loader
menu
© 2026 Eddyburg

Disse una volta il primo ministro inglese Margareth Thatcher: «La società non esiste». Simile l´impostazione del "pacchetto sicurezza", all´origine di quella "politica militarizzata" sulla quale ha richiamato l´attenzione Giuseppe D´Avanzo. Ma, inviato a Napoli con un ruolo a metà tra il Fassbinder di Germania in autunno (dove la madre del regista invoca un dittatore "buono e giusto") e il Tarantino di Pulp Fiction ("Il mio nome è Wolf, risolvo problemi"), il sottosegretario Bertolaso ha subito dovuto fare i conti proprio con la società, ha dovuto mettere tra parentesi gli strumenti autoritari e si è incontrato con i sindaci, i rappresentanti dei partiti e persino con i rappresentanti dei terribili centri sociali.

Non è il caso di fare previsioni sull´esito di questa partita difficilissima. Registriamo uno scacco della logica militare, ma non lasciamoci fuorviare da un episodio e consideriamo con attenzione il nuovo modello di governo della società affermato con il "pacchetto". È accaduto qualcosa di nuovo, che mette alla prova i principi della democrazia e dello Stato costituzionale di diritto, ponendo l´eterna questione del modo in cui si può legittimamente reagire ad emergenze difficili senza travolgere quei principi. La storia è piena di queste vicende, molte delle quali hanno provocato trasformazioni che, in modo duro o "soffice", hanno alterato la natura della democrazia.

Un punto è indiscutibile. È nato un diritto "speciale", fondato su una sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Una duplice specialità. Da una parte riguarda il territorio, poiché ormai in Campania vige un diritto diverso da quello di altre regioni. Dall´altra riguarda le persone, perché per lo straniero vige un diritto che lo discrimina e punisce in quanto tale, anche per comportamenti per i quali la sanzione penale è chiaramente impropria e sproporzionata o ingiustificatamente diversa da quella prevista per altri soggetti che commettono lo stesso reato.

Colpisce la contemporaneità di provvedimenti che sembrano collocare nella categoria dei "rifiuti" sia le cose che le persone, la spazzatura da smaltire e l´immigrato da allontanare. E tuttavia una distinzione bisogna farla, non per attenuare la gravità di quanto è avvenuto, ma per analizzare ciascuna questione nel modo più adeguato. L´emergenza rifiuti in Campania ha una evidenza tale, una tale carica di pericolosità anche per la salute, da rendere indifferibili provvedimenti urgenti. Ma l´insieme delle nuove regole fa nascere un modello che produce una "eccedenza" autoritaria inaccettabile.

In Campania, in materia di rifiuti, è stato cancellato il sistema del governo locale. Le aree individuate per la loro gestione sono dichiarate "di interesse strategico nazionale", con conseguente militarizzazione e attribuzione al sottosegretario Bertolaso della direzione di tutte le autorità pubbliche: a lui vengono subordinati "la forza pubblica, i prefetti, i questori, le forze armate e le altre autorità competenti", con una concentrazione di potere assoluto davvero senza precedenti. Un accentramento di potere si ha anche per la magistratura, con la creazione di una superprocura per i rifiuti, con la centralizzazione dell´esercizio dell´azione penale e dello svolgimento delle indagini preliminari. La stessa logica accentratrice è alla base dell´attribuzione al solo giudice amministrativo di tutte le controversie riguardanti la gestione dei rifiuti, anche per le "controversie relative a diritti costituzionalmente garantiti". Vengono creati nuovi reati, per il semplice fatto di introdursi in una delle aree "militarizzate" o per l´aver reso l´accesso "più difficoltoso": una formula, questa, di così larga interpretazione che può risolversi in inammissibili restrizioni di diritti costituzionalmente garantiti, come quello di manifestare liberamente.

L´insieme di questi provvedimenti è impressionante. Nessuno, ovviamente, può spendere una sola parola a difesa di un sistema di governo locale assolutamente inefficiente. È essenziale, tuttavia, rimuovere anche le cause ambientali, camorristiche e affaristiche, che hanno accompagnato l´inerzia e la complicità degli amministratori locali: senza queste misure, il ritorno della mala amministrazione, magari in altre forme, rischia d´essere inevitabile e le misure prese rischiano di non funzionare (come si allenterà la presa camorristica sul trasporto dei rifiuti?). Inaccettabile, però, appare la manipolazione del sistema giudiziario. Il Governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l´articolo 102 della Costituzione, che vieta l´istituzione di giudici straordinari o speciali. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata.

Interrogativi analoghi pone l´altro diritto "speciale", riguardante gli immigrati. A parte l´inammissibilità di alcune scelte generali, contrarie ai principi costituzionali riguardanti l´eguaglianza e la stessa dignità delle persone, siamo di fronte a norme destinate a far crescere inefficienza e arbitri, a perpetuare un sistema che genera irregolarità. Si è sottolineata l´impossibilità di applicare le nuove misure senza far saltare il sistema giudiziario e carcerario. Tardivamente ci si è resi conto che si possono provocare sconquassi sociali, e si è detto che si porrà rimedio al problema delle badanti, distinguendo caso per caso. Ma sarà davvero possibile fare accertamenti di massa, controllare centinaia di migliaia di persone? E ha senso limitarsi alle badanti o è indispensabile prendere in considerazione anche colf e altre categorie di lavoratori altrettanto indispensabili, come hanno sottolineato molte organizzazioni, Caritas in testa? Provvedimenti giustificati con la volontà di ristabilire l´ordine, si rivelano fonte di nuovo disordine e ulteriori irregolarità.

Ma contraddizioni, difficoltà di funzionamento, smagliature, non possono far sottovalutare la creazione di un modello di governo della società che ha tutti i tratti della "democrazia autoritaria": centralizzazione dei poteri, abbattimento delle garanzie, restrizione di libertà e diritti, sostegno plebiscitario. Si affrontano questioni dell´oggi, ma si parla del futuro. Si coglie la società italiana in un momento di debolezza strutturale, e si modificano le condizioni dell´agire politico. Si lancia un messaggio che rafforza i pregiudizi e diffonde la logica della mano dura: non sono un caso le aggressioni romane a immigrati e gay. Qui è la vera riforma istituzionale, qui il rischio di uno strisciante mutamento di regime.

Un virus è stato inoculato nel sistema politico e istituzionale. Esistono anticorpi che possano contrastarlo? In democrazia, questi consistono nel Parlamento, nel ruolo dell´opposizione, nel controllo di costituzionalità, nella vitalità dell´opinione pubblica. Ma una ferrea maggioranza annuncia il Parlamento come luogo di pura ratifica delle decisioni del Governo. L´opposizione sembra riservarsi quasi esclusivamente "un potere di emendamento", che la mette a rimorchio delle iniziative del Governo. Molto lavoro attende la Corte costituzionale, come accade nei tempi difficili di tutte le democrazie.

I cittadini, l´opinione pubblica? Sulle capacità di reazione di un mondo reduce da una batosta elettorale si può sospendere il giudizio. Ma i disagi profondi e le insicurezze reali vengono ormai governati con l´accorta manipolazione dei sondaggi, con una presa diretta delle pulsioni sulla decisione politica, con una logica sostanzialmente plebiscitaria che li capitalizza a fini di consenso. Si imbocca così una strada vicina a quella che ha portato alla crisi di molte democrazie nel secolo passato. Certo, tempi e contesti mutano. L´Europa ci guarda e, per molti versi, ci garantisce. E tuttavia il populismo ci insidia tutti, sfrutta ogni debolezza della democrazia e dei suoi fedeli, ci consegna a logiche autoritarie. È una tendenza ormai irreversibile, come più d´uno ormai teme? O non bisogna perdere la fede, e cogliere proprio le occasioni difficili per continuare a lavorare sulla democrazia possibile?

L’ultimo, bellissimo articolo ("L’immondizia nel paese che si è rotto") era uscito il 20 gennaio scorso. Ieri Pasquale Coppola è morto, improvvisamente dopo una lunga e tormentata malattia. Scrittore brillante e analista tra i più anziani e acuti tra quelli la cui firma ricorre spesso su queste pagine, non ha bisogno di presentazioni. Aveva il gusto innato, anzi la passione, per la comunicazione a mezzo stampa; passione che non aveva trasformato in vero e proprio mestiere a tempo pieno, ma aveva saputo trasmettere alla amatissima figlia Alessandra, redattrice degli esteri de "Il Corriere della Sera".

Pasquale Coppola era soprattutto, come sanno generazioni di studenti toccati dalla sua didattica chiara e coinvolgente, un professore universitario e aveva piena consapevolezza della responsabilità delle sue funzioni. Le esercitava come magistero a tempo pieno dividendosi tra la cura per l’insegnamento e la paterna attenzione profusa nei confronti di una moltitudine di allievi che ha continuato caparbiamente a tirar su anche quando il far scuola era diventato ormai incompatibile con lo stato delle risorse della nostra università.

Geografo sensibile e aggiornato, era stato allievo di Domenico Rocco ed era entrato a insegnare, giovanissimo, all’Università "L’Orientale". Vi era giunto in tempo per partecipare, all’inizio degli anni Settanta, alla trasformazione di questa istituzione in un ateneo multifacoltà, proteso a superarsi e reinventarsi al di là di un’antica e specialistica connotazione filologico letteraria. Aperto allo studio di una geografia umana profondamente influenzata dal magistero di Lucio Gambi, Coppola fu tra i fondatori della facoltà di Scienze politiche e tra i fautori di uno studio interdisciplinare che seppe animare con ricerche e iniziative scientifiche di livello internazionale. Attento da sempre alla "questione Mezzogiorno" ha dedicato a questo tema numerosi studi concentrandosi in particolare sul significato delle nuove morfologie produttive della Basilicata. Ma la sua attenzione si è anche rivolta ad altri temi che scaturivano dall’infittirsi di un quadro di relazioni scientifiche internazionali che gravitava in larga parte sul mondo francofono a cui era particolarmente legato. Uno studio sul Marocco e vari contributi sull’area mediterranea mettono bene il luce questo settore della sua attività che si conclude, poco prima della sua scomparsa, con una ricerca condotta con alcuni allievi e dedicata agli insediamenti dell’immigrazione straniera in Campania. Sono tutte testimonianze di un percorso scientifico e culturale solido e apprezzato ai livelli più alti della comunità scientifica, ma che rendono solo parzialmente conto della ricchezza della sua personalità.

Pasquale Coppola mostrava di possedere naturalmente un forte senso di appartenenza a un’istituzione, l’Università considerata come depositaria di valori e di pratiche civili essenziali per il funzionamento e la sopravvivenza della società democratica costruita sulle rovine della guerra. Di questa visione, schernita e impoverita dai cattivi costumi accademici e dalle disgreganti omissioni delle classi politiche nazionali si sentiva, senza alcuna ingenuità, depositario e rigido difensore. Un indiano della riserva o un dinosauro, nella affettuosa espressione di qualche giovane allievo. Sicuramente una persona che ci mancherà molto e di cui cercheremo di continuare a seguire l’esempio.

Poche righe in cronaca, e nemmeno su tutti i giornali, per l'anziana signora che ha ridotto in schiavitù la badante rumena a Lainate (Milano). A differenza dei delinquenti stranieri (di cui si pubblica nome e cognome), e a differenza dei rapinatori italiani (di cui si pubblicano le iniziali), della signora schiavista non si sa nulla, se non l'età avanzata, 75 anni, e la dignitosa semiricchezza dell'abitazione, una villetta. E così, volendo usarla come metafora, un nome glielo devo trovare io, e la chiamerò Italia. Dunque, la storia: Italia è vecchia. Italia vuole qualcuno che la accudisca essendo i giovani d'Italia incapaci di accudire i vecchi, o svogliati, o scontrosi ed avendo Italia servizi sociali inesistenti. Italia si serve di mano d'opera straniera. Ma Italia fa in modo che questa mano d'opera straniera non conosca i suoi diritti, che sia sfruttata e terrorizzata. Italia non la paga e la ricatta con l'incubo dell'espulsione o dell'arresto. Italia le fa fare la doccia fredda, una volta al mese. Italia le dà da mangiare i suoi avanzi. La rinchiude in un seminterrato. Italia spende poco per pagare la straniera che lavora per lei, ma spende molto in tecnologia per il controllo e la repressione: telecamere a circuito chiuso e addirittura sensori acustici per conoscere i movimenti della sua schiava. Italia usa parole come «serva» e frasi come «è solo una rumena». Italia ha vicini di casa che conoscono la situazione, ma stanno zitti, perché sono italiani anche loro, complici, in qualche modo figli d'Italia. Il capitano dei carabinieri intervenuto ha descritto bene Italia: «Un mix di cattiveria, ignoranza e razzismo». Forse qualche mese fa, osando un po', avrei potuto chiamarla Padania, ma oggi non ho dubbi sul nome da dare alla vecchia schiavista: Italia le sta benissimo, ci canta, per così dire. E non capisco cosa aspettino i governanti d'Italia e la loro melliflua opposizione, a recarsi in blocco fuori dalla villetta di Lainate a intonare qualche canto corale. Per esempio Fratelli d'Italia. Che diamine, un po' di coerenza!

I bambini, in quanto «non necessariamente legati alla quotidianità, intesa come l’unica realtà possibile» sono «soggetti agguerriti, dotati di speranza e di uno sguardo che può essere fertilmente utopico» scriveva ormai dieci anni fa l’urbanista Mauro Giusti, tra gli studiosi che maggiormente hanno creduto alla necessità di coinvolgere i più piccoli nelle attività di conoscenza e di progettazione dello spazio urbano. Giusti è purtroppo scomparso prima di vedere gli esiti del suo impegno, ma ha comunque tracciato le coordinate, le ragioni e gli ostacoli di un campo dove, più ancora che altrove, sarebbe necessario mettere in discussione ciò che appare naturale, neutrale, normale, assumendo invece uno sguardo legato alla specificità dei problemi.

Priorità ai pedoni

La celebrazione oggi della Giornata Mondiale del Gioco, promossa in Italia da GioNa (l’Associazione Nazionale delle Città in Gioco, cui fanno capo i comuni, la comunità montane e le province concretamente impegnati per rendere il gioco parte integrante della vita dei cittadini), rappresenta quindi un utile spunto per tirare un bilancio – proprio a partire dalla situazione dell’infanzia – sulla domanda di qualità ambientale nel nostro paese, in un momento in cui l’affermazione della destra neoliberista rende più evidente l’esigenza di una attrezzatura progettuale capace di coniugare le forti spinte individualiste con i limiti che impone il vivere comune. E certamente le politiche del territorio che si confrontano con i temi dei ritmi dell’esistenza non trovano risposte se ci si affida alla sola logica del mercato, e tanto meno a quella della rendita, della speculazione o addirittura del malaffare.

Negli ultimi tempi sono state sempre più numerose le amministrazioni locali che hanno promosso iniziative, coinvolgendo bambini e ragazzi soprattutto nella conoscenza dell’ambiente in cui vivono e nel miglioramento dello spazio pubblico. Lo conferma fra l’altro «Ecosistema Bambino», la ricerca annuale di Legambiente sulle politiche di partecipazione per l’infanzia degli enti locali che in questo 2008 ha compiuto dieci anni. Sebbene l’effettiva realizzazione di questi progetti sia ancora limitata, in alcuni contesti urbani sono stati creati o riqualificati spazi aperti d’uso pubblico e collettivo ospitali per l’infanzia: sistemi integrati di spazi verdi, cortili urbani e scolastici opportunamente trasformati, percorsi sicuri casa-scuola, che invertendo la consueta gerarchia, accordano priorità al pedone rispetto all’automobile.

Proprio in base ai dati dell’ultimo studio di «Ecosistema bambino » emerge ancora una volta come sia la città storica centro-settentrionale – soprattutto quella di media dimensione, in particolare in regioni come il Piemonte e l’Emilia, caratterizzate da una forte tradizione civica urbana – ad accogliere come nodali i temi della qualità dell’abitare .

Ben diversa purtroppo appare la situazione nei territori che avvolgono molte di queste città, e soprattutto le condizioni abitative delle regioni meridionali. Nel Sud le operazioni di recupero urbano non sono, fino ad oggi, riuscite a invertire il processo di degrado delle infrastrutture urbane e degli spazi aperti di uso collettivo; pur in presenza di qualche differenziazione regionale, il paesaggio riflette una situazione sociale che vede «una parte della popolazione le cui buone condizioni economiche sono legate a un rapace rapporto con il territorio… e un’altra consistente porzione in uno stato vicino alla soglia di povertà », come scriveva Arturo Lanzani nel suo I paesaggi italiani (Meltemi 2003) . La consapevolezza che solo un sentimento sedimentato riguardo all’idea di bene pubblico e collettivo possa dare nuovi orizzonti alla qualificazione dei territori meridionali sembra di recente aver ispirato il tentativo didascalico del libro a fumetti per ragazzi Viaggio nella storia della città, uscito per Iiriti, nel quale l’educatore calabrese Antonino Sergi ha illustrato la storia dell’urbanistica dalla preistoria ai nostri giorni.

Ma come documentava qualche anno fa la sociologa Luciana Bozzo nel saggio Pollicino e il grattacielo (Seam 1998), dedicato alla difficile impresa di crescere nella realtà urbana contemporanea, anche quando lo sguardo si fa più attento, la visione resta sfocata, e continua per lo più a mettere in primo piano la famiglia assimilando il bambino allo sfondo delle esigenze di quest’ultima: essenzialmente figlio e scolaro, sempre più bene privato di investimento affettivo e sociale, utente di servizi pubblici, laddove vengono istituiti, più spesso cliente di servizi privati che tendono nel tempo a coprire ogni momento della sua giornata. Bambino cliente, ma soprattutto consumatore, coccolato dal mercato che gli dedica un’attenzione specifica e gli si impone con la raffinata pubblicità televisiva.

Piccoli principi solitari

A questo proposito, in un volume, La città bambina. Esperienze di progettazione partecipata nelle scuole, uscito nel 2006 per le Edizioni Museo delle Fate, Giancarlo Paba e Anna Lisa Pecoriello individuavano nel venir meno dell’abitare comune, dell’ospitalità di strade e piazze, che da luoghi dell’interazione sociale sono divenuti esclusivi canali di transito, le ragioni della perdita per i più piccoli della libertà di movimento e di gioco in autonomia, di quel «tacito assenso da parte della comunità sul loro diritto ad usare estesamente l’intero quartiere (marciapiedi, strade, angoli, cortili…), compresi i giardini e gli spazi di transizione da una casa all’altra», come scriveva nel ’95 Franco La Cecla nella raccolta di saggi Bambini per strada.

In nome della sicurezza, della quale sono stati negati i presupposti, i bambini vengono (in)trattenuti, quando è possibile, in casa di fronte ai cartoni a mangiucchiare merende, lontani dall’ambiente esterno, considerato denso di pericoli eminacce, non solo per il traffico automobilistico, masoprattutto per quanto di sconosciuto e diverso può accogliere. Lo spazio virtuale (televisione, computer, playstation) pervade lo spazio casalingo, la «cameretta», di questi bambini solitari, perché sempre meno numerosi, spesso figli unici.

Questi piccoli principi di una famiglia sempre più magra e più lunga (così Chiara Saraceno in Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, 2003), fuori dalle mura domestiche sono incalzati dai tempi rigidamente scanditi dai molteplici impegni che occupano il loro tempo libero, le ormai indispensabili attività formative, dove essere accompagnati/trasportati: attività sportive, scuole di lingue, di arte, di danza. L’autonomia del bambino, l’opportunità, cioè, che egli eserciti libere scelte, è sempre più limitata in quanto le sue giornate sono sempre più programmate, controllate e gestite dagli adulti sulla base dei loro modelli, valori, necessità.

Nel momento in cui si radica l’equivoco che la sfera ludico-ricreativa sia priva di valore formativo, l’esigenza di protezione e quella di educazione si intrecciano al punto da fondersi, finendo entrambe per rafforzarsi nell’ostacolare la formazione equilibrata della personalità del bambino, in particolare mediante opportunità di gioco spontaneo.

Eppure, già una ventina di anni fa la Convenzione sui diritti dell’infanzia – approvata dall’Onu nel 1989 e ratificata dall’Italia nel ’91 – aveva sancito la fondamentale importanza che il gioco riveste nella formazione dell’individuo, ribadendo che una attività ludica spontanea aiuta il bambino a crescere non solo fisicamente, ma anche mentalmente, emotivamente e socialmente. Uno sviluppo ostacolato, se non addirittura impedito, dall’ambiente urbano così come si presenta ancora oggi, con tutte le sue forme di esclusione e segregazione.

Un legame corporeo È proprio la crescente emacroscopica, difficoltà della relazione tra il bambino e la città, a richiedere in modo eclatante che gli adulti mostrino una diversa sensibilità nei confronti della specificità infantile, affermando l’idea del bambino come persona, con i diritti che ne derivano. Dal punto di vista della qualità urbana, tale prospettiva porta, tra l’altro, a individuare nel bambino un fondamentale «parametro »: in altri termini, secondo quanto scriveva già una dozzina di anni fa Francesco Tonucci nel suo La città dei bambini (Laterza 1996), migliorare l’ambiente per il bambino – inteso come persona che ha particolarmente bisogno di essere tutelata – significa migliorare l’ambiente di tutti. Al tempo stesso, si comincia a riconoscere al bambino, almeno a livello culturale, lo statuto di attore sociale, con competenze proprie e punti di vista specifici, con un modo peculiare di concepire e utilizzare lo spazio fisico. Un legame, quello che si osserva e si ascolta tra i bambini e la città, di tipo corporeo, concreto, legato ai luoghi, al proprio vissuto. «Il bambino è agitato, direbbero le madri, ed è proprio così: il bambino agisce in uno spazio fisico più irregolare e tentativo, imprevedibile, angoloso, frattale, rispetto a quello dell’adulto... lo interpreta in modo multidimensionale, aperto, non direzionale, non economico, sovrabbondante»: così scrive Giancarlo Paba in un testo, «Fiducia, gioco, desiderio, nella progettazione partecipata», che fa parte di una raccolta di saggi curata da Daniela Poli, Il bambino educatore. Progettare con i bambini per migliorare la qualità urbana (Alinea, 2006).

Fra scivoli e altalene

Questo volume – come l’altro di Paba e Pecoriello La città bambina – è espressione di un preciso ambito culturale, la fucina generosa del Laboratorio di progettazione ecologica degli insediamenti, il Lapei dell’università di Firenze, che da più decenni ormai ricerca e sperimenta percorsi di pianificazione e progettazione territoriale tesi alla valorizzazione dei luoghi e all’inclusione sociale. Tema più che mai cruciale, quest’ultimo, dal momento che, come rilevava Egle Becchi nel suo studio I bambini nella storia (Laterza 1994), se l’esclusione si incontra «nei territori del femminile, dell’età avanzata, della povertà, della patologia e dell’anomia... per il bambino ha, se è possibile, una forza ancora maggiore, perché l’infanzia – lo esprime la parola stessa – è supposta non parlare, non comunicare, non dire di sé, non essere in grado di dare – tanto meno di scrivere – le informazioni essenziali per la sua identificazione». Anche se in realtà oggi, osserva Giancarlo Paba, più che di infanzia bisognerebbe parlare di infanzie, dato che «la condizione materiale e la considerazione sociale dei bambini sono cambiate nel corso della storia, e sono ancora oggi profondamente differenziate nelle diverse culture, città e società».

Sta di fatto comunque che, al posto dei soliti spazi livellati, spesso recintati e immancabilmente dotati di scivoli, altalene e giostrine (che fra l’altro sono pericolosi perché si rompono o sono usati in modo improprio), i bambini richiederebbero ambienti di gioco e luoghi di incontro frequenti, vicini, aperti a tutti e «ricchi», intendendo per «ricchi» – nota Francesco Tonucci – «articolati, mossi, con ostacoli, cespugli, muretti, alberi, materiali diversi». Non a caso i criteri sociourbanistici di accessibilità, articolazione e flessibilità sono stati individuati tra i più importanti per definire luoghi collettivi e pubblici che siano significativi per la comunità di tutti gli abitanti, bambini e adulti.

Rompere le scatole

Del resto, nel loro Manifesto per una città bambina, Giancarlo Paba e Anna Lisa Pecoriello ne hanno individuato i caratteri ideal-tipici: una città sensibile ai mille corpi differenti degli abitanti; una città da assaggiare e toccare; una città con strade amiche e democratiche e uno spazio molto pubblico; una città-macchina per giocare; una città che recupera, ricicla e costruisce in armonia con la natura.

Maforse, come suggerisce ancora Paba, dai bambini bisogna imparare soprattutto «a rompere le scatole», in tutti i significati dell’espressione: «aprire i giochi, smontare i congegni, rompere le “scatole nere” per vedere quello che c’è dentro e se quello che c’è dentro funziona ancora... decostruire i protocolli, le routine sociali, e inventare continuamente gli strumenti, i modelli, gli attrezzi, i giochi (materiali e sociali) attraverso i quali gli abitanti trasformano se stessi, e la loro città».

Iniziative

Una settimana ludica, e non solo

Si chiama “Giornata mondiale del gioco», ma si svolge in realtà nell’arco di una settimana, da oggi fino al 30 maggio, l’iniziativa lanciata nel 2003 dall’Associazione Internazionale delle Ludoteche (Itla, www.itla-toylibraries.org).

Nell’arco di pochi anni la proposta ha raccolto l’adesione di molte altre associazioni che, promuovendo incontri e manifestazioni di diverso tipo, cercano di riaffermare il diritto al gioco sancito dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Numerose naturalmente le iniziative previste oggi e nei prossimi giorni. A Firenze, per esempio, oltre a diverse attività ludiche in giro per la città, il LudoCemea - Gruppo di ricerca dei Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva (www.cemea.it) organizza presso la Bottega dei ragazzi dell’Istituto degli Innocenti un dibattito sul tema «Il gioco in occidente». A Torino invece la comunità di GiocaTorino sarà tutta la giornata in piazza San Carlo a promuovere giochi di società per adulti e ragazzi con dimostrazioni e partite introduttive a più di cento giochi diversi. Allestimento di una ludoteca con giochi da tavolo, animazione con il ludobus e dimostrazioni di kubb sono in programma a Udine sabato prossimo. Un calendario completo degli appuntamenti si può trovare nel sito dell’Associazione Città in Gioco. www.ludens.it

«Non è che un inizio». Questo cantavamo, un po' più giovani e pieni di speranze nel maggio del 1968. Dopo quarant'anni la stessa frase ci torna in mente, ma come l'annuncio di un futuro denso di incognite e preoccupazioni, in cui tutto sembra stravolgersi, mettendo in discussione persino quelli che ritenevamo i princìpi intangibili dei diritti individuali delle persone. Questo il senso del primo pacchetto di provvedimenti di Berlusconi tornato trionfalmente a occupare Palazzo Chigi.

I titoli dei primi commenti apparsi sui giornali di ieri sono eloquenti: «Lo scempio del diritto» di Giuseppe Di Lello sul manifesto, «L'uguaglianza calpestata» di Stefano Rodotà su la Repubblica. La condanna di questa prima uscita del governo è radicale, ma - ripeto - quel che è andato in scena a Napoli è solo un inizio. L'inizio di un'offensiva autoritaria, anticostituzionale. Questo dobbiamo avere bene in testa, e dovrebbe avercelo bene in testa anche quel fantasma di governo ombra, che nelle intenzioni dei suoi autori dovrebbe coinvolgersi e partecipare al governo del paese. In positiva dialettica con la brigata di Berlusconi, Bossi e gli uomini di Fini e Alemanno.

Tutto questo si inquadra perfettamente e minacciosamente nel quadro attuale delle economie capitalistiche. Non solo in Italia e in Europa, ma in tutto il mondo.

La situazione attuale è - lo leggiamo su tutti i giornali - è di grave crisi della finanza e dell'economia e, quindi, della politica e della democrazia. Le situazioni di crisi quasi sempre hanno spinto a destra: a monte del fascismo e del nazismo ci sono crisi economiche, inflazione galoppante, rabbie di popolo. Quando tanti anni fa, lavoravo a Botteghe Oscure e mi entusiasmavo anche per i più piccoli sintomi di una crisi del capitalismo italiano, Giorgio Amendola mi ammoniva, dall'alto della sua figura, dicendo che in mancanza di una grande forza, veramente grande, della sinistra, l'esito «naturale» delle crisi è il fascismo, o quasi.

La domanda inevitabile è: «ma il partito democratico, quel che resta della sinistra arcobaleno, i sindacati, Cgil in testa, hanno coscienza di questo sperimentato pericolo?

Si rendono conto che la condanna a cinque anni per chi crea disordini (per ora) nella gestione dei rifiuti o semplicemente si oppone a una discarica sotto casa (che mette a repentaglio la sua salute) è solo un'anticipazione di quel che già sta nel nostro orizzonte?

Capiscono che in nome delle emergenze (a volte gonfiandole e usandole) si arriva a mettere in pericolo i diritti fondamentali, le libertà personali, la possibilità di dissentire dalle misure che il potere prende e impone?

La prospettiva è questa e quel che resta della sinistra direi anche della democrazia deve attrezzarsi per fronteggiare questo pericolo autoritario, direi fascisteggiante. E innanzitutto prenderne coscienza e reagire. «Non è che un inizio».

Da alcuni anni i geografi tedeschi vanno sottolineando i pericoli connessi a quella che chiamano la «terza fase» della globalizzazione. In particolare la «scuola della frammentazione», così è definita questa generazione di studiosi, sostiene che gli aspetti distruttivi della globalizzazione non sono stati adeguatamente considerati, e che distanze sempre più grandi si vanno scavando tra realtà territoriali spazialmente vicine o addirittura immediatamente contigue. Nella grande kermesse dei territori «che vincono» e di quelli «che perdono» linee di separazione inedite si vanno disegnando, nuove differenze si creano e si approfondiscono tra mondi un tempo prossimi e in sostanza in passato storicamente analoghi.

La strategia delle barriere

L'architettura dei muri e l'urbanistica della separatezza che hanno costituito una delle novità più eclatanti degli ultimi decenni parrebbero dare almeno in parte ragione ai teorici della frammentazione, o quantomeno costituire un elemento di conferma delle loro tesi. In questa direzione procede il recente lavoro di Alessandro Petti, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell'ordinamento spaziale contemporaneo, (con prefazione di Bernardo Secchi, Bruno Mondadori, euro 18).

Nella intenzione dell'autore vi è più limitatamente l'idea di mettere in luce come l'erezione di nuove barriere faccia parte di una più generale strategia di disciplinamento sociale e come i dispositivi utilizzati in sede locale per finalità di marginalizzazione, separazione ed esclusione debbano necessariamente rinviare ad un piano geopolitico generale.

Tra le maglie dell'Impero si aprono dunque linee di frattura che vanno «ricomposte» con modalità di esercizio della violenza del tutto nuove. In particolare i concetti di stato di eccezione e di «campo», che fanno da filo conduttore agli ultimi lavori di Giorgio Agamben, rappresenterebbero le possibili chiavi esplicative delle trasformazioni territoriali in corso. Il tutto andrebbe quindi letto in una prospettiva di mutamenti di paradigmi del controllo. In particolare da queste inedite modalità di esercizio del potere emergerebbero due modelli applicativi: quello dell'arcipelago e quello della enclave.

La differenza fondamentale tra le due realtà consiste nel fatto che l'arcipelago è collegato alle altre realtà insulari che lo compongono, mentre la enclave rimane un universo separato, racchiuso in se stesso. Il modello proposto è particolarmente efficace nelle pagine che vengono dedicate alla vicenda dei territori palestinesi e all'edificazione del muro. Dalla dettagliata ricostruzione si evince come la situazione attuale sia il risultato di un lungo lavorio della politica e dell'urbanistica israeliana, l'esito di un disegno mirato fin dall'inizio a istituire delle relazioni di connessione (tra l'arcipelago delle colonie e dei nuovi insediamenti) e simultaneamente a introdurre degli elementi di disconnessione, trasformando i territori palestinesi in enclave non comunicanti tra loro. In questo senso il muro viene letto come il coronamento simbolico e la concretizzazione materiale di un progetto più complesso, di un divide et impera condotto con mezzi più sofisticati della semplice erezione di barriere.

Sotto questo profilo le pagine in cui Petti tratta dei territori rappresentano uno stimolo importante a comprendere meglio la questione, rintracciandone le origini nell'urbanistica e nelle scienze del territorio israeliane.

L'autore rende inoltre estremamente efficace e vivida la ricostruzione della genesi della frammentazione dei territori interpolando sue vicende personali (ha sposato una ragazza palestinese) e descrivendo nel dettaglio il funzionamento dei check-point e delle frontiere interne. Meno convincente appare il tentativo di applicare la coppia concettuale arcipelaghi/enclave ad altre realtà contemporanee, quali le gated communities e l'urbanesimo off shore negli Emirati. Qui il modello sembra funzionare meno, sia perché sfuma in parte la doppia funzione dei muri così ben illustrata nelle parti che riguardano i territori: da una parte quella di limitare e di escludere, dall'altra quella di favorire invece i collegamenti altrui, proteggendo un determinato ordine politico, economico e sociale.

Il recinto di Falluja

Nel caso della autosegregazione delle gated communities, del «gran rifiuto» che esse oppongono ad un intero mondo circostante i meccanismi sono più complessi e che il parallelo regge solo limitatamente su di un piano prettamente «fenomenologico». Diversa è anche la questione delle enclave di lusso quali i paradisi off-shore, di cui forse la componente economica andrebbe più energicamente sottolineata. Ma rimane da scrivere un capitolo del libro di Petti, quello sull'Irak. Qui il modello del muro, per altro già applicato a Falluja e a Samarra, circondate da mura mirate non a difendere, ma a rinchiudere, e trasformate in carceri a cielo aperto, sta trovando a Baghdad una sua realizzazione mai vista in precedenza su grande scala urbana.

È un muro che viene rafforzato da misure di controllo tecnologicamente avanzate e che non si limita a circondare una zona della città, ma si articola al suo interno individuando quali sono le aree da «circondare» a seconda della pericolosità maggiore o minore della popolazione che ci vive. Finora sono state individuate dieci zone.

Se il muro di Baghdad verrà completato ci troveremo di fronte allo smembramento di una metropoli e alla sua scomposizione in una serie di spazi frammentati e ipercontrollati, a volte anche tra loro ostili, tali da far impallidire il ricordo di Belfast. Da queste enclave emerge sì prepotentemente il paradigma agambeniano del campo esteso alla città intera. Ma chi avrà il coraggio di studiarle?

Un giorno imprecisato dell'anno prossimo, la popolazione urbana avrà superato per numero quella che vive in aree rurali. Saremo (noi abitanti umani di questo pianeta) più cittadini che campagnoli, e questo dovrebbe spingere a «riconsiderare le priorità globali dello sviluppo», sostiene il WorldWatch Institute di Washington, l'istituto di analisi ambientale che pubblica un rapporto annuale sullo stato del pianeta in cui guarda alle grandi questioni ambientali insieme alle trasformazioni delle società umane, perché le due cose non sono separabili.

Il rapporto State of the World 2007, diffuso ieri, ha dunque come sottotitolo Our Urban Future, «Il nostro futuro urbano». Fa notare che le città coprono appena lo 0,4% della superfice della Terra, ma consumano risorse in modo sproporzionato e generano la gran parte delle emissioni di anidride carbonica (gas «di serra»): «le città sono chiave nell'affrontare la crisi del clima», fa notare il WorldWatch.

La crescita urbana non è una novità, ma le cifre fanno sempre impressione: nell'ultima metà secolo la popolazione urbana è cresciuta di quasi quattro volte, da 732 milioni nel 1950 a oltre 3,2 miliardi nel 2006. Oggi l'Africa ha 350 milioni di abitanti urbani, più di Canada e Stati uniti insieme. Entro il 2030 l'Asia e l'Africa, secondo le previsioni più accreditate, raddoppieranno ancora la loro popolazione urbana fino a 3,4 miliardi. Si calcola che circa 60 milioni di persone (poco più dell'intera popolazione italiana) si aggiungano ogni anno agli abitanti delle città mondiali. E gran parte di queste persone vanno nelle zone urbane più povere di paesi in via di sviluppo.

Il punto, secondo il WorldWatch, è proprio questo: aumento della popolazione urbana significa aumento della povertà urbana. Le città crescono soprattutto per l'arrivo di persone espulse dalle campagne per vari motivi (in cui il rapporto non entra: ambientali, economici, sociali) riassumibili nella fuga dalla povertà e la ricerca di lavoro e opportunità; vanno a ingrossare le zone più povere delle città, dove mancano o sono insufficenti i servizi essenziali come acqua potabile e fognature (e luce, e poi istruzione, assistenza sanitaria...). Per questo il rapporto fa notare che «l'urbanizzazione caotica e non pianificata ha un bilancio pesantissimo sulla salute umana e sulla qualità dell'ambiente, e contribuisce all'instabilità sociale, ecologica ed economica in molti paesi». Dei 3 miliardi di abitanti delle città, circa un miliardo vive in slum, definiti come zone dove gli abitanti non hanno garanzia di beni di prima necessità come acqua potabile, servizi igienici (cessi), alloggi stabili.

Così si stima che circa 1,6 milioni di abitanti urbani ogni anno muoiano a causa della mancanza di acqua pulita e servizi igienici - circa un milione sono neonati e bambini. Ecco la prima priorità da riconsiderare, commentava ieri Molly O'Meara Sheehan, che dirige il progetto dello State of the World: «I decisori politici devono affrontare la 'urbanizzazione della povertà' aumentando gli investimenti in istruzione, assistenza sanitaria e infrastrutture».

Il rapporto considera vari aspetti della vita urbana, dal cibo (che in città costa fino a un terzo in più che nelle aree rurali), all'energia e i trasporti urbani: le automobili usano il doppio dell'energia usata dagli autobus, 3,7 volte più delle ferrovie leggere o tram, 6,6 volte più dei treni elettrici - e sono la maggiore fonte di inquinamento urbano. Ma il WorldWatch Institute non si limita descrivere. Analizza alcune delle grandi aree urbane del pianeta anche per cercare se e come enti locali e gruppi di cittadini possono rendere più sostenibile la vita comune. E trova casi assai interessanti, nel sud in via di sviluppo o nel nord industrializzato.

Parla di «agricoltura urbana», fenomeno tutt'altro che marginale: almeno 800 milioni di persone in tutto il mondo ne sono coinvolte. O di tentativi di riscatto degli slum: un esempio è Orangi, enorme slum di Karachi, Pakistan, dove un Progetto Pilota («curato» dagli esperti in Sviluppo umano da oltre una ventina d'anni) ha permesso di collegare centinaia di migliaia di case in agglomerati informali a un buon sistema di fognature: gli abitanti si fanno carico della manutenzione, e così riescono a tagliare i costi a un quinto di ciò che dovrebbero pagare l'equivalente servizio municipale. Casi «pilota», beninteso, ma abbastanza ragionevoli da indicare alternative possibili.

Nota: su Mall disponbile anche la traduzione della prefazione al Rapporto dell'ex sindaco di Curitiba Jaime Lerner (f.b.)

Marco Romano, studioso e docente di Estetica della città, ha già scritto per Einaudi un denso saggio sulla città europea nel 1993.

Il nuovo volume per lo stesso editore ( La città come opera d'arte, 100 pagine, 9 euro) sviluppa gli stessi temi in chiave divulgativa, con interessanti analisi critiche di alcune città molto note. L'obiettivo è quello di spiegare i modi contemporanei di pensare le città mantenendo nello sfondo le passate volontà di realizzare muri in grado di offrire un orizzonte nel quale radicare le speranze della civitas.

Se la città è un'opera d'arte - osserva Romano - vuol dire che ha un committente e un autore con intenzioni artistiche e che sarà sottoposta continuamente, attraverso revisioni, ad un giudizio critico. Questo, in sintesi, l'assunto che l'autore propone con articolate riflessioni sulla bellezza del paesaggio costruito, con esempi tratti dalla grande storia urbana europea e anche dalla cronaca delle vicende minime delle città a partire da molti secoli fa.

Proprio questa vicinanza ai fatti urbani nel loro concretizzarsi secondo le decisioni dell'artista e del committente - la collettività dei cittadini - rende la lettura di questa breve pubblicazione particolarmente interessante per tutti quelli che oggi seguono con curiosità crescente i processi di trasformazione dei luoghi dove abitano.

Il dibattito attuale riguarda, spesso in modo sottinteso, la dialettica fra bello e brutto, ma solo se il tema è collettivo. Si scopre che è sempre stato così, indipendentemente da come giudichiamo oggi l'esito delle vicende passate, almeno dalla nascita della civiltà comunale, quando - come dice Brunetto Latini - «ogn'om che al mondo vene/ nasce primamente ai suoi e al suo comune»: è l'inizio della partecipazione democratica alla realizzazione concreta dell'urbs, cioè alla rappresentazione di sé, della propria cittadinanza.

La prima delle tre parti che compongono il libro chiarisce la differenza fra temi collettivi, pubblici e simbolici. I temi collettivi, il loro rinvenimento - nelle grande varietà di tipologie tipiche della città europea come le mura, la chiesa principale e secondaria, i palazzi, le facciate delle case, le logge, i teatri, le strade e le piazze a tema - diventa il terreno dell'esperienza critica. Sono i temi più diffusi, tanto da rendere possibile di verificarne il senso in tutte le città europee, realizzati «con l'esplicita intenzione di metterli in campo, nella sfera estetica, come temi del loro confronto di rango, e destinati dunque a durare per sempre».

E' la città europea che incorpora da sempre la civitas democratica, dove i cittadini hanno visto crescere gradi di libertà, diritti e doveri connessi all'appartenza: la democrazia, la libertà di esprimere il proprio punto di vista su qualsiasi questione è la condizione che rende possibili le successive considerazioni di carattere estetico.

«La civitas europea ha dunque una sua riconosciuta personalità, di ordine superiore a quella dei cittadini che la compongono, e proprio come i singoli cittadini in quanto individui confrontano il proprio status nella facciata della loro casa, così i medesimi cittadini in quanto civitas, rappresentano il rango che considerano confacente alla propria città nella grandiosità e nella magnificenza relativa dei suoi temi collettivi».

Conta, in questo processo, il contributo che ciascun cittadino e ogni casa edificata, il possesso di una casa, portano agli insediamenti. A questo proposito Romano vede i limiti dei nostri quartieri popolari la cui uniformità architettonica, progettata a fin di bene, sottolinea «la cittadinanza di secondo rango» di abitanti privati di libertà espressiva «che nella nostra civitas è il complemento e la visibile conferma della libertà di parola».

Nella seconda parte l'esercizio critico si fa serrato: gli aspetti più noti delle città europee vengono passati al vaglio di principi estetici che nel corso del tempo hanno prodotto «regole» e «trasgressioni»: una chiave di lettura ancora essenzialmente estetica, con la quale si esprime a fondo il senso della cittadinanza ossia l'orgoglio di essere accomunati, parte di un luogo.

Non c'è nostalgia in queste riflessioni che, nella terza parte del libro, lasciano intravedere l'articolazione di una ricerca che l'autore ha realizzato in più decenni, e l'ambizione che si percepisce al di là della complessità della riflessione, di portare il lettore a guardarsi attorno e non accontentarsi della generalità di ciò che vede, ma a cercare qualcosa su cui fermare lo sguardo, da apprezzare, perché questo è uno dei modi per riconoscersi.

Che ci sia bisogno di un rinnovato e più consapevole senso di partecipazione alle scelte sui temi della civitas come antidoto ai disastri che il Novecento ha prodotto?

Il lettore, anche a questo proposito, potrà rintracciare altre indicazioni sul sito www.esteticadellacittà.it curato dallo stesso Romano, tra l'altro vi troverà in costruzione alcuni «ritratti di città» casi di un esercizio critico su basi estetiche.

Ma dato che l'attuale dibattito sulla bellezza degli insediamenti consolidati non può prescindere dalle disposizioni del Codice di tutela dei beni culturali, importante conquista culturale del nostro tempo, si potrebbe considerare questa tappa come il presupposto per l'elaborazione di altri temi collettivi per città vivibili e nuovamente belle.

Si può capire che dopo la batosta la ex Sinistra arcobaleno sia in sofferenza. Dovrebbe esserlo anche il Pd, dato che il disegno di prendere voti al centro è fallito, ma il suo leader è inossidabile, fa le fusa con Berlusconi perché quel che in primo luogo preme a tutti e due è riconoscersi l'un l'altro come il solo interlocutore su piazza. Per la Sinistra arcobaleno non c'è invece conforto possibile. La scomparsa dal parlamento ha mandato a pezzi il progetto di rimescolare le sinistre residue, e il fatto che ognuna soffra e se ne vada per conto suo dimostra che era davvero fragile. Quel che non è comprensibile è che si domandino così poco il perché del fallimento. Tutti lamentano di non essere stati capiti o non essersi fatti capire; si fa la festa ai gruppi dirigenti dei quali si chiedono le dimissioni o si hanno addirittura senza chiederle. Tutti scoprono l'ombrello, cioè che la Lega è radicata nel territorio, mentre in nome della modernità ci si è affidati più alla tv che alla frequentazione di coloro cui si chiedeva il voto.

In convulsione è soprattutto Rifondazione: perché la sciagurata ha partecipato al governo? Non ci doveva andare, doveva appoggiarlo dall'esterno. Ma non vedo che cosa sarebbe cambiato: o ne votava volta per volta le leggi, rinunciando a portarvi dall'interno anche quel poco che è riuscita a introdurvi, oppure non le votava, e il governo sarebbe caduto fra gli strepiti contro la sua «irresponsabilità». Come nel 1998. Non è che dopo quella rottura Rifondazione sia cresciuta. E adesso? Essa si sta dividendo sul dilemma: meglio rinsaldare la propria identità o mirare a un soggetto più largo, sottintendendo che chi difende la prima scelta mira di più al «sociale» mentre chi difende la seconda mira solo al «politico». Meglio andare al congresso su un'unica tesi emendabile o su due o più tesi? Chi vuole l'unità e chi cerca la rottura? E fioccano i sospetti.

Il Pdci se la cava invece con la convinzione che se avesse mantenuto il simbolo della falce e martello, infaustamente concessi alla Sa, gli sarebbe andata meglio. La sinistra di Mussi si accorge di essersi data una mossa troppo tardi. I Verdi pensano che si può trattare anche con il Pd su un ambientalismo che non tocchi la proprietà, vedi Al Gore. E via. Come ho detto, si può capire. Ma è difficile che ci si appassioni.

Eppure siamo stati colpiti tutti. C'è stata una tempesta, aggravata dalla legge elettorale ma non imputabile solo ad essa. Nessun paese dell'Europa occidentale è nel nostro stato, con tutta ma proprio tutta la destra al governo e i cosiddetti «riformisti» che fanno fuori l'intero movimento operaio e i «soggetti radicali». Perché ci siamo arrivati? Che cosa è diventata l'Italia?

Abbiamo difficoltà a guardarci in faccia. Ai tempi del partito pesante, ogni sezione spulciava i risultati del suo quartiere, seggio per seggio, e non erano soltanto numeri ma facce, aziende, negozi, giovani, donne, lavoratori, disoccupati o pensionati, strade - i numeri davano la misura della nostra penetrazione o assenza. Delle variazioni si cercava assieme di darsi ragione. Oggi questo lavoro lo fa soltanto Ilvo Diamanti. Così avviene che Berlusconi e Fini abbiano parlato a uno sparuto Colosseo ma abbiano preso Roma, e Veltroni a un mucchio di gente ma l'ha perduta. Il comizio finale non serve a persuadere, si ritrovano i persuasi. La persuasione è avvenuta prima, se è avvenuta, nel contatto con le vite concrete, speranze e inquietudini, non solo parlando ma ascoltando la massa di scontento e dolore che corre nelle società affluenti. Chi la ascolta? E come le trasmette un'altra idea di sé? Altro che MacLuhan, il «mezzo è il messaggio»: le sinistre si sono illuse che basti spettacolizzare uno scontro di idee sullo schermo invece che viverlo.

Questo è sbagliato sempre, ma incredibilmente stupido in anni di veloce mutamento delle figure sociali. Se non c'è più l'aggregato della fabbrica, se la piazza non è più punto di incontro e la chiesa ne profitta, se le relazioni si annodano soprattutto via portatile o blog, se i dipendenti sono dispersi nel precariato o disoccupati per delocalizzazione, o diventati padroncini «autonomi» in migliaia di aziende a due persone, sono stati sconvolti i legami collettivi e i numeri hanno un senso diverso. Il Popolo delle Libertà non doveva far altro che confortare la tendenza, accarezzando gli egoismi degli abbienti (meno tasse, federalismo fiscale così ognuno si tiene il suo) e spostando sull'immigrato (delinquente) o sul ceto politico (governo ladro) invece che sulla «modernizzazione» e la «competitività» l'insicurezza dei disagiati. L'incertezza sul domani è trascolorata nell'insicurezza fisica: non importa che i reati siano diminuiti, la paura è aumentata. E' la microcriminalità che angoscia, la macro non fa paura. I giornali titolano differentemente, se pur lo vedono, lo stupro casalingo da quello perpetrato ieri dall'albanese oggi dal romeno. I sindaci coltivano la xenofobia.

E la sinistra in questo andazzo? Anche parte di essa ha vezzeggiato il «disagio settentrionale» (difendersi dalle tasse) come a suo tempo difendeva nel sud l'abuso edilizio. Ora esita a chiamare pogrom le ruspe di Veltroni o della Moratti e gli assalti dei napoletani, maschi femmine, ai campi nomadi. E starà, c'è da giurarlo, al federalismo fiscale.

C'è infatti modo e modo di guardare alla «gente» - o si tenta di fare della plebe un popolo, che sarebbe il mestiere della sinistra, o del popolo una somma di individui egoisti (se abbienti) o plebei (se disgraziati), che è il mestiere della destra. In una società che si parla solo negli stilemi del mercato, le elezioni confessano idiosincrasie o speranze di salvezza/guadagno personale.

Così è successo, credo, che abbiamo il secessionista Bossi a riscrivere i confini della Repubblica, il Cavaliere a governare finalmente l'Italia come un'azienda, e i missini al governo, alla presidenza della Camera e al Campidoglio. Eugenio Scalfari ci assicura che non importa, poiché non possono più fare la guerra né deportare gli ebrei. Infatti la guerra la si fa solo via Nato e Fini è il leader più simpatico alla comunità ebraica romana. Sono solo razzisti, antisindacalisti, antipensionati, nemici della spesa per la scuola e la sanità pubblica, contrari alla fecondazione assistita e alla 194. Se il fascismo ordinario è di casa, l'antifascismo non serve più e la Costituzione, ci annunciano, va cambiata.

Mi si dimostri che non è vero. Ma perché è andata così? Possibile che la sinistra alternativa, o la sua fetta più grossa, Rifondazione, non si proponga una lettura di come siamo cambiati, non capisca che non ci arriverà da sola, non coinvolga a definirla chi è fuori dalle Camere o ne è stato messo fuori o si vergogna di trovarcisi? Perché ci invita non più che ad assistere a una resa dei conti fra bertinottiani e ferreriani, che è solo affare suo?

Io sono convinta che non si costruirà nessun nuovo soggetto politico nel chiuso d'un partito, perdipiù perdente. E ce ne potrà essere uno, adeguato alla disfatta subita, soltanto se darà conto di che cosa concretamente la mondializzazione significhi per noi, intrisi e fin sporcati dalla nostra storia, ma costretti a ballare sulla musica del pianeta. Se non siamo in grado di vederlo e di farlo vedere, penso che ci si illuda. Come il compagno di Giano che mi scrive protestando: «Ma che stai a parlare della Cina, la Cina è lontana mentre se avessimo dirigenti migliori risolveremmo tutto». Lontana, la Cina? Ma su chi s'imbatte quando va a comprare intorno a piazza Vittorio l'identico golf per cinque volte a meno prezzo che a via del Corso? Quando i nostri tessili chiudono e reinventiamo le dogane? Quando la Fiat si troverà davanti non la povera macchina indiana a 800 euro, ma quella europea a 2.500 euro, prodotta da mano d'opera fuori dei nostri contratti? Che incontra se non mondializzazione e finanziarizzazione (cioè speculazione più o meno clamorosa) quando il costo del petrolio si moltiplica per dieci e si trascina dietro anche quello del riso?

Inversamente, senza capire i legami che ci stringono, lo slogan «pensare globale e agire locale» significa ormai limitarsi alla propria provincia e al proprio problema, comunicando a stento. La straordinaria spinta del volontariato, come il movimento per la pace si bloccano l'una in assistenza cristiana, e l'altro in protesta frustrata.

Quel che a me, vecchia comunista, più duole, è la solitudine del lavoro dipendente, precario o perduto. Tutto il pianeta è stato messo al lavoro per il profitto, uomini e cose, braccia e intelligenza (la natura ridotta a cava dalla quale estrarre finché ce n'è, e l'agricoltura ristretta per fare bioenergie). Mai è esistito un salariato così immenso eppure viene deriso come l'ultimo giapponese che credeva di combattere e la guerra era finita. Le parole di Rinaldini su questo giornale (14 maggio) mi sembrano incontrovertibili, ma dalla maggioranza degli uomini mi sento dire che «l'operaio è sparito» e da quella delle donne che le sinistre, istupidite dall'economicismo, se ne sono occupate troppo. Troppo! Hanno mollato quasi tutto. La Cgil si è svenata a salvare il governo e ora, assieme a Cisl e Uil e in perfetto accordo con il Pd, cerca un dialogo con Berlusconi e la Marcegaglia.

Se non troviamo una visione comune del quadro che ci sta davanti, delle sue tendenze e delle sue macroscopiche contraddizioni, non costruiremo nulla di adeguato alla situazione in cui siamo. C'era dell'improvvisazione nel tentativo di fare della Sa più che una coalizione elettorale, un soggetto politico. Ma una trincea politica, un'alternativa politica occorre, se non vogliamo dichiarare anche noi la fine della storia. Perché non ci diamo tempo e modi per rimetterla in piedi? Perché - non smetterò di battere questo tasto - il nostro giornale non si piega su questa urgenza invece di fare il cronista del disastro? Perché Rifondazione non verifica su questo la sua funzione? In forme ordinate, senza gazzarra, senza concedere a sfoghi vanverosi, a «fabbriche» di programmi a denominatore comune minimo?

Questo è un lavoro immenso, che vuole tempo, molte forze che essa sola non ha, niente demagogia, capacità di tenere assieme i fili, di verificarli volta a volta in azioni. Nel sociale e nel politico, più che mai avvinti, la destra lo dimostra, altro che grillerie. E altro che mera spontaneità. Siamo atomizzati e infelici, la società civile non è tanto meglio di quella politica, si specchiano. Ci toglieremo finalmente dai piedi le stucchevoli lamentazioni e le altrettanto stucchevoli nostalgie sul partito soltanto se ora, sotto botta e con le spalle al muro, riusciremo a collegarci su un lavoro comune di indagine e proposta, in tempi non vaghi e né intermittenti, in luoghi non precari, in azioni mirate e allargate nel breve e medio termine. Le forme dello stare insieme nascono per fare e nel fare. Il governo è già all'offensiva, non possiamo permetterci di sbagliare. Un'identità non consiste di certo nel reimpacchettare il passato (peraltro mai rivisitato davvero) ma nel leggere il filo, o collegare i fili, del presente, esponendosi in interpretazioni e proposte, ordinando e tenendo severamente assieme il telaio. Sì, severamente, cioè non demagogicamente, non arrogantemente, non frettolosamente. Non chiudendo, non rimandando, non mettendo fra parentesi. Esponendosi. Se Rifondazione se la sente di misurarsi subito su questo, confermerà che esiste. Che conta. Che ha imparato e sedimentato. Se no, francamente, che ci importa del suo congresso?

Crescere, stando a Silvio Berlusconi, «significa produrre più ricchezza». Nel discorso al Parlamento, Berlusconi sceglie però di spiegare ai presenti e al paese che c'è ben altro: si può utilizzare la crescita per una serie di finalità. La tecnica oratoria lo porta lontano, fino a indicare almeno nove scopi possibili. Scuola, ricerca e formazione; federalismo fiscale; promozione del Mezzogiorno; infrastrutture; famiglia e rimozione delle cause dell'aborto; controllo dell'immigrazione; valorizzazione delle imprese italiane; lavoro, ma senza morti bianche; flessibilità. La crescita della ricchezza insomma consentirà margini di manovra in tutte queste direzioni.

D'altro canto il miracolo della crescita avverrà se alcuni settori d'intervento si metteranno in moto. Berlusconi suggerisce così un circolo virtuoso in cui la crescita è tanto fine che mezzo. Tra qualche mese ci dirà che tutto e subito non si può fare: prima questo e dopo, semmai, quello. Tanto per fare un esempio, prima il federalismo del Nord e solo poi la compassione per il Sud.

Crescita, Crescere e Accrescere sono concetti che compaiono almeno 17 volte nel testo del presidente del consiglio. Sviluppo, invece una sola e come «sviluppo demografico». Non ne sarà felice Claudio Scajola che dello Sviluppo è il ministro.

A ben vedere quello considerato essenziale è il caso dell'impresa ; e il risultato dipende anche - o soprattutto - da «una seria e non retorica tutela dell'ambiente». Sull'ambiente c'è solo questa citazione nel discorso del presidente del consiglio. In precedenza però Berlusconi aveva invitato a «Rinnovare il paesaggio delle nostre infrastrutture». Sommando uno più uno, sembra che si suggerisca all'opposizione parlamentare di non tutelare l'ambiente «in modo retorico», ma accettare invece di rinnovare il paesaggio con qualche ulteriore infrastruttura «nostra». Si può scommettere che l'opposizione di sua maestà accoglierà la proposta di buon grado.

Difficile trovare un termine del gergo politico Italiano contemporaneo, più diffusamente utilizzato di «riformismo». Difficile trovare pure un'ideologia politica maggiormente responsabile della recente catastrofe elettorale delle forze democratiche di questo paese, simboleggiata dallo striscione con scritto «Veltroni santo subito» esposto dai fascisti nuovi padroni del Campidoglio.

Che sia proprio dal recente utilizzo a sinistra del termine «riformismo» che si debba partire nella necessaria analisi della sconfitta di tutto il centrosinistra è fuori discussione. La necessità di «fare le riforme» è stata invocata in campagna elettorale sia dai leaders politici di destra che di sinistra, tanto da costituire il minimo comune multiplo della politica italiana contemporanea: la riforma elettorale, la riforma della scuola, la riforma della sanità, la riforma dell'università, la riforma delle professioni, la riforma del mercato del lavoro.

Che cosa si nasconde dietro alla nuova diffusa ideologia? È abbastanza ovvio che il termine riformista trasmette un tranquillo messaggio di moderazione, che tuttavia nasconde una feroce determinazione securitaria. Il riformista, a differenza del rivoluzionario, non distrugge, non sconvolge, non rivoluziona lo status quo. Egli è sempre dalla parte dell'autorità costituita che garantisce sicurezza alla sua proprietà. Egli è insoddisfatto di alcuni aspetti del sistema e, sposandone la logica di fondo, intende migliorarlo, ripensarlo, favorirne lo sviluppo, trasformarlo in modo magari radicale ma armonico, progressivo, in ogni caso compatibile con fondamenti ed assetti proprietari consolidati.

Il termine mette a fuoco il processo trasformativo piuttosto che il contenuto della trasformazione, ed implica la necessità di ridisegnare alcuni aspetti del sistema istituzionale per ottenere crescita e sviluppo. È questo il messaggio bipartisan dichiarato tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione nel loro competere secondo le regole elettorali di una «moderna democrazia liberale occidentale». Questo tranquillo messaggio subliminale pone il termine «riformismo» in una luce di generale favore, bollando ad un tempo di estremismo e di velleitarismo qualunque voce alternativa.

Da Bentham a Carlo Rosselli

Nell'era del riformismo bipartisan, l'antica opposizione fra conservatore e riformista affonda perché il primo è inevitabilmente condannato di fronte all'«inevitabile» e «naturale» accelerazione storica e tecnologica dell'era postmoderna. D'altra parte, per ragioni in larga misura analoghe ma speculari, affonda pure la contrapposizione fra rivoluzionario e riformista.

Infatti, se il termine reformist fu coniato da Jeremy Bentham nel 1811, esso venne posto al centro della riflessione politica del movimento operaio a metà Ottocento da parte di quell'Eduard Bernstein che, per primo, mise in discussione l'imminenza della rivoluzione proletaria sostenendo la necessità di alleanze strategiche con i partiti borghesi. Il riformismo socialista, teorizzato in Francia da Alexandre Millerand in un famoso libro dal titolo omonimo, conquistò alcuni dei più prestigiosi dirigenti del Partito Socialista Italiano all'inizio del secolo breve, tra i quali bisogna ricordare Turati, Treves, Bissolati, Bonomi, Carlo Rosselli, Matteotti e Gaetano Salvemini, in gran parte espulsi al congresso di Livorno del 1912, proprio in quanto tacciati di revisionismo, un termine che nel frattempo aveva contaminato il riformismo di connotazioni negative.

In ogni caso la corrente riformista, che ebbe notevole peso all' interno della Seconda Internazionale (1889-1914) condivideva sicuramente il progetto di uguaglianza e giustizia sociale del movimento socialista ma si distingueva per il metodo legalista e gradualista piuttosto che rivoluzionario con cui l'obiettivo finale doveva essere raggiunto. In definitiva dunque l'idea di riformismo era sottesa ad un grande progetto internazionalista, ridistributivo e di emancipazione delle classi sociali più disagiate, un'essenza completamente perduta nella attuale concezione bipartisan.

Il terremoto reaganiano

Nella sua luce storica, il termine riformista, calato nella dimensione di politica economica, si manifesta nelle grandi trasformazioni del modello liberale propugnata dagli assertori del welfare state, in particolare quella visione keynesiana che venne travolta, a seguito della crisi petrolifera di fine anni Settanta dalla «rivoluzione» reaganiana e tatcheriana, che doveva contribuire significativamente di li a pochi anni, al crollo dell'esperienza del socialismo realizzato. È proprio nel quadro delle trasformazioni del contesto politico-culturale globale che vide i natali l'attuale ideologia del riformismo, una teorica non più sorretta da un disegno primario di giustizia sociale ma al contrario volta principalmente alla ricostruzione di un sistema capitalistico il più possibile efficiente.

In quest'ambito, l'ordinamento giuridico, lungi dal proporsi come strumento di limitazione degli impulsi acquisitivi individuali, si propone di favorirne il libero dispiegarsi, sull'assunto che essi, incanalati soltanto da un processo privatistico a mano invisibile, avrebbero finito per favorire, seppure indirettamente, anche i soggetti più deboli tramite una «ricaduta verso il basso» (il cosiddetto trickle down effect) dei benefici di una sostenuta crescita economica. Il progetto reaganiano e tatcheriano non sposò alcun aspetto del modello contro cui si rivoltava ma, visto in prospettiva globale, effettivamente ne travolse, con violenza «rivoluzionaria», ogni contenuto politico e di civiltà. Sono infatti proprio i presupposti della costituzione economica di un modello misto (pubblico e privato) che il riformismo del welfare state aveva prodotto e costituzionalizzato a partire dall'esperienza della Repubblica di Weimar e poi, in Italia, nella Costituzione italiana del 1948 col grande compromesso fra Togliatti, Dossetti ed Einaudi, a crollare insieme al Muro di Berlino, riportando indietro di quasi due secoli il significato di riformismo.

Dal punto di vista contenutistico, nel nuovo ordine globale in cui la crescita economica viene considerate prioritaria indipendentemente da ogni preoccupazione distributiva, il riformista si propone solo di mitigare gli aspetti più estremi e disumani del modello dominante, in un'accezione del termine non diversa da quella che ci può far vedere come riformisti sovrani «illuminati» quali Maria Teresa d' Austria, Leopoldo di Toscana, Federico II di Prussia, Carlo III di Napoli o Caterina II di Russia. Una visione profondamente incardinata nella disuguaglianza sostanziale dei diritti di proprietà e che anzi fa di un modello autoritario, classista, etnocentrico, ma tuttavia preoccupato del proprio «volto umano» (emblematico è a questo proposito il piano per l'Africa di Toni Blair o la Fondazione di Bill e Melinda Gates) la sua cifra caratterizzante.

Questo riformismo della «terza via», che con i lavori di Anthony Giddens cerca di espugnare il fronte intellettuale e politico che almeno in Europa separava la Destra e la Sinistra, trova in Tony Blair e Bill Clinton, i due eroi eponimi capaci dei naturalizzare e rendere bipartisan le ricette del neoliberismo confezionate nel decennio precedente dai loro predecessori nell'interesse degli attori forti dei mercati finanziari globali (Istituzioni Finanziarie Internazionali, Banche, Compagnie di Assicurazione, Edge Funds). Due eroi che non restano isolati in Occidente. In Germania Schroeder, con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, emargina Oskar Lafontaine. In Italia sono Massimo D'Alema (primo ministro post-comunista ansioso di partecipare alle guerre globali) e poi Romano Prodi a sdoganare il riformismo neoliberale come pensiero «di sinistra» aprendo la via alla grande convergenza bipartisan.

La creazione di un ideologia riformista, come strumento che aliena la distribuzione a favore della produzione e dell'accumulo concentrato di ricchezza, sposa questo modello di sviluppo interamente «mercatista» (fondato sull' oligopolio reale accompagnato dalla retorica della competizione) che a casa nostra si è continuato a celebrare nel Partito Democratico, proprio mentre la destra sociale neocorporativa lo scaricava giusto in tempo attraverso l'impressionante piroetta di Giulio Tremonti, già campione di privatizzazioni e finanza creativa (La paura e la speranza, Mondadori 2008 è stato un bestseller in campagna elettorale vendendo antimercatismo, sicuritarismo e xenofobia).

Anche a sinistra, non soltanto le periodiche drammatiche convulsioni nei contesti di produzione (crisi dei mercati asiatici del '97, crisi subprime e recessione attuale) ma anche, soprattutto, il progressivo allargamento del baratro fra ricchi e poveri che strutturalmente condanna l'Africa e gli altri paesi periferici subalterni alla sete e alla fame dovrebbero suggerire un ripensamento onesto dei termini della questione «riformista». L'economista austriaco Joseph Shumpeter una volta scrisse che così come sono i freni che consentono ad un veicolo di poter avanzare spedito, senza incidenti, altrettanto avviene per un modello economico capitalistico. Quest'idea fu ripresa da Michel Albert nel suo famoso saggio sui due capitalismi, ed è stata sviluppata nella letteratura giuridica ed economica più avveduta (ancorchè minoritaria) ma ha ottenuto scarsa eco nella discussione sulla politica economica italiana. Al contrario, il riformismo a casa nostra si misura con il metro delle «lenzuolate» di bersaniana memoria, e fa proprio della crociata contro i «lacci e lacciuoli» (espressione che risale ad un maestro della grande destra come Guido Carli) la sua bandiera. Le riforme volte alla liberalizzazione denigrano così sistematicamente il controllo giuridico pubblico (i lacciuoli appunto) nel rivolgersi contro taxisti, farmacisti e notai nell'ambito dei lavoratori autonomi (particolarmente attivi qui i professori Giavazzi e Alesina) e in quello dei dipendenti prendono di mira, in nome della flessiblità le garanzie ottenute dai lavoratori attraverso le lotte sindacali degli anni Sessanta e Settanta (il nome che va citato qui è quello di Pietro Ichino).

Finanzieri d'assalto

Questo riformismo neoliberale presenta evidente l'imprimatur economico, politico e culturale del centro attuale del capitalismo internazionale, quegli Stati Uniti d'America che, seppure in profonda crisi, hanno colonizzato l' immaginario postmoderno dell'Europa e delle altre paesi periferici e semiperiferici, secondo la geoeconomia tracciata da Immanuel Wallerstein. Il cosiddetto capitalismo statunitense, subito dopo aver determinato la fine del socialismo reale in Unione Sovietica, ha sferrato un attacco durissimo contro il capitalismo sociale europeo, denigrandone come «lacci e lacciuoli» che ne impediscono il decollo nell'empireo alato dei mercati finanziari (ma che forse ne impediscono pure il precipitare nel vortice dei fondi sub-prime), quelli che invece sono i suoi freni istituzionali.

Sono queste le questioni che si nascondono dietro la desiderabile e rassicurante bandiera del riformismo postmoderno. Una religione della crescita e dello sviluppo sostenuta anche culturalmente dagli oligopolii globali. Una radicale sovversione di quell'ideale riformista che, frutto di un pensiero emancipatorio socialista ed internazionalista, non poteva che porre l'eguaglianza, la giustizia sociale e la ridistribuzione delle ricchezze per mezzo del diritto al primo posto fra le preoccupazioni di una politica che voglia dirsi civile e che sappia farsi carico delle esigenze non più procrastinabili di tutto il pianeta. L'attuale riformismo eurocentrico quando non localista altro non è che un'ideologia di resistenza dell'Occidente opulento che disperatamente difende (con toni più o meno insopportabili) il frutto della sua pluricentenaria predazione. Che sia una politica suicida lo ha sperimentato per ora il Partito Democratico. La demografia ed i nostri fratelli affamati ci mostreranno presto che se non si inverte la rotta c'è soltanto la catastrofe annunciata.

Caro Parlato,
che sgomento. Si leggono i giornali, si sente la radio, si guarda la tv e cos'è l'attualità politica? Che Walter Veltroni va di qua che Massimo d'Alema va di là, che uno vuol flirtare con l'Udc di Pierferdinando Casini, che l'altro vuole, con gesto «paterno» ricuperare la sinistra. Ma non hanno capito che sono tutti dei perdenti? Che non possono arroccarsi sul potere che si sono accaparrati e distribuire presidenze di commissioni o di vari enti dosando le varie correnti?
Ma da quanti anni c'è questa lotta sterile e dannosa tra Walter Veltroni e Massimo d'Alema? Dal secolo scorso. Nanni Moretti aveva detto: «con questi non si vincerà mai». Oggi possiamo dire «con questi abbiamo perso e forse per sempre».
Ma come può Walter Veltroni aprire a Pierferdinando Casini? Casini che all'indomani della condanna di Cuffaro aveva con scaltrezza detto «sarà il nostro capolista in Sicilia». Cos'è, anche Walter Veltroni vorrebbe i voti siciliani dell'oggi, onorevole Cuffaro? Sinceramente meglio un Leoluca Orlando che un Totò Cuffaro, a meno che si calcolino le opportunità in base ai voti che uno può portare in dote.
E come ha potuto lasciar eleggere vice presidente della Camera Rocco Buttiglione che nemmeno il Parlamento europeo aveva voluto? A questo punto che dire? Che fare? Se nel Partito democratico è rimasta una qualche traccia di sinistra che si faccia sentire, che non dimentichi che il grosso degli elettori del Partito democratico sono quelli che per una vita hanno votato Pci e che poi hanno ingoiato fedelmente tutto fino a arrivare a questo sfacelo?
Scusami per lo sfogo

Elena Bassi, Reggio Emilia

Cara Elena,

sei assolutamente pessimista, ma forse (e anche senza forse) hai ragione e il risultato delle recenti elezioni, politiche e amministrative, pesa a tuo favore. Il risultato delle ultime elezioni è il prodotto del disorientamento totale di quella che una volta era la sinistra italiana.

Il neonato Partito democratico, a guardar bene, non è più un partito, ma una somma di interessi confliggenti tra loro e neppure su grandi scelte politiche e ideali, e le alleanze che citi tu ne sono un esempio.

Il Partito democratico per un verso è un'americanata e per l'altro un indeterminato. Quel che resta della Sinistra Arcobaleno non suscita migliori speranze.

In questa, piuttosto disastrosa, situazione che fare? Non dimentichiamo che anche il sindacato è coinvolto in questa crisi.

La mia risposta a questo solenne interrogativo rischia di essere banale o elusiva. Tuttavia ci provo. Innanzitutto credo che, come per le malattie, la diagnosi preceda la cura. Quindi, innanzitutto, fare inchiesta e studiare le forme di sfruttamento nella società presente e, aggiungo, cercare di capire perché neppure il sindacato è riuscito a promuovere una lotta unitaria dei precari, che sono la plebe o il bracciantato della società presente.

E poi, ancora, cercare di capire le conseguenze del capitale finanziario e della globalizzazione.

Quindi studiare e fare inchiesta per ricostruire il partito del nuovo secolo. Una volta c'erano le sezioni territoriali del Partito comunista e le parrocchie.

Oggi le prime non ci sono più e il tanto deprecato centralismo democratico appare un ideale. Mi viene da scrivere (e so che esagero) che la democrazia parlamentare ha ucciso la democrazia.

Insomma sforziamoci di capire la nuova realtà e di costruire un vero partito politico che superi le attuali aggregazioni.

Aggiungo ancora. Nel corpo dell'anonimo Partito democratico ci sono ancora forze e persone di sinistra che non hanno dimenticato il senso del comunismo. Si facciano sentire, prendano iniziative. Le nostre pagine le accoglieranno.

Resistere non basta più. Con i miei saluti

Nessuno ha mai saputo di questo piccolo quaderno nero, non i figli né la compagna né gli amici più intimi. Bruno Trentin l’ha protetto da sguardi e parole indiscrete per oltre sei decenni, lasciandolo scivolare sotto vecchie carte, come si fa con gli oggetti preziosi ma un po’ ingombranti, sepolti nel mucchio e mai dimenticati. È il diario dei suoi sedici anni, un documento privato ma con straordinario valore pubblico, la cronaca minuziosa e lucida dei sessanta giorni che segnarono le scelte d’una generazione, e anche il destino d’una nazione. Un journal de guerre, come titola espressivamente il giovane diarista, che comincia all’indomani dell’armistizio, il 22 settembre del 1943, per interrompersi due mesi più tardi, il 15 novembre, a pochi giorni dall’arresto insieme al padre Silvio. Due le epigrafi poste in prima pagina, «Allons enfants de la Patrie!» e «C’est la lutte finale!», la Marsigliese e l’Internazionale. Per raccontare la sua guerra antifascista Trentin sceglie il francese, "figlio guascone" di esuli italiani.

«Quando Marcelle Padovani me l’ha mostrato, è stata un’emozione molto forte: come ritrovare un tesoro al modo di Stevenson», racconta Carmine Donzelli, che ha deciso di darlo subito alle stampe.

Inusuale anche la veste grafica, nella calligrafia meticolosa, nell’ordinata scansione in paragrafi, perfino nell’accurata illustrazione tra fotografie, mappe e ritagli di giornale: «Anche in questo non comune gusto grafico», dice l’editore, «si riconosce la naturale eleganza dell’autore, una precocità fulminante e quel razionalismo cartesiano respirato nelle scuole francesi».

A Cédon de Pavie in Guascogna Bruno era nato il 9 dicembre del 1926, il padre Silvio un insigne giurista costretto all’emigrazione dalle «leggi fascistissime». Oltralpe dunque crebbe e si formò, guascone nelle radici e nel temperamento, lettore avido di D’Artagnan e ragazzo scalpitante: le foto giovanili ne mostrano l’indole da furetto indomito che pochi anni più tardi troverà una sua più misurata intensità. Inquieta e fremente - racconta Iginio Ariemma nella sua informata introduzione - è anche l’atmosfera respirata a casa e nella libreria paterna di Tolosa, la Librairie du Languedoc, crocevia degli esuli di Giustizia e Libertà e dei volontari andati a morire in Spagna.

«Ma un adolescente ribelle», spiega Donzelli, «può voler di più, magari mostrare ai padri che anche lui ci sa fare, su una spinta che mescola conflitto e assimilazione». Così nel 1942 Bruno appena sedicenne fonda un gruppetto anarchico, tappezza Tolosa di scritte antifasciste, utilizzando per la propaganda la carta intestata della libreria di famiglia... Per caso o per sfida? La polizia lo scopre, finisce in prigione. Di quell’episodio racconterà la visita in carcere della madre e un furente schiaffo sulla guancia: «Se fai il nome di tuo padre, t’ammazzo…». Per Bruno resterà uno dei ricordi più cari.

Quando può rientrare in Italia, dopo la caduta del fascismo, Silvio porterà con sé quel figlio precoce e inquieto. Ne fa il suo braccio destro, lo coinvolge nella sua attività clandestina di leader azionista della Resistenza veneta. L’arrivo è a Mestre, poi Treviso, il 4 settembre del 1943. La guerra sta per cominciare, quella vera, la guerra contro il nazifascismo - come annota Bruno nel diario - il patriottismo autentico contrapposto a quello fasullo di marca fascista... Nel journal il ragazzo trascrive ogni dettaglio, eventi e personaggi, incontri riservati, le prime azioni di sabotaggio, l’organizzazione delle bande partigiane. La cautela del cospiratore appare scossa dalla furia di divorare «conoscenze luoghi e persone», come se la scrittura potesse mimare e sostituirsi all’azione. Le sue fonti sono diversissime, dai quotidiani fascisti a Radio Londra e Radio Mosca, le agenzie internazionali, gli ambienti azionisti frequentati da Silvio. Nulla gli sfugge della scena mondiale, il fronte interno e l’Egeo, il Pacifico e la Russia. La sintonia politico-culturale tra padre e figlio sembra cementarsi, il diario è anche testimonianza d’un genitore ritrovato, «si è costruito quel rapporto che era in parte mancato», confesserà più tardi Bruno.

Resistenza e ancora Resistenza: la parola ricorre tra le pagine quando ancora se ne faceva scarso impiego, fa notare Claudio Pavone nella sua Postfazione. Dall’iniziale scetticismo verso i connazionali, intorpiditi dal ventennio nero, Trentin scopre pian piano una diffusa volontà di riscatto, in un crescendo di giudizi affilati che mescolano lungimiranza - l’eccidio di Cefalonia interpretato come pagina nobile contro il nazifascismo -, patriottica indignazione (il re «miserabile piccolo sgorbio ricoperto d’oro e medaglie finte») e accenti enfatici verso «le gloriose avanguardie dei figli di Lenin» immolate contro la «bestia nazista». Una passione questa sul fronte orientale talvolta raffreddata in un lessico più cauto, in termini come «rossi» e «bolscevichi». Nell’oscillazione lessicale sempre Pavone rintraccia i conflitti politici che agitano la sinistra resistenziale, ma anche «quel groviglio proprio d’una generazione del quale vanno colte sia le contraddizioni e le coerenze che il significato profondo».

Puntuale e quotidiano fino al 13 ottobre, nell’ultimo mese il diario acquista un passo più lento e frammentato, spia dell’aumentato rischio dei cospiratori. Il 15 novembre l’interruzione improvvisa, con una frase secca scritta a matita: «Tempo perduto. Ora all’opra!». È l’unica scritta in italiano, una sorta di epigrafe generazionale che riecheggia l’analogo appello di Giaime Pintor e disegna la parabola politica e esistenziale del giovane guascone partito dalla Marsigliese e approdato alla lingua dei padri. Per Bruno comincia una nuova vita. Quattro giorni più tardi l’arresto a Padova insieme a Silvio: nel tragitto verso la federazione fascista Bruno ingoia tutte le carte compromettenti, procurandosi un’occlusione intestinale. La carcerazione non durerà a lungo, ma nel marzo successivo l’attende lo strappo più doloroso, la perdita del padre. Al lutto privato s’aggiunge il peso simbolico della successione. Nell’aprile del 1944 Bruno è già in montagna.

Perché il prolungato silenzio su questo Journal de guerre? «Forse per una scelta di stile», risponde Donzelli. «Tra i dirigenti della sinistra vigeva la regola che non ci si doveva vantare. O forse Trentin è stato trattenuto dalla radicalità dei suoi giudizi giovanili. A me è sembrato sbagliato censurarlo, soprattutto in questi tempi confusi. Il diario ripristina con un’urgenza perentoria l’idea che c’è stata una guerra contro il fascismo, e che non è possibile equiparare i combattenti dell’una e dell’altra parte. È un documento sul valore imprescindibile dell’antifascismo. La Liberazione non è stata liberazione punto è basta, ma liberazione dal fascismo. È bene ricordarlo, altrimenti rischiamo che i miti fondativi della storia repubblicana perdano senso perché fondati sull’equivoco».

BRUNO TRENTIN

pagine dal diario

22 settembre 1934

Sono esattamente 14 giorni che il popolo italiano ha preso coscienza con una gioia trepidante dell’armistizio con le potenze Anglo-sassoni. Gioia ben presto delusa dall’annuncio dell’occupazione integrale dell’Italia settentrionale da parte delle truppe tedesche. Dall’8 settembre 1943, il nord della penisola vive la più terribile e la più penosa delle tragedie.

L’8, mio padre era a casa dei suoceri, mio fratello a casa di amici. Io passeggiavo per caso sulla piazza principale di Treviso (Veneto). Si è radunata una folla confusa e incerta. Corrono delle voci: la Pace... la Pace!... Voci, ma nessuno ne sa niente. Tutto a un tratto, un uomo compare a un balcone e urla: «Italiani! Una grande notizia... Armistizio!... la guerra del fascismo è finita!... Vendetta contro quelli che vi ci hanno trascinato!...». La gente grida di gioia, i soldati si abbracciano, si corre per le strade, si canta. Io, tremante, tesissimo, mi precipito attraverso il dedalo delle viuzze sporche della città bassa. In cinque minuti sono da mio nonno; irrompo nella stanza in cui mio padre sta discutendo con alcuni amici; grido: «Badoglio ha firmato l’armistizio!». Mio padre si alza in piedi, grave, senza inutili esplosioni di gioia; si guardano tutti tra loro... «È la guerra che comincia!».... La guerra vera per l’Italia vera.

Da quel giorno, le nostre volontà: quella di mio padre, di mio fratello e la mia, si sono sforzate di farla, questa guerra, con ogni mezzo.

Il 9 settembre, mio padre va a trovare il comandante della piazza, il generale Coturri. Questi si rifiuta di organizzare la resistenza alle truppe tedesche che avanzano verso Treviso per occuparla. Il 10, un altro generale, tremante di paura, si sottrae. L’11 un terzo generale del «fu esercito italiano» e il prefetto della città non si vogliono compromettere. Paura! Paura! Corriamo di prefettura in prefettura, dall’ufficio dello Stato maggiore al Municipio. La nostra delusione, la nostra amarezza sono grandi; tutti tremano di paura. Lo sgomento, il panico poco a poco si impossessano della popolazione. Qualche giorno prima, urlavano di gioia. L’11 settembre già tremavano per la loro salvezza. I tedeschi si avvicinano a Treviso. I soldati scappano in disordine, buttando le armi, le uniformi, gli ufficiali, in borghese, scappano in macchina attraversando a tutta velocità le vie della città. Di fronte all’impossibilità di organizzare in città una resistenza armata, partiamo a nostra volta per nasconderci in campagna. Comincia in Italia una nuova vita: la vita clandestina.

25 settembre 1943

Si è costituito il governo fantoccio di Mussolini. Tra questi ministri, tra questi uomini abietti che non hanno vergogna di incitare il popolo italiano a collaborare con le orde naziste, si ritrovano alcune vecchie conoscenze, già famose per la loro integrità e la loro grandezza d’animo. In particolare, quel caro maresciallo Graziani che si è tanto graziosamente distinto in Abissinia nell’impiegare i gas contro dei negri inermi, ha portato a termine la sua carriera di macellaio sanguinario, mettendosi a servire tra le file nemiche, come ministro della guerra di un governo fascista venduto alla Germania al prezzo più basso, fianco a fianco coi suoi colleghi tedeschi, macellai come lui.

Ma ci sono anche degli ufficiali che hanno saputo lavare nel sangue l’onore così compromesso di questa Italia martirizzata. È il caso del generale della divisione «Acqui» a cui era stata affidata la difesa dell’isola greca di Cefalonia, e che con una fermezza e uno stoicismo ammirevoli ha ordinato ai suoi uomini di resistere ad ogni costo all’invasore nazista. Soverchiato dalla schiacciante superiorità del nemico, insieme col suo stato maggiore rifiutò di arrendersi, cosicché i tre quarti della divisione, con tutti gli ufficiali, furono annientati. I Tedeschi fecero solo quattromila prigionieri. Una pagina gloriosa come questa mostra che c’è ancora della buona genia di Italiani: Italiani che hanno a cuore l’onore del loro paese e la loro libertà.

8 ottobre 1943

L’automobile s’inerpica per uno stretto sentiero di montagna, il tempo è cattivo, piove. Sono in macchina, con mio padre e uno dei nostri. Il nostro obiettivo è di andare a P..., paesino della montagna veneta, per discutere e prendere accordi con i capi di un movimento di patrioti italiani, armati fino ai denti, che tengono le alture. Intorno alle 5, arriviamo in paese. Parcheggiamo l’automobile nel cortile di una locanda che è una delle ultime case di P. «Loro» sono lì, ad attenderci: due giovani ufficiali degli «Alpini» dell’esercito Italiano. La barba lunga, indosso un completo di velluto, l’aria risoluta... Poche parole per presentarci, e ci sediamo attorno a un tavolo, davanti a un bicchiere di vino: siamo soli. Le discussioni che sono seguite sono state di carattere troppo confidenziale perché possa trascriverle su questo diario.

Tuttavia, mentre parlavamo, tra noi, sentivamo qualcos’altro.. un bisogno di essere affettuosi, nonostante parlassimo di questioni terribilmente serie e importanti.

Negli occhi di quei montanari si percepiva una grande aspettativa, un po’ di riconoscenza, per quella gente di laggiù, per quei rappresentanti dei partiti di resistenza, che erano saliti fin lì per provare a creare qualcosa di veramente organizzato... forse anche un po’ di diffidenza per quegli uomini ben vestiti, un po’ pieni di illusioni.

Arriva un capitano degli Alpini, è il capo del gruppo. Pelle abbronzata, baffi corti... doveva avere attorno ai trentacinque anni: il tipico montanaro veneto. I suoi occhi chiari ti frugano dentro e ti spogliano. «... allora è vero, ci sono degli amici che vogliono aiutarci... ci sono altri Italiani che vogliono battersi con noi; allora, non ci sono solo bastardi e traditori?... no, c’è anche un’Italia vera»; e anche noi pensiamo che ci sia un’Italia vera, un vero simbolo di libertà piena di vita e di splendore dentro gli occhi di quell’uomo dagli abiti logori e dalla barba lunga.

Ci sono uomini che hanno pensato come me, che hanno giudicato come me e che vogliono lottare come me contro lo stesso nemico. Non siamo soli! Sotto la maschera consunta e rappezzata, dietro a questa maschera del fascismo, spunta un’altra cosa, una cosa vera, un popolo vero... il vero popolo italiano; non la folla fasulla che urlava «a noi» senza sapere perché... no, un popolo vero... grave, risoluto, splendente di forza e di luce... il popolo libero, il popolo che spezza le sue catene, e che grida altolà!

Quel popolo che era sul Piave contro l’Austriaco, che era a Vittorio Veneto dopo Caporetto, che era anche a Guadalajara contro le Camicie Nere, è nato di nuovo, puro, vergine, inattaccabile...

Abbiamo finito di parlare. Gli accordi sono presi... al minimo segnale devo raggiungerli anch’io per lottare al loro fianco... Stringiamo le mani callose, le stringiamo forte... Addio... L’automobile scende nella notte: un’ora dopo i grandi e sublimi contorni delle Alpi sfumano nel buio... Riscendiamo in città... per occuparci di loro, per riprendere la penna, la carta, l’elettricità, la radio... gli strumenti moderni della guerra... quegli strumenti offerti dalla civiltà...

© Marcelle Padovani e Donzelli Editore 2008

Giuseppe Boatti, L’Italia dei sistemi urbani, Electa, Milano 2008, 40.000 €

Un libro importante, che ha per obiettivo la ricerca della dimensione più efficace per la pianificazione del territorio: la ricerca di “confini sensati”, come scrive l’autore. Il quale, giustamente, parte dalla contestazione di espressioni e concetti come “città infinita”, “città rete”, “confini liquidi”, che immediatamente alludono all’insondabilità e, quindi, all’ingovernabile. Secondo Boatti, il “continuo urbanizzato”, la “città regione” e simili sono un prodotto della fantasia o di convenienze politiche, alle quali la cultura specialistica, le università e i poteri istituzionali hanno il torto di non obiettare, sostanzialmente avallando gli effetti devastanti che quelle definizioni determinano sui fondamenti stessi della pianificazione. C’è addirittura chi sostiene che solo “pregiudizi estetici di natura piccolo borghese” non consentono di percepire le opportunità degli insediamenti dispersi, che un sapiente ricorso al progetto urbano potrebbe cogliere.

Succede così che, quanto più si accetta come indefinito, sconfinato e disperso il sistema insediativo, tanto più l’unica certezza resta quella dei confini comunali che, nella situazione data, significano solo “che il territorio è nelle mani del mercato e che il suo essere nelle mani dei sindaci democraticamente eletti è, purtroppo, solo ingannevole apparenza”. Le conseguenze inevitabili sono la crescita continua dell’urbanizzazione, della congestione, dell’inquinamento, dello stress e del disagio esistenziale.

Che fare allora per mettere un freno a tendenze così rovinose? Obiettivo dello studio di Boatti è di riuscire intanto a decifrare un po’ meglio la struttura generale dell’insediamento urbano nella fase storica della sua dilatazione e soprattutto del continuo aumento della sua complessità. Egli è convinto che il sistema urbano sia, insieme all’impresa e allo Stato, “una delle macchine economiche o, se si preferisce, delle macchine con effetti economici fondamentali, le cui prestazioni dovrebbero essere tenute sotto costante controllo per intervenire tempestivamente ogni volta che si manifestino sintomi di crisi”. Ciò imporrebbe, in alternativa alla pianificazione fondata pressoché esclusivamente sui confini comunali, una diversa dimensione territoriale, privilegiando quella coincidente con l’estensione del mercato del lavoro. Il punto d’avvio dell’indagine è infatti che la città, la città importante, è il luogo in cui si verifica un’eccedenza di posti di lavoro rispetto alla popolazione residente occupata. In altre parole, e con una certa semplificazione, il sistema urbano è l’area in cui il numero dei pendolari in entrata è superiore a quello dei pendolari in uscita. Ciò consente di leggere le conurbazioni non più come una indefinita continuità, ma come un “discontinuo funzionale”, e perciò governabile.

Per sviluppare quest’impostazione, Boatti ha condotto un lavoro immane, raccolto in un libro di grande formato, ricchissimo di documenti, di complesse elaborazioni statistiche e, soprattutto, di un vasto apparato grafico. Di fronte a un’opera siffatta, si sarebbe indotti subito a pensare che sia il prodotto di un’iniziativa pubblica, di un’autorità scientifica, del Cnr, o del ministero dell’Ambiente e del territorio, con l’intento di fornire un fondamentale supporto di metodo e di indirizzo all’attività pianificatoria istituzionale. Viceversa, è opera di un solo studioso che, con tenacia ventennale, con l’aiuto di allievi e collaboratori, ha continuato a indagare l’evoluzione dell’assetto territoriale.

Non si può dar conto qui, puntualmente, dei risultati raggiunti. Il metodo del sistema urbano definito dall’eccedenza dei posti di lavoro (e di studio), applicato all’intera realtà nazionale, consente di verificare che, in Italia, operano più di 300 sistemi urbani. I principali sono i seguenti, con le relative definizioni proposte da Boatti, sulla base dei dati analizzati:

Milano: “area metropolitana monocentrica complessa”

Roma: “area metropolitana monocentrica”

Napoli: “area metropolitana densa e prevalentemente monocentrica, ma fortemente complessa”

Torino: “area metropolitana monocentrica (complessa)”.

Sorprendentemente, il quinto sistema urbano per dimensione demografica è quello di Brescia, al quale seguono, fino a 500 mila abitanti: Palermo, Firenze, Bologna, Bergamo, Verona, Padova, Genova, Bari, Catania, Cagliari, Venezia, Modena.

Se ora si considera che, per esempio, nel sistema urbano di Milano, formato da 429 comuni, e oltre 5 milioni di abitanti, solo il 25% della popolazione risiede nel capoluogo, si vede bene quanto sia distorta e iniqua un’organizzazione del territorio fondata sulla pianificazione comunale. A mano a mano che cresce il peso dei comuni periferici, dovrebbe invece logicamente ridursi il potere del capoluogo, a favore di uno specifico e più rappresentativo livello di governo.

Boatti ha accertato che il “buon vecchio azzonamento delle province” – quello precedente le ultime, discutibili new entry (Monza, Barletta-Andria-Trani, Medio Campidano, eccetera) – sarebbe ancora oggi quasi ovunque perfetto, proprio in termini di corrispondenza con la realtà e, più precisamente, di non rescissione delle relazioni territoriali reali. Dovrebbe quindi essere opportuno l’affidamento alle province delle scelte strategiche e di maglia più larga, lasciando quelle esecutive e di maglia più fine ai comuni. Ma in tutte le regioni, anche se in modi tecnicamente differenziati, alle province sono state attribuite competenze soprattutto in materia di aree agricole, riservando ai comuni poteri pressoché esclusivi in materia di aree edificabili. E ogni tentativo di modificare quest’impostazione è stato neutralizzato.

Come so poteva prevedere, Boatti si ferma in particolare sulle vicende di Milano e della Lombardia. Negli ultimi lustri si sono scontrate due tendenze:

- far evolvere la regione verso un’unica indifferenziata conurbazione

- coltivare e preservare il policentrismo regionale come fondamentale e anzi quasi unico vaccino anticongestione, rafforzando le singole polarità attraverso politiche di localizzazione dei servizi di valorizzazione delle specificità locali.

Nel 1999 fu adottata una proposta di piano territoriale di coordinamento della provincia di Milano (curata dallo stesso Giuseppe Boatti), fondata su un “modello policentrico discontinuo”, mentre era invece assicurata la continuità del verde. La proposta, com’è noto, fu subito rimessa in discussione e concettualmente superata dal documento votato dal consiglio comunale di Milano nel 2000, non a caso titolato “Ricostruire la grande Milano”. A partire da quella data, e sulla scorta della legislazione urbanistica regionale, si è dato il via alla nuova era del self-service urbanistico, cioè dei programmi integrati d’intervento, in forza dei quali i privati possono individualmente proporre qualunque tipo di modificazione delle previsioni su parti anche molto estese e significative del territorio.

Il comune capoluogo ha esteso intanto il suo controllo sull’intera area milanese. Le braccia, “più numerose di quelle di Shiva”, attraverso le quali Milano esercita silenziosamente questo ruolo, oltre i propri confini, si chiamano ATM, MM, SEA, eccetera. È in questa temperie che matura l’errore forse più clamoroso: il caso Malpensa. Il comune di Milano insensatamente rafforza Linate, che alimenta hub concorrenti (Londra, Parigi, Francoforte, Amsterdam, Madrid). Malpensa va in malora, e si dice che la colpa è dell’Alitalia.

Boatti offre infine un sintetico ma esauriente confronto internazionale, dando conto delle esperienze di altri Paesi europei e, in dettaglio, dei piani territoriali di Lione (56 comuni, 1.300.000 abitanti) e di Francoforte (73 comuni, 2.200.000 abitanti). Le conclusioni sono drammatiche. La distanza fra l’Italia e l’Europa appare enorme, ma soprattutto – secondo Boatti – appare paurosa la prospettiva, anzi la certezza, di un progressivo aumento di questa distanza, dovuto al divergere delle rispettive direzioni di marcia: verso una regulation sempre più rigorosa in tutta l’Europa e, invece, “verso la deregulation della cicala nell’Italia dello scialo del territorio”.

“Eppure – riporto integralmente le ultime righe del libro di Boatti – istituti di cultura, organismi associativi già benemeriti e università già prestigiose, invece di suonare il campanello d’allarme, fingono con signorile distacco di non accorgersene. E più d’uno di quelli e di queste si attende forse qualche compenso per un silenzio così beneducato. D’altro canto più o meno lo stesso sembra finora aver fatto la nostra classe imprenditoriale, che invece di essere seriamente preoccupata per il danno che a tutti deriva dal decadimento sia di prestazioni che di qualità ambientale del nostro sistema territoriale, e di agire di conseguenza, pare aver definitivamente delegato le questioni dell’assetto fisico del territorio alle sole, non disinteressate cure delle organizzazioni dei costruttori. Quanto ai sindacati, i tempi non diciamo degli scioperi (che pure ci furono), ma almeno dell’attenzione su questi temi della società sembrano tanto lontani da appartenere davvero a un altro millennio”.

Trecentotrentacinque voti e diciannove applausi - tre dei quali bipartisan, altri trasversali a ranghi sparsi - segnano l'approdo del processo di legittimazione democratica della destra post-fascista in Italia. Gianfranco Fini siede nello scranno più alto della camera dei deputati, terza carica dello Stato, due giorni dopo la conquista del Campidoglio di Gianni Alemanno. Sono due prime volte nella storia della Repubblica. Dicono che cade un tabu, ma in verità a cadere è il fondamento antifascista della Costituzione, e poi chi l'ha detto che i tabu devono cadere tutti? Da ieri, non dal ’92 quando non crollò nessun tabu ma solo un sistema politico corrotto, siamo in un'altra Repubblica e alla Camera si vede anche a occhio: Fini presiede, la sinistra non c'è. Ci sono voluti diciannove anni, la lunga autodissoluzione del Pci, l'avvento del profeta Berlusconi, lo scongelamento nelle acque di Fiuggi dell'Msi, un bipolarismo e poi un bipartitismo fatti dall'alto, un tentativo fallito di costituzionalizzare la destra una e trina del '94, un serial televisivo ininterrotto, dosi massicce di revisionismo storico sulle buone ragioni dei ragazzi di Salò e sulle colpe di comunisti, socialisti e socialdemocratici e alla fine ce l'abbiamo fatta. Un paese finalmente normale?

Fini non è Alemanno e in Parlamento non brinda come farà per radio Alemanno alla legittimazione conquistata: si limita a praticarla dall'alto scranno, con le dovute astuzie e cautele. Omaggia Napolitano e solo per il suo tramite la Costituzione (impegnando la legislatura a cambiarla, e senza steccati sulla prima parte), garantisce con algido disincanto che le ideologie antidemocratiche del Novecento sono morte e sepolte (insabbiando sotto la condanna dei totalitarismi europei quella dell’italico regime), incassa «il traguardo ormai raggiunto» della memoria condivisa e della pacificazione nazionale, e vola nel XXI secolo in compagnia di Benedetto XVI innalzando la bandiera della libertà. Quale? Non quella celebrata «doverosamente» dal 25 aprile, che ormai è al sicuro, ma quella minacciata dal male assoluto di oggi, che non è più il fascismo come aveva concesso in Israele bensì il relativismo culturale. «La libertà è minacciata nello stesso momento in cui nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è». Presidente «di parte ma imparziale», come si autodefinisce, Fini sarà anche il testimone e l’arbitro del Vero e del Giusto?Dal secolo delle ideologie e dei totalitarismi si può sempre uscire con un po’ di fondamentalismo, raccomandandosi che venga bene impartito in famiglia e a scuola.

Il resto è contorno, tanto post-ideologico quanto saldamente di destra. L’omaggio più deferente è al papa e alle radici cristiane non dell’Europa ma «della nostra patria», l’orizzonte è quello mediterraneo dei tre monoteismi ma non si va oltre, le parole più rotonde sono nazione e tricolore, il lavoro passa da fondamento della Repubblica a motore dell’economia alleato con l’impresa e i magistrati da garanti dei diritti a sentinelle dell’ordine alleate con la polizia, lo Stato ritroverà autorità e i cittadini sicurezza. A Roma, per tradurre, ci saranno meno stupri.

La seduta è finita, la transizione pure. Dalla fine, si sa, si vedemeglio anche l’inizio. C’era un partito fascista extracostituzionale, oggi c’è una destra democratica. C’era una sinistra costituzionale, oggi c’è un partito democratico. Eppure, la democrazia non sembra scoppiare di salute.

La scomparsa della sinistra italiana dalla rappresentanza parlamentare non è solo l'ultimo colpo di coda dell'insensato cupio dissolvi che l'ha accompagnata dal 1989, ma il sintomo plateale della sua inadeguatezza rispetto alla trasformazione dell'ormai trentennale ciclo politico neoliberale in cui ci troviamo. Di questo ciclo, delle sue contraddizioni politiche e delle sue rotture storiche, questa sinistra nulla o quasi ha compreso, se non quando ha denunciato con qualche approssimazione e genericità l'«americanizzazione» della società italiana. La tonalità penitenziale che hanno assunto le analisi del voto convergono in gran parte su questo punto. È un gigantesco passo in avanti per chi non ha quasi mai praticato la virtù del dubbio, preferendo attribuire gli errori della propria proposta politica all'incapacità della società di coglierne il senso. Ammettere tuttavia di non avere compreso nulla della «realtà» è una conclusione imbarazzante che assomiglia ad una penosa autoassoluzione e non spiega la ragione per cui questo processo si è consolidato al punto da avere raggiunto conseguenze così imprevedibili.

Vittoria senza partito

È una salutare novità che alcuni protagonisti della sinistra politica abbiano invitato ad analizzare la sua disfatta politica a partire dai suoi presupposti culturali. Solo che non ci si può accontentare di pensare che le «culture della destra» si siano impadronite della società e che per questo motivo la sinistra non riesce più a capirla. Applicare lo schema «destra/sinistra» al ciclo politico neo-liberale può forse appagare l'istinto di conservazione di una cultura penalizzata dal suo originario storicismo, ma non spiega come una battaglia culturale potrebbe intervenire nella costruzione di un'identità politica alternativa. In un'intervista intitolata significativamente Building a New Left (Costruire una nuova sinistra), rilasciata addirittura alla fine degli anni Ottanta nell'Inghilterra di Margaret Thatcher, il filosofo (gramsciano) Ernesto Laclau ha spiegato che l'egemonia attribuita alla «destra» neo-liberista è un artefatto complesso che unisce tutti i livelli nei quali gli uomini condividono l'identità collettiva e le loro relazioni con il mondo (la sessualità, il privato, l'intrattenimento, il potere). L'egemonia non è dunque mai un partito, o un soggetto, ma l'espressione di molteplici operazioni che si cristallizzano in una configurazione, quella che Michel Foucault ha definito «dispositivo».

Così come il neo-liberismo non è l'espressione di un partito, né s'incarna in un soggetto (Thatcher? Tony Blair? Silvio Berlusconi?), perché rientra in un «dispositivo» più ampio, in un'«egemonia» appunto, anche chi vorrebbe contrastarlo dovrebbe accettare l'idea per cui l'esercizio di una critica non ha bisogno solo di un partito, ma di capire quale funzione egli svolge nel dispositivo in cui si trova. Oggi, la faticosa, e non scontata, riscoperta del principio di realtà dovrebbe giovare a questo compito: non si tratta, infatti, di essere solo contro il neo-liberismo, come se fosse possibile astrarsi dalla sua presa, magari praticando la retorica angelicata dell'alternatività della proprio «essere di parte». Si dovrebbe capire, una volta per tutte, di essere dentro un ciclo politico nel quale le identità politiche tradizionali evaporano, mentre le nuove sono il risultato di contrattazione politica permanente.

Primato della contingenza

Si potrebbe allora immaginare, in questa cornice, un primo passaggio che ha messo all'angolo la «sinistra», in quanto portatrice di una cultura politica espressione della classe operaia, agente della trasformazione e dell'emancipazione: il venir meno di quel soggetto universale nelle forme conosciute nel XX secolo. La «sinistra» non ha dunque colto il senso profondo del nuovo ciclo politico che interroga l'assetto più generale dei saperi: l'universale non è più un'essenza, o qualcosa che si dà nella storia già bell'e pronto, al contrario si costruisce nella contingenza, seguendo le linee eterogenee dei problemi specifici, irripetibili, ed individuali.

Normalmente questo passaggio è stato interpretato come il tentativo di opporre la libertà all'uguaglianza. In realtà, il dispositivo neo-liberale - che non è il liberismo, ma la realtà più ampia dell'egemonia in cui viviamo - ha provveduto a trasformare il significato di queste polarità a partire da un orizzonte unico per tutti, quello della libertà. Di essa, il neo-liberismo ha fornito alternativamente un'interpretazione individualistica o sicuritaria. Ciò non ha impedito, ad esempio al filosofo francese Jean-Luc Nancy ne L'esperienza della libertà (Einaudi), di interpretare la libertà in un senso singolare. Quell'universale che prima veniva identificato nelle grandi identità collettive, garantendo l'esistenza del principio di uguaglianza e la possibilità di rivendicarlo, oggi si configura a livello della vita dei singoli, a livello cioè della qualità esperienziale che rende unica questa vita e, in questo modo, uguale a quella degli altri.

Chi volesse interrogare la natura del dispositivo neo-liberale non dovrebbe trascurare la portata di questa trasformazione radicale. Egli dovrebbe quindi sapere distinguere il canone della filosofia liberale, per il quale la libertà è sempre prerogativa dell'individuo, dal dispositivo di governo che garantisce l'uso politico di questa libertà. È proprio tale uso ad essere l'oggetto della politica, incontrastata, di tipo neo-liberista. L'unico ad avere inteso, finora, questo problema è stato Michel Foucault che ha riassunto in maniera brillante il senso del dispositivo in atto: il liberismo promette libertà. Il suo dilemma, tuttavia, è che la libertà degli individui deve essere governata e questo significa produrre insicurezza. Ciò obbliga a produrre nuove dosi di sicurezza, ma la sicurezza prodotta distrugge la libertà da governare. Questo significa che il dispositivo neo-liberale non è irreversibile, anzi è ricco di aporie e di contraddizioni sulle quali lavorare per trovare alternative.

Management governa mentale

Gli «studi sulla governamentalità» rappresentano, ad oggi, uno dei rari percorsi di ricerca ad avere affrontato questo compito, partendo dalle analisi sul neo-liberismo condotte da Foucault in Sicurezza, territorio e popolazione e Nascita della biopolitica (Feltrinelli). Avviati da un ristretto gruppo di intellettuali della «nuova sinistra» inglese, spesso in polemica con le analisi della sinistra marxista (Terry Eagleton) e di quelle degli «studi culturali» (Stuart Hall), questi studi hanno esplorato i singoli campi in cui si è sviluppata la governamentalità neo-liberale durante gli anni Ottanta e Novanta, in particolare le nuove scienze del management, le tecniche assicurative, la bio-medicina e le bio-tecnologie. In una serie poderosa di volumi, mai ancora tradotti in italiano, come ad esempio Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and nationalities of government, (A. Barry, T. Osborne, N. Rose, 1996), Powers of Freedom. Reframing political thought, (N. Rose, 1999), The Politics of Life Itself. Biomedicine, Power and Subjectivity in the Twenty-First Century, (N. Rose, 2007), questi studi hanno rivelato plasticamente il drammatico ritardo accumulato dalla sinistra sin da quando non ha capito che il dispositivo neo-liberale è una declinazione sicuritaria di quell'orizzonte fino ad oggi insuperato - la libertà - nel quale viviamo.

In cerca di autonomia

Contro questa declinazione che inserisce l'individuo all'incrocio tra i legami e le affinità che si creano nelle comunità territoriali chiuse e nelle scelte individuali utili al consolidamento della propria sicurezza, il pensiero critico - e il progetto politico di cui esso è consapevolmente portatore - dovrebbe opporre un'idea affermativa della libertà. Una libertà intesa cioè come autonomia alimentata dall'ostinata e selvaggia volontà di vivere liberamente da parte dei soggetti; come ethos comune stabilito dal desiderio di affermare la singolarità, e la differenza, di ciascuno; come prospettiva universale capace di formulare una progettualità politica inclusiva e di rinunciare alle identità essenzialistiche che hanno caratterizzato la cultura politica della «sinistra».

Un compito arduo, considerata l'arretratezza politica e culturale che la sinistra ha sedimentato in questi anni. Un compito che diventerebbe però impossibile se si continuasse a credere che la «destra» ha capito un problema che la «sinistra» non ha nemmeno immaginato. La mancanza in Italia di analisi politiche sul «dispositivo» neo-liberale, e sulle gigantesche trasformazioni politiche ed epistemologiche da esso indotte, non è certo una novità. Continuare ad ignorarla, significa ammettere la propria superfluità in un dispositivo che già da tempo fa a meno di un punto di vista critico

Giorgio Lunghini

Caro Valentino, per la loro ammirevole semplicità mi hanno colpito due voci, quelle di Aldo Tortorella, a Firenze il 19 aprile, e di Pasquale Santomassimo, sul manifesto del 23 aprile. Ne riprendo qualche riga. Tortorella: «Ciò che è stato rovinosamente battuto in queste elezioni non è stata l'unità della sinistra ma un suo simulacro. L'unità plurale vuol dire certo riconoscimento della diversità ma contemporaneamente ricerca di un pensiero e di una pratica condivisi. Perciò è indispensabile ridiscutere dei fondamenti. Il che non significa parlare della luna, ma di ciò che preoccupa e angoscia le donne e gli uomini di questo nostro tempo: lavoratrici e lavoratori, precari e disoccupati, vecchi e giovani». Santomassimo: «È necessario proporre quello che soprattutto è mancato in quasi vent'anni di grandi passioni e battaglie, ma anche di dibattiti ripetitivi e inconcludenti: una idea di società realistica e praticabile, non confinata in un futuro lontano. Le immagini di lunghe traversate nel deserto e di viaggi di carovane sono molto belle e poetiche. Peccato che siano già state usate vent'anni fa, e che abbiano condotto esattamente al punto di partenza». Se non si parte di qui, aggiungo io, non si sta da nessuna parte e non si va da nessuna parte. Non parlare della luna, e ragionare circa un'idea di società realistica e praticabile, non confinata in un futuro lontano, è però un lavoro molto faticoso; un lavoro che richiede un'intelligenza e un'umiltà, di cui non dispone nessuno tra gli attuali dirigenti politici - parlamentari o extraparlamentari. Mi sembra un lavoro adatto per il manifesto.



Franco Cavalli

Caro Valentino, da inveterato sostenitore del manifesto e da ex-parlamentare socialista svizzero, mi permetto alcune osservazioni sul disastro elettorale della sinistra italiana. Questa sinistra dà l'impressione d'essere vecchia e stanca, soprattutto perché ha perso la sua caratteristica principale: il saper interpretare criticamente i cambiamenti sociali. O se dice di volerlo fare (vedi Veltroni), è solo per meglio giustificare lo slittamento verso la palude centrista. Tu hai già sottolineato un paio di macroscopiche deficienze d'analisi. Ne segnalo un paio d'altre, basandomi su esperienze più vicine alla mia. Così p. es. non si è mai voluto affrontare da un angolo di sinistra il nodo del federalismo, anche se si sogna Zapatero, che ha fatto di questo tema un'arma fondamentale contro i conservatori. Si fosse fatto questo lavoro, non si sarebbe forse gestito in modo sfacciatamente liberista il problema Malpensa, regalando centinaia di migliaia di voti a Bossi e Berlusconi. E che dire della schizzinosità nell'affrontare l'uso della democrazia diretta , arma importante per ricoagulare l'interesse collettivo di molti soggetti ormai atomizzati? E' solo con quest'arma che noi siamo riusciti a evitare la maggior parte delle privatizzazioni. Il manifesto, che è sempre stato antidogmatico, innovativo e non legato a alcuna setta, è forse una delle poche voci che possono rilanciare un dibattito critico. Anche per evitare che finisca come è finita molta sinistra storica in Sudamerica: se mi ricordo bene, a un dato momento in Argentina c'erano una quindicina di partiti trotzkisti!

ps: se tutti gli italiani avessero votato come quelli residenti in Svizzera, Bossi e Berlusconi non andrebbero al governo. Forse perché quest'ultimo, anche dai nostri media di destra, viene descritto come una specie di Caudillo sudamericano.

Franco Cavalli, Bellinzona (Svizzera)

La risposta di

Valentino Parlato

Franco Cavalli e Giorgio Lunghini sono compagni importanti e, da vecchia data, sostenitori del manifesto. Entrambi tentano e sollecitano una seria analisi del disastro elettorale in un giorno che potrebbe aggiungere sconfitta a sconfitta. Il voto di oggi e domani a Roma è molto importante.

Perdere di fronte a Alemanno sarebbe quasi tombale, ma vincere non cancellerebbe i problemi che Franco Cavalli e Giorgio Lunghini pongono nelle loro lettere. Provo a rispondere a entrambi, ringraziandoli per i loro interventi.

La critica di Cavalli è radicale: la sinistra non sa più interpretare criticamente i cambiamenti sociali e di conseguenza (vedi Walter Veltroni) slitta verso il centrismo. Cavalli, inoltre, dalla sua Svizzera, ci dice che sul federalismo avremmo dovuto essere più intelligenti e non solo contro la Lega, ma anche per una realistica interpretazione dell'Italia, il paese «dalle cento città». E ancora che la fiducia nel popolo avrebbe dovuto incoraggiare i referendum.

Ringrazio in egual misura Giorgio Lunghini e penso che dovrebbero ringraziarlo anche Aldo Tortorella e Gianpasquale Santomassimo e intervenire anche loro nella discussione che si è aperta sulle ragioni della sconfitta.

Tortorella afferma che «l'unità plurale» è solo un simulacro dell'unità.

Io, un po' più polemico, ho scritto che l'unità plurale mi fa pensare al dogma della trinità. Santomassimo insiste sulla necessità di avere «un'idea di società realistica e praticabile»: non un compromesso politicistico e neppure un sogno confinato nel futuro.

Caro Giorgio la crisi del Pci e, quindi, della sinistra italiana sta proprio nella rinuncia al grande cambiamento e nell'illusione di potersi adattare ai meccanismi capitalistici senza esserne travolti. Contemporaneamente le forze che si sono messe insieme nell'Arcobaleno, e che il manifesto ha sostenuto, per un verso parlavano alla luna e per l'altro si concentravano sul commercio intestino di posti e di altro.

Giorgio Lunghini ci sollecita ancora a un lavoro faticoso che richiede intelligenza e umiltà (merci oggi piuttosto rare) e che il manifesto dovrebbe assumersi. Il suo invito è un segno di stima per i nostri 37 anni di vita (compleanno il 28 aprile) e vorrei ricordare che il manifesto ruppe con il Pci sulla questione dell'Urss e aggiungere che la fine dell'Urss segnò la fine o l'abiura di tanti partiti comunisti. Quanti sono i compagni che si iscrissero al Pci soprattutto perché aveva l'appoggio di una grande potenza e che si poteva fare buona carriera?

La potenza dell'Urss sollecitava l'opportunismo di tanti giovani quadri degli anni '60 (penso anche a compagni come Veltroni e D'Alema).

E adesso che fare? Innanzitutto cercare di capire come funziona la società di oggi (il capitalismo è un po' Proteo ci diceva Franco Rodano) e non possiamo continuare a ragionare con gli schemi del secolo scorso.

Capire per trasformare, per riorganizzare le forze per un cambiamento realistico e praticabile. Noi del manifesto abbiamo cambiato sede, ma non finalità.

Valentino Parlato

Il voto delle ultime settimane sembra destinato a unire l´Italia. E a renderne, al tempo stesso, più profonde le divisioni. Non ci riferiamo tanto agli effetti del voto politico.

In questo caso, peraltro, la coalizione "per Berlusconi" ha allargato il suo peso elettorale in tutte le zone del Paese. Ma ci riferiamo all´equilibrio territoriale, fra governo e amministrazioni. Fra centro e periferia. A partire dal 1994 e fino ad oggi, avevamo assistito a un tendenziale bilanciamento. Chi governava il Paese perdeva potere sul territorio. E viceversa. Con un andamento anticiclico.

1. Nell´autunno del 1993 la sinistra (il Pds e la Rete) aveva eletto i sindaci nelle principali città italiane. Da Venezia a Palermo. Da Torino a Roma. Da Firenze a Bologna a Napoli. Solo a Milano si era imposta la Lega, nel momento in cui proprio in quella città partivano le inchieste giudiziarie che avrebbero decomposto i partiti della Prima Repubblica. Peraltro sfibrati. Alle elezioni del 1994 aveva vinto il Polo delle Libertà. La coalizione del Centrodestra inventata da Silvio Berlusconi. L´anno seguente (quando, peraltro, Berlusconi aveva già concluso la sua prima esperienza di governo) il Centrosinistra aveva conquistato la maggioranza delle regioni italiane. Nel complesso: 9 su 15 (a statuto ordinario).

2. Dopo la vittoria del Centrosinistra (l´Ulivo, collegato a Rifondazione comunista da un patto di desistenza) alle elezioni del 1996 si era verificato il "movimento" inverso. Cioè: il Centrodestra aveva "conquistato" il territorio. Soprattutto dopo il 1999, quando la Lega, in sensibile declino elettorale, era rientrata nella coalizione "personale" di Berlusconi. Si era, dunque, imposta in numerose città medie, ma anche grandi. Espugnando perfino "Bologna la rossa", capitale storica dell´Italia di sinistra. L´anno seguente, nel 2000, alle elezioni regionali il Polo delle Libertà conquista 10 regioni su 15 a statuto ordinario. Spingendo Massimo D´Alema, che ne aveva fatto un test di rilevanza nazionale, a dimettersi (pratica rara, in Italia). Un risultato che lancia il Centrodestra (divenuto "Casa delle Libertà") alla vittoria nelle elezioni politiche dell´anno successivo, nel 2001. Sempre alla guida del Cavaliere.

3. Da lì un nuovo cambio di ciclo. Caratterizzato dall´espansione del Centrosinistra (nella versione più ampia: Ulivo e Rifondazione). Che, nel 2007, governa, complessivamente, in 15 Regioni su 19. Inoltre, in 79 province contro le 26 amministrate dal centrodestra. Infine, in 396 comuni sopra i 15 mila abitanti, contro i 250 del centrodestra. In effetti, questa crescita si realizza, in larghissima parte, fra il 2003 e le elezioni regionali del 2005.

4. La stentata vittoria dell´Unione alle politiche del 2006 chiude definitivamente il ciclo. Le elezioni amministrative del maggio 2007 segnano il punto di svolta. La Lega e il Centrodestra conseguono successi travolgenti. Strappano al centrosinistra Verona, Monza, Alessandria, Gorizia, Asti. Il vento è cambiato. Un vento freddo e impetuoso. Soffia a Nord. E corre ovunque, nel Paese.

Abbiamo descritto in modo analitico e un poco pedante la successione di risultati che caratterizzano il voto politico e amministrativo nel corso della seconda Repubblica. Perché ci interessa dare sostanza all´incipit: il controcanto fra voto nazionale e locale. Elezioni politiche, da un lato, regionali, provinciali e comunali, dall´altro, hanno, sino ad oggi, seguito direzioni diverse e divergenti. E le elezioni politiche hanno chiuso il ciclo, piuttosto che aprirlo. Nel senso che hanno confermato la tendenza delineata, "prima", dalle amministrative e dalle regionali. Certo, le consultazioni territoriali (regionali, provinciali e comunali) possono essere interpretate come elezioni di "mezzo termine". Usate dai cittadini per esprimere - in parte - la loro posizione verso l´azione del governo nazionale. E, dunque, per sanzionarlo. Viste le difficoltà incontrate da chiunque abbia avuto la ventura - oppure la sventura - di governare il Paese, vincolato - sempre - da maggioranze incerte, frammentate e divise. C´è però una ulteriore spiegazione possibile. Non contraddittoria, ma semmai a integrazione dell´altra. La volontà dei cittadini di "bilanciare" i poteri, favorendo la costruzione di maggioranze diverse al centro e alla periferia. Quasi una coabitazione, secondo il modello che ha caratterizzato altri Paesi, nel passato più o meno recente. In Francia, ma anche negli stessi Usa. Dove i Presidenti hanno dovuto confrontarsi, talora, alle Camere (Assemblea Nazionale, Congresso o Senato), con maggioranze di diverso segno politico.

Tuttavia le elezioni recenti fanno emergere uno scenario diverso. Suggeriscono, cioè, la possibilità che i due livelli del potere - centrale e territoriale - possano allinearsi. Che il governo del Paese possa venire "unificato" dal Centrodestra di Berlusconi. Che, al terzo tentativo, dispone di un´ampia maggioranza alle Camere. Ma anche di un largo, crescente numero di amministrazioni territoriali. Potrebbe, quindi, governare senza eccessivi problemi. Se non quelli dettati dalle divisioni interne alla sua maggioranza. Oltre ad aver vinto largamente le politiche, nell´election day del 13-14 aprile, il Pdl (insieme agli alleati di centrodestra) ha, infatti, ottenuto significativi successi anche nelle altre consultazioni. Alle regionali: ha trionfato in Sicilia. Mentre ha strappato al Centrosinistra il Friuli Venezia Giulia governato da Riccardo Illy. Forse il più autonomista dei governatori, tradito dal vento leghista e antiromano. Alle municipali, il primo turno ha impresso un segno molto chiaro. Si è, infatti, votato in 71 comuni sopra 15mila abitanti, in 47 dei quali il sindaco uscente è di centrosinistra. Dopo il primo turno ne ha mantenuti solo 6 mentre in 13 ha perduto e in altri 28 casi il suo candidato è al ballottaggio. Parallelamente, dei 22 sindaci di cui disponeva, il Centrodestra ne ha rieletti 8, mentre gli altri 14 sono in ballottaggio. Per cui, il rapporto fra le due parti politiche si è rovesciato: 21 sindaci a 6, a favore del centrodestra. E´ possibile che il ballottaggio di oggi e domani modifichi questo bilancio. Ma, sinceramente, ce ne stupiremmo.

Tuttavia, la "conquista politica dell´Italia" da parte di Berlusconi e dei suoi alleati dipende, in gran parte, dal risultato di Roma. Perché Roma non è solo la capitale d´Italia. E´ anche la capitale del Centrosinistra. Che la governa fin dal 1993. Mentre perfino Bologna, nel 1999, è "caduta". La capitale dell´Italia di Centrodestra, nella seconda Repubblica, invece, è sicuramente Milano. Insieme alla metropoli diffusa del Nord Pedemontano. Cuore dell´Italia dell´impresa, dei servizi, della comunicazione. Contesa e condivisa da Berlusconi, Bossi. E Formigoni. Negli ultimi 15 anni la competizione fra queste due città è divenuta continua. E accesa. Un conflitto che si svolge su diversi terreni. Malpensa contro Fiumicino. La "città del cinema" contro Mediaset. Roma contro Inter (e Milan). Il mercato globale della produzione e dei servizi contro il mercato (e il linguaggio) universale dei beni artistici. Anche questo dualismo e questo conflitto potrebbero finire. Mai come in questa occasione il confronto fra i candidati dei due schieramenti - Rutelli e Alemanno - è apparso tanto incerto. Tanto aperto.

Così, domani potremmo vivere in un´Italia unita. Governata da Berlusconi. Al centro e in periferia. Al Nord, al Sud e perfino al Centro. A Milano e a Roma. Il Pd verrebbe confinato dentro il perimetro delle "regioni rosse". Una sorta di "Lega Centro" (la formula è di Marc Lazar). Come i Ds e - prima di loro - il Pci.

Dubitiamo, tuttavia, che la fine del bipolarismo metropolitano pacificherebbe e compatterebbe il Paese. Nell´Italia unita dalla geopolitica, si produrrebbero altre fratture politiche. Più forti. Alimentate da un centrosinistra spaesato. Senza casa. E da un Centrodestra stressato. Stirato. Fra Roma e Milano.

Stimato Sindaco,

io – lo debbo confessare - non sono stato un suo elettore.

Ma lei è il Sindaco della mia città, la città in cui ho scelto di vivere e lavorare e che – a grande maggioranza – l’ha voluta per la seconda volta come Sindaco.

Lei dunque è il mio Sindaco e – oltre alla stima e al rispetto istituzionale – non penso che lei sia un pessimo amministratore, conosco ed apprezzo l’attenzione che ha verso l’Università e la Facoltà di Architettura (attenzione per cui non ho mai mancato di ringraziarla), la conosco come persona garbata e cortese, e poi lei è anche un bell’uomo, il che non guasta.

Le scrivo sul tema dell’antifascismo e della Resistenza; non solo con riferimento alla vicenda - che ha avuto grande rilievo sui media – relativa all’esecuzione di Bella Ciao, ma anche per un’altra, che non ha avuto risonanza, ma a che a me pare molto più preoccupante.

Ma cominciamo dalla questione Bella Ciao; se non capisco male lei sostiene che la decisione di non far eseguire questa canzone dalla Banda Musicale Dalerci non risale a quest’anno, ma al lontano 2003 ed è stata presa da lei personalmente; lei lamenta che solo quest’anno questo fatto sia stato segnalato all’opinione pubblica e sia divenuto oggetto di polemica.

Se posso permettermi la cosa è ancora più grave così: è la sesta volta e non la prima, che – per sua espressa decisione – questa canzone partigiana non viene eseguita: un errore ripetuto sei volte, è peggio che un errore di una sola volta. Il fatto che l’opposizione non se ne sia accorta prima è un fatto anche esso negativo (se così è), ma è positivo che - magari in ritardo – che se ne sia accorta.

Vorrei spiegarle perché ritengo questa scelta un errore.

Il 25 Aprile si festeggia la Liberazione. La liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È giusto dire e volere che tutti si riconoscano in questa festa, al di là della fede politica. Ad un’unica ed ineludibile ed esplicita e dichiarata condizione: che si accetti che la Resistenza è l’atto fondativo della nostra democrazia e della nostra Repubblica, che sul valore della lotta al fascismo e al suo padrone nazista ha costruito il suo onore e la sua speranza di riscatto. Agli altri un Ministro comunista, Palmiro Togliatti, ha restituito la libertà (mi riferisco all’amnistia del 22 Giugno del 1946, provvedimento molto discusso, tra l’altro), sottraendoli al carcere che avevano meritato, ma non il diritto di rivendicare pari dignità per la loro parte.

Può spiacere. Ma la Resistenza l’hanno fatta donne e uomini di tutta Italia di tutte le fedi politiche, comunisti, azionisti, socialisti, democristiani, repubblicani, monarchici e senza partito, l’hanno fatta per l’Italia e contro il fascismo, contro la repubblica fantoccio dei burattini di Hitler, contro il nazismo.

Da quelle fotografie non si possono cancellare i comunisti (non si può togliere Luigi Longo del Partito Comunista Italiano dalla fotografia del 5 Maggio a Milano con Enrico Mattei, Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton; non si può togliere il Presidente della Costituente Umberto Terracini del Partito Comunista Italiano dalla fotografia del 27 Dicembre del 1947 con Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi per la firma della nostra Costituzione), come sarebbe insensato voler cancellare da quelle foto i democristiani, i liberali, i socialisti, i repubblicani.

Cosa vuole, avvocato Tedde, noi non siamo storici, ma quelle fotografie lì sono; e in quelle fotografie ci sono sì molte parti politiche, non ci sono solo i fascisti.

I partigiani si sono fatti “parte” per riscattare l’Italia, una delle loro canzoni più belle è Bella Ciao, una canzone d’amore, struggente ed un po’ ingenua, una canzone di tutti i partigiani, una canzone di tutti gli italiani.

Qualcuno cantandola, alzerà il pugno chiuso, qualcuno la canterà – come me – con le lacrime agli occhi, altri compostamente ed in modo sobrio. Cosa vuol farci, la gente si esprime a modo suo, per come si sente di esprimersi.

So che, passate le polemiche, lei farà in modo che la nostra magnifica Banda suoni in modo impeccabile al prossimo 25 Aprile la comune canzone degli antifascisti, Bella Ciao, perché penso che lei non sia irragionevole e so che lei non è sciocco. Di questa scelta che auspico, la vorrò ringraziare di cuore.

La seconda questione è – se capisco bene le cose - molto più preoccupante.

Un collega catalano mi ha segnalato la lapide ai caduti della seconda guerra mondiale, che non solo mette insieme soldati di leva, partigiani e soldati della repubblica fantoccio dei burattini di Hitler (la “repubblica sociale italiana”) con la rispettiva indicazione di appartenenza, ma anche li qualifica tutti (se ho ben capito, e così appare) come persone “che donarono la vita perché l’Italia fosse libera e giusta”.

Cominciamo dai fatti. Premetto che si deve pietà a tutti i morti. Si deve rispetto al dolore dei loro familiari ed amici.

Ma i fatti sono che i soldati dell’esercito del Regno d’Italia sino alla data dell’8 Settembre 1943, erano soldati di un esercito aggressore ed invasore (quello della “pugnalata alla schiena” alla Francia) dalle Alpi, ai Balcani, al Don.

Ma i fatti sono che i soldati della repubblica fantoccio dei burattini di Hitler, erano soldati alleati e servi dei nazisti, impegnati nei rastrellamenti di partigiani e nella deportazione di compatrioti.

Ma i fatti sono che per la giustizia e la libertà si sono battuti solo i partigiani e i soldati del ricostituito esercito italiano impegnato a fianco delle armate anglo-americane (le armate del secondo fronte terrestre contro i nazisti, il primo fronte era quello dove stavano vincendo, dilagando verso la Germania, le truppe dell’Armata rossa, dopo gli assedi falliti di Mosca, Stalingrado e Leningrado).

Falsificare la storia non è un bene per nessuno, neppure per i caduti di Salò, la cui morte io ascrivo alla responsabilità dei capi fascisti e che, se hanno combattuto per un’illusione e in buona fede (e credo che per alcuni di loro sia stato così), lo hanno fatto sbagliando, al fianco delle SS e della Gestapo, al servizio dei servi di Hitler; voglio dire dunque che anche della loro morte è responsabile il fascismo.

Lei potrà dirmi che la storia è complicata ed io – che non sono uno storico – le risponderò che è vero; lei potrà dirmi che vi sono controversie e che vi sono stati eccessi ed ingiustizie nelle azioni dei partigiani (e delle truppe anglo-americane - chi ricorda lo stupro di massa dopo la battaglia di Montecassino che possiamo riconoscere nel libro e nel film La Ciociara o, in una dimensione maggiore, ha in mente il bombardamento di Dresda, lo sa; e delle truppe sovietiche – chi ricorda l’estensione degli stupri etnici in Germania ed Austria, o in una dimensione maggiore, ha in mente il massacro di Katyn, lo sa) ed io – che non sono uno storico – le risponderò che è vero.

Ma c’era da prendere parte allora, e la parte giusta, la sola parte giusta, la sola parte della giustizia e della libertà era ed è quella dei partigiani.

Non so per quale pasticcio, disattenzione, sciatteria sia stata fatta una lapide con quella scritta: lei non è irragionevole e non è sciocco, si renderà conto che essa è intollerabile; se fosse stata fatta consapevolmente sarebbe un tentativo mostruoso di stravolgere la storia, una barbarie culturale.

So che le faccio perdere del tempo, ma credo che non sia inutile una discussione tra noi; una discussione che – se lei volesse – potremmo svolgere pubblicamente nelle scuole o in Facoltà: lei sarebbe accolto con cortesia e rispetto, come sempre, ed ascolteremo con attenzione le sue opinioni e accoglieremmo con gioia un suo “ravvedimento”; tra l’altro all’inizio dell’anno del 1948, sessant’anni fa, entrava in vigore la splendida Costituzione italiana: perché non distribuirla a tutti gli studenti a cura dell’Amministrazione?

Rinnovandole i sensi della mia stima, la saluto cordialmente, certo di una sua cortese risposta.

Viva la Repubblica! Viva la Resistenza!

Il sito di Arnaldo Bibo Cecchini

È di moda essere post-ideologici ed è per questo che Silvio Berlusconi invoca la pacificazione nazionale attaccando la «memoria di parte» della Resistenza mentre Walter Veltroni (sull'Unità di ieri) salva la memoria di parte della Resistenza invocando la pacificazione nazionale. Sempre di deideologizzare si tratta, anche se per il primo inchinarsi alla memoria dei vinti è una tassa da pagare alla gratitudine per i vincitori mentre per il secondo la memoria dei vinti va ascoltata senza perdere il senso delle distinzioni. Del resto, non è per caso che Berlusconi può far leva, perorando oggi le ragioni dei «ragazzi di Salò», sullo storico discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della camera nel '96. Così come non è per caso che, deideologizzando oggi deideologizzando domani, siamo arrivati dove siamo arrivati, cioè a festeggiare il 25 aprile con Alemanno che rischia di prendersi il Campidoglio il 28. Una prova della pacificazione nazionale avvenuta?

Il presidente della Repubblica ci ricorda che la Resistenza vive nella Costituzione. Ha ragione e infatti conviene spostare qui il discorso. Su un piano che finora è rimasto misteriosamente in ombra nei commenti al voto del 13 aprile, ma che urge riportare alla luce in attesa di quello del 28. Di cambiare la Costituzione si riparlerà in modo «tecnico» di qui a poco, non appena il governo si sarà insediato. Ma non si tratterà affatto di un cambiamento tecnico, qualche parlamentare in meno, le tasse alle regioni, la sanzione formale di un presidenzialismo già praticato. La destra che ha vinto nel 2008 è la stessa che ha vinto nel '94, e oggi come allora, a onta di chi spera in qualche litigata fra Bossi e Berlusconi, è saldamente tenuta assieme, nelle sue componenti post, anti e extracostituzionali, dal progetto di cambiare la Costituzione formale dopo aver cambiato quella materiale del paese. Gli appelli generosi a un patriottismo costituzionale che dovrebbe prima o poi superare i conflitti sulla memoria del 25 aprile si infrangono su questa semplice evidenza: il patriottismo costituzionale non conquista questa destra, perché questa destra non si riconosce nella Costituzione nata dalla Resistenza.

Conviene spostare qui il discorso, invece di attardarsi esclusivamente sulle rivelazioni «territoriali» del voto del 13 scorso, perchè le divisioni territoriali dell'Italia non sono estranee alla sua tormentata storia costituzionale, come sa chiunque non ignori totalmente la vicenda repubblicana. E come dimostrano le litanie sulla «questione settentrionale», se solo facessimo lo sforzo di tradurle nel linguaggio costituzionale dell'uguaglianza, della solidarietà, del lavoro e via dicendo. Risulterebbe chiaro allora che l'unità materiale e valoriale del paese è già fortemente compromessa (nel Nord ricco come nel Sud preda delle mafie globalizzate), e che ogni appello al patriottismo costituzionale rischia di essere fuori tempo massimo.

E' in questo quadro che il ballottaggio romano di domenica prossima acquista una valenza simbolica particolare, per quanto «deideologizzata» possa essere, in tempi di globalizzazione, la funzione di una capitale nazionale. Col voto del 13 aprile, la destra post-costituzionale s'è presa tutta intera la torta. Col Campidoglio avrebbe anche la ciliegina. Meglio sarebbe un boccone di traverso.

Nel programma elettorale del Partito democratico si poteva leggere: «basta con l’ambientalismo dei no». Subito dopo, un ricco elenco di grandi opere contestate dalle comunità locali, dal treno ad alta velocità (Tav) in Val Susa agli inceneritori, da nuove centrali elettriche ai rigassificatori. Nell’emergente bipartitismo del paese, le resistenze locali sono presentate come egoismi e miopie, conservatorismo e sindrome « nimby» (non nel mio giardino). Si tratta di una rappresentazione che non regge appena si guardano le cose più da vicino. L’hanno fatto gli studiosi Donatella della Porta e Gianni Piazza, nel nuovo libro Le ragioni del no. Le campagne contro la Tav in Val Susa e il Ponte sullo Stretto (Feltrinelli, 187 pp., 11 euro). Ripercorrendo le Alpi attraversate dal progetto di supertreno e lo Stretto di Messina attraversato dal superponte, il volume offre una ricostruzione delle proteste parallele, ma soprattutto mette ordine concettuale nei conflitti legati alle grandi opere.

L’analisi di della Porta e Piazza - usando come fonti interviste, documenti e giornali - affronta tre dimensioni chiave; la prima riguarda le risorse della protesta: come nascono e si sviluppano le reti di comitati locali, le alleanze con altri gruppi della società civile, i centri sociali, il sindacato. La «costruzione simbolica del conflitto» è la seconda questione, in cui si mostra il complesso processo di elaborazione di identità comuni che si verifica in queste lotte, ereditando identità tradizionali (sia politiche che locali) e producendone di nuove, che disegnano i contorni di nuove comunità solidali. Infine la molteplicità delle forme di protesta è il terzo aspetto affrontato: qui il sapere diventa contropotere, l’azione diretta si intreccia alle pressioni sulle istituzioni, le manifestazioni di massa sono costruite attraverso un’informazione capillare. Le periodizzazioni proposte mostrano che in tutte queste dimensioni si è registrata una sequenza in crescita: si estendono le reti e le alleanze, si definisce l’identità della protesta, se ne diversificano le forme, riuscendo a coinvolgere pezzi più ampi della società e a pesare di più sulle decisioni dei politici.

Concentrandosi sulla dinamica delle mobilitazioni, il volume non affronta la natura specifica delle questioni «Tav» e «Ponte sullo Stretto», non discute le argomentazioni a favore o contro, non segue l’evoluzione dei due progetti, non scommette su come andrà a finire. Allo stesso modo, l’attenzione sui meccanismi di fondo che muovono la protesta porta ad evitare un’analisi più individualizzata delle diverse oganizzazioni e soggettività coinvolte, dei contrasti tra i diversi soggetti (tra associazionismo e centri sociali, dentro i comitati locali, con le istituzioni locali), e delle possibili contraddizioni interne al fronte del no, la presenza di interessi consolidati, le diverse motivazioni materiali e ideali che stanno dietro alla protesta. Con queste delimitazioni dell’analisi, tre sono i principali risultati sulla dinamica delle mobilitazioni contro le grandi opere.

Il primo elemento che l’indagine mette in luce è la natura non localistica delle mobilitazioni. In breve tempo queste mobilitazioni hanno saputo fare un salto dalla protesta locale alla messa in discussione di un modello di «sviluppo» - distruzione dell’ambiente inclusa - che richiede quelle grandi opere, realizzate in quel modo. È questo, secondo gli autori, che sottrae la Val Susa e lo Stretto alla sindrome « nimby», e ne fa invece un fronte locale di un conflitto più generale sui temi della giustizia, dell’ambiente, e della democrazia che lo avvicina all’arcipelago dei dei movimenti globali che si sono sviluppati negli stessi anni.

Il secondo risultato del volume è che reti, identità e capacità di protesta non esistono «prima» delle mobilitazioni; esiste un’eredità di relazioni, culture politiche (ad esempio la tradizione antifascista e militante della Val Susa) e forme di lotta (i campeggi e i blocchi dei lavori come forma di protesta) conservate da esperienze precedenti e diffuse da una società ricca di «capitale sociale». Uno dei risultati più originali del lavoro è l’importanza di queste proteste come fabbriche di democrazia.

Da qui il terzo nodo messo in luce dal volume: il rapporto tra le spinte di partecipazione democratica, i processi deliberativi che sono tipici di decisioni complesse come quelle sulle grandi opere, e il ruolo della democrazia rapprsentativa e dei politici eletti, sia a livello locale che regionale e nazionale (con un ulteriore livello europeo sullo sfondo). Dalle Alpi allo Stretto quello che emerge è la vitalità dei processi di partecipazione, l’affermarsi di un nuovo terreno di scontro sull’informazione e le conoscenze (anche specialistiche) e la geometria variabile dei rapporti con le istituzioni. In Val Susa i sindaci e le comunità montane stanno con i movimenti, e il risultato è la capacità di rinnovare la democrazia - come spiega l’intervista ad Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana della Bassa Val Susa. È questo un raro caso di innovazioni introdotte «dal basso» nel sistema di rappresentanza politica, capaci di avvicinare società civile e politica istituzionale.

Tra Val Susa e Stretto di Messina non mancano poi le differenze; il conflitto si è aggravato nella prima quando si è tentato di far partire i lavori, intensificando i processi di mobilitazione. Nello Stretto c’è un’assai minore partecipazione popolare, più delega e un contesto di società civile più fragile, con le istituzioni locali divise sul progetto del Ponte.

Degli altri conflitti locali in corso, dalla base militare americana all’aeroporto Dal Molin a Vicenza, alle discariche di rifiuti in Campania, il libro non parla, ma il quadro analitico che propone può essere facilmente applicato: quanto è localistica e monotematica la protesta? Quanto riesce a unire temi diversi, a costruire una visione d’insieme, con proposte di cambiamento praticabili? Quanto sono ampie le reti che riesce a costruire, i saperi che sa mettere in campo, le azioni che riesce a realizzare? Sembrano questi i criteri di fondo che potrebbero aiutare anche i leader e militanti del Pd a comprendere la centralità di questi movimenti sociali che alimentano la democrazia.

Presidente Scalfaro, si apre un altro 25 aprile di polemiche. La destra contesta alle associazioni partigiane i toni della loro «mobilitazione straordinaria», indetta perché l'Italia «corre nuovi pericoli ed emergono sempre più rischi per la tenuta del sistema democratico». Approva il richiamo alla piazza?

«Non lo condivido e non mi sembra una cosa positiva. Se ogni forza che opera nel Paese mantiene senso di responsabilità e freddezza, rischi non se ne corrono. Credo che, sia pur considerando che la nostra è una democrazia ancora giovane e i cui sviluppi meritano una costante attenzione, un grido d'allarme come quello lanciato con il "manifesto" contestato vada oltre una normale dialettica e suoni onestamente sproporzionato, per quanto spiegabile».

Spiegabile forse con il bisogno di dare una «prova di esistenza in vita» della sinistra dopo il voto?

«Siamo in una fase post-elettorale che ha visto un trionfo inaspettato del centrodestra (inaspettato almeno rispetto alle dimensioni) e una caduta a picco della sinistra, Pd a parte. Risponde dunque a una prevedibile logica il soprassalto di chi ha perso e vuole dimostrare che un antico patrimonio di ideali e valori non è tramontato, che esiste ancora e resta custodito con saldezza. Ma sono convinto che per affermare tutto questo non ci sia bisogno di particolari mobilitazioni. Esasperare i sentimenti degli italiani con proclami più o meno squilibrati non è mai utile e positivo. Da qualunque parte lo si faccia».

Lei, che presiede l'Istituto nazionale di storia della lotta di liberazione, come giudica le reazioni che propongono di abolire la festa del 25 aprile?

«È un contrappunto per alcuni versi inevitabile, rientra in certe manifestazioni di assoluta inintelligenza che abbiamo già visto in passato. Sono convinto che non si debba in alcun modo inseguire le provocazioni di certi agitatori che negano la storia, ciò che è di una gravità eccezionale. Non meritano neppure di essere citati. In fondo rappresentano poco più che se stessi».

Non è proprio così. Berlusconi, ad esempio, non ha mai onorato la Liberazione e sembra aver fatto scuola.

«Quei comportamenti denunciano gravi lacune culturali e rientrano in una strategia di rigetto dei valori fondanti della democrazia repubblicana. Ed è su questo che oggi si impone una riflessione pubblica, della società e non solo del mondo politico. L'insurrezione contro il nazifascismo è un evento storico che va valutato in modo serio, trasparente e imparziale. Insomma: i fatti stanno lì e non possono essere negati perché magari non ci piacciono, né modificati o magari esaltati troppo. Ciò premesso, oltre al doveroso ricordo che dobbiamo dedicare a tutte le vittime di quella dura e terribile stagione, va rianimato l'orgoglio dei sentimenti di coloro che si batterono in prima persona riconquistando l'Italia alla libertà».

Ma come si realizza questa «rianimazione» se perfino chi rappresenta le istituzioni si chiama fuori? Il sindaco di Milano ha annunciato che non sarà presente né alle cerimonie del 25 aprile né a quelle del primo maggio.

«È un problema di trasmissione della memoria, che non può essere amputata o fatta oggetto di un uso politico. Bisogna far entrare nella circolazione del sangue di ogni persona, vecchia o giovane, gli antidoti al totalitarismo. A partire dalla tolleranza, dal rispetto dei diritti e dei doveri, dalla tutela della Carta costituzionale che proprio quest'anno compie sessant'anni. Quanto al sindaco di Milano, non voglio polemizzare con le sue scelte, ma è chiaro che chiunque abbia un incarico di responsabilità deve interpretarlo con atteggiamenti limpidi e sereni, tenendo a fuoco i valori di fondo. Che sono di tutti».

Beppe Grillo ha convocato per oggi a Torino un incontro pubblico che è percepito come una contromanifestazione.

«In un momento di assestamento politico come questo (assestamento anche psicologico per molta gente che è ancora sotto choc, come gli sconfitti dal voto), è indispensabile che chiunque sa di avere una voce ascoltata si ponga qualche remora, qualche limite. L'Italia non ha bisogno di accensioni incontrollate. Servono invece sentimenti positivi, pacatezza, responsabilità, nello sforzo di trovare un denominatore comune. De Gasperi questo sforzo lo fece con passione e ragione, "con intelletto d'amore" come si disse, e gli italiani risposero.

Da capo dello Stato, lei sdoganò i post-fascisti al governo e celebrò i 50 anni della Liberazione con un pellegrinaggio laico attraverso l'Italia.

«Anche da questo punto di vista non fu un periodo facile, il mio settennato. Ci furono diffidenze da superare, in Europa soprattutto, e agitazioni interne da riassorbire. Ce l'abbiamo fatta collaborando nell'interesse comune. Per ciò che riguarda la competizione sulla storia, in quel periodo si alternarono diversi momenti tesi. Che furono però superati, come sempre è avvenuto da quando è finita la guerra. La democrazia, da noi, è più forte di quel che tanti credono. E la sua identità comincia il 25 aprile 1945»

«Dell'acqua per favore, ma non nella bottiglia di plastica», chiede Chris Jordan (San Francisco 1963, vive a Seattle). Davanti al museo dell'Ara Pacis, il fotografo americano presenta Running the numbers (2007), grandi visioni caleidoscopiche, che innescano una serie di riflessioni. L'occasione è la Giornata della Terra, organizzata dai canali National Geographic e inserita nel circuito del festival FotoGrafia. Un'anticipazione del progetto sul tema della speranza che porterà a Milano, all'Hangar Bicocca, nell'aprile del prossimo anno. Gli oggetti fotografati sono bottiglie vuote, cellulari, scie di aerei, Barbie, buste di plastica, risme di carta... multipli di relitti del quotidiano. Numeri che Chris Jordan traduce in immagini, proprio perché lo spettatore possa visualizzare - dando forma all'entità sfuggente del numero - l'insidia della poetica del consumo. «Il mio parametro di scelta rappresentativa è sempre l'atto inconscio della massa come cultura - spiega il fotografo -. Mi riferisco alla devastazione che crea l'atto incondizionato che la gente compie quotidianamente».

Il dito è puntato sulla società materialistica per eccellenza, quella americana. Spiritualità e consumismo sono i due poli opposti, come gli Stati Uniti e il Tibet. Le società che consumano di più sviluppano meno consapevolezza delle proprie azioni e dei danni che producono, insiste l'artista. Forse - ma di questo Jordan non può esserne certo - le società più spirituali conoscono ancora il significato della felicità. «Durante la mia carriera di avvocato pensavo che la cosa importante fosse apparire felice. Andare in palestra per essere bello, ridere alle battute dei colleghi, bere liquori costosi... Invece, ero sempre più solitario, arrabbiato e depresso. Una condizione generale nel mio paese dove ci viene inculcato che il successo materiale equivale alla felicità. Questa è l'immagine che vendiamo in tutto il mondo. Piuttosto non si dice che in America c'è il più alto numero di persone che prende antidepressivi, che abusa di alcool e droghe, che divorzia... La tragedia è che ci sono paesi che stanno prendendo a modello la nostra società consumistica, prima fra tutti la Cina. Stiamo insegnando loro a consumare a livelli insostenibili, un processo che uccide l'individualità».

Roma è la tappa conclusiva, dopo Taipei e Lisbona, del tour presentato dai canali National Geographic. Come si sente in qualità di eco-ambasciatore per l'Earth Day 2008?

È un grandissimo onore, soprattutto in un momento così critico del movimento ambientalista. Credo nel ruolo determinante della gente per una sensibilizzazione sui problemi dell'ambiente. L'idea è che la massa critica di persone - unite in un movimento spontaneo - possa determinare un cambiamento a favore dell'atteggiamento ecosostenibile.

Trova che ci sia differenza nella reazione del pubblico americano, di fronte al suo lavoro, rispetto ad altre parti del mondo?

La reazione è identica ovunque. È scattata una scintilla di consapevolezza, di risveglio nei confronti di tematiche ambientalistiche, ovunque nel mondo.

Quando è scattata questa scintilla di consapevolezza?

Il processo è stato lungo e lento. Fino a cinque anni fa sono stato avvocato nel settore commerciale. Contemporaneamente fotografavo, pensando però solo alla luce, ai colori e alla composizione. Non ero interessato ad altri contenuti. Mio padre è fotografo e collezionista, tra l'altro possiede una libreria con cinquemila libri fotografici e quando ero studente universitario, mi regalava manuali tecnici sull'uso della macchina fotografica. C'è stato un momento in cui lavoravo alla mia teoria del colore basata sul caos, incomprensibile come certi testi critici che si trovano nei cataloghi delle mostre. Le mie foto erano la messa in pratica di quella teoria. Ritrovavo spesso quello che cercavo nella zone industriali di Seattle.

Un giorno, ho scoperto una massa di coloratissime ecoballe, provenienti da un supermercato. Tutto quello che compriamo è molto colorato, dall'involucro al contenuto. Fui attratto dai colori e scattai la fotografia pensando che fosse bellissima. Poi la feci ingrandire e la appesi nel mio studio. I miei amici guardandola parlavano di consumo di massa, ma in chiave personale. Si chiedevano se quella data bottiglia di vino, o qualsiasi altro prodotto, fosse stata la loro o meno prima di andare a finire nella spazzatura. Questo mi procurava fastidio, perché nessuno sembrava attento alla mia immagine, né dal punto di vista estetico né teorico.

Un mio amico mi fece notare che c'era stato un punto di svolta nel mio lavoro. Era la prima volta che la ricerca si spostava dalla semplice forma astratta a qualcosa di reale. Così ho iniziato a cercare intorno a me i luoghi di degrado e, contemporaneamente, a leggere tutto ciò che riguardasse la cultura del consumismo e l'impatto ambientale che il consumismo ha sulla società non solo a livello materiale, ma anche spirituale. Dagli anni '50 ad oggi è stato scritto moltissimo su questo argomento. Il mio risveglio è avvenuto allora. Questo momento di lucidità mi ha fatto capire che in tutti gli anni della mia carriera di avvocato non ero mai stato felice. Non avevo fatto che seguire la ricetta per raggiungere il sogno americano. Guadagnavo bene, avevo la casa piena di cose bellissime, ma dentro sentivo che stavo morendo. Fotografare l'immondizia è stato un portale per ritrovare me stesso.

Il lavoro è proseguito con «Intolerable Beauty»...

L'intenzione era mostrare la vasta scala del consumismo negli Stati Uniti. Ma, fotografando l'oggetto in sé, mi sono reso conto che non rappresentavo l'idea della quantità. Durante le mie conferenze usavo slide show con dati statistici per rinforzare il concetto. Mostravo, ad esempio, la foto di un cellulare, dicendo che ogni giorno, negli Stati Uniti, buttiamo 426mila cellulari. Leggendo le statistiche mi dicevo che avrei voluto realizzare opere che rappresentassero proprio quelle cifre, senza che fosse necessaria la mediazione verbale. Un altro problema che avevo riscontrato, poi, è che quando parlavo di numeri così grandi la gente - ed io per primo - non arrivava a capire veramente il senso. Solo cambiando la tecnica fotografica sarei riuscito a raggiungere il mio obiettivo. Fino all'autunno 2006 fotografavo con il banco ottico, in piena tradizione fotografica, è stato allora che sono passato al digitale. Pur essendo molto combattuto ho venduto tutta la mia attrezzatura fotografica analogica, subito dopo è nato Running the numbers.

Negli Stati Uniti è diverso l'approccio al consumismo, a seconda delle classi sociali?

Penso che questo concetto stia cambiando. Prima più eri ricco e più lo mostravi, soprattutto per esternare la felicità. Adesso chi si è arricchito raggiungendo il successo si è anche accorto di non essere necessariamente felice. Questa consapevolezza trasforma quegli uomini in filantropi, come Bill Gates che dopo anni e anni passati ad essere un commerciante egoista ha avuto un risveglio, diventando una persona che vuole salvare il mondo!

Pensa che l'atteggiamento di Bill Gates sia solo di circostanza?

È la moglie che l'ha influenzato...

La consapevolezza di cui parla sembra rientrare in un discorso elitario. Chi ha raggiunto il successo può permettersi il «risveglio», ma invece chi combatte quotidianamente per la sopravvivenza?

C'è qualcosa di paradossale in quello che sta succedendo in questo momento in America, perché le persone con un alto reddito stanno scoprendo la saggezza portata da Gesù, Buddha, Confucio... che a grandi linee dicono tutti la stessa cosa, esortando a vivere una vita meno materialistica e ad essere gentili con il prossimo. Sembra ipocrita che un ricco vada a dire ad un povero, o a chi possiede di meno, che non è bello essere ricchi. Non è un argomento che riesce a persuadere.

Paradossalmente, però, consuma di più chi è meno ricco...

In America c'è molto spreco a tutti i livelli. Anche chi è al limite della sopravvivenza possiede le carte di credito e si indebita per acquistare prodotti tecnologici o l'automobile. Malgrado ciò detestano il loro lavoro, la propria vita. Al lato opposto della ricchezza, quindi, è esattamente la stessa cosa. C'è una specie di anestesia generale, la gente ha perso la propria rabbia. Ma c'è una minoranza di persone che si sta risvegliando. È dall'epoca del movimento degli hippies che non si assisteva ad una simultanea presa di coscienza a tutti i livelli, insegnanti, scrittori, documentalisti, attivisti... È come l'erba che spunta in un parcheggio abbandonato. Non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo senza distinzione di etnia, lingua, cultura di appartenenza.

Lei è ottimista?

Tutto quello che sta succedendo sul pianeta, dal riscaldamento globale all'estinzione delle specie, alla desertificazione delle foreste... non può che spaventare a morte. Siamo al punto critico, basta poco perché l'ago della bilancia penda dalla parte della salvezza o da quella della distruzione totale. È un momento incredibile per rendersi consapevoli di quello che sta succedendo.

In alcuni suoi lavori, sono citati espressamente Van Gogh o Seurat; inoltre, guardandoli, vengono in mente le reiterazioni delle immagini proprie della pop art. Ci sono autori, in particolare, a cui si è ispirato?

Mi ha influenzato il lavoro di un fotografo tedesco, Andreas Gursky, che si basa sull'anonimato dell'individuo nella società contemporanea, ma personalmente mi sento più un traduttore che un artista. Prendo i numeri e le statistiche e li sposto sul piano del linguaggio visuale: è un messaggio universale.

Sul sito web inhabitat.com un filmato nel quale Chris Jordan mostra e illustra la sua opera

Achille Variati va al ballottaggio domenica prossima a Vicenza partendo da secondo. La candidata leghista Lia Sartori infatti può contare su una base di partenza del 39%. L'ex sindaco di Vicenza invece ricomincia da 31. Variati è stato premiato anche per la sua posizione chiara (e contraria) alla costruzione della nuova base Usa al Dal Molin. E' il candidato del Partito democratico, che nella città del Palladio ha ottenuto attorno al 16%. Circa la metà di quel 31% è stato un voto per Variati e le sue politiche, dunque. Il Dal Molin, anche se Variati ci tiene a sottolineare che non è l'unica questione a Vicenza, è certamente una discriminante anche per il ballottaggio. Nel senso che per esempio i voti (5%) della lista del presidio permanente, Vicenza Libera, o della lista di Beppe Grillo (poco meno del 3%) e in parte della stessa sinistra arcobaleno (2,6%) non devono essere dati per scontati. Soprattutto quelli di Vicenza Libera. Variati non si sottrae a ripetere pubblicamente il suo impegno contro la realizzazione della base. «Se sarò eletto sindaco - dice - revocherò l'ordine del giorno della giunta Hullweck e avvierò il processo di consultazione dei cittadini».

Achille Variati, un successo il suo anche legato alla sua posizione chiara sul Dal Molin.

Quella del Dal Molin non è la sola questione della città. Io comunque ho sempre espresso pubblicamente la mia chiara contrarietà alla nuova base, non una contrarietà ideologica ma urbanistica e di metodo. La città conosce bene questa mia posizione e sa che se sarò eletto sindaco la porterò anche in sede istituzionale.

Lei ha sempre sostenuto che il primo atto da sindaco, se sarà eletto, sarà quello di presentare un ordine del giorno che revochi quello con cui la precedente giunta aveva dato sostanzialmente sostegno al progetto americano per il Dal Molin. Conferma che è questa la sua intenzione?

Naturalmente questo è il mio impegno, l'ho detto pubblicamente e non cambio certo idea una settimana prima del ballottaggio.

Però il presidente del Partito democratico Walter Veltroni, che ritornerà a Vicenza in questa settimana, ha ribadito che per quanto riguarda la nuova base al Dal Molin bisogna mantenere gli impegni presi.

A Vicenza, è bene ricordarlo, è accaduta una cosa molto grave. Perché ci possono essere sia una ragione di una comunità che una ragione di stato. La ragione della comunità è chiaramente quella di una città che non vuole essere solo città di muri ma anche un luogo normale, non militarizzato. La ragion di stato, diplomatica o di impegni internazionali, evidentemente può esserci. Il problema è che questa ragione non è mai stata chiarita e documentata davanti ai cittadini di Vicenza che sono quelli che dovrebbero subirla. Nessuno, né esponenti del governo Berlusconi, né del governo Prodi, è venuto mai nella nostra città a chiarire a mostrare documenti che dimostrassero l'esistenza di questa ragion di stato.

In questi giorni si parla molto dell'accordo tecnico tra Claudio Cicero (sostenuto dai fascisti di Azione sociale) e Massimo Pecori (candidato dell'Udc) per sostenere la candidata leghista Lia Sartori, ma senza l'apparentamento. Cosa ne pensa? Lei invece sta incontrando varie liste, compresa Vicenza libera.

Ho detto e ribadisco che mi sembra di assistere a un mercato delle vacche al quale io mi sono sottratto. Non mi interessano gli accordi non fatti alla luce del sole. Un buon sindaco deve avere una maggioranza chiara, non frutto di continui compromessi e accorduncoli. Io voglio essere il sindaco di tutti e voglio poter contare su una maggioranza sicura. Sto parlando con altre liste ma voglio la sicurezza di avere con me alleati che condividono quello che penso e i miei impegni.

Che sono?

Voglio una città più verde in cui alcuni cunei di non costruito non diventino preda di speculazioni edilizie. Vicenza è la terza città più inquinata d'Italia e questo significa un intervento netto sulla mobilità. Perché l'inquinamento, le polvere sottili sono mali che non si vedono ma che segnano per sempre le generazioni future. Per questo ho in mente una rivoluzione dei trasporti pubblici rendendoli non solo più efficienti ma anche garantendone l'accessibilità nei quartieri finora un po' emarginati. Voglio una città più sicura. Ho parlato di tolleranza zero contro ogni forma di criminalità ma anche di abusivismo edilizio, commerciale, la prostituzione. Non come certi benpensanti che parlano tanto e poi sono disposti a chiudere un occhio sugli abusi quando non li perpetrano addirittura loro stessi. Infine voglio una città più viva che rispetta la comunità, attraverso per esempio una manutenzione dignitosa dei marciapiedi come dell'illuminazione. Difendere la vita per me significa anche dare servizi per l'infanzia, come nidi e micronidi. In una frase vorrei una città che tende a non lasciare solo nessuno.

Nota: più o meno l'esatto opposto di quanto sostenuto dagli entusiasti del " Pd del Nord", ispirato da certa sociologia d'accatto (f.b.)

© 2026 Eddyburg