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Gli scienziati dell'ambiente riuniti a Parigi stanno chiedendo ai governi di approntare piani per attenuare il surriscaldamento del pianeta. Jaques Chirac ha organizzato per il 2 ed il 3 febbraio un congresso internazionale sulla governance ambientale planetaria. Mi permetto di giudicare sin d'ora: sarà aria fritta. La crescita sostenibile è fumo negli occhi. Se il problema è effettivamente grave, la risposta non può essere che in termini pianificatori, volti a cambiare la composizione merceologica della produzione e a stabilire criteri diversi per quanto riguarda accumulazione e profitto.

Riprendiamo un lucido articolo del compianto Paolo Sylos Labini sull'Unità dell'8 settembre 2003 intitolato «se la sinistra ha il coraggio dell'Utopia». Scriveva Sylos Labini che contro la saggezza convenzionale «occorre mettere all'ordine del giorno l'obiettivo della crescita zero». Tuttavia «...la crescita zero può affermarsi man mano che viene abbandonato l'ideale tipicamente piccolo-borghese di rincorrere a tutti i costi i soldini, un ideale che oggi domina il comportamento delle classi medie e di un'ampia fetta della classe operaia - sempre più minoranza e sempre meno classe». L'altra faccia della medaglia del discorso di Sylos consiste nel fatto, teoricamente ed empiricamente fondato, che un'economia che viaggia verso la crescita zero implica un tasso di profitto calante e tendente a zero. Si potranno forse cambiare i desideri di consumo delle classi di reddito medio-basse, ma dal lato capitalitistico non si potrà mai cambiare l'obiettivo di un tasso di profitto sostenuto.

Quest'aspetto elementare del marxismo viene rafforzato dal conflitto ambiente-accumulazione. Oggi mentre scienziati, politici e multinazionali del petrolio parlano di ambiente, mostrandosi al pubblico come entità responsabili e consapevoli, le società finanziarie - pienamente integrate ed appoggiate dalle suddette multinazionali - impongono tassi di rendimento di mercato a due cifre, vale a dire di oltre il 10%. E da dove dovrebbe venire tale tasso di rendimento? Ovviamente dalla produzione stessa, ossia dal saggio di profitto estratto dal rapporto produttività-salari. Quindi un'economia a crescita zero dovrebbe esibire un rapporto salari-produttività favorevole ai primi, inconcepibile nel clima politico attuale. Inoltre ogni eventuale scarto favorevole alla produttività dovrebbe essere controbilanciato dalla diminuzione dell'orario di lavoro per evitare la crescita della disoccupazione - cosa che Sylos menziona - e da impieghi volti alla protezione ambientale. Il contrario della dinamica dell'accumulazione finanziaria sostenuta dai Trichet e Padoa Schioppa di turno.

Oltre un decennio fa ascoltai una conferenza di Paul Ralph Ehrlich, uno dei fondatori del pensiero ambientalista. Raramente ho condiviso le sue posizioni che mettono popolazione e natura in conflitto tra loro. Ma una sua frase mi trovò profondamente concorde. Egli osservò che era impossibile mettere in cantiere politiche ambientalistiche senza prima garantire la piena occupazione, notando che innanzitutto la gente si preoccupa, giustamente, della propria esistenza. Oggi con la flessibilità del mercati del lavoro - attuata secondo i criteri dell'accumulazione finanziaria la quale impone la ricerca di saggi di profitto di oltre il 10% - la disoccupazione, attraverso la precarietà, entra marcatamente nella stessa occupazione. Gli occupati part-time sono anche disoccupati part-time: sono milioni in tutta Europa e stanno diventando l'elemento caratterizzante del profilo occupazionale europeo.

Esiste però uno iato tra pensiero sociale ambientalista e problematica della piena occupazione. Un'economia a tasso di accumulazione e profitto tendenzialmente nullo deve essere resa compatibile con la piena occupazione. Nei paesi maturi non ci sono ostacoli strutturali all'unificazione dei due termini, cosa colta da Keynes nel lontano 1936 sebbene allora le capacità produttive pro capite fossero inferiori a quelle attuali. Il problema risiede nel fatto che le istituzioni economiche pubbliche e private del mondo capitalistico maturo militano contro ogni seria e sistematica presa in considerazione della questione ambientale. A questo si aggiunge la situazione dei paesi sottosviluppati, della Cina e dell'India. Quale autorità può arrogarsi il diritto di dire alla Cina e all'India di non raggiungere i 4-500 milioni di auto? E che diritto abbiamo di dire al Brasile o al Kazakhstan di non puntare sullo sviluppo fondato sulle materie prime, quando la loro connessione con l'economia mondiale passa proprio da questi settori?

In meno di un secolo «l'egemonia americana ha lasciato tracce altrettanto particolari, se non altrettanto durature, di quelle che l'impero romano impresse su un arco di quattro secoli. Come il latino, l'estetica classica, il giudeo-cristianesimo, i codici legali e il `pacchetto urbano' di acquedotti, fortificazioni cittadine e colossei, questi residui sono diventati i mattoni e la calce che la gente locale troverà, userà, avrà a disposizione per farsi una ragione e capire l'irresistibile ascesa e inesorabile declino dell'Impero del Mercato». Così si conclude, dopo 480 densissime pagine, il libro Irresistible Empire (appena uscito presso la Belknap Press of Harvard University Press) di Victoria de Grazia, storica della Columbia University. Ma quali sono questi residui così influenti quanto le maestose vie consolari dell'antica Roma? Sono oggetti minuti, quotidiani, che ormai passano inosservati: i carrelli dei supermercati, i detersivi, i dentifrici, i frigoriferi, l'acquisto a rate. Ma ancora più a monte - come il latino - è un linguaggio (quello del cinema, quello della pubblicità), è la cultura, quella del consumo di massa: «Per la maggior parte del `900, la cultura americana del consumo ha agito come una forza rivoluzionaria, e le sue invenzioni sociali e il suo messaggio sul diritto alle comodità sono stati un dissolutore degli antichi legami potente quanto una rivoluzione politica».

L'americano medio

Irresistible Empire ripercorre le tappe con cui gli Stati uniti hanno imposto alle diverse, conflittuali tradizioni europee, un unico modello di consumo e di società, il modo in cui hanno «venduto» al Vecchio continente il proprio impero, innanzitutto riuscendo a «vendere la propria tecnica di vendere». Il libro ci ricorda quanto precoce fu quest'offensiva: già nel 1926 si parlava d'«invasione di Hollywood».

Quel che gli Usa riuscirono a imporre fu il livello di vita americano come «criterio», come standard cui misurare la propria esistenza. Così, quel che de Grazia ci racconta è come rappresentanti di commercio, pubblicitari, attachés commerciali, produttori cinematografici, gestori di supermercati sono riusciti a imprimere nella mentalità europea la definizione stessa di livello di vita. Nel 1929, secondo una ricerca di mercato (altra invenzione statunitense), una famiglia americana di quattro persone (padre, madre, figlio e figlia) spendeva il 12% del proprio reddito in abbigliamento e, per esempio, il marito si comprava ogni anno cinque camicie, due cravatte, due vestiti, 14 paia di calzini di cotone, due paia di scarpe, mentre la mamma si comprava 8 paia di calze (di cui 4 di seta o naylon). A quel tempo una simile ricerca sarebbe stata, ed era, impossibile in Europa, semplicemente perché non esisteva «l'europeo medio». Ma già negli anni `50 il governo francese era costretto a lanciare una ricerca sulle abitazioni del proprio paese per scoprire che solo il 18% degli alloggi francesi era dotato di bagno (contro il 90% negli Usa), che il 76% delle case era senza corrente, il 91% senza frigorifero, il 90% senza lavatrice (e in Italia la situazione era di gran lunga peggiore).

La lavatrice è un ottimo esempio della devastante efficacia delle «Tre S» con cui gli Usa hanno sottomesso l'Europa: standardizzazione, semplificazione, specializzazione. Contro le tre S si sono rivelate impotenti le ricorrenti litanie contro la massificazione, l'anonimato, la perdita dell'originalità individuale: «Meglio vivere in una casa standardizzata, con scaldabagno, riscaldamento centrale e un bagno, piuttosto che in una casa personalizzata, individuale e originale, senza acqua calda, con stanze scaldate a stufa e una vasca di zinco in cantina». Intanto un lettore italiano può riflettere sul fatto che negli Usa «l'anno della lavatrice» fu il 1925 mentre da noi quest'elettrodomestico si diffuse solo negli anni `60. Il fatto è che la lavatrice è resa possibile solo da, e in, una particolare concezione della famiglia e della donna. Qui de Grazia mette in atto il precetto di Michel Foucault cui si richiama esplicitamente: «Affrontare la politica alle spalle e traversare la società in diagonale». L'idea soggiacente è che il soggetto del mercato sia non l'individuo, ma la famiglia: «Già dagli anni `20 era assodato per gli esperti americani di mercato che l'unità familiare era centrale nel consumo di massa, che le donne erano le alacri api dell'innovativo shopping a orientamento familiare e che l'amore familiare era un legame ubiquo e fondamentale che il venditore poteva sfruttare per profitto».

La famiglia fordista

Questa famiglia veniva vista come un'impresa fordista, con i suoi macchinari (elettrodomestici), il suo bilancio, i suoi investimenti, da gestire razionalmente. Di questa famiglia fordista il manager era la donna. Nella famiglia tradizionale europea sarebbe stato impensabile che il marito sparecchiasse o lavasse i piatti, come invece avveniva negli Usa. Qui De Grazia entra in uno dei nodi più delicati dell'offensiva culturale americana e ci mostra come fin dall'inizio essa abbia parlato alle donne facendo balenare loro l'evitabilità del destino di mani screpolate dalla lessiva, di ore e ore ai fornelli (cibi precotti, moulinex, friggitrici, tostapane). Ci mostra che la trascuratezza del socialismo verso gli agi della vita quotidiana è dovuta alla matrice maschile del movimento operaio per cui tra la miseria e l'automobile non c'era nulla, non c'erano fon, né arricciacapelli né aspirapolvere, né lucidatrici, né lavastoviglie. È alla donna che si rivolge la pubblicità. Lei il target che dagli anni `20 prende di mira Eleanor Lansdowne Resor, la grande creativa dell'agenzia J. Walter Thompson (la n. 1 al mondo), dai cui scripts emana «la calma sicurezza che la dimensione della vita contemporanea non comporta la perdita dell'intimità, la pubblicità dei bisogni non comporta la perdita della privacy, né la standardizzazione dei prodotti la perdita dell'individualità». Come dice un testo dell'epoca, «se l'oggetto di studio idoneo per l'umanità è l'uomo, quello idoneo per il mercato è la donna». È quest'immagine di famiglia e di donna che la pubblicità, ma ancor più Hollywood ha imposto al mondo.

La famiglia fordista però può permettersi la lavatrice solo con gli acquisti a rate, un'altra grande invenzione americana: ancora oggi in Germania l'uso della carta di credito è assai difficoltoso. E anche le rate sono possibili solo a un certo livello di stipendio. C'è voluto che le retribuzioni medie dei lavoratori europei raddoppiassero tra la fine della guerra e gli anni '70 perché i consumi di massa si diffondessero. Con le lavatrici e le lavastoviglie, i detersivi diventano per la casa quello che la benzina è per l'auto. Infatti «i detergenti sono merci insolitamente utili per riflettere su processi più ampi, in questo caso niente di meno che il declino e l'ascesa delle grandi potenze».

La rivoluzione degli enzimi

Le grandi tappe della modernità diventano il 1952 (lancio di Omo), 1968 lancio di Ariel (primo detersivo «con gli enzimi»). E proprio nel maggio `68 francese (quei «figli di Marx e della CocaCola» di cui parlava Jean-Luc Godard), uno slogan detersivo - «L'autotrasformazione lava più bianco della rivoluzione» - suscita in de Grazia una riflessione che ci porta al nodo cruciale di Irresistible Empire: «Nello stesso momento, primavera 1968, in cui centinaia di migliaia di giovani attivisti dimostravano, scioperavano, facevano barricate per protestare contro la guerra in Vietnam, per ribellarsi contro lo stato, la scuola, i militari, la chiesa e altre burocrazie autoritarie, e per condannare l'artificiosità, lo spreco e l'alienazione della società dei consumi, tutta un'altra e più vasta mobilitazione procedeva sotto gli slogan delle corporazioni multinazionali: la sua base erano milioni di famiglie, la sua fortezza la casa, la sua utopia pile stirate profumanti di lavatrice».

Il nodo è che la penetrazione, la pervasività della «rivoluzione americana» è stata tale che perfino l'antiamericanismo si esprime oggi in americano. Se oggi in molti campi l'Europa si presenta (o cerca di presentarsi) come un'alternativa agli Stati uniti è grazie all'unificazione dell'Europa che gli Usa hanno compiuto con le armi certo ma anche imponendo un mercato europeo comune. Come la protesta No global si organizza per Internet, cioè attraverso un'invenzione del Pentagono, così la rete Al Jaizeera contrasta il monopolio Usa dell'informazione adottando le tecniche tv americane. Avviene in tutti i campi quel che de Grazia descrive nel primo capitolo sulla diffusione dei Rotary Club in Europa: inventata a Chicago, quest'istituzione si diffonde negli anni '20 anche nella Germania di Weimar dove però la base sociale rotariana è più aristocratica, più intellettuale, meno commerciale, e dove soprattutto il Rotary diventa uno strumento per affermare i valori del «Vecchio continente» contro la massificazione del nuovo: il cerchio si chiude con il cantore della Kultur germanica, Thomas Mann, che era rotariano e scriveva testi per il bollettino del Club.

Non a caso, alla fine del volume, dopo le note e la bibliografia, de Grazia confessa: «Uno scrive sempre lo stesso libro, una questione primordiale che tarla il cervello. Il mio libro è sul potere e le sue due facce - consenso e forza, persuasione e violenza, bastone e carota, soft e hard power». Se gli americani sono riusciti a imporre il loro impero, durante il XX secolo, è stato negando di essere un impero: «l'impero per spasso ( for fun)», «l'impero a invito». La loro cultura ha conquistato il mondo negando di essere cultura (il cinema americano si vede come un'industria, non come un'arte). Hanno propagandato l'America non facendo propaganda («La propaganda attraverso il divertimento» diceva Billy Wilder). «Mentre altri paesi usavano la propaganda per perseguire i loro interessi, con un pesantissimo uso di slogan statali, invece per perseguire la sua missione globale l'America usava la pubblicità, usando essenzialmente mezzi privati, il sofisticato consiglio delle sue industrie della comunicazione».

Tra coercizione e persuasione

Negli anni `50 è l'agenzia J. Walter Thompson che organizza la campagna pubblicitaria per conto della Nato, a colpi di slogan («Buona notte, dormi bene, la Nato ti protegge). «I veri statisti dell'America sono stati John Ford e Walt Disney, il suo diplomatico più prestigioso Paperino».

Irresistible Empire racconta la sinergia, la sagacia, la lungimiranza con cui i vari spezzoni della classe dirigente americana hanno cooperato tra loro per imporre un'organizzazione della produzione- il fordismo in fabbrica -, delle categorie mentali (le Majors di Hollywood come organizzazione fordista dell'immaginario), dell'organizzazione sociale - la famiglia come unità fordista del consumo -, della distribuzione - il supermercato come catena di montaggio dell'acquisto, come grande metafora della democrazia commerciale, dove ogni consumatrice è uguale all'altra consumatrice, ognuna col suo carrello; e infine delle merci - McDonalds è il fordismo e la standardizzazione nell'alimentazione. È illuminante il capitolo sul piano Marshall: in termini di capitale l'aiuto americano rappresentò solo il 5% degli investimenti, ma fu decisiva la sua opera di coercizione politica, d'ingegneria sociale, d'imposizione di un modello.

Il problema è che oggi siamo nell'era del postfordismo e che, secondo molti indicatori (sanità, tempo libero, speranza di vita) l'Europa è davanti agli Stati uniti. Non è più Ford che invade l'Europa con la Taunus, ma sono Toyota, Bmw e Daimler che impiantano fabbriche negli Usa. Persino negli Stati uniti sembra in crisi la cultura dei malls. Sembra esaurita la spinta propulsiva dell'Impero del Mercato, forse perché ha compiuto la sua missione, siamo tutti cittadini americani, i francesi hanno abbandonato la casquette per il berretto da baseball, i turisti italiani si aggirano per Manhattan in scarpe da ginnastica con tute la jogging (griffate), lo star system si riproduce tradotto in tutti gli idiomi locali. Nello stesso tempo, o forse proprio per questo, le «americanate» non sembrano più tanto divertenti e l'impero, da Abu Ghraib a Guantanamo è sempre meno spassoso ( fun).

Che cosa significa

C’è chi crede che cercare una società giusta sia una perdita di tempo - Cosa significa l’invito di Sarkozy a "guadagnare e lavorare di più" - Questo pensiero proclama che è inutile, anzi dannoso, unire le forze per una causa comune - Così si prende di mira la solidarietà sociale e si deride il principio della responsabilità collettiva

Lo scorso giugno, poco dopo la sua elezione a Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista televisiva: «non sono un teorico, non sono un ideologo, non sono certo un intellettuale: io sono uno concreto». Cosa voleva dire con queste parole? Con ogni probabilità voleva dire che crede fermamente in talune convinzioni mentre con altrettanta fermezza ne respinge risolutamente altre.

Dopo tutto ha affermato pubblicamente di essere un uomo che crede «nel fare, non nel pensare» e ha condotto la sua campagna presidenziale invitando i francesi a «lavorare di più e guadagnare di più». Ha detto più volte agli elettori che lavorare più duramente e più a lungo per diventare ricchi è cosa buona. (Si tratta di un invito che i francesi sembrano aver trovato attraente, anche se non l’hanno affatto ritenuto unanimemente sensato dal punto di vista pratico: secondo un sondaggio TBS-Sofres il 39% dei francesi ritiene che sia possibile diventare ricchi vincendo la lotteria, contro il 40% che ritiene che si diventi ricchi grazie al lavoro). Dichiarazioni come queste, se sono sincere, rispettano tutte le condizioni della credenza ed espletano la funzione principale che ci si attende dalle credenze: dicono cosa si deve fare e suscitano fiducia che, così facendo, si otterranno risultati positivi. Manifestano inoltre l’atteggiamento agonistico e partigiano normalmente connesso con una «ideologia».

Alla filosofia di vita di Nicolas Sarkozy manca solo una delle caratteristiche delle «ideologie che abbiamo conosciuto finora», ossia una qualche concezione di una «totalità sociale» che, come suggerito da Emile Durkheim, sia «maggiore della somma delle sue parti», vale a dire diversa, per esempio, da un sacco di patate e quindi non riducibile al cumulo dei singoli elementi in essa contenuti. La totalità sociale non può venire ridotta a un aggregato di individui ciascuno dei quali persegua le sue finalità private e sia guidato dai suoi desideri e dalle sue regole private.

Le reiterate affermazioni pubbliche del Presidente francese suggeriscono invece proprio una riduzione di questo tipo.

Non sembra che le previsioni sulla «fine delle ideologie», comuni e largamente accettate venti-trent’anni fa, si siano avverate o stiano per farlo. Le apparentemente paradossali affermazioni che ho citato indicano invece la sorprendente svolta compiuta oggi dal concetto di «ideologia». In contrapposizione a una lunga tradizione, l’ideologia che viene attualmente predicata dai vertici perché sia fatta propria dal popolo coincide con l’opinione che pensare alla «totalità» ed elaborare concezioni della società giusta sia una perdita di tempo, in quanto irrilevante per i destini individuali e per il successo nella vita. La nuova ideologia non è un’ideologia privatizzata, e del resto tale nozione sarebbe un ossimoro, perché l’erogazione di sicurezza e di fiducia in se stessi che costituisce il principale impegno delle ideologie e la condizione primaria del loro carattere seduttivo sarebbero irrealizzabili senza un’adesione pubblica e di massa. Essa invece è un’ideologia della privatizzazione. L’invito a «lavorare di più e guadagnare di più», invito rivolto agli individui e adatto solo a usi individuali, scalza quelli del passato a «pensare alla società» (o alla comunità, alla nazione, alla chiesa, alla causa). Sarkozy non è il primo che cerca di avviare o di far accelerare tale trasformazione: la precedenza spetta a Margaret Thatcher e al suo memorabile annuncio secondo cui «non esiste qualcosa che si possa chiamare «società»: esistono solo il governo e le famiglie».

Si tratta di una nuova ideologia per la nuova società individualizzata, a proposito della quale Ulrich Beck ha scritto che uomini e donne, in quanto individui, dovranno adesso trovare soluzioni individuali a problemi creati dalla società e implementare individualmente tali soluzioni con l’aiuto di capacità e risorse individuali. Questa ideologia proclama che è inutile, anzi controproducente, unire le forze e subordinare le azioni individuali a una «causa comune». Essa prende di mira la solidarietà sociale; deride il principio della responsabilità comune per il benessere dei membri della società considerandolo fondamento dello «Stato assistenziale»; ammonisce che prendersi cura degli altri è la ricetta per creare l’aborrita «dipendenza».

Si tratta anche di un’ideologia fatta a misura della nuova società di consumatori. Essa rappresenta il mondo come un deposito di oggetti di potenziale consumo, la vita individuale come una perpetua ricerca di transazioni aventi per scopo la massima soddisfazione del consumatore e il successo come un incremento del valore di mercato degli individui. Largamente accettata e saldamente accolta, essa liquida le sue antagoniste con un secco «non esistono alternative». Avendo così ridimensionato i suoi avversari, essa diviene, per usare la memorabile espressione di Pierre Bourdieu, veramente pensée unique. Almeno nella parte ricca del pianeta la posta in gioco in questa spietata concorrenza tra individui non è la sopravvivenza fisica, e nemmeno la soddisfazione dei bisogni biologici primari necessari alla sopravvivenza; né il diritto di affermare se stessi, di darsi i propri obiettivi e di decidere che tipo di vita si vorrebbe vivere.

Esercitare tali diritti viene ritenuto, viceversa, un dovere di ogni individuo.

Si parte inoltre dal presupposto che tutto ciò che accade agli individui sia conseguenza dell’esercizio di questi diritti oppure di gravissimi errori in tale esercizio, fino al suo blasfemo rifiuto. Così tutto ciò che accade agli individui viene comunque definito retrospettivamente come dovuto alla responsabilità dei singoli. Ciò che è ora pienamente e veramente in gioco è il «riconoscimento sociale» di quelle che vengono viste come scelte individuali, ovvero della forma di vita che gli individui praticano (per scelta o per forza). «Riconoscimento sociale» significa accettazione del fatto che l’individuo che pratica una certa forma di vita conduce un’esistenza degna e decente, e per questo motivo merita il rispetto dovuto e prestato agli altri individui degni e decenti.

L’alternativa al riconoscimento sociale è la negazione di dignità, cioè l’umiliazione, e questo sentimento nutre risentimento. E corretto affermare che in una società di individui come la nostra questa sia la più velenosa e implacabile forma di risentimento che i singoli possono provare, nonché la più comune e prolifica causa di conflitto, di ribellione e di sete di vendetta. Negazione del riconoscimento, rifiuto di prestare rispetto e minaccia di esclusione hanno rimpiazzato sfruttamento e discriminazione, divenendo le formule più comunemente usate per spiegare e giustificare lo scontento che gli individui provano nei confronti della società o di quei settori e aspetti della società cui essi sono direttamente esposti (personalmente o attraverso i media) e di cui fanno esperienza di prima mano. Ciò non vuol dire che l’umiliazione sia un fenomeno nuovo, specifico dell’attuale forma della società moderna, perché al contrario essa è antica quanto la socialità e la convivenza tra gli uomini. Vuol dire però che nella società individualizzata di consumatori le più comuni ed «eloquenti» definizioni e spiegazioni delle afflizioni e dei disagi che derivano dall’umiliazione hanno rapidamente spostato, o stanno spostando, il proprio riferimento dal gruppo e dalla categoria alle singole persone. Invece che essere attribuite all’ingiustizia o al cattivo funzionamento dell’organismo sociale, cercando dunque rimedio in una riforma della società, le sofferenze individuali tendono a essere sempre più percepite come risultato di un’offesa personale, di un attacco alla dignità personale e alla stima di sé, invocando dunque una reazione personale o una vendetta personale. Questa ideologia, come tutte le ideologie a noi note, divide l’umanità. Ma in più essa genera divisione anche tra chi le presta fede, dando capacità a qualcuno e rendendo tutti gli altri incapaci. In questo modo essa inasprisce il carattere conflittuale della società individualizzata/privatizzata.

Depotenziando le energie e neutralizzando le forze che potenzialmente sarebbero in grado di intaccarne il fondamento, questa ideologia conserva tale società e rende più fievoli le prospettive di un suo rinnovamento.

(traduzione di Daniele Francesconi)

In movimento per l'altra Africa

di Cinzia Gubbini

Una marcia di decine di migliaia di persone dallo slum di Kibera apre il Forum sociale mondiale. Nel mirino guerre, povertà e sfruttamento delle risorse. Tante donne e bambini, il ruolo decisivo dei cattolici

Alle dieci di mattina alle porte di Kibera, il più grande slum africano, è già pieno di bandiere. Un evento certamente eccezionale per questa parte della città di Nairobi, per un giorno simbolo di tutti i poveri e gli sfruttati della terra: e qui i poveri e gli sfruttati ci sono veramente, e non solo per un giorno. E' partita proprio dall'ingresso dello slum - qualcuno si è anche inoltrato all'interno per fare un po' di pubblicità all'iniziativa, per altro piuttosto sconosciuta agli abitanti di Kibera - la marcia che ieri ha aperto ufficialmente il settimo Forum sociale mondiale, per la prima volta ospitato in un paese africano. Un corteo attraverso le strade della città che ha fatto impazzire il traffico ancora più del solito, fino a raggiungere Uhuru park, il parco della liberazione, che si trova nel pieno della city, dove sorgono tutte le banche, le istituzioni e i grandi hotel in cui risiedono la maggior parte delle delegazioni occidentali.

Già alla partenza il colpo d'occhio restituisce la cifra caratterizzante di questo forum: a farla da padrone sono le donne e i bambini. Aprono la marcia ma in realtà sono dappertutto, e l'età media è vertiginosamente bassa, riequilibrata dalla presenza degli attivisti del «vecchio continente». I bambini sono venuti o con le organizzazioni ecclesiastiche o con le associazioni che si battono per un'educazione gratuita e universale.

Quelli in prima fila indossano magliette più grandi di loro che dicono «Kibera for peace», lo stesso slogan dello striscione appeso al camion da cui scorrono musica e parole. Le donne sono le leader di movimenti civili che attraversano l'intera Africa. La loro lotta è soprattutto legata al riconoscimento di pari diritti nella proprietà della terra. Ci sono anche le donne Masai: «Ci hanno negato l'istruzione, ci negano la proprietà della terra, vorrebbero che le uniche cose di nostra proprietà fossero queste collane», dice Esther Dapash, una di loro.

Lungo la via è tutto uno scambiarsi di indirizzi e numeri di telefono, «il forum sociale serve per conoscersi», dice una donna, anche se il tentativo degli organizzatori è che questi appuntamenti non siano più soltanto un modo per fare conoscenza ma per non perdersi di vista tra un forum e l'altro, così da costruire una rete in grado di costruire mobilitazioni comuni.

I numeri non sono quelli degli altri social forum, ma in realtà tutti quanti sorridono perché infine è una gran bella marcia che mette insieme - molto più che a Porto Alegre - mille facce diverse: sfilano anche i cammelli, con un panno in testa per ripararsi dal sole cocente (qui è piena estate); sventolano in alto le bandiere del movimento dei saharawi, con i loro abiti tradizionali, che si mischiano ai militanti di via Campesina, l'organizzazione degli agricoltori sudamericana; ci sono i palestinesi, qualcuno innalza il cartello «non attaccate l'Iran». Mentre a indossare un cappello che dice «stop agli slum» è un signore thailandese, presidente di un'associazione che lotta contro l'espulsione dalle città delle persone povere e per il diritto alla casa. «Bisogna lottare insieme contro la politica neoliberista, che impedisce a chi non è inserito nel mercato di poter vivere nelle città e di avere un tetto sicuro sopra la testa», dice, mentre viene sorpassato da un bambino di Korogocho, un altro degli slum di Nairobi, quello in cui ha vissuto per 12 anni il comboniano italiano Alex Zanotelli.

Sfilano anche le donne del Green belt movement, l'associazione fondata da Wangari Maathai, l'ambientalista kenyana che pianta gli alberi e che per questo ha ricevuto un Nobel per la pace, attesa in questi giorni allo stadio Kazarani dove si svolgeranno le migliaia di seminari. Si incontrano parecchie persone con il cartello «pianta un albero». Ma c'è anche un bambino che ne innalza uno fatto in casa che dice: «Diritto ai vestiti».

L'arrivo a Uhuru park è una vera esplosione, alla fine si conteranno almeno 20 mila persone. Le collinette davanti al parco sono piene di gente che balla per ore. Kenzo, studente coreano, se ne sta da una parte immobile, con la sigaretta in bocca, a godersi lo spettacolo. Spiega che dalla Corea sono arrivati in venti, che anche da loro il movimento dei contadini è molto forte, ma che la sua associazione si batte soprattutto per impedire che vengano introdotti contratti flessibili sul lavoro: «Hai presente la Francia?». Anche le lotte a volte si globalizzano.

Il palco è monopolizzato dalle donne: sono loro che presentano gli interventi e scaldano la folla. Gli interventi sono aperti da Wakaka Kikawa, una delle leader del movimento civile kenyano: «Il capitalismo sta violando i diritti delle persone in ogni paese. Dobbiamo combatterlo insieme. L'organizzazione internazionale del commercio, che sta per riunirsi di nuovo a Davos, deve uscire dall'agenda». Applaude con fervore un frate francescano, fra' Rodrigo, che lavora con via Campesina in Brasile. Dice di non sentirsi a disagio in un movimento anticapitalista. Anzi: «Mi sembra giusto, visto che il capitalismo è sinonimo di sfruttamento e povertà».

Le chiese sono un altro punto forte, fortissimo, del social forum africano. Ce n'è per tutti i gusti: sotto il palco arrivano un centinaio di persone, uomini e donne, vestiti di bianco, che si muovono a passi piccolissimi e a ritmo di musica. E' l'organizzazione delle chiese africane. In quel momento sta parlando uno dei fondatori del social forum , il brasiliano Chico Whitaker, che è costretto a fermarsi e ad aspettare che la minimarcia si concluda. Poco dopo è la volta dell'Italia, con Flavio Lotti della Tavola della pace che chiede scusa «per tutto quello che gli europei hanno fatto, continuano a fare e per tutto quello che invece non fanno». Poco prima c'era stato il momento forse più emozionante: l'arrivo della delegazione dei veterani Mau Mau, il movimento kenyano che ha combattuto contro i colonialisti inglesi. Donne e uomini ormai anziani, alcuni vestiti poveramente, lo sguardo mai basso. «Fateli passare», dice la donna al microfono, «queste sono persone che hanno combattuto veramente per la libertà. E' da loro che dobbiamo prendere esempio». E la piazza esplode in un applauso.

Pochi insegnanti e ancora meno mezzi Ma la scuola per i poveri è d'eccellenza

Nella Olympic school dello slum più grande di tutta l'Africa. Dove un pugno di docenti tenta di dare un'educazione e un futuro ai dannati della terra. E ci riesce molto bene

L'Olympic school si trova nel cuore di Kibera, uno degli slum di Nairobi, considerato il più grande di tutta l'Africa. E' una bella costruzione in cemento, bassa, di un bianco abbagliante, piena di disegni murali. Da dietro al cancello si sentono le voci dei bambini: sono le dieci e la scuola è in piena attività. «Qui si lavora», dice Ruth Naulundu, la preside: una donna ben piazzata, con i capelli raccolti in treccine e il fare sbrigativo. Naulundu è una vera celebrità nel campo dell'insegnamento in Kenya. Perché l'Olympic school, fondata nell'80, nonostante sia la «scuola dei poveri» per antonomasia si piazza puntualmente ai primi tre posti tra le migliori scuole di Nairobi. Non è tanto per dire, visto che tutte le scuole pubbliche del paese ogni anno devono superare un esame che ne misura le loro «performance». E la preparazione degli alunni della Olympic fa invidia a decine di scuole «per ricchi». L'esame prevede infatti che i presidi delle scuole peggiori vengono retrocessi a «insegnanti ordinari» e mandati a lavorare in un altro istituto. Naulundu, ovviamente, tiene saldo il suo posto: «E pensare che non ci volevo venire - racconta nel suo studio - quando sono arrivata, nel '98, avevo 27 anni e due figli, e volevo insegnare anch'io nel Westlands». Cioè nei quartieri che si trovano oltre Ngong street, un'arteria che divide in due la città e che rappresentata un confine ideale tra la Nairobi dei poveri e quella dei ricchi.

Ora invece Naulundu nella scuola ci vive addirittura, insieme ad alcuni insegnanti: «La nostra vita è qui. Quando sono arrivata ho incontrato tutti: i genitori, i leader religiosi, le autorità, i ragazzi. Ho detto: basta con questa storia che chi è povero non può farcela». Entrando nel cancello della scuola si incontrano due grandi scritte: una dice «uguali opportunità per tutti», l'altra «fai sempre del tuo meglio». L'Olympic è un istituto primario: ci vengono ragazzi dai sei ai tredici anni, «ma restano anche di più, se c'è bisogno. Il tempo è una misura che non teniamo molto in considerazione». A partire da quello della giornata: «I ragazzi arrivano prestissimo, ci svegliano anche alle sei di mattina, una vera tragedia - ride - Ma noi cerchiamo di privilegiare un metodo di insegnamento non tradizionale: non è l'insegnante che spiega e il ragazzo che ascolta. Qui si lavora molto in gruppo, spesso sono anche i bambini a insegnare. Di questo fa parte anche il fatto che questa scuola, per loro, ma anche per i loro genitori, è come una casa. La maggior parte dei ragazzi è molto povera. Qui le famiglie vivono anche in una stanza sola, che di giorno diventa il negozio dove esporre la merce. I ragazzi non hanno lo spazio per fare i compiti e allora li fanno qui».

Kibera è considerato il più grande slum di tutta l'Africa, ufficialmente ci vivono 800 mila persone. Dall'alto è un'enorme distesa di tetti in lamiera. Imboccando le strade interne, in terriccio, si passa accanto alle abitazioni, tutte in metallo, strette in piccoli agglomerati indipendenti e spesso protette da un recinto di legno. Di giorno è un mercato continuo in cui si vende di tutto: carne, uova, vestiti, arnesi di ogni genere e tanta musica. Qui nessuno sa che a Nairobi sta per cominciare il Forum sociale mondiale, dove si parlerà anche di loro. Non sanno nulla neanche all'Olympic: «Ho talmente da fare che, a essere sincero, non riesco neanche a leggere il giornale», dice George Njau, uno degli insegnanti. Eppure anche nella storia dell'Olympic, come in tutte quelle delle scuole pubbliche kenyane, c'entra uno degli acerrimi nemici degli altermondialisti: la Banca mondiale. Perché da qualche tempo l'Olympic, come tutte le scuole pubbliche del paese, ha un problema: tra le condizioni poste dalla Banca al governo kenyota c'è l'istruzione primaria gratuita e universale. Una cosa certamente buona, ma che rischia di essere un boomerang. Dal 2003, anno della riforma, all'improvviso le scuole si sono riempite, ma gli insegnanti sono rimasti esattamente lo stesso numero di prima. « Siamo arrivati ad avere classi di 90 ragazzi - spiega Njau - la nostra preoccupazione è che non riusciremo più ad assicurare risultati buoni come quelli di ora». Il problema è che per accedere alle superiori, tutte a pagamento, bisogna superare un esame. Solo i migliori hanno una borsa di studio e spesso gli studenti dell'Olympic riescono solo così ad andare avanti nello studio. Molti di loro oggi sono affermati professionisti e hanno portato la loro famiglia fuori dallo slum. Tra coloro che escono dalle scuole primarie solo il 16%, in Kenya, riesce a continuare gli studi. Di questi solo il 10% arriva all'università. E' una selezione spietata.

Lo sa bene anche il capo del dipartimento dell'educazione del comune Fredrick Songole, intermediario obbligatorio per poter parlare con gli insegnanti: «Temo che l'istruzione primaria aperta a tutti non avrà un grande impatto finché non ci saranno i soldi per le uniformi, i libri, le lavagne, gli insegnanti e tutto il resto», ammette. La mancanza di nuovi insegnanti è il cruccio principale della preside dell'Olympic: «Ci servono sul serio - dice - ma ci sono anche altre cose che impediscono a tutti i bambini di poter andare a scuola, per esempio il fatto che l'uniforme è obbligatoria. Può sembrare una piccola cosa ma molte famiglie qui non hanno niente. In questa scuola educhiamo i bambini a condividere le cose. Quindi chi ne ha due ne dà una a chi non ce l'ha. Ma in altri posti non è così». ci.gu.

Backstage

No global tra soldi, colla e lotti-zzazioni

di Shaka *

Just for money. Un'organizzazione difficile, quella di Nairobi, soprattutto per i media che intendono coprire il settimo Forum sociale mondiale. «Questo tavolo è mio» - «No, tue sono solo le sedie» - «Ok, allora sono 400 dollari». È uno scherzo? No, è la dinamica della rincorsa al bene strutturale che ti permetterà di lavorare per i cinque giorni del Wsf. Internet costa molto caro e passare un semplice cavo richiede lunghe trattative. In termini di comunicazione e sponsorizzazioni ci pensa la Celltel, compagnia subcontinentale che la fa da padrona intorno al grande stadio Kasarani che accoglie l'evento. Altro che globalizzazione: la registrazione al forum si può addirittura pagare in unità telefoniche. Se fosse stata la Coca Cola, si sarebbe potuto pagare in bottiglie da 33 cl? Nonostante tutto il media center preferisce l'uso di programmi open source. Ubuntu, una delle derivazioni di Linux, è stato pensato proprio per il continente africano e al forum di Nairobi è l'unico sistema operativo.

La marcia. Tra la terra rossa e l'asfalto dissestato si sono mossi a piedi scalzi e ciabatte spaiate i numerosi bambini che hanno aperto la marcia del World social forum 2007. Tantissimi e organizzati perlopiù da associazioni confessionali locali, la maggior parte cattoliche. Da Kibera a Uhruru Park, immancabili nelle loro mani i tubetti di colla che inalano senza paura: occhi spenti e quasi trasparenti che non tolgono però nulla alla loro la voglia di ribadire che anche per gli abitanti degli slum un altro mondo è possibile. Ma soprattutto necessario.

La partecipazione. Secondo alcune fonti, le stime sulla partecipazione restano basse: tra le 15 e le 20 mila persone al massimo, ben al di sotto di quanto si era abituati a vedere a Porto Alegre, la capitale del rio Grande do Sul. Ma è già una grande conquista, tenuto conto che non era affatto scontato organizzare un forum in Africa. Un primo risultato, comunque, già c'è ed è il forum stesso. Lo si sta facendo, nonostante tutte le difficoltà legate a una più bassa partecipazione della società civile «del Nord». Era proprio questa la preoccupazione: che gli incontri si trasformassero in dialoghi tra organizzazioni del Nord e uffici locali del Sud del mondo. Un grande lavoro in Italia l'ha svolto la Tavola della pace, che qui ha portato circa 250 persone delle 500 della delegazione italiana. Il rovescio della medaglia è che secondo qualcuno il Forum è troppo Lottizzato.

Contenuti. Nello stadio di Kasarani i temi trattati saranno molti. Alcuni sono imprescindibili e riguardano direttamente il Kenya e più in generale l'Africa: pace e guerra, a partire dalla vicina crisi somala; la cancellazione del debito; il diritto di accesso all'acqua e ai beni comuni; e infine i problemi ambientali, sempre più seri in un continente dove l'avanzare della desertificazione, che in alcuni paesi africani sta diventando irreversibile, minaccia sempre più i fragili equilibri socio-economici. Al via le danze. Karibuni Kenya, asante Kenia. Benvenuti in Kenya, grazie Kenya.

* Lettera22

Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie, commons - quelle che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione. La scomparsa dei commons fu una premessa della rivoluzione industriale - le terre erano recintate perché servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era necessaria alla nascente industria tessile - e fu seguita da un'offensiva ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della «libertà» di trasformarla in bene commerciale per «metterla a frutto» e trarne profitto. Tutto questo è cosa nota - è parte della nascita del capitalismo. Le terre di uso comune però non sono tutto scomparse (terre, pascoli,foreste, e sorgenti d'acqua da attingere, o fiumi e lagune con i pesci che vi si possono pescare, e così via): forme di proprietà e uso collettivo restano molto diffusi nel grande Sud del mondo e in parte, sotto forma di «usi civici», perfino nella vecchia Europa. Né è scomparsa la battaglia politica (e ideologica) attorno a questi «beni comuni», o la spinta a recintarli/privatizzarli. E ormai non si tratta solo terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo. Di questo tratta un numero monografico della rivista Csn-Ecologia politica: «Beni comuni tra tradizione e futuro», a cura di Giovanna Ricoveri e con la collaborazione di Antonio Castronovi, Giuseppina Ciuffreda e Marinella Correggia. Numero importante, anche perché segna la reincarnazione della rivista nata nel 1991 come Capitalismo Natura Socialismo, che ora prende la forma di quaderni monografici pubblicati da Emi, Editrice missionaria italiana. La prima cosa da notare è come si sia estesa la categoria di «beni comuni». Le risorse naturali, certo: terra, acqua, aria, foreste, pesca. Per bene comune però si intende non solo la risorsa ma il diritto collettivo d'uso, «la forma partecipata e comunitaria della proprietà o dell'uso di determinate risorse» (dall'introduzione di Giovanna Ricoveri, che richiama qui The Ecologist: e infatti la rivista ripubblica un articolo del 1992, «I beni comuni, né pubblici né privati»). I beni comuni dunque sono beni di sussistenza e insieme «spazi di autorganizzazione delle comunità», esprimono «un modello di organizzazione sociale e produttiva e un modello culturale che si contrappone a quello del mercato». Poi ci sono beni globali come l'atmosfera e il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace: qui rientrano «i saperi locali, i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni contadine, la biodiversità». Terza categoria di beni comuni sono i servizi pubblici forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini - acqua, luce, sanità, trasporti ma anche sicurezza sociale e alimentare, amministrazione della giustizia: «I servizi pubblici sono infatti un elemento di legame sociale, prima ancora che redistribuzione del reddito e componente del welfare».

Ridefiniti così, rivendicare i «beni comuni» significa riprendere i nodi fondamentali del conflitto politico, l'idea di sviluppo, la giustizia ambientale e quella sociale. Basti pensare a come le organizzazioni finanziarie internazionali vanno predicando (e imponendo) ai paesi «in via di sviluppo» politiche basate sul privatizzare i beni comuni (dall'acqua alle foreste) e tagliare la spesa sociale: l'equivalente attuale della «recinzione» del 17esimo secolo è la privatizzazione di terre e acqua, sementi e sanità, dicono gli autori. Indicative le vicende italiane di «usi civili» e bacini idrografici (ne scrivono Franco Carletti e Giorgio Nebbia). La «recinzione» poi raggiunge una nuova frontiera con la brevettazione degli organismi viventi (che Juan Martinez Allier descrive come «biopirateria globale contro i saperi locali») e la privatizzazione di ospedali e scuole. Parlare di «beni comuni», sostiene la rivista, significa uscire dall'alternativa secca tra pubblico e privato e ridare importanza sociale, politica ed ecologica al «collettivo».

Un processo da pilotare, scansare, svuotare. Con una serie di false testimonianze rese da rappresentanti dello stato per difendere un’istituzione dello stato. Anche a costo di screditare, svilire, immobilizzare un’altra istituzione dello stato. Il tutto diretto dai massimi vertici di chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini e, invece, tutela solo se stesso e il suo potere. Genova, G8, processo per i fatti della Diaz: quello che pubblichiamo a pagina 3 è il racconto di un tentato sopruso contro il diritto, per coprire la messa in mora del diritto durante due terribili giornate di un’estate di sei anni fa. Le false testimonianze dei dirigenti di polizia su indicazioni dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (poi promosso a capo di gabinetto del Viminale), il tentativo di smontare l’inchiesta sulla mattanza della Diaz attaccando il magistrato inquirente e la partecipazione a tale disegno dell’attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, possono essere letti come una «semplice» difesa di interessi personali o come una «nobile» tutela dell’onorabilità di corpo. Ma probabilmente c’è qualcosa di più profondo e grave.

Sappiamo tutti cos’è stata Genova 2001, nell’evidenza delle violenze e degli abusi. Sappiamo qual è stato il suo senso politico, nell’indiscubilità del dominio che nessuna piazza avrebbe più dovuto contestare. Ma sappiamo meno quale ridefinizione dei poteri dello stato si sia praticata in quei giorni tra piazza Alimonda, la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. Ora, l’inchiesta che dovrebbe portare (condizionale d’obbligo) al rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro ci aiuta a capire meglio.

L’accusa per De Gennaro è d’istigazione alla falsa testimonianza, cioè una regia tesa a coprire e difendere il sistema costruito dall’ex capo della polizia: una gestione dell’ordine pubblico totalmente svincolata dal controllo della magistratura. Genova, l’assalto alla Diaz fatto in assenza di alcuna tutela di legge (il magistrato avrebbe dovuto essere come minimo informato), rivelano una sovversione interna allo stato: prima un uso tutto politico - appoggiato dal potere esecutivo - dell’ordine pubblico, poi la polizia che si appropria del potere d’arresto e di persecuzione penale. La rappresentazione esemplare di cosa avrebbe dovuto essere quella struttura centrale di Ps (nata poi nel 2006) costruita a immagine e somiglianza dell’Fbi, il modello americano che bypassa la magistratura tanto caro a De Gennaro, che con gli apparati Usa ha ottimi rapporti.

Da qui le bugie («siamo stati attaccati »), le false prove (le molotov «trovate» alla Diaz), le false testimonianze per smontare il processo. A che punto sia arrivata tale degenerazione lo indicherà la sorte del processo di Genova. Quali argini esistano ancora a una gestione autoritaria e «indipendente» dell’ordine pubblico, quali limiti abbiano i suoi dirigenti, lo dovrebbe dire il governo.

C'è da sempre un modo e uno solo per salvare il corpo femminile dalla violenza maschile che lo riduce a cosa e lo assale di preferenza nel chiuso delle case, nell'intimità dell'amore e nell'ipocrisia della famiglia: uscire nell'aperto della strada e trasformarsi in corpo politico. Fu il gesto rivoluzionario del femminismo, ed è ancora l'unica barriera simbolica efficace, più efficace di qualunque legge e di qualunque proclama sulla sicurezza. Quel gesto si ripete oggi nelle strade di Roma, promosso da una generazione di giovani donne che la libertà guadagnata dalle generazioni precedenti non ha reso immune da stupri, botte, maltrattamenti, omicidi a movente sessuato: prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali.

Persistenze patriarcali? Magari: le persistenze prima o poi si esauriscono, la violenza sulle donne invece prospera, sotto qualunque cielo, qualunque dio e qualunque regime politico, dove i diritti sono scritti e dove non lo sono, nei piani bassi e nei piani alti dell'istruzione e della scala sociale. Non è l'oppressione, bensì la libertà femminile a muoverla: è questo il paradosso a cui cercare risposta.

Vendetta del sesso forte, deprivato del suo privilegio e messo in crisi nelle sue certezze? Troppo semplice, troppo frontale. Il conflitto fra i sessi segue vie più asimmetriche, e riguarda sempre poste in gioco epocali. Una di queste poste ha a che fare per l'appunto con il senso della libertà. Scambiare la libertà femminile per disponibilità (sessuale), o per assimilazione ai metri di misura dell'altro sesso, è ciò che forse rende cieco lo sguardo maschile di fronte al desiderio femminile, violenta la mano di fronte a un rifiuto. E ottusa la mente, sempre pronta a riconoscere la violenza degli uomini «altri» - islamici, rumeni...- rimuovendo la propria, o a cercare soluzione nella tolleranza zero o nei pacchetti sicurezza.

Non senza eccezioni tuttavia. Se qualcosa di nuovo è venuta a interrompere la sequenza liturgica di un 25 novembre uguale al precedente e al successivo, è proprio un inizio di parola pubblica maschile contro la violenza maschile, che rompe il muro dell'omertà e il velo dell'incomprensibilità. E' una parola maschile che serve a sanzionare e a capire, e a trovare la strada di relazioni più libere fra donne e uomini, e dunque più umane. Per questo la manifestazione di oggi avrebbe dovuto accoglierla e incoraggiarla, non lasciarla ai margini, come il frutto buono della semina femminile. Per questo i troppi uomini ancora complici, o ancora silenti, dovrebbero seguirne l'esempio. Rotti i muri frontali, del resto, anche per le donne c'è di che interrogarsi. Le torturatrici di Abu Ghraib, o l'imitatrice parigina del massacro di Meredith, stanno lì a ricordarci che la violenza ci riguarda non solo come vittime, ma come un riflesso dell'altro che ha lasciato l'impronta.

il manifesto

Residenza negata. Indagato sindaco di Cittadella

di Orsola Casagrande

Usurpazione di funzione pubblica. L'avviso di garanzia inviato al sindaco di Cittadella, il leghista Massimo Bitonci, parla chiaro. I carabinieri hanno consegnato mercoledì mattina l'avviso di garanzia e posto sotto sequesto l'ordinanza che stabilisce che chi non ha un reddito sufficiente non può ottenere la residenza nel comune padovano.

L'indagine della procura di Padova nasce dall'ordinanza cosiddetta 'antisbandati' emessa da Bitonci che limita la concessione della residenza a chi può dimostrare di avere un reddito di almeno cinquemila euro l'anno e una casa 'dignitosa'. Immediata è scattata la solidarietà della Lega Nord. Roberto Maroni ha annunciato un suo intervento in parlamento. Mentre il sindaco di Cittadella ha definito una «forzatura» il provvedimento della magistratura, contro una ordinanza che «è già stata richiesta da centinaia di comuni». Anche Forza Italia si schiera con Bitonci. «L'ordinanza è assolutamente legittima - ha detto la vicepresidente dei deputati di Berlusconi, Isabella Bertolini - e l'avviso di garanzia inaccettabile. Un giudice - ha aggiunto la parlamentare - non può tentare di impedire a un primo cittadino, democraticamente eletto, di difendere adeguatamente i propri amministrati».

Di segno opposto i commenti del centro sinistra. «Non poteva finire altrimenti - ha detto il coordinatore della segreteria dei comunisti italiani, Severino Galante - l'iscrizione nel registro degli indagati del sindaco ha svelato la demagogica rozzezza e l'intrinseco razzismo alla base di una iniziativa che giustamente ora viene perseguita sotto il profilo giuridico». Per Galante a destare allarme è soprattutto «la plateale incostituzionalità del provvedimento che di fatto avrebbe visto il primo cittadino nell'inedita veste di tutore dell'ordine pubblico, ruolo che normalmente è di competenza delle forze dell'ordine». I comunisti italiani infine sottolineano la necessità di «contrastare la violenta campagna xenofoba che sta montando nel Veneto, portata avanti da amministratori locali di fede padana». Letteralmente sul piede di guerra la Lega Nord Padania. Il deputato Angelo Alessandri, presidente federale del partito, annuncia che sarà a Cittadella domenica. «Ci sarò con l'orgoglio di far parte di un movimento popolare che rappresenta la sua gente e che si stringe unito a difendere i nostri amministratori quando vengono attaccati perché fanno il loro mestiere, predisporre atti per la sicurezza e la serenità dei cittadini».

Da parte del governo, duramente criticato dal centro destra anche per alcuni provvedimenti del pacchetto sicurezza, ieri è arrivato il commento del ministro degli interni Giuliano Amato. «Non si può fare di Cittadella una repubblica diversa dalle altre», ha detto Amato che ha aggiunto: «Quella di Cittadella è una storia curiosa perché è il riassunto di discipline esistenti». Bitonci in effetti ha difeso la sua ordinanza sostenendo di essersi limitato a osservare provvedimenti e direttive. A partire dalla direttiva 30. «Il problema - dice l'avvocato Marco Paggi - è che l'idoneità alloggiativa e la pretesa di verificare la non pericolosità di una persona non hanno nulla a che fare con la l'iscrizione anagrafica». Il legale sottolinea che «il sindaco non ha poteri creativi. In questo caso ha anticipato poteri di polizia che non gli competono. La situazione a Cittadella non è tale - aggiunge l'avvocato - da giustificare provvedimenti urgenti in materia di salute e sicurezza pubblica. Inoltre la colpa vera è la discriminazione nei confronti di un gruppo di cittadini comunitari. Perché - conclude Paggi - solo formalmente l'ordinanza è rivolta a tutti».

la Nuova Venezia

«L’editto Bitonci: stato di diritto a rischio»

di Cristina Genesin

PADOVA. Procuratore Calogero, è la prima volta che mette sotto inchiesta un sindaco per usurpazione di funzioni...

«Sì, è la prima volta che mi capita. Vorrei precisare: è solo un’indagine. Non c’è nessuna sentenza. Si tratta di una ricerca volta a verificare se siano stati o no superati i limiti che definiscono l’area di liceità della condotta funzionale di un pubblico amministratore».

Perché si è attivato dopo l’informativa dei carabinieri che le hanno trasmesso l’ordinanza?

«Per spiegare il senso dell’inchiesta è necessario ricordare che la divisione dei poteri e il rispetto della distinzione di funzioni e di attribuzioni sono le fondamenta dello Stato di diritto. L’ordinanza afferisce ad una tematica di fondo dell’ordinamento giuridico complessivo, in quanto può intaccare uno dei pilastri dello Stato di diritto. Una tematica come l’immigrazione, il diritto di circolazione e di soggiorno di cittadini comunitari, l’ordine e la sicurezza pubblica è riservata in via esclusiva alla competenza legislativa dello Stato. Ripeto: è materia di legislazione esclusiva statale perché implica valutazioni che lo Stato riserva a sé. Materia disciplinata da leggi speciali: dalla Martelli del 1989 all’ultima, la legge numero 30 del febbraio scorso (di attuazione di una direttiva Ue relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri). Queste leggi hanno un contrassegno che le accomuna: sono coerenti con il quadro costituzionale. Lo Stato riserva esclusivamente ai propri organi - quello centrale individuato nel Ministro degli Interni, quelli periferici rappresentati dai prefetti e, come autorità provinciali di pubblica sicurezza, i questori - la disciplina del diritto fondamentale di circolare e di soggiornare da parte dei cittadini di altri Stati membri dell’Unione. La maggior parte degli allontanamenti, infatti, spettano al Ministro dell’Interno, una parte minoritaria al prefetto».

Ecco la cornice in cui si inserisce l’indagine...

«È il fondamento. Ribadisco: il punto oggetto della ricerca in relazione al quale si è impostata l’indagine è di accertare il superamento o meno dei limiti imposti dalla riserva di legge. Al vaglio penale non rientrano altri aspetti dell’ordinanza che, magari, afferiscono ad irregolarità amministrative. Io non me ne occupo».

Allora quali punti dell’ordinanza potrebbero aver rilievo penale?

«C’è un unico punto di possibile rilevanza penale. Ripeto possibile. Si tratta degli ultimi due capoversi dell’ordinanza, nella parte dispositiva, in cui si legge che è istituita una commissione interna avente il compito, fra l’altro, di accertare anche per notizie direttamente acquisite la pericolosità sociale di chi richiede l’iscrizione anagrafica in modo da stabilire il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Questo accertamento preliminare all’iscrizione anagrafica - che si prevede oggetto di una segnalazione in questura - è il focus dell’indagine: il rappresentante dell’ente territoriale, infatti, ha istituito una commissione con date funzioni. È qui che ci può essere un’appropriazione di poteri specifici - con riferimento all’accertamento della pericolosità e dell’eventuale messa in pericolo dell’ordine pubblico - che appartengono ad altri organi dello Stato, in ragione di quella competenza legislativa riservata in via esclusiva allo Stato di cui ho parlato prima. Così un organismo locale, la commissione comunale parallela ad organismi statali, mette in moto un sub-procedimento con l’acquisizione diretta di dati in una materia riservata allo Stato. Perciò l’eventuale appropriazione dei poteri in tale materia può ledere non solo il buon funzionamento della Pubblica amministrazione, ma la stessa personalità dello Stato».

Ritiene che l’ordinanza del sindaco di Cittadella potrebbe costituire un precedente grave?

«La ragione dell’iniziativa giudiziaria è che l’ordinanza non inerisce un aspetto secondario ma riguarda un principio cardine dell’ordinamento del nostro paese. L’informazione di garanzia non è stata emessa con l’aria di mazzolare nessuno, bensì per salvaguardare, ripeto, un principio basilare. Gli altri aspetti dell’ordinanza non rientrano nell’inchiesta che mi è parso doveroso avviare per stabilire se siano stati o meno superati i limiti posti a salvaguardia della legislazione riservata allo Stato e a tutela delle attribuzioni proprie degli organi statali. Uno dei doveri che ho come procuratore della Repubblica è di sovrintendere al rispetto delle regole».

Dunque è la commissione l’elemento critico, almeno dal punto di vista penale.

«La commissione rende evidente che si sono creati una procedura e un organismo paralleli rispetto a quelli statali».

L’ordinanza del sindaco di Cittadella è del 16 novembre. L’informazione di garanzia è stata firmata il pomeriggio del 21 novembre. Perché tanta fretta?

«Il caso oggi è limitato, ma pensiamo se si moltiplica per migliaia di Comuni. La prontezza dell’iniziativa giudiziaria è legata al fatto che più si allarga l’applicazione di un’ordinanza come quella di Cittadella, più si estende il danno. E se si riesce a contenerlo, tanto meglio. In più l’atto afferisce ad una tematica fondamentale. E, come procuratore, ho il dovere di avviare un’indagine quando ritengo esserci un vulnus in uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto da Montesquieu in avanti, il principio della divisione dei poteri».

Secondo lei nel testo ci potrebbero essere profili di incostituzionalità?

«Di quest’aspetto se ne occuperanno eventualmente altri, io mi limito al profilo penale».

Insomma è la previsione della commissione a fare a pugni con la legge.

«Alla fine l’iscrizione anagrafica è un atto dovuto: quindi non si può introdurre qualcosa che è in contrasto con la legge. Tra pericolosità sociale e iscrizione anagrafica non c’è collegamento. Altrimenti un diritto fondamentale rischia di aver mille ancoraggi e di mancare di effettività».

Perché solo il sindaco Bitonci è stato indagato e non, per esempio, gli altri componenti della commissione?

«L’atto istitutivo della commissione e fondante di quella che potrebbe essere un’anomalia è un atto sindacale».

Ma il sindaco ha cercato di dare una risposta alle richieste dei cittadini che si sentono sempre più insicuri...

«Io capisco il bisogno di sicurezza. E comprendo il fermento dei sindaci che avvertono l’esigenza di colmare le carenze e di rispondere alle istanze dei cittadini. Tutto, comunque, deve avvenire nel rispetto soprattutto di una regola fondante: non è consentito farsi giustizia da sé. E neppure è consentito, per fare un esempio, torturare un indagato al fine di accertare una responsabilità. È pur vero che l’obiettivo finale è legittimo, tuttavia devono essere legittimi anche gli atti strumentali: in democrazia è consunstanziale il rispetto delle regole che l’ordinamento appresta per realizzare il bene comune. Una democrazia o uno Stato di diritto si valutano non tanto in ragione del risultato ma degli obiettivi che conseguono nel rispetto dei diritti altrui e delle regole. Guai a scavalcarli».

Allora pure per quanto riguarda le ronde padane potrebbero esserci rilievi di carattere penale?

«Anche se oggi non hanno la configurazione iniziale più pregnante, ho sempre pensato che potessero aprire un varco ad operazioni di destabilizzazione involontarie. C’è un cono d’ombra. E poi guai a far entrare nel sistema-opinione l’idea che lo Stato non riesca ad assicurare una tutela effettiva dei diritti fondamentali e autorizzi, o peggio tolleri, altre forme di tutela non controllate dallo Stato e dagli organi che, nell’assicurare tutela, si assumono le proprie responsabilità e agiscono garantendo il rispetto dei diritti. Sono discorsi pericolosi: la tutela va contemperata con il principio di responsabilità».

Il problema ha un’altra faccia: i cittadini reclamano più sicurezza e il rispetto delle regole, i sindaci (in questo caso Bitonci) cercano di dare risposte. Ed ecco l’ordinanza...

«Ammetto: lo stato di amministrazione della giustizia è disastroso. Tuttavia questo non giustifica scorciatoie. Tutto quello che non è raggiunto nel rispetto delle regole, non vale niente».

La società low cost sarà pure il regno delle opportunità, ma le diseguaglianze hanno raggiunto un punto di non ritorno per la democrazia liberale. È il nuovo mantra degli agit prop del «meno stato più mercato» che, fulminati sulla via di Damasco, invocano ora la mano visibile dell'intervento pubblico per rendere meno esplosive diseguaglianza tra ricchi e poveri. Ed è quanto auspicano anche Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi in un pamphlet da poco pubblicato da Einaudi che ha l'invitante titolo Piena disoccupazione (pp. 165, euro 14,50), che inizia là dove era terminato il precedente La fine del ceto medio e la nascita della low cost. I due autori - Gaggi è inviato del Corriere della sera, Narduzzi un docente universitario che oltre a salire in cattedra fa anche l'imprenditore - non sono ovviamente dei convertiti al keynesismo. Semmai sono interessati a quel «liberismo compassionevole» che ha molti seguaci nel neonato partito democratico di Walter Veltroni, ma anche autorevoli rappresentanti in quello statunitense.

Tutti siamo potenzialmente dei disoccupati, sostengono a ragione gli autori, ma sopratutto siamo dei precari che passano da un lavoro all'altro spesso con salari poco al di sopra della soglia della povertà. Come non concordare con queste premesse. Il problema da risolvere è quel salario che rimane al palo e che negli Stati Uniti ha fatto parlare di working poor e di underclass. Cosa fare?, si domandano i due autori.

La strada da loro indicata è appunto quella del «liberismo compassionevole», espressione che non usano perché connotata politicamente a destra, ma che costituisce la loro bussola. Da qui la proposta di una riqualificazione della scuola di base e dell'università, perché la conoscenza sarà l'arma vincente del futuro. I due autori non si sbilanciano, ma tra elogio dell'eccellenza, critica della casta dei docenti e invito ad applicare criteri imprenditoriali alla gestione delle università si deduce che un sistema misto tra pubblico e privato sia la soluzione migliore. Per quanto riguarda un altro caposaldo del welfare state, cioè il servizio sanitario nazionale, Gaggi e Narduzzi considerano immorale che una parte della popolazione non abbia la possibilità di curarsi. Per questo lo stato deve garantire tale possibilità. Come farlo? Anche qui le proposte sono vaghe, ma c'è da scommettere che una sana competizione tra pubblico e privato sarebbe ben vista. Idem per la pensione. E infine il quesito più spinoso: cosa fare con l'esercito sempre più numeroso di chi percepisce un salario poco al di sopra della soglia di povertà e spesso percepito saltuariamente? Gaggi e Narduzzi guardano con simpatia alla proposta del guru neoliberista Milton Friedman, in particolare modo quando l'economista di Chicago proponeva una sorta di voucher erogato dallo stato per i working poor con il quale acquistare servizi e beni.

Non è nuova la tendenza di molti opinion makers a invitare la sinistra a diventare neoliberista. Lo ha fatto di recente Francesco Giavazzi ne Il liberismoè di sinistra (Saggiatore), ma questo libro registra l'erosione del consenso del neoliberismo, consenso che può recupare solo se si dota di una politica sociale, come suggeriscono le teste d'uovo del neonato partito democratico. Uno degli elementi meno discussi del recente protocollo sul welfare state riguarda, ad esempio, i cosiddetti ammortizzatori sociali che dovrebbero mitigare la condizione di subalternità dei precari «permanenti ed effettivi». I diritti sociali di cittadinanza e l'erogazione di un reddito di esistenza costituiscono dunque un terreno di conflitto che rimane spesso deserto o occupato dai tecnocrati di Bruxelles o o di quelli «indigeni» per promuovere il «liberismo compassionevole». È tempo di occupare quel terreno e sottrarlo ai democratici.

Dopo qualche decennio di aspre critiche (secondo ottiche diverse e per diversi fini sollevate dall’Onu, dal Wwf e da una serie di altri soggetti ambientalisti, dall’ Ocse, dagli uffici studi dei governi di Usa e Australia, dai vignettisti del New Yorker, dal re del Bhutan) adesso il Pil (“Prodotto interno lordo”, Gdp per il mondo), cioè il celebre misuratore della nostra ricchezza, approda al tribunale dell’Unione Europea.

“Beyond Gdp” (“Al di là del Pil”) si intitola il convegno promosso dal Presidente della Commissione Manuel Barroso, che si svolgerà a Bruxelles domani e dopodomani, con la partecipazione del Commissario all’Economia Joaquin Almunia e della direttrice della Banca mondiale Kristalina Georgieva, oltre a rappresentanze di tutti i Paesi membri. Per la verità, a giudicare dalle anticipazioni, l’evento non pare annunciarsi carico di propositi rivoluzionari, come potrebbe, anzi dovrebbe. A parte l’impegno che prevede la sottrazione dei costi ambientali dal computo della crescita - cioè la semplice correzione di una incredibile mancanza - si parla soprattutto della necessità di integrare vari indicatori di benessere, quali l’aumento della speranza di vita, la possibile fruizione di servizi di volontariato, e simili. Nulla cioè che lasci intravedere la volontà di recare variazioni significative ai criteri preposti al calcolo del reddito collettivo; che appunto intenda andare “al di là del Pil”. Ma non è detto. Non è impossibile che il dibattito fuoriesca dalla sua sede convenuta per allargarsi in modo da avere almeno una benefica ricaduta di informazione. Che non sarebbe affatto male.

Perché in realtà per le maggioranze resta ancora oggi un mistero che cosa davvero sia il Pil, questa sorta di talismano della felicità affannosamente inseguito e invocato da politici, economisti, operatori economici, ogni giorno trepidamente osservato nelle sue minime variazioni, prospettato non solo come indicatore della ricchezza prodotta da ogni paese, ma come misura del suo progresso e del suo benessere. Ben pochi sanno in che modo venga calcolato, di quali apporti finanziari sia composto, quali elementi della vita consideri e quali escluda. Se in occasione del programmato convegno tutto ciò diventasse sapere comune, forse - chissà - qualcosa cambierebbe nelle valutazioni e negli orientamenti politici diffusi, e magari anche nei comportamenti e nelle scelte quotidiane.

Innanzitutto sarebbe utile sapere che il Pil non rappresenta un computo fedele della realtà economica presa in esame, in quanto calcola soltanto i redditi che passano attraverso il mercato, che sono oggetto cioè di una transazione finanziaria, e ignora invece tutte le attività che non si convertono in moneta, ma che spesso sono parte integrante di una data realtà sociale, e della sua stessa condizione economica. A questo modo il Pil cancella tutte le economie di sussistenza, che ancora esistono in molte parti del Sud del mondo, in cui i prodotti vengono direttamente consumati. Esclude poi tutta quella vastissima attività famigliare e domestica, svolta senza compenso alcuno in massima parte dalle donne, che non produce direttamente reddito, ma produce i produttori di reddito, in quanto è presupposto indispensabile della continuità vitale della società e quindi dell’economia: un contributo alla creazione di ricchezza che l’Onu ha calcolato attorno al 35% del Pil mondiale.

Ma altri criteri del computo del Pil hanno addirittura dell’assurdo, o più ancora, dello scandaloso. Vengono infatti calcolati in positivo tutti i redditi derivanti da eventi catastrofici e luttuosi. Disastri ferroviari aerei navali, terremoti alluvioni tifoni frane, weekend particolarmente funestati da incidenti, e simili, che ovviamente richiedono attività straordinarie di medici, infermieri, ospedali, cliniche, pompe funebri, ecc. causando aumenti del reddito in proporzione diretta alla loro gravità, vengono inclusi positivamente nel Pil. Mentre non vengono affatto considerati e calcolati in negativo, non si dice le perdite umane, le sofferenze fisiche, il dolore - cose difficilmente quantificabili - ma le distruzioni materiali, i danni agli edifici, all’agricoltura, le interruzioni di attività, ecc. imputabili ai medesimi fatti. Allo stesso modo viene inserito nel computo con il segno + il valore di ogni intervento di disinquinamento di mari, fiumi, dell’atmosfera, ecc. ma non viene assolutamente calcolato il danno recato dall’inquinamento. Così pure tutta l’enorme e sempre crescente produzione di merci, che ovviamente occupa gran parte della certificazione del prodotto, non appare affatto quale pesante causa d’inquinamento. “Produrre inquina”, come dice il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ma questa verità non sembra proprio riguardare i contabili del Pil. “Se nel calcolo del Pil si includessero i valori negativi derivanti le tante forme di inquinamento, certamente nella maggior parte dei paesi occidentali si avrebbero saldi negativi,” mi disse nel ‘91 Herman Daly, ambientalista di fama mondiale. Da allora le fonti di inquinamento si sono moltiplicate, ed enormemente aumentato è lo squilibrio dell’ecosfera che ne deriva, ma il Pil continua a ignorare la cosa, e a dare per ricchezza e benessere dei popoli l’aumento di cifre su questa ignoranza calcolate.

Tra le merci di cui non si considerano le conseguenze dannose, ma solo il positivo contributo al prodotto, vanno incluse anche le armi. Le quali figurano nel Pil mondiale per una quota calcolata sul 3,4%, da tutti ritenuta peraltro assai inferiore alla realtà, in quanto non ne considera l’enorme produzione clandestina, destinata a un vastissimo contrabbando. La guerra rappresenta dunque un cospicuo contributo all’ammontare del Pil, il quale aumenta ancora considerevolmente se si calcola la produzione di tutto quanto (approvvigionamenti, vettovagliamenti, alloggi, trasporti, supporto burocratico, ecc. ecc.) attiene al buon funzionamento di un moderno esercito. Senza dire di quella che cinicamente viene definita “la torta del dopoguerra”, cioè la ricostruzione. Che entra ovviamente col segno + nei conti del Pil, mentre in nessun modo vi appaiono gli enormi danni della guerra, materiali, sociali, umani.

Che la guerra sia uno degli strumenti normalmente usati per il rilancio di economie in crisi non è una novità: celebri economisti, da Galbraith a Keynes, lo hanno ampiamente dimostrato. Che proprio in questa logica la guerra appartenga oggi alla “normale” politica americana, oltre ad esserne asse portante sul piano geostrategico, anche questo è noto, e anche più o meno supinamente accettato dal mondo. Proprio per questo forse non sarebbe male se, con l’occasione del prossimo convegno, si invitasse la gente a riflettere sul vero significato di una contabilità del prodotto che normalmente include la guerra tra i suoi imprescindibili addendi, nel momento stesso in cui ci viene proposta non solo come l’obiettivo indiscutibile del nostro agire economico, ma come misura di tutto il positivo, individualmente e socialmente desiderabile.

Forse potrebbe essere occasione, per “il popolo di sinistra”, di interrogarsi anche sulla reale qualità di un’economia come quella attuale, che si regge sull’obbligo della crescita, non importa quale. Magari rileggendo un passo del Rapporto Onu sullo Sviluppo Umano del ’96, il quale così recita: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi nuove schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Tutto questo è parte della crescita del Pil.”

Potrebbe essere il modo migliore di utilizzare il programmato convegno per ragionare a fondo sul tema, davvero spingendo lo sguardo “al di là del Pil”.

Stralci da: Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale , Feltrinelli 1957 ; le citazioni sono tratte dal cap. 6 (f.b.)

Cominciamo con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi il problema si pone o si solleva, indifferentemente. Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purchè siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito.

Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è e profondo, anzi, approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione.

Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l’intervento. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto. Come non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.

Al linguaggio va connessa la gesticolazione, problema peraltro più complesso e meno facilmente definibile. Ci limiteremo a darne qualche cenno.

Ampio: si accompagna con un gesto circolare delle due mani, palme rivolte in alto.

Concreto: si strofinano i due pollici contro le altre dita.

Prospettive (e anche indicazioni): la mano sinistra si sposta in avanti, verticale; le dita debbono essere unite.

Nella misura in cui: la mano – sempre sinistra – piegata a spatola, scava in un mucchietto di sabbia immaginaria, posta di fronte a chi parla.

Chi è Luciano Bianciardi

L’agente della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente – se sono buone le fonti di Repubblica – è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria.

Ha sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l’Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l’errore. Il caso che incrocia l’auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi. La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di "Gabbo" Sandri che dormiva. L’errore, il doppio errore "tecnico" del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall’altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara.

Per lunghe ore, questa ricostruzione – che non allevia la tragicità dell’insensata morte di Gabriele Sandri – non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata. Chi doveva svelarla – la questura di Arezzo, il Viminale – ha taciuto e – tacendo – ha gonfiato l’attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E’ stato detto che l’agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola («introvabile l’ogiva») che «accidentalmente», «forse per un rimbalzo», ha ucciso Sandri. Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti a Catania.

L’illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come morte "di calcio", morte "per il calcio". E’ diventata una "chiamata" per l’orgoglio tribale degli "ultras" che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a "guerrieri", di mimare la partita come protesta e come battaglia. Hanno bisogno di dividere il mondo in "amico" e "nemico" e devono avere – tutti insieme, amici e nemici – come nemico assoluto «le guardie». Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno "governati" o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i "caduti" su fronti opposti di una allucinata "guerra", dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica.

Questo disgraziato 11 novembre rischia di azzerare i discreti risultati raggiunti dentro gli stadi (meno eccitazione, risse e aggressioni sugli spalti; più autocontrollo e fair play in campo; maggiore rispetto per avversari e arbitri anche negli striscioni). Impone di affrontare l’imbarbarimento che oggi – sacralizzato e protetto lo stadio – ne impegna soprattutto i dintorni e, come si è visto anche ieri a Badia al Pino, le autostrade lungo le quali è assolutamente impossibile prevedere come e dove opposte tifoserie potranno incontrarsi, per uno sventurato caso. Questa delirante "guerra" deve avere fine. Questo "terrorismo" domenicale deve sciogliersi. Non c’è bisogno di nuove leggi, di nuovi provvedimenti, di scorciatoie amministrative. E’ sufficiente proteggere quei beni di interesse collettivo – la pubblica sicurezza e l’ordinata convivenza civile minacciate – che un recente decreto legge del governo riserva a difesa dei comportamenti dei cittadini non-italiani.

Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E’ di tutta evidenza che bande di "guerrieri" che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il "nemico" non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E’ un divieto che mortifica il Paese. E’ una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c’è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.

Il decreto antiromeni se non fascista, certo fascistizzante, non può essere approvato, non dovrebbe essere approvato, dai parlamentari del neonato Partito democratico e tanto più da quelli di Rifondazione, dai verdi e dai comunisti italiani.

Tanto più dovrebbe essere respinto dalle forze di centro-sinistra e di sinistra ove ci fosse il consenso della Casa delle libertà e dell'ex Movimento sociale di Fini. Affermare, per legge, che chi non riesce a guadagnarsi il cosiddetto pane quotidiano va cacciato e con espulsione «coatta» è solo l'anticipazione, nazista, che i poveri vanno ammazzati.

La questione è politica e anche morale. E il nostro paese sta facendo una figuraccia internazionale. Ieri tutti i giornali d'Europa (i loro paesi non sono tanto meglio del nostro) ci hanno accusato di essere un po' selvaggi e lontani dalla civiltà europea. I giornali di quei paesi imbrogliano. Anche loro sono piuttosto come noi, tuttavia il comportamento del nostro attuale governo ha dato loro il destro di metterci alla gogna. Oltre che l'errore di principio, di moralità politica, l'attuale governo, i partiti che lo sostengono e, soprattutto, il suo ministro degli interni sono stati goffi, subalterni e autolesionisti.

Tutto questo per dire che un paese serio risponde alle sfide che lo investono e non soggiace ad esse. Tanto più che il nostro paese è stato un paese di grande emigrazione e dovrebbe ricordare che i siciliani negli Usa erano considerati assai peggio dei rumeni e dei rom. Tuttavia, se non sbaglio, gli Stati uniti non fecero mai una legge per l'espulsione coatta dei siciliani e degli italiani.

Certo, l'Italia oggi è un paese diviso tra i delusi delle speranze di rinnovamento socialista e i soliti, storici reazionari, che hanno sempre accompagnato la nostra storia nazionale. L'affare dei romeni e dei rom e del decreto caccia stranieri, benché europei, è il terreno di confronto tra la civiltà e la reazione troglodita, non dico tra la sinistra e la destra in un normale confronto democratico.

Non dico che saremmo alla «difesa della razza» (di tremenda memoria), ma all'esaltazione dell'egoismo di gruppo o di famiglia.

Domani, o qualche giorno dopo, vedremo quel che accadrà. Certo se quelle forze che ancora si dicono di sinistra e non soltanto democratiche daranno via libera a quel decreto, sarà un terribile passo indietro della nostra civiltà.

Se le forze di sinistra, che si dicono ancora di sinistra, daranno via libera a questo decreto ammazza immigrati, vorrà dire che siamo a una crisi della democrazia italiana, che siamo a un fascismo di sostanza anche se non dichiarato. Mi si obietta: ma se le forze di sinistra voteranno contro potrà cadere il governo Prodi e si aprirebbe la via al ritorno di Berlusconi. Questo rischio c'è, ma forse è preferibile un ritorno di Berlusconi a una berlusconizzazione di noi stessi.

Si veda l'articolo di Slavoj Zizek su la Repubblica.

Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l’assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un’intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell’autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.

Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po’ in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all’aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d’altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza. Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva ». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni).

E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio. Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l’odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L’hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio.Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l’ostilità preconcetta.

Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano », sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell’umanità. Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell’amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall’urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.

l’aggressione di ieri sera contro un gruppo di romeni dimostra che è avvenuto qualcosa che i pessimisti sentivano nell’aria. Quando sono tanto forti le emozioni, e nessuno le raffredda e troppi le sfruttano, non soltanto diventa difficile trovare le risposte giuste, ma si esasperano i conflitti.

Da un caso gravissimo, l’uccisione di Giovanna Reggiani, si è passati con troppa rapidità all’indicazione di responsabilità collettive. L’assassinio è quasi finito in secondo piano, e l’attenzione è stata tutta rivolta a documentare una sorta di incompatibilità tra la nostra società e la presenza romena, insistendo sulla percentuale di reati commessi da persone provenienti da quel paese. In un clima sociale che si sta facendo sempre più violento, le premesse per l’apertura della caccia al romeno, purtroppo, ci sono tutte.

Così non basterà condannare l’accaduto. Le risposte istituzionali sono già venute, e sarebbe sbagliato chiederne ulteriori inasprimenti, che darebbero la sensazione che alla violenza si debba reagire solo con la violenza sì che, se lo Stato arriva tardi o in maniera ritenuta inadeguata, tutti sarebbero legittimati a farsi giustizia da sé. Alla politica si devono chiedere non deplorazioni, ma misura; non ricerca di consenso, ma di soluzioni ragionate.

Da anni, da troppi anni, siamo prigionieri di un uso congiunturale delle istituzioni, che porta a misure che rispondono ad emozioni o a interessi di breve periodo più che alla realtà dei problemi da affrontare. E’ un rischio che stiamo correndo anche in questi giorni, mentre avremmo bisogno di analisi non approssimative e testa fredda nell’indicare le via d’uscita. Di fronte alle tragedie nessuno dovrebbe fare calcoli meschini.

Il presidente della Repubblica ha sottolineato che le questioni dell’immigrazione esigono responsabilità comuni dell’Unione europea. Il presidente del Consiglio si è messo in contatto con il primo ministro romeno. Dalle parti più diverse si è sottolineata la necessità di un controllo del territorio e di una attenzione per le condizioni in cui vivono gli immigrati. E’ stata proprio una donna romena che ha consentito l’immediato arresto dell’assassino.

Perché allineo questi fatti? Perché, messi insieme, dimostrano la parzialità della tesi di chi pensa che sia sufficiente inasprire le pene, cancellare le garanzie, far di tutt’erbe un fascio, sparare nel mucchio. "Facimmo ‘a faccia feroce" è una vecchia tecnica di governo, ma è esattamente il contrario di quel che serve in situazioni come questa. E’ indispensabile, invece, una strategia integrata, fatta di cooperazione internazionale, di legalità a tutto campo, di efficienza degli apparati di sicurezza, di misure per l’integrazione, di politica delle città. Ed è indispensabile una politica volta a promuovere la fiducia degli immigrati: senza la collaborazione di quella donna, senza la rottura dello schema dell’omertà (purtroppo così forte anche nella nostra cultura), l’assassino non sarebbe stato individuato così rapidamente. In ogni società la fiducia è una risorsa essenziale. Da soli, i provvedimenti di ordine pubblico non ce la fanno, non ce l’hanno mai fatta.

Essere consapevoli di tutto questo non è cattiva sociologia, ma buona politica, anzi l’unica politica possibile. Proprio quanti si preoccupano dell’efficienza dovrebbero esigere che si facciano passi concreti in quelle direzioni. Proprio chi invoca la legalità deve sapere che questa non è divisibile, ed è stato giustamente notato che uno dei meriti del "pacchetto sicurezza" è nell’aver previsto anche una nuova disciplina del falso in bilancio. Proprio chi fa professione di garantismo deve mostrare coerenza, soprattutto nei momenti difficili: non si può essere garantisti a corrente alternata.

Non sto sostenendo che il problema è "ben altro". Cerco di dire che non ci si può mettere la coscienza in pace con un decreto e una raffica di espulsioni, dando così all’opinione pubblica la pericolosa illusione che il problema sia risolto. Qualche sera fa, intervenendo in una trasmissione televisiva, Pier Luigi Vigna, certo non imputabile di atteggiamenti compiacenti verso chi viola la legalità, ha riferito la risposta di un responsabile dell’ordine pubblico ad una sua domanda su dove fossero finiti i lavavetri scomparsi dalle vie di Firenze: «Stanno a rubare». E’ l’effetto ben noto a chi ha indagato sulla scomparsa o la diminuzione dei reati nelle aree videosorvegliate: semplicemente i comportamenti criminali si erano spostati nelle zone vicine. Ecco perché, se davvero si vuole uscire dalla violenza e vincere la paura, nuove norme contenute in un decreto possono essere un punto di partenza, vedremo fino a che punto accettabile.

Guardando solo agli inasprimenti della legislazione, anzi, si finisce col distogliere lo sguardo dalla realtà. Più di una inchiesta di questo giornale, ultima quella di Giuseppe D’Avanzo, ha documentato il degrado urbano, le terribili condizioni di vita degli immigrati. Si può davvero pensare che il problema si risolva con una politica delle ruspe e degli "allontanamenti"? Con una tolleranza zero che poi non riesce neppure ad essere tale se le forze di polizia non sono messe in grado di un controllo intelligente e mirato del territorio, se i nuovi poteri dei sindaci finiscono con l’indirizzare la loro attenzione verso una esasperazione del momento dell’ordine pubblico invece di mettere al centro gli interventi strutturali, complici le difficoltà economiche dei comuni? Si può certo contare sull’effetto dissuasivo di una massiccia ondata di espulsioni. Ma quanto potrà durare? E quali saranno gli effetti reali e i prezzi della nuova disciplina?

Il decreto riprende lo schema delle norme di attuazione della direttiva comunitaria del 2004 sul diritto di circolazione e di soggiorno dei cittadini comunitari (romeni compresi), in vigore dal marzo di quest’anno, con due significative integrazioni. La prima riguarda l’attribuzione del "potere di allontanamento" non più al solo ministro dell’Interno, ma pure al prefetto (una figura di cui si continua chiedere la scomparsa e che, invece, ottiene così una nuova e forte legittimazione). La seconda, ben più incisiva, consiste nell’ampliamento delle cause che permettono l’allontanamento del cittadino comunitario, riassunte nella formula dei "motivi imperativi di pubblica sicurezza" che derivano dall’aver "tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza". Malgrado riferimenti altisonanti come dignità o diritti fondamentali, siamo di fronte ad una formula larghissima, nella quale possono rientrare le situazioni e i comportamenti più diversi. Come sarà interpretata?

Qui gioca il clima in cui il decreto è stato approvato. Non "necessario e urgente" fino alla sera prima (sono questi i requisiti di un decreto), il provvedimento lo diventa dopo il brutale assassinio di Roma. Poiché si deve supporre che il governo conoscesse già i dati riguardanti i reati commessi dai romeni, sui quali si è tanto insistito in questi giorni, la conclusione obbligata è che si è utilizzato lo strumento del decreto unicamente per rispondere all’emozione dell’opinione pubblica. E la sua applicazione rischia di essere guidata dalla stessa ispirazione, rendendo inoperanti le garanzie necessarie per evitare che venga travolta una libertà essenziale del cittadino europeo.

La pressione dell’opinione pubblica non è stata alleggerita dal decreto. Al contrario, è stata ulteriormente legittimata, sì che bisogna attendersi che continuerà nei confronti dei prefetti. Già si annunciano liste di migliaia di persone da allontanare: questo renderà difficilissimo motivare in modo adeguato ciascun singolo provvedimento. E i debolissimi giudici di pace, che dovrebbero controllare questi provvedimenti, non hanno i mezzi per farlo in modo adeguato, sì che non se la sentiranno di pronunciare un no. Per non parlare di un successivo ricorso al tribunale amministrativo contro l’allontanamento, che quasi nessuno potrà concretamente proporre. La garanzia giurisdizionale, essenziale in uno Stato di diritto, rischia così d’essere concretamente cancellata.

Alle norme del decreto bisogna guardare con distacco e preoccupazione. Con distacco, perché non verrà solo da esse la soluzione di problemi che, com’è divenuto evidentissimo proprio in questi giorni, esigono interventi di altra qualità per rispondere alle legittime richieste dei cittadini in materia di sicurezza. L’ordinaria convivenza, alla quale il decreto si riferisce, non è un qualcosa da salvaguardare, ma da ricostruire con responsabilità e azioni comuni, di cui gli italiani devono essere i primi protagonisti. Con preoccupazione, perché le norme del decreto e il clima in cui nasce ci spingono in una direzione che aumenta la distanza dall’"altro", che favorisce la creazione di "gruppi sospetti", abbandonando la logica della responsabilità individuale.

Serve, davvero con "necessità e urgenza", un’altra forma di tolleranza zero. Quella contro chi parla di "bestie", o invoca i metodi nazisti. Non è questione di norme. Bisogna chiudere "la fabbrica della paura". E’ il compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui è sempre più arduo ritrovare le tracce. Un’agenda politica ossessivamente dominata dal tema della sicurezza porta inevitabilmente con sé pulsioni autoritarie. Ricordiamo una volta di più che la democrazia è faticosa, ma è la strada che siamo obbligati a percorrere.

Un pianeta assoggettato a un unico modo di produzione che ha bisogno degli stati nazionali per continuare ad esistere. È questa la tesi che Ellen Meiksins Wood sviluppa ne Imperi del capitale (Meltemi, pp. 223, euro 18,50), un volume finito di scrivere quando i carri armati statunitensi scaldavano i motori prima di entrare in Iraq .L'autrice, che si è formata nella «Monthly Review» di Paul Sweezy e Harry Magdoff, considera insufficiente a spiegare che l'invasione dell'Iraq doveva servire a mettere sotto controllo le riserve di petrolio. La guerra di conquista, sostiene Ellen Meiksins Wood, oltre ad appropriarsi del petrolio iracheno serviva anche a rimuovere un ostacolo alla riproduzione del capitale e prevenire la formazione di un polo capitalista musulmano.

La parte più interessante del libro è tuttavia quella dove Ellen Meiksins Wood elabora una vera e propria tassonomia degli imperi che si sono succeduto nel mondo, mettendone in evidenza le ripetizioni, ma soprattutto le differenze. Per l'autrice abbiamo visto il formarsi e il declino di «imperi della proprietà», «imperi del commercio» e «imperi capitalistici» accomunati da una vocazione «universale», ma sostanzialmente diversi per quanto riguarda l'appropriazione della ricchezza dei paesi soggetti al potere imperiale. Una tassonomia, quella di Wood, capace di spiegare perché per Roma, Pechino, Madrid, Lisbona la conquista territoriale è stata essenziale per l'appropriazione della ricchezza, mentre per gli imperi costruiti dall'Olanda, da Venezia, Genova il dominio veniva esercitato attraverso il controllo e il governo del flusso delle merci. Da questo punto di vista, la parte del volume che l'autrice dedica alle opere di Grozio e a quelle di John Locke sono tra le più pregnanti per comprendere il punto di svolta nella «forma-impero».

Grozio è considerato il fondatore del diritto internazionale, mentre Locke è il filosofo che meglio di altri ha elaborato il moderno diritto di proprietà. Ma l'autrice ricorda anche che Grozio è un olandese che con i suoi scritti ha teso a legittimare la vocazione imperiale dei commercianti di Amsterdam, mentre Locke ha legittimato le enclosures perché rispondevano ad astratti criteri economici. In altri termini, tanto il filosofo olandese che quello inglese non giustificano il colonialismo per la superiorità morale degli «esportatori della civiltà» e la conseguente inferiorità dei «popoli incivili», ma perché risponde alle necessità economiche dei paesi conquistatori.

E se gli imperi olandesi e inglesi sono gli antenati dell'imperialismo, il problema nasce quando il fattore extra-economico, cioè l'uso della forza militare, sostituisce il potere del capitale di espandersi su scala planetaria. L'autrice parla di «eccesso di imperialismo», ma non nasconde che ci troviamo di fronte a una crisi che non riesce più ad essere risolta all'interno del modo di produzione. La «guerra senza fine» è dunque una risposta alla crisi dell'imperialismo. Una guerra che cancella il diritto internazionale, ma che deve rivalutare - quei la critica alle tesi di Michael Hardt e Toni Negri presenti in Impero - lo stato-nazione in quanto garante dello sviluppo capitalistico.

E tuttavia quello promosso dalla «guerra senza fine» è comunque uno stato nazionale a sovranità limitata, visto che è sottoposto a vincoli squisitamente economici definiti all'interno di una rete di altri stati nazionali, organismi sovranazionali e imprese multinazionali in cui è vigente una asimmetria di potere che spesso esautora la sovranità nazionale. In fondo le guerre in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq non sono la cancellazione o la messa in minorità di realtà nazionali in nome di un ordine mondiale che rivendica l'esercizio di una sovranità imperiale.

Forse sarebbero bastati un paio di lampioni su quella strada, per evitare a Giovanna Reggiani il buio e l'orrore in cui è stata trascinata. Non sarebbero stati necessari decreti d'urgenza e leggi speciali che trasformano un delitto individuale nell'annuncio di un repulisti di massa. E non serviranno a salvare altre future vittime.

Di certo sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana delle periferie per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone. Non serve inseguire la destra sul terreno che le è più naturale e vincente. Non servirà a cacciare le paure metropolitane e nemmeno - più in piccolo - a conquistare consensi elettorali. Servirebbe più Zavattini di «Miracolo a Milano» che Veltroni del cinema in festa.

Spesso la cronaca illumina più di qualunque analisi sociologica. E ci rimanda una società in cui la violenza è diventata la principale risposta che gli individui danno alla asperità quotidiane; in cui l'uso della forza definisce i rapporti tra le persone come tra i gruppi (anche quando si chiamano «nazioni») e, in quanto forza, fissa la gerarchia del potere tra i sessi, cui si aggrappa il maschile per rispondere alla propria crisi di egemonia, come una superpotenza un po' traballante usa la guerra per convincersi di essere ancora in sella. Quella cronaca poi ci parla di un'altra crisi, di una politica ormai incapace di sottrarsi alla dittatura della paura umorale, per dare solo risposte che cercano di rassicurare senza cambiare, oppure di spaventare senza risolvere. Cogliendo semplicemente l'attimo, come nel delirio su possibili frotte di tifosi capitolini pronti a uscire da uno stadio per dar vita a un pogrom di massa. E, allora meglio (pensa Amato) che il pogrom lo faccia lo stato, con la sua organizzata e legale autorità. Oppure che si accentui la «prevenzione repressiva» (dice Fini) cacciandoli tutti, quei derelitti potenzialmente criminali. E ci mostra - quella cronaca - un giornalismo guerriero, incapace di riflettere o semplicemente di distinguere e raccontare i fatti, che getta tutto in uno stesso calderone e confonde: tanto tra un campo sosta e una baraccopoli che differenza fa? tanto tra un rom e un rumeno, tra quest'ultimo e tutta la Romania, c'è persino assonanza lessicale.

Forse per battere la forza delle violenze quotidiane, per sottrarsi alla paura degli umori profondi, per battere l'insicurezza che da materiale diventa esistenziale, bisogna distinguere sempre di più, segnalare e segnare le differenze. Tra i sessi, tra le classi, tra gli stessi individui, trasformando la debolezza di oggi in una mite forza di domani, basata su convinzioni e bisogni, non sui muscoli: mutuo soccorso, non più «compattezza militare». Perché se il terreno del potere non può essere che quello andato in scena tra martedì e mercoledì scorsi (su una strada e in una sede di governo), allora è meglio ripudiarlo e cercare altrove un'altra relazione comune. Vale per chi vive in una baraccopoli, come per chi siede in un parlamento.

È un autentico orrore, come dice Walter Veltroni. Giovanna Reggiani è stata aggredita ieri a sera tornando a casa a Tor di Quinto, trascinata in una baracca, violentata e gettata in una scarpata, è in coma, clinicamente morta. Un rumeno di 24 anni è stato arrestato. L’autentico orrore che ci pervade per la vita così incerta di una donna, a rischio continuo come se fosse su un campo di battaglia, diventa misura di tutte le cose quando la risposta delle istituzioni ne raddoppia la potenza.

Ieri, poche ore dopo l’aggressione, è stato convocato un consiglio dei ministri straordinario che ha deciso di convertire una parte del disegno di legge sulla sicurezza in decreto. Espulsioni subito di cittadini extracomunitari e comunitari, «servono misure d’urgenza».

Il sindaco di Roma si fonde con il segretario del Pd e agisce. La questione sulla violenza contro le donne passa in secondo ordine, è solo l’ennesimo episodio criminale commesso dai rumeni, sdoganati dalla comunità europea, e che, ricorda Veltroni, prima hanno derubato e picchiato il regista Tornatore, poi hanno ammazzato un ciclista e via enumerando crimini emisfatti. Tutti «riconducibili a un’unica matrice». Il sindaco dice che non vuole generalizzare, che ci sono rumeni onesti, tanto che a denunciare il fatto è stata una donna rumena, «ma non posso non dire che quando il 75% degli arrestati proviene da un solo paese, e tutti gli episodi hanno la stessa modalità... esiste un problema specifico».

La signora massacrata alle porte di Roma non è un «problema specifico», e non è su di lei che si concentra l’attenzione. Il suo caso non servirà ad allarmare la società sulla catena quotidiana di stupri e omicidi che avvengono in casa e per strada. Un bollettino interminabile che riempie le pagine di cronaca. Il suo caso servirà a dare un tono decisionista a questo governo morente e soprattutto al neo-partito che mostra i muscoli ed esordisce virtualmente con una prova di forza che si confonde con la cultura di destra: «Demolire le baraccapoli, identificare e mandare via i clandestini» ha detto Fini. Via tutti. Rimessa in discussione la moratoria verso la Romania, che deve rispondere dei suoi cittadini, «l’Italia deve porre la questione in sede europea», i flussi migratori vanno fermati. Una volta «Roma era la città più sicura delmondo» ha detto il sindaco. Ma la sicurezza non si ottiene con il raddoppio della pena né con la deportazione di massa di un popolo.

Vittorio Foa direbbe che ci vuole «l’esempio» per migliorare le cose, per impedire che un uomo, italiano, maghrebino o rumeno, si senta in diritto di disporre del corpo di una donna. E che esempio ci dà il leader del nuovo partito che ci promette un futuro post-ideologico? Il suono delle catene proveniente ieri dal palazzo del governo, e che ha calpestato ogni sentimento di dolore, sembra inaugurare piuttosto un’epoca postmorale, dove una donna gettata in una canale serve da pretesto per accellerare un disegno di legge che chiede repressione e galera.

Nelle situazioni difficili e anche pericolose, di norma si raccomanda cautela e prudenza. Situazione difficile e anche pericolosa è quella, attuale, del governo Prodi, il cui sostegno è sempre più insicuro, e anche ricattatorio, distruttivo, al limite, dell'immagine di un governo di centro sinistra, e anche del neonato Partito democratico.

Tutte queste considerazioni sono importanti e anche scontate, però al punto in cui stanno oggi le cose penso che perseverare, pur con tutte le accortezze possibili, sia diabolico e autolesionistico, soprattutto per quelle forze che ancora si dicono di sinistra. Anche il rifugio in un governo tecnico o istituzionale non mi pare ipotesi positiva. Che cosa di meglio, quali riforme (elettorale compresa) potrebbe fare un governo tecnico o istituzionale che il governo politico non è riuscito a fare?

Un periodo non breve di coabitazione forzata al governo, con forze di centrodestra, sicuramente sgretolerebbe i già incerti consensi del Partito democratico e lacererebbe la sinistra.

Quindi un po' di audacia (quella cara a Danton, che però finì ghigliottinato) dovremmo averla e, piuttosto che perseverare nell'agonia, mettere nel conto il rischio delle elezioni anticipate. Dico di affrontare con coraggio questo rischio per due ragioni, a mio parere, entrambi valide.

In primo luogo non è affatto detto che queste elezioni anticipate darebbero la vittoria a Berlusconi. Per un verso il fascino di Berlusconi è un po' impallidito. Dall'opposizione è riuscito a realizzare solo attentati e azioni di guerriglia. Non è stato neppure in grado di mettere in circolo il suo famoso «contratto con gli italiani». Nessun progetto politico di un qualche respiro. Per l'altro verso c'è stato un movimento positivo a sinistra. La partecipazione alle primarie, comunque valutata, ha segnato un'uscita dalla passività inerte. Ancora di più la grande manifestazione del 20 di ottobre ha detto a Prodi e anche a Veltroni che la società italiana non è inerte e passiva. Insomma non è affatto detto che elezioni anticipate segnerebbero il ritorno a palazzo Chigi di Berlusconi e dei suoi.

In secondo luogo ove le elezioni anticipate, contro i miei auspici, andassero male ritengo che un passaggio all'opposizione delle forze di sinistra e democratiche non sarebbe una disgrazia, ma darebbe loro la libertà e l'audacia di diventare una vera forza di sinistra, non più frenata dai lacci e lacciuoli (e ricatti) della sua attuale maggioranza. Personaggi come Dini diventerebbero entità trascurabile e ci sarebbe un vero rinnovamento e rafforzamento dei democratici e della sinistra.

E questo, cari lettori, non è il tanto peggio, tanto meglio. Non solo perché oggi siamo al peggio. Se vogliamo un consenso dobbiamo avere un po' di fiducia nei cittadini italiani, tanto bistrattati dalla politica e dai politici di questi ultimi anni.

il manifesto, 27 ottobre 2007

I professionisti della rassicurazione

di Marco Revelli

La coppia «Destra/Sinistra» è la valuta corrente essenziale dello scambio politico nelle democrazie occidentali, scrivevano, alla metà degli anni Novanta, John Huber e Ronald Inglehart1, due dei principali scienziati politici contemporanei. Esattamente come il prezzo e la quantità nelle transazioni economiche, la collocazione «a destra» o «a sinistra» compare infatti, con irriducibile costanza, in ogni analisi della pratica politica e delle sue logiche. Ne costituisce, in buona misura, la principale condizione di razionalità: la base di un sia pur precario «ordine del discorso» dotato di una propria sintassi condivisa. E così come nel caso del mercato la crisi di fiducia nella moneta prelude a un qualche, imminente, crollo economico, allo stesso modo la perdita di operatività e di consenso delle tradizionali culture politiche strutturate sull'antitesi «Destra/Sinistra» può essere letta come il sintomo, inquietante, di un'equivalente e incombente crisi sistemica in ambito politico.

Le mappe del disincanto

È questo, in fondo, lo scenario in cui ci stiamo muovendo in questo passaggio di secolo. Negli stessi anni in cui Huber e Inglehart ne affermavano la centralità, il cleavage «Destra/Sinistra» giungeva infatti al fondo di un travolgente ciclo negativo come principio di organizzazione del campo politico, facendo registrare il proprio minimo storico di consenso. Né le cose sono mutate significativamente nel decennio successivo: il Novecento sembrerebbe essersi chiuso con una fuga disordinata dalle appartenenze politiche che ne avevano strutturato, nel bene o nel male, l'esperienza storica.

Se prendiamo in considerazione il paese in cui la distinzione tra destra e sinistra è nata, e in cui la politica ha assunto tradizionalmente carattere paradigmatico - la Francia, dove una rilevazione Tns Sofres per conto della Fondazione Jean Jaurés e del «Nouvel Observateur» copre ormai sistematicamente da un trentennio gli umori dell'elettorato su questo tema -, il fenomeno è particolarmente evidente. Qui, ancora all'inizio degli anni Ottanta, di fronte alla domanda sull'attualità delle nozioni di destra e sinistra, solo il 33 per cento degli intervistati affermava di ritenerle «superate», ma già nel 1984 essi erano saliti al 49 per cento. Alla fine del decennio (nel pieno del lungo ciclo mitterrandiano) la percentuale saliva al 56 per cento, per raggiungere il picco del 60 per cento nel 1992. Livello mantenutosi, con piccole variazioni, in tutto il successivo decennio, fino al 2002. Il che significa che, all'inizio del XXI secolo, solo poco più di un terzo dell'elettorato francese continuava a credere nel valore identificante di quell'antitesi. Il grosso ne aveva preso silenziosamente congedo, e non certo la parte più sprovveduta. Può essere interessante, a questo proposito, considerare il fatto che le percentuali più alte di giudizi negativi sulla validità della coppia «Destra/Sinistra» si registrarono tra la parte di popolazione più colta (il 71 per cento dei laureati e diplomati si pronunciarono in tal senso) e tra i «quadri» e le «professioni intellettuali» (73 per cento): in quello che Paul Ginsborg definirebbe il «ceto medio riflessivo», il nucleo più sensibile, anche se meno organizzato, dell'opinione pubblica.

Ciò non significa tuttavia - come ognuno può quotidianamente constatare - che i termini «destra» e «sinistra» siano scomparsi dal nostro linguaggio pubblico. Che, caduti in discredito, siano anche caduti in disuso. Anzi. Nonostante le infinite dichiarazioni di morte presunta, continuiamo a ritrovarceli davanti, con insospettata vitalità, non appena si incominci a parlare di politica. A farne la «cronaca». Sui giornali, in primo luogo, dove ripudiati un'infinità di volte dagli opinion leaders nelle pagine culturali, o comunque là dove si fanno riflessioni «alte», quegli «screditati residui dell'epoca delle ideologie e delle appartenenze» vengono poi frequentati sfacciatamente sulle prime pagine dai loro colleghi che debbono occuparsi, più prosaicamente, della «cucina politica» di tutti i giorni (...). Ma anche negli atteggiamenti dell'elettore medio, quando si tratti di autorappresentarsi politicamente, la contraddizione si ripropone. Quegli stessi che nel sondaggio sulla validità del cleavage ne decretavano plebiscitariamente il superamento, poi, se richiesti, nello stesso questionario, di collocarsi su una scala orientata da sinistra a destra continuavano a farlo diligentemente. Con una certa difficoltà, certo (sono sempre più esigue le identità «pure», posizionate agli estremi, cresce il «centro» non politicizzato, espressione di una qualche difficoltà a identificare una propria collocazione netta), ma tutto sommato maggioritariamente (solo un terzo si sottrae rifiutando di autocollocarsi o ponendosi in quella che gli autori della ricerca definiscono «la palude»). Sintomo, verrebbe da dire, di un qualche disagio psichico della coscienza politica, di una sconnessione tra pensiero e azione, tra rappresentazione mentale e realtà (...). Comunque un paradosso, da cui prende origine, a sua volta, un'intera serie di paradossi.

Affollamenti autoritari

Un primo paradosso è costituito dall'immagine implacabilmente uniforme, monocroma e omogenea dello spazio pubblico che si otterrebbe se si applicasse rigorosamente agli schieramenti politici attuali nelle principali democrazie occidentali lo schema intrinsecamente dicotomico e polarizzato «Destra/Sinistra», concepito all'opposto per panorami differenziati, policromi e disomogenei, e ad essi destinato. Si guardino, per averne un'impressionistica rappresentazione, le «mappe» più recenti disegnate seguendo lo schema del political compass, il quale struttura cartesianamente lo spazio politico in quattro quadranti delimitati da un asse orizzontale orientato da sinistra a destra a seconda degli atteggiamenti più o meno «interventisti» in campo economico e sociale e da uno verticale orientato dall'alto al basso a seconda degli atteggiamenti più o meno autoritari o libertari nel campo del costume. Si consideri, ad esempio, la cartografia politica dei candidati alle primarie americane di entrambi i partiti così ottenuta, la quale ce li mostra affollati, pressoché tutti, nel quadrante degli «autoritari di destra», dove ritroviamo, in bizzarra convivenza, Hillary Clinton e Newt Gingrich (parecchio più in alto sull'asse dell'autoritarismo e un poco più a destra), John McCain e Barak Obama (leggermente più verso il centro rispetto alla Clinton, ma anche più «autoritario»), John Edwards e Rudy Giuliani. Solo due figure minori - Dennis Kucinick e Mike Gravel - sfuggono a questo destino, rientrando, sia pur di poche lunghezze, nel quadrante dei «libertari di sinistra». Allo stesso modo per la collocazione dei governi europei, nel 2006: tutti concentrati nel quadrante in alto a destra, con la sola eccezione di Svezia, Finlandia, Danimarca e Olanda, pur sempre «a destra» ma, contrariamente agli altri, di pochissimo al di sotto dell'asse che separa gli autoritari dai libertari. E fa, bisogna dirlo, un certo effetto - anche se una sua razionalità ce l'ha - vedere il Regno Unito del new labour Tony Blair quasi con le stesse coordinate spaziali della Grecia dell'ultraconservatore Costas Karamanlis e significativamente più a destra della Francia neogollista di Jacques Chirac.

Diseguaglianze globali

Un secondo paradosso - per molti aspetti un paradosso nel paradosso - consiste nel fatto che questo appannamento (per usare un eufemismo) ed estenuazione della dicotomia «Destra/Sinistra», questa sua perdita di «corso legale» (per riprendere la metafora monetaria), si manifestino proprio nel momento in cui, su scala globale, lo scandalo della diseguaglianza esplode in tutta la sua evidenza. Nella fase storica in cui, cioè, la questione dell'«eguaglianza» - che come ha ben dimostrato Norberto Bobbio costituisce il principale, se non l'unico, tema discriminante tra sinistra e destra - assume (o dovrebbe assumere) tutta la sua indilazionabile crucialità ai fini del confronto, politico per eccellenza, sull'elaborazione di un «ordine condiviso». Ora, il dover constatare che le distanze politiche tra destra e sinistra si vanno riducendo nell'immaginario collettivo, fin quasi a perdere di senso, mentre le distanze sociali tra i primi e gli ultimi sul piano planetario vanno crescendo o comunque rivelandosi in una dimensione fino a ieri ritenuta intollerabile, la dice lunga sul male oscuro che sembra minare oggi, nel profondo, la razionalità politica e, in generale, la sfera stessa del «politico», così come la nostra modernità l'ha concepito.

Certo, i professionisti della rassicurazione vanno da tempo ripetendo che va bene così. Che questo attenuarsi del contrasto tra opposte identità collettive è normale. Di più: che è il segno della compiuta normalizzazione, di un auspicato e auspicabile passaggio della politica, finalmente, dallo stato adolescenziale a quello della maturità, dall'infatuazione ideologica a una conquistata dimensione pragmatica, in cui la ricerca comune delle soluzioni possibili prevale sull'enfatizzazione dei problemi insolubili. Dilagano, ma non convincono. Pur con la pervasiva forza mediatica del luogo comune, non riescono a dissipare del tutto la sensazione di un «disordine nuovo» al di sotto di questa inedita commistione degli opposti. L'impressione che questa politica finalmente liberata dai propri consolidati «riferimenti ideologici», più che pragmatica, sia caotica. Come un mercato dopo la «morte della moneta» o un linguaggio privo di grammatica e sintassi. E che lungi dall'essersi arricchita di una maggior concretezza, la sfera politica sia al contrario minata da una accentuata vuotezza (...).

Le fragili alternative

In fondo, le ragioni della «famigerata» contrapposizione tra destra e sinistra - la materialità dei problemi e dei (potenziali) contrasti, la durezza e perentorietà delle alternative -, sono ancora tutte lì, sul tappeto «globale», per certi versi potenziate e ingigantite dall'unificazione dello spazio planetario. Quello che manca, drammaticamente, sembrano essere, invece, le soluzioni e i soggetti politici disposti a farsene carico. Cosicché è difficile sottrarsi alla sensazione che questo indifferenziato convergere di programmi e proposte su un repertorio ristretto di atteggiamenti condivisi (...) non derivi, in realtà, dall'approdo a uno stile di risposta razionale alle sfide del tempo, ma da una non dichiarata né dichiarabile impotenza, da un'obiettiva assenza di risposte possibili, all'interno dell'orizzonte politico contemporaneo, alle questioni vitali del nostro vivere in comune. Il che equivarrebbe - bisogna ammetterlo - al fallimento della politica in quello che costituisce, in senso proprio, il suo compito qualificante.

La Repubblica, 27 ottobre 2007

Che cosa vuol dire aver perso l’identità

di Massimo L. Salvadori

Marco Revelli è uno studioso che nel suo impegno intellettuale mette passione. Lo si vede anche nel suo ultimo libro, Sinistra Destra. L’identità smarrita (Laterza, pagg. 272, euro 15), che potrebbe altresì intitolarsi, mi pare, «Avventure e disavventure della Sinistra e della Destra verso l’ignoto». Un saggio vivo e interessante.

Il compito ch’egli si è posto è triplice: identificare Sinistra e Destra nei loro valori fondanti e contenuti concettuali; seguire tappe significative della loro evoluzione; ragionare su che cosa ne resta in un mondo come l’attuale il quale presenta tratti del tutto inediti rispetto al passato. L’interrogativo che alla fine incombe è il seguente: una volta smarrite le rispettive identità, cosa rimane, quale il disordine, e quali i compiti possibili di una Sinistra che molti suppongono stia conoscendo la scomposizione finale dei tratti che la storia le aveva in passato conferito?

L’intrigo, insomma, con cui Revelli si misura è che da un lato i termini di destra e sinistra restano ben presenti nel linguaggio pubblico, ma dall’altro la loro identità è, appunto, «smarrita», mentre cresce, magmatico, il centro. Di fronte alla possibilità di una ricostruzione delle identità, Revelli, per prudenza, preferisce tacere, poiché vede l’ostacolo: l’enorme difficoltà dei soggetti, a partire da quello amato, la Sinistra, di ridarsi forma e riprendere sostanza nel mondo globalizzato.

La Destra e la Sinistra hanno costituito le loro tavole contrapposte - ricostruisce l’autore - secondo questi essenziali tratti identificativi. Da una parte la bandiera del progresso, il significato positivo conferito al divenire, il valore dell’eguaglianza, dell’autodirezione, della democrazia, l’approccio razionalistico e progettuale nella lotta per cambiare le cose, l’amore per il logos; dall’altra la bandiera della conservazione, l’appello ai beni della tradizione, il valore delle diseguaglianze, dell’eterodirezione, degli ordinamenti gerarchici, l’ostilità al razionalismo accusato di antistoricità, l’amore per il mythos. Questi i modelli staticamente tratteggiati; modelli che poi nel farsi concreto della storia hanno subito contaminazioni e incroci.

Per addentrarsi nelle vicende di siffatti modelli e relative contaminazioni, Revelli si appoggia per la destra alle classificazioni di René Rémond, per la sinistra di Georges Lefranc. E ne ricava l’individuazione di tre destre e tre sinistre. Le destre sono quella tradizionalista, che si caratterizza nel senso di un intransigente inegualitarismo e assolutismo; l’orleanista, che recupera il senso della storia ma ambisce a gestire il movimento senza sostanziali mutamenti nel segno della continuità, piega liberalismo e elementi di democrazia al primato delle buone élites; la bonapartista, la destra anomala che usa la rivoluzione e il suffragio universale contro le istituzioni parlamentari, vuole le masse nazionalizzate nello Stato autoritario, distrugge sia le sinistre sia le altre destre.

Ed ecco le sinistre: la liberale e parlamentare, che intende l’eguaglianza in maniera «relativamente ristretta», è nemica dei privilegi artificiali, si estende dalla borghesia agli strati inferiori, è individualista, affida la sua rappresentanza alle minoranze acculturate e professionalizzate; la sinistra democratica, rispecchiata dapprima nella costituzione giacobina del 1793, la quale patrocina in via di principio l’accesso di tutti alla partecipazione politica, tende ad assumere un tratto iperpolitico per il ruolo che affida al governo dei virtuosi contro i suoi nemici; la sinistra egualitaria, sociale, che, partendo da Jacques Roux, da Babeuf e Maréchal e arrivando a Marx e Lenin, oppone i ricchi ai poveri, i borghesi ai lavoratori, persegue il grande salto dall’eguaglianza formale alla sostanziale, la mobilitazione delle masse contro gli sfruttatori, la proprietà comune, l’autodeterminazione del popolo e in attesa che questa sia matura ne affida la causa alla dittatura dei pochi.

Fissate le categorie, indicati i grandi tipi della sinistra, Revelli - che, e non capisco perché, sorvola sulle sinistre che hanno scritto la storia della seconda metà dell’Ottocento e del Novecento, vale a dire il socialismo rivoluzionario e riformista, la socialdemocrazia e il comunismo al potere, il socialismo liberale (che hanno, tra l’altro, offerto esempi di tante «contaminazioni») - corre al mondo d’oggi, all’ultimo Novecento «quando - scrive - il dibattito su destra e sinistra subisce una brusca modificazione», in cui la vecchia grammatica non appare più in grado di servire alla coniugazione del discorso politico e sociale e la distinzione tra destra e sinistra viene vieppiù giudicata obsoleta.

Sia che un Alex Langer esca a dire che il movimento ecologista non può essere né di destra né di sinistra, un Chistopher Lasch che le distinzioni tra destra e sinistra si sono ridotte a dissensi tattici, o un Anthony Giddens che troppe cruciali questioni nel mondo non portano segni leggibili con le vecchie categorie e che, defunto il socialismo come «teoria di gestione dell’economia, una delle principali linee divisorie tra destra e sinistra è scomparsa», ebbene la questione dell’identità smarrita, naturalmente anche della destra ma soprattutto della sinistra, giganteggia perché il panorama storico e sociale è qualitativamente mutato.

E che sia così mutato Revelli, a mio avviso giustamente, concorda, e spiega a sua volta perché. Con l’avvento della fase postindustriale che in misura crescente riduce il peso della classe operaia e del lavoro dipendente nelle forme tradizionali, si è spezzato il tradizionale cordone ombelicale tra il soggetto economico-sociale e la sinistra politica organizzata tesa a dirigerlo e a costruire un nuovo ordine. Con la crisi dello Stato nazionale in quanto spazio politico definito della dialettica conflittuale destra-sinistra, ha preso il sopravvento la dimensione dello spazio globalizzato indefinito, in cui grandeggiano «le nuove oligarchie onnipotenti» che dominano finanza, industria, allocazione delle risorse, mezzi di comunicazione. In conseguenza, «è davvero la politica ad aver perduto il proprio supporto materiale». Svuotati la sovranità dello Stato, l’autonomia della politica dalle sfere della moralità e dell’economia, i diritti universali, democrazia e legittimità quali fondamenti del potere. In luogo dello spazio solido degli Stati determinati è andato costituendosi un immenso universale spazio liquido, nel quale «la dinamica egualitaria», anima costitutiva e trainante della sinistra conosce un processo di sospensione e persino di rovesciamento.

Il quadro delineato da Revelli nel descrivere il mondo globalizzato, con molti riferimenti a Ulrich Beck e Zygmunt Bauman, credo colga bene le tendenze di fondo, ma credo anche che egli, nel farlo, prema troppo l’acceleratore nel ritenere dissolta la sovranità degli Stati non soltanto piccoli e medi ma anche grandi e nel vedere il potere delle oligarchie dominanti collocarsi, per effetto della «rivoluzione spaziale», al di sopra del globo in posizione di piena autonoma dalla politica. A mio giudizio, le cose stanno in parte sostanziale altrimenti. Né gli Stati Uniti, né la Russia, la Cina, l’India, l’Unione Europea si configurano come realtà statali in cui il potere politico abbia cessato di detenere un sostanzioso potere. Quanto alle grandi oligarchie economiche, esse sì agiscono al di là di ogni confine, ma hanno baricentri che si innervano nei grandi Stati, con le quali mantengono rapporti organici. Mirano in molti casi, e con successo, a vanificare l’autonomia della politica, ma non sempre riescono a farla da padroni). Occorre tener conto delle tendenze, ma anche dei loro limiti (e su questo tema stimolanti riflessioni ha svolto recentemente Sabino Cassese).

Revelli vede imporsi nuove gerarchie di «signori» e «servi della gleba», la democrazia conoscere una deriva accentuatamente oligarchica, nel quadro di un’inedita «rifeudalizzazione» che fa emergere tutta la profondità del «vulnus inferto al principio di eguaglianza dalla mutazione socio-spaziale in corso». E la sinistra, che fa e che può fare? Convengo con lui pienamente che la sinistra in quanto soggetto all’altezza di inediti compiti in vero boccheggi, e appaia smarrita culturalmente e inefficace praticamente. Ma, se il quadro delle diseguaglianze sociali e politiche è quello che delinea Revelli, bisogna davvero escludere che il morto batta infine un colpo? Se non sarà in grado di farlo, se alle sfide non seguiranno le risposte, allora bisognerà concludere che l’identità della sinistra è non solo smarrita, ma perduta. Di fronte alla possibilità che gli «accenni di alternativa» alla crisi in atto non prendano corpo, l’autore così tira le somme: in tal caso «il mondo che abbiamo di fronte sarà assai peggiore di quello (non certo dolce) che abbiamo alle spalle».

«La pastasciutta forse non piaceva a Leopardi, perché a causa del suo stomaco debole preferiva i brodini. In compenso gli spaghetti hanno pieno diritto di appartenere alla civiltà italica come e più di Dante Alighieri», scriveva Giuseppe Prezzolini nel suo indimenticabile saggio del 1957 "Maccheroni & C.". «Il mondo della pasta è essenzialmente popolare», sosteneva. E non è un caso che la ritroviamo tra i più importanti indicatori di spesa del paniere Istat. Così popolare e italica, irrinunciabile, che pare che certi grandi distributori, a volte, la usino addirittura come specchietto per le allodole, vendendola sottoprezzo per dimostrare quanto sono mirabolanti le loro offerte.

Forse i veri incassi si fanno su altri prodotti, ma quello che interessa a noi è che è avvenuto un fatto straordinario: da giugno in poi il prezzo del grano è aumentato, ora è al 132% in più rispetto all, anno scorso. Il prezzo della pasta deve risentirne, inevitabilmente. E qualcuno ci potrebbe speculare. Infatti l, Antitrust vuole capire se gli aumenti sono regolari o no, se esiste un cartello dei pastai che intende aggirare le regole della sana concorrenza a approfittarsi dei cittadini.

Va detto che l, aumento del grano duro è realmente stato incredibile, il prezzo era fermo da tre anni, tanto che molti contadini, una volta venuti meno i contributi europei, avevano smesso di coltivarlo perché non conveniva. Impennata incredibile e sorprendente, dovuta alla diminuzione della produzione (per siccità, boom dei biodiesel e altre storie) e al contemporaneo aumento della domanda, soprattutto da parte dei Paesi emergenti come India e Cina, vogliosi della moda alimentare occidentale. Tutti sono stati colti impreparati: l, Unione Europea per esempio, aveva tranquillamente venduto tutte le sue scorte (ai Paesi emergenti?) a giugno, appena aveva fiutato il possibile affare. Ora i magazzini europei sono vuoti, e cercare di calmierare i prezzi è praticamente impossibile. Anche l, Australia ha dovuto contingentare le esportazioni.

E la pasta? Beh, l, aumento del grano si è trasferito quasi intatto fino alla semola, che è la materia prima che i pastai comprano dai mugnai: più 122%. Ora, se calcoliamo che per una pasta artigianale, di qualità superiore, la semola incide sul prezzo finale per circa il 40%, l, aumento finale della pasta dovrebbe attestarsi sul 25% circa. Per la pasta industriale, in cui la semola incide per il 70%, l, aumento finale dovrebbe essere anche maggiore, fino al 40%. Quella industriale, la più diffusa, è la pasta che costa meno, comunque: di base un euro e mezzo al chilo (se ne trovate a meno comincia a essere difficile pensare che contenga solo semola). I pastai ora sono in crisi: la grande distribuzione deve stoppare i prezzi che salgono, non gli compra il prodotto a quanto vorrebbero, non gli riconosce gli aumenti. Del resto la pasta è sacra.

Ho la netta impressione che sia difficile immaginare un cartello dei pastai, alleatisi per speculare sui prezzi pazzi. La filiera è complessa, ha molti punti poco chiari e la situazione mondiale è davvero straordinaria. Senza voler dare ragione per forza a qualcuno (speriamo ci pensi l, Antitrust, se serve) però proviamo a fare un altro ragionamento: gli italiani consumano mediamente 28 chili di pasta pro-capite all, anno. Se costava un euro e mezzo al chilo fanno 42 euro all, anno a testa. Con il peggiore degli aumenti previsti, stiamo parlando di circa 15 euro in più a testa. In un anno!

Non mi sembra una cifra spropositata di fronte alle spese per altri consumi. A quanti minuti di telefono in meno basterebbe rinunciare per pagarsela? Può darsi che stiamo esagerando nello scandalizzarci, forse è un buon modo per non pensare ad altro, forse è perché si tratta della «civiltà italica». Se qualcuno ne approfitta è giusto che sia punito, ma siccome si tratta della nostra identità, parliamo anche della qualità della pasta. Se incide così marginalmente sulle nostre spese è uno dei pochi prodotti su cui quasi tutti potrebbero trattarsi da re e passare addirittura a un consumo di eccellenza. Molte signore di buon senso in tv hanno dichiarato che se aumentano gli alimentari sposteranno i loro consumi, rinunceranno a qualcos, altro. Di fatto andando in aiuto ai contadini. Mi sa quasi che era ora.

Se volete delle ricette sperimentate andate nella cartella Paste, riso e sughi.

Se a qualcuno venisse in mente di ricostruire una sinistra in Italia saprebbe da dove cominciare. Sabato a Roma, una folla enorme ha detto a tutti che a forza di accontentarsi del meno peggio si può finire nel peggiore dei modi: assomigliare sempre più a chi si combatte. Cosicché, alla fine della corsa, potrebbe succedere di aver sprecato energie e speranze a tutto vantaggio dell'avversario. Una strana eterogenesi dei fini. Le centinaia di migliaia di uomini e donne che sabato hanno manifestato avevano un nemico comune: la precarietà nel lavoro; la precarietà della vita decuplicata dall'essere entrata la guerra nella normalità delle cose; la precarietà degli ultimi, i migranti e di tutti i penultimi che li precedono e che li si vorrebbe in guerra contro gli ultimi per consentire lunga vita allo stato di cose esistente. La precarietà è un dramma collettivo, ancora più pericoloso di Berlusconi perché non si riesce a sfrattarla dal governo del paese, chiunque lo governi.

Sabato abbiamo tirato un sospiro di sollievo, e non soltanto noi del manifesto che con altri uomini e donne di buona volontà abbiamo contribuito al successo di un appuntamento decisivo per chiunque abbia a cuore un futuro per la sinistra e, prima ancora, per una società solidale: tutte e due da ricostruire, partendo però da quel che non si è piegato al pensiero unico, nel sociale come nel politico. E non tutto quel che si muove a sinistra, non tutti quelli che sono convinti della possibilità di costruire un altro mondo, erano in piazza a Roma. Bisognerà tornare a parlarci e ad ascoltarci per riprendere un cammino comune. In Italia non c'è soltanto la post-democrazia plebiscitaria, ci sono persone, movimenti, esperienze politiche utili, non residuali, non necessariamente settarie e divise. Quel popolo sofferente ma potente più di quanto esso stesso non creda dev'essere ascoltato, deve ottenere risposte materiali e politiche. Non c'è molto tempo a disposizione.

Tutto bene, allora? Superate a colpi di slogan, bandiere e striscioni le difficoltà e le divisioni di ieri? Certamente no, quella data sabato in piazza alla politica italiana era tutt'altro che la spallata finale. Era un inizio, importantissimo ma pur sempre un inizio. Ci saranno resistenze, ostilità, persino nel nostro campo. Forse anche dentro quelle forze politiche che con generosità hanno contribuito alla riuscita del 20 ottobre. Figuriamoci poi se non ci saranno difese corporative nel ceto politico che vive ogni respiro della società - di quella società che ha consentito di rimandare a casa Berlusconi - come un problema, un rischio da scongiurare, una critica da silenziare con ogni mezzo. Allora, che il governo cada come vuole la destra del paese e della maggioranza o che riesca a passare la nottata, la difesa della strada aperta sabato non può essere delegata a nessuno.

Quel milione di persone, e i tanti che hanno scelto di guardare le immagini in tv, devono mettersi in testa che il destino è nelle loro mani.

I segnali negativi non mancano. Il primo è arrivato ieri dal direttivo della Cgil che invece di tuffarsi in un mare più navigabile e conferire al processo di rifondazione della sinistra idee, cultura e organizzazione, ha aperto il processo al dissenso interno, a chi più ha mantenuto un rapporto con i lavoratori percependone la precarietà, la delusione, la solitudine. Con la motivazione che bisogna salvare il governo e impedire ogni modifica del protocollo, ogni miglioramento essendo impossibile, pena produrre squilibri a una maggioranza traballante: brutto segnale, rischia di accelerare la frattura tra lavoratori e sindacati che l'esito della consultazione ha solo nascosto. Non è un attacco solo contro la Fiom e chi si è battuto contro il protocollo, ma contro tutti noi. Che però, da sabato, siamo meno soli. E abbiamo un compito in più: aiutare la Cgil a salvarsi, anche da se stessa.

Soppesata in chiave tecnica, l’inchiesta «Why not» pone due quesiti. Primo, chi debba indagare quando tra i concorrenti dell’ipotetico reato risultino Presidente del consiglio o ministri, essendo commessi i fatti de quibus nell’esercizio delle rispettive funzioni.

Rispondono gli articoli 6 e 11, comma 1, della legge costituzionale 16 gennaio 1989: il procuratore della Repubblica, «omessa ogni indagine», nei 15 giorni dalla notizia, trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale nel capoluogo del distretto competente. Organo a tre teste. Lo compongono magistrati designati dalla sorte; è rinnovato ogni due anni (articolo 7); ha i poteri che competono al pubblico ministero nonché al gip (inscena incidenti probatori e archivia quando non vi sia materia su cui procedere: articolo 1, legge 5 giugno 1989, numero 219). Questione chiusa, «Why not» finirà lì.

Secondo dubbio: fin dove sia corretto l’atto con cui la Procura generale avoca le indagini qualificando incompatibile l’indagante, perché nei suoi confronti pendono inchieste disciplinari avviate dal ministro che gli eventi istruttori lambivano. Ecco un falso sillogismo. Che il guardasigilli lo persegua, è fatto ambiguo: tra le ipotesi possibili c’è anche quella d’una mossa intesa a spiazzare l’avversario scomodo; aspettiamo l’esito del giudizio disciplinare. Da notare come il requirente non sia ricusabile: diversamente dal giudice, equidistante, è parte, attore pubblico. Infatti accusa: e come potrebbe se non cercasse le prove? I soliti pseudogarantisti deplorano l’accanimento investigativo: chiamiamolo fisiologia del contraddittorio. I processi diventano commedia, piuttosto ignobile, quando requirenti timidi risparmino boiardi, ricchi, confratelli e varie exceptae personae.

Motivata così, persuade poco questa scelta. Già il nome suona male, relitto dei tempi in cui l’apparato requirente, gerarchico, lavorava quale braccio del potere esecutivo. Le avocazioni hanno una lunga storia malfamata e destano sospetti: spesso risultavano fondati. Stavolta la eviterei, non foss’altro perché riesce equivoca; il corso del procedimento era predeterminato; «why», allora, compiere un gesto discutibile? L’argomento richiedeva poche parole ma il discorso rimarrebbe monco se non toccassimo due punti. Primo, valgono ancora metri berlusconiani: durano intatte le norme che s’era affatturato il padrone, indecorose, meno due leggi su cui è caduta la scure della Consulta; e aveva radici organiche l’inglorioso epilogo parlamentare del caso Unipol.

Secondo, gli eventi calabresi lasciano intuire cosa sarebbe una giustizia selettiva le cui leve stiano in mano a requirenti comandati dal ministro (lo dicano o no, è quel che chiedono i fautori delle carriere separate, finiremmo lì): intuitus personarum; disturba il governo, diamogli addosso; e tanta disattenzione benevola verso gli amici. L’Italia è moralmente gobba, quindi tagliamole l’abito ad hoc, ripeteva Giolitti scusando le soperchierie elettorali prefettizie nel meridione. Lui, uomo d’inesorabile onestà.

La ricerca della Confesercenti sul fatturato delle mafie, calcolato 90 miliardi di euro, colloca la Mafia SpA al primo posto tra le aziende italiane. Ma la cifra è per difetto dal momento che si tratta del “fatturato commerciale”, quello che riguarda da vicino la vita e l’attività regolare degli esercenti. Se a questo aggiungiamo la voce più significativa che è quella della droga, seguita dal traffico di armi, il fatturato totale diventa ancora più impressionante. Per quanto riguarda la sola cocaina di cui la ‘ndrangheta, per i rapporti con Mancuso, leader dei cocaleri, rinchiuso in un carcere d’oro della Colombia e non estradabile in virtù dei buoni rapporti con il presidente Urribe, si calcola che il fatturato sia 60 volte quello della Fiat che nel 2006 è stato di 13 miliardi di euro. Si tratta quindi di una potenza economica che se potesse entrare nelle graduatorie ufficiali farebbe impallidire gruppi come Telecom, Eni, Fiat, Fininvest, ecc. A tutto questo va aggiunto che il valore dei patrimoni consolidati della mafie viene stimato 1000 miliardi di euro e cioè 2 milioni di miliardi di vecchie lire e che secondo la Dia (direzione investigativa antimafia) gli affiliati, dedotti dalla densità criminale delle regioni meridionali sarebbero (dati del 1993) un milione e ottocentomila. Sarebbe sufficiente confiscare e vendere il 20 per cento dei patrimoni per risolvere il problema del debito pubblico e dei servizi prioritari.

Ma non è finita. La maggior parte dei proventi delle attività criminali viene investita in economia legale, con la conseguenza di turbare profondamente i mercati e la concorrenza sul mercato interno e la competitività delle imprese sul mercato globale, dal momento che nessun imprenditore costretto a prelevare denaro in banca può reggere la concorrenza. È sufficiente osservare il livello di cementificazione del paese per rendersi conto che non è dovuto alla domanda di case a prezzi di mercato quanto alla necessità di lavare denaro sporco. La verità è che la finanza legale non ha più confini certi e si mescola ogni giorno con la finanza criminale o comunque illegale, compresa quella che serve per organizzare il terrorismo. Altrimenti i paradisi fiscali, che nessuno chiede di chiudere, a cosa servirebbero?

Nel nostro Paese, almeno un terzo della ricchezza prodotta, essendo illegale e criminale, evade fisco e contributi, per cui il peso di mantenere il Paese ricade sul rimanente 65-70 per cento della ricchezza prodotta, alla quale concorrono lavoratori dipendenti, imprenditori, finanzieri senza scrupoli, banche e società finanziarie, che tutti insieme si dividono il carico fiscale del Paese. L’Italia, con il governo precedente e il cosiddetto scudo fiscale, è riuscita persino a fare una grande operazione di Stato di riciclaggio. Altra considerazione: quando partecipo a convegni sulla mafia nel nord del Paese, scopro che gli amministratori locali (non sempre in buona fede) e i cittadini disinformati, pensano che le mafie siano un problema del sud e ignorano che i soldi da ripulire oltre che in tanti altri Paesi del mondo (la ‘ndrangheta investe il 12-13 Paesi) vengono investiti soprattutto nelle regioni del nord. Ma se qualcuno osa dirlo, i sindaci replicano subito che si vuole creare discredito. Poche sere fa ero a Busto Arsizio, in un teatro pieno di giovani e ho informato i presenti che la loro città è al centro degli affari di alcune cosche siciliane e calabresi tra le più note del paese. Inoltre, una di queste, che è di Gela, si è introdotta anche a Pavia e con attività immobiliari.

Sono novità che hanno colto di sorpresa i governanti che negli ultimi 30 anni si sono succeduti? Assolutamente no. Nel 1983 Giovanni Falcone aveva spiegato come tutto sarebbe cambiato con la raffinazione della morfina in Sicilia e l’esportazione di eroina negli Stati Uniti in cambio di valige di dollari portati a spalla e quello che sarebbe avvenuto «nell’intero arco dei Paesi europei utilizzando il nuovo spazio come terreno fertile per investire, con le buone o con le cattive, in attività lucrative di ogni genere, le migliaia di milioni di dollari che si ricavano dalla produzione e dallo smercio di qua e di là dell’Atantico di eroina e di altri stupefacenti». Nel 1992, nella sua ultima intervista che ne ha accelerato l’assassinio, Paolo Borsellino, del quale ancora oggi non si conoscono i mandanti, diceva le stesse cose. Ora siamo al fallimento e alla sconfitta. L’11 Luglio 2007 nella commissione antimafia Giuseppe Lumia ha detto: «siamo a 25 anni da quella straordinaria intuizione della legge Rognoni - La Torre e siamo a 11 anni dall’approvazione della legge 109 del 1996: per la confisca dei beni i tempi sono insopportabili e le confische sono diminuite». Violante aveva definito sull’Unità una vera vergogna le confische mancate.

Non c’è alcun tumore maligno con metastasi che consenta di intervenire dopo 25 anni dalla sua diagnosi. Purtroppo lo Stato ha alzato da tempo bandiera bianca e ha delegato alle forze dell’ordine e alla magistratura il problema più politico di questo paese e, cronaca di questi giorni, impedendo persino di operare ai magistrati più tenaci e capaci.

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