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Generale Ricardo Sanchez, assolto. Generale Walter Wojdakowski, assolto. Generale Barbara Fast, assolto. Colonnello Marc Warren, assolto. Generale Geoffrey Miller, assolto. Non sapevano, o non c'è prova che sapessero. Generale Janis Karpinski: ammonita. Per negligenza. Il caso Abu Ghraib è chiuso? Lo Human Rights Watch, osservatorio americano per i diritti umani, giura di no. Per il 28 aprile, primo compleanno di quelle foto di seviziati, seviziatori e seviziatrici che sconvolsero l'opinione pubblica mondiale promette un nuovo dossier che inchioda alle loro responsabilità, oltre a Sanchez e Miller (ex comandante delle forze americane in Iraq il primo, responsabile delle carceri militari irachene, nonché ex comandante di Camp Delta a Guantanamo il secondo), anche il ministro della difesa Ronald Rumsfeld e l'ex direttore della Cia George Tenet. Facciamo il tifo dagli spalti, ma intanto prendiamo atto che, col rapporto consegnato al Congresso sabato, l'esercito americano si autoassolve: malgrado sia l'inchiesta condotta dell'ex ministro della difesa James Schlesinger, sia quella condotta daiu generali Kay, Fay e Jones ipotizzassero per le torture di Abu Ghraib responsabilità dirette e indirette dei vertici della catena di comando. Seymour Hersh, il giornalista e scrittore che per primo denunciò le torture di Abu Ghraib sul New Yorker, non si stupisce: va sempre così quando l'esercito indaga su se stesso. Non ci stupiamo neanche noi dell'esercito americano. Dei lib eraldemocratici italiani, invece, sì. Riprendo in mano un dossier-stampa su Abu Ghraib dello scorso maggio e rileggo alcune difese oltranziste della democrazia americana davanti a quelle foto di prigionieri incappucciati, derisi, trascinati al guinzaglio. L'argomento era il seguente: episodi, sia pur riprovevoli, di tortura capitano in tutte le guerre e a opera di tutti i regimi, tirannici o democratici che siano; la superiorità delle democrazie sulle tirannie non sta nell'assenza dell'errore, ma nella capacità di correggerlo, ovvero nella capacità di punire, esemplarmente, i colpevoli. Ed eccoci accontentati: colpevole il capitano Graner, condannato a 10 anni di galera dalla corte marziale. Colpevole, di negligenza, la direttrice di Abu Ghraib. Innocenti tutti gli alti vertici. Punizione esemplare di una democrazia esemplare? E' questo che stiamo esportando in Iraq, la tolleranza della tortura e la punizione delle mele marce? E' questo il margine di errore previsto nel conto delle «libere elezioni» che certificano che la democrazia è arrivata a Baghdad? I nostri opinion maker democratici, oltranzisti e «terzisti», ci dovrebbero e si dovrebbero una risposta.

E siccome le cattive notizie sono come le ciliegie e non arrivano mai una per volta, eccoci a un altro «errore» che c'è scappato in un altro paese, l'Afghanistan, liberato e democratizzato con la guerra antiterrorista: la lapidazione di Amina Aslam, 29 anni, rea di tradire il marito, da anni assente e economicamente inadempiente, in una regione oltretutto di etnia tagika, dunque nemica dei Taliban. Ma la guerra in Afghanistan non ci era stata presentata come la guerra di liberazionme delle donne dal burka e dalle esecuzioni sommarie? Sì, noi non ci avevamo creduto ma molti democratici italiani, stavolta non solo «terzisti» ma anche squisitamente di sinistra, ci avevano giurato. Anche in Afghanistan ormai si vota, e dovrebbe vigere un nuovo codice di compromesso fra la sharia e il diritto liberale, ma evidentemente non vige: qualcuno ci aveva avvertito, ad esempio Samira Makhmalbaf nei suoi film, che il patriarcato islamico (come del resto quello occidentale) non sta agli ordini dei governi. I nostri opinion maker democratici, oltranzisti e di sinistra, ci dovrebbero e si dovrebbero qualche risposta. E il segretario dei Ds Piero Fassino, ormai convinto che la guerra (qualche volta) è sbagliata ma l'esportazione della democrazia e dei diritti è cosa buona e giusta, si dovrebbe qualche domanda.

Rivolto alla sinistra italiana e a tutti coloro che, in Italia e in Europa (e anche negli Stati Uniti d´America), hanno gioito e giudicato come un evento positivo l´affluenza alle urne del popolo iracheno il 30 gennaio: «Adesso vi dichiarate contenti, ma dove eravate voi nei mesi scorsi mentre i soldati della coalizione combattevano e morivano per la libertà e la democrazia? Ve lo dico io dove eravate. Eravate nelle piazze ad insultarci, a sostenere che avevamo sbagliato tutto, che la democrazia non si esporta sulla punta delle baionette. Perciò prima di gioire dovreste battervi il petto, assumervi la responsabilità di quanto sostenevate fino a ieri, confermare che avete perso ogni credibilità». Parole di Silvio Berlusconi, parole di tutti i neo-conservatori americani, parole che lo stesso George Bush fa trasparire sotto il mantello della diplomazia con la quale ora persegue l´obiettivo di recuperare quanti, in Usa e in Europa, si sono opposti alla guerra irachena e hanno fatto di tutto per impedirla e per intralciarne il decorso.

Il tono di quelle parole è forse troppo apodittico e rischia di incancrenire un dissenso di massa tra le due sponde dell´Atlantico, anche se il linguaggio delle Cancellerie è molto più cauto e felpato. Rischia di consolidare quell´antipatia tra l´America e il resto del mondo che è il dato più nuovo e più netto emerso dall´inverno del 2003, dopo che il resto del mondo si era stretto senza riserve attorno al popolo e al governo americano colpiti al cuore dall´attentato dell´11 settembre.

Ma non c´è dubbio che quelle parole pongono una domanda pertinente, sollevano un problema reale e non eludibile nella coscienza di quanti hanno accolto con sincero sollievo le elezioni irachene dopo aver avversato la guerra voluta da Bush. Se il 30 gennaio scorso gli iracheni hanno potuto esercitare il loro diritto democratico di eleggere un´assemblea costituente e un governo legittimato, non si deve questo risultato alla guerra contro il tiranno Saddam Hussein? Non è evidente come la luce del sole che esiste tra quei due fatti un rapporto di causa ed effetto che nessuna persona di buonafede può negare? E allora? Non debbono, gli oppositori di quella guerra, trarne oggi le conseguenze e riconoscere finalmente il loro errore ed insieme a esso i meriti conquistati sul campo da Bush e dai suoi alleati?

Se questa discussione mirasse soltanto ad accertare da che parte stia l´errore e come debba spartirsi il torto e la ragione, essa sarebbe del tutto vacua. In politica non esistono verità oggettive da accertare, ma opzioni determinate da interessi, convinzioni, intuizioni; in politica come in amore non si può dire «mai». Gli storici, a debita distanza di tempo dai fatti accaduti, spiegano le cause che determinarono certe scelte e gli effetti che ne derivarono.

Tracciano un «trend», un percorso. Ma anche il loro lavoro di scavo è provvisorio, sempre rivedibile e revisionabile, sempre soggetto alle soggettive interpretazioni.

Ma qui il caso è diverso. La discussione infatti influisce direttamente sull´immediato futuro. Qui e ora, visto che proprio qui e ora la superpotenza americana per bocca del suo Capo ha rilanciato la posta. La posta non è soltanto quella d´aver deposto il crudele tiranno dalle mani sporche di sangue e neppure, soltanto, quella d´aver inferto un colpo al terrorismo e al fanatismo islamista, ammesso che le elezioni irachene abbiano di per sé realizzato questi due obiettivi, ma purtroppo non sembra affatto che sia così: e lo dimostra il proseguire degli attentati e dei sequestri, come quello di Giuliana Sgrena, l´inviata del "Manifesto" che ci auguriamo venga subito rilasciata.

L´America di Bush ha ora bandito una vera e propria crociata: portare libertà e democrazia in tutto il pianeta, sia pure in forme consone a ciascun paese e cultura; rendere la vita difficile e infine abbattere tutti i tiranni, ovunque si annidino; restaurare i diritti civili ovunque siano conculcati, issando la bandiera del Dio degli eserciti che è sicuramente con il Bene ed è alla testa di chi combatte contro il Male.

Questa è la posta. Chi potrebbe mostrarsi indifferente? Chi potrebbe evitare di schierarsi con il Bene contro il Male, con la libertà contro la schiavitù, con la sicurezza e i diritti contro il terrorismo e la tirannide?

* * *

Non è certo un avvenire di quiete e di pace quello prefigurato da una crociata di questa natura e con questi obiettivi, ma piuttosto è un futuro di tensioni e di guerra.

La guerra sarà molto lunga, disse Bush dopo l´11 settembre e continua a ripeterlo a ogni occasione. Dopo le elezioni irachene lo ha ribadito arricchendone gli obiettivi, quasi prevedendola permanente e assumendone l´«imperium». Qualche osservatore ci vede un nesso con Teodoro Roosevelt, ma il modello non è quello. Bisogna risalire alla Roma di Cesare, salvo che la vocazione imperiale a quell´epoca non mistificò la conquista del potere con paludamenti ideologici. Ma Bush guida la più grande democrazia del mondo e non può averla con sé senza assegnare alla sua crociata un contenuto morale del quale è certamente e profondamente convinto.

Ecco perché questa discussione non è eludibile. Posto che la diffusione della libertà non può non essere un fine comune a tutti coloro che si riconoscono nei valori dell´Occidente, si tratta infatti di capire se l´esempio iracheno sia quello valido e reiterabile oppure sia stato un errore da non commettere mai più.

Capite bene che, posta così come deve esser posta, la questione non è oziosa, non è materia riservata agli storici, ma è attualissima, concreta, politica e tutti ci coinvolge sulle due sponde dell´Atlantico ma anche oltre, oltre l´Occidente. Ci vedi l´Africa e le sue miserie; ci vedi in lontananza l´ombra lunga della Cina, le contrastate pianure dell´Asia Centrale, la risorgente autocrazia del nuovo zar delle Russie.

Seguirete ancora il modello iracheno? Coltiverete ancora lo slogan della buona guerra attraverso la quale si costruisce la pace e si esporta la libertà? Invertiamo le domande.

* * *

Nell´inverno del 2003, quando questa discussione è cominciata e ha diviso l´Occidente, l´Armata americana aveva già cominciato a schierarsi. Nel marzo di quell´anno c´erano già 60 mila marines e truppe speciali nelle basi saudite e negli Emirati. Già incrociava nelle acque del Golfo la flotta aeronavale più potente del mondo.

L´esercito turco era sul piede di guerra. Blair faceva preparare i contingenti delle «Royal Forces».

L´Iraq era circondato da un anello di ferro pronto a trasformarsi in un anello di fuoco. Gli ispettori dell´Onu (e della Cia) percorrevano il paese alla ricerche delle armi di distruzione di massa. Saddam (che quelle armi non le aveva più dal 1991 come ormai è unanimemente ammesso e come a Washington e a Londra in realtà sapevano da tempo) assisteva annichilito a quei preparativi. Sapeva che il suo esercito non avrebbe resistito più d´una settimana. Sapeva anche di non poter fidarsi di nessuno e meno che mai delle sue scalcinate truppe di élite.

Ma come tutti i dittatori innamorati della propria supposta abilità, pensava d´esser capace di arrivare fino all´ultimo minuto e poi cedere per evitare lo scontro. Cedere pur di mantenersi al potere sotto la protezione addirittura di chi in quel momento lo stava minacciando.

Si poteva realisticamente arrivare a quel risultato? Ottenere una sorta di protettorato affidato all´Onu a ridosso dell´anello militare Usa già dispiegato sul terreno? Ottenere la concessione, graduale ma effettiva, di alcuni diritti civili per il popolo iracheno? Sostenere la presenza in campo dell´Onu con un adeguato contingente di caschi blu? Il cardinale Etchegarray, inviato dal papa a Bagdad, dichiarò che quell´obiettivo non era impossibile. Il ministro degli Esteri di Saddam, Tareq Aziz, fece capire con caute perifrasi la stessa cosa. Francia, Germania, Russia, premevano perché si perseguisse quell´obiettivo.

La verità è che non era l´obiettivo di Bush perché Bush voleva far sentire la voce del cannone e l´Iraq era in agenda da almeno tre anni.

Era in agenda ben prima dell´11 settembre. Ne fanno fede i documenti e il racconto circostanziato fatto dal ministro del Tesoro americano, O´Neill che si dimise dalla carica proprio perché, partecipando alle sedute del gabinetto ristretto insieme al segretario di Stato, al segretario alla Difesa, al Comandante in capo delle Forze armate, al Capo della Cia, a Condy Rice, ovviamente presieduto da Bush, aveva assistito con stupefazione alla discussione sull´invasione dell´Iraq e ai piani strategici relativi e «top secret».

La motivazione furono le armi di distruzione di massa.

L´urgenza fu invocata perché Saddam, secondo informazioni assolutamente certe, aveva il dito sul grilletto. E anche per imperative ragioni meteorologiche: l´invasione doveva partire alla fine di maggio o al più tardi nella prima metà di giugno; era l´ultima finestra meteorologica perché «non si può fare una guerra nel deserto a sessanta gradi di calore».

In realtà non era vero niente. Le armi di distruzione non c´erano e la U.S. Army è rimasta per due estati di seguito a combattere prima la guerra e poi il dopoguerra.

* * *

Tutto vero, dicono i pochi intellettualmente onesti che ci propongono quella domanda. Ma resta il fatto che la nascita di un sia pur incompleto segnale di libertà e di democrazia deriva da quella guerra, piena di errori ma foriera di un risultato prezioso. Ci sarebbero state le elezioni irachene del 30 giugno senza la guerra voluta da Bush? Rispondete.

Rispondo. Probabilmente non ci sarebbero state il 30 gennaio 2005. Per condurre Saddam al guinzaglio fino a sancire il diritto di voto sotto gli occhi dell´Onu e con l´Armata Usa ai confini, ci sarebbero voluti due o tre anni di più. Più tempo.

Sull´altro piatto della bilancia ci sono i morti in combattimento, americani, inglesi, anche italiani. È stato calcolato che potrebbero essere stati centomila i morti tra la popolazione civile irachena, il 40 per cento donne e bambini. Dovuti in parte ai terroristi e a quelli che la stampa Usa chiama «insurgent» (non solo il giudice Forleo, ma tutta la stampa americana); e in parte al «fuoco amico» degli aerei e degli elicotteri Usa. Centomila morti (e un assai maggior numero di feriti e mutilati) non sono pochi, specie se concentrati in una zona specifica del paese.

Ma c´è dell´altro. C´è che in Iraq ha fatto il suo nido il terrorismo che prima non c´era e che sarà difficile da sradicare. C´è che il costo della dissennata operazione ammonta già a 250 miliardi di dollari, che non basteranno.

Si poteva evitare? Sì, si poteva evitare. Negoziando, negoziando negoziando. A ridosso della Grande Armata.

* * *

Del resto è proprio Condoleezza Rice a confermare questa nostra tesi. Il neo segretario di Stato conferma che il prossimo obiettivo in agenda è l´Iran. Ma a chi le chiede: un´altra guerra? risponde: assolutamente no, negozieremo. Gli europei ci diano una mano nel negoziato. L´opzione militare non è prevista, salvo che Teheran non varchi la soglia della bomba nucleare.

Questa è oggi la posizione di Washington. Il cannone non è in agenda, ha detto Condy a Schröder, a Chirac e perfino a Blair che del cannone comincia ad averne abbastanza.

Perciò la risposta a quella domanda è chiara e netta: c´era un altro modo per realizzare l´obiettivo comune di diffondere libertà e democrazia. Lo stesso che Washington afferma oggi di voler praticare.

Ma nel frattempo ha ricoperto un paese di rovine e di cadaveri. Si dice: di questo Bush risponderà alla storia e ai posteri. Il giudizio dei posteri interessa solo i posteri. Chi vive oggi se ne infischia di quel giudizio.

Certo, per chi ci crede, ci sarà il Giudizio Universale. Ma se uno è convinto d´avere Dio al suo fianco, pardon, di marciare al fianco di Dio, quel Giudizio Universale è già stato formulato. Perciò Bush starà probabilmente tra i Beati. Berlusconi, lui, ne è già sicuro.

Postilla. Due punti non mi convincono in questo articoli. 1. Siamo certi che il fatto che a Bagdad e in alcune altre città si sia votato significa aver portato la democrazia in Iraq? e quale democrazia" 2. Oltre ai morti innocenti e alle distruzioni bisogna mettere un altro gravissimo danno arrecato dalla guerra di Bush e dei suoi servi all'umanità: l'abisso d'odio scavato tra l'Occidente e il resto del mondo (es)

Nello scorso settembre l'Ars, associazione per il rinnovamento della sinistra, organizzò un seminario intitolato «Politica e pratiche politiche. All'origine della questione morale», che rilanciava la questione del rapporto fra politica e pratica politica, già messa a tema nei mesi precedenti da alcuni editoriali di Critica marxista. L'ultimo numero della rivista pubblica adesso, precedute da un editoriale di Aldo Tortorella sulla sempre più accentuata separatezza e autoreferenzialità del ceto politico italiano, alcune relazioni a quel seminario, di Giacomo Marramao, Gianni Ferrara, Maria Luisa Boccia, Enrico Melchionda. La prima e la terza in particolare mi sembrano da segnalare per alcuni tratti che le accomunano. Il primo è il legame che stabiliscono fra crisi politica e crisi culturale della sinistra - o meglio, per dirla con Marramao, fra la crisi e la «deculturalizzazione» della politica. Il secondo è la capacità di leggere alcune dinamiche della crisi italiana con le lenti di alcuni classici - da Max Weber a Gramsci a Simone Weil e Hannah Arendt - , sottraendole così alla riduzione a fenomeni di breve periodo o dell'ultim'ora cui tende il chiacchiericcio politologico sulla transizione infinita. Il terzo è il legame fra politica, forme di vita e pratiche politiche che entrambi mettono al centro del discorso, e il rilievo che di conseguenza assumono, in una prospettiva di valutazione storica che abbraccia ormai più di un trentennio, il pensiero-pratica della differenza sessuale e il suo impatto, diretto o indiretto, sulla crisi e le trasformazioni della politica.

Punto di partenza è una diagnosi netta sullo stato di degrado in cui versa nell'Italia di oggi non solo la politica istituzionale, ma anche la vita civile: siamo fuori, e per fortuna, dalla retorica della contrapposizione fra una politica ammalata e una società civile che scoppia di salute. Tuttavia la responsabilità prima è della politica, e in specie, secondo Marramao, di quella tendenza della sinistra post-Pci a deculturalizzare la politica, così screditandola e rendendola una faccenda da ceto separato preoccupato soprattutto della propria autoriproduzione. Max Weber, con le sue due famose conferenze del 1918 sulla politica e la scienza come professione-vocazione, e Gramsci, con le note dei Quaderni sugli intellettuali e sul «moderno Principe», tornano utili da un lato per ripristinare il nesso fra lavoro intellettuale e pratica politica, conoscenza e potenza, azione trasformatrice e general intellect, specialismi e competenza politica. Dall'altro per ricondurre l'origine della «questione morale» italiana a dinamiche di lungo periodo, aggravate dalle ma non riducibili alle nefandezze craxian-berlusconiane: alla perdita di vocazione della professione politica, sì che a destra e a sinistra aumentano, secondo una distinzione weberiana, quelli che vivono di politica rispetto a quelli che vivono per la politica; e al fallimento di quella funzione di riforma intellettuale e morale del «moderno Principe» gramsciano, che doveva consistere nel promuovere l'«accumulazione etica originaria» in altri paesi aiutata dall'imperativo protestante ma mancata nell'ingresso dell'Italia nella modernità. Per ragioni storiche e interne alla sua stessa storia, dunque, la sinistra emersa dalle ceneri del Pci non può chiamarsi fuori dalla crisi della politica, ma ne è parte centrale e cruciale.

L'analisi dell'oggi non può perciò saltare quello snodo cardinale che fu, già negli anni Settanta, la crisi della forma-partito. Lì ritorna infatti Maria Luisa Boccia, anche lei a partire, sulla scia di Gramsci, del frammento hegeliano su politica e destino riletto da Mario Tronti e di Simone Weil, dal nesso fra politica e vita: la forma-partito regge finché realizza quel nesso, crolla quando lo perde o lo costringe in una organizzazione automatizzata e svuotata di passione, giacché, come Gramsci stesso segnalava, la passione politica organizzata deve diventare razionalità, ma la razionalità dev'essere a sua volta continuamente nutrita e «superata» da una passione che la eccede.

Quando questo circolo si spezza, il Pci finisce. Ma non di sole dinamiche interne: potente fattore di crisi è la scommessa femminista «di dare stabilità, continuità, forma all'agire singolare e plurale senza costruire un'organizzazione» e puntando sull'invenzione di nuove pratiche basate sul rapporto fra vita e politica. Fattore di crisi, e apertura di un'altra prospettiva: per Marramao, la «frattura longitudinale» introdotta dal femminismo della differenza è imprescindibile perché «insegnandoci a distinguere fra sfera pubblica e dimensione statuale ci ha indicato le vie di una politica diversa», che passa per quella pluralità di esperienze, pratiche e soggetti neutralizzati dalla logica della politica tradizionale. Anche se, sottolinea Boccia, il rischio del riconoscimento della rivoluzione della differenza è sempre lo stesso, ossia che se ne assumano alcuni contenuti prescindendo dalle sue pratiche. E tornando a separare la parola e la cosa, il discorso e l'esperienza, la politica e la pratica politica.

È il vero «eretico» della cultura italiana. Dopo la stagione dei Quaderni piacentini, che fondò nel 1962, si è ritirato a vita privata pubblicando pochi libri (che raccolgono i suoi saggi) e avviando nell'85, con Alfonso Berardinelli, una rivista che sin dal titolo, Diario, rivelava intenzioni ben diverse.

Piergiorgio Bellocchio non ama la politica, forse non l'ha mai amata, rifiutando più di un invito a presentarsi come indipendente nelle liste del Pci. «Non ho mai preso la tessera del Pci. Mi allontanavano la sua chiusura culturale, il dogmatismo, la doppiezza dei dirigenti. Ma dal '53 ho pressoché sempre votato Pci, cioè con e per il popolo comunista, i migliori italiani che io abbia conosciuto. Ora rimpiango anche i dirigenti: avevano capacità, senso del dovere, carattere e un'onestà di cui s'è perso il ricordo». Oggi dice: «La politica mi annoia e disgusta. È diventata un mestiere. Coincide perfettamente con gli affari. Le mani sui soldi. Quando non sono affaristi in proprio, i politici sono mediatori e procuratori d'affari. Col tempo che passa rivaluto la vecchia classe togliattiana e quella degasperiana. Anche i socialisti di Nenni e Saragat. E tanto più gli Ernesto Rossi, Calogero, Jemolo… E i loro maestri Croce ed Einaudi». E Berlinguer? «Era un uomo rispettabile, ma aveva una quota di moralismo eccessiva: nello scontro con Craxi un vero politico avrebbe fatto meglio». Torniamo a Togliatti. «Togliatti riuscì a integrare la classe operaia nello Stato, un evento prefigurato dalla Resistenza, sia pure su scala ridotta. Resistenza peraltro rimossa dallo stesso Pci, e addirittura criminalizzata dal potere. Con gli Anni Sessanta c'è stata una rivalutazione dei suoi valori, però su basi spesso equivoche». Per questo Bellocchio non esita a individuare il suo «libro della vita» nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, uscite nel '52: «In una fase di involuzione clerico-fascista, a me che avevo vent'anni apparvero come la scoperta di un'altra Italia». Altra convinzione, non proprio recentissima: «La classe dirigente democristiana, fino a Moro, è sempre stata più a sinistra del suo elettorato. Ha svolto la funzione di frenare e disciplinare una borghesia che aveva il fascismo nel sangue, educarla alla democrazia: merito di uomini come De Gasperi, Dossetti, Vanoni, Fanfani, Moro. Il vecchio democristiano di destra Scalfaro contro Berlusconi ha avuto più intelligenza e coraggio dei postcomunisti. Più del laico ma pavido Ciampi».

Siamo lontani, come si intuisce, dalle ipotesi rivoluzionarie Anni Sessanta: « Quaderni piacentini nasce in coincidenza con la ripresa della lotta alla Fiat. La Fiat era il centro d'Italia e la classe operaia era per definizione la classe rivoluzionaria. Dalla fine dei Sessanta, la ristrutturazione produttiva riduce via via, anche quantitativamente, il peso della classe operaia, viene meno ogni ipotesi rivoluzionaria. Marxisticamente, il '68-69 non è stato un inizio, ma un epicedio». Al '68 seguirono gli anni del terrorismo. L'assassinio di Moro, raccontato dal fratello di Piergiorgio, Marco. Un parere su Buongiorno notte? Eccolo: «C'è troppa indulgenza nei confronti sia di Moro che delle Br, che furono il colpo mortale per la nuova sinistra. Ho preferito L'ora di religione, dove forse Marco è stato invece fin troppo cattivo nei confronti della Chiesa. Mi preoccupa un po' che il film sia piaciuto ai giovani, che non possono sapere cosa ha rappresentato il caso Moro per la storia d'Italia. Mi rendo conto che il mio è un pre-giudizio politico, ma non riesco ad applicare a quella materia ancora bruciante solo un giudizio estetico».

Non ha più voglia di parlare di Quaderni piacentini: troppe interviste, troppe discussioni, per una storia chiusa da tempo. Bisogna insistere un po'. Modelli? «Le riviste di Gobetti e Il Politecnico, letture postume naturalmente. Il Politecnico fu la cosa migliore fatta da Vittorini, non c'era separazione tra politica e cultura. Veniva anche incollato sui muri come un manifesto. A cattiva cultura, cattiva politica, e viceversa. Come dimostrano gli anni che stiamo vivendo, e al contrario gli anni del dopoguerra».

Qualche esempio, oltre al Politecnico? «Basta pensare a Fenoglio, Bassani, Calvino. E il cinema di De Sica, Rossellini, Visconti. E subito appresso, Antonioni, Fellini, Ferreri… E attori come De Filippo, Totò, Magnani, Fabrizi, e ancora Sordi, Tognazzi, Gassman…».

Più che nei Quaderni piacentini, oggi Bellocchio si riconosce in Diario: «L'ho fatto con passione e pieno coinvolgimento. L'abbiamo interrotto nel '93 perché ci siamo trovati di fronte a una situazione ancora peggiore di quella che il nostro pessimismo aveva pronosticato». E le polemiche contro Eco, e ancora contro la neoavanguardia?

«Risponderei come Kent nel Re Lear: non mi piacevano le loro facce. Un fenomeno di autopromozione. Si scagliavano contro Bassani, Cassola, la Morante… La neoavanguardia non ha prodotto un solo libro che fosse meglio del più brutto romanzo di Cassola. I romanzi di Eco? Non esistono. Ma ora basta, le brutte facce sono altre».

Passando agli Anni Settanta, ripensa a Pier Paolo Pasolini: «Ebbe un fiuto, un istinto, un'intelligenza sociologica fuori dal comune. Gli è stato rimproverato il lato nostalgico, ma la nostalgia non è un sentimento negativo in sé. Ascoltando di recente alla radio delle interviste a donne che erano emigrate dal Sud dopo il '45, cacciate dalla fame e dalla disoccupazione, sono rimasto colpito dall'allegria con cui ricordavano l'estrema miseria, ma anche la profonda solidarietà, che andava molto oltre il clan familiare. E poi il lavoro, malpagato ma meglio di niente… La prima lavatrice, che affrancava dalla schiavitù del lavatoio pubblico. Una donna raccontava di aver guardato per la prima volta l'oblò della sua lavatrice, che stava lavorando per lei, con una emozione superiore a quella provata davanti a uno schermo televisivo. I contadini, operai, artigiani, donne di servizio della mia infanzia: un mondo che ormai non esiste più, ma la cui umanità era senz'altro superiore a quella dei loro figli e nipoti più fortunati».

Da Pasolini a Franco Fortini il passo è breve: «Aveva un'attitudine magistrale eccellente. Ho imparato molto da lui, ma me ne sono anche difeso. Mi trovava non abbastanza marxista. Ci restavo male, perché allora il nostro desiderio era di essere veri marxisti (critici certo, ma marxisti), in realtà era la mia fortuna. Fortini vedeva bene il mio lato borghese e anarchico. Dei miei racconti usciti nel '66, che aveva apprezzato e quasi tenuto a battesimo (il titolo I piacevoli servi è suo), una volta gli scappò di dirmi: quanto sono anticomunisti! Ma non era una censura. Invece sull'intervento politico era severo».

Bellocchio ha omesso da tempo di seguire la narrativa. «Mi sono fermato a Volponi. Un'opera magmatica, difficile da ridurre a uno schema ideologico, anche se la passione politica è sempre presente. In Volponi c'è il comunismo e l'amore per l'industria. È un olivettiano che ha recepito le cose buone del progettare e del costruire: pensava che il Pci fosse il gestore ideale, l'erede della migliore borghesia. Poi ingenuamente si lasciò prendere dall'illusione di Rifondazione: non c'era ancora l'infausto Bertinotti; il festaiolo a tutta birra, l'avventurista cui la destra dovrebbe fare un monumento…». Volponi e poi? «Leggo e rileggo i vecchi. Carlo Levi, per esempio. Nuto Revelli, che ha svolto un lavoro straordinario. Di recente mi ha impressionato De Profundis di Salvatore Satta. Leggo con interesse e passione gli epistolari, le memorie, le testimonianze. Credo sempre meno nella cosiddetta creatività. Preferisco gli esecutori. Nel Tempo ritrovato Proust si definisce "un traduttore". Oggi i creativi e gli stilisti sono i pubblicitari, i sarti, i cuochi».

L'Italia al tempo di Berlusconi è l'Italia tartufesca descritta da Garboli? «Garboli ha colto come pochi l'italico costume. Il guaio non è tanto Berlusconi, il vero guaio è l'Italia che ha amato Berlusconi con l'idea che avrebbe fatto tutti ricchi come lui. Invece è successo che Berlusconi è diventato sempre più ricco e il Paese sempre più povero. Anche materialmente, ma soprattutto sul piano civile, culturale, politico. Berlusconi se ne frega nel modo più totale, non ha princìpi né progetti. Dice: volete la devolution? Ve la do. Volete la scuola privata? Ve la do. In questa situazione sciagurata ho dovuto rivalutare persone che solo vent'anni fa potevo definire poco meno che fascisti». Qualche esempio? «Il vecchio Montanelli, dopo aver passato la vita a raccomandare di "turarsi il naso" ma votare Dc, quando arriva Berlusconi decide che è troppo. Conservatori anticomunisti come Giovanni Sartori o Sergio Romano, capaci di indipendenza intellettuale. È paradossale, ma voterei per loro più volentieri che per quasi tutti gli uomini di centrosinistra. Kraus aveva sparato a zero contro i liberal-democratici-progressisti, poi arriva Hitler e dice: mi mancano le parole… Forse anch'io ho speso troppa indignazione a suo tempo e oggi mi trovo in bolletta».

"Submission" e i vili europei

Da la Repubblica del 22 aprile 2005

Sarà anche vero che il Parlamento europeo «è un´istituzione particolarmente prudente e formale», come spiega l´europarlamentare Michele Santoro. Ma è altrettanto vero che la decisione di vietare la proiezione del film Submission nella sala stampa dell´Europarlamento, per "ragioni di sicurezza", espone l´Europa politica, tutta intera, al sospetto, ahimè fondato, di viltà culturale. È vero che la proiezione era stata organizzata dal gruppo leghista, il cui dichiarato spirito di agitazione antislamica non lascia dubbi sulla strumentalità dell´atto. Ma è altrettanto vero, tristemente vero, che il cortometraggio olandese, a qualche mese dall´assassinio del suo regista, è stato abbandonato al suo violento oscuramento da istituzioni culturali e politiche dell´intera Europa democratica. Parafrasando amaramente uno storico slogan, si potrebbe dire che la Lega si è limitata a raccogliere, a suo modo e per i propri scopi, una bandiera che altri avevano gettato nel fango: quella della libertà d´espressione, uno dei sacri principi della democrazia. Ed è ancora leghista la prossima, annunciata proiezione del film, domani, nella non neutra Treviso, amministrata da una giunta xenofoba. E nuovamente una decisiva battaglia di libertà, fin qui disertata dai molti che ne avrebbero la doverosa titolarità, diventerà ringhiosa e generica ostilità contro il mondo musulmano.

Submission non è un film come gli altri. Come è noto il suo autore, il regista olandese Theo Van Gogh, è stato ucciso a coltellate da un fanatico islamico per avere osato girarlo: un altro caso Rushdie, semmai aggravato dall´esito orribilmente infausto. La sua sceneggiatrice, la coraggiosa somala Ayaan Hirsi Ali, rischia uguale sorte. Il suo produttore olandese, terrorizzato dalle minacce di morte, nega a tutti la proiezione del film, aggrappandosi malinconicamente a questioni di copyright.

Come scrive Adriano Sofri nella prefazione di "Non sottomessa" (Einaudi), il libro della stessa Ali sulla segregazione delle donne nella società islamica, "è in corso una guerra mondiale, ancora sparpagliata, per il controllo e la riconquista delle donne, e il corpo delle donne è il campo di battaglia". Esattamente di questo tratta Submission, in 12 minuti di dolente riflessione sull´espiazione e la prostrazione femminile sotto il giogo dei tabù religiosi, e dell´eterna potenza tribale-patriarcale del dominio maschile.

È blasfemo, Submission? Lo è tanto quanto lo furono, agli occhi dell´integrismo cristiano, "Ti saluto, Maria" di Godard, o addirittura "La dolce vita di Fellini", accusato a suo tempo di immoralismo e blasfemia perché osava parlare di suicidio. Eppure (e ovviamente) vennero proiettati, visti e giudicati dal pubblico, sulla base dell´irresistibile corso della libera espressione artistica che è, nelle nostre democrazie, importante come il pane. Vero: l´integrismo musulmano non sembra limitarsi a protestare. Minaccia di uccidere e uccide. Terrorizza. Ma allora la domanda è, e non può che essere: basta un rischio infinitamente più grave, un ricatto così odioso ed esiziale, a giustificare il penoso arretramento del coraggio democratico? O non è piuttosto proprio la gravità della sfida, l´intollerabilità di un bavaglio imposto a fil di coltello, a suggerire di rialzare la testa, di organizzare una risposta politica e culturale all´altezza? Oppure quanto più violenta è la reazione dell´oscurantismo, quanto più flebile e impaurita dev´essere la risposta?

Se gli europei pacifici e aperti confondono la remissività (specie su principi non sindacabili come la libertà) con la tolleranza, la debolezza con il dialogo, diventa poi ridicolo lamentarsi quando nel campo abbandonato della lotta civile trovano ampio spazio le pattuglie xenofobe e i radicalismi "neocristiani".

Specie in questi giorni, di totale predominanza mediatica e culturale del mondo cattolico, molti laici lamentano la sgualcita e dispersa potenza del loro pensiero e dei loro ideali, e in larga parte si improvvisano vaticanisti senza averne la scienza, come per rianimare la loro silenziosa minorità intellettuale, e ricollocarla in qualche maniera laddove il dibattito è vivo, e attivo. Ma come diavolo si può partecipare a quel dibattito (e a qualunque altro) se si trascurano del tutto le più elementari incombenze del proprio campo? Forse che non esistono più «umili lavoratori della vigna della libertà», disposti anche a rischiare qualcosa pur di battersi per la dignità e la sicurezza dei cittadini europei? Che sia questo il famoso "relativismo etico", questo posporre i principi alla convenienza, l´orgoglio della libertà alla paura, la difesa dell´integrità fisica e intellettuale delle persone a un malinteso (molto malinteso) "dialogo con l´Islam"? Ma allora, scusate, rischia di avere ragione la Fallaci quando inveisce contro l´Occidente "senza palle". E rischia di avere ragione il parlamentare leghista Stiffoni (Treviso, Italia) quando annuncia di voler proiettare Submission senza se e senza ma.

Il sonno della ragione genera mostri, appunto. O l´opposizione al fanatismo islamico (e, in parallelo, il dialogo con il grande resto dell´Islam) viene fatta da posizioni di forza, cioè nel nome del diritto, della democrazia e della libertà, oppure genererà un fanatismo uguale e contrario. A meno di voler credere, e sarebbe la peggiore delle ipotesi, che l´argomento stesso di Submission (la liberazione e la dignità del corpo femminile) sia ancora, perfino per gli illuministi rinati dell´Europa moderna, un dettaglio così trascurabile da non meritare urti indesiderati con il già minaccioso estremismo musulmano

Alessandra Retico

Tra arte, pratica e politica, il subvertising parodizza e rovescia marchi e campagne pubblicitarie delle grandi corporation Usa

Repubblica on line del 7 gennaio 2003

"Obsession" di Calvin Klein: un modello "strafigo" che scruta sotto gli slip con sguardo preoccupato. Dello stesso stilista, "Reality for men": un uomo decisamente poco sexy con pancetta e torso piuttosto villoso. Ma anche "American Excess" con sottotitolo-augurio inequivocabile: "Consumers Welcome". La "M" dagli archi d'oro, quella di McDonald, onnipresente: in commistioni varie, per esempio in (M)icrosoft, o iniziali per le più svariate distorsioni (Mckiller). Esempi di un'arte-movimento-politica che va sotto il nome di subvertising, acronimo (Subvert, sovvertire e advertising, il termine inglese per pubblicità) che "sovverte" di nome e di fatto l'anima dell'economia mondiale, quella del marchio. Rovesciando il senso, illuminando la parte oscura con il potere dell'ironia, il logo viene messo a nudo, svelato per quel che è: illusione. Potentissima illusione.

Sovvertire, dissacrare, parodiare con l'antipubblicità o "spubblicità" non è altro che un gioco del rovescio che l'arte moderna conosce almeno da Velazquez (Las Meninas) ai dadaisti a Andy Warhol fino al situazionismo e alla "guerriglia semiotica" contro il potere dei mass media di cui parlava Eco alla fine dei Settanta. E che oggi, in un'epoca dominata da marketing e branding, gioca e rompe i giocattoli a disposizione, appunto marchi e griffe. Il subvertising, fenomeno insieme artistico e socio-politico, sta assumendo negli ultimi tempi proporzioni e significati importanti soprattutto grazie al palcoscenico in cui si pratica, il più ampio e diffuso che ci sia: Internet.

In Rete infatti circolano decine e decine di "spubblicità", siti di movimenti, di artisti, di "agitatori culturali", che ai grandi totem del consumo, ai marchi delle più note corporation soprattutto americane, mettono quei baffi che Duchamp mise alla Gioconda scardinando alla radice il mito e l'illusione di un'arte "alta" intoccabile. Una delle declinazioni più esemplari del gesto dell'artista dadaista nelle mani degli "spubblicitari" moderni è la bandiera americana che, al posto delle patriottiche stelle, sostiuisce il logo delle più grandi aziende Usa, da Nike a Microsoft a Shell a Coca Cola.

Il di-vertimento è la chiave e il senso multiplo della "filosofia" del subvertising: se il re nudo fa davvero ridere, allo stesso tempo cambia e rovescia il ruolo di chi lo guarda, da semplice spettatore a attore dello spodestamento. In termini economici, il consumatore non è più quello che subisce il mercato, ma lo fa, scegliendo consapevolmente cosa comprare.

E' da questa idea che nasce il subvertising, pratica e pensiero il cui padre ispiratore è una rivista canadese che è oggi un cult per il popolo no global internazionale: Adbusters. Il titolo, un programma: "ad", appunto pubblicità e buster da "to bust", rovinare. Nata nel 1989 come trimestrale a Vancouver, British Columbia, per volontà del suo attuale direttore Kalle Lasn, Adbusters ("rivista per per l'ambiente mentale") è oggi un bimestrale che vende 120 mila copie in tutto il mondo e abbonati in 60 Paesi. Il sito Internet (www. adbusters. org) raggiunge una media di 8.000 contatti al giorno e sessantamila iscritti alla sua lista. A lei si devono due iniziative di successo come il Buy Nothing Day - la giornata del non acquisto lanciata sin dai primi anni '90 - che vede la partecipazione di oltre un milione di persone in cinquanta paesi del mondo, e la Tv Turnoff Week - la settimana senza televisione - che è diventato un appuntamento fisso a cadenza bimestrale, coinvolgendo ogni volta circa ottantamila persone.

La rivista, che dal '99 a Seattle ha conosciuto una crescita che pare inarrestabile, è oggi il cuore e il network di comunicazione dei "culture jammer" di tutto il mondo, cioè proprio di quei "inceppatori culturali" che nel subvertising trovano una delle espressioni più notevoli. Per Feltrinelli è da poco uscito "Errore di sistema", un libro a cura di Franco "Bifo" Berardi, Lorenza Pignatti e Marco Magagnoli che racconta l'esperienza di Adbusters e le sue pratiche contro il dominio del consumo. Il messaggio è che dopo vent'anni di fanatismo economico, di superlavoro e di competizione, siamo in piena fase depressiva. Mentale soprattutto: come quando il computer "cresha" e sullo schermo appare la scritta "system error" seguita da un numero incomprensibile. La soluzione, suggerita da Lasn: "Interrompere la trance mediatica nella quale siamo immersi per riappropriarci della nostra mente, del nostro corpo, della nostra vita."

Carla Ravaioli

Senza piú opposizioni

da “Un mondo diverso è necessario”, Editori riuniti, Roma 2002

[…] L'etica produttivística ha trovato nella favola pubblicitaria, confezionata con un'intelligenza mistificatoria via via piú raffinata e penetrante, lo strumento capace di esercitare sulle persone, fino al limite del plagio, una pesante manipolazione psicologica e comportamentale. Sostenuta dall'analgesica promessa del benessere dell'efficienza della modernitá, confortata dal rozzo edonismo della felicitámerce, mimetizzata sotto la vernice scintillante del progresso tecnologico, maliziosamente ammantata di libertá e trasgressiva disinvoltura; perfino pretendendo di allinearsi al «politically correct» della difesa ambientale per lanciare cibi industriali o sacchetti di plastica in nome della natura; o addirittura camuffandosi di contestazione, con prontezza cogliendo qualche tratto delle giovanili culture della rivolta per divorarle, metabolizzarle e restituirle sotto forma di merce: la pubblicitá non solo ha egregiamente risposto al suo compito di promozione merceologica, ma ha svolto una potente azione conservatrice. Dando un contributo decisivo a quel processo che poco a poco ha imposto il consumo come principale simbolo di affermazione e di successo, ponendosi come pilastro di quella fabbrica di «oggetti del desiderio e soggetti desideranti» che é la realtá antropologica attuale. «L'anima del commercio» era un tempo definita la pubblicitá: oggi é piú esatto parlare di «anima del sistema».

Forse d'altronde la piú convincente riprova di tutto ció é che, proprio mentre la moltiplicazione via via piú accelerata dei messaggi pubblicitari andava surclassando il ritmo della stessa crescita produttiva, e overdosi di comunicati commerciali ci invadevano fino a divenire ininterrotto rumore di fondo delle nostre giornate, anzi dell'intera nostra vita, il discorso critico spesso assai duro che per qualche decennio nel passato si era accentrato su questi problemi, é andato via via perdendo consistenza e attenzione, finché tutta la materia veniva archiviata, inappellabilmente dichiarata fuori moda. Non a caso, mentre il mercato si affermava, praticamente senza piú opposizioni, come perno e motore non solo del sistema economico, ma della cultura vincente nel pianeta, e il consumo diventava dovere e rito di integrazione sociale, e la crescita produttiva veniva brandita e universalmente perseguita come la soluzione di tutti i malanni del mondo, la pubblicitá da promozione di merci finiva per affermarsi come una delle dimensioni caratterizzanti dell'oggi, imponendosi al costume, ai comportamenti e all'intera forma sociale, senza che piú nessuno, di nessuna parte politica, ci trovasse qualcosa da ridire.

Al contrario, con un netto capovolgimento di posizioni sovente da parte di quegli stessi che l'avevano analizzata con l'occhio piú severo, l'attivitá pubblicitaria é andata qualificandosi come una delle piú apprezzate espressioni culturali e addirittura «artístiche». Giornalisti impegnati e opinion leader di prima grandezza fanno a gara nel magnificarne le ultime invenzioni e i loro autori, per antonomasia definiti «i creativi» e a pieno titolo entrati nei piú qualificati ambienti intellettuali, intervistati sui temi piú diversi, festeggiati in serate di gala in loro onore, premiati in concorsi per spot particolarmente efficaci: t vero d'altronde che in mezzo alla gran massa banale e melensa della produzione ordinaria, non sono pochi i messaggi commerciali di qualitá notevole. Ció che non puó stupire dato che in questo campo, attratti da compensi elevatissimi, lavorano i cervelli piú apprezzati del momento; e non solo famosi registi, fotografi, attori, ma anche letterati e poeti non disdegnano di prestare la loro opera, per lo piú in anonimo ma a volte anche platealmente con la loro stessa presenza fisica, alla celebrazione della merce. […]

La galleria d'immagini

Come ebbi a dichiarare mesi fa al Foglio di Giuliano Ferrara, io apprezzo in Stalin uno dei co-fondatori, insieme con Truman, dello Stato di Israele, la cui nascita poté darsi all'Onu grazie a quella intesa. Apprezzo anche in Stalin il fornitore di armi — tramite la Cecoslovacchia — allo Stato di Israele quando Israele fu aggredito nel 1948 dai Regni legati alla Gran Bretagna (Egitto di Faruk e Giordania). Il capovolgimento di quella politica coincise con la aberrante campagna lanciata da Stalin contro Tito e i cosiddetti titoisti nelle neonate repubbliche popolari.

Mi accadde di parlare ampiamente di Stalin su questo giornale in almeno due occasioni: quando il Corriere riprese la prefazione al mio volume Pensare la rivoluzione russa (Teti) e nel febbraio 2003, quando un po' tutti i quotidiani si occuparono del cinquantenario della morte di Stalin. In entrambi i casi la discussione si sviluppò. Ricordo un ottimo intervento di Sergio Romano a proposito della mia prefazione al volumetto ora ricordato.

Santo Mazzarino — uno dei maggiori storici italiani — usava accostare Stalin a Giustiniano (Pericle c'entra poco) per essere stati entrambi grandi costruttori, grandi despoti e grandi intolleranti. Le semplificazioni non sono sempre benefiche ma possono rendere l'idea. La cosa non buona è a mio avviso che spesso si rinunci, tuttora, a parlare di Stalin con lucida mente, come invece si fa ormai per Robespierre o per altri «sanguinari» assertori della «rivoluzione». Si scatta in piedi invece di soppesare il pro e il contro.

Peraltro, se Time proclamò Stalin nel 1944 «uomo dell'anno» una qualche ragione ci ha da essere. Se l'antifascismo europeo gli ha tributato negli anni del pericolo nazifascista schiette parole di apprezzamento e di riconoscimento, ci ha da essere una qualche ragione. Ciò che invece da parte di alcuni si desidera cocciutamente è che si assimili l'opera di Stalin a quella unicamente nefasta e distruttiva di Hitler. Del resto non sarà un caso che il nazismo abbia portato il mondo alla guerra e alla catastrofe e l'Urss no. Alla fine si è dissolta, non ha trascinato gli avversari e il mondo nel baratro.

Stalin ebbe come linea di condotta di tenersi fuori dai conflitti: fino alla cecità di non prestare fede agli avvertimenti che gli giungevano da più parti nel giugno '41.

La gestione del potere in Urss: non potrò in poche righe sintetizzare i risultati che negli scorsi decenni hanno fornito tanti studiosi. Dirò soltanto che, essendo questa discussione sorta a margine di un libro sul cammino e le forme della democrazia in Europa (sia all'Est che all'Ovest mi raccomandò Jacques Le Goff), le questioni sono due: a) quali modelli di «potere popolare» (democrazia appunto) siano scaturiti dalla rivoluzione del 1917; b) quale effettiva prassi sia stata invece instaurata in Urss e nei Paesi satelliti. Parlare del primo punto io credo sia legittimo (basti pensare agli studi di diritto costituzionale intorno alle codificazioni in Urss).

Doveroso è al tempo stesso comparare questi testi e quegli sforzi con le dure lezioni della realtà e con la prassi effettiva. Scrivevo nel mio libro sulla democrazia (p. 301 dell'edizione italiana) che «nell'ultimo tempo del governo di Stalin furono poste le premesse per la rovina del sistema». E infatti quella che era stata, fin dalla rottura con Trockij e la messa fuori legge dell'opposizione interna al Pcus, una guerra civile ininterrotta condotta con ferocia e senza esclusione di colpi, dopo la vittoria del 1945 avrebbe dovuto esaurirsi o attenuarsi. Averne perpetuato gli strumenti fu rovinoso. Su questo concetto di guerra civile riferito all'intera vicenda che va dal 1927 alla vigilia della guerra mondiale mi piace ricordare le pagine di Feuchtwanger (Mosca, 1937), lo scrittore ebreo esule poi in Usa e lì morto.

Quanto detto sin qui ha un solo presupposto: che si discorra di storia. Ma per discorrere bisogna conoscere il senso delle parole. Mi diverte un po' osservare quali fraintendimenti abbia suscitato l'espressione da me adoperata «creare un mito intorno alla Polonia spartita». Qualcuno ha pensato che io dicessi che la Polonia non era stata spartita! Invece in italiano quella frase significa che un fatto (indiscutibile) viene «mitizzato», cioè occupa tutta la scena, diventa il fatto per eccellenza. Laddove esso era uno degli aspetti del patto dell'agosto '39. Gli altri aspetti erano: la volontà di distruggere prima o poi l'Urss ben radicata nella mente di Hitler (come ha documentato Kershaw nei suoi bei libri), nonché la poca volontà anglo-francese di addivenire davvero ad un patto antitedesco insieme con Stalin (lo scrive bene Churchill nel suo Da guerra a guerra). Per non parlare dell'ostilità polacca a far passare truppe sovietiche sul proprio territorio in caso di conflitto con la Germania e per non parlare della compartecipazione polacca, l'anno prima, alla spartizione della Cecoslovacchia.

E facciamo un esempio su un altro versante: Bacque ha documentato nel volume Der geplante Tod (La morte pianificata) l'annientamento da parte Usa di centinaia di migliaia di prigionieri tedeschi. Erano tempi «ferrei» avrebbe detto Tibullo. Mettersi in cattedra a dare i voti e le patenti di democrazia, ora per allora, fa un po' sorridere.

Qui l'articolo di Victor Zaslawsky al quale Canfora replica

T he rules of the game are changing, «le regole del gioco stanno cambiando», annuncia solennemente Tony Blair presentando le sue misure antiterrorismo a un paese in cui «per ovvie ragioni il mood è diverso» da quando, anche dopo l'11 settembre, qualunque stretta emergenzialista del diritto incontrava una fiera opposizione in parlamento o nei tribunali. Il mood , il clima psicologico, adesso è di paura; «le circostanze della nostra sicurezza nazionale sono evidentemente cambiate». Tanto cambiate da legittimare, come fa il premier, strappi nello Human Rights Act inglese e deroghe nella Convenzione europea dei diritti umani? Le regole del gioco sono davvero cambiate, se la deroga alle Carte fondamentali diventa la norma nell'era della guerra al terrorismo. Espulsioni rapide e negazione del diritto d'asilo per gli stranieri che predichino, incoraggino, promuovano, condonino o approvino odio e violenza. Probabile messa al bando di gruppi islamisti radicali come Hizb Ut Tahrir. Sottrazione della cittadinanza a chi agisce contro gli interessi della Gran Bretagna, e procedure più restrittive (compreso un esame sulla conoscenza dell'inglese) per ottenerla. Schedatura di siti, librerie, centri e network «estremisti». Modifiche nella procedura penale con estensione della detenzione preventiva per i sospetti terroristi o filoterroristi. Restrizioni nella mobilità e nella comunicazione per gli stessi cittadini britannici sospetti a loro volta di favoreggiamento o continguità. Ce n'è abbastanza, nell'elenco recitato da Blair (che il parlamento dovrà vagliare e completare da qui all'autunno), per incrinare i fondamenti non solo della tolleranza e della società multiculturale, ma della stessa cittadinanza democratica, di alcuni capisaldi della civiltà dei diritti (primi fra tutti la libertà di espressione e la non contemplabilità dei reati d'opinione), di alcuni fondamenti dell'ordine giuridico internazionale che ha retto le sorti del mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale (primo fra tutti l'uguaglianza nella titolarità dei diritti fondamentali senza distinzione di razza, lingua, religione etc.). Sul comune fronte occidentale, l'europea Gran Bretagna si allinea agli Stati uniti di Bush nella perversa strategia che consiste nel difendere le democrazie violandone le basi giuridiche; e poco consola che questo accada paradossalmente in coincidenza con il parziale svuotamento del campo di Guantanamo e con la resa del Pentagono ai doveri di informazione sui caduti in guerra che gli impone il Freedom of Information Act.

Di fronte alla scoperta, dopo il 7 luglio, che il terrorismo non viene dall'altro mondo ma dall'interno delle metropoli occidentali, l'annunciato passaggio dalla Gwot alla Save (ovvero dalla strategia della guerra globale al terrorismo a quella contro il reclutamento violento interno) rischia solo di riprodurre e amplificare all'interno delle democrazie occidentali gli strappi del diritto e la gerarchizzazione dell'umano operati dalla guerra preventiva. Ma anche la palla del pensiero rimbalza all'interno delle democrazie occidentali. Se l'universalismo non regge alla prova della globalizzazione e dei suoi nuovi conflitti; se la cittadinanza non regge alla prova della differenza culturale o religiosa impugnata come un'arma di distruzione totale, qualcosa di cruciale s'è rotto nell'impalcatura che l'occidente ha tentato di dare alla convivenza umana. Contrastare queste tragiche, tragicissime contraddizioni rianimando poteri e barriere della sovranità nazionale con la terapia dello stato d'eccezione non porterà molto lontano.

Giovanni Paolo II muore in pubblico e sigla con l'ostensione della sua agonia un pontificato che della dimensione pubblica ha fatto la sua cifra e la sua forza politica. Non serve a niente esercitarsi in giudizi moralisti e sul numero di telecamere che hanno invaso in queste ore piazza San Pietro, o sull'uso che il Papa ha fatto dei media e che i media hanno fatto del Papa. Non è questione di strumentalità, e non è questione di privacy - quella dell'attore e quella degli spettatori - violata dall'«eccesso» sopra le righe di un Parkinson esibito e di un'agonia in diretta. Wojtyla è stato anche in questo, prima di tutto in questo, interprete del suo e del nostro tempo storico che ha nella visibilità il suo marchio; e se il segno scarno della Croce è parso più e più volte sovrastato dal primato della quantità che ha caratterizzato raduni e giubilei, certo esce rafforzato in questa icona finale della fine, di una morte invincibile e di una sofferenza estenuante, entrambe inseparabili dall'umano ed entrambe costitutive del messaggio del Dio che si è fatto uomo. Certo, la simultaneità della morte naturale del Papa e della morte «artificiale» di Terri Schiavo, entrambe in diretta planetaria, suggeriscono anche un altro giro di pensieri sull'ultimo messaggio che Wojtyla può averci voluto consegnare, ribadendo nella pratica della propria morte un comandamento tante volte enunciato ai vivi: non si può scegliere il momento della fine né la durata della sofferenza, non c'è diritto positivo o giudice terreno che possa avere la meglio sul diritto naturale e sull'imponderabile giustizia divina, non si può staccare la spina ma bisogna fino all'ultimo condividere il dolore altrui che può essere il nostro. Ma nella morte in diretta di Wojtyla c'è molto di più di questo ultimo messaggio: come spesso nella morte, c'è l'impronta di una vita, e come spesso nella morte di un sovrano, c'è l'impronta di un regno.

Sempre in primo piano nel suo pontificato, il corpo di Giovanni Paolo II che si scinde davanti ai nostri occhi nel corpo morente e nel corpo redento è l'emblema incarnato di quel doppio corpo del Re, uno secolare e mortale l'altro sacro e immortale, che tanta parte ha avuto nella teoria e nella storia della sovranità moderna. Direttamente dunque la morte in diretta del vicario di Cristo ci riporta alla vita del Sovrano: dell'unico sovrano che nel mondo post-bipolare e post-politico abbia mantenuto l'aura, mentre attorno a lui quella della politica secolare e di tutti i potenti della terra declinava. C'è nell'ultimo libro di Wojtyla, come in ogni gesto del suo pontificato, questa lucida consapevolezza e volontà di essere un protagonista di un tempo di mutamento epocale, di catastrofe dell'equilibrio precedente, di riscrittura dei confini del pianeta. Non si tratta tanto, o solo, di misurare la parte che il papa polacco ha avuto nella fine del comunismo, quanto di valutare il modo in cui ha interpretato e impersonato la fine della politica novecentesca, i motivi emergenti della biopolitica, le forme di presenza e di azione in una sfera pubblica globalizzata che perdeva le strutture storiche della rappresentanza, degli stati nazionali, del conflitto di classe. Su ciascuna di queste frontiere il pontificato di Wojtyla ha accompagnato il mutamento, sul piano dei contenuti - ambivalenti, e spesso reazionarie - e sul piano altrettanto significativo delle pratiche.

La critica dei due totalitarismi e la distinzione fra il «male assoluto» del nazismo e il «male relativo» del comunismo; la tensione pacifista contro l'emergere della guerra permanente; la critica del liberismo e del consumismo; l'ossessione antiscientifica e antitecnologica contro qualunque rischio di manipolazione della vita naturale e dell'embrione, anche a scopo terapeutico; l'altra ossessione sul controllo del mutamento femminile, del rapporto fra i sessi e della famiglia; l'ostinazione per il recupero delle radici cristiane nel ridisegno dell'identità europea: ciascuno di questi capitoli ci rinvia l'immagine di un pontificato politico estremamente tempista nella scelta stessa dei campi di intervento, e sempre pronto a giocarsi i pensieri lunghi sui tempi brevi e i principi massimi sulle scadenze minime. E altrettanto tempista nella scelta delle forme e delle pratiche con cui dare visibilità all'agire politico. Primo papa della storia a rischiare la vita in un attentato e a essere curato in ospedale, primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica, primo a entrare in una sinagoga e in una chiesa protestante, primo a parlare in pubblico ai musulmani, primo ad assistere a un concerto rock, primo a intervenire di persona a un congresso medico: il primato nell'uso strategico dei massmedia va inserito in questa lunga serie di piccoli ma significativi primati, e collegato al primato più significativo di tutto il pontificato, la sua cifra «populista», nel senso di un rapporto diretto con le masse religiose, anch'essa specchio riflettente delle trasformazioni che la politica ha subito, dall'89 in poi, su scala planetaria.

Ci sarà modo, del resto, di guardare la medaglia anche dal suo rovescio. Non sarà infatti certamente un caso se proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II la freccia del tempo della secolarizzazione si è arrestata, e i confini fra laicità e religiosità, nella politica terrena, si sono sbiaditi fino a saltare. Il tempo dei fondamentalismi, compreso quello cristiano, coincide con il tempo del primo papa venuto dall'Est a regnare su un mondo diventato, fu detto al Giubileo, «una sola terra e un solo mare». Su quest'unica terra e quest'unico mare, sono in troppi a imitare il mandato pontificio, imbracciando la spada di Dio come protesi di una sovranità secolare decaduta.

Il colore viola sul dito degli elettori iracheni diventerà d'ora in poi il simbolo del trionfo della democrazia in Iraq e della sua esportabilità (armata) ovunque nel mondo? Realisticamente credo che dovremmo rispondere di sì, unendoci a gran voce al coro dei cantori della vittoria politica e simbolica dell'amministrazione Bush. Di questo trionfo siamo soddisfatti, ne sentiamo nutrito l'orgoglio di appartenere a quel pezzo di mondo che si chiama Occidente e che alla democrazia ha dato i natali e l'ambizione universalista? Realisticamente credo che dovremmo rispondere di no, separandoci nettamente da quel coro. Come stiano assieme questo sì e questo no, è un paradosso che non è ascrivibile allo «scetticismo» che gli entusiati del voto di domenica rimproverano ai pacifisti e a quanti hanno contestato l'occupazione dell'Iraq, la strategia della guerra preventiva e l'esportazione armata della democrazia. E' ascrivibile invece e purtroppo allo stato in cui versa la democrazia: in Occidente dov'è radicata, prima che in Iraq dov'è stata violentemente impiantata. I cronisti della storica giornata elettorale e chi conosce bene la situazione irachena avranno modo di analizzare minutamente le percentuali promettenti di partecipazione al voto, le fratture politiche, etniche e religiose che tuttavia sottostanno ad esse, i conflitti che inevitabilmente continueranno a imperversare, l'altolà che le urne sembrano aver dato al terrorismo, le piegature che l'occupazione dei «volenterosi» prenderà da qui in avanti. A noialtri resta il compito di interrogarsi sulla forbice che divide la fiducia nel rito elettorale di quegli otto milioni di iracheni, donne e uomini, dalla sfiducia che lo contrassegna nelle democrazie occidentali. E non è sopportabile il paternalismo di alcuni commenti della prima ora, che ci invitano a sciacquare il disincanto apatico e spesso astensionista delle democrazie mature nell'acqua fresca del neonato senso civico iracheno, e accusano di razzismo chi ha osato dubitare che la democrazia possa essere esportata a viva forza laddove non c'è ancora. Come sempre, sono accuse che vanno rovesciate sull'ipocrisia di chi le fa. Non era della ricettività democratica, per così dire, degli iracheni che dubitavamo; era, ed è, della qualità della merce esportata e dei suoi venditori.

Gli iracheni hanno tutte le ragioni per riporre fiducia, speranza ed entusiasmo in un atto che comunque offre a una società sofferente e segnata dalla dittatura e dalla guerra una possibilità di espressione e di scelta. Ma noi avremmo tutte le ragioni, e qualche dovere, per interrogarci sul peso e l'efficacia effettiva di quell'atto in quelle condizioni; e sull'immagine della democrazia in Occidente che, come in uno specchio, l'Iraq di domenica ci rimanda. Fahmi Hweidi, firma autorevole del quotidiano egiziano Al Ahram e di altre testate del mondo arabo, in un articolo pubblicato ieri dal Corriere della Sera ha acutamente evidenziato le contraddizioni insite in democrazie che vengono impiantate su terreni privi di libertà, e in «libere elezioni» che si svolgono in assenza di libere opinioni pubbliche.

Ma non è solo questo il punto. Il punto è che l'Occidente esporta un'idea e una pratica di democrazia ridotta al solo rito elettorale, e a un rito elettorale tutt'altro che trasparente, prima che a Baghdad, in casa nostra: dove fra ogni testa e ogni voto si frappone una montagna di opacità fatta di potentati economici e manipolazione massmediatica, la frequentazione delle urne non contrasta la crisi verticale della rappresentanza e della partecipazione, la libertà di voto non compensa la caduta della libertà politica. E' questa la democrazia che esportiamo con le armi, e che ha bisogno delle armi per essere esportata; è questa la democrazia che trionfa, e del cui trionfo c'è poco da gioire. E' di noi che parla l'Iraq.

L’accentramento amministrativo italiano è carattere genetico radicato nell’happening da cui nasce il Regno. Era una partita d’intelligenza: Cavour persuade Napoleone III all’intervento se l’Austria assalisse il Piemonte; Vienna manda l’ultimatum, confermando detti proverbiali; «sot comme un diplomat autrichien». Guerra fulminea: l’alleato desiste dopo Solferino (il patto era: un regno dell’Italia settentrionale fino all’Adriatico; Nizza e Savoia alla Francia); Franz-Joseph cede la Lombardia al confratello parvenu, che la passa a Vittorio Emanuele II. Muoiono suicidi due ducati e un granducato, Parma, Modena, Toscana. Implodono le Due Sicilie: Sua Maestà sabauda va a pigliarsele, consegnate da Garibaldi; en passant, occupa Marche e Umbria papaline. Plebisciti a suffragio universale maschile decidono l’annessione tout court al Piemonte (un re investito dalla plebe, esclama inorridito l’intellettuale reazionario Claudio Cantelmo nelle Vergini delle rocce). I ministri dell’Interno Farini e Minghetti contemplano un ipotetico decentramento burocratico, regioni senza autonomia normativa, ma i decreti del novembre 1861 estendono l’ordinamento piemontese agli ex Stati: urgeva chiudere la partita davanti all’Europa; e nella scelta pesa l’esperienza d’un ingovernabile meridione (briganti, consorterie pericolose, retour de flamme borbonico).

Carlo Cattaneo, milanese (15 giugno 1801-5 febbraio 1869), aborre l’archetipo subalpino: sogna gli Stati Uniti d’Italia e che vendano il Piemonte alla Francia separandosene con una muraglia cinese; ma supponendolo redivivo, non riesco a immaginarlo entusiasta; dista troppo, umanamente, dagli operai della devolution padana. Vediamoli. In territori già democristiani dallo sfacelo partitocratico affiora la Lega, creatura d’un demagogo fiutatore del vento: l’unica costante è una violenta retorica dialettale contro insegne e poteri dello Stato; presta man forte alla corrida giustizialista; convola nell’effimero primo gabinetto B. e l’affonda; coltiva riti fluviali, folklore pseudoceltico, messinscene separatiste, finché trova un’identità, come Mussolini 1920 quando converte i fasci in partito dell’ordine, fornendo squadre e spedizioni punitive agli agrari; la Lega diventa braccio pretoriano dell’impero d’Arcore, congenitamente anti-italiana, xenofoba, razzista, turpìloqua, insofferente delle regole, né nascondeva il fine, dissestare l’apparato statale.

L’assecondano pulsioni masochiste ex adverso. Come se non bastasse la commedia bicamerale, in quel funereo epilogo della XIII legislatura i sicuri perdenti propongono alla Cdl tre materie su cui votare d’accordo: conflitto d’interessi (viene da ridere), meccanismi elettorali, federalismo; i futuri vincitori ridono; e la coalizione moribonda vara un nuovo titolo V della Carta (Regioni, Province, Comuni), illudendosi d’adescare voti nordisti (la Lega «costola della sinistra»). Così lavorano gli apprendisti stregoni. Non essendo votato dai due terzi delle Camere, tale capolavoro richiede un referendum confermativo: ormai governa la Cdl; domenica 7 ottobre 3,4 elettori su 10 vanno alle urne; il 64 per cento della sparuta minoranza diligente risponde sì; nasce un gratuito federalismo italiano. Era scritto con i piedi: l’art. 117 enumera le materie su cui lo Stato può legiferare, chiamando «concorrenti» le altre: ma il participio va inteso nel senso contrario; Stato e Regione non concorrono affatto; una frase riserva «la potestà legislativa alle Regioni», salvi i «princìpi generali»; formula nebulosa su cui «bianco» e «nero» sono egualmente asseribili, infatti la Consulta è oberata d’un largo contenzioso. L’unico che vi guadagni davanti al suo pubblico è il condottiero padano, ora ministro delle Riforme. Naturale che voglia qualcosa in più e l’ottiene dagli alleati riluttanti (i postfascisti coltivavano una fiera retorica unitaria). Probabilmente l’exploit rimane sterile perché gli elettori chiamati al referendum non lo confermeranno, ma qualunque sia l’esito, un effetto negativo pare acquisito. Gl’italiani hanno visto quanto sia facile scardinare le «norme fondamentali», come le chiama Hans Kelsen, definitore classico dei dinamismi costituzionali: le Carte fissano scelte condivise dai costituenti; nell’epoca berlusconiana le Grundnormen sono materia banale, manipolabile da qualunque maggioranza, come le tariffe d’una gabella.

Torniamo a Cattaneo, ignorato pour cause nel tripudio devoluzionistico: cultura enciclopedica, testa fredda, un positivista educato da Giandomenico Romagnosi, contro fondamentalismi, dogmatiche, fumisterie metafisiche, pose istrionesche; con onesta ferocia confuta lo spiritualismo rosminiano; non esercita l’avvocatura né frequenta i politicanti; studia, osserva, scrive, sordo alle passioni patriottiche; nella mistica mazziniana sospetta un Ego gonfio. I moderati lo odiano. Cosa direbbe della devolution padana? Che un conto è il federalismo originario, organico, altro l’artificiale, prodotto dalla decomposizione voluta dello Stato unitario. Strenuo studioso dei fatti, solleverebbe questioni capitali: costi della riforma; razionalità ed economia del sistema futuro; quanto valga la fauna politica pullulante intorno ai nuovi organismi (nelle dispute 1860-61 Giuseppe La Farina combatte le regioni perché teme una reviviscenza delle vecchie cloache governative napoletano-palermitane); possibili perversioni. Ad esempio, la Regione diventa monopolista della scuola. E se legislatori rudi stabiliscono una ratio studiorum sulla loro misura etico-intellettuale?: dialetto, sei ore; folklore locale, altrettante; le rimanenti dodici da spartire tra italiano basic, rudimenti d’"umanità", matematica, scienze, filosofia degli affari, oratoria da tribuna, arti rampanti. Ci vuol poco a imbarbarirsi. Se le previsioni sono attendibili, lo scempio leghista resterà sulla carta, mancando la conferma referendaria, ma il virus circolava già, iniettato dagli autori della l. cost. 18 ottobre 2001 n. 3. I peccati contro l’intelligenza non risultano mai innocui, tanto meno quando fossero ciniche furberie.

È noto che la decisione iniziale di lavorare alla realizzazione della bomba è provocata dal timore che Hitler ne fabbrichi una a sua volta. Ma, nel 1943, i servizi d´informazione alleati stabiliscono che la Germania ha accantonato questo progetto. Tuttavia, le ricerche sul potere della reazione nucleare negli Stati Uniti proseguono. I fisici hanno relegato al fondo della loro coscienza la questione della giustificazione ultima, sono mossi adesso dal desiderio di risolvere un problema tecnico di una straordinaria complessità. Il pensiero strumentale, esemplificato qui in modo eloquente, impone questo collegamento: se una cosa è possibile, essa deve divenire reale; e se esiste uno strumento, allora bisogna servirsene. In nessun momento interviene una domanda sui fini ultimi, sulle ragioni di un simile agire. La tecnica sembra decidere per noi. Sarebbe stato logico, essendo la bomba concepita come una protezione contro Hitler, rinunciare a servirsene una volta sconfitto. Ma è una cosa inconcepibile per il pensiero strumentale e burocratico: poiché il progetto è stato lanciato, bisogna condurlo fino al termine.

L'ambigua reazione di Karol Wojtyla nei confronti di Passion, il film di Mel Gibson, è ben nota. Subito dopo averlo visto, profondamente commosso, ha mormorato: «È proprio come avvenne in realtà!», dichiarazione poi velocemente ritrattata dai portavoce ufficiali del Vaticano. La reazione spontanea del papa è stata dunque immediatamente sostituita dalla posizione neutra «ufficiale», emendata in modo da non ferire nessuno. Con questa ritrattazione, con questa concessione alla sensibilità liberale, il papa ha tradito ciò che di meglio c'era in lui, la sua intrattabile posizione etica. Oggi, in un'epoca di ipersensibilità verso il rischio di essere molestati dall'Altro, sta diventando un atteggiamento sempre più diffuso lamentarsi della «violenza etica» e criticare quegli imperativi etici che ci «terrorizzano» con le loro brutali imposizioni. L'ideale normativo di questa critica è un'«etica senza violenza», che (ri)negozia perennemente le sue norme: la critica culturale più alta incontra qui inaspettatamente la psicologia pop più bassa.

Durante una serie degli «Oprah Winfrey shows» John Gray, l'autore di Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, ha spinto questa posizione all'estremo: dato che, in fin dei conti, «siamo» le storie che raccontiamo a noi stessi su noi stessi, la soluzione a un' impasse psichica sta nella riscrittura «positiva», creativa, del nostro passato. Gray non aveva in mente semplicemente le comuni terapie cognitive che mirano a trasformare le «false credenze» negative su se stessi in un atteggiamento più positivo, nella certezza di essere amati dagli altri e capaci di risultati creativi, quanto piuttosto un'idea più «radicale», pseudo-freudiana, di regressione fino alla scena della ferita traumatica primordiale. Gray accetta la nozione psicoanalitica secondo cui un'esperienza traumatica nella prima infanzia può segnare per sempre lo sviluppo futuro del soggetto facendolo virare in senso patologico, ma propone che il soggetto, sotto la guida del terapeuta, dopo essere regredito fino alla sua scena traumatica originaria ed averla così rivissuta direttamente, «riscriva» questa scena, questa struttura ultima del suo universo di significato, rendendola più «positiva», benigna e produttiva. Se, ad esempio, la scena traumatica primordiale che grava sul nostro inconscio deformando e inibendo la nostra creatività è quella di nostro padre che ci gridava «Non vali niente! Ti disprezzo! Non combinerai niente di buono!», noi dovremmo riscriverla ottenendo così una nuova scena con un padre benevolo che ci sorride affettuosamente dicendoci: «Sei in gamba! Mi fido pienamente di te!»

New Age cristiano

Per portare questo gioco fino alle estreme conseguenze, quando Wolfman, nel famoso caso clinico di Freud, «regredisce» fino alla scena traumatica che aveva determinato il suo sviluppo psichico successivo (il coitus a tergo dei genitori cui aveva assistito) la soluzione non sarebbe forse riscrivere la scena? In questo modo egli avrebbe visto solamente i suoi genitori stesi sul letto e intenti a leggere, il padre un giornale e la madre un romanzo sentimentale.

Il problema è che quanto viene qui evocato come esagerazione satirica, oggi sta succedendo veramente. Si pensi a come le minoranze etniche, sessuali ecc. riscrivono il loro passato in chiave più positiva, di autoaffermazione: gli afro-americani sostengono che molto prima della modernità europea, gli antichi imperi africani possedevano già un alto livello di sviluppo nella scienza e nella tecnologia, ecc.

Su questa falsariga, possiamo immaginare una riscrittura dello stesso Decalogo. Qualche comandamento è troppo severo? Regrediamo fino alla scena sul Monte Sinai e riscriviamola! «Tu non commetterai adulterio, a meno che esso non sia emotivamente sincero e non serva alla tua realizzazione profonda...»

Che cosa va perduto, in questa totale apertura del passato alla sua successiva riscrittura? Esemplare è qui The Hidden Jesus di Donald Spoto, una lettura «liberal» del cristianesimo contaminata dalla New Age, in cui a proposito del divorzio possiamo leggere: «Gesù ha chiaramente condannato il divorzio e il nuovo matrimonio. (...) Ma Gesù non è andato oltre, non ha detto che il matrimonio non può essere rotto (...). Da nessun'altra parte, nel suo insegnamento, c'è una situazione in cui egli incateni per sempre le persone alle conseguenze del suo peccato. Tutto il suo approccio nei confronti delle persone era liberarle, non legiferare (...). È del tutto evidente che di fatto alcuni matrimoni semplicemente crollano, che gli impegni vengono abbandonati, che le promesse vengono violate e l'amore tradito».

Il rovescio del diritto

Queste righe, per quanto comprensibili e «liberal», implicano una confusione fatale tra alti e bassi emotivi, e un impegno simbolico incondizionato che deve resistere proprio quando non è più supportato da emozioni dirette: «Tu non divorzierai, tranne quando il tuo matrimonio `di fatto' crolla, quando diventa un peso emotivo insopportabile che frustra tutta la tua vita». In breve, tranne quando la proibizione di divorziare avrebbe guadagnato il suo pieno significato (giacché chi divorzierebbe quando il suo matrimonio è ancora vitale?). È così che oggi tendiamo a stabilire un collegamento negativo tra il Decalogo (i comandamenti divini imposti traumaticamente) e i diritti umani, sebbene in ultima analisi il tema moderno dei diritti umani sia radicato nella nozione ebraica dell'amore per il vicino. Ossia, all'interno della nostra società liberal-permissiva, post-politica, in fondo i diritti umani sono semplicemente il diritto di violare i dieci comandamenti. «Il diritto alla privacy»: il diritto all'adulterio, commesso in segreto, quando nessuno mi vede o ha il diritto di intromettersi nella mia vita. «Il diritto di cercare la felicità e di possedere la proprietà privata»: il diritto di rubare (o sfruttare gli altri). «La libertà di stampa e la libertà di esprimere la propria opinione»: il diritto di mentire. «Il diritto dei liberi cittadini di possedere armi»: il diritto di uccidere. E, infine, «la libertà di fede religiosa»: il diritto di adorare falsi dei.

Quando, dunque, ci liberiamo di questo meccanismo? L'estrema ironia postmoderna è lo strano scambio tra Europa e Asia: nel momento stesso in cui, a livello dell'«infrastruttura economica», la tecnologia e il capitalismo «europei» stanno trionfando in tutto il mondo, a livello della «sovrastruttura ideologica» l'eredità giudaico-cristiana è minacciata nello stesso spazio europeo dall'assalto del pensiero «asiatico» New Age. Quest'ultimo, nelle sue diverse guise che vanno dal «buddismo occidentale» (odierno contrappunto al marxismo occidentale, in contrapposizione al marxismo-leninismo «asiatico») ai diversi «Tao», si sta affermando come l'ideologia egemonica del capitalismo globale. In questo risiede la più alta identità speculativa degli opposti nella civiltà globale di oggi: pur presentandosi come un rimedio contro la tensione e lo stress della dinamica capitalistica che ci consente di liberare e mantenere la nostra pace interiore, la Gelassenheit, in realtà il «buddismo occidentale» funge da perfetta appendice ideologica a questo tipo di dinamica. Dobbiamo qui menzionare il tema ben noto del «future shock», ossia di come oggi, psicologicamente, le persone non riescono più a tenere testa al ritmo abbacinante dello sviluppo tecnologico e dei cambiamenti sociali che lo accompagnano. Semplicemente, le cose si muovono troppo in fretta: prima che abbiamo il tempo di abituarci a un'invenzione, questa è già soppiantata da un'altra, sicché siamo sempre più privi della più elementare «mappa cognitiva». Il ricorso al taoismo o al buddismo offre un'uscita da questa situazione, decisamente più efficace della fuga disperata nelle vecchie tradizioni: invece di sforzarci di stare al passo con il ritmo in accelerazione del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali, dovremmo piuttosto rinunciare al tentativo di mantenere il controllo su ciò che avviene, rifiutandolo in quanto espressione della moderna logica del dominio. Dovremmo invece «lasciarci andare», vivere alla giornata, opponendo una distanza interiore e un atteggiamento di indifferenza alla danza folle del processo di accelerazione: una distanza basata sulla nozione che tutto questo sconvolgimento sociale e tecnologico è in fin dei conti solo un proliferare non sostanziale di sembianze che non riguardano il nocciolo più recondito del nostro essere... Si è quasi tentati di resuscitare qui il vecchio, famigerato cliché marxista della religione come «oppio dei popoli», come appendice immaginaria della miseria terrestre: la posizione meditativa «buddista occidentale» è probabilmente il modo più efficace, per noi, di partecipare pienamente alla dinamica capitalistica conservando allo stesso tempo l'apparenza della sanità mentale. Se oggi fosse vivo, Max Weber scriverebbe senz'altro un supplemento al suo L'etica protestante e lo spirito del capitalismo intitolato L'etica taoista e lo spirito del capitalismo globale.

La grandezza di Giovanni Paolo II stava nel fatto che egli impersonava il rifiuto di questa facile scappatoia liberale. Anche quanti ne rispettavano la posizione morale, solitamente accompagnavano quest'ammirazione con l'osservazione che egli restava però irrecuperabilmente all'antica, addirittura medievale, attaccato ai vecchi dogmi, non in contatto con le esigenze attuali. Come si può al giorno d'oggi ignorare la contraccezione, il divorzio, l'aborto? Non sono questi, semplicemente, fatti della nostra vita? Come può il papa negare il diritto ad abortire persino a una suora rimasta incinta in seguito a uno stupro (come è effettivamente successo nel caso delle suore stuprate durante la guerra in Bosnia)? Non è evidente che, anche se in linea di principio si è contrari all'aborto, in un caso così estremo si dovrebbe piegare il principio e acconsentire a un compromesso?

Ora possiamo capire perché il Dalai Lama è molto più adatto alla permissiva epoca postmoderna. Egli ci propone un vago spiritualismo basato sul benessere, senza obblighi specifici: chiunque, anche la più decadente star hollywoodiana, può seguirlo continuando allo stesso tempo nel suo stile di vita promiscuo e avido di denaro... Il papa, al contrario, ci ricorda che un atteggiamento propriamente etico comporta un prezzo da pagare; è il suo testardo attaccamento ai «vecchi valori», il suo ignorare le pretese «realistiche» del nostro tempo anche quando le argomentazioni contrarie appaiono «ovvie» (come nel caso della suora stuprata), a renderlo una figura autenticamente etica.

Ma Giovanni Paolo è stato all'altezza del suo compito? La chiesa cattolica ha la sua organizzazione segreta, la famigerata Opus Dei, la «mafia bianca» della chiesa, l'organizzazione (semi)segreta che incarna in qualche modo la pura Legge al di là di ogni legalità positiva: la sua regola suprema è l'obbedienza incondizionata al papa e la spietata determinazione a lavorare per la chiesa, con la (potenziale) sospensione di tutte le altre norme. Di regola i suoi membri, il cui compito è penetrare nei principali circoli politici e finanziari, tengono segreta la loro affiliazione. In quanto membri dell'Opus Dei, essi sono effettivamente «opus dei», «opera di dio», ossia assumono la posizione perversa di strumento diretto della volontà divina.

L'appendice segreta

Ci sono poi i molti casi di bambini molestati sessualmente da preti. Questi casi sono talmente diffusi, dall'Austria e dall'Italia fino all'Irlanda e agli Usa, che possiamo effettivamente parlare di un'articolata «controcultura» all'interno della chiesa, con il suo insieme di regole nascoste. E c'è un'interconnessione tra i due livelli, dato che l'Opus Dei interviene regolarmente per mettere a tacere gli scandali sessuali dei preti. Incidentalmente, la reazione della chiesa agli scandali sessuali rivela anche il suo modo di percepire il proprio ruolo. Essa sostiene che questi casi, per quanto deplorevoli, sarebbero un suo problema interno e mostra una grande riluttanza a collaborare con la polizia nelle indagini. E, in un certo senso, è giusto: molestare i bambini è un problema interno della chiesa, è cioè un prodotto intrinseco della sua organizzazione istituzionale e dell'economia libidica su cui essa si basa. Non si tratta semplicemente di una serie di reati particolari riguardanti individui che si dà il caso siano preti.

Per rispondere a questa riluttanza della chiesa non dovremmo limitarci a dire che abbiamo a che fare con dei reati e che la chiesa, non partecipando pienamente alle indagini, ne diventa complice. Al di là di questo, la chiesa come tale, come istituzione, va indagata in relazione al modo in cui essa crea sistematicamente le condizioni perché tali reati avvengano. Questa è una delle ragioni per cui non possiamo spiegare gli scandali sessuali che vedono coinvolti i preti come una manovra degli oppositori del celibato finalizzata a dimostrare come le pulsioni sessuali dei preti, non trovando uno sbocco legittimo, siano destinate a esplodere in modo patologico. Consentire ai preti cattolici di sposarsi non risolverebbe niente, avremmo comunque dei preti che molestano i ragazzini: la pedofilia è generata dalla stessa istituzione cattolica del sacerdozio, come sua oscena appendice segreta.

Ed è qui che il papa ha fallito: a dispetto delle sue pubbliche espressioni di preoccupazione, egli ha evitato di affrontare le radici e le conseguenze degli scandali sulla pedofilia. Sotto il suo pontificato, l'Opus Dei è diventata più forte che mai e il papa ha persino dichiarato santo il suo fondatore (un antisemita dichiarato e un protofascista), un atto che manifestamente contraddice e dunque cancella la sua apologia nei confronti degli ebrei per i crimini commessi ai loro danni dalla chiesa per secoli. Per questo motivo, Giovanni Paolo II è stato un fallimento etico, una prova di come anche una posizione etica sinceramente radicale possa essere una posa fasulla, vuota se non prende in considerazione le sue condizioni e conseguenze.

Traduzione di Marina Impallomeni

Il buon soldato Graner ha parlato per tre ore davanti alla corte marziale americana che lo ha processato e condannato a dieci anni di galera per le torture di Abu Ghraib. Ha parlato e ha riso, raccontando di quando massacrava i prigionieri, scattava foto e rideva. Perché rideva allora, perché ha riso adesso, gli hanno chiesto. Risposta: «Non ce n'era e non ce n'è motivo. E' la nevrosi. A Abu Ghraib abbiamo fatto cose indicibili, sopportabili solo con l'assuefazione e con l'idea che ci fosse qualcosa di divertente». Il buon soldato Graner ha raccontato che a Abu Ghraib lui e i suoi compari dovevano però adoperarsi a far sì che l'assuefazione non colpisse i prigionieri. Loro no, non dovevano assuefarsi al dolore perché il dolore doveva restare insopportabile e aumentare ogni volta: questa era l'unica regola da osservare. Un po' di fantasia insomma, per non rendere la sofferenza troppo routinier. Botte ovunque sul corpo; schiaffi in faccia; umiliazioni sessuali. A ripetizione, ma con quel tanto di imprevedibilità da vincere ogni istinto di difesa dei detenuti. Trattamenti individualizzati: per ognuno una scheda personalizzata, come in palestra. «Gradi crescenti di privazione del sonno e del cibo, tecniche di pressione fisica e psicologica, uso mirato dell'isolamento notturno e diurno». Nudità obbligatoria. Tempo massimo per mangiare cinque minuti, tempo minimo venti secondi.

Il buon soldato Graner ha aggiunto che lui, e altri come lui, non erano stati addestrati adeguatamente per questi compiti, non erano preparati al meglio, e che per questo le cose sono degenedrate. Con un po' di tecnica in più, chissà, le cose sarebbero andate meglio: un buon sadico deve saper esercitare un perfetto controllo su quello che fa, altrimenti rischia di sbagliare le dosi. La preparazione tecnica invece era stata sostituita dall'imperativo di eseguire gli ordini senza discuterli, punto e basta. E quindi il buon soldato Graner li eseguiva. Aveva provato a obiettare qualcosa, col capitano Brenson, i sergenti Snyder e Ward, il tenente Phillabaum, il maggiore Rayder, ma gli fu detto di tacere e eseguire e lui tacque e eseguì. «Non c'era nulla di legale. Abbiamo commesso atti criminali. Ma per me, allora, erano ordini, anche se ne dubitavo». Che doveva fare allora il buon soldato Graner? Come ha detto sua madre in suo soccorso: «Lo state processando, ma anche se avesse disobbedito lo avreste processato». Che differenza fa? Obbedienza e disobbedienza indifferenti ai contenuti del comando.

Nel 1961, di fronte al tribunale di Gerusalemme che lo processava e lo condannò a morte per lo sterminio degli ebrei, Adolf Eichmann non considerò sufficiente difendersi invocando l'ubbidienza agli ordini; rivendicò anche una più impegnativa obbedienza alla legge, improntata ai princìpi dell'etica kantiana, o meglio a ciò che di quei principi gli pareva di aver afferrato, di un'etica kantiana, come lui stesso disse, «a uso della povera gente». Hannah Arendt, raccontando il processo ne La banalità del male, sottolinea l'importanza di questa distinzione dell'imputato: per fare scorrere la banalità del male non basta darsi l'alibi di eseguire un comando altrui, bisogna interiorizzare quel comando, «identificare la propria volontà col principio che sta dietro la legge, agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge cui si obbedisce». Adolf Eichmann non eseguiva passivamente gli ordini di questo o quel superiore, aderiva attivamente all'ordine superiore della legge, che per lui si identificava con il Führer. L'«obbedienza cadaverica», come lui stesso la definì durante il processo, non si alimenta né di fanatismo né di automatismi, ma di una ligia e salda ancorché perversa coscienza. Il buon soldato Graner non lo sa, o è figlio di un'epoca, la nostra, in cui anche la banalità del male si banalizza ulteriormente e come un automa risponde all'impulso automatico di superiori senza neanche l'aura dell'autorità della legge?

SE SI guarda alla storia del lavoro, i metalmeccanici – le tute blu – non sono una categoria di operai tra le altre. Sono l´Operaio. L´operaio è anzitutto un corpo umano al quale si chiede, da oltre due secoli, di compiere su dei pezzi di metallo alcune operazioni, semplificate al punto da poter essere eventualmente affidate a una macchina. In seguito a ciò diventa possibile costruire una macchina che provvede a render superfluo l'operaio.

Prima dell´operaio - è il caso che riporta Adam Smith in La natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) - uno spillo veniva fabbricato da un solo lavoratore, il quale stirava il filo d´acciaio, lo tagliava di misura, forgiava la testa dello spillo, appuntiva l´altra estremità, lucidava il tutto e lo incartava. Poi qualcuno scoprì che facendo svolgere ciascuna operazione da un singolo lavoratore la capacità di fabbricare spilli – quella che si sarebbe chiamata produttività – poteva aumentare di centinaia di volte. Con la divisione del lavoro applicata in modo spinto alla fabbricazione di spilli era nato il moderno metalmeccanico.

La macchina che fabbricava da sola gli spilli fu inventata davvero qualche tempo dopo, per cui gli operai del settore persero il lavoro. Successivamente un processo analogo si è ripetuto in molti altri campi. Non solo nella fabbricazione di parti metalliche, ma anche nel loro montaggio o assemblaggio per giungere a un prodotto finito. All´inizio del Novecento un ingegnere statunitense, Frederich W. Taylor, perfezionò la divisione del lavoro nelle officine introducendo un nuovo principio: pensare nuoce alla produttività. Chi usa le braccia per lavorare non deve pensare a quello che fa. Questo compito spetta soltanto alle direzioni d´officina. I loro uffici "tempi e metodi" sono centri di scienza organizzativa, incaricati di studiare come far muovere il corpo e le membra dell´operaio nel modo scientificamente più appropriato, allo scopo di ricavare da esse una maggior produttività.

Poco dopo la sua concezione teorica, la divisione del lavoro di tipo tayloristico, nel duplice senso di scomposizione d´un mestiere in operazioni elementari e ripetitive, e di drastica separazione tra ideazione ed esecuzione, veniva applicata su larga scala nelle officine Ford di Detroit sotto forma di catena di montaggio (1913). L´oggetto in fabbricazione – in questo caso un´auto, ma lo stesso sistema verrà presto adottato in ogni settore produttivo – scorre su un nastro meccanico davanti al lavoratore. Questo non deve far altro che compiere alcuni gesti elementari, purché si muova con la rapidità necessaria a non farsi scappare il pezzo che avanza sulla catena. Per vari aspetti i robot di oggi sono stati prefigurati allora. Le attuali braccia meccatroniche non compirebbero i movimenti sapienti che avvitano e verniciano, posizionano e montano pezzi complicati, se non fossero stati prima concepiti come movimenti delle braccia di operai addetti alle catene di montaggio.

Operai che però hanno anche una mente, la quale non ha mai gradito di venire consultata sul lavoro il meno possibile, perché così le manifatture prosperano di più, né di vedere il corpo che la ospita trasformato, insieme con quello dei compagni, in una parte di una grande macchina. Un´osservazione risalente ad un autore che influenzò non poco Marx, Adam Ferguson, il quale nel Saggio sulla società civile del 1767 denunciava pure la «disparità di condizioni e ineguale coltivazione della mente» che derivava da una avanzata divisione tecnica del lavoro.

Ci hanno provato spesso, i metalmeccanici, a ridurre la disparità di condizioni che deriva dal lavoro suddiviso in fasi insignificanti, e a introdurre in fabbrica una maggior possibilità di coltivare la mente. Lo hanno fatto con gli scioperi contro l´organizzazione parcellare del lavoro, dalla Renault di Billancourt del 1912 sino alla Fiat di Melfi del 2004, uno stabilimento in cui il tradizionale ufficio tempi e metodi che stabiliva imperativamente con quale angolo, e a quale velocità, bisogna muovere il braccio sinistro o la gamba destra, è stato sostituito da un computer; non è chiaro se con un tocco di umanità in più o in meno. Si sono opposti al lavoro insignificante, i metalmeccanici, anche specializzandosi in nuove professioni, come quelle che consistevano nel fabbricare parti dal raffinato e complesso disegno guidando a mano, con l´occhio al centesimo di millimetro, macchine utensili come torni e frese, rettifiche e piallatrici. Oppure, ancor sempre a mano, costruendo al banco, a forza di passaggi con lime e altri attrezzi via via più fini, prodigi di precisione come gli stampi destinati alle presse che ricavano dalla lamiera ogni sorta di sagome.

Sono professioni meccaniche durate una generazione o più, ma via via rese ridondanti, e gli operai specializzati con esse, dall´avvento di macchine sempre più indipendenti dall´operatore. Tornitori, fresatori e compagni sono stati quasi ovunque sconfitti, sin dagli anni ´50 del Novecento, dall´arrivo delle macchine utensili automatiche, poi dalle batterie di teste operatrici a trasferimento automatico, infine dai sistemi flessibili di produzione. Negli anni ´60 i mestieri di aggiustatori e attrezzisti sono stati eliminati dal controllo numerico - macchine che eseguono lavorazioni complicate sotto la guida di un programma elettronico. E per i mestieri restanti sono arrivati i robot.

C´è tuttavia qualcosa, nel corpo e nella mente dei metalmeccanici che hanno reso possibile con i loro successivi adattamenti l´industria moderna, che sembra proprio non possa essere trasferito alle macchine. E che forse spiega come siano ancora tanti, più di un milione e ottocentomila, e producano ancora, in Italia, immense quantità di manufatti all´anno: 27 milioni di tonnellate d´acciaio, oltre 20 milioni di elettrodomestici, 1 milione di auto, decine di migliaia di macchine che sanno fare di tutto, da produrre altre macchine a inscatolare biscotti. Tempo fa vi furono tecnici di produzione che puntavano a realizzare stabilimenti dove non c´era nemmeno bisogno di accendere la luce, perché erano interamente automatizzati. Ma quei pochi che riuscirono a costruire si rivelarono un mezzo disastro, e la maggior parte di simili progetti è stato abbandonato. Perché non c´è robot o automatismo che possa sostituire l´occhio e l´ascolto d´un operaio, allenati a distinguere ciò che a un dato momento funziona bene o male in un impianto in marcia; né la sua manualità che sa individuare e riparare difetti di qualità del prodotto. E meno che mai la sua conoscenza implicita dei mille snodi in cui le parti in produzione, i sistemi automatici, i tempi e i cicli e gli arrivi di materiali giusto in tempo dai fornitori si intersecano e si completano, ma non di rado si complicano e si disturbano a vicenda, sino a che l´intero processo s´inceppa. A meno che non intervenga la capacità del metalmeccanico di turno di capire e rimediare in tempo. Ad onta di chi vorrebbe che la sua mente fosse consultata il meno possibile, o di chi pensa che i metalmeccanici siano figure del passato.

Niente di nuovo all’Ovest è il titolo di un famoso romanzo di Erich Maria Remarque. Quel titolo, non la vicenda di guerra narrata nel libro, sembra applicarsi alla condizione di questa nostra civiltà occidentale. Niente di nuovo, perché?

Quindici anni fa comparve un saggio altrettanto famoso, di Francis Fukuyama, La fine della storia. Il quale suscitò critiche e anche scherni. Con qualche ragione. La tesi centrale era che ormai il mondo dell’Occidente aveva raggiunto, nel segno della felice congiunzione della democrazia e del mercato, uno stato stabile, steady state: non statico, nel senso che nulla più si muovesse. Tutto avrebbe continuato a muoversi, ma ormai monotonicamente, in una stessa direzione: come un grande fiume tranquillo, senza quelle cascate, rapide, cateratte: insomma quelle discontinuità (rivoluzioni, guerre, massacri, avventi religiosi, rivolgimenti culturali) che fanno, propriamente, la storia. Chi si aspettava questo scenario irenico è rimasto deluso. In questi quindici anni è successo di tutto.

Eppure, in un certo senso, Fukuyama aveva ragione. È successo di tutto, in Occidente – che di questo si trattava nel libro – ma nello stesso tempo, non è successo niente. Niente che abbia mutato il senso generale, propriamente essenziale della sua marcia.

La quale è, avrebbe detto Elias Canetti, la «muta di accrescimento». Non guerre e rivoluzioni, svolte fatali che mutano la direzione della società, ma la pura e semplice crescita della ricchezza economica della società stessa. Questa è la legge, questo è il vangelo. Come legge dell’Occidente e come modello per il mondo intero.

Certo, tensioni sociali esplodono, periferie si incendiano. Ma poi si placano, in un ritorno rassicurante alla normalità. Non c’è risposta che corregga la direzione di marcia delle «democrazie di mercato».

O meglio, la risposta è la teologica imitazione di Cristo (il dio mercato) predicata dalla più intelligente, informata ironica e mercatistica rivista del mondo, l’Economist. Osservando il malumore crescente suscitato nel mondo dalla globalizzazione, essa affermava qualche settimana fa che ciò che è necessario è che, di globalizzazione, ce ne sia di più. Riferendo poi sui moti francesi con britannica esultanza (France’s failure) li ha attribuiti alla rigidità del mercato del lavoro francese, che provoca una massiccia disoccupazione dalla quale scaturisce la rivolta delle periferie; e alla resistenza opposta all’adozione del modello economico americano dove la disoccupazione è molto minore e le periferie stanno tranquille.

Insomma, l’Occidente si muove ormai a senso unico. O senza senso? Il grande fiume tornerà sempre a scorrere. O no? Franco Venturini ha scritto sul Corriere della sera un lucido articolo che si riassume nella constatazione di un «nuovo smarrimento mondiale», di un disarmo di quella Storia che si voleva morta e della necessità di riconoscere il compito vero, che è quello di «ripensare, davvero, l’Occidente».

Non sono, le periferie delle nostre città ricche e meravigliose, il luogo di una sorda inquietudine che chiede spiegazione, non solo a Parigi, ma in tutto l’Occidente? Di un "Western failure"? Non dovrebbe, l’Occidente, anziché "francesizzare" quell’inquietante fenomeno, comprendere che de te fabula narratur: che esso si inquadra in una malattia minacciosa almeno quanto quella dei polli e altrettanto priva di risposte tranquillizzanti? È davvero pensabile che la risposta al disagio sociale, tanto per fare un esempio, sia racchiusa in una scelta esaltante come quella proposta dal liberismo, di una precarietà sottopagata al posto di una disoccupazione assistita?

Il tema del tramonto dell’Occidente non è certo nuovo. Il libro di Spengler, a suo tempo, segnò un’epoca del pensiero pessimista del Novecento. Non si può dire che, concepito durante la prima guerra mondiale, non fosse seguito da catastrofi immani. Dalle quali, però, l’Occidente è rinato sotto un segno compiutamente diverso, per molti versi opposto: il segno della pace (tra i paesi occidentali non ci sono state più guerre dall’ultimo sterminio mondiale, per oltre mezzo secolo) e dello sviluppo economico (la produzione dei paesi dell’Occidente, in questo mezzo secolo, è triplicata). Dunque, la profezia di Spengler è stata falsificata.

Ma il nuovo corso non ha affatto prodotto quello stato di benessere, di felicità pubblica, che gli era sottinteso. Al contrario: il mondo delle società ricche è un mondo angosciato, frustrato, spaventato. La spiegazione più ovvia è che la ricchezza, oltre che soddisfare domande antiche, ha suscitato domande nuove, le quali generano nuove insoddisfazioni e nuove frustrazioni. La risposta dell’Occidente ricorda l’esortazione di un motto celebre: continuez continuez! E cioè, proseguite sulla strada di una crescita che corra dietro alle domande che la crescita stessa genera, in un inseguimento perenne che sembra ormai la costante di una società esposta (questo sì che è nuovo) alle minacce provenienti dal mondo esterno. Sinceramente, non sembra una risposta rassicurante.

Le tensioni generano nuovi «proletariati interni» che possono combinarsi con nuovi «proletariati esterni» creando condizioni non controllabili di disgregazione sociale. Nuovi tremendi problemi, come quello dell’immigrazione di massa, investono, dall’interno e dall’esterno, l’intera Europa. L’autocompiacenza alla quale si ispira il pensiero oggi dominante in Occidente non è una prova di pragmatica saggezza, ma di irresponsabile cecità.

Ci si deve dunque chiedere se la riflessione sull’Occidente debba limitarsi al problema evocato dai fatti di Francia – l’immigrazione e i diversi modelli di integrazione – o non debba estendersi, come è giustamente suggerito, a un ripensamento dell’Occidente sull’Occidente stesso. In questo caso, la questione dominante dovrebbe diventare l’inceppamento di quella forza propulsiva che ha proiettato l’Occidente verso il primato mondiale: e che è la coniugazione, come Fukuyama afferma, della democrazia e del mercato.

Questa formula felice sembra si sia avvitata, infatti, in un circolo vizioso. E la ragione mi sembra questa: che ambedue i fattori del successo dell’Occidente, il mercato e la democrazia, sono mezzi, non fini. I fini sono rappresentati da valori, ideologici o religiosi; oppure da un progetto laico e mondano, che tuttavia soddisfi il bisogno di senso. E l’Occidente, mentre ha smarrito i primi, non è stato capace di elaborare il secondo.

È, questa, una condizione fragile e pericolosa. Una civiltà che perde l’anima è una società già morta. Nè il mercato né la democrazia posssono sostituirla. Non è pensabile che essa si avviti in un eterno ritorno dell’eguale. In assenza di un fine mobilitante, di una tensione trascendente, infatti, essa finirà, prima o poi, per disintegrarsi sotto gli urti degli inevitabili conflitti, interni ed esterni. Di fronte a problemi come quello di integrare la nuova immigrazione di massa, è del tutto frivolo chiedersi come integrarsi, se nel modo multietnico o nel modo etnocentrico; quando il problema è diventato: in che cosa?

Ci sono norme che hanno un altissimo valore simbolico anche se nella pratica soccorre il buon senso di non applicarle. La norma del pacchetto Pisanu che consente di mettere in galera fino a due anni una donna con addosso il burqa o il chador è una di queste, e a nulla serve limitarsi a sperare, come ha fatto qualcuno, che non possa essere applicata a chi si copre per motivi religiosi: nell'immaginario razzista che monta in queste tormentate settimane, essa viene già applicata e con soddisfazione. Le istanze «femministe» di chi dall'11 settembre perora la «liberazione» delle donne da veli, chador e burqa a colpi di leggi o di bombe gettano la maschera più eclatantemente in Italia che altrove. Altrove, ad esempio in Francia, il divieto di portare il velo nelle scuole è stato accompagnato da un amplissimo dibattito pubblico e sostenuto da tutt'altre argomentazioni. Si tratta pur sempre a mio avviso, come già mi è capitato di scrivere su questa colonna, di un cattivo divieto, e di cattive argomentazioni: la laicità intesa come neutralizzazione, l'uguaglianza fra i sessi intesa come omologazione, la libertà intesa come dettato normativo con effetti liberticidi. Ma il Rapporto della Commissione Stasi che ha ispirato la legge francese merita comunque di essere letto come esempio illuminante dei paradossi in cui può cacciarsi l'universalismo occidentale; e la discussione che ne è seguita nell'opinione pubblica francese ha meritato comunque di essere seguita come esempio illuminante delle ragioni a difesa, a correzione o contro di esso.

Nell'Italia berlusconiana tutto è più semplice e più elementare: una legge penale e via. Due anni di galera e la questione è risolta. Le donne velate vanno «liberate» con la repressione: la galera vera, della legge penale occidentale, al posto della galera simbolica, della religione e del patriarcato islamico, dell'abito. Qualcosa di minaccioso - un codice sessuale intraducibile nel linguaggio occidentale dell'ostentazione del corpo - si cela dietro il velo, e questo è a ben leggere il messaggio «velato» della legge francese. Quel qualcosa diventa minacciosissimo - un'arma, una bomba, un kamikaze - nella norma italiana, che lì, nel viso femminile velato, trova modo di incarnare e incardinare il fantasma assoluto del pericolo incombente. E il delirio di onnipotenza del controllo assoluto: un kamikaze a viso scoperto non si può - purtroppo - riconoscere e arrestare preventivamente, una donna velata sì. Lì sta l'ignoto, lì sta la preda, lì sta la presa.

Di nuovo troviamo donne, corpi femminili, come posta in gioco del cosiddetto scontro di civiltà. Il passaggio all'inciviltà è questione di poco. Piccole norme paradossali apparentemente con scarse possibilità di essere applicate. All'immaginario bastano minuscoli slittamenti per scavarsi delle autostrade.

L'immagine è tratta dal sito news.bbc.co.uk

Padre Mikael Mouradian (rettore del Pontificio collegio armeno, ndr), quest'anno ricorre il 90° anniversario del genocidio del popolo armeno, il Metz Yeghèrn, il Grande Male. Fu un vero e proprio genocidio? Sappiamo, infatti, che molti contestano l'utilizzo di questo termine.

«Non si può dire che non sia stato un genocidio perché, se prendiamo la definizione Onu di genocidio, vediamo chiaramente che di genocidio si tratta quando c'è la decisione di sterminare tutto un popolo cancellandone la storia, la memoria, la presenza fisica. I turchi, allora, dissero: "lasceremo soltanto un armeno, un esemplare in un museo". I Giovani Turchi il 24 aprile 1915 hanno massacrato a Istanbul circa 800 personalità armene di spicco. Tra di loro c'erano i vescovi, i prelati, gli scrittori, i deputati. Fu il loro primo colpo. Come dice Gesù nel Vangelo "per massacrare le pecore, dai il primo colpo al pastore". È quello che hanno fatto con gli armeni nel 1915. Penso che non si possa usare un'altra parola per spiegare ciò che è avvenuto nel 1915».

Quali sono le ragioni politiche del mancato riconoscimento del genocidio?

«È stato il primo genocidio del XX secolo anche se non è stato riconosciuto per lunghissimi anni dalla comunità internazionale, e purtroppo ancora adesso continua questa negazione. Ricordo benissimo ciò che mi raccontavano i miei genitori e mio nonno: quando gli armeni sono giunti a Parigi nel 1920, Clemenceau disse: "ancora una volta questi scheletri!". Per ragioni politiche internazionali non è stato riconosciuta l'idea del genocidio armeno perché poteva creare attriti con il governo turco».

Fu solo la rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, a denunciare all'epoca l'eccidio?

«Non solo, anche se la Civiltà Cattolica ha avuto la maggiore risonanza. In Armenia c'erano molti missionari e diplomatici stranieri tra i quali l'ambasciatore degli Stati Uniti che sul genocidio ha scritto le sue memorie. Esistono molti documenti che provano la verità del genocidio tra i quali un telegramma che Talat, allora ministro degli interni turco, ha trasmesso al governatore di Aleppo. In esso si legge: «Il diritto degli armeni di vivere è cancellato».

Oggi, a distanza di 90 anni, cosa rappresenta il genocidio per un armeno?

«È una pagina della storia dell'Armenia che non è chiusa e non si chiuderà finché non avremo riconosciuti i nostri diritti su ciò che è stato. È un diritto che ci è negato e che rimane come una spada nel cuore di ogni armeno».

Come affronta la questione la storiografia turca?

«Gli storici turchi avanzano la tesi del trasferimento del popolo armeno. In quel periodo di guerra i turchi erano obbligati a difendere i loro confini e perciò hanno dovuto trasferire molta gente. E quando sposti una massa di gente da un posto a un altro è facile che accadano cose simili a quelle accadute agli armeni. Ma evidentemente non è una spiegazione sufficiente per giustificare uno sterminio di massa. Dicono di non aver fatto niente e che, al contrario, gli armeni hanno massacrato i turchi e aggiungono che nessuno li ha obbligati a lasciare la Turchia e che se ne sono andati da soli (con la diaspora successiva al genocidio ndr)».

In Turchia il genocidio ha colpito anche gli edifici, le chiese, la cultura armeni?

«In Turchia oggi non si parla di presenza di armeni. Purtroppo il genocidio morale e storico continua ancora. Se vai in Turchia a visitare le città dove vivevano gli armeni ti renderai subito conto dalla costruzione delle chiese che c'era un popolo che viveva lì. Purtroppo però il genocidio monumentale continua perché il governo non bada a questi edifici storici. Io definisco tutto ciò genocidio culturale: puoi cancellare la presenza di un popolo non solo massacrando la gente ma cancellando tutti gli edifici e i segni visibili che quella cultura ha costruito».

C'è un'attenzione della stampa su questo?

«No, assolutamente no! Specie per quanto riguarda la distruzione dei monumenti armeni. In sostanza, il governo turco cerca di fare in modo che non ci sia più traccia della nostra storia».

Qual è la posizione della comunità armena sull'opportunità di ammettere l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea?

«Gli armeni non sono a tutti i costi contro l'ingresso della Turchia in Europa. Siamo contro l'ingresso della Turchia nello stato attuale delle cose perché una nazione che non riconosce la sua storia non può costruire il suo futuro, e purtroppo la Turchia non riconosce la sua storia. Avremmo in Europa una nazione che manca di rispetto proprio alla costituzione europea».

Pensa che la tragedia degli armeni sia stata e sia ancora oggi trascurata dalla storiografia? Nei programmi scolastici non si studia il genocidio armeno. Pensa che uno studente colleghi l'idea di genocidio allo sterminio degli armeni?

«Dipende dalla spiegazione e dall'apertura mentale che uno studente ha nel capire che genocidio equivale a sterminio di un popolo. Se si parlasse del genocidio armeno, il processo democratico farebbe un grande passo in avanti, pure qui in Italia. Penso molto all'educazione dei giovani, che sono il futuro dell'Italia, dell'Europa, e non hanno un'apertura mentale completa sul termine genocidio che appartiene a tutti quelli che hanno subito, penso al Darfur in Africa. I giovani, gli studenti devono avere la definizione chiara e così si può capire, spiegare».

Le arti hanno trascurato il genocidio?

«Sì. Se prendiamo il cinema, fino a adesso i film sul genocidio sono stati realizzati da soli registi armeni. Non c'è stato un solo regista non armeno che abbia fatto un film con un vigore internazionale. I film sul genocidio sono arrivati anche qui in Italia ma non hanno avuto una propaganda sufficiente per la loro diffusione».

Pensa che l'ingresso in Europa per la Turchia rappresenti una sorta di «promozione morale» in grado di cancellare il passato?

«Come armeno mi sentirei offeso nella mia propria persona umana se la Turchia entrasse nell'Unione europea senza il riconoscimento del genocidio. Sarebbe un'offesa a tutti gli armeni di tutte le nazioni. Sarebbe un mancato riconoscimento del diritto delle minoranze in Europa. Gli armeni turchi non possono oggi gridare "c'è stato un genocidio nel 1915!" così come i curdi i cui diritti non sono riconosciuti da tutti. La Turchia non riconosce la sua storia, come invece ha fatto la Germania che, riconoscendo l'Olocausto, si è conquistata il diritto di andare avanti».

Spetta dunque a me, visto che l´ho aperto, concludere questo dibattito sul laicismo che si è sviluppato con ampiezza sulle pagine di «Repubblica» per oltre due mesi valendosi di firme qualificate sia di laici sia di cattolici, di credenti e di non credenti, e che ha avuto larga eco anche su altri giornali e riviste.

Non nego che l´avvio a riprendere un tema plurisecolare ci è stato fornito dall´uso delle religioni nelle battaglie politiche e financo nelle guerre vere e proprie, condotte da terroristi organizzati e da eserciti regolari; un uso anch´esso plurisecolare, anzi addirittura plurimillenario che peraltro si sperava caduto finalmente in desuetudine. Non era così ed è infatti ripreso con nefasto vigore in questi ultimi anni e in questi ultimi mesi. Ma quel tema, del rapporto tra la religione e i principi della civile convivenza, tra le gerarchie che amministrano le chiese e quelle che gestiscono la «polis», infine tra il peccato e il reato punito dalla legge, è ben più ampio di quello delle guerre di religione che ne radicalizzano uno dei molteplici aspetti.

Quel tema coinvolge la concezione stessa del divino, il senso della vita, l´autonomia della coscienza individuale e infine la crisi della modernità.

Credo di non allargare indebitamente l´argomento che ci occupa se dico che in questo dibattito c´è anche un ospite inquietante del quale non abbiamo neppure pronunciato il nome ma la cui presenza è stata data quasi per sottintesa in tutti gli interventi.

Quel nome deve essere ora reso esplicito poiché è con esso che dobbiamo fare i conti, laici e religiosi, credenti e non credenti, assertori di verità assolute e relativisti.

E´ con il nichilismo che dobbiamo fare i conti poiché è quello il nome che riassume la crisi della modernità.

Il nichilismo, la «décadence», la disarticolazione dei valori, sono stati d´animo che hanno pervaso i nostri spazi mentali e modificato profondamente i nostri comportamenti. Hanno aggredito tutte le società ? quelle occidentali in particolare ma non esse soltanto ? che siano emerse dal livello della pura sussistenza e dell´appagamento dei soli bisogni primari. Sono penetrati nell´arte, nella filosofia, nella politica, nei rapporti interpersonali. Hanno capovolto i rapporti tra l´uomo e la tecnologia trasformando quest´ultima in un fine e gli uomini in altrettanti strumenti al suo servizio.

E' dagli ultimi decenni del XIX secolo che il nichilismo ha fatto la sua comparsa; negli anni a cavallo tra i due secoli sembrò aver raggiunto il culmine, ma non era così. Ha continuato ad espandersi e a produrre i suoi effetti per tutto il Novecento che ne ha trasferito la virulenza al secolo in cui siamo appena entrati. Da questo punto di vista mi sembra dunque sbagliato trattare il Novecento come un secolo breve che sarebbe cominciato nel 1914 con la guerra e la fine della «Belle Époque» e si sarebbe concluso con l´implosione del comunismo sovietico nel 1989.

Se infatti si guarda alla ferita profonda che si è aperta in Occidente con l´avvio del nichilismo, le date cambiano, il Novecento comincia a metà del XIX e non sappiamo ancora quando si concluderà. Parliamo spesso di transizione politica forse senza renderci pienamente conto che stiamo attraversando da 150 anni una fase di transizione epocale che ha travolto culture, religioni, modi di vivere e di sentire.

Il dibattito sul laicismo, nelle forme in cui oggi si può e si deve condurre, non è dunque simile a quelli che ebbero luogo ai tempi del positivismo o, risalendo ancora più indietro, quando la società dei Lumi ne pose i fondamenti rovesciando le culture dell´«Ancien Régime».

Dopo Auschwitz, dopo i lager, dopo Hiroshima, tutto è cambiato. Il problema della gratuità del Male ha intaccato la fede nella Provvidenza. Le nozioni stesse di peccato e di salvezza sono state sconvolte.

Occorre quindi avere il coraggio intellettuale di porre questo dibattito su nuove basi, essendo ben consapevoli che non si uscirà dal nichilismo rimettendo indietro le lancette dell´orologio e brandendo il vessillo del Dio degli eserciti contro il vessillo di chi affida allo stesso Dio un´appartenenza e un colore diversi. Dio è dunque una costruzione così antropomorfica che lo si può arruolare nella guerra santa di Al Qaeda o alla testa dei marines seguendo l´esempio di Costantino il grande o di re Carlo dalla barba fiorita? Chiaro che no.

* * *

In questo nostro dibattito c´è un punto che merita, io credo, d´esser chiarito. Nell´articolo di apertura ho usato il termine laicismo ma in molti degli interventi successivi al posto di quella parola e del concetto che essa esprime è stata usata la parola laicità. La quale esprime un concetto diverso.

La laicità appartiene sia ai credenti che ai non credenti e distingue tutti coloro che aderiscono e praticano la distinzione tra spirito religioso e attività politica. Il «date a Cesare ciò che è di Cesare» con quel che segue è appunto il fondamento della laicità, la separazione di due sfere di influenza, i due «soli» dei quali parla Dante nel «De Monarchia» a proposito del Papato e dell´Impero. Va da sé che l´Impero cui Dante si riferisce è pur sempre un regno cristiano il quale rivendica una sua autonomia rispetto alla gerarchia ecclesiastica chiamata a gestire la comunità dei fedeli in quanto tali. La dialettica tra quei due poteri riguarda dunque i rispettivi confini e la rispettiva legittimità; i contrasti avvengono quando quei confini siano messi in discussione ed eventualmente violati ora dall´uno ora dall´altro come infinite volte è storicamente accaduto.

Ho già osservato (e Pietro Scoppola nel suo intervento ha approfondito questo aspetto della questione) che la convivenza tra i due «soli» danteschi ha favorito l´evoluzione delle chiese cristiane, allontanandole da quel modello teocratico che ha invece ingessato l´Islam nonostante la ricchezza originaria e l´immenso deposito culturale di cui dispose nei primi secoli del suo fulgore.

Sorte in qualche modo analoga fu riservata alle chiese che, dopo lo scisma, restarono sotto l´influenza bizantina e di lì trasferirono in Russia quell´ortodossia a canone inverso, accettando o dovendo subire una forma di teocrazia rovesciata che aveva l´imperatore a capo della gerarchia ecclesiastica. Proprio da questi confronti emerge la superiorità culturale delle chiese cristiane di occidente e in particolare di quella cattolica cui la compresenza di un potere civile, prima legittimato anch´esso dall´investitura sacra e poi da quella democratico-popolare, ha consentito un´integrazione e un´articolazione con la modernità, con la libera scienza, con culti e religioni diversi e quindi una sensibilità ai diritti civili e alle libertà che vi sono connesse, che il riflusso teocratico avrebbe impedito e spento.

In questo quadro il «date a Cesare» è diventato il fondamento di quella laicità partecipata al tempo stesso da credenti e da non credenti che, per quanto in particolare riguarda questi ultimi, costituisce uno degli elementi essenziali del loro laicismo. Il quale tuttavia contiene la laicità ma non si esaurisce in essa, così come la laicità costituisce la proiezione civile e politica dei cristiani che rifiutano il temporalismo, coerenti con una fede imperniata sul messaggio evangelico dell´amore, del perdono, della dignità della persona e del suo libero arbitrio nella scelta del Bene, nel faticoso cammino sorretto dalla grazia verso la salvezza e l´eterna beatitudine al cospetto di Dio.

* * *

Nel suo notevole intervento in questo dibattito Giuliano Amato sostiene che i credenti «hanno una marcia in più» rispetto ai non credenti nel loro empito di fratellanza e di attivo amore del prossimo. Concorda con lui Arrigo Levi, che pure definisce «fede civile» quella dei laici. Scrive Levi che «l´amore che sostanzia quella marcia in più ha una portata mille volte più pervasiva della ragione e della severità su cui si fonda l´etica laica».

Può darsi che sia così oppure può darsi di no: quest´immagine della marcia in più appartiene piuttosto al campo delle sensazioni non provate e non provabili. Si potrebbe obiettare (con Kant) che un´azione è etica solo quando non rechi beneficio a chi la compie. Mentre questo requisito manca per definizione in chi si affida alle opere per meritarsi la salvezza. Ma discutere di marcia in più o in meno non mi sembra inerente al tema di fondo del dibattito, a meno di non considerare il sentimento religioso soprattutto come un elemento utile alla coesione sociale. Il che è probabilmente vero ma sminuisce il contributo spirituale che la fede nella trascendenza può diffondere nella società.

Ebbene, questa fede nella trascendenza è esattamente il centro del problema. La crisi della modernità e il diffondersi del nichilismo promanano infatti dall´affievolirsi progressivo di quella fede. La morte di Dio, prima che un proclama, è una constatazione. La morte di Dio (attenzione) non equivale alla morte del sentimento religioso né all´assenza del divino; tantomeno equivale al dominio esclusivo d´una razionalità che tutto spiegherebbe dissipando ogni mistero e illuminando ogni zona d´ombra. I «philosophes» dell´Enciclopedia, salvo i più grossolani tra loro come d´Holbach, non affermarono mai questa banalità; tantomeno l´aveva affermata Spinoza. Quanto a Nietzsche, la sua religiosità è fuori discussione.

In realtà la morte di Dio postula il deperimento della trascendenza e quindi dell´assoluto. Il nascere d´un nuovo tipo di metafisica, cancellata quando si analizzano le modalità di funzionamento della «ragion pura» ma riproposta nell´ambito della «ragion pratica» o del mondo come «volontà e rappresentazione».

E´ evidente tuttavia che il deperimento della trascendenza, quello che lo stesso Giovanni Paolo II ha definito il «ritiro di Dio dal mondo», il suo sconsolato (o irato) allontanamento di fronte al prevalere del Male scelto dagli uomini che hanno fatto pessimo uso della libertà di scelta che Dio stesso ha loro concesso nel momento in cui li ha gettati nella storia; quel deperimento è stato foriero di profonde modificazioni nei modelli mentali e comportamentali. I più importanti e i più gravidi di conseguenze etiche, sociali, politiche e soprattutto culturali, sono stati la filosofia dell´apparenza e il relativismo.

Lascio da parte la prima che ci porterebbe ad un discorso arduo da approfondire in questa sede; ma è il relativismo che entra in pieno nel nostro tema. Esso è un punto di discrimine decisivo tra la coscienza moderna e i puntelli della tradizione. Riguarda la disputa antica anzi antichissima tra oggettività e soggettività e quella, più recente, sulla verità.

Esiste una verità assoluta? Una verità da accertare, da raggiungere passo dopo passo fino al momento in cui saremo interamente arrivati a possederla? Avremo allora trovato finalmente la chiave con cui potremo aprire la porta che nasconde i segreti del mondo e il senso della vita?

Le grandi religioni monoteistiche ci hanno rivelato la strada per arrivare a quella verità; essa è scritta nei libri sacri e nelle parole dei fondatori e dei profeti.

Talvolta si tratta di parole arcane, misteriose quanto i misteri che vorremmo penetrare; parole dense di significati, parole ineffabili, da percepire attraverso lo slancio mistico della fede e attraverso l´interpretazione «autentica» delle Chiese, autoproclamatesi come il tramite esclusivo tra la realtà visibile e la vera vita dell´oltremondo.

Oppure quella verità assoluta sarà conquistata dalla scienza nel suo graduale processo conoscitivo che sta via via affiancando al metodo sperimentale una sorta di religiosità non mistica ma intuitiva, un affidamento crescente ai processi induttivi rispetto a quelli deduttivi.

Che la verità assoluta sia dominio della fede religiosa oppure d´una formula matematica capace di tradurre in numeri il divino, resta in ambedue questi modelli mentali, un´analoga tensione di ricerca dell´assoluto ed è proprio di lì che passa il crinale che segna la differenza con la filosofia dell´apparenza. Essa postula la cancellazione (la morte) dell´assoluto, il relativismo della verità, il dominio del caso rispetto ad ogni ipotesi di destino, il riferimento all´autonomia della coscienza individuale e la responsabilità che ogni individuo non solo si assume ma anzi rivendica come elemento della sua nobiltà. Mentre le altre specie si distinguono secondo la capacità di volare nell´aria o di camminare e strisciare sulla terra o di nuotare nelle acque dei mari e dei fiumi e in mille altri modi, la specie dell´uomo possiede una mente riflessiva capace di pensare se stessa e una coscienza resa vigile dalla memoria di sé e responsabile verso se stessa delle azioni che compie e degli effetti che esse producono.

* * *

Qui avviene l´incontro con la morale e con il cosiddetto diritto naturale. Per i credenti e per le chiese che li rappresentano si tratta di due assoluti; per i laici di concetti relativi, cioè variabili secondo i luoghi, le epoche, i risultati della scienza sperimentale, i costumi e soprattutto i risultati delle libere decisioni della coscienza individuale.

Il cardinale Ratzinger, nello scambio di lettere con Marcello Pera, parla a lungo sul tema della coscienza individuale e del libero arbitrio. Si tratta infatti del nodo centrale di controversia tra la Chiesa e i laici e all´interno stesso della Chiesa. Per Ratzinger la libera scelta consiste nella scelta del Bene e della fede. Una scelta diversa si autocondanna all´esclusione. Il Bene e la fede comportano l´adesione alla precettistica morale indicata dalla gerarchia. Il credente dunque, quando si avvale della libertà di scelta che Dio gli ha concesso, non ha altra via da quella di rinunciare a quella libertà.

Questo modo di impostare la questione preclude ovviamente qualunque forma di dialogo tra credenti e non credenti che naufraga inevitabilmente sul tema dell´autonomia della coscienza individuale. Mi ricorda il dialogo che ebbero Blaise Pascal e monsignor de Saci, allora direttore spirituale del convento di Port Royal des Champs, quando Pascal chiese di entrare a far parte di quel gruppo e di quel movimento religioso.

De Saci l´interrogò a lungo sulle sue letture e sui libri preferiti. Pascal citò innanzitutto i Vangeli e Agostino, ma poi anche Epitteto e Montaigne. De Saci ascoltava silenzioso. Pascal gli chiese se conoscesse quegli autori, De Saci rispose di no. Ne aveva sentito parlare ma non li aveva mai letti; non ne aveva bisogno.

Pascal ne perorò l´importanza, disse che secondo lui quelle letture profane erano comunque propedeutiche per consolidare la fede o per arrivarci anche con il puntello della ragione; della mente in aggiunta al cuore. De Saci replicò che la fede non deve nulla alla mente e anzi arrivare alla fede seguendo la strada della mente è un atto di superbia. Alla fine concluse dicendo che, se Pascal voleva entrare nel gruppo di Port Royal, doveva fare proponimento di abbandonare quel tipo di letture.

Bene. La concezione di Ratzinger mi ricorda molto le prescrizioni di monsignor de Saci. Pienamente legittime per la mistica cristiana (agostiniana) della fede e della grazia, ma incomprensibili per chi, dalla sponda cristiana, si propone il problema di dialogare con i laici non necessariamente credenti.

L´incontro sulla morale è certamente il terreno fertile per un dialogo del genere, ma presuppone una religione che non continui a porsi come la sola depositaria d´una verità assoluta. Il relativismo non è nichilismo, al contrario. Il relativismo comporta un impegno continuo e responsabile sulle verità morali di volta in volta valide nell´epoca e nel luogo. Verità assolute nel luogo e nell´epoca, ma variabili secondo i mutamenti d´epoca e di luogo. Nulla meno di questo ma anche nulla di più.

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In un articolo bellissimo oltre che importante anche ai fini di questo dibattito («Repubblica» del 24 dicembre, con il titolo «I Cristiani») Pietro Citati ha scritto: «L´idea della morte di Dio non dovrebbe preoccuparci. In alcune grandi religioni gli dei non sono eterni... [ma] credo che una grande religione non muoia mai. La religione greca non è morta. Apollo o Ermes o Dioniso o Iside ? Afrodite-Demetra non sono scomparsi dalla nostra esistenza.

Dopo aver impregnato le immagini del cristianesimo antico, sono vivi ancora oggi come forme mentali o psicologiche. La compassione del Buddha ha modellato la sensibilità occidentale; il Tao ha influenzato la nostra intelligenza».

Dal canto mio aggiungo che Gesù di Nazareth ha modificato il Dio di Abramo, di Giobbe, del Qoèlet, il creatore del Leviatano, il Dio incontinente e tuonante dall´alto dei cieli. Il Figlio dell´Uomo ha modificato il Padre anzi l´ha sostituito. Forse è proprio di lì che il vecchio Dio ha cominciato a morire.

Questo discorso attiene ai credenti quanto ai laici.

Esso può aiutarci a chiudere la minaccia del nichilismo e ridare senso alla vita. Non è un senso unico, cardinal Ratzinger. E´ il senso che ciascuno di noi costruisce con fatica tenace, anche quando è consapevole che quel senso emerge da un caos insensato dove farà naufragio comunque ma dal quale riemergerà come tutte le forme periture che la natura crea e alla natura ritornano per riemergere ancora, sempre nuove e sempre periture.

Non so dire se ciò abbia un senso. Ma credo che questo eterno processo sia indistruttibile. Credo che il nulla sia l´ombra di Dio e che il divino sia dovunque, nel filo d´erba, nella rosa, nel passero, nel leone, nell´uomo. In questo ho fede.

L’uguaglianza

Le donne e gli uomini sono tutte e tutti uguali. Ogni essere umano nasce con lo stesso diritto ad una vita compiutamente realizzata, senza distinzioni di genere, casta, censo, reddito, etnia, religione. Lo scopo fondamentale della politica è quello di affermare questo principio. Aspirando a costruire un mondo dove le disuguaglianze siano sempre minori. Il compito primario della politica non è quello di assicurare efficienza allo sviluppo, ma di ridurre e cancellare le sopraffazioni e le disuguaglianze nelle relazioni tra persone, popoli, Stati. Solo in questo modo si può garantire il diritto fondamentale all’individualità e alla differenza. Una società equilibrata salvaguarda le differenze e difende i diritti individuali, una società ingiusta e gerarchizzata li cancella. Il dovere essenziale della politica in una società moderna è quello di contrastare tutte le discriminazioni: quelle teoriche e quelle pratiche, quelle economiche e quelle sociali, quelle formali e quelle di sostanza. Di queste discriminazioni il razzismo e la xenofobia sono le più odiose e aberranti.

La libertà

Ogni essere umano nasce libero. Ogni essere umano ha diritto a vivere libero. Non ci potrà essere libertà se non si demoliscono le basi della schiavitù dal bisogno, dello sfruttamento del lavoro, dell’egoismo sociale, dell’oppressione patriarcale, della superstizione, del nazionalismo. La libertà si realizza abbattendo il dominio. L’affermazione di una società pienamente libera avviene attraverso la critica e il ridimensionamento del potere. La libertà degli individui e dei popoli, cioè la possibilità di vivere la propria vita di tutti i giorni e di costruire il proprio destino in razionalità e autonomia, resta un insopprimibile bisogno umano.

La fraternità e la sorellanza



La convivenza solidale tra le persone è alla base di ogni civiltà: solo il vincolo amichevole della specie, solo la capacità di rapporto con l’Altro e con l’Altra, solo la costruzione attiva di un legame di fratellanza e sorellanza, hanno reso possibile la straordinaria storia dell’umanità. Contro le pulsioni distruttive dell’homo homini lupus, contro il ritorno dello spirito maschile e guerriero, contro la pratica della morte e dello sterminio, la sorellanza e la fratellanza sono oggi dimensioni essenziali. Le sole che possono indicarci un orizzonte di felicità.

Lo sviluppo

Lo sviluppo non si misura con la falsa neutralità del Pil: non è la cieca crescita quantitativa di merci. E’ un progetto di rinascita economica e sociale rispettoso dell’ambiente, dei diritti delle generazioni che verranno, e della necessità di un’equa distribuzione della ricchezza. La terra è di tutti. La ricchezza economica e tecnoscientifica deve servire a tutti. Ai viventi e ai futuri abitanti della Terra.

I diritti di nuova cittadinanza

Ogni persona è cittadina se può esercitare i diritti basici di partecipazione alla politica. Se può difendersi dal potere. Se ha di fronte una giustizia non discriminatoria per classe e per censo. Se può liberamente esprimere le proprie idee e le proprie speranze. Ma una cittadinanza piena è imprescindibile dall’estensione di diritti sostanziali universali: allo studio, alla salute, alla mobilità, all’abitazione e alla dignitosa sopravvivenza. La cultura, l’informazione, la sanità, i trasporti di base, la casa, per acquisire davvero questo statuto universale, non possono che essere sottratti al dominio delle merci e del Privato. La scuola pubblica, laica e plurale, luogo della convivenza, dell’incontro e della contaminazione, è la base di questa ispirazione. Lo Stato non deve finanziare la libera istruzione privata.

La famiglia

Le donne sono il soggetto della più straordinaria e prolungata rivoluzione del nostro tempo, fondata sulla libertà e l’autodeterminazione femminile. Alla base della convivenza sociale, che assume la diversità di genere e di orientamento sessuale come tratto distintivo della libertà moderna, c’è dunque la libera scelta delle persone - con il solo limite stabilito dal rispetto della libertà altrui. La famiglia si articola oggi in una vasta molteplicità di opzioni e di libere unioni, contro ed oltre il dominio patriarcale, contro ed oltre ogni gerarchia stabilita autoritativamente, contro ogni idea tradizionale che limiti la libertà sessuale.

Il rifiuto del razzismo

Oggi nessuno può credibilmente argomentare la superiorità dell’“uomo bianco”. Esiste però una posizione, diffusa, che afferma la superiorità culturale e civile dell’occidente sugli altri popoli del pianeta. La chiusura delle frontiere, la categoria del “clandestino” sorreggono questo nuovo razzismo. Noi affermiamo, al contrario, il diritto dei popoli a emigrare, a viaggiare, a mescolarsi e ci opponiamo alle chiusure delle frontiere

Il dialogo tra le civiltà

Il dialogo tra le diverse civiltà è una risorsa per l’umanità. La civiltà occidentale - quel mix complesso di cultura progressista nata dall’illuminismo, dal liberalismo, dal cristianesimo e dal contributo del movimento operaio, è solo una delle civiltà che abitano il pianeta. Altre si sono espresse, anche con molta forza e splendore, in epoche passate, altri orizzonti attraversano l'immaginario delle popolazioni mondiali. Il dialogo tra le civiltà è la nuova frontiera dell’umanità, l’unico orizzonte credibile per un futuro di pace e di benessere reciproco.

La lotta al terrorismo

Il terrorismo è una forma atroce e inaccettabile di lotta politica. Esso annienta i corpi, moltiplica le vittime e perciò stesso rende muta la politica. Oggi l’ipoteca del terrorismo pesa non solo sulle popolazioni occidentali ma molto di più sullo stesso mondo arabo-musulmano schiacciato dal fallimento delle speranze progressiste, dominato dal neocolonialismo e reso ostaggio di formazioni integraliste e reazionarie che fanno dello strumento terroristico un uso spregiudicato quanto lucido. Il terrorismo non si spiega solo con la disperazione sociale in quanto vive di una sua autonoma progettualità politica. Tuttavia l’aggressione dell’occidente capitalistico lo alimenta e lo rafforza. Battere il terrorismo significa innanzitutto offrire una possibilità di autoliberazione democratica ai popoli arabo-musulmani, e questo non può avvenire se non si pone fine alle guerre e all’oppressione nei loro confronti.

La pace e la nonviolenza



La guerra va respinta. Senza se e senza ma. Va espulsa dalla storia e dalla legalità internazionale. Bisogna opporsi alle aggressioni che l’Occidente, e gli Stati Uniti, continuano a perpetrare ai danni del Sud del mondo. Diciamo sì alla pace, alla convivenza dei popoli, alla pari dignità delle culture. Ci impegniamo sulla frontiera dell’interdipendenza e dell’accoglienza. Molti di noi sono convinti che non ci potrà mai essere pace vera, completa e duratura senza una scelta strategica di

Per aderire andare qui

Non sorprende che Camillo Ruini, il più autorevole dei nostri vescovi, intervenga così frequentemente sulle scelte del governo italiano. C’è da chiedersi perché si permetta di farlo ora. La gerarchia cattolica non ha mai accettato fino in fondo la separazione di campo tra stato e chiesa. Non è una novità. È dal famoso «non expedit» che i cattolici si sono sentiti addosso l’interdizione vaticana a partecipare alla sfera politica ed è un merito della democrazia cristiana di De Gasperi essere riuscita a far ritirare di fatto questa proibizione, lasciando alla destra o alla disinvoltura di Craxi farsi portavoce dei principi e dei bisogni che oltretevere erano cari. L’avere scomunicato nel dopoguerra chi votava comunista aveva finito con il rivolgersi contro la stessa chiesa e dall’interno del suo stesso gregge. E certo anche per la riflessione aperta dal Vaticano II, sebbene dopo la morte di Giovanni XXIII e del tormentato Montini quel processo sia andato lentamente chiudendosi.

In ogni modo le relazioni tra stato e chiesa parevano aver finalmente imboccato una strada corretta. Non che Giovanni Paolo II non facesse sapere quel che pensava dimolti aspetti della modernità, a cominciare dalla controversa questione della libertà sessuale; ma i suoi messaggi si indirizzavano al mondo, e non erano - mi sembra - un intervento diretto nel fare quotidiano delle istituzioni pubbliche.

È dal suo tramonto che la chiesa ha ricominciato a ribadire che il cattolicesimo non riguarda soltanto la coscienza del singolo ma è una scelta obbligata dell’intera nazione italiana. Ed è da allora che la chiesa ottiene dal governo, con la modesta correzione del capo dello stato, inchini e nuovi privilegi (come la detassazione del suo immenso patrimonio immobiliare) e riceve non solo dalla Casa delle libertà - è di ieri la «speciale convergenza» registrata da Berlusconi e Ratzinger - ma dalla sinistra un ossequio che non aveva neppure più sperato di avere.

Ed è questo, non la persuasione da parte della santa sede di detenere la verità rivelata e di imporla a tutto l’universo, che fa scandalo. Lo scandalo è tutto dalla parte della sfera statuale.

Era cominciato da prima della morte di Giovanni Paolo II, ricevuto dal parlamento più che come un ospite di riguardo come il vero maestro del paese, tanto che ormai una targa commemora l’ingresso di quegli augusti piedi nella sede del potere legislativo. Oscar Luigi Scalfaro, credente sul serio, non lo avrebbe mai permesso. È stato dunque un processo, una svolta tutta interna alla scena politica. Forse l’inizio sta nella definizione sempre più diffusa di quel pontefice come la massima autorità morale del nostro tempo - aveva cominciato Massimo Cacciari, che del cristianesimo fa davvero tutto - ma poteva essere un seppur smisurato omaggio. Ma poco tempo fa Giuliano Amato apriva dalla sua posizione di laico di sinistra un discorso nel quale riconosceva alla chiesa di Roma un alto magistero e l’additava in particolare come modello di tolleranza.

Affermazione davvero temeraria da parte di un uomo così colto giacché non occorre riandare alle crociate o all’inquisizione per ricordare che la tolleranza non è stata certo la sua principale virtù. Basta rifarsi al dopoguerra, dalle dirette pressioni esercitate su Dossetti poi sulla sinistra cristiana e infine sullo stesso Franco Rodano fino al recente gesto di fastidio con il qualeGIovanni Paolo II allontanava da sé Leonardo Boss che gli si era gettato in ginocchio davanti. Ad Amato sono seguite dichiarazioni più goffe da parte dell’ex sinistra. Lasciamo stare Pera e Casini, L’ultimo dei due distintosi per la differenza che fa tra laicità, ammessa, e laicismo, condannato. Piero Fassino sentiva di colpo il bisogno di dichiarare che, essendo stato educato dai gesuiti non poteva che provare sentimenti di venerazione per la chiesa. Seguito rapidamente da Fausto Bertinotti che ha fatto sapere via stampa di avere un problema tutto interiore con Dio, si è intrattenuto con i vescovi sulla trascendenza e ieri l’altro dichiarava al che soltanto la chiesa può essere ai nostri giorni un punto di riferimento morale e che chi, come lui, riflette specialmente sull’uomo, non può non riflettere anche su Dio. Il giorno seguente Piero Sansonetti, su Liberazione, glielo contestava in forma garbata con ragionamenti del tutto condivisibili.

Non so se questa improvvisa ondata di religiosità un po’ sia un modo poco elegante per acchiappare voti di centro, come candidamente confessa Livia Turco, nel lodevole intento di toglierci di torno Berlusconi, o se sia ormai così enorme nella cultura dei nostri leader, sinistra e destra per una volta unite, la confusione di idee fra religiosità, cristianesimo, cattolicesimo e chiesa. Termini dei quali uno solo ha una identità storica indiscutibile ed è il cristianesimo, la religiosità essendo una inclinazione psicologica, il cattolicesimo riflettendo solo una parte dei cristiani, e la chiesa di Roma essendone soltanto l’espressione che più temporale di così non potrebbe essere, con tutti i terrestri guai che alla temporalità sono connessi.

Quale che sia l’interpretazione autentica, la leadership politica della sinistra o ex sinistra ci fa sapere che il suo revisionismo è andato molto ma molto più in là di quanto sia stato fino a un paio di anni fa. Fino a persuadersi, gli uni soddisfatti gli altri con preoccupazione, di essere del tutto sprovvisti e incapaci di un’etica. E di avere scoperto di esserlo sempre stati, come se il fatale illuminismo, con la dichiarazione che l’uomo è peribile e deve a se stesso ogni responsabilità di quel che avviene o non avviene in terra, non fosse stato una rivoluzione di ordine non solo culturale ma morale nella storia europea. Come se l’azzeramento della modernit à, l’attacco alle illusioni della ragione rispetto alle ragioni non più del cuore ma addirittura delle viscere avesse ormai debordato i limiti di una riflessione critica per assumere il carattere di una esorcizzazione di tutto quel che è successo fuori dai palazzi vaticani da Montaigne ai tempi nostri.

Francamente più che una crisi di cultura sembra una crisi di ignoranza. Se non siamo, e non lo siamo, volgarmente progressisti, dobbiamo ammettere che la storia non è tutta un andare avanti, che le regressioni esistono, e che la riduzione della politica ai giorni nostri, forse in particolare in Italia, fa di essa il più clamoroso e mediatizzato veicolo.

Le agitate vicende nelle quali è coinvolto da alcune settimane il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, e con lui inevitabilmente l'intero Istituto, ci inducono a rivisitare il ruolo che esso ha avuto nel sessantennio dell'Italia repubblicana e la qualità professionale, politica e umana dei cinque governatori che hanno preceduto quello attualmente in carica: Luigi Einaudi, Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi.

Quattro di loro li ho conosciuti bene; con due ho avuto rapporti di amicizia personale che hanno arricchito la mia conoscenza della vita economica italiana e delle sue nervature finanziarie. Tanto più cocente per chi ha avuto un'esperienza così privilegiata è dunque la delusione per quanto sta accadendo ora sotto i nostri occhi, con l'ombra di un declino che penalizza quello che è stato fin qui uno dei punti di massima eccellenza del nostro sconquassato sistema-Paese.

Ricordo a questo proposito che la Banca, oltre a governare in piena indipendenza la politica della moneta e del credito traendo dall'interno dell'Istituto i suoi massimi dirigenti, ha fornito alle istituzioni politiche due presidenti della Repubblica (Einaudi e Ciampi), due presidenti del Consiglio (Dini e Ciampi), tre ministri del Tesoro (Carli, Dini, Ciampi), due ministri del Commercio estero (Carli, Ossola).

Ricordo altresì - affinché il quadro sia completo - che la tecnostruttura della Banca, il suo Direttorio, il suo Ufficio studi, le relazioni annuali del governatore, hanno rappresentato il telaio sul quale è stata tessuta per sei decenni la politica economica del nostro Paese.

Nonché i rilevanti contributi forniti alle autorità monetarie internazionali, dal Fondo monetario alla Banca mondiale, al comitato monetario dell'Unione europea, per finire alla Banca centrale europea nella quale Tommaso Padoa-Schioppa ha rappresentato l'Italia al massimo livello.

Ma i governatori hanno anche avuto, in questo lungo arco di anni, interlocutori di grande rilievo sia nel mondo bancario e imprenditoriale sia nei governi che hanno guidato la politica nazionale. Tra i primi vengono alla memoria personalità come Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Imbriani Longo, Franco Cingano, Stefano Siglienti, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli. Tra i secondi i ministri del Tesoro Ezio Vanoni, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Bruno Visentini, Nino Andreatta, Giuliano Amato. Ma anche personaggi dell'opposizione e del sindacato: Giorgio Amendola, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Luciano Lama, Bruno Trentin. Ed Enrico Berlinguer.

Non sembri, quello che sto ricordando, un arido elenco di nomi ed addirittura un museo delle cere. Dall'opera di queste persone, spesso di diverso sentire e di diversa formazione culturale, è stata costruita la storia d'un Paese fragile ma creativo ed alacre, che tra avanzamenti e cadute ha saputo trasformarsi in pochi decenni da un'economia prevalentemente agricola a un sistema industriale e post-industriale, pagando costi sociali elevati ma procedendo tuttavia verso un futuro che si sperava migliore di quanto infine si sia verificato.

La Banca d'Italia è stata tra i protagonisti di questo percorso; diciamo meglio: della parte virtuosa di questo percorso che ha connotato il sessantennio della nostra storia repubblicana.

Purtroppo la fragilità di fondo è rimasta. Negli ultimi quindici anni è riemersa in forme e misura preoccupanti. Tanto più necessario recuperare dalla parte migliore di questo passato una rinnovata forza morale ed insieme il rispetto di noi stessi e del Paese che amiamo.

* * *

Donato Menichella non era un economista né uno scrittore di altissimo stile come Luigi Einaudi.

Condivideva piuttosto l'interventismo economico di Francesco Saverio Nitti e le capacità realizzatrici di Beneduce, di cui fu stretto collaboratore nella fondazione dell'Iri, strumento di prudente salvataggio creato nella fase più procellosa della crisi mondiale che si abbatté tra il 1931 e il '32 sull'industria e sul sistema bancario europeo.

Quando Einaudi fu chiamato da De Gasperi a guidare l'economia italiana nel 1947 come ministro del Bilancio, creato su misura della sua personalità intellettuale e politica, alla guida della Banca d'Italia fu Menichella a succedergli. Tenne quella carica per tredici anni, fino al 1959. Fu quello il periodo decisivo della ricostruzione del Paese, il periodo del piano Marshall, della rinascita della Fiat, della creazione dal nulla dell'Eni di Enrico Mattei e della siderurgia a ciclo integrale realizzata da Oscar Sinigaglia. Ci voleva una politica del credito ardita e prudente per dare fiato a quei progetti senza compromettere la stabilità della moneta e dei prezzi. E ci voleva al tempo stesso una antiveggente politica di moderazione sindacale che consentisse alle imprese di sviluppare investimenti di ampia portata espandendo in quel modo l'occupazione, il reddito, i consumi delle classi medie e lavoratrici.

Menichella realizzò le premesse di quel miracolo con l'indispensabile collaborazione di Di Vittorio e del sindacato operaio. Nelle sue relazioni annuali il governatore dette puntualmente atto ai sindacati d'aver reso possibile quel miracolo. La voce di Menichella fu la sola a riconoscere il contributo dato alla ricostruzione economica dalla classe operaia, al di là dell'aspra lotta di classe che ebbe luogo nella prima metà degli anni Cinquanta.

Ricordo ancora, pur dopo tanti anni, le lunghe conversazioni che ebbi l'occasione di avere col governatore su questo tema e sull'altro, altrettanto capitale, della gestione dell'industria pubblica che doveva avvenire "come se" essa fosse pubblica nei fini ma privata nel perseguire un modello di gestione improntato all'efficienza, all'onesto profitto e alla allocazione ottimale delle risorse.

"Come se" anche in situazioni semi-monopolistiche (come era infatti il caso della Finsider) le regole del mercato fossero pienamente operanti. In parte si trattava di una concezione virtuale ma essa rappresentò in quegli anni un canone operante, un vincolo di efficienza che la politica creditizia provvide a rispettare e a far rispettare con molto rigore, evitando ogni controllo politico sull'erogazione del credito, che avrebbe potuto essere facilmente radicato visto che l'intero sistema bancario era di proprietà della mano pubblica.

Questi furono i meriti principali di Donato Menichella, il primo vero servitore dello Stato, uomo di grande umanità e grandissima modestia per quanto riguardava se stesso, ma di grandi ambizioni per l'Istituto che diresse con mano ferma, senza alcuna ostentazione di potere. Fu lui, già seriamente ammalato, a volere come successore Guido Carli, già da tempo alla direzione dell'Ufficio italiano dei cambi e da un anno direttore generale della Banca.

Carli aveva carattere e movenze assai diverse da quelle di Menichella, ma identica devozione al bene pubblico e all'interesse generale. Il famoso miracolo economico del quale Menichella aveva gettato le premesse esplose durante il suo governo della Banca. Era il 1960. La lira si guadagnò, per convinta e unanime ammissione di tutte le istituzioni monetarie e internazionali, l'"Oscar" di più solida moneta mondiale, dopo anni di elevata disoccupazione l'Italia realizzò l'ideale del pieno impiego. Il reddito aumentava al ritmo del 5 per cento annuo. Le esportazioni si espandevano su tutti i mercati. La ricostruzione era avvenuta. Una rete di autostrade unificò e "raccorciò" il Paese. Il rapporto con le economie più avanzate divenne intenso.

Il cuore dello sviluppo, originariamente concentrato nel triangolo Torino-Milano-Genova, cominciò ad espandersi verso il Veneto, l'Emilia, la costiera marchigiana. Si disse che l'Italia produttiva stava assumendo la forma d'una stella cometa, la cui coda luminescente si espandeva tra Treviso, Padova, Bologna, al di qua e al di là delle due sponde del Po.

Torino diventò in quegli anni la quarta città meridionale d'Italia, dopo Napoli Palermo Bari. Cinque milioni di contadini provenienti dal Sud e dal Veneto ingrossarono le città. Fu uno sviluppo tumultuoso, non programmato e comportò costi sociali e umani altissimi. Ma impresse un impulso fondamentale alla modernizzazione del Paese.

Al vertice del sistema, direi alla guida di esso, ci furono Vanoni, Carli, Mattei, Valletta, l'Iri, Mattioli, Cuccia. Alla base una miriade d'imprenditori self-made e una classe operaia orgogliosa della sua compattezza e profondamente insoddisfatta d'una troppo lunga moderazione nel salario e nei diritti. Con queste caratteristiche il Paese entrò nel decennio per certi aspetti mitico degli anni Sessanta.

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Di Guido Carli si è tanto scritto e anche favoleggiato. Non sempre a proposito. Aveva un carattere timido nel rapporto con le persone. Spesso brusco e talvolta perfino scortese proprio per vincere l'innata timidezza. Ma estremamente consapevole del ruolo della Banca e del valore degli uomini che lavoravano con lui. Quello di governatore fu il suo momento di grazia proprio perché la struttura che aveva al suo fianco gli infondeva sicurezza nel comando e collegialità nell'esercitarlo.

Non starò a ricordare i momenti d'una profonda amicizia che ci ha legati per tanti anni e che ha avuto anche fasi per me esaltanti. Una di esse fu quando, di comune accordo, inaugurammo una forma di collaborazione del tutto inedita creando una firma e un personaggio fittizio cui demmo il nome di "Bancor". Il contenuto degli articoli, che uscirono sull'Espresso che allora dirigevo, nasceva da libere quanto riservate conversazioni che avvenivano nel suo studio in via Nazionale sui temi dell'attualità economica.

Lui parlava, io interrogavo. Non presi mai alcun appunto.

Guido s'infervorava, esponeva una strategia, ne scorgeva gli ostacoli e i limiti, ne intravedeva i possibili risultati con nella mente sempre l'interesse generale, spesso contraddetto da quelle che lui chiamava le "arciconfraternite" del potere, l'egoismo corporativo, le tentazioni monopoloidi nascoste ad ogni cantone.

Uscendo da quegli incontri frastornato facevo fatica a riordinare fatti e pensieri. Dopo un paio di giorni mi mettevo a scrivere dando una libera interpretazione del suo pensiero. E usciva sull'Espresso l'articolo di "Bancor".

La mattina del giovedì (era il giorno d'uscita del settimanale) gli telefonavo per conoscere le sue reazioni.

Furono sempre positive e così andammo avanti per un paio d'anni; anche quando la voce che dietro quella firma ci fosse lui prese consistenza, Guido decise di continuare ancorché le polemiche si infittissero. Poi raccogliemmo quegli scritti in volume. Gli mandai la prima copia con la dedica "Bancor a Bancor". Lui mi rispose con una bottiglia di Champagne e un biglietto: "Bancor ringrazia Bancor". L'ho conservato tra le lettere che mi sono più care.

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Paolo Baffi è stato un economista insigne e questo è noto. Ereditò la carica di governatore quando i tempi non erano più molto sereni.

Anzi, erano arrivati i cupi anni di piombo e anche l'economia batteva il passo. Gli investimenti languivano, il potere politico effettuava invasioni sempre più pesanti nelle istituzioni, la Banca d'Italia era un intralcio sempre meno tollerato.

Baffi lo sapeva e temeva l'occupazione politica del credito. Era rigoroso per carattere. Diventò inflessibile.

Il capo della Vigilanza, Sarcinelli, ci metteva di suo l'intransigenza giovanile.

Tra gli istituti di credito più influenzati dalla politica e dalle "arciconfraternite" c'era allora l'Italcasse e la Vigilanza decise un'ispezione accurata. Segnalò prestiti di grande rilievo senza sufficienti garanzie in favore dei "palazzinari" di allora, che godevano di larghe protezioni politiche. Il seguito di quella vicenda è noto: la Procura della Repubblica di Roma spiccò mandati contro Baffi e Sarcinelli per un preteso abuso di potere in un'operazione dell'Imi. Sarcinelli fu arrestato, a Baffi fu ritirato il passaporto.

Lo scandalo fu enorme. Si formò un fronte di resistenza e di protesta e mi onoro di ricordare che Repubblica ne fu il capofila. Correva l'anno 1979. La Procura fece macchina indietro, ma il colpo per Baffi fu molto grave. Si dimise e Ciampi ne prese il posto.

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Non parlerò di Ciampi e dei suoi anni da governatore. Ci conosciamo da trent'anni, da quando dirigeva l'Ufficio studi della Banca. Abbiamo vissuto in comunità d'intenti tante vicende, a cominciare da quella per tanti versi drammatica della crisi del Banco Ambrosiano che vide uniti nel malaffare Roberto Calvi, coautore e poi vittima di quella cupa vicenda, elementi mafiosi, infiltrazioni piduiste e perfino l'allora prestigioso Ior, la Banca d'affari del Vaticano.

La tenuta lungimirante e fermissima di Ciampi in quella vicenda risparmiò al Paese un crac che sarebbe stato molto più rovinoso. Va detto che la Banca d'Italia trovò al suo fianco in quell'occasione il ministro del Tesoro Andreatta, il quale chiuse la porta in faccia alle pesanti pressioni del Vaticano e impose allo Ior di rimettere sul tavolo il "maltolto" che era finito nelle sue casse.

Ma di Carlo Azeglio Ciampi non voglio dir altro.

Sembrerebbe la ricostruzione di un amico e lui non ne ha alcun bisogno.

Voglio soltanto ricordare che il nostro giornale, già diretto da Ezio Mauro, si è battuto in favore della sua elezione al Quirinale con gli argomenti che la ragione e il sentimento mettevano a nostra disposizione.

Così, quando Ciampi fu eletto al primo scrutinio con quasi l'unanimità dei voti del Parlamento, per noi di Repubblica è stato il segno che il Paese, pur in mezzo a tante traversie, avrebbe avuto per sette anni una tenda di raccolta, di riferimento e di unità capace di farci superare delusioni e accoramento.

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I lettori si chiederanno forse il perché di questa rievocazione. Purtroppo la Banca d'Italia sembra aver perso gran parte dello smalto accumulato in sessant'anni. Ma le radici sono, io credo, ancora sane e vigorose. Vogliamo trarre dal passato nuova energia e speranza, e questa è la ragione di tanti ricordi.

Le due anime del Regno

Ombre e luci di un pontificato che ha contribuito, contraddittoriamente, a cambiare la storia, nell’analisi del fondatore di la Repubblica, nel numero del 3 aprile 2005

QUANDO si dice la Chiesa, si dicono tante cose e tante diverse realtà con una sola parola: la comunità dei fedeli, le congregazioni religiose, i sacerdoti che amministrano i sacramenti, i vescovi successori degli apostoli, la Curia dei ministeri vaticani, il Papa che guida, decide, rappresenta in terra il legame tra le anime credenti e il Cristo che venne per indicare la via della salvezza e della nuova alleanza.

Ieri, mentre il Papa moriva, la Chiesa è stata tutte queste cose insieme. Il mondo dei fedeli, le famiglie, i giovani, i vecchi, i bambini, hanno pregato, hanno pianto, sperando irragionevolmente ma fervidamente di poter riascoltare quella voce nelle basiliche, nelle parrocchie, nelle piazze di tutto il mondo. Non solo i fedeli cattolici, ma i cristiani delle osservanze evangeliche, ortodosse, anglicane, gli ebrei delle sinagoghe, «fratelli maggiori» come li definì Giovanni Paolo.

Perfino nelle terre dell’Islam la vicenda di Karol Wojtyla è stata seguita con attenzione e rispetto. Nel mondo globale e mediatico la morte di un papa si è trasformata per la prima volta in un evento di commozione planetaria che ha oscurato ogni altra realtà.

Per la Chiesa è stata al tempo stesso l’ora del lutto e quella del trionfo. L’abbiamo visto, il lutto corale e profondo, nella veglia di settantamila anime racchiuse tra le grandi braccia del colonnato di piazza San Pietro con gli occhi fissi su quelle quattro finestre illuminate del Palazzo Vaticano, dietro una delle quali Giovanni Paolo lottava con la morte, assistito dai medici e dai suoi più prossimi collaboratori. E abbiamo visto l’Ecclesia triumphans sotto le volte del Laterano, con il corpo sacerdotale rivestito dai paramenti dorati della settimana pasquale, non ancora sostituiti dal viola delle celebrazioni funebri. Le grandi statue marmoree degli evangelisti e dei profeti facevano ala al sacrificio della messa solenne, al canto dei salmi, al mistero del pane e del vino trasformati dall’officiante nel corpo e nel sangue del Signore.

Questo abbiamo visto negli ultimi tre giorni. Ieri quella voce che ha risuonato nel mondo intero per ventisette anni, prima robusta, solenne, combattiva, pastorale; poi sempre più fievole, infine ridotta a un suono disarticolato, struggente, espressione d’un corpo crocifisso nella finitudine umana e volutamente esibito come esempio e testimonianza; quella voce si è spenta per sempre. Lascia nella Chiesa un vuoto incolmabile e in tutti i noi dolore e affettuoso rispetto. Ma invita anche alla meditazione su questo grande pontificato. Wojtyla ha rivestito la Chiesa con il mantello del suo carisma personale. Ora, dopo la sua scomparsa, la Chiesa è nuda. La sua forza e le sue debolezze appaiono in tutta evidenza insieme alla forza e ai limiti del lungo regno di Giovanni Paolo II, che ci obbligano all’esame e al ricordo.

* *

Ricordo ancora l’annuncio dato dal cardinale Felici dal balcone del palazzo pontificio subito dopo la fumata bianca che annunciava l’esito felice del Conclave del 1978: «È stato eletto Karol Wojtyla che ha assunto il nome di Giovanni Paolo II».

I milioni di persone che seguivano l’evento da piazza San Pietro e dalle televisioni di tutto il mondo pensarono per qualche secondo che si trattasse di un africano, in pochi capirono che quel cognome era polacco. Comunque, ai non addetti ai lavori risultava del tutto sconosciuto e interrompeva la lunghissima sequenza dei pontefici italiani.

Il nome assunto, tuttavia, sembrava iscriversi nella linea della continuità: riprendeva quello del Papa Luciani appena morto dopo poche settimane di regno e si ricollegava ai due pontefici che l’avevano preceduto nel segno del Concilio Vaticano II, cioè della nuova Chiesa, ecumenica, tollerante, pastorale, aperta alle voci della modernità e della collegialità.

Insomma riformista, se vogliamo usare una definizione calzante anche se non propriamente canonica. Invece cominciava una rivoluzione durata ventisette anni.

Una rivoluzione densa di contraddizioni, tenute insieme come un tiro di cavalli impetuosi e spesso discordi, da una mano che riesce a unificarne il vigore ma non la natura e le finalità. Solo la grande e multiforme personalità di Karol Wojtyla è riuscita nell’impresa di rappresentare al tempo stesso la Chiesa della tradizione e quella dell’innovazione, il Dio degli eserciti e il Dio della misericordia, l’apertura conciliare e il centralismo curiale, la lotta contro il comunismo e la critica incessante al capitalismo, la mano tesa verso gli ebrei "fratelli maggiori" e la sintonia con l’Islam; infine l’attenzione rivolta ai non credenti e la reiterata condanna contro la civiltà dei Lumi e contro l’autonomia della ragione.

Se a questa profonda duplicità del messaggio di Papa Wojtyla si aggiunge una modalità di showman quale non s’era mai vista prima sulla cattedra di Pietro, unita alla propensione ai bagni di folla, ai viaggi planetari, al teatro di massa come forma di comunicazione, all’imponenza del rito utilizzato in tutte le immense risorse che esso possiede nell’epoca della televisione, avrete i contorni d’una figura eccezionale e il vuoto non colmabile che si è spalancato dopo la sua scomparsa.

Il suo successore, chiunque sarà, si troverà alle prese con un’eredità schiacciante che non può essere portata avanti nella sua globalità. La Chiesa di Wojtyla non può succedere a se stessa, si conclude con lui, su quel sepolcro, con quell’immenso funerale di popolo.

È stata una rivoluzione disperata nel tentativo di arginare la laicizzazione della società usando gli strumenti della modernità per frenare la modernità. Partendo da questa diagnosi, l’intero pianeta è stato considerato terra di missione; di qui un papa missionario in viaggio perenne, che ha percorso il mondo in tutte le sue longitudini e latitudini sfidando indifferenze, estraneità, ostilità, esponendosi alla violenza degli attentatori, predicando ovunque fratellanza e pace.

Lascia la Chiesa in uno stato di sbigottimento, nel mezzo di un crocicchio di strade che portano, ciascuna, verso obiettivi e modelli profondamente lontani l’uno dall’altro. Lascia una società che ha accolto con ovazioni il suo messaggio restando tuttavia impermeabile ai suoi contenuti.

Quest’uomo che credeva nei miracoli è stato un miracolo. Perciò non avrà successori. Mi auguro che l’eletto dal Conclave non apra il nuovo pontificato assumendo il nome di Giovanni Paolo, terzo della serie: sarebbe una trovata ipocrita e in qualche modo empia.

La Chiesa di Wojtyla è morta con lui. Il successore dovrà imboccare una delle tante strade che il pellegrino Karol ha percorso. Oppure restare fermo nel crocicchio galleggiando sulle onde di un tempo tempestoso.

Questo papa è stato grande, grandissimo. Ma la missione che intraprese venticinque anni fa è fallita. Da non credente lo dico con rispetto e rimpianto perché una ripresa reale dell’afflato cristiano avrebbe in qualche modo fertilizzato la modernità, i suoi contrasti, la sua vitalità intellettuale e morale; avrebbe contribuito ad arrestarne la desertificazione in atto.

Temo che l’occasione sia passata invano. E forse lo stesso protagonista che l’aveva creata porta, almeno in parte, la responsabilità del suo fallimento.

* * *

Bisogna entrare nelle pieghe di questo lungo pontificato per comprendere la ragione di un esito che ha frastornato la cristianità dopo averla galvanizzata. Seguiamone dunque il percorso, così ampio, vario e in qualche modo sussultorio.

Poco dopo la sua elezione comincia la fase del papa polacco, come viene subito denominato dai media e dal vulgo. Non è propriamente una denominazione affettuosa: ci senti un senso di estraneità, quasi la presenza di un limite al suo ruolo universale. Il papa polacco, del resto, non fa nulla per nascondere questo dato della sua personalità; l’interesse per le sorti del suo paese predominano su tutte le altre cure del nuovo pontificato, ma ben presto questo contenuto nazionale esprime i connotati d’una grande sfida contro il totalitarismo comunista all’insegna dei diritti dell’uomo.

Il papa polacco diventa rapidamente il defensor libertatis, l’angelo che punta la spada contro il regno del male sotto la protezione di Maria e alla guida del cattolicissimo popolo polacco. Le tappe di questa battaglia sono ben note e culminano non solo nel trionfo di Solidarnosc a Varsavia ma, più tardi e consequenzialmente, nella caduta del Muro di Berlino e del regime sovietico.

È probabile che il ruolo di Wojtyla in questo sconvolgimento epocale sia stato sopravvalutato: il regime era ormai marcio dalle fondamenta, l’arrivo di Gorbaciov sulla scena l’aveva avviato verso la catastrofe finale.

Ma non c’è dubbio che il contributo del papa polacco sia stato estremamente rilevante sull’immaginario europeo e sui paesi dell’Est in gran parte cattolici (Ungheria, Romania, Cecoslovacchia, Baltici).

Va aggiunto che la vera e propria crociata lanciata in nome dei diritti di libertà suscitò risonanze di grande amplitudine in un altro bacino cattolico, quello dell’America Latina, dove il clero animato dal messaggio papale si pose di fatto alla testa dei moti di rivendicazione della moltitudine dei poveri, con il miraggio di ripetere in quella parte del mondo il miracolo verificatosi con il crollo del comunismo. Solo che lì le forze avverse avevano diversa natura, si trattava dei militari istruiti a Westpoint, degli uomini d’affari legati alle multinazionali; insomma delle propaggini coloniali del capitalismo americano e del "cortile di casa" dell’unico impero di dimensione mondiale. Un impero, tra l’altro, dove il cattolicesimo ha radici deboli e manca della cassa di risonanza necessaria all’efficacia del messaggio.

Se il messaggio era flebile nel nord del continente americano, rimbombava invece come un tuono di tempesta nel sud. Ma qui nasce la prima vistosa contraddizione del pontificato di Giovanni Paolo: lo scontro con la "nuova teologia", col basso clero, coi preti rivoluzionari, con quella parte dei gesuiti che, specie in centro America, si schierano apertamente con i ribelli armati in Nicaragua, Guatemala, Costarica, Salvador e in tutta la fascia caraibica che ha in qualche modo raccolto il messaggio di Castro e del Che Guevara.

Wojtyla non li segue su questa strada, anzi li ferma con estrema durezza, la sua religiosità contadina prevale sulla modernità della nuova teologia, ma la disputa va bene al di là d’una questione teologica, assume il rilievo della primazia del magistero papale su ogni altra ipotesi di assetto della struttura gerarchica nella Chiesa e si dispiega sul simbolismo religioso, sul ruolo della Madonna, dei Santi, dei Beati, sull’esistenza del Diavolo come dato di fatto attuale, sul gelo che cala tra l’alto clero sudamericano e i movimenti di liberazione contadina di quei paesi.

La drammaticità della crisi che ne deriva tra il Papa e i Gesuiti è lo specchio che riflette questa contraddizione e che culmina nella decapitazione di fatto del gruppo dirigente gesuita e il richiamo all’ordine della Compagnia. Da quel momento il braccio operativo della presenza vaticana nella società cessa definitivamente di essere identificato nell’Ordine fondato da Loiola, sostituito da un’associazione di laicato cattolico molto attiva tra i giovani e molto fattiva nel settore delle opere imprenditoriali, Comunione e Liberazione, e da una prelatura dotata di autonomia gerarchica e di poteri speciali, l’Opus Dei, dedita alla penetrazione e al proselitismo nei settori più esclusivi della finanza e del credito.

Una svolta verso l’integrismo cattolico che rivaluterebbe la politica della Chiesa preconcilare impersonata quarant’anni prima da Papa Pacelli? Per certi aspetti la risposta potrebbe essere affermativa, i segnali in quella direzione sono numerosi, ma Wojtyla non cessa di stupire e spiazzare i suoi esegeti: continua e anzi inasprisce le sue critiche al capitalismo finanziario, al "pensiero unico" di stampo liberista, al consumismo, al mercato come unico regolatore della distribuzione della ricchezza. In buona sostanza, regolata ormai la partita con il totalitarismo comunista, lo scontento cattolico si appunta ora verso gli Stati Uniti e verso la concezione della vita che di lì promana diffondendosi in tutto il mondo.

Dal 1991 (prima guerra del Golfo) a questi temi dei quali è pervasa la predicazione di Giovanni Paolo e che si ritrovano in quasi tutte le sue encicliche si aggiunge un pacifismo ad oltranza, senza se e senza ma si direbbe adottando una terminologia laica ma nella fattispecie del tutto appropriata. La discontinuità rispetto alla fase del papa polacco è palese.

Sul piano degli accostamenti storici con i suoi predecessori prossimi o remoti si potrebbe osservare che la fase pacifista pone Giovanni Paolo molto più vicino a Paolo VI e soprattutto a Giovanni XXIII e a Benedetto XV che non a Pacelli.

Ma il pacifismo del 1991 risulta ancor più marcato e ricco di implicazioni del 2002, nei mesi precedenti e successivi alla guerra contro Saddam Hussein e alla sanguinosa e purulenta ferita dell’"Intifada" e della reazione militare israeliana. Questa volta infatti Giovanni Paolo non si limita a predicare la pace, il disarmo degli animi e il negoziato al posto della guerra, ma indica nominativamente l’America di Bush come l’elemento di turbolenza e nella teoria della guerra preventiva un fattore di destabilizzazione permanente al di fuori della cornice del diritto internazionale e delle istituzioni preposte al suo corretto funzionamento.

Negli ultimi anni del suo pontificato questi della pace, del negoziato, del multilateralismo, della superiorità della diplomazia sulle soluzioni militari, sono stati i tratti salienti della incessante predicazione di Giovanni Paolo.

A essi si sono affiancati i temi sempre presenti della tutela della famiglia, della scuola privata, della rigida moralità sessuale con riguardo anche alla fecondazione artificiale e all’omosessualità. Ma queste posizioni mutuate dalla tradizione non possono bilanciare la novità della svolta che - dopo la caduta del comunismo - ha visto in Wojtyla il solo grande antagonista dell’impero americano.

Il vigore con il quale ha tenuto questa posizione ricorda, se vogliamo ancora giovarci di assonanze con alcuni suoi remoti predecessori, i grandi papi politici che affrontarono la lotta contro l’impero e in genere contro il potere temporale dei regnanti quando si ponevano in contrasto con la supremazia spirituale della Chiesa. Ricorda Gregorio VII e Innocenzo III rivissuti in chiave moderna e nella dimensione di massa che caratterizza l’epoca nostra.

* * *

Giovanni Paolo II è stato anche un papa mistico e papa poeta.

Della sua capacità di tenere la scena e di interpretare i riti in chiave mediatica, in sostanza della modernità del suo carisma, si è già detto. Del resto le modalità irripetibili del suo pontificato sono sotto gli occhi di tutti e credo che molto a lungo vi rimarranno.

Eppure l’obiettivo di cristianizzare l’Oriente e di ricristianizzare l’Occidente è stato mancato. Giovanni Paolo si è tenuto lontano dalla Chiesa dei potenti, si è identificato piuttosto con la causa dei deboli e dei poveri, ma la sua non è stata la Chiesa scalza di Francesco. Ha lottato per i poveri ma non con i poveri. Ha venerato Teresa di Calcutta ma anche la pastorella di Fatima. Ha fatto santo Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Non ha capito la potenza delirante ma lucidissima del pensiero di Pascal. È stato un grandioso e sontuoso contropotere ma non un antipotere.

Questi sono stati i limiti che ha posto alla sua azione pastorale. Alla base della sua immensa popolarità c’è stato il ceto medio di tutto l’orbe cristiano, cioè proprio quella massa indistinta e accomunata dal consumismo e dalla ricerca di Mammona, il luogo sociale che giustamente egli considerava come terreno di missione ma che la sua missione non è riuscita a scalfire.

In un certo senso è stato una luminosa meteora, una splendida stella cometa in transito, dietro la quale il buio si è ben presto richiuso.

Morto un papa se ne fa un altro e così la Chiesa è vissuta per duemila anni e continuerà ancora per molto. Ma le fronde di quell’albero sono ingiallite, le radici affondano in una terra sempre più sabbiosa e impoverita.

Karol Wojtyla ha fatto di tutto per morire sull’altare offrendo il suo corpo in sacrificio. Ma che vale il sacrificio di sé nel tempo fosco dei kamikaze?

Ha anche ammonito i peccatori annunciando con le parole di Geremia che Dio si era ritirato dal mondo disgustato dalle sue creature. Purtroppo gli uomini dimenticano prima la morte del padre che la perdita della roba. Era vero ai tempi di Machiavelli; è ancora più vero oggi. Dopo duemila anni di cristianesimo il mondo non è cambiato e il vitello d’oro è ancora l’idolo delle genti.

In Sardegna, negli ultimi cinquant’anni, il passaggio dalla tradizione alla modernità ha lasciato tracce profonde, e di generi diversi. Tra i segni più evidenti, quelli rimasti incisi sul paesaggio. In «C’è di mezzo il mare» (Cuec, 179 pagine, 13,00 euro) Sandro Roggio, architetto ed esperto di problemi di governo del territorio, ricostruisce il lungo passaggio di un guado periglioso, che s’è lasciato dietro più di un’irrimediabile devastazione. Parte, il racconto ricco e intrigante di Roggio, dall’isola percorsa da Lamarmora quasi come l’Africa da Livingstone e da Stanley, e arriva al Piano paesaggistico da poco approvato dalla giunta presieduta da Renato Soru. Passando attraverso il sogno realizzato dell’Aga Khan in Gallura, la prima legge di tutela delle coste varata negli anni Ottanta grazie alla tenacia dell’allora assessore regionale all’Urbanistica Luigi Cogodi, il braccio di ferro sul Master Plan, i progetti di Tom Barrack e i tanti progettini di imprenditori locali che, fuori dal cerchio dei riflettori dei media, hanno provocato i danni maggiori. Qui pubblichiamo uno stralcio della presentazione al volume di Antonietta Mazzette (sociologa urbana) e un brano della postfazione di Eduardo Salzano, uno dei più noti urbanisti italiani. Due interventi che hanno approcci diversi. Contributi, come il testo di Roggio, al dibattito in corso.

Servono regole certe e vera partecipazione

Antonietta Mazzette

Il tratto saliente del territorio sardo riorganizzato sulle funzioni del consumo (in primis del consumo turistico) è la giustapposizione di elementi tradizionali e tardomoderni. Tra questi elementi è tuttavia difficile segnare confini netti, in ragione della rapidità dei mutamenti e del continuo mescolamento. Vale a dire che anche in Sardegna si è aperta la fase iper-turistica - definizione arbitraria ma utile per distinguere il turismo di prima generazione da quello attuale -, innanzitutto per il fatto che è da considerarsi ormai ampiamente sedimentato il rapporto tra industria turistica, aree urbane e sistemi locali; in secondo luogo perché il turismo ha innescato meccanismi riflessivi su ogni singola comunità locale, e ciò ha prodotto un pluralismo (e un relativismo) delle produzioni culturali, siano esse definite tradizionali o moderne, locali o globali.

È auspicabile invertire questo processo di consumo che riguarda anche la Sardegna? E se sì, è possibile? Recentemente nell’Isola si è aperto un dibattito, spesso dai toni aspri, tra chi ritiene che il turismo sia un’ancora di salvezza e chi invece considera i sostenitori del turismo malati di «sviluppite». Talvolta anche Sandro Roggio sembra che si collochi tra questi ultimi, a mio avviso per una propensione al pessimismo che lo caratterizza. Confesso di non collocarmi né tra i primi né tra i secondi. Il settore turistico è fondamentale per la Sardegna per i benefici economici che è possibile trarne, perché «costringe» i territori a riflettere su se stessi e ad entrare nei circuiti globali con le proprie risorse e perché l’incontro di popolazioni diverse comunque dà effetti positivi, anche quando non vengono percepiti immediatamente. Ma il turismo ha bisogno di regole certe e condivise e oggi il problema di governare sviluppo turistico e consumo in Sardegna si lega immediatamente al problema di rispondere alle distorsioni prodotte, in una prima fase, dalle politiche pianificatorie adottate, in una seconda fase, dall’assenza di pianificazione; assenza che ha contribuito ad affermare l’idea che il territorio sia da considerare come una sommatoria di interessi individuali. Distorsioni da intendersi tanto come consumo del territorio urbano e costiero - che ha avuto come effetto speculare lo svuotamento delle aree interne -, quanto come modalità distributiva delle merci, quanto ancora come stravolgimento delle qualità urbane, di cui la perdita delle funzioni dei centri storici è il primo e più importante effetto negativo. Ma le regole sono più difficili da porre in essere se riguardano comportamenti sociali che si instaurano in un territorio costruito per troppi anni come «macchina del consumatore», laddove lo scambio di beni simbolici (che non prescindono dai beni materiali) produce quella che è stata definita metacultura.

In un territorio dove non sono più delimitati gli spazi/tempo per il consumo, ma tutti gli spazi/tempo del singolo individuo e dei gruppi di riferimento (quindi delle città e del territorio tout court) sono beni da consumare, l’assenza di pianificazione - faccia pubblica della provvisorietà e dell’instabilità, che poi sono le qualità primarie del consumo - da molti viene considerata un valore; viceversa, istituire strumenti di governo, che necessariamente si traducono in limiti, produce conflitto tanto più acceso quanto più forti sono gli interessi individuali da tutelare. Vanno anche in questa direzione i numerosi ricorsi al Tar contro il Piano paesaggistico regionale, e non è un caso che Roggio si soffermi a lungo sul Ppr, sui risvolti del processo decisionale e sull’acceso dibattito che ha suscitato e che continua a suscitare. Il conflitto generato dallo strumento del Ppr è paradigmatico sia perché gli esiti non sono affatto scontati sia perché avrebbe dovuto vedere la partecipazione attiva della popolazione (non mi riferisco all’iter formale previsto e rispettato) e sia perché è illusorio pensare che bastino poche «menti illuminate» per cambiare una cultura del consumo che si è rapidamente sedimentata in tutti gli strati sociali della popolazione. [...] Ma attivare un circuito di partecipazione attiva è faticoso e soprattutto ha tempi più lunghi di quelli di cui dispongono oggi i rappresentanti istituzionali che, anche per questo, potrebbero essere facilmente indotti a fare scelte «in solitudine», senza l’ingombro della democrazia partecipativa.

La lunga marcia da Porto Cervo al Piano paesaggistico

«I poteri pubblici devono mettere in valore le qualità costruite dalla natura e dalla storia»

Edoardo Salzano

Una domanda mi è tornata alla mente, leggendo le pagine di Sandro Roggio [...]. Come sarà mai possibile sconfiggere interessi così corposi e vasti, rovesciare abitudini così consolidate, affermare verità così forti ma così controcorrente come quelle che Renato Soru testardamente proclama e rende concrete con coerenti atti di governo?

Mi venivano in mente tentativi analoghi, speranze in altri tempi sollevate da interventi di amici e compagni sardi, conosciuti e ascoltati in riunioni di partito o di associazioni culturali: Gianni Mura, in una riunione del Pci a Palermo, nella quale si affrontavano quanti, in quel partito, erano tolleranti nei confronti dell’abusivismo e quanti si battevano per sconfiggerlo; e Luigi Cogodi, approdato a responsabilità di governo regionale mentre stendevamo a Roma e a Cagliari una prima valutazione della «Legge Galasso», e Cogodi combatteva con nuova energia episodi di degradazione del bene comune delle coste dell’Isola. Nel succedersi conseguente degli atti legislativi e amministrativi del Presidente della Sardegna vedevo quei tentativi e quelle speranze diventar concrete: segni, durevolmente espressi nel territorio, di una nuova storia.

A quella storia sono stato poi chiamato a partecipare, come membro del Comitato scientifico incaricato di suggerire soluzioni culturali e tecniche ai progettisti del piano. Non conoscevo Soru, m’incuriosiva la determinazione che rivelava nei pochi incontri che ebbe con il comitato. Registrai le parole che pronunciò quando aprì i nostri lavori, le pubblicai nel mio sito, eddyburg.it. Ne riporto gran parte, anche perché rimangano in un testo cartaceo: «Che cosa vorremmo ottenere con il Ppr? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna; la «valorizzazione» non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale. Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perché pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre».

Quando si esprimeva con queste parole il suo viso rivelava una volontà cocciuta. [...] Credo che senza quella volontà cocciuta, senza quella determinazione che veniva da antiche solitudini, non sarebbe stato capace di condurre all’attuale punto di approdo la vicenda che Sandro Roggio racconta.

Un punto di approdo che non è definitivo, ma che segna un punto di svolta dal quale nessuno potrà prescindere nei prossimi anni. Né in Sardegna, né nel continente. Un punto d’approdo scandaloso. Costituisce infatti la testimonianza che, almeno in una parte dell’Italia, si è stati capaci di ribaltare il primato della merce sul bene, del valore di scambio sul valore d’uso, di sconfiggere lo sfruttamento miope del paesaggio mediante «valorizzazioni» cementizie che lo degradano e sostituirlo con decisioni e azioni che tendono alla messa in valore delle qualità costruite dalla natura e dalla storia.

Se si può farlo in Sardegna, si può farlo anche altrove. Anche altrove si può affermare, nei fatti, che la Regione assume in pieno il compito che la Costituzione affida all’intera Repubblica di tutelare il paesaggio. Anche altrove si possono utilizzare gli strumenti forniti dalle leggi degli ultimi decenni (dal decreto Galasso del 1985 fino all’ultima stesura del Codice del paesaggio) per affermare la priorità della tutela del bene comune del paesaggio su ogni sua trasformazione per le necessità dell’oggi.

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