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Il mitico Luca Mercalli di "Che tempo che fa" indirizza una lettera aperta alla candidata del l'Unione alla presidenza della Regione Piemonte. E' una raccolta di temi aggiornati sulla politica ambientale, e non solo. La Mercedes Bresso risponde in modo ragionevole e problematico. C'è una bella differenza con gli argomenti troppo spesso piatti e triviali della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Utile per rimanere aggiornati e anche per la linea di politica locale (anche lo slogan è bello). Ciao (a.b.)

Luca Mercalli indirizza una lettera aperta a Mercedes Bresso:



Ti scrivo per porgerti qualche spunto di riflessione "per cambiare il futuro", come recita il Tuo slogan elettorale. Seguendo l'invito che compare sul Tuo sito Internet, questo vuole essere uno di quei contributi "delle più diverse articolazioni della società civile, dell'economia, del lavoro, della politica e della cultura, vale a dire a tutti coloro che condividono il nostro punto di vista e che vogliono cambiare con noi la nostra regione e il modo di governarla".

Del resto, per chi ha a cuore i problemi ambientali, la lettura del Tuo curriculum è un'iniezione di fiducia: "esperta di economia dell'ambiente, economia agraria e di economia del turismo", autrice di saggi tra cui "Per un'economia ecologica" e "Pensiero economico e ambiente", già Assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e ai Parchi". "Amante delle passeggiate in montagna e nei boschi".

So anche che sei stata tra le prime in Italia a commentare il pensiero di Georgescu-Roegen, un pioniere, uno che avrebbe meritato il Nobel per l'Economia ben più di Robert Solow.

Ho avuto il piacere di conoscerTi insieme a tuo marito, quel Claude Raffestin "geografo ed esperto di Ecologia umana e Scienze del paesaggio" che completa il quadro del Tuo ambiente culturale come meglio non si potrebbe desiderare.

Insomma, a leggere queste credenziali, il Tuo programma politico dovrebbe avere una marcia in più rispetto - che so io - a quello di un qualsiasi palazzinaro che si metta in politica con obiettivi palesemente meno sostenibili sul piano ambientale.

Sembrerebbe, con un curriculum come il Tuo, di essere in ottime mani: una figura politica che non solo è ben informata su questi problemi, ma ne è pure navigata studiosa.

Ora, a questo punto, i fatti dovrebbero corrispondere alle premesse.

Eppure dal Tuo programma trapelano gli echi delle sirene della crescita continua.

"Con l'Europa per uno sviluppo sostenibile" per evitare il declino del Piemonte, recita il Tuo programma. Ma cosa vuol dire "declino"? Sulla base di quali indicatori? Forse del PIL? O del numero di autovetture prodotte dalla FIAT? Perché mai dovremmo evitare "un dignitoso e magari confortevole declino" a favore "di una dinamica fase di sviluppo"? Sappiamo che "sviluppo", come è inteso oggi (anche se corredato dell'aggettivo "sostenibile") è in realtà un modo addolcito di camuffare la continua crescita dei consumi. E' un'ossessione il ritenere che un luogo sia prospero solo se la sua popolazione aumenta o almeno non decresce, se le merci continuano ad affluire e a ripartire in sempre maggiori quantità, se l'edilizia continua incessantemente a costruire, se il valore degli scambi finanziari continua ad aumentare. A fronte di tali indicatori sappiamo bene che vi è anche l'aumento di rifiuti di qualsivoglia natura - solidi, liquidi e gassosi - e l'irreversibile diminuzione di naturalità del paesaggio, con conseguenze sia sul piano estetico, sia su quello dei cicli biogeochimici.

Ecco dunque che il passo del Tuo programma che recita come "La regione deve essere dotata in primo luogo di tutte le infrastrutture necessarie ad assicurarne la rilevanza economica, culturale, geografica e logistica cui aspira, il tutto nella logica dello sviluppo sostenibile. Vale a dire: le opere pubbliche dovranno essere progettate e portate a termine con il minimo impatto ambientale e al più basso costo sociale possibile. Opere all'avanguardia, concepite come servizi alla terra e agli uomini che debbono ospitarle, realizzate con tecnologie innovative, gestite con tutta la cura resa possibile dalla modernità", contiene inevitabilmente i germi della catastrofe ambientale. E ciò perché non riconosce il limite, ormai raggiunto e oltrepassato da tempo, del nostro territorio di sostenere ulteriori interventi di artificializzazione. In queste infrastrutture è facile vedere l'appoggio a progetti faraonici e non prioritari quali l'alta velocità ferroviaria, la quarta corsia della tangenziale torinese, una ulteriore espansione urbana e industriale capillare.

Sono tutti interventi ormai non più difendibili, inseriti nel mito della crescita continua, che - per quanto mitigata, per quanto addolcita - non può essere sostenibile per via dei meri vincoli fisici del sistema nel quale è concepita: il Piemonte - così come gran parte del nord-Italia, ha ormai subito un ampio superamento di tutte le soglie di attenzione di natura ambientale e deve ora guardare a come ridurre le conseguenze causate da un passo più lungo della gamba.

Per fare questo ritengo che l'unico mezzo sia ormai un serio approccio al concetto di decrescita. Orbene, il passato è passato. Processi storici ed economici hanno condotto fin qui e non ha importanza esaminarne più di tanto le motivazioni. Però Tu ci dici che vuoi cambiare il futuro del Piemonte. Benissimo. E' un'occasione d'oro per dimostrarlo. Se effettivamente desideri proporre un programma politico innovativo - pure rischioso, ovviamente - dovresti fare tuoi i precetti che il mondo scientifico ha da tempo - e con sempre maggior completezza - messo in luce. Il libro che ti allego "Le mucche non mangiano cemento" ne fa una sintesi, proponendo una bibliografia di riferimento che non ho dubbi Tu conosca ampiamente.

Provo comunque a sintetizzare per sommi capi gli obiettivi di un futuro realmente diverso:

1) il paradigma della crescita continua dei consumi e delle infrastrutture (e quindi pure dei relativi rifiuti) dovrebbe essere abbandonato quanto prima. Il suo fallimento è dietro l'angolo, una presa di coscienza anticipata potrebbe ancora consentire una transizione morbida verso una struttura stazionaria, altrimenti il collasso avverrà, come spesso accade nei sistemi non lineari, in modo improvviso e non modulabile da azioni di mitigazione.

2) sviluppo non deve essere confuso con crescita: esiste uno sviluppo culturale, scientifico, spirituale, perseguibile anche al di fuori di uno sviluppo dei consumi materiali o, peggio ancora, di beni superflui ed energivori. E' proprio lo sviluppo dei primi beni elencati a compensare della riduzione dei secondi. In un momento storico nel quale i livelli di benessere fisico sono ampiamente consolidati questa transizione è possibile ed è la sola a garantirne peraltro il mantenimento a lungo termine. Detto in altre parole, con la pancia piena e la casa calda possiamo anche pensare allo sviluppo spirituale/intellettuale/culturale che a sua volta sarà la chiave per continuare ad avere pancia piena e casa calda. Altrimenti si fa indigestione e si vomita. Poi però bisogna ricominciare dall'età della pietra.

3) il consumo di suoli agrari e di «paesaggio» deve essere arrestato immediatamente: in un mondo fisico dalle dimensioni finite non è pensabile espandersi all'infinito. Basterebbe applicare le illuminate proposte del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino, strumento eccellente che Tu ben conosci, purtroppo disatteso. Ovviamente la coerenza è una dote fondamentale del politico di razza: non si possono difendere i preziosi beni agrari dell'Ordine Mauriziano da una parte e contemporaneamente avallare progetti devastanti quali l'alta velocità ferroviaria: entrambi produrrebbero i medesimi risultati finali.

4) l'economia attuale in declino può trovare nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto" che ci circonda in qualcosa di almeno accettabile. Pensiamo a una FIAT che finalmente tiri fuori dai cassetti progetti che già aveva sviluppato da decenni, come la cogenerazione, e investa magari sulla produzione di pannelli solari... Le officine per fare tutto ciò sono praticamente le stesse che oggi si usano per fare automobili. Basta volerlo.

5) vi è necessità assoluta di un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite, imposti non da qualsivoglia ideologia, ma da semplice rispetto del II principio della termodinamica. In tale contesto sarebbe fondamentale disincentivare gli sprechi e l'uso del superfluo nonché gli eccessi nell'impiego di materie prime ed energia, a vantaggio di un benessere più sereno e libero dal senso di competizione sociale generato da modelli pubblicitari ormai patologici.

6) abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. In effetti, in un'epoca dove le telecomunicazioni potrebbero rendere sempre meno necessario il movimento fisico delle persone, e l'esaurimento delle risorse petrolifere porrà in un futuro prossimo restrizioni importanti alla inutile circolazione di merci banali oggi dettata da meri giochi economici, il gigantismo infrastrutturale è una scelta miope e sottrarrebbe enormi risorse alla disponibilità diffusa di servizi efficienti.

Cara Mercedes,

se vuoi veramente cambiare il futuro, dovresti avere il coraggio di inserire nel Tuo programma politico questi elementi, in apparenza fortemente impopolari in quanto lontani dal pensiero unico oggi vigente. Però il grande politico si riconosce proprio dalla capacità di essere realmente innovatore e cambiare totalmente il punto di vista dei problemi. E' peraltro difficile portare avanti tali obiettivi, però bisogna accorgersi che non solo l'ambiente scientifico sta sempre più assumendo consapevolezza che è necessario cambiare rotta, ma anche molta gente comune. Sono innumerevoli nel mondo le associazioni spontanee di cittadini volte alla decrescita (decrescita felice, décroissance, powerdown). Ma non vengo a mostrare ad arrampicare ai gatti: Georgescu-Roegen aveva scritto queste cose già nel 1974. Forse era in anticipo sui tempi. Trent'anni sono passati e ora le condizioni sono fertili per applicare la teoria bioeconomica o una sua opportuna riformulazione attualizzata.

Eppure sembra che la politica resti indietro, fatichi a cogliere questi segnali di disagio profondo, di una disarmonia con le leggi fondamentali di natura. Non basta aggiungere l'aggettivo "sostenibile" ad ogni azione per cambiarne le conseguenze. Molte azioni dovrebbero semplicemente essere abbandonate, non essere rese "sostenibili" quando non lo sono intrinsecamente. Pensiamo per esempio ai Giochi Olimpici Invernali Torino 2006.

Chi meglio di Te può comprendere queste cose? Con un curriculum così.

Ai miei occhi, come a quelli di molte altre persone mature e consapevoli della nostra situazione, assumi con la Tua candidatura politica una grande, grandissima responsabilità: quella di garantire se non il raggiungimento di questi obiettivi, almeno un segno incisivo verso la loro realizzazione, un cambiamento netto di direzione, un gesto di speranza. Se invece anche Tu, con il tuo perfetto curriculum da persona giusta al posto giusto, cadrai sotto la malìa delle sirene dello "sviluppo a tutti i costi", allora, noi che abbiamo capito di essere in un vicolo cieco, saremmo privati anche della speranza.

E senza speranza non resta che la disperazione.

Torino, febbraio 2005

Luca Mercalli (luca.mercalli@nimbus.it)

RISPOSTA DI MERCEDES BRESSO ALLA LETTERA APERTA DI LUCA MERCALLI



La lettera di Luca Mercalli è stata inserita nella sezione "Contributi al programma" del portale.

Normalmente i "Contributi" non ricevono risposta e vengono attentamente esaminati per recepire proposte e suggerimenti utili al Programma. Ma la lettera di Mercalli, trattando argomenti di grande importanza, ha suscitato molte reazioni e ha conquistato spazio sui media.

Decine di e-mail sono arrivate al nostro indirizzo.

Pubblichiamo quindi, in via del tutto eccezionale, la risposta di Mercedes Bresso.



Una bella lettera, la tua, una lettera alla quale voglio rispondere con grande sincerità, senza nascondermi dietro ai tatticismi elettorali che troppo spesso sono una scusa per non dire quel che si pensa e, soprattutto, per ritenersi in diritto di pensare quel che viene considerato indicibile.

Debbo dirti subito che anch'io, anni fa, pensavo fosse necessario arrivare a una sorta di "blocco dello sviluppo". Mi sono resa conto, col tempo, che il blocco puro e semplice non è possibile.

Ho studiato e riflettuto a lungo sulla teoria dell'arresto della crescita. Ma noi - il Piemonte - non possiamo rimanere fuori dallo sviluppo né possiamo rinunciare alla creazione di reddito, conseguenza immediata dell'arresto della crescita. Al contrario, dobbiamo rimanere dentro questi meccanismi di crescita. E dobbiamo rimanerci perché le dinamiche che governano i processi economici non permettono di fermarsi a un certo livello: chi si ferma non mantiene le posizioni acquisite, ma corre il fortissimo rischio di tornare indietro.

Non possiamo dimenticare poi che una quota crescente degli investimenti si concentra su servizi dematerializzati (internet, telefonia, tecnologie satellitari), che sostengono lo sviluppo e hanno un basso impatto ambientale. Io sostengo - insieme a tutto il centrosinistra - che sarà una società basata sulla conoscenza a sottrarci definitivamente al declino. Ritengo anche che il criterio della sostenibilità è l'unico che ci permette di investire in infrastrutture indispensabili e di lavorare per mantenere una parte dell'industria manifatturiera. Senza dimenticare che gli investimenti per la ricerca devono crescere non solo nazionalmente, almeno il 3% del Pil, ma anche e soprattutto nel nostro Piemonte.

Certo quel che conta è cambiare cultura, abbandonando l'equazione mentale che fa coincidere il benessere con l'incremento di beni materiali e consumi.

Io non credo affatto in uno sviluppo a tutti i costi. Credo invece che nel bilancio di ogni opera debbano essere considerati i costi non solo finanziari ed economici, ma anche sociali e ambientali. Al tempo stesso però vanno anche confrontati i risparmi che si conseguono non realizzando un'opera con quelli che l'opera, portata a termine, può garantire.

Non voglio eludere i problemi che poni, a partire all'Alta velocità. Personalmente mi sono battuta perché non si parlasse solo di Alta velocità, ma anche e soprattutto di alta capacità ferroviaria. Mi spiego. I risparmi ambientali che si ricaverebbero da una nuova ferrovia transalpina dedicata al solo traffico di persone sarebbero risibili. Se, al contrario, gli interventi rientrano in un piano destinato a ridurre il traffico su gomma a livello europeo, credo che il rapporto costi-benefici potrebbe essere interessante. Eliminare, o almeno ridurre drasticamente, il traffico dei Tir attraverso la catena alpina sarebbe un fatto grandioso, in grado di produrre effetti positivi sull'ambiente dal Baltico al Mar di Sicilia. Un elemento, questo, che mi pare sia stato enormemente sottovalutato da una parte del movimento ambientalista che pure stimo.

Non sfugge a nessuno poi che l'arretratezza delle nostre infrastrutture è una delle cause più gravi di inquinamento ambientale: un Paese senza metropolitane, con ferrovie inadeguate e con reti telematiche che toccano a malapena le aree metropolitane è condannato, fatalmente, a morire nel traffico e nell'anidride carbonica.

Le alternative sono tre. La prima: condanniamo noi stessi a marcire nell'arretratezza e a morire nell'inquinamento. La seconda, rincorriamo lo sviluppo - Achille e la tartaruga - così come lo abbiamo conosciuto fino agli anni Ottanta. La terza, facciamo del nostro ritardo il punto di battuta per spiccare un salto culturale e tecnologico. Esempio: l'Italia ha rinunciato al nucleare. Bene. Sarebbe sbagliato e antieconomico, oggi, riprendere a discutere di energia atomica nel nostro Paese. Ma il fatto di non averla ci consente di ragionare liberamente su altre opzioni meno disastrose per l'ambiente. Siamo più liberi dei Paesi che hanno investito sul nucleare e che oggi debbono continuare su quella strada per poter assorbire i giganteschi costi di ammortamento.

Possiamo (e per questo dobbiamo) intraprendere con decisione la strada dell'idrogeno, del fotovoltaico, delle energie pulite.

Non possiamo fare a meno delle grandi opere se non altro per il motivo che tutta l'Europa, di cui facciamo parte, ne è dotata. Si è calcolato che il nostro ritardo riguarda interventi per 250mila miliardi di vecchie lire. Io ho la speranza che esistano oggi tecnologie e culture in grado di colmare questo gap a costi ambientali incommensurabilmente più bassi rispetto al passato.

Quanto al Piemonte, la situazione è chiara. La nostra regione fatica a reggere il passo degli altri.

Ci sono zone dove le cose non vanno malissimo (il Piemonte sud) e aree in cui i problemi persistono. Noi abbiamo bisogno di infrastrutture moderne: non a tutti i costi, certo. Pagando solo quel che possiamo permetterci.

E ora vengo ai temi che proponi per il programma del centrosinistra.

La rinuncia al paradigma della crescita continua di consumi e infrastrutture. Qui non si tratta di aggiungere infrastrutture. Si tratta di adeguarle. Quanto ai consumi, possiamo puntare a ridurli, ma con un occhio di riguardo a chi certi standard non riesce a raggiungerli. Possiamo puntare a ridimensionare la produzione di rifiuti, certo, ma per i consumi devi tener conto dei fatti. Ci sono ormai zone di nuova povertà che stanno già sperimentando la riduzione dei consumi, ma controvoglia.

Lo sviluppo non deve essere confuso con la crescita. Posso essere d'accordo con te sugli stili di vita. Se si ha una casa e se si può contare su amici interessanti e buoni libri, il resto viene dopo. Ma non tutti vivono in questa condizione. E poi: la Regione (o lo Stato) hanno il diritto di giudicare lo stile di vita? Ci provò negli anni Settanta, e non senza una certa energia, Enrico Berlinguer, che lanciò lo slogan dell'Austerità. Non ebbe molta fortuna, neppure fra gli intellettuali. Norberto Bobbio osservò che l'austerità si pratica nelle società autoritarie (Sparta), mentre è l'edonismo il corollario delle democrazie (Atene). Forse avevano ragione entrambi. Berlinguer a chiedere uno sviluppo meno dissennato, Bobbio a dire che la riduzione dei consumi, quando i beni sono disponibili liberamente, si verifica solo con interventi autoritari.

Il consumo dei suoli agrari e del paesaggio deve essere fermato. Qui mi trovi perfettamente d'accordo. Nel nostro programma pensiamo alla tutela delle tipologie architettoniche tradizionali. Proponiamo anche di sperimentare un certo tipo di asfalto che avrebbe proprietà simili al materiale fotovoltaico. Come sai il fotovoltaico porta energia pulita, ma "consuma" molto territorio. Se andremo al governo del Piemonte, proveremo a produrre energia non inquinante utilizzando le strade che già esistono, senza occupare altra terra.

Nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto". Siamo perfettamente d'accordo. Sia pure con altre parole, tutto questo è già nel nostro programma. Anche noi, poi, sentiamo l'esigenza di incoraggiare Fiat a proseguire sulla strada dei motori a basso consumo di idrocarburi.

Un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite delle risorse. Siamo d'accordo. Ma qui le istituzioni possono solo aiutare. Tocca prioritariamente alla cultura, alle televisioni (sì), ai giornali, ai partiti, alle chiese trasmettere questi valori. Noi faremo la nostra parte, non dubitare, ma ci vorranno ben altre voci per arrivare alla sensibilità delle persone.

Abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. Di questo abbiamo già parlato: alcune grandi opere sono necessarie, altre no. Come forse saprai io non sono d'accordo con chi vuole fare tutto e di tutto, mentre mi pare essenziale conciliare la tutela del welfare con ferrovie efficienti.

Sono per fare il necessario.

E finisco da dove avevo cominciato. Sono perfettamente consapevole del fatto che non possiamo permetterci certi costi. Ma so anche che se rinunciamo al criterio della sostenibilità ambientale, non restano che due alternative: lo sviluppo selvaggio da un lato e la paralisi dall'altro. Due rischi che non possiamo correre.

Grazie per le belle parole che hai avuto per me e mio marito. Spero di non averti deluso e mi auguro di poterti incontrare presto per continuare a discutere di persona.

Mercedes Bresso

Sviluppo: quale e quanto. È il titolo di questo incontro. Incomincio dal «quanto». Perché la quantità, e la sua continua dilatazione, è indubbiamente la categoria che meglio caratterizza la società moderna, in tutte le sue principali espressioni. Cito alla rinfusa cose diversissime. Popolazione, agglomerati urbani, macchine di ogni tipo, reti stradali, trasporti, mezzi di comunicazione, burocrazie, traffici, carta stampata, spettacolo, pubblicità, scolarizzazione, turismo, velocità, informazione, ricerca: tutto ciò e molto altro nel secolo scorso ha conosciuto aumenti spettacolari.

In questo processo occorre però tener presente un rapporto che illumina e definisce la particolare qualità del fenomeno quantitativo. Nella seconda metà del Novecento la popolazione mondiale è raddoppiata, e continua a crescere. Nello stesso periodo il prodotto dell'economia mondiale si è moltiplicato per sette, e anch'esso continua a crescere. Ma, mentre l'aumento demografico desta preoccupazioni e sollecita (seppure in modo disorganico e da più parti contrastato) politiche destinate a contenerlo, la crescita produttiva si è imposta in modo sempre più netto come l'asse portante della politica economica e sociale del mondo, da tutti auspicata come irrinunciabile, con dogmatica sicurezza e ossessiva insistenza indicata come strumento risolutivo di ogni problema.

Ma siamo certi che lo sia davvero? Che questo continuo moltiplicarsi e ingigantirsi di fatti quantitativi, tutti d'altronde carichi di un'altissima, a volte rivoluzionaria, valenza qualitativa, sia la migliore garanzia per il nostro benessere e per il futuro del mondo? E le sinistre, e con esse il sindacato, come si collocano di fronte a questo interrogativo? O, meglio, se lo pongono?

Facciamo l'esempio dei problema occupazione. Ne avete già parlato a lungo, dicendo cose molto interessanti. Ma forse non è inutile aggiungere qualche altra considerazione. Tradizionalmente il rapporto tra quantità di produzione e quantità di occupazione è stato di regola proporzionale e biunivoco. Oggi di questo rapporto s'è persa ogni certezza. Il più drammatico crollo occupazionale si è registrato mentre il Pil continuava a salire. Né in seguito la crescita produttiva, forzata al di là di ogni reale bisogno e utilità sociale, ha sanato la situazione. Un parziale recupero, lo sapete bene, si è determinato solo a prezzo di precarizzazione selvaggia e sempre più esoso sfruttamento del lavoro. E il fenomeno riguarda tutto il mondo. L'International labour office parla di un miliardo di disoccupati e sottoccupati, un terzo della forza lavoro del pianeta.

Ciò nonostante di fronte a questa drammatica situazione la parola d'ordine, delle sinistre come delle destre, continua ad essere «crescita». Con una evidente sottovalutazione della rivoluzione informatica, della sua capacità di sostituire in misura sempre maggiore non solo il lavoro manuale ma anche quello mentale. E con una sostanziale rinuncia a utilizzare il progresso tecnico a favore dei lavoratori: paradossalmente infatti, quando sarebbe possibile ridurre fortemente la necessità di lavoro umano, la quantità di lavoro erogato va aumentando dovunque: sia complessivamente sia singolarmente. E questo in definitiva porta alla mancanza di una vera politica occupazionale, anche da parte delle sinistre, costringe a un'azione meramente difensiva di fronte alle «leggi» del capitalismo neoliberistico: secondo le quali il lavoro cessa di essere un diritto, perde il suo valore di cittadinanza e di appartenenza sociale (come l'attacco sistematico al welfare dimostra), scade a una variabile soggetta a tutte le incertezze, di durata, di mansione, di orario, di salario, in conformità alle «compatibilità» aziendali.

Ma un altro aspetto del grande mutamento, nei mondo economico mi pare non venga adeguatamente considerato. Oggi tutte le politiche poste in essere dall'imprenditoria mondiale al fine di ingrossare fatturati, migliorare efficienza produttività competitività, aumentare il Pil, cioè a dire in nome degli stessi obiettivi di continuo da tutti invocati, anche dalle sinistre e dai sindacati, di fatto si traducono in strumenti di ulteriore sfruttamento del lavoro: dalla flessibilizzazione nelle sue mille forme, alle ristrutturazioni aziendali operate mediante pesanti tagli di personale, al boom della finanziarizzazione, al fenomeno sempre più vasto della delocalizzazione, che di volta in volta mette sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori. In proposito, a evidenziare la logica che presiede alle politiche economiche neoliberiste, mi pare serva ricordare che le borse americane premiano, con vistosi rialzi delle loro azioni, le imprese che «snelliscono (organico».

Davvero in questa situazione è difficile capire perché si continui a insistere sulle vecchie politiche produttivistiche, a inseguire le destre nella rincorsa della competitività ad ogni costo, della modernizzazione non importa quale, della crescita produttiva indiscriminata, adeguandosi a un'economia sempre più separata dalla realtà sociale e dai suoi bisogni; al cui interno nemmeno il più moderato riformismo riesce ormai a trovare qualche spazio.

Per un lungo periodo la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica parve in qualche misura favorire il progresso sociale, anzi oggettivamente lo favorì. Fu allora che i movimenti operai, pur senza mettere in discussione il sistema dato, seppero conseguire importanti vittorie, sfruttando la parzialissima e ambigua, ma fondamentale, convergenza di interessi tra impresa e lavoro: quando - sia pure tra mostruosi squilibri, abusi e iniquità - la tendenza espansionistica del capitale incontrava l'esigenza di maggior reddito delle popolazioni industrializzate, a garantire insieme allargamento dei mercati e crescente benessere.

Questo tipo di rapporto il neoliberismo non lo consente più. È la sua stessa ratio a vietarlo, il suo impianto non solo strutturale ma concettuale. L'iniquità è organica alla competitività senza freni che domina il mercato globalizzato, e detta le regole di un'economia unicamente e forsennatamente impegnata alla produzione di quantitativi sempre crescenti di merci, in tempi sempre più stretti, a costi sempre più bassi: il tutto inevitabilmente a scapito del lavoro. Quali merci si producano d'altronde non importa, né per quale utilità, né con quali conseguenze. Ciò che conta è solo la smisurata dilatazione di un consumo che ben poco ha ormai a che vedere col benessere delle masse, e di fatto non ha altro fine che se stesso.

È vero, oggi tra le sinistre si va ormai diffondendo la consapevolezza che la crescita degli ultimi decenni sul piano sociale non ha pagato, che anzi il neoliberismo ha fortemente aumentato le distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale ma all'interno stesso dei paesi più affluenti. E sempre più insistenti si fanno i dubbi sulla possibilità di conciliare obiettivi con tutta evidenza confliggenti, come competitività e welfare, crescita e solidarietà, modernizzazione e occupazione; sempre più premono interrogativi su come poter difendere le idee di giustizia, costitutive dell'esistenza stessa delle sinistre, all'interno del sistema attuale. E si torna a citare - ma ormai come una vecchia e stanca giaculatoria - la necessità di un nuovo modello di sviluppo, che però nessuno finora ha neppure tentato vagamente di abbozzare.

E questo è il più grave peccato delle sinistre, le quali hanno del tutto mancato una seria analisi critica di una società ormai identificata con una straripante produzione di merci, e impegnata nella riduzione a merce di ogni rapporto e ogni dimensione dell'esistenza; di fatto identificando lo sviluppo sociale con una crescita meramente quantitativa, in tal modo avallando come progresso quella perversione del consumo che è il consumismo, e ignorandone l'azione corruttrice, che diffonde il prevalere incontrastato di valori materiali e acquisitivi, a seminare individualismo aggressività e spregiudicatezza.

Su questa via le sinistre, o quanto meno una loro parte non trascurabile, hanno finito per adagiarsi su una deriva coincidente con la favola raccontata dalle destre: secondo cui la continua e crescente produzione di ricchezza toccherà prima o poi dimensioni tali da raggiungere tutti, fino a eliminare fame e miseria. Non eliminando le disuguaglianze, no. Perché, dice la favola, sono proprio le disuguaglianze a sostenere la competitività, a migliorare produzione e consumo, e così a creare ancora e ancora ricchezza, di cui a tutti, o quasi tutti, toccherà una piccola fetta.

O magari perché no una fetta grossa. Non è questa la magia del capitalismo? Non si son fatte così le fortune più vistose? Non mi soffermo sulla palese inaccettabilità per le sinistre di una politica che prevede e teorizza, come normale strumento di strategia economica, la disuguaglianza sociale, fino all'esclusione di individui, gruppi, interi paesi. Vorrei piuttosto esaminare la questione da un altro lato, e domandare: quale futuro, o meglio quanto futuro, può avere un progetto fondato sulla produzione illimitata di ricchezza?

La produzione, di qualsiasi tipo, è consumo di natura: minerale, vegetale, animale. Ma la natura terrestre, cioè il nostro pianeta, è una quantità data e non estensibile a piacere, e in quanto tale non è in grado di alimentare indefinitamente un'economia in continua crescita, fornendole le quantità di natura a ciò necessaria. E nemmeno è in grado di metabolizzare e neutralizzare indefinitamente gli scarti che ne derivano, i rifiuti (solidi, liquidi, gassosi). Parrebbe un'ovvietà, anzi è un'ovvietà, che però nessuno, o pochissimi, soprattutto tra economisti e politici, di destra o di sinistra, sembrano considerare tale.

Il problema ambiente oggi nessuno più lo ignora. È sotto gli occhi di tutti lo squilibrio degli ecosistemi, che sconvolge il clima tra uragani, alluvioni, frane, desertificazioni; che va devastando il mondo e le nostre vite tra malattie da smog, intossicazioni, innumerevoli nuove patologie ignote alla medicina tradizionale, insicurezza di ciò che mangiamo beviamo respiriamo; che produce milioni di senza-casa, di profughi, di morti. A lungo però tutto questo le sinistre lo hanno ignorato.

E ancora oggi (sebbene nessuno più ormai si sottragga al dovere di una citazione, in osservanza del «politically correct») la materia non sembra degna di attenzione nel momento delle scelte politiche decisive. Come se la crisi ècologica nulla avesse da spartire con economia, produzione, lavoro, i grandi temi della Politica con la maiuscola. Come se non fosse invece la conseguenza diretta e inevitabile di un modello economico che si regge sulla crescita illimitata e pertanto, inevitabilmente, sulla rapina della natura, sulla continua rottura del limite. Come se tutto ciò, tra l'altro, non costituisse un rischio per la stessa economia: alcune scarsità, acqua e petrolio in primis, già allarmano infatti la macchina produttiva mondiale, e né il mercato né le tecnologie più avanzate sembrano avere soluzioni in mano.

Forse trovate che io stia spaziando tra problemi che non riguardano il sindacato. Non direttamente almeno. Ed è vero che la funzione specifica del sindacato appartiene a un ambito più circoscritto, in sostanza identificabile con la tutela del lavoro e dei lavoratori; mentre tocca ad altri istituti la elaborazione delle politiche del paese e del loro confronto in ambito internazionale. Ma in una società come l'attuale, definita e radicalmente mutata dalla complessa fenomenologia della globalizzazione, io credo che anche decisioni settoriali, non possano essere assunte senza aver presente il quadro degli immani problemi che scuotono il mondo.

Se la globalizzazione ha aperto nuovi spazi alla valorizzazione dei capitali, fornendo all'industria planetaria manodopera a costi irrisori, e creando nel Sud del mondo condizioni di sfruttamento da protocapitalismo. Se condizioni analoghe spesso si producono anche nei nostri paesi tra le masse sempre più numerose dei migranti, tra l'altro fatalmente trascinando al ribasso i salari di tutti. Se i consumi in Occidente sono saliti al punto che un quinto della popolazione del pianeta si appropria di due terzi delle risorse. Se nonostante la continua crescita produttiva nel Sud del mondo ancora si muore di fame, mentre in Occidente si muore di obesità da iperalimentazione. E se, di fronte a un'economia che in complesso continua a deludere, impantanata in una crisi infinita, a un dato momento soltanto la guerra si pone come unico strumento capace di far quadrare i conti del sistema.

Se questa è la verità dei mondo, il mondo del lavoro non la può rimuovere, nel momento in cui si confronta con i suoi problemi e ne cerca soluzione. E non solo perché in qualche misura questa verità è presente anche tra noi, in un Occidente dove disoccupazione e precarizzazione, attacco allo stato sociale, aumento dei poveri e impoverimento dei ceti medi, vengono imposti come condizione alla crescita economica, data come infallibile strumento di futura prosperità per tutti. Ma perché proprio nel confronto tra il grande mondo e la nostra realtà, mi pare si evidenzi in modo ineludibile l'insostenibilità non solo ecologica ma sociale e politica dell'attuale paradigma economico, dunque la necessità di un diverso modo di produzione scambio e consumo. E in questo i sindacati possano dare un contributo tutt'altro che secondario.

Oggi non è più tempo di sovversioni politiche traumatiche, di rivoluzioni armate e sanguinose. Di tutto ciò abbiamo avuto abbastanza. E d'altronde oggi non si tratta di espugnare il Palazzo d'inverno. Si tratta di rimettere in causa un sistema-mondo che con il suo dogma iperproduttivistico e iperconsumistico, e con l'imposizione del mercato come regolatore indiscusso non solo dei meccanismi economici ma della società intera, ha capillarmente penetrato e inquinato cultura, costume, coscienze, fino a determinare comportamenti, desideri, progetti di vita. E delegittimarlo è possibile solo mediante una rivoluzione dolce ma radicale, consapevole e decisa, da attuarsi per gradi ma con costante tenacia, con un'azione molteplice, presente anche nel quotidiano minore, fermamente orientata a contrastare i valori oggi dominanti. Un'azione che muova dal netto rifiuto di una politica come quella praticata finora dalle sinistre, non solo italiane, sostanzialmente incapace di una linea diversa da quella delle destre.

Un tipo di politica che a volte si ritrova anche nell'azione del sindacato. La lotta per la salvaguardia del posto di lavoro, e quindi la difesa della fabbrica, è la strada da sempre seguita come la più naturale, che ancora oggi scatta ad ogni crisi come un riflesso immediato. Ma oggi si impongono interrogativi di cui ieri non c'era motivo. Per fare un solo esempio. Fabbriche gravemente inquinanti, ad alto rischio per i lavoratori e l'ambiente: è il caso di salvarle ad ogni costo? Una riconversione, con riprofessionalizzazione del personale - come d'altronde sovente si fa - non dovrebbe essere sempre presa in considerazione come la soluzione da preferire?

Ma anche altre domande di volta in volta bisognerebbe porsi: se e quanto serva ciò che si produce; se risponda a bisogni reali o non si tratti di oggetti destinati al consumismo più futile che poi la pubblicità s'incaricherà di dimostrare indispensabili; se non esistano altre necessità insoddisfatte, dunque con diritto di priorità; e quali siano le ricadute dei prodotti in questione, sul piano ecologico, sanitario, culturale, sociale, umano.

Una molteplicità di scelte, anche minori e minime, operate a questo modo, costituirebbe parte non piccola di una rivoluzione non traumatica ma Incisiva, in quanto netta, continua e sistematica negazione dei criteri che guidano l'economia capitalistica, basati unicamente sulla valutazione di quantità e profitto conseguibili, e ignari di ogni altra esigenza. Per questa via, in una realtà come la nostra, straripante di merci ma gravemente carente sul piano dei servizi pubblici e sociali, sarebbe forse possibile progressivamente spostare il baricentro dell'economia dalla produzione di beni materiali alla produzione di beni sociali.

Le conseguenze, anche se inizialmente limitate, sarebbero però tutt'altro che trascurabili, anche nell'immediato. Sul piano occupazionale innanzitutto: perché mentre nell'industria la tecnica sempre più largamente va sostituendo le persone, nessuna attività sociale può prescindere dalla presenza umana. E ai fini degli equilibri ecologici: perché la produzione sociale, a differenza di quella industriale, non inquina. Ma soprattutto per l'avvio di un diverso modo di progettare, pensare, vivere il lavoro, e quindi la produzione e il consumo.

Vi sembrano sogni, pii desideri? E però da qualche tempo stanno accadendo cose insolite. Da più parti, da gruppi di giovani, circoli di intellettuali, nuove riviste, convegni, spezzoni del movimento altermondialista, giungono segnali di rifiuto dell'orgia consumistica, di dubbi sulla bontà indiscussa della crescita illimitata. Alcuni addirittura a gran voce chiedono «decrescita». E, fatto davvero non trascurabile, di recente la Cina, di fronte al sempre più drammatico deterioramento ambientale del paese, e all'aumento costante della distanza tra ricchi e poveri, ha deciso di contenere di un terzo il tasso di aumento del proprio Pil. Infine tra i segnali di questo tipo non posso tralasciare il nostro incontro: che i sindacati si interroghino su materie come quelle dibattute oggi non mi pare davvero di scarso significato.

Dino Greco si diceva convinto di una evidente crisi del capitale. Ne sono convinta anch'io. Sono gli stessi meccanismi dell'accumulazione che spesso ormai sembrano girare a vuoto, inceppati tra crisi e scandali a ripetizione. Forse a riprova che crescita illimitata non esiste, né in natura né nella storia. Forse anche a ricordarci che dopotutto il capitalismo è un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici ha avuto una nascita e avrà prima o poi una fine. È una verità che le sinistre una volta tenevano presente, a supporto del loro stesso esistere e agire. Una verità forse da recuperare.

"Il secondo pianeta" era il titolo di un bel libro di Umberto Colombo e Giuseppe Turani pubblicato quattordici anni fa. Allora la popolazione mondiale era di 4 miliardi circa e si prevedeva che sarebbe raddoppiata entro il 2030. In effetti, una volta tanto le previsioni sono state confermate. Siamo oggi sei miliardi e mezzo sulla Terra, supereremo gli 8 previsti nel 2030 e raggiungeremo probabilmente 9-10 miliardi a metà del secolo. Insomma, quel secondo pianeta è qui, con noi.

Certo: non è la «bomba della popolazione» che Paul Erlich vaticinò nel 1986 (20 miliardi di uomini) ma è sempre un bel po’ di gente. E pesa sempre più sulle risorse del pianeta. Anche il recentissimo rapporto del Wwf (vedi Repubblica del 25 ottobre) parla di un altro pianeta in corso di allestimento, gettando un ennesimo allarme.

Ma quanto peserà quel «peso»? Lo si può calcolare all’incrocio di due curve: quella della domanda e quella dell’offerta di Natura. L’offerta è misurata dalla biocapacità: e cioè la produzione della terra in termini di specie, terrestri e marine. La domanda è rappresentata dalla quantità totale di natura: e cioè di terre e di acque utilizzate dall’Uomo. Che provvedono ai suoi bisogni e assorbono i suoi rifiuti.

Il rapporto tra domanda e offerta si chiama impronta ecologica. Se calcoliamo le due curve, ci accorgiamo che dal 1960 ad oggi l’indice della biocapacità è sceso del 30 per cento e l’impronta ecologica ha superato l’offerta del 25%. In altri termini stiamo intaccando rapidamente il capitale su cui viviamo. Ed aumentiamo quello che potremmo definire il nostro debito con la natura. Ma è un debito non rimborsabile. Forse ci sono i banchieri di Dio. Ma non c’è una Banca dell’Universo cui rivolgerci, se il capitale si azzera. E il capitale sta diminuendo al ritmo dell’1% all’anno.

L’imperativo dovrebbe essere chiaro. Promuovere un piano di «rientro» del debito. Proprio come noi italiani con la finanziaria, si licet. Il Wwf ne traccia tre, riguardanti la ripresa di controllo sui cinque fattori di squilibrio dell’impronta ecologica: la popolazione, il consumo pro capite, l’intensità produttiva in materie ed energia, l’estensione dell’area bioproduttiva, l’aumento della bioproduttività per ettaro. C’è un piano business as usual, il quale porterebbe entro il 2050 il debito con la natura dall’attuale 25 al 34%, con conseguenze disastrose in termini di riscaldamento del pianeta e di distruzione delle altre specie. C’è uno scenario di cambiamento lento, che prevede l’estinzione del debito per il 2100, e uno eroico che prevede la chiusura dei conti con la Natura entro il 2050. Basterà dire che questi due ultimi scenari comportano non soltanto un rallentamento decisivo della crescita dei paesi ricchi, che contribuiscono per l’80 per cento circa all’impronta ecologica; ma anche una formidabile redistribuzione di risorse (di conoscenze, soprattutto) verso i paesi poveri.

Qui non si tratta di ecologia. Ma di economia. E di economia molto politica.

Qualche breve osservazione.

Questi allarmi, sempre più frequenti, suscitano nei saggi di Salamanca i soliti sorrisi di scherno.

Il rapporto del Wwf ci dice che stiamo consumando risorse a un ritmo superiore a quello della loro produzione? La risposta convenzionale è semplicissima. Le sostituiremo con altre risorse. I prezzi di mercato ci segnaleranno la loro scarsità. Qualcuno alla fine del Settecento prevedeva che Londra sarebbe stata sommersa nei cinquanta anni successivi dallo sterco dei cavalli. Ma lo sterco fu sostituito dal vapore e il vapore dalla benzina. Elementare. La sostituzione, però, non è infinita. Non può sostituire la terza legge della termodinamica. E costa sempre di più. Qui i prezzi, però, non servono. I prezzi di mercato, gli economisti lo sanno bene, sono prezzi relativi (di una "merce" rispetto a un’altra) mentre il prezzo della natura, è assoluto (di una "merce" non rinnovabile). Se la progressione della "scala" rimane quella attuale, di un raddoppio della produzione ogni 7 anni, in 50 anni la produzione mondiale aumenterebbe di 32 volte: e davvero non basterebbero neppure due pianeti (viene in mente la storiella del Faraone che mette un chicco di grano sul primo scacco e poi raddoppia i chicchi in quelli successivi svuotando i suoi granai già alla quarta fila della scacchiera). Quel limite di scala, nessun mercato può definirlo, è necessaria una decisione consapevole, politica. E mondiale.

Molto prima del limite dell’esaurimento incontriamo comunque il limite del riscaldamento. Oggi le emissioni di energia di origine umana sono trascurabili rispetto a quella che riceviamo dal sole (un quindicimillesimo). Ma nei prossimi 150 anni, al ritmo attuale, provocherebbero un aumento del calore di tre gradi: già catastrofico. Non si dice dopo. Qui però la risposta c’è. Se riuscissimo a utilizzare una anche minima parte dell’energia del sole, senza aggiungervi la nostra, saremmo, per così, dire, a cavallo. Non è facile. Però non è impossibile. Ma quando? In ogni caso, le trasformazioni sociali necessarie per un utilizzo dell’energia solare sono rivoluzionarie e non compatibili con un’economia in crescita continua e squilibrata.

Sarebbe dunque necessario raggiungere, prima o poi, uno stadio stabilizzato (steady state) di crescita zero, anche se continuamente rinnovata nella sua composizione; e soprattutto un grado di consumi equilibrati nell’intero pianeta: il che comporterebbe una restrizione dei consumi (e degli sprechi) nei paesi ricchi e un aumento nei paesi poveri, ma con un tipo di sviluppo diverso da quello attuale dei paesi ricchi.

A chi obietta che i paesi poveri pretenderanno comunque di adottare le abitudini di consumo dei paesi ricchi, e che è impossibile negarglielo, bisogna rispondere che è impossibile raggiungerlo. Al tasso automobilistico americano, indiani e cinesi dovrebbero disporre di circa due miliardi di automobili. E così via per gli altri «beni». Piuttosto si pone, per tutto il mondo, un problema formidabile di redistribuzione dei beni (e dei mali) e di mutamenti fondamentali dei valori (dalla crescita quantitativa al progresso qualitativo).

Non si tratta dunque, soltanto, di un problema di sostenibilità fisica ed ecologica. Si tratta di un gigantesco problema di ristrutturazione sociale, di riorganizzazione politica e di ripensamento etico della civiltà umana. Purtroppo, è probabile che dopo qualche brusìo, ce ne occuperemo (per quanto mi riguarda se ne occuperanno) tra altri quattordici anni. In un altro pianeta.

Non ho seguito tutti i dibattiti, confronti, faccia-a-faccia preelettorali (Dio mi perdoni, credo sarei ammattita) ma insomma, interi o in parte, me ne sono fatti un discreto numero, compresi da cima a fondo i due Prodi-Berlusconi. E mai, dico mai, mi è capitato di sentir nominare, dico nominare, l'ambiente. Immagino che almeno Pecoraro Scanio lo abbia fatto, ma le non poche volte che l'ho incrociato sullo schermo, non ho avuto la ventura di ascoltarlo su questa materia.

Ora, a elezioni sperabilmente concluse, nonostante le previsioni di tempi lunghi per la formazione del nuovo governo, tutti si affannano a dar consigli al futuro premier. Tutti quasi esclusivamente parlando di conti da risanare, e concordemente indicando crescita, produttività, competitività, ai fini di un'indispensabile «risalita», in mancanza della quale l'Italia rischierebbe di rimanere esclusa da quella «ripresa» che nel resto del mondo sembra felicemente annunciarsi, anzi forse già c'è; e tutti suggerendo iniziative che aiutino le imprese ad aumentare dimensioni e fatturati così da reggere la furibonda guerra del mercato globale. Di che stupirci? Questi sono i temi e i toni che tengono banco nel mondo economico come in quello politico, a prescindere dagli orientamenti, praticamente in tutti i paesi. Consigli per tentar di arginare lo sconquasso ecologico nessuno si sogna di darne. Né sembra sfiorato dal dubbio che i consigli elargiti lo sconquasso lo aumenteranno.

E vien fatto di domandarsi: ma i politici e i loro consiglieri i giornali li leggono?

Non che i giornali, per carità, siano assenti dal gran coro che invoca produttività competitività crescita. E però tutti, e con una certa frequenza, strillano titoli a effetto e a piena pagina per dire di calotte polari che si sciolgono, di deserti che avanzano, di fiumi giganteschi (Rio delle Amazzoni, Nilo, Fiume giallo) ridotti in secco, di alluvioni sempre più numerose e distruttive, e per ripetere che sono proprio le attività economiche in continua espansione a determinare una pressione insopportabile dagli ecosistemi e a comprometterne il regolare funzionamento. Lo dicono a una loro maniera schizoide, nel momento stesso in cui in altre pagine (le prime solitamente) levano lamenti sul Pil ostinatamente immobile, sull'auto che non tira come dovrebbe, insomma sulla stagnazione di quanto dello sconquasso è causa prima. Ma comunque lo dicono. E poiché notoriamente i giornali sono immancabili compagni di vita del politico di professione, parrebbe logico che leader di partito, parlamentari, ministri, conoscessero almeno l'esistenza del problema ambiente. O si deve pensare che le pagine dedicate alla materia le saltino a piè pari? Non ho risposte.

A meno che non abbia ragione Jeffrey D. Sachs della Columbia University il quale (su La Repubblica del 18 aprile scorso) afferma: «I nostri politici operano alla superficie degli eventi senza comprenderne le realtà sottese». Se così non fosse - arguisce - poiché si parla di «un possibile aumento di almeno quattro volte dell'economia mondiale entro il 2050», e dato che «il cambiamento climatico non è un timore per il futuro ma un processo già ben avviato», i responsabili delle nostre sorti capirebbero che "le sfide più importanti non sono gli scontri di civiltà, 'noi contro loro', ma quelle che 'noi, tutti insieme' dobbiamo affrontare per prevenire le catastrofi ecologiche e sanitarie che sono in agguato dietro l'angolo".

L'opinione è pienamente condivisa da Nicholas D. Kristof, noto scienziato americano che dopo aver descritto una delle possibili Apocalisse prossime venture (ancora La Repubblica, 19 aprile) dichiara: «Il nostro sistema politico non pare essere in grado di comprendere le questioni scientifiche come quelle del mutamento climatico», qualcosa cioè che «dovrebbe essere considerato una minaccia più grave di un Iran in possesso di una bomba atomica». E conclude: «La migliore ragione per agire in relazione al riscaldamento globale resta l'imperativo di proteggere il pianeta, ma i nostri leader stanno miseramente fallendo in tale responsabilità».

Appena qualche giorno prima era stato il primo consigliere scientiifico di Blair, Sir David King, in un'intervista diffusa dalla Bbc e ampiamente ripresa in prima pagina da The Indipendent del 15 aprile, a lanciare un duro richiamo al suo governo e all'Unione europea, colpevoli di non attenersi agli impegni assunti col secondo Protocollo di Kyoto. Sir David cita la previsione del Headley Centre for Climat Changeand Prediction, uno dei più famosi centri di analisi climatiche, secondo cui un ulteriore aumento della temperatura terrestre (3 gradi centigradi entro il secolo secondo le previsioni) comporterebbe rischio di malnutrizione per 400 milioni di persone, lascerebbe senz'acqua da uno a tre miliardi di individui, causerebbe una diminuzione dei raccolti di grano tra i 20 e i 400 milioni di tonnellate e la distruzione di metà delle risorse naturali mondiali. Ai politici convinti di potersi affidare semplicemente alla produzione di energie alternative per risolvere il problema, grida che dovrebbero piuttosto ascoltare gli scienziati. E conclude: «C'è differenza tra essere ottimisti e nascondere la testa sotto la sabbia».

Chissà se a qualcuno dei nostri politici è capitato di buttare un occhio su questi pesanti giudizi, che indirettamente riguardano anche loro, espressi da persone altamente qualificate e disinteressate? O se, vedi mai, hanno dedicato un minimo di attenzione a qualcuna delle notizie di ordinaria devastazione ecologica e umana, di recente qua e là fornite? Cito a caso dalle ultime due o tre settimane. L'immensa, irrespirabile nuvola di smog e sabbia che avvolge non solo Pechino, ma più di un milione e mezzo di chilometri quadrati di Cina, con 562 città e circa 200 milioni di persone, che raggiunge con polveri tossiche anche Corea e Giappone, che riempie gli ospedali e non ha trovato finora rimedi se non «stare a casa», secondo l'illuminato consiglio delle autorità. Elba e Danubio che innondano Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Serbia, con centinaia di migliaia di evacuati. Altre migliaia di evacuati in Australia per un ciclone con venti a 250 all'ora e onde di otto metri. Ventisette morti per un tornado nel Tennessee, Usa, due morti per un tornado vicino ad Amburgo, Germania. Morti e dispersi per piogge torrenziali e allagamenti in Kenya (quanti non si sa mai con precisione quando si tratta di profondo Sud).

Non si può spaventare la gente bombardandola di paure apocalittiche, dobbiamo tenere alto il morale. Così o pressappoco, di fronte a questo semplice richiamo alla realtà, immagino reagirebbe la grande maggioranza dei politici, indefettbili campioni di «pensare positivo». Vorrei rispondere - semmai qualcuno di loro getti uno sguardo su queste righe - ricordando un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera il 27 novembre dello scorso anno. Si domandava quale fosse la cosa più temuta, e ne risultava che il 63,2 per cento degli italiani temono soprattutto «la distruzione dell'ambiente». La temono più della perdita del lavoro, secondo item in graduatoria, ma con forte distacco (50,6), più di una nuova guerra (50,1), della mancanza di pensione (45,5), di nuove epidemie (40,7), ecc.

Se in campagna elettorale qualcuno dell'Unione si fosse ricordato almeno di citare il rischio ecologico, chissà mai che la vittoria potesse essere un po' meno risicata?

Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca.

Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile.

Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro.

La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale.

Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora.

Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.

All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.

Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.

Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modifi- cheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.

Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.

L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercatonon può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.

George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:

Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.

Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.

È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzareun cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?

Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.

Che cos'è la nuova rivista aideM raccontato dal suo sito

INDICE

Doppio Spot (Preambolo)

Parte I – I “fondamentali”

1 - Beni § Servizi

2 - L’anima del sistema

3 – L’informazione-mercato

4 – I servizi-merce

Parte II – I fatti

1 – Globalizzati

2 – Il capitale di sempre?

3 – Il fallimento della sostenibilità

4 – L’inquinamento sociale

5 – Il dolore degli altri

6 - Liberazione a rischio

7 - L’artificializzazione del mondo

8 – I consumi e la guerra

9 – I conti sbagliati

Parte III – Le domande

1 - Il modello mancante

2 – Una crisi diversa

3 – Vecchie sinistre

4 – L’insostenibile crescita

Parte IV – Risposte?

1 – Quali valori

2 – L’accumulazione sociale

3 – Il mondo

4 – Forse l’Europa

Doppio spot ( Preambolo)

“Interrompiamo per qualche minuto di pubblicità,” annuncia il conduttore. E allo schianto delle Twin towers, indefinitamente riproposto e sempre inesorabilmente portatore della stessa carica di insopportabile tragedia, succede una levigata ragazza golosamente intenta a succhiare un cono gelato. Allo strazio di cadaveri e di viventi fatti a pezzi segue il gruppo gioiosamente ciarlero di un villaggio-vacanza, la desolazione di miserabili capanne in macerie dà spazio alla giovanissima coppia abbracciata in groppa a un motorino, il lutto di gente in fuga da ordigni mortali stacca su una bellissima pronta al fascino di una superveloce iperaccessoriata automobile e del suo possessore. La guerra cede alla felicità del consumo. L’ottimismo facile e dozzinale del mercato si alterna all’apocalisse.

E’ accaduto dall’11 settembre in poi, e continua ad accadere, da noi e dovunque, in tv pubbliche semipubbliche private. A volte senza neppure l’annuncio dell’ interruzione pubblicitaria. Come sempre d’altronde: spezzare un film un telegiornale un concerto un dibattito politico con lunghi intervalli di promozione commerciale è stata ed è la regola, e non vuole esitazioni nè pudori. Quella data che a giudizio di tutti avrebbe cambiato il mondo e la storia, e che senza dubbio non poche cose ha cambiato, non ha spostato minimamente la supremazia della merce. Sui televisori di tutto il pianeta continuano a scorrere in sequenza immediata immagini violentemente dissonanti. Nella disattenzione generale, o piuttosto nell’assuefazione a un mezzo che omologa tutti i messaggi, ci raggiunge la rappresentazione di una realtà scissa in due facce opposte ma in sostanza equivalenti, quasi i due termini di un’endiadi, in una sorta di narrazione allegorica, addirittura una metafora, della nostra realtà. Dopotutto perché mai separare merci e guerra? Non sono merci anche le armi? E non è la guerra il luogo del loro consumo?

La domanda mi era presente fin dal primo abbozzo di queste pagine destinate alla riflessione su un tema che senza retorica può definirsi “l’impero delle merci”. Ma dopo l’11 settembre mi si è posta sempre più perentoria, fino a situarsi al centro della materia, e a dettarne una lettura forse di radicale pessimismo, ma temo non lontana dalla verità.

DI FRONTE a Cloptar (4 anni), Tuca (6 anni), Mengi (8 anni) e Eva (11 anni) bruciati nella loro baracca sotto un cavalcavia alla periferia nord di Livorno, non esistono i buoni e i cattivi sentimenti. La sorte di quei bambini smuove dentro di noi qualche cosa di più difficile da confessare. La tentazione è cavarcela addebitando a genitori negligenti per natura – giustamente perseguiti dalla magistratura – una tragedia che ci appare letteralmente di un "altro mondo", spuntato di fianco a casa nostra senza chiedere il permesso, indesiderato. Tendiamo quindi a concederci una deroga culturale, nei confronti dei rom. Gente per la quale la vita e la morte avrebbero un valore diverso da quello che noi gli attribuiamo, perfino quando a morire sono i loro figli. Dubitiamo che soffrano come noi.

Li consideriamo un popolo dall´innata propensione al vagabondaggio, al furto, alla brutalità sulle donne e sulla prole. Ma ne siamo proprio sicuri? Abbiamo eretto solidi tabù culturali contro il razzismo biologico. Condanniamo chi discrimina il prossimo in base al colore della pelle. Pochi giorni fa un sacerdote ha dovuto chiedere scusa per una infelice battuta sugli ebrei. Grazie alla globalizzazione vi sono poi comunità immigrate la cui tutela viene assunta direttamente dai paesi d´origine: attaccare i cinesi di via Paolo Sarpi a Milano provoca l´immediata, temibile protesta del governo di Pechino.

I rom non hanno potenze straniere dietro le spalle. Rappresentano l´eccezione alla regola del "politically correct". L´alto tasso di delinquenza, alcolismo, nomadismo, disoccupazione che li contraddistingue, è un fatto comprovato. Un fatto che inquieta e impaurisce. E allora scatta una generalizzazione impensabile nei confronti di altri popoli: la maggioranza degli italiani si sente autorizzata a pensare che i rom sono pericolosi. Colpevoli. Tutti quanti. Per loro stessa natura. Per tradizione culturale. Al massimo se ne salverà qualcuno, poche mele sane in un cesto di mele marce da rispedire al mittente. Solo che il mittente non esiste, e non si sa a chi rispedirli.

Scatta così la licenza verbale. Quando la Lega nord ha tappezzato Milano di manifesti con su scritto "Campi rom, fora de ball", nessuno vi ha ravvisato gli estremi dell´incitamento all´odio razziale. Quando amministratori di destra e di sinistra dichiarano che una metropoli di milioni di abitanti "non può sopportare la presenza di più di tremila rom", quest´idea di numero chiuso su base etnica viene accettata come ragionevole. Perché i rom sono troppo diversi, i rom non diventeranno mai come noialtri.

La licenza verbale anticipa così il bisogno di purificazione del territorio. Con il fuoco, se necessario. Erano cittadini benpensanti, non delinquenti, quelli che applaudirono il 21 dicembre 2006 la spedizione punitiva che bruciò le tende di 73 nomadi (più di metà bambini) autorizzati a un insediamento provvisorio in un campo di Opera, nel milanese. Troppo facile liquidare come "cattivi" i paesani di Appignano del Tronto che il 25 aprile scorso incendiarono l´accampamento in cui viveva Marco Ahmetovic, il rom ubriaco che investì e uccise quattro poveri ragazzi. A proposito: Ahmetovic è tuttora detenuto in carcere, a differenza dell´ubriaco che il 15 luglio ha travolto una sedicenne in provincia di Torino, scarcerato dopo 27 giorni.

La paura degli zingari è antica come la leggenda che attribuisce loro il ratto dei bambini: rinverdita ogni anno da denunce puntualmente archiviate. Li si accusa di malefici riti magici e di propensione alla violenza carnale. Un pericolo ingigantito come le cifre che li riguardano: 140 mila persone, più di metà cittadini italiani, lo 0,3% della popolazione. Con l´incremento dovuto a un flusso migratorio dalla Romania di rom divenuti quest´anno nostri concittadini dell´Unione europea.

Accade così che un sindaco impegnato ad attrezzare piccole aree d´accoglienza (la soluzione vigente altrove) rischi per ciò stesso la sua carriera politica. Se poi ai rom vengono assegnate case popolari e se si garantisce l´inserimento dei loro figli nelle scuole primarie, scatta immediata l´accusa di favoritismo. A Rho, città in pieno sviluppo grazie al nuovo polo fieristico milanese, la giunta di centrosinistra è caduta per l´ospitalità garantita a 60 (sessanta!) romeni. Mentre si propagano false voci di sussidi pubblici garantiti agli zingari nullafacenti, per giunta portatori di malattie contagiose.

Molto più redditizio politicamente è invocare lo sgombero generalizzato degli insediamenti abusivi che spuntano come funghi negli interstizi del tessuto metropolitano. Chiunque invoca lo sgombero riceve plausi generalizzati, salvo che da parte delle forze dell´ordine. La retorica dello sgombero facile si scontra infatti con banali considerazioni di fatto: la maggioranza degli abitanti delle baraccopoli è costituita da persone non estradabili. Dunque la polizia agisce malvolentieri, spesso concordando il sostegno preventivo delle strutture di volontariato che garantiscono almeno a donne e bambini il ricovero provvisorio negato dalle amministrazioni comunali. Sapendo benissimo che la notte dopo i senzatetto andranno a dormire in un altro campo abusivo, sotto un altro cavalcavia.

Il popolo rom si trova così a simboleggiare un nomadismo, eredità di secoli di persecuzioni, che ormai riguarda controvoglia decine e decine di migliaia di altre vite a perdere. Mariti separati, famiglie sfrattate, anziani soli, lavoratori immigrati senza alloggio, clandestini di ogni tipo, manovali della criminalità organizzata. Tutti mescolati nelle baraccopoli che sorgono dappertutto –simili a campi profughi- sempre più derelitte, minacciose, quindi difficili da non vedere.

Solo una politica demagogica può avere la sfrontatezza di prometterne la cancellazione. Ma risulta tremendamente impopolare lavorarci dentro con l´obbiettivo di sanare le emergenze delinquenziali, sanitarie e d´inciviltà. Un´impresa difficilissima, soggetta a continui fallimenti, ma priva di alternative. Dopo avere proposto invano la costruzione di piccoli "villaggi solidali" nei comuni dell´hinterland, la Casa della Carità di Milano ha concordato con il Comune il varo di un "Patto di socialità e legalità". Per essere ospitati nelle strutture attrezzate, i rom vengono censiti e sottoscrivono un vero e proprio contratto di cittadinanza che li eleva a titolari di diritti e doveri: il pagamento delle bollette, il rispetto dell´obbligo scolastico, normative di sicurezza. Intorno a loro però dilagano la paura e l´intolleranza, alimentate da una cronaca ben poco incoraggiante: quando i giornali pubblicano la sequenza fotografica dei bambini rom borseggiatori sul piazzale della Stazione Centrale, serpeggia una comprensibile furia ed è come se si dovesse ricominciare da capo.

Non ci sono buoni e cattivi di fronte agli abitanti più scomodi delle nostre periferie urbane. Per questo l´atroce fine dei bambini lasciati soli sotto il cavalcavia di Livorno, e la sofferenza della loro sorella quindicenne incinta, suscitano riflessioni inquietanti.

Una cosa però dobbiamo dircela chiara, anche se è scomoda. Non possiamo più permetterci di considerare i rom e gli altri abitanti delle bidonvilles come materiale umano di scarto. Cancellarli non si può, a meno di concepirne lo sterminio. Una follia? Niente affatto: è l´unico esito coerente, dilazionato nel tempo, del malumore che cova e dello scricchiolio sinistro del nostro codice morale. Chi lo avrebbe mai previsto, nell´Europa dei primi decenni del Novecento, che l´ostilità nei confronti di un popolo definito "colpevole" nel suo insieme sarebbe sfociata nella soluzione finale?

I fatti di Napoli, inclusi omicidi in serie, emergenza rifiuti e illegalità diffusa, discendono in ultimo dalla prolungata scarsità di risorse destinate a cose come la scuola, la formazione degli adulti, il rinnovamento urbano, i servizi pubblici, il funzionamento della giustizia e delle forze dell’ordine. Sono cioè un segno drammatico di povertà pubblica. Qualcuno può pensare che si tratti d’un problema particolare di Napoli. In realtà Napoli è solo il lampeggiante rosso che segnala l’immenso divario che esiste in Italia tra ricchezza privata e povertà pubblica.

Con i suoi 29.200 dollari di reddito pro capite, calcolati a parità di potere d’acquisto, l’Italia è uno dei paesi più ricchi del mondo. Il suo reddito è quasi uguale a quello di paesi che si sanno benestanti, come Svezia, Francia, Regno Unito e Germania; ed è appena duemila dollari sotto il ricco Giappone, tremila sotto la ricchissima Svizzera. È vero che a causa delle forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito disponibile un quinto della popolazione italiana se la passa piuttosto male; ma i quattro quinti restanti se la passano piuttosto bene, e il quinto più ricco di questi se la passa magnificamente. Della ricchezza privata degli italiani sono indicatori efficaci, più che le rade statistiche ufficiali, il numero degli alloggi di proprietà, delle auto che costano dai 40.000 euro in su, dei lussuosi negozi di abbigliamento di ogni città grande e piccola, dei giorni annuali di vacanza che possono in totale permettersi.

Se tutto ciò distingue in meglio l’Italia, in peggio la distingue il povero stato dei beni pubblici. Fare confronti tra noi e i paesi sopra nominati è perfino umiliante. Abbiamo le peggiori autostrade della Ue, insieme con servizi ferroviari di serie B. I metro di Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, città dove il traffico è ormai un incubo, non arrivano, in totale, a 130 chilometri di lunghezza, meno d’un terzo del metro della sola Parigi. Siamo gli ultimi della Ue a 15 quanto a spese in ricerca e sviluppo, numero di ricercatori, brevetti per milione di abitanti. Metà dei nostri edifici scolastici sono fatiscenti. L’università è strozzata dalla mancanza di risorse. Oltre metà del territorio corre un elevato rischio idraulico – e dopo le alluvioni del ‘66 a Firenze e Venezia quasi nulla è stato fatto per scongiurare il loro ripetersi. Lo stato dei parchi cittadini è in media penoso. In assenza d’una politica del territorio, il paesaggio viene distrutto a ritmi senza paragoni nella Ue. In un terzo del paese, chiunque gestisca un’attività economica deve includere le tangenti alla criminalità come voce normale del bilancio d’esercizio. Non riusciamo nemmeno a smaltire i rifiuti che produciamo. Quanto ai processi civili o penali, la loro durata è ormai materia da geologi.

In astratto, lo scarto esistente tra ricchezza privata e povertà pubblica dovrebbe apparire scandaloso a tutti noi, e impegnare allo spasimo la politica nel tentativo di ridurlo. In pratica non si verifica una cosa né l’altra. Lo scontro sulla finanziaria è esemplare. La destra è insorta, e sta cercando di mobilitare mezzo paese, contro il mite tentativo che la finanziaria compie di ridistribuire in complesso meno d’un decimo di punto di Pil dai redditi più alti ai più bassi. Il messaggio che lancia la destra è qui chiarissimo: se il prezzo della difesa dell’ultimo centesimo di ricchezza privata è il degrado crescente dei beni pubblici, noi scegliamo la prima. Inutile nascondersi che almeno metà degli elettori condivide questa posizione.

D’altra parte nella finanziaria, l’atto politico più importante dell’anno, l’impegno a ridurre il divario tra ricchezza privata e povertà pubblica è pressocchè invisibile, dato che il suo impianto è schiacciato dall’intento di ridurre il debito dello stato, appianare il deficit di bilancio, rilanciare la crescita e la competitività. Intenti lodevoli, se non fosse che uno degli ostacoli principali per raggiungerli risiede precisamente nella pubblica povertà. Se un paese non investe in risorse per assicurare la legalità, dalle forze dell’ordine alla giustizia, gli imprenditori, specie quelli stranieri, si guardano dall’investire in mezzi di produzione e impianti. Se il settore pubblico non destina fondi alla ricerca e sviluppo, anche i privati ne restano lontani, e l’idea di competere con tedeschi o americani appare patetica. In Usa, per dire, la mano pubblica (governo federale, stati locali e altro) ha investito nel 2002 in R&S 98,3 miliardi di dollari, e l’industria 193,3; l’Italia appena 9 per ciascun settore. In proporzione sarebbero dovuti essere oltre 57. Un altro tasto è la produttività oraria del lavoro, che da almeno un lustro ristagna in Italia; su di essa influisce fortemente la qualità della scuola, della formazione professionale, dell’università. Per non dire dei miliardi di euro che ogni anno sono ingoiati da alluvioni, frane e crolli che una preveggente difesa del territorio potrebbe limitare.

La proposta di mettere la riduzione del divario tra ricchezza privata e povertà pubblica al centro della politica del centrosinistra si presta ovviamente a varie obiezioni. Tra le prime che vengono a mente: la Ue ci chiede anzitutto di ridurre il debito dello stato e dei nostri beni pubblici le importa poco; migliorare la condizione di questi costa, e lo stato non ha più un euro; la crescita economica indotta dalla finanziaria produrrà più risorse, che si potranno così destinare a ridurre la povertà pubblica; il solo argomento che gli elettori capiscono è meno tasse per tutti, altro che parlare loro di povertà pubblica da diminuire.

Tento quindi qualche risposta. Bisognerebbe anzitutto decidere tra finanza e sostanza. Si potrebbe infatti sostenere, guardando all’Europa, che ciò che ci allontana davvero da essa non è tanto il permanere del debito al livello attuale per qualche altro anno, quanto le dimensioni della nostra povertà pubblica a confronto degli altri paesi. Ove si ammetta questo, il debito potrebbe attendere ancora un po’, e almeno parte delle risorse ad esso destinate venire dirottate sui beni pubblici. Da parte sua l’argomento «più crescita uguale più risorse uguale più fondi per i beni pubblici» non tiene conto del fatto che l’economia contemporanea «manifesta una tendenza implacabile a provvedere una fornitura sovrabbondante di alcune cose e una quantità misera di altre» – in primo luogo dei beni pubblici. Lo ha scritto cinquant’anni fa un economista che vedeva lontano, John Kenneth Galbraith. Quanto agli elettori, magari non lo sanno, ma l’80 per cento di essi hanno in realtà un interesse materiale, oggettivo, diretto, alla riduzione della povertà pubblica. Infatti lo stesso stipendio può valere molto di più, o molto di meno, a seconda che i beni pubblici siano abbondanti o scarsi. La politica potrebbe provare a farglielo capire.

In attesa quel segnale rosso, che il caso vuole si sia acceso per ora a Napoli, continua a lampeggiare.

IL PROFLUVIO di immagini dell´orrore e le molte terribili storie individuali spezzano il cuore collettivo del mondo. Eppure, il realista sociologico che è in me chiede: fra un anno, chi saprà e vorrà sapere della catastrofe dello tsunami che oggi tiene tutti in suo potere? Questa domanda non è oziosa o peregrina. Porta, invece, al centro del tema.

Le catastrofi naturali non sono affatto pure e semplici catastrofi "naturali", ma merce da informazione molto effimera. Sono in tutto e per tutto eventi politici, moments of decision.

Ma nel rapido mutamento dei tipi di catastrofe (per fare solo tre esempi: "Chernobyl" sta per i pericoli globali della tecnologia moderna, "11 settembre" simboleggia i pericoli globali del terrorismo e "tsunami" ha ora rinnovato il ricordo della natura come colpevole, che, indifferente a tutti i tentativi di controllo tecnico-scientifico minaccia la vita sul pianeta) si può riconoscere il fatto che, con la violenza del pericolo percepita su scala globale, lo stato d´eccezione rischia di diventare la regola.

Ora come in passato vengono combattute guerre per il territorio e le risorse. Le guerre tra stati erano la più classica situazione di minaccia della prima modernità, ma nella seconda modernità, dopo la fine della Guerra fredda, le devastazioni e i pericoli simili a quelli generati dalle guerre, che preoccupano l´opinione pubblica mondiale e che turbano e angustiano ogni singolo individuo fin nell´intimo della sua esistenza, devono essere intesi in modo fondamentalmente diverso. Essi non corrispondono affatto al modello della guerra tra stati nazionali, bensì allo schema dell´alternativa tra gli effetti collaterali non intenzionali dei successi scientifici e della modernizzazione (il cui paradigma è Chernobyl, ma anche il vaso di Pandora scoperchiato dalle promesse dell´ingegneria genetica, della genetica umana, della nanotecnologia) e il modello della catastrofe intenzionale (il cui paradigma è il terrorismo di al-Qaeda, che mira alla vulnerabilità universale della società civile); oppure rientrano nel genere delle catastrofi naturali mass-medializzate, che hanno luogo in qualsiasi appartamento - come dire: il mondo nella condizione dell´osservatore coinvolto, senza via di scampo -. Questo nuovo capitolo della società mondiale del rischio si distingue da quelli precedenti per il fatto che le catastrofi naturali non vengono attribuite - come gli esiti collaterali catastrofici dell´agire tecnico o come le catastrofi intenzionalmente prodotte dalle reti terroristiche - a decisioni e attori umani (il governo, l´economia, la scienza), perlomeno non in primo luogo, ma appunto alla "natura assassina" o a "Dio punitore". La domanda politicamente esplosiva su colpa ed espiazione, errore e responsabilità, sollevata dai terremoti politici dopo Chernobyl e l´11 settembre, raramente cade nel vuoto.

Ciò significa che sull´onda della compassione mondiale stati e governi, traballanti per i loro insuccessi, possono svincolarsi dal poco confortevole ruolo dell´accusato e del briccone e assumere quello del soccorritore caritatevole e dell´eroe che organizza gli interventi di solidarietà dopo il disastro (aiuti umanitari, sistema di allarme, ricostruzione). Paradossalmente, le catastrofi naturali rappresentano per i politici ciò che per gli assetati è un´oasi nel deserto: essi possono ristorarsi alla fonte di una legittimazione che zampilla fresca. Magari, chissà, a qualcuno verrà in mente il cancelliere tedesco Schroeder (non sarebbe per la prima volta che si salva da un incombente crollo elettorale grazie a un´inondazione catastrofica); oppure il presidente americano Bush, che spera, nelle vesti di Superman dei soccorsi, di trasformare in fiducia la diffidenza che soprattutto il mondo mussulmano nutre nei suoi confronti.

Le catastrofi tecniche, terroristiche e naturali hanno una cosa in comune: il pericolo non è diretto, non ha indirizzi, non porta un´uniforme, è anonimo, non calcolabile, non prevedibile. Spesso non è nemmeno immaginato e rappresentabile ? fino a quando avviene la catastrofe. Il 10 settembre 2001 chi avesse preso sul serio il rischio terroristico sarebbe stato considerato un pazzo isterico; dopo il 12 settembre 2001 chi non lo prende sul serio è considerato un vile irresponsabile, fuori dal mondo. Questo effetto di conversione dell´esperienza della catastrofe spiega perché spesso chi nega il pericolo virtuale e ipotetico diventi, post hoc, un fondamentalista della difesa preventiva dal pericolo.

Dobbiamo confrontarci con la "diversità" di rischi che non solo sono costati la vita a migliaia di persone e hanno messo davanti agli occhi del mondo la vulnerabilità della civiltà. Essi hanno nello stesso tempo anche reso manifesta la generale mancanza di concetti e di orientamento. Le premesse sulle quali sono costruiti, da un lato, il sistema della sicurezza militare ? il principio della deterrenza ? e, dall´altro, il sistema della sicurezza tecnica ? la padronanza scientifica della natura ? non valgono più. Qui non soccorrono le formule probabilistiche sul rischio, e nemmeno l´arte discreta dello spionaggio militare o la pretesa di dominio della civiltà orientata verso le scienze naturali. Per quanto riguarda le minacce globali prevale la non-conoscenza, forse il non-poter-conoscere; peggio ancora: il non-sapere privo di consapevolezza. Un esempio a questo proposito è offerto dal mutamento climatico. All´inizio nessuno aveva, in senso letterale, alcun sentore del fatto che proprio l´impiego industriale dei cloro-fluoro-carburi (Cfc) come refrigeranti avrebbe contribuito al riscaldamento della terra e quindi al danneggiamento dello strato protettivo di ozono. Si trattò, appunto, di un "non-sapere privo di consapevolezza", che però proprio per questo ha dato un apporto non irrilevante al catastrofico, strisciante effetto collaterale del mutamento climatico.

Parliamo di "società mondiale del rischio" in un senso post-sociale, in quanto nella politica e nella società sia nazionali che internazionali mancano regole che indichino il modo in cui queste minacce indeterminate e non circoscrivibili vanno affrontate e quale strategia di risposta bisogna seguire. Pertanto, ogni nuova catastrofe diventa anche il luogo di svolgimento di un gioco di potere globale attorno alle regole future della politica mondiale. Gli interventi d´aiuto nelle situazioni di crisi possono servire agli Stati Uniti per indebolire agli occhi del mondo le Nazioni Unite sul loro stesso terreno, quello degli interventi umanitari? Oppure ? come in questo caso ? gli Usa lasciano la regia all´Onu?

Si dice che la speranza è l´ultima a morire. Con le nuove minacce, si può affermare che la distanza è la prima a morire. Finora i terremoti erano sempre avvenuti altrove. Anche adesso hanno scosso l´Asia, ma l´Asia è diventata improvvisamente Europa, è ovunque, è vicinissima: non esiste più la categoria degli altri! Non solo le placche terrestri si sono spostate, ma anche i continenti sociali - Asia ed Europa, America e Africa - si sovrappongono. Come è possibile? Non ultimo, perché si è diffusa sottobanco una nuova forma di vita transnazionale: la poligamia di luogo del turista medio. È stato il cosmopolitismo banale del turismo di massa - poco notato e ancor meno considerato - a far sì che negli ultimi vent´anni il terzo e il primo mondo si compenetrassero anche se con scandalosi contrasti ricco-povero. Questa mobilità diffusa - reale ma anche immaginaria e virtuale - ha conferito al disastro una peculiare valenza personale, al di là di tutti i confini geografici e sociali. In questa esperienza di crisi, di vulnerabilità personale, di mancanza di confini e di scambiabilità della propria situazione con quella degli altri il cosmopolitismo - in origine un´idea sublime dei filosofi - comincia, per quanto in modo distorto, a mettere radici nella prassi quotidiana di una solidarietà operativa. Anche la grande inondazione ha i suoi effetti collaterali inattesi: essa fonda la sfera pubblica mondiale. Essa fa dell´"altro", finora escluso, il nostro vicino nella trappola che il mondo è diventato. Costringe a costruire ponti comunicativi e fattivi al di là di tutte le frontiere linguistiche e di tutti i contrasti tra gruppi etnici, nazioni, religioni. Mondi separati cercano le vie della collaborazione. L´abuso ideologico è sempre in agguato, ma una cosa o l´altra potrebbe anche riuscire: un´isola separata, Sri Lanka, cerca di superare le ferite prodotte dalla guerra civile. Un altro stato che soffre di un grave dissidio interno, l´Indonesia, ha ceduto e ora apre ai soccorritori internazionali la provincia di Aceh, dove da decenni è in corso un sanguinoso conflitto con i separatisti. La ragione pragmatica otterrà forse una chance e gli stati vittime sperimenteranno la cooperazione permanente - massimizzando il loro vantaggio nazionale?

Questo sguardo cosmopolita stenta però a farsi largo nelle cronache. Le statistiche sui morti sono un macabro esempio a questo riguardo. Qui domina pressoché incontrastato lo sguardo nazionale. I morti tedeschi sono contati individualmente, "gli altri", invece, sono calcolati a cifre tonde, a migliaia. Il numero dei dispersi e dei feriti rimane imprecisato. Il ministro degli Esteri svedese è addolorato per il "trauma nazionale". Quale trauma? Quello degli indonesiani, degli indiani, dei thailandesi? No, quello degli svedesi! In questo modo viene disconosciuta la quintessenza cosmopolita di questa catastrofe globale e locale nello stesso tempo, dove hanno perso la vita svedesi e italiani e indiani e inglesi e tedeschi e thailandesi e danesi e americani e africani, e? e? e?.

Questo, però, non significa affatto che tutti accettino la stessa definizione del pericolo. Sostenere questo sarebbe un errore sostanziale. Quanto più chiaro diventa che i nuovi pericoli non possono davvero essere calcolati, pronosticati e controllati scientificamente, tanto maggiore è l´importanza delle percezioni culturali che possono differire radicalmente, in relazione ai retroterra storici del primo e del terzo mondo: "Ciò che gli uomini definiscono come reale è reale nelle sue conseguenze" (William Thomas).

E non ci sono nemmeno catastrofi "puramente" naturali. In esse è sempre implicato anche l´agire - o il non-agire - umano. Le barriere coralline che proteggevano dall´inondazione sono frantumate dall´industria edile per farne materia prima, le foreste di mangrovie vengono indecentemente disboscate, i sistemi di allarme non sono installati, il livello del mare si innalza a causa del mutamento climatico, i paradisi promessi al turismo di massa vengono messi in scena a ridosso delle coste, sicché il maremoto si trasforma in un´onda omicida, nel "trauma nazionale" dei paesi del Nord. Mentre nel primo mondo la "natura feroce" è indicata come principale responsabile e quindi viene rimosso l´apporto del proprio agire, nel terzo mondo si sta facendo strada la convinzione che la definizione del pericolo debba includere la minaccia recata dall´Occidente. Perciò, le prime colpevoli del riscaldamento della Terra, del conseguente innalzamento del livello dei mari e quindi, in ultima analisi, di questo disastro sono le nazioni industrializzate con il loro immenso consumo di energia. Questa volta per il presidente americano Bush sarà difficile chiamare alla "guerra contro la natura feroce", ma i movimenti fondamentalisti si potranno vedere confermati nella loro scelta di "terrore contro l´Occidente". La definizione del rischio potrebbe suonare così: per difenderci dalla prossima inondazione mortale dobbiamo proteggerci dalla globalizzazione portata avanti dagli stranieri infedeli e ricordarci delle nostre radici islamiche.

È questa l´ambivalenza politica che emerge con la catastrofe dell´inondazione: essa può contribuire all´affermarsi di uno sguardo cosmopolita, oppure può dare impulso al fondamentalismo antimoderno (non soltanto nell´Islam).

Dopo il terremoto di Lisbona del 1755 gli illuministi convocarono Dio davanti al tribunale della ragione umana. Dopo la catastrofe del reattore di Chernobyl finì sul banco degli imputati la promessa di sicurezza della civiltà tecnico-scientifica. Dopo la catastrofe dell´inondazione asiatica nei paesi colpiti direttamente e più duramente verrà chiamato in causa l´imperialismo della globalizzazione occidentale? Oppure si riuscirà a rendere credibile con aiuti duraturi la promessa occidentale di responsabilità cosmopolita per la sofferenza degli altri?

Traduzione di Carlo Sandrelli

Le prime notizie d'agenzia non ne riportavano neppure i nomi. Come senza nome sono le decine di morti del Canale di Sicilia o del Canale d'Otranto: corpi di possibili intrusi. La statistica anonima degli ultimi, delle «vite di scarto». Poi qualche dato anagrafico è filtrato: quattro bambini Rom, tra i quattro e i dieci anni. Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi. Sono bruciati vivi nella baracca in cui vivevano sotto un cavalcavia: uno dei tanti luoghi degradati che caratterizzano la nostra «urbanistica del disprezzo», terre di nessuno vicino a una discarica, a uno scolo fognario, a uno scarico industriale, là dove la nostra ostilità li spinge e li ammucchia, lontano dalle nostre vite decorose, fuori dalla vista della «gente per bene». Sono le vittime, atrocemente innocenti, di quella che è apparsa fin da subito come una tragedia sconvolgente. E tuttavia il linguaggio giornalistico stenta a trovare i toni della costernazione genericamente umana che la circostanza dovrebbe suggerire. Resta irrimediabilmente sospettoso. Insinua allusioni a una presunta «fuga dei genitori». Enfatizza le parole del magistrato secondo cui «si configura in ogni caso una serie di reati di una certa gravità».

Si parla di «colpevole disattenzione». Di un «uso improprio dei materiali» (le candele usate per illuminare la baracca, priva di energia elettrica, come di acqua corrente, di servizi igienici, di tutto...). Perché quando si tratta di zingari, è difficile sottrarsi al pregiudizio, o anche solo all'abitudine di farne oggetto di cronaca esclusivamente nera, dove la carezza a un bambino diventa un tentativo di rapimento, e l'assenza di ogni più elementare genere di comfort il segno di una colpa.

Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi sono morti perché non hanno trovato in questo grande paese di 301.000 km² un solo posto civile in cui posarsi e abitare. Perché per quelli come loro, che possiedono solo la loro vita nuda, e se la portano dietro come una casa, non c'è spazio nel mondo recintato, segregato, privatizzato, appropriato che abbiamo costruito. Non un prato, la sponda di un fiume, la radura di un bosco, il piazzale di un paese, dopo questa lunga, sistematica «recinzione delle terre» che chiamiamo civiltà. Solo gli interstizi degradati e avvelenati delle periferie, dove anche farsi un po'di luce la sera diventa mortalmente pericoloso. O i «campi» a numero chiuso dove stoccare i corpi non omologati alla logica del buon cittadino consumatore (quelli che piacciono tanto ai nostri sindaci, da Roma a Torino a Milano).

«Fuori gli zingari», titolava qualche giorno fa il quotidiano della Lega - quelli che hanno quotato l'odio per l'altro alla borsa della politica. Ma «fuori» da dove? Dalle proprie città (come se quel «proprio» ne indicasse una sorta di proprietà privata)? E se sì, verso quali altre? O fuori dall'Italia? Ma se molti di questi anomali «migranti» sono già fuggiti dal proprio paese, dalla miseria, o dalle persecuzioni... O «fuori dal mondo», da questa Terra, da questa vita, la nostra, che non tollera più le vite degli altri. O gli «stili di vita» altri. C'è una verità terribile in questo atroce slogan, ed è che per gli ultimi non c'è più spazio d'esistenza nel mondo di chi crede di essere tra i primi. Che chi possiede solo la propria vita nuda «non è gente» per chi vive solo per possedere. La città di Livorno, il suo sindaco, il presidente della Regione Toscana, hanno risposto con civiltà, proclamando il lutto cittadino e mostrando un sincero cordoglio. Ma il rischio rimane. L'antropologia del disprezzo e il rischio di una disumanizzazione di massa nel mancato incontro con l'altro, sono veleni in agguato. E il rapporto con gli «zingari» ne è un sensibilissimo indicatore. Da questo misureremo il livello della nostra degradazione o della nostra residua umanità.

VIVIAMO in un mondo diviso, disgregato dalla disuguaglianza economica e dalla disaffezione politica, ma anche, sempre di più, dalla coltivazione, a fini violenti, di sistemi univoci di classificazione degli individui, che limitano profondamente la ricchezza degli esseri umani. Lo sfruttamento di un’identità conflittuale si manifesta in molte forme diverse, in distinte aree dell’interazione sociale. Gli individui combattono contro altri individui in nome di ciò che la loro presunta identità unica esige da loro, dividendosi rispettivamente secondo criteri di razza, di religione, di etnia o di nazionalità: tali divisioni si traducono in scontri razziali, massacri intercomunitari o stragi politiche. In cui immancabilmente finiscono con l’essere cancellate tutte le altre affiliazioni degli individui diverse da quella specifica caratteristica in nome della quale viene combattuta un’artificiale battaglia ideologica. A livello globale, la forza divisoria della classificazione univoca assume sempre di più la forma della difesa di una separazione rigida, e teoricamente impenetrabile, tra religioni, o comunque tra civiltà concepite su base religiosa. Il XX secolo, nella sua fase terminale, ha visto fiorire le teorie – formulate esplicitamente o avanzate implicitamente – sul cosiddetto "scontro di civiltà". Spessissimo, ormai, gli aspetti politici dello scontro globale in corso sono considerati un corollario delle divisioni religiose o culturali a livello mondiale, e il mondo è visto sempre più spesso, quanto meno indirettamente, come una collettività di religioni, o di cosiddette "civiltà" definite innanzitutto in base alla religione, un’ottica che ignora tutti gli altri modi, e sono centinaia, attraverso cui gli individui vedono se stessi. Tutto questo è basato sul curioso presupposto che la popolazione mondiale possa essere classificata esclusivamente in base a un sistema di suddivisione unico e dominante.

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Questa visione univoca dell’identità, che attualmente è molto in voga, non è solamente incendiaria e pericolosa, è anche incredibilmente ingenua. Nella vita quotidiana, noi ci consideriamo membri di una quantità di gruppi, e a tutti questi gruppi riteniamo di appartenere. La stessa persona può essere, senza che ciò rappresenti la minima contraddizione, cittadina americana, di origine asiatica indocinese, con antenati vietnamiti, cristiana, progressista, donna, vegetariana, storica, insegnante scolastica, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, velocista, musicista jazz e profondamente convinta che gli alieni, immigrati dallo spazio nel corso dei secoli, siano presenti in massa sulla Terra e che siano facilmente identificabili in virtù della loro propensione a citare incessantemente Shakespeare (che è materia di insegnamento comune nei licei spaziali). Una persona possiede molte affiliazioni diverse, alcune abbastanza consuete (per molti versi assolutamente ordinarie, come l’essere ricco o l’essere povero, l’essere donna o l’essere uomo), altre piuttosto particolari, perfino eccentriche (a volte estremamente eccentriche). Ma ognuna di queste collettività, a cui la persona in questione appartiene simultaneamente, le conferisce un’identità specifica che può avere grande importanza, a seconda del contesto e delle circostanze, per determinare il suo comportamento e le sue priorità.

Data la natura ineludibilmente plurale delle nostre identità, siamo chiamati a prendere decisioni (a scegliere) sull’importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni determinato contesto. Se i terroristi e gli istigatori di violenza cercano di coltivare e sfruttare l’illusione di unicità, la classificazione a senso unico della popolazione mondiale in base a un unico criterio identitario dominante, legato alla civiltà di appartenenza, facilita loro il compito. Quelli che amano classificare per civiltà possono usare questo metodo come base di partenza per arrivare a sostenere la tesi dello "scontro di civiltà" (strada oggi molto battuta), oppure possono imboccare la via, confortevole e rassicurante, che porta a raccomandare il "dialogo tra civiltà", che è un sentimento di gran lunga più bello (e non del tutto impopolare anche nelle stesse Nazioni Unite): entrambi gli approcci, tuttavia, sono accomunati dall’errata convinzione che le relazioni tra esseri umani differenti, con tutte le loro diverse diversità, possano in qualche modo essere espresse sotto forma di rapporti tra civiltà, invece che di rapporti tra persone. Tutti e due questi approcci, in un modo o nell’altro, ci rendono più difficile adempiere a quelle che sono delle necessità, e cioè ragionare sulla varietà di affiliazioni e associazioni che ci caratterizza e assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Un esempio dei danni che provoca un simile approccio è bene illustrato dal modo in cui il mondo occidentale si è appropriato del patrimonio storico mondiale in materia di scienza e matematica, arrivando a considerare la scienza e la matematica moderne come discipline occidentali per eccellenza (nonostante molti fondamentali concetti scientifici o matematici abbiano origine da tutt’altra parte). Per fare un esempio, quando un matematico americano dei giorni nostri ricorre a un "algoritmo" per risolvere un difficile problema di calcolo, sta rendendo omaggio – di solito senza saperlo – ai contributi del matematico musulmano del IX secolo al-Khwarizmi, dal cui nome deriva lo stesso termine di algoritmo (il termine "algebra" viene dal libro arabo Al-Jabr wa-l Muqabalah). Ignorando l’importanza di questa tradizione storica araba e musulmana, le grossolane classificazioni per civiltà tendono a mettere la scienza e la matematica nel paniere della "scienza occidentale", lasciando le altre civiltà a cercare motivi d’orgoglio nella profondità delle dottrine religiose. E il risultato è che i militanti non occidentali concentrano la loro attenzione sulle tematiche che li differenziano dall’Occidente (come i credi religiosi particolari, le usanze locali caratteristiche e le specificità culturali), invece che su quegli argomenti che rispecchiano le interazioni globali (e che includono la scienza, la matematica, la letteratura, la musica, la narrazione, la libertà di espressione e così via). La compatibilità tra oltranzisti occidentali ed estremisti islamici – né agli uni né agli altri, per fare un esempio, importa granché di un al-Khwarizmi – è una delle più perniciose alleanze di fatto di questo nostro inizio di secolo.

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Qualcosa di analogo si può dire del modo in cui l’oltranzismo occidentale si è appropriato del fondamentale concetto dell’assumere le decisioni attraverso il dibattito e il confronto pubblico, concetto che può essere considerato la base della democrazia deliberativa nel mondo moderno. La lunga tradizione di esempi di questo genere di processo deliberativo in Africa, in India, in Iran e nell’Asia occidentale, in Cina, in Giappone e nell’Asia orientale, viene totalmente ignorata allo scopo di creare la tesi peculiare dell’"eccezionalismo" occidentale. I fautori di questa visione della storia un tantino superficiale spesso ricorrono a ogni possibile diversivo per distogliere l’attenzione dai numerosi esempi di tolleranza e dialogo presenti nella storia mondiale, altrettanto diffusi degli esempi di intolleranza. La tesi dell’origine esclusivamente occidentale della democrazia deliberativa può essere sostenuta a partire da una curiosa, doppia rimozione: da un lato la rimozione degli esempi di tolleranza nelle culture non occidentali, dall’altro la rimozione dei casi di manifesta intolleranza all’interno della tradizione occidentale.

Non si dà alcuna importanza, ad esempio, al fatto che quando l’eretico Giordano Bruno veniva bruciato sul rogo a Roma con l’accusa di apostasia, l’imperatore indiano Akbar, un musulmano, aveva appena portato a termine il suo progetto di tradurre in legge il diritto di ogni cittadino a professare liberamente la propria fede, e aveva appena completato una serie di intensi incontri di discussione che avevano coinvolto le diverse comunità religiose presenti in India: induisti, musulmani, cristiani, ebrei, parsi, giainisti e altri, inclusi gli atei. La persecuzione operata dalle inquisizioni europee, o dai nazisti, se è per questo, sono implicitamente considerati casi insignificanti, mentre gli episodi di intolleranza nella storia islamica e nella storia di altre società non occidentali sono visti come la prova evidente dell’onnipresente intolleranza esistente in quelle società, svolgendo la funzione di fondamento empirico per lo sviluppo di una teoria monolitica sulla natura unicamente e intrinsecamente "occidentale" della tolleranza e del processo decisionale condiviso.

Le lezioni che traiamo dalla storia non possono, naturalmente, non basarsi su un’elaborata selezione, e non c’è niente di strano nel fatto che i democratici abbiano ragioni a sufficienza per celebrare certe conquiste del passato e contestualmente sminuire il pessimismo generato dalle infrazioni alla regola della tolleranza sociale e del dialogo pubblico. Questa selezione distorta viene fornita come dimostrazione della tesi, inspiegabilmente dogmatica, della contrapposizione tra il liberalismo dell’Occidente e l’intolleranza del resto del mondo, tesi che meriterebbe un’analisi molto più approfondita di quanto non avvenga normalmente.

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La grossolanità di questa "teoria delle civiltà" generata dall’illusione "solitarista", oltre a menomare la nostra capacità di comprensione della storia mondiale e del mondo contemporaneo, e a impedire una comprensione adeguatamente approfondita delle influenze causali che stanno dietro ai recenti sviluppi del terrorismo globale, confonde le idee su una serie di questioni politiche. Uno degli argomenti più penalizzati dalla retorica riduzionistica è quello dell’individuazione dei modi e dei mezzi per contrastare il terrorismo globale . Ma la ristrettezza della "teoria delle civiltà" rappresenta un ostacolo, un ostacolo artificiale, anche in molte altre questioni di rilevanza politica, tra cui la valutazione dei problemi creati dall’immigrazione da un Paese a un altro.

Al di là della gravità dei problemi pratici di un flusso migratorio in entrata relativamente cospicuo (e non si fa fatica a concepire problemi di difficile soluzione che siano reali, e non immaginari), va anche tenuto conto del fatto che storicamente le civiltà hanno tratto grande beneficio dall’immigrazione, sia l’immigrazione delle persone che quella delle idee. Anzi, la rapida diffusione delle idee spesso è stata merito dei movimenti delle persone. Non voglio dire che dovrebbe prevalere una concezione ampia della positività dei movimenti migratori, mettendo in secondo piano tutti gli argomenti che possono essere avanzati a discapito, ma difficilmente potremo giungere a una soluzione adeguatamente obbiettiva di determinati problemi se ci ostiniamo a non tenere minimamente conto di considerazioni generali. La specificità di un problema consiste in una descrizione delle sue dimensioni e del suo ambito. Non consiste in un irresistibile invito a essere limitati, sia di spirito che di mente. La storia dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, dell’America, sarebbero alquanto incomplete se le migrazioni fossero considerate ininfluenti. Poiché la tesi dello "scontro di civiltà" tende a promuovere, quantomeno implicitamente, una visione estremamente limitata della storia delle civiltà, è particolarmente importante esporre con chiarezza le tematiche generali.

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Se la follia della "teoria delle civiltà" è un esempio efficacissimo del danno che produce un sistema di classificazione "solitarista", esistono molte altre applicazioni, in altri ambiti dell’interazione sociale, di quello che è fondamentalmente il medesimo, scarno approccio. Lo stesso problema dell’immigrazione è caratterizzato da molte altre semplificazioni eccessive, legate alla tentazione di attribuire un’importanza univoca a una determinata identità umana. Per illustrare l’ampiezza e la portata del problema, mi soffermerò brevemente su alcune delle questioni che forse non sono affrontate nel modo dovuto negli Stati Uniti, con i loro dibattiti sull’immigrazione illegale e l’identità linguistica e letteraria.

Pensiamo, ad esempio, alla strombazzatissima richiesta di espellere dagli Stati Uniti tutti gli immigrati illegali, proposta che ultimamente sta guadagnando un certo seguito, nonostante la straordinaria storia di accoglienza ai nuovi arrivati che può vantare questo Paese. Gli immigrati clandestini, questo è ovvio, hanno l’identità di immigrati, oltre che quella di clandestini, e le autorità devono tenerne conto al momento di definire la linea politica da seguire sull’argomento. Ma, con l’aiuto di una propaganda ad hoc, gli americani già insediati nel Paese possono venire persuasi a considerare l’identità di immigrato clandestino come una descrizione completa di questi individui. Eppure queste persone hanno anche altre identità, non semplicemente quelle, che li accomunano a tutti noi, relative alla loro natura di esseri umani e al loro impegno per la loro famiglia e la loro comunità, ma anche quelle identità relative alla professione che svolgono, al ruolo particolare che interpretano nel sistema economico e alla prospettiva globale che apportano – direttamente o indirettamente – al dibattito pubblico americano.

L’identità ha un ruolo importante anche riguardo al trattamento di coloro che già sono immigrati e si sono stabiliti qui, negli Stati Uniti, oggi, a prescindere dal fatto se abbiano già acquisito o no la cittadinanza americana. In questo contesto, la questione della lingua è importante. L’apprendimento dell’inglese dovrebbe essere imposto a tutti? Certo, è evidente l’importanza che riveste la padronanza dell’inglese per chiunque venga a stabilirsi in questo Paese, e quello di cui si può fruttuosamente discutere sono i modi e i mezzi per ottenere questo risultato.

La cosa particolarmente nociva, però, è la proposta, di cui si è parlato molto, che mira a cancellare il diritto a ricevere spiegazioni sulle leggi federali e altri strumenti legali in una lingua che non sia l’inglese. La proposta ha senso soltanto in un contesto di profonda confusione tra il tipo di identità linguistica che una persona dovrebbe idealmente avere (in particolare essere in grado di parlare inglese, oltre a qualsiasi altra lingua che l’individuo in questione può aver imparato da piccolo) e l’identità linguistica che una persona effettivamente ha, che può essere ben lontana dall’ideale, in qualsiasi frangente, se quella persona, magari nonostante tutto l’impegno possibile, non possiede un’adeguata padronanza dell’inglese. Poter avere accesso alle leggi e alle normative è parte dei diritti fondamentali dell’individuo, e l’importante identità degli esseri umani in quanto persone in possesso di questi diritti fondamentali non può essere arbitrariamente rimossa adducendo punitive motivazioni di insufficienze linguistiche.

C’è poi una considerazione molto generale da fare, che si aggiunge alle tematiche che ho trattato in questi ultimi minuti. Una quota importante della violenza presente nel mondo in questo momento nasce dalla focalizzazione sull’identità religiosa degli esseri umani, come se nient’altro avesse importanza. In questo contesto, sostenere la rilevanza di un altro strumento di classificazione, diverso dalla religione, vale a dire le lingue che parliamo e con cui ci troviamo a nostro agio, contribuisce, secondo me, a neutralizzare l’artificiosa brutalità dei conflitti interreligiosi.

La lingua ha interpretato un ruolo simile in molti movimenti politici. Un esempio è la secessione del Bangladesh, dove la rilevanza attribuita alla lingua bengalese ha avuto l’effetto di rendere più semplice, al nuovo Stato, sviluppare una politica non religiosa – per non dire laica – e ha aiutato la consistente popolazione non islamica del Bangladesh a integrarsi meglio con la comunità maggioritaria, a cui era accomunata dalla lingua bengalese, a prescindere dalla fede religiosa. Di più: lo spostamento dell’attenzione dalla religione alla lingua ha avuto un grande effetto lenitivo, contribuendo a seppellire il ricordo degli scontri degli anni 40 tra induisti e musulmani in quello che oggi è il Bangladesh (analogamente a quanto accadeva nel resto del subcontinente): un processo costruttivo che è cominciato quasi subito dopo la divisione del subcontinente, avvenuta nel 1947 (molto prima della nascita del Bangladesh, nel 1971).

Il punto da affermare riguardo all’identità è il seguente: concentrare l’attenzione su un altro elemento di identificazione, diverso dalla religione, rappresenta un passo avanti, nel mondo di oggi, perché toglie centralità ai conflitti religiosi. La tendenza, nel mondo contemporaneo, a privilegiare un’identità in particolare rispetto a tutte le altre ha già fatto grandi danni, fomentando violenze razziali, conflitti intercomunitari, terrorismo religioso, repressione degli immigrati, negazione dei diritti umani fondamentali e via discorrendo. Mentre il nuovo secolo si dipana, è importante riaffermare la pienezza di esseri umani non miniaturizzati nella gabbia di un’unica identità. Non ci dobbiamo far rinchiudere in tanti piccoli compartimenti, come vorrebbero gli artigiani del malcontento e del terrore. Un unico, limitato sistema di classificazione non è in grado di cogliere la grandiosità dell’essere umano. Questa, a mio parere, è la sfida centrale del pensiero identitario all’inizio del XXI secolo.

Traduzione di Fabio Galimberti

L'immagine è di Gopi Gajwani

«I limiti dello sviluppo», il famosissimo, celebrato quanto vituperato rapporto commissionato dal Club Roma al Mit, che pose i primi seri interrogativi sulle attività umane in rapporto all'equilibrio ambientale, in realtà avrebbe dovuto intitolarsi «I limiti della crescita». «Limits to Growth» è infatti il titolo originale. Probabilmente l'editore italiano, sostituendo «sviluppo»a «crescita», ritenne non solo di rafforzare la funzione promozionale del titolo, ma anche di essere meglio inteso dal pubblico cui si rivolgeva. In effetti nel `72, quando apparve il libro, la parola «crescita» in Italia non era ancora di largo uso nel gergo economico, ed era lontanissima dall'imperativo ossessivamente ripetuto di oggi. «Sviluppo» era invece la parola simbolo dell'euforico ottimismo postbellico. La scelta editoriale rispondeva dunque a una vicenda semantica che, in conformità all'impianto capitalistico e alla sua storia recente, ha modificato via via il significato di sviluppo fino alla sua identificazione con quello di crescita.

La cosa d'altronde non stupisce. «In Usa negli ultimi 150 anni il tempo di lavoro nell'arco della vita si è dimezzato e il reddito individuale è cresciuto di 15 volte», nota Paolo Sylos Labini nel suo ultimo libro (Torniamo ai classici, Laterza 04). Cifre indicative di ciò che l'industrializzazione ha rappresentato per quello stesso proletariato duramente costretto a pagarne fatiche e iniquità: consentendo via via migliori condizioni di vita, alimentari, abitative, sanitarie, più istruzione, pensione sicura, accesso a consumi non di prima necessità, vacanze, sport, attività culturali, ecc. Sono le ragioni per cui le sinistre, storicamente impegnate in grandi battaglie per ridurre quanto possibile lo sfruttamento della classe operaia, di fatto non hanno mai messo in discussione il «sistema».

Prova evidentissima di questa sostanziale assimilazione del «popolo di sinistra» al portato culturale e alla stessa forma antropologica della società capitalistica, la si ebbe dal modo in cui la grande maggioranza del Pci accolse il famoso discorso sull'«Austerità» pronunciato nel `77 da Enrico Berlinguer che affermava la necessità di «uscire, sia pure gradualmente, dai meccanismi e dalla logica che ha presieduto allo sviluppo italiano, dai suoi pesudovalori, e persino dalle abitudini che ha creato», abbandonando «l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato sull'artificiosa espansione dei consumi individuali» e sulla «dissipazione delle risorse». E proprio nel rifiuto dell'«insania consumistica» e nella ricerca di valori diversi indicava i presupposti di un «nuovo sviluppo economico e sociale», di «un modo diverso di vivere».

Intuizioni addirittura profetiche e di lucida consapevolezza politica, che avrebbero potuto segnare la prima tappa di un lavoro strategico decisivo verso l'eternamente quanto vanamente invocato «modello alternativo». Ma trovarono solo freddezza o aperto dissenso. Cosa che non si spiega solo pensando alla miseria da cui i più appena emergevano, e dicendo «non si può buttare quello che non si ha, o non si è avuto fino a ieri». Che va letta anche nella sua funzione di formidabile anestetico sociale, e confrontata con anni di caduta del conflitto e perdita di solidarietà; e accusata di fronte alle tremende conseguenze di sempre più forsennati abusi ambientali.

Il 15 gennaio credo che questo dovrebbe essere uno dei nodi su cui interrogarci. Domandandoci perché nessuna attenzione si sia prestata alle voci che ostinatamente tentavano di distinguere tra «crescita» (di merci e reddito) e «sviluppo» (di beni sociali e diritti civili, di scolarizzazione, difesa della salute, libera informazione, rispetto per la natura, parità tra i sessi, partecipazione democratica). Due dimensioni dell'agire economico e sociale di cui la prima è base indispensabile della seconda, che però si capovolge in danno sociale, ambientale e alla lunga anche economico, quando con essa pretende di identificarsi, mentre in realtà la cancella sotto la specie di un produttivismo senz'altro fine che un + davanti al Pil.

E' la posizione con tenacia sostenuta dall'Onu, che nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano ha lanciato vere e proprie invettive anti-crescita e feroci critiche dell'aberrante computo del prodotto. Come questa del `96: «Crescita di che cosa, e per chi? Crescita di inquinamento che richieda altri dispositivi antinquinamento? Crescita di criminalità che impieghi schiere di poliziotti? Crescita di armamenti militari? Crescita di reddito solo per i più ricchi? Non è proprio questo che la gente vuole, e però tutto questo è parte della crescita del Pil». E domandandoci perché non si sia riflettuto su cosa ha significato per il Sud del mondo lo «sviluppo» previsto dai programmi di Banca mondiale e Fondo monetario Internazionale, che imponendo la logica quantitativa occidentale ha stravolto vecchie ma vitalissime economie, antiche culture, gioielli paesistici; nella gran parte dei casi non risolvendo affatto i problemi di povertà e disugaglianza, anzi accentuandoli, mentre ha sfacciatamente favorito le grandi compagnie transnazionali.

E ancora: perché, sempre in osservanza del dettato sviluppo=crescita, le sinistre si siano tranquillamente adeguate a quella sorta di grande rimozione della crisi ecologica non a caso prodottasi tra i politici di ogni livello e travasata nel sentire comune: fino a derubricare un problema su cui si gioca il futuro del mondo a semplice disfunzione del sistema, da potersi emendare con qualche correzione legislativa e molta fede nei miracolismo tecnologico. Per poi contrabbandare il tutto sotto le specie di un ossimoro blandamente consolatorio, come lo «sviluppo sostenibile». Tutto questo si somma in un interrogativo non più eludibile: come non vedere che l'incapacità di concepire il benessere sociale se non in termini di crescita produttiva equivale in sostanza all'incapacità di pensare il futuro al di fuori del paradigma capitalistico?

"La domanda è: sarà un soggetto anticapitalista o no?" Così, in una recente intervista apparsa su Liberazione (3 luglio), Rossana Rossanda indica l’identità che a suo parere dovrà darsi il nuovo gruppo di varie sinistre in via di formazione, per avere una funzione positiva.

Credo abbia ragione. Anch’io da tempo sono convinta che la più grave debolezza di gran parte delle sinistre sia la mancanza di una decisa rimessa in causa del sistema capitalistico; e la sostanziale accettazione di una realtà di fatto ritenuta senza alternative: il mercato vissuto come un fatto naturale, la crescita del prodotto non considerata come un dato della forma capitalistica, ma vista positivamente come una politica socialmente necessaria e irrinunciabile. Non è un caso che nel pubblico dibattito di rado venga nominato direttamente il capitalismo, e si preferisca indicare il nemico nel "neoliberismo", o nella "globalizzazione neoliberista". Come se il neoliberismo non fosse la faccia attuale del capitalismo, e dichiararsi antiliberisti non significasse in realtà essere anticapitalisti. E come se (sotto l’immane potenziamento tecnologico, la spettacolare dilatazione di mercati e consumi, il continuo moltiplicarsi e velocizzarsi delle comunicazioni) non fossero i meccanismi di un rapporto irrecuperabilmente disuguale a dettare, oggi come ieri, il confronto tra capitale e lavoro.

Credo anche che questo adeguamento alla realtà attuale come un fatto ineluttabile si debba a una insufficiente rilettura critica della propria storia da parte delle sinistre, le quali (come da tempo sostiene Wallerstein, e come di recente anche Tronti ha notato) paradossalmente hanno perseguito il superamento del capitalismo usando i suoi stessi strumenti e logiche, inevitabilmente rimanendone "imbrigliate". Ciò che non può non aver contribuito all’affermarsi del capitalismo come una necessità storica non discutibile, o addirittura come un fenomeno metastorico.

"Che significa essere anticapitalista in piena mondializzazione?", si chiede ancora Rossanda. E se il primo interrogativo centrava il nodo dell’"essere" del nuovo soggetto politico, il secondo pone l’altro più che mai cruciale nodo del "che fare". Il quale non può innanzitutto prescindere da un’attenta valutazione della realtà mondiale. In cui il prodotto continua ad aumentare, e l’umanità parrebbe ormai in condizioni di sconfiggere la povertà, ma nulla di simile si intravede. Al contrario ciò che si verifica in misura crescente è la polarizzazione del reddito, di cui circa metà finisce in mano al 10 % della popolazione mondiale; è l’aumento delle disuguaglianze anche nei paesi più floridi, con la pauperizzazione di ceti fino a ieri partecipi del diffuso benessere; è il decadimento ineluttabile dei popoli più poveri, abbandonati a sé, come irrecuperabili eccedenze umane; è un panorama mondiale del lavoro fatto di masse sempre più numerose di disoccupati e precari, masse di sfruttati, costretti ad ogni insicurezza - di mansione, di salario, di orario, di futuro – insieme a masse sempre più folte di migranti. Il capitalismo, nella sua attuale versione neoliberistica, per mille modi va dunque via via riducendo o addirittura cancellando i benefici che le classi lavoratrici, sia pure a caro prezzo, avevano tratto dallo sviluppo dell’economia industriale.

Ma da qualche decennio il mondo si trova a confrontarsi anche con un nuovo fenomeno altamente pericoloso, che va rapidamente aggravandosi e che la scienza mondiale indica come la più grave minaccia per il futuro dell’umanità. Parlo dello squilibrio degli ecosistemi, del problema ambiente. Nei confronti del quale – occorre dire – le sinistre a lungo hanno osservato una chiusura pressoché totale. Una malintesa difesa del lavoro, e forse una sorta di "riflesso di classe" nei confronti dei movimenti verdi, ritenuti espressione di ceti privilegiati, hanno impedito una responsabile considerazione dei fatti, e causato una tenace gravissima sottovalutazione della questione. Cosa che presenta tra l’altro un aspetto vistosamente contraddittorio, perché i più colpiti dalla crisi ecologica sono proprio coloro che le sinistre per loro natura sarebbero tenute a difendere: operai che trattano materiali fortemente tossici e ne muoiono, contadini che usano quantitativi massicci di pesticidi, profughi in fuga da alluvioni, desertificazioni, laghi e fiumi in secca: vittime dell’assalto capitalistico al pianeta.

Ma la ragione che, in modo ancor più pregnante e radicale, avrebbe dovuto orientare le sinistre verso la difesa dell’ambiente, è l’origine stessa e il peggiorare del degrado. La cosa è ampiamente studiata e narrata. E’ con l’avvio della società industriale capitalistica che il lavoro inizia a trasformarsi in modo da alterare e mettere a rischio gli equilibri naturali, che fino a quel momento l’umanità – pur accentuando via via la propria invadenza e aggressività – aveva in sostanza mantenuto. Prodottosi con l’insediamento delle prime industrie e a lungo rimasto circoscritto ad alcune regioni, lo squilibrio degli ecosistemi si è poi diffuso e aggravato con la rapida espansione delle attività produttive e la contemporanea crescita della popolazione, la moltiplicazione degli insediamenti urbani, dei manufatti, dei trasporti, dei consumi, dei consumatori.

E’ la sua stessa forma di sistema economico definito dall’accumulazione, cioè dalla produzione di valore in crescita esponenziale all’interno di un mondo finito e non dilatabile, a rendere il capitalismo insopportabile dalla realtà naturale. E questa è la verità che da gran tempo avrebbe potuto, forse dovuto, orientare le sinistre alla lotta per la difesa dell’ambiente, in perfetta coerenza con la loro origine e il loro stesso statuto. Non era il capitale il nemico storico da battere? E la crescente devastazione del mondo, la stessa sopravvivenza umana messa a rischio dall’iperattività industriale, dal mito della crescita e dalle "leggi" del mercato, non confermavano il fatto che il capitalismo è del tutto indifferente al bene sociale e indifferentemente, se occorre, agisce contro di esso? E più che mai oggi - di fronte al moltiplicarsi di immani catastrofi e previsioni apocalittiche a prossima scadenza, in presenza di analisi scientifiche che inoppugnabilmente dimostrano il rapporto tra lo squilibrio ecologico e i modi e le quantità di produzione tipici dell’economia industriale capitalistica - non dovrebbero imporsi domande definitive circa la linea politica che da decenni ormai pigramente le sinistre perseguono? E’ possibile insomma essere anticapitalisti (come Rossanda auspica e anche io credo necessario) senza affrontare seriamente ciò che la crisi ecologica comporta?

"Non può esistere una crescita infinita in un mondo finito. Una tale concezione dello sviluppo mostra di essere insostenibile, è dunque da respingere e da superare," recita il documento elaborato dall’Ars lo scorso anno in occasione del convegno di Orvieto e firmato anche da "Rosso-Verde" e "Uniti a sinistra". "Proprio la devastazione dell’ambiente (…) potrebbe forse imporre la necessità di un sistema produttivo nettamente diverso da quello attuale, e dunque farsi presupposto di un salto logico, di una nuova razionalità economica e sociale," ha scritto di recente il segretario di Prc, Franco Giordano. "Il capitalismo è incompatibile con la salute del pianeta," ha detto Fabio Mussi inaugurando Sinistra Democratica. Parole di questo tipo sono del tutto assenti dal consueto discorso politico, anche di sinistra, e non solo in Italia. Che vengano pronunciate dai principali leader di questa aggregazione di sinistre che sta definendo la propria fisionomia e la propria linea, è benaugurate segnale di una nuova consapevolezza. Quanto necessaria lo dicono le notizie che senza sosta ci raggiungono.

Cito a caso dalle recentissime. Ogni anno in Cina 750mila muoiono per inquinamento. A varie forme di inquinamento si deve il 20 % dei decessi in Italia. Nel giugno scorso (un mese non particolarmente sfortunato dal punto di vista ambientale) 288 persone sono morte e 7mila sono state evacuate in seguito a inondazioni in varie zone del mondo, 399 sono morte di caldo nei paesi mediterranei, 49 sono morte di freddo in Sudafrica. Sempre più veloce è nel frattempo lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento dei mari. Quale risposta dalla nostra celebratissima civiltà? Intere città si spostino nell’interno e dighe sempre più alte si ergano lungo le coste. Il business verde prosperi con produzione accelerata di biocase, pale eoliche, pannelli solari, lampadine a basso consumo, benzine alternative. Intanto affannosamente si incentiva il mercato dell’auto, si propone di dare la patente guida ai sedicenni, si fabbrica un superaereo che va da Parigi a New York in un’ora e mezzo, a Manhattan si avvia la costruzione - rigorosamente ecorispettosa - di un centinaio di nuovi grattacieli. E davvero non sai se ridere o urlare di fronte alla criminale insensatezza di politiche del genere, puntualmente omogenee alla stessa razionalità che è causa dello sconquasso.

E’ pensabile che quanto non è accaduto finora, possa ancora accadere, e accadere in tempo utile? Così da arrestare, o almeno rallentare il degrado del Pianeta, e scongiurare le peggiori profezie? La cosa forse non è del tutto irrealistica, se innanzitutto ci si dà conto della ormai evidente impossibilità per il capitalismo di agire indefinitamente nei modi su cui ha fondato la propria fortuna; magari anche ascoltando chi parla della sempre più esigua quantità di territori ancora disponibili all’espansione dei mercati, e vede sintomi di crisi irreversibile nella finanziarizzazione in abnorme aumento e nella crescente ferocia della competitività. Se quindi, sulla base di tutte queste verità, si tocca la certezza che solo un cambiamento radicale, una netta discontinuità storica, addirittura un salto epistemologico, possono consentire di dare riposta ai problemi del mondo. Che insomma l’umanità, se vuole salvarsi, è costretta a riorientare la propria storia, a reinventare se stessa.

Ma a questo scopo occorre innanzitutto che la nostra cultura sappia elaborare un netto cambio di prospettiva nei confronti del problema ambiente; anzi nei confronti dell’ambiente in sé. Occorre che ci si renda conto che l’ambiente naturale è qualcosa a cui noi stessi tutti apparteniamo, è ciò da cui traiamo alimento, continuità vitale, forma biologica. E’ quello che fornisce la base di ogni nostra attività, è tutto quanto trasformiamo mediante il lavoro, è insomma condizione e presupposto anche dell’agire economico in ogni sua forma e momento. La crisi ecologica - questa cosa che a lungo le sinistre hanno considerato estranea alla politica - in realtà non può non essere anche crisi sociale.

Fare dell’ambiente l’asse portante di una nuova rivoluzione anticapitalistica forse è possibile. Ma sarebbe una rivoluzione diversa da tutte le altre della storia. Rivoluzione non violenta ma ancor più radicale, che insieme a un’equa distribuzione della ricchezza dovrebbe volere un modo diverso di produrla, anzi un modo diverso di pensarla e desiderarla: si tratterebbe infatti di liberare coscienze e cervelli dall’ideologia capitalistica del produttivismo e del consumismo, della crescita non importa quale, della quantità senza qualità. Una rivoluzione non fatta di eventi traumatici e sanguinosi, ma di una molteplicità di scelte politiche, anche minori e minime, capaci di incidere sulla trama complessa della cultura e dei comportamenti individuali e collettivi. Progetto immane, certo, ma non impossibile forse, se l’assunto fosse definito con chiarezza e soprattutto concordemente sostenuto da una solida unità delle sinistre critiche.

Ma una cosa, non di poco conto, credo si possa dire fin d’ora: e cioè che una scelta politica come questa non mancherebbe di trovare adesione di base. Ormai il disagio di un clima totalmente fuori norma, l’insicurezza di ciò che si mangia, si beve, si respira, l’angoscia per il futuro dei figli, la paura anche delle conseguenze economiche dei fenomeni meteorologici estremi, hanno creato non solo larga attenzione al problema, ma una diffusa angoscia. Diversi sondaggi (uno recentissimo promosso da Legambiente, un altro apparso qualche tempo fa su Repubblica) dicono che la crisi ecologica preoccupa più di terrorismo, epidemie, criminalità, ecc. E d’altronde il lungo lavoro dei movimenti altermondialisti e in genere dell’associazionismo di base ha creato l’humus più adatto ad accogliere e sostenere una politica ad un tempo sociale e ambientale, cioè anticapitalista.

Postilla

Peccato che ci sia sfuggito l'articolo di Rossanda. Lo riprenderemo. Intanto condividiamo il contenuto di quello di Ravaioli. Dedicheremo all'argomento una riflessione più ampia. Vogliamo sottolineare subito che le questioni delle quali questo sito tratta non sono risolvibili se non si riesce a costruire (e prima ancora a pensare)un sistema economico nel quale non solo le "merci" abbiano rilevanza economicca, ma anche i "beni" in quanto tali (e non solo se e quando siano ridotti a "merci").

Altrimenti il territorio, i beni culturali, l'ambiente e le sue risorse resteranno sempre res nullius , o comunque oggetti utili (economicamente rilevanti) solo se mercificabili (cioè "ridotti ad altro da sé").

Altrimenti il destino delle città (e del mondo) sarà di essere più caratterizzate da divisione, contrasto sempre crescente tra miseria e ricchezza, formazione progressiva di muri divisori e ghetti, aumento della repressione e aumento parallelo del potenziale di rivolta.

Pensare e costruire un nuovo sistema economico non sarà facile, ma è necessario. Intanto, si possono fare piccoli passi. Ma è essenziale avere consapevolezza del problema, e in primo luogo non pretendere che il mercato funzioni per cose diverse dalla misurazione del valore di scambio delle merci; che è molto, ma non è tutto.

[…] A ben vedere, tutta la ormai annosa disputa sull'efficacia «elettorale» e, più in generale «politica», del potere mediatico si basa su di un equivoco. Si finge di credere che la prevalenza politico-elettorale venga posta (dagli sconfitti) in relazione con il possesso e il controllo dell'informazione politica. Ma questa costituisce un aspetto minimo della questione: è al più la dose di potere mediatico che concerne l'élite politicizzata. Tutto il resto dell'immensa produzione - senza più differenze tra emittenti private e pubbliche, perché queste ultime per sopravvivere sono mera copia delle prime - è ormai un colossale veicolo dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza. Non importa più chi controlli: è stato plasmato il gusto ed esso esige comunque un adeguamento totale. Il dominio della merce è diventato culto della merce ed è tale culto che quotidianamente crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare, il principale contenuto della gigantesca «macchina» televisiva. Non importa di quale prodotto, meglio se di tutti. Quello che ad una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la conclusione per «riprendere il filo») è invece il testo principale: ore e ore quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come status a portata di mano.

Il lato geniale ed irresistibile di questo genere del tutto muovo di «conquista dell'opinione» è che esso non si manifesta mai in modo direttamente politico. Essa ha fatto tesoro della constatata sconfitta dell'altro metodo: quello, per così dire, «concettuale» del «lavaggio del cervello» esplicitamente propagandistico. Come s'è visto, dovunque il metodo di indottrinamento diretto ha suscitato fastidio, estraneità e alla fine ripulsa. Lo si può praticare con successo solo se lo si destina ad una ristretta élite gravata di speciali responsabilità (è il caso della Chiesa cattolica nella formazione dei suoi «quadri»): altrimenti sortisce I'effetto contrario. Invece il metodo «subliminare», anche perché le opzioni che deve indurre a preferire sono di carattere elementare se non proprio infantile (più merci = più felicità), è di effetto certo: non fa che prospettare, ininterrottamente, immagini, brevi e di facile fruizione intellettuale anche per deficienti, di un mondo (fittizio) già reso perfetto e felice dalla sovrabbondanza delle merci di ogni genere. Non meno efficace è il ritrovato, costante nell'intera straripante produzione pubblicitaria, di mostrare intorno ad ogni (singola) merce la vita felice di tutti i giorni (nello sua forma più luccicante e attraente) di infinite «persone qualunque»: le quali in realtà sono sapientemente selezionate al fine di determinare un immediato effetto di auto-identificazione, immedesimazione e conseguente spinta mimetica, al prodursi del quale «il gioco è fatto». Non c'è bisogno di un orwelliano «grande fratello» per orchestrare tutto questo: è una macchina che si autoregola e si moltiplica per il fatto stesso di essere, anche economicamente, sommamente redditizia.

Prima di indurre centinaia di migliaia di uomini a transitare al di qua dell'ormai affondata «cortina di ferro», o a varcare i mari rischiando anche la vita pur di sbarcare nel «paese di Bengodi» (si parlò a questo proposito, anni addietro, di spot people), quegli influentissimi testi - la cui produzione costa miliardi e che movimentano milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo - avevano preliminarmente conquistato la mente, per non dire l'anima, innanzitutto dei cittadini di serie A, cioè di quelli che «già c'erano» nel paese di Bengodi. I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali «intellettuali organici» della vincente dittatura della ricchezza. Non ha molta importanza la patetica battaglia per pareggiare più o meno equamente gli spot elettorali: tutto il resto sono i veri spot elettorali. Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: «lasciateci godere della nostra ricchezza!», e come unica «ideologia» trasmettono il più sollecitante dei messaggi: «cercate di diventare come noi!».

Al potere incontrastabile dell'«ideologia della ricchezza» si associano altre mitologie di massa: i grandi «miti analfabeti», di cui lo sport è forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse.

Il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi) ha creato - ed è questo forse il maggior suo successo - la società demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma della «parola demagogica». Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce - e il paradosso è solo apparente - un basso livello culturale oltre che un generale ottundimento della capacità critica: l'allarme lanciato da Giacomo Leopardi, «dove tutti sanno poco e' si sa poco», poteva sembrare, al tempo in cui fu formulato, affetto da aristocratismo; è oggi che trova il suo pieno inveramento.

Sembrava il fascismo aver dato il massimo contributo in questa direzione: era invece pur sempre un movimento che affondava le sue remote radici nel secolo precedente e nel sempre ritornante modello bonapartista. Il fascismo prendeva di petto e manipolava «la folla» così come l'aveva conosciuta e descritta Gustave Le Bon. Al contrario l'attuale «democrazia oligarchica», o sistema misto, o come altro si preferisca chiamarlo, orienta, ispira e perciò dirige una folla molecolarizzata e, insieme, omogeneizzata dalla capillare onnipresenza del «piccolo schermo»; nutre, illude e proietta verso una felicità merceologica a portata di mano una miriade di singoli, Inconsapevoli della parificazione mentale e sentimentale di cui sono oggetto, paghi della apparente verità e universalità che quella fonte, in permanenza attiva, fornisce quotidianamente loro, soffusa di sogni.

L'epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano la «costituzione mista», in cui il «popolo» si esprime ma chi contano i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso Iimitato al mondo euro-atlantico e ad «isole» ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno. […]

Di Luciano Canfora vedi anche La demagogia

Scrivono Fabrizio De André e Ivano Fossati, in Smisurata preghiera:


Sullo scandalo metallico

di armi in uso e in disuso

a guidare la colonna

di dolore e di fumo

che lascia le infinite battaglie

al calar della sera

la maggioranza sta
recitando un rosario

di ambizioni meschine

di millenarie paure

di inesauribili astuzie

coltivando tranquilla

l'orribile varietà

delle proprie superbie

la maggioranza sta
come una malattia

come una sfortuna

come un'anestesia

come un'abitudine

A Londra quarantamila persone che non si rassegnano ad essere parte della maggioranza e sperano in un un mondo pacifico e rispettoso delle persone e dell'ambiente si sono radunate volontariamente dal 14 al 17 ottobre, animate dal disagio per lo stato delle cose e dalla voglia di condividere con gli altri le preoccupazioni per il domani.

E' un evento molto positivo, tuttavia a due anni di distanza dal forum di Firenze il numero di partecipanti non è aumentato come sarebbe stato necessario, né sono stati prodotti significativi passi avanti nelle riflessioni condotte nei seminari. L'analisi sui diversi mali che affliggono il pianeta è, tutto sommato, matura, ma non si intravedono indicazioni sui rimedi da porre in essere. Anzi, una volta esaurita la disamina dei problemi irrisolti, e indicati gli obbiettivi da raggiungere (dalla pace allo sviluppo sostenibile, dai diritti delle donne al mantenimento dello stato sociale), le parole forti, e spesso urlate, hanno prevalso sull'indicazione delle cose da fare. A che pro gridare "Bush terrorista", inneggiare alla resistenza irachena, applaudire la figlia del Che, simbolo della rivoluzione che fu? E' tutta qui la ricetta per il futuro?Anche la manifestazione lungo le vie di Londra ha avuto lo stesso tenore: basso numero di partecipanti, durezza estrema delle parole (Falluja deve essere la Stalingrado dell'America, ha tuonato dal palco George Galloway, uno dei leader inglesi). Una litania di cori contro Blair, Bush e contro il capitalismo ha accompagnato il corteo, ripetuta incessantemente come le invocazioni alla madonna nelle processioni di paese. Il tutto nella solenne indifferenza dei cittadini inglesi e dei politici, locali ed europei.

Insomma, ho visto con dispiacere che il seme del movimento non è ancora germogliato e temo che non darà presto i frutti sperati.

Nel contesto delle relazioni internazionali, il segnale del passaggio da un ordine mondiale basato sul consenso tra gli stati-nazione a un mondo basato sulla coercizione praticata da una singola superpotenza si è avuto nel giugno del 2002, quando il presidente George W. Bush jr rese pubblica la sua nuova politica per la sicurezza nazionale. Per la maggior parte degli americani, l'11 settembre 2001 il mondo era cambiato in modo irrevocabile: Bush alimentò questa convinzione quando, nel suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002, affermò che di fronte a un nemico senza stato gli Stati Uniti non avrebbero più potuto fare affidamento sugli strumenti di deterrenza tradizionali per prevenire attacchi contro la propria popolazione e il proprio territorio.

Dopo la fine della guerra fredda

Gli Stati Uniti avrebbero pertanto dovuto prevedere in quali luoghi tali attacchi potevano essere preparati e assumere azioni preventive per impedire l'attuazione degli attacchi stessi. Ma un esame più approfondito del modo in cui si è evoluta la politica estera e militare americana dopo la guerra fredda dimostra come il passaggio dagli interventi finalizzati alla difesa del sistema degli stati-nazione agli interventi tesi a minare tale sistema sia iniziato molto tempo prima.

L'evento scatenante fu la fine della guerra fredda, nel 1989. Nei quindici anni successivi, quella che era iniziata come una serie di tentativi di intervento militare finalizzati all'ingerenza negli affari interni di altri paesi si trasformò in un assalto frontale all'istituzione dello stato-nazione e all'ordine westfaliano. I primi interventi militari dell'era successiva alla guerra fredda, finalizzati alla riorganizzazione di uno stato-nazione attraverso un intervento decisivo nei suoi affari politici interni, sono stati attuati in Bosnia, nella Somalia e a Haiti tra il 1992 e il 1994, e sono stati interventi minori che hanno coinvolto dalle 3000 alle 25.000 unità di truppe terrestri statunitensi. Tutti questi interventi furono portati avanti sotto il mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Un cambiamento irreversibile

C'è poi voluto meno di un decennio perché gli Stati Uniti, sostenuti dal Regno Unito, passassero a un'invasione non provocata dell'Iraq con 200.000 uomini, nonostante la forte opposizione dell'opinione pubblica mondiale, senza le autorizzazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con gli espliciti obiettivi messianici di abbattimento del regime di Saddam Hussein e successivo insediamento di un governo amico degli Stati Uniti, dell'Occidente e di Israele, e di trasformazione dell'Iraq in una democrazia modello e in un esempio per il resto del mondo arabo.

Pertanto, è difficile non concludere che qualcosa sia cambiato irreversibilmente a partire dalla fine della guerra fredda, un cambiamento che ha esercitato una pressione senza tregua sulla potenza egemone spingendola all'attuazione di interventi sempre piú diffusi e frequenti e sempre piú invasivi negli affari interni degli stati membri delle Nazioni Unite. Questa pressione stava rendendo sempre piú difficile il mantenimento del sistema westfaliano configurato dalla carta costitutiva delle Nazioni Unite.

Quel cambiamento irreversibile fu l'avvento del capitalismo globale, che a partire dagli anni Settanta iniziò a minare le fondamenta economiche dello stato-nazione allo scopo di creare un unico sistema globale di commercio e produzione. Negli anni Novanta, questo processo iniziò a rimodellare il sistema politico e quello internazionale per adeguarli ai propri scopi. In un saggio scritto all'inizio degli anni Novanta, Jürgen Habermas aveva sottolineato che, poiché la democrazia era stata creata per sostenere le finalità degli stati-nazione, la sua sopravvivenza avrebbe potuto essere messa in serio pericolo in caso di crollo di queste istituzioni.

I timori di Habermas si rivelarono ben fondati. La prima vittima dell'attacco alla democrazia fu il sistema di stati-nazione nato con il trattato di Westfalia e il Congresso di Vienna, e consacrato, nella sua piú recente espressione, dalla Carta delle Nazioni Unite. Il trattato di Westfalia fu firmato nel 1648 dalla Francia e dai suoi alleati con il re Ferdinando II di Spagna, per porre fine alla guerra dei trent'anni che aveva devastato l'Europa. Per raggiungere tale scopo, il trattato legittimò i governi esistenti, ricompose le loro dispute territoriali e stabilì le regole di base per i futuri rapporti reciproci tra gli stati. Questo processo stabilizzò le frontiere e diede vita al concetto di sovranità nazionale, i due attributi essenziali del moderno stato europeo.

-I princìpi che governavano le relazioni tra gli stati emersi dal trattato di Westfalia furono poi formalizzati dal Congresso di Vienna. Sebbene i confini tracciati da questi trattati siano stati alterati piú volte dalle ambizioni egemoniche dell'una o dell'altra potenza europea, i princìpi fondamentali che li avevano ispirati vennero invariabilmente riaffermati, e l'ordine del trattato di Westfalia ripristinato, ogniqualvolta la pace si riaffermava. Quei princípi erano il rispetto della sovranità e dei confini nazionali e il rifiuto di intervenire negli affari interni di un altro stato sovrano, perché qualsiasi intervento del genere sarebbe stato considerato alla stregua di un atto ostile.

Gli strumenti attraverso i quali fu mantenuto il nuovo ordine furono la diplomazia e la strategia militare. Lo scopo della diplomazia era quello di mantenere un equilibrio di potere nell'ambito della comunità delle nazioni, mentre la strategia militare agiva come deterrente contro le aggressioni. Nella pratica, il sistema westfaliano non riuscì a prevenire le guerre: nel Seicento e nel Settecento le principali nazioni europee combatterono tra loro 60-70 conflitti durante ciascun secolo. Tuttavia, riuscì a instillare in tutte le nazioni una profonda avversione per le azioni di disturbo dello status quo, e nel contempo la disapprovazione per le aggressioni non provocate di un paese ai danni di un altro. L'ordine westfaliano raggiunse l'apice della sua efficacia durante la pace dei cent'anni, tra il 1815 e il 1914.

Dopo la sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale, l'ordine westfaliano riprese vigore ottenendo poi una definitiva consacrazione nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite. L'Articolo 1 limitava la partecipazione esclusivamente agli stati sovrani. L'Articolo 2(4) imponeva agli stati di «astenersi, nell'ambito delle relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità territoriale o dell'indipendenza politica di qualsivoglia stato, o comunque da qualsiasi iniziativa in contrasto con le finalità delle Nazioni Unite». L'Articolo 2(7) proibiva non solo agli stati membri ma alle Nazioni Unite nel loro complesso di intervenire negli affari interni degli altri stati: «Nessuna disposizione del presente statuto potrà autorizzare le Nazioni Unite a intervenire nell'ambito di questioni essenzialmente di pertinenza della giurisdizione nazionale di qualsivoglia stato». Rafforzato dalla minaccia di «distruzione reciproca garantita», che emerse con lo sviluppo delle armi nucleari, il sistema delle Nazioni Unite impedì l'esplosione di guerre di grandi dimensioni durante i cinquant'anni di guerra fredda. Solo quando l'avvento del capitalismo globale iniziò a minare gli stessi stati-nazione, il sistema iniziò a essere sottoposto a serie tensioni. Come potenza egemonica del XX secolo - il cosiddetto «secolo breve» - intenta a estendere la propria egemonia nell'era del capitalismo globale, gli Stati Uniti hanno guidato l'attacco al sistema degli stati-nazione e all'ordine westfaliano internazionale. I critici di area liberal dell'espansionismo statunitense escludono l'ipotesi di un cambiamento rapido e ritengono che la fine della guerra fredda abbia fatto riaffiorare una tendenza imperialista nella politica estera statunitense le cui origini risalgono alla dottrina Monroe. (...)

La vittoria nella guerra fredda e la successiva «Rivoluzione degli affari militari» di fatto rimossero solo l'ultimo ostacolo al consolidamento dell'impero americano. La debolezza di questa ipotesi sta nella sua presunzione di continuità. Indubbiamente, la creazione di una rete di basi militari e l'acquisizione del territorio su cui costruirle sono state un processo continuo. I primi passi furono compiuti nel decennio successivo alla guerra ispanoamericana del 1896, quando l'America installò basi militari in luoghi distanti tra loro come Guam, Hawaii, Filippine, il canale di Panama, Porto Rico e Cuba. Ma furono la seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda a consentire agli Stati Uniti di ampliare la loro rete di basi in Europa occidentale, Okinawa, Giappone, Corea, Tailandia, Australia e Nuova Zelanda. L'espansione della presenza militare degli Stati Uniti continuò anche dopo la fine della guerra fredda. Dopo la prima guerra del Golfo, nuove basi americane sorsero in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman, Egitto e Gibuti. La disgregazione della Jugoslavia divenne il pretesto per la creazione di basi in Bosnia e Kosovo e quella dell'Unione Sovietica condusse alla creazione di basi in Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti costrinsero il Pakistan, di fatto con la minaccia delle armi, a unirsi alla nuova guerra globale contro il terrorismo: il Pakistan concesse agli Stati Uniti l'uso delle basi aeree di Jacobabad, Pasni e Quetta. Infine, dopo la guerra afghana, gli Stati Uniti hanno acquisito tre ulteriori basi aeree in Afghanistan: a Bagram, nei dintorni di Kabul, a Mazar-i- Sharif, a nord della catena dell'Hindu Kush e a Kandahar, nel sud del paese.

Ma questa continuità maschera, e quindi impedisce di riconoscere, una differenza molto importante nel modo in cui le basi furono create. Alcune lo furono attraverso la coercizione, e cioè l'invasione o la minaccia di invadere un territorio appartenente a un altro stato sovrano. Le restanti, e si tratta comunque della maggior parte, furono create con il pieno consenso delle nazioni interessate. Inoltre, la scelta del metodo per ampliare la potenza e la sfera di influenza americana non fu casuale.

I cicli del capitalismo

Gli Stati Uniti ricorsero alla coercizione per acquisire territori o basi in due periodi distinti: il primo nell'ultima decade del XIX e nella prima decade del XX secolo, il secondo dopo la guerra fredda, e in particolare dopo l'11 settembre. A cavallo dei due periodi, con rare eccezioni, l'ampliamento della potenza militare e dell'influenza degli Stati Uniti è stato tollerato o, addirittura, accolto con favore dalle nazioni interessate. La ragione di questa differenza va ricercata nell'espansione ciclica del capitalismo. Il primo ricorso alla forza coincise con l'avvento del caos sistemico che contrassegnò la fine del terzo ciclo di espansione e, di conseguenza, dell'egemonia britannica. Il secondo ricorso alla forza è una risposta al caos sistemico che è stato innescato dalla fine del quarto ciclo di espansione del capitalismo e dall'avvento del quinto, cioè la globalizzazione. Questo è il riflesso del tentativo americano di forgiare il nuovo ordine mondiale e di stabilire la propria egemonia sopra di esso. L'esteso e pacifico ampliamento della rete di basi americane tra queste due epoche rispecchiava invece il consolidamento dell'egemonia americana durante il quarto ciclo di espansione del capitalismo.

Allarme a livello mondiale

Il processo fu reso più semplice dall'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di stato amico e protettore durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, e dal fatto che l'espansione del capitalismo che innescò la crescita degli Stati Uniti ebbe luogo nel quadro del sistema westfaliano degli stati-nazione. Di contro, l'espansione della potenza americana dopo l'11 settembre, soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Iraq, rivela il palese disprezzo per la sovranità nazionale ed evidenzia l'intento di sostituire il sistema westfaliano con un impero americano costruito sulla supremazia militare e sulla costante minaccia del ricorso alla forza. Questo ha innescato un allarme a livello mondiale e ha costretto i paesi che in precedenza avevano accettato di ospitare le basi e l'egemonia militare americana a riconsiderare l'opportunità di continuare a ospitarle. Ha inoltre già spinto l'Arabia Saudita a chiedere agli Stati Uniti di chiudere le basi sul proprio territorio e convinto Francia, Germania e Belgio a rilanciare la proposta per la creazione di una forza difensiva europea al di fuori dell'ombrello della Nato. Ha inoltre allarmato i liberal americani non solo perché trovano ripugnante l'idea di un impero americano, ma anche perché questa strategia sta distruggendo l'egemonia creata, in modo prevalentemente pacifico, duran

Finalmente, è proprio il caso di dire, un dibattito televisivo ha interrotto il monologo liberista. Non solo presentando il punto di vista scandaloso di Serge Latouche, la «decrescita», ma anche stabilendo nessi con due vicende che con il «pensiero unico» e le sue conseguenze hanno molto a che fare: la lotta della Val di Susa e la rivolta delle banlieues. E' accaduto mercoledì sera nella trasmissione di Gad Lerner, «L'infedele», su La 7, dove ci si è potuti rendere conto che «sviluppo» e «crescita» non sono idoli indiscutibili e ad una dimensione; di più, che «decrescita» non è un equivalente di «declino», e cioè che chi trova insopportabile l'adorazione del Prodotto interno lordo non necessariamente esulta se - come succede in Italia - questo indicatore truffaldino precipita.

Si tratta di altro: del fatto che l'economia non è una misura del benessere sociale, e che anzi venticinque anni di liberismo e le sue conseguenze globali, sociali e ambientali, hanno rovesciato questo presupposto, per cui si deve cercare un modo di vivere in cui l'economia torni al servizio della società. Questo dibattito, in giro per il mondo, in Francia, è molto ampio (come dimostra, ad esempio, la pagina che Le Monde ha dedicato poco tempo fa a «Il progetto locale», il libro di Alberto Magnaghi). In Italia invece è pressoché ignoto ai grandi media e a quasi tutti i politici, che ripetono come un mantra «crescita» e «sviluppo», oltre a scagliare anatemi e poliziotti contro le comunità che si ribellano, in Val di Susa e in centinaia di altri «cortili di casa», tanto da fare dell'intero paese un «cortile» da difendere dai Lunardi e dalle Bresso.

Nella trasmissione di Lerner, a sostenere con diverse sfumature queste tesi erano lo stesso Latouche, Luciana Castellina e Aldo Bonomi, di fronte ad alcuni economisti, i quali parevano stupefatti: Michele Salvati, che proponeva «indennizzi» per i valsusini (e Latouche chiedeva: quanto vale una montagna, un paesaggio?), o uno Zingales che, dagli Stati uniti, rispondeva invariabilmente «più mercato»: i problemi ambientali? Facile, basta «prezzare» l'aria, le foreste dell'Amazzonia... E quando Omeya Seddik, del Mib (Mouvement immigration banlieues), ha spiegato quel che sembra incomprensibile agli economisti, e cioè che l'alta velocità, ad esempio, non offre più movimento, ma provoca selezione sociale ed emarginazione (facendo salire i prezzi delle case, come a Marsiglia, e creando ghetti che prima non esistevano), la risposta è stata l'imbarazzo.

Di questa prima rottura del monologo liberista non possiamo che rallegrarci, qui a Carta. Per anni, in solitudine, abbiamo proposto le tesi di Latouche, cercando in ogni modo di allargare il dibattito anche da noi, e il numero del nostro mensile, Carta Etc. in edicola fino a domenica e intitolato «Prodotto locale pulito», lo testimonia: attorno alla «decrescita», alla storia di questa proposta e alle sue applicazioni scrivono Tonino Perna, Paolo Cacciari, Maurizio Pallante, Mauro Bonaiuti, Giulio Marcon e Alessandro Messina, insomma i principali interpreti italiani della critica allo sviluppo. E non è per caso che ai nostri abbonati, quest'anno, regaliamo l'ultimo libro di Latouche, «Sopravvivere allo sviluppo» (Bollati Boringhieri), più uno a scelta tra i precedenti libri del nostro amico francese. Ps. Per la precisione, agli abbonati regaliamo anche uno a scelta tra i libri di Luigi Pintor (pubblicati sempre da Bollati), fatto di cui andiamo particolarmente orgogliosi e che dovrebbe essere una buona ragione per fare l'abbonamento abbinato ai due giornali: 292 euro (Carta settimanale e mensile più manifesto postale) e 270 (Carta più manifesto coupon).

Solo qualche giorno fa a Londra decine di migliaia di donne e uomini si sono interrogati sulle possibilità di un mondo diverso da quello guerrafondaio, ingiusto e inquinato in cui la globalizzazione liberista ci fa vivere. Fra i valori fondanti di questo nuovo mondo, oltre alla pace e alla giustizia, c'è la sostenibilità ambientale. Ieri a Torino migliaia di agricoltori, pescatori e allevatori di tutti i continenti, che lavorano ancora in modo tradizionale cioè senza diserbanti e pesticidi e senza modificare geneticamente nulla, ci hanno spiegato offrendoci i loro prodotti uno dei significati possibili di questa parola, sostenibilità, di cui forse troppi stanno abusando.

Nel leggere lo spaventoso rapporto sul clima che numerose associazioni hanno elaborato e che segue e conferma quello altrettanto drammatico della Ipcc viene da domandarsi quanto tempo rimane per far crescere questa idea di un mondo diverso. Poco, certamente.

Non è solo il dilagare della guerra a dirci di questa urgenza, c'è anche la tragedia climatica. Del rapporto non colpisce ciò che concretamente può accadere se non si riducano drasticamente i gas climalteranti, ma i tempi stretti in cui bisogna farlo e cioè 80-100 anni. Se entro questo secolo non si ridurranno del 70-80 per cento le emissioni di gas serra è possibile che numerose parti del nostro mondo verranno sommerse dall'innalzamento dei mari, altre si desertificheranno e altre saranno travolte da uragani e tifoni.

Per impedire tutto ciò, sappiamo, serve progettare e battersi per una società che esca dal petrolio e dai combustibili fossili. Farlo non è utile solo al clima, ma anche alla pace visto che la scarsità di petrolio è la principale ragione della guerra.

E' possibile? Sì, lo è. Bisogna in primo luogo consumare meno energia e procurarsi quella che serve dal sole, dal vento, dalle biomasse, cioè dalle fonti rinnovabili. Costano troppo? Forse sì, ma non emettono gas serra e quindi fanno risparmiare i costi ambientali e sanitari che invece si pagano usando le fonti fossili. Non sono sogni di ambientalisti ma scelte realizzabili, serve solo che la politica lo decida.

Chi vuole contendere il governo a Berlusconi, che col riordino energetico firmato dal ministro Marzano ha appena incatenato questo paese al petrolio e al carbone, può far proprio questo appello della comunità scientifica e offrire a questo paese una svolta energetica. O forse si continua a pensare che deve essere il mercato a farsi carico delle scelte energetiche?

Alcune settimane fa questo giornale proposte l'oil tax, con i cui proventi finanziare le fonti rinnovabili e l'uso razionale dell'energia. Sarebbe un primo passo, un segnale che qualcuno intende concretamente tirare il freno a mano della macchina-mondo che corre verso il precipizio.

Sabato 30 ottobre ribadiremo a Roma le ragioni della pace e le possibilità di un mondo diverso. E forse, più che di possibilità, si dovrebbe parlare di un mondo diverso obbligatorio.

Romano Prodi canta vittoria: ho la maggioranza aritmetica e anche quella politica. Ma non è vero: ha avuto una fortunosa maggioranza contabile, frutto di diverse manovre, in testa quella di Lamberto Dini che ha votato la finanziaria per imporre il suo no a ogni emendamento o al pacchetto welfare, gettando sulla sinistra la patata bollente della caduta del governo. Stona ancora di più l'uscita di Berlusconi che agita i suoi gazebo ululando di avere con sé nientemeno che il popolo italiano per liquidare i dubbi dei suoi ex alleati e ricordare che il padrone è lui. I due leader protagonisti degli ultimi quindici anni si sentono accerchiati dalla loro stessa coalizione.

Non hanno torto. All'orizzonte di tali agitazioni si delinea un altro scenario, che liquida tutti e due - un «centro» bizzarro, meta confessata di Veltroni, Casini e frattaglie del centrosinistra e della Cdl, ma con poderose radici fuori delle Camere e in un'opinione ormai spostata, a cominciare dalla grande stampa. Bizzarro perché destinato a prefigurare non una nuova Dc onnireggente, ma un bipolarismo più simile all'agognato modello americano. Una destra (diciamo i repubblicani) condotta da Gianfranco Fini - se a Berlusconi non riusciranno gli ultimi azzardi - e una «sinistra» (diciamo i democratici) guidata da Veltroni. Esse escluderebbero la sinistra detta radicale da un lato e forse l'anfibia Lega dall'altra. Costretta anzitempo a un bipolarismo che non stava né nella sua fisionomia sociale, né nella sua tradizione politica, l'Italia va producendo questo mostro.

Mostro ma con i piedi per terra, reso possibile dalla «svolta» di 180 grandi dell'ex bacino Pci, ex Pds, ex Ds che ha raggiunto un orizzonte di sistema comune con una destra più presentabile dell'ego del Cavaliere e della mattane di Bossi. E' un quadro comune infatti quello che permette un bipolarismo «perfetto», perché non muta l'idea di società ma soltanto un certo metodo dell'amministrazione, e di solito la politica estera. Collante un liberismo più o meno temperato: largo al mercato, meno stato, meno proprietà pubblica, più liberalizzazione cioè più privatizzazioni, e una riconosciuta partecipazione della Chiesa alla conduzione «morale» del paese da parte dell'uno e dell'altro schieramento. Fini ha capito che questa è la «democrazia moderna» e si è sganciato da Berlusconi, che si sente mancare il terreno sotto i piedi e cui non resta che il ricorso al «popolo». A Prodi sta scivolando via tutta la sinistra sociale, penalizzata e sgomenta dalla sua politica, versione italica della Commissione Ue e della Banca Centrale. Ne vedremo delle belle.

Resta la domanda se l'idea di una società non tutta mercificata, fatta dalle figure non ancora del tutto a pezzi, di un lavoro dipendente sempre più diffuso e più precario, e da alcune culture non assimilate - non tanto quella ecologica cui per forza i «democratici» daranno posto ma una parte del femminismo se si deciderà a dire la sua - sarà ridotta allo spazio che negli Usa hanno i Nader, i Chomsky, le femministe, la Nation o quel che resta della Monthly Review, cioè alcuni centri universitari, assieme a ricorrenti sussulti o movimenti dei quali il sistema non mette molto a sbarazzarsi con le buone o con le cattive. Finora l'inerzia della Cosa Rossa - definizione quanto mai scoraggiante calcata sulla sfigata Cosa di Occhetto - fa di tutto perché così accada. Anzi, basta che resti come oggi inerte e abbacinata davanti al basamento della costruzione seguita al 1989, la fatalità dell'economia e del mercato, svolazzando fra questa e quella «soggettività» ma in impotente silenzio davanti all'architrave del sistema. Di questo passo la deriva verso una perpetua minorità, prima o poi esclusa dalla scena, è assicurata.

Non credo sia errato, e neppure azzardato, affermare che George Bush sia ormai sul viale del tramonto (nonostante il bagno di folla in Albania) e che anche gli Stati Uniti non stiano tanto bene o, addirittura, in una crisi di egemonia; ripeto di egemonia e non di potenza militare. Tutto questo dovrebbe confortare, ma anche preoccupare perché la crisi di egemonia dell’impero più potente del mondo (anche militarmente) può dare brutte sorprese.

Bush è andato in minoranza al Senato e al Congresso e ancora è in corso di disfacimento il suo gruppo di potere, i suoi uomini di governo, e anche il vecchio Powell gli dà contro.

Il fatto è che la politica di «esportazione della democrazia» con la forza delle armi non ha funzionato. Il dato di fatto, abbastanza nuovo, è che gli Usa hanno vinto le guerre d’Afghanistan e Iraq ma non riescono a concluderle. Per un certo verso è peggio della sconfitta in Vietnam: in Iraq e Afghanistan gli Usa continuano a dover essere presenti e a perdere uomini. A proposito di queste due guerre Stefano Silvestri sul Sole 24 Ore del 12 giugno scrive: «Una cosa è certa: le operazioni in Medio Oriente e in Afghanistan hanno dimostrato l’efficacia altissima delle nuove tecnologie e delle nuove impostazioni operative, ma poi hanno anche rivalutato il ruolo centrale dell’uomo, del singolo soldato e della stessa quantità di soldati necessari per esercitare un effettivo controllo del territorio, nonché della migliore strategia per prevalere nei nuovi conflitti.

Siamo ancora lontani da una soluzione a questi problemi». Negli Usa il bilancio della Difesa è salito a 481 miliardi di dollari, ma pochi uomini legati al loro popolo riescono a tenere in scacco la superpotenza, che è obbligata a inviare altri soldati.

Ma non si tratta solo delle guerre che non finiscono, c’è anche la crisi di due istituzioni fondamentali dell’impero americano: la crisi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale come ben documenta Antonio Lettieri sul sito di «Eguaglianza e Libertà» (www.eguaglianzaeliberta.it). La Banca mondiale non riesce più a fare prestiti in grado di dare un rendimento di almeno un miliardo di dollari per pagare i suoi 13 mila funzionari. Analoga crisi patisce il Fondo monetario internazionale, quello nato per iniziativa di Keynes. Dopo che Brasile e Argentina hanno scelto, con sacrifici certamente, di liberarsi del debito nei confronti del Fondo.

Questi due strumenti del potere Usa sull’intero mondo ormai appartengono al passato, ai tempi della globalizzazione unipolare, cioè Usa. Ora - cito sempre Lettieri - «L’unipolarismo cede il passo alle nuove potenze regionali. Per rappresentare questa nuova realtà è stato coniato un acronimo: i BRICS vale a dire Brasile, Russia, India e Cina. La globalizzazione va avanti ma non c’è più una “guida suprema”, in grado di imporre le sue regole e il suo credo».

E c’è da aggiungere ancora qualcosa su come vanno le cose all’interno degli Usa. Due, mi pare, sono i fenomeni più rilevanti.

Innanzitutto la crisi del ceto medio che è stato il fondamento del modo americano di vita e della relativa pace sociale. Il ceto medio è sempre più indebitato. La bolla edilizia è scoppiata e sono in molti quelli che non riescono più a pagare il mutuo e che vanno in malora.

In secondo luogo c’è la crescita del debito americano con l’estero e l’acquisizione di titoli di stato Usa da parte di altri paesi (credo che in testa ci siano Cina e Giappone). Il punto è che la grande America sta diventando il più grande debitore del mondo. Ma anche questa grande debolezza è grandemente pericolosa. Faccio un esempio assai semplice: supponete di avere un grande debitore, che vi deve un sacco di soldi e non paga. Dovrebbe essere ai vostri piedi, ma si dà il caso che quel debitore è armato, molto ben armato. E allora a voi che cosa resta da fare?

Per Bush non va bene, ma anche noi siamo un po’ preoccupati.

Il sito del manifestosardo

IL PROGETTO DI COSTRUZIONE di una società autonoma ed economa incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo riqualificato, o addirittura sviluppo durevole. Ad esempio, lo slogan di antiproduttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde esattamente a ciò che gli «obbiettori di crescita», membri della Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad), intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per « l’evoluzione verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e predatorie (2)».

Rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare: le otto «r» costituiscono obiettivi indipendenti per l’avvio di un circolo virtuoso. Di fatto, l’accordo sui valori resi auspicabili dalla necessaria «rivalutazione» va ben oltre i fautori della decrescita, visto che alcuni difensori dello sviluppo durevole o dello sviluppo alternativo avanzano proposte similari. Le misure di autolimitazione preconizzate già nel 1975 dalla Fondazione Dag Hammarskjöld sono le stesse di quelle dei sostenitori della decrescita: « Limitare il consumo di carne, contingentare il consumo di petrolio, utilizzare i fabbricati in modo più economico, produrre beni di consumo che durino di più, sopprimere le automobili private, ecc. (3)» Tutti concordano sulla necessità di una forte riduzione del fabbisogno ecologico e, per il resto, sottoscriverebbero volentieri quanto scriveva John Stuart Mill alla metà del XIX secolo: « Tutte le attività umane che non conducono a un consumo irragionevole di materiali insostituibili o che non degradano irreversibilmente l’ambiente, potrebbero svilupparsi all’infinito. In particolare, le attività da molti ritenute tra le più auspicabili e soddisfacenti – educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, sport e relazioni umane – potrebbero diventare fiorenti (4)».

Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile politico.

Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali.

Occorre quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica adatta a una società ecocompatibile.



1 - Chi sono i «nemici del popolo»?

DARE UN VOLTO all’avversario è problematico perché le entità economiche quali le società multinazionali che detengono la realtà del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, « oggi, alcune tra le principali responsabilità dello stato in una economia di mercato (...) non sono più assunte da nessuno (5)». Da una parte, «big brother» è anonimo, dall’altra la schiavitù dei sudditi è più volontaria che mai, perché la manipolazione della pubblicità è molto più insidiosa della propaganda... In queste condizioni, come affrontare «politicamente» la mega- macchina?

Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entità, «il capitalismo». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli.

Il Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo «scenario NegaWatt» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme, bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto sull’ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici, frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi alla proprietà ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosí facendo, si riesca ad evitare «l’effetto rimbalzo», vale a dire, alla fin fine, l’aumento del consumo-materia.

Un capitalismo eco-compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione, fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico. Dominato da società multinazionali giganti, il sistema dell’economia di mercato generalizzata non prenderà spontaneamente la via «virtuosa» dell’eco-capitalismo. Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficientiper imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla massimizzazione a breve termine del valore per l’azionista. Se una istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa, Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione, avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del gioco sociale. In altri termini, potrebbe «ri-fondare» la società.

Certamente si può concepire e augurarsi una certa limitazione del potere a opera del potere stesso, come durante l’era delle regolamentazioni keynesianfordiste e socialdemocratiche. La lotta di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il trionfo della «onnimercificazione» del mondo. Il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come distrugge la società, perché le basi immaginarie della società di mercato poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni.

Dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una evoluzione storica tutt’altro che semplice... L’eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l’abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos e in preda a un terrorismo massiccio che tuttavia non basterebbe a distruggere l’immaginario mercantile. Sfuggire allo sviluppo, all’economia e alla crescita non significa quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha portato con sé (moneta, mercati e anche salariato), ma «re-integrarle » in un’altra logica.



2 - Che fare? Riforma o rivoluzione?

ALCUNE MISURE semplici, addirittura apparentemente anodine, possono dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel trarre le conseguenze «di buon senso» dalla diagnosi effettuata. Ad esempio:

• ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale equivalente a quella degli anni 1960-70,

• internalizzare i costi del trasporto,

• rilocalizzare le attività,

• restaurare l’agricoltura contadina,

• stimolare la «produzione» di beni relazionali,

• ridurre lo spreco di energia di un fattore 4,

• penalizzare fortemente le spese di pubblicità,

• decretare una moratoria sull’innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.

Al centro di questo programma, l’internalizzazione delle «diseconomie esterne» (danni generati dall’attività diun agente che ne trasferisce il costo sulla collettività), in linea di principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di giungere nelle grandi linee a una società della decrescita. Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. Si pensi all’impatto dell’internalizzazione dei costi di trasporto, dell’educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul funzionamento delle nostre società! Queste misure «riformiste» – il cui principio è stato formulato fin dall’inizio del XX secolo dall’economista liberale Arthur Cecil Pigou! – scatenerebbero una vera rivoluzione.

Perché le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate. Già si sa che nessuna compagnia di assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e quelli dell’inquinamento da organismi geneticamente modificati (Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con l’obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale (disoccupazione) e di quello estetico. In un primo tempo, poiché molte attività smetterebbero di essere «redditizie», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa, appunto, un’altra prova della necessità di uscirne e alla stesso tempo una via di transizione possibile verso una società alternativa?

Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale, perché la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e ragionevoli ha scarse probabilità di essere adottata e meno ancora di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la realizzazione di una utopia: la costruzione di una società alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure particolareggiate, ossia quello che Marx, per l’appunto, si rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad esempio il necessario smantellamento delle società giganti. Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti? Come assumere i macrosistemi tecnici con unità di piccole dimensioni? Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attività, alcune modalità (9)?

In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di transizione. Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici. Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per adottarle.



3 - Dittatura globale o democrazia locale?

LA CRESCITA è necessaria alle democrazie consumiste perché in mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze sarebbero insopportabili (già lo stanno diventando a causa della crisi dell’economia di crescita). La tendenza al livellamento delle condizioni è il fondamento immaginario delle società moderne. Le disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perché l’accesso ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perché ciò che oggi è ancora lusso domani sarà accessibile a tutti.

Per questa ragione molti dubitano delle capacità delle società dette «democratiche » di prendere le misure che s’impongono, e vedono come unica via d’uscita dai vincoli una forma di ecocrazia autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle più alte sfere dell’Impero ci stanno riflettendo per salvare il sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio della loro libertà, pur se a prezzo dell’aggravamento delle ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una parte importante della specie (12).

Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell’utopia conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, può favorire una «decolonizzazione dell’immaginario» e suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale.

In effetti, molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita serena. Il sogno di una umanità unificata come condizione di un funzionamento armonioso del pianeta sfugge così alla serie delle false buone idee veicolate dall’etnocentrismo occidentale corrente. La diversità delle culture costituisce indubbiamente la condizione di un commercio sociale tranquillo (13).

È probabile che la democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione e saldamente ancorata ai propri valori (14). La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone una «confederazione di dèmoi », vale a dire di piccole unità omogenee di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui, di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali. « Occorrerà probabilmente frazionare in vari dèmoi molte città moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)».

Si avrebbero piccole «repubbliche di quartiere», aspettando il riassetto territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina « una fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di “risanamento”, nel corso della quale non si tratterà più di creare nuove zone coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana e, così facendo, di creare una nuova geografia (17)».

Utopia, si dirà? Certamente. Ma l’utopia locale è forse più realistica di quanto si pensi, perché è dal vissuto concreto dei cittadini che nascono le attese e i possibili. « Presentarsi alle elezioni locali – afferma Takis Fotopoulos – dà la possibilità di cominciare a cambiare la società dal basso, sola strategia democratica – contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono di cambiarela società dall’alto impadronendosi del potere di stato) e agli approcci detti della “società civile” (che non intendono affatto cambiare il sistema) (18)».

In una visione «pluriversalista», i rapporti tra le varie polities all’interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da una «democrazia delle culture». Lontano da un governo mondiale, si tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities sovrane dagli statuti molto diversi. « L’alternativa che io cerco di offrire (a un governo mondiale) – rileva Raimon Panikkar – sarebbe la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico e armonioso. (...) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la repubblica universale senza coinvolgere né governo né controllo né polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le bioregioni (19)».

Comunque sia, la creazione di iniziative locali «democratiche» è più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle potenze economiche, rimane la possibilità di scegliere il dissenso. È anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La riconquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni, spazio comunitario) e l’auto-organizzazione della bioregione del Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro contesto, dell’intervento localista dissidente (20).

(Traduzione di M-G. G.)

(1) www.apres-developpement.org

(2) Attac, Le développempent a-t-il un avenir?, Mille et une nuits, Parigi, 2004, p. 205-206.

(3) Camille Madelain, «Brouillon pour l’avenir», Les Nouveaux Cahiers de l’Iued, n° 14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003, p. 215

(4) John Stuart Mill, Principes d’économie politique, Dalloz, Parigi, 1953, p. 297; tr. it. P rincipi di economia politica, Utet, Torino, 1979.

(5) Susan Strange, Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, coll. «Incontri», Bologna, 1998.

(6) Dibattito già svolto in La Décroissance, n° 4, Lione, settembre 2004.

(7) Proposta fatta dall’associazione NegaWatt, che riunisce una ventina di esperti coinvolti nella padronanza della richiesta di energia e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si veda www.negawatt.org/index.htm

(8) Senza parlare, inoltre, delle altre misure di salute pubblica come la tassazione delle transazioni finanziarie o la definizione di un reddito massimo.

(9) Ivan Illich pensava che ci sono strumenti conviviali e altri che non lo sono e non lo saranno mai: cfr. Ivan Illich, La Convivialité, Seuil, Parigi, 1973, p. 51.

(10) Cfr. Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma, 2004.

(11) Ne dibattono molto seriamente i membri di una società semi-segreta dell’élite planetaria, il gruppo di Bilderberg.

(12) Cfr. William Stanton, The Rapid Growth of Human Population, 1750-2000. Histories, Consequences, Issues, Nation by Nation, Multi-Science Publishing, Brentwood, 2003.

(13) Si veda l’ultimo capitolo di Serge Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, 2003.

(14) Takis Fotopoulos, Per una democrazia globale, Eleuthera, 1999.

(15) Nella Grecia antica, lo spazio naturale della politica è la città, la quale raggruppa quartieri e villaggi.

(16) Takis Fotopoulos, op. cit.

(17) Alberto Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000.

(18) Takis Fotopoulos, op. cit.

(19) Raimon Pannikar, Politica e interculturalità, L’Altrapagina, Città di Castello, 1995.

(20) È in ogni caso l’analisi di Gustavo Esteva in Celebration of Zapatismo. Multiversity and Citizens International, Penang, Malesia, 2004.

Tutto iniziò in Canada. Ed iniziò bene. Nel 1971 il Canada fu il primo Paese ad adottare ufficialmente il multiculturalismo. Come dichiara con orgoglio il sito web del Canadian Heritage, «il Canada affermò così il valore e la dignità di tutti i cittadini indipendentemente dalle origini razziali o etniche, dalla lingua o dalla religione».

Il multiculturalismo fu poi adottato ufficialmente dalla maggior parte degli Stati dell'Unione europea, con la Gran Bretagna alla testa di una tendenza che andava diffondendosi e che divenne rapidamente di moda in tutto il mondo. Ma quei tempi felici sono finiti, almeno in Europa. Ora francesi e tedeschi nutrono molti dubbi sull'opportunità di mantenere questo atteggiamento, e danesi e olandesi hanno già modificato la loro politica ufficiale. Perfino la Gran Bretagna è in preda all'incertezza. Qual è, allora, il problema?

La storia del multiculturalismo è un buon esempio di come un ragionamento fallace possa intrappolare la gente in nodi inestricabili, da lei stessa creati. L'importanza della libertà culturale, fondamentale per la dignità di ognuno, deve essere distinta dall'esaltazione e dalla difesa di ogni forma di eredità culturale che non tenga conto delle scelte che le persone farebbero se avessero l'opportunità di vedere le cose criticamente e conoscessero adeguatamente le altre opzioni possibili nella società in cui vivono. La libertà culturale pretende, in primis, l'impegno a contrastare l'adesione automatica alle tradizioni quando le persone (compresi i giovani) ritengono giusto cambiare il loro modo di vivere.

Il valore che la diversità può avere, in termini di libertà, deve dipendere proprio da come viene determinata ed affermata. Se in una famiglia conservatrice di immigrati in Inghilterra una ragazza vuole uscire con un ragazzo inglese, la sua scelta non può essere biasimata appellandosi alla libertà multiculturale. Al contrario, il tentativo dei suoi tutori di impedirglielo (cosa che accade spesso) non è affatto un atteggiamento multiculturale, dal momento che è volto a tenere le culture separate, in quella che si potrebbe definire una «pluralità di monoculturalismi». Eppure è la proibizione dei genitori che oggi sembra suscitare le simpatie dei devoti multiculturalisti.

In questo contesto, è interessante esaminare la storia del multiculturalismo in Gran Bretagna. In Inghilterra la fase positiva dell'integrazione multiculturale è stata seguita da una fase di separatismo e di confusione. L'Inghilterra postcoloniale partì straordinariamente bene, cercando di integrare le comunità di immigrati attraverso un trattamento non discriminatorio nell'assistenza sanitaria, sociale e nel diritto di voto. Quest'ultimo diritto proveniva dalla decisione lungimirante di creare un Commonwealth di nazioni, iniziativa in sé multiculturale con una forte leadership inglese, che ha reso possibile, tra le altre cose, a tutti i cittadini residenti nel Commonwealth (compresa quasi tutta la popolazione di immigrati non bianchi in Gran Bretagna) di partecipare alle elezioni. A differenza della vicenda palesemente discriminatoria degli immigrati in Germania, Francia e in gran parte dell'Europa, la politica britannica di dare il più rapidamente possibile diritti economici, sociali e politici agli immigrati legali va ricordata con grande favore.

I problemi, ad esempio nel mantenere l'ordine pubblico, che si verificarono e che furono chiaramente collegati ai disordini del 1981, soprattutto a Brixton e Birmingham, furono affrontati con un'ulteriore azione lungimirante guidata da Lord Scarman, che condusse un'inchiesta su quei disordini e accusò lo «svantaggio razziale che è un dato di fatto della vita inglese». Non tutti i problemi rilevati dal rapporto di Scarman sono stati risolti (la razza può ancora creare differenze, come continuano a crearle la classe sociale e il genere), ma c'è stato un impegno persistente, cominciato assai prima che il «multiculturalismo» diventasse uno slogan diffuso, nel cercare di ottenere che tutti gli inglesi fossero trattati da eguali, indipendentemente «dall'origine razziale o etnica, dalla lingua o dalla religione», per citare nuovamente la fondamentale espressione del Canadian Heritage.

La tragedia è che, quando lo slogan del multiculturalismo ha guadagnato terreno, è aumentata anche la confusione su quali fossero i suoi requisiti. La prima confusione è quella tra il conservatorismo culturale e la libertà culturale. Essere nati in una particolare comunità non è di per sé un esercizio di libertà culturale, dal momento che non è una scelta. Al contrario, la decisione di restare saldamente all'interno della tradizione sarebbe un atto di libertà se la scelta fosse fatta dopo aver preso in esame diverse alternative. Nello stesso modo, la decisione di allontanarsi — di poco o di molto — da schemi di comportamento tradizionali, presa dopo un'attenta riflessione, sarebbe anch'essa un atto di libertà multiculturale.

La seconda confusione risiede nell'ignorare il fatto che, mentre la religione potrebbe essere un elemento di identità importante (soprattutto se si ha la libertà di scegliere se seguire o rifiutare le tradizioni ereditate o assegnate), ci sono altre affiliazioni e associazioni — politiche, sociali, economiche — cui le persone danno valore. La cultura non è limitata alla religione. L'espressione canadese si riferisce esplicitamente alla lingua, oltre che alla religione, e a questo proposito vale la pena di ricordare che, anche se in Inghilterra i bengalesi sono ora ufficialmente etichettati come «musulmani inglesi», essi hanno lottato (e con successo) per l'indipendenza non in nome della religione, ma per ottenere la libertà linguistica e politica.

I leader politici inglesi ora si rivolgono spesso ai diversi gruppi di appartenenti alla stessa religione come a comunità separate, governate dalle loro tradizioni (naturalmente chiedendo che la politica religiosa abbia una forma «moderata»). I portavoce religiosi dei gruppi di immigrati vengono presi in considerazione — e hanno accesso ai corridoi del potere — come mai prima d'ora. Nuove «scuole religiose» vengono create con l'incoraggiamento e il sostegno del governo, che guarda con più attenzione a «equilibri» religiosi alquanto meccanici, secondo i desideri dei cosiddetti leader delle comunità, piuttosto che a questioni più importanti come i contenuti educativi e l'insegnare ai bambini a ragionare liberamente.

Il ruolo di divisione di una scuola separata, così determinante nel seminare discordia nell'Irlanda del Nord, allontanando cattolici e protestanti (e instillando l'idea di classificazione fin dall'infanzia) è ora permesso e, in effetti, incoraggia a seminare alienazione in un'altra parte della popolazione inglese. Quel di cui abbiamo ora bisogno non è l'abbandono del multiculturalismo, né il rifiuto della meta di un'eguaglianza indipendente dalle «origini razziali o etniche, dalla lingua o dalla religione», ma il superamento di queste due confusioni che hanno già creato tanti problemi. È importante perché la libertà è fondamentale, ma anche per evitare ribellioni di emarginati come in Francia, e la crescente minaccia di correnti di pensiero violentemente separatiste, in ascesa in Gran Bretagna, che in alcuni casi hanno dato luogo ad azioni brutali. È importante riconoscere che il primo successo del multiculturalismo inglese era legato al tentativo di integrare, non di separare. Concentrarsi sul separatismo, come si fa ora, non è un contributo alle libertà multiculturali, ma è il suo opposto.

(Traduzione di Maria Sepa)

© Amartya Sen 2006 Questo testo è apparso sul «Financial Times»

Quelli che, come me che scrivo e voi che leggete, stanno dalla parte di gran lunga privilegiata del mondo hanno forse perso il significato drammatico della parola straniero. Se i rapporti sociali fossero perfettamente equilibrati, la parola straniero, con i suoi quasi sinonimi odierni (migrante, immigrato, extra-comunitario) e le loro declinazioni nazionali (magrebino, islamico, senegalese, rom, cinese, cingalese, eccetera), sarebbe oggi una parola neutrale, priva di significato discriminatorio. Non sarebbe più una parola della politica conflittuale. E invece lo è, e in misura eminente.

Se consultiamo costituzioni e convenzioni internazionali, traiamo l’idea che esiste ormai un ordinamento sopranazionale, che aspira a diventare cosmopolita, dove almeno un nucleo di diritti e doveri fondamentali è riconosciuto a ogni essere umano, per il fatto solo di essere tale, indipendentemente dalla terra e dalla società in cui vive.

Questo è un progresso della civiltà. Nelle società antiche, lo straniero era il nemico per definizione (hospes-hostis), poteva essere depredato e privato della vita. Il presupposto era l’idea dell’umanità divisa in comunità separate, naturalmente ostili l’una verso l’altra. Lo straniero, in quanto longa manus di potenze nemiche, era da trattare come nemico. Da allora, molto è cambiato, innanzitutto per le esigenze dei traffici commerciali. Il nómos panellenico e lo jus gentium, lontanissimi progenitori del diritto internazionale, nascono da queste esigenze. L’universalismo cristiano, in seguito, ha dato il suo contributo. Nella medievale res publica christiana e nello jus commune l’idea di straniero perde di nettezza, sostituita se mai, nella sua funzione discriminatoria, da quella di infedele o di eretico. E l’universalismo umanistico e razionalistico ha dato l’ultima spinta.

Il concetto di straniero, nella sua portata discriminatoria, non è però mai morto, anzi ha sempre covato sotto la cenere, a portata di mano per affermare "legalmente" l’esistenza di una nostra casa, di un nostro éthnos, di un nostro ordine, di un nostro benessere. I regimi totalitari del secolo passato vi hanno fatto brutale ricorso. Ad esempio, per restare da noi, la "Carta di Verona", manifesto del fascismo di Salò, all’art.7 dichiarava laconicamente: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri», come prodromo della confisca dei beni e dello sterminio delle vite. Una sola parola, terribili conseguenze.

Si può ben dire che, dopo quelle tragedie xenofobe, la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo" del 1948 rappresenti, nell’essenziale, la condanna di quel modo di concepire l’umanità per comparti sociali e territoriali, ostili tra loro. «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti»: l’appartenenza a uno Stato o a una società, piuttosto che a un’altra, passa in secondo piano e non può più essere motivo di discriminazione. Ciò che conta è l’uguale appartenenza al genere umano e la fratellanza in diritti e dignità non conosce confini geografici, etnici e politici.

Da allora, l’idea di una comunità mondiale dei diritti ha fatto strada. Le convenzioni e le dichiarazioni internazionali si sono moltiplicate e hanno riguardato ogni genere di diritti. Se si tratta di essenziali diritti umani, la protezione non dipenderà dalla nazionalità, riguardando tutte le persone che, per qualsiasi ragione, si trovano a essere o transitare sul territorio di un Paese che aderisce a questa concezione dei diritti umani e non è condizionata dalla reciprocità.

Tutto bene, dunque? La parola straniero non contiene oggi alcun significato discriminatorio o, almeno, è destinata a non averne più. Possiamo stare tranquilli?

Proviamo a guardare la questione dal punto di vista degli stranieri che stanno dalla parte debole e oggi si riversano nei nostri paesi. Essi sono alla ricerca di quelle condizioni di vita che, nei loro, sono diventate impossibili, spesso a causa delle politiche militari, economiche, energetiche e ambientali dei paesi più forti. Si riconoscerebbero costoro in quella "famiglia umana" di cui parlano le convenzioni internazionali sui diritti umani? Concorderebbero nel giudizio che la parola straniero non comporta discriminazione?

La trappola sta nella distinzione tra straniero "regolare" e "irregolare". Ciò che è irregolare, per definizione, dovrebbe trovare nella regola giuridica il suo antidoto: quando è possibile, per impedire; quando è impossibile, per regolarizzare. Invece, nel caso degli stranieri migranti, la legge promuove, anzi amplifica l’irregolarità, invece di tentare di ricondurla nella regola. Così facendo, è legge criminogena.

Fissiamo innanzitutto un punto: il flusso migratorio non si arresterà con misure come quote annue d’ingresso, permessi e carte di soggiorno, espulsione degli irregolari. Questi sono strumenti spuntati, che corrispondono all’illusione che lo Stato sia in grado di fronteggiare un fenomeno di massa con misure amministrative e di polizia. Esse potevano valere in altri tempi, quando la presenza di stranieri sul territorio nazionale era un fenomeno di élite. Oggi è un fatto collettivo che fa epoca, mosso dalla disperazione di milioni di persone che vengono nelle nostre terre, tagliando i ponti con la loro perché non avrebbero dove ritornare. Li chiamiamo stranieri "irregolari", ma sono la regola.

Siamo in presenza di una grande ipocrisia, che si alimenta della massa degli irregolari, un’ipocrisia che va incontro a radicati interessi criminali. Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi in criminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto, di un "rimpatrio" coatto, in una patria che non ha più.

La prepotenza dei privati si accompagna per lui all’assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere "scoperto" nella sua posizione, l’irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all’Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l’esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino).

In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’integrazione sociale, al lavoro, all’istruzione, alla maternità…

Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?

Possiamo da qui tentare una sintetica conclusione, molto parziale, sul tema della sicurezza e della legalità, oggi così acutamente avvertito. Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell’espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società. Quando si metterà mano alla legge n. 189 del 2002 (la cosiddetta Bossi-Fini) sarà utile rammentarsi di queste connessioni.

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