Berlinguer, con il suo discorso sull'austerità, c'era andato molto vicino alle teorie di Serge Latouche. «Ma a quei tempi predicava come un profeta nel deserto. Oggi però lo scenario è maturo. Il mondo rischia la catastrofe ambientale. Non ci sono alternative: o abbandoniamo la fede in una crescita illimitata o sarà la barbarie».
Latouche è un intellettuale eclettico: economista, sociologo e filosofo, autore di libri che hanno avuto fortuna, ad esempio Giustizia senza limiti e Come sopravvivere allo sviluppo ma anche militante appassionato, partecipe in prima persona di lotte e movimenti locali. In Italia esce proprio in questi giorni il suo nuovo libro, Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri, pp. 135, euro 9), appena presentato a Siena con Giacomo Marramao, Ugo Pagano e Pier Giorgio Solinas.
La tesi è più o meno nota. Siamo a un passo dal baratro. L'economia capitalistica, spinta dal suo dna a produrre senza limiti quantità crescenti di merci, sta distruggendo l'ambiente. Dovremo dunque rassegnarci a produrre di meno o, peggio ancora, a diminuire i nostri consumi? Latouche non lo nasconde, sa che lo slogan della decrescita è anche una provocazione per smuovere le acque - «sarebbe meglio dire a-crescita». Ma ogni modo infrange un tabù: l'accumulo di ricchezza privata non è più il massimo di felicità desiderabile. Latouche mette sotto accusa il consumismo: un imperialismo invisibile che colonizza dall'interno le nostre menti, che ci ossessiona al punto da ritenere indispensabile cambiare telefonino o automobile a ogni pie' sospinto. Ai nostri occhi le cose diventano vecchie e inservibili in un volgere di tempo sempre più breve. Ma quale automobilista ha quelle elementari cognizioni per decretare l'inutilizzabilità della propria auto? E, intanto, un cumulo di macerie ipertecnologiche si accumula: elettrodomestici, computer obsoleti, lamiere di veicoli. Come se esce? Produrre meno e consumare meno? Bella provocazione, ma un qualsiasi marxista potrebbe obiettare a Latouche che ad abbassare il livello dei consumi si rischia di intaccare lo standard di vita delle classi popolari, già messo a dura prova dal calo di potere d'acquisto dei salari. E anche quell'idea di produrre di meno assomiglia a un velleitario desiderio di far girare all'indietro le lancette della storia, a ritroso verso l'età della pietra. Da queste obiezioni Latouche si difende, dice che sono un fraintendimento della decrescita, che non è affatto sua intenzione mettere fra parentesi le disuglianze di classe nella società capitalistica. E, soprattutto, non negache esiste un gigantesco problema di redistribuzione della ricchezza impossibile a farsi fino a che non si intacca il potere delle multinazionali nel mondo.
La proposta di mettere una moratoria sull'innovazione tecnologica non è stata digerita. L'hanno accusata di essere un nemico della scienza. Sul serio se ne può fare a meno?
Ci mancherebbe altro. Certo che questi oggetti ci sono utili. Quello che contesto è che si debbano sprecare all'infinito tante ricerche scientifiche semplicemente per fare un modello più sofisticato e più alla moda. Qual è la necessità? Un cellulare con qualche funzione in più non fornisce quasi mai un servizio davvero utile.
La prospettiva di consumare meno non è che sia allettante per quelle classi popolari che già hanno visto immiserirsi il potere d'acquisto dei salari. Siamo in tempi di crisi e si profilano tagli alla spesa. Non sarebbe bene tenerne conto?
Vero. Ma non dico "consumiamo di meno". Questo è un fraintendimento. Io propongo di ridurre l'impatto ecologico del sistema e questo, semmai, inciderebbe sul consumo intermedio non sui consumi finali. L'impatto ecologico dell'Italia dal 1960 ad oggi si è triplicato. Ma questo non significa che ognuno consuma tre volte di più. Quello che è cresciuto è il consumo di tutto il sistema, lo spreco. Dopo sei mesi buttiamo via un elettrodomestico solo perché diventa obsoleto. Si dovrebbero imporre delle norme che garantiscano una durata minima dei prodotti. Ma la cosa grave è soprattutto il consumo che comporta la globalizzazione, lo spreco di energia, di imballaggi, di celle frigorifere, di condizionatori. La carne nei nostri piatti viene da bestiame che non mangia più l'erba dei prati ma mangimi ottenuti dalla soia coltivata in Brasile. Non si tratta di diminuire il consumo o il reddito dei più poveri. Semmai è ora di redistribuire la ricchezza. Sono i ricchi, i grandi predatori di risorse naturali, che distruggono il pianeta.Tocca ai responsabili, ai partiti politici di sinistra far capire questo. E la gente lo capisce abbastanza.
Per fare tutte le cose che lei dice non occorre un intervento forte dello Stato e l'introduzione di un'economia di piano?
No, non penso alla pianificazione. E' più complicato. Un po' di pianificazione non farebbe male, certo. Dobbiamo reincastrare l'economia dentro il sociale. E' più difficile. Non è il mercato in sé ad essere perverso. E' la logica del mercato quando diventa imperialista. I piccoli mercati nella Siena medievale funzionavano bene perché erano incorporati dentro un sistema sociale del buon governo. Erano subordinati alla felicità pubblica. Il problema è che è stato deciso volontariamente di scatenare la dismisura, la hybris della logica mercantile che dovrebbe invece essere sempre inquadrata. E' il segno della colonizzazione dell'immaginario, di un cambiamento di mentalità. Penso che una bella crisi potrebbe aiutarci. La mucca pazza in Francia ha cambiato abitudini alimentari. Ora la gente mangia meno carne. Le crisi sono delle opportunità per rompere con lo strapotere di multinazionali e finanza.
Lei pensa a un'economia mista, sotto controllo pubblico per i settori strategici e privata per la produzione di beni secondari?
In un modo o nell'altro dobbiamo distruggere le grandi imprese transnazionali. Sono diventate troppo potenti. Più potenti degli Stati. Dobbiamo sottoporle a limiti di varia natura, ambientali e sociali, perché non continuino a consumare risorse naturali e a sfruttare lavoro umano. Non si deve fissare solo il reddito minimo, dobbiamo fissare anche il reddito massimo. Non ha senso parlare di cittadinanza se qualcuno guadagna un milione di volte in più rispetto a un operaio. La politica deve porsi questi problemi.
"Produrre meno" è uno slogan. Forse è meglio dire "produrre beni di qualità": cultura, sanità, aria migliore, città vivibili, una vita migliore. O no?
Sì. Non è sovversivismo. Il programma della socialdemocrazia tedesca dell'89 prevedeva di produrre meno in certi settori, a partire da quello automobilistico. Non ha senso produrre beni, anche quelli necessari, sempre di più all'infinito. Perché produrre così tanto cibo per poi distruggerlo? La crescita ha senso solo nella misura in cui soddisfa dei bisogni. Sennò serve solo a far aumentare profitti e rifiuti. Mangiare meno carne farebbe bene alla nostra salute. Pensiamo a mangiare meglio, a produrre cibi freschi di stagione senza sprecare energia per trasportarli da un luogo all'altro del pianeta. Meglio cibi di qualità ottenuti con l'agricoltura biologica.
Cambiare modo di produrre significa anche lavorare meno e lavorare meglio. Ono?
Certo. E' stato calcolato che negli ultimi anni la gente dorme in media un'ora in meno. L'insonnia aumenta. Questa è la crescita del malessere, non del benessere. In Francia Sarkozy ha vinto le elezioni con lo slogan: "lavorare di più per guadagnare di più". E' un'assurdità dal punto di vista dell'economia classica. Lavorare di più significa aumentare l'offerta di lavoro. E se aumenta l'offerta, il prezzo del lavoro, cioè il salario, scende. La gente si è accorta che lavora di più e guadagna di meno. Dal punto di vista della decrescita si tratta di lavorare meno non solo per lavorare tutti, ma per vivere meglio. Per ritrovare il senso della vita e avere più tempo per la cura di sé e per le relazioni con gli altri.
I brevetti legittimano le «enclosures» del sapere operate dalle multinazionali. Allo stesso tempo favoriscono la biopirateria delle virtù nutrizionali e terapeutiche di alcune piante L'appropriazione della conoscenza è giustificata attraverso le opere di John Locke, laddove il filosofo britannico parla del beneficio generale derivato dall'occupazione della «terra nullius». Oggi come allora il privato è sinonimo di innovazione e creatività, mentre il pubblico è il regno della pigrizia
Una delle idee più radicate nella cultura occidentale è quella per cui la proprietà privata sia un «diritto naturale», qualcosa di tanto spontaneo da motivare perfino un bambino: «Questo gioco è mio!». Se da molto tempo ormai abbiamo smesso di interrogarci sulle ragioni per cui certi individui «hanno» mentre altri «non hanno», ciò è dovuto principalmente al fatto che abbiamo interiorizzato l'ideologia sui caratteri «naturali» e virtuosi del diritto di proprietà private indipente dalla sua distribuzione. In questo siamo oggi tutti un po' lockiani, perchè abbiamo «risolto» il problema di una società divisa fra possidenti e non possidenti voltandoci all'indietro, con una semplice teoria fondata sulle origini remote della proprietà privata e sulla catena dei trasferimenti fondata su una nozione di «giusto titolo» originario, che prescinde quindi dall'analisi della distribuzione odierna.
Come noto, il filosofo britannico John Locke fondava la propria giustificazione della proprietà privata individuale sulla naturale attività di occupazione di risorse comuni non ancora privatizzate e legittimava il fatto che il governo civile tutelasse (con risorse di tutti, quali la polizia o le corti di giustizia) tale occupazione individuale per due ordini di ragioni: da un lato, sostenendo che l'occupante immette il proprio lavoro, e quindi in parte se stesso, nella cosa bruta, rendendola così fruttifera e quindi benefica per tutti. D'altra parte, il filosofo considerava la naturale occupazione individuale legittima soltanto nella misura in cui rimanessero comuni (e quindi libere per l'occupazione altrui) altre risorse di simile natura e qualità. Con il tempo e l'affollarsi della società, questa seconda specificazione è stata dimenticata e fa oggi quasi sorridere se applicata agli immobili. Essa tuttavia mantieneun immutato potere legittimante criptico. Certo, non esiste (quasi) più terra nullius da occupare, almeno in Occidente, e gli esempi di scuola sull'acquisto della proprietà privata per occupazione sono ormai limitati alle conchiglie sul lido del mare.
Economia dell'innovazione
Nondimeno, gran parte dell'«economia dell'innovazione» ci ha quasi ipnotizzati convincendoci che grazie al progresso tecnologico, la «crescita» possa continuare in eterno sicchè le dimensioni della torta (Pil, il prodotto interno lordo) siano la sola cosa di cui valga la pena di preoccuparsi: «Finirà il petrolio? Inventeremo la fusione fredda!». La presente generazione continui felice a bruciarlo alla guida dei suoi Suv perchè continuando a crescere l'economia, le prossime generazioni inventeranno nuove «risorse comuni» da privatizzare. Della distribuzione non vale la pena di preoccuparsi. Il benessere di tutti seguirà, automatico, alla diffusione geografica dello sviluppo e della tecnologia occidentale.
La teoria «naturalistica» dell'occupazione che lega la proprietà private al lavoro, all' innovazione e alla stessa identità dell'individuo, non giustifica quindi oggi soltanto attività bucoliche e economicamente marginali quali la raccolta delle conchiglie, dei funghi, o magari la caccia e la pesca. Essa continua a offrire una potente legittimazione ideologica a favore del privato rispetto al pubblico, descrivendo soltanto il primo come luogo virtuoso in cui l'individuo mette in gioco se stesso, lavora, rischia, investe, crea, innova. In questa luce, il pubblico è il luogo della pigrizia, della scarsa o nulla produzione di valore aggiunto, delle risorse abbandonate a se stesse e non «messe in valore» perchè nessun individuo, se la privatizzazione non è consentita, vi introduce lavoro ed investimento identitario. L'imagine è suggestiva e profondamente legata all'idea forte, protoilluminista, per cui sia un bene che l'uomo domi la natura, in particolare la terra. La virtù della terra privatizzata è simboleggiata dalle campagne inglesi, successive alle enclosures ben arate e con confini perfettamente tracciati. La terra non domata dalla proprietà private sarà invece selvatica, boscosa, piena di sterpaglia, «inutile».
Tale ideologia, oltre ad essere primitiva ed etnocentrica, risulta infantile nel suo individualismo di fondo, perchè si basa su irreealistiche premesse filosofiche, quale quelle del Robinson Crosue discusso dal teorico libertario Robert Nozick (la verità è invece che un uomo solo, in natura, lungi dall'occupare, muore perchè soltanto la cooperazione di specie ha consentito la sopravvivenza originaria e quindi la proprietàin origine non poteva che essere del gruppo).
Lo spettacolo della ricchezza
L'ideologia della proprietà privata si basa su una concezione riduttiva e semplificata del rapporto fra individuo proprietario (il soggetto) e l'oggetto del suo possesso. Essa, già poco adatta a cogliere la complessità del rapporto fra un individuo ed un bene materiale e tangibile (la terra, un libro, un piatto di spaghetti) mostra i suoi limiti teorici di fondo, ma al contempo la sua potenza suggestive ed ideologica nel momento in cui viene utilizzata per descrivere e gestire rapporti sociali del mondo che stiamo vivendo. Oggi infatti la forma della ricchezza appropriabile è sempre meno quella di beni tangibili e sempre più quella delle immagini, dell'informazione, degli strumenti finanziari complessi, delle idee innovative, in una parola della «ricchezza spettacolo» piuttosto che di quella tangibile. Ma la retorica e gli strumenti intellettuali che ne giustificano il controllo esclusivo in capo ad alcuni privati piuttosto che il loro godimento in commune non sono mutati affatto.
A chi appartiene la mitica foto scattata il 16 ottobre del 1968 a Città del Messico e ritraente Tommie Smith e John Carlos con il pugno guantato delle black panthers dopo il trionfo nei 200 piani? al fotografo? agli atleti? al nostro immaginario collettivo? Chi ha «inventato» l'uso igienico della pianta di neem considerate da generazioni di indiani la «farmacia del villaggio»? I ricchi proventi che le multinazionali del dentifricio derivano dal suo brevetto in Florida a chi dovrebbero appartenere? Alla comunità che utilizzava la pianta per igiene orale e che oggi non può più permettersela perchè i prezzi sono saliti alle stelle? O ai ricercatori che hanno «scoperto» questo antico uso? E che dire della pianta di Maca, da secoli utilizzata delle popolazioni andine e che oggi contende (appositamente brevettato) una fetta del ricco mercato dei prodotti erettili maschili vantando la propria naturalezza? Chi ha inventato la tradizione di ricerca matematica di base, indispensabile radice di tanti miracoli dell'informatica moderna che, brevettati, riempiono le tasche di Bill Gates? E che dire delle nuove frontiere di Internet, quei domain names che si possono «naturalmente» occupare pagando «appena» venti dollari (lo stipendio mensile di qualche miliardo di persone) e connettendosi in rete (un privilegio di un'infima minoranza degli umani)?
Aborigeni e Wto
Sono, queste, domande ormai assai semplici per il mainstream giuridico economico e politico del mondo globale che, grazie alla vecchia ideologia individualistica, fondata su una nozione apparentemente naturale, minima e virtuosa di proprietà privata, come fonte della creatività e laboriosità individuale, trova nelle regole della «proprietà intellettuale» codificate negli accordi Trips («Trade Related Aspects of Intellectual Property») collegati all'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) la risposta ad ogni dubbio su chi sia o debba essere il «proprietario» dotato del potere di escludere tutti gli altri. Colpisce l'uso della medesima retorica del progresso, che legittimò giuridicamente il saccheggio delle terre nullius, che gli Amerindiani sfruttavano collettivamente ed in modo ecologicamente compatibile, non conoscendo l'idea che la terra possa appartenere all'uomo. Gli Amerindiani, infatti, credevano infatti che, insieme a tutte le altre specie animali e vegetali, appartenevano alla terra, così come ad essa ancor oggi appartengono i vari lignaggi africani in cui i viventi ricevono dagli avi il mandato a mantenere la terra nell'interesse delle generazioni future. Il rapporto fra soggetto ed oggetto può presentarsi capovolto e non è affatto detto che capovolto non debba essere anche il rapporto fra privato e publico, se soltanto si sposasse una logica un po' più attenta al lungo periodo e non una dettata dalle scadenze elettorali o dal rendiconto trimestrale con cui le corporations comunicano con gli azionisti.
Proprio come allora i conquistadores consideravano prova della natura selvaggia delle popolazioni aborigine il non conoscere la proprietà privata, oggi la comunità internazionale esercita pressioni poderose a favore dell'appropriabilità privata della terra in Africa e delle idee in Cina. La retorica utilizzata dagli apparati politici ed ideologici dell'Occidente dominante è anche oggi, come allora, quella dell'innovazione, del progresso e dello sviluppo. Molti africani tradizionali resistono o cercano di resistere alla vendita dei loro campi alla Monsanto, che corrompe il sistema per acquistarli e sperimentare l'innovazione «creativa» degli Ogm, che le consentirà di escludere pratiche collettive antichissime quali la selezione e lo scambio delle sementi. Similmente, molti cinesi sembrano ancora credere nella massima confuciana per cui «rubare un libro è una violazione elegante», non concependo l'idea che la cultura, prodotta da tutti, possa essere racchiusa in uno strumento accessibile soltanto a chi possa pagare per possederlo.
Saccheggio oligopolistico
Tali concezioni culturali, diverse dal «naturale» e virtuoso appetito acquisitivo lockiano che fonda l'intera scienza economica dominante, (inclusa la sua teoria della proprietà intellettuale come «monopolio virtuoso») secondo cui nessun individuo creerebbe se non incentivato dalla speranza di una compensazione materiale per il proprio sforzo di creatività, sono ben documente dalla letteratura antropologica. Etnie recessive ma assai sagge quali i Kayapo dell'Amazzonia, non credono che la conoscenza sia il prodotto dell'uomo ma della natura. Inoltre, secondo loro, la conoscenza è sempre intergenerazionale non potendo mai appartenere soltanto alla generazione presente. Essa è sempre ricevuta liberamente e va liberamente tramandata di generazione in generazione. Certo non può esser proprietà privata di un individuo che, anche qualora intelligentissimo ed intuitivo, deve al gruppo la sua intelligenza e a beneficio di questo devono ricaderne i frutti che del resto non sarebbe esistiti se qualcuno non gli avesse insegnato le basi.
Ma il rozzo semplicismo delle teoriche dominanti sulla proprietà intellettuale viene smascherato anche dalle frontiere della conoscenza tecnologica, dove prodotti come l'enciclopedia Wikipedia o il software Linux confutano senza appello le basi motivazionali della teoria lockiana della proprietà.
Una domanda sorge spontanea: se è stato così facile trasferire la retorica della proprietà privata dal mondo materiale a quello delle idee, non dovrebbe essere altrettanto facile tornare indietro, facendo tesoro delle contraddizioni teoriche che l'individualismo proprietario mostra quando esteso al mondo delle idee al fine di travolgerne la funzione di legittimazione della proprietà privata mal distribuita in tutte le sue forme?
Forse allora si capirebbe che la privatizzazione, lungi dal garantire creatività, virtù ed ordine giuridico altro non è che una forma, assai poco sofisticata di saccheggio oligopolistico degli spazi pubblici, per la semplice ragione che un mercato competitivo fra pari non esiste, nè potrà mai esistere, se non nella retorica incolta di qualche promessa elettorale.
A Edoardo Salzano. La mia opinione non è diversa dalla tua, così ti renderò meno lieto di quanto saresti se fosse diversa... Condivido la tua dichiarazione dalla prima all'ultima parola. Se parliamo di speranza di cambiamento gli anziani sanno che rispetto a 50-60 anni fa la speranza è diminuita. 60 anni vuol dire 1948, ossia la sconfitta delle sinistre. Ma si ricominciò subito con lena, si vinse nel '53 la battaglia contro la "legge truffa". La legge elettorale nazionale d'oggi è assai peggiore, idem le norme per le elezioni locali che hanno ridotto i Consigli, una volta luogo di decisioni davvero democratiche, a ritrovo di sudditi dei dittatori sindaci e presidenti, da un lato i consiglieri contenti dall'altro i frustrati. Si risalì la china proprio a partire dai Comuni. Man mano la forza ricostruita della sinistra costrinse la democrazia cristiana a trattare, di qui le grandi conquiste sociali e politiche che adesso di vogliono ridiscutere o addirittura negare. Non intendo raccontare come i nonni ai nipotini, voglio solo confermare che ora la situazione politica e sociale è drammatica.
Cosa aggiungere o rafforzare nella tua rassegna? Il tema trascurato nella campagna elettorale da quasi tutti e circa il quale dobbiamo esigere un impegno prioritario della nuova sinistra è quello della scuola, dagli asili nido all'università. All'inizio della contesa Veltroni ha commesso un fallo imperdonabile. Credendo di rendersi gradito a certi poteri locali opportunistici e trafficoni ha promesso 100 (100!!) nuove università sparse sul territorio nazionale. Come se il problema non fosse quello all'incontrario, dell'eccesso di proliferazione clientelare delle sedi, che quando siano piccole non possono istituire ambiti seri di ricerca, né quadri didattici a livello di una cultura complessa. Intanto la condizione universitaria dell'esistente è disastrosa; la didattica sopperisce alla mancanza di professori e ricercatori veri, di ruolo, con insegnanti improvvisati, assegnatari annuali di "contratti di diritto privato" (peraltro economicamente miseri); la ricerca - lo sanno tutti - è in crisi da decenni anche per mancanza di finanziamenti adeguati. Intanto la scuola non si libera dai lacci posti dall'irrisolta questione del rapporto scuola pubblica/scuola privata (per lo più confessionale); quest'ultima continua a incassare risorse tolte alla prima. La laicità è in crisi in ogni settore ma nella scuola, come nell'altro grande servizio sociale primario, l'ospedale, è sulla difensiva, non decolla verso nuove mete soprattutto nei primi gradi, oppure recede a causa della disperazione degli insegnanti. Il Partito democratico è pieno di papisti e di presunti laici cosiddetti fedeli, non potrà mai schiodare il problema dall'assito su cui è ben fissato il privilegio degli istituti privati e dei relativi ceti di riferimento.
Ecco. Sulla scuola, che, a ragionar bene, radunerebbe a sé tutte le altre questioni, la Sinistra l'Arcobaleno deve mobilitarsi al massimo, al di là di ogni calcolo d'oggi circa eventuali alleanze di domani (del resto improbabili al 98%).
Ho inviato a molti altri l'informazione ricevuta da Rifondazione in merito ai risultati perversi che sortirebbero dalla votazione in base alla "porcata" se la sinistra non otterrà il quorum in determinate regioni. Lo facciano tutti i frequentatori di eddyburg che siano d'accordo con la tua dichiarazione di voto.
Saluti e auguri di un combattente d'antan
Ldm (Lodovico Defendente Maria)
In un libro suggestivo di Luigi Zoja i concetti di hybris, di arroganza (verso gli dei) e di nemesis, di vendetta (degli dei) sono espressi come metafore della crescita capitalistica e delle sue contraddizioni. Metafore attinte al mito di quella Grecia classica che per prima ha suscitato l’inquietudine creativa, ma anche i complessi di colpa dell’Occidente.
Quell’inquietudine è forse un virus che la Grecia ha trasmesso all’Occidente e che dopo un lungo letargo è riemerso nella modernità, alimentando gli «spiriti animaleschi» del capitalismo.
Quel virus ha proliferato grazie a una felice combinazione, propria e specifica dell’Occidente, di due fattori: la tecnica e il mercato. Questa formidabile ricetta ha permesso di estrarre da società stagnanti una fonte di crescita, prima della popolazione, poi della produzione, e di realizzare una condizione di netta superiorità delle economie dell’Europa e delle sue colonie bianche sul resto del mondo in termini di produttività e di benessere. Ma ha anche suscitato condizioni di insostenibilità. Insostenibilità fisica ed ecologica rispetto ai limiti posti dalla legge dell’entropia crescente. Insostenibilità politica rispetto ai vincoli che devono essere osservati per assicurare la coesione della società.
Per la prima volta nella storia l’Occidente ha generato una società priva del senso del limite, «illimitata», anzi, propriamente, sterminata. Ciò vale non soltanto per la crescita della produzione, ma per l’uso dello spazio, congestionato, e del tempo, sovraccarico. Nonché della parola, sempre più frenetica e urlata a riempire il silenzio, come accade negli show televisivi, o nei film, dove il dialogo è diventato un precipitato maniacale. E vale per l’estremo limite, quello della morte, scongiurata per quanto possibile dal discorso e dalla presenza.
Ora, una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta, non solo perché non riconosce i confini ecologici e sociali della sua avventura, ma perché smarrisce il senso che solo il limite può attribuirle. È quello che viene a mancare nell’insensatezza della crescita, generando una instabilità e un’aggressività endemica. Di qui l’esigenza di arrestare la crescita in una condizione di «stato stazionario» retta dai due principi fondamentali dell’equilibrio ecologico e della correlazione sociale.
Il virus della hybris umana non si manifesta però solo «negativamente», accelerando localmente, nel mondo dominato dall’uomo, la tendenza universale all’aumento del disordine: dell’entropia.
L’uomo costituisce anche il punto più alto di un processo simmetrico a quello della crescente entropia: il processo dell’evoluzione.
Simmetrica rispetto alla seconda legge della termodinamica c’è infatti quella che alcuni scienziati hanno definito la legge della organizzazione. Se esistesse solo la legge dell’entropia ci sarebbe solo il caos. Invece, a partire dal big bang il caos cede spazio a strutture ordinate: molecole via via più complesse, stelle, galassie. Pianeti, formazioni geologiche, oceani, metabolismi autocatalitici: e poi vita, società, intelligenza…
Insomma: all’aumento complessivo di entropia fa da contrappunto una disposizione sempre più ordinata della materia. Quest’ordine non è il frutto né del caso né di un progetto divino. È la capacità insita nella materia di autoorganizzarsi, da forme semplici a forme sempre più complesse, attraverso la selezione naturale. In questo processo antientropico l’uomo occupa la posizione di punta. Nel processo di selezione naturale emerge infatti, attraverso la sterminata proliferazione di possibilità sanzionate dal successo, un’organica intenzionalità, che nell’uomo diventerà intelligenza.
A quel punto, la selezione naturale è affiancata da una selezione culturale.
L’intelligenza dell’uomo, frutto supremo di quella selezione, può impadronirsi, attraverso la scienza, della logica di quel processo evolutivo per guidarla sulla via di una trasformazione della specie umana in una specie più complessa, capace di ampliare i limiti che la natura le ha assegnato: le sue colonne d’Ercole; quelle che Dante fa varcare al suo Ulisse in nome dell’umana trascendenza: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza».
Mentre, restando all’interno della produzione materiale e della sua crescita l´uomo incontra i limiti insuperabili dell´entropia, procedendo nella conoscenza l´uomo non incontra che i limiti della produzione di idee e delle capacità ideative del suo cervello che sembra sia tuttora utilizzato in minima parte.
Possiamo allora immaginare di impossessarci del meccanismo della legge dell’organizzazione, dell’evoluzione, per raggiungere gradi sempre più elevati di conoscenza e di potenza. Invece di inseguire la potenza sulla via della crescita materiale, dell’avere, sbarrata dalla legge dell’entropia, perseguire l’autotrasformazione del nostro essere, sia quanto al suo aspetto fisico (la durata della vita) sia nel suo aspetto spirituale (il senso della vita). In altri termini, renderci padroni della seconda legge dell’organizzazione, e quindi dell’evoluzione di noi stessi. Non era questo il significato di quei due alberi (non uno solo) ai cui frutti era fatto divieto di accedere nel giardino dell’Eden, per non diventare simili a Dio (l’albero del bene e del male, e l’albero dell’immortalità)?
In questa trascendenza della condizione umana, fisica e spirituale, bisogna saper vedere, come fa Aldo Schiavone nel suo piccolo libro ispirato, Storia e destino, il senso e il destino della avventura umana. E l’improbabilità di una condizione economica e sociale che ha i secoli contati. (...)
Non è già questa, della trascendenza umana, la via sulla quale sta procedendo, nel seguire la sua vocazione al sapere, la scienza? Non è questo il senso di quella grande impresa dell’intelligenza artificiale in cui scienziati «pazzi e geniali» come Doyne Farmer, come Daniel Hillis, e tanti altri, stanno investendo la loro pazzia e la loro genialità? Dovremmo avere più paura di supercomputer in grado di pensare secondo regole logiche e morali dettate da noi di quanta ne abbiamo dei demagoghi e dei paranoici che guidano oggi popoli interi?
Lungo questa linea non incontriamo altri limiti di quelli che ci poniamo noi stessi in nome di una religio che ci relega in una condizione di tanto superstiziosa quanto presuntuosa ignoranza.
Se così stanno le cose, le filosofie che contestano la scienza e la tecnica come idoli della nostra servitù ci portano sulla strada opposta a quella segnata dalla legge dell’organizzazione che regola l’evoluzione dell’essere. Ci portano nelle fumosità del misticismo, mentre la scienza e la tecnica, al servizio della conoscenza, non del mercato, sono le vie aperte al nostro sviluppo creativo. (...)
Non è il progresso tecnico la causa del venir meno dei fini, ma è il suo asservimento all’accumulazione capitalistica. Quella sintesi di tecnica e di mercato che ha costituito il segreto del trionfo capitalistico ne rappresenta oggi la prigione. Non è vero che la tecnica prescrive di fare tutto ciò che è fattibile. Essa prescrive di fare tutto ciò che è profittevole. Il problema, allora, non è quello di sottrarsi alla tecnica, ma di sottrarre la tecnica alle leggi del mercato, ponendola al servizio della conoscenza. In questo senso l’equilibrio ecologico, l’arresto della crescita economica dell’avere, sterile e autodistruttiva, è la premessa necessaria di un umanesimo trascendente inteso allo sviluppo esistenziale della specie umana.
La lotta di classe non c’è più. Lo ha sancito in un suo recente intervento di campagna elettorale Veltroni in polemica con Bertinotti poiché essa è un retaggio culturale dell’ottocento e del secolo trascorso. Sepolte da tempo le classi sociali, ora è la volta di proclamare, quale logica conseguenza, anche la fine del conflitto di cui le classi sono portatrici. Con una battuta viene così cancellata la storia, anche quella del partito in cui Lui stesso ha militato. Nella foga di lanciare il neonato partito “riformista” verso una frontiera in cui il conflitto viene esorcizzato il Pd di Veltroni approda a riverniciate categorie del pensiero riprese dall’ammirata America. Non si tratta, come ha detto Bertinotti, di un semplice maquillage, ma di un riposizionamento vero di una linea politica e di una classe dirigente che fa proprie le ragioni del mercato e del capitale.
Bandito il termine “socialismo”, nella nuova vulgata non ci sono più padroni e operai. Non perché il capitalismo si è dissolto, ma perché entrambi sono sussunti entro la categoria di “lavoratori” che svolgono “ruoli diversi”. Il termine padrone è definitivamente rimosso a favore del più digeribile “datore di lavoro”. Lavoratori sono sia i “datori di lavoro” che i loro “dipendenti” perché entrambi si “spezzano la schiena” da mattina a sera per creare ricchezza. Poiché tutti e due fanno “impresa” esiste un “interesse comune” che dovrebbe far convergere coloro che svolgono “ruoli diversi”. Nel nuovo pensiero le differenze sociali non sono determinate dalle differenti condizioni in cui nel processo economico si presentano chi possiede i mezzi della produzione e chi invece dispone solo della propria forza lavoro, ma da una ingiusta distribuzione del reddito prodotto a cui dovrebbe provvedere la politica della concertazione. Mercato e concorrenza sono riaffermati pilastri della crescita sociale ed economica e mentre il primo deve essere esteso ovunque, liberalizzando i settori o comparti ancora “protetti” dallo Stato, il secondo deve essere incentivato liberandolo dai lacci e laccioli che la politica vi ha inserito. Il credo della dottrina liberista “meno stato e più mercato” viene assunto a riferimento per le politiche economiche poiché il privato, “rischiando del suo”, è il solo soggetto che è spinto a far fruttare nel modo più efficiente i “fattori della produzione”. La liberalizzazione viene invocata quale presupposto della concorrenza poiché è quest’ultima il meccanismo che consente di contenere o ridurre i prezzi delle merci. Liberisti con i soggetti deboli ma protezionisti con le banche, specialmente quelle grandi, poiché il loro fallimento trascinerebbe nel baratro l’intero sistema economico. Ai “lavoratori dipendenti” viene chiesta “flessibilità” perché ciò è imposto dalla nuova divisione internazionale del lavoro e dal mercato. E se la “flessibilità”, che è un bene, si accompagna alla “precarietà”, che è considerata un male, quest’ultima non deve diventare motivo per mettere in discussione la prima. Nel mercato del lavoro anche il salario deve essere flessibile e derivare dalla produttività, non quella media settoriale o nazionale, ma quella della singola azienda. Da qui la necessità di superare i contratti nazionali di categoria e incentivare, con politiche fiscali, quelli di secondo livello. Se poi non si fanno, poco male, perché si ha fiducia nelle generosità delle imprese che sanno premiare i meritevoli. Poiché la detassazione di salari e stipendi deve favorire la produttività aziendale, essa deve riguardare solo l’allungamento del tempo di lavoro (straordinari). Al diritto al lavoro, sancito dalla Costituzione, si preferisce il meno rigido diritto all’”opportunità di lavorare”. Ci fermiamo qui.
È grazie a questa revisione politico culturale che nel Pd si vuole, mistificando, far convivere l’operaio della Thyssen con il suo antagonista, l’ex presidente di Federmeccanica, che ha firmato il contratto nazionale solo grazie alle deprecate lotte sindacali. É la nuova politica del “ma anche”. Ma chi “conterà” quando si tratterà di prendere decisioni di politica economica e di politica del lavoro, il giovane Colaninno ed il falco Calearo o l’operaio della Thyssen? Chi avrà la meglio tra la giovane precaria messa in lista ed il prof. Ichino, che da anni si batte per la cancellazione dello statuto dei diritti dei lavoratori? Chi la spunterà tra le new entry di Legambiente e Di Pietro?
Si sancisce la morte della lotta di classe mentre il mondo è attraversato da lotte che oppongono lavoratori ai capitalisti, oppressori ad oppressi per la conquista di migliori condizioni di vita e di diritti sociali. Non è culturalmente e politicamente onesto cancellare la storia introducendo una cesura tra il presente e il passato, come se le evidenti contraddizioni insite nel sistema capitalistico non esistessero più solo perché vengono rimosse dalla coscienza e dal pensiero. Non siamo nel mondo dell’armonia e la sua invocazione non basta a giustificare una pratica politica che mira a conservare l’ordine presente. Le classi sociali subalterne, anche dopo le elezioni, si troveranno comunque a lottare per la conquista di migliori condizioni di vita, ad ennesima riprova che la lotta di classe non è una invenzione dato che scaturisce dall’esistenza delle differenze socioeconomiche che stanno alla base del sistema economico vigente.
Andrea Rossi è Consigliere PRC Provincia di Lodi, Pierattilio Tronconi è Consigliere PRC Comune di Codogno.
Sull'argomento, anche gli articoli sul salario di Luciano Gallino, Giorgio Ruffolo e Andrea Nove e quello su La ricchezza sbagliata di Nicola Cacace
Presso il Centro interuniversitario di Bari Uni.Versus, per iniziativa del consorzio di imprese Apulia e del Movimento per la decrescita felice, è stato ricordato con un convegno il quarantennale di un famoso discorso di Robert Kennedy (il manifesto l'ha ripubblicato di recente) sulla fallacia del Pil come indicatore di benessere. Nel pieno '68, pochi mesi prima di essere assassinato, il candidato presidente fece un discorso abbagliante: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Down-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (...) Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». A risentirlo oggi (sul sito www.depiliamoci.it) c'è da scoraggiarsi due volte: per la regressione culturale, che ha subito il riformismo democratico a tutte le latitudini; per la distanza che ancora ci separa da quei principi - il primato della politica sull'economia - e da quei valori: benessere sociale, pubblico, collettivo. In questi anni è prevalsa la ragione economica (la crescita degli indici borsistici, dei dividendi azionari ecc.) su ogni altra considerazione d'ordine sociale, ambientale, civile e umana. I risultati sono evidenti: inequità insopportabili, disastri naturali, disgregazione delle relazioni sociali, aggressività, stress, infelicità. La crisi finanziaria internazionale è solo l'ultima prova della fisiologia del funzionamento della «megamacchina termoindustriale»: crisi e guerre, shock e violenza sono gli elementi ordinatori permanenti del nostro mondo.
Modificare alla radice gli apparati tecnici e statali di questa società è il solo compito che si può dare una sinistra. «Noi non proponiamo correttivi, ma l'alternativa a questo modello economico e sociale» - ha affermato Fausto Bertinotti. In questo siamo d'accordo. Un modo per incominciare a farlo seriamente sarebbe quello di dismettere categorie di pensiero irriformabili. A cominciare dal Pil.
Gli economisti vorrebbero farci credere che esso è solo un indicatore neutro della quantità di denaro in circolazione. Non è affare loro (degli economisti) se poi questa massa di soldi viene spesa per fabbricare armi o coltivare fiori. L'economia - dicono - è indifferente e non responsabile rispetto alle «preferenze» che la società attribuisce sull'utilizzo della sua ricchezza. Peccato che le cose non stiano affatto così:
1. perché i «consumatori» non sono liberi di scegliere cosa fare dei loro soldi, condizionati dalle necessità e manipolati nei loro desideri e nei loro sogni (potenza delle tv!).
2. Perché non appena si inserisce nel calcolo del Pil una qualsiasi materia, una qualsiasi attività, esse diventano merci. Risorse naturali, relazioni sociali, saperi e prodotti dalla cooperazione lavorativa escono dalla categoria dei beni comuni disponibili, si separano dal mondo della vita attiva e entrano nel circuito delle cose morte, privatizzabili, accumulabili, monetizzabili. Il Pil in realtà ha la funzione di prezzare i beni comuni, li sottrae ai loro produttori e li rende disponibili solo a chi è solvibile sul mercato. Insomma, snatura la produzione e disumanizza il consumo. Una politica davvero riformatrice non dovrebbe limitarsi a limare gli eccessi (lotta agli sprechi, risparmio, equa distribuzione, sostenibilità...). In gioco non ci sono solo misure, temperanze (Ogm no, concimi chimici sì; mine antiuomo no, pistole sì; nucleare no, turbogas sì...), ma logica intrinseca. I beni e i servizi utili, durevoli, prodotti e distribuiti con il minimo impegno di materie prime e di energia, riciclabili, fruibili collettivamente, relazionali, scambiabili gratuitamente sulla base di libere e reciproche convenienze, autocentranti in cicli produttivi corti, locali, sgravati dai costi della pubblicità, senza copyright e brevetti... non fanno parte del Pil; lo fanno decrescere. Con soddisfazione dei produttori e dei consumatori. I primi lavorano meno, i secondi guadagnano in qualità e serenità. La decrescita (del Pil) è quindi molto più di una semplice provocazione che ci aiuta a destrutturate la logica incrementale del capitalismo, essa indica una direzione di senso da dare alla vita e alla politica. Parlare oggi di decrescita in mezzo a una crisi dei mercati finanziari è quindi più che mai obbligatorio, se non vogliamo che siano ancora una volta i lavoratori (precarizzazione), i risparmiatori (perdita di valore dei fondi pensioni) e i consumatori (inflazione) a pagare per tenere alti i rendimenti azionari e i capitali accumulati dalla classi capitaliste.
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Che campagna elettorale! Poche idee, bassezze, graffi, scuse, perfino Vespa si annoia. Nel Popolo della Liberta gli slogan di sempre sono pieni di disprezzo per l'avversario. Berlusconi aggiunge una prudente allusione ai tempi difficili che verranno - recessione, euro troppo alto, petrolio alle stelle - per cui (ma non lo dice) si stringerà la cinghia. Invece Veltroni gioca la carte delle buone maniere anche se ieri gli è sfuggito un «chi vince comanda», a prova che della democrazia hanno la stessa idea.
Lui però non mette in guardia dalle imminenti vacche magre: macché pericoli provenienti dall'esterno, sono state la sinistra e i centro-sinistra a sbagliare tutto, facendosi legare le mani dalla nefasta ideologia che contrapponeva padroni e operai, proprietari e spossessati, beni privati e beni pubblici. Usciamo da questa paralizzante menzogna! Lo pensa anche Galli della Loggia. Passate le redini in mani più giovani e refrattarie alle fantasie sociali l'Italia rifiorirà.
Bankitalia e l'Ocse informano che abbiamo in Italia i salari più bassi dell'Europa, neanche la Grecia, ma solo Bertinotti raccoglie. Gli altri tacciono perché la Banca Centrale Europea comanda: guai ad alzarli, i salari, sarebbe l'inflazione. I salariati non hanno da fare che una cura dimagrante in attesa di tempi migliori.
Eppure all'aeroporto mi hanno avvicinato due giovani, due facce pulite: Questo Veltroni, quale speranza per noi! E lei che ne pensa? Rispondo ridendo: Il peggio possibile. Sorpresa. Li guardo, due ragazzi cui il leader rinnovatore, le playstation e la tv assicurano che viviamo in un mondo senza conflitti, eccezion fatta per l'amore, la mafia e il terrorismo islamico. Che strada in salita li attende per rimediare alla devastazione di quel minimo di critica dell'economia e di spessore democratico cui eravamo arrivati. Non penso agli estremisti, ma a uno come Caffè, uno come Bobbio, miti persone serie, anch'esse consegnate da Silvio e Walter alle pattumiere della storia.
Non stupisce che nella generale piattezza tornino a brillare le religioni con i loro lampi lontani, ma la vicina tentazione di una nuova egemonia. Non tutte, intendiamoci, da noi si agita la chiesa cattolica apostolica romana, cujus regio ejus religio. Ratzinger parla dallo schermo ogni due giorni più la domenica, negli altri predicano i cardinali Bertone e Bagnasco. Degli altri culti approda in tv solo il Dalai Lama, ma perché perseguitato dalla Cina. Non ci arrivano le sue parole. Non la sapienza dell'ebraismo, non quella dei protestanti: la comunità ebraica italiana si fa sentire solo in politica, i secondi sono avvezzi a essere ignorati.
Silvio e Walter e Casini omaggiano più di ogni altro il Sacro soglio, ma con il ritorno del sacro hanno frascheggiato tutti. Politici e filosofi, maschi e femmine pensanti. Adesso che se ne vedono le conseguenze, più interventismo che spiritualità, proporrei alla sinistra di mettere fra le tre o quattro priorità un bel ritorno al laicismo.
Eh sì. Si finisca di traccheggiare con «laicità sì, laicismo no». E' una distinzione inventata da poco, che in parole povere vuol dire: la Chiesa ingoi la separazione dallo stato nei termini costituzionali, purché applicata «con juicio» e con i consueti strappi sottobanco, tipo esenzione dalle tasse e accomodamenti con la scuola privata . Ma ad essa lo stato deve riconoscere la competenza sulla sfera morale e del costume. Il bieco laicismo la nega, una laicità come si deve è tenuta invece a riconoscere l'autorità del papa su questo terreno.
Io penso che questa autorità non vada riconosciuta affatto. Prima di tutto, come si può parlare di etica, di scelte morali, là dove non esiste libertà di coscienza? Mi ha sorpreso che uno dei nostri amici più colti, Massimo Cacciari, abbia definito Karol Woytila come la più alta autorità «morale» dei suoi tempi. Si può parlare di fede, ed è vero che l'esperienza di fede può raggiungere grandi altezze, affascinanti, tragiche. Si può ammettere che sono spesso legati a una «rivelazione» gli squarci sapienziali che intemporalmente ci parlano. Ma fede e sapienzialità implicano una obbedienza che mette duri limiti al sapere critico e ai suoi strumenti, senza i quali non si darebbero né la modernità né un pensiero scientifico e tanto meno politico. Tanto più che a imporre limiti e veti sono le chiese, strutture del tutto terrestri e facilmente prevaricanti. Non hanno persuaso per secoli che il potere terreno fosse la mera proiezione della gerarchia teologica? Non a caso la rivoluzione francese è dovuta passare attraverso l'uccisione del re, autorità che si forgiava su quella celeste e ne era consacrata.
Dalla secolarizzazione la chiesa cattolica apostolica romana non si è mai rimessa. Spento Giovanni XXIII è stato tutto un lento rimuovere quel che ad essa concedeva il Vaticano II. Con Ratzinger la rimozione è diventata precipitosa. Specie in Italia non deflette dal riguadagnare terreno. E' ridicola l'argomentazione che si fa perché il Vaticano ha la sua sede nel nostro paese. In realtà qui ha sede la classe politica borghese più cedevole d'Europa. Il Vaticano neppure tenta in Francia una incursione sulle leggi del 1905 (che sarebbero di utile lettura ai nostri politici) e Zapatero ha messo un alt secco al tentativo di intervenire sulle elezioni in Spagna. Da noi i governi ritirano le leggi appena i vescovi vi mettono il becco.
La vicenda dei rapporti italiani fra stato e chiesa è fin paradossale. Il fascismo ha fatto il Concordato nel modo più cinico: nelle scuole elementari si cominciava con una preghiera ma poi si propinava in tutte le salse una paganissima romanità. Dopo il 1945, il Concordato sarebbe stato abolito se il miscrendente Togliatti non avesse scelto di lasciarlo in piedi per timore di una guerra di religione che isolasse i comunisti, e fu un errore, la guerra ci fu lo stesso, i comunisti furono scomunicati. Sarebbe stato il cattolico De Gasperi ad arginare le velleità integraliste di Gedda, cosa che Pio XII non gli perdonò. Sempre paradossalmente fu Craxi, primo ministro socialista, a confermare e rimaneggiare il Concordato, mentre il credente e praticante Scalfaro fu l'ultimo presidente della repubblica a non inchinarsi al santo soglio. Poi c'è stato il diluvio. Alla morte di Karol Woytila, un capo di stato dietro l'altro finirono in ginocchio, mentre i leader dei partiti di sinistra scoprivano di essere andati a scuola dai salesiani. L'Opus Dei usciva con fragore alla luce dalla clandestinità e la signora Binetti transitava direttamente al Partito democratico.
Ecco dunque una bandiera da raccogliere da parte di una sinistra che voglia restare una cosa seria. Raccogliere bandiere lasciate cadere da qualcun altro ha un suono un po' sinistro, ma afferrare quelle sventolate della chiesa cinguettando con i vescovi è una patente regressione. Fino al ridicolo. Come definire altrimenti la decisione del comune di Roma di non celebrare unioni se non eterosessuali perché il Sacro Soglio è collocato sul suo territorio? Come lasciare che i vescovi mettano il veto a una legge del parlamento sottoposta a referendum senza invitare il Vaticano a restare al suo posto? Come assistere senza aprir bocca ai ripetuti tentativi di questo o quel primate di resuscitare il Non Expedit? Se è un affare interno della Chiesa affossare passo a passo il Vaticano II, umiliando una grande speranza dei credenti, sarà bene un affare interno dello stato legiferare senza interferenze sulla famiglia, sulla sessualità, sulla riproduzione, sul diritto di morire con dignità. Da questi terreni che ineriscono alla più intima libertà anche lo stato dovrebbe ritrarre il piede, rispettando le scelte della persona, e prima di tutto quella delle donne, da sempre ossessione e bersaglio d'una chiesa tutta maschile. Una grande mutazione sta venendo da esse e ne esce mutata anche la concezione della vita e della morte - uno stato moderno, attento, prudente segue questa evoluzione non lascia alla Chiesa di emettere una fatwa alla settimana. Certo, bisogna che abbia un'idea di che cosa sia un'etica pubblica, quella che matura discutendone in libertà e responsabilità, alle soglie del terzo millennio. Ma di questo i leader del «paese normale» non hanno cura.
Loro hanno i «valori». Meno stato più mercato per i beni, meno repubblica più Vaticano. I «valori» di Berlusconi, quelli di Veltroni, quelli di Casini, quelli di Emma Mercegaglia, quelli del cardinal Bagnasco. Se ne fa un gran parlare. Un «valore» accompagna ogni vassallata, ogni porcheria. Se mi si permette (e anche se non mi si permette), molti di noi ne hanno abbastanza. Inciampiamo a ogni passo in valori di latta, mentre si torna a guardare con più disprezzo che un secolo fa alla vita e alla libertà di chi lavora nel frenetico accendersi e spegnersi di migliaia di imprese senza regole. Assimilati ormai ai poveri, cui si deve al più un briciolo di compassione.
Se non è declino morale questo, travestito da affidamento ai principi della Borsa, della Confindustria e di oltretevere, la ragione non ha più corso.
ROMA — Il biglietto d'addio a Fausto Bertinotti porta una firma illustre, quella dell'urbanista Massimiliano Fuksas. La motivazione non è sentimentale ma politicissima: «L'universo di Rifondazione e la Sinistra l'Arcobaleno ha un modo antico di analizzare la contemporaneità e i suoi problemi. Si parla ancora di lotta al capitalismo. Vogliamo dirlo? Una questione ormai vecchia, da archiviare. Oggi il nodo vivo, attuale è il consumismo che scaturisce dalla globalizzazione, crudele nell'Occidente opulento quanto lo è nel comunismo-consumistico cinese o nello sviluppo economico dell'India. Se non partiamo da questo dato, tutto diventa polveroso. Ci si ferma agli slogan d'un tempo senza arrivare alla sostanza ». Per farla breve, votare Sinistra l'Arcobaleno sarebbe un errore? «Più che un errore si tratterebbe di un voto inutile. Tutto qui».
L'amore di Fuksas per Rifondazione comunista è durato a lungo: «Ho anche allestito un paio di congressi, a Venezia e a Rimini. Mi ricordo che puntai sulla sola parola "Rifondazione", sulle pareti, tralasciando sia "partito" che "comunista". Suscitai le reazioni di alcuni simpaticissimi trotzkisti. È stata una bella stagione». E poi, Fuksas, cosa è accaduto? Quando sono cominciati i sintomi della crisi? «Lo ricordo benissimo. Fu alla sfilata militare del 2 giugno quando Fausto partecipò da presidente della Camera ma ostentando la spilla dei pacifisti al bavero. Lì mi ribellai. Non era possibile incarnare contemporaneamente su quel palco la terza autorità dello Stato, su una di quelle assurde poltrone dorate che Bertinotti ama tanto, e nello stesso momento voler rimanere un esponente critico del sistema militare. La spilla, diciamo così, fu un gesto arcaico. Invece noi abbiamo bisogno di contemporaneità».
E cosa c'entra i tutto questo il consumismo? «C'entra moltissimo. Mettiamo insieme i dati. Consumismo significa prima di tutto perdita dei valori. Cedere tutto pur di possedere e consumare. Di qui discende ciò che chiamiamo la crisi dei valori. Prendiamo ciò che accade tra i giovani, dalla catastrofe del sistema scolastico alle morti del sabato sera. Tutto è legato al consumismo. Soprattutto, e qui dico un'ovvietà, la questione ambientale ». Qui si prende una pausa riempita da una lunga risata: «Figuriamoci che Pecoraro Scanio vorrebbe affrontarla riproponendo il modello di una società pressoché rurale...». Fuksas arriva lontano: «Dirò di più. Si parla tanto di aborto. Senza dire che se le famiglie non crescono è perché non si vuole rinunciare a dividere in troppe parti ciò che si ha. Nemmeno con i propri figli. Ecco perché dico che la critica al capitalismo è decrepita. La questione si è spostata altrove. Guardare ciò che accade in Cina, dove l'iperproduzione da consumismo mette in dubbio le Olimpiadi per l'inquinamento prodotto. O in India, che tra poco verrà invasa da "Tata", l'auto a bassissimo costo ».
Per queste ragioni Fuksas ha deciso di appoggiare il Pd e Walter Veltroni: «Credo che abbia un'idea giustamente complessa della società italiana e della crisi mondiale. Il suo "ma anche" non è un disvalore ma un modo di annunciare che nessuno è portatore di un'unica verità e che una società è composta da mille piccole realtà, spesso in contraddizione tra loro». Si era parlato di una sua candidatura. Veltroni le ha proposto un seggio? «Macché. Tutto è stato chiaro dall'inizio. Il ruolo dell'intellettuale può essere solo l'esercitare e il manifestare la sua capacità critica attraverso il proprio lavoro. Il famoso "intellettuale organico" caro al Pci? Solo a pensarci mi vengono i brividi... ».
(Di Fuksas, in questo Stupidario, vedi anche l'indimenticabile definizione di Megalopoli)
Nonostante gli inasprimenti degli ultimi giorni, questa campagna elettorale sembra accomunare Berlusconi e Veltroni nello sforzo di presentarsi ciascuno come il vero interprete di una stagione a pieno titolo post-ideologica: nella quale il conflitto non avrebbe più bisogno di essere «rappresentato», in quanto appartenente a un'idea novecentesca, dunque superata, della società. Chiediamo al filosofo della politica Giorgio Agamben di fornirci una cornice teorica per leggere questa crisi.
Il leader del Partito Democratico - ispirandosi, persino negli slogan, a Barack Obama - fa appello alla possibilità concreta, a portata di mano, di superare l'emergenza della politica e i recenti fallimenti della sinistra attraverso una volontà di coesistenza «oltre ogni conflitto», un po' new age. Quel che sembra definitivamente in crisi, allora, è il principio di rappresentanza...
L'idea che la politica sia la rappresentazione - e, quindi, la mediazione - dei conflitti sociali ha certamente dominato la tradizione recente della sinistra. Ma non basta assolutamente a definire la politica e la democrazia. Occorre precisare qual è il rapporto fra la mediazione e il conflitto. Di fatto ormai da molti decenni l'idea dominante - e non solo in Italia - è che ogni conflitto possa essere governato, che non c'è conflitto che non possa trovare la sua mediazione. In questo senso si può dire che almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale vi è soltanto socialdemocrazia. E questa non poteva che incontrarsi prima o poi col modello liberale, che era per eccellenza portatore di un'istanza di mediazione dei conflitti. Il modello di pensiero che oggi domina la politica è quello della governamentalità. Dev'essere chiaro, però, che governare (il termine deriva dal greco kybernes, il pilota di una nave) non significa determinare despoticamente gli eventi; al contrario, si tratta di lasciare che gli eventi si producano, per poi orientarli nella direzione più opportuna. È in questo senso che oggi tutto può essere governato, gestito e normalizzato. Di qui il primato dell'economia e del diritto sulla politica: dove tutto è normalizzabile e tutto è governabile, lo spazio della politica tende a scomparire. La democrazia è così diventata sinonimo di una gestione razionale degli uomini e delle cose, cioè di una oikonomia. Questo implica una trasformazione radicale della concettualità politica: le guerre diventano operazioni di polizia, la volontà popolare un sondaggio di opinione, le scelte politiche una questione di management, i cui modelli di riferimento sono la casa e l'impresa, e non la città.
Dunque una 'silente' messa a morte del modello democratico occidentale...
Sì, perché la tradizione democratica riposa, invece, sul principio che la politica è possibile solo se vi è da qualche parte un conflitto che non può essere mediato e governato. Non si tratta in alcun modo di un modello di disordine o di guerra civile permanente, al contrario: in questione sono i principi stessi che rendono possibile la democrazia. Nicole Loraux ha mostrato così che ad Atene la stasis, la guerra civile, funziona come una sorta di esteriorità, la cui possibilità fonda e mantiene la democrazia. Ma anche la tradizione della democrazia moderna si fonda sull'idea di un potere costituente che deve essere necessariamente esterno al potere costituito, e senza il quale la vita politica perde vitalità. Si ha democrazia quando il sistema giuridico-politico si mantiene in relazione dialettica con una esteriorità, che non è semplicemente esclusa. Se il potere costituito pretende, invece, di governare il potere costituente e di includerlo in sé, la base stessa della democrazia viene meno. Un caso flagrante è quello della costituzione europea, che, respinta dai popoli, è stata di recente approvata quasi di nascosto a Lisbona in forma di un accordo fra governi. Una costituzione senza potere costituente è del tutto priva di legittimità; ma, nella prospettiva governamentale, legittimità e legalità tendono a confondersi.
La crisi di rappresentanza comporta sempre di più, dunque, una 'dislocazione' dei conflitti: i quali, inevitabilmente, finiscono per assumere forme altre - o di aperta ribellione o di chiusure corporative o anche di derive spiritualiste; mentre all''interno', nel ceto politico, si afferma la cultura del «voto utile». Comunque a vincere sono sempre più gli spiriti animali del Mercato. C'è ancora un modo per ridare centralità alla politica?
La tendenza inarrestabile della macchina governamentale, sia essa nelle mani della destra o della sinistra, è che l'attività della macchina non incontra altri limiti che quelli interni alla macchina stessa. Anzi, nella prospettiva della governamentalità, destra e sinistra non possono che perdere i loro caratteri distintivi e tendere, come di fatto è avvenuto dovunque in occidente, verso una zona di indifferenza e di opacità. Che questo prenda la forma di una grande coalizione, com'è avvenuto in Germania e come si annuncia in Italia, o di un'alternanza fra due partiti quasi indistinguibili, non fa molta differenza. La cultura del «voto utile» si iscrive in questa prospettiva. Naturalmente, la negazione dell'esteriorità lascia un'ombra, o, come voi dite, produce una dislocazione dei conflitti. Queste ombre inassimilabili sono il terrorismo da una parte e l'integralismo religioso dall'altra, che tendono idealmente a coincidere. Benché il terrorismo si presenti a prima vista come qualcosa di assolutamente ingovernabile, esso non è esterno al sistema governamentale, ma ne costituisce, per così dire, il centro segreto. Credo che un'analisi della politica interna italiana durante gli anni di piombo e della politica estera degli Stati Uniti dopo l'11 settembre ne fornirebbe una prova eloquente. Il governo del terrorismo - cioè l'inclusione dell'ingovernabile - è, in questo senso, la forma-limite del sistema governamentale. L'ossessiva insistenza sulla sicurezza, divenuta oggi quasi l'unico slogan politico, va vista in questa prospettiva. Ed è significativo che l'ombra del terrorismo finisca col ricoprire lo stesso corpo sociale nel suo complesso, nel senso che i governi tendono oggi a trattare ogni cittadino come un terrorista in potenza, assoggettandolo in modo normale a quei dispositivi di sicurezza di tipo biometrico che erano stati inventati per i criminali recidivi.
La sinistra, politicamente rappresentata di fatto dal solo Bertinotti, come può rispondere sul piano strategico a quello che lei chiama il problema della governamentalità? A quali riserve culturali 'buone' dovrebbe attingere?
Bisogna che sia chiaro che il processo che ha portato le società occidentali verso il modello governamentale è ormai un fatto compiuto, che di questo processo la sinistra è stata parte essenziale e non sorprende che oggi lo accetti senza riserve. D'altra parte, il potere governamentale è qualcosa di cui sappiamo poco e che dobbiamo ancora imparare a conoscere. La tradizione del pensiero politico occidentale aveva preferito concentrarsi sui grandi temi della sovranità, dello Stato, del popolo, e ha liquidato il problema del governo sotto la rubrica «potere esecutivo», la cui importanza è unicamente strumentale, e che in sé non pone grandi problemi teorici. Le mie ricerche, come del resto quelle di Foucault, mostrano invece che il vero arcano della politica non è la sovranità, ma il governo; non il re, ma il ministro; non Dio, ma l'angelo; non la legge, ma la polizia.
Professor Agamben, lei nel corso degli anni ha teorizzato quel genere di trasformazioni che portano in primo piano la «nuda vita», abbattendo ogni tipo di mediazione: scusi, ma come la mette Veltroni con la biopolitica? Cosa aspettarsi, in fin dei conti, da un governo light della 'trasformazione' della vita?
Per quel che riguarda la biopolitica, cioè il fatto che in senso lato la posta in gioco nel potere sia oggi la gestione della vita biologica dei cittadini e non la loro vita politica, le cose non cambiano. La biopolitica si iscrive perfettamente nel paradigma governamentale, anzi acquista il suo vero senso proprio in questa prospettiva. Il fatto che il governo attuale abbia emanato leggi che prevedono la costituzione di un archivio del Dna va in questa direzione. È un errore credere che la nuda vita significhi soltanto Auschwitz e lo stato di eccezione; molto più interessante è che essa diventi oggi un'esperienza e un'economia quotidiana, e che una dimensione politica debba essere riguadagnata anche attraverso un corpo a corpo con essa.
Il pontificato di Benedetto XVI ha lanciato una precisa sfida filosofica sui principi dell'organizzazione della società: e esercita una certa egemonia, almeno in Italia, anche per la mancanza di un profilo di pensiero 'forte' laico. Cosa comporterà questa disparità di valori in campo, sul piano non tanto politico-istituzionale, quanto proprio della filosofia politica?
Occorre a questo proposito chiarire un equivoco della tradizione laica. Il vero problema non è che la Chiesa intervenga nella vita pubblica, ma che lo faccia troppo poco, e che si sia per così dire specializzata nella tutela della vita biologica e della famiglia (due cose, fra l'altro, che secondo la tradizione cristiana delle origini il cristiano deve essere pronto a sacrificare senza riserve). Invece di indignarsi perché il papa interviene nella sfera pubblica - cosa che è suo dovere fare -, gli si deve chiedere perché non prende posizione con la stessa energia per le infamie quotidiane, le guerre, le ingiustizie, la miseria, per le quali si limita a delle dichiarazioni generiche. È significativo che proprio quando lo Stato ha abbandonato la dimensione politica per la biopolitica, anche la Chiesa sembri voler limitare l'esercizio del potere spirituale alla sfera biologica.
Biobibliografia
Moderno e postmoderno in un allievo di Heidegger
Giorgio Agamben (Roma 1942) insegna Iconologia presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. È uno dei più acuti pensatori italiani della politica, sulla base soprattutto di Heidegger, Foucault, Benjamin, Warburg, Schmitt: lignée che indica il carattere preminente di una riflessione orientata alle emergenze socio-culturali del mondo moderno e post-moderno, lette attraverso categorie come «bio-politica» e «stato d'eccezione». Curatore della edizione italiana di Benjamin, tra i suoi libri: «La comunità che viene», Einaudi, 1990; «Homo sacer», Einaudi, '95; «Quel che resta di Auschwitz», Bollati Boringhieri, '98; «Lo stato di eccezione», Bollati Boringhieri, 2003; «Il Regno e la Gloria», Neri Pozza, '07. In uscita da Einaudi «Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività».
L'immagine è tratta dall'archivio E.Salzano
Due saggi per comprendere un fenomeno irreversibile che continua a destrutturare le forme di vita contemporanee «Il pessimismo della ragione» dello studioso polacco alle prese con la paura, mentre un sorvegliato «ottimismo della volontà» porta l'autrice di Città globali a guardare ai movimenti sociali come risorsa per fronteggiare il neoliberismo
La recessione che sta coinvolgendo gran parte delle economie nazionali si sta diffondendo come un virus e ha come vettore i flussi del capitale finanziario. Per questo è impossibile prevedere le coordinate della diffusione del «contagio». Ma uno degli effetti certi della recessione è l'aumento dell'incertezza e della precarietà, che a loro volta alimentano la paura, il sentimento dominante nelle società capitaliste da alcuni lustri, da quando cioè il neoliberismo ha preso il posto del welfare state. Mettere però la paura, che generalmente viene considerato un sentimento individuale, in relazione con un modo di regolazione della vita sociale è un'operazione che necessita di alcune chiarimenti preliminari, come sottolinea con la consueta chiarezza lo studioso di origine polacca Zygmunt Bauman nel suo ultimo saggio Paura liquida (Laterza, pp. 233, euro 15).
Non è certo la prima volta che Bauman scrive sul welfare state come la forma più avanzata di stato che si prende cura dei propri sudditi. E se il Levitano di Thomas Hobbes altro non era che il necessario mostro posto a guardia del vivere in società, lo stato sociale doveva porre, secondo Bauman, la società al riparo delle tendenze distruttive dell'economia di mercato. I trent'anni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sono quindi il periodo in cui la paura viene al fine «addomesticata», attraverso una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, e affrontare l'«autunno» della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione.
Ma il welfare state non doveva consentire solo di poter ragionevolmente prevedere e programmare il proprio futuro, ma doveva intervenire allorché impreviste contingenze - un terremoto, un'inondazione o altri disastri dovuti alla «manipolazione umana» della natura - potessero essere affrontate. Il welfare state doveva cioè socializzare il sentimento della paura. Così facendo, lo stato sociale portava a compimento quel progetto di «buona società» che, abbozzato da Thomas Hobbes appunto nel Leviatano, è stato il demone con cui le società capitalistiche hanno dovuto sempre fare i conti.
Un virus ingovernabile
La ricostruzione dello sviluppo welfare state svolta da Zygmunt Bauman pecca sicuramente di una concezione storicista che lo porta a tracciare una linea di continuità tra la formazione dello stato moderno e la formazione del welfare state, relegando in secondo piano i momenti di discontinuità nella modernità capitalistica - in primis il conflitto operaio -, ma coglie con acume nell'«addomesticamento» della paura il maggiore fattore di legittimità dello stato sociale in quelle società uscite terrorizzate dalla seconda guerra mondiale, dalla Shoah e dalla prima esplosione di un'arma, la bomba atomica, che poteva cancellare la vita sull'intero pianeta.
Paura liquida non è però l'ennesimo trattato sul declino del welfare state. Il suo pregio maggiore è quando svela la relazione di causa ed effetto tra la crisi di quella costituzione materiale è la rinnovata «privatizzazione» della paura, sentimento che chiede tuttavia di essere nuovamente socializzato attraverso la costituzione di una «società del controllo» per prevenire le minacce alla vita privata. Così, mentre vengono demolite uno dopo l'altra le istituzioni del welfare state, gli strumenti per difendersi dall'incertezza e dalla precarietà vanno acquistati al mercato della protezione sociale. Altro elemento condivisibile di questo saggio è quando l'autore pone la fonte dell'incertezza, e dell'accresciuta precarietà delle condizioni sociali, al di fuori dei confini nazionali, lo spazio entro il quale invece si è sviluppato il welfare state.
Zygmunt Bauman ritorna quindi a guardare alla globalizzazione come il virus che diffondendosi, alimenta la paura e la conseguente impotenza nell'affrontarla, visto che è quasi impossibile individuare la sua fonte primaria, dato che ogni volta che si pensa di averla individuata ci si trova persi in un labirinto di specchi che riflettono l'immagine di un uomo o di una donna soli di fronte a se stessi.
Libro amaro, disincantato, vero e proprio esercizio di «pessimismo della ragione e della volontà», questo di Bauman, che ha come un contraltare il saggio Sociologia della globalizzazione (Einaudi, pp. 304, euro 21,50) scritto da Saskia Sassen è da considerare un sorvegliato «ottimismo della ragione» per quanto riguarda la stato delle cose, individuando nei movimenti sociali globali il contesto in cui la paura può trovare risposte.
Due libri opposti, anche nello stile: pacato, riflessivo, «narrativo» quello di Bauman, assertivo e algido quello della Sassen. Ma sono tuttavia analisi e riflessioni complementari per comprendere lo stato dell'arte della globalizzazione, che continua in quella opera di destrutturazione della vita associata, tanto nel Nord che nel Sud del pianeta, nonostante la recessione faccia emergere aspetti contraddittori, come la cosiddetta «rinazionalizzazione» dell'economia, che rendono l'enfasi sul «mondo piatto» neoliberista del saggista statunitense Thomas L. Friedman un'espressione priva di fondamento. La globalizzazione è infatti un fenomeno contraddittorio, che presenta tendenze tra loro configgenti, ma comunque irreversibile. I saggi di Bauman e Sassen sono, rispettivamente, un'accurata analisi di come l'economia mondiale trasformi profondamente i «sentimenti» e un affresco delle tendenze sul piano globale, assumendo con questo termine le gerarchie, i legami e i flussi tra il piano sovranazionale, nazionale, regionale e locale.
Una lotta di lunga durata
Dunque, le società capitaliste trasudano paura con la conseguente paralisi del «fare». Paura di non riuscire più a prevedere cosa accadrà nell'immediato futuro, sia che si tratti della perdita del lavoro che un rapporto amoroso. Ma anche timore che il fragile equilibrio che viene faticosamente conquistato sia mandato in frantumi dall'arrivo di «stranieri», una presenza percepita come aliena e ostile. Infine, l'impossibilità di prevedere ragionevolmente gli effetti dell'azione umana sulla natura, che torna a mostrare il suo volto ferigno, come ha dimostrato l'uragano Katrina negli Stati Uniti. Infine, la paura di aver paura. Tutti fattori che vanno a comporre quella tassonomia di sentimenti che si accompagnano ad essa: disincanto, cinismo, opportunismo e rancore.
Nelle società moderne, ma come è noto Bauman preferisce parlare di modernità liquida, «la vita è ormai diventata una lotta, lunga e probabilmente impossibile da vincere, contro l'impatto potenzialmente invalidante delle paure, e contro i pericoli, veri o presunti, che temiamo». Questa guerra permanente alla paura riflette, va da sé, le diseguaglianze sociali e di classe presenti nelle società. Le strategie di contenimento della paura sono infatti diversificate a seconda dei livelli di reddito che seguono rigorose differenze di classe, che alimentano a loro volta un'altra paura, quella di essere esclusi. Tutto ciò provoca, più che uno «stato di emergenza» un terrore di un generalizzato «stato di incolumità personale». Da qui il successo dei messaggi tranquillizzanti, seppur minacciosi verso le fonti di volta in volta individuate della paura lanciati dai movimenti politici su base religiosa o di quelli xenofobi e razzisti. Ma è questo anche il contesto che consente il dispiegarsi di «politiche della vita», che oscillano tra misure prescrittive e normative dei comportamenti individuali stabilite dallo stato e una complementare cancellazione dei diritti sociali della cittadinanza, ritenendo la protezione di fronte all'economia di mercato un fatto privato.
Un vecchio adagio sosteneva che con il capitalismo industriale la pietà è morta. Nella modernità liquida di Bauman c'è solo spazio per la sussidiarietà, cioè l'acquisto al mercato degli strumenti per quei servizi, beni, protezioni che possono rendere tollerabile la convivenza con la paura. E, sebbene la paura sia un sentimento globale, il suo «addomesticamento» avviene ancora su scala locale.
Paura liquida termina là dove prende avvio il saggio sulla globalizzazione di Saskia Sassen. Nonostante il tono apodittico che lo contraddistingue è un libro utile a dipanare appunto la matassa del rapporto tra globale e locale. In primo luogo, la studiosa respinge decisamente la tesi secondo la quale con la globalizzazione lo stato-nazione viene cancellato. Semmai, è il suo operato che viene modificato, perché lo stato-nazione diventa il «dominio strategico nel quale si compie un lavoro fondamentale per lo sviluppo della globalizzazione». Non quindi cancellazione, ma mutamento del concetto di sovranità. Saskia Sassen propone quindi una lettura molto articolata tanto del globale che del locale, arrivando a sostenere che la globalizzazione è da considerare una matrice in cui si strutturano le gerarchie, i flussi, i legami all'interno del quale l'operato dello stato nazionale non solo favorisce la globalizzazione, ma diventa protagonista nel creare le condizioni affinché si strutturi una geografia della globalizzazione, caratterizzata da reti di città globali, di regioni specializzate in determinate produzioni di merci, relazioni interstatali su basi continentali, flussi di capitali e di informazione attraverso veicolati da Internet. Lo stato-nazione lavora cioè a un inserimento istituzionale e localizzato della globalizzazione attraverso la «cessione» di alcune sue prerogative in materia di diritto - dalla proprietà intellettuale ai contenzioni tra imprese transnazionali - a organismi internazionali o a factory law private. Dunque non fine della sovranità nazionale, ma una sua metamorfosi che vede il locale fortemente segnato dal globale e viceversa.
Piccole apicalissi
Un processo fortemente contraddittorio e conflittuale, che può conoscere momenti di crisi, come ad esempio questa attuale recessione, considerata da molti studiosi una sorta di fine della spinta propulsiva della seconda ondata di globalizzazione, dopo l'esaurirsi della prima con la crisi della net-economy. Ed è in questo contesto che la paura sia da considerare, per usare le parole di Zygmunt Bauman, l'effetto diretto di quella irruzione del «possibile» - il timore di essere esclusi, la perdita del posto di lavoro - nell'«impossibile», cioè quella «apocalisse personale» fino ad allora considerata una eventualità remota rispetto la propria condizione esistenziale. In altri saggi lo studioso di origine polacca ha parlato spesso della necessità di un welfare state globale, un esito che in Paura liquida diviene sempre più lontano nel tempo visto l'accentuarsi delle caratteristiche del neoliberismo. Prospettiva invece che viene proposta con forza da Saskia Sassen, articolata secondo le gerarchie, i flussi, le reti che caratterizzano la globalizzazione.
Proposta politica certamente condivisibile. La possibilità di «addomesticare» nuovamente la paura senza accentuare le differenze di classe va tuttavia cercata nei contemporanei movimenti sociali, vista la loro capacità di politicizzare i rapporti sociali. La posta in palio, infatti, non è la tollerabilità dell'irruzione del possibile nell'impossibile, ma di riuscire a far irrompere l'impossibile nel possibile. In altri termini, pensare alle proposte, all'azione dei movimenti sociali come l'impossibile che lacera la tela impregnata di paura del possibile. In fondo, per essere realisti occorre chiedere ancora l'impossibile.
Vivere nel reality show del neoliberismo
Uno degli fattori ricorrenti nelle opere di Zygmunt Bauman è l'analisi dei reality show. Dalla dovizia di aneddoti, di titoli citati si può dire che lo studioso polacco è un loro partecipe spettatore. Non solo li guarda alla televisione, ma legge attentamente le reazioni del pubblico nei siti Internet a loro dedicati. I reality show diventano, di volta in volta, la rappresentazione della «pubblicizzazione» della vita privata, del consumo come fattore costitutivo di identità pret-à-porter . Ma soprattutto come espressione di quel darwinismo sociale che vede la vita in società come una lotta di tutti contro tutti. Il loro successo è dovuto al fatto che raccontano una verità nota a tutti: nella modernità liquida l'esclusione non è una remota eventualità, quanto l'esperienza vissuta che accomuna sempre più il manager della grande corporation al giovane precario. Un grande spettacolo nazional-popolare e interclassista, quindi, che andrebbe studiato attentamente per comprendere le forme di vita di vita nella mdernità liquida. Ma quello che colpisce di più nell'analisi di Bauman non è il rifiuto di una attitudine snob verso questo tipo di intrattenimento, ma ciò che accade nell'unverso concentrazionario che viene creato. Tutto è precario e a tempo determinato nella casa di un grande fratello o in una isola dove sopravvivere. Precari e contingenti le amicizie o gli amori che nascono. Precarie e contingenti solo le alleanza stabilite per non essere esclusi. Tutto è fluido e transitorio al fine di sopravvivere. I reality show sono quindi da considerare come l'esemplificazione soft, ma estremamente glamour dell'ideologia sul singolo che diventa imprenditore di se stesso. Così allo stesso tempo anche gli spettatori, chiamati a votare chi deve essere escluso, possono avere percezione di come le strategie di sopravvivenza al di fuori dello schermo abbiano o meno possibilità di successo. La pubblicizzazione della vita privata consente loro di attenuare le ansie, i timori che caratterizzano il lavoro o le relazioni sentimentali. Rinforzando, però, la convinzione che solo facendo leva sulla proprie capacità possono arrivare alla fine del gioco. Da qui, il processo di identificazione con questo o quel partecipante al reality show . E se il giocatore scelto come «modello» viene squalificato, vuol dire che la strategia di sopravvivenza non era adeguata. Il passo successivo è di accentuare l'opportunismo dei propri comportamenti, perché l'universo concentrazionario del neoliberismo è un lager dove non guardare in faccia a nessuno. (B.V.)
Dagli anni ‘80 a oggi - un lungo periodo, quindi - la Costituzione vive essendo oggetto di quotidiano logoramento. Quello che, in origine, si considerava un disegno unitario di vita politica e sociale, ha iniziato a essere scomposto concettualmente in parti diverse e le si è trattate, ora questa ora quella, come materia che potesse essere ri-trattabile a seconda delle esigenze del momento: secondo, diciamo così, opportunità e, qualche volta, opportunismo. Cadeva quello che si disse essere stato fino ad allora il "tabù costituzionale", l’intoccabilità della Costituzione. I pochi che, prima, avevano immaginato cambiamenti erano stati, a loro volta, considerati, dalla communis opinio politico-costituzionale, degli intoccabili. Iniziava un percorso che sembra oggi concluso con un rovesciamento: chi non ha almeno una proposta di riforma, è un conservatore fuori tempo. I risultati, peraltro, a onta dei molti sforzi profusi dai riformatori, sono stati, nel complesso, grandemente deludenti. La Costituzione o ha resistito a chi la voleva cambiare o, dove non ha resistito, è stata cambiata, per generale riconoscimento, in peggio. Onde, il sentimento di frustrazione che nasce dallo scarto tra ciò che si vorrebbe e ciò che si riesce a ottenere. A cui si può aggiungere un altro scarto, assai pericoloso: tra i riformatori stessi e i conservatori costituzionali: i primi più numerosi nel ceto politico; i secondi, tra i cittadini comuni, quelli che, a grande e inaspettata maggioranza, nell’estate del 2006, ha bocciato la progettata riforma dell’intera seconda parte della Costituzione. L’attaccamento dei secondi stride con l’affannarsi dei primi e in ciò sta uno dei non minori motivi di distacco della società civile dalla politica, accusata non del tutto a torto di avere prescelto la Costituzione come capro espiatorio, per dirottare altrove le proprie insufficienze.
Si iniziò più di venticinque anni fa, con la parola d’ordine della "grande riforma", la riforma che avrebbe dovuto spianare la strada alla cosiddetta "seconda repubblica". (...) La democrazia maggioritaria, di cui si iniziò a parlare allora, mirava sì a rafforzare la funzione esecutiva, esaltando la posizione del capo del governo con qualche soluzione di tipo presidenziale che avrebbe depresso la funzione del Parlamento e, in esso, dei partiti politici, a favore di qualche forma di investitura popolare diretta. Democrazia immediata contro democrazia rappresentativa, e semplificazione bipolare della vita politica. Con numerose e divergenti proposte, questa prospettiva è stata coltivata per molti anni, fino a ora, alimentando commissioni parlamentari, dibattiti scientifici, carriere scientifiche e politiche. Non si è tradotta in pratica costituzionale, ma in pratica elettorale. Qualcosa di simile a ciò cui aspirano i riformatori costituzionali è stato infatti ottenuto con le riforme delle leggi elettorali, con risultati discutibili e, sotto certi aspetti, addirittura pericolosi, poiché le istituzioni di garanzia, pensate per un sistema politico a sfondo proporzionale, sono deboli di fronte a un sistema a vocazione maggioritaria. Onde, una pericolosa schizofrenia. (...)
Ciò che colpisce, in generale, è la forza attrattiva delle proposte di riforma costituzionale, una volta che riescano a prendere piede. Sia la democrazia maggioritaria che il federalismo, all’inizio, erano la bandiera di piccole forze. Ma queste bandiere, a poco a poco, hanno guadagnato spazio e proseliti. Le proporzioni, tra i pro e i contro, si sono invertite. La maggioranza larghissima è oggi pro riforma. C’è una logica profonda e naturale in questo mutamento di posizione, quasi una forza invincibile. Lo sapevano bene gli antichi quando circondavano di cautele non solo le deliberazioni costituzionali, ma, prima ancora, le proposte di deliberazione costituzionale. La logica è questa: a ogni opera di costituzionalizzazione segue l’assegnazione di una particolare legittimazione alle forze che vi hanno partecipato, e di delegittimazione alle forze che si sono, o sono state escluse. Il concetto di "arco costituzionale", che tanta importanza ha avuto nella storia dei primi decenni della nostra Repubblica, ne è la dimostrazione lampante. Onde, una gara a star dentro i processi di riforma, affinché ciò che ne possa venir fuori porti anche il proprio segno. (...) Tutti vogliono cambiare la Costituzione, ma tutti hanno idee diverse su come cambiarle: il miracolo costituente d’un tempo è difficile che si rinnovi oggi, quando qualsiasi mutamento della Costituzione si risolve, per gli uni e per gli altri, in un vantaggio o in uno svantaggio, che ciascuno è in grado di calcolare (magari sbagliando i calcoli, ma non è questo che conta). Manca quell’iniziale "velo dell’ignoranza" circa la distribuzione dei costi e dei benefici che, all’inizio di un’epoca costituzionale, induce gli attori, ignari in proposito, ad orientarsi secondo idee generali e non secondo interessi particolari. La riprova sta nel fatto che entrambe le riforme della Costituzione che abbiamo finora avute, la prima compiuta (il federalismo) e la seconda abortita (la seconda parte della Costituzione), non sono state approvate con maggioranze molto più ristrette di quelle amplissime che, in principio, si dichiaravano favorevoli.
La situazione è, oggi, questa. Tutti, quasi, nel ceto politico, si dichiarano per una riforma, salvo dissentire su quale riforma. La conseguenza è che la Costituzione è restata in piedi non per adesione e convinzione, ma per assenza di forza sufficiente a modificarla: una situazione imbarazzante di logoramento, di erosione continua della sua legittimità. È stato così fino a ora, e già si dice che si proseguirà: si spera, ma con limitate speranze, che si giunga presto al termine di questo tempo di costituzione sempre da riformare e mai riformata.
IN TV Nel febbraio del ’43 i militari italiani fecero una rappresaglia nel villaggio greco di Dominikon uccidendo 150 civili. Racconta questa strage il documentario «La guerra sporca di Mussolini» in onda domani sera su History Channel su Sky e poi su Rete4
Domenikon, 16 febbraio 1943. Il piccolo villaggio rurale della Tessaglia, non lontano dal confine greco con la Macedonia, quel giorno vede un’azione partigiana contro gli occupanti dell’Asse. Dalle colline sparano sui convogli italiani, nove militari perdono la vita. La rappresaglia, durissima, si rivolge contro la popolazione civile. Le case vengono incendiate. I maschi, dai 14 anni in su, vengono strappati alle famiglie e fucilati. «Una salutare lezione» dirà il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. Sono 150 i morti civili di questa Marzabotto greca e il massacro, questa volta, è perpetrato dalle forze dell’esercito italiano. Domenikon nel 1998 è stata proclamata in Grecia città martire ma, ancora oggi, è difficile ricostruire la storia di questa e di altre atrocità compiute dalle forze di occupazione italiane in Grecia nella Seconda guerra mondiale. Sarebbero 1500 i militari che si macchiarono, dal 1942, di crimini contro l’umanità: stupri, uccisioni di massa, incendi, saccheggi.
È questo il tema del film-documentario «La guerra sporca di Mussolini», prodotto da Gioia Avvantaggiato, diretto da Giovanni Donfrancesco, che sarà trasmesso domani alle 21 da History Channel su Sky e, in seguito, da Rete 4. La Rai, invece, non aveva manifestato interesse al progetto. Il documentario si avvale delle ricerche di Stathis Psomiadis, che nel massacro perse il nonno e che si è dedicato alla raccolta delle testimonianze di ciò che avvenne nel suo villaggio di origine. E di Lidia Santarelli, storica italiana, docente alla Columbia University a New York. Nel film i vecchi sopravvissuti rievocano: alcuni che capivano l’italiano, sentendo i militari dire «bruciamo tutto», avvertirono gli altri. «Qui ci ammazzano tutti». Ci fu chi riuscì a salvare un figlio buttandolo in un fosso.
Dice Lidia Santarelli, che ha dedicato molte ricerche alle testimonianze e alla memoria in Grecia negli anni dell’occupazione italiana, che c’è una strana discrasia fra i documenti che riportano le testimonianze immediate sulle atrocità italiane e le memorie degli anni successivi al 1950. «Subito dopo la Liberazione il governo greco sottopose alle Nazioni Unite centinaia di casi in cui i militari italiani erano ritenuti responsabili di crimini di guerra contro l’umanità» ed è documentato, sostiene la storica, che le truppe italiane furono impiegate massicciamente nelle operazioni volte a stroncare la lotta partigiana e a sradicare le organizzazioni della Resistenza nelle aree rurali della penisola. «Esiste la documentazione storica che testimonia che, a cominciare dalla fine del 1942, la politica repressiva degli italiani si trasformò in una guerra condotta contro i civili».
Insomma, anche quella italiana fu, come sono tutte le guerre e particolarmente quelle di occupazione che fronteggiano l’ostilità delle popolazoni civili, una «guerra sporca». In Grecia come nei Balcani, in Slovenia, in Etiopia. E però le denunce non ebbero corso. Per questo, e poiché i crimini di guerra sono sempre perseguibili, il sostituto procuratore militare di Padova, Sergio Dini (presente alla proiezione del film, ieri a Roma alla Casa del Cinema) ha presentato una denuncia formale alla procura militare di Roma, l'unica competente per tali reati commessi da italiani all'estero.
Eppure, le testimonianze successive cambiano, nella stessa Grecia, dove si tende a distinguere fra gli italiani bonari e i nazisti tedeschi. «Italiani brava gente - dice un altro storico intervistato nel film documentario, Lutz Klinkhammer - non è una invenzione ma è falso che questo fosse l'aspetto dominante nell'occupazione di quei territori». Klinkhammer cita le fucilazioni italiane in Slovenia che, nella provincia di Lubiana, ebbero le stesse dimensioni delle fucilazioni tedesche in Alta Italia dopo l'8 settembre. Oltre 100 mila slavi transitarono per i campi di concentramento italiani in Jugoslavia. Nell'isola di Rab, di cui il film mostra cadaveri scheletrici, morì il 20% dei prigionieri. Cosa avvenne? Perché quella discrasia che ancora oggi pesa sulle «macchie bianche» della storia italiana, sulla difficoltà nostra a fare i conti con la storia? Nel 1946 cambia tutto. C’è il roll back, c’è il mondo spaccato in due. La Grecia infiammata dalla guerra civile tra comunisti e monarchici è il primo banco di prova della confrontation nel mondo bipolare. La guerra fredda mette fine alle aspirazioni di giustizia.
Certe volte basta una parola, una frase: come quella del cavalier Berlusconi che sabato 8 marzo, parlando della formazione delle liste dei candidati, ha detto sorridendo che era stata una fatica terribile «decidere del destino degli altri». La frase entrerà forse stabilmente nel lessico politico. Ma già da oggi indica una realtà di fatto e dà voce ad una convinzione diffusa: quella che affida sempre più al solo leader, senza impacci o intralci di alcun genere, il compito di dimostrarsi padrone dei destini degli altri. Badiamo bene: il sorriso compiaciuto e un po’ autoironico con cui quella frase è stata pronunziata significa che non siamo davanti al ritorno sulla scena italiana della tragedia del fascismo e di un tardivo replicante dell’Uomo del destino (detto anche della Provvidenza). È vero che tante cose ritornano, ma sono tante anche le cose cambiate. E poi i destini del popolo come si diceva una volta, o della gente come si dice oggi, qui entrano in gioco solo indirettamente. Quelli di cui si tratta per il momento sono i destini di chi aspira a entrare in Parlamento. Pochi, in ogni caso; e i poteri del leader, per quanto miracolosi, non sono assoluti. Nemmeno gli dèi antichi erano capaci di salvare Ettore o Achille, figuriamoci cosa avrebbero potuto fare con un Mastella.
Ma quelle parole corrispondono alla realtà dei fatti, almeno di quelli della politica italiana. La stesura delle liste dei candidati è il momento decisivo della prefigurazione del futuro Parlamento; e la decisione tra chi salvare e chi sommergere non è più nelle mani degli elettori. Alle loro idiosincrasie, agli scatti residuali ed estremi non prevedibili dai sondaggi, resta appena la possibilità di spedire qualche candidato dal purgatorio di una collocazione nella zona a rischio della lista al paradiso del Parlamento o all’inferno dell’anonimato. Ma le figure che abiteranno il Palazzo sono scelte da altri. Lo dimostrerà la conta degli eletti e degli esclusi che faremo alla fine del gioco.
Tutto questo lo sappiamo: ma forse bisognerebbe riflettere in questa occasione alla svolta storica che si viene compiendo sotto i nostri occhi. Da quando gli antichi greci scrivevano un nome su di un coccio di ceramica – e per gli italiani a partire dall’introduzione del suffragio universale e da quel giorno del 1946 in cui perfino le donne per la primissima volta nel nostro Paese si ritrovarono tra le mani le schede elettorali – il senso di appartenenza a una società si è legato al potere di scegliere un nome e di rifiutarne un altro. È stato decidendo sui nomi che abbiamo pensato di essere dei sovrani, come ci assicurava la Costituzione repubblicana. Sovrani parziali, in collaborazione e in conflitto con tante altre teste coronate quanti erano gli abitanti del Paese: ma sempre sovrani. Un principe senza scettro, come si intitolò un bel libro di Lelio Basso sulla Costituzione, ma almeno senza più uomini della Provvidenza a decidere per noi e su di noi. Niente più finestre illuminate e notti insonni a Palazzo Venezia dove un solo uomo, il cavalier Mussolini, pensava al destino di tutti.
Dopo di allora sono seguiti anni lunghi, di contrasti e di pensieri diversi. Altri poteri, interni ed esterni all’Italia, hanno fatto sentire il loro peso, con le buone – aiuti economici, propaganda e altro – o con le cattive (gli attentati, le bombe, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro). È rimasto però nel nostro Paese un attaccamento forte, di cuore e di testa, a quel rito elettorale: e questo è un fatto che riguarda la grande maggioranza del popolo italiano. Non per niente, mentre altri e più "moderni" Paesi hanno registrato un diffuso assenteismo elettorale, le percentuali italiane sono rimaste alte, spesso altissime. Elettori mai soddisfatti, sempre più diffidenti, costretti sulla difensiva, gli italiani hanno continuato a fare croci su nomi e simboli.
Ma intanto c’era chi giocava a truccare le carte, a modificare le regole del gioco. Così è cambiata la legge elettorale. Chi l’ha scritta per conto dell’ultimo governo Berlusconi l’ha definita una porcata. Chi l’ha varata ha mirato a intorbidare oltre ogni limite il rapporto tra il voto dei cittadini e la formazione delle maggioranze di governo. Dei suoi nefasti effetti ha fatto le spese un governo Prodi prigioniero di infiniti ricatti, praticamente impossibilitato a governare. E quando ha dimostrato di volerla cambiare il governo Prodi è stato fatto cadere.
È in questo quadro che si iscrive la frase che abbiamo citato: decidere il destino degli altri. Nella notte del leader è stato deciso il destino dei candidati: gli eletti da un lato, gli scartati dall’altro. Ai votanti con le regole attuali resta una scelta elementare: prendere o lasciare. Non c’è più nemmeno il voto di preferenza, residuo dell’antica sovranità. La lista degli eletti era già diventata cosa di apparati, alla ricerca di una difficile sintonia col popolo degli elettori. Oggi il traguardo finale è in vista: e, come nelle tappe di montagna del giro d’Italia al tempo di Coppi e Bartali, mentre gli apparati arrancano si annuncia un uomo solo al comando.
Chi pronunziava quella piccola frase voleva piacere: quelle parole erano cariche di una volontà di seduzione. Così l’avranno sicuramente intesa molti cittadini italiani frastornati dalla propaganda e impauriti dalle ombre di un presente non facile. Che cosa c’è di più riposante che mettere tutto nelle mani di un generoso e grande fratello? Ma a qualcuno quella stessa frase avrà forse ricordato come e perché e per colpa di chi il popolo degli elettori che si presenta a questo appuntamento è diventato un popolo a sovranità limitata.
«La sinistra si gioca la pelle». Fausto Bertinotti non lo dice esplicitamente ma la posta in gioco alle prossime elezioni secondo lui è abbastanza chiara. In questo lungo forum con il manifesto, il candidato della Sinistra arcobaleno non nasconde il fallimento del governo Prodi né le difficoltà del «nuovo soggetto unitario e plurale». Quasi due ore di intervista a tutto campo: dalle liste elettorali alla doppia sfida contro la destra e contro il Pd.
Inevitabile partire dal governo Prodi e dalla sua caduta. Da un male può nascere un bene?
Sì. Sì, se si determinano una discontinuità e una rottura vere. Altrimenti saremo marginalizzati o travolti da una «rivoluzione passiva». Il punto da cui partire secondo me è l'efficacia di una politica di sinistra - e per sinistra io intendo una forza che pur con tutte le innovazioni eredita dal movimento operaio del '900 il tema dell'uguaglianza e della trasformazione della società capitalistica nel suo tempo. Per rispondere al problema dell'efficacia, nel 2006 avevamo scelto la partecipazione a un governo di centrosinistra. Anche perché, dopo cinque anni di Berlusconi, c'era una tale attesa nel paese che l'alleanza di governo era una strada quasi obbligata. L'abbiamo presa puntando tutto su un programma molto dettagliato. Perché così dettagliato? Perché era il tentativo, un po' ingenuo, riconosco ex post, di ottenere quelle garanzie che non ci sembrava possibile ottenere per via politica. Andando alla concretezza dei dettagli potevamo chiedere agli altri: facciamo proprio questa cosa che c'è scritta qui.
Più che un programma è stato un contratto?
Sì. Ma non ha funzionato e dico subito che è stato un errore di cui mi prendo la mia parte di responsabilità. Sostituire a un chiarimento strategico pressoché impossibile un castello di dettagli programmatici si è rivelata una forzatura.
E' stata una disgrazia o una fortuna che sia caduto Prodi?
Formula antipatica. E' una fortuna se tutti coloro che si sentono di sinistra prendono atto che quella storia lì, cioè la possibilità di costruire una politica riformatrice prevalentemente dal governo con un'alleanza tra forze diverse, è finita. Perché sia una fortuna dobbiamo cambiare il gioco e dire che il centro del nostro interesse è costruire una sinistra. Non più trovare una risposta qui e ora al tema dell'efficacia attraverso alleanze e governo ma di ritrovarla più avanti nel tempo costruendo un nuovo soggetto politico di sinistra.
Ma in campagna elettorale questa proposta non rischia di essere poco credibile?
No, perché se facciamo la campagna elettorale dando l'idea che la Sinistra arcobaleno è un cartello elettorale non rispondiamo al tema dell'efficacia. E' invece un investimento a redditività differita, facciamo una cosa oggi aspettando un risultato domani. Chiedo di votarci in primo luogo per aiutarci a fare una sinistra di alternativa. Non tanto e non solo per come stiamo in questa competizione elettorale ma per costruire la vera novità: un soggetto unitario e plurale della sinistra che oggi in Italia non c'è e domani ci deve essere.
Ma dov'è l'elemento di discontinuità? Proponi comunque un soggetto politico pensato dall'alto.
Non ci giriamo intorno: senza un protagonismo dei partiti il soggetto non si può costruire. Prc, Pdci, Sd e Verdi sono un serbatoio di storie, conoscenze, esperienze e lavoro politico imprescindibile. Ma accanto ai partiti ci sono almeno altre due componenti. Una è la sinistra «diffusa»: associazioni, movimenti, giornali, club, centri sociali, che sono già organizzati ma che non si riconoscono nelle forme dei partiti. Non perché sia qui, ma uno dei pochi momenti di gioia in questa campagna elettorale è stato quando ho letto la vostra prima pagina che annunciando le edizioni del lunedì diceva: «Noi ci siamo». E' un impegno che vorrei si moltiplicasse. La terza componente è una sinistra «potenziale», fatta di componenti sociali, culturali o civili che oggi sono impedite a collocarsi in politica per il suo linguaggio o per la sua natura.
Per esempio?
Il primo e il più grande sono gli operai, che sono uno dei drammi di questa vicenda elettorale. Il giorno dello sciopero dopo la strage della Thyssen Krupp in piazza era apprezzabile anche fisicamente una distanza enorme. I fischi al segretario della Fiom, impegnato tra l'altro nella lotta contrattuale, rendevano evidente che non si trattava di fischi «politici» - Non ci piace questo sindacato ma ce ne piace un altro -. Fischiavano perché i cancelli della fabbrica che il '68-'69 aveva aperto si sono chiusi. Il «noi» della fabbrica comunque declinato - noi classe operaia, noi comunisti, noi Fiom, noi Cgil, noi sindacato dei consigli, noi rivoluzionari - per la prima volta era un noi chiuso: noi operai che rischiamo di crepare diversamente da tutti voi che avete un'altra vita e state da un'altra parte. L'abbattimento di quel muro per me è necessario perché lo conosco da vicino ma ce ne sono altri. Penso che ci siano tantissimi «territori» potenzialmente di sinistra - per esempio la cultura ambientalista o femminista - che vivono un processo di sfruttamento e lo criticano ma non sono in condizioni di mettersi a disposizione di un progetto politico.
Però la rappresentanza della contraddizione operaia a fronte di scarsi consensi della sinistra al Nord non pone un problema vero?
In un certo senso non è mai stato vero. A Brescia potevi avere la più radicale lotta operaia e contemporaneamente il voto alla Dc. Negli anni '80 a Brescia o a Bergamo molti iscritti alla Fiom votavano Lega. Tuttavia il tema esiste anche in rapporto al Pd: esiste o no oggi una possibile interpretazione di classe della società? Esiste o no una formazione economica e sociale su scala mondiale che può essere chiamata capitalismo non come un'invettiva ma come l'interpretazione della società? Io penso di sì. Secondo: questo capitalismo tende alla mercificazione e all'annichilimento degli spazi di libera scelta e di autogestione più di quello precedente? Io penso di sì. Terzo: esiste ancora su scala mondiale e locale una contraddizione fra capitale e lavoro? Ancora sì, e questo è un punto cruciale per la costruzione della Sinistra arcobaleno: questa nuova soggettività politica deve entrare in conflitto con il modello economico sociale e deve fare dell'alternativa ad esso il suo elemento paradigmatico.
Rovesciamo la prima domanda: c'è qualcosa che in un ipotetico governo di sinistra varrebbe la pena rifare?
Fra le cose fatte ce n'è una che difenderei: la politica internazionale. Naturalmente è stato un compromesso, però lo difendo: dal ritiro delle truppe in Iraq fino al Libano e alla politica in Medio Oriente, a un Atlantico un po' più ampio, al riconoscimento di ciò che avveniva in America latina e in Africa via via fino alla cosa che soffro di più come il continuamento della presenza in Afghanistan. Anche lì la conferenza di pace ha offerto uno spiraglio...
...E il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo?
No. Qui penso che sia un errore e basta, che però condividiamo con tutta l'Europa e che è la conclusione di un ciclo drammatico che ha prodotto una neobalcanizzazione drammatica. Diciamo che è un errore che conclude un itinerario di errori. Però sostanzialmente la politica estera dell'Unione io la difendo. Purtroppo non abbiamo raggiunto lo stesso compromesso sul terreno economico-sociale e su quello dei diritti, basti pensare che in politica economica è tornata la logica dei due tempi. Non è che critico un provvedimento piuttosto che un altro, è proprio l'ispirazione complessiva che non ha funzionato: sulla precarietà, sulle pensioni, sui salari. Noi abbiamo cercato il compromesso, ma anche sui diritti civili è andata male.
Prima parlavi di un muro da abbattere tra operai e la gente che sta fuori. Ma non c'è un muro da abbattere anche tra i partiti e gli elettori? Se le parole chiave di questa nuova sinistra sono rinnovamento e partecipazione dove le vediamo? Le liste sono formate esclusivamente dai partiti, i gruppi dirigenti sono sempre gli stessi, tu stesso fai politica da molti anni per costruire questo soggetto unitario. Non credi che ci sia un deficit di credibilità?
No. Un deficit di credibilità no, un processo faticoso sì. Per favorire il rinnovamento ognuno deve dare il suo contributo e il mio lo vedrete tra 40 giorni.
E' una notizia?
No. Lo sapete tutti che ho scelto di non avere nessun incarico di direzione in questo nuovo soggetto. Proprio perché penso che non solo bisogna fare un rinnovamento generazionale, che pure è necessario, ma anche cambiare le forme di organizzazione. Adesso noi siamo in un imbuto e facciamo il fuoco con la legna che abbiamo. Lo dico chiaro già da ora: queste liste elettorali non saranno convincenti. Chiedo uno sforzo di comprensione al popolo, a tutti: «Siate generosi». Perché non c'è un terreno più infido e più complicato di quello della rappresentanza, lo sappiamo bene. Questo vale per tutti ogni volta che si deve formare un organismo dirigente. E non è una giustificazione. Quando diciamo innovazione dobbiamo essere pronti. E' curioso che molti di noi che hanno alle spalle una storia di critica delle forme di organizzazione non genericamente della politica ma del movimento operaio e della sinistra lo hanno fatto quando queste organizzazioni erano forti e possenti. E oggi che bisognerebbe lavorare ad una ricostruzione della sinistra questo elemento critico viene un po' dimenticato. In questo passaggio così difficile chiedo uno sforzo di generosità, è comprensibile che quando si mettono insieme i soci fondatori vengano un po' tutelati. Non è bene che la formula «bombardate il quartier generale» venga invocata dall'alto ma in ogni modo penso proprio così: che bisognerebbe che ricominciasse subito un'altra storia. Che cioè già in campagna elettorale si costituissero non dei comitati elettorali ma i comitati per la Sinistra arcobaleno. Spero che si possano aprire «case della sinistra arcobaleno» già in queste settimane, anche facendo sì che le sedi dei partiti vedano sovrapporsi al proprio simbolo un altro cartello e un'altra forma di partecipazione. Una volta sofferta la composizione delle liste, piuttosto che recriminare affoghiamola moltiplicando i luoghi della partecipazione. Insomma dobbiamo davvero aprire una fase costituente.
Non è però un problema solo di liste elettorali. Non si può ignorare che nella sinistra arcobaleno convivono oggi prospettive completamente diverse sul suo futuro. Almeno tra i Verdi e il Pdci. Come rispondi a questo problema?
Le resistenze vanno battute ma i voti vanno presi. Questa operazione non sopravvive e non decolla se non ha un risultato elettorale. Quindi intanto pancia a terra avanti come siamo. E' indispensabile all'impresa, lo dico a tutti. Ma poi penso che questo soggetto unitario va fatto. Voglio rispondere a chi solleva il tema dell'identità anche se non lo condivido nelle sue forme. L'identità è comunque un problema reale se il processo è vero, aperto e inclusivo. Se invece si fa un'operazione asettica di pura razionalità politica sbagliamo. Il problema della costruzione di un popolo è anche il problema dei simboli e dunque fa parte del processo costituente. Quindi: il massimo di apertura e contemporaneamente il massimo di determinazione. Le resistenza vanno battute. Il chi ci sta è decisivo. Io sono perché ci siano tutti, anche di chi è più lontano da me. Ma poi la battaglia politica deve essere aperta e a tutto campo. Non ci sono recinti e depositi privilegiati per la costruzione di questo soggetto.
A proposito di identità e prospettive. Tremonti e la Lega affrontano la crisi della globalizzazione con una chiusura nazionalistica. Da 120 anni la sinistra ha una visione opposta. Oggi?
Schematizzo al massimo. Della destra tutto si può dire tranne che non sia dotata di realismo. Siccome la crisi c'è e deve difendere interessi reali risponde brutalmente con una nuova combinazione di liberismo e populismo che è il protezionismo. All'ingrosso: liberisti nei rapporti economici, protezionisti nei rapporti tra stati. Ma il Pd a sua volta fa un'operazione di sistema. Dallo scioglimento del Pci a ieri c'è stata una controriforma graduale e non dichiarata ma sempre collocata a sinistra. Oggi invece è indicativo che la parola «sinistra» venga cancellata anche nel nome. Non è maquillage, quella di Veltroni è un'operazione che va presa sul serio. Sempre quando la sinistra è in difficoltà diventa aristocratica e sottovaluta i problemi. L'abbiamo fatto con Berlusconi ora rischiamo di ripeterlo con Veltroni. Quello del Pd è un riposizionamento vero: è la richiesta di cancellazione del conflitto. Sia sul terreno della lotta di classe che in quello del lavoro. Il conflitto viene cancellato come se fosse un fraintendimento dei vari portatori di interessi. Dunque lo schema di destra è comunitario-protezionistico, quello di centrosinistra è la dissoluzione delle fisionomie sociali e dei diritti. Di fronte a queste due ipotesi di «sistema» la sinistra è alternativa alla prima e critica con la seconda.
Perché vi alleate con il Pd nelle città? In una battuta: è meglio Rutelli sindaco di Veltroni premier?
Noi dobbiamo valorizzare le autonomie e ripensare un sistema elettorale in cui ci sia autonomia di movimenti, soggetti politici e realtà sociali. In questa prospettiva i corpi intermedi - sindacati, associazioni, il volontariato ma anche gli enti locali - hanno una grande rilevanza. Ma per quale ragione dovremmo privarci del governo delle città?
Forse perché Rutelli ha già chiarito che un albo delle unioni civili a Roma non lo farà mai. La critica che fai al governo Prodi non rischi di replicarla domani in cento città?
E' un rischio ma è anche la possibilità di aprirsi spazi significativi. Pensiamo a Napoli. Dal governo locale possono venire aperture a spazi di organizzazione nella società molto significativi, poi naturalmente mi si può dire: ma che politica urbanistica fai? Che politica dei trasporti fai?
Il governo locale è più permeabile di quello nazionale?
Sì. Anche per un'esperienza finita così male come quella del governo Prodi. Porsi il problema del governo è indispensabile, perché se da un lato c'è il rischio dell'omologazione dall'altro c'è quello di chiamarsi fuori, in forme politiche non dico estremistiche ma semplificate e banali, che non fanno i conti con la durezza e la complessità della mediazione. Puoi riuscirci o no, ma quel cimento è obbligato.
C'è il rischio che questa formazione della sinistra appaia una cosa vecchia. Di cultura si parla poco in questa campagna elettorale. La Rai, la televisione, è il veicolo attraverso il quale si è formata anche una cultura, disastrosa, dell'Italia. Oggi l'unica cosa a cui si pensa è sganciarla dai partiti e privatizzarla. Voi a quale tv, a quale Rai, pensate?
Questo campo pone una questione davvero cruciale: il problema della costruzione di un senso comune, che possiamo anche chiamare la questione dell'egemonia. Su questo abbiamo accumulato molti ritardi. E una delle ragioni è la scomparsa di luoghi di ricerca comune e di formazione sui grandi temi di fondo della società. La politique d'abord ci ha massacrati. Bisognerebbe creare una scuola, un diavolo di luogo dove si possa organizzare e pensare sistematicamente, perché scuola, radio e televisione, nuovi strumenti di comunicazione, nuove produzioni di arti e di cultura, obbligano a ripensarci organicamente. Penso che, come per la scuola, il tema della ridefinizione di una missione della tv è fondamentale; tutte le discussioni in cui spesso ci avviluppiamo - tre, quattro, cinque reti - contano poco. Persino la contesa con Mediaset - rischio di apparire un bestemmiatore - conta poco quando il linguaggio è unificato e non si distingue più un programma del servizio pubblico da uno di Mediaset. Per la Rai bisogna aprire una discussione sulla sua missione, marcandone sia nel contenuto che nel contenitore il carattere di spazio pubblico. E in questo caso continuo a pensare che la forma migliore sia il più vicino possibile all'autogoverno. Se tu mi chiedi: chi governa la Rai? Ti dico: chi ci lavora. Ma se tu mi chiedi che i partiti si ritirino, sono disposto solo a favore dei lavoratori. Sennò perché devo liberarmi?
Proprio il 13 marzo avete indetto un sit in di fronte alla Rai.
Se dobbiamo andare a viale Mazzini per chiedere un minuto in più è meglio stare a casa. Invece vogliamo marcare il carattere di servizio pubblico, e dentro questo spazio chiediamo una complessiva capacità di informare sottratta al vizio di una logica duopolistica.
Hai detto che la sinistra si deve porre il tema dell'uguaglianza. Fai quattro proposte secche per stabilirla una situazione di stagflazione, di recessione. Qualcosa che vi distingua dagli altri partiti.
La prima è l'aumento dei salari, degli stipendi e delle pensioni. Cosa a cui va attribuita un'importanza grandissima. Uno più importante di me diceva: contro i padroni aumento dei salari. Io dico: contro la recessione aumento dei salari. Salari, stipendi e pensioni sono così bassi che il loro aumento determinerebbe una possibilità di spesa immediata e in qualche modo questo risponde insieme ad un criterio di giustizia e a un criterio di domanda. Secondo: in alternativa alle grandi opere, che rischiano di suggestionarci anche dal punto di vista dell'occupazione, proponiamo un grande programma di opere pubbliche costruite al contrario: mettere a sistema la difesa idrogeologica del paese, costruire le case popolari. Un intervento di civiltà, di valorizzazione ambientale e di beni comuni come il patrimonio artistico-culturale. Cioè non un'operazione di devastazione ma di arricchimento di risorse che sono anch'esse un argine contro l'impoverimento, dall'acqua fino agli asili nido. Terzo, l'energia: al contrario del nucleare e del carbone, vogliamo accompagnare quello che sta già accadendo nel paese. A Milano si costruisce un nuovo Politecnico tutto in funzione dell'energia solare. Quanti progetti come quello possono essere avviati in Italia? Quarto, il salario sociale: l'idea di una dotazione in denaro e in servizi per i giovani che entrano nel marcato del lavoro, siano essi disoccupati o precari, che li accompagni nel mercato del lavoro.
Negli ultimi mesi della legislatura Rifondazione si è concentrata molto sulla legge elettorale. Tanto che tu stesso dopo il 20 ottobre hai aperto a un governo istituzionale anche con la contrarietà delle altre forze della sinistra. Qualcuno ha sospettato che questo abbia per esempio rallentato la discussione di alcune leggi in parlamento come il conflitto d'interessi e la Gentiloni.
No, le calendarizzazioni le decide il governo e alla fine il governo ha deciso di non affrontare la Gentiloni, o il conflitto d'interessi perché ha pensato di non avere la maggioranza in senato, cosa poi verificatasi. Quanto alla domanda: quello che succede oggi mi dà ragione e in questo ti rispondo a mio nome, non come rappresentante della Sinistra arcobaleno. Se oggi avessimo avuto una legge simil-tedesca, avremmo una competizione pulita invece che una pulsione al 'voto utile'. In nome della quale si produce una cosa terribile, per cui se parli con una persona sul piano dei contenuti ti dà ragione - salari, ambiente, diritti degli omosessuali. Poi gli chiedi: per chi voti? E ti risponde «chi vince», come in una partita di calcio. Avessimo avuto una competizione alla tedesca, non si dava il premio di maggioranza e dunque l'argomento del «voto utile» cadeva in sé.
Nelle forze della Sinistra arcobaleno sulla legge elettorale siete divisi. Il prossimo governo però farà comunque una riforma. Come farete a restare uniti?
Adesso il tema dell'alleanza in coalizione è derubricato per scelta del Pd. Dunque ora la riforma è una scelta tra due direzioni: una presidenzialista e bipartitica, l'altra verso la centralità dei partiti in una repubblica parlamentare e proporzionale. Ho buone ragioni di pensare che la Sinistra avrà una scelta quasi obbligata.
Come spieghi la significativa assenza di movimenti in questo inizio di campagna elettorale per un partito che per un certo periodo pensava di essere un partito-movimento?
I movimenti, secondo me, vivono una fase di difficoltà per molte e complesse ragioni. Del resto tutto questo lungo ciclo ci ha abituati ad un andamento diversificato, in cui si producono grandi, fortissimi momenti di conflitto e anche di tensione verso l'unità. Penso al movimento degli studenti francesi contro il Cpe (il contratto di primo impiego, ndr), vittorioso, che viene da un grande successo come la vittoria del referendum contro il trattato europeo, e poi vai alla competizione elettorale e sei massacrato da Sarkozy. E' imprescindibile che la costruzione della sinistra alternativa si misuri con i problemi dei movimenti, con un approccio che è quello del rispetto dell'autonomia ma anche della costruzione di forme di relazione e di un processo di tendenziale unificazione. Pensiamo alla Fiom: è presente in tutti i movimenti. In Val Susa contro la Tav c'era, a Vicenza c'era, nei cortei per la pace c'era. Poi però quando c'è il contratto dei metalmeccanici è sola e il reciproco non si vede. Mettiamola così: mi pare un problema complesso, un limite della sinistra. Si riconoscerà però che anche al governo e con tutte le difficoltà, tranne in un caso controverso, il grosso della Sinistra arcobaleno è stata nettamente con i movimenti.
Parlando di partecipazione, ti faccio l'esempio della Sinistra europea. Lì dentro c'è un'innovazione e un'apertura reale però poi la linea da tenere rispetto al governo viene decisa solo nella segreteria di Rifondazione. Chi partecipa alla sinistra arcobaleno poi dove va a finire?
Hai ragione. Questo processo contiene molte contraddizioni e molti limiti. Ognuno di noi è in grado di misurare le proprie impazienze e io stesso ne conto più d'una. Quel percorso ha dato luogo a un'aggregazione di forze interessanti che però non siamo riusciti a fluidificare in un rapporto stringente con il partito.
Visto che auspichi un soggetto unitario non pensi che le riunioni volanti tra i leader dei vari partiti debbano essere rese permanenti o istituzionalizzate?
Si aprirà fra pochi giorni a Roma una sede della Sinistra arcobaleno: mi piacerebbe che non fosse solo un comitato elettorale. Lo dico a chiunque, associazione o giornale, etc, è interessato a questo percorso unitario: va lì e occupa una stanza, perché proprio è un processo - secondo me - che deve prodursi e gemmare. E poi certo, sarebbe opportuno che si producesse subito un grande evento, un'assemblea di tutti coloro, partiti e non, che si prendono l'impegno di costruire la Sinistra arcobaleno al di là della campagna elettorale. Un'assemblea autoconvocata per provare a dire dove vogliamo andare.
Sessant'anni fa, nel '48 e sempre in aprile, ci fu una sconfitta pesante del Pci e del Psi. Però si ripresero. Ove ci fosse una sconfitta, cosa che speriamo di evitare, secondo te ci sono le forze per reagire?
Credo sarebbe molto dura. Sono convintissimo che la Sinistra arcobaleno debba nascere come una necessità. Però temo anche il rischio - che c'è in tutta Europa - della scomparsa della sinistra politica dalla panorama politico e culturale. Non che questo cancellerebbe i movimenti, le tensioni critiche, l'anticapitalismo, ma che non siano più presenti sulla scena della politica. Una sconfitta temporanea rischia di portarci a una devastazione di lungo periodo. E' questa la mia risposta a chi parla di voto utile. Da un lato costruire questa sinistra dentro e oltre le elezioni è una necessità storica. Dall'altro è l'unico modo per condizionare il Pd a una relazione con la sinistra. Il voto per noi è doppiamente utile.
Se uno dovesse fare una previsione oggi su come vanno queste elezioni finisce con un quasi pareggio in senato e una situazione di ingovernabilità che, come dicono spesso sia Veltroni che Berlusconi, porti a una legislatura di transizione.
Mi pare una tesi arbitraria da sconfiggere politicamente. E' stata messa in campo per preparare una sorta di union sacrée post-elettorale e mettere il paese di fronte all'inevitabilità di un'alleanza per le riforme tra Pd e Pdl. Anche nel suo versante più dolce sarebbe una specie di governo istituzionale che tuttavia nelle nuove condizioni avrebbe l'obiettivo di istruire un regime, cioè un taglio delle ali fatto per via istituzionale e non per il voto. E quindi chiedo a Veltroni e Berlusconi: se volete costruire un regime ditelo subito, passate attraverso il consenso e non nascondetevi dietro al pareggio. Se così fosse potremmo batterci politicamente. Se invece queste riforme non dichiarate si vogliono fare dopo il voto vanno contrastate sul terreno della democrazia e quindi chiamando fin d'ora tutte le forze democratiche a una sorveglianza, perché il pericolo che prima veniva indicato della scomparsa della sinistra qui verrebbe perseguito attraverso un'operazione autoritaria istituzionale che chiederebbe davvero una mobilitazione democratica di tutti i cittadini.
Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile.
Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata.
Agitando un'avvenente flexsicurity che, oltre a mandare all'aria qualsiasi professionalità (perché, quando sei licenziato devi accettare qualsiasi secondo mestiere ti si offra) è una frottola se non dove, come in Danimarca, è altissima la spesa sociale e per quattro anni, aiutato dal sindacato, puoi cercare un altro impiego senza perdere il salario. Da noi vige il comandamento: ridurre la spesa pubblica, già inferiore alla media europea dell'Ocse. Il trend è ridurre il «bene pubblico» e l'«intervento pubblico» in genere. Già nel prodiano «sussidiarietà» stava il germe del teorema: il pubblico interviene «soltanto dove il privato non arriva». Negli Stati uniti non rispondono a questa regola anche istruzione e sanità? E per la pensione non ci sono le assicurazioni private?
Il sindaco d'Italia aggiunge con uno smagliante sorriso che solo se «aumenta la ricchezza» ci sarà meno disuguaglianza. La torta piccola si divide fra pochi. E precisa che se non ci fossero stati i comunisti (lui nel profondo del cuore non lo è mai stato) o i veti sindacali o le leggi tipo Giugni eccetera, saremmo un paese prospero e felice. Lo ridiventeremo votando lui o Berlusconi, che ha ripescato quando era al suo punto più basso, considerandolo il solo in grado di rappresentare l'«altro» grande leader. E quello si è attaccato alla pertica che gli veniva tesa e s'è fuso con Fini. Poi se la vedranno ciascuno con i propri cespugli - come li ha prontamente definiti la stampa - il primo con il centro, Casini e compagni, il secondo con quel che resta della sinistra. A sinistra non sarà facile. Ma a questo fine supremo il Nostro ha preferito sacrificare il premio che in caso di vittoria l'attuale legge gli darebbe se corresse coalizzato. Forse, sapendo che la recessione è in arrivo, non gli dispiacerebbe che grandinasse sulla testa di Berlusconi piuttosto che sulla sua.
E' a questa strategia che gli italiani democratici e già benevolmente progressisti vogliono dare una mano? Facciano. Ma non raccontiamoci storie, voteranno per un capitalismo che resterà straccione, con una manodopera vieppiù senza difesa e con garanzie zero contro la nota propensione agli imbrogli. Evitiamo la figura ridicola dei francesi che, dopo aver intronizzato Nicolas Sarkozy, scoprono che è un padrone duro, cosa che non aveva mai nascosto, oltre che un nevrotico narcisista. Lo hanno fatto precipitare nei sondaggi dal 66% di settembre al 42% di oggi. Ma se lo dovranno tenere per cinque anni a meno di andare sulle barricate.
Che comporta la piega che stiamo prendendo? Uscita di scena anche da noi una sinistra di derivazione classista e marxista, trascolora la cultura politica europea - il cui segno dal 1789 al 1989 è stato quello sociale, diversamente dagli Stati Uniti e dal mondo non occidentale. Nel Novecento questa sinistra si era aspramente divisa fra correnti rivoluzionarie e gradualiste - cioè sul «come» cambiare una società ingiusta - ma che fosse ingiusta e andasse cambiata è il tema che ha alimentato due secoli di storia e era penetrato anche nella classe proprietaria attraverso l'assioma «per essere conservato il capitalismo va regolato», legittimando e legiferando la dualità di interessi. Decisiva era stata la crisi del 1929, a definire le forme della regolamentazione era stato il keynesismo. L'ultimo sprazzo, ma rimasto isolato, è stato il tentativo teorico di Michel Aglietta. Con il ritorno a Von Hayek, non è un sistema «economico» che muta, è un arretramento dell'idea di società che ha retto il grande pensiero politico moderno. Che una democrazia immobile ed esclusivamente di mercato portasse dei pericoli l'aveva intuito perfino de Toqueville, alla fine della sua grande opera controrivoluzionaria «De la démocratie en Amérique» (sospetto che non ha sfiorato Furet cento anni dopo). In verità, che resta della tradizione fondante dell'Europa, della rivoluzione inglese e francese e poi russa? Vacillano i pilastri di una democrazia non meramente elettorale, che democrazia può anche non essere affatto, quando al posto delle dichiarazioni del 1789 e della loro complessa filiazione subentra il solo mercato attivando a mo' di risposta i fuochi devastanti delle etnie e dei fondamentalismi. L'ultimo Lucio Colletti, ormai polemico con il marxismo, si chiedeva tuttavia quali mostri avrebbero preso corpo nel caso che venisse a cessare la speranza di una liberazione egualitaria in terra.
Una seconda considerazione è ancora più cogente. Nella rapida e crudele mondializzazione della produzione e dei commerci e nel giganteggiare delle operazioni puramente speculative, l'Europa e quel che resta dei suoi stati nazionali perdono ogni propria fisionomia politico-sociale. Le regole della Ue assicurano la mera lubrificazione dei capitali del resto del mondo che la sfondano da tutte le parti, demolendo quella che era stata la sua conquista e caratteristica principale: i diritti e il compenso del lavoro. Le nazioni più deboli come la nostra vacillano sotto la tempesta, si dilatano oltre ogni dire disuguaglianza e povertà perché i primi a passare sono i redditi non da capitale, cioè il 90% di essi. Non c'è più posto né legittimità per una politica industriale - basta veder oggi la fatica che fanno Gran Bretagna e Germania per salvare alcune banche, squassate dalla crisi dei subprime, e come i nostri più fiacchi capitali si diano allo sport di comprare aziende più o meno decotte in Francia o Spagna per spostarle in Tunisia, dove il lavoro costa meno lasciando a piedi la manodopera continentale. La frattura sociale torna ad allargarsi come all'inizio del Novecento. Il capovolgimento politico della Russia e della Cina, con la loro intollerabile miseria salariale, può concorrere illimitatamente con le produzioni occidentali, minandone le società e inducendovi una inclinazione autoritaria. Si è tolto senso alla libertà salvo a quella di imprendere, comprare e vendere, si è dichiarata la fine della storia e poi si va elucubrando sulla «poltiglia» degli adulti e la «violenza» dei giovani.
E' fuori del Partito democratico che cade la responsabilità di una linea di difesa e di opposizione a questo trend devastante. Ma come sostenere che le sinistre alla sua sinistra hanno saputo in questi anni delinearla e praticarla? Veltroni dice molte stravaganze, ma una non lo è: nelle grandi fasi di mutamento non si regge sulla sola linea del «no». No del tutto fondati quando vanno contro i diritti elementari della persona (nel lavoro, nell'immigrazione, nella pratica repressiva) e ormai sempre più spesso contro gli equilibri fondamentali del sistema ecologico-ambientale, per non parlare della guerra. Ma è sotto gli occhi di tutti come le lesioni degli uni e degli altri non vengano più ormai da scelte controvertibili su un piano locale ma da una spinta potente e univoca su scala mondiale, contro la quale le azioni locali sono essenziali ma non contano molto oltre la testimonianza. La vicenda del popolo di Seattle ha avuto un peso incalcolabile sulla formazione della soggettività, nullo sulla forza concreta della Wto - le forze che chiamavamo «strutturali» avendo raggiunto con la propria mondializzazione e la frammentazione di chi le avversa un impatto mai raggiunto prima. L'ampiezza e inoperatività del movimento per la pace obbligano a riflettere sul mutamento avvenuto nel rapporto fra maturazione delle coscienze e agenti di decisione economico-militari.
In Italia la Sinistra Arcobaleno, in Francia le sinistre disunite comunista, ecologista, trotzkiste, in Germania la Linke (è quella che sta andando più avanti e sta obbligando la Spd a una riflessione cui era impreparata) hanno da rendersi conto di questa dimensione e passare dalla resistenza alla proposta. Che non può essere, una volta passata la notte elettorale, la sommatoria di tre o quattro urgenze pur evidenti. L'arretramento è stato grande e poco conta dolersene o sdegnarsene - niente è più derisorio delle punte di astensionismo che emergono qua e là, infantile «Non gioco piu!» mentre rotola il mondo. Molto va aggiornato, molto va ricominciato da capo. A questa ricerca tenteremo di partecipare. E va da sé che il giornale è aperto.
«Somos reformistas, no de izquierdas». El Pais, principale quotidiano spagnolo, intervista Walter Veltroni. Uno sguardo a tutto tondo sul suo tour elettorale, un parallelo italo-spagnolo su due paesi al voto, ma soprattutto domande secche sulla novità del Pd. Il titolo parte proprio da lì: «Veltroni ringiovanisce la politica italiana». Ma non si tratta solo di candidature, è il programma a segnare la svolta. E Veltroni usa parole chiare per definirla: «Siamo riformisti, non di sinistra».
Una frase che, in questi giorni in cui la parola Veltrusconi riecheggia in tutti i discorsi di chi sfida i leader dei due maggiori partiti – Casini su tutti – fa riagitare lo spauracchio delle larghe intese. Veltroni mette in chiaro subito che «riforme istituzionali, sì, accordi di governo, no». Uno slogan che riassume quello che da giorni va dicendo a chi, da Fini a Bertinotti, lo accusa di aver “copiato” il programma del Pdl: «Se è vero che il nostro programma è copiato dal suo, allora vorrà dire che potrà votare, fin da subito, alcuni punti del nostro programma». Ma, aggiunge, «non collaborerò mai con Berlusconi ad un governo».
Tra i due programmi, comunque, c’è sicuramente un punto dirimente: la questione energetica. Berlusconi ha rilanciato nel programma presentato venerdì il nucleare come panacea di tutti i mali, Veltroni ora replica spiegando che quello di cui abbiamo bisogno è «un'operazione di gigantesca riconversione del nostro sistema produttivo, possibile grazie alle grandi scoperte della tecnologia, che ci permette di ricavare energia dalla natura, a cominciare dal sole».
Sottolinea le differenze anche il ministro del Lavoro Cesare Damiano: «Il programma del Popolo delle libertà mi pare piuttosto avaro sui temi del lavoro, tutto il contrario del Partito democratico che ha un programma robusto e preciso». Nel Pdl «si parla di detassazione degli straordinari e sgravi sulla tredicesima. Il Pd – prosegue Damiano – invece deve agire con molta più forza intervenendo sulla revisione al basso delle aliquote, con incentivi sui salari di produttività, sulla revisione del modello contrattuale con un miglioramento retributivo soprattutto per il lavoro discontinuo, si tratta dei famosi 1000-1100 euro per i contratti a progetto».
Intanto, in una lettera a Famiglia Cristiana, il segretario del Pd ricuce sul fronte dei temi etici: il settimanale cattolico lo aveva duramente attaccato per aver siglato l’accordo con i Radicali, ora Veltroni rassicura che «non c'è ragione di temere che nel Pd i cattolici siano mortificati. Al contrario, è di tutta evidenza come essi rappresentino una delle colonne portanti del partito: non solo sul piano quantitativo, ma anche sul piano della qualità e dell'autorevolezza delle idee».
Non piace la svolta “riformista” ai Socialisti. Boselli: «Raccontare agli italiani che non è mai stato comunista, è una bugia ed anche un errore. Il nuovo – aggiunge – non passa cancellando la storia di ciascuno di noi». Ma nell’intervista a El Pais, Veltroni sostiene che «gli italiani sono stanchi del passato». «L'Italia – prosegue – ha diritto di scegliere tra una proposta riformista ed una conservatrice. Si potrà dire quel che si vuole – ammette – ma Reagan ha cambiato l'America; Mitterrand ha cambiato la Francia e altrettanto farà Sarkozy, così come la Thatcher e Blair hanno cambiato l'Inghilterra».
Il link al testo dell'intervista
Caro Eddyburg, pensavo già di scriverti sulle contraddizioni sottaciute, ma evidentissime nella pratica (oggi 26.2 nella cronaca romana del Corriere della Sera un bell'articolo di Giuseppe Strappa dal titolo "Soppesando parole e mattoni" segnala i casi del progettato riuso dei depositi ATAC di Porta Maggiore e via Bainsizza, dove si vorrebbero usare - in deroga al PRG recentissimamente approvato - criteri, funzioni e densità del tutto identici ai vituperati casi milanesi di ex Fiera e Centro Direzionale), di Veltroni, del Pd, di molte amministrazioni di centrosinistra, quando ho letto l'appello al voto a sinistra di Vezio Di Lucia.
Tutto giusto e condivisibile: il programma di Pd e PdL sono oggettivamente convergenti nel considerare città, ambiente e territorio come un supporto "corvéable a merci" per la valorizzazione economica, rispetto alle esigenze di disegno urbano, di sostenibilità ambientale, di partecipazione sociale. Lo ha dimostrato il progetto di legge Lupi(FI)-Mantini (Margherita, ora Pd) presentato in modo bi-partizan sia sotto il Governo Berlusconi che sotto quello Prodi.
Ma, forse, anche a sinistra qualche esame di coscienza dovremmo farlo se talvolta per far fronte all'emergenza socio-abitativa e alle ristrettezze economiche dei bilanci comunali si accetta di far edificare ai privati sulle aree pubbliche inattuate (Milano e Lombardia) o si affidano le valutazione economiche dei PII al Centro Studi di Fiera Milano (Cinisello) o a Guido Rossi (ex Falck di Sesto), come numi tutelari dell'attendibilità economica. Sarà un caso, allora, se Bertinotti per esemplificare una linea programmatica alternativa cita il primo Fanfani populista e demagogico del Piano Casa degli Anni Cinquanta e non l'eredità storica del centrosinistra degli Anni Sessanta/Settanta (Legge Ponte, decreto ministeriale su standard e densità, piani per l'edilizia popolare come quota dell'edificabilità complessiva, Legge Bucalossi), unico baluardo ancora oggi per i cittadini che vogliano opporsi alla deriva privatistico-liberista subentrata dagli Anni Settanta in poi?
Grazie Brenna delle tue riflessioni e della segnalazione dell’articolo di Strappa, che ho subito inserito. Di fronte a questa situazione non possiamo tacere; il quadro che si prospetta è gravissimo. Le elezioni sono uno di quegli avvenimenti della vita nei quali sei costretto a scegliere tra quello che c’è: secondo me oggipiù che mai bisogna dire forte che, per salvare un possibile futuro, occorre scegliere a sinistra.
Forse più di altri elettori, noi urbanisti di sinistra (possiamo ancora chiamarci così?) dovremmo essere allarmati e impauriti dalla probabile vittoria della destra di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. La prossima legislatura potrebbe essere quella che promulga la fine del governo pubblico del territorio, la sua irreversibile privatizzazione, la resa senza condizioni agli interessi fondiari. Devo ricordare che, nella primavera del 2005, la maggioranza di centro destra della Camera, con il sostegno di 36 deputati di centro sinistra, e con il complice silenzio della grande stampa, approvò il cosiddetto disegno di legge Lupi. Oltre alla cancellazione degli standard urbanistici, a un indiscriminato incentivo al consumo del suolo e a tanti altri danni, quella proposta prevedeva che le decisioni in materia di urbanistica finora di esclusiva competenza pubblica fossero sostituite da atti negoziali, cioè concordati con la proprietà immobiliare. Solo grazie alla mobilitazione nostra, all’impegno implacabile di eddyburg e all’anticipata conclusione della XIV legislatura fu scongiurata la definitiva approvazione del provvedimento da parte del Senato. Nei mesi del governo Prodi, parlamentari di sinistra e di centro sinistra hanno presentato proposte alternative alla legge Lupi, alcune riprendendo dichiaratamente il testo elaborato da eddyburg nella primavera del 2006. Ma prima dello scioglimento delle camere era solo iniziato il dibattito in commissione al Senato.
Perciò siamo punto e a capo. Si pone allora il problema di come dobbiamo votare per avere una ragionevole certezza di non ritrovarci nuovamente schiacciati dall’incubo della legge Lupi. Per quanto posso capire, il partito democratico è un interlocutore fondamentale per la costruzione, nel governo del Paese e delle realtà locali, di maggioranze di centro sinistra. E in quel partito militano amministratori di alto profilo, come Renato Soru. Ma sappiamo anche che, purtroppo, prevalgono, in quella compagine, posizioni e sensibilità che non possiamo condividere. A cominciare dalla disponibilità a larghe intese e a programmi comuni con la destra, disponibilità suffragata dalla dichiarazione del leader che “non ci sono due Italie ma una sola”. Il risultato non sarebbe Berlusconi ma il berlusconismo (e nel berlusconismo può legittimamente rientrare la legge Lupi). D’altra parte non è lontano dal berlusconismo quell’“ambientalismo del fare” a banda larga che tanto credito raccoglie nel partito democratico. Dobbiamo aggiungere la diffusa attitudine per l’urbanistica contrattata di molte amministrazioni locali a maggioranza di centro sinistra, la subordinazione a spericolate operazioni urbanistiche (come i grattacieli di Torino) garantite solo dalle firme di archistar che vengono accreditati come importanti maître à penser. Per non dire di quelle regioni governate dal centro sinistra che si oppongono con argomenti da lega nord all’approvazione dell’ultima stesura del Codice dei beni culturali e del paesaggio, un testo che finalmente restituisce indispensabili prerogative allo Stato.
Un efficace antidoto alle tentazioni e ai cedimenti che attraversano il partito democratico può essere una forte e autorevole presenza di eletti nelle liste la sinistra l’arcobaleno. Ed è a questa nuova formazione – che raccoglie, com’è noto, quanti provengono da rifondazione, dalla sinistra democratica (ex Ds), dai comunisti italiani e dai verdi – che propongo sia destinato il nostro voto. Da almeno tre lustri non sottoscrivo appelli al voto alle elezioni politiche, mi sono sempre dichiarato indipendente. Stavolta mi pare che ci si debba schierare. Non senza inquietitudini. In primo luogo, perché, come ha dichiarato Marco Revelli in una lucidissima intervista al manifesto, la nuova sinistra “è una sinistra dai riflessi spaventosamente lenti, che stenta a cogliere la dimensione di quello che sta succedendo. La svolta impressa dal Pd sconvolge tutta la mappa delle identità politiche italiane. É una liquidazione chiarissima, esplicita e credo irreversibile, perfino del concetto di centrosinistra”. “Se l’alternativa di sinistra vuole essere davvero «nuova» – continua Revelli – dovrebbe misurarsi con una società trasformata nel profondo, essere capace di superare vecchi dogmi (come quello sviluppista) o il modello di partito burocratico novecentesco, o almeno di metterli apertamente in discussione. Invece mi sembra di assistere a una sorta di congelamento delle idee di fronte alle minacce, e al prodromo, della liquidazione della sinistra tout court”.
Anche nel merito specifico delle questioni che più interessano in questa sede, non manca il disagio riguardo a la sinistra l’arcobaleno. Perché se è vero che ai partiti che confluiscono nella nuova formazione si devono alcune esperienze di buon governo del territorio, sappiamo anche che non sono state poche le occasioni nelle quali esponenti della sinistra e dei verdi hanno sostenuto scelte e operazioni insostenibili, a cominciare dal recentissimo voto a favore del piano regolatore di Roma, il piano del nuovo sacco della capitale. E non mancano le loro responsabilità anche nella rovina di Napoli e della Campania sommerse dai rifiuti e in altre non lodevoli vicende. Ma tant’è. Non è questo il momento per rifugiarsi nell’astensione, né possiamo assistere attoniti all’estinzione della sinistra.
24 febbraio 2008
In queste giornate nelle quali ci si occupa soprattutto, se non esclusivamente, di liste elettorali, mi sono domandata più volte: perchè? Perché questo desiderio diffuso (chiamiamolo così) di diventare parlamentari, di essere candidati e candidate, di essere comunque proposti per un posto alla Camera o al Senato? Parlo della sinistra, s'intende, cioè del cosmo che un po' , da una trentina d'anni e più, penso di conoscere. E mi è venuto in mente un particolare abbastanza noto (ma rimosso) della vita politica di Enrico Berlinguer: nel '68 e nel '72 l'allora già di fatto leader o dirigente di primissimo piano del Pci votò per ben due volte contro la propria elezione a deputato, la prima volta con successo, la seconda dovendo cedere alla decisione di spedirlo, ad ogni buon conto, a Montecitorio. Oggi un simile comportamento appare fuori dal mondo - già lo era, in parte, nei primi anni '70, quando ancora la pratica del Pci privilegiava nettamente il ruolo dirigente nel Partito su quello o quelli istituzionali, ed, anzi, diventare deputato equivaleva ad una sorta di “premio di pensionamento”. Oggi, a sinistra, desiderano diventare parlamentari quasi tutti coloro che occupano un ruolo dirigente e gran parte di coloro che fanno attivamente politica - quelli che non l'hanno mai fatto come quelli che l'hanno fatto a lungo, i giovani come i “vecchi”, gli inesperti perché vogliono fare questa esperienza come gli “esperti” che vogliono continuarla. Continuo a chiedermi perché. Perché in una fase storica di crisi della politica e di non grande credito delle istituzioni c'è una tale “corsa” a entrare a far parte della così detta “casta”? La risposta non può essere nè univoca nè moralistica, e ci rinvia, come è logico, alla politica, al fare politica oggi, al nostro rapporto con la crisi della suddetta politica. Intanto, ho trovato cinque ragioni, tra di loro spesso intrecciate, che forse ci possono aiutare a capire. Le elenco in ordine crescente (secondo me) di importanza.
La prima è anche la più ovvia e banale: i privilegi materiali a cui il mestiere, pur precario, di parlamentare, dà diritto. Se ne parla molto poco, a sinistra, con imbarazzo, talora con finto pudore e non poche ipocrisie - da sempre, a sinistra, il rapporto con il denaro è un tabu che non si ha il coraggio di rompere. E' innegabile che questa motivazione, magari inconfessata, magari perfino inconsapevole (specie nei maschi, specie nei molti di noi che hanno alle spalle una vita abbastanza miserabile) sia reale. E tuttavia sarebbe fuorviante concluderne che si desidera diventare onorevoli “per i soldi”: non è così, non è questa la pulsione principale, almeno per la gran parte.
La seconda ragione risiede nel privilegio oggi più immediatamente connesso al ruolo di parlamentare: la visibilità, potremmo dire. O meglio: la conquista dell'accesso, di cui anni fa ci parlava Jeremy Rifkin. Accesso mediatico, naturalmente: un parlamentare accede - può accedere - alla Tv, ai giornali, al sistema dell'informazione, là dove un non parlamentare, ancorché dirigente politico di grado elevato (un segretario cittadino o regionale), è generalmente tagliato fuori. Appunto, non accede - “non esiste”, rischia l'invisibilità. Nella società mediatica, questa è la legge - perversa - che si è affermata. Dalle piccolo emittenti locali fino a “Porta a Porta” , l'accesso è garantito, almeno come chance, soltanto se si è “dentro” , se si è interni a determinate caste o corporazioni: oltre agli eletti, appunto, I giornalisti, gli economisti di scuola liberale, gli “esperti” di qualche cosa (criminologia, costume, psicologia, eccetera).
La terza ragione: la conquista di uno status che resta, a dispetto di tutto, invidiabile. Un onorevole è comunque “qualcuno”: agli occhi di sua moglie (se maschio, come in genere è), nella considerazione dei parenti e dei vicini, nel prestigio sociale generale. Anche se si tratta di un “peone”, privo di notorietà nazionale, anche se non riesce a determinare nessuna decisione (ma un emendamento di successo può sempre utilmente scappargli!), anche se non conta nulla nelle gerarchie autentiche del potere (ma vai poi a capire quali esse siano effettivamente), quando torna nella sua città o gira nel suo quartiere questa percezione di status è forte, soggettivamente e oggettivamente. Riscatta dall'anonimato della vita, da mille fatiche mai seriamente ripagate, talora, perfino, da una virtù che è stata fino ad allora soltanto premio a se stessa. Offre vero e propri momenti di ebbrezza dolce. Insomma, se non dà senso alla vita, aiuta a trovarlo - almeno per una stagione.
Quarto: il sistema di relazioni nel quale ogni parlamentare viene immesso e di cui può usufruire, più o meno intelligentemente. Nel fare politica, come è noto, le relazioni sono fondamentali - lo sono davvero, specie quando si perseguono obiettivi buoni, “nobili”, e si ha bisogno come il pane di alleanze, convergenze, sostegni. E' vero che il Palazzo è lontano dalla società reale, un mondo “a sé” malato di autoreferenzialismo. Ma è anche ricco di opportunità e di occasioni, oltre che fonte di notizie - e sede di un “sapere” specifico, anzi di saperi acquisibili solo per pratica diretta, compresenza, appartenenza.
Quinta e ultima ragione: il potere. Uso questa parola con prudenza, giacché, come ho scritto qualche riga fa, deputati e senatori (e Parlamento) di potere effettivo ne hanno ben poco. Eppure - parlo sempre della sinistra - questa è una verità parziale, che vale in riferimento alle gerarchie della politica o dell'establishment , non rispetto alla società reale. Mille parlamentari saranno pur troppi, come si dice nel dibattito corrente - e non valgono molto in confronto al centinaio dei loro omologhi della capitale dell'Impero, i senatori Usa. Ma costituiscono una élite “che può fare infinitamente di più di quello che è consentito alla “common people”. Un gruppo ristretto “che può” determinare scelte che hanno conseguenze sulla vita di tutti, là dove i più non possono nulla.
***
Se queste considerazioni hanno un fondamento, forse è più chiaro il meccanismo che spinge molti compagni (e compagne) verso la carriera di parlamentare: perchè ormai, anche a sinistra, anche e soprattutto nei partiti di sinistra, la coincidenza tra il far politica “a tempo pieno” e i ruoli istituzionali si è fatta stringente. Quel che si è drammaticamente rotto, nel corso di questi decenni di crisi, è l'idea (l'ideale, se volete) della comunità politica: il Partito (ma anche l'associazione o il movimento) non solo come “alterità”, rispetto all'esistente sociale e politico, ma come mescolanza paritaria di idee e vissuti, bisogni e competenze, ruoli e pratiche. Il partito di sinistra o comunista o ecologista come sede di un'altra politica, dove non tutti sono eguali, ma tutti hanno eguale dignità, perché il fondamento della dignità non sta nei singoli, nelle loro “carriere” o nei loro “successi”, ma nella forza dell'insieme - nella politica che si inventa e si pratica. Se non ci fosse stato questo fondamento, come avrebbe potuto il Pci diventare quel “paese nel paese” di cui tanto si è parlato? Se non lo ritroviamo, come facciamo ad evitare che l'unico riconoscimento possibile, per tanti militanti, sia quello di perseguire la strada dell'elezione?
Ma allora il problema che abbiamo di fronte è proprio quello di ricostruire - o di provare a ricostruire - una dignità piena della politica e degli strumenti di cui questa politica può dotarsi: dove un dirigente o una dirigente diventano tali , e sono riconosciuti tali, anche se non si candidano alle elezioni, non fanno un comunicato al giorno, non rilasciano un'intervista a settimana, non improvvisano proposte spettacolari o convegni ad hoc una volta al mese. Un problema gigantesco, certo. Forse una missione impossibile. Ma bisognerà pure cominciare a discuterne - a provarci. Anche in Rifondazione, dove la “fatica delle liste” si è rivelata più improba del solito. Ma dove, intanto, andrebbe apprezzata una novità: per la prima volta nella storia di questi anni, i criteri di selezione delle candidature sono stati presentati alla discussione in termini chiari e trasparenti, senza infingimenti o ipocrisie, e senza tacere dei costi dolorosi che essi in parte comportano. Non è detto che quei criteri siano “assolutamente giusti”, o perfetti. Ma l'atto di onestà politica, anzi di incipiente risanamento politico, è innegabile - e inverte una pratica “antica”. Forse, se si vuole fare una nuova sinistra (o una sinistra nuova), si può cominciare anche da queste “piccole cose”.
Presentato a Roma il libro di Giuseppe Chiarante, «Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico»
«Ma il Partito Democratico, non sarà forse un nuovo compromesso storico degli sconfitti?» ha esordito così provocatoriamente Valentino Parlato, introducendo martedì scorso il dibattito sul volume di Giuseppe Chiarante Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (1958-1975) (Carocci, pp.261, Euro 22,50) nel piccolo anfiteatro gremito della libreria dell'Auditorium di Roma. Aldo Tortorella, che ha firmato l'introduzione al libro dell'ex deputato del Pci, ha ripreso il filo degli eventi di una stagione della quale Enrico Berlinguer aveva intuito l'inizio della fine. «Il suo progetto - ha detto - era quello di un'alleanza storica tra due soggetti distinti, e non una fusione come quella del Pd. Voleva un nuovo compromesso per riformare lo Stato sociale sul modello della socialdemocrazia europea». Per Tortorella, gli eredi politici del Pci hanno provato a cancellare questa intuizione, denunciando i presunti «errori» di Berlinguer, il suo «conservatorismo» contrapposto alla «modernità» di Craxi, arrivando oggi a cedere al moderatismo e al liberismo.
Formula politica controversa, in questa campagna elettorale il compromesso storico sembra avere ritrovato un'attualità insospettabile, ma non le originarie ragioni politiche dei suoi protagonisti. Giovanni Galloni, che seguì quella stagione accanto ad Aldo Moro, ha spiegato come nelle intenzioni del leader democristiano «il compromesso storico non voleva essere un governo insieme ai comunisti. In quel momento di crisi, volevamo ricreare l'unità costituzionale del 1947, a condizione che il Pci prendesse le distanze dall'Unione Sovietica». L'obiettivo era, in fondo, garantire al paese un'alternanza di governo. «Non avevamo alcuna voglia di fare delle liste comuni» ha ribadito Galloni.
«A me il compromesso storico non è mai piaciuto» ha attaccato Stefano Rodotà, rievocando l'episodio di un incontro con Eugenio Scalfari, quando il fondatore di Repubblica gli confessò con un certo disarmo che erano rimasti in pochi, in quel momento, a opporsi al «governo dell'astensione», poi «governo di solidarietà nazionale». Per Rodotà, il libro di Giuseppe Chiarante dimostra come nel sottile, ma quantomai sostanziale, slittamento semantico da «compromesso storico» a «solidarietà nazionale» quello che è stato perso è il senso di una «riforma intellettuale e morale di questo paese». Con questa espressione gramsciana, Chiarante ha dimostrato che il Pci di Berlinguer aveva intuito l'urgenza di una svolta, anche se aveva ormai perso il polso del Paese: «Il Pci fu il maggior beneficiario della stagione del disgelo costituzionale - ha concluso Rodotà - ma non capì il recupero delle libertà individuali auspicato dal referendum sul divorzio. L'intervento del segretario della Cgil Luciano Lama alla Sapienza nel 1977 ne fu la dimostrazione».
Chiarante è il «testimone privilegiato» dell'incontro tra mondi lontani. Ha animato con Galloni la stagione del dossettismo nella Base, la corrente del cattolicesimo di sinistra, per poi lasciare la Dc nel 1958, agli esordi del centro-sinistra. Rossana Rossanda ne ha ripercorso la vicenda, precisando che «Berlinguer è stato un uomo di rara statura morale, ma non penso abbia avuto una grande statura politica. Chiarante lo salva, ma il suo progetto è fallito. Per il Pci sarebbe stato difficile staccarsi in quegli anni dall'Urss, anche se escludo che il 'partito nuovo' di Togliatti sia mai stato ispirato dal sovietismo». «Il principale errore di Berlinguer - ha continuato Rossanda - fu quello di sopravvalutare il pericolo dell'avanzata delle destre in Italia, mentre ha sottovalutato la capacità di classe di riorganizzare la società». Il compromesso storico è stato per Rossanda l'esito di una visione politicistica della società italiana, dove i vertici dei partiti hanno perso contatto con le sue trasformazioni e l'esigenza di una critica del capitalismo non ha risposto a quella di una riforma morale e intellettuale della politica. Un'analisi che dovrebbe essere fatta anche nelle sedi politiche del Pd e della sinistra attuale, ha concluso Chiarante.
Qui le recensioni di Michele Prospero (l'Unità ) e Valentino Parlato (il manifesto )
Il Pd è una grande barca in cui si vorrebbe tenere insieme tutto, il più visibile tra i padroni e il meno invisibile tra gli operai, per avere a bordo chi regge il timone e chi sta ai remi. Qualunque sia il giudizio politico sul nuovo partito, un merito al sindaco d'Italia va ricosciuto: Veltroni ha mosso una pedina importante che ha modificato l'andamento del gioco. Forse non riuscirà a dare scacco al re, ma sicuramente ha costretto il resto della politica a seguirlo, modificando le strategie di avversari ed ex alleati e terremotando tanto il centrodestra quanto il centrosinistra. Per restare al nostro campo di gioco, la sinistra, si potrebbe controbattere che non è una buona scelta quella di aggiustare le proprie strategie sulle scelte altrui. D'altro canto, non tutti i mali vengono per nuocere.
La caduta del governo Prodi e la scelta di Veltroni costringono le forze di sinistra ad accelerare un processo di unità che negli ultimi mesi sembrava avere perso molto del la sua spinta propulsiva, quanto meno offuscata dalla difesa settaria di microidentà dei soci promotori. Primum vivere, deinde philosophari, dice il vecchio saggio. Alle condizioni date, la sopravvivenza delle 4 formazioni di sinistra non è data: o si cambiano il passo e la prospettiva, oppure si finisce in un angolo, anzi in tanti angoli. Il caso francese insegna. La scelta (obbligata) dei gruppi dirigenti del Prc, Pdci, Verdi e Sd di presentarsi uniti alle elezioni sotto un unico simbolo era la sola comprensibile a quel pezzo di società italiana che non ritiene archiviati, dalla nascita del Pd, la sinistra e il conflitto. Un pezzo di società ferito, in parte deluso e frantumanto che pure rappresenta, oltre a una resistenza allo smottamento della cultura e della democrazia, timidi embrioni di società alternativa.
Eppure questa scelta non convince tutti i promotori de La Sinistra L'Arcobaleno. L'intero Pdci e un settore di Rifondazione - la cui pubblicità appare oggi in una pagina di questo giornale - non digeriscono la scomparsa della falce e martello dal simbolo. Per motivi identitari (si cancella la storia del movimento operaio) e di mercato (altri partiti minori se ne approprieranno rubandoci voti). Preoccupazioni legittime, ma a nostro avviso sbagliate. E non per il motivo che in una trattativa tra diversi bisogna rinunciare a qualcosa, se si persegue il fine dell'unità. Al contrario, perché se quel che è in gioco è l'esistenza di una sinistra nel panorama politico italiano, capace di cogliere una domanda sociale e di rappresentarne le sue anime, allora non ci si può fermare a un patto elettorale destinato a durare una primavera. Se si vuole costruire un progetto per il futuro non ci si può far deviare dalla difesa arroccata di identità già terremotate da una crisi le cui ragioni non sono solo esogene. Non è con un simbolo novecentesco disegnato con attrezzi oggi in disuso che si salvaguardano i valori forti, fondanti, attuali che stanno nella storia del movimento operaio, ma con le scelte concrete della politica, i suoi contenuti, le pratiche di quei valori, arricchiti dal confronto e persino dal conflitto tra di essi: il lavoro e l'ambiente, lo sviluppo e il suo limite, l'uomo e la donna. Sennò, di quale nuova sinistra, di quale nuovo modello sociale andiamo parlando?
Introduzione al volume collettaneo Scenari strategici. Visioni identitarie per il progetto di territorio, a cura di Alberto Magnaghi, Alinea, Firenze 2007
Questo volume si presenta come “quarto movimento” di un percorso di ricerca che la scuola territorialista ha compiuto a partire dal 1986; percorso riassunto nel volume precedente “La rappresentazione identitaria del territorio”, [1] e che traccia le coordinate di una metodologia di pianificazione e progettazione del territorio di cui la produzione di scenari costituisce una tappa.
La peculiarità degli scenari che proponiamo [2] si alimenta e si definisce all’interno di questo percorso. Rimando interamente ai saggi del primo capitolo (“Gli scenari strategici nelle pratiche di pianificazione”) per una trattazione sistematica dell’approccio territorialista alla costruzione degli scenari (saggio di Rossi Doria e Ferraresi) e per lo sviluppo dei suoi aspetti disciplinari, culturali, metodologici e tecnici (saggi di Fanfani, Lucchesi e Besio).
Gli scenari strategici che esemplificano questo percorso sono trattati nel secondo capitolo (“Progetti di territorio, temi tecniche e metodi: alcuni casi di studio”) ordinato secondo gli approcci e le esperienze delle diverse unità di ricerca.
Questi scenari traggono la loro forza e le loro coordinate dalle teorie sullo sviluppo locale autosostenibile, che applichiamo a progetti di trasformazione socioeconomica e territoriale; i quali assumono a loro volta i giacimenti patrimoniali locali e i soggetti sociali che se ne prendono cura come riferimenti fondativi dei progetti stessi. La sinergia fra i soggetti della trasformazione e la messa in valore dei giacimenti patrimoniali comporta la costruzione di regole virtuose, socialmente condivise, per il trattamento dei giacimenti stessi finalizzato a produrre benessere, ricchezza durevole, riproducibilità delle risorse e valore aggiunto territoriale. Queste regole (“statuti del territorio” socialmente prodotti), configurano dunque un corpus pianificatorio che precede e condiziona i progetti e gli atti di trasformazione, nel senso che qualsivoglia progetto o piano da una parte si alimenta dei valori patrimoniali denotati nel quadro conoscitivo (atlanti del patrimonio) e dall’altra tiene conto delle regole di riproducibilità e di crescita durevole del patrimonio stesso contenute dallo statuto.
Emerge con chiarezza una visione pianificatoria in cui si separa in modo radicale la partestatutaria del piano (sia che essa si configuri come parte istituzionale dei piani come nel caso della Toscana, sia che emerga come risultato dei processi partecipativi e di definizione identitaria dei luoghi, in altri contesti), dalla parte strategica che riguarda i progetti di trasformazione), pur alimentandosi le due parti della medesima cultura dello sviluppo locale autosostenibile.
Gli scenari che esemplifichiamo nel volume, che si collocano nellaparte strategica della pianificazione, assumono in questo percorso metodologico declinazioni puntuali e in parte differenziate nei lavori delle unità di ricerca di Firenze (legata in gran parte a sperimentazioni del modello toscano “statutario” di pianificazione), di Milano (che mette l’accento sulla ricostruzione di territorio nella città postfordista), di Genova (che sviluppa in diversi contesti il tema dell’ecoregione urbana), di Bologna (che ipotizza un valore aggiunto dei migranti nella costruzione di scenari sociali), di Palermo (che evidenzia le potenzialità della costruzione di scenari preliminari a fronte di un deficit di pianificazione territoriale).
Queste declinazioni sono sviluppate metodologicamente nei saggi introduttivi dei lavori di sede rispettivamente da David Fanfani, Giorgio Ferraresi, Mariolina Besio e Bernardo Rossi Doria. Se si esclude il saggio della sede di Bologna (Pizzolati, Tarozzi) che propone uno scenario alternativo eminentemente a carattere sociologico, fondato sul potenziale valore aggiunto dei migranti per il sistema territoriale, per le altre unità si possono individuare i seguenti caratteri peculiari degli scenari proposti:
- innanzitutto essi sono disegnati: è logico che essendo interpretazioni al futuro dei giacimenti patrimoniali (ambientali, territoriali, paesistici, sociali, culturali) e della loro messa in valore durevole, gli scenari diano conto del trattamento che riservano ai giacimenti stessi, prefigurando assetti futuri del territorio, conseguenti alla loro messa in valore;
- non è un caso che molti scenari riflettano, nel disegno, le carte patrimoniali da cui traggono alimento. Si tratta in ogni caso di un disegno non normativo, ma di valore euristico, che non esaurisce la complessità della visione strategica (fatta anche di altri materiali non grafici), ma ne costituisce una sorta di manifesto, di “logo” di carattere paesistico che tiene insieme e funge da guida a progetti di trasformazione di diversa natura e scala da attuarsi in un processo temporale di lunga durata;
- gli scenari propongono “visioni” del territorio che esprimono una tensione utopica: dal momento che il concetto di autosostenibilità si discosta radicalmente dai modelli di sviluppo fondati sulla crescita economica competitiva nell’ambito dei processi di globalizzazione, i nostri scenari assumono come orizzonte un forte cambiamento nei modelli di sviluppo che si riflette nei progetti di territorio: blocco del consumo di suolo, valorizzazione multifunzionale degli spazi aperti e dei sistemi agroambientali, scenari infrastrutturali finalizzati alla valorizzazione dei sistemi territoriali locali, sistemi bioregionali policentrici costituiti da reti non gerarchiche di città, ecc). Tuttavia si propongono come utopie concrete, dal momento che individuano nei movimenti e in comportamenti collettivi presenti nella società locale le energie insorgenti e da contraddizione in grado di produrre trasformazioni nella direzione degli scenari stessi. In ogni caso gli scenari che proponiamo esprimono una tensione fra la visione di un futuro di un luogo, collocabile in tempi lunghi, e pratiche quotidiane degli abitanti che contribuiscono alla crescita di “coscienza di luogo” [3], che induce a sua volta azioni e saperi per la cura del territorio e dell’ambiente: saperi ambientali, produttivi, artigiani, artistici, comunicativi, relazionali, e cosi via;
- gli scenari contengono, oltre ad una valenza progettuale, una valenza comunicativa: la loro forma, il loro linguaggio devono aiutare l’attivazione di processi partecipativi per la costruzione di patti locali di sviluppo rendendo percepibile ai diversi attori del processo, istituzionali e non, il valore del territorio come bene comune che lo scenario tratta nelle sue visioni di trasformazione autosostenibile; la funzione comunicativa deve innanzitutto aiutare a decolonizzare l’immaginario dagli stereotipi della de-territorializzazione e del cyberspazio e a spostare in avanti gli orizzonti dei futuri possibili della ricostruzione dei luoghi della convivialità, dello scambio solidale, dello spazio pubblico, della qualità estetica dell’ambiente di vita;
- gli scenari sono multiscalari e multisettoriali: la multiscalarità è legata ad una visione non gerarchica ma sussidiale e partecipativa fra diversi livelli della pianificazione, dalla chiusura tendenziale dei cicli ecologici, alimentari, funzionali della bioregione urbana alla attivazione dei saperi locali nelle peculiarità dei materiali da costruzione; un sistema “multilivello” che assume come orizzonte politico il federalismo municipale solidale [4] e come orizzonte progettuale la riattivazione di saperi contestuali nella cura del territorio e dell’ambiente; la multisettorialità è connessa all’esigenza di produrre visioni olistiche del futuro di una regione o di una città, che consenta al processo partecipativo di una comunità locale di ragionare sul proprio futuro e non solo su singoli effetti settoriali di futuri generali decisi altrove; e che consenta allo scenario strategico di comprendere e ricondurre a coerenza nel processo di piano le azioni settoriali e i poteri ad esse riferiti.
A commento e integrazione di questa impostazione e dei casi di studio presentati portano un importante contributo di discussione due studiose esperte di scenari strategici come Maria Cristina Gibelli e Patrizia Gabellini (capitolo terzo “Scenari strategici tra valori territoriali, rappresentazioni e politiche”): la prima commentando gli esiti della ricerca alla luce delle esperienze europee di scenari strategici di “terza generazione” in particolare sui temi dell’approccio cognitivo, delle convergenze economia/territorio e del crescente ruolo dei processi partecipativi nel passaggio dal visioning all’ envisioning; la seconda introducendo una riflessione sulla forza costruttiva della raffigurazione, sul ruolo del messaggio visivo da articolare per i diversi interlocutori degli scenari, sviluppando il problema dell’importanza della dimensione estetica del messaggio nelle sue declinazioni figurative e astratte e sul tema delle relazioni fra rappresentazione “esperta” e “vision ability” che î fruitori della rappresentazione stessa sono in grado di esprimere.
Il volume si chiude con una rassegna curata da Francesco Monacci sullo stato dell’arte degli scenari strategici e delle loro forme di rappresentazione.
Vorrei per concludere accennare al seguente quesito: i caratteri degli scenari territoriali che ho sintetizzato (il configurarsi come progetti disegnati, utopici, attenti alla comunicazione, partecipati, olistici, multiscalari e multisettoriali) alludono all’esistenza di una poetica degli scenari stessi? Si da un loro carattere artistico, come per il progetto di architettura? E’ un problema (in parte introdotto da Patrizia Gabellini)che non è stato posto durante i lavori della ricerca che hanno dato luogo a questo volume, ma che accenno qui per una riflessione futura sul “progetto di territorio” cui ci applicheremo nel prossimo futuro.
E’ evidente che i materiali (disciplinari, tecnici, costruttivi) di un progetto di territorio sono diversi da quelli di un progetto di architettura: per esempio, la firmitas di un bacino idrografico richiede il concorso di discipline (idrogeologia, idraulica, scienze agroforestali, scienze ecologiche, pianificazione territoriale e del paesaggio, ecc) differenti da quelle che compongono la firmitas di un edificio (geolitomorfologia, scienza e tecnica delle costruzioni, fisica tecnica, tecnologia dei materiali,ecc).
Ma in entrambi i casi esse dovrebbero essere messe in relazione non gerarchica, ma di complementarietà con l’utilitas e la venustas. Operazione più usuale nel progetto di architettura (quando non diventa pubblicità delle grandi opere, marketing d’impresa, valore di scambio nella seduzione del “marchio”, del segno, ecc), molto meno nei progetti di territorio, dove le componenti settoriali (progetti infrastrutturali, di riduzione del rischio idraulico, di localizzazione di attività commerciali, produttive, abitative , ecc) tendono a autonomizzarsi seguendo logiche economiche settoriali e producendo una risultante territoriale la cui morfologia e il cui paesaggio risultano come sommatoria di interventi e non come frutto di un progetto complessivo, consapevole e socialmente controllato.
Ma veniamo al nostro approccio. I nostri scenari procedono da rappresentazioni patrimoniali che sono costituite, se pur con il concorso di discipline “scientifiche” e con la piena utilizzazione di strumenti informatici, da segni selezionati in parte con criteri soggettivi per enfatizzare la rappresentazione e raffigurazione identitaria dei luoghi; segni che evidenziano la significatività anche estetica (la “bellezza” ) della permanenza di una trama agraria storica, di una figura territoriale, di un tipo paesistico, di un reticolo di città e cosi via. C’è un percorso di evocazione di ciò che è invisibile, le regole di lunga durata che definiscono la “personalità” del luogo, inteso come sistema vivente ad alta complessità, che lo scenario rende visibile come tensione progettuale, operando quella distanza critica dalla realtà che è connaturata alla qualità essenziale dell’opera d’arte.
Ma c’è di più: nel passaggio di scala dal design industriale e dall’architettura al territorio, si delinea un passaggio da relazioni prevalenti del progetto con il mercato o con specifiche committenze alle relazioni dirette del progetto con l’interesse pubblico e con i beni comuni; in primo luogo il territorio stesso, inteso come bene comune in quanto ambiente essenziale alla riproduzione della vita: l’acqua, l’alimentazione, l’aria, i fiumi, le coste il verde e le foreste, il paesaggio, ma anche l’ambiente urbano essenziale alla realizzazione delle relazioni sociali e della vita pubblica, gli spazi pubblici e di relazione nella città, le infrastrutture, le reti di comunicazione, i nuovi rapporti fra città e mondo rurale, etc.: beni materiali e immateriali che garantiscono la riproduzione della vita. In questo caso la poetica dello scenario sta nel disvelare, riconoscere, produrre discostamenti fra le concezioni dissolutive dei beni comuni nell’appropriazione privatistica del territorio e una loro nuova visibilità, mettendo in contatto paesaggi futuri con la nascente coscienza di luogo (interpretando l’inconscio collettivo di junghiana memoria).
Dunque negli scenari territoriali disegnati, a carattere non predittivo, ma cognitivo e progettuale, a carattere euristico per la sollecitazione dell’immaginario collettivo, a partire dall’incontro fra saperi tecnici e saperi contestuali si può verificare un atto creativo olistico, tipico del procedimento artistico.
Nella visione contemporanea l’urbanistica e la pianificazione territoriale sono viste dai più come noiose pratiche normative o tecniche e, nei casi migliori, come defatiganti pratiche partecipative che scivolano nel dominio delle scienze politiche.
Credo che in questo contesto lavorare alla costruzione di poetiche del “progetto di territorio” attraverso lo sviluppo di linguaggi visivi capaci di produrre qualità estetiche del messaggio sia fondamentale per ristabilire nel progetto di futuro delle comunità locali le giuste proporzioni fra funzioni di utilità, sicurezza e qualità ambientale, bellezza e benessere.
Quarta di copertina
Nella visione contemporanea, l’urbanistica e la pianificazione territoriale sono considerate dai più come noiose discipline tecnico-normative o, nei casi migliori, come faticose pratiche partecipative che scivolano nel dominio della scienza politica. In questo contesto, lavorare alla costruzione di poetiche del “progetto di territorio” attraverso lo sviluppo di linguaggi visivi capaci di produrre qualità estetiche nella comunicazione è fondamentale per ristabilire, nel progetto di futuro delle comunità locali, le giuste proporzioni fra funzioni di utilità, sicurezza e qualità ambientale, bellezza e benessere.
Negli scenari territoriali disegnati che popolano questo volume - scenari a carattere non predittivo, ma cognitivo e progettuale, sviluppati con modalità euristiche per la sollecitazione dell’immaginario collettivo, e che si pongono come snodo strategico fra la ricognizione rappresentativa del patrimonio territoriale ed il progetto di territorio - a partire dall’incontro delicato fra saperi tecnici e conoscenze contestuali si può forse verificare un atto creativo olistico, tipico del procedimento artistico.
Alberto Magnaghi è ordinario di Pianificazione Territoriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, dove presiede il Corso di Laurea in Urbanistica e Pianificazione Territoriale ed Ambientale (sede di Empoli) e dirige il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Coordina da oltre vent’anni ricerche interuniversitarie nazionali ed europee, di una delle quali questo volume rappresenta il report finale. Il suo testo più noto, manifesto della scuola territorialista, è Il progetto locale (Torino, 2000), edito in quattro lingue e distribuito in decine di Paesi nel mondo; per Alinea ha curato Rappresentare i luoghi. Metodi e tecniche (2001) e La rappresentazione identitaria del territorio. Atlanti, codici, figure, paradigmi per il progetto locale (2005), entrambi pubblicati in questa stessa collana.
[1] “- Il primo movimento è consistito nel definire a livello teorico e metodologico il significato del concetto di sviluppo locale autosostenibile che ha visto impegnati dieci anni in ricerche e progetti e piani;
- il secondo ha avviato un lavoro di definizione di metodologie e tecniche di rappresentazione identitaria dei luoghi e dei loro giacimenti patrimoniali organizzata in atlanti, codici, figure territoriali, descrizioni fondative;
- il terzo consiste nell’elaborazione di statuti dei luoghi (invarianti strutturali, regole per la trasformazione) di cui la rappresentazione identitaria costituisce il capitolo fondativo;
- il quarto consiste nell’elaborazione di visioni strategiche di futuro (scenari) fondate sulla valorizzazione dei giacimenti patrimoniali locali secondo le regole definite dallo statuto dei luoghi;
- il quinto consiste nel ridefinire i compiti, gli strumenti e i processi della pianificazione a partire dalle innovazioni presenti nei primi quattro movimenti”.
Vedasi A. Magnaghi, “Il ritorno dei luoghi nel progetto” in: Id. (a cura di), La rappresentazione identitaria del territorio. Atlanti, codici, figure, paradigmi per il progetto locale, Alinea, Firenze 2005.
[2] Il volume costituisce la restituzione delle ricerche condotte nell’ambito della Ricerca PRIN: La costruzione di scenari strategici per la pianificazione territoriale: metodi e tecniche (2004-2005), Coordinatore nazionale Alberto Magnaghi. Unità di ricerca: Facoltà di Architettura di Firenze (responsabile Alberto Magnaghi); Politecnico di Milano - DiAP (responsabile Giorgio Ferraresi); Facoltà di Scienze Politiche di Bologna (responsabile Alberto Tarozzi); Facoltà di Architettura di Genova (responsabile Mariolina Besio); Facoltà di Architettura di Palermo (responsabile Bernardo Rossi Doria).
[3] “La coscienza di luogo si può in sintesi definire comela consapevolezza, acquisita attraverso un percorso di trasformazione culturale degli abitanti, del valore patrimoniale dei beni comuni territoriali (materiali e relazionali), in quanto elementi essenziali per la riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale. In questa presa di coscienza, il percorso da individuale a collettivo connota l’elemento caratterizzante la ricostruzione di elementi di comunità, in forme aperte, relazionali, solidali.”
La definizione è sviluppata analiticamente in: A. Magnaghi, “Il territorio come soggetto di sviluppo delle società locali”, Etica ed economia, vol. IX, n° 1/2007.
[4] Il tema, introdotto nella Conferenza di Bari del novembre 2005 della Rete del Nuovo Municipio, è stato sviluppato nella mia relazione introduttiva alla Conferenza di Milano del novembre 2006. Vedasi in proposito:
A. Magnaghi, “Dalla partecipazione all’autogoverno della comunità locale: verso il federalismo municipale solidale”, Democrazia e Diritto, n° 3/ 2006.
Siamo di fronte a un disastro ampiamente annunciato. La scelta del Pd di spezzare la coalizione di centrosinistra rompendo a sinistra per andare da solo alle elezioni, quale che fosse la legge elettorale, ha accelerato la caduta del governo e, a legge elettorale invariata, ha già praticamente consegnato il paese alle destre. Non voglio seminare scoraggiamento ma è inutile nascondere che andare divisi contro una coalizione che si è ricompattata è una gara assolutamente impari. Il che chiede non minore ma maggiore volontà e passione. Nella campagna elettorale bisognerà cercare di mettere tanto più impegno quanto più grave è il rischio non solo per la sinistra - che si vuole miniaturizzare - ma per il paese. Sono in discussione e in pericolo i principi fondamentali con una «legislatura costituente» annunciata da una destra in maggioranza estranea o ostile alla Costituzione stessa. Sotto attacco è stato ed è quel minimo di equità sociale e di autonomia nazionale che il centro-sinistra aveva programmato e sia pur stentatamente iniziato ad attivare.
La rottura a sinistra da parte del Pd è formalmente motivata dalla incoerenza delle coalizioni coatte. Lasciamo stare il fatto che coloro che oggi denunciano il sistema delle coalizioni coatte sono gli stessi che le hanno create con i vari sistemi maggioritari, determinando questo pasticcio chiamato pomposamente seconda Repubblica. Guardiamo, per capire, quale sia la «coazione» che si vuole togliere di mezzo. Il governo è caduto da destra, ma il Pd rompe con la sinistra, incolpandola della fragilità della alleanza. E' vero il contrario. La sinistra, sebbene con difficoltà e sofferenza, ha tenuto sino in fondo e nessuna delle sue rivendicazioni si è scostata dal programma pattuito. Si accusa la sinistra di avere protestato e di essere scesa in piazza. Semmai bisognerebbe ringraziarla per aver cercato di tener viva l'attenzione sulla condizione operaia, sul precariato, sull'estendersi della povertà, sul dramma della guerra; e criticarla, piuttosto, per non averlo fatto abbastanza o con sufficiente capacità di analisi e di proposta. In troppi, al centro, hanno aspettato la strage di Torino per ricordarsi, quando se ne sono ricordati, che lo sfruttamento non è una escogitazione ideologica. E non c'era bisogno di attendere gli ultimi dati della Banca d'Italia per sapere che i salari sono fermi e profitti e rendite galoppano da gran tempo.
Tanto più dopo queste conferme sulla condizione del lavoro il Pd poteva (e potrebbe ancora) scegliere la via di un confronto serio con tutta la sinistra, con l'obiettivo di presentare agli elettori una coalizione veramente nuova perché priva di ambiguità, con cambiamenti veri, testimoniati da scelte precise, di comportamenti politici, istituzionali, economici e morali capaci di contendere alla destra i troppi voti da essa conquistati tra le classi lavoratrici e i ceti popolari.
Il fatto che a questa scelta sia stata preferita quella opposta fa vedere meglio la natura sociale della crisi. Sia i ricatti prima, e poi il voltafaccia dei gruppetti alla destra (i Dini, i Mastella) sia la rottura del Pd con la sinistra corrispondono al rifiuto della maggior parte degli strati sociali più favoriti e dei gruppi dominanti di accettare il compromesso relativamente equo tra capitale e lavoro accennato dal programma originario dell'Unione. Non si tratta solo delle resistenze, vittoriose, contro la tassazione a livello europeo delle rendite finanziarie o delle lotte corporative di gruppi privilegiati ma di una mentalità di vecchia origine ripresa e rinvigorita dalla nuova destra: il fisco come sopruso, il falso in bilancio come colpa lieve, il controllo di legalità come intralcio e angheria. E, poi, il lavoro come pura merce, il salario come unica variabile dipendente, la sacralità di profitto e rendita, il sindacato come pezzo della impresa ma non come soggetto autonomo.
Dietro la crisi e la rottura a sinistra c'è anche - e sarebbe sbagliato non vederlo - il bisogno di corrispondere a un fastidio non sempre diplomatizzato, della amministrazione degli Stati uniti per alcune scelte del governo Prodi (il ritiro dall'Iraq, il rifiuto, almeno formale, di mutare il carattere attuale della missione militare in Afghanistan) oltre che per l'ascolto dato dalle sinistre a movimenti popolari come quello avverso all'estensione della base militare di Vicenza.
Tuttavia è inutile rimproverare al moderatismo di essere tale. Chi si ritiene di sinistra (come anche chi scrive) ha come primo dovere di guardare i difetti propri e di chiedersi se ha fatto tutto quanto poteva per frenare la deriva neocentrista e di destra. E' certo vero che all'origine dello slittamento del senso comune verso il centro e verso la destra vi è la sconfitta storica delle sinistre tradizionali. Ma vi è tuttavia una forte opinione e voglia di sinistra cui la sinistra che c'è non sa corrispondere. Non solo perché è divisa, ma perché una parte delle sue parole sono ormai incomprensibili e altre suonano contraddittorie con i comportamenti concreti.
Non è stato sbagliato vedere che nei nuovi movimenti (la critica alla globalizzazione, il femminismo della differenza, l'ecologismo, il pacifismo) vi è la potenzialità di una sinistra nuova, capace di leggere anche la contraddizione tra capitale e lavoro con la forza di una più compiuta visione della realtà. E non è stata un'impresa inutile cercare di raccordare il bisogno di soluzioni globali qualitativamente nuove per cui battersi, ma difficili e lontane, con la necessità di rispondere ai bisogni immediati, qui ed ora. E' un compito arduo, ma sarebbe un errore rinunciarvi per rifugiarsi nel sogno di reami inesistenti. Quale che sia la collocazione parlamentare una sinistra degna del suo nome deve porsi sempre dal punto di vista di chi vuol risolvere i problemi concreti in modo corrispondente ai valori per i quali dichiara di scendere in campo. Questo vuol dire una «cultura di governo»: ma meglio sarebbe dire una cultura della realtà. In essa non c'è contrapposizione tra la necessità di riappropriarsi di grandi temi abbandonati alle destre (la idea di libertà, la costruzione dell'individuo, la valorizzazione della creatività) con il bisogno assoluto di aderenza ai compiti immediati e concreti. Non ha senso una sinistra incapace di portare via la spazzatura. E ne ha ancora meno una che si proclami alternativa e abbia comportamenti non dissimili da quelli di tutti gli altri gruppi politici. Sarebbe un errore e una colpa per piccole logiche di gruppo evitare di corrispondere al dovere di accelerare i tempi per una sinistra nuova - unitaria, plurale - capace di pensiero alternativo e di attitudine al governo, che si presenti con una voce sola. Ne ha bisogno, insieme alle molte e ai molti che lo aspettano, la democrazia e il paese.