Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Preambolo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE
proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
1 Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
La lettera è stata publicata con il titolo “Quel giorno, tra i seguaci di bin Laden” dal Corriere della sera del 16 settembre 2001.Ora è in Tiziano Terzani, Lettera contro la guerra, Longanesi & C., Milano 2002
Il mondo non e più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l'occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, L’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino the ci ha portato all'oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell'umanità e stata in gioco.
Non c'è niente di più pericoloso in una guerra - e not ci stiamo entrando -- che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni possibile ragione, definirlo «un pazzo”. Ebbene, la jihad islamica, quella rete clandestina ed internazionale che fa ora capo allo sceicco Osama bin Laden e che, con ogni probabilità, ha avuto la mano nell'allucinante attacco-sfida agli Stati Uniti, e tutt'altro the un fenomeno di “pazzia” e, se vogliamo trovare una via d'uscita dal tunnel di sgomento in cui ci sentiamo gettati, dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare e perchè.
Nessun giomalista occidentale e riuscito a passare molto tempo con Bin Laden e ad osservarlo da vicino, ma alcuni hanno potuto avvicinare e ascoltare la sua gente. A me capitò nel 1995 di passare due mezze giornate in uno dei campi di addestramento che lui finanziava al confine fra il Pakistan e l'Afghanistan. Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell'Islam.
Avevo provato sulla pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l'America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell'Islam. L'avevo intuito per la prima volta viaggiando nelle repubbliche musulmane dell'Asia centrale ex sovietica;* l'avevo sentito con la stessa precisione incontrando i guerriglieri antiindiani nel Kashmir e intervistando uno dei loro capi spirituali che mi salutò dandomi in regalo una copia del Corano - la mia prima - perché ci “imparassi qualcosa”.
Morto un papa, fatto l'altro, dispiegate forme e liturgie, usciamo dal grande spettacolo cattolico delle ultime settimane con molte domande aperte. Che non riguardano solo la figura controversa dell'ex cardinale Ratzinger, ma le forme che la religiosità sta assumendo dentro la Chiesa cattolica e fuori. E il rapporto fra religione e secolarizzazione nel mondo globalizzato. Col senno di poi, suona perfettamente calzante la diagnosi che Juergen Habermas azzardò nel suo discorso alla Fiera del libro di Francoforte un mese dopo l'11 settembre, quando disse che la prima conseguenza dell'attentato alle Torri gemelle sarebbe stata un ritorno di religiosità e di fondamentalismo non tanto nel conflitto fra Islam e occidente, quanto all'interno delle società occidentali secolarizzate. Previsione azzeccata, come il seguito della vicenda politica ha dimostrato negli Stati uniti, col trionfo dei neocons, e in Europa, con i contrasti sull'inserimento delle radici cristiane nella Costituzione laica dell'Unione. Giro la «profezia» di Habermas a Mario Tronti, per cominciare da qui a decifrare le tracce degli eventi visti in piazza San Pietro.
Tre anni dopo, ti pare una diagnosi confermata dai fatti?
Effettivamente era una bella profezia questa di Habermas, anche se suona un po' paradossale che venga proprio da un filosofo di matrice illuminista come lui. Centra il problema che queste ultime settimane ci hanno messo di fronte: l'eterno ritorno del circolo fra il sacro e il secolare. La modernità sembrava averlo risolto una volta per tutte, invece ecco che si ripresenta: non solo in seguito a eventi tragici o «apoocalittici» come l'11 settembre, ma anche in circostanze meno eclatanti. E più che conseguenza del cosiddetto «scontro di civiltà», sembra un esito della modernità e postmodernità della civiltà occidentale. A partire da qui possiamo leggere il passaggio dal pontificato di Wojtyla a quello di Ratzinger su uno sfondo più profondo e in una luce non contingente.
Il passaggio da un pontificato all'altro si può ritenere sempre un evento significativo? O il fatto che ci appaia significativo questo da Wojtyla a Ratzinger fa già parte del problema, segnala già il ritorno di una sensibilità verso il sacro anche fra laici?
Non so se sia stato significativo ogni cambio di pontificato, ma questo certamente esemplifica bene il ritorno del circolo fra sacro e secolare, e come tale va analizzato. Siamo stati appesi alla elezione del papa come qualche mese fa eravamo stati appesi all'elezione del presidente degli Stati uniti. Con la differenza che il presidente degli Stati uniti si elegge ogni quattro anni, mentre l'elezione del nuovo papa avveniva dopo ventisette: ecco la differenza fra i tempi della politica e i tempi della Chiesa. E i tempi lun ghi secondo me si addicono di più alla dimensione del pensiero.
Le prime reazioni all'elezione di Ratzinger non sono state positive, nella sinistra laica e anche fra i cattolici progressisti. Tu che valutazione ne dai?
Ho sentito effettivamente una certa preoccupazione fra i cristiani migliori che abitano la Chiesa ai margini e nelle pieghe. Anch'io lì per lì ero un po' diffidente e preoccupato. Poi, ascoltando l'omelia proeligendopontifice, ho cambiato idea. Intanto il passaggio da un papa polacco a un papa tedesco, e dall'attore di teatro a Cracovia al professore di teologia a Tubinga, è cosa seria e promettente. Anche la provenienza di Ratzinger dal ceppo agostiniano invece che da quello tomista di Wojtyla è una garanzia. Di contro, ad allarmarmi c'è l'entusiasmo degli atei devoti. Questa destra cosiddetta culturale che inneggia a Ratzinger dobbiamo cominciare a chiamarla col suo vero nome: una destra legittimista, mossa dalla nostalgia per un sovrano assoluto - legibus solutus, alla lettera - che sia anche una guida illuminata. Ha detto così il presidente Pera, «abbiamo bisogno di una guida, morale e spirituale», e l'ha detto all'aula del senato della Repubblica, non a un'assemblea di papa-boys. Uno scandalo, di cui troppo pochi si sono accorti.
Che cosa ti ha colpito dell'omelia?
L'incipit: quando Ratzinger riporta il brano di Gesù al Tempio che legge Isaia a proposito del giorno della misericordia, e nota che Gesù omette il versetto seguente di Isaia, laddove si ricorda che il giorno della misericordia è anche il giorno della vendetta. Ho visto in questa citazione di Ratzinger la fine di quello che potremmo chiamare, per parafrasi col politically correct, il «religiosamente corretto».
Cioè?
La riduzione del cristianesimo, e più in generale della religione, a etica delle buone intenzioni o dei buoni comportamenti che perdono il senso originario della fede. E mi pare che questa curvatura dell'omelia di Ratzinger vada messa in relazione con la sua ormai famosa critica del relativismo. Che è fondamentalmente una critica del pensiero debole, quello che sostiene che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. In sostanza, mi pare che Ratzinger riproponga la prospettiva di una fede forte. E qui bisogna intendersi: la fede forte è tutt'altro che una fede violenta: è quella che lui chiama «fede adulta», cioè non infantile, non superficiale, non esposta ai venti delle mode, delle ultime trovate del pensiero. Un accento alla Bonhoeffer, in cui a me pare di poter rintracciare anche l'impronta di Romano Guardini.
Però la questione della critica del relativismo secondo me è più ambivalente. Credo anch'io che si tratti di un problema serio, che del resto è ben presente anche al pensiero radicale più spregiudicato - penso alla critica di Zizek alla tolleranza liberale, o alla critica del pensiero della differenza al refrain postmoderno della danza delle differenze. Ma non sono affatto sicura che i termini in cui lo pone Ratzinger siano condivisibili. Nel libro sulle radici cristiane dell'Europa sottoscrive il Pera-pensiero, che vede le matrici del relativismo in Wittgenstein, Nietzsche e Derrida mettendo praticamente sotto accusa tutto il pensiero novecentesco. E anche nell'omelia pro eligendo pontifice, sotto l'etichetta del relativismo c'era di tutto un po', dal marxismo al pensiero post-conciliare. Infine dobbiamo tenere presente qual è l'uso politico che oggi si fa della lotta contro il relativismo, scagliando «la verità» dell'occidente contro «l'inferiorità» delle culture altre.
Infatti, la critica al relativismo non deve andare a finire in un neo- fondamentalismo. Su questo l'attenzione dev'essere vigile, nei confronti del nuovo pontefice. Secondo me però la «fede adulta» esclude una deriva fondamentalista. Proprio perché è adulta, non è una risposta superficiale, e non emargina la ragione ma la esalta. Ratzinger la esemplifica col rapporto fra verità e carità, che va nello stesso senso del rapporto fra vendetta e misericordia. Una carità intesa non come scelta morale ma come scelta di fede, il che impegna a difendere la propria verità sicuramente non con le armi né con la forza, ma forse proprio con un dialogo che sale di livello, che non rinuncia alle proprie posizioni ma le confronta con quelle degli altri. Senza cedimenti ma anche senza chiusure. Almeno, questo è quanto si vorrebbe da un papa grande teologo invece che grande comunicatore.
A proposito di comunicazione. Fra la morte di Wojtyla e l'elezione di Ratzinger c'è stato un dispiegamento di massmedia senza precedenti. Ha ragione chi ci ha visto solo un grande evento mediatico? Oppure il teatro e la liturgia di San Pietro esprimevano ancora una loro forza autentica? E se sì, che cosa dice questa forza alla politica secolarizzata?
La scenografia di Piazza San Pietro, sia nel giorno dei funerali sia in quello dell'intronazione, esprimeva tutta la potenza simbolica della Chiesa, una potenza simbolica intatta e grandiosa dopo due millenni di storia e dopo alcuni secoli di modernità secolarizzata. Questa sapienza divina nell'uso del simbolico, questo saper tenere insieme le masse e i prìncipi del pianeta, ci rimette di nuovo di fronte alla Chiesa come potenza politica. C'è un rapporto complesso fra eskathon cristiano e katechon della Chiesa, fra il futuro di salvezza che il cristianesimo offre all'umanità e la funzione di trattenimento della storia che l'istituzione-Chiesa svolge da sempre. E credo che bisognerebbe instaurare un rapporto preciso fra questa complexio oppositorum del cattolicesimo romano e le forze storiche della trasformazione. Dovremmo riconoscere alla Chiesa questa sua funzione di trattenere la modernità, di ritardare l'accelerazione dello sviluppo. C'è oggi una grande questione antropologica, che riguarda in primo luogo l'Occidente ma comincia a interessare anche il grande Oriente: il contrasto fra l'accelerazione impetuosa del tempo nella produzione, nei consumi, nelle comunicazioni, nell'uso di massa della tecnologia, e i tempi umani che non riescono ad assorbirla, fanno fatica a starle dietro, con tutte le conseguenze che ben conosciamo in termini di comportamenti di massa: assunzione superficiale dell'innovazione, accettazione leggera di tutto quello che passa il mercato, acquisizione volgare del benessere e della ricchezza. Una sinistra moderna dovrebbe farsi carico di questa contraddizione invece di mettersi al seguito della corsa.
Ed è qui che invece interviene il rapporto della Chiesa con il mondo. Dice Ratzinger: «più una religione si assimila al mondo più diventa superflua». Ha ragione, e la frase vale anche per la politica: più la politica si assimila al mondo, a ciò che è così com'è, più diventa superflua. La secolarizzazione rischia di essere questo semplice inseguimento dei tempi accelerati della produzione e della tecnica, senza forze di contrasto. E il sacro risulta l'unico elemento in grado di operare dentro questa contraddizione. Secondo me la ragione di fondo di ciò che chiamiamo crisi della secolarizzazione e ritorno del sacro sta precisamente qui. Molto spesso il ritorno del sacro va interpretato come bisogno di umanizzazione del rapporto dell'essere umano con il mondo che rischia di diventare un rapporto puramente tecnico-economico. Ed è un ritorno che ovviamente non riguarda solo la religione cattolica - anzi, se si esprime in forme religiose diverse tanto meglio.
Non so, qui tocchiamo un altro punto controverso. Molte analisi del fondamentalismo islamico dicono il contrario, lo leggono come uso armato della religione per competere sulla modernità, non per frenarla o trattenerla. E lo stesso vale per il fondamentalismo cristiano dei neocons, potente alleato del liberismo selvaggio.
Infatti sto parlando del sacro, non del fondamentalismo. Il fondamentalismo si allea facilmente con il mercato e con la tecnica. Ma l'alternativa al fondamentalismo non sta nell'accelerazione della secolarizzazione, sta anche in una riconsiderazione del sacro. Che non è solo dimensione religiosa, è dimensione umana, bisogno - lo dico nei termini della filosofia novecentesca - di declinare l'umano nei termini di una differenza irriducibile.
Hai detto finora della funzione di «katechon» della Chiesa. Ma alla politica della trasformazione non interessa anche la funzione escatologica? Ratzinger risponderebbe di sì. Una volta disse che preferiva il mondo di prima dell'89 a quello di oggi, perché il comunismo era sì un grande nemico, ma condivideva qualcosa del messianesimo cristiano. La sinistra di oggi non soffre anche della fine di questa dimensione?
Eschaton e catechon infatti vanno assieme. Nel linguaggio cristiano: devi trattenere il male e proporre il bene. Nel linguaggio politico: devi governare questa società e superarne la forma attuale. Le due prospettive non sono affatto in alternativa come nella vulgata di oggi, per cui o sei contro il capitalismo e non devi governarlo o lo governi e non vuoi più superarlo. Da questo punto di vista è interessante che il politico e il religioso rischino oggi la stessa deriva. Il politico che si affida soltanto all'innovazione non controlla più i tempi del rapporto sociale e ne viene travolto. E così il religioso che si affida a sua volta all'innovazione perde l'essenziale del rapporto di fede. Sarebbe interessante - ho in programma di provarci al Centro per la riforma dello Stato, nell'ambito di una ricerca su fede e secolarizzazione oggi - un'analisi del Concilio Vaticano II, che fu una grande rottura dello schema tradizionale di una Chiesa gerarchica e papista, ma nei decenni ha perso la sua carica propulsiva e ha facilitato l'approdo a una chiesa di credenti senza fede, con le piazze piene e le chiese vuote, a cui Ratzinger dice di voler reagire. Infatti nella prima omelia papale ha parlato di un Dio emarginato, oltre che di una Chiesa che fa acqua, usando quella bella metafora degli apostoli che tirano una rete piena ma strappata, da cui i credenti nella fede sono fuggiti, con la conseguenza dei «deserti interiori» che provocano «santa inquietudine». Una deriva ben visibile in quella piazza San Pietro piena di segni più profani che sacri, telecamere e telefonini e applausi. «Laddove irrompe l'applauso, si è di fronte al segno sicuro che si è del tutto perduta l'essenza della liturgia, sostituita da una sorta di intrattenimento a sfondo religioso», ha detto Ratzinger. Vale anche per la politica di oggi: grandi raduni ma pochissima intensità di visioni.
Infatti. C'è il sacro che rispunta nel secolare e c'è il secolare che rispunta nel sacro. Nel pontificato di Wojtyla non abbiamo visto chiaramente questo slittamento nella religiosità delle forme della crisi della politica?
Culto del capo e populismo: come nella destra di oggi, e nella sinistra che è costantemente tentata di imitarla. Cattiva secolarizzazione di elementi di religiosità, e cattiva traduzione religiosa di elementi della secolarizzazione. Un intreccio molto interessante da frequentare, se siamo capaci di farlo con rigore intellettuale.
La guerra ha esportato in Iraq molti interessi di chi l'ha voluta, certo non la democrazia. La vista degli iracheni che andavano non senza rischio ai seggi ci ha emozionato ma le elezioni sono state tutto fuorché democratiche, per l'esclusione di una parte della popolazione e per l'oscurità in cui sono stati tenuti i candidati e i loro progetti. Saranno poco più che un referendum sulla forza relativa delle opzioni religiose. E come potrebbe essere diversamente, in un paese sotto occupazione e in un tessuto civile sballottato fra una dittatura nazionalista, le lotte etniche, la guerra all'Iran voluta e finanziata dall'occidente, poi le sanzioni crudeli e infine una pretestuosa invasione? Nella massa di popoli e di gente che vorrebbero respiro, pace e un poco di libertà, inconcepibile senza indipendenza, continuano anche a radicarsi una guerriglia di resistenza e a formarsi gruppi estremi, fondamentalisti o semplicemente sbandati in cerca di soldi. Perfino in Italia una guerra, che era stata aspettata e che molti fecero propria, lasciò quando era finita - e in Iraq finita non è - mesi e mesi di disordini, tenuti a malapena a freno da istituzioni e partiti che erano democratici davvero e non compromessi come quello di Allawi. In questo caos, temiamo, si iscrive il sequestro della nostra Giuliana Sgrena, della quale immaginiamo con angoscia le ore in mano di gente che non sappiamo, e forse neppur lei sa, chi sia, la vita appesa a un filo. Del suo rapimento, come di quello di Florence Aubenas, vien da temere che non sia neanche opera di un gruppo terrorista di stampo politico in qualche misura esperto nella custodia degli ostaggi, ma di sbandati che non sembrano neppur sapere che si tratta di due pacifiste, di due giornaliste che si sono battute contro la guerra e appartengono perdipiù a giornali che pesano poco o nulla sui relativi governi. Non è stato molto diverso neanche per le due Simone. E poi, la Francia non essendo in guerra, non si capisce quale contropartita politica potrebbero chiedere i sequestratori di Florence. E per Giuliana? In Italia far tacere la sua voce e il suo stesso sequestro sono per l'Iraq un grave danno, mentre non minacciano il governo che ci ha infilato in questa storia.
Allora? Allora qualcuno pensa che si tratti di una strategia contro le donne sia perché più facili da catturare - ma è facile qualsiasi giornalista non embedded - sia perché sono donne che hanno preso la parola contro la condizione femminile in quei paesi. Questo secondo aspetto implicherebbe però una notevole informazione e non andrebbe da sé in un universo dove prendersela con una donna non è glorioso - lo si fa in casa propria, non per conto terzi. No, il pericolo è che Giuliana si trovi in mano brutali in cerca di soldi; e, a parte che siamo poveri anche se è sicuro che ci faremmo in quattro per trovarli, che sia difficile perfino stabilire un contatto mille volte mediato per una trattativa. L'Iraq è nel caos, mal controllato dalle forze di occupazione e da un governo non certo percepito come baluardo di pace. La fragilità di quel gesto delle folle che andavano ai seggi malgrado il rischio è assieme commovente e terribile.
In questi giorni noi pacifisti siamo stati bombardati dall'accusa: ma chi avrebbe liberato l'Iraq senza questa guerra? Per mio conto rispondo che nessuno ha liberato quel paese. L'ha passato da un dominio all'altro lacerandone nel transito il corpo già finito. Si poteva fare diversamente? Sì, si poteva. Non servendosene quando faceva comodo, non sanzionandolo, ma alimentando politicamente una opposizione pulita sulla quale non hanno puntato né sinistra né destra, né Usa né Europa, soltanto qualche gruppo di volontari le hanno dedicato forza e pensieri. E non parliamo dei mezzi. Il Congresso degli Stati uniti ha detto che la guerra gli era costata fino a qualche settimana fa 152 miliardi di dollari, aggiungiamo i soldi che costa agli inglesi, ai polacchi e anche alla nostra modesta spedizione. Con un decimo di quella spesa si sarebbe alimentato un Iraq che dal saddamismo, già mezzo in frantumi, si sarebbe liberato senza invasioni. La guerra è maledizione e morte e, sotto il profilo di un trapianto di democrazia, peggio che inutile.
«Donna: una persona che si ritiene affidabile per mettere al mondo un figlio ma non per decidere se lo vuole o no». « Pro-life: chi dà valore alla vita umana fino alla nascita». Due esempi dal Dictionary of Republicanism che la Nation Books sta per pubblicare e di cui il sito di The Nation, storica rivista leftist americana, anticipa alcune voci. Un'iniziativa divertente di satira popolare del lessico neocon che sarebbe divertente importare come è stato fin qui importato il lessico neocon medesimo. Che è diventato, scrive su The Nation di questa settimana Katrina Vandel Heuvel (prestigiosa firma della rivista), «un vero e proprio codice cifrato, che distorce l'uso corrente delle parole per manipolare il pubblico ai fini dei Repubblicani». Una strategia lingusitico-politica studiata a tavolino con l'aiuto di appositi think-thanks della destra radicale, che consiste soprattutto nell'usare in senso reazionario parole che nel senso comune hanno un suono moderato, avvalendosi degli slittamenti semantici fra sinonimi, dell'uso pseudo-accademico di prefissi come neo-, della risemantizzazione di alcune espressioni (ad esempio la definizione di liberal trasformata in insulto).
Stufa di questo «programma orwelliano», The Nation ha deciso di darci un taglio combattendo le manipolazioni dei neocon con le armi della satira e i think-tanks con la gente comune, e ha raccolto per sei settimane le definizioni ironiche delle parole topiche della destra scritte dai suoi lettori. Eccone qualcuna: «Bancarotta: un crimine punibile quando è commesso da gente povera ma non quando è commesso dalle corporations». «Cambio del clima: il giorno benedetto in cui gli stati blu saranno ingoiati dagli oceani» (gli stati blu sono quelli che hanno espresso una maggioranza di voti per i democratici). «Creazionismo: pseudoscienza che sostiene che la somiglianza di George Bush con uno scimpanzé è una totale coincidenza». «Democrazia: un prodotto così largamente esportato che le scorte nazionali sono esaurite». «Fox News: faux (false) notizie». «Dio: consigliere anziano del Presidente». «Habeas corpus: termine legale arcaico non più in uso». «Crescita: la giustificazione per tagliare le tasse ai ricchi». «Onestà: menzogne dette in semplici frasi declanmatorie, tipo `la libertà è in cammino'». «Pigrizia: quando i poveri non lavorano; tempo libero: quando i ricchi non lavorano». «Liberals: seguaci dell'Anticristo». «Neoconservatori: idioti con il complesso di Napoleone». «11 Settembre: tragedia usata per giustificare qualunque norma dell'amministrazione, specialmente se non c'entra nulla». «Società dei proprietari: quella civiiltà in cui l'un per cento della popolazione controlla il 90 per cento della ricchezza». «Patriot Act: sciopero preventivo delle libertà americane che serve a evitare che i terroristi le distruggano, o anche l'eliminazione di una delle ragioni per le quali gli altri ci odiano». «Wal-Mart: lo stato-nazione del futuro».
Il gioco, si diceva, è esportabile come la democrazia e potremmo continuarlo noi. Esempi: «Multiculturalismo: le metropoli contemporanee trasformate in gironi infernali danteschi». «Relativismo: subdola strategia per impedire la libertà religiosa» (qui parla Ratzinger, o Pera che fa lo stesso). «Atto dovuto: trasparente strategia per dimostrare che le donne sono tutte potenziali assassine» (qui parla Casini, sul via all'indagine parlamentare sulla 194). «Centri di detenzione per sospetti terroristi: beauty farm con prodotti marca Rice», e qui torniamo negli Usa e il cerchio si chiude.
L'inno dell'Unione europea, eseguito in numerose manifestazioni pubbliche di tipo politico, culturale o sportivo, è di fatto la melodia dell'Inno alla gioia dall'ultimo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, un vero «significante vuoto» che può stare per qualsiasi cosa. In Francia fu elevato da Romain Rolland, umanisticamente, a ode alla fratellanza di tutte le genti («la Marsigliese dell'umanità»); nel 1938 fu eseguito come momento culminante dei Reichmusiktage e in seguito per il compleanno di Hitler; nella Cina della rivoluzione culturale, mentre si bollavano i classici europei, fu rivalutato come parte della lotta di classe progressista, mentre nel Giappone di oggi è diventato un cult in quanto costituito di quello stesso tessuto sociale, per il suo presunto messaggio di «gioia attraverso la sofferenza»; fino agli anni Settanta, vale a dire quando le squadre olimpiche della Germania Ovest e della Germania Est dovevano gareggiare insieme formando un'unica squadra tedesca, l'inno suonato per le loro medaglie d'oro era l'Inno alla gioia e, contemporaneamente, il regime razzista bianco della Rodesia di Ian Smith - che alla fine degli anni Sessanta proclamò l'indipendenza per mantenere l'apartheid, scelse lo stesso motivo come inno nazionale. Persino Abimael Guzman, il leader (ora in carcere) dell'ultra-terrorista Sendero Luminoso, quando gli fu chiesto quale musica gli piacesse, citò il quarto movimento della Nona di Beethoven. Così possiamo facilmente immaginare una scena fantastica in cui tutti i nemici giurati, da Hitler a Stalin, da Bush a Saddam, per un momento dimenticano le loro rivalità e partecipano allo stesso momento magico di estatica fratellanza...
Una marcia turca
Ma prima di liquidare il quarto movimento in quanto «distrutto dall'uso sociale», come ha detto Adorno, osserviamo alcune caratteristiche della sua struttura. A metà del movimento, dopo che abbiamo sentito la melodia principale (il tema della gioia) in tre variazioni orchestrali e tre variazioni vocali, questo primo climax è seguito da qualcosa di inatteso che inquieta i critici da centottant'anni, ossia dalla sua prima esecuzione: alla battuta 331 il tono cambia completamente e, invece di progredire in modo solenne, come in un inno, il tema «della gioia» è ripetuto nello stile della «marcia turca», preso a prestito dalla musica militare per gli strumenti a fiato e a percussione che gli eserciti europei del XVIII secolo avevano adottato dai giannizzeri turchi. Il registro è qui quello di una parata popolare carnevalesca, di una farsa (alcuni critici hanno persino paragonato i suoni dei fagotti e della grancassa che accompagnano l'inizio della marcia turca a peti...). E da questo punto in poi tutto va male, la dignità semplice e solenne della prima parte del movimento non viene più recuperata: dopo la parte «turca» e in chiara contrapposizione con essa, in una specie di fuga nella religiosità più intima, la musica corale (liquidata da alcuni critici come «fossile gregoriano») cerca di rendere l'immagine eterea di milioni di persone che si inginocchiano abbracciate, contemplando timorose il cielo distante e cercando il dio paterno e amorevole che deve risiedere sopra un tetto di stelle («Über'm Sternenzelt/ Muß ein lieber Vater wohnen»). La musica però, per così dire, si inceppa quando la parola «muß», resa dapprima dai bassi, è ripetuta dai tenori e dai contralti, e alla fine dai soprano, come se questa ripetuta evocazione rappresentasse un tentativo disperato di convincere noi (e se stessa) di ciò che sa non essere vero, trasformando il verso «un padre amorevole deve risiedere» in un atto disperato seppure implorante, e attestando così che oltre il tetto di stelle non c'è niente, nessun padre amorevole è lì a proteggerci e a garantire la nostra fratellanza. Ma la cadenza finale è la cosa più strana di tutte: non sembra affatto di Beethoven, ma somiglia piuttosto a una versione più altisonante del finale del «Ratto del serraglio» di Mozart, combinando gli elementi «turchi» con il veloce spettacolo rococò. (E non dimentichiamo la lezione di quest'opera di Mozart: la figura del despota orientale vi è presentata come un vero padrone illuminato). Il finale è dunque uno strano miscuglio di orientalismo e regressione nel classicismo del tardo XVIII secolo, una doppia fuga dal presente storico, una silenziosa ammissione del carattere puramente fantasmatico della gioia della fratellanza che dovrebbe abbracciare tutti. Se mai è esistita una musica che letteralmente «decostruisce se stessa», questa lo è. Nessuna meraviglia se già nel 1826, due anni dopo la prima esecuzione, alcuni critici definirono il finale «una festa dell'odio verso tutto ciò che può essere chiamato gioia dell'uomo».
Qual è, allora, la soluzione? Per spostare l'intera prospettiva e problematizzare la primissima parte del quarto movimento: in realtà le cose non vanno male solo alla battuta 331, con l'inserimento della marcia turca. Vanno male fin dall'inizio. Dobbiamo accettare l'idea che nell'«Inno alla gioia» c'è qualcosa di insipido, di fasullo, sicché il caos che inizia dopo la battuta 331 è una sorta di «ritorno del represso», un sintomo di qualcosa che non andava sin dall'inizio.
Il sintomo del represso
E se avessimo addomesticato l'«Inno alla gioi»a eccessivamente? E se ci fossimo troppo abituati a considerarlo un simbolo di gioiosa fratellanza? Cosa avverrebbe se dovessimo considerarlo daccapo, scartando ciò che è falso?
Non è forse lo stesso, oggi, per l'Europa? Dopo avere invitato milioni di persone, dal più alto al più basso (il verme) ad abbracciarsi, la seconda strofa termina sinistramente: «Ma colui che non può gioire, si trascini via in lacrime» («Und Wer's nie gekonnt, der stehle/ Weinend sich aus diesem Bund»). L'ironia che l'«Inno alla gioia» di Beethoven sia di fatto l'inno europeo sta, naturalmente, nel fatto che la causa principale dell'attuale crisi dell'Unione è proprio la Turchia: secondo la gran parte dei sondaggi, quelli che hanno votato no ai recenti referendum in Francia e in Olanda lo hanno fatto principalmente perché erano contrari all'ingresso della Turchia nell'Ue. Il no può poggiare sul populismo di destra (no alla minaccia turca alla nostra cultura, no alla mano d'opera a basso prezzo dei migranti turchi) oppure sul multiculturalismo liberale (la Turchia non va fatta entrare perché nei confronti dei curdi non si mostra abbastanza rispettosa dei diritti umani). E la posizione opposta, il sì, è tanto falsa quanto la cadenza finale di Beethoven. La Turchia deve dunque essere ammessa nell'Unione, o deve «trascinarsi in lacrime via dall'Unione ( Bund)»? L'Europa può sopravvivere alla «marcia turca»?
E se, come nel finale della Nona di Beethoven, il vero problema non fosse la Turchia, ma la stessa melodia di base, il canto dell'unità europea come viene eseguito dall'élite pragmatica e tecnocratica, post-politica, di Bruxelles? Ciò che ci serve è una melodia totalmente nuova, una nuova definizione di Europa. Il problema della Turchia, la perplessità dell'Unione europea sulla Turchia, non attiene alla Turchia in quanto tale ma alla confusione sulla stessa natura dell'Europa.
Dove ci troviamo, dunque, oggi? L'Europa è in una grande tenaglia, con l'America da una parte e la Cina dall'altra. L'America e la Cina, viste metafisicamente, sono uguali: la stessa disperata frenesia di una tecnologia senza freni e un'organizzazione dell'uomo medio priva di radici. Quando il più remoto angolo del pianeta sarà stato conquistato con la tecnica e sarà sfruttabile economicamente; quando un qualsiasi incidente, ovunque vi piaccia, diventerà accessibile con la massima velocità; quando, attraverso le dirette televisive, potremo «vivere» contemporaneamente una battaglia nel deserto iracheno e un'opera in scena a Pechino; quando in un network digitale globale il tempo non sarà altro che velocità, istantaneità, e simultaneità; quando il vincitore in un reality show televisivo conterà come l'eroe di un popolo; allora sì, su tutto questo putiferio continuerà ad aleggiare come uno spettro la domanda: per che cosa? - per arrivare dove? - E poi?
Chiunque conosca minimamente Heidegger, naturalmente, riconoscerà facilmente in queste righe una parafrasi ironica della diagnosi di Heidegger sulla situazione dell'Europa a partire dalla metà degli anni `30 ( Introduzione alla metafisica). C'è effettivamente bisogno, tra noi europei, di ciò che Heidegger ha chiamato Auseinandersetzung (confronto interpretativo) con il passato, non solo degli altri ma anche della stessa Europa in tutta la sua ampiezza, dalle sue radici antiche e giudaico-cristiane all'idea, recentemente defunta, del welfare state.
Modelli a confronto
Oggi l'Europa è divisa tra il cosiddetto modello anglosassone - accettare la «modernizzazione» (adattamento alle regole del nuovo ordine globale) - e il modello franco-tedesco - salvare il più possibile del welfare state della «vecchia Europa». Sebbene opposte, queste due opzioni sono le due facce della stessa medaglia, e il nostro vero compito non è né tornare a un passato idealizzato - quei modelli sono chiaramente esauriti - né convincere gli europei che, se vogliamo sopravvivere come potenza mondiale, dobbiamo nel più breve tempo possibile adattarci ai recenti trend della globalizzazione. Né il nostro compito è l'opzione forse peggiore, la ricerca di una «sintesi creativa» tra le tradizioni europee della globalizzazione per ottenere quella che si è tentati di chiamare «globalizzazione dal volto europeo».
Ogni crisi è in se stessa un'istigazione a un nuovo inizio; ogni crollo di misure strategiche e pragmatiche a breve termine (per la riorganizzazione finanziaria dell'Unione, ecc.) una benedizione nascosta, un'opportunità di ripensare le stesse fondamenta. Ciò di cui abbiamo bisogno è un recupero attraverso la ripetizione ( Wieder-Holung): attraverso un confronto critico con l'intera tradizione europea, bisognerebbe riproporre la domanda «Cos'è l'Europa?» o, piuttosto, «Cosa significa per noi essere europei?», e così formulare un nuovo inizio.
Il compito è difficile, ci costringe a correre il grosso rischio di affrontare l'ignoto. Tuttavia la sua unica alternativa è una lenta decadenza, la graduale trasformazione dell'Europa in ciò che fu la Grecia per l'impero romano maturo, la meta di un turismo culturale nostalgico senza effettiva rilevanza.
Nelle sue Notes Towards a Definition of Culture («Note per una definizione della cultura»), il grande conservatore T. S. Eliot osservava che ci sono momenti in cui l'unica scelta è quella tra il settarismo e la non fede, quando il solo modo per tenere viva una religione è compiere una scissione settaria dal suo cadavere. Oggi questa è la nostra unica chance: solo per mezzo di una «scissione settaria» dall'eredità europea «standard», tagliandoci via dal cadavere in putrefazione della vecchia Europa, potremo tenere viva la rinnovata eredità europea.
Traduzione di Marina Impallomeni
L'immagine nella presentazione è di P.P.Rubens, Il ratto d'Europa. Quella nel testo è tratta da una cartolina russa di una bennypostcards/ collezione privata
Generale Ricardo Sanchez, assolto. Generale Walter Wojdakowski, assolto. Generale Barbara Fast, assolto. Colonnello Marc Warren, assolto. Generale Geoffrey Miller, assolto. Non sapevano, o non c'è prova che sapessero. Generale Janis Karpinski: ammonita. Per negligenza. Il caso Abu Ghraib è chiuso? Lo Human Rights Watch, osservatorio americano per i diritti umani, giura di no. Per il 28 aprile, primo compleanno di quelle foto di seviziati, seviziatori e seviziatrici che sconvolsero l'opinione pubblica mondiale promette un nuovo dossier che inchioda alle loro responsabilità, oltre a Sanchez e Miller (ex comandante delle forze americane in Iraq il primo, responsabile delle carceri militari irachene, nonché ex comandante di Camp Delta a Guantanamo il secondo), anche il ministro della difesa Ronald Rumsfeld e l'ex direttore della Cia George Tenet. Facciamo il tifo dagli spalti, ma intanto prendiamo atto che, col rapporto consegnato al Congresso sabato, l'esercito americano si autoassolve: malgrado sia l'inchiesta condotta dell'ex ministro della difesa James Schlesinger, sia quella condotta daiu generali Kay, Fay e Jones ipotizzassero per le torture di Abu Ghraib responsabilità dirette e indirette dei vertici della catena di comando. Seymour Hersh, il giornalista e scrittore che per primo denunciò le torture di Abu Ghraib sul New Yorker, non si stupisce: va sempre così quando l'esercito indaga su se stesso. Non ci stupiamo neanche noi dell'esercito americano. Dei lib eraldemocratici italiani, invece, sì. Riprendo in mano un dossier-stampa su Abu Ghraib dello scorso maggio e rileggo alcune difese oltranziste della democrazia americana davanti a quelle foto di prigionieri incappucciati, derisi, trascinati al guinzaglio. L'argomento era il seguente: episodi, sia pur riprovevoli, di tortura capitano in tutte le guerre e a opera di tutti i regimi, tirannici o democratici che siano; la superiorità delle democrazie sulle tirannie non sta nell'assenza dell'errore, ma nella capacità di correggerlo, ovvero nella capacità di punire, esemplarmente, i colpevoli. Ed eccoci accontentati: colpevole il capitano Graner, condannato a 10 anni di galera dalla corte marziale. Colpevole, di negligenza, la direttrice di Abu Ghraib. Innocenti tutti gli alti vertici. Punizione esemplare di una democrazia esemplare? E' questo che stiamo esportando in Iraq, la tolleranza della tortura e la punizione delle mele marce? E' questo il margine di errore previsto nel conto delle «libere elezioni» che certificano che la democrazia è arrivata a Baghdad? I nostri opinion maker democratici, oltranzisti e «terzisti», ci dovrebbero e si dovrebbero una risposta.
E siccome le cattive notizie sono come le ciliegie e non arrivano mai una per volta, eccoci a un altro «errore» che c'è scappato in un altro paese, l'Afghanistan, liberato e democratizzato con la guerra antiterrorista: la lapidazione di Amina Aslam, 29 anni, rea di tradire il marito, da anni assente e economicamente inadempiente, in una regione oltretutto di etnia tagika, dunque nemica dei Taliban. Ma la guerra in Afghanistan non ci era stata presentata come la guerra di liberazionme delle donne dal burka e dalle esecuzioni sommarie? Sì, noi non ci avevamo creduto ma molti democratici italiani, stavolta non solo «terzisti» ma anche squisitamente di sinistra, ci avevano giurato. Anche in Afghanistan ormai si vota, e dovrebbe vigere un nuovo codice di compromesso fra la sharia e il diritto liberale, ma evidentemente non vige: qualcuno ci aveva avvertito, ad esempio Samira Makhmalbaf nei suoi film, che il patriarcato islamico (come del resto quello occidentale) non sta agli ordini dei governi. I nostri opinion maker democratici, oltranzisti e di sinistra, ci dovrebbero e si dovrebbero qualche risposta. E il segretario dei Ds Piero Fassino, ormai convinto che la guerra (qualche volta) è sbagliata ma l'esportazione della democrazia e dei diritti è cosa buona e giusta, si dovrebbe qualche domanda.
Rivolto alla sinistra italiana e a tutti coloro che, in Italia e in Europa (e anche negli Stati Uniti d´America), hanno gioito e giudicato come un evento positivo l´affluenza alle urne del popolo iracheno il 30 gennaio: «Adesso vi dichiarate contenti, ma dove eravate voi nei mesi scorsi mentre i soldati della coalizione combattevano e morivano per la libertà e la democrazia? Ve lo dico io dove eravate. Eravate nelle piazze ad insultarci, a sostenere che avevamo sbagliato tutto, che la democrazia non si esporta sulla punta delle baionette. Perciò prima di gioire dovreste battervi il petto, assumervi la responsabilità di quanto sostenevate fino a ieri, confermare che avete perso ogni credibilità». Parole di Silvio Berlusconi, parole di tutti i neo-conservatori americani, parole che lo stesso George Bush fa trasparire sotto il mantello della diplomazia con la quale ora persegue l´obiettivo di recuperare quanti, in Usa e in Europa, si sono opposti alla guerra irachena e hanno fatto di tutto per impedirla e per intralciarne il decorso.
Il tono di quelle parole è forse troppo apodittico e rischia di incancrenire un dissenso di massa tra le due sponde dell´Atlantico, anche se il linguaggio delle Cancellerie è molto più cauto e felpato. Rischia di consolidare quell´antipatia tra l´America e il resto del mondo che è il dato più nuovo e più netto emerso dall´inverno del 2003, dopo che il resto del mondo si era stretto senza riserve attorno al popolo e al governo americano colpiti al cuore dall´attentato dell´11 settembre.
Ma non c´è dubbio che quelle parole pongono una domanda pertinente, sollevano un problema reale e non eludibile nella coscienza di quanti hanno accolto con sincero sollievo le elezioni irachene dopo aver avversato la guerra voluta da Bush. Se il 30 gennaio scorso gli iracheni hanno potuto esercitare il loro diritto democratico di eleggere un´assemblea costituente e un governo legittimato, non si deve questo risultato alla guerra contro il tiranno Saddam Hussein? Non è evidente come la luce del sole che esiste tra quei due fatti un rapporto di causa ed effetto che nessuna persona di buonafede può negare? E allora? Non debbono, gli oppositori di quella guerra, trarne oggi le conseguenze e riconoscere finalmente il loro errore ed insieme a esso i meriti conquistati sul campo da Bush e dai suoi alleati?
Se questa discussione mirasse soltanto ad accertare da che parte stia l´errore e come debba spartirsi il torto e la ragione, essa sarebbe del tutto vacua. In politica non esistono verità oggettive da accertare, ma opzioni determinate da interessi, convinzioni, intuizioni; in politica come in amore non si può dire «mai». Gli storici, a debita distanza di tempo dai fatti accaduti, spiegano le cause che determinarono certe scelte e gli effetti che ne derivarono.
Tracciano un «trend», un percorso. Ma anche il loro lavoro di scavo è provvisorio, sempre rivedibile e revisionabile, sempre soggetto alle soggettive interpretazioni.
Ma qui il caso è diverso. La discussione infatti influisce direttamente sull´immediato futuro. Qui e ora, visto che proprio qui e ora la superpotenza americana per bocca del suo Capo ha rilanciato la posta. La posta non è soltanto quella d´aver deposto il crudele tiranno dalle mani sporche di sangue e neppure, soltanto, quella d´aver inferto un colpo al terrorismo e al fanatismo islamista, ammesso che le elezioni irachene abbiano di per sé realizzato questi due obiettivi, ma purtroppo non sembra affatto che sia così: e lo dimostra il proseguire degli attentati e dei sequestri, come quello di Giuliana Sgrena, l´inviata del "Manifesto" che ci auguriamo venga subito rilasciata.
L´America di Bush ha ora bandito una vera e propria crociata: portare libertà e democrazia in tutto il pianeta, sia pure in forme consone a ciascun paese e cultura; rendere la vita difficile e infine abbattere tutti i tiranni, ovunque si annidino; restaurare i diritti civili ovunque siano conculcati, issando la bandiera del Dio degli eserciti che è sicuramente con il Bene ed è alla testa di chi combatte contro il Male.
Questa è la posta. Chi potrebbe mostrarsi indifferente? Chi potrebbe evitare di schierarsi con il Bene contro il Male, con la libertà contro la schiavitù, con la sicurezza e i diritti contro il terrorismo e la tirannide?
* * *
Non è certo un avvenire di quiete e di pace quello prefigurato da una crociata di questa natura e con questi obiettivi, ma piuttosto è un futuro di tensioni e di guerra.
La guerra sarà molto lunga, disse Bush dopo l´11 settembre e continua a ripeterlo a ogni occasione. Dopo le elezioni irachene lo ha ribadito arricchendone gli obiettivi, quasi prevedendola permanente e assumendone l´«imperium». Qualche osservatore ci vede un nesso con Teodoro Roosevelt, ma il modello non è quello. Bisogna risalire alla Roma di Cesare, salvo che la vocazione imperiale a quell´epoca non mistificò la conquista del potere con paludamenti ideologici. Ma Bush guida la più grande democrazia del mondo e non può averla con sé senza assegnare alla sua crociata un contenuto morale del quale è certamente e profondamente convinto.
Ecco perché questa discussione non è eludibile. Posto che la diffusione della libertà non può non essere un fine comune a tutti coloro che si riconoscono nei valori dell´Occidente, si tratta infatti di capire se l´esempio iracheno sia quello valido e reiterabile oppure sia stato un errore da non commettere mai più.
Capite bene che, posta così come deve esser posta, la questione non è oziosa, non è materia riservata agli storici, ma è attualissima, concreta, politica e tutti ci coinvolge sulle due sponde dell´Atlantico ma anche oltre, oltre l´Occidente. Ci vedi l´Africa e le sue miserie; ci vedi in lontananza l´ombra lunga della Cina, le contrastate pianure dell´Asia Centrale, la risorgente autocrazia del nuovo zar delle Russie.
Seguirete ancora il modello iracheno? Coltiverete ancora lo slogan della buona guerra attraverso la quale si costruisce la pace e si esporta la libertà? Invertiamo le domande.
* * *
Nell´inverno del 2003, quando questa discussione è cominciata e ha diviso l´Occidente, l´Armata americana aveva già cominciato a schierarsi. Nel marzo di quell´anno c´erano già 60 mila marines e truppe speciali nelle basi saudite e negli Emirati. Già incrociava nelle acque del Golfo la flotta aeronavale più potente del mondo.
L´esercito turco era sul piede di guerra. Blair faceva preparare i contingenti delle «Royal Forces».
L´Iraq era circondato da un anello di ferro pronto a trasformarsi in un anello di fuoco. Gli ispettori dell´Onu (e della Cia) percorrevano il paese alla ricerche delle armi di distruzione di massa. Saddam (che quelle armi non le aveva più dal 1991 come ormai è unanimemente ammesso e come a Washington e a Londra in realtà sapevano da tempo) assisteva annichilito a quei preparativi. Sapeva che il suo esercito non avrebbe resistito più d´una settimana. Sapeva anche di non poter fidarsi di nessuno e meno che mai delle sue scalcinate truppe di élite.
Ma come tutti i dittatori innamorati della propria supposta abilità, pensava d´esser capace di arrivare fino all´ultimo minuto e poi cedere per evitare lo scontro. Cedere pur di mantenersi al potere sotto la protezione addirittura di chi in quel momento lo stava minacciando.
Si poteva realisticamente arrivare a quel risultato? Ottenere una sorta di protettorato affidato all´Onu a ridosso dell´anello militare Usa già dispiegato sul terreno? Ottenere la concessione, graduale ma effettiva, di alcuni diritti civili per il popolo iracheno? Sostenere la presenza in campo dell´Onu con un adeguato contingente di caschi blu? Il cardinale Etchegarray, inviato dal papa a Bagdad, dichiarò che quell´obiettivo non era impossibile. Il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz, fece capire con caute perifrasi la stessa cosa. Francia, Germania, Russia, premevano perché si perseguisse quell´obiettivo.
La verità è che non era l´obiettivo di Bush perché Bush voleva far sentire la voce del cannone e l´Iraq era in agenda da almeno tre anni.
Era in agenda ben prima dell´11 settembre. Ne fanno fede i documenti e il racconto circostanziato fatto dal ministro del Tesoro americano, O´Neill che si dimise dalla carica proprio perché, partecipando alle sedute del gabinetto ristretto insieme al segretario di Stato, al segretario alla Difesa, al Comandante in capo delle Forze armate, al Capo della Cia, a Condy Rice, ovviamente presieduto da Bush, aveva assistito con stupefazione alla discussione sull´invasione dell´Iraq e ai piani strategici relativi e «top secret».
La motivazione furono le armi di distruzione di massa.
L´urgenza fu invocata perché Saddam, secondo informazioni assolutamente certe, aveva il dito sul grilletto. E anche per imperative ragioni meteorologiche: l´invasione doveva partire alla fine di maggio o al più tardi nella prima metà di giugno; era l´ultima finestra meteorologica perché «non si può fare una guerra nel deserto a sessanta gradi di calore».
In realtà non era vero niente. Le armi di distruzione non c´erano e la U.S. Army è rimasta per due estati di seguito a combattere prima la guerra e poi il dopoguerra.
* * *
Tutto vero, dicono i pochi intellettualmente onesti che ci propongono quella domanda. Ma resta il fatto che la nascita di un sia pur incompleto segnale di libertà e di democrazia deriva da quella guerra, piena di errori ma foriera di un risultato prezioso. Ci sarebbero state le elezioni irachene del 30 giugno senza la guerra voluta da Bush? Rispondete.
Rispondo. Probabilmente non ci sarebbero state il 30 gennaio 2005. Per condurre Saddam al guinzaglio fino a sancire il diritto di voto sotto gli occhi dell´Onu e con l´Armata Usa ai confini, ci sarebbero voluti due o tre anni di più. Più tempo.
Sull´altro piatto della bilancia ci sono i morti in combattimento, americani, inglesi, anche italiani. È stato calcolato che potrebbero essere stati centomila i morti tra la popolazione civile irachena, il 40 per cento donne e bambini. Dovuti in parte ai terroristi e a quelli che la stampa Usa chiama «insurgent» (non solo il giudice Forleo, ma tutta la stampa americana); e in parte al «fuoco amico» degli aerei e degli elicotteri Usa. Centomila morti (e un assai maggior numero di feriti e mutilati) non sono pochi, specie se concentrati in una zona specifica del paese.
Ma c´è dell´altro. C´è che in Iraq ha fatto il suo nido il terrorismo che prima non c´era e che sarà difficile da sradicare. C´è che il costo della dissennata operazione ammonta già a 250 miliardi di dollari, che non basteranno.
Si poteva evitare? Sì, si poteva evitare. Negoziando, negoziando negoziando. A ridosso della Grande Armata.
* * *
Del resto è proprio Condoleezza Rice a confermare questa nostra tesi. Il neo segretario di Stato conferma che il prossimo obiettivo in agenda è l´Iran. Ma a chi le chiede: un´altra guerra? risponde: assolutamente no, negozieremo. Gli europei ci diano una mano nel negoziato. L´opzione militare non è prevista, salvo che Teheran non varchi la soglia della bomba nucleare.
Questa è oggi la posizione di Washington. Il cannone non è in agenda, ha detto Condy a Schröder, a Chirac e perfino a Blair che del cannone comincia ad averne abbastanza.
Perciò la risposta a quella domanda è chiara e netta: c´era un altro modo per realizzare l´obiettivo comune di diffondere libertà e democrazia. Lo stesso che Washington afferma oggi di voler praticare.
Ma nel frattempo ha ricoperto un paese di rovine e di cadaveri. Si dice: di questo Bush risponderà alla storia e ai posteri. Il giudizio dei posteri interessa solo i posteri. Chi vive oggi se ne infischia di quel giudizio.
Certo, per chi ci crede, ci sarà il Giudizio Universale. Ma se uno è convinto d´avere Dio al suo fianco, pardon, di marciare al fianco di Dio, quel Giudizio Universale è già stato formulato. Perciò Bush starà probabilmente tra i Beati. Berlusconi, lui, ne è già sicuro.
Postilla. Due punti non mi convincono in questo articoli. 1. Siamo certi che il fatto che a Bagdad e in alcune altre città si sia votato significa aver portato la democrazia in Iraq? e quale democrazia" 2. Oltre ai morti innocenti e alle distruzioni bisogna mettere un altro gravissimo danno arrecato dalla guerra di Bush e dei suoi servi all'umanità: l'abisso d'odio scavato tra l'Occidente e il resto del mondo (es)
Nello scorso settembre l'Ars, associazione per il rinnovamento della sinistra, organizzò un seminario intitolato «Politica e pratiche politiche. All'origine della questione morale», che rilanciava la questione del rapporto fra politica e pratica politica, già messa a tema nei mesi precedenti da alcuni editoriali di Critica marxista. L'ultimo numero della rivista pubblica adesso, precedute da un editoriale di Aldo Tortorella sulla sempre più accentuata separatezza e autoreferenzialità del ceto politico italiano, alcune relazioni a quel seminario, di Giacomo Marramao, Gianni Ferrara, Maria Luisa Boccia, Enrico Melchionda. La prima e la terza in particolare mi sembrano da segnalare per alcuni tratti che le accomunano. Il primo è il legame che stabiliscono fra crisi politica e crisi culturale della sinistra - o meglio, per dirla con Marramao, fra la crisi e la «deculturalizzazione» della politica. Il secondo è la capacità di leggere alcune dinamiche della crisi italiana con le lenti di alcuni classici - da Max Weber a Gramsci a Simone Weil e Hannah Arendt - , sottraendole così alla riduzione a fenomeni di breve periodo o dell'ultim'ora cui tende il chiacchiericcio politologico sulla transizione infinita. Il terzo è il legame fra politica, forme di vita e pratiche politiche che entrambi mettono al centro del discorso, e il rilievo che di conseguenza assumono, in una prospettiva di valutazione storica che abbraccia ormai più di un trentennio, il pensiero-pratica della differenza sessuale e il suo impatto, diretto o indiretto, sulla crisi e le trasformazioni della politica.
Punto di partenza è una diagnosi netta sullo stato di degrado in cui versa nell'Italia di oggi non solo la politica istituzionale, ma anche la vita civile: siamo fuori, e per fortuna, dalla retorica della contrapposizione fra una politica ammalata e una società civile che scoppia di salute. Tuttavia la responsabilità prima è della politica, e in specie, secondo Marramao, di quella tendenza della sinistra post-Pci a deculturalizzare la politica, così screditandola e rendendola una faccenda da ceto separato preoccupato soprattutto della propria autoriproduzione. Max Weber, con le sue due famose conferenze del 1918 sulla politica e la scienza come professione-vocazione, e Gramsci, con le note dei Quaderni sugli intellettuali e sul «moderno Principe», tornano utili da un lato per ripristinare il nesso fra lavoro intellettuale e pratica politica, conoscenza e potenza, azione trasformatrice e general intellect, specialismi e competenza politica. Dall'altro per ricondurre l'origine della «questione morale» italiana a dinamiche di lungo periodo, aggravate dalle ma non riducibili alle nefandezze craxian-berlusconiane: alla perdita di vocazione della professione politica, sì che a destra e a sinistra aumentano, secondo una distinzione weberiana, quelli che vivono di politica rispetto a quelli che vivono per la politica; e al fallimento di quella funzione di riforma intellettuale e morale del «moderno Principe» gramsciano, che doveva consistere nel promuovere l'«accumulazione etica originaria» in altri paesi aiutata dall'imperativo protestante ma mancata nell'ingresso dell'Italia nella modernità. Per ragioni storiche e interne alla sua stessa storia, dunque, la sinistra emersa dalle ceneri del Pci non può chiamarsi fuori dalla crisi della politica, ma ne è parte centrale e cruciale.
L'analisi dell'oggi non può perciò saltare quello snodo cardinale che fu, già negli anni Settanta, la crisi della forma-partito. Lì ritorna infatti Maria Luisa Boccia, anche lei a partire, sulla scia di Gramsci, del frammento hegeliano su politica e destino riletto da Mario Tronti e di Simone Weil, dal nesso fra politica e vita: la forma-partito regge finché realizza quel nesso, crolla quando lo perde o lo costringe in una organizzazione automatizzata e svuotata di passione, giacché, come Gramsci stesso segnalava, la passione politica organizzata deve diventare razionalità, ma la razionalità dev'essere a sua volta continuamente nutrita e «superata» da una passione che la eccede.
Quando questo circolo si spezza, il Pci finisce. Ma non di sole dinamiche interne: potente fattore di crisi è la scommessa femminista «di dare stabilità, continuità, forma all'agire singolare e plurale senza costruire un'organizzazione» e puntando sull'invenzione di nuove pratiche basate sul rapporto fra vita e politica. Fattore di crisi, e apertura di un'altra prospettiva: per Marramao, la «frattura longitudinale» introdotta dal femminismo della differenza è imprescindibile perché «insegnandoci a distinguere fra sfera pubblica e dimensione statuale ci ha indicato le vie di una politica diversa», che passa per quella pluralità di esperienze, pratiche e soggetti neutralizzati dalla logica della politica tradizionale. Anche se, sottolinea Boccia, il rischio del riconoscimento della rivoluzione della differenza è sempre lo stesso, ossia che se ne assumano alcuni contenuti prescindendo dalle sue pratiche. E tornando a separare la parola e la cosa, il discorso e l'esperienza, la politica e la pratica politica.
È il vero «eretico» della cultura italiana. Dopo la stagione dei Quaderni piacentini, che fondò nel 1962, si è ritirato a vita privata pubblicando pochi libri (che raccolgono i suoi saggi) e avviando nell'85, con Alfonso Berardinelli, una rivista che sin dal titolo, Diario, rivelava intenzioni ben diverse.
Piergiorgio Bellocchio non ama la politica, forse non l'ha mai amata, rifiutando più di un invito a presentarsi come indipendente nelle liste del Pci. «Non ho mai preso la tessera del Pci. Mi allontanavano la sua chiusura culturale, il dogmatismo, la doppiezza dei dirigenti. Ma dal '53 ho pressoché sempre votato Pci, cioè con e per il popolo comunista, i migliori italiani che io abbia conosciuto. Ora rimpiango anche i dirigenti: avevano capacità, senso del dovere, carattere e un'onestà di cui s'è perso il ricordo». Oggi dice: «La politica mi annoia e disgusta. È diventata un mestiere. Coincide perfettamente con gli affari. Le mani sui soldi. Quando non sono affaristi in proprio, i politici sono mediatori e procuratori d'affari. Col tempo che passa rivaluto la vecchia classe togliattiana e quella degasperiana. Anche i socialisti di Nenni e Saragat. E tanto più gli Ernesto Rossi, Calogero, Jemolo… E i loro maestri Croce ed Einaudi». E Berlinguer? «Era un uomo rispettabile, ma aveva una quota di moralismo eccessiva: nello scontro con Craxi un vero politico avrebbe fatto meglio». Torniamo a Togliatti. «Togliatti riuscì a integrare la classe operaia nello Stato, un evento prefigurato dalla Resistenza, sia pure su scala ridotta. Resistenza peraltro rimossa dallo stesso Pci, e addirittura criminalizzata dal potere. Con gli Anni Sessanta c'è stata una rivalutazione dei suoi valori, però su basi spesso equivoche». Per questo Bellocchio non esita a individuare il suo «libro della vita» nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, uscite nel '52: «In una fase di involuzione clerico-fascista, a me che avevo vent'anni apparvero come la scoperta di un'altra Italia». Altra convinzione, non proprio recentissima: «La classe dirigente democristiana, fino a Moro, è sempre stata più a sinistra del suo elettorato. Ha svolto la funzione di frenare e disciplinare una borghesia che aveva il fascismo nel sangue, educarla alla democrazia: merito di uomini come De Gasperi, Dossetti, Vanoni, Fanfani, Moro. Il vecchio democristiano di destra Scalfaro contro Berlusconi ha avuto più intelligenza e coraggio dei postcomunisti. Più del laico ma pavido Ciampi».
Siamo lontani, come si intuisce, dalle ipotesi rivoluzionarie Anni Sessanta: « Quaderni piacentini nasce in coincidenza con la ripresa della lotta alla Fiat. La Fiat era il centro d'Italia e la classe operaia era per definizione la classe rivoluzionaria. Dalla fine dei Sessanta, la ristrutturazione produttiva riduce via via, anche quantitativamente, il peso della classe operaia, viene meno ogni ipotesi rivoluzionaria. Marxisticamente, il '68-69 non è stato un inizio, ma un epicedio». Al '68 seguirono gli anni del terrorismo. L'assassinio di Moro, raccontato dal fratello di Piergiorgio, Marco. Un parere su Buongiorno notte? Eccolo: «C'è troppa indulgenza nei confronti sia di Moro che delle Br, che furono il colpo mortale per la nuova sinistra. Ho preferito L'ora di religione, dove forse Marco è stato invece fin troppo cattivo nei confronti della Chiesa. Mi preoccupa un po' che il film sia piaciuto ai giovani, che non possono sapere cosa ha rappresentato il caso Moro per la storia d'Italia. Mi rendo conto che il mio è un pre-giudizio politico, ma non riesco ad applicare a quella materia ancora bruciante solo un giudizio estetico».
Non ha più voglia di parlare di Quaderni piacentini: troppe interviste, troppe discussioni, per una storia chiusa da tempo. Bisogna insistere un po'. Modelli? «Le riviste di Gobetti e Il Politecnico, letture postume naturalmente. Il Politecnico fu la cosa migliore fatta da Vittorini, non c'era separazione tra politica e cultura. Veniva anche incollato sui muri come un manifesto. A cattiva cultura, cattiva politica, e viceversa. Come dimostrano gli anni che stiamo vivendo, e al contrario gli anni del dopoguerra».
Qualche esempio, oltre al Politecnico? «Basta pensare a Fenoglio, Bassani, Calvino. E il cinema di De Sica, Rossellini, Visconti. E subito appresso, Antonioni, Fellini, Ferreri… E attori come De Filippo, Totò, Magnani, Fabrizi, e ancora Sordi, Tognazzi, Gassman…».
Più che nei Quaderni piacentini, oggi Bellocchio si riconosce in Diario: «L'ho fatto con passione e pieno coinvolgimento. L'abbiamo interrotto nel '93 perché ci siamo trovati di fronte a una situazione ancora peggiore di quella che il nostro pessimismo aveva pronosticato». E le polemiche contro Eco, e ancora contro la neoavanguardia?
«Risponderei come Kent nel Re Lear: non mi piacevano le loro facce. Un fenomeno di autopromozione. Si scagliavano contro Bassani, Cassola, la Morante… La neoavanguardia non ha prodotto un solo libro che fosse meglio del più brutto romanzo di Cassola. I romanzi di Eco? Non esistono. Ma ora basta, le brutte facce sono altre».
Passando agli Anni Settanta, ripensa a Pier Paolo Pasolini: «Ebbe un fiuto, un istinto, un'intelligenza sociologica fuori dal comune. Gli è stato rimproverato il lato nostalgico, ma la nostalgia non è un sentimento negativo in sé. Ascoltando di recente alla radio delle interviste a donne che erano emigrate dal Sud dopo il '45, cacciate dalla fame e dalla disoccupazione, sono rimasto colpito dall'allegria con cui ricordavano l'estrema miseria, ma anche la profonda solidarietà, che andava molto oltre il clan familiare. E poi il lavoro, malpagato ma meglio di niente… La prima lavatrice, che affrancava dalla schiavitù del lavatoio pubblico. Una donna raccontava di aver guardato per la prima volta l'oblò della sua lavatrice, che stava lavorando per lei, con una emozione superiore a quella provata davanti a uno schermo televisivo. I contadini, operai, artigiani, donne di servizio della mia infanzia: un mondo che ormai non esiste più, ma la cui umanità era senz'altro superiore a quella dei loro figli e nipoti più fortunati».
Da Pasolini a Franco Fortini il passo è breve: «Aveva un'attitudine magistrale eccellente. Ho imparato molto da lui, ma me ne sono anche difeso. Mi trovava non abbastanza marxista. Ci restavo male, perché allora il nostro desiderio era di essere veri marxisti (critici certo, ma marxisti), in realtà era la mia fortuna. Fortini vedeva bene il mio lato borghese e anarchico. Dei miei racconti usciti nel '66, che aveva apprezzato e quasi tenuto a battesimo (il titolo I piacevoli servi è suo), una volta gli scappò di dirmi: quanto sono anticomunisti! Ma non era una censura. Invece sull'intervento politico era severo».
Bellocchio ha omesso da tempo di seguire la narrativa. «Mi sono fermato a Volponi. Un'opera magmatica, difficile da ridurre a uno schema ideologico, anche se la passione politica è sempre presente. In Volponi c'è il comunismo e l'amore per l'industria. È un olivettiano che ha recepito le cose buone del progettare e del costruire: pensava che il Pci fosse il gestore ideale, l'erede della migliore borghesia. Poi ingenuamente si lasciò prendere dall'illusione di Rifondazione: non c'era ancora l'infausto Bertinotti; il festaiolo a tutta birra, l'avventurista cui la destra dovrebbe fare un monumento…». Volponi e poi? «Leggo e rileggo i vecchi. Carlo Levi, per esempio. Nuto Revelli, che ha svolto un lavoro straordinario. Di recente mi ha impressionato De Profundis di Salvatore Satta. Leggo con interesse e passione gli epistolari, le memorie, le testimonianze. Credo sempre meno nella cosiddetta creatività. Preferisco gli esecutori. Nel Tempo ritrovato Proust si definisce "un traduttore". Oggi i creativi e gli stilisti sono i pubblicitari, i sarti, i cuochi».
L'Italia al tempo di Berlusconi è l'Italia tartufesca descritta da Garboli? «Garboli ha colto come pochi l'italico costume. Il guaio non è tanto Berlusconi, il vero guaio è l'Italia che ha amato Berlusconi con l'idea che avrebbe fatto tutti ricchi come lui. Invece è successo che Berlusconi è diventato sempre più ricco e il Paese sempre più povero. Anche materialmente, ma soprattutto sul piano civile, culturale, politico. Berlusconi se ne frega nel modo più totale, non ha princìpi né progetti. Dice: volete la devolution? Ve la do. Volete la scuola privata? Ve la do. In questa situazione sciagurata ho dovuto rivalutare persone che solo vent'anni fa potevo definire poco meno che fascisti». Qualche esempio? «Il vecchio Montanelli, dopo aver passato la vita a raccomandare di "turarsi il naso" ma votare Dc, quando arriva Berlusconi decide che è troppo. Conservatori anticomunisti come Giovanni Sartori o Sergio Romano, capaci di indipendenza intellettuale. È paradossale, ma voterei per loro più volentieri che per quasi tutti gli uomini di centrosinistra. Kraus aveva sparato a zero contro i liberal-democratici-progressisti, poi arriva Hitler e dice: mi mancano le parole… Forse anch'io ho speso troppa indignazione a suo tempo e oggi mi trovo in bolletta».
"Submission" e i vili europei
Da la Repubblica del 22 aprile 2005
Sarà anche vero che il Parlamento europeo «è un´istituzione particolarmente prudente e formale», come spiega l´europarlamentare Michele Santoro. Ma è altrettanto vero che la decisione di vietare la proiezione del film Submission nella sala stampa dell´Europarlamento, per "ragioni di sicurezza", espone l´Europa politica, tutta intera, al sospetto, ahimè fondato, di viltà culturale. È vero che la proiezione era stata organizzata dal gruppo leghista, il cui dichiarato spirito di agitazione antislamica non lascia dubbi sulla strumentalità dell´atto. Ma è altrettanto vero, tristemente vero, che il cortometraggio olandese, a qualche mese dall´assassinio del suo regista, è stato abbandonato al suo violento oscuramento da istituzioni culturali e politiche dell´intera Europa democratica. Parafrasando amaramente uno storico slogan, si potrebbe dire che la Lega si è limitata a raccogliere, a suo modo e per i propri scopi, una bandiera che altri avevano gettato nel fango: quella della libertà d´espressione, uno dei sacri principi della democrazia. Ed è ancora leghista la prossima, annunciata proiezione del film, domani, nella non neutra Treviso, amministrata da una giunta xenofoba. E nuovamente una decisiva battaglia di libertà, fin qui disertata dai molti che ne avrebbero la doverosa titolarità, diventerà ringhiosa e generica ostilità contro il mondo musulmano.
Submission non è un film come gli altri. Come è noto il suo autore, il regista olandese Theo Van Gogh, è stato ucciso a coltellate da un fanatico islamico per avere osato girarlo: un altro caso Rushdie, semmai aggravato dall´esito orribilmente infausto. La sua sceneggiatrice, la coraggiosa somala Ayaan Hirsi Ali, rischia uguale sorte. Il suo produttore olandese, terrorizzato dalle minacce di morte, nega a tutti la proiezione del film, aggrappandosi malinconicamente a questioni di copyright.
Come scrive Adriano Sofri nella prefazione di "Non sottomessa" (Einaudi), il libro della stessa Ali sulla segregazione delle donne nella società islamica, "è in corso una guerra mondiale, ancora sparpagliata, per il controllo e la riconquista delle donne, e il corpo delle donne è il campo di battaglia". Esattamente di questo tratta Submission, in 12 minuti di dolente riflessione sull´espiazione e la prostrazione femminile sotto il giogo dei tabù religiosi, e dell´eterna potenza tribale-patriarcale del dominio maschile.
È blasfemo, Submission? Lo è tanto quanto lo furono, agli occhi dell´integrismo cristiano, "Ti saluto, Maria" di Godard, o addirittura "La dolce vita di Fellini", accusato a suo tempo di immoralismo e blasfemia perché osava parlare di suicidio. Eppure (e ovviamente) vennero proiettati, visti e giudicati dal pubblico, sulla base dell´irresistibile corso della libera espressione artistica che è, nelle nostre democrazie, importante come il pane. Vero: l´integrismo musulmano non sembra limitarsi a protestare. Minaccia di uccidere e uccide. Terrorizza. Ma allora la domanda è, e non può che essere: basta un rischio infinitamente più grave, un ricatto così odioso ed esiziale, a giustificare il penoso arretramento del coraggio democratico? O non è piuttosto proprio la gravità della sfida, l´intollerabilità di un bavaglio imposto a fil di coltello, a suggerire di rialzare la testa, di organizzare una risposta politica e culturale all´altezza? Oppure quanto più violenta è la reazione dell´oscurantismo, quanto più flebile e impaurita dev´essere la risposta?
Se gli europei pacifici e aperti confondono la remissività (specie su principi non sindacabili come la libertà) con la tolleranza, la debolezza con il dialogo, diventa poi ridicolo lamentarsi quando nel campo abbandonato della lotta civile trovano ampio spazio le pattuglie xenofobe e i radicalismi "neocristiani".
Specie in questi giorni, di totale predominanza mediatica e culturale del mondo cattolico, molti laici lamentano la sgualcita e dispersa potenza del loro pensiero e dei loro ideali, e in larga parte si improvvisano vaticanisti senza averne la scienza, come per rianimare la loro silenziosa minorità intellettuale, e ricollocarla in qualche maniera laddove il dibattito è vivo, e attivo. Ma come diavolo si può partecipare a quel dibattito (e a qualunque altro) se si trascurano del tutto le più elementari incombenze del proprio campo? Forse che non esistono più «umili lavoratori della vigna della libertà», disposti anche a rischiare qualcosa pur di battersi per la dignità e la sicurezza dei cittadini europei? Che sia questo il famoso "relativismo etico", questo posporre i principi alla convenienza, l´orgoglio della libertà alla paura, la difesa dell´integrità fisica e intellettuale delle persone a un malinteso (molto malinteso) "dialogo con l´Islam"? Ma allora, scusate, rischia di avere ragione la Fallaci quando inveisce contro l´Occidente "senza palle". E rischia di avere ragione il parlamentare leghista Stiffoni (Treviso, Italia) quando annuncia di voler proiettare Submission senza se e senza ma.
Il sonno della ragione genera mostri, appunto. O l´opposizione al fanatismo islamico (e, in parallelo, il dialogo con il grande resto dell´Islam) viene fatta da posizioni di forza, cioè nel nome del diritto, della democrazia e della libertà, oppure genererà un fanatismo uguale e contrario. A meno di voler credere, e sarebbe la peggiore delle ipotesi, che l´argomento stesso di Submission (la liberazione e la dignità del corpo femminile) sia ancora, perfino per gli illuministi rinati dell´Europa moderna, un dettaglio così trascurabile da non meritare urti indesiderati con il già minaccioso estremismo musulmano
Alessandra Retico
Tra arte, pratica e politica, il subvertising parodizza e rovescia marchi e campagne pubblicitarie delle grandi corporation Usa
Repubblica on line del 7 gennaio 2003
"Obsession" di Calvin Klein: un modello "strafigo" che scruta sotto gli slip con sguardo preoccupato. Dello stesso stilista, "Reality for men": un uomo decisamente poco sexy con pancetta e torso piuttosto villoso. Ma anche "American Excess" con sottotitolo-augurio inequivocabile: "Consumers Welcome". La "M" dagli archi d'oro, quella di McDonald, onnipresente: in commistioni varie, per esempio in (M)icrosoft, o iniziali per le più svariate distorsioni (Mckiller). Esempi di un'arte-movimento-politica che va sotto il nome di subvertising, acronimo (Subvert, sovvertire e advertising, il termine inglese per pubblicità) che "sovverte" di nome e di fatto l'anima dell'economia mondiale, quella del marchio. Rovesciando il senso, illuminando la parte oscura con il potere dell'ironia, il logo viene messo a nudo, svelato per quel che è: illusione. Potentissima illusione.
Sovvertire, dissacrare, parodiare con l'antipubblicità o "spubblicità" non è altro che un gioco del rovescio che l'arte moderna conosce almeno da Velazquez (Las Meninas) ai dadaisti a Andy Warhol fino al situazionismo e alla "guerriglia semiotica" contro il potere dei mass media di cui parlava Eco alla fine dei Settanta. E che oggi, in un'epoca dominata da marketing e branding, gioca e rompe i giocattoli a disposizione, appunto marchi e griffe. Il subvertising, fenomeno insieme artistico e socio-politico, sta assumendo negli ultimi tempi proporzioni e significati importanti soprattutto grazie al palcoscenico in cui si pratica, il più ampio e diffuso che ci sia: Internet.
In Rete infatti circolano decine e decine di "spubblicità", siti di movimenti, di artisti, di "agitatori culturali", che ai grandi totem del consumo, ai marchi delle più note corporation soprattutto americane, mettono quei baffi che Duchamp mise alla Gioconda scardinando alla radice il mito e l'illusione di un'arte "alta" intoccabile. Una delle declinazioni più esemplari del gesto dell'artista dadaista nelle mani degli "spubblicitari" moderni è la bandiera americana che, al posto delle patriottiche stelle, sostiuisce il logo delle più grandi aziende Usa, da Nike a Microsoft a Shell a Coca Cola.
Il di-vertimento è la chiave e il senso multiplo della "filosofia" del subvertising: se il re nudo fa davvero ridere, allo stesso tempo cambia e rovescia il ruolo di chi lo guarda, da semplice spettatore a attore dello spodestamento. In termini economici, il consumatore non è più quello che subisce il mercato, ma lo fa, scegliendo consapevolmente cosa comprare.
E' da questa idea che nasce il subvertising, pratica e pensiero il cui padre ispiratore è una rivista canadese che è oggi un cult per il popolo no global internazionale: Adbusters. Il titolo, un programma: "ad", appunto pubblicità e buster da "to bust", rovinare. Nata nel 1989 come trimestrale a Vancouver, British Columbia, per volontà del suo attuale direttore Kalle Lasn, Adbusters ("rivista per per l'ambiente mentale") è oggi un bimestrale che vende 120 mila copie in tutto il mondo e abbonati in 60 Paesi. Il sito Internet (www. adbusters. org) raggiunge una media di 8.000 contatti al giorno e sessantamila iscritti alla sua lista. A lei si devono due iniziative di successo come il Buy Nothing Day - la giornata del non acquisto lanciata sin dai primi anni '90 - che vede la partecipazione di oltre un milione di persone in cinquanta paesi del mondo, e la Tv Turnoff Week - la settimana senza televisione - che è diventato un appuntamento fisso a cadenza bimestrale, coinvolgendo ogni volta circa ottantamila persone.
La rivista, che dal '99 a Seattle ha conosciuto una crescita che pare inarrestabile, è oggi il cuore e il network di comunicazione dei "culture jammer" di tutto il mondo, cioè proprio di quei "inceppatori culturali" che nel subvertising trovano una delle espressioni più notevoli. Per Feltrinelli è da poco uscito "Errore di sistema", un libro a cura di Franco "Bifo" Berardi, Lorenza Pignatti e Marco Magagnoli che racconta l'esperienza di Adbusters e le sue pratiche contro il dominio del consumo. Il messaggio è che dopo vent'anni di fanatismo economico, di superlavoro e di competizione, siamo in piena fase depressiva. Mentale soprattutto: come quando il computer "cresha" e sullo schermo appare la scritta "system error" seguita da un numero incomprensibile. La soluzione, suggerita da Lasn: "Interrompere la trance mediatica nella quale siamo immersi per riappropriarci della nostra mente, del nostro corpo, della nostra vita."
Carla Ravaioli
Senza piú opposizioni
da “Un mondo diverso è necessario”, Editori riuniti, Roma 2002
[…] L'etica produttivística ha trovato nella favola pubblicitaria, confezionata con un'intelligenza mistificatoria via via piú raffinata e penetrante, lo strumento capace di esercitare sulle persone, fino al limite del plagio, una pesante manipolazione psicologica e comportamentale. Sostenuta dall'analgesica promessa del benessere dell'efficienza della modernitá, confortata dal rozzo edonismo della felicitámerce, mimetizzata sotto la vernice scintillante del progresso tecnologico, maliziosamente ammantata di libertá e trasgressiva disinvoltura; perfino pretendendo di allinearsi al «politically correct» della difesa ambientale per lanciare cibi industriali o sacchetti di plastica in nome della natura; o addirittura camuffandosi di contestazione, con prontezza cogliendo qualche tratto delle giovanili culture della rivolta per divorarle, metabolizzarle e restituirle sotto forma di merce: la pubblicitá non solo ha egregiamente risposto al suo compito di promozione merceologica, ma ha svolto una potente azione conservatrice. Dando un contributo decisivo a quel processo che poco a poco ha imposto il consumo come principale simbolo di affermazione e di successo, ponendosi come pilastro di quella fabbrica di «oggetti del desiderio e soggetti desideranti» che é la realtá antropologica attuale. «L'anima del commercio» era un tempo definita la pubblicitá: oggi é piú esatto parlare di «anima del sistema».
Forse d'altronde la piú convincente riprova di tutto ció é che, proprio mentre la moltiplicazione via via piú accelerata dei messaggi pubblicitari andava surclassando il ritmo della stessa crescita produttiva, e overdosi di comunicati commerciali ci invadevano fino a divenire ininterrotto rumore di fondo delle nostre giornate, anzi dell'intera nostra vita, il discorso critico spesso assai duro che per qualche decennio nel passato si era accentrato su questi problemi, é andato via via perdendo consistenza e attenzione, finché tutta la materia veniva archiviata, inappellabilmente dichiarata fuori moda. Non a caso, mentre il mercato si affermava, praticamente senza piú opposizioni, come perno e motore non solo del sistema economico, ma della cultura vincente nel pianeta, e il consumo diventava dovere e rito di integrazione sociale, e la crescita produttiva veniva brandita e universalmente perseguita come la soluzione di tutti i malanni del mondo, la pubblicitá da promozione di merci finiva per affermarsi come una delle dimensioni caratterizzanti dell'oggi, imponendosi al costume, ai comportamenti e all'intera forma sociale, senza che piú nessuno, di nessuna parte politica, ci trovasse qualcosa da ridire.
Al contrario, con un netto capovolgimento di posizioni sovente da parte di quegli stessi che l'avevano analizzata con l'occhio piú severo, l'attivitá pubblicitaria é andata qualificandosi come una delle piú apprezzate espressioni culturali e addirittura «artístiche». Giornalisti impegnati e opinion leader di prima grandezza fanno a gara nel magnificarne le ultime invenzioni e i loro autori, per antonomasia definiti «i creativi» e a pieno titolo entrati nei piú qualificati ambienti intellettuali, intervistati sui temi piú diversi, festeggiati in serate di gala in loro onore, premiati in concorsi per spot particolarmente efficaci: t vero d'altronde che in mezzo alla gran massa banale e melensa della produzione ordinaria, non sono pochi i messaggi commerciali di qualitá notevole. Ció che non puó stupire dato che in questo campo, attratti da compensi elevatissimi, lavorano i cervelli piú apprezzati del momento; e non solo famosi registi, fotografi, attori, ma anche letterati e poeti non disdegnano di prestare la loro opera, per lo piú in anonimo ma a volte anche platealmente con la loro stessa presenza fisica, alla celebrazione della merce. […]
Come ebbi a dichiarare mesi fa al Foglio di Giuliano Ferrara, io apprezzo in Stalin uno dei co-fondatori, insieme con Truman, dello Stato di Israele, la cui nascita poté darsi all'Onu grazie a quella intesa. Apprezzo anche in Stalin il fornitore di armi — tramite la Cecoslovacchia — allo Stato di Israele quando Israele fu aggredito nel 1948 dai Regni legati alla Gran Bretagna (Egitto di Faruk e Giordania). Il capovolgimento di quella politica coincise con la aberrante campagna lanciata da Stalin contro Tito e i cosiddetti titoisti nelle neonate repubbliche popolari.
Mi accadde di parlare ampiamente di Stalin su questo giornale in almeno due occasioni: quando il Corriere riprese la prefazione al mio volume Pensare la rivoluzione russa (Teti) e nel febbraio 2003, quando un po' tutti i quotidiani si occuparono del cinquantenario della morte di Stalin. In entrambi i casi la discussione si sviluppò. Ricordo un ottimo intervento di Sergio Romano a proposito della mia prefazione al volumetto ora ricordato.
Santo Mazzarino — uno dei maggiori storici italiani — usava accostare Stalin a Giustiniano (Pericle c'entra poco) per essere stati entrambi grandi costruttori, grandi despoti e grandi intolleranti. Le semplificazioni non sono sempre benefiche ma possono rendere l'idea. La cosa non buona è a mio avviso che spesso si rinunci, tuttora, a parlare di Stalin con lucida mente, come invece si fa ormai per Robespierre o per altri «sanguinari» assertori della «rivoluzione». Si scatta in piedi invece di soppesare il pro e il contro.
Peraltro, se Time proclamò Stalin nel 1944 «uomo dell'anno» una qualche ragione ci ha da essere. Se l'antifascismo europeo gli ha tributato negli anni del pericolo nazifascista schiette parole di apprezzamento e di riconoscimento, ci ha da essere una qualche ragione. Ciò che invece da parte di alcuni si desidera cocciutamente è che si assimili l'opera di Stalin a quella unicamente nefasta e distruttiva di Hitler. Del resto non sarà un caso che il nazismo abbia portato il mondo alla guerra e alla catastrofe e l'Urss no. Alla fine si è dissolta, non ha trascinato gli avversari e il mondo nel baratro.
Stalin ebbe come linea di condotta di tenersi fuori dai conflitti: fino alla cecità di non prestare fede agli avvertimenti che gli giungevano da più parti nel giugno '41.
La gestione del potere in Urss: non potrò in poche righe sintetizzare i risultati che negli scorsi decenni hanno fornito tanti studiosi. Dirò soltanto che, essendo questa discussione sorta a margine di un libro sul cammino e le forme della democrazia in Europa (sia all'Est che all'Ovest mi raccomandò Jacques Le Goff), le questioni sono due: a) quali modelli di «potere popolare» (democrazia appunto) siano scaturiti dalla rivoluzione del 1917; b) quale effettiva prassi sia stata invece instaurata in Urss e nei Paesi satelliti. Parlare del primo punto io credo sia legittimo (basti pensare agli studi di diritto costituzionale intorno alle codificazioni in Urss).
Doveroso è al tempo stesso comparare questi testi e quegli sforzi con le dure lezioni della realtà e con la prassi effettiva. Scrivevo nel mio libro sulla democrazia (p. 301 dell'edizione italiana) che «nell'ultimo tempo del governo di Stalin furono poste le premesse per la rovina del sistema». E infatti quella che era stata, fin dalla rottura con Trockij e la messa fuori legge dell'opposizione interna al Pcus, una guerra civile ininterrotta condotta con ferocia e senza esclusione di colpi, dopo la vittoria del 1945 avrebbe dovuto esaurirsi o attenuarsi. Averne perpetuato gli strumenti fu rovinoso. Su questo concetto di guerra civile riferito all'intera vicenda che va dal 1927 alla vigilia della guerra mondiale mi piace ricordare le pagine di Feuchtwanger (Mosca, 1937), lo scrittore ebreo esule poi in Usa e lì morto.
Quanto detto sin qui ha un solo presupposto: che si discorra di storia. Ma per discorrere bisogna conoscere il senso delle parole. Mi diverte un po' osservare quali fraintendimenti abbia suscitato l'espressione da me adoperata «creare un mito intorno alla Polonia spartita». Qualcuno ha pensato che io dicessi che la Polonia non era stata spartita! Invece in italiano quella frase significa che un fatto (indiscutibile) viene «mitizzato», cioè occupa tutta la scena, diventa il fatto per eccellenza. Laddove esso era uno degli aspetti del patto dell'agosto '39. Gli altri aspetti erano: la volontà di distruggere prima o poi l'Urss ben radicata nella mente di Hitler (come ha documentato Kershaw nei suoi bei libri), nonché la poca volontà anglo-francese di addivenire davvero ad un patto antitedesco insieme con Stalin (lo scrive bene Churchill nel suo Da guerra a guerra). Per non parlare dell'ostilità polacca a far passare truppe sovietiche sul proprio territorio in caso di conflitto con la Germania e per non parlare della compartecipazione polacca, l'anno prima, alla spartizione della Cecoslovacchia.
E facciamo un esempio su un altro versante: Bacque ha documentato nel volume Der geplante Tod (La morte pianificata) l'annientamento da parte Usa di centinaia di migliaia di prigionieri tedeschi. Erano tempi «ferrei» avrebbe detto Tibullo. Mettersi in cattedra a dare i voti e le patenti di democrazia, ora per allora, fa un po' sorridere.
Qui l'articolo di Victor Zaslawsky al quale Canfora replica
T he rules of the game are changing, «le regole del gioco stanno cambiando», annuncia solennemente Tony Blair presentando le sue misure antiterrorismo a un paese in cui «per ovvie ragioni il mood è diverso» da quando, anche dopo l'11 settembre, qualunque stretta emergenzialista del diritto incontrava una fiera opposizione in parlamento o nei tribunali. Il mood , il clima psicologico, adesso è di paura; «le circostanze della nostra sicurezza nazionale sono evidentemente cambiate». Tanto cambiate da legittimare, come fa il premier, strappi nello Human Rights Act inglese e deroghe nella Convenzione europea dei diritti umani? Le regole del gioco sono davvero cambiate, se la deroga alle Carte fondamentali diventa la norma nell'era della guerra al terrorismo. Espulsioni rapide e negazione del diritto d'asilo per gli stranieri che predichino, incoraggino, promuovano, condonino o approvino odio e violenza. Probabile messa al bando di gruppi islamisti radicali come Hizb Ut Tahrir. Sottrazione della cittadinanza a chi agisce contro gli interessi della Gran Bretagna, e procedure più restrittive (compreso un esame sulla conoscenza dell'inglese) per ottenerla. Schedatura di siti, librerie, centri e network «estremisti». Modifiche nella procedura penale con estensione della detenzione preventiva per i sospetti terroristi o filoterroristi. Restrizioni nella mobilità e nella comunicazione per gli stessi cittadini britannici sospetti a loro volta di favoreggiamento o continguità. Ce n'è abbastanza, nell'elenco recitato da Blair (che il parlamento dovrà vagliare e completare da qui all'autunno), per incrinare i fondamenti non solo della tolleranza e della società multiculturale, ma della stessa cittadinanza democratica, di alcuni capisaldi della civiltà dei diritti (primi fra tutti la libertà di espressione e la non contemplabilità dei reati d'opinione), di alcuni fondamenti dell'ordine giuridico internazionale che ha retto le sorti del mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale (primo fra tutti l'uguaglianza nella titolarità dei diritti fondamentali senza distinzione di razza, lingua, religione etc.). Sul comune fronte occidentale, l'europea Gran Bretagna si allinea agli Stati uniti di Bush nella perversa strategia che consiste nel difendere le democrazie violandone le basi giuridiche; e poco consola che questo accada paradossalmente in coincidenza con il parziale svuotamento del campo di Guantanamo e con la resa del Pentagono ai doveri di informazione sui caduti in guerra che gli impone il Freedom of Information Act.
Di fronte alla scoperta, dopo il 7 luglio, che il terrorismo non viene dall'altro mondo ma dall'interno delle metropoli occidentali, l'annunciato passaggio dalla Gwot alla Save (ovvero dalla strategia della guerra globale al terrorismo a quella contro il reclutamento violento interno) rischia solo di riprodurre e amplificare all'interno delle democrazie occidentali gli strappi del diritto e la gerarchizzazione dell'umano operati dalla guerra preventiva. Ma anche la palla del pensiero rimbalza all'interno delle democrazie occidentali. Se l'universalismo non regge alla prova della globalizzazione e dei suoi nuovi conflitti; se la cittadinanza non regge alla prova della differenza culturale o religiosa impugnata come un'arma di distruzione totale, qualcosa di cruciale s'è rotto nell'impalcatura che l'occidente ha tentato di dare alla convivenza umana. Contrastare queste tragiche, tragicissime contraddizioni rianimando poteri e barriere della sovranità nazionale con la terapia dello stato d'eccezione non porterà molto lontano.
Giovanni Paolo II muore in pubblico e sigla con l'ostensione della sua agonia un pontificato che della dimensione pubblica ha fatto la sua cifra e la sua forza politica. Non serve a niente esercitarsi in giudizi moralisti e sul numero di telecamere che hanno invaso in queste ore piazza San Pietro, o sull'uso che il Papa ha fatto dei media e che i media hanno fatto del Papa. Non è questione di strumentalità, e non è questione di privacy - quella dell'attore e quella degli spettatori - violata dall'«eccesso» sopra le righe di un Parkinson esibito e di un'agonia in diretta. Wojtyla è stato anche in questo, prima di tutto in questo, interprete del suo e del nostro tempo storico che ha nella visibilità il suo marchio; e se il segno scarno della Croce è parso più e più volte sovrastato dal primato della quantità che ha caratterizzato raduni e giubilei, certo esce rafforzato in questa icona finale della fine, di una morte invincibile e di una sofferenza estenuante, entrambe inseparabili dall'umano ed entrambe costitutive del messaggio del Dio che si è fatto uomo. Certo, la simultaneità della morte naturale del Papa e della morte «artificiale» di Terri Schiavo, entrambe in diretta planetaria, suggeriscono anche un altro giro di pensieri sull'ultimo messaggio che Wojtyla può averci voluto consegnare, ribadendo nella pratica della propria morte un comandamento tante volte enunciato ai vivi: non si può scegliere il momento della fine né la durata della sofferenza, non c'è diritto positivo o giudice terreno che possa avere la meglio sul diritto naturale e sull'imponderabile giustizia divina, non si può staccare la spina ma bisogna fino all'ultimo condividere il dolore altrui che può essere il nostro. Ma nella morte in diretta di Wojtyla c'è molto di più di questo ultimo messaggio: come spesso nella morte, c'è l'impronta di una vita, e come spesso nella morte di un sovrano, c'è l'impronta di un regno.
Sempre in primo piano nel suo pontificato, il corpo di Giovanni Paolo II che si scinde davanti ai nostri occhi nel corpo morente e nel corpo redento è l'emblema incarnato di quel doppio corpo del Re, uno secolare e mortale l'altro sacro e immortale, che tanta parte ha avuto nella teoria e nella storia della sovranità moderna. Direttamente dunque la morte in diretta del vicario di Cristo ci riporta alla vita del Sovrano: dell'unico sovrano che nel mondo post-bipolare e post-politico abbia mantenuto l'aura, mentre attorno a lui quella della politica secolare e di tutti i potenti della terra declinava. C'è nell'ultimo libro di Wojtyla, come in ogni gesto del suo pontificato, questa lucida consapevolezza e volontà di essere un protagonista di un tempo di mutamento epocale, di catastrofe dell'equilibrio precedente, di riscrittura dei confini del pianeta. Non si tratta tanto, o solo, di misurare la parte che il papa polacco ha avuto nella fine del comunismo, quanto di valutare il modo in cui ha interpretato e impersonato la fine della politica novecentesca, i motivi emergenti della biopolitica, le forme di presenza e di azione in una sfera pubblica globalizzata che perdeva le strutture storiche della rappresentanza, degli stati nazionali, del conflitto di classe. Su ciascuna di queste frontiere il pontificato di Wojtyla ha accompagnato il mutamento, sul piano dei contenuti - ambivalenti, e spesso reazionarie - e sul piano altrettanto significativo delle pratiche.
La critica dei due totalitarismi e la distinzione fra il «male assoluto» del nazismo e il «male relativo» del comunismo; la tensione pacifista contro l'emergere della guerra permanente; la critica del liberismo e del consumismo; l'ossessione antiscientifica e antitecnologica contro qualunque rischio di manipolazione della vita naturale e dell'embrione, anche a scopo terapeutico; l'altra ossessione sul controllo del mutamento femminile, del rapporto fra i sessi e della famiglia; l'ostinazione per il recupero delle radici cristiane nel ridisegno dell'identità europea: ciascuno di questi capitoli ci rinvia l'immagine di un pontificato politico estremamente tempista nella scelta stessa dei campi di intervento, e sempre pronto a giocarsi i pensieri lunghi sui tempi brevi e i principi massimi sulle scadenze minime. E altrettanto tempista nella scelta delle forme e delle pratiche con cui dare visibilità all'agire politico. Primo papa della storia a rischiare la vita in un attentato e a essere curato in ospedale, primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica, primo a entrare in una sinagoga e in una chiesa protestante, primo a parlare in pubblico ai musulmani, primo ad assistere a un concerto rock, primo a intervenire di persona a un congresso medico: il primato nell'uso strategico dei massmedia va inserito in questa lunga serie di piccoli ma significativi primati, e collegato al primato più significativo di tutto il pontificato, la sua cifra «populista», nel senso di un rapporto diretto con le masse religiose, anch'essa specchio riflettente delle trasformazioni che la politica ha subito, dall'89 in poi, su scala planetaria.
Ci sarà modo, del resto, di guardare la medaglia anche dal suo rovescio. Non sarà infatti certamente un caso se proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II la freccia del tempo della secolarizzazione si è arrestata, e i confini fra laicità e religiosità, nella politica terrena, si sono sbiaditi fino a saltare. Il tempo dei fondamentalismi, compreso quello cristiano, coincide con il tempo del primo papa venuto dall'Est a regnare su un mondo diventato, fu detto al Giubileo, «una sola terra e un solo mare». Su quest'unica terra e quest'unico mare, sono in troppi a imitare il mandato pontificio, imbracciando la spada di Dio come protesi di una sovranità secolare decaduta.
Il colore viola sul dito degli elettori iracheni diventerà d'ora in poi il simbolo del trionfo della democrazia in Iraq e della sua esportabilità (armata) ovunque nel mondo? Realisticamente credo che dovremmo rispondere di sì, unendoci a gran voce al coro dei cantori della vittoria politica e simbolica dell'amministrazione Bush. Di questo trionfo siamo soddisfatti, ne sentiamo nutrito l'orgoglio di appartenere a quel pezzo di mondo che si chiama Occidente e che alla democrazia ha dato i natali e l'ambizione universalista? Realisticamente credo che dovremmo rispondere di no, separandoci nettamente da quel coro. Come stiano assieme questo sì e questo no, è un paradosso che non è ascrivibile allo «scetticismo» che gli entusiati del voto di domenica rimproverano ai pacifisti e a quanti hanno contestato l'occupazione dell'Iraq, la strategia della guerra preventiva e l'esportazione armata della democrazia. E' ascrivibile invece e purtroppo allo stato in cui versa la democrazia: in Occidente dov'è radicata, prima che in Iraq dov'è stata violentemente impiantata. I cronisti della storica giornata elettorale e chi conosce bene la situazione irachena avranno modo di analizzare minutamente le percentuali promettenti di partecipazione al voto, le fratture politiche, etniche e religiose che tuttavia sottostanno ad esse, i conflitti che inevitabilmente continueranno a imperversare, l'altolà che le urne sembrano aver dato al terrorismo, le piegature che l'occupazione dei «volenterosi» prenderà da qui in avanti. A noialtri resta il compito di interrogarsi sulla forbice che divide la fiducia nel rito elettorale di quegli otto milioni di iracheni, donne e uomini, dalla sfiducia che lo contrassegna nelle democrazie occidentali. E non è sopportabile il paternalismo di alcuni commenti della prima ora, che ci invitano a sciacquare il disincanto apatico e spesso astensionista delle democrazie mature nell'acqua fresca del neonato senso civico iracheno, e accusano di razzismo chi ha osato dubitare che la democrazia possa essere esportata a viva forza laddove non c'è ancora. Come sempre, sono accuse che vanno rovesciate sull'ipocrisia di chi le fa. Non era della ricettività democratica, per così dire, degli iracheni che dubitavamo; era, ed è, della qualità della merce esportata e dei suoi venditori.
Gli iracheni hanno tutte le ragioni per riporre fiducia, speranza ed entusiasmo in un atto che comunque offre a una società sofferente e segnata dalla dittatura e dalla guerra una possibilità di espressione e di scelta. Ma noi avremmo tutte le ragioni, e qualche dovere, per interrogarci sul peso e l'efficacia effettiva di quell'atto in quelle condizioni; e sull'immagine della democrazia in Occidente che, come in uno specchio, l'Iraq di domenica ci rimanda. Fahmi Hweidi, firma autorevole del quotidiano egiziano Al Ahram e di altre testate del mondo arabo, in un articolo pubblicato ieri dal Corriere della Sera ha acutamente evidenziato le contraddizioni insite in democrazie che vengono impiantate su terreni privi di libertà, e in «libere elezioni» che si svolgono in assenza di libere opinioni pubbliche.
Ma non è solo questo il punto. Il punto è che l'Occidente esporta un'idea e una pratica di democrazia ridotta al solo rito elettorale, e a un rito elettorale tutt'altro che trasparente, prima che a Baghdad, in casa nostra: dove fra ogni testa e ogni voto si frappone una montagna di opacità fatta di potentati economici e manipolazione massmediatica, la frequentazione delle urne non contrasta la crisi verticale della rappresentanza e della partecipazione, la libertà di voto non compensa la caduta della libertà politica. E' questa la democrazia che esportiamo con le armi, e che ha bisogno delle armi per essere esportata; è questa la democrazia che trionfa, e del cui trionfo c'è poco da gioire. E' di noi che parla l'Iraq.
Pubblichiamo una sintesi della "conferenza inaugurale" tenuta nei giorni scorsi all´Ecole doctorale de droit comparé dell´università Paris Panthéon-Sorbonne, con il titolo "Diritti fondamentali, globalizzazione, tecnologie".
Verso la fine del 1847, quattro mesi prima della pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, Alexis de Tocqueville annotava nei suoi Souvenirs: «presto la lotta politica si svolgerà tra chi possiede e chi non possiede: il grande campo di battaglia sarà la proprietà». Quel conflitto è continuato, ininterrotto, e continua ancora, anche se al centro dell´attenzione non è più la terra, ma piuttosto il vivente e l´immateriale.
Il campo di battaglia si è allargato. E´ diventato il mondo intero, e abbraccia molti altri diritti. Viviamo in un mondo che si proietta «oltre lo Stato», dove ritroviamo un «diritto sconfinato». Sopravviveranno i diritti fondamentali della persona in questo nuovo contesto? Proprio la dimensione mondiale, non accompagnata da istituzioni adeguate, li minaccia. L´irresistibile marcia della tecnica sembra svuotarli della loro funzione di garanzia della libertà e dell´autonomia individuale. La transizione verso il post-umano rischia d´indebolirli nella loro stessa natura, nel loro essere diritti dell´uomo, «human rights».
Movimenti contraddittori. La globalizzazione allarga anche la scena sulla quale condurre «la lotta per il diritto». L´innovazione scientifica e tecnologica ha portato ad un allungamento del catalogo dei diritti. L´evoluzione, che si coglie in documenti internazionali e leggi nazionali, induce giustamente a parlare di una «costituzionalizzazione della persona». E l´attenzione sempre più intensa per i diritti fondamentali modifica i termini della discussione, fa affiorare nuove questioni e nuovi soggetti.
Di questo tema non ci si può liberare con una mossa ideologica o guardando ad una realtà in continuo mutamento con schemi giuridici invecchiati. Non si può ridurre la presenza dei diritti fondamentali sulla scena del mondo ad un tentativo di colonizzazione culturale e politica di chi vive fuori del cerchio stretto dell´Occidente. Non si può ritenere irrilevante la previsione di vecchi e nuovi diritti in documenti come la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea solo perché non hanno ancora un formale valore giuridico formalmente vincolante.
Lo stesso modo di affrontare criticamente i problemi della globalizzazione si è, almeno in parte, modificato. Al rifiuto radicale («no global») si va sostituendo una strategia più articolata: non una globalizzazione attraverso i mercati, ma appunto attraverso i diritti. Un segnale chiaro in questa direzione era venuto dalle parole con le quali l´Unione europea aveva motivato la necessità di una carta dei diritti, sottolineando che questi rappresentano una «condizione indispensabile per la sua legittimazione». Conosciamo le difficoltà che la costruzione europea continua ad incontrare. Ma quelle parole vogliono dire proprio che essa non può proseguire se continua a legarsi soltanto alla logica di mercato. Senza una vera fondazione nei diritti, l´Europa non continuerà soltanto a soffrire d´un deficit di democrazia, ma addirittura di legittimità. Un problema, questo, che si avverte ormai nel vero spazio planetario unificato dalla tecnologia, Internet, per il quale si è appena chiesta proprio una carta dei diritti.
La tutela globale della persona, dunque, non può fermarsi agli spazi nazionali, ai soli spazi materiali, e neppure al modo abituale di segnare i confini del suo corpo. Anche questo appare sconfinato, con le informazioni che ci riguardano disperse in mille banche dati nei luoghi più diversi del mondo. Di nuovo la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea può servirci da guida, riformulando le regole sull´integrità fisica e mentale in forme adeguate alle innovazioni scientifiche e tecnologiche e affiancando ad esse un diritto autonomo, quello alla protezione dei dati personali, che dà evidenza e tutela al «corpo elettronico». Siamo di fronte ad una nuova idea integrale della persona, che ne comprende le tre dimensioni - fisica, psichica, virtuale. Nel mondo mutato, il «doppio corpo» non è più quello rivelato per il re medievale da Ernst Kantorowicz, ma diviene attributo e problema d´ogni persona.
Nuovi spazi, diritti, oggetti. Ma pure soggetti nuovi. Negli spazi giuridici compaiono le generazioni future, portatrici di diritti legati alla biosfera, alle risorse materiali, all´ambiente. E accanto a loro, sulla scena del mondo si materializza l´umanità. Questa è indicata come titolare di nuovi patrimoni comuni, la spazio extra-atmosferico e il fondo degli oceani, l´Antartide e il genoma umano, i siti indicati dall´Unesco; dà il nome al diritto d´«ingerenza umanitaria» e ai «crimini contro l´umanità». Ma immediatamente pone un problema: chi può parlare e agire in nome dell´umanità o delle generazioni future?
Il rischio di derive autoritarie è evidente, testimoniato dall´uso del diritto di ingerenza umanitaria come nuovo fondamento delle guerre d´aggressione. Un´ombra difficile da dissipare, ma che non può cancellare il fatto che il riferimento all´umanità significa anche limite alla sovranità degli Stati, che non possono impadronirsi di una porzione della luna o dell´Antartide, e ostacolo alla rapacità degli interessi economici che vogliono distruggere un ambiente o brevettare il vivente in qualsiasi sua forma. Si trasforma in impegno di solidarietà dei paesi più ricchi. Si affida a corti internazionali competenti per crimini contro l´umanità. Significa allargamento del principio di precauzione, e creazione di nuovi beni comuni e di nuove possibilità di accedervi. Dietro l´astrattezza della nozione di umanità scopriamo così diritti, obblighi e responsabilità di soggetti concreti.
La questione dei beni comuni è essenziale. Il senso della battaglia, di cui parlava Tocqueville, è profondamente cambiato. Non riguarda soltanto un conflitto intorno a risorse scarse, oggi l´acqua più ancora che la terra. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l´effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di «chiusura» simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili.
Dobbiamo ripetere che la tecnologia apre le porte e il capitale le chiude? Certo è che intorno al destino di nuovi e vecchi beni comuni si gioca una partita decisiva per l´eguaglianza. Protagonisti di questa vicenda non sono singoli o gruppi. E´ un´entità anch´essa nuova che, mimando la formula «economia mondo» di Immanuel Wallerstein, è stata definita «popolo mondo». Un popolo mobile, che si aggira nel mondo globale sempre più alla ricerca dei luoghi che più offrono opportunità, in un incessante «turismo dei diritti», che dalle sue forme più antiche, l´emigrazione e la ricerca d´asilo politico, si trasforma in turismo procreativo o in richieste d´asilo da parte di donne che, se rimandate nel paese d´origine, rischierebbero mutilazioni sessuali.
Sono dunque persone in carne ed ossa che, anche a prezzo di discriminazioni e persecuzioni, si fanno banditori nel mondo di diritti percepiti come parte dell´umanità di ciascuno. Nasce così una carta dei diritti spontanea e diffusa, specchio di esigenze reali, frutto di un ininterrotto dialogo tra culture, e non imposizione dall´alto. Anche con qualche paradosso. Il turismo dei diritti è reso possibile dal fatto che diversi Stati regolano in maniera diversa le stesse situazioni, rendendo possibile l´accesso alle tecnologie della riproduzione o la ricerca sulle cellule staminali che altri proibiscono. La sovranità nazionale come strumento della globalizzazione dei diritti?
Ma vi è chi percorre il mondo per trovare le maglie deboli della rete di protezione dei diritti. Gli antichi «paradisi» fiscali sono accompagnati da quelli che vanificano la protezione di dati personali. Imprese vanno alla ricerca dei luoghi dov´è facile lo sfruttamento dei lavoratori, nulla la tutela dei minori, agevole la sperimentazione dei farmaci sull´uomo. Astuti agenti di viaggio organizzano l´orribile «turismo sessuale». La prospettiva è completamente rovesciata. La pura logica di mercato aggredisce la persona nei luoghi dove maggiore è la sua debolezza. Si parla di paradisi, si trova l´inferno.
Torna il bisogno di punti fermi di riferimento solidi, di una rinnovata attenzione per dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, nel tempo della tecnica e del mondo globale. Tutto questo evoca un altro soggetto, i giudici e le corti che, in assenza di un governo mondiale, si presentano come quelli che già possono offrire tutele anche in situazioni difficili, ricercando ogni strumento disponibile. Lo stanno facendo quei magistrati che danno più forte tutela ai diritti sociali ricorrendo alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Di fronte alle debolezze della politica, saranno i giudici a promuovere l´Europa dei diritti?
Da mesi assistiamo ad uno scontro davvero duro sul decreto legislativo 152/06 conosciuto come "codice ambientale" che vede protagonista Confindustria contro il Ministro dell'ambiente, impegnato nel tentativo di far rispettare quel punto del programma dell'Unione che prevede la riscrittura delle norme contro l'ambiente varate dall'ex ministro Matteoli.
Viene però difesa la parte più arretrata del sistema produttivo, quella non vuole rispettare le direttive comunitarie in materia di rifiuti, che pensa alle rendite immobiliari su terreni scarsamente bonificati, che vuole valutazioni di impatto ambientale su progetti appena abbozzati, che chiede che vengano cancellati i controlli: ciò che è più negativo è che essa trova ascolto in alcuni settori di peso del Governo. Inizialmente, rispettando il programma di coalizione, è stato presentato in Consiglio dei Ministri uno schema di decreto legislativo correttivo che prevedeva la sospensione di tutto il codice ambientale di Matteoli e il ripristino della normativa precedente, quella ben conosciuta ed utilizzata sia dal mondo produttivo sia dalle amministrazioni e dalle aziende di servizi.
Ciò avrebbe permesso di poter correggere le norme varate dal Governo Berlusconi senza che esse potessero produrre i danni che si stanno verificando nei molti ambiti nei quali essa è già in applicazione.
La vera e propria aggressione di Confindustria contro questa proposta ed il consenso da essa trovata in Bersani e nella Bonino all'interno del Consiglio dei Ministri hanno provocato una modifica del testo inizialmente proposto, che si è limitato a far rivivere le autorità di bacino cancellate da Matteoli con gravi conseguenze per i nostri bacini fluviali sottoposti ad ogni tipo di rischio.
Le commissioni parlamentari e la conferenza unificata nell'esprimere il parere sullo schema di decreto hanno chiesto però al Governo di uscire dalle procedure di infrazione della commissione europea e di eliminare dal testo del codice ambientale le disposizioni che avrebbero sicuramente comportato condanne da parte della Corte di Giustizia UE sulla definizione di rifiuto, sui rottami ferrosi e non ferrosi, sui depositi temporanei, sulla definizione degli scarichi, sul combustibile derivato dai rifiuti, sui cosiddetti sottoprodotti. Inoltre i pareri chiedevano di sopprimere l'autorità di vigilanza sui rifiuti e le risorse idriche, di restituire alcune competenze alle province, di rivedere la normativa sulle politiche delle bonifiche e numerose altre norme di dettaglio.
E' stato pertanto predisposto il nuovo schema di decreto legislativo che rispecchia fedelmente i pareri, ma contro di esso ancora più forte si è scatenata la bagarre con accuse di tutti i tipi: non ascolteremmo nessuno, saremmo nemici dell'industria, in poche parole estremisti nemici del progresso. E' vero tutto il contrario, le consultazioni sono costanti, gli incontri ripetuti, tutti vengono ascoltati ma la novità vera è che non scriviamo, come i nostri predecessori, le norme sotto dettatura. Vogliamo che il nostro paese esca dall'arretratezza in campo ambientale nel quale alcuni vorrebbero rimanesse e vogliamo favorire l'innovazione e non i sistemi arretrati, la salute e non gli inquinatori, gli investimenti e non le rendite.
La cosa che deve maggiormente preoccupare, soprattutto in tema di rifiuti, è il fatto che nonostante che la malavita organizzata la faccia da padrona nello smaltimento criminale dei rifiuti, come dimostra anche la cronaca di questi giorni, si insista nel continuare a richiedere sistemi di favore e riduzione delle regole e controlli.
Avremmo preferito la sfida, che ci venissero proposti sistemi innovativi, ricorso a nuove tecnologie, che ci venisse richiesto di trovare metodi più efficaci per contrastare coloro che alterano il mercato attraverso l'illegalità, ma ciò non è avvenuto.
L'influenza di coloro che stanno cercando di ostacolare il nostro lavoro cercherà di coinvolgere le commissioni parlamentari ed alcune forze politiche, ma ciò non potrà ottenere i risultati che costoro si aspettano, se ci sarà la consapevolezza che non dobbiamo rispettare le normative comunitarie e che gli spazi di manovra sono davvero limitati. Il percorso di riscrittura del codice ambientale è appena agli inizi, le prossime tappe riguarderanno la Valutazione di Impatto Ambientale e la Valutazione Ambientale Strategica e la normativa sull'aria, per poi completare subito dopo le altre parti riguardanti le acque, le bonifiche ed il danno ambientale: siamo consapevoli della necessità di ricercare il maggior consenso possibile da parte dei cittadini, perché una rigorosa normativa ambientale è in loro favore e che solo con il loro sostegno riusciremo a contrastare i nemici della salute e dell'ambiente.
Sauro Turroni è presidente della commissione per la riscrittura del Codice Ambientale.
Prodi in parlamento, dunque. E´ una cosa assai normale, in un regime parlamentare normale, che il presidente del consiglio venga normalmente in parlamento quando il parlamento lo richieda. C´è l´art. 64 della Costituzione che prescrive questo "obbligo" per tutti "i membri del governo". Ed è venuta poi una norma del regolamento della Camera dei deputati che traduce in maniera precisa e vincolante quella prescrizione per il presidente del consiglio (e c´è anche uno specifico richiamo nell´art. 151 bis del Senato).
Perché sono state introdotte quelle norme, mirate sul "primo ministro"? Perché già prima della grande cesura maggioritaria del 1994, la "governabilità dei governi di coalizione" aveva imposto la necessità di assegnare un certo primato istituzionale – fatto di diritti e di doveri – al presidente del consiglio. La legge n. 400 del 1988 sulla presidenza del consiglio ne era stata una prima, chiara espressione di indirizzo.Un indirizzo che naturalmente trova la sua piena conferma ora che, da 12 anni, con la svolta maggioritaria e la contrapposizione elettorale bipolare – due coalizioni capeggiate da candidati alternativi alla premiership – il governo tende fatalmente a personificarsi nella figura del presidente "eletto".
Questa tendenza ha avuto la sua estremizzazione – e la sua netta sconfitta al referendum – con il tentativo del centro-destra di "assorbire" le Camere nel corpo mistico del premier. E di mutare nella sostanza il regime parlamentare, con la teorica giustificazione di voler evitare i "ribaltoni". Ma al di là di questa deviazione senza uscita, non vi è ormai alcun dubbio sulla preminenza istituzionale e politica del presidente del consiglio sul governo tutt´intero. E siccome il diritto costituzionale è fatto di bilanciamenti, non vi è alcun dubbio neppure che a questo surplus di potere istituzionale nel governo debba corrispondere un surplus di doveri istituzionali nei confronti delle Camere. Quando il parlamento dichiara che, per una certa questione, la "competenza delle competenze" spetta al presidente del consiglio, è con la sua faccia che deve quindi andare a rapporto.
Tutto chiaro, tutto pacifico? No. In realtà la decisione dell´attuale presidente del consiglio di andare in parlamento, bongré malgré, è una positiva originalità rispetto alla prassi dell´ultima legislatura. Per capirlo in fretta, basta rileggere il resoconto parlamentare del 24 marzo 2004 e far parlare il presidente della Camera di allora, Casini: «La questione riguarda l´esistenza di una norma del regolamento che prevede la presenza del presidente del consiglio allo svolgimento del question time un determinato numero di volte al mese. Il presidente del consiglio non è mai venuto. Onorevoli colleghi, non dispongo di strumenti coercitivi nei confronti del governo; a me compete richiamare il governo all´osservanza del regolamento e l´ho fatto. Una volta richiamato il governo all´osservanza del regolamento, ciò che resta sul campo è giudizio politico. Non ho altri strumenti».
Ora si cambia, dunque. Ma è sufficiente questo ritorno alla "normalità" per assicurare una legislatura viva e vitale? No, un parlamento che voglia davvero cambiare pagina su tutto, ha bisogno di verificare se stesso su tutto: nelle sue ragioni di indirizzo politico, di legislazione, di controllo sul potere. E per far questo, deve mettersi in gioco nei suoi metodi di lavoro, nei suoi rapporti con il corpo politico elettorale, nelle sue relazioni con gli altri livelli di rappresentanza politica (consigli comunali, consigli regionali, parlamento europeo).
Oggi ci sono due presidenti delle Camere che hanno fatto i sindacalisti. Ai loro bei dì, parlavano di un «nuovo modo di fare le automobili». Il sindacato "vedeva" il post-fordismo prima che lo vedessero i partiti e i politologi. Forse sono le persone giuste per capire che è sbagliato continuare a lavorare "come prima". Che il percorso va cambiato. Certo, i parlamenti vivono soprattutto di tradizioni e di consuetudini. Ma queste sono state sempre tradotte in procedure volte a mantenerne vitale lo spirito: e perciò aperte, come passerelle, ai tempi nuovi. Ora chi ha occhi per "vedere", come i sindacalisti della grande mutazione di fabbrica, capisce che, continuando a vivere "come prima", il parlamento stia in realtà morendo.
Muore il parlamento oggi, che un tempo spropositato è riservato al "premi-bottoni" nell´Assemblea. Mentre sono ridotti in maniera ridicola i tempi di lavoro destinati alle commissioni parlamentari competenti per materia. Cioè ai luoghi dove invece veramente si possono condurre confronti e approfondimenti su leggi e su ispezioni da fare. Possibile che non si riesca ancora a stabilire una riserva obbligatoria di almeno due mattinate alla settimana per il lavoro in commissione? Possibile che ogni studio, ogni confronto, ogni trattativa sulle leggi e sugli indirizzi politici debbano essere affidati a miracoli di acrobazia che, in spazi da strapuntino e in tempi precari, tra una seduta da "premi-bottoni" e l´altra, devono fare – e spesso riescono a fare – gli addetti ai lavori?
Muore il parlamento, oggi che una rilevante quantità di denaro pubblico viene sprecata in doppioni di una Camera sull´altra. A ben vedere lo scandalo del bicameralismo perfetto non è nella duplice procedura (che spesso, nelle condizioni di improvvisazione appena viste, consente di correggere inevitabili errori). Lo scandalo è nel fatto che una vastissima area di servizi di studi e di documentazione vede inutili duplicazioni di strumenti, ricerche e personale tra una Camera e l´altra. Eppure sembrerebbe facile riunire in una zona consorziale intercamerale almeno cinque strutture di documentazione: i due servizi bilancio, i due servizi internazionali e comunitari, i due servizi studi, le due biblioteche con gli annessi archivi storici. L´autonomia di ciascuna Camera (sopratutto quando sarà realizzata la futura "Camera delle Regioni") deve essere assoluta nelle fasi di decisione. Ma, come avviene già nei grandi parlamenti, è impensabile che l´autonomia debba riguardare l´oggettività della documentazione, garantita nella sua qualità e completezza da una tecnocrazia di eccellenza e di elevata indipendenza, come quella parlamentare. Le uniche resistenze possono essere solo di grigio tipo burocratico. Non tali, dunque, da spaventare due vetero-sindacalisti. Che possono, per curioso contrappasso, realizzare loro il sogno di tutti gli imprenditori con cui si sono confrontati: ottenere migliori servizi e risultati con grandi risparmi di risorse...
Muore il parlamento, quando si autoconfina nella mitologia della sua "centralità" e della sua "sovranità". Sono, queste, parole giuste solo se trovano un significato nuovo. "Centralità" significa oggi essere il perno di una rete di assemblee elettive. La rappresentanza politica non è più pensabile parcellizzata. Occorre un lavoro paziente e consapevole di raccordo per ricostruirne la pienezza. Dal parlamento di Bruxelles al più piccolo consiglio comunale, la vita di tutti e di ognuno è oggi più interconnessa di quella delle istituzioni. E queste allora devono inseguire, senza separazioni, senza veti giuridici, la vita densa e molteplice. Essere "centrali" significa la capacità di creare procedure di accoglienza per lavorare con gli "altri" e procedure di incontri per andare dagli "altri": la nuova democrazia di partecipazione. "Sovranità" poi, in questo costituzionalismo del nostro tempo, a molti livelli, può significare solo che non si è estranei alla sfera dove le decisioni massime diventano co-decisioni. E che si è in grado di cogliere le interdipendenze di ogni decisione con l´altra: non più in una scala gerarchica ma in un sistema di convivenze istituzionali.
Tante cose da fare dunque, per un parlamento che non voglia galleggiare (e morire) su se stesso. E dove un presidente del consiglio che si sottopone, infine, a dibattito spinoso (dopo una stagione pluriennale a bassa intensità parlamentare) può addirittura apparire originale. E magari dare un segnale di inversione di quella letale tendenza. Insomma cominciare a fare respirare il parlamento come un "nuovo modo" per far funzionare la Repubblica.
Per quanto sia stato breve, il Novecento è finito troppo in fretta. Lasciandoci in eredità un materiale storico incandescente che è diventato serbatoio d'immaginazione, più che base d'elaborazione. Sì che l'ennesimo paradosso d'inizio millennio è che tutti ci riempiamo la bocca delle inedite novità del mondo globale per poi attivare, quando si tratterebbe d'interpretarle, un immaginario politico bloccato al secolo scorso. L'ultima è quella dell'islamo-fascismo, ennesima categoria-spot tirata fuori dal fertile cappello di Bush II e dei suoi intellettuali di riferimento. Non entro nel merito della polemica, gli argomenti pro e contro essendo stati già ampiamente sviscerati nei giorni scorsi, dall'insostenibile leggerezza delle analogie di Paul Berman (fascismo e fondamentalismo islamico accomunati dalla mitologia di un passato grandioso e dal culto della morte) alle fondate distinzioni di Gilles Kepel (il fascismo è stato un Movimento di massa europeo, il terrorismo islamico è il contrario di un movimento di massa), alla circostanziata ricostruzione di Sergio Romano («Bush sembra dimenticare che nella lunga guerra fra l'Iraq di Saddam Hussein e l'Iran di Khomeini gli Usa furono dalla parte dei fascisti contro gli islamismi»), alle confutazioni di Parlato sul manifesto e di Sansonetti su Liberazione. Osservo solo en passant che è sempre dalla parte degli intellettuali della sinistra liberal-moderata alla Berman, dopo il Novecento alla perenne ricerca dell'identità perduta, che arrivano le onde confusionali più alte (si veda, oltre al pluricitato «Terrore e liberalismo », l'altro suo libro sul ’68 e i suoi esiti ideologici e politici). Meglio un (ex) neoconservatore come Fukuyama, che in America al bivio riconsidera autocriticamente, visti gli alibi che hanno fornito e i guai che hanno procurato, le sue tesi del dopo-89 sulla «fine della storia», consiglia l'amministrazione Bush di farla finita con la guerra preventiva e la democrazia imposta a suon di bombe, prende le distanze dai neocons ricostruendone la storia proprio a partire dalle loro interpretazioni degli snodi cruciali del secondo ’900, dalla guerra fredda al Vietnam, alla caduta del Muro di Berlino.
E qui torniamo all'immaginario politico (americano) inchiodato al ’900 e compulsato come Google: primo tentativo, identificazione dell'Islam come Grande Nemico sostitutivo del Comunismo sconfitto nel 1989; secondo tentativo, identificazione dell'Islam come Grande Nemico sostitutivo del Fascismo sconfitto nel 1945. Anche negli spot politici la dimensione orizzontale, veloce e atemporale della rete vince su quella (novecentesca) della paziente storicizzazione e contestualizzazione degli eventi. Come meravigliarsi del resto di queste leggerezze transoceaniche?
Una apre il Corriere della Sera e ci trova gli anatemi di Panebianco contro lo stato di diritto e quelli che ci credono, rei di nutrire qualche dubbio sull'opportunità di usare la tortura nella guerra al terrorismo e più in generale di prescindere, corrotti dalla fortuna di essersi formati nella lunga pace post-'45, dal «compromesso fra stato di diritto e sicurezza nazionale» su cui le democrazie si baserebbero. In verità a noi corrotti pareva di sapere che lo stato di diritto post-'45 si basa sul presupposto della pace (anzi: sul tabù della guerra) e che se crolla quel presupposto crolla fatalmente e disgraziatamente anche lo stato di diritto nonché la democrazia (come puntualmente sta accadendo); forse avevamo capito male.
Non sapremmo invece come definire e punire, né in base agli standard ideologici di Berman né in base a quelli giuridici di Panebianco, l'assassinio di Hina Saleem, la ragazza pakistana sgozzata e sepolta sotto i pomodori dagli uomini musulmani della sua famiglia gelosi del suo fidanzato italiano e «infedele ». Non scomoderemo il fascismo e non invocheremo la tortura: storia di ordinaria brutalità patriarcale (il cui orrore specifico non faccia dimenticare la recente sequenza di donne italiane morte ammazzate da uomini italiani nella provincia italiana). Però una cosa ci viene da dire, questa: sotto i fuochi d'artificio dei grandi spot politici d'inizio 2000 che hanno preso il posto delle grandi narrazioni del ’900, la gente comune, donne e uomini, di religioni, etnie e latitudini diverse si integra e si disintegra così sotto i nostri occhi nella porta accanto. Prima distogliamo l'ascolto dai grandi spot e lo dirottiamo sulle narrazioni della vita quotidiana, meglio sarà per i destini del mondo globale e per la comprensione delle linee di conflitto, micro emacro, che lo attraversano e lo tormentano.
Faccio parte di quella categoria di persone che non si appassionano al calcio. Alcuni miei amici considerano questa mancanza d’interesse un difetto, soprattutto per un romanziere che ha il ruolo di osservare la società e scrutare negli animi. Domenica sera ho scrutato corpo e anima di un giocatore: Zidane. Ho capito subito di trovarmi davanti a un artista, un uomo fuori dal comune, un genio che scrive con i piedi, che danza con il cuore, che canta e incanta milioni di persone. Mi è capitato di guardare qualche partita di questi mondiali.
Ho imparato come il calcio sia l’unico nazionalismo accettabile per tutti, uno sciovinismo al limite del razzismo. Ho visto come i ragazzini si identifichino in questo o in quel giocatore. È facile, non richiede sforzi, si segue con gli occhi un pallone e quando si avvicina alla zona pericolosa si urla.
Domenica sera non tifavo né per la Francia né per l’Italia, ritenendo che nel gioco le due squadre si equivalessero. Errore! Ho guardato la partita in un bar del Marocco dove tutti tifavano non tanto per la Francia quanto per Zidane. Non potevo far eccezione e soprattutto spiegare alla gente che l’importante è il gioco e «che vinca il migliore». No: tutti gli occhi erano puntati su Zidane e nient’altro che Zidane.
Bisognava tener conto della situazione e, come mi ha fatto notare un vicino, «che cosa significa che nella nazionale francese 9 su 11 sono nordafricani?» Perché 9? Ho contato che c’erano 7 giocatori di pelle nera, Zidane è nato a Marsiglia da una famiglia cabila.. ma il nono chi è? Il mio vicino urla: «Ma il musulmano Ribery! È francese ma si è convertito all’islam sposando una maghrebina». Presto si dirà che è l’islam a farli vincere.
E poi c’è stato il dramma, l’incomprensibile dramma in cui Zidane ha deliberatamente dato una testata a Marco Materazzi, dopo che questi l’ha insultato. Stando al Guardian di ieri, Materazzi gli avrebbe dato del "terrorista". Che importanza ha cosa gli ha detto? In pochi secondi Zidane è precipitato dalla vetta. Dev’essere stato ferito profondamente dalle parole di Materazzi per aver reagito a quel modo. Dopo il cartellino rosso, il silenzio e la costernazione hanno raggelato il bar. Zidane non giocava più, la partita non meritava più. Un uomo con le lacrime agli occhi si alza e ci parla di un filmato che mostra come i giocatori italiani si allenino a sferrare colpi agli avversarsi senza farsi beccare dall’arbitro. Un ragazzo piange e dice che gli italiani hanno fatto cadere in trappola Zidane.
E io? Ammetto che ero arrabbiato. Non vedere più Zidane, il suo sorriso discreto, la sua andatura danzante e la sua simpatia comunicativa mi mancava. Pur ammettendo che entrambe le squadre hanno giocato molto bene, ho seguito la fine della partita con occhio distratto, perché la vittoria non sarebbe più venuta dal gioco ma dal caso, dalla fortuna, da un lancio di dadi.
Ho capito quanto i popoli arabi abbiano bisogno di un leader che non faccia politica. Hanno bisogno di qualcuno in cui identificarsi e che dia loro motivo di fierezza. Ma come mi ha detto mio nipote, maniaco del calcio, «Zidane ha reagito come un subnormale e si è rovinato l’immagine». Sì, è un eroe stanco, ferito dall’insulto.
Un giornale giamaicano, il Gleaner, faceva osservare che «Zidane ha contribuito a unificare l’umanità più di qualsiasi trattato politico, come Diego Maratona, per drogato, imbecille e incontrollabile che fosse, ha riunito intorno a sé più gente di Platone, Kant, Einstein, Gandhi e Mandela!».
Adesso non ho voglia di giocare. Scrittori come Gadda, Mallarmé, Faulkner o Joyce non hanno mai raccolto intorno alle loro opere più di una manciata di lettori, eppure hanno trasmesso all’umanità uno spirito e un immaginario che apparterranno alla storia per secoli. Siamo seri: il calcio è un gioco, un gioco che piace a oltre due miliardi di persone, d’accordo, ma anche un’incredibile macchina per fare soldi, e questo è ben lungi dall’essere innocente o veramente umano. Il calcio è diventato un’industria che macina miliardi di euro. È questo che sta guastando il gioco e lo sta trasformando in un affare con troppi interessi in ballo. Quanto a Zidane, la sua carriera non si riassume in quell’incidente. Dicendogli addio, speriamo di vederlo tornare anche solo per dire ai giovani di non cedere alla violenza. In questo, la sua parola vale mille volte quella di qualsiasi uomo politico.
(traduzione di Elda Volterrani)
Il ritiro italiano dall'Iraq era stato promesso da Prodi ed era la logica conseguenza del giudizio dato sulla guerra di Bush: una guerra sbagliata. Che il ritiro fosse condizionato a tempi tecnici - manifestamente non solo l'allestimento dei camion o degli aerei - era per non somigliare a Zapatero; piccola viltà ma pazienza. Senonché il tempo passa e i «tempi tecnici» si prolungano, col governo iracheno, con gli umori della coalizione e con quelli di Bush. Non irritare Bush, invocano Prodi e D'Alema. Andarsene ma piano e in punta di piedi. Per ora la brigata Sassari è stata sostituita dalla Garibaldi a ranghi ridotti. Il resto si vedrà dopo, in agosto o a ottobre o entro la fine dell'anno. Ma anche Berlusconi prevedeva di andarsene entro l'anno. E, un giorno sì e un altro no, un ritiro lo ventila lo stesso Bush. L'ideale del nostro governo sembra, diciamo la verità, poter andarsene con la sua benedizione, invece che con l'iraconda battuta di Donald Rumsfeld: «E se ne vadano, non cambia niente». Infatti, non siamo mai stati decisivi militarmente, ma qualcuno dei nostri militari ci ha lasciato la vita. E decisivi eravamo per coprire l'unilateralismo degli Usa. Questo è stato grave, e a questo ci si aspetta che il nuovo governo metta fine in modo netto.
Invece non avviene. Anzi ci si appresta a rafforzare la nostra presenza in Afghanistan, con la scusa che quella operazione - che pareva liquidata in quattro e quattr'otto - era avallata anche dall'Onu. Ma sono passati cinque anni dall'arrivo a Kabul e tre da quello a Baghdad, e non vogliamo verificarne i risultati?
In Afghanistan non si è trovato Osama Bin Laden. I suoi santuari sono altrove, probabilmente in Pakistan, alleato così caro agli Stati uniti che gli permettono persino l'atomica. A Kabul è insediato Karzai, dubbia e cedevole figura, per cui sono rispuntati i signori della guerra e sotto la corruzione imperante rifioriscono i talebani, che al sud del paese si muovono come a casa loro. Gli scontri sono sempre più accesi. In Iraq non si sono trovate le armi di sterminio. Nessuna pacificazione è in atto. Il governo non è in grado di controllare nulla, tanto meno le guerriglie fondamentaliste, dovute anche alla scelta della coalizione tutta in favore di Al Sistani. Come in Afghanistan, gli Usa avevano alimentato i talebani per liberarsi dell'Urss, e in Iraq foraggiato la guerra di Saddam Hussein contro l'Iran, per liberarsi di Saddam hanno appoggiato gli sciiti - anzi, una parte di essi. Difficile immaginare scelte di più breve respiro. Risultato, in Iraq sciiti e sunniti, ma anche gli sciiti fra di loro, si fanno a pezzi. In comune hanno solo l'odio per la coalizione che li ha invasi. Muoiono più marines oggi che in tempi di guerra dichiarata, e quanto ai morti iracheni, nessuno li ha mai contati.
Non basta. La razzìa a Bagdad avrebbe dovuto portare a un appeasement fra Israele e Palestina, che è più che mai in alto mare - anche il popolo palestinese, fino a quaranta anni fa il più laico e moderno della regione, sotto l'occupazione ha prodotto i suoi kamikaze e ha finito con il votare per Hamas, sola organizzazione che lo abbia aiutato quando le rappresaglie israeliane hanno demolito ogni infrastruttura dell'Anp. Ma Washington non impara mai nulla. Si azzarda ad aprire il capitolo Iran, che è nazione tutta diversa, mentre sotto i nostri occhi diventa una repubblica islamica la Somalia, altro territorio di interventi a vanvera lasciandovi poi solo desolazione e odio.
Il mondo se ne rende conto. Mai è stato così basso il prestigio degli Stati uniti, ha constatato il sondaggio dell'americana Pez. Mai è stata così bassa la popolarità di Bush. Un dubbio comincia a traversare quell'immenso paese, pronto a perdonargli le morti altrui ma non quelle dei propri figli, che anch'essi tornano nelle bare con la bandiera a stelle e strisce sopra.
E le istituzioni e l'intellettualità si preoccupano ormai della guerra infinita e delle sue molte derive - dai danni collaterali alle crudeltà di truppe spaventate ed esasperate, da Abu Graib a Guantanamo, dal Patriot Act al rinserrarsi del controllo poliziesco sulla loro propria società.
Il nostro nuovo governo non se ne rende conto? Non trova opportuno valutare la nostra politica estera in un quadro che non è più quello del 2001 né del 2003, nel quale si sono moltiplicati i disastri, l'Europa si è distinta per inerzia e ora è in panne, e nessun pericolo appare sventato? Il nostro primo problema non è: non irritare Bush, è: a quale America, a quali Stati uniti parliamo? Ragionevolezza vuole che non si cerchino scontri acuti. Ma ammonisce anche che l'alternativa non è fra l'ubbidienza e lo scontro - i «no» di Zapatero non hanno portato a uno sbarco dei marines a Malaga, né quelli di Chirac all'attacco di Brest. Un poco freddi, i rapporti diplomatici continuano. Un conto è dover incontrare Condolezza Rice, un conto è quel che le si va a dire, altro è tessere un dialogo per domani, delineandone i temi fin da oggi.
Non pare che sia, finora, la scelta né di Prodi né di D'Alema. Ma neanche la sinistra del centrosinistra vi sembra molto interessata: la discussione si limita al ritiro dall'Iraq, affrontando di passaggio il rinnovo della missione in Afghanistan - con relative ripicche fra Rifondazione e Comunisti italiani. E lo stucchevole ricatto: si può o non si può far cadere il governo per Kabul?
Come Washington ha dovuto prendere atto che l'Europa non è tutta vassalla, che nessuna alleanza giustifica l'unilateralismo, che è meglio non tirare la corda, lo stesso avverrebbe nel centrosinistra se il Premier e il Ministro degli esteri -che fino a prova contraria non sono né Bush né Rumsfeld - fossero indotti dalle Camere ad andare fino in fondo nel merito alle Camere. Che io sappia, il nuovo parlamento un bilancio ragionato dal 2001 ad oggi non l'ha fatto.
Eppure si dice che dall'11 settembre nulla è come prima. No, nulla è come prima. Ma neanche come si poteva pensare un mese dopo. È da un pezzo che sulla politica degli Usa e di Blair è arrivato il momento di verità. E d'obbligo guardarlo in faccia.
Etichettare avvocati, medici, tassisti, ricercatori e altre categorie scese in piazza per protestare contro le liberalizzazioni e la Finanziaria come altrettante corporazioni, e le loro azioni come corporativismo, viene naturale. Ci si deve tuttavia chiedere se sia la scelta più idonea per spiegare le loro azioni. Ove si risalga al decreto del 1934 che istituiva 22 corporazioni, tra cui una per le barbabietole e i prodotti dello zucchero, e una per i servizi alberghieri, la corrispondenza sembra piuttosto labile. Ogni corporazione includeva infatti sia i lavoratori che i datori di lavoro, e una delle sue principali funzioni doveva essere l´elaborazione dei contratti collettivi di lavoro. Peggio sarebbe risalire al Medioevo, tante sono le differenze tra le organizzazioni professionali di ieri e di oggi.
Un diverso schema interpretativo potrebbe invece vedere in quel che succede una fase di crisi della modernità. Nel duplice senso del venir meno di quella particolare esperienza che consiste nell´essere e sentirsi moderni, e del declino d´una idea della modernità capace di dare profondità e ricchezza a tale esperienza. Essere moderni, scriveva già vent´anni fa un docente newyorkese di Scienza politica, Marshall Berman, «vuol dire trovarsi in un ambiente che ci promette avventura, potere, gioia, trasformazione di noi stessi e del mondo; e che, al contempo, minaccia di distruggere tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che conosciamo, tutto ciò che siamo». Simile esperienza materiale e intellettuale di "unità della separatezza" di processi complementari e nondimeno contrapposti entra in crisi quando uno dei due processi viene separato e assolutizzato, nella pratica come nelle idee, quasi che potesse sussistere in modo indipendente dall´altro.
Vari fattori hanno concorso a spezzare tale unità, in Italia come in altri paesi. Fra di essi bisogna porre la visione oleografica della modernizzazione diffusa dalle scienze sociali sin dagli anni Sessanta del Novecento. Stando a essa, tutte le società del mondo sarebbero immancabilmente avanzate, al pari delle società occidentali, verso una condizione in cui le autorità tradizionali di tipo religioso, etnico e familiare vengono soppiantate da autorità razionalmente costituite in base a un contratto politico di natura secolare tra le masse e le classi dirigenti; la partecipazione politica manifesta un grande sviluppo; l´azione sociale viene sempre più guidata da norme secolari-razionali; il carattere delle persone si trasforma in modo da combinare una maggior capacità di auto-realizzazione con una crescente disponibilità a cooperare con altri.
Oggi tale idea della modernizzazione appare penosamente sfocata, punto per punto, a confronto della situazione del mondo. A onta del suo distacco dalla realtà, essa si ripresenta di continuo, ad esempio in varie riforme che le forze politiche dei due schieramenti propongono sovente allo scopo di modernizzare il Paese. Esse disegnano un lungo cammino felice verso una nuova stabilità sociale ed economica, per poco che si seguano le indicazioni dei governi, intanto che le persone sperimentano ogni giorno la distruzione accelerata di rapporti tradizionali, la scomparsa di tratti di cultura, l´erosione di comunità identitarie. Le proposte dimezzate provenienti dalle forze di governo, insieme con le esperienze dimezzate che le persone compiono, in assenza di adeguati schemi pubblici d´orientamento, restringono l´orizzonte delle persone agli interessi privati e accentuano il solco tra le élite e le masse.
Opera qui nello sfondo, fra le élite come fra le masse, una concezione rozzamente individualistica della società. Poche battute sono politicamente più ottuse di quella di Margaret Thatcher, per cui la società non esiste; esistono soltanto gli individui. Quanto invece è acuta e fertile la concezione che vede nella società, nello Stato, un essere umano in grande, e in ciascun essere umano una società in piccolo. È una concezione che risale quanto meno a Platone, ma alla quale è stata data nitida forma da un sociologo tedesco, Georg Simmel, ormai un secolo fa. Scriveva Simmel: «Tutte le fasi di una lotta, l´equilibrio delle forze che paralizza temporaneamente la lotta, la vittoria apparente di un partito che dà soltanto all´altro l´occasione di raccogliere le proprie forze... tutto ciò rappresenta in egual misura la forma del corso dei conflitti sia interni che esterni». In altre parole la società risiede in noi, siamo noi stessi, perché sin dall´infanzia abbiamo interiorizzato le sue tensioni, i conflitti e i mutamenti, le ambiguità e le certezze. Mentre ciò che si svolge all´esterno, sulla scena pubblica, è una lotta di formazioni sociali e di rappresentazioni reciproche che riproduce in grande la nostra stessa molteplicità, ma insieme la complica e la estende.
La comprensione di questa dialettica tra l´interiore e l´esteriore, tra società e Stato e l´individuo, per farne impegno di arricchimento personale e sociale, è l´essenza stessa della modernità. Quando comprensione e impegno vengono meno, com´è accaduto in Italia, si ha la regressione di masse intere negli interessi privati, siano essi materiali o spirituali, lo squilibrio tra ricchezza privata e povertà pubblica. Che è anche squilibrio tra l´azione privata, che bada soltanto alle cerchie più interne del proprio mondo quotidiano, e l´azione pubblica, con la quale l´individuo non si identifica con persone, etnie o gruppi sociali, bensì con sistemi impersonali di regole intese a rendere praticabile la cooperazione con cerchie via via più ampie di estranei.
Allorché ciò accade, non serve limitarsi a gettarne la responsabilità sulle masse, accusandole ritualmente di comportamenti rozzamente corporativi, o di colpevoli ricadute nella cultura dell´Io – anche quando lo meritino. Esse hanno soggettivamente interiorizzato una scena oggettivamente predisposta, nel corso di decenni, dalle élite politiche, economiche e intellettuali. Per dirla con Christopher Lasch, che una decina di anni fa intitolò un suo libro La ribellione delle élite per contrapporlo a La ribellione delle masse di José Ortega Y Gasset: «le élite, che definiscono... i temi del dibattito pubblico, hanno perso il contatto con la gente normale. Il carattere irreale, artificiale, della nostra politica riflette il loro isolamento dalla vita comune, e la segreta convinzione che questi problemi siano insolubili».
FAUSTO BERTINOTTI non si unisce al coro dei preoccupati: il governo - dice nell’intervista all’Unità - durerà cinque anni. E sulla Finanziaria ha parole di apprezzamento anche se avverte il rischio di non rendere visibile la «visione» sociale che essa contiene. E sul Pd: «Attenzione, anche se non lo condivido».
«I regolamenti parlamentari così come sono venuti definendosi - aggiunge Bertinotti - costituiscono un problema per il governo delle istituzioni. Quello attuale è un sistema che penalizza sia la maggioranza che l’opposizione, perché non consente alla prima di esercitare il suo diritto-dovere di decidere e non consente alla seconda di esprimere il suo diritto-dovere di essere influente nel percorso di formazione delle decisioni. Dunque un problema esiste, ma penso che sia impossibile affrontarlo e risolverlo per la legislatura esistente, mentre si può lavorare a una proposta strutturale per il futuro».
Ma intanto? Ancora una volta potrebbe essere posto il voto di fiducia su una Finanziaria.
«È una consuetudine che tutti lamentiamo. Il ricorso al decreto legge e l’utilizzazione della fiducia come derimenti della controversia parlamentare sono due elementi a cui bisognerebbe far ricorso soltanto eccezionalmente, altrimenti diventano una patologia. È evidente infatti che entrambi costituiscono una limitazione del diritto dell’assemblea».
La maggioranza ricorda all’opposizione che lo stesso avvenne nella scorsa legislatura.
«Non ci si può appellare al precedente quando questo in tutta evidenza è la manifestazione di una patologia».
Dov’è allora la via d’uscita?
«Non c’è altra via che quella del consenso. E per quel poco che vale anche la presidenza della Camera nei giorni scorsi si è adoperata in questa direzione, interloquendo con i capigruppo della maggioranza e dell’opposizione».
Risultato?
«Intanto, si è evitata una precipitazione in questa settimana di una conclusione, cioè che si strozzasse il lavoro della commissione, che invece ha avuto il tempo per poter procedere e concludere i suoi lavori ordinatamente. Questo può definire un percorso che seppure con delle criticità sia da parte dell’opposizione che della maggioranza, può consentire una non belligeranza sulla procedura».
Lo giudica un fatto importante?
«Lo è, perché è evidente che un conflitto procedurale rende opaca la questione dei contenuti».
La non belligeranza può darsi solo se l’opposizione non presenta migliaia di emendamenti e se il governo si mostra disposto al confronto, non crede?
«È chiaro, e penso che in questo senso un terreno di ricerca è la valorizzazione del lavoro di commissione. Un reale confronto in questa sede, non strangolato dai tempi, con la maggioranza non impermeabile alle argomentazioni dell’opposizione, può consentire una conclusione certamente non unanime, ma neanche di contrapposizione frontale. In questo caso, nell’impossibilità di giungere a un’approvazione nei tempi utili si potrebbe ricorrere alla fiducia, che interverrebbe però non su un atto di volontà unilaterale del governo ma sulle conclusioni della commissione».
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chiti aveva proposto alle forze di opposizione di sintetizzare le loro posizioni in pochi emendamenti.
«La trovo una proposta giusta. Ma siccome ho un’interpretazione del ruolo di presidente della Camera che non è quella dello speaker, non mi taccio e dico anche che c’è un simmetrico: il governo a sua volta vari dei provvedimenti che abbiano la stessa sinteticità. Perché non si può presentare una Finanziaria di 217 articoli e poi risultare convincente nella richiesta di selezionare gli emendamenti».
Diceva che un dibattito sulle procedure può mettere in ombra i contenuti di questa manovra. Però non sembra che susciti molti consensi questa Finanziaria.
«Faccio una premessa: essendo la Finanziaria materia su cui decide anche il Senato e la Camera, è evidente che non ho titolo per esprimermi. Però un’osservazione politica generale bisogna farla. Penso che l’impianto sia coerente con il programma del governo e che i primi passi sul terreno della politica economica e sociale, pur senza avere la brillantezza dei primi passi in materia di politica internazionale, sono capaci di attrarre un consenso nel paese».
Cos’è allora che non consente il realizzarsi di questo processo positivo attorno alla Finanziaria?
«Diversi fattori. Primo: la mancanza di una percepibile visione di società. Questo non è un elemento di poco conto. Non essere in grado di far valere nei confronti del paese la visione di prospettiva entro cui sono iscritte delle misure vuol dire amputare la loro capacità di organizzazione del consenso. Specie se si deve, come io credo, fare fortemente leva sui ceti popolari, lungamente penalizzati da una distribuzione del reddito iniqua e da una condizione sociale caratterizzata da una crescente incertezza e precarietà».
Gli altri elementi che impediscono il dispiegarsi del consenso?
«Penso che si sia determinata una tendenza da cui bisogna uscire, quella alla polarizzazione della società attorno alla centralità del governo. Il consenso o il dissenso è nei confronti del governo, con una sostanziale marginalizzazione dei grandi soggetti sociali e politici. I sindacati e Confindustria ce la fanno ancora perché in qualche modo svolgono un ruolo o negoziale o concertativo. Ma i partiti, anche per il forte prevalere del sistema maggioritario e per il peso che ha rivestito Berlusconi, sono venuti affievolendosi nella loro presenza. Per una coalizione riformatrice, la presenza nella società civile del dibattito sulle scelte che si compiono è un punto decisivo».
Finite le ragioni che frenano il consenso?
«C’è n’è un’altra, e sono i tanti elementi di disturbo presenti in una Finanziaria così articolata e complessa. Questi tre elementi hanno secondo me finora oscurato l’impianto principale della Finanziaria. Aggiungo che a rendere poi ancora più difficilmente decodificabile l’impianto principale risultano i tanti conflitti che, trascinati, hanno indebolito la possibilità di organizzare il consenso. L’ultimo è quello sul Tfr. Anche se non do un giudizio di valore, dico che è bene che sia arrivato l’accordo con le parti sociali, ma nel frattempo abbiamo assistito a quindici giorni di bombardamento su un elemento determinante della manovra».
Riassumendo?
«Il deficit è di progettazione politica, non è nelle singole scelte compiute con questa Finanziaria».
Prodi, nell’intervista al Pais, ha parlato di pressioni sulla politica. Il quadro attuale le sembra solido o rischia di sfarinarsi?
«Penso che questo governo durerà cinque anni, che sia come quei malati sempre pieni di problemi che però non muoiono mai. Ma questa non è una buona ragione per non intervenire. Le cose che dice Prodi - per altro un po’ singolarmente, in un’intervista a un giornale straniero - sono meritevoli di una discussione politica aperta. Perché non si deve mettere all’ordine del giorno della coalizione gli argomenti proposti dal presidente del Consiglio? C’è stata una reazione del tutto incomparabile con l’ordine della denuncia, per quale ragione non ci deve essere un luogo della coalizione di centrosinistra che affronti i problemi politici?»
La denuncia del premier è meritevole di discussione, ma anche fondata?
«A me pare evidente che c’è un’insofferenza da parte di ambienti politicamente ed economicamente importanti del paese nei confronti della coalizione di centrosinistra. E questo per i contenuti che essa esprime».
Si parla di un peso eccessivo della sinistra radicale sulle scelte di governo.
«La trovo un’accusa del tutto fuorviante. E tuttavia, senza che sia vero che l’asse del governo sia spostato a sinistra, questi ambienti giudicano inaccettabili e non adeguati alla fase del paese gli elementi presenti nel programma di governo, che dovrebbe invece avere, sostanzialmente, una piattaforma neocentrista. Sanno bene queste forze che il problema di avere una maggioranza è reale e per questa ragione io non penso che ci siano forti propensioni a cambiamenti di maggioranza: perché irrealistici prima di tutto. C’è invece un fortissimo condizionamento sui contenuti per un cambio di asse politico-programmatico del governo».
Questi cosiddetti poteri forti, secondo lei vedono Prodi come un ostacolo al loro progetto?
«Mi pare evidente che sia così. Non perché Prodi sia amico delle sinistre, ma perché Prodi può vivere solo realizzando questo programma. In questo senso viene considerato un ostacolo. Se ne discuta pubblicamente, perché forse ne viene anche un elemento tonico nei confronti dell’azione del governo».
Un elemento tonico secondo lei può avvenire anche attraverso una riorganizzazione delle forze politiche in campo?
«Quello che penso è che siamo alla fine di un ciclo, nell’organizzazione dei partiti italiani, e all’inizio di un nuovo ciclo. Fin qui c’è stata l’onda lunga della pars destruens dei partiti della prima Repubblica. Ora comincia una nuova transizione, però in pars construens. Si possono costruire cioè dei soggetti politici più rivolti al futuro che segnati dal passato».
La sua previsione?
«Che tra cinque anni, alla fine di questa legislatura o poco dopo, avremo un panorama politico-partitico tutta affatto differente da quello attuale. Non sono sicuro, però, che allo stato attuale sia prevedibile lo scenario futuro. Vedo la situazione come un grande cantiere edile, con tanti lavori in corso. Ma per capire che edificio sarà alla fine bisogna aspettare di arrivare al tetto, perché in realtà anche questa pars construens ha tanti elementi di incertezza nelle fondamenta».
Prendiamo il Partito democratico.
«Ho verso di esso un atteggiamento di attenzione, seppure non ne condivida né il progetto né l’impianto. Ne capisco la ratio, per due partiti come i Ds e la Margherita. Debbo dire che non sono neanche così sicuro che si realizzi l’esito atteso. Propendo per un sì, ma propendo. Se devo essere onesto, l’impianto riformistico che dovrebbe presiedere a questa costruzione a me sembra troppo sfocato, cioè non vedo i lineamenti che lo dovrebbero rendere vincente».
Una riorganizzazione dei riformisti apre altri fronti.
«È chiaro. Nella nuova epoca anche le forze della sinistra alternativa hanno il problema di ridefinire cosa è oggi una forza che rimetta all’ordine del giorno la questione della trasformazione. Nella mia esperienza, penso che gli elementi di costruzione di cultura politica fatti da Rifondazione comunista siano rilevanti, dal rifiuto dello stalinismo fino alla nonviolenza, tuttavia anche qui penso sia necessario un salto di qualità, anche in grado di aggregare forze le cui energie sono indispensabili nell’intuizione del Partito della Sinistra europea. E penso sarebbe bene anche l’apertura ad altre forze di cultura socialista».
Marini ha definito urgente una modifica della legge elettorale.
«Secondo me bisognerà nel corso della legislatura porvi mano, ma oggi è totalmente immatura la discussione. E quando la si affronterà, bisognerà sbarazzarsi dell’idea, che è stata foriera di danni enormi, che le leggi elettorali fondano la geografia dei partiti».
L’intitolazione da parte del Prc di una sala del Senato a Carlo Giuliani ha suscitato le critiche del centrodestra.
«Mi pare una polemica sconclusionata. Un gruppo chiama con il nome di un giovane ucciso a Genova una sala, mi pare non sia il caso di discuterne. La vera questione è un’altra, ed è scritta nel programma del governo, che bisognerebbe attuare. Parlo della commissione d’inchiesta sui fatti di Genova. Questo è un tema di discussione che andrebbe messo al centro in queste giornate, dal momento che riguarda il problema di costruire una verità condivisa su un passaggio cruciale degli ultimi anni».