loader
menu
© 2026 Eddyburg

Non ho seguito tutti i dibattiti, confronti, faccia-a-faccia preelettorali (Dio mi perdoni, credo sarei ammattita) ma insomma, interi o in parte, me ne sono fatti un discreto numero, compresi da cima a fondo i due Prodi-Berlusconi. E mai, dico mai, mi è capitato di sentir nominare, dico nominare, l'ambiente. Immagino che almeno Pecoraro Scanio lo abbia fatto, ma le non poche volte che l'ho incrociato sullo schermo, non ho avuto la ventura di ascoltarlo su questa materia.

Ora, a elezioni sperabilmente concluse, nonostante le previsioni di tempi lunghi per la formazione del nuovo governo, tutti si affannano a dar consigli al futuro premier. Tutti quasi esclusivamente parlando di conti da risanare, e concordemente indicando crescita, produttività, competitività, ai fini di un'indispensabile «risalita», in mancanza della quale l'Italia rischierebbe di rimanere esclusa da quella «ripresa» che nel resto del mondo sembra felicemente annunciarsi, anzi forse già c'è; e tutti suggerendo iniziative che aiutino le imprese ad aumentare dimensioni e fatturati così da reggere la furibonda guerra del mercato globale. Di che stupirci? Questi sono i temi e i toni che tengono banco nel mondo economico come in quello politico, a prescindere dagli orientamenti, praticamente in tutti i paesi. Consigli per tentar di arginare lo sconquasso ecologico nessuno si sogna di darne. Né sembra sfiorato dal dubbio che i consigli elargiti lo sconquasso lo aumenteranno.

E vien fatto di domandarsi: ma i politici e i loro consiglieri i giornali li leggono?

Non che i giornali, per carità, siano assenti dal gran coro che invoca produttività competitività crescita. E però tutti, e con una certa frequenza, strillano titoli a effetto e a piena pagina per dire di calotte polari che si sciolgono, di deserti che avanzano, di fiumi giganteschi (Rio delle Amazzoni, Nilo, Fiume giallo) ridotti in secco, di alluvioni sempre più numerose e distruttive, e per ripetere che sono proprio le attività economiche in continua espansione a determinare una pressione insopportabile dagli ecosistemi e a comprometterne il regolare funzionamento. Lo dicono a una loro maniera schizoide, nel momento stesso in cui in altre pagine (le prime solitamente) levano lamenti sul Pil ostinatamente immobile, sull'auto che non tira come dovrebbe, insomma sulla stagnazione di quanto dello sconquasso è causa prima. Ma comunque lo dicono. E poiché notoriamente i giornali sono immancabili compagni di vita del politico di professione, parrebbe logico che leader di partito, parlamentari, ministri, conoscessero almeno l'esistenza del problema ambiente. O si deve pensare che le pagine dedicate alla materia le saltino a piè pari? Non ho risposte.

A meno che non abbia ragione Jeffrey D. Sachs della Columbia University il quale (su La Repubblica del 18 aprile scorso) afferma: «I nostri politici operano alla superficie degli eventi senza comprenderne le realtà sottese». Se così non fosse - arguisce - poiché si parla di «un possibile aumento di almeno quattro volte dell'economia mondiale entro il 2050», e dato che «il cambiamento climatico non è un timore per il futuro ma un processo già ben avviato», i responsabili delle nostre sorti capirebbero che "le sfide più importanti non sono gli scontri di civiltà, 'noi contro loro', ma quelle che 'noi, tutti insieme' dobbiamo affrontare per prevenire le catastrofi ecologiche e sanitarie che sono in agguato dietro l'angolo".

L'opinione è pienamente condivisa da Nicholas D. Kristof, noto scienziato americano che dopo aver descritto una delle possibili Apocalisse prossime venture (ancora La Repubblica, 19 aprile) dichiara: «Il nostro sistema politico non pare essere in grado di comprendere le questioni scientifiche come quelle del mutamento climatico», qualcosa cioè che «dovrebbe essere considerato una minaccia più grave di un Iran in possesso di una bomba atomica». E conclude: «La migliore ragione per agire in relazione al riscaldamento globale resta l'imperativo di proteggere il pianeta, ma i nostri leader stanno miseramente fallendo in tale responsabilità».

Appena qualche giorno prima era stato il primo consigliere scientiifico di Blair, Sir David King, in un'intervista diffusa dalla Bbc e ampiamente ripresa in prima pagina da The Indipendent del 15 aprile, a lanciare un duro richiamo al suo governo e all'Unione europea, colpevoli di non attenersi agli impegni assunti col secondo Protocollo di Kyoto. Sir David cita la previsione del Headley Centre for Climat Changeand Prediction, uno dei più famosi centri di analisi climatiche, secondo cui un ulteriore aumento della temperatura terrestre (3 gradi centigradi entro il secolo secondo le previsioni) comporterebbe rischio di malnutrizione per 400 milioni di persone, lascerebbe senz'acqua da uno a tre miliardi di individui, causerebbe una diminuzione dei raccolti di grano tra i 20 e i 400 milioni di tonnellate e la distruzione di metà delle risorse naturali mondiali. Ai politici convinti di potersi affidare semplicemente alla produzione di energie alternative per risolvere il problema, grida che dovrebbero piuttosto ascoltare gli scienziati. E conclude: «C'è differenza tra essere ottimisti e nascondere la testa sotto la sabbia».

Chissà se a qualcuno dei nostri politici è capitato di buttare un occhio su questi pesanti giudizi, che indirettamente riguardano anche loro, espressi da persone altamente qualificate e disinteressate? O se, vedi mai, hanno dedicato un minimo di attenzione a qualcuna delle notizie di ordinaria devastazione ecologica e umana, di recente qua e là fornite? Cito a caso dalle ultime due o tre settimane. L'immensa, irrespirabile nuvola di smog e sabbia che avvolge non solo Pechino, ma più di un milione e mezzo di chilometri quadrati di Cina, con 562 città e circa 200 milioni di persone, che raggiunge con polveri tossiche anche Corea e Giappone, che riempie gli ospedali e non ha trovato finora rimedi se non «stare a casa», secondo l'illuminato consiglio delle autorità. Elba e Danubio che innondano Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Serbia, con centinaia di migliaia di evacuati. Altre migliaia di evacuati in Australia per un ciclone con venti a 250 all'ora e onde di otto metri. Ventisette morti per un tornado nel Tennessee, Usa, due morti per un tornado vicino ad Amburgo, Germania. Morti e dispersi per piogge torrenziali e allagamenti in Kenya (quanti non si sa mai con precisione quando si tratta di profondo Sud).

Non si può spaventare la gente bombardandola di paure apocalittiche, dobbiamo tenere alto il morale. Così o pressappoco, di fronte a questo semplice richiamo alla realtà, immagino reagirebbe la grande maggioranza dei politici, indefettbili campioni di «pensare positivo». Vorrei rispondere - semmai qualcuno di loro getti uno sguardo su queste righe - ricordando un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera il 27 novembre dello scorso anno. Si domandava quale fosse la cosa più temuta, e ne risultava che il 63,2 per cento degli italiani temono soprattutto «la distruzione dell'ambiente». La temono più della perdita del lavoro, secondo item in graduatoria, ma con forte distacco (50,6), più di una nuova guerra (50,1), della mancanza di pensione (45,5), di nuove epidemie (40,7), ecc.

Se in campagna elettorale qualcuno dell'Unione si fosse ricordato almeno di citare il rischio ecologico, chissà mai che la vittoria potesse essere un po' meno risicata?

Premessa

In agosto il conto (molto approssimato per difetto) dei morti da effetto-serra è: 3700 nel Sud Est Asiatico e 90 in Sudan causa alluvioni, 51 per tifoni in Centro America, 30 da ipercalore nel Mediterraneo. I profughi sempre da alluvioni in Asia superano i 50 milioni. I politici di tutto il mondo nel frattempo sono impegnati a promuovere grandi opere, crescenti velocità, raddoppi del turismo, frenetiche trivellazioni in cerca dell’ultimo petrolio, spasmodici tentativi di sostituirlo per poter continuare a crescere.

Questa sinistra italiana che si sta federando con la prospettiva di altre ipotesi, altri percorsi politici, da quelli praticati oggi, che idee ha in fatto di ambiente? Quali scelte di governo ritiene necessarie per tentare di prevenire e possibilmente bloccare gli scenari terrificanti che si prospettano? Ne ho discusso con i leader dei principali soggetti che compongono la nuova “alleanza”: Fabio Mussi, Aldo Tortorella, Alfonso Pecoraro Scanio, Franco Giordano.

Avrei voluto che l’intero schieramento fosse rappresentato, ma non è stato possibile. Non tutti, a sinistra, sembrano ancora convinti che il rapporto capitale-lavoro non esaurisce la storia, che un nuovo capitolo è oggi aperto tra capitale e natura, e che proprio alle sinistre tocca scriverlo.

Fabio Mussi

Questo capitalismo è incompatibile con il pianeta Terra

9 settembre 2007

Oggi la prima intervista. Abbiamo iniziato da Fabio Mussi leader di Sinistra democratica.

Ravaioli.Tu hai più volte pubblicamente detto: "Il capitalismo è incompatibile con il Pianeta Terra". E questo ci porta immediatamente nel cuore del problema da affrontare: il governo dell'ambiente.

Mussi. Nella forma attuale, il capitalismo è incompatibile con il Pianeta. Come noto, il capitalismo storicamente ha avuto forme diverse. Quello delle origini era un sistema selvaggio, volto a riprodurre forza lavoro a costi minimi, sostanzialmente in assenza di istituzioni democratiche, un sistema di pura valorizzazione del capitale. Poi sotto la spinta delle lotte operaie, e anche del pensiero liberaldemocratico, si è andato stipulando quel particolare compromesso che è stato il welfare state . Mutamenti verificatisi sotto la spinta di bisogni sociali incomprimibili…

R. Ma la forma del capitale è l'accumulazione, lo è sempre stata. Senza accumulazione il capitale non è. E, come ben sai, è l'accumulazione quella che squilibra l'ambiente.

M. La consapevolezza che accanto al prelievo di plusvalore dal lavoro, esisteva un'altra questione, quella del prelievo di valore dall'ambiente, nasce sulla fine dell'Ottocento. L' impatto del sistema produttivo sugli ecosistemi andava aumentando, ma non c'è una data di questa percezione, anche se qualcuno l'ha avuta precocemente. Ma il fatto che lo sviluppo potesse entrare in conflitto con il secondo principio della termodinamica e produrre crescente entropia, ampiamente trattato dai Georgescu Roegen, i Commoner, i Bateson, i Prigogine, è stato recepito dalla coscienza poltica recentissimamente. Il primo rapporto sul tema, firmato dalla Bruntland nell'87, fu ampiamente contestato e disatteso. Il riconoscimento del problema da parte delle autorità politiche è recentissimo, si colloca dopo il quarto rapporto Ipcc sui cambiamenti climatici, che è di quest'anno.

R. Forse è accaduto un po' prima, con il rapporto Stern, che ha fatto i conti della crisi ecologica, e segnalato il rischio di caduta del Pil…

M. Sì, quando s'è cominciato a calcolare i costi. Problema serio d'altronde.

R. Ma torniamo un momento su quella componente essenziale del capitale che è l'accumulazione, che pertanto non ha una data di nascita. La parola crescita, da tutti ossessivamente ripetuta e invocata, è la prova di questa essenzialità: si deve produrre sempre di più, non importa che cosa e perché, purché si accumuli plusvalore. Non sta proprio in questo quell'incompatibilità con un pianeta di dimensioni ovviamente "finite", che tu hai denunciato, cosa che io ho molto apprezzato e applaudito?

M. Indubbiamente lo sviluppo costante di produzione di merci a mezzo merci, che consuma energia e materia, ha un limite naturale. Ma il limite non è soltanto della quantità "finita" di materia e energia, ma è dei processi entropici che si creano consumando materia e energia, per cui si rischia di cambiare la natura biochimica della biosfera prima di avere esaurito le risorse. E' il secondo principio della termodinamica. Quando l'economia sbatte la testa contro questo principio, se la rompe.

R. Insomma chi parla contro la crescita, ha le sue ragioni…

M. Figurati, io ho incominciato prestissimo a occuparmi di queste cose, addirittura nel '74 in una relazione a Frattocchie ho lanciato l'idea di decrescita… Ero un ragazzino, mi hanno guardato come un matto… Ma, attenzione. Non possiamo dimenticare che c'è chi di crescita non ne ha avuta per nulla, c'è una grossa parte del mondo che ha bisogno di sviluppo.

R. Certo. Ma siamo sicuri che questi popoli troverebbero il benessere percorrendo la nostra stessa strada, visto quello che sta succedendo? Tenendo conto poi del fatto che la crescita non ha affatto diminuito le disuguaglianze…

M. La soluzione esigerebbe una consapevolezza delle autorità politiche a livello istituzionale internazionale, e quindi una cooperazione mondiale… Ma ne siamo ancora molto distanti.

R. Ma, prima di questa concertazione, indubbiamente necessaria ma ancora di là da venire, tu ritieni utile programmare per i paesi poveri un futuro che riproduca la nostra realtà?

M. Questo no. Ma ne sono così lontani …

R. Non tutti però. In Cina, ad esempio, ci sono ancora milioni di poverissimi, ma ci sono anche molti ricchissimi, tra i più ricchi del mondo…

M. Vero. Ma a quei poverissimi, non solo cinesi, ma indiani, indonesiani, filippini, africani, ecc. ecc. a tutti questi dovrebbe essere fornito quanto è a disposizione dell'umanità in stock di informazione e tecnologie…

R. Perdonami, Fabio, qua io debbo rivolgerti una sentita obiezione. Premesso che ti apprezzo molto, innanzitutto perché sei l'unico politico ch'io conosca che è veramente informato su questa materia, che non è poco, poi perché riconosci che il capitalismo non è compatibile con l'equilibrio degli ecosistemi… Però mi pare che tu nutra un'eccessiva fiducia, come dire, nelle "magnifiche sorti e progressive"… Einstein - forse lo sai - diceva che i problemi non si risolvono con le idee di chi li ha creati. Ecco, data l'accelerazione e la vastità del guasto ambientale, data la magnitudine di un inquinamento multiforme, pervasivo, che non risparmia nulla, non so quanto le energie rinnovabili, e tutti i miracoli della tecnologia - cioè l'insistenza nella logica che ha creato il danno - rappresentino la soluzione.

M. La tecnologia da sola certo non risolve. Ma è sbagliato considerare nemica la tecnologia. La crescita di entropia oggi richiede un nuovo compromesso, su un terreno molto più complesso e avanzato di quello costituito dallo Stato sociale. Esso comporta infatti modelli sociali che puntino al risparmio energetico; da questi dipende un'idea diversa dell'economia e del mercato, e anche tecnologie più evolute coordinate a questa nuova idea. I problemi creati anche da un certo sviluppo tecnologico possono essere risolti con un salto: di modello sociale, economico, e di sistemi tecnologici.

R. Certo. Ma il guaio è che di salti non se ne vedono, e i programmi ambientali esistenti, pochi peraltro, puntano esclusivamente sulla tecnologia; e lo fanno al fine di sostenere crescita, Pil, quantità, cioè proprio ciò che Il pianeta non ce la fa a reggere. Mi è capitato sott'occhio un tuo articolo del 1988, nientemeno, pubblicato sull' Unità , in cui tu appunto parlavi di qualità. Non credi che, se vogliamo tentare di salvare il mondo, dobbiamo assumere proprio la qualità come categoria portante del nostro esistere?

M. Non c'è dubbio. Non solo io lo penso da tempo. Anche Berlinguer lo pensava, e lo disse con il suo famoso discorso sull'austerità, del '76, suscitando però reazioni duramente negative. In realtà era il primo ad aver capito che occorreva un nuovo equilibrio tra l'economico e il sociale.

R. Mi sto domandando come ciò che dici si possa tradurre in termini di governo. In che misura anche questo gruppo di sinistre che lavorano per unirsi, siano pronte a lavorare secondo questa logica. Ad esempio, commentando il "Documento di Orvieto" prodotto dall'Ars, tu hai scritto che il capitalismo è in crisi. Cosa che io sottoscrivo, e che d'altronde è convinzione di non pochi osservatori fortemente qualificati. Ma quanti la pensano così? Quanti sarebbero disposti a operare di conseguenza?

M. Quanti, non lo so. Ma anche a sinistra vedo molti ancora concentrati sui contenuti del vecchio compromesso socialdemocratico. Certo, ciò che s'è conquistato va difeso. Ma se non si produce il salto verso il nuovo compromesso, che parta dal problema dell'ambiente e ne consideri tutti gli aspetti, anche il vecchio non regge più.

R. Anche perché la separazione tra economia e società appare sempre più evidente. Il tempo in cui l'espansionismo capitalistico in qualche misura serviva anche gli interessi del lavoro sembra irrimediabilmente chiuso.

M. Non occorre essere marxisti per vedere il divario crescente tra Pil e indicatori dello sviluppo umano. C'è una crescita che provoca una riduzione anziché un rialzo di questi indicatori. Questo è il nodo della questione: tra la difesa del primo compromesso socialdemocratico, il welfare cioè, e la necessità di un secondo compromesso che integri la questione sociale con la questione dei limiti dello sviluppo. Questa è la vera impresa politica che ci aspetta: mettere insieme, integrare, due questioni che ancora pensiamo separatamente. Nei convegni della domenica l'ambiente in qualche modo è presente. Ma tutti gli altri giorni … Però va detto che qualcosa di positivo sta succedendo. Ad esempio in questo "Patto per il clima" di recente proposto dai Verdi, per la prima volta si mette in rapporto svalorizzazione dell'ambiente e svalorizzazione del lavoro. Perché, in quest'ultimo quarto di secolo s'è avuto un enorme aumento del lavoro dipendente salariato, contrariamente a quanto si è detto. La globalizzazione è una tendenza a comprare lavoro a prezzi orientali e vendere merci a prezzi occidentali. Sfruttamento del lavoro che è parallelo al crescente prelievo dalla natura. Oggi la questione lavoro e la questione ambiente possono essere messe in una nuova relazione.

R. Perfetto. Ma su quale base? Perché - permettimi - oggi molti sono impegnati alla ricerca di tecnologie che consentano di risparmiare energia e materie prime. E questo andrebbe benissimo. Solo che tutto ciò, per tutti, è visto come il mezzo per continuare a crescere. Se questo è il progetto politico, il mondo non può che andare a catafascio.

M. E' evidente che i paesi che sono cresciuti di più non possono che muoversi verso quelle che Prigogine chiama "strutture stazionarie" .

R. Dovrebbero. Ma io al momento non ne vedo traccia. Oggi secondo me c'è troppo di tutto, anche di cose buone, libri, musica, spettacoli, eventi, convegni, dibattiti, turismo…Tutte cose che anche loro consumano e inquinano, se non altro con i trasporti dei partecipanti… La maggior parte di quel che si produce è poi destinato a finire in discarica in brevissimo tempo, è programmato per durare sempre meno…

M. Stiamo cominciando a maneggiare la più grande sfida che l'umanità ha mai affrontato. E' una questione nuova, che richiede un enorme aumento di conoscenza e insieme di azione. Perché il problema dovrà risolversi con macroazioni di sistema e insieme con microazioni di miliardi di persone, che via via acquisiscano conoscenza del rischio e dei comportamenti necessari per affrontarlo.

R. Stiamo incominciando nel modo giusto? Io ho l'impressione che si tenda - quando lo si fa - a intervenire sull'esistente. Mentre credo sarebbe necessaria una vera grande rivoluzione. Di tutt'altro tipo ovviamente dalle rivoluzioni che conosciamo, violente traumatiche cruente…

M. Si tratta di trovare nuovi modelli mentali. Di cambiare le coscienze. Ma anche di uso delle tecnologie.

R. Molto bene. E forse una seria politica ambientale incomincerebbe a trovare un qualche consenso tra la gente. Tu che ne pensi?

M. La cosa non è ancora così sicura. Può valere per quanti hanno percepito che sta succedendo qualcosa di enorme, ma fino a un dato punto…Quando s'incomincia a mettere in discussione il loro proprio modo di vita, temo che l'atteggiamento cambi.

R. Forse hai ragione. Ma io credo che ciò si debba anche al fatto che le sinistre hanno colpevolmente trascurato i condizionamenti esercitati, in pratica a partire dalla seconda metà del secolo scorso, dalla comunicazione di massa e in particolare dalla pubblicità. La pubblicità ha una parte importantissima nella fabbrica non solo del senso comune, ma dell'identità delle persone, in pratica riducendola al consumo.

M. La pubblicità è costruzione di senso comune, sì. E' la più potente agenzia culturale. Noi dovremmo riprendere una critica di questo linguaggio. Magari ricordando quanto diceva Adorno, che è stato mio maestro, che notava come in tedesco la parola avesse un doppio significato, di pubblicità come promozione commerciale ma anche come fatto pubblico, spirito pubblico. In tedesco le due cose coincidono, e lui diceva che in questa doppia valenza della parola c'è lo spirito del tempo: la promozione di merce diventa lo spirito pubblico. E noi abbiamo abbandonato le forme critiche mirate a una comunicazione sociale vera. Ci siamo dimenticati che la pubblicità non insegna solo a comperare cose, ma è soprattutto un formidabile sistema di induzione di valori.

R. Tu, capo di un governo di sinistra, che cosa faresti?

M.Il problema è che non c'è una sola cosa da fare. Ce ne sono montagne. Governare vuol dire innanzitutto trasmettere idee, valori, percezioni: che si può fare ad esempio con un provvedimento che ho proposto insieme a Calzolaio per una modifica del calcolo del Pil, che incorpori i costi ambientali nella valutazione economica; e anche fissando indicatori qualitativi (cosa che già l'Onu ha fatto); insomma cambiando i parametri della valutazione economica. E questa è la prima forma di critica al prevalere della dimensione quantitativa. Dopo di che occorre promuovere politiche di risparmio energetico, in cui poi rientra anche la minore produzione di rifiuti; perché energia e materia sono alla fine la stessa cosa…

R. Pensi che questi pezzi di sinistra che dovrebbero assemblarsi siano disponibili a un discorso di questo tipo? Tutti?

M.Be', se non c'è questo, non so di che parliamo.

R. Ma buona parte delle sinistre sono ancora fedeli allo sviluppismo…

M.Eh sì…Ma insomma, il mondo è ciò che accade. Io sono stato responsabile ambiente del Pci. E feci cose di qualche significato: come far votare contro il nucleare, prima di Chernobyl, far chiudere l'Acna di Cengio. ..E sempre tra furibonde opposizioni.

R. Io credo anche che bisognerebbe aprire al più presto un discorso mondiale su questo tema.

M. Indubbiamente. Perché mentre il capitalismo nazionale è cresciuto insieme alle istituzioni politiche nazionali, nulla del genere è accaduto con il capitalismo globale, che anzi è cresciuto mentre le istituzioni nazionali si indebolivano. Forse bisognerebbe fare qualcosa di simile al "Progetto Manhattan", quando si misero insieme tutti i migliori cervelli, tutti i fondi disponibili, per fare la bomba e chiudere la guerra. Oggi bisognerebbe fare la stessa cosa, questa volta per disinnescare la bomba ecologica.

Aldo Tortorella

La difesa dell'ambiente deve entrare nella cultura di sinistra»

11 settembre 2007

Ravaioli. Domando a te, comunista storico: perché storicamente l’attenzione dei comunisti per l’ambiente è stata così povera, anzi inesistente?

Tortorella. Lo è stata fino a Berlinguer…

R. Be’, anche dopo non mi pare le cose siano gran che cambiate…

T. Ma dopo Berlinguer i comunisti storici sono finiti….Per quanto riguarda il vecchio partito comunista il perché è chiaro. Il vecchio Pci era figlio dell’idea sviluppista, dell’idea industrialista, del fordismo… l’obiettivo era orientare il processo di accumulazione in modo da distribuire più equamente la ricchezza, ma senza un sostanziale cambiamento del modello. Il grande programma di Togliatti del ’56 era contro l’arretratezza dell’Italia, per lo sviluppo… Nel ‘66, all’XI congresso del Pci, per la prima volta viene avanzata l’idea che è il modello di sviluppo che non funziona. Ad avanzarla fu Ingrao che venne messo in minoranza… Fu poi Berlinguer a riprendere l’idea, nel ’77, con la filosofia dell’austerità, che era critica del consumismo e proposta di uno sviluppo della qualità non della quantità. Ma fu oggetto di attacchi furibondi… Gli stessi dirigenti intermedi puntavano all’immediato miglioramento di condizione delle masse, confrontandosi con il senso comune, che è fatto anche di arretratezze.

R. Eppure si avvertiva già il condizionamento legato alla cultura del consumismo, a quella “colonizzazione dei cervelli” che è il grande motore del mercato….

T. Certo, certo. Ma era una cultura introiettata da buona parte degli stessi dirigenti. La gente voleva la macchina, la casa, le vacanze…Allora ci si stava preparando a quello che fu poi definito “governo delle astensioni”, e parlare di austerità non sembrava la cosa più opportuna.

R. Eppure erano gli anni in cui l’ambientalismo andava mettendo radici, anche in Italia, con Peccei, il Club di Roma, con idee che somigliavano molto a quelle di Berlinguer…

T. Certo. Berlinguer diceva: il Club di Roma ha ragione. E c’era un certo numero di noi che condivideva queste posizioni, io ne ero parte… Ma c’erano anche influenti membri del partito che erano invece ostili, erano favorevoli al nucleare, e in genere allo sviluppo… Berlinguer si reggeva sul suo prestigio personale, ma nella concretezza della direzione del partito era in netta minoranza. Essere in qualche modo al governo significava investirsi di una saggia amministrazione delle cose.

R. All’interno del sistema dato…

T. Eh sì. Eppoi, problemi come l’ambiente erano fuori dalla nostra portata. Un paese da solo - si diceva - non può far niente.

R. Che è anche vero. Però, se il Pci avesse riflettuto che chi pagava di più le conseguenze del guasto ambientale erano i poveri, i contadini che trattavano pesticidi, gli operai che lavoravano su processi tossici, gli alluvionati dal Sud del mondo…

T. Sì, ma dire queste cose comportava una rivoluzione culturale. E questo avrebbe comportato anche un mutamento degli assetti interni al partito. Eppoi c’erano altre cose a cui pensare, lavoro, pensioni… Le stesse posizioni del Club di Roma parevano astratte, da intellettuali. E non solo nel Pci. Per molte persone di tutto rispetto erano farfalle sotto l’arco di Tito. Si son dovuti sciogliere i poli perché si capisse qualcosa. ..E ancora oggi conta solo la miglior gestione dell’esistente. Insomma, io ho concepito l’idea di fondare l’Ars, un’associazione politico-culturale, nel tentativo di ridiscutere i principi fondamentali.

Per esempio con il Documento di Orvieto si cerca di cambiare i fondamenti culturali, di capire quale dovrebbe essere la nostra cultura. Secondo me anche l’idea di aderire ai movimenti è solo in parte giusta, perché colgono solo frammenti di realtà. Si dice no alla Tav, ma che passi pure in Svizzera. L’inceneritore, si metta da un’altra parte. Così la spazzatura.

R. Un momento. I movimenti non sono solo questo. Il problema locale spesso induce una consapevolezza più ampia. Eppoi bisogna distinguere, ci sono movimenti che sanno di cosa parlano quando dicono “ambiente”. Prendi “La Decrescita”: va al cuore del problema, I’impossibilità di una crescita illimitata in un pianeta limitato.

T. Per questo basta il buon senso. Una crescita infinita non è possibile in un mondo finito…

R. Eh no... Non pare proprio così ovvio, se tutti i governanti del mondo non fanno che invocare crescita. E anche nell’Ars, a lungo sono stata sola a parlare di questa clamorosa contraddizione, nel silenzio generale, o addirittura tra sorrisi di compatimento…

T. Noi dell’Ars fin dall’inizio abbiamo tentato di parlare di nuova soggettività della sinistra: proprio perché la sinistra oggi non ha un progetto culturale, non sa che mondo vuole. L’idea di ripensare la cultura della sinistra, considerando problema centrale il rapporto tra quantità e qualità, è ancora adesso qualcosa di molto difficile.

R. Su questo anche nell’Ars c’è stata un’evoluzione positiva. Ma la vera svolta a mio parere è stato il Documento di Orvieto, quello poi fatto proprio anche dalle associazioni “Uniti a sinistra” e “Rossoverde”. Lì vien fuori chiaramente la critica della quantità come elemento di definizione del capitalismo. E però non mi pare che questa consapevolezza venga assunta in tutta la sua portata. La tua stessa relazione, pregevolissima per tanti versi, indicava come temi centrali: pace, lavoro, libertà. Cose sacrosante, per carità. Ma il fatto è che una corretta valutazione del problema ambiente rimette in discussione tutto. Il lavoro, ad esempio, in chiave ecologica andrebbe ripensato radicalmente, e fortemente ridotto. Oggi un’enorme quantità di lavoro serve a produrre cose destinate a finire in discarica in poche settimane, che inquinano soltanto, oltre ad alzare il Pil naturalmente. Ma nessuno pare se ne preoccupi. Come nessuno sembra considerare che il mercato del lavoro è globale, che quel che succede a Napoli può essere determinato da quel che succede a Hong Kong. Le sinistre considerano queste cose?

T. No, per grandissima parte no. Devono rincorrere il consenso, e l’idea di ridurre i tempi di lavoro oggi è dimenticata, le 35 ore sono finite, in Francia si vogliono detassare gli straordinari… La tesi è: chi più lavora più guadagna. Le sinistre, quelle che stanno nelle istituzioni, si adeguano. Poi capiterà che sbatteranno la testa. Ma per ora la corsa al reddito, al consumo, alle vacanze, e quant’altro, nessuno la contrasta. Il mondo sta correndo verso la rovina, con grande diletto, parrebbe. Ora qualche sensibilità si sta destando, per via dei fenomeni sempre più drammatici che si verificano ogni giorno…

R. Ecco, parliamo di oggi. Oggi nessuno più sfotte quando si parla di crisi ecologica. Tutti sanno che esiste. Ma nessuno, al mondo, fa una politica ambientalista seria. Le energie rinnovabili sono l’unico impegno, da parte di tutti. Per poter continuare a produrre, e a crescere naturalmente… E scassare definitivamente il mondo…

T. Tutti la pensano così. Anche i Verdi. In un recente dibattito ho sentito il rappresentante dei Verdi dire: “Noi siamo per un altro modello energetico”. Tutto qui.

R. Ma il fatto che dovunque le distanze tra ricchi e poveri aumentino, nonostante la crescita, possibile che non dica niente alle sinistre? Che non capiscano che la crescita distrugge l’ambiente e socialmente non risolve? Che crisi ecologica e crisi sociale vanno di pari passo?

T. In Europa le sinistre continuano ad essere sviluppiste…Altrove non esistono nemmeno.. E’ un dato di realtà.

R. E questa realtà non si può cambiare?

T. Certo che si può… Ma per ora le sinistre che hanno vinto, contro di me e contro di te, se gli dici che bisogna cambiare la qualità del modello, al massimo ti rispondono: ma sì, parlatene pure… E’ tutto.

R. In questa situazione il tentativo in corso, di aggregazione tra le sinistre italiane, le uniche che ancora si definiscono così, come lo vedi?

T. Non c’è una cultura comune, questo è il punto. Una cosa innanzitutto dobbiamo sapere: noi che vogliamo una nuova cultura, siamo una minoranza, via via più consistente ma assoluta. Gli altri sono preoccupati solo di avere più voti, e inseguono le destre, ammirano Sarkosy che ha vinto perché è più sviluppista di noi.

R. Ma possibile che le sinistre non si rendano conto della gravità del dissesto ecologico, non capiscano che così è impossibile continuare… Oggi la situazione anche a livello di opinione diffusa va cambiando, la minaccia della catastrofe è presente… Non pensi che sarebbe compito delle sinistre assumere il rischio ambiente nella sua reale portata, farne l’asse portante della loro politica? Ma tu non vedi soluzione, mi pare.

T. Io vedo una sola soluzione: insistere sulla battaglia culturale che stiamo conducendo, sapendo che a pensarla così oggi sono molti più di ieri. La sinistra va conquistata, e per farlo non bisogna preoccuparsi troppo dei voti.

R. Daltronde io credo che una politica ambientalista seria, corretta, avrebbe una ricaduta positiva anche sul piano dei suffragi. La gente ormai si sente insicura…

T. Sì, bisogna costruire una opinione almeno europea. Non si può saltare la costruzione delle menti. Mancano i fondamenti, su questi bisogna lavorare. Pensare il mondo in un altro modo.

R. Manca cioè una vera politica. Eppure credo che ci sarebbero i presupposti per una grande vera politica. A partire dalla crisi del capitale. Non so come la pensi tu, ma sono in molti a credere che il capitalismo sia in grave crisi…

T. Non c’è dubbio. Il capitalismo è in crisi. Si salva solo con la guerra…

R. Allora. Le sinistre, quelle poche che restano, non potrebbero cavalcare proprio la crisi economica insieme a quella sociale e a quella ecologica? Perché fino a certo punto l’accumulazione capitalistica, sia pure a costi tremendi, aveva migliorato le condizioni dei lavoratori nei paesi industrializzati: oggi questo processo si è rovesciato, le distanze tra ricchi e poveri aumentano, e la crescita produttiva sta devastando il mondo…

T. Sono pienamente d’accordo. Solo che per far questo occorre che le sinistre escano da se stesse e diventino altre da sé. Perché anche le sinistre che si dicono alternative (e non penso a quelle inserite nel sistema dato, i Democratici, gli Schroeder, i Blair, ecc.) continuano ad essere immerse in quella cultura. Se continuano a porre la questione della eguaglianza come fondamentale senza partire dalla libertà, non capiranno mai la questione dell’ambiente: perché finché vorranno la parità delle condizioni di partenza ciò significherà riprodurre il sistema com’è. Occorre la libertà di ripensare interamente l’impianto del mondo, dei rapporti sociali, dei rapporti col prossimo, non come libertà di competere e vincere sui mercati.

R. Non secondo le regole del liberismo, cioè.

T. Che sono infatti libertà di sopraffare il prossimo, l’animale, la natura, di dominare il mondo… magari richiamandosi alla Bibbia, vai e prenditi la Terra… E’ questo tipo di politica che non mi attira, che non mi consente di stare in Parlamento a occuparmi, che so, dell’età pensionabile; che è importante, certo, ma dovrebbe essere collocata entro un orizzonte politico più ampio…Ad esempio, a me sta benissimo che uno come Al Gore, che ha corso per la Casa Bianca, ora stia combattendo per l’ambiente: ma nel far questo si dimentica di dire che è la stessa idea americana di libertà che non funziona.

R. Infatti dice che l’ambiente non è né di destra né di sinistra. Ora, se c’è una cosa di sinistra, quella è proprio la difesa dell’ambiente…

T. Certo. Sono le categorie mentali che la sinistra – anche quella antagonista, alternativa, ecc. – ha nella sua stessa costituzione. Che in qualche modo è un impoverimento dell’idea originaria, via via rimpicciolita e stravolta nella gestione della realtà. Perché il Manifesto dei Comunisti non finisce con l’eguaglianza, punta alla società dei liberi, e quindi degli uguali: la libertà di tutti come fondamento della libertà di ciascuno.

R. Tu pensi che in questa situazione la sinistra riuscirà trovare l’unità? Parentesi: io la chiamo “sinistra”, e basta.

T. Certo, è l’unica sinistra che c’è in Italia.

R. E, per favore, lasciamo perdere scempiaggini tipo “la cosa Rossa”…

T. D’accordissimo. Dunque, riuscirà a trovare l’unità? Dovrebbe. Almeno d’azione, e almeno su certe questioni centrali. Ma contemporaneamente deve continuare lo sforzo per cambiare quello che hanno dentro i cervelli.

R. Cioè, ribadiamo, occorre cambiare l’intero impianto della politica; che dunque contenga anche un governo dell’ ambiente fondato sulla rimessa in causa del sistema attuale. Su questa base, cioè assumendo l’anticapitalismo come idea centrale, la rivoluzione nel senso che dici tu - che non significa presa della Bastiglia o assalto al Palazzo d’Inverno -non credi che una buona fetta del “popolo di sinistra” potrebbe rispondere positivamente?

T. E’ possibile, sì. Ci sono dei punti che incominciano ad essere comuni, e su cui si può continuare a lavorare.

R. Rifondazione in questo senso ha fatto un buon lavoro. Certo, non sono pochi gli iscritti ancora molto legati ai temi tradizionali, crescita, sviluppo, consumi, ecc., ma sono molti, specie tra i giovani, che hanno capito bene che cosa sta alterando così pericolosamente gli equilibri ecologici e che cosa occorrerebbe fare. Lo stesso Giordano più volte ha parlato pubblicamente della crisi ecologica come prova della necessità di cambiare l’intero sistema economico. Cioè quello che tutti ancora chiamano “modello di sviluppo”, e che a mio parere bisognerebbe lasciar perdere. Perché oggi sviluppo significa crescita. Non sei d’accordo?

T. Certo. Si dovrebbe dire piuttosto “modello culturale”. Perché, insisto, si tratta soprattutto una grossa battaglia culturale.

R. Avremo tempo abbastanza ?

T. Non è facile rispondere, se si considera l’accelerazione dello squilibrio planetario a cui assistiamo… Per questo bisogna darsi da fare.

Pecoraro – Scanio

«Riconvertire economia e stili di vita»

12 settembre 2007

Ravaioli. All’inizio dell’estate avete lanciato un appello intitolato “Un patto per clima”. Sottotitolo: “Per la riconversione ecologia dell’economia e della società”. In qualche modo il mutamento climatico parrebbe indicato non come il fenomeno più vistoso, e anche il più pericoloso, della crisi ecologica planetaria, come in effetti è, ma come la crisi ecologica tout court…

Pecoraro Scanio. Il cambiamento climatico è il paradigma dell’emergenza ambientale, strettamente collegata alla cosiddetta terza rivoluzione dell’economia mondiale. Oggi è necessaria una riconversione dell’economia e degli stili di vita in funzione di una società che non abbia più il culto del consumismo selvaggio, ma quello del benessere e dell’equilibrio nella gestione delle risorse, con un basso contenuto di Co2. Se diamo per giusta l’opinione della comunità scientifica mondiale validata dall’Onu, secondo cui noi entro il 2050 dobbiamo stabilizzare l’emissione di Co2 a 11-12 miliardi di tonnellate, cioè il quantitativo che mondo vegetale e oceani riescono ad assorbire, questo dobbiamo proporci. Non che a questo modo si riuscirà a cancellare il guasto già prodotto, ma si potrà stabilizzare la situazione, e insomma evitare un cambiamento catastrofico del clima. Altrimenti avremo un tracollo del 20% del Pil mondiale, come previsto dal rapporto Stern, con un peggioramento delle economie più deboli e delle condizioni dei popoli già oggi più poveri. In ciò va letto anche un monito contro la globalizzazione iperliberista che conosciamo, per uno sviluppo armonico del pianeta.

R. Come dicevo, il cambiamento climatico è il sintomo più drammatico, ma lo squilibrio ecologico – lo sai bene – è fatto di tante altre manifestazioni, che hanno cause diverse. Pensiamo ai processi tossici usati nelle fabbriche che fanno ammalare chi ci lavora e chi ci abita vicino, e mediante le acque reflue inquinano aria terra acque circostanti; ai pesticidi che si ritrovano nei cibi di ogni tipo e perfino nel latte materno; a tutti i prodotti di sintesi, la plastica in primis che sta ormai soffocando il mondo; pensiamo a tutti i casi di fuoruscita di materiali tossici - fosforo, amianto, rifiuti radioattivi, ecc - durante il trasporto … L’elenco sarebbe infinito. Basterebbe riflettere su ciò che dice John McNeil: che un’automobile nell’essere fabbricata inquina più di quanto inquinerà in dieci anni di circolazione… A me pare che puntare solo sul clima, significhi non affrontare nella sua interezza la questione ambientale.

P. Ma il Patto per il clima è la cornice di una serie di azioni che ci proponiamo: per una cooperazione internazionale, contro il carbone, il nucleare, le nanopolveri, i pesticidi, ma a favore del biologico, dell’eolico, del solare…

R. Appunto, tutti puntate sulle rinnovabili come sul toccasana assoluto. Ammesso che si riesca a perfezionarne il funzionamento in modo da sostituire i fossili in quantità sufficiente (ciò che per ora non è) credi che basterà a coprire la maggiore richiesta di energia necessaria alla continua crescita del prodotto da tutti auspicata? Per fare un esempio, pensiamo al turismo: già oggi ogni giorno volano sul mondo 65mila aerei internazionali. E tutti propongono di raddoppiarlo. Ma lo stesso vale per qualsiasi altra attività: tutto deve crescere. In questa gara tra le rinnovabili e la crescita, chi vincerà? A proposito, come ti poni tu nei confronti della crescita?

P. Io personalmente sarei per una decrescita quantitativa, che significa poi più benessere. In Italia non servono più auto: con meno auto si camminerebbe meglio. Il meno ma meglio funzionerebbe in molti settori. Ma occorre anche cambiare il calcolo del Pil: oggi perfino i terremoti lo fanno crescere… Noi abbiamo proposto una legge in proposito.

R. Anche Fabio Mussi e Valerio Calzolaio hanno fatto una proposta analoga. Questo è molto importante. La gente deve sapere di che cosa è fatta la crescita, il famoso Pil.

P. Noi quando diciamo che la prima fonte di energia rinnovabile è l’efficienza energetica, intendiamo che bisogna puntare prima sul blocco della crescita poi sulla progressiva riduzione dei consumi energetici a parità di benessere.

R. Solo energetici?

P. E’ il primo settore di cui è stato possibile ottenere un riconoscimento nel Dpf. Sai, è difficile far diventare scelte politiche le cose che si dicono nei convegni…

R. Tu dici che è necessario cambiare il modello socioeconomico, come da gran tempo dicono i maestri dell’ambientalismo. Attualmente il nostro sistema economico si regge sulla crescita illimitata.

P. E questo determina quello sviluppiamo industrialista, con cui ci troviamo a fare i conti, anche con i nostri migliori alleati. La cultura di sinistra è industrialista. Certi concetti, come limitare lo sfruttamento della natura, o migliorare l’allevamento degli animali, non passano. Forse si riesce a introdurre la “filiera corta” in agricoltura, cioè il consumo di beni prodotti in loco, mangiare la nostra uva invece che quella importata dall’Argentina.

R. Temo non sia facile finché la crescita è l’obiettivo di tutti: e imballaggi, trasporto, conservazione… è tanto buon Pil…

P. Già, finché usiamo questo metodo arcaico di calcolarlo…Ne ho discusso con Prodi, Bersani, ma vincere la logica sviluppista è difficile.

R. A proposito, il nostro governo ha in programma investimenti infrastrutturali per 120 miliardi. Sono opere a fortissimo impatto ambientale.

P. E per la maggioranza inutili: pura crescita senza strategia. Io non ho votato il provvedimento. E per fortuna non ci sono neanche i soldi. Ma i politici quasi tutti sono per le grandi opere.

R. E però anche tu vanti il fatto che l’industria ambientalista abbia raggiunto il quarto posto nel mondo, con un fatturato di mille miliardi… Non è contraddittorio? Ragioniamo secondo la logica dominante, facendo delle cose che vorrebbero contraddirla.

P. Senti, noi viviamo su questo pianeta, all’interno di un dato sistema economico. Se riusciamo a spostare dei soldi dall’industria petrolifera al solare, per noi è un fatto positivo. Il tanto peggio tanto meglio non ha senso. Cerchiamo piuttosto di introdurre parametri di calcolo diversi.

R. Tutto questo a me parrebbe utile all’interno di una strategia complessiva che puntasse al contenimento della crescita, e possibilmente alla decrescita…

P. Grazie a noi Verdi il governo italiano per la prima volta nel Dpef dice che non si debbono far crescere i consumi energetici.

R. Solo energetici? E’ qui che trovo un punto di debolezza.

P. Ma altri non passano. Non abbiamo aiuti nemmeno dalla sinistra alternativa, incapace di accettare ad esempio l’idea di ridurre le auto circolanti. Oggi l’energia è il centro del problema. Se si risolvesse io mi accontenterei.

R. Ma non significherebbe cambiare il modello, come dite di proporvi…

P. Senti, io faccio il politico. Se no, andrei in montagna, a mettere in piedi una comunità di mille persone che vivano in modo perfettamente ecologico.

R. Non è questo che vorrei proporre.

P. Lo immagino. Ma a me interessa incidere anche solo per un 10-20 per cento sui comportamenti di miliardi di persone: è questo che può avere una ricaduta positiva sulle condizioni del pianeta.

R. Capisco. Ma nel fare questo, non sarebbe possibile dire, gridare, che corriamo verso la catastrofe se non riduciamo i consumi, tutti i consumi, non solo quelli energetici? A me questo parrebbe un dovere dei Verdi.

P. Ma noi abbiamo una quantità di avversari, e non possiamo non tenerne conto. E non abbiamo alcun controllo sui sistemi di comunicazione. Dobbiamo evitare di essere troppo catastrofisti, dobbiamo anche ricordare sempre che c’è un Sud del mondo che ha diritto al benessere, ma non può riprodurre il nostro modello, perché occorrerebbero tre pianeti. Dobbiamo saper offrire alternative, proporre il consumo critico, la cultura del riuso e del riciclo, e soprattutto far scendere la produzione di rifiuti almeno del 50%. Zero rifiuti, dovrebbe essere l’obiettivo.

R. Ecco, i rifiuti, un problema sempre meno gestibile. Riciclo, riuso, sono cose forse praticabili. Ma il taglio di tutto ciò che costituisce la gran parte dei rifiuti - contenitori, imballaggi, involucri, sacchetti, scatolette, vassoietti, ecc.ecc. - rappresenta tanta produzione, tanto Pil che consola economisti e governanti, e anche tanto lavoro. Come fare, se non si cambia radicalmente l’impianto socioeconomico del mondo? E se non si cambia la cultura della quantità, del consumo, del possesso, dell’avere? Questo a mio parere i Verdi dovrebbero gridarlo, farlo capire a tutti, a cominciare dai politici…

P. Lo gridiamo, ma la gente guarda la Tv, e in tv preferiscono parlare di vallettopoli. Eppoi io credo più utile intervenire su singoli temi. Ad esempio: ricordiamo che un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all’elettricità. Col fotovoltaico posso dargliela, e questo probabilmente limiterebbe l’emigrazione: fornire gli strumenti necessari costerebbe meno che rimpatriare gli immigrati clandestini. E posso aiutare questi popoli sostenendo il commercio equo e solidale: una rete povera, debole, ma utile, che dimostra l’esistenza di un altro modo di produrre e di scambiare. Per me il mondo si cambia moltiplicando i cambiamenti specifici.

R. Tutte cose utili, sì. Ma non credi che acquisterebbero un'altra forza, una capacità di vero mutamento, all’interno di una strategia mondiale che rimettesse davvero in causa produttivismo e consumismo?

P. Ma non c’è questa strategia a livello mondiale. Solo i Verdi hanno questa strategia.

R. Appunto, tocca a voi…

P. In democrazia occorre il consenso. E trovare consenso su queste cose è difficilissimo. Anche con le sinistre, con i sindacati. Bisogna mediare, almeno trovare un diverso modo di consumo.

R. Un’altra cosa. Tutti quanti si occupano della crisi ecologica puntano soprattutto su innovazione tecnologica, ricerca scientifica. Anche tu. Ora la tecnologia è proprio quella che ha squilibrato l’ecosfera, che sta artificializzando il mondo: ricordi Barry Commoner, “Il cerchio da chiudere”? Non ti pare rischioso puntare troppo sulla tecnica?

P. Io diffido dall’ideologia. Sono contrario a un pensiero unico, anche ecologico.

R: Questa non è ideologia né pensiero unico. Solo mi pare che si punti troppo sulla tecnica per salvare un mondo messo a rischio proprio da un’ipertecnicizzazione.

P. Ma questo è il pensiero industrialista.

R. E “green business”?

P. Be’, se uno fabbrica centrali solari invece che bombe atomiche, a me va bene…

R. E se ad ogni tanto non costruisse niente?

P. Andrebbe bene, ma io non sono in grado di ottenerlo. Io debbo puntare sulle cose che si possono fare. E in questo la tecnologia non risolve tutto, come alcuni credono, ma può aiutare. In genere i Verdi sono radicali nei contenuti, molto fermi nel definire gli obiettivi, ma pragmatici nella tempistica per raggiungerli. Piuttosto che predicare la società perfetta e nel frattempo vivere sempre peggio, cerchiamo di sostenere alcune riforme, di fare il possibile.

R. Abbiamo tempo?

P. Io credo che abbiamo poco tempo, ma che non abbiamo alternative. Sono vent’anni che noi parliamo di effetto serra. Ma né a destra né a sinistra abbiamo trovato ascolto. Né l’una né l’altro metteva in discussione produzione e crescita, anche se certo avevano idee diverse su come distribuirla. Oggi una parte della sinistra si sta convincendo, quanto meno mette in discussione il mito della crescita, pensa alla necessità di un diverso modello economico. Ma solo una parte …

R. Che cosa pensi della politica ambientale dellUnione Europea?

P. Si muove a fasi alterne, secondo me. Prima abbiamo avuto una fase molto buona, con la definizione di una serie di utili normative contro l’inquinamento. Oggi c’è un forte condizionamento da parte delle lobbies: vedi cosa accade con gli Ogm; e come la felice proposta di tagliare del 30% le emissioni di Co2 è stata prontamente abbassata al 20 su richiesta degli industriali. E tuttavia è la sola grande potenza che si mostra seriamente impegnata nella materia a livello internazionale. Usa, Cina, India, Brasile, sono tutti molto meno disponibili a prendere provvedimenti seri. Va detto però che in America c’è una sorta di rivolta in atto. Gli stessi governatori di una ventina di stati stanno facendo proprie le normative europee.

R. L’ambiente è un problema mondiale, che solo a livello sovranazionale può trovare soluzione. Tu pensi che l’Europa potrebbe farsi portatrice della questione, e imporre a tutti l’attenzione necessaria ?

P. Per me è l’unico soggetto politico che possa farlo.

R. Tu di recente hai dichiarato che con la “cosa rossa” non vuoi aver nulla a che fare. Perché non ritieni possibile un patto di azione comune con la sinistra?

P. Azione comune sì, è necessario. Ma ricorda che noi siamo nati proprio perché la sinistra era troppo industrialista. Non ci interessa fare i comunisti oggi. Ci interessa che i comunisti e tutte le sinistre capiscano che la vera sfida oggi è creare una grande alleanza, una vasta area arcobaleno, impegnata a salvare il pianeta.

R. Al Gore ha dichiarato che l’ambientalismo non è né di destra né di sinistra. La pensi così anche tu?

P. Secondo noi esistono tre sinistre: comunista, socialdemocratica, verde.

R. Dopotutto, poiché ciò che squilibra il mondo è la crescita illimitata, e poiché proprio su questo, cioè sull’accumulazione, si regge il capitalismo, se tu per salvare la Terra ritieni xhe sarebbe necessaria una politica contro la crescita, su questa base dovresti concludere che l’ambientalismo vero è di sinistra.

P. Se la sinistra capisce che il senso del limite vale per tutti, che distruggere l’ambiente sia pure per dar lavoro è catastrofico per l’intera umanità, è naturale che l’ambientalismo si allei con la sinistra.

R. E potreste incontrarvi anche sul terreno del pacifismo. A proposito, quando si indica la necessità di produrre meno, ci si sente domandare: da dove si incomincia? Ecco: se si incominciasse dalla produzione di armi… Che non soltanto ammazzano e distruggono, ma inquinano anche, orribilmente: nell’essere fabbricate, trasportate, “consumate”, per così dire… Non sarebbe un a bella idea?

P. Noi abbiamo chiesto una drastica riconversione dell’industria bellica. Dimezzarne la produzione entro due anni, sarebbe già molto per la difesa dell’ambiente.

Franco Giordano

«Il Mediterraneo può essere il terreno di nascita della cooperazione»

16 settembre 2007

Ravaioli. La crisi ecologica planetaria è un fenomeno di cui nessuno più ormai nega la gravità. Come valuti i comportamenti della politica mondiale al riguardo?

Giordano. La verità è che non esiste l’acquisizione della reale drammaticità della situazione, e di conseguenza non esiste una politica capace di intervenire in modo adeguato. Periodicamente scoppiano allarmi che occupano le prime pagine di tutti i giornali del mondo, e non pochi politici sembrano preoccuparsene seriamente, poi tutto finisce, e comunque il dibattito rimane lontano dal terreno della politica economica. Mi impressionano certi grandi quotidiani che in prima pagina danno massima evidenza alle previsioni più terrificanti del mutamento climatico e alle misure in controtendenza che sarebbero necessarie, poi nelle pagine economiche si attengono fedelmente al solito modello di sviluppo. Nessuno sembra avvedersi che i mutamenti climatici una volta erano iscritti in tempi lunghi, che i passaggi di stagione si manifestavano a ritmi regolari, in processi anche personalmente percepibili nei colori, negli odori, nella luce; che nessuna generazione è mai accaduto nell’arco della propria esistenza di vivere o assistere a mutamenti radicali e irreversibili nel nostro rapporto con la natura. Miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua, o che fuggono da eventi meteorologici estremi, perdendo tutto… E’ l’aggressione capitalistica all’ambiente, che occorre arrestare. Non farlo sarebbe come accettare che la politica non si occupi della vita, della sua fisicità, della riproduzione della specie... Vien fatto di gridare ancora: “Socialismo o barbarie”.

R. Nessuno sembra avvedersene, dici. Proprio così parrebbe. Ma di che si tratta, secondo te: sottovalutazione, o una sorta di rimozione di fronte a un problema che atterrisce?

G. Sicuramente c’è sottovalutazione. La classe politica non sembra cogliere l’aspetto autodistruttivo di questo modello economico. Ma soprattutto agiscono interessi e profitti da salvaguardare. E se rimozione c’è, è certo funzionale alla loro difesa. Piuttosto che ripensare l’economia globale in termini socialmente e ecologicamente più accettabili, si preferisce armarsi per accaparrarsi acqua o altre risorse in via di esaurimento, per arginare l’emigrazione, per difendere l’opulenza di pochi privilegiati contro le masse degli ultimi. La logica prevalente - e qui penso anche a casa nostra - è tutta interna alle dinamiche di competitività di prezzo, e quindi all’abbassamento della tutela del lavoro e dei livelli formativi; è cioè quella di sempre, tesa ad aumentare i consumi, ad allargare i mercati, invece di pensare a investimenti seri per una produzione meno energivora… Non c’è traccia di ricerca per un nuovo modello che punti sulla qualità, e per una modifica dei consumi e quindi degli stili di vita…

R. Nuovi stili di vita, modifica del consumo finalizzata a maggior rispetto (o almeno minor devastazione) dell’ambiente. Bene. Ma questo non significa ridurre la produzione?

G. Non ho dubbi su ciò. Bisogna ridurre la produzione. E modificare stili di vita significa ridurre i bisogni indotti.

R. Quindi intervenire anche su comunicazione, pubblicità…

G. Cambiare tutto quanto ruota attorno alla proliferazione dei consumi; e quanto è causa dell’ansia di rinnovare incessantemente gli oggetti di consumo, in una sorta di perenne insoddisfazione; e anche quanto sta a monte della dimensione materiale dei prodotti, che va a incidere poi sul temendo problema dei rifiuti. Bisogna ridare centralità ai valori d’uso rispetto ai valori scambio.

R. Una posizione anticapitalistica netta.

G. Sì.

R. Eravamo partiti dalla politica mondiale relativa al rischio ecologico. A me pare che anche dove c’è una buona attenzione al problema, si rilevino poi comportamenti contraddittori fino al paradosso. Facciamo il caso della Merkel, che governa uno dei paesi più impegnati nella difesa dell’ambiente, e che senza dubbio si spende anche personalmente al massimo. A lei si deve la proposta del taglio del 30 per cento delle emissioni di Co2 entro il 2030 (anche se poi prontamente abbassata al 20 per cento di fronte alle rimostranze degli industriali); e non le si può negare di aver fatto il possibile all’ultimo G8 per convincere i colleghi che la questione non è da prender sottogamba. Insomma, nel panorama che ci ritroviamo, è certo una che non trascura la questione. E però anche lei, come tutti, vede la prosperità del mondo solo in termini di crescita, competitività, Pil, proprio quello che – come certo sa benissimo – squilibra irrimediabilmente gli ecosistemi. In fondo anche lei è allineata alla politica di tutti: tentare di sostituire il petrolio con energie rinnovabili allo scopo di poter mantenere attivo il modello economico attuale, che è causa del dissesto del mondo, in quanto si regge su una crescita illimitata del prodotto in un mondo che ha dei limiti precisi.

G. Hai ragione. Però a me è spiaciuto che sia stata la Merkel a indicare l’ambiente come asse portante della politica comunitaria, e che non sia stata un’iniziativa nostra. Questo dovremmo fare, e questo proporremo nella prossima finanziaria.

R. Ottima iniziativa. Non so con quante speranze di riuscita, con un governo che giustamente prevede di aumentare le contravvenzioni a chi inquina, ma lui stesso si propone come massimo inquinatore, varando un programma di infrastrutture ad alto impatto ambientale per 118 miliardi di euro. Comunque val sempre la pena di tentare. Magari portando a sostegno della proposta una frase di Stiglitz - che notoriamente non è un “no global” e nemmeno un ambientalista militante, ma un Premio Nobel per l’economia - il quale scrive: “Produrre inquina. Chi produce di più inquina di più.” Sarebbe una buona pezza d’appoggio, mi pare, per far notare che insistere sulla crescita è semplice follia.

G. Di più. Come tu giustamente fai notare, non basta investire di più su energie rinnovabili, bisogna cambiare modello. Tornando magari a Berlinguer, non solo al suo discorso dell’”austerità”, ma al suo famoso articolo su Rinascita, “Cosa e per chi produrre”. Un pezzo assolutamente da recuperare, quando parliamo di ridurre le quantità di produzione, e insieme di promuovere una modifica degli stili di vita con una riduzione drastica dei consumi. Io credo tra l’altro che noi potremmo ripensare il nostro sistema economico a partire dal Mediterraneo, dalla cultura del Mediterraneo.

R. Ma tu pensi che la dimensione mediterranea sia adeguata a un problema globale come l’ambiente?

G. Certo che l’ambiente è un problema globale. Ma credo che della cultura mediterranea si potrebbe fare una bandiera per il confronto con coloro che si affacciano sull’altra sponda. Tu pensa che cosa è accaduto in questi anni di continue migrazioni, su cui si sono alimentate paure, angosce, minacce, e una sistematica costruzione del nemico, mentre nessuno sembra avvedersi dello scempio che noi stessi abbiamo fatto del Mediterraneo, con metà delle coste cementificate, tra città in continua espansione, moltiplicazione di porti turistici e porti commerciali, aeroporti, raffinerie, impianti di produzione di gas, centrali termoelettriche, e passaggio continuo di petroliere con sversamento di tonnellate e tonnellate di greggio, acque scandalosamente inquinate… Questo è il vero allarme da sollevare per le sorti del Mediterraneo, non l’immigrazione.

R. Cioè, tu vedi il Mediterraneo come la rappresentazione esemplare, addirittura una sorta di metafora, delle contraddizioni del mondo…

G. Secondo me una situazione come quella mediterranea sarebbe la più idonea per provare a sostituire la parola competizione con la parola cooperazione. Dopotutto il Mediterraneo è un centro nevralgico dei più antichi e inestricabili conflitti del mondo: si tratta di tentare di disinnescare questi serbatoi di odio, da tante parti usati come detonatori per lo scontro di civiltà. E questo ci riconduce alla dimensione mondiale su cui sarà necessario operare.

R. Diciamo che un buon contributo a questo sfascio del Mediterraneo lo diamo anche noi italiani…

G. Eh sì. Non si deve dimenticare però che noi di Rifondazione siamo molto impegnati nel tentativo di limitarlo. Abbiamo vinto la battaglia contro il ponte di Messina, e non è poco. Ma siamo presenti in tutte le lotte di base di questo tipo, dalla Tav, a Scanzano, alla base di Vicenza, ecc.

R. Sì, si deve riconoscere che Prc è uno dei partiti più attenti al problema ambiente. Merito anche del vostro giornale, Liberazione, che dà notevole spazio e rilievo alla materia. E nel partito c’è un gruppo di persone molto informate e attive, e avete istituito il Nodo ambientale della Sinistra Europea… E tuttavia, permettimi, non di rado mi pare che anche tra voi l’ambiente resti separato da quella che si ritiene la Grande Politica. Tu stesso, che hai scritto in proposito cose davvero apprezzabili, parlando della necessità di un salto logico, di una nuova razionalità economica; e sostenendo che l’ambiente dovrà assumere un ruolo sovraordinatore, per cui agricoltura industria trasporti energia dovranno essere ripensati di conseguenza. Ecc. E però accade che in ampie interviste a tutto campo, in lunghi interventi al Comitato Politico, in articoli impegnati, l’ambiente nemmeno lo nomini, o ti limiti a sollecitare l’utilizzo di “culture ecologiste”. Non provo nemmeno a citare esempi analoghi riguardanti anche membri di spicco di Prc, per i quali l’ambiente non esiste proprio. Ecco, sei sicuro che l’intero partito sia consapevole non dico della gravità del problema, ma del fatto che nessun momento politico può prescindere dalla dimensione ecologica?

G. Voglio rassicurarti. Anche quando lottiamo contro la precarietà, contro bassi livelli di retribuzione, e simili, tra noi è sempre presente il problema del necessario mutamento di paradigma. Perché ciò che noi combattiamo è funzionale alla competitività di prezzo, che rappresenta il continuo massimo investimento sul terreno della crescita in senso classico.

R. Sei certo che sia sempre così? Ad esempio ora siete impegnatissimi nel problema pensioni. Sacrosanto, per carità, ma non so quanto questo obiettivo isolato sia raggiungibile. Per cambiare il paradigma, non credi che sarebbe necessario ripensare il lavoro in tutti i suoi aspetti - salari, pensioni, ecc - a livello mondiale, e proprio in funzione di un contenimento della crescita riorganizzarne e ridurne i tempi?

G. Sono pienamente d’accordo con te su questo tema, di cui ti sei peraltro ampiamente occupata. Il tempo di lavoro è uno strumento fondamentale per incidere sui modelli produttivi classici. Se oggi io riesco a produrre in minor tempo, perché questo tempo debbo regalarlo alla valorizzazione del profitto e non dedicarlo ai miei interessi e rapporti personali, alla famiglia, all’amicizia, ad altre forme di socialità? Ma il problema sta soprattutto nella crisi della politica, per me dovuta principalmente all’incapacità di mettere in discussione le leggi dell’ economia, proprio quelle che incidono in misura devastante sull’ambiente. E questo alimenta la crescente passività della politica, che diventa fortissima con i deboli (vedi lavavetri e simili) e debolissima con i potenti. E consente anche un uso strumentale del problema ambiente, proposto in chiave di modernizzazione.

R. Oh, finalmente! E’ un pezzo che speravo di sentire qualche leader di sinistra dire queste cose. Non c’è dubbio che occorre cancellare l’asservimento della politica allo strapotere dell’economia…Però forse una parte di responsabilità ce l’hanno anche le sinistre, che sono state, e spesso sono ancora, decisamente industrialiste.

G. Be’, sì, in parte è vero.

R. Ed è anche per questo, credo, che la meritoria attenzione di Prc ai problemi ambientali, nel concreto della politica non ha le conseguenze che ci si potrebbe attendere.

G. Non so quanto ciò sia vero. Perché in tutte le lotte ambientaliste di base, Tav. Scanzano, Civitavecchia, termovalorizzatori, inquinamenti elettromagnetici, ecc. tu trovi la presenza di Prc.

R. Lo so bene. Ma questo è l’humus che, a mio parere, dovrebbe sostenere una grande idea strategica. Perché la crisi ecologica non si risolve a livello nazionale, e nemmeno mediterraneo. Ripetiamolo, è un problema mondiale, da affrontare a livello sovranazionale.

G. Indubbiamente. E il primo a capirlo, a valutare la vastità e la straordinarietà della sfida , è stato il movimento Altermondialista, che non a caso è organizzato su scala globale, con una vastissima rete di rapporti con tutti i movimenti su analoghe posizioni antisistema.

R. Per finire, la domanda da un milione di euro. Se tu avessi carta bianca per salvare il mondo dalla catastrofe ambientale, che cosa faresti? Da che parte cominceresti?

G. La prima cosa che inevitabilmente s’impone è il drastico taglio delle emissioni climalteranti, ma sostenuto da un sistema di controllo rigido e generalizzato. Una nuova Kyoto che, se attuata seriamente, già rappresenterebbe un mutamento significativo del sistema dato, ma che è la premessa per avviare la riscrittura del modello economico e sociale. Un’impresa che rimette in causa innanzitutto una politica geostrategica oggi fondata sulla guerra, e naturalmente la quantità e la qualità della produzione, e la distribuzione della ricchezza, e i modi e i tempi del lavoro; ma anche la tecnologia se, come diceva Marx, la macchina porta iscritto in sé il segno di classe, ciò che riaprirebbe il grande tema della scienza e della sua funzione…E certo gli stili di vita, i modi e il significato del consumo…

R. Un programma da far tremare le vene e i polsi…

G. E il guaio è che il tempo stringe…

R. Certo, anche se nessuno sembra darsene conto. Eppoi tu pensi che la gente sia disponibile a cambiare abitudini ormai radicate? A recepire l’assurdo di un consumismo fine a se stesso?

G. Io credo di sì. E credo che una chiave utile in questo senso sia la battaglia sui beni comuni: che induce la consapevolezza dei limiti delle risorse, e il diritto della collettività a gestirle sottraendole al mercato. Ma il problema rimane formidabile. E naturalmente, come s’è detto, è solo mediante un comune lavoro internazionale che si può tentare.

R. Voi avete dato vita a una Sinistra Europea insieme a Die Linke. Immagino tu pensi all’Europa, e in particolare appunto alle sinistre europee, come a soggetti preziosi per questa impresa.

G. Certo. Ma penso soprattutto necessario, anzi decisivo, ridare potere all’Onu, sistematicamente umiliata e depotenziata dagli Usa. E sono proprio le sinistre che debbono allearsi e muoversi in questa direzione. Una sinistra unita in Italia è il nostro primo immediato obiettivo.

Il clima giusto per decidere

di Massimo Serafini

Grandi sono le attese che la conferenza sul clima suscita. Sarebbe delittuoso andassero deluse. Non tanto per ciò che può dirci di più di quanto già sappiamo sulla gravità della situazione, ma per due ragioni politiche: in primo luogo dire all'Europa che sul clima il nostro paese non copre più lo scetticismo e il disimpegno americano, ma assume le scelte unilaterali degli europei nella lotta al riscaldamento globale. E in secondo luogo se le decisioni che prenderà diventeranno una delle priorità della legge finanziaria che si sta preparando. Che il risultato politico sia questo non è scontato e motivi per essere preoccupati ce ne sono molti.

Stupisce che il ministro dell'ambiente non abbia dato una risposta alla decisione di convocare alla vigilia dell'appuntamento sul clima, l'assemblea dei parlamentari dell'Ulivo, ministro Bersani compreso, per discutere di energia, nella quale l'amministratore delegato dell'Enel, minacciando un inverno al freddo e al buio, ha chiesto, per evitarlo, di puntare sul carbone che porterebbe le emissioni climalteranti del paese e le conseguenti multe a livelli record.

È auspicabile che il presidente del consiglio Prodi dica da che parte sta. Ma oltre alla chiarezza politica c'è bisogno che dalla conferenza escano decisioni chiare sia per quanto riguarda le politiche di adattamento al clima che cambia, sia a quelle necessarie a mitigarlo. Sulle prime devono emergere scelte di gestione del territorio e delle acque che puntino a una manutenzione diffusa e a una loro rinaturalizzazione, in altre parole a ridurne la cementificazione.

Altrettanto importante sarebbe un progetto di prevenzione degli incendi, basato su una riconquista del controllo del territorio, sottraendolo all'illegalità, ma soprattutto che obblighi, in tempi certi, tutti i comuni a predisporre il catasto dei territori bruciati e a mettere su di essi i conseguenti vincoli. Fondamentale poi, per ridurre i pericoli a cui è esposta la popolazione a causa del cambio di clima, sarebbe la decisione di rinunciare al piano delle infrastrutture, presentato dal ministro Di Pietro che, se realizzato, aggraverebbe la vulnerabilità del nostro già dissestato territorio. Adattarsi non basta. È tempo di decisioni, per quanto impopolari siano, in grado di mitigare il fenomeno, impedendo che l'aumento delle temperature superi i due gradi, come la comunità scientifica chiede.

Emergano dunque da un lato scelte chiare di riduzione dei consumi energetici e modifiche agli stili di vita e dall'altro venga fissato un obiettivo preciso su quanto petrolio, carbone e metano si intende sostituire, nei prossimi anni, col sole, il vento, le biomasse, la geotermia e il miniidro. In poche parole se si intende lottare contro la vera causa del collasso climatico: questo modello di produzione e consumo.

Non sono decisioni facili, ma necessarie se si vuole rilanciare e dare un futuro a questo paese. Non prenderle o rinviarle, per non inimicarsi l'Enel e la Confindustria, significherebbe per questo governo perdere ulteriore credibilità e consenso.

«Ma pochi si impegnano davvero»

di Guglielmo Ragozzino

Paolo Cacciari, a detta dei benpensanti, è il Cacciari cattivo. Ha pubblicato di recente un libro di ambientalismo militante «Pensare la decrescita», pubblicato da Intramoenia e da Carta. E' stato sindacalista e anche vicesindaco di Venezia. Attualmente è deputato di Rifondazione. Alla Conferenza sui cambiamenti climatici appariva piuttosto deluso.

Non ti ha convinto Pecoraro? E Mussi?

Pecoraro ha fatto fin troppo con le forze che aveva. Mussi è stato molto bravo, con una dichiarazione forte sull'incompatibilità tra questo capitalismo e la difesa dell'ambiente. Ma il resto?

Il resto non era poi male....

L' Italia è piuttosto arretrata, a essere buoni, in materia di ambiente. Si può dubitare che come paese si abbia una comprensione effettiva del problema. La comunità scientifica nazionale ha un atteggiamento disperante rispetto all'elaborazione necessaria, quella che esiste a livello mondiale. Ti pare ammissibile che la partecipazione italiana alle ricerche dell'Ipcc, l'insieme degli scienziati che lavorano per conto dell'Onu in tema di cambiamenti climatici, sia tanto modesta? Che i migliori scienziati non siano ancora entrati in sintonia? Alla Conferenza non c'erano i presidi delle facoltà scientifiche e ambientali; e anche il Cnr, il Comitato nazionale per le ricerche, era rappresentato da giovani di buona volontà. Per non parlare dell'assenza assoluta degli economisti.

Meglio giovani e impegnati che parrucconi...

La platea è piena di giovani che non incidono sulle scelte. Sono spesso fragili, soprattutto quando manca una politica cui fare riferimento. Pensa al rapporto Stern, presentato al governo inglese, con tutta descritta l'economia dei cambiamenti climatici. Da Londra arrivano in questi giorni segnali di uno scontro tra conservatori e laburisti, tra David Cameron e Gordon Brown sulle tasse ambientali. Quanto a metterle, sono d'accordo entrambi, ma disputano sull'idea di Cameron di tassare patrimonialmente la casa, qualora non si mette a norma la coibentazione. Pensa alla discussione a livello italiano. Emma Marcegaglia, parlando per conto di Confindustria, ha raccontato la sua esperienza di industriale avanzato: prevede di avere un po' di capannoni con tetti fotovoltaici, tra un anno e mezzo. In Spagna tutto ciò era obbligatorio, già con il vecchio governo di José Maria Aznar. Siamo anni luce in ritardo, sul piano ambientale e nella comprensione dei problemi. Per architetti e urbanisti delle nostre facoltà, la bioedilizia è sconosciuta.... Oppure pensa all'agricoltura: è tutta in sofferenza. Ovunque, nella pianura padana le colture estensive sono in crisi. Si salva invece l'uva che dopo il disastro del metanolo si è riconvertita e bada ormai alla qualità.

Cosa prevedi per il futuro?

Mi sembra che sia sintetizzato molto bene in un fatto. Il nostro governo è l'unico che non ha ancora preso davvero sul serio la faccenda. In parlamento, l'ottava commissione della Camera ha preparato un buon documento che verrà discusso nella prossima settimana. Voglio fare una scommessa con te. Saranno presenti dieci deputati, o venti, compresi quelli incaricati dai partiti di intervenire. Nel resto d'Europa, una Conferenza sui mutamenti climatici non sarebbe stata affidata al ministro del clima, degnissima persona nel nostro caso, ma privo di veri poteri. In Germania chi fa l'appello ambientale è Angela Merkel, nel Regno unito Tony Blair o il suo successore, in Francia, dopo Jacques Chirac, è la volta di Nicolas Sarkozy. In Italia nessuno che mostri di capire sul serio che il problema, politico, è di sistema: energia, trasporti, agricoltura, fanno parte del clima....

“Questa è l’ora della rivoluzione. La rivoluzione delle coscienze. La rivoluzione dell’economia. La rivoluzione della politica.”

Mai avrei immaginato di poter affidare le mie speranze di ambientalista alle parole di un vecchio e per più versi screditato gollista come Jacques Chirac. E però debbo riconoscere che le ineludibili urgenze imposte dalla crisi ecologica, e in tutta la loro catastrofica reatà illustrate dall’ultimo Rapporto Ipcc, mai (ch’io sappia) sono state lette da un politico con più puntualità e intelligenza di quanto ha fatto il presidente francese venerdì scorso, aprendo la Conferenza di Parigi “Per una governance ecologica mondiale”.

Per tentare di arrestare lo squilibrio ecologico è necessaria una rivoluzione, anzi una “tripla rivoluzione” da aprire e combattere su tre fronti, dice Chirac. Se “una trasformazione radicale dei nostri modi di produzione e consumo” ne è la condizione prima, a completarla, anzi a consentirla, occorre però una “rivoluzione culturale”, capace di imporre tra l’altro una diversa contabilizzazione della ricchezza, che contempli e integri anche la qualità ambientale. Ma una trasformazione dell’economia di tale portata è resa possibile solo dalla “rivoluzione delle coscienze”, cioè dalla liberazione degli individui dai comportamenti acquisiti e dai modelli imposti, cioè dall’ideologia dell’ iperconsumo (e del produttivismo quindi, della competitività, della crescita, del Pil, di tutti i totem del nostro tempo): solo così si rimettono in causa le basi stesse della macchina economica, e può trovare spazio la “crescita zero” come possibile risposta alla sfida ecologica. E’ a questo punto che s’impone la terza rivoluzione, quella dell’agire politico. Ma l’estrema difficoltà dell’impresa e la sua dimensione planetaria esigono una conduzione internazionale. Di conseguenza la proposta è quella di un organismo ad hoc in seno all’Onu, sul modello dell’Oms o dell’Unesco, che operi sulla base di delibere condivise, facendosi carico della moltitudine dei problemi ecologici e soprattutto delle minacce più gravi e imminenti.

Certo, se a dire queste cose fosse un qualche leader delle sinistre radicali, lo preferirei. Ma onestamente, anche dette da Chirac, non posso non apprezzarle. Perfino perdonandogli il tono insopportabilmente enfatico, che nell’esordio aveva trovato il suo apice, alla peggiore maniera francese: “Il pianeta soffre… La natura soffre… Siamo sull’orlo dell’ irreversibile…”, ecc.

La Conferenza di Parigi ha dato retta al vecchio presidente. Una United Nations Environmental Organization è stata già virtualmente istituita. Un “gruppo pioniere” di stati, tra cui tutti i membri dell’Unione Europea, si è costituito allo scopo di sollecitare le inevitabilmente non brevi procedure per il varo della commissione. Esperti di varia natura e provenienza (dal grande sociologo Edgard Morin all’economista inglese Nicholas Stern, autore di un allarmante rapporto sul costo della crisi ecologica, ad Al Gore che in Usa sta spopolando con il suo documentario ambientalista “Inconvenient Truth”) sono mobilitati ad affiancarla, e nel frattempo hanno lanciato un loro “Appello da Parigi”, onde risvegliare le sonnacchiose coscienze politiche. E tuttavia che cosa concretamente seguirà a tutto ciò, non è facile dire, o piuttosto si possono fare previsioni non proprio entusiasmanti. Non solo gli Usa come sempre si sono tirati fuori, ma tutt’altro che positive sono le posizioni dei paesi terzi, Cina, India, Stati africani, esitanti quando non decisamente contrari sia a far parte della Commissione, sia ad accettarne rigide normative per la salvaguardia degli ecosistemi, al massimo disposti a considerare come consultivo il nuovo organismo. E gli industriali già alzano la voce contro la produzione di auto a livelli obbligati di emissione di Co2, mentre più che mai si fa sentire il sempre più folto gruppo favorevole al rilancio del nucleare.

In complesso il discorso di Chirac, il suo accorato invito a un radicale mutamento di approccio alla dimensione economica del nostro esistere, non pare aver lasciato traccia significativa. E nemmeno la Conferenza di Parigi nel suo complesso sembra aver prodotto nella collettività reale consapevolezza della situazione ambientale. Decine di comunicati che gareggiavano nella descrizione di scenari agghiaccianti e avvertivano come i rapporti scientifici precedenti fossero stati di eccessiva prudenza, per cui è prevedibile che la temperatura aumenti fino a 4.5° entro il secolo, che l’innalzamento dei mari tocchi i 45cm, che migliaia di chilometri di coste finiscano sott’acqua, che milioni di persone siano costrette a fuggirne, ecc.; ripetute e concordi dichiarazioni della comunità scientifica mondiale secondo cui tutto questo è senza dubbio alcuno conseguenza delle attività umane. Il tutto seguito per alcuni giorni dall’informazione del globo intero, con l’incontenibile eccessività del nostro tempo: réportages e titoli a sensazione, gran clamore per i simbolici cinque minuti di buio da tutto il mondo osservati “in favore del pianeta”, per Monsieur Hulot, divo del piccolo schermo francese che s’improvvisa ambientalista e sfida i candidati alla presidenza di Francia a dichiarare la loro “fede verde”, cosa a cui prontamente a gara aderiscono (salvo dimostrare, ad apertura di labbra, la loro massiccia ignoranza del problema), proprio come già Bush s’era affrettato a fare nella speranza di recuperare qualche punto negli scoraggianti sondaggi della sua popolarità. Ecc. ecc.

Oggi tutto finito. Appena chiusa Parigi, tutto - parrebbe - caduto nell’oblio. Sparita ogni notizia del genere dagli schermi televisivi e dai programmi radiofonici, come dalle prime pagine dei giornali (non solo quelli italiani, preoccupati soprattutto delle domeniche senza partita) e spesso dall’intero fascicolo. Le rarissime eccezioni ci raccontano di un “medieval warming” che colpì l’Europa nei primi anni del millennio scorso, a consolarci dei guai attuali con le “bizzarrie climatiche d’antan”, oppure - guarda un po’ - affermano che non serve il “terrorismo climatico”.

In compenso continuano ad abbondare le notizie economiche improntate a sincero ottimismo. In Usa il Pil è aumentato del 3.5, in Cina del 10.7, e anche da noi l’ultimo quadrimestre ha registrato una ripresa dei consumi, benché il governatore Draghi con vigore sostenga la necessità di una maggiore crescita. La Fiat ha in programma la produzione di 46 nuovi modelli di auto, e per non so quale di essi prevede la vendita di 120mila unità all’anno. La Cina, affamata di energia e materie prime, sbarca trionfalmente in Africa. Praga e Budapest accettano l’installazione di rampe per missili americani. Preoccupa un poco, è vero, l’ipotesi di un Opec del gas, patrocinata da Putin. Esalta invece il progetto di un tunnel sottomarino che consenta l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra a secco, a 1700 metri di profondità. Ecc.

Ma non si creda che in questo quadro manchi l’ambiente. La Generlal Motors sta puntando attivamente sull’idrogeno per la macchina del futuro, mentre altri industriali dello stesso settore stanno lavorando sul mais come biocombustibile a emissioni zero. Su treni e mezzi pubblici si orientano invece con fervore molte compagnie dell’acciaio. In sessanta città d’Europa l’alta velocità trova sempre più frequenti applicazioni anche nei trasporti locali. Fatturati da capogiro vengono realizzati con i nuovi business di neve artificiale per lo sci e di erba artificiale per il calcio. E anche i produttori di bicilette se la cavano niente male, essendo le due ruote al centro della vulgata verde, che a gran voce, insieme alla chiusura del rubinetto mentre ci si lavano i denti e allo spegnimento della spia rossa della tv, prescrive sollecita rottamazione del vecchio frigo, della veccia lavatrice, ecc., ovviamente allo scopo di risparmiare energia. “La difesa dell’ambiente è la nuova frontiera dello sviluppo,” ha di recente dichiarato un noto leader dei verdi italiani.

A questo modo, per il momento, parrebbe richiudersi la parabola del problema ambiente. A lungo ignorato, anzi nevroticamente “rimosso” (da gran tempo ne sono convinta) per via della sua ingestibile magnitudine, della infinita molteplicità delle sue manifestazioni, ma soprattutrto della sua radicale incompatibilità con l’intero impianto economico, sociale e culturale della società capitalistica, il problema si ripropone oggi in dimensioni gigante, non solo denunciate con la massima attendibilità dalla scienza mondiale, ma ormai da ognuno di noi in modo più o meno grave direttamente sperimentate: imponendosi dunque in modi che vietano ogni velleità di negarlo. Ma ciò che si tenta oggi è ridimensionarlo, assimilarlo alla forma stessa, addirittura alla patologia, del sistema che ne è causa, solo a questo modo accettandone anzi valorizzandone la presenza, capovolgendone il senso da problema a risorsa. “La buona crescita” è l’ultimo ossimoro coniato a Parigi. “Let green pay,” dicono in America: l’ambiente, facciamolo fruttare.

Mentre scrivo vedo sullo schermo tv Giacarta sommersa fino ai secondi piani da un’alluvione. Le previsioni meteorologiche dicono che le grandi piogge continueranno almeno una settimana.

La forte e crescente ondata di malessere del Paese viene dalle condizioni di invivibilità da bassi salari e stipendi che affligge gran parte della popolazione dopo venti anni di brutale redistribuzione della ricchezza. Anche le proteste che naturalmente si rivolgono anzitutto contro le forze di governo originano da questo malessere e approfondendo i dati ci si meraviglia semmai per la debolezza collettiva delle proteste. Per capire le origini del malessere basta guardare i dati sulla distribuzione della ricchezza e quelli su salari e stipendi. L’ultima indagine «il mestiere di sopravvivere» (Venerdì di Repubblica del 19 ottobre) è sconvolgente: si va dai 1300 euro/mese dell’infermiere con 20 anni di anzianità ai 1680 euro della direttrice di Galleria dell’Accademia con 27 anni di anzianità agli 820 euro di una operatrice di call center che lavora cinque ore al giorno alla Vodafone da dieci anni, senza parlare dei tre milioni che lavorano in nero. Trattasi di guadagni di fame, tra i più bassi d’Europa e lesivi della dignità personale.

A tale proposito è allarmante il dato rilevato da una recente ricerca della Banca d’Italia dal titolo: «Il divario generazionale: un’analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in Italia» di Alfonso Rosolia e Roberto Torrini. Analizzando i dati Istat e della banca centrale, i due economisti rilevano che: «Alla fine degli anni ‘80 le retribuzioni nette mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza è quasi raddoppiata in termini relativi salendo al 35%». Non solo, ma «nel decennio 1992-2002 il salario mensile iniziale è diminuito di oltre l’11% per i giovani entrati sul mercato del lavoro tra i 21 e i 22 anni presumibilmente diplomati (da 1200 euro mensili a meno di 1100 euro) e dell’8% per i lavoratori tra i 25 e i 26 anni, potenzialmente laureati (da 1300 a 1200 euro mensili). Per entrambe le classi di età i salari di ingresso sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni prima».

La diffusione del precariato si intreccia coi bassi salari ma non è il principale colpevole. Il precariato, che riguarda sopratutto i giovani, ha altre colpe oltre i bassi salari come l’incertezza che impedisce ogni progetto di vita decente, ma il problema salariale riguarda ormai una maggioranza crescente di cittadini.

Per capire la ratio di questi salari da fame basta dare uno sguardo alle cifre sulla redistribuzione della ricchezza che è stata brutale e profonda soprattutto a partire dagli anni novanta. A farne le spese sono stati i lavoratori dipendenti, gli artigiani, i piccoli autonomi e la classe media: secondo dati della Banca d’Italia in dieci anni la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41% al 48% della ricchezza nazionale, quella del 40% delle famiglie di mezzo è passata dal 34% al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere è passata dal 25% al 23%. La redistribuzione della ricchezza, che è stata una costante del neoliberismo vittorioso nel mondo a partire dagli anni ottanta di Reagan e della Thatcher, è oggi il male profondo che le forze riformiste devono denunciare e combattere se vogliono tener fede alla loro missione politica.

C’è un pericolo oggi: il pensiero liberista dominante, di cui l’ultima opera di Alesina e Gavazzi sul «liberismo di sinistra» è l’inno più recente. In buona sostanza, si tende ad affermare l’idea che la crescita economica risolva tutti i problemi, che mercato e concorrenza, lasciati liberi di esprimersi, daranno risposte a tutti i bisogni del Paese, anche quelli sociali. La realtà è diversa: certo che la crescita è condizione necessaria per una redistribuzione, ma essa non sarà sufficiente come non lo è stata dalla fine degli anni Ottanta al 2000 quando la nostra crescita economica non è stata malvagia e quando i frutti di quella crescita - ecco il punto - sono andati ad arricchire una minima parte della popolazione e ad impoverire le grandi masse.

Se oggi l’Italia è un’azienda indebitata e sottocapitalizzata, come dice Padoa Schioppa, se essa è patria dei più bassi salari d’Europa, va ricordato che, come dicono sempre i dati Bankitalia, essa è anche patria dei cittadini più ricchi d’Europa: la ricchezza in case, titoli e moneta degli italiani è pari a nove volte il Pil, più di 21mila miliardi di euro su 1.540 miliardi di Pil. Per capire come la redistribuzione della ricchezza dell’ultimo ventennio abbia arricchito una minoranza di italiani a spese delle masse, basta guardare alla ricchezza posseduta dai cittadini di altri Paesi europei che non supera mai cinque volte il loro Pil. Sotto quest’aspetto l’Italia assomiglia più agli Stati Uniti che a Francia e Germania, essendo come noto il gigante d’oltre Atlantico il Paese socialmente più diseguale al mondo.

Mentre l’Italia è il Paese più indebitato (105% del Pil) e più povero d’Europa (in 10 anni il Pil unitario è passato da +10% a -5% rispetta alla media europea) gli italiani sono il popolo “mediamente” più ricco d’Europa.

Di fronte a dati di questo genere, in un Paese non complessato dal peso di vecchie ideologie e culturalmente vivo, si svilupperebbe un dibattito serio su una qualche forma di «imposta sui patrimoni, almeno su quelli finanziari» che possa ridurre la condanna certa a 100 anni di sottosviluppo che aleggia sulle teste dei nostri figli e nipoti, che dovranno sobbarcarsi a decine d’anni di sottosviluppo per pagare ogni anno 70 miliardi interessi sul debito pari a tre finanziarie, senza alcun vantaggio per il Paese. Absit iniuria verbis! Come non detto. Da noi gli economisti ed i politici si sbracciano su declino italiano e crescita sotto le medie. Ma quale azienda, con un debito superiore ai suoi ricavi annui riesce a crescere sulle medie? Perché dovrebbe riuscirci un’azienda indebitata e sottocapitalizzata come l’azienda Italia?

David Harvey, Breve storia del Neoliberismo , Il Saggiatore, 2007.Titolo originale: Brief History of Neoliberalism , Oxford University Press, 2005

David Harvey[1], nel suo ultimo libro pubblicato in Italia traccia in maniera incisiva le origini, l’ascesa, e le nuove tendenze del neoliberismo. Ne critica aspramente gli effetti disastrosi, ne affronta le contraddizioni economiche e politiche interne e ne delinea i rischi per il presente e il futuro. Ripercorrendo le ragioni meno ovvie della neoliberalizzazione, sostiene che non è tanto il progetto finalizzato alla riorganizzazione del capitalismo internazionale a prevalere, quanto il progetto di ricostruzione del potere delle élite economiche. Harvey apertamente sostiene che si tratta di lotta di classe, perché “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe” (p.229) e che quindi come tale occorre trattarla.

Che cos’è il neoliberismo? “Il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio” (p.10). Harvey vede, quindi, nel neoliberismo (neoliberalism) non un nuovo liberalismo (liberalism) in generale, ma una teoria economica distinta che ha sostituito l’embedded liberalism: cioè quella forma di organizzazione economico-politica che prevedeva l’esistenza, accanto ai processi di mercato, di una trama di restrizioni sociali e politiche e l’utilizzo di politiche fiscali e monetarie definite ‘keynesiane’ che limitavano e orientavano la strategia economica e industriale, al fine di raggiungere la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini. Il neoliberismo è, per l’autore, una teoria di pratiche di politica economica piuttosto che una completa ideologia politica.

Il fatto che il neoliberismo non sia un’ideologia politica non lo esime dal diventare un progetto di lotta di classe. Anzi, la mancanza di una dottrina vera e propria o di una ideologia, come invece erano ,per esempio, comunismo e il socialismo, lo rende più idoneo ad essere accettato e condiviso, perché apparentemente non schierato, neutro.

La copertina del volume, nell’edizione italiana come in quella inglese, raffigura Augusto Pinochet, Ronald Reagan, Teng Hsiao-ping e Margaret Thatcher. In realtà Harvey, nell’indicare coloro che tra il 1978 e il 1980 compirono le prime importanti azioni verso una svolta nella storia sociale ed economica del mondo, cita come primo Paul Volcker, la cui immagine dovrebbe sostituire quella del dittatore cileno. Volcker, alla guida della Federal Reserve (Fed), cambiò drasticamente la politica monetaria americana, abbandonando le politiche fiscali e monetarie keynesiane a favore di una politica diretta a frenare l’inflazione senza nessun riguardo per le conseguenze, abbandonando le politiche fiscali e monetarie keynesiane a favore di una politica diretta a frenare l’inflazione senza nessun riguardo per le conseguenze sull’occupazione. Ronald Reagan promosse la rivitalizzazione dell’economia americana sostenendo sia le manovre fatte da Volcker al Fed che una serie di politiche finalizzate a contenere i sindacati, deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sulla scena mondiale. Teng in Cina fece il primo passo verso la liberalizzazione di un’economia governata da comunisti, adottando il socialismo di mercato al posto della pianificazione centralizzata. Margaret Thatcher con l’obiettivo di riformare l’economia della Gran Bretagna, intraprese una vera e propria rivoluzione nelle politiche fiscali e sociali: contrastò il potere dei sindacati e delle forme di solidarietà sociale che ostacolavano la flessibilità competitiva, ridusse gli impegni del welfare state, privatizzò imprese pubbliche, ridusse le tasse e incoraggiò l’imprenditoria per creare un clima favorevole all’attività economica e agli investimenti stranieri. La stessa Thatcher disse “non esiste la società, esistono solo gli individui di sesso maschile e femminile” (p.33) aggiungendo in seguito “e le loro famiglie” (p.33). Le varie forme di solidarietà sociale quindi sarebbero dovute scomparire per favorire l’individualismo, la proprietà privata, la responsabilità individuale e i valori familiari.

Lo studioso americano analizza perché e come il neoliberismo, nelle sue varie versioni, è diventato la scelta prevalente, volontaria o talvolta indotta, della stragrande maggioranza degli stati, dalle socialdemocrazie occidentali agli stati nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dal Sudafrica del dopo apartheid alla Cina contemporanea.

Tra le ragioni che portarono al cambiamento sicuramente la crisi dell’accumulazione di capitale occupa un posto di primo piano, per gli effetti sulla disoccupazione crescente, l’accelerazione dell’inflazione e il conseguente diffuso malcontento.

Causa determinante fu la crescita vertiginosa del petrolio OPEC, causata dall’embargo petrolifero del 1973, che diede un enorme potere finanziario agli stati produttori come l’Arabia saudita e il Kuwait. I sauditi dovettero, sotto la minaccia di un intervento militare riclicare i loro petroldollari attraverso le banche di investimento americane, le quali, investirono queste ingenti somme di denaro all’estero: prestiti di capitali ai governi stranieri, in particolare paesi in via di sviluppo. Ma queste operazioni richiedevano la liberalizzazione del credito internazionale e dei mercati finanziari e così il governo statunitense cominciò a sostenere questa strategia a livello globale. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale divennero i maggiori sostenitori del ‘fondamentalismo del libero mercato’ e dell’ortodossia neoliberista, attraverso quell’invenzione chiamata aggiustamento strutturale: implementazione di riforme istituzionali come per esempio tagli alle spese pubbliche, privatizzazioni, leggi sul lavoro più flessibli, erano spesso richieste in cambio di una ri-negoziazione del debito.

Ma non solo. “Stava diventando palpabile la minaccia economica alle posizioni delle classi dominanti” (p.24). Infatti lavoratori e movimenti sociali urbani, alla metà degli anni settanta, si stavano mobilitando per maggiori riforme e servizi sociali e i partiti socialisti e comunisti in molti stati avevano raggiunto posizioni forti o si apprestavano ad affermarsi in una buona parte dell’Europa e anche nei paesi in via di sviluppo. Così come già argomentato da G.Duménil e D.Lévy[2], Harvey arriva quindi a sostenere che la neoliberalizzazione è stata fin dall’inizio un progetto mirante alla restaurazione del potere di classe. A sostegno di questa tesi divengono rilevanti anche i dati forniti sulla redistribuzione della crescita e la disuguaglianza sociale. Negli Stati Uniti dopo l’attuazione delle politiche neoliberiste alla fine degli anni settanta, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco della popolazione é cresciuto enormemente, fino a raggiungere, alla fine del XX secolo, il 15%. Ancora, il rapporto tra i salari medi dei lavoratori e gli stipendi dei massimi dirigenti di azienda è passato da 1 a 30 nell’anno 1970 a quasi 1 a 500 nel anno 2000.

Quella svolta, che oggi potrebbe apparirci scontata, avvenne, sostiene Harvey, attraverso tentativi ed esperimenti caotici che vennero formulati in una nuova ortodossia solo alla fine degli anni novanta con quello che poi verrà definito il ‘consenso di Washington’. I modelli neoliberisti, americano e inglese, da allora furono considerati la risposta ai problemi globali. L’Europa, il Giappone, il Messico, l’Argentina, la Corea del Sud, l’Indonesia, per citarne solo alcuni, subirono pressioni notevoli affinché intraprendessero la strada del neoliberismo, e la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che definiva standard e regole per l’interazione nell’economia internazionale, rappresentò l’apice della spinta istituzionale.

Harvey riporta diverse esperienze neoliberiste (Messico, Argentina, Corea del Sud, Svezia, Cina, accanto a quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) e rileva che una prima lettura porterebbe a considerare l’irregolarità dello sviluppo come conseguenza di una diversificazione, innovazione e competizione dei diversi modelli di governance, tutti riconducibili al riconoscimento dell’efficacia delle idee neoliberiste a rispondere a crisi finanziarie di un qualche genere, oppure ad un approccio più pragmatico alle riforme dell’apparato statale per incrementare la competitività a livello internazionale. Un’analisi più approfondita farebbe invece pensare che altre sono le forze in campo: quelle di una classe dominante, che si attuano “ sia nella formazione di idee e ideologie, che tramite investimenti nei think-tanks, formazione di tecnocrati e controllo dei media” (p.134). Di fatto i sostenitori del neoliberismo occupano oggi posizioni rilevanti nelle università, nei media, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, e degli organi internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Per quanto riguarda i risultati, Harvey afferma che non vi è stata neanche una vera crescita globale, ma piuttosto una redistribuzione di ricchezza e reddito, che ha generato meccanismi di sviluppo geograficamente disuguali attraverso l’‘accumulazione tramite esproprio’.

Vale la pena elencare alcune di queste pratiche, anche per le pesanti e dirette conseguenze che esse hanno sul territorio e sulla città in particolare. Come ha affermato Jessop[3]. le città e le città-regioni acquisiscono un’importanza notevole nel progetto neoliberista: sono considerate i motori della crescita economica e i centri dell’innovazione sociale, politica ed economica e giocano un ruolo importante nel promuovere e consolidare la competitività internazionale, ma, per converso, anche nel favorire lo sviluppo di una pluralità di comunità autorganizzate come dispositivo di sostegno per le inadeguatezze del meccanismo di mercato

Le principali pratiche poste in essere possono essere così riassunte:

1) La redistribuzione intenzionale di ricchezze dai paesi poveri a quelli ricchi attraverso la gestione e manipolazione delle crisi sullo scenario mondiale: per esempio le varie crisi debitorie dei molti paesi in via di sviluppo.

2) Il trasferimento di risorse dal pubblico al privato: privatizzazione e mercificazione di risorse sino ad ora rimaste pubbliche al solo scopo di aprire nuovi campi all’accumulazione di capitale. Dalla privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, pensioni, assistenza sanitaria) e delle istituzioni pubbliche (università, ospedali, istituti di ricerca, prigioni) al crescente depauperamento delle ricchezze ambientali comuni e dell’habitat. Dalla mercificazione delle forme culturali alla cancellazione delle strutture di regolamentazione per proteggere la forza lavoro e l’ambiente. Il trasferimento a pochi, attraverso manipolazioni (churning, stock options e hedge funds) di immense ricchezze, a spese di molti: la finanziarizzazione, contrassegnata sempre più da uno stile speculativo e predatorio.

Il trasferimento da parte dello stato del flusso di beni e capitali dalle classi più basse a quelle più alte, soprattutto attraverso le privatizzazioni e i tagli delle spese statali che sostenevano il salario sociale. Per esempio la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico in Inghilterra sembrò portare ad un beneficio immediato alle classi inferiori, in quanto i beneficiari potevano diventare proprietari a costi relativamente bassi, accrescendo così la loro ricchezza e benessere. Ma a trasferimento compiuto subentrò la speculazione immobiliare, soprattutto nelle aree centrali e più importanti, convincendo o costringendo popolazioni a basso reddito a spostarsi verso la periferia, trasformando complessi di residenza sociale in centri residenziali signorili. Lo stesso sta succedendo a Pechino, dove in nome della rigenerazione urbanistica ( e delle olimpiadi) di gran parte della Pechino antica, moltissime famiglie (si parla di circa un milione di persone) sono costrette a lasciare le loro case.

Riguardo all’ambiente le politiche degli stati neoliberisti sono state e sono discontinue e instabili: se Reagan era indifferente alla questione ambientale, la Thatcher invece prese a cuore il problema e considerò con serietà la minaccia del surriscaldamento globale. Benchè la crescita e l’influenza dei movimenti ambientalisti abbiano contribuito a contenere danni e aumentare la sensibilità ai problemi, Harvey afferma che “il bilancio complessivo delle conseguenze della neoliberalizzazione sull’ambiente è certamente negativo” (p.196). Fa notare che i due principali responsabili della crescita delle emissioni di biossido di carbonio in questi ultimi anni sono gli Stati Uniti e la Cina, ovvero i due paesi che rappresentano le fucine dell’economia globale. Il fabbisogno energetico apre inoltre un’altra serie di problemi che ha ovvie ramificazioni geografiche soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali e conseguenze geopolitiche, soprattutto nell’Africa subsahariana dove la Cina sta orientandosi alla ricerca di approvvigionamenti petroliferi.

La neoliberalizzazione ha un primato negativo sugli effetti dello sfruttamento delle risorse naturali: la preferenza dei rapporti contrattuali di breve durata spinge i produttori a ricavare il più possibile indipendentemente dalle conseguenze ambientali e produttive a lungo termine, con il conseguente depauperamento di sistemi ecologici, dalle riserve ittiche alle foreste. La spinta per accrescere le esportazioni e ad accordare diritti di proprietà privata nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso i “programmi di aggiustamento strutturale”, ha creato enormi danni ai patrimoni boschivi, spesso irreparabili.

Molti permangono i paradossi e le contraddizioni insiti nella teoria neoliberista: la questione del potere monopolistico spesso prodotto dalla competizione stessa; i difetti del mercato che emergono quando individui o imprese non pagano tutti i costi che spetterebbero loro esternalizzando quindi gli impegni passivi[4], l’accesso ineguale, di fatto, alle informazioni da parte di coloro che agiscono sul mercato; l’innovazione tecnologica che può diventare destabilizzante se non controproducente; la tensione tra individualismo e desiderio di una vita collettiva gratificante che conduce alla costruzione di forti istituzioni collettive come i sindacati.

Quando queste tensioni si manifestano, spesso la spinta alla ricostruzione del potere di classe distorce se non addirittura capovolge la prassi neoliberista, producendo contraddizione notevoli tra la teoria e la prassi effettiva, tra gli scopi dichiarati (il benessere di tutti) e i suoi risultati effettivi.

La sfiducia dichiarata nei confronti del potere statale mal si concilia con l’impegno politico a favore di ideali di libertà individuale, il diritto alla proprietà privata e delle libertà delle imprese commerciali, in quanto il rispetto dei contratti e dei diritti individuali richiedono il monopolio da parte dello stato degli strumenti di coercizione per la tutela di queste libertà.

Mentre da una parte si enfatizza il meccanismo virtuoso della competizione, in realtà si aumenta il consolidamento del potere oligopolistico o monopolistico.

La spinta verso il mercato, il consumismo e la trasformazione di ogni cosa in merce può produrre incoerenza sociale; e l’eliminazione di tutte le forme di solidarietà sociale, lascia un vuoto pericoloso. Ecco allora che ‘nuove’ forme di solidarietà e associazionismo sono promosse e ricostruite, spesso su basi diverse dalle precedenti: religiose, morali o si assiste al ritorno di vecchie forme politiche come il nazionalismo, fascismo, etc.

Un aspetto centrale della teoria neoliberista è la questione della libertà (cui nel libro sono significativamente dedicati il primo e l’ultimo capitolo).

Il pensiero neoliberista, osserva Harvey, adottò come fondamentali i valori di dignità e libertà individuali. La parola ‘libertà’ è stata utilizzata e strumentalizzata, per il suo valore universalmente riconosciuto, per raggiungere il consenso popolare sulle pratiche neoliberiste. Sostenendo che i valori della libertà sono garantiti dalla libertà di mercato e di scambio, quindi minacciati non solo dal fascismo, dal comunismo o dalle dittature, ma anche da tutte quelle forme interventiste che sostituivano al libero arbitrio degli individui le decisioni e il benessere collettivo, fu costruita una cultura populista basata sul mercato, fatta di consumismo differenziato e libertarismo individuale. Usando le parole di K.Polanyi[5], Harvey rilegge l’esperienza neoliberista: essa “significa piena libertà per coloro che non hanno bisogno di vedere accrescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di fare uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà”(p.49). Aggiungendo che “trent’anni di libertà neoliberiste, dopo tutto, non hanno solo restaurato il potere di una classe capitalista assai ben definita, anche prodotto immense concentrazioni di potere aziendale nei campi dell’energia, dei media, dei prodotti farmaceutici, dei trasporti e del commercio al dettaglio” (pp.49-50).

Malgrado si parli molto di libertà, come sottolinea Harvey, manca veramente un dibattito serio su quale tra le varie concezioni divergenti di libertà sia la più adatta al nostro tempo. E in questa aspra critica l’autore non risparmia neppure Amartya Sen e il suo famoso testo Lo sviluppo è libertà [6], che “pur essendo di gran lunga il contributo più significativo degli ultimi anni alla discussione, avviluppa nel mantello delle interazioni del libero mercato importanti diritti sociali e politici. Senza un mercato di tipo liberale, sembra dire Sen, nessuna delle altre libertà può funzionare” (p.209).

Molti statunitensi credono che le libertà neoliberiste sostenute da Bush siano le uniche esistenti; e “coloro che sono pienamente inseriti nell’inesorabile logica del mercato e delle sue esigenze scoprono che c’è poco tempo o poco spazio per esplorare le potenzialità di emancipazione, al di fuori di ciò che viene venduto come avventura creativa, svago e spettacolo. […] il regno delle libertà si restringe davanti all’orribile logica e alla vuota intensità delle relazioni di mercato” (p.211).

E’ in questo contesto che emergono culture di opposizione, sia interne che esterne al sistema di mercato, che si oppongono all’etica di mercato e alle pratiche neoliberiste, ma Harvey sostiene che ancor prima di formulare un progetto di società futura occorre avviare un processo politico che consenta davvero di distinguere le alternative possibili e reali.

La ricca bibliografia, in appendice al libro, seppur non esaustiva, poiché non include tutto il minuto e necessario lavoro di coloro che all’interno delle proprie discipline contribuiscono attraverso l’analisi critica a mettere in luce le contraddizioni e negatività della costruzione neoliberista in campi specifici, potrà suggerire approfondimenti e interessanti letture. Schematizzando molto le critiche alla teoria e alle pratiche neoliberiste possono essere riassunte in due filoni: quella che opera dall’esterno del sistema e mette in discussione il sistema stesso e quella che vi opera dall’interno (figurativamente ma anche letteralmente). Il testo di Harvey si colloca nel primo filone, mentre gli scaffali delle librerie sono piene di volumi che possono essere inquadrati nel secondo, che rappresenta la prassi più usata dalle stesse organizzazioni neoliberiste. L’ultimo libro dell’economista Stiglitz[7], La globalizzazione che funziona, ne è un esempio perfetto. Stiglitz, parte da un attenta e utile critica, alle pratiche della Casa Bianca, della Banca Mondiale e di altri organi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e propone una serie di , raccomandazioni per fare funzionare, davvero questa volta, la globalizzazione, che di per se è, a suo parere, ‘ovviamente’ buona. Ma in realtà la sua dialettetica, molto piacevole e ricca di buone parole e nobili concetti, non propone di modificare nulla di sostanziale.

Per chiudere con le parole di Harvey. “La prassi neoliberista ha comportato una “ingente distruzione creativa, non solo di strutture e poteri istituzionali preesistenti […] ma anche nell’ambito della divisione del lavoro, delle relazioni sociali, del welfare, degli assetti tecnologici, degli stili di vita e di pensiero, delle attività riproduttive, dell’attaccamento alla propria terra e degli atteggiamenti affettivi. Facendo dello scambio di mercato un’etica in sé” (pp.11-12).

Ecco che allora sta a noi, come individui e come collettività, come cittadini e come professionisti, ricostruire una società comune e interrogarci di nuovo, dopo anni di disinteresse sul concetto di giustizia sociale all’interno della società contemporanea, e sulle tensioni tra particolarismo e universalismo, tra libertà individuali e benessere collettivo, ancor più inasprite dal neoliberismo[8].

[1] David Harvey distinguished professor di Antropologia al Graduate Center della City University di New York (CUNY), noto geografo, teorico di critica sociale e autore di saggi fondamentali per capire le trasformazioni economiche, politiche e culturali del nostro tempo, ha contribuito al dibattito sociale e politico sul capitalismo globale e il neoliberismo. Tra i suoi libri: L’esperienza urbana, Il Saggiatore, 1989; La crisi della modernità, Il Saggiatore, 1993; Spaces of Hope, Edinburgh University Press, 2000; La guerra perpetua, Il Saggiatore, 2006; Spaces of Global Capitalism. Towards a theory of uneven geographical Development, Verso, 2006; The right to the city in R.Scholar (a cura di) Divided cities, Oxford University Press, 2006.

[2] G.Duménil e D.Lévy, Neoliberal Dynamics. Towards a New Phase, in K.Van der Pijl, L.Assassi e D.Wigan (a cura di), Global regulation.Managin Crises After the Imperial Turn, 2004

[3] Bob Jessop, Liberalism, Neoliberalism, and Urban Governance: A State-Theoretical Perspective, in Antipode No. 34, 2002.

[4] L’esempio più evidente è l’inquinamento, che sia aziende che individui evitano di pagare, scaricando nell’ambiente i rifiuti nocivi che possono produrre degrado e nuocere ad ecosistemi produttivi.

[5]K.Polanyi, The Great Transformation, New York-Toronto, 1944.

[6] A.Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Milano, Arnoldo Mondadori, 2000.

[7]J.E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Torino, Einaudi, 2006 .

[8] Sulla giustizia sociale si può vedere: D.Harvey, Justice, Nature & the Geography of difference, 1996, in particolare la Parte IV; M.C.Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana, 2002; e I.M.Young, Justice and the politics of difference, Chichester-UK, Princeton University Press, 1990.

La pubblicazione dell'articolo è consentita alla condizione di citare l'autore e inserire la dizione "tratto dal sito web eddyburg.it”.

Con il passaggio dal XX al XXI secolo il capitalismo ha ancora una volta cambiato forma. La conoscenza è diventata capitale intellettuale. Ce la spiega Thomas A. Stewart, editor della più importante rivista americana di economia Fortune, che è stato uno dei primi al mondo a occuparsi di come individuare, dispiegare in modo efficace, e sfruttare quella straordinaria risorsa costituita dal «brainpower collettivo», cioè da «tutto quel materiale intellettuale - sapere, informazione, proprietà intellettuale, esperienza - che può essere messo a frutto per creare ricchezza». «Chi lo trova e lo sfrutta - afferma categoricamente - vince». E continua: «Vince perché l'economia di oggi differisce radicalmente da quella di ieri. Noi siamo cresciuti nell'Era industriale. Ma questa è tramontata, soppiantata dall'Era dell'informazione. Il mondo economico da cui stiamo uscendo era un mondo in cui le principali forme di ricchezza erano concrete. Le cose che compravamo e vendevamo erano, appunto, cose: si potevano toccare, odorare, si potevano prendere a calci le gomme e quando si sbattevano le portiere si sentiva un piacevole tonfo. Gli ingredienti a partire dai quali si creava ricchezza erano la terra, le risorse naturali come il petrolio, il minerale di ferro o l'energia, e il lavoro fisico umano e le macchine. Le organizzazioni economiche concepite per attrarre capitali - capitali finanziari - al fine di sviluppare e gestire quelle fonti di ricchezza ed erano bravissime nel farlo.

Si compra e si vende il sapere

In questa nuova era, la ricchezza è il prodotto del sapere. Sapere e informazione - e non soltanto sapere scientifico, ma le notizie, i consigli, l'intrattenimento, la comunicazione, i servizi - sono diventati le principali materie prime dell'economia e i suoi prodotti più importanti. Il sapere è quel che compriamo e vendiamo. Non si può né odorarlo né toccarlo; persino il piacevole tonfo che fa la portiera di un'auto quando viene sbattuta è probabilmente il risultato di un'abile progettazione acustica. Il capitale fisso oggi necessario per creare ricchezza non è oggi la terra, né il lavoro fisico né le macchine utensili né gli stabilimenti: è un capitale fatto di conoscenza».

2) I problemi sollevati dal passaggio dall'economia degli oggetti materiali all'economia della conoscenza si intrecciano con quelli che derivano dalla insostenibilità dell'attuale processo produttivo di merci sia dal punto di vista dei limiti della carrying capacity dell'ecosistema terrestre (persino Bush è arrivato ad ammettere che i mutamenti climatici possono essere conseguenza dell'uso eccessivo delle fonti di energia non rinnovabili), sia dal punto di vista dell'innegabile aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, tanto a livello planetario quanto all'interno degli stessi paesi economicamente sviluppati. Questi fenomeni hanno conseguenze sociali dirompenti: dalle guerre per il possesso delle fonti di energia non rinnovabili alle inarrestabili ondate migratorie, dalle crisi finanziarie imprevedibili che mettono in ginocchio interi paesi alla crisi dei sistemi di welfare faticosamente costruiti nei paesi industrializzati nel corso del XX secolo.

Il nostro paese si trova in una situazione assai difficile. La produzione di beni di consumo individuali nei settori industriali tradizionali è sottoposta a una concorrenza insostenibile da parte dei paesi di nuova industrializzazione con manodopera a costi abissalmente inferiori a quelli richiesti dal nostro sistema produttivo per il mantenimento di un dignitoso livello di vita dei nostri lavoratori, e una adeguata protezione sociale dei nostri cittadini. D'altro canto, la scelta di competere sul terreno della produzione di beni a contenuto scientifico e tecnologico all'altezza della ricerca mondiale di punta - ammesso e non concesso che fosse auspicabile, e mi riferisco con questo inciso alle ragioni che sono alla base delle contestazioni dei movimenti newglobal - è manifestamente impossibile, salvo qualche rara eccezione, per le ridotte dimensioni del nostro sistema produttivo, soprattutto nelle condizioni di crescente degrado del sistema della ricerca pubblica e privata italiana.

Dalle ricette ai contenuti

Il problema è dunque di scendere dal piano delle ricette puramente economiche a quello dei contenuti: cioè della discussione dei settori su cui investire le risorse pubbliche e private necessarie per sfuggire alla tenaglia che ci stringe. Non si può più affermare che esista una economia in astratto che non dipende da quello che si produce e si consuma. Politica economica, politica fiscale, politica industriale e politica della ricerca diventano un intreccio non separabile in campi distinti gestiti dai rispettivi specialisti. Credo che sia arrivato il momento di riconoscere che questo è un punto fondamentale da affrontare e discutere all'interno della sinistra, per riuscire a dare risposte credibili ed efficaci al compito di restituire fiducia al paese e aprire una prospettiva di sviluppo fondata su un miglioramento della qualità della vita per tutti i cittadini.

Lo sviluppo sostenibile

La scelta di uno sviluppo sostenibile non è una fissazione di ambientalisti maniaci o di moralisti con la testa tra le nuvole da tacitare con qualche elargizione soltanto in tempi di vacche grasse, ma è la scelta di una strada non solo compatibile con le «leggi dell'economia», ma una via essenziale realisticamente percorribile per uscire dal pantano in cui stiamo affondando. I problemi della riqualificazione urbana e della difesa del suolo (centri urbani degradati e alluvioni), con quelli connessi della mobilità delle merci e dei viaggiatori (traffico in tilt, reti ferroviarie insicure e imprevedibili), sono anche intrecciati con quelli dello sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili e dell'efficienza dei consumi energetici (lo sviluppo del solare e dell'eolico è un decimo rispetto alla Germania), e con quelli dello smaltimento e del riciclaggio dei rifiuti (ecomafia e industriali alleati in stretto connubio). I problemi di una sanità efficiente per tutti, della prevenzione delle malattie, di una agricoltura di qualità e di una alimentazione non macdonaldizzata - connessi questi ultimi con la questione della tutela della biodiversità dell'ecosistema terrestre - sono anch'essi aspetti strettamente legati alla qualità della vita quotidiana della gran parte dei cittadini. Soprattutto, sono problemi che hanno il pregio di investire interessi diffusi e locali che non possono essere affrontati importando merci a basso costo dalla Cina o tecnologie raffinatissime dagli Stati uniti. Sono anche tutti - questo è il punto più importante - problemi la cui soluzione apre la possibilità di impiegare una grande quantità di lavoro qualificato, promette ai giovani dotati di creatività e di capacità organizzative di potersi costruire un futuro migliore di quello della fuga all'estero, e attraverso l'investimento iniziale di ingenti risorse mirate e selezionate, di innescare un circolo virtuoso di crescita economica di nuove imprese competitive su un mercato internazionale che in questi settori non è ancora dominato dalle multinazionali.

Il mercato non giova alla ricerca

3) La produzione della nuova conoscenza necessaria ad affrontare i problemi di un'economia sostenibile non può, in generale, essere lasciata interamente al mercato. E' George Soros, un capitalista doc, che ce lo spiega: «Il mercato è amorale: permette di agire secondo il proprio interesse, ma non esprime un giudizio morale sull'interesse medesimo... Ma la società non può funzionare senza qualche distinzione tra giusto e sbagliato. Prendere decisioni collettive su cosa vada permesso e cosa vietato è compito della politica».

In particolare, nel nostro paese la produzione di nuova conoscenza non può essere lasciata al mercato anche a causa della debole struttura della sua economia. Il capitale privato italiano abbandona la grande industria ed è ormai da un lato dominato da palazzinari, assicuratori e pubblicitari, dei quali Berlusconi rappresenta il dominus in tutti i sensi, e dall'altro è spezzettato in una molteplice varietà di piccole e medie industrie. Nessuno investe in ricerca per ragioni evidenti. Le privatizzazioni delle industrie di stato hanno soltanto privatizzato i profitti e socializzato le perdite, sostituendo le tasche nelle quali entrano le rendite di monopolio. La ricerca necessaria per aprire la via a un'economia sostenibile deve essere, per lo meno in Italia, prevalentemente pubblica. Cosa significa pubblica? Significa in primo luogo che deve anteporre gli interessi pubblici a quelli privati. Per quanto riguarda i ricercatori, per esempio, occorre per prima cosa riconoscere la differenza profonda esistente fra i dipendenti (o i consulenti) di imprese private legati al segreto industriale e gli operatori degli enti pubblici di ricerca che dovrebbero rispondere dei loro programmi alla collettività che li finanzia, o per lo meno concordare con i suoi rappresentanti le scale di priorità da rispettare.

Le evidenze di rischio

I primi hanno come dovere contrattuale quello di massimizzare i dividendi dei propri azionisti mentre i secondi, per esempio, dovrebbero in primo luogo esplorare a fondo le evidenze di rischio, non ancora divenute certezze, ma già più solide delle congetture, che giustificherebbero l'adozione di una sospensione precauzionale dell'immissione sul mercato dei prodotti che sono frutto delle ricerche dei primi. Come si fa a non stupirsi nel constatare che la elementare norma di correttezza civile, oltre che giuridica, secondo la quale controllori e controllati non possono essere le stesse persone, non vige all'interno della scienza? Oggi molti scienziati di grido sono al tempo stesso consulenti delle multinazionali o addirittura azionisti delle industrie di punta e al tempo stesso membri delle commissioni governative che dovrebbero certificarne i prodotti dal punto di vista dell'efficacia e della sicurezza. In secondo luogo, ricerca pubblica significa ricerca che deve mettere i risultati ottenuti a disposizione di tutti i privati che intendono investire capitali nella trasformazione di questi risultati in prodotti vendibili sul mercato.

La conoscenza fruibile

Le modalità di questa messa a disposizione possono essere diverse, ma l'importante è che scopo della ricerca pubblica non può essere quello di competere sullo stesso terreno di quella privata per il conseguimento di brevetti di conoscenza confezionata in forma di merce da immettere sul mercato. La conoscenza ottenuta con fondi pubblici deve essere fruibile da tutti. E' ancora George Soros che scrive a questo proposito: «L'espressione "proprietà intellettuale" è fuorviante, perché si basa su una falsa analogia con la proprietà tangibile. Una caratteristica essenziale della proprietà tangibile è che il suo valore deriva dall'uso che ne fa chi la possiede, ma la proprietà intellettuale trae il suo valore dall'uso che ne fanno gli altri: gli scrittori vogliono che il loro lavoro sia letto e gli inventori che sia utilizzato.... L'istituzione di brevetti e diritti di proprietà intellettuale ha contribuito a trasformare l'attività dell'ingegno in un affare, e naturalmente gli affari sono mossi dalla prospettiva del profitto. E' lecito affermare che ci si è spinti troppo oltre. I brevetti servono a incoraggiare gli investimenti nella ricerca, ma quando scienza, cultura e arte sono dominate dalla ricerca del profitto, qualcosa va perduto».

Titolo originale:Core values – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Edgar Cahn, inarrestabile innovatore sociale, ha passato una vita a tentare di cambiare le cose. Ora ha 72 anni, e nei primi 20 della carriera si è fatto una fama come avvocato e militante dei diritti civili negli USA, lottando per le minoranze etniche, le donne, le comunità indigene. Poi, a 44 anni, ha avuto un infarto che, racconta, “mi ha cambiato la vita per sempre, e in meglio”. Dal letto d’ospedale ha cominciato a sviluppare le idee che avrebbero riorientato le sue prodigiose energie.

“Stando sdraiato là, ho capito di avere le capacità di aiutare qualcuno a misurarsi con un avviso di sfratto, ma di non sapere cosa fare per aiutarlo a trasformare la sua città in un luogo dignitoso per vivere”, racconta Cahn.

Poi è venuto in Inghilterra, alla London School of Economics, per iniziare a lavorare alla sua idea di “ core economy” – a partire dalla premessa che ciascuna persona può essere una risorsa, e che occorre ridefinire la produttività a comprendere sia i valori sociali che i contributi economici.

É un superamento dell’economia tradizionale, e indica che occorre sviluppare un nuovo complesso di valori basati sulle famiglie, le comunità e la società civile, dove assume valore il crescere i figli, tenere uniti i nuclei familiari, prendersi cura degli anziani, rendere tutto il pianeta sostenibile: tutte cose considerate prive di valore nell’economia di mercato, ma essenziali per consentire alle comunità di prosperare, sostiene.

“Ogni capacità che ha consentito alla nostra specie di sopravvivere, come la cura reciproca, la fiducia reciproca, il contare l’uno sull’altro, è stata esclusa dal sistema economico” spiega Cahn. “Così ho capito che non c’era modo di realizzare comunità in cui aver voglia di vivere, se non si ridiscuteva completamente il sistema di valori, cominciando a premiare anche il contributo umano, oltre a quello finanziario”.



Reciprocità

Tornato negli USA a fine anni ‘80, Cahn fonda la banca del tempo, strumento di attuazione della sua core economy. Lavorando sul solo presupposto della reciprocità, le banche del tempo mirano ad attribuire valore all’azione comunitaria, promuovono la produttività e costruiscono reti sociali coinvolgendo gli abitanti del posto nel dare e ricevere servizi. Consentono di accumulare crediti di tempo, partecipando o offrendo servizi a vantaggio dell’intera comunità. Crediti che vengono poi depositati alla banca del tempo e possono essere spesi su una vasta gamma di professionalità e servizi offerti da altri membri della banca.

Il sistema è cominciato con semplici scambi diretti – ad esempio, qualcuno offre un passaggio per fare la spesa in cambio di un’ora di babysitter – ma poi si è evoluto verso modelli più sofisticati, con gruppi comunitari e agenzie sociali che si scambiano formazione, informazione e professionalità. Ora il movimento è internazionale, con banche del tempo presenti in oltre 25 paesi. Ce ne sono 86 già consolidate nel Regno Unito, e altre 36 in corso di sviluppo.

Cahn ritiene che le banche del tempo possano aiutare la società ad affrontare il crescente carico di bisogni: quella che definisce “l’epoca dello tsunami incombente”, la disgregazione delle famiglie, la crisi ambientale.

“I maggiori erogatori di servizi sanitari e sociali non sono dottori o altre professioni specializzate, ma madri e assistenti” spiega Cahn. Nel Regno Unito, “essi forniscono un valore di oltre 87 miliardi di sterline l’anno, non ricompensato. Se possediamo un intero sistema che premia il raggiungimento di obiettivi finanziari, non ce n’è alcuno che premi l’instillare valori nei bambini, prendersi cura di qualcuno, per le aspirazioni comunitarie, la condivisione”.

Le banche del tempo offrono un modello per tutto questo. A King's Cross, Londra, la Croce Rossa gestisce un programma all’interno del quale i partecipanti accumulano crediti di tempo per pagarsi corsi di formazione vocazionali. Cahn spera che, in futuro, si possano usare crediti di tempo per acquistare ricette mediche, entrare nelle strutture ricreative di quartiere, fruire dei servizi nazionali sanitari o dell’istruzione.

Alla fine di un defatigante giro di verifica nel Regno Unito, Cahn spiega di essere “travolto” dalla velocità con cui si sta sviluppando il movimento delle banche del tempo. E cita un recente contratto col servizio sociale per adulti della circoscrizione londinese di Camden, che stabilisce tra l’altro di inserire una componente banca del tempo nella gestione di tre centri diurni di igiene mentale, con gli utenti coinvolti nella co-erogazione del servizio.

Dice: “Ho cominciato nell’epoca di Reagan e della Thatcher, e ragazzi ne abbiamo fatta di strada da allora! I vostri politici che ora parlano ai congressi di partito di coesione sociale sarebbero stati scacciati dal palco a colpi di risate a quei tempi, quindi forse ci stiamo muovendo nella direzione giusta”.

Ma è la possibilità del suo programma di attivare le capacità comunitarie, ad appassionare di più Cahn. “Guado ai modi in cui il vostro governo ha creato una serie di servizi pubblici che sono per molti versi più civili di come facciamo le cose noi negli USA” spiega. “Ma direi che qualcosa da qualche parte non ha funzionato. Se si continua a individuare le persone per quello di cui mancano, di cui hanno bisogno, poi è facile che perdano il senso di quanto hanno da dare. Non è un modo umano di vivere”.



Determinazione

Suo padre, anche lui avvocato dei diritti civili, ha instillato in Cahn sin dalla più giovane età il senso della giustizia. Ma è stata la reazione della famiglia al fidanzamento con una afro-americana all’età di 18 anni a determinarlo a mettere in pratica nella realtà i principi in cui credeva. “Quando ho annunciato il fidanzamento, mi hanno risposto che così stavo buttando la mia carriera” racconta. “Una reazione che mi ha profondamente scioccato”.

Suo padre gli disse che se fosse arrivato ad un matrimonio interrazziale, al massimo avrebbe trovato un posto da custode di stabile. “E sono finito davvero a fare il portinaio, ma mi ha consentito di far studiare legge a mia moglie, poi lei ha fatto studiare me, e abbiamo finito per organizzare la prima scuola di diritto sanitario degli USA, dimostrando che avevano tutti torto”.

La sfida di oggi, giudica Cahn, è di concentrarsi sul passaggio successivo, capire “come si possano costruire ponti fra core economy ed economia di mercato”. Il suo viaggio nel Regno Unito serve anche a finanziare le ricerche della New Economics Foundation su come “praticare dei buchi” nelle economie locali, in modo tale che i fondi diretti alle comunità povere non vengano per dirla con Cahn “mandati direttamente alle multinazionali o a pagare le parcelle di professionisti del ceto medio”.

Spiega: “Se la banca del tempo può mettere le persone su un percorso di apprendimento di capacità e di trovare un’occupazione, benissimo. Ma ancora meglio, se quel percorso fa venire voglia di restare a contribuire al capitale sociale ed economico della comunità”.

Nota: altre informazioni per il Regno Unito timebanks.co.uk e per l’Italia http://www.tempomat.it/ ; sulla e della New Economics Foundation sono già stati pubblicati su queste pagine vari studi, ricerche e articoli (f.b.)

here English version

“Ma a questo modo si penalizzano le imprese!” Così ha reagito il ministro Bersani all’ingiunzione di ridurre drasticamente le nostre emissioni di CO2, inviataci dalla Commissione europea. Opportunamente Verdi e Prc hanno espresso dissenso. Ma dopotutto di che stupirci. Per economisti e politici, quasi tutti, la crisi ecologica è sempre stata poco più che un noioso fastidio, qualcosa che di tanto in tanto disturba la regolarità della produzione, ma risolvibile con modesti interventi tecnici o qualche provvedimento legislativo. Un problema tra i tanti, che mai potrà incidere sulla grande Politica

Ora però, tra catastrofi che senza sosta si moltiplicano e aggravano, l’ambiente sta diventando un fastidio grosso, non più così facile da ignorare, anche perché c’è l’Europa che preme. Bisogna dunque darsi da fare con energie alternative e fervidi inviti al risparmio. Che peraltro serenamente convivono con l’eterna invocazione alla crescita, la sempre più invadente pubblicità che sollecita a consumi di ogni tipo, la grande preoccupazione che il mercato dell’auto non “tiri” abbastanza, malgrado le innumerevoli offerte eccezionali di nuove eccezionali vetture.

Che non solo la qualità ma anche la quantità della produzione non sia più sopportabile dagli ecosistemi, che ciò possa richiedere nuove strategie economiche, e dunque un diverso impianto politico complessivo, ai nostri governanti non passa per la testa. Come a tutti i governanti del mondo d’altronde; anche quelli più impegnati ad attuare Kyoto, a tale scopo incentivando ricerca scientifica e elettrodomestici efficienti. Tutti pronti poi a cavalcare il grande business verde, capovolgendo il problema in risorsa, assimilandolo alla logica imperante. “Per rafforzare la nostra economia,” come ha detto Bush nell’annunciare la sua “svolta verde”.

Nessuno dei leader mondiali sembra nemmeno ascoltare le tante e autorevoli voci secondo cui lo squilibrio ecologico esige non solo la rimessa in causa dell’attuale sistema economico, ma un radicale ripensamento del nostro rapporto con l’ambiente naturale. Ricordando che, pur con la sua particolarissima storia, la sua cultura, le sue grandi conquiste scientifiche e tecniche, anche la specie umana appartiene alla natura, e alla pari di ogni vita ne trae non solo nutrimento e continuità, ma forma biologica. E che è natura tutto ciò che vediamo, tocchiamo, mangiamo, beviamo, respiriamo, come è natura tutto ciò che trasformiamo mediante il lavoro. Che l’ambiente naturale è insomma la base di ogni nostra attività, ed è quello che condiziona e determina, anzi consente, l’esistere dell’economia in ogni suo momento, a cominciare dal suo operare concreto. Perché (parrebbe superfluo ricordarlo) la produzione di qualsiasi tipo è sempre consumo di natura: minerale, vegetale, animale. Ed è sempre la natura che fornisce la materia necessaria ad ogni nostra conquista scientifica e tecnologica, e ai nostri stessi deliri di onnipotenza.

Natura che però non è illimitata, ha dei confini precisi, che sono quelli della Terra. E ha delle leggi che non possono adattarsi a nostro piacere e che invece noi di continuo spensieratamente trasgrediamo. La nostra specie infatti, unica nel mondo vivente, ha perduto l’istinto a limitare se stessa in rapporto alla capacità del proprio habitat; dissennatamente negando ciò che tutte le creature sanno, dimenticando che “Gli alberi non crescono fino al cielo”, come illustra in un suo celebre libro Stephen Jay Gould (Mondadori, 1996). Non solo senza misura sviluppando se stessa, ma un paio di secoli fa dandosi un sistema economico che si regge sulla crescita esponenziale del prodotto, e a tal fine moltiplica i bisogni, veri o immaginari, di ciascuno di noi: il capitalismo industriale. L’attuale crisi ecologica ne è la conseguenza. Ed è un problema da cui nessun altro può prescindere, che tutti poco o tanto li determina, tutti li “contiene”.

“Il capitalismo è incompatibile con l’equilibrio del pianeta,” ha detto Fabio Mussi inaugurando “Sinistra democratica”. “Proprio la devastazione dell’ambiente (…) potrebbe forse imporre la necessità di un sistema produttivo nettamente diverso da quello attuale, e dunque farsi presupposto di un salto logico, di una nuova razionalità economica e sociale”, ha scritto di recente il segretario di Prc Franco Giordano. Alla formazione di questa nuova sinistra concorrono anche i Rosso-Verdi, nati proprio sulla duplice ragione sociale e ambientale, e l’Ars, pure da tempo sollecita della dimensione ecologica. Ch’io sappia, è il primo gruppo politico che mostra di avvertire la reale portata della minaccia che ci sovrasta, e ne indica le cause.

Lo conferma (insieme tracciando una sorta di abbozzo programmatico per la gestione della materia) la lettera inviata giorni fa al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle due Camere, da Franco Giordano, Gennaro Migliore, Giovanni Russo Spena, Roberto Musacchio di Prc. I quali non solo si dicono convinti che “la virata di rotta deve essere decisa, netta”, ma che il problema ambiente “debba assumere una dimensione sovraordinatrice: agricoltura, industria, energia, trasporti, stili di vita, ciclo delle merci (…) tutto deve essere rivisto, ristrutturato, ricalibrato, per rispondere a nuovi parametri di compatibilità”. Nella evidente consapevolezza che non bastano pale eoliche e pannelli solari per ripensare il mondo. Perché di questo in realtà si tratta. Magari ricordando Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia, quando dice che produrre inquina, e che “quanto più un’economia produce, tanto più inquina.”

La giacca verde e la camicia violetta opaca ravvivate dalla cravatta rossa di seta. Nella penisola indiana hanno il loro modo di scegliere i colori e Amartya Sen ha il suo modo di essere economista - premio Nobel - e filosofo. Bengalese, settantadue anni, Sen è l’economista che parla di assistenza sanitaria e istruzione. È il filosofo che crede nell’economia per i deboli, «che non si può misurare solo attraverso la crescita del Pil ma che deve partire dallo sviluppo delle libertà dell’individuo».

«Parlo della vita della gente: questo si deve valutare, questo distingue la crescita economica dal vero sviluppo del mondo».

Se n’è discusso negli ultimi due giorni a Cortona, al centro convegni S.Agostino dove la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha voluto e organizzato - in collaborazione con il Comune di Cortona, la Human development and capability association e l’Università degli studi di Pavia - una sessione dal titolo A multi-voiced dialogue on global society, radunando professori e dottorandi con le loro ricerche sui diritti umani, la povertà, lo sviluppo sostenibile. Un pensatoio con il nobile scopo di coniugare le teorie economiche all’affermazione della democrazia. Qui si spende lo studio e l’azione dell’economista indiano: «Il modo migliore per dare un giudizio sullo sviluppo sta nel vedere quanto riesce ad aumentare il grado di libertà umana. Con il Capability approach si riesce ad identificare questa libertà multidimensionale: le opportunità economiche, le capacità di relazione sociale, di accesso all’istruzione, di leggibilità della politica, la possibilità (questa è forse la migliore traduzione delle capability approach, ndr) di realizzare cose, sentimenti, progetti che si ritengono valori. Pensiamo a quale vantaggio ci dà questo sistema delle opportunità nell’ambito del dibattito multiculturale, quando si tratta di valutare il grado d’integrazione degli immigrati, la loro vita rispetto allo stile conosciuto nei paesi di provenienza, la loro possibilità di “fare qualcosa” rispetto alla loro piena libertà di praticare le libertà conosciute prima del loro arrivo, per esempio quelle religiose».

Durante il suo intervento lei ha parlato anche di realtà occidentali, della Gran Bretagna...

«Commentavo i risultati di un dottorato di ricerca all’università di Cambridge della dottoressa Wiebke Kuklys, purtroppo scomparsa giovane. La sua ricerca tratta della povertà in generale e quella della Gran Bretagna in particolare. Si rivela l’inadeguatezza del solo parametro del reddito, che confinerebbe al 18% le famiglie povere in quel paese. Ma è un dato parziale che trascura variabili fondamentali. Se ne analizza una: la disabilità di un membro della famiglia. Una situazione che crea problemi nel convertire il reddito nella vita che vale la pena di vivere ( raising to value). E così il reddito “tradotto” porta queste famiglie sotto la poverty line (allargandola al 21% delle famiglie britanniche, mentre se si guarda dalla prospettiva delle famiglie disabili si scopre che il 47% di queste si trova nella fetta di britannici poveri). Bisogna quindi calcolare quanto reddito aggiuntivo serve per equilibrare la vita di queste famiglie a quella di chi non ha disabili a carico».

Che invece si nascondono dietro al Pil, il prodotto interno lordo, che lei spesso fa a pezzi: c’era una famosa storiella di uova e frittate. È più ricco un paese che fa una frittata con due uova da dieci euro, oppure uno che ne fa una con cinque uova da tre euro? Il Pil cresce di più con la frittata più piccola, che sfama di meno...

«Non voglio distruggere la nozione di Pil. È una misura della ricchezza di una nazione, ma non misura la vita delle persone, che è un flusso diverso. Voglio guardare le opportunità di vita, le cose centrali della loro esistenza, la buona salute e la possibilità di ottenerla se viene a mancare, la cultura, la conoscenza della politica che li governa, l’autostima, la partecipazione alla vita relazionale (concetto già caro ad Adam Smith 250 anni fa...). Di questo è fatta la vita della gente. E non esiste un indicatore unico che tenga insieme tutto. Un mio maestro italiano, Piero Sraffa, mi diceva: le persone non cercano teorie, ma slogan. Io non sono in grado di fornire slogan, nemmeno uno che rimpiazzi il concetto di Pil (che in effetti è uno slogan, e così è usato...). Ma sto cercando una teoria: se interessa conoscere il benessere e la qualità della vita umana, devo guardare a quale vita queste persone fanno, vivono».

Gli ultimi anni ci hanno mostrato il miracolo cinese. Un economia che avanza a ritmi impressionanti. Lei ha spesso obiettato su questi successi: cosa non la convince?

«Se ci fermiamo agli indicatori economici la Cina è un modello da seguire. Dal 1979, anno d’avvio della riforma economica, con le istituzioni cinesi protese all’economia di mercato, si è innescata una scalata notevole, per motivi anche ovvi. Se però ci muoviamo entro quanto detto finora... per capire appieno ci può aiutare un confronto con la mia India. Negli anni ’40 del secolo scorso - prima dell’indipendenza indiana e della rivoluzione cinese - l’aspettativa di vita nei due paesi era simile, sotto i 40 anni. Nonostante la carestia che fra il ’58 e il ’61 ha colpito la Cina (sancendo il fallimento della politica socio-economica del Grande Balzo) i miglioramenti dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, e di altre politiche sociali volute dallo Stato comunista hanno portato, nel 1979, un’aspettativa di vita in Cina di 68 anni, mentre in India si era fermi a 54. Negli ultimi venticinque anni questa differenza si è dimezzata: 71 anni è l’aspettativa di vita di un cinese, 64 quella di un indiano (e ci sono zone, per esempio il Kerala, dove la vita media è di 78 anni, quindi superiore a quella cinese). È chiaro che è difficile aggiungere anni una volta raggiunto uno standard più alto. Ma in altri paesi ad economia di mercato si è sopra gli 80 anni, e la Cina sembra stagnare su quei numeri. La mortalità infantile era del 37 per mille sia in Cina che in India, nel 1979. Oggi si è ridotta al 10 per mille in India mentre è rimasta attorno al 30 per mille in Cina».

Cosa è accaduto? Cosa accadrà?

«Le prospettive delle capacità e delle opportunità per le persone sono in Cina assai inferiori a quelle dell’economia di mercato e del Pil. Parlando di capability approach aumentano le domande sulla crescita economica cinese. Per “finanziare” l’apertura all’economia di mercato nell’ultimo quarto di secolo si è diminuita la copertura sanitaria pubblica e gratuita, e già circolano assicurazioni private, polizze e così via. La Cina inoltre è l’unico paese al mondo dove i vaccini vanno comprati. Queste sono due risposte ai numeri appena elencati. E si può dire che l’economia di mercato fa vivere bene, ma la democrazia allunga la vita. È più chiaro se cito un’esperienza personale: di recente ho compiuto uno studio sui deprimenti servizi sanitari indiani, soprattutto nella zona orientale. Le penose conclusioni sono state riprese da stampa e tv, discusse, reclamizzate. Saranno rilegate in un libro. In Cina non si è mai dibattuto sull’opportunità di smantellare la sanità pubblica, o sulla possibilità di dare i vaccini gratis ai bambini. La possibilità di criticare, di scrivere un libro, di discutere, l’opportunità di avere la stampa libera sono vantaggi incolmabili della società indiana rispetto alla Cina. Da questa posizione di vantaggio l’India deve essere in grado di imparare ed espandere le competenze economiche».

Che tipo di politica partorisce l’approccio delle capacità?

«Nessuna. Non esistono politiche univoche, ma problemi complessi e differenti, da risolvere con politiche calibrate. Ma occorre pensare al ruolo dello Stato e delle economie di mercato nel senso e a partire dall’espansione delle opportunità democratiche e delle libertà degli individui. Stato e economia: l’uno complementare all’altro, l’uno indipendente dall’altro. Non ci sono ricette magiche, non esiste un paese perfetto e questo approccio nega per esempio la valutazione dei processi per ottenere queste libertà e questo benessere».

L’ultima domanda sul movimento no-global, che pare in ripiegamento. Qual è la causa di questa crisi del movimento?

«Credo che anzitutto è stato sbagliato linguaggio: non era un movimento antiglobalizzazione, tanto che si trattava di un movimento globalizzato, che reclutava ovunque, con comunanza di idee, valori domande. Proprio questo tratto andava maggiormente enfatizzato: la globalizzazione è un fattore di crescita economica e di diffusione del benessere, ma in questa marcia si lasciano irrisolte - a volte si ingigantiscono - situazioni di iniquità fra i vari Stati e di disuguaglianza all’interno di essi. Questa resta una questione importante e aperta: molti paesi non hanno beneficiato della globalizzazione. Come si può far godere tutto il mondo e tutte le classi sociali del progresso economico? Questa è la domanda che deve porsi la politica. E il movimento è la sua voce».

Eppur si muove. Prima il convegno promosso da questo giornale nel settembre 2005, poi l'appello per la stabilizzazione del debito pubblico del luglio 2006, adesso il nuovo convegno «L'economia della precarietà», che si terrà a Roma il prossimo 9 ottobre (appuntamento a partire dalle 9 presso il Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A), stanno facendo emergere quella che può ben definirsi la Rive Gauche dell'economia politica italiana: un nutrito gruppo di economisti e intellettuali, accomunati non solo da intenti genericamente critici nei confronti delle analisi e delle ricette di policy somministrate dal mainstream di ispirazione neoclassica, ma anche da una «visione» e da una «tecnica» schumpeterianamente intese: ossia, rispettivamente, da un punto di vista circa le caratteristiche fondamentali di questo stato della società, vale a dire «circa quello che è o non è importante ai fini della comprensione della vita in un determinato momento», e da un insieme di procedimenti con i quali concettualizzare questa visione e trasformarla in concrete proposizioni o «teorie».

Una scarsità solo sociale

La «visione» diffusa nella Rive Gauche origina per lo più dall'analisi del processo economico dovuta a Marx, Keynes, Kalecki, Sraffa. La società in cui viviamo, si dice, non è una «società di individui» che offrono ciò che producono e domandano quel che desiderano sotto il vincolo della massimizzazione di utilità scaturenti da preferenze date ex hypothesi, ma una società dominata dal modo di produzione capitalistico, in cui i redditi traggono origine dalla lotta di capitalisti e salariati intorno all'appropriazione del sovrappiù sociale (ma prima ancora, in verità, intorno alla definizione del sovrappiù, la sussistenza essendo un prodotto storico e non un dato di natura) e in cui il processo sociale di produzione, distribuzione, scambio e consumo è guidato dalla domanda aggregata e non dai «risparmi». Di più: è una società in cui il lavoro individuale diventa sociale mediante lo scambio con quell'equivalente generale del lavoro umano che è il denaro e in cui quest'ultimo, funzionando come capitale monetario, impone specifiche «scarsità» di ordine squisitamente sociale, che nessuna parentela hanno con le scarsità ecologiche, ossia con il progressivo esaurimento di talune risorse naturali.

La «tecnica», dal canto suo, si avvale delle analisi messe a punto da (almeno) due dei diversi filoni della critica della teoria economica che traggono alimento dagli autori sopra ricordati: l'approccio classico del sovrappiù e l'approccio del circuito monetario. La condizione di «vitalità» del sistema economico capitalistico, il fatto cioè che il sistema debba assicurare non solo la reintegrazione dei mezzi di produzione impiegati ma anche un determinato saggio del profitto, viene naturalmente collegata alla chiusura del circuito monetario dei prestiti bancari, mentre il conflitto sociale viene a strutturarsi non solo intorno alla quota del sovrappiù appropriabile dalla classe lavoratrice, ma anche e soprattutto intorno alla natura e alla composizione della domanda monetaria per consumi e investimenti.

Sta qui, sia detto per inciso, il motivo per cui dalla Rive Gauche si guarda con «simpatia» al disavanzo pubblico, beninteso nell'ipotesi che vada a finanziare l'intervento statale diretto nella produzione: il sostegno che per questa via si viene a offrire alla stessa sostenibilità finanziaria dell'accumulazione capitalistica può implicare, infatti, una modifica rilevante della distribuzione sociale del potere, giacché il finanziamento in deficit amplia in modo potenzialmente «eversivo» il novero dei soggetti abilitati a esercitare il comando sui mezzi monetari e, sotto certe condizioni, può perfino consentire - come storicamente s'è visto - l'emersione di rapporti di produzione che non ripetono il proprio «senso» dal conseguimento di un profitto monetario.

Da questi riferimenti teorici discende un'analisi della realtà economica italiana e internazionale affatto diversa da quelle dominanti. Non è vero, si rileva anzitutto, che la migliore performance dell'economia americana rispetto a quella europea sia riconducibile alle differenze tra il modello sociale americano, improntato al laissez-faire e alla libera concorrenza, e quello europeo, «ingessato» dalle misure a tutela del benessere dei cittadini: decisivo, piuttosto, appare al riguardo il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, in quanto le asimmetrie scaturenti dalla sua duplice caratteristica di mezzo di pagamento e moneta di riserva internazionale consentono agli Stati Uniti di attuare politiche espansionistiche a costi relativamente contenuti e di imporre l'onere dei riaggiustamenti a quei paesi - prima le cosiddette «tigri asiatiche», oggi l'India e la Cina - che, specularmente, adottano modelli di crescita basati sul traino delle esportazioni.

Per di più, oggi la situazione è complicata dal fatto che l'Europa sta cercando (anche se, finora, con scarso successo) di guadagnare all'euro lo status di valuta di riferimento internazionale, e ciò «esige» politiche monetarie severe e politiche fiscali perfino draconiane: se ai membri dell'Unione europea dovesse esser consentito di adottare unilateralmente politiche fiscali espansive, si genererebbero facilmente problemi di free-riding tra un paese e l'altro, ci sarebbero pressioni sulla Bce per monetizzare i deficit e per questa via la politica fiscale verrebbe a «disfare» quella tela che la politica monetaria cerca faticosamente di tessere.

Se dunque i vincoli alla domanda appaiono come i principali responsabili del divario di crescita fra Usa ed Europa, la posizione italiana si connota per l'esistenza di vincoli anche dal lato dell'offerta. Dalla Rive Gauche, infatti, si sottolinea l'importanza che sulla competitività internazionale esercita la specializzazione produttiva, quale emerge dalla tecnologia in uso, dall'abilità innovativa e dalla capacità imitativa delle industrie manifatturiere. Paesi che si specializzano in settori tecnologicamente arretrati tendono infatti a registrare tassi di crescita inferiori a quelli dei paesi che si specializzano nei settori tecnologicamente più avanzati, i quali - con un apparente paradosso che fu posto in luce da Nicholas Kaldor - mostrano anche una dinamica più accelerata del costo unitario del lavoro rispetto ai concorrenti.

È per questo che l'Italia è davvero «the real sick man of Europe», come ha scritto l'Economist. Il nostro paese ha consolidato una specializzazione produttiva fortemente sbilanciata nei settori a basso contenuto tecnologico, ha conservato sostanzialmente immutata la (bassa) quota nelle produzioni ad alta tecnologia e perde sistematicamente terreno nei settori a media tecnologia. Il risultato è un crescente disavanzo della nostra bilancia dei pagamenti, che - non più emendabile attraverso svalutazioni della moneta - mette capo ad una imperiosa richiesta di deflazione salariale e, naturalmente, di precarizzazione del lavoro.

Disobbedire a Maastricht

Si dovrebbe aggiungere che questa dinamica è stata accentuata dai cospicui processi di privatizzazione che hanno avuto corso nel nostro paese dalla metà degli anni Novanta, ma non c'è spazio per dirne qui. Già queste considerazioni rivelano però che la nostra economia soffre di una crisi che è ad un tempo di domanda e di offerta: non solo di domanda, non solo di offerta. Richiede investimenti pubblici e programmazione, perché si riorienti la nostra specializzazione produttiva, si rilanci la ricerca di base, si favorisca la crescita dimensionale delle nostre imprese. Serve quindi una finanza specializzata, che recuperi la missione squisitamente pubblica dell'investimento a lungo termine. Serve accrescere il grado e la qualità dell'istruzione dei nostri lavoratori. Serve infine attuare le garanzie di benessere scritte nella nostra Costituzione per i giovani, i disoccupati, gli invalidi, gli anziani.

È per tutto questo che dalla Rive Gauche si sottolinea l'importanza di una politica fiscale che, «disobbedendo» esplicitamente ad uno dei parametri fissati nell'Annesso al Trattato di Maastricht, stabilizzi il livello del debito pubblico in rapporto al Pil in un intorno dei valori correnti. Se è vero che il core franco-tedesco dell'Unione pratica di fatto una politica neomercantilista, rifiutandosi di rimettere in circolo il surplus della propria bilancia commerciale, e se è vero che una compiuta unione politica europea è ancora di là da venire, non c'è altro modo «progressivo» per scansare l'impatto crescente della deflazione e le sue conseguenze in termini di precarietà e imbarbarimento della vita sociale e civile. Rendere flagrante la contraddizione può forse essere il modo per avviarsi a risolverla attraverso opportune modifiche al Trattato di Maastricht, a cominciare dalla clausola che attribuisce alla Bce la gestione esclusiva della politica monetaria e, per questa via (si ricordi il paragrafo 44 di Produzione di merci a mezzo di merci di Piero Sraffa), della distribuzione del reddito.

La revanche noliberista

Su questi cardini, anche se non solo su questi, si può misurare lo scarto che separa la Rive Gauche dagli altri protagonisti del dibattito sulla politica economica. Anzitutto, dai «bocconiani», che si oppongono recisamente a ogni impiego delle politiche fiscali e di bilancio allo scopo di perseguire il pieno impiego. Essi sanno benissimo che politiche del genere implicherebbero più Stato e meno mercato e ai loro occhi (come già agli occhi di Reagan) lo Stato è il problema, non la soluzione. Non c'è nulla di più infondato, s'intende, ma simili concezioni hanno buona stampa in una società come la nostra, in cui il sistema produttivo declina e la componente di prezzo della competitività è quella prevalente.

Ma non meno grande è la distanza che separa la Rive Gauche da quegli «ambientalisti» che - proprio come Malthus - sentono suonare le campane senza mai sapere dove e, in nome di slogan improbabili, giungono a perorare la causa del risanamento a tappe forzate del nostro debito pubblico, quasi fosse sua la colpa di quell'«eccesso di consumi» che avrebbe messo a rischio addirittura la sopravvivenza del pianeta Terra. Al contrario, dalla Rive Gauche si afferma con decisione che stagnazione e declino economico sono nefasti per l'ambiente e che non c'è possibilità di rimediare ai guasti ecologici e sociali (a cominciare dalle drammatiche emergenze che si vivono quotidianamente nei grandi agglomerati urbani) senza cospicui investimenti pubblici e senza una ristrutturazione delle forme di consumo.

Se la critica della politica economica promossa dalla Rive Gauche possa ambire in un prossimo futuro a contendere l'egemonia dell'ortodossia neoclassica non sappiamo: codesta egemonia, infatti, si fonda sul fatto che la crisi che stiamo attraversando - nel nostro paese, ma non solo - ha preso corpo e forma sul finire degli anni '70 come «crisi dello Stato». Vale la pena ricordarlo: Reagan, la Thatcher e la revanche neoliberista precedono il crollo del Muro di Berlino e l'implosione dell'Unione Sovietica, non possono esserne spiegati. Ma di ciò, eventualmente, un'altra volta.

La giornata romana degli economisti

«Rive Gauche. Critica della politica economica» è il titolo del volume curato da Sergio Cesaratto e Riccardo Realfonzo (manifestolibri, pp. 262, €euro 24), che raccoglie gli atti del convegno promosso da questo giornale il 30 settembre 2005 su «La critica della politica economica e le linee programmatiche delle coalizioni progressiste». Molti degli economisti che hanno contribuito a quel convegno (e molti altri che ad esso invece non avevano preso parte) hanno poi sottoscritto l'appello per la stabilizzazione del debito pubblico, pubblicato da questo giornale nel luglio 2006 (adesso disponibile sul sito internet www.appellodeglieconomisti.com).

Individuare le matrici teoriche della «Rive Gauche» implica ovviamente un certo arbitrio ricostruttivo, specie per la ricchezza della tradizione marxista, neoricardiana e postkeynesiana nel nostro Paese: i meno giovani ricorderanno sicuramente l'aspro scontro che si ebbe nel 1978 a Pavia, in occasione del dibattito organizzato da Giorgio Lunghini su «Scelte politiche e teorie economiche in Italia» (poi confluito nell'omonimo volume curato dallo stesso Lunghini per Einaudi). Crediamo però di non discostarci troppo dal vero se le indichiamo negli approcci, entrambi alternativi al paradigma neoclassico, del sovrappiù e del circuito monetario. Storicamente legati ai nomi di Pierangelo Garegnani e Augusto Graziani e sviluppatisi indipendentemente l'uno dall'altro, essi sono stati recentemente oggetto di una proposta di integrazione da parte di Emiliano Brancaccio: si veda il suo «Un modello di teoria monetaria della produzione capitalistica», in «Il pensiero economico italiano», XIII, 1, 2005, pp. 91-122.

L'incontro che inizia martedì prossimo a Roma, presso il Centro Congressi Cavour (Via Cavour 50/A a partire dalle 9) prevede due sezioni («Impianto neo-liberista dell'Ue. Mezzogiorni e condizioni del lavoro», «Struttura economica italiana, lavoro, salario, precarietà») e una tavola rotonda su «Lavoro, precarietà, welfare: quali capisaldi di politica economica per l'unità a sinistra» (LC)

Qual è il pachiderma presente in qualsiasi ambiente? È il trionfo globale del capitalismo. La democrazia è messa aspramente in discussione. La libertà è a rischio, perfino nelle democrazie di antica creazione come la Gran Bretagna. La supremazia dell’Occidente è in declino. Ma tutti praticano il capitalismo. Lo praticano gli americani e gli europei. Lo praticano gli indiani. Lo praticano gli oligarchi russi e i principi sauditi. Perfino i comunisti cinesi lo praticano. E adesso i membri del più antico kibbutz di Israele, l’ultima utopia di socialismo egalitario, hanno votato per introdurre le retribuzioni mensili variabili, sulla base delle performance individuali. Karl Marx si rigirerebbe nella tomba. O forse no, perché alcuni dei suoi scritti inspiegabilmente pronosticavano già la nostra epoca del capitalismo globale. La sua formula ha fallito, nondimeno la sua descrizione era presciente. Questo è il fatto sensazionale dell’inizio del ventunesimo secolo, un fatto di così grande portata e talmente dato per scontato che di rado ci soffermiamo a riflettere quanto sia straordinario. Non era mai accaduto, prima. "Potrà sopravvivere il capitalismo?" si chiedeva il pensatore socialista britannico G.D.H. Cole in un libro pubblicato nel 1938 con il titolo "Socialism in Evolution" (nella versione italiana "L’evoluzione del socialismo"). La sua risposta all’interrogativo era stata negativa. Al capitalismo sarebbe seguito il socialismo. La maggior parte dei lettori di questo giornale probabilmente sarebbe stata d’accordo nel 1938.

Quali sono le grandi alternative ideologiche che si prospettano di questi tempi? Il "socialismo del ventunesimo secolo" di Hugo Chavez appare tuttora un fenomeno locale, tutt’al più regionale, praticato nella sua forma migliore negli Stati ricchi di petrolio. L’islamismo, in certe circostanze etichettato come il preminente antagonista del capitalismo democratico in una nuova guerra ideologica, non offre un sistema economico alternativo (se si escludono le peculiarità della finanza islamica), e ad ogni buon conto non è molto allettante al di là della umma musulmana.

La maggior parte dei no-global, degli altermondialistes e, in verità, degli attivisti verdi è molto più brava a mettere in luce i fallimenti del capitalismo globale che a suggerire alternative strutturali. "Il capitalismo dovrebbe essere sostituito da qualcosa di più bello" si leggeva su uno striscione sbandierato a una dimostrazione londinese in occasione del Primo Maggio di qualche anno fa.

Chiaramente, siamo in presenza di un problema di definizioni. Quello che fanno le aziende russe o cinesi statali è autentico capitalismo? Fondamento stesso del capitalismo non è forse la proprietà privata? Uno dei massimi esperti americani di capitalismo, Edmund Phelps, docente della Columbia University, ha una definizione ancor più restrittiva di capitalismo. Secondo lui quello che pratichiamo in buona parte dell’Europa continentale, questo modello di stakeholder economy, non è capitalismo propriamente detto, bensì corporativismo. Il capitalismo, dice Phelps, è "un sistema economico nel quale il capitale privato è relativamente libero di innovare e investire senza il placet dallo Stato, né il permesso delle comunità e delle regioni, dei lavoratori e di altri cosiddetti partner sociali". Nel qual caso, si può dunque affermare che la maggior parte del mondo non è capitalista. Reputo troppo restrittiva questa definizione. Di sicuro, in Europa sono presenti varie forme di capitalismo, dalle economie di mercato più liberali, come Gran Bretagna e Irlanda, alle più coordinate forme di stakeholder economy, come Germania e Austria.

In Russia e in Cina vi è tutta una gamma di proprietà, da quelle statali a quelle private. Nei processi decisionali delle società a controllo statale hanno maggior peso considerazioni diverse da quella della massimizzazione degli utili, ma anch’esse operano come protagoniste nei mercati nazionali e internazionali e sempre più spesso parlano la lingua del capitalismo globale. Al World Economic Forum di quest’anno a Davos ho ascoltato Alexander Medvedev, ai vertici di Gazprom, difendere l’operato di quella società dicendo che Gazprom è una delle cinque compagnie più importanti al mondo per le capitalizzazioni di Borsa, e che si sforza costantemente di assicurare buoni rendimenti ai suoi azionisti, che guarda caso includono lo Stato russo. Quanto meno, ciò suggerisce un’egemonia della tesi del capitalismo globale. Il "capitalismo leninista" cinese è un caso bordeline di grande rilevanza, ma il modo di procedere a passo di granchio delle aziende cinesi in direzione di quello che noi saremmo portati a definire un comportamento capitalista, più che un comportamento non capitalista, è di gran lunga più evidente di qualsiasi altra evoluzione lo Stato cinese stia compiendo in direzione della democrazia.

La mancanza di una qualsiasi chiara alternativa ideologica significa che il capitalismo è al sicuro per gli anni a venire? Tutt’altro. Al trionfo senza precedenti del capitalismo globalizzato, negli ultimi venti anni si sono accompagnate nuove minacce che si proiettano sul suo stesso futuro. Non sono esattamente le famose "contraddizioni" individuate da Marx, ma potrebbero essere addirittura più gravi. Tanto per cominciare, la storia del capitalismo negli ultimi cento anni difficilmente regge all’opinione secondo cui sarebbe un sistema in grado di auto-correggersi automaticamente. Come fa notare George Soros (che dovrebbe saperne qualcosa), oggi i mercati globali sono più che mai costantemente instabili, sempre più spesso sull’orlo di un’instabilità maggiore. Ripetutamente sono stati necessari ben visibili interventi e correttivi politici, fiscali e legali per integrare la mano invisibile del mercato. Quanto più grande esso diventa, tanto più pesantemente può crollare.

Una petroliera è più stabile di una barchetta a vela, ma se le paratie interne della petroliera si squarciano e il greggio inizia a riversarsi da una parte all’altra durante una tempesta, ci sono i presupposti per un disastro di proporzioni immani. Sempre più spesso, il capitale mondiale è come il petrolio racchiuso all’interno di un’unica gigantesca petroliera, che ha sempre meno paratie interne in grado di evitare che si verifichino fuoriuscite.

C’è poi l’aspetto delle ineguaglianze. Una caratteristica del capitalismo globalizzato pare essere il fatto che esso premia in maniera sproporzionata i suoi protagonisti, non soltanto nella City londinese, ma anche a Shanghai, a Mosca e a Mumbai. Quali saranno le ripercussioni a livello politico del fatto che nei Paesi nei quali la maggioranza della popolazione è ancora infinitamente povera vi sarà un numero ristretto di persone infinitamente ricche? Nelle economie più avanzate, come Gran Bretagna e America, una middle-class ragionevolmente benestante, con un tenore di vita individuale che migliora piano piano, può essere meno infastidita da un gruppetto di super-ricconi, le cui pagliacciate per lo più forniscono loro una consueta razione di diversivi in formato tabloid. Tuttavia, se un buon numero di persone della middle-class inizia a percepire che ci sta rimettendo davvero qualcosa in quel medesimo processo di globalizzazione che rende schifosamente ricca quella manciata di gestori di capitali, che pratica al contempo l’outsourcing in India dei posti di lavoro della middle-class, allora potrebbe scatenarsi una reazione violenta. Per farsi un’idea di ciò che potrebbe accadere, si segua Lou Dobbs, alla Cnn.

Più di ogni altra cosa, però, c’è l’inevitabile e insolubile problema che questo pianeta non può sostentare sei miliardi e mezzo di persone e far sì che vivano come vivono oggi i consumatori della middle-class del suo ricco Nord. Nel volgere di soli pochi decenni potremmo aver esaurito i combustibili fossili che hanno impiegato 400 milioni di anni per accumularsi, e in conseguenza di ciò per di più avremo alterato il clima terrestre. Sostenibilità sarà anche una parola grigia e noiosa, ma è pur sempre l’unica vera e grande sfida odierna al capitalismo globale. Per quanto ingegnosi possano essere i moderni capitalisti nell’individuazione di tecnologie alternative – e saranno molto ingegnosi - da qualche parte, su tutta la linea, questo significherà che i più ricchi consumatori si dovranno adattare a sempre di meno, invece che a sempre di più.

Marx pensava che il capitalismo si sarebbe imbattuto nel problema di reperire i consumatori per i beni e gli articoli che le tecniche di produzione in costante miglioramento avrebbero consentito di sfornare in grandi quantità. Invece, è diventato esperto in un inedito ramo della produzione industriale: la creazione di desideri. La genialità del capitalismo moderno è che non solo mette a disposizione dei consumatori quello che vogliono, ma in più arriva addirittura a far sì che essi vogliano quello che esso ha da dar loro. Ed è proprio questa logica di fondo di desideri che si espandono a dismisura ad essere insostenibile su scala globale. E nondimeno: siamo davvero pronti a farne a meno? Siamo lieti di coibentare i nostri loft, di riciclare i giornali e di andare al lavoro in bicicletta, ma siamo effettivamente disposti ad accontentarci di meno affinché altri abbiano di più? Posso dire di esserlo? E voi, lo siete?

(Traduzione di Anna Bissanti)

Oggi la terra conta 6,5 miliardi di persone. I demografi avevano ben previsto questa cifra, ma avevano parlato di 15 miliardi per il 2050. Questa previsione è ora rivista al ribasso: gli abitanti del pianeta saranno «solo» tra gli 8 e i 9 miliardi a metà secolo. Da ieri fino al 23 luglio, sono riuniti a Tours circa 2mila specialisti provenienti da 110 paesi, per il congresso che ha luogo ogni 4 anni, organizzato dall'Unione internazionale dei demografi. Dagli scambi che avranno luogo a Tours dovrà venir fuori un panorama degli anni a venire. Intanto, è già possibile dire che la crescita demografica sarà ineguale: attualmente, il 95% dell'aumento di popolazione ha luogo nelle regioni meno sviluppate e il 5% in quelle industrializzate. Ma già oggi, più della metà della popolazione mondiale vive in paesi a debole fecondità (al di sotto di 2,1 bambini per donna): si tratta di un fenomeno nato nei paesi ricchi, ma che ha toccato più in fretta del previsto quelli in via di sviluppo. Nel 2050, la popolazione dei paesi ricchi sarà in diminuzione, all'incirca 1 milione di persone in meno l'anno, mentre quella dei paesi in via di sviluppo crescerà di 35 milioni l'anno, 22 dei quali nei paesi meno avanzati. L'11% della popolazione mondiale che abiterà nei 50 paesi meno avanzati sarà responsabile di un quarto della crescita demografica mondiale nel 2050.

L'Africa ancorat raumatizzata. La maggior parte dei paesi meno favoriti si trova in Africa. Le previsioni per questo continente sono complesse. Da un lato, la fecondità dell'Africa sub-sahariana è ancora molto forte, superiore a 5 bambini per donna. Ma dall'altro, questa regione è la più colpita al mondo dall'aids e da un'alta mortalità infantile. In Africa australe, la speranza di vita è crollata da 62 anni del periodo 1990-1995 a 48 anni per il 2000-2005 (34 anni in Mozambico, paese dove è la più bassa al mondo). I demografi prevedono quindi una crescita demografica nulla per il periodo 2005-2015 in Africa australe. Complessivamente, la popolazione africana dovrebbe aumentare dagli 0,8 miliardi attuali a 1,9 miliardi nel 2050.

Invecchiamento progressivo. Oggi sono le giapponesi a battere il record mondiale di longevità: 85 anni di speranza di vita. In Europa, le francesi e le spagnole sono già a 84 anni. Il fenomeno, che è una delle principali novità di questi ultimi anni, sarà in crescita dappertutto, Africa sub-sahariana esclusa. Lo spopolamento, già nel periodo 2000-2005, ha riguardato 17 paesi sviluppati. Questo fenomeno dovrebbe riguardarne 51 entro il 2050, a cominciare da Germania, Italia, Giappone e la maggior parte dei paesi dellex Urss. Mentre la popolazione dei paesi sviluppati dovrebbe restare stabile, intorno all'1,2 miliardi, la proporzione delle persone con più di 65 anni dovrebbe passare dal 15% attuale al 26% a metà secolo. Soltanto il saldo migratorio positivo - 98 milioni previsti entro il 2050, cioè 2,2 milioni in media l'anno - potrà compensare il saldo negativo delle nascite rispetto alle morti. Ma l'invecchiamento possibile maschera una crescita delle ineguaglianze: non solo tra Nord e Sud, ma anche « all'interno di uno stesso paese - afferma Jacques Vallin direttore dell'Ined francese - dove lo scarto aumenta tra diverse categorie sociali. Lo si vede bene nella lotta contro le malattie cardio-vascolari». Nei due giganti, Cina e India, la situazione non evolverà allo stesso modo: oggi rispettivamente con 1,3 e 1,1 miliardi di abitanti, la posizione si rovescierà quando nel 2030 l'India (che ha un tasso di natalità più alto della Cina, 2,9 contro 1,7) avrà superato la Cina. Nel 2050, l'India dovrebbe avere 1,6 miliardi di abitanti, contro 1,4 miliardi in Cina, paese che vive oggi uno squilibrio demografico tra uomini e donne, dovuto agli effetti della politica del figlio unico, in un paese dove la preferenza va ai figli maschi. L'India, inoltre, avrà una popolazione più giovane di quella cinese: nel 2052, in India, gli abitanti dai 65 anni in su saranno il 15% della popolazione (sono oggi il 5%, mentre in Cina saliranno dall'8% attuale al 24%).

L'uomo sarà unurbano. Già oggi, la metà circa dei 6,5 miliardi di abitanti della terra vivino in città. Il fenomeno tocca addirittura l'80,2% in America del nord. I demografi prevedono che l'esodo rurale si generalizzerà, fino a toccare anche nel mondo in via di sviluppo il tasso dei paesi industrializzati, che equivale ai tre quarti della popolazione ormai urbana. Lagos, in Nigeria, è passata dagli anni `70 a oggi da 1 a 16 milioni di abitanti. Oggi in Europa, il 73% della popolazione vive in città, contro solo il 40% in Asia. Ma in Europa la popolazione urbana rappresenta 531 milioni di abitanti, mentre in Asia è di un miliardo e 562 milioni. Con un tasso di crescita urbana inferiore allo 0,1% in Europa e del 2,7% in Asia. Una vera sfida all'umanità, che dovrà ripensare le città, per renderle meno divoratrici di energia, meno inquinanti, più vivibili.

La Francia in testa. In Europa, è la Francia, con l'Irlanda, ad avere il più alto tasso di natalità, con 1,9 bambini per donna. In Germania, una donna su quattro nata nel `60 non ha figli, contro solo il 14% in Francia. E le francesi hanno uno dei più alti tassi di attività lavorativa in Europa: l'80% tra 24 e 49 anni e con bambini al sotto di 3 anni lavora. Politica degli asili nido e della scuola materna ormai dai 2 anni gratuita, centri di vacanze molto diffusi, mense in tutte le scuole, sovvenzioni e sgravi fiscali notevoli per le famiglie, fin dagli anni di Giscard d'Estaing. Ma anche una politica che ha favorito non solo le nascite fuori del matrimonio (il 50% dei bambini nati in Francia), ma anche la famiglia monoparentale, una donna sola con figli non ha nessun problema di accettazione sociale. Una questione di mentalità, che dà i suoi frutti.

Quando lo scorso anno due studi hanno descritto come il centro di ricerca della Banca Mondiale avesse sistematicamente manipolato i dati per dimostrare che le riforme neoliberiste sul mercato stessero promuovendo la crescita e riducendo la povertà nei paesi in via di sviluppo non ci fu nessuna reazione di sorpresa da parte dei «circoli» intellettuali, economici e politici che si occupano di politiche dello sviluppo. Gli sconvolgenti risultati dell'analisi svolta dal Robin Broad dell'American University e il rapporto di Angus Deaton della Princeton University e dell'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Ken Rogoff erano l'ultimo atto del collasso di ciò che è stato chiamato Washington Consensus.

Imposto ai paesi in via di sviluppo attraverso la formula dei programmi di «aggiustamento strutturale» finanziati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, il Washington Consensus ha regnato fino ai tardi anni '90 quando fu evidente che l'obiettivi perseguito - crescita sostenuta, riduzione della povertà e dell'ineguaglianza - era lungi dall'essere raggiunto. Ed è proprio alla metà di questo decennio che il «consenso» viene meno. Il neoliberismo rimane sempre lo «standard», ma molti economisti e tecnocrati hanno ormai perso fiducia in esso.

Washington Consensus Plus

Coscienti dei fallimenti del Washington Consensus, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale stanno ora promuovendo quello che il premio Nobel Joseph Stiglitz ha chiamato con sdegno il Washington Consensus Plus, in base al quale le riforme a favore del libero mercato che pur erano indispensabili non sono state da sole sufficienti. Le riforme finanziarie, per esempio, devono avere sequenzialità, se si vuole evitare debacle come le crisi finanziarie asiatiche degli anni Novanta. Memori della discesa della Russia nel capitalismo mafioso degli anni '90, le due istituzioni ora parlano anche dell'importanza di accompagnare la riforma del mercato con riforme legali e istituzionali che possano far rispettare proprietà privata e contratti. Tra gli altri principi che devono accompagnare gli «aggiustamenti strutturali» ci sono la «buona gestione» e politiche per «sviluppare il capitale umano».

Il mix di riforme istituzionali e sostegno al libero mercato è stato consolidato nei primi anni di questo decennio nei cosiddetti «Programmi strategici per la riduzione della povertà» (in inglese la sigla è Prsp, n.d.r.). Contrariamente a quello che un analista ha definito «neoliberalismo a pugno nudo», i Prsp sono infatti liberal per quanto riguarda i processi decisionali, che devono vedere una consultazione tra le diversi parti interessate tra cui le organizzazioni della società civile. Questo non significa che l'obiettivo dei «programmi contro la povertà» sia diverso da quello del suo antenato - liberalizzazione, deregulation, privatizzazione e commercializzazione della terra e delle risorse -, ma si propone di raggiungerlo attraverso il limitato coinvolgimento delle comunità «interessate». Un coinvolgimento mediato però da organizzazioni non-governative di matrice liberal piuttosto che attraverso la partecipazione dei movimenti sociali. I Psrp sono dunque programmi di aggiustamento strutturale di seconda generazione che cercano di ammorbidire l'impatto negativo delle riforme.

Neoliberismo neoconservatore

Un secondo erede del Washington Consensus è il «neoliberaismo neoconservatore», un approccio che orienta l'operato dell'amministrazione Bush e che ha avuto il suo battesimo con il famoso rapporto del 2000 stilato dalla commissione del Congresso sulle istituzioni multilaterali guidata da Alan Meltzer. Il rapporto sostiene - quantomeno a livello di retorica - una riduzione del debito delle nazioni più povere per dirottare le risorse finanziarie derivanti dalla riduzione del debito alla costituzione di specifici «fondi a concorso». Inoltre, i «fondi a concorso» consentono un coordinamento delle riforme a favore del libero mercato in accordo con la «sicurezza nazionale» statunitense e le strategie delle multinazionali americane.

La «buona» e «cattiva» sinistra

C'è anche un terzo erede del Washington Consensus. Si tratta del «neostrutturalismo», un approccio che viene associato alla Commissione Economica per l'America Latina (Cepal). Secondo la teoria neostrutturalista le politiche neoliberiste sono state troppo costose e a lungo termine non produttive. Per i sostenitori di questo approccio equità e crescita non si escludono a vicenda e potrebbero operare in piena «sinergia». Una minore ineguaglianza dovrebbe infatti sostenere la crescita economica, perché garantisce stabilità politica e macroeconomica, aumenta la capacità di risparmio dei poveri, innalza i livelli di educazione ed espande la domanda aggregata.

I neostrutturalisti propongono quindi politiche di redistribuzione del reddito attraverso politiche sanitarie, educative e abitative. Questo è il tipo di programmi che caratterizza quella che l'opinionista messicano Jorge Castaneda ha chiamato la «buona sinistra» dell'America Latina, riferendosi al governo di Lula in Brasile e all'alleanza governativa «Concertacion» in Cile. Concentrandosi sui trasferimenti per proteggere e potenziare la capacità dei poveri, l'approccio neostrutturalista non interferisce con le forze del mercato al livello di produzione, diversamente dalla linea della «cattiva sinistra» (Hugo Chavez e altri) che interviene direttamente nella produzione e nelle politiche salariali. I neostrutturalisti abbracciano la globalizzazione, e sostengono che un obiettivo chiave delle loro riforme è rendere i paesi più competitivi a livello globale. Siccome le riforme neostrutturaliste puntano a ridurre le disparità di reddito sono considerate una strada per rendere la globalizzazione più appetibile se non popolare.

Secondo l'economista cileno Fernando Leiva le politiche neostrutturaliste rappresentano tuttavia un «paradosso eretico»: la ricerca di una competitività generale da parte delle economie nazionali hanno infatti condotto «alla consolidazione politico-economica delle pratiche neoliberiste». In fondo, il neostrutturalismo come il Washington Consensus Plus non sovvertono il neoliberismo, piuttosto ne mitigano la povertà le ineguaglianze. I programmi mirati anti-povertà del governo Lula possono certamente aver ridotto le fila dei «miserabili», ma l'istituzionalizzazione delle politiche neoliberiste continuano comunque a produrre produrre povertà, ineguaglianza e stagnazione nella più grande realtà economica dell'America Latina.

Socialdemocrazia globale

Accanto al neostrutturaliamo e il neoliberismo neoconservatore ha preso forma e si è sviluppata la «socialdemocrazia globale», un approccio che viene identificato con l'economista Jeffrey Sachs, il sociologo David Held, il premio Nobel Joseph Stiglitz e la ong britannica Oxfam. Diversamente dai tre approcci precedenti, questa prospettiva ammette il fatto che la crescita e l'equità possono essere in conflitto e pone l'equità chiaramente al di sopra della crescita. Questo approccio mette inoltre in dubbio una tesi centrale del neoliberismo, cioè che la liberalizzazione del commercio sia benefica a lungo termine.

Stiglitz sostiene infatti che, nel lungo periodo, la liberalizzazione del commercio potrebbe condurre a una situazione in cui «la maggior parte dei cittadini è messa peggio». Infine i socialdemocratici globali chiedono cambiamenti fondamentali nelle istituzioni e nelle regole della governance globale come l'Fmi, il Wto, e gli accordi sulla proprietà intellettuale per fini commerciali (Trip). David Held, ad esempio, chiede «la riforma, se non l'abolizione completa degli accordi Trip», mentre Stiglitz dice che «i paesi ricchi dovrebbero aprire i mercati ai paesi più poveri, senza reciprocità e senza porre condizioni politiche ed economiche».

I socialdemocratici globali vedono infine nel movimento anti-globalizzazione un alleato, che Sachs ringrazia «per aver messo alla luce le ipocrisie e gli evidenti fallimenti della governance globale e per aver messo fine ad anni di auto-celebrazione dei ricchi e dei potenti». Ma la globalizzazione è però il punto sul quale i socialdemocratici globali pongono il loro aut aut. Questo perché similmente al neoliberismo della prima ora, al Washington Consensus Plus, al neoconservatorismo statunitense e al neostrutturalismo la socialdemocrazia globale vede nella globalizzazione un fenomeno che se fosse gestito bene porterebbe benefici ai più.

I socialdemocratici globali vedono infatti se stessi come i salvatori della globalizzazione, temendo che la sua crisi provochi un ritorno al passato. Di fronte al questa eventualità ricordano le conseguenze nefaste della turbolenta inversione della prima ondata di globalizzazione dopo il 1914. Per Sachs, Held e Stiglitz, il mondo ha dunque bisogno di una globalizzazione socialdemocratica o «illuminata» in cui l'integrazione globale del mercato vada avanti, ma sia gestita in modo equo e sia accompagnata da una progressiva «integrazione sociale globale».

Ci sono diversi problemi che derivano da questa adesione alla globalizzazione da parte della socialdemocrazia globale. Prima di tutto, è discutibile che la rapida integrazione dei mercati e della produzione - l'essenza della globalizzazione - possa avere luogo al di fuori di una cornice neoliberista il cui precetto centrale è abbattere i muri delle tariffe doganali ed eliminare le restrizioni agli investimenti. In secondo luogo, è ugualmente discutibile che, se si potesse pensare a una globalizzazione in regime di equità sociale, questa dovrebbe essere effettivamente desiderabile. Le persone desiderano veramente essere parte di un'economia globale funzionalmente integrata dove scompaiono le barriere tra il nazionale e l'internazionale? Non preferirebbero invece essere parte di sistemi economici che possano essere controllati a livello locale e che siano protetti dall'andamento ondivago dell'economia internazionale? La reazione contro la globalizzazione non dipende infatti solo dalle ineguaglianze e dalla povertà che essa ha creato ma anche dal sentire di uomini e donne che hanno perso ogni parvenza di controllo sull'economia a favore di forze internazionali impersonali. Uno dei temi che riecheggiano maggiormente nel movimento antiglobalizzazione è la richiesta di bloccare la crescita finalizzata alle esportazioni e la creazione di strategie di sviluppo tanto a livello locale che globale, all'interno però di una regolamentazione dell'economia.

La sfida perduta

Il problema fondamentale con gli eredi del Washington Consensus è la loro incapacità di radicare la loro analisi nelle dinamiche del capitalismo come sistema di produzione. In questo modo essi non sono in grado di vedere che la globalizzazione neoliberista non è una nuova fase nell'evoluzione del capitalismo ma un tentativo disperato e fallimentare di superare le crisi di sovraccumulazione, sovrapproduzione e stagnazione che hanno colpito le economie capitalistiche centrali a partire dalla metà degli anni '70. Rompendo il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro nato nel secondo dopoguerra ed eliminando le barriere nazionali al commercio e all'investimento, le politiche economiche neoliberali hanno cercato di invertire la tendenza alla crisi dello sviluppo economico e dei profitti.

Questa «fuga verso il globale» ha avuto luogo sullo sfondo di un processo conflittuale più ampio segnato da una rinnovata competizione inter-imperialista tra i principali centri di potere capitalistico, l'ascesa di nuove centri capitalistici, la destabilizzazione ambientale, un'ulteriore sfruttamento del Sud - quello che David Harvey ha chiamato «accumulazione per espropriazione» - e una resistenza che emerge tutt'intorno.

La globalizzazione ha fallito nel fornire al capitale una via d'uscita dalle sue crisi di accumulazione. Con il suo fallimento, ora vediamo le élite capitaliste che la abbandonano per ritornare a strategie nazionali di protezione e competizione con il sostegno dello stato per il controllo dei mercati e le risorse globali, con la classe capitalista statunitense che fa da apripista. Questo è il contesto che Jeffrey Sachs e altri socialdemocratici non riescono a comprendere quando propongono la loro utopia: la creazione di un «capitalismo globale illuminato» che dovrebbe «umanizzare» la globalizzazione.

Il tardo capitalismo ha un irreversibile logica distruttiva. Invece che impegnarsi nel compito impossibile di umanizzare un fallito progetto globalista, la sfida urgente che ci sta di fronte è gestire il ritiro dalla globalizzazione in modo che non provochi la proliferazione di conflitti incontrollabili e sviluppi destabilizzanti come quelli che segnarono la fine della prima ondata di globalizzazione nel 1914.

Traduzione di Paolo Gerbaudo

Walden Bello, Un intellettuale organico da Antonio Gramsci al network «Focus on the Global South»

La vita di Walden Bello è segnata dal tentativo di coniugare la sua attività di studioso e di attivista. D'altronde quella dell'intellettuale organico è una figura che ben conosce, visto che la sua tesi di laurea è sulla figura di Antonio Gramsci. Nato a Manila, dopo la laurea si è trasferito negli Stati Uniti dove ha conseguito il dottorato in sociologia presso l'Università di Princeton. Incarcerato più volte nelle Filippine di Marcos è stato bandito dal suo paese per oltre venti anni. Dopo la caduta della dittatura è tornato nel suo paese, dove ha continuato la sua militanza accanto al movimento sindacale e ai gruppi a difesa dei diritti umani. Le sue riflessioni sull'economia asiatica sviluppate in più libri e all'interno del network di studiosi «Focus on the Global South» sono diventate un punto di riferimento per i movimenti sociali di quell'area. In Italia sono stati pubblicati «Domination» (Nuovi Mondi), «Il futuro incerto», «Lavittoria della povertà», «Deglobalizzazione» (tutti pubblicati da Baldini Castoldi Dalai editore).

Gli scienziati dell'ambiente riuniti a Parigi stanno chiedendo ai governi di approntare piani per attenuare il surriscaldamento del pianeta. Jaques Chirac ha organizzato per il 2 ed il 3 febbraio un congresso internazionale sulla governance ambientale planetaria. Mi permetto di giudicare sin d'ora: sarà aria fritta. La crescita sostenibile è fumo negli occhi. Se il problema è effettivamente grave, la risposta non può essere che in termini pianificatori, volti a cambiare la composizione merceologica della produzione e a stabilire criteri diversi per quanto riguarda accumulazione e profitto.

Riprendiamo un lucido articolo del compianto Paolo Sylos Labini sull'Unità dell'8 settembre 2003 intitolato «se la sinistra ha il coraggio dell'Utopia». Scriveva Sylos Labini che contro la saggezza convenzionale «occorre mettere all'ordine del giorno l'obiettivo della crescita zero». Tuttavia «...la crescita zero può affermarsi man mano che viene abbandonato l'ideale tipicamente piccolo-borghese di rincorrere a tutti i costi i soldini, un ideale che oggi domina il comportamento delle classi medie e di un'ampia fetta della classe operaia - sempre più minoranza e sempre meno classe». L'altra faccia della medaglia del discorso di Sylos consiste nel fatto, teoricamente ed empiricamente fondato, che un'economia che viaggia verso la crescita zero implica un tasso di profitto calante e tendente a zero. Si potranno forse cambiare i desideri di consumo delle classi di reddito medio-basse, ma dal lato capitalitistico non si potrà mai cambiare l'obiettivo di un tasso di profitto sostenuto.

Quest'aspetto elementare del marxismo viene rafforzato dal conflitto ambiente-accumulazione. Oggi mentre scienziati, politici e multinazionali del petrolio parlano di ambiente, mostrandosi al pubblico come entità responsabili e consapevoli, le società finanziarie - pienamente integrate ed appoggiate dalle suddette multinazionali - impongono tassi di rendimento di mercato a due cifre, vale a dire di oltre il 10%. E da dove dovrebbe venire tale tasso di rendimento? Ovviamente dalla produzione stessa, ossia dal saggio di profitto estratto dal rapporto produttività-salari. Quindi un'economia a crescita zero dovrebbe esibire un rapporto salari-produttività favorevole ai primi, inconcepibile nel clima politico attuale. Inoltre ogni eventuale scarto favorevole alla produttività dovrebbe essere controbilanciato dalla diminuzione dell'orario di lavoro per evitare la crescita della disoccupazione - cosa che Sylos menziona - e da impieghi volti alla protezione ambientale. Il contrario della dinamica dell'accumulazione finanziaria sostenuta dai Trichet e Padoa Schioppa di turno.

Oltre un decennio fa ascoltai una conferenza di Paul Ralph Ehrlich, uno dei fondatori del pensiero ambientalista. Raramente ho condiviso le sue posizioni che mettono popolazione e natura in conflitto tra loro. Ma una sua frase mi trovò profondamente concorde. Egli osservò che era impossibile mettere in cantiere politiche ambientalistiche senza prima garantire la piena occupazione, notando che innanzitutto la gente si preoccupa, giustamente, della propria esistenza. Oggi con la flessibilità del mercati del lavoro - attuata secondo i criteri dell'accumulazione finanziaria la quale impone la ricerca di saggi di profitto di oltre il 10% - la disoccupazione, attraverso la precarietà, entra marcatamente nella stessa occupazione. Gli occupati part-time sono anche disoccupati part-time: sono milioni in tutta Europa e stanno diventando l'elemento caratterizzante del profilo occupazionale europeo.

Esiste però uno iato tra pensiero sociale ambientalista e problematica della piena occupazione. Un'economia a tasso di accumulazione e profitto tendenzialmente nullo deve essere resa compatibile con la piena occupazione. Nei paesi maturi non ci sono ostacoli strutturali all'unificazione dei due termini, cosa colta da Keynes nel lontano 1936 sebbene allora le capacità produttive pro capite fossero inferiori a quelle attuali. Il problema risiede nel fatto che le istituzioni economiche pubbliche e private del mondo capitalistico maturo militano contro ogni seria e sistematica presa in considerazione della questione ambientale. A questo si aggiunge la situazione dei paesi sottosviluppati, della Cina e dell'India. Quale autorità può arrogarsi il diritto di dire alla Cina e all'India di non raggiungere i 4-500 milioni di auto? E che diritto abbiamo di dire al Brasile o al Kazakhstan di non puntare sullo sviluppo fondato sulle materie prime, quando la loro connessione con l'economia mondiale passa proprio da questi settori?

In meno di un secolo «l'egemonia americana ha lasciato tracce altrettanto particolari, se non altrettanto durature, di quelle che l'impero romano impresse su un arco di quattro secoli. Come il latino, l'estetica classica, il giudeo-cristianesimo, i codici legali e il `pacchetto urbano' di acquedotti, fortificazioni cittadine e colossei, questi residui sono diventati i mattoni e la calce che la gente locale troverà, userà, avrà a disposizione per farsi una ragione e capire l'irresistibile ascesa e inesorabile declino dell'Impero del Mercato». Così si conclude, dopo 480 densissime pagine, il libro Irresistible Empire (appena uscito presso la Belknap Press of Harvard University Press) di Victoria de Grazia, storica della Columbia University. Ma quali sono questi residui così influenti quanto le maestose vie consolari dell'antica Roma? Sono oggetti minuti, quotidiani, che ormai passano inosservati: i carrelli dei supermercati, i detersivi, i dentifrici, i frigoriferi, l'acquisto a rate. Ma ancora più a monte - come il latino - è un linguaggio (quello del cinema, quello della pubblicità), è la cultura, quella del consumo di massa: «Per la maggior parte del `900, la cultura americana del consumo ha agito come una forza rivoluzionaria, e le sue invenzioni sociali e il suo messaggio sul diritto alle comodità sono stati un dissolutore degli antichi legami potente quanto una rivoluzione politica».

L'americano medio

Irresistible Empire ripercorre le tappe con cui gli Stati uniti hanno imposto alle diverse, conflittuali tradizioni europee, un unico modello di consumo e di società, il modo in cui hanno «venduto» al Vecchio continente il proprio impero, innanzitutto riuscendo a «vendere la propria tecnica di vendere». Il libro ci ricorda quanto precoce fu quest'offensiva: già nel 1926 si parlava d'«invasione di Hollywood».

Quel che gli Usa riuscirono a imporre fu il livello di vita americano come «criterio», come standard cui misurare la propria esistenza. Così, quel che de Grazia ci racconta è come rappresentanti di commercio, pubblicitari, attachés commerciali, produttori cinematografici, gestori di supermercati sono riusciti a imprimere nella mentalità europea la definizione stessa di livello di vita. Nel 1929, secondo una ricerca di mercato (altra invenzione statunitense), una famiglia americana di quattro persone (padre, madre, figlio e figlia) spendeva il 12% del proprio reddito in abbigliamento e, per esempio, il marito si comprava ogni anno cinque camicie, due cravatte, due vestiti, 14 paia di calzini di cotone, due paia di scarpe, mentre la mamma si comprava 8 paia di calze (di cui 4 di seta o naylon). A quel tempo una simile ricerca sarebbe stata, ed era, impossibile in Europa, semplicemente perché non esisteva «l'europeo medio». Ma già negli anni `50 il governo francese era costretto a lanciare una ricerca sulle abitazioni del proprio paese per scoprire che solo il 18% degli alloggi francesi era dotato di bagno (contro il 90% negli Usa), che il 76% delle case era senza corrente, il 91% senza frigorifero, il 90% senza lavatrice (e in Italia la situazione era di gran lunga peggiore).

La lavatrice è un ottimo esempio della devastante efficacia delle «Tre S» con cui gli Usa hanno sottomesso l'Europa: standardizzazione, semplificazione, specializzazione. Contro le tre S si sono rivelate impotenti le ricorrenti litanie contro la massificazione, l'anonimato, la perdita dell'originalità individuale: «Meglio vivere in una casa standardizzata, con scaldabagno, riscaldamento centrale e un bagno, piuttosto che in una casa personalizzata, individuale e originale, senza acqua calda, con stanze scaldate a stufa e una vasca di zinco in cantina». Intanto un lettore italiano può riflettere sul fatto che negli Usa «l'anno della lavatrice» fu il 1925 mentre da noi quest'elettrodomestico si diffuse solo negli anni `60. Il fatto è che la lavatrice è resa possibile solo da, e in, una particolare concezione della famiglia e della donna. Qui de Grazia mette in atto il precetto di Michel Foucault cui si richiama esplicitamente: «Affrontare la politica alle spalle e traversare la società in diagonale». L'idea soggiacente è che il soggetto del mercato sia non l'individuo, ma la famiglia: «Già dagli anni `20 era assodato per gli esperti americani di mercato che l'unità familiare era centrale nel consumo di massa, che le donne erano le alacri api dell'innovativo shopping a orientamento familiare e che l'amore familiare era un legame ubiquo e fondamentale che il venditore poteva sfruttare per profitto».

La famiglia fordista

Questa famiglia veniva vista come un'impresa fordista, con i suoi macchinari (elettrodomestici), il suo bilancio, i suoi investimenti, da gestire razionalmente. Di questa famiglia fordista il manager era la donna. Nella famiglia tradizionale europea sarebbe stato impensabile che il marito sparecchiasse o lavasse i piatti, come invece avveniva negli Usa. Qui De Grazia entra in uno dei nodi più delicati dell'offensiva culturale americana e ci mostra come fin dall'inizio essa abbia parlato alle donne facendo balenare loro l'evitabilità del destino di mani screpolate dalla lessiva, di ore e ore ai fornelli (cibi precotti, moulinex, friggitrici, tostapane). Ci mostra che la trascuratezza del socialismo verso gli agi della vita quotidiana è dovuta alla matrice maschile del movimento operaio per cui tra la miseria e l'automobile non c'era nulla, non c'erano fon, né arricciacapelli né aspirapolvere, né lucidatrici, né lavastoviglie. È alla donna che si rivolge la pubblicità. Lei il target che dagli anni `20 prende di mira Eleanor Lansdowne Resor, la grande creativa dell'agenzia J. Walter Thompson (la n. 1 al mondo), dai cui scripts emana «la calma sicurezza che la dimensione della vita contemporanea non comporta la perdita dell'intimità, la pubblicità dei bisogni non comporta la perdita della privacy, né la standardizzazione dei prodotti la perdita dell'individualità». Come dice un testo dell'epoca, «se l'oggetto di studio idoneo per l'umanità è l'uomo, quello idoneo per il mercato è la donna». È quest'immagine di famiglia e di donna che la pubblicità, ma ancor più Hollywood ha imposto al mondo.

La famiglia fordista però può permettersi la lavatrice solo con gli acquisti a rate, un'altra grande invenzione americana: ancora oggi in Germania l'uso della carta di credito è assai difficoltoso. E anche le rate sono possibili solo a un certo livello di stipendio. C'è voluto che le retribuzioni medie dei lavoratori europei raddoppiassero tra la fine della guerra e gli anni '70 perché i consumi di massa si diffondessero. Con le lavatrici e le lavastoviglie, i detersivi diventano per la casa quello che la benzina è per l'auto. Infatti «i detergenti sono merci insolitamente utili per riflettere su processi più ampi, in questo caso niente di meno che il declino e l'ascesa delle grandi potenze».

La rivoluzione degli enzimi

Le grandi tappe della modernità diventano il 1952 (lancio di Omo), 1968 lancio di Ariel (primo detersivo «con gli enzimi»). E proprio nel maggio `68 francese (quei «figli di Marx e della CocaCola» di cui parlava Jean-Luc Godard), uno slogan detersivo - «L'autotrasformazione lava più bianco della rivoluzione» - suscita in de Grazia una riflessione che ci porta al nodo cruciale di Irresistible Empire: «Nello stesso momento, primavera 1968, in cui centinaia di migliaia di giovani attivisti dimostravano, scioperavano, facevano barricate per protestare contro la guerra in Vietnam, per ribellarsi contro lo stato, la scuola, i militari, la chiesa e altre burocrazie autoritarie, e per condannare l'artificiosità, lo spreco e l'alienazione della società dei consumi, tutta un'altra e più vasta mobilitazione procedeva sotto gli slogan delle corporazioni multinazionali: la sua base erano milioni di famiglie, la sua fortezza la casa, la sua utopia pile stirate profumanti di lavatrice».

Il nodo è che la penetrazione, la pervasività della «rivoluzione americana» è stata tale che perfino l'antiamericanismo si esprime oggi in americano. Se oggi in molti campi l'Europa si presenta (o cerca di presentarsi) come un'alternativa agli Stati uniti è grazie all'unificazione dell'Europa che gli Usa hanno compiuto con le armi certo ma anche imponendo un mercato europeo comune. Come la protesta No global si organizza per Internet, cioè attraverso un'invenzione del Pentagono, così la rete Al Jaizeera contrasta il monopolio Usa dell'informazione adottando le tecniche tv americane. Avviene in tutti i campi quel che de Grazia descrive nel primo capitolo sulla diffusione dei Rotary Club in Europa: inventata a Chicago, quest'istituzione si diffonde negli anni '20 anche nella Germania di Weimar dove però la base sociale rotariana è più aristocratica, più intellettuale, meno commerciale, e dove soprattutto il Rotary diventa uno strumento per affermare i valori del «Vecchio continente» contro la massificazione del nuovo: il cerchio si chiude con il cantore della Kultur germanica, Thomas Mann, che era rotariano e scriveva testi per il bollettino del Club.

Non a caso, alla fine del volume, dopo le note e la bibliografia, de Grazia confessa: «Uno scrive sempre lo stesso libro, una questione primordiale che tarla il cervello. Il mio libro è sul potere e le sue due facce - consenso e forza, persuasione e violenza, bastone e carota, soft e hard power». Se gli americani sono riusciti a imporre il loro impero, durante il XX secolo, è stato negando di essere un impero: «l'impero per spasso ( for fun)», «l'impero a invito». La loro cultura ha conquistato il mondo negando di essere cultura (il cinema americano si vede come un'industria, non come un'arte). Hanno propagandato l'America non facendo propaganda («La propaganda attraverso il divertimento» diceva Billy Wilder). «Mentre altri paesi usavano la propaganda per perseguire i loro interessi, con un pesantissimo uso di slogan statali, invece per perseguire la sua missione globale l'America usava la pubblicità, usando essenzialmente mezzi privati, il sofisticato consiglio delle sue industrie della comunicazione».

Tra coercizione e persuasione

Negli anni `50 è l'agenzia J. Walter Thompson che organizza la campagna pubblicitaria per conto della Nato, a colpi di slogan («Buona notte, dormi bene, la Nato ti protegge). «I veri statisti dell'America sono stati John Ford e Walt Disney, il suo diplomatico più prestigioso Paperino».

Irresistible Empire racconta la sinergia, la sagacia, la lungimiranza con cui i vari spezzoni della classe dirigente americana hanno cooperato tra loro per imporre un'organizzazione della produzione- il fordismo in fabbrica -, delle categorie mentali (le Majors di Hollywood come organizzazione fordista dell'immaginario), dell'organizzazione sociale - la famiglia come unità fordista del consumo -, della distribuzione - il supermercato come catena di montaggio dell'acquisto, come grande metafora della democrazia commerciale, dove ogni consumatrice è uguale all'altra consumatrice, ognuna col suo carrello; e infine delle merci - McDonalds è il fordismo e la standardizzazione nell'alimentazione. È illuminante il capitolo sul piano Marshall: in termini di capitale l'aiuto americano rappresentò solo il 5% degli investimenti, ma fu decisiva la sua opera di coercizione politica, d'ingegneria sociale, d'imposizione di un modello.

Il problema è che oggi siamo nell'era del postfordismo e che, secondo molti indicatori (sanità, tempo libero, speranza di vita) l'Europa è davanti agli Stati uniti. Non è più Ford che invade l'Europa con la Taunus, ma sono Toyota, Bmw e Daimler che impiantano fabbriche negli Usa. Persino negli Stati uniti sembra in crisi la cultura dei malls. Sembra esaurita la spinta propulsiva dell'Impero del Mercato, forse perché ha compiuto la sua missione, siamo tutti cittadini americani, i francesi hanno abbandonato la casquette per il berretto da baseball, i turisti italiani si aggirano per Manhattan in scarpe da ginnastica con tute la jogging (griffate), lo star system si riproduce tradotto in tutti gli idiomi locali. Nello stesso tempo, o forse proprio per questo, le «americanate» non sembrano più tanto divertenti e l'impero, da Abu Ghraib a Guantanamo è sempre meno spassoso ( fun).

Che cosa significa

C’è chi crede che cercare una società giusta sia una perdita di tempo - Cosa significa l’invito di Sarkozy a "guadagnare e lavorare di più" - Questo pensiero proclama che è inutile, anzi dannoso, unire le forze per una causa comune - Così si prende di mira la solidarietà sociale e si deride il principio della responsabilità collettiva

Lo scorso giugno, poco dopo la sua elezione a Presidente della Francia, Nicolas Sarkozy ha dichiarato in un’intervista televisiva: «non sono un teorico, non sono un ideologo, non sono certo un intellettuale: io sono uno concreto». Cosa voleva dire con queste parole? Con ogni probabilità voleva dire che crede fermamente in talune convinzioni mentre con altrettanta fermezza ne respinge risolutamente altre.

Dopo tutto ha affermato pubblicamente di essere un uomo che crede «nel fare, non nel pensare» e ha condotto la sua campagna presidenziale invitando i francesi a «lavorare di più e guadagnare di più». Ha detto più volte agli elettori che lavorare più duramente e più a lungo per diventare ricchi è cosa buona. (Si tratta di un invito che i francesi sembrano aver trovato attraente, anche se non l’hanno affatto ritenuto unanimemente sensato dal punto di vista pratico: secondo un sondaggio TBS-Sofres il 39% dei francesi ritiene che sia possibile diventare ricchi vincendo la lotteria, contro il 40% che ritiene che si diventi ricchi grazie al lavoro). Dichiarazioni come queste, se sono sincere, rispettano tutte le condizioni della credenza ed espletano la funzione principale che ci si attende dalle credenze: dicono cosa si deve fare e suscitano fiducia che, così facendo, si otterranno risultati positivi. Manifestano inoltre l’atteggiamento agonistico e partigiano normalmente connesso con una «ideologia».

Alla filosofia di vita di Nicolas Sarkozy manca solo una delle caratteristiche delle «ideologie che abbiamo conosciuto finora», ossia una qualche concezione di una «totalità sociale» che, come suggerito da Emile Durkheim, sia «maggiore della somma delle sue parti», vale a dire diversa, per esempio, da un sacco di patate e quindi non riducibile al cumulo dei singoli elementi in essa contenuti. La totalità sociale non può venire ridotta a un aggregato di individui ciascuno dei quali persegua le sue finalità private e sia guidato dai suoi desideri e dalle sue regole private.

Le reiterate affermazioni pubbliche del Presidente francese suggeriscono invece proprio una riduzione di questo tipo.

Non sembra che le previsioni sulla «fine delle ideologie», comuni e largamente accettate venti-trent’anni fa, si siano avverate o stiano per farlo. Le apparentemente paradossali affermazioni che ho citato indicano invece la sorprendente svolta compiuta oggi dal concetto di «ideologia». In contrapposizione a una lunga tradizione, l’ideologia che viene attualmente predicata dai vertici perché sia fatta propria dal popolo coincide con l’opinione che pensare alla «totalità» ed elaborare concezioni della società giusta sia una perdita di tempo, in quanto irrilevante per i destini individuali e per il successo nella vita. La nuova ideologia non è un’ideologia privatizzata, e del resto tale nozione sarebbe un ossimoro, perché l’erogazione di sicurezza e di fiducia in se stessi che costituisce il principale impegno delle ideologie e la condizione primaria del loro carattere seduttivo sarebbero irrealizzabili senza un’adesione pubblica e di massa. Essa invece è un’ideologia della privatizzazione. L’invito a «lavorare di più e guadagnare di più», invito rivolto agli individui e adatto solo a usi individuali, scalza quelli del passato a «pensare alla società» (o alla comunità, alla nazione, alla chiesa, alla causa). Sarkozy non è il primo che cerca di avviare o di far accelerare tale trasformazione: la precedenza spetta a Margaret Thatcher e al suo memorabile annuncio secondo cui «non esiste qualcosa che si possa chiamare «società»: esistono solo il governo e le famiglie».

Si tratta di una nuova ideologia per la nuova società individualizzata, a proposito della quale Ulrich Beck ha scritto che uomini e donne, in quanto individui, dovranno adesso trovare soluzioni individuali a problemi creati dalla società e implementare individualmente tali soluzioni con l’aiuto di capacità e risorse individuali. Questa ideologia proclama che è inutile, anzi controproducente, unire le forze e subordinare le azioni individuali a una «causa comune». Essa prende di mira la solidarietà sociale; deride il principio della responsabilità comune per il benessere dei membri della società considerandolo fondamento dello «Stato assistenziale»; ammonisce che prendersi cura degli altri è la ricetta per creare l’aborrita «dipendenza».

Si tratta anche di un’ideologia fatta a misura della nuova società di consumatori. Essa rappresenta il mondo come un deposito di oggetti di potenziale consumo, la vita individuale come una perpetua ricerca di transazioni aventi per scopo la massima soddisfazione del consumatore e il successo come un incremento del valore di mercato degli individui. Largamente accettata e saldamente accolta, essa liquida le sue antagoniste con un secco «non esistono alternative». Avendo così ridimensionato i suoi avversari, essa diviene, per usare la memorabile espressione di Pierre Bourdieu, veramente pensée unique. Almeno nella parte ricca del pianeta la posta in gioco in questa spietata concorrenza tra individui non è la sopravvivenza fisica, e nemmeno la soddisfazione dei bisogni biologici primari necessari alla sopravvivenza; né il diritto di affermare se stessi, di darsi i propri obiettivi e di decidere che tipo di vita si vorrebbe vivere.

Esercitare tali diritti viene ritenuto, viceversa, un dovere di ogni individuo.

Si parte inoltre dal presupposto che tutto ciò che accade agli individui sia conseguenza dell’esercizio di questi diritti oppure di gravissimi errori in tale esercizio, fino al suo blasfemo rifiuto. Così tutto ciò che accade agli individui viene comunque definito retrospettivamente come dovuto alla responsabilità dei singoli. Ciò che è ora pienamente e veramente in gioco è il «riconoscimento sociale» di quelle che vengono viste come scelte individuali, ovvero della forma di vita che gli individui praticano (per scelta o per forza). «Riconoscimento sociale» significa accettazione del fatto che l’individuo che pratica una certa forma di vita conduce un’esistenza degna e decente, e per questo motivo merita il rispetto dovuto e prestato agli altri individui degni e decenti.

L’alternativa al riconoscimento sociale è la negazione di dignità, cioè l’umiliazione, e questo sentimento nutre risentimento. E corretto affermare che in una società di individui come la nostra questa sia la più velenosa e implacabile forma di risentimento che i singoli possono provare, nonché la più comune e prolifica causa di conflitto, di ribellione e di sete di vendetta. Negazione del riconoscimento, rifiuto di prestare rispetto e minaccia di esclusione hanno rimpiazzato sfruttamento e discriminazione, divenendo le formule più comunemente usate per spiegare e giustificare lo scontento che gli individui provano nei confronti della società o di quei settori e aspetti della società cui essi sono direttamente esposti (personalmente o attraverso i media) e di cui fanno esperienza di prima mano. Ciò non vuol dire che l’umiliazione sia un fenomeno nuovo, specifico dell’attuale forma della società moderna, perché al contrario essa è antica quanto la socialità e la convivenza tra gli uomini. Vuol dire però che nella società individualizzata di consumatori le più comuni ed «eloquenti» definizioni e spiegazioni delle afflizioni e dei disagi che derivano dall’umiliazione hanno rapidamente spostato, o stanno spostando, il proprio riferimento dal gruppo e dalla categoria alle singole persone. Invece che essere attribuite all’ingiustizia o al cattivo funzionamento dell’organismo sociale, cercando dunque rimedio in una riforma della società, le sofferenze individuali tendono a essere sempre più percepite come risultato di un’offesa personale, di un attacco alla dignità personale e alla stima di sé, invocando dunque una reazione personale o una vendetta personale. Questa ideologia, come tutte le ideologie a noi note, divide l’umanità. Ma in più essa genera divisione anche tra chi le presta fede, dando capacità a qualcuno e rendendo tutti gli altri incapaci. In questo modo essa inasprisce il carattere conflittuale della società individualizzata/privatizzata.

Depotenziando le energie e neutralizzando le forze che potenzialmente sarebbero in grado di intaccarne il fondamento, questa ideologia conserva tale società e rende più fievoli le prospettive di un suo rinnovamento.

(traduzione di Daniele Francesconi)

In movimento per l'altra Africa

di Cinzia Gubbini

Una marcia di decine di migliaia di persone dallo slum di Kibera apre il Forum sociale mondiale. Nel mirino guerre, povertà e sfruttamento delle risorse. Tante donne e bambini, il ruolo decisivo dei cattolici

Alle dieci di mattina alle porte di Kibera, il più grande slum africano, è già pieno di bandiere. Un evento certamente eccezionale per questa parte della città di Nairobi, per un giorno simbolo di tutti i poveri e gli sfruttati della terra: e qui i poveri e gli sfruttati ci sono veramente, e non solo per un giorno. E' partita proprio dall'ingresso dello slum - qualcuno si è anche inoltrato all'interno per fare un po' di pubblicità all'iniziativa, per altro piuttosto sconosciuta agli abitanti di Kibera - la marcia che ieri ha aperto ufficialmente il settimo Forum sociale mondiale, per la prima volta ospitato in un paese africano. Un corteo attraverso le strade della città che ha fatto impazzire il traffico ancora più del solito, fino a raggiungere Uhuru park, il parco della liberazione, che si trova nel pieno della city, dove sorgono tutte le banche, le istituzioni e i grandi hotel in cui risiedono la maggior parte delle delegazioni occidentali.

Già alla partenza il colpo d'occhio restituisce la cifra caratterizzante di questo forum: a farla da padrone sono le donne e i bambini. Aprono la marcia ma in realtà sono dappertutto, e l'età media è vertiginosamente bassa, riequilibrata dalla presenza degli attivisti del «vecchio continente». I bambini sono venuti o con le organizzazioni ecclesiastiche o con le associazioni che si battono per un'educazione gratuita e universale.

Quelli in prima fila indossano magliette più grandi di loro che dicono «Kibera for peace», lo stesso slogan dello striscione appeso al camion da cui scorrono musica e parole. Le donne sono le leader di movimenti civili che attraversano l'intera Africa. La loro lotta è soprattutto legata al riconoscimento di pari diritti nella proprietà della terra. Ci sono anche le donne Masai: «Ci hanno negato l'istruzione, ci negano la proprietà della terra, vorrebbero che le uniche cose di nostra proprietà fossero queste collane», dice Esther Dapash, una di loro.

Lungo la via è tutto uno scambiarsi di indirizzi e numeri di telefono, «il forum sociale serve per conoscersi», dice una donna, anche se il tentativo degli organizzatori è che questi appuntamenti non siano più soltanto un modo per fare conoscenza ma per non perdersi di vista tra un forum e l'altro, così da costruire una rete in grado di costruire mobilitazioni comuni.

I numeri non sono quelli degli altri social forum, ma in realtà tutti quanti sorridono perché infine è una gran bella marcia che mette insieme - molto più che a Porto Alegre - mille facce diverse: sfilano anche i cammelli, con un panno in testa per ripararsi dal sole cocente (qui è piena estate); sventolano in alto le bandiere del movimento dei saharawi, con i loro abiti tradizionali, che si mischiano ai militanti di via Campesina, l'organizzazione degli agricoltori sudamericana; ci sono i palestinesi, qualcuno innalza il cartello «non attaccate l'Iran». Mentre a indossare un cappello che dice «stop agli slum» è un signore thailandese, presidente di un'associazione che lotta contro l'espulsione dalle città delle persone povere e per il diritto alla casa. «Bisogna lottare insieme contro la politica neoliberista, che impedisce a chi non è inserito nel mercato di poter vivere nelle città e di avere un tetto sicuro sopra la testa», dice, mentre viene sorpassato da un bambino di Korogocho, un altro degli slum di Nairobi, quello in cui ha vissuto per 12 anni il comboniano italiano Alex Zanotelli.

Sfilano anche le donne del Green belt movement, l'associazione fondata da Wangari Maathai, l'ambientalista kenyana che pianta gli alberi e che per questo ha ricevuto un Nobel per la pace, attesa in questi giorni allo stadio Kazarani dove si svolgeranno le migliaia di seminari. Si incontrano parecchie persone con il cartello «pianta un albero». Ma c'è anche un bambino che ne innalza uno fatto in casa che dice: «Diritto ai vestiti».

L'arrivo a Uhuru park è una vera esplosione, alla fine si conteranno almeno 20 mila persone. Le collinette davanti al parco sono piene di gente che balla per ore. Kenzo, studente coreano, se ne sta da una parte immobile, con la sigaretta in bocca, a godersi lo spettacolo. Spiega che dalla Corea sono arrivati in venti, che anche da loro il movimento dei contadini è molto forte, ma che la sua associazione si batte soprattutto per impedire che vengano introdotti contratti flessibili sul lavoro: «Hai presente la Francia?». Anche le lotte a volte si globalizzano.

Il palco è monopolizzato dalle donne: sono loro che presentano gli interventi e scaldano la folla. Gli interventi sono aperti da Wakaka Kikawa, una delle leader del movimento civile kenyano: «Il capitalismo sta violando i diritti delle persone in ogni paese. Dobbiamo combatterlo insieme. L'organizzazione internazionale del commercio, che sta per riunirsi di nuovo a Davos, deve uscire dall'agenda». Applaude con fervore un frate francescano, fra' Rodrigo, che lavora con via Campesina in Brasile. Dice di non sentirsi a disagio in un movimento anticapitalista. Anzi: «Mi sembra giusto, visto che il capitalismo è sinonimo di sfruttamento e povertà».

Le chiese sono un altro punto forte, fortissimo, del social forum africano. Ce n'è per tutti i gusti: sotto il palco arrivano un centinaio di persone, uomini e donne, vestiti di bianco, che si muovono a passi piccolissimi e a ritmo di musica. E' l'organizzazione delle chiese africane. In quel momento sta parlando uno dei fondatori del social forum , il brasiliano Chico Whitaker, che è costretto a fermarsi e ad aspettare che la minimarcia si concluda. Poco dopo è la volta dell'Italia, con Flavio Lotti della Tavola della pace che chiede scusa «per tutto quello che gli europei hanno fatto, continuano a fare e per tutto quello che invece non fanno». Poco prima c'era stato il momento forse più emozionante: l'arrivo della delegazione dei veterani Mau Mau, il movimento kenyano che ha combattuto contro i colonialisti inglesi. Donne e uomini ormai anziani, alcuni vestiti poveramente, lo sguardo mai basso. «Fateli passare», dice la donna al microfono, «queste sono persone che hanno combattuto veramente per la libertà. E' da loro che dobbiamo prendere esempio». E la piazza esplode in un applauso.

Pochi insegnanti e ancora meno mezzi Ma la scuola per i poveri è d'eccellenza

Nella Olympic school dello slum più grande di tutta l'Africa. Dove un pugno di docenti tenta di dare un'educazione e un futuro ai dannati della terra. E ci riesce molto bene

L'Olympic school si trova nel cuore di Kibera, uno degli slum di Nairobi, considerato il più grande di tutta l'Africa. E' una bella costruzione in cemento, bassa, di un bianco abbagliante, piena di disegni murali. Da dietro al cancello si sentono le voci dei bambini: sono le dieci e la scuola è in piena attività. «Qui si lavora», dice Ruth Naulundu, la preside: una donna ben piazzata, con i capelli raccolti in treccine e il fare sbrigativo. Naulundu è una vera celebrità nel campo dell'insegnamento in Kenya. Perché l'Olympic school, fondata nell'80, nonostante sia la «scuola dei poveri» per antonomasia si piazza puntualmente ai primi tre posti tra le migliori scuole di Nairobi. Non è tanto per dire, visto che tutte le scuole pubbliche del paese ogni anno devono superare un esame che ne misura le loro «performance». E la preparazione degli alunni della Olympic fa invidia a decine di scuole «per ricchi». L'esame prevede infatti che i presidi delle scuole peggiori vengono retrocessi a «insegnanti ordinari» e mandati a lavorare in un altro istituto. Naulundu, ovviamente, tiene saldo il suo posto: «E pensare che non ci volevo venire - racconta nel suo studio - quando sono arrivata, nel '98, avevo 27 anni e due figli, e volevo insegnare anch'io nel Westlands». Cioè nei quartieri che si trovano oltre Ngong street, un'arteria che divide in due la città e che rappresentata un confine ideale tra la Nairobi dei poveri e quella dei ricchi.

Ora invece Naulundu nella scuola ci vive addirittura, insieme ad alcuni insegnanti: «La nostra vita è qui. Quando sono arrivata ho incontrato tutti: i genitori, i leader religiosi, le autorità, i ragazzi. Ho detto: basta con questa storia che chi è povero non può farcela». Entrando nel cancello della scuola si incontrano due grandi scritte: una dice «uguali opportunità per tutti», l'altra «fai sempre del tuo meglio». L'Olympic è un istituto primario: ci vengono ragazzi dai sei ai tredici anni, «ma restano anche di più, se c'è bisogno. Il tempo è una misura che non teniamo molto in considerazione». A partire da quello della giornata: «I ragazzi arrivano prestissimo, ci svegliano anche alle sei di mattina, una vera tragedia - ride - Ma noi cerchiamo di privilegiare un metodo di insegnamento non tradizionale: non è l'insegnante che spiega e il ragazzo che ascolta. Qui si lavora molto in gruppo, spesso sono anche i bambini a insegnare. Di questo fa parte anche il fatto che questa scuola, per loro, ma anche per i loro genitori, è come una casa. La maggior parte dei ragazzi è molto povera. Qui le famiglie vivono anche in una stanza sola, che di giorno diventa il negozio dove esporre la merce. I ragazzi non hanno lo spazio per fare i compiti e allora li fanno qui».

Kibera è considerato il più grande slum di tutta l'Africa, ufficialmente ci vivono 800 mila persone. Dall'alto è un'enorme distesa di tetti in lamiera. Imboccando le strade interne, in terriccio, si passa accanto alle abitazioni, tutte in metallo, strette in piccoli agglomerati indipendenti e spesso protette da un recinto di legno. Di giorno è un mercato continuo in cui si vende di tutto: carne, uova, vestiti, arnesi di ogni genere e tanta musica. Qui nessuno sa che a Nairobi sta per cominciare il Forum sociale mondiale, dove si parlerà anche di loro. Non sanno nulla neanche all'Olympic: «Ho talmente da fare che, a essere sincero, non riesco neanche a leggere il giornale», dice George Njau, uno degli insegnanti. Eppure anche nella storia dell'Olympic, come in tutte quelle delle scuole pubbliche kenyane, c'entra uno degli acerrimi nemici degli altermondialisti: la Banca mondiale. Perché da qualche tempo l'Olympic, come tutte le scuole pubbliche del paese, ha un problema: tra le condizioni poste dalla Banca al governo kenyota c'è l'istruzione primaria gratuita e universale. Una cosa certamente buona, ma che rischia di essere un boomerang. Dal 2003, anno della riforma, all'improvviso le scuole si sono riempite, ma gli insegnanti sono rimasti esattamente lo stesso numero di prima. « Siamo arrivati ad avere classi di 90 ragazzi - spiega Njau - la nostra preoccupazione è che non riusciremo più ad assicurare risultati buoni come quelli di ora». Il problema è che per accedere alle superiori, tutte a pagamento, bisogna superare un esame. Solo i migliori hanno una borsa di studio e spesso gli studenti dell'Olympic riescono solo così ad andare avanti nello studio. Molti di loro oggi sono affermati professionisti e hanno portato la loro famiglia fuori dallo slum. Tra coloro che escono dalle scuole primarie solo il 16%, in Kenya, riesce a continuare gli studi. Di questi solo il 10% arriva all'università. E' una selezione spietata.

Lo sa bene anche il capo del dipartimento dell'educazione del comune Fredrick Songole, intermediario obbligatorio per poter parlare con gli insegnanti: «Temo che l'istruzione primaria aperta a tutti non avrà un grande impatto finché non ci saranno i soldi per le uniformi, i libri, le lavagne, gli insegnanti e tutto il resto», ammette. La mancanza di nuovi insegnanti è il cruccio principale della preside dell'Olympic: «Ci servono sul serio - dice - ma ci sono anche altre cose che impediscono a tutti i bambini di poter andare a scuola, per esempio il fatto che l'uniforme è obbligatoria. Può sembrare una piccola cosa ma molte famiglie qui non hanno niente. In questa scuola educhiamo i bambini a condividere le cose. Quindi chi ne ha due ne dà una a chi non ce l'ha. Ma in altri posti non è così». ci.gu.

Backstage

No global tra soldi, colla e lotti-zzazioni

di Shaka *

Just for money. Un'organizzazione difficile, quella di Nairobi, soprattutto per i media che intendono coprire il settimo Forum sociale mondiale. «Questo tavolo è mio» - «No, tue sono solo le sedie» - «Ok, allora sono 400 dollari». È uno scherzo? No, è la dinamica della rincorsa al bene strutturale che ti permetterà di lavorare per i cinque giorni del Wsf. Internet costa molto caro e passare un semplice cavo richiede lunghe trattative. In termini di comunicazione e sponsorizzazioni ci pensa la Celltel, compagnia subcontinentale che la fa da padrona intorno al grande stadio Kasarani che accoglie l'evento. Altro che globalizzazione: la registrazione al forum si può addirittura pagare in unità telefoniche. Se fosse stata la Coca Cola, si sarebbe potuto pagare in bottiglie da 33 cl? Nonostante tutto il media center preferisce l'uso di programmi open source. Ubuntu, una delle derivazioni di Linux, è stato pensato proprio per il continente africano e al forum di Nairobi è l'unico sistema operativo.

La marcia. Tra la terra rossa e l'asfalto dissestato si sono mossi a piedi scalzi e ciabatte spaiate i numerosi bambini che hanno aperto la marcia del World social forum 2007. Tantissimi e organizzati perlopiù da associazioni confessionali locali, la maggior parte cattoliche. Da Kibera a Uhruru Park, immancabili nelle loro mani i tubetti di colla che inalano senza paura: occhi spenti e quasi trasparenti che non tolgono però nulla alla loro la voglia di ribadire che anche per gli abitanti degli slum un altro mondo è possibile. Ma soprattutto necessario.

La partecipazione. Secondo alcune fonti, le stime sulla partecipazione restano basse: tra le 15 e le 20 mila persone al massimo, ben al di sotto di quanto si era abituati a vedere a Porto Alegre, la capitale del rio Grande do Sul. Ma è già una grande conquista, tenuto conto che non era affatto scontato organizzare un forum in Africa. Un primo risultato, comunque, già c'è ed è il forum stesso. Lo si sta facendo, nonostante tutte le difficoltà legate a una più bassa partecipazione della società civile «del Nord». Era proprio questa la preoccupazione: che gli incontri si trasformassero in dialoghi tra organizzazioni del Nord e uffici locali del Sud del mondo. Un grande lavoro in Italia l'ha svolto la Tavola della pace, che qui ha portato circa 250 persone delle 500 della delegazione italiana. Il rovescio della medaglia è che secondo qualcuno il Forum è troppo Lottizzato.

Contenuti. Nello stadio di Kasarani i temi trattati saranno molti. Alcuni sono imprescindibili e riguardano direttamente il Kenya e più in generale l'Africa: pace e guerra, a partire dalla vicina crisi somala; la cancellazione del debito; il diritto di accesso all'acqua e ai beni comuni; e infine i problemi ambientali, sempre più seri in un continente dove l'avanzare della desertificazione, che in alcuni paesi africani sta diventando irreversibile, minaccia sempre più i fragili equilibri socio-economici. Al via le danze. Karibuni Kenya, asante Kenia. Benvenuti in Kenya, grazie Kenya.

* Lettera22

Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie, commons - quelle che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, Enclosure Bills, leggi sulla recinzione. La scomparsa dei commons fu una premessa della rivoluzione industriale - le terre erano recintate perché servivano all'allevamento intensivo di pecore la cui lana era necessaria alla nascente industria tessile - e fu seguita da un'offensiva ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della «libertà» di trasformarla in bene commerciale per «metterla a frutto» e trarne profitto. Tutto questo è cosa nota - è parte della nascita del capitalismo. Le terre di uso comune però non sono tutto scomparse (terre, pascoli,foreste, e sorgenti d'acqua da attingere, o fiumi e lagune con i pesci che vi si possono pescare, e così via): forme di proprietà e uso collettivo restano molto diffusi nel grande Sud del mondo e in parte, sotto forma di «usi civici», perfino nella vecchia Europa. Né è scomparsa la battaglia politica (e ideologica) attorno a questi «beni comuni», o la spinta a recintarli/privatizzarli. E ormai non si tratta solo terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo. Di questo tratta un numero monografico della rivista Csn-Ecologia politica: «Beni comuni tra tradizione e futuro», a cura di Giovanna Ricoveri e con la collaborazione di Antonio Castronovi, Giuseppina Ciuffreda e Marinella Correggia. Numero importante, anche perché segna la reincarnazione della rivista nata nel 1991 come Capitalismo Natura Socialismo, che ora prende la forma di quaderni monografici pubblicati da Emi, Editrice missionaria italiana. La prima cosa da notare è come si sia estesa la categoria di «beni comuni». Le risorse naturali, certo: terra, acqua, aria, foreste, pesca. Per bene comune però si intende non solo la risorsa ma il diritto collettivo d'uso, «la forma partecipata e comunitaria della proprietà o dell'uso di determinate risorse» (dall'introduzione di Giovanna Ricoveri, che richiama qui The Ecologist: e infatti la rivista ripubblica un articolo del 1992, «I beni comuni, né pubblici né privati»). I beni comuni dunque sono beni di sussistenza e insieme «spazi di autorganizzazione delle comunità», esprimono «un modello di organizzazione sociale e produttiva e un modello culturale che si contrappone a quello del mercato». Poi ci sono beni globali come l'atmosfera e il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace: qui rientrano «i saperi locali, i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni contadine, la biodiversità». Terza categoria di beni comuni sono i servizi pubblici forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini - acqua, luce, sanità, trasporti ma anche sicurezza sociale e alimentare, amministrazione della giustizia: «I servizi pubblici sono infatti un elemento di legame sociale, prima ancora che redistribuzione del reddito e componente del welfare».

Ridefiniti così, rivendicare i «beni comuni» significa riprendere i nodi fondamentali del conflitto politico, l'idea di sviluppo, la giustizia ambientale e quella sociale. Basti pensare a come le organizzazioni finanziarie internazionali vanno predicando (e imponendo) ai paesi «in via di sviluppo» politiche basate sul privatizzare i beni comuni (dall'acqua alle foreste) e tagliare la spesa sociale: l'equivalente attuale della «recinzione» del 17esimo secolo è la privatizzazione di terre e acqua, sementi e sanità, dicono gli autori. Indicative le vicende italiane di «usi civili» e bacini idrografici (ne scrivono Franco Carletti e Giorgio Nebbia). La «recinzione» poi raggiunge una nuova frontiera con la brevettazione degli organismi viventi (che Juan Martinez Allier descrive come «biopirateria globale contro i saperi locali») e la privatizzazione di ospedali e scuole. Parlare di «beni comuni», sostiene la rivista, significa uscire dall'alternativa secca tra pubblico e privato e ridare importanza sociale, politica ed ecologica al «collettivo».

Una cosa è certa. Naomi Klein, dopo il successo di NoLogo, non è rimasta con le mani in mano. Si è nuovamente messa in viaggio, visitando o vivendo per brevi periodi in Argentina, Brasile, Sudafrica, Cile, Bolivia, Iraq, Sri Lanka, Thailandia, Libano, la Russia e ovviamente Stati Uniti. Da questi paesi ha inviato reportage, intervistato economisti e attivisti per giornali come The Guardian, The Nation, New York Times. Nello stesso tempo ha accumulato informazioni su come stava cambiando il neoliberismo dopo l'attacco al World Trade Center di New York l'11 settembre di sei anni fa. Con il passare del tempo, tuttavia, ha maturato la convinzione che il capitalismo novecentesco presentava forti elementi di continuità ma anche di una grande discontinuità rispetto a quelli che la saggistica contemporanea chiama i gloriosi trent'anni, cioè il periodo di sviluppo economico e sociale seguito alla Seconda Guerra Mondiale che vedeva in molti paesi la forte presenza regolatrice dello stato nell'economia e nella vita sociale.

La continuità era data appunto dal welfare state, seppur nelle diverse traduzioni nazionali che esso ha avuto, e da un rapporto di dominio di alcuni paesi forti nei confronti di altri paesi «deboli», spesso usati come laboratori per spregiudicate politiche economiche che nel potente Nord avrebbero incontrato non poche resistenze da parte delle forze sindacali e politiche del movimento operaio e dagli altri movimenti sociali. Difficile, invece, era delineare le discontinuità. Ed proprio attorno alla discontinuità che Naomi Klein ha focalizzato la sua attenzione.

La costellazione neoliberista

Il risultato è un libro che può essere letto come controstoria del capitalismo contemporaneo e che ha come titolo Shock economy (Rizzoli, pp. 540, euro 20,50). Un titolo, quello scelto per l'edizione italiana, tuttavia meno efficace dell'originale The shock doctrine che introduce subito la tesi del volume: le crisi - economiche o sociali o politiche - e le catastrofi ambientali sono state usate per introdurre le riforme neoliberiste che hanno portato alla demolizione del welfare state.

Il volume conduce inizialmente nel pieno della guerra fredda. In quegli anni il futuro premio Nobel per l'economia Milton Friedman comincia a tessere la sua tela per costruire una rete intellettuale di studiosi a favore del libero mercato. E' un economista brillante, ma le sue proposte a favore della demolizione dell'intervento statale nella società e nell'economia sono ritenute troppo «estremiste» rispetto a quanto fanno le imprese e il governo di Washington. E tuttavia il suo centro di ricerche riceve finanziamenti da fondazioni private e dal governo. Milton Friedman sostiene già allora che le crisi possono essere usate per una «shockterapia» a favore del libero mercato.

Milton Friedman diventa l'agit-prop del neoliberismo, mentre i suoi discepoli sono inviati nel mondo a fare proseliti. Le sue ricette diventeranno poi i programmi di politica economica in Cile, Paraguay, Argentina, Brasile, Guatemala, Venezuela. C'è un piccolo problema. Sono programmi applicati con i carri armati nelle strade e la tortura sistematica nelle prigioni, mentre il numero dei desaparecidos diventa così alto che anche i media statunitensi non lo possono ignorare.

La parte del libro che parla degli anni Sessanta e Settanta racconta di golpe e uso sistematico della violenza contro gli oppositori politici e può apparire un deja vu di storie note da tempo. Ma è proprio sulla prima crisi del neoliberismo che Naomi Klein si sofferma. Il Cile, l'Argentina e il Paraguay sono laboratori che certo fanno arricchire molte multinazionali statunitensi, consentendo loro di appropriarsi di molte materie prima e di aprire nuovi mercati per le loro merci. Una specie di rinnovata accumulazione primitiva dislocata fuori dai confini nazionali. Per questi motivi vale la pena di finanziare, assieme a Washington, il terrorismo di stato cileno, argentino, brasiliano e paraguaiano. Ed è sempre in questo periodo che la rete intellettuale tessuta da Friedman si consolida e allarga allo stesso tempo.

E' impressionante il lavoro fatto da Naomi Klein per ricostruire le carriere politiche, i legami d'amicizia, i rapporti di affari di uomini - da Dick Cheney a Donald Rumsfeld, da John Aschcroft a Domingo Cavallo, da Michel Camdessus a Paul Bremer a Paul Wolfowitz alla famiglia Bush - che passano da un consiglio di amministrazione di qualche multinazionale alla direzione di un think thank neoliberista, da posti di responsabilità in qualche governo agli uffici della Banca Mondiale o del Fondo monetario internazionale.

Quella finora raccontata è storia nota fuori dagli Stati Uniti. Naomi Klein lo sa, ma è consapevole anche che negli Stati Uniti è la storia appresa o svelata solo da una minoranza di attivisti o intellettuali radical. Da qui un'opera di sistematizzazione delle informazioni per raccontare la seconda ondata neoliberista, che ha, come la prima, un apostolo. E' un altro economista, si chiama Jeffrey Sachs, e vuol dimostrare come il libero mercato non sia incompatibile con la democrazia, come invece è accaduto in America Latina. È un vero e proprio «evangelista del capitalismo democratico» e vede nel crollo dell'Unione sovietica e del socialismo reale la migliore opportunità per conciliare la democrazia con le «leggi naturali» del business. Consiglia, ascoltato, la Polonia di Lech Walesa e la Russia di Boris Eltsin di una deregulation radicale delle loro economie. La sua ricetta sarà un fallimento, ma è a questo punto che la «shockterapia» trova un valido alleato nel Fondo monetario internazionale, oramai epurato da qualsiasi presenza di economisti legati ancora alle teoria di Lord Maynard Keynes. Il debito sarà l'arma vincente dei neoliberisti, che concederanno prestiti solo a condizione di una completa deregulation dell'economia. È il cosiddetto Washington consensus con il suo corollario di «programmi di aggiustamento strutturale». Come in passato le multinazionali faranno affari d'oro, ma Sachs come altri «evangelisti del libero mercato» sostiene che ora tocca a tutte le attività produttive o i servizi sociali gestiti dallo stato a dovere essere messi in vendita, anche a costo di sacrificare centinaia di migliaia di posti di lavoro sull'altare della competitività internazionale. La povertà, continuano a ripetere, è un effetto collaterale che sarà però tolto di mezzo dalla mano invisibile del mercato.

La «shockterapia» si nutre ormai di strategie di marketing, propaganda e falsificazione dei dati, miranti a dimostrare che il libero mercato è l'unica strada per sfuggire al declino economico e alla povertà di massa. E il consenso deve essere però conquistato con le elezioni, anche se questo può rallentare le «riforme».

La politica woodoo

Per rimuovere questo intoppo c'è una strategia ben affinata durante la «guerra del debito» in America Latina: creare il panico e poi fare pressioni affinché vengano adottate «terapie» economiche neoliberiste. La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale sono quindi le istituzioni sovranazionali adatte all'obiettivo di limitare la sovranità popolare e esautorare i governi nazionali da qualsiasi autonomia decisionale. I programmi economici sono dunque stilati a Washington, ma la loro applicazione in loco è garantita da personale politico «fedele alla linea». Naomi Klein documenta come anche le crisi asiatiche degli anni Novanta hanno visto protagonisti il Fmi e la Banca mondiale, che hanno sapientemente orchestrato la crisi finanziaria per demolire qualsiasi presenza statale in economia. E quando la Thailandia, Filippine, Malaysia, Indocina e Corea del Sud capitoleranno di fronte al Fmi, un chicago boys scriverà un commento sul Financial Times in cui paragona la rivoluzione del libero mercato in Asia a una «seconda caduta del Muro».

In America Latina la situazione è diversa. Le dittature crollano una dopo l'altra e salgono al potere molte coalizioni di centrosinistra. E' il tempo, afferma Naomi Klein, della politica woodoo, caratterizzata da programmi elettorali keynesiani e successive politiche economiche rigidamente neoliberiste.

La matassa ingarbugliata che Naomi Klein pazientemente srotola illumina non tanto un comitato d'affari della borghesia, ma un trust di imprese che ha come business lo svuotamento dello stato di ogni funzione, compresa quella della guerra. E' la nascita dello «stato corporativista», come lo definisce l'autrice, dove una ristretta élite passa da un'impresa a cariche pubbliche senza nessun rispetto delle norme liberali contro il conflitto di interessi. Il «capitalismo dei disastri» deve tuttavia continuamente rinnovare l'insicurezza sociale. L'11 settembre è da questo punto di vista una manna per i neoliberisti. La «guerra al terrore» diviene così la retorica dietro cui offuscare la svendita della difesa nazionale alle imprese private e il pieno controllo del petrolio.

Con l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq il warfare, cioè l'uso della guerra per rilanciare l'economia, è elevato a sistema, perché la guerra al terrore è una guerra totale che coinvolge non solo il settore militare ma tutta la società. Illuminante è, a questo proposito, il capitolo che la giornalista canadese dedica a Israele, individuando nello sviluppo dell'industria hig-tech della sicurezza e nell'arrivo dei ebrei dell'Europa dell'est dopo la caduta del Muro di Berlino due delle chiavi interpretative, centro non le uniche, del passaggio da un'ipotesi di pace con i palestinesi alla funerea passeggiata di Ariel Sharon nella spianata delle moschee che dà il via alla seconda Intifada. I profughi dell'est europeo possono sostituire la forza-lavoro palestinese a basso prezzo, mentre le imprese high-tech possono offrire le loro merci al mondo intero, visto che la guerra al terrore è la guerra della civiltà occidentale contro i suoi nemici.

L'economia della catastrofe

Quando Naomi Klein comincia ad analizzare gli effetti devastanti dell'uragano Kathrina e dello Tsunami, scopre che anche qui le catastrofi sono utilizzate dal Fmi come mission creep, cioè espansione indebita di una missione, in questo caso della macchina pubblica. Gli ultimi baluardi dello stato come garante della convivenza sociale sono messi sotto attacco. New Orleans è diventato il laboratorio di questo ulteriore privatizzazione dello stato. Così come lo Tsunami viene utilizzato per trasformare alcune ragioni o nazioni (Sri Lanka, Thailandia e Maldive) nel club vacanze delle élite globali.

Il capitalismo dei disastri è così narrato. Naomi Klein, così come aveva fatto con NoLogo, non vuol costruire una teoria sullo sviluppo capitalistico. È un'ottima mediattivista e giornalista investigativa che si pone sempre la domanda giusta: come organizzare la resistenza al neoliberismo. Certo la sua difesa del welfare state può apparire ingenua, ma quando comincia ad elencare cosa fanno e cosa propongono i movimenti sociali il suo è un keynesismo che apre le porte all'autogoverno da parte dei movimenti sociali e a una democrazia radicale.

Shock economy è dunque un libro ambizioso, perché vuol fornire una mappa del «capitalismo dei disastri». È certamente un affresco sulla riorganizzazione del capitalismo dopo l'11 settembre e comincia a individuare i suoi punti di forza, le imprese leader che stanno emergendo, la sua vocazione globale. Ma individua anche i suoi punti deboli. È cioè una mappa utile da leggere anche per prepararsi e resistere alla prossima ondata di shockterapia, alimentata dalla prossima catastrofe ambientale o dalla prossima tappa della guerra preventiva. O dall'annunciato e italianissimo taglio alle spese sociali per contrastare il declino economico.

Si vedano anche i riferimenti all'analisi di David Harwey e di Saskia Sassen

Nairobi. «Maji chenchemi ya uzima», «maji usababisha kifo»: acqua fonte di vita, acqua causa di morte. Sul mini dizionario di lingua swahili non si trova la parola morte, non è argomento per turisti. Questi piccoli manuali di sopravvivenza sono pensati e redatti per muovere i primi passi e richiedere i servizi di cui non si può fare a meno quando si è in un paese straniero: food, cibo; travel, mezzo di trasporto; currency, servizi bancari: illnesses and accidents, malattie e incidenti.

Scriviamo queste righe a Nairobi nel centro commerciale Adam's Arcade. Abbiamo preso il bus numero 4 per andare alla Comboni House ma ci hanno fatto scendere un km prima indicandoci questa direzione e, una volta superata la sbarra di controllo, ci troviamo in un'area di free wireless internet, dove la schizofrenia di Nairobi si manifesta in una decina di giovani intenti a consultare il proprio portatile sul tavolino del bar, bevendo birra o mango juice.

In questa città per molti non c'è accesso all'acqua, ma altri hanno facile accesso al web. Prima di venire a Shalom House siamo stati a Maji House, sede del ministero dell'Acqua e dell'irrigazione, a cercare materiali e informazioni sul servizio idrico in Kenya e a Nairobi. Ne siamo usciti con due pubblicazioni: le riviste The Water News e Bomba, redatte dall'Athi water services board. Athi è il fiume che dà il nome al distretto che serve l'acqua a Nairobi e provincia, cioè a sei dei 33 milioni di persone che vivono in Kenya. La parola swahili bomba significa «tubatura», e l'omonima rivista in inglese spiega che solo un efficiente sistema di tubature può garantire un futuro senza sete.

La questione delle condutture qui a Nairobi è davvero «esplosiva», come dicono i dati che alcune ong attive nello slum di Kibera, Kwaho Kenya water for health organization, Maji na Ufanishi e Amref, ci forniscono: nello slum di Kibera ci sono solo 25 km di tubature per 800 mila abitanti, non c'è rete fognaria e meno di mille bagni sono fruibili dai residenti, più o meno uno ogni 1.300. Secondo i dati Onu il rapporto minimo dovrebbe essere uno a 50. Non a caso uno dei problemi più gravi sono le «flying toilets», i «gabinetti volanti», sacchetti di plastica in cui i cittadini sono costretti a defecare e che vengono poi buttati nelle strade intorno. Accade normalmente nei quartieri di Gatewikivi, Kisumu Ndogo e Kibera, come dichiara Miriam Abdul dello Stara peace women group, che conduce una scuola e una mensa per 250 bambini, l'80% dei quali sono orfani a causa dell'aids. Sulla rivista Water news leggiamo che dei 598 dipendenti del ministero dell'Acqua nel 2005 ne sono morti per aids 22, circa il 4%, un dato in calo rispetto al 2001 e in linea con le statistiche nazionali, passate dall'11 al 5,9%. Cifre positive ma comunque terrificanti.

Nella bidonville di Kibera l'acqua non è gratis, la distribuzione è organizzata in 650 chioschi, di cui il 98% privati e il restante due delle ong. Vendono l'acqua a prezzi che vanno dai tre ai 20 scellini. Tanto costa riempire un jerry can, come vengono chiamati i bidoncini gialli da 20 litri. Questo prezzo corrisponde a una cifra da dieci a 80 volte superiore a quanto paga chi in Kenya è collegato alla rete idrica. In poche parole, i poveri pagano di più dei ricchi.

Anche qui, davanti al cancello di Shalom House, ci sono due distributori, segnalati da una lunga coda di persone, carretti e biciclette in attesa del loro turno. Parliamo con le persone in coda. Questo per loro è tutto tempo di vita senza reddito. Qualcuno ci chiede subito se abbiamo bisogno del suo lavoro, visto che ci occupiamo di acqua. E' stato difficile e imbarazzante spiegare che al World social forum, motivo per il quale siamo qui, si parlerà proprio di diritto all'acqua: ci hanno risposto che non hanno i soldi per raggiungere lo stadio Moi, dove si svolgerà da domani l'annuale appuntamento mondiale dei movimenti.

Anche chi ha l'acqua in casa non può fidarsi e dovrebbe bollirla, ma la paraffina per cucinare ha costi altissimi. Siamo stati a Kahawa West con le suore Elisabettine a visitare nello slum persone malate di tbc e aids. E una risposta silenziosa la vediamo con i nostri occhi: il fornellino per terra è inutilizzato, non ci sono i soldi per la paraffina, e quindi anche il cibo distribuito dal progetto Rainbow a poveri e malati non può essere cucinato. Il ministro dell'Acqua Mutua Katuku assicura che 351 miliardi di scellini (per arrivare a un euro ce ne vogliono 85), dati da Ida-Banca Mondiale al Water services trust fund, nel 2005 sono stati spesi per la realizzazione di 54 progetti, e che ora è in atto una campagna per recuperare almeno il 10% delle bollette non pagate.

Peccato che contemporaneamente si proceda alla privatizzazione del servizio, con la scusa che lo stato non ha soldi per gli investimenti e con l'approvazione della Banca Mondiale. Una campagna pubblica di cinque settimane nel 2005 ha cercato di convincere almeno 40 mila famiglie a pagare il debito per un servizio idrico comunque inefficiente e insicuro. Sulla rivista ministeriale una rassicurante foto mostra lo staff del Malindi water board che beve acqua di rubinetto alla Maji House, dopo un trattamento per ridurre la quantità di fluoro, causa di malattia ai denti. Mentre si annuncia un progetto di imbottigliamento e vendita dell'acqua dell'acquedotto.

“Ma soprattutto guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più durantura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.”(1) Con queste parole Keynes chiude “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, portando al tono di aperta beffa quel distacco ironico e lievemente snobistico abitualmente osservato verso la propria materia, e in particolare verso i propri colleghi.

Non è da credere che Keynes davvero sperasse in un futuro in cui l’economia potesse giocare un ruolo secondario, di puro servizio. E tuttavia certo non immaginava - non nei termini e nella misura in cui si è verificata - quella trasformazione della società che nella seconda metà del secolo scorso ha portato l’economia a invadere la vita in ogni suo snodo e scansione, interamente subordinandola alle proprie dinamiche e ai propri fini. Così come (lo s’è visto) ormai viene denunciato perfino da convinti fautori del mercato e della globalizzazione, che giungono a mettere in questione l’economia neoliberista nel suo statuto logico, attaccando il pilastro stesso del suo operare, cioè la crescita produttiva, l’accumulazione.

E però “resta il problema se l’economia possa essere concepita in altro modo,” come diceva Napoleoni. Che è in sostanza il problema, accennato sopra, della mancanza di un modello alternativo, di una diversa ipotesi sia pure soltanto abbozzata da proporre tentativamente. L’unica risposta oggi avanzata sembra l’avvio di un processo inverso a quello seguito negli ultimi decenni, che restituisca cioè autorità e poteri agli Stati nazionali, come i soli istituti capaci di limitare l’arbitrio del mercato e dei potentati economici; i soli che possano farsi carico dei bisogni collettivi, con un recupero del welfare oggi sotto continuo e duro attacco, e quindi in grado di agire contro le sempre più macroscopiche disuguaglianze sociali. Questo è l’orientamento che - certo da posizioni variamente articolate e notevolmente differenziate nel concreto delle proposte - accomuna autori duramente critici del neoliberismo ad altri assai più indulgenti: da Stiglitz a Lunghini, da Sylos Labini a Luttwak, da Soros a Gallino, da Aglietta a Ruffolo, da Passet a Bello, da Del Debbio a Reich, da Barber a Kaul….

Ma è praticabile un ritorno alle tradizionali politiche dello stato sociale in un mondo così profondamente trasformato? La difficoltà dell’impresa appare evidente a quanti (vedi Giorgio Lunghini, Susan George, Joseph E. Stiglitz, Inge Kaul) pongono l’accento su quelli che la Kaul chiama “nuovi beni pubblici”, (2) i quali nella nuova società globalizzata si definiscono secondo una dimensione sovranazionale: l’ambiente, con l’aggravarsi dell’effetto serra e del mutamento climatico, la crescente scarsità idrica, la deforestazione, la desertificazione, la perdita di biodiversità, ecc.; la “giustizia internazionale”, cioè gli enormi problemi di sfruttamento di un paese sull’altro, creati dall’organizzazione produttiva “globale”; le masse degli emigranti che dal mondo più povero premono alle frontiere dell’Occidente; le epidemie (come l’Hiv ma non solo) che a causa della maggiore mobilità e delle più facili comunicazioni raggiungono oggi una diffusione senza precedenti; le “nuove schiavitù” legate ai diversi mercati sessuali, al commercio di organi per trapianti, ecc. E’ una massa di nuovi bisogni collettivi, che – dice la Kaul – esigono di essere trattati come problemi internazionali dagli stati nazionali, e come problemi nazionali dagli istituti internazionali, in una continua interazione tra i due livelli; ma che soprattutto impongono la necessità di creare nuovi organismi sovranazionali in grado di affrontarli adeguatamente, togliendo di mezzo quelli esistenti, Banca mondiale, Fondo monetaro internazionale e Organizzazione mondiale del commercio in primis. Appare difficile infatti accettare l’idea – non esclusa nemmeno dalla Kaul – di potere riorganizzare a fondo questi istituti restituendo loro la democraticità perduta (o non piuttosto mai posseduta?) e superare così una situazione che Stiglitz descrive a questo modo: “C’è un solo potere nel mondo che ha il potere di veto nel Fondo, ed è il G1, gli Stati Uniti.” (3)

Di fronte a una realtà come questa, che un brillante gioco di parole fotografa meglio di ogni dotta analisi, è difficile vedere salvezza se non nella rimessa in causa dell’ordine attuale nella sua totalità, a partire dai suoi principi fondativi. E’ quanto Napoleoni aveva capito, sia pure in una prima e ancora combattuta riflessione su cose che i quattordici anni seguiti alla sua morte hanno portato a ben altra evidenza. “Appunto perché il sistema si autoregola, non si può che prenderlo nella sua globalità; e darsi il compito di uscire da esso non regionalmente o settorialmente, ma in linea di principio (…) nella linea di una rifondazione dell’economia che superi il condizionamento di principio esercitato sulle categorie economiche dal sistema sociale dato; che riaffronti in termini diversi la questione della scarsità; che allarghi le categorie alla questione dell’abbondanza (…) del superamento di ogni e possibile scarsità(…) Che è la determinazione di un nuovo modo di concepire l’economia.” Ed è su questa base che vede, più che la difficoltà, la reale impossibilità di funzionare del riformismo. “Il riformismo ha sempre voluto la luna….nel senso che ha sempre voluto tenere insieme tre cose: lo sviluppo, quindi l’accumulazione e l’incremento dell’occupazione ottenuto in questo modo, i servizi dello ‘Stato del Benessere’, e i consumi privati. Il fatto che tra queste cose il riformismo sia sempre stato incapace di stabilire un ordine di priorià… secondo me non è casuale.(…) Perché il riformismo accetta i valori che la società in cui opera gli trasmette. Accetta gli stessi valori e cerca di abbassare il più possibile i livelli del disagio.” (4)

Oggi nemmeno questo obiettivo minimo, abbassare i livelli del disagio, sembra più possibile. Quando la riduzione del costo del lavoro è l’imperativo prioritario dell’imprenditorialità, e flessibilità precarietà contrattazione a termine o nessuna contrattazione stanno diventando regola e imponendosi come condizione imprescindibile per la prosperità economica. Quando i margini per una meno iniqua distribuzione della ricchezza prodotta sono sempre più ridotti, e “emendare” il sistema appare ormai un’ipotesi irrealistica. E’ questo che paralizza le sinistre, le irretisce tra la minoritaria ma inesausta retorica di una radicalità impraticabile nella situazione data, e politiche che finiscono per essere solo brutte copie della linea economica neoliberistica; le quali d’altronde pagano ben poco anche sul piano dei consensi, e aprono invece pericolosi spazi al riemergere delle destre. Né migliori prospettive sembrano aspettare le varie “terze vie” periodicamente estratte dal cilindro di qualche imbonitore da fiera (vedi le mistificatorie e nemmeno più così sicure fortune di Blair e del suo ispiratore Giddens).

Ma è lecito alle sinistre perseverare nell’asfissia di questa “non politica” in cui negano se stesse? E’ ragionevole ancora una volta porre al centro dei propri programmi l’impresa, e più precisamente l’impresa industriale manifatturiera, ad essa riservando facilitazioni e incentivi, ad essa concedendo lavoro sempre più flessibile e meno costoso, onde aumentarne l’efficienza e la produttività? Senza considerare che l’industria è il settore che non solo inquina maggiormante ma che più pesantemente ha licenziato negli ultimi decenni e tuttora licenzia, che dunque nulla garantisce ai fini occupazionali. E senza domandarsi, o comunque ritenendo irrilevante, che cosa le imprese in questione producano, e se tali prodotti rispondano in qualche modo a bisogni presenti nella società. Automobili, magliette, telefonini, scarpe da ginnastica? Non fa differenza. Ciò che conta è produrre, far crescere il Pil. Continuando insomma a muoversi all’interno di un’economia distruttiva, si direbbe senza nemmeno rendersi conto della sua distruttività.

Forse una via per reinventare la propria funzione critica le sinistre potrebbero rinvenirla sulla traccia indicata da Napoleoni, provando a non accettare “i valori che la società in cui operano gli trasmette”. Facendo magari un’operazione di “autocoscienza” (per usare una vecchia parola su cui è cresciuto il femminismo) guardandosi allo specchio e cercando di riconoscere in sé quel tanto, non poco, dei valori dominanti nella società attuale che - come tutti d’altronde - hanno più o meno inconsciamente assimilato. Per impegnarsi a valutarne la possibile rispondenza, o la totale discrasia, rispetto a quelli che sono stati, e tuttora dovrebbero essere, gli obiettivi delle sinistre, anzi le ragioni stesse del loro esistere, riassunti nella loro sostanza dalla “giustizia-sociale-come-fine”, e domandarsi infine se davvero sia il caso di chiamarli ancora “valori”. E dunque tentare di intravvedere che cosa si potrebbe, si dovrebbe, “mettere al posto del capitalismo”, per dirla con Keynes. Non, per carità, progettando impossibili “città del sole”, disegnando “progetti alternativi” completi di tutto. Forse basterebbe, per cominciare, dire “ciò che non siamo”, ciò che noi sinistre non possiamo essere, e “ciò che non vogliamo”, ciò che non possiamo volere, anzi nemmeno accettare, dei cosiddetti valori che la società ci trasmette.

Il primo “valore” da rifiutare dovrebbe essere il dominio incontrastato della ragione economica, criticato dagli stessi grandi vecchi della disciplina, come Adam Smith e Stuart Mill, che pure parlavano quando la ricchezza disponibile e gli strumenti della sua produzione erano infininitamente inferiori a quelli attuali; e oggi con crescente insistenza criticato anche dall’interno del “sistema”, come prova una ormai vastissima letteratura, sovente tutt’altro che espressione di un pensiero estremo. (5) L’economia ha, ha sempre avuto, un’importanza fondamentale per l’umanità come parte essenziale della sua stessa sopravvivenza, ma non può imporre le proprie regole e le proprie dinamiche a tutti i rapporti sociali, secondo la tendenza omogeneizzante e onnivora tipica del capitalismo, e in particolare posta in opera con massima efficacia dal capitalismo neoliberista. Non può dunque conformare a sé, quale istanza decisiva e insindacabile, tutte le scelte politiche.

Il secondo “valore” da rifiutare, d’altronde in piena coerenza col primo, è la “quantità” come misura di tutto il “positivo”, su cui fonda la propria certezza la crescita produttiva illimitata, assunta come prioritario obiettivo economico. E’ ormai largamente diffusa la consapevolezza che l’aumento costante della produttività e della produzione non agisce, non più, per la riduzione delle disuguaglianze, al contrario da qualche decennio le accresce. E sono notizie diffuse da fonti insospettabili, come l’Onu e la Fao, a dirci che la ricchezza oggi esistente, qualora fosse meno iniquamente distribuita, sarebbe sufficiente a garantire benessere all’umanità intera; che il cibo giacente nei frigoriferi delle imprese occidentali, oppure distrutto deliberatamente o involontariamente (circa il 40 per cento di quello prodotto) basterebbe a sfamare tutti, come illustra nel modo più convincente Piero Bevilacqua in un suo recente prezioso libretto, straordinaria sintesi della distruttività umana al servizio del profitto in agricoltura e zootecnia (6); che i mezzi tecnici resi disponibili dal progresso scientifico potrebbero consentire a tutti anche un elevato livello di comfort, purché non usati esclusivamente per l’utile di pochi; che oggi “portare l’umanità al di là del bisogno” non è più, può non essere più, utopia. E ciò ripropone l’ipotesi, su cui Napoleoni si interrogava, di affrontare “in termini diversi la questione della scarsità (…) e della categoria opposta, l’abbondanza, (…) e del superamento di ogni e possibile scarsità (…) Che è la determinazione di un nuovo modo di concepire l’economia.”(7) In effetti la definizione standard dell’economia come “il comportamento umano in quanto influenzato dalla scarsità” appare sempre meno calzante nella società dell’iperconsumo e dello spreco; nella quale però – spreco supremo e oltraggioso – si continua a morire di fame.

Il terzo “valore” che le sinistre non possono permettersi di accettare, tanto più quando anche personaggi di tutt’altra estrazione come Luttwak o Soros lo rigettano, è “il danaro come religione”, per usare appunto le parole di Luttwak. E’ vero, le sinistre hanno lontane tradizioni di parsimonia, ma da tempo non sembrano propense a sottrarsi alle sirene della ricchezza. Fin dagli anni Settanta si profilava quella accondiscendenza verso il consumismo di cui ho già detto, che infatti in Italia trovava il Partito comunista in totale dissenso di fronte al coraggioso e lungimirante invito di Enrico Berlinguer all’austerità. E d’altronde il prevalere di una linea decisamente economicistica conduceva a privilegiare politiche redistributive rispetto a diritti civili e democratici, non certo secondari nel rapporto di lavoro, come ha severamente rilevato Bruno Trentin (8). E’ proprio su questi valori “altri”, accantonati nell’ubriacatura dei consumi, che le sinistre dovrebbero seriamente puntare, e non credo che specie da parte dei giovani mancherebbe la risposta. Perché dopo tutto chi ha detto che ricchezza significhi necessariamente danaro, possesso di cose? Esistono altre richezze, che non si riducono nell’essere distribuite, anzi nello scambio e nella diffusione si accrescono: il sapere ad esempio, gli affetti, l’amicizia, il senso della comunità. Chi ha detto che non esistano – magari non ancora chiaramente formulate e leggibili – altre domande da appagare, oltre al reddito, ai consumi, all’affermazione del proprio io: domande anch’esse oggi riservate al privilegio di pochi fortunati, che la possibilità di coltivare la propria mente rende in qualche misura meno soggetti ai condizionamenti di massa? I “No glob” sono una testimonianza in questo senso.

Quarto “valore” da condannare senza riserve è quello espresso nel popolare aforisma che afferma: “il tempo è danaro”. Valore anche questo strettamente intrinseco al precedente, ma che implica sensi e conseguenze di enorme portata, e merita perciò qualche particolare attenzione. Perché il tempo è una categoria al cui interno si colloca il vivere umano in tutte le sue espressioni. Non è un caso che il tempo sia una dimensione di cui solo la specie umana ha coscienza conoscenza e scienza, che ha studiato, calcolato, misurato, analizzato, suddiviso, rapportandolo dapprima al movimento degli astri e ai cicli naturali, poi imparando a riprodurne il cammino e a leggerlo in orologi via via più esatti, capaci di computarne frazioni infinitesimali. Dopotutto che altro è la vita di ognuno di noi, o quanto meno il contenitore della nostra vita, se non un dato numero di anni, mesi giorni ore minuti, che ci viene dato di trascorrere sul Pianeta Terra? Ed è lungo lo svolgersi di questo tempo, e nella qualità del suo impiego, che la nostra esistenza assume carattere e fisionomia propri, determinandosi per le funzioni, gli interessi, gli obiettivi, i rapporti, che ognuno sceglie, o è costretto ad accettare, per conseguire non solo il necessario alla sopravvivenza ma quanto ritiene utile o desiderabile alla pienezza del proprio essere. Che accade quando tutto ciò viene equiparato al danaro, ridotto all’aumento del proprio reddito, identificato con la produzione e la disponibilità di ricchezza soltanto materiale? Accade quello che l’economista Robert B. Reich brillantemente descrive ne “L’infelicità del successo” (9) raccontandoci di gente largamente abbiente ma forsennatamente impegnata ad accrescere la propria retribuzione e il proprio livello di consumo, incapace di pensare la vita e il mondo se non in termini di “valore aggiunto”. O quello che ci mostrano certi film americani i quali, per ora, scherzano su gente che vive di telefono e computer, e solo per questa via comunica e perfino si ama, senza nemmeno mai incontrarsi. O quella generalizzata tendenza all’assunzione acritica dei principi dell’economia e del mercato in ogni comportamento, che ho rapidamente analizzato e indicato come “inquinamento sociale”.

Quinto “valore” non più accettabile è l’illusione della inesauribilità della natura, e la presunzione del diritto umano al suo illimitato sfruttamento. Cioè il “valore” su cui si è impiantata e continua a reggersi l’evoluzione economica degli ultimi due secoli, e di cui (occorre ripeterlo e senza mezzi termini) anche le sinistre sono state pienamente e irresponsabilmente partecipi: non solo fino a ieri ignorando il rischio ambientale, ma - quando finalmente hanno dato segni di avvedersene - trattandolo come un “a parte”, un tema estraneo ai problemi sociali e ai grandi filoni del dibattito politico, da delegare a qualche “esperto” o peggio a qualche “tecnico” di partito. Come se la natura, il consumo di natura (metalli, legno, pietre, sabbia, acqua, petrolio, gas) non fosse la base indispensabile di ogni attività economica; come se le alterazioni apportate all’ambiente naturale dal privato che produce merci non rappresentassero un danno per l’intera collettività; come se la natura non fosse in ogni momento parte essenziale del nostro esistere, quando mangiamo quando beviamo quando ci laviamo quando respiriamo; come se il pianeta Terra non fosse una quantità finita, e non esistessero limiti fisici al nostro agire vivere produrre consumare. Questa è oggi la nuova, tremenda, scarsità. E’ in essa che dovrebbe - prima o poi dovrà - trovare motivo e senso una nuova razionalità economica, “un nuovo modo di concepire l’economia”, capace di recepire e accettare “la finitezza non come negatività”.

Sesto “valore” da abiurare è quella tenacissima fede nel progresso che pervade l’intera nostra cultura, e che le sinistre hanno abbracciato nel modo più acritico (in qualche misura anche in conformità a certi aspetti delle dottrine storicistiche che appartengono alla loro radice teorica). In gran parte identificato con l’evoluzione scientifica e tecnologica - a loro volta assunte in assoluto come l’espressione massimamente qualificante della specie umana e del suo agire, garanzia per un divenire puntualmente portatore di miglioramenti nel nostro esistere - il progresso è stato visto come strumento irrinunciabile per il superamento stesso dell’ingiustizia sociale: che non a caso si è chiamato appunto “progresso sociale”. Modificare un atteggiamento così profondamente strutturato nel gruppo può risultare tutt’altro che facile. E tuttavia non dovrebbe nemmeno essere così difficile se si riflette su quanto la storia ha dato e dà come “progresso”: per fare un solo esempio - ma ce ne sarebbero non pochi di ben più terrificanti - pensiamo a quell’artificializzazione dell’agricoltura e della zootecnia che, separate dalle regole dei cicli naturali, sono state ridotte a “un ramo subalterno dell’industria chimica” (10), e sono oggi tra le cause prime dello squilibrio alimentare del mondo. Oppure sulla tenace quanto funesta convinzione di poter ovviare al deterioramento ecologico mediante l’uso di dispositivi tecnici, al quale praticamente si è limitato finora l’impegno politico sul problema ambiente, con i risultati che sappiamo. O su quella distorsione mentale, strettamente derivata dall’idea di progresso, che meccanicamente e a prescindere da ogni altra specificazione giudica in positivo il “moderno”, il “nuovo”, per cui non è raro sentire leader di sinistra affermare convinti (peraltro esattamente come quelli di destra) la necessità di rinnovamento e di modernizzazione, si tratti di trasporti, di produzione industriale, di organizzazione del lavoro, dell’intero paese, e annunciare programmi conformi.

Pervenire a un netto giudizio critico e a una lucida capacità di distacco rispetto a quelli che costituiscono la principale costellazione valoriale della nostra società, e che si traducono nelle “attitudini comuni alle società che hanno beneficiato del modo internazionale di arricchimento”(11), per usare parole di Partant, significa andare oltre il rifiuto del mercato quale regolatore generale dell’allocazione delle risorse, e l’auspicio di restituzione di potere allo stato, secondo la proposta da tante parti avanzata. Significa negare la validità dell’accumulazione quale obiettivo primario, inseguito mediante una crescita del prodotto sottratta a ogni regola e discrimine, e dunque mettere in discussione non solo il neoliberismo, ma il capitalismo di ieri e di sempre. Più ancora significa muoversi in direzione opposta a quella dell’“intera cultura occidentale”, che al capitalismo fornisce base epistemologica, ragione ideologica e supporto etico; proporsi l’azzardo di una rivoluzione tutt’affatto diversa da quelle del passato, priva di qualsiasi ipotesi di confronto violento o di sovvertimento improvviso, ma centrata sulla consapevolezza che la produzione, nei modi in cui si è storicamente via via configurata – a partire dalla società schiavista e dalla servitù della gleba, fino alla forza-lavoro concepita e usata come merce, e mediante lo sfruttamento della natura ritenuto insindacabile diritto della specie umana - è stata ed è aggressività e dominio. E che questo non è più accettabile.

Note

1) John Meynard Keynes, “Prospettive economiche per i nostri nitpoti”, op. cit. p. 68.

2) Inge Kaul, “ I beni pubblici globali, un concetto rivoluzionario”, in “Le Monde Diplomatique” eedizione italiana, maggio 2000.

3) Joseph E. Stiglitz, In un mondo imperfetto, Mercato e democrazia nell’era della globalizzazione, Donzelli Editore, Roma 2001, p.23

4) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. pp.22-23

5) E’ inutile sottolineare che le opere qui citate sono solo una parte minima delle numerosissime in qualche modo allineate su queste posizioni.

6) Piero Bevilacqua, La mucca è savia, Ragioni storiche della crisi alimentare auropea, Donzelli Editore, Roma 2002.

7) La libertà del finito nel “Discorso sull’economia” di Claudio Napoleoni, Conversazione con Claudio Napoleoni, op. cit. p.23

8) Bruno Trentin, La città del lavoro, Feltrinelli, Milano 1998

9) Robert B. Reich, L’infelicità del successo, Fazi Editore, Roma 2001

10)Piero Bevilacqua, La mucca è savia, op. cit.

11)François Partant, Que la crise s’aggrave! op. cit.

Come gli studiosi della città sanno, la “gentrificazione” è quel fenomeno fisico, sociale, economico e culturale per cui un quartiere cittadino, generalmente centrale, abitato dalla classe lavoratrice (working-class) e in generale da ceti a basso reddito si trasforma in zona per la più ricca classe media (middle-class), mediante un’accorta attività di restauro e riqualificazione urbana, e il conseguente aumento dei valori immobiliariche provoca, appunto, l'espulsione delle persone più povere. Il termine è stato coniato, negli anni 60 del secolo scorso, da Ruth Glass, una studiosa tedesca che ha lavorato e insegnato a lungo nell’University College of London.

Negli anni recenti la gentrification si è diffusa in tutto il mondo, ed è divenuta – secondo molti studiosi – una delle conseguenze rilevanti delle pratiche urbane del neoliberismo. Gli studi sulla gentrification sono sviluppati in molti paesi europei (Germania, Gran Bretagna, Francia), negli USA e in Australia. Sembra però che in futuro, nei paesi europei, sarà rischioso condurli.

Michael Edwards, dalla Bartlett School di Londra, ci ha inviato la documentazione di un evento inquietante. Il 31 Luglio 2007 sette persone sono state accusate dalla Procura della Suprema Corte Federale tedesca di "appartenenza ad un'organizzazione terroristica". Quattro di esse sono state rinchiuse in attesa di giudizio in una prigione berlinese. Tre dei sette accusati sono ricercatori in urbanistica, uno dei quali - attualmente detenuto - ha acconsentito a che il suo nome venisse pubblicato: si tratta di Andrej Holm, sociologo urbano e ricercatore residente sulla gentrificazione a Berlino.

Pubblichiamo di seguito la lettera di Michael Edwards che rende noto l’evento e ne investe la comunità scientifica internazionale, la segnalazione di Ruth Glass e un appello che sta circolando in Europa, negli Usa e in Australia: e dovunque altro nel mondo si giudichino risibili le accuse a chi, studiando la gentrificazione, ha incrociato movimenti di protesta contro gli effetti delle pratiche urbane del neoliberismo e per questo è stato accusato, e addirittura incarcerato, per terrorismo.

La lettera di Michael Edwards

Cari amici,

questa è una richiesta urgente di aiuto per sostenere le libertà accademiche e politiche fra i nostri amici che lavorano in Germania. Dietro loro richiesta, sto facendo circolare questo appello proveniente da Berlino, che rappresenta per tutti noi un forte appello alla mobilitazione.

Segnalo che l'appello mi è pervenuto dall'UCL. Ruth Glass - una berlinese che, in tempi di intolleranza, si rifugiò a Londra - lavorava proprio qui all'UCL (è stata la mia prima insegnante di sociologia) quando scoprì e coniò il nome del processo chiamato "gentrificazione". È a causa di ricerche su questo tipo di conflitto di classe che, oggi, i nostri amici tedeschi vengono perseguitati.

Michael Edwards, The Bartlett School, UCL programme director in European Planning and Property Development, 22 Gordon Street, LondonWC1H 0QB

L’appello di Ruth Glass

Dopo molto e duro lavoro, i nostri colleghi dell'INURA di Berlino sono riusciti a mettere insieme una congrua massa di materiali volti a suscitare l'attenzione ed il sostegno internazionali riguardo al caso di 7 persone (quattro delle quali sin stato di arresto) che la settimana scorsa sono state accusate di appartenere ad un'associazione terroristica. 3 di loro sono ricercatori in urbanistica, uno dei quali (attualmente detenuto) ha acconsentito ad essere nominato pubblicamente: si tratta di Andrej Holm, sociologo urbano e ricercatore residente sulla gentrificazione a Berlino.

Di seguito troverete un testo che stiamo cercando di far circolare presso i circoli accademici e collegati per attivare il sostegno internazionale. Pensate di poterlo far circolare sulle mailing list di INURA Londra, PNUK e su qualunque altra riteniate opportuna?

I nostri colleghi si stanno mobilitando negli USA attraverso la Conferenza ASA, in Australia attraverso la comunità di ricerca sulla gentrificazione, mentre in UK un collega di Leeds ha contattato i legali che si occupano di diritti umani. Stiamo cercando di capire quali reti possano essere attivate in Francia.

Per i collegati a INURA Londra, potete considerare Volker Eick come punto di riferimento principale per l'organizzazione della campagna di solidarietà, sebbene molti altri membri siano coinvolti. Per tutti gli altri gruppi esiste un indirizzo e-mail centrale di coordinamento che si può usare per qualunque informazione (vedi sotto).

[…]

Un indirizzo di posta elettronica è stato creato dai colleghi di Berlino che stanno coordinando gli interventi su Andrej Holm e gli altri accusati: è opportuno che individui e organizzazioni contattino questo indirizzo per informarli riguardo alle azioni di supporto che stanno intraprendendo (indirizzi di solidarietà, dichiarazioni pubbliche) oltre che per qualunque richiesta di informazioni: l'indirizzo è
kontaktschuld@so36.net.

Lettera aperta contro la criminalizzazione della ricerca accademica critica e dell'impegno politico

Il 31 Luglio 2007 gli appartamenti e i posti di lavoro del Dr. Andrej Holm e del Dr. Matthias B., oltre che di altre due persone, sono stati perquisiti dalla polizia. Il Dr. Andrej Holm è stato arrestato, trasportato in elicottero presso la Corte Federale tedesca di Karlsruhe e portato innanzi al giudice istruttore. Da quel momento, egli è detenuto in attesa di giudizio in una prigione berlinese. Le quattro persone sono accusate di "appartenenza ad una organizzazione terroristica in base all'articolo 129a StGB" (Codice Penale tedesco, sezione 7 sui "Crimini contro l'Ordine Pubblico"). Il testo dell'avviso di garanzia ha rivelato che un procedimento a carico di queste quattro persone è stato avviato fino dal Settembre 2006, e che i quattro sono stati tenuti da allora sotto costante sorveglianza.

Poche ore dopo le perquisizioni, Florian L., Oliver R. e Axel H. sono stati arrestati nella regione del Brandenburgo e accusati di aver tentato di dare alle fiamme quattro veicoli dell'Esercito Federale tedesco. Andrej Holm è accusato di aver incontrato in due occasioni una di queste tre persone in pretese "corcostanze cospiratorie".

La Pubblica Accusa Federale (Bundesanwaltschaft) assume pertanto che le quattro persone sopra menzionate e le tre arrestate nel Brandeburgo siano membri di un "gruppo militante", e sta così indagando i sette in base al sospetto di "appartenenza ad un'organizzazione terroristica" secondo l'articolo 129a StGB.

Secondo il mandato d'arresto contro Andrej Holm, l'accusa mossa contro i quattro sopra menzionati è al momento giustificata dalle seguenti evidenze, nell'ordine in cui la Procura le ha elencate:

- il Dr. Matthias B. è accusato di aver usato, nelle sue pubblicazioni accademiche, "frasi e parole chiave" che sono usate anche dal "gruppo militante"; come scienziato politico detentore di un Dottorato di Ricerca, Matthias B. è considerato intellettualmente in grado di "redigere i sofisticati testi del 'gruppo militante' (GM)"; inoltre, "come impiegato in un istituto di ricerca, egli ha avuto accesso a documentazioni che ha potuto usare impropriamente al fine di svolgere le ricerche necessarie alla redazione di testi del GM";

- di un altro accusato si sostiene che abbia incontrato sospetti in modo cospiratorio: "gli incontri venivano fissati senza menzionarne il luogo, l'ora e il contenuto"; oltre a questo, si asserisce che egli fosse attivo negli "ambienti dell'estrema sinistra";

- nel caso di un terzo accusato, è stata ritrovata una rubrica che comprendeva i nomi e gli indirizzi degli altri tre;

- riguardo al Dr. Andrej H., sociologo urbano, si afferma che abbia avuto contatti stretti con le tre persone accusate che sono tuttora in libertà; si sostiene inoltre che egli sia stato attivo nella "resistenza organizzata da ambienti di estrema sinistra contro il Summit Economico Mondiale del 2007 a Heiligendamm"; il fatto che egli - si suppone intenzionalmente - non abbia portato con sé il proprio cellulare ad un incontro è considerato "comportamento cospiratorio".

Andrej H., Florian L., Oliver R. e Axel H. sono detenuti dal 1° Agosto 2007 nel carcere berlinese di Moabit in condizioni di estremo rigore: essi sono tenuti in isolamento per 23 ore al giorno, ed è loro concessa soltanto un'ora d'aria al giorno. Le visite sono limitate ad un totale di un'ora e mezza ogni due settimane. I contatti, inclusi quelli con gli avvocati, sono consentiti solo attraverso una barriera di separazione. La corrispondenza della difesa viene controllata.

Le imputazioni dettagliate negli ordini di carcerazione rivelano un impianto accusatorio basato su un ragionamento per analogia assai dubbio. Esso comprende quattro ipotesi di fondo, nessuna delle quali l'Alta Corte Federale ha potuto sostanziare con prove concrete, e che solamente in combinazione possono dare l'impressione di una "organizzazione terroristica". Si ritiene che gli scienziati sociali, a causa della loro attività di ricerca accademica, delle loro capacità intellettuali e dell'accesso alle biblioteche, siano i cervelli della ipotetica "organizzazione terroristica", dal momento che, secondo la Procura Federale, un'associazione chiamata "gruppo militante" ha utilizzato gli stessi schemi concettuali degli scienziati accusati. Come prova di questo argomento, si adduce il concetto di "gentrificazione" - uno dei temi chiave della ricerca di Andrej Holm e Matthias B. negli ultimi anni, sul quale essi sono autori di pubblicazioni di rilevanza internazionale. Essi non hanno confinato i risultati della propria ricerca alla torre d'avorio accademica, ma hanno messo le proprie competenze a disposizione dell'iniziativa dei cittadini e delle organizzazioni di inquilini. Questo è il modo in cui scienziati sociali critici sono stati trasformati in pericolosi capibanda.

Dal momento che Andrej Holm ha amici, parenti e colleghi, anche loro sono adesso sospettati di "terrorismo" per il solo fatto di conoscere Andrej. Ad un altro accusato si imputa di avere il nome di Andrej Holm e di due altri sospetti (ma non detenuti) nella propria rubrica. Dal momento che questi ultimi sono pure ritenuti "terroristi", questo configura l'"associazione per delinquere".

L'articolo 129a, introdotto in Germania nel 1976, espone i nostri colleghi al rischio di essere criminalizzati come "terroristi". Questo è il modo in cui, attraverso l'articolo 129a, si arriva a supporre l'esistenza di un "gruppo terroristico".

Attraverso questi argomenti, qualunque attività di ricerca accademica e di lavoro politico può essere rappresentata come potenzialmente criminale - in particolare quando essa riguarda colleghi politicamente impegnati che intervengono nei conflitti sociali. In questo modo la ricerca critica, in particolare quella collegata a forme di impegno politico, viene trasformata in controllo ideologico e "terrorismo".

Noi chiediamo che la Procura Federale (Bundesanwaltschaft) sospenda a partire da ora tutti i procedimenti collegati all'articolo 129a contro tutti gli accusati, e rilasci immediatamente Andrej Holm e le altre persone imprigionate. Respingiamo con forza, come un'accusa infamante, l'idea che le attività di ricerca accademica e l'impegno politico di Andrej Holm possano essere viste come complicità nei riguardi di una ipotetica "organizzazione terroristica". Nessun ordine d'arresto può essere motivato dalla ricerca accademica e dal lavoro politico di Andrej Holm. La Procura Federale, tramite l'applicazione dell'articolo 129, sta attualmente minacciando la libertà di ricerca e d'insegnamento e l'impegno socio-politico in ogni loro forma.

Per aderire all'appello utilizzare questo link

Fino a ieri erano previsioni allarmanti. Da oggi, sono notizie agghiaccianti. La temperatura del pianeta, nel 2006, è risultata superiore di 0,42 gradi rispetto alla media di riferimento del 1961-90. Nell´emisfero settentrionale l´aumento è stato di 0,58 gradi rispetto al trentennio. Il 2006 è stato l´anno più caldo da un secolo e mezzo ad oggi. Tra settembre e novembre in Europa si è superata la media di tre gradi. A chi giudica modeste queste cifre bisognerà ricordare che un aumento di 4 o 5 gradi comporterebbe gigantesche inondazioni, che minaccerebbero Venezia, Londra, New York. Per completare il quadro delle belle notizie il buco dell´ozono ha registrato nell´anno un record di 29,5 chilometri quadrati: il più grande a memoria d´uomo. Sono dati comunicati dall´Organizzazione mondiale della meteorologia.

In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 22 novembre scorso Giovanni Sartori, rilevando la portata drammatica del fenomeno, tornava su una sua denuncia di parecchi anni fa, che ne attribuiva alla sovrappopolazione la causa determinante. Sartori, che fu accusato allora, particolarmente da insigni economisti, di allarmismo catastrofista, costata come da allora le Cassandre siano aumentate di numero e di credibilità, e quelli che potremmo chiamare i Pangloss abbiano perduto credito. In effetti, a parte il recente summit di Nairobi, una vasta serie di ricerche scientifiche di incontestabile serietà hanno accreditato purtroppo la fondatezza della minaccia. Cito per tutte la più recente, il rapporto Stern, dal nome dell´economista, almeno altrettanto insigne, incaricato dal ministro inglese dell´Economia di fare il punto sul problema. Dire che le conclusioni del rapporto Stern sono preoccupanti è un eufemismo. Tali le ritiene comunque un giornale non sospetto di allarmismo catastrofista, l'Economist. Quale che sia il grado di probabilità che uno scioglimento dei ghiacci artici provochi la sommersione di Londra e di New York (nonché di Venezia, con buona pace dei Pangloss nemici del Mose) non è concepibile, come il rapporto conclude, (e l´Economist approva), che considerazioni di costo economico siano accampate per evitare gli investimenti necessari per scongiurare anche gli eventi più improbabili, ma fatali.

Poiché anch´io, modestamente, sono iscritto, non da oggi, nella consorteria delle Cassandre (ma non aveva forse ragione, la povera ragazza?), insieme con cari amici come Carla Ravaioli e Bruno Trentin; e poiché a suo tempo ho avuto con Sartori un cortese scambio di idee sul tema, vorrei intervenire. Primo, per osservare che catastrofisti sono i fatti, e non le opinioni di Sartori che condivido: anche quella relativa alla determinante causa della sovrappopolazione (e quindi alla pesante responsabilità nei riguardi della vita umana che si sono assunti tutti quelli che non se ne sono fatti carico); secondo, per ribadire la mia convinzione che la crescita della produzione e dei consumi porti una responsabilità almeno altrettanto pesante. Il che mi fa pensare che la reticenza su questa seconda responsabilità sia altrettanto grave della prima.

Consideriamo anzitutto il problema della popolazione. Secondo le più recenti stime dell´Onu, la popolazione mondiale dovrebbe continuare a crescere almeno fino al 2050, raggiungendo un livello compreso tra i 7,6 e i 10,6 miliardi di persone (9,1 miliardi è la previsione intermedia). La possibilità di comprimere questa cifra è scarsissima. Dati i livelli di fertilità e quelli di mortalità, i giochi sono praticamente fatti. Non ancora, invece, quelli della crescita della produzione e dei consumi. Sempre sulla base dei calcoli del Wwf, la media planetaria di spazio disponibile per assorbire sostenibilmente i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi (lo spazio bio-produttivo) è di 1,8 ettari pro capite. Gli americani oggi ne assorbono 9,6 e gli europei 4,5. Se il resto del mondo volesse raggiungere questi livelli, tre altri pianeti non basterebbero. Il problema che si pone, tremendo, è di comprimere i consumi dei più ricchi, frenando le aspettative imitative e insostenibili degli altri. Chi avrà il coraggio di dire agli americani e agli europei che devono comprimere i loro consumi almeno della metà? Chi avrà il coraggio di dire a cinesi e indiani che non potranno mai raggiungere neppure la metà dell´attuale livello dei consumi americani ed europei (due miliardi di auto cinesi e indiane in più significa, secondo l´Economist, il 30% del livello attuale americano e già fa saltare tutti i Kyoto immaginabili).

Questo, della crescita insostenibile, è il più formidabile problema che l´umanità abbia mai incontrato. E che richiederebbe l´attuazione di modi di sviluppo basati sulla stabilizzazione e sulla redistribuzione mondiale delle risorse. Una svolta antropologica, non solo economica. L´economista Heilbroner l´ha configurata in un suo bellissimo libro: An inquiry into the Human Prospect. In un modo o nell´altro, questa svolta ci sarà. Il treno che, in un famoso film, viaggiava veloce verso Cassandra Crossing, si andò a schiantare sul ponte crollato, e lì si fermò. Perché questo articolo non si chiuda così tragicamente, mi viene in mente, a proposito di treni, una storiella romanesca. Il casellante viene a sapere che due treni stanno viaggiando sullo stesso binario, l´uno contro l´altro. Fa di tutto, ma proprio di tutto, per evitare l´urto fatale. Telefonate, fuochi, piccioni: tutto inutile. Quando non c´è proprio più niente da fare, chiama la moglie: «A Nannì, viett´a vedè sto scontro».

© 2026 Eddyburg