Dei diversi filoni dell'urbanistica di certo il progetto territorialista costituisce uno dei più consistenti, come dimostrano sia le convergenze a mano a mano emerse con altri campi della ricerca (dalla sociologia alla botanica, dall'agraria all'economia), sia l'attuale proposta di costituire in questo ambito una associazione internazionale di studi multidisciplinari. Già diversi volumi sono stati pubblicati su questo tema, ma il più recente - Scenari Strategici. Visioni identitarie per il progetto di territorio, Alinea, 2007, pp. 465, euro 45 - presenta elementi di nuovo interesse, perché fornisce indicazioni precise nell'evoluzione verso la sostenibilità, che rispondono in modo eloquente alle inadeguatezze della politica istituzionale rispetto alla questione climatica e offrono possibili soluzioni alle aporie dello sviluppo in termini di fruizione sociale dei valori e dei caratteri dei luoghi.
Scrive nella introduzione il curatore del volume, Alberto Magnaghi, fondatore della «scuola territorialista italiana»: «Negli scenari che popolano questo volume ... e si pongono come snodo strategico tra la ricognizione rappresentativa del patrimonio territoriale e il progetto di territorio, a partire dall'incontro fra saperi tecnici e conoscenze contestuali si può verificare un atto creativo olistico, tipico del procedimento artistico».
In questa affermazione emergono evidenti alcune tracce del bagaglio dello stesso Magnaghi, specie della sua formazione giovanile negli ambienti dell'architettura milanese degli anni Sessanta, in cui era forte il senso della cultura visiva come elemento di comunicazione e di qualificazione sociale dello stesso progetto edificatorio. Non a caso nella prefazione all'edizione francese del Territorio dell'Architettura di Vittorio Gregotti, Umberto Eco ricordava «l'ideale di un progetto totale che investa la società a ogni livello e di cui l'architettura sembra essere la via maestra». E a proposito di Gregotti, Eco notava come «l'architetto milanese... riflette l'ideale rinascimentale dell'intellettuale completo, che cerca di armonizzare attraverso il proprio progetto tutti i problemi e tutte le risposte della cultura del suo tempo».
Sono parole che potrebbero valere anche per i contesti interessati dagli scenari del progetto territorialista, all'interno dei quali si saldano rimarchevoli risvolti comunicativi e figurativi (sottolineati da Patrizia Gabellini in uno dei saggi di commento) e approdi più marcatamente strutturalisti - in senso sociopolitico - probabilmente derivati dalle esperienze operaistiche, ormai lontane ma indimenticabili, di Magnaghi. Ne scaturisce una proposta urbanistica fortemente incardinata sulla dialettica tra caratteri e valori del patrimonio e istanze sociali.
Vengono così richiamate le tre caratteristiche indispensabili per un progetto edificatorio - la venustas, la firmitas, l'utilitas - che nel programma territorialista si declinano in una prospettiva più ampia, di osservazione dello stesso corpus territoriale. Secondo tale orientamento la firmitas richiama la consistenza ambientale e la qualità ecologica del territorio, la venustas può coincidere con la qualità estetica del paesaggio da tutelare nel presente e da riproiettare nei caratteri percettivi di un insediamento cui, troppo spesso, si deve ridare senso, vista «tutta la schifezza realizzata nella seconda parte della modernità» (parola di Renzo Piano) e infine l'utilitas attualizza le istanze di equità progressive, tipiche dell'urbanistica.
Si comprende, quindi, l'importanza del luogo nello scenario territorialista. I progetti presentati all'interno di Scenari strategici propongono, sulla base di una comune attitudine ecomorfologica, metodi e tecniche di lettura differentemente articolati a seconda che ci si occupi della valorizzazione sostenibile della città media toscana (David Fanfani e Fabio Lucchesi), della città lineare costiera e di valle ligure (Mariolina Besio), della città diffusa milanese (Giorgio Ferraresi), delle contraddizioni dei contesti siciliani tra orridi abusivismi e brani di alta qualitò paesaggistica (Bernardo Rossi Doria), della marginalità urbana di immigrazione nel ravennate (Alberto Tarozzi).
Ma la raccolta di saggi curata da Magnaghi propone anche alcune riflessioni su una serie di nodi che rivestono un ruolo cruciale anche al di fuori del programma territorialista. La tendenza alla liquefazione sociale delle comunità di abitanti, su cui si sofferma in questi anni tanta letteratura socioantropologica (Zygmunt Baumann, per molti) può mettere in crisi la centralità della partecipazione e quindi l'intera armatura politica territorialista. Tuttavia lo stesso Baumann ha segnalato le potenzialità dei segmenti di nuove formazioni sociali che si riconoscono - quasi sempre casualmente - intorno al comune sentire dei valori patrimoniali, fino a formare «nuovi intrecci» socio-culturali. I conflitti suscitati dai grandi interessi del capitale globalizzato, allorché esso «atterra» su luoghi le cui caratteristiche contrastano con i relativi progetti possono - sempre secondo Baumann - accelerare la formazione di tali nuove «comunità di abitanti». In effetti la Val di Susa - così come i sempre più numerosi contesti europei e americani (e non solo), in cui le formazioni locali si riconoscono intorno alla difesa del territorio - muovono nella direzione indicata dal sociologo polacco e attualizzano la stessa figura dell'abitante, centrale nello scenario territorialista.
Altrettanto importante è il superamento del concetto di sviluppo sostenibile. A questo proposito, Serge Latouche denuncia - sia pure affettuosamente - la caduta di Magnaghi nella «trappola dello sviluppo locale», proprio quando - non solo secondo lo studioso francese - non c'è bisogno di alcuna nuova forma di crescita. Lo studio sugli scenari chiarisce che «sviluppo locale autosostenibile» è poco più di un artificio linguistico per una sostenibilità sociale ridisegnata attorno alla centralità del patrimonio territoriale. E come hanno colto tra gli altri Mimmo Cersosimo e Osvaldo Pieroni, la strutturazione economica è una conseguenza di questo assetto più che un obiettivo intenzionalmente conseguito.
Quarant’anni ci son voluti perché un autore simile fosse conosciuto appieno nel suo Paese. Ci sono voluti decine di libri stampati all’estero, una Legion d’Onore, premi negli Stati Uniti, traduzioni in inglese, tedesco, francese, persino esperanto e finlandese. E’ il destino di Boris Pahor, triestino di lingua slovena, noto quasi ovunque tranne che in Italia. Per troppo tempo ha fatto comodo non si sapesse che nella città italianissima c’era un grande capace di scrivere in un’altra lingua - la stessa che il fascismo aveva negato a suon di manganello, sputi e olio di ricino - e mettere con i suoi capolavori il dito sulla piaga.
Necropoli - Fazi, pagg. 270, euro 16, prefazione di Claudio Magris e traduzione di Ezio Martin - è dedicato alla prigionia nei Lager nazisti e salda il conto con molte cose: l’oppressione fascista che - si voglia o no - fu la premessa dei forni crematori; la scandalosa anticamera di questo autore ormai novantacinquenne (il libro è del 1967); con la sua umiltà, la sua onorata cittadinanza e la sua limpida passione civile. Ma soprattutto con la bellezza di un testo che si situa a pieno titolo accanto ai capolavori di Primo Levi e Imre Kertész sullo sterminio.
Per Pahor il Muro cade solo ora, ma il ritardo si riscatta con una perfetta scelta di tempo, col libro che esce nel Giorno della Memoria, il primo celebrato dopo la definitiva cancellazione della frontiera tra Italia e Slovenia. E chissà che questo bel rilancio non serva a esorcizzare gli ultimi fantasmi in circolazione sulla Cortina di Ferro che non c’è più, offrendo una base nuova di conoscenza reciproca alle sospettose comunità che la abitano. Un libro importante, perché non recrimina ma guarda al domani, e perché l’Autore - scrive Magris - è uscito dall’inferno integro e vitale, ricco di una «confidenza con la fisicità elementare della vita».
Il libro ha una forte anima slava e non indulge in autocommiserazioni. Non rimane imbrigliato nemmeno nel «tortuoso senso di colpa» di chi è ritornato e sente il peso di essere sopravvissuto ai compagni. Pahor sa di appartenere al suo Lager sui Vosgi, di essergli legato per sempre, ma quando, vent’anni dopo, vede due giovani baciarsi vicino alle camere a gas, anziché indignarsi, sente il richiamo potente del sentimento. Dice: «Noi eravamo immersi nella totalità apocalittica della dimensione del nulla», e quei due ora «galleggiano su qualcosa di altrettanto infinito e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose».
Il richiamo della natura - indifferente ma consolatrice - è presente nel mutismo del bosco cui egli, durante la prigionia, non riesce affatto a guardare come simbolo partigiano di libertà.
Durante l’esecuzione di un centinaio di giovani prigioniere francesi, egli al contrario gli rimprovera «di offrire, fitto com’è, un nascondiglio alla dannazione». A guerra finita poi, durante una visita guidata al campo della morte, Pahor si sente selvaggiamente respinto da quella buia massa resinosa che a distanza di vent’anni si rivela come una massa di ombre trapassate pronte a difendere «il proprio territorio dalla curiosità di un uomo che passeggia, vestito decentemente, con i suoi sandali estivi».
Il bosco è un incubo che svela il nulla cosmico, sveglia inquietanti presenze ostili, «feti» coscienti del fatto che «il loro sterminio collettivo si era legato all’infinito isolamento della natura e dell’universo». Ma, a viaggio finito, è pur sempre il bosco ad accogliere e consolare il sopravvissuto nell’angolo di un camping solitario, concedendogli di infrattarsi, diventare «libero pellegrino» e assaggiare in un pentolino bollente un sorso di buon latte dei Vosgi che gli riporta alla memoria il profumo di quello munto prima della catastrofe in Slovenia. Un latte mitologico, che «sembrava sapesse di Nigritella» e - sogna Pahor - con «la linfa dei nostri monti ci rafforzava nella lotta contro il terrore nero».
Il libro offre grandiose immagini collettive. Il «formicaio zebrato», la «massa multicefala», le «ossute zanzare acquatiche, ragni bruciacchiati con i sederi a X», le file di «tartarughe che di quando in quando sollevano le teste nude nello sforzo di guardare fuori dal regno delle tenebre». Intorno, un orrore che svela la sua tremenda dimensione acustica: «l’ululato dei cani nel ventre della montagna nera», la tempesta di urla rauche, quando sembrava che la paura «fosse diventata un vento impetuoso che investisse tutte insieme le corde vocali tedesche». Sopra di tutto, il Camino: il suo rosso tulipano acceso nel cielo di piombo, l’odore dolciastro, la cenere che si mescola alle nubi, genera polipi, piovre apocalittiche, elefanti fuligginosi.
Quando arriva al campo di Natzweiler-Struthof, Pahor ventenne non ha già più illusioni. Il manganello delle camice nere le ha già spazzate via dalla sua coscienza, contribuendo però a creare, nella scorza dell’Autore, un «sistema di difesa» che non permette ai sentimenti di penetrare fino al nocciolo dove è «concentrato l’istinto di sopravvivenza». Ricorda i fascisti che incendiano il teatro sloveno di Trieste, il loro danzare «come selvaggi attorno al grande rogo», la sua incredulità di fronte alla soppressione della lingua con cui ha «imparato ad amare i genitori e cominciato a conoscere il mondo». Una soppressione, durata un quarto di secolo, che «raggiungeva lì nel campo il suo limite estremo, riducendo l’individuo a un numero».
«Il trauma più grave insorse quando i maestri sloveni vennero cacciati dalle scuole di Trieste». Diventai, scrive Pahor, «razza condannata, un negro». Ecco perché nel campo sui Vosgi gli slavi della costa, pur portando la «I» sulla casacca a strisce, si dicevano «yugoslavi» davanti al kapò. Non volevano essere confusi con gli oppressori, ma anche non subire le conseguenze del disprezzo tedesco verso un popolo che per due guerre mondiali aveva tradito l’alleato. In una scena memorabile verso la fine del libro, degli istriani riescono a scampare al gas semplicemente dichiarandosi «austriaci», per il fatto di esse stati fino al 1918 sudditi di Francesco Giuseppe.
Ma il fascino del Bel Paese riesce egualmente a sfondare il muro del sospetto, anche lì nel Lager, davanti all’occhio di Medusa.
Quando il giovane Boris trova un vecchio giornale italiano, basta «il fruscio della carta» a dar luogo a «un’ondata di calore, quasi un’ondata di luce». Il cima alle colonne degli articoli c’erano nomi di città che «sorsero all’improvviso davanti a me con tutte le loro volte medievali, con gli archi gotici, i portali romanici, gli affreschi di Giotto, i mosaici di Ravenna». E poi la foto dell’attrice Alida Valli, bellissima sotto la luce della lampada a carburo, che evoca la memoria di un amore perduto e si fa ritagliare per essere incollata accanto al pagliericcio gelido.
Quella foto italiana è forse l’unica deroga all’inflessibile comandamento degli internati: non pensare mai al mondo dei vivi, perché quella memoria uccide. «La regola era non stuzzicare mai la morte con immagini di vita, perché la morte è una femmina vendicativa». L’istriano Tomaz, un uomo vulcanico e allegro che non smette mai di evocare il suo mare, il suo vino e i profumi della sua terra, non rivedrà mai casa e sparirà di scena con una lunga cucitura verticale dal pube alla gola, simile a una treccia, sul tavolo autoptico della morgue.
Non si deve ricordare, perché tanto i due mondi sono e resteranno incompatibili, anche dopo l’Olocausto. Pahor non sembra trovare rimedio a quella che chiama «la grande apatia dell’uomo standardizzato». L’Europa è una vecchia stanca che nel dopoguerra, anziché «compiere la propria purificazione», si è lasciata applicare occhi di vetro «per non spaventare i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote». L’uomo europeo, ogni tanto, prova vergogna per questa sua situazione da eunuco: ma - conclude Pahor - esso ha già abbondantemente «scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e di giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni».
Cesco Chinello si è spento a Venezia nella notte di sabato, «tranquillo e lucido come aveva sperato», testimoniano i suoi. Era malato da un pezzo, di quelle malattie anche di fatica che afferrano i non più giovani. Gli erano diventate difficili anche le scale dell'appartamento a Sant'Elena, nella modesta casa giusto dietro l'imbarcadero dei giardini. Aveva corso sempre, da quando poco più che ragazzo era entrato nella Resistenza, e fra un'azione e l'altra avevano deciso in quattro o cinque, per svegliare una città sonnolenta, una pericolosa goliardata interrompendo uno spettacolo al Goldoni davanti ai tedeschi occupanti per leggere un appello a resistere. E poi erano riusciti a scappare, giovani e matti, fra vicoli e canali, e continuando a rendere incerta la presenza della Wehrmacht assieme alle brigate dell'entroterra. Dove continuò a correre in bicicletta, a guerra finita, per contendere metro per metro alla chiesa un Veneto profondo bianco, del quale ancor oggi Venezia resta un'isola democratica e di sinistra davanti alla marea di una Lega dilagata negli spazi della vecchia Democrazia cristiana.
I giorni di Cesco sono stati un ostinato contrappunto alla vicenda della città, che il dopoguerra trovava sospesa fra un turismo élitario e il pessimo sogno fascista degli anni Trenta - quello del «conte» Volpi - di fare un avamposto industriale della zona fra la Marittima e Marghera, pesante appendice cementificata fra la città periclitante sulla laguna e Mestre. Nel dopoguerra sarebbero cresciute le manifatture dove un tempo c'erano stati navigazione interna e commerci e barene, sarebbe arrivato lo sciagurato canale dei petroli e il Petrolchimico dei veleni. Ognuno di questi poli, che sarebbero durati assai meno del secolo breve e furono terreno di un assai poco gloriosa frangia del poco glorioso capitalismo italiano, aggrumava una manodopera che veniva dall'entroterra contadino e dalla ex città di mare.
Un'aggregazione che cresceva negli anni Sessanta fino quel 1968 che ancor oggi i residui operai veneti, specie delle metallurgie, ricordano come se fosse stato tutto loro, un risveglio tumultuoso, la conquista di impensati diritti.
Cesco Chinello, dopo aver percorso la provincia in tutte le direzioni, era diventato l'uomo di quella gente, assieme ad altri quadri operai, straordinari e ritrosi come il Peri Granziera che non so quanto a lungo abbia creduto nel partito e per niente nei gruppi. Cesco nel partito credette sul serio e a lungo, fu segretario di quella federazione a calle del Remer (da tempo non ce n'è poi stata una se non a Mestre), dove passavano anche musicisti e pittori, Gigi Nono in polemica con Zdanov e i pittori in polemica fra loro, Vedova presto deluso contro Zigaina prediletto dalla direzione romana. Vi approdavamo anche noi ingraiani, ma Cesco non veniva con noi a tarda sera, con Gigi, alla taverna della Fenice. Forse pensava di noi come aveva scritto con ironia Noventa «credevamo di stare all'osteria e invece stavamo nella storia». Lui stava nella storia quotidiana, si alzava presto, correva a Marghera, passava da una riunione all'altra, cercava di convincere i compagni e il centro di quel che stava cambiando, aveva fiducia in Ingrao e in Trentin, che la fabbrica la conosceva davvero. Ma in verità ben prima del Muro di Berlino il Pci l'aveva lasciata cadere, se pure era mai stata al centro dei suoi dirigenti, più intenti alla geopolitica che a quel conflitto che connotò il secolo. Così dopo l'undicesimo congresso anche lui fu più o meno sordamente accantonato, fatto anche deputato quando si pensava ancora alla Camera come una onorevole messa da parte.
Si interrogava sulla crescita e sulla caduta. C'è una storia di Venezia che non somiglia a nessuna altra città, nei secoli e nel Novecento, declino dopo declino cui nessuno ha voluto o saputo metter un freno - oggi ha meno della metà degli abitanti di un secolo fa, e non cessa di perderne. Cesco la conosce, la ha annotata, la ha scavata - felice quando una biblioteca privata benevolmente gli si aprì - e ha potuto inserire nel lontanissimo passato le radici o almeno l'humus di quel che aveva raccolto nel presente, vicende, lotte, nomi, vite, decisioni, rinunce, volantini - tutto. Fedele alla memoria del Pci consegnò molto di quel suo prezioso materiale al locale Istituto Gramsci pensando di metterlo in salvo, finché un giorno vi si imbatte per caso, ammucchiato su una fondamenta in attesa della passata della spazzatura. Non so chi ne fosse allora il geniale direttore. Ma fu un altro passo nella solitudine, cui solo pose rimedio l'intelligenza dell'Istituto storico della Resistenza diretto da Mario Isnenghi. C'è da riflettere sulla smania autodistruttiva degli ex partiti comunisti, che si credono una classe dirigente senza avere imparato dalla borghesia che dal proprio passato si distingue ma lo salva.
Negli ultimi anni Cesco ha aderito alle sinistre delle sinistre, interessato specie al lavoro dei Verdi - ci siamo scontrati sul Mose, difeso da me e infido per lui. Ma soprattutto ha studiato, scritto, pubblicato sui conflitti operai a Venezia, interrogandosi senza pace sugli anni Sessanta e il rovescio che li ha seguiti. Ha concluso con una autobiografia che non è di sé se non come di uno fra i molti, non solo le vicende e le idee, ma nomi, cognomi, vite, caratteri, tentativi, fallimenti, anche le poche vittorie. Una storia appassionata, di parte, raramente distratta, spietata con pochi, generosa con molti, nella quale la sua Venezia si ritroverà.
Non ha veduto l'uscita di questo suo libro che è appena finito di stampare. All'Istituto andranno tutti i materiali cui non ha potuto dare spazio. Vorrei scrivere che Cesco vivrà a lungo, come il ricordo di coloro di cui ha voluto segnare per il tempo destino e lineamenti. Ma in questo momento più mi pesa che se ne sia andato anche lui, doveva partire dopo di me, tanto pochi siamo i sopravvissuti alle guerre di classe di cui oggi nessuno più vorrebbe sentir parlare.
Introduzione [1]
Al confronto fra pianificazione territoriale e mercato, fra regole e negoziazione, l’Italia giunge in ritardo rispetto ad altri paesi europei, che hanno da tempo trovato specifiche sintesi, sul piano sia culturale che operativo. Nel nostro paese, si assiste ancora oggi a una divaricazione di posizioni che si caricano spesso di contenuti ideologici, e non si è sviluppato a sufficienza un serio dibattito scientifico. La proposta di riforma urbanistica dell’INU del 1995 - attenta e innovativa sul piano tecnico ma insufficiente su molti temi avanzati: intercomunalità e area vasta, governo metropolitano, fiscalità immobiliare, visioni strategiche e partecipazione – è evoluta in direzioni del tutto contrastanti nelle leggi regionali di Emilia e Toscana da una parte e Lombardia dall’altra, mentre l’INU ha appoggiato, nel breve volgere di due anni, progetti di riforma nazionale tanto divaricati quanto il progetto Lupi della maggioranza di centro-destra, approvato da un ramo del Parlamento nel 2005, e il progetto dell’Ulivo dei primi mesi del 2007 (entrambi in attesa di discussione nell’attuale Parlamento).
Le posizioni culturali favorevoli a una deregolazione spinta e a un indebolimento della strumentazione di piano – e dunque non solo a una sua flessibilizzazione e integrazione con la progettualità privata – sono rimaste fortemente minoritarie in altri paesi (per tutte: Pennington, 1999 e 2003; Evans, 1988; Gordon, Richardson, 1997; Parr, 2005; Bénard, 2007), mentre in Italia sono oggi assai più forti e influenzano proposte in ambito legislativo-istituzionale. In nessun paese europeo si legge nella legislazione nazionale, come si è rischiato di leggere in Italia, che le funzioni amministrative di governo del territorio “sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi” (art. 5 comma 4 del disegno di legge Lupi), al fine di “trasformare il piano urbanistico in una sorta di banca dei diritti di edificazione commerciabili nell’ambito di una filiera di interessi pubblici da perseguire” (Lupi, 2005, p. 31), all’interno di un territorio in cui tutte le aree, al di fuori di quelle destinate all’agricoltura o di pregio ambientale, sono considerate urbanizzabili (art. 6 comma 5, ddl Lupi)[2].
Le teorizzazioni che legittimano questo approccio (Mazza, 2000, 2004; Palermo, 2001) si basano generalmente su considerazioni critiche sull’efficienza e l’efficacia della pianificazione tradizionale più che su principi di ordinata gestione del territorio; ma possiedono comunque un certo fascino culturale per il sedicente carattere di innovatività del modello proposto. Veri processi di costruzione di visioni territoriali condivise e di pianificazione strategica non vengono considerati, o vengono coniugati in una versione inadeguata, che ho chiamato “elitista neo-corporativa” (Camagni, 2006).
In questo quadro, due recenti lavori di Stefano Moroni (2005, 2007) costituiscono un fatto nuovo di particolare interesse: la critica impietosa alla pianificazione urbanistica e territoriale e la necessità di un suo sostanziale annullamento viene fatta discendere da principi generali di democrazia liberale basati su libero mercato e libertà individuale, in un (apparentemente) rigoroso processo logico a carattere deduttivo. L’ispirazione e la guida vengono individuate nel pensiero di un campione dell’economia liberale, Friedrich August von Hayek, premio Nobel per l’economia nel 1974; in particolare, nella sua teorizzazione, basata su un approccio che oggi chiameremmo cognitivo, dei vantaggi dell’ordine spontaneo di mercato e delle miserie della pianificazione economica socialista[3].
Anche se nella trattazione di Moroni il piano ha più il carattere di concetto astratto e generale che di pratica concreta e attuale applicata al territorio, la sua critica possiede, proprio per il suo carattere strettamente deduttivo, una forza e una persuasività quale solo raramente si incontrano nelle riflessioni critiche attuali sulla pianificazione e il governo del territorio. Inoltre, il corredo di argomentazioni più specifiche, tratte dal dibattito scientifico internazionale, appare lucido e completo. Per questo, ritengo che le sue tesi meritino una critica attenta e altrettanto stringente.
Queste note vogliono dunque costituire una valutazione critica di alcuni passaggi centrali, logico-deduttivi, del ragionamento di Moroni che implicano concetti di teoria economica, partendo dagli stessi assunti generali e dall’ipotesi di una totale condivisione dell’individualismo metodologico e dei valori del liberalismo che caratterizza l’approccio hayekiano. La critica, radicale, che intendo sostenere è la seguente: Moroni utilizza tutto l’armamentario concettuale che Hayek costruisce per la critica alla pianificazione socialista dell’economia - basata sulla determinazione totalmente centralizzata dei prezzi e delle quantità da produrre di tutti i beni - per la criticaalla pianificazione urbanistica e territoriale dei paesi a economia di mercato, sulla base di una similitudine di condizioni operative fra i due tipi di pianificazione tutta da dimostrare. Ritengo questa estensione non lecita, anche se essa viene autorizzata da alcune pagine di Hayek stesso, in cui tuttavia egli sottolinea anche e soprattutto i limiti intrinseci all’operatività di un puro mercato in ambito territoriale.
Da tempo sostengo la necessità che la pianificazione urbanistica e territoriale si occupi prevalentemente di definire regole generali, da coniugare con le specificità dei luoghi; l’opportunità di sposare regole e progettualità privata all’interno di visioni condivise e partecipate, e la necessità di utilizzare al massimo il mercato, correggendolo per le esternalità. Non sono dunque un difensore acritico del piano, ma da economista vedo anche i limiti del mercato, in particolare in ambito territoriale e immobiliare, tra l’altro sottolineati dall’intera tradizione liberale europea, da Pigou (ma potremmo dire da Smith) a Einaudi [4].
Nota: il resto di questo lungo saggio, per motivi di spazio e leggibilità, è scaricabile in pdf dopo le note (f.b.)
[1] Una versione allargata e maggiormente tecnica di questo lavoro è in corso di pubblicazione su Scienze Regionali.
[2] Alla scala locale, nel Documento di Inquadramento del Comune di Milano (2001), che costituisce la più compiuta realizzazione recente del modello deregolativo-negoziale, si capovolge il normale e necessario rapporto di subordinazione fra regole e progetti; si afferma infatti che “gli investitori hanno la massima libertà di proposta” e “se la proposta è accolta, le regole specifiche del progetto di trasformazione vengono definite contestualmente alla proposta di cambiamento e non preesistono ad essa” (Sintesi di controcopertina, che riprende concetti esposti nel testo).
[3] Il primo volume ha il merito di presentare una bella sintesi del pensiero di Hayek, un maestro del pensiero economico che rilancia l’approccio neo-classico, micro-individualista e liberale, rinnovandone le basi in senso cognitivo moderno. Egli introduce infatti la problematica dell’informazione e dell’incertezza per rifondare il concetto di decisione economica (assunzione della complessità, ruolo della reputazione), di equilibrio generale (che fa evolvere nel senso di un ordine spontaneo fra attori che cooperano inintenzionalmente, ritornando per molti versi ad Adam Smith), di concorrenza (che interpreta come meccanismo di scoperta, che porta alla massimizzazione relativa dei processi di crescita attraverso innovazione e apprendimento collettivo). Si comprende come un tale sistema coerente di pensiero possa esercitare una forte fascinazione intellettuale; si comprende meno come si possa accettare oggi la forte semplificazione operata dalla visione hayekiana di un’economia atomistica e di una società individualistica senza capitale sociale, in cui è sottovalutato ampiamente il ruolo delle institutions.
[4] Si veda al proposito: Camagni, 2001, sulla giustificazione delle politiche regionali e urbane; Camagni, 2002, sulle caratteristiche della pianificazione strategica e la sua capacità di ovviare ad alcuni limiti della pianificazione tradizionale; Camagni, 1999, sull’utilizzo corretto dello strumento perequativo; infine Camagni e Gibelli, 1996, sui grandi principi che dovrebbero informare le politiche per le città in Europa.
Difficile immaginare una locuzione del lessico politico angloamericano più diffusa e prestigiosa a livello planetario della mitica rule of law. Sulla sua data di nascita le opinioni sono discordi, ma non sul luogo dove ha preso inizialmente forma: l'Inghilterra. Ci sono studiosi che indicano la Magna Charta come primo esempio di rule of law; altri, invece, spostano il calendario a quelache secolo dopo, quando il leggendario giudice Edward Cook «vieta» a Re Giacomo I (1603-1625) di sedere nella «sua» Corte, ritenendolo carente di quel bagaglio tecnico e non politico su cui si deve fondare la legittimazione di un giudice. Secoli dopo, un'icona del diritto costituzionale inglese, Albert V. Dicey condannava come irrimediabilmente autoritaria la tradizione amministrativa continentale (napoleonica) proprio perché carente di rule of law, visto che, nei paesi europei, a differenza del mondo anglo-americano, i giudici ordinari hanno infatti giurisdizione molto limitata sui pubblici poteri. Una fondamentale iniezione di prestigio è venuta alla rule of law dall' esperienza costituzionale statunitense, dove i Federalist Papers la ritennero il solo modo per garantire politicamente una società di disuguali, in cui i proprietari sono pochi e devono essere difesi da quelli che non hanno, che sono tanti. La rule of law, affidando ad una Corte dotata di sapienza giuridica la tutela della proprietà privata, indipendentemente dai cambi di umore politico, deve restare, secondo i «federalisti» statunitensi, una garanzia essenziale anche nel nuovo ordine costituzionale post-rivoluzionario, destinato all'attuale egemonia planetaria.
Un concetto bipartisan
In Italia Rule of law è a volte tradotta come «principio di legalità», altre volte come «stato di diritto» o come «governo della legalità»: traduzioni così insoddisfacenti da suggerire il mantenimento dell'originale. Quasi impossibile, in presenza del coro celebrativo che la invoca come panacea per la soluzione di ogni problema di prepotenza del potere, trovare qualcuno disposto ad argomentare contro un sistema politico fondato sulla rule of law, nonostante le sue origini chiaramente conservatrici. Ogni argomento critico nei suoi confronti è considerato una critica a un sistema giuridico «giusto», un sistema economico «efficiente» o un pasto «appetitoso». Si tratta insomma di una di quelle idee che la storia ufficiale ha saputo collocare con successo su un piedestallo di sacralità, tutelato e difeso quasi da ogni parte politica. Una nozione «bipartisan», cara sia alla cultura conservatrice che a quella liberal più devota al cambiamento; icona tanto della monarchica costituzionale inglese quanto delle rivoluzione statunitense.
Qualche anno fa, Niall Ferguson, uno storico inglese di grande successo vicino alla terza via blairiana e clintoniana, ha pubblicato un libro portatore del medesimo ritolo, Impero, reso celebre da Michael Hardt e Toni Negri. Ferguson sosteneva che l'espansione dell'impero inglese aveva certamente prodotto nefandezze quali guerre, genocidi, espropriazioni e deportazioni, ma aveva anche beneficiato le sue prede di un lascito di inestimabile valore: la rule of law appunto, capace di trasformare sistemi (come quello indiano), che altrimenti si sarebbero sviluppati secondo un modello autocratico di dispotismo orientale, in moderne democrazie. In qualche modo, spiegava il giovane storico, successivamente, non per caso assurto ai fasti della cattedra harvardiana ed oggi autorevole firma del New York Times, il gioco era valso la candela.
Infine, non c'è occasione di incontro internazionale in cui la rule of law non diventi il concetto che mette tutti d' accordo. Nel luglio del 2005, ad esempio, in chiusura del vertice del G8 di Londra, Toni Blair ancora scosso dalle bombe che avevano portato il terrore nella capitale inglese, presentava il suo «piano per l'Africa», promettendo (nella generale commozione e approvazione) che la successiva remissione del debito sarebbe dipesa unicamente dalla volontà degli Africani di sviluppare la rule of law. Due anni dopo, la promessa cancellazione del debito non si è verificata, ma in compenso l'ultimo vertice G8, ha organizzato un importante convegno proprio dedicato alla rule of law. Del resto, quale concetto potrebbe mettere d'accordo in piena campagna elettorale, le due donne più potenti del pianeta, Hllary Clinton e Condoleeza Rice? Sfogliando l' ultimo fascicolo del Berkeley Journal of International Law si trova la risposta. Entrambe hanno infatti parlato di rule of law ad un seminario organizzato dalla potentissima American Bar Association (un paio di milioni di avvocati iscritti). Mi sono divertito a cancellare il nome delle autrici e a far circolare i due contributi fra gli studenti di un mio seminario in California, chiedendo di indovinare quale delle due «statiste» avesse scritto quale pezzo. È risultato del tutto impossibile indovinare. Avevano articolato esattamente le stesse (trite) riflessioni!
Quando il Puntland (estemo nord-est somalo) sul finire degli anni Novanta, cercando di consolidare una situazione di relativa pace dovuta al fatto che i macelli (a partecipazione italiana) dell'intervento Restore Hope non si erano spinti così tanto a nord, chiese alle Nazioni Unite di finanziare la ricostruzione di un edificio parlamentare dove far riunire l'assemblea politica di capi tradizionali, non ricevette una lira per la ricostruzione ma, al posto, ottenne la partecipazione di un (ben pagato) team internazionale di esperti incaricati di vegliare sul rispetto delle rule of law da parte della «carta transitoria» che i somali stavano cercando di negoziare. Non si trattava di un facile test per la cultura politica somala. Infatti, la rule of law, come mostra la sua storia tutta occidentale, altro non è che un modello in cui il potere decisionale dei micro-conflitti viene assegnato principalmene a un giurista (il giudice appunto), legittimato da un sapere tecnico-giuridico. Legittimato a decidere non è quindi un soggetto, dotato di un sapere religioso, filosofico-morale o tradizionale come per esempio il quadi islamico, né un uomo politico (come nel principio di legalità socialista) che pure potrebbe vantare in molti casi ben maggior legittimazione democratica.
Non è difficile a questo punto scorgere le principali ragioni del successo planetario della curiosa idea secondo cui la cultura professionale «espropria» quella religiosa e quella politica di gran parte del potere decisionale. Rule of law è infatti una di quelle «nozioni plastiche» in cui ciascuno vede i valori in cui crede. Così, quando la Banca Mondiale, dando ascolto a qualche guru dell'Università di Chicago, impone la rule of law come parte degli «aggiustamenti strutturali» ai quali condiziona il credito, essa vi legge la garanzia per gli investimenti esteri sotto forma di rispetto della proprietà privata e della «sacralità» dei contratti economici. Quando invece un giovane cooperante pieno di buone intenzioni partecipa ad un programma sulla rule of law (ce ne sono centinaia) finanziato da un' università americana, una Ong o un governo (come per esempio quello Italiano in Afghanistan o quello Canadese in Mali) egli legge nella rule of law la tutela dei «diritti umani fondamentali» e pensa così di fare del bene proteggendo qualche minoranza oppressa. Il punto è che fra queste due idee fondamentali c'è antinomia storica a dispetto della comune espressione semantica.
L'ostacolo dei diritti umani
Il Perù di Fujimori, il Cile di Pinochet o la Colombia di Uribe sono stati o sono sicuramente governati dalla rule of law, nella sua accezione di garanzia degli investimenti economica e sicurezza dei diritti proprietari. Dal medesimo punto di vista, la Bolivia di Morales, il Venezuela di Chavez o la Cuba di Fidel sono generalmente considerati carenti di rule of law, perchè gli investitori stranieri sono sottoposti a severi controlli e rischiano nazionalizzazioni: possibilità che suonano come una bestemmia alle istituzioni finanziarie internazionali. Dal punto di vista della tutela dei diritti umani (seconda accezione del termine rule of law), sicuramente si possono tuttavia trovare molti sistemi in cui i diritti umani sono assai più rispettati rispetto a quelli economici, perchè la proprietà privata e la libertà contrattuale vedono (giustamente) severe limitazioni ad opera della mano pubblica. Basti pensare, per un esempio storico, al Cile di Salvator Allende, ma anche a molte socialdemocrazie europee. Anzi, se si vuol dar credito a quanto scrive Naomi Klein (ma molti altri prima di lei) nel suo ultimo libro, il rispetto della rule of law nel primo senso (quello economico) ne rende impossibile il rispetto nel secondo (le ricette neoliberali richiedono la violenza di Stato per essere imposte), mentre il rispetto della rule of law come rispetto dell' effettività dei diritti umani è incompatibile con la sua accezione economica, perchè lo sviluppo dei diritti umani fondamentali non può prescindere dalla ridistribuzione delle risorse.
L'epifania del politico
Occorre peraltro osservare che l'idea stessa di rule of law pone le proprie radici nella più profonda autocoscienza della civiltà occidentale ed è quanto mai remota all'esperienza politico giuridica degli «altri». L'«orientalismo», che tuttora domina il discorso politico del potere occidentale, alimenta la percezione dell'«altro» (il non occidentale) come carente di rule of law. In questa prospettiva, lo stravolgimento della storia giuridica di popoli considerati «senza storia» non ha limiti: alcuni paesi islamici avrebbero conosciuto la rule of law soltanto grazie agli sforzi di modernizzazione giuridica di inizio ventesimo secolo (mentre molti sono ancora nell'oscurità della sharia).
Allo stesso tempo i paesi dell'America Latina dovrebbero ringraziare la colonizzazione e S. Ignazio di Loyola, mentre in molti paesi africani, che nel recente passato avevano rifiutato la colonizzazione e i suoi benefici giuridici di cui ci parla Ferguson, con la caduta del Muro di Berlino le organizzazioni finanziarie internazionali sono intervenute sul diritto, non più visto come una epifania del politico ma come una semplice infrastruttura del sistema economico. Inoltre, anche la Cina, dovrà prima o poi riuscire a capire l'importanza della rule of law. Infine, anche la Russia va aiutata ad aprire gli occhi, vista la continuità, a dispetto delle rivoluzioni, fra l'autocrazia zarista, gli orrori del socialismo reale e il personalismo revanchista di Putin.
Insomma, Solo l'Occidente è padrone della rule of law, e quindi in generale della legalità. Di questo concetto vago, universalizzato in scorrerie coloniali in cui i giuristi sempre legittimano i potenti, non si narra la storia. Piuttosto ne viene «naturalizzato» e «depoliticizzato» il contenuto, per celarne l'essenza: quella di principale ideologia di legittimazione etnocentrica e neo-coloniale, utilizzata tanto dagli ideologi del mercato quanto dai professionisti dei diritti umani.
Nel labirinto delle leggi in difesa dell'Occidente
Dalla conquista coloniale alla globalizzazione economica
Sulla storia del concetto A Concise History of the Common Law di T.F.T. Plucknett, (Little, Brown & Co., Boston), Oltre lo Stato di Sabino Cassese (Laterza), Common Law. Il diritto Anglo-Americano di Ugo Mattei (Utet), Impero di
Niall Ferguson (Mondadori). Un recente importante lavoro che insiste sull' importanza del diritto nella costruzione della dominazione coloniale è Ultramar, L' invenzione europea del nuovo mondo di Aldo Andrea Cassi (Laterza). Il saggio fondamentale sulla dominazione coloniale in Americana Latina resta Le vene aperte dell' America Latina di Eduardo Galeano (Giunti). Un classico del rapporto tra Occidente e il resto del mondo è Europe and the People Without History di Eric R. Wolf (University of California Press). Da segnalare sullo stesso tema anche il volume di William Woodruff The Impact of Western Man: a Study of Europe's Role in the World Economy, 1760-1960 (Macmillan). Particolare attenzione critica agli aspetti giuridici della globalizzazione è data dal saggio di Laura Nader Le forze vive del diritto (ESI). Sulla diffusione del modello giuridico dominante, i libri di Danilo Zolo Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza), Imitazione e Diritto. Ipotesi sulla circolazione dei modelli di Elisabetta Grande (Giappichelli); Il diritto sconfinato di MariaRosaria Ferrarese (Laterza), nonché Plunder. When The Rule of law is Illegal di Ugo Mattei-Laura Nader (Blackwell-Viley).
Nella cartella Il capitalismo d'oggi altri articoli di Ugo Mattei
Se n’è andato alle 8,50 del mattino, l’ora in cui, dopo la colazione («Per l’onorevole - era scritto su un cartello nella cucina della casa di riposo - caffè, biscotti, uova, marmellata») si avvicinava al tavolo per la prima partita della giornata. Giocava a beccaccino, una specie di briscola. Anche i suoi compagni di carte lo chiamavano onorevole, non più Bulow. Arrigo Boldrini, comandante partigiano, padre costituente, ha finito la sua vita ieri, all’ospedale di Ravenna. Il 6 settembre aveva compiuto 92 anni. «Nostro compito - ha scritto nel suo ultimo messaggio come presidente dell’Anpi - è raccontare la nostra esperienza partigiana, con le sue luci e le sue ombre. Perché possa essere di esempio e monito per fare comprendere il valore della libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla».
Accompagnati da figli e nipoti, alla camera mortuaria della città arrivano gli ultimi suoi compagni di lotta, che combatterono nelle valli della Romagna. Arriva il sindaco Fabrizio Matteucci e dice che Ravenna «è orgogliosa di averlo avuto fra i suoi figli migliori». «Abbiamo perso un grande italiano. Quando ero ragazzo, i racconti dei partigiani si respiravano nell’aria: la Resistenza è stata la chiave che ci ha spinto all’impegno politico».
Domani alle 15 ci saranno i funerali in piazza del Popolo. In questa stessa piazza il 4 febbraio 1944 il generale Richard Mc Creery, comandante dell’VIII Armata inglese, gli consegnò la medaglia d’oro al valor militare per avere liberato la città di Ravenna quando il nord Italia ancora era occupato dai nazisti. Sempre in piazza del Popolo, nel novembre 1989, Arrigo Boldrini tenne l’orazione funebre per Benigno Zaccagnini. Avevano stretto un patto, lo studente di agraria diventato partigiano comunista e il pediatra che sarebbe diventato segretario nazionale della Dc. «Quando uno di noi se ne andrà - giurarono quando ancora erano in armi e si chiamavano Bulow e Tommaso Moro - l’altro parlerà al suo funerale».
Stamane verrà aperta una camera ardente in municipio. «In questo triste momento - ha scritto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - vorrei ricordare anzitutto l’amico sincero, dal tratto umano sensibile e aperto, con cui ho condiviso importanti momenti di comune impegno democratico. E rappresentare la gratitudine dell’intero Paese per il prezioso patrimonio di dedizione alla causa della libertà e dell’indipendenza nazionale».
Non era bravo a parlare, il comandante Bulow. «Me lo dissero - ha scritto nel libro "Corsari in jeep" Vladimir Peniakoff, comandante del reparto inglese che partecipò alla liberazione di Ravenna e salvò la basilica di Sant’Apollinare in Classe - i suoi stessi compagni. "Ha le qualità del capo, sa organizzare la guerriglia ma non sa parlare". In verità non era un oratore. Era un giovane piccolo di statura, vivacissimo. Era stato scelto da Luigi Longo, uno dei capi della Resistenza, perché aveva un’esperienza militare come ufficiale dell’esercito. Lo incontrai durante la liberazione della città. Noi entravamo da est, lui da nord. Bulow era ferito a un braccio, lo feci medicare e lo condussi nel mio alloggio. Era il giorno della vittoria ed egli era l’eroe ferito nella liberazione della sua città. Sarebbe rimasto a godersi il trionfo? Attivo e irrequieto come al solito, non ebbe pace finché non ripartì per le paludi, dove aveva vissuto tanto a lungo la vita di un ranocchio. Egli e i suoi vivevano in capanne di canne fangose, pochi centimetri sopra il livello dell’acqua. Ogni notte facevano una sortita contro i tedeschi, durante il giorno giacevano sul fango».
Finisce la guerra, Arrigo Boldrini resta per tutti Bulow. Non è facile scrollarsi di dosso i soprannomi in una terra romagnola dove i padri hanno il coraggio di chiamare i figli Rivo, Luzio e Nario, oppure Sole, Dello, Avvenire. «E’ stato un altro partigiano - raccontò Boldrini - a darmi questo soprannome. Si chiamava Michele Pascoli, era un barbiere comunista che sarebbe stato fucilato dai nazisti. Io spiego agli altri, in una riunione, che la guerra ai nazifascisti si può fare anche dove non ci sono montagne. Mi metto a parlare di "pianurizzazione". Il compagno Pascoli mi guarda e dice: "mo’ chi sit, Bulow?". Ma chi credi di essere, quel Bulow che ha sconfitto Napoleone?. Così quel nome mi è rimasto attaccato».
Subito dopo la guerra, il capo partigiano viene accusato dell’eccidio di Codevigo, in Veneto. Decine di militari e civili della Repubblica sociale furono uccisi. Arrigo Boldrini viene processato e assolto. Entra in Parlamento, diventa un padre della Costituzione. Diventa presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani. Scrive tutti i suoi discorsi, non parla mai a braccio, anche quando deve andare a celebrare il 25 Aprile nelle più piccole frazioni del ravennate. «Noi abbiamo combattuto - racconta - per quelli che c’erano, per quelli che non c’erano e anche per chi era contro…».
Arrivano gli anni del tramonto. Nell’aprile 2005 Bulow viene accompagnato dal figlio Carlo nella casa di riposo di un prete, don Ugo Salvatori, a Marina di Ravenna. Si guarda intorno stupito, assieme al sacerdote vede anche quattro suore. La sua mente non è più quella di un tempo ma qualche ricordo ritorna. «Ma lo sa - dice a don Ugo - che da piccolo, nella chiesa di Santa Maria del Porto, facevo il chierichetto? Il nostro capo chierico era Benigno Zaccagnini». Verso sera, nella nebbia ravennate, un’agenzia annuncia che «Bulow si era avvicinato alla fede». Lo avrebbe annunciato don Ugo, raccontando che «prima di Natale aveva partecipato alla Messa». Il sacerdote si affretta a smentire. «Io non ho mai parlato di conversione. Ho solo detto che prima di Natale l’onorevole era stato accompagnato alla Messa da suo figlio e che era gentile con me. Tutto qui». Anche nel 2005, nei primi giorni nella casa del prete, il vecchio comandante era andato a Messa. «Stavo giocando a carte e vedo che tutti vanno via. Dove andate? A Messa, mi dicono. Io non sono andato, perché nessuno mi aveva invitato. Ma a Pasqua il prete mi ha invitato, e allora anch’io sono entrato nella cappella». Una mente lucida per i conti della partita a beccaccino e per qualche ricordo lontano. Gli occhi alle carte e alla pineta, oltre la quale ci sono le valli con la palude e i canneti. Era qui che Bulow faceva «la vita del ranocchio», per la libertà dell’Italia.
Un formidabile incentivo per comportamenti virtuosi tesi a accumulare ricchezza. La proprietà privata ha assunto una sacralità che la pone al riparo da ogni critica. Eppure gran parte delle costituzioni pongono tutt'ora precisi limiti alla sua diffusione.
Negli Stati uniti è stata emanata una legge per prorogare a settantacinque anni i diritti d'autore della Walt Disney, mentre la Corte federale ha consentito alla Pfizer Corporation di sfruttare alcuni beni comuni in nome dello sviluppo economico
In due precedenti scritti apparsi su queste pagine sono state descritte le trasformazioni soggettive ed oggettive della proprietà privata nell'attuale fase del capitalismo globale. Dal primo punto di vista, la trasformazione più rilevante è stata quella del passaggio dall'individuo proprietario (sovrano dei suoi beni) alla corporation proprietaria, a tal punto potente da contendere allo Stato la sovranità politica (il manifesto, 1/12/07). Dal secondo punto di vista, la cifra della trasformazione è stata quella di una smisurata crescita dei beni occupabili e riducibili alla logica proprietaria del mercato (il manifesto, 28/12/07). Si tratta ora di interrogarsi sul senso politico e giuridico di tali trasformazioni, di verificarne la compatibilità con il contenuto della Costituzione vigente oggi in Italia, per avviare una riflessione critica sulle strade da percorrere nell'elaborare un programma di riforma dotato di una qualche sostenibilità di lungo periodo.
Sul ponte del Titanic
Difficile negare che le recenti trasformazioni della proprietà privata siano da considerarsi processi sociali che hanno lasciato una moltitudine di vinti accanto ad un esiguo numero di vincitori. Poiché tuttavia la storia viene narrata dai vincitori, è difficile sfuggire all'offuscamento generato dall'ideologia dominante da essi prodotta. Ne consegue che pochi programmi politici sarebbero destinati a più sicura sconfitta di quelli che dovessero attaccare il più amato e popolare fra i diritti patrimoniali dell'individuo. Si sprecano infatti le biblioteche volte ad elogiare il diritto dominicale, ed i toni apologetici, hanno nel corso dei secoli accreditato alla proprietà somme virtù, fra cui la capacità di stimolare il lavoro e la produttività, la difesa della libertà e della personalità umana, l'incentivo a comportamenti virtuosi di accumulo e risparmio in vista della trasmissione intergenerazionale delle ricchezze. Si è così prodotto uno spesso strato ideologico dietro al quale si è cementata l'alleanza fra piccola borghesia proprietaria e ceti privilegiati sempre più ricchi, i quali, tramite stili stravaganti di consumo e di ostentazione della ricchezza, dettano i modelli comportamentali che caratterizzano l'attuale danza collettiva sul ponte del Titanic.
Da ormai molto tempo, anche a causa del fallimento del socialismo «realizzato», non ci si sofferma più sul ricco filone di ricerca che vede nella proprietà privata uno dei principali responsabili della povertà e dello sfruttamento. Il riferimento non è soltanto alla critica frontale della proprietà privata prodotta dal socialismo utopista di Jacques Proudhon, raccolta nel celebre aforisma «la proprietà è un furto». Né al materialismo storico di Marx, che pur è prezioso per aver indicato quella netta diversità strutturale fra proprietà privata dei mezzi di produzione ed altre forme di proprietà personale. Una distinzione che la retorica dominante è riuscita a celare, assoldando così la piccola borghesia a baluardo dei privilegi dei super-ricchi. Il riferimento semmai può essere anche a personaggi come Tommaso Moro, niente meno che Lord Cancelliere di sua maestà il quale, nella sua «Utopia», immagina la società ideale come priva di proprietà privata. Anche fra i padri della chiesa non è poi difficile trovare un florilegio di citazioni critiche: «Il ricco è un ladrone» (San Basilio); «L' opulenza è sempre il prodotto di un furto» (San Gerolamo); «La natura ha stabilito la comunità; l'usurpazione la proprietà privata» (Sant Ambrogio); «Nella buona giustizia tutto deve appartenere a tutti. È l'iniquità che ha fatto la proprietà privata» (San Clemente). Parole non distanti da «estremisti» come François Noël Babeuf, secondo cui «Tutto ciò che possiedono coloro che hanno più della loro quota parte individuale nei beni della società è furto e usurpazione».
Occorre oggi recuperare chiarezza sui presupposti teorici delle riflessioni volte a sostenere l'illegittimità di un eccessivo accumulo di proprietà privata (che oltre una certa soglia andrebbe impedito tramite apposite misure fiscali patrimniali). Si potrà allora fondare il coinvolgimento di tutti i lavoratori (per esempio tramite una parte del salario sotto forma di stock options) e delle moltitudini titolari dei beni comuni nei benefici del processo produttivo. È noto che qualsiasi forma di produzione richiede diversi input: gli economisti parlano di capitale e lavoro. A questo binomio vanno aggiunti diversi beni comuni, in particolare «i luoghi» in cui la produzione avviene. Dobbiamo realisticamente accettare che lo sfruttamento del suolo e del sottosuolo siano stati sostanzialmente «privatizzati» in modo irreversibile se non legittimo: gli economisti infatti considerano la terra uno «strumento» per il cui utilizzo il proprietario (ancorché fannullone) può chiedere un prezzo (canone di locazione).
Tuttavia fra i beni che si trovano in natura strutturalmente comuni e necessari per la produzione si trovano ancora (sempre più contesi) acqua, aria e luce del sole. Nessuno fra questi fattori (capitale, lavoro e beni comuni) è di per se capace di produzione. La produzione li richiede sempre tutti presenti simultaneamente. Il capitale non produce assolutamente nulla senza il lavoro che sfrutta ed i beni comuni che consuma. Il lavoro senza il capitale può dar vita all'artigianato, ma a sua volta non produce senza sfruttare beni comuni. I beni comuni non sono produttivi se non «sfruttati» dal lavoro e dal capitale. Ne segue che la produzione è sempre un progetto cooperativo, gran parte dei cui imput non sono proprietà dell'imprenditore (abbiamo abolito la schiavitù) e spesso appartengono a tutti (beni comuni).
Il parassita di Axum
La «proprietà» di quanto collettivamente prodotto, non dovrebbe appartenere perciò al solo capitalista ma anche in parte ai lavoratori (proprietari del lavoro) ed in parte a tutta la collettività (proprietaria dei beni comuni). La scienza economica dominante è per lo più responsabile dell'illusione ottica per cui il capitale è di per sè produttivo. Essa fonda così l'argomento utilizzato dal capitalista per appropriarsi dell'intero prodotto collettivo una volta liquidato, sotto forma di salario, il singolo input lavorativo. Il capitalista che acquista la proprietà del prodotto finito, infatti, non paga né i beni comuni né quello che potremmo chiamare «surplus della cooperazione». Infatti, secondo un celebre esempio, un uomo da solo in cento giorni di lavoro non riuscirà ad issare l'obelisco di Axum, mentre cento uomini ci riusciranno in un sol giorno. È questo surplus o premio cooperativo, dotato di straordinario valore, che il proprietario non paga retribuendo separatamente 100 unità lavorative. Naturalmente per la produzione del surplus risulta necessario un coordinamento. Il lavoro del coordinatore, tuttavia, ai fini della produzione non è più necessario di qualsiasi altro. In una buona organizzazione produttiva infatti tutti gli input sono necessari e sufficienti, sicchè tutti i partecipanti devono partecipare alla divisione del premio e certo non soltanto il proprietario.
La Costituzione italiana stabilisce, con l'articolo 42, che la proprietà è pubblica o privata e che la Repubblica deve rendere quest'ultima accessibile a tutti al fine di garantirne la «funzione social». Inoltre, l'articolo 43 afferma che l'iniziativa economica privata è libera, ma che non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà o alla dignità umana. Quanto al lavoro, su cui si fonda la Repubblica, esso deve dar diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa» (articolo 36). Anche i beni comuni sono tutelati in modo ampio (articolo 9).
Difficile alla luce di questo fraseggio considerare la proprietà privata privilegiata rispetto al lavoro o ai beni comuni. Eppure «il capitalismo realizzato» privilegia pochi proprietari o managers, a scapito dei molti, piccoli proprietari o proletari che siano. Infatti, le trasformazioni soggettive della proprietà, che sostituiscono sul piano paradigmatico il vecchio e odioso latifondista con un entità astratta quale la corporation che scherma i suoi gruppi di controllo (formalmente proprietari) ed il suo management (a sua volta proprietario grazie alle stock options) non lasciano indenne il lato oggettivo.
La legge di Topolino
La crescita drammatica della capitalizzazione rende la corporation talmente potente da potersi «comprare» tanto il processo politico quanto quello giudiziario. Alcuni esempi: nell' imminenza di ogni scadenza di copyright appartenente alla Walt Disney Corporation, che comporterebbe il rientro fra i beni comuni di Topolino, Pippo o il mago di Oz, viene fatta passare al Congresso statunitense una legge di proroga della proprietà intellettuale. L'ultima, ribattezzata significativamente Micky Mouse Extension Act, fa oggi durare l'esclusiva proprietaria creata dal diritto d'autore per settantacinque anni dopo la morte dell' inventore. Nel 2004 la Corte Suprema Federale ha approvato questa estensione sebbene la Costituzione Statunitense giustifichi il diritto d'autore come premio per stimolare la creatività.
Controllando i poteri dello Stato, il «latifondo» della corporation travolge perfino la piccola proprietà che vi si contrappone. Il requisito della «pubblica utilità» necessaria per espropriare la proprietà privata viene così travolto dalla necessità delle corporations di accaparrarsi inputs produttivi da sfruttare al fine di profitto. Progressivamente, dietro la spinta delle teorie economiche dominanti, proprio negli Stati Uniti, si insinua l'idea per cui la proprietà può essere forzatamente trasferita da un soggetto privato ad un altro soggetto privato sulla base di un'analisi costi-benefici capace di dimostrare che il nuovo uso (privato) è «più efficiente» di quello precedente.
Le case del viagra
Nel 2005, la Corte Suprema Federale statunitense scardina il postulato dell'uso pubblico come giustificazione dell'espropriazione. Beneficiaria di questa clamorosa svolta è quella Pfizer Corporation famosa in tutto il mondo per il Viagra. Viene infatti considerata legittima l'espropriazione di alcune abitazioni private per consentirle di costruire un laboratorio. Si sostiene che lo «sviluppo» del territorio sia da considerarsi nell'interesse pubblico anche se portato avanti da un privato a scopo di profitto. Si inaugura così una stagione globale in cui le proprietà piccole non godono più di fronte alla legge della stessa tutela delle proprietà grandi: recentemente, simili espropriazioni, accompagnate da inaudita violenza, hanno infatti colpito contadini indiani e cinesi. In Italia la sola rete capillare di telecomunicazione, realizzata negli anni attraverso investimenti di capitale pubblico, è oggi in proprietà di una corporation privata, la Telecom Italia. Anche qui siamo di fronte ad una notevole sovversione di principi fondamentali in materia di appropriabilità privata di beni aventi caratteristiche pubbliche. Così, anche da noi lo strapotere finanziario riesce a «comprare» il processo politico e con esso i beni pubblici.
«Che queste vendite si moltiplichino - scriveva Proudhon nel lontano 1840, di fronte alla vendita di terre coltivabili in Francia -. Fra non molto il popolo che non ha potuto né voluto vendere, che non ha riscosso il prezzo della vendita, non avrà più dove riposare, dove rifugiarsi, dove fare il raccolto: andrà a morire di fame alla porta del proprietario, ai bordi di quella proprietà che fu la sua eredità; e il proprietario vedendolo spirare dirà: Così muoiono i fannulloni e i deboli».
Nella Napoli che oggi brucia con i suoi rifiuti si svolge una storia diversa, quella dei "ragazzi del piano", che inizia sui banchi dell’Università intorno al ‘68 e che prosegue per i decenni successivi, fin quasi ai giorni nostri. I "ragazzi del piano" sono architetti, urbanisti e sociologi che per un lungo periodo, alcuni ancora adesso, hanno lavorato negli uffici del Comune di Napoli per invertire il destino che sembrava iscritto nella città e che riemerge dai roghi di Pianura: quello di essere il paradigma della disfatta di ogni prospettiva urbana. La vicenda dei "ragazzi del piano" è narrata nel libro di una storica, Gabriella Corona (I ragazzi del piano. Napoli e le ragioni dell’ambientalismo urbano, Donzelli, pagg. 219, euro 25, con prefazione di Piero Bevilacqua: il volume viene presentato lunedì a Napoli).
I "ragazzi del piano" rintracciano nel gruppo un elemento di identità intellettuale (alcuni nomi: Elena Camerlingo, Rosanna Costagliola, Giovanni Dispoto, Maria Franca de Forgellinis, Roberto Giannì, Mario Moraca e Laura Travaglini). Appena laureati, decidono di lavorare nel settore pubblico. E non in un settore pubblico qualsiasi, bensì al Comune di Napoli, una delle macchine burocratiche più clientelari, inefficienti e diaboliche che si possano immaginare.
Il gruppo si fa forte delle idealità collettive. Il suo collante è l’idea che l’urbanistica vada praticata dentro le strutture pubbliche, perché è qui il motore della pianificazione di un territorio, e la pianificazione è l’unico modo che consente a una città di armonizzare il suo sviluppo fisico con i bisogni sociali e la qualità del vivere.
Napoli è un caso esemplare nella letteratura del disastro urbanistico. Ma non è al capolinea della sua storia. Nel 1975, quando si insedia un’amministrazione di sinistra, il convincimento che le cose possano cambiare si appoggia sia su una politica che riacquista l’orgoglio di servire interessi pubblici, sia su un bagaglio di conoscenze in campo urbanistico che si va arricchendo. Nasce in questi anni, per esempio, il Piano delle periferie, uno strumento che vuol dare dignità a quartieri che non ce l’hanno. Una tappa cruciale, poi, è quella del terremoto (1980). La città è sull’orlo della disperazione. I "ragazzi del piano", supportati dall’esperienza di Vezio De Lucia, forniscono tutte le condizioni tecniche perché si utilizzi il Piano delle periferie per ridare un alloggio ai senzatetto. L’emergenza viene fronteggiata con strumenti ordinari. Quella prima fase della ricostruzione viene poi seguita da una seconda fase, concentrata sulle infrastrutture e sullo spreco di danaro pubblico. Ed è questa fase, con i suoi dissennati effetti, che è rimasta impressa nella memoria, ma uno dei meriti di Gabriella Corona (e prima di lei di Francesco Barbagallo) è proprio quello di ripristinare la giusta misura degli avvenimenti.
Superato il tunnel degli anni Ottanta, ritroviamo i "ragazzi del piano" al lavoro sul Piano regolatore di Napoli (assessore De Lucia). Un Piano che raccoglie le elaborazioni politiche e culturali precedenti - la città che arresta la sua espansione, la difesa del verde agricolo e del centro storico. Un’impresa durata un decennio, condotta mentre in Italia spiravano forti venti contrari alla pianificazione, considerata una specie di Moloch sovietico. Dall’approvazione di quel documento (2004) sembra trascorso molto tempo. Lo strumento urbanistico resiste. Ma la politica ha più volte tentato di piegarlo a interessi diversi.
In questi giorni, che sembrano segnare il collasso di un’intera classe dirigente, il libro di Gabriella Corona fa emergere una specie di controstoria napoletana, una storia di come si elaborano conoscenze e di come si propongono soluzioni in un luogo dove la razionalità pare a volte bandita.
Qui la prefazione di Piero Bevilacqua
È un momento molto triste per il Kenya, specialmente per chi vive nelle zone colpite dalla violenza. Ci sono già stati delitti e distruzioni: è ora che i leader di questo paese trovino una soluzione per riportare la pace. Sono loro, Mwai Kibaki e Raila Odinga, che hanno le chiavi della pace, anche se avranno bisogno di una mediazione internazionale. L’attuale situazione di violenza può ancora essere fermata, ma se si fa passare troppo tempo i rischi sono altissimi. Le elezioni, da cui questi scontri sono nati, sono state in linea di massima libere e corrette.
Ma è evidente che ci sono stati problemi nel conteggio dei voti presidenziali. Credo davvero che la commissione elettorale non abbia soddisfatto le aspettative dei kenyani. E adesso porta gravi responsabilità per i problemi che il paese attraversa. Il presidente della commissione elettorale, Samuel Kivuitu, doveva essere più rigoroso, più attento agli interessi del Paese. E’ vero che la tensione etnica non è un vulcano che erutta all’improvviso, è una spinta che si stava accumulando già dopo le elezioni del 2003. Ma è esplosa perché la commissione elettorale ha fatto un pessimo lavoro.
Da questo possiamo imparare una prima lezione: bisogna intervenire in anticipo, alla radice dei problemi. In questo caso, tutto è nato dalle promesse legate al Memorandum of Understanding, concordato subito dopo le elezioni. Questo accordo è stato ignorato, il movimento politico che oggi è diventato Orange Democratic Movement è rimasto deluso nelle sue aspettative legittime. E questa è la seconda lezione: noi politici dobbiamo mantenere la parola data. Se non siamo convinti di un accordo, dobbiamo respingerlo dall’inizio, non fare promesse che non vogliamo mantenere. Dobbiamo essere responsabili e degni di fiducia. So che questo spesso non succede, e non parlo solo dell’Africa. Per me la fiducia e il senso di responsabilità sono valori universali: quando non vengono tutelati in maniera adeguata, nascono crisi come questa che attraversa il Kenya.
Ora la preoccupazione importante è fermare gli omicidi, riportare a casa gli sfollati. La paura più grande però è che i nostri leader non si mettano d’accordo per fermare le violenze. Devono arrivare al negoziato, ma ci stanno mettendo troppo tempo. L’unica soluzione possibile a questa crisi passa attraverso un loro accordo, con l’aiuto di negoziatori internazionali. E’ indispensabile un intervento esterno, perché l’opposizione non si fida dell’attuale presidenza. In passato è stata imbrogliata, così perché Odinga dovrebbe fidarsi dell’amministrazione Kibaki, che non ha mantenuto le sue vecchie promesse. Ma servono due diversi livelli di intervento: è bene anche che la comunità internazionale faccia pressioni sul presidente e sull’opposizione, perché da soli non riescono ad accordarsi. Insomma, sono due i ruoli: il primo è quello della persuasione. In questo ho fiducia, so che è al lavoro una persona come l’arcivescovo Desmond Tutu, arrivato a Nairobi per parlare con i due contendenti, so che anche l’Unione africana sta facendo la sua parte, come tutti gli amici del Kenya. Poi c’è la necessità di pressioni vere e proprie: e penso che debbano essere rivolte soprattutto al partito che ha vinto le elezioni.
Qualsiasi accordo dovrebbe prevedere una revisione di questo risultato: le opzioni sono tante, nuove elezioni, o un nuovo conteggio, o comunque una spartizione del potere. Per ora Kibaki invita l’opposizione a ricorrere ai tribunali, ma è lo stesso presidente che nomina e licenzia i giudici: se Odinga andasse in tribunale, il procedimento potrebbe durare cinque anni... non accetterà mai.
Infine c’è un’altra lezione che si può imparare. La democrazia è un processo delicato e richiede leader all’altezza. Politici che mettano da parte le ambizioni personali, per seguire l’interesse comune. Ora è importante che facciano in fretta, per fermare l’assassinio di innocenti. Lo ribadisco: tocca ai due leader fermare le violenze dei loro sostenitori, perché hanno la responsabilità morale di proteggere la vita di tutti i kenyani.
Non si può non concordare con la “prima lezione” suggerita dalla dirigente keniana: “bisogna intervenire in anticipo, alla radice dei problemi”.
Ma che cosa c’è davvero “alla radice dei problemi” di una realtà economica e sociale come quella del Kenya?
Pochi la ricordano in questi giorni sui media italiani. E' una realtà di cui si celebra lo “sviluppo”, misurato dalle bilance delle corporations ed espresso dalla crescita economica di alcune limitate enclaves territoriali e sociali (i quartieri direzionali di Nairobi e i villaggi turistici della costa), dimenticando la “normalità” delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, abbandonata alla miseria tradizionale dei villaggi o a quella feroce degli slums, sinistramente funzionali al sistema globalizzato.
Stanno nascendo "costituzioni parallele" che, direttamente o indirettamente, mirano a mettere in discussione, o a cancellare del tutto, la prima parte della Costituzione italiana quella dei principi, delle libertà e dei diritti – varata esattamente 60 anni fa. Il più noto di questi tentativi è quello che le gerarchie cattoliche perseguono ormai da tempo, affermando la superiorità e la non negoziabilità dei propri valori e denunciando il relativismo delle carte dei diritti, a cominciare dalla Dichiarazione universale dell’Onu del 1948, considerate frutto di mediocri aggiustamenti politici. Ma non deve essere sottovalutato un prodotto di quest’ultima stagione, l’annuncio di "manifesti dei valori" ai quali le nuove forze politiche vogliono affidare una loro "ben rotonda identità". Il mutamento di terminologia è rivelatore. Non più "programmi" politici, ma manifesti, un tipo di documento che storicamente ha valore oppositivo, addirittura di denuncia dell’ordine esistente. E oggi proprio l’ordine costituzionale finisce con l’essere messo in discussione.
Viene abbandonata la politica costituzionale, già indebolita, ma che pur nei contrasti aveva accompagnato la vita della Repubblica, contraddistinto battaglie come quella dell’"attuazione costituzionale", segnato stagioni come quella del "disgelo costituzionale". Al suo posto si sta insediando un dissennato Kulturkampf, una battaglia tra valori che sembra muovere dalla impossibilità di trovare comuni punti di riferimento. L’identità costituzionale repubblicana è cancellata, al suo posto scorgiamo la pretesa di imporre una verità o la ricerca affannosa di compromessi mediocri.
Nel linguaggio di troppi politici i riferimenti alle encicliche papali hanno sostituito quelli agli articoli della Costituzione. Nelle parole di altri si rispecchiano una regressione culturale, una corsa alle risposte congiunturali, più che una matura riflessione sui principi che devono guidare l’azione politica. Ci si allontana dal passato senza la lungimiranza di chi sa cogliere il futuro.
Questo è forse l’effetto di un inesorabile invecchiamento della Costituzione della quale, a sessant’anni dalla nascita, saremmo chiamati non a celebrare la vitalità, ma a registrare la decrepitezza? L’intoccabilità della prima parte deve cedere ai colpi inflitti dal mutare dei tempi?
Ribadito che siamo di fronte a un tema distinto dalla buona "manutenzione" della seconda parte, che disciplina i meccanismi istituzionali, proviamo a saggiare la tenuta dei principi costituzionali considerando proprio questioni recenti, per vedere se non sia proprio lì la bussola democratica, liberamente e concordemente definita, alla quale tutti devono riferirsi. Partiamo dall’attualità più dura, dalle morti sul lavoro, delle quali la tragedia della Thyssen Krupp è divenuta l’emblema. L’articolo 41 della Costituzione è chiarissimo: l’iniziativa economica privata è libera, ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Questa sarebbe una incrostazione da eliminare perché in contrasto con la pura logica di mercato? Qualcuno lo ha proposto, ma spero che la violenza della realtà lo abbia fatto rinsavire. Oggi è proprio da lì che bisogna ripartire, da una sicurezza inscindibile dal rispetto della libertà e della dignità, dalla considerazione del salario non solo come ciò che consente di acquistare un lavoro sempre più ridotto a merce, ma come il mezzo che deve garantire al lavoratore ed alla sua famiglia «un’esistenza libera e dignitosa» (articolo 36). Questione ineludibile di fronte ad un processo produttivo che, grazie anche alle tecnologie, si impadronisce sempre più profondamente della persona stessa del lavoratore. La trama costituzionale ci parla così di una «riserva di umanità» che non può essere scalfita, ci proietta ben al di là della condizione del lavoratore, mette in discussione un riduzionismo economicistico che vorrebbe l’intero mondo sempre più simile alla New York descritta da Melville all’inizio di Moby Dick, che «il commercio cinge con la sua risacca».
Altrettanto irrispettosa della vita è la decisione del Comune di Milano di non ammettere nelle scuole materne comunali i figli di immigrati senza permesso di soggiorno. È davvero violenza estrema quella che esclude, che nega tutto ciò che è stato costruito in tema di eguaglianza e cittadinanza e, in un tempo di ripetute genuflessioni, ignora la stessa carità cristiana. Di nuovo la trama costituzionale può e deve guidarci, non solo con il divieto delle discriminazioni, ma con l’indicazione che vuole la Repubblica e le sue istituzioni obbligate a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (così l’articolo 3). E cittadinanza ormai è formula che non rinvia soltanto all’appartenenza ad uno Stato. Individua un nucleo di diritti fondamentali che non può essere limitato, che appartiene a ciascuno in quanto persona, che dev’essere garantito quale che sia il luogo in cui ci si trova a vivere. Hanno mai letto, al Comune di Milano, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea? Sanno che in essa vi è un esplicito riconoscimento dei diritti dei bambini? Trascrivo i punti essenziali dell’articolo 24: «I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere… In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente». Di tutto questo, e non solo a Milano, non v’è consapevolezza, segno d’una sorta di pericolosa "decostituzionalizzazione" che si è abbattuta sul nostro sistema politico-istituzionale.
Ma seguire le indicazioni della Costituzione rimane un dovere. Certo, serve una cultura adeguata, perduta in questi anni e che ora sta recuperando una magistratura colta e consapevole, che affronta le questioni difficili del nascere, vivere e morire proprio partendo dai principi costituzionali, ricostruendo rigorosamente il quadro in cui si collocano diritti e libertà delle persone, risolvendo casi specifici come quelli riguardanti l’interruzione dei trattamenti per chi si trovi in stato vegetativo permanente, il rifiuto di cure, la diagnosi preimpianto. Ma proprio questo serissimo lavoro di approfondimento sta rivelando la distanza tra cultura costituzionale e cultura politica. Sembra quasi che, prodighi di dichiarazioni, troppi esponenti politici non trovino più il tempo per leggere le sentenze e le ordinanze che commentano, o non abbiano più gli strumenti necessari per analisi adeguate. Fioccano le invettive e le minacce: «invasione delle competenze del legislatore», «ricorreremo alla Corte costituzionale». Ora, se questi frettolosi commentatori conoscessero davvero la Corte, si renderebbero conto che le deprecate decisioni della magistratura seguono proprio una sua indicazione generale, che vuole l’interpretazione della legge "costituzionalmente orientata": Nel caso della diagnosi preimpianto, anzi, sono stati proprio i giudici a bloccare una pericolosa invasione da parte del Governo delle competenze del legislatore, che non aveva affatto previsto il divieto di quel tipo di diagnosi, poi introdotto illegittimamente da un semplice decreto ministeriale.
La stessa linea interpretativa dovrebbe essere seguita nella controversa materia delle unioni di fatto, al cui riconoscimento non può essere opposta una lettura angusta dell’articolo 29, già superata negli anni 70 con la riforma del diritto di famiglia. Parlando di «società naturale fondata sul matrimonio», la Costituzione non ha voluto escludere ogni considerazione di altre forme di convivenza, tanto che l’articolo 30 parla esplicitamente di doveri verso i figli nati "fuori del matrimonio"; e l’articolo 2, per iniziativa cattolica, attribuisce particolare rilevanza giuridica alle "formazioni sociali", di cui le unioni di fatto sono sicuramente parte. Linea interpretativa, peraltro, confermata dall’articolo 9 Carta dei diritti fondamentali che mette sullo stesso piano famiglia fondata sul matrimonio e altre forme di convivenza, per le quali è caduto il riferimento alla diversità di sesso. Che dire, poi, delle resistenze contro una più netta condanna delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, che costituisce attuazione degli impegni assunti con i trattati europei e la Carta dei diritti? Dopo esserci allontanati dalla nostra Costituzione, fuggiremo anche dall’Europa e ci sottrarremo ai nostri obblighi internazionali?
Nella Costituzione vi sono molte potenzialità da sviluppare, come già è accaduto con il diritto al paesaggio e la tutela della salute. Quando si dice che la proprietà deve essere "accessibile a tutti", si leggono parole che colgono le nuove questioni poste dall’utilizzazione dell’enorme patrimonio di conoscenze esistente in Internet. E la rilettura delle libertà di circolazione e comunicazione può dare risposte ai problemi posti dalle tecnologie della sorveglianza e dalle gigantesche raccolte di dati telefonici. Vi è, dunque, una "riscoperta" obbligata di una Costituzione tutt’altro che invecchiata e imbalsamata, che regge benissimo il confronto con l’Europa, che rimane l’unica base democratica per una discussione sui valori sottratta alle contingenze ed alle ideologie. Questo richiede l’apertura di una nuova fase di "attuazione" costituzionale". Chi sarà capace di farlo?
Romano Prodi, negli ultimi giorni, ha polemizzato contro la "sfiducia artificiale". Quel malessere diffuso, fra gli italiani, cui hanno dedicato pagine intere autorevoli testate straniere. Il presidente del Consiglio non contesta queste analisi. D’altronde, tutti i sondaggi le confermano. Ma sostiene, in modo esplicito, che si tratta di sentimenti amplificati.
Costruiti, in qualche misura, "ad arte". Da un’opposizione irresponsabile. Ma anche dai media, pronti a trasformare sussurri in grida. Offrendo ai cittadini una rappresentazione pessimista; in contrasto con la realtà e con ciò che il governo, concretamente, "fa". Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha contraddetto, con puntiglio, il "declinismo". Le letture che – in Italia e fuori – definiscono il nostro Paese depresso e stagnante. Dal punto di vista economico, demografico e del sentimento. C’è da scommettere che dedicherà una parte, almeno, del suo discorso di fine anno alla questione della fiducia. O del suo complemento: la sfiducia. Per presentare il 2008 come una svolta verso il futuro. Non come la pallida replica dell’anno che se ne va.
Si tratta di polemiche, in parte, giustificate. È vero: la sfiducia è ormai un argomento (forse il principale) di lotta politica agitato contro l’avversario. Da molto tempo. Da quando, cioè, con l’avvento di Berlusconi, si è affermata la "democrazia del pubblico", fondata sulla crescente importanza della personalizzazione, dei media e dei sondaggi.
È altrettanto vero che i media contribuiscono ad alimentare la sfiducia e l’insicurezza. D’altronde, i "buoni sentimenti" non fanno notizia. Non alzano l’audience. Vuoi mettere l’angoscia, la paura, l’odio? La bontà e la carità funzionano solo nelle fiction dedicate ai santi del passato, anche recente. Si tratti di Wojtyla o di San Francesco.
Queste "colpe", tuttavia, non assolvono la politica dalle sue responsabilità. Il senso di precarietà prodotto dall’azione di governo, i conflitti che agitano la maggioranza e l’opposizione. Ma non possono neppure svalutare le radici sociali e soggettive di questo sentimento. Che, invece, sono largamente rimosse. La sfiducia, l’incertezza e la delusione non costituiscono vizi dell’Italia d’oggi. Attraversano i principali Paesi occidentali da almeno vent’anni. Con poche pause. La sfiducia, peraltro, ha una "meccanica" particolare, come abbiamo sottolineato altre volte. Si concentra soprattutto sul "pubblico", ma anche sugli "altri". D’altronde, il compito della tutela sociale, sanitaria, previdenziale dallo Stato si è spostato progressivamente sui privati. E sul "privato". Il lavoro è sempre più frantumato e temporaneo. Mentre i riferimenti che offrivano ideologia, identità e aggregazione si sono indeboliti. Fatti noti a tutti. Riassunti dal sociologo Richard Sennett nel "declino dell’uomo pubblico". Flessibile perché indebolito dalla "corruzione del carattere". Un fenomeno che si è affermato insieme alla "privatizzazione". Non solo in ambito economico, anche nella vita quotidiana. Dove ciascuno insegue "soluzioni private a problemi privati" (come osserva il filosofo Gilles Lipovetsky). Numerosi segni, d’altronde, rivelano il contemporaneo diffondersi di felicità individuale e infelicità pubblica.
A differenza di quanto sostiene il Nyt, gli italiani sono felici. Ma nel loro piccolo, nella loro vita personale, nella cerchia stretta della famiglia e degli amici. Nonostante le preoccupazioni economiche (il lavoro, il reddito, il costo della vita) stiano spargendo inquietudine anche in quest’ambito. Gli italiani, invece, si sentono insoddisfatti quando si guardano intorno. Quando si rivolgono ai servizi e alle istituzioni. Al sistema pubblico locale e soprattutto statale. Ma anche quando si rivolgono agli altri. Alle persone con cui non hanno consuetudine. (Soprattutto gli immigrati, perché cumulano le paure dell’altro che non ri/conosciamo; e della globalizzazione, che incombe su di noi, facendoci sentire vulnerabili). Per questo crescono le forme di aggregazione "diffidenti" e particolariste. Fondate sull’interesse professionale, locale. Oltre a una pluralità di appartenenze faziose, ideologiche e settarie. Nessuna in grado di marcare linee di confine nette; o di attrarre e mobilitare le "masse". Tutte in grado, però, di opporre veti. Di fare esplodere, insieme alla protesta, la sfiducia generale. Minoranze dominanti.
È difficile, indubbiamente, "governare" ma anche fare politica, mentre affonda l’uomo pubblico. Tanto più se, nel frattempo, l’uomo privato stenta ad emergere. A frasi largo. Perché la rivendicazione di uno "stato minimo" contrasta con la difficoltà (forse: la velleità) evidente di asserragliarsi dentro a un "io minimo" (la definizione è di Cristopher Lasch).
Non per niente il garante Francesco Pizzetti ripete da tempo che stiamo perdendo la "privacy". Mentre Stefano Rodotà sostiene che l’abbiamo già perduta. I nostri dati personali, ormai, vengono raccolti e schedati: a ogni transazione bancaria, a ogni passaggio autostradale con il telepass, a ogni acquisto fatto con carta di credito o bancomat. Per non parlare dei cellulari. Che tutti possiedono. E usano dovunque: a casa, per strada, sul lavoro, a scuola, a pranzo, al cinema, in autobus, in auto. Perfino in Chiesa. Forse per comunicare meglio con Dio. Ciascuno di noi può essere rintracciato e "tracciato", un passo dopo l’altro, attraverso i cellulari. Sempre: il giorno e la notte. E che dire della rete? Google registra e archivia i nostri tracciati su Internet. Attraverso "Google maps", fra non molto, sarà possibile scrutare la nostra vita e i nostri movimenti. Cellulari e rete, insieme: permettono incursioni senza limite nella nostra vita quotidiana. I maggiori scandali degli ultimi anni/mesi, d’altronde, nascono da «intercettazioni». Da Calciopoli all’Unipol a Bancopoli, a Vallettopoli. Fino a quelle pubblicate qualche settimana fa fra dirigenti Rai e Mediaset. Ma, soprattutto: Berlusconi e Saccà. Certo: non si tratta di "gente comune". Però, grandi scandali e grandi intercettazioni rammentano che, a maggior ragione, i più piccoli potrebbero essere ascoltati e osservati. Senza troppi scrupoli.
Tutto ciò avviene senza destare eccessive preoccupazioni. Ci stiamo abituando alla riduzione dello spazio privato. Infatti (indagine Demos per Fondazione UniPolis, ottobre 2007), 1 italiano su 5 si dice disposto a farsi controllare la posta e le e-mail; circa 1 su 3 a permettere il monitoraggio sul proprio conto bancario. In nome della sicurezza. Ma, soprattutto, quasi 9 italiani su 10 chiedono che «venga aumentata la sorveglianza con telecamere di strade e luoghi pubblici». Siamo giunti alla "banalizzazione" della videosorveglianza (come ha scritto il sociologo Eric Heilmann). Le telecamere spuntano dovunque, evidenti. Ma non ci preoccupano. Elettrodomestici a cui affidiamo la soddisfazione del bisogno di sicurezza. Elementi "naturali" del nostro paesaggio quotidiano. Li accettiamo senza negoziarne le condizioni d’uso. Anche se gli obiettivi sorvegliati siamo "noi". Infine, sempre nel nome della sicurezza, si stanno preparando norme e controlli che permettano la schedatura del Dna. (Altrove, come in Francia, è già avvenuto). Degli immigrati, delle categorie "pericolose". Insomma, si mira a legalizzare la raccolta delle informazioni genetiche. La chiave per accedere alla nostra specifica "struttura individuale". Un’ipotesi largamente condivisa. In nome della paura dell’altro. La banalizzazione e la diffusione delle tecnologie di controllo. L’abitudine a essere spiati senza saperlo. E a spiare gli altri a loro insaputa. La cessione di ogni estremo sistema immunitario della nostra individualità. Tutto ciò suggerisce un paradosso. Mentre celebriamo il declino del pubblico, in realtà, il nostro privato tramonta. Perché siamo sempre "in" pubblico. Siamo sempre pubblico. Spioni e spiati. Allo stesso tempo. Come non essere inquieti? Come non provare sfiducia e paura? La personalizzazione, la mediatizzazione, i nuovi partiti, le riforme istituzionali, lo stesso sistema elettorale. Risposte utili, talora importanti e perfino necessarie per restituire governabilità al Paese e rappresentanza alla società. Ma non bastano. Sono scorciatoie. Se la politica non dà risposte a questo "uomo anfibio", perso nella battigia tra pubblico e privato.
Mentre in America è appena uscito l'ultimo libro del critico marxista, titolato «The Modernist Papers», approda finalmente alle nostre librerie la traduzione integrale dello storico saggio che Jameson scrisse oltre quindici anni fa, «Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo», con una postfazione dialettica scritta da Daniele Giglioli Nella sua più recente raccolta di saggi Fredric Jameson conferma uno sguardo analitico che, nel denunciare gli eccessi ideologici, le rigidezze e gli orrori della modernità, coincide per tanti versi con quello fornito dalle tesi del sociologo Zyegmunt Bauman
Remo Ceserani
Il postmoderno a infinite dimensioni
Meglio tardi che mai. La pubblicazione dello storico libro di Fredric Jameson Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo (Fazi, 2007, euro 39,50) nella traduzione scorrevole e precisa di Massimiliano Manganelli, accompagnata da una prefazione dell'autore scritta per l'edizione italiana e da una postfazione molto acuta di Daniele Giglioli, arriva dopo quindici anni dall'edizione americana, dopo altrettanti dalla pubblicazione presso Garzanti del primo capitolo, dopo che altri e successivi saggi di Jameson sono stati tradotti e i dibattiti sul postmoderno - sia come periodo storico (la postmodernità) che come movimento dei costumi, delle idee e del gusto (il postmodernismo) - si sono ampiamente complicati e approfonditi.
Da noi, per la verità, molte discussioni non ci sono state e le idee sono rimaste incerte e sfocate. Un paio di anni fa Romano Luperini poteva pubblicare, ancora una volta confondendo postmodernità e postmodernismo, un libro intitolato La fine del postmoderno (Guida 2005) e scrivere: «Il postmoderno, con il suo disincanto e il suo manierismo giocoso e disimpegnato, in agonia già da tempo, è morto, definitivamente crollato con le due torri di New York. Ma nessuno in Italia sembra essersene accorto». Intendeva, probabilmente, il postmodernismo e certi suoi prodotti letterari. Ma non sembrava tener conto, per esempio, dell'opera di un grande scrittore americano come Don DeLillo, il quale si è lucidamente impegnato a rappresentare, con una scrittura nitida (tutt'altro che giocosa e disimpegnata) i cambiamenti profondi della postmodernità.
Immagini dall'11 settembre
Proprio all'evento rappresentato dalla caduta delle torri gemelle ha dedicato il suo ultimo, arduo romanzo, The falling man (Scribner, 2007) presentando quel crollo non come un fatto isolato, di portata epocale, ma come la realizzazione simbolica e mediatica di scenari apocalittici che aveva affrontato in tante sue opere precedenti. E captando, così, con le sue antenne sensibili, i movimenti minacciosi che agitavano, sotto la superficie levigata e splendente, gli strati profondi delle società postmoderne.
Quegli scenari erano già comparsi nel suo primo libro, Americana che aveva per tema - era il 1971 - la disfatta delle realizzazioni orgogliose del capitalismo trionfante e del «sogno americano». Sei anni dopo, fondali simili erano comparsi in Giocatori, e avevano la forma di trappole crudeli capaci di sconvolgere la vita quotidiana di un agente finanziario, che lavorava proprio in una delle torri. E, ancora, DeLillo ambientava I nomi fra complotti e terrorismi del vicino oriente, e immaginava - in Mao II - il fondamentalista Abu Rashid auspicare che il «terrore» potesse rendere possibile un nuovo futuro. Finalmente, in Underworld l'intero continente americano veniva trasformato in una colossale produzione di massa, e in Cosmopolis il protagonista attraversava tutta Manhattan sotto l'ombra profetica delle due torri, sei mesi prima del crollo.
Domande rilanciate
L'11 settembre va preso, a me pare (e credo che tanto Jameson quanto DeLillo sarebbero d'accordo) come uno dei tanti eventi catastrofici che si sono avvantaggiati di quella ripetizione all'infinito resa possibile dal grande mercato postmoderno delle immagini, che hanno segnato e confermato i cambiamenti profondi avvenuti nelle strutture economico-sociali del mondo globalizzato. Accanto ai trionfi della tecnologia, agli arricchimenti favolosi, ai tanti piccoli paradisi in terra, si sono sviluppate e moltiplicate le guerre neocoloniali, le espansioni delle multinazionali - anche del terrore - la politica di prepotenza, le deviazioni dei servizi segreti, lo sfruttamento fuori controllo delle fonti energetiche e i suoi pericolosi effetti sugli equilibri ecologici del mondo.
Al valore simbolico della caduta delle torri accenna anche Giglioli nella sua intelligente postfazione, in cui si impegna con logica stringente a chiarire molti punti dei densissimi discorsi di Jameson, ad aggiornare i problemi e a rilanciare molte domande. Inoltre, con una mossa finalizzata a dare voce alle critiche avanzate dagli studiosi a questo libro, fa l'elenco dei fatti che hanno spinto il mondo in direzioni diverse da quelle a suo tempo previste da Jameson: il ritorno dei nazionalismi, delle guerre e delle fedi religiose, le tendenze essenzialiste e sostanzialiste e, appunto, lo sconvolgimento provocato dall'atto terroristico del 2001. Dunque, pur mantenendo una posizione non del tutto coincidente con quella di Jameson, Giglioli prova dialetticamente a mettersi dal suo punto di vista e, tenendo conto del grande lavoro svolto dopo la stesura, nel 1991, di Postmodernismo non ha difficoltà a riconoscere la correttezza delle scelte di metodo del critico americano e la sostanziale tenuta della sua tesi storiografica principale. Tesi secondo la quale un cambiamento profondo e strutturale, avvenuto in particolare nei modi della produzione e nell'organizzazione dei mercati, compresi i mercati dei prodotti culturali, avrebbe determinato, almeno nei paesi a capitalismo avanzato, una spaccatura profonda negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento e determinato la fine delle ideologie e dell'immaginario della modernità.
Contraddittoria com'è, la cultura italiana ha mostrato a lungo un forte sospetto per le tesi di Jameson, del resto poco note o mal masticate; e, per contro, ha elargito una grande apertura di credito a Zygmunt Bauman, in particolare da quando ha proposto di sostituire al termine postmodernità quello di modernità liquida, sfornando in quantità libri di accattivante lettura. Eppure, i suoi saggi, sebbene muovendosi sul piano sociologico anziché su quello teorico e della critica culturale, sostengono interpretazioni del moderno e del postmoderno non molto diverse da quelle di Jameson. Come si spiega? Certo i libri di Fredric Jameson non soltanto sono densi di pensiero e saturi di inaspettate svolte interpretative, ma impiegano una quantità disorientante di strumenti euristici. C'è, in lui, una vera ingordigia intellettuale, che ha un parallelo soltanto in una altrettanto smisurata ingordigia materiale, mai davvero appagata: prima lo studio della filosofia marxista e delle rielaborazioni di Lukács, Adorno, Marcuse e Althusser; poi Heidegger, poi l'immersione dentro lo strutturalismo linguistico sia di ambiente francese che est-europeo, poi il decostruzionismo, il poststrutturalismo, le idee di Gramsci, Benjamin, Foucault, Negri, e chi più ne ha più ne metta.
La sua grande forza, in tanta abbondanza di stimoli, sta in una genuina capacità di vedere come sia provvisoria, ogni volta, la scelta del punto di osservazione assunto davanti alla complessità dei fenomeni culturali studiati; così come nella capacità di individuare, in ogni fenomeno, sia l'aspetto immediatamente percepibile sia il suo opposto, l'altra faccia nascosta.
Chi si sofferma soprattutto a rilevare, di Jameson, l'insaziabile curiosità e la prodigiosa, a volte non del tutto controllata, capacità di riflessione e di scrittura, rischia di non accorgersi della coerenza di fondo del suo lavoro di storico e di critico della cultura, fermamente ancorato ad alcuni principi di metodo che non abbandona mai, e fra questi la dialettica marxista interpretata in modo non rigido bensì continuamente aggiornata.
Uno sguardo retrospettivo
Uno degli aspetti più interessanti del percorso intellettuale di Jameson sta nel fatto che, dopo avere applicato la sua griglia interpretativa della postmodernità ai più diversi esempi della produzione culturale - dalla architettura al romanzo alla storiografia alla fantascienza al cinema alla televisione ai video alla fotografia alle installazioni al ready-made e così via - con una mossa teoricamente coerente ha spostato la sua attenzione sulla modernità. Per descrivere efficacemente un periodo storico e le culture che lo hanno segnato è utile, infatti, distaccarsene. Sono nati così libri come Una modernità singolare, sul quale si è ingannato non solo Luperini, che vi ha letto segnali di abbandono del postmodernismo e di ritorno al modernismo, ma anche Carla Benedetti, autrice di una premessa alla traduzione italiana che fornisce una interpretazione tendenziosa delle posizioni di Jameson.
Del resto, una conferma dell'itinerario intrapreso dal critico di Duke viene anche dal suo nuovo libro, appena giunto dagli Stati Uniti, che sotto il titolo The Modernist Papers (Verso, 2007) raccoglie i saggi che negli anni ha dedicato ai problemi della modernità e a scrittori come Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Mann, Joyce, Proust, Gertrude Stein, Williams, Soseki, Oe, Kafka, Céline, Stevens, Weiss; e a pittori come Cézanne, o De Kooning, affrontando molte altre questioni ancora. La descrizione che - in questi saggi - viene data della modernità, rivela uno sguardo critico, che nel denunciarne gli eccessi ideologici, le rigidezze e gli orrori, in più punti coincide con l'ottica di Bauman.
Giudizi da rivedere
Dopo avere elencato i giudizi tradizionali e stereotipati solitamente proiettati sui movimenti modernisti - la presunta apoliticità, il ripiegamento sul soggetto, la psicologia introspettiva, l'esteticismo e le teorie dell'arte per l'arte - Jameson osserva: «nessuna di queste caratterizzazione mi sembra ormai persuasiva; sono parte di un vecchio bagaglio ideologico modernista, che qualsiasi teoria contemporanea del moderno ha il compito di sottoporre a scrutinio e di demolire». E allora, a forza di energia distruttiva e di spirito dialettico, Jameson si mette all'opera: modernizzazione e tecnologia, reificazione consumistica, astrazione monetaria, generale perdita di significato, frammentazione del tempo e dello spazio, casualità del dettaglio e «contingenza» delle esperienze esistenziali, dereificazione della città e della vita sociale, accentuato interesse per gli stili e le poetiche, formazione della cultura di massa, e così via. Pochi scrittori si salvano. Forse Joyce, perché «Dublino non era esattamente una matura metropoli capitalista, ma, come la Parigi di Flaubert, aveva un carattere regressivo, era ancora in certo modo simile a un villaggio, non abbastanza sviluppata, grazie al dominio esercitato da padroni stranieri, e perciò era ancora rappresentabile». Che ci sia, a questo punto, da dare un giudizio meno drasticamente negativo della condizione postmoderna?
Benedetto Vecchi
Un pensiero critico che ha colto nel segno
Strano destino quello del Postmodernismo, il volume di Fredric Jameson che Fazi ha mandato alle stampe nella sua edizione integrale. Un'opera che aveva preso le mosse da alcuni saggi apparsi sulla «New Left Review» quando il Muro di Berlino sembrava una presenza destinata a durare ancora per secoli, ma che era stata pubblicato negli anni in cui le macerie di quel muro venivano vendute come souvenir di un'era lontana nel tempo. Una manciata di anni, giusto il tempo per inscrivere Jameson tra le schiere osannanti il nuovo ordine mondiale. Una vera e propria beffa per uno studioso che riteneva il postmoderno niente altro che la logica culturale del capitalismo maturo, invitando a cercare tra le righe dei testi lukacsiani o della dialettica negativa di Adorno il grimaldello per scardinarla. Jameson non mostrava infatti nessuna indulgenza verso la retorica sulla fine delle grandi narrazioni che un filosofo francese a lui contemporaneo, Jean-François Lyotard, distribuiva a piene mani attraverso i suoi saggi.
Il capitalismo maturo, argomentava Jameson, è una totalità che all'interno dell'oscillazione tra omologazione e differenza, preferisce quest'ultima per alimentare un pluralismo degli stili di vita e la presenza di identità prêt-à-porter. E per meglio esemplificare la sua riflessione sceglieva di sezionare manufatti culturali tra loro eterogenei, dalle opere architettoniche che devono ostentare il potere delle multinazionali, o la gentrification delle metropoli americane, ai romanzi di Thomas Pynchon, che destrutturano la progressione lineare del tempo storico. Per Jameson, lo sviluppo del capitale mina infatti alla radice il progetto del Moderno, radicalizzando però alcune tendenze già presenti nella modernità. Una miniera di suggestioni la sua, che hanno aperto filoni di ricerca fino ad allora ignoti, arrivando a presentare le opere dell'ultimo Derrida o di Michel Foucault non come testi filosofici, bensì come espressioni, seppur sofisticate, di una sociologia del capitalismo maturo.
Poi la storia ha seguito il suo corso e le tesi di Jameson sono state liquidate come un sofisticato esercizio accademico. Al posto del pastiche postomoderno sono subentrate le identità forti basate sulla religione o sul sangue, un pensiero liberaldemocratico che sceglie come sua radice un illuminismo depurato della sua dialettica e che punta l'indice contro i postulati egualitari della democrazia, mentre la risacca plumbea dello tsunami della globalizzazione ha aperto la strada alla guerra infinita al terrorismo. Insomma, il postmoderno di Jameson poteva essere lasciato alla «critica roditrice dei topi». Ma a differenza di quanto sostengono i passati e attuali critici era sì giusto archiviare la sua riflessione, ma perché aveva colto nel segno. Postmodernismo è stata infatti un'opera seminale senza la quale sarebbe stato impossibile pensare a un pensiero critico all'altezza della grande mutazione del capitalismo mondiale. Il problema, semmai, è continuare la sua esplorazione del presente, considerando il revival liberaldemocratico o la retoriche attorno alle identità forti come varianti di quella condizione postmoderna che Jameson ha insegnato a guardare senza rimanerne pietrificati.
«Aiuto, mi vogliono rottamare. Da 36 anni faccio compagnia al manifesto, senza mai chiedere nulla e subendo tutto. Mi hanno messa lì all'inizio, poi mi hanno sostituita, poi rimessa, spostata in basso e riportata in alto, rimpicciolita e ingrandita. Ora se la prendono di nuovo con me, come se fosse colpa mia se il giornale vende poco. Suvvia, pensino a ciò che scrivono, alle scelte editoriali sbagliate, alle direzioni confuse... perlomeno ai refusi. E mi lascino in pace. Non sono mica la mummia di Lenin». Firmato, quotidiano comunista.
A fine anno si buttano le cose vecchie. Simbolico atto di rinnovamento, cui si è ispirato anche il governo decidendo - in maniera affatto originale - l'ultima rottamazione automobilistica. In effetti di cose da gettare alla mezzanotte di domani ce ne sarebbero tante. Tremando un po', la nostra testatina ha pensato di aprire bocca, per la prima volta in vita sua. Nel frattempo noi una rottamazione l'avevamo già decisa, quella della sede che lasciamo dopo tanti anni. Tra pochi giorni andiamo a Trastevere. E poiché diamo il buon esempio, ci permettiamo di suggerire alcune cose da buttare con il 2007. Quelle essenziali, che hanno il vantaggio di non incidere su bilanci familiari non proprio floridi.
La prima cosa da rottamare è l'amministrazione Bush. Bisognerà aspettare qualche mese, fino a novembre, ma poi bisognerebbe liberarsi dal presidio militare repubblicano della Casa Bianca. Giriamo il suggerimento oltreoceano, confidando che gli eredi di Custer capiscano che non si può far fare al mondo la fine dei Sioux. Si aprirebbe la possibilità di una rottamazione più grande, quella bellica, anche - semplicemente - con una lenta ma inesorabile dismissione delle guerre. Forse se ne gioverebbero pure i cittadini di Vicenza e persino il governo italiano che potrebbe avere un'evoluzione semantica, imparando altre parole oltre a «signorsì».
Nella nostra piccola Italia bisognerebbe rottamare Lamberto Dini. Che invece vorrebbe rottamare Romano Prodi. Il senatore-rospo si crede onnipotente e proclama ultimatum. Non si capisce con quale forza e per far cosa - ambizioni personali a parte. Ma, forse, il problema è che glielo permettono, trattandolo mica male, invece di buttarlo (politicamente) dalla finestra e sfidarlo alla prova del «controribaltone».
Rottamazione urgente sarebbe quella della senatrice Binetti. Lo suggeriamo a Veltroni. Per almeno due ragioni. La prima è che così il suo Pd, in almeno una cosa - un po' di laicità -, non sarebbe peggio della vecchia Dc. La seconda è che la senatrice teodem non si farebbe alcun male: il Dio con cui è spesso a colloquio magari stenderebbe la pietosa mano, salvandola dall'impatto al suolo.
Alla sinistra che vuol dar vita al nuovo soggetto unitario e plurale suggeriamo di rottamare le incrostazioni burocratiche che bloccano i suoi attuali quattro partiti, di gettare dalla finestra i silenzi sulle sconfitte di questi mesi di governo e le paure verso la possibilità di stare all'opposizione. E, soprattutto, rottami la confusione programmatica e culturale: meglio poche cose su cui puntare e giocarsi il futuro su quelle.
Ci sarebbero poi da rottamare tantissime altre cose: dai Cpt alla legge Bossi-Fini, dall'omofobia alle fabbriche che inquinano e ammazzano, dalle banche ormai onnipresenti all'idea di cancellare il contratto nazionale di lavoro, fino alle lamentazioni sui salari troppo bassi non accompagnate da nessun provvedimento per aumentarli che non sia l'idea di agganciare tutto alla produttività, cioè a una precaria fatica. Le elenchiamo come pro-memoria, verranno buone anche dopo capodanno. Auguri.
Nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio occhi puntati sul bilancio di previsione 2008 del Comune. Ma nella manovra è passata in secondo piano un’accesa discussione: per il finanziamento di 55mila euro per un progetto di memoria sulle foibe. Cos’era successo? Alleanza Nazionale tempo fa aveva presentato un emendamento a favore dei viaggi di studio per conoscere la tragica storia delle Foibe. Progetto sulla memoria che, a sorpresa, quel venerdì precedente il Natale, fu inserito nel maxi-emendamento presentato dalla Giunta capitolina, comprendente anche altri progetti, come la notte bianca della solidarietà, sempre proposta da Alemanno di An e il museo della Shoa. Immediate le proteste della sinistra. Il Consiglio comunale alla fine ha comunque approvato il maxi emendamento con 45 voti a favore, 5 contrari (3 di Rifondazione, uno del Pdci e uno di Sinistra democratica) e un astenuto.
Come è ovvio, la sinistra si è arrabbiata non appena ha letto il testo del maxi emendamento, scatenando un’accesa polemica. «Abbiamo fatto tante riunioni maggioranza e non siamo mai stati avvertiti: né nel merito e né nel metodo», replica ora Adriana Spera di Rifondazione comunista. Ma andiamo con ordine. Dopo lo stupore in aula, un pezzo della maggioranza ha chiesto il voto per parti separate, ovvero ha votato contro la parte riguardante le foibe.
«È inaccettabile - ha detto il capogruppo del Pdci Fabio Nobile - che all’interno del maxi-emendamento della giunta si finanzino espressamente iniziative di propaganda della destra. È il solito tentativo di dar vita a un’iniziativa che dà una lettura distorta e revisionista della storia». E prontamente gli ha fatto subito eco il capogruppo di Sinistra democratica Roberto Giulioli: «La parte relativa alle foibe - ha sottolineato l’esponente di Sd - non c’era quando abbiamo concordato il maxi emendamento. Non è detto che la maggioranza debba approvare tutti i passaggi. La destra si è contrattata il proprio voto di bilancio sulla base di alcuni finanziamenti che ha ricevuto». Di tutt’altro avviso il capogruppo del Pd, Pino Battaglia, che ha tentato di fare da paciere: «Facciamo parte della maggioranza - ha ricordato ai colleghi - e ci siamo impegnati a votare il maxi emendamento», ha precisato. E sul merito ha aggiunto: «Sarebbe ora di fare un dibattito sereno sulla memoria. Le vittime delle violenze sono tutte uguali. Poi, chi vuole usare eccidi per bilanciarne altri commette un grave errore».
Ma Adriana Spera è irremovibile. Ancora oggi dice: «Non si possono portare gli studenti a visitare le foibe - sottolinea il capogruppo del Prc - e non spiegargli che in quei luoghi i fascisti organizzarono i primi campi di concentramento. E poi vorrei proprio sapere come avvengono questi viaggi-studio». Non si da pace la capogruppo: «Avrei preferito più sedute di Consiglio che mettere le istanze della destra in giunta. Invece...». E racconta che nelle diverse riunioni di maggioranza avevano concordato la manovra: «Abbiamo chiesto di non aumentare le spese e abbiamo proposto di definanziare l’intervento di restauro al Flaminio e quei soldi spenderli per bonificare gli argini del Tevere e dell’Aniene ma anche in opere di manutenzione usufruibili dai cittadini, come strade, marciapiedi e corridoi della mobilità. L’assessore Causi ci rispose che ci avrebbe pensato se fare o meno lo storno al Flaminio. Non ci ha detto, però, che nel frattempo aveva recuperato risorse per accontentare An. Per lealtà, dovevamo essere informati. Poi potevamo condividere o meno. E invece ecco che hanno messo sullo stesso piano chi ha combattuto contro la dittatura e chi l’ha sostenuta».
Furono solo i "titini jugoslavi" a gettare i loro avversari politici nelle foibe? La storia dice che furono preceduti dai fascisti italiani. Sull’argomento, e sul ruolo degli italiani nell’assassinio di sloveni e di altri jugoslavi, vedi i materiali nella cartella Italiani brava gente, in particolare gli scritti di Corrado Stajano, Claudia Cernigoi, Enzo Collotti e Giacomo Scotti
La scoperta del «Nuovo mondo» non fu benedetta solo dai rappresentanti della fede cattolica. A legittimare la conquista delle Americhe furono i custodi della legge, che imposero l'appropriazione privata delle terre Il diritto che sancisce la proprietà privata entra in campo ogni volta che un prodotto dell'attività umana deve sottostare ai principî dello sfruttamento commerciale. È stato così per il colonialismo. È così per quei territori di confine come la manipolazione genetica e il world wide web
Il classico esordio di un corso universitario sul diritto di proprietà consiste nel chiedere agli studenti di sforzarsi nella descrizione innanzitutto esemplificativa e poi concettuale dell'argomento che sarà trattato. Invariabilmente gli studenti, basandosi sulla propria esperienza quotidiana, tendono a porre al centro della definizione un esclusivo potere dell'individuo su un bene materiale, sia esso un appartamento, un libro o un altro oggetto. Qualcuno identificherà poi la proprietà come l'oggetto su cui il titolare può vantare un diritto, come nella «roba» di verghiana memoria. A questo punto, il docente inviterà a non confondere il diritto con il suo oggetto. Altri studenti si spingeranno a parlare di proprietà di un'impresa, (gli stabilimenti di Mirafiori sono «proprietà» della Fiat), evocando il classico conflitto fra proprietà e lavoro, ma il docente interverrà prontamente per spiegare che, tecnicamente, le azioni non sono forme di proprietà ma semplici titoli di credito e che esiste una differenza profonda fra proprietà, impresa e azienda. Similmente, qualcuno dirà di avere la proprietà del proprio conto in banca o del proprio denaro, per scoprire anche qui che, tecnicamente, noi non siamo proprietari del denaro che depositiamo in banca. Godiamo di un semplice diritto alla restituzione dello stesso. Da questo momento in poi seguiranno domande alquanto problematiche.
Posso essere proprietario ed entro quali limiti di un altro essere vivente? Sono o posso essere proprietario del mio corpo o delle sue parti? Una coppia sterile è proprietaria delle uova congelate? (Fingiamo che la legge 40 non esista per carità di patria) Sono proprietario del mio posto di lavoro qualora assunto e garantito contro il licenziamento? Sono proprietario della mia immagine? La schiavitù è davvero finita o un'organizzazione carceraria privata è proprietaria degli ergastolani?
Potere assoluto sul mondo
Il test serve a mostrare la natura profondamente polisemica del termine e al contempo a spiegare agli studenti che il significato tecnico-giuridico, prodotto dal lavorio secolare della cultura giuridica academica notarile o giudiziaria, secondo le diverse tradizioni, ha poco o nulla a che fare con quello comune. Per ciascuna di queste e di altre domande simili, il giurista delle diverse tradizioni offrirà diverse risposte e utilizzerà un bagaglio tecnico che a forza di distinguere, farà perdere interamente il senso e il significato profondamente politico dell'«appropriabilità» privata delle risorse.
In Occidente siamo partiti dal diritto romano e dalla sua definizione di proprietà (dominium nella lingua latina) come potere assoluto (di «usare ed abusare» un bene) esercitabile su ogni oggetto del mondo fisico tangibile, compresi mogli, figli e schiavi su cui, come noto, il dominus aveva potere di vita o di morte. Per il giurista occidentale contemporaneo, dopo le lotte ottocentesche per l'abolizione della schiavitù, il diritto di proprietà (che ancora può esercitarsi su esseri viventi, ancorchè non più, legalmente, su esseri umani) ha oggi struttura variabile insieme alla molteplicità potenzialmente infinita delle forme dell'esperienza sensibile, e costituisce un insieme di poteri, facoltà e qualche obbligo (la Costituzione tedesca contiene il celebre enunciato: «la proprietà obbliga») che possono insistere su qualsiasi oggetto qualora il diritto «sovrano» stabilisca che esso è privatamente appropriabile. Il mondo appropriabile privatamente naturalmente varia, nello spazio e nel tempo, ed in modo anche molto netto, a seconda di quanto gli ordinamenti giuridici stabiliscono.
Un'espansione inarrestabile
La vicenda dell'abolizione della schiavitù - abbandonata in Occidente quando la struttura della produzione capitalistica l'ha ritenuta inefficienti rispetto ai suoi obiettivi - ha costituito l'ultimo arretramento significativo dell'appropriabilità privata di intere categorie di «oggetti» (per l'appunto gli esseri umani). Per il resto, la proprietà privata, celebrata come istituzione fondamentale di una società libera nelle «carte» dei diritti prestigiose come il bill of rights americano o la declaration universale dei diritti dell'uomo e del cittadino francese, ha sempre progressivamente conquistanto nuovi spazi alla logica del dominio individuale. Tolta la parentesi sovietica e quella degli gli altri (pochi) paesi in cui ancora i mezzi di produzione non sono oggetto di proprietà privata, la storia dei sistemi capitalistici ci mostra un processo apparentemente inarrestabile di espansione dell'appropriabilità privata dei beni, al fine di garantire giuridicamente lo sfruttamento economico di tutte le utilità che man mano, diventano appropriabili.
Man mano che avanza la frontiera (geografica o tecnologica) delle potenziali utilità, avanza dunque la struttura guridica del loro sfruttamento. Si tratta di un fenomeno espansivo documentato tanto dalla letteratura critica quanto da quella apologetica del capitalismo e delle sue istituzioni fondamentali di cui la proprietà privata, è la vera regina. Alcuni esempi, storici e contemporanei, renderanno l'idea in modo concreto di questo processo. La scoperta del nuovo mondo, all'origine dell'era moderna, conferisce alla proprietà privata una grande frontiera geografica di espansione. Un notaio viaggia sulla Santa Maria insieme a Cristoforo Colombo e documenta, con la precisione di tipica di questa professione dotta, i riti formali giuridicamente necessari attraverso cui il navigatore genocida può rivendicare legalmente la proprietà «scoperta» in nome della corona di Castiglia. Nella parte nord del continente nuovo, saranno i giuristi-filosofi più sapienti, seguaci della Scuola del diritto naturale (che a partire dal tardo quindicesimo secolo affina ed elabora in chiave di libertà la nozione romanistica del dominio), da Vittel a John Locke, a legittimare, sulla base della teoria della terra nullius abbandonata, selvaggia e quindi appropriabile per occupazione (come oggi le conchiglie sulla spiaggia), l'usurpazione delle terre abitate dai nativi.
In nome dell'efficienza
Risulta del tutto evidente che la proprietà privata ed individuale della terra non è un diritto in alcun modo naturale ed universale, né tanto meno l'essenza della libertà umana, ma un sempliche requisito istituzionale del suo «efficiente» sfruttamento economico in una logica di breve periodo quale quella tipica dello sviluppo capitalistico. Al più può leggersi come il presupposto della libertà di accumulazione borghese rispetto all'antico ordine feudale, il che è evidentemente un discorso del tutto storico e politicamente contingente. Infatti, i nativi americani, fossero essi al nord come al sud del nuovo continente, non essendo giuridicamente figli del dominio «romanista», non concepivano affatto l'appropriabilità privata della terra. Nella loro concezione, ancor oggi condivisa da molte popolazioni alla periferia dell'Occidente capitaista (si pensi alla festa boliviana della pacha mama o a gran parte del diritto fondiario africano) ma anche dal pensiero critico ed ecologista più avanzato, il binomio è semplicemente invertito. La terra non può appartenere ad un uomo proprio perchè l'umanità appartiene alla terra, sicchè la sottrazione e la violenza modernizzatrice sulla terra madre non può che causare la distruzione e la rovina dei suoi figli che con essa vivono in equilibrio.
Le grandi frontiere di possibile espansione per la proprietà privata capitalistica non sono prodotte soltanto dalla conquista politico-militare di nuovi territori fisici (quasi superfluo menzionare le frontiere contemporanee dell'espansione in Afghanistan e Iraq ecc.) ma anche dalle conquiste della tecnologia. Certe tecnologie sono infatti necessarie per sfruttare determinate utilità, anzi sono proprio costitutive delle utilità stesse. Per esempio, ai tempi dell'impero romano non avrebbe avuto senso immaginare una proprietà sull'etere elettromagnetico o radiotelevisivo, o ancora sulle profondità marine (è di qualche mese fa la notizia della conquista formale degli abissi del polo nord da parte della Russia) o, con l'avvento dell'«era internet», sull'informazione e quindi sui domain names dei siti, attribuiti oggi in proprietà privata sulla base del principio della prima occupazione, proprio come le terre nullius delle Americhe. È quasi superfluo notare che il principio dell'appropriabilità per prima occupazione è soltanto apparentemente neutrale. Esso infatti è a disposizione soltanto di chi abbia mezzi sufficienti per implementare le procedure dell'impossessamento ritualizzato necessarie per acquisire la proprietà. Solo i conquistadores infatti avevano sufficienti mezzi per occupare le terre americane (anche sconfiggendo le resistenze), ed erano sempre accompagnati da un giurista oltre che da un sacerdote per dar legittimità alla presa.
Oggi soltanto una minoranza (occidentale) di individui ha a disposizione i quindici dollari e l'accesso a Internet necessari per acquistare la proprietà di un domain name. Ed è per questo motivo che già sappiamo che determinate etnie sino state legalmente depredate perfino della propria presenza nel mondo virtuale, visto che, per esempio, Yanoumani.com è di proprietà di una compagnia statunitense. Per non parlare dei mezzi economici, tecnologici e politici necessari per occupare uno spettro di frequenze.
La difesa del bene comune
È assai interessante osservare come l'avanzamento tecnologico sia capace di restituire alla proprietà privata perfino spazi che essa aveva precedentemente perduto a causa dell'avanzamento della frontiera della civiltà. Nel corso del complicato processo di abolizione della schiavitù si era saputa imporre una visione del mondo per cui mai più il terribile diritto avrebbe potuto avere ad oggetto l'umano. Oggi la tecnologia consente l'espianto cadaverico, il congelamento degli embrioni, e l'utilizzo del Dna per la ricerca, tutti progressi utili ed affascinanti. Queste innovazioni tecnologiche vanno governate con strumenti pubblici al fine di trarre massimo giovamento sociale dalle utilità che producono. Nei fatti tuttavia è la proprietà privata, sempre più spesso concentrata nelle mani di potenti corporations, ad avere la meglio rispetto alle sue alternative pubblicistiche di governo della nuova frontiera del sapere.
In molti stati americani è la sua logica, sostenuta dai poteri economici e politici forti, a governare ormai le utilità che si possono trarre da cadaveri, embrioni e (la partita è soltanto all' inizio ma quanto mai aperta) genoma umano. Sicchè gli spazi pubblici si riducono a favore del profitto privato.
Sanno bene i boliviani a proposito dell'acqua, un altro bene comune assai attraente per il dominio privato, che quanto avviene al centro prima o dopo contagia la periferia. E la semiperiferia italiana farebbe bene per una volta ad abbandonare il miraggio culturale del centro (da cui sempre più massicciamente importiamo modelli giuridici e culturali) ed imparare anche dai modelli subalterni. La lotta per difendere i beni comuni se vuole essere vittoriosa deve essere lunga e continuativa. Non basta certo una giornata di sciopero e protesta ancorchè assai partecipata così come una giornata non è mai bastata per contrastare alcun altro orrore del capitalismo, a cominciare dalla guerra.
Il precedente articolo dedicato alla proprietà privata è stato pubblicato il 1 dicembre. In eddyburg è qui
Il potere delle grandi imprese transnazionali si esprime nella capacità di legittimare la proprietà privata. In Italia, dopo il tramonto della stagione riformista degli anni Settanta, il modello giuridico dominante è quello che proviene dagli Usa Le trasformazioni in atto nel capitalismo possono essere meglio comprese a partire dai cambiamenti avvenuti nel diritto di proprietà
Ripercorrere le trasformazioni e gli itinerari culturali intorno ad un istituto giuridico-politico centrale come il diritto di proprietà, per cogliere il senso delle trasformazioni radicali dell'attuale contesto capitalistico, impone drastiche scelte. Il regime dell'appartenenza delle risorse aventi valore economico è infatti la spina dorsale di ogni economia politica in qualsivoglia stato di sviluppo. Per questo motivo, ogni trasformazione sociale è prodotta da e a sua volta produce mutamenti, formali o informali, nel regime della proprietà. A causa dell'interdipendenza dei sistemi economici, e delle grandi trasformazioni della sovranità possiamo assumere il modello interpretativo del «sistema-mondo» offerto da Immanuel Wallerstein e considerare così l'Italia come una «semiperiferia». Le questioni politicamente rilevanti in Italia sono dunque da un lato determinate da quanto si sviluppa al «centro» (che possiamo assumere, ancora forse per poco tempo, coincidente con gli Stati Uniti d'America); dall'altra, esse sono capaci di determinare mutamenti sociali nella «periferia», ossia in contesti di più limitato potere (soprattutto nel Sud del mondo), con tutte le responsabilità che ciò comporta.
Un privilegio rinnovato
Discutere di proprietà oggi richiede dunque un'impostazione «internazionalista». Impostazione che ha il pregio di delimitare la prospettiva temporale al periodo di più intensa trasformazione delle coordinate giuridiche del capitalismo contemporaneo, quello che va dalla crisi e conseguente caduta del sistema bipolare della guerra fredda fino ai nostri giorni. Un periodo in cui si sono prodotte trasformazioni tanto profonde quanto quelle che nei secoli passati hanno portato all'abbandono in Occidente di sistemi di appartenenza collettiva a favore della proprietà individuale borghese, trionfante, come noto, nei codici napoleonici (1804). Tuttavia le tendenze trasformative oggi in atto possono apparire contraddittorie (ad esempio, la grande società di capitali che oggi domina la scena è soggetto collettivo). Per coglierne il senso, bisogna quindi rinunciare a modelli interpretativi monistici, cercando di cogliere l'istituto della proprietà nella sua viva storicità.
Scriveva Censor nel suo Rapporto veridico sulle ultime possibilità di salvare il capitalismo in Italia, (Mursia), pamphlet situazionista attribuito alla destra più prestigiosa, addirittura a Guido Carli: «La Costituzione della Repubblica Italiana aveva abolito tutti i secolari privilegi e distrutto tutti i diritti esclusivi, lasciandone sussistere uno fondamentale, quello della proprietà privata nella prospettiva utopistica di estenderla a tutti. Ma non bisognava che i proprietari, in un'epoca in cui gli stati di mezza Europa dovevano affrontare un crescente malcontento dei lavoratori e della giovane generazione in genere, si facessero troppe illusioni sulla forza della loro situazione...... oggi che il diritto di proprietà a molti sembra essere l'ultimo resto di un mondo aristocratico distrutto de iure et de facto, ...appare con maggior evidenza come l'unico privilegio isolato in una società livellata, allorchè tutti gli altri... ben più contestabili e giustamente odiosi, non gli fanno più da paravento, lo stesso diritto di proprietà si trova ad essere messo in discussione con maggior pericolo e con violenza contagioisa: non più chi lo attaccava ma chi lo difendeva sembrava chiamato a giustificarsi».
L'alleanza tra rendita e profitto
Sono parole lontane anni luce dalla realtà contemporanea. Chi contesta più oggi, in Italia ed in generale nell'Occidente opulento, la proprietà privata? Chi discute più i privilegi dei «padroni»? Quale potente forza sembra aver spazzato ogni dissenso di fronte al Terribile diritto, come ancora poteva essere descritto da Stefano Rodotà agli albori della rivoluzione reaganiana e tatcheriana? Che fine ha fatto oggi la matrice comunitaria di quell'Altro modo di possedere cui dedicò pagine indimenticabili il decano degli studi sul diritto medievale e moderno Paolo Grossi? Sembra quasi che a partire dai primi anni Ottanta il dibattito sull'appartenenza, individuale o collettiva, privata o pubblica, si sia spento, soffocato dall'irresistibile ideologia dominante che fa della privatizzazione la propria bandiera sventolante a destra e a sinistra.
Eppure in Italia la discussione sulla legittimazione della proprietà privata, sulla responsabilità dervianti dal detenere risorse a titolo individuale e sui limiti giuridici che vanno apportati ai poteri del proprietario è stata «alta» e ha oltrepassato la sede costituente, vedendo all'opera protagonisti illustri, tanto sul versante «accademici» (Pietro Rescigno, Ugo Natoli, Pietro Barcellona, Stefano Rodotà fra gli altri) che giudiziario (Corte Costituzionale) che, soprattutto, politico, se si pensa alla quantità di significative riforme volte a «limitare» la proprietà privata per adempiere il mandato costituzionale (gli articoli 41 e 42) di immaginare un modello a capitalismo misto, sociale e responsabile. Uno sforzo ancora assai vivo negli anni Settanta. Dal cosiddetto equo canone alla riforma agraria, dalla legge urbanistica alla legge sulla casa, gli interventi di uno stato sovrano, basato sì sul modello di proprietà privata individuale e borghese, questi interventi legislativi erano caratterizzati da una «matrice» nettamente ridistributiva.
Iniziative legislative ottenute, va ricordato, a dispetto di resistenze significative. Così annotava il leader socialista Riccardo Lombardi, commentando la prima importante conquista del secondo decennio delle riforme sociali, la «Legge sulla casa» del '71: «La resistenza (alle riforme) ha visto permanentemente associati i settori così detti avanzati del capitalismo con quelli arretrati e con quelli agrari, cioè l'alleanza del profitto con la rendita». Un'alleanza peraltro ricorrente in Italia (e non solo) dove, in una certa fase dello sviluppo capitalistico, come si può leggere nella prefazione al libro di Michele Achilli Casa: vertenza di massa (Padova, Marsilio Editore 1972) «la interconnesione fra posizioni di rendita e posizioni di profitto, fra forme tecnologicamente avanzate e forme arretrate di sfruttamento singolo e collettivo, interno ai luoghi di produzione ed esterno, è tale da aver costituito fino ad oggi la base più solida di unità delle clasi dominanti, sia durante il fascismo che nel pre-fascismo e nel post-fascismo».
Un fraseggio costituzionale non ambiguo e largamente favorevole ad un modello solidaristico e sociale (caro tanto al cattolico Dossetti quanto al cominista Togliatti) non consegna alla proprietà privata praterie illimitate di accumulo capitalistico. Cerca semmai di «civilizzare» gli «umani» rispetto ai propri appetiti acquisitivi, limitando la proprietà privata con attribuzioni molto significative al settore pubblico tanto in funzione di godimento collettivo quanto di impresa di stato (ed è fin troppo ovvio evocare qui i nomi di Beneduce, Menichella e Mattei).
A dispetto di ciò, abbiamo assistito a partire dagli anni Ottanta al trionfo anche ideologico di un processo di privatizzazione «all'anglo-americana», accompagnato da una crociata contro lo Stato proprietario e alla conseguente insofferenza per i «limiti costituzionali» alla proprietà privata. Questo mutamento di clima culturale, che ha travolto l'intero Occidente, ha partorito in Italia perfino la damnatio memoriae della proprietà sociale, simboleggiata dall'ambizioso progetto delle «case Fanfani» dileggiate come un esempio degli sprechi e dei privilegi ingenerati dallo Stato proprietario.
Passata la ventata riformista, a partire dai primi anni Ottanta, la questione proprietaria è stata dunque accantonata nella riflessione italiana e, nella disattenzione generale degli addetti ai lavori (prigionieri di gabbie disciplinari incrollabili), un altro soggetto collettivo e potentissimo, la corporation, ha potuto occupare gran parte degli spazi pubblici dismessi dallo Stato. In pochi anni, il ritardo culturale accumulato a causa di questo abbandono e dell'accettazione di uno status quo di primazia del capitale sul lavoro (in gran parte spiegabile con la resa al padronato simboleggiata dalla famosa marcia dei 40.000 a Torino) ha reso la riflessione di casa nostra del tutto sprovvista di strumenti critici (necessariamente pluridisciplinari) volti a filtrare l'onda di ricezione proveniente dagli Stati Uniti.
L'Italia, messa in ginocchio dallo shock petrolifero e dall' inflazione a due cifre, è piombata in una crisi di sovranità politica da cui non si è ancora ripresa. A causa dell'indebitamento (oggi detenuto per oltre metà da corporate interests stranieri) ha così dovuto insistere per oltre vent'anni, senza porsi troppe domande, su quel processo di privatizzazione degli spazi pubblici che ha trovato nel pensiero economico dominante la potente retorica di legittimazione, al di là dei suoi evidenti e drammatici costi sociali.
Le conquiste dei decenni precedenti, anche a causa dei limiti nella capacità pubblica di implementarle senza sprechi ed in modo imparziale, sono state in gran parte travolte ed il diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione (ritrasformato in una retorica di libertà) ha potuto risorgere ed essere «ri-naturalizzato» nella sua concezione ottocentesca, senza tener conto della differenza abissale che intercorre fra l'individuo proprietario (piccolo o grande poco importa) e la corporation proprietaria, dotata di una forza economica e politica oggi ben più forte di quella di uno Stato, sempre meno proprietario e quindi sempre meno sovrano (mancandogli i mezzi economici per l'esercizio della sovranità stessa).
L'accumulo illimitato di risorse
La proprietà privata, con il suo contenuto di potere illimitato sui fattori di produzione (e quindi anche sul lavoro) è tornata ad essere la struttura fondamentale ed indiscutibile di un modello capitalistico sempre meno sociale e sempre più fondato sulla «scienza dello sfruttamento».
Vale la pena di interrogarsi su questa vicenda e sulle ragioni della paralisi di una discussione politico-culturale che aveva conosciuto punte di eccellenza a livello internazionale, anche per riaprire, in una nuova stagione di emergenza globale senza precedenti, la questione della legittimità della proprietà privata e dell'accumulo indiscriminato di risorse che essa consente. In sintesi: è giusto e legittimo che di fronte all'esaurirsi delle risorse energetiche (e dei costi umani del loro accaparramento) e all'emergenza ambientale, una minoranza possa disporre senza limiti di beni quali aerei, auto di lusso, yachts grandi quanto traghetti, godendo della protezione ideologica della proprietà privata e della crociata contro il comunitarismo? È possibile che un istituto giuridico quale la proprietà privata non debba portare alcuna responsabilità di una situazione globale in cui un miliardo di umani non lascia quasi nulla agli altri sei miliardi, con conseguente tragico destino per tutti? Non è proprio questo l'istituto giuridico che ha appiattito, dietro una forma comune (sono entrambi proprietari!), la situazione del piccolo-borghese e quella della grande corporation che controlla più risorse dello stesso Stato? E ancora: non è proprio il matrimonio di interesse fra la retorica della libertà proprietaria e la logica del profitto trimestrale della corporation ad aver eclissato qualsiasi capacità di programmazione di lungo periodo nell'attuale fase del capitalismo globale?
Sono domande che cominciano a riemergere nel dibattito critico più avvertito e che mettono sempre più vistosamente in crisi l'idea per cui la democrazia (politica) possa aver senso al di fuori dell'uguaglianza (economica).
L'articolo successivo è uscito sul manifesto il 28 dicembre 2007. In eddyburg è qui
Scaffali. Il terribile diritto
Un testo classico sul tema della proprietà privata all'interno della riflessione giuridica italiano resta la raccolta di Stefano Rodotà «Il terribile diritto» (il Mulino). Per gli successivi sviluppi, si vedano «La proprietà» di Antonio Gambar (Giuffrè) e «Il diritto di proprietà» di Ugo Mattei (Utet). Per una ricostruzione del clima culturale dell' ultimo periodo delle riforme progressiste, si veda il volume collettivo «Gli anni Settanta del diritto privato» curato da Luca Nivarra (Giuffrè). Un classico sulla questione della proprietà collettiva è il volume «Un altro modo di possedere» di Paolo Grossi (Giuffrè). Per qualche importante dato su alcune trasformazioni del contesto economico, va segnalato il volume di Gianmaria Gros Pietro, Edoardo Reviglio e Alfio Torrisi «Assetti proprietari e mercati finanziari europei» (Il Mulino). I riferimenti classici nella tradizione giuridico-politica sono P. J. Proudhon «Che cos'è la proprietà» (Zero in Condotta), nonché «Le origini della famiglia, della proprietà e dello stato» di Friedrich Engels (Editori Riuniti).
Nota - La questione della proprietà, dei suoi limiti e dei suoi attributi è sempre stata centrale per il destino della città, e presente nel dibattito urbanistico nei suoi momenti migliori. Si veda in proposito, oltre ai testi suggeriti dallo "Scaffale" del manifesto , il libro di Hans Bernoulli, La città e il suolo urbano , si cui in eddyburg trovate anche la prefazione all'edizione italiana integrale (2006).
L'icona nella Homepage è la locanbdina del film The Corporation, di Mark Achbar, Jennifer Abbott e Joel Bakan
Michele Prospero
Governo o società le due anime del Pci
l’Unità, 28 dicembre 2007
In questo libro di testimonianza (Con Togliatti e con Berlinguer, Carocci, pagg. 261, euro 22,50), Giuseppe Chiarante ricostruisce vent’anni di un’esperienza politica singolare. Egli infatti è l’unico politico ad essere stato sia nel consiglio nazionale della Dc che nel comitato centrale del Pci. Esponente della sinistra Dc sensibile all’insegnamento dossettiano, Chiarante aderì al Pci nel 1958 insieme ad un drappello di dirigenti soprattutto lombardi. Erano anni di enormi difficoltà per i comunisti, ancora alle prese con i contraccolpi del ’56 e con l’abbandono di un gran numero di intellettuali. Chiarante compiva, da questo punto di vista, una scelta in netta controtendenza in soccorso di un partito assediato. Pur venendo dal mondo cattolico, egli difficilmente può essere catalogabile nella formula del cattocomunista. Contatti soprattutto nei primi anni con Rodano ci furono, ma Chiarante si contraddistinse da subito per una sensibilità molto laica. Anzi proprio sui temi oggi chiamati eticamente sensibili, egli prese posizione con un rigore logico che Togliatti in prima persona gli riconobbe, contestandogli tuttavia la mancanza di senso della realtà.
Il nodo del contendere era anche allora la famiglia, al centro di un convegno dell’istituto Gramsci svoltosi nel 1964. Chiarante vi partecipò condividendo le posizioni che rimarcavano la storicità, non la naturalità dell’istituto familiare. La critica della concezione cristiano-borghese della famiglia, che a Frattocchie fu abbozzata, comportava la necessità di una profonda riforma della legislazione per toccare il rapporto tra i sessi. Erano i primi e timidi passi verso un nuovo diritto di famiglia e verso il divorzio. I rilievi di Togliatti riguardavano la pretesa astrattezza delle questioni relative alle libertà civili e personali. Come a dire, le reali questioni politiche sono altre.
Chiarante si schierò, in questi anni di lenta disgregazione della grande sintesi togliattiana, con la corrente della sinistra ispirata da Ingrao. Allievo anch’egli di Banfi, Chiarante condivideva i mutamenti di politica culturale tentati da Rossana Rossanda per andare oltre il rigido storicismo del Pci. Nelle argomentazioni della sinistra comunista lo attraevano in particolare una voglia di aggiornamento del catalogo degli autori. Per dare il senso della difficoltà di andare oltre gli schemi dello storicismo assoluto allora imperante, Chiarante ricorda un articolo di Carlo Salinari in cui si disquisiva sul posto ben diverso da conferire in una biblioteca ideale a Marx e a Wittgenstein. Dell’ingraismo Chiarante apprezzava soprattutto l’abbandono della lettura del caso italiano in termini di arretratezza da colmare con politiche di responsabilità nazionale. Si trattava del punto di forza del realismo politico di Togliatti e soprattutto di Amendola che raccomandava moderazione e senso del limite indispensabili per tamponare la deficienza di un coerente e moderno soggetto politico della borghesia.
Secondo Chiarante l’approccio di Amendola (ma un pessimismo cupo sulle disgregatrici tendenze sotterranee della società italiana lo coltivava anche Togliatti) si situava in un’ottica di rivoluzione passiva. La categoria di Cuoco viene impiegata nel senso che la modernità in Amendola è solo subita, non orientata con sfide che incidano anche sul versante etico-politico generale. Amendola affidava al Pci, d’intesa anzitutto con i socialisti, il compito di incalzare i governi in nome di obiettivi di riforma proclamati solo a parole. Ai comunisti toccava quindi rimediare al fallimento dei propositi riformatori del centro sinistra. La categoria che Chiarante contrappone a questo criterio che gli pare viziato da moderatismo è quella di egemonia: ossia la capacità di orientare le innovazioni mutando anche i rapporti di forza nella società. Una visione alternativa di società, un modo diverso di guidare lo sviluppo e di agire nelle nuove contraddizioni erano il cuore della posizione di Ingrao. A una parte della sinistra ingraiana, quella raccolta attorno al Manifesto, Chiarante rimprovera tuttavia una contraddizione piuttosto vistosa tra la lettura modernizzatrice delle nuove tendenze del capitalismo e i richiami a figure e luoghi del terzomondismo (Castro, Mao).
Ciò ovviamente non vuol dire che differenze di analisi si risolvano con misure disciplinari esemplari per combattere lo spirito di frazione. E a questo riguardo fu senza dubbio scritta una brutta pagina della storia del Pci. In fondo nel Pci si agitavano, a partire dagli anni sessanta, due letture molto diverse della realtà italiana. Una era più legata al dato politico, alle opportunità cioè di costruire lo spazio per una alternativa di governo. In questa posizione si riconoscevano quanti pensavano a un Pci che non si limitasse a giocare in un ruolo sempre identico di opposizione. L’altra tendenza era invece più interessata ad una alternativa di società. Nel ’68 queste due sensibilità cozzarono in modo evidente. Chiarante ricorda l’estraneità profonda di Amendola e il fastidio quasi fisico di Bufalini verso le forme della mobilitazione studentesca. La polarità tra alternativa di governo e alternativa di società non è mai stata risolta dalla sinistra.
Dentro il Pci vigeva peraltro la regola tipica della soluzione trasformista, ossia dominava un grande centro, visto come asse portante che di volta in volta compiva parziali oscillazioni verso destra o sinistra. Il segretario, di norma a vita nel suo incarico, registrava gli spostamenti di sensibilità dandone espressione soprattutto nella diversa composizione della segreteria o dell’ufficio politico. Un grande centro regnava ricorrendo alla proverbiale potatura delle ali (di cui anche Chiarante fu vittima con la mancata elezione al comitato centrale nel corso dell’XI congresso). La forte contrapposizione tra la destra e la sinistra interna non impediva però il riconoscimento politico del merito. Chiarante rammenta che a volerlo deputato fu proprio Napolitano cui attesta nel libro limpidità e lontananza dallo spirito di frazione, dalla mentalità clientelare.
Erano ormai gli anni settanta, gli anni di Berlinguer e di un Pci in grande espansione. L’inserimento dei comunisti nell’area del governo, non a caso, vedeva Berlinguer attorniato da una segreteria in gran parte composta da esponenti della "destra". Nell’esperienza della solidarietà nazionale le due anime del Pci vennero però a collisione: da una parte misure parziali di risanamento, dall’altra obiettivi di più ampia rigenerazione. Ricorda Chiarante che le due anime erano presenti nella stessa figura di Berlinguer. Egli per un verso recepiva gli echi di una interpretazione catastrofista del capitalismo di cui si sottovalutavano le crisi come rigenerazioni o distruzioni creatrici. Per un altro, oltre agli accordi tra le classi sociali per impedire imminenti catastrofi, Berlinguer suggeriva l’austerità come occasione di rigenerazione qualitativa della società. Tra progetto e governo insomma non si trovò la matassa della mediazione e venne così smarrita anche la carta di creare almeno nuovi equilibri nel sistema politico per non rimanere in mezzo al guado. Si dovette convivere, per dirla con Chiarante, con la necessità della rivoluzione passiva e con il sogno dell’egemonia.
Valentino Parlato
Storie italiane viste dal «bottegone»
il manifesto, 23 dicembre 2007
Dopo Da Togliatti a D'Alema e Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta, il nostro Giuseppe Chiarante ci offre una terza meditazione, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (prefazione di Aldo Tortorella, Carocci, pp 261, euro 22,50). Tre volumi, e questo ultimo in particolare, che aiutano a meglio leggere una parte importante della storia d'Italia nel secolo appena concluso.
La prefazione di Aldo Tortorella è forse la migliore recensione al libro e pertanto mi pare utile citare l'avvio: «Questo nuovo volume dell'autobiografia di Giuseppe Chiarante è anche la storia del sorgere della nuova sinistra comunista, delle distinzioni che in essa si aprirono con la nascita del gruppo del manifesto, del modo con cui ebbe origine - e poi si deformò - l'idea dell'incontro tra comunisti e cattolici. Ne viene un contributo vivo alla comprensione della storia dei comunisti italiani e del nostro paese». È un libro - aggiungo io - che conforta chi ha vissuto quegli anni e dovrebbe incoraggiare i giovani.
È una storia nella quale ritrovo anche - mi sia consentito - la mia giovinezza: il quinto piano di Botteghe Oscure, il lavoro comune con Eugenio Peggio, Mario Mazzarino, Beppe Chiarante, Osvaldo Sanguigni, Valdo Magnani. Il mio rapporto, indubbiamente forte, con Giorgio Amendola (che mi tolse il saluto dopo la vicenda del manifesto, ma che io continuai pervicacemente a salutare e poi ancora l'avvio dei rapporti (buoni) con Luciano Barca e Lucio Magri (che con Chiarante era stato protagonista dell'ingresso nel Pci di quel gruppo di cattolici democratici) che lavoravano alla Sezione di massa, sempre al quinto piano. Il quinto piano è un pezzo importante della mia memoria.
Ma torniamo al libro, nel quale mi sembra di notevole rilievo il riprendere a discutere del compromesso storico; della forza di quel tentativo e del suo fallimento. L'idea del compromesso storico - ci spiega Chiarante - nasce ben prima del golpe in Cile e ha addirittura più di un fondamento nel famoso discorso di Togliatti a Bergamo. E - va aggiunto - come ha ricordato Gianni Ferrara nel suo intervento in onore della memoria di Francesco De Martino, fu proprio De Martino a proporre gli «equilibri più avanzati» in sintonia con la proposta del compromesso storico. L'idea, a mio parere forte, del compromesso storico - che puntava a un rinnovamento dei tempi della Costituzione - rapidamente degradò nel governo delle astensioni (il monocolore Andreotti) e poi nei governi della solidarietà nazionale e, infine, nel craxismo, nel tramonto della prima repubblica, nella Bolognina e in una crisi di tutte le sinistre, che ancora continua e non è giunta al fondo. E non va dimenticato che l'assassinio di Aldo Moro è parte integrante della fine del tentativo di avanzata democratica che si caratterizzò come compromesso storico.
Di questa vicenda decisiva nella storia d'Italia Chiarante è stato attore, ma riesce anche a esserne testimone acuto. Attore e testimone, sembra una contraddizione, ma molti della generazione di Chiarante lo sono stati. Attori in quanto compagni impegnati nel lavoro di partito e nella ricerca, ma anche con una distanza dall'agire quotidiano che ha consentito loro di essere testimoni affidabili, in grado di testimoniare anche nel nostro stesso agire.
Il pregio di questo libro di Chiarante, il più recente, ma non ultimo (sta già lavorando a un altro) è quello di raccontarci una storia di straordinario impegno personale, ma con il distacco che ciascuno (pochi però ci riescono) dovrebbe aver da se stesso, dal suo agire, dai suoi successi e dalle sue sconfitte. Quindi, concludo con un grande grazie a Beppe. La vicenda del manifesto (e Chiarante spiega bene le ragioni del suo mancato consenso) ci divise, ma vale ricordare che in quel lontano 1969 Chiarante votò contro la nostra radiazione dal Pci e che nel corso degli anni successivi ci siamo ritrovati, amici e compagni, sullo stesso fronte di lotta, dove ancora cerchiamo di resistere.
Fa benissimo, Carlo Petrini [vedi articolo riportato di seguito] a ricordare a botta calda, l’indomani dello “scampato pericolo” degli scaffali vuoti nei supermarket per via del blocco dei Tir, come una certa autarchia locale, quella che spesso si riflette nella cultura Slow Food o della ristorazione legata al territorio, avrebbe parecchio aiutato, e possa ancora aiutare, in questi casi.
Evoca giustamente, l’articolo di Petrini, immagini che ci sono ancora assai vicine di campagna italiana, piccoli produttori, prodotti di alta qualità, città che per quanto mostruosamente cresciute spesso mantengono ancora qualche contatto col proprio hinterland rurale, che rifornisce in parte anche ristoranti e mercati rionali.
Quello che forse il lettore di Petrini non coglie in pieno, però, è da un lato l’estrema modernità di questa lettura del rapporto fra città e campagna, dall’altro il fatto che si tratta di un affascinante nuovo campo di ricerca, sperimentazione, ambito di sviluppo socioeconomico.
I moltissimi firmatari dell’ Appello Parchi di eddyburg, hanno sicuramente colto al volo uno degli aspetti immediati di questo tentato colpo di mano, evidentemente dettato dalla cultura dei palazzinari: si trattava di un attentato all’ambiente e alla vivibilità, soprattutto metropolitana, visto che il primo obiettivo era il Parco Agricolo Sud Milano, dove da lustri grandi e piccoli operatori non vedono l’ora di “fruire” (è il temine usato dall’assessore comunale milanese Masseroli) di questi spazi lasciati inutilmente a cose poco produttive tipo erba, alberi, acque, animali …
Anche chi ha aderito all’appello, in maggioranza, non ha però forse colto l’aspetto, per niente secondario, di quell’aggettivo, “agricolo”, abituati come siamo a considerare questa attività, nel migliore dei casi, come una specie di zoo socioeconomico senza recinti, dove quella specie di panda col cappello che appare ai più il contadino si aggira svolgendo attività residuali. Insomma, il suo vero lavoro è di esistere, farsi fotografare dai bambini in gita scolastica insieme a galline e rotoballe, e al massimo come spiega anche l’autorevole Cpre britannica in un suo recente rapporto , garantire un’ottima manutenzione a prati, siepi, drenaggi, prevenire il dissesto ecc.
Un’agricoltura che sempre più, insegna la pianificazione territoriale, si deve invece legare strettamente ai modi di progettare la città moderna, non solo come versione aggiornata del grande parco urbano per andare in bicicletta o guardare un paio di vacche al pascolo, ma entrare a pieno titolo fra le attività economiche centrali e strategiche, assai più all’avanguardia che non i pensosi slanci plastici delle architetture griffate che spesso vorrebbero occuparne gli spazi, proprio in nome di una mal concepita idea di modernità (quando non in palese malafede come nel caso milanese citato).
In un interessantissimo articolo pubblicato circa un anno fa, il direttore della rivista ufficiale della Regional Plan Association di New York, partiva da uno spuntino nella pausa di mezzogiorno per ricostruire un bozzetto di mondo affascinante: una mela comprata al farmer’s market nella zona di Times Square, che propone solo prodotti certificatamene regionali, serviva all’ampia cultura geografica, tecnica, socioeconomica dell’intellettuale per tentare un recupero del rapporto fra la grande metropoli e il suo territorio, per quasi due secoli (con l’eccezione del Central Park e poco altro) usato solo come piattaforma su cui avvitare grattacieli e edilizia minore residenziale, produttiva, commerciale.
Un modo assai interessante di raccontare da una prospettiva personale al tempo stesso insolita e molto familiare tutto ciò, è quello scelto da una coppia di giornalisti, Alisa Smith e James B. MacKinnon, che col loro Plenty (letteralmente: Abbondanza, Random House, 2007), descrivono un anno vissuto niente affatto pericolosamente, fra gioie, perplessità e scoperte, della “dieta delle cento miglia”. Ovvero, mangiare nulla che non sia coltivato entro un raggio di circa 150 chilometri da casa. La faccenda diventa piuttosto interessante quando si consideri che “casa” sta nel centro di Vancouver, Columbia Britannica canadese, città famosa per le sue politiche urbanistiche tese a limitare il consumo di suolo, vicina all’Oceano Pacifico, alle montagne, ma non esattamente un piccolo centro, né al centro di ubertose campagne, né in area che noi chiameremmo temperata, come si capisce immediatamente dalla carta geografica.
E come si capisce immediatamente sin dalle prime efficacissime, battute che la coppia dedica a una di quelle miracolose primavere del Nord, col fango e le ultime croste di neve che fanno spazio a un’inusitata esplosione di natura. Le prime verdure nell’orto, i germogli nei parchi, nei fossi, sui cigli dei terrapieni vicino alla superstrada … una ricchezza forse inusitata, ma che genera subito l’angosciosa domanda: tutto bellissimo e magari anche buonissimo, ma basta a garantire una dieta equilibrata, sali, zuccheri, proteine, vitamine ecc.?
Ed è proprio questa laboriosa ricerca, fra gli equivalenti locali del mercato rionale italiano raccontato da Carlo Petrini, o del farmer’s market di New York, le banchine del porto dove attraccano i pescatori, la fascia suburbana esterna dove qualche eccentrico sperimenta le colture più audaci, a raccontare il rapporto fra città e campagna in una prospettiva assai realistica da XXI secolo. Dove naturalmente si mescolano spazi, figure e anche prodotti che spesso non hanno nulla a che fare con la “tradizione”, ma che possono contribuire a costruirne una nuova, come le verdure cinesi per la miriade di piccoli esercizi, o qualche esperimento a mezza strada fra la pura stravaganza e la straordinaria innovazione. Ma emerge, per converso, anche qualcosa di terrificante quando si pensa agli ettolitri di gasolio bruciato ogni giorno, ogni minuto, per far convergere sulla città, attraverso i canali “tradizionali” della grande distribuzione organizzata, prodotti succedanei a quelli reperibili dietro l’angolo, facendoli invece spostare lungo la filiera degli infiniti e costosissimi (per il portafoglio e l’ambiente) passaggi e intermediazioni.
Ci sono anche motivazioni pratiche, dietro a questa neotradizione dello shopping mall. Ad esempio, di solito chi non sta ad esempio a Cuba, o per altri versi a Ferrara, inizia ad avere problemi per fare una cosa con cui quasi tutti iniziano le giornate: due cucchiaini di zucchero nel caffè. Alisa e James devono passare da subito al miele, scoprendo via via la rete dei produttori locali, il rapporto con le stagioni, le trasformazioni ambientali, l’urbanizzazione selvaggia che avanza.
E avanti così, con la voglia di pane che si trasforma in una caccia a improbabili coltivatori di grano nell’area metropolitana di un capoluogo del nord, con risvolti inquietanti dentro a silos abbandonati in balia dei ratti. O la necessità fisiologica del sale, forma antichissima di moneta, che nella città affacciata sul Pacifico diventa occasione per una sorta di matrimonio del mare, prelevando da una barca a remi una grande quantità d’acqua e facendola poi bollire fin quando compaiono quasi magicamente i cristalli bianchi.
Il tutto condito da scenette di vita familiare e amicale, di raccolta di more nella canicola estiva dei roveti sotto l’autostrada, di bisticci e bronci davanti al pentolone della conserva di pomodori per l’inverno. Parafrasando Alberto Savinio, verrebbe da dire “ascolto il tuo stomaco, città”. E dal punto di vista della cultura urbanistica, sociale, ambientale che questo pur “leggero” resoconto da Vancouver e dintorni evoca, emerge l’esigenza di superare una certa sedimentata prospettiva. Certamente quella della città che cresce a macchia d’olio, infinita, mastodontica, alimentandosi con tubi che risucchiano risorse da sempre più lontano, e scaricandosi più o meno addosso tutti gli scarti. Superare l’idea della città macchina, non solo quella degli architetti modernisti fatta di angoli retti, cemento, e idee tetragone, ma anche quella letteraria dei “ventri” ottocenteschi, che da Sue attraverso la Serao fino alle processioni di Zola, dei carri che dalla campagna sciamano fino alle Halles, propongono un rapporto gerarchico fra la pietra e la terra.
C’è da sperare, che magari lo sciopero dei camionisti faccia riflettere chi di dovere, anche qui da noi, sulla necessità di superare davvero le chiacchiere sulla “misura d’uomo” o addirittura sullo “sviluppo sostenibile”, fatte a solo uso di qualche dichiarazione televisiva o elettorale. Ascolto il tuo stomaco, città, e credo che dovresti curarti l’ulcera. Urgentemente.
Nota: fra i testi e temi citati nell’articolo si vedano anche le traduzioni in italiano di Susan Cozier, La Dieta dei 150 Chilometri, E/Environmental Magazine, 15 settembre 2007; e Robert Freudenberg, Comprare locale aiuta a salvare il mondo? Spotlight on the Region, dicembre 2006 (f.b.)
Carlo Petrini, La rivincita del localismo, la Repubblica, 13 dicembre 2007
È una pace fragile quella siglata tra gli autotrasportatori e Palazzo Chigi, un’intesa che lascia al Paese una sensazione di grande debolezza strutturale visto che sono bastati due giorni per mettere in ginocchio quasi tutte le città.
Tuttavia, sia pure senza volerlo, il blocco dei Tir ci ha dato una risposta laterale e straordinaria, che se ne sta lì, quieta e sorridente, in attesa che qualcuno la noti e gli sorrida di rimando. «Nel mondo vì sono tante città, una te l’ho già detta, quale sarà?». Era un giochino che, dalle mie parti, ci facevano da bambini e che ci insegnava a vedere le soluzioni dentro i problemi (Mondovì era la città nascosta nella domanda).
Lì dove? Non certo sulle autostrade intasate, né nei telegiornali che hanno alternato con zelo la par condicio tra padroncini arrabbiati e politici indignati e quella tra gli automobilisti che avevano ancora abbastanza benzina per andare a bloccarsi in una coda per ore e quelli che invece sono rimasti fuori da quella follia solo perché il benzinaio è restato senza carburante.
Ma tra le tante interviste televisive alcune hanno fatto centro, sia pure senza saperlo. In un mercato rionale di Roma i giornalisti hanno cercato di indagare sulla situazione delle vendite al dettaglio di generi alimentari. I venditori quasi si scusavano: «Oggi c’è poco, è arrivata solo la roba locale per via dello sciopero dei Tir…». La telecamera si è allargata su una specie di Bengodi di verdure di stagione, locali, un commestibile giardino d’inverno ricco di tutti i colori, i profumi e i sapori che l’agro romano può offrire. Mancavano le banane, i manghi, le fragole? Evviva. Mancavano i gamberetti del Pacifico e la polpa di granchio? Perfetto.
Certo Roma ha intorno a sé un’areale agricolo che altre città non possono nemmeno sognare. Però usiamo questa vicenda come il paradigma della storia che stava nascosta dietro i tir, perché non ci sono solo le grandi città, in Italia; ci sono centinaia di città piccole e medie che hanno i campi e gli orti appena fuori dal centro storico.
Le economie locali non le fermi tanto facilmente, perché non hanno molti bisogni. Chi ha molti bisogni ha molti padroni. Le economie locali sono libere perché sono piccole e agili. Perché sono adattabili e flessibili. E sono così perché hanno un alto tasso di biodiversità e perché la soddisfazione delle loro esigenze è al centro di un sistema paritario, di dare e avere, che invece non può essere il paradigma della grande distribuzione. Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero.
Per Rossana Rossanda è urgente una piattaforma efficace nella scena istituzionale, sociale e delle idee, per il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, è necessaria una soggettività politica, non autoreferenziale, che individui le dimensioni nodali di una nuova cultura politica. Il 30 novembre su , con alcuni compagni, abbiamo proposto alla Sinistra di costituire una commissione che elabori entro maggio un progetto complessivo e delle proposte per i prossimi Dpef: la sinistra (all'opposizione e al governo) è stata inefficace quando, limitandosi alla denuncia, ha disprezzato la ricerca di soluzioni operative per contrastare concretamente la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell'economia, l'uso speculativo dei beni comuni che caratterizzano l'attuale fase globalizzata del liberismo di mercato.
Per rappresentare il lavoro la Sinistra deve avere un'analisi critica del capitalismo italiano nella globalizzazione. Per creare posti di lavoro stabili e di qualità è necessaria una proposta sul sistema produttivo che ricollochi il paese nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro: decidere cosa produrre, su cosa fare ricerca.
La politica industriale è consistita in incentivi alle aziende per l'occupazione e per il trasferimento tecnologico: nel primo caso, finito l'incentivo, i nuovi occupati sono stati licenziati, nel secondo, le imprese hanno comprato beni strumentali prodotti in Germania o in Francia (dando commesse a imprese tedesche o francesi e quindi lavoro a lavoratori stranieri con risorse italiane). Al Senato un emendamento (quello di Tecce e Mele) contrapponeva agli incentivi automatici dell'articolo 70 della finanziaria un programma nazionale di ricerca e reindustrializzazione per selezionare le filiere produttive generatrici di innovazione e disponibili a trasferire sul piano industriale i risultati della ricerca finanziata. L'emendamento non è passato, poiché secondo i moderati, le imprese per assumere hanno bisogno di liquidità (credito d'imposta, stages pagati dallo stato): niente vincoli di innovazione e incentivi per tutti.
Il Partito democratico è egemone nella gestione delle risorse che dovrebbero finanziare le imprese ma non ha una politica industriale selettiva delle filiere virtuose: non può averla perché le filiere non meritevoli e non più incentivate insorgerebbero. La deregolazione della programmazione pubblica sul piano industriale si è generalizzata, dal 1992, anche nel governo del territorio con i Programmi di intervento: essi, in nome dell'immediatezza attuativa delle proposte della proprietà fondiaria, immobiliare, industriale e commerciale, piegano alle distorsioni congiunturali del mercato la riconfigurazione produttiva e territoriale indotta dalle dismissioni d'uso di ampi comparti di aree: il succube capitalismo italiano globalizzato abbandona i principali settori produttivi industriali.
Chiudere il quindicennio dell'urbanistica contrattata e del liberismo di mercato nelle scelte produttive rappresenta per la sinistra non solo la scelta di ridare voce alle istanze di miglior qualità ambientale e dotazione di servizi pubblici da parte dei cittadini, ma soprattutto quella di indirizzare le scelte di investimento di lungo periodo fuori dal circuito delle funzioni consumistiche egemonizzate dall'effimera novità di immagine mass-mediatica.
La Vas richiesta dalla direttiva Ue/2001 è spesso l'alibi per affossare il ruolo propositivo pubblico rappresentato dalle conquiste storiche del riformismo del centro-sinistra degli anni 60/70 e si riduce ad adempimento burocratico che avalla scelte strategiche altrui: al contrario dovrebbe proiettare quelle conquiste in un più vasto orizzonte di sostenibilità di lungo periodo.
I progetti di riuso dei principali comparti di aree industriali e di servizi dimessi avallati da gran parte dei Comuni italiani grandi e piccoli, di destra o di sinistra (l'ex Fiera e il Centro Direzionale di Milano, ma anche, con identiche densità e procedure, l'ex Fiera di Roma; i grattacieli di Renzo Piano a Torino, ma anche a Sesto San Giovanni, dove ogni forma di produzione innovativa sulle aree ex Falck viene tacciata di non essere qualificante per la città del 2000 e si discute solo di residenza, ipermercati e musei d'arte contesi a Milano), sono l'esempio incontrovertibile dell'esito di questa deriva.
Avvicinandosi la fine dell’anno, invece dei soliti bilanci, si può fare un piccolo gioco di fantapolitica. Immaginiamo che il referendum del 1993 sia stato vinto dai sostenitori della legge elettorale proporzionale e che, per effetto di questa vittoria, si siano moltiplicati e ingigantiti tutti gli effetti degenerativi che i critici imputano proprio a questo sistema.
Nell’Italia così "riproporzionalizzata" succedono cose che il maggioritario avrebbe evitato. La frammentazione politica viene accelerata, cresce vertiginosamente il numero dei partiti, tanto che in Parlamento sono diventati 26. La partitocrazia si consolida, i partiti si trasformano in oligarchie, si arriva a partiti personali. Cresce il potere di ricatto dei partiti minori o addirittura di singoli parlamentari. Resistono le peggiori abitudini del proporzionalismo, come i vertici di maggioranza e le "verifiche". L’occupazione partitica della Rai non conosce più alcun freno. L’annuale rapporto dei Censis misura gli effetti sociali della nuova situazione e, abbandonando il suo storico ottimismo, definisce la realtà italiana una "poltiglia di massa". Il «New York Times» afferma che "l’Italia non si ama più". Un’ondata di antipolitica travolge il paese. I proporzionalisti, razza dannata, già esecrati durante la campagna referendaria assai più dei terroristi, vengono finalmente acciuffati, bruciati in piazza e sulle loro ceneri può nascere l’agognata Seconda Repubblica.
Naturalmente tutti ricordano che il referendum fu vinto da sostenitori del sistema maggioritario. E tutti possono riconoscere nei diversi fatti elencati, rogo finale a parte, esattamente quel che è accaduto in questi anni, nel tempo meraviglioso del maggioritario. Con un ulteriore sforzo di memoria si potrebbe ricordare che una schiera di politologi, cantando le lodi dell’avvento del nuovo sistema, dedicò articoli e saggi alle virtuose conseguenze di quella novità, che avrebbe assunto proprio le sembianze della scomparsa della frammentazione partitica, dei vertici e delle verifiche, e via raccontando (dunque, esattamente il contrario di quel che è effettivamente accaduto). Sarebbe il caso di ricordarne pure nomi e cognomi (e una volta bisognerà pur farlo), ma intanto speriamo che un provvisorio oblio aiuti qualche "ravvedimento operoso". Peraltro, ai politologi o sedicenti tali non si possono attribuire colpe che non sono loro. La responsabilità vera è di una classe politica che ha affidato da troppo tempo la soluzione di problemi sostanzialmente politici alla sola ingegneria costituzionale.
In questo amaro gioco di fantapolitica non vi sono nostalgie del passato. Vi è solo l’invito ad una riflessione finora mancata o elusa. Non si dica, però, che gli effetti perversi non sono figli della "rivoluzione maggioritaria", ma del fatto che essa è rimasta a metà. Basta, per favore, con le vittorie e le rivoluzioni tradite o mutilate. Quando si è trasferito lo strumento referendario sul terreno delle riforme istituzionali, con la logica della spallata, era del tutto evidente che si sarebbero alterati gli equilibri complessivi del sistema, che vi sarebbero stati contraccolpi negativi, che non sarebbero stati avviati automatismi correttivi. La cosiddetta Seconda Repubblica è nata con questi vizi d’origine, che troppi non hanno voluto vedere e che sono all´origine del fallimento che abbiamo di fronte.
Ma, come si sa, dalle esperienze del passato non si impara nulla. Eccoci, allora, entrati di nuovo in un tunnel referendario ancora più rischioso di quelli passati. L’eventuale vittoria dei referendari, infatti, produrrebbe un sistema politico spaventosamente distorto, di cui gli osservatori più attenti stanno mettendo a nudo la probabile incostituzionalità. Ma non è soltanto il futuro ad essere a rischio. Già oggi la prospettiva del referendum è usata come arma per inquinare la discussione sulla riforma elettorale. Rischiamo così di non liberarci dei molti mali dell’ultima fase, ai quali, anzi, ne verrebbero aggiunti altri.
La discussione politica, mentre proclama di guardare avanti, è impigliata nel vecchio. I suoi maggiori protagonisti si muovono come se vi fosse una preziosa eredità da salvaguardare, come se il bipolarismo fosse un bene in sé e ai cittadini fosse stato fatto un dono straordinario, l’indicazione preventiva del premier come bacchetta magica per risolvere ogni problema. Ma questa rappresentazione di un’età dell’oro è dissolta da una osservazione della realtà che, invece, ci mostra gli infiniti danni del bipolarismo frettoloso e coatto. Veniamo da anni di conflitti laceranti, di erosione continua della legalità, di degrado culturale, di corruzione del linguaggio e dei comportamenti politici. Tutto questo non nasce dagli umori o dalle cattive propensioni delle persone, mali ai quali si potrebbe porre rimedio con inviti a rinsavire. Nasce da errori istituzionali gravi, che bisogna cominciare ad ammettere, invece di continuare ad adorare idoli che impediscono la percezione della realtà.
Senza questa consapevolezza non si andrà lontano. Vi è un problema di cultura politica che non può essere risolto con qualche prova di disgelo dei rapporti tra i due schieramenti. Istituzioni più solide per il domani possono venire solo da una consapevolezza critica di quel che è avvenuto, da un riconoscimento dell´insuccesso della Seconda Repubblica, che non nasce tanto da un difetto di decisione, ma da una perdita di democrazia. L’introduzione di ulteriori distorsioni del sistema democratico attraverso la riforma elettorale darebbe l’illusione di una soluzione e preparerebbe, invece, tempi ancora più difficili. La scoperta tardiva del sistema tedesco, sdegnosamente rifiutato agli inizi degli anni ‘90, è la prova evidente dei limiti della passata stagione istituzionale e, purtroppo, del tempo colpevolmente perduto.
La questione della cultura politica necessaria per sostenere anche una nuova fase istituzionale, quindi, non può essere chiusa nel gioco dei meccanismi elettorali. Deve essere affrontata non solo uscendo dalla spirale televisiva, ma ricostruendo strumenti di conoscenza e di comprensione di una realtà che ha la sua sostanza non nei battibecchi tra veri o presunti leader, ma nella durezza di una situazione che conosce infiniti guasti sociali e politici, rivelati impietosamente da fatti come la strage di Torino.
Di fronte a ciò è lecito dubitare dell’utilità della scrittura di nuovi "manifesti dei valori", annunciati da varie parti, che difficilmente potranno riscattarsi dalla mediocrità dell’oggi ed essere qualcosa di più di un acrobatico compromesso tra posizioni diverse. Serve piuttosto una linea di riflessione costituzionale, che prenda sul serio una serie di testi non da scrivere, ma già esistenti, dalla Costituzione italiana del 1948 alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, dai documenti internazionali sulla bioetica a quelli sull’ambiente. Questa è la riflessione perduta in questi anni, causa non ultima degli abissi in cui siamo precipitati.
Per capire cos’è stata la politica ai tempi di Berlusconi un saggio serve meno di una telefonata di sette minuti fra il "Presidente" e "Agostino" che chiunque può scaricare dal sito di Repubblica e L’espressoAncora una volta un’intercettazione disvela per caso il vero volto del potere in Italia. Ancora una volta gli intercettati, Berlusconi in testa, reagiscono lamentando la violazione della privacy, senza mai entrare nel merito dei contenuti. Devastanti.
Andiamo alla scena. Protagonisti il presidente, naturalmente Berlusconi, e Agostino Saccà, direttore della fiction Rai, l’uomo più potente della prima azienda culturale italiana, in teoria il capo della concorrenza a Mediaset. I rapporti sono chiari dal "pronto". Saccà dà del "lei" a Berlusconi e lo chiama sempre "presidente". Berlusconi risponde con il "tu" a Saccà, lo chiama "Agostino" e lo tratta come i servi ai tempi di Swift.
Nei sette irresistibili minuti di conversazione, dai quali forse un giorno una Rai libera trarrà finalmente una bella fiction, si mescolano generi teatrali, perlopiù comici, e argomenti. Si parla di televisioni, attrici raccomandate e politica. Senza soluzione di continuità perché sono la stessa cosa.
"Agostino" declama dall’ingresso in scena la sua natura di servo contento. Batte le mani al padrone, che fa il ritroso, lo gratifica di «uomo più amato d’Italia» («lei colma un vuoto nel Paese, anche emotivamente»), usa il "noi" di parte per vantare la sua fedeltà. «Abbiamo mantenuto la maggioranza nel consiglio d’amministrazione Rai». Quindi, sempre in posizione genuflessa, il servo Agostino porta idealmente la bocca dalla scarpina rialzata del signore all’orecchio per sussurrargli i nomi dei traditori. Non quello «stronzo» di Urbani, come pensa il signore ma «i nostri alleati», An e Lega, «che hanno spaccato la maggioranza per un piatto di lenticchie». Lo implora di «richiamarli all’ordine».
Il Presidente prende nota e passa alle comande di giornata. Ha bisogno che vada avanti la fiction sul Barbarossa («Bossi mi fa una testa tanta...»). Il fido Agostino acconsente con entusiasmo, ma segnala che il regista Renzo Martinelli ha creato problemi vantandosi troppo con la Padania. Il Martinelli è uno di quegli intellettuali molto di sinistra con eccellenti rapporti a destra e con Mediaset, eppure sempre liberi e alternativi e «contro», checché ne dicano alcuni moralisti borghesi di merda. Nella sintesi di Saccà, a tratti acuta, «un vero cretino».
Comunque non c’è problema, assicura il boss Rai. La fiction s’ha da fare «perché poi Barbarossa è Barbarossa, Legnano è Legnano». Argomenti inoppugnabili. Senza contare l’autocitazione. Saccà è infatti il geniale inventore dello slogan «perché Sanremo è Sanremo». D’altra parte, insiste il servitore, il padrone è così modesto, così liberale, gli chiede sempre tanto poco che è un piacere contentarlo. «Per la verità, ogni tanto ti chiedo di donne», lo corregge Berlusconi, introducendo la seconda comanda. Si tratta di piazzare la solita Elena Russo e una certa Evelina Manna, per conto di un senatore della maggioranza di centrosinistra col quale Berlusconi tratta la caduta di Prodi. «Io la chiamo operazione libertà» chiarisce Berlusconi, che quando non racconta barzellette, rivela un involontario ma formidabile sense of humour.
Esaudito il terzo desiderio, il genio Saccà, invece di rientrare nella lampada, come nella tradizione, continua a profondersi in inchini e profferte di servigi. Tanto che perfino Berlusconi si stufa e lo liquida.
L’intercettazione è allegata all’inchiesta per cui Berlusconi è indagato con l’accusa di corruzione per la Rai e per il mercato dei voti, come ha rivelato Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. In Italia, per effetto del combinato disposto di riforme di giustizia promosse da destra e da sinistra, si sa che i processi a imputati eccellenti finiscono tutti in prescrizione. In assenza di una verità processuale, le intercettazioni servono dunque nella pratica a farsi un’idea del Paese: e l’ascolto, fornisce anche un’idea sulle persone.
Il Paese degli Agostini e dei Berlusconi è una nazione dove la politica non governa nulla, tranne la televisione. Al singolare, perché la telefonata tra il leader della destra e Saccà rivela come il sistema berlusconiano sia una vera "struttura delta" che controlla l’universo Tv. Per necessità, il padrone della televisione è diventato il padrone della politica. Usa l’una per fare l’altra e viceversa. Ci sarebbe un sistema semplice per interrompere questa perenne fonte di corruzione. Prendere un canestro, ficcarvi dentro in bussolotti una ventina di leggi europee sui sistemi televisivi, quindi estrarne a sorte una. Questo sistema, che rispecchia più o meno la logica seguita per discutere la riforma elettorale, non è mai stato preso in considerazione. Per quanto la riforma televisiva figurasse nei programmi del centrosinistra, prima e seconda versione.
I leader del centrosinistra, comunque si chiamino, alla fine s’innamorano dell’idea di poter trattare con Berlusconi, portatore di un conflitto d’interessi così gigantesco e pervasivo, accordi istituzionali «nell’interesse della collettività». Ora, l’interesse di Berlusconi per la collettività è ben illustrato dal suo dialogo con il boss della tv pubblica. Non si tratta di demonizzare i patti fra destra e sinistra. Se per esempio la sinistra e una parte di destra si trovassero finalmente ad approvare una decente e sempre più urgente riforma della Rai e dei monopoli televisivi, saremmo in prima fila a festeggiare il valore «bipartisan» dell’accordo. Ma allora si rischierebbe davvero di voltar pagina, di cambiare una politica che così com’è farà schifo ma garantisce a tutti un posto al sole, una fiction, una quota raccomandati e fidanzati, il proprio Saccà pronto ad esaudire i desideri.
Ian Fisher, il corrispondente del New York Times autore dell'ormai famoso reportage sul malessere italiano pubblicato dal suo giornale il 13 dicembre e ripreso dai nostri nei giorni successivi, andrebbe onestamente ringraziato. Il suo ritratto, spietato e affettuoso, è veritiero e non fa che mettere in forma dati ben noti sulla paralisi sociale, economica e politica in cui l'Italia versa e che rimbalzano di bocca in bocca nelle nostre chiacchiere quotidiane. Ma si sa che l'effetto-specchio è un elemento importantissimo della comunicazione, nonché dei processi di identificazione e riconoscimento. Riflessa nello specchio autorevole del New York Times, l'Italia ha evidentemente preso una scossa: vedendosi nello sguardo altrui non può più fare finta di non vedersi, né di essere invisibile. Il declino, lo smarrimento, il tasso di felicità più basso d'Europa devono uscire allo scoperto, e i mezzi per contrastarli - se ci sono - anche. Di questo effetto di svelamento bisognerebbe perciò essere contenti. Ma i più, evidentemente, non lo sono e si difendono, dal Presidente della Repubblica - che è comprensibile, dato il ruolo - in giù. La gente comune probabilmente si difenderebbe meno avendo poco da perdere, ma non è la gente comune a essere interpellata bensì i politici e gli imprenditori (i secondi sovente più sinceri dei primi), che da perdere hanno qualcosa di più.
Del resto, una reazione difensiva, o una non-reazione, era scattata pochi giorni fa anche sull'ultimo Rapporto del Censis, che usava metafore più dure di quelle di Fisher, ma con quell'immagine della «mucillagine» sociale perveniva a una diagnosi molto simile sul mood depresso del paese. E reazioni scarse avevano ricevuto mesi fa diagnosi analoghe sulla malinconia del presente e la nostalgia di tempi migliori come quella di un significativo articolo di Berardo Bertolucci....La depressione è indicibile, o è un tabu per la politica, che non può né guardarla in faccia né farsene carico, pena la perdita della sua illusoria potenza? Colpisce, delle reazioni dei politici all'articolo del Nyt (ne ha già scritto sul manifesto di domenica Micaela Bongi), l'insistenza - evidentemente indotta anche dalla denuncia della «hyperpartisanship» fatta da Napolitano - sulla conflittualità politica come causa del malessere sociale, e sul dialogo fra parti avverse come ricetta per curarlo. Ma siamo sicuri? Fisher non ha scritto che quel 64% di italiani che non crede nella rappresentanza politica è avvilito per il conflitto fra centrodestra e centrosinistra: ha scritto di una più generale sfiducia verso la politica, facendola risalire alla non digerita fine della cosiddetta Prima Repubblica, a un sistema politico da allora in poi «errant», pieno di errori e sempre più logoro, nonché a una serie di fattori sociali che vanno dalla fine della famiglia tradizionale all'impoverimento da Euro all'esaurimento della vena creativa della cultura. In che senso il dialogo sulla legge elettorale fra Veltroni, Berlusconi, Fini, Casini e Bertinotti potrebbe lenire questi guai? Non si tratterebbe di fare una radiografia attendibile del paese e dei sentimenti che lo abitano, di inventarsi qualche correttivo più efficace e soprattutto di procedere a una autodiagnosi più veritiera dello stato di bassa credibilità in cui versa la politica?
Vittorio Zucconi ha scritto domenica su Repubblica che se Sparta piange Atene non ride: c'è anche la mucillagine americana, il Pil Usa rallenta, la borsa annaspa sotto la catastrofe dei mutui, il dollaro perde valore rispetto all'Euro, i poveri sono più che da noi, la Casa Bianca non brulica di idee nuove né il congresso di giovani promesse, due sole famiglie, i Clinton e i Bush, si alternano da lustri al vertice del potere e il 71% dei cittadini sentono che l'America è sulla strada sbagliata. Fisher dunque ha scritto anche lui sotto un effetto-specchio. Ma gli Usa sono un paese insabbiato in una guerra sbagliata da cui non trarrà alcun vantaggio; l'Italia no. E negli Usa, nessuno più di quindici anni fa ha dichiarato aperta una transizione verso le magnifiche sorti di una Seconda Repubblica mai nata. Ci sono illusioni che si pagano care. La crisi della crescita sarà pure imperiale, ma questo insabbiamento è tutto italiano.
Scrive Francesco Indovina
Mi era sembrato di esagerare nel giudicare l'atteggiamento del il manifesto distratto, se non proprio antipatizzante, per il gli «stati generali della sinistra» (nome pomposo, va bene!), ma l'articolo di Rossanda di mercoledì mi ha fatto capire di non essere il solo ad avere avuto questa impressione.
Ho cercato qualcuno, Valentino Parlato o qualche altro dell'establishment del giornale, tra la folla di sabato e domenica, ma non ho trovato nessuno (ho trovato tanti compagni del Manifesto, movimento), ho pensato troppa gente. Ma leggendo la cronaca di martedì ho percepito che quei due giorni erano stati ... passati sotto gamba. Eppure sono stati due giorni interessanti e densi, sono stati due giorni pieni di entusiasmo, un entusiasmo così contagioso che i quattro «segretari» si sono gasati al punto di esporsi oltre ogni aspettativa verso la prospettiva dell'unificazione.
Certo, come osservava Rossanda, siamo al di sotto delle necessità, eppure un'elaborazione comune, fondamentale per la costruzione di un soggetto politico, è iniziata. Niente di più che un inizio, ma di questi tempi e tenendo conto dello stato anche conflittuale di queste forze non è poco. Il documento di intenti, come carta iniziale di un percorso di lavoro non è male. Per quello che conta ero venuto a Roma speranzoso e scettico sono ripartito ottimista. Con questo non voglio dire che tutto è stato risolto, ci vuol altro, ma i problemi da affrontare sono stati messi in agenda a partire dal riferimento sociale, che si può presumere scontato, ma non lo è (troppo ha lavorato ai nostri fianchi il pensiero prevalente).
Ha ragione Franco Giordano, si è cominciato a lavorare fuori da logiche di nicchia, e questo mi pare molto importante se fosse vero che il «declino» o la debolezza della sinistra va anche colta nella «cultura di nicchia». L'auspicio della costruzione di una nuova strategia della sinistra nel confronto diretto con i soggetti sociali, così indicato ancora da Giordano, implica un «corpo a corpo» con questi soggetti. Un soggetto plurale non è sommatoria, ma riduzione a unità, dove ciascuno ha «lingua», ma anche e soprattutto «orecchie» e capacità rielaborativa; dove le singole soggettività fondate su esperienze di vita e di lotte si misurano e si rapportano a un universo comune. Non è poco, non è semplice, non è certa la riuscita, ma questo ci tocca. Il fallimento di questa prospettiva unitaria sarebbe drammatico per la sinistra, per i lavoratori per i soggetti deboli. Voglio anche dire che i giorni subito dopo gli «stati generali» non sono entusiasmanti; il protagonismo marchiato di egotismo non sembra sconfitto. Quando, chiedo ai quattro «segretari», il «soggetto federato» riuscirà a parlare con un sola bocca e soprattutto con lo stesso contenuto?
Ma a questo punto torniamo al : in questo processo il suo ruolo è quello di osservatore distratto. Così è apparsa la cronaca dei due giorni. Già in un altro mio intervento avevo prospettato che, nella ovvia indipendenza critica del giornale, anzi ci si può aspettare che questa possa essere utilmente più «affilata», questa prospettiva unitaria andava sostenuta. Ma non sostenuta facendo da «megafono», ma accompagnata e aiutata con gli strumenti propri del giornale, impegnando le forze, mobilitando i suoi collaboratori, per alimentare la costruzione di una cultura comune del nuovo soggetto. E detto francamente questa ipotesi di lavoro, ovviamente parziale per il giornale, sarebbe salutare anche per la «cultura» del giornale.
Risponde Valentino Parlato
Caro Francesco,ho letto con attenzione autocritica il tuo articolo. Che cosa risponderti? Posso solo risponderti che hai ragione e che io sono «dalla parte del torto», ma senza l'orgoglio che noi attribuiamo a questa formula. Hai ragione, come ha ragione Rossana Rossanda quando ci (mi) ha scritto di essere meno snob e di dare maggiore attenzione agli Stati generali delle sinistre.
Ci conosciamo da più di quarant'anni e non posso imbrogliarti. Le sinistre, cosiddette radicali, mi lasciano molti dubbi, come la formula del plurale e unitario che mi fa pensare alla santa trinità, uno e trino. Detto tutto questo (sono andato distrattamente sabato) sarei dovuto andare domenica e anche intervenire. Ripeto: faccio severa autocritica personale e anche del giornale, che talvolta mi appare un Sisifo stanco e anche un po' spocchioso. Aggiungo che proprio per questa autocritica ho ringraziato molto sinceramente Franco Giordano, che ci ha mandato l'articolo che tu citi, in segno di amicizia (nonostante noi) e di stimolo.
Bene fatta questa autocritica mi chiedo e chiedo, questo manifesto «quotidiano comunista», che da 36 anni resiste a tutte le sconfitte e a tutte le ritirate della sinistra e che non ha affatto l'intenzione di autodefinirsi «quotidiano democratico» può chiedere, lo chiedo io a Franco Giordano, a Fabio Mussi, a Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio di venire una mattinata qui alla sede del manifesto e dirci (e dirsi) che cosa veramente vogliono fare, quale è il loro obiettivo strategico, non solo tattico, perché - a mio avviso - nella tattica stiamo affogando.
Caro Francesco temo - sono quasi sicuro - che questo mio invito sarà del tutto disatteso. Ciascun leader impegnato nei suoi guai non avrà avuto il tempo di leggere questo mio modesto (forse presuntuoso) invito.
In tutti i modi, caro Francesco, ti assicuro che nonostante tutte le mie autocritiche non ho assolutamente voglia di mollare. E' meglio sbagliare e resistere che avere ragione e mollare. E non solo per snobismo.
Un abbraccio.
Le bizzarrie d’Italia ci hanno abituato a molto, e di più. Alla stupefacente scena mancava il Berlusconi che denuncia la minaccia di un Grande Fratello così pericolosa da rendere necessario l’allarme per una «un’emergenza nazionale».
Al Cavaliere l’interpretazione spericolata della Vittima Unica riesce in modo memorabile. È un grande comunicatore, si sa. Lo accompagna una claque assordante di turiferi e flabellieri che eccepiscono, protestano, ringhiano a comando e cronacanti di attenzione cerimoniosa che hanno la generosa tendenza a nascondere o minimizzare ciò che accade a vantaggio di ciò che si dice (e naturalmente non c’è limite a quel che si può legittimamente dire, se non si tiene conto dei fatti). Quando la necessità lo impone, il lavoro incrociato di questa orchestra con coro, al servizio della Vittima Unica, produce un catalogo di verità rovesciate che confonde l’opinione pubblica; istupidisce gli avversari politici; lascia senza bussola anche gli osservatori più attenti e avvertiti.
C’è forse un Grande Fratello come va dicendo il Cavaliere, dunque? E se c’è, dov’è? Una memoria appena mediocre aiuta a venire a capo del quesito. Nei cinque anni del governo di Silvio Berlusconi, è nato all’ombra di Palazzo Chigi un intreccio spionistico illegale e clandestino che ha associato l’intelligence politico-militare di Nicolò Pollari, l’ufficio Informazioni della Guardia di Finanza del generale Roberto Speciale, la Security di Giuliano Tavaroli e alcune società di investigazioni private, pagate dagli azionisti della Telecom-Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Questa cosa, che non si sa nemmeno come definire, ha spiato senza alcun controllo gli avversari politici del governo del Cavaliere, imprenditori, finanzieri, banchieri, magistrati, editori, giornali e giornalisti. Ha raccolto illegalmente migliaia di fascicoli con informazioni riservate violando al di là di ogni legge la privacy dei poveri malcapitati. Ha progettato operazioni per «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche» tutti coloro che erano - a torto o a ragione - «potenzialmente in grado di «creare problemi» all’attività dell’esecutivo di centrodestra». Ha ingaggiato contro la legge giornalisti spioni per affidare loro il pedinamento di qualche pubblico ministero che pericolosamente si stava avvicinando ai pasticci organizzati da Palazzo Chigi nella fantasmagorica "guerra al terrore" all’italiana. Per non parlare di Telekom Serbia, Mitrokhin e i falsi dossier contro Prodi. Alla luce di tutto quel che è accaduto nella scorsa legislatura, se si deve parlare di Grande Fratello, si può sostenere documenti alla mano che, è vero, il Grande Fratello ha fatto capolino in Italia negli anni in cui il Cavaliere governava il Paese.
Quel che è accaduto nel passato può, però, non aiutarci a capire l’oggi. C’è un Grande Fratello al lavoro in questi giorni? Un Grande Fratello uguale a quello della scorsa legislatura, ma contrario nei suoi obiettivi visto che ha nel mirino il povero Berlusconi? È frutto di quel lavoro storto l’inchiesta sulla corruzione dei dirigenti Rai e nel mercato della politica? Anche se l’orchestra con coro, al servizio della Vittima Unica, lo dimentica, l’istruttoria di Napoli ha il vantaggio di essere "formalizzata" dal codice di procedura penale. Può essere ricostruita negli atti e nelle decisioni, quando diventerà pubblica. Ci potranno lavorare gli avvocati delle difese, gli ispettori del ministero di Giustizia, il consiglio superiore della magistratura, le giunte parlamentari qualora dovessero essere chiamate ad autorizzare l’uso processuale di fonti di prova che coinvolgono eletti del popolo. Se qualcuno ha sbagliato, sarà punito. Nulla a che fare, per farla breve, con il lavoro sporco della cosa nata durante il governo Berlusconi, che spiava illegalmente - dunque, al di là di ogni formalità - e riferiva non si sa bene a chi e in quale Palazzo del Potere. E comunque non si può ridurre ogni controverso evento pubblico ad affare giudiziario, a meno di non voler davvero assegnare alla magistratura la custodia della salute pubblica. Anche una testa fina come Massimo Cacciari sembra non comprenderlo. Questa storia appare al filosofo soltanto «una cafonata», per di più una volgarità che «piace agli italiani», e allora che dobbiamo farci?
La stravagante furia inconoclastica del sindaco di Venezia dimentica una questione essenziale: che cosa sanno gli italiani del Cavaliere? È lecito o addirittura doveroso per l’informazione raccontare agli italiani qualcosa di Berlusconi? Se non conoscono Berlusconi, quella passione degli italiani la si può giudicare autentica, genuina, consapevole?
Noi pensiamo che la libertà di stampa debba avere la responsabilità di rendere informato chi vota e decide pubblicando notizie di interesse pubblico, anche coperte da segreto, perché la stampa serve i governati non i governanti. Le notizie pubblicate da Repubblica possono essere utili a comprendere meglio la realtà italiana e i comportamenti di un suo decisivo attore. Non spinge la sua curiosità nella privacy di Berlusconi. Dà conto di due questioni pubbliche. Berlusconi, tycoon televisivo, promette di ricompensare a tempo debito un alto dirigente della Rai pubblica. Come pensava di ricompensarlo? E lo avrebbe ricompensato soltanto per l’ingaggio di qualche attrice o questa promessa poteva, se necessario, ampliarsi e deformare in chiave privata altre decisioni pubbliche del dirigente Rai? Berlusconi, leader dell’opposizione, incontra un senatore della maggioranza per convincerlo a votare contro il governo che egli sostiene. Gli dice che l’accordo potrebbe essere «garantito» da «un contratto». Gli ripete che «il contratto è pronto e (il senatore) deve solo passare a firmarlo». Di quale «contratto» si tratta? Che cosa prevedeva il «contratto» approntato? Queste mosse - contratti, promesse di ricompense - non appaiono soltanto sconvenienti o «volgari». Sono iniziative che meritano dal protagonista un chiarimento e non il petulante piagnisteo da Vittima Unica che si nasconde nella nebbia di un grottesco complotto contro le riforme. Noi pensiamo che, al di là di quel potrà e non potrà accertare la magistratura, le due questioni meritino da oggi una spiegazione pubblica. Anche nell’interesse di chi vuole votare consapevolmente Silvio Berlusconi.