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Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie, commons - quelle che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione. La scomparsa dei commons fu una premessa della rivoluzione industriale - le terre erano recintate perché servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era necessaria alla nascente industria tessile - e fu seguita da un'offensiva ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della «libertà» di trasformarla in bene commerciale per «metterla a frutto» e trarne profitto. Tutto questo è cosa nota - è parte della nascita del capitalismo. Le terre di uso comune però non sono tutto scomparse (terre, pascoli,foreste, e sorgenti d'acqua da attingere, o fiumi e lagune con i pesci che vi si possono pescare, e così via): forme di proprietà e uso collettivo restano molto diffusi nel grande Sud del mondo e in parte, sotto forma di «usi civici», perfino nella vecchia Europa. Né è scomparsa la battaglia politica (e ideologica) attorno a questi «beni comuni», o la spinta a recintarli/privatizzarli. E ormai non si tratta solo terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo. Di questo tratta un numero monografico della rivista Csn-Ecologia politica: «Beni comuni tra tradizione e futuro», a cura di Giovanna Ricoveri e con la collaborazione di Antonio Castronovi, Giuseppina Ciuffreda e Marinella Correggia. Numero importante, anche perché segna la reincarnazione della rivista nata nel 1991 come Capitalismo Natura Socialismo, che ora prende la forma di quaderni monografici pubblicati da Emi, Editrice missionaria italiana. La prima cosa da notare è come si sia estesa la categoria di «beni comuni». Le risorse naturali, certo: terra, acqua, aria, foreste, pesca. Per bene comune però si intende non solo la risorsa ma il diritto collettivo d'uso, «la forma partecipata e comunitaria della proprietà o dell'uso di determinate risorse» (dall'introduzione di Giovanna Ricoveri, che richiama qui The Ecologist: e infatti la rivista ripubblica un articolo del 1992, «I beni comuni, né pubblici né privati»). I beni comuni dunque sono beni di sussistenza e insieme «spazi di autorganizzazione delle comunità», esprimono «un modello di organizzazione sociale e produttiva e un modello culturale che si contrappone a quello del mercato». Poi ci sono beni globali come l'atmosfera e il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace: qui rientrano «i saperi locali, i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni contadine, la biodiversità». Terza categoria di beni comuni sono i servizi pubblici forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini - acqua, luce, sanità, trasporti ma anche sicurezza sociale e alimentare, amministrazione della giustizia: «I servizi pubblici sono infatti un elemento di legame sociale, prima ancora che redistribuzione del reddito e componente del welfare».

Ridefiniti così, rivendicare i «beni comuni» significa riprendere i nodi fondamentali del conflitto politico, l'idea di sviluppo, la giustizia ambientale e quella sociale. Basti pensare a come le organizzazioni finanziarie internazionali vanno predicando (e imponendo) ai paesi «in via di sviluppo» politiche basate sul privatizzare i beni comuni (dall'acqua alle foreste) e tagliare la spesa sociale: l'equivalente attuale della «recinzione» del 17esimo secolo è la privatizzazione di terre e acqua, sementi e sanità, dicono gli autori. Indicative le vicende italiane di «usi civili» e bacini idrografici (ne scrivono Franco Carletti e Giorgio Nebbia). La «recinzione» poi raggiunge una nuova frontiera con la brevettazione degli organismi viventi (che Juan Martinez Allier descrive come «biopirateria globale contro i saperi locali») e la privatizzazione di ospedali e scuole. Parlare di «beni comuni», sostiene la rivista, significa uscire dall'alternativa secca tra pubblico e privato e ridare importanza sociale, politica ed ecologica al «collettivo».

Una cosa è certa. Naomi Klein, dopo il successo di NoLogo, non è rimasta con le mani in mano. Si è nuovamente messa in viaggio, visitando o vivendo per brevi periodi in Argentina, Brasile, Sudafrica, Cile, Bolivia, Iraq, Sri Lanka, Thailandia, Libano, la Russia e ovviamente Stati Uniti. Da questi paesi ha inviato reportage, intervistato economisti e attivisti per giornali come The Guardian, The Nation, New York Times. Nello stesso tempo ha accumulato informazioni su come stava cambiando il neoliberismo dopo l'attacco al World Trade Center di New York l'11 settembre di sei anni fa. Con il passare del tempo, tuttavia, ha maturato la convinzione che il capitalismo novecentesco presentava forti elementi di continuità ma anche di una grande discontinuità rispetto a quelli che la saggistica contemporanea chiama i gloriosi trent'anni, cioè il periodo di sviluppo economico e sociale seguito alla Seconda Guerra Mondiale che vedeva in molti paesi la forte presenza regolatrice dello stato nell'economia e nella vita sociale.

La continuità era data appunto dal welfare state, seppur nelle diverse traduzioni nazionali che esso ha avuto, e da un rapporto di dominio di alcuni paesi forti nei confronti di altri paesi «deboli», spesso usati come laboratori per spregiudicate politiche economiche che nel potente Nord avrebbero incontrato non poche resistenze da parte delle forze sindacali e politiche del movimento operaio e dagli altri movimenti sociali. Difficile, invece, era delineare le discontinuità. Ed proprio attorno alla discontinuità che Naomi Klein ha focalizzato la sua attenzione.

La costellazione neoliberista

Il risultato è un libro che può essere letto come controstoria del capitalismo contemporaneo e che ha come titolo Shock economy (Rizzoli, pp. 540, euro 20,50). Un titolo, quello scelto per l'edizione italiana, tuttavia meno efficace dell'originale The shock doctrine che introduce subito la tesi del volume: le crisi - economiche o sociali o politiche - e le catastrofi ambientali sono state usate per introdurre le riforme neoliberiste che hanno portato alla demolizione del welfare state.

Il volume conduce inizialmente nel pieno della guerra fredda. In quegli anni il futuro premio Nobel per l'economia Milton Friedman comincia a tessere la sua tela per costruire una rete intellettuale di studiosi a favore del libero mercato. E' un economista brillante, ma le sue proposte a favore della demolizione dell'intervento statale nella società e nell'economia sono ritenute troppo «estremiste» rispetto a quanto fanno le imprese e il governo di Washington. E tuttavia il suo centro di ricerche riceve finanziamenti da fondazioni private e dal governo. Milton Friedman sostiene già allora che le crisi possono essere usate per una «shockterapia» a favore del libero mercato.

Milton Friedman diventa l'agit-prop del neoliberismo, mentre i suoi discepoli sono inviati nel mondo a fare proseliti. Le sue ricette diventeranno poi i programmi di politica economica in Cile, Paraguay, Argentina, Brasile, Guatemala, Venezuela. C'è un piccolo problema. Sono programmi applicati con i carri armati nelle strade e la tortura sistematica nelle prigioni, mentre il numero dei desaparecidos diventa così alto che anche i media statunitensi non lo possono ignorare.

La parte del libro che parla degli anni Sessanta e Settanta racconta di golpe e uso sistematico della violenza contro gli oppositori politici e può apparire un deja vu di storie note da tempo. Ma è proprio sulla prima crisi del neoliberismo che Naomi Klein si sofferma. Il Cile, l'Argentina e il Paraguay sono laboratori che certo fanno arricchire molte multinazionali statunitensi, consentendo loro di appropriarsi di molte materie prima e di aprire nuovi mercati per le loro merci. Una specie di rinnovata accumulazione primitiva dislocata fuori dai confini nazionali. Per questi motivi vale la pena di finanziare, assieme a Washington, il terrorismo di stato cileno, argentino, brasiliano e paraguaiano. Ed è sempre in questo periodo che la rete intellettuale tessuta da Friedman si consolida e allarga allo stesso tempo.

E' impressionante il lavoro fatto da Naomi Klein per ricostruire le carriere politiche, i legami d'amicizia, i rapporti di affari di uomini - da Dick Cheney a Donald Rumsfeld, da John Aschcroft a Domingo Cavallo, da Michel Camdessus a Paul Bremer a Paul Wolfowitz alla famiglia Bush - che passano da un consiglio di amministrazione di qualche multinazionale alla direzione di un think thank neoliberista, da posti di responsabilità in qualche governo agli uffici della Banca Mondiale o del Fondo monetario internazionale.

Quella finora raccontata è storia nota fuori dagli Stati Uniti. Naomi Klein lo sa, ma è consapevole anche che negli Stati Uniti è la storia appresa o svelata solo da una minoranza di attivisti o intellettuali radical. Da qui un'opera di sistematizzazione delle informazioni per raccontare la seconda ondata neoliberista, che ha, come la prima, un apostolo. E' un altro economista, si chiama Jeffrey Sachs, e vuol dimostrare come il libero mercato non sia incompatibile con la democrazia, come invece è accaduto in America Latina. È un vero e proprio «evangelista del capitalismo democratico» e vede nel crollo dell'Unione sovietica e del socialismo reale la migliore opportunità per conciliare la democrazia con le «leggi naturali» del business. Consiglia, ascoltato, la Polonia di Lech Walesa e la Russia di Boris Eltsin di una deregulation radicale delle loro economie. La sua ricetta sarà un fallimento, ma è a questo punto che la «shockterapia» trova un valido alleato nel Fondo monetario internazionale, oramai epurato da qualsiasi presenza di economisti legati ancora alle teoria di Lord Maynard Keynes. Il debito sarà l'arma vincente dei neoliberisti, che concederanno prestiti solo a condizione di una completa deregulation dell'economia. È il cosiddetto Washington consensus con il suo corollario di «programmi di aggiustamento strutturale». Come in passato le multinazionali faranno affari d'oro, ma Sachs come altri «evangelisti del libero mercato» sostiene che ora tocca a tutte le attività produttive o i servizi sociali gestiti dallo stato a dovere essere messi in vendita, anche a costo di sacrificare centinaia di migliaia di posti di lavoro sull'altare della competitività internazionale. La povertà, continuano a ripetere, è un effetto collaterale che sarà però tolto di mezzo dalla mano invisibile del mercato.

La «shockterapia» si nutre ormai di strategie di marketing, propaganda e falsificazione dei dati, miranti a dimostrare che il libero mercato è l'unica strada per sfuggire al declino economico e alla povertà di massa. E il consenso deve essere però conquistato con le elezioni, anche se questo può rallentare le «riforme».

La politica woodoo

Per rimuovere questo intoppo c'è una strategia ben affinata durante la «guerra del debito» in America Latina: creare il panico e poi fare pressioni affinché vengano adottate «terapie» economiche neoliberiste. La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale sono quindi le istituzioni sovranazionali adatte all'obiettivo di limitare la sovranità popolare e esautorare i governi nazionali da qualsiasi autonomia decisionale. I programmi economici sono dunque stilati a Washington, ma la loro applicazione in loco è garantita da personale politico «fedele alla linea». Naomi Klein documenta come anche le crisi asiatiche degli anni Novanta hanno visto protagonisti il Fmi e la Banca mondiale, che hanno sapientemente orchestrato la crisi finanziaria per demolire qualsiasi presenza statale in economia. E quando la Thailandia, Filippine, Malaysia, Indocina e Corea del Sud capitoleranno di fronte al Fmi, un chicago boys scriverà un commento sul Financial Times in cui paragona la rivoluzione del libero mercato in Asia a una «seconda caduta del Muro».

In America Latina la situazione è diversa. Le dittature crollano una dopo l'altra e salgono al potere molte coalizioni di centrosinistra. E' il tempo, afferma Naomi Klein, della politica woodoo, caratterizzata da programmi elettorali keynesiani e successive politiche economiche rigidamente neoliberiste.

La matassa ingarbugliata che Naomi Klein pazientemente srotola illumina non tanto un comitato d'affari della borghesia, ma un trust di imprese che ha come business lo svuotamento dello stato di ogni funzione, compresa quella della guerra. E' la nascita dello «stato corporativista», come lo definisce l'autrice, dove una ristretta élite passa da un'impresa a cariche pubbliche senza nessun rispetto delle norme liberali contro il conflitto di interessi. Il «capitalismo dei disastri» deve tuttavia continuamente rinnovare l'insicurezza sociale. L'11 settembre è da questo punto di vista una manna per i neoliberisti. La «guerra al terrore» diviene così la retorica dietro cui offuscare la svendita della difesa nazionale alle imprese private e il pieno controllo del petrolio.

Con l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq il warfare, cioè l'uso della guerra per rilanciare l'economia, è elevato a sistema, perché la guerra al terrore è una guerra totale che coinvolge non solo il settore militare ma tutta la società. Illuminante è, a questo proposito, il capitolo che la giornalista canadese dedica a Israele, individuando nello sviluppo dell'industria hig-tech della sicurezza e nell'arrivo dei ebrei dell'Europa dell'est dopo la caduta del Muro di Berlino due delle chiavi interpretative, centro non le uniche, del passaggio da un'ipotesi di pace con i palestinesi alla funerea passeggiata di Ariel Sharon nella spianata delle moschee che dà il via alla seconda Intifada. I profughi dell'est europeo possono sostituire la forza-lavoro palestinese a basso prezzo, mentre le imprese high-tech possono offrire le loro merci al mondo intero, visto che la guerra al terrore è la guerra della civiltà occidentale contro i suoi nemici.

L'economia della catastrofe

Quando Naomi Klein comincia ad analizzare gli effetti devastanti dell'uragano Kathrina e dello Tsunami, scopre che anche qui le catastrofi sono utilizzate dal Fmi come mission creep, cioè espansione indebita di una missione, in questo caso della macchina pubblica. Gli ultimi baluardi dello stato come garante della convivenza sociale sono messi sotto attacco. New Orleans è diventato il laboratorio di questo ulteriore privatizzazione dello stato. Così come lo Tsunami viene utilizzato per trasformare alcune ragioni o nazioni (Sri Lanka, Thailandia e Maldive) nel club vacanze delle élite globali.

Il capitalismo dei disastri è così narrato. Naomi Klein, così come aveva fatto con NoLogo, non vuol costruire una teoria sullo sviluppo capitalistico. È un'ottima mediattivista e giornalista investigativa che si pone sempre la domanda giusta: come organizzare la resistenza al neoliberismo. Certo la sua difesa del welfare state può apparire ingenua, ma quando comincia ad elencare cosa fanno e cosa propongono i movimenti sociali il suo è un keynesismo che apre le porte all'autogoverno da parte dei movimenti sociali e a una democrazia radicale.

Shock economy è dunque un libro ambizioso, perché vuol fornire una mappa del «capitalismo dei disastri». È certamente un affresco sulla riorganizzazione del capitalismo dopo l'11 settembre e comincia a individuare i suoi punti di forza, le imprese leader che stanno emergendo, la sua vocazione globale. Ma individua anche i suoi punti deboli. È cioè una mappa utile da leggere anche per prepararsi e resistere alla prossima ondata di shockterapia, alimentata dalla prossima catastrofe ambientale o dalla prossima tappa della guerra preventiva. O dall'annunciato e italianissimo taglio alle spese sociali per contrastare il declino economico.

Si vedano anche i riferimenti all'analisi di David Harwey e di Saskia Sassen

Nairobi. «Maji chenchemi ya uzima», «maji usababisha kifo»: acqua fonte di vita, acqua causa di morte. Sul mini dizionario di lingua swahili non si trova la parola morte, non è argomento per turisti. Questi piccoli manuali di sopravvivenza sono pensati e redatti per muovere i primi passi e richiedere i servizi di cui non si può fare a meno quando si è in un paese straniero: food, cibo; travel, mezzo di trasporto; currency, servizi bancari: illnesses and accidents, malattie e incidenti.

Scriviamo queste righe a Nairobi nel centro commerciale Adam's Arcade. Abbiamo preso il bus numero 4 per andare alla Comboni House ma ci hanno fatto scendere un km prima indicandoci questa direzione e, una volta superata la sbarra di controllo, ci troviamo in un'area di free wireless internet, dove la schizofrenia di Nairobi si manifesta in una decina di giovani intenti a consultare il proprio portatile sul tavolino del bar, bevendo birra o mango juice.

In questa città per molti non c'è accesso all'acqua, ma altri hanno facile accesso al web. Prima di venire a Shalom House siamo stati a Maji House, sede del ministero dell'Acqua e dell'irrigazione, a cercare materiali e informazioni sul servizio idrico in Kenya e a Nairobi. Ne siamo usciti con due pubblicazioni: le riviste The Water News e Bomba, redatte dall'Athi water services board. Athi è il fiume che dà il nome al distretto che serve l'acqua a Nairobi e provincia, cioè a sei dei 33 milioni di persone che vivono in Kenya. La parola swahili bomba significa «tubatura», e l'omonima rivista in inglese spiega che solo un efficiente sistema di tubature può garantire un futuro senza sete.

La questione delle condutture qui a Nairobi è davvero «esplosiva», come dicono i dati che alcune ong attive nello slum di Kibera, Kwaho Kenya water for health organization, Maji na Ufanishi e Amref, ci forniscono: nello slum di Kibera ci sono solo 25 km di tubature per 800 mila abitanti, non c'è rete fognaria e meno di mille bagni sono fruibili dai residenti, più o meno uno ogni 1.300. Secondo i dati Onu il rapporto minimo dovrebbe essere uno a 50. Non a caso uno dei problemi più gravi sono le «flying toilets», i «gabinetti volanti», sacchetti di plastica in cui i cittadini sono costretti a defecare e che vengono poi buttati nelle strade intorno. Accade normalmente nei quartieri di Gatewikivi, Kisumu Ndogo e Kibera, come dichiara Miriam Abdul dello Stara peace women group, che conduce una scuola e una mensa per 250 bambini, l'80% dei quali sono orfani a causa dell'aids. Sulla rivista Water news leggiamo che dei 598 dipendenti del ministero dell'Acqua nel 2005 ne sono morti per aids 22, circa il 4%, un dato in calo rispetto al 2001 e in linea con le statistiche nazionali, passate dall'11 al 5,9%. Cifre positive ma comunque terrificanti.

Nella bidonville di Kibera l'acqua non è gratis, la distribuzione è organizzata in 650 chioschi, di cui il 98% privati e il restante due delle ong. Vendono l'acqua a prezzi che vanno dai tre ai 20 scellini. Tanto costa riempire un jerry can, come vengono chiamati i bidoncini gialli da 20 litri. Questo prezzo corrisponde a una cifra da dieci a 80 volte superiore a quanto paga chi in Kenya è collegato alla rete idrica. In poche parole, i poveri pagano di più dei ricchi.

Anche qui, davanti al cancello di Shalom House, ci sono due distributori, segnalati da una lunga coda di persone, carretti e biciclette in attesa del loro turno. Parliamo con le persone in coda. Questo per loro è tutto tempo di vita senza reddito. Qualcuno ci chiede subito se abbiamo bisogno del suo lavoro, visto che ci occupiamo di acqua. E' stato difficile e imbarazzante spiegare che al World social forum, motivo per il quale siamo qui, si parlerà proprio di diritto all'acqua: ci hanno risposto che non hanno i soldi per raggiungere lo stadio Moi, dove si svolgerà da domani l'annuale appuntamento mondiale dei movimenti.

Anche chi ha l'acqua in casa non può fidarsi e dovrebbe bollirla, ma la paraffina per cucinare ha costi altissimi. Siamo stati a Kahawa West con le suore Elisabettine a visitare nello slum persone malate di tbc e aids. E una risposta silenziosa la vediamo con i nostri occhi: il fornellino per terra è inutilizzato, non ci sono i soldi per la paraffina, e quindi anche il cibo distribuito dal progetto Rainbow a poveri e malati non può essere cucinato. Il ministro dell'Acqua Mutua Katuku assicura che 351 miliardi di scellini (per arrivare a un euro ce ne vogliono 85), dati da Ida-Banca Mondiale al Water services trust fund, nel 2005 sono stati spesi per la realizzazione di 54 progetti, e che ora è in atto una campagna per recuperare almeno il 10% delle bollette non pagate.

Peccato che contemporaneamente si proceda alla privatizzazione del servizio, con la scusa che lo stato non ha soldi per gli investimenti e con l'approvazione della Banca Mondiale. Una campagna pubblica di cinque settimane nel 2005 ha cercato di convincere almeno 40 mila famiglie a pagare il debito per un servizio idrico comunque inefficiente e insicuro. Sulla rivista ministeriale una rassicurante foto mostra lo staff del Malindi water board che beve acqua di rubinetto alla Maji House, dopo un trattamento per ridurre la quantità di fluoro, causa di malattia ai denti. Mentre si annuncia un progetto di imbottigliamento e vendita dell'acqua dell'acquedotto.

“Ma soprattutto guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più durantura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.”(1) Con queste parole Keynes chiude “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, portando al tono di aperta beffa quel distacco ironico e lievemente snobistico abitualmente osservato verso la propria materia, e in particolare verso i propri colleghi.

Non è da credere che Keynes davvero sperasse in un futuro in cui l’economia potesse giocare un ruolo secondario, di puro servizio. E tuttavia certo non immaginava - non nei termini e nella misura in cui si è verificata - quella trasformazione della società che nella seconda metà del secolo scorso ha portato l’economia a invadere la vita in ogni suo snodo e scansione, interamente subordinandola alle proprie dinamiche e ai propri fini. Così come (lo s’è visto) ormai viene denunciato perfino da convinti fautori del mercato e della globalizzazione, che giungono a mettere in questione l’economia neoliberista nel suo statuto logico, attaccando il pilastro stesso del suo operare, cioè la crescita produttiva, l’accumulazione.

E però “resta il problema se l’economia possa essere concepita in altro modo,” come diceva Napoleoni. Che è in sostanza il problema, accennato sopra, della mancanza di un modello alternativo, di una diversa ipotesi sia pure soltanto abbozzata da proporre tentativamente. L’unica risposta oggi avanzata sembra l’avvio di un processo inverso a quello seguito negli ultimi decenni, che restituisca cioè autorità e poteri agli Stati nazionali, come i soli istituti capaci di limitare l’arbitrio del mercato e dei potentati economici; i soli che possano farsi carico dei bisogni collettivi, con un recupero del welfare oggi sotto continuo e duro attacco, e quindi in grado di agire contro le sempre più macroscopiche disuguaglianze sociali. Questo è l’orientamento che - certo da posizioni variamente articolate e notevolmente differenziate nel concreto delle proposte - accomuna autori duramente critici del neoliberismo ad altri assai più indulgenti: da Stiglitz a Lunghini, da Sylos Labini a Luttwak, da Soros a Gallino, da Aglietta a Ruffolo, da Passet a Bello, da Del Debbio a Reich, da Barber a Kaul….

Ma è praticabile un ritorno alle tradizionali politiche dello stato sociale in un mondo così profondamente trasformato? La difficoltà dell’impresa appare evidente a quanti (vedi Giorgio Lunghini, Susan George, Joseph E. Stiglitz, Inge Kaul) pongono l’accento su quelli che la Kaul chiama “nuovi beni pubblici”, (2) i quali nella nuova società globalizzata si definiscono secondo una dimensione sovranazionale: l’ambiente, con l’aggravarsi dell’effetto serra e del mutamento climatico, la crescente scarsità idrica, la deforestazione, la desertificazione, la perdita di biodiversità, ecc.; la “giustizia internazionale”, cioè gli enormi problemi di sfruttamento di un paese sull’altro, creati dall’organizzazione produttiva “globale”; le masse degli emigranti che dal mondo più povero premono alle frontiere dell’Occidente; le epidemie (come l’Hiv ma non solo) che a causa della maggiore mobilità e delle più facili comunicazioni raggiungono oggi una diffusione senza precedenti; le “nuove schiavitù” legate ai diversi mercati sessuali, al commercio di organi per trapianti, ecc. E’ una massa di nuovi bisogni collettivi, che – dice la Kaul – esigono di essere trattati come problemi internazionali dagli stati nazionali, e come problemi nazionali dagli istituti internazionali, in una continua interazione tra i due livelli; ma che soprattutto impongono la necessità di creare nuovi organismi sovranazionali in grado di affrontarli adeguatamente, togliendo di mezzo quelli esistenti, Banca mondiale, Fondo monetaro internazionale e Organizzazione mondiale del commercio in primis. Appare difficile infatti accettare l’idea – non esclusa nemmeno dalla Kaul – di potere riorganizzare a fondo questi istituti restituendo loro la democraticità perduta (o non piuttosto mai posseduta?) e superare così una situazione che Stiglitz descrive a questo modo: “C’è un solo potere nel mondo che ha il potere di veto nel Fondo, ed è il G1, gli Stati Uniti.” (3)

Di fronte a una realtà come questa, che un brillante gioco di parole fotografa meglio di ogni dotta analisi, è difficile vedere salvezza se non nella rimessa in causa dell’ordine attuale nella sua totalità, a partire dai suoi principi fondativi. E’ quanto Napoleoni aveva capito, sia pure in una prima e ancora combattuta riflessione su cose che i quattordici anni seguiti alla sua morte hanno portato a ben altra evidenza. “Appunto perché il sistema si autoregola, non si può che prenderlo nella sua globalità; e darsi il compito di uscire da esso non regionalmente o settorialmente, ma in linea di principio (…) nella linea di una rifondazione dell’economia che superi il condizionamento di principio esercitato sulle categorie economiche dal sistema sociale dato; che riaffronti in termini diversi la questione della scarsità; che allarghi le categorie alla questione dell’abbondanza (…) del superamento di ogni e possibile scarsità(…) Che è la determinazione di un nuovo modo di concepire l’economia.” Ed è su questa base che vede, più che la difficoltà, la reale impossibilità di funzionare del riformismo. “Il riformismo ha sempre voluto la luna….nel senso che ha sempre voluto tenere insieme tre cose: lo sviluppo, quindi l’accumulazione e l’incremento dell’occupazione ottenuto in questo modo, i servizi dello ‘Stato del Benessere’, e i consumi privati. Il fatto che tra queste cose il riformismo sia sempre stato incapace di stabilire un ordine di priorià… secondo me non è casuale.(…) Perché il riformismo accetta i valori che la società in cui opera gli trasmette. Accetta gli stessi valori e cerca di abbassare il più possibile i livelli del disagio.” (4)

Oggi nemmeno questo obiettivo minimo, abbassare i livelli del disagio, sembra più possibile. Quando la riduzione del costo del lavoro è l’imperativo prioritario dell’imprenditorialità, e flessibilità precarietà contrattazione a termine o nessuna contrattazione stanno diventando regola e imponendosi come condizione imprescindibile per la prosperità economica. Quando i margini per una meno iniqua distribuzione della ricchezza prodotta sono sempre più ridotti, e “emendare” il sistema appare ormai un’ipotesi irrealistica. E’ questo che paralizza le sinistre, le irretisce tra la minoritaria ma inesausta retorica di una radicalità impraticabile nella situazione data, e politiche che finiscono per essere solo brutte copie della linea economica neoliberistica; le quali d’altronde pagano ben poco anche sul piano dei consensi, e aprono invece pericolosi spazi al riemergere delle destre. Né migliori prospettive sembrano aspettare le varie “terze vie” periodicamente estratte dal cilindro di qualche imbonitore da fiera (vedi le mistificatorie e nemmeno più così sicure fortune di Blair e del suo ispiratore Giddens).

Ma è lecito alle sinistre perseverare nell’asfissia di questa “non politica” in cui negano se stesse? E’ ragionevole ancora una volta porre al centro dei propri programmi l’impresa, e più precisamente l’impresa industriale manifatturiera, ad essa riservando facilitazioni e incentivi, ad essa concedendo lavoro sempre più flessibile e meno costoso, onde aumentarne l’efficienza e la produttività? Senza considerare che l’industria è il settore che non solo inquina maggiormante ma che più pesantemente ha licenziato negli ultimi decenni e tuttora licenzia, che dunque nulla garantisce ai fini occupazionali. E senza domandarsi, o comunque ritenendo irrilevante, che cosa le imprese in questione producano, e se tali prodotti rispondano in qualche modo a bisogni presenti nella società. Automobili, magliette, telefonini, scarpe da ginnastica? Non fa differenza. Ciò che conta è produrre, far crescere il Pil. Continuando insomma a muoversi all’interno di un’economia distruttiva, si direbbe senza nemmeno rendersi conto della sua distruttività.

Forse una via per reinventare la propria funzione critica le sinistre potrebbero rinvenirla sulla traccia indicata da Napoleoni, provando a non accettare “i valori che la società in cui operano gli trasmette”. Facendo magari un’operazione di “autocoscienza” (per usare una vecchia parola su cui è cresciuto il femminismo) guardandosi allo specchio e cercando di riconoscere in sé quel tanto, non poco, dei valori dominanti nella società attuale che - come tutti d’altronde - hanno più o meno inconsciamente assimilato. Per impegnarsi a valutarne la possibile rispondenza, o la totale discrasia, rispetto a quelli che sono stati, e tuttora dovrebbero essere, gli obiettivi delle sinistre, anzi le ragioni stesse del loro esistere, riassunti nella loro sostanza dalla “giustizia-sociale-come-fine”, e domandarsi infine se davvero sia il caso di chiamarli ancora “valori”. E dunque tentare di intravvedere che cosa si potrebbe, si dovrebbe, “mettere al posto del capitalismo”, per dirla con Keynes. Non, per carità, progettando impossibili “città del sole”, disegnando “progetti alternativi” completi di tutto. Forse basterebbe, per cominciare, dire “ciò che non siamo”, ciò che noi sinistre non possiamo essere, e “ciò che non vogliamo”, ciò che non possiamo volere, anzi nemmeno accettare, dei cosiddetti valori che la società ci trasmette.

Il primo “valore” da rifiutare dovrebbe essere il dominio incontrastato della ragione economica, criticato dagli stessi grandi vecchi della disciplina, come Adam Smith e Stuart Mill, che pure parlavano quando la ricchezza disponibile e gli strumenti della sua produzione erano infininitamente inferiori a quelli attuali; e oggi con crescente insistenza criticato anche dall’interno del “sistema”, come prova una ormai vastissima letteratura, sovente tutt’altro che espressione di un pensiero estremo. (5) L’economia ha, ha sempre avuto, un’importanza fondamentale per l’umanità come parte essenziale della sua stessa sopravvivenza, ma non può imporre le proprie regole e le proprie dinamiche a tutti i rapporti sociali, secondo la tendenza omogeneizzante e onnivora tipica del capitalismo, e in particolare posta in opera con massima efficacia dal capitalismo neoliberista. Non può dunque conformare a sé, quale istanza decisiva e insindacabile, tutte le scelte politiche.

Il secondo “valore” da rifiutare, d’altronde in piena coerenza col primo, è la “quantità” come misura di tutto il “positivo”, su cui fonda la propria certezza la crescita produttiva illimitata, assunta come prioritario obiettivo economico. E’ ormai largamente diffusa la consapevolezza che l’aumento costante della produttività e della produzione non agisce, non più, per la riduzione delle disuguaglianze, al contrario da qualche decennio le accresce. E sono notizie diffuse da fonti insospettabili, come l’Onu e la Fao, a dirci che la ricchezza oggi esistente, qualora fosse meno iniquamente distribuita, sarebbe sufficiente a garantire benessere all’umanità intera; che il cibo giacente nei frigoriferi delle imprese occidentali, oppure distrutto deliberatamente o involontariamente (circa il 40 per cento di quello prodotto) basterebbe a sfamare tutti, come illustra nel modo più convincente Piero Bevilacqua in un suo recente prezioso libretto, straordinaria sintesi della distruttività umana al servizio del profitto in agricoltura e zootecnia (6); che i mezzi tecnici resi disponibili dal progresso scientifico potrebbero consentire a tutti anche un elevato livello di comfort, purché non usati esclusivamente per l’utile di pochi; che oggi “portare l’umanità al di là del bisogno” non è più, può non essere più, utopia. E ciò ripropone l’ipotesi, su cui Napoleoni si interrogava, di affrontare “in termini diversi la questione della scarsità (…) e della categoria opposta, l’abbondanza, (…) e del superamento di ogni e possibile scarsità (…) Che è la determinazione di un nuovo modo di concepire l’economia.”(7) In effetti la definizione standard dell’economia come “il comportamento umano in quanto influenzato dalla scarsità” appare sempre meno calzante nella società dell’iperconsumo e dello spreco; nella quale però – spreco supremo e oltraggioso – si continua a morire di fame.

Il terzo “valore” che le sinistre non possono permettersi di accettare, tanto più quando anche personaggi di tutt’altra estrazione come Luttwak o Soros lo rigettano, è “il danaro come religione”, per usare appunto le parole di Luttwak. E’ vero, le sinistre hanno lontane tradizioni di parsimonia, ma da tempo non sembrano propense a sottrarsi alle sirene della ricchezza. Fin dagli anni Settanta si profilava quella accondiscendenza verso il consumismo di cui ho già detto, che infatti in Italia trovava il Partito comunista in totale dissenso di fronte al coraggioso e lungimirante invito di Enrico Berlinguer all’austerità. E d’altronde il prevalere di una linea decisamente economicistica conduceva a privilegiare politiche redistributive rispetto a diritti civili e democratici, non certo secondari nel rapporto di lavoro, come ha severamente rilevato Bruno Trentin (8). E’ proprio su questi valori “altri”, accantonati nell’ubriacatura dei consumi, che le sinistre dovrebbero seriamente puntare, e non credo che specie da parte dei giovani mancherebbe la risposta. Perché dopo tutto chi ha detto che ricchezza significhi necessariamente danaro, possesso di cose? Esistono altre richezze, che non si riducono nell’essere distribuite, anzi nello scambio e nella diffusione si accrescono: il sapere ad esempio, gli affetti, l’amicizia, il senso della comunità. Chi ha detto che non esistano – magari non ancora chiaramente formulate e leggibili – altre domande da appagare, oltre al reddito, ai consumi, all’affermazione del proprio io: domande anch’esse oggi riservate al privilegio di pochi fortunati, che la possibilità di coltivare la propria mente rende in qualche misura meno soggetti ai condizionamenti di massa? I “No glob” sono una testimonianza in questo senso.

Quarto “valore” da condannare senza riserve è quello espresso nel popolare aforisma che afferma: “il tempo è danaro”. Valore anche questo strettamente intrinseco al precedente, ma che implica sensi e conseguenze di enorme portata, e merita perciò qualche particolare attenzione. Perché il tempo è una categoria al cui interno si colloca il vivere umano in tutte le sue espressioni. Non è un caso che il tempo sia una dimensione di cui solo la specie umana ha coscienza conoscenza e scienza, che ha studiato, calcolato, misurato, analizzato, suddiviso, rapportandolo dapprima al movimento degli astri e ai cicli naturali, poi imparando a riprodurne il cammino e a leggerlo in orologi via via più esatti, capaci di computarne frazioni infinitesimali. Dopotutto che altro è la vita di ognuno di noi, o quanto meno il contenitore della nostra vita, se non un dato numero di anni, mesi giorni ore minuti, che ci viene dato di trascorrere sul Pianeta Terra? Ed è lungo lo svolgersi di questo tempo, e nella qualità del suo impiego, che la nostra esistenza assume carattere e fisionomia propri, determinandosi per le funzioni, gli interessi, gli obiettivi, i rapporti, che ognuno sceglie, o è costretto ad accettare, per conseguire non solo il necessario alla sopravvivenza ma quanto ritiene utile o desiderabile alla pienezza del proprio essere. Che accade quando tutto ciò viene equiparato al danaro, ridotto all’aumento del proprio reddito, identificato con la produzione e la disponibilità di ricchezza soltanto materiale? Accade quello che l’economista Robert B. Reich brillantemente descrive ne “L’infelicità del successo” (9) raccontandoci di gente largamente abbiente ma forsennatamente impegnata ad accrescere la propria retribuzione e il proprio livello di consumo, incapace di pensare la vita e il mondo se non in termini di “valore aggiunto”. O quello che ci mostrano certi film americani i quali, per ora, scherzano su gente che vive di telefono e computer, e solo per questa via comunica e perfino si ama, senza nemmeno mai incontrarsi. O quella generalizzata tendenza all’assunzione acritica dei principi dell’economia e del mercato in ogni comportamento, che ho rapidamente analizzato e indicato come “inquinamento sociale”.

Quinto “valore” non più accettabile è l’illusione della inesauribilità della natura, e la presunzione del diritto umano al suo illimitato sfruttamento. Cioè il “valore” su cui si è impiantata e continua a reggersi l’evoluzione economica degli ultimi due secoli, e di cui (occorre ripeterlo e senza mezzi termini) anche le sinistre sono state pienamente e irresponsabilmente partecipi: non solo fino a ieri ignorando il rischio ambientale, ma - quando finalmente hanno dato segni di avvedersene - trattandolo come un “a parte”, un tema estraneo ai problemi sociali e ai grandi filoni del dibattito politico, da delegare a qualche “esperto” o peggio a qualche “tecnico” di partito. Come se la natura, il consumo di natura (metalli, legno, pietre, sabbia, acqua, petrolio, gas) non fosse la base indispensabile di ogni attività economica; come se le alterazioni apportate all’ambiente naturale dal privato che produce merci non rappresentassero un danno per l’intera collettività; come se la natura non fosse in ogni momento parte essenziale del nostro esistere, quando mangiamo quando beviamo quando ci laviamo quando respiriamo; come se il pianeta Terra non fosse una quantità finita, e non esistessero limiti fisici al nostro agire vivere produrre consumare. Questa è oggi la nuova, tremenda, scarsità. E’ in essa che dovrebbe - prima o poi dovrà - trovare motivo e senso una nuova razionalità economica, “un nuovo modo di concepire l’economia”, capace di recepire e accettare “la finitezza non come negatività”.

Sesto “valore” da abiurare è quella tenacissima fede nel progresso che pervade l’intera nostra cultura, e che le sinistre hanno abbracciato nel modo più acritico (in qualche misura anche in conformità a certi aspetti delle dottrine storicistiche che appartengono alla loro radice teorica). In gran parte identificato con l’evoluzione scientifica e tecnologica - a loro volta assunte in assoluto come l’espressione massimamente qualificante della specie umana e del suo agire, garanzia per un divenire puntualmente portatore di miglioramenti nel nostro esistere - il progresso è stato visto come strumento irrinunciabile per il superamento stesso dell’ingiustizia sociale: che non a caso si è chiamato appunto “progresso sociale”. Modificare un atteggiamento così profondamente strutturato nel gruppo può risultare tutt’altro che facile. E tuttavia non dovrebbe nemmeno essere così difficile se si riflette su quanto la storia ha dato e dà come “progresso”: per fare un solo esempio - ma ce ne sarebbero non pochi di ben più terrificanti - pensiamo a quell’artificializzazione dell’agricoltura e della zootecnia che, separate dalle regole dei cicli naturali, sono state ridotte a “un ramo subalterno dell’industria chimica” (10), e sono oggi tra le cause prime dello squilibrio alimentare del mondo. Oppure sulla tenace quanto funesta convinzione di poter ovviare al deterioramento ecologico mediante l’uso di dispositivi tecnici, al quale praticamente si è limitato finora l’impegno politico sul problema ambiente, con i risultati che sappiamo. O su quella distorsione mentale, strettamente derivata dall’idea di progresso, che meccanicamente e a prescindere da ogni altra specificazione giudica in positivo il “moderno”, il “nuovo”, per cui non è raro sentire leader di sinistra affermare convinti (peraltro esattamente come quelli di destra) la necessità di rinnovamento e di modernizzazione, si tratti di trasporti, di produzione industriale, di organizzazione del lavoro, dell’intero paese, e annunciare programmi conformi.

Pervenire a un netto giudizio critico e a una lucida capacità di distacco rispetto a quelli che costituiscono la principale costellazione valoriale della nostra società, e che si traducono nelle “attitudini comuni alle società che hanno beneficiato del modo internazionale di arricchimento”(11), per usare parole di Partant, significa andare oltre il rifiuto del mercato quale regolatore generale dell’allocazione delle risorse, e l’auspicio di restituzione di potere allo stato, secondo la proposta da tante parti avanzata. Significa negare la validità dell’accumulazione quale obiettivo primario, inseguito mediante una crescita del prodotto sottratta a ogni regola e discrimine, e dunque mettere in discussione non solo il neoliberismo, ma il capitalismo di ieri e di sempre. Più ancora significa muoversi in direzione opposta a quella dell’“intera cultura occidentale”, che al capitalismo fornisce base epistemologica, ragione ideologica e supporto etico; proporsi l’azzardo di una rivoluzione tutt’affatto diversa da quelle del passato, priva di qualsiasi ipotesi di confronto violento o di sovvertimento improvviso, ma centrata sulla consapevolezza che la produzione, nei modi in cui si è storicamente via via configurata – a partire dalla società schiavista e dalla servitù della gleba, fino alla forza-lavoro concepita e usata come merce, e mediante lo sfruttamento della natura ritenuto insindacabile diritto della specie umana - è stata ed è aggressività e dominio. E che questo non è più accettabile.

Note

1) John Meynard Keynes, “Prospettive economiche per i nostri nitpoti”, op. cit. p. 68.

2) Inge Kaul, “ I beni pubblici globali, un concetto rivoluzionario”, in “Le Monde Diplomatique” eedizione italiana, maggio 2000.

3) Joseph E. Stiglitz, In un mondo imperfetto, Mercato e democrazia nell’era della globalizzazione, Donzelli Editore, Roma 2001, p.23

4) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. pp.22-23

5) E’ inutile sottolineare che le opere qui citate sono solo una parte minima delle numerosissime in qualche modo allineate su queste posizioni.

6) Piero Bevilacqua, La mucca è savia, Ragioni storiche della crisi alimentare auropea, Donzelli Editore, Roma 2002.

7) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. p.23

8) Bruno Trentin, La città del lavoro, Feltrinelli, Milano 1998

9) Robert B. Reich, L’infelicità del successo, Fazi Editore, Roma 2001

10)Piero Bevilacqua, La mucca è savia, op. cit.

11)François Partant, Que la crise s’aggrave! op. cit.

Come gli studiosi della città sanno, la “gentrificazione” è quel fenomeno fisico, sociale, economico e culturale per cui un quartiere cittadino, generalmente centrale, abitato dalla classe lavoratrice (working-class) e in generale da ceti a basso reddito si trasforma in zona per la più ricca classe media (middle-class), mediante un’accorta attività di restauro e riqualificazione urbana, e il conseguente aumento dei valori immobiliariche provoca, appunto, l'espulsione delle persone più povere. Il termine è stato coniato, negli anni 60 del secolo scorso, da Ruth Glass, una studiosa tedesca che ha lavorato e insegnato a lungo nell’University College of London.

Negli anni recenti la gentrification si è diffusa in tutto il mondo, ed è divenuta – secondo molti studiosi – una delle conseguenze rilevanti delle pratiche urbane del neoliberismo. Gli studi sulla gentrification sono sviluppati in molti paesi europei (Germania, Gran Bretagna, Francia), negli USA e in Australia. Sembra però che in futuro, nei paesi europei, sarà rischioso condurli.

Michael Edwards, dalla Bartlett School di Londra, ci ha inviato la documentazione di un evento inquietante. Il 31 Luglio 2007 sette persone sono state accusate dalla Procura della Suprema Corte Federale tedesca di "appartenenza ad un'organizzazione terroristica". Quattro di esse sono state rinchiuse in attesa di giudizio in una prigione berlinese. Tre dei sette accusati sono ricercatori in urbanistica, uno dei quali - attualmente detenuto - ha acconsentito a che il suo nome venisse pubblicato: si tratta di Andrej Holm, sociologo urbano e ricercatore residente sulla gentrificazione a Berlino.

Pubblichiamo di seguito la lettera di Michael Edwards che rende noto l’evento e ne investe la comunità scientifica internazionale, la segnalazione di Ruth Glass e un appello che sta circolando in Europa, negli Usa e in Australia: e dovunque altro nel mondo si giudichino risibili le accuse a chi, studiando la gentrificazione, ha incrociato movimenti di protesta contro gli effetti delle pratiche urbane del neoliberismo e per questo è stato accusato, e addirittura incarcerato, per terrorismo.

La lettera di Michael Edwards

Cari amici,

questa è una richiesta urgente di aiuto per sostenere le libertà accademiche e politiche fra i nostri amici che lavorano in Germania. Dietro loro richiesta, sto facendo circolare questo appello proveniente da Berlino, che rappresenta per tutti noi un forte appello alla mobilitazione.

Segnalo che l'appello mi è pervenuto dall'UCL. Ruth Glass - una berlinese che, in tempi di intolleranza, si rifugiò a Londra - lavorava proprio qui all'UCL (è stata la mia prima insegnante di sociologia) quando scoprì e coniò il nome del processo chiamato "gentrificazione". È a causa di ricerche su questo tipo di conflitto di classe che, oggi, i nostri amici tedeschi vengono perseguitati.

Michael Edwards, The Bartlett School, UCL programme director in European Planning and Property Development, 22 Gordon Street, LondonWC1H 0QB

L’appello di Ruth Glass

Dopo molto e duro lavoro, i nostri colleghi dell'INURA di Berlino sono riusciti a mettere insieme una congrua massa di materiali volti a suscitare l'attenzione ed il sostegno internazionali riguardo al caso di 7 persone (quattro delle quali sin stato di arresto) che la settimana scorsa sono state accusate di appartenere ad un'associazione terroristica. 3 di loro sono ricercatori in urbanistica, uno dei quali (attualmente detenuto) ha acconsentito ad essere nominato pubblicamente: si tratta di Andrej Holm, sociologo urbano e ricercatore residente sulla gentrificazione a Berlino.

Di seguito troverete un testo che stiamo cercando di far circolare presso i circoli accademici e collegati per attivare il sostegno internazionale. Pensate di poterlo far circolare sulle mailing list di INURA Londra, PNUK e su qualunque altra riteniate opportuna?

I nostri colleghi si stanno mobilitando negli USA attraverso la Conferenza ASA, in Australia attraverso la comunità di ricerca sulla gentrificazione, mentre in UK un collega di Leeds ha contattato i legali che si occupano di diritti umani. Stiamo cercando di capire quali reti possano essere attivate in Francia.

Per i collegati a INURA Londra, potete considerare Volker Eick come punto di riferimento principale per l'organizzazione della campagna di solidarietà, sebbene molti altri membri siano coinvolti. Per tutti gli altri gruppi esiste un indirizzo e-mail centrale di coordinamento che si può usare per qualunque informazione (vedi sotto).

[…]

Un indirizzo di posta elettronica è stato creato dai colleghi di Berlino che stanno coordinando gli interventi su Andrej Holm e gli altri accusati: è opportuno che individui e organizzazioni contattino questo indirizzo per informarli riguardo alle azioni di supporto che stanno intraprendendo (indirizzi di solidarietà, dichiarazioni pubbliche) oltre che per qualunque richiesta di informazioni: l'indirizzo è
kontaktschuld@so36.net.

Lettera aperta contro la criminalizzazione della ricerca accademica critica e dell'impegno politico

Il 31 Luglio 2007 gli appartamenti e i posti di lavoro del Dr. Andrej Holm e del Dr. Matthias B., oltre che di altre due persone, sono stati perquisiti dalla polizia. Il Dr. Andrej Holm è stato arrestato, trasportato in elicottero presso la Corte Federale tedesca di Karlsruhe e portato innanzi al giudice istruttore. Da quel momento, egli è detenuto in attesa di giudizio in una prigione berlinese. Le quattro persone sono accusate di "appartenenza ad una organizzazione terroristica in base all'articolo 129a StGB" (Codice Penale tedesco, sezione 7 sui "Crimini contro l'Ordine Pubblico"). Il testo dell'avviso di garanzia ha rivelato che un procedimento a carico di queste quattro persone è stato avviato fino dal Settembre 2006, e che i quattro sono stati tenuti da allora sotto costante sorveglianza.

Poche ore dopo le perquisizioni, Florian L., Oliver R. e Axel H. sono stati arrestati nella regione del Brandenburgo e accusati di aver tentato di dare alle fiamme quattro veicoli dell'Esercito Federale tedesco. Andrej Holm è accusato di aver incontrato in due occasioni una di queste tre persone in pretese "corcostanze cospiratorie".

La Pubblica Accusa Federale (Bundesanwaltschaft) assume pertanto che le quattro persone sopra menzionate e le tre arrestate nel Brandeburgo siano membri di un "gruppo militante", e sta così indagando i sette in base al sospetto di "appartenenza ad un'organizzazione terroristica" secondo l'articolo 129a StGB.

Secondo il mandato d'arresto contro Andrej Holm, l'accusa mossa contro i quattro sopra menzionati è al momento giustificata dalle seguenti evidenze, nell'ordine in cui la Procura le ha elencate:

- il Dr. Matthias B. è accusato di aver usato, nelle sue pubblicazioni accademiche, "frasi e parole chiave" che sono usate anche dal "gruppo militante"; come scienziato politico detentore di un Dottorato di Ricerca, Matthias B. è considerato intellettualmente in grado di "redigere i sofisticati testi del 'gruppo militante' (GM)"; inoltre, "come impiegato in un istituto di ricerca, egli ha avuto accesso a documentazioni che ha potuto usare impropriamente al fine di svolgere le ricerche necessarie alla redazione di testi del GM";

- di un altro accusato si sostiene che abbia incontrato sospetti in modo cospiratorio: "gli incontri venivano fissati senza menzionarne il luogo, l'ora e il contenuto"; oltre a questo, si asserisce che egli fosse attivo negli "ambienti dell'estrema sinistra";

- nel caso di un terzo accusato, è stata ritrovata una rubrica che comprendeva i nomi e gli indirizzi degli altri tre;

- riguardo al Dr. Andrej H., sociologo urbano, si afferma che abbia avuto contatti stretti con le tre persone accusate che sono tuttora in libertà; si sostiene inoltre che egli sia stato attivo nella "resistenza organizzata da ambienti di estrema sinistra contro il Summit Economico Mondiale del 2007 a Heiligendamm"; il fatto che egli - si suppone intenzionalmente - non abbia portato con sé il proprio cellulare ad un incontro è considerato "comportamento cospiratorio".

Andrej H., Florian L., Oliver R. e Axel H. sono detenuti dal 1° Agosto 2007 nel carcere berlinese di Moabit in condizioni di estremo rigore: essi sono tenuti in isolamento per 23 ore al giorno, ed è loro concessa soltanto un'ora d'aria al giorno. Le visite sono limitate ad un totale di un'ora e mezza ogni due settimane. I contatti, inclusi quelli con gli avvocati, sono consentiti solo attraverso una barriera di separazione. La corrispondenza della difesa viene controllata.

Le imputazioni dettagliate negli ordini di carcerazione rivelano un impianto accusatorio basato su un ragionamento per analogia assai dubbio. Esso comprende quattro ipotesi di fondo, nessuna delle quali l'Alta Corte Federale ha potuto sostanziare con prove concrete, e che solamente in combinazione possono dare l'impressione di una "organizzazione terroristica". Si ritiene che gli scienziati sociali, a causa della loro attività di ricerca accademica, delle loro capacità intellettuali e dell'accesso alle biblioteche, siano i cervelli della ipotetica "organizzazione terroristica", dal momento che, secondo la Procura Federale, un'associazione chiamata "gruppo militante" ha utilizzato gli stessi schemi concettuali degli scienziati accusati. Come prova di questo argomento, si adduce il concetto di "gentrificazione" - uno dei temi chiave della ricerca di Andrej Holm e Matthias B. negli ultimi anni, sul quale essi sono autori di pubblicazioni di rilevanza internazionale. Essi non hanno confinato i risultati della propria ricerca alla torre d'avorio accademica, ma hanno messo le proprie competenze a disposizione dell'iniziativa dei cittadini e delle organizzazioni di inquilini. Questo è il modo in cui scienziati sociali critici sono stati trasformati in pericolosi capibanda.

Dal momento che Andrej Holm ha amici, parenti e colleghi, anche loro sono adesso sospettati di "terrorismo" per il solo fatto di conoscere Andrej. Ad un altro accusato si imputa di avere il nome di Andrej Holm e di due altri sospetti (ma non detenuti) nella propria rubrica. Dal momento che questi ultimi sono pure ritenuti "terroristi", questo configura l'"associazione per delinquere".

L'articolo 129a, introdotto in Germania nel 1976, espone i nostri colleghi al rischio di essere criminalizzati come "terroristi". Questo è il modo in cui, attraverso l'articolo 129a, si arriva a supporre l'esistenza di un "gruppo terroristico".

Attraverso questi argomenti, qualunque attività di ricerca accademica e di lavoro politico può essere rappresentata come potenzialmente criminale - in particolare quando essa riguarda colleghi politicamente impegnati che intervengono nei conflitti sociali. In questo modo la ricerca critica, in particolare quella collegata a forme di impegno politico, viene trasformata in controllo ideologico e "terrorismo".

Noi chiediamo che la Procura Federale (Bundesanwaltschaft) sospenda a partire da ora tutti i procedimenti collegati all'articolo 129a contro tutti gli accusati, e rilasci immediatamente Andrej Holm e le altre persone imprigionate. Respingiamo con forza, come un'accusa infamante, l'idea che le attività di ricerca accademica e l'impegno politico di Andrej Holm possano essere viste come complicità nei riguardi di una ipotetica "organizzazione terroristica". Nessun ordine d'arresto può essere motivato dalla ricerca accademica e dal lavoro politico di Andrej Holm. La Procura Federale, tramite l'applicazione dell'articolo 129, sta attualmente minacciando la libertà di ricerca e d'insegnamento e l'impegno socio-politico in ogni loro forma.

Per aderire all'appello utilizzare questo link

Fino a ieri erano previsioni allarmanti. Da oggi, sono notizie agghiaccianti. La temperatura del pianeta, nel 2006, è risultata superiore di 0,42 gradi rispetto alla media di riferimento del 1961-90. Nell´emisfero settentrionale l´aumento è stato di 0,58 gradi rispetto al trentennio. Il 2006 è stato l´anno più caldo da un secolo e mezzo ad oggi. Tra settembre e novembre in Europa si è superata la media di tre gradi. A chi giudica modeste queste cifre bisognerà ricordare che un aumento di 4 o 5 gradi comporterebbe gigantesche inondazioni, che minaccerebbero Venezia, Londra, New York. Per completare il quadro delle belle notizie il buco dell´ozono ha registrato nell´anno un record di 29,5 chilometri quadrati: il più grande a memoria d´uomo. Sono dati comunicati dall´Organizzazione mondiale della meteorologia.

In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 22 novembre scorso Giovanni Sartori, rilevando la portata drammatica del fenomeno, tornava su una sua denuncia di parecchi anni fa, che ne attribuiva alla sovrappopolazione la causa determinante. Sartori, che fu accusato allora, particolarmente da insigni economisti, di allarmismo catastrofista, costata come da allora le Cassandre siano aumentate di numero e di credibilità, e quelli che potremmo chiamare i Pangloss abbiano perduto credito. In effetti, a parte il recente summit di Nairobi, una vasta serie di ricerche scientifiche di incontestabile serietà hanno accreditato purtroppo la fondatezza della minaccia. Cito per tutte la più recente, il rapporto Stern, dal nome dell´economista, almeno altrettanto insigne, incaricato dal ministro inglese dell´Economia di fare il punto sul problema. Dire che le conclusioni del rapporto Stern sono preoccupanti è un eufemismo. Tali le ritiene comunque un giornale non sospetto di allarmismo catastrofista, l'Economist. Quale che sia il grado di probabilità che uno scioglimento dei ghiacci artici provochi la sommersione di Londra e di New York (nonché di Venezia, con buona pace dei Pangloss nemici del Mose) non è concepibile, come il rapporto conclude, (e l´Economist approva), che considerazioni di costo economico siano accampate per evitare gli investimenti necessari per scongiurare anche gli eventi più improbabili, ma fatali.

Poiché anch´io, modestamente, sono iscritto, non da oggi, nella consorteria delle Cassandre (ma non aveva forse ragione, la povera ragazza?), insieme con cari amici come Carla Ravaioli e Bruno Trentin; e poiché a suo tempo ho avuto con Sartori un cortese scambio di idee sul tema, vorrei intervenire. Primo, per osservare che catastrofisti sono i fatti, e non le opinioni di Sartori che condivido: anche quella relativa alla determinante causa della sovrappopolazione (e quindi alla pesante responsabilità nei riguardi della vita umana che si sono assunti tutti quelli che non se ne sono fatti carico); secondo, per ribadire la mia convinzione che la crescita della produzione e dei consumi porti una responsabilità almeno altrettanto pesante. Il che mi fa pensare che la reticenza su questa seconda responsabilità sia altrettanto grave della prima.

Consideriamo anzitutto il problema della popolazione. Secondo le più recenti stime dell´Onu, la popolazione mondiale dovrebbe continuare a crescere almeno fino al 2050, raggiungendo un livello compreso tra i 7,6 e i 10,6 miliardi di persone (9,1 miliardi è la previsione intermedia). La possibilità di comprimere questa cifra è scarsissima. Dati i livelli di fertilità e quelli di mortalità, i giochi sono praticamente fatti. Non ancora, invece, quelli della crescita della produzione e dei consumi. Sempre sulla base dei calcoli del Wwf, la media planetaria di spazio disponibile per assorbire sostenibilmente i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi (lo spazio bio-produttivo) è di 1,8 ettari pro capite. Gli americani oggi ne assorbono 9,6 e gli europei 4,5. Se il resto del mondo volesse raggiungere questi livelli, tre altri pianeti non basterebbero. Il problema che si pone, tremendo, è di comprimere i consumi dei più ricchi, frenando le aspettative imitative e insostenibili degli altri. Chi avrà il coraggio di dire agli americani e agli europei che devono comprimere i loro consumi almeno della metà? Chi avrà il coraggio di dire a cinesi e indiani che non potranno mai raggiungere neppure la metà dell´attuale livello dei consumi americani ed europei (due miliardi di auto cinesi e indiane in più significa, secondo l´Economist, il 30% del livello attuale americano e già fa saltare tutti i Kyoto immaginabili).

Questo, della crescita insostenibile, è il più formidabile problema che l´umanità abbia mai incontrato. E che richiederebbe l´attuazione di modi di sviluppo basati sulla stabilizzazione e sulla redistribuzione mondiale delle risorse. Una svolta antropologica, non solo economica. L´economista Heilbroner l´ha configurata in un suo bellissimo libro: An inquiry into the Human Prospect. In un modo o nell´altro, questa svolta ci sarà. Il treno che, in un famoso film, viaggiava veloce verso Cassandra Crossing, si andò a schiantare sul ponte crollato, e lì si fermò. Perché questo articolo non si chiuda così tragicamente, mi viene in mente, a proposito di treni, una storiella romanesca. Il casellante viene a sapere che due treni stanno viaggiando sullo stesso binario, l´uno contro l´altro. Fa di tutto, ma proprio di tutto, per evitare l´urto fatale. Telefonate, fuochi, piccioni: tutto inutile. Quando non c´è proprio più niente da fare, chiama la moglie: «A Nannì, viett´a vedè sto scontro».

Finché la crescita del prodotto sarà l’obiettivo primo del nostro agire economico, anzi dell’intera nostra esistenza, è inutile sperare uguaglianza, o anche solo meno disuguaglianza: più sfruttamento, più povertà, più esclusione, sono i soli strumenti che ancora (non sappiamo per quanto) possono garantire aumento del Pil. E’ inutile sognare un ambiente risanato o anche solo un po‘ meno inquinato e dissestato, perché l’attività produttiva non può cessare di crescere, e insieme alla produzione cresce la quantità di rifiuti ch’essa rovescia sul mondo mentre diminuiscono le risorse non rinnovabili. E’ inutile illudersi che ogni scoperta scientifica e tecnologica venga debitamente testata e controllata nella sua possibile nocività prima di trovare applicazione industriale e diffusione commerciale, perché questo andrebbe a lederne la capacità competitiva e l’immediato aumento della profittabilità. E’ inutile attendere una reale parità tra uomini e donne perché l’organizzazione industriale planetaria non può rinunciare all’attività di “produzione e manutenzione della forza lavoro” dovunque erogata a costo zero dalle donne e integrata nei meccanismi di accumulazione. E’inutile auspicare pace: nell’attuale situazione di crisi dell’accumulazione come categoria portante del sistema, le guerre, grandi e piccole, sono necessarie per far quadrare i conti del mondo.

Questo, semplificato e concentrato con schematicità volutamente apodittica, è ciò che in queste pagine ho cercato di sostenere, e di cui d’altronde non pochi altri si dicono convinti. E non mi riferisco soltanto a un certo numero di ambientalisti, ai rari economisti fuori dal coro, agli intellettuali di varia estrazione già più volte citati. Penso ad esempio al folto gruppo di studiosi dell’Undp (United Nations Development Programme), che valendosi anche di collaborazioni altamente qualificate, ha dato vita a partire dal 1990 alla preziosa serie dei Rapporti annuali sullo Sviluppo Umano, in cui si analizzano e si affrontano i problemi delle società del mondo con una chiarezza di giudizio, un’ampiezza di sguardo, e soprattutto un coraggio che non ha confronti con altri istituti e raramente anche con singoli osservatori indipendenti; non a caso trovando pochissimo ascolto negli ambienti che “contano”, accademici e politici.

Esemplare in questo senso è il Rapporto del 1996, specificamente dedicato alla crescita, che - si afferma - si è imposta nei rapporti economici e sociali come fine a se stessa, e che come tale, nella sua mera dimensione quantitativa, politici e responsabili di governo perseguono ciecamente, senza preoccuparsi della sua qualità né delle sue conseguenze, anche quando ne sia già accertata la negatività, senza “sforzarsi di evitare una crescita senza lavoro, senza equità, senza libertà, senza radici e senza futuro.” Quando invece sarebbe dovere di chi detta la linea politica ed economica di un paese “domandarsi via via dove la crescita lo sta conducendo, e chi ne trarrà beneficio. La crescita sta creando lavoro? Sta aprendo opportunità per le future generazioni? Risponde alla cultura locale? La gente è partecipe di questo processo?” Insomma - si insiste - che senso ha auspicare crescita senza indicarne fini, contenuti, conseguenze? Senza in sostanza porsi le domande che gli stessi fatti dell’economia dovrebbero suggerire: “Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di incidenti d’auto che comporti tante riparazioni? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Crescita di armamenti militari? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil.” (1)

Critiche alla crescita come fine primo e irrinunciabile dell’ economia sono state d’altronde formulate in tempi non sospetti - sia pure in termini più moderati, anche perché rapportate a situazioni molto lontane dalla nostra - addirittura dai padri fondatori della disciplina economica. A partire da Adam Smith il quale, pur usando il reddito individuale come indicatore sintetico dello sviluppo economico, non considerava affatto il dato economico strettamente determinante della realtà di un paese sotto tutti gli aspetti. Lo ha notato nel suo lavoro più recente Paolo Sylos Labini: “In tutta ‘La ricchezza delle nazioni’ - scrive - scorre l’idea che lo sviluppo economico è un obiettivo desiderabile solo se serve a promuovere lo sviluppo civile, che è un concetto ben più importante e più ampio, giacché include non solo la ricchezza, la salute e l’istruzione, ma anche la libertà culturale e politica.”(2) E, a conferma di questa posizione che oggi tutti giudicherebbero economicamente eretica, cita un brano tratto dalla “Teoria dei sentimenti morali”: “Che cosa si può aggiungere alla felicità di un uomo in salute, privo di debiti e con la coscienza a posto? In tale situazione ogni ulteriore fortuna può appropriatamente essere detta superflua, e se egli si esalta per tale superflua aggiunta, ciò deve essere l’effetto della più frivola leggerezza”. (3)

Ma a riprendere il discorso di Smith, e a spingerlo su una linea ben più radicale, è John Stuart Mill. Non solo elaborando la nota teoria dello “stato stazionario”, che necessariamente dovrebbe succedere allo “stato così detto progressivo”, in quanto - come, a suo avviso, tutti gli economisti dovrebbero “più o meno distintamente” vedere - “l’incremento della ricchezza non può essere illimitato”, ma con coraggio intelligenza e ironia illustrandone i pregi rispetto al mondo in cui si ritrova. Non gli piace, dichiara, “l’ideale di vita di coloro che pensano che la condizione normale degli uomini sia quella di una lotta per andare avanti; che l’urtarsi e lo spingersi gli uni con gli altri, che rappresenta il modello esistente della vita sociale, sia la sorte maggiormente desiderabile per il genere umano, e non piuttosto uno dei più tristi sintomi di una fase del processo produttivo”; teme il rischio che la bellezza della Terra “venga distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione” e che più “nulla sia lasciato all’attività spontanea della natura”; si scusa pertanto per essere tra quelli che “rimangono relativamente indifferenti al tipo di progresso economico che suscita di solito le congratulazioni dei politici: il semplice incremento della produzione e della accumulazione”. (4)

Non accetta tuttavia che il “modo di pogresso umano” del suo tempo debba essere definitivo. E insiste: “spero sinceramente che i nostri discendenti si accontenteranno di essere in uno stato stazionario molto prima di trovarsi costretti ad esso dalla necessità”. Precisando però che “condizione stazionaria del capitale e della poplazione non implica affatto uno stato stazionario del progresso umano”, ma al contrario signfica più spazio per il progresso umano e sociale, e per “perfezionare l’arte della vita”, ciò che sarebbe molto più facile se le menti umane “non fossero più assillate dalla gara per la ricchezza”. Nel frattempo concedendosi di sognare qualcosa di simile a quello che i “No glob” invocano come “un mondo diverso”: freno della crescita demografica, niente enormi fortune, lavoratori ben pagati, orari di lavoro più brevi, tempo libero sufficiente per dedicarsi alle cose amene, e soprattutto migliore distribuzione, leggi che favoriscano l’uguaglianza. Auspicando che per lo meno “finché la ricchezza continuerà a rappresentare il potere, e il diventare più ricchi possibile continuerà ad essere oggetto della ambizione universale, la via per giungere alla ricchezza sia aperta a tutti.”(5)

Come si vede, i primi teorici del capitalismo non sembrano concepirlo come un sistema economico così necessariamente fondato sulla propria ininterrotta esponenziale valorizzazione, alla maniera in cui oggi viene rappresentato; al contrario mostrano di ritenere possibile, e desiderabile, una società in cui l’accumulazione di richezza non si ponga più, né per i singoli nè per la collettività, come l’obiettivo supremo, e in cui vengano privilegiati altri valori e altri piaceri; in cui soprattutto la ricchezza non sia più appannaggio di pochi. Con accenti che parrebbero pensati come la più calzante e puntuale critica del nostro mondo.

Queste idee sono poi destinate a trovare il loro più completo e ricco dispiegamento nel pensiero di Keynes, autore celeberrimo della cui opera però – e davvero non senza motivo – sono note e ampiamente seguite solo quelle parti che, prese a sé stanti, potevano risultare omogenee all’economia dominante e quindi utilizzabili al sostegno delle sue politiche; come ci fa notare Giorgio Lunghini nel poporre e commentare la pubblicazione italiana di un prezioso gruppo di suoi saggi “minori”, apparsi tra le due guerre. In realtà tutta la sua opera è pervasa non solo da una netta severità di giudizio, ma perfino da una sorta di aristocratica insofferenza nei confronti del capitalismo. “Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo”(6), scriveva nell’ immediato dopoguerra; e se lo sopportava, e anzi si impegnava ad aggiustarlo in qualche modo, era solo perché non vedeva come sostituirlo, almeno per qualche tempo ancora, fermamente rifiutando però di credere alla ineluttabilità delle sue “leggi”. E di questo ampiamente ci parla in “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Dove, riflettendo sul “processo di accumulazione secondo l’interesse composto” verificatosi a partire dal XVI secolo - una quantità “da far vacillare la fantasia” - si dice convinto che “l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico”.

Quando ciò avverrà, quando cioè “l’accumulazione della ricchezza non sarà più un importante problema sociale”, e potremo considerarci “fuori dal tunnel della necessità economica”, la vita umana potrà trasformarsi. Allora “dovremo avere il coraggio di assegnare alla ‘motivazione’ danaro il suo vero valore. L’amore per il danaro come possesso, e distinto dall’amore per il danaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche, che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.” Fino allora dovremo accettare usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, e conservare tutte quelle pratiche economiche che, per quanto turpi e ingiuste in sé, sono però “utilissime nel produrre e accumulare capitale” e nel “determinare la distribuzione della ricchezza”. “Ma il momento non è ancora giunto,” diceva. “Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no.” (7)

Correva l’anno 1930. Cento anni non sono ancora trascorsi. Keynes, morto nel 1946, non ha assistito a quella rivoluzione tecnologica che ha scardinato l’organizzazione del lavoro, spalancato voragini nelle statistiche dell’impiego, buttato all’aria regole da sempre date per indiscutibili; non è stato testimone di quello sconvolgimento planetario che l’informatica ha consentito e che abbiamo chiamato globalizzazione; non si è trovato di fronte al tremendo guasto dell’ambiente, lui che prima della guerra si preoccupava di proteggere i monumenti e la bella campagna inglese, ma già allora aveva capito che “le bellezze naturali non hanno valore economico”; non ha visto lo sfrenarsi del consumismo, il moltiplicarsi di vite divorate tra produzione e consumo, cui solo le merci (da fabbricare vendere acquistare possedere usare gettare) sembrano dare ragione e senso, lui che invitava il suo prossimo a dedicarsi a impegni “non economici” una volta soddisfatti i bisogni essenziali, e a “coltivare l’arte della vita”. Soprattutto non ha saputo come clamorosamente e beffardamente la storia avrebbe smentito la sua convinta previsione secondo cui “l’umanità stava procedendo alla soluzione del suo problema economico”; come la soluzione si sia in realtà avverata ma solo per una minoranza, e come l’enorme quantità di ricchezza prodotta non sia riuscita a sconfiggere l’iniquità del mondo. Forse, se avesse avuto vita, molto prima che trascorressero i cent’anni previsti Keynes avrebbe deciso che “l’accumulazione della ricchezza non riveste più un significato sociale importante”. (8)

Oggi politici, economisti, e quanti con l’economia hanno rapporti attivi e decisionali, non debbono affatto “fingere con sè stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no”, come Keynes riteneva - per qualche tempo ancora - inevitabile. Semplicemente sono convinti che solo l’utile sia giusto, e identificano l’utile con l’accumulazione, incredibilmente ancora fiduciosi del suo “significato sociale”. O quanto meno si comportano e si esprimono come se così fosse. Con qualche eccezione. Che non riguarda solo i non molti economisti ecologisti, già sopra citati, e i rari economisti su posizioni di radicale condanna dell’ordine oggi imperante, essi pure più volte menzionati, ma anche alcuni altri del tutto privi di propensioni estremizzanti e però con uno spiccato interesse verso i problemi sociali, i quali nei loro ultimi lavori hanno assunto posizioni decisamente critiche nei confronti della valutazione della crescita come un fatto in sé innegabilmente positivo.

E’ il caso di Giorgio Fuà il quale, nel suo libro intitolato appunto “Crescita Economica”, dopo un’ampia analisi della scarsa validità del Pil come indicatore di benessere e la proposta di usare in sua vece “una nozione di prodotto sociale”, giunge a “domandarsi se l’oggetto studiato – la crescita della produzione di merci – meriti davvero tutta l’attenzione che economisti, politici e pubblico in generale continuano a dedicargli”. Perché, sostiene, ciò che aveva ragion d’essere in una situazione storica in cui la produzione era certo “uno dei fattori principali (anche se non l’unico) da cui dipendeva il benessere”, non vale più oggi, soprattutto nella “parte ricca del mondo”, dove la vastità dei mercati e la quantità di merce prodotta “hanno raggiunto dimensioni tali che ulteriori aumenti non presentano più connotati così nettamente positivi dal punto di vista del benessere della popolazione”: oggi, dice, “dobbiamo smettere di privilegiare questo tema e dedicare maggiore attenzione ad altri temi”. E non accetta il riferimento alla povertà dei paesi terzi come alibi all’inseguimento della crescita, affermando che occorre “contrastare la concezione imperante per cui un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello centrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; e apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia, ai suoi caratteri, alle sue circostanze, e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci.” (9)

E’ il caso anche di Paolo Sylos Labini. Fedele a quello che chiama “l’approccio smithiano”, cioè alla necessità per la scienza economica (necessità oggi ampiamente disattesa) di aprirsi alle altre discipline sociali e utilizzarne le analisi, più volte nella sua vasta opera si è trovato a considerare la gravità delle ricadute negative del sistema industriale e della crescita produttiva, in particolare per quanto attiene il dissesto dell’ambiente (10). Ma di recente ha assunto posizioni di dichiarata condanna nei confronti dello sviluppo economico “visto come un bene assoluto”, anche in rapporto ai paesi più poveri. Certo “Lo sviluppo rappresenta un obiettivo socialmente fondamentale fino a quando il reddito individuale della maggioranza della popolazione non raggiunge un certo livello critico. Dopo che la gente in generale è in grado di soddisfare i bisogni essenziali, e di ottenere un certo ammontare di comodità, lo sviluppo economico diviene sempre meno importante e il consumismo tende a diffondersi e ad assumere connotati patologici (…) e cresce in modo tumultuoso il fiume di beni frivoli e perfino dannosi.” Insomma “per i paesi progrediti – circa un quinto dell’umanità – lo sviluppo non è più un obiettivo importante sotto l’aspetto della disponibilità dei beni.” Non si deve inoltre dimenticare che lo sviluppo “Nel suo corso distrugge molti valori tradizionali e determina mutamenti profondi nei modi di vita e nei sistemi di idee: l’ininterrotto processo di adattamento non può svolgersi senza gravi pene”. (11)

Già parecchio prima anche Claudio Napoleoni si era posto domande su questo tema cruciale, e nell’86 - a un paio d’anni dalla sua morte, avvenuta nell’88 - senza esitazioni affermava: “La crescita produttiva materiale, da un certo punto in poi, è sempre creatrice di malessere, anziché di benessere”; e aggiungeva che la crescita non è difendibile nemmeno a favore dei paesi poveri, che vengono costretti ad adeguarsi a “modelli improponibili”, e “condannati a una rincorsa nella quale essi sono sempre e necessariamente perdenti.” (12) E nell’87 ribadiva: “E’ dimostrato che la crescita indefinita di beni materiali da un lato incontrerebbe limiti invalicabili nella esauribilità delle risorse, dall’altro comporterebbe crescenti costi ambientali.” (13).

Un’altra bocciatura drastica e senza attenuanti della crescita viene formulata da uno di coloro che ho indicato come i “critici-complici” del sistema economico attuale, cioè Edward N. Luttwak. Con il pragmatismo al limite della brutalità che gli è proprio, dopo avere ripetuto che l’iniquità è intrinseca alla struttura stessa del “turbocapitalismo”, attacca quanti si dicono convinti che il sistema abbia la soluzione anche per questo problema, e la proponga anzi come “panacea di ogni male”: essa dovrebbe consistere “in una crescita economica perenne e sempre più sostenuta, grazie a nuova teconologia, nuova liberalizzazione e nuova globalizzazione” . Ma non si vede a che serva “il precetto di una crescita più rapida”: in realtà “nessuno spiega né come mantenere elevata nel tempo tale crescita, né perché dovrebbe ridurre le disuguaglianze anziché farle aumentare ancor più (…) E’ illogico ritenere che un processo che si è tradotto in un determinato risultato, in questo caso l’aumentare delle disuguaglianze, solo perché ulteriormente accelerato possa improvvisamente iniziare a generare il risultato contrario”. E conclude affermando “il ricorso ai poteri dello Stato” per “una politica di ridistribuzione del reddito” come “l’unico rimedio possibile all’incessante gonfiarsi delle disparità”, e in sostanza “la necessità di superare questo modello economico”. (14)

Le citazioni potrebbero continuare. Ma, al di là delle non poche posizioni critiche nei confronti della crescita come precetto di un’economia dimentica della propria funzione di servizio e sempre più lontana dalla sua stessa identità di disciplina sociale, si avverte ormai insistente l’insofferenza della realtà quotidiana che per tutti ne consegue. E’ una sorta di insostenibilità culturale, ma anche pratica, sperimentata nella ferialità quotidiana, di un’accumulazione che da astratta categoria economica si fa cumulo concreto di oggetti, sopraffattorio totalitarismo delle cose, inevitabilità della merce; e che trova qua e là voce, anche se spesso incerta, inadeguata, espressione di generico malessere magari affidata alle parole di un cantautore o alle gag di un comico, segnale comunque da non ignorare. Non mancano d’altronde, e si fanno frequenti, anche voci consapevoli e perspicue, a dirne il disagio e la irrimediabile insensatezza.

Esemplare in questo senso è il discorso pronunciato l’aprile scorso, in non so quale occasione celebrativa svoltasi a Roma nella sede del Senato, da Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca. Ne riporto alcuni brani tra i più significativi: “Quanto è liberatorio, bello e salutare saper dire che non si capisce il mondo, che ci si tormenta per questo, che ci si stupisce di fronte ad esso e non lo si comprende! (…) Perché non stupirci osservando i giovani che non sanno più trascorrere neanche un minuto della loro vita senza i telefoni cellulari? Perché non stupirci vedendoli stare ore e ore a contatto quotidiano con una macchina piuttosto che con un essere umano? Perché non stupirci di fronte al fatto che produciamo energia atomica e poi non sappiamo come smaltire le scorie nucleari? Perché non stupirci vedendo scomparire i boschi, riflettendo sull’aria sempre più inquinata, sul fatto che la gente vive in enormi agglomerati senza il senso della comunità e senza alcuna regola morale? Perché non stupirci della crescita continua della produzione di automobili che ormai paralizzano il traffico in ogni capitale europea? Perché non stupirci del nostro proprio stupore di fronte alla constatazione di quanto e con quale facilità l’arma biologica riesca a distruggere continenti interi, quando siamo noi stessi a costruire queste armi nei nostri laboratori? Perché non stupirci che sempre meno persone – in Europa, in America, in Asia – producano valori concreti e sempre più persone nel contempo si occupino solo di speculazione, diventando ancora più ricchi di chi è in grado di produrli?”( 15) Non riesco a immaginare le reazioni dei presenti. Scandalo, sdegno contenuto, freddi sorrisi di circostanza, pochi doverosi applausi, la cinica indifferenza di sempre? Forse soltanto disattenzione, carte sfogliate, qualche pettegolezzo sussurrato al vicino, ostentata noia. Bisogna pur difendersi da discorsi insoliti e disturbanti.

Non con la sensibilità scoperta e un poco ingenua di un prezioso intellettuale prestato alla politica, ma con solidi argomenti scientifici, dice cose molto simili il fisico teorico Luigi Sertorio nella sua recente “Storia dell’abbondanza”. In essa percorre la vicenda del rapporto tra specie umana e natura, nei millenni svoltosi in condizioni di equilibrio obbediente alle leggi biologiche, fino alla rottura segnata dall’avvento dei motori termici azionati dai combustibili fossili, che ha dato il via all’era tecnologica con “la creazione di strumenti tanto potenti da modificare l’ecosistema proprio nella direzione dannosa per l’uomo”, aprendo all’economia prospettive senza precedenti e consentendo al capitale di accrescere a dismisura se stesso; moltiplicando la produzione di oggetti destinati rapidamente a trasformarsi in rifiuti, e riducendo ogni essere umano a mero consumatore, cioè un canale che collega “un contenitore di risorse, sempre più vuoto, a un contenitore di scorie, sempre più pieno”; incidendo sulla collettività fino a modificarne senso comune e principi etici: “Il benessere è divenuto crescita dei consumi (secondo gli economisti), il consumo è divenuto sinonimo di benessere, e quindi il consumo è divenuto etica”.(16)

In questa critica all’insensatezza della generale ubriacatura efficientistica produttivistica consumistica, a stupirci ancora una volta è Luttwak, da una vita fedele servitore dello Stato americano. “Il libero commercio come ideologia”, “Il danaro come religione”, “Lo shopping come terapia”: così si intitolano tre capitoli del suo libro qui più volte citato, e bastano pochi brani a illustrarne i contenuti. “Molti economisti contemporanei ignorano semplicemente l’eventualità che alcuni preferiscano vivere in un paese dall’economia un po’ meno efficiente (….) danno implicitamente per scontato che le società esistano allo scopo di servire le esigenze della propria economia, anziché l’esatto contrario, e non attribuiscono quindi alcuna importanza alla stabilità dell’occupazione (contano i livelli di profitto), alla preservazione delle tradizioni o alla necessità di evitare che le disparità in termini di reddito e di benessere divengano enormi” (17). “L’essenza politica (del turbocapitalismo) consiste nel trasferimento del potere dalle pubbliche autorità agli interessi economici privati e istituzionali. Ciò riduce inevitabilmente lo spazio di manovra del controllo democratico (…) L’ambiente sociale è sempre più lasciato alla terra di nessuno degli affari privati. Ciò rispecchia la caratteristica più sorpredente di questa nostra epoca turbocapitalistica: il progressivo deteriorarsi del primato della democrazia sull’economia.” (18) “Gli americani si rendono schiavi dei debiti per accumulare ogni sorta di articoli inutili, da potenti autocarri utilizzati come autovetture a statuine di porcellana acquistate in qualche televendita notturna (…) Per pagarsi la loro propensione all’acquisto lavorano ogni anno per un numero di ore superiore a quello di qualunque altro popolo (…) E’ vero che alcuni traggono dal proprio lavoro una soddisfazione tale da vivere per lavorare, ma fra coloro che invece lavorano solo per vivere, molti sono a caccia di straordinari, o perfino di un secondo lavoro, sacrificando la libertà personale e la vita privata pur di poter consumare di più.” (p.19)

George Soros dal canto suo accusa “il malessere e l’instabilità costitutivi di un orientamento di mercato che tutto compenetra”, e spiega: “Incerte sul loro stesso essere, le persone si appoggiano sempre più sul danaro come criterio di valore. E’ considerato migliore ciò che costa di più. Il valore di un’opera d’arte è stabilito in base al prezzo. Le persone meritano rispetto e ammirazione perché sono ricche. Quello che è sempre stato un mezzo di scambio ha usurpato il posto dei valori fondamentali, rovesciando il postulato della teoria economica. Quelle che sono sempre state delle professioni si sono trasformate in affari. Il culto del successo ha preso il posto della fiducia nei principi. La società ha perso il suo punto di riferimento.” (20)

Ma a scrutare in profondità l’”apocalisse culturale” verificatasi sul pianeta Terra nel secolo scorso, in sintonia con la ragione economica e in sua funzione, è Marco Revelli con “Oltre il Novecento”. Cercandone le cause più lontane e all’interno di un’analisi complessa, tra violenze, contraddizioni, catastrofi politiche, cogliendole nel “senso dell’illimitato”, nella “totale assenza di limiti posti alla produzione” fino all’”idea di una totale fabbricabilità” della natura, che qualificano il paradigma socio-economico dell’ultimo capitalismo. Accusandone la costante incongruenza tra mezzi e fini, per cui i fini vengono sopraffatti dall’ ingovernabile potenza dei mezzi, lo strumento tecnologico prevale su ogni scopo e idea, distruttività e produzione obbediscono alla stessa razionalità, e trovando nell’archetipo dell’ “Homo faber” il protagonista e il simbolo della volontà prometeica che lo muove. “Il peccato capitale del XX secolo – il luogo genetico del ‘mostruoso’ che in esso si è rivelato e, insieme, dell’irresponsabilità nei confronti di esso, dell’ incontrollato e dell’eticamente inerte – non sta tanto (o comunque non sta solo) nel delirio dell’ ‘homo ideologicus’, nelle dinamiche visionarie di una volontà malata di irrealismo, di mito e di utopia, ma piuttosto nella pratica smodata e incapace di limiti dell’ ‘homo faber’. Nel ‘realismo’ della sua razionalità irragionevole, trabordante, onnivora. Nella totalizzazione di quella ‘creatività distruttrice’ che connota appunto lo statuto del lavoro senz’opera, del lavoro resosi autonomo da ogni determinazione di contenuto e di senso del suo uso che non sia la mera efficienza, la pura e semplice assolutizzazione del ‘fare’.” (21)

Cose molto simili pensava Claudio Napoleoni. E’ soprattutto in un’ampia e complessa intervista apparsa nell’87 su “Palomar”, che a lungo si sofferma sul tema dei rapporti tra economia e società, con il tono discorsivo e frantumato di chi pensa a voce alta: “La centralità dell’economico…. non si può che prenderne atto, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Però … questa centralità va negata. Con questa avvertenza tuttavia… che sembra solo terminologica, ma le questioni teminologiche non sono mai in realtà solo nominali… Cioè ‘economico’ è una parola molto equivoca.. ‘economico’, ‘economia’, ‘economicità’, sono parole tutte equivoche per una ragione sostanziale. Il complesso di categorie, di discorsi, di ragionamenti, di leggi, di modelli, che appartengono a questo linguaggio sono stati pensati ed elaborati con riferimento ad una realtà sociale determinata, che è quella capitalistico-borghese. Il discorso economico prende consistenza e autonomia proprio in corrispondenza del prender consistenza e dell’autonomizzarsi della vita produttiva, del momento produttivo come dimensione predominante e prevaricante sulle altre.” E allora interrogarsi sulla centralità dell’economico diventa una domanda tautologica, dato che l’economia è questa. “Resta il problema se l’economia possa essere concepita in altro modo,” dice, e continua a riflettere: “Bisognerebbe probabilmente pensare ad un’economia in cui il momento dell’abbondanza – perciò della quiete in qualche modo, della tranquilla fruizione di ciò che si è conseguito – non si configura solo come necessaria base per andare avanti, ma come pacificazione, almeno relativa, rispetto ad una certa condizione storica”. E cita Keynes e Stuart Mill, l’ipotesi di uscita dallo stadio della crescita per entrare nello stato stazionario. Ma occorre tener presente che “uscire dal mondo della produzione significa in fondo uscire dal mondo dell’aggressione”, secondo “una linea in cui l’affermazione della soggettività non solo non coincide con l’affermazione del dominio, ma se ne distingue radicalmente”, e “diventa un’operazione che non si svolge più sotto il segno del soggettivismo”. E ciò significa in definitiva “recepire, confermare, accettare, tenere conto fino in fondo che l’uomo è un finito. Quindi accettare la finitezza non come negatività. Che però, diciamo, è il contrario dell’intera cultura occidentale”. (22)

Note

1)Undp. Human Developpment Report 1996, p. 5

2)Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Laterza, Roma-Bari 2001, p.27;

3) Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1991 p. 58, citato da P. Sylos Labini, Adamo Smith, Relazione, op. cit.

4)John Stuart Mill, Principi di Economia Politica, UTET, Torino 1980, cap.VI, pp. 997-1003, passim.

5) Idem. pp. 1001-1002.

6) John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1983, p.12.

7) John Maynard Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in John Maynard Keynes, La Fine del Laissez-faire e Altri Scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp.57-68, Passim.

8) Ibidem.

9) Giorgio Fuà, Crescita economica – Le insidie delle cifre, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 106-108, passim.

10) Cfr. Paolo Sylos Labini intervistato in: Carla Ravaioli, Il pianeta degli economisti, op. cit. pp.106-107, 119-122, 156, 185; Paolo Sylos Labini, I limiti della crescita, in Carla Ravaioli (a cura di) Lettera aperta agli economisti, op. cit. pp. 135-139.

11) Paolo Sylos Labini, Sottosviluppo, op. cit. p.142

12) Claudio Napoleoni, Come vorrei il 1987, in “Atti del Forum economico di Saint Vincent”, Supplemento a “I libri del Mondo”, n.1-2, gennaio 1987, pp. 91-93.

13) Cfr. Carla Ravaioli, Tempo da vendere, tempo da usare, op. cit. in appendice alla 2° e 3° edizione, La politica degli orari di lavoro, dialogo con Claudio Napoleoni.p.161

14) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit. pp. 269-270.

15) Vaclav Havel, L’occidente e l’ossessione del nulla, in “La Repubblica” 5 – 4- 2002, p. 1-14.

16) Luigi Sertorio, Storia dell’abbondanza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 140.

17) Edward N. Lutwak, La dittatura del capitalismo, op. cit., p.214

18) Idem, p.219.

19) Idem, p.240

20) George Soros, La società aperta rivisitata, in “Reset”, n.34, Febbraio 1997, p.33.

21) Marco Revelli, Oltre il Novecento – La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001, p.57

22) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. pp.15-17

Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca.

Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile.

Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro.

La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale.

Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora.

Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.

All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.

Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.

Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modifi- cheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.

Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.

L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercatonon può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.

George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:

Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.

Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.

È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzareun cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?

Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.

Che cos'è la nuova rivista aideM raccontato dal suo sito

INDICE

Doppio Spot (Preambolo)

Parte I – I “fondamentali”

1 - Beni § Servizi

2 - L’anima del sistema

3 – L’informazione-mercato

4 – I servizi-merce

Parte II – I fatti

1 – Globalizzati

2 – Il capitale di sempre?

3 – Il fallimento della sostenibilità

4 – L’inquinamento sociale

5 – Il dolore degli altri

6 - Liberazione a rischio

7 - L’artificializzazione del mondo

8 – I consumi e la guerra

9 – I conti sbagliati

Parte III – Le domande

1 - Il modello mancante

2 – Una crisi diversa

3 – Vecchie sinistre

4 – L’insostenibile crescita

Parte IV – Risposte?

1 – Quali valori

2 – L’accumulazione sociale

3 – Il mondo

4 – Forse l’Europa

Doppio spot ( Preambolo)

“Interrompiamo per qualche minuto di pubblicità,” annuncia il conduttore. E allo schianto delle Twin towers, indefinitamente riproposto e sempre inesorabilmente portatore della stessa carica di insopportabile tragedia, succede una levigata ragazza golosamente intenta a succhiare un cono gelato. Allo strazio di cadaveri e di viventi fatti a pezzi segue il gruppo gioiosamente ciarlero di un villaggio-vacanza, la desolazione di miserabili capanne in macerie dà spazio alla giovanissima coppia abbracciata in groppa a un motorino, il lutto di gente in fuga da ordigni mortali stacca su una bellissima pronta al fascino di una superveloce iperaccessoriata automobile e del suo possessore. La guerra cede alla felicità del consumo. L’ottimismo facile e dozzinale del mercato si alterna all’apocalisse.

E’ accaduto dall’11 settembre in poi, e continua ad accadere, da noi e dovunque, in tv pubbliche semipubbliche private. A volte senza neppure l’annuncio dell’ interruzione pubblicitaria. Come sempre d’altronde: spezzare un film un telegiornale un concerto un dibattito politico con lunghi intervalli di promozione commerciale è stata ed è la regola, e non vuole esitazioni nè pudori. Quella data che a giudizio di tutti avrebbe cambiato il mondo e la storia, e che senza dubbio non poche cose ha cambiato, non ha spostato minimamente la supremazia della merce. Sui televisori di tutto il pianeta continuano a scorrere in sequenza immediata immagini violentemente dissonanti. Nella disattenzione generale, o piuttosto nell’assuefazione a un mezzo che omologa tutti i messaggi, ci raggiunge la rappresentazione di una realtà scissa in due facce opposte ma in sostanza equivalenti, quasi i due termini di un’endiadi, in una sorta di narrazione allegorica, addirittura una metafora, della nostra realtà. Dopotutto perché mai separare merci e guerra? Non sono merci anche le armi? E non è la guerra il luogo del loro consumo?

La domanda mi era presente fin dal primo abbozzo di queste pagine destinate alla riflessione su un tema che senza retorica può definirsi “l’impero delle merci”. Ma dopo l’11 settembre mi si è posta sempre più perentoria, fino a situarsi al centro della materia, e a dettarne una lettura forse di radicale pessimismo, ma temo non lontana dalla verità.

DI FRONTE a Cloptar (4 anni), Tuca (6 anni), Mengi (8 anni) e Eva (11 anni) bruciati nella loro baracca sotto un cavalcavia alla periferia nord di Livorno, non esistono i buoni e i cattivi sentimenti. La sorte di quei bambini smuove dentro di noi qualche cosa di più difficile da confessare. La tentazione è cavarcela addebitando a genitori negligenti per natura – giustamente perseguiti dalla magistratura – una tragedia che ci appare letteralmente di un "altro mondo", spuntato di fianco a casa nostra senza chiedere il permesso, indesiderato. Tendiamo quindi a concederci una deroga culturale, nei confronti dei rom. Gente per la quale la vita e la morte avrebbero un valore diverso da quello che noi gli attribuiamo, perfino quando a morire sono i loro figli. Dubitiamo che soffrano come noi.

Li consideriamo un popolo dall´innata propensione al vagabondaggio, al furto, alla brutalità sulle donne e sulla prole. Ma ne siamo proprio sicuri? Abbiamo eretto solidi tabù culturali contro il razzismo biologico. Condanniamo chi discrimina il prossimo in base al colore della pelle. Pochi giorni fa un sacerdote ha dovuto chiedere scusa per una infelice battuta sugli ebrei. Grazie alla globalizzazione vi sono poi comunità immigrate la cui tutela viene assunta direttamente dai paesi d´origine: attaccare i cinesi di via Paolo Sarpi a Milano provoca l´immediata, temibile protesta del governo di Pechino.

I rom non hanno potenze straniere dietro le spalle. Rappresentano l´eccezione alla regola del "politically correct". L´alto tasso di delinquenza, alcolismo, nomadismo, disoccupazione che li contraddistingue, è un fatto comprovato. Un fatto che inquieta e impaurisce. E allora scatta una generalizzazione impensabile nei confronti di altri popoli: la maggioranza degli italiani si sente autorizzata a pensare che i rom sono pericolosi. Colpevoli. Tutti quanti. Per loro stessa natura. Per tradizione culturale. Al massimo se ne salverà qualcuno, poche mele sane in un cesto di mele marce da rispedire al mittente. Solo che il mittente non esiste, e non si sa a chi rispedirli.

Scatta così la licenza verbale. Quando la Lega nord ha tappezzato Milano di manifesti con su scritto "Campi rom, fora de ball", nessuno vi ha ravvisato gli estremi dell´incitamento all´odio razziale. Quando amministratori di destra e di sinistra dichiarano che una metropoli di milioni di abitanti "non può sopportare la presenza di più di tremila rom", quest´idea di numero chiuso su base etnica viene accettata come ragionevole. Perché i rom sono troppo diversi, i rom non diventeranno mai come noialtri.

La licenza verbale anticipa così il bisogno di purificazione del territorio. Con il fuoco, se necessario. Erano cittadini benpensanti, non delinquenti, quelli che applaudirono il 21 dicembre 2006 la spedizione punitiva che bruciò le tende di 73 nomadi (più di metà bambini) autorizzati a un insediamento provvisorio in un campo di Opera, nel milanese. Troppo facile liquidare come "cattivi" i paesani di Appignano del Tronto che il 25 aprile scorso incendiarono l´accampamento in cui viveva Marco Ahmetovic, il rom ubriaco che investì e uccise quattro poveri ragazzi. A proposito: Ahmetovic è tuttora detenuto in carcere, a differenza dell´ubriaco che il 15 luglio ha travolto una sedicenne in provincia di Torino, scarcerato dopo 27 giorni.

La paura degli zingari è antica come la leggenda che attribuisce loro il ratto dei bambini: rinverdita ogni anno da denunce puntualmente archiviate. Li si accusa di malefici riti magici e di propensione alla violenza carnale. Un pericolo ingigantito come le cifre che li riguardano: 140 mila persone, più di metà cittadini italiani, lo 0,3% della popolazione. Con l´incremento dovuto a un flusso migratorio dalla Romania di rom divenuti quest´anno nostri concittadini dell´Unione europea.

Accade così che un sindaco impegnato ad attrezzare piccole aree d´accoglienza (la soluzione vigente altrove) rischi per ciò stesso la sua carriera politica. Se poi ai rom vengono assegnate case popolari e se si garantisce l´inserimento dei loro figli nelle scuole primarie, scatta immediata l´accusa di favoritismo. A Rho, città in pieno sviluppo grazie al nuovo polo fieristico milanese, la giunta di centrosinistra è caduta per l´ospitalità garantita a 60 (sessanta!) romeni. Mentre si propagano false voci di sussidi pubblici garantiti agli zingari nullafacenti, per giunta portatori di malattie contagiose.

Molto più redditizio politicamente è invocare lo sgombero generalizzato degli insediamenti abusivi che spuntano come funghi negli interstizi del tessuto metropolitano. Chiunque invoca lo sgombero riceve plausi generalizzati, salvo che da parte delle forze dell´ordine. La retorica dello sgombero facile si scontra infatti con banali considerazioni di fatto: la maggioranza degli abitanti delle baraccopoli è costituita da persone non estradabili. Dunque la polizia agisce malvolentieri, spesso concordando il sostegno preventivo delle strutture di volontariato che garantiscono almeno a donne e bambini il ricovero provvisorio negato dalle amministrazioni comunali. Sapendo benissimo che la notte dopo i senzatetto andranno a dormire in un altro campo abusivo, sotto un altro cavalcavia.

Il popolo rom si trova così a simboleggiare un nomadismo, eredità di secoli di persecuzioni, che ormai riguarda controvoglia decine e decine di migliaia di altre vite a perdere. Mariti separati, famiglie sfrattate, anziani soli, lavoratori immigrati senza alloggio, clandestini di ogni tipo, manovali della criminalità organizzata. Tutti mescolati nelle baraccopoli che sorgono dappertutto –simili a campi profughi- sempre più derelitte, minacciose, quindi difficili da non vedere.

Solo una politica demagogica può avere la sfrontatezza di prometterne la cancellazione. Ma risulta tremendamente impopolare lavorarci dentro con l´obbiettivo di sanare le emergenze delinquenziali, sanitarie e d´inciviltà. Un´impresa difficilissima, soggetta a continui fallimenti, ma priva di alternative. Dopo avere proposto invano la costruzione di piccoli "villaggi solidali" nei comuni dell´hinterland, la Casa della Carità di Milano ha concordato con il Comune il varo di un "Patto di socialità e legalità". Per essere ospitati nelle strutture attrezzate, i rom vengono censiti e sottoscrivono un vero e proprio contratto di cittadinanza che li eleva a titolari di diritti e doveri: il pagamento delle bollette, il rispetto dell´obbligo scolastico, normative di sicurezza. Intorno a loro però dilagano la paura e l´intolleranza, alimentate da una cronaca ben poco incoraggiante: quando i giornali pubblicano la sequenza fotografica dei bambini rom borseggiatori sul piazzale della Stazione Centrale, serpeggia una comprensibile furia ed è come se si dovesse ricominciare da capo.

Non ci sono buoni e cattivi di fronte agli abitanti più scomodi delle nostre periferie urbane. Per questo l´atroce fine dei bambini lasciati soli sotto il cavalcavia di Livorno, e la sofferenza della loro sorella quindicenne incinta, suscitano riflessioni inquietanti.

Una cosa però dobbiamo dircela chiara, anche se è scomoda. Non possiamo più permetterci di considerare i rom e gli altri abitanti delle bidonvilles come materiale umano di scarto. Cancellarli non si può, a meno di concepirne lo sterminio. Una follia? Niente affatto: è l´unico esito coerente, dilazionato nel tempo, del malumore che cova e dello scricchiolio sinistro del nostro codice morale. Chi lo avrebbe mai previsto, nell´Europa dei primi decenni del Novecento, che l´ostilità nei confronti di un popolo definito "colpevole" nel suo insieme sarebbe sfociata nella soluzione finale?

I fatti di Napoli, inclusi omicidi in serie, emergenza rifiuti e illegalità diffusa, discendono in ultimo dalla prolungata scarsità di risorse destinate a cose come la scuola, la formazione degli adulti, il rinnovamento urbano, i servizi pubblici, il funzionamento della giustizia e delle forze dell’ordine. Sono cioè un segno drammatico di povertà pubblica. Qualcuno può pensare che si tratti d’un problema particolare di Napoli. In realtà Napoli è solo il lampeggiante rosso che segnala l’immenso divario che esiste in Italia tra ricchezza privata e povertà pubblica.

Con i suoi 29.200 dollari di reddito pro capite, calcolati a parità di potere d’acquisto, l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo. Il suo reddito è quasi uguale a quello di paesi che si sanno benestanti, come Svezia, Francia, Regno Unito e Germania; ed è appena duemila dollari sotto il ricco Giappone, tremila sotto la ricchissima Svizzera. È vero che a causa delle forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito disponibile un quinto della popolazione italiana se la passa piuttosto male; ma i quattro quinti restanti se la passano piuttosto bene, e il quinto più ricco di questi se la passa magnificamente. Della ricchezza privata degli italiani sono indicatori efficaci, più che le rade statistiche ufficiali, il numero degli alloggi di proprietà, delle auto che costano dai 40.000 euro in su, dei lussuosi negozi di abbigliamento di ogni città grande e piccola, dei giorni annuali di vacanza che possono in totale permettersi.

Se tutto ciò distingue in meglio l’Italia, in peggio la distingue il povero stato dei beni pubblici. Fare confronti tra noi e i paesi sopra nominati è perfino umiliante. Abbiamo le peggiori autostrade della Ue, insieme con servizi ferroviari di serie B. I metro di Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, città dove il traffico è ormai un incubo, non arrivano, in totale, a 130 chilometri di lunghezza, meno d’un terzo del metro della sola Parigi. Siamo gli ultimi della Ue a 15 quanto a spese in ricerca e sviluppo, numero di ricercatori, brevetti per milione di abitanti. Metà dei nostri edifici scolastici sono fatiscenti. L’università è strozzata dalla mancanza di risorse. Oltre metà del territorio corre un elevato rischio idraulico – e dopo le alluvioni del ‘66 a Firenze e Venezia quasi nulla è stato fatto per scongiurare il loro ripetersi. Lo stato dei parchi cittadini è in media penoso. In assenza d’una politica del territorio, il paesaggio viene distrutto a ritmi senza paragoni nella Ue. In un terzo del paese, chiunque gestisca un’attività economica deve includere le tangenti alla criminalità come voce normale del bilancio d’esercizio. Non riusciamo nemmeno a smaltire i rifiuti che produciamo. Quanto ai processi civili o penali, la loro durata è ormai materia da geologi.

In astratto, lo scarto esistente tra ricchezza privata e povertà pubblica dovrebbe apparire scandaloso a tutti noi, e impegnare allo spasimo la politica nel tentativo di ridurlo. In pratica non si verifica una cosa né l’altra. Lo scontro sulla finanziaria è esemplare. La destra è insorta, e sta cercando di mobilitare mezzo paese, contro il mite tentativo che la finanziaria compie di ridistribuire in complesso meno d’un decimo di punto di Pil dai redditi più alti ai più bassi. Il messaggio che lancia la destra è qui chiarissimo: se il prezzo della difesa dell’ultimo centesimo di ricchezza privata è il degrado crescente dei beni pubblici, noi scegliamo la prima. Inutile nascondersi che almeno metà degli elettori condivide questa posizione.

D’altra parte nella finanziaria, l’atto politico più importante dell’anno, l’impegno a ridurre il divario tra ricchezza privata e povertà pubblica è pressocchè invisibile, dato che il suo impianto è schiacciato dall’intento di ridurre il debito dello stato, appianare il deficit di bilancio, rilanciare la crescita e la competitività. Intenti lodevoli, se non fosse che uno degli ostacoli principali per raggiungerli risiede precisamente nella pubblica povertà. Se un paese non investe in risorse per assicurare la legalità, dalle forze dell’ordine alla giustizia, gli imprenditori, specie quelli stranieri, si guardano dall’investire in mezzi di produzione e impianti. Se il settore pubblico non destina fondi alla ricerca e sviluppo, anche i privati ne restano lontani, e l’idea di competere con tedeschi o americani appare patetica. In Usa, per dire, la mano pubblica (governo federale, stati locali e altro) ha investito nel 2002 in R&S 98,3 miliardi di dollari, e l’industria 193,3; l’Italia appena 9 per ciascun settore. In proporzione sarebbero dovuti essere oltre 57. Un altro tasto è la produttività oraria del lavoro, che da almeno un lustro ristagna in Italia; su di essa influisce fortemente la qualità della scuola, della formazione professionale, dell’università. Per non dire dei miliardi di euro che ogni anno sono ingoiati da alluvioni, frane e crolli che una preveggente difesa del territorio potrebbe limitare.

La proposta di mettere la riduzione del divario tra ricchezza privata e povertà pubblica al centro della politica del centrosinistra si presta ovviamente a varie obiezioni. Tra le prime che vengono a mente: la Ue ci chiede anzitutto di ridurre il debito dello stato e dei nostri beni pubblici le importa poco; migliorare la condizione di questi costa, e lo stato non ha più un euro; la crescita economica indotta dalla finanziaria produrrà più risorse, che si potranno così destinare a ridurre la povertà pubblica; il solo argomento che gli elettori capiscono è meno tasse per tutti, altro che parlare loro di povertà pubblica da diminuire.

Tento quindi qualche risposta. Bisognerebbe anzitutto decidere tra finanza e sostanza. Si potrebbe infatti sostenere, guardando all’Europa, che ciò che ci allontana davvero da essa non è tanto il permanere del debito al livello attuale per qualche altro anno, quanto le dimensioni della nostra povertà pubblica a confronto degli altri paesi. Ove si ammetta questo, il debito potrebbe attendere ancora un po’, e almeno parte delle risorse ad esso destinate venire dirottate sui beni pubblici. Da parte sua l’argomento «più crescita uguale più risorse uguale più fondi per i beni pubblici» non tiene conto del fatto che l’economia contemporanea «manifesta una tendenza implacabile a provvedere una fornitura sovrabbondante di alcune cose e una quantità misera di altre» – in primo luogo dei beni pubblici. Lo ha scritto cinquant’anni fa un economista che vedeva lontano, John Kenneth Galbraith. Quanto agli elettori, magari non lo sanno, ma l’80 per cento di essi hanno in realtà un interesse materiale, oggettivo, diretto, alla riduzione della povertà pubblica. Infatti lo stesso stipendio può valere molto di più, o molto di meno, a seconda che i beni pubblici siano abbondanti o scarsi. La politica potrebbe provare a farglielo capire.

In attesa quel segnale rosso, che il caso vuole si sia acceso per ora a Napoli, continua a lampeggiare.

IL PROFLUVIO di immagini dell´orrore e le molte terribili storie individuali spezzano il cuore collettivo del mondo. Eppure, il realista sociologico che è in me chiede: fra un anno, chi saprà e vorrà sapere della catastrofe dello tsunami che oggi tiene tutti in suo potere? Questa domanda non è oziosa o peregrina. Porta, invece, al centro del tema.

Le catastrofi naturali non sono affatto pure e semplici catastrofi "naturali", ma merce da informazione molto effimera. Sono in tutto e per tutto eventi politici, moments of decision.

Ma nel rapido mutamento dei tipi di catastrofe (per fare solo tre esempi: "Chernobyl" sta per i pericoli globali della tecnologia moderna, "11 settembre" simboleggia i pericoli globali del terrorismo e "tsunami" ha ora rinnovato il ricordo della natura come colpevole, che, indifferente a tutti i tentativi di controllo tecnico-scientifico minaccia la vita sul pianeta) si può riconoscere il fatto che, con la violenza del pericolo percepita su scala globale, lo stato d´eccezione rischia di diventare la regola.

Ora come in passato vengono combattute guerre per il territorio e le risorse. Le guerre tra stati erano la più classica situazione di minaccia della prima modernità, ma nella seconda modernità, dopo la fine della Guerra fredda, le devastazioni e i pericoli simili a quelli generati dalle guerre, che preoccupano l´opinione pubblica mondiale e che turbano e angustiano ogni singolo individuo fin nell´intimo della sua esistenza, devono essere intesi in modo fondamentalmente diverso. Essi non corrispondono affatto al modello della guerra tra stati nazionali, bensì allo schema dell´alternativa tra gli effetti collaterali non intenzionali dei successi scientifici e della modernizzazione (il cui paradigma è Chernobyl, ma anche il vaso di Pandora scoperchiato dalle promesse dell´ingegneria genetica, della genetica umana, della nanotecnologia) e il modello della catastrofe intenzionale (il cui paradigma è il terrorismo di al-Qaeda, che mira alla vulnerabilità universale della società civile); oppure rientrano nel genere delle catastrofi naturali mass-medializzate, che hanno luogo in qualsiasi appartamento - come dire: il mondo nella condizione dell´osservatore coinvolto, senza via di scampo -. Questo nuovo capitolo della società mondiale del rischio si distingue da quelli precedenti per il fatto che le catastrofi naturali non vengono attribuite - come gli esiti collaterali catastrofici dell´agire tecnico o come le catastrofi intenzionalmente prodotte dalle reti terroristiche - a decisioni e attori umani (il governo, l´economia, la scienza), perlomeno non in primo luogo, ma appunto alla "natura assassina" o a "Dio punitore". La domanda politicamente esplosiva su colpa ed espiazione, errore e responsabilità, sollevata dai terremoti politici dopo Chernobyl e l´11 settembre, raramente cade nel vuoto.

Ciò significa che sull´onda della compassione mondiale stati e governi, traballanti per i loro insuccessi, possono svincolarsi dal poco confortevole ruolo dell´accusato e del briccone e assumere quello del soccorritore caritatevole e dell´eroe che organizza gli interventi di solidarietà dopo il disastro (aiuti umanitari, sistema di allarme, ricostruzione). Paradossalmente, le catastrofi naturali rappresentano per i politici ciò che per gli assetati è un´oasi nel deserto: essi possono ristorarsi alla fonte di una legittimazione che zampilla fresca. Magari, chissà, a qualcuno verrà in mente il cancelliere tedesco Schroeder (non sarebbe per la prima volta che si salva da un incombente crollo elettorale grazie a un´inondazione catastrofica); oppure il presidente americano Bush, che spera, nelle vesti di Superman dei soccorsi, di trasformare in fiducia la diffidenza che soprattutto il mondo mussulmano nutre nei suoi confronti.

Le catastrofi tecniche, terroristiche e naturali hanno una cosa in comune: il pericolo non è diretto, non ha indirizzi, non porta un´uniforme, è anonimo, non calcolabile, non prevedibile. Spesso non è nemmeno immaginato e rappresentabile ? fino a quando avviene la catastrofe. Il 10 settembre 2001 chi avesse preso sul serio il rischio terroristico sarebbe stato considerato un pazzo isterico; dopo il 12 settembre 2001 chi non lo prende sul serio è considerato un vile irresponsabile, fuori dal mondo. Questo effetto di conversione dell´esperienza della catastrofe spiega perché spesso chi nega il pericolo virtuale e ipotetico diventi, post hoc, un fondamentalista della difesa preventiva dal pericolo.

Dobbiamo confrontarci con la "diversità" di rischi che non solo sono costati la vita a migliaia di persone e hanno messo davanti agli occhi del mondo la vulnerabilità della civiltà. Essi hanno nello stesso tempo anche reso manifesta la generale mancanza di concetti e di orientamento. Le premesse sulle quali sono costruiti, da un lato, il sistema della sicurezza militare ? il principio della deterrenza ? e, dall´altro, il sistema della sicurezza tecnica ? la padronanza scientifica della natura ? non valgono più. Qui non soccorrono le formule probabilistiche sul rischio, e nemmeno l´arte discreta dello spionaggio militare o la pretesa di dominio della civiltà orientata verso le scienze naturali. Per quanto riguarda le minacce globali prevale la non-conoscenza, forse il non-poter-conoscere; peggio ancora: il non-sapere privo di consapevolezza. Un esempio a questo proposito è offerto dal mutamento climatico. All´inizio nessuno aveva, in senso letterale, alcun sentore del fatto che proprio l´impiego industriale dei cloro-fluoro-carburi (Cfc) come refrigeranti avrebbe contribuito al riscaldamento della terra e quindi al danneggiamento dello strato protettivo di ozono. Si trattò, appunto, di un "non-sapere privo di consapevolezza", che però proprio per questo ha dato un apporto non irrilevante al catastrofico, strisciante effetto collaterale del mutamento climatico.

Parliamo di "società mondiale del rischio" in un senso post-sociale, in quanto nella politica e nella società sia nazionali che internazionali mancano regole che indichino il modo in cui queste minacce indeterminate e non circoscrivibili vanno affrontate e quale strategia di risposta bisogna seguire. Pertanto, ogni nuova catastrofe diventa anche il luogo di svolgimento di un gioco di potere globale attorno alle regole future della politica mondiale. Gli interventi d´aiuto nelle situazioni di crisi possono servire agli Stati Uniti per indebolire agli occhi del mondo le Nazioni Unite sul loro stesso terreno, quello degli interventi umanitari? Oppure ? come in questo caso ? gli Usa lasciano la regia all´Onu?

Si dice che la speranza è l´ultima a morire. Con le nuove minacce, si può affermare che la distanza è la prima a morire. Finora i terremoti erano sempre avvenuti altrove. Anche adesso hanno scosso l´Asia, ma l´Asia è diventata improvvisamente Europa, è ovunque, è vicinissima: non esiste più la categoria degli altri! Non solo le placche terrestri si sono spostate, ma anche i continenti sociali - Asia ed Europa, America e Africa - si sovrappongono. Come è possibile? Non ultimo, perché si è diffusa sottobanco una nuova forma di vita transnazionale: la poligamia di luogo del turista medio. È stato il cosmopolitismo banale del turismo di massa - poco notato e ancor meno considerato - a far sì che negli ultimi vent´anni il terzo e il primo mondo si compenetrassero anche se con scandalosi contrasti ricco-povero. Questa mobilità diffusa - reale ma anche immaginaria e virtuale - ha conferito al disastro una peculiare valenza personale, al di là di tutti i confini geografici e sociali. In questa esperienza di crisi, di vulnerabilità personale, di mancanza di confini e di scambiabilità della propria situazione con quella degli altri il cosmopolitismo - in origine un´idea sublime dei filosofi - comincia, per quanto in modo distorto, a mettere radici nella prassi quotidiana di una solidarietà operativa. Anche la grande inondazione ha i suoi effetti collaterali inattesi: essa fonda la sfera pubblica mondiale. Essa fa dell´"altro", finora escluso, il nostro vicino nella trappola che il mondo è diventato. Costringe a costruire ponti comunicativi e fattivi al di là di tutte le frontiere linguistiche e di tutti i contrasti tra gruppi etnici, nazioni, religioni. Mondi separati cercano le vie della collaborazione. L´abuso ideologico è sempre in agguato, ma una cosa o l´altra potrebbe anche riuscire: un´isola separata, Sri Lanka, cerca di superare le ferite prodotte dalla guerra civile. Un altro stato che soffre di un grave dissidio interno, l´Indonesia, ha ceduto e ora apre ai soccorritori internazionali la provincia di Aceh, dove da decenni è in corso un sanguinoso conflitto con i separatisti. La ragione pragmatica otterrà forse una chance e gli stati vittime sperimenteranno la cooperazione permanente - massimizzando il loro vantaggio nazionale?

Questo sguardo cosmopolita stenta però a farsi largo nelle cronache. Le statistiche sui morti sono un macabro esempio a questo riguardo. Qui domina pressoché incontrastato lo sguardo nazionale. I morti tedeschi sono contati individualmente, "gli altri", invece, sono calcolati a cifre tonde, a migliaia. Il numero dei dispersi e dei feriti rimane imprecisato. Il ministro degli Esteri svedese è addolorato per il "trauma nazionale". Quale trauma? Quello degli indonesiani, degli indiani, dei thailandesi? No, quello degli svedesi! In questo modo viene disconosciuta la quintessenza cosmopolita di questa catastrofe globale e locale nello stesso tempo, dove hanno perso la vita svedesi e italiani e indiani e inglesi e tedeschi e thailandesi e danesi e americani e africani, e? e? e?.

Questo, però, non significa affatto che tutti accettino la stessa definizione del pericolo. Sostenere questo sarebbe un errore sostanziale. Quanto più chiaro diventa che i nuovi pericoli non possono davvero essere calcolati, pronosticati e controllati scientificamente, tanto maggiore è l´importanza delle percezioni culturali che possono differire radicalmente, in relazione ai retroterra storici del primo e del terzo mondo: "Ciò che gli uomini definiscono come reale è reale nelle sue conseguenze" (William Thomas).

E non ci sono nemmeno catastrofi "puramente" naturali. In esse è sempre implicato anche l´agire - o il non-agire - umano. Le barriere coralline che proteggevano dall´inondazione sono frantumate dall´industria edile per farne materia prima, le foreste di mangrovie vengono indecentemente disboscate, i sistemi di allarme non sono installati, il livello del mare si innalza a causa del mutamento climatico, i paradisi promessi al turismo di massa vengono messi in scena a ridosso delle coste, sicché il maremoto si trasforma in un´onda omicida, nel "trauma nazionale" dei paesi del Nord. Mentre nel primo mondo la "natura feroce" è indicata come principale responsabile e quindi viene rimosso l´apporto del proprio agire, nel terzo mondo si sta facendo strada la convinzione che la definizione del pericolo debba includere la minaccia recata dall´Occidente. Perciò, le prime colpevoli del riscaldamento della Terra, del conseguente innalzamento del livello dei mari e quindi, in ultima analisi, di questo disastro sono le nazioni industrializzate con il loro immenso consumo di energia. Questa volta per il presidente americano Bush sarà difficile chiamare alla "guerra contro la natura feroce", ma i movimenti fondamentalisti si potranno vedere confermati nella loro scelta di "terrore contro l´Occidente". La definizione del rischio potrebbe suonare così: per difenderci dalla prossima inondazione mortale dobbiamo proteggerci dalla globalizzazione portata avanti dagli stranieri infedeli e ricordarci delle nostre radici islamiche.

È questa l´ambivalenza politica che emerge con la catastrofe dell´inondazione: essa può contribuire all´affermarsi di uno sguardo cosmopolita, oppure può dare impulso al fondamentalismo antimoderno (non soltanto nell´Islam).

Dopo il terremoto di Lisbona del 1755 gli illuministi convocarono Dio davanti al tribunale della ragione umana. Dopo la catastrofe del reattore di Chernobyl finì sul banco degli imputati la promessa di sicurezza della civiltà tecnico-scientifica. Dopo la catastrofe dell´inondazione asiatica nei paesi colpiti direttamente e più duramente verrà chiamato in causa l´imperialismo della globalizzazione occidentale? Oppure si riuscirà a rendere credibile con aiuti duraturi la promessa occidentale di responsabilità cosmopolita per la sofferenza degli altri?

Traduzione di Carlo Sandrelli

Le prime notizie d'agenzia non ne riportavano neppure i nomi. Come senza nome sono le decine di morti del Canale di Sicilia o del Canale d'Otranto: corpi di possibili intrusi. La statistica anonima degli ultimi, delle «vite di scarto». Poi qualche dato anagrafico è filtrato: quattro bambini Rom, tra i quattro e i dieci anni. Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi. Sono bruciati vivi nella baracca in cui vivevano sotto un cavalcavia: uno dei tanti luoghi degradati che caratterizzano la nostra «urbanistica del disprezzo», terre di nessuno vicino a una discarica, a uno scolo fognario, a uno scarico industriale, là dove la nostra ostilità li spinge e li ammucchia, lontano dalle nostre vite decorose, fuori dalla vista della «gente per bene». Sono le vittime, atrocemente innocenti, di quella che è apparsa fin da subito come una tragedia sconvolgente. E tuttavia il linguaggio giornalistico stenta a trovare i toni della costernazione genericamente umana che la circostanza dovrebbe suggerire. Resta irrimediabilmente sospettoso. Insinua allusioni a una presunta «fuga dei genitori». Enfatizza le parole del magistrato secondo cui «si configura in ogni caso una serie di reati di una certa gravità».

Si parla di «colpevole disattenzione». Di un «uso improprio dei materiali» (le candele usate per illuminare la baracca, priva di energia elettrica, come di acqua corrente, di servizi igienici, di tutto...). Perché quando si tratta di zingari, è difficile sottrarsi al pregiudizio, o anche solo all'abitudine di farne oggetto di cronaca esclusivamente nera, dove la carezza a un bambino diventa un tentativo di rapimento, e l'assenza di ogni più elementare genere di comfort il segno di una colpa.

Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi sono morti perché non hanno trovato in questo grande paese di 301.000 km² un solo posto civile in cui posarsi e abitare. Perché per quelli come loro, che possiedono solo la loro vita nuda, e se la portano dietro come una casa, non c'è spazio nel mondo recintato, segregato, privatizzato, appropriato che abbiamo costruito. Non un prato, la sponda di un fiume, la radura di un bosco, il piazzale di un paese, dopo questa lunga, sistematica «recinzione delle terre» che chiamiamo civiltà. Solo gli interstizi degradati e avvelenati delle periferie, dove anche farsi un po'di luce la sera diventa mortalmente pericoloso. O i «campi» a numero chiuso dove stoccare i corpi non omologati alla logica del buon cittadino consumatore (quelli che piacciono tanto ai nostri sindaci, da Roma a Torino a Milano).

«Fuori gli zingari», titolava qualche giorno fa il quotidiano della Lega - quelli che hanno quotato l'odio per l'altro alla borsa della politica. Ma «fuori» da dove? Dalle proprie città (come se quel «proprio» ne indicasse una sorta di proprietà privata)? E se sì, verso quali altre? O fuori dall'Italia? Ma se molti di questi anomali «migranti» sono già fuggiti dal proprio paese, dalla miseria, o dalle persecuzioni... O «fuori dal mondo», da questa Terra, da questa vita, la nostra, che non tollera più le vite degli altri. O gli «stili di vita» altri. C'è una verità terribile in questo atroce slogan, ed è che per gli ultimi non c'è più spazio d'esistenza nel mondo di chi crede di essere tra i primi. Che chi possiede solo la propria vita nuda «non è gente» per chi vive solo per possedere. La città di Livorno, il suo sindaco, il presidente della Regione Toscana, hanno risposto con civiltà, proclamando il lutto cittadino e mostrando un sincero cordoglio. Ma il rischio rimane. L'antropologia del disprezzo e il rischio di una disumanizzazione di massa nel mancato incontro con l'altro, sono veleni in agguato. E il rapporto con gli «zingari» ne è un sensibilissimo indicatore. Da questo misureremo il livello della nostra degradazione o della nostra residua umanità.

VIVIAMO in un mondo diviso, disgregato dalla disuguaglianza economica e dalla disaffezione politica, ma anche, sempre di più, dalla coltivazione, a fini violenti, di sistemi univoci di classificazione degli individui, che limitano profondamente la ricchezza degli esseri umani. Lo sfruttamento di un’identità conflittuale si manifesta in molte forme diverse, in distinte aree dell’interazione sociale. Gli individui combattono contro altri individui in nome di ciò che la loro presunta identità unica esige da loro, dividendosi rispettivamente secondo criteri di razza, di religione, di etnia o di nazionalità: tali divisioni si traducono in scontri razziali, massacri intercomunitari o stragi politiche. In cui immancabilmente finiscono con l’essere cancellate tutte le altre affiliazioni degli individui diverse da quella specifica caratteristica in nome della quale viene combattuta un’artificiale battaglia ideologica. A livello globale, la forza divisoria della classificazione univoca assume sempre di più la forma della difesa di una separazione rigida, e teoricamente impenetrabile, tra religioni, o comunque tra civiltà concepite su base religiosa. Il XX secolo, nella sua fase terminale, ha visto fiorire le teorie – formulate esplicitamente o avanzate implicitamente – sul cosiddetto "scontro di civiltà". Spessissimo, ormai, gli aspetti politici dello scontro globale in corso sono considerati un corollario delle divisioni religiose o culturali a livello mondiale, e il mondo è visto sempre più spesso, quanto meno indirettamente, come una collettività di religioni, o di cosiddette "civiltà" definite innanzitutto in base alla religione, un’ottica che ignora tutti gli altri modi, e sono centinaia, attraverso cui gli individui vedono se stessi. Tutto questo è basato sul curioso presupposto che la popolazione mondiale possa essere classificata esclusivamente in base a un sistema di suddivisione unico e dominante.

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Questa visione univoca dell’identità, che attualmente è molto in voga, non è solamente incendiaria e pericolosa, è anche incredibilmente ingenua. Nella vita quotidiana, noi ci consideriamo membri di una quantità di gruppi, e a tutti questi gruppi riteniamo di appartenere. La stessa persona può essere, senza che ciò rappresenti la minima contraddizione, cittadina americana, di origine asiatica indocinese, con antenati vietnamiti, cristiana, progressista, donna, vegetariana, storica, insegnante scolastica, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, velocista, musicista jazz e profondamente convinta che gli alieni, immigrati dallo spazio nel corso dei secoli, siano presenti in massa sulla Terra e che siano facilmente identificabili in virtù della loro propensione a citare incessantemente Shakespeare (che è materia di insegnamento comune nei licei spaziali). Una persona possiede molte affiliazioni diverse, alcune abbastanza consuete (per molti versi assolutamente ordinarie, come l’essere ricco o l’essere povero, l’essere donna o l’essere uomo), altre piuttosto particolari, perfino eccentriche (a volte estremamente eccentriche). Ma ognuna di queste collettività, a cui la persona in questione appartiene simultaneamente, le conferisce un’identità specifica che può avere grande importanza, a seconda del contesto e delle circostanze, per determinare il suo comportamento e le sue priorità.

Data la natura ineludibilmente plurale delle nostre identità, siamo chiamati a prendere decisioni (a scegliere) sull’importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni determinato contesto. Se i terroristi e gli istigatori di violenza cercano di coltivare e sfruttare l’illusione di unicità, la classificazione a senso unico della popolazione mondiale in base a un unico criterio identitario dominante, legato alla civiltà di appartenenza, facilita loro il compito. Quelli che amano classificare per civiltà possono usare questo metodo come base di partenza per arrivare a sostenere la tesi dello "scontro di civiltà" (strada oggi molto battuta), oppure possono imboccare la via, confortevole e rassicurante, che porta a raccomandare il "dialogo tra civiltà", che è un sentimento di gran lunga più bello (e non del tutto impopolare anche nelle stesse Nazioni Unite): entrambi gli approcci, tuttavia, sono accomunati dall’errata convinzione che le relazioni tra esseri umani differenti, con tutte le loro diverse diversità, possano in qualche modo essere espresse sotto forma di rapporti tra civiltà, invece che di rapporti tra persone. Tutti e due questi approcci, in un modo o nell’altro, ci rendono più difficile adempiere a quelle che sono delle necessità, e cioè ragionare sulla varietà di affiliazioni e associazioni che ci caratterizza e assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Un esempio dei danni che provoca un simile approccio è bene illustrato dal modo in cui il mondo occidentale si è appropriato del patrimonio storico mondiale in materia di scienza e matematica, arrivando a considerare la scienza e la matematica moderne come discipline occidentali per eccellenza (nonostante molti fondamentali concetti scientifici o matematici abbiano origine da tutt’altra parte). Per fare un esempio, quando un matematico americano dei giorni nostri ricorre a un "algoritmo" per risolvere un difficile problema di calcolo, sta rendendo omaggio – di solito senza saperlo – ai contributi del matematico musulmano del IX secolo al-Khwarizmi, dal cui nome deriva lo stesso termine di algoritmo (il termine "algebra" viene dal libro arabo Al-Jabr wa-l Muqabalah). Ignorando l’importanza di questa tradizione storica araba e musulmana, le grossolane classificazioni per civiltà tendono a mettere la scienza e la matematica nel paniere della "scienza occidentale", lasciando le altre civiltà a cercare motivi d’orgoglio nella profondità delle dottrine religiose. E il risultato è che i militanti non occidentali concentrano la loro attenzione sulle tematiche che li differenziano dall’Occidente (come i credi religiosi particolari, le usanze locali caratteristiche e le specificità culturali), invece che su quegli argomenti che rispecchiano le interazioni globali (e che includono la scienza, la matematica, la letteratura, la musica, la narrazione, la libertà di espressione e così via). La compatibilità tra oltranzisti occidentali ed estremisti islamici – né agli uni né agli altri, per fare un esempio, importa granché di un al-Khwarizmi – è una delle più perniciose alleanze di fatto di questo nostro inizio di secolo.

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Qualcosa di analogo si può dire del modo in cui l’oltranzismo occidentale si è appropriato del fondamentale concetto dell’assumere le decisioni attraverso il dibattito e il confronto pubblico, concetto che può essere considerato la base della democrazia deliberativa nel mondo moderno. La lunga tradizione di esempi di questo genere di processo deliberativo in Africa, in India, in Iran e nell’Asia occidentale, in Cina, in Giappone e nell’Asia orientale, viene totalmente ignorata allo scopo di creare la tesi peculiare dell’"eccezionalismo" occidentale. I fautori di questa visione della storia un tantino superficiale spesso ricorrono a ogni possibile diversivo per distogliere l’attenzione dai numerosi esempi di tolleranza e dialogo presenti nella storia mondiale, altrettanto diffusi degli esempi di intolleranza. La tesi dell’origine esclusivamente occidentale della democrazia deliberativa può essere sostenuta a partire da una curiosa, doppia rimozione: da un lato la rimozione degli esempi di tolleranza nelle culture non occidentali, dall’altro la rimozione dei casi di manifesta intolleranza all’interno della tradizione occidentale.

Non si dà alcuna importanza, ad esempio, al fatto che quando l’eretico Giordano Bruno veniva bruciato sul rogo a Roma con l’accusa di apostasia, l’imperatore indiano Akbar, un musulmano, aveva appena portato a termine il suo progetto di tradurre in legge il diritto di ogni cittadino a professare liberamente la propria fede, e aveva appena completato una serie di intensi incontri di discussione che avevano coinvolto le diverse comunità religiose presenti in India: induisti, musulmani, cristiani, ebrei, parsi, giainisti e altri, inclusi gli atei. La persecuzione operata dalle inquisizioni europee, o dai nazisti, se è per questo, sono implicitamente considerati casi insignificanti, mentre gli episodi di intolleranza nella storia islamica e nella storia di altre società non occidentali sono visti come la prova evidente dell’onnipresente intolleranza esistente in quelle società, svolgendo la funzione di fondamento empirico per lo sviluppo di una teoria monolitica sulla natura unicamente e intrinsecamente "occidentale" della tolleranza e del processo decisionale condiviso.

Le lezioni che traiamo dalla storia non possono, naturalmente, non basarsi su un’elaborata selezione, e non c’è niente di strano nel fatto che i democratici abbiano ragioni a sufficienza per celebrare certe conquiste del passato e contestualmente sminuire il pessimismo generato dalle infrazioni alla regola della tolleranza sociale e del dialogo pubblico. Questa selezione distorta viene fornita come dimostrazione della tesi, inspiegabilmente dogmatica, della contrapposizione tra il liberalismo dell’Occidente e l’intolleranza del resto del mondo, tesi che meriterebbe un’analisi molto più approfondita di quanto non avvenga normalmente.

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La grossolanità di questa "teoria delle civiltà" generata dall’illusione "solitarista", oltre a menomare la nostra capacità di comprensione della storia mondiale e del mondo contemporaneo, e a impedire una comprensione adeguatamente approfondita delle influenze causali che stanno dietro ai recenti sviluppi del terrorismo globale, confonde le idee su una serie di questioni politiche. Uno degli argomenti più penalizzati dalla retorica riduzionistica è quello dell’individuazione dei modi e dei mezzi per contrastare il terrorismo globale . Ma la ristrettezza della "teoria delle civiltà" rappresenta un ostacolo, un ostacolo artificiale, anche in molte altre questioni di rilevanza politica, tra cui la valutazione dei problemi creati dall’immigrazione da un Paese a un altro.

Al di là della gravità dei problemi pratici di un flusso migratorio in entrata relativamente cospicuo (e non si fa fatica a concepire problemi di difficile soluzione che siano reali, e non immaginari), va anche tenuto conto del fatto che storicamente le civiltà hanno tratto grande beneficio dall’immigrazione, sia l’immigrazione delle persone che quella delle idee. Anzi, la rapida diffusione delle idee spesso è stata merito dei movimenti delle persone. Non voglio dire che dovrebbe prevalere una concezione ampia della positività dei movimenti migratori, mettendo in secondo piano tutti gli argomenti che possono essere avanzati a discapito, ma difficilmente potremo giungere a una soluzione adeguatamente obbiettiva di determinati problemi se ci ostiniamo a non tenere minimamente conto di considerazioni generali. La specificità di un problema consiste in una descrizione delle sue dimensioni e del suo ambito. Non consiste in un irresistibile invito a essere limitati, sia di spirito che di mente. La storia dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, dell’America, sarebbero alquanto incomplete se le migrazioni fossero considerate ininfluenti. Poiché la tesi dello "scontro di civiltà" tende a promuovere, quantomeno implicitamente, una visione estremamente limitata della storia delle civiltà, è particolarmente importante esporre con chiarezza le tematiche generali.

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Se la follia della "teoria delle civiltà" è un esempio efficacissimo del danno che produce un sistema di classificazione "solitarista", esistono molte altre applicazioni, in altri ambiti dell’interazione sociale, di quello che è fondamentalmente il medesimo, scarno approccio. Lo stesso problema dell’immigrazione è caratterizzato da molte altre semplificazioni eccessive, legate alla tentazione di attribuire un’importanza univoca a una determinata identità umana. Per illustrare l’ampiezza e la portata del problema, mi soffermerò brevemente su alcune delle questioni che forse non sono affrontate nel modo dovuto negli Stati Uniti, con i loro dibattiti sull’immigrazione illegale e l’identità linguistica e letteraria.

Pensiamo, ad esempio, alla strombazzatissima richiesta di espellere dagli Stati Uniti tutti gli immigrati illegali, proposta che ultimamente sta guadagnando un certo seguito, nonostante la straordinaria storia di accoglienza ai nuovi arrivati che può vantare questo Paese. Gli immigrati clandestini, questo è ovvio, hanno l’identità di immigrati, oltre che quella di clandestini, e le autorità devono tenerne conto al momento di definire la linea politica da seguire sull’argomento. Ma, con l’aiuto di una propaganda ad hoc, gli americani già insediati nel Paese possono venire persuasi a considerare l’identità di immigrato clandestino come una descrizione completa di questi individui. Eppure queste persone hanno anche altre identità, non semplicemente quelle, che li accomunano a tutti noi, relative alla loro natura di esseri umani e al loro impegno per la loro famiglia e la loro comunità, ma anche quelle identità relative alla professione che svolgono, al ruolo particolare che interpretano nel sistema economico e alla prospettiva globale che apportano – direttamente o indirettamente – al dibattito pubblico americano.

L’identità ha un ruolo importante anche riguardo al trattamento di coloro che già sono immigrati e si sono stabiliti qui, negli Stati Uniti, oggi, a prescindere dal fatto se abbiano già acquisito o no la cittadinanza americana. In questo contesto, la questione della lingua è importante. L’apprendimento dell’inglese dovrebbe essere imposto a tutti? Certo, è evidente l’importanza che riveste la padronanza dell’inglese per chiunque venga a stabilirsi in questo Paese, e quello di cui si può fruttuosamente discutere sono i modi e i mezzi per ottenere questo risultato.

La cosa particolarmente nociva, però, è la proposta, di cui si è parlato molto, che mira a cancellare il diritto a ricevere spiegazioni sulle leggi federali e altri strumenti legali in una lingua che non sia l’inglese. La proposta ha senso soltanto in un contesto di profonda confusione tra il tipo di identità linguistica che una persona dovrebbe idealmente avere (in particolare essere in grado di parlare inglese, oltre a qualsiasi altra lingua che l’individuo in questione può aver imparato da piccolo) e l’identità linguistica che una persona effettivamente ha, che può essere ben lontana dall’ideale, in qualsiasi frangente, se quella persona, magari nonostante tutto l’impegno possibile, non possiede un’adeguata padronanza dell’inglese. Poter avere accesso alle leggi e alle normative è parte dei diritti fondamentali dell’individuo, e l’importante identità degli esseri umani in quanto persone in possesso di questi diritti fondamentali non può essere arbitrariamente rimossa adducendo punitive motivazioni di insufficienze linguistiche.

C’è poi una considerazione molto generale da fare, che si aggiunge alle tematiche che ho trattato in questi ultimi minuti. Una quota importante della violenza presente nel mondo in questo momento nasce dalla focalizzazione sull’identità religiosa degli esseri umani, come se nient’altro avesse importanza. In questo contesto, sostenere la rilevanza di un altro strumento di classificazione, diverso dalla religione, vale a dire le lingue che parliamo e con cui ci troviamo a nostro agio, contribuisce, secondo me, a neutralizzare l’artificiosa brutalità dei conflitti interreligiosi.

La lingua ha interpretato un ruolo simile in molti movimenti politici. Un esempio è la secessione del Bangladesh, dove la rilevanza attribuita alla lingua bengalese ha avuto l’effetto di rendere più semplice, al nuovo Stato, sviluppare una politica non religiosa – per non dire laica – e ha aiutato la consistente popolazione non islamica del Bangladesh a integrarsi meglio con la comunità maggioritaria, a cui era accomunata dalla lingua bengalese, a prescindere dalla fede religiosa. Di più: lo spostamento dell’attenzione dalla religione alla lingua ha avuto un grande effetto lenitivo, contribuendo a seppellire il ricordo degli scontri degli anni 40 tra induisti e musulmani in quello che oggi è il Bangladesh (analogamente a quanto accadeva nel resto del subcontinente): un processo costruttivo che è cominciato quasi subito dopo la divisione del subcontinente, avvenuta nel 1947 (molto prima della nascita del Bangladesh, nel 1971).

Il punto da affermare riguardo all’identità è il seguente: concentrare l’attenzione su un altro elemento di identificazione, diverso dalla religione, rappresenta un passo avanti, nel mondo di oggi, perché toglie centralità ai conflitti religiosi. La tendenza, nel mondo contemporaneo, a privilegiare un’identità in particolare rispetto a tutte le altre ha già fatto grandi danni, fomentando violenze razziali, conflitti intercomunitari, terrorismo religioso, repressione degli immigrati, negazione dei diritti umani fondamentali e via discorrendo. Mentre il nuovo secolo si dipana, è importante riaffermare la pienezza di esseri umani non miniaturizzati nella gabbia di un’unica identità. Non ci dobbiamo far rinchiudere in tanti piccoli compartimenti, come vorrebbero gli artigiani del malcontento e del terrore. Un unico, limitato sistema di classificazione non è in grado di cogliere la grandiosità dell’essere umano. Questa, a mio parere, è la sfida centrale del pensiero identitario all’inizio del XXI secolo.

Traduzione di Fabio Galimberti

L'immagine è di Gopi Gajwani

«I limiti dello sviluppo», il famosissimo, celebrato quanto vituperato rapporto commissionato dal Club Roma al Mit, che pose i primi seri interrogativi sulle attività umane in rapporto all'equilibrio ambientale, in realtà avrebbe dovuto intitolarsi «I limiti della crescita». «Limits to Growth» è infatti il titolo originale. Probabilmente l'editore italiano, sostituendo «sviluppo»a «crescita», ritenne non solo di rafforzare la funzione promozionale del titolo, ma anche di essere meglio inteso dal pubblico cui si rivolgeva. In effetti nel `72, quando apparve il libro, la parola «crescita» in Italia non era ancora di largo uso nel gergo economico, ed era lontanissima dall'imperativo ossessivamente ripetuto di oggi. «Sviluppo» era invece la parola simbolo dell'euforico ottimismo postbellico. La scelta editoriale rispondeva dunque a una vicenda semantica che, in conformità all'impianto capitalistico e alla sua storia recente, ha modificato via via il significato di sviluppo fino alla sua identificazione con quello di crescita.

La cosa d'altronde non stupisce. «In Usa negli ultimi 150 anni il tempo di lavoro nell'arco della vita si è dimezzato e il reddito individuale è cresciuto di 15 volte», nota Paolo Sylos Labini nel suo ultimo libro (Torniamo ai classici, Laterza 04). Cifre indicative di ciò che l'industrializzazione ha rappresentato per quello stesso proletariato duramente costretto a pagarne fatiche e iniquità: consentendo via via migliori condizioni di vita, alimentari, abitative, sanitarie, più istruzione, pensione sicura, accesso a consumi non di prima necessità, vacanze, sport, attività culturali, ecc. Sono le ragioni per cui le sinistre, storicamente impegnate in grandi battaglie per ridurre quanto possibile lo sfruttamento della classe operaia, di fatto non hanno mai messo in discussione il «sistema».

Prova evidentissima di questa sostanziale assimilazione del «popolo di sinistra» al portato culturale e alla stessa forma antropologica della società capitalistica, la si ebbe dal modo in cui la grande maggioranza del Pci accolse il famoso discorso sull'«Austerità» pronunciato nel `77 da Enrico Berlinguer che affermava la necessità di «uscire, sia pure gradualmente, dai meccanismi e dalla logica che ha presieduto allo sviluppo italiano, dai suoi pesudovalori, e persino dalle abitudini che ha creato», abbandonando «l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato sull'artificiosa espansione dei consumi individuali» e sulla «dissipazione delle risorse». E proprio nel rifiuto dell'«insania consumistica» e nella ricerca di valori diversi indicava i presupposti di un «nuovo sviluppo economico e sociale», di «un modo diverso di vivere».

Intuizioni addirittura profetiche e di lucida consapevolezza politica, che avrebbero potuto segnare la prima tappa di un lavoro strategico decisivo verso l'eternamente quanto vanamente invocato «modello alternativo». Ma trovarono solo freddezza o aperto dissenso. Cosa che non si spiega solo pensando alla miseria da cui i più appena emergevano, e dicendo «non si può buttare quello che non si ha, o non si è avuto fino a ieri». Che va letta anche nella sua funzione di formidabile anestetico sociale, e confrontata con anni di caduta del conflitto e perdita di solidarietà; e accusata di fronte alle tremende conseguenze di sempre più forsennati abusi ambientali.

Il 15 gennaio credo che questo dovrebbe essere uno dei nodi su cui interrogarci. Domandandoci perché nessuna attenzione si sia prestata alle voci che ostinatamente tentavano di distinguere tra «crescita» (di merci e reddito) e «sviluppo» (di beni sociali e diritti civili, di scolarizzazione, difesa della salute, libera informazione, rispetto per la natura, parità tra i sessi, partecipazione democratica). Due dimensioni dell'agire economico e sociale di cui la prima è base indispensabile della seconda, che però si capovolge in danno sociale, ambientale e alla lunga anche economico, quando con essa pretende di identificarsi, mentre in realtà la cancella sotto la specie di un produttivismo senz'altro fine che un + davanti al Pil.

E' la posizione con tenacia sostenuta dall'Onu, che nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano ha lanciato vere e proprie invettive anti-crescita e feroci critiche dell'aberrante computo del prodotto. Come questa del `96: «Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di armamenti militari? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil». E domandandoci perché non si sia riflettuto su cosa ha significato per il Sud del mondo lo «sviluppo» previsto dai programmi di Banca mondiale e Fondo monetario Internazionale, che imponendo la logica quantitativa occidentale ha stravolto vecchie ma vitalissime economie, antiche culture, gioielli paesistici; nella gran parte dei casi non risolvendo affatto i problemi di povertà e disugaglianza, anzi accentuandoli, mentre ha sfacciatamente favorito le grandi compagnie transnazionali.

E ancora: perché, sempre in osservanza del dettato sviluppo=crescita, le sinistre si siano tranquillamente adeguate a quella sorta di grande rimozione della crisi ecologica non a caso prodottasi tra i politici di ogni livello e travasata nel sentire comune: fino a derubricare un problema su cui si gioca il futuro del mondo a semplice disfunzione del sistema, da potersi emendare con qualche correzione legislativa e molta fede nei miracolismo tecnologico. Per poi contrabbandare il tutto sotto le specie di un ossimoro blandamente consolatorio, come lo «sviluppo sostenibile». Tutto questo si somma in un interrogativo non più eludibile: come non vedere che l'incapacità di concepire il benessere sociale se non in termini di crescita produttiva equivale in sostanza all'incapacità di pensare il futuro al di fuori del paradigma capitalistico?

"La domanda è: sarà un soggetto anticapitalista o no?" Così, in una recente intervista apparsa su Liberazione (3 luglio), Rossana Rossanda indica l’identità che a suo parere dovrà darsi il nuovo gruppo di varie sinistre in via di formazione, per avere una funzione positiva.

Credo abbia ragione. Anch’io da tempo sono convinta che la più grave debolezza di gran parte delle sinistre sia la mancanza di una decisa rimessa in causa del sistema capitalistico; e la sostanziale accettazione di una realtà di fatto ritenuta senza alternative: il mercato vissuto come un fatto naturale, la crescita del prodotto non considerata come un dato della forma capitalistica, ma vista positivamente come una politica socialmente necessaria e irrinunciabile. Non è un caso che nel pubblico dibattito di rado venga nominato direttamente il capitalismo, e si preferisca indicare il nemico nel "neoliberismo", o nella "globalizzazione neoliberista". Come se il neoliberismo non fosse la faccia attuale del capitalismo, e dichiararsi antiliberisti non significasse in realtà essere anticapitalisti. E come se (sotto l’immane potenziamento tecnologico, la spettacolare dilatazione di mercati e consumi, il continuo moltiplicarsi e velocizzarsi delle comunicazioni) non fossero i meccanismi di un rapporto irrecuperabilmente disuguale a dettare, oggi come ieri, il confronto tra capitale e lavoro.

Credo anche che questo adeguamento alla realtà attuale come un fatto ineluttabile si debba a una insufficiente rilettura critica della propria storia da parte delle sinistre, le quali (come da tempo sostiene Wallerstein, e come di recente anche Tronti ha notato) paradossalmente hanno perseguito il superamento del capitalismo usando i suoi stessi strumenti e logiche, inevitabilmente rimanendone "imbrigliate". Ciò che non può non aver contribuito all’affermarsi del capitalismo come una necessità storica non discutibile, o addirittura come un fenomeno metastorico.

"Che significa essere anticapitalista in piena mondializzazione?", si chiede ancora Rossanda. E se il primo interrogativo centrava il nodo dell’"essere" del nuovo soggetto politico, il secondo pone l’altro più che mai cruciale nodo del "che fare". Il quale non può innanzitutto prescindere da un’attenta valutazione della realtà mondiale. In cui il prodotto continua ad aumentare, e l’umanità parrebbe ormai in condizioni di sconfiggere la povertà, ma nulla di simile si intravede. Al contrario ciò che si verifica in misura crescente è la polarizzazione del reddito, di cui circa metà finisce in mano al 10 % della popolazione mondiale; è l’aumento delle disuguaglianze anche nei paesi più floridi, con la pauperizzazione di ceti fino a ieri partecipi del diffuso benessere; è il decadimento ineluttabile dei popoli più poveri, abbandonati a sé, come irrecuperabili eccedenze umane; è un panorama mondiale del lavoro fatto di masse sempre più numerose di disoccupati e precari, masse di sfruttati, costretti ad ogni insicurezza - di mansione, di salario, di orario, di futuro – insieme a masse sempre più folte di migranti. Il capitalismo, nella sua attuale versione neoliberistica, per mille modi va dunque via via riducendo o addirittura cancellando i benefici che le classi lavoratrici, sia pure a caro prezzo, avevano tratto dallo sviluppo dell’economia industriale.

Ma da qualche decennio il mondo si trova a confrontarsi anche con un nuovo fenomeno altamente pericoloso, che va rapidamente aggravandosi e che la scienza mondiale indica come la più grave minaccia per il futuro dell’umanità. Parlo dello squilibrio degli ecosistemi, del problema ambiente. Nei confronti del quale – occorre dire – le sinistre a lungo hanno osservato una chiusura pressoché totale. Una malintesa difesa del lavoro, e forse una sorta di "riflesso di classe" nei confronti dei movimenti verdi, ritenuti espressione di ceti privilegiati, hanno impedito una responsabile considerazione dei fatti, e causato una tenace gravissima sottovalutazione della questione. Cosa che presenta tra l’altro un aspetto vistosamente contraddittorio, perché i più colpiti dalla crisi ecologica sono proprio coloro che le sinistre per loro natura sarebbero tenute a difendere: operai che trattano materiali fortemente tossici e ne muoiono, contadini che usano quantitativi massicci di pesticidi, profughi in fuga da alluvioni, desertificazioni, laghi e fiumi in secca: vittime dell’assalto capitalistico al pianeta.

Ma la ragione che, in modo ancor più pregnante e radicale, avrebbe dovuto orientare le sinistre verso la difesa dell’ambiente, è l’origine stessa e il peggiorare del degrado. La cosa è ampiamente studiata e narrata. E’ con l’avvio della società industriale capitalistica che il lavoro inizia a trasformarsi in modo da alterare e mettere a rischio gli equilibri naturali, che fino a quel momento l’umanità – pur accentuando via via la propria invadenza e aggressività – aveva in sostanza mantenuto. Prodottosi con l’insediamento delle prime industrie e a lungo rimasto circoscritto ad alcune regioni, lo squilibrio degli ecosistemi si è poi diffuso e aggravato con la rapida espansione delle attività produttive e la contemporanea crescita della popolazione, la moltiplicazione degli insediamenti urbani, dei manufatti, dei trasporti, dei consumi, dei consumatori.

E’ la sua stessa forma di sistema economico definito dall’accumulazione, cioè dalla produzione di valore in crescita esponenziale all’interno di un mondo finito e non dilatabile, a rendere il capitalismo insopportabile dalla realtà naturale. E questa è la verità che da gran tempo avrebbe potuto, forse dovuto, orientare le sinistre alla lotta per la difesa dell’ambiente, in perfetta coerenza con la loro origine e il loro stesso statuto. Non era il capitale il nemico storico da battere? E la crescente devastazione del mondo, la stessa sopravvivenza umana messa a rischio dall’iperattività industriale, dal mito della crescita e dalle "leggi" del mercato, non confermavano il fatto che il capitalismo è del tutto indifferente al bene sociale e indifferentemente, se occorre, agisce contro di esso? E più che mai oggi - di fronte al moltiplicarsi di immani catastrofi e previsioni apocalittiche a prossima scadenza, in presenza di analisi scientifiche che inoppugnabilmente dimostrano il rapporto tra lo squilibrio ecologico e i modi e le quantità di produzione tipici dell’economia industriale capitalistica - non dovrebbero imporsi domande definitive circa la linea politica che da decenni ormai pigramente le sinistre perseguono? E’ possibile insomma essere anticapitalisti (come Rossanda auspica e anche io credo necessario) senza affrontare seriamente ciò che la crisi ecologica comporta?

"Non può esistere una crescita infinita in un mondo finito. Una tale concezione dello sviluppo mostra di essere insostenibile, è dunque da respingere e da superare," recita il documento elaborato dall’Ars lo scorso anno in occasione del convegno di Orvieto e firmato anche da "Rosso-Verde" e "Uniti a sinistra". "Proprio la devastazione dell’ambiente (…) potrebbe forse imporre la necessità di un sistema produttivo nettamente diverso da quello attuale, e dunque farsi presupposto di un salto logico, di una nuova razionalità economica e sociale," ha scritto di recente il segretario di Prc, Franco Giordano. "Il capitalismo è incompatibile con la salute del pianeta," ha detto Fabio Mussi inaugurando Sinistra Democratica. Parole di questo tipo sono del tutto assenti dal consueto discorso politico, anche di sinistra, e non solo in Italia. Che vengano pronunciate dai principali leader di questa aggregazione di sinistre che sta definendo la propria fisionomia e la propria linea, è benaugurate segnale di una nuova consapevolezza. Quanto necessaria lo dicono le notizie che senza sosta ci raggiungono.

Cito a caso dalle recentissime. Ogni anno in Cina 750mila muoiono per inquinamento. A varie forme di inquinamento si deve il 20 % dei decessi in Italia. Nel giugno scorso (un mese non particolarmente sfortunato dal punto di vista ambientale) 288 persone sono morte e 7mila sono state evacuate in seguito a inondazioni in varie zone del mondo, 399 sono morte di caldo nei paesi mediterranei, 49 sono morte di freddo in Sudafrica. Sempre più veloce è nel frattempo lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento dei mari. Quale risposta dalla nostra celebratissima civiltà? Intere città si spostino nell’interno e dighe sempre più alte si ergano lungo le coste. Il business verde prosperi con produzione accelerata di biocase, pale eoliche, pannelli solari, lampadine a basso consumo, benzine alternative. Intanto affannosamente si incentiva il mercato dell’auto, si propone di dare la patente guida ai sedicenni, si fabbrica un superaereo che va da Parigi a New York in un’ora e mezzo, a Manhattan si avvia la costruzione - rigorosamente ecorispettosa - di un centinaio di nuovi grattacieli. E davvero non sai se ridere o urlare di fronte alla criminale insensatezza di politiche del genere, puntualmente omogenee alla stessa razionalità che è causa dello sconquasso.

E’ pensabile che quanto non è accaduto finora, possa ancora accadere, e accadere in tempo utile? Così da arrestare, o almeno rallentare il degrado del Pianeta, e scongiurare le peggiori profezie? La cosa forse non è del tutto irrealistica, se innanzitutto ci si dà conto della ormai evidente impossibilità per il capitalismo di agire indefinitamente nei modi su cui ha fondato la propria fortuna; magari anche ascoltando chi parla della sempre più esigua quantità di territori ancora disponibili all’espansione dei mercati, e vede sintomi di crisi irreversibile nella finanziarizzazione in abnorme aumento e nella crescente ferocia della competitività. Se quindi, sulla base di tutte queste verità, si tocca la certezza che solo un cambiamento radicale, una netta discontinuità storica, addirittura un salto epistemologico, possono consentire di dare riposta ai problemi del mondo. Che insomma l’umanità, se vuole salvarsi, è costretta a riorientare la propria storia, a reinventare se stessa.

Ma a questo scopo occorre innanzitutto che la nostra cultura sappia elaborare un netto cambio di prospettiva nei confronti del problema ambiente; anzi nei confronti dell’ambiente in sé. Occorre che ci si renda conto che l’ambiente naturale è qualcosa a cui noi stessi tutti apparteniamo, è ciò da cui traiamo alimento, continuità vitale, forma biologica. E’ quello che fornisce la base di ogni nostra attività, è tutto quanto trasformiamo mediante il lavoro, è insomma condizione e presupposto anche dell’agire economico in ogni sua forma e momento. La crisi ecologica - questa cosa che a lungo le sinistre hanno considerato estranea alla politica - in realtà non può non essere anche crisi sociale.

Fare dell’ambiente l’asse portante di una nuova rivoluzione anticapitalistica forse è possibile. Ma sarebbe una rivoluzione diversa da tutte le altre della storia. Rivoluzione non violenta ma ancor più radicale, che insieme a un’equa distribuzione della ricchezza dovrebbe volere un modo diverso di produrla, anzi un modo diverso di pensarla e desiderarla: si tratterebbe infatti di liberare coscienze e cervelli dall’ideologia capitalistica del produttivismo e del consumismo, della crescita non importa quale, della quantità senza qualità. Una rivoluzione non fatta di eventi traumatici e sanguinosi, ma di una molteplicità di scelte politiche, anche minori e minime, capaci di incidere sulla trama complessa della cultura e dei comportamenti individuali e collettivi. Progetto immane, certo, ma non impossibile forse, se l’assunto fosse definito con chiarezza e soprattutto concordemente sostenuto da una solida unità delle sinistre critiche.

Ma una cosa, non di poco conto, credo si possa dire fin d’ora: e cioè che una scelta politica come questa non mancherebbe di trovare adesione di base. Ormai il disagio di un clima totalmente fuori norma, l’insicurezza di ciò che si mangia, si beve, si respira, l’angoscia per il futuro dei figli, la paura anche delle conseguenze economiche dei fenomeni meteorologici estremi, hanno creato non solo larga attenzione al problema, ma una diffusa angoscia. Diversi sondaggi (uno recentissimo promosso da Legambiente, un altro apparso qualche tempo fa su Repubblica) dicono che la crisi ecologica preoccupa più di terrorismo, epidemie, criminalità, ecc. E d’altronde il lungo lavoro dei movimenti altermondialisti e in genere dell’associazionismo di base ha creato l’humus più adatto ad accogliere e sostenere una politica ad un tempo sociale e ambientale, cioè anticapitalista.

Postilla

Peccato che ci sia sfuggito l'articolo di Rossanda. Lo riprenderemo. Intanto condividiamo il contenuto di quello di Ravaioli. Dedicheremo all'argomento una riflessione più ampia. Vogliamo sottolineare subito che le questioni delle quali questo sito tratta non sono risolvibili se non si riesce a costruire (e prima ancora a pensare)un sistema economico nel quale non solo le "merci" abbiano rilevanza economicca, ma anche i "beni" in quanto tali (e non solo se e quando siano ridotti a "merci").

Altrimenti il territorio, i beni culturali, l'ambiente e le sue risorse resteranno sempre res nullius , o comunque oggetti utili (economicamente rilevanti) solo se mercificabili (cioè "ridotti ad altro da sé").

Altrimenti il destino delle città (e del mondo) sarà di essere più caratterizzate da divisione, contrasto sempre crescente tra miseria e ricchezza, formazione progressiva di muri divisori e ghetti, aumento della repressione e aumento parallelo del potenziale di rivolta.

Pensare e costruire un nuovo sistema economico non sarà facile, ma è necessario. Intanto, si possono fare piccoli passi. Ma è essenziale avere consapevolezza del problema, e in primo luogo non pretendere che il mercato funzioni per cose diverse dalla misurazione del valore di scambio delle merci; che è molto, ma non è tutto.

[…] A ben vedere, tutta la ormai annosa disputa sull'efficacia «elettorale» e, più in generale «politica», del potere mediatico si basa su di un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso e il controllo dell'informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione: è al più la dose di potere mediatico che concerne l'élite politicizzata. Tutto il resto dell'immensa produzione - senza più differenze tra emittenti private e pubbliche, perché queste ultime per sopravvivere sono mera copia delle prime - è ormai un colossale veicolo dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza. Non importa più chi controlli: è stato plasmato il gusto ed esso esige comunque un adeguamento totale. Il dominio della merce è diventato culto della merce ed è tale culto che quotidianamente crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare, il principale contenuto della gigantesca «macchina» televisiva. Non importa di quale prodotto, meglio se di tutti. Quello che ad una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la conclusione per «riprendere il filo») è invece il testo principale: ore e ore quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come status a portata di mano.

Il lato geniale ed irresistibile di questo genere del tutto muovo di «conquista dell'opinione» è che esso non si manifesta mai in modo direttamente politico. Essa ha fatto tesoro della constatata sconfitta dell'altro metodo: quello, per così dire, «concettuale» del «lavaggio del cervello» esplicitamente propagandistico. Come s'è visto, dovunque il metodo di indottrinamento diretto ha suscitato fastidio, estraneità e alla fine ripulsa. Lo si può praticare con successo solo se lo si destina ad una ristretta élite gravata di speciali responsabilità (è il caso della Chiesa cattolica nella formazione dei suoi «quadri»): altrimenti sortisce I'effetto contrario. Invece il metodo «subliminare», anche perché le opzioni che deve indurre a preferire sono di carattere elementare se non proprio infantile (più merci = più felicità), è di effetto certo: non fa che prospettare, ininterrottamente, immagini, brevi e di facile fruizione intellettuale anche per deficienti, di un mondo (fittizio) già reso perfetto e felice dalla sovrabbondanza delle merci di ogni genere. Non meno efficace è il ritrovato, costante nell'intera straripante produzione pubblicitaria, di mostrare intorno ad ogni (singola) merce la vita felice di tutti i giorni (nello sua forma più luccicante e attraente) di infinite «persone qualunque»: le quali in realtà sono sapientemente selezionate al fine di determinare un immediato effetto di auto-identificazione, immedesimazione e conseguente spinta mimetica, al prodursi del quale «il gioco è fatto». Non c'è bisogno di un orwelliano «grande fratello» per orchestrare tutto questo: è una macchina che si autoregola e si moltiplica per il fatto stesso di essere, anche economicamente, sommamente redditizia.

Prima di indurre centinaia di migliaia di uomini a transitare al di qua dell'ormai affondata «cortina di ferro», o a varcare i mari rischiando anche la vita pur di sbarcare nel «paese di Bengodi» (si parlò a questo proposito, anni addietro, di spot people), quegli influentissimi testi - la cui produzione costa miliardi e che movimentano milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo - avevano preliminarmente conquistato la mente, per non dire l'anima, innanzitutto dei cittadini di serie A, cioè di quelli che «già c'erano» nel paese di Bengodi. I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali «intellettuali organici» della vincente dittatura della ricchezza. Non ha molta importanza la patetica battaglia per pareggiare più o meno equamente gli spot elettorali: tutto il resto sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: «lasciateci godere della nostra ricchezza!», e come unica «ideologia» trasmettono il più sollecitante dei messaggi: «cercate di diventare come noi!».

Al potere incontrastabile dell'«ideologia della ricchezza» si associano altre mitologie di massa: i grandi «miti analfabeti», di cui lo sport è forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.

Il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi) ha creato - ed è questo forse il maggior suo successo - la società demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma della «parola demagogica». Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce - e il paradosso è solo apparente - un basso livello culturale oltre che un generale ottundimento della capacità critica: l'allarme lanciato da Giacomo Leopardi, «dove tutti sanno poco e' si sa poco», poteva sembrare, al tempo in cui fu formulato, affetto da aristocratismo; è oggi che trova il suo pieno inveramento.

Sembrava il fascismo aver dato il massimo contributo in questa direzione: era invece pur sempre un movimento che affondava le sue remote radici nel secolo precedente e nel sempre ritornante modello bonapartista. Il fascismo prendeva di petto e manipolava «la folla» così come l'aveva conosciuta e descritta Gustave Le Bon. Al contrario l'attuale «democrazia oligarchica», o sistema misto, o come altro si preferisca chiamarlo, orienta, ispira e perciò dirige una folla molecolarizzata e, insieme, omogeneizzata dalla capillare onnipresenza del «piccolo schermo»; nutre, illude e proietta verso una felicità merceologica a portata di mano una miriade di singoli, Inconsapevoli della parificazione mentale e sentimentale di cui sono oggetto, paghi della apparente verità e universalità che quella fonte, in permanenza attiva, fornisce quotidianamente loro, soffusa di sogni.

L'epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano la «costituzione mista», in cui il «popolo» si esprime ma chi contano i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso Iimitato al mondo euro-atlantico e ad «isole» ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno. […]

Di Luciano Canfora vedi anche La demagogia

Scrivono Fabrizio De André e Ivano Fossati, in Smisurata preghiera:


Sullo scandalo metallico

di armi in uso e in disuso

a guidare la colonna

di dolore e di fumo

che lascia le infinite battaglie

al calar della sera

la maggioranza sta
recitando un rosario

di ambizioni meschine

di millenarie paure

di inesauribili astuzie

coltivando tranquilla

l'orribile varietà

delle proprie superbie

la maggioranza sta
come una malattia

come una sfortuna

come un'anestesia

come un'abitudine

A Londra quarantamila persone che non si rassegnano ad essere parte della maggioranza e sperano in un un mondo pacifico e rispettoso delle persone e dell'ambiente si sono radunate volontariamente dal 14 al 17 ottobre, animate dal disagio per lo stato delle cose e dalla voglia di condividere con gli altri le preoccupazioni per il domani.

E' un evento molto positivo, tuttavia a due anni di distanza dal forum di Firenze il numero di partecipanti non è aumentato come sarebbe stato necessario, né sono stati prodotti significativi passi avanti nelle riflessioni condotte nei seminari. L'analisi sui diversi mali che affliggono il pianeta è, tutto sommato, matura, ma non si intravedono indicazioni sui rimedi da porre in essere. Anzi, una volta esaurita la disamina dei problemi irrisolti, e indicati gli obbiettivi da raggiungere (dalla pace allo sviluppo sostenibile, dai diritti delle donne al mantenimento dello stato sociale), le parole forti, e spesso urlate, hanno prevalso sull'indicazione delle cose da fare. A che pro gridare "Bush terrorista", inneggiare alla resistenza irachena, applaudire la figlia del Che, simbolo della rivoluzione che fu? E' tutta qui la ricetta per il futuro?Anche la manifestazione lungo le vie di Londra ha avuto lo stesso tenore: basso numero di partecipanti, durezza estrema delle parole (Falluja deve essere la Stalingrado dell'America, ha tuonato dal palco George Galloway, uno dei leader inglesi). Una litania di cori contro Blair, Bush e contro il capitalismo ha accompagnato il corteo, ripetuta incessantemente come le invocazioni alla madonna nelle processioni di paese. Il tutto nella solenne indifferenza dei cittadini inglesi e dei politici, locali ed europei.

Insomma, ho visto con dispiacere che il seme del movimento non è ancora germogliato e temo che non darà presto i frutti sperati.

Nel contesto delle relazioni internazionali, il segnale del passaggio da un ordine mondiale basato sul consenso tra gli stati-nazione a un mondo basato sulla coercizione praticata da una singola superpotenza si è avuto nel giugno del 2002, quando il presidente George W. Bush jr rese pubblica la sua nuova politica per la sicurezza nazionale. Per la maggior parte degli americani, l'11 settembre 2001 il mondo era cambiato in modo irrevocabile: Bush alimentò questa convinzione quando, nel suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002, affermò che di fronte a un nemico senza stato gli Stati Uniti non avrebbero più potuto fare affidamento sugli strumenti di deterrenza tradizionali per prevenire attacchi contro la propria popolazione e il proprio territorio.

Dopo la fine della guerra fredda

Gli Stati Uniti avrebbero pertanto dovuto prevedere in quali luoghi tali attacchi potevano essere preparati e assumere azioni preventive per impedire l'attuazione degli attacchi stessi. Ma un esame più approfondito del modo in cui si è evoluta la politica estera e militare americana dopo la guerra fredda dimostra come il passaggio dagli interventi finalizzati alla difesa del sistema degli stati-nazione agli interventi tesi a minare tale sistema sia iniziato molto tempo prima.

L'evento scatenante fu la fine della guerra fredda, nel 1989. Nei quindici anni successivi, quella che era iniziata come una serie di tentativi di intervento militare finalizzati all'ingerenza negli affari interni di altri paesi si trasformò in un assalto frontale all'istituzione dello stato-nazione e all'ordine westfaliano. I primi interventi militari dell'era successiva alla guerra fredda, finalizzati alla riorganizzazione di uno stato-nazione attraverso un intervento decisivo nei suoi affari politici interni, sono stati attuati in Bosnia, nella Somalia e a Haiti tra il 1992 e il 1994, e sono stati interventi minori che hanno coinvolto dalle 3000 alle 25.000 unità di truppe terrestri statunitensi. Tutti questi interventi furono portati avanti sotto il mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Un cambiamento irreversibile

C'è poi voluto meno di un decennio perché gli Stati Uniti, sostenuti dal Regno Unito, passassero a un'invasione non provocata dell'Iraq con 200.000 uomini, nonostante la forte opposizione dell'opinione pubblica mondiale, senza le autorizzazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con gli espliciti obiettivi messianici di abbattimento del regime di Saddam Hussein e successivo insediamento di un governo amico degli Stati Uniti, dell'Occidente e di Israele, e di trasformazione dell'Iraq in una democrazia modello e in un esempio per il resto del mondo arabo.

Pertanto, è difficile non concludere che qualcosa sia cambiato irreversibilmente a partire dalla fine della guerra fredda, un cambiamento che ha esercitato una pressione senza tregua sulla potenza egemone spingendola all'attuazione di interventi sempre piú diffusi e frequenti e sempre piú invasivi negli affari interni degli stati membri delle Nazioni Unite. Questa pressione stava rendendo sempre piú difficile il mantenimento del sistema westfaliano configurato dalla carta costitutiva delle Nazioni Unite.

Quel cambiamento irreversibile fu l'avvento del capitalismo globale, che a partire dagli anni Settanta iniziò a minare le fondamenta economiche dello stato-nazione allo scopo di creare un unico sistema globale di commercio e produzione. Negli anni Novanta, questo processo iniziò a rimodellare il sistema politico e quello internazionale per adeguarli ai propri scopi. In un saggio scritto all'inizio degli anni Novanta, Jürgen Habermas aveva sottolineato che, poiché la democrazia era stata creata per sostenere le finalità degli stati-nazione, la sua sopravvivenza avrebbe potuto essere messa in serio pericolo in caso di crollo di queste istituzioni.

I timori di Habermas si rivelarono ben fondati. La prima vittima dell'attacco alla democrazia fu il sistema di stati-nazione nato con il trattato di Westfalia e il Congresso di Vienna, e consacrato, nella sua piú recente espressione, dalla Carta delle Nazioni Unite. Il trattato di Westfalia fu firmato nel 1648 dalla Francia e dai suoi alleati con il re Ferdinando II di Spagna, per porre fine alla guerra dei trent'anni che aveva devastato l'Europa. Per raggiungere tale scopo, il trattato legittimò i governi esistenti, ricompose le loro dispute territoriali e stabilì le regole di base per i futuri rapporti reciproci tra gli stati. Questo processo stabilizzò le frontiere e diede vita al concetto di sovranità nazionale, i due attributi essenziali del moderno stato europeo.

-I princìpi che governavano le relazioni tra gli stati emersi dal trattato di Westfalia furono poi formalizzati dal Congresso di Vienna. Sebbene i confini tracciati da questi trattati siano stati alterati piú volte dalle ambizioni egemoniche dell'una o dell'altra potenza europea, i princìpi fondamentali che li avevano ispirati vennero invariabilmente riaffermati, e l'ordine del trattato di Westfalia ripristinato, ogniqualvolta la pace si riaffermava. Quei princípi erano il rispetto della sovranità e dei confini nazionali e il rifiuto di intervenire negli affari interni di un altro stato sovrano, perché qualsiasi intervento del genere sarebbe stato considerato alla stregua di un atto ostile.

Gli strumenti attraverso i quali fu mantenuto il nuovo ordine furono la diplomazia e la strategia militare. Lo scopo della diplomazia era quello di mantenere un equilibrio di potere nell'ambito della comunità delle nazioni, mentre la strategia militare agiva come deterrente contro le aggressioni. Nella pratica, il sistema westfaliano non riuscì a prevenire le guerre: nel Seicento e nel Settecento le principali nazioni europee combatterono tra loro 60-70 conflitti durante ciascun secolo. Tuttavia, riuscì a instillare in tutte le nazioni una profonda avversione per le azioni di disturbo dello status quo, e nel contempo la disapprovazione per le aggressioni non provocate di un paese ai danni di un altro. L'ordine westfaliano raggiunse l'apice della sua efficacia durante la pace dei cent'anni, tra il 1815 e il 1914.

Dopo la sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale, l'ordine westfaliano riprese vigore ottenendo poi una definitiva consacrazione nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite. L'Articolo 1 limitava la partecipazione esclusivamente agli stati sovrani. L'Articolo 2(4) imponeva agli stati di «astenersi, nell'ambito delle relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità territoriale o dell'indipendenza politica di qualsivoglia stato, o comunque da qualsiasi iniziativa in contrasto con le finalità delle Nazioni Unite». L'Articolo 2(7) proibiva non solo agli stati membri ma alle Nazioni Unite nel loro complesso di intervenire negli affari interni degli altri stati: «Nessuna disposizione del presente statuto potrà autorizzare le Nazioni Unite a intervenire nell'ambito di questioni essenzialmente di pertinenza della giurisdizione nazionale di qualsivoglia stato». Rafforzato dalla minaccia di «distruzione reciproca garantita», che emerse con lo sviluppo delle armi nucleari, il sistema delle Nazioni Unite impedì l'esplosione di guerre di grandi dimensioni durante i cinquant'anni di guerra fredda. Solo quando l'avvento del capitalismo globale iniziò a minare gli stessi stati-nazione, il sistema iniziò a essere sottoposto a serie tensioni. Come potenza egemonica del XX secolo - il cosiddetto «secolo breve» - intenta a estendere la propria egemonia nell'era del capitalismo globale, gli Stati Uniti hanno guidato l'attacco al sistema degli stati-nazione e all'ordine westfaliano internazionale. I critici di area liberal dell'espansionismo statunitense escludono l'ipotesi di un cambiamento rapido e ritengono che la fine della guerra fredda abbia fatto riaffiorare una tendenza imperialista nella politica estera statunitense le cui origini risalgono alla dottrina Monroe. (...)

La vittoria nella guerra fredda e la successiva «Rivoluzione degli affari militari» di fatto rimossero solo l'ultimo ostacolo al consolidamento dell'impero americano. La debolezza di questa ipotesi sta nella sua presunzione di continuità. Indubbiamente, la creazione di una rete di basi militari e l'acquisizione del territorio su cui costruirle sono state un processo continuo. I primi passi furono compiuti nel decennio successivo alla guerra ispanoamericana del 1896, quando l'America installò basi militari in luoghi distanti tra loro come Guam, Hawaii, Filippine, il canale di Panama, Porto Rico e Cuba. Ma furono la seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda a consentire agli Stati Uniti di ampliare la loro rete di basi in Europa occidentale, Okinawa, Giappone, Corea, Tailandia, Australia e Nuova Zelanda. L'espansione della presenza militare degli Stati Uniti continuò anche dopo la fine della guerra fredda. Dopo la prima guerra del Golfo, nuove basi americane sorsero in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman, Egitto e Gibuti. La disgregazione della Jugoslavia divenne il pretesto per la creazione di basi in Bosnia e Kosovo e quella dell'Unione Sovietica condusse alla creazione di basi in Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti costrinsero il Pakistan, di fatto con la minaccia delle armi, a unirsi alla nuova guerra globale contro il terrorismo: il Pakistan concesse agli Stati Uniti l'uso delle basi aeree di Jacobabad, Pasni e Quetta. Infine, dopo la guerra afghana, gli Stati Uniti hanno acquisito tre ulteriori basi aeree in Afghanistan: a Bagram, nei dintorni di Kabul, a Mazar-i- Sharif, a nord della catena dell'Hindu Kush e a Kandahar, nel sud del paese.

Ma questa continuità maschera, e quindi impedisce di riconoscere, una differenza molto importante nel modo in cui le basi furono create. Alcune lo furono attraverso la coercizione, e cioè l'invasione o la minaccia di invadere un territorio appartenente a un altro stato sovrano. Le restanti, e si tratta comunque della maggior parte, furono create con il pieno consenso delle nazioni interessate. Inoltre, la scelta del metodo per ampliare la potenza e la sfera di influenza americana non fu casuale.

I cicli del capitalismo

Gli Stati Uniti ricorsero alla coercizione per acquisire territori o basi in due periodi distinti: il primo nell'ultima decade del XIX e nella prima decade del XX secolo, il secondo dopo la guerra fredda, e in particolare dopo l'11 settembre. A cavallo dei due periodi, con rare eccezioni, l'ampliamento della potenza militare e dell'influenza degli Stati Uniti è stato tollerato o, addirittura, accolto con favore dalle nazioni interessate. La ragione di questa differenza va ricercata nell'espansione ciclica del capitalismo. Il primo ricorso alla forza coincise con l'avvento del caos sistemico che contrassegnò la fine del terzo ciclo di espansione e, di conseguenza, dell'egemonia britannica. Il secondo ricorso alla forza è una risposta al caos sistemico che è stato innescato dalla fine del quarto ciclo di espansione del capitalismo e dall'avvento del quinto, cioè la globalizzazione. Questo è il riflesso del tentativo americano di forgiare il nuovo ordine mondiale e di stabilire la propria egemonia sopra di esso. L'esteso e pacifico ampliamento della rete di basi americane tra queste due epoche rispecchiava invece il consolidamento dell'egemonia americana durante il quarto ciclo di espansione del capitalismo.

Allarme a livello mondiale

Il processo fu reso più semplice dall'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di stato amico e protettore durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, e dal fatto che l'espansione del capitalismo che innescò la crescita degli Stati Uniti ebbe luogo nel quadro del sistema westfaliano degli stati-nazione. Di contro, l'espansione della potenza americana dopo l'11 settembre, soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Iraq, rivela il palese disprezzo per la sovranità nazionale ed evidenzia l'intento di sostituire il sistema westfaliano con un impero americano costruito sulla supremazia militare e sulla costante minaccia del ricorso alla forza. Questo ha innescato un allarme a livello mondiale e ha costretto i paesi che in precedenza avevano accettato di ospitare le basi e l'egemonia militare americana a riconsiderare l'opportunità di continuare a ospitarle. Ha inoltre già spinto l'Arabia Saudita a chiedere agli Stati Uniti di chiudere le basi sul proprio territorio e convinto Francia, Germania e Belgio a rilanciare la proposta per la creazione di una forza difensiva europea al di fuori dell'ombrello della Nato. Ha inoltre allarmato i liberal americani non solo perché trovano ripugnante l'idea di un impero americano, ma anche perché questa strategia sta distruggendo l'egemonia creata, in modo prevalentemente pacifico, duran

Finalmente, è proprio il caso di dire, un dibattito televisivo ha interrotto il monologo liberista. Non solo presentando il punto di vista scandaloso di Serge Latouche, la «decrescita», ma anche stabilendo nessi con due vicende che con il «pensiero unico» e le sue conseguenze hanno molto a che fare: la lotta della Val di Susa e la rivolta delle banlieues. E' accaduto mercoledì sera nella trasmissione di Gad Lerner, «L'infedele», su La 7, dove ci si è potuti rendere conto che «sviluppo» e «crescita» non sono idoli indiscutibili e ad una dimensione; di più, che «decrescita» non è un equivalente di «declino», e cioè che chi trova insopportabile l'adorazione del Prodotto interno lordo non necessariamente esulta se - come succede in Italia - questo indicatore truffaldino precipita.

Si tratta di altro: del fatto che l'economia non è una misura del benessere sociale, e che anzi venticinque anni di liberismo e le sue conseguenze globali, sociali e ambientali, hanno rovesciato questo presupposto, per cui si deve cercare un modo di vivere in cui l'economia torni al servizio della società. Questo dibattito, in giro per il mondo, in Francia, è molto ampio (come dimostra, ad esempio, la pagina che Le Monde ha dedicato poco tempo fa a «Il progetto locale», il libro di Alberto Magnaghi). In Italia invece è pressoché ignoto ai grandi media e a quasi tutti i politici, che ripetono come un mantra «crescita» e «sviluppo», oltre a scagliare anatemi e poliziotti contro le comunità che si ribellano, in Val di Susa e in centinaia di altri «cortili di casa», tanto da fare dell'intero paese un «cortile» da difendere dai Lunardi e dalle Bresso.

Nella trasmissione di Lerner, a sostenere con diverse sfumature queste tesi erano lo stesso Latouche, Luciana Castellina e Aldo Bonomi, di fronte ad alcuni economisti, i quali parevano stupefatti: Michele Salvati, che proponeva «indennizzi» per i valsusini (e Latouche chiedeva: quanto vale una montagna, un paesaggio?), o uno Zingales che, dagli Stati uniti, rispondeva invariabilmente «più mercato»: i problemi ambientali? Facile, basta «prezzare» l'aria, le foreste dell'Amazzonia... E quando Omeya Seddik, del Mib (Mouvement immigration banlieues), ha spiegato quel che sembra incomprensibile agli economisti, e cioè che l'alta velocità, ad esempio, non offre più movimento, ma provoca selezione sociale ed emarginazione (facendo salire i prezzi delle case, come a Marsiglia, e creando ghetti che prima non esistevano), la risposta è stata l'imbarazzo.

Di questa prima rottura del monologo liberista non possiamo che rallegrarci, qui a Carta. Per anni, in solitudine, abbiamo proposto le tesi di Latouche, cercando in ogni modo di allargare il dibattito anche da noi, e il numero del nostro mensile, Carta Etc. in edicola fino a domenica e intitolato «Prodotto locale pulito», lo testimonia: attorno alla «decrescita», alla storia di questa proposta e alle sue applicazioni scrivono Tonino Perna, Paolo Cacciari, Maurizio Pallante, Mauro Bonaiuti, Giulio Marcon e Alessandro Messina, insomma i principali interpreti italiani della critica allo sviluppo. E non è per caso che ai nostri abbonati, quest'anno, regaliamo l'ultimo libro di Latouche, «Sopravvivere allo sviluppo» (Bollati Boringhieri), più uno a scelta tra i precedenti libri del nostro amico francese. Ps. Per la precisione, agli abbonati regaliamo anche uno a scelta tra i libri di Luigi Pintor (pubblicati sempre da Bollati), fatto di cui andiamo particolarmente orgogliosi e che dovrebbe essere una buona ragione per fare l'abbonamento abbinato ai due giornali: 292 euro (Carta settimanale e mensile più manifesto postale) e 270 (Carta più manifesto coupon).

Solo qualche giorno fa a Londra decine di migliaia di donne e uomini si sono interrogati sulle possibilità di un mondo diverso da quello guerrafondaio, ingiusto e inquinato in cui la globalizzazione liberista ci fa vivere. Fra i valori fondanti di questo nuovo mondo, oltre alla pace e alla giustizia, c'è la sostenibilità ambientale. Ieri a Torino migliaia di agricoltori, pescatori e allevatori di tutti i continenti, che lavorano ancora in modo tradizionale cioè senza diserbanti e pesticidi e senza modificare geneticamente nulla, ci hanno spiegato offrendoci i loro prodotti uno dei significati possibili di questa parola, sostenibilità, di cui forse troppi stanno abusando.

Nel leggere lo spaventoso rapporto sul clima che numerose associazioni hanno elaborato e che segue e conferma quello altrettanto drammatico della Ipcc viene da domandarsi quanto tempo rimane per far crescere questa idea di un mondo diverso. Poco, certamente.

Non è solo il dilagare della guerra a dirci di questa urgenza, c'è anche la tragedia climatica. Del rapporto non colpisce ciò che concretamente può accadere se non si riducano drasticamente i gas climalteranti, ma i tempi stretti in cui bisogna farlo e cioè 80-100 anni. Se entro questo secolo non si ridurranno del 70-80 per cento le emissioni di gas serra è possibile che numerose parti del nostro mondo verranno sommerse dall'innalzamento dei mari, altre si desertificheranno e altre saranno travolte da uragani e tifoni.

Per impedire tutto ciò, sappiamo, serve progettare e battersi per una società che esca dal petrolio e dai combustibili fossili. Farlo non è utile solo al clima, ma anche alla pace visto che la scarsità di petrolio è la principale ragione della guerra.

E' possibile? Sì, lo è. Bisogna in primo luogo consumare meno energia e procurarsi quella che serve dal sole, dal vento, dalle biomasse, cioè dalle fonti rinnovabili. Costano troppo? Forse sì, ma non emettono gas serra e quindi fanno risparmiare i costi ambientali e sanitari che invece si pagano usando le fonti fossili. Non sono sogni di ambientalisti ma scelte realizzabili, serve solo che la politica lo decida.

Chi vuole contendere il governo a Berlusconi, che col riordino energetico firmato dal ministro Marzano ha appena incatenato questo paese al petrolio e al carbone, può far proprio questo appello della comunità scientifica e offrire a questo paese una svolta energetica. O forse si continua a pensare che deve essere il mercato a farsi carico delle scelte energetiche?

Alcune settimane fa questo giornale proposte l'oil tax, con i cui proventi finanziare le fonti rinnovabili e l'uso razionale dell'energia. Sarebbe un primo passo, un segnale che qualcuno intende concretamente tirare il freno a mano della macchina-mondo che corre verso il precipizio.

Sabato 30 ottobre ribadiremo a Roma le ragioni della pace e le possibilità di un mondo diverso. E forse, più che di possibilità, si dovrebbe parlare di un mondo diverso obbligatorio.

Romano Prodi canta vittoria: ho la maggioranza aritmetica e anche quella politica. Ma non è vero: ha avuto una fortunosa maggioranza contabile, frutto di diverse manovre, in testa quella di Lamberto Dini che ha votato la finanziaria per imporre il suo no a ogni emendamento o al pacchetto welfare, gettando sulla sinistra la patata bollente della caduta del governo. Stona ancora di più l'uscita di Berlusconi che agita i suoi gazebo ululando di avere con sé nientemeno che il popolo italiano per liquidare i dubbi dei suoi ex alleati e ricordare che il padrone è lui. I due leader protagonisti degli ultimi quindici anni si sentono accerchiati dalla loro stessa coalizione.

Non hanno torto. All'orizzonte di tali agitazioni si delinea un altro scenario, che liquida tutti e due - un «centro» bizzarro, meta confessata di Veltroni, Casini e frattaglie del centrosinistra e della Cdl, ma con poderose radici fuori delle Camere e in un'opinione ormai spostata, a cominciare dalla grande stampa. Bizzarro perché destinato a prefigurare non una nuova Dc onnireggente, ma un bipolarismo più simile all'agognato modello americano. Una destra (diciamo i repubblicani) condotta da Gianfranco Fini - se a Berlusconi non riusciranno gli ultimi azzardi - e una «sinistra» (diciamo i democratici) guidata da Veltroni. Esse escluderebbero la sinistra detta radicale da un lato e forse l'anfibia Lega dall'altra. Costretta anzitempo a un bipolarismo che non stava né nella sua fisionomia sociale, né nella sua tradizione politica, l'Italia va producendo questo mostro.

Mostro ma con i piedi per terra, reso possibile dalla «svolta» di 180 grandi dell'ex bacino Pci, ex Pds, ex Ds che ha raggiunto un orizzonte di sistema comune con una destra più presentabile dell'ego del Cavaliere e della mattane di Bossi. E' un quadro comune infatti quello che permette un bipolarismo «perfetto», perché non muta l'idea di società ma soltanto un certo metodo dell'amministrazione, e di solito la politica estera. Collante un liberismo più o meno temperato: largo al mercato, meno stato, meno proprietà pubblica, più liberalizzazione cioè più privatizzazioni, e una riconosciuta partecipazione della Chiesa alla conduzione «morale» del paese da parte dell'uno e dell'altro schieramento. Fini ha capito che questa è la «democrazia moderna» e si è sganciato da Berlusconi, che si sente mancare il terreno sotto i piedi e cui non resta che il ricorso al «popolo». A Prodi sta scivolando via tutta la sinistra sociale, penalizzata e sgomenta dalla sua politica, versione italica della Commissione Ue e della Banca Centrale. Ne vedremo delle belle.

Resta la domanda se l'idea di una società non tutta mercificata, fatta dalle figure non ancora del tutto a pezzi, di un lavoro dipendente sempre più diffuso e più precario, e da alcune culture non assimilate - non tanto quella ecologica cui per forza i «democratici» daranno posto ma una parte del femminismo se si deciderà a dire la sua - sarà ridotta allo spazio che negli Usa hanno i Nader, i Chomsky, le femministe, la Nation o quel che resta della Monthly Review, cioè alcuni centri universitari, assieme a ricorrenti sussulti o movimenti dei quali il sistema non mette molto a sbarazzarsi con le buone o con le cattive. Finora l'inerzia della Cosa Rossa - definizione quanto mai scoraggiante calcata sulla sfigata Cosa di Occhetto - fa di tutto perché così accada. Anzi, basta che resti come oggi inerte e abbacinata davanti al basamento della costruzione seguita al 1989, la fatalità dell'economia e del mercato, svolazzando fra questa e quella «soggettività» ma in impotente silenzio davanti all'architrave del sistema. Di questo passo la deriva verso una perpetua minorità, prima o poi esclusa dalla scena, è assicurata.

Non credo sia errato, e neppure azzardato, affermare che George Bush sia ormai sul viale del tramonto (nonostante il bagno di folla in Albania) e che anche gli Stati Uniti non stiano tanto bene o, addirittura, in una crisi di egemonia; ripeto di egemonia e non di potenza militare. Tutto questo dovrebbe confortare, ma anche preoccupare perché la crisi di egemonia dell’impero più potente del mondo (anche militarmente) può dare brutte sorprese.

Bush è andato in minoranza al Senato e al Congresso e ancora è in corso di disfacimento il suo gruppo di potere, i suoi uomini di governo, e anche il vecchio Powell gli dà contro.

Il fatto è che la politica di «esportazione della democrazia» con la forza delle armi non ha funzionato. Il dato di fatto, abbastanza nuovo, è che gli Usa hanno vinto le guerre d’Afghanistan e Iraq ma non riescono a concluderle. Per un certo verso è peggio della sconfitta in Vietnam: in Iraq e Afghanistan gli Usa continuano a dover essere presenti e a perdere uomini. A proposito di queste due guerre Stefano Silvestri sul Sole 24 Ore del 12 giugno scrive: «Una cosa è certa: le operazioni in Medio Oriente e in Afghanistan hanno dimostrato l’efficacia altissima delle nuove tecnologie e delle nuove impostazioni operative, ma poi hanno anche rivalutato il ruolo centrale dell’uomo, del singolo soldato e della stessa quantità di soldati necessari per esercitare un effettivo controllo del territorio, nonché della migliore strategia per prevalere nei nuovi conflitti.

Siamo ancora lontani da una soluzione a questi problemi». Negli Usa il bilancio della Difesa è salito a 481 miliardi di dollari, ma pochi uomini legati al loro popolo riescono a tenere in scacco la superpotenza, che è obbligata a inviare altri soldati.

Ma non si tratta solo delle guerre che non finiscono, c’è anche la crisi di due istituzioni fondamentali dell’impero americano: la crisi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale come ben documenta Antonio Lettieri sul sito di «Eguaglianza e Libertà» (www.eguaglianzaeliberta.it). La Banca mondiale non riesce più a fare prestiti in grado di dare un rendimento di almeno un miliardo di dollari per pagare i suoi 13 mila funzionari. Analoga crisi patisce il Fondo monetario internazionale, quello nato per iniziativa di Keynes. Dopo che Brasile e Argentina hanno scelto, con sacrifici certamente, di liberarsi del debito nei confronti del Fondo.

Questi due strumenti del potere Usa sull’intero mondo ormai appartengono al passato, ai tempi della globalizzazione unipolare, cioè Usa. Ora - cito sempre Lettieri - «L’unipolarismo cede il passo alle nuove potenze regionali. Per rappresentare questa nuova realtà è stato coniato un acronimo: i BRICS vale a dire Brasile, Russia, India e Cina. La globalizzazione va avanti ma non c’è più una “guida suprema”, in grado di imporre le sue regole e il suo credo».

E c’è da aggiungere ancora qualcosa su come vanno le cose all’interno degli Usa. Due, mi pare, sono i fenomeni più rilevanti.

Innanzitutto la crisi del ceto medio che è stato il fondamento del modo americano di vita e della relativa pace sociale. Il ceto medio è sempre più indebitato. La bolla edilizia è scoppiata e sono in molti quelli che non riescono più a pagare il mutuo e che vanno in malora.

In secondo luogo c’è la crescita del debito americano con l’estero e l’acquisizione di titoli di stato Usa da parte di altri paesi (credo che in testa ci siano Cina e Giappone). Il punto è che la grande America sta diventando il più grande debitore del mondo. Ma anche questa grande debolezza è grandemente pericolosa. Faccio un esempio assai semplice: supponete di avere un grande debitore, che vi deve un sacco di soldi e non paga. Dovrebbe essere ai vostri piedi, ma si dà il caso che quel debitore è armato, molto ben armato. E allora a voi che cosa resta da fare?

Per Bush non va bene, ma anche noi siamo un po’ preoccupati.

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