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Fino a ieri erano previsioni allarmanti. Da oggi, sono notizie agghiaccianti. La temperatura del pianeta, nel 2006, è risultata superiore di 0,42 gradi rispetto alla media di riferimento del 1961-90. Nell´emisfero settentrionale l´aumento è stato di 0,58 gradi rispetto al trentennio. Il 2006 è stato l´anno più caldo da un secolo e mezzo ad oggi. Tra settembre e novembre in Europa si è superata la media di tre gradi. A chi giudica modeste queste cifre bisognerà ricordare che un aumento di 4 o 5 gradi comporterebbe gigantesche inondazioni, che minaccerebbero Venezia, Londra, New York. Per completare il quadro delle belle notizie il buco dell´ozono ha registrato nell´anno un record di 29,5 chilometri quadrati: il più grande a memoria d´uomo. Sono dati comunicati dall´Organizzazione mondiale della meteorologia.

In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 22 novembre scorso Giovanni Sartori, rilevando la portata drammatica del fenomeno, tornava su una sua denuncia di parecchi anni fa, che ne attribuiva alla sovrappopolazione la causa determinante. Sartori, che fu accusato allora, particolarmente da insigni economisti, di allarmismo catastrofista, costata come da allora le Cassandre siano aumentate di numero e di credibilità, e quelli che potremmo chiamare i Pangloss abbiano perduto credito. In effetti, a parte il recente summit di Nairobi, una vasta serie di ricerche scientifiche di incontestabile serietà hanno accreditato purtroppo la fondatezza della minaccia. Cito per tutte la più recente, il rapporto Stern, dal nome dell´economista, almeno altrettanto insigne, incaricato dal ministro inglese dell´Economia di fare il punto sul problema. Dire che le conclusioni del rapporto Stern sono preoccupanti è un eufemismo. Tali le ritiene comunque un giornale non sospetto di allarmismo catastrofista, l'Economist. Quale che sia il grado di probabilità che uno scioglimento dei ghiacci artici provochi la sommersione di Londra e di New York (nonché di Venezia, con buona pace dei Pangloss nemici del Mose) non è concepibile, come il rapporto conclude, (e l´Economist approva), che considerazioni di costo economico siano accampate per evitare gli investimenti necessari per scongiurare anche gli eventi più improbabili, ma fatali.

Poiché anch´io, modestamente, sono iscritto, non da oggi, nella consorteria delle Cassandre (ma non aveva forse ragione, la povera ragazza?), insieme con cari amici come Carla Ravaioli e Bruno Trentin; e poiché a suo tempo ho avuto con Sartori un cortese scambio di idee sul tema, vorrei intervenire. Primo, per osservare che catastrofisti sono i fatti, e non le opinioni di Sartori che condivido: anche quella relativa alla determinante causa della sovrappopolazione (e quindi alla pesante responsabilità nei riguardi della vita umana che si sono assunti tutti quelli che non se ne sono fatti carico); secondo, per ribadire la mia convinzione che la crescita della produzione e dei consumi porti una responsabilità almeno altrettanto pesante. Il che mi fa pensare che la reticenza su questa seconda responsabilità sia altrettanto grave della prima.

Consideriamo anzitutto il problema della popolazione. Secondo le più recenti stime dell´Onu, la popolazione mondiale dovrebbe continuare a crescere almeno fino al 2050, raggiungendo un livello compreso tra i 7,6 e i 10,6 miliardi di persone (9,1 miliardi è la previsione intermedia). La possibilità di comprimere questa cifra è scarsissima. Dati i livelli di fertilità e quelli di mortalità, i giochi sono praticamente fatti. Non ancora, invece, quelli della crescita della produzione e dei consumi. Sempre sulla base dei calcoli del Wwf, la media planetaria di spazio disponibile per assorbire sostenibilmente i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi (lo spazio bio-produttivo) è di 1,8 ettari pro capite. Gli americani oggi ne assorbono 9,6 e gli europei 4,5. Se il resto del mondo volesse raggiungere questi livelli, tre altri pianeti non basterebbero. Il problema che si pone, tremendo, è di comprimere i consumi dei più ricchi, frenando le aspettative imitative e insostenibili degli altri. Chi avrà il coraggio di dire agli americani e agli europei che devono comprimere i loro consumi almeno della metà? Chi avrà il coraggio di dire a cinesi e indiani che non potranno mai raggiungere neppure la metà dell´attuale livello dei consumi americani ed europei (due miliardi di auto cinesi e indiane in più significa, secondo l´Economist, il 30% del livello attuale americano e già fa saltare tutti i Kyoto immaginabili).

Questo, della crescita insostenibile, è il più formidabile problema che l´umanità abbia mai incontrato. E che richiederebbe l´attuazione di modi di sviluppo basati sulla stabilizzazione e sulla redistribuzione mondiale delle risorse. Una svolta antropologica, non solo economica. L´economista Heilbroner l´ha configurata in un suo bellissimo libro: An inquiry into the Human Prospect. In un modo o nell´altro, questa svolta ci sarà. Il treno che, in un famoso film, viaggiava veloce verso Cassandra Crossing, si andò a schiantare sul ponte crollato, e lì si fermò. Perché questo articolo non si chiuda così tragicamente, mi viene in mente, a proposito di treni, una storiella romanesca. Il casellante viene a sapere che due treni stanno viaggiando sullo stesso binario, l´uno contro l´altro. Fa di tutto, ma proprio di tutto, per evitare l´urto fatale. Telefonate, fuochi, piccioni: tutto inutile. Quando non c´è proprio più niente da fare, chiama la moglie: «A Nannì, viett´a vedè sto scontro».

Finché la crescita del prodotto sarà l’obiettivo primo del nostro agire economico, anzi dell’intera nostra esistenza, è inutile sperare uguaglianza, o anche solo meno disuguaglianza: più sfruttamento, più povertà, più esclusione, sono i soli strumenti che ancora (non sappiamo per quanto) possono garantire aumento del Pil. E’ inutile sognare un ambiente risanato o anche solo un po‘ meno inquinato e dissestato, perché l’attività produttiva non può cessare di crescere, e insieme alla produzione cresce la quantità di rifiuti ch’essa rovescia sul mondo mentre diminuiscono le risorse non rinnovabili. E’ inutile illudersi che ogni scoperta scientifica e tecnologica venga debitamente testata e controllata nella sua possibile nocività prima di trovare applicazione industriale e diffusione commerciale, perché questo andrebbe a lederne la capacità competitiva e l’immediato aumento della profittabilità. E’ inutile attendere una reale parità tra uomini e donne perché l’organizzazione industriale planetaria non può rinunciare all’attività di “produzione e manutenzione della forza lavoro” dovunque erogata a costo zero dalle donne e integrata nei meccanismi di accumulazione. E’inutile auspicare pace: nell’attuale situazione di crisi dell’accumulazione come categoria portante del sistema, le guerre, grandi e piccole, sono necessarie per far quadrare i conti del mondo.

Questo, semplificato e concentrato con schematicità volutamente apodittica, è ciò che in queste pagine ho cercato di sostenere, e di cui d’altronde non pochi altri si dicono convinti. E non mi riferisco soltanto a un certo numero di ambientalisti, ai rari economisti fuori dal coro, agli intellettuali di varia estrazione già più volte citati. Penso ad esempio al folto gruppo di studiosi dell’Undp (United Nations Development Programme), che valendosi anche di collaborazioni altamente qualificate, ha dato vita a partire dal 1990 alla preziosa serie dei Rapporti annuali sullo Sviluppo Umano, in cui si analizzano e si affrontano i problemi delle società del mondo con una chiarezza di giudizio, un’ampiezza di sguardo, e soprattutto un coraggio che non ha confronti con altri istituti e raramente anche con singoli osservatori indipendenti; non a caso trovando pochissimo ascolto negli ambienti che “contano”, accademici e politici.

Esemplare in questo senso è il Rapporto del 1996, specificamente dedicato alla crescita, che - si afferma - si è imposta nei rapporti economici e sociali come fine a se stessa, e che come tale, nella sua mera dimensione quantitativa, politici e responsabili di governo perseguono ciecamente, senza preoccuparsi della sua qualità né delle sue conseguenze, anche quando ne sia già accertata la negatività, senza “sforzarsi di evitare una crescita senza lavoro, senza equità, senza libertà, senza radici e senza futuro.” Quando invece sarebbe dovere di chi detta la linea politica ed economica di un paese “domandarsi via via dove la crescita lo sta conducendo, e chi ne trarrà beneficio. La crescita sta creando lavoro? Sta aprendo opportunità per le future generazioni? Risponde alla cultura locale? La gente è partecipe di questo processo?” Insomma - si insiste - che senso ha auspicare crescita senza indicarne fini, contenuti, conseguenze? Senza in sostanza porsi le domande che gli stessi fatti dell’economia dovrebbero suggerire: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil.” (1)

Critiche alla crescita come fine primo e irrinunciabile dell’ economia sono state d’altronde formulate in tempi non sospetti - sia pure in termini più moderati, anche perché rapportate a situazioni molto lontane dalla nostra - addirittura dai padri fondatori della disciplina economica. A partire da Adam Smith il quale, pur usando il reddito individuale come indicatore sintetico dello sviluppo economico, non considerava affatto il dato economico strettamente determinante della realtà di un paese sotto tutti gli aspetti. Lo ha notato nel suo lavoro più recente Paolo Sylos Labini: “In tutta ‘La ricchezza delle nazioni’ - scrive - scorre l’idea che lo sviluppo economico è un obiettivo desiderabile solo se serve a promuovere lo sviluppo civile, che è un concetto ben più importante e più ampio, giacché include non solo la ricchezza, la salute e l’istruzione, ma anche la libertà culturale e politica.”(2) E, a conferma di questa posizione che oggi tutti giudicherebbero economicamente eretica, cita un brano tratto dalla “Teoria dei sentimenti morali”: “Che cosa si può aggiungere alla felicità di un uomo in salute, privo di debiti e con la coscienza a posto? In tale situazione ogni ulteriore fortuna può appropriatamente essere detta superflua, e se egli si esalta per tale superflua aggiunta, ciò deve essere l’effetto della più frivola leggerezza”. (3)

Ma a riprendere il discorso di Smith, e a spingerlo su una linea ben più radicale, è John Stuart Mill. Non solo elaborando la nota teoria dello “stato stazionario”, che necessariamente dovrebbe succedere allo “stato così detto progressivo”, in quanto - come, a suo avviso, tutti gli economisti dovrebbero “più o meno distintamente” vedere - “l’incremento della ricchezza non può essere illimitato”, ma con coraggio intelligenza e ironia illustrandone i pregi rispetto al mondo in cui si ritrova. Non gli piace, dichiara, “l’ideale di vita di coloro che pensano che la condizione normale degli uomini sia quella di una lotta per andare avanti; che l’urtarsi e lo spingersi gli uni con gli altri, che rappresenta il modello esistente della vita sociale, sia la sorte maggiormente desiderabile per il genere umano, e non piuttosto uno dei più tristi sintomi di una fase del processo produttivo”; teme il rischio che la bellezza della Terra “venga distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione” e che più “nulla sia lasciato all’attività spontanea della natura”; si scusa pertanto per essere tra quelli che “rimangono relativamente indifferenti al tipo di progresso economico che suscita di solito le congratulazioni dei politici: il semplice incremento della produzione e della accumulazione”. (4)

Non accetta tuttavia che il “modo di pogresso umano” del suo tempo debba essere definitivo. E insiste: “spero sinceramente che i nostri discendenti si accontenteranno di essere in uno stato stazionario molto prima di trovarsi costretti ad esso dalla necessità”. Precisando però che “condizione stazionaria del capitale e della poplazione non implica affatto uno stato stazionario del progresso umano”, ma al contrario signfica più spazio per il progresso umano e sociale, e per “perfezionare l’arte della vita”, ciò che sarebbe molto più facile se le menti umane “non fossero più assillate dalla gara per la ricchezza”. Nel frattempo concedendosi di sognare qualcosa di simile a quello che i “No glob” invocano come “un mondo diverso”: freno della crescita demografica, niente enormi fortune, lavoratori ben pagati, orari di lavoro più brevi, tempo libero sufficiente per dedicarsi alle cose amene, e soprattutto migliore distribuzione, leggi che favoriscano l’uguaglianza. Auspicando che per lo meno “finché la ricchezza continuerà a rappresentare il potere, e il diventare più ricchi possibile continuerà ad essere oggetto della ambizione universale, la via per giungere alla ricchezza sia aperta a tutti.”(5)

Come si vede, i primi teorici del capitalismo non sembrano concepirlo come un sistema economico così necessariamente fondato sulla propria ininterrotta esponenziale valorizzazione, alla maniera in cui oggi viene rappresentato; al contrario mostrano di ritenere possibile, e desiderabile, una società in cui l’accumulazione di richezza non si ponga più, né per i singoli nè per la collettività, come l’obiettivo supremo, e in cui vengano privilegiati altri valori e altri piaceri; in cui soprattutto la ricchezza non sia più appannaggio di pochi. Con accenti che parrebbero pensati come la più calzante e puntuale critica del nostro mondo.

Queste idee sono poi destinate a trovare il loro più completo e ricco dispiegamento nel pensiero di Keynes, autore celeberrimo della cui opera però – e davvero non senza motivo – sono note e ampiamente seguite solo quelle parti che, prese a sé stanti, potevano risultare omogenee all’economia dominante e quindi utilizzabili al sostegno delle sue politiche; come ci fa notare Giorgio Lunghini nel poporre e commentare la pubblicazione italiana di un prezioso gruppo di suoi saggi “minori”, apparsi tra le due guerre. In realtà tutta la sua opera è pervasa non solo da una netta severità di giudizio, ma perfino da una sorta di aristocratica insofferenza nei confronti del capitalismo. “Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo”(6), scriveva nell’ immediato dopoguerra; e se lo sopportava, e anzi si impegnava ad aggiustarlo in qualche modo, era solo perché non vedeva come sostituirlo, almeno per qualche tempo ancora, fermamente rifiutando però di credere alla ineluttabilità delle sue “leggi”. E di questo ampiamente ci parla in “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Dove, riflettendo sul “processo di accumulazione secondo l’interesse composto” verificatosi a partire dal XVI secolo - una quantità “da far vacillare la fantasia” - si dice convinto che “l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”.

Quando ciò avverrà, quando cioè “l’accumulazione della ricchezza non sarà più un importante problema sociale”, e potremo considerarci “fuori dal tunnel della necessità economica”, la vita umana potrà trasformarsi. Allora “dovremo avere il coraggio di assegnare alla ‘motivazione’ danaro il suo vero valore. L’amore per il danaro come possesso, e distinto dall’amore per il danaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche, che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.” Fino allora dovremo accettare usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, e conservare tutte quelle pratiche economiche che, per quanto turpi e ingiuste in sé, sono però “utilissime nel produrre e accumulare capitale” e nel “determinare la distribuzione della ricchezza”. “Ma il momento non è ancora giunto,” diceva. “Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no.” (7)

Correva l’anno 1930. Cento anni non sono ancora trascorsi. Keynes, morto nel 1946, non ha assistito a quella rivoluzione tecnologica che ha scardinato l’organizzazione del lavoro, spalancato voragini nelle statistiche dell’impiego, buttato all’aria regole da sempre date per indiscutibili; non è stato testimone di quello sconvolgimento planetario che l’informatica ha consentito e che abbiamo chiamato globalizzazione; non si è trovato di fronte al tremendo guasto dell’ambiente, lui che prima della guerra si preoccupava di proteggere i monumenti e la bella campagna inglese, ma già allora aveva capito che “le bellezze naturali non hanno valore economico”; non ha visto lo sfrenarsi del consumismo, il moltiplicarsi di vite divorate tra produzione e consumo, cui solo le merci (da fabbricare vendere acquistare possedere usare gettare) sembrano dare ragione e senso, lui che invitava il suo prossimo a dedicarsi a impegni “non economici” una volta soddisfatti i bisogni essenziali, e a “coltivare l’arte della vita”. Soprattutto non ha saputo come clamorosamente e beffardamente la storia avrebbe smentito la sua convinta previsione secondo cui “l’umanità stava procedendo alla soluzione del suo problema economico”; come la soluzione si sia in realtà avverata ma solo per una minoranza, e come l’enorme quantità di ricchezza prodotta non sia riuscita a sconfiggere l’iniquità del mondo. Forse, se avesse avuto vita, molto prima che trascorressero i cent’anni previsti Keynes avrebbe deciso che “l’accumulazione della ricchezza non riveste più un significato sociale importante”. (8)

Oggi politici, economisti, e quanti con l’economia hanno rapporti attivi e decisionali, non debbono affatto “fingere con sè stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no”, come Keynes riteneva - per qualche tempo ancora - inevitabile. Semplicemente sono convinti che solo l’utile sia giusto, e identificano l’utile con l’accumulazione, incredibilmente ancora fiduciosi del suo “significato sociale”. O quanto meno si comportano e si esprimono come se così fosse. Con qualche eccezione. Che non riguarda solo i non molti economisti ecologisti, già sopra citati, e i rari economisti su posizioni di radicale condanna dell’ordine oggi imperante, essi pure più volte menzionati, ma anche alcuni altri del tutto privi di propensioni estremizzanti e però con uno spiccato interesse verso i problemi sociali, i quali nei loro ultimi lavori hanno assunto posizioni decisamente critiche nei confronti della valutazione della crescita come un fatto in sé innegabilmente positivo.

E’ il caso di Giorgio Fuà il quale, nel suo libro intitolato appunto “Crescita Economica”, dopo un’ampia analisi della scarsa validità del Pil come indicatore di benessere e la proposta di usare in sua vece “una nozione di prodotto sociale”, giunge a “domandarsi se l’oggetto studiato – la crescita della produzione di merci – meriti davvero tutta l’attenzione che economisti, politici e pubblico in generale continuano a dedicargli”. Perché, sostiene, ciò che aveva ragion d’essere in una situazione storica in cui la produzione era certo “uno dei fattori principali (anche se non l’unico) da cui dipendeva il benessere”, non vale più oggi, soprattutto nella “parte ricca del mondo”, dove la vastità dei mercati e la quantità di merce prodotta “hanno raggiunto dimensioni tali che ulteriori aumenti non presentano più connotati così nettamente positivi dal punto di vista del benessere della popolazione”: oggi, dice, “dobbiamo smettere di privilegiare questo tema e dedicare maggiore attenzione ad altri temi”. E non accetta il riferimento alla povertà dei paesi terzi come alibi all’inseguimento della crescita, affermando che occorre “contrastare la concezione imperante per cui un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello centrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; e apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia, ai suoi caratteri, alle sue circostanze, e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci.” (9)

E’ il caso anche di Paolo Sylos Labini. Fedele a quello che chiama “l’approccio smithiano”, cioè alla necessità per la scienza economica (necessità oggi ampiamente disattesa) di aprirsi alle altre discipline sociali e utilizzarne le analisi, più volte nella sua vasta opera si è trovato a considerare la gravità delle ricadute negative del sistema industriale e della crescita produttiva, in particolare per quanto attiene il dissesto dell’ambiente (10). Ma di recente ha assunto posizioni di dichiarata condanna nei confronti dello sviluppo economico “visto come un bene assoluto”, anche in rapporto ai paesi più poveri. Certo “Lo sviluppo rappresenta un obiettivo socialmente fondamentale fino a quando il reddito individuale della maggioranza della popolazione non raggiunge un certo livello critico. Dopo che la gente in generale è in grado di soddisfare i bisogni essenziali, e di ottenere un certo ammontare di comodità, lo sviluppo economico diviene sempre meno importante e il consumismo tende a diffondersi e ad assumere connotati patologici (…) e cresce in modo tumultuoso il fiume di beni frivoli e perfino dannosi.” Insomma “per i paesi progrediti – circa un quinto dell’umanità – lo sviluppo non è più un obiettivo importante sotto l’aspetto della disponibilità dei beni.” Non si deve inoltre dimenticare che lo sviluppo “Nel suo corso distrugge molti valori tradizionali e determina mutamenti profondi nei modi di vita e nei sistemi di idee: l’ininterrotto processo di adattamento non può svolgersi senza gravi pene”. (11)

Già parecchio prima anche Claudio Napoleoni si era posto domande su questo tema cruciale, e nell’86 - a un paio d’anni dalla sua morte, avvenuta nell’88 - senza esitazioni affermava: “La crescita produttiva materiale, da un certo punto in poi, è sempre creatrice di malessere, anziché di benessere”; e aggiungeva che la crescita non è difendibile nemmeno a favore dei paesi poveri, che vengono costretti ad adeguarsi a “modelli improponibili”, e “condannati a una rincorsa nella quale essi sono sempre e necessariamente perdenti.” (12) E nell’87 ribadiva: “E’ dimostrato che la crescita indefinita di beni materiali da un lato incontrerebbe limiti invalicabili nella esauribilità delle risorse, dall’altro comporterebbe crescenti costi ambientali.” (13).

Un’altra bocciatura drastica e senza attenuanti della crescita viene formulata da uno di coloro che ho indicato come i “critici-complici” del sistema economico attuale, cioè Edward N. Luttwak. Con il pragmatismo al limite della brutalità che gli è proprio, dopo avere ripetuto che l’iniquità è intrinseca alla struttura stessa del “turbocapitalismo”, attacca quanti si dicono convinti che il sistema abbia la soluzione anche per questo problema, e la proponga anzi come “panacea di ogni male”: essa dovrebbe consistere “in una crescita economica perenne e sempre più sostenuta, grazie a nuova teconologia, nuova liberalizzazione e nuova globalizzazione” . Ma non si vede a che serva “il precetto di una crescita più rapida”: in realtà “nessuno spiega né come mantenere elevata nel tempo tale crescita, né perché dovrebbe ridurre le disuguaglianze anziché farle aumentare ancor più (…) E’ illogico ritenere che un processo che si è tradotto in un determinato risultato, in questo caso l’aumentare delle disuguaglianze, solo perché ulteriormente accelerato possa improvvisamente iniziare a generare il risultato contrario”. E conclude affermando “il ricorso ai poteri dello Stato” per “una politica di ridistribuzione del reddito” come “l’unico rimedio possibile all’incessante gonfiarsi delle disparità”, e in sostanza “la necessità di superare questo modello economico”. (14)

Le citazioni potrebbero continuare. Ma, al di là delle non poche posizioni critiche nei confronti della crescita come precetto di un’economia dimentica della propria funzione di servizio e sempre più lontana dalla sua stessa identità di disciplina sociale, si avverte ormai insistente l’insofferenza della realtà quotidiana che per tutti ne consegue. E’ una sorta di insostenibilità culturale, ma anche pratica, sperimentata nella ferialità quotidiana, di un’accumulazione che da astratta categoria economica si fa cumulo concreto di oggetti, sopraffattorio totalitarismo delle cose, inevitabilità della merce; e che trova qua e là voce, anche se spesso incerta, inadeguata, espressione di generico malessere magari affidata alle parole di un cantautore o alle gag di un comico, segnale comunque da non ignorare. Non mancano d’altronde, e si fanno frequenti, anche voci consapevoli e perspicue, a dirne il disagio e la irrimediabile insensatezza.

Esemplare in questo senso è il discorso pronunciato l’aprile scorso, in non so quale occasione celebrativa svoltasi a Roma nella sede del Senato, da Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca. Ne riporto alcuni brani tra i più significativi: “Quanto è liberatorio, bello e salutare saper dire che non si capisce il mondo, che ci si tormenta per questo, che ci si stupisce di fronte ad esso e non lo si comprende! (…) Perché non stupirci osservando i giovani che non sanno più trascorrere neanche un minuto della loro vita senza i telefoni cellulari? Perché non stupirci vedendoli stare ore e ore a contatto quotidiano con una macchina piuttosto che con un essere umano? Perché non stupirci di fronte al fatto che produciamo energia atomica e poi non sappiamo come smaltire le scorie nucleari? Perché non stupirci vedendo scomparire i boschi, riflettendo sull’aria sempre più inquinata, sul fatto che la gente vive in enormi agglomerati senza il senso della comunità e senza alcuna regola morale? Perché non stupirci della crescita continua della produzione di automobili che ormai paralizzano il traffico in ogni capitale europea? Perché non stupirci del nostro proprio stupore di fronte alla constatazione di quanto e con quale facilità l’arma biologica riesca a distruggere continenti interi, quando siamo noi stessi a costruire queste armi nei nostri laboratori? Perché non stupirci che sempre meno persone – in Europa, in America, in Asia – producano valori concreti e sempre più persone nel contempo si occupino solo di speculazione, diventando ancora più ricchi di chi è in grado di produrli?”( 15) Non riesco a immaginare le reazioni dei presenti. Scandalo, sdegno contenuto, freddi sorrisi di circostanza, pochi doverosi applausi, la cinica indifferenza di sempre? Forse soltanto disattenzione, carte sfogliate, qualche pettegolezzo sussurrato al vicino, ostentata noia. Bisogna pur difendersi da discorsi insoliti e disturbanti.

Non con la sensibilità scoperta e un poco ingenua di un prezioso intellettuale prestato alla politica, ma con solidi argomenti scientifici, dice cose molto simili il fisico teorico Luigi Sertorio nella sua recente “Storia dell’abbondanza”. In essa percorre la vicenda del rapporto tra specie umana e natura, nei millenni svoltosi in condizioni di equilibrio obbediente alle leggi biologiche, fino alla rottura segnata dall’avvento dei motori termici azionati dai combustibili fossili, che ha dato il via all’era tecnologica con “la creazione di strumenti tanto potenti da modificare l’ecosistema proprio nella direzione dannosa per l’uomo”, aprendo all’economia prospettive senza precedenti e consentendo al capitale di accrescere a dismisura se stesso; moltiplicando la produzione di oggetti destinati rapidamente a trasformarsi in rifiuti, e riducendo ogni essere umano a mero consumatore, cioè un canale che collega “un contenitore di risorse, sempre più vuoto, a un contenitore di scorie, sempre più pieno”; incidendo sulla collettività fino a modificarne senso comune e principi etici: “Il benessere è divenuto crescita dei consumi (secondo gli economisti), il consumo è divenuto sinonimo di benessere, e quindi il consumo è divenuto etica”.(16)

In questa critica all’insensatezza della generale ubriacatura efficientistica produttivistica consumistica, a stupirci ancora una volta è Luttwak, da una vita fedele servitore dello Stato americano. “Il libero commercio come ideologia”, “Il danaro come religione”, “Lo shopping come terapia”: così si intitolano tre capitoli del suo libro qui più volte citato, e bastano pochi brani a illustrarne i contenuti. “Molti economisti contemporanei ignorano semplicemente l’eventualità che alcuni preferiscano vivere in un paese dall’economia un po’ meno efficiente (….) danno implicitamente per scontato che le società esistano allo scopo di servire le esigenze della propria economia, anziché l’esatto contrario, e non attribuiscono quindi alcuna importanza alla stabilità dell’occupazione (contano i livelli di profitto), alla preservazione delle tradizioni o alla necessità di evitare che le disparità in termini di reddito e di benessere divengano enormi” (17). “L’essenza politica (del turbocapitalismo) consiste nel trasferimento del potere dalle pubbliche autorità agli interessi economici privati e istituzionali. Ciò riduce inevitabilmente lo spazio di manovra del controllo democratico (…) L’ambiente sociale è sempre più lasciato alla terra di nessuno degli affari privati. Ciò rispecchia la caratteristica più sorpredente di questa nostra epoca turbocapitalistica: il progressivo deteriorarsi del primato della democrazia sull’economia.” (18) “Gli americani si rendono schiavi dei debiti per accumulare ogni sorta di articoli inutili, da potenti autocarri utilizzati come autovetture a statuine di porcellana acquistate in qualche televendita notturna (…) Per pagarsi la loro propensione all’acquisto lavorano ogni anno per un numero di ore superiore a quello di qualunque altro popolo (…) E’ vero che alcuni traggono dal proprio lavoro una soddisfazione tale da vivere per lavorare, ma fra coloro che invece lavorano solo per vivere, molti sono a caccia di straordinari, o perfino di un secondo lavoro, sacrificando la libertà personale e la vita privata pur di poter consumare di più.” (p.19)

George Soros dal canto suo accusa “il malessere e l’instabilità costitutivi di un orientamento di mercato che tutto compenetra”, e spiega: “Incerte sul loro stesso essere, le persone si appoggiano sempre più sul danaro come criterio di valore. E’ considerato migliore ciò che costa di più. Il valore di un’opera d’arte è stabilito in base al prezzo. Le persone meritano rispetto e ammirazione perché sono ricche. Quello che è sempre stato un mezzo di scambio ha usurpato il posto dei valori fondamentali, rovesciando il postulato della teoria economica. Quelle che sono sempre state delle professioni si sono trasformate in affari. Il culto del successo ha preso il posto della fiducia nei principi. La società ha perso il suo punto di riferimento.” (20)

Ma a scrutare in profondità l’”apocalisse culturale” verificatasi sul pianeta Terra nel secolo scorso, in sintonia con la ragione economica e in sua funzione, è Marco Revelli con “Oltre il Novecento”. Cercandone le cause più lontane e all’interno di un’analisi complessa, tra violenze, contraddizioni, catastrofi politiche, cogliendole nel “senso dell’illimitato”, nella “totale assenza di limiti posti alla produzione” fino all’”idea di una totale fabbricabilità” della natura, che qualificano il paradigma socio-economico dell’ultimo capitalismo. Accusandone la costante incongruenza tra mezzi e fini, per cui i fini vengono sopraffatti dall’ ingovernabile potenza dei mezzi, lo strumento tecnologico prevale su ogni scopo e idea, distruttività e produzione obbediscono alla stessa razionalità, e trovando nell’archetipo dell’ “Homo faber” il protagonista e il simbolo della volontà prometeica che lo muove. “Il peccato capitale del XX secolo – il luogo genetico del ‘mostruoso’ che in esso si è rivelato e, insieme, dell’irresponsabilità nei confronti di esso, dell’ incontrollato e dell’eticamente inerte – non sta tanto (o comunque non sta solo) nel delirio dell’ ‘homo ideologicus’, nelle dinamiche visionarie di una volontà malata di irrealismo, di mito e di utopia, ma piuttosto nella pratica smodata e incapace di limiti dell’ ‘homo faber’. Nel ‘realismo’ della sua razionalità irragionevole, trabordante, onnivora. Nella totalizzazione di quella ‘creatività distruttrice’ che connota appunto lo statuto del lavoro senz’opera, del lavoro resosi autonomo da ogni determinazione di contenuto e di senso del suo uso che non sia la mera efficienza, la pura e semplice assolutizzazione del ‘fare’.” (21)

Cose molto simili pensava Claudio Napoleoni. E’ soprattutto in un’ampia e complessa intervista apparsa nell’87 su “Palomar”, che a lungo si sofferma sul tema dei rapporti tra economia e società, con il tono discorsivo e frantumato di chi pensa a voce alta: “La centralità dell’economico…. non si può che prenderne atto, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Però … questa centralità va negata. Con questa avvertenza tuttavia… che sembra solo terminologica, ma le questioni teminologiche non sono mai in realtà solo nominali… Cioè ‘economico’ è una parola molto equivoca.. ‘economico’, ‘economia’, ‘economicità’, sono parole tutte equivoche per una ragione sostanziale. Il complesso di categorie, di discorsi, di ragionamenti, di leggi, di modelli, che appartengono a questo linguaggio sono stati pensati ed elaborati con riferimento ad una realtà sociale determinata, che è quella capitalistico-borghese. Il discorso economico prende consistenza e autonomia proprio in corrispondenza del prender consistenza e dell’autonomizzarsi della vita produttiva, del momento produttivo come dimensione predominante e prevaricante sulle altre.” E allora interrogarsi sulla centralità dell’economico diventa una domanda tautologica, dato che l’economia è questa. “Resta il problema se l’economia possa essere concepita in altro modo,” dice, e continua a riflettere: “Bisognerebbe probabilmente pensare ad un’economia in cui il momento dell’abbondanza – perciò della quiete in qualche modo, della tranquilla fruizione di ciò che si è conseguito – non si configura solo come necessaria base per andare avanti, ma come pacificazione, almeno relativa, rispetto ad una certa condizione storica”. E cita Keynes e Stuart Mill, l’ipotesi di uscita dallo stadio della crescita per entrare nello stato stazionario. Ma occorre tener presente che “uscire dal mondo della produzione significa in fondo uscire dal mondo dell’aggressione”, secondo “una linea in cui l’affermazione della soggettività non solo non coincide con l’affermazione del dominio, ma se ne distingue radicalmente”, e “diventa un’operazione che non si svolge più sotto il segno del soggettivismo”. E ciò significa in definitiva “recepire, confermare, accettare, tenere conto fino in fondo che l’uomo è un finito. Quindi accettare la finitezza non come negatività. Che però, diciamo, è il contrario dell’intera cultura occidentale”. (22)

Note

1)Undp. Human Developpment Report 1996, p. 5

2)Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Laterza, Roma-Bari 2001, p.27;

3) Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1991 p. 58, citato da P. Sylos Labini, Adamo Smith, Relazione, op. cit.

4)John Stuart Mill, Principi di Economia Politica, UTET, Torino 1980, cap.VI, pp. 997-1003, passim.

5) Idem. pp. 1001-1002.

6) John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1983, p.12.

7) John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in John Maynard Keynes, La Fine del Laissez-faire e Altri Scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp.57-68, Passim.

8) Ibidem.

9) Giorgio Fuà, Crescita economica – Le insidie delle cifre, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 106-108, passim.

10) Cfr. Paolo Sylos Labini intervistato in: Carla Ravaioli, Il pianeta degli economisti, op. cit. pp.106-107, 119-122, 156, 185; Paolo Sylos Labini, I limiti della crescita, in Carla Ravaioli (a cura di) Lettera aperta agli economisti, op. cit. pp. 135-139.

11) Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo, op. cit. p.142

12) Claudio Napoleoni, Come vorrei il 1987, in “Atti del Forum economico di Saint Vincent”, Supplemento a “I libri del Mondo”, n.1-2, gennaio 1987, pp. 91-93.

13) Cfr. Carla Ravaioli, Tempo da vendere, tempo da usare, op. cit. in appendice alla 2° e 3° edizione, La politica degli orari di lavoro, dialogo con Claudio Napoleoni.p.161

14) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit. pp. 269-270.

15) Vaclav Havel, L’occidente e l’ossessione del nulla, in “La Repubblica” 5 – 4- 2002, p. 1-14.

16) Luigi Sertorio, Storia dell’abbondanza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 140.

17) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit., p.214

18) Idem, p.219.

19) Idem, p.240

20) George Soros, La società aperta rivisitata, in “Reset”, n.34, Febbraio 1997, p.33.

21) Marco Revelli, Oltre il Novecento – La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001, p.57

22) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. pp.15-17

Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca.

Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile.

Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro.

La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale.

Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora.

Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.

All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.

Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.

Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modifi- cheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.

Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.

L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercatonon può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.

George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:

Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.

Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.

È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzareun cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?

Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.

Che cos'è la nuova rivista aideM raccontato dal suo sito

INDICE

Doppio Spot (Preambolo)

Parte I – I “fondamentali”

1 - Beni § Servizi

2 - L’anima del sistema

3 – L’informazione-mercato

4 – I servizi-merce

Parte II – I fatti

1 – Globalizzati

2 – Il capitale di sempre?

3 – Il fallimento della sostenibilità

4 – L’inquinamento sociale

5 – Il dolore degli altri

6 - Liberazione a rischio

7 - L’artificializzazione del mondo

8 – I consumi e la guerra

9 – I conti sbagliati

Parte III – Le domande

1 - Il modello mancante

2 – Una crisi diversa

3 – Vecchie sinistre

4 – L’insostenibile crescita

Parte IV – Risposte?

1 – Quali valori

2 – L’accumulazione sociale

3 – Il mondo

4 – Forse l’Europa

Doppio spot ( Preambolo)

“Interrompiamo per qualche minuto di pubblicità,” annuncia il conduttore. E allo schianto delle Twin towers, indefinitamente riproposto e sempre inesorabilmente portatore della stessa carica di insopportabile tragedia, succede una levigata ragazza golosamente intenta a succhiare un cono gelato. Allo strazio di cadaveri e di viventi fatti a pezzi segue il gruppo gioiosamente ciarlero di un villaggio-vacanza, la desolazione di miserabili capanne in macerie dà spazio alla giovanissima coppia abbracciata in groppa a un motorino, il lutto di gente in fuga da ordigni mortali stacca su una bellissima pronta al fascino di una superveloce iperaccessoriata automobile e del suo possessore. La guerra cede alla felicità del consumo. L’ottimismo facile e dozzinale del mercato si alterna all’apocalisse.

E’ accaduto dall’11 settembre in poi, e continua ad accadere, da noi e dovunque, in tv pubbliche semipubbliche private. A volte senza neppure l’annuncio dell’ interruzione pubblicitaria. Come sempre d’altronde: spezzare un film un telegiornale un concerto un dibattito politico con lunghi intervalli di promozione commerciale è stata ed è la regola, e non vuole esitazioni nè pudori. Quella data che a giudizio di tutti avrebbe cambiato il mondo e la storia, e che senza dubbio non poche cose ha cambiato, non ha spostato minimamente la supremazia della merce. Sui televisori di tutto il pianeta continuano a scorrere in sequenza immediata immagini violentemente dissonanti. Nella disattenzione generale, o piuttosto nell’assuefazione a un mezzo che omologa tutti i messaggi, ci raggiunge la rappresentazione di una realtà scissa in due facce opposte ma in sostanza equivalenti, quasi i due termini di un’endiadi, in una sorta di narrazione allegorica, addirittura una metafora, della nostra realtà. Dopotutto perché mai separare merci e guerra? Non sono merci anche le armi? E non è la guerra il luogo del loro consumo?

La domanda mi era presente fin dal primo abbozzo di queste pagine destinate alla riflessione su un tema che senza retorica può definirsi “l’impero delle merci”. Ma dopo l’11 settembre mi si è posta sempre più perentoria, fino a situarsi al centro della materia, e a dettarne una lettura forse di radicale pessimismo, ma temo non lontana dalla verità.

Un processo da pilotare, scansare, svuotare. Con una serie di false testimonianze rese da rappresentanti dello stato per difendere un’istituzione dello stato. Anche a costo di screditare, svilire, immobilizzare un’altra istituzione dello stato. Il tutto diretto dai massimi vertici di chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini e, invece, tutela solo se stesso e il suo potere. Genova, G8, processo per i fatti della Diaz: quello che pubblichiamo a pagina 3 è il racconto di un tentato sopruso contro il diritto, per coprire la messa in mora del diritto durante due terribili giornate di un’estate di sei anni fa. Le false testimonianze dei dirigenti di polizia su indicazioni dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (poi promosso a capo di gabinetto del Viminale), il tentativo di smontare l’inchiesta sulla mattanza della Diaz attaccando il magistrato inquirente e la partecipazione a tale disegno dell’attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, possono essere letti come una «semplice» difesa di interessi personali o come una «nobile» tutela dell’onorabilità di corpo. Ma probabilmente c’è qualcosa di più profondo e grave.

Sappiamo tutti cos’è stata Genova 2001, nell’evidenza delle violenze e degli abusi. Sappiamo qual è stato il suo senso politico, nell’indiscubilità del dominio che nessuna piazza avrebbe più dovuto contestare. Ma sappiamo meno quale ridefinizione dei poteri dello stato si sia praticata in quei giorni tra piazza Alimonda, la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. Ora, l’inchiesta che dovrebbe portare (condizionale d’obbligo) al rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro ci aiuta a capire meglio.

L’accusa per De Gennaro è d’istigazione alla falsa testimonianza, cioè una regia tesa a coprire e difendere il sistema costruito dall’ex capo della polizia: una gestione dell’ordine pubblico totalmente svincolata dal controllo della magistratura. Genova, l’assalto alla Diaz fatto in assenza di alcuna tutela di legge (il magistrato avrebbe dovuto essere come minimo informato), rivelano una sovversione interna allo stato: prima un uso tutto politico - appoggiato dal potere esecutivo - dell’ordine pubblico, poi la polizia che si appropria del potere d’arresto e di persecuzione penale. La rappresentazione esemplare di cosa avrebbe dovuto essere quella struttura centrale di Ps (nata poi nel 2006) costruita a immagine e somiglianza dell’Fbi, il modello americano che bypassa la magistratura tanto caro a De Gennaro, che con gli apparati Usa ha ottimi rapporti.

Da qui le bugie («siamo stati attaccati »), le false prove (le molotov «trovate» alla Diaz), le false testimonianze per smontare il processo. A che punto sia arrivata tale degenerazione lo indicherà la sorte del processo di Genova. Quali argini esistano ancora a una gestione autoritaria e «indipendente» dell’ordine pubblico, quali limiti abbiano i suoi dirigenti, lo dovrebbe dire il governo.

C'è da sempre un modo e uno solo per salvare il corpo femminile dalla violenza maschile che lo riduce a cosa e lo assale di preferenza nel chiuso delle case, nell'intimità dell'amore e nell'ipocrisia della famiglia: uscire nell'aperto della strada e trasformarsi in corpo politico. Fu il gesto rivoluzionario del femminismo, ed è ancora l'unica barriera simbolica efficace, più efficace di qualunque legge e di qualunque proclama sulla sicurezza. Quel gesto si ripete oggi nelle strade di Roma, promosso da una generazione di giovani donne che la libertà guadagnata dalle generazioni precedenti non ha reso immune da stupri, botte, maltrattamenti, omicidi a movente sessuato: prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali.

Persistenze patriarcali? Magari: le persistenze prima o poi si esauriscono, la violenza sulle donne invece prospera, sotto qualunque cielo, qualunque dio e qualunque regime politico, dove i diritti sono scritti e dove non lo sono, nei piani bassi e nei piani alti dell'istruzione e della scala sociale. Non è l'oppressione, bensì la libertà femminile a muoverla: è questo il paradosso a cui cercare risposta.

Vendetta del sesso forte, deprivato del suo privilegio e messo in crisi nelle sue certezze? Troppo semplice, troppo frontale. Il conflitto fra i sessi segue vie più asimmetriche, e riguarda sempre poste in gioco epocali. Una di queste poste ha a che fare per l'appunto con il senso della libertà. Scambiare la libertà femminile per disponibilità (sessuale), o per assimilazione ai metri di misura dell'altro sesso, è ciò che forse rende cieco lo sguardo maschile di fronte al desiderio femminile, violenta la mano di fronte a un rifiuto. E ottusa la mente, sempre pronta a riconoscere la violenza degli uomini «altri» - islamici, rumeni...- rimuovendo la propria, o a cercare soluzione nella tolleranza zero o nei pacchetti sicurezza.

Non senza eccezioni tuttavia. Se qualcosa di nuovo è venuta a interrompere la sequenza liturgica di un 25 novembre uguale al precedente e al successivo, è proprio un inizio di parola pubblica maschile contro la violenza maschile, che rompe il muro dell'omertà e il velo dell'incomprensibilità. E' una parola maschile che serve a sanzionare e a capire, e a trovare la strada di relazioni più libere fra donne e uomini, e dunque più umane. Per questo la manifestazione di oggi avrebbe dovuto accoglierla e incoraggiarla, non lasciarla ai margini, come il frutto buono della semina femminile. Per questo i troppi uomini ancora complici, o ancora silenti, dovrebbero seguirne l'esempio. Rotti i muri frontali, del resto, anche per le donne c'è di che interrogarsi. Le torturatrici di Abu Ghraib, o l'imitatrice parigina del massacro di Meredith, stanno lì a ricordarci che la violenza ci riguarda non solo come vittime, ma come un riflesso dell'altro che ha lasciato l'impronta.

il manifesto

Residenza negata. Indagato sindaco di Cittadella

di Orsola Casagrande

Usurpazione di funzione pubblica. L'avviso di garanzia inviato al sindaco di Cittadella, il leghista Massimo Bitonci, parla chiaro. I carabinieri hanno consegnato mercoledì mattina l'avviso di garanzia e posto sotto sequesto l'ordinanza che stabilisce che chi non ha un reddito sufficiente non può ottenere la residenza nel comune padovano.

L'indagine della procura di Padova nasce dall'ordinanza cosiddetta 'antisbandati' emessa da Bitonci che limita la concessione della residenza a chi può dimostrare di avere un reddito di almeno cinquemila euro l'anno e una casa 'dignitosa'. Immediata è scattata la solidarietà della Lega Nord. Roberto Maroni ha annunciato un suo intervento in parlamento. Mentre il sindaco di Cittadella ha definito una «forzatura» il provvedimento della magistratura, contro una ordinanza che «è già stata richiesta da centinaia di comuni». Anche Forza Italia si schiera con Bitonci. «L'ordinanza è assolutamente legittima - ha detto la vicepresidente dei deputati di Berlusconi, Isabella Bertolini - e l'avviso di garanzia inaccettabile. Un giudice - ha aggiunto la parlamentare - non può tentare di impedire a un primo cittadino, democraticamente eletto, di difendere adeguatamente i propri amministrati».

Di segno opposto i commenti del centro sinistra. «Non poteva finire altrimenti - ha detto il coordinatore della segreteria dei comunisti italiani, Severino Galante - l'iscrizione nel registro degli indagati del sindaco ha svelato la demagogica rozzezza e l'intrinseco razzismo alla base di una iniziativa che giustamente ora viene perseguita sotto il profilo giuridico». Per Galante a destare allarme è soprattutto «la plateale incostituzionalità del provvedimento che di fatto avrebbe visto il primo cittadino nell'inedita veste di tutore dell'ordine pubblico, ruolo che normalmente è di competenza delle forze dell'ordine». I comunisti italiani infine sottolineano la necessità di «contrastare la violenta campagna xenofoba che sta montando nel Veneto, portata avanti da amministratori locali di fede padana». Letteralmente sul piede di guerra la Lega Nord Padania. Il deputato Angelo Alessandri, presidente federale del partito, annuncia che sarà a Cittadella domenica. «Ci sarò con l'orgoglio di far parte di un movimento popolare che rappresenta la sua gente e che si stringe unito a difendere i nostri amministratori quando vengono attaccati perché fanno il loro mestiere, predisporre atti per la sicurezza e la serenità dei cittadini».

Da parte del governo, duramente criticato dal centro destra anche per alcuni provvedimenti del pacchetto sicurezza, ieri è arrivato il commento del ministro degli interni Giuliano Amato. «Non si può fare di Cittadella una repubblica diversa dalle altre», ha detto Amato che ha aggiunto: «Quella di Cittadella è una storia curiosa perché è il riassunto di discipline esistenti». Bitonci in effetti ha difeso la sua ordinanza sostenendo di essersi limitato a osservare provvedimenti e direttive. A partire dalla direttiva 30. «Il problema - dice l'avvocato Marco Paggi - è che l'idoneità alloggiativa e la pretesa di verificare la non pericolosità di una persona non hanno nulla a che fare con la l'iscrizione anagrafica». Il legale sottolinea che «il sindaco non ha poteri creativi. In questo caso ha anticipato poteri di polizia che non gli competono. La situazione a Cittadella non è tale - aggiunge l'avvocato - da giustificare provvedimenti urgenti in materia di salute e sicurezza pubblica. Inoltre la colpa vera è la discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini comunitari. Perché - conclude Paggi - solo formalmente l'ordinanza è rivolta a tutti».

la Nuova Venezia

«L’editto Bitonci: stato di diritto a rischio»

di Cristina Genesin

PADOVA. Procuratore Calogero, è la prima volta che mette sotto inchiesta un sindaco per usurpazione di funzioni...

«Sì, è la prima volta che mi capita. Vorrei precisare: è solo un’indagine. Non c’è nessuna sentenza. Si tratta di una ricerca volta a verificare se siano stati o no superati i limiti che definiscono l’area di liceità della condotta funzionale di un pubblico amministratore».

Perché si è attivato dopo l’informativa dei carabinieri che le hanno trasmesso l’ordinanza?

«Per spiegare il senso dell’inchiesta è necessario ricordare che la divisione dei poteri e il rispetto della distinzione di funzioni e di attribuzioni sono le fondamenta dello Stato di diritto. L’ordinanza afferisce ad una tematica di fondo dell’ordinamento giuridico complessivo, in quanto può intaccare uno dei pilastri dello Stato di diritto. Una tematica come l’immigrazione, il diritto di circolazione e di soggiorno di cittadini comunitari, l’ordine e la sicurezza pubblica è riservata in via esclusiva alla competenza legislativa dello Stato. Ripeto: è materia di legislazione esclusiva statale perché implica valutazioni che lo Stato riserva a sé. Materia disciplinata da leggi speciali: dalla Martelli del 1989 all’ultima, la legge numero 30 del febbraio scorso (di attuazione di una direttiva Ue relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri). Queste leggi hanno un contrassegno che le accomuna: sono coerenti con il quadro costituzionale. Lo Stato riserva esclusivamente ai propri organi - quello centrale individuato nel Ministro degli Interni, quelli periferici rappresentati dai prefetti e, come autorità provinciali di pubblica sicurezza, i questori - la disciplina del diritto fondamentale di circolare e di soggiornare da parte dei cittadini di altri Stati membri dell’Unione. La maggior parte degli allontanamenti, infatti, spettano al Ministro dell’Interno, una parte minoritaria al prefetto».

Ecco la cornice in cui si inserisce l’indagine...

«È il fondamento. Ribadisco: il punto oggetto della ricerca in relazione al quale si è impostata l’indagine è di accertare il superamento o meno dei limiti imposti dalla riserva di legge. Al vaglio penale non rientrano altri aspetti dell’ordinanza che, magari, afferiscono ad irregolarità amministrative. Io non me ne occupo».

Allora quali punti dell’ordinanza potrebbero aver rilievo penale?

«C’è un unico punto di possibile rilevanza penale. Ripeto possibile. Si tratta degli ultimi due capoversi dell’ordinanza, nella parte dispositiva, in cui si legge che è istituita una commissione interna avente il compito, fra l’altro, di accertare anche per notizie direttamente acquisite la pericolosità sociale di chi richiede l’iscrizione anagrafica in modo da stabilire il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Questo accertamento preliminare all’iscrizione anagrafica - che si prevede oggetto di una segnalazione in questura - è il focus dell’indagine: il rappresentante dell’ente territoriale, infatti, ha istituito una commissione con date funzioni. È qui che ci può essere un’appropriazione di poteri specifici - con riferimento all’accertamento della pericolosità e dell’eventuale messa in pericolo dell’ordine pubblico - che appartengono ad altri organi dello Stato, in ragione di quella competenza legislativa riservata in via esclusiva allo Stato di cui ho parlato prima. Così un organismo locale, la commissione comunale parallela ad organismi statali, mette in moto un sub-procedimento con l’acquisizione diretta di dati in una materia riservata allo Stato. Perciò l’eventuale appropriazione dei poteri in tale materia può ledere non solo il buon funzionamento della Pubblica amministrazione, ma la stessa personalità dello Stato».

Ritiene che l’ordinanza del sindaco di Cittadella potrebbe costituire un precedente grave?

«La ragione dell’iniziativa giudiziaria è che l’ordinanza non inerisce un aspetto secondario ma riguarda un principio cardine dell’ordinamento del nostro paese. L’informazione di garanzia non è stata emessa con l’aria di mazzolare nessuno, bensì per salvaguardare, ripeto, un principio basilare. Gli altri aspetti dell’ordinanza non rientrano nell’inchiesta che mi è parso doveroso avviare per stabilire se siano stati o meno superati i limiti posti a salvaguardia della legislazione riservata allo Stato e a tutela delle attribuzioni proprie degli organi statali. Uno dei doveri che ho come procuratore della Repubblica è di sovrintendere al rispetto delle regole».

Dunque è la commissione l’elemento critico, almeno dal punto di vista penale.

«La commissione rende evidente che si sono creati una procedura e un organismo paralleli rispetto a quelli statali».

L’ordinanza del sindaco di Cittadella è del 16 novembre. L’informazione di garanzia è stata firmata il pomeriggio del 21 novembre. Perché tanta fretta?

«Il caso oggi è limitato, ma pensiamo se si moltiplica per migliaia di Comuni. La prontezza dell’iniziativa giudiziaria è legata al fatto che più si allarga l’applicazione di un’ordinanza come quella di Cittadella, più si estende il danno. E se si riesce a contenerlo, tanto meglio. In più l’atto afferisce ad una tematica fondamentale. E, come procuratore, ho il dovere di avviare un’indagine quando ritengo esserci un vulnus in uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto da Montesquieu in avanti, il principio della divisione dei poteri».

Secondo lei nel testo ci potrebbero essere profili di incostituzionalità?

«Di quest’aspetto se ne occuperanno eventualmente altri, io mi limito al profilo penale».

Insomma è la previsione della commissione a fare a pugni con la legge.

«Alla fine l’iscrizione anagrafica è un atto dovuto: quindi non si può introdurre qualcosa che è in contrasto con la legge. Tra pericolosità sociale e iscrizione anagrafica non c’è collegamento. Altrimenti un diritto fondamentale rischia di aver mille ancoraggi e di mancare di effettività».

Perché solo il sindaco Bitonci è stato indagato e non, per esempio, gli altri componenti della commissione?

«L’atto istitutivo della commissione e fondante di quella che potrebbe essere un’anomalia è un atto sindacale».

Ma il sindaco ha cercato di dare una risposta alle richieste dei cittadini che si sentono sempre più insicuri...

«Io capisco il bisogno di sicurezza. E comprendo il fermento dei sindaci che avvertono l’esigenza di colmare le carenze e di rispondere alle istanze dei cittadini. Tutto, comunque, deve avvenire nel rispetto soprattutto di una regola fondante: non è consentito farsi giustizia da sé. E neppure è consentito, per fare un esempio, torturare un indagato al fine di accertare una responsabilità. È pur vero che l’obiettivo finale è legittimo, tuttavia devono essere legittimi anche gli atti strumentali: in democrazia è consunstanziale il rispetto delle regole che l’ordinamento appresta per realizzare il bene comune. Una democrazia o uno Stato di diritto si valutano non tanto in ragione del risultato ma degli obiettivi che conseguono nel rispetto dei diritti altrui e delle regole. Guai a scavalcarli».

Allora pure per quanto riguarda le ronde padane potrebbero esserci rilievi di carattere penale?

«Anche se oggi non hanno la configurazione iniziale più pregnante, ho sempre pensato che potessero aprire un varco ad operazioni di destabilizzazione involontarie. C’è un cono d’ombra. E poi guai a far entrare nel sistema-opinione l’idea che lo Stato non riesca ad assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali e autorizzi, o peggio tolleri, altre forme di tutela non controllate dallo Stato e dagli organi che, nell’assicurare tutela, si assumono le proprie responsabilità e agiscono garantendo il rispetto dei diritti. Sono discorsi pericolosi: la tutela va contemperata con il principio di responsabilità».

Il problema ha un’altra faccia: i cittadini reclamano più sicurezza e il rispetto delle regole, i sindaci (in questo caso Bitonci) cercano di dare risposte. Ed ecco l’ordinanza...

«Ammetto: lo stato di amministrazione della giustizia è disastroso. Tuttavia questo non giustifica scorciatoie. Tutto quello che non è raggiunto nel rispetto delle regole, non vale niente».

La società low cost sarà pure il regno delle opportunità, ma le diseguaglianze hanno raggiunto un punto di non ritorno per la democrazia liberale. È il nuovo mantra degli agit prop del «meno stato più mercato» che, fulminati sulla via di Damasco, invocano ora la mano visibile dell'intervento pubblico per rendere meno esplosive diseguaglianza tra ricchi e poveri. Ed è quanto auspicano anche Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi in un pamphlet da poco pubblicato da Einaudi che ha l'invitante titolo Piena disoccupazione (pp. 165, euro 14,50), che inizia là dove era terminato il precedente La fine del ceto medio e la nascita della low cost. I due autori - Gaggi è inviato del Corriere della sera, Narduzzi un docente universitario che oltre a salire in cattedra fa anche l'imprenditore - non sono ovviamente dei convertiti al keynesismo. Semmai sono interessati a quel «liberismo compassionevole» che ha molti seguaci nel neonato partito democratico di Walter Veltroni, ma anche autorevoli rappresentanti in quello statunitense.

Tutti siamo potenzialmente dei disoccupati, sostengono a ragione gli autori, ma sopratutto siamo dei precari che passano da un lavoro all'altro spesso con salari poco al di sopra della soglia della povertà. Come non concordare con queste premesse. Il problema da risolvere è quel salario che rimane al palo e che negli Stati Uniti ha fatto parlare di working poor e di underclass. Cosa fare?, si domandano i due autori.

La strada da loro indicata è appunto quella del «liberismo compassionevole», espressione che non usano perché connotata politicamente a destra, ma che costituisce la loro bussola. Da qui la proposta di una riqualificazione della scuola di base e dell'università, perché la conoscenza sarà l'arma vincente del futuro. I due autori non si sbilanciano, ma tra elogio dell'eccellenza, critica della casta dei docenti e invito ad applicare criteri imprenditoriali alla gestione delle università si deduce che un sistema misto tra pubblico e privato sia la soluzione migliore. Per quanto riguarda un altro caposaldo del welfare state, cioè il servizio sanitario nazionale, Gaggi e Narduzzi considerano immorale che una parte della popolazione non abbia la possibilità di curarsi. Per questo lo stato deve garantire tale possibilità. Come farlo? Anche qui le proposte sono vaghe, ma c'è da scommettere che una sana competizione tra pubblico e privato sarebbe ben vista. Idem per la pensione. E infine il quesito più spinoso: cosa fare con l'esercito sempre più numeroso di chi percepisce un salario poco al di sopra della soglia di povertà e spesso percepito saltuariamente? Gaggi e Narduzzi guardano con simpatia alla proposta del guru neoliberista Milton Friedman, in particolare modo quando l'economista di Chicago proponeva una sorta di voucher erogato dallo stato per i working poor con il quale acquistare servizi e beni.

Non è nuova la tendenza di molti opinion makers a invitare la sinistra a diventare neoliberista. Lo ha fatto di recente Francesco Giavazzi ne Il liberismoè di sinistra (Saggiatore), ma questo libro registra l'erosione del consenso del neoliberismo, consenso che può recupare solo se si dota di una politica sociale, come suggeriscono le teste d'uovo del neonato partito democratico. Uno degli elementi meno discussi del recente protocollo sul welfare state riguarda, ad esempio, i cosiddetti ammortizzatori sociali che dovrebbero mitigare la condizione di subalternità dei precari «permanenti ed effettivi». I diritti sociali di cittadinanza e l'erogazione di un reddito di esistenza costituiscono dunque un terreno di conflitto che rimane spesso deserto o occupato dai tecnocrati di Bruxelles o o di quelli «indigeni» per promuovere il «liberismo compassionevole». È tempo di occupare quel terreno e sottrarlo ai democratici.

Dopo qualche decennio di aspre critiche (secondo ottiche diverse e per diversi fini sollevate dall’Onu, dal Wwf e da una serie di altri soggetti ambientalisti, dall’ Ocse, dagli uffici studi dei governi di Usa e Australia, dai vignettisti del New Yorker, dal re del Bhutan) adesso il Pil (“Prodotto interno lordo”, Gdp per il mondo), cioè il celebre misuratore della nostra ricchezza, approda al tribunale dell’Unione Europea.

“Beyond Gdp” (“Al di là del Pil”) si intitola il convegno promosso dal Presidente della Commissione Manuel Barroso, che si svolgerà a Bruxelles domani e dopodomani, con la partecipazione del Commissario all’Economia Joaquin Almunia e della direttrice della Banca mondiale Kristalina Georgieva, oltre a rappresentanze di tutti i Paesi membri. Per la verità, a giudicare dalle anticipazioni, l’evento non pare annunciarsi carico di propositi rivoluzionari, come potrebbe, anzi dovrebbe. A parte l’impegno che prevede la sottrazione dei costi ambientali dal computo della crescita - cioè la semplice correzione di una incredibile mancanza - si parla soprattutto della necessità di integrare vari indicatori di benessere, quali l’aumento della speranza di vita, la possibile fruizione di servizi di volontariato, e simili. Nulla cioè che lasci intravedere la volontà di recare variazioni significative ai criteri preposti al calcolo del reddito collettivo; che appunto intenda andare “al di là del Pil”. Ma non è detto. Non è impossibile che il dibattito fuoriesca dalla sua sede convenuta per allargarsi in modo da avere almeno una benefica ricaduta di informazione. Che non sarebbe affatto male.

Perché in realtà per le maggioranze resta ancora oggi un mistero che cosa davvero sia il Pil, questa sorta di talismano della felicità affannosamente inseguito e invocato da politici, economisti, operatori economici, ogni giorno trepidamente osservato nelle sue minime variazioni, prospettato non solo come indicatore della ricchezza prodotta da ogni paese, ma come misura del suo progresso e del suo benessere. Ben pochi sanno in che modo venga calcolato, di quali apporti finanziari sia composto, quali elementi della vita consideri e quali escluda. Se in occasione del programmato convegno tutto ciò diventasse sapere comune, forse - chissà - qualcosa cambierebbe nelle valutazioni e negli orientamenti politici diffusi, e magari anche nei comportamenti e nelle scelte quotidiane.

Innanzitutto sarebbe utile sapere che il Pil non rappresenta un computo fedele della realtà economica presa in esame, in quanto calcola soltanto i redditi che passano attraverso il mercato, che sono oggetto cioè di una transazione finanziaria, e ignora invece tutte le attività che non si convertono in moneta, ma che spesso sono parte integrante di una data realtà sociale, e della sua stessa condizione economica. A questo modo il Pil cancella tutte le economie di sussistenza, che ancora esistono in molte parti del Sud del mondo, in cui i prodotti vengono direttamente consumati. Esclude poi tutta quella vastissima attività famigliare e domestica, svolta senza compenso alcuno in massima parte dalle donne, che non produce direttamente reddito, ma produce i produttori di reddito, in quanto è presupposto indispensabile della continuità vitale della società e quindi dell’economia: un contributo alla creazione di ricchezza che l’Onu ha calcolato attorno al 35% del Pil mondiale.

Ma altri criteri del computo del Pil hanno addirittura dell’assurdo, o più ancora, dello scandaloso. Vengono infatti calcolati in positivo tutti i redditi derivanti da eventi catastrofici e luttuosi. Disastri ferroviari aerei navali, terremoti alluvioni tifoni frane, weekend particolarmente funestati da incidenti, e simili, che ovviamente richiedono attività straordinarie di medici, infermieri, ospedali, cliniche, pompe funebri, ecc. causando aumenti del reddito in proporzione diretta alla loro gravità, vengono inclusi positivamente nel Pil. Mentre non vengono affatto considerati e calcolati in negativo, non si dice le perdite umane, le sofferenze fisiche, il dolore - cose difficilmente quantificabili - ma le distruzioni materiali, i danni agli edifici, all’agricoltura, le interruzioni di attività, ecc. imputabili ai medesimi fatti. Allo stesso modo viene inserito nel computo con il segno + il valore di ogni intervento di disinquinamento di mari, fiumi, dell’atmosfera, ecc. ma non viene assolutamente calcolato il danno recato dall’inquinamento. Così pure tutta l’enorme e sempre crescente produzione di merci, che ovviamente occupa gran parte della certificazione del prodotto, non appare affatto quale pesante causa d’inquinamento. “Produrre inquina”, come dice il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ma questa verità non sembra proprio riguardare i contabili del Pil. “Se nel calcolo del Pil si includessero i valori negativi derivanti le tante forme di inquinamento, certamente nella maggior parte dei paesi occidentali si avrebbero saldi negativi,” mi disse nel ‘91 Herman Daly, ambientalista di fama mondiale. Da allora le fonti di inquinamento si sono moltiplicate, ed enormemente aumentato è lo squilibrio dell’ecosfera che ne deriva, ma il Pil continua a ignorare la cosa, e a dare per ricchezza e benessere dei popoli l’aumento di cifre su questa ignoranza calcolate.

Tra le merci di cui non si considerano le conseguenze dannose, ma solo il positivo contributo al prodotto, vanno incluse anche le armi. Le quali figurano nel Pil mondiale per una quota calcolata sul 3,4%, da tutti ritenuta peraltro assai inferiore alla realtà, in quanto non ne considera l’enorme produzione clandestina, destinata a un vastissimo contrabbando. La guerra rappresenta dunque un cospicuo contributo all’ammontare del Pil, il quale aumenta ancora considerevolmente se si calcola la produzione di tutto quanto (approvvigionamenti, vettovagliamenti, alloggi, trasporti, supporto burocratico, ecc. ecc.) attiene al buon funzionamento di un moderno esercito. Senza dire di quella che cinicamente viene definita “la torta del dopoguerra”, cioè la ricostruzione. Che entra ovviamente col segno + nei conti del Pil, mentre in nessun modo vi appaiono gli enormi danni della guerra, materiali, sociali, umani.

Che la guerra sia uno degli strumenti normalmente usati per il rilancio di economie in crisi non è una novità: celebri economisti, da Galbraith a Keynes, lo hanno ampiamente dimostrato. Che proprio in questa logica la guerra appartenga oggi alla “normale” politica americana, oltre ad esserne asse portante sul piano geostrategico, anche questo è noto, e anche più o meno supinamente accettato dal mondo. Proprio per questo forse non sarebbe male se, con l’occasione del prossimo convegno, si invitasse la gente a riflettere sul vero significato di una contabilità del prodotto che normalmente include la guerra tra i suoi imprescindibili addendi, nel momento stesso in cui ci viene proposta non solo come l’obiettivo indiscutibile del nostro agire economico, ma come misura di tutto il positivo, individualmente e socialmente desiderabile.

Forse potrebbe essere occasione, per “il popolo di sinistra”, di interrogarsi anche sulla reale qualità di un’economia come quella attuale, che si regge sull’obbligo della crescita, non importa quale. Magari rileggendo un passo del Rapporto Onu sullo Sviluppo Umano del ’96, il quale così recita: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi nuove schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Tutto questo è parte della crescita del Pil.”

Potrebbe essere il modo migliore di utilizzare il programmato convegno per ragionare a fondo sul tema, davvero spingendo lo sguardo “al di là del Pil”.

Stralci da: Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale , Feltrinelli 1957 ; le citazioni sono tratte dal cap. 6 (f.b.)

Cominciamo con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi il problema si pone o si solleva, indifferentemente. Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purchè siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito.

Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è e profondo, anzi, approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione.

Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l’intervento. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto. Come non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.

Al linguaggio va connessa la gesticolazione, problema peraltro più complesso e meno facilmente definibile. Ci limiteremo a darne qualche cenno.

Ampio: si accompagna con un gesto circolare delle due mani, palme rivolte in alto.

Concreto: si strofinano i due pollici contro le altre dita.

Prospettive (e anche indicazioni): la mano sinistra si sposta in avanti, verticale; le dita debbono essere unite.

Nella misura in cui: la mano – sempre sinistra – piegata a spatola, scava in un mucchietto di sabbia immaginaria, posta di fronte a chi parla.

Chi è Luciano Bianciardi

L’agente della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente – se sono buone le fonti di Repubblica – è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria.

Ha sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l’Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l’errore. Il caso che incrocia l’auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi. La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di "Gabbo" Sandri che dormiva. L’errore, il doppio errore "tecnico" del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall’altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara.

Per lunghe ore, questa ricostruzione – che non allevia la tragicità dell’insensata morte di Gabriele Sandri – non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata. Chi doveva svelarla – la questura di Arezzo, il Viminale – ha taciuto e – tacendo – ha gonfiato l’attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E’ stato detto che l’agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola («introvabile l’ogiva») che «accidentalmente», «forse per un rimbalzo», ha ucciso Sandri. Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti a Catania.

L’illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come morte "di calcio", morte "per il calcio". E’ diventata una "chiamata" per l’orgoglio tribale degli "ultras" che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a "guerrieri", di mimare la partita come protesta e come battaglia. Hanno bisogno di dividere il mondo in "amico" e "nemico" e devono avere – tutti insieme, amici e nemici – come nemico assoluto «le guardie». Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno "governati" o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i "caduti" su fronti opposti di una allucinata "guerra", dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica.

Questo disgraziato 11 novembre rischia di azzerare i discreti risultati raggiunti dentro gli stadi (meno eccitazione, risse e aggressioni sugli spalti; più autocontrollo e fair play in campo; maggiore rispetto per avversari e arbitri anche negli striscioni). Impone di affrontare l’imbarbarimento che oggi – sacralizzato e protetto lo stadio – ne impegna soprattutto i dintorni e, come si è visto anche ieri a Badia al Pino, le autostrade lungo le quali è assolutamente impossibile prevedere come e dove opposte tifoserie potranno incontrarsi, per uno sventurato caso. Questa delirante "guerra" deve avere fine. Questo "terrorismo" domenicale deve sciogliersi. Non c’è bisogno di nuove leggi, di nuovi provvedimenti, di scorciatoie amministrative. E’ sufficiente proteggere quei beni di interesse collettivo – la pubblica sicurezza e l’ordinata convivenza civile minacciate – che un recente decreto legge del governo riserva a difesa dei comportamenti dei cittadini non-italiani.

Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E’ di tutta evidenza che bande di "guerrieri" che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il "nemico" non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E’ un divieto che mortifica il Paese. E’ una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c’è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.

Il decreto antiromeni se non fascista, certo fascistizzante, non può essere approvato, non dovrebbe essere approvato, dai parlamentari del neonato Partito democratico e tanto più da quelli di Rifondazione, dai verdi e dai comunisti italiani.

Tanto più dovrebbe essere respinto dalle forze di centro-sinistra e di sinistra ove ci fosse il consenso della Casa delle libertà e dell'ex Movimento sociale di Fini. Affermare, per legge, che chi non riesce a guadagnarsi il cosiddetto pane quotidiano va cacciato e con espulsione «coatta» è solo l'anticipazione, nazista, che i poveri vanno ammazzati.

La questione è politica e anche morale. E il nostro paese sta facendo una figuraccia internazionale. Ieri tutti i giornali d'Europa (i loro paesi non sono tanto meglio del nostro) ci hanno accusato di essere un po' selvaggi e lontani dalla civiltà europea. I giornali di quei paesi imbrogliano. Anche loro sono piuttosto come noi, tuttavia il comportamento del nostro attuale governo ha dato loro il destro di metterci alla gogna. Oltre che l'errore di principio, di moralità politica, l'attuale governo, i partiti che lo sostengono e, soprattutto, il suo ministro degli interni sono stati goffi, subalterni e autolesionisti.

Tutto questo per dire che un paese serio risponde alle sfide che lo investono e non soggiace ad esse. Tanto più che il nostro paese è stato un paese di grande emigrazione e dovrebbe ricordare che i siciliani negli Usa erano considerati assai peggio dei rumeni e dei rom. Tuttavia, se non sbaglio, gli Stati uniti non fecero mai una legge per l'espulsione coatta dei siciliani e degli italiani.

Certo, l'Italia oggi è un paese diviso tra i delusi delle speranze di rinnovamento socialista e i soliti, storici reazionari, che hanno sempre accompagnato la nostra storia nazionale. L'affare dei romeni e dei rom e del decreto caccia stranieri, benché europei, è il terreno di confronto tra la civiltà e la reazione troglodita, non dico tra la sinistra e la destra in un normale confronto democratico.

Non dico che saremmo alla «difesa della razza» (di tremenda memoria), ma all'esaltazione dell'egoismo di gruppo o di famiglia.

Domani, o qualche giorno dopo, vedremo quel che accadrà. Certo se quelle forze che ancora si dicono di sinistra e non soltanto democratiche daranno via libera a quel decreto, sarà un terribile passo indietro della nostra civiltà.

Se le forze di sinistra, che si dicono ancora di sinistra, daranno via libera a questo decreto ammazza immigrati, vorrà dire che siamo a una crisi della democrazia italiana, che siamo a un fascismo di sostanza anche se non dichiarato. Mi si obietta: ma se le forze di sinistra voteranno contro potrà cadere il governo Prodi e si aprirebbe la via al ritorno di Berlusconi. Questo rischio c'è, ma forse è preferibile un ritorno di Berlusconi a una berlusconizzazione di noi stessi.

Si veda l'articolo di Slavoj Zizek su la Repubblica.

Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l’assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un’intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell’autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.

Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po’ in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all’aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d’altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza. Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva ». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni).

E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio. Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l’odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L’hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio.Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l’ostilità preconcetta.

Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano », sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell’umanità. Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell’amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall’urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.

l’aggressione di ieri sera contro un gruppo di romeni dimostra che è avvenuto qualcosa che i pessimisti sentivano nell’aria. Quando sono tanto forti le emozioni, e nessuno le raffredda e troppi le sfruttano, non soltanto diventa difficile trovare le risposte giuste, ma si esasperano i conflitti.

Da un caso gravissimo, l’uccisione di Giovanna Reggiani, si è passati con troppa rapidità all’indicazione di responsabilità collettive. L’assassinio è quasi finito in secondo piano, e l’attenzione è stata tutta rivolta a documentare una sorta di incompatibilità tra la nostra società e la presenza romena, insistendo sulla percentuale di reati commessi da persone provenienti da quel paese. In un clima sociale che si sta facendo sempre più violento, le premesse per l’apertura della caccia al romeno, purtroppo, ci sono tutte.

Così non basterà condannare l’accaduto. Le risposte istituzionali sono già venute, e sarebbe sbagliato chiederne ulteriori inasprimenti, che darebbero la sensazione che alla violenza si debba reagire solo con la violenza sì che, se lo Stato arriva tardi o in maniera ritenuta inadeguata, tutti sarebbero legittimati a farsi giustizia da sé. Alla politica si devono chiedere non deplorazioni, ma misura; non ricerca di consenso, ma di soluzioni ragionate.

Da anni, da troppi anni, siamo prigionieri di un uso congiunturale delle istituzioni, che porta a misure che rispondono ad emozioni o a interessi di breve periodo più che alla realtà dei problemi da affrontare. E’ un rischio che stiamo correndo anche in questi giorni, mentre avremmo bisogno di analisi non approssimative e testa fredda nell’indicare le via d’uscita. Di fronte alle tragedie nessuno dovrebbe fare calcoli meschini.

Il presidente della Repubblica ha sottolineato che le questioni dell’immigrazione esigono responsabilità comuni dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio si è messo in contatto con il primo ministro romeno. Dalle parti più diverse si è sottolineata la necessità di un controllo del territorio e di una attenzione per le condizioni in cui vivono gli immigrati. E’ stata proprio una donna romena che ha consentito l’immediato arresto dell’assassino.

Perché allineo questi fatti? Perché, messi insieme, dimostrano la parzialità della tesi di chi pensa che sia sufficiente inasprire le pene, cancellare le garanzie, far di tutt’erbe un fascio, sparare nel mucchio. "Facimmo ‘a faccia feroce" è una vecchia tecnica di governo, ma è esattamente il contrario di quel che serve in situazioni come questa. E’ indispensabile, invece, una strategia integrata, fatta di cooperazione internazionale, di legalità a tutto campo, di efficienza degli apparati di sicurezza, di misure per l’integrazione, di politica delle città. Ed è indispensabile una politica volta a promuovere la fiducia degli immigrati: senza la collaborazione di quella donna, senza la rottura dello schema dell’omertà (purtroppo così forte anche nella nostra cultura), l’assassino non sarebbe stato individuato così rapidamente. In ogni società la fiducia è una risorsa essenziale. Da soli, i provvedimenti di ordine pubblico non ce la fanno, non ce l’hanno mai fatta.

Essere consapevoli di tutto questo non è cattiva sociologia, ma buona politica, anzi l’unica politica possibile. Proprio quanti si preoccupano dell’efficienza dovrebbero esigere che si facciano passi concreti in quelle direzioni. Proprio chi invoca la legalità deve sapere che questa non è divisibile, ed è stato giustamente notato che uno dei meriti del "pacchetto sicurezza" è nell’aver previsto anche una nuova disciplina del falso in bilancio. Proprio chi fa professione di garantismo deve mostrare coerenza, soprattutto nei momenti difficili: non si può essere garantisti a corrente alternata.

Non sto sostenendo che il problema è "ben altro". Cerco di dire che non ci si può mettere la coscienza in pace con un decreto e una raffica di espulsioni, dando così all’opinione pubblica la pericolosa illusione che il problema sia risolto. Qualche sera fa, intervenendo in una trasmissione televisiva, Pier Luigi Vigna, certo non imputabile di atteggiamenti compiacenti verso chi viola la legalità, ha riferito la risposta di un responsabile dell’ordine pubblico ad una sua domanda su dove fossero finiti i lavavetri scomparsi dalle vie di Firenze: «Stanno a rubare». E’ l’effetto ben noto a chi ha indagato sulla scomparsa o la diminuzione dei reati nelle aree videosorvegliate: semplicemente i comportamenti criminali si erano spostati nelle zone vicine. Ecco perché, se davvero si vuole uscire dalla violenza e vincere la paura, nuove norme contenute in un decreto possono essere un punto di partenza, vedremo fino a che punto accettabile.

Guardando solo agli inasprimenti della legislazione, anzi, si finisce col distogliere lo sguardo dalla realtà. Più di una inchiesta di questo giornale, ultima quella di Giuseppe D’Avanzo, ha documentato il degrado urbano, le terribili condizioni di vita degli immigrati. Si può davvero pensare che il problema si risolva con una politica delle ruspe e degli "allontanamenti"? Con una tolleranza zero che poi non riesce neppure ad essere tale se le forze di polizia non sono messe in grado di un controllo intelligente e mirato del territorio, se i nuovi poteri dei sindaci finiscono con l’indirizzare la loro attenzione verso una esasperazione del momento dell’ordine pubblico invece di mettere al centro gli interventi strutturali, complici le difficoltà economiche dei comuni? Si può certo contare sull’effetto dissuasivo di una massiccia ondata di espulsioni. Ma quanto potrà durare? E quali saranno gli effetti reali e i prezzi della nuova disciplina?

Il decreto riprende lo schema delle norme di attuazione della direttiva comunitaria del 2004 sul diritto di circolazione e di soggiorno dei cittadini comunitari (romeni compresi), in vigore dal marzo di quest’anno, con due significative integrazioni. La prima riguarda l’attribuzione del "potere di allontanamento" non più al solo ministro dell’Interno, ma pure al prefetto (una figura di cui si continua chiedere la scomparsa e che, invece, ottiene così una nuova e forte legittimazione). La seconda, ben più incisiva, consiste nell’ampliamento delle cause che permettono l’allontanamento del cittadino comunitario, riassunte nella formula dei "motivi imperativi di pubblica sicurezza" che derivano dall’aver "tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza". Malgrado riferimenti altisonanti come dignità o diritti fondamentali, siamo di fronte ad una formula larghissima, nella quale possono rientrare le situazioni e i comportamenti più diversi. Come sarà interpretata?

Qui gioca il clima in cui il decreto è stato approvato. Non "necessario e urgente" fino alla sera prima (sono questi i requisiti di un decreto), il provvedimento lo diventa dopo il brutale assassinio di Roma. Poiché si deve supporre che il governo conoscesse già i dati riguardanti i reati commessi dai romeni, sui quali si è tanto insistito in questi giorni, la conclusione obbligata è che si è utilizzato lo strumento del decreto unicamente per rispondere all’emozione dell’opinione pubblica. E la sua applicazione rischia di essere guidata dalla stessa ispirazione, rendendo inoperanti le garanzie necessarie per evitare che venga travolta una libertà essenziale del cittadino europeo.

La pressione dell’opinione pubblica non è stata alleggerita dal decreto. Al contrario, è stata ulteriormente legittimata, sì che bisogna attendersi che continuerà nei confronti dei prefetti. Già si annunciano liste di migliaia di persone da allontanare: questo renderà difficilissimo motivare in modo adeguato ciascun singolo provvedimento. E i debolissimi giudici di pace, che dovrebbero controllare questi provvedimenti, non hanno i mezzi per farlo in modo adeguato, sì che non se la sentiranno di pronunciare un no. Per non parlare di un successivo ricorso al tribunale amministrativo contro l’allontanamento, che quasi nessuno potrà concretamente proporre. La garanzia giurisdizionale, essenziale in uno Stato di diritto, rischia così d’essere concretamente cancellata.

Alle norme del decreto bisogna guardare con distacco e preoccupazione. Con distacco, perché non verrà solo da esse la soluzione di problemi che, com’è divenuto evidentissimo proprio in questi giorni, esigono interventi di altra qualità per rispondere alle legittime richieste dei cittadini in materia di sicurezza. L’ordinaria convivenza, alla quale il decreto si riferisce, non è un qualcosa da salvaguardare, ma da ricostruire con responsabilità e azioni comuni, di cui gli italiani devono essere i primi protagonisti. Con preoccupazione, perché le norme del decreto e il clima in cui nasce ci spingono in una direzione che aumenta la distanza dall’"altro", che favorisce la creazione di "gruppi sospetti", abbandonando la logica della responsabilità individuale.

Serve, davvero con "necessità e urgenza", un’altra forma di tolleranza zero. Quella contro chi parla di "bestie", o invoca i metodi nazisti. Non è questione di norme. Bisogna chiudere "la fabbrica della paura". E’ il compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui è sempre più arduo ritrovare le tracce. Un’agenda politica ossessivamente dominata dal tema della sicurezza porta inevitabilmente con sé pulsioni autoritarie. Ricordiamo una volta di più che la democrazia è faticosa, ma è la strada che siamo obbligati a percorrere.

Un pianeta assoggettato a un unico modo di produzione che ha bisogno degli stati nazionali per continuare ad esistere. È questa la tesi che Ellen Meiksins Wood sviluppa ne Imperi del capitale (Meltemi, pp. 223, euro 18,50), un volume finito di scrivere quando i carri armati statunitensi scaldavano i motori prima di entrare in Iraq .L'autrice, che si è formata nella «Monthly Review» di Paul Sweezy e Harry Magdoff, considera insufficiente a spiegare che l'invasione dell'Iraq doveva servire a mettere sotto controllo le riserve di petrolio. La guerra di conquista, sostiene Ellen Meiksins Wood, oltre ad appropriarsi del petrolio iracheno serviva anche a rimuovere un ostacolo alla riproduzione del capitale e prevenire la formazione di un polo capitalista musulmano.

La parte più interessante del libro è tuttavia quella dove Ellen Meiksins Wood elabora una vera e propria tassonomia degli imperi che si sono succeduto nel mondo, mettendone in evidenza le ripetizioni, ma soprattutto le differenze. Per l'autrice abbiamo visto il formarsi e il declino di «imperi della proprietà», «imperi del commercio» e «imperi capitalistici» accomunati da una vocazione «universale», ma sostanzialmente diversi per quanto riguarda l'appropriazione della ricchezza dei paesi soggetti al potere imperiale. Una tassonomia, quella di Wood, capace di spiegare perché per Roma, Pechino, Madrid, Lisbona la conquista territoriale è stata essenziale per l'appropriazione della ricchezza, mentre per gli imperi costruiti dall'Olanda, da Venezia, Genova il dominio veniva esercitato attraverso il controllo e il governo del flusso delle merci. Da questo punto di vista, la parte del volume che l'autrice dedica alle opere di Grozio e a quelle di John Locke sono tra le più pregnanti per comprendere il punto di svolta nella «forma-impero».

Grozio è considerato il fondatore del diritto internazionale, mentre Locke è il filosofo che meglio di altri ha elaborato il moderno diritto di proprietà. Ma l'autrice ricorda anche che Grozio è un olandese che con i suoi scritti ha teso a legittimare la vocazione imperiale dei commercianti di Amsterdam, mentre Locke ha legittimato le enclosures perché rispondevano ad astratti criteri economici. In altri termini, tanto il filosofo olandese che quello inglese non giustificano il colonialismo per la superiorità morale degli «esportatori della civiltà» e la conseguente inferiorità dei «popoli incivili», ma perché risponde alle necessità economiche dei paesi conquistatori.

E se gli imperi olandesi e inglesi sono gli antenati dell'imperialismo, il problema nasce quando il fattore extra-economico, cioè l'uso della forza militare, sostituisce il potere del capitale di espandersi su scala planetaria. L'autrice parla di «eccesso di imperialismo», ma non nasconde che ci troviamo di fronte a una crisi che non riesce più ad essere risolta all'interno del modo di produzione. La «guerra senza fine» è dunque una risposta alla crisi dell'imperialismo. Una guerra che cancella il diritto internazionale, ma che deve rivalutare - quei la critica alle tesi di Michael Hardt e Toni Negri presenti in Impero - lo stato-nazione in quanto garante dello sviluppo capitalistico.

E tuttavia quello promosso dalla «guerra senza fine» è comunque uno stato nazionale a sovranità limitata, visto che è sottoposto a vincoli squisitamente economici definiti all'interno di una rete di altri stati nazionali, organismi sovranazionali e imprese multinazionali in cui è vigente una asimmetria di potere che spesso esautora la sovranità nazionale. In fondo le guerre in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq non sono la cancellazione o la messa in minorità di realtà nazionali in nome di un ordine mondiale che rivendica l'esercizio di una sovranità imperiale.

Forse sarebbero bastati un paio di lampioni su quella strada, per evitare a Giovanna Reggiani il buio e l'orrore in cui è stata trascinata. Non sarebbero stati necessari decreti d'urgenza e leggi speciali che trasformano un delitto individuale nell'annuncio di un repulisti di massa. E non serviranno a salvare altre future vittime.

Di certo sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana delle periferie per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone. Non serve inseguire la destra sul terreno che le è più naturale e vincente. Non servirà a cacciare le paure metropolitane e nemmeno - più in piccolo - a conquistare consensi elettorali. Servirebbe più Zavattini di «Miracolo a Milano» che Veltroni del cinema in festa.

Spesso la cronaca illumina più di qualunque analisi sociologica. E ci rimanda una società in cui la violenza è diventata la principale risposta che gli individui danno alla asperità quotidiane; in cui l'uso della forza definisce i rapporti tra le persone come tra i gruppi (anche quando si chiamano «nazioni») e, in quanto forza, fissa la gerarchia del potere tra i sessi, cui si aggrappa il maschile per rispondere alla propria crisi di egemonia, come una superpotenza un po' traballante usa la guerra per convincersi di essere ancora in sella. Quella cronaca poi ci parla di un'altra crisi, di una politica ormai incapace di sottrarsi alla dittatura della paura umorale, per dare solo risposte che cercano di rassicurare senza cambiare, oppure di spaventare senza risolvere. Cogliendo semplicemente l'attimo, come nel delirio su possibili frotte di tifosi capitolini pronti a uscire da uno stadio per dar vita a un pogrom di massa. E, allora meglio (pensa Amato) che il pogrom lo faccia lo stato, con la sua organizzata e legale autorità. Oppure che si accentui la «prevenzione repressiva» (dice Fini) cacciandoli tutti, quei derelitti potenzialmente criminali. E ci mostra - quella cronaca - un giornalismo guerriero, incapace di riflettere o semplicemente di distinguere e raccontare i fatti, che getta tutto in uno stesso calderone e confonde: tanto tra un campo sosta e una baraccopoli che differenza fa? tanto tra un rom e un rumeno, tra quest'ultimo e tutta la Romania, c'è persino assonanza lessicale.

Forse per battere la forza delle violenze quotidiane, per sottrarsi alla paura degli umori profondi, per battere l'insicurezza che da materiale diventa esistenziale, bisogna distinguere sempre di più, segnalare e segnare le differenze. Tra i sessi, tra le classi, tra gli stessi individui, trasformando la debolezza di oggi in una mite forza di domani, basata su convinzioni e bisogni, non sui muscoli: mutuo soccorso, non più «compattezza militare». Perché se il terreno del potere non può essere che quello andato in scena tra martedì e mercoledì scorsi (su una strada e in una sede di governo), allora è meglio ripudiarlo e cercare altrove un'altra relazione comune. Vale per chi vive in una baraccopoli, come per chi siede in un parlamento.

È un autentico orrore, come dice Walter Veltroni. Giovanna Reggiani è stata aggredita ieri a sera tornando a casa a Tor di Quinto, trascinata in una baracca, violentata e gettata in una scarpata, è in coma, clinicamente morta. Un rumeno di 24 anni è stato arrestato. L’autentico orrore che ci pervade per la vita così incerta di una donna, a rischio continuo come se fosse su un campo di battaglia, diventa misura di tutte le cose quando la risposta delle istituzioni ne raddoppia la potenza.

Ieri, poche ore dopo l’aggressione, è stato convocato un consiglio dei ministri straordinario che ha deciso di convertire una parte del disegno di legge sulla sicurezza in decreto. Espulsioni subito di cittadini extracomunitari e comunitari, «servono misure d’urgenza».

Il sindaco di Roma si fonde con il segretario del Pd e agisce. La questione sulla violenza contro le donne passa in secondo ordine, è solo l’ennesimo episodio criminale commesso dai rumeni, sdoganati dalla comunità europea, e che, ricorda Veltroni, prima hanno derubato e picchiato il regista Tornatore, poi hanno ammazzato un ciclista e via enumerando crimini emisfatti. Tutti «riconducibili a un’unica matrice». Il sindaco dice che non vuole generalizzare, che ci sono rumeni onesti, tanto che a denunciare il fatto è stata una donna rumena, «ma non posso non dire che quando il 75% degli arrestati proviene da un solo paese, e tutti gli episodi hanno la stessa modalità... esiste un problema specifico».

La signora massacrata alle porte di Roma non è un «problema specifico», e non è su di lei che si concentra l’attenzione. Il suo caso non servirà ad allarmare la società sulla catena quotidiana di stupri e omicidi che avvengono in casa e per strada. Un bollettino interminabile che riempie le pagine di cronaca. Il suo caso servirà a dare un tono decisionista a questo governo morente e soprattutto al neo-partito che mostra i muscoli ed esordisce virtualmente con una prova di forza che si confonde con la cultura di destra: «Demolire le baraccapoli, identificare e mandare via i clandestini» ha detto Fini. Via tutti. Rimessa in discussione la moratoria verso la Romania, che deve rispondere dei suoi cittadini, «l’Italia deve porre la questione in sede europea», i flussi migratori vanno fermati. Una volta «Roma era la città più sicura delmondo» ha detto il sindaco. Ma la sicurezza non si ottiene con il raddoppio della pena né con la deportazione di massa di un popolo.

Vittorio Foa direbbe che ci vuole «l’esempio» per migliorare le cose, per impedire che un uomo, italiano, maghrebino o rumeno, si senta in diritto di disporre del corpo di una donna. E che esempio ci dà il leader del nuovo partito che ci promette un futuro post-ideologico? Il suono delle catene proveniente ieri dal palazzo del governo, e che ha calpestato ogni sentimento di dolore, sembra inaugurare piuttosto un’epoca postmorale, dove una donna gettata in una canale serve da pretesto per accellerare un disegno di legge che chiede repressione e galera.

Nelle situazioni difficili e anche pericolose, di norma si raccomanda cautela e prudenza. Situazione difficile e anche pericolosa è quella, attuale, del governo Prodi, il cui sostegno è sempre più insicuro, e anche ricattatorio, distruttivo, al limite, dell'immagine di un governo di centro sinistra, e anche del neonato Partito democratico.

Tutte queste considerazioni sono importanti e anche scontate, però al punto in cui stanno oggi le cose penso che perseverare, pur con tutte le accortezze possibili, sia diabolico e autolesionistico, soprattutto per quelle forze che ancora si dicono di sinistra. Anche il rifugio in un governo tecnico o istituzionale non mi pare ipotesi positiva. Che cosa di meglio, quali riforme (elettorale compresa) potrebbe fare un governo tecnico o istituzionale che il governo politico non è riuscito a fare?

Un periodo non breve di coabitazione forzata al governo, con forze di centrodestra, sicuramente sgretolerebbe i già incerti consensi del Partito democratico e lacererebbe la sinistra.

Quindi un po' di audacia (quella cara a Danton, che però finì ghigliottinato) dovremmo averla e, piuttosto che perseverare nell'agonia, mettere nel conto il rischio delle elezioni anticipate. Dico di affrontare con coraggio questo rischio per due ragioni, a mio parere, entrambi valide.

In primo luogo non è affatto detto che queste elezioni anticipate darebbero la vittoria a Berlusconi. Per un verso il fascino di Berlusconi è un po' impallidito. Dall'opposizione è riuscito a realizzare solo attentati e azioni di guerriglia. Non è stato neppure in grado di mettere in circolo il suo famoso «contratto con gli italiani». Nessun progetto politico di un qualche respiro. Per l'altro verso c'è stato un movimento positivo a sinistra. La partecipazione alle primarie, comunque valutata, ha segnato un'uscita dalla passività inerte. Ancora di più la grande manifestazione del 20 di ottobre ha detto a Prodi e anche a Veltroni che la società italiana non è inerte e passiva. Insomma non è affatto detto che elezioni anticipate segnerebbero il ritorno a palazzo Chigi di Berlusconi e dei suoi.

In secondo luogo ove le elezioni anticipate, contro i miei auspici, andassero male ritengo che un passaggio all'opposizione delle forze di sinistra e democratiche non sarebbe una disgrazia, ma darebbe loro la libertà e l'audacia di diventare una vera forza di sinistra, non più frenata dai lacci e lacciuoli (e ricatti) della sua attuale maggioranza. Personaggi come Dini diventerebbero entità trascurabile e ci sarebbe un vero rinnovamento e rafforzamento dei democratici e della sinistra.

E questo, cari lettori, non è il tanto peggio, tanto meglio. Non solo perché oggi siamo al peggio. Se vogliamo un consenso dobbiamo avere un po' di fiducia nei cittadini italiani, tanto bistrattati dalla politica e dai politici di questi ultimi anni.

il manifesto, 27 ottobre 2007

I professionisti della rassicurazione

di Marco Revelli

La coppia «Destra/Sinistra» è la valuta corrente essenziale dello scambio politico nelle democrazie occidentali, scrivevano, alla metà degli anni Novanta, John Huber e Ronald Inglehart1, due dei principali scienziati politici contemporanei. Esattamente come il prezzo e la quantità nelle transazioni economiche, la collocazione «a destra» o «a sinistra» compare infatti, con irriducibile costanza, in ogni analisi della pratica politica e delle sue logiche. Ne costituisce, in buona misura, la principale condizione di razionalità: la base di un sia pur precario «ordine del discorso» dotato di una propria sintassi condivisa. E così come nel caso del mercato la crisi di fiducia nella moneta prelude a un qualche, imminente, crollo economico, allo stesso modo la perdita di operatività e di consenso delle tradizionali culture politiche strutturate sull'antitesi «Destra/Sinistra» può essere letta come il sintomo, inquietante, di un'equivalente e incombente crisi sistemica in ambito politico.

Le mappe del disincanto

È questo, in fondo, lo scenario in cui ci stiamo muovendo in questo passaggio di secolo. Negli stessi anni in cui Huber e Inglehart ne affermavano la centralità, il cleavage «Destra/Sinistra» giungeva infatti al fondo di un travolgente ciclo negativo come principio di organizzazione del campo politico, facendo registrare il proprio minimo storico di consenso. Né le cose sono mutate significativamente nel decennio successivo: il Novecento sembrerebbe essersi chiuso con una fuga disordinata dalle appartenenze politiche che ne avevano strutturato, nel bene o nel male, l'esperienza storica.

Se prendiamo in considerazione il paese in cui la distinzione tra destra e sinistra è nata, e in cui la politica ha assunto tradizionalmente carattere paradigmatico - la Francia, dove una rilevazione Tns Sofres per conto della Fondazione Jean Jaurés e del «Nouvel Observateur» copre ormai sistematicamente da un trentennio gli umori dell'elettorato su questo tema -, il fenomeno è particolarmente evidente. Qui, ancora all'inizio degli anni Ottanta, di fronte alla domanda sull'attualità delle nozioni di destra e sinistra, solo il 33 per cento degli intervistati affermava di ritenerle «superate», ma già nel 1984 essi erano saliti al 49 per cento. Alla fine del decennio (nel pieno del lungo ciclo mitterrandiano) la percentuale saliva al 56 per cento, per raggiungere il picco del 60 per cento nel 1992. Livello mantenutosi, con piccole variazioni, in tutto il successivo decennio, fino al 2002. Il che significa che, all'inizio del XXI secolo, solo poco più di un terzo dell'elettorato francese continuava a credere nel valore identificante di quell'antitesi. Il grosso ne aveva preso silenziosamente congedo, e non certo la parte più sprovveduta. Può essere interessante, a questo proposito, considerare il fatto che le percentuali più alte di giudizi negativi sulla validità della coppia «Destra/Sinistra» si registrarono tra la parte di popolazione più colta (il 71 per cento dei laureati e diplomati si pronunciarono in tal senso) e tra i «quadri» e le «professioni intellettuali» (73 per cento): in quello che Paul Ginsborg definirebbe il «ceto medio riflessivo», il nucleo più sensibile, anche se meno organizzato, dell'opinione pubblica.

Ciò non significa tuttavia - come ognuno può quotidianamente constatare - che i termini «destra» e «sinistra» siano scomparsi dal nostro linguaggio pubblico. Che, caduti in discredito, siano anche caduti in disuso. Anzi. Nonostante le infinite dichiarazioni di morte presunta, continuiamo a ritrovarceli davanti, con insospettata vitalità, non appena si incominci a parlare di politica. A farne la «cronaca». Sui giornali, in primo luogo, dove ripudiati un'infinità di volte dagli opinion leaders nelle pagine culturali, o comunque là dove si fanno riflessioni «alte», quegli «screditati residui dell'epoca delle ideologie e delle appartenenze» vengono poi frequentati sfacciatamente sulle prime pagine dai loro colleghi che debbono occuparsi, più prosaicamente, della «cucina politica» di tutti i giorni (...). Ma anche negli atteggiamenti dell'elettore medio, quando si tratti di autorappresentarsi politicamente, la contraddizione si ripropone. Quegli stessi che nel sondaggio sulla validità del cleavage ne decretavano plebiscitariamente il superamento, poi, se richiesti, nello stesso questionario, di collocarsi su una scala orientata da sinistra a destra continuavano a farlo diligentemente. Con una certa difficoltà, certo (sono sempre più esigue le identità «pure», posizionate agli estremi, cresce il «centro» non politicizzato, espressione di una qualche difficoltà a identificare una propria collocazione netta), ma tutto sommato maggioritariamente (solo un terzo si sottrae rifiutando di autocollocarsi o ponendosi in quella che gli autori della ricerca definiscono «la palude»). Sintomo, verrebbe da dire, di un qualche disagio psichico della coscienza politica, di una sconnessione tra pensiero e azione, tra rappresentazione mentale e realtà (...). Comunque un paradosso, da cui prende origine, a sua volta, un'intera serie di paradossi.

Affollamenti autoritari

Un primo paradosso è costituito dall'immagine implacabilmente uniforme, monocroma e omogenea dello spazio pubblico che si otterrebbe se si applicasse rigorosamente agli schieramenti politici attuali nelle principali democrazie occidentali lo schema intrinsecamente dicotomico e polarizzato «Destra/Sinistra», concepito all'opposto per panorami differenziati, policromi e disomogenei, e ad essi destinato. Si guardino, per averne un'impressionistica rappresentazione, le «mappe» più recenti disegnate seguendo lo schema del political compass, il quale struttura cartesianamente lo spazio politico in quattro quadranti delimitati da un asse orizzontale orientato da sinistra a destra a seconda degli atteggiamenti più o meno «interventisti» in campo economico e sociale e da uno verticale orientato dall'alto al basso a seconda degli atteggiamenti più o meno autoritari o libertari nel campo del costume. Si consideri, ad esempio, la cartografia politica dei candidati alle primarie americane di entrambi i partiti così ottenuta, la quale ce li mostra affollati, pressoché tutti, nel quadrante degli «autoritari di destra», dove ritroviamo, in bizzarra convivenza, Hillary Clinton e Newt Gingrich (parecchio più in alto sull'asse dell'autoritarismo e un poco più a destra), John McCain e Barak Obama (leggermente più verso il centro rispetto alla Clinton, ma anche più «autoritario»), John Edwards e Rudy Giuliani. Solo due figure minori - Dennis Kucinick e Mike Gravel - sfuggono a questo destino, rientrando, sia pur di poche lunghezze, nel quadrante dei «libertari di sinistra». Allo stesso modo per la collocazione dei governi europei, nel 2006: tutti concentrati nel quadrante in alto a destra, con la sola eccezione di Svezia, Finlandia, Danimarca e Olanda, pur sempre «a destra» ma, contrariamente agli altri, di pochissimo al di sotto dell'asse che separa gli autoritari dai libertari. E fa, bisogna dirlo, un certo effetto - anche se una sua razionalità ce l'ha - vedere il Regno Unito del new labour Tony Blair quasi con le stesse coordinate spaziali della Grecia dell'ultraconservatore Costas Karamanlis e significativamente più a destra della Francia neogollista di Jacques Chirac.

Diseguaglianze globali

Un secondo paradosso - per molti aspetti un paradosso nel paradosso - consiste nel fatto che questo appannamento (per usare un eufemismo) ed estenuazione della dicotomia «Destra/Sinistra», questa sua perdita di «corso legale» (per riprendere la metafora monetaria), si manifestino proprio nel momento in cui, su scala globale, lo scandalo della diseguaglianza esplode in tutta la sua evidenza. Nella fase storica in cui, cioè, la questione dell'«eguaglianza» - che come ha ben dimostrato Norberto Bobbio costituisce il principale, se non l'unico, tema discriminante tra sinistra e destra - assume (o dovrebbe assumere) tutta la sua indilazionabile crucialità ai fini del confronto, politico per eccellenza, sull'elaborazione di un «ordine condiviso». Ora, il dover constatare che le distanze politiche tra destra e sinistra si vanno riducendo nell'immaginario collettivo, fin quasi a perdere di senso, mentre le distanze sociali tra i primi e gli ultimi sul piano planetario vanno crescendo o comunque rivelandosi in una dimensione fino a ieri ritenuta intollerabile, la dice lunga sul male oscuro che sembra minare oggi, nel profondo, la razionalità politica e, in generale, la sfera stessa del «politico», così come la nostra modernità l'ha concepito.

Certo, i professionisti della rassicurazione vanno da tempo ripetendo che va bene così. Che questo attenuarsi del contrasto tra opposte identità collettive è normale. Di più: che è il segno della compiuta normalizzazione, di un auspicato e auspicabile passaggio della politica, finalmente, dallo stato adolescenziale a quello della maturità, dall'infatuazione ideologica a una conquistata dimensione pragmatica, in cui la ricerca comune delle soluzioni possibili prevale sull'enfatizzazione dei problemi insolubili. Dilagano, ma non convincono. Pur con la pervasiva forza mediatica del luogo comune, non riescono a dissipare del tutto la sensazione di un «disordine nuovo» al di sotto di questa inedita commistione degli opposti. L'impressione che questa politica finalmente liberata dai propri consolidati «riferimenti ideologici», più che pragmatica, sia caotica. Come un mercato dopo la «morte della moneta» o un linguaggio privo di grammatica e sintassi. E che lungi dall'essersi arricchita di una maggior concretezza, la sfera politica sia al contrario minata da una accentuata vuotezza (...).

Le fragili alternative

In fondo, le ragioni della «famigerata» contrapposizione tra destra e sinistra - la materialità dei problemi e dei (potenziali) contrasti, la durezza e perentorietà delle alternative -, sono ancora tutte lì, sul tappeto «globale», per certi versi potenziate e ingigantite dall'unificazione dello spazio planetario. Quello che manca, drammaticamente, sembrano essere, invece, le soluzioni e i soggetti politici disposti a farsene carico. Cosicché è difficile sottrarsi alla sensazione che questo indifferenziato convergere di programmi e proposte su un repertorio ristretto di atteggiamenti condivisi (...) non derivi, in realtà, dall'approdo a uno stile di risposta razionale alle sfide del tempo, ma da una non dichiarata né dichiarabile impotenza, da un'obiettiva assenza di risposte possibili, all'interno dell'orizzonte politico contemporaneo, alle questioni vitali del nostro vivere in comune. Il che equivarrebbe - bisogna ammetterlo - al fallimento della politica in quello che costituisce, in senso proprio, il suo compito qualificante.

La Repubblica, 27 ottobre 2007

Che cosa vuol dire aver perso l’identità

di Massimo L. Salvadori

Marco Revelli è uno studioso che nel suo impegno intellettuale mette passione. Lo si vede anche nel suo ultimo libro, Sinistra Destra. L’identità smarrita (Laterza, pagg. 272, euro 15), che potrebbe altresì intitolarsi, mi pare, «Avventure e disavventure della Sinistra e della Destra verso l’ignoto». Un saggio vivo e interessante.

Il compito ch’egli si è posto è triplice: identificare Sinistra e Destra nei loro valori fondanti e contenuti concettuali; seguire tappe significative della loro evoluzione; ragionare su che cosa ne resta in un mondo come l’attuale il quale presenta tratti del tutto inediti rispetto al passato. L’interrogativo che alla fine incombe è il seguente: una volta smarrite le rispettive identità, cosa rimane, quale il disordine, e quali i compiti possibili di una Sinistra che molti suppongono stia conoscendo la scomposizione finale dei tratti che la storia le aveva in passato conferito?

L’intrigo, insomma, con cui Revelli si misura è che da un lato i termini di destra e sinistra restano ben presenti nel linguaggio pubblico, ma dall’altro la loro identità è, appunto, «smarrita», mentre cresce, magmatico, il centro. Di fronte alla possibilità di una ricostruzione delle identità, Revelli, per prudenza, preferisce tacere, poiché vede l’ostacolo: l’enorme difficoltà dei soggetti, a partire da quello amato, la Sinistra, di ridarsi forma e riprendere sostanza nel mondo globalizzato.

La Destra e la Sinistra hanno costituito le loro tavole contrapposte - ricostruisce l’autore - secondo questi essenziali tratti identificativi. Da una parte la bandiera del progresso, il significato positivo conferito al divenire, il valore dell’eguaglianza, dell’autodirezione, della democrazia, l’approccio razionalistico e progettuale nella lotta per cambiare le cose, l’amore per il logos; dall’altra la bandiera della conservazione, l’appello ai beni della tradizione, il valore delle diseguaglianze, dell’eterodirezione, degli ordinamenti gerarchici, l’ostilità al razionalismo accusato di antistoricità, l’amore per il mythos. Questi i modelli staticamente tratteggiati; modelli che poi nel farsi concreto della storia hanno subito contaminazioni e incroci.

Per addentrarsi nelle vicende di siffatti modelli e relative contaminazioni, Revelli si appoggia per la destra alle classificazioni di René Rémond, per la sinistra di Georges Lefranc. E ne ricava l’individuazione di tre destre e tre sinistre. Le destre sono quella tradizionalista, che si caratterizza nel senso di un intransigente inegualitarismo e assolutismo; l’orleanista, che recupera il senso della storia ma ambisce a gestire il movimento senza sostanziali mutamenti nel segno della continuità, piega liberalismo e elementi di democrazia al primato delle buone élites; la bonapartista, la destra anomala che usa la rivoluzione e il suffragio universale contro le istituzioni parlamentari, vuole le masse nazionalizzate nello Stato autoritario, distrugge sia le sinistre sia le altre destre.

Ed ecco le sinistre: la liberale e parlamentare, che intende l’eguaglianza in maniera «relativamente ristretta», è nemica dei privilegi artificiali, si estende dalla borghesia agli strati inferiori, è individualista, affida la sua rappresentanza alle minoranze acculturate e professionalizzate; la sinistra democratica, rispecchiata dapprima nella costituzione giacobina del 1793, la quale patrocina in via di principio l’accesso di tutti alla partecipazione politica, tende ad assumere un tratto iperpolitico per il ruolo che affida al governo dei virtuosi contro i suoi nemici; la sinistra egualitaria, sociale, che, partendo da Jacques Roux, da Babeuf e Maréchal e arrivando a Marx e Lenin, oppone i ricchi ai poveri, i borghesi ai lavoratori, persegue il grande salto dall’eguaglianza formale alla sostanziale, la mobilitazione delle masse contro gli sfruttatori, la proprietà comune, l’autodeterminazione del popolo e in attesa che questa sia matura ne affida la causa alla dittatura dei pochi.

Fissate le categorie, indicati i grandi tipi della sinistra, Revelli - che, e non capisco perché, sorvola sulle sinistre che hanno scritto la storia della seconda metà dell’Ottocento e del Novecento, vale a dire il socialismo rivoluzionario e riformista, la socialdemocrazia e il comunismo al potere, il socialismo liberale (che hanno, tra l’altro, offerto esempi di tante «contaminazioni») - corre al mondo d’oggi, all’ultimo Novecento «quando - scrive - il dibattito su destra e sinistra subisce una brusca modificazione», in cui la vecchia grammatica non appare più in grado di servire alla coniugazione del discorso politico e sociale e la distinzione tra destra e sinistra viene vieppiù giudicata obsoleta.

Sia che un Alex Langer esca a dire che il movimento ecologista non può essere né di destra né di sinistra, un Chistopher Lasch che le distinzioni tra destra e sinistra si sono ridotte a dissensi tattici, o un Anthony Giddens che troppe cruciali questioni nel mondo non portano segni leggibili con le vecchie categorie e che, defunto il socialismo come «teoria di gestione dell’economia, una delle principali linee divisorie tra destra e sinistra è scomparsa», ebbene la questione dell’identità smarrita, naturalmente anche della destra ma soprattutto della sinistra, giganteggia perché il panorama storico e sociale è qualitativamente mutato.

E che sia così mutato Revelli, a mio avviso giustamente, concorda, e spiega a sua volta perché. Con l’avvento della fase postindustriale che in misura crescente riduce il peso della classe operaia e del lavoro dipendente nelle forme tradizionali, si è spezzato il tradizionale cordone ombelicale tra il soggetto economico-sociale e la sinistra politica organizzata tesa a dirigerlo e a costruire un nuovo ordine. Con la crisi dello Stato nazionale in quanto spazio politico definito della dialettica conflittuale destra-sinistra, ha preso il sopravvento la dimensione dello spazio globalizzato indefinito, in cui grandeggiano «le nuove oligarchie onnipotenti» che dominano finanza, industria, allocazione delle risorse, mezzi di comunicazione. In conseguenza, «è davvero la politica ad aver perduto il proprio supporto materiale». Svuotati la sovranità dello Stato, l’autonomia della politica dalle sfere della moralità e dell’economia, i diritti universali, democrazia e legittimità quali fondamenti del potere. In luogo dello spazio solido degli Stati determinati è andato costituendosi un immenso universale spazio liquido, nel quale «la dinamica egualitaria», anima costitutiva e trainante della sinistra conosce un processo di sospensione e persino di rovesciamento.

Il quadro delineato da Revelli nel descrivere il mondo globalizzato, con molti riferimenti a Ulrich Beck e Zygmunt Bauman, credo colga bene le tendenze di fondo, ma credo anche che egli, nel farlo, prema troppo l’acceleratore nel ritenere dissolta la sovranità degli Stati non soltanto piccoli e medi ma anche grandi e nel vedere il potere delle oligarchie dominanti collocarsi, per effetto della «rivoluzione spaziale», al di sopra del globo in posizione di piena autonoma dalla politica. A mio giudizio, le cose stanno in parte sostanziale altrimenti. Né gli Stati Uniti, né la Russia, la Cina, l’India, l’Unione Europea si configurano come realtà statali in cui il potere politico abbia cessato di detenere un sostanzioso potere. Quanto alle grandi oligarchie economiche, esse sì agiscono al di là di ogni confine, ma hanno baricentri che si innervano nei grandi Stati, con le quali mantengono rapporti organici. Mirano in molti casi, e con successo, a vanificare l’autonomia della politica, ma non sempre riescono a farla da padroni). Occorre tener conto delle tendenze, ma anche dei loro limiti (e su questo tema stimolanti riflessioni ha svolto recentemente Sabino Cassese).

Revelli vede imporsi nuove gerarchie di «signori» e «servi della gleba», la democrazia conoscere una deriva accentuatamente oligarchica, nel quadro di un’inedita «rifeudalizzazione» che fa emergere tutta la profondità del «vulnus inferto al principio di eguaglianza dalla mutazione socio-spaziale in corso». E la sinistra, che fa e che può fare? Convengo con lui pienamente che la sinistra in quanto soggetto all’altezza di inediti compiti in vero boccheggi, e appaia smarrita culturalmente e inefficace praticamente. Ma, se il quadro delle diseguaglianze sociali e politiche è quello che delinea Revelli, bisogna davvero escludere che il morto batta infine un colpo? Se non sarà in grado di farlo, se alle sfide non seguiranno le risposte, allora bisognerà concludere che l’identità della sinistra è non solo smarrita, ma perduta. Di fronte alla possibilità che gli «accenni di alternativa» alla crisi in atto non prendano corpo, l’autore così tira le somme: in tal caso «il mondo che abbiamo di fronte sarà assai peggiore di quello (non certo dolce) che abbiamo alle spalle».

«La pastasciutta forse non piaceva a Leopardi, perché a causa del suo stomaco debole preferiva i brodini. In compenso gli spaghetti hanno pieno diritto di appartenere alla civiltà italica come e più di Dante Alighieri», scriveva Giuseppe Prezzolini nel suo indimenticabile saggio del 1957 "Maccheroni & C.". «Il mondo della pasta è essenzialmente popolare», sosteneva. E non è un caso che la ritroviamo tra i più importanti indicatori di spesa del paniere Istat. Così popolare e italica, irrinunciabile, che pare che certi grandi distributori, a volte, la usino addirittura come specchietto per le allodole, vendendola sottoprezzo per dimostrare quanto sono mirabolanti le loro offerte.

Forse i veri incassi si fanno su altri prodotti, ma quello che interessa a noi è che è avvenuto un fatto straordinario: da giugno in poi il prezzo del grano è aumentato, ora è al 132% in più rispetto all, anno scorso. Il prezzo della pasta deve risentirne, inevitabilmente. E qualcuno ci potrebbe speculare. Infatti l, Antitrust vuole capire se gli aumenti sono regolari o no, se esiste un cartello dei pastai che intende aggirare le regole della sana concorrenza a approfittarsi dei cittadini.

Va detto che l, aumento del grano duro è realmente stato incredibile, il prezzo era fermo da tre anni, tanto che molti contadini, una volta venuti meno i contributi europei, avevano smesso di coltivarlo perché non conveniva. Impennata incredibile e sorprendente, dovuta alla diminuzione della produzione (per siccità, boom dei biodiesel e altre storie) e al contemporaneo aumento della domanda, soprattutto da parte dei Paesi emergenti come India e Cina, vogliosi della moda alimentare occidentale. Tutti sono stati colti impreparati: l, Unione Europea per esempio, aveva tranquillamente venduto tutte le sue scorte (ai Paesi emergenti?) a giugno, appena aveva fiutato il possibile affare. Ora i magazzini europei sono vuoti, e cercare di calmierare i prezzi è praticamente impossibile. Anche l, Australia ha dovuto contingentare le esportazioni.

E la pasta? Beh, l, aumento del grano si è trasferito quasi intatto fino alla semola, che è la materia prima che i pastai comprano dai mugnai: più 122%. Ora, se calcoliamo che per una pasta artigianale, di qualità superiore, la semola incide sul prezzo finale per circa il 40%, l, aumento finale della pasta dovrebbe attestarsi sul 25% circa. Per la pasta industriale, in cui la semola incide per il 70%, l, aumento finale dovrebbe essere anche maggiore, fino al 40%. Quella industriale, la più diffusa, è la pasta che costa meno, comunque: di base un euro e mezzo al chilo (se ne trovate a meno comincia a essere difficile pensare che contenga solo semola). I pastai ora sono in crisi: la grande distribuzione deve stoppare i prezzi che salgono, non gli compra il prodotto a quanto vorrebbero, non gli riconosce gli aumenti. Del resto la pasta è sacra.

Ho la netta impressione che sia difficile immaginare un cartello dei pastai, alleatisi per speculare sui prezzi pazzi. La filiera è complessa, ha molti punti poco chiari e la situazione mondiale è davvero straordinaria. Senza voler dare ragione per forza a qualcuno (speriamo ci pensi l, Antitrust, se serve) però proviamo a fare un altro ragionamento: gli italiani consumano mediamente 28 chili di pasta pro-capite all, anno. Se costava un euro e mezzo al chilo fanno 42 euro all, anno a testa. Con il peggiore degli aumenti previsti, stiamo parlando di circa 15 euro in più a testa. In un anno!

Non mi sembra una cifra spropositata di fronte alle spese per altri consumi. A quanti minuti di telefono in meno basterebbe rinunciare per pagarsela? Può darsi che stiamo esagerando nello scandalizzarci, forse è un buon modo per non pensare ad altro, forse è perché si tratta della «civiltà italica». Se qualcuno ne approfitta è giusto che sia punito, ma siccome si tratta della nostra identità, parliamo anche della qualità della pasta. Se incide così marginalmente sulle nostre spese è uno dei pochi prodotti su cui quasi tutti potrebbero trattarsi da re e passare addirittura a un consumo di eccellenza. Molte signore di buon senso in tv hanno dichiarato che se aumentano gli alimentari sposteranno i loro consumi, rinunceranno a qualcos, altro. Di fatto andando in aiuto ai contadini. Mi sa quasi che era ora.

Se volete delle ricette sperimentate andate nella cartella Paste, riso e sughi.

Se a qualcuno venisse in mente di ricostruire una sinistra in Italia saprebbe da dove cominciare. Sabato a Roma, una folla enorme ha detto a tutti che a forza di accontentarsi del meno peggio si può finire nel peggiore dei modi: assomigliare sempre più a chi si combatte. Cosicché, alla fine della corsa, potrebbe succedere di aver sprecato energie e speranze a tutto vantaggio dell'avversario. Una strana eterogenesi dei fini. Le centinaia di migliaia di uomini e donne che sabato hanno manifestato avevano un nemico comune: la precarietà nel lavoro; la precarietà della vita decuplicata dall'essere entrata la guerra nella normalità delle cose; la precarietà degli ultimi, i migranti e di tutti i penultimi che li precedono e che li si vorrebbe in guerra contro gli ultimi per consentire lunga vita allo stato di cose esistente. La precarietà è un dramma collettivo, ancora più pericoloso di Berlusconi perché non si riesce a sfrattarla dal governo del paese, chiunque lo governi.

Sabato abbiamo tirato un sospiro di sollievo, e non soltanto noi del manifesto che con altri uomini e donne di buona volontà abbiamo contribuito al successo di un appuntamento decisivo per chiunque abbia a cuore un futuro per la sinistra e, prima ancora, per una società solidale: tutte e due da ricostruire, partendo però da quel che non si è piegato al pensiero unico, nel sociale come nel politico. E non tutto quel che si muove a sinistra, non tutti quelli che sono convinti della possibilità di costruire un altro mondo, erano in piazza a Roma. Bisognerà tornare a parlarci e ad ascoltarci per riprendere un cammino comune. In Italia non c'è soltanto la post-democrazia plebiscitaria, ci sono persone, movimenti, esperienze politiche utili, non residuali, non necessariamente settarie e divise. Quel popolo sofferente ma potente più di quanto esso stesso non creda dev'essere ascoltato, deve ottenere risposte materiali e politiche. Non c'è molto tempo a disposizione.

Tutto bene, allora? Superate a colpi di slogan, bandiere e striscioni le difficoltà e le divisioni di ieri? Certamente no, quella data sabato in piazza alla politica italiana era tutt'altro che la spallata finale. Era un inizio, importantissimo ma pur sempre un inizio. Ci saranno resistenze, ostilità, persino nel nostro campo. Forse anche dentro quelle forze politiche che con generosità hanno contribuito alla riuscita del 20 ottobre. Figuriamoci poi se non ci saranno difese corporative nel ceto politico che vive ogni respiro della società - di quella società che ha consentito di rimandare a casa Berlusconi - come un problema, un rischio da scongiurare, una critica da silenziare con ogni mezzo. Allora, che il governo cada come vuole la destra del paese e della maggioranza o che riesca a passare la nottata, la difesa della strada aperta sabato non può essere delegata a nessuno.

Quel milione di persone, e i tanti che hanno scelto di guardare le immagini in tv, devono mettersi in testa che il destino è nelle loro mani.

I segnali negativi non mancano. Il primo è arrivato ieri dal direttivo della Cgil che invece di tuffarsi in un mare più navigabile e conferire al processo di rifondazione della sinistra idee, cultura e organizzazione, ha aperto il processo al dissenso interno, a chi più ha mantenuto un rapporto con i lavoratori percependone la precarietà, la delusione, la solitudine. Con la motivazione che bisogna salvare il governo e impedire ogni modifica del protocollo, ogni miglioramento essendo impossibile, pena produrre squilibri a una maggioranza traballante: brutto segnale, rischia di accelerare la frattura tra lavoratori e sindacati che l'esito della consultazione ha solo nascosto. Non è un attacco solo contro la Fiom e chi si è battuto contro il protocollo, ma contro tutti noi. Che però, da sabato, siamo meno soli. E abbiamo un compito in più: aiutare la Cgil a salvarsi, anche da se stessa.

Soppesata in chiave tecnica, l’inchiesta «Why not» pone due quesiti. Primo, chi debba indagare quando tra i concorrenti dell’ipotetico reato risultino Presidente del consiglio o ministri, essendo commessi i fatti de quibus nell’esercizio delle rispettive funzioni.

Rispondono gli articoli 6 e 11, comma 1, della legge costituzionale 16 gennaio 1989: il procuratore della Repubblica, «omessa ogni indagine», nei 15 giorni dalla notizia, trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale nel capoluogo del distretto competente. Organo a tre teste. Lo compongono magistrati designati dalla sorte; è rinnovato ogni due anni (articolo 7); ha i poteri che competono al pubblico ministero nonché al gip (inscena incidenti probatori e archivia quando non vi sia materia su cui procedere: articolo 1, legge 5 giugno 1989, numero 219). Questione chiusa, «Why not» finirà lì.

Secondo dubbio: fin dove sia corretto l’atto con cui la Procura generale avoca le indagini qualificando incompatibile l’indagante, perché nei suoi confronti pendono inchieste disciplinari avviate dal ministro che gli eventi istruttori lambivano. Ecco un falso sillogismo. Che il guardasigilli lo persegua, è fatto ambiguo: tra le ipotesi possibili c’è anche quella d’una mossa intesa a spiazzare l’avversario scomodo; aspettiamo l’esito del giudizio disciplinare. Da notare come il requirente non sia ricusabile: diversamente dal giudice, equidistante, è parte, attore pubblico. Infatti accusa: e come potrebbe se non cercasse le prove? I soliti pseudogarantisti deplorano l’accanimento investigativo: chiamiamolo fisiologia del contraddittorio. I processi diventano commedia, piuttosto ignobile, quando requirenti timidi risparmino boiardi, ricchi, confratelli e varie exceptae personae.

Motivata così, persuade poco questa scelta. Già il nome suona male, relitto dei tempi in cui l’apparato requirente, gerarchico, lavorava quale braccio del potere esecutivo. Le avocazioni hanno una lunga storia malfamata e destano sospetti: spesso risultavano fondati. Stavolta la eviterei, non foss’altro perché riesce equivoca; il corso del procedimento era predeterminato; «why», allora, compiere un gesto discutibile? L’argomento richiedeva poche parole ma il discorso rimarrebbe monco se non toccassimo due punti. Primo, valgono ancora metri berlusconiani: durano intatte le norme che s’era affatturato il padrone, indecorose, meno due leggi su cui è caduta la scure della Consulta; e aveva radici organiche l’inglorioso epilogo parlamentare del caso Unipol.

Secondo, gli eventi calabresi lasciano intuire cosa sarebbe una giustizia selettiva le cui leve stiano in mano a requirenti comandati dal ministro (lo dicano o no, è quel che chiedono i fautori delle carriere separate, finiremmo lì): intuitus personarum; disturba il governo, diamogli addosso; e tanta disattenzione benevola verso gli amici. L’Italia è moralmente gobba, quindi tagliamole l’abito ad hoc, ripeteva Giolitti scusando le soperchierie elettorali prefettizie nel meridione. Lui, uomo d’inesorabile onestà.

La ricerca della Confesercenti sul fatturato delle mafie, calcolato 90 miliardi di euro, colloca la Mafia SpA al primo posto tra le aziende italiane. Ma la cifra è per difetto dal momento che si tratta del “fatturato commerciale”, quello che riguarda da vicino la vita e l’attività regolare degli esercenti. Se a questo aggiungiamo la voce più significativa che è quella della droga, seguita dal traffico di armi, il fatturato totale diventa ancora più impressionante. Per quanto riguarda la sola cocaina di cui la ‘ndrangheta, per i rapporti con Mancuso, leader dei cocaleri, rinchiuso in un carcere d’oro della Colombia e non estradabile in virtù dei buoni rapporti con il presidente Urribe, si calcola che il fatturato sia 60 volte quello della Fiat che nel 2006 è stato di 13 miliardi di euro. Si tratta quindi di una potenza economica che se potesse entrare nelle graduatorie ufficiali farebbe impallidire gruppi come Telecom, Eni, Fiat, Fininvest, ecc. A tutto questo va aggiunto che il valore dei patrimoni consolidati della mafie viene stimato 1000 miliardi di euro e cioè 2 milioni di miliardi di vecchie lire e che secondo la Dia (direzione investigativa antimafia) gli affiliati, dedotti dalla densità criminale delle regioni meridionali sarebbero (dati del 1993) un milione e ottocentomila. Sarebbe sufficiente confiscare e vendere il 20 per cento dei patrimoni per risolvere il problema del debito pubblico e dei servizi prioritari.

Ma non è finita. La maggior parte dei proventi delle attività criminali viene investita in economia legale, con la conseguenza di turbare profondamente i mercati e la concorrenza sul mercato interno e la competitività delle imprese sul mercato globale, dal momento che nessun imprenditore costretto a prelevare denaro in banca può reggere la concorrenza. È sufficiente osservare il livello di cementificazione del paese per rendersi conto che non è dovuto alla domanda di case a prezzi di mercato quanto alla necessità di lavare denaro sporco. La verità è che la finanza legale non ha più confini certi e si mescola ogni giorno con la finanza criminale o comunque illegale, compresa quella che serve per organizzare il terrorismo. Altrimenti i paradisi fiscali, che nessuno chiede di chiudere, a cosa servirebbero?

Nel nostro Paese, almeno un terzo della ricchezza prodotta, essendo illegale e criminale, evade fisco e contributi, per cui il peso di mantenere il Paese ricade sul rimanente 65-70 per cento della ricchezza prodotta, alla quale concorrono lavoratori dipendenti, imprenditori, finanzieri senza scrupoli, banche e società finanziarie, che tutti insieme si dividono il carico fiscale del Paese. L’Italia, con il governo precedente e il cosiddetto scudo fiscale, è riuscita persino a fare una grande operazione di Stato di riciclaggio. Altra considerazione: quando partecipo a convegni sulla mafia nel nord del Paese, scopro che gli amministratori locali (non sempre in buona fede) e i cittadini disinformati, pensano che le mafie siano un problema del sud e ignorano che i soldi da ripulire oltre che in tanti altri Paesi del mondo (la ‘ndrangheta investe il 12-13 Paesi) vengono investiti soprattutto nelle regioni del nord. Ma se qualcuno osa dirlo, i sindaci replicano subito che si vuole creare discredito. Poche sere fa ero a Busto Arsizio, in un teatro pieno di giovani e ho informato i presenti che la loro città è al centro degli affari di alcune cosche siciliane e calabresi tra le più note del paese. Inoltre, una di queste, che è di Gela, si è introdotta anche a Pavia e con attività immobiliari.

Sono novità che hanno colto di sorpresa i governanti che negli ultimi 30 anni si sono succeduti? Assolutamente no. Nel 1983 Giovanni Falcone aveva spiegato come tutto sarebbe cambiato con la raffinazione della morfina in Sicilia e l’esportazione di eroina negli Stati Uniti in cambio di valige di dollari portati a spalla e quello che sarebbe avvenuto «nell’intero arco dei Paesi europei utilizzando il nuovo spazio come terreno fertile per investire, con le buone o con le cattive, in attività lucrative di ogni genere, le migliaia di milioni di dollari che si ricavano dalla produzione e dallo smercio di qua e di là dell’Atantico di eroina e di altri stupefacenti». Nel 1992, nella sua ultima intervista che ne ha accelerato l’assassinio, Paolo Borsellino, del quale ancora oggi non si conoscono i mandanti, diceva le stesse cose. Ora siamo al fallimento e alla sconfitta. L’11 Luglio 2007 nella commissione antimafia Giuseppe Lumia ha detto: «siamo a 25 anni da quella straordinaria intuizione della legge Rognoni - La Torre e siamo a 11 anni dall’approvazione della legge 109 del 1996: per la confisca dei beni i tempi sono insopportabili e le confische sono diminuite». Violante aveva definito sull’Unità una vera vergogna le confische mancate.

Non c’è alcun tumore maligno con metastasi che consenta di intervenire dopo 25 anni dalla sua diagnosi. Purtroppo lo Stato ha alzato da tempo bandiera bianca e ha delegato alle forze dell’ordine e alla magistratura il problema più politico di questo paese e, cronaca di questi giorni, impedendo persino di operare ai magistrati più tenaci e capaci.

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