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Il Governo sta per varare il nuovo piano economico/finanziario di Anas. L'azienda, trasformata in S.p.A. nel 2002 è del Ministero del Tesoro e risponde agli indirizzi del Ministero per le Infrastrutture. Gestisce in convenzione dallo Stato 20.842 Km di strade di interesse nazionale e subconcede 1.206 km di autostrade. La prima novità è il ripiano della perdita di esercizio maturata da Anas (427 milioni), sui cui bilanci le magistrature contabili e ordinarie stanno indagando da tempo. La seconda novità (già in Finanziaria) è che la concessione passa 30 a 50 anni, cioè fino al 2052. Praticamente per sempre. Lo spostamento del termine - non dovuto, secondo l'Autorità garante del mercato e della concorrenza - consente di diluire nel tempo il rientro della quota parte di esposizioni finanziarie che l'Anas dovrà assumersi per realizzare le opere inserite nell'Allegato Infrastrutture al Dpef e appaltabili già nel prossimo quinquennio. Un elenco, il «Master plan infrastrutture prioritarie», che il ministro Di Pietro ha concordato in un lungo tour per lo Stivale con i governatori delle regioni.

Nel complesso le risorse necessarie sono state stimate nel quinquennio 2007-2011 in: 7 miliardi e 100 milioni di opere «ordinarie» e 12 miliardi e 220 milioni di «grandi opere» riconfermate dalla «legge obiettivo» di lunardiana memoria.

L'Anas potrà contare su modesti trasferimenti annuali sicuri dallo Stato: 1.083 per l'anno in corso e 1.500 per ciascuno degli anni successivi per un montante finanziario quinquennale di 7.103 miliardi. Attenzione, però: dentro questa cifra dovrebbero esserci anche le opere di manutenzione (almeno 2 miliardi e mezzo) ordinarie e straordinarie, gli interventi per la sicurezza (eliminazione dei «punti della morte»), l'ambientalizzazione e quant'altro serve a far funzionare il carrozzone aziendale.

A questo punto il problema che si è presentato al ministro Di Pietro e al nuovo presidente dell'Anas Pietro Ciucci è il seguente: come riuscire, con così modeste risorse finanziarie a disposizione, a mantenere la promessa di «appaltabilità» del sempre più lungo elenco di opere che regioni, associazioni industriali, società autostradali, costruttori, trasportatori e lobby varie dell'asfalto chiedono con sempre più insistenza? Se per le «grandi opere strategiche», già ricomprese nella Legge obiettivo, Di Pietro potrà contare su finanziamenti speciali direttamente contrattati con Prodi e Padoa Schioppa, di finanziaria in finanziaria (opere come il Passante di Mestre, la Salerno Reggio Calabria, ecc.), per il mantenimento e l'ammodernamento delle strade e autostrade «minori» nulla è garantito. Ecco allora la nuova filosofia contenuta nel Piano economico e finanziario 2007-2053: «completare il processo di trasformazione di Anas in impresa»; avere un «approccio imprenditoriale e di mercato» e, parola chiave, raggiungere il «deconsolidamento della Società dal bilancio dello Stato». Detta in altro modo: la fuoriuscita dello Stato dai settori imprenditoriali di gestione dei servizi pubblici e la consegna di Anas nelle braccia del mercato finanziario privato. L'Anas è spinta a trovarsi finanziamenti ricorrendo agli istituti di credito privati. Ma sappiamo che questi non sono dei filantropi: chiedono garanzie e pretendono piani onerosi di rientro dei prestiti. Il risultato sarà che ciò che lo Stato risparmia non trasferendo denari sufficienti ad Anas, l'Anas dovrà spendere con sovrappiù di interessi al sistema bancario.

Si tratta di una operazione pianificata dalle banche con la regia di Padoa Schioppa. Qualche mese fa, puntuale come un orologio, è nato il Fondo Infrastrutture (amministratore delegato, guardacaso, quel Vito Gamberale già della società Autostrade dei Benetton), un polo bancario con due miliardi di capitale, per incominciare, specializzato in credito alle grandi opere nato tra Cassa Depositi e Prestiti (14,3%) , Fondazioni bancarie, Unicredito, Intesa San Paolo, Lehman e persino un fondo previdenziale dei geometri. La triangolazione è chiara. Questo Fondo dovrà fare da apripista e finanziare ciò che lo Stato non riesce o non vuole più finanziare. Ma chi pagherà?

Qui subentra l'altra innovazione nel piano Anas: il «pedaggiamento, ombra o reale» delle strade di più lunga percorrenza. «Ombra», su 8mila Km della rete esistente, nel caso in cui sia lo Stato a pagare i costi di gestione (compresi gli ammortamenti agli investimenti e agli oneri finanziari per la realizzazione), «reale», su altri 1.500km, dove verranno costruiti caselli fisici o virtuali per l'esazione delle tariffe direttamente agli utenti. Insomma, alla fine continueremo a pagare noi. Con una certezza in più: dovremo remunerare anche i servizi resi dalle banche, dai gestori dei caselli, dai concessionari vari. Ciò nonostante, c'è chi è pronto a giurare che pagheremo di meno in termini di prezzo/qualità considerando l'inefficienza delle gestioni pubbliche dirette. Non lo si può escludere in linea teorica e pratica, ma penso che ci sarebbe un modo meno contorto e più diretto di rimediare: riformare le gestioni pubbliche. In alcuni stati degli Usa le autostrade sono affidate a enti no-profit, la mobilità è considerata un diritto primario e conseguentemente le strade un servizio di utilità generale, collettivo, non un investimento speculativo. Dalle reti infrastrutturali dipendono altre attività economiche e sociali e in molti casi non sono fisicamente duplicabili, è cioè impossibile creare vera concorrenza, quindi un vero mercato. Sono monopoli naturali ad elevata redditività che creano rendite e sovrapprofitti. Non a caso sulla testa delle società che gestiscono servizi pubblici (utilities) volano avvoltoi sempre più voraci e prepotenti. In generale andrebbe riconosciuta la natura non capitalistica della gestione dei servizi pubblici. In altri termini bisognerebbe rispondere alla domanda che si ponevano gli economisti liberali due secoli fa: è moralmente lecito guadagnare, ad esempio, dalla gestione di un ospizio per i poveri? E, per estensione, è giusto fare profitti (privati) sulla pelle di consumatori abbandonati dallo Stato?

La competente Commissione della Camera ha formulato molte osservazioni critiche e Rifondazione e Verdi non hanno votato il parere, ma c'è da credere che la marcia verso la privatizzazione delle strade statali proseguirà.

Non è «solo» su pensioni e mercato del lavoro che il profilo generale del governo Prodi rischia di connotarsi come sempre più distante da bisogni e aspettative. La lista delle sofferenze rischia di allungarsi, le emergenze sociali di incancrenirsi. E' quanto sta accadendo sulle politiche abitative. Drammaticamente, perché l'azzeramento del molto e buon lavoro che era stato compiuto in questo ambito provoca oltre che sconcerto, la messa in discussione persino della credibilità del governo. Se linee di indirizzo precise e dettagliate anche nella quantificazione delle risorse, concordate da ben quattro ministeri, dalla Conferenza delle regioni, dall'Associazione dei comuni, dalle organizzazioni di settore e sindacali vengono da un giorno all'altro in sostanza annullate, il senso di impotenza si fa grande.

Le politiche neoliberiste hanno significato scelte precise e regressioni altrettanto nette. Veniamo da anni in cui in nome della supremazia del mercato si sono deregolamentate le locazioni, messi in atto giganteschi processi di privatizzazione e interrotti i finanziamenti all'edilizia residenziale pubblica. Così mentre la rendita immobiliare è schizzata alle stelle, e il «mattone» è diventato uno dei più lucrosi meccanismi di valorizzazione del capitale, dieci milioni di persone, 75% delle quali ha un reddito inferiore ai 20.000 euro annui, composte in larga parte da anziani, precari, migranti, hanno dovuto arrangiarsi. Sopportare affitti pari a metà di redditi già bassi e sommare al ricatto del lavoro precario, quello dell'abitazione. Oppure non farcela, come accade a molti, con il dato terribile degli sfratti per morosità, passati negli ultimi venticinque anni dal 13% al 70% del totale.

Un emergenza sociale pericolosa, soprattutto nelle realtà metropolitane dove si concentrano le contraddizioni più acute con la percentuale degli affitti che raddoppia rispetto al resto del paese, espellendo in periferie lontane i ceti popolari. La precarietà del lavoro e l'impossibilità di una casa hanno fatto crescere in dieci anni di ben 8 punti la percentuale di quanti nella fascia di età fra i 25 e i 34 anni restano nella famiglia di origine, portandola all'abnorme 43%.

A questa situazione il governo aveva promesso di porre rimedio. A partire dalla cosiddetta legge Ferrero per la prima volta si erano messe insieme risposte all'emergenza e strumenti di programmazione e, con un inversione di tendenza nettissima, si era affermato che all'edilizia residenziale pubblica e sociale dovevano essere destinati annualmente un miliardo e mezzo di euro, che il diritto alla casa doveva diventare una prestazione essenziale del Welfare, che il costo dell'affitto doveva essere detraibile dalla dichiarazione dei redditi, mettendo in campo un meccanismo di conflitto di interessi tale da poter efficacemente contrastare il mercato nero, che il canale concordato doveva essere rafforzato e il fondo sociale raddoppiato, mentre in 6 mesi andavano recuperati i 25.000 alloggi pubblici non utilizzabili perché degradati. Il piano avrebbe dovuto essere avviato con urgenza e un decreto era già pronto per avviare questa prima fase di interventi con la messa a disposizione di 600 milioni di euro.

Poi improvvisamente il decreto è scomparso e del piano casa non si parla più. Mancanza di copertura finanziaria. Non è valso fino ad oggi che l'Anci abbia rotto i rapporti istituzionali e minacci iniziative più dure, né che i sindacati dell'inquilinato denuncino quanto sta accadendo, compreso quando la proroga degli sfratti del 15 ottobre scadrà per ultrasessantacinquenni, malati terminali, disabili. Né sono valsi i tentativi del Ministro della solidarietà sociale di avere risposte.

La questione non può finire così. Vanno date risposte immediate per l'emergenza e va impedito che si abbandoni il percorso delineato. Ma servirà tutta la capacità di costruire iniziative, mobilitazioni, conflitto. Servirà un autunno caldo di protagonismo delle sinistre sociali e politiche. E' l'unica chance che abbiamo di tenere aperta una possibilità di cambiamento.

L’autrice è componente della segreteria nazionale Prc-Se

Una città sarda sul mare, passeggiata sotto il primo sole estivo. Una ragazza cinese ha appena finito di accomodare per terra, su un telo colorato, i soliti oggetti. Un vigile intima lo sgombero e non si allontana fino a quando l'ultimo accendino non è riposto nella scatola di cartone. Tutto avviene in silenzio, secondo un rituale collaudato che non prevede spiegazioni: basta un cenno è la legalità è ristabilita. La scena, molto penosa, si ripete spesso, dicono. Nulla sfugge o dovrebbe sfuggire, a nessun abusivo è consentito di entrare in concorrenza con il mercato legale, neppure in epoca di liberismo estremo. La concorrenza: quei centoventi centimetri quadrati, su suolo pubblico, di merce che tutti noi compriamo per beneficenza, è difficile immaginare che possano impensierire davvero quelli che «noi paghiamo le tasse, eccetera».

Il rischio, solito, è di apparire alfieri dei fuorilegge. Ma occorre dirla qualcosa sulla asimmetria di questa inflessibile linea, reclamata da qualcuno in questa città e in quest'isola baciata dalla fortuna di flussi turistici inattesi - che aeroplani a basso costo scaricano a terra di continuo. Ma povera e memore dell'emigrazione. Per cui ti aspetteresti maggiore comprensione verso questi cascami della globalizzazione a mille facce. A volte conveniente a volte meno. A volte servirebbe un po' di tolleranza o solo di buon senso. E pure un po' di solidarietà. In paesi dell'interno della Sardegna, piccoli e sfigati, dove di emigrati ne sanno di più, si vedono i venditori abusivi che girano porta a porta e gli offrono pure da bere. Non scrivo il nome della città - facile da indovinare - perché la gran parte dei suoi abitanti è ospitale, altruista, ecc. Anche se vota a destra. Ma ecco due considerazioni per spiegare la perplessità su questa sbilenca superefficienza, proprio perché sappiamo qualcosa della tolleranza ampia - ed ecco la asimmetria - verso metriquadri occupati e metricubi realizzati, anche su suolo pubblico, che c'è sempre stata in queste riviere preziose, dove la sera l'estate profuma di mirto rosso e bianco. Molte attività si svolgono su aree demaniali - legittimamente, ci mancherebbe - ma forse con generosità eccessiva di timbri e firme, visto che di spiagge libere non ce ne sono più e che i tavolini di bar e ristoranti occupano con una densità intollerabile strade molto strette e splendide piazzette vista mare impedita dagli ombrelloni. Ci sono poi - al riparo dello slogan «tutti devono lavorare» - trasgressioni continue, specie nelle ore notturne, di cui si da conto spesso sulle pagine dei giornali, perché la violazione alle regole di convivenza civile supera di molto la pazienza degli abitanti. Musica oltre i limiti e violazioni agli orari di chiusura degli esercizi stabiliti nelle ordinanze sindacali. E c'è di più, se si guarda bene. Se si pensa che il giardino di una vecchia scuola nel centro di questa città è stato generosamente messo all'asta, molti mq di area pubblica per farci appartamenti e negozi importanti in cambio di qualche parcheggio. Ecco perché che quel metro quadro di strada occupato - reversibilmente - da un cinese o senegalese appare nella sua vera inoffensiva dimensione.

MI sono fatto da qualche mese una nomea alla quale non sono particolarmente affezionato: quella di essere la sola persona convinta che Romano Prodi sia un buon presidente del Consiglio.

In realtà dare giudizi su chi è migliore o peggiore rispetto ad un altro è un esercizio futile e logicamente scorretto perché non si possono paragonare le mele con le spigole, le zucchine con la carne d’agnello. E così non si possono dare etichette di efficienza a due governi che hanno operato in contesti politici ed economici diversi.

Se inquadriamo l’attuale governo Prodi nel contesto in cui ha operato nei primi dodici mesi dal suo insediamento sono convinto che si tratti d’un buon governo, anche se assai scarso nella comunicazione dei suoi provvedimenti. La capacità di Prodi a mediare è notevole, ma c’è mediazione e mediazione. Andreotti per esempio, ai suoi tempi, fu un fuoriclasse in questo esercizio da lui usato quasi sempre per mantenersi al potere anche a costo dell’immobilismo più disperante. La mediazione di Prodi ha una diversa natura: mira a compromessi capaci di avanzare verso obiettivi di utilità generale.

Andreotti – tanto per proseguire nell’esempio – governò in tutte le stagioni politiche; guidò governi appoggiati a destra, al centro, a sinistra. In alcuni casi ebbe perfino il sostegno dell’Msi; in altre fece maggioranze organiche con il Pci.

Prodi al contrario ha sempre sostenuto (e confermato con i fatti) di non essere un politico disponibile in tutte le stagioni ma in una soltanto. Forse proprio per questo non piace alla maggioranza degli italiani. In più ha una testa durissima, come quasi tutti quelli che sono nati a Reggio Emilia. Io sono nato nel segno dell’Ariete, perciò lo capisco.

Guardate ai vaticini berlusconiani che si susseguono ormai da un anno. Vaticinavano che sarebbe caduto entro un mese dalla proclamazione del verdetto elettorale. Da allora spostano la data dell’apertura della crisi di due o al massimo tre settimane in continuazione. Sono passati dodici mesi e le date di scadenza della crisi sono state finora almeno una ventina. Adesso il capo dell’opposizione e tutti i suoi accoliti hanno fissato per il prossimo settembre l’appuntamento decisivo con la dissoluzione del centrosinistra.

Tutto può accadere quando si naviga con la maggioranza di un voto, ma io non credo che il centrosinistra celebrerà il suo suicidio in autunno.

Credo che, di compromesso in compromesso, continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti. Per una ragione molto semplice: ancora per un bel pezzo non ci saranno alternative al governo Prodi.

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Vengo alla riforma delle pensioni, una vicenda che dura da mesi e che, un giorno dopo l’altro, è stata preconizzata come irrisolvibile. Sarebbe un esercizio utile per tutti rivedere i titoli dei telegiornali e dei quotidiani da maggio in poi. Una sequenza sussultoria senza fine: «Pensioni, l’accordo è vicino» «Scontro feroce sulle pensioni» «Il governo è spaccato» «La sinistra all’attacco» «Il contrattacco per i riformisti» «Berlusconi: governo in crisi» «Resta lo scalone» «Via lo scalone senza se e senza ma».

Bene. Giovedì sera alle 22 i sindacati confederali sono stati convocati a Palazzo Chigi. Alle 4 del mattino, in una delle tante pause d’un negoziato che tutti i partecipanti hanno definito durissimo, si sono appartati in una saletta del palazzo Prodi, Padoa-Schioppa, Letta e il segretario della Cgil, Epifani. «Devi dirmi sì o no. Adesso» gli ha detto il presidente del Consiglio. «Per me l’accordo va bene, ma debbo consultare il direttivo. Garantisco che la risposta sarà un sì ma formalmente la darò lunedì mattina». «Lo ripeto: mi devi dare la risposta adesso. Se è no esco di qui e annuncio le dimissioni del governo».

Dopo questo siparietto il sì di Epifani è arrivato con la clausola «per presa d’atto» scritta a penna prima della firma. Il senso di quella frase l’ha dato lo stesso segretario della Cgil in un’intervista di ieri al nostro giornale. Alla domanda dell’intervistatore sull’accordo raggiunto, la risposta è stata la seguente «il testo di ieri notte contiene molte misure di grandissimo valore e anche di carattere innovativo. In modo particolare sto pensando ai giovani, al fatto che nell’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione sarà indicato che per loro la pensione non potrà essere inferiore al 60 per cento dell’ultima retribuzione. Non solo: dopo tanti anni vengono definiti finalmente i lavori faticosi».

Poche righe più in là il giornalista gli chiede: «Il governo reggerà la prova parlamentare dell’intesa?». Risposta: «Il governo ha una navigazione a vista, ma troverei paradossale che naufragasse proprio su questo. La conseguenza sarebbe la crisi di governo ma anche la sopravvivenza dello scalone e la rinuncia a tutto ciò che c’è di buono in questa intesa».

Esatto. Che altro c’è di buono in questa intesa? Ricordiamolo perché di questi tempi la memoria è diventata assai corta. C’è l’aumento delle pensioni d’anzianità a 3 milioni di pensionati, l’avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani contro il precariato, per un complessivo ammontare di 2.600 miliardi.

Altri 5 miliardi sono stati stanziati per l’aumento graduale dell’età pensionabile al posto dello scalone di Maroni. Si parte da subito con lo scalino di 58 anni, nel 2009 l’età sale a 59 anni, nel 2011 a 60, nel 2013 a 61. Un anno in più alle stesse date per i lavoratori autonomi.

Tutti questi provvedimenti saranno inseriti nella legge finanziaria per il 2008. Se il governo fosse battuto, il complesso di questi accordi – che dovranno essere approvati dai lavoratori – salterà per aria insieme al governo.

Ha ragione Epifani: sarebbe un capitombolo epocale. Chi si prenderebbe questa responsabilità: Giordano? Diliberto? Cremaschi della Fiom?

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Tito Boeri, un economista di valore, ha scritto ieri sulla "Stampa" che l’accordo sulle pensioni è un buon compromesso. Avrebbe voluto che l’età pensionabile si muovesse con maggiore celerità ma si rende conto, appunto, del "contesto" e se ne dichiara parzialmente soddisfatto. A differenza del suo collega ed amico Francesco Giavazzi che sul "Corriere della Sera", lancia invece raffiche sul governo, sui sindacati, sulla sinistra. Se la prende anche con Veltroni. Il finale arieggia a quello che il Manzoni mette in bocca a fra’ Cristoforo quando apostrofando don Rodrigo con l’indice puntato contro di lui e gli occhi fiammeggianti profetizza: «Verrà un giorno... ».

Più misurati gli eurocrati di Bruxelles. Conosceremo meglio domani la loro opinione ma il primo impatto è stato favorevole, almeno perché una decisione è stata presa.

Negativa – moderatamente – la Confindustria, anche perché non è stata ascoltata. Mi permetto di osservare in proposito che l’oggetto del negoziato riguardava i pensionati e i pensionandi. Non un contratto di categoria e neppure la politica economica in generale ma semplicemente pensionati e pensionandi.

Mi permetto altresì di dire che perfino la consultazione della "base" da parte dei sindacati è un gesto apprezzabile di democrazia ma non statutariamente necessario, come lo sarebbe per un contratto di lavoro. Si spera comunque che i dirigenti confederali accompagneranno la discussione con la base esternando il loro motivato parere e spiegando bene le conseguenze di un voto negativo. La democrazia non è (non dovrebbe essere) una lotta libera senza regole. Serve a costruire e non a sfasciare. E se i partiti invadono l’agone sindacale, tempi duri si preparano per i lavoratori.

Post Scriptum. Alcuni lettori si chiedono e ci chiedono perché mai la Chiesa abbia celebrato con tutti gli onori previsti dalla liturgia i funerali dell’avvocato Corso Bovio, eminente figura del Foro milanese, morto suicida, ed abbia invece negato quei funerali all’ammalato Welby che fu aiutato da un amico generoso a interrompere cure inutili che perpetuavano senza scopo alcuno una vita di intollerabili sofferenze.

Una spiegazione pare che ci sia da parte della Chiesa. Dal diniego opposto contro tutti i suicidi, essa è passata col tempo ad una visione più duttile (più ipocrita) secondo la quale il suicidio deriva da un "raptus", una perdita improvvisa di coscienza. Su questa base il suicida viene "perdonato" e ammesso ai funerali religiosi che mandano in pace l’anima sua e sono di conforto per i suoi parenti.

Nel caso Welby invece l’ipotesi del "raptus" non poteva essere adottata poiché si trattava di un militante che voleva contrastare l’accanimento terapeutico. Di qui il divieto di celebrare il funerale religioso nonostante fosse stato richiesto insistentemente da lui e dai suoi familiari.

Che possiamo rispondere ai nostri lettori? Che la Chiesa è, oltre che un’organizzazione religiosa, anche se non soprattutto un’organizzazione di potere. È anzi un potere a tutti gli effetti e si muove come tale su un’infinità di questioni che hanno poco o nulla a che vedere con la religione dell’amore e della carità predicata dai Vangeli. Come tutte le organizzazioni di potere, anche la Chiesa usa largamente lo strumento dell’ipocrisia. Questo è tutto.

Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Clementina Forleo, chiede al Parlamento di rendere «utilizzabili» nel processo le intercettazioni telefoniche in cui sono incappati i Ds Massimo D´Alema, Nicola Latorre, Piero Fassino; il senatore e i deputati di Forza Italia, Grillo, Comincioli e Cicu. Il ceto politico – in coro e con allarme, a destra come a sinistra – discute i toni e le parole che il gip, Clementina Forleo, ha ritenuto di adoperare nella sua ordinanza. Il ministro di giustizia si spinge addirittura a ipotizzare contro il giudice «una potenziale lesione dei diritti e dell´immagine di soggetti estranei al processo». I «soggetti estranei» sarebbero i politici di cui si parla. Al contrario, il giudice li definisce «complici consapevoli» dei reati ipotizzati nel tripartito progetto di scalata Antonveneta/Bnl/Rcs-Corriere della Sera. Chi è chiamato a giudicare? Il ministro o il giudice? Forse il giudice anche quando si tratta di politici, e allora la confusione di linguaggi, interessi e opposte (e forzate) interpretazioni può far perdere il filo.

Che cosa accade? Accade che, dopo la pubblicazione a goccia e a boccone, delle intercettazioni di due anni fa finalmente abbiamo - con la richiesta di utilizzabilità - un giudice che configura penalmente "il fatto" e non è tenero con i politici coinvolti nell´affare. Al giudice, i politici appaiono non «passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti né personaggi animati da una sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata che si stava consumando ai danni dei piccoli e medi risparmiatori, in una logica di manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale».

I politici, dunque, non stavano soltanto alla finestra per guardare e applaudire o fischiare, ma erano sul terreno di gioco a giocare una partita che era anche loro. Ma i dialoghi telefonici giustificano questa approssimata - preliminare, appunto - convinzione? Va detto che nessuno può dirla spensieratamente ballerina. Anche senza trarre affrettate conclusioni di colpevolezza o di innocenza, è indubbio che quelle conversazioni hanno bisogno di spiegazioni, approfondimenti, indagini. Il reato degli "scalatori" è documentato. Ammettono di aver messo insieme il 51 per cento prima di lanciare un´offerta pubblica di acquisto (opa) obbligatoria già quando si detiene il 30 per cento. Confessano candidamente come hanno occultato gli accordi sotto banco. Peccano di «insider trading» e "passano" quelle informazioni privilegiate a soggetti non legittimati a riceverle. Bene, fin qui tutto chiaro. Ma i politici? Non si limitano a raccogliere notizie, a tenersi informati sugli eventi. Per il giudice, intervengono, si danno fare per rimuovere o aggirare gli ostacoli. Hanno un ruolo attivo. Sono partecipi (se complici appare troppo). Per usare le parole di Clementina Forleo, sono «pronti e disponibili a fornire loro supporti istituzionali». Giovanni Consorte (Unipol) giunge a chiedere a D´Alema e Latorre un aiuto: «Stiamo messi così, adesso dovete darci una mano a trovare i soldi, no?». E Latorre: «Vabbé, a disposizione». E, più tardi D´Alema, a un Consorte che gli racconta delle sue riunioni con il mondo cooperativo, chiede: «Di quanto hai bisogno ancora?». «Non tantissimo, di qualche centinaio di milioni di euro», risponde l´altro.

Appare chiaro dalla lettura dell´ordinanza che, per il giudice, questi colloqui sono frammenti d´indagine che avrebbero giustificato un´iscrizione al registro degli indagati e un´investigazione severa. Iniziative che non sono mai decollate per la inutilizzabilità delle intercettazioni "politiche". Una volta utilizzabili - sembra di capire - il giudice si attende dal pubblico ministero un´imputazione e, in sua assenza, appare pronto a chiederla coattivamente. Quindi, se il Parlamento dovesse liberare quelle carte è molto probabile che soprattutto D´Alema e Latorre saranno indagati.

Ora ci si deve interrogare sulla correttezza delle mosse del giudice. In altri termini, la legge consente al giudice per le indagini preliminari di "leggere" con tanta severità le carte, giungendo anche a una prima conclusione su soggetti che non sono stati mai ufficialmente indagati? Non c´è dubbio che la Forleo si muove nell´ambito delle regole. Potrebbe addirittura indicare al pubblico ministero quali aspetti dell´affare approfondire. Deve spiegare però al Parlamento la necessità di mettere a disposizione della giustizia quelle intercettazioni. Per farlo, è quasi obbligata a squadernare la rilevanza di quei comportamenti, la loro opacità, l´opportunità di verificarne la consistenza penale. Non c´è dubbio che nel farlo, scivoli in qualche eccesso moralistico e sovrattono. Non sembra che un giudice possa essere, per dirne una, il tutore dell´«immagine del Paese». Ma può una "papera" oscurare i fatti? O gettare in un canto l´esigenza di accertare chi ha fatto che cosa, e perché, in una stagione in cui, come dicono con candore gli intercettati, si voleva «cambiare il volto del potere» italiano? Ora la parola tocca al Parlamento. Che si spera renderà al più presto utilizzabili quelle intercettazioni anche nella consapevolezza che la scelta può significare - per tre uomini del centrosinistra e tre uomini del centrodestra - affrontare i pubblici ministeri, un´istruttoria, un giudice. Una decisione contraria - il rifiuto - creerebbe una nuova nuvola nera sui destini della politica italiana; impedirebbe ai protagonisti di liberare la propria reputazione da ogni sospetto; accentuerebbe la separatezza della politica dal Paese. A chi conviene?

Tre fantasmi si aggirano per il mondo: clima, terrorismo, finanza. Quest’ultimo sembra il meno pericoloso. C’è chi non lo vede proprio. Ma potrebbe essere il più imminente. I segnali di allarme si infittiscono. Sulla Repubblica del 4 luglio, Federico Rampini avvertiva: «Torna la paura del grande crac finanziario: i bond aziendali non si vendono, i tassi salgono, scricchiolii negli hedge fund». Il Financial Times si chiede in termini problematici che ne è di un capitalismo riplasmato da una finanza incontrollata. L’Economist si preoccupa dei guai dei private equity funds. E da ultimo è diventato attuale anche l’argomento più inquietante: la parte della popolazione americana che ha rischiato maggiormente non è più in grado di pagare il mutuo della propria abitazione. E ciò rischia di sconvolgere il sistema creditizio, con le conseguenti ricadute sull’economia generale.

Non è da oggi, del resto, che ci si preoccupa della possibile insostenibilità di una espansione finanziaria, che è passata da una dimensione pari a quella del prodotto mondiale globale nel 1980, a una tre volte superiore nel 2005 (i dati sono del McKinsey Global Institute). La domanda che naturalmente ci si pone è: come mai questo enorme divario non si è tradotto finora in un processo inflazionistico?

Molta parte della non facile risposta sta, probabilmente, nello straordinario apparato di strumenti di assicurazione e di copertura, come i "derivati", prodotti da una intelligence finanziaria che ha dimostrato un ammirevole grado di ingegneria professionale. Mai il mercato finanziario internazionale ha esibito una così ampia tastiera di scelte a disposizione del risparmiatore. Questa ricchezza nasconde però un formidabile rischio. Ogni aumento delle possibilità di copertura comporta un aumento delle "scommesse". E’ come se, per scongiurare una depressione, si moltiplicassero gli eccitanti. Gli strumenti di "copertura", come si sa, sono anche occasioni offerte alla speculazione. Il gioco regge, comunque, fin quando l’economia reale, nel suo insieme, aumenta: ed è ciò che avviene in effetti nel mondo, a un ritmo anch’esso accelerato. Ma i due aumenti hanno ritmi diversi. Che cosa può avvenire se il divario tra queste due "corse" continua a salire? Non c’è il pericolo che una tensione crescente tra queste due dinamiche possa provocare un arresto, un infarto? Non è che questo rischio si è accentuato, in questi ultimi tempi? Se un arresto, in qualche parte del mondo, dovesse propagarsi sistemicamente – ci si è andati molto vicino alla fine degli anni Novanta – la prospettiva di un rotolamento all’indietro diventerebbe catastrofica. Il 1929 è un numero che nessuno vuole pronunciare scaramanticamente.

Ci si può chiedere, come diceva l’economista Rodrick della globalizzazione, se la finanziarizzazione, che è la sua compagna gemella, non sia andata troppo oltre. Se non avesse ragione Tobin nel suggerire di gettare qualche manciata di sabbia negli ingranaggi di questo meccanismo travolgente? La sua proposta di una mini-imposta sulle transazioni di brevissimo periodo andava in questo senso. Fu accolta con orrore, se non con indignazione. Oggi, appare inadeguata alla luce di quanto sta succedendo sui mercati. Quel che sta succedendo, è un ininterrotto processo di deregolazione finanziaria. Una deregolazione che è difficile non definire sregolatezza.

Prendiamo il fenomeno dei cosiddetti private equity che preoccupa l’Economist, fino a ieri un loro entusiasta sostenitore. Che cos’è che sta andando storto? Possiamo tentare di capirlo se collochiamo questo trionfale successo dell’economia finanziaria nella sequenza di una progressiva differenziazione e articolazione degli strumenti finanziari. All’inizio del processo comparvero i fondi di investimento, nient’altro che pacchetti combinati di titoli scelti nel mercato finanziario tra quelli che presentavano a giudizio dei loro promotori le migliori performances. Seguirono poi gli hedge founds che, all’opposto del loro significato letterale (fondi di copertura) erano fondi speculativi operanti attivamente al rialzo o al ribasso su qualunque tipo di titoli, monete e materie prime al fine di ottenere una plusvalenza. La differenza tra fondi di investimento e hedge funds è enorme. Nel secondo caso i titoli sono trattati come dei valori in sé utili esclusivamente a realizzare un guadagno speculativo, solo alla lontana collegati con la realtà delle imprese che rappresentano. Valori che questi fondi riescono a movimentare ben oltre le loro risorse, perché usano spregiudicatamente la leva finanziaria. Chi non ricorda il fantastico successo del Quantum Fund di Soros e il suo trionfo sulla sterlina (e prima ancora, sulla nostra liretta?): ma anche il disastro delle Casse di Risparmio americane, che avevano affidato le risorse dei loro pensionati a operatori eccessivamente audaci?

Alla fine, il terzo stadio della deregolazione: i private equity (letteralmente, averi privati). Anziché operare con acquisti e vendite di titoli all’interno del mercato finanziario, lo si abbandona, comperando delle imprese quotate e sottraendole alla quotazione per affidarle a una gestione del tutto disinibita. Da che cosa? Da quell’insieme di regole di condotta che la quotazione impone per garantire ad azionisti e a risparmiatori una protezione, quanto alla visibilità della gestione, ai conflitti di interesse, eccetera. Dalla odiata legge Sarbanes Oxeley introdotta per sanzionare i comportamenti criminosi del management, dopo il disastro della Enron. Dalla violazione di norme riguardanti i rapporti di lavoro. Inoltre, gli investitori ed i gestori dei private equity godono di privilegi fiscali che lo stesso Economist giudica indecenti, e le aziende da loro acquistate godono della generosissima leva finanziaria accordata dalle banche. C’è da stupirsi se queste imprese, sottratte ad ogni visibilità da parte dei cosiddetti stakeholders (le parti sociali comunque interessate all’impresa) registrano profitti eccezionali?

Insomma, si torna a una epoca di capitalismo selvaggio, come espressione più avanzata del «nuovo capitalismo». Dopo aver inventato il mercato finanziario per rendere più liquido il capitalismo, si liquida il mercato finanziario.

Le preoccupazioni sulla sorte dei private equity, a causa dei debiti che questi caricano sulle aziende sono, comunque, solo un aspetto del rischio maggiore, che consiste nel colossale e generalizzato indebitamento che caratterizza il capitalismo dei nostri giorni. Indebitamento che in America raggiunge il culmine. Della bilancia dei pagamenti verso i paesi esteri, dello Stato verso i cittadini, dei cittadini verso le banche, le quali diventano sempre più, grazie al loro potere di creare moneta, le vere e proprie arbitre del sistema. Questo indebitamento è frutto di una mercatizzazione del futuro; si può dire anche del tempo, come la globalizzazione è una mercatizzazione dello spazio.

Questa corsa all’indebitamento non può però non incontrare limiti. Due sono, in fin dei conti, i limiti assoluti. Uno riguarda la disponibilità di risorse naturali. Prima o poi, la domanda crescente incontrerà scarsità di materie prime e di fonti di energia. Di qui potrebbe partire un processo inflazionistico. L’altro, più imponderabile, ma molto più preoccupante, è una crisi di fiducia: di quella fiducia sulla quale si regge, in fin dei conti, la strapotenza del capitalismo. Se domani dovesse malauguratamente accadere, nessuno avrà dubbi nell’individuarne le cause. Il commento lo si potrebbe scrivere oggi, senza esitazioni.

La sentenza che permise a Silvio Berlusconi di sottrarre la Mondadori al Gruppo Espresso-la Repubblica fu comprata con 425 milioni di lire forniti dal conto All Iberian di Fininvest a Cesare Previti e poi, dall´avvocato di fiducia di Silvio Berlusconi, consegnati al giudice Vittorio Metta. La Cassazione condanna definitivamente Cesare Previti, il giudice corrotto e, quel che soprattutto conta, rimuove una patacca che è in pubblica circolazione da due decenni. L´uomo del fare, Silvio Berlusconi, è l´uomo del sopraffare, del gioco sottobanco, della baratteria illegale. La sentenza dimostra la forma fraudolenta e storta della sua fortuna imprenditoriale. Mortifica la koiné originaria con cui Berlusconi si è presentato al Paese ricavandone fiducia e consenso, entusiasmandolo con la sua energica immagine di imprenditore purissimo capace di rimettere in sesto il Paese – e rimodellarne il futuro – con la stessa sapienza e determinazione con cui egli aveva costruito il suo successo, conquistato aziende e quote di mercato, sbaragliato i competitori.

Berlusconi, se non sapeva delle manovre di Previti (e non si può dire il contrario), è stato un gonzo e, nella sua formidabile ingenuità, ha trascinato il Paese e le sue regole verso la crisi per difendere un mascalzone che soltanto agli occhi del Candido di Arcore appariva un maestro del diritto e un martire della giustizia.

La sentenza della Cassazione scolpisce dunque un´altra biografia di Berlusconi. Ci dice che non è oro quel che riluce nella sua storia imprenditoriale. Sapesse o non sapesse quali erano i metodi criminali del suo avvocato, il profilo di imprenditore dell´uomo di Arcore ne esce irrimediabilmente ammaccato, deformato. La sua Fininvest ha barato. Il suo avvocato giocava con carte truccate.

I fatti sono noti.

Il lodo arbitrale Mondadori risale al 21 giugno 1990. Riguarda il contratto Cir-Formenton. La decisione è assunta dai tre arbitri, Carlo Maria Pratis, Natalino Irti e Pietro Rescigno, incaricati di dirimere la controversia tra Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton per la vendita alla Cir da parte dei Formenton di 13 milioni 700 mila azioni Amef (il 25,7% della finanziaria che controlla la Mondadori) contro 6 milioni 350 mila azioni ordinarie Mondadori. Il lodo è favorevole alla Cir e dà a De Benedetti il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori e del 79% delle privilegiate. Berlusconi perde la presidenza che va pro tempore al commercialista Giacinto Spizzico, uno dei quattro consiglieri espressi dal Tribunale, gestore delle azioni contestate.

Il 24 gennaio 1991, la Corte d´Appello di Roma presieduta da Arnaldo Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini dichiara che una parte dei patti dell´accordo del 1988 tra i Formenton e la Cir è in contrasto con la disciplina delle società per azioni. Quindi, è da considerarsi nullo l´intero accordo e anche il lodo arbitrale. Berlusconi riconquista la Mondadori.

Vittorio Metta è il giudice corrotto da Cesare Previti, dice ora la Cassazione. Delle due, l´una. Se sapeva, Silvio Berlusconi è un complice che si è salvato soltanto perché, per le sue pubbliche responsabilità politiche, è parso meritevole delle "attenuanti generiche" così accorciando i tempi di prescrizione e uscendo dal processo qualche anno fa. Se non sapeva, l´esito non è che sia più gratificante. Perché bisogna concludere che l´ex-presidente del Consiglio non è poi l´aquila reale che ama dipingersi. Ha accanto un lestofante. Non se ne accorge. Ne è beffato, ingrullito per anni, per decenni, nella sua totale insipienza. Gli affida «un mandato professionale molto ampio per rappresentare la persona fisica come il gruppo Berlusconi». Lo ha raccontato lo stesso Previti: «Io rappresentavo il dominus per le questioni legali, sceglievo gli avvocati, esaminavo nei dettagli tutti gli argomenti che avremmo usato e anche le persone e le operazioni da organizzare nelle varie situazioni».

E´ un ruolo occulto, segretissimo e non se ne comprende la ragione (l´evasione fiscale non può spiegare tutto). Non c´è (né Previti lo ha mostrato in anni di processi) un solo documento processuale che porta la sua firma: un atto di citazione, una comparsa di risposta, una memoria conclusiva, un parere giuridico, un atto di transazione; come non esiste neppure (né è stata mostrata) una fattura, una ricevuta informale, un estratto dei libri contabili di Fininvest, un qualsivoglia documento che attesti la causale dei pagamenti effettuati da Finnvest a favore di Cesare Previti.

Berlusconi poteva non sapere di essersi tenuto in casa per decenni quel mascalzone. Meglio, gettiamo una buona volta ogni sospetto o incredulità e diciamolo chiaro. Silvio Berlusconi non sapeva, non ha mai saputo né immaginato per un attimo che ceffo fosse Previti e quali i suoi metodi di lavoro. L´uomo di Arcore era così accecato dal suo candore, dall´amicizia per il suo fedele sodale, che quando ne ha la possibilità, 1994, propone addirittura quel corruttore di giudici come ministro di Giustizia. Il Paese si salva per l´ostinazione di Oscar Luigi Scalfaro che dirotta il malfattore alla Difesa. E, nonostante il segnale e la documentazione offerta dalla magistratura, nemmeno allora Silvio Berlusconi nella sua assoluta dabbenaggine si scuote. Si può dire che una volta ritornato al governo - per salvare se stesso, è vero, ma anche e soprattutto il suo complice, che è più esposto per le indagini e per le prove raccolte - assegna a se stesso la missione di gettare per aria codici, procedure, tribunali, ordinamenti, accordi internazionali al fine di evitare guai all´avvocato che credeva immacolato. Il Parlamento che Berlusconi governa con una prepotente maggioranza non lascia intoccato nulla. Cambia le prove, se minacciose. Il reato, se provato. Prova a cacciare i giudici, a eliminare lo stesso processo. Non ci riesce per l´opposizione di un´opinione pubblica vigile, per l´intervento della Corte Costituzionale che protegge le regole elementari dello Stato di diritto e il sacrosanto principio della legge uguale per tutti. Meno male, ma il respiro di sollievo non può riguardare Silvio Berlusconi. Per anni ha spaccato il Paese usando come cuneo il processo all´avvocato-barattiere che egli riteneva un "figlio di Maria". Ora qualcosa l´uomo di Arcore dovrà pur dire perché purtroppo qualcosa, questa sentenza, dice di lui. Nella sua credulità, Silvio Berlusconi ha procurato un danno a se stesso, e tant´è, ma nella cieca fiducia che ha avuto per un avvocato fraudolento egli ha arrecato danno alla politica, alle istituzioni. Forse è una buona idea che dica in pubblico che è stato preso in giro e se ne dispiace.

La politica cade sempre più in basso. C'è da preoccuparsi: la bassa politica, prima o poi partorisce mostri.

Ieri, in Senato, il governo Prodi se l'è cavata per un solo voto, contro un emendamento alla legge sul riordino giudiziario proposto da un componente della sua maggioranza (il caso Manzione). Pochi minuti dopo Panorama (proprietà Silvio Berlusconi) annunciava che Romano Prodi sarebbe iscritto sul registro degli indagati della Procura di Catanzaro, per arricchimento illegale sui finanziamenti dell'Unione europea a opera di persone vicine al presidente del consiglio. Il magistrato che dirige l'inchiesta, Luigi De Magistris è persona al di sopra di ogni sospetto, ma - a pensare male si fa peccato, ma talvolta si indovina - l'uso politico-mediatico di un'inchiesta giudiziaria è inquietante. Non è la prima volta che accade, ma accade sempre più spesso.

L'attacco a Prodi investe tutto il governo, il nascituro Partito democratico e anche il candidato leader Walter Veltroni. Il giudiziario avviso di reato è un avviso di guerra. Però tutto questo avviene nella disattenzione generale.

Siamo a un passaggio difficile (verso dove?) che mette a rischio tutta la sinistra (litigiosa e divisa) e mette a repentaglio la stessa democrazia: troppo disordine sollecita e alimenta una risposta di ordine. Ma tutto questo si sviluppa nella disattenzione generale. E' come se fossimo a teatro, nel quale gli attori rappresentano una tragedia, che di per sé dovrebbe essere avvincente e stimolante. Ma il teatro è vuoto e i pochi spettatori dormicchiano. Il sonno della ragione, diceva qualcuno.... E non aggiungo altro.

L'annuncio dell'iscrizione di Romano Prodi nel registro degli indagati insieme con un gruppetto di suoi collaboratori non è cosa da prendere sottogamba, soprattutto per il fatto che a Romano Prodi possiamo fare (e abbiamo fatto) mille critiche, ma tutte politiche. Il fatto che oggi emerga un'accusa di reato, di complicità in arricchimento illecito, ci dice che il clima è diventato pericoloso, tale da richiedere un'emergenza dell'attenzione democratica e non la scettica disattenzione di questi tempi.

INVIATO A CALCIO (BERGAMO)

La scritta spennellata di blu sul muro di via Aldo Moro è apparsa l’altra notte: «Fiducia e onore ai nostri e a tutti i carabinieri». Nemmeno fossimo a Nassiriya e non in questo paesino di cinquemila abitanti scarsi in provincia di Bergamo, ma più vicino a Brescia, dove sette carabinieri su otto sono finiti in galera o, comunque, nei guai per una storia balorda di pestaggi e razzie ai danni degli extracomunitari della zona. «Aspettiamo che la magistratura finisca l’inchiesta, non me la sento di dare giudizi...». E’ fin troppo cauto Pietro Quartini, fotografo con il negozio in piazza, sindaco di una lista civica più la Lega, preoccupato soprattutto per la sicurezza, 130 mila euro solo per venti telecamere lungo via Giovanni XXIII e poi si scopre che i «cattivi» avevano la divisa e nel dopolavoro facevano gli straordinari a modo loro.

I magistrati di Bergamo hanno contato almeno dieci raid, il primo a novembre di due anni fa, l’ultimo il mese scorso. Durante i controlli ai danni di albanesi, rumeni o nordafricani, sparivano cellulari e banconote, orologi e pure droga, 50 grammi di cocaina mai denunciati a verbale. «Ti giuro, li ho picchiati con cattiveria...», si vantava al telefonino intercettato il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant» per tutti gli altri carabinieri di Calcio, tutti quelli finiti nell’inchiesta che non sembra scuotere più di tanto questo paesino del Nord sprofondato tra i campi.

Con le inferriate alle finestre

In piazza San Vittore c’è la chiesa, il bar Extasis e il bar Pavone dove si fanno vedere tutti. All’ora dell’aperitivo non si parla di altro. «A mia madre sono entrati in casa tre volte. Adesso ha le inferriate alla finestra che sembra un carcere. A me hanno rubato la macchina. Vuole che mi preoccupi se i carabinieri davano fastidio a quelli là?», si sfoga uno con la camicia arancione e la bicicletta, professione imbianchino, ogni giorno su e giù verso Milano perché di lavoro qui ce n’è poco, qualche fabbrichetta poco più che artigianale, un paio di allevamenti, più maiali che vacche, dove gli extracomunitari lavorano come bergamini nelle stalle. «Questo è un paese tranquillo. I carabinieri collaboravano con i vigili urbani a mantenere l’ordine. Se poi hanno sbagliato, lo stabiliranno i magistrati...», ripete come in un ritornello il sindaco, preoccupato di non far apparire Calcio come il Bronx, doppiamente preoccupato dalla presenza degli immigrati. «Gli stranieri regolari sono cinquecento, con i clandestini sono il doppio. Più del 10 per cento degli abitanti».

«Prima o poi lo pettiniamo»

A sentire chi va all’oratorio del Sacro Cuore dietro la chiesa di San Vittore o a passeggio lungo via Giovanni XXIII, Calcio è un paese tranquillo. «Qualche furto in casa, soprattutto zingari. Un’auto rubata ogni tanto. Un po’ di droga, come ovunque...», quasi non si lamenta uno con la camicia blu seduto al bar Pavone, lungo la strada che porta verso Milano e il nulla dei campi. Una delle zone preferite da «Herr kommandant» e dai suoi carabinieri ai quali ogni tanto si aggiungevano un paio di vigili urbani di Cortenuova. Uno di loro, Andrea Merisio, ha già ammesso tutto. Difficile negare dopo che i magistrati gli hanno fatto sentire la telefonata intercettata in cui il maresciallo Deidda gli parla di un piccolo spacciatore: «Prima o poi lo pettiniamo, la mano di Dio lo colpirà». E lui che ride e non si capacita di come sia possibile che un marocchino - l’ultimo episodio accertato, lo scorso 8 giugno - si sia buttato da una finestra, ferendosi gravemente, per non farsi prendere: «Perché, anziché finire nelle nostre mani, preferiscono suicidarsi?».

Xenofobi in erba

«Va beh, cosa hanno fatto di male?», si chiedono in troppi in questo paese dove non c’è niente di niente e quando fa troppo caldo si va come in processione fino alle Acciaierie, un centro commerciale imponente come una cattedrale, centosettantacinque negozi, un ipermercato e l’aria condizionata che sembra di essere in montagna. E si va anche quando fa troppo freddo e la sera fa buio presto, avanti e indietro sotto ai neon e le luci artificiali di questo non luogo dove il tempo non passa mai. «Almeno lì non ci sono extracomunitari...», dicono in coro tre ragazzini a cavallo degli scooter nel campetto di via Onorato, dietro la parrocchia. «In paese ci sono bar dove trovi solo loro. Rapporti? Nessuno. A noi quelli lì danno fastidio, non lavorano e hanno la Mercedes o la X5», spiegano questi xenofobi in erba, venuti su a noia e televisione, televisione e noia. «Abbiamo sentito il telegiornale. Non sappiamo niente. In casa non si parla di queste cose».

Tra le «favelas»

Chissà di cosa si parla in queste palazzine tutte uguali, poche villette, il giardino è un lusso, tirate su con a fatica e lavoro. Chissà cosa si dice degli extracomunitari ammassati alla Stretta, in quel dedalo di casette con le paraboliche. Qualcuno le chiama «favelas», per i carabinieri del maresciallo Deidda erano il «terreno di caccia». Il luogo ideale per i safari contro gli stranieri, come lo stradone che da Calcio va alle Acciaierie dove si appostavano soprattutto il venerdì sera, niente divisa, una Panda nera con la targa falsa o un’auto dei vigili di Cortenuova con le insegne coperte. Così per due anni, prima che un carabiniere e poi un vigile raccontassero ai magistrati quello che forse sapevano tutti e di cui tutti adesso parlano. Tutti meno gli albanesi e i marocchini seduti davanti al caffè del bar a cinquanta metri dalla piazza della chiesa. «Noi non sappiamo nulla. Noi lavoriamo e basta». Non vuole dire di più, è un nordafricano visibilmente impaurito che ogni mattina si alza alle cinque per andare a lavorare come muratore a Milano. Silenzioso come i carabinieri che hanno mandato due giorni fa a rimpiazzare i loro colleghi finiti in manette. Preoccupato come gli abitanti di Calcio, Càls sul cartello all’inizio del paese dove si avvisa del «divieto di sosta o di campeggio per roulottes, caravan o case mobili» e che al bar insieme all’aperitivo mandano giù anche questa storia: «Se non è stata denunciata prima, vuol dire che i carabinieri colpivano nel giusto».

Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.

Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l’Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi. Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l’età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l’istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l’Inps. E il suo bilancio.

Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l’insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell’Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l’età pensionabile, e di abbassare l’entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.

Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d’aver capito lo possiamo riassumere così:

a) Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell’Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti dallo Stato per la cifra che s’è detto e per 1,9 miliardi da altre entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all’Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l’anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell’Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.

b) Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni. Anche qui, sulle prime, credevamo d’aver letto male. Il Fpld in senso stretto avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag. 219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5 miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l’Inpdai, l’ex Fondo dirigenti di azienda che quest’anno sarà in rosso per 2,8 miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro. Il bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3 miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l’entità, in base all’assunto che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.

Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere dei dubbi. Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile per il bilancio dello Stato. Però a noi risulta che il totale delle pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias) rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati consolidati, l’11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre 2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell’Inps incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono il Fondo Ferrovie e l’ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento (pag. 61).

A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po’ tanti elementi. Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001 e il 2005.

Riassumendo: delle due l’una. O noi inesperti dei bilanci Inps abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in trepida attesa delle Loro precisazioni. Oppure dobbiamo concludere che quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati Inps, come dire, con una certa disinvoltura. Su questo, naturalmente, non ci permettiamo di chiedere un parere all’Inps.

UNO CHE ha le gambe troppo lunghe, come il famoso Daddy Longlegs, ed è troppo alto, sta scomodo, e non di rado scomoda gli altri. Era senz’altro il caso di John Kenneth Galbraith, classe 1908, altezza 1,95, uno dei geni di quella che lui stesso aveva battezzato, in uno dei suoi tanti libri, l’età dell’incertezza; insomma, il nostro tempo, di cui è stato un testimone acutissimo.

Galbraith è morto l’altro ieri a Boston. Dall’essere così alto e con le gambe così lunghe derivava forse la sua tipica tendenza all’irrequietezza e alla provocazione. Non potendo passare inosservato, Galbraith fece di tutto perché ne valesse la pena. C’era forse anche, nella sua «diversità», la sua radice di doppio immigrato, di famiglia d’origine scozzese e di nascita canadese. Per tutta la vita non nascose la sua simpatia per gli immigrati. Anche da lì nasce quella che lui stesso chiamava «l’irrefrenabile tendenza a situarsi contro ogni élite compiaciuta di sé»: «mai allearsi con essa e mai perdere un’occasione legittima di contrariarla o, se possibile, di farla infuriare». Che cosa è l’establishment per Galbraith? Quello che era stato per uno cui per molti versi Galbraith assomigliava, un altro provocatore, un altro immigrato, un altro «contadino», Thornstein Veblen. Establishment: «i pomposi clichés dei quadri d’industria, la completa sicurezza di certi vaghi discorsi d’avventurismo militare, i più ammirati luoghi comuni di politica estera». E, naturalmente, l’ortodossia economica.

Questo complesso, questa sindrome conservatrice, Galbraith l’ha bollata con uno dei suoi ossimori più famosi: la saggezza convenzionale. Cercavo, ci raccontava, qualche cosa che rendesse «quel costante scambio di idee vuote e solenni che è così comune tra personaggi importanti e presuntuosi».

DEL RESTO, faceva parte della sua tecnica polemica l’uso di espressioni di irriguardosa deferenza. Quelle che mandano più in bestia la gente. Tra queste, per esempio, le parodie delle metafore melense della saggezza convenzionale: come quella, intramontabile, dell’azienda America (sorella maggiore della nostra azienda Italia), particolarmente cara al pensiero manageriale, perché intesa a instillare nei cervelli deboli l’equivalenza tra il business e la democrazia. Qualcuno aveva avuto l’idea di elaborarla in una specie di parabola agiografica: gli Stati Uniti come società per azioni, il Presidente come amministratore delegato, i cittadini come azionisti, il Congresso come consiglio di amministrazione, i Ministri come managers (solo gli operai restavano operai). Galbraith inviò l’articolo a Kennedy spiegandogli che il popolo americano aveva commesso l’errore imperdonabile di eleggere Presidente lui anziché suo padre, il grande affarista: forse non era troppo tardi per cambiare. Kennedy si divertì e girò la lettera all’autore della metafora, che non fu felice.

Questa sua aggressività, non è che non gli sia stata restituita. L’establishment, giustamente, lo ripagava della sua stessa moneta. L’epiteto più diffuso era quello di bastardo figlio di puttana. Una gran signora cui Galbraith fu presentato durante un ricevimento finse di non capire il suo nome, se lo fece ripetere, poi disse: «Deve essere imbarazzante per Lei andare in giro con quel nome. Somiglia a quello di quel gran figlio di puttana che lavora per Kennedy».

Come grande economista, titolo che merita appieno, ha ampiamente goduto dell’invidia dei suoi colleghi: per la sua notorietà i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, sono venduti a centinaia di migliaia di copie e per il suo successo politico e mondano. La supponenza dell’establishment si manifestò sotto forma di «addebito divulgativo»: come se lo scrivere bene e chiaro e per un vasto pubblico sia un oltraggio per la scienza e una minaccia per le istituzioni. Divulgatore, quindi, e soprattutto del pensiero keynesiano in America. Ruolo che certamente egli svolse; ma che era lontano dall’esaurire il suo contributo alla scienza economica. Quel contributo è caratteristico della «distruzione creatrice», per usare l’espressione di Joseph Schumpeter, un altro grande eccentrico che egli incontrò ad Harvard: distruzione di miti venerandi, creazione di idee nuove.

Il mito della concorrenza perfetta, per esempio: miriadi di piccole imprese brulicanti nel formicaio operoso del libero mercato, ove l’interesse individuale di ognuno concorre al miglior risultato di tutti. Galbraith vedeva, invece, di fronte a sé un mondo di divisioni corazzate, di tecnostrutture, di prezzi monopolistici, di mercati «cattivi», intenti a sconvolgere permanentemente il formicaio o a pacificarlo ripartendolo in sfere di influenza. La risposta liberal tradizionale a quella deformazione del gioco era costituita in America dalle epiche battaglie dell’Antitrust, dirette a ripristinare le regole del gioco attraverso il disarmo dei colossi. Secondo Galbraith quelle battaglie «liturgiche» erano combattute con spade di carta: «Erano l’estremo trionfo della speranza sull’esperienza». La risposta che egli ravvisò nel nuovo gioco era il «potere compensativo». Inutile tentare di frammentare i poteri esistenti. L’antidoto era costituito dai nuovi poteri che lo stesso processo di concentrazione industriale suscitava: i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le cooperative dei consumatori. L’idea fu considerata eversiva del capitalismo e della democrazia. Invece, come Galbraith stesso riconobbe, era soltanto fiacca. I gruppi più deboli non riusciranno mai a compensare i più forti. Occorre dunque un potere compensativo superiore.

Il mito della sovranità del consumatore. Quando i bisogni più naturali e urgenti sono soddisfatti, i consumatori perdono il controllo della loro domanda, che viene manipolata dai produttori, soprattutto attraverso la pubblicità. Avviene allora che la ricchezza crescente sia trattenuta artificialmente nella sfera di bisogni privati sempre più futili e mutevoli, mentre i grandi bisogni pubblici l’educazione, le infrastrutture, la salute, la bellezza vengono trascurati. Così, l’opulenza privata si installa nello squallore pubblico.

Il mito della Santa Produzione. Molto presto, previde Galbraith in tempi nei quali una politica dell’ambiente sarebbe sembrata uno scherzo di dubbio gusto, «la nostra economia comincerà a preoccuparsi, più che della quantità dei beni prodotti (segnalata dall’indice di aumento del prodotto nazionale lordo) della qualità della vita sul pianeta, minacciata da quell’aumento». Bisognava pensare «alla protezione dell’ambiente e ai servizi pubblici e sociali di cui c’era necessità sempre maggiore».

Come economista, Galbraith non era certo un «puro». Si contaminò con la politica e con l’amministrazione, ne fu coinvolto in pieno, da protagonista. Era nato propriamente come economista in erba, esperto in problemi dell’agricoltura, e la sua grande esperienza tecnica di concimi, allevamenti, rotazioni, ibridazioni, meccanizzazioni, gli conferì un’esperienza pratica di prima qualità, che mise a frutto non solo nell’insegnamento universitario, ma come esperto dell’amministrazione, nella difesa dell’agricoltura americana e del sistema dei prezzi amministrati.

Stabilitosi definitivamente negli Stati Uniti e passato attraverso cinque Università Guelph, Princeton, Berkeley, Harvard, Cambridge non si lasciò mai catturare definitivamente dall’insegnamento. Roosevelt fu il suo primo amore e il partito democratico un matrimonio mai dissolto. Fu nell’amministrazione del New Deal che, ancora giovane, attinse rapidamente un vertice di potere mai toccato dopo di allora. Durante la seconda guerra mondiale si trattava di scongiurare il rischio economico più grave, quello dell’inflazione. Galbraith, che si era distinto nell’Università come specialista dei prezzi agricoli, fu posto accanto all’Albert Speer del New Deal, Leon Henderson, alla testa della nuova Amministrazione dei Prezzi. Per qualche anno fu lo zar dei prezzi americani, una specie di Colbert d’oltre Atlantico, una posizione peculiare nella Repubblica stellata. Nel paese del mercato libero, il mercato libero fu di fatto sospeso. Ma lo sforzo non poteva essere prolungato a lungo. Il capitalismo compresso, gli agricoltori, gli industriali, i commercianti, mordevano il freno. Sui giornali si moltiplicavano i titoli: Galbraith deve andarsene.

Se c’è mai stato un animale politico, uno che la politica l’aveva nel sangue, che la viveva appassionatamente, ma senza mai praticarla professionalmente è stato Galbraith. La passione della politica gli era connaturata. «Era naturale fin dalla nascita, che da noi, nell’Ontario, si nascesse conservatori o liberal, di destra o di sinistra». Lui era nato di sinistra: con una carica di aggressività di derivazione paterna. Suo padre lo portava nei comizi quando aveva dieci anni. Saliva sul deposito di letame di qualche fattoria e si scusava di parlare «dalla piattaforma dei conservatori». Galbraith partecipò alle campagne elettorali di cinque candidati alla Presidenza. Solo due furono eletti, ma che Presidenti! Roosevelt e Kennedy! Si immerse nella vita del Partito Democratico come militante, come raccoglitore di fondi, come propagandista, come ghostwriter. Nelle gallerie dei grandi economisti, è il solo che si sia «contaminato» in modo così impegnato; e così moralmente cristallino. Commitment. Impegno. Era una delle sue parole preferite. A quell’impegno civile non sacrificava la ricchezza della sua vita privata, l’amore per la sua Kitty e per i figli, la loro prodigiosa smania di viaggi per tutto il mondo, il gusto di raccontare in una prosa brillante e incisiva, lo «sfizio» di misurarsi con l’arte, come grande esperto di pittura indiana, e con la letteratura (un romanzo, una commedia). Fece anche in modo impeccabile l’ambasciatore, in India, svolgendo compiti delicatissimi in momenti decisivi e di emergenza (come la breve guerra di frontiera dell’Himalaya). Si batté senza risparmio e senza paura contro la «folle stupidità» del Vietnam.

Commitment: è anche e soprattutto, per Galbraith, l’impegno alla causa del pubblico interesse. Questo, in tutta la sua vita e la sua opera, è il massimo principio deontologico della politica democratica: la superiorità dell’interesse pubblico sugli interessi particolari. Quello non può essere lasciato al libero «gioco» di questi, ma deve essere affidato a una leadership illuminata. Il leader democratico deve cercare il consenso non abbassandosi agli umori istintuali della massa, ma suscitando in quella il bisogno di ideali. Il leader democratico non è amato perché è uno di noi, ma perché è uno migliore di noi. Non perché ci si può rispecchiare, ma perché lo si può rispettare. In ciò sta la natura aristocratica della democrazia.

Volta per volta l’interesse pubblico si identifica in una causa preminente. Nel secolo di Galbraith tre cause hanno meritato questo titolo: la lotta alla disoccupazione, e poi quella al fascismo e infine la prevenzione dell’olocausto nucleare. In tutte e tre Galbraith ha svolto una sua parte di primo piano. La battaglia su questi fronti è stata frenata, fuorviata, intralciata dalla minaccia comunista. Minaccia reale e concreta, ma spesso utilizzata dall’establishment politico a copertura di interessi che non avevano niente a che fare con la libertà.

Oggi quella minaccia è scomparsa. La difesa di quegli interessi non ha più alibi, è diventata esplicita e insolente ideologia della ricchezza e del successo privato. La portata della minaccia si è ridotta. Ma l’orizzonte degli ideali si è ristretto. Si sente la mancanza, e il bisogno, di qualcuno con le gambe un po’ più lunghe.

Nota: su eddyburg_Mall un breve testo di J.K. Galbraith del 1967 che tratta il tema Economia e Felicità

Sono passati 20 anni da quella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987, quando Federico Caffè uscì silenziosamente dalla sua casa e si dissolse nel nulla.

L'avevo conosciuto, anni prima, a Roma, in casa di Edoardo Volterra, insieme a Riccardo Lombardi, al quale era legato da una profonda comunanza di idee e di valori.

Ho pensato spesso quale potesse essere il legame fra uomini così diversi per interessi culturali e storia personale, e sono giunto alla conclusione che questo legame era soprattutto il rigore civile e morale verso se stessi e verso gli altri.

Quando Lombardi morì, nel 1984, Caffè scrisse di lui: "...era un indispensabile punto di riferimento al quale si era portati a rivolgersi nel succedersi delle illusioni e delle delusioni, che hanno contraddistinto la vita del nostro Paese".

In queste due parole io sento la stessa malinconia che aveva contraddistinto l'ultima parte della vita di Riccardo Lombardi, quella "solitudine del riformista" che fece scrivere amaramente a Caffè "l'odierna voga del ritorno al mercato costituisce, in definitiva, una pavida fuga dalle responsabilità".

Ma questa malinconia non deve essere scambiata né in Federico Caffè né in Riccardo Lombardi, in rinuncia, perché " la fiducia che le idee finiscono per prevalere sugli interessi costituiti non può essere abbandonata da chi ne abbia fatto il fondamento della propria visione della vita".

E' questo il messaggio più bello che ci ha lasciato Federico Caffè.

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Vent'anni dopo, la lettura dei suoi scritti induce ad alcune domande. Chi era in realtà Federico Caffè? Un liberale? Se si riflette sul pensiero liberale nella concezione dei suoi due massimi esponenti italiani, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, si sarebbe portati a rispondere positivamente a questa domanda.

Benedetto Croce nella "Storia d'Europa nel secolo decimonono", così definiva gli utopisti: "Utopisti furono quelli che si dettero a credere che la questione sociale o ‘la questione della Storia' sarebbe stata bella e risoluta con l'innalzare gli espedienti economici liberistici a principi assoluti, a legge della umana convivenza, ripromettendosi da ciò la pacificazione di tutti i contrasti, l'appianamento di tutte le difficoltà, la felicità umana; il che non si poteva pensare se non ponendo, in ultima analisi, la legge della storia al di là della storia".

Luigi Einaudi nelle sue "Lezioni di politica sociale" così definisce il mercato: "il meccanismo del mercato è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni".

Si può considerare Caffè un liberale progressita? Si, se si pensa a Franklin Delano Roosevelt, che nel 1933 inviò al Congresso degli Stati Uniti un messaggio per accompagnare due disegni di legge che assunsero una importanza storica: il Public Utilities Company Act (che era la base istituzionale per la lotta contro i gruppi elettrico-finanziari) e la creazione della Tennesse Valley Authority.

"Contro le concentrazioni di ricchezza e di potere economico che le holding hanno creato nel campo dei servizi pubblici", scriveva il Presidente Roosevelt, "una regolamentazione ha poche possibilità di successo".

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Ma Federico Caffè scrisse, per un lungo periodo, solo su un quotidiano comunista, il Manifesto. Perché lo fece? Per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio, io credo. Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro cioè quella dottrina del "laissez faire" che affida alla cosiddetta "mano invisibile" il governo del mondo.

Ma la sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario. E' memorabile la sua definizione della borsa, che egli considera "un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi".

Ma egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato, alla cui funzione credette fermamente. E' noto, a questo proposito, il suo legame con la Banca d'Italia.

Ho ritrovato recentemente un significativo ricordo di Carlo Azeglio Ciampi:

"Negli anni settanta tutto il volume della Relazione Annuale veniva letto e discusso ad alta voce due volte. La prima volta il dattiloscritto veniva letto pagina per pagina in aprile. La seconda volta veniva letto in bozze da un gruppo fisso che comprendeva Carli, Baffi e uno dei due vice-direttori generali, il Capo Servizio Studi e di volta in volta i capi degli uffici interessati. Oltre a costoro, era sempre presente, seduto in silenzio, Federico Caffè. I suoi interventi erano i più misurati. Caffè era della idea che le osservazioni più gravi si dovevano fare sempre e soltanto a quattrocchi, mai in pubblico. La presenza di Caffè era utilissima, perché spesso gli animi si scaldavano, e quando c'erano contrasti o critiche, contraddizioni molto forti, mentre noi discutevamo, Caffè con la sua matitina vergava sul margine delle bozze la soluzione che accontentava tutti. Era un forte elemento di moderazione, anche linguistica, proprio lui che veniva considerato "di sinistra".

Allora chi era Federico Caffè?

Egli si definisce un riformista, e anche da questa definizione nasce la gratitudine che gli dobbiamo, perché la parola riformista si presta oggi a pericolosi equivoci.

Non è quindi inutile ripetere quella definizione che è diventata ormai famosa: "il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell'ambito di un sistema di cui non intende essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema".

Per Caffè, d'altra parte, utopia non era affatto una brutta parola:"per uno scienziato quel che gli altri definiscono utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare le resistenze del presente".

Queste parole sono più che mai attuali, in un momento nel quale noi, uomini e donne della Sinistra, abbiamo idee diverse e confuse, perché ci aiutano a riflettere su noi stessi, per ritrovare, speriamo, dall'insegnamento di questi Maestri, la "diritta via", che abbiamo smarrito.

Su Federico Caffè leggi anche, su questo sito, l'articolo di Francesco Morello su . Se non sai chi era Federico Caffè guarda qui su wikipedia

Galbraith è un economista che ha attraversato il ventesimo secolo. Nato in Canada nel 1908, si laurea in economia agraria all’Università di Toronto nel 1931, consegue il master (1933) e il ph.d (1934) nell’Università della California. Diventa cittadino americano nel 1937. Dal 1948, e fino al 1975, sarà un docente di Harvard. Militante appassionato del partito democratico, lavora alternando l’accademia alle responsabilità nella pubblica amministrazione con Roosevelt, Truman, Kennedy e Lyndon Johnson. Durante la seconda guerra mondiale dirige l’ufficio che controlla i prezzi industriali. Ripensando a quegli anni scriverà nei suoi libri che è facile controllare i mercati in cui agiscono pochi grandi attori, come venditori e compratori, ma è impossibile farlo quando i partecipanti agli scambi sono migliaia. Svolge anche altri incarichi legati al clima di mobilitazione imposto dalla guerra mondiale, e riceve dal governo americano la «medaglia della libertà», un’alta onorificenza. Testimonianza significativa di come la sua radicalità riformista non gli impediva di mettere le proprie capacità al servizio della nazione e di essere dalla nazione stessa ricompensato.

Dopo un lungo lavoro politico nel partito democratico durante la leadership di John Kennedy, viene nominato ambasciatore degli Stati Uniti in India. Agli inizi del ventunesimo secolo circola sulla stampa americana la sua candidatura al premio Nobel, perché «è il più famoso economista vivente del mondo che non lo ha ricevuto» ma anche la constatazione che non potrà riceverlo perché molti ritengono il suo lavoro troppo legato a fatti contingenti, troppo politico e non abbastanza accademico.

In effetti la fama di Galbraith nel mondo è pienamente meritata. Ma egli ha subito lo strano destino di chi scrive troppo presto le cose più importanti della propria produzione intellettuale. La descrizione della affluent society, la società dei consumi opulenti, nel 1958 e la critica del potere impropriamente esercitato dalle tecnocrazie industriali nella vita pubblica - The new industrial state nel 1967 - rappresentano due pilastri importanti per un nuovo paradigma nel mondo dell’economia politica. Oltre dieci anni dopo, nell’Europa degli anni settanta, percorsa da movimenti di massa ostili alla dimensione fordista e alienante della grande industria, le idee di questo americano liberale diventano un linguaggio capace di restituire alle scienze sociali la forza della critica rispetto all'ordinamento sociale.

Non deve stupire che questi due libri di Galbraith vengano valorizzati anche nel nostro paese dagli ambienti culturali che erano alla ricerca di un radicale superamento del marxismo di stampo tradizionalmente europeo. Claudio Napoleoni e Franco Rodano lavorano sulla centralità dei consumi opulenti per offrire, dalle pagine della Rivista Trimestrale, una politica economica capace di cambiare i processi di riproduzione sociale a partire dalla forma dei consumi e non dai rapporti di forza nei luoghi di produzione. Edoardo Salzano scrive su quelle pagine una serie di articoli intriganti sul legame involutivo che si stabilisce tra la dinamica dei consumi opulenti e le forme dell’espansione urbana. Ne nasce un libro della Laterza, Urbanistica e Società Opulenta, che verrà, purtroppo e spesso, frainteso come una sorta di elogio del pauperismo. La dimensione dell’alienazione dell’individuo, in una economia che smarrisce i valori collettivi, viene proposta come la radice della critica sociale.

La riduzione della complessità necessaria per lo sviluppo della persona umana, del resto, è una costante della stagione culturale alla quale appartengono le due opere principali di Galbraith: ricordate l’uomo di Marcuse, ridotto ad una sola dimensione? Scrive Galbraith nel Nuovo Stato Industriale: «La conformità dell’identificazione degli individui e delle organizzazioni con i fini sociali è possibile grazie alla presenza, quale forza motivante, dell’adattamento, che corre come un filo parallelo dall’individuo ai valori della società passando attraverso l’organizzazione... (grazie a) questo processo di adattamento acquista valore sociale ciò che è utile agli obiettivi dei componenti la tecnostruttura». Alla fine degli anni ottanta la Nuova Italia pubblica un volume di Ricciotti Antinolfi, economista dell’Università di Napoli, che offre la ricostruzione dell’impatto delle analisi di Galbraith sulla politica e la cultura del nostro paese.

In un pamphlet del 1990 - A short history of financial euphoria: financial genius is before the fall, tradotto in italiano da Rizzoli - si ritrova, invece, la grande paura della crisi finanziaria che, dal 1929, attraversa gli Stati Uniti, da Galbraith a Bernanke, passando per Greenspan: «Una normativa che bandisca la credulità finanziaria o l’euforia di massa non è in pratica possibile... il risultato sarebbe un sistema di leggi imponente, forse oppressivo e certamente inefficace. Quando avverrà il nuovo grande episodio speculativo ed in quale campo?.. non c’è risposta a queste domande; nessuno lo sa e chiunque pretenda di darla (la risposta) non sa di non sapere. Ma una cosa è certa, ci sarà un altro di questi episodi ed altri ancora... Gli sciocchi, presto o tardi, vengono separati dal loro denaro». Forse, nel giorno in cui Galbraith ci lascia, sarebbe utile ricordare ai giovani che la sua straordinaria capacità di navigare tra la politica, la pubblica amministrazione e l’accademia gli ha impedito di ricevere un Nobel ma ha offerto una enorme energia intellettuale al suo paese. Grazie alla sua militanza appassionata in un partito. Non sarebbe facile ripetere questa performance nell'Italia di oggi e nel suo sistema politico.

«Se si eccettua il pericolo di una guerra nucleare, la questione dell'ambiente è la minaccia più grave per il mondo». Il solito ambientalista rompiscatole, catastrofista e anche un po' menagramo? No. John Kenneth Galbraith. Sono parole che affidò al mio microfono nella sua bella casa di Boston il 31 gennaio 1991. Tema dell'intervista: la posizione della scienza economica di fronte alla crisi ecologica planetaria. Tema su cui intendevo fare un libro, e che andavo proponendo a un buon numero di economisti di grande prestigio (ben sei Nobel tra gli altri) spesso ricevendone reazioni quanto mai stupite: «Ambiente? Ma io sono un economista», fu ad esempio la prima risposta di Milton Friedman. Lui no. Mi fissò immediatamente una data. E subito, dal primo scambio di battute, fu evidente che, a differenza dei suoi colleghi, riteneva la materia tutt'altro che estranea agli interessi specifici della sua disciplina, e che già aveva considerato l'incompatibilità del modello economico attivo in tutto il mondo con la salvaguardia degli equilibri naturali.

In anni in cui, eccettuati i padri della bioeconomia (Georgescou-Roegen, Boulding, Daly, e pochissimi altri) tutti gli economisti opponevano il più reciso rifiuto anche ad accettare la discussione sulla crescita, lui già con piena consapevolezza parlava degli «effetti negativi della crescita sull'ambiente», e della necessità anzi del dovere dell'Occidente di rivedere il proprio stile di vita e di ridurre drasticamente i livelli di consumo. Aggiungendo - da sperimentato conoscitore del Sud del mondo, e sdegnato testimone del suo sfruttamento - che sarebbe indecente pretendere dai poveri un'attenzione all'ambiente che noi stessi non abbiamo. «Tocca a noi», ripeteva convinto, e - da severo antesignano della critica al consumismo - notava che dopotutto anche noi ne avremmo tratto vantaggio.

Per concludere con una affermazione che al momento chiosò come «fuori tema»: «Il capitalismo è una macchina inbattibile nel produrre ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente». Io osservai che non mi pareva un discorso tanto fuori tema. Rispose con un gesto, come a dire: lasciamo perdere.

Sul problema, a differenza della grande maggioranza degli economisti, aveva riflettuto seriamente, e ne vedeva tutta la complessità: ciò che - diceva - avrebbe richiesto da parte di ciascun paese un'impegnata analisi della propria situazione ecologica, non solo per un adeguato trattamento dei rifiuti, quelli nucleari in orimis, un severo sistema di tassazione di ogni tipo di inquinamento, decisi interventi fino alla proibizione delle industrie più inquinanti, e così via. Soprattutto si rendeva conto di qualcosa di cui ancora oggi anche gli ambientalisti più qualificati raramente sembrano avvertiti. Non bastano i provvedimenti dei singoli paesi, diceva: «Ciò che manca finora, e che la situazione urgentemente richiede, è una politica globale». E citava il buco nell'ozono, le piogge acide, l'effetto serra, fenomeni che riguardano l'intero pianeta, che si manifestano sovente agli antipodi del luogo in cui se ne producono le cause, che esigono pertanto una strategia sovranazionale, che solo «un'autorità globale» può affrontare in modo adeguato. E parlò perfino (cosa allora presa in esame solo da pochi specialisti) dell'assurda contabilizzazione del Pil: «Computare in positivo il valore dell'acciaio prodotto e non il valore negativo degli scarichi inquinanti provenienti dall'acciaieria, è un modo ingannevole di fare i conti». E aggiunse, quasi commovendomi: «Inoltre il Pil omette molte cose importanti: ad esempio l'enorme contributo che proviene dal lavoro delle donne».

Continuò a parlare a lungo, senza più bisogno di sollecitazioni, quasi riflettendo ad alta voce, mentre nel pomeriggio invernale scendeva il buio sui boschi che circondavano la casa. Era chiaro che la sua attenzione al problema era dovuta anche a una sorta di aristocratica sofferenza di fronte al deterioramento estetico dell'ambiente, a «quel particolare tipo di polluzione che non lede la salute, ma offende chiunque abbia sensibilità alla bellezza del paesaggio, che deriva dall'uso incontrollato del territorio, dalla manomissione delle campagne», senza dire dei monumenti antichi «oggi gravemente a rischio». L'Italia per esempio, disse: «Era molto più bella quando la visitai le prime volte, tanti anni fa». Nel coro elogiativo che ha commentato qualche giorno fa la sua morte nessuno ha notato la sua attenzione alla crisi ecologica. Ma la cosa non stupisce.

Chi lo ha conosciuto ricorda la sua capacità di colloquiare e tenendo sempre testa all'interlocutore. Sorridente e benevolo, largamente prodigo di parole cortesi, ma non alieno da frasi mordenti e (ahimè per l'interlocutore) sempre infallibilmente centrate.

Galbraith ebbe una formazione teorica solida. Nato in Canada, fece i suoi studi all'Università di California. Successivamente fu accolto come professore di Economia delle università più prestigiose: dapprima Princeton e infine Harvard. Durante la seconda guerra mondiale, Galbraith prestò la sua opera come consulente governativo ed ebbe la responsabilità del controllo dei prezzi e del contenimento dell'inflazione.

All'università di Harvard, Galbraith teneva un seminario settimanale, nel quale, dalle due alle quattro del pomeriggio, si accalcavano gli studenti più avanzati. Era un privilegio farne parte; ma anche un rischio, perché non di rado il professore, interrompendo improvvisamente il suo dire, si rivolgeva al primo che gli capitava a tiro e gli poneva un quesito fulminante. Se il malcapitato non rispondeva prontamente, la stessa domanda veniva girata a un altro, e così via fino a che non si trovava qualcuno che, avendo avuto qualche istante per riflettere, riusciva a trovare una risposta soddisfacente.

I contributi che hanno assicurato a Galbraith la maggiore popolarità non sono nel campo della teoria pura. Tre titoli segnano le tappe della sua attività di pubblicista: Il capitalismo americano, il grande crollo. dove viene analizzata la crisi del 1929 che mise in ginocchio l'economia degli Stati uniti), e La società opulenta. Quest'ultima opera, rimasta la più celebre e quella che gode della maggiore diffusione, contiene una critica instancabile del capitalismo moderno. L'economia nella quale viviamo, osserva Galbraith, ci ha assicurato un benessere materiale crescente e diffuso. Il governo delle grandi imprese assetate di profitto, produce senza tregua nuovi beni materiali (automobili, frigoriferi, lavatrici, e via dicendo), dei quali, grazie alla pubblicità, siamo indotti a sentire un bisogno insaziabile. Chi riflette sulla miseria dei secoli passati, non può che considerare questa evoluzione come un indiscutibile progresso. Ma la disponibilità di beni materiali non è tutto; una società che voglia dirsi davvero avanzata deve porsi mete, forse meno tangibili, ma certamente più ambiziose, a cominciare dalla diffusione della cultura; e qui le lacune sono ancora vistose.

Galbraith formulò questo messaggio rivolto ai suoi concittadini statunitensi alla fine degli anni cinquanta. Messa a confronto con le idee dominanti nella cultura americana del tempo, la sua posizione risultò innovativa e per alcuni osservatori addirittura rivoluzionaria. Negli Stati uniti, la stragrande maggioranza della popolazione riceve una formazione di base estremamente limitata, mentre gli studi più avanzati sono riservati a una minoranza destinata a formare una ristretta classe intellettuale di élite. Questo assetto viene generalmente considerato soddisfacente e adeguato a una società moderna, dedita alla produzione di beni materiali. Il messaggio di Galbraith invertiva le priorità: anzitutto diffusione della cultura e successivamente preoccupazione per la ricchezza materiale. Si trattava di un richiamo a finalità non soltanto più nobili, ma anche pienamente accessibili per una società che, come quella americana, aveva largamente vinto la battaglia contro la miseria. In che misura il suo messaggio sia stato compreso e accettato dai suoi concittadini resta ancora cosa discutibile.

Galbraith era dotato di una penna felice e i suoi scritti sono sempre avvincenti. Questa dote gli permise di spaziare su temi assai vari. Nel 1958, egli compì un viaggio nei paesi d'oltre cortina, dov'era stato invitato a tenere un ciclo di conferenze: era la prima volta che il compito di parlare del capitalismo americano veniva affidato ad un economista estraneo alla scuola sovietica. Nel suo itinerario, Galbraith non toccò la Russia, ma visitò a fondo Polonia e Jugoslavia. Ne risultò un gustoso volumetto di impressioni di viaggio: a partire dall'arrivo a Varsavia, quando il malcapitato Galbraith fu costretto a una lunga serie di brindisi per ognuno dei quali era d'obbligo ingoiare il bicchierino di vodka tutto d'un sorso, fino al commiato finale, quando ebbe la soddisfazione di sentirsi dire in pubblico che le sue lezioni erano state profondamente istruttive, perché il quadro del capitalismo americano che egli aveva tracciato era ben diverso da quello che veniva abitualmente descritto nelle università e nei dibattiti scientifici.

Galbraith lascia il ricordo di un uomo che seppe essere uno studioso accurato e capace di coniugare aspetti diversi della teoria economica pura, ma al tempo stesso un osservatore acuto della realtà e un profondo conoscitore dei fatti. Chi ripercorrerà i suoi scritti troverà non soltanto una larga messe di idee originali ma anche un prezioso insegnamento di metodo: che è quello di perseguire insieme rigore logico e realtà storica.

Titolo originale: Liberty, Happiness... and the Economy – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini

Tra la fine del secolo scorso e primi decenni di questo, nessun soggetto è stato tanto discusso quanto il futuro del capitalismo. Economisti, uomini di competenze non precisate, filosofi della politica, ecclesiastici acculturati, anche George Bernard Shaw, tutti hanno dato il contributo della propria personale rivelazione. Tutti concordavano sul fatto che il sistema economico era in uno stato di sviluppo, e che nel tempo si sarebbe trasformato in qualcosa di sperabilmente migliore, certamente differente ...

Il prossimo passo sarà un riconoscimento generale delle convergenze dei due moderni sistemi industriali, anche se essi sono etichettati in modo diverso, come socialismo o capitalismo. E dobbiamo anche presumere che questa sia una buona cosa. Col tempo, risolverà il problema dell’inevitabile conflitto sulla base di differenze inconciliabili ...

Le due domande che sorgono più di frequente su un sistema economico sono se serva i bisogni materiali dell’uomo, e se si concilia con la sua libertà e felicità generali. Ci sono pochi dubbi, sulla capacità del moderno sistema industriale di fornire l’uomo di beni ...

La prospettiva della libertà è di gran lunga più interessante. Si è sempre immaginato, soprattutto da parte dei conservatori, che collegare tutta, o in gran parte, l’attività economica allo stato, significhi mettere in pericolo la libertà ...

Ma il problema non è la libertà dell’uomo d’affari. Si può considerare regola generale il fatto che chi parla di più della libertà usa meno quella che ha. L’uomo d’affari che la considera di più è un disciplinato uomo d’apparato. Il generale in pensione che ora tiene conferenze sulla minaccia dell’irregimentazione comunista era invariabilmente una pedina che subordinava la propria esistenza ai regolamenti militari. Il Segretario di Stato che parla con più sentimento del mondo libero è quello che più ammira il conformismo del proprio pensiero.

Il pericolo maggiore è la subordinazione del pensiero alle necessità del moderno sistema industriale. Come ci convince dei prodotti che compriamo, o come ci persuade sulle politiche necessarie alla sua evoluzione, nello stesso modo ci adatta ai suoi valori e obiettivi. Questi consistono nel fatto che la tecnologia va sempre bene, che la crescita economica è sempre buona, che le imprese devono sempre espandersi, che il consumo di beni è la principale fonte di felicità, che la pigrizia è perversa, che niente deve interferire alla priorità che accordiamo alla tecnica, alla crescita, all’incremento dei consumi.

Se continuiamo a credere che gli scopi del moderno sistema industriale e le politiche pubbliche che lo servono vanno di pari passo con la nostra vita in tutti i suoi aspetti, allora le nostre esistenze saranno al servizio di questi obiettivi. Ciò che è coerente a questi fini l’avremo o ci sarà consentito; tutto il resto sarà proibito. I nostri desideri saranno gestiti secondo i bisogni del sistema industriale; lo stato nelle sue politiche civili e militari sarà pesantemente influenzato dai bisogni dell’industria; l’istruzione verrà adattata a bisogni simili; il tipo di disciplina richiesto dal sistema industriale sarà la morale corrente della comunità. Tutti gli altri scopi saranno presentati come un lusso, o poco importanti, o antisociali. Saremo tutti mentalmente servi del sistema industriale. Potrà anche essere la servitù benevola di chi cura la casa e a cui viene insegnato ad amare il padrone e la padrona, a credere che i loro interessi siano anche i suoi. Ma non si tratta esattamente di libertà.

D’altra parte, se il sistema industriale è visto solo come una porzione, e facendoci noi sempre più ricchi una porzione che diminuisce, della nostra vita, c’è molto meno da preoccuparsi. Saranno gli obiettivi estetici ad avere il posto d’onore; chi li perseguirà non sarà soggetto agli scopi del sistema industriale; lo stesso sistema industriale sarà subordinato ai fini più alti della vita. La preparazione intellettuale sarà fine a sé stessa, e non mero servizio al sistema industriale. Gli uomini non saranno più intrappolati nella convinzione che oltre la produzione di beni e reddito attraverso metodi sempre più avanzati non c’è altro, nella vita …

C’è il bisogno di subordinare l’economia ai fini dell’estetica per sacrificare l’efficienza, inclusa quella dell’organizzazione, alla bellezza. Né si devono dire sciocchezze sulla bellezza che, nel lungo termine, paga. Non deve pagare ... É attraverso lo stato che la società deve affermare la superiorità dei fini dell’estetica su quelli dell’economia, e in particolare dell’ambiente sui costi. É allo stato che dobbiamo guardare per la libertà di scelta individuale su come impegnarci; per un equilibrio fra la formazione umanistica e l’addestramento tecnico che serve principalmente il sistema industriale; e deve essere lo stato ad eliminare l’immagine di una politica internazionale che sostiene la tecnologia al prezzo di pericoli inaccettabili. Se lo stato deve servire questi fini, il modo scientifico e dell’istruzione, e la più ampia comunità intellettuale, devono essere consapevoli del proprio potere, dell’occasione che si presenta, e usarlo. Non c’è nessun altro.

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Caro direttore, in alcuni capitoli del suo recente e stimolante saggio, L'altra metà della storia, nell'analizzare le vicende relative allo sviluppo urbanistico di Napoli, lei fa più volte riferimento al famoso film di Francesco Rosi «Le mani sulla città», osservando che esso contiene un tendenzioso atto di accusa al laurismo, perché ingigantisce le responsabilità del sindaco, degli amministratori locali monarchici e del gruppo dirigente laurino, mentre esalta, nel contempo, l'azione dell'opposizione comunista e attenua le pur esistenti corresponsabilità, in operazioni speculative, dei governi democristiani dell'epoca.

Non mi convince la tesi che «Le mani sulla città» possa essere ritenuto un film comunista e contemporaneamente reticente nell'indicare i misfatti democristiani, e anche se la critica cinematografica — compresa quella di sinistra — lo giudicò espressione del «realismo socialista» proprio della cultura togliattiana, esso non lo fu affatto. «Le mani sulla città», uscito nella sale nell'autunno del 1963, fu girato quando il sistema laurino di potere era ormai al tramonto, quando gran parte dell'elettorato monarchico andava disperdendosi per dirigersi verso altri lidi; e militanti di base, segretari di sezione, consiglieri comunali e amministratori, che erano stati al fianco del Comandante per tutto un decennio, avevano già preso le distanze dal loro leader, abbandonandolo e aderendo ad altre formazioni politiche (principalmente la Democrazia cristiana, ma anche qualche partito della sinistra moderata). Per queste ragioni, il film di Rosi guardava al laurismo come a un fenomeno che andava esaurendosi, ma i cui metodi e sistemi di potere potevano invece sopravvivere ed essere utilizzati, forse con maggiore abilità e spregiudicatezza, dai nuovi gruppi dirigenti che andavano a occupare il posto di quelli usciti di scena.

Nel film di Rosi, le forze politiche in lotta, nel consiglio comunale e in città, sono tre: la destra monarchica di Maglione, magistralmente interpretato da Guido Alberti, che è il vero capo della maggioranza, sicuramente più dello scialbo sindaco (che, a dire il vero poco ricorda la figura di Lauro); all'opposizione, il centro di De Angelis (interpretato da Salvo Randone), e la sinistra del consigliere De Vita (Carlo Fermariello). La giunta comunale intende realizzare progetti urbanistici che, a quanto pare, stanno a cuore anche al governo centrale, De Vita li contrasta energicamente, ne svela i torbidi meccanismi, cerca e trova qualche alleato nell'opposizione moderata di centro. Il consigliere della destra Nottola (Rod Steiger), costruttore cinico e arrogante, vuole realizzare l'urbanizzazione di aree della città calpestando leggi e regolamenti, e, per raggiungere i suoi scopi, intende farsi nominare assessore nella giunta che nascerà dopo le elezioni. Ma il partito della destra, che teme una perdita di consensi nella competizione, gli rifiuta la candidatura, ritenendolo, dopo un gravissimo crollo avvenuto nei suoi cantieri, troppo esposto e dannoso all'immagine del partito. Nottola, forte di un grande consenso elettorale, rompe con la destra, e si candida, insieme con altri consiglieri uscenti, nelle liste del centro, e da questa parte politica ottiene l'assessorato al quale tanto ambisce per poter seguire personalmente i programmi urbanistici.

Rosi, La Capria e Forcella scrissero la sceneggiatura e il soggetto del film nei mesi che prepararono la faticosa nascita del primo governo di centrosinistra, formula politica alla quale il regista e gli sceneggiatori di «Le mani sulla città» guardavano con grande simpatia e fiducia. Erano dei riformisti convinti, perché ritenevano l'accordo tra cattolici e socialisti l'unica via percorribile per garantire insieme sviluppo economico, equilibrio sociale, progresso culturale e civile, espansione della democrazia; riponevano maggiori speranze in Moro e la Base, in La Malfa e in Nenni che in Togliatti e in Basso. Ma temevano anche che l'incontro tra democristiani e socialisti (che fu una sfida al Pci), potesse perdere la sua carica rinnovatrice per assumere il profilo di un'operazione trasformistica e sostanzialmente moderata. Si avverte, quindi, in «Le mani sulla città», questa loro preoccupazione, che appare prevalere sulla condanna del laurismo.

A tal proposito risulta illuminante il personaggio del consigliere del centro Balsamo, che, tenace avversario dei metodi di Nottola, quando apprende che lo spregiudicato costruttore sarà candidato nella sua stessa lista, minaccia di ritirare la propria candidatura; mentre il nuovo sindaco, l'astuto De Angelis, riesce, con sapienza tutta dorotea, a garantire nuovi equilibri e accordi politici con la destra, ammorbidisce le posizioni dei suoi amici di partito moralmente più intransigenti, si adopera per stemperare i contrasti, assume la regia delle operazioni speculative. Quindi, possiamo dire che il vero personaggio «diabolico» nel film di Rosi, è il nuovo sindaco, non il vecchio. E infine, anche la figura di Nottola è meno negativa di quel che può apparire: gli sceneggiatori, infatti, disegnano un profilo del costruttore dal quale emergono sicuramente la rapacità sociale e la spregiudicatezza, ma anche il dinamismo, l'intuito, l'intelligenza, la prontezza a comprendere i processi sociali. Forse, se inserito in un diverso contesto ambientale, sembrano dire Rosi e La Capria, Nottola avrebbe rispettato leggi e regolamenti, e si sarebbe comportato in maniera corretta. Ripeto, a mio modesto avviso, «Le mani sulla città» è un film di forte denuncia sociale e di impegno civile, ricorda più certo cinema americano d'inchiesta che non il realismo sovietico, non un è film, insomma, ideologico e tanto meno somiglia a un'opera cinematografica dell'epoca staliniana.

Antonio Frattasi

Circolo culturale Umberto Terracini Napoli

Il Consiglio superiore della magistratura denuncia che l´intelligence militare (il Sismi) – a partire dal 2001 e intensamente fino al 2003 e saltuariamente fino al 2006 – ha spiato, anche con l´aiuto di qualche "toga sporca", quattro procure della Repubblica (Milano, Torino, Roma, Palermo), 203 giudici (47 italiani) di 12 paesi europei. Li ha spiati per sorvegliarne le iniziative; per intimidirli con operazioni di disinformazione; per screditarli con manovre «anche traumatiche». Per comprenderla meglio, la notizia va ridotta all´osso. Nel suo significato essenziale ci racconta che per cinque anni un programma illegittimo, anticostituzionale e minaccioso è stato coltivato e realizzato non da un ufficio separato o infedele o "deviato" dello spionaggio, ma dal Sismi stesso, dalla sua stessa direzione perché ogni iniziativa e risultato della "pianificazione" è stato riferito direttamente al capo delle spie, il generale Nicolò Pollari. Per dirla con una formula, l´attività abusiva del Sismi era «istituzionale». A conferma dell´uso "separato" che impone a ogni sua funzione, il generale – oggi consigliere della presidenza del Consiglio – ha replicato alla denuncia del Csm con una lunga e solitaria apparizione al Tg5. Con il consueto disprezzo per i fatti, negando ogni responsabilità, anche quelle ammesse dal suo "braccio destro". Ha minimizzato l´attività di dossieraggio, anche quelle documentate dall´archivio sequestrato. Ha preso la parola a nome del Sismi, come se ancora lo dirigesse. Ha polemizzato, quasi si trattasse di una baruffa televisiva, con un organo di rilevanza costituzionale presieduto dal capo dello Stato. Se c´era bisogno di avere la conferma dell´esistenza di un «agglomerato» spionistico (legale/illegale) che si è autonomizzato, privatizzato intorno a interessi estranei ai compiti istituzionali e del tutto personali e autoreferenziali, Nicolò Pollari ne ha offerto ieri un saggio con il suo volto e con le sue parole: con l´irresponsabilità onnipotente di chi si sente ancora e sempre una sorta di autorità autonoma e separata.

La "sfida" del generale fa chiarezza, tutto sommato. Come chiarezza fa il documento approvato dal Csm, come sempre esaminato dal presidente della Repubblica. Il lavoro del Consiglio ha infatti il pregio di eliminare la fuffa che gli attori, Pollari in prima fila, hanno accumulato su questo affare. Lo si è voluto rappresentare con la faccia e i modi di un tale di nome Pio Pompa, diventato dal mattino alla sera, nel 2001, alto dirigente del Sismi, con un suo ufficio riservato in via Nazionale a Roma, alle dirette dipendenze del direttore del Servizio. Questo Pompa è un uomo in apparenza ridicolo, che si comporta in modo ridicolo, che dice cose ridicole. Se ne va in Parlamento e dinanzi al Copaco (la commissione di controllo dei servizi segreti) si presenta come «un compagno», uno – per dire – che si è laureato con una tesi su «Togliatti e il Mezzogiorno»; un tipo che la domenica andava in giro a diffondere l´Unità; un funzionario dello Stato e agente segreto che riconosce un solo leader degno di governare il Paese. Romano Prodi, naturalmente. Salvo poi scoprire che scriveva a Berlusconi: «Sarò, se Lei vorrà, il suo uomo fedele e leale…». Come prendere sul serio Pompa? Il fatto è che il tipo ridicolo è soltanto una maschera grottesca e oggi utile. Protegge l´autore e le responsabilità dell´impresa. Ne occulta la ragione politica e istituzionale. Il Csm se ne libera con un tratto di penna e va al cuore nero della vicenda. Pollari, il direttore dell´intelligence militare, era informato ad ogni passo dello spionaggio contro la magistratura (lo ammette Pompa). Quindi quel Sismi si è messo al lavoro in forme del tutto illegittime rispetto alla propria missione istituzionale, che è – secondo legge – «la difesa sul piano militare dell´indipendenza e dell´integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione». Per il Sismi proteggere l´integrità dello Stato ha voluto dire difendere un governo dai contrappesi costituzionali, tutelarlo dalle opinioni dissenzienti. È nella denuncia di questa deformazione, il segnale di pericolo lanciato del Csm. «È chiaro – scrive il Consiglio – che le iniziative giudiziarie (soggette ai controlli giurisdizionali previsti dall´ordinamento) e il dibattito politico-culturale sono componenti essenziali della democrazia e nulla hanno a che vedere con aggressioni o minacce che richiedono azioni di "difesa sul piano militare"; inoltre, il compito dei Servizi è quello di vigilare sulla "indipendenza e integrità dello Stato" e non sulla stabilità del Governo contingente, qualunque ne sia il segno politico».

Nell´interpretazione delle regole praticata dal generale Pollari, si sono creati sillogismi deformi e antidemocratici. Lo Stato è il governo, qualunque siano le sue decisioni, mosse, progetti e responsabilità. Ogni opposizione al governo – sia controllo giurisdizionale o informazione o convinzione culturale e politica – diviene immediatamente, in questa dottrina azzardata, "una minaccia alla sicurezza nazionale", quindi un´eversione che giustifica ogni mezzo, ogni attività di spionaggio, finanche una «pianificazione traumatica». Per anni, si è voluto rappresentare questo sentiero stortissimo con una tautologia, a volte anche in buona fede. Si è detto, l´intelligence è l´intelligence: si sa, lavora con metodi sporchi, border line, spesso oltre i confini della legalità. Ma il nodo della minaccia non era nel metodo. Era nel fine. Non era nell´illegalità possibile del lavoro di intelligence, ma nella legittimità di quel lavoro che trova ragioni soddisfacenti e adeguate soltanto «nella difesa dello Stato» e non può trovarle, come è accaduto al Sismi di Pollari, nella protezione di un equilibrio politico; nello scudo per un governo (quale che sia); nell´aggressione ad altre indipendenti funzioni dello Stato (la magistratura), della politica (l´opposizione), della società (la stampa) e, infine, nella creazione di un potere "autonomo", privato, extraistituzionale. È nella denuncia di questa mutazione genetica di una burocrazia dello Stato la rilevanza dell´accusa del Csm. Che non può rimanere senza esiti e riscontri. Ne potrebbe (dovrebbe) trovare subito tre.

In uno dei primi interrogatori a cui è stato sottoposto, Pio Pompa ha farfugliato dinanzi al pubblico ministero di Roma la formula del segreto di Stato. Bene, il governo potrebbe chiarire presto e in modo inequivoco che tutta l´attività svolta dall´ufficio di disinformazione e dossieraggio di via Nazionale non è coperta da segreto di Stato in quanto in quell´ufficio non si è svolta alcuna attività in difesa dell´integrità dello Stato. Il secondo immediato esito dovrebbe coinvolgere il Sismi, oggi diretto dall´ammiraglio Bruno Branciforte. Quante delle informazioni, dei dossier autentici e fasulli raccolti dagli uomini di Pollari – in base al sillogismo "Stato uguale governo"; "opposizione uguale eversione" – si sono "sedimentati" negli archivi del Servizio? Bene, ripulire gli archivi di quelle scorie avvelenate deve voler dire mettere a disposizione della magistratura le informazioni per neutralizzarle, per accertare le responsabilità di un´ombra che ha oscurato la democrazia italiana. Infine, un terzo esito. Immediato. Per il generale Pollari. Dopo la sfida lanciata dalla tv al Csm, può ancora essere consigliere del governo?

Palazzo Chigi dovrebbe battere un colpo.

Anche chi, come il sottoscritto, ha espresso riserve sulla scelta politica del partito democratico deve riconoscere oggi che la candidatura di Walter Veltroni conferisce a quella scelta una innegabile credibilità. Messaggi e programmi marciano sulle gambe degli uomini. E la sinistra riformista ha un bisogno disperato di leadership. Quella di Walter Veltroni è una scelta felice.

Resta il problema dell’identità del nuovo partito. Non parlo di programmi. Che tocca ai governi e non ai manifesti degli intellettuali, di formulare e di gestire. Parlo dell’identità politica. La quale si riassume nella collocazione rispetto alle grandi forze politiche esistenti in Europa. E in una chiara indicazione sulla posizione che il nuovo partito assumerà rispetto al grande confronto tra la destra e la sinistra. Non è affatto vero, come è diventato di moda affermare, che quella distinzione abbia perso significato. Mai come oggi, in tutta Europa, quella contrapposizione è stata così evidente e serrata. E così ideologica, se con questa parola si intende non un travestimento – come la intendeva Marx – ma una antitesi tra visioni opposte della realtà sociale, come la intendeva Bobbio. Certo, non si tratta più della rappresentazione della sinistra come cambiamento e della destra come conservazione. Per più di un verso questa distinzione si è rovesciata. Si tratta della contrapposizione tra chi accetta i rapporti di forza che risultano dal conflitto sociale e chi pretende di correggerli e di orientarli secondo valori e obiettivi di sostenibilità e di equità. Da questo punto di vista, la questione del rapporto tra economia e politica, tra mercato e democrazia è centrale e vitale.

Il partito democratico dovrebbe assumere una posizione non equivoca sul contrasto di fondo tra una società fondata sui rapporti di forza o su valori di solidarietà. E quindi, sulla questione cruciale del posto che il mercato deve assumere nella società.

La storia dei rapporti tra il mercato e la politica (ambedue fondati sui rapporti di forza) si è alternata, nella modernità, tra condizioni di prevalenza dell’uno o e dell’altra. Non v’ha dubbio che verso la fine del compromesso socialdemocratico la politica fosse giunta, in gran parte dell’Europa, a comprimere il mercato in una morsa tra invadenza amministrativa e pressione sindacale. E non v’è altrettanto dubbio che, tra globalizzazione e finanziarizzazione, il mercato ha ribaltato violentemente, a partire dagli anni ottanta, questo rapporto. La domanda di fondo è questa. Il partito democratico asseconderà queste tendenze alla mercatizzazione, non solo dell’economia ma della società, o si impegnerà a ristabilire un equilibrio democratico tra economia e politica, tra potenza economica e potere democratico?

Questo equilibrio non comporta affatto un recupero di invadenza dello Stato rispetto al mercato. Ci sono due terreni sui quali quel rapporto dovrebbe essere riqualificato. Il primo è che lo Stato sappia programmare, anziché gestire. Su questa linea dovrebbe essere perseguita la riforma della spesa pubblica, ispirandosi ai criteri di pianificazione strategica introdotti in Francia e negli Stati Uniti. Un’amministrazione moderna deve essere informatizzata, trasparente e fortemente finalizzata. Non si tratta di meno, ma di meglio. Il secondo è che lo Stato del benessere sia trasformato in una società del benessere (la definizione è di Gunnar Myrdal), nella quale una grande parte dei bisogni sociali sia assicurata non dalla burocrazia, ma dall’autogoverno dei cittadini organizzati in associazioni autonome.

Perché questo equilibrio sia ristabilito in queste nuove forme, il partito democratico non dovrebbe tradire il progetto democratico dell’Ottantanove, costruito sui tre fiammeggianti messaggi (libertà, eguaglianza, fratellanza) ma declinati in una tonalità ben temperata (responsabilità, merito, solidarietà) evitando che si rovescino, come è avvenuto, nel loro contrario.

Quanto al mercato, resto a quello che mi sembra uno slogan persuasivo: economia di mercato sì, società di mercato, no.

E a proposito di mercato, voglio chiudere queste note con due citazioni di due grandi uomini della Destra, insospettabili di simpatie per la Sinistra. La prima, di un liberale autentico, Luigi Einaudi: «Il meccanismo del mercato è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani: sul mercato si soddisfano domande, non bisogni». La seconda è di un altro grande economista reazionario, Joseph Schumpeter: «Questo sistema di idee sviluppato nel diciottesimo secolo (parla dell’utilitarismo) non riconosce altro principio normativo dell’interesse individuale…Il fatto essenziale è questo: che sia una causa o un effetto, questa filosofia esprime fin troppo bene lo spirito di irresponsabilità sociale che caratterizzava la passione e lo stato secolare, o meglio secolarizzato, del diciannovesimo secolo. Nel mezzo di questa confusione morale il successo economico serve solo a rendere più grave la situazione sociale e politica che è la naturale conseguenza di un secolo di liberalismo economico».

La città delle donne – Un approccio di genere alla geografia urbana, a cura di Gisella Cortesi, Flavia Cristalli, Joos Droogleever Fortuijn, Patron Editore Bologna 2006

Nel 2003, a Roma, per iniziativa della Commissione “Genere e geografia” dell’Unione geografica internazionale, si è svolto un seminario dal titolo Gendered cities: identities, activities, networks – a life corse approach. Circa 3 anni dopo, con il sostegno del Comune di Roma e in particolare di Mariella Gramaglia, assessora alle politiche per la comunicazione, la semplificazione e le pari

Alla presentazione di questo libro, può essere utile premettere due brevi osservazioni. La prima riguarda i tempi: ci si può ragionevolmente chiedere se sia utile leggere, in un libro pubblicato nel 2006, relazioni svolte 3 anni prima, quasi sempre basate su ricerche precedenti. La risposta è positiva, perché il campo d’indagine, ma soprattutto la modalità di approccio rappresentano una novità. La “geografia urbana” si colloca certamente fra le discipline gender blind e questo è vero soprattutto per il nostro Paese: ce lo confermano le appendici bibliografiche alle relazioni, dove gli autori sono prevalentemente stranieri (e il testo più vecchio citato risale al 1978). Questo libro rappresenta quindi uno stimolo necessario all’apertura di una linea di gender studies anche in questo contesto disciplinare.

Quanto al titolo, è evidente che quello italiano (del libro) è una traduzione che distorce il senso del titolo inglese (del convegno). Come gender non indica il genere femminile, così gendered cities vuol dire “città di genere”, città lette attraverso la lente del genere, in modo da capire come donne e uomini in esse vivono, si spostano, lavorano ecc., e quindi quali politiche, sociali, urbanistiche, ecc. possono/debbono essere adottate per consentire agli uni e alle altre una migliore abitabilità del contesto urbano. Sottotitolo perfetto, titolo sghembo, quindi, che può far pensare che si voglia costruire una città delle donne per superare le difficoltà che esse trovano nella città costruita dagli uomini. Tutti i saggi sottolineano invece la necessità di leggere la realtà in modo da individuarne la dimensione di genere e misurarsi con questa nell’individuazione delle soluzioni ai problemi.

I quindici saggi (ne segnaleremo soltanto alcuni) che compongono il libro sono raggruppati in quattro parti. Quelli contenuti nella prima, Sentire la città: identità e senso del luogo, hanno in comune il tentativo di capire come le donne si sentono a proprio agio nelle città in cui vivono. Qui troviamo la ricerca di Tovi Fenster su Città e genere: nozioni di comfort, appartenenza e impegno a Londra e a Gerusalemme, che analizza il modo in cui le relazioni di potere fra uomini e donne si traducono nella individuazione di spazi proibiti e permessi, e addirittura nell’imposizione patriarcale di determinati modi di vestire.

Dina Vaiou in Ri/costituire ‘l’urbano’ attraverso le storie di vita delle donne, illustra come la narrazione ufficiale di un luogo (un quartiere di Atene) possa differire profondamente dalla narrazione che di quello stesso luogo può essere fatta da donne.

Marina Marengo in Creazioni di luoghi e di dinamiche relazionali nei contesti urbani a forte presenza straniera: il caso dell’agglomerazione di Losanna, sottolinea il ruolo delle donne immigrate nel percepire e assecondare le trasformazioni urbane, soprattutto favorendo la nascita di spazi associativi a carattere interculturale (mentre gli uomini tendono a riprodurre il modello classico dell’associazione di comunità).

La seconda parte, Vivere la città, mette a fuoco le contraddizioni fra le opportunità che un contesto urbano offre alle donne e le difficoltà che esse incontrano quotidianamente. Il saggio di Antonella Rondinone, ‘L’aria della città rende libere?’ per un’analisi geografica della qualità della vita femminile in India, sottolinea come la città si presenti in positivo come il luogo dell’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, alla varietà alimentare, consentendo alle donne che arrivano dalla campagna di migliorare la loro “condizione”, senza peraltro sfuggire alle regole di una struttura sociale patriarcale.

Marieke van der Meer analizza Le reti di sostegno sociale degli anziani nelle aree urbane e rurali dei Paesi Bassi, per capire, date le differenze fra città e campagna, che ruolo giochi il genere degli attori che costituiscono tali reti.

Nella terza parte, Spostarsi in e tra le città, vengono analizzati i motivi per i quali donne e uomini si spostano, in relazione alle scelte residenziali e lavorative, familiari e individuali. Gisella Cortesi, Marco Bottai e Michela Lazzeroni riferiscono i primi risultati di una ricerca ( Differenze di genere e mobilità residenziale urbana: primi risultati del progetto Housing, Household, Habitat) sull’incidenza di ‘genere’ e ‘generazione’ rispetto alla localizzazione abitativa e agli spostamenti giornalieri legati a scuola, lavoro ecc. in una città italiana di medie dimensioni.

E’ in Finlandia, Paese in cui il tasso di attività femminile è di poco inferiore a quello maschile, che Taru Järvinen studia Mobilità residenziale e opportunità lavorative delle famiglie finlandesi con doppia carriera, ponendo l’accento soprattutto sulla incidenza del genere nel mercato del lavoro.

Ultima, ma per alcuni aspetti più ricca di stimoli della altre, la quarta parte del volume affronta il tema Pianificare la città. In Politiche urbane e movimenti di donne: specificità del caso italiano, Silvia Macchi ricostruisce un percorso di ricerca stimolato dal ‘disagio sussurrato delle donne’ nel momento della pubblicazione e della discussione sul Piano regolatore generale di Roma (giugno 2002). Da qui, andando a ritroso nel tempo, Macchi individua posizioni e pratiche politiche di donne: un documento dell’Udi del 1964 che anticipa nelle richieste quella che sarà poco dopo la normativa sugli ‘standard urbanistici’, la proposta di legge di iniziativa popolare del 1989 sui ‘tempi della città’, le più recenti esperienze di ‘bilancio di genere’.

Anna Ortiz, Maria Garcia-Ramon e Maria Prats parlano di Pianificazione e senso del luogo nelle donne in un quartiere storico di Barcellona, descrivendo come donne diverse (cioè diversi gruppi di donne) hanno vissuto in modo diverso e talvolta conflittuale un’importante trasformazione urbana. Di estrema attualità, proprio perché si tratta di un tema che spesso viene scorrettamente definito in termini gender blind, il saggio Città sicura: considerazioni sulla paura delle donne nei piani di programmazione per una maggior sicurezza nelle città, di Carina Listerborn. In esso vengono esaminati i due approcci prevalenti al problema: safety (sicurezza) contro security (protezione). Il primo approccio si basa sull’accettazione della molteplicità di presenze nella città e quindi sulla valorizzazione delle differenze: l’obiettivo si ottiene creando una città più aperta, non vuota, ma piena di cose interessanti. Il secondo approccio invece presuppone un forte controllo sociale, una sorveglianza continua che punta alla prevenzione del crimine, creando una città più chiusa, dove è facile individuare l’altro, l’estraneo. Queste due politiche affrontano in maniera opposta il problema della paura delle donne la cui debolezza reale nella città è peraltro inferiore alla debolezza ‘percepita’, perché buona parte della violenza contro di esse si consuma, invisibile, nello spazio domestico. In sintesi l’approccio safety (sicurezza) è quello che offre le migliori risposte alle donne e alle loro paure. Lavorare su ‘paura e sicurezza’ vuol dire lavorare contemporaneamente sulla crescita di potere delle donne ( empowerment) e sulla rottura del potere degli uomini, potere rafforzato dal fatto che sono loro a proteggere le donne dagli altri uomini.

Il saggio di Judit Timàr, La politica urbana e la dimensione di genere: il ruolo della scala geografica nella partecipazione delle donne al governo locale in Ungheria, mette a tema la partecipazione delle donne alla politica. Nonostante l’Ungheria abbia una storia particolare rispetto ad altri Paesi europei, fra cui l’Italia, colpiscono i punti in comune: le donne sono più presenti nei governi locali, ma spesso con una netta divisione di mansioni; le donne hanno il problema della conciliazione fra sfera pubblica e privata; per le donne non c’è la progressione di carriera che porta molti uomini a partecipare ai livelli nazionali dopo essersi fatti le ossa nei processi decisionali locali: ad ogni gradino per le donne le difficoltà aumentano.

Il volume non ha conclusioni, ma una frase dall’introduzione ne sottolinea il senso complessivo. “Il movimento delle donne e gli studi di genere sulla città hanno…lo scopo di rendere le città migliori nella vita di ogni giorno, nelle strutture e nelle politiche urbane”.

Giovanna Marini raccontava, in uno spettacolo di qualche anno addietro, storie vere e da lei vissute di viaggi tra il sud e il nord Italia (e viceversa). Nel suo scompartimento di seconda classe un giovane pendolare, morto di sonno, le era letteralmente cascato addosso (senza alcuna cattiva intenzione, mi parve di capire). Sulla base della conversazione con il giovane, Marini aveva abbozzato un quadro della mobilità territoriale e delle nuove migrazioni interne.

Cerchiamo di vedere cosa è successo ieri alla stazione di Roma Tiburtina e cosa c'entra con la storia raccontata da Giovanna Marini. Che dei pendolari blocchino talvolta una stazione ferroviaria, è sempre successo. Si tratta di proletari, che in generale vivono peggio degli altri e lottano per migliorare le condizioni di vita e di lavoro. E il viaggio, gravoso per il costo del biglietto e la qualità dei treni, riguarda vita e lavoro. Quando poi il costo del biglietto aumenta, le condizioni diventano ancora più insopportabili: i pendolari si arrabbiano e ricorrono alla loro tradizionale forma di lotta, che è appunto quella che abbiamo visto. E' una storia antica e ha sempre irritato i benpensanti, i quali ritengono che «le proteste devono essere misurate rispetto ai disagi che si ripercuotono nei confronti dei cittadini. Bisogna trovare il modo per protestare che sia meno insopportabile per la vita dei cittadini»: così ha dichiarato ieri (Ansa.it) il sindaco di Roma, dopo aver sentito il prefetto Achille Serra. Che sia stato il sindaco di Roma Valter Veltroni a prendersela con l'inciviltà dei pendolari mi sembra già una novità importante, ancorché particolarmente sgradevole. Avremmo preferito che avesse ascoltato, oltre al prefetto, anche qualche pendolare. Speriamo che l'abbia fatto

Ma la novità vera non è questa. Semmai è quella di cui parleranno oggi tutti i giornali e che già si trovava nelle note di agenzia di ieri. La protesta è cominciata alle ore 4,25 e i protagonisti venivano dalla Campania diretti a Milano: pendolari a lunga distanza. Sono fantasmi non registrati dalle statistiche sulle migrazioni (anche se qualcosa dicono i dati Istat sul pendolarismo). Fantasmi - notturni come sono i fantasmi - che risparmiano due notti di pensione o di affitto a settimana stando in treno. Fantasmi morti di sonno che non si muovono «come ombre nella notte», ma - essendo dotati di una pesante materialità corporea - sono costretti a muoversi in treni scadenti, dove viaggiavano solo loro. O, forse, viaggiavano solo loro giacchè ora glieli hanno anche tolti, e comunque i prezzi del viaggio sono aumentati.

Le proteste di ieri dovrebbero aprire un dibattito che va ben oltre la questione del, pur scandaloso, aumento del prezzo dell'abbonamento. Gli episodi cominciati alle 4,25 di ieri mattina dovrebbero far riflettere sulla nuova realtà del lavoro. Nei reportages sugli operai di una volta la giornata in treno per gli operai comnciava proprio a quell'ora. Solo che questi napoletani o salernitani erano già a metà del loro viaggio. Che poi guadagnino 500 euro al mese - come ha dichiarato uno di loro - è un'altra storia. Non sarà vero per tutti, ma per la grande maggioranza di loro i salari sono molto bassi. Perciò il loro progetto migratorio non è definito: continuano a fare i pendolari, spesso da anni, senza poter emigrare una volta per tutte.

Dicono che l’esperienza e gli errori servono a maturare, ma per l’Unione europea le cose non stanno così: nel vertice di Bruxelles che venerdì e sabato doveva salvare la Costituzione dei Ventisette si è scelto di tornare indietro, non di andare avanti e di ripartire dal punto più alto cui si era arrivati. Hanno contato più i pochi Stati ansiosi di frenare l’Unione, che non gli Stati che in gran parte avevano già ratificato il progetto costituzionale proposto nel luglio 2003 dai rappresentanti del popolo, dei governi, delle istituzioni europee. Pochi Stati hanno spadroneggiato sui più, e a forza di spadroneggiare hanno spostato le lancette degli orologi costringendo il tempo ad arretrare e a cancellare non solo le esperienze vissute ma anche le risposte date agli errori passati.

La finta che da decenni consuma l’Europa ricomincia dunque, impermeabile agli insegnamenti della storia: continua l’abitudine a costruire l’Europa senza darle né il metodo né i mezzi né le parole per affermarsi. Non solo: pur appellandosi alle volontà dei cittadini, pur affermando di voler riavvicinare l’Europa alle popolazioni deluse, i capi di Stato e di governo hanno ignorato il parere delle genti. Il popolo europeo non aveva chiesto queste pavide rinunce. Aveva chiesto una costituzione europea, in cui potersi identificare come ci si identifica con le costituzioni nazionali: il 66 per cento l’aveva reclamata con forza, nel sondaggio Eurobarometro di giugno. Non è quello che gli Stati gli hanno dato, se è vero che perfino la parola costituzione li ha impauriti. Gli Stati hanno protetto non i popoli ma se stessi e le proprie false sovranità. Il linguaggio del progetto costituzionale era troppo farraginoso - era stato detto ­ e per questo francesi e olandesi l’avevano respinto nel 2005. I testi odierni hanno un linguaggio infinitamente più opaco, impenetrabile, ambiguo.

Più precisamente, i Ventisette sono tornati al trattato di Nizza del 2000, migliorandolo in alcuni punti importanti ma non decisivi. Di qui l’impressione che sette anni siano passati invano, quasi non fossero esistiti. Non è esistito il momento in cui fu chiaro a tutti che Nizza era una trappola paralizzante, e venne convocata una Convenzione più rappresentativa delle volontà popolari. Non è esistita la decisione di affidare la riforma delle istituzioni e dunque la nascita di un’Europa politica non più a governi gelosi delle proprie prerogative ma a un corpo più democratico (la Convenzione appunto, composta di rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei governi, del Parlamento europeo, della Commissione di Bruxelles). Ogni futura modifica non richiederà la convocazione di un’analoga Convenzione, come era scritto nella parte quarta della Costituzione oggi affossata (articolo IV-443).

Anche questo paragrafo viene estromesso, assieme a tanti altri paragrafi, dal mandato su cui lavorerà, a partire dal 23 luglio, la Conferenza intergovernativa incaricata di emendare i vecchi trattati e proporli a ratifica prima delle elezioni europee del 2009.

Ma, soprattutto, gli Stati hanno agito come se non avessero avuto alle spalle una serie di fallimenti, riconducibili tutti all’incapacità dell’Unione di prendere decisioni comuni anche quando fra i Ventisette c’è disaccordo: fallimenti come la spaccatura sull’Iraq e l’impossibilità di una comune politica internazionale. Il ministro degli Esteri europeo, che doveva avere una sua autonomia e presiedere i Consigli dei ministri, diventa una figura senza autorità. Non si chiamerà d’altronde ministro degli Esteri ma Alto Rappresentante. Sarà una copia di quello che abbiamo già dal 1999 (Xavier Solana) e che ha dimostrato di non funzionare.

Gli Stati insomma si riprendono - per intero - i poteri che avevano promesso di delegare. In politica estera non accetteranno alcuna autorità sopra di sé, e ciascuno ottiene di gestirla «secondo i propri interessi nazionali». Non ci sarà una Carta dei diritti obbligatoria per tutti, ma solo un accenno alla sua esistenza e la possibilità, per Inghilterra e Polonia, di non considerare i suoi dettami vincolanti. Londra non considera validi i paragrafi sul diritto di sciopero e altri diritti sociali. Varsavia giudica irrilevanti diritti etici come la non discriminazione.

In realtà non si è tornati indietro di sette anni ma di più di mezzo secolo. Certo, l’europeizzazione delle politiche nazionali è un dato di fatto difficilmente smantellabile, anche se viene restaurato il falso potere sovrano degli Stati. Ma nei modi di pensare e di fare, i dirigenti nazionali tornano all’epoca che precedette la nascita stessa dell’unificazione europea. Il vertice appena concluso a Bruxelles ha svegliato mostri maligni, che sembravano dormienti, e l’Europa torna a essere un continente dove quel che conta è l’equilibrio di potenze invece della cooperazione e della comune volontà: la balance of power che tiene le singole nazioni del nostro continente in stato di perenne rivalità, intente a tenersi a bada reciprocamente e a brandire l’una contro l’altra le proprie sovranità assolute.

La balance of power è il veleno che per secoli ha corroso l’Europa fino a distruggerla, e contro cui fu inventata - dopo la guerra - l’Unione europea: questo veleno viene inoculato di nuovo nelle nostre vene, spensieratamente, come se la storia fosse fatta di nulla. Altro significato non ha lo scontro Berlino-Varsavia, che ha impregnato l’intero semestre di presidenza tedesca. Il governo polacco si è presentato a Bruxelles con l’esplicito proposito di ottenere un risarcimento per i disastri bellici causati dalla Germania («Se nel 1939 la Germania non avesse invaso la Polonia, oggi avremmo 66 milioni di abitanti invece di 38 e il problema non si porrebbe», ha detto il premier Jaroslaw Kaczynski) sostenendo che la regola di decisione basata sulla doppia maggioranza degli Stati e della popolazione è a ben vedere un premio dato alle stragi di Hitler.

Il risentimento, l’uso della storia, l’invidia per paesi come la Germania, divenuta ricca anche se perdente nell’ultima guerra: queste le emozioni che hanno dominato i lavori a Bruxelles. Quando Angela Merkel ha minacciato di convocare una conferenza senza Varsavia, ripetendo il gesto compiuto nell’85 a Milano dal governo Craxi (così si riuscì a convocare una conferenza intergovernativa sulla riforma delle istituzioni, mettendo in minoranza la Thatcher), era troppo tardi. Sarkozy e Blair si sono opposti, e l’Italia ha dimenticato Craxi e Andreotti.

Dicono che la sostanza resta, anche se la forma svanisce. Dicono che gli Stati non vogliono dire quel che fanno, e ancor meno scriverlo. In parte è vero: la dissimulazione torna a essere quel che distingue l’Unione. Ma proprio questa continua dissimulazione stava negli ultimi quindici anni uccidendo l’Europa, impedendole di divenire potenza per meglio salvare i simulacri che sono ormai gli Stati sovrani. Non si parla più di costituzione, non c’è più il preambolo del vecchio progetto né si accenna al comune inno, alla comune bandiera, alla comune parola d’ordine («uniti nella diversità»). Non si critica il diritto di veto, anche se un pochino lo si attenuerà. Il presidente della Commissione Barroso annuncia che «dalla bella lirica si è passati alla più efficiente prosa», ma in questa prosa non c’è efficienza e nel pragmatismo non c’è che menzogna: la menzogna secondo cui gli Stati hanno sovranità autentiche, per il solo fatto che riprendono il controllo dell’Europa e le vietano di nascere.

Chi in Italia aveva previsto e voluto simili involuzioni ha parzialmente ottenuto ragione, anche se lo sguardo che getta sull’Unione è non meno menzognero: è uno sguardo che sottovaluta la debolezza effettiva degli Stati e il riaffiorare continuo delle volontà europeiste. Il governo, presente a Bruxelles con Prodi e D’Alema, ha fatto comunque poco per smentire queste previsioni. Ha acconsentito all’arretramento, ha accettato perfino una richiesta assai equivoca del presidente Sarkozy: la rinuncia a considerare la «concorrenza libera e non distorta» uno dei fini dell’Unione, che dà alla Commissione di Bruxelles il diritto di punire il protezionismo degli Stati.

Ma soprattutto ha accettato di negoziare sulla base del trattato di Nizza anziché sulla Costituzione ratificata da 18 paesi, tra cui il nostro.

Proprio quello che si era impegnato a non fare, nell’incontro di Prodi e D’Alema con il Capo dello Stato il 16 maggio scorso. In realtà non c’era che Napolitano a volersi battere per una linea coerente e ferma anche a prezzo di rompere. La sua voce nei prossimi mesi e anni, quando inevitabilmente riaffiorerà il bisogno d’Europa, sarà sempre più preziosa.

Se la cosa non fosse triste - una buona Europa in fondo la vorremmo tutti - quanto è accaduto al summit che avrebbe dovuto varare la Costituzione dell'Unione sembrerebbe una farsa: la grande Comunità che ormai va dall'Atlantico all'Ucraina e dal mar Baltico a quello Nero, messa in mora da due gemelli polacchi che sembrano appena usciti da un Circo; il campione del modello di nuovo socialismo, in cui larga parte della sinistra trova l'ispirazione per ammodernare il suo armamentario politico-ideologico, Tony Blair, che ottiene trionfante di esentare il suo paese dall'obbligo di rispettare diritti umani e sociali (in particolare dal diritto di sciopero di solidarietà, e cioè l'arma che serve contro le multinazionali); il più illustre esponente della nuova destra, Sarkozy, che si fa paladino della richiesta su cui si è battuta la sinistra radicale e i movimenti che fanno capo al Forum Sociale Mondiale - non fare più della concorrenza, e dunque del nocciolo delle politiche neoliberiste, una finalità dell'Unione - e il capo di un governo di centro-sinistra, Prodi, che tenta di bloccarlo. Ma che razza di Europa hanno disegnato a Bruxelles nelle ultime ore?

Naturalmente niente corrisponde a quanto appare, sicché possiamo strare tranquilli, l'Europa, più o meno resterà quella di prima. Il fumo sollevato è molto, l'intrico della normativa europea devastante e occorrerà tempo per capire meglio. Già ora sappiamo comunque che: l'Inghilterra già se ne infischiava dei diritti europei, e senza commettere un grave peccato, dato che nei Trattati c'era scritto anche che questi debbono comunque essere conformi alle legislazioni nazionali (peccato, sia detto fra parentesi, altrimenti noi italiani vi avremmo trovato il modo di far passare i nostri Dico, come infatti temeva Buttiglione); che, cancellata come priorità e principio costitutivo, la concorrenza sul libero mercato, resta come «mezzo», legittimato dai Trattati precedenti e dalla Carta di Nizza, che restano in vigore. Si dirà che non aver fatto del mercato un principio costituzionale dell'Unione (al punto che avremmo potuto gettare alle ortiche la nostra Costituzione) è una vittoria etica. E però non ci salverà dal neoliberismo estremo, mentre sapendo come vanno le cose, non sarei davvero certa che la nuova formulazione eviterà le misure protezioniste verso Cina e altri. Che è quanto Sarkozy, ma non solo lui, vorrebbe: nel concetto di competizione coesistono infatti due elementi contraddittori: per un verso il protezionismo miope, per un altro le direttive stampo Bolkenstein, mirate in nome della competitività, a stracciare i diritti sociali acquisiti.

Infine l'annosa questione della politica estera: non avremo un ministro degli esteri dell'Unione! Ma siete davvero certi che se lo avessimo avuto Blair non avrebbe fatto la guerra all'Iraq assieme a Bush? O, al contrario, che, se gli europei avessero davvero voluto impedirlo, non avrebbero esercitato la dovuta pressione perché quella carica non era prevista? Il problema Europa non è istituzionale, sta nella sua incapacità di rispondere a una domanda di senso: perché l'Europa, se è solo un pezzo, subalterno, di mercato globale?

Scriveva alla metà degli anni ’80 Giorgio Ruffolo: ”La programmazione […] fornisce il solo quadro coerente entro il quale una politica di arricchimento sociale può essere efficacemente perseguita. Essa è la risposta razionale, “illuministica” della sinistra alla degradazione mercatistica dell’ambiente e dello spazio. L’abbandono dell’impegno riformatore in questo campo costituisce uno degli aspetti più gravi e caratteristici della crisi attuale della sinistra”.

Il “riformista”, l’”amendoliano”, il “migliorista”, il “destrorso” Gianni Pellicani a questa degenerazione, destinata a un aggravamento esponenziale negli anni seguenti alla denuncia di Ruffolo, si oppose nei termini forse più efficaci, e certamente a lui più congeniali. Volendo, supportando, cercando di accompagnare all’entrata in vigore (il più delle volte lavorando nell’ombra, come sapeva impareggiabilmente fare, e talvolta ricorrendo a mosse spregiudicate fino al cinismo, che riusciva paradossalmente a rendere perfettamente compatibili con la sua alta moralità) gli strumenti della ripianificazione urbanistica comunale e quello della pianificazione territoriale comprensoriale della laguna e del suo entroterra (“importando” a Venezia Edoardo Salzano per la prima operazione e Vezio De Lucia per la seconda). E inventando, e riuscendo a fare due volte redigere, in tali casi sotto la sua personale responsabilità, e varare dal Consiglio comunale (con tutti i compromessi del caso, certamente!), uno strumento atipico che denominò “piano-programma”, e il cui scopo essenziale era quello di dare coerenza sistemica, e generale rispondenza a talune prescelte finalità, a tutte le attività, le azioni, gli interventi di realisticamente prevedibile concretizzazione nell’arco temporale del mandato amministrativo comunale, al contempo valutandone la fattibilità in relazione ai previsti flussi finanziari del comune, e in genere alle risorse credibilmente mobilitabili. Suppongo che oggi, per essere adeguatamente trendy, li si chiamerebbe “piani strategici”: ma non sono sicuro che i loro contenuti sarebbero altrettanto risolutamente fatti discendere dall’assunzione di precisi, e anche tra loro gerarchizzati, interessi collettivi.

Ignorare questo quadro concettuale e operativo dell’azione di Gianni Pellicani, per affastellare elenchi più o meno compiuti di interventi di cui fu variamente promotore, come mi pare si sia per lo più fatto negli organi d’informazione in questi giorni, significa impoverirne il ruolo a quello di un pubblico amministratore straordinariamente capace ed efficiente (e non sarebbe poco!) ma privo, o carente, di quella che la politologia anglo-americana chiamerebbe “visione”: cioè di ciò che Gianni sommamente ambiva possedere (e discutere, e, se lo ritenesse, correggere, rettificare, arricchire).

Di quello che ho sostenuto mi permetto di considerarmi un testimone qualificato, non foss’altro che perché la convinta, appassionata adesione di Gianni Pellicani alla “cultura della pianificazione” ha potentemente contribuito a orientare, e poi a condizionare irreversibilmente, la mia vita.

Essendo allora militanti in partiti politici diversi (io nel PRI, lui, come ognuno sa, nel PCI), e svolgendovi diversificati ruoli, la riscontrata convergenza su finalità, obiettivi, contenuti specifici riguardanti Venezia (e, a ben vedere, non Venezia soltanto) ci aveva portato a collaborare, talvolta pubblicamente, talaltra “clandestinamente”, nei processi di elaborazione della “legge speciale” del 1973, e poi, ancor più, dei relativi decreti di attuazione (soprattutto di quello sul risanamento della città storica), e quindi degli “indirizzi” governativi per la redazione del piano comprensoriale della laguna e del suo entroterra, mentre contemporaneamente ci si confrontava sugli emendamenti, e talvolta sulle vere e proprie proposte di rielaborazione, che io predisponevo relativamente alle normative degli strumenti urbanistici comunali.

Io, pur avendo fatto, oltre all’attività politica e istituzionale, vari “mestieri”, non avevo ancora deciso “cosa fare da grande” (pur non essendo proprio un ragazzino). Nel 1977, un giorno, mentre si parlava non ricordo più di che, Gianni mi disse: “Senti Gigi, visto che sai maneggiare benissimo le norme, soprattutto quelle urbanistiche e ambientali, e soprattutto sai scriverle, perché non fai di questa capacità la tua professione?”. Di fronte alla mia faccia sbalordita, aggiunse: “Potresti cominciare con l’essere responsabile della redazione delle norme del piano comprensoriale”. Provvide lui, intuendo il mio imbarazzo, a parlarne con Toni Casellati, designato Presidente del Comprensorio, repubblicano come me e mio carissimo amico, e a fissarmi un colloquio con Vezio De Lucia, nel corso del quale scoccò il fulmine di un’intesa che avrebbe fatto di quest’ultimo un altro mio fraterno amico (esattamente com’era successo, due anni prima, quando mi aveva fatto incontrare Eddy Salzano: che avesse un tocco magico?). E io ebbi, e svolsi, il mio primo incarico professionale di redazione delle norme di un piano territoriale. L’incarico professionale immediatamente successivo, alla fine del 1980, non essendo più io consigliere comunale, me lo conferì Gianni stesso, comunicandomelo con il modo di fare di chi dà notizia di una cosa già decisa: si trattava di coordinare, come suo consulente di fiducia, la redazione delle osservazioni del Comune di Venezia al piano comprensoriale della laguna e del suo entroterra, per cercare di farne concludere l’iter formativo, nonché la stesura del “piano-programma” del secondo mandato amministrativo. Fu un’altra esperienza appassionante, e la mia vita professionale ebbe il suo definitivo indirizzo.

Chissà perché, non ho mai detto a Gianni quanto avesse contato anche negli aspetti più personali della mia esistenza. Immagino che, se glielo avessi confidato in questi ultimi anni, in cui i fautori della “cultura della pianificazione” sono trattati, quando gli va bene, come gli ultimi soldati giapponesi nascosti nelle giungle delle isole del Pacifico, mi avrebbe borbottato, con il suo umanissimo sarcasmo autoironico: “Che bella fregatura ti ho dato, Gigi, eh?” (naturalmente l’avrebbe detto in veneziano, e avrebbe usato un altro termine).

Grazie, Gianni. Quando ci si becca quel tipo di fregature da persone come te, si può sperare di riuscire a vivere, e quando viene il momento di morire, come te, da persone degne di stima, di ricordo, di rimpianto.

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