Gherardo Colombo lascia la magistratura. Uno dei pm della scoperta della loggia P2 e di Mani pulite, ora giudice in Cassazione, dice addio alla toga a 60 anni. E spiega al Corriere: «In Italia quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su furbizia e privilegio.
Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». E per il futuro? «Voglio incontrare i giovani e spiegare loro il senso della giustizia». «Mi sono convinto che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole». E invece in Italia «quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio. A questo punto del mio percorso di vita, quello che voglio fare è invitare in particolare i giovani a riflettere sul senso della giustizia. E' una scelta del tutto personale, oggi mi sento più adatto a questo impegno che a quello di giudice».
Dentro il giudice Corrado Carnevale, fuori il giudice Gherardo Colombo. Depurato da coincidenze temporali e rispettivi profili professionali, in termini puramente numerici è uno scambio alla pari: uno (il giudice assolto dall'accusa di mafia, il collega del "Falcone è un cretino") è riammesso dal Csm in magistratura (dove da presidente di sezione di Cassazione resterà sino a 83 anni); l'altro (con Turone il giudice della scoperta della loggia P2 e del delitto Ambrosoli, con Di Pietro il pm di Mani pulite, con Boccassini il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme ai giudici corrotti da Previti), dà le dimissioni da magistrato ad appena 60 anni, 15 prima della pensione. Con una lettera presentata, in sordina, al Csm e al Ministero della Giustizia a metà febbraio, nei giorni delle stanche rievocazioni del 15esimo anniversario dell'inizio di Mani pulite.
Non è una resa, dice, non c'è sfiducia nel lavoro di 33 anni in toga, né tantomeno ci sono porte da sbattere o superbe prese di distanza da coloro che invece restano con la toga addosso, convinti che far bene il proprio lavoro quotidiano contribuisca a migliorare da dentro il sistema: «Ci mancherebbe altro, anche l'amministrazione della giustizia è indispensabile». Anche, dice però Colombo. Prima, un «prima che magari non è cronologico ma sicuramente concettuale», spiega di essersi reso conto che, per crederci ancora, ha bisogno di sentire esistere un prerequisito: «La giustizia non può funzionare senza che esista prima una condivisione del fatto che debba funzionare».
La scelta di dedicarsi a questo obiettivo nasce da «un rammarico: il verificare come la giustizia sia l'unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni. Ma lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l'illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione».
«E' incredibile vedere quanto le persone siano coinvolte da questi contatti, da fuori è davvero inimmaginabile», si infervora Colombo raccontando di incontri «programmati per due ore e dove invece devo fermarmi per tre»; di centinaia di persone che magari vengono in un teatro o in una biblioteca all'antivigilia di Natale e quindi non certo perché non sanno cosa fare»; di «ragazzi che succede spessissimo restino con la bocca aperta» a sentire eventi della vita del loro Paese fondamentali, ma che nessuno mai gli aveva raccontato. «Bisogna dar loro due cose: metodi e informazioni», ritiene Colombo, che, sostenuto anche dall'esperienza di tanti incontri in tema di corruzione, tecniche investigative, assistenza giudiziaria internazionale, ai quali è chiamato particolarmente all'estero, si propone ora di impegnarsi in questa direzione «sia attraverso contatti diretti, sia scrivendo che occupandomi di editoria: va comunicato il profondo perché delle regole e il come farle funzionare; occorre colmare la carenza di informazione non solo sui fatti, ma anche sulla concatenazione dei fatti e del pensiero; è necessario individuare le premesse e rendere evidenti le loro conseguenze, sottolineando la necessità di coerenza, in modo da dare risposte stimolanti alla tanta voglia di approfondire questi temi».
E si intuisce che, rapportata a sé, è proprio questa esigenza di "coerenza" a spingere ora Colombo a lasciare l'amministrazione della giustizia.
Non ci crede più, non crede che si possa aumentare il tasso di legalità attraverso l'uso dello strumento giudiziario, quando nulla cambia all' esterno.
Da fuori forse sì, gli sembra possibile: «A questo punto della vita mi sono convinto che può esistere giustizia funzionante soltanto se esiste un pensiero collettivo che in primo luogo individui il senso della giustizia nel rispetto degli altri; che poi ci rifletta; e che infine, se ne viene convinto, arrivi a condividerlo. Si tratta di confrontarsi con i fondamenti della nostra Costituzione, il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Mentre l'amministrazione reale della giustizia, quella che oggi a suo avviso arranca «senza una cultura condivisa delle regole, diventa qualcosa di estremamente difficoltoso, addirittura per certi versi eventuale, fonte essa stessa di giustizia casuale e quindi paradossalmente di ingiustizia», nel marasma di «una grande disorganizzazione e con scarsi mezzi».
Da questo punto di vista, per paradosso, «l'esperienza in Cassazione è stata per certi versi inaspettatamente confermativa: un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze».
Il tutto accompagnato da una sensazione di «ineluttabilità» alla quale «si rassegna» chi pure lamenta «le cose che non funzionano», ultima goccia del cocktail che ora a Colombo fa dire: «Dare così poca cura a un'attività cruciale per l'amministrazione della giustizia è stata, per me, la definitiva conferma che c'è anche altro da fare».
Altro rispetto ai processi. E prima dei processi: la condivisione delle regole. E qui sembra affiorare l'eco di una sconfitta, l'unica forse avvertita come davvero bruciante dall'ex pm di Mani pulite: corrotti e corruttori rientrati nella vita pubblica, o direttamente (votati) o indirettamente (nominati), comunque legittimati dai cittadini.
Colombo si sente "tradito" dal "popolo" nel cui nome ha amministrato giustizia? «Piuttosto, sono contrariato nel vedere come la legalità, per questo Paese, sia ancora qualcosa che ha poche chances». Tra le concause, dice, « ha pesato il mutato atteggiamento dei media, le falsità dette contro le nostre indagini e talora contro di noi. Ma credo ci sia stato anche un altro elemento importante. All'inizio le indagini hanno coinvolto i livelli più alti della politica e dell'imprenditoria, perché nei loro confronti erano allora emersi gli indizi: persone lontane anni luce dal cittadino comune. Poi, però, man mano che le indagini progredivano, sono comparsi anche fatti attribuibili a persone comuni: al maresciallo della Finanza, al vigile dell'Annonaria, al primario dell'ospedale, all'ispettore dell'Inps, al medico e ai genitori dei figli alla visita di leva, alla cooperativa di pulizie. E qui, ecco che l'atteggiamento della cittadinanza è cambiato».
E voi magistrati siete finiti fuori mercato perché offrite un prodotto (la legalità) per il quale non c'è domanda? «Anche qui la misura della legalità è il rispetto dei principi costituzionali. Di legalità non c'è n'è abbastanza. Sono molti, per fortuna, coloro ai quali interessa la legalità, che vuol dire piena attuazione dei principi costituzionali della tutela dei diritti fondamentali e dell'uguaglianza di fronte alla legge. Ma non sono ancora abbastanza. E soprattutto, hanno una scarsissima rappresentanza, non trovano voce sufficiente. In alcuno dei due schieramenti». Colombo lo ricava «dal fatto che, altrimenti, sulla legalità sarebbero state fatte delle battaglie. E dico sulla legalità, non sul fatto che il signor Tizio o il dottor Caio siano colpevoli o innocenti: ad esempio sulla modifica delle regole del processo, per renderlo più agile e rapido; sulla dotazione di strumenti che consentano ai giudici di svolgere meglio la propria funzione; sulla cura della preparazione professionale».
E' questo il fronte che ora sembra prioritario a Colombo. Il quale, a sorpresa, non ha tanta voglia di voltarsi per toccare con mano l'esito delle sue inchieste: «Vogliamo essere spietati? Sono magistrato dal 1974, per 3 anni giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell'Iri, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine — a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni —, i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante». Cambiare dall'interno, no? «Dovrebbe davvero cambiare tutto». E invece, «possibile che per selezionare i capi di uffici giudiziari di dimensioni pari a una grande azienda, continuiamo a fare le scelte, quando va bene, sulla base della capacità di condurre indagini o scrivere belle sentenze, qualità che nulla hanno comunque a che fare con la capacità di organizzare un ufficio? Anche a proposito delle questioni disciplinari, siamo sicuri che, nonostante tutti gli sforzi, pur fatti, non si potesse fare ancora di più per evitare che qualche magistrato fosse avvertito come arrogante o non sufficientemente dedicato alla sua funzione?».
Per Colombo «l'Italia è un paese di corporazioni che per prima cosa si difendono autotutelandosi (ha presente l'espressione "cane non mangia cane"?)». E pur se «la magistratura mi sembra, tutto sommato, la migliore» di queste corporazioni, «anche al suo interno si avverte la tentazione di cedere alla stessa logica: la difesa della categoria, prima che dell'organizzazione, della disciplina, della laboriosità; con il rischio di isolamento per chi pensa il contrario».
La decisione di guardare alle regole da una posizione diversa — confessa Colombo, ieri in Procura a salutare alcuni colleghi — «non è stata facile e continua ad essere molto sofferta. Non soltanto perché questo lavoro ha assorbito buona parte della mia vita, ha accompagnato la nascita dei miei figli, la morte dei miei genitori, è stato intriso di eventi di dolore squarciante (come gli assassinii, proprio qui a Milano, di Guido Galli e Emilio Alessandrini, e dei colleghi eliminati da terrorismo e mafia); ma anche perché tanti sono i colleghi, dai quali mi separo, che con cura, attenzione e direi ostinazione non hanno fatto altro che cercare di rendere giustizia. Ma a mio parere, perché non sia un compito immane, occorre anche altro: che l'atteggiamento verso le regole cambi anche fuori dai palazzi di giustizia».
Luigi Ferrarella
Il quadro politico si sta chiudendo intorno a noi, stretti nella morsa di chi manovra al centro per espungere l'anomalia di una sinistra antagonista al governo e il nostro corpo sociale sempre più deluso. Marco Revelli su questo giornale, la redazione di Carta e molti altri che scrivono sulle reti dei movimenti pacifisti, dei lavori precari e delle comunità locali impegnate in vertenze contro gli effetti devastanti del neoliberismo, segnalano l'aprirsi di una lacerante separazione tra le istanze di movimento e la società politica. E' una crisi che viene da lontano - un fallimento delle ipotesi egualitarie della democrazia rappresentativa liberale, come ci dice Paul Ginsborg su La democrazia che non c'è - e che nemmeno i governi di ispirazione progressista e di fede democratica sembrano attrezzati a contenere. Eppure, qualche speranza era stata accesa dai modi decisamente innovativi con cui si costruì la coalizione dell'Unione attorno al programma elettorale e alla felice invenzione delle primarie. Rifondazione stessa - la novità della coalizione - portava con sé un laboratorio di pratiche di «internalità» ai movimenti nati a Seattle, maturati a Porto Alegre, esplosi a Napoli, Genova, Firenze e affermatisi con il «popolo della pace». Poi a Melfi, Scanzano, Val di Susa, fino a Vicenza, in mille e mille «cortili d'Italia» a difesa dei beni comuni. Coscienza di classe, di genere, di luogo, di specie... intrecciate nel tentativo di ricomporre una visione del mondo planetaria, pacifica, ambientalmente sostenibile, cooperante e economicamente equa.
Di fronte alle dure repliche della guerra e del mercato, queste posizioni sembrano oggi perfino ingenue, prive di incidenza, «inefficaci» nei confronti di una logica di governo che procede su binari predefiniti. Anche il governo Prodi sembra rifluire dentro il tran-tran dei vecchissimi centro-sinistra. Prevale la governabilità, la stabilità del quadro politico, il rispetto degli «impegni precedentemente assunti», dei «vincoli» monetari e militari internazionali, l'affermazione di astratti «interessi generali» dell'economia contro le istanze «particolari» degli abitanti, dei pensionati, dei giovani, dei migranti... Accettato questo quadro politico come il migliore possibile, comunque privo di alternative, ne discende conseguentemente la sua blindatura. I tentativi delle sinistre di dare corso alle aspettative dell'elettorato o anche solo di rispettare i programmi pattuiti con gli alleati vengono denunciati come pericolose azioni destabilizzanti. Paradossalmente sono proprio le sinistre (prive in realtà di alcun vero ruolo di comando e orientamento generale del governo) a apparire come i più strenui difensori del governo, dando l'impressione di sacrificare su quest'altare le rivendicazioni della propria parte.
In maggiore sofferenza appare Rifondazione, che ha rappresentato precisamente il tentativo di dimostrare che un partito politico avrebbe potuto tenere in relazione bisogni, aspirazioni, obiettivi di trasformazione della società, e istituzioni politiche rappresentative. Ciò che Revelli chiama : «fare rappresentanza di ciò che muove in basso». Alcuni traggono da ciò la conclusione che un equivoco si sarebbe definitivamente consumato e che per le sinistre d'alternativa vi sarebbe un'incompatibilità ontologica con le funzioni di governo: da agenti della trasformazione a guardiani dei movimenti. Altri pensano invece che la contraddizione potrebbe risolversi positivamente riuscendo a rafforzare il peso delle sinistre (tramite un loro allargamento e una unificazione), e così facendo si potrebbe spostare in avanti l'asse delle mediazioni politiche. Ma forse, per usare le riflessioni di Fausto Bertinotti nella Città degli uomini, il suo ultimo libro, serve di più.
Servirebbe sottoporre a critica il concetto di politica come sfera separata, autosufficiente e sovraordinata rispetto alle relazioni sociali - inevitabilmente conflittuali - che animano il vivere quotidiano. Alla politica del potere, come tecnica di perpetuazione del dominio dei più forti, bisognerebbe sostituire la politica dell'esperienza concretamente vissuta. In fondo, a ben guardare, la distanza crescente tra decisioni assunte nelle stanze dei rappresentanti politici e ciò che succede nel paese reale ha spiegazioni molto semplici, come nel caso più estremo, quello della partecipazione (diretta o fornendo la logistica) alle guerre scatenate dagli Usa: l'imposizione di scelte impopolari agli occhi della stragrande maggioranza degli elettori, oltre che estranee al sentire comune. Anche volendo lasciare fuori dalla porta il dibattito sul rapporto tra etica e politica potremmo attenerci al criterio della partecipazione e della condivisione: «Una mediazione buona non può che essere una mediazione capace di coinvolgere il popolo interessato nella sua condivisione; allo stesso modo, una mediazione cattiva è, per certo, quella che viene realizzata in condizioni di separazione dalla rappresentanza della volontà popolare» (Bertinotti, p.107).
Il passo successivo, per una politica di sinistra, è quindi portare lo scettro della sovranità sempre più giù, nelle sfere più basse della società, nei territori, nelle comunità locali degli abitanti e dei produttori e sancire che nessuno può avocare il diritto di sacrificare il benessere di altri, per nessuna ragione. Le notizie che ci vengono da Serre, da Aprilia, da Livorno, da Brindisi, da Civitavecchia, da Roncade, da San Piero di Rosà... ci dicono che la rinascita della politica deve chiamarsi con questi nomi.
Povero Bersani: tutto preso dagli scampoli di liberalizzazione - orari dei barbieri e ricariche telefoniche - non si è accorto che pezzi importanti d'Italia finiscono all'estero privando l'economia di settori tecnologicamente avanzati. Il riferimento è a Fastweb che sta per prendere la cittadinanza svizzera e a Telecom destinata (da Tronchetti Provera) a emigrare in Spagna, nella scuderia Telefonica, ma che forse sarà «salvata» dalle banche. Ieri il ministro dello sviluppo economico, messo da parte il tradizionale aplomb, ha detto agli industriali che fanno un po' schifo: «non raccolgono le sfide della liberalizzazione e dell'innovazione».
Bersani ha ragione: l'Italia non brilla nei settori tecnologicamente avanzati soprattutto perché la ricerca è nulla. Gli imprenditori preferiscono spendere soldi per investire nei settori protetti: non è casuale la campagna contro le multiutility municipali nate - nessuno lo ricorda mai - oltre un secolo fa, nel 1903, grazie a Giolitti che in questo modo volle estendere una pluralità di servizi a popolazioni che ne erano prive perché anche un secolo fa i padroni investivano solo in quello che garantiva profitti immediati.
L'Iri è stata smantellata, tutte le sue imprese privatizzate. E molte - soprattutto le industriali e quelle della distribuzione - sono finite in mani estere. Poche, purtroppo, sono state valorizzate; la maggior parte (soprattutto nell'alimentare) sono divenute aziende anonime riconoscibili solo per il marchio glorioso, dietro il quale spesso non c'è valorizzazione dei prodotti di base italiani. Gli imprenditori italiani hanno preferito investire nelle banche e nei monopoli naturali. E' così che i Benetton si sono trasformati in casellanti d'autostrada, perdendo parte della vocazione industriale. E così, un po' per volta, sono finite in mani estere l'elettronica, l'informatica, la chimica fine e in particolare l'industria farmaceutica.
L'Italia è diventata grande consumatrice di prodotti fisicamente costruiti nel nostro paese, ma progettati all'estero. Insomma, salvo rare eccezioni, i centri decisionali delle multinazionali non sono domiciliati in Italia. Nel settore delle telecomunicazioni è accaduto la stessa cosa. All'inizio era tutto italiano (Telecom e Tim) e pubblico. Poi è arrivata Omnitel (prima De Benedetti, poi Colaninno) e poco dopo Wind. Poi è scoppiato il caos: Telecom è stata privatizzata malamente - allora le banche fecero le schizzinose - è divenuta terra di conquista e strada facendo si è caricata di debiti visto che i vari padroni che la conquistavano le scaricavano addosso i debiti fatti per la scalata.
Intanto però Omnitel è finita in mani inglesi (buone); Wind in mani egiziane (misteriose) e ora Fastweb (la più tecnologica del gruppo) rischia di finire in mani svizzere. Pubbliche, visto che la Confederazione gli affari li sa fare. Nel settore tlc a difendere l'italianità sono rimaste Tiscali (idea geniale) e Telecom, la cui rete è un monopolio naturale che sarebbe pericoloso privatizzare. Per questo il governo oggi benedice le banche che vogliono conquistarla.
«Berlusconi non aspetti neanche un minuto a provocare la caduta del governo Prodi e il ricorso a nuove elezioni perché la promessa che aveva fatto fin dall’inizio di non lasciare spazio ai comunisti sta per essere contraddetta (dal probabile voto della Cdl a favore della missione italiana in Afghanistan, ndr) in maniera tale da far pensare che l’intervallo berlusconiano sia servito ai comunisti per assestarsi nel migliore dei modi. Noi - quelli che amano l’Italia - vogliamo dimostrare che non è così e vogliamo farlo subito. Siamo pronti a combattere subito».
È l’articolo di fondo, pag. 1, apertura, de Il Giornale organo personale di Berlusconi, il giorno 9 marzo.
L’autrice è Ida Magli, che forse ha lasciato allibito lo stesso direttore di quel quotidiano. Ma ha avuto il sostegno autorevole per trasformare uno sfogo febbrile e concitato nella voce ufficiale della destra di Berlusconi sul giornale di Berlusconi.
Da notare la parola «combattere» che, come si vede dal contesto, non è una metafora.
Sono importanti anche altri due passaggi di questo testo di cui «Radioparlamento» (Rai) ha dato lettura integrale spiegando che conteneva «importanti valori sociologici» (9 marzo, ore 9.08).
Il primo: «perché di questo si tratta con l’attuale governo, del comunismo, in tutte le decisioni già prese e in quelle da prendere. È lo Stato comunista. E il comunismo non può governare se non come Stato di polizia».
Il secondo: «Non lo vedono (i politici di destra, ndr) che i giovani girano a vuoto fino al punto di ammazzarsi con l’unica arma che possiedono? I politici hanno fatto una legge per vietare la violenza negli stadi. Pensano davvero che combattere per la propria squadra sia “stupido” oltre che illegittimo? Ma per cosa devono combattere questi giovani, con che cosa si possono identificare se non gli è stato messo davanti altro valore che il calcio?».
Il manifesto combattentistico (e la macabra celebrazione dell’omicidio dell’ispettore Raciti) pubblicato con solennità dal quotidiano personale di Berlusconi non gira a vuoto. Appare il perno di una strategia, una febbre lucida di distruzione della vita italiana che la parola “guerra” inietta nelle vene berlusconiane come una droga. No, i talebani non c’entrano e neanche gli alleati americani. Scherziamo? I nemici sono - ci spiega Libero pag. 3, articolo di Fausto Carioti lo stesso giorno - «Romano Prodi, Massimo D’Alema, Arturo Parisi e Piero Fassino (che) con ogni probabilità proveranno a mettere la testa sotto la sabbia, incrociare le dita, continuare a dire che la nostra era e resta una missione di pace e sperare che non ci scappi il morto. Sta alla Casa delle libertà inchiodarli alle loro responsabilità: siete pronti ad ammettere che i militari italiani in Afghanistan sono in guerra contro i talebani? Se, come è assai probabile, Prodi si dichiara contrario a mettere i nostri soldati in assetto di guerra, metterebbe in gioco, per la sua sopravvivenza politica, la vita dei nostri soldati».
Vedete dunque dove vola l’avvoltoio. Vola in cerca di cadaveri da poter depositare, con bandiera e tutto (e la più cinica finzione di patriottismo), davanti a Palazzo Chigi come strumento (pensate all’orrore di questa parola) per rifare elezioni già in parte misteriosamente taroccate e comunque rese “malate” dall’esito (due Camere elette con due leggi diverse e dunque con due maggioranze diverse) dalla legge-porcata di Calderoli. Una grave, drammatica questione internazionale viene dunque usata come espediente per salvare, tutto insieme, legge Cirielli, prescrizioni, condoni, Mediaset, processi in cui l’ex premier è tuttora - e più che mai - imputato, conflitto di interessi, affari personali, la cosidetta riforma giudiziaria Castelli che spazza via il potere giudiziario, tutte le leggi ad personam che si possono ancora fare, magari spartendo un po’ di benefici anche con altri imputati di crimini vari, tipo Mitrokhin, Sanità, intercettazioni illegali, tutte imprese di bravi compagni di strada.
Ricordate Nassiriya e l’oltraggio che si levava quando qualcuno metteva in dubbio la possibilità di una missione di pace in cui i soldati italiani erano sottoposti agli ordini di due armate in guerra? Ricordate la strage di base Maestrale (Animal House) portata a termine senza difficoltà dai terroristi perché, a difesa di quella base, non vi erano neppure gli ostacoli in cemento detti “panettoni” che si usano nel traffico italiano? Si levava stentorea, a quel tempo, la voce del ministro della Difesa Martino intento ad affermare ciò che adesso la stampa del suo regime nega risolutamente (che si tratti di missioni di pace). Resta il fatto che i soldati italiani nell’era di Berlusconi venivano inviati a scortare (cioè precedere) pesanti convogli militari inglesi con l’unico vero compito di scoprire se vi erano bombe o mine sul percorso, esponendosi al pericolo di saltare in aria.
E infatti sono saltati, in aria, gli italiani, e morti, per “aprire la strada” ai mezzi di guerra inglesi. Erano piene di fierezza le dichiarazioni di chi andava a passare in rassegna i nostri militari in missione di pace e ritornava precipitosamente in Italia due ore dopo. I “nostri ragazzi” intanto andavano in pattuglia su blindati leggeri senza torretta, il militare addetto all’arma esposto fino ai fianchi.
E qualcuno forse, nonostante la concitazione di guerra che imperversa tra i falchi di Berlusconi, ricorderà che il maresciallo Cota, di pattuglia su un elicottero senza portelloni e senza difese, è stato facilmente colpito e ucciso da terra mentre accorreva a sostenere l’azione di combattimento di un’altra unità di volenterosi (soldati romeni).
Ma se il dibattito fosse di politica internazionale, allora si saprebbe che Camera e Senato americani sono in rivolta perché non riconoscono le strategie fin qui seguite, dal loro isolato presidente, e si interrogano sul quando e come e con quale esito guerre di questo genere possono finire. E invece di farsi prendere dalla frenesia bellica, si stanno interrogando, insieme a tutta l’opinione pubblica di quel Paese libero, sul perché i soldati reduci dall’inferno Iraq e dall’inferno Afghanistan, quando sono feriti e quando sono menomati, vengono abbandonati in altri inferni, pieni di sporcizia e di topi, detti “ospedali militari”. Il più scandaloso, ci dice la libera stampa americana (che non deve fare i conti con il conflitto di interessi di nessuno) è il «Walter Reed» di Washington che abbiamo visto in tanti film di guerra.
Ma questo non è un dibattito sulla politica internazionale e - spiace deludere i colleghi senatori Turigliatto e Rossi - non è neppure un dibattito sulla pace e sulla guerra.
In quel dibattito tutti i Paesi civili scambiano voti e persuasioni, perché i confini fra maggioranza e opposizioni, specialmente quando il pericolo è vero e il dramma è da un lato come affrontarlo e dall’altro è come uscirne, non sono netti e non sono tracciati una volta per tutte, sia perché cambiano gli eventi sia perché cambia o può cambiare la politica. Per esempio - come abbiamo detto - la politica americana sta attraversando un cambiamento molto grande. E infatti la distanza tra la politica che ispira adesso tutto il Parlamento americano (Camera e Senato) e la febbre di guerra che agita il mondo berlusconiano si è fatta grandissima.
Ma questo - bisogna ripeterlo - non è un dibattito di politica estera. Per quel dibattito sia Prodi che D’Alema hanno già dato risposte dignitose, ferme e necessarie. E la tipica frase della destra (vecchia come le guerre napoleoniche): «far mancare il sostegno ai nostri soldati» oppure «non abbandoneremo i nostri soldati» è priva di senso perché non sono i soldati che chiedono aiuto alla politica (senza decisione politica i soldati non vanno in nessuna guerra) ma è la politica che - una volta decisa una guerra - chiede aiuto ai soldati.
No, questo è un percorso di trappole e tagliole per tentare di liberarsi di un governo che - nonostante ostacoli e tentativi dell’ultimo momento, nonostante le corse pazze di Berlusconi in tutte le televisioni e i programmi sportivi e porno della Repubblica - è stato democraticamente eletto e sta tentando di ripristinare dignità e legalità in un Paese duramente manomesso, a cui stava per essere sottratta persino una parte importante della Costituzione e la libertà dei giudici.
Dunque il voto è ancora una volta per o contro Berlusconi, per o contro politica e dialogo invece di violenza e potenza, per o contro un nuovo filo di comunicazione e reciproco sostegno con il Parlamento dei democratici anti-guerra appena eletto negli Stati Uniti e già molto determinato a non continuare nel percorso Bush-Cheney, dietro cui continua a trottare solo Berlusconi.
Può essere utile ricordare le parole citate all’inizio di questo articolo, l’articolo di fondo de Il Giornale firmato da Ida Magli. Il fatto importante non è se la firma sia o non sia autorevole. Il fatto importante è che, avendo la Magli scelto di scrivere un articolo paleo-fascista in cui il nemico è il comunismo, il condottiero è Berlusconi, l’uomo da abbattere è Prodi, e il valore centrale è il maschio che sceglie la guerra e l’appello a combattere, quell’articolo è diventato un editoriale. Sul giornale personale di Berlusconi. Dunque il proclama della metà dell’Italia che dice di rappresentare. Sarebbe un errore riderci sopra. Infatti quell’articolo interpreta bene ciò che avviene ogni giorno al Senato, la violenza degli insulti e il tripudio da stadio (quello stadio di morte esaltato dalla Magli) in caso di vittoria.
Chi vorrà dare il suo voto a questa gente, ovvero negare il sostegno a Prodi, e poi dire di avere dato un “voto di pace”?
Quando la socialdemocrazia tedesca decise di divenire forza di governo, alla fine degli Anni Cinquanta, fu la capacità di coalizione il cruciale banco di prova cui decise di sottoporsi, non solo muovendosi in modo diverso dal passato ma ripensando i propri programmi, lo sguardo sulla società, l’attitudine ad ascoltare voci differenti dalla propria. Il congresso di Bad Godesberg nel ’59 fu la scoperta e l’approfondimento di questa capacità, cui venne dato il nome di Koalitionsfähigkeit. La metamorfosi, che ebbe come protagonista Herbert Wehner, passò con difficoltà nel partito ma divenne evento fondatore: la Grande Coalizione, nell’autunno ’66, nacque da quella scelta e fu lo strumento attraverso il quale la sinistra, dopo ripetute sconfitte, poté prima governare con la Democrazia cristiana, poi divenire - già nel 1969 - forza egemone di un’aggregazione alternativa alla Dc. Il bipolarismo compiuto che da allora regna in Germania ebbe bisogno di quel tirocinio preparatorio, per metter radici. La capacità di coalizzarsi con forze non appartenenti al proprio campo irrobustì alla lunga il campo stesso, anziché impoverirlo e sopprimere l’alternanza tra fronti contrapposti.
Un fenomeno simile sta accadendo in Francia, da quando François Bayrou ha cominciato a salire nei sondaggi come uomo-ponte fra destra e sinistra. Qui abbiamo due blocchi che già hanno governato (il socialista-comunista, il gollista-liberale) e dunque formalmente il bipolarismo vive. Ma la loro Koalitionsfähigkeit è lungi dall’essere acquisita. I socialisti hanno una cultura delle coalizioni solo rivolta a sinistra, pur essendo oggi assai moderati: lo slogan «nessun nemico a sinistra», teorizzato nel primo Novecento dai radicali francesi, è rimasto immutato con Mitterrand, Jospin, Ségolène Royal.
Quanto ai gollisti di Sarkozy, essi sono ossessionati da Le Pen, con cui non vogliono allearsi ma i cui elettori intendono conquistare.
Bayrou rompe le abitudini, e lancia alla Francia una sfida del tutto nuova: ai cittadini come ai partiti chiede di apprendere l’arte di coalizzarsi col diverso. Nell’immediato, il suo progetto prevede un’intesa destra-sinistra, magari temporanea per non impedire future alternanze. Nella sostanza, e nel lungo periodo, la ginnastica mentale che propone consiste nella capacità virtuale d’ogni raggruppamento di cooperare sia a destra sia a sinistra, per svecchiare il profilo dell’una come dell’altra e restituire al paese un bipolarismo rinvigorito. Come Wehner a suo tempo, egli sembra convinto che governare durevolmente si possa alla sola condizione di imparare simili virtù di elastica resilienza e rifondazione.
All’origine di questa metamorfosi del pensiero francese non ci sono le ripetute sconfitte d’un partito, come in Germania negli Anni 50-60. Oggi sono più vaste malattie della democrazia rappresentativa - e delle famiglie di destra e sinistra - a esigere il cambiamento. Il caso francese quindi ci riguarda, nascendo da un male diffuso e annoso. La tesi di Bayrou è che sinistre e destre sono divenute impotenti, non essendo più in grado di rappresentare la società e di predisporre mutazioni importanti assieme a essa. Le proposte fatte da ambedue non tengono conto dello svanire della sovranità nazionale assoluta - tuttora un mostro sacro in Francia - e sono accomunate da illusioni completamente irrealistiche. Da questo punto di vista né Sarkozy né Ségolène Royal sono innovatori, nonostante si presentino come figure provvidenziali e originali (il primo perché volitivo di carattere, la seconda perché donna femminista).
Ambedue le forze sono divenute impotenti a causa della loro chiusura e inattitudine all’ascolto. L’esempio più clamoroso, che Bayrou cita sempre, è quello di Chirac: avendo raccolto nel 2002 una maggioranza immensa ma artificiale (82,2 per cento), egli non ebbe l’accortezza di aprire ai socialisti che l’avevano votato per evitare Le Pen. Quel che sinistre e destre non vedono, che non sanno ascoltare, è la trasformazione vistosa della società e della stessa democrazia rappresentativa. Una trasformazione che in Francia ha generato autentici tracolli: l’eliminazione del candidato socialista e la sua sostituzione con Le Pen nel 2002; il no caotico all’Europa nel maggio 2005; i tumulti nelle periferie nel novembre 2005: tutti eventi che hanno disvelato l’atrofia del bipolarismo classico e gli svantaggi delle reciproche impermeabilità. La scelta di divenire specchi fedeli della società non ha addomesticato quest’ultima ma l’ha ulteriormente frammentata, estremizzata. Entrambe le forze sono apparse lontane dal popolo, sorde, ed entrambe hanno reagito senza mutare abitudini di pensiero anche quando si rifugiavano nel populismo. Un populismo ormai radicato, non solo in Francia. L’Italia aveva dato il via, negli Anni 90, con Mani Pulite, al crollo dei vecchi partiti e all’impolitica alternativa di Berlusconi. A questo «populismo lungo», il politologo Rosanvallon dà il nome di contro-democrazia. Una contro-democrazia che di per sé è la naturale risposta al frantumarsi dei partiti, delle visioni sociali d’insieme. Il cittadino non più affiliato a grandi organizzazioni partecipa alla cosa pubblica votando, ma anche fabbricandosi vari poteri indiretti.
Contro-democrazia è quando si reagisce alla crisi delle democrazie rappresentative con una democrazia negativa: aumentando il potere di sorveglianza, di veto, di giudizio istantaneo su ogni politica, breve e non. Chi reagisce è un cittadino niente affatto passivo, che interviene con metodi classici (il voto) e non classici (piazza o rivendicazioni identitarie, giudici o stampa), ma che imboccando tale strada ha perso la visione d’insieme dell’interesse pubblico e ogni volontà che non sia d’impedimento. Il populismo e l’antipolitica sono patologie della contro-democrazia: il potere vigilante diventa delegittimazione costante, il veto blocca le politiche anziché suscitarle, il giudizio diventa sistematica distruttività (Pierre Rosanvallon, La contre-démocratie, Seuil 2006).
Di qui la necessità di infrangere le barriere: di «scomporre le linee», dicono i francesi citando Baudelaire. Di evitare che la frammentazione favorisca paradossalmente chi inventa di sana pianta un popolo uno, indiviso: il populista, appunto, secondo il quale qualsiasi avversario che non rappresenti l’Uno è subito illegittimo. Di qui l’alternativa suggerita da Bayrou: non l’uomo provvidenziale che congela divisioni fossilizzate, ma il politico che ingloba la contro-democrazia per curarne le patologie, esercitandosi nelle coalizioni con il diverso da sé e ridefinendo i futuri criteri di divisione.
In Italia quest’apprendimento è in corso ed è significativo che l’esempio Prodi seduca Bayrou. Centro-sinistra e Ulivo sono la risposta all’emergenza populista di Berlusconi e alla crisi della democrazia. Contrariamente a quel che si dice, non abbiamo in Italia un blocco governativo di sinistra, ma un blocco che oltre all’Unione comprende conservatori e sinistre estreme. Sia pur faticosamente, anche queste ultime hanno dimostrato capacità di coalizione: hanno digerito un pesante risanamento economico, accettato la missione in Libano, scoperto l’Europa. Divenire capaci di coalizioni e dunque di governare presuppone nei due blocchi la preservazione di un programma minimo cui non si rinuncia: a sinistra possono essere i diritti della persona, il lavoro non precario, o la laicità e autonomia della politica; il multilateralismo o un’Europa autonoma dall’America. Bayrou, ad esempio, promette modifiche profonde (l’abbandono dell’illusione nazionale di De Gaulle, un’Europa federale fatta da un’avanguardia di Stati) ma al tempo stesso è fermo nel preservare alcuni valori: il modello d’integrazione repubblicana, la laicità, la valorizzazione di servitori dello Stato come gli insegnanti.
Ma, soprattutto, egli propone di assorbire la contro-democrazia: di darle un ordine, una voce, per evitare che sfoci nella malattia dell’impolitica populista. Da questo punto di vista, Bayrou non è centrista come son centristi alcuni italiani. Non dice che la mutazione avverrà solo a opera d’una famiglia centrale. Dice che avverrà solo se si incorpora la contro-democrazia, espressione della nuova società della diffidenza cresciuta sulla chiusura reciproca di tutti i partiti, compresi i centristi. Dice che devono cambiare non solo metodi ma programmi: cosa non ancora avvenuta nelle forze centriste. I centristi italiani ad esempio non hanno ancora appreso la Koalitionsfähigkeit ad ampio raggio. Sembrano interessati a un’aristocrazia chiusa, autosufficiente, come proposto da Antonio Polito e Nicola Rossi in una lettera a Follini pubblicata l’8 marzo sul Corriere della Sera. Follini sembra più lungimirante. Nella risposta, il 9 marzo sul Corriere, sostiene che un ponte fra destra e sinistra è preferibile a un tetto su nuove compatte famiglie. È il ponte che educa alla Koalitionsfähigkeit, all’ascolto e rispetto del diverso, e che aiuterà a ricreare una bipolare architettura fatta di famiglie, case, tetti meno pericolanti.
Mentre in Francia perdurano i positivi riscontri sulla serie del detective-imbalsamatore Efisio Marini, Giorgio Todde arriva nelle librerie d’oltralpe anche con la sua opera più nera e letteraria edita da Il Maestrale: La matta bestialità, tradotto da Vincent Raynaud per la prestigiosa editrice Albin Michel ( La Folle Bestialité). La qualità e le vicende narrate nel libro stanno conquistando lettori e critici. Romanzo attraversato da una forte vena metafisica, La matta bestialità è al contempo una storia profondamente corporale che mette il lettore di fronte agli aspetti più brutali della natura umana, attraverso una serie di omicidi segnati da una folle simbologia e da cui viene investita la vita del meteorologo Ugolino Stramini.
Sulle pagine di Liberation (22 febbraio) Jean Baptiste Marongiu ha parlato di «roman abdominal». Il critico letterario di lontane origini isolane ha dedicato ampio spazio a un intervista con l’autore, dove si parla tra l’altro del prossimo nuovo romanzo con Il Maestrale: Al caffè del silenzio.
Anche Le Monde dedica largo spazio alla Folle Bestialità con un articolo a firma di Gérard Meudal, che insiste sulla singolarissima natura dei personaggi toddiani, ma si concentra anche sul motivo che ha ispirato il titolo: il peccato della «matta bestialità» citato da Dante nell’Inferno, ma che lo stesso poeta non volle trattare nella Divina Commedia, perché peccato eccessivo anche per la sua opera. Così il libro di Todde si inventa per intero il canto mancante della Divina Commedia, che ha un ruolo centrale nell’intrigo costruito dallo scrittore. Queste ed altre peculiarità contenute ne La matta bestialità fanno dire a Claude Le Nocher che con Todde ci si trova «agli antipodi del poliziesco ordinario». «Un romanzo deliziosamente sconcertante».
Scarsa curiosità e nessuna passione sta suscitando quel terremoto della scena politica italiana che dovrebbe rappresentare la nascita del Partito democratico. Esso cancella definitivamente i due protagonisti del dopoguerra, Dc e Pci, duellanti per oltre quarant'anni, formatori di storia e cultura antagoniste, i cui residui - Ds e Margherita - stanno fluendo in un tiepido abbraccio dentro uno stampo centrista, per dirla all'europea, o «clintoniano» per dirla come Veltroni.
Sono in corso le assemblee che preludono ai due congressi di scioglimento. Non si può dire che la discussione sia bruciante. La Margherita era già frutto della turbolenza che dal 1987 aveva scagliato la Democrazia cristiana in frantumi disperdendone la base elettorale perlopiù nel centrodestra. Ma quello dei due che subisce la trasformazione più profonda è l'ex Pci, che dal crollo del Muro di Berlino ad oggi è andato perdendo, per scivolamenti successivi, ogni aggancio con il movimento operaio dal quale veniva. La svolta, che per breve tempo è sembrata portarlo a una socialdemocrazia ammodernata, è andata assai oltre, fino al taglio con qualsiasi radice, non solo comunista ma socialista. Nessuna Bad Godesberg ha segnato il passaggio come era avvenuto, con non poco clamore, nella socialdemocrazia tedesca; la deriva è stata pigra, coperta, all'italiana, per stati di fatto successivi.
E così sarà anche, a quanto si vede fin d'ora, il suo atto finale. A leggere le mozioni che preparano l'ultimo congresso dei Ds - quella di Fassino, quella di Angius e Zani, quella di Mussi - l'impressione è che, con diverse sensibilità, sia comune a tutte e tre un orizzonte di fine della storia - fine dei due secoli di vicenda europea segnata dall'alto conflitto politico e sociale che, emerso con la rivoluzione francese, s'era addensato mezzo secolo dopo nelle lotte continentali del 1848 e con il Manifesto di Marx avrebbe poi dato vita alla I, II e III Internazionale, e segnato la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX. La mozione di Angius e Zani chiede, è vero, un tempo di riflessione prima di andare allo scioglimento, per correggerne l'asse e coinvolgere quell'associazionismo di sinistra, che è una novità degli ultimi decenni e del quale nessuno ha tenuto conto, nell'operazione tutta verticista, e di vertici in buona parte consunti e rissosi. Quanto alla mozione di Fabio Mussi, essa dice rotondamente no all'intera operazione. Ma è da dubitare che l'una e l'altra saranno un vero ostacolo al processo che da almeno dieci anni somiglia piuttosto a una deriva, nel corso della quale idee e pratiche e fini assai lontani anche dalla migliore o più eretica e libertaria tradizione comunista hanno penetrato l'ex Pci. E dove i meccanismi cogenti propri di un grande o ex grande partito, che è anche arbitro dei singoli destini elettorali, sono in grado di garantire il gruppo dirigente da qualsiasi deviazione dalla rotta.
Non era scritto che questo fosse l'approdo obbligato della crisi del Pci alla caduta del Muro di Berlino. Neanche questa crisi era obbligata per un partito che era cresciuto in un largo margine di autonomia e aveva un radicamento autentico. Ma è un fatto che quel partito non aveva mai preso per le corna il toro del cosiddetto socialismo reale, né alle sue origini né nella sua marcescenza, per cui quando l'Urss è precipitata è precipitato anch'esso, fino a definirsi un errore storico. Restando imprecisato a quando risalisse il medesimo, alla scissione del 1921 a Livorno, come sosteneva Giorgio Amendola, o alla matrice marxisteggiante del socialismo europeo, come devono essersi convinti gli stessi che avevano condannato Amendola nel 1964. Né vi si è più riflettuto, con il pretesto che la velocità dei cambiamenti mondiali, negli eventi e nei paradigmi culturali, renderebbe mera perdita di tempo far i conti con la storia. Sta di fatto che l'identità attuale dei Ds si è del tutto separata dall'idea di un conflitto insanabile fra capitale e lavoro, capitale e forze produttive non devastatrici, capitale e piena libertà della persona umana. Essa viene relegata al più passato dei passati, quando non irrilevante da sempre.
E' sulla sua obliterazione che può convergere con i Ds l'ala democratica e solidarista del cattolicesimo politico rappresentata da Romano Prodi e da (un più riluttante) Rutelli. Nonché l'ex terzaforzismo italiano, che con la socialdemocrazia ha sempre flirtato assai poco.
La mozione di maggioranza dei Ds presentata da Piero Fassino rappresenta già il nuovo partito, in essa la transizione o il famoso passaggio del guado sono pienamente compiuti. L'assetto del mondo e della società sono soddisfacenti, o almeno privi di mortali pericoli, la globalizzazione seguita al crollo dell'Urss e al breve tentativo di autonomia dei paesi terzi è assunta come solo terreno reale in cui operare. La mozione suona anzi assai poco aggiornata, giacché neppure fa cenno né alle traversie della crescita europea sotto gli imperativi della Banca Centrale e della Commissione, né alle resistenze di opposta natura degli stati nazionali, né al delinearsi di minacciose guerre commerciali fra soggetti emergenti, né all'imbuto in cui l'iniziativa americana ha cacciato se stessa e il mondo musulmano. Vi è più attenta la mozione Angius-Zani. Il provincialismo domina - l'obiettivo del futuro Partito democratico è non più che una alternanza di governo sulla base di una idea largamente condivisa di società in Italia, come quella che si dà fra repubblicani e democratici negli Stati Uniti, conservatori e New Labour in Gran Bretagna. Partiti peraltro sempre più somiglianti: basti l'impossibilità di distinguersi sul ritorno della guerra come strumento della politica, riesumato con il pretesto della lotta al terrorismo, e sul dogma del mercato e della competitività, con conseguente drastica riduzione dei poteri della sfera politica rispetto a quella economica.
Le due altre mozioni esprimono preoccupazione. Non tanto sulla collocazione del partito sulla scena internazionale, che pure è un punto tutt'altro che risolto, come le vicende della maggioranza dimostrano, ma sulla questione sociale e la laicità. Il conflitto fra capitale e lavoro ha subito anch'esso uno scivolamento semantico, sparendo il capitale e restando il lavoro come problema di solidarietà con i meno fortunati, salariati a vari livelli e, salvo i dirigenti, tutti retribuiti meno d'una volta e precari. E' vero che appena si prende la questione sul serio, ci si scontra con temi tabù, l'essere l'Europa non più che un mercato aperto ad ogni razzia ed esposto a ogni dumping, e la mancanza di qualsiasi controllo sul movimento dei capitali e quindi l'impossibilità d'una politica economica. La verità è che nel liberismo spinto in cui siamo,con permanenti delocalizzazioni e in preda alla speculazione finanziaria, né l'occupazione né il potere d'acquisto dei salariati possono essere protetti. L'immigrazione è un bisogno potente indotto dalle inuguaglianze della globalizzazione selvaggia e un potente destabilizzatore, cui ad oggi non si sanno che opporre muri e proporre chiacchiere sulle multiculturalità. Ma su tutto questo erano già anni che Pds e Ds avevano saltato il fosso.
Quanto alla laicità, va detto che le due mozioni minoritarie mettono le cose in chiaro, ma quella di Fassino assume da Giorgio Napolitano la complementarietà dei valori che si darebbero fra la chiesa e la repubblica, e qui davvero il novello Partito democratico si colloca alquanto più indietro del 1789.
Chi rappresenterà ormai in Italia i lavoratori e le figure sempre più assoggettate dal mercato? E' sorprendente come l'imminenza del Partito democratico abbia lasciato immobili le forze che si vedono alla sua sinistra. Nulla è cambiato nei rapporti, neppure fra le due che si proponevano di mantenere o rifondare la rappresentanza del conflitto capitale-lavoro, anche se, a dir la verità, una, il Pdci, è stata sempre troppo debole e l'altra, Rifondazione, ha frascheggiato sulla sua importanza nel tempo, quando ha puntato tutto e solo sui movimenti. C'è perfino un paradosso, che in pieno dispiegarsi dell'anarchia dei capitali, il solo nominarla sia diventato oggetto di scandalo. Ma il conflitto esiste e su scala mondiale come non mai ed è esso a rodere alle radici anche l'esercizio della politica, e non solo per i salariati ma per le altre figure che da esso sono, assieme, prodotte e trascinate fuori di sé, nessuna di loro essendo in grado, da sola, di assumere una diversa centralità. Sta di fatto che è una voragine che si è aperta nella rappresentanza.
La necessità di tenere assieme il governo, per evitare che il guasto ormai avvenuto nella nostra società riporti a galla Berlusconi, sta rendendo opaco il vuoto politico a sinistra. Anche per la Cgil: si tratta di ben altro che di governo amico o non amico per il sindacato - tutto il sindacato, non solo quello dei metalmeccanici. Esso è di fronte a qualcosa di ben più grave che lo scorrazzare di qualche velleitario epigono degli anni Settanta, che non ha nulla imparato ma anche nulla ha fatto se non gesticolazioni. Le organizzazioni dei lavoratori hanno davanti a sé una dirigenza capitalistica modesta, quando non improvvisati social climbers, e un ceto politico che in tema di sviluppo, compatibile o no, non ha la minima idea. Come possono difendere il lavoro?
Ieri sull'Afghanistan, domani sulle pensioni, sarà difficile tenere assieme alla Camera o al Senato una maggioranza già così somigliante al prossimo Partito democratico da non riuscire a reggere al suo interno le voci di chi parla il linguaggio dei movimenti, dall'ormai antico movimento sindacale a quello nuovo della pace, e a seguire. Sgomenta che i partiti di estrema (estrema!) sinistra non abbiano di meglio da fare che perseguitare e, magari espellere, i quattro gatti che esprimono una protesta reale, che sbagliano soltanto il terreno su cui farla valere. Se nelle istituzioni oggi essa non può che perdere, fuori di essa si può solo augurarsi che cresca finché anche le istituzioni dovranno tenerne conto. Ma questo non è un obiettivo anche di Rc, del Pdci e di gran parte di quel 13% di italiani che aveva votato fuori del campo ulivista? Non so se sia vero, ma che una persona come Paolo Cacciari sia indesiderabile in Rc è una follia. Si possono tener separati i livelli di intervento (non lo fanno la borghesia e la sua rappresentanza più o meno accreditata?), ma che le sinistre debbano rianalizzare il punto in cui siamo, misurare senza più soddisfazioni la propria fragilità, rimettere le teste in movimento e costruire un'operazione opposta a quella dei Ds-Margherita è d'obbligo. Se no, non glielo perdonerà nessuno.
L´ordine venne impartito quasi in sordina, in calce alle direttive che il Gran Consiglio del fascismo emanò nella sua riunione del 9 marzo 1937, indetta per «potenziare sempre più la coscienza imperiale della Nazione». In una dozzina di parole si disponeva che «tutti i dipendenti delle Amministrazioni dello Stato» fossero «iscritti nelle Associazioni fasciste», delle quali nello stesso comunicato si sintetizzava la potenza numerica. Tra Fasci di combattimento, Fasci giovanili e femminili, Gruppi Universitari Fascisti e vari organismi collaterali il partito poteva contare, in quell´anno XV dell´Era littoria, su oltre nove milioni - per la precisione 9.251.989 - di militanti «inquadrati» con regolare tessera.
Fuori del lusinghiero calcolo restavano, fino a quella mattina di settant´anni fa, solo i «ministeriali». Una categoria che si riteneva attardata su residue posizioni liberali o tutt´al più «opportunistiche», legata a inattuali riti pantofolai: assai più romanesca (si deplorava) che romana imperiale. L´esemplare tipico della specie era appunto quel burocrate di genere eticamente «profano», quell´individuo appartenente al «limbo», che - secondo lo scrittore Emilio Radius, autore nel 1964 di un saggio sugli Usi e costumi dell´uomo fascista - veniva trattato dagli squadristi o dai camerati di antico fusto «come i soldati trattano in caserma i borghesi». Il modo di registrarne la presenza quando qualcuno di loro s´affacciava nei corridoi di un Gruppo Rionale - «c´è qui un borghese» - era già una denuncia. In linguaggio littorio significava: «Eccolo lì, è un non iscritto al partito».
Ora l´anomalia, già da tempo oggetto di segnalazioni e parziali «reprimende», è ufficialmente sanata. Si sa che la gran massa dei tesserati è in realtà estranea all´attività e alla vita fascista. Ma l´inclusione dei ministeriali nei ranghi conta in quanto lezione. Il renitente borghese (è ancora Radius a descriverlo) mette piede «nelle case del fascio come un cristiano entra in una moschea». Dopo una breve attesa viene interrogato con drastica petulanza attraverso una serie di moduli. I questionari indagano sulla sua biografia: «Gradi rivestiti nell´esercito? Campagne compiute? Decorazioni guadagnate? Detenzione di armi, e quali?». Spesso il compilatore dello stampato è pacifico, inerme e tendenzialmente apolitico, e non se la sente di negarlo. Il suo arruolamento, comunque, risponde all´esigenza di «ripulire gli angolini», scovando i potenziali fascisti «deboli» o addirittura «ex democratici». Non sarà mai possibile trasformarli in una falange di arditi; ma essi faranno numero, contribuendo all´espansione di tre elementi cari alla liturgia nazionale: distintivo, camicia nera, saluto romano.
Il primo membro della triade - il distintivo - potrà essere assunto, quando se ne faccia un uso negligente, in funzione disciplinare. Nell´ottobre del ‘41, quattro anni dopo il reclutamento coatto dei «ministeriali», la rivista Gerarchia segnalava con severità: «E´ ora di sfatare la leggenda che taluni fascisti, non portando il distintivo del Partito all´occhiello, compiano un atto di indisciplina o di semplice menefreghismo. Compiono invece un atto di vera e mera viltà, inquantoché nel contempo non rinunciano, e non rinuncerebbero per la pelle, al possesso della tessera che loro serve egregiamente per il posto, per la tranquillità e per ogni opportunissima evenienza». Ed ecco che la segnalazione del malcostume diventa minaccia e sarcasmo. Si ironizza ruvidamente sul fattore-disattenzione. «Quanta brava gente perde involontariamente il suo distintivo! Bisognerà che i sarti si decidano a ridurre le misure delle asole nei risvolti delle giacche. Con queste asole di grosso calibro i distratti vanno incontro a un´infinità di seccature».
Principale sinonimo di distintivo diventò un termine di successo: la cimice. Lo scrittore Alfredo Panzini era stato il primo a registrarne l´uso come «espressione di dileggio con cui i nemici del regime indicano l´emblema fascista che si porta all´occhiello», segnalando che dopo essere stato di forma ovoidale fino al 1926, il distintivo - o cimice - era diventato quadrangolare. In Romagna, segnalava Panzini, si preferiva designarlo con un nomignolo a sua volta sgradevole: «bagherozzo». Più tardi Vitaliano Brancati avrebbe così descritta l´adozione del distintivo da parte di un suo personaggio memorabile, l´impiegato comunale Aldo Piscitello, protagonista del racconto Il vecchio con gli stivali ed emblema dell´italiano piccolo-borghese degli anni Trenta, fascista per necessità alimentare e per estenuazione psicologica: «Sulla sua giacca nera s´era posato come un maggiolino il distintivo col fascio, ed egli di tanto in tanto lo guardava torcendo gli occhi all´ingiù».
Accanto al distintivo principale, che connotava l´iscrizione al Fascio, ne nascevano altri "d´occasione", celebrativi di singole imprese del Regime. Al punto da indurre nel 1930 Giuseppe Bottai, allora ministro delle Corporazioni, ad opporre un suo "no" all´istituzione di un nuovo distintivo in onore dei fascisti feriti negli scontri "squadristici". Al ministro la trovata parve inopportuna. «I fascisti feriti» fece rilevare «sono in numero irrilevante dopo dieci anni!».
E tuttavia la produzione di distintivi non si arrestò. Essi adornavano non solo le giacche ma anche i copricapi che gli atelier governativi andavano inventando e perfezionando senza sosta. In un suo saggio Antonio Spinosa ricorda una vibrante pagina che Piero Calamandrei dedicò a un negozio di capelli ubicato a Roma in corso Umberto: «Una sua vetrina tutta addobbata in nero», raccontava il giurista, mostrava «una ventina e più di cappelli di parata» di cui alcuni erano «grigi, ma i più neri: e su quel nero spiccavano, come coltri funeree, argenti ed ori di galloni e distintivi. Alla base di ogni piolo un cartellino bianco indicava il grado del gerarca al quale era destinato il copricapo fornito di quello speciale distintivo: «segretario generale», «segretario federale», «ministro», «segretario del partito»; col salire delle gerarchie crescevano i luccichii delle lasagne». Al centro della vetrina «una specie di gigantesco tegame» dominava «tra i tegamini satelliti», con in cima un fierissimo uccellone d´oro. E il suo cartello spiegava: DUCE. I passanti guardavano dentro la vetrina in silenzio: e non osavano guardarsi fra loro».
Potevano sottrarsi all´adozione della cimice (bagherozzo, maggiolino o tegamino che fosse) soltanto i possidenti. I quali, in qualche caso specialissimo, formulavano efficaci obiezioni al regime che quegli emblemi imponeva: nel Piccolo Dizionario borghese che lo stesso Brancati pubblicava, insieme a Leo Longanesi, sul settimanale Omnibus, sotto la voce dedicata a Benedetto Croce si leggeva: «Può farlo perché è ricco».
I non benestanti, se in cuor loro avversi all´ideologia ufficiale, venivano dilaniati dal doppio binario sul quale doveva adagiarsi la loro coscienza. Lo storico del medioevo Ernesto Sestan (1898-1986) racconterà più tardi che cosa aveva rappresentato per lui il dover diventare ufficialmente fascista, quando l´obbligo della tessera, già imposto nel 1931 ai docenti universitari di ruolo, venne esteso anche a coloro che volevano diventarlo, figurando fra i requisiti determinanti per partecipare ai concorsi. Allievo di Gaetano Salvemini e di Gioacchino Volpe, collega ed amico di un altro storico di grande avvenire, Federico Chabod, Sestan dedica alla costrizione, cui soggiacque, accenni molto dolorosi nelle sue Memorie di un uomo senza qualità: l´evento, ricorda, «ha inciso in me molto nel profondo e mi lascerà dell´amaro finché vivrò». E subito dopo racconta: «Se ne discusse non so quante serate con Chabod, resi perplessi, angustiati, indecisi. Né lui né io si era sinceramente fascisti: avevamo accettato passivamente il fascismo, perché era il governo che ci governava e ci dava da vivere, e rispetto al quale non si professava nessuna, nemmeno lontanissima alternativa».
La gente semplice associava l´esistenza di molti organismi "di supporto" inventati dal regime alle più umili necessità quotidiane dei cittadini. Per fare un esempio: appena fondato, l´Istituto di Mistica fascista subì a livello popolare una modifica della sua ragione sociale: la parola mistica diventava «mastica». Istituto di mastica fascista. Un motto che può far sorridere. Ma gronda anche desolazione, rinunzia civile.
Joel Kotkin, The City. A Global History, Random House, 2005 (edizione europea paperback 2006)
Utilissimo: su questo non c’è alcun dubbio. Utilissimo, perché è comunque opera meritoria concentrare in un libro di 160 pagine (più un’altra cinquantina fra note, indici, riferimenti bibliografici), che nell’edizione economica costa come qualunque romanzetto, tutta l’incredibile epopea dai primi grumi di capanne ai piedi di qualche santuario-fortezza agli albori della civiltà, alle torri di Shanghai che spuntano dallo smog del XXI secolo.
A dire il vero, a qualcuno come me, abituato forse troppo a certi riferimenti, fa una certa specie scorrere l’indice dei nomi e non trovare citati da nessuna parte per esempio Gutkind, o Gottmann. E magari posso trovare istintivamente curioso vedere nel testo che Howard è citato come “ planner”, e Jane Jacobs “ urbanist”. Ma si tratta ovviamente di personalissime fisime: i riferimenti sono sterminati, tanto quanto gli spunti, le prospettive di lettura, i semplici fatti esposti.
L’intento è sia divulgativo, che – come vedremo meglio poi – formativo, il che è una sfida non da poco coi ritmi forsennati che la narrazione imbocca da subito. Solo per fare un esempio, di questo passo: a pagina 4 siamo nella mezzaluna fertile mesopotamica, cinquemila anni a. C., coi primi grumi di insediamento stabile di tipo urbano, la mitica Ur, i sacerdoti, i rudimentali commerci; e a pagina 32 troviamo Roma già nel pieno del fulgore imperiale. Incalzante è dir poco.
Altra caratteristica è quella del linguaggio piano e scorrevole, nonché del frequente e affatto banale accostare tematiche storiche e contemporanee. Per esempio alla stessa pagina 32 si osserva come le strutture tecniche e sociali della capitale dell’Impero rendano possibile l’emergere di una rete commerciale assai diversa dai primitivi luoghi di scambio degli antichi villaggi e cittadine. “Commercianti di libri, pietre preziose, mobili e arredi si concentrano in quartieri specializzati. C’è l’horrea, che funge da supermercato, e una serie di botteghe più piccole al pianterreno delle insulae. Nell’epoca di maggior sofisticazione, Roma anticipa lo shopping center contemporaneo, col Mercato Traiano che offre una vasta gamma di prodotti organizzato su cinque livelli di negozi”. Questa del commercio è naturalmente una delle caratteristiche costanti dell’ascesa e organizzazione urbana delle varie città che nell’arco dei millenni, sparse qui e là per il pianeta a seconda delle fasi storiche, si collocano all’avanguardia dell’evoluzione sociale. Qualche secolo – e sedici pagine – più tardi dell’apoteosi di Roma, si ritrovano i medesimi ammiccamenti al trambusto del moderno mall anche nell’era di massimo splendore del Cairo, coi suoi bazaar tra cui spicca la Qasaba: “centinaia di botteghe, e i piani superiori ad ospitare 360 appartamenti, per una popolazione di circa quattromila persone … uno scrittore egiziano contemporaneo narra dell’incredibile abbondanza e diversità delle merci, nonché dell’assordante baraonda in cui spiccano le grida degli scaricatori che portano i prodotti alle barche sul fiume”.
Come sottolinea sin dalle prime battute Kotkin, la città affonda però le sue radici e la natura stessa della propria esistenza in una triade, articolata quanto inestricabile: fede, potere, scambi. Quando una delle componenti la triade viene a mancare, o si indebolisce troppo rispetto al ruolo sbilanciato delle altre, le città iniziano un declino: a volte inesorabile, a volte “temporaneo” (anche se in effetti è abbastanza difficile accettare la “temporaneità” di qualche secolo, o più). E dunque ecco la crisi che incombe sulle sorti delle città santuario, troppo dipendenti economicamente da un contado incontrollabile, o della fortezza quando non è più in grado di dominare il territorio da cui trae forza, o infine la decadenza nel lusso e nella pigrizia di una classe urbana brillantissima nel lucrare sugli scambi, ma che ha perso le spinte morali e ideali dei padri fondatori … E qui, per quanto riguarda il sottoscritto, inizia per così dire a cascare l’asino.
Perché mai? Ci si potrebbe chiedere. In fondo è pur vero e documentabile (Kotkin lo argomenta e documenta, nella sua relativamente sterminata serie di letture e riferimenti) questo intreccio inscindibile fra le tre ragioni d’essere della città, certo mai riconducibili alla sola ragione sociale della bottega o impresa, alla fede qualsivoglia, alla forza bruta di armi e politica di potere. Ad esempio l’energia per la rinascita delle città europee dopo i secoli bui dalla caduta di Roma, è ben riassunta (a p. 66) da Kotkin con la frase di Henry Pirenne, secondo cui “ l’amore del profitto si sposa al patriottismo locale”. Ma anche in questo caso l’agilità del volume di poche pagine e agevole lettura aiuta moltissimo: basta procedere gradevolmente attraverso la città della rivoluzione industriale, fino all’ingresso nel secolo scorso, e doppiare il capo di pagina 100, o giù di lì.
È appunto nel secolo breve, detto da qualcuno anche il secolo americano, che parecchi nodi sinora elegantemente distribuiti e diluiti iniziano e stridere sul mio personalissimo pettine. Ad esempio, quando all’alba del movimento per la città giardino Kotkin pare scordarsi di botto l’amore per dettagli ed equanimità che sino ad ora sembrava pervadere la narrazione, e taglia netto: la città industriale fa schifo, viva la suburbanizzazione. Il che, tra parentesi, è l’esatto opposto di quanto sostenuto per parecchi lustri sia dal “ planner” Howard che da molti suoi collaboratori e allievi. E questa “crisi” della città intesa in senso tradizionale, come agglomerazione e vicinanza fisica, di fatto caratterizza sottotraccia tutta la parte (un terzo, circa) che il volumetto dedica alla città contemporanea, dallo white flight del secondo dopoguerra, alle megalopoli povere dei paesi in via di sviluppo, fino al recupero urbano di fine millennio e alle sue spesso (condivisibilmente) ridicole ideologie. Detto in altre parole, la triade fondativa delle città (meglio se diffuse) sembra infine declinarsi in un impasto tra fede, potere e mercato, che ricorda molto certe culture, abbastanza note anche a casa nostra.
Chi non l’avesse ancora fatto, ora è meglio vada a vedersi la breve nota biografica di Joel Kotkin in apertura, la quale nota chiarisce meglio certi punti di vista. Kotkin, oltre che autore piuttosto prolifico e di ampie prospettive disciplinari, è Irvine Senior Fellow alla New American Foundation. Proprio la fondazione nota, ad esempio, per ostentare nel consiglio direttivo il famigerato Francis Fukuyama, quello della Fine della Storia. E che nelle tematiche sociali, ambientaliste, politiche, militari ecc. da sempre affianca le posizioni neoconservatrici. Solo per limitarsi alla parrocchietta della forma urbana, ad esempio, le posizioni di gran lunga prevalenti sono quelle del suburbio auto-dipendente come scelta di libertà, pressoché automatica quando si raggiunge un certo livello di disponibilità economica, e che non deve essere in alcun modo ostacolata perché “naturale”. Siamo insomma ancora nei pressi di Robert Bruegmann, stavolta proiettato anche nel tempo e nello spazio, dalla culla di Abramo a Ur, al comunismo di mercato da cui spuntano nel suburbio di Shanghai le prime villone pacchiane con piscina: è la Storia, baby!
Soltanto una cultura del genere, può permettersi tranquillamente di iniziare uno dei paragrafi finali con “Il Medio Oriente islamico rappresenta la minaccia più immediata e letale alla sicurezza delle città a scala globale” (sic: p. 155). E il sottoscritto lettore, adesso, si è onestamente stufato di consumare gli occhi su un’opera più che discutibile, più che criticabile. Per fortuna a pagina 160 la tiritera si conclude, con un messaggio apparentemente aperto e di grande respiro: “È nella città, antica confluenza fra la dimensione sacra, quella della sicurezza, e delle attività, che si forgerà l’umanità del futuro nei secoli a venire”. Speriamo soltanto che non sia governata dalla New American Foundation!
Nota: per capire meglio l’Autore, di Joel Kotkin, su queste pagine, anche, Suburbio è bello (Architecture, gennaio 2005); Ascesa della Città Effimera (Metropolis Magazine, aprile 2005); La Città del Futuro (The Washington Post, 24 luglio 2005); Cos’è il Nuovo Suburbanesimo(Planetizen, 24 aprile 2006); molti dei temi di questi articoli, e spesso anche loro interi paragrafi, costituiscono con poche modifiche i capitoli finali del volume recensito (f.b.)
L'idea di acquistare il raccolto di oppio dell'Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina, secondo la proposta avanzata da Rifondazione (e altri) e da un ex ambasciatore canadese alla Nato, Gordon Smith, non è così fantasiosa come può sembrare.
Si direbbe un'idea pazza solo se si è convinti che l'oppio sia l'essenza del male e che pertanto acquistare i raccolti non farà che incoraggiare i contadini afghani a coltivare un prodotto riprovevole. In realtà, se l'operazione fosse gestita nel migliore dei modi, un simile progetto potrebbe riscattare gli agricoltori, sottraendoli alle grinfie di criminali, signori della guerra e talebani. Il vero problema non ha nulla a che vedere con l'oppio o l'eroina, quanto piuttosto con i costi di realizzazione. Quest'idea può funzionare solo se i Paesi occidentali, tra cui l'Italia, si impegnano a finanziare il progetto, e generosamente, di anno in anno.
Certo, la politica attuale in Afghanistan non sta funzionando. La Nato combatte i talebani, anche se con truppe e materiali insufficienti. I talebani, invece, possono contare su riserve di denaro più che adeguate, grazie allo sfruttamento del narcotraffico, e inoltre raccolgono consensi tra la gente comune, che non vede alcun miglioramento nella propria esistenza sotto il governo di Karzai e dei suoi alleati americani e Nato.
La vita dei normali cittadini non migliora in parte a causa della guerriglia dei talebani, ma anche perché finora sono state costruite poche strade, scuole e ospedali. I contadini cercano di sopravvivere coltivando i prodotti che si vendono in un Paese che è povero e carente delle infrastrutture di base. E tra questi prodotti, il migliore in assoluto è il papavero da oppio. L'eroina rende bene e si può trasportare facilmente malgrado le pessime condizioni delle strade. Con questa realtà si scontra l'azione di contrasto del governo Karzai e della Nato per sradicare le coltivazioni di oppio, con il fuoco e i diserbanti. Non c'è da meravigliarsi se stanno perdendo la scommessa di conquistarsi «la mente e il cuore» dei contadini afgani, visto che si adoperano per distruggere, giorno dopo giorno, le loro uniche fonti di sussistenza.
L'eliminazione delle colture rappresenta una politica pessima, nella realtà odierna dell'Afghanistan, e si presta alla perfezione al gioco dei talebani. In ultima analisi, tutti si augurano che la richiesta di eroina nei Paesi ricchi finirà col diminuire, facendo abbassare i prezzi e rendendo questo tipo di coltivazione meno appetibile per gli agricoltori. Ma questo non accadrà. Oggi l'Afghanistan sforna oltre il 90% dell'oppio mondiale e la produzione è in aumento. Il narcotraffico attraversa i Paesi confinanti, l'Iran, il Pakistan, l'Uzbekistan e altri ancora, in un reticolo di tracciati facili da individuare ma impossibili da controllare.
Pertanto non restano che due scelte: o la Nato e il governo afghano lasciano in pace i coltivatori di oppio; oppure il resto del mondo propone di acquistare l'intero raccolto, ogni anno, sottraendolo alle mani della criminalità. Questo sarebbe difficile, sotto il profilo tecnico, perché occorrerebbe fissare un prezzo per il raccolto che non incoraggi i contadini a contrabbandarlo ai narcotrafficanti che sono disposti a pagare un prezzo ancora più elevato per un prodotto ormai scarseggiante.
Il problema di gran lunga più spinoso però riguarda i costi dell'operazione. Nessuno lo sa con certezza, ma si stima che i contadini afghani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell'oppio. Il reddito complessivo per tutti gli afghani, compresi i talebani, i contrabbandieri, i funzionari corrotti e altri, si aggira su un terzo del Pil del Paese, e cioè 2,8 miliardi di dollari all'incirca. Se vogliamo che funzioni il progetto di acquistare l'oppio da convertire in morfina, quel reddito complessivo dovrà essere rimpiazzato, a beneficio di tutti, talebani esclusi. Per i contadini, si tratterà di acquistare semplicemente il loro raccolto, ma sarà più difficile supplire agli introiti per il resto della popolazione. E questa operazione dovrà essere ripetuta ogni anno, e con la prospettiva di fornire prima o poi agli afghani un modo alternativo di guadagnarsi da vivere.
I costi non sono impossibili: immaginiamo che si tratti di spendere qualcosa come 4 miliardi di dollari o più l'anno. Questo rappresenta grosso modo un ventesimo di quanto la sola America spende per la guerra in Iraq ogni anno. Il lato più arduo sarà convincere tutti a contribuire una quota. E poi ci sarebbe da affrontare un'altra questione: che fare se gli agricoltori di altri Paesi si mettono a coltivare il papavero da oppio per offrirlo in vendita al fondo occidentale per la morfina?
© Bill Emmott, 2007 ( Traduzione di Rita Baldassarre)
Il cosiddetto disegno di legge Lanzillotta, in discussione al Senato, è un progetto che, sotto la bandiera del riformismo, procede verso una colossale e forzata privatizzazione di diritti e servizi pubblici locali, e sotto la superficiale apparenza di modernità costituisce in realtà un ritorno al passato. Basti ricordare che dopo tutto l'800, dominato dal principio del laissez faire, solo all'inizio del '900 la legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici locali, proposta da Giolitti e approvata nel marzo del 1903, diede la possibilità ai comuni di decidere se affidare i servizi pubblici locali in concessione ai privati, come era avvenuto fino ad allora - peraltro con costi esorbitanti a carico dei comuni -, ovvero se gestirli direttamente, in proprio, in condizione di maggiore economicità ed efficienza.
In Italia, negli ultimi quindici anni, con ipocrisia e approssimazione, si è detto che la privatizzazione fosse un processo imposto dal diritto comunitario, o peggio, imposto dalla «mano invisibile» del mercato. Nulla di più falso, infatti, è stato il frutto di specifiche politiche pubbliche, il risultato di scellerate manovre finanziarie. Tuttavia, mentre fino all'ultima versione del testo unico degli enti locali del 2000, si riconosceva ai comuni il potere di scegliere il proprio modello organizzativo di gestione dei servizi (pubblico, misto, privato), con il disegno di legge Lanzillotta la modalità di gestione dei servizi diventerebbe unica: sarebbe imposta l'esternalizzazione e l'uso del modello privatistico della società per azioni. I modelli di gestione misto e in house diventerebbero eccezioni rispetto alla regola generale, ben oltre quanto richiesto dal diritto comunitario e in violazione dei principi costituzionali. Proverò a dimostrare i diversi profili di illegittimità comunitaria e costituzionale presenti nel suddetto testo.
1. Il disegno di legge delega impedisce ai comuni di ricorrere ad un modello previsto dal diritto comunitario, ovvero ad una gestione formalmente e sostanzialmente pubblica, tutte le volte in cui gli interessi generali ed il principio della coesione economico-sociale non siano garantiti dalla regola della concorrenza. La concorrenza che, appunto, a differenza di quanto affermato dall'art. 1 del testo in questione, non è principio, ma appunto regola, deve cedere di fronte alla tutela effettiva di beni sociali, espressione dei valori comuni dell'Unione e strumenti decisivi per la promozione della coesione economico-sociale e territoriale. L'ente locale, non eccezionalmente, come indica il disegno di legge, ma ogni qualvolta lo ritenga necessario, deve avere la possibilità di tenere per sé la gestione o di affidarla ad un soggetto interamente pubblico. La concorrenza, nell'ambito dei servizi pubblici essenziali, non può assumere un valore primario, assoluto, gerarchicamente sovraordinato, ma va intesa quale regola limitata dal raggiungimento di fini sociali, quali lo sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, la solidarietà sociale, l'elevato livello dell'occupazione, la tutela dell'ambiente e della salute.
2. Il ricorso alla gestione pubblica in casi eccezionali, e comunque non attraverso un ente pubblico, ma una società che, come ha recentemente ricordato la Corte di Giustizia, è un soggetto che, seppur a capitale interamente pubblico, tende a muoversi secondo logiche privatistiche del profitto piuttosto che degli interessi generali, si pone in contrasto con l'art. 43 della Costituzione, ovvero con quella norma che in collegamento con gli artt. 2 e 3, consente, ai fini di utilità generale, il ricorso in via esclusiva ad un soggetto pubblico. La Lanzillotta, impedendo di fatto al comune di ricorrere alla gestione pubblica anche nei monopoli di interesse generale, violerebbe l'art. 43 della Costituzione.
3. Il disegno di legge-delega violerebbe l'art. 76 della Costituzione nella parte in cui afferma che il servizio eccezionalmente può essere gestito in house. La delega, infatti, dovrebbe contenere l'indicazione dei principi e degli oggetti definiti che possono essere disciplinati dal governo. L'espressione eccezionalmente è vaga e attribuisce al governo un eccessivo potere discrezionale; in sostanza è come se il legislatore delegasse il governo a determinare principi ed oggetti, nell'ambito dei quali è possibile derogare alla regola della concorrenza. Nel caso in cui neppure il governo circoscrivesse, con puntualità, i casi eccezionali, tale potere sarebbe esercitato direttamente dal comune in violazione del principio di legalità e dell'unità nazionale.
4. Infine, il disegno di legge-delega Lanzillotta prevede, sempre eccezionalmente, il potere del comune di affidare la gestione del servizio direttamente ad una società mista. Tale disposizione è in contrasto con la più recente giurisprudenza comunitaria che più volte ha ribadito che la presenza anche minoritaria di un socio privato all'interno della società di gestione impedisce l'affidamento diretto e rende obbligatorio l'espletamento di un'apposita gara. La gestione a mezzo di una società mista a capitale pubblico/privato non è riconducibile ad una gestione pubblica, essa ha infatti due anime: la pubblica che persegue interessi di natura pubblica, la privata che persegue obiettivi di natura diversa.
In conclusione, l'impresa pubblica, quale gestore di servizi pubblici essenziali ha assoluto e pieno titolo di cittadinanza nel nostro ordinamento. Interventi legislativi di segno opposto, quale il disegno di legge-delega Lanzillotta, vanno ritenuti in contrasto con l'assetto comunitario e statale e contribuiscono all'ulteriore disarmo delle istituzioni pubbliche e al progressivo indebolimento della tutela degli interessi generali.
Caro direttore, qualche giorno fa, in una sezione Ds del centro di Roma, si è svolta una discussione fra gli iscritti sul tema del Partito democratico, e la senatrice Anna Finocchiaro ha svolto un ottimo intervento, ben calibrato fra ragione e passione, a favore della mozione Fassino e dunque della necessità del nuovo Partito democratico. Sul merito della quale concordo anche se (come ho scritto su la Repubblica del 12 febbraio) quella mozione purtroppo non la argomenta in modo sufficientemente concreto. Ma l´analisi della Finocchiaro è stata particolarmente efficace in riferimento al fatto che i Ds, per contare nel Paese (col loro attuale 17%) e per contribuire alla stabilità del governo in un sistema bipolare, devono obbligatoriamente riunire le proprie forze riformiste a quelle di altri partiti e di altre tradizioni culturali, confrontandosi con esse senza per questo perdere il carattere particolare che il loro passato - e la stessa provenienza dal Pci - attribuisce al loro riformismo socialista. E’ a questo proposito che vorrei aggiungere qualche riflessione come contributo alla discussione sul futuro Pd.
Incomincio con un ricordo personale. Nei tardi anni ‘70 sono entrato alla Camera, eletto nelle liste del Pci, insieme a due economisti di chiara fama: Luigi Spaventa e Claudio Napoleoni, eletti fra gli Indipendenti di sinistra. Era l’epoca in cui ancora si discuteva animatamente sulle varie forme di socialismo come un correttivo o, addirittura, una possibile alternativa del capitalismo. Fu nel corso di una chiacchierata su quel tema con Spaventa e Napoleoni che il primo se ne uscì con questa memorabile battuta: "Ma prima di parlare di fuoriuscita dal capitalismo, non sarebbe opportuno da noi riuscire ad attuarlo?". Era una domanda, niente affatto retorica in un paese che aveva conservato tracce del suo passato corporativismo fascista nel forte clientelismo e nepotismo del suo sistema politico ed economico.
Ancora oggi però - anche se di fuoriuscite non pare proprio più serio ragionare - quei vecchi vizi non li abbiamo perduti, sebbene proprio di essi il capitalismo (se "attuato") avrebbe dovuto sbarazzarci imponendoci un benefico salto nella modernità. Ma poi è successo di peggio: non solo corporazioni, clientele e consorterie famigliari (anche criminali) hanno continuato a prosperare, ma di "elementi di socialismo", come si diceva allora, non si parla proprio più. I motivi di questo silenzio piatto forse sono basati su quest’unico assunto: poiché il capitalismo ha stravinto, non è certo più tempo di occuparsi né di esso né, tanto meno, del socialismo.
Immersi come siamo nel capitalismo "globale" - americano-europeo-indo-cino-asiatico - la maggior parte dei politici è sempre più portata a considerarlo come un fenomeno puramente "naturale", al quale quindi non resta che adattarsi. Anche gli economisti hanno smesso di indagarlo come, al contrario, un fenomeno politico-sociale, che ha avuto una lunga evoluzione storica e che ha gradi di sviluppo diversi e caratteristiche disuguali nelle diverse aree del mondo che ha conquistato. E tanto meno essi si curano ormai di analizzare i modi specifici in cui ha realizzato in passato, e realizza oggi, il suo vero e unico scopo che è l’accumulazione del capitale.
Ma ammesso che, in ragione della sua lunghissima durata storica, il capitalismo potesse essere considerato un fenomeno "quasi naturale", allora l’analogia più corretta sarebbe quella con gli attuali mutamenti climatici potenzialmente disastrosi. Perché quei mutamenti li abbiamo creati proprio noi umani con le emissioni di carbonio nell’atmosfera, che sono la diretta conseguenza di più di un secolo di crescita esponenziale della produzione industriale e dei consumi di massa, oltre che dell’esplosione demografica che, nello stesso periodo, ha quadruplicato la popolazione mondiale. E se dunque è vero che il capitalismo ha stravinto sul falso socialismo che è stata la tragica stagione comunista, è stato proprio il suo prevalere che ha diffuso a livello globale i modelli di accumulazione della ricchezza che hanno generato un elevato benessere per una parte dell’umanità, ma al costo dell’impoverimento di un’altra parte e dell’indigenza di un’altra ancora. Oltre che, ora ce ne accorgiamo, anche un folle sfruttamento delle limitate risorse dell’ambiente in cui tutti viviamo.
Questa è la ragione per la quale, preso atto che il socialismo non può più essere una alternativa secca del capitalismo come nella vecchia ipotesi rivoluzionaria, si deve tornare a considerarlo in senso riformista come un progetto di correzione della rotta del capitalismo, per realizzare una società meno lacerata da ingiustizie e meno avvelenata da sprechi. Esattamente come si prevede oggi di dover fare per il fenomeno dell’inquinamento dell’ambiente. Ne consegue che le divisioni fra destra e sinistra devono mutare anch’esse, perché devono oggi vertere sulla netta contrapposizione fra un cieco liberismo affaristico e un consumismo dissipatore da un lato, e dall’altro un "socialismo ecologico" nel suo significato più ampio di fede nella possibilità di proteggere e migliorare l’ambiente sia umano che naturale.
Un socialismo, perciò, che deve perseguire sicuramente i suoi obbiettivi di solidarietà nei confronti delle classi più deboli, di difesa del diritto al lavoro, di contrasto alle forme più odiose di privilegio da un lato e di sfruttamento dall’altro, e via discorrendo, in continuità con la tradizione socialdemocratica alla quale anche il Pci aveva dato il suo contributo. Ma oggi ci sono altri obiettivi ancora più vitali per le nostre società che esigono una riforma del capitalismo, per raggiungere la quale è assolutamente necessario che si uniscano in uno sforzo comune tutti i movimenti riformatori, dai socialdemocratici ai liberali, dai cattolici ai laici. Proprio ciò che si intende fare col nuovo Partito democratico.
Se questo è il nuovo senso e significato del socialismo, allora ritorna di attualità il "quesito Spaventa". Ma sì, proprio quello posto trent’anni fa dall’amico economista che oggi, attualizzato, dovrebbe suonare così: "Ma per parlare di socialismo non sarebbe necessario sapere come è fatto il capitalismo col quale si dovrebbe confrontare?". Per raggiungere questo "sapere" è allora indispensabile tornare prima di tutto a indagare la storia del capitalismo, rivisitando le sue tappe, e riflettere sulle sue continuità e sulle sue grandi trasformazioni. Ritornare cioè a una critica del presente combattendo una specie di analfabetismo di ritorno in tema di analisi sociale: un altro compito per il futuro Pd.
Penso che il socialismo come fede in un nuovo grande progetto ecologico potrebbe essere un richiamo per i giovani che cercano disperatamente, e non trovano per ora, una buona ragione per interessarsi ai riti vegliardi della nostra politica.
Ammesso che domani o doman l'altro passi anche al Senato, il governo Prodi bis è già spostato al centro. I dodici punti che il nostro premier ha preteso e che gli sono stati rapidamente concessi, pena il suo ritiro e lo scioglimento delle Camere, questo sono. E di questo è significativo il voto annunciato di Marco Follini. Ma è un equilibrio fragile. E non solo per i numeri, che pur qualcosa significano, ma perché è venuto in luce che quel che lo ha messo e lo tiene insieme è l'urgenza di togliere di mezzo la Casa della Libertà, non una idea condivisa del che fare per l'Italia. La stessa urgenza lo ha ricomposto adesso, a contraddizioni irrisolte.
E' un caso particolare in Europa, una coalizione di centronistra che ha bisogno di tutta la sinistra, incluso il voto dei movimenti radicali, mentre quella del centrodestra non pone limiti a destra fino alle sue forme estreme fasciste e razziste - cosa che non avviene in nessun altro paese dell'occidente europeo, tanto da produrre figure atipiche come Berlusconi o alleanze indigeste a Bruxelles come l'asse Berlusconi-Bossi. Sta di fatto che, come ha detto - non so se con qualche rincrescimento - il presidente Napolitano, non appare possibile una Grosse Koalition fra due blocchi così opposti, nessuno dei due ha voglia di andare alle elezioni (malgrado gli stramazzi, anche il Cavaliere ha i suoi problemi a tener insieme una divisa Casa della Libertà), né è maturo quel centro del quale si sente precursore Marco Follini.
E tuttavia è in fibrillazione l'arruffato bipolarismo italiano. Primo, è ricorrente l'incapacità di quella che chiamavamo la borghesia di darsi una leadership pulita almeno sotto il profilo democratico, ed è permamente la sua tentazione di ricorso a populismi come la Lega e la parte più vecchia di An. La così anomala presenza fin nelle istituzioni di personaggi fascisti viene di qui. E dopo gli anni '80 e la fine della Democrazia cristiana, i cosiddetti poteri forti più moderni occhieggiano alle ex sinistre perché siano loro a fornirgli una figura di sostituzione. Secondo, e derivato, quando le sinistre tutte riescono a unirsi è per la priorità di togliersi di torno destra o centrodestra impresentabili, rimandando il confronto sulle discriminanti non da poco che esistono fra loro. E' un rinvio possibile finché si è all'opposizione o in campagna elettorale, ma diventa impraticabile appena si è al governo, dove le scelte stringono e si è responsabili davanti alla propria base elettorale. E' quel che è successo anche nel corso della prima esperienza Prodi, e tenderà a succedere nella seconda.
I ricorrenti infarti dell'Unione non hanno origini secondarie. Malgrado il mare di personalismi, imprudenze e pochezze di cui si sono circondati per il giubilo della stampa, hanno cause molto serie. Due di esse comuni a tutta l'Europa occidentale - la pressione esercitata dalla globalizzazione liberista sul «modello europeo», o renano, o come lo si voglia chiamare, che ha presieduto dal 1945 alla strutturazione delle nostre società - e la collocazione da assumere nei confronti degli Stati Uniti una volta caduta l'Urss e finita la guerra fredda. Il terzo è del tutto italico, ed è il peso che esercita dopo il 1989 la chiesa cattolica sulla nostra scena politica.
E' su questi problemi che ogni volta affiora una rottura ed è su di essi che Prodi ha dato un giro di vite nel patto prendere-o-lasciare in dodici punti. La prima volta è stato con la finanziaria, dove la priorità data al risanamento del debito pubblico imposto dalla Banca centrale e dalla Commissione - strumenti continentali della deregulation - ha messo limiti cogenti a un riequilibrio nella distribuzione che sarebbe stato necessario alla base delle sinistre e del sindacato. Di fatto, da un lato ha significato bloccare la spesa pubblica e dall'altro non ha toccato in alcun modo le imprese, puntando su un aumento del salassato potere d'acquisto attraverso i risparmi che verrebbero dalle liberalizzazioni di settori secondari (Bersani, taxi, farmacie, eccetera) invece che da un aumento dei salari, e garantendo loro il rifinanziamento attraverso la sottrazione del Tfr ai lavoratori e l'obbligo di versarlo ai fondi pensione - operazione geniale di persuasione dei medesimi che è meglio una gallina (eventuale) domani che un uovo (sicuro) oggi. Ma lo scoglio più difficile da eludere sarà quello delle pensioni.
Paradossale, e determinato più da propensioni e idiosincrasie interne che da un ragionamento sulle tendenze effettive della scena internazionale, la collocazione dell'Italia rispetto all'amministrazione americana. Diversamente da alcuni anni fa, quando l'attacco dell'11 settembre e la risposta di Bush con la guerra all'Afghanistan e poi all'Iraq parevano obbligare il pianeta al «siamo tutti americani», l'impantanamento in Medioriente, l'aggravarsi in Iraq della guerra civile e il degradarsi crescente della questione israelo-palestinese, nonché la scelta iraniana di dotarsi del nucleare civile, hanno gettato la quotazione di Bush al livello più basso mai raggiunto da un presidente Usa. Minoritario nell'opinione e nelle elezioni del Senato e del Congresso, è la sua escalation che è messa radicalmente in causa, e le conseguenze che il Patriot Act ha avuto nella vita interna degli States e nei suoi rapporti con il resto del mondo.
E' sembrato che Massimo D'Alema, come ministro degli esteri, cercasse di disincagliarsene senza una plateale rottura - così si è mantenuto l'impegno dell'Unione sul ritiro dall'Iraq, sono state rinviate al mittente le pressioni dei sei ambasciatori e si sarebbe dovuta articolare una discontinuità dall'Afghanistan, meno facile a causa della copertura che all'impresa aveva dato a cose fatte l'Onu - ma non è chiaro, a chi è fuori dal palazzo, perché Romano Prodi abbia d'improvviso avallato la concessione di Berlusconi di una seconda base americana a Vicenza e messo come condizione al suo restare in scena il rifinanziamento della nostra presenza in Afghanistan. Alla prima non lo obbligava alcun trattato, contava solo la partecipazione a una Nato i cui compiti saranno sicuramente ridiscussi alla scadenza di Bush, e la seconda non tiene in alcun modo dei nuovi sviluppi della situazione in Afghanistan. Perché manifestare disprezzo, egli stesso e Giuliano Amato, ai pacifisti di Vicenza, i cui voti gli erano stati necessarissimi?
Ma qui si sono cumulati gli errori: perché, se il governo si è mosso con arroganza, non risulta che le sinistre in parlamento abbiano avanzato alcuna iniziativa di discussione e aggiornamento sulla situazione internazionale che forse avrebbe portato a uno scontro, ma senza la quale non era possibile neanche una mediazione su un terreno, come si diceva una volta, più avanzato. Il governo è stato per cadere all'ombra d'un Afghanistan mentre - ma pare che nessuno lo abbia notato - Karzai era oggetto dell'attacco non dei talebani ma dei signori della guerra suoi alleati, e come lui assassini di Massud, nonché, come lui, profittatori del papavero.
Con chi stiamo in Afghanistan, per quale fine concreto ci siamo, quali alleanze sosteniamo oltre che essere contro i talebani e fino a ieri - ma non sarà così domani - in zone relativamente difese dalla loro guerriglia? Ne discute mai il parlamento, ne discutono fra loro i gruppi dell'Unione, ne discutono i partiti in qualche sede? Da fuori, l'impressione è che tutto, in Italia, si riduca ai numeri della politica interna e nient'altro.
Ultimo, per quale ragione fra i dodici punti voluti da Prodi sta il ritiro di quei Dico, versione edulcorata dei Pacs, dopo che era stato raggiunto un accordo fra le parti, la cattolica Bindi e la fin troppo mitemente laica Pollastrini? Quando i Pacs sono stati votati in Francia i vescovi non erano contenti né lo era Giovanni Paolo II, ma non sono stati minacciati fulmini e saette su chi li votava, eppure è un paese cattolico - di tiepidi cattolici, tale e quale noi. I soli ferventi di ubbidienza stanno, si direbbe, nel ceto politico, che dopo il 1948 aveva rifiutato di inginocchiarsi di fronte al sacro seggio e dopo il 1989 ha ricominciato a farlo. Più oltre, che idea ha l'Unione della separazione dei poteri fra stato e chiesa, «abc» delle moderne democrazia? Ratzinger può tuonare tutti i giorni contro il governo italiano perché, differentemente da quello francese e da quello spagnolo, questo dà all'oltretevere libertà di pascolo.
E' in atto un raddrizzamento al centro del voto del 2006, cui danno fiato i grandi giornali, in primis La Repubblica e Il Corriere della Sera. Essi premono esplicitamente su Prodi perché sbarchi Rifondazione e i Comunisti italiani, convinti che questo faciliterebbe lo scioglimento del sacro vincolo della Casa della Libertà. La gazzarra che s'è levata contro Turigliatto e Rossi, e il rispettoso silenzio sul voto delle vecchie volpi Andreotti e Cossiga (tipico l'editoriale dell'abitualmente ragionante Ezio Mauro) ha superato i limiti del ridicolo, parevano due inaspettati pugnalatori della Repubblica. Chi sostituirebbe i voti di Rifondazione e Pcdi? I grandi editorialisti non si soffermano su questa piccolezza, come se Berlusconi fosse un ostacolo minore. Né su chi sostituirebbe Prodi, che non è uomo per tutte le stagioni: forse hanno già un candidato. La brusca accelerazione del Partito democratico ne è un ulteriore segnale. Quel che conta è liberarsi di ciò che resta di rappresentanza del conflitto sociale, nelle istituzioni in modo da dare en passant anche un colpo decisivo ai sindacati.
E qui viene al dunque un discorso anche fra quelli di noi, per i quali visibilità e agibilità del conflitto sociale è la sola ragione di essere faticosamente ma ancora in scena. La storia del Novecento dovrebbe averci insegnato che una sinistra classista, sia pur vagamente marxista, in Italia è sempre stata minoritaria. Siamo un paese moderato che non ha mai dato una maggioranza neppure a comunisti, socialisti e socialdemocratici tutti assieme, e che sia stato così perché i comunisti erano troppo forti, è un ragionamento che lasciamo a il Riformista. E' un fatto che, finché c'è stato, il Partito comunista ha condizionato dall'opposizione molti e decisivi sviluppi del paese, e appena si è liquefatto in meno d'una socialdemocrazia siamo precipitati in un'inedita avventura di destra.
Adesso, all'inizio del terzo millennio e in piene declamazioni liberiste, da noi le sinistre radicali arrivano sì e no al 10 per cento del voto. Sono assai più forti nella società, perché, diversamente dalla massa atomizzata, sono fortemente motivate, ma quella storia ci ha insegnato anche che non è augurabile eludere quell'esprimersi indifferenziato che è il momento elettorale, a rischio di degradare al di qua d'una democrazia formale.
Non se ne deve conseguire che la sinistra-sinistra deve operare principalmente sulla società, conoscendola, imparandone e conquistandola e badando in pari tempo che la scena istituzionale non degeneri? Essa infatti non le rappresenterà mai nella loro interezza e potenzialità ma può precluderne ogni spazio ed espressione. Anche a non prevedere facili ritorni al fascismo, a questa chiusura siamo andati molto vicini con Berlusconi.
Ne viene, mi pare, che si tratta di muoversi sui due livelli senza confonderli. Alle camere i gesti eroici del tipo «Muoia Sansone con tutti i filistei» buttano di regola nella morte di Sansone e i filistei più vispi di prima. Sia detto senza offesa per nessuno, il voto dei due ribelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, questo è stato. Siamo andati felicemente indietro. Inutile strillare; ma la destra, ma Andreotti, ma Prodi, ma D'Alema - non siamo nati ieri. Ancora più sciocco agitare la propria luminosa coscienza. Chi vuole difendere quella in uno splendido isolamento, non si metta in politica - che è un fare collettivo, o non è. Più seccamente, in Italia una sinistra che conti va ricostruita, e credo anche altrove. La fine del secolo è passata su di noi come uno tsunami. Non ci ha distrutti. Minoranze importanti crescono. Ma minoranze. Vediamo di coltivarle invece che affogarle. Anche il lievito è minoritario rispetto alla farina. Ma se non fa crescere l'impasto che lievito è?
«Non siamo mica come Zapatero!», come tutti sapete, è lo slogan coniato dall'astuta sinistra italiana per dire che di noi ci si può fidare, mica siamo pericolosi estremisti. Basterebbe questa frase per farci guardare con attenzione alla Spagna, e infatti ecco che da laggiù giunge una voce di protesta. L'Istituto Donna (organismo del ministero del lavoro), i Verdi e alcune associazioni di consumatori hanno chiesto il ritiro di una pubblicità di Dolce&Gabbana. Nella foto, un uomo tiene una ragazza immobilizzata a terra per i polsi, e altri bellimbusti seminudi osservano la scena. Tutto un po' ridicolo, se è permessa una notazione artistica. Ma di fatto anche piuttosto offensivo e violento, da cui l'incazzatura delle donne spagnole. Visto da qui sembra peccato veniale, ordinaria amministrazione. E quanto all'immagine mercificata e mortificata della donna, beh, «voi siete qui», cioè in un paese dove si usa un bel paio di tette anche per vendere il gorgonzola (claim: «Mai provato con le pere?»). Dunque diciamo così, che noi non siamo mica come Zapatero (che si va all'inferno), ma una cosa è certa: sull'argomento dignità e diritti in Spagna tengono la guardia più alta.
Del resto l'esperienza insegna che qui parlare liberamente delle opere e della vita dei santi (D&G) è pericoloso assai. Quando un inserto del Sole 24ore ha stroncato le cotolette del loro ristorante, i due sarti hanno ritirato pubblicità per centinaia di migliaia di euro, dato della «stronza» all'autrice dell'articolo in tivù, e poi ampiamente rivendicato il gesto. Qualche mugugno in sottofondo, ma non si sono sentiti né direttori né editori tuonare, dire che si tratta di una vera intimidazione e che così la libertà di scrivere (anche delle cotolette dei sarti) se ne va un pochino a puttane. Anzi. Poco tempo dopo il Sole 24ore ha mandato un altro recensore a mangiare dai due sarti pubblicando un'altra recensione, questa volta favorevole. Ora bisognerà spiegare agli spagnoli che qui non solo non ci indigniamo per una pubblicità volgare e violenta, che siamo abituati, ma abbiamo anche dei problemini di libertà. «E' la stampa bellezza e tu non puoi farci niente», era una bella frase, ma non vale più. E' l'inserzionista, bellezza, e tu non puoi farci niente. Ecco, così va meglio.
Una seria crisi politica è diventata più grave perché c’è sotto anche una crisi istituzionale "all’italiana". Frutto di procedure parlamentari divenute, per lunga incuria, anacronistiche. Prodotta da un sistema elettorale a "perdere". Figlia di un modo di pensare le istituzioni come se fossero cose, tubi, strumenti inerti: e non organismi viventi, da curare ogni giorno, specchi parlanti di una nazione.
Il Paese-nazione dovrebbe, infatti, immediatamente riconoscersi nelle sue istituzioni come immagini della sua identità e della sua storia: la rappresentazione autentica di com’è e come lo vedono gli altri. E, invece, si trova davanti a raffigurazioni estranee, a incomprensibili intrecci, a rompicapi. Come quello che qualche giorno fa spinse la maggioranza a votare contro una mozione che approvava il ministro della difesa del suo governo.
«Voto contro»: solo perché quella approvazione l’avevano proposta per primi gli avversari. «Strumentalmente» certo: ma si può combattere lo «strumentalismo», alterando il valore e il significato del «sì» e del «no» in un parlamento?
Se appena si fa lo sforzo di uscire da questo scenario di finzioni accettate, si scopre, come «Alice nel Paese delle meraviglie», di trovarsi di fronte a non-cose, a non-luoghi. Certamente di fronte a modi di fare che sfuggono alla logica semplice e chiara della Costituzione. Modi che si sono incrostati in certi angoli dove non può o non vuole arrivare l’aspirapolvere della giustizia costituzionale.
Così abbiamo una crisi per effetto di tre paradossi: uno dentro l’altro, come le bambole russe di legno.
Il primo paradosso è che il Senato italiano è l’unica assemblea al mondo in cui il governo può perdere anche quando vince. La crisi è infatti scoppiata perché la mozione della sua maggioranza aveva avuto 158 voti a favore e 136 contro. Una differenza di 22 voti che sarebbe stata una buona vittoria in qualsiasi aula parlamentare planetaria. Compresa, per non andare tanto lontano, la nostra Camera dei deputati. Ma al Senato, no: è una sconfitta. Perché? Perché a quei 136 voti contrari vanno, per prassi, sommati i 24 senatori astenuti (e dunque 160 è più di 158). Ma è giusto che chi si astiene – cioè chi non vuole prendere posizione né da una parte né dall’altra – venga considerato uguale a chi vota contro? E’ un non-senso, una bizzaria che è vecchia come la Repubblica perché il Senato ha sempre rifiutato, per immotivata pigrizia di correggerla e la Corte costituzionale, nel 1984, si dichiarò, pilatescamente, impotente a farlo (per via di una zona che sarebbe off-shore: interna corporis, in latino). Così se la votazione di mercoledì si fosse svolta alla Camera con gli stessi, identici numeri (158 a favore, 136 contro, 24 astenuti) non sarebbe successo nulla. Basta passare da Palazzo Montecitorio a Palazzo Madama perché la «non-crisi» diventi invece «crisi».
È un bell’esempio di politica spiegata al popolo, di "democrazia partecipativa". Ma non solo: questo made in Italy è una specie di manifesto culturale della nostra maniera di fare politica. Una lunga accidia dei ceti politici che hanno sempre considerato come una noiosa occupazione l’ordinaria manutenzione istituzionale. Quanto è ancora sopportabile questa asimmetria nel conteggio parlamentare sulle sorti di un Paese che voglia stare al mondo, quale che sia il colore del suo governo?
Dentro tale paradosso ve ne è un altro che in un certo senso ha innescato il primo. Ed è stato quello di aver ripescato da un’altra epoca storica, e senza le giustificazioni gravissime di allora, la conventio ad excludendum in Parlamento. Cioè, la chiusura della coalizione ad ogni voto parlamentare, sia pure occasionale, non compreso nell’originario patto di sindacato.
In questo modo si dà un assurdo potere di crisi (e, magari, in ultima analisi, di scioglimento) a ciascun senatore. E non alle componenti politiche della coalizione di maggioranza. Eppure in Costituzione la differenza è chiara. C’è l’art. 49 che assegna ai partiti (e, quindi, ai gruppi parlamentari che ne sono proiezione) il potere di «determinare la politica nazionale»: e dunque fiducia e sfiducia ai governi. E c’è l’art. 67 che tutela la libertà del mandato di ciascun parlamentare e quindi anche la libertà di dissenso. Questa libertà è ferita se, come si è fatto in questo accidentato scorcio di legislatura, si caricano su singoli senatori dissidenti responsabilità catastrofiche. Certo, etica e disciplina per i gruppi cui si è liberamente aderito vanno normalmente rispettati: se si vuole evitare l’anarchia assembleare. Ma un sistema come il nostro, anche se, per fortuna, è diventato bipolare, non può permettersi di rinunciare a quella misura di fluidità propria di ogni regime parlamentare (che è ancora il fondamento della Costituzione).
Senonché i primi due paradossi pesano ancora di più sulla vitalità del sistema perché al fondo di tutti ve n’è un terzo e decisivo. Il paradosso di una legge elettorale che non permette di vincere le elezioni al Senato. Lo impedisce perché si prevedono diciassette "premi di maggioranza" regionali. E questi si eliminano a vicenda e la loro somma algebrica non può determinare quel margine in più che garantirebbe al Senato di funzionare. Quindi abbiamo una Camera che assicura la maggioranza e un Senato che la contraddice. E non per scelte imprevedibili del corpo elettorale ma per artificiose malformazioni della legge.
Dunque: un Senato che ha le stesse funzioni della Camera, ma con ben quattromilionitrecentomila elettori in meno (questa è la anacronistica differenza tra il corpo elettorale dei post-diciottenni alla Camera e del corpo elettorale dei post-venticinquenni al Senato), può determinare con le sue decisioni contrarie all’altro ramo del parlamento una non-verità politica, cioè un risultato non corrispondente alla opinione maggioritaria degli italiani. Questo vale oggi e varrà domani. Le tabelle e l’analisi di Roberto D’Alimonte, su Il Sole 24Ore, tolgono ogni illusione che elezioni anticipate, con questa stessa legge, possano cambiare la situazione: quale che sia il vincitore.
Certo, non è più ammissibile la formula «il Senato non fa crisi» che fu la saggia regola del periodo monarchico, quando il Senato non era elettivo. Ma, per misurare lo stato di salute del sistema politico nel suo complesso, è paradossale che un Senato, così artificiosamente reso sottorappresentativo, abbia lo stesso peso della Camera dei deputati.
Domande su domande. Assurdità dentro assurdità. Rispetto ad esse l’apertura formale della crisi ha avuto almeno il senso di una ventata di aria vera e pulita. Un salutare ritorno alla Costituzione. Ma quale sarà la soluzione, è bene sapere che restano annidati e aggrovigliati nel cuore del sistema, insidiosi per tutti, quei paradossi istituzionali. E fino a che restano lì, ci sarà sempre "crisi".
Non è a causa della sinistra radicale che il governo è caduto, ma a causa di un'imboscata centrista, anzi veterodemocristiana, che si è avvalsa della fragilità della coalizione di centrosinistra dovuta anche, ma non solo, alle «intemperanze» della sinistra radicale. Che sui media imperversi invece - con poche eccezioni - il gioco al rialzo dell'imputazione di responsabilità ai dissenzienti nonché agli ortodossi del Prc e del Pdci è solo il segno di quanto sia interessata - anche nella sinistra moderata, e nei suoi organi di stampa ufficiali e non - la costruzione di questo teorema della colpa, che serve con ogni evidenza a spostare verso il centro l'asse del governo e della governabilità.
Obiettivo del resto già raggiunto, sia in chiave politica sia in chiave di sistema, quali che siano gli sviluppi della crisi. Se il governo Prodi sarà rinviato alle camere e ne otterrà la fiducia, si tratterà comunque, con o senza Follini, di un governo diverso da quello precedente, segnato dallo scacco subìto, più condizionato di prima dalla paura di cadere, tenuto insieme dal decisionismo del premier e da un «dodecalogo» che ha già spuntato tutti i propositi di sinistra che doveva spuntare e sacrificato al centro tutto quello che doveva sacrificare, dai Dico alla Val di Susa, dalle pensioni alle pretese pacifiste. Se viceversa Napolitano deciderà di voltare pagina, la svolta moderata sarà ancora più esplicita, sia che si tratti di un allargamento della maggioranza al centro, sia che si tratti di un governo istituzionale o di larghe intese che dovrà decidere le sorti bipolari o neo-proporzionaliste del sistema politico.
Il dato chiaro è che la sinistra radicale è nell'angolo, e non solo quella radicale in senso stretto. Con ogni probabilità, la scossa tellurica di questi giorni porterà i leader ds ad accelerare la nascita del partito democratico, per stabilizzare il quadro politico e per controbilanciare la lesione d'immagine e di credibilità provocata dalla crisi di governo. La gestazione del partito democratico è in fieri e non sarebbe generoso pregiudicarla; ma è largamente prevedibile che la spinta degli ultimi eventi la sbilancerà più verso il centro che verso sinistra, con qualche rischio perfino per il dibattito congressuale ds, come alcuni dirigenti non allineati con la segreteria paventano già.
Che cosa succederà a sinistra del partito democratico, è il vero interrogativo che resta affidato alla palla di vetro. Tutta presa dall'impegno di governo e dai narcisismi di bandiera, l'area che va dalla sinistra ds al Prc tutto ha fatto negli ultimi mesi tranne che gettare le basi della ricostruzione di una sinistra all'altezza del presente. L'esperienza di governo avrebbe potuto essere usata per costruire una base programmatica e per ricostruire un filo di rappresentanza, ma né l'una cosa né l'altra è stata fatta. Sul piano programmatico, le pur giuste rivendicazioni non sono state sostenute da quello sforzo di analisi e di invenzione culturale di cui ormai anche le pietre sentono il bisogno. Quanto alla rappresentanza, l'uso a corrente alternata della piazza e della credibilità di governo non ha fatto che accentuarne la crisi, o meglio l'agonia.
Con il risultato paradossale che oggi è proprio quella base fin qui mobilitata contro le derive moderate del centrosinistra a ribellarsi contro il suo ceto politico, imputandogli - ingiustamente - di non aver presidiato il governo. E i vertici tamponano con improbabili provvedimenti disciplinari uno scacco che a sua volta è troppo facile imputare ai Rossi e ai Turigliatto. Mentre la crisi macina senza che fra i singoli pezzi di questa pur consistente area intercorra, stando alle indiscrezioni, neanche un gran traffico telefonico. Forse dovrebbe suonare qualche sveglia, salvo acquietarsi nella continuità di un governo che fra decaloghi, decisionismi e new entry rischia di trasformarsi da un impegno in un impiglio.
Questa è una crisi di governo assai difficile e anche pericolosa. Cavarsela dicendo che è tutta colpa di Rossi e Turigliatto è, anche numericamente, sbagliato. Se il governo è andato in minoranza è perché, al Senato, c’è una destra che non ha gradito che D’Alema abbia parlato di discontinuità. L’obiettivo principale di questa crisi sono le forze di sinistra, i loro valori. Ma la cosa è aggravata dal fatto che la sinistra è in grande difficoltà, impreparata all’attacco e cerca solo di difendersi, non di contrattaccare. E ciò che emerge dalle prime indiscrezioni sul vertice notturno di maggioranza [vedi l'allegato in calce - ndr] confermano questa debolezza, privando la sinistra di quel potere «contrattuale» che aveva cercato di esercitare finora.
Ma questa crisi è anche pericolosa, perché assai controproducente è la tentazione della maggioranza uscita vincente dalle elezioni di un anno fa di sopravvivere con concessioni di merito o tentando di rafforzare la sua maggioranza con contributi centristi. Già La Stampa di ieri titolava il suo editoriale con «Galleggiare tentazione fatale». Insistere a galleggiare è il modo migliore per affogare. Massimo D’Alema credo che questo pericolo lo abbia tenuto in conto parlando di «discontinuità», che, penso, lui abbia visto anche nell’intervento italiano in Libano.
Questa crisi, per non anticipare esiti peggiori, dovrebbe invece essere una lezione per la nostra sinistra. Dovrebbe indurla a un serio esame autocritico della sua condotta fino a questo momento, dovrebbe farle capire che la massa di sostegno che l’ha portata al governo si è allentata, che delusi e astensionisti sono cresciuti di numero. Che la gestione del programma dell’Unione è stata deludente e scoraggiante. E dovrebbe capire altresì che la grande manifestazione di Vicenza è stata anche espressione di critica e di spinta nei confronti del centrosinistra. Quasi a dire: «Romano, fai una cosa di sinistra».
Invece sembra che non stia andando così: se Romano Prodi riuscirà a tenere insieme la sua maggioranza trasformandosi in una sorta di dominus sulla base dei dodici punti «irrinunciabili» annunciati ieri, forse riuscirà a mantenere il controllo di Palazzo Chigi (salvo nuove imboscate), ma non a ridare fiducia e responsabilità partecipativa a quel vasto popolo che adesso è depresso ed esasperato. Sarà magari un nuovo inizio ma non una buona ripartenza.
Insomma un po’ di fiducia in questo nostro paese bisognerebbe averla e mi pare che nell’attuale crisi della politica il paese, nonostante tutto, sia un po’ meglio della sua rappresentanza. Proprio per questo, se non ci fossero le condizioni per fare chiarezza, meglio il ricorso alle urne - anche correndo il rischio di perdere - piuttosto che soluzioni pasticciate, subordinate agli interessi tutt’altro che limpidi di pezzi residuali di ceto politico democristiano. Gli ibridi improvvisati non hanno mai prodotto risultati positivi per questo paese. E nemmeno le larghe intese.
È sempre un errore lasciarsi trasportare dall'emozione nelle faccende politiche, ma conosco gente, anche bravi compagni, che pur di non vedere di nuovo Gasparri al governo andrebbe a invadere l'Afghanistan a mani nude. È sempre un errore lasciarsi trasportare dall'emozione nelle faccende politiche, quindi la prossima volta che Mr. Genius dice «se andiamo sotto, tutti a casa», siete autorizzati a staccargli la spina. Fatte queste doverose premesse, gli scenari che si aprono sono nuovi e interessanti. Governo di larghe intese. Come ha già detto il compagno Follini serve un nuovo centrosinistra. La presenza di Follini garantirebbe una rappresentanza delle grandi masse lavoratrici. Il ministero della famiglia sarà diviso in due, ci saranno due ministeri della famiglia e andranno tutti e due a Casini (due famiglie, due ministeri). Governo di larghe imprese. Ipotesi caldeggiata da Confindustria, ma inapplicabile finche ci saranno ancora larghe imprese in mano statale. Dopo la privatizzazione di Alitalia il nuovo governo potrà decollare, nel caso, licenziando qualche milione di italiani. Governo per la legge elettorale. Siccome la legge elettorale è stata scritta da Calderoli sotto acido, nemmeno i licheni del pianeta Altair IV andrebbero a votare in quel modo. Si vara dunque un governo di larghe intese che litiga sei mesi. Il risultato sarà una legge elettorale disegnata per far vincere un governo di larghe intese (vedi punto 1). Governo dei saggi. Si cercano freneticamente dei saggi o perlomeno dei normodotati, ma la classe politica della sinistra si trova improvvisamente a corto di nomi. Governo a sorteggio. Una grande lotteria abbinata al festival di Sanremo deciderà il prossimo capo del governo. Febbrili trattative per gli abbinamenti ma anche grossi rischi. Con Rossi e Turigliatto abbinati ad Al Bano si rischierebbe una crisi del Festival. Interim vescovile. Grazie all'astensione di Giulio Andreotti carrozzato Pininfarina, la Cei ha offerto al governo italiano una soluzione veloce e indolore: un governo monocolore formato solo da vescovi. I porporati-ministri saranno tutti sposati ed eterossessuali, per cui la pratica sui diritti delle coppie di fatto verrà automaticamente archiviata.
Bastava salire di poche centinaia di metri sul Monte Berico che domina Vicenza, superare la Rotonda di Palladio e la villa Valmarana affrescata da Tiepolo, raggiungere il Santuario con la sua basilica barocca ed affacciarsi dalla terrazza panoramica di piazza della Vittoria a guardare la città dall'alto, per capire. Al santuario con terrazza di Monte Berico ci si può arrivare salendo per la strada carozzabile ma anche a piedi, seguendo il bel porticato settecentesco che, partendo dalle mura scaligere, si inerpica per settecento metri, raccordando la città «a forma di scorpione» al complesso in cima alla collina: si narra che anche Goethe l'abbia percorso per guardare nella sua interezza la città palladiana e abbia apprezzato il semplice e lunghissimo porticato più dell'imponente basilica barocca.
Basta vedere Vicenza dall'alto per capire, senza bisogno di altre spiegazioni, l'assoluto errore, «senza se e senza ma» come dicono i cittadini vicentini - e hanno ripetuto tutte le donne salite sul palco sabato scorso - del progetto della nuova base militare al Dal Molin.
Il colpo d'occhio è efficace, lascia stupefatti e non concede alcun margine di incertezza: la città è tutta lì sotto, con i suoi monumenti splendidi e famosi, che l'Unesco ha iscritto nella Lista dei beni che fanno parte del Patrimonio dell'Umanità. Monumenti tardo gotici e rinascimentali che, pur dall'alto, sembrano vicinissimi: la basilica palladiana, le belle chiese, il Teatro Olimpico, i palazzi dalle preziose facciate, il municipio, la Torre di Piazza, la Loggia; si intuisce persino il tracciato della città romana ora ridisegnato dai portici di quella medievale e moderna.
In effetti Vicenza è una città piuttosto piccola, conta 150.000 abitanti, meno di quelli che si sono dati appuntamento sabato per difenderla dallo scempio approvato anche da Prodi (forse perché l'80% dei vicentini ha votato a destra e Vicenza è considerata terreno elettorale perduto, come sospettano i cittadini di «sinistra»). Decine di migliaia di persone, forse 200.000, che hanno manifestato pacificamente, camminando tutto attorno al tracciato delle mura scaligere che circondano il centro storico. Già, il centro storico. Guardando dalla balconata si vede, sulla sinistra, giusto al margine dell'abitato, la base che c'è già, quella di Ederle. Dall'altra parte, molto prossima al centro storico, proprio dove sono i monumenti cari a tutto il mondo, si vede invece una grande area verde guarnita da un bosco e confinata da un piccolo fiume, il Bacchiglione, che traversa la città. A ben vedere dall'alto della collina, si tratta dell'unica area non costruita di Vicenza, potrebbe essere, con gran vantaggio per tutti gli abitanti (ad esempio per tutti quei bambini che hanno sfilato in corteo tra passeggini, palloncini e maschere di carnevale), un parco, un giardino.
Invece è il Dal Molin, l'aereoporto che si vorrebbe trasformare nella temuta nuova base militare americana. Proprio lì, dentro all'abitato, nel cuore della città fondata dai romani, a poche centinaia di metri da quel centro storico che per l'Unesco è «patrimonio di tutto il mondo», a un tiro di schioppo dai monumenti di Andrea Palladio, uno dei più importanti architetti del Cinquecento, che è, con i suoi capolavori, il simbolo di Vicenza, a cui è dedicato un importante Centro internazionale di studi e rappresenta uno degli aghi della bilancia della vita culturale cittadina.
Buttare lì una base militare rappresenta, basta guardare per capire, un vero e proprio insulto al patrimonio culturale (vicentino, nazionale e mondiale), un bene comune prezioso e «inalienabile», sul quale si fonda la nostra identità civile. In effetti, a guardar meglio, l'affaire del Dal Molin, oltre ad essere un problema politico, e dei più gravi, è anche un problema culturale, urbanistico e ambientale. Progettare edifici e strutture militari, tra l'altro con funzioni offensive e per un paese straniero, nell'unica area verde di una città storica ricca di monumenti di tale riconosciuto «valore» non dovrebbe essere consentito dalle leggi che proteggono il nostro patrimonio culturale e ambientale. In effetti, la nostra legislazione di tutela, che era la più avanzata, rigorosa e imitata del mondo (prima di essere pasticciata dal precedente governo, interessato a far cassa con i beni culturali), è dotata di norme, dirette e indirette, che impediscono di violentare quel paesaggio culturale che caratterizza tanto peculiarmente il nostro bel paese.
Stesso discorso vale, a maggior ragione, nelle città storiche: esistono, oltre alle norme dei piani regolatori e ai vincoli diretti (che riguardano edifici storici), addirittura vincoli di «rispetto» (ovvero indiretti) che limitano (nell'altezza, nel sedime, nel volume, nella tipologia) o addirittura vietano la costruzione di edifici in prossimità di monumenti o edifici storici.
Ma lo strumento più importante che la legislazione di tutela statale ancora prevede (condividendola con la legislazione regionale concorrente) è la Valutazione dell'impatto ambientale (Via) ai cui dovrebbero essere sottoposti i nuovi progetti, le nuove strutture di pertinenza dello stato, come sono le cosiddette «grandi opere». Il discorso dovrebbe valere anche per le strutture strategiche, militari, direzionali, soprattutto se queste sono progettate all'interno di un nucleo urbano dalle straordinarie caratteristiche storiche, culturali e architettoniche come Vicenza. Per questa ragione il Ministero che si occupa del patrimonio culturale e del paesaggio, attivato dal Ministero dell'ambiente, dovrebbe, ai sensi dell'art. 26 dell'attuale Codice, autorizzare per parte sua, previa istruttoria delle soprintedenze territoriali competenti, tali progetti in base alla Via. Quella della Via è dunque una buona strada da seguire, bene hanno fatto i Verdi a fare interpellanza. Ragionevole sarebbe scatenare un movimento internazionale d'opinione su questo delicato quanto trascurato aspetto.
Vien fatto di chiedersi se Rutelli, che in qualità di vice premier tanto frettolosamente si è espresso sull'ordine pubblico, ha trovato o troverà tempo per affacciarsi, come ministro dei beni culturali, dalla balconata del Monte Berico.
La manifestazione è passata, affollata e festosa. Tranquilla. Oltre ogni previsione e ogni speranza. Più di uno aveva previsto e qualcuno sperava andasse diversamente. Ed è cominciato il gioco delle etichette. Il tentativo di catalogare la manifestazione e i manifestanti.
Spiegando ciò che sono e non sono. Antiamericani, no global, nimby people. Ma anche «romani», come ha suggerito qualche amministratore locale (e qualche politico nazionale), per sottolineare che si trattava di «gente venuta da fuori». Estranea a Vicenza. l gioco delle etichette, per quanto scontato, non è inutile. Suggerisce la difficoltà di applicare «una» sola etichetta a una manifestazione così ampia, variegata e variopinta.
Ma riflette, al tempo stesso, la preoccupazione - trasversale - dei principali attori politici di rivendicarne la paternità. Un segno di disagio politico. Certo: alla manifestazione erano presenti parlamentari e amministratori della Margherita e dei Ds. Ma a titolo personale e locale, in dissenso con il partito nazionale.
La partecipazione di altri leader autorevoli sottolineava l´adesione dei partiti della sinistra cosiddetta «radicale»: i Verdi, i Comunisti italiani, Rifondazione comunista (la più visibile e presente, con i suoi militanti e le sue bandiere).
Inoltre, era particolarmente estesa la partecipazione della Cgil.
Tuttavia, piegare la manifestazione a una lettura politica di parte o di partito sarebbe improprio e riduttivo. Gli slogan più diffusi, tanto per dire, investivano e accomunavano il sindaco e l´amministrazione comunale di Vicenza al governo romano. Prodi, Rutelli e Amato i nomi più gettonati. Berlusconi, per una volta, quasi assente. Sui manifesti e sulle magliette gli slogan alternavano la questione della base e quella politica. I più frequenti: «No Dal Molin» e «Governo luamaro» (l´ha ricordato ieri Fabrizio Ravelli su la Repubblica, precisando, per chi non è veneto o non ha letto Luigi Meneghello, che «non si tratta di un complimento»). La presenza della sinistra radicale aveva un significato «difensivo» e «prudenziale», più che rivendicativo.
Utile a «prendere le distanze» dalle scelte di un governo di cui, tuttavia, fa parte. Per non perdere consensi, più che per allargarli. La verità è che quel corteo ha raccolto una molteplicità di domande e di esperienze che, perlopiù, non hanno rappresentanza politica, soprattutto nel centrosinistra.
Non solo quelle dei centri sociali e dei gruppi della sinistra antagonista, che costituiscono una componente sociale molto limitata e, per definizione, «fuori» dal sistema della rappresentanza (Rc e gli altri partiti della sinistra ne intercettano solo una frazione).
Ci riferiamo, soprattutto, alle domande e alle esperienze che hanno fondamento «locale», come nel caso della nuova base americana a Vicenza.
Sabato, alla manifestazione, hanno sfilato, in grande numero, i comitati della Val di Susa contrari alla Tav.
Insieme ad altri, che evocano altrettante tensioni territoriali: la Sardegna, la Val Brembana, Scanzano. Numerosi i vessilli con il leone di San Marco, a rammentare l´esistenza e la «resistenza» degli autonomisti della Liga Veneta. Quanto alla presenza locale, i vicentini e i veneti erano molti.
Come testimoniavano gli slogan gridati e scritti su cartelli e bandiere. E Vicenza, comunque, c´entra, con il significato e il risultato della manifestazione.
Non solo per la specifica rivendicazione, alla base della manifestazione.
Che pure ha avuto il suo peso (la nuova base americana costituisce, oggettivamente, un punto di congiunzione fra motivazioni di segno diverso: locali, globali e no global; compreso il sentimento antiamericano, che pare cresciuto, negli ultimi anni). Ma perché Vicenza, da vent´anni, costituisce un laboratorio, dove si sperimenta il distacco fra il territorio e lo Stato. A Vicenza (e a Treviso) ha riscosso i suoi primi successi la Liga, quasi venticinque anni fa. E a Vicenza, sabato, ha sfilato anche il fondatore della Liga, Franco Rocchetta (l´ha rammentato ieri Alberto Statera, su questo giornale). Vicenza, la provincia più industrializzata d´Italia, ha costituito il focolaio della protesta delle piccole imprese contro lo Stato, esplosa nel Nordest durante gli anni Novanta. Gianfranco Fini l´ha proclamata «capitale del malcontento, dell´Italia che produce e si rivolta», sul palco della manifestazione organizzata dal centrodestra contro la finanziaria. In Piazza dei Signori, il salotto di Vicenza.
Pochi mesi prima, Berlusconi aveva lanciato l´ultimo assalto contro la sinistra, in campagna elettorale: alla fiera di Vicenza, di fronte agli industriali. La protesta contro la base militare americana può apparire «altra»; quantomeno perché ha maggiore ascolto a sinistra. Tuttavia i comitati e i cittadini che l´hanno promossa e condivisa, più ancora che in passato, si sono trovati ad agire da soli. Contro l´amministrazione comunale, il governo, l´opposizione e gli imprenditori. Senza potersi esprimere, a livello locale.
Senza essere ascoltati dal governo. Senza voce.
Distanti da Roma (e dal Comune di Vicenza). Per questo motivo la manifestazione di Vicenza è significativa, dal punto di vista politico nazionale. Non tanto perché sottolinea la coabitazione difficile di «due sinistre al governo» (come sostiene Sergio Romano, sul Corriere della Sera).
Ma perché raffigura e sanziona la distanza fra la politica e il territorio, fra lo Stato e ampi settori della società. Un problema che investe soprattutto - ma non solo - il centrosinistra. Perché ha radici territoriali profonde; perché i suoi consensi sono alimentati dalla partecipazione, più che dalla comunicazione (e dalla televisione).
Soprattutto, ma non solo, nel Nord, invece, il centrosinistra appare «romano» (senza allusione al premier). Incapace di capire e, prima ancora, di ascoltare le ragioni (e magari i torti) dei cittadini. Così, nel Nordest, a Vicenza, il governo romano è percepito lontano e ostile. Un sentimento reciproco, visto che, a Roma, Vicenza e il Nordest appaiono lontani e incomprensibili. Un posto dove la gente protesta sempre, «a prescindere» (per dirla con Totò). Anche se, alla fine, piega la testa e tace. Brontolona e mansueta. Da qualche anno non è più così. Protesta ancora, ma è meno disposta alla rassegnazione. Non solo il «popolo di destra».
Tutti. La manifestazione di Vicenza pare, dunque, significativa perché riassume e interpreta una domanda di partecipazione insoddisfatta e inespressa. Una relazione frustrante con la politica e con lo Stato. Parente delle molteplici esperienze (e proteste) locali e localiste. Ma anche della mobilitazione che ha decretato il successo delle primarie. E, infine, della Lega, o meglio: della Liga (a Vicenza, in fondo, siamo tutti un po´ leghisti). Non a caso, per definire il senso della manifestazione, alcuni protagonisti hanno parlato di «mobilitazione comunitaria». Lo ha fatto il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, intervistato da Gigi Riva sull´Espresso. Gli ha fatto eco l´ex sindaco democristiano di Vicenza (e oggi leader veneto della Margherita) Achille Variati (sul Riformista).
Anche così si spiega la «paura» sollevata da Vicenza. L´allarme preventivo e il disagio successivo, intorno alla manifestazione.
Vanno oltre i legittimi timori provocati dalla rete terrorista, scoperta a Padova nei giorni precedenti. Non è solo «paura» della violenza. È, anche, un segno della frattura fra Vicenza e Roma.
Fra lo Stato centrale e la periferia. Rispecchia la difficoltà della politica (e del centrosinistra) di capire. E di farsi capire. Fino al punto di vedere (e temere) nella mobilitazione di Vicenza una minaccia (come ha rammentato ieri D´Avanzo).
Ma quale democrazia stiamo coltivando, se la partecipazione fa paura? E in quale Stato ci siamo ridotti se Roma ha paura di Vicenza?
Eccola Vicenza, nelle due telecronache dirette di Sky e di La7, una normale città europea che ha una cosa da dire e la dice per le strade perché nessun´altra occasione di ascoltare le ragioni dei cittadini è stata creata. Questo, il presunto dovere di silenzio dei cittadini, è l´unico aspetto non europeo e "anti-americano" della manifestazione di Vicenza. In che senso anti-americano? Ma perché è stata rifiutata l´idea profondamente americana che la politica è sempre locale e che niente si può fare in una città senza il consenso dei cittadini.
Qui si rovesciano e si mordono la coda due luoghi comuni opposti. Il primo dice: la politica estera dell´Italia non può essere decisa dai cittadini di Vicenza. Ma Vicenza non vuole decidere la politica estera, vuole decidere i quattrocentocinquantamila metri quadrati del suo territorio a un chilometro dal suo centro storico palladiano. Qui il primo e il più ragionevole problema non è se dire no o sì alla richiesta americana.
Certo, quella è una competenza del governo. A Vicenza spetta però, proprio nella migliore tradizione americana, stabilita fin dai tempi dei "Federalist Papers" (gli scritti dei padri della Costituzione americana) di partecipare alla discussione e alla decisione su quei quattrocentocinquantamila metri quadrati da occupare con strutture che avranno a che fare, molto prima che con la politica del mondo, con le falde acquifere di Vicenza, con il centro storico di Vicenza, con il traffico di Vicenza, con la famosa "compatibilità" ambientale del nuovo richiesto con il "vecchio" che esiste già. Ovvero: da un lato la vita dei cittadini, dall´altro la qualità storica unica al mondo della città palladiana. Ad essa i padri fondatori degli Stati Uniti si sono ispirati costruendo la loro capitale. Come è noto Washington è tutta disegnata a immagine e somiglianza del Palladio.
Dunque non si tratta di gettare il problema nel mezzo della immensa discussione sulla pace e sulla guerra, benché in modo naturale e inevitabile la folla che ha partecipato sabato a Vicenza alla manifestazione sia stata una folla di pace. Si tratta di una questione in apparenza più piccola ma che in realtà è il cuore della vita democratica. La questione è: contano i cittadini nelle decisioni che li riguardano e li coinvolgono direttamente e che cambieranno la loro vita?
In questo senso non sono d´accordo con il dire che tutto ciò «non è una questione di piano regolatore». Perché quando non si ascoltano i cittadini neppure sul piano regolatore, che vuol dire la vita vicino a casa, è molto difficile che li si ascolti su grandi controversie lontane.
Nessuno può dire a un cittadino o a una cittadina di Vicenza: «Scusi ma lei non sa di che cosa stiamo parlando». Perché lui o lei lo sa meglio di chiunque altro ed è stato un grave errore non dare loro la parola. Infatti l´amicizia, l´alleanza, la continuità dei rapporti e le vicende internazionali non si esprimono dicendo: «O ci date quei quattrocentocinquantamila metri quadrati qui, al Del Molin o si rompe il nostro legame storico». Ci dicono che tra amici è naturale che si intavolino incontri e discorsi per decidere dove, come, con quali conseguenze, con quale impatto delle nuove costruzioni e persino con quali criteri urbanistici e con quali architetti.
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Dunque, come si vede, Vicenza ha fatto da scudo e da pretesto per confondere insieme il rispetto di una città, il diritto dei cittadini, i doveri e le responsabilità del governo, il rapporto con gli Stati Uniti, la presenza italiana in Afghanistan e le tensioni nel mondo. Mentre guardi sfilare le decine di migliaia di persone pacifiche giunte da tutta Italia per dare una mano al diritto dei vicentini di essere ascoltati è inevitabile confrontarsi con alcune riflessioni.
La prima è: mai, forse, si è tanto lavorato, da parte dei volenterosi dipendenti di Berlusconi, travestiti da politici oppure da editorialisti e da politologi, un vero e proprio infaticabile impegno, affinché Vicenza fosse uno scontro.
Li vedevi in televisione aspettare i sassi, le grida brigatiste, magari la stella a cinque punte. Si sarebbero accontentati di un passamontagna o di un grido sguaiato e tenevano pronta l´arma letale: ah, ma ci sono autorevoli sostenitori del governo in quella sfilata e quindi la scena penosa è il governo che marcia contro il governo.
L´argomento è stato liquidato sia dalla pace della manifestazione sia dalla tradizione democratica europea e americana. Forse qualcuno ha dimenticato che Robert Kennedy, leader delle manifestazioni di pace contro la guerra in Vietnam, era l´esponente più autorevole dello stesso partito e dello stesso governo che avevano iniziato e stavano continuando quella guerra? Forse qualcuno gli ha dato dello stupido o del traditore? Forse qualcuno non sa dei soldati e ufficiali reduci dall´Iraq che partecipano alle manifestazioni di pace negli Usa e parteciperanno alla campagna elettorale democratica, che sarà una campagna contro la guerra?
Forse non è passata la notizia, che appare ogni giorno sui giornali americani, che ci avverte che l´intera maggioranza democratica alla Camera e al Senato si oppone all´allargamento della guerra (incluso l´allargamento delle spese e delle basi) voluto con una febbrile accelerazione dal presidente Bush e dai pochi neocom restati intorno a lui?
Insomma si è voluta descrivere Vicenza come una scheggia di rozzo, antico, violento, pericoloso anti-americanismo del passato, possibilmente collegato ad atti di grande violenza e di terrorismo, mentre ogni sguardo pulito rileva: tradizione democratica, dimostrazione civile, diritto di essere ascoltati, partecipazione alla vita politica. Insomma il meglio della tradizione politica italiana e americana.
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La seconda inevitabile riflessione è: se esiste, e appare molto numeroso, un popolo del no (non all´America, non ai rapporti fra i due Paesi, ma alla cementificazione della città del Palladio senza ascoltare i suoi cittadini) non esiste un popolo del sì.
Avete mai sentito di manifestazioni, anche solo di dieci persone, che insieme vengano in strada per dire: noi siamo in favore, vogliamo il cemento, a Vicenza tutto qui subito (e col cemento tutta l´immensa struttura che, come si sa, non sarà ospedaliera)?
Questo argomento sarà molto importante per il Sindaco di F.I. e il consiglio comunale di Vicenza che, per amore di Berlusconi, ansioso di apparire il miglior amico dell´uomo, avevano detto «sì» prima che glielo avessero chiesto e avevano ordinato di dire «sì», qualunque cosa volessero i cittadini.
È evidente che quel sindaco non si ripresenterà più e che, se e quando Berlusconi avrà ancora voce in capitolo, ce lo ritroveremo come beneficiario di qualche posto pubblico conquistato con lo "spoil system" ma mai più alla testa della città che ha tranquillamente abbandonato. Però, se non c´è il popolo del sì (avrebbe dovuto essere il popolo di Berlusconi, ma c´è un limite a tutto) c´è da domandarsi da chi è composto il popolo del no.
Va bene, i nostri più astuti cronisti e i nostri più severi editorialisti si sono sbizzarriti a elencare tutti i possibili centri sociali, tutti i possibili gruppi no global, tutti i possibili Casarini e Caruso, tutti i possibili resti del comunismo con tutti i nomi. Però non bastano. E benché il povero e desolato Cicchitto abbia seriamente provato a gridare alla rivolta e alle barricate anti-americane durante la sua partecipazione alla "diretta" de La7; e benché si sia lavorato a screditare tutto ciò che ha a che fare con il pacifismo facendolo apparire molto più pericoloso delle strade di Baghdad, anche il pacifismo non basta per spiegare questo popolo. C´era anche la speranza di fare un bel cocktail tra l´arresto recente dei "nuovi" brigatisti e la presunta violenza anti-americana che, ci hanno giurato, covava sotto la cenere del finto pacifismo e della finta nonviolenza. È vero che la festa della destra per il ritorno del terrorismo è stata guastata dal fatto che le implacabili indagini sono state condotte dallo stesso giudice, Ilda Boccassini, che aveva implacabilmente indagato e avviato verso la condanna (impedita da gentile prescrizione per legge retroattiva della Casa delle Libertà) Silvio Berlusconi. Ma è anche vero che il cocktail tanto evocato e tanto atteso per poter gridare allo scandalo dell´anti-americanismo pericoloso e magari a qualche collegamento col terrorismo islamico, non ha avuto luogo. Ha lasciato posto a una grande manifestazione di pace nella più tipica e grande tradizione democratrica. Ma se questo è il popolo del no fermo, civile e democratico, se questo popolo rispetta le regole e non sventola le bandiere con la croce celtica della marcia su Roma di Berlusconi (quelle sì, per salda radice storica, antiamericane, perché bandiere dei discendenti di chi agli americani che venivano a liberarci dal fascismo aveva davvero sparato) chi è questo popolo?
La risposta è semplice: questo è il popolo che ha votato per Prodi. È venuto così numeroso e appassionato e festoso per la ragione alta e civile che abbiamo appena ripetuto. Dare più voce alla legittima e inascoltata voce della città di Vicenza. Ma chi è che non ha voluto ascoltare la città di Vicenza? È il governo Prodi. Anche ieri ha voluto ripetere: «La questione è chiusa».
Sappiamo tutti che in ogni democrazia a un certo punto bisogna decidere e che quella decisione (detta eufemisticamente dal ministro della Difesa Parisi «punto di sintesi») spetta al governo. Ma in ogni democrazia prima si discute, prima si ascolta, prima si soppesano le ragioni. Una ragione americana è certo più spazio per la sua base. Che cosa c´entra la dislocazione logistica e topografica con le grandi ragioni della strategia internazionale? Vi immaginate il Paese più potente del mondo che si intestardisce esclusivamente sul Dal Molin, prendere o lasciare? Come lo spiegherebbe agli americani, abituati a discutere tutto?
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È naturale che anche in Italia, nella migliore tradizione americana, si ascoltino i cittadini e le loro ragioni. Ma quando è venuto quel "prima"? Qui c'è un problema che non è possibile ignorare. Quel "prima" non è mai venuto. C'è una via d'uscita a questa domanda che è francamente appare penosa. Si dice: il consiglio comunale ha detto "sì", sia pure con un solo voto. Possibile che quel sì basti a confronto con la rivolta di una città per dire che il processo democratico è stato esperito, che tutte le parti sono state ascoltate e che «siano arrivate al momento di sintesi» e che «non cambieremo idea»?
E' un comportamento che forse regge davanti a un notaio, ma non di fronte al popolo di Prodi, che ha votato per Prodi e poi si è sentito chiuso fuori, abbandonato dai rispettivi partiti, lasciato a darsi aiuto e solidarietà spontanea. Ci hanno detto le televisioni che non solo la città ha aperto le porte alle decine di migliaia di sostenitori venuti da tutta Italia, ma ha offerto centinaia e centinaia di stanze in famiglia per far dormire i pericolosi manifestanti.
Noi che scriviamo queste righe e voi che le leggete siamo lo stesso popolo che non si è dato pace con la illegalità dei cinque anni di Berlusconi, persone che in modi, con voci e con strumenti diversi (ognuno quello che poteva) ce l'hanno messa tutta perché Prodi, nonostante i tentati imbrogli, risultasse vincente e dunque governante. Nessuno sta chiedendo gratitudine. Ma ascoltare una voce che ti dice e ti spiega, magari non attraverso i buoni uffici di Bruno Vespa, sarebbe una risposta meritata per chi, anche ieri, a Vicenza, ha detto sì a un Paese pulito, legale e democratico nel quale la voce dei cittadini conta e la voce di chi governa ci raggiunge e ci spiega.
Vicenza è stata l'occasione felice di manifestare in pace e nonviolenza e di deludere i fervidi commentatori in attesa della rivolta. Ma il silenzio del governo eletto da quel popolo («abbiamo già deciso e basta»), non è una buona compagnia.
Vorrei consigliare di dare un'occhiata al film La regina, sul comportamento della casa regnante inglese dopo la morte della principessa Diana. C'è la voce di Tony Blair che chiama il palazzo reale e intima alla regina: «Maestà, la gente è per le strade e lasciata da sola. Lei è un simbolo. Metta la bandiera sul palazzo reale e faccia sentire la sua voce. Altrimenti diranno che in quel palazzo non c'è nessuno». In quel film la regina, che aveva deciso di tacere, ha parlato. E adesso gli storici inglesi dicono che Tony Blair, con quella telefonata, ha salvato la monarchia.
La Stampa
Barbara Spinelli, La nostra grande coalizione
E’stato un corteo molto volitivo e imponente, contro l’estensione della base di Vicenza, e a dispetto di tante previsioni è stato pacifico. Non hanno avuto peso i terroristi e l’enorme rumore sollevato dal loro arresto, nonostante qualche striscione ne chiedesse la liberazione. La disciplina dei dimostranti non è stata inquinata dai titoli dei quotidiani (giustamente la Jena ha scritto, su La Stampa, che i più preoccupati eravamo noi giornalisti: «Se non succede niente, sai che palle»).
Questa manifestazione contro l’ampliamento della base, si è cercato di caricarla di significati che poco hanno a vedere con le questioni reali legate agli avamposti: con l’utilità delle basi che la Nato installò ai tempi d’una guerra fredda ormai finita, con i rapporti italo-americani che ne disciplinano l’ubicazione.
E con l’uso che in futuro sarà fatto di esse, tenuto conto che gli Usa stanno perdendo una guerra cruciale in Iraq e che la loro forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale. Il fastidio provato dalle popolazioni locali e da parte delle sinistre (ma anche da studiosi non estremi come Sergio Romano) non è senza rapporto con queste evoluzioni, cui andrebbe aggiunto il disastro del Cermis nel 1998: 20 morti, e nessun responsabile Usa che pagò. E non è senza rapporto con una sconfitta americana che dall’Iraq rischia d’estendersi all’Afghanistan, dove i talebani hanno ripreso metà del Paese e si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali a operazioni militari preventive inizialmente non concordate.
Estrapolata da queste realtà, la manifestazione è stata trasformata prima in un referendum tra antiamericani e filoamericani, poi c’è stato chi l’ha accostata all’arresto di nuovi brigatisti, alle difficoltà di un sindacato infiltrato da terroristi, infine al centro sinistra che alberga forze che hanno forti legami con no-Tav e no-global, pacifisti e centri sociali. I toni assai allarmati di Amato o Rutelli hanno contribuito a creare connessioni che per ora esistono solo negli opuscoli neo-brigatisti.
Resta il mistero d’un terrorismo che in Italia non scema, non si chiude come è accaduto in Germania. Un terrorismo che certo non riesce a sedurre come negli Anni 70, ma che del brigatismo coltiva pur sempre l’ambizione a far proseliti. L’ambizione di chi apparteneva alla cosiddetta Seconda Posizione delle Br, e che nel 1984 prese le distanze dalle «derive militariste e soggettiviste» del gruppo Lioce (è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata da Salvini), indica proprio questo: per divenire influente, la setta oggi smascherata aveva bisogno di agire dove si usa coltivare rivendicazionismi (fabbriche, sindacato) e di educare propri iniziati. Quest’ambizione altrove si è spenta. In Germania, Stato e magistratura s’apprestano a sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi. Nel gennaio 2005 fu addirittura allestita a Berlino un’esposizione sull’Autunno della Repubblica. Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle regole che essa dà a se stessa. Ci fu un giorno in Germania - il 20 aprile 1998 - in cui la Rote Armee Fraktion ufficialmente si sciolse. In un comunicato annunciò: «Oggi finisce il nostro progetto. La guerriglia urbana che s’incarnò nella Raf è ormai storia». Non così in Italia, dove l’auto-scioglimento è mancato e dove tutti ancora son chiamati a vigilare. Anche il sindacato, che contrariamente a quel che dice Epifani può «ricever lezioni» come qualsiasi organismo della società civile.
Ma vi sono altre peculiarità italiane. Altrove, il risentimento anti-sistema si esprime piuttosto nel voto protestatario, a vantaggio di partiti che volutamente vivono ai margini. Le classi popolari colpite dalla crisi del lavoro danno oggi la preferenza a partiti anti-sistema come quello di Le Pen in Francia, o alle sinistre trotzkiste e no-global. In Germania (soprattutto nelle regioni orientali) il favore va a ex comunisti o neonazisti. Unico caso in Europa, l’Italia è il Paese in cui le sinistre che tradizionalmente erano contro il sistema sono entrate - volendo e non volendo - nel governo. Hanno deciso di assumersi responsabilità che nessun partito analogo ha preso su di sé, nel continente. Rifondazione e comunisti di Diliberto stanno ripetendo l’esperienza fatta decenni fa da socialdemocratici, Verdi e Pci in Germania e Italia. Prodi e il suo governo hanno quest’importantissima funzione pilota, in Europa: condurre tali forze, profondamente anticapitaliste, dall’etica della convinzione all’etica della responsabilità. Condurle come fece Brandt agli albori del terrorismo, quando un’inflessibile legalità si combinava con quella che il leader socialdemocratico chiamava, respingendo allarmismi e consigliando l’«ascolto critico e autocritico» degli scontenti, «la calma pacatezza (ruhige Gelassenheit) dello Stato di diritto». Insistendo sulla parola compromesso, nell’intervista a Gigi Riva sull’Espresso, il presidente della Camera Bertinotti conferma un’analoga scommessa.
L’inedita presenza nel governo di queste forze non spiega certo il nuovo terrorismo, formatosi in precedenza, ma potrebbe inasprirlo come in passato la socialdemocrazia governante inasprì la contestazione sino a generare la Rote Armee Fraktion. Al tempo stesso, è una presenza che aiuta a prosciugare l’acqua dentro cui il terrorismo nuota. Proprio perché son capaci di mediare, e sanno come addomesticare, le sinistre radicali che affiancano Prodi sono preziose: nessun analista intelligente, negli Anni 70 in Germania, avrebbe detto che i socialdemocratici dovevano uscire dal governo perché i terroristi erano un danno collaterale della coalizione Brandt-Scheel. Tanto più che non sono marginali, i mali sociali che generano scontento e anche violenza. Paradossalmente sono mali ancor più acuti di quanto lo fossero negli Anni 70.
In Francia la precarietà e la sensazione di esser perdenti radicali (un termine coniato dallo scrittore Enzensberger) spiega l’adesione spettacolare delle classi popolari a Le Pen. Gli studiosi Philippe Guilbert e Alain Mergier parlano di «discensore sociale» - di vasto declassamento delle classi medie e popolari - che ha demolito il vecchio ascensore sociale. In una recente intervista, il socialdemocratico Horst Herold, capo della polizia criminale tedesca durante il terrorismo, si è domandato come mai, «proprio oggi che le condizioni denunciate dalla Raf sembrano attuali» («aumentano i fattori d’insicurezza sociale, si avverano perfino le analisi di Ulrike Meinhof sull’imperialismo americano») non esista in Germania il terrorismo. La domanda è pertinente, e l’esperienza italiana aiuta a rispondere. La Germania ha sviluppato una capacità immunitaria, ma ha partiti estremisti che neppure sognano di andare al governo.
L’uscita dall’anomalia berlusconiana ha dato vita a un’alleanza di forze estremamente disparate, e chi anela a grandi coalizioni per fronteggiare economia e politica estera deve ammetterlo: la Grande Coalizione già c’è, vede Mastella accanto a sinistre radicali. Oggi queste sinistre hanno un’eccezionale opportunità: uomini come il ministro Ferrero o il sottosegretario Cento possono divenire i Cohn-Bendit e gli Joschka Fischer del futuro italiano, appoggiandosi alla calma pacatezza di Prodi. Hanno già tentato molto, in pochi mesi: hanno accettato il rigore economico, consentito a un’operazione militare in Libano, accolto i limiti alla sovranità che l’Europa impone. Hanno accettato che il Brandt della Grande Coalizione non sia un marxista ma un cattolico riformista. Può darsi che la scommessa fallisca. Ma che di una forte scommessa si tratti non c’è dubbio: forse quel che la sinistra radicale concede pesa ancor più di quel che provvisoriamente ottiene. Fin da ora comunque essa dà la propria disponibilità a incanalare le proteste, ascoltandole. Giovanni Russo Spena (Rifondazione) ha detto, polemizzando con l’allarme del ministro dell’Interno: «Non si rendono conto che proprio noi cerchiamo di colmare il distacco che separa una parte dell’elettorato di centrosinistra da questo governo». Bertinotti consiglia l’apprendimento del compromesso. Ma per superare la nuova emergenza, sarà utile che anche i moderati l’apprendano.
Tra le molte cose insensate che ha detto Marx, ce n’è una che gode di singolare popolarità: «La storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia la seconda in farsa». Solo chi crede in una storia chiusa alle sorprese e alla libertà, in ineluttabile ascesa o discesa, può aderire a simile stupidaggine. Per chi la sta vivendo, la storia non è mai farsa: è sempre seria o tragica, mai ridicola o caricaturale. Essa appare farsa alle vecchie generazioni, che credono di essere più intelligenti ed eroicamente tragiche di figli e nipoti. Già capire questo, già scoprire che si può esser prigionieri delle parole violente come anche delle parole stupide, può aiutare a interpretare il tempo che viviamo.
il manifesto
Gabriele Polo, Lezione politica
I fantasmi gettati addosso alla manifestazione di Vicenza si sono dissolti in una giornata festosa e determinata. Era ampiamente prevedibile: il popolo della pace - che le guerre non sono riuscite a cancellare - insieme a migliaia di donne e uomini che in quella città si oppongono a una nuova base militare, hanno dato una lezione politica.
Gli unici che non lo avevano previsto sono proprio quelli - gran parte dei media e dei professionisti della politica - che per mestiere avrebbero dovuto saperlo meglio di chiunque altro. La loro è una miopia preoccupante. Ora dovrebbero riflettere, pensare almeno un secondo prima di rilasciare una dichiarazione televisiva o scrivere una riga di giornale.
L'evocata emergenza ha sortito l'effetto opposto a quello voluto: l'auspicata fuga da una manifestazione descritta come un pericolo si è rovesciata in un grande abbraccio collettivo a Vicenza e ai suoi abitanti. Un affetto che ha voluto premiare la resistenza di una comunità alla violenza commessa nei suoi confronti. Un abbraccio che lancia un messaggio chiaro: la contestata base è un paradigma politico attorno cui si gioca il futuro di questo governo.
In primo luogo perché mette in discussione il decisivo nodo delle relazioni internazionali: la giornata di ieri ha dimostrato una volta di più come l'elettorato che ha permesso lo sfratto di Berlusconi da palazzo Chigi chiede all'attuale governo di sfrattare dalla propria pratica ogni politica di guerra, in tutte le sue forme, dirette e indirette: se per far questo è necessario - come è necessario - mettere in discussione le attuali alleanze, non bisogna temere di farlo.
In secondo luogo, la giornata di ieri mette in discussione il rapporto tra l'Unione e la sua base elettorale. A partire da una «piccola» questione di metodo: l'incapacità di ascolto che l'esecutivo ha dimostrato - fin dalla sordità dimostrata da Prodi con il suo annuncio - se confermata nei prossimi giorni segnerebbe qualcosa di più di un distacco, porterebbe a una grave rottura.
«Solo gli imbecilli non cambiano idea», recitava uno dei tanti striscioni vicentini di ieri.
A sentire le prime reazioni di Prodi («il governo non cambia programma») o di Parisi e Fassino («ridurre al massimo l'impatto ambientale») c'è da temere che la stupidità sia in progressiva crescita: pensare di «ridurre il danno» e «l'impatto sui vicentini» - una base più piccola? fatta un po' più in là? qualche marine in meno? - palesa solo la difficoltà di un governo che controvoglia accenna un piccolo passo indietro, ampiamente insufficiente rispetto alla rilevanza del nodo-Vicenza. Un riformismo minore, un po' ridicolo. Ma anche un'offesa per i tanti che ieri sono scesi in piazza.
la Repubblica
Eugenio Scalfari, Pacifismo pluralista in salsa vicentina
Cinquanta, ottanta, centomila? Qualcuno degli organizzatori, ad un certo punto del corteo, si è lasciato andare ad una stima-record: 200 mila presenze alla manifestazione vicentina. Francamente esagerato, ma certo erano tantissimi. Anche i vicentini erano molti, ma quelli venuti da fuori molti di più. E la sinistra radicale più numerosa di quella riformista.
Violenze nessuna. Qualche cartello (presto rimosso) in favore dei "compagni che sbagliano", cioè degli arrestati in odore di terrorismo.
Insomma un corteo pluralista quanto altri mai, perché in quei sei chilometri della circonvallazione di Vicenza si giocavano contemporaneamente molte partite. Vediamo quali.
Anzitutto la partita dei pacifisti senza se e senza ma, per i quali anche la bandiera dell’Onu non conta un fico secco come giustificazione e motivazione delle missioni militari. Quel tipo di pacifisti c’era a Vicenza; diciamo quelli personificati da Dario Fo e Franca Rame. Ma il pacifismo del 2007 non è più quello che nel 2002 riempì le piazze di tutta Europa, da Madrid e Barcellona a Londra, a Berlino, ad Amsterdam, a Bruxelles, a Stoccolma, a Roma, Milano, Napoli, arrivando a cifre percentuali di oltre il 90 per cento nei sondaggi d’opinione europei.
Quello era un pacifismo mirato e il suo bersaglio era la guerra preventiva di Bush in Iraq che infatti si è rivelata una catastrofe e trasformata in un pantano. Era un pacifismo saggio con una meta realistica e concreta.
Quello di oggi è piuttosto utopico e generico. Non vuole l’allargamento della base americana a Vicenza e forse ha dalla sua buonissime ragioni per non volerlo, ma si è mescolato con un altro tipo di pacifismo che ha colto la base Usa più come un pretesto che come un vero obiettivo.
Si ispira piuttosto al vecchio slogan ideologico "yankees go home", americani fuor dalle balle. Possiamo organizzare cento cortei in altrettante città italiane, ma se quello fosse lo slogan credo che non raccoglierebbe più del 10 per cento dei consensi e forse molto meno.
Da questo punto di vista la manifestazione di ieri sarebbe stata assai più significativa se a farla fossero stati i soli vicentini. La trasferta pacifista ha in qualche modo manipolato Vicenza e messo in seconda fila il dissenso civico sulla questione della base. Certo, il governo dovrà rivedere alcune modalità urbanistiche e negoziarle. Ma non credo che andrà oltre questo.
Un’altra partita era quella tra sinistra radicale e riformisti. Giordano e Diliberto (tra l’altro in competizione tra loro per vedere chi meglio rappresenta la sinistra-doc) escono rafforzati dalla gita vicentina?
Con Giordano personalmente mi trovo d’accordo su molte cose. Apprezzo anche la funzione di filtro e di raccordo che quelle formazioni politiche esercitano nei vari movimenti contestativi ai quali cercano di fornire un "fumus" di rappresentanza parlamentare e addirittura governativa.
Ma onestamente debbo dire che nel corteo vicentino erano più ospiti che padroni di casa. Non c’era nessun padrone di casa in quella manifestazione. Neppure Epifani che pure aveva mobilitato una parte cospicua della sua organizzazione. Ma niente a che vedere con i Trentin e i Lama di piazza San Giovanni e i Cofferati del Circo Massimo e non parlo del numero delle presenze ma della compattezza degli animi e della chiarezza degli obiettivi.
Ieri si dimostrava contro la base americana ma anche contro la presenza militare italiana in Afghanistan. Il vecchio slogan "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" ieri era inapplicabile. L’ex sindaco democristiano di Vicenza e attuale capogruppo regionale dell’Ulivo, Achille Variati, ha qualche cosa a che fare con Franca Rame e con i centri sociali più scalmanati? E Franca Rame ha a che fare con Di Pietro il cui partito l’ha fatta eleggere al Senato? O con i leghisti "celoduristi" che pure erano presenti nel corteo? Il segretario della Fiom si sentiva a suo agio con Epifani e il segretario della Cgil era in armonia con i Cobas che marciavano alla testa del corteo dei "duri"?
Troppe partite si sono intrecciate ieri a Vicenza, con la conseguenza che non ne è stata portata a termine quasi nessuna. Salvo quella del questore che si era impegnato a tutelare l’ordine pubblico in una situazione di particolare difficoltà e c’è pienamente riuscito.
Il questore di Vicenza, i millecinquecento uomini ai suoi ordini, i vigili urbani del Comune e, a Roma, il ministro dell’Interno hanno vinto la loro difficile partita insieme al servizio d’ordine della Cgil e alla compostezza delle decine di migliaia dei partecipanti.
Quanto a Prodi, ne esce paradossalmente rafforzato. Rifondazione che mobilita la sua gente pacifista e che tra una settimana voterà il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan è la prova che Prodi è inaffondabile, governa e non galleggia. Sembra un paradosso ma non lo è. Da Vicenza questo è tutto ed è parecchio.
* * *
Però la città del Palladio per chi ha la mia età richiama anche un altro genere di ricordi, di nuovo tornati di rilevante attualità. Parlo della grande provincia bianca, feudo negli anni Cinquanta-Settanta della Dc, delle diocesi più potenti, delle cooperative bianche, delle banche popolari, d’un predominio organizzativo e culturale saldissimo.
Di quella lunga fase di egemonia è rimasto assai poco a Vicenza e in tutto il Nordest, salvo un senso di separatezza che ha consentito un forte insediamento della Lega nel triangolo con Verona e Treviso.
Il Veneto rispetto a com’era fino a vent’anni fa si è secolarizzato più rapidamente di qualsiasi altra regione italiana. Se c’è una terra di missione dove l’episcopato dovrebbe cimentare le proprie capacità pastorali è proprio lì, nelle terre venete uscite ormai dalle "dande" di Santa Romana Chiesa alla scoperta del buon vivere, dei piccoli piaceri della provincia italiana e della sua vocazione internazionale.
Qui la Chiesa è ancora massicciamente presente con il suo radicato temporalismo economico ma le coscienze non sono più sotto la sua tutela e la Vandea bianca è scomparsa. Bossi è in declino, il berlusconismo è ancora vigile ma in perdita di velocità. I veneti sono "in ricerca", ma neppure loro sanno dire di che cosa.
Io capisco perché l’episcopato italiano è preoccupato. Lo si comprende bene guardando proprio il Nordest, il miracolo del Nordest con al centro l’impresa, il lavoro, il valore, i segni materiali della ricchezza.
La Chiesa teme che tra ricchezza e laicizzazione del vivere vi sia un rapporto diretto. Per questo pensa di dover aumentare la presa sulle istituzioni pubbliche: non riuscendo più a controllare l’evoluzione del costume, spera di supplire a questa lacuna controllando le leggi.
Quando la Chiesa inclina dalla pastoralità alla temporalità, questo è un segnale di debolezza. L’ala martiniana dell’episcopato italiano ha compreso questo segnale di debolezza e cerca di invertirne il corso che i ruiniani invece spingono avanti con irruenza.
Quando Rosy Bindi dice di amare una Chiesa che parli di Dio coglie il centro della questione. Non è infatti con le norme di leggi che si argina la crisi della famiglia che soffre soprattutto per il fatto d’essersi ridotta ad una coppia o al triangolo di cui il figlio unico rappresenta il punto di riferimento esclusivo.
In società composte da "single" o da famiglie cellulari, la religiosità boccheggia e l’intera Europa diventa per i preti terra di missione. La vera patria della cattolicità si è spostata verso il Sud del mondo, America Latina e Africa. In queste condizioni un Papa tedesco e per di più teologo è stato probabilmente un errore della Chiesa che sembra ormai arroccata in una battaglia di retroguardia guidata dalla parte temporalistica dell’episcopato e da una pattuglia di atei devoti che coltivano obiettivi esclusivamente politici.
Per un laico fa senso assistere ad una fenomenologia così scadente e rivolta all’indietro. Si vorrebbe che la Chiesa parlasse dei valori dello spirito e non fosse dominata da una sorta di ossessione sessuofobica che finisce col discriminare i più deboli: le coppie non abbienti, etero e omosessuali che siano. Le coppie benestanti non hanno bisogno della reversibilità della pensione o dell’assistenza sanitaria o degli alimenti e se ne infischiano dei divieti alla procreazione assistita se necessario vanno all’estero e pagano i medici di tasca propria. C’è un profumo di classismo all’inverso nell’opposizione della Cei ai Dico.
Ma la cosa più singolare l’ha detta appena ieri Benedetto XVI denunciando la pressione di potenti "lobbies" che vorrebbero ridurre al silenzio la voce della Chiesa. Incredibile. La Cei del cardinal Ruini si sta muovendo da anni come la più potente delle "lobbies" e il Papa protesta contro supposti gruppi di pressione che vorrebbero confiscarne il diritto ad esprimersi.
Chi sarebbero questi lobbisti? Oscar Luigi Scalfaro? Il vescovo Plotti? Il cardinal Silvestrini? Il cardinal Tettamanzi? Pietro Scoppola? I giornali di cultura laica?
Infine: si dice Oltretevere che le prescrizioni della Cei ai parlamentari sulle modalità della legislazione non costituiscono ingerenze e quindi non c’è ragione di chiamare in causa il Concordato.
Ebbene, quali sono dunque le ingerenze ipoteticamente definibili come tali? Può qualche cattolicante in servizio permanente effettivo darcene un esempio? Oppure dobbiamo pensare che qualunque cosa faccia e dica la Cei, non esiste mai ingerenza nei confronti dello Stato mentre ovviamente il reciproco non è vero?
Coraggio: a noi basta un solo esempio tanto per poter fissare un limite sia pur piccolo all’attivismo illimitato del Vaticano nei confronti di uno Stato definito sovrano purché si rassegni ad essere etero diretto dal Papa e dai vescovi da lui nominati.
Dice il papa che Dio punirà chi sparge in suo nome il sangue del fratello. Ma chi punirà gli stati per il sangue versato, il dolore seminato, le esclusioni sancite nel nome dello Stato? La lunga storia della modernità secolarizzata che si aprì con la pace di Westfalia dopo le guerre di religione e sembra chiudersi o regredire con i conflitti culturali dell'era globale non ha eliminato ma solo regolato e istituzionalizzato quella violenza che le nuove guerre di religione di oggi ci ripresentano in forma postmoderna. Senza tuttavia che il lessico politico della modernità, incapace di fronteggiare e spesso anche solo di rappresentare il panorama del presente, sia uscito dai suoi paradossi originari. Di fronte ai problemi nuovi usiamo parole vecchie, o tarate da vecchie aporie. E di fronte all'offensiva teocon, il lessico politico progressista si rivela in affanno: a chi predica intolleranza sentiamo che non basta replicare con l'appello alla tolleranza, come a chi predica la superiorità della cultura occidentale non basta replicare con la parola magica del multiculturalismo. C'è bisogno di uno sfondamento del discorso; ma in quale direzione?
Multiculturalismodi Laura Lanzillo (Laterza, pp. 140, 10 Euro) è un ottimo strumento per orientarsi in queste difficoltà, proprio perch é l'autrice si pone sul bordo di crisi di questa parola, data per scontata in molte ricette politiche di sinistra, e lo risale fino a rintracciarne l'origine nei paradossi costitutivi dell'universalismo occidentale. Se infatti la storia del termine è relativamente recente (il problema si pone negli Stati uniti negli anni 60, quando l'equilibrio del melting pot cede sotto la pressione all'inclusione dei neri e delle minoranze in lotta per i diritti civili), l'arco spazio- temporale a cui rinvia è quello degli ultimi due secoli su entrambe le sponde dell'Atlantico, e la costellazione concettuale in cui va inserito è quella della politica moderna, a fianco alle grandi parole cardinali - stato, nazione, popolo, libertà, uguaglianza, diritti - che oggi palesano a loro volta segni di crisi irreversibile. E ripercorrendo il dibattito sul multiculturalismo che ha animato prima la filosofia e la scena pubblica americana, poi quella europea nella forma di un rilancio del tema "classico" della tolleranza, si capisce perché le difficoltà in cui versa la ricetta multiculturale vadano riportate a quelle in cui versa quell'intera costellazione. Sia nel dibattito nordamericano (lo scontro fra il paradigma communitarian di Taylor e quello liberal di Rawls, con le successive complessificazioni di Kymlicka, Walzer, Seyla Benhabib), sia in quello europeo (Habermas, Veca, Elisabetta Galeotti), le pur diverse e talora opposte risposte multiculturali al problema del riconoscimento e dell'inclusione nelle democrazie occidentali di gruppi, etnie, culture altre dal nucleo originario della cittadinanza bianca ripetono i paradossi originari dell'universalismo. Riproducono cioè, epistemologicamente prima che politicamente, la logica binaria dentro / fuori, inclusione / esclusione, su cui lo stato moderno e l'universalismo si sono affermati; e anche nelle loro versioni più radicalmente democratiche riproducono la gerarchizzazione fra «noi» e «loro», fra chi accoglie, assimila e tollera - e decide i criteri in base ai quali accoglie, assimila e tollera - e chi viene accolto, assimilato e tollerato. Non solo: anche nelle versioni più radicalmente democratiche, il multiculturalismo ripete la mossa di «essenzializzazione» delle culture altrui, presentandocele come una sorta di «bagaglio» precostituito che «gli altri» si portano appresso, reificandone e fissandone così, performativamente, le caratteristiche. Il che equivale a dire che molte ricette multiculturali, predicando una politica delle differenze, ripropongono in realtà una politica delle identità. E' attraverso queste ripetizioni che l'universalismo si ripresenta, ad ogni allargamento del cerchio, ineluttabilmente segnato dalla sua contraddizione originaria: più include più torna a escludere, più si pone obiettivi egualitari più gerarchizza.
Non c'è via d'uscita? Sì, ma a patto di spostare nettamente la prospettiva, suggerisce giustamente Lanzillo: dallo stato ai soggetti in carne e ossa, dall'identità alla differenza, dal normativismo alla narrazione esperienziale. Partendo dall'antropologia reale del presente, si vede che il mondo non è fatto di culture compatte che si confrontano e si scontrano, ma di soggetti meticciati e ibridi, di identità differenziali e in progress che si formano in relazione ad altro e agli altri, di culture contaminate l'una dall'altra che si nutrono di comunicazione non trasparente. La narrazione di sé di questi soggetti più che il consenso alla norma può suggerire e produrre sul campo nuove abitudini di convivenza. E le due grandi parole cardinali della modernità, uguaglianza e libertà, possono avere ancora da dire se si spogliano l'una della sua valenza omologante e assimilatrice, l'altra delle troppe garanzie da cui è presidiata, per aprirsi al rischio e all'imprevisto che ogni incontro con l'altro inevitabilmente comporta.
Seconda Repubblica. Dalla nazione alla tribù, a passo di gambero
Dal tentativo di D’Alema di “civilizzare” i nuovi barbari, ai trionfi odierni della maggioranza B&B. Da il manifesto del 17 novembre 2005
«Per fortuna, alle nostre spalle non si è consumata alcuna tragedia collettiva, non abbiamo combattuto una guerra, non ci sono vincitori e vinti. Non c'è stato offerto in sorte di salvare la democrazia o di difendere la nazione da un esercito in armi. Gli accidenti della storia hanno fatto sì che toccasse a questa nostra generazione comprendere l'animo di un paese sfiancato da una transizione lunga e irrisolta, cercare di guidarlo verso il tratto di strada conclusivo». Non è una citazione dalla seduta del senato di ieri che ha varato la nuova e scellerata Costituzione italiana, bensì da quella della camera del 26 gennaio 1998, quando l'allora presidente della bicamerale Massimo D'Alema presentò all'aula la bozza di riforma licenziata dalla commissione. Il caso aveva voluto che quel dibattito cadesse nel cinquantenario del varo della Costituzione del `48, e il tono saggiamente misurato di D'Alema serviva a schivare inopportuni confronti: nulla di eroico, non si trattava di scrivere il patto democratico dalle fondamenta come nel `46 ma più modestamente di aggiornarlo, chiamando i nuovi soggetti politici emersi dal terremoto degli anni 90 a condividere con gli eredi dell'antico arco costituzionale una «comune responsabilità verso la Repubblica». La riforma non poteva essere «la bandiera di una maggioranza», ma «il traguardo faticoso di un impegno comune». Si sa come andò a finire quando, di lì a poco, Silvio Berlusconi decise di far saltare il tavolo. Si sa anche che il giudizio sul tentativo dalemiano di «civilizzazione» dell'avversario resterà a lungo controverso, fra quanti ritengono che fosse un argine al sovversivismo costituzionale della nuova destra italiana e quanti ritengono che sia stata viceversa una porta spalancata al suo dispiegamento. Fatto sta che, sette anni dopo, balza agli occhi la differenza: al traguardo la nuova destra c'è arrivata da sola, non con ma contro gli eredi del vecchio arco costituzionale, e senza alcuna remora a sventolare la nuova Carta come la propria esclusiva bandiera, sotto lo slogan - autrice An - «E' nata la nuova Italia» che da domani invaderà per ogni dove gli spazi della propaganda politica.
Balza agli occhi, e alle orecchie, anche la differenza degli argomenti e dei toni. Sembra un serial - l'ultima puntata della serie «La Grande Riforma», anzi la penultima perché ci sarà il referendum e poi magari un altro tentativo di ricominciare daccapo tutti assieme stancamente - ma non è: la transizione infinita ha scavato, come un gambero più che come una talpa, nella (in)cultura costituzionale che pesca nel senso comune e lo rialimenta. L'opposizione dice che più che la devolution si vota la dissolution, dell'unità d'Italia, e niente rende l'idea più che il quadretto familiare dei Bossi seduti là in cima e di tutte quelle camicie e cravatte verdi: dalla nazione alla tribù, a passo di gambero appunto. A passo di gambero anche dalla cittadinanza al popolo: l'opposizione lamenta la fine dei diritti eguali, la salute e la scuola non saranno più la stessa cosa per tutti neppure sulla carta, e la maggioranza risponde che il popolo dev'essere contento perché la riforma gli dà più poteri, perfino il potere di passare da un referendum all'altro ogni volta che il nuovo testo costituzionale qualcuno si permetterà di emendarlo, insomma «la sovranità popolare aumenta», parola di D'Onofrio. Oscar Luigi Scalfaro, padre costituente in carne e ossa, denuncia che non ci sarà più un parlamento né un presidente della Repubblica garante di alcunché, la maggioranza gli contrappone Jefferson in camicia verde. Il Mezzogiorno ci rimette? Nossignore, è l'occasione buona per passare «dalle mance alla liberazione». Una Costituzione scritta a maggioranza non è di tutti ma di parte? Chi la fa l'aspetti, ha cominciato il centrosinistra con il titolo V - unico argomento in verità ineccepibile, se pur pretestuoso, dei vincitori.
Berlusconi brinda all'«impegno mantenuto», anche questa è fatta, La Loggia festeggia «la realizzazione di un sogno» che è piuttosto l'avverarsi di un incubo. La «perversa miscela di autoritarismo e caos» come efficacemente Ida Dentamaro definisce la neonata Carta, è probabile (ma non è detto) che non passerà l'esame referandario. Ma lo sfondamento delle barriere culturali del `48 c'è stato, e la sinistra che oggi si ribella è tutt'altro che innocente nell'averlo consentito. Adesso si capisce che la Seconda Repubblica, finora mai nata fra una rivoluzione giudiziaria e una rivoluzione maggioritaria (già rientrata), può diventare una realtà, molto peggiore della Prima.