonista" il magistrato Cristina Sarli che a Lecco, con il rito del patteggiamento, per sottrazione di minore ha condannato a otto mesi e ha rimesso in libertà le due nomadi. Come si sa, una mamma le accusava del tentato ratto della sua bambina. Secondo i cronisti del quotidiano di Lecco La Provincia, che meglio di tutti hanno seguito la vicenda, né il giudice né il pubblico ministero e neppure l’avvocato difensore d’ufficio hanno potuto stabilire e provare con certezza che davvero si era trattato di un tentativo di sequestro. Non c’erano testimoni e, alla fine, il pubblico ministero, che si chiama Luca Masini ed è considerato molto severo, non ha creduto completamente alla versione un po’ confusa e contraddittoria della madre. Temendo dunque che al processo le due nomadi sarebbero state assolte, ha patteggiato la pena minore. E il giudice ha accettato il patteggiamento.Intendiamoci: questa sentenza non ci piace e ha ragione Castelli quando dice che bisognava o assolverle o condannarle severamente. La sentenza, con i suoi giochi di ombre, somiglia alla diagnosidi "quasi incinta". Era rapimento o non lo era? Non esiste il "mezzo rapimento". Ma le ragioni di Castelli si fermano qui. Che tra gli zingari ci siano abilissimi ladri di portafogli e svaligiatori di appartamenti è facilmente dimostrabile, ed è certo che sono dediti all’accattonaggio pietoso e spesso aggressivo. C’è anche una pessima retorica all’incontrario sugli zingari, sui ribelli, i banditi, la Carmen dionisiaca di Berlioz, le fisarmoniche, gli artisti, i coltelli. È la faccia concava dell’ottusità convessa, quella dei pregiudizi; fa il paio con la leggenda dei furti dei bambini. È la poesia dell’accattonaggio, la presunta bellezza esotica e imprendibile della maga Esmeralda che protegge il povero gobbo di Notre Dame... È insomma la retorica rovesciata dei miserabili, degli umili manzoniani, le "Anime perse" di De André, con l’idea che non bisogna chiamarli zingari ma Rom o Sinti, che i campi sono belli come accampamenti indiani nel bel mezzo delle metropoli, che i lori riti tribali sono gioia...
Gli zingari sono dei profughi apolidi, gente che non sta da nessuna parte. Non ci piace la retorica che li beatifica, ma non sono ladri di bambini. E anche se quelle donne di Lecco davvero avessero tentato di rubare quella bambina, non risulta che gli zingari siano il popolo che ruba i bambini. Nelle statistiche del ministero degli Interni non c’è un solo precedente. È vero che non esistono statistiche serie sui furti di bambini, che rimangono una specialità della malavita organizzata: per il commercio sessuale, per la prostituzione, per il traffico delle adozioni. In Italia c’è un’antica tradizione orale che attribuisce agli zingari tentativi di sequestri nei mercati, per la strada, dalle macchine. E c’è anche la leggenda che i rapimenti stiano alla base dell’industria di espianti e impianti di organi, con elicotteri a motore acceso e svelti camioncini adibiti a sala chirurgica volante per rapire e subito consumare. Non ci sono dati reali e non ci sono neppure sospetti sui nomadi nelle sparizioni che tutti conosciamo, quelle di Angela Celentano, Mariano Farina, Salvatore Colletta, Pasquale Porfida, Benedetta Adriana Roccia, Santina Renda... sino al caso recente di Denise Pipitone a Mazara del Vallo. Del resto, se gli zingari rubassero davvero bambini, nell’Italia che è la vera patria della sacra famiglia e che del Cristo iconograficamente stracelebra la puerizia, nell’Italia dove Dio è bambino... allora sì che diventeremmo tutti jihadisti cristiani. Perché tutto in Italia tolleriamo, anche Castelli e Borghezio, ma sui figli no, quelli sono "piezz ‘e core", e non solo a Napoli.
Due anni prima di morire mio padre mi consegnò un valigetta piena di suoi scritti, manoscritti e taccuini. Assumendo la sua solita espressione ironica e scherzosa mi disse che voleva che li leggessi dopo che se n´era andato, intendendo con ciò dopo la sua morte.
«Dai un´occhiata», disse con aria di lieve imbarazzo. «Guarda se c´è dentro qualcosa che ti può servire. Forse, dopo che me ne sarò andato, potrai fare una cernita e pubblicare il materiale».
Eravamo nel mio studio, circondati da libri. Mio padre cercava un posto dove posare la valigetta andando avanti e indietro come chi voglia liberarsi di un penoso fardello. Infine la depose con discrezione in un angolo dove non avrebbe dato fastidio. Una volta passato questo momento un po´ imbarazzante ma indimenticabile, riprendemmo la leggerezza tranquilla dei nostri soliti ruoli, le nostre personalità sarcastiche e disinvolte. Parlammo come sempre facevamo delle piccole cose della vita quotidiana, degli infiniti problemi politici della Turchia e delle avventure imprenditoriali di mio padre, per lo più fallimentari. Ne discorremmo senza troppo rammarico.
Ricordo che, andato via mio padre, per giorni passai accanto alla valigetta senza neppure sfiorarla. Conoscevo dalla mia infanzia quella piccola borsa di pelle nera, la sua serratura, gli angoli arrotondati. Mio padre la teneva sempre con sé nei brevi spostamenti e talvolta la usava per portare documenti al lavoro. Ricordo che, da bambino, quando tornava da un viaggio aprivo quella valigetta e frugavo tra le sue cose, beandomi del profumo di colonia e di paesi stranieri. Quella valigetta era una presenza amica e familiare, mi ricordava intensamente l´infanzia, il mio passato, ma ora non riuscivo neppure a toccarla. Perché? Senza dubbio dipendeva dal peso misterioso del suo contenuto.
Parlerò ora del senso di questo peso. È il senso del lavoro di un uomo che si chiude in una stanza, che, seduto a un tavolo o in un angolo, si esprime per mezzo di carta e penna, vale a dire il senso della letteratura. Nel momento in cui toccai la valigia di mio padre pur senza riuscire ad aprirla, sapevo che cosa contenevano alcuni di quei taccuini. Avevo visto mio padre intento a scrivere su alcuni di essi. Non era la prima volta che avevo sentito parlare del pesante carico contenuto nella valigia. Mio padre aveva un´ampia biblioteca. Da giovane, alla fine degli anni ‘40, aveva aspirato a diventare poeta, a Istanbul, e aveva tradotto Valery in turco, ma non aveva voluto vivere la vita riservata a chi scriveva poesie in un paese povero con pochi lettori. Il padre di mio padre, mio nonno, era stato un ricco uomo d´affari, suo figlio aveva vissuto una vita agiata da bambino e da ragazzo e non aveva intenzione di cadere in ristrettezze in nome della letteratura. Amava la vita e tutte le sue piacevolezze, e lo capivo.
La prima cosa che mi tenne lontano dal contenuto della valigetta di mio padre era, ovviamente, il timore di non gradire ciò che avrei letto. Mio padre lo sapeva, e per questo si era preoccupato di far finta di non prendere troppo sul serio il contenuto della borsa. Ne fui addolorato, dopo 25 anni passati a scrivere, ma non volevo neppure irritarmi con lui perché non prendeva la letteratura abbastanza sul serio...
Il mio vero timore, la cosa essenziale che non volevo sapere o scoprire era la possibilità che mio padre fosse un bravo scrittore. Non riuscivo ad aprire la valigetta di mio padre perché temevo questo. Peggio ancora, non riuscivo neppure a confessarlo a me stesso. Se dalla valigetta di mio padre fosse emersa della vera, grande letteratura, avrei dovuto ammettere che dentro mio padre esisteva un uomo del tutto diverso. Era una possibilità che mi spaventava. Perché anche alla mia non più tenera età volevo che lui fosse soltanto mio padre, non uno scrittore.
Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno, e del mondo che lo rende la persona che è: quando parlo di scrivere, la prima cosa che mi viene in mente non è un romanzo, una poesia o una tradizione letteraria, è una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e, da solo, si concentra su se stesso, tra le sue ombre costruisce un mondo nuovo con le parole.
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Avevo timore ad aprire la valigetta di mio padre e a leggere i suoi taccuini perché sapevo che non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, la folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia. Ma poi i miei pensieri presero una direzione diversa. Queste idee, questi sogni di rinuncia e pazienza, erano pregiudizi che avevo tratto dalla mia vita e dalla mia personale esperienza di scrittore. C´erano moltissimi scrittori geniali che conducevano una vivace, brillante vita sociale e familiare fatta di compagnia e allegre conversazioni. Inoltre mio padre quando eravamo piccoli, stanco della monotonia della vita familiare, ci lasciò per andarsene a Parigi, dove, come tanti autori, sedeva nella sua stanza d´albergo a riempire taccuini. Sapevo anche che alcuni di quei taccuini si trovavano nella valigetta perché qualche anno prima di portarmela egli aveva finalmente iniziato a parlarmi di quel periodo della sua vita. Raccontava di quegli anni anche quando ero bambino ma senza far cenno alle sue debolezze, ai suoi sogni di diventare scrittore, o alle crisi di identità che lo avevano afflitto nella sua stanza d´albergo. Mi parlava invece delle volte che aveva visto Sartre per le strade di Parigi, dei libri letti, dei film visti, con il sincero trasporto di chi comunica notizie importantissime. Divenuto scrittore, non dimenticai mai ciò che accadde grazie a quel padre che parlava degli scrittori di fama mondiale molto più che di pascià e grandi autorità religiose. Forse allora dovevo leggere i suoi appunti con questa consapevolezza e ricordare quanto fossi in debito con la sua vasta biblioteca. Dovevo tenere a mente che, quando viveva con noi, come me, amava star solo in compagnia dei suoi libri e dei suoi pensieri e non prestava troppa attenzione al valore letterario dei suoi scritti.
Ma mentre fissavo con apprensione la valigetta lasciatami in eredità sentivo anche che era proprio questo che non sarei riuscito a fare. Mio padre talvolta si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva in un sogno, sprofondato a lungo nei suoi pensieri. Vedendogli sul viso un´espressione così diversa da quella che aveva nell´atmosfera scherzosa e allegra dei battibecchi familiari, scoprendo in lui i primi accenni di introspezione, pensavo, soprattutto da bambino e nella prima giovinezza, con trepidazione che non fosse contento. Oggi, a distanza di tanti anni, so che questa insoddisfazione è la caratteristica fondamentale che fa di un individuo uno scrittore. Per diventare scrittore pazienza e fatica non bastano: dobbiamo innanzitutto sentire l´impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la consuetudine, la quotidianità e a chiuderci in una stanza. Aspiriamo alla pazienza e speriamo di riuscire così a creare un mondo intenso nei nostri scritti. Ma è il desiderio di chiuderci in una stanza che ci spinge all´azione. Il precursore di questo genere di scrittore indipendente, che legge i suoi libri per soddisfare il suo cuore e che ascoltando esclusivamente la voce della propria coscienza, discute con le parole altrui, che conversando con i suoi libri sviluppa i suoi pensieri e il suo mondo personale, fu senza dubbio Montaigne, agli albori della letteratura moderna. Montaigne era un autore cui mio padre tornava spesso, un autore che mi raccomandava. Mi piacerebbe considerarmi parte della tradizione di scrittori che ovunque si trovino nel mondo, in Oriente o in Occidente, si tagliano fuori dalla società rinchiudendosi con i loro libri nella loro stanza. La vera letteratura parte dall´uomo che si chiude nella sua stanza con i suoi libri.
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Fu questo a spingermi ad aprire la valigetta di mio padre. Aveva forse un segreto, un´infelicità che ignoravo, qualcosa che riusciva a sopportare solo riversandola nei suoi scritti? Non appena aprii la valigetta ritrovai il profumo di viaggi, riconobbi vari taccuini e notai che mio padre me li aveva mostrati anni addietro senza però soffermarvisi molto a lungo. La maggior parte dei taccuini che ora avevo tra le mani li aveva riempiti quando ci aveva lasciato per recarsi a Parigi, da giovane. Il mio desiderio era sapere che cosa avesse scritto e che cosa avesse pensato mio padre alla mia stessa età. Non mi ci volle molto a capire che non avrei trovato nulla del genere là dentro. A turbarmi particolarmente fu l´imbattermi qui e là, nei taccuini di mio padre, in una voce narrante. Non era la voce di mio padre, dissi a me stesso, non era la sua voce originale, o meglio, non quella dell´uomo che conoscevo come mio padre. Al di là del timore che mio padre non fosse più mio padre nel momento in cui scriveva, c´era un timore più profondo: la paura di non trovare nulla di buono negli scritti di mio padre, di scoprire che si era fatto eccessivamente influenzare da altri autori, e sprofondai nella disperazione che mi aveva afflitto da ragazzo tanto da porre in discussione la mia vita, la mia stessa esistenza, il mio desiderio di scrivere e la mia opera. Durante i miei primi dieci anni da scrittore avvertii quest´ansia più profondamente, e pur respingendola, talvolta temevo che un giorno avrei dovuto ammettere la sconfitta, come avevo fatto con la pittura e soccombere all´inquietudine, abbandonando anche l´attività di romanziere.
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Un autore parla di cose che tutti sanno senza averne consapevolezza. Esplorare questo sapere e vederlo crescere dà al lettore il piacere di visitare un mondo al contempo familiare e miracoloso. Quando un autore si chiude per anni in una stanza per affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell´umanità. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie, e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino. Quando uno scrittore si chiude per anni in una stanza, evoca col suo gesto un´umanità unica, un mondo privo di centro. Ma come si può vedere dalla valigetta di mio padre e dalle nostre vite sbiadite a Istanbul, il mondo aveva un centro ed era lontanissimo da noi. Nei miei libri ho descritto in dettaglio come questa realtà evocasse un provincialismo cechoviano e come, per altra via, mi spingesse a porre in discussione la mia autenticità. Sapevo per esperienza che la gran maggioranza delle persone su questa terra condividono le stesse sensazioni e che molti sono afflitti da un senso ancor più profondo di inadeguatezza, insicurezza e abbrutimento rispetto a me. Sì, i maggiori dilemmi che l´umanità si trova ad affrontare sono ancora la povertà, la mancanza di un tetto, e la fame... Ma oggi la televisione e i giornali ci informano su questi fondamentali problemi più rapidamente e più semplicemente di quanto possa mai fare la letteratura. Oggi l´oggetto dell´indagine della letteratura devono essere soprattutto le paure dell´umanità: la paura di essere esclusi, la paura di non contare nulla e il senso di nullità che le accompagna. Le umiliazioni collettive, le vulnerabilità, gli affronti, i torti, le suscettibilità, gli insulti immaginati, e i vanti e la retorica nazionalista... Ogniqualvolta mi confronto con questi sentimenti e con il linguaggio irrazionale, eccessivo con cui vengono generalmente espressi, so che toccano un punto oscuro al mio interno. Abbiamo spesso visto popoli, società e nazioni esterni al mondo occidentale, e mi è facile identificarmi con essi, soccombere a timori che li conducono a commettere idiozie, tutto per paura di subire umiliazioni e a motivo delle loro suscettibilità. So anche che in Occidente, un mondo con cui mi è altrettanto facile identificarmi, nazioni e popoli eccessivamente fieri della loro ricchezza e del fatto di averci portato il Rinascimento, l´Illuminismo il Modernismo, di tanto in tanto hanno ceduto a un autocompiacimento quasi altrettanto idiota.
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Significa che mio padre non era l´unico, che tutti diamo eccessiva importanza all´idea di un mondo con un centro. Ciò che invece ci spinge a chiuderci nelle nostre stanze a scrivere per anni e anni è la convinzione opposta, quella che un giorno i nostri scritti saranno letti e compresi perché tutta la gente del mondo si somiglia. Ma questo, lo so dai miei scritti e da quelli di mio padre, è un ottimismo inquieto, segnato dalla rabbia di essere relegato ai margini, escluso. L´amore e l´odio che Dostoevskij provò per tutta la vita nei confronti dell´Occidente l´ho provato anch´io, in numerose occasioni. Ma se ho afferrato una verità essenziale, se ho motivo di essere ottimista è perché ho viaggiato assieme a questo grande scrittore attraverso il suo rapporto di amore-odio con l´Occidente, per contemplare l´altro mondo che egli ha costruito dall´altra parte.
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Mio padre avrà magari scoperto questo genere di felicità durante gli anni passati a scrivere, pensavo fissando la sua valigetta: non dovevo giudicarlo a priori. Gli ero così grato, dopo tutto. Non era mai stato un padre qualunque, autoritario soffocante, punitivo, ma un padre che mi ha sempre lasciato libero, che ha sempre dimostrato nei miei confronti il massimo rispetto. Avevo pensato spesso che se, di tanto in tanto, ero stato capace di attingere alla mia immaginazione, come un bambino, era perché a differenza di tanti miei amici dell´infanzia e della giovinezza, non avevo paura di mio padre e talvolta ero profondamente convinto che sarei riuscito diventare scrittore perché anche mio padre, da giovane, lo aveva desiderato. Dovevo leggere i suoi scritti con spirito di tolleranza, cercare di capire che cosa aveva scritto in quelle stanze d´albergo.
Animato di ottimismo mi avvicinai alla valigetta che giaceva ancora dove mio padre l´aveva lasciata. Facendo appello a tutta la mia forza di volontà ho letto qualche manoscritto e qualche taccuino. Che cosa scriveva mio padre? Ricordo qualche scorcio dalle finestre degli hotel di Parigi, poesie, paradossi, analisi... Mi sento ora come chi è appena stato vittima di un incidente stradale e si sforza di ricordare come è successo mentre al contempo trema alla prospettiva di ricordare troppo. Da bambino quando i miei genitori erano sul punto di litigare e tra loro calava un silenzio letale, mio padre accendeva sempre la radio, per cambiare atmosfera e la musica ci aiutava a dimenticare tutto più in fretta.
Permettetemi di cambiare atmosfera con qualche parola che, mi auguro, abbia l´effetto della musica. Come sapete la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l´ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso prender parte alla vita reale solo trasformandola. Scrivo perché voglio che gli altri, tutti noi, il mondo intero, sappia che tipo di vita viviamo e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l´odore della carta, della penna e dell´inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell´arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l´interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l´ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell´immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e le ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire al presagio che esiste un posto cui sono destinato ma che, proprio come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice.
Una settimana dopo avermi lasciato la valigia, mio padre mi fece ancora visita. Come sempre mi portò una tavoletta di cioccolata (aveva dimenticato i miei 48 anni). Come sempre chiacchierammo e ridemmo della vita, della politica e dei pettegolezzi di famiglia. A un certo punto mio padre andò con lo sguardo all´angolo in cui aveva lasciato la valigetta e vide che l´avevo spostata. Ci guardammo negli occhi. Seguì un silenzio imbarazzato. Non gli dissi che l´avevo aperta e avevo tentato di leggere ciò che conteneva, ma distolsi lo sguardo. Capì lo stesso. Come io capii che aveva capito. Come lui capiì che avevo capito che aveva capito. Ma tutta questa comprensione durò solo lo spazio di pochi secondi. Perché mio padre era un uomo accomodante, sicuro di sé: mi sorrise come faceva sempre. E andandosene mi ripeté tutte le frasi affettuose e incoraggianti che mi diceva sempre, da padre.
Come sempre lo guardai andar via, invidiando la sua serenità, la sua spensieratezza, la sua imperturbabilità. Ma ricordo che quel giorno avvertii dentro di me anche un lampo di gioia di cui mi vergognai. Veniva dal pensiero che magari non mi sentivo a suo agio come lui nella vita, magari non avevo condotto una vita felice e libera come la sua, ma io l´avevo dedicata alla scrittura - avete capito... mi vergognavo di pensare quelle cose a scapito di mio padre. Di tutte le persone proprio mio padre, che non mi aveva mai fatto soffrire, che mi aveva lasciato libero. Tutto questo dovrebbe ricordarci che la scrittura e la letteratura sono intimamente connesse a un vuoto, al centro di tutte le nostre vite, e a un senso di felicità e di colpa.
Ma la mia storia ha un´altra componente, simmetrica, che immediatamente mi riporta alla mente un altro aspetto di quel giorno e acuisce il mio senso di colpa. Ventitré anni prima che mio padre mi lasciasse la sua valigetta e quattro anni dopo aver deciso, all´età di 22 anni, di diventare romanziere e, abbandonando tutto, di chiudermi in una stanza, terminai il mio primo romanzo, Cevdet Bey and Sons. Consegnai a mio padre con mano tremante il dattiloscritto del romanzo ancora non pubblicato perché lo leggesse e mi desse il suo giudizio. Questo non solo perché avevo fiducia nel suo gusto e nella sua intelligenza: la sua opinione contava moltissimo per me perché lui, a differenza di mia madre, non si era opposto al mio desiderio di diventare scrittore. In quel periodo mio padre non era con noi, ma molto lontano. Attesi con impazienza il suo ritorno. Quando arrivò, due settimane dopo, corsi ad aprigli la porta. Non disse nulla, ma ad un tratto mi abbracciò in un modo che esprimeva che il libro gli era piaciuto moltissimo. Per un attimo sprofondammo in quel silenzio imbarazzato che accompagna spesso i momenti di grande emozione. Quando ci calmammo e iniziammo a parlare mio padre ricorse a parole cariche ed esagerate per esprimere la fiducia che riponeva in me e nel mio primo romanzo: mi disse che un giorno avrei vinto il premio che mi accingo a ricevere oggi con tanta gioia.
Lo disse non per cercare di convincermi che apprezzava il mio libro né per pormi l´obbiettivo di questo premio. Lo disse come un padre turco dice a un figlio a mo´ di incoraggiamento «un giorno diventerai un pascià!». Per anni, ogni volta che mi vedeva, ripeteva quelle parole per incoraggiarmi.
Mio padre è morto nel dicembre 2002.
(traduzione di Emilia Benghi)
© The Nobel Foundation 2006
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Stangata fiscale, grida la destra (e il centro). Poche riforme e nessun serio recupero strutturale della spesa, affermano sentenziosi gli economisti indipendenti.
Berlusconi, Tremonti, Bossi e Fini chiamano la piazza a scendere in piazza. Casini forse in piazza non ci andrà ma sicuramente applaudirà dalla finestra.
Il circo mediatico dal canto suo (con pochissime eccezioni) piange sulle sorti del ceto medio tartassato. Quanto al governo, difetta di efficaci strumenti di comunicazione e quando ne ha li usa male per difetto di comunicativa.
Sicché l´impressione generale, l´apparenza, è che questa Finanziaria con i suoi annessi e connessi sia nel migliore dei casi mediocre e segni comunque la vittoria politica della sinistra massimalista che avrebbe Prodi come portabandiera.
Personalmente non condivido affatto questa «apparenza».
Personalmente ritengo in tutta onestà che questa sia una buona Finanziaria. Con alcuni difetti, ma con un saldo positivo rispetto agli obiettivi che erano stati sostenuti in campagna elettorale.
Quegli obiettivi, ricordiamolo, erano tre: raddrizzamento dei conti pubblici rispetto ai parametri europei, sviluppo dell´economia, equità sociale. Padoa-Schioppa aveva aggiunto l´impegno di economizzare sulla previdenza, sugli sprechi della pubblica amministrazione centrale e locale, sulla sanità. Prodi infine aveva più volte ripetuto che non avrebbe gravato la mano sui contribuenti specificando però che avrebbe spostato il carico dalle spalle deboli a spalle meno deboli.
Dopo essermi studiato per quanto possibile la foresta dei numeri (sciopero dei giornali permettendo) io penso che gli impegni assunti con gli elettori e con l´Europa siano stati adempiuti almeno in buona misura. Ho l´impressione d´essere tra i pochi a sostenere questa tesi, ma poiché mi capita spesso, questa probabile solitudine non mi sconforta.
Cercherò di essere chiaro nella dimostrazione di questa tesi.
* * *
La manovra ammonta complessivamente a 33,4 miliardi di euro. Manovra imponente, su questo non mi pare ci possano esser dubbi. Nonostante il netto miglioramento delle entrate del 2006 che si valuta attualmente – a legislazione vigente – in oltre 10 miliardi.
Faccio osservare a questo proposito che la sinistra massimalista aveva chiesto perentoriamente di ridurre la manovra prima a 30 e poi 26 miliardi e di spalmare la parte destinata al raddrizzamento dei conti pubblici su due anni anziché sul solo 2007. Questi suggerimenti avrebbero creato più danni che vantaggi e il governo non li ha accolti. Vuol dire che il cosiddetto timone riformista ha tenuto.
Il governo sostiene che i 33,4 miliardi si ripartiscono in 15 destinati al raddrizzamento e 18,4 alla crescita e all´equità. Sostiene anche che 13 miliardi proverranno da entrate e 20 da economie.
L´opposizione naturalmente contesta, cifre alla mano.
Purtroppo quelle cifre, nove volte su dieci, sono dei falsi palesi. Dico purtroppo perché a me piacerebbe che almeno sui numeri non si discutesse, ma basta consultare i giornali della destra usciti per due giorni senza concorrenza nelle edicole per avere la dimostrazione di quei falsi.
Vediamo dunque quei numeri più da vicino, a cominciare dall´operazione equitativa con la quale il governo, e Visco in particolare, ha modificato il peso fiscale spostandolo da spalle deboli a spalle meno deboli.
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Il ceto medio è un termine che designa realtà diverse. Si va dalle fasce di reddito intorno ai 15 mila euro annui ai 60 mila, cioè da 1.200 euro netti mensili a 3.500. Questa platea coinvolge più dell´80 per cento dei contribuenti. Il resto è formato da fasce esenti o da ricchi-ricchissimi. Il sommerso è un mondo a sé che secondo calcoli aggiornati supera il 20 per cento del Pil «visibile».
Tra le fasce da 15 mila e quelle da 60 mila di reddito ci sono quattro lunghezze di distacco, 60 mila è infatti di quattro volte superiore a 15 mila. Il governo ha fissato la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito. Vuol dire che da 40 mila cominciano i ricchi? Ovviamente no, tanto più che 40 mila sono lordi. Al netto dell´imposta ne restano poco più di 30 mila, vuol dire 2.300 euro mensili per tredici mensilità. Non c´è affatto da scialare.
I redditi da 60 mila arrivano ad un netto mensile di circa 3.000 euro. Non si sciala neanche lì, ma si respira.
L´operazione redistributiva premia le fasce di reddito fino a 40 mila in modo abbastanza consistente. La spesa totale destinata al miglioramento di questi cittadini lavoratori e contribuenti è di 7,3 miliardi. Dalle fasce superiori il fisco preleverà complessivamente 6,7 miliardi. La differenza di 600 milioni la metterà lo Stato.
Un economista indipendente (di quelli che simpatizzano col centrosinistra e danno sempre ragione alla destra) ha sostenuto che i contribuenti beneficiari percepiranno un vantaggio di 6 euro a testa all´anno. Mentre - ha detto - tutto il peso si scaricherà sui redditi da 75 mila euro in su e lì sarà macelleria.
Naturalmente queste simulazioni sono sbagliate. I redditi dei ceti medi inferiori avranno benefici del 3 per cento attraverso detrazioni e tagli alle imposte sul lavoro. I ceti medio-alti subiranno aggravi molto modesti fino a 60 mila euro di reddito. Ho calcolato la penalità d´un reddito di 80 mila (55 mila netti). Pagherà in più 66 euro al mese, una discreta cena per un coperto e una cena magra per due coperti al ristorante. Macelleria sociale? È un po´ forte.
Gli esenti dalle imposte sono i redditi fino a 8 mila euro per un singolo. Per un contribuente con moglie e un figlio l´esenzione arriva a 13 mila euro, con due figli a 15 mila. Di fatto l´asticella dell´esenzione media si colloca sui redditi da 15 mila. Non è poco.* * *
Mi pare che la vituperata macelleria si riduce a tirare il collo ad un pollo al mese. E passo perciò ad un altro argomento, quello delle tasse tasse tasse. Tutte pagate dal Nord. In particolare dal lombardo-veneto.
Che il lombardo-veneto sia la zona più produttiva d´Italia è un dato reale che fa onore a quelle regioni. Che essendo la zona più produttiva e quindi più ricca sia anche quella che contribuisce di più, mi pare altrettanto ovvio.
Che debba avere i servizi ai quali ha diritto e che su questo punto vi sia un deficit drammatico è lapalissiano e di quel deficit sono responsabili i governi degli ultimi vent´anni, a terminare col quinquennio berlusconiano.
L´opposizione, in nome del Nord, si ribella. Vuole che a pagare siano gli evasori e non i contribuenti che fanno il dover loro. Lo dice Formigoni, lo dice Cesa, lo dice perfino La Russa, il d´Artagnan dei poveri. E lo dice anche Silvio Berlusconi.
Ora a questo punto io voglio tributare un caloroso applauso a questi convertiti. Veramente. Era tempo che si convertissero e vanno accolti come altrettanti figlioli prodighi. Sia dunque ucciso il vitello grasso in onore di questi professionisti del condono fiscale.
Ciò detto, perché protestano? Di che cosa si dolgono?
Nella Finanziaria in questione ci sono 7 miliardi di entrate provenienti dal recupero dell´evasione. Sette miliardi su un´entrata tributaria stimata in Finanziaria a 13 miliardi. In dodici mesi un risultato così è un esercizio per il quale Visco meriterebbe una promozione. Si tratta di previsioni, perciò gli ho chiesto ieri se è sicuro dell´esito. E ha risposto che ne è certo. Mi auguro che porti a casa quel risultato e che prosegua su quella strada. Se nei cinque anni di legislatura si arrivasse gradualmente a recuperare il 15 per cento dell´evasione, il fisco incasserebbe annualmente niente meno che 30 miliardi da questa voce. I 7 miliardi del 2007 sono (saranno, sarebbero) un ottimo inizio perché recuperare l´evasione comporta tempi lunghi. Perciò trovo assai strano che nessuno fin qui abbia messo l´accento su quest´aspetto della Finanziaria.
Debbo aggiungere che l´evasione non è quasi mai totale. Molto spesso l´evasore paga almeno il 30 per cento del suo debito fiscale. È oltraggioso pensare alla struttura delle aziende grandi e piccole? Private e pubbliche? Ai professionisti? Agli artigiani che non ti danno una fattura nemmeno se li impicchi? Ai lavoratori dipendenti che hanno un secondo lavoro (nero)?
Non è oltraggioso, è la realtà. L´evasione, parziale ma consistente, è la frangia di ogni tappeto. Il guaio italiano consiste nell´entità della frangia che occupa a dir poco un quarto del tappeto.
* * *
I paletti di Padoa-Schioppa. Nei numeri della Finanziaria le risorse provenienti dalla sanità sono di circa 3 miliardi, dalla previdenza più di 5, dagli enti locali 4,3, dalla pubblica amministrazione (al netto dei contratti) altri 3. Per di più in queste cifre non entrano i risultati a più lungo termine che proverranno dalla riforma pensionistica di cui si comincerà a discutere dal prossimo gennaio.
Poteva far di più il tecnico Padoa-Schioppa? Forse sì, difficile dirlo, bisognerebbe star seduti su quella sedia per saperlo. Di una cosa però sono certo: il ministro del Tesoro che è un uomo politico per definizione, non poteva fare di più. Secondo me il risultato che ha raggiunto merita 110 con la lode. La mia pagella non conta, ma io comunque gliela do. E la do anche, anzi «in primis», al presidente del Consiglio al quale però mi permetto di attribuire un voto di insufficienza per la sua «performance» a Montecitorio sulla questione Telecom. Lì è andata male, lui non è tagliato per i dibattiti parlamentari. Ma sulla Finanziaria è stato bravo ed era il passaggio più tosto.
***
Resta da dire sui cinque miliardi del Tfr, punto dolentissimo per la Confindustria. E sul cuneo fiscale.
Su questo secondo aspetto non c´è che rallegrarsi: era un impegno, è stato mantenuto. Attenzione però: dà un po´ di ossigeno alla competitività e sostiene i consumi del ceto medio-basso. Ma il problema dell´imprenditoria italiana o, se volete del capitalismo italiano non si risolve certo tagliando il cuneo di cinque punti (fossero anche dieci non cambierebbe).
Non si risolve da fuori ma da dentro il capitalismo. Si risolve valorizzando gli imprenditori che innovano il prodotto e non solo il modo di produrlo; che cambiano i gusti del mercato; che modificano i termini dell´offerta, non quelli che seguono passivamente la domanda.
Ho detto prima dell´insufficienza di Prodi nel dibattito su Telecom, ma aggiungo che quell´insufficienza ha toccato il culmine negli interventi dell´opposizione. La quale si è avventata sul tema Rovati senza spendere neppure un minuto di tempo sull´assetto di Telecom, dei mancati investimenti, dell´assetto del capitale. Insomma della sostanza della questione. Prodi almeno su quell´aspetto qualcosa ha detto.
I suoi interlocutori neppure una sillaba. Un dibattito, voglio dirlo, d´una povertà intellettuale inaudita.
Il Tfr. Quei soldi, diciamolo ancora una volta, non sono delle imprese ma dei lavoratori. Se i lavoratori optano per lasciarli alla previdenza pubblica, hanno pieno diritto di farlo. Alle imprese resta comunque lo stock perché il passaggio all´Inps si esercita su una parte dell´accantonamento annuale.
Certo le imprese ne sono penalizzate. Dovranno ricorrere di più all´autofinanziamento e alle banche. In questo secondo caso spenderanno un 3 per cento in più. Saranno indotte ad essere più competitive. L´operazione si limiterà ad essere una «una tantum»? Dipende dai recuperi dell´evasione.
Intanto l´avanzo primario salirà dallo zero lasciato da Tremonti al 2 per cento. Questa è la migliore premessa per la riduzione del debito pubblico, altra meta che l´Europa richiede e che è nel nostro precipuo interesse raggiungere.
Sembra che nessuno si ricordi più del lascito che è stato ereditato dalla trascorsa legislatura. Un lascito disastroso. Con le casse vuote, l´avanzo primario azzerato, il debito in ascesa, il deficit al 4 e mezzo per cento, i cantieri delle imprese pubbliche allo sbando, la previdenza integrativa rinviata al 2008, i contratti non rinnovati.
Dopo di noi il diluvio e chi se ne frega, questa sembrò essere la filosofia di quei cinque anni.
Il diluvio per fortuna non c´è stato, la Finanziaria va ora in Parlamento col voto unanime di tutte le componenti governative.
Io vedo questo e questo scrivo. Ora comincia il passaggio parlamentare. Qualche modifica migliorativa si potrà fare ma i paletti sono stati messi e non potranno essere divelti. Il domani è in gran parte figlio dell´oggi. Oggi la giornata è stata buona.
RACCONTANO le cronache che l’altro ieri, al «meeting» riminese di Comunione e liberazione, l’ospite d’onore fosse impacciato. Trattandosi di Silvio Berlusconi l’aggettivo impacciato stupisce. Se c’è un personaggio totalmente disinibito, uno «showman» a prova di bomba, un professionista del video e dei bagni di folla, è lui. Una platea come quella di Cl, settemila allievi di Don Giussani, il crocifisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso, equivale per lui ad una flebo di adrenalina. Dunque come mai impacciato? Nonostante che un terzo di quei settemila fosse composto dalla «claque» mobilitata da Forza Italia? Io lo capisco Berlusconi, pensava d’essere insostituibile alla guida dell’Italia. Pensava d’aver creato un rapporto di ferro con Putin, con Blair, soprattutto con Bush e Condoleezza Rice. Pensava che i soldati italiani a Nassiriya fossero il pegno la garanzia e il pilastro della sua politica estera. Pensava che il governo d’Israele avrebbe buttato fuori a calci D’Alema e Prodi semmai avessero osato farsi vedere dalle parti di Gerusalemme. E infine pensava che sulla missione militare in Libano il centrosinistra si sarebbe sfarinato e dissolto come nebbia al sole.
Invece è accaduto tutto il contrario. L’Italia di Prodi, D’Alema e Parisi è diventata il partner più affidabile per Bush. Il ritiro dall’Iraq del nostro contingente militare non ha provocato neppure un battito di ciglia né al Pentagono né alla Casa Bianca. L’unità europea si è ricostruita proprio sulla questione libanese e l’embrione di una struttura militare ha fatto la sua comparsa per la prima volta proprio in seguito all’iniziativa italiana. Lo credo bene che fosse impacciato. Tanto più che, al punto in cui sono le cose, gli toccherà perfino di dover dare i voti di Forza Italia, graditi ma non determinanti, alla strategia dell’odiato Prodi.
E chi aveva a fianco come ospite d’onore al raduno di Cl? Roberto Formigoni, uno dei suoi concorrenti, il benamato, lui sì, di Don Giussani, il vero padrone della Lombardia teocon, la sua bestia nera dopo Casini o forse perfino prima di lui. Sicché dire impacciato è dir poco. In realtà chi lo conosce riferisce che fosse furibondo, ammalato di malinconia, appannato nella postura e nell’eloquio non più fluente come un tempo. Non avendo molti argomenti da offrire al pubblico, ha ritirato fuori la delicata questione dell’uomo della provvidenza aggiungendo che metà dell’Italia lo odia ma un’altra metà lo ama e lo costringe a restare in politica.
Francamente è raro che un uomo politico si vanti d’aver spaccato il Paese in due e lo consideri un merito storico. Forse qualcuno dei suoi consiglieri dovrebbe avvertirlo che quella spaccatura da lui considerata il segno del suo successo rappresenta invece una pietra tombale sui sogni di rivincita. Se avesse dei consiglieri. Ma non li ha. Ha avuto una corte e dei cortigiani. Scomparso il potere scomparsi i cortigiani. Forse Apicella, ma anche sul chitarrista non ci giurerei.
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Tuttavia, lasciando da parte il ciarpame, la claque, il trapianto dei capelli e l’uomo della provvidenza, qualche cosa di serio è venuto fuori nell’incontro tra Berlusconi e Cl. Riguarda una certa idea dell’Italia, una certa idea del cattolicesimo italiano e una certa idea dell’Occidente nei suoi rapporti con le altre culture.
Avesse affrontato temi di questa importanza in una riunione di Forza Italia non varrebbe neppure la pena di parlarne; ma li ha affrontati davanti al popolo di Comunione e liberazione e allora la faccenda cambia aspetto. L’importanza non deriva da chi ha posto il tema ma da chi lo ha ascoltato.
Da come lo ha ricevuto. Dal peso che quel tema ha su una comunità di giovani cattolici cari a papa Wojtyla e al suo successore, cari a Ruini e al patriarca di Venezia che probabilmente ne prenderà il posto, cari ad Andreotti.
Gli invitati ai raduni di Cl ci vanno per essere accettati. Ciò che viene detto a Rimini, chiunque lo dica, serve a guadagnarsi il favore della platea, non a scontentarla e a farla infuriare. Alcuni ci riescono altri no e ne escono scornati e rancorosi. Bocciati. Resta da capire perché tanta gente delle più varie estrazioni voglia farsi esaminare dai giovanotti di Cl. Ecco un punto che va approfondito.
Berlusconi l’esame l’ha superato in alcune materie, ma in altre no.
Sull’invito finale a far nascere da Cl un partito moderato e liberale è stato bocciato, i ciellini non sono né liberali né moderati e lo sanno benissimo. Invece è stato promosso sulla sua idea di scuola e di cattolicesimo. Semplicemente perché non ha fatto che ripetere le cose che i ciellini vogliono sentirsi dire.
Ma quelle cose corrispondono alla realtà italiana? Agli interessi del paese? A un rapporto equilibrato tra il cattolicesimo e la modernità?
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I giovani di Cl rappresentano una militanza credente. Un Cristo operativo. Pregano e operano. Si comunicano e operano. Organizzano e operano. La solitudine non è il loro forte. La contemplazione meno che mai. Li vedo molto più vicini a Giovanni Bosco che a Francesco d’Assisi. A Teresa di Calcutta che a Giovanni della Croce. Fosse tempo di crociate forse sarebbero crociati. Credo che abbiano un briciolo d’invidia verso l’Opus Dei perché il suo fondatore è già santo e quella comunità è stata elevata a prelatura. Anche Cl vorrebbe diventare prelatura e vedere il suo fondatore sugli altari, ma questi salti di qualità, purtroppo per loro, non sembrano far parte dell’agenda vaticana.
Comunque in Italia sono abbastanza potenti, sempre per via delle opere. Fuori d’Italia li conoscono poco, anzi non li conoscono affatto.
Della scuola hanno un’idea che piace molto a papa Ratzinger e a Ruini. Vogliono che lo Stato finanzi le scuole cattoliche e che queste siano equiparate a quelle pubbliche. L’idea fa breccia. Nel polo berlusconiano è condivisa da quasi tutti. Anche nel centrosinistra non mancano i consensi. Però c’è un problema: bisognerà finanziare anche le scuole musulmane, senza parlare di eventuali scuole protestanti, ortodosse, ebraiche. E poi c’è un altro problema: come si forma una coscienza della cittadinanza interetnica e interculturale se si finanziano le scuole delle varie comunità religiose? In un’Europa e in un’Italia dove la diaspora musulmana è già – e più ancora sarà – una minoranza sempre più numerosa? Con tassi di natalità crescenti?
Infine c’è un terzo problema: se lo Stato finanzia scuole religiose e le parifica alla scuola pubblica avrà ben il diritto di controllare gli standard educativi e formativi con specifica attenzione ai principi della cittadinanza. E un quarto problema ancora: di fronte al moltiplicarsi di scuole religiose quella pubblica dovrà inevitabilmente accentuare le sue caratteristiche laiche. L’insegnamento della religione cattolica, tanto per dire, cadrà per non diventare un duplicato di quanto si insegna nelle scuole cattoliche. Senza parlare delle scuole private non religiose che diventerebbero (già sono) un meccanismo finalizzato all’ottenimento del titolo di studio.
L’idea di scuola di Cl, rilanciata l’altro ieri da Berlusconi, è in realtà un nonsenso, non incrocia nessuno dei problemi del presente e del futuro. Incrocia soltanto lo slogan: «L’Italia è cattolica e deve essere degli italiani».
Il fatto che l’Italia debba essere degli italiani è ovvio. Dev’essere dei cittadini italiani, quelli che hanno cittadinanza italiana, che lavorano, che pagano le tasse, che usufruiscono dei diritti civili e politici. Quindi anche degli ebrei italiani, dei musulmani italiani, dei valdesi italiani e dei non credenti italiani. Insomma di tutti.
Ma c’è l’altra parte di quello slogan, assai meno ovvia, che afferma: l’Italia è cattolica. Chi l’ha detto? Non esiste nella nostra Costituzione. Anzi c’era nel Concordato del ‘29 ma è stato abolito. Questo in punto di diritto.
In punto di fatto ha risposto Andreotti. Alla domanda che gli è stata fatta se i musulmani dovrebbero andare a messa, ha risposto sorridendo: sono molti di più i cattolici che non ci vanno. Se lo dice lui...
Per fortuna questi meeting di Cl non contano poi granché. Servono agli sponsor e alla Compagnia delle opere. Ai giovani che ci vanno per stare insieme. Ai politici e agli imprenditori che si guadagnano un titolo sui giornali. Come alle feste dell’Amicizia di questo e di quello e ai festival dell’Unità.
Tanto il presidente del Consiglio che il ministro dell’Economia hanno detto di scorgere nel Dpef in gestazione uno strumento da utilizzare anche allo scopo di contrastare, in nome d’una maggior equità, le disuguaglianze economiche nel nostro paese. La semplice menzione di queste ultime, in rapporto a un documento governativo, rappresenta di per sé una novità di cospicuo rilievo. Sono infatti decenni che il tema delle disuguaglianze è stato escluso non solo dall’agenda, ma perfino dal linguaggio della politica. Che lo abbiano fatto le destre è comprensibile. Per le destre le disuguaglianze di reddito e di ricchezza, siano moderate o abissali, sono semplicemente l’esito, inevitabile quanto giusto, delle differenze di talento e di impegno sul lavoro che esistono tra le persone. Chi possiede il primo e si profonde nel secondo si ritrova naturalmente ai piani alti della piramide sociale. Tutti gli altri debbono accomodarsi ai piani bassi. Un po’ meno comprensibile è che pure il centrosinistra, il quale dovrebbe contare tra le sue idee ispiratrici la convinzione che la suddetta visione della società è politicamente e moralmente insostenibile, si sia parimenti tenuto per anni alla larga dal tema delle disuguaglianze. Rischiando in tal modo di farsi bypassare a sinistra, per lo meno sotto il profilo del lessico concettuale e politico, perfino da quel bastione del capitalismo moderno che è la Banca Mondiale. Nel recente rapporto di questa sullo sviluppo del mondo, per dire, la parola disuguaglianza ricorre 831 volte.
Una volta che sia accolto con interesse e apprezzamento l’ingresso del tema delle disuguaglianze nel Dpef, si tratta di vedere come il governo procederà al fine di passare dall’intento dichiarato a interventi capaci di ridurle in modo stabile. Di certo il compito è difficile. Contribuiscono a renderlo tale sia la entità delle disuguaglianze rilevabili in Italia, sia le loro profonde, e tutt’altro che recenti, radici strutturali. Quanto all’entità, è noto da tempo che l’Italia condivide con il Regno Unito e gli Usa il primato di essere, tra i grandi paesi sviluppati, uno dei più disuguali del mondo, in termini sia di reddito che di ricchezza. Nel 2004, il 10 per cento di famiglie italiane con i redditi più elevati ha percepito il 26,7 per cento del totale dei redditi prodotti, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali; al 10 per cento delle famiglie con il reddito più basso è toccato solamente il 2,6 per cento, ossia oltre dieci volte di meno. La ricchezza netta totale, incluse quindi sia la proprietà dell’abitazione e di altre proprietà immobiliari, sia le attività finanziarie, appare ancora più concentrata verso l’alto. Il 10 per cento delle famiglie più ricche risulta infatti possedere il 43 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane; meno dell’1 per cento di questa risulta posseduto dal 10 per cento più povero (fonte Banca d’Italia). Si noti che sia il reddito sia, in maggior misura, la ricchezza degli strati superiori sono sicuramente sottostimati. Accade infatti che nei confronti di tali strati i ricercatori abbiano maggiori difficoltà sia nell’includere un tot proporzionale di famiglie nel campione osservato, sia nell’ottenere dai rispondenti dichiarazioni fedeli. La distanza reale tra chi ha poco e chi ha molto è quindi maggiore, da noi, di quanto le statistiche disponibili non dicano.
Le disuguaglianze di reddito si sono fortemente approfondite in Italia non da ieri, bensì tra la metà degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90. In seguito sono rimaste relativamente stabili. Anche le disuguaglianze di ricchezza sono esplose in tale periodo, ma anziché stabilizzarsi hanno continuato ad inasprirsi sino ad oggi, con una concentrazione crescente di essa non solo nelle mani del 10 per cento delle famiglie più ricche, ma addirittura del 5 per cento, che già nel 2000 disponeva di oltre il 36 per cento della ricchezza familiare netta. Ad approfondire il fossato delle disuguaglianze economiche in Italia hanno contribuito diversi fattori. Anzitutto, se si guarda verso il basso, si è avuta una stagnazione delle retribuzioni reali che per entità e durata non trova paragoni negli altri maggiori paesi europei. Tra il 1995 e il 2005, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore manifatturiero, calcolate cioè al netto dell’inflazione, sono aumentate di oltre il 25 per cento nel Regno Unito, di oltre il 14 in Francia, e di oltre il 9 in Germania. In Italia, l’aumento è stato di un misero 1,5 per cento (dati Ocse). Ciò significa che un operaio che guadagnava l’equivalente di 1.000 euro mensili nel 1995 ne guadagna oggi 1.250 se è inglese, 1.140 se è francese, e 1.090 se è tedesco. Se è italiano, si deve invece accontentare di 15 euro d’aumento, un paio di biglietti del cinema in più al mese.
Verso l’alto, il fossato appare essere stato scavato prevalentemente dalla crescita della quota degli attivi finanziari presenti nel patrimonio delle famiglie, soprattutto nel 10 per cento e ancor più nel 5 per cento costituito dalle famiglie più ricche. Il valore complessivo di tali attivi è stato accresciuto vuoi dal rilevantissimo incremento del loro corso borsistico, ad onta del rallentamento di questo verificatosi nei primi anni 2000, vuoi dai dividendi percepiti: l’accumulazione degli uni e degli altri essendo favorita anche da un trattamento fiscale eccezionalmente favorevole, con un’aliquota fissa del 12,5 per cento sui guadagni di borsa, giusto la metà di quel che pagano le famiglie e gli operatori americani. Oltre che dall’andamento dei redditi e della ricchezza rilevati dalle indagini dirette sui bilanci familiari, l’ampliamento del fossato tra chi ha e chi non ha trova un perentorio riscontro in un dato macroeconomico. Tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni 2000, la quota di reddito da lavoro dipendente in rapporto al valore aggiunto è scesa di ben dieci punti, dal 48 al 38 per cento, mentre la quota dei profitti nel settore privato saliva di sei-sette punti già a metà degli anni ‘90 e si manteneva stabile dopo d’allora (dati Ocse e Fmi).
Questo insieme di dati sulle disuguaglianze economiche, sulla loro entità e sulla loro storia, attestano che al fine di ridurle stabilmente, almeno in qualche misura, la leva fiscale può essere utile ma non è sufficiente. Occorrerà pensare ad altri strumenti redistributivi, convergenti – a partire da un aumento del salario reale – in una crescita del reddito effettivamente disponibile quanto meno al 20 per cento delle famiglie a reddito più basso. Prendiamo atto, in attesa di vedere concretate le sue misure, che per la prima volta il Dpef di quest’anno sembra essersi fatto carico della questione. Con una (nostra) nota finale per i possibili obiettori: i paesi che presentano indici di disuguaglianza nettamente minori rispetto all’Italia pagano salari più elevati, ed offrono alla collettività servizi sociali migliori, mentre hanno tassi di produttività superiori e ci superano abbondantemente in tema di tecnologie ed esportazioni.
E' anomalo che un'anomalia duri da più di trentacinque anni, ma la difficile esistenza de il manifesto è tutta qui. Siamo un mostro. Da salvare, perché se muore non si riproduce più. Perché proprio adesso rischiamo di chiudere, perché abbiamo difficoltà a pagarci gli stipendi da febbraio: è una storia singolare da giornale libero e di mercato, un'anomalia mondiale. E che vuole risanarsi per ripartire. Più o meno la stessa missione - fatte le dovute proporzioni - del ministro Tommaso Padoa Schioppa.
L'attuale pericolosissima crisi nasce da lontano. Su un fatturato di 17,5 milioni di euro e 121 dipendenti, il contributo della legge per l'editoria alla nostra cooperativa vale il 25% mentre quello da incassi pubblicitari il 9,6% contro circa il 50% degli altri giornali. Il resto delle entrate sono da vendite da edicola e dalle poche promozioni che siamo in grado di fare - perché le promozioni necessitano di investimenti importanti - e comunque tutte rigorosamente in utile. Dai libri alla musica dei cd, dove il manifesto ha affermato in poco più di dieci anni un vero marchio di qualità.
Nonostante abbiamo ridotto gli oneri degli interessi passivi dal 10 al 5% fin dagli inizi del millennio, il peso del debito ci sta stritolando. Pure a fronte di un risanamento patrimoniale cominciato nel 2001 che ha portato a una secca riduzione del debito oneroso e a fronte di bilanci che, tra alti e bassi, non producono più da anni voragini nel conto economico e indicano anzi un certo equilibrio di gestione. Il 2005 abbiamo chiuso con una buona media di 29.000 copie vendute, a causa però di eventi eccezionali come la vicenda del sequestro della nostra Giuliana e la morte di Nicola Calipari. O addirittura per la scomparsa di Giovanni Paolo II.
Quel che ci sta spingendo sull'orlo del baratro è però il peso del debito, che sacrifica le risorse finanziarie correnti e azzera ogni possibilità di investimento. Quel che incassiamo serve a far fronte al piano di ammortamento del debito a breve e medio termine. Ogni volta che discutiamo una nuova possibile iniziativa ci chiediamo: e il budget? E' sempre zero, facciamo qualche miracolo, certamente si può e si deve provare a far meglio, ma la situazione è questa. La campagna che lanciamo oggi sta nell'esigenza di trovare subito risorse straordinarie per equilibrare i flussi finanziari, per stare contemporaneamente dietro al debito pregresso e avere denari per investire.
Dove? Sul giornale innanzitutto, il cuore del mostro; su nuove iniziative editoriali che abbiano un peso sul mercato culturale e politico, come è successo con il nostro supplemento dei trentacinque anni; sul web, strumento principe per crescere nella comunicazione mentre è in atto una crisi mondiale della forma quotidiano, come evidenzia l'erosione di copie vendute dal New Yok Times a Le Monde e Libération per arrivare fino al nostro piccolo, grande manifesto. Internet e carta, connessioni e concorrenza, il futuro prossimo. E' di pochi mesi fa uno studio del Washington Post su se stesso che poneva due domande oggi ineludibili per chi fa informazione: quanto perdiamo con il giornale on line? E quanti soldi avremmo perso se non avessimo fatto l'edizione on line?
Questa erosione globale delle vendite dei quotidiani (complice anche la crescita della diffusione free press) ci ha investito all'inizio del 2006. Sicuramente ci abbiamo messo del nostro, con molti errori. Abbiamo provato a rispondere con il nuovo giornale messo in edicola il 28 aprile scorso. Addio all'elegante formato americano, ecco il giornale che state leggendo più compatto nella formato, per tagliare i costi di carta e stampa (nel 2006 il prezzo della carta è aumentato principalmente per il caro-petrolio dell'8,5% e rischia di salire oltre l'11% entro dicembre), e più soggettivo nei contenuti, in particolare con la pagina 2 riservata agli editoriali e ai contributi dei lettori. Una scelta che scarta con il resto del panorama editoriale italiano.
Un giornale che ha dato nel primo mese segnali positivi, ma che non bastano più. Come non bastano più i 5.892 abbonamenti in essere tra postali, coupon e web, un record nella storia della nostra impresa ma al di sotto dell'obiettivo dei 7.000 indicato da Valentino Parlato all'inizio della campagna 2005-2006, nello scorso novembre. Un obiettivo mostruoso, verrebbe da dire.
Salviamo il mostro. Perché sappiate che questo nostro esperimento antimercato rischia di chiudere. Noi ce la mettiamo tutta ma la risposta spetta a voi lettori de il manifesto e ai non lettori che tuttavia pensano che questo giornale sia un utile personaggio nella commedia, o tragedia, che stiamo vivendo.
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Sono chiuso in casa da tre settimane per terminare un romanzo, senz´altra compagnia se non quella del mio cane Zarko e del mare, felice tra i miei personaggi, ma dalle prime ore di domenica, ho cominciato a ricevere delle telefonate dei miei amici e amiche del Cile.
«Prepara i calici», mi dicono dal mio lontano paese. Ho pronta una bottiglia di Dom Perignon in frigorifero. È un riserva speciale e me la regalò a questo fine il mio caro amico Vittorio Gassman una sera a Trieste. «Spero che la berremo insieme», mi disse in quell´occasione e sarà così, perché a casa mia c´è un calice che porta inciso il suo nome.
Alla radio, una voce dice che il tiranno sta davvero male e che, a quanto pare, stavolta la Parca se lo porterà all´inferno degli indegni, anche se noi cileni non ci fidiamo mai delle repentine malattie che lo colpiscono ogni volta che deve affrontare la giustizia.
Vorrei essere in Cile tra i miei cari e condividere con loro la spumeggiante allegria di sapere che finalmente finisce l´odiosa presenza del vile che ha mutilato le nostre vite, che ci ha riempito di assenze e di cicatrici. Pinochet non solo ha tradito il legittimo governo guidato da Salvador Allende, ha tradito un modello di paese e una tradizione democratica che era il nostro orgoglio, ma in più ha tradito anche i suoi stessi compagni d´armi negando che gli ordini di assassinare, torturare e far scomparire migliaia di cileni li dava lui personalmente, giorno dopo giorno. E come se non bastasse, ha tradito i suoi seguaci della destra cilena rubando a dismisura e arricchendosi insieme al suo mafioso clan familiare.
L´ex dittatore paraguayano, Alfredo Stroessner, è morto poco tempo fa nel suo esilio brasiliano, pazzo come un cavallo, dichiarando persone non gradite in Paraguay cento persone al giorno i cui nomi estraeva dall´elenco del telefono di Sau Paulo. Pinochet, invece, muore simulando una follia che gli permette fino all´ultimo minuto di fare assegni e transazioni internazionali per nascondere la fortuna che ha rubato ai cileni. Muore amministrando il suo bottino di guerra con la complicità di una giustizia cilena sospettosamente lenta.
Smette di respirare un´aria che non gli appartiene, di abitare in un paese che non merita, tra cittadini che per lui non provano altro che schifo e disprezzo. Ma muore, e questo è quello che importa.
La sua immagine prepotente di "Capitán General Benemérito", titolo di ridicola magniloquenza che si autoconcesse, svanisce nella figura dell´anziano ladro che nasconde il suo ultimo furto tra i cuscini della sedia a rotelle. Ma muore, e questo è quello che importa.
Prima di tornare al mio romanzo, apro il frigorifero e palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell´orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell´esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un´ombra sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno.
(traduzione di Luis E. Moriones)
Nel programma di governo 2006-2011, con cui l’Unione ha vinto le elezioni, sta scritto: «Noi siamo contrari ai contenuti della legge n. 30 e dei decreti legislativi n. 276 e 360 che moltiplicano le tipologie precarizzanti. Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato». Di fronte a un impegno così esplicito, sono tanti gli elettori dell’Unione, ed i lavoratori precari, ad aver l’impressione che nei sei mesi trascorsi il governo su questo tema non si sia speso a sufficienza. Sembra che nella finanziaria alcuni provvedimenti anti-precarietà vi siano, ma a parte il fatto che la legge cambia ogni ventiquattr’ore, i loro possibili effetti, sepolti in un testo di insondabile complessità, appaiono incomprensibili alla gran maggioranza degli interessati.
E bisogna dar atto al ministro del Lavoro Cesare Damiano, cui sono state rivolte critiche sicuramente ingenerose, di avere utilizzato la normativa vigente per temperare da subito gli aspetti più negativi della legge 30. Però dal governo di cui è membro molti si aspettavano che ponesse subito mano, più che ad una serie di correttivi della legge vigente, alla elaborazione d’una nuova legge complessiva sul lavoro che ne sappia cogliere le novità ma tuteli anche alcune fondamentali acquisizioni che la precedente generazione di lavoratori, sindacalisti e giuristi ci avevano consegnato.
Se si pone mente allo scarto che gli elettori, compresi quelli precari, avvertono tra il programma dell’Unione e le realizzazioni da essa compiute finora per migliorare la situazione del mercato del lavoro, non dovrebbe apparire poi così scandaloso che alcuni esponenti del governo abbiano partecipato ad una manifestazione il cui senso sta nell’invitare l’insieme del governo a darsi una mossa per affrontare di petto, e presto, la questione del lavoro precario. Una legge generale per il lavoro, e contro la precarietà, sarebbe stato a ben vedere un impegno da affrontare nei primi cento giorni di governo. Ne sono trascorsi ormai più del doppio, ma se non si cambia marcia, in tema di legislazione sul lavoro, si rischia di finire per affrontare la questione a metà 2007 se non più avanti. Centomila precari in piazza mandano a dire che non si può più aspettare tanto nel mettere in pratica quelle quattro righe del programma dell’Unione.
È arcinoto che nel governo vi sono al riguardo posizioni differenti. Da un lato coloro che credono sia possibile e utile mantenere la flessibilità dell’occupazione mirando a evitare, per mezzo di più efficaci ammortizzatori sociali (termine e concetto orrendi, ma tant’è), che essa si trasformi in precarietà del lavoro e della vita. Dall’altro quelli che credono invece che l’occupazione con data di scadenza a breve appuntata sul petto della persona al lavoro - poiché a questo equivalgono i contratti atipici e i contratti a tempo indeterminato - si configuri implacabilmente come un’anticamera della precarietà. Al fine di ridurre le distanze tra gli uni e gli altri potrebbero forse servire un paio di considerazioni che traggono anch’esse lo spunto dalla manifestazione di Roma.
La prima è che le dimensioni del problema lo hanno ormai trasformato da circoscritto problema del mercato del lavoro a vasto problema sociale e politico. Per quanto sia arduo valutarne con precisione il numero - come si fa, per dire, a contare quelli che hanno una partita Iva imposta da un padrone che poi li fa lavorare come dipendenti? - si può stimare che il numero complessivo dei lavoratori che a vario titolo hanno un’occupazione con data di scadenza, per lo più a breve termine, si aggiri sui tre milioni e mezzo-quattro milioni. Inclusi i familiari, le persone direttamente toccate sono quindi almeno il doppio, sette od otto milioni. Almeno un terzo dei precari lo sono da lustri o decenni. Tutti vanno incontro, e per parecchi l’evento non è lontanissimo, a pensioni miserande, dell’ordine del 30% o meno di un salario medio. Siamo dinanzi, in altre parole, a un gigantesco processo di esclusione ed emarginazione sociale che riguarda almeno il 15 per cento della popolazione italiana. Senza contare coloro che hanno un lavoro stabile, ma che l’ansia trasmessa dalla visibilità e diffusione dell’occupazione precaria sta ponendo in stato di forte disagio. In ambito politico simili processi preparano la strada a due scenari: un massiccio astensionismo elettorale, o il successo di qualche rinnovato pifferaio di Hamelin.
Chi non abbia orecchio per il tasto politico, dentro l’Unione, potrebbe forse ascoltare quello economico. La diffusione dell’occupazione precaria equivale a scaricare ogni giorno migliaia di camion di ghiaia nei complessi ingranaggi dell’economia contemporanea, ovvero, per chi preferisca metafore high tech, a introdurre gran copia di virus devastanti nelle sue reti informatiche. L’economia richiede oggi più che mai formazione continua; sviluppo di culture del lavoro e dell’impresa condivise; assunzione di responsabilità del lavoratore in tema di tempi e qualità del prodotto; motivazione personale a lavorare con scrupolo e lealtà derivante dalla sicurezza dell’occupazione, del reddito, dei propri diritti sul lavoro. Giusto le sicurezze, tangibili e misurabili, che secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro definiscono il lavoro decente. Se si offre ad alcuni milioni di persone un lavoro indecente, ossia precario, perché viola tutte o quasi le suddette sicurezze, non ci si lamenti poi che la produttività del lavoro è troppo bassa, e la competitività delle imprese è scarsa.
Lo stesso giorno della manifestazione di Roma è stato raggiunto l’accordo tra governo e sindacati per il rinnovo del contratto per il pubblico impiego. È una buona notizia. Era un accordo atteso e necessario. Tuttavia, data la concomitanza dei due eventi, qualche precario potrebbe magari pensare che il governo un minimo di attenzione in più poteva riservarla anche a lui (o lei). E qualche solerte critico dei sindacati potrebbe per una volta aver ragione - una soltanto - se si affrettasse a ripetere, come suole, che i sindacati sono forti nel difendere le istanze di chi ha un lavoro stabile, e alquanto fiacchi quando si tratta di sostenere coloro che un lavoro stabile se lo sognano.