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Immaginiamo di essere non nell’ottobre 2007, ma nello stesso mese del 2005. Un pubblico ministero indaga il capo del governo (è Berlusconi) e il suo ministro di giustizia (è Castelli). Gli sottraggono una prima inchiesta, avocata dal procuratore capo. Il pubblico ministero si mette al lavoro su un’altra inchiesta. In un passaggio dell’indagine che egli ritiene decisivo, il ministro di Giustizia (le indagini raccontano che è in buoni rapporti con due degli indagati) chiede – come una nuova legge gli permette – il trasferimento cautelare del pubblico ministero a un altro ufficio.

Sarebbe la definitiva morte dell’inchiesta. Il provvedimento amministrativo non convince il Consiglio superiore della magistratura che lo deve disporre. Non ne intravede l’urgenza, prende tempo, tira in lungo. Il pubblico ministero iscrive, allora, il ministro nel registro degli indagati: atto dovuto per l’esercizio dell’azione penale e soprattutto garanzia per l’indagato. Ventiquattro ore dopo, il procuratore generale avoca a sé - sottrae al pubblico ministero - anche la seconda indagine.

Il passo è inconsueto e appare anomalo. Gli addetti ricordano, se hanno memoria buona, qualche modesto precedente di quindici anni prima. Le ragioni del procuratore generale stanno in piedi come un sacco vuoto. Se il motivo dell’avocazione è l’"incompatibilità" per l’"inimicizia grave" tra il pubblico ministero e il ministro indagato (ha chiesto la punizione del pubblico ministero, che ne è risentito), si tratta una fanfaluca. Se si accetta il principio, qualunque indagato che denuncia il suo accusatore potrebbe invocare l’"inimicizia grave" e liberarsi del suo pubblico ministero. Cesare Previti, in passato e ripetutamente, ci ha provato. Non è andato lontano. Ci sarebbe - trapela dalla procura generale - un’altra ragione per l’avocazione delle indagini: l’inerzia del pubblico ministero. L’accusatore è fermo. Non va né avanti né dietro. Non esercita l’azione penale. Non richiede l’archiviazione «nel termine stabilito dalla legge». Ora, l’inchiesta del pubblico ministero è nei termini stabiliti dalla legge (è un fatto) e di quel pubblico ministero tutto si può dire tranne che sia pigro o inoperoso (è un fatto). La seconda ragione appare, se possibile, anche più debole della prima e nonostante ciò il pubblico ministero perde l’inchiesta e il capo del governo e il ministro di Giustizia tirano un respiro di sollievo, si liberano di ogni controllo (che abbiano o no responsabilità punibili è un’altra storia, naturalmente).

Siamo nell’ottobre del 2005 - lo ricordate? - e in questo modo abusivo il capo del governo (è Berlusconi) e il ministro di Giustizia (è Castelli) si grattano la rogna, guadagnano un’illegittima impunità, contraria alla Costituzione e alla legge.

L’operazione liquidatoria consiglia di gridare allo scandalo. Non siamo nella Francia ancien régime dove, grazie a lettere chiamate Committimus, le persone favorite dal potere schivano le normali giurisdizioni e si presentano dinanzi a corti più mansuete. Se questo accade (e accade) si degrada a regola fluttuante, a canone fluido l’articolo 3 della Costituzione («I cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzioni di condizioni personali e sociali»). E’ necessario interrogarsi allora sulla qualità di una democrazia, esprimere qualche preoccupazione se il potere politico rifiuta ogni contrappeso; annichilisce l’indipendenza della magistratura. E’ un obbligo chiedersi delle ragioni (e responsabilità) di una frattura istituzionale che impone a una magistratura servile di umiliare la sua stessa autonomia liberandosi delle «teste storte» convinte che atti uguali vadano valutati a uguali parametri giuridici, sia l’indagato un povero cristo o di eccellentissimo lignaggio.

Questo avremmo pensato e detto, con apprensione e qualche brivido, se nell’ottobre del 2005 fosse stata rubata l’inchiesta a un pubblico ministero "colpevole" di voler verificare i comportamenti del capo del governo (Berlusconi) e del ministro di giustizia (Castelli).

Non siamo (purtroppo?) nel 2005. Siamo nel 2007 e il capo del governo (indagato) è Romano Prodi, il ministro di Giustizia (indagato) è Clemente Mastella e l’esito dell’affare non è mai riuscito a Berlusconi, Previti, Dell’Utri, Castelli: il pubblico ministero che li ha indagati - Luigi De Magistris - si è visto trafugare l’inchiesta dal tavolo.

Se ne deve prendere atto con molta inquietudine. Ora che il "caso De Magistris" (o il "caso Prodi/Mastella"?) precipita verso un punto critico, è indispensabile che questo affare diventi finalmente, e nel mondo più rapido, trasparente. Che tutti i comportamenti, le responsabilità, gli usi e i soprusi siano squadernati in pubblico, possano essere verificati e, se necessario, presto corretti nel rispetto delle regole democratiche che assegnano a ciascuno degli attori ruolo e doveri. Il governo governi senza condizionare l’autonomia della magistratura (se Mastella teme di cadere in tentazione, gli si assegni un altro incarico nell’esecutivo). Il pubblico ministero eserciti l’azione penale nel rispetto delle costrizioni procedurali (il Consiglio superiore ne verifichi l’ossequio, subito non in dicembre). Le gerarchie togate evitino ogni soggezione, rispettino i codici, non manipolino le procedure (la procura generale di Catanzaro receda dalla sua dissennata iniziativa). Il presidente della Repubblica sia, come sempre è stato, il garante della Costituzione e dell’eguaglianza del cittadino dinanzi alla legge. Non c’è più spazio per il compromesso, la tolleranza, la furbizia. A meno di non voler cadere in quell’incubo che sembrava alla spalle con la sconfitta del cattivissimo Silvio Berlusconi.

L’Italia è l’unico paese al mondo, quante volte è stato scritto in negativo? Bene, l’Italia è da ieri anche l’unico paese d’Europa dove milioni di elettori, iscritti o non iscritti, possono scegliere il leader di un grande partito. L’unico del mondo dove milioni di operai sono chiamati a votare un accordo col governo. Una pessima politica spettacolo ha saputo offrire in pochi giorni due spettacoli di autentica democrazia. Non si tratta, è chiaro, di prendere le difese di una classe dirigente che, secondo una vignetta di Altan, si manda benissimo a quel paese da sola. Piuttosto di trovare una via d’uscita alla furibonda colluttazione fra mala politica e antipolitica che ha avvelenato l’ultimo anno.

I tre milioni e mezzo di elettori delle primarie hanno affidato a Walter Veltroni una missione e un’occasione straordinarie. Per la prima volta, da anni, la politica europea guarda all’Italia con rispetto e con speranza, come al laboratorio di una nuova stagione.

Per la prima volta la sinistra italiana ha la possibilità di balzare dalla retroguardia del riformismo europeo, dove l’avevano confinato prima l’egemonia comunista, poi l’avventura craxiana e infine le ambiguità del centrosinistra, a un ruolo guida nella sinistra continentale.

Questi passaggi di solito non offrono alternative: o finiscono molto bene o malissimo. È quasi una legge meccanica. Quando un processo è avviato e mette in moto forze, energie, partecipazione, o si traduce in fatti positivi oppure si rovescia in furia distruttiva. È già successo in fondo con le altre primarie, quelle che avevano incoronato Romano Prodi leader dell’Unione. Con un carico di speranze di cambiamento largamente disattese dall’eccesso di realpolitik della maggioranza e quindi confluite a ingrossare il mare dello scontento antipolitico.

Il primo effetto del voto di domenica è che per il governo Prodi è finita la stagione del «tira a campare». A chiarirlo subito è stato il discorso del vincitore, Veltroni, con la richiesta di «discontinuità» rispetto al passato. Un modo un po’ politichese per dire che il governo deve cambiare registro e alla svelta. L’ideale sarebbe che domani stesso Romano Prodi annunciasse il dimezzamento dei ministri e dei sottosegretari, magari all’insegna del largo ai giovani e alle donne, con in più una bella accelerata sulle riforme costituzionali e un deciso ritorno all’agenda dei problemi reali del Paese, non limitati al solo debito pubblico. Ora, è difficile che questo accada in una politica equamente ripartita fra tanti Don Abbondio e altrettanti Don Rodrigo. Ma se la maggioranza non saprà intercettare almeno in parte l’ultimo avviso del 14 ottobre, dovrà rassegnarsi in breve a compiere il fatidico passo dal tirare a campare al tirare le cuoia, come diceva Andreotti.

L’altro effetto delle primarie democratiche, in genere positivo non soltanto per la politica ma per l’intera società, è l’aver riportato all’ordine del giorno il tema di gran lunga più rimosso nella vita pubblica: il futuro. Dimenticare il futuro è il primo segnale del declino. Veltroni forse esagera nel non voler mai nominare il suo avversario. Ma è vero che il risultato peggiore della lunga stagione berlusconiana, pure verniciata di modernismo, è stato alla fine d’aver inchiodato l’Italia a un passato che non passa mai, gravido di antichi odi ideologici. D’altra parte anche al centrosinistra è mancato uno sguardo aperto e creativo sul futuro, nell’urgenza di dover sempre fare i conti, non solo metaforici, con il passato.

La scommessa di Veltroni e del nuovo partito è tornare a impugnare questa bandiera storica della sinistra, riportare il futuro al centro dei pensieri e dell’agire politico. In ogni campo, l’economia e i diritti civili, il lavoro e l’ambiente, la sicurezza. Così come è avvenuto con le primarie, vera «discontinuità» rispetto alla vecchia politica. Su questa strada il Partito Democratico può intercettare molti consensi e rovesciare i sondaggi. Altrimenti dovrà rassegnarsi a riconsegnare le chiavi di Palazzo Chigi a un Berlusconi settantenne, circondato da un’anziana corte di decrepiti miracoli.

Ho riflettuto a lungo sul perché, quando il Presidente Bertinotti mi ha proposto il gradito compito di questa commemorazione, sia scattato in me, subito, per istinto, un titolo: la figura del grande italiano. Sarà che questo nostro paese continua a metterci di fronte una sostanziale ambiguità: da un lato la debolezza politica della storia italiana, dall’altro lato il paese forse più politico del mondo, in tutte le sue componenti sociali e popolari. Noi abbiamo inventato la politica per la modernità. Ne abbiamo fatto una forma, privilegiata, e un’espressione, intensa, di pensiero umano.

Perché Gramsci ha così a lungo pensato su Machiavelli? Fermiamoci un momento su questo, perché questo ci permette di entrare da subito nel foro interno di questa personalità. Intanto: il grande italiano è l’uomo del Rinascimento. Dietro, c’era la stagione magica che, fra Trecento e Quattrocento, aveva visto svolgersi quella contraddizione lancinante, fondativa della nostra successiva natura, la contraddizione tra una storia d’Italia, ancora molto lontana dal presentarsi come tale, e una poesia, una letteratura, un’arte, una filosofia, già italiane, in forme dispiegate e mature, con, in più, una naturale vocazione universalistica. Recitavamo, per l’intero mondo, l’Oratio de hominis dignitate .Quello che Pico diceva, Piero raffigurava. Ecco, Machiavelli viene fuori da qui. L’invenzione della politica moderna viene fuori da qui: dal contesto storico tra Umanesimo e Rinascimento. Di qui, la nobiltà del suo codice genetico. Uno di quei volumi Einaudi, dalla copertina grigio-scura, che presentavano, per la prima volta, i Quaderni del carcere di Gramsci, portava per titolo: Note su Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno. Era il 1953. Sono, come tanti, affezionato a quell’edizione. Era una raccolta tematica, per argomenti, dovuta all’impulso pedagogico di Togliatti, che voleva farne lo strumento di trasmissione di una cultura potenzialmente egemone. Allora ci si preoccupava di educare politicamente le masse, non come oggi, quando ci si preoccupa di correrle dietro, adattandosi a qualsiasi tipo di pulsione, anche se non sempre la migliore.

Eloquenti i titoli di quei volumi: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948); Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura (1949); Il Risorgimento (1949); Letteratura e vita nazionale (1950); Passato e presente (1951).

Poi verrà la più precisa e rigorosa edizione critica dei Quaderni, correttamente secondo l’ordine cronologico di stesura a cura di Valentino Gerratana, uno studioso che ha dedicato una vita a questo compito,e su iniziativa dell’allora Istituto Gramsci, oggi meritoria Fondazione Gramsci. Note su Machiavelli, appunto. Come questi aveva chiosato la prima decade di Tito Livio, così Gramsci chiosa Il Principe.

Geniale, a mio parere, la sua interpretazione del partito politico come moderno principe. Credo, ancora di una sconvolgente attualità. Ascoltiamo queste parole: “ Il moderno principe, il mito principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva, riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico; la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali “ (ed.cr. vol III, p.1558).

Non è il caso di nascondere le ombre che il tempo storico allunga su questa luce di pensiero. Non è un’orazione apologetica che ci interessa. Il distacco critico dagli autori, tanto più dai propri autori, è un obbligo intellettuale. Quell’aggettivo “totali” fa riflettere. “Germi universali e totali”. La storia del partito politico nel Novecento ha messo in campo progetti universalizzanti ma ha anche raccolto risultati totalizzanti. Marx e Machiavelli vuol dire “il partito non come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato”(ivi, vol.1, p.432). Fondare lo Stato, non farsi Stato. Non è questo però il punto centrale dell’argomentazione gramsciana. Gramsci aveva profeticamente previsto le possibili degenerazioni del partito che si fa Stato, cioè della parte che si fa tutto. E ne aveva sofferto, in carcere, non solo intellettualmente. Il suo problema politico era già allora, nella temperie terribile di quegli anni Trenta,come sfuggire alla trasformazione, non più incombente ma in atto,delle masse in folle manovrate e delle élites in oligarchie ristrette. Il problema originalmente comunista di Gramsci, vorrei dire, se questo non disturba troppo, l’originale leninismo di Gramsci, è la costruzione di un rapporto virtuoso tra classe dirigente e classe sociale. Il mito – usa lui questa parola e voglio usarla anch’io – il mito del partito-principe è l’organizzazione di una volontà collettiva, “elemento di società complesso”, come l’unica forza in grado di contrastare l’avvento della personalità autoritaria. Anche qui de nobis fabula narratur. Io penso che oggi noi dovremmo rideclinare le analisi dei francofortesi intorno alla personalità autoritaria sulla misura di un nuovo soggetto: che definirei, la personalità democratica. Si sta intrecciando qui un nodo di problemi strategicamente rilevanti per i sistemi politici contemporanei,occidentali e ormai non solo. Attenzione: questa invocazione del leader forte, a suo modo legibus solutus, se intendiamo le leggi al modo di Montesquieu, o di Tocqueville, come un corpo di costumi, abitudini, comportamenti, tradizioni, bene, questa figura non nasconde pericoli autoritari, non credo che sia questo il problema, - la liberale bilancia dei poteri funziona ancora - piuttosto fa vedere il pericolo di una delega diretta, immediatistica, al decisore politico, questa volta un individuo e non un organismo, in senso gramsciano,da parte di una moltitudine formata da una cosiddetta gente,dai forti umori antipolitici. Antonio Gramsci - da mettere in una ideale galleria di grandi italiani del Novecento politico, di tradizione cattolica e liberale, da Sturzo a Dossetti a Einaudi - bè, questi uomini postumi per le loro virtù, servono, vanno fatti servire, come vaccino contro le malattie contagiose delle democrazie contemporanee: l’antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo. La personalità democratica come personalità non carismatica e tuttavia demagogica, eterodiretta dalla sua immagine, in sudditanza rispetto alla dittatura della comunicazione, onnipresente come figura, inconsistente come persona. Gramsci, con la sua vita e la sua opera, ci aiuta a richiamare la politica, tanto più dopo il Novecento, alla sua vocazione originaria che, da Aristotele a Weber, è stata collocata tra questi due splendidi estremi,la passione e la sobrietà. Ecco, a questo punto vorrei non dare l’impressione di edulcorare il personaggio Gramsci, iscrivendolo nel ruolo non esaltante di Padre della Patria. Tra l’altro si tratta di un uomo oggi sconosciuto ai più. Straordinaria la fortuna mondiale dell’opera di Gramsci. Tra qualche giorno, un convegno organizzato dalla Fondazione-Istituto Gramsci e dalla International Gramsci Society, farà il punto proprio su questo tema: “Gramsci, le culture e il mondo”. Ma, credetemi, non si può parlare di Gramsci, restando neutrali. O se ne può parlare, ma facendogli un grande torto. Scrisse di sé, dal fondo del carcere fascista: “Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica”. Non era un’anima bella. Nato per l’azione, circostanze esterne lo costringono a diventare uomo di studio. Se dovessi riassumere in una definizione l’insegnamento che Gramsci ci lascia, direi così: come un uomo di parte possa diventare risorsa della nazione, senza dismettere la propria appartenenza, ma agendola nell’interesse di tutti; Gramsci ci dice che, machiavellianamente, la politica non ha bisogno dell’etica per nobilitarsi. Si nobilita da sé, sollevandosi a progetto altamente umano.

Gramsci non è solo i Quaderni del carcere. C’è un Gramsci giovane che si fa amare, se possibile, ancora di più. Lo scoprimmo nei magici anni Sessanta, quando fummo forse ingenerosamente ostili alla sua linea culturale “nazionale-popolare”, la famosa linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci, a cui rivolgevamo l’accusa di aver oscurato la grande cultura novecentesca europea, soprattutto mitteleuropea, che fummo costretti a scoprire per altre vie. Ci bevevamo gli articoli scritti per la rubrica “Sotto la mole” per l’edizione piemontese dell’Avanti! O sulla “Città futura” numero unico della Federazione giovanile socialista piemontese. Qui quell’articolo (febbraio 1917) che comincia con le parole: “Odio gli indifferenti”. “Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo “. O gli articoli su “Il grido del popolo”: quello famoso e scandaloso: La rivoluzione contro il Capitale. la rivoluzione dei bolscevichi ” contro il Capitale di Carlo Marx. Se si potessero rileggere, oggi, senza il velo delle ideologie dominanti,quelle righe in “Individualismo e collettivismo”!. E’ l’individualismo borghese che produce il collettivismo proletario. “All’individuo capitalista si contrappone l’individuo-associazione, al bottegaio la cooperativa: il sindacato diventa un individuo collettivo che svecchia la libera concorrenza, la obbliga a forme nuove di libertà e di attività “. E soprattutto gli articoli de “L’ordine nuovo”,settimanale di cultura socialista, che Gramsci fonda il 1 maggio 1919 e che poi diventerà quotidiano.Lì si organizza il gruppo che darà vita al Partito comunista d’Italia, che come si vede non subitoma fin dalle tesi di Lione del 1926, nascerà non solo contro i riformisti ma anche contro i massimalisti. Gramsci nasce, politicamente e intellettualmente, a Torino. Davanti a lui, il biennio rosso, l’occupazione operaia delle fabbriche, l’esperienza dei Consigli operai. La vera Università: la grande scuola della classe operaia. Del resto, ormai lo sappiamo: o si parte da lì, o si raggiungono solo quelli che oggi si chiamano non-luoghi. Gramsci, L’ordine Nuovo, settembre 1920: “ L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo o dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera “. E ancora: “ Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo? “. Già Togliatti, nel ricordo che scriveva, nel 1937, appena dopo la morte, intitolato “Il capo della classe operaia italiana”, scriveva: “ Il legame di Antonio Gramsci con gli operai di Torino non fu soltanto un legame politico, ma un legame personale, fisico, diretto, multiforme “. Non ci sono due Gramsci. L’operazione di valutare il Gramsci studioso e di svalutare il Gramsci politico è senso comune intellettuale corrente, e come tale va abbandonato a se stesso. Specialista + politico è formula gramsciana risolutiva. Dalla tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e di qui alla concezione umanistica-storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” , (specialista + politico).Su questa base – scriveva nei Quaderni (4, ed.cr., vol.III, p.1551) ha lavorato L’Ordine Nuovo, settimanale. Il modo di essere del nuovo intellettuale sta nel mescolarsi attivamente nella vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore, non puro oratore. Quindi, per Gramsci, l’equivalente di politico è dirigente, armato però di cultura tecnica, scientifica, umanistica. Qui c’è la preziosa distinzione gramsciana tra direzione e comando, tra guidare e imporre. Questo vale per il gruppo dirigente nei confronti del partito, vale per il partito nei confronti dello Stato,vale per lo Stato nei confronti della società. Egemonia non è solo cosa diversa, è cosa opposta a dittatura. Sul concetto di egemonia pesa ancora un’incomprensione di fondo e una falsificazione di fatto. Non c’è pratica di egemonia senza espressione di cultura. Praticare egemonia è una cosa molto complessa, direi raffinata: vuol dire guidare seguendo, essere alla testa di un corso storico già in movimento, e che fa movimento anche in virtù delle idee, idee-guida, idee-forza che tu ci metti dentro. Una politica senza cultura politica, non cercatela in Gramsci. Scriveva nei Quaderni (ed. cr., vol. 1, p.311): “ Il grande politico non può che essere “coltissimo”, cioè deve “conoscere” il massimo di elementi della vita attuale; conoscerli non “librescamente”, come “erudizione”, ma in modo “vivente”, come sostanza concreta di “intuizione” politica “. Tuttavia – aggiungeva – perché in lui diventino sostanza vivente occorrerà apprenderli anche librescamente. Abbiamo tutti negli occhi, in questi giorni, i libri inchiodati del film di Olmi, che mi pare dicano la stessa cosa. C’è una frase gramsciana per me, per così dire, archetipica,nel senso di simbolicamente originaria, per un processo di formazione. Diceva: “Istruitevi, istruitevi e poi ancora istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

Permettete un breve ricordo personale. Che rimane in tema. Nel dopoguerra, nelle sezioni, anche le più popolari, del Pci, c’era sempre un piccola biblioteca, con i classici dell’ideologia ma anche con testi di letteratura di battaglia. Quando andai a iscrivermi alla Fgci, i compagni della sezione Ostiense, qui a Roma, mi misero in mano tre libri: “Il Manifesto del partito comunista”,di Marx ed Engels, “Il tallone di ferro” di Jack London e le “Lettere dal carcere” di Gramsci. Le “Lettere dal carcere”. Quando lessi quell’ultima, al figlio Delio, non c’era più dubbio su dove schierarsi: “ Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa “ Quello, insieme agli altri due, erano i primi libri che entravano in quella casa, di persone non analfabete e non incolte,anzi colte, cioè coltivate interiormente in una maniera particolare. Una cultura che non veniva, appunto, dai libri, ma direttamente dalla vita e non una vita generica, ma una vita di lavoro. Ho sempre pensato che le due culture non sono,come si dice, la cultura scientifica e la cultura umanistica. Sono la cultura del popolo e la cultura degli intellettuali. Due cose diverse: non si identificano, non si sommano, non si confondono. Eppure un ponte di dialogo e di scambio tra queste due esperienze culturali,deve esserci e devi trovarlo. C’è una cultura materializzata nel lavoro, interiorizzata nel lavoratore: un orizzonte che, per un intellettuale di parte,è come la bussola per il marinaio, ti indica la rotta dove devi andare a cercare, a capire, a scoprire. E’ difficile comunicare la tranquilla forza di pensiero che ti conferisce l’essere, il sentirsi, radicato in questa parte di mondo. L’unico luogo sicuro e libero da quella nevrosi narcisistica che è la maledizione del lavoro intellettuale. La figura gramsciana dell’intellettuale organico, al partito e alla classe, può essere oggi demonizzata e derisa solo da chi non sarebbe mai stato capace di esserlo. Ebbene, quel ponte tra le due culture lo ha costruito quella figura storica, quel soggetto politico della modernità che si chiama movimento operaio. E lo ha fatto, generando coscienza e organizzazione delle masse e al tempo stesso creando pensiero, teoria, cultura alta. Analisi scientifica delle leggi di movimento dei meccanismi di produzione e riproduzione sociale e insieme progetti di liberazione politica.

Mi sento di esprimere una convinzione profonda: più andremo avanti, più il tempo“grande scultore”, come ha detto qualcuno/a –più il tempo si frapporrà tra noi e il passato, più ci accorgeremo che tutte le derive negative, anche tragicamente negative,non bastano per cancellare la grandezza del tentativo. Penso che, come soggetti politici di consistenza storica, dovremmo affrettare il momento di poter tornare a parlare, ognuno di sé, con onestà. Se dovessimo dirci tutta intera la verità, dovremmo parlare così:in realtà, non sappiamo con chi e con che cosa sostituire quelle componenti popolari,di matrice cattolica, socialista, comunista più quelle élites di ispirazione social-liberale,che, tutte insieme, componenti popolari ed élites non oligarchiche,hanno fatto la storia recente di questo paese: perché, esse, non erano società civile, erano società reale:cioè ordinamento storico concreto di una società. Dunque, sono ben consapevole di aver sconfinato dalle buone maniere di una commemorazione ufficiale. Ma i due Presidenti, che mi hanno affidato questo compito, ben conoscevano la mia ormai antica appartenenza a quella che Bloch ha chiamato “la corrente calda del marxismo”. I freddi piccoli passi non mi hanno mai entusiasmato, ammesso che abbiano mai entusiasmato qualcuno.

Concludo così: abbiamo individuato alcuni punti di attualità dell’opera di Gramsci. E alcuni dei presenti qui potrebbero suggerirne altri. Ma quando ripensiamo alla vita, anzi all’esistenza, dell’uomo, proprio in quanto uomo politico, allora dobbiamo far ricorso al criterio nietzscheano dell’inattuale.Qualcosa, o qualcuno, che non si può oggi riproporre e proprio per questo, in sé, vale. Ho letto, in questi giorni, questo libretto di George Steiner, “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero”. Una delle ragioni, fonte di melanconia, è l’inadattabilità oggi del grande pensiero agli ideali di giustizia sociale. E scrive Steiner: “ Non c’è democrazia per il genio, solo una terribile ingiustizia e un fardello che può essere mortale “. Poi “ci sono quei pochi, come diceva Hölderlin, che sono costretti ad afferrare il fulmine a mani nude “. Ecco, è tra quei pochi che dobbiamo “cercare ancora” Gramsci. Quel gracile corpo fisico e quella forte statura umana, mi pare di vederli riassunti in quel gesto: afferrare il fulmine a mani nude.

Il testo è tratto dal sito rossodisera.info

Smettiamola, noi sinistre manifesto incluso, di essere sorpresi e amareggiati per le misure prese dal governo di centrosinistra. Un conto è cercare di modificare le scelte, che è un obbligo che abbiamo nei cofronti della nostra base o dei nostri lettori, un altro è cadere dalle nuvole come se fosse stato possibile pensare che sarebbe andata molto diversarmente. Abbiamo votato l'Unione e la coalizione relativa per impedire una riedizione del governo Berlusconi, e ci siamo riusciti appena di misura alleandoci con larghi settori e partiti democratici, che non ne sopportavano i traffici e il disprezzo della Costituzione, ma che perlopiù avevano lasciato alle spalle, come i Ds, o non avevano mai avuto, come la Margherita, un impegno sociale. Ancora meno condiviso era, nella coalizione, il giudizio sulle questioni di natura civile ed etica, prima di tutto sulle relazioni sessuali (tema in gran parte superato nel resto dell'Unione europea) e sulla posizione da tenere sui rapporti stato-chiesa, che resta irrisolta, anzi per dirla esattamente, è fortemente arretrata rispetto a mezzo secolo fa soltanto in Italia e in Polonia. Su un solo punto il governo di centrosinsitra è andato a una vera mediazione con il suo elettorato più radicale, ed è stato sul tema della politica estera, mantenendo l'impegno sul ritiro dall'Iraq, assumendo qualche iniziativa coraggiosa anche se finora di scarso esito sul Medioriente e rifiutando le smanie di punire l'Iran che, oltre agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, hanno conquistato in questi giorni anche la Francia di Sarkozy.

Sapevamo dunque di essere una minoranza sul fronte del lavoro e su quello di un'etica laica. La possibilità di inflettere verso il nostro versante le linee del governo Prodi stavano, tutte e soltanto, nella nostra capacità di rimettere al centro dell'attenzione, anche attraverso una pressione sociale, i diritti di chi lavora - in parole povere assumere come priorità salari e pensioni, ridurre il precariato, riprendere saldamente quel principio elementare del pensiero politico europeo che afferma la non riducibilità delle norme di uno stato a quelle praticate dalle religioni o dalle chiese in questo o quel paese.

Sul primo punto, cui mi limito oggi, non solo non si è fatto un passo avanti, ma l'andamento delle consultazioni indette dai sindacati dimostra che sia i pensionati sia i lavoratori dipendenti sono ormai determinati dalla paura di perdere anche il poco che hanno. Vale per ogni categoria che sia venuta via via rinunciando al conflitto, come dimostrano al contrario le aziende dove ha prevalso il no, compresi alcuni call center, mentre c'è stata una quasi unanimità di sì in fabbiche o aziende minori dove nessuna lotta è stata fatta. Non conosco al momento in cui scrivo i dati del pubblico impiego e neppure quelli della scuola, dove i compensi sono i più derisori.

È una constatazione grave e niente affatto, come troppi usano dire, «economicista». Dimostra che è stata minata una coscienza basilare di quei principi che nel 1948 avevano fatto della nostra una delle costituzioni più avanzate. In questa caduta della soggettività, resterà storica la responsabilità dei democratici di sinistra, la loro rinuncia, per non dire ecclesiasticamente abiura, a una qualsiasi idea di società che non corrisponda alle leggi di una mondializzazione governata dal capitalismo più selvaggio. Ogni nuova esternazione di Walter Veltroni lo conferma fin con candore.

Ma le sinistre che si dicono radicali, noi stessi, stiamo dandoci abbastanza da fare per risalire la china? Non mi pare. E' importante la manifestazione indetta per il 20 ottobre - rendere visibile la protesta di chi non si contenta di emettere gemiti o insulti. Almeno, di non indulgervi troppo, perché anche fra noi c'è chi dà fiato ai precordi degli umiliati e offesi, o si stringe nelle spalle, o si limita a ricordare che una protesta a furor di popolo si fonda sempre sulla mancanza di una politica forte. A me né gemiti né insulti vanno bene non per moralismo ma per senso della realtà. Anni di storia e il presente dimostrano come la denuncia o la protesta non accompagnata da una proposta portino acqua soltanto alla destra. Bisogna essere ciechi per non vederla avanzare. E sarebbe miserabile ripetere quanto siano cattivi o traditori coloro che ci governano, e, sottointeso, quanto sciocchi coloro che hanno votato già due volte Berlusconi e lo rivoterebbero se si votasse domani. Sono sciocchi i sì al referendum delle tre confederazioni sindacali, che ha visto una crescente quantità di pensionati dichiararsi d'accordo che la metà della loro propria categoria sia costretta a vivere al di sotto del livello di povertà? Sciocchi i lavoratori aderenti ai sindacati, che hanno votato a larga maggioranza di restare in condizioni salariali e normative inferiori a quelle degli altri paesi occidentali del nostro calibro e senza avere il coraggio di seguire i metalmeccanici, magari pensando che sono una specie in via d'estinzione? Non sono degli sciocchi. Bisogna cominciare a capire come la mancanza di coraggio, la poca voglia di organizzarsi, il silenzio davanti a una cabina elettorale o a un referendum, di chi teme che votando no per lui vada a finire ancora peggio, sono prove di una grande sofferenza - forse della maggior sofferenza. Penso ai ragazzi, sempre più spesso non soltanto ragazzi, dei call center, che hanno votato sì a un protocollo che li condanna a restare quel che sono, cioè in un'assoluta mancanza di prospettive e attaccati a un lavoro che - passando dal materiale all'immateriale - è identico, passando dalla fatica fisica a quella fisico-mentale, a quello di coloro che nel 1800 lastricavano le strade e furono i primi a sindacarsi.

Ma che cosa gli proponiamo noi sinistra alternativa? Non credo che sia lo «spacco tutto per dimostrare che esisto». E' una reazione comprensibile per chi non ha un salario da perdere, o perché troppo giovane o perché professore in qualche università. La rivolta delle banlieues di Parigi lo scorso anno questo è stata, a dimostrazione di un malessere esistenziale furibondo che non ha però spostato di un metro i rapporti di forza perché non era in grado di collegare attorno a sé nessuna altra parte sociale. Il sovversivismo di immagine, sul quale contano molti nostri compagni e amici, indica solo che c'è una crepa nel consenso ma non in quale direzione vada e è per natura transitorio. Qualche riflessione sull'egemonia, cioè sulla capacità di far blocco e di contare, invece che contentarsi della propria coscienza, andrebbe fatta.

La verità è che negli attuali rapporti di forza, e non solo istituzionali, la strada di una proposta in grado di persuadere e diventare una leva reale, è stretta. Penso alla nostra rispettata ma scarsa presenza sul mercato, già esile, della stampa. Leggo sul manifesto e su Liberazione i resoconti del convegno fatto assieme alle sigle politiche della sinistra radicale e ai nostri compagni e amici di Rive Gauche (nome che suggerirei caldamente di cambiare perché la rive gauche è ormai turismo e speculazioni immobiliari). Vorrei sbagliare, ma ho visto da un lato la vastità di pensiero e di documenti degli economisti, dall'altro la povertà della tavola rotonda dei leader, che non solo non avevano trovato il tempo di ascoltarli, ma non sono riusciti a disincastrarsi dalla tagliola «stare al governo o uscirne». Non doveva venir fuori da questa giornata di incontri una proposta di programma? Anche i migliori degli economisti, se posso avanzare più che una critica un bisogno, stentano a dare un'indicazione accessibile su quel che una minoranza, al parlamento e fuori, potrebbe fare e in quali tempi. Come osservava Isidoro Mortellaro, un programma che non definisce tappe, modi, luoghi e tempi non è un programma: resta un punto di vista.

Eppure l'obiettivo di oggi, primi di ottobre del 2007, sembra evidente: contro il pacchetto del governo su welfare e precariato occorre strutturare una proposta concretamente praticabile e conquistarvi un consenso, o almeno farne una casamatta (come una volta diceva Ingrao) nella società e in parlamento. Nella società i tempi sono lunghi e è certo che si sarebbe dovuto cominciare almeno da un anno, perché si sapeva che si sarebbe arrivati al dunque su pensioni e welfare (e qui il nostro giornale dovrebbe verificare la sua capacità e tempestività di comunicazione). In parlamento invece i tempi sono stretti e le condizioni politiche non sono certo migliorate dal momento della presentazione del pacchetto. Ora, in sede parlamentare, un'iniziativa consiste non solo in una discussione forte, ma in una legge o più leggi, in una mozione o più mozioni, da sottoporre al voto. Leggi e mozioni che vanno misurate sull'oggi, cioè su un anno di crescita lenta, permanentemente corretta al ribasso e sull'impossibilità di quasi tutti i principali paesi dell'Unione europea a stare al rapporto comandato tra Pil e debito.

Stupisce che i leader dei gruppi parlamentari non abbiano fornito al convegno la loro analisi, la loro previsione e i documenti che devono averla compiuta. In tema di vincoli internazionali, fra il piegare la testa al diktat della Commissione e fare come se non ci fosse, c'è una zona di manovra. Se la sinistra europea fosse realmente operativa, questa analisi l'avrebbe già fatta e avrebbe non solo già stabilito un accordo fra le minoranze in parlamento europeo ma verificato quanto le maggioranze che sfondano il parametro debito/Pil possano essere interessate a una qualche sia pur transitoria convergenza. E' su questo collegamento che si misura infatti in concreto la possibilità di fare da uno studio una politica. Ma il vincolo della spesa pubblica non è tutto e per certi aspetti non è neppure quello decisivo. Non lo è per quanto riguarda le pensioni, se è vero come è vero e controllabile sui numeri che quest'anno per le pensioni vere e proprie il fabbisogno è interamente coperto dai contributi dei lavoratori e per quanto riguardano i prossimi decenni, si impone quantomeno una moratoria perché le previsioni fatte poco più di dieci anni fa si sono già dimostrate errate.

Quanto alle politiche sul lavoro, che è impossibile separare da quelle economiche e sono lasciate fin troppo ai singoli stati, esse dipendono esclusivamente da compatibilità politiche interne e sono quindi per quattro quinti ideologiche. O il governo di centrosinistra le lascia interamente al conflitto con le parti sociali o, se si mette a legiferare, non può più affidare la crescita a un sistema di imprese verificatosi incapace, irrorandolo di soldi senza alcuna contropartita e tirare la cinghia sui ceti subalterni, migliorando non solo la caduta verticale dei redditi da salario nella formazione della ricchezza nazionale, ma il fatto che esistono in Italia una quantità indecente di famiglie «povere» nel senso che dovrebbero vivere al di sotto del minimo vitale. Sono due punti sui quali si misura la sua affidabilità intellettuale e morale. Tantopiù se non si chiede al parlamento e al paese la ragione di ambedue le scelte. Inutile lamentarsi poi se la gente non capisce o profetare che domani capirà. Perché, come già mi è capitato di scrivere, non si tratta di un «vuoto» del fare politicoi bensì del «pieno» di una strategia liberista, che si dimostra devastante per tutta l'Europa.

D'altra parte, se su salario e pensioni la scelta del governo poggia anche su una debolezza suicida della Cgil, un ridimensionamento del precariato passa da un'elaborazione non semplice. L'attuale dispositivo del ministro Cesare Damiano è una presa in giro, rimandando il trienno di precariato a altri trienni di precariati di altre imprese. Ma che cosa suggeriscono gli economisti e i sociologi sulla possibilità di mettervi un limite secco, senza far ricadere questa forza di lavoro nel nero? Il dispositivo economico e politico da mettere in campo davvero non è facile. Ma anche qui, tra abolire la Legge 30 e il niente del pacchetto governativo, si potrebbero mettere in campo tappe, modi, tempi e controlli che potrebbero essere stabiliti in un intreccio per una volta non vizioso tra pubblico e privato.

Saremmo dovuti arrivare a farlo perfino noi, per quanto siamo un povero giornale, se lavorassimo come ormai imporrebbero i tempi e i rapporti effettivi di forza. Salvo ridursi a essere un recinto di protesta, un luogo puramente simbolico e contenti di esserlo.

Tutte le cose da cui siamo circondati e che usiamo, in una giornata qualunque, sono uscite da una fabbrica. Da lì vengono, si sa, l’auto, il frigorifero e il televisore. Ma da una fabbrica sono usciti pure la tazzina del caffè e il tavolo su cui posa, i vetri della finestra e le piastrelle del bagno, il Dvd che ascoltiamo e la carta su cui è stampato questo articolo, la serratura della porta e la cabina dell’ascensore. Le cose uscite da una fabbrica rendono (quasi sempre) più comoda la vita. Usando un computer portatile, alla luce d’una lampada alogena, nel tepore diffuso da una caldaia a gas, tutt’e tre usciti da una fabbrica, è anche più agevole scrivere che le fabbriche sono ormai in via di estinzione.

La fabbrica è di regola un lungo capannone grigio senza finestre, dove entrano materie prime e pezzi separati i quali, lavorati e assemblati, ne escono poi trasformati in cose pronte per l’uso. La trasformazione è effettuata da macchine, costruite a loro volta in un’altra fabbrica, e dal lavoro umano. Rispetto a trent’anni fa, entro la stessa fabbrica sono oggi più numerose le macchine che compiono da sole varie fasi della trasformazione, spesso integrate fra loro in sistemi flessibili di produzione, oppure metamorfizzate in robot. Per contro è sceso di molto il numero dei lavoratori occupati. Ma se i lavoratori non continuassero a controllare le macchine e a provvedere con la loro attività a riempire i larghi spazi del processo produttivo che restano aperti tra una macchina e la successiva, anche nelle produzioni più automatizzate o robotizzate, dalla fabbrica non uscirebbe niente.

In fabbrica c’è sempre qualcuno che comanda, e altri che sono comandati. Qualcuno provvede a organizzare il lavoro, dividendolo in operazioni semplici e brevi. Vanno compiute in pochi minuti, a volte uno solo, per poi ricominciare. Gli altri eseguono. Dal punto di vista della divisione del lavoro, la fabbrica di oggi resta molto simile a quella di una generazione fa, se non di due. Magari non la chiamano più "organizzazione scientifica del lavoro". Però si tratta pur sempre di lavoro frammentato in mansioni parcellari e ripetitive, che si imparano alla svelta e non richiedono all’individuo che le svolge una qualifica professionale elevata. Alla quale comunque non consentirà mai di arrivare, quel lavoro diviso, nemmeno dopo una vita.

Da altri settori dell’economia, che vanno dall’agrindustria alla ristorazione rapida, dalla grande distribuzione ai call center, gli esperti guardano oggi all’organizzazione del lavoro della fabbrica per comprendere come si fa a estrarre da una persona la massima quantità di lavoro utile in una data unità di tempo. Il loro scopo ideale è quello di trasformare ogni genere di attività umana in una copia del lavoro di fabbrica. Sembra ci stiano riuscendo.

Grazie all’automazione e a altre innovazioni del prodotto e del processo produttivo, in fabbrica molte lavorazioni particolarmente pesanti e nocive ora sono svolte dalle macchine. C’è anche meno rumore. Tuttavia le mansioni che restano affidate a esseri umani sono altrettanto stressanti di quanto lo erano un tempo. In numerosi casi la fatica fisica e nervosa è anzi aumentata. Perché le fabbriche producono oggi "giusto in tempo", che significa alimentare un flusso ininterrotto di materiali e di operazioni lungo tutto il processo. Ed è sempre l’operatore umano che deve badare a che il flusso non si interrompa mai, che le eventuali disfunzioni vengano subito superate, e gli effetti di queste sui tempi come sulla qualità del prodotto prontamente eliminati. Ciò comporta ritmi di lavoro sempre più rapidi per tutti gli addetti alla produzione; drastica riduzione delle pause durante l’orario di lavoro; una tensione continua per evitare che qualcosa vada storto. Forse lo fa in modo diverso da un tempo, ma di sicuro continua a stancare, il lavoro in fabbrica. Così come gli incidenti che avvengono in essa, masse e arnesi grevi di metallo contro corpi umani, continuano a ferire seriamente ogni giorno migliaia di uomini e donne, e a uccidere, industria delle costruzioni a parte, 1200 volte l’anno.

Invece come luogo di incontro, di solidarietà, di rapporti sindacali, di interessi comuni, di amicizia, la fabbrica è cambiata. Tutte le forme di relazioni sociali sono diventate più rade e più fragili. Le attività di gruppo che hanno sempre formato una parte intrinseca della socialità del lavoro risultano difficili. Si stenta perfino, talvolta, a mettere insieme una squadra sportiva. La causa non sono le persone, che avrebbero cambiato atteggiamento o abitudini. Sono piuttosto i contratti di lavoro di breve durata, e l’affidamento a imprese esterne, diverse dall’impresa che controlla la fabbrica, di segmenti sempre più ampi del processo produttivo interno. Ciò impedisce alle persone di imparare a conoscersi, vivendo e lavorando fianco a fianco per periodi abbastanza lunghi. Al presente può succedere che su cento lavoratori in attività entro una fabbrica, in un dato giorno, appena un terzo o un quarto siano dipendenti fissi dell’impresa cui la fabbrica stessa fa capo. Gli altri sono lavoratori che oggi ci sono ma domani, o tra una settimana o un mese, non ci saranno più, o verranno sostituiti da qualche faccia nuova. Per alcuni sarà scaduto il contratto, quale che fosse, da apprendista, interinale, o collaboratore. Ad altri, dipendenti da imprese terze, subentreranno in fabbrica i dipendenti di imprese diverse. La fabbrica, da luogo canonico di permanenze e stabilità, si va trasformando in un luogo di frettoloso passaggio.

In Italia come altrove, le fabbriche non sono mai state altrettanto numerose, e non hanno mai prodotto una così massiccia quantità di merci. Per convincersene basta guardare dal finestrino, dell’auto o del treno. Strade e ferrovie che si dipartono dalle grandi città, e da tante minori, appaiono costellate per decine di chilometri da file di fabbriche. Di solito uno non arriva a vederci dentro, a quegli scatoloni grigi, ma di sicuro all’interno c’è qualcuno che lavora. In certi posti lavorano poche decine di persone, in altri centinaia o migliaia. In totale, pur contando solamente i lavoratori dipendenti dell’industria in senso stretto, gli abitanti giornalieri e notturni delle fabbriche italiane sono tuttora quasi quattro milioni e mezzo.

Mentre sembra che i lavoratori di fabbrica nessuno riesca a vederli, sono invece ben visibili a tutti le colonne di tir su autostrade e tangenziali, i treni merci lunghi un chilometro che rombano a due metri da noi mentre sulla banchina aspettiamo l’eurocity, le decine di migliaia di container che riempiono i porti e le piattaforme intermodali. È vero che parecchie di quelle merci provengono dall’estero. Ma non meno voluminose sono le nostre merci che viaggiano su tir, treni e navi dirette verso destinazioni straniere. Dopo essere uscite da una fabbrica. Dalla quale esce anche una domanda ininterrotta di servizi. Ricerca, informatica, reti di comunicazione, logistica, manutenzione, consulenze varie, amministrazione, formazione e altro: una bella quota, insomma, di quel che vien denominato terziario. Chiudete o delocalizzate la fabbrica, e la relativa quota di terziario scende a zero. È uno dei debiti poco noti che economia e società hanno verso la fabbrica e quelli che ci lavorano.

L'economia di questi anni è contrassegnata dalla precarietà. Una condizione contrattuale che mina alle fondamenta «modello sociale», convivenza, rappresentanza sindacale e politica e - alla fin fine - la stessa stabilità dell'Unione europea. Gli economisti di sinistra sono stati chiamati a illustrare diagnosi, e possibilmente anche proposte, per individuare - in vista della manifestazione del 20 - «le condizioni per l'avvio di una credibile e organica iniziativa unitaria della sinistra nell'ambito della politica economica».

Ne esce fuori uno scenario fatto di molte suggestioni diverse, a volte anche incompatibili, ma tutto sommato abbastanza chiaro. Il dato di partenza è infatti la crisi di consenso delle teorie variamente liberiste, incapaci di trovare riscontro nella realtà empirica, segnata «dalla prima riduzione dei diritti del cittadino e del lavoratore» da 60 anni a questa parte (Paolo Leon). Frutto di un azzeramento delle politiche economiche degli stati, privati degli strumenti per intervenire sulla situazione politica e sociale, in un quadro anche culturalmente impoverito («un'empiria senza princìpi»).

Per l'Italia è un disastro particolare, che ha visto aggravarsi il gap («-9% di Pil in 10 anni») rispetto agli altri paesi europei. Una «meridionalizzazione» del paese (Roberto Romano) conseguente all'«incapacità del nostro sistema economico di modificarsi» e verificabile nei bassi investimenti in ricerca e sviluppo («sempre rapportati alla specializzazione produttiva»; e «se si fabbricano cravatte»...). Ma riscontrabile anche nei «differenziali salariali all'interno della Ue» (Guglielmo Forges Davanzati), che fanno il paio con il costante peggioramento della bilancia commerciale. La spiegazione liberista accusa l'«elevato debito pubblico, che comprime investimenti e tassi di crescita», oltre che «il mercato del lavoro troppo rigido». Mentre è vero l'opposto: la «flessibilità del lavoro in uscita», quella che tanto piace a Confindustria, «comprime i consumi e quindi la domanda aggregata», in un circuito depressivo.

Tra i «misteri» italiani c'è anche il rapporto tra una bassa crescita e l'aumento dell'occupazione, quasi soltanto di tipo precario; mentre aumenta la popolazione come mai era avvenuto prima. I flussi dei migranti spiegano entrambi i fenomeni (Enrico Pugliese), mentre la ripresa delle migrazioni interne avviene «rovesciando i flussi delle rimesse». A salire al nord, oggi, sono soprattutto giovani laureati che vengono letteralmente «mantenuti a distanza» dai genitori. Andrea Fumagalli rivendica le sue origini «operaiste» sostenendo che «non ci sono più differenze tra politiche che intervengono sul mercato del lavoro e quelle sulla vita»; per teorizzare la «centralità della condizione precaria», cui occorrerebbe rispondere in termini di nuovo welfare, garantendo «continuità di reddito».

Chi mette però i piedi nel piatto è Marcello Messori, che non si offende per la definizione di «social-liberista». La scarsa crescita europea in questo inizio secolo non è per lui dovuta a una politica monetaria restrittiva, che «anzi mai come in questi anni è stata permissiva dappertutto»; prova ne sono i «tassi di crescita mondiale più alti di sempre». Per l'Italia, soprattutto, «è finita l'epoca» in cui l'import di beni capitali contenente innovazione faceva da stimolo alla «creazione di un settore simile»; l'Information communication technology (Ict) si è imposta al mondo, ma noi non siamo riusciti «né a produrla, né a utilizzarla». Siamo insomma un paese «inadeguato al nuovo modo di produzione», perché qui «la vera rigidità è il capitale (capitalismo familiare 'chiuso'), insieme a diffusissime posizioni di rendita anche nel privato, un apparato amministrativo conservatore, un sistema sociale differenziato ma con comune percezione di aver da perdere dal cambiamento». Ne deriva una proposta in termini di «liberalizzazioni e ri-regolamentazione dei mercati», in cui l'accento non va sulla quantità ma sulla qualità della spesa pubblica. Di tutt'altro tenore è la relazione di apertura, tenuta da Jorg Huffschmid, dell'Euromemorandum Group. Qui la domanda fondamentale - «come portare la democrazia nell'economia» - trova risposta nella riproposizione di una visione keynesiana abbastnza classica; ma in modo consapevole («non dobbiamo reinventare la ruota per molt di questi problemi»).

Un'economia «eccezionale» come la nostra fornisce però contraddizioni in esubero. Emiliano Brancaccio si sofferma su quella tra «produttività del lavoro decrescente» rispetto ad altri paesi, con cui condividiamo però «la convergenza verso il basso dei salari nominali». Una situazione insostenibile, alla lunga, a causa della «divaricazione dei costi del lavoro per unità di prodotto». Il parallelo deficit di bilancia commerciale («è dai conti esteri che può arrivare la crisi dei conti pubblici») viene affrontato dal centrosinistra in termini di deflazione salariale. Salari già al livello più basso del continente, e su cui si può agire solo tramite «ulteriore precarizzazione del lavoro, approvazione del protocollo sul welfare e un tornare alla carica contro l'art. 18» (come nel «progetto Treu», sostenuto «anche da Veltroni»).

Lo sguardo sul globale arriva da Riccardo Bellofiore (relazione insieme a Joseph Halevi), che inquadra il «nuovo capitalismo» in modo «assai diverso da Revelli e Negri». Un nuovo «modello Usa» che riparte su «boom speculativi sostenuti dalla politica monetaria», un vero e proprio «keynesismo finanziario» travestito con slogan liberisti che produce «un consumatore indebitato, un risparmiatore terrorizzato e un lavoratore spaventato». Esiste un «problema strutturale», anche per l'Italia, di bilancia commerciale, per cui è necessario immaginare un'«alternativa di politica economica» rispetto alle ricette ideologiche liberiste; ma che presuppone «la capacità di dire qualcosa sulla spesa pubblica», ovvero «sul quanto e dove intervenire»; presupponendo naturalmente «un rapporto debito/Pil più elevato», perché si tratta di «finanziare prima di avere risultati reali»; possibile solo se si ha «credibilità».

Carla Ravaioli e Marcello Cini - «non economisti», si schermiscono - mantengono lo sguardo sulla globalità. La prima per ricordare «l'aporia insanabile della crescita illimitata dell'accumulazione capitalistica in un mondo finito», che si concreta nella «crisi ecologica: la più pericolosa, ma anche la più rivoluzionaria». Con un rimprovero ai «critici del capitalismo», che se ne dimenticano sempre. Il secondo per riandare all'importanza della «rivoluzione informatica», in cui avviene «un'appropriazione privata della conoscenza del tutto simile all'appropriazione privata delle terre con le enclosures del '600 inglese». Un processo che completa «l'assoggettamento di tutte le sfere della produzione al dominio del capitale». Quasi a ricordare che la «stabilità del posto del lavoro» è stata conquista recente del movimento operaio; oggi rimessa pesantemente in discussione.

Postilla

Lo sforzo che ci interessa è quello di costruire un ponte tra il sistema economico-sociale di oggi e quello di un domani migliore. Gli economisti della “rive gauche” sembrano coinvolti, in misura maggiore o minore, in questo tentativo. Per comprendere se e come occorrerà leggere gli interventi (o averli ascoltati). Ci limitiamo ad osservare per ora, parafrasando Italo Calvino, che del ponte si vedono molte pietre, ma non ancora la linea dell’arco che dovrebbe tenerle insieme. Ma forse è pretendere troppo.

In queste settimane si incrociano una serie di eventi che possono mutare profondamente il corso di questa legislatura. Prima di tutto il referendum dei lavoratori sul protocollo pensioni e welfare. La conseguente riunione del governo per vararlo definitivamente. La manifestazione del 20 ottobre. Il nodo della finanziaria che inizia il suo iter al Senato (con l’incognita Dini), legata a doppio filo proprio con il protocollo. Il pacchetto pro sindaci-sceriffo. La legge Gentiloni, il cui esito si deciderà in queste ore, almeno per ciò che riguarda la Camera. Ce n’è abbastanza per prevedere il peggio. Ma non è affatto detto che stavolta la legge di Murphy si avveri.

Intanto occorre rilevare un clima nell’opposizione. Chi segue i lavori parlamentari sa che il centrodestra ha ben poca voglia di andare al voto in tempi ravvicinatissimi. Berlusconi ha bisogno di riorganizzarsi.

L’esito del referendum può segnare la discussione sul welfare. E’ un bene che, su questo punto, tutta la sinistra abbia oggi una visione comune. Piuttosto incomprensibile, semmai, è l’atteggiamento del sindacato, che in certi momenti appare persino indisponibile a correzioni migliorative.

Su questo punto i pericoli arrivano dal centro, dai settori più conservativi della maggioranza, non dalla sinistra. La sinistra chiede modifiche possibili, utili, ragionevoli, a partire da norme severe sui contratti a termine. Modifiche che anche nell’Ulivo non vengono escluse.

Riguardo la finanziaria, sono stati fatti passi in avanti concreti e disinnescate mine pericolose. Per questo ora si tratta di introdurre nuove misure (penso a norme di stabilizzazione dei precari in primo luogo).

Ma il fattore più importante per superare questi scogli è a monte dei problemi. E si chiama collegialità. La formazione del Pd, era stato detto dai promotori, serviva a dare un “timone” alla maggioranza e al governo. Un timone moderato. Così è stato. Franco Giordano ha parlato di “monocolore” del partito democratico. Siamo, cioè, di fronte ad una vera e propria offensiva (basti vedere il pacchetto sicurezza) dei settori moderati dell’Unione, apertamente in contrasto con il resto della maggioranza. Un’offensiva pericolosa, che a lungo termine mira ad “alleanze di nuovo conio” come le ha definite Rutelli o, comunque, ad imprimere una impronta centrista all’azione di governo.

E’ questo, prima di tutto, il tentativo che la sinistra deve contrastare. Il governo e la sua maggioranza, devono tornare a decidere e discutere insieme. Non è possibile governare altrimenti. E il presidente del consiglio dev’essere il punto di sintesi della discussione, spogliandosi del suo ruolo di promotore del Partito democratico.

Senza questa precondizione, il governo avrà sempre una vita difficile, anche se supererà le difficoltà di oggi. Se ne presenteranno altre, contrasti sempre più profondi, se una parte della coalizione si troverà a dover accettare a scatola chiusa o quasi decisioni prese dall’altra parte della maggioranza.

Insomma, buona parte dei contrasti potrebbero essere appianati se Romano Prodi tornasse ad essere, pienamente, il leader di tutti.

La sicurezza, si dice, non è di destra né di sinistra. Vero, anzi ovvio: finché non si precisa che cosa si intende con sicurezza e come ottenerla. Da molti anni, negli Usa e in Europa (da ultimo in Italia), per sicurezza si intende solo, da destra e da sinistra, la diminuzione del rischio di vittimizzazione da microcriminalità da parte della «gente». Non è l'unico modo di declinare la sicurezza, che un tempo non lontano significava piuttosto «messa al riparo dai rischi della vita».

Sicurezza viene fatta coincidere, nel dibattito italiano attuale, con legalità. Dobbiamo dunque escludere che siano un rischio per la sicurezza i lavavetri e i mendicanti: nullum crimen sine lege. E se legge si farà, ricordiamo ciò che diceva Anatole France: la legge è uguale per tutti, vieta sia ai ricchi che ai poveri di dormire sotto i ponti. Ma vi sono altre questioni. Che cosa si intende per «gente», o «cittadini»? In città vivono e transitano uomini e donne, bianchi e colorati, ricchi e poveri, adulti e bambini: la sicurezza di chi si deve tutelare? Anche quella dei lavavetri, delle prostitute, dei mendicanti, o soltanto quella di chi «paga le tasse» (non molti, in Italia) e rispetta la legge (ancora, non molti in Italia)? E che dire di metà della popolazione (le donne, di tutte le fogge e colori), ben più a rischio di vittimizzazione in casa, in famiglia, che negli angoli bui della città ad opera di sconosciuti scuri di pelle?

E' vero, c'è un diffuso senso di insicurezza. Indipendente, però (dicono le ricerche), dall'aumentare o diminuire dei tassi di microcriminalità. E magari sensibile alle campagne di legge e ordine: le quali spostano semplicemente questo senso di insicurezza su un bersaglio visibile e (apparentemente) aggredibile, laddove sarebbe molto più difficile fare i conti con la precarietà del lavoro, la flessibilità, il declino delle protezioni collettive, la paura di chi è diverso da noi, l'incertezza del futuro, le annunciate catastrofi ambientali, per non parlare degli infortuni sul lavoro e quelli derivanti dal traffico, per tutti noi un pericolo assai grave e costante ma cui sembriamo esserci abituati (non sarà che forse le lobby dei costruttori d'auto e dei venditori di petrolio sono più influenti sull'opinione pubblica delle temibili lobby di mendicanti, lavavetri e zingari?).

Le carceri sono piene fino all'orlo di imputati o condannati per reati riconducibili alla categoria della microcriminalità - come è sempre stato, del resto (mentre invece le persone «perbene» si pagano avvocati e prescrizione): dove è dunque l'indulgenza nei confronti di quel tipo di reati? Lavavetri, mendicanti, rom ci mettono a disagio e sono un elemento di «degrado» delle nostre città. Ma forse ci mettono a disagio perché ci ricordano che noi stiamo meglio? E che cosa fare con il «degrado», spazzarlo via, nasconderlo alla vista, criminalizzarlo?

E' assai dubbio che la famosa «tolleranza zero» di Giuliani abbia veramente diminuito la criminalità a New York, se non altro perché negli stessi anni diminuì in tutte le principali città nordamericane e in tutto il paese (è assai più probabile che il calo sia da legare alla prosperità economica degli anni novanta), ma ha certo aumentato abusi ed illegalità della polizia, soprattutto nei confronti delle minoranze etniche, e diminuito il senso di coesione sociale.

Inoltre, ci si permetta di far notare, se, come dice il ministro Amato, la «ricetta» di Giuliani «non è di destra né di sinistra», non è un caso quasi straordinario che Giuliani sia proprio colui che oggi ha le maggiori probabilità di divenire il prossimo presidente degli Stati uniti, se il partito di destra, il partito repubblicano, vincerà le elezioni? Colui insomma che si appresta ad essere il massimo alfiere della destra a livello globale? I leader del partito democratico americano potrebbero forse ritenere che alcuni leader del partito democratico italiano abbiano le idee un po' confuse in proposito?

Siamo certo in presenza di un forte declino e crisi del legame sociale, di un aumento della solitudine di ognuno e ognuna e della diffidenza di tutti verso tutti. Le campagne odierne di legge e ordine rafforzano questo declino e accentuano questa diffidenza, orientandola verso i e le migranti.

Lo stesso rapporto sulla sicurezza del ministro Amato ha messo in luce come la criminalità immigrata sia statisticamente legata ad una condizione di irregolarità. Ma questa è appunto una «condizione», non una «qualità» dell'essere migranti; è assai difficile immigrare in Italia legalmente per cui i migranti, che sanno benissimo che c'è lavoro, ci vengono o ci rimangono irregolarmente. Tuttavia, la condizione di irregolarità in cui poi si trovano li espone ad un alto rischio di illegalità e criminalità. Il ministro Amato è autore, insieme al ministro Ferrero, di un ben intenzionato disegno di legge sull'immigrazione, che si pone proprio l'obiettivo di aumentare le possibilità di essere in Italia regolarmente. Come mai, quindi, nessuno del governo ci ha spiegato che si sta facendo una cosa molto importante per combattere la criminalità immigrata e cioè cercare di rendere la condizione (giuridica) di irregolarità una condizione più rara? E come mai si sente dire che si cerca di rallentare l'iter di approvazione di quel disegno di legge? Non sarà che non si riesce neppure a capire quando si cerca di fare qualcosa di buono?

Tutto ciò non tanto non è di sinistra, ma non è sopratutto produttivo di maggiore (percezione di) sicurezza: è vero, semmai, il contrario, perché contribuisce a rafforzare pregiudizi, paura, xenofobia.

Se, nel tempo breve, può sembrare che faccia gioco governare per mezzo dell'insicurezza e della paura, chi viene governato non ci guadagna niente, né maggior sicurezza, né maggior fiducia nelle istituzioni, né, quindi, maggior legame sociale. E se chi governa è, poveretto, di sinistra, non ci guadagna niente neppure lui, perché in fin dei conti, come ha detto un esperto della destra, fra l'originale e la fotocopia, gli elettori sceglieranno sempre l'originale!

*** La direzione (Dario Melossi, Giuseppe Mosconi, Massimo Pavarini, Tamar Pitch) e la redazione (Giuseppe Campesi, Alessandro De Giorgi, Monia Giovannetti, Lucia Re, Stanislao Rinaldi, Alvise Sbraccia, Vincenzo Scalia, Francesca Vianello) della rivista "Studi sulla questione criminale". Hanno aderito Stefano Rodotà, Ota De Leonardis, Luigi Ferrajoli, Danilo Zolo, Emilio Santoro, Franco Prina, Luigi Pannarale, Franca Faccioli, Alessandro Margara, Mauro Bove, Amedeo Cottino, Maurizio Oliviero, Giovanni Marini, Mariarosaria Marella, Grazia Zuffa, Stefano Anastasia, Mercedes Frias, Alessandra Facchi e molti altri

In un posto come l'Italia, che ha il passato che ha, azionare la maniglia dell'allarme terrorismo è una tattica di manipolazione emotiva facile e rischiosa, che un ministro della Repubblica dovrebbe guardarsi bene dall'usare, se non dati alla mano e strategie di contrasto in tasca. Clemente Mastella non solo la usa senza dati e senza strategie di contrasto, ma la tira fuori in un posto come New York, che quanto a terrorismo vive il presente che vive, e paragonandosi a Aldo Moro, che il senso delle proporzioni gli dovrebbe sconsigliare di scomodare. Ma Clemente Mastella il senso delle proporzioni l'ha perduto da un pezzo, a giudicare dalle sue scomposte movenze sul caso De Magistris, anzi De Magistris-Santoro. Movenze-boomerang, visto che il Csm, inondato dalle troppe «incolpazioni» ministeriali, non ha potuto che rinviare il giudizio sul magistrato, con ciò stesso smentendo l'«urgenza» del suo trasferimento invocata dal guardasigilli.

Urgente resta invece il caso Calabria che il caso De Magistris ha scoperchiato, e che scoperchiato resta quali che siano - speriamo l'opposto dei desiderata di Mastella - i destini del magistrato. Il guardasigilli non è solo a voler richiudere in fretta quei coperchi: militano con lui due governi, quello nazionale e quello regionale, e quella larga parte dell'informazione, nazionale e regionale, stampata e televisiva, che a sua volta milita per loro. E' una militanza cieca e sorda, per almeno tre ragioni.

Primo. Il ceto politico di centrosinistra farebbe bene a guardare quello che sta accadendo in Calabria e altrove deponendo lo schema politica-antipolitica e i fantasmi del '92, e aguzzando la vista sul presente. Di antipolitico, nelle piazze di Catanzaro come in quelle di Bologna, non c'è proprio niente. Fatti salvi i resti di qualunquismo, che fanno parte del dna nazionale, di ingenuità, che fanno parte del dna giovanile, e di rozzezza alla vaffa, il messaggio è evidente: è una domanda di politica diversa, più trasparente, più giusta, più efficiente, più vicina. L'obiettivo non è far fuori la politica: è far sì che politica e affari non siano sinonimi, e nemmeno classe politica e casta, o risorse pubbliche e fortune private, o potere politic+o e controllo del mercato del lavoro, o potere amministrativo e devastazione ambientale. C'è una soglia, questo dice la vituperata piazza, oltre la quale questi sinonimi non sono più tollerabili.

Il governo di centrosinistra, nazionale e regionale, non ha nulla da chiedersi, se non da rimproverarsi, a questo proposito? Entrambi dicono di voler rispondere con i fatti e le opere. E' un ottimo proponimento, purché i fatti e le opere seguano davvero: tra i fatti rientrando, ad esempio, un processo di autocritica e autoripulitura del ceto politico.

E' quando non scattano questi processi politici che scattano i processi giudiziari, nonché i processi di piazza, e a quel punto c'è poco da lamentarsi.

Secondo. Per ragioni evidenti e note, in Calabria una domanda di politica più trasparente, più giusta, più efficiente e più vicina coincide con una domanda di legalità. Nessuno potrebbe onestamente sostenere che quello della legalità sia un problema inesistente; ma nessuno potrebbe onestamente sostenere che sia tutto in carico a questo o quel magistrato, e al solito derby fra ceto politico e procure. La legalità, in uno stato di diritto, è fatta di molti elementi. Dell'esercizio delle libertà fondamentali, tanto per cominciare, che nelle regioni ad alto tasso di criminalità non è affatto scontato. E di un insieme di procedure, che non passano per le aule di giustizia. Prima di lanciarsi nell'ennesimo tentativo di riforma costituzionale, il centrosinistra di governo farebbe bene a fare il punto delle riforme già attuate: disfatto lo stato nazionale e fatto lo stato federale, chi fa che cosa, e chi controlla chi? Competenze, procedure, verifiche sull'uso delle risorse: davvero non c'è niente da mettere a regime? E perché - ripetiamo una domanda già fatta da queste colonne - le ispezioni sulle procure scattano, e quelle sui depuratori no?

Terzo. Come lo stato di diritto, anche il garantismo è fatto di molti elementi, ma è tipico del dibattito italiano degli ultimi quindici anni, a destra e a sinistra, dimenticarsene sempre qualcuno. Il garantismo prevede che la magistratura eserciti il controllo di legalità sul ceto politico, osservando a sua volta la legalità nelle procedure d'indagine. Accadeva a sinistra quindici anni orsono, quando c'era da processare il pentapartito della prima Repubblica, che l'accento cadesse spesso e volentieri sul controllo di legalità e meno spesso e volentieri sulla correttezza delle procedure, anche quando c'era di mezzo qualche manetta di troppo. Accade adesso, sulle inchieste di De Magistris che riguardano il centrosinistra della seconda Repubblica, che l'accento cada sempre sulla correttezza delle procedure e mai sul controllo di legalità. C'è chi, sul Foglio di ieri, ha definito questa inversione «una nemesi farsesca». Non arriveremo a tanto, ma solo perché non c'è niente da ridere.

Prefazione al libro di Gabriella Corona, I ragazzi del piano , Donzelli, Roma 2007. In calce la presentazione editoriale

1. Un originale gruppo intellettuale.

La storia del gruppi intellettuali – tema caro a Gramsci e a pochi storici della cultura – non gode in Italia di troppi cultori e non ha sedimentato una tradizione, se non quella relativa alla vicenda delle avanguardie letterarie e artistiche tra Otto Novecento. Oppure è rintracciabile, in forma indiretta, nella ricostruzione dei gruppi dirigenti dei partiti politici, cioè come un capitolo della storia dei partiti. Dunque, il primo elemento di originalità da segnalare, di questa fatica di Gabriella Corona, è la singolarità del gruppo intellettuale di cui ella ha ricostruito la storia. I «ragazzi del piano» costituiscono, infatti, una piccola comunità intellettuale, aggregatasi per ragioni storiche e per fortuite casualità, che non si impegna a innovare metodi espressivi, ad elaborare idee o a mettere in atto varie strategie per conquistare posizioni di potere. Essi non sono né artisti né politici di mestiere, ma sono urbanisti che vivono una particolare fase della vita civile italiana della seconda metà del XX secolo. L’originalità di questo gruppo – e della storia che ne ricostruisce le vicende - sta dunque, preliminarmente, nella particolare interpretazione della professione di urbanista che essi incarnano in quegli anni. I protagonisti di questa vicenda non progettano in astratto modelli di città, perché i loro saperi professionali non sono il puro risultato di un pur brillante curriculum accademico. La loro formazione di architetti è inseparabile dal processo di partecipazione quotidiana alla vita civile di una città, Napoli, che è – direi quasi per definizione – un concentrato di problemi urbani. Come racconta l’autrice, i ragazzi del piano, conclusi gli studi, non scelgono la professione privata, ma riversano tutti il loro impegno, in vario modo e con diverse scansioni temporali, nei diversi ambiti della Pubblica Amministrazione. Essi elaborano saperi destinati a trasformarsi in progetti, soluzioni legislative, che hanno bisogno dell’impegno pubblico e che tendono a fare di tale potere il soggetto di governo principale, sia a livello centrale che periferico, delle trasformazioni urbane.

Come scrive con acutezza Gabriella Corona questo gruppo di urbanisti esprime «un’esigenza di governo della città in quanto “cosa pubblica”». Una nozione che oggi non è più né ovvia né scontata. Se mai lo è stata in Italia. Quell’insieme di realtà «private», fatte di individui, famiglie, singoli edifici, manufatti, patrimoni abitativi, ecc. pur ricadendo in prevalenza nell’ambito della proprietà individuale forma in effetti una dimensione collettiva di vita associata, che è regolata nella sua interezza da norme pubbliche. Lo spazio delle città, dove i cittadini vivono, operano, si spostano, scambiano relazioni, è per eccellenza, a dispetto delle sue divisioni funzionali, dei suoi mille e invisibili confini, uno spazio collettivo, che vive grazie all’univer­salità del suo uso. È l’esistenza di questa dimensione che consente agli individui di uscire dalla sfera domestica e di farsi società. Essere cittadini non coincide con la dimensione dell’essere proprietario di una casa o di uno terreno collocato in città, ma nel godere e nell’es­sere regolato da diritti e doveri universali. Proprio per tale ragione ogni operazione di occupazione e modificazione dello spazio urbano non dovrebbe avvenire a esclusivo soddisfacimento di un interesse privato. La città è un corpo inscindibilmente solidale, un’arena di interessi generali che vive, opera e funziona esattamente perché gli interessi individuali si armonizzano costantemente e invisibilmente con quelli di una intera comunità.

Tali convincimenti di fondo, che ispiravano i ragazzi del piano all’inizio della loro carriera, a metà degli anni Settanta, erano per un verso il portato della loro cultura urbanistica, fondata su una illustre tradizione italiana, e al tempo stesso l’esito della storia politica di quegli anni. Questi giovani urbanisti avevano attraversatocome studenti la grande stagione del 1968, ma già pochi anni dopo, nel 1973, avevano dovuto fare i conti con una grave emergenza urbana: il colera. L’esplosione improvvisa dell’epidemia ricordava ai napoletani, all’Italia e all’intera Europa di quegli anni, che nel cuore di una grande città della seconda metà del Novecento poteva risorgere lo spettro di malattie di antico regime che si credevano sconfitte per sempre. Le lotte popolari che seguirono a quell’evento, la diffusione dei Consigli di quartiere, i dibattiti aspri e intensi che attraversarono la città – all’unisono con le riflessioni su quella vicenda nell’intero Paese – hanno dato una forte curvatura ambientalista – lo ricorda l’autrice – ai problemi urbani di Napoli. Un’impronta culturale che per la verità a Napoli era antica, risalente almeno ai primi anni del ’900, all’insediamento dell’Italsider a Bagnoli, come la stessa Corona ha messo in luce in altri suoi studi. D’altra parte, se si considera la collocazione di Napoli appare facile comprenderne le ragioni. La città è incastonata nel cuore di una natura in perenne movimento e ne è dipendente come poche altre in Italia. Posta ai piedi di un vulcano ancora attivo, essa deve al lavorìo secolare del Vesuvio, oltre a rovine e distruzioni, anche l’impareggiabile fertilità dei terreni agricoli che la circondano. Quei suoli hanno fornito quotidianamente, per secoli, cibo fresco ad una delle più numerose popolazioni urbane d’Eu­ropa. Ma la città è anche collocata sul mare, in un sito di incomparabile bellezza: e quel mare le ha permesso di essere città-porto di prima grandezza, centro turistico in età contemporanea, luogo affollato di balneazione fino a quando l’inquinamento lo ha permesso

Ora, tuttavia, la città aveva a che fare con la natura in altro modo. Il legame tra vita urbana e ambiente (inquinamento idrico, scarsità di acqua potabile, sistema fognario inefficiente, discariche abusive, sovraffollamento degli spazi abitativi, ecc.) ritornava con drammatica originalità. Ma quell’evento pandemico era in realtà una rivelazione dell’assoluta singolarità della struttura urbana di Napoli e della sua storia secolare. La città tornava a ricordare in quegli anni la peculiare e stratificata irrazionalità non tanto del suo impianto originario quanto, e soprattutto, della sua successiva espansione. Si tratta di un grande e aggrovigliato nodo che qui occorre almeno rammentare. In questo nodo, infatti, risiede la non comune esemplarità della vicenda, dell’impegno, delle realizzazioni di questo gruppo di urbanisti e al stesso tempo l’originalità del libro della Corona. Questo saggio, infatti, riesce a tenere insieme con sapiente equilibrio, non solo la storia già di per sé singolare di un gruppo di eccellenti urbanisti, dei loro dibattiti, progetti, successi e sconfitte, ma anche la storia di Napoli nella seconda metà del XX secolo, la vicenda di una città particolarissima riletta nel contesto della storia d’Italia di quella fase: non solo la storia delle congiunture e delle stagioni urbanistiche, ma anche quella delle vicende politiche, delle trasformazioni dello spirito pubblico nazionale. Credo di poter dire che raramente, come nel caso presente, è stata raccontata una pagina intensa della storia d’Italia attraverso le vicende di una città. Affondando lo sguardo analitico in quel ribollente frammento e laboratorio che è stata Napoli negli ultimi decenni del secolo scorso.

2. Napoli, città speciale.

Questo vasto aggregato urbano, come si ricordava, non è una città come le altre. Per usare le parole di un autorevole urbanista, Luigi Piccinato – citato dall’autrice – esso è il risultato di un prolungato errore storico di uso del territorio da parte delle popolazioni: «Napoli è una città che si è sviluppata inorganicamente in forma perenne, sommando sempre gli stessi errori. Cioè un addensamento folle lungo la costa, a ridosso della costa, dimenticando l’interno di una Comune ricchissima, bellissima e piena di possibilità». Val la pena qui rammentare che per tutta l’età moderna Napoli è stata una delle più grandi e più popolose città d’Europa, e che il suo impianto storico è venuto perdendo col tempo le sue originarie ragioni insediative. L’ irrazionale agglomerazione degli abitanti ha portato la città nei secoli e nei decenni a sovraffollare gli spazi disponibili, a restringere gli abitati tra la montagna e il mare, a «sovraccrescere» su se stessa, facendo arrampicare gli edifici uno su sull’altro. Proprio tale illogicità degli addensamenti abitativi rivela come l’evoluzione urbana abbia ubbidito a bisogni disordinati, conformistici e poco lungimiranti dei cittadini e dei gruppi dirigenti. Qui davvero si rivela come la città quale «cosa pubblica» non aveva trovato la possibilità di esprimersi secondo un piano di espansione che rispondesse a lungimiranti interessi generali. Mentre il Novecento, con la sua drammatica esplosione demografica, ha finito col rendere patologica tale tendenza. Ed è davvero rivelatore e degno di nota il fatto – ricordato dall’autrice – che una commissione del Ministero dei Lavori pubblici abbia giudicato come abusivi la quasi totalità degli edifici costruiti in città dal secondo dopoguerra agli anni Settanta.

Tali brevi considerazioni sono indispensabili per capire il contributo davvero straordinario che il gruppo di urbanisti di cui si fa la storia in questo libro hanno dato alla trasformazione della loro città. Tanto più se si ricorda che esso ha dovuto servirsi di uno strumento politico-amministrativo (il Comune di Napoli) segnato da una singolare e caotica inefficienza amministrativa. Un aggrovigliato intreccio di retaggi storici e di vincoli sociali che Ada Becchi – una studiosa che ebbe un breve ruolo nella prima giunta Bassolino – analizzò con acutezza in saggio pubblicato su «Meridiana » nel 1994.

Qui non è ovviamente possibile neppure per cenni disegnare i vari percorsi storici del gruppo, cadenzato dalle svolte politiche nel governo della città: le giunte del comunista Maurizio Valenzi, la loro caduta, il ritorno di Gava, l’emergenza del dopo terremoto, la giunta Bassolino, gli anni recenti della sindacatura di Rosa Russo Iervolino. E neppure riassumere tutti i mutamenti strutturali introdotti nel corpo vivo della città dagli interventi ispirati dai «ragazzi del piano». Basti pensare che essi, e soprattutto De Lucia, hanno dovuto affrontare in quegli anni uno dei più rilevanti casi di dismissione della storia industriale d’Italia: l’Italsider di Bagnoli. Il lettore appassionato troverà nel testo una non comune messe di informazioni, dati, analisi, interpretazioni fondate su documentazioni di prima mano. Val la pena qui ricordare, tuttavia, che il lungo lavoro di questo gruppo di urbanisti – pur alla fine dissoltosi – si può idealmente considerare concluso con l’approvazione del piano regolatore del 2004. Un documento di programmazione che finalmente non punta all’espansione dei manufatti urbani, come continua ad avvenire, legalmente o illegalmente, in tutte le città italiane, ma all’integrità del territorio, alla sua conservazione e tutela. Si tratta di una conquista importante, che mostra a distanza i risultati di un grande e tenace lavoro, ma che costituisce – per gli studiosi e per gli osservatori non superficiali – anche un caso esemplare di difformità e contraddittorietà dei processi materiali all’in­terno di una determinata fase storica. A volte correnti sotterranee, che hanno origini non prossime, continuano a percorrere in senso inverso il corso principale della storia come animate da una forza indipendente. Val la pena ricordare che mentre l’Italia, tra il 2001 e il 2006, ha vissuto la fase culturalmente e moralmente più degradante della sua storia repubblicana, infliggendo colpi di rilevante gravità allo spirito pubblico e al senso civile degli italiani, a Napoli la forza residuale, l’onda lunga di un grande progetto, almeno sul piano urbanistico, ha offerto un sorprendente fenomeno di controtendenza. Certo, insufficiente a contenere i piccoli e grandi fenomeni di criminalità che cadenzano ormai la vita quotidiana di Napoli, il traffico tumultuoso e disordinato, l’inquinamento diffuso dei rifiuti urbani: tutti tratti che hanno rapidamente cancellato l’immagine di città risorta offerta dalla prima giunta Sassolino. Ma questi non sono che eredità nefaste di antichi problemi locali, e al tempo stesso espressione, a pieno titolo, dell’immiserimento recente della vita civile della nazione.

Pur nei limiti di una breve prefazione, tuttavia, qui non è possibile tralasciare almeno alcuni aspetti di questa vicenda di storia urbana, che l’autrice ricostruisce con una sensibilità e una curvatura di storia ambientale sicuramente nuova, per lo meno nella storiografia contemporaneistica italiana.

Non è per mero gusto, tipico dello storico di mestiere, di ordinare eventi e processi entro le maglie ordinate delle periodizzazioni temporali. Ma credo sia giusto segnalare come l’ispirazione o la spinta per ripensare Napoli come «cosa pubblica» e per tentare di ridisegnarla secondo logiche di interesse generale, sia venuta da tre eventi tra loro molto diversi e che scandiscono altrettante fasi storiche dell’Italia della seconda metà del Novecento: il colera del 1973, già ricordato, il terremoto del 1980 – che introdusse una frattura drammatica nell’agglomerato abitativo e nella stessa vita quotidiana di Napoli – e la giunta Bassolino ai primi anni ’90, che nacque sull’onda di un ritrovato protagonismo dei cittadini italiani, di riemersione della capacità progettuale dei gruppi dirigenti, dopo il tracollo del blocco incancrenito del sistema politico nazionale e del dominio delle oligarchie di partito.

Com’è noto a molti italiani non più giovani, la ricostruzione del dopo terremoto del 1980 ha sicuramente rafforzato la tradizione dell’uso distorto e clientelare del danaro pubblico e creato non pochi problemi di legalità a Napoli e forse soprattutto nelle società delle altre aree colpite dal sisma. Tale immagine vulgata, tuttavia, nasconde in maniera poco equanime i rilevanti effetti urbanistici che la ricostruzione ha messo in moto o direttamente realizzato Lo storico potrebbe oggi prendersi il gusto di comparare quanto è stato realizzato a Napoli in materia di urbanistica nel corso del decennio Ottanta e l’immagine pubblica che della città ha fornito la stampa nazionale, troppo proclive a denunciare gli scandali delle malversazioni (com’è sacrosanto che avvenga) ma poco incline a dar conto dei processi positivi, della trasformazioni di portata generale, che non fanno clamore, che spesso non sono racchiudibili in un evento, non rientrano in una logica di narrazione e di cronaca. Immagino che la divaricazione risulterebbe clamorosa. In quel decennio, infatti, diversamente da quanto avveniva in tante altre aree del Paese, i «ragazzi del piano» andavano progettando un ridisegno radicale della città di Napoli. Essi intanto cercarono di affrontare l’emergenza (le abitazioni civili distrutte o rese pericolanti dal sisma) con un vasto programma di edilizia residenziale, varato nel 1981, e destinato a correggere uno dei mali storici della città: il sovraffollamento insediativo nel centro storico. Si trattava di una questione socialmente e politicamente assai delicata, eppure furono realizzati allora ben 5000 espropri di abitazioni, per poter intervenire con operazioni di demolizione o di ristrutturazione e recupero In meno di un decennio, al luglio del 1989, risultavano edificati oltre 11 mila nuovi alloggi, insieme a strutture mediche, scolastiche, culturali, uffici pubblici, chiese. Non si trattò semplicemente di edifici che rispondevano a drammatiche e talora urgenti esigenze sociali. Essi facevano parte di un piano più generale che ubbidiva a una nuova idea di città. Non per nulla alla fine del decennio risultavano costituite 16 aree verdi di ampiezza fino a 10 mila m2, 15 parchi di quartiere da 10 mila a 100 mila m 2,3 parchi urbani di oltre 100 mila m2 e una vera e propria area di rimboschimento in località Miano. All’indomani del terremoto, infatti, e soprattutto a metà del decennio si fa strada l’idea che il verde, l’incolto, il non costruito diventa fondamentale per ricostruire la città. Una città – è questo un dato davvero singolare ricordato dall’autrice – che sino alla seconda guerra mondiale ospitava al suo interno più suoli agrari che suoli costruiti. Molti degli spazi verdi che verranno inaugurati dalla giunta Bassolino – ricorda Vezio de Lucia, assessore all’Urba­nistica in quella stessa prima giunta e riconosciuto dal gruppo come il maestro e come il principale ispiratore del suo operato – erano stati progettati e in parte realizzati secondo l’impulso e le culture che avevano ispirato i piani della ricostruzione. In quegli anni, rammenta ancora de Lucia in una citazione della Corona «Il motto dei 12 giardini era “ogni quartiere della periferia deve avere una villa grande come la villa comunale di Napoli”». Si trattava di un modo nuovo di concepire le periferie, non più come segregazione spaziale dal centro storico, ma come aree dotate di servizi adeguati, ed anche di una più ricca qualità ambientale, grazie al verde superstite o ricostruito in aree abbandonate. L’ambiente, la salubrità, il verde, la bellezza del paesaggio si affermano come valori urbani. In quella fase con la legge Galasso del 1985 – significativamente anch’essa nasceva per iniziativa di un politico napoletano, e dunque «a Napoli», singolare laboratorio di nuovo urbanesimo e di importanti iniziative legislative – la tutela dell’ ambiente e del paesaggio si imponevano nella legislazione nazionale, e quel successo aiutava gli urbanisti napoletani e imprimeva una sensibile innovazione nella cultura politica italiana.

3. Gli orti in città.

In coerenza con tutto il quadro storico generale tracciato, l’autrice individua gli anni Novanta del secolo scorso una fase di svolta nella storia della pianificazione urbana a Napoli, tanto in linea generale che in riferimento alla seconda metà del decennio precedente. Essa scandiva «un mutamento sostanziale degli obiettivi fondamentali dell’intervento che consisteva nel restituire valore alla bellezza dei luoghi e nel recuperare il territorio come risorsa. Da una fase di oblio quasi totale della natura nell’organizzazione del territorio durante la seconda metà degli anni ottanta si passa ad una pianificazione fondata su una concezione della città che attribuisce una grande importanza al carattere produttivo delle risorse naturali». Con una ampiezza che non aveva precedenti il cuore urbano di Napoli veniva osservato nella sua più ampia collocazione territoriale, nei vasti e molteplici spazi di una geografia che coglieva ora anche i nessi nascosti e le relazioni di più ampia scala tra la città e i suoi dintorni. Agli Indirizzi per la pianificazione urbanistica, pubblicato dal Comune nel 1994, venne allora affidato l’ambizioso disegno di riplasmare il secolare rapporto tra Napoli e le sua campagna. Si esprimeva in quel documento e in generale nelle elaborazioni urbanistiche di quella fase il riemergere di una nuova ispirazione ambientalista che attraversava la cultura politica napoletana e in parte anche quella nazionale. Sotto il profilo strettamente culturale, quegli Indirizzi riprendevano una concezione che risaliva a oltre un decennio prima. Come l’autrice ricorda costantemente, i « ragazzi del piano» avevano sempre cercato di pensare la città come ambito di classi e di bisogni sociali, ma anche come habitat, come luogo in cui la natura ha sempre posto, per soggiogata e manipolata che sia. Perciò anche il tentativo di porre fine, a partire dagli anni Ottanta, alla marginalità sociale delle aree periferiche intorno a Napoli si era colorata di forti motivazioni ambientaliste. « Il piano delle periferie in particolare – ricorda Corona – era fondato su un principio di tutela delle cinture verdi della città, e cioè quel principio secondo il quale la pianificazione era chiamata a definire i rapporti tra urbano e rurale, a stabilire i limiti all’attività dei privati nel processo di espansione della città proprio in nome del benessere e della salute dei cittadini. Quel principio aveva ispirato l’azione del garden city movement fin dagli inizi del Novecento in Germania, Francia, Olanda, Belgio, Spagna, Polonia, Cecoslovacchia, Russia, Stati Uniti, e l’ampia legislazione inglese sulle green-belt cities del secondo dopoguerra. Con grande ritardo, l’Italia partiva ora da Napoli. E significativamente, sia sotto il profilo politico che ambientale. Negli anni Novanta, infatti, la prima giunta Bassolino restituiva alla progettualità della politica uno slancio e una energia operativa che essa aveva perduto da tempo, specie nell’Italia meridionale, mentre la ricchezza ambientale della città e della sua periferia offrivano possibilità ancora non del tutto compromesse.

Oggi forse le realizzazioni di quell’opera pianificatoria si presentano a noi come una delle più durature conquiste di quella stagione. Costituisce a mio avviso un tratto culturale notevolissimo di quella esperienza l’aver pensato ai vasti spazi incolti, alle macchie e ai piccoli boschi, ma anche agli orti, ai microfondi, alle piccole aziende agricole, ai prati, alle sodaglie che ancora punteggiano, spesso invisibili e nascosti la città – come spesso ci ricorda il geografo Antonio de Gennaro – non più come spazi in attesa di «valorizzazione fondiaria», cioè di edificazione urbana, ma come beni ambientali, patrimoni storici ed estetici della città. Luoghi da mantenere intatti, non modificati, sottratti alla voracità di quella macchina tritatutto che è ormai diventato lo sviluppo. Il Parco delle Colline di Napoli, ad esempio, istituito nel 2003, rappresenta un contributo importante in questa direzione, perché pone sotto tutela un vasto territorio, sottraendolo a un sicuro destino di cementificazione. È peraltro degno di nota – e l’autrice si sofferma più volte su tale aspetto – che in queste aree il rapporto tra pubblico e privato non è necessariamente conflittuale: spesso i privati vengono incoraggiati nelle loro economie se esse conservano i valori paesaggistici e ambientali del territorio.

Come già accennato, si tratta di un fenomeno non esclusivamente napoletano. Anzi, potremmo considerarlo, sotto certi aspetti, tardivamente europeo. E tuttavia oggi la fitta rete dei rapporti tra città e campagna si sta caricando di nuovi significati e funzioni. È in questi ultimi anni che urbanisti, sociologi, agronomi si vanno interrogando sul destino delle periferie delle città del Nord e del Sud del mondo, su quelle terre di confine dove l’agricoltura sembra infilarsi nelle ultime propaggini urbane e la città sembra voler divorare progressivamente le terre coltivate. Oggi, stando ad alcune analisi recenti sembra che la conservazione degli spazi agricoli periurbani stia trovando nuove ragioni di convenienza economica e quindi possibilità di conservazione, tutela, valorizzazione. E questo talora anche al di là degli sforzi generosi degli urbanisti più lungimiranti e culturalmente dotati, delle battaglie degli ambientalisti. Come ha ricordato Pierre Donadieu, agronomo e geografo francese – che la Corona richiama nelle pagine finali – due convergenti tendenze sembrano cospirare a mantenere frammenti di campagna dentro le città e di far vivere lembi di città negli ultimi territori della campagna: «da un lato l’urbaniz­zazione delle culture occidentali e il loro “bisogno di campagna” come alternativa agli ambienti urbani, e dall’altro, la diversificazione delle economie agricole per rispondere a una domanda urbana che non è più esclusivamente alimentare» (P. Donadieu, Campagne urbane. Una nuova proposta di paesaggio della città, ed. it. a cura di M. Mininni, Donzelli, Roma, 2006, p. 40). D’altra parte, una vasta letteratura agronomica internazionale ha da tempo segnalato la rinascita degli orti urbani, il riuso agricolo di aree dismesse, di periferie degradate, ecc. Si tratta di un fenomeno che interessa le desolate periferie delle città del Brasile così come alcune ex aree industriali della Gran Bretagna o della Germania, i Paesi postindustriali come quelli in via di sviluppo: esso rientra nelle tendenze segnalate da Donadieu, Ma vi si manifesta anche un più spiccato bisogno di alcuni strati cittadini di accedere al cibo fresco, non alterato dalle manipolazioni industriali, alla necessità di accorciare un «filiera» di trasformazioni divenuta ormai troppo lunga. E tuttavia questo non è tutto. Oggi gli inquietanti scenari dei mutamenti climatici in atto danno alla presenza della campagna nella città una funzione ambientale sinora completamente rimossa e imprevista. Se, come ormai appare altamente probabile, saremo costretti ad affrontare estati sempre più torride e soffocanti, è evidente a tutti il rilevante valore della presenza degli alberi, degli arbusti, degli orti, dei prati, delle acque irrigatorie dentro gli spazi e gli edifici urbani. Lo straordinario potere moderatore degli estremi climatici che possiedono le piante verrà finalmente valorizzato in tutta la sua pienezza e questo costringerà a rivedere la furia edificatoria, favorita dai Comuni, che ha colpito tante aree d’Italia in questi ultimi anni. Il verde non potrà più essere valutato come un lusso superfluo, ma come un valore irrinunciabile del vivere urbano. La città andrà ripensata, e le sue periferie non potranno più essere immaginate – come oggi accade – simili a nuove Las Vegas degli ipermercati e dei centri commerciali. Un più severo uso del patrimonio ambientale e territoriale si imporrà come necessità vitale dei cittadini. E Napoli e questa storia dei «ragazzi del piano» avranno qualcosa di sorprendente da raccontare.

Postilla

Sono anche personalmente coinvolto nelle vicende narrate in questo bellissimo libro di Gabriella Corona, e ho perciò qualche pudore a parlarne. Mi sembra comunque una lettura utilissima e bella per chi crede che la città possa essere migliore, e vuole trarre qualche elemento di speranza dalla vicenda, ancora aperta, di un gruppo di urbanisti che credono al loro mestiere in una trincea difficile. Ecco la presentazione editoriale (IV di copertina):

«L’idea di scrivere questo libro mi è balenata all’improvviso, mentre camminavo per Napoli, lungo il corso Vittorio Emanuele. Questo pensiero mi diede una profonda emozione, un forte entusiasmo. Avrei potuto lavorare con fonti “vive”, intrecciare livelli di realtà molto diversi e lontani, raccordare la storia delle trasformazioni degli assetti ambientali con quella delle aspirazioni e delle idee di un gruppo di amministratori che aveva avuto a Napoli un ruolo fondamentale nell’elaborazione degli interventi pubblici».

Alternando lo stile dell’indagine scientifica ai toni della narrazione, Gabriella Corona dà vita a un’originale esperienza storiografica in cui le vicende che riguardano il governo del territorio a Napoli e la biografia dei suoi protagonisti si mescolano nel periodo che va dagli anni settanta del Novecento fino ad oggi: il Piano delle periferie, la prima fase della ricostruzione successiva al terremoto del 1980, le politiche degli anni novanta, il Piano regolatore.

Ne risulta un modello di memoria condivisa tra lo storico e l’oggetto della sua osservazione, dove la voce dei ragazzi rappresenta l’ordito di un racconto in cui viene ricordato, senza facili stereotipi, il lavoro per correggere le implicazioni distruttive delle trasformazioni urbane. Il libro, tuttavia, non è solo un’analisi del caso partenopeo. È anche un’ampia riflessione sulle radici di un pezzo importante dell’ambientalismo italiano, sui suoi rapporti con l’urbanistica e con i partiti di sinistra. E, soprattutto, I ragazzi del piano è una metafora dell’essere donne e uomini impegnati nel governo della polis contro chi vuole scardinare i valori della politica e nel tentativo supremo di realizzare il bene comune attraverso gli strumenti della democrazia.

Non mi capita spesso, ma questa volta sono totalmente d'accordo con l'editoriale di Giovanni Sartori sul Corsera di ieri, e soprattutto sul suo inizio. «Non vorrei - scrive Sartori - che il grillismo si arenasse in un confuso e inconcludente dibattito sull'antipolitica». Il punto è capire che Grillo (con tutte le sue intemperanze) e prima di lui Stella e Rizzo e - va ricordato - Salvi e Villone (dei quali è in questi giorni in libreria la nuova edizione del libro sui costi della politica) hanno colto e neppure enfatizzato la crisi della politica e i pericoli di un suicidio della democrazia.

Sostenere che Grillo e tutti gli altri, nella forme proprie a ciascuno, sono solo e soltanto un attacco alla democrazia significa solo non vedere lo stato penoso nel quale si è ridotta la politica, non sentire i tanti che si dichiarano astensionisti, che si rifiutano di alimentare la «casta». Significa non vedere che la politica attuale, la democrazia attuale, sono diventate quasi un affare privato. Significa non vedere che c'è la crisi dei partiti e - lo dico da vecchio comunista - che il tanto criticato «centralismo democratico» era un capolavoro di democrazia rispetto allo stato attuale delle cose e dei cosiddetti partiti. Usare la parola democrazia per difendere una democrazia che è in crisi è come sostenere che è in ottima salute una persona data per moribonda dalle sue radiografie. È come difendere l'onore di una storica villa gentilizia che è diventato un bordello o quasi.

E, aggiungo, vi ricordate Guglielmo Giannini (che non era proprio uno stupido) e il grande successo dell'Uomo qualunque? Ebbene sforzatevi di ricordare e di ricordare come allora - c'erano i partiti - in breve tempo il qualunquismo fu battuto. Ma dobbiamo proprio ricordare che allora c'erano la Dc, il Pci, il Psi, cioè i partiti che stavano e agivano nella realtà del sociale e del politico?

Non possiamo replicare a Grillo in nome di un onore della democrazia che è molto logorato. Dovremmo avere tutti, a cominciare dal piccolo manifesto, il coraggio e l'intelligenza di analizzare con impegno e serietà i mali della politica e della società (non c'è una «società civile» buona). Fare, come un buon medico, una diagnosi del nostro stato di salute e, quindi, intraprendere le cure opportune. Ma il timore è che gli attuali medici pensino che sia utile e vantaggioso il proseguimento della malattia. E questo sarebbe un errore funesto anche per i medici stessi. Insomma, o prendiamo sul serio l'antipolitica per risanare la politica, per trasformarla in critica dura e positiva, oppure restiamo impegnati in una battaglia difensiva con armi più che spuntate. Ma quando eravamo ragazzi, perché ci piaceva tanto la favola nella quale il bambino gridava: «il re è nudo»?

La presa di congedo dal regno del lavoro

Marco Bascetta

«Bisogna imparare a discernere le possibilità non realizzate che sonnecchiano nelle pieghe del presente. Bisogna voler affermare queste possibilità, afferrare ciò che cambia. Bisogna osare rompere con questa società che muore e che non rinascerà più. Bisogna osare l'Esodo». Questo, con le sue stesse sintetiche parole, il programma politico di André Gorz, l'oggetto del suo instancabile impegno di ricercatore, dagli anni Sessanta ad oggi. Da quando la rivoluzione tecnologica, le nuove pervasive forme dello sfruttamento e la globalizzazione ci hanno costretto a dire «addio al proletariato» industriale, almeno nelle società opulente dell' occidente, non possiamo firmare alcun armistizio con la realtà e accettare quel ricatto del lavoro salariato, divenuto tanto più feroce e costrittivo, quanto più il lavoro stesso è stato reso un bene scarso, quasi un premio o una concessione. Ma neanche nutrire nostalgia per condizioni ormai irrimediabilmente tramontate, per il lavoro industriale dell'epoca fordista, e quella commistione di vita impoverita e di potenza collettiva che ne scaturivano, per una «piena occupazione» secondo i modi e le regole dettate dall'accumulazione del capitale. Questa la scommessa.

Noi viviamo in un mondo, ci diceva Gorz al termine della sua ricerca, in cui le regole vigenti non sono più vere, in cui tutto resta misurato dalle leggi di una forma del lavoro sempre meno disponibile, sempre più aleatoria quando non superflua. Disoccupazione cui fa da beffardo contraltare l'incremento degli straordinari, allungamento della vita lavorativa e giovani senza occupazione, la vita intera messa al lavoro, ma senza alcun riconoscimento, senza reddito certo, senza garanzie. È a questa finzione che bisogna volgere le spalle, è dalla natura sempre più arbitraria e parassitaria del capitalismo contemporaneo che dobbiamo intraprendere la via dell'esodo. Tuttavia, imboccare questa via implica l'abbandono di schemi e figure usurate, sperimentare nuove forme di cooperazione, diversi strumenti di conflitto, rovesciare di segno l'economia della conoscenza. «Occorre che il lavoro - scrive Gorz - perda la sua centralità nella coscienza, nel pensiero, nell'immaginazione di tutti». E che una diversa idea, antropologica, filosofica, dell'attività umana prenda il suo posto. Occorre che il nostro fare si contrapponga a un fare che ci viene imposto ed elargito (con crescente parsimonia) al tempo stesso.

Certo, in questa sua visione dell'attività umana liberata, lo studioso francese, si fa a volte prescrittivo, predicatore di un modello astratto di «buona vita», purificato dalle contraddizioni e dai paradossi che attraversano i soggetti reali. Molti glielo hanno rimproverato e non a torto. Ma Gorz non è un ingenuo, sa bene che la «destandardizzazione e demassificazione» del lavoro nell'economia postfordista, non hanno prodotto il mondo nuovo, riesumato semmai forme di lavoro servile e feroci dispositivi di autosfruttamento, piegato tutto alle «leggi del mercato» e ai rapporti di forza che in esse prosperano. Non è tuttavia tornando tra le braccia dello «Stato-provvidenza» o all'antica stabilità della classe che lo sfruttamento potrà essere sconfitto. L'esperienza del socialismo reale e il fallimento di tanti riformismi stanno lì a ricordarcelo. Il movimento non può più essere semplicemente «operaio». Così egli volge il suo sguardo verso una dimensione pubblica diversa da quella statale, verso nuove dimensioni dell'agire in comune, del legame sociale e della realizzazione dei singoli. Resta, questa, una interrogazione aperta oltre che impervia. Ma a partire da una chiara premessa. Non possiamo più accettare la finzione che continua a «fare del lavoro la base dell'appartenenza e dei diritti sociali, la strada obbligata per la stima di sé e degli altri».

Oltre la miseria del presente in nome della ricchezza del possibile

Benedetto Vecchi

La laurea in ingegneria chimica ha fornito quella competenze tecnico e scientifiche che sono tornate utili a André Gorz quando scriveva di automazione del lavoro, crisi ecologica, tecnologie digitali, i temi cioè che hanno caratterizzato la sua produzione intellettuale di questi ultimi trent'anni. Nei libri facevano capolino tra una pagina e l'altra e fornivano sempre una solida base argomentativa alle sue analisi quando sosteneva, ad esempio, che la riduzione del lavoro a 35 ore era solo il primo passo, perché la produttività individuale e collettiva era così cresciuta che occorrevano ormai solo 20 ore a settimana per produrre gli stessi beni. A patto, però, che il lavoro fosse ridistribuito.

«Les temps modernes»

La sua battaglia a favore della riduzione dell'orario di lavoro lo aveva condotto, sul crinale tra gli anni Ottanta e Novanta, a un vivace e fecondo rapporto con il sindacato francese della Cfdt e con quelli metalmeccanici tedeschi e italiani. Vivace, perché invitava le organizzazioni sindacali a prendere atto che la fabbrica stava cambiando con la sostituzione degli uomini e delle donne con le macchine. Fecondo, perché André Gorz si poneva sempre in ascolto delle argomentazioni di chi la fabbrica la subiva. Un intellettuale militante, questo è stato André Gorz.

Nato nel 1923 a Vienna conseguirà, nel 1945, la laurea in ingegneria chimica a Losanna, in Svizzera, dove la sua famiglia si era rifugiata dopo l'Anschluss dell'Austria alla Germania. Con l'Austria e la Germania André Gorz ha avuto sempre un rapporto travagliato, al punto di cambiare nome (il nome di battesimo era Gerard Horst) e decidere di non recarsi in Germania a causa della politica di sterminio del regime nazista, fino a quando, alla fine degli anni Ottanta, sarà invitato dal sindacato metalmeccanico tedesco per un ciclo di conferenze su come stava cambiando il lavoro e la proposta di una sua riduzione. Scrisse, anche, che cambiare il nome era un atto pubblico di denuncia politica di quella denazificazione della Germania e dell'Austria che non avevamo fatto i conti con il recente passato E in Francia, il paese dove si era trasferito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, prese dunque il nome di Michel Bousquet, che poi abbandonerà per quel André Gorz che sarà la firma dei suoi primi scritti, fino a diventare una firma nota della rivista «Les temps modernes», dove lavorerà con Jean-Paul Sartre.

Sono gli anni in cui, assieme a tanti altri, pone le basi di un rinnovamento del marxismo, imboccando la via dell'analisi, piena di insidie, del neocapitalismo che lo conduce, assieme a altri, a fondare «Le Nouvel Observateur». Per chi scrive, l'incontro con André Gorz avviene al crepuscolo degli anni Ottanta con la pubblicazione di Addio al proletariato (Edizioni lavoro). Gorz è convinto che l'automazione del lavoro industriale (manufatturiero per Marx) porterà a una diminuzione radicale dell'occupazione industriale, ma tale esito è una chance che va colta dalla sinistra marxista eterodossa: l'automazione non va contrastata, bensì accelerata, accompagnandola con una riduzione radicale dell'orario di lavoro: «Lavorare meno, lavorare tutti» è l'orizzonte politico che Gorz in cui si pone e al quale rimarrà sempre fedele.

Il rovello dell'ecologia

C'è poi l'ecologia, tema che viene affrontato alla luce dell'auspicabile incontro tra il movimento operaio e l'ambientalismo - Ecologia e politica, La strada del Paradiso (Edizioni Lavoro) Capitalismo, socialismo, ecologia (manifestolibri) -. Il suo tentativo di coniugare marxismo e ambientalismo sarà infatti l'altro rovello su cui si concentrerà la sua produzione per tutti gli anni Novanta. Gorz guarda con interesse a quel filone di ricerca antiutilitarista che ha il suo centro in Francia. Da qui il testo La strada del paradiso (edizioni lavoro). I lavori più fecondi di questo decennio sono tuttavia La miseria del presente, la ricchezza del possibile (manifestolibri) e Metamorfosi del lavoro (Bollati Boringhieri), una critica alle culture politiche della sinistra a partire da quella controrivoluzione che talvolta è stata chiamata postfordismo.

Quasi in sordina, alcuni anni fa Andrè Gorz mandò alle stampe un altro libro - L'immateriale, Bollati Boringhieri - in cui il mostro da guardare in faccia e combattere era la vulgata neoliberista della tecnologie digitale. Anche lì pagine che meriterebbero di essere lette e discusse a fondo. Gorz è per il reddito di cittadinanza, ma invita a guardarsi le spalle da un nemico insidioso, cioò che sia un proposta che più che ricomporre il lavoro eterodiretto (nozione che preferiva a quella di lavoro dipendente o lavoro salariato) poteva ulteriormente frammentarlo. Poi il silenzio, anche se le voci di un suo nuovo lavoro rimbalzavano da un sito Internet e l'altro. Il duro mestiere di vivere deve essere però diventato insopportabile. Mancherà quel suo argomentare dove la ricchezza del possibile deve comunque fare i conti con le miserie del presente.

Eclissi dei diritti? Molte iniziative vanno proprio in questa direzione, e si sta creando un clima che li considera un ostacolo. Nell´agenda della politica la questione dei diritti precipita agli ultimi posti, sopraffatta da altri imperativi, la sicurezza e l´efficienza in primo luogo.

Non sorprende, allora, che circolino dichiarazioni di resa, come quelle di uno dei leader della sinistra, che ha liquidato la questione delle unioni di fatto perché non vi sarebbe consenso neppure nella maggioranza.

Questa settimana sarà decisiva per capire gli orientamenti su un tema centrale per la libertà delle persone – la tutela dei loro dati. Si definirà il disegno di legge sulla banca dati del Dna, invocato per ragioni di sicurezza. Il Senato dirà se la libertà d´impresa esige l´esonero dal rispetto delle misure di sicurezza finora previste quando si raccolgono informazioni su ciascuno di noi. Questioni che riguardano tutti, e il modo in cui saranno risolte inciderà sul quadro delle libertà e dei diritti.

Una normativa sull´uso dei dati genetici da parte di polizia e magistratura è necessaria. Leggiamo di indagini che utilizzano questi dati, di campioni biologici trovati sul luogo di un delitto. Tali attività devono essere accompagnate da garanzie adeguate, che definiscano rigorosamente le condizioni che rendono legittimo il ricorso a queste informazioni, intime e pericolose. I principi da osservare sono ben definiti dal Codice sulla privacy – finalità, necessità, proporzionalità.

Se il fine per il quale si costituisce una Banca dati nazionale del Dna è quello di rendere più efficace l´azione anticrimine, non è ammissibile che questa iniziativa si trasformi in schedature di massa, secondando una tendenza verso la nascita di "nazioni di sospetti". Se la nuova banca dati è necessaria per rendere possibile l´identificazione dei responsabili di reati, la raccolta dev´essere limitata ai soli dati identificativi, escludendo quelli che possono rivelare le caratteristiche genetiche relative alla salute o all´appartenenza ad un determinato gruppo familiare. Se gli strumenti adoperati devono essere proporzionati alla finalità da raggiungere, si deve procedere in maniera selettiva nella individuazione dei soggetti e dei reati: è insensato raccogliere dati genetici sui responsabili di reati finanziari, perché la loro individuazione prescinde del tutto dalle caratteristiche genetiche di chi li commette, rilevanti invece per i reati sessuali o per i furti negli appartamenti.

La bozza del disegno di legge tiene conto in parte di queste esigenze, ma la loro traduzione in specifiche norme non è sempre adeguata, sì che appare indispensabile considerare i rilievi contenuti in una nota inviata a Governo e Parlamento dal Garante per la privacy. Ma tre questioni meritano particolare attenzione: 1) le modalità degli eventuali prelievi obbligatori di campioni del Dna, poiché si tratta di limitazioni della libertà personale, garantita dall´art. 13 della Costituzione; 2) la cancellazione dei dati raccolti, essendo inaccettabile che si conservino per quarant´anni le informazioni su chi è stato prosciolto o assolto; 3) il rigore delle misure di sicurezza e il controllo sul loro rispetto, trattandosi di dati personali di straordinaria delicatezza.

Il tema delle misure di sicurezza ci porta alla discussione in corso al Senato. Già alla Camera, modificando l´originario testo del decreto sulle liberalizzazioni, è stata inserita una norma che esonera le imprese con meno di 15 dipendenti dal rispetto delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati personali in casi impropriamente ritenuti di ordinaria amministrazione. Questi, invece, possono riguardare quantità ingenti di informazioni provenienti dalle più diverse fonti, rilevanti per la stessa vita delle persone, con rischi che prescindono dalla dimensione dell´impresa. Ora un pacchetto di emendamenti propone di estendere l´esonero a tutte le imprese e comprendere nell´esenzione anche i dati sensibili, relativi a opinioni politiche, religione, salute, vita sessuale.

La regressione culturale e politica è impressionante. Nella dissennata corsa verso l´"abbattimento dei costi" si cancellano garanzie e diritti. Se davvero si vogliono eliminare costi impropri per le piccole imprese, vi sono modi meno rozzi e pericolosi per farlo. Invece si è scelta una strada che la Commissione europea aveva ritenuto impraticabile, perché vi sono costi che il sistema economico deve sopportare per evitare che le sue attività pregiudichino interessi della collettività, come accade per le norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, costose ma indispensabili. Un paragone significativo, perché le norme sulla sicurezza del lavoro tutelano il corpo fisico così come le norme sulle misure minime di sicurezza per le banche dati tutelano il corpo "elettronico". Sono in gioco le garanzie della persona, la sua stessa libertà nella società della conoscenza.

I parlamentari soffrono di paurosi vuoti di memoria. Dovrebbero sapere che l´affare Telecom mise in luce che pure le gravi negligenze nelle misure di sicurezza consentirono utilizzazioni abusive dei dati raccolti, tanto che il Garante impose a Telecom di adeguare le misure agli standard previsti dalla legge. Oggi si propone di eliminare queste garanzie, sì che la scandalosa vicenda Telecom potrà ripetersi su larga scala. Altro vuoto di memoria: i senatori sembrano ignorare l´art. 41 della Costituzione, dove si dice che l´iniziativa economica privata non può svolgersi «in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E si ignora che molte esperienze hanno messo in luce come la privacy non sia soltanto un costo, ma una risorsa: perché l´offerta di forti garanzie dei dati può attribuire un vantaggio competitivo, inducendo i consumatori a preferire le imprese che forniscono, insieme, beni, servizi e privacy; e perché investire in sicurezza produce innovazione.

Ma l´eliminazione delle garanzie non si ferma qui. Si propone di cancellarle del tutto per persone giuridiche, enti e associazioni. Così pure la libertà di associazione sarebbe limitata. La via d´uscita è una sola: eliminare la norma approvata dalla Camera e respingere gli emendamenti presentati al Senato.

Torniamo alla questione iniziale. Ministri dichiarano in pubblico che, di fronte alla sicurezza, gli altri diritti devono fare un passo indietro, e un economicismo senza principi spinge nella stessa direzione. Ma la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea prevede che la protezione dei dati personali debba essere considerata un diritto autonomo della persona, escludendo che si possa alterarne il contenuto essenziale. E la Convenzione europea dei diritti dell´uomo consente limiti, a condizione però che le misure adottate siano compatibili con le caratteristiche di "una società democratica". È giusto dunque, sottolineare che non si sta discutendo di provvedimenti settoriali, ma di questioni che riguardano la qualità della democrazia nel tempo dall´innovazione scientifica e tecnologica.

Commentando la decisione che ha confermato la multa inflitta dalla Commissione europea a Microsoft, Mario Monti ha giustamente detto che questo è un buon segno della capacità dell´Europa di essere "potenza". Deve continuare ad esserlo proprio sul terreno della forte tutela dei diritti, perché questa è una vocazione che le permette di parlare al mondo con voce limpida e ascoltata. La decisione Microsoft ha aperto anche negli Stati Uniti una discussione sulla necessità di limitare il potere di Bill Gates. E i più diversi paesi guardano al modo in cui l´Europa prevede la tutela dei dati come ad un modello: una responsabilità impegnativa, viste le cattive notizie che vengono dagli Stati Uniti. Tenendo ferme le garanzie, il Parlamento italiano contribuirebbe a far sì che l´Europa rimanga un luogo al quale possano guardare tutti quelli che non si rassegnano all´eclissi dei diritti.

Nelle sabbie mobili dell'insicurezza percepita - che è cosa differente dai dati materiali dell'insicurezza reale - si sta giocando una partita di assoluto rilievo che riguarda la politica, la cultura diffusa, le forme della convivenza in una società sempre più complessa e sempre più inquieta.

I lavavetri sono «eroi del nostro tempo», piccola umanità che la globalizzazione sbalza negli spigoli dei nostri marciapiedi: all'ombra dei nostri sospettosi semafori, armati di secchio e spugna, attentano alla nostra quiete borghese. La guerra ai lavavetri somiglia troppo a tutti i fenomeni di criminalizzazione dei poveri che hanno accompagnato le epoche di transizione: all'alba della modernità europea l'accattonaggio e il vagabondaggio vennero perseguiti come reati. Ognuno può inventarsi la propria idea di insicurezza, il proprio fantasma, il proprio capro espiatorio: con l'accortezza di non soffermarsi su ciò che è più pericoloso, ma su ciò che più infastidisce. La quiete, appunto, e l'estetica, e il sentimento dell'ordine.

Il lavavetri merita più accanimento criminologico del grande inquinatore, del piromane, dell'usuraio, dell'evasore fiscale. Il graffitaro sporca più di qualsiasi palazzinaro. I clandestini sono tutti in agguato sui nostri pianerottoli. E gli zingari comunque «rubano» i nostri bambini, e poco importa che i loro bambini possano essere molestati dai piccoli Klu klux klan leghisti o possano ardere vivi nelle nostre povere periferie.

Quando si sgombera il campo da qualsiasi analisi differenziata di fenomeni distinti e peculiari quali la criminalità, la devianza e il disagio sociale, si imbocca un vicolo cieco. Che non ci spianta solo dai valori della sinistra, ma dai valori minimi della cultura liberal-democratica. E l'ossessione della governabilità s'impenna nella prospettiva di un nuovo blocco d'ordine: questa sembra la svolta che i sindaci di Firenze e Bologna propongono al nascente Partito Democratico. Si tratta di una vera fascinazione per il «sorvegliare e punire», assunto come antidoto darwiniano alla propria crisi, cioè alla crisi di quel «riformismo rosso» che seppe fare del governo delle città un laboratorio collettivo di incivilimento.

L'ideologia securitaria insegue la morte della politica (la politica intesa come autoeducazione e solidarietà) e veste come una panciera elastica l'Italia del basso ventre, dei rancori corporativi e delle fobie; insegue la destra lungo i dirupi delle semplificazioni superstiziose, predispone il terreno per l'edificazione di tanti dissimulati apartheid. Non porta più sicurezza, offre una droga potente che ci fa dimenticare le nostre banali e prosaiche insicurezze quotidiane: quella di 5 morti sul lavoro tutti i santi giorni, quella della precarietà che rimbalza dal mercato del lavoro al mercato della vita, quella di periferie degradate e degradanti, quella di una tv-spazzatura che ha surrogato tutte le agenzie formative, quella delle mafie finanziarie internazionali che da internet precipitano nella locride o nella megalopoli napoletana o nelle campagne pugliesi abitate da antichi schiavi e moderni caporali.

La legalità è il contrario delle rincorse emergenziali e degli stati di «eccezione», non puoi impastarla con la farina del diavolo pensando che venga un buon pane. Se questi pensieri mi fanno essere inadeguato alle funzioni di governo, poco male. Di «radicale» nella nuova sinistra vorrei portare soprattutto il sentimento dell'inviolabilità della vita e della dignità di ciascun essere umano.

I nostri lettori non la pensano tutti allo stesso modo. E' così da molto tempo e, forse, è un bene. In ogni modo oggi abbiamo due lettere che ci invitano a non confonderci con i partiti dell'attuale maggioranza di governo nella manifestazione del 20 ottobre e, al contrario, una lettera che ci accusa di «estremismo, malattia infantile del comunismo» e ci invita a desistere. Io, ma posso sbagliare, non sono d'accordo con entrambe le posizioni (un'ulteriore prova della diversità di pareri che ci accomuna) e provo a rispondere.

Cominciamo dagli obiettivi della manifestazione del 20 di ottobre: migliorare l'accordo sulle pensioni e sul welfare (la questione del precariato innanzitutto) e poi una migliore redistribuzione del reddito, diritti civili, pace, ambiente, etc. Nulla di eversivo, ma tutto molto ragionevole anche se dissente dalle attuali decisioni di governo e dal consenso della Cgil.

Ma allora, cara Maria Teresa e caro Marco perché rifiutare, respingere la partecipazione dei partiti di sinistra e dei sindacati? Perché non cercare di convincere anche chi ha accettato quelle decisioni. Scrivere, come fai tu Marco, che ostinarsi a dialogare con il governo sarebbe prova di miopia o malafede, mi sembra sbagliato e tristemente minoritario. Gramsci ci diceva dell'ottimismo della volontà e io aggiungerei anche quello dell'intelligenza: questo ottimismo noi dobbiamo avere, che significa tenacia, pazienza, voglia di fare.

Per questo da qui al 20 di ottobre dobbiamo fare il possibile per allargare la partecipazione, per convincere che è giusto e possibile migliorare le norme su pensioni, precariato, diritti civili, etc. Convincendo anche Prodi (il quale peraltro non ha condannato la manifestazione) che più forte sarà la giornata del 20 di ottobre, più forte sarà lui e il suo governo. Un forte sostegno di popolo gli consentirà di correggere e migliorare i suoi provvedimenti. Quindi la massima apertura: la manifestazione del 20 non è contro, è per. Quindi porte aperte a tutti e farei un invito anche ai grillini così diamo un contenuto concreto alla loro esasperata (ma anche motivata) antipolitica.

Il discorso che fin qui ho tentato di svolgere dovrebbe valere anche per il lettore Bruno O. di Cagliari. La manifestazione non è contro il governo è fatta per dimostrare che c'è una forza di popolo che può consentirgli di fare miglioramenti non troppo graditi ai cosiddetti poteri forti, che ci sono e pesano. Quindi è decisivo che la manifestazione del 20 di ottobre sia forte e convinca l'attuale governo a fare qualcosa di meglio e di più. Cancellare la manifestazione e stare zitti lascerebbe ancora più solo e ricattabile l'attuale governo, che peraltro non sta tanto bene: il successo del 20 di ottobre sarebbe per Prodi uno straordinario ricostituente. Anche se lui, come spesso i bambini, potrà fare boccacce. Io la penso così.

Forse la cosa più intelligente su Beppe Grillo l’ha detta Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, lunedì in un incontro televisivo con Romano Prodi. La sua idea è che «finché ci saranno molti politici che vogliono fare a tutti i costi i piacioni, divenendo un po’ comici, è chiaro che i comici tenderanno a far politica». Il che è poi simile a quello che disse un giorno nel 2001 il giornalista-investigatore Travaglio, quando la trasmissione Satyricon parlò di un’ultima intervista di Borsellino - girata per Rai News 24 e contenente precisi accenni ai legami tra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, stalliere di Berlusconi - che i telegiornali Rai ignoravano da mesi: «La Rai invita giornalisti che non parlano - così Travaglio - dunque è naturale che le domande di politica le facciano i comici satirici». A quell’epoca fu il comico Luttazzi a rompere il silenzio, e subito fu allontanato dalla Rai. Adesso allontanare Grillo non si può, perché tante cose son cambiate intorno a noi. Né la politica né le televisioni né i giornali hanno il potere di estromettere il nuovo mondo della comunicazione e della denuncia che si chiama blogosfera e che include siti come quello di Grillo o di YouTube.

Qui è una delle novità che si accampano davanti ai poteri costituiti, non solo politici ma anche giornalistici: la blogosfera, i movimenti alla Grillo, i giovani diffidenti che firmano proposte di legge perché sono abituati a rispondere a sondaggi-votazioni su Internet sono nuovi poteri che fanno apparizione in una democrazia non più veramente rappresentativa, né veramente rappresentata.

Politici e giornalisti ne discutono animosamente ma non sembrano comprendere tali fenomeni, e di conseguenza ne sottovalutano la forza. Più precisamente, non vedono i tre ingredienti che hanno dato fiato e potenza al fenomeno Grillo. Primo ingrediente, la complicità che lega il giornalista classico al politico, e che ha chiuso ambedue in una sorta di recinto inaccessibile: il giornalista parla al politico e per il politico, il politico parla al giornalista di se stesso e per se stesso, e nessuno parla della società, che ha l’impressione di non aver più rappresentanti.

Secondo ingrediente: l’esclusione da tale recinto dell’informazione alternativa che sempre più possente cresce attorno a esso e non è più emarginabile. Oggi essa disvela e denuncia le complicità esistenti, non solo in Italia ma in molte democrazie. Terzo ingrediente: la domanda di politica e non di anti-politica che emana da blog e movimenti alternativi. Pochi sembrano capire che Grillo in realtà denuncia l’anti-politica, e non la politica. Pochi sembrano capire che egli invoca la politica. Forse non lo capisce nemmeno lui.

Uno dei motivi per cui si discute senza guardare in faccia questi tre elementi è la cecità peculiare dei giornali dell’establishment (i giornali mainstream). Essi vengono processati allo stesso modo in cui sono processati politici e partiti. È sotto processo la loro complicità con i politici, ed è questo nesso che si tende a occultare: il nesso fra marasma della politica e marasma della stampa. Il fenomeno ha cominciato ad amplificarsi in America, tra l’11 settembre 2001 e la guerra in Iraq: fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano l’enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa e i legami di Saddam con Al Qaeda. La menzogna del potere politico fu accettata da giornali indipendenti come il New York Times, che nel frattempo ha chiesto scusa ai lettori perché di copie ne perse molte. Fu quella l’ora in cui l’antipolitica dei blog divenne politica: quando la politica degenerò in antipolitica e fallì, cavalcando sondaggi e paure.

Non serve molto dunque cercar paragoni, evocare l’Uomo Qualunque. La figura del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato buffone è già nell’Aut-Aut di Kierkegaard. «Accadde, in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

Quel che Grillo dice non è uno scherzo, perché con toni buffoneschi è proprio l’incendio dell’anti-politica che denuncia: l’incendio delle cose dette e non fatte, l’incendio del politico che pretende governare e in realtà s’azzuffa con l’alleato ed è in permanente campagna elettorale, l’incendio di una stampa che non indaga né spiega ma fa politica in prima persona, creando o disfacendo governi con sicumera senza precedenti. Né ha torto quando aggiunge: l’anti-politica non sono io, ma è al potere. È a quest’accusa che urge rispondere, non limitandosi a dire al comico: mettiti in politica anche tu, e vedrai come diverrai simile a noi. Difficile che Grillo imbocchi questa via. La sua è piuttosto contro-politica o, come spiega lo studioso Rosanvallon, democrazia negativa: è l’ambizione a rappresentare nuovi poteri di controllo, di vigilanza e denuncia che s’aggiungono alla democrazia rappresentativa e che riempiono il vuoto di partecipazione creatosi fra un’elezione e l’altra (Pierre Rosanvallon, La contro-Democrazia, Parigi 2006).

Questo significa che l’antipolitica nasce prima di Grillo, e non a causa di Mani Pulite ma perché Mani Pulite non è riuscita a eliminare immoralità e cinismi ma li ha anzi dilatati. Il male dell’anti-politica è cominciato con la Lega, per culminare nell’ascesa di Berlusconi e nel patto d’oblio che egli strinse con parte dell’ex-Dc, dell’ex-Psi, dell’ex-Pri (oltre che con la sinistra nella Bicamerale). È un male che ha contaminato parte della stampa e televisione: da anni quest’ultima dedica dibattiti sul pigiama della Franzoni, e mai ne dedica uno sulle carte scomparse dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino. Il male è la carriera politica di un magnate televisivo alla cui origine sono denari di misteriosa provenienza, sono le leggi ad personam fatte approvare quando il magnate ha governato, ed è l’omertà su tutto ciò. La sua certezza di non esser colpito dal grillismo è lungi dall’esser fondata.

Per questo impressiona l’indignazione che d’un tratto Grillo suscita in molti politici e giornalisti, come se nulla prima di lui fosse accaduto (un’eccezione è Eugenio Scalfari, che critica Grillo senza mai sottovalutare il pericolo Berlusconi). Si dice che alla diffidenza che dilaga si deve replicare con politiche bipartisan su quasi tutte le riforme, senza capire che gli entusiasti di Grillo non chiedono la fine dell’alternanza ma politiche che trasformino le alternanze in alternative.

Degli errori fatti a sinistra si parla molto, e non stupisce: perché tanti fedeli del sito Grillo vengono da quel campo, e perché la sinistra si è fatta dettare l’agenda da Berlusconi anche dopo la vittoria del 2006. Una porzione notevole del proprio tempo la passa mimetizzandosi con la destra su tasse, lavavetri, tolleranza zero, e anch’essa è in permanente campagna elettorale, imitando il leader dell’opposizione. Anche Veltroni sembra impegnato nella conquista della presidenza del Consiglio, più che d’un partito. Se ci son colpe a sinistra è di non aver denunciato quest’antipolitica nata ai vertici della politica ben prima di Grillo, non di averla troppo denunciata. Quel che la sinistra ha mancato di fare è rispondere a domande che riguardano legalità, moralità, giustizia. Altro che «blandire e coccolare il moralismo legalitario», come scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri. Per la terza volta Berlusconi sta per tornare al governo (il potere ce l’ha ancora) e per la terza volta la sinistra sta perdendo l’occasione di varare una legge sul conflitto d’interessi.

Naturalmente tutte le ansie di redenzione hanno un lato oscuro, politico-religioso. E la contro-politica può diventare simile all’anti-politica che denuncia. Può generare populismo, e fantasticare un Popolo compatto, non più diviso in parti (dunque in partiti). Può mettere tutti sullo stesso piano: mafia, gravi corruzioni, e Burlando che evita la multa mostrando il tesserino di parlamentare. Ma questa è l’elettricità della denuncia, come si diceva all’inizio della Rivoluzione francese quando Marat costruì il suo sito di denuncia e sorveglianza: allora era un giornale, si chiamava L’amico del popolo. È un’elettricità rischiosa, che può spingere il cittadino a farsi delatore. Ed è elettricità che comporta grida, insulti pesanti. Quel che mi piace di meno in Grillo è il suo urlare, che per forza genera tali insulti. L’urlo - perfino quello dipinto da Munch - è qualcosa che non dà forza al pensiero. Tucholsky fu trattato come un buffone dai benpensanti della repubblica di Weimar, quando fin dal 1931 scrisse che quel che più l’indisponeva in Hitler era il suo urlare. Fu trattato come un buffone anche lui, nonostante avesse visto bene l’incendio, e tanti spiritosi credettero si trattasse di uno scherzo. Grillo ha più risorse di lui. Urlare sempre non gli serve.

Definizione fascinosissima, quella di «una sinistra unita e plurale». Solo che per utilizzarla senza farla diventare uno slogan rassicurante ma falso, non ci sono scorciatoie. Bisogna coraggiosamente percorrere nuove strade, ma ancor più coraggiosamente analizzare quelle già percorse, anche di recente. Affrontare quella che un padre nobile della sinistra come Aldo Tortorella riassume con «la questione del dove abbiamo sbagliato».

Quali valori e quali forme per una sinistra unita e plurale è il tema di una tre giorni di dibattiti organizzati qui a Firenze dall'omonima vitalissima associazione. Coordinatore del primo appuntamento, il professor Paul Ginsborg, che ha messo intorno a un tavolo intellettuali di estrazione diversa ma non distante. Marco Revelli, Aldo Tortorella, Tana De Zulueta, Maria Luisa Boccia, Giovanni Berlinguer e Alberto Asor Rosa.

La richiesta dell'ospite fiorentino era di parlarsi in modo franco e fuori dai denti. E i relatori lo hanno fatto, senza troppi riguardi, tenendo inchiodate sulle poltroncine del Teatro Rifredi più di trecento persone per due abbondanti ore di dibattito. L'unità della sinistra oggi è una necessità storica, perché, ha spiegato Ginsborg c'è da riempire «un grande vuoto, sempre più evidente con lo spostamento al centro del Partito democratico». «E' come se fossimo saliti su una barca - dice De Zulueta - e tutti quelli che stavano seduti da una parte improvvisamente si siano spostati da un'altra: si rischia di cappottare».

La propria sopravvivenza, quella delle idee comuni, a sinistra, è di per sé una ragione per provare a stare uniti. Ma non basta. Bisogna parlare uno stesso linguaggio valoriale, confrontare le tante e diverse pratiche politiche.

Non farlo espone al rischio che la federazione della sinistra sia, come dice Berlinguer, «un ottimo coordinamento di gruppi parlamentari». Ma alla fine «il quartetto» - così qui chiamano, con affetto ma non troppo, i segretari di Prc, Pdci, Sd e verdi che oggi pomeriggio discuteranno con questa stessa platea - resta solo un quartetto, mentre l'ambizione è quella di fare un'orchestra, polifonica ma orchestra. «La manifestazione del 20 ottobre a Roma - dice Tortorella - nasce proprio dal desiderio di interpellare il nostro popolo», di farlo ascoltare dal governo Prodi ma anche dal «quartetto» che sta per convocare gli Stati generali della sinistra. Che non si esauriscono certo in tre partiti e un movimento.

C'è persino un'aggravante. E' che non si parte da zero, ma da alcuni smaglianti fallimenti. Qui Alberto Asor Rosa ricorda l'esperienza che poco più di due anni fa venne chiamata «camera di consultazione della sinistra». Asor Rosa è implacabile nell'accusare Rifondazione di averla fatta fallire «perché desiderava che nessuno influenzasse la sua condotta elettorale». Diciamocela tutta, insiste, «unita e plurale significa, in politichese, unita e divisa». Colpa del ceto politico che nella sinistra radicale non è poi tanto radicalmente diverso che altrove, prosegue. Ed è «impermeabile ai contributi della società civile. Un conto sono le parole, un conto è la condivisione del potere». Il nodo dei politici e dei partiti non si elude, qui la platea non è grillina, ma non per questo è meno severa.

Per la femminista Maria Luisa Boccia (senatrice per Prc-Sinistra europea) non è così: uniti e plurali non è un ossimoro, non c'è altra strada che non sia la politica, ovvero il luogo della mediazione che a sua volta è il frutto di un conflitto. La mediazione che «consente la convivenza di pluralità e differenze non ridotte né riducibili a una sola identità». Va avviato quindi un percorso costituente, una rifondazione, un'altra.

«Stiamo assistendo alla fine della sinistra politica. Viene da lontano, da un lungo processo di disgregazione sociale. Ma alla fine si fa più veloce», dice il sociologo Marco Revelli. Una sinistra stritolata dalla scelta fra i rapporti istituzionali e la sua fedeltà sociale. L'ordinanza contro i lavavetri, qui a Firenze, è un sintomo-simbolo di quello che sta accadendo. Usare i lavavetri per dire che gli ultimi sono un fastidio è un atto simbolico, la liquidazione dello zoccolo duro dell'identità della sinistra. La ricostruzione è un processo lunghissimo, e chissà per quante federazioni passa. Ma è già molto che il «quartetto» si accordi per rallentare il processo «mettendo un piede nella porta che si sta per chiudere». Il corteo del 20 ottobre, per Revelli, ha questo senso. «Vorrei che un pezzo d'Italia si facesse vedere e dicesse che non è d'accordo. E che è ancora in grado di parlare».

Un grande grazie a «Il Sole 24 Ore» di ieri: il grande titolo di prima pagina «Northern, interviene lo Stato» (e Stato è pure con la S maiuscola) è un inatteso riconoscimento a noi vetero sostenitori dell'intervento nell'economia.

Certo, nel caso della Northern lo stato interviene come salvatore, nel rispetto della vecchia massima, cara anche ai liberisti, della «socializzazione delle perdite». Tuttavia è pur sempre un gradito riconoscimento, l'ammissione che il mercato non è sempre il provvidenziale padreterno dell'economia, il supremo regolatore, il protagonista del progresso e del benessere universale.

Detto tutto questo - un po' polemico e anche fatuo - viene da chiedersi perché il quotidiano della Confindustria, ottimamente diretto da Ferruccio De Bortoli, non apra nell'attuale fase di crisi globale dell'economia una discussione aperta e spregiudicata sui limiti del mercato e sulla utilità del tanto disprezzato (quando tutto va bene) intervento pubblico. Un intervento pubblico che non può essere solo di emergenza e che nell'attuale fase di globalizzazione dell'economia non può essere più affidato soltanto allo stato nazionale per due ovvie ragioni: innanzitutto la riduzione dei poteri effettivi degli stati nazionali e delle singole banche centrali. In secondo luogo perché siamo in piena globalizzazione e così accade che le insolvenze degli acquirenti di immobili negli Usa provochino allarmi e disastri anche in Europa.

Sarebbe un buon segno se «Il Sole 24 Ore» aprisse una seria discussione su stato e mercato in questa fase di crisi seria dell'economia. Non gli mancano le pagine e i collaboratori competenti. Altrimenti? Altrimenti dovremmo considerare il grande titolo di ieri come la proverbiale «voce dal sen fuggita». Ma potrà mai quel giornale, che adesso vuole lanciare la moda del liberismo di sinistra, dare ascolto al manifesto?

La domanda è molto banale, nel senso che è un po' nell'animo di tutti. È la domanda del cinquantenario della grande crisi: ci sarà o no un nuovo 1929?

Mi rendo conto che il 1929, per i suoi aspetti vistosi e anche folcloristici, eserciti grandi suggestioni: il crollo di borsa, la gente che si buttava di sotto dalle finestre dei grattacieli. Galbraith ha dimostrato poi che quasi nessuno si era buttato giù dai grattacieli, ma è vero che dopo il '29 i vetri dei grattacieli sono fissi. Ma è ancora più vero che i capitalisti vittime del crollo di borsa, in un modo o nell'altro, se la sono cavata mentre a star male, sul serio e a lungo, sono state le masse rurali e i lavoratori.

Sul '29 quindi molta esagerazione, oggi anche di tipo celebrativo?

Ripeto: gli aspetti vistosi dei '29 spiegano molte enfasi degli attuali interrogativi, ma quel che veramente mi sorprende, mi appare ingenuo nella domanda «ci sarà un nuovo 1929?» è che nel '29 ci siamo già, ci viviamo dentro. Tutti gli aspetti patologici del '29 fanno parte della nostra esperienza: non nelle forme catastrofiche di allora, ma in modo endemico, nella forma di un ristagno acquisito nella nostra coscienza, al punto che neppure ce ne accorgiamo.

Questa non è un'esagerazione di riduttivismo?

No. Guardiamo ai fatti. La disoccupazione per esempio. L'Ocse per il 1980 prevede 18 milioni di disoccupati nei paesi industrializzati: questo è 1929. E senza parlare della situazione negli altri paesi: uno studio della Banca mondiale, sullo sviluppo nel mondo nel 1979, valuta che vi siano tra i 600 e i 700 milioni di uomini che vivono in condizione di «assoluta povertà». «Assoluta povertà», secondo la definizione della stessa banca, significa uno stato di pauperismo nel quale gli individui nascono già tarati per condizioni di deperimento e sottoalimentazione dei genitori. Questa povertà diffusa fa perfettamente riscontro con le condizioni di grande povertà esistenti allora negli Usa.

Questa diffusa ed enorme povertà dei paesi non industrializzati forse nel '29 non c'era o era minore, ma certamente non era «emergente», non assumeva la rilevanza che ha oggi.

Il '29 è fra noi, non c'è bisogno di aspettarselo. Faccio altri due esempi: la distribuzione dei prodotti agricoli e l'andamento delle borse. Tutti ricordiamo i romanzi americani («Furore» per esempio) con le violente e drammatiche descrizioni di distruzione di prodotti agricoli, la sepoltura dei maiali nella calce per esempio. Ma tutto questo non è forse la normale politica agraria della Cee? Solo che ci siamo abituati, non ci sorprendiamo. Io però rimango ancora esterefatto quando sento un ministro dell'agricoltura dichiararsi soddisfatto perché quest'anno la quota di frutta distrutta è un po' minore di quella dell'anno precedente. Questa è la normalità mondiale, proprio quando in tutti i parlamenti si parla tanto di fame nel mondo. Ma consideri anche il tanto esaltato crollo di borsa. Forse che i giornali di questi ultimi anni non ci informano di continui crolli con conseguenti distruzioni di risparmi?

Un febbrone può essere meno dannoso di una febbre bassa e duratura?

Esattamente ed è questo che mi induce a ribadire che viviamo un 1929 allo stato endemico.

Ma tutti siamo più assuefatti?

L'adattamento, l'assuefazione sono propri del comportamento umano. Anche le imprese spaziali non ci impressionano più. Però, dal punto di vista complessivo, adattamento e assuefazione significano deterioramento: abbiamo perduto anche quegli anticorpi, quelle capacità reattive che ci aiutavano ad affrontare la malattia. Come non ricordare che già, nel 1936, D.H. Robertson ci ammoniva a considerare che «nascosto tra le spire del serpente ciclico» poteva esserci «un nemico ancora più insidioso», «una specie di verme penetrato al centro delle basi istituzionali e psicologiche della nostra società e che ingrassa su quello stesso accrescimento della ricchezza, che essa cerca inutilmente di impedire»? (...)

(l'intervista,riprodotta in parte, è del novembre 1979)

Frédéric Lordon nell'ultimo numero di Le monde diplomatique, pubblicato ieri da il manifesto, per spiegare la crisi dei mutui subprime ha ricordato i disastri provocati da Charles Ponzi negli anni '20. Ponzi era uno speculatore che rovinò centinaia di migliaia di risparmiatori con una specie di catena di Sant'Antonio, promettendo rendimenti clamorosi dall'investimento dei loro soldi. L'esempio è calzante: la crisi dei mutui subprime è una bolla clamorosa e come tutte le bolle era destinata a esplodere.

Ormai tutti conoscono il meccanismo infernale che porta i mutui subprime a trasformarsi progressivamente prima in obbligazioni (garantite dagli stessi mutui concessi a poveracci disposti a pagare tassi di interesse altissimi pur di avere un tetto sulla testa) e poi in «scorie tossiche» per dirla con Lordon, cioè in investimenti che finiscono nei fondi (anche pensione) e nelle gestioni patrimoniali. Ma oggi siamo arrivati alla frutta.

La gente non vuole più titoli spazzatura, garantiti da obbligazioni che non garantiscono nulla e molti chiedono di avere indietro i propri soldi. Si innesca così una crisi di liquidità per fronteggiare la quale le banche non si prestano più reciprocamente soldi, ma se li tengono ben stretti in vista di eventuali corse agli sportelli.

Un'ipotesi non peregrina, visto che ieri in Inghilterra è successo per davvero con la Northern Rock, una banca specializzata nella concessione di mutui: se non fosse intervenuta la Boe, banca centrale inglese a finanziarla con un prestito d'emergenza, avremmo assistito al primo clamoroso crollo.

Ma i mutui subprime non sono l'unico problema. Negli Usa (ma anche in Europa) per fronteggiare i tracolli di borsa iniziati nel 2000 e poi accentuati dagli attentati dell'11 settembre, si è fatto ricorso quasi unicamente alla politica monetaria, cioè alla riduzione dei tassi di interesse, che negli Usa, per un paio d'anni sono stati mantenuti all'1%, nettamente meno del tasso di inflazione. Come dire: il denaro non costava nulla e conveniva indebitarsi. Negli Stati uniti molti lo hanno fatto: le banche in questi anni hanno emesso decine di milioni di carte di credito che hanno alimentato i consumi molto al di sopra delle reali possibilità di chi spendeva. Non è un caso che l'indebitamento delle famiglie sia cresciuto a dismisura e che la quota del risparmio sia passata in terreno negativo.

I bassi tassi di interesse hanno anche alimentato la corsa al mattone: i prezzi delle case, grazie alla spinta di una domanda crescente, hanno cominciato a impennarsi, ma la gente comperava e si indebitava (con i mutui) in allegria convinta che i tassi di interesse sarebbero rimasti perennemente bassi. Di più: milioni di persone hanno ricontrattato i mutui sulla base dell'aumentato valore delle case e hanno utilizzato i soldi ricevuti per spendere sempre di più per consumare. Poi è arrivata la svolta: i tassi hanno ricominciato a salire rapidamente, le rate dei mutui a costare sempre di più a causa dell'aumento della quota di interesse, le compravendite di case a rallentare e il valore degli appartamenti ha smesso di crescere. Risultato: molti non hanno più pagato le rate e si sono visti sfilare la casa ipotecata che nel frattempo aveva perso valore e le obbligazioni emesse sui mutui subprime (per limitarci al primo anello della catena) non hanno soldi per remunerare chi le ha acquistate. Ma non è finita: stanno esplodendo anche le insolvenze sul credito al consumo, visto anche le banche chiedono ora interessi stratosferici, fino al 20%. E la crisi si ripercuote sui fondi immobiliari e sui fondi pensione, mettendo a rischio la vita futura di centinaia di milioni di persone. A questo punto, la crisi finanziaria, si ripercuote sull'economia reale: scendono i consumi (peraltro drogati) e rallentano. In molti paesi si sentono scricchiolii di recessione e in ogni caso di rallentamento della crescita. Demonizzare la finanza non sarebbe giusto: molti strumenti (dalle assicurazioni alle azioni, dalle obbligazioni ai future e ai derivati) sono utili per limitare il rischio di impresa. Il problema è quando questi strumenti diventano un business autonomo da ogni attività reale. Ma il capitalismo ormai è solo questo: la finanza che distrugge l'economia reale, mentre gli stati stanno a guardare non intervenendo sui bisogni delle persone (casa, sanità e pensioni, su tutti) ma lasciando che la speculazione distrugga la vita della gente che mai come oggi vive in una condizione «imperiale» nella quale la distribuzione dei redditi peggiora cotinuamente.

«In molti paesi la disillusione e la sfiducia si sono andate sviluppando in un crescendo di frustrazione, di rabbia e, alla fine, di un vero e proprio rigetto della politica. Alla fine, siamo alle prese con una revulsione che potremmo chiamare la politica dell'antipolitica». E' una diagnosi di Giovanni Sartori, in un suo libro del 1995. Aggiungeva Sartori che questa sindrome si prospetta non più nella forma dell'apatia del passato, che «rendeva la politica fin troppo facile», ma in quella di «un rigetto attivo, partecipante e vendicativo», che «la può rendere troppo difficile». Dal 1995 a oggi sono passati la bellezza di dodici anni, e per «la politica dell'antipolitica» non è tempo di scoperte ma di bilanci: in Italia ne abbiamo avuto infatti un campionario da oscar, per la verità solo in minima parte ascrivibile ai movimenti e alle piazze, e per lo più, viceversa, interno alle trasformazioni del sistema politico, economico, massmediatico, nonché giudiziario. Fanno parte del campionario: la corruzione politica e economica scoperta con Tangentopoli e mai arrestata; l'equazione fra partiti e partitocrazia e fra corruzione e «Prima Repubblica» alimentata dopo il '92 nel senso comune dal coro pressoché compatto dell'informazione; l'illusione di risolvere i problemi politici per via giudiziaria, anch'essa alimentata all'epoca dallo stesso coro (oggi talvolta pentito); la riduzione - e conseguente neutralizzazione - della politica a questione di regole da fare, disfare e rifare; la riduzione della società civile a audience televisiva passiva dei talk show di seconda serata volentieri frequentati dai politici di professione; da penultimo, il duplice trionfo politico di Silvio Berlusconi, che l'antipolitica l'ha portata al potere; e da ultimo, la duplice delusione inflitta all'elettorato di centrosinistra dai suoi governi, che non si può dire abbiano messo la rilegittimazione della politica al primo posto della loro agenda emozionale e programmatica.

Questo per dire che, prima di prendersela con Beppe Grillo e i grillini e, retrospettivamente, con i girotondi e i girotondini (movimento peraltro molto coccolato anni addietro come grimaldello contro gli allora vertici diessini), sarebbe il caso di riportare le derive antipolitiche alla loro matrice, che è interna alla degenerazione della politica, al suo svuotamento, al suo farsi sempre più autoreferenziale e castale, al suo sempre più opaco impastarsi con l'economia, alla dissoluzione del suo linguaggio nel linguaggio televisivo e via dicendo.

Certo, sarebbe sbagliato, sbagliatissimo fare di ogni erba un fascio: dal '92 in poi, all'interno del sistema politico c'è chi ha denunciato questo andazzo (Massimo D'Alema primo fra tutti) e chi l'ha cavalcato, vuoi in nome della spallata azzurra alla «Prima Repubblica» vuoi in nome di un nevrotico nuovismo di (centro) sinistra. Ma purtroppo in politica, e nella storia, contano i risultati. E i risultati, per la politica «ufficiale» italiana, sono quelli che sono. Frustrazione, rabbia e rigetto, per riprendere i termini di Sartori, non diminuiscono ma aumentano: evidentemente non basta la fredda e professorale retorica prodian-padoaschioppiana del risanamento dei conti pubblici, né le buone intenzioni moralizzatrici di Rosi Bindi, né gli annunci sulla necessità salvifica del Partito democratico per compensare la percezione di declino, mancanza di futuro, precarietà che deprime giovani e meno giovani generazioni, o la quotidiana frequentazione di territori malamente amministrati da uno stato malamente decentrato, o la continua aggressione di un capitalismo sempre più barbaro (e sempre più sconosciuto, a destra e a manca, perché parlare del capitalismo è sconveniente e fa meno share delle comparsate di Corona). Si può prescindere da questo quadro - desolato, mi rendo conto - per capire «il sintomo» V-Day; e viceversa, basta questo quadro per entusiasmarsi del V-Day?

Eugenio Scalfari, su la Repubblica di ieri, legge la piazza di Bologna (e la piazza tout court), senza se e senza ma, come l'ennesima prova dell'eterno ritorno di un virus di qualunquismo, populismo, anarco-individualismo che corre da sempre in Italia, accentuato oggi dalla massificazone e dalla manipolabilità mediatica della società contemporanea, e portatore sicuro di una malattia, o di una terapia, dittatoriale. E' un allarme che si può capire, ma sommessamente proporrei di andarci più cauti, e di non scambiare, appunto, il sintomo per il virus. Una manifestazione che ha come slogan un gigantesco vaffanculo, che s'inventa l'ennesimo leader e che per giunta si riduce poi a fare il verso al parlamento con una proposta di legge-manifesto approssimativa, non può entusiasmare nessuno, tantomeno chi, a differenza di Scalfari, giudica che nelle piazze possano talvolta - talvolta - esprimersi discorsi e sentimenti più articolati. Ma in quello slogan converrebbe vedere, più che l'urlo di un'invasione barbarica, il rivelatore del grado zero a cui è arrivato in Italia il linguaggio della politica, cioè la politica, non certo per colpa di Beppe Grillo; e di un imbarbarimento che è tanto della società quanto della sua espressione di palazzo. Come pure nell'uso della Rete da cui la piazza di Bologna nasce converrebbe vedere, più che la continuazione della massificazione passiva via tv di cui siamo stati vittime e complici per alcuni lustri, la possibilità di uno scatto di presa di parola e di coinvolgimento in prima persona, che può fare la piccola differenza, in Italia come altrove, fra la telecrazia e una sia pur minimale interattività.

Non c'è un governo di saggi assediato in piazza dalle invasioni barbariche. C'è nel palazzo e in piazza un'afonia che tocca rompere a chi, in piazza e - se c'è - nel palazzo, sappia trovare e comunicare parole più convincenti di una V per dare voce a una necessità di svolta e a un bisogno di politica.

Nella discussione di questi giorni si possono scoprire sorprendenti vuoti di memoria, che rischiano di provocare pericolosi momenti di schizofrenia politica ed istituzionale. Vale forse la pena di ricordarne qualcuno nella speranza, non so quanto fondata, che se ne possa tenere conto nelle future discussioni.

Il primo caso riguarda la natura stessa del nascituro Partito democratico, almeno nella versione variamente prospettata da Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Entrambi sembrano convenire sulla necessità di un partito a vocazione maggioritaria; svincolato da paralizzanti accordi di coalizione come quelli che hanno portato alla nascita dell´attuale Unione, aperto ad alleanze di "conio" più o meno nuovo. Una volta enunciati questi propositi, bisogna tuttavia affrontare alcune altre, e decisive, questioni, che non possono essere ignorate o rinviate a quando il Partito democratico avrà definito la sua identità. Questa dipenderà proprio dal modo in cui il nuovo partito si collocherà nel sistema politico.

Il Partito democratico non può coltivare la proclamata vocazione maggioritaria in una sorta di orgoglioso isolamento. Non è un istituto di ricerca, dove si svolgono analisi e si elaborano programmi senza doversi preoccupare delle reazioni politiche e sociali. Ogni mossa qualifica il partito e ne definisce i rapporti con gli altri. Poiché non si può scambiare vocazione maggioritaria con autosufficienza elettorale, ogni dichiarazione o iniziativa finisce con il prefigurare o condizionare le future, indispensabili alleanze. Di queste si afferma la necessaria "omogeneità". Una affermazione, questa, che contiene una critica alle alleanze attuali e può portare ad una significativa conseguenza politica. Se la costruzione del nuovo partito si manifesterà anche come costruzione di una nuova omogeneità, sarà inevitabile una tensione sempre più marcata tra Partito democratico e coalizione di governo.

Molte forze agiscono in questa direzione, sottolineando con intensità crescente che la disomogeneità sarebbe determinata solo dalla presenza nella coalizione della sinistra "radicale" sì che, liberi da questa, le alleanze in altre direzioni, dunque verso il centro, produrrebbero una sorta di "naturale"omogeneità. In questo gioco di azioni e reazioni si collocano gli atteggiamenti della sinistra dell´Unione, che non possono essere liquidati come irresponsabili, a meno di non adottare il teorema di Tecoppa, secondo il quale l´avversario non dovrebbe muoversi e farsi tranquillamente infilzare.

La questione delle alleanze e della coalizione si fa ancora più stringente se si considera l´eventualità che, falliti i tentativi di una riforma elettorale in sede parlamentare e approvati i quesiti referendari, si vada a votare con una legge che assegna un cospicuo premio di maggioranza al partito o alla coalizione che abbia comunque avuto il maggior numero di voti, anche nel caso in cui si tratti di un partito del 30% o anche meno. Sono consapevoli, i referendari, che questa vicenda è destinata ad influire pesantemente sul futuro del Partito democratico, obbligandolo ad accelerare la definizione di una coalizione in grado di raggiungere la maggioranza? Sembra un tema di domani, e invece riguarda l´oggi, se non altro perché le risposte influiranno sull´atteggiamento delle varie anime del Partito democratico sul referendum. E questo significa indicare con precisione le riforme da fare e, soprattutto, con chi farle.

Proprio qui, intorno al riformismo, si può cogliere un secondo vuoto di memoria. Nei modi più diversi, e persino sgangherati, si cerca di riannodare un filo riformista che sarebbe stato trascurato, o addirittura troncato per l´incapacità o la prava volontà di chi non seppe cogliere l´attimo fuggente degli anni Ottanta, che qualcuno oggi mitizza come una sorta di Età dell´Oro di un riformismo perduto. Ha fatto bene Eugenio Scalfari a ricordare di quale pasta fosse fatto quel decennio, che quasi dovrebbe esser preso a modello, nel quale il debito pubblico balzò, tra il 1982 e il 1992, dal 57 al 120 per cento del Pil. Oggi, infatti, nella pur legittima ricerca di un passato nel quale riconoscersi, viene da molti adottata una memoria selettiva, che volutamente ignora come la vera eredità del proclamato riformismo di quegli anni fu la cancellazione della legalità, la disinvoltura nella spesa pubblica, lo sperpero del capitale sociale, la fine del senso civico, l´abbandono di qualsiasi moralità pubblica e privata. Questo non avvenne nel silenzio. Ed è quindi più stupefacente il silenzio di oggi, che dà corpo al rifiuto di confrontare proclamazioni e fatti concreti, velando così anche il fatto che proprio allora furono poste le basi di quella rincorsa ai privilegi che alimenta oggi l´antipolitica e che non fu appannaggio del solo ceto politico. E cominciò allora una regressione culturale dalla quale non siamo ancora usciti. Basta guardare al modo in cui si sta svolgendo la discussione sulla sicurezza, ormai ridotta ad una brutale questione di ordine pubblico, mentre sarebbero necessarie analisi approfondite proprio per individuare le strategie più efficaci, dunque una alleanza con le discipline sociali che in questi anni sono state tutt´altro che avare di indicazioni concrete.

Queste letture del passato indeboliscono anche le promesse di un riformismo che si affida quasi esclusivamente alla logica di mercato, perdendo così di vista che ogni riforma economica oggi non può essere separata dalla necessità di ricostruire legalità, legami sociali, relazioni di fiducia, rapporti di solidarietà, senso civico, moralità pubblica, dunque un tessuto connettivo mancando il quale ogni riforma, isolata o "lenzuolata" che sia, è destinata se non a fallire, a produrre esiti modesti o persino contraddittori. Il rimpianto per Bruno Trentin, in me grandissimo, ci obbliga a ricordare il rigore con il quale analizzò, per i lavoratori, il passaggio "da sfruttati a produttori". Un ammonimento da tenere in gran conto oggi che la qualità di produttore viene riconosciuta al solo imprenditore, dando corpo ad una frattura sociale destinata a produrre nuovi conflitti, che hanno radici nell´esclusione e nella mortificazione.

Si può cogliere qui un altro vuoto di memoria. Parlando dei sessant´anni di indipendenza dell´India, Amartya Sen non si è fermato al suo travolgente successo economico, ma si è chiesto se questo non sia stato pagato con una eccessiva perdita dei valori di apertura e di solidarietà che avevano non solo connotato la politica indiana al suo interno, ma le avevano attribuito forza e prestigio nei rapporti internazionali. Nel costruire l´agenda della nostra politica interna si sta correndo lo stesso rischio. Il "discorso sui valori" è poco più che retorica o scappellate di maniera. Manca una riflessione rinnovata sui principi costituzionali, è assente una visione prospettica di libertà e diritti. In questo vuoto prospera la tesi di chi dice che una serie di questioni non sono né di destra, né di sinistra: un alibi perfetto per chi, per debolezza politica e culturale, non si accorge o non vuole accorgersi che la destra sta di nuovo imponendo l´agenda politica, come accadde tra il 2000 e il 2001, anni che prepararono la sconfitta elettorale del centrosinistra.

Le stesse proclamazioni sui temi "eticamente sensibili" descrivono piuttosto una situazione del Partito democratico ora ambigua, ora inquietante, con rimozioni e vuoti di memoria, incapacità di riflettere sul senso laico dell´agire pubblico. Tornano qui, come problemi irrisolti, la vocazione maggioritaria e l´omogeneità del nuovo soggetto politico. E se, guardando appena più a fondo, scoprissimo che, su questo terreno, l´omogeneità interna del Partito democratico appare davvero minima e che, invece, vi è una consonanza tra parti consistenti del partito nascente e l´aborrita sinistra radicale?

ROMA — Le dinamiche della piazza Roberto Zaccaria ( foto) le conosce bene. Già presidente della Rai, oggi deputato dell'Ulivo, ha partecipato alla prima stagione dei girotondi, il movimento che dopo la sconfitta elettorale del 2001 provò a dare la scossa ad un centrosinistra in crisi di identità. «No — dice — non condivido tutto della manifestazione di Beppe Grillo. Non avrei scelto quel nome, quella parola, vaffa..., che non mi sembra proprio la più adatta. E non l'avrei organizzata così, non è nel mio stile perché degli accenni di populismo e qualunquismo ci sono stati, anche se ormai si sono ovunque. E poi l'attacco a Biagi è stato uno scivolone che era meglio evitare».

Questo non vuol dire che il suo giudizio sia negativo. Anzi: «In quella piazza, e in molte piazze italiane — osserva Zaccaria — c'era un numero altissimo di persone che ha manifestato il proprio malessere verso la politica. È un segnale importante, non si può fare finta di nulla». E al di là degli slogan e dei paroloni, Zaccaria è sulla sostanza che si concentra: «Lì si raccoglievano le firme per una legge di iniziativa popolare. Una manifestazione contro i partiti ma che alla politica si rivolge con uno strumento previsto dalla Costituzione: chi siede in Parlamento non può voltarsi dall'altra parte solo perché non condivide lo stile». Il deputato dell'Ulivo minimizza sulla contestazione a Marco Biagi, quella che ha spinto l'assessore bolognese Libero Mancuso a lasciare la piazza per protesta: «No so bene cosa sia successo. Criminalizzare Biagi è senza dubbio sbagliato ma in una folla così grande c'è sempre qualcuno che fa la frittata. È inevitabile. Sarebbe tuttavia un grave errore cancellare il messaggio di una manifestazione così importante per un dettaglio del genere».

Dal Palavobis al V day, è possibile che Grillo raccolga l'eredità dei girotondi? «Penso di sì — risponde l'ex presidente della Rai — perché vedo la stessa ansia di inventare nuove forme di partecipazione democratica. Con la differenza significativa che i girotondi si concentravano sulla protesta mentre qui, con il disegno di legge di iniziativa popolare, siamo già alla proposta».

ROMA - «Il problema non è solo la manifestazione di Bologna. Ma le tante firme, la gente che ha fatto la coda per aderire. E se uniamo il tutto alle copie vendute dal libro "La casta", allora bisogna capire che siamo di fronte ad una ribellione contro la politica che va presa sul serio. Non possiamo far finta di niente». Beppe Grillo, il Vaffa-day, i privilegi della politica, gli stipendi dei parlamentari. Rosy Bindi li mette tutti in fila come anelli di un´unica catena che rischia di stritolare nella culla il nascente partito Democratico. Per questo «dobbiamo dare una risposta». Non si può tacciare quel che accade come «qualunquista e demagogico». «Quando vado ai dibattiti, alla fine le domande della gente sono sempre le stesse: "perché noi non arriviamo alla fine del mese e voi vi arricchite?". E me lo chiedono anche alle Feste dell´Unità, perché il messaggio di austerità di Berlinguer è ancora vissuto sulla pelle da una parte del popolo della sinistra. E certe cose non vengono digerite». La sua risposta, allora, il ministro della famiglia già ce l´ha: abolizione del Senato, Camera con 450 deputati, dimissioni dei condannati, stop agli aumenti degli stipendi dei parlamentari, rimborsi spese sottoposti al controllo di una agenzia indipendente.

Ma perché la protesta di Grillo va presa così tanto sul serio? E soprattutto perché adesso?

«Perché o diventa una seria occasione di rinnovamento della politica o è chiaro che sarà l´anticamera dell´antipolitica».

Non lo è già?

«Non voglio usare toni apocalittici. Io ho vissuto in prima linea la stagione di tangentopoli. C´era una grande rabbia contro i corrotti, la rabbia ora è nei confronti di tutta la politica. So che nelle parole di Grillo ci sono venature qualunquiste e anche un po´ di volgarità, ma prima di liquidarle come ribellione antipolitica forse è il caso di chiederci se non sia una domanda di buona politica».

Eppure i suoi colleghi dell´Unione tengono a distanza il fenomeno Grillo.

«C´è sempre la tentazione di rimuovere».

E invece?

«E invece credo che il nostro 14 ottobre debba essere una straordinaria occasione per chiamare le persone a firmare per la buona politica e non contro la politica. Altrimenti - dopo aver suscitato attese - l´effetto non potrà che essere devastante».

Se vuole rispondere alla piazza bolognese, dovrà allora recepire le sue istanze.

«Siamo ancora in tempo a non legittimare il passato. Il governo, ad esempio, ha cominciato a ridurre le indennità dei ministri. Ma bisogna imprimere un forte cambiamento».

Nel concreto che vuol dire?

«Ecco le mie proposte: i parlamentari del Partito Democratico si dovranno impegnare a modificare la legge elettorale fino a dichiarare che non si candideranno con quella attuale. Immediata attuazione del nuovo titolo V della costituzione con la soppressione del Senato e l´istituzione di una Camera delle regioni. E così avremo 315 parlamentari in meno».

Ma ci saranno i membri di questa nuova Camera?

«Sì, ma si tratta di un´assemblea di secondo livello. E comunque ci dovremmo impegnare a ridurre del 30% anche i componenti della Camera dei Deputati. Ma non mi fermo qui».

Cioè?

«Dimissioni di chiunque abbia avuto problemi con la giustizia e quindi massima trasparenza per le liste elettorali del futuro. Interruzione immediata dell´indicizzazione delle nostre indennità. Solo noi e i magistrati abbiamo questo privilegio. Separazione netta tra indennità personale e rimborsi spese. Uno stipendio di 5000 euro va bene, i rimborsi vanno affidati ad una agenzia indipendente che valuti le finalità della spesa, verifichi se risponde ad un´attività politica o meno. Stesso discorso per la gratuità dei mezzi pubblici: vale per l´attività politica e non per i viaggi privati. Bisogna anche limitare i mandati e prevedere le primarie per tutti gli incarichi politici».

I suoi «colleghi» non saranno tanto contenti. Anche perché per fare la riforma elettorale serve un consenso che va oltre il Pd.

«Veniamo considerati dei privilegiati e quasi inutili per la comunità. Per questo ci chiedono quanto costa la politica. Dobbiamo spogliarci dei nostri privilegi. Il vitalizio, ad esempio, va dato a 65 anni e deve essere un´assicurazione privata. Va rivista anche la legge sui rimborsi elettorali e sui giornali di partito. Anche la vita "finanziaria" dei partiti andrebbe controllata di una agenzia indipendente. E sa perché faccio queste proposte? Perché ritengo che il finanziamento pubblico della politica sia necessario».

Sembrava il contrario.

«Per difendere il finanziamento pubblico bisogna correggere le distorsioni. Lo difendo perché altrimenti faranno politica solo i ricchi o quanti trovano dei finanziatori che però, prima o poi, presentano il conto».

Sembra quasi che lei voglia dire: attenzione se non sarò io il leader del Pd, tutto questo non accadrà.

«Mi auguro che nel Pd saremo in molti a pensarla così».

E se il Pd non seguirà questa linea?

«Guardi, Grillo può anche essere un provocatore, ma se ottiene questo consenso, seppure con accenti di qualunquismo, non si può pensare che tutto resti come prima. Io farò la mia battaglia su questo, in ogni caso».

Però anche nel Pd potrebbero risponderle che è facile richiamare la gente con il qualunquismo e la demagogia.

«Senza una politica autorevole la vita democratica di un Paese può correre dei rischi. La nostra sfida è quella di restituire dignità alla politica costruendo un partito nuovo. Un grande partito popolare e nazionale che non sia emanazione solo di una persona. Per questo va approvata una legga sulla regolamentazione dei partiti in attuazione dell´articolo 49 della Costituzione».

Lei chiede le dimissioni di chi ha avuto problemi con la giustizia. Ce ne sono anche nel centrosinistra. Vincenzo Visco è stato condannato per abuso edilizio. Dovrebbe dimettersi per questo?

«Io parlavo di corruzione e concussione. Il giustizialismo per me non è un valore, ma nel ‘92-´94 quando la politica si rifiutò di autoriformarsi e si affidò alle aule dei tribunali, il risultato fu che arrivò Berlusconi. Come allora sono convinta che debba essere la politica a riformarsi».

Questa dunque dovrebbe essere la piattaforma del PD?

«Io penso che su questo si fonda il nostro futuro».

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