Quanto pesa una parola. Quali calibri usare e su quali bilance misurarla. Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura. La prima volta che capii il potere della parola ero ragazzino, bande di bambini in bicicletta sulle ormai rottamate BMX scorrazzavano per i paesini dell'entroterra campano, raggiungevano i centri vicini e insultavano chiunque, sputacchiavano su tutti, signore, ragazzini, vecchi. Una volta un gruppetto si ribellò alle vessazioni e iniziò a correre verso i piccoli teppisti in bici, ma bastò solo una sola frase di questi: "Siamo di Casal di Principe" per fermare chiunque, terrorizzato. Come se si stesse giocando a "Un, due, tre, stella!", quando chi è "sotto" si gira e tutti devono fermarsi come pietre, e chi si muove perde. Allo stesso modo bastava pronunciare l´origine, il provenire da una realtà così ferocemente criminale da innescare immaginazioni mitiche così tragiche che faceva d´improvviso temere anche dei gracili ragazzini dalla faccia scura.
Da allora la potenza della parola non ha smesso di affascinarmi. La letteratura è un atleta, scriveva Majakovskij, e l´immagine di parole che scavalcano oltre la coltre d´ogni cosa, che superano ostacoli e combattono mi appassiona abbastanza. Il peso specifico della parola letteraria è determinato dalla presenza della scrittura nella carne del mondo o dall'assenza di carne, invece, per alcuni. Una volta Thomas Mann e Ignazio Silone si trovarono a discutere in Svizzera sul metro di paragone in base al quale giudicare i diversi sistemi politici. Silone rispose: "Senza dubbio: basta determinare qual è il posto che è stato riservato all´opposizione". Mann invece: "No, la verifica suprema è il posto che è stato riservato all'arte ed agli artisti".
Nelle lunghe discussioni con Vincenzo Consolo, Goffredo Fofi, Corrado Stajano, ho appreso che la necessità prima dell'intellettuale è presenziare al dolore umano, mantenersi sentinella della libertà umana, non delegare mai ad altro il proprio imperativo di difesa della dignità umana. Non all'interno di una sorta di nuova ideologia ma come unica capacità di fare del talento, della scrittura, necessità: «Esiste la bellezza e l´inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi», scrive Albert Camus. Fedele alla bellezza e all'inferno dei viventi, è il canone estetico che preferisco. La scrittura letteraria è labirintica, multiforme, non credo possano esserci strade univoche, ma quelle su cui credo debbano posare i miei piedi le riconosco. Primo Levi, in polemica con Giorgio Manganelli che rivendicava la possibilità di scrivere oscuro, affermò che "scrivere oscuro è immorale". Quando Philip Roth dichiara che dopo “Se questo è un uomo” nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz. Non di non sapere dell'esistenza di Auschwitz. Ma non si può più dire di non essere stati in fila fuori ad una camera a gas.
Questa la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non l'argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sottopelle al lettore che ciò che si sta leggendo lo riguarda. Non è la Cecenia, non è Saigon, non è Dachau, ma è il proprio luogo, e quelle storie sono le proprie storie. Ed il rischio per gli scrittori non è mai di aver svelato quel segreto, di aver scoperto chissà quale verità nascosta, ma di averla detta. Di averla detta bene. Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Anna Politkovskaja hanno avuto in modalità fortemente diverse la responsabilità di fare delle storie che raccontavano vicende riguardanti ogni essere umano e non più circoscritte alla geografia di un territorio. Questo rende lo scrittore pericoloso, temuto. Può arrivare ovunque attraverso una parola che non trasporta soltanto l´informazione, che invece può essere nascosta, fermata, diffamata, smentita, ma trasporta qualcosa che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare.
Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano che la scrive. La forza letteraria continua ad essere questa sua incapacità a ridursi ad una dimensione, ad essere soltanto qualcosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile. La potenza stessa che faceva temere di più ai governi sovietici Boris Pasternak e Il dottor Zivago e I Racconti di Kolyma di Salamov che gli investimenti del controspionaggio della Cia. Mentre i saggisti venivano isolati, relegati in riviste accademiche, lasciati sfogare, gli scrittori dovevano essere eliminati, le pagine nascoste, le parole rese cieche e mute.
Quando mi capita di ascoltare le litanie sulla vacuità della scrittura, o quando io stesso mi lascio convincere dal vizio della letteratura come palestra per onanisti con poco talento per la vita, penso sempre alla figura di Kostylev, personaggio del libro di Gustaw Herling Un mondo a parte, un libro per anni marginalizzato e boicottato. Kostylev era stato un uomo che aveva dedicato la sua vita alla causa bolscevica. Poi iniziò a leggere Balzac, Stendhal, Constant e trovò in quei testi "un´aria diversa, mi sentivo come un uomo che, senza saperlo, era stato soffocato tutta la vita". Kostylev abbandonò il lavoro di partito, concesse tutto il suo tempo alla lettura desideroso di conoscere le verità che gli erano state nascoste. I libri stranieri che si procurava clandestinamente lo fecero arrestare. La polizia segreta lo accusò d´essere una spia e torturandolo fu costretto a confessare la mendace accusa. Kostylev si ustionava di sua volontà il suo braccio esponendolo alle fiamme vive, preferiva avere un braccio piagato e gonfio, piuttosto che lavorare per i suoi carcerieri. Nella baracca dove, esentato dal lavoro, passava le giornate, non c´era attimo in cui non leggesse libri. La lettura che gli aveva cambiato l´esistenza portandolo nei campi di lavoro, continuò ad essere la maggiore espressione della sua umanità in quel girone infernale.
Non mi interessa la letteratura come vizio, non mi interessa la letteratura come debole pensiero, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le mani nel sangue del mio tempo, e di non fissare in volto il marciume della politica e il tanfo degli affari. Esiste una letteratura diversa, può avere grandi qualità e riscuotere numerosi consensi. Ma non mi riguarda. Ho in mente la frase di Graham Green: «Non so cosa andrò a scrivere ma per me vale soltanto scrivere cose che contano». Cercare di capire i meccanismi. I congegni del potere, del nostro tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto diventa materia. Danaro, taglio della coca, transazioni, assessori, documenti, uccisioni, proclami, preti e capizona. Tutto è coro e materia, con registri diversi. Senza il terrore di scrivere al di fuori dei perimetri letterari, prescegliendo dati, indirizzi, percentuali e armamentari, contaminando con ogni cosa.
Se devo scrivere devo farlo in emergenza, dove le bestemmie sono più sincere delle preghiere. E dove la realtà ha slabbrature maggiormente in grado di mostrare verità. Il rap in Europa sembra essere anni luce più avanti della letteratura nella capacità di fare della parola parte della carne del presente, rapper parigini che si trasferiscono a Napoli per raccontare il mediterraneo, filippini e gallaratesi che si lanciano in slang comuni e codificano nuovi sguardi, foggiando nuove grammatiche del racconto. E narrano di un mondo dove tutto è meccanismo di potere, danaro, affermazione, dove la politica è sempre tradimento e dove la parola è il discrimine capace di raccontare tutto questo senza negarlo, senza considerarlo inevitabile ma sentendo necessaria la bellezza di narrarlo e di corroderlo. Con le parole e con i succhi gastrici.
Molta scrittura invece sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere. Tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquarello di fantasie. Arrovellarsi sui territori delle definizioni di ciò che è letterario e di ciò che non lo è, tra combattimenti di accademici e filologi, ruzzolando nell´aia degli scrittori, può essere un´attività infinita senza soluzione alcuna. Una risposta credo risolutiva la diede l´autore del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. Una giovane giornalista andò a trovare un ormai vecchio, isolato e sempre più accidioso Louis Ferdinand Céline. Andò a Meudon, a pochi chilometri da Parigi, dove lo scrittore si era rintanato con sua moglie e i suoi animali. La giornalista dopo le solite domande di circostanza trovò il coraggio e gli chiese, quasi come se stesse pretendendo che lo scrittore gli svelasse il segreto del suo mestiere: «Ma quanti modi ci sono di fare letteratura?». Céline rispose, secco senza titubare: «Ci sono solo due modi di fare letteratura». La giornalista così si aspettava lo scibile umano delle lettere divise in due correnti e Céline diede la sue sintesi insuperabile: «Fare letteratura o costruire spilli per inculare le mosche».
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Manuale Utente. Un consiglio. Tenete installato Amico Silvio 1.0. sul vostro computer finché non si parla seriamente della legge Gentiloni. Per allora uscirà il nuovo programma Silvio Si Incazza Di Nuovo 1.0, oppure reinstallate il vecchio Conflitto di Interessi 2.0. Per ora, però, usate questo Amico Silvio 1.0. Un programma di enorme successo. Molti ci stanno già cascando. Gli stessi che per ben tredici anni non hanno mai usato l'antivirus.
Sono stato fortemente contrario al Partito democratico, e lo sono ancora, ma adesso, arrivati allo scioglimento dei Ds, dico: bene. Bene perché ci siamo liberati di un equivoco, cioè di una formazione che continuava a dirsi di sinistra, mentre era solo di centro e di un centro pencolante a destra.
Ha perfettamente ragione Fabio Mussi quando dice: "Con il Partito democratico, l'asse del centro sinistra, e dunque della politica italiana, sarà inesorabilmente più spostato al centro". E un centro che ritiene di avere la sua base di forza nel governo piuttosto che nella società. Non dimentichiamo che il Partito democratico è un prodotto dell'attuale governo, ove questo governo cadesse il nuovo Partito democratico perderebbe il suo fondamento più forte.
Il Partito democratico è la fine di un equivoco e così, di fronte alla verità, molte sono le forze che prendono le distanze da questo nuovo prodotto della politica politicamente. Innanzitutto importanti sindacati della Cgil (metalmeccanici, agroalimentare, funzione pubblica e altri ancora). Il discorso di Epifani a Firenze conferma questa presa di distanza. Poi c'è il correntone di Mussi (che non è poca cosa) e poi, ancora ci sono le formazioni della cosiddetta sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e altro ancora).
A questo punto (e già i primi segnali arrivano) c'è la corsa a dire uniamo tutti i resistenti e diamo vita a una nuova e reale forza di sinistra. Capisco le motivazioni di queste espressioni di buona volontà, e sono positive, ma non mi convincono. Avremmo un assemblaggio eteroclito, rissoso e per di più ricattato dal timore di fare cadere il governo in carica e riaprire la via al cavaliere Silvio. E tutto questo - eccezionalmente condivido le preoccupazioni di Toni Negri espresse su il manifesto di domenica 22 aprile - con la minaccia di nuove forme di autoritarismo. A chi dice, "facciamo subito l'unione dei resistenti alla deriva del Partito democratico", replico citando il vecchio proverbio, «la gatta frettolosa fece i gattini ciechi». Mi dispiace dirlo, ma una rapida fusione dei "resistenti" avrebbe molte analogie con quella del Partito democratico: unione di stati maggiori, con tutto quel che segue.
La questione è - sempre a mio insicuro parere - che non si può ricostruire la politica, attualmente in quarantena, senza una diagnosi della crisi attuale, cioè senza un'analisi dei mutamenti nella società e senza individuare le cause e i caratteri del fallimento del comunismo, più precisamente del comunismo reale. Direi subito che non possiamo spiegare tutto con l'autoritarismo, il quale ultimo molte volte funziona. Direi che dovremmo rifare un'analisi della guerra fredda, della politica Usa e della rottura tra Urss e Cina, rileggerci il dimenticato Memoriale di Yalta e i cenni al policentrismo. E poi dovremmo chiederci ancora: quella sconfitta è la fine della storia, non si può andare oltre i confini della rivoluzione francese e della borghesia? Insisto, la sconfitta del comunismo è la fine della storia? Dovremmo tentare una risposta, positiva o negativa che sia, ma una risposta. Dobbiamo dire che se le speranze di cambiare il mondo, di realizzare gli obiettivi di eguaglianza, libertà e fraternità sono solo illusioni infantili delle quali dobbiamo liberarci per rassegnarci a continuare a vivere come viviamo e come la grande parte degli abitanti di questo mondo vive. La questione non è di poco conto, pensiamoci. Se proprio non c'è niente o assai poco da fare allora rassegnamoci a essere uno stimolo rispettoso al nuovo Partito democratico.
La seconda questione è l'analisi delle attuali contraddizioni (ci sono ancora) della nostra società. Cerchiamo di capire e mettere in evidenza quali sono oggi le forme dello sfruttamento, che ancora persiste. Cerchiamo di capire dopo il supposto tramonto delle classi (salvo quella dei capitalisti) come, con quale politica (non basta più il solo sindacato) si può ottenere il miglioramento delle condizioni di vita delle moltitudini che stanno sotto, dei giovani che non hanno prospettive di migliorare la loro condizione di vita, delle donne che continuano a essere il lato debole della nostra società.
Ripeto senza un serio approfondimento (la crisi della sinistra è anche, e forse soprattutto, culturale) sulla caduta del comunismo (perché, e se definitiva o meno) l'unione delle varie componenti che rifiutano il Partito democratico sarà pur sempre utile, ma senza prospettive.
Ma non vorrei che queste mie considerazioni fossero intese come un consiglio ad aspettare. Tutto il contrario, proprio perché i problemi sono grandi e difficili, bisogna muoversi al più presto - come ci ha raccomandato Rossana Rossanda - e anche il manifesto dovrebbe - come si dice a Roma - darsi una mossa.
Ps. Massimo D'Alema ha voluto ricordare la discussione con Fabio Mussi sull'opportunità o meno, nel 1969, di aderire all'iniziativa del gruppo de il manifesto.
Da parte di D'Alema è stata una gentilezza e ricordo che Fabio Mussi, giovanissimo e appena entrato nel Cc del Pci, votò contro la radiazione de il manifesto. Quel ricordo mi suscita un tardivo interrogativo: se allora, venti anni prima della caduta del muro di Berlino, il gruppo dirigente del Pci avesse accettato o almeno dato legittimità alla critica radicale che il gruppo de il manifesto muoveva al socialismo reale invece di attardarsi in una fedeltà (peraltro malcerta) a Mosca oggi potremmo avere in Italia e in Europa una situazione diversa, di più forte tenuta della sinistra e delle ragioni del socialismo? So bene che dare ragione a quelli de il manifesto avrebbe comportato scontri e divisioni nel Pci. Mosca avrebbe reagito pesantemente. Ma, ripeto, a conti fatti dare ragione nel 1969 a il manifesto avrebbe evitato non solo abiure poco dignitose, ma anche la totale dissoluzione di quella grande forza che era allora il Pci e avrebbe dato oggi le basi più credibili alla lotta per il socialismo.
E' solo un interrogativo, ma non mi si dica che la storia non si fa con i se. I se corrispondono alle scelte che ciascun soggetto fa nel corso della sua storia. Ricordo poi che una volta, per avere scritto che la storia non si fa con i se fui duramente rimbrottato da Cesare Luporini, che di storia e filosofia ne sapeva più di me.
Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza.Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d’appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. DunqueSilvio Berlusconi «non ha commesso il fatto». O, meglio,non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso. Questo vuol dire infatti il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c’è, tant’è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l’ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l’anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant’è che l’allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall’apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull’impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l’imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d’appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l’appello ripartì. Ieri s’è concluso con questa bella sentenza.
Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. «Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca», commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant’è che ieri, alla notizia dell’assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi.
In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice. Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l’altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l’onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l’inizio del ’91. Se Previti, com’è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell’Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, «il fatto non sussiste»: sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all’epoca, almeno), pagava il capo dell’ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all’insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c’è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato.
Il lungomare di Reggio Calabria è per il viaggiatore uno dei luoghi più fiabeschi d´Europa, ma per i calabresi era soprattutto un simbolo, la speranza e oggi la nostalgia di un futuro possibile. L´aveva voluto Italo Falcomatà, l´amatissimo sindaco stroncato dalla leucemia nel 2001, protagonista della «primavera reggina», otto anni in cui il sogno di una Reggio liberata dal malaffare sembrava a portata di mano. Ed era invece un´altra Fata Morgana.Tramontato il sogno di Falcomatà, ora regna la pace mafiosa.
La giunta della restaurazione, guidata dal sindaco di An, Peppe Scopelliti, ha disseminato il «lungomare Falcomatà» di altri simboli. Per primo è sorto il monumento alla massoneria. Nella versione originale c´erano il compasso e il cappuccio, poi spariti «per le solite mene dell'opposizione». Ma così monco e allusivo, il monumento risulta ancor più massone. Cento metri a destra e cento a sinistra, nei punti di maggior passaggio cittadino, si levano due inni di pietra al neofascismo. Il monumento ai «caduti del 1970», i camerati del «boia chi molla» e l´anfiteatro dedicato al capo della rivolta, Ciccio Franco. E chi vuol capire, capisca.
Nella colossale sede della Regione, costata un po´ meno di una piramide, il presidente Agazio Loiero promette: «Con i dodici miliardi di euro in arrivo dall´Europa, nei prossimi cinque anni possiamo cambiare faccia alla Calabria». Qualcuno potrebbe obiettare che, prima, bisognerebbe cambiare qualche faccia in Regione, con trenta consiglieri inquisiti su cinquanta. Ma in Calabria le facce destinate a cambiare sono piuttosto altre, quelle degli onesti. I commercianti che si ribellano al pizzo e sono costretti alla vera latitanza, i talenti avviati all´emigrazione e i magistrati dotati di un eccesso d´iniziativa. L´ultimo è Luigi De Magistris, della procura di Catanzaro, titolare della mega inchiesta Poseidone sugli intrecci fra politica, massoneria e malavita, con un centinaio di nomi illustri nel registro degli indagati, dal segretario Udc Cesa all´ex presidente della Regione, Giuseppe Chiaravalloti, al senatore Giancarlo Pittelli, entrambi di Forza Italia. Ha appena fatto condannare a sette anni per truffa il capogruppo regionale della Margherita, Enzo Sculco. Per queste ragioni, o se si preferisce crederlo «per vizio di forma», l´inchiesta gli è appena stata tolta. L´avessero fatto con la simpatica Vallettopoli potentina di Woodcock, sarebbe insorta la società tele-civile. Ma la Calabria, nel bene e nel male, non fa notizia. Il bavaglio alla magistratura è la regola. Sei anni fa, il pool antimafia reggino di Salvatore Boemi, che aveva indagato su 64 cosche e portato a 400 ergastoli, fu smantellato pezzo per pezzo, con i magistrati distaccati sul «fronte della guerra al terrorismo islamico», e non uscì un articolo di giornale.
La minaccia di Al Qaeda, nelle strade di Reggio, non sembra così incombente. In compenso il controllo mafioso è più asfissiante che nella Palermo degli anni Ottanta. Non serve chiedere chi comanda in città. La mafia più ricca del mondo domina senza oppositori la regione più povera d'Europa. Si legge in «Fratelli di sangue», grande inchiesta sulla ‘ndrangheta firmata dal magistrato Nicola Gratteri e dallo scrittore Antonio Nicaso: «Nel rapporto tra affiliati ai clan e popolazione, la densità criminale in Calabria è pari al 27 per cento, contro il 12 della Campania, il 10 della Sicilia, il 2 della Puglia». A Reggio Calabria siamo al 50 per cento, significa che una persona su due è coinvolta, a vario titolo, in attività criminali.
La ‘ndrangheta era fino a quindici o vent´anni fa ancora una mafia rurale, specialista nei sequestri di persona. Oggi controlla 40 miliardi di euro all´anno, il 3,5 per cento del Pil italiano (Eurispes) e quasi tutta la cocaina d´Europa, possiede quartieri di città a Bruxelles e Toronto, a San Pietroburgo come ad Adelaide, da Reggio ad Aosta; siede nei consigli d´amministrazione d´innumerevoli multinazionali. Secondo la polizia tedesca, è il principale investitore italiano nella Borsa di Francoforte e controlla una quota rilevante del colosso energetico russo Gazprom. In una intercettazione del ‘96 uno dei Piromalli, i boss della piana di Gioia Tauro, confidava: «Abbiamo il passato, il presente e il futuro».
Sul futuro, con molto ottimismo, si può coltivare una pallida speranza, ma sul passato e ancora di più sul presente, non vi sono dubbi. Al colosso nero della ‘ndrangheta lo Stato spara con fucilini giocattolo. L'antimafia di Reggio è un ufficio semi vuoto. In procura Salvatore Boemi, tornato da poco in fondo a sei anni di esilio, cerca di ricostruire brandelli di pool. In questura non hanno la benzina per le auto. L´assassinio di Francesco Fortugno, il 16 ottobre 2005 davanti al seggio delle primarie di Locri, ha per un po´ scosso il tradizionale menefreghismo nazionale nei confronti della tragedia calabrese. Ma sotto processo sono finiti soltanto un pugno di sicari.
Come si campa a ‘Ndranghetopoli e dintorni? Bastano tre o quattro tappe di una giornata qualsiasi per afferrare il concetto. Il mafia tour può cominciare la mattina a Gioia Tauro con un piccolo esperimento. Sedetevi al tavolino dell'ottima gelateria in piazza e provate a vedere se in un paio d'ore, in una città col trenta per cento di disoccupati e il salario medio di 600 euro, passa qualcosa di più piccolo di una Mercedes. E´ consigliabile anche un breve giro della «zona industriale» della piana, segnalata dai cartelli. Capannoni industriali a perdita d´occhio, come nel laborioso Nord Est. Questi però sono vuoti, scatoloni d´aria. Le cosche hanno preso i fondi europei e sono sparite nel nulla. Nessuno indaga, nessuno ficca il naso.
A Reggio trascorro un pomeriggio a volantinare per «Libera», l´associazione antimafia di don Ciotti, con Mimmo Nasone, il responsabile locale. Sullo struscio di corso Garibaldi la gente ha di colpo fretta. Un centinaio di persone prendono il foglio senza guardare: «I veri mafiosi sono i politici, lo Stato», spiegano. Quattro o cinque giovani, perlopiù eleganti e quasi cortesi, lo dicono chiaro: «Io sono della ‘ndrangheta». Uno prende il volantino ridendo e saluta: «Buon vespero, saggi compagni». La formula d´iniziazione degli affiliati. Una studentessa risponde malinconica: «Non è più un mio problema, io il mese prossimo me ne vado».
Non è giusto dire che i calabresi sono stati lasciati soli a combattere, ma a volte viene da pensare che sarebbe stato meglio. Gli aiuti di Stato hanno aiutato soltanto la ‘ndrangheta. I due grandi poli industriali pubblici di Reggio sono serviti a consegnare la città in mano alle cosche, fino ad allora confinate nelle campagne e sull´Aspromonte. La prima fortuna del più potente boss del reggino, Natale Iamonte, si chiama Liquichimica. Il gigantesco impianto per produrre mangimi dai derivati del petrolio avrebbe dovuto creare decine di migliaia di posti lavoro ma ha prodotto soltanto, ricorda Giuseppe Bova, presidente diessino del consiglio regionale, «la più lunga cassa integrazione della Calabria, ventitrè anni». La fabbrica non ha aperto un solo giorno dal 1977 perché era costruita su terreno franoso, come per anni si è ostinato a segnalare il direttore del Genio Civile di Reggio, poi scomparso in uno strano incidente stradale. Di chi fossero i terreni non s´è mai capito ma nel frattempo Iamonte è passato da macellaio a miliardario. Lo stesso Iamonte ha controllato gli appalti delle Grandi Officine Riparazioni delle ferrovie di Stato, l´altra fabbrica di Reggio, al centro di un groviglio d´interessi che portò all´omicidio del parlamentare Ludovico Ligato, davanti alla sua villetta con vista mare. Il terzo grande affare delle cosche avrebbe dovuto essere il mitico Ponte sullo Stretto, con i piloni ben piantati sulle proprietà della ‘ndrangheta. Ma l´affare è saltato soprattutto per la fiera opposizione di un gruppo di reggini onesti, guidati dal professor Alessandro Bianchi, ora impegnato da ministro dei trasporti in altre due scommesse: «Usare i quattro miliardi risparmiati sul ponte per rendere civili i trasporti fra Salerno e Reggio e bonificare dalla criminalità il porto di Gioia Tauro, l´unica speranza della Calabria». Gioia è il secondo porto d´Italia dopo Genova, con la previsione di quadruplicare il traffico nel prossimo decennio. Ma gli investitori stranieri, giapponesi e cinesi in testa, vogliono garanzie nella lotta alla criminalità ed è paradossale che l´antimafia in Calabria riceva più impulsi da Tokyo e Pechino che da Roma.
Eppure perfino a Reggio la vita sa essere dolce. La città non è bella ma piacevole, calda e luminosa, pulita, aperta dal lungomare, con i pub brulicanti di movida notturna e le ragazze libere di girare da sole alle tre di notte. Il sindaco Scopelliti, ammiratore di Briatore, ha profuso risorse in eventi, feste, festival, passerelle di vipperia nazionale. Anche troppe. Come i 120 mila euro pagati a Lele Mora per far passeggiare sul corso della notte bianca Valeria Marini e il Costantino del Grande Fratello. Perfino un rispettabile fascistone come l´ex senatore Msi Renato Meduri, braccio destro di Ciccio Franco, con in casa la sabbia di El Alamein e i busti del Duce, finisce per rimpiangere il comunista Falcomatà «l´ultimo poeta della politica». Ma intanto ai reggini piace e lo sfidante di centrosinistra, il medico Lamberti Castronuovo, arranca nei sondaggi.
A Reggio regna una calma ai confini con la disperazione. In città non si spara un colpo dall'omicidio del magistrato Antonio Scopelliti nel ‘91, atto finale di una guerra di mafia con seicento morti, agguati in pieno centro con bazooka e kalashnikov. Nel 2006 non c´è stata una denuncia di «pizzo» e il telefono anti-usura tace da sempre. La pace mafiosa avvolge, rassicura, coccola il consenso. «La ‘ndrangheta è la mafia perfetta» ammettono i magistrati a palazzo di giustizia. «Mantiene l´ordine, non fa morti e ha eliminato il concetto stesso di vittima. In nome di chi possiamo agire?».
Già, chi è la vittima. I tossici? Ma di coca non si muore come di eroina. In periferia ne trovi di ottima a dieci euro la bustina, il costo di una pizza e una birra, e i drogati sono clienti soddisfatti. Le vittime dell'usura? «Consideri che i tassi praticati sono inferiori a quelli bancari» mi avverte un maresciallo. Allora i commercianti strangolati dal pizzo? Tutti pagano, nessuno ammette. A notte fonda, nel locale ormai deserto, un ristoratore mi confida: «Sì, pago il pizzo. Pago anche le tasse, più o meno, e che cosa ricevo in cambio? Lo Stato non mi garantisce la sicurezza. I trasporti fanno schifo. Se si ammala mio figlio prendo l´aereo e vado a Bologna, perché all'ospedale l'altra volta mi sono dovuto portare lenzuola e medicinali. Poi pago il pizzo, certo, ma nel mio locale non entra un mendicante, la finanza non fa controlli e se mi rubano l´auto me la fanno ritrovare il giorno dopo sotto casa. Per il servizio che offrono, non sono neppure cari. L´alternativa? La fine di Masciari». Pino Masciari, imprenditore edile di Vibo, anni fa ha denunciato il pizzo e fatto arrestare decine di malavitosi. Gli hanno fatto saltare la sede. Il resto lo hanno fatto le banche, con la revoca del credito: «cliente a rischio». E´ fallito per ventimila euro, quando aveva cantieri per tre milioni. Ora vive al Nord senza scorta e senza soldi, tolti entrambi dal governo Berlusconi. Nella primavera scorsa è tornato a Vibo, da solo, per votare alle elezioni politiche. Ai cronisti allibiti ha detto: «Non mi possono fare nulla, mi hanno già ammazzato». Soltanto don Ciotti l'ha convinto a non tornare.
Luigi Ciotti a Reggio è di casa, festeggiato come un liberatore, ma non è il tipo da far sconti. Alla giornata della memoria di Polistena, il 20 marzo, ha esordito con durezza: «Il problema in Calabria non è la ‘ndrangheta, non sono i politici. Il problema siamo noi». Noi società, civile o no, «rassegnata a chiedere per favore quanto ci spetta di diritto». La platea ha applaudito, una folla di migliaia di studenti da ogni parte d´Italia, Firenze e Torino, Palermo e Lecce. Da Reggio, quasi nessuno, Presidi e professori hanno declinato l´invito, qualcuno ha fatto sapere agli studenti che la presenza a Polistena avrebbe costituito «assenza ingiustificata». La ‘ndrangheta, che controlla tutto, ora s´è messa in testa di controllare anche l´antimafia. Infiltra affiliati nelle associazioni, costituisce cooperative per farsi riassegnare i beni sequestrati.
«Il futuro di Reggio si gioca in pochi anni, tre o quattro al massimo» racconta il sociologo Tonino Perna. «O lo stato capisce che questa è la peggior emergenza mafiosa di sempre, oppure l´avranno vinta loro e anche gli ultimi calabresi disposti a lottare si rassegneranno o andranno via, com´è da secoli. Già oggi ogni volta che laureo uno studente con 110 e lode mi piange il cuore, perché so che gli sto consegnando un passaporto».
Criticare la politica delle privatizzazioni, in questo clima neoliberale (o, forse meglio, paleocapitalistico), può apparire ozioso, in quanto, oltre a andare contro una dottrina universalmente accettata (meno stato, più privato, ecc.) da privatizzare non c'è rimasto quasi niente. Tuttavia quel «quasi» ha ancora un certo spessore (un giorno sì e uno no si riparla di privatizzare la Rai, la Fincantieri, le municipalizzate, ecc., anche di fronte ai risultati tutt'altro che edificanti delle privatizzazioni già compiute, come Telecom, Autostrade, Cirio, e via dicendo).
Cerchiamo allora di capire perché vada difesa la proprietà pubblica, evitando, se possibile, i termini abusati, oltre che del tutto soggettivi, di «strategico» e «nazionale». Quali sono le differenze di fondo tra un'impresa pubblica o semipubblica e una privata?
Certamente non il peso decisionale dell'azionariato: tra i centomila piccoli azionisti di una public company e i milioni di contribuenti che rappresentano l'azionariato di un'impresa pubblica sarebbe difficile dire chi abbia minore peso decisionale. D'altra parte, neppure la qualità del management può rappresentare una discriminante: abbiamo esempi di imprese pubbliche ottimamente gestite e di imprese private gestite malissimo, e viceversa; e è meglio non fare nomi per carità di patria. La vera differenza è nel rapporto tra obiettivi e vincoli delle une e delle altre.
L'obiettivo dell'impresa privata è ovviamente il profitto: quello aziendale per le imprese ben gestite, o quello individuale dei proprietari quando esista un controllo diretto o un «azionista di riferimento»; i vincoli sono quelli del rispetto delle leggi e dei contratti di lavoro, dell'ambiente, ecc.
Per l'impresa pubblica gli obiettivi sono (o dovrebbero essere) diversi: la creazione di posti di lavoro, lo sviluppo delle aree depresse, la lotta ai monopoli, il progresso tecnologico, ecc. E' il profitto a costituire un vincolo: questi obiettivi devono essere perseguiti in condizioni di economicità.
Non sorprende che, per realizzare i propri obiettivi, sia i privati che i pubblici tendano a aggirare o a ignorare i vincoli: che dunque le imprese private possano (occasionalmente!) trasgredire le leggi, o non rispettare gli accordi, e che quelle pubbliche trascurino il criterio di economicità e chiudano i bilanci con una redditività insoddisfacente o addirittura in perdita. Anatema! Le imprese in perdita, secondo gli assiomi correnti, distruggono ricchezza; ma anche questo assioma, per quanto generalmente accettato e condiviso, non appare corretto.
E' vero che un'impresa che - una volta remunerati adeguatamente (e occorre mettere l'accento su «adeguatamente») i fattori della produzione, rispettate le leggi, evitato di distruggere risorse non rinnovabili, ecc. - chiuda i bilanci con un surplus, ha creato ricchezza; ma, per quanto questo possa sembrare sorprendente, non è vero il contrario. Non è facile distruggere ricchezza. L'impresa in perdita remunera i fattori della produzione (paga i lavoratori, le materie prime, e tutto il resto) ma non il capitale di rischio, che viene gradualmente eroso dalle perdite: dunque non crea ricchezza, ma la distribuisce, il che, essendo zero la somma, non equivale a distruggerla. E' del tutto evidente che è preferibile avere imprese in attivo piuttosto che in perdita; ma se gli obiettivi non sono quelli della massimizzazione della ricchezza, ma piuttosto quelli di una sua più equa distribuzione, anche le imprese in perdita possono contribuire a una maggiore giustizia e pace sociale.
Molti anni fa, quando esisteva ancora la Finsider (che all'epoca perdeva, e anche parecchio) l'ing. De Benedetti disse all'avv. Sette, allora presidente dell'Iri: «Ma non si rende conto che alla Finsider avete 10 mila occupati di troppo?». Sette si limitò a scuotere la testa. Dopo la privatizzazione, la siderurgia ha perso più di 10 mila occupati; e lo spazio rimasto vuoto a Bagnoli e a Taranto è stato riempito dalla camorra e dalla Sacra corona unita. Con quale vantaggio per il paese, non si sa.
E questo ci permette di toccare l'ultimo punto: ammettiamo che un sistema altamente competitivo, completamente privatizzato, dominato da una selezione di tipo darwiniano, porti alla massimizzazione della crescita del Pil. Ma è questo un fine in sé, o stiamo confondendo un fine con un mezzo? Bene la crescita del Pil, se questo porta a un diffuso miglioramento delle condizioni di reddito e di vita della maggioranza dei cittadini; male se un ristretto numero di privilegiati vede accrescersi di molto i propri redditi, e la maggioranza assiste impotente a una crescente precarietà, alla riduzione del suo tenore di vita, all'ampliarsi delle disparità sociali.
Alla luce di quanto stiamo vedendo, e di quel che si è detto, in Italia abbiamo privatizzato abbastanza, e probabilmente troppo. Adesso, per favore, basta.
Duccio Valori è ex condirettore centrale dell'Iri
Una volta gelò l’intera giunta regionale dell’Emilia Romagna presentandosi con queste parole: «Dovete rimettere l’acqua nelle valli di Comacchio». Un’altra volta venne a Bologna per vedere di persona il recupero del centro storico secondo il "piano Cervellati", e si mise a misurare androni e corridoi e a far fotocopie di planimetrie. Chi lo fermava, Antonio Cederna, «ambientalista furioso» come l’Orlando imparato a memoria. A Bologna l’uomo che inventò la tutela ambientale in Italia aveva buoni amici, dallo stesso Pierluigi Cervellati a Andrea Emiliani, da Lucio Gambi a Giovanni Losavio, e molti ne ha ancora, dal momento che è qui, per iniziativa dell’Istituto per i beni culturali e i tipi della Bononia University Press (308 pagine, 23 euro), che a dieci anni dalla scomparsa vede la luce un piccolo monumento di carta tutto per lui, Un italiano scomodo, sottotitolo nostalgico e ironico Attualità e necessità di Antonio Cederna, antologia di saggi, ricordi, omaggi curata da Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala. Viceversa non sempre Bologna gli fu amica: severi i suoi giudizi sul sogno interrotto della tutela integrale, sullo scarso coraggio delle giunte in materia di tutela del centro storico, sulla proliferazione delle periferie, severissimo il consuntivo che tracciò, in un convegno bolognese dell’86, sullo stato della tutela ambientale in questa regione: «nessun parco realizzato, arenato il parco del delta del Po, mano libera a quell’autentica industria del dissesto che sono le cave, ipersfruttamento della costa, perniciosa profusione di opere autostradali», pessima pagella che, fosse vivo oggi, Cederna non potrebbe forse del tutto correggere al rialzo. Ma Cederna, «archeologo sulle barricate», urbanista, ambientalista, fondatore di Italia Nostra, giornalista e infine anche parlamentare e legislatore, non faceva sconti neppure agli amici. Ben sapendo che per fermare «I vandali in casa» (primo di una serie di efficacissimi titoli-slogan) nessuna tenerezza era consentita, che contro i distruttori del bello l’unica scelta era la «persecuzione metodica e intollerante». Scambiato agli esordi per un ingenuo naturista («ma fumo due pacchetti al giorno, alla campagna preferisco la città, alle passeggiate la Settimana enigmistica»), lo accusarono più tardi di ripetersi, nella smisurata produzione di j’accuse pubblicati nell’arco di quasi mezzo secolo prima sul Mondo, poi sul Corriere, infine su Repubblica. Rispondeva: «Scriverò sempre lo stesso articolo finché le cose non cambieranno». Il Colosseo «ridotto a spartitraffico», le valli «scorticate», i Fori imperiali asfaltati, l’Appia antica assediata dai «gangster», infinito l’elenco delle sue battaglie da «visionario» contro il nemico mortale, la «cementificazione» (neologismo suo), affetto da cronico «malessere da scempio», secondo la diagnosi piena d’affetto del figlio Giuseppe, innamorato ormai sempre più solitario di una parola scomoda: «bene pubblico». Doppio binario per ringraziare retrospettivamente la scomoda eredità del primo ambientalista del malconcio Stivale: le testimonianze dei suoi molti, ancora fedelissimi compagni di viaggio, assieme quelle più private dei figli; e una scelta di pagine fatta dai medesimi, un’«antologia del cuore» che, per una volta, non racconta le male sorti del Belpaese, ma le scelte coraggiose di un uomo che ebbe il coraggio di amarlo lo stesso, anche malconcio, anche vandalizzato.
Quello che sta avvenendo in Italia negli ultimi giorni due congressi che sciolgono al tempo stesso Democratici di Sinistra e Margherita, per creare un comune partito che si chiamerà democratico viene spesso descritto come normalizzazione dell’Italia, come suo vero ingresso politico in Europa dopo l’ingresso economico nell’euro. In parte forse è vero: una storia fatta di frammentazioni e flebile interesse generale diventa più simile alle esperienze europee. Per inciso, va ricordato che questo doppio movimento verso l’euro, verso una democrazia dell’alternanza alimentata da partiti più grandi e semplici è stato voluto da Prodi.
E da chi gli è stato vicino per decenni. Già nel gennaio 2000, in un’intervista a Gad Lerner, Arturo Parisi si rivolse al segretario dei Ds Veltroni con il fatidico invito («Sciogliamoci!»). Non fu ascoltato, e quel che temeva la sconfitta nel 2001 s’avverò. Ma la normalità europea che si usa invocare ha qualcosa di posticcio, somiglia molto a un luogo comune. L’Europa non è quell’approdo esemplare che tanti descrivono, e la sua normalità è piuttosto un’abitudine inerte che si sbriciola. È anch’essa in cerca di nuovi pensieri, e minacciata dall’antipolitica, dall’intorpidimento mentale, da un passato che non arricchisce più (l’impoverirsi dei Popolari è significativo). È una normalità rattrappita in Inghilterra come in Germania, e in queste ore lo è più che mai alla vigilia delle presidenziali in Francia: un paese dove sinistra e destra si contrappongono senza essersi rinnovate in profondità, ma avendo solo cambiato facce (la faccia femminile di Ségolène; la faccia grintosa di Sarkozy, che incute crescente paura proprio perché annuncia il nuovo alla maniera di Bush, fondandolo sulla prepotenza d’un carattere instabile). Sono forze aggrappate a tic del passato, anche quando denunciano le burocrazie partitiche. Ségolène Royal ha capito alcune cose meglio di altri, aderendo al metodo delle primarie, ma la sostanza esita a vederla e la sostanza è: il socialismo da solo non vince, la vecchia alleanza mitterrandiana coi comunisti non è più maggioritaria.
L’affermarsi del moderato François Bayrou nasce da queste cecità, che il sociologo Touraine ha chiamato, in un’intervista con Domenico Quirico su questo giornale, l’agonia del partito socialista («La Francia è il solo paese europeo che ha mantenuto costantemente, dal Fronte Popolare a Mitterrand, una sinistra rivoluzionaria (...) in una situazione non rivoluzionaria anzi generalmente molto moderata, esitante»). Quest’agonia è al centro delle elezioni, e Bayrou non è semplicemente figlio delle disillusioni e dell’antipolitica. Non stiamo neppure assistendo a una primaria nella destra, come scrive Jean-Marie Colombani, direttore di Le Monde. Anche se il partito di Bayrou ha radici a destra, la primaria avviene a sinistra visto che i consensi a Bayrou vengono essenzialmente da lì. Quel che in Italia si sta costruendo da dodici anni, con l’Ulivo, in Francia avviene a caldo, sulla scia dello spavento suscitato da Sarkozy. Senza confessarselo, le sue sinistre cercano le vie che l’Italia prepara da tempo e che oggi perfeziona.
Da questo punto di vista l’esperimento italiano è fondamentale per l’Europa. Questo sciogliersi dei vecchi partiti, questo riesame della storia, questa volontà di creare non un nuovo partito ma un partito nuovo, sono ambizioni di cui anche l’Europa ha bisogno. È il motivo per cui ha poco senso e poco interesse sapere a quale gruppo europeo socialista o liberaldemocratico apparterrà il partito democratico. La diatriba fra Ds e Margherita è oggi insensata perché anche in Europa c’è bisogno di revisioni, rifondazioni, come giustamente osserva Prodi. Il secco no di Rutelli ai Socialisti Europei che si contrappone alla volontà Ds di restare nel Pse inquieta per altri motivi: perché indica l’attaccamento di ciascuno alle proprie oligarchie e roccheforti, confermando le difficoltà dello scioglimento. Solo il giorno in cui i due partiti diranno che anche in Europa intendono reinventare partiti e coalizioni, secondo linee divisorie che non saranno più tra socialisti e liberali ma tra europeisti e non europeisti, il partito democratico apparirà, in Italia, una novità riformatrice non decisa dai vertici.
Tutte le parole rischiano l’insignificanza dell’ovvio, se usate troppo facilmente. Secondo Confucio gli uomini smarriscono addirittura la libertà, quando le parole perdono senso. Tra esse c’è anche il vocabolo scioglimento: delle tradizioni socialiste, o del cattolicesimo politico. Il vocabolo è forte, drammatico, e la discussione nel congresso Ds l’ha dimostrato: è stata una discussione profonda perché c’era consapevolezza della gravità di questo sciogliersi. La relazione di Piero Fassino è un testo da leggere e rileggere: un analogo rimettersi in causa è raro nella sinistra europea, e in Francia è impensabile un’adesione così forte a quel che vi fu di grandioso nella socialdemocrazia (il primato dato al movimento sui fini prestabiliti, teorizzato da Eduard Bernstein nell’800 e difeso da Fassino).
Ma sciogliersi e superarsi può divenire declamazione vuota, che seduce anche chi ti vuol eliminare. Cosa significa? Cosa intende Ségolène quando dice: «Mi iscrivo in una logica di dépassement, in un oltre-passare»? Il pericolo indicato al congresso da Fabio Mussi non si può sottovalutarlo: «La retorica dell’“oltre” oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo non dice nulla, se non è chiaro dove si va». E ancora: «Cancellare le tracce può esser diseducativo. E quando il Moderno si presenta come “il nuovo” assoluto, in verità è già decrepito».
Tuttavia non si può che cercarlo, questo modo diverso di unire le forze per governare l’enorme mutare dei tempi: l’esigenza è possente ovunque in Europa, perché ovunque gli Stati non ce la fanno senza Unione e sono paralizzati da culture politiche tuttora nazionali. La rivoluzione liberale deve diventare di sinistra, come sostiene Michele Salvati, e non è solo il moderno a rischiare la decrepitudine ma anche l’antico: solo il classico non si deteriora e il classico ci è sempre contemporaneo. Anche la sinistra radicale può divenire quel sentiero interrotto di Heidegger, in cui l’uomo si perde nel buio del bosco. Son sentieri che Mussi teme, quando ricorda che «i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. Sono soggetti identitari, non solo programmatici».
Ma Fassino e Prodi ci paiono più convincenti quando parlano di democrazia governante: dunque di un’identità che deve confrontarsi col reale e saper padroneggiare il reale. Altrimenti avviene come in Francia: i suoi socialisti fanno di continuo pause e rinunce, ma senza mutare programmi e miti. L’identità ha qualcosa di diabolico, rischia sempre il fascino del falso quando non osa interrompere sentieri. In tal caso non è di aiuto né per vincere, né per vivere le sconfitte e ritrovare la via nel buio dei boschi.
«Codesto solo noi sappiamo quel che non siamo, quel che non vogliamo». I versi di Montale calzerebbero benissimo salvo il rispetto, alla penosa vicenda del Partito democratico, che doveva essere un inizio epocale ed è finora un interminabile diniego. In settimana, i congressi di scioglimento della Margherita e dei Ds diranno quel che non vogliono più essere, ma non è chiaro quel che sarà il nuovo partito che dovrebbe nascere in autunno. Lo vogliono «grande» e «riformista» senza ulteriori precisazioni. Fassino si duole che i giornali diano spazio alle battute, non sempre amichevoli, scambiate fra dirigenti - ma a che altro attaccarsi? Scalfari propone che anche i dirigenti si dissolvano, lasciando la parola a un paese che non sta scalpitando per prenderla. D'altro canto quale aggregazione esprimerebbe un'Italia che, come si legge sullo stesso giornale nelle analisi di Ilvo Diamanti, è un guazzabuglio di interessi che chiamar corporativi è già molto, e precisa d'Avanzo, incattivita da lunghi servaggi?
E' in questo silenzio che si cercano lumi nell'inventario dell'eredità del Novecento (quali padri mettere nel Pantheon e quali mandare alle discariche), cui questo o quel leader si dedica un giorno sì e uno no. L'ultima dei Ds è che mettono fuori Berlinguer e dentro Craxi: della loro storia non hanno nulla da salvare. La Margherita si tradisce meno, sia per virtù sia per reticenza. In confronto, Sdi e Udc brillano di chiarezza: il primo vuol rifare il Partito socialista italiano, raccogliendone i resti dovunque si trovino, il secondo si propone di fare lo stesso con l'ex Democrazia cristiana. Né Boselli, né Casini si attardano sui padri, non sia mai che si urti qualche suscettibilità. Boselli con il nuovo Psi raccoglie le bandiere laiche lasciate cadere dai Ds, Casini niente meno l'idea di un moderatismo cattolico che si scioglierebbe da Berlusconi - mentre il costituendo Partito democratico si ispirerebbe, secondo Veltroni che ne è un araldo, a Bill Clinton, senza radici dalle nostre parti.
Il convitato di pietra di tutta la storia, quello che è stato ucciso e si spera sepolto, è la radice socialista della sinistra. Il socialismo è stato declinato in molte maniere, ma un'idea forte aveva alla base, l' insopportabilità politica, alla luce della modernità, di un modo di vivere e di produrre inuguagliante e strumentale come quello capitalistico, non regolato se non dal mercato. Sul come rimediarvi, se per riforme o per rivoluzione, è stato l'oggetto del contendere fra socialisti e comunisti, ma che quel «sistema» fosse intollerabile, per l'illibertà sostanziale che esso comporta per la grandissima maggioranza degli uomini (tutti coloro che non detengono mezzi di produzione), era luogo comune. Ma a fine del secolo proprio quel sistema è diventato mondiale, governa non solo attraverso gli stati ma gli stati medesimi, e ha comportato una crescita di disuguaglianze in proporzione sconosciuta rispetto al Novecento. Già Debord diceva: mai l'ingiustizia è stata così enorme, e mai si è protestato di meno.
Questo è il «nuovo» di quella che si definisce sinistra modernizzata, della quale il Pd sarebbe il maggior esponente. Essa è rassegnata alla priorità dei capitali su ogni finalità politica, su ogni idea di società, su ogni altro diritto della persona o di un popolo. E' pentita di aver creduto e lottato per una società dove il capitale fosse abbattuto o addomesticato o quanto meno sottoposto a un controllo. E' questa rinuncia che si definisce modernizzazione, è la consegna al mercato come regolatore unico. «Tutto è cambiato», è la litania dei Ds, intenzionati a lasciare ogni aggettivazione non solo comunista ma «socialista» e «di sinistra». Ma con questo lascia anche la sua base sociale storica, quella dei lavoratori dipendenti, salariati, non solo operai e impiegati, ma le figure di quel che Gramsci chiamava «blocco storico della rivoluzione italiana», oggi i declinanti contadini e i crescenti addetti ai servizi e alla produzione immateriale, e gli intellettuali.
Quando ci si duole della crisi della politica sarebbe d'obbligo analizzare di chi e da quali masse avviene il distacco (si preferisce dire «dalla gente», «masse» e soprattutto «classe» essendo ormai termini innominabili). Eppure è agli ineguali interessi e ideali delle diverse fasce della popolazione che rispondono i partiti con i loro diversi programmi. Il Pci, e poi Pds e Ds si sono rivolti, a dire il vero con sempre minore determinazione, al lavoro e ai lavori diversamente dipendenti - sola forma di accesso al reddito e quindi alla possibilità di vivere - o alla forza di lavoro in formazione come i giovani e gli studenti. E mentre si erano battuti contro ogni tentativo di ridurne i diritti, prima di ogni altro all'occupazione e alla sua forza contrattuale, oggi considerano che essi debbono essere subordinati alla competitività dell'impresa, esponendoli al dumping che preme dalle zone dell'Europa e del mondo dove il lavoro è pagato di meno. E accettano che lo stato, e in genere la sfera politica, non possa più intervenire nella delocalizzazione delle imprese verso queste zone, lasciando indifesa la manodopera, braccia e cervelli che aveva conquistato maggiori diritti e compensazioni nelle zone socialmente più avanzate. L'Italia è stata fino agli anni '80 fra queste. Dopo di allora, anche per il Pci, Pds e Ds il diritto al lavoro e i diritti del lavoro sono passati in secondo piano rispetto alla competitività dell'impresa, che significa produrre a migliore qualità e a minor prezzo -, in Italia praticamente a minor prezzo data la scarsa propensione delle nostre imprese a investire sulla qualità. Il declino dei grandi partiti di sinistra viene prima di tutto dalla perdita di fiducia dei lavoratori nella loro capacità e volontà di difenderli. E se si obietta che, data la globalizzazione, difenderle è impossibile, il risultato è il medesimo o getta nel disorientamento e nella disperazione.
Non è questa la sede per approfondire il discorso, basti segnalare che nessuno è così sciocco da non saperlo, che su questo è caduto il progetto di costituzione europea e che su questo il futuro Partito democratico tace anche per imbarazzo. Difficile infatti scorgere nelle scelte qualche cosa che lo distinguerebbe da un centro moderato. Inclusa la rinuncia a qualsiasi politica economica: in queste settimane sono passati sotto il naso del governo e di quasi tutta la sua opposizione due operazioni supermiliardarie compiute l'una dall'Eni e dall'Enel - nate e cresciute con i soldi pubblici - che si sono comprati pezzi della russa Yukos per conto della russa Gazprom, e l'altra dalla Telecom, che doveva finire in mani messicane e statunitensi, lasciando sul gobbo dello stato oltre 80 mila dipendenti, che si dovrà in qualche misura assistere. Il Pd non esistendo ancora non poteva dir parola, ma i suoi genitori, ancorché in atto di chiudere i battenti, hanno trovato che era bene così, che al mercato la politica non si può opporre. Sostanzialmente che non può più esserci una politica economica e sociale. Politica addio.
Ma intanto i capitali impazzano, hanno scoperto il modo di crescere comprando e rivendendo se stessi, giganteschi tulipani di Galbraith, humus di razzie da parte di predatori feroci quanto transitori. E esistono i lavoratori dipendenti, anche coloro che si credono autonomi ma dipendono dai marosi sollevati dalle proprietà cangianti. E accanto a loro c'è un quarto della popolazione costituita da disoccupati, lavoratori precari e esclusi dal mercato del lavoro, diventati nuovi poveri. Chi li rappresenterà? Soltanto il sindacato, oltre e malgrado il governo e le ex sinistre?
Si intende che uno come il segretario della Fiom, Rinaldini, spieghi che, lui nato nel Pci, al Pd non potrà aderire. Ma avrà una grossa forza politica alle spalle o no? Perché non è ancora affatto chiaro se le sinistre che si pongono alla sinistra del futuro Pd, sia che provengano dai Ds sia da tempo fuori, intendono assumersi il compito di una rappresentanza aggiornata del lavoro, cioè quanto meno l'orizzonte di un capitalismo regolato, che è proprio il minimo dei minimi. Nessuna di esse, singolarmente, può riuscire in questa impresa, che comporta un'analisi in profondità del presente, delle figure che assume il salariato diretto o indiretto in seguito alle tendenze dei capitali mondiali, incrociati con gli interessi della sola superpotenza ereditata dal '900, gli Usa, e delle nuove che emergono nel terzo millennio, prima di tutte la Cina. Nessuna di esse da sola, senza coinvolgere le altre e i sindacati e i movimenti in Europa, potrà avere un peso qualsiasi su scala mondiale.
Che cosa aspettano per darsi questo ordine del giorno? E che aspetta - se posso avanzare un'opinione del tutto personale - il manifesto a fare di questo tema l'asse della sua campagna attuale? Perché ad esso si collegano, in forme inedite e mai esaminate dal movimento operaio del secolo scorso, i nuovi bisogni e le nuove soggettività che sono venute emergendo dopo il 1968, anche se non sembrano accorgersene, e i movimenti no-global. Si tratta di ben altro che misurarsi con le polizie, terreno sempre arretrato e perdente, cui finisce con il rivolgersi la nostra attenzione più emotiva. Si tratta di fare i conti con la gigantesca espansione del liberismo che pareva essere stato spiazzato alla metà del secolo scorso, e proprio in Europa. Senza contare troppo sulle sue contraddizioni, le quali - come dice giustamente Wallerstein - più che a guerre commerciali non possono portare, rialimentandosene sempre sulla pelle dei popoli.
Molti propongono cantieri, e alcuni - come il compagno e amico Pierluigi Sullo - si dolgono che il nome inventato da Carta gli sia stato sottratto. Ma se vuol dire che ci si deve mettere al lavoro in tanti, non me ne lamenterei. Se si intende invece che è ancora da discutere che cosa vada costruito, se ci può essere o no, e se sia augurabile, una via d'uscita dalle forme attuali della globalizzazione, se ci sia e chi ne sia il soggetto dirompente, se il «lavoro» sia ancora da difendere o se, come mi è capitato di sentire in un'università, non interessa più a nessuno, se insomma ogni sigla dice di aprirsi ma in concreto difende il proprio giardino, ci meritiamo in anticipo l'egemonia del Partito democratico nascituro, cioè, ben che vada, una delle fasi più noiose della storia d'Italia.
Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala, brave e coraggiose, sono riuscite a pubblicare «Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna » (Bonomia University Press). Brave già nel titolo. Cederna è attuale come all'inizio della sua attività e sarebbe indispensabile ricordarlo sempre, non solo in occasione del decimo anniversario della morte. Brave perché sono riuscite a legare i ricordi personali (del tutto inedito quello di Giulia Maria Crespi) sull'uomo scomodo e il suo profilo di giornalista denigrato come inutile «Cassandra ». L'incisiva selezione dei suoi testi, che sembrano scritti oggi, dimostrano la nostra scellerataggine. Antonio Cederna non è stato solo un agguerrito difensore del patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. E' stato un precursore, un drammatico augure, dello scempio culturale che ha devastato (e continua a devastare) l'Italia.
Maria Pia Guermandi, archeologa anche lei come Cederna, nella bellissima introduzione mette in luce il «combattente di una infinita battaglia di civiltà». Ricorda l'amico che scrisse: «Cederna non ha vinto. Non poteva vincere». Concorda con questo parere, ma precisa come la sua battaglia abbia aumentato, nonostante il permanere della rendita fondiaria, la sensibilità verso il mantenimento e la manutenzione dei beni culturali. E abbia diffuso, nonostante il sostegno dato dallo Stato al turismo di rapina, una più matura consapevolezza culturale della fragilità del nostro territorio, «bene irriproducibile ».
Cederna non ha perso. I perdenti siamo noi. Anche noi, emiliano-romagnoli, abbiamo dimenticato la lezione di Cederna. Abbiamo dimenticato il suo incitamento alla pianificazione quale «unica soluzione » per progettare presente e futuro.
Le due curatrici lavorano presso l'Istituto dei Beni Culturali, l'istituto regionale che ha sostenuto la pubblicazione di questo libro. Oltre che brave, hanno avuto - dunque - molto coraggio. La Regione Emilia- Romagna ha abdicato sul fronte della pianificazione territoriale e ha accantonato il piano elaborato alla fine degli anni Ottanta. Proprio quando Cederna citava l'Emilia-Romagna come esempio, sia per la salvaguardia del paesaggio che per la politica di tutela dei centri storici. Adesso anche l'Istituto — sorto come supporto della pianificazione e programmazione dei beni culturali della Regione — sembra lanciato verso la disoccupazione. Ci lavorano oltre un centinaio di persone, ma di ricerche sul territorio e sull'ambiente nemmeno l'ombra. Solo sui centri storici è ritornata una nefasta attenzione: l'obiettivo è riuscire a inserire al loro interno l'architettura moderna. Convegni e perfino filmati per convincere che il restauro della città storica impedisce all'architettura moderna di manifestarsi. «Sciagurati» li avrebbe definiti Cederna. Ed è assai preoccupante osservare come sempre più spesso l'Istituto sostenga, anche partecipando direttamente, iniziative tese a cancellare quelle stesse leggi che la Regione si era data negli anni in cui si cercava di mettere in pratica l'etica di Antonio Cederna.
Bisogna riflettere su alcune caratteristiche peculiari dell'epoca in cui viviamo e pensare ai problemi che cominciano a porsi come decisivi per i prossimi due decenni fino e oltre il duemila; nel periodo cioè in cui vivranno e raggiungeranno la maturità i giovani di oggi. A questa soglia dello sviluppo storico si presentano problemi non solo del tutto nuovi, cosa che è accaduta in varie epoche del cammino dell'umanità, ma di portata tale da generare possibilità e pericoli straordinari e sin qui impensati e impensabili.
Dobbiamo innanzitutto al progresso continuo delle scienze sperimentali le possibilità davvero inaudite e straordinarie che si aprono per migliorare la vita del genere umano.
La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica
La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica è sotto i nostri occhi, fa già parte delle nostre esistenze e per i giovani di oggi costituisce, ormai, quasi una condizione naturale e scontata. Ma proprio perciò occorre riflettere bene intorno alle occasioni offerte dalla scienza per non smarrirne il significato e la portata, per cogliere bene quali prospettive positive possono essere aperte e quanto gravi siano, di contro, le limitazioni, le contraddizioni, i rischi generati dai vincoli sociali e politici e da un uso distorto delle scienze e delle tecniche. Mai come oggi la conoscenza della costituzione della materia inanimata e vivente è giunta sino ad individuare molti dei meccanismi più remoti del mondo fisico, dei processi chimici, degli svolgimenti biologici. La ricerca pura ha aperto il campo a progressi e a veri e propri salti di qualità nelle applicazioni tecnico-pratiche. Emergono sopra ogni altra, in questi anni, le possibilità offerte dalla elettronica - e poi dalla microelettronica - nel campo delle comunicazioni, delle informazioni, dell'organizzazione del lavoro nella fabbrica e nell'ufficio e nel campo stesso della vita individuale e della vita associata.
Nuove risorse d'energia sono state scoperte ed esse sono tali da poter annullare nel futuro l'incubo della fine delle risorse non riproducibili. Sono stati inventati modi nuovi di trarre energia da risorse riprodotte, a cominciare dall'energia solare.
Anche la disponibilità di altre materie prime e di alimenti può trovare nuove possibilità in ricerche in atto e in altre che potrebbero essere avviate per utilizzare pienamente e razionalmente le risorse del suolo, del sottosuolo, dei mari e degli spazi.
E' pienamente vero quello che è stato detto nella relazione di Fumagalli, e cioè che, vi sarebbero le condizioni, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e tecniche, per iniziare a passare dal regno della necessità a quello della libertà. Se volessimo davvero fare una gara sui temi di chi abbia avuto storicamente ragione, dovremmo dire che la storia ha dato proprio ragione a chi ha tenuto fede alla speranza indicata dal Manifesto dei comunisti, alla speranza - cioè - che avrebbe potuto venire un tempo in cui sarebbe stato possibile all'uomo di dominare la natura e «l'azione propria dell'uomo» invece di essere da questa sovrastato e soggiogato (Marx).
Ma non vi è soltanto il progresso tecnico-scientifico.
Se noi volgiamo lo sguardo alla storia di questo secolo - che conclude il secondo millennio della forma di incivilimento cui apparteniamo - scorgiamo straordinari progressi nella coscienza dei popoli e delle persone umane che li compongono. Vi è stato, innanzitutto, un risveglio da forme di soggezione secolare, di esclusione, di avvilimento della parte più grande del genere umano. Pensiamo a quello che era all'inizio del secolo la condizione dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina ma anche di tanta parte del proletariato e dei lavoratori nell'Europa e nell'America settentrionale, per avere l'idea del rivolgimento radicale che si è venuto attuando. Un rivolgimento peraltro, che non è stato il portato meccanico delle trasformazioni scientifiche e tecnologiche. Queste trasformazioni hanno generato condizioni nuove, ma vi sono state guerre, ci sono volute rivoluzioni, lotte, sofferenze e sacrifici inauditi per arrivare là dove siamo arrivati.
Il processo di liberazione dei popoli si è fondato sopra il risveglio delle coscienze individuali di centinaia di milioni, di miliardi di uomini. La partecipazione alla lotta non solo accende gli animi, ma li dispone alla conoscenza, rendendoli protagonisti attivi di un processo di mutazione. Non per caso la volontà dei conservatori e dei reazionari di ogni latitudine e di ogni stampo, è innanzitutto quella di tenere, o di rendere, passivi e conformisti le donne e gli uomini, ma innanzitutto le giovani generazioni.
Insieme alle conoscenze generate dalla presenza nel generale moto di innovazione e di lotta, a determinare una modificazione delle coscienze, non mai così estesa e così rapida, è venuto uno straordinario aumento della informazione che, pur dando vita anche a forme nuove e più sofisticate di manipolazione delle coscienze, ha spezzato isolamenti e chiusure talora antichissime e ha determinato per la prima volta nella storia del mondo un autentica contemporaneità degli eventi.
Da tutto questo è derivata anche la possibilità di ripensare i fondamenti più profondi del nostro vivere in società, sino alla ridiscussione dei ruoli storicamente assegnati agli uomini e alle donne.
Siamo oggi, con lo svolgimento dei nuovi movimenti femminili e femministici, all'inizio - un inizio certo contrastato e pieno anche di intime contraddizioni - di un mutamento nelle coscienze delle donne destinato alle conseguenze più grandi. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che il ripensamento della condizione secolarmente fatta alle donne, lo sviluppo del loro movimento di liberazione e il superamento dei limiti della concezione puramente emancipatrice - che consisteva nel proporre alle donne l'imitazione del modello maschile - tutto questo porta con sé una riconsiderazione generale della società, dei modi stessi della sua trasformazione, e della politica.
Siamo dunque di fronte ad un balzo in avanti straordinariamente grande nella storia umana e al dischiudersi di potenzialità sin qui sconosciute o solo vagamente immaginate. Ma guai a non vedere che, nello stesso tempo, si aprono dinnanzi all'umanità potenzialità negative anch'esse mai prima esistite.
Il primo e più drammatico pericolo è costituito dalla possibilità di giungere ad una guerra di distruzione totale. Per quanto rovinose e sterminatrici siano state le guerre del passato, in particolare quelle di questo secolo, mai si era profilata la possibilità di un evento bellico tale da porre fine a ogni forma di sopravvivenza dell'uomo su questa terra.
Contemporaneamente, l'uso irragionevole delle nuove tecniche e uno sviluppo quantitativo imponente, ma incontrollato ha già determinato non solo la possibilità, ma la minaccia concreta di rovine ecologiche gravissime e irreparabili. L'allarme lanciato da alcuni tra i maggiori studiosi contemporanei avverte sull'esistenza di danni crescenti per le acque - i fiumi, i laghi, i mari - e per l'aria che respiriamo, per l'atmosfera e per la troposfera che circonda la Terra. E' già vi sono, purtroppo, i segni concreti e pratici di potenzialità distruttive inaudite in processi apparentemente innocui o protetti: qui, a pochi chilometri da Milano vi fu il caso di Seveso, dove la diossina fece deserto; altrove sono stati i difetti di centrali elettro-atomiche e in ogni parte si avvertono le conseguenze sulla natura e sugli uomini dell'inquinamento crescente.
Grava poi sulla umanità l'incubo della insufficienza delle risorse alimentari dinnanzi ad una espansione demografica senza precedenti, mentre immense risorse vengono dissennatamente dilapidate e mentre lo spreco dilaga nei Paesi ricchi. Cresce così il divario tra il Sud e il Nord del mondo: un divario intollerabile per ragioni di giustizia e foriero, se non avviato a essere superato, di esplosioni di imprevedibile portata.
E tuttavia anche nei paesi ricchi, anche negli Stati Uniti, la povertà, quella vecchia e quella nuova, non è stata vinta e la disoccupazione o la inoccupazione, e l'emarginazione, colpiscono una quota crescente di popolazione, innanzitutto di popolazione giovanile. Nei paesi della Comunità europea occidentale e negli Stati Uniti si sfioreranno questo anno i venti milioni di disoccupati. La inoccupazione giovanile è divenuta un fatto endemico e strutturale, con conseguenze umane gravissime: un frutto dovuto cioè non all'andamento del ciclo economico, che può solo ridurlo o aumentarlo di poco, ma alle caratteristiche di processi produttivi e di innovazioni tecnologiche guidati dalla legge del massimo profitto.
Si esercitano sulle nuove generazioni fino dalla prima adolescenza, sollecitazioni crescenti per il consumo, e in particolare per nuovi consumi individuali. Si aumenta costantemente il loro patrimonio di informazione, ma contemporaneamente non si riesce ad assicurare ai giovani un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro. Di qui nasce una condizione che non è certo più quella, almeno nella maggior parte dei casi, dell'estrema indigenza, (com'era ancora nell'Italia che usciva dal fascismo), ma è sicuramente una condizione di frustrazione profonda, causa non certo unica, ma non ultima di tante forme di sbandamento.
Dinnanzi a minacce e pericoli non mancano e anzi sono ampie e forti le risposte positive tra le vecchie e le nuove generazioni. E tuttavia non si può mancar di vedere le forme molteplici di incattivimento di modelli di violenza, di sopraffazione, di arbitrio, sino alle forme degenerative estreme del terrorismo, della mafia, della camorra e dei regimi repressivi di massa in tanti paesi del mondo.
Vi è anche chi teorizza che fenomeni come quelli del dilagare crescente nel consumo della droga pesante oppure dell'estendersi della criminalità organizzata, sarebbero uno scotto inevitabile per sistemi democratici, dove sono garantite le libertà dei cittadini. Noi non lo crediamo. Noi pensiamo piuttosto che nel presentarsi di questi mali si manifesti non una inevitabile conseguenza dei sistemi democratici, ma piuttosto una loro degenerazione profonda: una degenerazione dovuta alla contraddizione sempre maggiore tra il carattere sociale della produzione e le forme della conduzione economica, tra le motivazioni egoistiche sostenute come molla della società capitalistica e il bisogno crescente di solidarietà e di reciproca comprensione umana, tra il permanere di zone vastissime di vecchia e nuova emarginazione e la sfacciata opulenza, tra le prediche moraleggianti e i pessimi esempi pratici dati proprio da molti di coloro che dovrebbero fornire il buon esempio.
Non è dunque il sistema delle libertà democratiche che determina i guasti e le contraddizioni della società in cui viviamo, ma la incapacità di saldare libertà, giustizia ed efficienza.
Di fronte a questi problemi che caratterizzano la nostra epoca, sorgono dei quesiti urgenti. Quanti nel mondo - e come - pensano davvero a problemi di questa natura, muovendo da un'analisi oggettiva e da una visione che abbia al suo centro la preoccupazione per il futuro dell'umanità?
E che cosa si può e si deve fare perché prevalgano le alternative positive, quelle che vanno in direzione della difesa della vita e della pace e della affermazione della giustizia nei rapporti tra i popoli e all'interno delle nazioni?
Dobbiamo innanzitutto alla parte più umanamente sensibile del mondo scientifico italiano e internazionale non solo l'avvertenza dei pericoli gravi che l'umanità attraversa, ma anche i primi rilevanti tentativi di indicare ai popoli e agli Stati le possibili risposte.
Ma non sono molti nel mondo i dirigenti politici, dei Governi, dei partiti e di altri organismi sociali e politici che si sono dimostrati capaci di pensare a questi problemi in modo non troppo vincolato da puri e ristretti calcoli di Stato, di partito, di gruppo, di difesa o affermazione di ristretti interessi.
Ciò mi sembra vero particolarmente in Italia. Non c'è bisogno di ripetere per la ennesima volta che noi siamo rispettosi di tutte le forze politiche democratiche e che non vogliamo dare lezioni a nessuno: però non è possibile non avvertire in molti episodi della lotta politica interna alle forze del Governo una ristrettezza di orizzonte e, talora, un precipitare attorno a non nobili contese di interessa di parte, per le quali si infiammano gli animi e si misurano i muscoli e le cosiddette «grinte» (sulle quali ha scritto un bell'articolo il compagno De Martino).
Vi è insomma una preoccupante diminuzione del tasso di saggezza nei reggitori del nostro Paese e, per quanto si vede, nel mondo intero. Conforta, va però detto, che sta crescendo il numero di esponenti politici che cominciano a porsi e a porre alcuni dei problemi che ho ricordato in tutta la loro drammaticità. Basta pensare, per quanto riguarda il problema Nord-Sud, alle analisi e alle denuncie di Fidel Castro e di Willy Brandt.
Vi sono inoltre organismi internazionali, istituzioni e associazioni religiose (la Chiesa cattolica, le altre chiese cristiane) che hanno lanciato allarmi, rivolto moniti e in molti casi promosso iniziative.
Fra le forze che pensano ai massimi problemi cui ho accennato c'è il Partito comunista italiano. Abbiamo molti difetti, ma non quello di sfuggire all'analisi e al confronto con la realtà del mondo di oggi, di non sforzarci di comprenderla in tutta la sua portata e di non cercare di elaborare nostre proposte, di sviluppare iniziative, di stabilire contatti e intese con tutte le forze che possono e devono essere interessate a far marciare le cose nella direzione giusta.
Tutto ciò ha gettato i comunisti italiani in una impresa e in una lotta quanto mai ardua e tale da esporli a incomprensioni e polemiche, tanto da parte di correnti dogmatiche e conservatrici quanto da parte di correnti opportunistiche e di adagiamento. Impresa e lotta ardue, ma piene di fascino.
Non è cosa diversa o separabile da questa nostra ricerca la nostra iniziativa per una concezione e realtà del socialismo, quello che voi giovani comunisti avete chiamato giustamente un "socialismo nuovo".
L'esigenza di una concezione e di una strada originali non deriva unicamente dalla constatazione di insufficiente e limiti altrui (dei modelli di tipo sovietico e delle esperienze socialdemocratiche), ma anche e innanzitutto dai problemi posti dall'età che stiamo vivendo, dai processi di trasformazione materiale, dalla esistenza di contraddizioni profonde, non prima conosciute.
Noi riscopriamo proprio così l'esigenza del socialismo inteso come sforzo per una direzione consapevole e democratica dei procesi economici e sociali, fondata sulla difesa e la pienezza di tutte le libertà. Ci si risponde che il socialismo come lo pensiamo noi non esiste e che quindi si tratta di una parola vuota. Qunado iniziarono le prime rivoluzioni liberali le Costituzioni democratiche non esistevano, ma non per questo parole come Democrazia e Costituzione erano parole vuote.
Se tutte le parole che esprimono nuovi bisogni per la società fossero state considerate superflue, la storia propriamente umana non sarebbe neppure cominciata. E' del resto del tutto falso che la parola socialismo non sia venuta già esprimendo valori universali, così come la parola democrazia. Nella idea socialista è compresa come essenziale la necessità di forme consapevoli di direzione del processo economico al fine di garantirne un equilibrato sviluppo e una maggiore giustizia sociale. Il fatto che molte esperienze siano state manchevoli od erronee non elimina il valore di queste esigenze. Non elimina cioè il fatto - già segnalato politicamente da Togliatti nel memoriale di Yalta - che la necessità di forme programmate di intervento pubblico nella economia non può più essere in nessuna parte del mondo negata, neppure nei sistemi capitalistici, così come non si può disconoscere il bisogno di una più ampia giustizia sociale. La discussione sarà ed è sul rapporto tra programmazione e mercato, tra spinta alla eguaglianza e bisogno di differenze: ma questa è già una discussione che implica l'idea della trasformazione sociale. Ecco perché noi non pensiamo che possa essere definito moderno chi mette in parentesi la parola socialismo oppure dichiara la santa crociata contro di essa. E' vero perfettamente il contrario: è vero cioè che l'idea socialista e comunista continua ad essere la giovinezza del mondo.
Ciò che si è venuto logorando sono molte delle esperienze concrete che dimostrano i limiti, non solo pratici, di concezioni, di posizioni maturate molto tempo fa, all'inizio del secolo. Per questo il nostro partito si sforza di ammonire contro un uso dogmatico dei maestri del pensiero, e dunque anche dei maestri del pensiero socialista.
Ciò non significa affatto sottovalutare i risultati straordinari che hanno avuto la prima predicazione socialista, e poi il passaggio dal desiderio e dal sogno di una società nuova sino allo studio scientifico, con Marx, della struttura capitalistica della società del suo tempo. E' da tutto questo che è emersa la prima rivoluzione socialista, quella dell'Ottobre russo, le cui idealità e il cui valore stanno scritti nella storia del nostro tempo. Quella prima rottura innescò un processo storico nuovo, un processo che per grande tempo fu portatore di grandi conquiste e di straordinarie conseguenze nell'aprire una fase nuova di lotte per l'emancipazione nazionale e sociale.
Oggi siamo in una fase nuova e diversa dello sviluppo della lotta per il socialismo. Non da ora, certo, i comunisti italiani hanno considerato superato il mito dei paesi di tipo sovietico, mito che pure si costruì non a caso e che aiutò altre generazioni comuniste a far fronte con onore ai propri doveri, mentre molti altri (anche se non tutti) crollavano. Tuttavia questo processo si è ora completato.
Quei modelli di società e di Stato non solo - e da tempo - li giudichiamo non trasferibili in paesi come il nostro. Si viene rivelando la necessità che anche in quei paesi siano attuate riforme economiche e politiche che invertano i processi di stagnazione e di involuzione in atto in diversi di essi, processi che non possono certo essere arrestati, con misure repressive gravi, come quelle adottate dai militari in Polonia. Noi non pensiamo che si possa giungere a realizzare e a difendere trasformazioni di tipo socialistico nelle società e negli stati senza difficoltà, senza fatiche, senza contrasti e lotte. Ma vi è solo una strada giusta per affrontare e superare ogni ostacolo: appoggiarsi sul consenso e sulla partecipazione della classe operaia, dei lavoratori e del popolo. La necessità del socialismo e di un movimento per il socialismo riprende dunque forza come espressione delle condizioni oggettive, materiali, del mondo di oggi e dei bisogni che l'uomo di oggi chiede siano soddisfatti.
Al tempo stesso questa esigenza nasce da una opzione etica.
Se non si vuole che la giustizia prevalga sull'ingiustizia, non si giunge alla scelta del socialismo, e di un socialismo nuovo. Chi si rassegna all'ingiustizia, o l'accetta, o peggio la vuole perché ne trae un vantaggio, compie altre scelte.
Questo non vuol dire, ovviamente, che solo chi sceglie l'obiettivo del socialismo può operare per la giustizia, per la pace, per la salvezza e il progresso dell'umanità. Non è così. Vi è anzi un'altra grande necessità che oggi riprende vigore: quella di un incontro e di una collaborazione tra tutte le forze che, muovendo dalle ispirazioni più diverse, sanno, vogliono, possono farsi interpreti di questi bisogni nuovi degli uomini di oggi, di un incontro e di una collaborazione che riconoscano, rispettino ed esaltino il contributo e i valori di cui ognuno è portatore, in uno sforzo incessante di reciproca comprensione e di comune arricchimento. Vi è qui l'altro dato di fondo, peculiare e insostenibile, della nostra concezione e della nostra politica.
Il problema che dobbiamo porre a noi stessi e a tutti è come si possono affrontare contraddizioni che rasentano ormai l'assurdità - tra abissi di miseria e culmini di ricchezza, tra spreco degli armamenti e bisogni elementari insoddisfatti, tra potenzialità del sapere e meschinità della conduzione politica senza porsi l'obiettivo di una trasformazione degli attuali sistemi di rapporti tra gli uomini e di una guida più razionale e più democratica dei processi economici e sociali sul piano nazionale, europeo e mondiale.
Che cosa possiamo fare, come partito e come Fgci, per soddisfare queste esigenza ormai vitali per gli uomini e le donne che abitano il nostro Paese, il nostro continente e il nostro pianeta, sventando i pericoli di eventi catastrofici e di intollerabili dominazioni reazionarie? Per prima cosa bisogna avere delle idee-forza: la difesa della pace e il disarmo sono una di esse, così come lo è il "nuovo socialismo", così come lo è il nuovo ordine economico internazionale.
In secondo luogo dovremmo lavorare per prendere e dare consapevolezza piena delle contraddizioni nuove del tempo nostro. Far conoscere a tutti che cosa comporta la continuazione della corsa al riarmo, quali sarebbero le conseguenze di una guerra combattuta con le armi atomiche e nucleari. E diffondere i risultati degli studi più recenti sui problemi del rapporto tra risorse e popolazione, tra sviluppo e ambiente e così via. Non è molto che scienziati, istituzioni e anche esponenti politici hanno cominciato a studiare questi temi tipici del nostro tempo e che domineranno i prossimi due decenni.
Si è cominciato, praticamente, a parlarne all'inizio degli anni '70: prima, e acnora per tutti gli anni '60, imperava il vacuo ottimiso del progresso incessante, del benessere che si sarebbe via via diffuso a tutta la popolazione e a tutte le nazioni. Ma negli ultimi anni, nel corso dei quali la realtà ha richiamato la necessità di una visione più lucida del futuro del mondo, un notevole patrimonio di studi si è già accumulato. Esso non è però ancora sufficientemente conosciuto e discusso da grandi masse.
A questo proposito avanzo una proposta concreta da realizzare in un tempo ragionevolmente breve: organizzare, come partito e come Fgci, un Congresso di fururologia, che si svolga sulla base di relazioni e comunicazioni di scienziati e di esponenti delle più varie discipline (scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, militari, economiche, sociali, informatiche, mediche, ecc.); e portare poi i risultati delle informazioni, valutazioni e proposte, che saranno fatte in tale Congresso alla conoscenza e alla discussione tra i giovani.
La terza cosa da fare, la più importante, è quella di proseguire nello sforzo già in atto per sviluppare tutti quei movimenti che si fondino sulle contraddizioni aperte, indichino soluzioni possibili, suggeriscano risultati concreti lungo una via di trasformazione e contribuiscano nel tempo stesso a migliorare e arricchire noi stessi nel nostro rapporto con gli altri.
Quando il movimento operaio muoveva i primi passi oltre un secolo fa, erano le minute rivendicazioni economiche che dovevano avere il primo posto. La grande battaglia unificante, che divenne internazionale, fu per le otto ore. Se non si fosse partiti di lì non si sarebbero certo potute costruire le leghe, i sindacati, il partito politico.
Oggi quel problema si ripresenta. E torna prepotentemente di attualità, se si vuole affrontare il tema della disoccupazione nei suoi aspetti strutturali, la esigenza di una grande battaglia internazionale per la riduzione dell'orario di lavoro. E' stato giusto che questo congresso abbia levato su questo tema una richiesta anche nei confronti dei sindacati.
La piaga della disoccupazione giovanile richiede grandi iniziative anche a livello europeo e una nuova politica nazionale che tenda a modificare la collocazione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Ma - dunque - la battaglia per il lavoro chiede anch'essa specificazioni di qualità: riguardanti il tipo di sviluppo che è necessario e utile perseguire. Quanto sarà possibile sostenere una espansione fondata essenzialmente su produzioni, come dicono gli economisti, "mature" e cioè all'avanguardia, sul lavoro sommerso, sul permanere di una dipendenza fortissima nella ricerca e nei brevetti?
Ecco il bisogno economico di misurarsi con la qualità dello sviluppo. Contemporaneamente, si tratta di un bisogno non soltanto economico. La necessità di vivere in città meno alienanti e disumane, di salvare la natura e i beni culturali, di avere una vita culturale più ricca e piena, di andare ad una scuola il cui insegnamento sia qualificato; tutto questo viene diventando necessità primaria, come erano una volta, le necessità di sussistenza.
Ecco perché il movimento ecologico, nei suoi differenziati aspetti, la volontà di impegno culturale, lo stesso desiderio di partecipazione attiva al miglioramento della scuola hanno acquistato un rilievo così grande. Si esprime anche in questo modo una coscienza critica verso la società in cui viviamo.
Ed ecco perché noi non possiamo pensare di chiamare i giovani alla politica secondo vecchi contenuti e vecchie forme. Come portare la grande maggioranza dei giovani alla consapevoleza piena della realtà e alla possibilità di affrontarla alla luce della ragione. La ideologia della fine delle ideologie è essa stessa una forma di falsa coscienza e cioè una ideologia nel senso marxianamente peggiore della parola. Vi è una pressione forte per un allontanamento di giovani dalla politica.
La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appanaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l'interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia.
Non è mai stato facile essere comunisti. L'assassinio di compagni Pio La Torre e Rosario Di Salvo sono la prova più recente che non è neppure mai finito il tempo in cui bisogna testimoniare persino con il sacrificio estremo la propria fedeltà alle grandi idee per cui tanti dei nostri compagni sono caduti. Ma vi sono oggi difficoltà anche meno aspre e più impalpabili, date dal fatto che i problemi si presentano in forma diversa e più complessa che per il passato, perché le contraddizioni medesime della società tendono ad essere non più solo quantitative ma a riguardare la qualità dello sviluppo, della vita, del modo di esser donne e uomini, del rapporto tra individuo e individuo, tra individuo e società.
Alla crisi delle vecchie forme della politica già corrisponde, se sappiamo vederlo, il nascere di forme nuove di impegno. E queste nuove forme non derivano soltanto dal fatto che molti partiti siano in crisi e altri, compreso il nostro, sentano difficoltà, ma derica dal fatto che avanzano, assieme a questioni nuove, nuove sensibilità.
Vi è, per esempio, un bisogno più grande che per il passato di veder pienamente utilizzato il proprio tempo e il proprio contributo. Non possiamo perciò rammaricarci se tanta attività dei partiti, effettivamente ripetitiva, non viene seguita. Ma vi è anche più informazione, più spirito critico, più avvertita vigilanza contro i luoghi comuni, e le frasi fatte. Ecco perché certo vecchio modo di fare politica oramai respinge nel mentre si sviluppa una spinta grande all'associazionismo, a forme nuove di aggregazione, a nuovi interessi. Nella ripresa di tante forme di associazionismo cattolico non vi è soltanto, il bisogno di certezze che una fede può dare, vi è anche un grande e attivo impegno operativo intorno a tante cause positive. Le Chiese sospingono all'impegno nella società e da ciò deriva una religiosità che non è fuga dal mondo, ma opere e fatti.
Di qui sono venuti e possono venire contributi di notevole rilievo: innanzitutto al movimento per la pace. Talora, ciò si accompagna a spinte integraliste ma, quali che ne siano le motivazioni, bisogna essere attenti alle finalità concrete che vengono perseguite e vedere quali sono i possibili obiettivi consumi. Occorre non confondere mai la necessaria lotta contro il sistema di potere democristiano - sistema di potere che, con buona pace dell'attuale segretario della Dc, continua ad essere una pesante realtà e non una invenzione dei comunisti - e la necessità di intendere la complessità delle spinte presenti nell'area cattolica.
Noi non ci lasceremo impressionare dalla campagna pretestuosa in base alla quale ogni attenzione nostra verso la realtà cattolica viene presentata come ricerca di una intesa tra Dc e Pci. Si tratta di propaganda. Al tempo della solidarietà nazionale noi fummo sempre con i compagni socialisti dapprima nell'astensionismo, poi nel breve periodo della maggioranza. Non siamo certamente noi che abiamo praticato la linea della divisione a sinistra e della intesa separata con la Dc.
Abbiamo dichiarato e ripetiamo, comunque, che quell'esperienza politica è per noi conclusa.
La nostra prospettiva è quella di un'alternativa democratica al sistema di potere dominato dalla Dc. E' ed è in questo quadro che si colloca la nostra ricerca di uno sviluppo del rapporto unitario prima di tutto con il Psi.
Ma guai se, per timore di una propaganda malevola, noi dismettessimo la nostra attenzione verso il mondo cattolico. Proprio la piena conquista di una laicità storicamente costruita ci consente questa capacità continua di distinzione: volta a cercare di interpretare, nel campo che è proprio del partito politico, i bisogni del tempo, da chiunque essi vengono espressi. Non ci sfugge, quindi, che viene anche dal campo cattolico un bisogno di fare, di agire che corrisponde alla necessità effettiva di vedere almeno alleviati molti dei problemi assillanti di tanta parte della popolazione. E' ciò che si chiama il «volontariato». Il volontariato non è soltanto cattolico. Alle radici stesse del movimento operaio c'è il moto della solidarietà reciproca; l'originario costituirsi (prima delle leghe, prima del partito) di associazioni di mutuo aiuto, di reciproco sostegno.
In molte organizzazioni del volontariato, in ogni campo, credenti e non credenti lavorano insieme e anche quando le organizzazioni sono distinte e le aspirazioni ideali diverse, sovente le finalità di solidarietà umana comuni. E abbiamo visto proprio nei giorni scorsi, in una riunione nazionale, quante e quanto valide siano le forze nostre impegnate nelle associazioni volontarie.
Lo sviluppo nuovo e impetuoso di queste antiche e nuove forme di aggregazione ci insegna tante cose: non certo che si può fare a meno delle lotte (fra le quali oggi hanno portata decisiva quella per respingere l'offensiva della Confindustria). Né si può fare a meno dello Stato o della mano pubblica - come qualche teorico, anche di parte cattolica, suggerisce - ma certo che bisogna prendere posizione contro lo statalismo burocratico, che bisogna essere capaci di vedere le risorse autonome della società e saperle valorizzare in un dialogo continuo tra istituzioni democratiche e sollecitazioni che vengono direttamente dalla società.
Lo sviluppo dell'associazionismo e del volontariato indica che non basta partecipare, bisogna poter contare veramente, bisogna fare, bisogna contribuire a risolvere questioni reali. «Democrazia» deve congiungersi con efficienza e «libertà», deve divenire responsabilità e liberazione...
Fonte:
http://utenti.lycos.it/nostalgici/berlinguer.htm
Si capisce perché non c´è posto per Enrico Berlinguer nell´imminente Partito democratico. E tanto vale cacciarsi subito il dente: non c´è posto per Berlinguer, perché nessuno più di lui ne rappresenta la cattiva coscienza.
Con qualche ragionevole ribalderia si può anche dire che Berlinguer resta fuori dal Pd per la semplice, ma indicibile ragione che mette in luce la lunga e folta coda di paglia di tanti dirigenti diessini. Ma se l´immagine disturba, o suona azzardata, o immotivata, si potrebbe pure cercare di dimostrare che la figura di Berlinguer non entra nel «nuovo» partito perché è ancora oggi egli incarna delle virtù che non solo nel campo della sinistra post-comunista si sono ormai quasi definitivamente estinte.
La questione va ben al di là di quella gettonatissima entità ectoplasmica che nel discorso pubblico comincia a essere questo «Pantheon». Di sicuro non sarebbe andato a genio a Berlinguer. «Non amo le semplificazioni» ripeteva spesso; e anche: «Non faccio profezie». Non per caso lo chiamavano «il Sardomuto». Berlinguer non faceva battute in televisione, tantomeno le commentava. Era difficilissimo farlo sedere sui trespoli degli studi televisivi, figurarsi se si sarebbe permesso di affrontare una questione politica solleticando la suspence del pubblico con una frasetta tipo: «Guardi cosa arrivo a dire»; né sarebbe mai scivolato nell´intimismo con quell´inciso un po´ teatrale: «E mi costa molto!». Berlinguer non salutava a pugno chiuso, riteneva quel gesto «un segno di ostilità». E´ lecito quindi ipotizzare che mai avrebbe concluso, come il risoluto Bersani: «Punto e basta».
Oggi invece ci si può tranquillamente esprimere in quel modo, anzi forse si deve. Infatti «funziona». O nessuno ci fa più caso. E comunque pazienza. Ma se la battuta di Bersani fa un po´ di notizia; se si parla ancora una volta di Berlinguer è proprio perché il personaggio non si adattava per niente a «funzionare». Era quasi impossibile «fargli dire» questo o quel giudizio, magari schiacciandolo sulle modalità espressive del presente; le rare volte che qualche giornalista ci riusciva, per quanto dotato di fascino mediatico, quell´uomo dai capelli un po´ dritti e dalle giacche lente restava comunque immerso in un presente tutto suo. «Non ha nemmeno la televisione a colori» disse una volta Craxi. Ora, sarebbe di cattivo gusto evocare campionati di popolarità e rispetto post-mortem. Ma certo quella vecchia televisione in bianco e nero nel tinello di casa Berlinguer, più che una metafora di grigio modernariato politico sembra oggi la «prova regina» - come diceva lui con spiccato accento sassarese - di una mutazione genetica che certo non fa onore all´attuale ceto politico, o politicistico, o politicante, o peggio.
Il punto è che questa trasformazione antropologica, che riguarda l´intera classe politica italiana, rischia di apparire ancora più evidente nel campo che fu suo. Lo si vorrebbe qui dire nel modo meno animoso, come pura e piatta constatazione. Ma di nuovo: Berlinguer è divenuto scomodo perché è tutto quello che i dirigenti diessini hanno smarrito: il silenzio, la compostezza, la sobrietà, la serietà, lo spirito di servizio, il senso della propria dignitosa e decorosa funzione, il disdegno dell´omaggio e della «comunella» con gli avversari, la concezione alta non solo della politica, ma anche del potere. In un´intervista a Giovanni Minoli, che gli chiese cosa pensava del potere, se gli piaceva, Berlinguer, senza muovere un muscolo del volto, ma con un´intensità niente affatto minacciosa, rispose che il potere gli poteva anche piacere, «ma come possibilità di far avanzare gli ideali in cui crediamo io e i miei compagni».
Si noti la formulazione. In questo senso, pare addirittura di scorgere una qualche proporzione matematica. Ai suoi tempi Berlinguer era il «noi» nella misura in cui i dirigenti post-comunisti sono oggi un´accolita di «ego» per lo più arroventati e quindi sempre disposti a farsi del male l´uno con l´altro. E tutto questo non significa che egli sia da considerare il Padre Pio del comunismo italiano, ma certo conosceva e praticava doti che oggi non sembrano molto in voga dalle parti di via Nazionale, o nelle fondazioni limitrofe. La prima delle quali doti potrebbe essere, ad esempio, l´umiltà. E la seconda, sempre almanaccando, la tenuta psicologica. E la terza, se è consentito divagare dai massimi sistemi, la gentilezza, il garbo, il tratto umano.
Poi sì, certo, si capisce, c´è la politica, c´è la morale, c´è la guerra fredda. Su sulla «storia», sulle scelte di Berlinguer, sui suoi ritardi, sui suoi errori, sulla rigidità, la doppiezza, gli attuali oligarchi del Botteghino potrebbero utilmente intrattenere quel resta di un antico partito. Il compromesso, l´austerità, lo strappo, la musata sulla scala mobile, la diversità. Ma lui era diverso davvero, anche come stile, anche come dirigente, anche come uomo. E su questo i capi diessini non dicono molto. Anzi, a metterla giù dura, l´impressione è che oggi Enrico Berlinguer è diventato ingombrante perché sta lì a ricordargli, e nel modo meno simpatico, le ragioni originarie del loro stesso impegno politico. Ragioni che - via, lo ammettano! - si sono, come dire, un po´ indebolite. Ragioni che si sono attenuate, «modernizzate», «laicizzate». E anche vero rientra nel novere delle cose che possono e a volte devono accadere. Ma al tempo stesso, modernizzandosi e laicizzandosi, quell´impulso primigenio, quella voglia tutta giovanile di battersi per la povera gente - il Berlinguer partecipò giovanissimo ai «moti del pane», guidando la mobilitazione di gente che aveva fame - ecco, morto lui, in tanti e tanti ex giovani quadri del Pci quelle ragioni si sono aperte a tante e tante altre cose non proprio berlingueriane.
Berlinguer è morto nel 1984, e nel corso di questi 23 anni è stato tirato da una parte e dall´altra, tagliato a fettine, esposto sulle bancarelle congressuali; e poi pubblicato postumo, soggetto di libri scritti da futuri ministri, sindaci e presidenti a loro immagine e somiglianza, ma a loro uso e consumo. Troppo commemorato e insieme dimenticato a forza, difeso dai parenti, lodato dagli avversari (Andreotti, Romiti, Montanelli). Ma in fondo per comprendere Berlinguer - e quel che un tempo si chiamava popolo c´è riuscito meglio di tanti esponenti del suo ex gruppo dirigente - bastano quelle ultime immagine sul palco di Padova. Le parole smozzicate, il fazzoletto sul volto, e lui che voleva continuare. Un ricordo che non si riesce proprio a scartare. Anzi, forse stai a vedere che è proprio in questa memoria stralunata, ma piena di poesia che non c´è posto per il Partito democratico.
A Enrico Berlinguer è dedicata in eddyburg una cartella di scritti suoi e su di lui
“Un paese ci vuole/ Ripartire dai luoghi” di Enzo Scandurra (Città Aperta, pp. 179, euro 13,50) è un libro singolare. E l’autore lo sa. Non a caso apre con una lunga introduzione, intitolata “Perché questo libro scritto in questo modo”. Nella quale innanzitutto dichiara: “Non sono uno scrittore. Al più mi piacerebbe che di me si dicesse: narratore.” Cioè qualcuno che “soprattutto a partire dalle proprie riflessioni di vita, ci racconta il mondo così come lo vede, senza presunzioni letterarie.” E annuncia che il lavoro si compone di due parti, la prima è in forma saggistica, la seconda “nel linguaggio della narrazione”.
Qualsiasi libro, qualunque sia il suo contenuto e il suo intento, è sempre - come noto - in qualche misura un’autobiografia. Ma questo, di Scandurra, lo è in modo così evidente che la parte narrativa, dichiaratamente autobiografica, costituisce un tutt’uno perfettamente omogeneo con l’altra. E ciò benché il libro sia tutt’altro che di lieve impegno, si misuri anzi con ponderosi quanto urgenti interrogativi e coraggiosamente li dichiari: “E’ possibile modificare la corsa di questa modernità fuori controllo, fondata sulla manipolazione della natura, sull’uso dissennato delle sue risorse, sulla riduzione dei cittadini a sudditi idioti del mercato e dei consumi, sull’uso della guerra come mezzo sostitutivo della politica?” Insomma, è possibile cambiare il mondo?
Il fatto è che in questo libro l’esercizio intellettuale, acuto, colto, raffinato, si applica a una materia direttamente sofferta e non decantata, ancora palpitante. E’ un libro soprattutto di sensazioni, che però scavando nell’angoscia si fanno meditata riflessione, per aggredire il disagio di una realtà non più accettabile, non più rapportabile al sentire del passato, che la memoria rifiuta di riconoscere. E qui sta forse la sua qualità più originale e il suo fascino.
Scandurra è un urbanista, e da urbanista ha scritto diversi libri che trattano della città come centro e soggetto della complessità sociale. Nei titoli più recenti però (“La città che non c’è”, “Città morenti e città viventi”, ecc.) già si affaccia la consapevolezza della crisi, il presagio di un deterioramento forse irrecuperabile della città. In quest’ultimo lavoro oggetto centrale del suo osservare riflettere e narrare, è la periferia, ovvero la città cresciuta fino a farsi illeggibile, privata della sua razionalità, città divenuta sterminata metropoli: appunto periferia sterminata, dove non esiste più il concetto di comunità, e la stessa convivenza appare mero agglomerato di umani in eccedenza, messi in parcheggio, esclusi dal futuro; ma periferia anche della mente, dove si accumulano scarti del pensiero, della cultura, della memoria. Città senza senso, come oggi il mondo intero. Città-mondo, che non esiste più, città-periferia che copre l’intero pianeta, e racconta il fallimento della modernità.
Un non-luogo dove si affollano e confusamente trovano rappresentazione tutti i problemi del nostro presente. Dimensioni centrali dell’esistenza, come il lavoro e la cittadinanza, cancellate dal consumismo. Identità smarrite nell’incalzare della modernizzazione e della tecnologizzazione. Antichi e gloriosi concetti-guida come sviluppo e progresso impoveriti e stravolti, nella famelica e acritica dipendenza dal mercato, nel dominio della merce. Sradicamenti prodotti da una mobilità diventata norma, dalla crescente secolarizzazione, e dalla stessa emancipazione. “Spariscono di colpo categorie che rendevano la città il luogo pubblico della politica e della convivenza, per essere sostituite dallo spazio indifferenziato del consumo”.
La seconda parte del libro, quella “in linguaggio narrativo”, consiste in una serie di flash su momenti dell’infanzia e della prima giovinezza dell’autore, vissute al Prenestino, allora estrema periferia romana, poi rapidamente ingoiata dal cemento. Povertà, ingenuità, modesti svaghi tra l’oratorio, il primo cinema e il prato dietro casa, amori vissuti solo di sguardi e qualche sorriso, il centro di Roma come un lontanissimo, lussuoso miraggio. Vite faticate, pesanti limitazioni, e anche cattiverie e brutalità. Ma sempre il senso della comunità, il calore dell’ appartenenza, un luogo che è “un paese”. Una ventina di pagine in tutto, e però il più significativo contrappunto alla desolata alienazione del mondo attuale. E anche in qualche modo motivo alla speranza.
Già, perché nonostante tutto questo non è un libro disperato. Scandurra lo dice e lo sottolinea: “Il progetto neoprometeico di assimilazione del mondo a categoria economica, sotto il dominio della Tecnica e del Mercato, forse è ancora lontano dalla sua catastrofica realizzazione.” Forse è ancora possibile dare scacco ai tanti fondamentalismi che ci assediano, aprirci alla pluralità delle differenze, “organizzare una rivincita dei valori della vita su quelli della morte”. Dopotutto “il futuro non è stato deciso per sempre”.
Non sapevo che a metà degli Anni Settanta l'Italia fosse in guerra. So per certo che in quel tempo - sindaco di Torino - ogni giorno correvo da una parte all'altra della città dove era stato consumato un attentato, un omicidio, un gambizzato (terribile neologismo coniato proprio negli anni di piombo). Ora Piero Fassino, in riferimento al Caso Moro, ci dice a trent'anni di distanza, che "in tempo di guerra si tratta con il nemico". Dunque l'Italia era in guerra con le Brigate Rosse e affini? Cioè con un branco di esaltati assassini, per altro vigliacchi (cioè, privi di coraggio) perché era troppo facile uccidere un poliziotto, un avvocato, un giornalista sparandogli alle spalle. In nome di che cosa? Di una fantomatica rivoluzione proletaria di loro invenzione?
Non mi sorprende l'ultima sortita di Piero. Lo chiamo amichevolmente così perché ero presente il giorno del suo incontro con il segretario della Federazione Torinese del PCI, Adalberto Minucci, quando venne a ringraziarci perché avevamo partecipato noi comunisti al funerale di suo padre, stimato partigiano delle Formazioni Autonome. Quella nostra presenza lo aveva colpito. Fu in quell'occasione che Piero manifestò interesse per la politica e l'intenzione di aderire alla Federazione Giovanile.
In questi anni ci ha abituati a sorprendenti "folgorazioni". Nel suo libro "Per passione" ci fa sapere, attraverso una metafora del gioco degli scacchi, che Berlinguer ha preferito morire un minuto prima dello scacco matto onde evitare l'impatto con la crisi della sua strategia politica. Berlinguer aveva sbagliato tutto, Craxi aveva ragione.
Poi presentando il suo libro con Romiti ha detto che nell'Ottanta (35 giorni di sciopero, marcia dei 40 mila) tutto sommato la Fiat non aveva tutti i torti e che i sindacati (che avevano respinto i quindicimila licenziamenti) non avevano capito praticamente niente dei cambiamenti in atto. Adesso è la volta di Moro. Pazienza. Aspettiamo il prossimo ripensamento prima della nascita del Partito Democratico.
Ma se il comportamento di Piero è un po' stucchevole, con queste sue piroette tendenti ad una legittimazione, non si sa bene da parte di chi, leggere oggi sul "Corriere della Sera" ciò che ha dichiarato Pietro Ingrao, sempre sul Caso Moro mi ha riempito di amarezza. Cosa vuol dire: "si doveva trattare per liberare Moro", e che ciò "non avrebbe impedito di riprendere il giorno dopo la lotta al terrorismo"? Il giorno dopo avrebbe significato un altro rapimento e, dopo un'altra trattativa, un altro rapimento e così via. Pur rimanendo validi tutti gli interrogativi che Ingrao si pone sul Caso Moro, stare al gioco dei terroristi avrebbe voluto dire protrarre la "lunga notte" chissà per quanto tempo ancora, ringalluzzendo i fautori della lotta armata, creando attorno a loro non il vuoto (come è accaduto) ma un terreno fertile per il reclutamento. Questa vocazione della sinistra all'autoflagellazione, all'insegna di "abbiamo sbagliato tutto", che traspare anche dall'ultimo libro di Ingrao, non solo è preoccupante ma rattrista.
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Quest'anno ricorre il ventennale della scomparsa di Federico Caffè. In La solitudine del riformista si può leggere: «E' cosa ben nota che l'influenza della teoria economica, ai fini della soluzione di problemi concreti di politica economica, si manifesta generalmente con notevole ritardo, quando si manifesta»... «gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono usualmente schiavi di qualche economista defunto... Non però immediatamente, ma dopo un certo intervallo». Il dibattito sulle public utilities ed in particolare sui beni pubblici dovrebbe prendere spunto dalle riflessioni di Caffè. Caffè, riprendendo la tesi di Hotelling (Il benessere generale, in rapporto ai problemi della tassazione e delle tariffe ferroviarie e dei servizi pubblici, 1938), sostiene «la gestione dei servizi pubblici: che andrebbe ovviamente valutata in termini di servizi resi (o, ovviamente, in termini di distorsione delle risorse) e non già in termini di mero pareggio del bilancio». Per questo è necessario affermare la centralità di un nuovo spazio pubblico. Lo spazio pubblico è quel luogo della società nel quale si rendono accessibili beni primari come l'acqua, la salute, l'istruzione, la cultura, quelli che nel dibattito corrente di questi anni si chiamano beni comuni, in realtà sarebbe molto più corretto chiamarli beni di merito. La produzione di beni e servizi pubblici, meglio ancora la garanzia del diritto all'accesso universale di questi beni, indipendentemente dalle condizioni di censo e dal luogo di nascita, è indispensabile a garantire il benessere delle persone, ma anche per prefigurare politiche attive pubbliche per condizionare il mercato e per questa via lo sviluppo. Da un lato il pubblico, attraverso la proprietà e la gestione pubblica di questi beni, garantisce l'esigibilità, la giustizia sociale, dall'altro condiziona lo sviluppo del Paese e i territori coinvolti, attraverso le public utilities.
L'attuale dibattito sulle public utilities e la disponibilità di alcuni beni e servizi (acqua, energia, trasporto, ecc) dovrebbe trovare una sintesi adeguata, a partire dai tavoli nazionali aperti dal governo Prodi. Infatti, lo sviluppo e la crescita economica, unitamente alla distribuzione del reddito, dovrebbe misurarsi non solo con le risorse finanziarie messe a disposizione per tali finalità, ma anche con gli strumenti e il ruolo che si vuole assegnare al pubblico. Sostanzialmente: lo stato è regolatore del mercato o attore del mercato? È un nodo fondamentale da sciogliere. Se lo stato diventa erogatore di risorse finanziarie per il mercato e si dota di strumenti di regolazione, il rischio è quello di uno stato minimo ed esterno ai meccanismi allocativi. In qualche modo si rinuncerebbe a rimuovere i cosiddetti fallimenti del mercato, cioè alla economia pubblica. Non si tratta di gestire i conti pubblici in modo trasparente e ragionieristicamente perfetto, piuttosto di recuperare il ruolo strategico che esso (il bilancio e l'economia pubblica) hanno sempre avuto.
Oggi il mondo (afferma la Fao, che non è un organismo antisistema) produce cibo ampiamente sufficiente a sfamare tutti i suoi abitanti. Ma, come noto, nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” quasi un miliardo di persone è gravemente sottonutrito, e ogni sei secondi un bambino muore di fame. Mentre in Occidente è una malattia sociale l’obesità da iperalimentazione.
La ricchezza continua ad aumentare in tutto il globo. La società attuale sarebbe in grado di sconfiggere la povertà. Ma circa metà della ricchezza prodotta viene accaparrata dal dieci per cento della popolazione, mentre un miliardo e mezzo di persone vivono con due dollari al giorno. L’impoverimento da anni è un fenomeno costante e diffuso anche tra i ceti medi e nei paesi più affluenti. Lo testimoniano tra gli altri Stiglitz, Fitoussi, Giddens, Lutwack, che non sono dei no global.
Le tecnologie oggi disponibili potrebbero consentire di produrre il necessario a una vita agiata per tutti, e anche una buona quota di superfluo, lavorando tutti un tempo limitato: la profezia di Keynes (tre ore al giorno, ricordate?) potrebbe avverarsi. Di fatto il mondo del lavoro contempla masse di disoccupati e di precari, masse di gente costretta a orari massacranti più straordinari imposti sotto ricatto, masse di sfruttati come ai tempi del più spietato protocapitalismo.
A questo modo si producono quantitativi enormi e crescenti di merci sempre più scadenti, che è sempre più difficile vendere, nonostante prezzi sempre più ridotti, e liquidazioni, saldi, rateazioni senza interessi, facilitazioni di ogni tipo: merci per la gran parte destinate in tempi brevissimi a finire in discarica. Possibile e forse vicina crisi da sovrapproduzione, dicono gli esperti. Incontenibile bulimia di un capitalismo avviato a una seria crisi sistemica, dicono le teste più lucide dell’economia critica, Gorz, Wallerstein, Chomsky, Shiva, Bello, ecc.
La gravissima crisi ecologica che va mettendo a serio rischio il futuro della specie umana è diretta conseguenza del sistema economico oggi dovunque attivo, affermano concordemente gli scienziati di tutto il mondo. E’ conseguenza cioè di un modo di produzione distribuzione e consumo, del quale è obiettivo primo la crescita illimitata: in contraddizione insanabile con i limiti dello spazio in cui opera, cioè il Pianeta Terra.
Non sto dicendo cose nuove. Sono cose che però di rado mi pare vengano adeguatamente considerate, soprattutto nel loro “tenersi” reciproco, nel quadro complessivo di una realtà evidentemente incapace di quella soluzione di tutti i problemi che le destre promettono, e che anche parte non piccola delle sinistre continua a ritenere possibile battendo le strade di sempre. Per “affrontare le sfide imposte dalla crisi del neoliberismo”, come l’invito al “Dibattito” propone, credo innanzitutto si debba tener presente che il mondo in cui il “cantiere” si troverà a lavorare è proprio il mondo tutto intero, dove politiche locali e politiche globali si orientano e vincolano a vicenda, in una inevitabile reciprocità di determinazione. Credo cioè necessaria una cognizione piena della crisi attuale, per tanti versi non comparabile a nessuna crisi del passato, e insieme la coraggiosa consapevolezza del nostro vivere in una situazione estrema, che solo una netta discontinuità storica, una nuova razionalità economica e politica, possono impegnarsi a superare.
E dunque temo che non solo manchino le risposte, ma che si debbano ancora porre molte domande. Mi limito a suggerirne due. La prima riguarda quella sorta di inversione di marcia imboccata da qualche decennio dal sistema economico dovunque operante: perché il capitalismo che per più di un secolo, sia pure tra sfruttamenti e iniquità, è andato oggettivamente migliorando le condizioni delle classi lavoratrici dei paesi industrializzati, oggi crea insicurezza, impoverimento, più pesanti disuguaglianze? Che cosa è cambiato per cui fino a ieri un padre poteva sperare per i suoi figli una vita migliore, e oggi accade l’opposto? Forse a questo proposito le sinistre dovrebbero rileggere criticamente la propria storia, e chiedersi se strumenti in passato utili, spesso anzi portatori di grandi vittorie, possano risultare ancora efficaci; e dunque che cosa significhi oggi lo “sviluppo” ancora tenacemente perseguito.
La seconda domanda muove in realtà da una diversa motivazione della prima. Ci siamo resi conto che i meccanismi dell’ accumulazione capitalistica, quelli che a lungo hanno migliorato vita e speranze di tanti (ma ora non più), sono gli stessi che duramente vanno dissestando gli equilibri naturali, seminando morte (soprattutto tra i più poveri, ciò che alle sinistre non dovrebbe essere indifferente), e moltiplicando crisi disastrose e forse irreparabili? E più che mai, anche in questa prospettiva, tra le sinistre dovrebbe premere il dubbio sull’utilità di una politica ancora imperniata su sviluppo e modernizzazione, e insieme imporsi un severo ripensamento della propria tradizionale politica (non-politica?) ambientale.
Sarebbe assurdo pretendere dal “cantiere” risposte pronte e men che mai definitive a domande come queste, che riguardano il mondo. A cui però non si sottraggono i problemi interni di ogni paese. E dunque tenerle presenti, in ogni momento dell’agire politico, è oggi dovuto. Perché, come dice Etienne Balibar (il manifesto 28 marzo) oggi non esiste politica utile che non sia mondiale, e ogni scelta politica locale, in qualsiasi materia , “implica una scelta ‘cosmopolitica’ e viceversa”.
Sembra averlo capito molto bene Sandro Curzi quando parla (27 marzo) dei “mali diffusi e profondi di questo sistema di sviluppo, sia nella sua versione globale sia in quella domestica”; e quando coglie la valenza rivoluzionaria del problema ambiente. Ma perché il suo intervento non sta dentro il “Dibattito”?
La storia del melo è esemplare fra le tante storie di alberi da frutto di cui Giuseppe Barbera narra in Tuttifrutti (Mondadori, pagg. 201, euro 9,40, con prefazione di Carlo Petrini), un libro che dietro il titolo rockettaro racconta invece la grande, favolosa, ma a tratti triste avventura del rapporto fra gli uomini e l´ambiente. Barbera insegna Colture arboree all´università di Palermo. Nella Valle dei Templi di Agrigento ha allestito un museo che raccoglie millecinquecento alberi i quali documentano trecento varietà di mandorli. Poco più in là, nel vallone profondo fra il Tempio dei Dioscuri e quello di Vulcano, insieme a un altro agronomo, Giuseppe Lo Pilato, e al Fai, ha riportato alla luce il giardino della Kolymbetra, dove ai tempi della città greca c´era una piscina con pesci e cigni, e che ora, dopo essere stato abbandonato per decenni, è di nuovo uno spettacolo di orti e di agrumi che ha la forza suggestiva di contrastare l´abusivismo edilizio che vilipende la Valle.
Il libro di Barbera è una storia culturale dell´albero da frutto, si aggira fra botanica, letteratura e mito, fra agronomia ed economia. E ogni capitolo è intestato a un albero: albicocco, arancio, carrubo, castagno, ciliegio, fico, ficodindia, limone, fino a pistacchio e susino. La storia inizia diecimila anni fa, quando gli uomini, stanchi di vagare fra le boscaglie africane, impararono i rudimenti della tecnica agricola e diventarono più stanziali. Ma per allevare gli alberi da frutto occorreva una città e quindi si attesero ancora cinquemila anni prima che si giungesse a prodotti commestibili. «La frutticultura», annota Barbera, «compie i suoi primi passi in compagnia della scrittura, della religione, della filosofia e della metallurgia». Segna la nascita della civiltà. Ma fa anche emergere un orizzonte simbolico meno dominato dalla paura. L´albero delle foreste cresceva e moriva, e soprattutto giganteggiava, inducendo negli uomini un senso di sottomissione che scompare con l´albero fecondo, che invece dona i suoi frutti e che stimola una migliore confidenza con la natura.
L´albero da frutto, racconta Barbera, viaggia da un continente all´altro, arriva in Europa dalla Cina, dalla Mesopotamia, dalla Palestina, dalle Indie occidentali e diventa il protagonista del paesaggio mediterraneo soprattutto quando, dopo la rivoluzione agraria avvenuta nell´Ottocento, dal chiuso di un giardino dilagherà sulle colline e nelle pianure e si arrampicherà sui fianchi delle montagne o disposto sui terrazzamenti. È un´evoluzione controllata dall´uomo, che riordina i paesaggi seguendo consuetudini antiche, ma anche innovando - e innovando nel rispetto di un codice genetico, di uno statuto dei luoghi.
Storia culturale degli alberi significa intanto storia delle colture, della sapienza contadina che innerva le discipline agronomiche fino a quelle a più alto contenuto scientifico. E di questi acquisti della civiltà il libro di Barbera è ricco di esempi. Ma storia culturale è anche quella che raccontano le esperienze letterarie. Per definire la luminosità di un dipinto, Virginia Woolf scrive che ha qualcosa «di roseo e morbido, di splendente e tenero come le albicocche pendenti da un muretto di mattoni nel sole pomeridiano». Carlo Emilio Gadda, invece, includeva le albicocche fra «i materiali preziosi, limpidamente tramutabili in vita, il più accreditato precedente del mio cervello donde irrorare di vitamine e rifornire d´idrati la città senza frutto». Il carrubo lo ritroviamo nell´epopea di Gilgamesh e iscritto nell´onomastica dei Malavoglia di Giovanni Verga - la Mangiacarrube. E quando la letteratura declina verso le parole in musica, conservando comunque l´aspetto di grande documento antropologico, si ascolta il rimpianto di un´Italia primi Novecento che si cibava di zuppa di ciligie secche con pane bollito: «Reginè quanno stive cu mmico / nun magnave ca pane e cerase, / nui campavamo ‘e vase, e che vase / tu cantave e chiagnive pe´ me» (le cerase in napoletano sono appunto le ciliegie).
Barbera racconta poi le sorprendenti avventure storiche e botaniche del ficodindia che si possono intitolare alle meraviglie della biodiversità. Dopo la scoperta dell´America in entrambi i continenti prevalse la reciproca diffidenza. La paura induceva a guardare alla diversità dei prodotti dell´uno e dell´altro come una nebulosa piena di insidie. Una paura culturale e non biologica. Il ficodindia ha origine azteca e ai primi conquistadores penetrati nelle foreste centroamericane apparve come «la più selvatica e la più brutta» delle piante del nuovo mondo, una specie di alieno rispetto alle migliaia di specie che popolavano la flora europea. Ma dopo qualche tempo, il ficodindia aprì un varco e prese a colonizzare l´agricoltura mediterranea, uscì dai giardini delle corti dove veniva esibito come fenomeno eccentrico e diventò uno degli elementi paesaggisticamente distintivi delle colture siciliane, per esempio, inserendosi nei nuovi ambienti con straordinario spirito di adattabilità, finendo per essere assimilato come tipico di un habitat mediterraneo. Gustave Flaubert, per esempio, disegna con i fichidindia il paesaggio cartaginese dove si svolge il dramma di Salammbô.
E arriviamo così al melo, la cui storia sintetizza quella recente del paesaggio agrario, segnata dal degrado. In generale i frutteti, sopravvissuti per secoli ai bordi delle città, sono stati i primi baluardi a cadere sotto i colpi della dissennata espansione urbana avviata negli anni Cinquanta del Novecento. Ne sono triste documento i giardini di agrumi nella Conca d´Oro intorno a Palermo, e in particolare quelli dove nel secondo dopoguerra venne messo a punto il Tardivo di Ciaculli, un mandarino con pochi semi che matura fra febbraio e marzo: quei giardini sono assediati dalla mafia e dall´ingordigia della speculazione edilizia.
L´altro aggressore dei frutteti che tanta ricchezza apportarono all´agricoltura è la coltivazione industriale che ha specializzato le colture - tutto mais, tutto soia, tutto girasole - e banalizzato i paesaggi, abolendo siepi, alberature e piantagioni promiscue. Il melo, l´albero più diffuso al mondo, è stato vittima di questi processi. Fino agli anni Sessanta, scrive Barbera, in un ettaro di terra si piantavano da cento a cinquecento alberi alti anche otto metri, oggi si arriva a tredicimila, mai più alti di due metri, sostenuti da pali di cemento e fili di ferro, concimati chimicamente e protetti con teli di plastica. È la mitologia della produttività, la quale impone, spiega Barbera, la rincorsa a varietà che incontrino il gusto globale e in grado di resistere anche dodici mesi. E come tutte le mitologie, anche questa nasconde una falsa credenza, quella di contrastare con la quantità invece che con la qualità le mele che si producono in luoghi con costi di manodopera anche cento volte inferiori ai nostri.
Dagli anni Sessanta non è più possibile arrampicarsi sugli alberi di mele. Sopravvivono come delle rarità protette alcune antiche varietà, le Annurche, la Roggia, la Panaia, la Broccia, la Bianchina, la Rosa, la Ciucca, la Conventina, ognuna delle quali associata a un determinato luogo e a uno specifico paesaggio, «frutta / con dentro ancora una volta, tutta la campagna, sconfinata», avrebbe detto Rainer Maria Rilke.
Dalla razza padana alla razza messicana. Le magnifiche sorti delle telecomunicazioni nazionali potrebbero di qui a un mese veleggiare da un capo all’altro del mondo. Il magnifico timoniere sarebbe Marco Tronchetti Provera, che spera di traversare l’uragano e approdare ai lidi dorati d’oltreoceano, riempiendo la sua cassaforte e lasciando l’Italia a guardare e a telefonare su licenza straniera. Eravamo dei primatisti. Rischiamo di finire peggio che in mutande: l’Omnitel, fondata da De Benedetti, è alla dipendenze dell’inglese Vodafone; Enel aveva inventato Wind e l’ha ceduta al fondo Weather dell’egiziano Naguib Sawiris; “3”, unica compagnia umts, appartiene ai cinesi della Hutchinson Whampoa. Ci restava Telecom, restiamo avvinghiati a Telecom, come al tricolore, ma Tronchetti Provera dopo aver a lungo dialogato con l’australiano Rupert Murdoch, detto lo squalo, s’è inventato quest’altra strada, un pesce d’aprile condiviso con americani e messicani, che sembra uno sberleffo per chi ancora sogna “italiano”. Di fronte al quale potrebbe aver ragione persino il neodemocristiano Rotondi, che ci racconta come questo sia il mercato, chiedendo a tutti di arrestarsi quindi di fronte alla sua inalienabile libertà. Sarebbe da incoscienti però non accogliere con rammarico la notizia dell’eventuale salto al di là dei mari di una tanto strategica (e storica) impresa italiana e non rimpiangere i tempi in cui i famosi cavalieri distribuiti tra Brescia e Mantova, da Chicco Gnutti a Roberto Colaninno, si gettavano, il cuore oltre l’ostacolo, nell’impresa gigantesca della telefonia privatizzata. Onore all’azzardo dei “grandi progetti”. Con gli americani e con i messicani si può avvertire il gusto esotico e modernista della globalizzazione in casa nostra. Ma come si fa a nascondere l’amarezza di vivere in un paese che rischia di perdere un altro pezzo, in un paese dove i primi a far dietro front davanti all’impresa sono proprio gli imprenditori, che esaltano il mercato purchè sia protetto, garantito, sovvenzionato (anche grazie ad imprevedibili “tesoretti”, come invoca Montezemolo), eccetera eccetera. Dove nessuno ti chieda idee, coraggio, piani industriali, dove mai una sfida si presenti, un rischio si calcoli.
Marco Tronchetti Provera sembra di questa stoffa: se ha rischiato, ha rischiato (molto, in passato) con l’Inter o con le sue regate. Con la Pirelli e con i telefoni è passato via via all’incasso. Smobilitando, ma incassando. Come quando nel 2001, proprio all’alba dell’operazione Telecom, cedette la Fotonica Pirelli, definita solo un anno prima la «produzione del futuro», intascando una stock options di circa cinquecento miliardi di lire, che il Wall Street Journal definì una vergogna per il capitalismo italiano. Il risultato è che la Pirelli da multinazionale s’è ridotta, sotto la sua regia “commerciale” ad azienda quasi quasi di nicchia: un sacrificio per coprire i “debiti di gioco” (finanziario ovviamente) del suo presidente. Debiti che riporterebbero ovviamente a Telecom, al primo anno di governo Berlusconi, quando Tronchetti, con Edizioni Holding dei Benetton, attraverso Olimpia, rilevò il cento per cento della lussemburghese Bell in Olivetti, arrivando a controllare per questa via il 23 per cento della società telefonica. Un pasticcio di sigle, quote azionarie, partecipazioni. Nel 2003 Tronchetti decise di scorciare la catena di controllo di Telecom fondendo Telecom Italia con la controllante Olivetti. Nascendo una nuova Telecom (quotata in borsa a partire dal 4 agosto), scomparve il marchio Olivetti. Un altro addio, un’altra dismissione alle spalle. Altro colpo nel 2005, quando Telecom lanciò un’Opa di quattordici miliardi e mezzo sulla controllata Tim. Nel via e vai miliardario, molti non ci capiranno più nulla. Sta di fatto che i debiti della capogruppo Telecom schizzarono da 29 a 44 miliardi di euro, diventarono una specie di cappio al collo dell’italianità di Telecom e consentirono a Olimpia di distribuire bei dividendi. Tronchetti aveva la risposta pronta: i profitti della telefonia mobile consentiranno la riduzione dei debiti... S’illudeva pure lui.
L’anno dopo, ai primi di settembre, a Cernobbio, per il Workshop Ambrosetti, il nuovo capo del governo, Romano Prodi, parlò a Tronchetti che lo rassicurò: niente svendite, niente scorpori, rosei orizzonti, malgrado i debiti. Pochi giorni dopo Tronchetti Provera navigava attorno all’isola di Zante, nel mitico mare di Grecia, in compagnia del patron di Sky, Rupert Murdoch, per discutere di televisione e di contenuti. Voleva fare la “media company”, basta con gli obsoleti telefoni. S’avviò così il balletto della vendita di Telecom, con il veleno di polemiche, di smentite e controsmentite, nel segno del piano Rovati (Angelo Rovati, il consigliere di Prodi). Piano privato, segreto e noto a tutti, imperniato sulla divisione della rete fissa da Telecom Italia e il passaggio del suo controllo sotto l'ombrello dello Stato, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (con successiva quotazione in Borsa). Insomma, secondo Rovati, lo Stato si sarebbe dovuto riappropriare di fili e cuniculi, insomma dell’hardware di base, quello che fa forte nella contrattazione e nel controllo. Pochi giorni dopo Tronchetti Provera presenterà invece il suo piano: separazione della rete fissa dalla telefonia mobile di Tim (dopo l’opa miliardaria del gennaio 2005), con il progetto di venderla. Tensioni sempre più aspre. Il 15 settembre Tronchetti Provera lasciava la presidenza di Telecom. Arrivò Guido Rossi. Pochi mesi ancora (siamo all’inizio del 2007) e Pirelli comunicava l’intenzione di cedere la quota dell’ottanta per cento di Olimpia. Russi, indiani, spagnoli ne studiarono l’acquisto. Invece il pesce d’aprile dell’altro ieri, grazie al quale Tronchetti Provera si è ripreso qualche carta. Ne ha passate di tutti i colori. S’è trovato tra i piedi persino gli spioni e i loro giochi sporchi, le intercettazioni e i ricatti, sempre all’ombra dello storico marchio Telecom. Lo ricordiamo nel solito gessato blu doppiopetto in una caldissima conferenza stampa imprecare, sull’orlo di una crisi di nervi, contro quei traditori. L’offerta transoceanica gli vale miliardi di euro e il plauso delle borse, con una rivalutazione miracolosa delle azioni Telecom, a favore di Pirelli. Il padrone se la riderà: arricchirsi con i debiti. Questo, signori, è il capitalismo. O forse solo il capitalismo di capitalisti senza qualità.
La prima volta che sono atterrato in Romania è stato un anno fa, aeroporto Otopeni di Bucarest, all’una e mezza del pomeriggio. Sono partito da Torino una mattina all’alba, senza sapere che cosa avrei trovato, con troppi pochi preparativi per avere delle aspettative da collaudare e troppi pochi pensieri pregressi per avere delle domande alle quali cercare risposta dall’altra parte dell’Europa. Sono partito con l’unica sensazione che quello che stavo facendo mi riguardava nel profondo. Quando sono salito sull’aereo avevo in tasca un paio di indirizzi, un numero di telefono romeno e sei o sette nominativi di aziende italiane da cercare e a cui chiedere udienza. Il motivo concreto per cui avevo deciso di partire era proprio quello: volevo incontrare e parlare con gli imprenditori italiani che avevano spostato la produzione (e in molti casi la residenza, la vita, gli affetti) in Romania. Perché la Romania? Perché la Romania era stato tra i primi paesi ad assistere alla delocalizzazione italiana, perché c’erano quasi ventimila aziende italiane che avevano piantato le tende là, e poi anche perché avevo quel numero di telefono in tasca, che rendeva più semplici tutte le cose. Questo mi sembrava un motivo sufficiente per fare questo viaggio, e per avere l’impressione che questo viaggio mi riguardasse profondamente, come italiano e come europeo dell’Europa dell’ovest, se ha qualche senso questa distinzione cardinale. Per quasi un mese, quindi, ho girato la Romania, salendo e scendendo da macchine, salendo e scendendo da autobus, salendo e scendendo da metropolitane, e soprattutto dondolando lentamente sui treni romeni. Da Bucarest sono passato in Transilvania, poi dalla Transilvania a Timisoara, dove negli anni è sorto un autentico distretto industriale italiano. Il mese che ho passato là l’ho trascorso a fare domande, registratore alla mano, agli imprenditori italiani, e poi ai loro dipendenti romeni e poi via via ad altre persone romene finite sulla mia strada in quell’arco di tempo.
Ma ora facciamo un passo indietro, torniamo indietro di 500 anni. Parliamo di Antonio Pigafetta. Antonio Pigafetta Patrizio, «vicentino e cavalier de Rodi», ci ha lasciato come testamento la testimonianza più sapida ed efficace di un esploratore in azione. Partito dalla Spagna al seguito di Ferdinando Magellano, «nell’anno della natività del Nostro Salvatore 1519», Pigafetta segue fedelmente Magellano nel suo giro del mondo. Ha tempo da perdere, soldi da spendere, e si imbarca pagando la sua quota, come un miliardario intubato dentro una navicella spaziale. Sono gli anni delle prime colonizzazioni: le potenze europee hanno bisogno, per portare avanti i loro traffici, che esista un mondo tutto nuovo da sfruttare. E per sfruttarlo hanno necessità di comprovarne l’esistenza: è per questo che le potenze mandano in avanscoperta, con budget adeguati, ciascuna i propri esploratori. Ferdinando Magellano (e prima di lui Cristoforo Colombo) è tra questi. Il miliardario Antonio Pigafetta assiste, trascrive tutto nella sua Relazione del primo viaggio intorno al mondo, e consegna ai posteri lo sguardo del colonizzatore sul mondo nuovo che si appresta ad essere colonizzato. Attraccati, tutti quanti, nella terra di Verzin, Magellano e compagni incontrano gli indigeni («vivono secondo lo uso della natura e vivono centovincinque anni e cento quaranta») e interagiscono con loro. Ecco la descrizione che di questa interazione fornisce Pigafetta di ritorno dal viaggio intorno al mondo: «Per un amo da pescare o uno cortello davano 5, o 6 galline: per uno pettine uno paro de occati; per uno specchio o una forbice, tanto pesce che avrebbe bastato a X uomini; per uno sonaglio o una stringa, uno cesto de batate; queste batate sono al mangiare come castagne e longhe come napi; e per uno re de danari, che è una carta da giocare, ne detteno 6 galline e pensavano ancora averne ingannati». La storia della colonizzazione sta scritta tutta in queste righe, in cui c’è tutta la postura che nasce dalla percezione di una superiorità in qualche modo evolutiva del colonizzatore sul colonizzato. Ma né Magellano (che non sopravviverà al suo giro del mondo, anche se lascerà sugli atlanti traccia imperitura del proprio passaggio) né il miliardario Pigafetta saranno i primi né gli ultimi. Si andrà avanti per secoli, di colonizzazione in colonizzazione, di selvaggi in selvaggi.
E si passerà per la grande epopea del Far west, la colonizzazione più mitizzata della storia, più travisata dalle narrazione epiche che l’hanno traghettata fin qui. I pionieri che alzano la polvere sulle strade, andando a ovest, incolonnati per vie non ancora calpestate dalla civilità, e poi gli indiani, afasici e zotici (Pigafetta docet) accucciati dietro i cespugli con le penne infilate sulla testa, anelli metallici inseriti in tutte le parti del corpo, la bocca in grado soltanto di dire Augh, e le mani buone solo a lanciare frecce con l’arco o a modulare i suoni davanti alla bocca.
Ecco, io quando ho preso l’aereo di ritorno da Bucarest, un anno fa, mentre sorvolavo la Romania per tornare in Italia, ho pensato di essere stato nel Far west. Nel Far east, per l’esattezza, dall’altra parte dell’ovest. Dall’alto ripassavo la sterminata campagna romena, campi su campi, e poi quelle infilate di capannoni messi l’uno accanto all’altro come Lego di colori diversi. E pensavo a quello che avevo visto, ai quei pionieri scesi lungo strade meno polverose di quelle del west, con ruote gommate e non con carrozze. E ho pensato che erano loro per primi, a raccontarsi come pionieri, seduti al sole a seccarsi la pelle davanti ai loro capannoni, nelle rare pause del lavoro. Erano loro per primi a raccontare i romeni come fossero indiani dietro i cespugli, a pagarli con poche centinaia di euro ogni mese, un pettinino, qualche sonaglio e qualche carta da gioco, magari un re di denari. Quante volte avevo sentito dire in quel mese, a noi italiani, che gli avevamo tolto il Medioevo dalla testa? Troppe per non pensare agli indiani dietro i cespugli, e agli anelli infilati in tutte le parti del corpo.
Caduto Ceausescu, nel 1989, i pionieri erano venuti giù lungo le strade, con gli specchietti e i sonagli dentro le borse. Gli specchietti erano i centri commerciali, gli americanissimi Mall tirati su con la stessa megalomania del palazzo eretto da Ceausescu nel centro di Bucarest. Gli specchietti, le vetrine, i vestiti firmati, i cellulari, le cose che luccicano. Dall’altra le piume sui cappelli, i vampiri e gli animali. Mentre l’aereo saliva su in alto, sopra i cieli di Bucarest, pensavo ai romeni che avevo conosciuto in quel mese, che guardavano con fierezza quei Mall e quelle vetrine, e a una ragazza che mi aveva confessato di avere usato lo stipendio di un mese per un paio di Nike. E pensavo alla differenza tra colonialismo di un tempo, che in qualche modo lasciava che i selvaggi vivessero da selvaggi, e quello che avevo sotto gli occhi, che aveva bisogno di omologare i conquistati ai propri consumi. Mi venivano in mente le vecchie Dacie ferme al semaforo accanto ai fuoristrada, le insegne pubblicitarie su tutti palazzi, e contemporaneamente la povertà dilagante, il traffico delle donne, e tutti quegli esodi di gente che se ne andava da lì, perché con lo specchietto, il pettine e i sonagli ci si faceva ben poco. Mi veniva in mente mentre tornavo a casa. Mi veniva in mente anche che non avrei pensato di sentirmi dare alcune risposte, come che quando c’era Ceausescu si pativa di gran lunga di meno la fame. Quando si prende in mano uno specchietto, la prima cosa che colpisce è quanto luccica quando un raggio di sole ci finisce contro. La seconda cosa è la faccia che ci si vede dentro, guardandosi. Solo così ci si può rendere conto di quando la propria faccia è diventata identica a quella di un altro.
Il testo di Andrea Bajani è parte di una relazione che lo scrittore torinese terrà il 3 aprile prossimo a Milano a un incontro su Le nuove città globali, insieme a Suketu Mehta (Maximum City. Bombay città degli eccessi, Einaudi) e l’architetto Cameron Sinclair.
L'Unione festeggia lo scampato pericolo, la Casa della libertà si divide dopo la gaffe colossale del cavaliere, l'Udc si vanta della sua prima sortita, la grande stampa esulta per il delinearsi di una maggioranza variabile che prefigura quella che vorrebbe invariabile. Il solo che non nasconde il malumore è il Capo dello stato che suggeriva sottovoce una bella unità nazionale. Prodi ha sperimentato per la prima volta una maggioranza diversa da quella in cui era nato senza rompere la medesima. La Margherita ha sperimentato che i fili tessuti col centro tengono. I Ds, che perseguono lo stesso disegno magari con una loro propria egemonia, hanno sperimentato che il 75% degli iscritti li segue. Il correntone ha sperimenato che resta più o meno allo stesso punto in un partito che non è più quello di dieci o venti anni fa, salvo il compulsivo votare di Emilia e Toscana ogni proposta del segretario, quale che essa sia. Bertinotti ha sperimentato la contestazione di un po' di giovani politicamente approssimativi per lungo tempo accarezzati.
E' un percorso a direzione unica nel quale le due coalizioni ancora in campo si stanno accorgendo che uno spostamento al centro, con tagli delle ali di destra e sinistra, si può realizzare meglio per scivolamenti ed erosioni successive che tornando alle urne. Berlusconi è più debole di quando non fosse all'indomani del voto. Ma è più debole anche quel 13% della coalizione vincente che era fuori dall'Ulivo e non sarà rappresentato dal futuro partito democratico. E che finora ha preferito tessere con il presidente del consiglio, Rifondazione per prima, accordi, per così dire, ragionevoli e privati, invece che cercar di diventare una forza del 13%, e non una sommatoria di sigle che non si parlano. Ma non si regge a lungo su una condizione puramente, oltre che stentatamente, numerica - della serie «senza di noi non ce la fanno». Tentano di farcela «senza di noi» tutti, salvo forse Prodi, più per una sua onestà di carattere e per qualche diffidenza sia verso Rutelli sia verso Fassino, che per amore di unità a sinistra. Da martedì dunque la sinistra della sinistra è costretta a parlarsi. E si mandano più o meno vaghi segni di apertura. Il più disponibile a ridiscutere sembra Bertinotti, per quanto la funzione di presidente della Camera glielo consenta, e avendo dovuto dismettere la speranza che attorno a Rifondazione si formasse un coordinamento vero e di qualche spessore, invece che una somma di gruppi e frammenti parlamentari ciascuno forzato a convivere. Non che le altre sigle si siano invece appassionate a darsi una piattaforma comune. Adesso che il ricatto «se cade questa maggioranza arriva Berlusconi» sta venendo meno, nessuno è protetto più dalle impossibilità. Bisogna scoprire le carte.
Quali carte? L'Unione si è basata su un programma prolisso che eludeva molti scogli. La necessità di raccogliere tutti i voti in giro pur di metter fuori Berlusconi ha indotto a rilevare i punti comuni e trascurare le discriminanti, invece che affrontarle e cercare un punto alto di mediazione. I punti comuni, o forse il punto comune, era metter fine a una manomissione personale e di gruppo delle leggi e delle leve di decisione, che è stato il collante delcentrodestra, al perseguimento di interessi privati, al disprezzo per la divisione dei poteri. E, buon ultimo, esprimere l'intenzione di rendere meno iniquo, senza altre precisioni, il rapporto fra poteri economici e lavoratori. Nonché una politica estera che esprimesse un rifiuto della guerra, simbolizzato dal ritiro del nostro contingente dall'Iraq. Su questi due ultimi punti, il programma è stato particolarmente reticente, perché assai moderate sono le posizioni della Margherita e della maggioranza dei Ds, ed esitanti i sindacati, eccezion fatta per la Fiom. L'approfondimento è stato nullo.
In tema di situazione internazionale, quando si è formata l'Unione, nessuno sembra aver pensato che Bush avrebbe tirato dritto, anzi sarebbe andato a un'escalation della guerra in Medioriente, contro le posizioni del Congresso, e ora anche del Senato. In queste settimane, l'escalation è diventata un rischiatutto. Se un anno fa era in fibrillazione soprattutto l'Iraq, ora è altissima la tensione anche in Afganistan e non si può escludere che Bush punti a un incendio anche in Iran. Negli Usa parlano i democratici, che non sono certo estremisti, lo denuncia Brzesinski, ma l'Unione è muta. E quando D'Alema tenta una mossa, certo non eccessiva, ne è impedito e non solo dal Dipartimento di stato.
Più grave, nella perpetua dicussione sui numeri al Senato e le manovre delle parti per tenere in piedi o per battere il governo, non c'è alcuna discussione nel merito. Né al parlamento né, che si sappia, nelle sinistre alla sinistra dell'Ulivo. Il massimo dell'assurdo s'è raggiunto sull'Afghanistan dove quella italiana continua a definirsi missione di pace anche se l'infittirsi degli scontri rende qualsiasi missione di pace sempre meno praticabile. Con il pretesto, non del tutto infondato, di proteggere «i nostri ragazzi» se la loro diventa zona di guerra, sono state affacciate nuove «regole di ingaggio» - in parole povere, combattere - e la necessità di fornire i mezzi relativi. La sommarietà è da tutte le parti: forse che per essere stata avallata l'impresa di Bush dall'Onu e per stare sotto il comando Nato, si è obbligati a seguirla? Com'è che la Francia non la segue, non ha un solo uomo in Afghanistan, e non succede niente di catastrofico? Né il governo né i pacifisti dicono tutta la verità su quello cui ci obbliga o non ci obbliga il far parte della Nato, dentro alla quale l'art. 5 permetterebbe assai più libertà che non si creda.
Una politica estera di relativa autonomia si potrebbe avere, e un intervento pubblico simile a quello che regge da solo Gino Strada, sarebbe moralmente urgente quanto il ritiro delle truppe. Che pensa la sinistra della sinistra sul punto in cui siamo? Che dirà, che direbbe alla conferenza di pace, se ci sarà? Lo stesso vale per il conflitto israelo-palestinese, dove non si profila un passo avanti rispetto a Condoleezza Rice, che punta manifestamente a riaccendere il conflitto fra Hamas e Al Fatah. E per il voto del Consiglio di sicurezza sull'Iran, stupidissima prova di forza che riunifica un Iran che in atto di dividersi sulle follie di Ahmadinejad? Non è detto che passerebbe, ma un'analisi, una previsione e una proposta di intervento serio la dovremmo avere.
Ieri Prodi ha detto che se sulla politica estera la maggioranza conosce dei conflitti, «sul sociale è unita». Ma davvero? Precarietà, pensioni e sviluppo sostenibile dipendono strettamente dal movimento dei capitali, protetto fino ad ora dai trattati dell'Unione europea, sui quali sicuramente non c'è accordo nella maggioranza di governo. C'è qualcuno che intende mettere sul tavolo il dossier nella sua interezza, e non solo davanti alla Confindustria ma davanti a noi stessi? Il silenzio della sinistra della sinistra nei vuoti festeggiamenti del cinquantenario europeo è stato impressionante. Siamo di fronte a una crisi sociale neanche tanto strisciante, ma né le regole della Banca centrale né il trattato di Maastricht né il patto di stabilità sono stati esaminati nella loro effettività, nelle loro difficoltà, negli spiragli che si aprono davanti alle turbolenze dell'occupazione.
E' un terreno sul quale il silenzio o le misure parziali e abborracciate hanno finora prevalso, e sulle quali l'«antagonismo» sembra soltanto ridursi agli slogan. Una continua concessione alle manifestazioni ultime e inefficaci di protesta accompagna una sostanziale indifferenza o rassegnazione. Quando sento dire: a me parole come anticapitalismo non interessano, mi vengono in mente i diciottenni italiani del 1939: ma a me la guerra non interessa. Come se fosse un optional.
Una piattaforma che contrasti la deriva centrista va formata. Senza questa non prenderà corpo nessuna alternativa. E senza qualche forma di organizzazione non avrà gambe. Non basterà a definire il che cosa e il come l'incontro di stati maggiori, che finora hanno difeso un patriottismo di sigla e si sono separati uno dall'altro. Quanto alla partecipazione di chi è estraneo agli stati maggiori è tutta da inventare. Ma c'è una cogenza delle relazioni internazionali e del rapporto di forze sociali, come sono venuti strutturandosi negli ultimi due decenni, cui non si sfugge. E la cui dimensione non viene intaccata neanche dalla più grande manifestazione di protesta. Occorre un programma e, come si diceva una volta, una strategia. Parola fastidiosa e bellicosa, ma il conflitto è il conflitto. Questa è la mia persuasione.
Non è quella di tutti coloro che non sopportavano Berlusconi né di tutti quelli che il partito democratico non incanta. Ci sono due posizioni rilevanti che considerano finita ogni potenzialità di una forma politica, più o meno collettiva e organizzata.
La prima è quella di Marco Revelli, che ritiene inutile qualsiasi coordinamento politico in qualche modo organizzato perché, per quante correzioni e distacchi si proponga, deriverebbe dalla tradizione dei partiti del secolo scorso, interamente da rigettare. E non solo per la rigidità del metodo o dell'errore delle scelte concrete compiute: il farsi «corpo politico» dell'espressione diretta dei bisogni, materiali e immateriali, della gente non può che portare a ipostasi burocratico-produttiviste-belliche. E' anche l'opinione di quella parte dei movimenti, che aveva sperato di trovare qualche cinghia di trasmissione diretta in questo o quel partito, e delusa, li considera tutti ceto politico che mira solo alla propria riproduzione. In verità Revelli punta più alto, non si illude su una spontaneità della società civile come sembra in alcune sue recenti polemiche: punta a quella che una volta ha chiamato una «cristianizzazione» delle relazioni, un lento e profondo rivolgimento delle culture della modernità basate sull'homo faber, da cui sarebbero derivati tutti gli erramenti del '900.
L'altra posizione viene dal pensiero di Antonio Negri e riflette di Marx la persuasione della creatività del capitale che nel crescere forma i suoi soggetti «antagonisti», oggi non più un proletariato reso desueto dalle tecnologie ma, nei suoi punti più avanzati, figure sociali alte, entrate in possesso della tecnica, accanto a moltitudini che portano in sé un bisogno di eversione o sovversione, se non rivoluzione, che ogni rappresentanza falsifica e azzera. Per ambedue le posizioni, la globalizzazione liberista non può essere né elusa né affrontata da una «politica», essa produce da sé e al suo interno i suoi puntuali, interessanti e plurali anticorpi.
In questo quadro politico e culturale in mutazione, dove si colloca il manifesto? Assiste o interviene? Nel suo ennesimo e difficile passaggio finanziario e nell'obbligo di riconoscere, ogni narcisismo messo da parte, che non è riuscito a superare in 35 anni la barriera delle 30.000 copie, a un costo impossibile e in un progressivo perdere di peso sulla scena politica, a chi parlare e che cosa proporre è una decisione che il giornale deve prendere.Non fra un paio di anni, ma oggi.
La presentazione si è svolta ad Alghero, il 26 marzo 2007, con la sociologa Antonietta Mazzette, che ha coordinato e l'attore Elio Arthemalle, che ha letto alcune pagine del libro
Quando un libro piace quanto a me è piaciuto La ghianda è una ciliegia vuol dire che si è realizzato un cortocircuito tra ciò che il libro è (non parlo dell’autore, parlo del libro, che ha una sua esistenza autonoma rispetto all’autore) e ciò che è il lettore: i suoi interessi, sentimenti, esperienze, curiosità.
Devo dire subito che se quel cortocircuito non ci fosse stato, se quello di Mameli mi fosse sembrato solo un bel libro, non avrei accettato di venire qui a presentarlo: che c’entro io, un urbanista, alle prese con un tema letterario, con un’esercitazione letteraria, con un’occasione letteraria su argomenti così diversi da quelli che mi sono familiari?
Nel riflettere su questa occasione d’incontro mi sono sforzato perciò di comprendere che cosa avesse determinato quel corto circuito tra me e il libro di Mameli. Ho trovato alcune risposte, ma soprattutto un paio di domande che rivolgerò a voi tutti.
Le storie della guerra mi sono piaciute molto. Ho trovato in qualche passo la stessa emozione che mi ha dato l’incipit del Sergente nella neve di Rigoni Stern, e spesso mi sono trovato nello stesso clima dell’altrettanto sardo Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu. Ma non è stato questo a determinare quel corto circuito.
Mi ha colpito moltissimo (e qui cominciamo ad avvicinarci al punto, alle domande) la descrizione della vita in Sardegna, a Perdasdefogu, negli anni raccontati dalle storie del libro. Mi ha terribilmente colpito l’estrema condizione di vita – la povertà, la fame, la fatica, la durezza della vita, sentite e patite come tali, non imbellite dal ricordo o dalla nostalgia – e insieme l’attaccamento per il luogo e le persone di quella condizione - la terra, la casa e l’albero, la fonte, il paese, la comunità immediata e quella un po’ più larga, i luoghi, le durissime “pietre di fuoco”. Sono pagine commoventi quelle che raccontano (dove si raccontano) vite drammatiche, spesso tragiche, dove i momenti di gioia nascono come licheni sul sasso.
Rileggendo le quattordici storie e cercando di comprenderle nel loro insieme ho visto che il percorso narrato poteva essere considerato composto da due parti. Una prima parte, la vita a Foghesu, contrassegnata da fame, povertà, durezza, fatica, e bellezza. Una seconda parte, la guerra e soprattutto il mondo, ciò che c’è oltre il percorso mulo – corriera – bastimento – tradotta: essersi affacciati là dove esistono altre lingue, altre e inaspettate ricchezze, e soprattutto altri diritti e regole, a tutela anche del debole.
Ma gli uomini e le donne che raccontano la storia sono ancora vivi quando l’autore li intervista. Hanno vissuto perciò anche dopo la guerra: nella pace, nella democrazia, nella “Repubblica fondata sul lavoro” (che espressione desueta!). Mi sarei aspettato perciò una terza parte: chiamiamola “il riscatto” dalla condizione di “prima della guerra”.
Ne ho cercato qualche traccia. Ve la racconto partendo da un episodio, tristissimo e bellissimo, che mi sollecita alle due domande che vorrei farvi. Un episodio, anzi, una storia antichissima, raccontata da Vittorio Palmas. La storia di Maria Cercapane, orfana di padre e di madre dall’età di otto anni.
“Maria aveva solo un fratello che era stato ucciso per vendetta”. Franciscu, ecco la sua storia.
Il fratello, Fracìscu, aveva visto un uomo che metteva fuoco sotto gli alberi di olivo e di leccio di Tuèri in una giornata di vento forte. “Sei un assassino dei boschi”, gli aveva urlato. L’incendiario era fuggito, il bosco era mangiato dal fuoco. Le fiamme alte avevano disegnato un cerchio rosso. Si sentiva il lamento delle foglie che piangevano e bruciavano. Erano morti conigli e cinghiali, anche le volpi e le martore, e due cervi. Francìscu aveva trovate bruciate dal fuoco anche una pernice e otto suoi piccoli perniciotti. Aveva pianto vedendo quell’orrore. Il bosco verde era diventato un campo di cenere, un cimitero nero. E l’odore bruciava la gola. I tronchi sembravano i cadaveri del bosco. Francìscu era rientrato in paese, in piazza aveva urlato:
“Il bosco di Tuéri lo ha ucciso Gonario, il figlio di Rubategole”.
“Ma cosa dici, quello era fuoco fuggito” gli avevano risposto tre uomini.
“Fuggito? Quello è fuoco messo. Messo dalle mani dell’uomo, dalle mani di Gonario di Rubategole. Tuti i fuochi sono messi dalla mano dell’uomo”.
“Tu non sai quello che dici, moccioso. E se sei sicuro vai dal barracello”.
“Io già ci vado ma lui non fa nulla, non ha mai fatto nulla. E tutti sappiamo chi lo mette il fuoco”.
“Tu vuoi vivere poco”, lo avevano minacciato.
“Io lo so quello che dico. E voglio vivere molto. Ma senza fuoco. Invece vedo le campagne del nostro paese senza piante e senza ombra. E la terra è cenere. Quello di Tuéri era fuoco messo. Gonario lo ha messo”.
Francìscu è “ucciso a pallettoni nella discesa del fiume. Ucciso da uno che si era appostato sopra la pianta delle ghiande perché Francìscu era stato colpito in testa”.
Ed ecco la prima domanda che mi viene. Vedo in questa storia un contrasto.
Francìscu ama la natura, il bosco e i suoi alberi, gli animali che lo vivono. Sente l’incendio come un’ingiustizia profonda, cosmica. Se non si può evitare questa ingiustizia non vale più nemmeno la pena di vivere.
Ma il popolo al quale Francìscu appartiene non sente la distruzione della natura come un’ingiustizia. Sa che bruciare il bosco è uno strumento per allargare il pascolo o migliorare la fertilità della terra. “Bue rosso terra nera” è il responso di Salomone al contadino che gli chiede come può rendere fertile la sua terra stremata dai molti raccolti, e alla fine comprende che la saggezza del Re gli suggeriva di dar fuoco ai campi per rendere nera e fertile la terra per i successivi raccolti.
Oggi alla fertilità per il coltivo o per il pascolo si è sostituito quello che viene definito lo “sviluppo del territorio”: e cioè il susseguirsi di lottizzazioni che cancellano la natura e distruggono il paesaggio, ma danno un reddito immediato ai proprietari e ai promotori immobiliari.
Francìscu è ancora in minoranza e finirà ammazzato da una palla in fronte, oppure può diventare maggioranza?
La storia di Maria Cercapane, dopo la morte del fratello, è struggente. Già nel funerale di Francìscu resta sola. “Perché anche in paese non sempre la verità piace”.
Aveva dovuto scavare lei la tomba attorno alla chiesa. E la bara, con due legnetti, l’aveva fatta un falegname di buon cuore, quello zoppo. Per calarla nella fossa erano intervenuti tre ragazzi, poi erano fuggiti.
Dopo i funerali
Maria era povera e bella, anche se era magra come un filo d'erba, era la più alta del paese, occhi neri come i suoi capelli lunghi. Aveva sempre la stessa gonna nera e un maglione di lana pungente di pecora, non aveva scarpe, errava sempre, sempre e solo in cerca di cibo. Camminava e camminava, e i piedi spesso le sanguinavano. Camminava per vivere, per passare dal giorno alla notte, o dall'inverno all'estate. Nel tempo dei fichidindia e delle more mangiava fichidindia e more, mangiava anche corbezzoli, la minestra la faceva con le patate dell'orto e con i porri che andava a cogliere fra i sassi del vulcano addormentato di Còmina Trinta. E lì trovava anche l'ortica, ce n'era un campo sterminato sotto i lecci che guardano il fiume che nasce a Ulassai. Brodo di ortica e, quando c'era, pane duro, quello che buttano ai cani. Carne mai, formaggio quasi mai. Una volta un pastore, zio Bartòlu, le aveva regalato una forma di ricotta secca. Maria lo aveva ringraziato con un bacio e con poche parole che le erano uscite dal cuore: "che Dio glielo paghi". Non aveva più neanche la capretta che dorme in casa e la mattina presto ti assicura il latte. Eppure la capretta l'aveva avuta. Ma a lei, a Maria Cercapane, l'avevano rubata ragazzi di un paese vicino per tare spuntino con una capra arrosto alla festa di mezzagosto. Loro in festa, Maria Cercapane senza più latte. E quando non trovava fichidindia e more, porri e corbezzoli, andava alla fonte di giù a bere. Bevendo uccideva la fame. Oppure si doveva arrangiare. Fu così che un giorno la moglie severa di un ricco vaccaro la trovò nel pollaio di casa. Maria aveva in mano due uova, non fece in tempo a nasconderle sotto la blusa e a scappare. Colta con le mani nel pollaio fu portata davanti al barracello e poi impiccata al patibolo del cocuzzolo della forca. E tutto il paese a vedere. Aveva ventun anni Maria. Nessuno sa dire dove sia stata sepolta.
Ho letto questa storia perché Maria Cercapane mi aiuta a formulare una ipotesi che è anche la seconda domanda che vorrei farvi.
Maria entra all’inizio del libro, nel primo racconto. È la prima storia di donna. Storia dolente, ma anche storia di rivolta. Maria lotta, per cercare il pane, per ricordare suo fratello. Oggettivamente (con l’oggettività dei miti) si oppone al paese divenuto ostile: “usque ad mortem”.
Ebbene, torniamo alla questione che ponevo prima, alla mia ricerca di tracce della “terza parte del libro”: il riscatto.
La mia sensazione è che, nei racconti raccolti e interpretati da Giacomo Mameli i segni di riscatto ci siano nelle poche – ma fortissime – presenze femminili.
I segni del riscatto del lavoro ci sono nella storia delle “donne del rosmarino”. Nel 1937 arrivano dei forestieri dal Continente, “i bolognesi”. Vengono per raccogliere il rosmarino e farne essenze per profumi. Il rosmarino lo raccolgono le donne, sono pagate un tanto a sacco. Angela fa i conti, si accorge che i bolognesi fregano sul peso. Lo dice alle compagne, escogitano il modo per ristabilire la giusta mercede: infilano una pietra nel sacco e la sfilano dopo la pesata.
I segni del riscatto morale ci sono nella storia di Stella Bianca. Così viene chiamata Marella Ferrigni, fioraia di Rovigo, spedita in un paese di fantasia (Gadàmu) perché antifascista e staffetta partigiana. Per vivere nella miserie del confine si prostituisce. Ma si nega alla prepotenza dell’appuntato dei carabineri e lo denuncia nella piazza grande.
Perché per far cambiare le cose bisogna dirle e urlarle le cose guaste. Per far cambiare le cose non bisogna aver paura. Marella non aveva accettato che qualcuno le mettesse i piedi in testa. A Gadàmu e nei paesi vicini aveva fatto scuola quella povera ragazza giunta dal nord.
I segni del riscatto politico sono nella storia della “Confinata di Corleto”, Maria Caterina Lo Giudice, confinata anche lei per antifascismo, che a Foghesu diventa l’animatrice di un piccolo gruppo di antifascisti attraverso le cui vicende si prepara il domani politico. Attrevarso la fiducia nei libri, nella cultura, nella crescita dell’intelligenza Maria Caterina comprende la via del riscatto e la indica ai suoi nuovi compaesani:
Mi stavo integrando con i foghesini e avevo pensato che sevuoi il fuoco devi avere la legna ma anche qualcosa per accendere. Se ti manca o la legna o il fiammifero fuoco non ne puoi fare e la fiamma non la vedi. Così è per l’intelligenza: cosa può essere senza sapere, senza vedere, senza viaggiare? Se finisce la guerra - avevo pensato – torno a Corleto e con i pochi denari che avrò comprerò libri. E tornerò a Foghcsu a dare libri a chi so io, a chi ho capito che è intelligente davvero.
[…]
La guerra finì. Caterina tornò a Corleto, comprò i libri.
Quei libri entrarono nelle case di Foghesu dove ancora non c'era la luce elettrica ma era entrata altra luce, quella delle elezioni libere, dei comizi, degli scontri a parole. Ma questa é storia del Dopoguerra.
Con la storia privata, segreta e tormentata di una confinata ci furono storie meno angosciate, ci furono le elezioni anche a Foghcsu. A sinistra c'erano tre gruppí: sardisti, socialisti, comunisti. Erano più dei dodici carbonari della seconda riunione capeggiata da Raimondo l'ex minatore, erano diventati cento, quattrocento. E c'erano i democristiani, molti democristiani, più di quelli di sinistra. Ma tutti finalmente liberi. Raimondo e Francesco, Fernando e il maestro Lai, e gli altri che volevano potevano parlare.
Come mai – ecco la mia seconda domanda – nel libro di Giacomo Mameli i segni di riscatto hanno tutti un’impronta femminile? Visione dell’autore, o panorama della Sardegna?
GIACOMO MAMELI RISPONDE
“La ghianda è una ciliegia” nasce a Perdasdefogu, in piazza di chiesa, nel rione del gelso, “Sa mura gessa”. Ascoltavo i racconti dei novantenni-centenari, sulla seconda guerra mondiale, sulla loro vita da ragazzi a Perdasdefogu, che noi chiamiamo “Foghesu”, aggettivo di “fogu” (fuoco). In piazza ho deciso di trasformare il parlato degli altri in uno scritto mio per evitare – come dice Mario Morcellini – di far “smagnetizzare la piazza”. Da quei racconti, dagli incontri ripetuti con i protagonisti e le protagoniste di 50 anni di storia locale, è nato il mio libro di raccontatori puri. Ho fatto in modo che a parlare fossero “loro”, i testimoni della tragedia nel Don o nei campi di prigionia in Sudafrica o in India, nei campi di concentramento tedeschi, evitando mie intromissioni. Il libro è così diventato il racconto corale di un paese, che è un po’ un paese non dell’Ogliastra o del Salto di Quitta ma del mondo. Un paese povero, misero. Perché Cristo si era fermato anche a Foghèsu.
Edoardo Salzano – che invito con file in rete, mio ospite, a visitare il mio paese – chiede se Francìscu è oggi un personaggio minoritario. Dico di sì: perché ancora oggi il coraggio di urlare la verità è di pochi, i soprusi continuano, gli interessi forti sono tanti, i potenti si difendono a vicenda, fanno cartello urbi ed orbi. Isole comprese. In un altro mio libro, “Donne sarde”, racconto di una ragazza, Pina Paola Monni, di Orune: ha avuto – tre anni fa - il coraggio di fare i nomi degli assassini del fidanzato. Oggi lei non vive più a Orune ma, sotto scorta, nella penisola. Lei ha infranto la legge dell’omertà. L’aveva infranta anche Francìscu urlando in piazza che “Gonario, figlio di Rubategole”, aveva dato fuoco al bosco di lecci di Tuèri. Era stato ucciso.
Vengo alla seconda domanda: il riscatto passa per le donne? A Foghesu è avvenuto così. Sono state le donne le prime antifasciste, sono state le donne le prime a voler leggere e studiare, sono state le donne del rosmarino le prime a ribellarsi ai soprusi dei padroni in un posto di lavoro. Oggi la Sardegna è una delle regioni italiane col più alto tasso di scolarizzazione in Italia. Il riscatto sardo non potrà che essere griffato donna. È questione di anni, forse di lustri. Ma il dominio maschile, molto arrogante e un po’ ignorante, è destinato - giustamente – a finire. Oggi, in Sardegna, è donna il nuovo turismo, la nuova ecologia, sono donne le direttrici delle aziende innovative di successo. Occorre attendere. Mi auguro non troppo.
Concludo con la richiesta di Eddy: ci sarà il riscatto? Sì, spero che avvenga presto. Con “La ghianda è una ciliegia” ho raccontato Foghesu dal 1900 al 1945. Mi auguro di scrivere (prendo in prestito “dum spiro spero”) il seguito dal 1945 al 1970 circa.
Prima di lasciarvi: io sono un ottimista, la Sardegna di oggi è profondamente cambiata, crede più di prima in se stessa, lo fa senza miti stupidi, la Sardegna fa parte del mondo. I segnali di cambiamento ci sono. Spero che trionfi la Sardegna delle donne del rosmarino, di Itala che voleva leggere libri, di Francìscu che non accettava la legge del più arrogante, dei vecchi di Foghesu diventato ottimi storici.
Un sociologo dell’università di Cagliari, di origini emiliane, Gianfranco Bottazzi, ha scritto un libro sulla Sardegna economica contemporanea titolandolo “Eppur si muove”. Aggiungo: eppur si è mossa. Ci sono più ciliegie che ghiande.
Nel pieno delle polemiche fra lo schieramento di sinistra e quello moderato-conservatore sul Piano Intercomunale milanese degli anni ’50, la proposta di Giovanni Malagodi per una speciale authority metropolitana a governare l’area milanese, viene liquidata dalla stampa di orientamento socialcomunista come pura tattica politica, per affossare in qualche modo l’attuazione del decentramento regionale previsto dalla Costituzione, e appunto molto avversato dal Partito Liberale.
E non c’è alcun motivo particolare per dubitare della fondatezza, anche in una prospettiva storica, di tale giudizio: l’autorità speciale metropolitana di coordinamento territoriale proposta dai liberali si colloca in relativa continuità con alcune ipotesi (tecniche, amministrative, urbanistiche) di epoca fascista, che vedevano ad esempio al centro l’impresa, il nucleo urbano maggiore … quelli che oggi potremmo chiamare gli attori forti. Mettendo in disparte sia le ipotesi partecipative dal basso che alcune spinte ideali, come quelle per un assetto spaziale non più pensato ai soli fini dell’efficienza, ma anche a quelli dell’equità.
Al convegno di presentazione della proposta authority, però, basta ascoltare l’intervento dell’esponente liberale Cesare Chiodi, “Considerazioni urbanistiche sulla Provincia Ambrosiana”, per cogliere qualche elemento di complessità in più. Perché lo stesso Chiodi, esattamente sul medesimo tema (la dimensione sovracomunale di governo del territorio milanese), era già intervenuto in modo organico almeno due volte: dieci e vent’anni prima. Nel 1925 da assessore all’Edilizia del comune di Milano, inserendo anche nel bando di concorso per il piano regolatore l’obbligo di considerare la dimensione metropolitana dei processi edilizi, infrastrutturali, socioeconomici. Nel 1936 al convegno lombardo sulla casa popolare, dove aveva declinato secondo uno schema di matrice europea il tema del rapporto casa-lavoro nella regione milanese, ipotizzando qualcosa di simile a un sistema di new-towns nel quadro di un decentramento anche produttivo concordato con l’impresa industriale. Senza dimenticare, l’infinità di interventi puntuali su varie riviste, a divulgare la cultura di piano internazionale, e a proporne contestualizzazioni normative e operative nel nostro paese. Fili conduttori di questo percorso culturale – naturalmente non privo di qualche incoerenza – da un lato la centralità dei grandi operatori economici nel determinare l’organizzazione del territorio, dall’altro la costante necessità di ricondurre le spinte ideali entro l’ambito controllabile di una disciplina scientificamente fondata, e per ciò più legittimata anche al confronto col potere dei grandi operatori. Il tutto, come già detto, in una prospettiva liberale.
Tutto questo, e naturalmente molto altro, nella bella, utile e corposa raccolta di scritti di Cesare Chiodi curata da Renzo Riboldazzi per le Edizioni Unicopli (468 pp. 30 €), che si affianca alla ripubblicazione l’anno scorso per i tipi Gangemi de La Città Moderna. Tecnica Urbanistica, un libro che nell’edizione originale della Hoepli ha rappresentato un fondamentale manuale di riferimento per generazioni di studiosi e professionisti, dagli anni ’30 al periodo della ricostruzione e oltre.
Forse più de La Città Moderna, l’antologia proposta da Riboldazzi propone un aspetto della cultura urbanistica italiana assai poco conosciuto fuori dalla solita cerchia di studiosi più o meno specializzati. Ovvero quello di un percorso complementare ma distinto rispetto a quello prevalente (e pressoché unico, nella pubblicistica non di settore) dell’architetto demiurgo che progetta il territorio così come disegna oggetti o edifici. Basta scorrere, titoli, temi, testate e occasioni degli interventi di Chiodi, per cogliere l’estrema complessità e articolazione storica delle culture che via via confluiscono a formare prospettive cangianti di un territorio che a sua volta non è mai lo stesso (e come potrebbe esserlo?), e soprattutto non mai è possibile sintetizzare in un “disegno”.
In uno degli ultimi testi - una critica alla confusione decisionale e disciplinare della pianificazione intercomunale milanese - Chiodi mette educatamente in ridicolo la scelta di passare d’incanto dal “piano-progetto” al “piano-processo”, ovvero di abbandonare uno slogan basato su un disegno, a favore di un altro slogan, stavolta basato sulla discrezionalità delle decisioni. E si chiede: siamo ancora nel capo della pianificazione, oppure altrove?
Una domanda le cui possibili risposte si possono anche trovare nella lunga introduzione del curatore, che da un lato tenta di ricondurre a unità il lunghissimo percorso (da un testo di tecnica stradale quasi contemporaneo all’affondamento del Titanic, a una critica “sociale” del progetto realizzato di Brasilia), dall’altro ne sottolinea molte sfaccettature e alcune contraddizioni.
Una delle preoccupazioni principali di Riboldazzi, sembra essere quella di contestualizzare il pensiero di Chiodi sulla città nel quadro dei suoi principali riferimenti internazionali. Il che aiuta a comprendere e chiarire il suo ruolo fondamentale (e, appunto, sinora abbastanza in secondo piano) di “maestro” per generazioni di studiosi e professionisti. A partire, ad esempio, dalla straordinaria modernità dello schema territoriale per Foggia (1927) con la corona delle newtowns o borghi rurali, separate dalla città centrale da una greenbelt agricola, significativamente riportato in copertina, e che basterebbe solo accostare ai progetti di sventramento suoi contemporanei (come quello di Veccia per Bari) per un impietoso confronto, anche sul versante del “piano-progetto”.
Emerge forse un po’ meno, dalla prospettiva critica scelta dal curatore, proprio quello che secondo me rappresenta uno degli aspetti più interessanti del contributo di Chiodi, ovvero il suo collocarsi praticamente da subito in quello che parecchi lustri più tardi qualcuno chiamerà “piano-processo”, facendolo appunto sorridere.
Un ruolo da co-protagonista delle grandi decisioni naturalmente svolto nella discutibile prospettiva della fede liberale, della collocazione sociale e culturale vicina al mondo delle “combinazioni finanziarie e provvidenze amministrative” (come le definiva il Giovannoni) senza le quali anche i migliori progetti sono condannati a coprirsi di polvere sugli scaffali degli uffici tecnici. Un ruolo che in parte recupera e aggiorna in modo originale più l’approccio degli ingegneri alla città del primo periodo igienista-efficientista, che quello delle grandi utopie spaziali di architetti e riformatori (sempre che si vogliano considerare separati questi due mondi).
In conclusione, questa raccolta curata da Renzo Riboldazzi, completa di schede e guida all’Archivio Chiodi, mette a disposizione sia uno strumento di facile accesso ad aspetti davvero poco studiati della disciplina urbanistica italiana del ‘900, sia una nuova prospettiva di collocazione nel contesto culturale europeo e mondiale. Un libro da non perdere.
Nota: l’antologia, per quanto molto estesa e articolata, non è esaustiva. Ad esempio mancano le “Considerazioni urbanistiche sulla Provincia Ambrosiana” citate in apertura, nonché molti altri testi e articoli di Chiodi. Qui su Eddyburg sono anche disponibili in ordine cronologico: Per una scuola di urbanismo (La Casa, feb. 1926); Lo sviluppo periferico delle grandi città in Italia (intervento al congresso FIHUAT, Roma 1929); Urbanistica Rurale (intervento al convegno degli Ingegneri per il potenziamento dell’Agricoltura a fini autarchici, 1938); Urbanistica nazionale o urbanistica provinciale? (l’Ingegnere, dicembre 1951). Sul convegno del Partito Liberale per la Provincia Ambrosiana, vedi anche l’intervento generale di Giovanni Malagodi. Una nota biografica su Cesare Chiodi è disponibile anche su Wikipedia; del medesimo volume curato da Renzo Riboldazzi, vedi anche la recensione di Lodo Meneghetti (f.b.)
Scarica il pdf di questa recensione, con allegata la riproduzione della tavola del concorso per il Piano Regolatore di Milano 1926-27, progetto motto Nihil Sine Studio, di Cesare Chiodi con Giuseppe Merlo e Giovanni Brazzola
Talvolta la vicenda di un uomo, anche se si conclude con una tragedia anticipata, con il corpo che tradisce la mente, riesce a essere esemplare. Non ideologica, perché Nino Andreatta rifuggiva dall´ideologia: ma sta di fatto che il suo tragitto intellettuale, prima di spezzarsi nell´aula della Camera il 15 dicembre 1999, sembra riassumere in sé un intero sviluppo politico.
Era anticomunista nelle fibre più profonde di sé; democristiano con un disprezzo esibito delle pratiche di partito e nello stesso tempo con un orgoglio e uno spirito di appartenenza che lo inducevano a immaginare ancora soluzioni politiche, durante il disfacimento del suo partito, a oltranza, senza tregua e senza rassegnarsi, come se un´ossessione potesse placare una disperazione; e infine convinto che per una riflessione politica rigorosa, oltre che per una scelta etica irresistibile nella sua eleganza, i cattolici dovessero imboccare la via collocata a sinistra nel nascente e già problematico bipolarismo italiano.
Adesso una formula sbrigativa potrebbe illustrarlo come il vero padre del Partito democratico. Non significherebbe nulla se non si avesse in mente la volontà feroce con cui aveva cercato di opporsi al tramonto della Dc e dei Popolari, il sostegno scettico a Mino Martinazzoli, l´impegno da naufraghi nel Patto per l´Italia con Mario Segni. Soltanto dopo che la navicella dei centristi si era arenata, con i suoi sei milioni di voti, sull´ultima spiaggia alle elezioni del 1994, aveva compiuto la sua scelta. Uno scarto da purosangue, per lui che si era perfino candidato a sindaco di Bologna, pur di scalfire il potere comunista. Prima aveva negato la fiducia al governo di Silvio Berlusconi: «Verso questa destra ho una pregiudiziale morale»; e subito dopo si era gettato nello sforzo di evitare la «deriva plebiscitaria», il «bonapartismo», quell´ondata che stava risucchiando a destra i Popolari sotto la segreteria di Buttiglione.
Come cattolico poteva sfiorare venature anticlericali, se si trattava di interpretare la laicità come un criterio che non venisse a patti con i traffici dello Ior. Come democristiano era in grado di sfoggiare pensieri giacobini, taglienti, irriducibili alle convenienze clientelari o a complicità da sottogoverno. Come uomo politico tout court, si dedicò al pensiero infinito di come riorganizzare l´alternativa a una «destra gaglioffa». Con quella stessa verve polemica che aveva praticato a usura contro il Psi di Craxi, contro «il commercialista di Bari», contro il «nazional-socialismo», Andreatta si dedicò alla ricerca di una leadership per il centrosinistra futuro, dopo il luttuoso fallimento della «gioiosa macchina da guerra» nel ‘94. La trovò in Romano Prodi, attirato verso la politica con l´ironia socratica del maestro ancora in grado di condizionare l´allievo.
Ma si sbaglierebbe a pensare che l´amichevole intrigo di Andreatta avesse come traguardo una soluzione politica modesta, un accordo minore, un compromesso mediocre. Nella primavera del 1996, a un convegno a Bologna, mentre incombevano le elezioni politiche e il neoliberista Berlusconi prometteva di tagliare il peso fiscale, Andreatta fece sfoggio della sua migliore sfrontatezza sostenendo che occorreva anzi aumentarle, le tasse. Perché non accettava il liberismo dei provinciali. Aveva individuato la tendenza ancora prima del 1989 e del crollo del Muro, allorché aveva intuito che il destino del mondo senza più barriere e blocchi geopolitici era davvero in quella parola che si cominciava a usare, la «globalizzazione». Di qui il suo scetticismo verso gli europeismi retorici, nonché verso la piccola Europa bruxellese, e invece la concezione di un continente largo e aperto, capace di muoversi liberamente dentro i grandi flussi del pianeta.
Si esprimeva qui il suo singolare keynesismo, un´inclinazione sociale fatta di doveri prima che di diritti, ma in cui il primo dovere era l´accettazione integrale del mercato e dei processi competitivi. E che quindi lo portava a considerare una fastidiosa stravaganza della storia la conquista del potere da parte di un monopolista come Silvio Berlusconi: «Lei chiede per sé la fiducia che si concede al cittadino comune», aveva detto il 20 maggio 1994 durante il dibattito in aula; «ma lei non è un cittadino comune, è il proprietario di una colossale concentrazione di mezzi d´informazione e di interessi economici».
Aveva scelto la sinistra immaginandone un destino americano, con l´idea che le grandi convenzioni di partito e le primarie potessero restituire alla politica quella concorrenza interna che anni di «consociazionismo» (non avrebbe mai ceduto a una ovvietà propagandistica e di destra come «consociativismo»). Convinto che una traccia della Dc di De Gasperi, cattolica, liberale e soprattutto sobria, dovesse essere l´eredità degli ultimi profughi della sinistra democristiana. E che una scia della moralità comunista potesse indurre tutta la sinistra, a fare i conti con la sfida, così difficile, dell´uguaglianza in una società diseguale. In quegli anni, parlare del Partito democratico era una fantasia intellettuale. Forse, il pregio maggiore di Andreatta è consistito nel pensare che nulla fosse reale come la fantasia.
Sotto il sole un gruppo di manovali – gli uomini seminudi, le donne coperte dai sari – scavano un canale al lato del viottolo, qualcosa che vuole somigliare a una fognatura. Appartengono alla casta più derelitta che un tempo si definiva degli «intoccabili», gli unici predestinati a lavorare a contatto con gli escrementi. Nella fossa sono immersi fino alle cosce in un fango misto a feci, manovrano scodelle di ferro arrugginito per rimuovere il liquame. Li osserva una vecchia seduta per terra con una cesta semivuota, pochi grappoli di uva da vendere infestati di mosche. È appoggiata a un muro dove un manifesto promette «Grazia Suprema Luce Universale», la pubblicità di un guru locale.
Questo è uno degli sconfinati "slum" di Mumbai, baraccopoli abusive fatte di fragili casupole addossate l´una contro l´altra, costruzioni di materiali precari (assi di legno, scatole di cartone, lamiere ondulate, polistirolo), dove si ammassano concentrazioni di centinaia di migliaia, forse milioni di abitanti.
Qui convivono indù, musulmani e tamil. Nel centro della stradina bambini e cani camminano sopra una montagna di immondizia viscida, nel fetore di gusci di uova marce, verdure in putrefazione. Ogni tanto sul monte s´inerpica una capretta che bruca tra i rifiuti. Sotto il sole uno dei mercanti inganna l´attesa di clienti leggendo il Corano.
Malgrado la miseria, la sovrappopolazione, la sporcizia, non ci si sente insicuri nel dedalo di viuzze di questa baraccopoli. S´intuisce un ordine sociale, quello delle mafie che regnano nel ventre di Mumbai. Prima di portare qui dentro uno straniero è prudente avvisare i padroni di questi luoghi. Abbiamo fatto sosta davanti alla casa di un capobanda - dietro la facciata diroccata del palazzo fatiscente l´uomo mantiene un harem di 13 mogli, con idromassaggi e una sala cinematografica privata - per segnalare l´ingresso sul suo territorio.
Nella zona detta Kumbharwadi è un viavai incessante di donne che trasportano grandi vasi in testa. I fianchi fasciati nei lunghi sari ondeggiano eleganti come ballando, sempre in perfetto equilibrio coi loro carichi sulla nuca. Questa è una delle baraccopoli più antiche, il primo insediamento risale all´Ottocento: è il villaggio dei vasai, una casta che s´identifica con un mestiere. Nel labirinto di catapecchie questi artigiani poveri hanno il loro minuscolo distretto industriale, dozzine di forni a legna per cuocere la terracotta. Sui tetti di lamiere e ai bordi dei vicoli sono accatastati vasi e giare appena sfornati.
Ora sul villaggio dei vasai incrostato nel cuore di Mumbai pende una minaccia. Le autorità municipali vogliono risanare quest´area. Hanno già costruito dei caseggiati popolari qui a fianco, offrono appartamenti modesti ma nuovi in cambio della distruzione delle baracche. La casta dei vasai resiste. Il comfort e l´igiene dei palazzi moderni non compensa la perdita di uno spazio vitale, i vicoli usati come depositi di vasi da seccare al sole. I vasi sono al tempo stesso il loro reddito e la loro identità, la ragion d´essere di un villaggio antico nel cuore di una moderna metropoli. La gente degli slum fa fatica a immaginare la propria vita nei parallelepipedi di cemento che ha visto costruire. Ci si può affezionare a una baraccopoli come a un villaggio: per il senso di comunità, il calore dell´affollamento, la solidarietà nel bisogno.
Per alcuni di loro quei caseggiati popolari costruiti dal governo promettono una solitudine che temono più delle epidemie. Mumbai con i suoi 20 milioni di abitanti ospita più esseri umani di tutta l´Australia, in quartieri come questo raggiunge una concentrazione di un milione di abitanti per miglio quadrato, mille volte la densità di una città europea.
Il "don" Arun Gawli, il Padrino indù che contende alla mafia islamica il controllo su questi bassifondi, concede udienza come il guru di un ashram. Essere ammessi al suo cospetto assomiglia a un rito d´iniziazione spirituale. Al suo quartier generale si arriva traversando un cortile dove delle bambine danzano attorno a un falò votivo, sul fuoco bruciano come offerte propiziatorie tante noci di cocco tagliate in due. Un muro del cortile è decorato da statuette di divinità sotto vetro: altarini sotto i quali sono posate ghirlande di fiori bianchi, gialli, arancioni.
Sopra il portone d´ingresso della palazzina troneggia gigantesco, in un bassorilievo di ceramica, il panciuto dio-elefante Ganesh, tutto arancione salvo la proboscide che luccica d´oro. Ai suoi fianchi due topolini verdi gli suonano il flauto. La sala dell´udienza è all´ultimo piano, sul superattico con terrazza dove vive il boss con famiglia: per arrivarci bisogna attraversare fortificazioni, cancellate, griglie, sotto lo sguardo di giovanotti vigilanti. Sull´ampia terrazza che domina la città vecchia di Mumbai, un muro è decorato con il ritratto di Hanuman, dio-scimmia guerriero raffigurato in una celebre scena dell´epopea mitologica del Ramayana, mentre vola nel cielo trasportando una montagna sulla mano.
L´attrazione più singolare della terrazza è una roccia da cui sgorga una cascata d´acqua fresca: in alto c´è il dio Shiva e un toro dorato, un tempietto a forma di fiore di loto, e poi in una gioiosa fratellanza ecumenica figure di Budda, immagini cristiane, la foto di un pellegrinaggio alla Mecca.
L´attesa del leader promette di essere lunga, altri postulanti sono in coda, sul terrazzo file di sedie di plastica indicano la consuetudine di udienze di massa, e la timorosa pazienza dei visitatori è un segno della potenza di Gawli. Per preannunciarlo si fa vivo uno dei suoi luogotenenti, Raju Shirsath: un quarantenne piccolino, dal sorriso servizievole, vestito con un completo bianco attillato sembra un barbiere di provincia d´altri tempi.
Invece Shirsath ha "esercitato" per vari anni come sicario, è sopravvissuto a varie sparatorie con le gang dei musulmani, se l´è cavata con una pallottola nella gamba. Si commuove quando ricorda un amico che non ce l´ha fatta, quello che sul lavoro si faceva chiamare Paul Newman ed è caduto sotto il fuoco nemico. Nel corso della sua carriera, stima che la guerra per il controllo dei vicoli di Mumbai abbia fatto 1.200 morti.
Finalmente arriva Gawli. Magro, minuto, vestito dell´abito bianco più tradizionale, sorride mansueto, con occhi luminosi e ispirati, sembra una controfigura giovane del Mahatma Gandhi. La testa si inchina più volte nel saluto all´ospite straniero. Per il colloquio occorre l´interprete. Gawli, 54 anni, non parla inglese e sa appena leggere e scrivere, appartiene a una casta inferiore, quella dei pastori. Da bambino quando la città dormiva lui si alzava per distribuire il latte nelle case, un lavoro che gli è servito a padroneggiare la topografia dei vicoli e della vita notturna. A tradurre ci pensa Hussain Zaidi, giornalista giudiziario e autore della sceneggiatura di Black Friday, film di Bollywood sulle stragi terroristiche di Mumbai nel 1993. Il reporter ha organizzato questo appuntamento a una condizione: durante l´incontro nessuno deve fotografarli insieme. Non si sa mai quale uso potrebbe essere fatto in futuro, di una foto con un gangster a cui si attribuiscono 40 omicidi.
«Tutte montature - risponde con un sorriso serafico Gawli - calunnie con motivazioni politiche». Lui è uscito indenne dai processi (salvo uno, tuttora in corso) e ha fatto un salto di status: è stato eletto al Parlamento locale dello Stato del Maharastra. L´aureola di Al Capone fa parte del passato, il nuovo Gawli ormai si considera un politico, parla da leader del popolo. «Sono al servizio della mia povera gente - dice con lo sguardo mite e dondolando bonariamente la testa - sono entrato in politica per un senso di umanità. In passato ho provato sulla mia pelle la disoccupazione, la miseria. Ho aderito al Shiv Shena, (il movimento nazionalista indù, di estrema destra e antimusulmano, ndr) ma mi ha deluso».
Adesso è al vertice del movimento Bharatiya Sena, uno dei tanti che si proclamano difensori delle caste inferiori. Tra questa miriade di partitini la concorrenza è aspra. «Molti di quelli che dovevano rappresentare le caste sfavorite - dice Gawli - hanno ingannato gli elettori. Sfruttano l´immagine del dottor Ambedkar, il difensore delle caste povere negli anni dell´Indipendenza, ma tradiscono il suo spirito».
L´analisi del boss mafioso è semplice. «Oggi Mumbai è piena di progresso tecnologico, i computer arrivano anche nei bassifondi, ci sono abitanti delle baraccopoli che si indebitano per comprare il motofurgone a rate. Ma non si può vivere solo di informatica. I lavori manuali hanno sofferto, le vecchie manifatture tessili hanno chiuso, la disoccupazione resta elevata». Lui si vanta di prendere voti in «tutte le comunità religiose, perché indù o musulmani nei bassi di Mumbai hanno gli stessi problemi, l´acqua e la luce che non arrivano». Tra gli inchini si conclude l´udienza, Gawli consiglia una visita alla nuova palestra che lui ha «regalato ai ragazzi del quartiere per toglierli dalla strada». In mezzo allo squallore delle baraccopoli è una fitness di lusso. I più assidui al sollevamento pesi però sono le guardie del corpo di Gawli.