La distorsione e la manipolazione delle parole e del pensiero altrui sono un vecchio sport a cui si dedica chi non è in grado di misurarsi criticamente con opinioni diverse dalle sue. E, a volte, questo sport assume i connotati di vera e propria possessione. Giorni fa un conoscente israeliano mi ha telefonato per chiedermi se io avessi dichiarato nel corso di un dibattito radiofonico che non avrei mai detto: «viva Israele», intendendo che io rifiutassi di augurare vita allo Stato d’Israele e alla sua gente. Sono rimasto interdetto e gli ho risposto che ciò che gli avevano riferito era una solenne idiozia. Uno dei tanti “invasati per Israele”, un Hezbollah del “sionismo” aveva distorto il senso di una mia affermazione nel corso di un pacato e civile dibattito sul libro di Magdi Allam «viva Israele!» a cui ho partecipato insieme all’autore e a Fuad Allam, deputato dell’Ulivo, sociologo del mondo arabo e corsivista de la Repubblica. In quell’occasione dissi che non avrei scritto un libro simile, perché sostiene tesi sbilanciate che non condivido e perché quel titolo da tifo sportivo o da ideologia politica che rimanda ad altri tempi, non favorisce il dialogo e la pace. Non mi sono mai sognato di mettere in discussione il diritto di Israele all’esistenza e alla piena sicurezza, né di augurare del male a quel Paese e alla sua gente non solo per ragioni personali e affettive, ma anche e soprattutto per ragioni attinenti al diritto internazionale che si chiamano diritto all’autodeterminazione dei popoli e legalità internazionale ossia le risoluzioni dell’Onu. Mi batterei con tutte le forze per impedire la distruzione di Israele come quella di qualsiasi altro popolo e Paese. Ma agli Hezbollah dell’ “ebraismo” non importa di quali siano le vere opinioni di coloro che criticano la politica dei governi israeliani in merito all’occupazione e la colonizzazione e denunciano l’immane tragedia del popolo palestinese. Costoro non vogliono discutere, hanno già deciso che quelli come me sono antisemiti, ebrei che odiano se stessi, seminatori di odio. I giudici autonominatisi del bene d’Israele in realtà, quando non sono agiti da turbe della sfera emotiva, sono esimi esponenti di una mentalità fascista o stalinista che considera i critici e gli avversari orridi nemici da estirpare. Oggi comunque il problema è che se c’è una identità che rischia un cancellazione reale questa è quella palestinese. Ci si sono messi in tanti a congiurare perché i palestinesi arrivassero sull’orlo dell’abisso: molti dei governi israeliani come quello attuale, con politiche miranti a mantenere lo status quo dell’occupazione, con lo stillicidio della colonizzazione, con l’umiliazione sistematica di Abu Mazen celebrato come interlocutore affidabile solo per raggirarlo meglio, con la pratica degli omicidi mirati il cui esito è stato quello di fomentare de facto la conflittualità fra le fazioni palestinesi. Non pochi dei governi arabi che hanno avvolto in un polverone di retorica e strombazzamenti bellicosi la finta solidarietà, maschera di un boicottaggio, ovvero nessun vero atto politico per dare futuro ad uno Stato palestinese laico democratico. E, last but not least, il teatrino dell’imbelle e ipocrita comunità internazionale, a partire dagli Usa con gli chiffon de papier della sua penosa road map, per finire con la Ue che tradisce l’esemplare lezione di democrazia delle libere e corrette elezioni palestinesi con una punizione che lungi da indebolire l’ala militare di Hamas l’ha resa sempre più forte, togliendo ogni legittimità al democratico Abu Mazen e vessando ulteriormente i già vessati cittadini più poveri ed indifesi dei Territori. Esiste ovviamente anche una responsabilità dei palestinesi. In un simile contesto i peggiori e i più violenti esponenti di ciascuna fazione hanno preso il sopravvento contro il proprio infelice popolo. Probabilmente gli Hezbollah del “sionismo” gioiranno nel vedere che i palestinesi si fottono da soli. Ma se si illudono che da questo vergognoso scenario uscirà un rafforzamento della sicurezza di Israele o sono privi di senno o ci fanno. La sicurezza autentica non germina dalla prevaricazione immorale, la sicurezza e la dignità dell’esistenza si riverberano solo nella sicurezza e nella dignità dell’altro.
Malatempora
Se oggi potessi essere a Roma andrei al Gay Pride. E non per solidarietà "da esterno" a una categoria in lotta. Ci andrei perché, da cittadino italiano, riconosco nei diritti degli omosessuali i miei stessi diritti, e nell'isolamento politico degli omosessuali il mio stesso isolamento politico. Ci andrei perché la laicità dello Stato e delle sue leggi mi sta a cuore, in questo momento, più di ogni altra cosa, e ogni piazza che si batta per uno Stato laico è anche la mia piazza. Ci andrei, infine e soprattutto, perché, come tantissimi altri, sono preoccupato e oramai quasi angosciato dalle esitazioni, dalla pavidità, dalla confusione che paralizzano, quasi al completo, la classe dirigente della mia parte politica, la sinistra.
Una parte politica incapace di fare proprio, senza se e senza ma, il più fondante, basilare e perfino elementare dei princìpi repubblicani: quello dell'uguaglianza dei diritti. L'uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dalle differenze di fede, di credo politico, di orientamento sessuale. Ci andrei perché ho il fondato timore che la nuova casa comune dei democratici, il Pd, nasca mettendo tra parentesi questo principio pur di non scontentare la sua componente clericale (non cattolica: clericale. I cattolici sono tutt'altra cosa).
Ci andrei perché gli elettori potenziali del Pd hanno il dovere di far sapere ai Padri Costituenti del partito, chiunque essi siano, che non sono disposti a votare per una classe dirigente che tentenni o peggio litighi già di fronte al primo mattone. Che è quello della laicità dello Stato. Una piazza San Giovanni popolata solamente da persone omosessuali e transessuali, oggi, sarebbe il segno di una sconfitta. Le varie campagne clericali in atto tendono a far passare l'intera questione delle convivenze, della riforma della legislazione familiare, dei Dico, come una questione di nicchia. Problemi di una minoranza culturalmente difforme e sessualmente non ortodossa, che non riguardano il placido corso della vita civile di maggioranza, quella della "famiglia tradizionale". Ma è vero il contrario. L'intero assetto (culturale, civile, politico, legislativo) dei diritti individuali e dei diritti di relazione riguarda il complesso della nostra comunità nazionale. La sola pretesa di elevare a Modello una sola etica, una sola mentalità, una sola maniera di stringere vincoli tra persone e davanti alla comunità, basta e avanza a farci capire che in discussione non sono i costumi o il destino di una minoranza. Ma i costumi e il destino di tutti.
Ci andrei perché dover sopportare gli eccessi identitari, il surplus folkloristico e le volgarità imbarazzanti di alcuni dei manifestanti è un ben piccolo prezzo di fronte a quello che le stesse persone hanno dovuto pagare alla discriminazione e al silenzio. E i peccati di orgoglio sono comunque meno dannosi e dolorosi delle umiliazioni e dell'autonegazione. E se la piazza dovesse essere dominata soprattutto da questi siparietti, per la gioia di cameraman e cronisti, la colpa sarebbe soprattutto degli assenti, che non hanno capito che piazza San Giovanni, oggi, è di tutti i cittadini. Se ci sono pregiudizi da mettere da parte, e diffidenze "estetiche" da sopire, oggi è il giorno giusto.
Ci andrei, infine, perché in quella piazza romana, oggi, nessuno chiederà di negare diritti altrui in favore dei propri. Nessuno vorrà promuovere un Modello penalizzando gli altri. Non sarà una piazza che lavora per sottrazione, come quella rispettabile ma sotto sotto minacciosa del Family Day. Sarà una piazza che vuole aggiungere qualcosa senza togliere nulla.
Nessuna "famiglia tradizionale" si è mai sentita censurata o impedita o sminuita dalle scelte differenti di altre persone. Nessun eterosessuale ha potuto misurare, nel suo intimo, la violenza di sentirsi definire "contro natura". Chi si sente minacciato dall'omosessualità non ha ben chiaro il concetto di libertà. Che è perfino qualcosa di più del concetto di laicità.
AA. VV., Modello Roma. L’ambigua modernità , Roma, Odradek edizioni, 2007, pp. 192, € 15,00.I testi sono di Bruno Amoroso, Paolo Berdini, Alberto Castagnola, Antonio Castronovi, Giovanni Caudo, Carlo Cellamare, Giovanna Ricoveri, Bernardo Rossi-Doria, Vittorio Sartogo, Enzo Scandurra, Riccardo Troisi
Roma Può una «grande mutazione urbana» profondamente contraddittoria diventare un «modello» per la politica nazionale? Certo che può. Basta vivere in un paese senza idee forti, sballottato dalla mondializzazione e alla ricerca di un orientamento purchessia che dia speranze di sopravvivenza: basta stare nel centrosinistra, presi dal panico, e sperare che le formule dell'«isola felice» siano esportabili fuori dalla capitale.
E' il «modello Roma», che sfonda sulle pagine dei principali quotidiani nazionali - come viatico per l'assunzione di Walter Veltroni a segretario del Partito Democratico - proprio mentre viene vivisezionato in un libro collettivo di alcuni tra i più noti studiosi dell'Urbe (Modello Roma. L'ambigua modernità, a cura di Enzo Scandurra, edizioni Odradek). Presentato lunedì sera in Senato da Mario Tronti, Salvatore Bonadonna, Maria Luisa Boccia e don Roberto Sardelli (il prete che, insieme ai ragazzi della sua scuola, ha definito il «buonismo» una «patologia della bontà» che occulta le miserie dietro le quinte dello spettacolo continuo).
Dell'amministrazione «buonista» non si negano i lati positivi, ma si parte dalla constatazione di un apparente paradosso: quanto più questo «rinascimento» ha successo, tante più esclusioni e lacerazioni produce (silenziate dalla «cooptazione partecipativa» dei dissenzienti locali). Urbanisti, economisti, sociologi, storici si misurano perciò sui processi materiali in atto da anni, senza nascondere la propria cultura di sinistra e le proprie (deluse) aspettative. Consapevoli di star trattando un oggetto complesso, esaltato dai «modernizzatori» ma per nulla contestato dai «conservatori». Un mistero che trova qualche spiegazione solo nel fatto che interessi enormi - come quelli della speculazione edilizia e finanziaria - trovano qui un «accompagnamento» efficace, mai un contrasto.
Il Pil a Roma cresce più che nelle regioni del Nord. Eppure gli insediamenti produttivi sono in diminuzione. Le chiavi di volta sono due: la prima, appariscente, è la trasformazione di Roma in meta turistica primaria, che accentra flussi in virtù del suo immenso patrimonio artistico e degli «eventi» (auditorium, festival del cinema, notte bianca, estate romana); la seconda, silenziosa per natura, è il trionfo della speculazione immobiliare e della grande distribuzione. Un «secondo sacco di Roma» che dissolve la città in fasce concentriche, con un centro storico musealizzato ad uso e consumo del turismo archeologico-culturale e periferie che se ne allontanano in proporzione inversa al reddito. La «modernità» liberista impone la «cancellazione delle regole che presiedono i rapporti sociali» e l'indebolimento selettivo del «ruolo regolativo del potere pubblico»: qui è stata assecondata in pieno.
Sul piano urbanistico la prima sperimentazione fu fatta nella «Milano da bere». E nella scorsa legislatura stava per diventare legge il «disegno Lupi», che affidava il futuro metropolitano ad amministrazioni e proprietà fondiaria: consociate. Ma quel modello agisce comunque con gli «accordi di programma» che, in deroga ai piani regolatori, rendono pressoché automatici i cambi di destinazione dei terreni (da agricolo a edificabile; un modo semplice di trasformare l'acqua in champagne). Scompare così - senza neppure doverlo dire - ogni traccia di programmazione urbanistica, lasciando campo libero a chi ha le risorse per realizzare i «progetti». Un esempio? La «città della Roma», dove è stato concesso alla società di calcio - in difficoltà per 100 milioni di euro - di edificare sui fin lì poco redditizi terreni vicini al campo di allenamento.
C'è la retorica dello scontro - di quelli che lo fanno e di quelli che lo riducono a prima notizia - e c'è il succo politico di una giornata, che fa meno sensazione ma più senso. Il succo politico della giornata di ieri, al di là dei minuetti diplomatici fra il capo dell'Impero e i governatori della provincia, è che per quella che in Italia ama definirsi «sinistra radicale» si apre una stagione tutt'altro che semplice.
Anche qui, c'è la retorica e c'è il succo politico. La retorica del corteo, secondo la quale l'amministrazione Bush e il governo Prodi sono fatti della stessa identica pasta, dice una cosa sbagliata e non veritiera. Il succo politico del corteo dice invece alcune una cosa vera e giusta, questa: c'è una sinistra di movimento che si sta radicalmente autonomizzando dai piani istituzionali e partitici della sinistra «di governo e di lotta», e che prende la sua strada prescindendo allegramente dall'etichetta di palazzo, dal darsi di gomito e dalle gomitate dei leader, dal narcisismo e dal bilancino dei ruoli, dai pensamenti e dai ripensamenti sui nuovi partiti e le novelle federazioni a venire. Un'altra cosa giusta e veritiera la dice, anche qui al di là della retorica, il sit in di Piazza del Popolo: continuando con l'etichetta di palazzo, i rapporti avariati fra i leader, il narcisismo, il bilancino e la malinconia dell'eternamente irrisolto che fare, la sinistra radicale istituzionale perde precipitosamente il contatto con la sua base di riferimento.
E' a causa di questa già avvenuta perdita di contatto che gli organizzatori di piazza del Popolo avevano potuto ritenere che il corteo di Piazza Esedra sarebbe stato minoritario, estremista e violento. Errore madornale: è stato un corteo pieno, denso e tranquillo, abitato da molti militanti (in primis i giovani Prc) dei partiti i cui vertici sonnecchiavano a Piazza del Popolo (o tentavano «ponti» in extremis, come alcuni Verdi), e perdipiù tutt'altro che confinato nel perimetro del no alla guerra: un corteo che annuncia un'opposizione giovanile importante che si farà sentire a breve su altre questioni, a cominciare dall'istruzione e dal lavoro. Non solo il Prc, Sinistra democratica e gli altri partiti della sinistra radicale, ma anche la Fiom - per la prima volta dal 2001 separata dal movimento, fatta salva la presenza di Cremaschi in testa al corteo - faranno bene a pensarci in fretta. Allargando al messaggio che arriva dalla giornata di ieri la ruvida analisi dello stato delle cose già imposta dalla recente prova elettorale.
Non è questione di strette organizzative. Nessuna nuova sigla e nessun patto d'azione riuscirà a modificare questo quadro senza uno scatto di analisi, di idee e di inventiva, che sappia fare dell'esperienza di governo non un feticcio ma una fonte di sapere su quello che la società italiana, e non solo italiana, sta diventando, e su quali domande ineludibili sta maturando.
Vane parole d’ordine percorrono l’Italia. Dialogo, ascolto, non lasciare alla destra temi come la sicurezza, no e poi no all’antipolitica. Indicazioni giuste, ammonimenti necessari. Che, tuttavia, ogni giorno vengono oscurati o travolti da pulsioni che spingono in altre direzioni o che inducono a dare risposte frettolose, e sbagliate.
Sul dialogo insiste con giusta determinazione il Presidente della Repubblica. Ma i suoi margini si assottigliano sempre di più. La debolezza numerica della maggioranza e la bassa capacità di gestione del Governo hanno rafforzato nell’opposizione la convinzione che non sia tempo di aperture e che, spallate o non spallate, ogni occasione debba essere colta per mettere in difficoltà, o addirittura liquidare, il Governo. Una resa dei conti: dunque la cosa più lontana da un dialogo, per il quale, sul terreno politico, le difficoltà sembrano quasi insormontabili, come conferma l’ultimo dibattito parlamentare sulla vicenda della Guardia di Finanza.
Non minori sono i problemi quando si passa alle questioni, di vita, ai temi “eticamente sensibili”. Nel suo messaggio alla Conferenza sulla famiglia, il Presidente della Repubblica, dopo aver ricordato l’eguaglianza raggiunta “con la riforma del diritto di famiglia e altre leggi come quelle sul divorzio e l´aborto”, ha sottolineato che anche le unioni di fatto “vanno concretamente assunte come destinatarie dei principi fondativi della Costituzione senza alcuna discriminazione”, attraverso “il riconoscimento formale dei diritti e dei doveri”. Immediata la risposta del Presidente della Conferenza episcopale, interpretata appunto come disponibilità al dialogo. Attenzione, però. Ogni segnale deve essere valorizzato, ma va pure analizzato per quello che effettivamente è.
Monsignor Bagnasco ha manifestato la volontà di "promuovere, là dove ci sono, veri diritti individuali". Vengono così definiti terreno e modalità del dialogo. Ieri si parlava di “sana laicità”, oggi di "veri diritti". In questo modo, uno dei due dialoganti si attribuisce il potere di stabilire le “condizioni d’entrata” dell’interlocutore. Ma non ci sono "veri" diritti individuali, che qualcuno pretende di definire unilateralmente. Vi sono i diritti riconosciuti dalla Costituzione, e basta.
Un atteggiamento analogo si era già colto a piazza San Giovanni, al cui ascolto si continua ad invitare. Ma quella piazza va ascoltata fino in fondo, nel senso che bisogna ricordare proprio le parole che hanno concluso il Family Day. E´ stato detto che bisogna sostituire una nuova "antropologia", fondata sulla famiglia, alla logica dei diritti individuali. Non è poco, anzi è la conferma che la vera materia del contendere nasce dal fatto che siamo di fronte ad una volontà sempre più dichiarata di riscrivere la tavola dei valori costituzionali, questa volta espressa nella forma di una sostituzione della logica "comunitaria" a quella dei diritti delle singole persone.
Prima vittima di questa iniziativa sembra ormai essere la proposta del Governo sui Dico, peraltro assai claudicante. Ma il prossimo obiettivo è già indicato: la legge sul testamento biologico, arbitrariamente presentato come un passo verso l’eutanasia. E il Family Day non ha soltanto reso più acuto il conflitto sui valori. Sta producendo un nuovo soggetto politico, al quale si annuncia l’adesione dei parlamentari teo-dem, rendendo così ancor più arduo il dialogo, dal momento che la sopravvivenza del Governo, la tenuta della maggioranza saranno fatalmente subordinate alle condizioni poste da questi gruppetti, minoritari ma indispensabili.
La sottolineatura delle difficoltà non può essere liquidata come volontà di ostacolare il confronto, come espressione di intransigente laicismo. Al contrario. Si potrà dialogare davvero solo se tutte le posizioni saranno chiare, se il netto punto di vista della Chiesa avrà di fronte a sé atteggiamenti altrettanto chiari da parte dei suoi interlocutori, se diverrà manifesta la logica che deve ispirare l´azione dello Stato. Le contorsioni degli ultimi tempi sono il segno d´una cultura debole, dalla quale discende una politica inadeguata.
Arriviamo così al punto dolente dell´antipolitica. Giustissimo non alimentare populismo e qualunquismo (però, per favore, non tiriamo sempre in ballo l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, che era cosa del tutto diversa), non fare di tutt´erbe un fascio. Ma da troppo tempo queste giuste preoccupazioni si traducono nel silenzio colpevole su fenomeni inammissibili in un sistema democratico, nell´accettazione di una moralità a geometria variabile, nelle smagliature continue della legalità che hanno portato ad un ritorno impressionante della corruzione. L´antipolitica nasce quando la politica perde la capacità di guardare al proprio interno senza compiacenze, quando i ceti dirigenti sono più impegnati nell’autoconservazione che nella ricerca di una trasparente legittimazione pubblica.
Da anni la responsabilità politica è praticamente scomparsa. Quando si censura il comportamento di un politico, la risposta corrente è "non vi è nulla di penalmente rilevante". Così non soltanto si confondono codice penale e regole della politica. Si fa diventare la magistratura l’esclusivo e definitivo giudice della politica, con distorsioni che sono davanti agli occhi di tutti e che non sono il frutto d’una volontà di potenza dei giudici, ma delle dimissioni della politica da uno dei propri, essenziali compiti. Un establishment che voglia davvero essere tale, e che voglia conservare credibilità davanti all´opinione pubblica, dev’essere capace di escludere chiunque trasgredisca regole di trasparenza, correttezza, moralità.
Altrimenti si finisce su terreni scivolosi, si diventa prigionieri d’ogni contestazione, si riduce tutto solo ad una questione di taglio di spese, sacrosanto per molti versi, ma che può perfino produrre inefficienze maggiori di quelle che si vorrebbero eliminare. Non si abbia pausa della trasparenza e della severità. Da qui, e solo da qui, può partire una possibile salvezza.
La buona cultura, come unica via verso la buona politica, dev’essere invocata anche nella materia della sicurezza, cominciando con qualche distinzione. La criminalità "predatoria", che determina insicurezza, è cosa ben diversa dall’affiorare di un terrorismo strisciante, e entrambi questi fenomeni non possono oscurare il tema cruciale della radicale caduta della legalità. D´accordo, prestiamo la dovuta attenzione alle lettere ai giornali. Ma dovremmo anzitutto domandarci le ragioni per cui lo straordinario successo del libro di Roberto Saviano non è stato accompagnato da nessuna significativa reazione istituzionale. Il passaggio di poteri dalle istituzioni pubbliche alle organizzazioni criminali è ormai fatalisticamente archiviato, sì che possiamo tranquillamente occuparci dei problemi legati alla localizzazione di un campo rom?
Diciamo pure che il bisogno di sicurezza non è di destra, né di sinistra. Ma sono molto diversi i modi in cui si "produce" e si governa questo bisogno. Proprio perché la legalità è cosa tremendamente seria, non può essere ridotta solo a questione di ordine pubblico, peraltro rilevante. Nei documenti di alcuni sindaci compare la consapevolezza di una strategia complessiva, che va dagli interventi sociali all´integrazione culturale e politica. Questa è la via maestra verso una sicurezza che non solo non smantella le garanzie, ma le fa penetrare più profondamente nella società con benefici per tutti. Altrimenti prepariamoci alla società della sorveglianza, dove la sicurezza è di destra perché insidia la democrazia.
Distinguendo pazientemente, chiarendo punto per punto, si creano le condizioni del dialogo. Che, tuttavia, sono negate da un linguaggio che descrive città assediate da nuovi barbari all´assalto della vita e della dignità dell´uomo. Per fortuna, in tutti i campi vi è chi non lancia anatemi. E allora cerchiamo i buoni interlocutori, e andiamo avanti.
Non è una buona cosa maneggiare l´affare Visco/Speciale come una baruffa tra due caratteri autoritari e spicciativi, e non come un conflitto tra istituzioni che annuncia un ben altro sisma, più violento e dagli esiti imprevedibili. Un'analisi senza profondità, tempo e memoria di questo "pasticciaccio" impedisce di scorgere l´autentico focus della crisi che sta incubando: il ritorno sul "mercato della politica" degli interessi di quell'«agglomerato oscuro» che si è andato costituendo all'ombra del governo Berlusconi e nella spensierata indifferenza o sottovalutazione dei leader del centro-sinistra, Prodi, D'Alema, Rutelli in testa. Si può dire che quel che fa capolino con l'offensiva del generale è una varietà modernizzata della loggia P2. La si può definire così, una P2, soltanto per semplificazione evocativa anche se il segno caratteristico di questa consorteria non è l'affiliazione alla massoneria (anche se massoni vi abitano), ma la pervasività – sotterranea, irresponsabile, incontrollata, trasversale – del suo potere di pressione, di condizionamento, di ricatto.
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E´ necessario cominciare da Visco. I passi stortissimi del comandante generale della Guardia di Finanza non possono lasciare in ombra gli errori del viceministro, che sono gravi. Non è in discussione la limpidezza morale di Vincenzo Visco, ma l'efficacia delle sue mosse e soprattutto la coerenza delle sue iniziative con la strategia del governo di cui è parte. Il primo errore del viceministro è di non rendere trasparenti le ragioni dell'urgenza di cambiare aria nelle stanze del comando della Guardia di Finanza in Lombardia, di non farne una questione pubblica.
Visco cede alla tentazione di avviare, come si legge in una lucida analisi del Sole-24 Ore, «un rozzo spoils system nei confronti di personale militare ritenuto troppo vicino alla gestione politica precedente». Che in Lombardia, la Guardia di Finanza sia stata molto prossima e a volte subalterna alle volontà del ministro dell'Economia uscente, Giulio Tremonti – e che ancora oggi possa esserlo – è fatto noto dentro la Guardia di Finanza e nella magistratura, ma Visco tira per la sua strada in silenzio e al coperto, con un altro passo falso. «Anziché stare alla larga da diatribe annose e poco misurabili», pensa «di utilizzare un gruppo contro un altro, senza calcolare modi, conseguenze e nemmeno la forza di chi gli sarebbe potuto rivoltare contro» (ancora il Sole-24 Ore). Tatticamente difettosa, l´iniziativa di Visco ha un altro deficit. Non è politicamente omogenea alle scelte del governo che ha deciso di stringere, contrariamente a quel che crede Visco, un patto di compromissione, un´intesa, un patto di non-aggressione, chiamatelo come volete, proprio con quel network di potere, di cui il generale Roberto Speciale è soltanto uno degli attori, e nemmeno il maggiore.
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Di quel network di potere occulto e trasversale, ormai si sa o si dovrebbe sapere. E´ un "apparato" legale/clandestino deforme, scandaloso, ma del tutto "visibile". Nasce con la connessione abusiva dello spionaggio militare con diverse branche dell´investigazione, soprattutto l'intelligence business, della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove esiste una "control room" e una "struttura S2OC" «capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato».
Quel che combina questo «mostro», che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore la qualità della democrazia italiana, si sa. Qualche esempio. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, pianifica operazioni – «anche cruente» – contro i presunti «nemici» del neopresidente del Consiglio. Durante la legislatura 2001/2006 raccoglie, «con cadenza semestrale», informazioni in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra. E´ il "dossier Oak" (Quercia), alto una spanna, denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti "riciclatori" e "teste di legno" dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno capo ai leader del partito. Prima della campagna elettorale del 2006, l´apparato legale/clandestino programma e realizza una campagna di discredito contro Romano Prodi.
Sarebbe un errore, però, considerare il network «al servizio» del centrodestra. Quell´apparato legale/clandestino, a cavallo tra due legislature, si è "autonomizzato", si è "privatizzato", è autoreferenziale. Raccoglie e gestisce informazioni in proprio. Vere, false non importa: sono qualifiche fluide – il vero e il falso – nella «mediatizzazione della politica dove ogni azione politica si svolge all´interno dello spazio mediale e dipende in larga misura dalla voce dei media». A questa variante moderna di P2 è sufficiente amministrare, saggiamente, la cecità e le nevrosi delle power élite, angosciate dalle mosse degli alleati; spaventate dai complotti possibili, probabili, prossimi.
Con accorta disciplina, il network spionistico sa essere il virus e il terapeuta della malattia del sistema politico italiano che impedisce, all´uno come all´altro schieramento, di riconoscersi la legittimità (morale prima che politica) di governare. Alimenta così la sindrome di Berlusconi consegnandogli dossier sul complotto mediatico-giudiziario. La cura con una pianificazione di annientamento dei presunti complottardi. Eccita il "complesso berlusconiano" della sinistra e lenisce quello stato psicoemotivo, prima che politico, con informazioni sulle mosse vere o presunte del temuto spauracchio. Quanto più il conflitto pubblico precipita oscurandosi in un sottosuolo, dove poteri frantumati, deboli, nevrotici tentano di rafforzarsi o difendersi; tanto più il network è in grado di essere il custode dell´opaca natura del potere italiano o il giocatore in più che può favorire la vittoria nella contesa.
* * *
La minaccia di questa presenza abusiva e minacciosa nel "mercato della politica", alla vigilia delle elezioni del 2006, sembra chiara al centrosinistra. C´è chi esplicitamente, con grande scandalo e dopo anni di distratto silenzio, avverte che «sono tornati i tempi della P2» e chi, più lucidamente, ragiona sul quel che è accaduto e sul da farsi. Preoccupato da una realtà che ha consentito di «sviluppare un agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato che si muove in una logica di ricatto», trova «lo spettacolo spaventoso» e promette che «il nuovo governo solleciterà il Parlamento a indagare, accertare, comprendere cosa è accaduto». (Marco Minniti, oggi viceministro agli Interni).
In realtà, il governo Prodi appena insediato muove in tutt´altra direzione. Preferisce guardare altrove, incapace di prendere atto dell´infezione, in apparenza impotente a comprenderne il pericolo, addirittura impedito a programmare il necessario lavoro di bonifica. Quel che appare al vertice del network, il direttore del Sismi Nicolò Pollari, incappa nelle indagini della procura di Milano per il sequestro di un cittadino egiziano. L´inchiesta mostra le connessioni del network e dimostra la sua attività di dossieraggio illegale. Incrociata con i risultati dell´istruttoria Telecom, offre una scena così inquietante per la qualità della nostra democrazia che dovrebbe convincere il governo a darsi da fare in fretta, a rimuovere, rinnovare, risanare; a chiedere al Parlamento – appunto – di «accertare e comprendere». Accade il contrario. Il sequestro del cittadino egiziano è protetto da un segreto di Stato che nemmeno Berlusconi e Gianni Letta hanno mai proposto alla magistratura milanese. Di più, per dare un minimo di credibilità alla sorprendente iniziativa, l´esecutivo non esita ad accusare dinanzi alla Corte Costituzionale di illegalismo la procura di Milano. Un altro segreto di Stato va a coprire gli avvenimenti che hanno accompagnato la missione in Iraq di Nicola Calipari, salvo poi chiedere a Washington «verità e giustizia».
Che si voglia tutelare, anche nella nuova stagione politica, il passato, i traffici e la fortuna dei protagonisti di quel network è ancora più chiaro quando si procede alla sostituzione dei vertici dell´intelligence. L´ammiraglio Bruno Branciforte va al Sismi senza alcuna delega in bianco o margini operativi e decisionali. Viene consegnato a un imbarazzante stato di impotenza. In sei mesi, per vincoli politici, non ha avuto la possibilità di rimuovere nemmeno un dirigente. Lo staff, i direttori centrali e periferici, il potentissimo capo del personale sono gli stessi dell´éra Pollari. Ad alcuni degli uomini più fidati del generale uscente è stato consigliato di fare un accorto passo laterale diventando gli uomini forti e ascoltati del ministero della Difesa. Al Sisde il nuovo capo, Franco Gabrielli, ammette addirittura davanti al Parlamento che «così com´è, il servizio interno non può svolgere appieno un efficace compito di prevenzione». E tuttavia non riesce a incuriosire il ministro dell´Interno che, in sei mesi, non ha ancora trovato il tempo e il modo di riceverlo.
Se i "nuovi" hanno difficoltà a fare il loro lavoro, i "vecchi" possono ampliare – al contrario – il loro margine di manovra e i "punti di appoggio". Pollari è oggi consulente di Palazzo Chigi; il suo fidatissimo braccio destro, che con spavalderia minacciosa si è detto dinanzi al Parlamento «di sinistra» e prodiano, è addirittura al "Personale" della Difesa mentre il generale Emilio Spaziante, l´operativo di Pollari nella Guardia di Finanza di Roberto Speciale, è il numero due al Cesis, la struttura che fa da link tra la presidenza del Consiglio e l´intelligence militare e civile, una poltrona che, nel 2001, già fu di buon auspicio per Nicolò Pollari che da lì partì alla conquista della direzione del Sismi.
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Il governo di centro-sinistra ha preferito chiudere un accordo di non-aggressione con quel network che, soltanto alla vigilia delle elezioni, appariva all´opposizione di ieri «spaventoso», «oscuro». Un´intesa cinica, realista che avrebbe anche potuto resistere se la parabola dell´esecutivo avesse dimostrato di poter durare a lungo; se la forza del governo avesse dimostrato, in questo suo primo anno, di essere adeguatamente salda e autosufficiente per poter affrontare l´intero ciclo quinquennale della legislatura. Ai primi scricchiolii di popolarità e consenso, ai primi segnali di debolezza politica interna, il network è ritornato a muoversi con tutta la sua pericolosità. Le minacce del generale Roberto Speciale ne sono una eloquente testimonianza. «So io che fare», ha detto ieri al Corriere della Sera.
La congiuntura politica, la debolezza e le divisioni della maggioranza, qualche appuntamento di carattere giudiziario non inducono all´ottimismo e lasciano pensare che il peggio debba ancora venire, altro che il match Visco/Speciale.
Dunque. Ancora poche settimane e nel frullatore politico-mediatico entreranno le migliaia di intercettazioni telefoniche raccolte nell´inchiesta Antoveneta/Bnl. Un breve saggio di quanto possano essere esplosive lo si è già avuto nel 2006 con la pubblicazione della conversazione tra Gianni Consorte (Unipol) e il segretario dei Ds, Piero Fassino. Ma in quelle intercettazioni si sa, per dirne una, che si ascolta la voce dei maggiori leader del centro-sinistra, a cominciare da Massimo D´Alema e del suo collaboratore più affidabile, il senatore Nicola Latorre. A incupire la scena, la preoccupazione che le intercettazioni legali possano incrociarsi con gli ascolti abusivi e le indagini illegali della Security Telecom. Per quel che se ne sa, è stato trovato soltanto un dvd con migliaia di dossier, nella disponibilità di un investigatore privato che lavorava per la società di telecomunicazioni (o per lo meno per gli uomini della sua sicurezza). Nessuno è in grado di escludere, a Milano come a Roma, che quel dvd sia soltanto una parte dell´archivio segreto. Mentre non c´è dubbio che anche la più irrilevante briciola di quelle informazioni, raccolte illegalmente, sia oggi nella disponibilità dell´«agglomerato oscuro». Che avrà il modo e l´occasione di giocare una nuova partita e qualche asso.
I tempi sono favorevoli. Le anomalie, i vizi, gli sprechi della politica italiana hanno scavato un solco tra il Paese e il Palazzo mettendo in moto, per dirla con le parole di Massimo D´Alema, «una crisi di credibilità della politica che tornerà a stravolgere l´Italia con sentimenti come quelli che, negli anni novanta, segnarono la fine della Prima Repubblica». La storia ci insegna che una democrazia fragile e largamente screditata può sopravvivere anche molto a lungo, grazie ai sui meccanismi di autotutela, soltanto però «in assenza di eventi traumatici "esterni" che la facciano crollare». Ora tutta la questione è in questa eventualità. Non c´è dubbio che il network oscuro sia in grado di creare, anche artificialmente, un evento «traumatico» esterno. I dossier – veri o falsi, non importa – raccolti negli anni del governo Berlusconi dall´apparato legale/clandestino di spionaggio possono di certo esserlo. Se si guarda a come si è mosso, contro Vincenzo Visco, il generale Roberto Speciale, sembra di poter dire che in giro ci sia anche la volontà di farlo, la determinazione senza tentennamenti. Il comandante della Guardia di Finanza ha tentato, infatti, di "giudiziarizzare" il braccio di ferro con il viceministro, di alimentare con la sua testimonianza (aggiustata per l´occasione) un´indagine penale e, sotto l´ombrello dell´inchiesta, mettere in circolo veleni, notizie mezze vere e mezze false o del tutto manipolate, capaci di «travolgere il Paese con i sentimenti degli anni novanta». Può essere stato soltanto un piccolo accenno di quanto accadrà di qui a dieci giorni. Sapremo presto quali iniziative intende muovere, quest´altra P2 – simile, ma non uguale a quella che abbiamo conosciuta – e quale forza di dissuasione o di compromesso è in grado di opporre il sistema politico.
Il Governatore ha capito che per una politica di occupazione c'è da superare la precarietà e soprattutto l'assenza di giovani e donne al lavoro. Mentre le sue considerazioni sono tradizionali e niente affatto positive quando parla di finanza pubblica: propende per il pareggio del bilancio, cosa che distruggerebbe lo stato sociale.
Le considerazioni finali del governatore Draghi hanno qualche novità e invece qualche accenno tradizionale. Le novità sono di due tipi: la prima riguarda un'attenzione nuova alla globalizzazione finanziaria con i suoi pericoli, che Draghi definisce "dirompenti".
Un'altra novità, meno positiva, è il suo favore per il gigantismo delle banche che il governatore della Banca d'Italia pensa debbano entrare nel capitale delle grandi imprese. Così, grandissime banche con forti poteri di influenza sulle imprese rischiano di diventare dei mostri non assoggettabili ad alcuna vigilanza. Draghi pensa che la vigilanza della Banca d'Italia possa essere sufficiente per evitare gli inevitabili conflitti d'interesse e non si accorge della contraddizione: se le grandi conglomerate bancarie sono internazionali, la vigilanza nazionale è del tutto insufficiente.
Alcuni aspetti positivi riguardano la sua visione dell'occupazione che vorrebbe meno precaria, più aperta alle donne e ai giovani. Anche i suoi riferimenti alle pensioni di anzianità, legate all'invecchiamento della popolazione sono però non disprezzabili, perché Draghi parla di allungare l'età media degli occupati e questo implica che, probabilmente, accetterebbe un allungamento differenziato a seconda dell'usura dei lavori.
E' invece tradizionale e niente affatto positivo quando parla di finanza pubblica, perché sembra propendere per il pareggio del bilancio cosa che distruggerebbe lo stato sociale (il suo vecchio maestro Federico Caffè questo passaggio non lo avrebbe certamente apprezzato) e, soprattutto, perché pensa di poter trasformare una parte della previdenza obbligatoria (fino al 33 % dei contributi) in previdenza complementare - in pratica sostiene una forma di privatizzazione.
Draghi non capisce che quest'idea aumenta l'incertezza dei lavoratori, non assicura che la pensione sarà dignitosa, e al contrario rafforza quel mercato dei capitali che egli stesso, in precedenza, ha descritto come denso di avversità.
Per concludere, mi preme sottolineare alcune lacune della relazione svolta oggi dal Governatore Draghi: si è dimenticato completamente del sindacato e della concertazione; ha parlato delle liberalizzazioni, ma non ricorda il fallimento di quelle oggi in vigore - da Telecom alle Ferrovie dello Stato - e ha attribuito alla Banca Centrale Europea il successo contro l'inflazione che, a suo dire, sarebbe stata molto più elevata in ragione dell'aumento dei prezzi del petrolio se la BCE stessa non avesse operato in modo prudente. Invece, la BCE non c'entra nulla, perché l'inflazione è stata abbattuta dalla Cina e dall'India che hanno fatto aumentare la produzione di merci ad un livello tale da abbassarne il prezzo. E ancora, nella sua relazione Draghi non da alcuna importanza o rilievo al ruolo dello Stato; dimentica le esternalità negative; non pensa all'ambiente e, in generale, preferisce guardare alla finanza pubblica come una serie di dati senza andare alla ricerca del loro significato.
Ingrandite la figura di uno di questi 27 naufraghi aggrappati, con i piedi più ancora che con le mani, sul bordo di una gabbia di tonni, largo appena 35 centimetri. Sgranate e deformate, sino a indovinare il viso e le espressioni, la foto degli uomini-tonno o, se preferite, dei ragazzi-sughero che si lasciano galleggiare tenendosi in equilibrio sulla nassa: per un momento potrebbe persino sembrare che sorridano
Più verosimilmente gli uomini-tonno mostrano i denti. E guardate la mano alzata a segnalare la fretta, una fretta che non finisce mai. E poi chiedetevi com´è possibile che tutti insieme, che tutto l´insieme non abbia impietosito le barche di passaggio, com´è potuto accadere che tanti, troppi pescherecci abbiano fatto finta di non vedere questa scenografia di morte, questa camera ardente sull´acqua, o che davvero li abbiano guardati come fossero tonni tra i tonni. Agitandosi molto meno, 27 autostoppisti all´autogrill avrebbero guadagnato anche l´attenzione dei più distratti e dei più indaffarati. Cattivi marinai? Sadici filibustieri? No. La logica è quella terrestre dell´indifferenza, quella stessa di chi volta la testa dall´altra parte davanti a uno stupro, di chi non soccorre i feriti sull´autostrada…
E però in questa foto c´è di peggio. Non si vede, ma la gabbia per tonni è ovviamente legata a un peschereccio: il Budafel. E speriamo, se il decoro non è diventato retorica, che Budafel diventi sinonimo di vergogna. Inutilmente infatti - e questo nella foto si vede - gli uomini-tonno implorano uno "strappo" sino a terra, uno "strappo" che vale le loro vite. Ma il capitano del Budafel non ha alcuna intenzione di portarli a terra per la seguente ragione che egli stesso ha poi spiegato all´Indipendent: «Non potevo correre il rischio di perdere il mio carico». Come avrebbe potuto sacrificare un prezioso carico di tonni-tonni, «almeno un milione di dollari», per un carico di tonni-uomini, almeno un milione di guai?
Insomma non stupisce che stia già diventando una delle immagini emblematiche del secolo la foto di questi 27 uomini-tonno che sono stati lasciati lì, per tre giorni e tre notti, a galleggiare in acque libiche. E vale la pena di sottolineare, per una volta con orgoglio, che sono stati gli italiani a salvare i naufraghi mentre i maltesi chiedevano l´intervento dei libici, i quali a loro volta imprecavano contro i maltesi.
Di sicuro nessun obbligo di legge e nessun diritto internazionale imponevano alla Marina italiana di mandare la sua Orione che, in acque non troppo lontane, stava cercando un´altra barca di disperati. Ma si sa che l´Italia ha, nei rapporti internazionali, un modo di presentarsi che esclude la durezza. Quella famosa idea che siamo tutti figli di mamma e che la vita vale più dei regolamenti, delle opportunità politiche, e anche dei confini e della ragion di Stato, quella idea italiana che è stata spesso, e a ragione, considerata come un segno di debolezza, forse sta ora diventando un segno di modernità. E lo diciamo pensando anche all´Afghanistan e alle polemiche sul prezzo dei riscatti. Forse, mostrarsi deboli e fragili oggi significa mostrarsi evoluti.
La Marina italiana ha dunque fatto prevalere i sentimenti elementari pur sapendo che i nostri centri sono allo stremo, e che persino un paradiso vacanziero come Lampedusa è oggi diventato simbolo di ingestibile e invivibile "accoglienza".
Ma soprattutto la foto ci parla del Mediterraneo, di quel che è diventato il mare delle nostre canzonette d´amore, il mare che pure ha visto e superato ogni genere di ferocia, che è stato solcato da imprenditori violenti e da razziatori di ricchezza, ha conosciuto ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila Cavalieri di Gerusalemme che, cacciati da tutti i porti, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento. Ricordate il film con Paul Newman? Arrivata nel porto di Haifa la Exodus fu speronata e rimandata indietro dai cacciatorpediniere inglesi che fecero anche parecchie vittime.
Insomma sembrava che tutto fosse già accaduto nel Mediterraneo, diventato caldo come un caffè e accogliente come un convento. Ed ecco invece le barche dei disperati, ecco gli uomini-tonno. Davvero mai era successo che gli uomini in surplus demografico venissero trattati come spazzatura, costretti a farsi sugheri e a galleggiare attaccati alle nasse. Eppure altrove il mare, come per esempio in Giappone, benché sia naturalmente più ostile, non è il luogo dove la terra si svuota degli uomini in eccesso ma il luogo dove la terra si espande, dove si costruiscono aeroporti e intere città palafitticole, il mare insomma che si sostituisce al terri-torio diventando mari-torio. Quella foto ci spiega invece che non solo il nostro Mediterraneo non sta diventando un maritorio ma che è la bocca di un vulcano, è un campo di concentramento con soluzione finale, è il mare del "navi frango", il mare dove si è franta la vecchia e gloriosa nave della nostra umanità.
Pensate a un milione di dollari. In quella gabbia c´erano tonni per un milione di dollari. Voi chi buttereste a mare: il tonno o il naufrago? Come vedete, sembra tornare in vita, proprio nel cuore del Mediterraneo, la vecchia figura del negriero. Pare quasi di rivedere la caricatura brechtiana dell´imprenditore, quello delle vignette bolsceviche: ci si liberava di lui con la scopa della rivoluzione. Ebbene, se sulla terra non è più quella la logica del mercato, la foto ci racconta che il nobile Mediterraneo è di nuovo infestato da quei miserabili.
E’ Verona, la tradizionale "Bologna bianca", virata per una breve stagione al rosa, e tendente da oggi quasi al nero che simboleggia il vallo tra le due Italie, un vallo non più solo geografico, non solo antipolitico, ma antropologico. Alessandria, Vercelli, Como, Varese, molte le vittorie scontante del centrodestra. Ma Verona no, Verona è l’icona del Nord che se ne va, che evade definitivamente, che non concede più prove d’appello al centrosinistra, incapace di confezionare le «scorciatoie mentali» che hanno dimostrato di pagare tra Padania e Pedemontana: immigrazione, prostituzione, sicurezza e meno tasse, Ici e addizionali, tanti parcheggi, poca cultura.
Pochi slogan elementari, se possibile feroci, perché non catturano più nel Veneto cattolico e peccatore le «fumisterie» solidaristiche del Vescovo, «alibi» della sinistra per coprire l’incapacità di scelte esplicite e forti. Figurarsi la «redistribuzione», concetto di moda a Roma, che il leader nazionali ripetono incoscientemente anche in campagna elettorale sulle sponde del Po. «Redistribuire? Redistribuiscano a noi quelli di Roma», ci ha detto un ricco commerciante del "Listòn" veronese, faticando a capire il concetto stesso di redistribuzione.
Aveva un sindaco moderato, un avvocato ex democristiano, la ricca e moderatissima Verona, talmente moderata che per un mese Forza Italia e Udc litigarono su quale dei loro possibili candidati fosse il più moderato. Poi arrivò Umberto Bossi che senza colpo ferire convinse Berlusconi a scegliere come candidato unitario il leghista più trinariciuto del Triveneto, il giovane assessore regionale Flavio Tosi, un signore che una volta si presentò in comune con una tigre al guinzaglio lanciando lo slogan "el leon che magna el teròn". Bell’effetto sul proscenio della «leaderizzazione» locale, una specie di parodia di quella nazionale. Paga più la moderazione di un avvocato "understatement", timorato e ben visto nei centri del potere economico, che non ha fatto male nel suo quinquennio, o quella di un giovanotto, capace di fulminee «scorciatoie mentali» per chi lo ascolta? Più i faticosi ragionamenti di Prodi o i fulminanti slogan di Berlusconi? Condannato in secondo grado per violazione della legge Mancino avendo propagandato «idee razziste», la leggenda metropolitana veronese dice che quella condanna, nata da un’inchiesta del Pm Papalia, è stata il vero, grande assist per l’elezione quasi a furor di popolo di Flavio Tosi. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul fenomeno Bossi, che guida un partito ai minimi termini e divorato dalle lotte intestine, ma - genio del parassitismo politico e tuttora massimo interprete dell’anima padana - riesce a imporre e a far vincere i candidati scelti da lui. Ciò che fa infuriare il governatore forzista del Veneto Giancarlo Galan, il quale sulla scelta leghista per Verona, che l’altra volta lui non azzeccò aprendo la strada al candidato di centrosinistra, chiese addirittura le dimissioni dei coordinatori nazionali Bondi e Cicchitto, minacciando di creare Forza Veneto, per la quale - pare ovvio - dovrebbe ormai chiedere consulenza a Bossi. In fondo, funziona ancora e sempre da tre lustri il «modello Gentilini», sindaco al terzo mandato (ora formalmente nel ruolo di prosindaco) di Treviso, quello che tolse le panchine agli immigrati e consigliò di sparargli come ai leprotti. Il paradosso è che dopo tanti anni di dichiarato razzismo del primo cittadino, Treviso risulta la città del Nord con una delle migliori integrazioni degli immigrati extracomunitari. Vuol forse dire che le «scorciatoie mentali» servono alla politica per prendere voti, ma che poi funzionano canali sotterranei di compensazione della locale classe dirigente? Dove l’avrebbero spedito Gentilini le decine di migliaia di imprenditori trevigiani, se davvero gli avesse negato la necessaria manodopera straniera? Dove s’incontrano poi «scorciatoie mentali» e business, lì è il vero regno di Bossi. Come a Monza, dove ha imposto il candidato leghista Marco Mariani, più moderato, ma più «business oriented», che ha vinto con una campagna elettorale affidata al progettista di una grande speculazione immobiliare della famiglia Berlusconi, la «Milano-4», che ora certamente si farà in quel di Monza per replicare i successi di «Milano-2» e «Milano-3», con il fattivo appoggio del governatore lombardo Roberto Formigoni, nel nuovo capoluogo della nuova Provincia brianzola, già costata alcune decine di milioni. La destra ne ha fatto un cavallo di battaglia, la gente la Provincia la vuole, ma poi si schifa per i costi della politica. Solo quella degli altri? A Monza, altro presunto luogo felice di moderazione, abbiamo assistito a un comizio allo stato di «preparola» di Gianfranco Fini su come cacciare immigrati e puttane - ovazioni - e, il giorno dopo, ad uno di Walter Veltroni, assai meno affollato, sullo «spirito di servizio» e sul sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira, che le ragazzotte minigonnate trascinate in piazza Trento e Trieste pensavano fosse un gelato.
L’antipolitica non si celebra nella sala ovattata della Musica di Renzo Piano, con Luca Cordero di Montezemolo che sul palco legge il gobbo elettronico, si consuma al seggio di Monza o di Gorizia, anch’essa persa per insipienza dal centrosinistra, dove del Partito Democratico nulla sanno e soprattutto nulla vogliono sapere. L’antipolitica si fa nell’incrocio dello smercio europeo di droga a Verona, si fa alla «Cascinazza» di Monza, dove Paolo Berlusconi costruirà quasi un milione di metri cubi. L’ondata antipolitica nasce dalle piccole scelte leaderistiche, nazionali e locali, dei partiti in crisi, nei quali l’elettore non si ritrova più e corre alla ricerca della scorciatoia mentale, di cui Bossi, nonostante la malattia, resta uno dei migliori interpreti sulla piazza. Fosse stato per Berlusconi e Galan, gli obiettivi veneti sarebbero stati persi, mentre per Monza, quartiere milanese, l’odore del business è invincibile.
Poi, c’è l’effetto «Berlusconi mancante», che ha prodotto un calo della partecipazione del voto a sinistra. Se non c’è lui, che odio, perché devo andare a votare? Croci e delizie del leaderismo. Ma, per favore, nessuno ci racconti più, tre lustri dopo la dicci, di un Nord cattolico e moderato.
Invece di farsi mille domande molto sospettose sulle vere intenzioni di Luca di Montezemolo, converrebbe ascoltare quel che egli ha detto sulla politica italiana: una politica «debole», «litigiosa» sempre tesa a «galleggiare in attesa della consultazione elettorale successiva». Chiunque rilegga il discorso che il presidente della Confindustria ha pronunciato il 24 maggio sa che questi mali non sono immaginari ma molto reali e comunque percepiti diffusamente come reali. Sa che la politica in Italia non riesce a decidere, bloccata com’è da veti sempre più fitti e da quelle che Ilvo Diamanti chiama minoranze dominanti. Nel loro libro su La Casta (Rizzoli) Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo si soffermano sullo Stato disastrato e parlano di caste grandi, piccole e piccolissime: tutte intoccabili. Persino il singolo parlamentare tende di questi tempi a divenire casta: il veto d’un singolo può paralizzare ogni cosa.
Chiudersi a questo monito e considerarlo addirittura un’usurpazione non riscatta la politica ma conferma, semplicemente, le accuse che le vengono rivolte. Se è veramente forte, il politico non s’indigna se criticato. Se ha ambizione e anche attitudine a guidare con autorità il proprio campo e il proprio paese accoglie tutti i consigli che possano irrobustire quest’autorevolezza. Se si chiude vuol dire che ha paura, che non si ritiene all’altezza.
Che è animato da una sorta di xenofobia, che diffida d’ogni voce straniera che minaccia la sua identità e il suo territorio. Il politico debole non ha torto a prendersela con le élite che vedono i difetti altrui e non i propri, ma debole resta pur sempre se si fa sommergere da simili fobie. Alla fine avrà paura del voto stesso, come nei giorni che hanno preceduto le elezioni di questa domenica. Un’elezione non indifferente ma neppure decisiva, perché i governi solidi sopravvivono ai voti locali.
Tremare davanti alle amministrative è come tremare davanti a Montezemolo o a un articolo di Mario Monti o alle interferenze della Chiesa, della magistratura, delle minoranze dominanti. Vuol dire che i poteri forti son divenuti talmente numerosi che un vero potere al centro non c’è più. Ogni voto e giudizio contrario è ritenuto destabilizzante, ed è vissuto come un’usurpazione e un’indebita incursione.
Naturalmente queste incursioni corrono il rischio di sottovalutare le servitù della politica. Chi critica è di enorme aiuto quando fa sentire la propria voce (quella di Montezemolo è d’altronde severissima con il «cinismo dell’antipolitica» e con la tentazione del Paese a «far da sé nella convinzione che lo Stato assente sia preferibile allo Stato considerato invadente») ma è di aiuto davvero pratico se scorge le differenze fra il proprio statuto e quello del politico, se riconosce i limiti propri oltre a quelli altrui: lui, il critico non impegnato nell’azione, non è stato messo alla prova, non si è misurato con le difficoltà della politica, del consenso, del tribunale elettorale che un giorno ti premia e il giorno dopo può licenziarti.
I rappresentanti delle élite che ammoniscono dall’esterno hanno un privilegio che il politico non possiede: godono di immunità, sono immortali mentre il politico è, per definizione, mortale. Berlusconi non ha torto quando ricorda che il difficile è ottenere il 51 per cento. Così Prodi, quando rammenta che entrare in politica non è una discesa ma una salita fatta di «fatica, sudore, mediazioni, consenso, voti per raggiungere risultati». Non ha torto neppure il sindacalista Bonanni, quando sospetta Confindustria di scaricare sui governanti incapacità che son di industriali e sindacati. Ma questo non permette di liquidare il monito di Montezemolo, soprattutto quando questi fa lo sforzo, esplicito, di «parlare prima come cittadino e poi come imprenditore». Se c’è oggi una forza che difende il particolare più dell’interesse generale, che scarica sulla politica incapacità che son proprie, che adotta il comportamento denunciato da Bonanni («Lui sembra che scenda dal pero», dice di Montezemolo), questi è piuttosto il sindacato.
Domandarsi quali siano le carriere che questi critici vogliono intraprendere interessa forse gli esperti in retroscene ma vuol dire rinunciare a correggere e migliorare la politica. Vuol dire rimanere nella melma in cui essa s’è impantanata dai tempi di Tangentopoli, e cercare una scusa per non agire. Vuol dire non chiedersi quel che spinge queste persone critiche e quel che le rende popolari. Se fanno tanta impressione, se ogni giorno si parla di governi e leader alternativi, vuol dire che c’è, in giro, un’immensa sete di guide, capaci di decidere presto e imperiosamente. Negli anni di Weimar, dunque di una democrazia debole e litigiosa, il filosofo Max Scheler si soffermò su questo punto, considerandolo il male più grande. Vide che s’era creato un tragico distacco fra spirito e potere, e parlò di una «nostalgia straordinaria di guida, a tutti i livelli» (beispiellose Sehnsucht nach Führerschaft allüberall). I Führer sarebbero alla fine venuti, sotto forma di anti-politica e anti-democrazia, perché la politica dei partiti non seppe dissetare quegli assetati di leadership.
Scheler scriveva su élite e leadership poco dopo un saggio fondamentale della sociologia, il Suicidio scritto nel 1897 da Emile Durkheim, in cui son descritte le società che perdono le regole, vedono frantumarsi i legami sociali, precipitano nell’assenza di leggi che è l’anomia. Il suicidio anòmico, che si diffonde in simili epoche, è favorito dallo slabbrarsi dell’autorità, delle istituzioni come Stato o famiglia, Chiesa o sindacato.
Il suicidio può essere l’atto d’un individuo o di una società, una civiltà, uno Stato. Può suicidarsi anche la politica, come rischia di succedere in Italia. Chi è tentato dal suicidio anòmico ha la tendenza a considerarsi perdente, e vive come se nessun legame sociale potesse più tenere insieme gli interessi dei singoli partiti (quella che Monti chiama tecnica della sopravvivenza è in realtà autodistruttiva). A spingerlo verso questo tipo di harakiri non è tanto la crisi economica ma sono le trasformazioni impetuose che spezzano equilibri e regole preesistenti. Secondo Durkheim è soprattutto nei periodi di prosperità che i legami sociali s’allentano e il senso di sconfitta mette radici, creando quell’infelicità così ben spiegata, il 24 maggio su La Stampa, da Arrigo Levi: un malumore dilagante che non nasce da mali autentici ma è piuttosto una nevrosi, una collettiva illusione pessimista, enigmatica e inquietante: assai simile alla sete che secondo Scheler minava Weimar. Quando vengono meno regole e leggi i desideri diventano illimitati - nel nostro caso i desideri dei partiti-casta che difendono i loro elettorati - e altrettanto illimitata è l’insaziabilità, la brama che non si sfama. Il «male dell’infinito» sommerge tutti.
Tanto più gravi sono le delusioni, quando vien fuori che i mezzi e le risorse realmente a disposizione - finanziarie e non - non bastano ai propri fini. Le forze che oggi governano sembrano afflitte da questa insaziabilità, che invece d’ordinare il mondo lo sbriciola (lo specchio rotto di cui parla Eugenio Scalfari): «una sete inestinguibile» cattura i partiti, e nessuno sa regolare le proprie passioni e capire il vantaggio d’avere un limite. In Durkheim è questo il suicidio anòmico, nella società priva di autorità rispettate e temute.
A questo bivio è la politica. Le tante critiche che le vengono rivolte non sono sempre giuste, abbiamo visto. La crisi della politica non cade dal cielo e al caos contribuiscono in tanti: imprenditori, sindacati, caste varie comprese quella dell’informazione. I cittadini non hanno sfiducia solo nel Parlamento, nel governo, nell’opposizione. Diffidano anche delle imprese, della Chiesa che sequestra la politica, perfino di se stessi.
I politici usano difendersi nascondendosi dietro la complessità del proprio compito, delle proprie pene. Ma la complessità è una via di fuga. È una terribile tentazione di cui urge liberarsi. Chi dice che «tutto è molto più complicato» già s’è arreso. La semplicità è la via, e tutto ruota attorno a una cosa semplice: in una comunità organizzata ci vuole la dignità dell’esercizio del governare, del reggere il timone. L’Italia è un Paese che dal 1992 ha distrutto la politica e che non ne può più d’averla distrutta.
Tutti invocano il suo ritorno: sotto forma di capacità rinnovata di guida, sotto forma di un rapporto meno nevrotico col tempo (è un altro punto sollevato da Montezemolo: «Fare oggi scelte coraggiose, i cui risultati si vedranno fra otto o dieci anni, significa avere senso dello Stato»). Sotto forma di misure forti, che ristabiliscano la maestà della legge e l’idea stessa della maestà (ci deve pur essere un modo per rimediare d’imperio al disastro dei rifiuti in Campania). La politica deve fare il primo passo, dice l’ex Presidente Scalfaro in un’intervista a Repubblica: «Ma non a partire dalle prossime elezioni: a partire da domani». Anzi, da oggi.
Nella vignetta di Altan pubblicata ieri dal nostro giornale uno dei due consueti protagonisti dice fissando l’altro: «Confindustria all’attacco» e l’altro con la mano in tasca e il basco di traverso risponde: «Speriamo in una forte risposta della Conferenza episcopale».
Ha ricordato Ezio Mauro nel suo editoriale dell’altro giorno che molti anni fa, in analoghe circostanze, l’avvocato Agnelli di fronte alle pressioni di chi auspicava una sua "scesa in campo" nell’agone politico, commentò: «Ipotesi ad alto rischio. Se fallisce non resta che ricorrere a un generale o a un cardinale».
I nostri generali sono leali alla Repubblica; i cardinali sono extraterritoriali, la loro verità viene da un altrove. A quindici anni di distanza uno dall’altro, Agnelli e Altan hanno colto perfettamente la fragilità della democrazia italiana quando la politica si infiacchisce e la società ripiega sui suoi "spiriti animali".
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Televisioni e giornali da qualche settimana sono pieni di dibattiti e inchieste sul costo della politica. Il libro dei bravissimi Stella e Rizzo ha dato la stura ad un Niagara di dati, testimonianze, invettive, denunce, che documentano sprechi, arricchimenti illeciti, ruberie, rendite di posizione, privilegi, tutti sulla pelle e con i soldi dei cittadini, vittime designate, agnelli sacrificali di tanto malaffare.
Tra i molti pezzi di bravura nel proporre e in un certo senso imporre questa agenda all’opinione pubblica si è distinto martedì scorso Enrico Mentana in due ore e mezzo di dibattito nella sua trasmissione "Matrix". Merita di essere segnalato perché il montaggio televisivo era di rara efficacia.
Partiva documentando che il costo complessivo dell’attività politica vera e propria – stipendi dei ministri, dei parlamentari, degli eletti nelle Regioni e negli enti locali, dei loro portaborse, del finanziamento dei partiti e dei giornali di partito – ammonta a 4 e più miliardi (la stessa cifra è stata ripresa da Montezemolo nella sua allocuzione all’assemblea della Confindustria).
Ma questo è solo l’inizio, l’antipasto, incalzava Mentana dal video di Canale 5. E via una serie serrata di quadri, brevi inchieste, tabelle sinottiche da lasciarti senza fiato, nelle quali si avvicendavano le cifre del debito pubblico, gli stipendi pagati ai dipendenti dello Stato e del parastato, il costo delle Ferrovie, il peso delle imposte e infine l’intero ammontare della spesa pubblica, cioè la metà di tutto il prodotto italiano, imputato in blocco al costo della politica. In studio due o tre personaggi con volti gravi e occhi spiritati annuivano e rilanciavano.
Quando ho spento il televisore (era quasi l’una dopo mezzanotte) ero francamente spaventato. A tal punto che lo stesso dibattito mi è ricomparso in sogno con le sembianze dell’incubo e la sensazione di essere fisicamente stritolato da una morsa che si stringeva su di me togliendomi l’aria e il respiro.
Enrico Mentana, quando ci si mette, è bravo, non c’è che dire.
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Il 27 dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fondò il settimanale "L’Uomo qualunque", che ebbe come insegna un omino inerme schiacciato da un torchio. Il primo numero tirò 25 mila copie ma appena cinque mesi dopo, nel maggio del ‘45, era già arrivato a 850 mila.
Lo scopo del settimanale era di dar voce all’uomo della strada contro i partiti di qualunque colore, contro lo Stato, contro il centralismo, ovviamente contro il comunismo e contro "gli antifascisti di professione".
Il 21 giugno di quello stesso anno nasce il governo presieduto da Ferruccio Parri che per Giannini diventò il bersaglio numero uno. Lo scontro aumentò il successo del settimanale. Sotto la spinta d’un vento così favorevole Giannini fondò il partito dell’Uomo qualunque; si aprirono sedi in tutta Italia, il giornale superò il milione di copie, fu tenuto a Roma il congresso di fondazione.
Il programma approvato all’unanimità «concepisce lo Stato come semplice ente amministrativo e non politico. Lo Stato deve essere presente il meno possibile nella società. L’economia deve essere lasciata totalmente ai privati in un sistema totalmente liberista». I punti cardine del partito enumerati nel programma erano: Lotta al comunismo. Lotta al capitalismo della grande industria. Propugnazione del liberismo economico individuale. Limitazione del prelievo fiscale. Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del Paese.
Il 2 giugno del ‘46 «L’Uomo qualunque» si presentò alle elezioni per l’Assemblea Costituente, ottenendo 1.211.956 voti, pari al 5,3 per cento, diventando il quinto partito italiano dopo la Dc, i socialisti, il Pci e l’Unione Democratica Nazionale di Croce, Orlando, Nitti. Ebbe 30 deputati. Nel ‘47, quando De Gasperi ruppe con le sinistre, l’Uomo qualunque appoggiò il governo centrista, ma questo fu l’inizio della sua fine. I qualunquisti finirono per confluire nel Partito monarchico e nel neonato Movimento sociale.
Fino al 1947 il giornale e il partito ricevettero sostegno finanziario dalle associazioni agrarie meridionali e dalla Confindustria.
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Qualunquismo, antipolitica, populismo, demagogia: sono quattro parole che configurano modalità ed esprimono modi di sentire abbastanza simili, pur non essendo termini sinonimi. Nella vita pubblica italiana queste modalità e questi sentimenti rappresentano una costante da molti anni, dalla fondazione dello Stato unitario ma anche prima, soprattutto nelle province del Mezzogiorno.
Una costante, ma per fortuna non una dominante se non a tratti e per brevi periodi. Per diventare dominante ci vogliono condizioni che esaltino quella costante e la propaghino nella psicologia di massa.
Una condizione è la debolezza dell’autorità politica. Un’altra è la debolezza delle organizzazioni dei lavoratori. Un’altra ancora è l’assenza d’una borghesia forte e responsabile. E il proliferare delle corporazioni e dei sindacati corporativi. L’ultima condizione infine è la presenza di demagoghi e populisti capaci di cavalcare il qualunquismo e trasformarlo in una forza d’urto che pervada le istituzioni e le offra al potere dei demagoghi di turno.
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Ho letto con molta attenzione l’omelia, o se volete la «lectio magistralis» di Luca Cordero di Montezemolo e ne ho sottolineato i passi salienti, i punti di consenso e quelli – dal mio punto di vista – di dissenso. Poiché molti amici e lettori mi hanno chiesto di esprimere un’opinione in proposito, dirò che i punti di consenso sono nettamente superiori a quelli di dissenso, sicché – sia pure con alcune note a margine – potrei concludere con un’approvazione finale.
Le note a margine riguardano: 1. Il mancato riconoscimento del risanamento finanziario come premessa indispensabile della ripresa economica. 2. Il merito della ripresa attribuito soltanto agli imprenditori e al mercato. 3. Il silenzio sulle responsabilità di molti imprenditori in operazioni truffaldine che hanno pesantemente colpito il risparmio e la fiducia. 4. Le leggi e le politiche dissennate del quinquennio berlusconiano, per terminare con una legge elettorale votata da tutto il centrodestra a cominciare dall’Udc di Casini, che ha reso ingovernabile il Parlamento e il Paese.
Non sono note a margine trascurabili, ma le tralascio: sono state già segnalate e approfondite nei giorni scorsi, sicché le do per note, lo stesso Montezemolo del resto mi pare che le abbia riconosciute come valide e ne abbia fatto ammenda.
Confermo che, nonostante tali rilievi, la «lectio» confindustriale mi pare meritevole di consenso. Però...
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Il punto in questione riguarda la nascita d’una nuova borghesia. Montezemolo ha più volte insistito su questo aspetto e c’è ritornato nelle dichiarazioni del giorno dopo: è nata una nuova borghesia che sta facendo la sua parte. Lavora come e più di tutti. Effettua investimenti. Innova i prodotti e i processi di produzione. Accorcia lo svantaggio competitivo. Ha ridato slancio alle esportazioni.
In forza di questi meriti la nuova borghesia chiede, anzi pretende: meno tasse sulle imprese, piena mobilità del lavoro, ammortizzatori sociali adeguati, liberalizzazioni in tutti i settori, riforma delle pensioni in armonia con gli andamenti demografici, riconoscimento del merito in tutti i settori e a tutti i livelli.
La nuova borghesia ha già fatto ciò che il Paese si attendeva e continuerà a farlo, ma non può esser lasciata sola. Il governo finora è stato inadeguato e indeciso. Partiti e Parlamento altrettanto o peggio. Opposizione forse pure. Si mettano dunque al passo.
Gran parte di queste richieste sono condivisibili, anzi sacrosante. Per quanto ci riguarda le sosteniamo da mesi, anzi da anni. Ma l’osservazione che qui solleviamo riguarda la nuova borghesia, innovatrice, liberista e liberale, corretta con le regole del mercato. E dunque meritevole. Con quel che segue.
È già nata questa nuova borghesia, amico Montezemolo? E quando? Lei stesso fa datare il risveglio, la ripresa, l’innovazione a due-tre anni fa. Più o meno dall’inizio della sua presidenza in Confindustria. Prima di allora, è verissimo, l’innovazione era ridotta ai minimi termini, gli investimenti languivano, il Pil aveva addirittura cessato di crescere. Crescita zero.
Non voglio discutere le sue capacità salvifiche ma chiedo: in tre anni, in un paese dal quale la borghesia è scomparsa da almeno vent’anni, ce la troviamo rinata all’improvviso come Minerva che uscì armata di tutto punto dalla testa di Zeus? Non è credibile.
Le esportazioni sono aumentate. Verso quali aree del mondo e in quali settori della produzione? Lei lo sa benissimo. Perché non lo ha detto?
Gli investimenti. Quelli privati la soddisfano perché sono aumentati di ben il 2,3 per cento. Ma più oltre lei lamenta che quelli pubblici sono aumentati "soltanto" del 4 per cento. Quattro non è forse il doppio di due?
C’è un punto della sua relazione in cui lei, giustamente, lamenta l’evasione fiscale enorme e il sommerso altrettanto enorme. Ha ragione. Ma chi evade? E chi si sommerge? Che mestieri fanno i sommersi e gli evasori? Fanno molti e vari mestieri, ma concederà che quelli che pagano con il sostituto d’imposta evadono infinitamente meno di tutti gli altri. Ne dobbiamo dedurre che gli evasori sono tutti e soltanto i liberi professionisti?
Lei non ha parlato delle violazioni delle regole di mercato. Uno dei suoi vicepresidenti seduto accanto a lei ne rappresenta un luminoso modello: quello di aver controllato fino a ieri la più grande società per azioni italiana rischiando in proprio l’1 per cento del capitale. Sono questi i meriti da imitare e riconoscere?
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Gentile presidente di Confindustria, di Fiat, di Ferrari e di parecchie altre iniziative certamente meritevoli, noi abbiamo la sensazione che la nuova borghesia non sia ancora nata e – purtroppo – sia ancora sulle ginocchia di Giove. Lei fa benissimo ad auspicarla. Fa benissimo a dedicare i tre quarti del suo discorso ad una politica insufficiente e indecisa. Fa benissimo a parlare più da cittadino che da capo della sua associazione. Ci ruba un po’ il mestiere, ma ben venga.
Per fortuna per farci conoscere qualche cosa di più approfondito sui problemi dell’industria italiana c’è stato, dopo il suo, l’intervento del ministro Bersani. Se la platea dell’Auditorium fosse stata popolata dalla nuova borghesia, Bersani avrebbe avuto applausi appena appena inferiori a quelli avuti da lei. Non la pensa anche lei così? Non l’ha un po’ colpita constatare che l’ovazione più lunga al suo discorso è venuta quando lei ha scandito che gli industriali non pagheranno un solo euro di più di tasse? Dichiarazione ineccepibile. Da sottoscrivere. L’aveva già detto Mario Monti. Non parliamo di Giavazzi. Vedrà che il 31 maggio lo ripeterà Draghi e sarà più d’una triade, sarà un quadrumvirato. Ci vogliamo aggiungere anche Pezzotta e i cardinali?
Per finanziare tutte le richieste che vengono i soldi ci sono: basta cancellare il debito con un colpo di bacchetta, abolire la spesa pubblica seguendo le indicazioni di Matrix, e oplà, non è poi così difficile. I soldi si trovano sempre. Basta decidere da quali tasche prenderli.
Lei mi risponderà: dal sommerso e dall’evasione. Perfetto, è il programma del governo Prodi. Visco ci sta provando e qualche risultato è già arrivato. Forse è per questo che stanno facendo il tiro a bersaglio su di lui.
Le do una cifra, amico Montezemolo: la vecchia borghesia – la sola che l’Italia abbia avuto in 150 anni di storia unitaria, la cosiddetta destra storica – pagò attraverso l’imposta fondiaria il 52 per cento di tutte le entrate tributarie dello Stato nel periodo in cui governò, tra il 1861 e il 1876. Il 52 per cento. Era una borghesia composta interamente da proprietari fondiari.
Le entrate extra tributarie vennero dalla vendita dei beni ecclesiastici, avocati allo Stato e venduti da Marco Minghetti.
Purtroppo tarderà a nascere, se nasce, una borghesia di quel conio, che nazionalizzò le ferrovie e le assicurazioni sulla vita.
L'ineluttabilità dell'ampliamento della base militare di Vicenza è stata giustificata con un anonimo obbligo che dovrebbe derivare da un trattato internazionale, cioè da un accordo Italia-Usa per la concessione allo stato straniero di installare o ampliare basi militari. In assenza di un dibattito parlamentare da cui far scaturire i doverosi dati identificativi di questo trattato e la sua legittimità, non ci resta che ricordare che nella Costituzione vi sono norme (articoli 80, 87, 72, 73) che indicano quali siano gli organi competenti, quali siano i loro doverosi atti, quali i controlli reciproci nella procedura di formazione dei trattati relativi alla presenza di forze militari straniere.
Agli organi di governo (presidente del consiglio, ministri, plenipotenziari) è assegnata solo una competenza residuale. Possono, cioè, compiere tutta l'attività (iniziativa e conduzione della negoziazione, predisposizione e firma del progetto) che non è formalmente assegnata agli altri organi costituzionali.
Fra sottoscrizione dell'organo plenipotenziario e la ratifica del Presidente della Repubblica (il quale manifesta la volontà dello stato di stipulare il contratto e di vincolarsi) si inserisce la fase dell'esame parlamentare, che si conclude con la legge di autorizzazione, legittimante il successivo atto di ratifica. Non è da sottovalutare poi, in una democrazia rappresentativa, il ruolo di controllo riconosciuto al corpo elettorale, che, grazie al regime di pubblicità dei atti legislativi, è in grado di conoscere e di giudicare la fondamentale politica internazionale seguita dalla maggioranza parlamentare.
Dalla teoria, ora, passiamo alla pratica.Partiamo da un dato storico incontestabile, riferitoci da Sergio Marchisio: l'Italia è il paese mediterraneo con il maggior numero di basi e forze militari straniere. Secondo il rapporto predisposto dal governo americano per il Congresso,nel 1977 esistevano circa sessanta installazioni militari concesse in uso agli Stati uniti e all'Alleanza atlantica, distinte in varie categorie (quartieri generali, basi aeree, centri di informazione di basi aeree, stazioni radar del sistema Nadge, basi navali, basi terrestri, terminali di comunicazione, ripetitori radio) .
C'è da dubitare che gli accordi su queste installazioni siano inquadrabili all'interno della procedura di autorizzazione da parte del Parlamento e di ratifica da parte del Presidente della Repubblica.
A giustificazione dell'esclusione dal controllo parlamentare si sostiene che accordi di questo tipo sono strumentali rispetto ai trattati sull'Alleanza atlantica.
In forza dell'unico articolo della legge di ratifica e esecuzione del Trattato di Washington sull'Alleanza atlantica, negli accordi Italia-Stati uniti si è consolidata una procedura semplificata, in cui la sottoscrizione dei plenipotenziari perfeziona l'accordo, escludendo la fase della ratifica e esecuzione per via legislativa e la conoscibilità del suo contenuto da parte dei cittadini.
Questa argomentazione non è convincente, in quanto:
1. dal trattato non emerge in maniera esplicita alcun obbligo per i contraenti di accettare sul proprio territorio la installazione (politicamente gravosa) di basi militari straniere;
2. l'articolo 9 del trattato prevede che gli accordi di cooperazione militare devono essere applicati nei vari stati «in conformità con le rispettive procedure costituzionali»;
3. la Costituzione pone, implicitamente ma chiaramente il divieto di concludere questi trattati in una forma che ne comporti la segretezza: gli accordi militari rientrano tra quelli di natura politica per i quali l'articolo 80 prevede la stipulazione attraverso ratifica, la quale deve essere autorizzata per legge la quale, a sua volta (articolo 73 comma 3) deve essere pubblicata, unitamente al testo del trattato.
La precisa procedura prevista dalla nostra Costituzione impone che l'attuazione del trattato sia subordinato alla condizione che lo stato italiano abbia partecipato alla sua formazione attraverso gli organi investiti di questo potere...Ne deriva che un atto amministrativo (decreto del governo, decreto ministeriale e simili), emanato in esecuzione di un trattato nullo, non può che essere impugnato dall'interessato e annullato dal giudice amministrativo; inoltre deve essere disapplicato dal giudice ordinario. Il presidente del consiglio e il ministro competente sono responsabili ex art. 96 Cost. per inadempienza dell'obbligo di sottoporre al Parlamento i trattati indicati dall'art. 80.
Su questi temi il Parlamento deve pronunciarsi, rivendicando il potere-dovere che la Costituzione gli affida su un tema fondamentale per la sicurezza della nostra democrazia. Non basta la partecipazione di alcuni componenti alle manifestazioni di dissenso extra-parlamentari.
Stefano ha una storia normale: 36 anni, un lavoro a tempo indeterminato, guadagna - da contratto - appena 900 euro al mese. Vive nella periferia romana con il padre. Vorrebbe una sua casa, una sua famiglia. Ma con 900 euro al mese non è possibile. Per cercare di rompere l'accerchiamento della non-vita, Stefano sta pensando a un doppio lavoro. Magari in nero per portare a casa e per la casa un po' più di soldi. Ma Stefano non è una eccezione. La sua «normalità» chiama in causa quello che tutti ormai chiamano «crisi di credibilità della politica».
Stefano è una vittima della globalizzazione, che ha spinto i capitalismi a ricreare una sorta di «esercito di riserva» composto dai precari che debbono accettare una retribuzione inadeguata a vivere: il mercato non offre altro. E anche questo chiama in causa l'inefficacia della politica.
Ieri Montezemolo ne ha offerto la sua versione accusando la politica di essere inadeguata ai compiti della globalizzazione. Montezemolo è passato sopra ai dati sulla competitività dell'industria italiana, diffusi 24 ore prima dall'Istat, che mettono sotto accusa le aziende, la loro assenza in settori produttivi fondamentali, il loro modo di investire che privilegia il processo, anziché il prodotto. Insomma, molte industrie dovrebbero piangere per le loro colpe.
Montezemolo si è proposto profeta di una «nuova» politica, risolutiva di tutte le crisi di rappresentanza. Con domande retoriche ha spiegato alla platea che non esistono più confini tra destra e sinistra. L'ideologia è morta, insomma, e va sostituita con un modello buonista e efficiente dove stato e governo debbono essere funzionali all'impresa. L'equità, sulla base di questo ragionamento, è l'ultima delle preocupazioni.
L'accusa di Montezemolo alla politica ha solo l'obiettivo di far cadere su altri le responsabilità. Però nel ragionamento del presidente degli industriali esistono elementi che non possono essere trascurati. Insomma, è vero che lo stato e i partiti sono carenti, ma lo sono non nell'ottica di Montezemolo che farebbe a meno dello stato per delegare tutto (tutto ciò che non costa) alle imprese e favorire così i processi di globalizzazione. La Confindustria di Montezemolo mira a farsi stato e governo: a imporre le proprie idee sui processi non solo di produzione, ma sulla stesa democrazia.
Certo, la politica è fragile, confusa, e un po' corrotta, ma la verità è un'altra: l'Italia manca di una presenza autorevole del «pubblico» e delle scelte di politica economica che non possono essere delegate - lo diceva anche Keynes - ai privati. In questo non c'è nostalgia dello statalismo, ma la richiesta di soggetti pubblici - anche istituzionali - che ascoltino e cerchino di soddisfare le necessità di chi non vive, ma sopravvive. Non riducendo l'attenzione a carità pubblica. Per dirla in altro modo, occorre tornare ai diritti. Al diritto alla casa, alla salute, al lavoro, a salari e redditi adeguati anche per chi perde il lavoro. Sarebbe un modo per capire se la politica ha ancora un futuro.
Proprio alla vigilia dell'assemblea di Confindustria, sono arrivate, con il rapporto dell'Istat-Istituto nazionale di statistica, le cifre sullo stato di salute dell'Italia e sulla distribuzione dei redditi. Il confronto non potrebbe essere più aspro. Gli industriali, oggi, il loro giorno verificheranno la ricchezza della nazione e se ne attribuiranno i meriti. Ieri al contrario è emersa con nettezza la povertà della nazione: come se fosse Alfred Marshall a parlare, e non Adamo Smith.
La povertà della nazione ha colpito perfino l'attenzione del vescovo Angelo Bagnasco, il presidente della Cei. La cattiva distribuzione del reddito è in aumento in Italia, quale che sia il governo. Non sono soltanto le persone rimaste indietro nella scala sociale a soffrirne, in famiglia o prese una per una. E' un fenomeno di massa che coinvolge milioni e milioni di persone: «il 28,9 per cento delle famiglie ha... specificato di non aver potuto far fronte a una spesa imprevista di importo relativamente modesto (600 euro)». Così l'Istat, anche se non è facile dimenticare che un quarto dei pensionati riceve meno di 500 euro mensili e il 31 per cento tra 500 e 1.000 euro. Per tutti, 600 euro sono una somma importante. Per i primi, anziché di un «importo relativamente modesto», si tratta di una somma irraggiungibile, il risultato di un terno al lotto. Ed è un avverbio relativamente che suggerisce molte riflessioni sulla distribuzione dei redditi nel nostro paese e sulla percezione che se ne ha, perfino in un ambiente attento e colto come quello dell'Istat.
Sono dati che vengono discussi all'interno, nel manifesto; qui vogliamo aggiungere solo un altro paio di notazioni sui redditi: sui ricchi e sui poveri del nostro paese; anche se sarà «nostro» a pieno titolo solo per alcuni; e «loro» per tutti gli altri. «Le famiglie appartenenti al 20 per cento più povero della distribuzione percepiscono soltanto il 7,8 per cento del reddito totale, mentre la quota del quinto più ricco risulta cinque volte maggiore (39,1 per cento)». E poi: nel Nord-est una persona con disabilità riceve un sostegno che grava sul pubblico - stato, comune - per 4.182 euro in media. La media per lo stesso sostegno nel sud è di 448 euro.
Ma torniamo al 20 per cento delle famiglie più ricche, quelle che godono di redditi doppi di tutto l'insieme delle famiglie; e redditi cinque volte maggiori di quelli del 20 per cento delle famiglie meno provviste. Anche all'interno del campo dei ricchi vi sono notevoli differenze; anzi, vi sono di solito barriere tra chi guadagna un milione e chi solo centomila. Alcuni partiti hanno tentato in passato, senza successo, di organizzare i secondi contro i primi. Adesso, se accettassero, tutti gli industriali andrebbero bene, per il nuovo partito che nasce.
Oggi, in Confindustria, luogo assai democratico, le barriere saranno abbassate. Tutti in coro gli industriali, guidati dai più ricchi di loro, chiederanno ai ministri, presenti in massa, notizie sul cuneo fiscale. I ministri, rassegnati, prometteranno . Qualcuno, nel «nostro» paese, parlerà ancora di come ridurre il cuneo sociale?
Tre settimane fa la redazione economica del settimanale Die Zeit ha spaventato i suoi lettori con il titolo «Il quarto potere viene messo all´asta?». Lo spunto è venuto dall´allarmante notizia secondo cui la Süddeutsche Zeitung sta andando incontro a un futuro economico incerto. La maggioranza dei soci vuole separarsi dal giornale. Se si dovesse arrivare a un´asta, uno dei migliori quotidiani nazionali tedeschi potrebbe finire nelle mani di investitori finanziari, imprese quotate in borsa, o grandi gruppi mediatici. Qualcuno dirà: business as usual. Cosa c´è di allarmante nel fatto che i proprietari si avvalgono del loro legittimo diritto di esternalizzare, qualunque sia il motivo, le loro partecipazioni aziendali?
La crisi della stampa, scatenata all´inizio del 2002 dal collasso del mercato pubblicitario, è stata nel frattempo superata dalla Süddeutsche Zeitung e da testate analoghe. Un trend dimostrato dalle notizie che arrivano dal settore dei giornali americani.
Il Boston Globe, uno dei pochi giornali liberal di sinistra del paese, ha dovuto tagliare tutti i corrispondenti dall´estero, mentre le corazzate della stampa nazionale, come il Washington Post o il New York Times, temono di essere rilevate da gruppi che vogliono "sanare" i media di qualità con inadeguati piani di profitto. Per il Los Angeles Times l´acquisizione è già un fatto compiuto. Die Zeit ha rincarato la dose parlando di «lotta dei manager di Wall Street contro la stampa Usa». Cosa c´è dietro questi titoli? Evidentemente, il timore che i mercati su cui i gruppi dell´informazione nazionale si devono affermare non assolvono più alla doppia funzione che la stampa di qualità ha sinora garantito: soddisfare in modo sufficiente e con profitto la domanda di informazione e formazione.
Ma i guadagni più alti non sono una conferma del fatto che dei giornali "opportunamente ridotti" soddisfano meglio i desideri dei consumatori? Termini vaghi e fuorvianti come "professionale" "esigente" e "serio" non sono una tutela per i consumatori adulti che sanno cosa vogliono? Può la stampa limitare la libertà di scelta dei suoi lettori con il pretesto della "qualità"? Può imporre scarni resoconti invece che infotainment, proporre commenti oggettivi e argomenti scomodi invece che messe in scena accomodanti di fatti e persone?
L´obiezione implicita a queste domande si basa sul controverso presupposto che i consumatori scelgano autonomamente in base alle proprie preferenze. Questa sbiadita saggezza da libri di scuola è sicuramente fuorviante, se si considera la particolare caratteristica della merce "comunicazione culturale e politica". Perché questa merce mette alla prova le preferenze dei fruitori e al tempo stesso le trasforma.
Nell´uso dei media, lettori, ascoltatori e spettatori si lasciano sicuramente guidare da preferenze diverse. Vogliono essere intrattenuti o distratti, informati su temi e avvenimenti, oppure partecipare a discussioni pubbliche. Ma appena si lasciano coinvolgere da programmi culturali o politici, ad esempio da quella che Hegel lodava come "realistica benedizione del mattino", la lettura quotidiana dei giornali, si sottopongono - in modo in un certo senso auto-paternalistico - a un processo di apprendimento dall´esito incerto. Durante la lettura possono venirsi a formare preferenze, convinzioni e valori nuovi.
Questa lite sul carattere particolare della merce formazione e informazione ricorda lo slogan diffuso a suo tempo negli Usa, quando venne introdotta la televisione: anche questo mezzo è solo "un toaster con immagini". Si riteneva dunque di poter delegare il consumo di programmi televisivi unicamente al mercato. Da allora i gruppi mediatici producono programmi per gli spettatori e vendono l´attenzione del loro pubblico ai responsabili degli introiti pubblicitari.
Questo principio organizzativo, quando è stato introdotto superficialmente, ha creato gravi danni politico-culturali. Ascoltatori e telespettatori non solo sono consumatori, ossia soggetti che fanno parte del mercato, ma al tempo stesso sono cittadini che hanno diritto alla fruizione culturale, all´osservazione degli avvenimenti politici e alla partecipazione, alla formazione delle opinioni. In base a questo diritto, i programmi che assicurano questo "approvvigionamento di base" della popolazione non possono essere resi dipendenti dalla loro efficacia pubblicitaria e dal supporto degli sponsor.
Ovviamente, i finanziamenti stabiliti dalla politica, che qui finanziano questo approvvigionamento di base, non possono neppure dipendere dalle casse dei Länder, ovvero dalle ondulazioni delle evoluzioni congiunturali. Una tesi che, a ragione, le emittenti hanno fatto valere in un procedimento della corte costituzionale contro i governi regionali.
Ora, le riserve pubblico-giuridiche sul ruolo dei media elettronici sono cosa buona e giusta. Ma, in caso di bisogno, le si potrebbe usare come esempio per l´organizzazione di giornali e riviste serie come la Süddeutsche, la Faz, Die Zeit o Der Spiegel, oppure addirittura per mensili di qualità? In tal senso, i risultati di alcuni studi nel campo delle scienze della comunicazione sono interessanti. Perlomeno nell´ambito della comunicazione politica - dunque per i lettori in quanto cittadini - la stampa di qualità risulta essere il "mezzo-guida". Nei resoconti e nelle analisi politiche anche radio, televisione e il resto della stampa sono infatti largamente dipendenti dai temi e dai contributi prescritti dalle testate "ragionanti".
Supponiamo che alcune di queste redazioni finiscano sotto pressione da parte di investitori che cercano profitti rapidi. Se la riorganizzazione e i tagli in questo settore chiave mettono a rischio il consueto standard giornalistico, il pubblico politico viene colpito nel vivo. Perché, senza il flusso di informazioni prodotto da costose ricerche e senza la linfa fondata su indagini non proprio economiche, la comunicazione pubblica perde la propria vitalità discorsiva. La collettività non opporrebbe più alcuna resistenza alle tendenze populiste e non sarebbe più in grado di assolvere alla funzione che deve assolvere nel quadro di uno stato democratico di diritto.
Viviamo in società pluralistiche. Il processo decisionale democratico può superare i profondi contrasti di visione del mondo solo se produce una forza unificante e legittimata che convinca tutti i cittadini, un processo che scaturisce dalla combinazione di due esigenze. Deve coniugare l´inclusione, ossia la paritaria partecipazione di tutti i cittadini, con la necessità di uno scontro di opinioni proposto in modo più o meno discorsivo. Perché solo sui contrasti si fonda la supposizione che il processo democratico, a lungo termine, produca dei risultati più o meno ragionevoli. La formazione democratica dell´opinione pubblica ha una dimensione epistemica, perché si basa anche sulla critica di affermazioni e analisi false a cui partecipa una collettività vitale a livello discorsivo.
La comunicazione pubblica sviluppa una forza stimolante che al tempo stesso orienta la formazione delle opinioni e delle volontà dei cittadini, e contemporaneamente obbliga il sistema politico alla trasparenza e alla mediazione. Senza gli impulsi di una stampa che forma le opinioni, che informa accuratamente e commenta in modo attendibile, la collettività non è più in grado di produrre una simile forza. Quando si tratta di gas ed elettricità, lo Stato è costretto ad assicurare alla popolazione l´approvvigionamento energetico. Però non dovrebbe essere costretto anche quando si tratta di un´altra forma di "energia", senza la quale emergono disturbi che danneggiano lo stesso stato democratico? Non è un "errore di sistema" se in singoli casi lo Stato cerca di proteggere il bene pubblico della stampa di qualità. Rimane solo la pragmatica domanda di come vi possa riuscire nel modo migliore.
A suo tempo il governo regionale dell´Assia ha sostenuto la Frankfurter Rundschau con un credito, senza successo. Altre strade sono le fondazioni a partecipazione pubblica, oppure le riduzioni fiscali. Nessuno di questi esperimenti, che altrove già esistono, è privo di problemi. Ma prima di tutto è necessario abituarsi all´idea stessa di sovvenzioni a giornali e riviste. Da un punto di vista storico, la convinzione di imbrigliare il mercato della stampa ha qualcosa di anti intuitivo. Il mercato stesso ha fondato il palcoscenico sul quale i pensieri sovversivi si sono potuti emancipare dalla repressione statale. Ma il mercato può assolvere a questa funzione solo finché le leggi economiche non penetrano nei pori dei contenuti editoriali e politici che il mercato diffonde. Ancora una volta si dimostra esatto il nocciolo della critica dell´industria culturale di Adorno. È necessario osservare con sospetto, perché in questo settore nessuna democrazia si può permettere il fallimento del mercato.
(Copyright Süddeutsche Zeitung
Traduzione di Thomas Paggini)
Ci sono due strade per cercare di uscire dalla crisi della politica che è sotto gli occhi di tutti. La prima, è quella di denunciare i ritardi e gli abusi della classe dirigente – tutta – lavorando per una riforma del sistema che è necessaria e urgente, ma che forse è ancora in tempo per salvare le istituzioni dal collasso e per evitare che l´antipolitica diventi il sentimento prevalente del Paese. La seconda, è quella di puntare direttamente sul collasso del sistema, vellicando l´antipolitica per arrivare se non a una seconda ribellione popolare in quindici anni almeno a una delegittimazione dei poteri costituiti: in modo da aprire la strada agli "ereditieri", quel pezzo di classe dirigente che non sa fare establishment ma sa proteggere molto bene la sua dubbia imprenditorialità e la sua scarsa responsabilità, sperando addirittura di ereditare il Paese. Come se in una democrazia, anche malata, la cosa pubblica fosse scalabile al pari di un´azienda in crisi, trasferendo in politica il network italiano delle scatole cinesi che consente di comandare senza essersi guadagnati il comando, senza aver costruito o almeno riammodernato qualcosa – come un partito, un movimento, un sistema culturale – che parla ai cittadini e raccoglie il loro consenso semplicemente perché "poggia su una intuizione del mondo".
Bisogna dire che i partiti e i loro leader fanno di tutto per deludere chi crede nella prima strada, e aiutano chi punta sulla seconda. Solo la cecità e la sordità italiana consentono di dire che l´allarme nasce oggi, all´improvviso. In realtà, prima di Natale il Presidente della Repubblica Napolitano (destinato ad avere un ruolo come quello di Pertini, denunciando la crisi del mondo da cui proviene) aveva parlato chiaro e forte, lanciando un vero e proprio allarme per la "tenuta" della democrazia, lamentando il "distacco" tra politica, istituzioni e cittadini, ammonendo tutte le parti politiche, perché nessuna si illudesse di "trarne vantaggio". Cosa ci voleva di più? Siamo da almeno cinque mesi davanti al rischio conclamato di una regressione democratica, con lo Stato che ritorna Palazzo, separato, trent´anni dopo.
È chiaro che la sinistra, guidando il governo e il Paese, ha le responsabilità maggiori di questo disincanto democratico, ed è naturale che ne subisca le conseguenze maggiori, in termini di consenso. Ma è altrettanto chiaro – e ripeto quel che ho scritto altre volte – che c´è qualcosa di più generale, di sistemico, che sta intaccando le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico senza distinzioni, perché salta ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo che di tipo culturale, dunque è la doppia anima della politica che viene colpita. Tutta la politica.
Quando il sistema dei partiti fa lievitare in modo indecente i costi della politica e si trasforma in "classe" privilegiata, autoprotetta e onnipotente, controllando gli accessi, premiando l´appartenenza, puntando sulla cooptazione dei fedeli e dei simili, lottizzando ogni spazio pubblico con l´umiliazione del merito, corrodendo così la stessa efficienza della macchina statale, allora diventa impossibile fare distinzioni tra destra e sinistra. Quando a tutto questo si aggiunge da un lato l´esercizio disinvolto e automatico del denaro pubblico per mantenere e far crescere questo sistema autoreferenziale e dall´altro lato l´esibizione pubblica dei privilegi, diventa difficile non parlare di "ceto separato", un tutt´uno dove le differenze culturali e politiche che – per fortuna – dividono e connotano i due schieramenti di destra e sinistra finiscono per essere travolti dal sentimento indistinto di rifiuto e di lontananza che cresce tra i cittadini.
Naturalmente l´anima originaria di Berlusconi, il suo istinto mimetico del senso comune dominante e il carattere della destra italiana possono portarlo a fingere di interpretare il risentimento democratico come una sua possibile politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma primaria di espressione del populismo, che se ne giova mentre la nutre. La sinistra, semplicemente, non può. Questo sentimento di progressiva perdita della cittadinanza – perché di questo si tratta – la colpisce al cuore, distrugge il canale di dialogo e di incontro con la sua gente perché fa venir meno una piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento: come se con l´agibilità dello spazio politico pubblico venisse a mancare un territorio in cui muoversi da cittadini consapevoli dell´ambito di libertà nostro e altrui, del portato di storia e di tradizione che ci definisce, dei nostri diritti e dei nostri doveri. In questo senso, è drammatico il vuoto di ogni proposta di cambiamento nel costume e nel metodo politico (la rinuncia alla lottizzazione, la riduzione drastica del numero dei ministri, il rifiuto dei privilegi, la riorganizzazione del tempo di lavoro del parlamento) da parte del centrosinistra tornato al governo, dopo il quinquennio berlusconiano. La sinistra radicale, mentre vuole cambiare il mondo vuole intanto cambiare anche il cda delle Ferrovie, per avere un posto. La sinistra riformista, non vede la riforma più urgente: e che credito riformatore può avere – si è chiesto qui Adriano Sofri – una politica che non mostri di saper riformare se stessa?
Un ritardo reso tragico dal paragone con i tempi del nuovo presidente francese Sarkozy, che in due giorni ha fatto il governo, lo ha ridotto ai minimi termini, lo ha rinnovato per metà con ministri-donna. Un ritardo reso amaro dall´abbandono di Blair, che lascia il governo inglese all´età in cui da noi normalmente vi ci si affaccia e lo fa nella convinzione di poter avere una "second life" altrettanto piena e soddisfacente, cancellando lo stereotipo della politica non come professione, ma addirittura come vitalizio. Sia in Francia che in Gran Bretagna, nei discorsi di addio e di investitura la retorica dei leader usa la coppia concettuale formata da "io" e "voi", due parole che trasmettono molto semplicemente l´idea del vincolo di mandato e anche l´idea del vecchio partito come animale politico vivo e vitale, soggetto politico obbligatorio di riferimento, anche per leader carismatici e decisionisti.
Da noi, i partiti sono nati tutti mercoledì scorso, non hanno storia, tradizione, valori consolidati, una cultura di riferimento: tutte quelle cose che fanno muovere e garrire le bandiere, che infatti non ci sono, o restano ammosciate. Anche qui, ancora una volta, la nuova destra berlusconiana prende a prestito i valori e i precetti nel deposito di tradizione millenaria della Chiesa, mentre riempie il vuoto culturale con un carisma vagamente paganeggiante e idolatrico che finge di restituire la politica ai cittadini trasformati in folla mostrando il corpo mistico del leader: mentre in realtà sottrae loro ogni partecipazione reale e per sempre, ipotizzando addirittura una successione in forma dinastica, capricciosa e incontrollabile, comunque autocratica.
Ma la sinistra, quanto può resistere sul mercato politico senza una rifondazione di pensiero, senza idee-forti che diano sostanza alla sua politica, la pre-determinino, e parlino della vita e della morte, dei grandi temi, al cittadino? La parte radicale ha ancora il comunismo nelle sue bandiere, e finché dura quel simbolo sconfitto dalla tragedia che ha suscitato, ogni altra idea non è accostabile. I Ds sembrano credere che diventare riformisti significhi annacquare ogni mattina la propria identità nel mare turbolento del senso comune altrui. Come se gli strumenti propri di una sinistra riformatrice, serena e radicale insieme, non fossero oggi probabilmente i più adatti a governare le contraddizioni della fase: basterebbe saperlo, e usarli, a partire dalla laicità.
Davanti a questi ritardi conclamati, al camaleontismo della destra, alle cifre del disincanto svelate da Ilvo Diamanti, la sinistra ha tuttavia una carta, che è il Partito democratico. Può banalizzarla, come sta facendo, giocandola tutta dentro il mondo chiuso degli apparati, facendo di questo partito l´ultima della creature politiche del Novecento, e allora si misurerà soprattutto il ritardo, l´affanno, il costo tardivo dell´operazione. Oppure, può farne il primo soggetto diverso del nuovo secolo, per una nuova politica, contagiando la "cosa" che dovrà nascere nella sinistra radicale, e forse persino il futuro partito conservatore, a destra. Un partito, ha scritto Mario Pirani, forte perché leggero, potente in quanto disarmato: e soprattutto, scalabile, infiltrabile, contendibile. Da qui non si scappa: perché la riforma della politica parte da qui, se si vuol fare sul serio.
Altrimenti, si inseguirà il fastidio popolare crescente, da gregari spaventati, sperando che non si condensi in quell´antipolitica in cui si entra tutti insieme, ma si esce soltanto a destra. Sperando in più di evitare un nuovo collasso e una nuova supplenza, anche perché non sempre il supplente si chiama Ciampi. "Benissimo il Governatore – diceva allora l´avvocato Agnelli – ma ricordiamoci che dopo di lui c´è solo un generale o un cardinale". I generali non so, ma i cardinali sarebbero anche pronti. Proviamo a dire che non è il caso, perché non ce ne sarà bisogno.
E’importante quel che accade lungo la frontiera Est dell’Unione, nel momento in cui a Parigi c’è un nuovo Presidente che promette di metter fine all’inedia che affligge l’Europa dal 2005, quando la costituzione fu bocciata in Francia e Olanda. È una frontiera dove stanno mettendo radice nazionalismi autoritari, che avvalendosi del diritto di veto insidiano mortalmente il farsi dell’Europa e il suo guarire. Sarkozy e il ministro degli Esteri Kouchner dicono che Parigi cambierà politica, difendendo i diritti dell’uomo nel mondo e combattendo le dittature. Ma la vera battaglia inizia in casa, se davvero la si vuol fare: il male è dentro l’Europa, ed è letale e contagioso. Le periferie dell’Est sono le nostre marche di confine, da quando la comunità s’è allargata, e questa loro condizione - l’esser baluardi orientali dell’Unione, come la Germania occidentale nella guerra fredda - le rende determinanti in politica estera e militare. Sono i governi dell’Est a decidere come e se l’Europa comincia a negoziare con il retroterra russo. Sono loro a influire sui rapporti con Washington, a meno d’un tempestivo chiarimento.
Chi vive nel cuore dell’Unione ha meno preoccupazioni politiche e strategiche di chi presidia le frontiere: questo è il dato da cui conviene partire quando si esamina quel che succede a Varsavia, Bratislava, Budapest, Bucarest, nei Baltici. I governi dell’Est hanno utilizzato questa carta (l’acuta coscienza delle marche di confine) ma col tempo il ragionamento strategico è divenuto un pretesto per insediare nazionalismi intolleranti che con le regole e la storia dell’Unione sono incompatibili. Il bisogno d’America che essi esprimono - su Iraq, sullo scudo anti-missili Usa, su ulteriori allargamenti a Est auspicati da Washington - è un mezzo per impantanare l’Europa con tre armi: il nazionalismo, l’appello al cristianesimo, la politica dei valori.
Il caso Polonia è il più significativo, ma il suo esempio fa scuola attorno a sé. Da quando i gemelli Kaczynski sono al potere, dopo le legislative e presidenziali del settembre-ottobre 2005, Varsavia è precipitata in un nazionalismo prevaricatore e religioso. Quel che conta per i due fratelli (Lech presidente, Jaroslaw premier) è opporre la democrazia al liberalismo, non solo economico ma istituzionale e dei diritti cittadini. Solo due idoli contano per loro - la legittimità popolare, i Valori - e su essi nulla deve prevalere: né le norme né la Costituzione, né le istituzioni né la divisione dei poteri. Una dopo l’altra, le istituzioni indipendenti sono state politicamente asservite (Banca Centrale, Corte costituzionale,Vigilanza sull’audiovisivo). Uno svuotamento democratico accentuato dal regolamento dei conti con la generazione dissidente, che nell’89 liberalizzò economia e politica negoziando con i comunisti (un metodo rischioso, che garantì alle nomenclature impunità e oblio del passato). Il regolamento dei conti secerne oggi la più vendicativa delle epurazioni.
La legge entrata in vigore a marzo si propone di epurare ben 700 mila persone. Secondo i calcoli fatti da Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Batory a Varsavia (filiale della fondazione Soros), sono 3 milioni i cittadini messi in pericolo dalla lustrazione, se si includono le famiglie dei 700 mila. Ha fatto impressione la ribellione di Geremek, leader di Solidarnosc negli Anni 80 e ministro degli Esteri fra il ’97 e il 2000: il deputato europeo si è rifiutato di firmare un’umiliante dichiarazione in cui negava d’aver collaborato con i servizi comunisti. Ma tanti si son rifiutati, perché l’epurazione non minacciava di licenziamento solo politici o giudici (come la legge del ’97) ma studenti, professori, giornalisti. La Corte costituzionale ha invalidato la legge, l’11 maggio, affermando che i governi «non regnano sulla Costituzione» e i diritti individuali. Di fatto sono forme neo-fasciste che s’installano a Est. Un neofascismo che usa la politica dei valori per imporre società chiuse, ostili alle diversità: per colpire chi difende gli omosessuali, chi avversa la pena di morte, chi si schiera per un’Europa che i Kaczynski considerano atea, permissiva, materialista, decadente moralmente. È in nome delle radici cristiane che i gemelli si ergono contro un’Unione sovrannazionale, e legittimano l’arbitrio nazionalista: chi in Europa occidentale inalbera bellicosamente i Valori, ha interesse a vedere quel che succede qui. I grandi nemici dei Kaczynski sono la Russia ma anche la Germania accusata di furia egemonica: le due nazioni sono messe sullo stesso piano, la battaglia per i diritti umani violati da Putin è contaminata. Ambedue le potenze si spartirebbero l’Europa centrale e minaccerebbero, come in passato, la sopravvivenza polacca. Paralizzata com’è, l’Europa di oggi non ha tuttavia strumenti d’intervento: né istituzionali né culturali. Non ha neppure volontà di capire. È tormentata dal falso dibattito sulle radici cristiane, non osa difendere una laicità vitale per la democrazia polacca. Fu vigilante nel 2000, quando Haider in Austria s’avvicinò al potere, ma quei tempi son tramontati e oggi, in una situazione ben più deteriore (un’estrema destra ai vertici del potere), impensabili. La vigilanza d’allora fu ingiustamente criticata, ritenuta inefficace. In realtà l’Unione influì grandemente su Vienna. Il cancelliere democristiano Schüssel fu abile, nell’assorbire Haider invece di demonizzarlo. Ma mai sarebbe riuscito nell’impresa, senza il vigile occhio esterno dell’Unione. Oggi l’occhio è cieco.
A bloccare l’Europa è la stasi istituzionale, ingovernabile da quando l’Unione è composta di 27 Stati: sulle decisioni cruciali occorre l’unanimità, e al veto gli orientali s’aggrappano rabbiosamente, perché il diritto di nuocere e interdire dà loro lo smalto di mini-potenze. Smalto fittizio, ma pur sempre smalto. Senza che l’Unione possa impedirlo, ci sono deputati polacchi nel Parlamento europeo che impunemente elogiano Franco (uno «statista cattolico eccezionale») o Salazar. Il deputato europeo Maciej Gyertich ha pubblicato un pamphlet antisemita, edito dal Parlamento europeo (Guerra delle civiltà in Europa: gli ebrei, «biologicamente differenti», avrebbero scelto volontariamente i ghetti). Maciej è padre di Roman Gyertich, il ministro dell’Educazione che vorrebbe escludere Darwin dall’insegnamento, che avversa gli omosessuali e appartiene alla Lega della Famiglie Polacche, una formazione che governa con i Kaczynski e l’estrema destra di Lepper (partito dell’Autodifesa).
La Carta dei Diritti potrebbe essere uno strumento europeo: ma non è vincolante senza approvazione della Costituzione. È sperabile che Kouchner si batta per non estrometterla dal mini-trattato che sarà presentato in Parlamento. L’Unione è inerme: ha contato molto durante la presidenza Prodi, quando Bruxelles impose una democrazia fondata sulla separazione dei poteri in cambio dell’adesione. Ma appena ottenuto l’ingresso, i dirigenti che l’avevano voluto sono caduti: a Varsavia, Praga, Budapest, Bucarest. Lo slogan s’è fatto nichilista: adesso che siamo entrati, tutto è permesso. Jacques Rupnik, storico della Cecoslovacchia, parla di sindrome da decompressione. «Ora possiamo far loro vedere chi siamo veramente», avrebbero detto i Kaczynski. Quasi nessuno di questi Paesi entrerebbe oggi nell’Unione: né la Polonia né l’Estonia, che critica non senza motivi Putin ma che smantella provocatoriamente monumenti ai morti dell’ultima guerra e vieta alle consistenti minoranze russe (40 per cento della popolazione) una cittadinanza che dovrebbe esser normale (lo stesso accade in Lettonia).
L’Europa ha oggi bisogno di istituzioni forti, ma per edificarle dovrà capire l’emergenza veto creatasi a Est. Ha bisogno di laicità, per arrestare le proprie derive autoritarie-religiose. Ha bisogno di trattare seriamente con Mosca, e di avere una politica energetica comune anziché molte politiche e sterili veti alla trattativa. Uno straordinario articolo di Piero Sinatti, sul Sole-24 Ore, spiega bene come la Polonia rischi, bloccando il negoziato euro-russo, d’impedire che una risoluta politica comune nasca. L’emergenza veto dovrebbe ricordare qualcosa ai polacchi. Quando introdusse il liberum veto, nel XVII secolo, la Polonia preparò la propria rovina: ogni deputato della Dieta poteva interrompere sessioni e decisioni con le parole «Non permetto». Nel secolo successivo sarebbe scomparsa dal continente. È grave che oggi Varsavia usi la stessa carta per far scomparire l’Europa, nell’illusione di salvarsi come finta nazione sovrana.
La sicurezza è un'emergenza mondiale ma il vero terrore è quello della vita quotidiana. Così in Louisiana (profondo sud degli States) stanno per introdurre una norma a tutela dell'incolumità stradale: chi sarà condannato per guida in stato d'ebbrezza dovrà tingere di verde la targa del proprio veicolo. Sarà immediatamente riconoscibile e gli altri potranno stargli alla larga. Se n'è fatta di strada da quando nella vecchia Europa un colore serviva a marchiare «devianze» religiose, sociali e politiche: in Occidente ha vinto la democrazia, seppur automobilistica.
Gli americani sono sempre un passo avanti, e per questo un modello. Tuttavia anche da noi si cerca di tenere il passo. Così, finalmente, la sicurezza non è più un tabù della sinistra, anzi diventa un suo valore assoluto. Suonerebbe inopportuno ricordare a una classe politica così intrisa di familismo (anche nelle ricadute professionali del termine) che, per esempio, l'80% delle violenze subite dalle donne non avvengono per strada a opera di «devianti» etnici o sociali, ma tra le mura domestiche per mano di parenti più o meno devoti del family day: sono sfumature marxian-strutturaliste cui non si fa più caso.
Concentramoci, invece, sulle misure per affrontare l'emergenza-sicurezza. E, allora, via dalle città rom sfaccendati e cinesi stakanovisti, controlliamo il tutto con le telecamere (Berlusconi ha insegnato la potenza politica dell'obiettivo tv) e arricchiamo il territorio con un bel po' di divise. Insomma, ogni cosa e ogni persona va messa al «suo» posto, naturalmente con tutte le garanzie che sono proprie delle nostre civiltà. Ne trarremo maggior tranquillità e stabilità. Curiosamente questo rilancio da sinistra sulla sicurezza avviene in contemporanea con il confronto tra le massime cariche istituzionali sul «funzionamento» della nostra democrazia: che - si denuncia - è troppo impacciata e lenta. Insomma, molto instabile e precaria nei suoi meccanismi, mettendo a rischio l'efficacia della politica e incrementando ulteriormente il «senso d'insicurezza» dei cittadini.
L'accostamento delle due «emergenze» non è in realtà casuale. Offre la declinazione che va per la maggiore di una parola abusatissima come democrazia, ed ecco l'indirizzo verso cui anelano le classi dirigenti per affrontare l'epocale crisi della rappresentanza: la democrazia ridotta a governabilità. Tutto ciò che rischia di turbarla non appartiene più alla politica, anzi la minaccia e, pertanto, non va rappresentato ma circoscritto, isolato, anestestizzato. Non importa che i rom siano dei cittadini europei, che i cinesi di Milano abbiano tassi di produttività da far impallidire la Fiat di Melfi, o che la Costituzione assegni al Parlamento e non al governo il potere legislativo. Quel che conta è la governance di un sistema considerato immutabile e cui, per ben funzionare, manca solo un po' di stabilità. Targhe colorate, «delocalizzazioni» di persone o premierati efficienti, è solo questione di longitudine.
Alessandro Dal Lago
Non ne posso più. Della «sicurezza»
Se non erriamo, tra i firmatari del patto sulla sicurezza c'è lo stesso on. Minniti che ieri ha avanzato sospetti di «terrorismo» sul sequestro dell'autobus di Alessandria. A Milano il patto prevede l'installazione di videocamere all'ingresso della città, nonché la dislocazione dei magazzini dei cinesi nell'hinterland e il pattugliamento rafforzato nelle zone a rischio. A Roma l'amministrazione Veltroni provvede allo sradicamento dei campi rom e si prende un po' di mesi di tempo per trovare altre aree in cui insediare i cittadini Ue nomadi. Il prefetto Serra coordinerà un'apposita task force. La Lega minaccia «passeggiate» in altri campi rom. In alcune città italiane, Forza nuova fa lavoro sociale nei quartieri aizzando i «proletari» contro gli stranieri. Nel frattempo, l'inchiesta sul clamoroso caso di pedofilia in provincia di Roma si è un po' sgonfiata. I procuratori chiedono l'incidente probatorio con partecipazione dei bambini e gli psicologi insorgono. Un anno fa, sotto casa mia, nei pittoreschi carrugi di Genova, una donna è stata sgozzata a notte fonda. L'opinione diffusa ha incolpato prontamente i «marocchini». Due ne sono stati arrestati e rilasciati poco dopo come estranei ai fatti. Dell'omicidio è stato accusato il fidanzato italiano della donna, che è ancora sotto inchiesta. Il luogo dell'uccisione era sorvegliato da telecamere, ma le registrazioni non permettono di capire molto. Mesi fa, un tunisino è stato accusato per una strage commessa da una coppia di normali cittadini lombardi. Settimane fa la lettera di un cittadino «che non ne può più» ha innescato su Repubblica un dibattito sui crimini degli stranieri. Tema di fondo: «anche a sinistra stiamo diventando razzisti?» Ma no, ha rassicurato tutti l'on. Veltroni, «chiedere più legalità non è di destra». Che dire? In quanto appartenente alla malfamata categoria dei sociologi e per di più «di sinistra», dovrei ripetere le cose che mi è capitato spesso di scrivere su queste pagine. In sintesi, due pesi e due misure, il ritorno trionfale, nell'attuale governo, di retoriche sicuritarie, la condizione terribile in cui si trovano i migranti, sospettati a prescindere, e così via. Ma anch'io «non ne posso più». E, allora, parlo come «cittadino». Non ne posso più del modo in cui la grande stampa indipendente - non solo Libero o Il giornale - usa la criminalità per eccitare i cittadini. Vedi caso del tunisino e vedi molte cronache sul caso di pedofilia. A quando una vera riflessione deontologica nei media sul trattamento giornalistico della criminalità, vera e soprattutto presunta? Non ne posso più dei «cittadini» di sinistra che si chiedono, opportunamente esaltati da rubriche giornalistiche, se stanno diventando razzisti. Tra parentesi, il cittadino che ha aperto il famoso dibattito di Repubblica cita, a conforto della sua angoscia, la cafoneria di «una donna di colore» che sull'autobus non avrebbe ceduto il posto a un anziano. Alle proteste del cittadino, la donna gli avrebbe sputato in faccia. Sì, se tutto è vero, la donna è stata una cafona, ma quando, parole del cittadino, lui «l'ha presa per un braccio e l'ha scaraventata giù dall'autobus», l'illegalità l'ha commessa lui. Non ne posso più di «patti per la sicurezza». Le telecamere servono ai produttori di telecamere. Quanto alla dislocazione forzata dei cinesi nell'hinterland e dei rom non si sa dove, ricordo che su analoghe deportazioni varie istituzioni europee hanno duramente criticato l'Italia (e a suo tempo, se non erro, Rutelli è stato condannato per un'iniziativa simile). Quanto all'efficacia delle misure speciali, task force ecc., beh, discutiamone tra un anno. Visto come sono andate le cose negli ultimi quindici anni, scommetto che saremo esattamente al punto di prima. Nel frattempo, il welfare state autoritario, che taglia su tutto ma non sulle spese per la sicurezza, si sarà rafforzato, con soddisfazione di apparati di pubblica sicurezza e produttori di divise, volanti e manganelli. E un buon numero di clandestini saranno finiti in galera o nei Cpt. Quando e se mai tutto si diraderà, allora potremo discutere seriamente di criminalità e fenomeni sociali connessi. Un contributo, però, lo voglio dare. Sembra che uno dei tre albanesi, il regolare incensurato, avesse perso il lavoro pochi giorni prima dell'atto «terroristico». Questo non vorrà dire proprio nulla?
Daniele Farina
E va bene, a sinistra parliamo di sicurezza
Immagino che nelle redazioni di molti quotidiani e dell'informazione radiotelevisiva la questione della sicurezza dei cittadini venga affrontata seguendo regole precise. Ai giornalisti vengono fornite alcune domande con le quali affrontare preventivamente qualunque fatto di cronaca. Del tipo: 1) Gli autori del reato hanno usufruito dell'indulto ? 2) Sono immigrati irregolari? 3) C'è di mezzo la droga? Se nessuna delle risposte è positiva la notizia tendenzialmente non interessa, anzi posso figurarmi il disappunto di taluni direttori. E' un modo ironico per dire che, sul tema, l'informazione sta facendo un pessimo lavoro, nocivo non tanto per la professionalità della categoria, quanto per quella condizione, la sicurezza, che si vorrebbe tutelare. In questo è evidente che politica e giornalismo vanno a braccetto: sono due tra i mestieri più antichi del mondo e hanno dunque un' intima conoscenza. Adesso che si è aperta la sfida politica su chi meglio tutela i cittadini, ogni evento, meglio se drammatico o, peggio, tragico, diventa il campo di una battaglia senza esclusione di colpi: è meglio il tandem Cofferati&Chiamparino o il trio Moratti-Gentilini-Landrù? Il fatto che su questo terreno si impantanino egualmente i cingolati del centrodestra e le armate del centrosinistra non interessa a nessuno. Impantanare significa, nel concreto, che nelle condizioni date qualunque ricetta o pozione è poco utile indipendentemente da chi la propone. La domanda fondamentale non compare mai: qual è la legislazione vigente e, soprattutto, è efficace? Dato che, in particolare, due terzi dei reati hanno una qualche connessione con le droghe e l'immigrazione una risposta sensata, magari di sinistra, sarebbe quella di mettere mano istantaneamente alle norme che regolano la materia. La Bossi-Fini sui migranti e la Fini- Giovanardi sugli stupefacenti sono i due fiori all'occhiello del passato governo e, sotto il profilo dei risultati, sono un'evidente catastrofe. Pure, dopo ogni evento, scorrendo la mole fluviale delle dichiarazioni politiche un accenno alla verifica non lo si scorge mai. Il dubbio che la legalità (l'insieme delle norme) e il suo effettivo esercizio siano tigri di carta non sfiora nessuno. Il sospetto che la legislazione stessa concorra a produrre il reato, e dunque criminali quanto vittime, non trova cittadinanza. L'esperienza nazionale ed estera - pensiamo alle sorti della ormai, fortunatamente desueta, tolleranza zero - è in costante dissolvenza. E allora? Allora servono paradigmi alternativi per la sicurezza dei cittadini che, sempre nel concreto, significano leggi ispirate da principi e dotate di strumenti completamente diversi dagli attuali. In una qualunque azienda a fine anno si fa il bilancio e su quello gli amministratori restano o vanno a casa. In politica i tempi possono essere più lunghi e lo Stato, nonostante i tentativi, non è ancora un'impresa commerciale, ma è intollerabile che i curatori di un tale fallimento continuino a imperversare, inquinino i dati, si ergano autorevolmente da pulpiti improvvisati quanto istituzionali. Sul campo dato, con gli strumenti dati, la partita è già perduta e spaventa che una parte dell'attuale maggioranza vi abbia piantato le tende. Vi sono tutte le condizioni e già i segnali per una involuzione delle libertà, dei diritti e dell'ordinamento, anche costituzionale, senza produrre sui problemi reali alcun risultato. Ma forse proprio quello delle politiche alternative può essere un pane, un contenuto, del soggetto a sinistra di cui largamente si parla. Anche perché non è affatto vero che «la sicurezza non è di destra né di sinistra»: o almeno il destra-centro-sinistra ha dimostrato di non produrla, forse noi, guardando avanti, invece sì.
Postilla
Legalità e sicurezza, law and order, stanno diventando un must di quell'intesa bipartisan i cui segnali serpeggiano ovunque? Si direbbe di si, a leggere i giornali. E' una strada pericolosa, che già su eddyburg si segnalò a proposito di Bologna (vedi ).
Non tutti sanno (ma ne hanno scritto Mike Davis e Paola Somma) che da oltre un decennio il Pentagono sta simulando, con insediamenti costruiti ex novo o con lo studio attento delle guerre in corso, la guerriglia urbana, poichè gli stateghi di Washington ipotizzano che la ribellione generata dall'ingiustizia sociale e dal propagarsi della provertà, di cui i grandi agglomerati urbani costituiscono gli scenari e gli incubatori più importanti, saranno i campi di battaglia della guerra futura. E' a questio che ci prepariamo anche nelle nostre città?
Continua lo sconcertante duello tra società politica e società civile che va avanti dai tempi in cui grandi sommovimenti avviarono la nascita di quella che viene chiamata Seconda Repubblica. Oggi si fronteggiano i fautori del referendum e i sostenitori della via parlamentare alla riforma elettorale. Si fronteggiano gli entusiasti di "una testa, un voto" e i prudenti conservatori di tradizionali prerogative dei partiti; la Piazza e il Palazzo (così diceva già Guicciardini); e tornano gli appelli alla democrazia diretta nelle nuove forme rese possibili dalle nuove tecnologie, con inquietanti cadute nel populismo.
Ma in questo panorama di vogliosa partecipazione "dal basso" vi è un illustre assente. Se è giusto invocare "il popolo delle primarie", perché ignorare, con poche eccezioni, il ben più corposo "popolo del referendum costituzionale", i quindici milioni e settecentomila cittadini che il 25 e 26 giugno dell’anno scorso respinsero la riforma costituzionale voluta dal centro-destra?
Politicamente si è trattato di un fatto di grandissimo rilievo. L’atto più significativo compiuto dalla passata maggioranza venne respinto, è il caso di dirlo, a furor di popolo. E, se è comprensibile che i perdenti vogliano cancellare quella vicenda, sconcerta la perdita di memoria di chi si oppose con successo a quel disegno, trovando tra gli elettori un consenso persino inatteso.
Oggi questa memoria è importante, perché le discussioni sulla democrazia partecipativa e sulla legge elettorale si intrecciano con quelle riguardanti l’assetto generale delle istituzioni. È ovvio che la voce dei cittadini in un sistema ancora fondato sulla democrazia parlamentare abbia accenti assai diversi da quelli che compaiono quando si guarda piuttosto ad una democrazia d’investitura, alla scelta diretta del Presidente del consiglio. E allora, per evitare che anche le aperture verso un accresciuto potere dei cittadini diventino una delle tante esercitazioni di ingegneria istituzionale che hanno fatto già troppi danni, è necessario rispondere almeno a tre domande: quale dovrebbe essere il rapporto tra partecipazione e rappresentanza? Quale può essere l’utilizzazione migliore delle nuove tecnologie? Quali politiche sono necessarie perché la presenza dei cittadini possa essere continua e incisiva?
L’enfasi su referendum, primarie, "una testa, un voto" si comprende se si guarda all’intollerabile deriva oligarchica che attanaglia da anni il nostro sistema, che ha prodotto un familismo politico sempre più avido di poteri grandi e piccoli, che ha consegnato ad un numero ristrettissimo di persone il potere di stabilire la composizione del Parlamento. È vero che l’ultima degenerazione è figlia di una riforma elettorale che ha sommato cancellazione dei collegi uninominali e assenza delle preferenze. Ma è pure vero che gli effetti negativi sarebbero stati almeno attenuati se la scelta degli eletti (non più dei candidati) fosse stata affidata a strutture partitiche aperte e trasparenti. Proprio a questo fine tendono le proposte di rivoluzionare la selezione dei gruppi dirigenti con una ventata di partecipazione che vada al di là di chi è già iscritto ai partiti.
Vi è, in questa ipotesi, la speranza di una rigenerazione prodotta dalla semplice presenza di un numero di persone incomparabilmente maggiore di quello delle oligarchie centrali e delle loro riproduzioni locali. Ricordiamo, però, come venne sterilizzato il popolo delle primarie: nessuna oligarchia muore senza combattere. E un rinnovamento della democrazia dei partiti non può avvenire senza mettere in qualche modo in discussione la personalizzazione estrema della politica e senza una legge elettorale che affronti la questione della rappresentanza.
Siamo di fronte a due riduzionismi: il concentrarsi ossessivo dell’attenzione sulla sola investitura del leader; la considerazione del momento elettorale solo come scelta del governo, respingendo sullo sfondo la scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti. Non è un vizio nuovo. Così, negli anni, è stata mortificata la politica, consegnata sempre più povera nelle mani di pochi. Di questo non vi è consapevolezza. A dispetto del risultato del referendum costituzionale si continua a proporre, in modo sfacciatamente palese o mascherato, la scelta diretta del capo del Governo: esattamente quello che il referendum aveva bocciato. Come parlare, allora, di attenzione per la volontà dei cittadini? E si insiste su un referendum elettorale che favorirebbe il permanere delle oligarchie, poiché obbligherebbe a coalizioni solo elettorali e manterrebbe le liste bloccate.
Si obietta che quel referendum è uno stimolo senza il quale nessuna riforma elettorale sarebbe possibile. Molti vivono di rendita su questo argomento, che sembra aver cancellato l’obbligo di riflettere su quel che davvero è avvenuto nel sistema politico italiano da una quindicina d’anni a questa parte. Si inneggia al bipolarismo come valore in sé, con una forma di idolatria istituzionale che non fa bene a nessuno e che preclude la possibilità di ammettere che si è creato un bipolarismo distruttivo, che ha favorito e continua a favorire fenomeni degenerativi gravi. Proprio i fautori del bipolarismo dovrebbero essere i primi a chiedere che di ciò si discuta, per evitare che si ricorra ancora alle ricette vecchie, che contrastano proprio le esigenze di rinnovamento. La democrazia d’investitura e la personalizzazione esasperata producono derive populistiche, che qualcuno potrà anche scambiare per allargamento della partecipazione, ma che in concreto finirebbero con il soffocare la nuova distribuzione del potere sociale e politico perseguita dai sostenitori di una più larga presenza dei cittadini.
La scissione tra partecipazione e rappresentanza sta già producendo uno spostamento della capacità rappresentativa verso modalità e luoghi che mettono in discussione non le forme invecchiate della democrazia rappresentativa, ma la stessa logica democratica. Si parla di un "neomedievalismo istituzionale" che, in un mondo ormai senza più centro, fa emergere la realtà di grandi coalizioni d’interessi, soprattutto economici, che s’impadroniscono del reale potere di governo, utilizzando potentemente anche le nuove tecnologie. Lo stesso accade nella dimensione nazionale, dove la capacità rappresentativa abbandona i parlamenti, s’incarna nelle più diverse corporazioni, ci offre l’immagine di una società a suo modo feudale. Post-democrazia o congedo dalla democrazia?
L’insistenza sulla partecipazione non può essere disgiunta da un ripensamento della rappresentanza che tenga conto proprio del fatto che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno già trasformato la democrazia, l’hanno fatta divenire "continua", hanno così cambiato il senso dello stesso momento elettorale. Conosciamo i rischi che accompagnano questo modo d’organizzarsi della società: la trasformazione dei cittadini in "carne da sondaggio"; l’illusione della sovranità generata dalla possibilità di consultazioni ripetute, dove però i cittadini compaiono solo alla fine di un processo decisionale al quale sono rimasti estranei; l’utilizzazione delle opportunità tecnologiche per creare nicchie propizie ai telepredicatori, a gruppi che si autolegittimano e si sottraggono a qualsiasi forma di controllo democratico. Tutte derive plebiscitarie, che aumentano il tasso di autoritarismo del sistema politico dando l’apparenza della partecipazione.
Le tecnologie devono consentire il diffondersi del potere dei cittadini sull’insieme dei processi politico-istituzionali, così riguadagnati alla logica della democrazia. Questo vuol dire dotare tutti di strumenti che consentano la conoscenza, la valutazione critica, il controllo, l’elaborazione autonoma di proposte e strategie, sottraendosi all’ingannevole logica dei "referendum elettronici" e trovando nuove forme di integrazione con l’attività dei parlamenti. Questa è la strada, che molti già cominciano a percorrere, di una nuova cittadinanza, in cui l’accesso alla conoscenza diventa pure lo strumento per rimuovere il pregiudizio dell’incapacità dei cittadini a dire la loro su molte materie, come avvenne al tempo del referendum sulla procreazione assistita, quando l’affermare che si trattava di materie ostiche, riservate agli specialisti, fu un’arma potente per indurre all’astensionismo.
Seguendo questa strada la contrapposizione tra società civile e società politica si libera di molte tra le ambiguità che l’accompagnano. E si può aprire la possibilità concreta di disegnare una nuova sfera pubblica, affrancata dalle pretese autoritarie ed oligarchiche che continuano a manifestarsi.
Più del manifesto col papà, la mamma, il bambino e l'embrione, è la gigantesca torta nuziale a cinque piani vestita di tulle, tre metri di altezza per uno e mezzo di larghezza, l'imperituro simbolo carnevalesco del Family Day del 12 maggio 2007. Foto di famiglia dal giorno più bello, quello in cui gli sposi convolano e tutto intorno, i parenti gli amici gli addobbi, si veste di sfarzo e ostenta quel che può come può, a costo di indebitarsi per anni e di mentire per sempre. Ma sarebbe un errore fatale ridere del carnevale, della torta, delle allegre combriccole di genitori nonni e figli convenuti dal monte e dal piano, delle magliette che danno del talebano a Prodi. La verità, meno risibile, del Family Day la restituiscono i suoi portavoce ufficiali, Savino Pezzotta e Eugenia Roccella. «Un gesto profetico di popolo», si era augurato alla vigilia lui. «Il luogo del senso comune che si contrappone ai luoghi comuni», sintetizza a festa finita lei.
I luoghi comuni contro cui la massa familista milita sono il pluralismo dei valori, la laicità dello stato, la legittimità dei diritti. Tradotti nella lingua di Piazza San Giovanni, diventano relativismo etico, confusione fra bene e male, minacce all'ordine naturale: perché, signora mia, non se ne può più di questo casino, non ci si capisce più nulla, non si sa più dov'è la verità, bisogna difendere la vita, e mica possiamo essere uguali ai gay e alle lesbiche. C'è molta omofobia a segnare il confine fra amici e nemici; ma c'è anche, e fa altrettanto schifo, un forte senso proprietario - la «mia» famiglia, guai a chi la tocca -, e una prepotente voglia di mostrare che la famiglia regolamentare, quella che c'è sempre stata e sempre ci sarà, è più forte e potente della famiglia in divenire, e sa ben presidiare il suo superiore perimetro.
Il senso comune di Piazza San Giovanni è dunque più precisamente un senso comune reazionario di massa, che si nutre delle pillole di sapienza elaborate nei piani alti delle gerarchie vaticane e teocon, divulgate nel salotto di Porta a porta e diffuse porta a porta dalle parrocchie. Ed è questo il senso comune che la politica italiana si contende appassionatamente, senza fatica in un centrodestra che ne è organicamente infarcito, al prezzo di estenuanti rotture e mediazioni in un centrosinistra che gioca a esserci o non esserci (Rutelli e D'Alema), a mettere in comunicazione l'incomunicabile (Fassino), a non regalare tanta grazia di popolo alla destra (Chiti), a ribadire il carattere privato della religione di fronte al suo inarrestabile uso pubblico (Prodi). Senza nessuna arma culturale di contrasto dell'ideologia globale teletrasmessa da Ratzinger dal Brasile, e senza avere più niente da salvare di quel 12 maggio 1974 che in Piazza Navona si tenta di rievocare.
Il «luogo del senso comune» ha parlato contro i Dico, il parlamento ascolterà, garantisce il presidente della Margherita. Il Partito democratico nasce democristiano, mentre Andreotti partecipa alla prima manifestazione della sua vita e si pente e si duole per aver firmato, secoli fa, la legge sull'aborto.
È dal 1994 che la disciplina del conflitto di interessi passa e ripassa in Parlamento sempre ripetendo gli stessi argomenti, e per lo più le stesse stupidaggini. In materia la dose di stupidaggini è particolarmente elevata perché questa è la battaglia che più preme a Berlusconi. Così qualsiasi argomento, non importa quanto sballato, viene gettato nella mischia. E tanto meglio se fa soltanto confusione.
L'esito è stato che il governo di centrosinistra non arrivò a nulla, mentre il successivo governo Berlusconi ha varato una legge Frattini che, vedi caso, rendeva praticamente intoccabile Sua Emittenza. Era pertanto inevitabile che i beffati dalla legge Frattini riaprissero il problema. Ed eccoci qua. Il disegno di legge che propone una nuova disciplina intesa a disciplinare davvero il conflitto di interessi è stata varata in Commissione ieri e andrà in Aula, alla Camera, il 15 maggio. Invece di commentare un testo ancora incerto e modificabile sarà più utile ricordare quali sono i nodi fondamentali del dibattito.
Il primo è se il blind trust, l'affidamento cieco del patrimonio a un gestore indipendente, risolva il problema. La risposta è indubbia: per i pesci piccoli e soprattutto per un portafoglio differenziato di titoli, sì; ma per le balene e i beni visibili, no. Persino Frattini lo riconosce: un affidamento «cieco» presuppone un patrimonio di titoli che il gestore può cambiare, e così rendere invisibili e ignoti al proprietario; ma non può accecare beni visibili che restino tali. Eppure, e stranamente, il progetto continua a puntare sul blind trust. A quanto pare i nostri legislatori non solo non hanno tempo di leggere libri e giornali, ma nemmeno di leggersi tra di loro.
Secondo nodo: se il conflitto di interessi sia meglio impedito dall'ineleggibilità o dall'incompatibilità. Stranamente l'ultima versione di questo dibattito è che la sanzione più grave, o più risolutiva, sia la non-eleggibilità. Sarebbe così se si precisasse ineleggibilità «a cariche di governo». Ma se non si precisa così, allora la privazione dell'elettorato passivo lascia il tempo che trova. Nel nostro ordinamento non occorre che un presidente del Consiglio o un ministro siano parlamentari. Vedi il caso del primo governo Amato e del governo Ciampi. Questa precisazione elementare è stata fatta centinaia di volte. Pertanto dovrebbe essere chiaro che il problema è di incompatibilità. Ma da noi si direbbe che non c'è mai nulla di chiaro su nulla.
Terzo nodo: se l'esempio da seguire sia il modello Usa, e quale sia questo modello. A questo proposito la tesi dei Berlusconi boys, Frattini in testa, è che nemmeno negli Stati Uniti nessuno è mai obbligato a vendere (se dichiarato in conflitto di interessi). Ma non è così. È vero che i vari ethics board americani incaricati di accertare i conflitti di interesse non impongono nessuna vendita, ma impongono che l'interessato faccia una scelta tra patrimonio e carica politica. Pertanto se un Berlusconcino americano sceglie la politica, allora deve vendere. Se non lo fa, allora è costretto a dimettersi.
Dicevo che il dibattito sul conflitto di interessi è monotono. Mi correggo, una novità c'è: è l'introduzione del mammismo (o forse dovrei dire del «babbismo»). L'altro giorno Berlusconi ha detto: «Vorrebbero che affidassi il mio patrimonio a uno sconosciuto. Nessuno lo può chiedere a una persona che come me ha cinque figli». Poverini. Quasi quasi mi commuovo anch'io.
Un altro primo ministro è disoccupato. Come Margaret Thatcher, Blair è stato licenziato dai colleghi di partito, che sperano di migliorare le loro sorti politiche senza di lui, invece che essere sottoposto al giudizio dell'elettorato, come sarebbe dovuto accadere. Ma anche se sotto molti aspetti il programma di Blair è stato una versione eufemistica, anche se più sanguinaria, di quello della Thatcher, lo stile con cui i due se ne sono andati è molto diverso. Il licenziamento della Thatcher da parte dei suoi colleghi conservatori fu una rappresentazione drammatica: l'annuncio dato davanti alla piramide di vetro del Louvre, durante il Congresso di Parigi che annunciava la fine della guerra fredda; le lacrime; una Camera dei Comuni affollatissima. L'uscita di scena di Blair avviene di malavoglia, su uno sfondo di autobombe e carneficine in Iraq, con centinaia di migliaia di persone uccise o mutilate dalle sue politiche. E Londra bersaglio primario di attacchi terroristici. I sostenitori di Thatcher, in seguito, si definirono orripilati da quello che avevano fatto. Persino i maggiori adulatori di Blair confessano invece un senso di sollievo nel vederlo andare finalmente via.
La premiership di Blair non sarebbe potuta esistere senza quella di Thatcher. Il New Labour emerse all'inizio degli anni '90 all'interno di un paesaggio sociale da lei trasformato. La tradizionale supremazia della City si era grandemente estesa, i servizi privatizzati, i sindacati ridotti a una nullità, le industrie del carbone e dell'acciaio cancellate. Privatizzazione e deindustrializzazione avevano visto una migrazione massiccia della popolazione dal nord verso il sud delle periferie e dei servizi, e un palese trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi. Il Labour Party fu anch'esso rimodellato. Dopo la sconfitta della sinistra nelle battaglie ideologiche degli anni '80, Neil Kinnock impose modifiche strutturali per eliminare l'influenza degli attivisti e avviò le campagne ispirate al New Democrat - cieli azzurri, bambini e una scipita promessa di «cambiamento«. Completavano il programma un rigido impegno all'austerità fiscale da parte del cancelliere ombra John Smith, e la promessa di graduali riforme per attrarre alleati.
Blair e Brown, nel succedere alla leadership nel 1994, dopo la morte di Smith. confezionarono il tutto in una forma più giovane, telegenica e manifestamente neoliberista e promisero di spingere il libero mercato fino ai confini dell'Ue e oltre. Se la Thatcher era trattata con rispetto e timore nella carta istitutiva del New Labour del 1996, «The Blair Revolution», una deferenza ancora maggiore era riservata alla Casa Bianca. Blair e Brown erano stati sostenitori accaniti del circuito di Washington sin dall'inizio della loro carriera. Mentre erano ancora all'opposizione, chiesero il sostegno unanime del governo ombra laburista ai bombardamenti di Clinton in Iraq del 1996. Anche se ora gli ammiratori di Blair presenti nel Guardian e nella London Review of Books parlano di «delusione» nei confronti del New Labour, il suo programma di militarismo neoliberista, confezionato a Chicago e a Washington, era noto ben prima della vittoria elettorale del '97.
I frenetici tentativi di Blair, una volta divenuto premier, di restare all'avanguardia dell'avanzata militare americana in Eurasia - sollecitando l'invasione di terra nei Balcani, contraffacendo fax sull'uranio «yellocake», creando falsi dossier sulle armi di distruzione di massa con i missili di Saddam in grado di raggiungere l'obiettivo in 45 minuti - si sono basati su una fredda logica politica.La City e le multinazionali britanniche hanno tutto l'interesse a sostenere l'espansione del libero mercato, e Blair si è affrettato a proporsi come cappellano militare dell'unica superpotenza la cui dotazione di armi poteva garantire tale espansione. In base alla «dottrina della comunità internazionale», scritta per lui nel 1999 da Lawrence Freedman, gli attacchi preventivi dell'America, l'occupazione di stati sovrani, potevano essere guidati da «un mix più sottile di interesse reciproco e proposito morale», le cui nobili ragioni avevano la precedenza sul diritto internazionale. Questo offriva una foglia di fico ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, che ignoravano l'esistenza stessa del Consiglio di sicurezza dell'Onu. E potrebbe anche fornire una giustificazione retrospettiva al bombardamento anglo-americano del 1998-99, l'Operazione Desert Fox.
Con l'11 settembre, Blair è diventato un fanatico sergente reclutatore della guerra al terrore, inneggiando ai valori occidentali mentre le cluster bomb piovevano sui campi afghani. Già nell'aprile 2002 Brown aveva stanziato 3 miliardi di sterline per finanziare la forza di invasione britannica in Iraq. Si dice che Blair e Colin Powell abbiano osteggiato molto il piano iniziale di Rumsfeld, che prevedeva un attacco chirurgico alla leadership Ba'ath e un rapido ritiro, lasciando intatto il grosso dell'amministrazione statale irachena. La posizione di Blair, favorevole a una occupazione militare a lungo termine per ristrutturare l'Iraq secondo le esigenze «umanitarie» del libero mercato, ebbe il sopravvento. Bush sostituì Garner con Bremer, e la discesa nel caos sociale iniziata con l'invasione precipitò nell'incubo attuale. Secondo i suoi consiglieri, il vantaggio di Blair sul palcoscenico mondiale stava nella sua capacità di rassicurare gli americani circa la «nobiltà» della loro missione imperiale. Le elezioni Usa di mid-term, nel novembre 2006, hanno scavato la sua fossa politica.
In patria, la peculiare inconsistenza dell'egemonia di Blair negli ultimi dieci anni ha potuto contare sull'assenza di un'opposizione. Mentre Thatcher doveva vedersela con l'ostilità di settori importanti dei media, nel 1997 e nel 2001 Blair ha goduto dell'appoggio di tutti i giornali di Murdoch (Times, Sun, Sunday Times) più il Guardian, l'Independent, il Daily Express, il Daily Mirror, l'Economist e il Financial Times. Sotto questo unanimismo c'era lo sfinimento post-thatcheriano dei Conservatori. Il successo elettorale che il Labour ottenne nel 1997 si basava solo sul 31% dell'elettorato totale. L'astensione di massa degli elettori Tory fruttò a Blair una maggioranza storica - 413 seggi su 650, con i Conservatori ridotti a 166. Da allora, il voto laburista è diminuito ad ogni tornata elettorale - fino al 24% dell'elettorato nel 2001, e al 20% scarso nel 2005 - ma il perdurante insuccesso dei Tories ha favorito il governo laburista.
Fatalmente, per ogni speranza di rinnovamento politico radicale, Blair non è stato messo in discussione dalla sinistra. Almeno in Inghilterra (la Scozia è un caso un po' diverso), i liberal di sinistra che rifiutavano la rivoluzione liberista di Thatcher sono rimasti in silenzio mentre il Labour proseguiva sulla stessa strada - tagliando gli aiuti per i genitori single, aumentando le tasse universitarie, appoggiando gli affaristi del settore privato in progetti di istruzione e di salute pubblica. Ai poveri furono lasciate poche briciole, come i crediti fiscali o i sussidi per i centri per l'infanzia, a testimoniare la compassione di Brown. In nome della guerra al terrore, la sinistra Labour ha fatto approvare leggi da stato di polizia per trattenere i sospetti senza accuse o sottoporli agli arresti domiciliari. Solo 12 parlamentari laburisti hanno votato a favore di un'indagine sull'invasione. Leali a Blair, i sostenitori del Labour hanno appoggiato la guerra più dei Conservatori. L'enorme manifestazione contro la guerra che si è svolta a Londra nel febbraio 2003 si è risolta in niente, una volta iniziata l'invasione. Storicamente, questo è stato il maggior risultato per Blair: conciliare i critici «left-liberal» con l'ordine neoliberista e le sue guerre.
Nella stampa liberale, commentatori ed editorialisti hanno allegramente rimosso le prove della corruzione nel New Labour. Quando una donazione di un milione di sterline del presidente della Formula Uno produsse come risultato una speciale esenzione dal divieto di publicizzare il tabacco nelle gare automobilistiche, e un contributo di tre milioni di sterline al Millennium Dome del governo fu seguito dall'immediato rilascio del passaporto britannico al trafficante indiano di armi Srichand Hinduja, in fuga dal suo paese per accuse di corruzione, il columnist del Guardian Hogo Young scrisse: «Se la perfezione morale è lo standard, presto non ci saranno più leader».
Gli elogi a Blair hanno registrato un crescendo ad ogni nuova impresa militare. L'Economist lodò la sua «scioltezza emotiva» sull'Afghanistan, il Guardian elogiò «la sua abilità» nel presentare il falso dossier sulle armi di distruzione di massa irachene alla Camera dei Comuni». La piaggeria è andata a braccetto con l'accettazione di una nuova cultura di corruzione politica. Ben pochi hanno protestato quando Blair ha licenziato il presidente e il direttore generale della Bbc per avere mandato in onda un servizio che avanzava dubbi sull'esistenza delle armi di distruzione di massa irachene, o quando il direttore del Daily Mirror, contrario alla guerra, fu licenziato: era caduto in una trappola e aveva pubblicato fotografie taroccate di atrocità britanniche in Iraq, a quanto pare messe in scena con la connivenza delle forze armate.
Ricchi uomini d'affari hanno comprato posizioni politiche con sfrontata impunità. Una donazione di un milione di dollari al Labour fruttò all'imprenditore del bio-tech Paul Drayson un titolo nobiliare, un contratto da 32 milioni di sterline in vaccini con il servizio sanitario nazionale e un posto nel governo. Ora Drayson è indagato per un appalto di armi del ministero della difesa. Un'indagine sulle tangenti per vendite di armi all'Arabia Saudita è stata chiusa da Blair «nell'interesse della sicurezza nazionale». Persino l'Mi6 ha protestato, facendo notare che l'interesse nazionale non era in gioco.
L'autocompiacimento del New Labour è stato puntellato dall'effetto ricchezza della bolla immobiliare durata un decennio nel sud dell'Inghilterra, gonfiato dal ruolo della City come terreno deregolamentato per la finanza globale e dal boom dei consumi basati sull'indebitamento. Ma i tassi di crescita nel settore dei servizi nascondono una lunga recessione nell'industria manifatturiera e l'aumento di disuguaglianze regionali. L'occupazione è cresciuta grazie a lavori a tempo determinato o part-time: sì e no un terzo dei lavoratori britannici ha un lavoro permanente e a tempo pieno. Le fortune della classe media si sono divise, con il settore pubblico in declino mentre hanno prosperato le vendite e il marketing. Una working class desindacalizzata e deindustrializzata è stata riassorbita nel commercio, all'ingrosso e al minuto: il consolidamento in chiave blairiana del sogno di Margaret Thatcher.
Lo pseudo cambiamento di regime che vede l'ascesa di Gordon Brown non modificherà queste coordinate.
L’autrice è Editor della New Left Review. Traduzione M. Impallomeni
«Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti». Cominciava così un libro nato per scuotere le sicurezze e il senso comune di una collettività. Si intitolava Lettera a una professoressa, lo scrissero otto ragazzi della scuola di un piccolo borgo toscano, due case addossate a una chiesa - Barbiana, frazione di Vicchio, nel verde del Mugello. Li guidò un prete, don Lorenzo Milani. Il volumetto, centosessanta pagine, uscì a maggio del 1967. Alla fine di quello stesso mese il prete compì quarantaquattro anni e il 26 giugno morì.
A quarant’anni da allora quel libro non ha smesso di scuotere. Ha suscitato appassionati consensi e vibrati dissensi, e ha costruito un mondo a sé, fatto dei modi diversi di leggerlo, arrivando persino a essere giudicato come il modello di una scuola permissiva o, all’opposto, savonaroliana e manesca. La Lettera è però anche lì con la sua scrittura asciugata, le tabelle su quanti ragazzi poveri vengono bocciati nella scuola dell’obbligo, su quanto contano la cultura e il censo della famiglia per il successo scolastico. Un libro sulla scuola che invece di attutirle consolida le differenze e come i cattivi ospedali cura i sani e respinge i malati, sull’ingiustizia di far parti uguali fra disuguali, su quanto invece renda uguali il possesso della lingua, con frasi scolpite, tipo: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». E poi i paradossi, le provocazioni e le male parole. E gli interrogativi che tuttora pone a una comunità la quale, ha ricordato Tullio De Mauro (vedi l’intervista qui accanto), conduce alla licenza media il novantadue per cento di chi ne ha diritto, ma, sola in Europa, custodisce un quaranta per cento di persone che poi stentano a capire una frase con una relativa e un’operazione a due cifre.
Libro-manifesto, si è detto, consegnato al mondo contadino di Barbiana, utopico e indigesto. Ma quel volume, suggerisce Giorgio Pecorini, che ha frequentato il prete per dieci anni, «non deve esser letto come un ricettario, ma come un atteggiamento etico». «Spesso gli amici (...) insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi (...)», annota don Milani in Esperienze pastorali, pubblicato nel 1958, quattro anni dopo l’arrivo a Barbiana. «Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola».
Testimone di come fu scritto quel libro è Adele Corradi. Nel 1963 aveva poco meno di quarant’anni e insegnava Lettere in una scuola media. Le parlò di don Milani la sua preside, moglie del giudice Marco Ramat, uno dei fondatori di Magistratura democratica. Era appena stata varata la riforma della media: obbligo fino a 14 anni, niente più avviamento al lavoro, scuola uguale per tutti, come dettava la Costituzione. Un giorno di settembre salì a Barbiana, lì quel sacerdote proveniente dalla buona borghesia, di solida cultura classica e laica, madre ebrea, convertitosi a vent’anni e ordinato a ventiquattro, sperimentava da un decennio il nuovo sistema. Le avevano detto di fare in fretta, perché gli era stato diagnosticato il morbo di Hodgkin e gli restavano tre mesi di vita.
Quella mattina don Milani e i suoi ragazzi stavano tentando un esperimento: una lettera collettiva agli alunni di un altro grande innovatore, il maestro Mario Lodi. Quel modello di scrittura venne praticato altre volte fino a sfociare nella Lettera a una professoressa. Nel frattempo la Corradi si era trasferita a Barbiana, aveva affittato una stanza vicino alla chiesa. Don Lorenzo stava male, ma le cure avevano dato risultati e smentito le previsioni più infauste. «La scrittura della Lettera iniziò a fine estate del 1966», racconta la Corradi. «Due ragazzi erano stati bocciati agli esami». Due ragazzi figli di povera gente, a uno dei quali si deve la pagina iniziale: «Cara Signora, lei di me non si ricorderà nemmeno il nome». «Don Lorenzo era spesso a letto, si alzava solo la domenica per la messa. Poi da gennaio non si alzò più. La scrittura collettiva funzionava così: ognuno appuntava delle idee su un foglietto, poi i foglietti venivano accumulati e discussi uno per uno. Si limava, si toglieva il superfluo e si cercavano le parole più efficaci, comprensibili anche all’ultimo degli alunni. Un giorno proposi di inserire un concetto: non limitiamoci a dire agli insegnanti di non bocciare, diciamo che devono anche insegnare. Don Lorenzo mi guardò e disse: "Non va bene. Gli insegnanti devono insegnare. Se non insegnano vanno all’inferno". Giancarlo, un ragazzo di 15 anni, si occupò delle statistiche. A darci una mano venne Giuseppe Matulli, che lavorava all’Istat e che ora è vicesindaco di Firenze. Fu don Lorenzo a trasformare quelle tabelle in disegnini a colori. E fu sempre lui a scrivere il capitoletto sull’Italia contadina assente da quel Parlamento che aveva approvato la riforma della media, con la destra che proponeva più latino, la sinistra più scienza, topi di museo i primi, topi di laboratorio i secondi, li chiamava: "Lontani gli uni e gli altri da noi che non si parla e s’ha bisogno di lingua d’oggi e non di ieri, di lingua e non di specializzazioni"».
Don Lorenzo e i ragazzi lavorarono alla lettera per nove mesi. «Barbiana era una scuola aperta dodici ore al giorno, tutto l’anno», racconta Pecorini. Lui, giornalista dell’Europeo, conobbe il prete nell’estate del 1958, quando la Civiltà Cattolica stroncò Esperienze pastorali, precedendo il decreto del Sant’Uffizio che ne voleva vietare la vendita. «Gli mandai un telegramma e dopo due giorni mi fece telefonare. Arrivai a Barbiana mentre faceva scuola. Senza sollevare la testa da un libro, don Milani sibilò: "Questo è l’imbecille che ci ha mandato il telegramma". Rimasi di sasso. Ma a Barbiana non si distribuiva la posta, non c’erano telefono ed elettricità. Era arrivato un avviso e lui si era allarmato. Qualcuno era sceso a Vicchio e aveva dovuto pagare una multa salata».
La scuola era uno stanzone accanto alla chiesa. Alle pareti, ricorda Pecorini, una libreria costruita dai ragazzi. Poi tavolacci d’osteria, carte geografiche e tabelle sulla decolonizzazione in Africa e in Asia, uno schema del Parlamento, foto di Gandhi e di bambini neri. Più tardi comparve la scritta: «I care». Qualche volta spuntava un gigantesco spartito: «I ragazzi ascoltavano Beethoven e don Lorenzo con una bacchetta li invitava a seguire la musica». La musica, le lingue straniere (poca grammatica, molto uso), saper costruire uno scaffale: erano pilastri pedagogici. Come scrivere e leggere collettivamente. Oppure far scuola fra loro, i più grandi che diventano maestri dei più piccoli. «Niente libri di testo, ma per ogni materia anche cento libri, e poi i giornali, commentati a fondo». Da una porta si entrava nella stanza dove dormiva il priore. Al piano di sopra vivevano Leda, la perpetua, e Michele e Francesco (Francuccio) Gesualdi, che vissero a Barbiana fino alla morte di don Lorenzo. (Michele è diventato sindacalista della Cisl e presidente della Provincia di Firenze, Francuccio è stato fondatore della Rete Lilliput, e ora esce un suo libro Il mercante d’acqua - Feltrinelli, pagg. 132, euro 8).
Quando il libro fu finito, don Lorenzo si era trasferito dalla madre a Firenze, dove continuava a lavorare con i ragazzi. «Venne a trovarlo il proprietario della Libreria editrice fiorentina, che stampò la Lettera in cinquemila copie», racconta la Corradi, «e lui gli disse "ti basteranno per una settimana"». Della Lettera si fecero nuove edizioni, ma don Lorenzo non c’era più. Una copia l’aveva regalata ad Adele con la dedica: «Poi finalmente trovammo una professoressa diversa da tutte le altre che ci ha fatto tanto del bene».