Con la scusa del popolo
di Gad Lerner
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E’ questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l’ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell’ordine nel necessario repulisti.
Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l’incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell’inciviltà è compiuto. Perfino l’operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L’accusa, e l’irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere ‘ripartiti’, bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l’andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l’assedio e l’incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all’interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull’infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l’inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell’immedesimazione – "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto" – dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l’allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l’alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione – l’obbligo di soccorso alle carrette del mare – o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
Da più parti si spiega l’inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E’ un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l’approdo a scelte comuni là dove meno te l’aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l’esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d’ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell’Italia del 2008 – afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare – le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l’irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.
Il pogrom moderno
di Adriano Prosperi
"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest’uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un’Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.
Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.
La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell’Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c’è un’altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.
Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt’altro. Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall’odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.
Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l’integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E’ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l’arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.
Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi. Di fatto nel Palazzo circola un’aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l’Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l’Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari. Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ‘500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c’è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza. Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.
In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, che cadrà nel 2011, un gruppo di intellettuali ha progettato una serie di iniziative, da rinnovarsi ad anni alterni, che si raccolgono sotto il nome di Biennale Democrazia. A collaborare all’iniziativa sono chiamati la città di Torino e il «Comitato Italia 150», già al lavoro nel capoluogo piemontese. Presidente di Biennale Democrazia è Gustavo Zagrebelsky. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Com’è nato, professore, il vostro progetto?
«L’idea è sorta fra un gruppo di amici, sulla scìa di un preciso precedente, cioè del ciclo di conferenze che si tenne a Torino nella primavera-autunno del 2004, dedicato alla figura di Norberto Bobbio e centrato su temi etici e politici. Ci impressionò, allora, l’interesse suscitato, anche fra la gente comune, dalla personalità e dall’opera di Bobbio. Nei due teatri, il Regio e il Carignano, che ospitavano le conferenze, affluirono migliaia di persone per conoscere nei particolari il pensiero del filosofo. Quella serie di interventi, di cui fu animatore Pietro Marcenaro, parlamentare del Partito Democratico, venne poi raccolta dall’editore Einaudi nel volume Lezioni Bobbio, uscito nel 2006. Abbiamo pensato di dare un seguito a quell’esperienza in un’accezione più ampia: non un semplice ciclo di conferenze, ma un lavoro continuativo, che si concreterà, ogni due anni, in una settimana di lezioni».
Quando esordirà la Biennale Democrazia?
«La prima sessione la terremo l’anno prossimo, dal 22 al 26 aprile: una settimana che incrocia l’anniversario della Liberazione. Sarà una sorta di prova generale delle celebrazioni previste per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Nel 2009 saranno cento anni dalla nascita di Bobbio. Alla base di tutto c’è l’aspirazione a considerare l’intera vicenda risorgimentale non solo nella dimensione statale e territoriale, già interamente realizzata, ma anche in senso etico-politico. Disegno, quest’ultimo, che rientra fra i compiti ancora da perseguire».
Due fasi distinte, dunque, dell’unificazione nazionale. Con quale rapporto fra loro?
«La democrazia è un insieme di aspirazioni mai realizzate una volta per tutte. Già l’unificazione geografica ha creato dei problemi, esemplificati per molti decenni dalla questione meridionale. Ed ecco che essa si presenta, oggi, in una nuova forma: come questione settentrionale. L’una e l’altra "questione" si legano fra loro come fattori confluenti di disgregazione. Ne risulterebbe un paese unificato nel desiderio di scindersi. I fondamenti di legittimità della nostra democrazia sembrano essere entrati in crisi, riducendosi nella pratica a motivi di discordia».
Certo, un bel paradosso. Anche perché risulta chiaro che non si tratta di una mera controversia territoriale, ma di una sostanziale contesa etico-politica.
«Un vero assetto democratico presuppone la tendenziale uguaglianza fra i cittadini. In Italia ci si trova, invece, di fronte a una situazione nella quale - a cominciare dalla disponibilità delle conoscenze - si verifica uno squilibrio crescente, acuito dallo sviluppo delle nozioni tecnologiche. Alla democrazia si contrappone, in molti casi, la tecnocrazia. Ciò riguarda la condizione interna di ciascuno stato, ma anche la democrazia a livello internazionale».
In che modo si presentano, particolarmente in Italia, questi problemi?
«Guardi lo stato in cui versa la scuola. Si cerca di risolverne le difficoltà mediante un approccio di tipo tecnico, privilegiando gli aspetti meramente professionali dell’insegnamento: si pensi, per dirne una, alla trovata delle tre «i», concepita nel 2002 da Silvio Berlusconi: inglese, internet, impresa. Un approccio d’indole esecutiva. La democrazia, invece, richiede cittadini capaci non solo di eseguire, ma anche di decidere che cosa realizzare, perché e come. E’ in questa prospettiva che va considerata la sfida che ci pone oggi l’istruzione».
L’immigrazione, accanto ai suoi riflessi positivi, presenta una fisionomia tale da aggravare simili inconvenienti. Come si pensa di farle fronte?
«Occorre integrare gli immigrati in uno stile di vita che non disconosca le loro particolarità, ma si fondi su un ethos minimo condiviso. Esso dovrebbe in primo luogo comportare la comune rinunzia alla violenza, che genera paura».
E viceversa. Ecco un circolo vizioso che va interrotto. Con quali interventi?
«Il vero antidoto è l’adozione di un tipo di sicurezza che non agisca a senso unico, ma quale componente d’un contesto generale. Riferiamoci a una proposta attuale: le ronde. Esse, che pure mirano a un obiettivo di sicurezza, diffondono violenza e moltiplicano la paura. Ciò appunto perché non rappresentano un rimedio di sistema. Risentono, al contrario, di pulsioni esclusive e "di parte"».
So bene che il tema democrazia è inesauribile. Ma quali proposte concrete avanzerete nella prima sessione della vostra Biennale?
«Pensiamo, per cominciare, proprio al coinvolgimento delle scuole. Prenderemo in esame le proposte provenienti dal mondo dell’istruzione: docenti e studenti. Riprodurremo e diffonderemo a Torino esperimenti attuati in altre zone d’Italia».
Può farmi qualche esempio?
«Eccone uno, denominato "le belle tasse": titolo che venne adottato in epoca non sospetta, prima cioè che il ministro Padoa Schioppa affermasse, con una battuta controversa, che "pagare le tasse è bello". L’esperimento si svolse fra gli allievi delle scuole elementari di Roma. A ciascuno scolaro fu assegnato un gruzzolo in monete di cioccolata per finanziare, mediante tassazione, un qualche progetto comune: una festa, una gita, una recita. Nacquero subito, fra i piccoli contribuenti, alcune domande: alla spesa dobbiamo partecipare tutti nella stessa misura, o qualcuno pagherà di più e qualche altro di meno? E ci sarà chi farà il furbo, evitando di contribuire? Sono, "in nuce", i problemi della democrazia fiscale, dal giusto gravame dei tributi all’evasione e all’elusione».
Avete in programma altre iniziative capaci di interessare ampi ceti sociali?
«Progettiamo di promuovere esperimenti di democrazia deliberativa, attraverso discussioni fra cittadini informati. Si fornisce a un campione di persone una serie di dati di conoscenza imparziali su un tema controverso: il voto agli immigrati, poniamo. Dopo aver sottoposto l’argomento a dibattito, si confronteranno i risultati della conversazione con le opinioni iniziali dei partecipanti. E’ un esempio dei progetti capillari che confluiranno nelle "lezioni magistrali" previste per la settimana. Ad assistere alle quali inviteremo qualche centinaio di studenti che abbiano partecipato alle iniziative preparatorie. Vorremmo, per ospitarli, predisporre un "campus" con la collaborazione del comune di Torino».
Torniamo ai presupposti ideali di Biennale Democrazia. In quale misura al conseguimento della seconda Unità d’Italia, quella etico-politica, potrebbe essere di ostacolo la funzione che in Italia esercita la Chiesa? Mi riferisco all’interventismo della Santa Sede nelle vicende pubbliche.
«L’unificazione cui pensiamo implica la partecipazione di tutti i soggetti portatori di istanze etiche. A patto che nessuna di queste forze si erga ad unico interprete autorizzato dell’ethos nazionale».
Non è la prima volta nella storia d’Europa che la cronaca nera prende uno spazio abnorme e simbolico: nelle scelte governative, nelle campagne elettorali, nel farsi delle carriere politiche, nelle strategie dei mezzi di comunicazione. Accadde già una volta nella belle époque: tempo smanioso d’impazienza e di risse, che Thomas Mann chiamò epoca della Grande Nervosità. Nel 1907, il giornale La Petite République, fondato dal socialista Jaurès, titolò in prima pagina: «L’insicurezza è alla moda, questo è un fatto». Il clima era assai simile al nostro: analogo fascino del crimine, analoghe illusioni di rese dei conti. Insicurezza e cronaca nera vennero politicizzate, in Francia, sullo sfondo di vaste dispute sulla pena di morte. Facevano paura le bande di giovani nei quartieri difficili, proprio come oggi: Apache era il loro nome. Proprio come oggi s’invocava una rottura. Categoria che Foucault ebbe a definire, in un’intervista a Telos dell’83, deleteria: «Una delle più dannose abitudini del pensiero moderno è di parlare dell’oggi come di un presente di rottura». Buona parte degli Apache scomparve nella carneficina del ’14-’18.
Oggi il fantasma riappare, con forza speciale dopo l’11 settembre e lo svanire dell’Urss. È la tesi dello studioso Laurent Mucchielli, che ha pubblicato una raccolta di testi sul ruolo che l’insicurezza ha svolto nell’ascesa di Sarkozy. In realtà la sicurezza s’era fatta invadente da tempo, con l’espandersi delle estreme destre in Europa. Già negli Anni 90 la figura del nemico cambia («Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico», disse Georgij Arbatov, in Urss).
Divenuto meno visibile il nemico esterno, si scopre l’Islam non solo fuori ma dentro casa, si escogitano nuovi reati (tra essi la mendicità), e ai cittadini viene offerto il nemico interno, il capro espiatorio da abbattere. I disordini nelle periferie son descritti come guerre civili - Los Angeles ’92, Francia 2005 e 2007 - e la controffensiva si militarizza. La paura diventa lievito della politica: in Usa, Francia, e ora Italia. Il libro di Mucchielli s’intitola: La Frenesia della Sicurezza (La Découverte).
La frenesia risponde a bisogni concreti, soprattutto in zone di non-diritto, dove l’urbanistica ha fatto scempi: zone grigie, le chiamano i consulenti privati cui si rivolgono i governi, di «guerriglia degenerata».
La società Pellegrini, cui spesso ricorre Sarkozy, parla di guerra civile. È quest’esagerazione che desta dubbi, negli esperti di banlieue. Nelle teorie del nemico interno l’insicurezza non è un male da sanare, riformando giustizia, prevenzione, controllo. L’età nervosa trasforma l’insicurezza da problema, che era, in soluzione, in occasione sfruttabile. Anche la paura cessa d’esser problema e diventa soluzione, investimento politico. I giornali fanno la loro parte, un po’ per vendere un po’ per conformismo. Quasi non sembrano accorgersi della manipolazione che subiscono, dei profitti che politici e imprese private traggono dalla paura.
L’emozione che prende il posto della comunicazione, l’ossessione delle cifre, il linguaggio bellico, le «lunghe scie di sangue»: la stampa imita il politico, perde autonomia, invece di registrare e interpretare escogita titoli-arpioni. È quello che i politici vogliono: «Il silenzio mediatico è un errore», disse il ministro dell’Interno Sarkozy in un discorso ai prefetti del 2003. Così da noi: i telegiornali aprono su un delitto, per poi allacciarsi senza soluzione di continuità a duelli elettorali. E lo spettatore è trascinato nel vortice, diventa attore teleguidato di quella che David Garland, in un libro del 2002, chiama società penale: con il suo voto e la sua rabbia s’immagina demiurgo di nuovi ordini (La Cultura del Controllo, Saggiatore 2004).
La frenesia è passione disperata e panica, non fiduciosa nel progresso sociale ma dominata dal catastrofismo, dall’idea che il criminale sia un individuo predeterminato geneticamente, immutabile. Sono le convinzioni di Sarkozy: non ha più senso la polizia di prossimità, che provava a integrare i giovani in banlieue. «La migliore prevenzione è la sanzione». Decenni di lavoro sulle radici della violenza vengono liquidati, giudicati buonisti, sociologici. Quando paura e insicurezza diventano la Soluzione, il problema svanisce. Il populismo penale straripa, imponendo non riforme di lungo respiro ma pletoriche leggi ad hoc, e politiche dichiarative, simboliche, dettate da permanente indignazione.
In Francia, che per l’Italia è oggi paese laboratorio, il vocabolario bellico adattato all’ordine pubblico è preso in prestito dall’epoca coloniale. Lo spiega Mathieu Rigouste, studioso di scienze sociali: i consulenti più apprezzati dai politici, sulle banlieue, combinano dottrine della contro-insurrezione elaborate nella battaglia d’Algeri con l’odierna lotta al terrore. Così vien cancellato il confine tra sfera civile e militare, tempo di pace e di guerra, interno e esterno. Certo è presto per valutare conclusivamente i risultati di queste politiche, ma un primo bilancio è possibile. L’ossessione delle cifre, della rapidità, della cronica drammatizzazione non ha dato per ora veri risultati.
Il poliziotto-giustiziere appare ancora più illegittimo, nelle banlieue. Le carceri si riempiono, aprendo la via a indulti precipitosi. Soprattutto non funziona la panacea tecnologico-militare (videosorveglianza, biometria): il terrorista non teme la morte né l’occhio altrui. La rapidità è proficua solo in parte: impedisce analisi accurate, corre al risultato-show. È in Inghilterra, dove Blair ha inasprito la repressione, che la percentuale dei minorenni delinquenti è la più forte (20 per cento sulla criminalità globale). In Norvegia, dove perdura il modello «sociologico-protezionista», la percentuale è inferiore al 5 per cento. Mucchielli cita poi una distorsione che conosciamo bene: lo slogan Tolleranza Zero vale per tutti i crimini, «tranne per quelli economici e finanziari: contrariamente ad altri tipi di delinquenza, il governo (francese) cerca, in nome della “modernizzazione” del diritto degli affari, di depenalizzare i comportamenti delinquenti». È la società duale descritta da Garland: da un lato chi s’avvantaggia della deregolamentazione liberista, dall’altra una società disciplinata da regole morali più tradizionali e inasprite.
La politica della paura si concilia male con il pragmatismo che Sarkozy incarna agli occhi di molti. Pragmatismo sempre più incensato, e sempre più equivoco: perché una politica sia efficace, non basta dire che essa «non è di destra né di sinistra». Non c’è nulla di pragmatico nell’ossessione delle cifre, nel disprezzo dei poliziotti di prossimità, nel correre affrettato verso il risultato spettacolare, qualunque esso sia. Non sono pragmatiche le pene minime ai recidivi, che riducono l’autonomia dei giudici. O la carcerazione preventiva che tocca a chi ha già purgato la pena ma viene giudicato tuttora potenzialmente pericoloso (da una commissione di esperti, come voluto dal presidente Sarkozy).
Le ronde proposte dalla Lega possono aver senso: alcuni cittadini partecipano al controllo del territorio, «armati solo di telefonini». Ma non deve significare che Stato e polizia abbassano le braccia. Che la società non solo si autocontrolla ma reprime (salvaguardando ampie zone d’impunità economica, come s’è visto). È per evitare il linciaggio che abbiamo giudici e polizia separati dalla società. Quando ciascuno spia, denuncia, reprime il diverso, il mondo rischia di farsi villaggio, letteralmente: non ordine cosmopolita, ma borgo natio dove il controllo sociale protegge senza freni, e il cittadino perde l’anonimato garantito dalla metropoli, non sfugge agli sguardi, e impara a vivere nel sospetto, senza più lasciar vivere.
Gli osservatori raccontano un vivamaria che trasfigura la crisi italiana in commedia. Soliti attori. Canovaccio arcinoto. Vi appaiono pubblici ministeri; giudici; due processi; condotte border line; conversazioni licenziose (aumentano l’audience). L’imputato Silvio Berlusconi veste i panni dell’agnello sacrificale (o del satanasso) di un corpo togato ostinatissimo a non cedere il suo potere (per alcuni abusivo, per altri benedetto). Come se la crisi italiana fosse immutabile e si potesse soltanto esplorare – oggi, come tre lustri fa – lungo la faglia che separa la politica e la magistratura; il potere sovrano dall’ordine giudiziario. Appendice abituale: il mondo diventa bianco o nero, si divide in "giustizialisti" e "garantisti", in "buoni" e "cattivi" (categorie trasmutabili). Fosse così, le lune non sarebbero poi così nere: è il passato che non passa. Questo teatro di maschere non rappresenta però la radicalità delle mutazioni che cova la crisi italiana.
Berlusconi è il solito lupo dallo stomaco forte, è vero. Lavora pro se. Chiede immunità (al solito). A meno di cataclismi o errori grossolani, la otterrà presto. Se il suo problema fosse soltanto l’impunità, spento l’appetito, dovrebbe fermarsi. Tirerà diritto, invece. Governa tra le macerie e il campo è deserto. Ne è consapevole (e appagato, quale sovrano non lo sarebbe?). Si gode gli utili di una società che ha trasformato il cittadino in consumatore, i diritti in desiderio di benessere (da noi, ha contribuito a inventarla). È favorito dal fallimento del progetto (democratico-capitalistico) di eliminare, attraverso lo sviluppo, le classi povere. Osserva la fine del "progressismo" come conciliazione di capitale e lavoro; democrazia e populismo; cultura e televisione; cattiva coscienza e abiura della memoria. Scruta con compiacimento l’eclissi della politica, subalterna all’economia e perfino alla religione. Prende atto della morte del linguaggio stesso della politica: formule come popolo, nazione, democrazia, Costituzione che cosa significano oggi? Indicano, al più, realtà ormai lontane dai concetti che designavano un tempo. Deve fare i conti con il declino di uno Stato che, dagli anni Settanta, per troppo tempo dunque, ha recuperato in legalità – con un’iperfetazione di leggi, norme, obblighi, istanze di punizione che hanno rinvigorito il potere togato – quel che andava perdendo in legittimità.
Il sovrano sa che – alle viste – non c’è alcuno (partito, istituzione, élite, opinione pubblica) che dia espressione e senso a questo deficit politico e culturale, attualissimo. Il Pd, se è nato, è ancora in fasce, privo di linguaggio e quindi di pensiero: si balocca, in mancanza d’altro, con totem inattuali (un "dialogo" che non c’è). Casini, residuale, non riesce a declinare, dall’opposizione, la sua grammatica della moderazione. Di Pietro, sostenuto dalle "agenzie del risentimento", si colloca tra i suoi migliori alleati con un letale "tanto peggio, tanto meglio". La sinistra radicale, suicidatasi, fatica a rinascere. Cala il capo l’establishment, incerto del suo stesso destino (non c’è posto per tutti sul carro: in tempi di stagnazione, qualcuno morirà). La società appare ammutolita in una zona opaca di indifferenza, confusa dal rumore dei media. È davvero una "crisi" che si può rappresentare nel conflitto – "novecentesco" e nazionale – di politica e magistratura? È, al contrario, il paradigma di una compiuta modernità. Pare che soltanto Berlusconi ne sia consapevole, forse per istinto di predone, forse per chiaroveggenza di mago. Dichiara lo Stato un guscio vuoto. Ne recupera la pura struttura di sovranità e dominio. Chiede di esercitarla senza limiti, in nome del "potere costituente del popolo", con una "decisione" che lascia indistinto il diritto e l’arbitrio, il lecito e l’illecito, l’umano e l’inumano, l’eccezione e la regola. È una tecnica di governo che gli permette (è cronaca) di inaugurare un "diritto della diseguaglianza"; di organizzare "campi di identificazione" al di fuori di ogni garanzia carceraria; di raccogliere le impronte di un’etnia; di trasformare i soldati in poliziotti; presto di smontare gli istituti dello stato sociale che reggono il patto costituzionale. In soldoni, di separare la legge da ogni principio costituzionale, il giudizio da ogni possibile contenuto etico. Quel che abbiamo di fronte allora non sono le "naturali" e prevedibili tensioni interne di una democrazia che fatica a trarsi fuori da una troppo lunga transizione. È, piaccia o meno, la metamorfosi di una democrazia. Bisogna comprenderla, immaginarne gli esiti e le ragioni, prima di liquidarla con qualche pittura pigra o stereotipo antico.
Occorre soprattutto prendere atto che oggi il Paese fa i conti con quell’unico progetto. L’obiettivo primario e dichiarato di Berlusconi (anche i distratti lo vedono, se sono in buona fede) è la riduzione di poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella sua figura di premier e nel ruolo di garanzia del presidente della Repubblica. Berlusconi si muove "in parallelo" alla Costituzione (sospensione dei processi, lodo Alfano, detenzioni senza reato, discriminazione etniche), lungo un percorso "duale" che pretende "ordinario". Bypassa la Carta, ma senza riformarla. Intende contrattare di volta in volta le sue decisioni non nel quadro politico dove competono le forze sociali e politiche, ma in un rapporto diretto (e minaccioso) con chi – di quei principi – è custode (Napolitano). Anche così si deve raccontare la "battaglia" del Csm, come è stata definita. Il botta e risposta, che ne è seguito, tra Quirinale e Palazzo Chigi. Anche in questo caso, siamo nell’officina di una metamorfosi.
Non c’è alcun dubbio che il Consiglio possa offrire al ministro di giustizia un parere sul prevedibile pandemonio provocato dalla sospensione dei processi. «È materia organicamente sua» (Cordero) offrire indirizzi, proposte, avvisi (anche non richiesti) alla discrezionalità del Guardasigilli. Napolitano lo ricorda («Non può suscitare sorpresa o scandalo che il Csm formuli un parere»). Vuole raffreddare il clima: «Non può esservi dubbio od equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo un vaglio di costituzionalità». Ma in ballo non è "il parere" in quanto tale, è il suo peso politico-istituzionale, è il sostegno (indiretto) che può offrire a chi avrà l’obbligo di pesarne presto la coerenza con i principi. Non c’è che dire, il terreno di scontro è ben scelto da Berlusconi. Il Csm, tra gli organi costituzionali (o a rilevanza costituzionale), è il più ambiguo: "potere dello Stato" e insieme "organo di amministrazione". Incompetente a esprimere – direttamente o indirettamente – la sovranità nazionale eppure legittimato a concorrere con le sue proposte alla formazione dell’indirizzo politico. Nella sua autonomia, protetto da divieti preventivi imposti da altri poteri (li pretendevano Schifani e Fini), ma stretto in confini costituzionali che gli impediscono interventi che interferiscono con le altrui prerogative (lo rammenta il capo dello Stato). È quest’ambiguità che consente a Berlusconi di protestare come illegittima ogni parola sui rischi di norme che possono contrastare con la prima legge dello Stato, dimentico che «l’organizzazione giudiziaria è intessuta della concretezza dei principi costituzionali» (è impossibile discutere di quella, senza interpellare gli altri).
L’offensiva del premier, alla fin fine, non indebolisce la discrezionalità del Consiglio nell’esercizio delle sue attribuzioni. Esclude dal "dialogo" istituzionale il Parlamento, già consegnatosi all’impotenza, e un ministro designato al servizio del sovrano e non della giustizia. Libera il campo per quel «confronto a due» a cui Berlusconi chiede protezione per i suoi passi storti. Diventa come un "memento" al capo dello Stato, che avrebbe potuto farsi scudo anche del parere del Consiglio. Se, come dice, trasformerà in provvedimento con forza di legge il divieto di intercettazioni (il capo dello Stato ne ha già escluso l’urgenza), Berlusconi pare già pronto alla mischia. Presenza solitaria nella debolezza dei poteri dello Stato, Napolitano è destinato presto a diventare il punto di attrito e di resistenza alle pressioni del premier nella costruzione della Terza Repubblica, modernissima e inquietante creatura.
Non siamo i primi ad avere tanta paura. La storia è piena di società spaventate, immerse nei loro incubi. Da quel che possiamo intravedere nello scabro latino attribuito alle XII Tavole, gli abitanti della Roma arcaica - gli antenati di coloro che sarebbero diventati i padroni del mondo - erano letteralmente atterriti dal buio, già nelle loro stesse case. E nella Francia del Cinquecento, agli esordi della modernità, il terrore non doveva essere meno diffuso. «Paura panica (…) paura sempre, paura dovunque»: così scrive di quegli anni Lucien Febbre in un saggio sul problema dell´incredulità, che ancora leggiamo come un grande classico.
Il paradosso è che però le nostre società contemporanee – almeno in questa parte del mondo – sono anche, e di gran lunga, gli ambienti più sicuri che la storia abbia mai conosciuto: non per caso le nostre aspettative di vita si stanno allungando in modo quasi prodigioso, impensabile ancora agli inizi del Novecento, e ciò sta cambiando dall´interno la qualità stessa delle nostre esistenze. Ma la diffusione del timore e dell´ansia non si placa di fronte a una simile evidenza. Al contrario, se ne alimenta, rovesciando ogni conquista materiale, ogni soglia di agio raggiunta, nel fantasma della loro possibile perdita, nella prefigurazione continua dei pericoli che le minacciano, nell´incubo della loro imminente vanificazione. Si apre così una spirale senza fine, che sta trasformando la nostra età in un´autentica epoca d´angoscia – un fenomeno ormai molto studiato, di cui però non mi pare sia stato ancora messo a fuoco il punto cruciale, e cioè il rapporto che la rete mondiale dei mercati tende a stabilire fra tecnica e vita, fra benessere materiale e padronanza del proprio destino. Mentre la paura si sta installando come la compagna quotidiana di masse sempre più vaste e infoscate, e stiamo imparando a riconoscerla come il più popolare dei nostri sentimenti.
Dovunque in Occidente il discorso pubblico è stato investito in pieno da questa ondata, e il nesso fra politica e paura è diventato un vero e proprio segno del tempo. Ma è stato particolarmente in America e in Italia che la destra ha saputo trarne per prima vantaggio: Bush ha costruito gran parte della sua fortuna agitando lo spettro del terrorismo, e Berlusconi, da noi, non ha esitato a ridisegnare l´intera immagine del suo partito, dimenticando il trascinante ottimismo delle origini, per riuscire a intercettare il lungo brivido d´ansia che si sollevava dal Paese.
E si può dire ancora qualcosa di più. Che cioè è stata proprio questa capacità di interpretare e di dar voce alla nuova paura italiana che ha reso (o almeno ha fatto sembrare) la nostra destra davvero – e per la prima volta – una destra di massa e di popolo, capace di aggregare intorno a sé qualcosa di molto vicino a un blocco sociale e culturale relativamente compatto. All´opposto, lo schieramento di centro sinistra si è drammaticamente rivelato, in questo frangente, incapace di capire, di sintonizzarsi, di tradurre in politica la preoccupazione e il pessimismo diffuso nel corpo sociale, riducendosi a figurare come una parte chiusa, ingessata, tendenzialmente tecnocratica ed elitaria, in sostanza lontana dalle attese e dai bisogni degli elettori, votata all´autoreferenzialità e attenta solo al dosaggio fra le sue componenti.
Il nostro è un Paese culturalmente fragile, almeno dal punto di vista politico. La fine dei grandi partiti attraverso i quali è avvenuto il nostro non limpidissimo apprendistato repubblicano e democratico ha acuito una debolezza che ha origini molto lontane, cui non è estraneo il millenario magistero della Chiesa. Abbiamo sempre i nervi scoperti, e l´antipolitica a portata di mano. Ciò ci rende ancor più sensibili ed esposti rispetto alle contraddizioni di un´economia globale che per giunta sta avendo su di noi impatti sociali più forti che altrove (anche qui per ragioni connesse a storiche inadeguatezze e a squilibri mai compensati). Percepiamo – sia pure in modo confuso – che la sicurezza complessiva della nostra società sta aumentando, e di molto, ma percepiamo anche – e in modo assai netto – che le quote (per dir così) di questa nuova sicurezza si dividono tra gli aspiranti in modo drammaticamente diseguale, e che gli strumenti per accedervi – mobilità, spazio, informazione, tempo, servizi – si concentrano secondo modalità incontrollate. La consapevolezza dello scarto non si inscrive tuttavia in un´ormai impensabile coscienza di classe, ma dilata solo «l´orizzonte delle paure», come ha scritto Ezio Mauro su questo giornale il 17 giugno, e rende disponibili a una rappresentanza politica che fa, appunto, del timore e della frustrazione il suo collante, che tende a sostituire la delega alla partecipazione, e si mette alla testa delle nuove "plebi"(o presunte tali) non con un messaggio di riscatto radicale, ma con la suggestione di cure assolutamente parziali, però brutalmente efficaci e immediate: Robin Hood tax, ronde e tessere di povertà. E per il resto, calcio (ma l´avete visto il Tg1, in queste sere?), congiunto all´ostentata esemplarità – tra mito e reality – di irresistibili ascese "private", baciate dal denaro e dalla fortuna.
Non sarà facile sostituire all´asse maggioritario fra destra e paura, un opposto legame, fra sinistra e speranza. Ma credo proprio che solo questo potrà essere il nostro compito, e che vi sia d´altra parte – nel mondo che ci aspetta – una intrinseca e oggettiva somiglianza fra la composizione organica della nuova paura e quella della nuova destra (l´idea del vincolo, del limite, del ritorno – altro che libertà!), come ve ne sia una, alternativa, fra sinistra e speranza (l´idea della liberazione, del superamento, della ragione che sa farsi progetto e futuro). Mettersi su questa strada non è semplice. Essa presuppone una critica conseguente dei lati negativi della globalizzazione, che, pur assumendo quest´ultima come un punto di non ritorno – ciò deve restare fuori questione, nello stesso modo in cui lo era per Marx la società capitalistica – sia capace di rendere plausibili ed evidenti le linee di un suo riequilibrio virtuoso, prima locale ma poi completamente planetario. C´è bisogno cioè che la critica dell´economia globalizzata si apra su quella che Jonas e Bauman chiamano una nuova "immaginazione etica", adeguata alle nostre responsabilità, e su una nuova teoria della politica. E questo non sarà possibile se non si tornerà a lavorare, in Europa, a un nuovo rapporto fra intellettuali e popolo, post-ideologico, ma non post-democratico. Sarà bene che l´architettura culturale del Pd che sta nascendo ne tenga debito conto.
A lungo la cultura politico-costituzionale italiana (come del resto quella europea fin dalla Costituzione di Weimar) si è interrogata sul tema di quale dovesse essere il rapporto tra la rendita fondiaria e la tutela dei beni comuni. Il problema è tuttavia scomparso dalle odierne agende «riformiste» (il manifesto del 12 maggio) senza che il compromesso «alto» fra proprietà privata e democrazia raggiunto dalla Costituzione italiana del 1948 abbia ottenuto seguito. (Il tema è stato ripreso da Stefano Rodotà su la Repubblicadi lunedì 11 maggio). Tutte le forze capaci di realizzare quel capolavoro politico-culturale che fu la Costituzione sposarono una logica di lungo periodo ponendo le premesse ed i principi per la realizzazione di un sistema economico-politico misto (Art. 42 e 43 della Costituzone) la cui concreta realizzazione veniva lasciata alla dinamica parlamentare.
Un presupposto fondamentale di ogni economia mista è quello per cui il cosiddetto «surplus cooperativo», ossia la crescita di ricchezza collettiva derivate dall’aggregazione degli individui in società, appartiene a tutti e deve essere utilizzato quindi nell’interesse di un progresso civile e sociale che coinvolga tutti i cittadini di uno stato. In una economia mista, dunque, tale surplus cooperativo non può infatti essere automaticamente ed interamente assorbito dalla proprietà privata. Infatti, se il mio alloggio aumenta di valore, tale aumento è prodotto dalla pressione urbanistica, provocata dal fatto che gli uomini e le donne che vivono o vogliono vivere in citta assieme alle attività economiche e sociali tendono a concentrarsi in certe zone piuttosto che altre.
Sono queste attività sociali che determinano l’aumento del valore della mia proprietà in modo del tutto indipendente dal costo della fabbricazione o dalla qualità dei materiali adoperati per costruirla. Una casa di qualità splendida in una zona «depressa» vale molto meno di una casa costruita con materiali scadenti o anche completamente diroccata in una zona ad alta pressione urbanistica. La forbice fra il valore della proprietà privata sul mercato immobiliare ed il costo (materiali e lavoro) dell’immobile è nota come rendita fondiaria.
La potenza del debito
A chi appartiene questo surplus cooperativo (utilizzando il gergo della teoria dei giochi) o se si preferisce una locuzione più tradizionale, la rendita fondiaria? Oggi, l’ideologia dominante ritiene del tutto scontato che la rendita fondiaria appartenga al proprietario, e anche quel minimo di sua socializzazione prodotta dalla tassazione immobiliare (unica forma di imposta patrinoniale nel nostro sistema) è sotto attacco. Tale comune percezione dimostra il successo dell’ideologia neoliberale, dimenticando il fatto che fino a pochi anni fa la principale preoccupazione delle diverse discipline (sociologia, economia, diritto) che si dedicavano al fenomeno urbanistico era di fornire alla politica gli strumenti istituzionali necessari per governare la rendita fondiaria nell’interesse della collettività che la produce. In altre parole la rendita fondiaria, prodotta da tutti, costituisce un esempio di ricchezza comune, che la politica dovrebbe poter utilizzare nell’interesse di tuttimache quasi sempre viene interamente assorbita dal privato proprietario che così sfrutta una rendita di posizione.
Dopo un quarto di secolo di sostanziale silenzio, di proprietà pubblica, beni comuni e del loro rapporto con la proprietà privata si è ripreso a discutere anche in Italia nel quadro del dibattito sul risanamento dei conti pubblici e sul debito aperto dalla nota proposta di Giuseppe Guarino di vendere il patrimonio immobiliare pubblico per ripianare un debito insostenibile. Il dibattito si è riscaldato principalmente in reazione alla tendenza apparentemente inarrestabile alla privatizzazione e dismissione dei beni pubblici e comuni per esigenze di spesa corrente (la cosiddetta finanza creativa).
La vulgata neo-riformista infatti ha presentato la proprietà pubblica come una specie di buco nero che assorbe risorse senza produrre nulla di cui occorre disfarsi al più presto possible. Le operazioni di dismissione sono state così condotte al di fuori da qualsiasi garanzia costituzionale, come se fosse ammissibile e naturale per un governo in carica, liberarsi di tutto un patrimonio comune garantito dalla Costituzione proprio perchè costruito negli anni con sforzo collettivo. Inoltre, a causa di un quadro normative obsoleto, contenuto nel Codice Civile del 1942 e mai modificato al fine di renderlo coerente con la Costituzione del 1948, qualsiasi privatizzazione anche dei beni pubblici più importanti è stata determinata da un semplice decreto ministeriale di «sdemanializzazione»: al di fuori quindi non solo da qualsiasi controllo costituzionale ma anche senza bisogno di alcun coinvolgimento del Parlamento. Insomma, in Italia il maggiordomo assunto a termine (la maggioranza parlamentare del momento) ha il potere di vendere il patrimonio di famiglia (la collettività dei cittadini italiani) quasi sempre trasferendolo sottocosto ad attori privati e compensando profumatamente le banche d’affari che gestiscono tali «cartolarizzazioni».
Miracoli del censimento
Grazie anche ad un libro fondamentale e coraggioso del Rettore della Scuola Normale di Pisa (Salvatore Settis, Italia S.p.A.) i rischi di tale politica sono stati messi all’ordine del giorno. Si è avviata così una fase di riforme del regime dei beni culturali che hanno ricevuto in poco tempo attenzione bipartisan in forma di un «Codice» (e quindi legislativa) legato al nome di Urbani prima e di Rutelli poi. Ma il patrimonio pubblico, non è affatto limitato ai beni culturali (che pure, soprattutto in Italia, ne sono una componente non trascurabile) e la sua buona gestione e garanzia costituisce una delle più importanti trasformazioni strutturali necessarie per portare la nostra organizzazione sociale in sintonia con la visione della Repubblica italiana contenuta nella Costituzione.
Pur prescindendo dalla rendita fondiaria, fra i beni pubblici infatti ci sono le principali infrastrutture del paese, dalle autostrade alle ferrovie ai porti agli aeroporti, ospedali, tribunali, scuole, asili, prigioni, cimiteri ma anche foreste, parchi, acque, frequenze radiotelevisive e telefoniche, proprietà intellettuale pubblica, crediti fiscali. Il censimento di tali ricchezze ingentissime è iniziato con il «Conto patrimoniale della Pubblica amministrazione» voluto da Giulio Tremonti nel 2004 e per gran parte degli immobili è stato recentemente completato dall’Agenzia del Demanio. Sappiamo adesso che il valore di questo patrimonio pubblico italiano è altissimo, il più alto in Europa, ed è quindi verosimile che la buona gestione di questa ricchezza, secondo principi giuridici generalmente condivisi, possa dare benefici estremamente significativi (non solo economici) alla collettività che, ai sensi della nostra Costituzione, ne è proprietaria.
Non bisogna dimenticare infatti che la collettività non è composta soltanto da proprietari privati ma anche da nullatenenti la cui unica proprietà è pro quota quella pubblica. Di qui il riproporsi dell’annoso conflitto fra proprietà privata e democrazia, alla cui soluzione di principio hanno lavorato i nostri costituenti. Discutere di come utilizzare la proprietà pubblica è perciò questione fondamentale all’interno di un regime politico democratico e il luogo in cui ciò deve avvenire non può che essere il Parlamento perchè il Ministero dell’Economia, a tacer d’altro, è oberato dalle esigenze di far cassa sul breve periodo.
La comunità accademica si è fatta sentire e nel giugno del 2007 il Guardasigilli accolse le raccomandazioni espresso un anno prima dall’ Accademia Nazionale dei Lincei. Con un decreto ministeriale del 21 giugno 2007, l’allora ministro della giustizia Clemente Mastella investì del tema del regime giuridico della proprietà pubblica e della riforma delle parti del Codice Civile che lo riguardano una Commissione affidandone la guida a Stefano Rodotà, uno dei più prestigiosi studiosi internazionali della proprietà. La commissione, composta fra gli altri da «amministrativisti » del calibro di MarcoD’Alberti o da economisti come Giacomo Vaciago, ha completato i suoi lavori nel febbraio scorso a governo dimissionario e Parlamento sciolto. La proposta di legge delega da essa prodotta, è stata tuttavia ripresa e discussa lo scorso mese in una giornata di studio all’Accademia dei Lincei e si trova oggi nelle mani del guardasigilli Angelino Alfano che potrebbe dar prova di autentica volontà riformista di lungo periodo presentandola al più presto al Consiglio dei Ministri al fine di portarla in Parlamento per la discussione.
Fra le più significative innovazioni che il Parlamento dovrebbe dunque discutere vi è l’introduzione di una nozione di beni comuni, che apartengono a tutti i consociati, e che l’ordinamento deve tutelare e salvaguardare anche a beneficio delle generazioni future. Secondo la «Commissione Rodotà» i beni comuni di proprietà pubblica dovrebbero essere gestiti da soggetti pubblici ed essere collocati fuori commercio proprio al fine di evitarne il saccheggio privato.
Sono beni comuni, tra gli altri: i fiumi i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate.
Un patrimonio da salvaguardare
La Commissione per la riforma del Codice Civile ha inoltre previsto altre categorie di beni pubblici, alcuni dei quali, «che soddisfano interessi generali fondamentali, la cui cura discende dalle prerogative dello Stato e degli enti pubblici territoriali», sono ad appartenenza pubblica necessaria e quindi a loro volta non privatizzabili. Vi rientrano fra gli altri: le opere destinate alla difesa; le spiagge e le rade; la reti stradali, autostradali e ferroviarie; lo spettro delle frequenze; gli acquedotti; i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale ed internazionale.
Altri beni sono pubblici non in quanto collegati alla sovranità dello Stato ma in quanto indissolubilmente legati alle esigenze organizzative dello Stato sociale previsto dalla Costituzione italiana: «Sono beni pubblici sociali quelli le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona». Vi rientrerebbero tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, istituti di istruzione e asili; le reti locali di pubblico servizio. Secondo la proposta della Commissione tali beni non potrebbero essere alienati senza che lo stesso livello di servizi sociali sia garantito attraverso altri beni sostitutivi. Tutti gli altri beni pubblici vengono definiti fruttiferi: essi sono alienabili e gestibili dalle persone pubbliche con strumenti ordinari di diritto privato. L’«alienazione » è consentita però solo quando siano dimostrati il venir meno della necessità dell’utilizzo pubblico dello specifico bene e l’impossibilità di continuarne il godimento in proprietà con criteri economici.
Progettualità di lungo periodo
A questa struttura giuridica generale, che cerca di recuperare una progettualità di lungo periodo sviluppando, dopo sessant’anni, il mandato costituzionale, corrispondono diverse proposte volte a coniugare l’equità anche intergenerazionale con l’efficienza economica e gestionale.
In questo itinerario la cultura giuridica ed economica italiana, in dialogo con le più significative esperienze estere, ha cercato di offrire alla politica alcuni strumenti tecnici di avanguardia per affrontare in modo progettuale nell’interesse di tutta la nostra collettività, un futuro di risorse sempre più scarse. Sapranno i «nuovi» Berlusconi e Tremonti, il primo rinnovato statista, il secondo «mercatista» pentito, abbandonare la via della paura ed imboccare finalmente quella della speranza, affrontando in spirito autenticamente bipartisan i veri nodi strutturali ancora da implementare?
Il caso ha voluto che l’annuncio del "pacchetto sicurezza" coincidesse con la discussione al Parlamento europeo sugli immigrati in Italia, alla quale la maggioranza ha reagito condannandola come una manovra contro il Governo. Brutto segno, perché rivela che non v’è consapevolezza della gravità di quel che è accaduto a Ponticelli, con un assalto razzista che la dice lunga sulle responsabilità dei molti "imprenditori della paura" all’opera in Italia.
Invece di riflettere su un caso che ha turbato l’Europa, ci si rifugia nella creazione di un nemico "esterno" dopo aver individuato il nemico "interno" nell’immigrato clandestino, nell’etnia rom. Ma l’iniziativa europea non è pretestuosa, perché i trattati sono stati modificati per prevedere un obbligo dell’Unione di controllare se gli Stati membri rispettano i diritti fondamentali.
Una prima valutazione del "pacchetto" mette in evidenza, accanto all’opportunità di alcune singole misure (come quelle relative all’accattonaggio e ai matrimoni di convenienza), una scelta marcata verso la creazione di un vero e proprio "diritto penal-amministrativo della disuguaglianza". Vengono affidati a sindaci e prefetti poteri che incidono sulla libertà personale e sul diritto di soggiorno delle persone, con una forte caduta delle garanzie che pone problemi di costituzionalità e di rispetto delle direttive comunitarie. Il diritto della disuguaglianza può manifestarsi anche attraverso le norme che prevedono la confisca degli immobili affittati a stranieri irregolari e disciplinano il trasferimento di denaro all’estero. Infatti, può determinarsi una spinta verso un ulteriore degrado urbano, visto che gli irregolari saranno obbligati a cercare insediamenti di fortuna. E la stretta sulle rimesse degli irregolari potrebbe far nascere forme odiose di sfruttamento da parte di intermediari.
Lo spirito del pacchetto si coglie con nettezza considerando il reato di immigrazione clandestina. A nulla sono servite le perplessità all’interno della maggioranza, i moniti del mondo cattolico (da ascoltare solo quando invitano ad opporsi alle unioni di fatto e al testamento biologico?), le osservazioni degli studiosi. Si fa diventare reato una semplice condizione personale, l’essere straniero, in contrasto con quanto la Costituzione stabilisce in materia di eguaglianza. Si prevedono aggravanti per i reati commessi da stranieri, incrinando la parità di trattamento con riferimento alla responsabilità personale.
È inquietante la totale disattenzione per quel che ha già stabilito la Corte costituzionale, in particolare con la sentenza n. 22 del 2007 che ha messo in guardia il legislatore dal prendere provvedimenti che prescindano «da una accertata o presunta pericolosità dei soggetti responsabili», introducendo sanzioni penali «tali da rendere problematica la verifica di compatibilità con i principi di eguaglianza e proporzionalità». Questa logica va oltre il reato di immigrazione clandestina, impregna l’intero pacchetto, ignorando che «lo strumento penale, e in particolare la pena detentiva, non sono, in uno Stato democratico, utilizzabili ad libitum dal legislatore».
Dopo aver annunciato una sorta di secessione dall’Unione europea, accusata di faziosità, il Governo prende congedo dalla legalità costituzionale? Il Governo dovrebbe sapere che i suoi provvedimenti possono essere cancellati da una dichiarazione di incostituzionalità. Rimarrebbe, allora, solo l’"effetto annuncio" per gli elettori del centrodestra.
Così, neppure l’efficienza è assicurata. Un solo esempio. Tutti sanno che sono state presentate 728.917 domande di permesso di soggiorno (411.776 vengono da colf e badanti). I posti disponibili sono 170.000. Una volta esaurite le pratiche burocratiche, dunque, rimarranno fuori 558.917 persone. Che cosa si vuole farne? Che senso ha, di fronte a questa situazione, parlare di reato e abbandonarsi a proclamazioni «mai più sanatorie»?
Ora i governanti parlano di una attenzione particolare per le badanti, ma la soluzione non sta nella ridicola procedura della legge Bossi-Fini, che subordina l’ingresso in Italia alla preventiva chiamata di un datore di lavoro. Chi farebbe arrivare una badante, alla quale affidare funzioni di cura, senza averla vista in faccia? Ed è inaccettabile la furbesca soluzione di far tornare: gli immigrati per una settimana nel loro paese, farli poi chiamare dal loro attuale datore di lavoro e così farli rientrare regolarmente. Ma che razza di paese è quello che dà una lezione di aggiramento delle leggi proprio agli immigrati dai quali si pretende il rispetto della legalità?
Si dice: in altri paesi l’immigrazione clandestina è reato. Ma non si può usare la comparazione prescindendo dal contesto costituzionale, dalle modalità che regolano l’accesso, dal sistema giudiziario. Quali effetti avrebbe sul nostro sistema giudiziario e sulle carceri l’introduzione di quel reato? Sarebbe insensato caricare le corti di diecine di migliaia di nuovi processi, condannando a morte un processo penale già in crisi profonda e rendendo più complesse le stesse espulsioni. Le carceri, già strapiene, scoppierebbero, o salterebbero tutte le garanzie facendo diventare i Cpt veri centri di detenzione. E tutto questo per colpire persone considerate pericolose "a prescindere", quasi tutte colpevoli solo di fuggire per il mondo alla ricerca di una sopravvivenza dignitosa. E la promessa di accoglienza per le badanti "buone", lascia intravedere ritardi burocratici e possibili arbitri. Si corre il rischio di avere norme, insieme, pericolose e inefficienti.
Queste contraddizioni nascono dal trascurare le diverse forme di sicurezza che proprio l’immigrazione ha prodotto. Per le persone e le famiglie, anzitutto. Come ricorda Luca Einaudi nel libro su Le politiche dell’immigrazione in Italia dall’Unità ad oggi, le schiere delle badanti hanno consentito di passare da un welfare sociale ad un welfare privato, diffondendo l’assistenza alle persone al di là delle classi privilegiate. Vi è stata sicurezza anche per il sistema delle imprese, provviste di manodopera altrimenti introvabile. E sicurezza per il paese, visto che è stato proprio il contributo al Pil degli immigrati ad evitare rischi di recessione tra il 2003 e il 2005, a contribuire al pagamento delle pensioni di tutti.
Detto questo, il tema dell’insicurezza non può essere affrontato ricordando solo che le statistiche sull’andamento dei reati dimostrano, almeno in alcuni settori, una loro diminuzione. Il senso di insicurezza non nasce solo dal diffondersi di fenomeni criminali, ma da una richiesta di protezione contro un mondo percepito come ostile, contro presenze inattese in territori da sempre frequentati da una comunità coesa, dunque contro mutamenti culturali. Che cosa fare?
Quando un sindaco coglie pulsioni profonde tra gli abitanti del suo comune, non può andare in televisione dicendo «non chiedo la pena di morte, ma capisco chi la invoca». Deve piuttosto evocare l’ombra di un Gran Lombardo e ricordare che Beccaria contribuì all’incivilimento del mondo con le sue posizioni contro la pena di morte. Quando un sindaco vede a disagio i suoi concittadini nella piazza del paese, non fa togliere le panchine per evitare che gli immigrati vadano lì a sedersi. Quando le situazioni s’infiammano, non si propone un "commissario per i Rom", confermando così l’ostilità contro un’etnia intera. Qui sta la differenza tra svolgere una funzione pubblica e il farsi imprenditori della paura.
Nel discorso di presentazione del Governo, il Presidente del Consiglio ha sottolineato che «la sicurezza della vita quotidiana deve essere pienamente ristabilita con norme di diritto che siano in grado di affermare la sovranità della legge in tutto il territorio dello Stato». Ben detto. Si aspetta, allora, una strategia di riconquista delle regioni perdute, passate sotto il controllo di camorra, ‘ndrangheta, mafia. Non è un parlar d’altro. Proprio la terribile vicenda napoletana ha messo in evidenza il protagonismo della camorra, unico potere presente, imprenditore della paura che esercita la violenza per accrescere la propria legittimazione sociale.
La discussione parlamentare deve ripulire il "pacchetto", concentrarsi sulla migliore utilizzazione delle norme esistenti, sul rafforzamento delle capacità investigative, sull’adeguamento delle risorse. Mano durissima contro le vere illegalità, contro chi sfrutta il lavoro nero e contro il caporalato, contro le centrali del commercio abusivo, dell’accattonaggio, della prostituzione. Non ruolo da sceriffo, ma capacità di mediazione da parte dei sindaci, incentivando le "buone pratiche" già in atto in molti comuni.
Mi sarei aspettato qualche proposta complessiva del "governo ombra", non l’eterno agire di rimessa, segno di subalternità. E i sondaggi siano adoperati ricordando la lunga riflessione sui plebisciti come strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica. Esempio classico: la richiesta ai cittadini di pronunciarsi sulla pena di morte all’indomani di una strage. La democrazia è freddezza, riflessione, filtro. Se perde questa capacità, perde se stessa.
Beni materiali come immobili e terreni; grandi infrastrutture come porti, aeroporti, strade, autostrade, acquedotti; e poi risorse naturali come i parchi, le montagne, il paesaggio, i beni d´interesse storico e culturale. E anche beni immateriali come la moneta, i crediti pubblici, marchi, brevetti, opere dell´ingegno, frequenze elettromagnetiche, diritti televisivi su manifestazioni sportive e quant´altro. Il patrimonio pubblico è una cornucopia di attività che vale, secondo le stime degli esperti, il 140% del Prodotto interno lordo. Ma solo il 25%, pari a 400 miliardi di euro, composto di crediti, partecipazioni, immobili e concessioni, è in grado di produrre reddito.
Oggi questo ingente patrimonio ha un rendimento netto negativo. Se si riuscisse a farlo fruttare almeno il 2%, si otterrebbero circa 10 miliardi all´anno da utilizzare nel conto economico della Pubblica amministrazione. Più o meno, la metà di una Finanziaria di medie dimensioni.
Sul fronte dei beni considerati in eccesso rispetto alle funzioni pubbliche, si calcola poi che il valore complessivo degli immobili ammonti a 100-150 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti crediti e partecipazioni. Dalla privatizzazione di questi cespiti, sempre che costituiscano una "mano morta" per lo Stato e senza comprendere le aziende che svolgono effettivamente attività d´interesse pubblico, si potrebbero recuperare in futuro dai 10 ai 15 punti di Pil. Una riserva disponibile, dunque, che può contribuire a finanziare la costruzione di nuove opere o la riduzione del debito pubblico – un mostro che divora ogni anno 70 miliardi di interessi – nell´ordine di 0,5-1 punto di Prodotto interno all´anno.
È un assurdo tutto italiano che il patrimonio demaniale venga amministrato ancora in base a un "corpus" giuridico di dieci articoli (da 822 a 831), contenuti nel Codice civile del 1942 (Libro III, titolo I, capo II). Sono passati più di sessant´anni e questa disciplina risulta ormai obsoleta, incapace di regolare le trasformazioni intervenute nel frattempo. Ma adesso il nuovo ministro della Giustizia e soprattutto quello dell´Economia troveranno sul loro tavolo la bozza di un disegno di legge-delega, predisposto da una commissione nominata nel giugno scorso dall´ex ministro Clemente Mastella; presieduta da Stefano Rodotà, ordinario di Diritto civile all´Università La Sapienza di Roma; e composta da diversi giuristi ed economisti, tra cui il vice-presidente Ugo Mattei, ordinario di Diritto civile all´Università di Torino; Giacomo Vaciago, ordinario di Politica economica all´Università Cattolica di Milano ed Edoardo Reviglio, docente di Scienza delle Finanze all´Università di Reggio Calabria, al quale si devono le stime riportare all´inizio.
Il progetto elaborato dalla Commissione Rodotà introduce, innanzitutto, una nuova categoria fondamentale: quella dei "beni comuni" che non rientrano strettamente nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa e possono appartenere anche a soggetti privati. Oltre alle risorse naturali (fiumi, laghi, aria, parchi, boschi, foreste e coste dichiarate riserva naturale), ne fanno parte i beni archeologici, culturali e ambientali. «Sono beni che – come si legge nella relazione di accompagnamento – soffrono di una situazione altamente critica, per problemi di scarsità e di depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche». La Commissione li definisce come cose che hanno utilità funzionali all´esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, con riguardo anche alle generazioni future.
È stata prevista perciò una disciplina particolarmente garantistica, in grado di preservarne in ogni caso un godimento collettivo. La possibilità di concessione dei "beni comuni" ai privati viene rigidamente limitata. E mentre il diritto al risarcimento o alla restituzione in caso di danni o di appropriazione spetta allo Stato, la facoltà di ricorrere alla magistratura per inibirne l´uso improprio è riconosciuta a chiunque possa usufruirne, in quanto titolare di un corrispondente diritto soggettivo.
Per quanto riguarda i "beni pubblici", appartenenti a soggetti pubblici, il progetto della Commissione Rodotà abbandona la distinzione formalistica fra demanio e patrimonio, sostituendola con tre nuove categorie: beni ad appartenenza pubblica necessaria; beni pubblici sociali e beni fruttiferi. I primi sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali, come la sicurezza, l´ordine pubblico, la libera circolazione. E comprendono le opere destinate alla difesa; la rete ferroviaria, stradale e autostradale; i porti e gli aeroporti. Per tutti questi beni, viene introdotta una disciplina rafforzata rispetto a quella oggi in vigore per i beni demaniali: oltre a restare inalienabili e non soggetti a usucapione, ricevono garanzie esplicite in materia di tutela risarcitoria e inibitoria.
I "beni pubblici sociali" soddisfano esigenze della persona particolarmente rilevanti nella società dei servizi, cioè le esigenze corrispondenti ai diritti civili e sociali. Ne fanno parte, fra gli altri, le case dell´edilizia residenziale pubblica, gli ospedali, gli edifici scolastici e universitari, le reti locali di pubblico servizio. Per tutti questi beni, il vincolo di destinazione d´uso può cessare solo se venga assicurato il mantenimento o il miglioramento dei servizi sociali erogati. La tutela amministrativa è affidata allo Stato e a enti pubblici anche non territoriali.
L´individuazione della terza categoria, quella dei "beni pubblici fruttiferi", tende a favorire appunto l´utilizzazione più efficiente del patrimonio pubblico, con maggiori benefici per l´erario. Si tratta, in sostanza, di beni privati in appartenenza pubblica, alienabili e gestibili con strumenti di diritto privato. Ma sono stabiliti limiti precisi alla loro alienazione, proprio per impedire le "dismissioni facili" e comunque per privilegiare un´amministrazione efficiente da pare di soggetti pubblici.
Nella stessa prospettiva, il disegno di legge-delega fissa una serie di criteri per garantire al meglio la gestione e la valorizzazione dei beni pubblici. In particolare, si prevede per il loro uso il pagamento di un corrispettivo rigorosamente proporzionale ai vantaggi che può trarne chi li utilizza, con meccanismi di gara fra più offerenti. E inoltre, vengono introdotti nuovi strumenti di tutela in ordine all´impatto sociale e ambientale che deriva dal loro uso.
Al di là degli aspetti economici, «il progetto – come sottolinea lo stesso professor Rodotà – riconduce questa parte del Codice civile ai principi fondamentali della Costituzione, collegandone l´utilità alla soddisfazione dei diritti della persona e al perseguimento di interessi pubblici fondamentali». Non più "mano morta", insomma, ma neppure "dismissione facili" o peggio "svendite di Stato" che favoriscano pochi privilegiati a danno di tutti i cittadini. Se il patrimonio è comune, anche i benefici che se ne ricavano devono essere il più possibile comuni.
«C'è un compito politico che ci impone, nel tempo medio, di chiudere il dopo '89. Che vuol dire superare la dispora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti». Il senso della proposta di Mario Tronti all'Assemblea del Crs di ieri e ai molti ospiti eccellenti presenti in rappresentanza dei vari spezzoni della sinistra, da D'Alema a Bettini, da Mussi a Alfonso Gianni a Cuperlo, si può sintetizzare in questa citazione. E' una proposta politica, che «nel tempo medio» comporta una ristrutturazione del campo, oltre quella divaricazione fra un partito di centrosinistra moderato e un'aggregazione della sinistra radicale che è l'esito attuale del processo iniziato con la svolta del Pci dell'89. Ma è anche una proposta culturale, che fin da subito comporta una tematizzazione di lungo periodo della crisi della sinistra tutt'intera nel contesto storico e internazionale, e uno scatto antidepressivo per uscirne. Malgrado la sconfitta infatti, sostiene Tronti, «questo è un momento favorevole, perché c'è un cambio di fase» che domanda iniziativa. Si è esaurito il ciclo neoliberista, avviato dalla Trilateral nel '73, proseguito con Thatcher e Reagan negli anni 80, con la globalizzazione selvaggia nei '90 e con la rivoluzione conservatrice dei neocons negli Usa di Bush jr. E si è esaurito anche l'esperimento della «terza via» blairiana, «tentativo subalterno» delle sinistre occidentali di competere con l'egemonia liberista facendosi centro. Sul campo, fra le macerie, resta l'esigenza di ricostruire «una sinistra moderna, autonoma, critica, autorevole, popolare» che contrasti la destra «democratica e illiberale», non fascista o autoritaria, sedimentatasi in Italia dal '94 a oggi. Come, Tronti l''aveva già scritto nelle «Undici tesi dopo lo tsunami» del Crs (www.centroriformastato.it) e lo riarticola di fronte all'Assemblea: rilanciando il primato della politica sulla società, puntando cioè a «fare società con la politica» e non a rincorrere populisticamente gli umori e le viscere del sociale, convincedosi che è solo con «l'organizzazione del conflitto sociale, della lotta politica, della battaglia culturale» che si può di nuovo conoscere quella società che il risultato elettorale ci consegna opaca e distante. E ancora: ricostruendo delle elite politiche, contro il populismo di destra e la dequalificazione del ceto politico di destra e di sinistra; riformando rappresentanza e decisione, contro la deriva presidenzialista; associando alla «guerra di posizione» nello scenario nazionale stagnante una «guerra di movimento» nello scenario mondiale in trasformazione.
Resta aperta, per Tronti, l'alternativa tra fare «un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra». Che non è, s'intende, un gioco di parole. L'una e l'altra ipotesi, del resto, sono appunto da «tempo medio» e non sono realisticamente a portata di mano oggi o domani mattina: D'Alema sosterrà che la strada del Pd, «grande partito riformista di centro sinistra», è tracciata, Cuperlo che «la sua implosione sarebbe oggi un danno drammatico», ma entrambi insisteranno su una politica di alleanze a sinistra che archivi le velleità di autosufficienza del Pd, di cui Goffredo Bettini archivia peraltro qualcosa di più, la rincorsa della destra sulla «inciviltà» del mercato senza politica. Prevedibilmente, d'altro canto, risposte positive alla traccia di Tronti arrivano da Mussi e da Alfonso Gianni. Ma aldilà, o forse al di qua, dei passi politici più o meno cauti e felpati, incerti o paralizzati, qualcosa si mette finalmente in moto, e secondo linee non scontate, nella discussione del dopo-sconfitta, se è vero che, come sintetizza Cuperlo, la giornata mette sul tavolo «questioni che da anni abbiamo scelto colpevolmente di rimuovere». E restituisce, come dice Beppe Vacca proponendo un seguito della discussione, «una dimensione temporale, storica e teorica dei problemi che nessuna sede politica da sola è in grado di ordinare». Questione di cultura politica, prima che di agenda politica. Senza la quale, denuncia Alfredo Reichlin, il Pd, nel quale lui pure continua a credere, non fa «il salto di qualità» necessario a uscire dallo «spiazzamento» che lo accomuna alla sinistra europea. Manca qualcosa? Sì, dice Aldo Bonomi, un'analisi sociale della «fabbrica a cielo aperto» che ridisloca sul territorio glocal il conflitto capitale-lavoro. E certo, uno sguardo capace di uscire dal campo limitato del ceto politico della transizione, e di imparare qualcosa dalle esperienze di movimento che - vecchio vizio di partito - tutti oggi, da D'Alema a Bertinotti allo stesso Tronti, trascinano nell'orbita della sconfitta. Ma l'aria riprende a circolare. Non è poco.
«Dopo lo tsunami». Tutti uniti dal Crs, per un giorno
Come si riapre una «prospettiva di ricostruzione di un grande sinistra moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare». Domandone del secolo nuovo, non solo alle nostre latitudini, quello che ha posto il filosofo Mario Tronti. E voglia di ragionare intorno all'argomento, c'è. Per lo meno tra i politici e gli intellettuali che si sono riuniti ieri all'assemblea annuale dal Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato. Parterre d'altri tempi, passati. Qualcuno si augura futuri. Tra gli altri, Massimo D'Alema, Fabio Mussi, Alfonso Gianni, Pierluigi Bersani, Goffredo Bettini, Alfredo Reichlin, Miriam Mafai, Giuseppe Vacca. Tronti, presidente del Crs, ha svolto la sua relazione, quella delle '11 tesi dopo lo tsnunami'(vedi manifesto dell'11 giugno) e ha invitato a «chiudere il dopo '89, superare la diaspora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti». Ora serve, ha detto, «riprendere la strada dritta e lunga. La cosa che lascerei in dubbio è se fare un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra». Ma il percorso è lungo, e la polemica con il Pd lo sta a testimoniare. Per Fabio Mussi quel partito è «l'ultimo atto della piece della crisi della sinistra», perché «l'idea che si dovesse occupare il centro è stata una idea sbagliata». Quindi, «bisogna lavorare per organizzare nella società e in parlamento una opposizione che si rispetti, poi a modificare il quadro politico per aprire un nuovo spazio per una sinistra moderna, popolare, autorevole». Per l'opposizione Pierluigi Bersani ha invitato a guardare al «tema del progetto, perché se vinci vinci da tutte le parti, anche al centro. Il che però non significa che non sei in un posto. Per me - ha aggiunto - è possibile avere un soggetto politico di una grande sinistra democratica che tolga il trattino del centrosinistra e che dica cose nuove». Alfonso Gianni, Prc, ha sottolineato che «la sinistra è un progetto politico, perché la politica deve parlare alla società, ed è per questo che un progetto politico serve. Ma è strano che chi, invece, dice che la sinistra esiste in natura poi la espelle dal proprio nome». Oggi, ha proseguito - tutti quelli che vogliono un cambiamento del sistema hanno il dovere di creare un nuovo soggetto, sapendo che le forze esistenti, di tutte le cromature, non sono sufficienti».
Della fine dell'illusione dell'autosufficienza ha parlato anche Massimo D'Alema, semnza risparmiare critiche all'indirizzo della prima gestione del Pd. «Non abbiamo avuto la forza di condurre a esito la transizione, il coraggio di fare innovazione politica». Però, visto che la destra è fragile e comunque ben lungi dall'aver vinto la partita, l'opposizione ha ancora più motivi per organizzarsi. «Adesso si sta creando, io spero che si crei, un grande partito riformista di centrosinistra. Ce n'era bisogno in Italia, purché questo non pensi di essere autosufficiente».
Attenzione a non confondersi dietro Berlusconi. L'avvertimento di Mario Tronti arriva alla vigilia dell'assemblea del Crs nel momento in cui torna alto l'allarme di tutta l'opposizione per le iniziative del premier e anche il Pd che si era aperto al dialogo strilla al «ritorno del caimano». Tronti obietta: «Non ci sarà un passaggio di regime. Berlusconi è sempre lo stesso, le sue iniziative fanno molto rumore però poi vengono recuperate nell'andamento lento delle cose, il problema è non confondersi, è capire bene cosa è questa nuova, antica destra che si afferma in Europa».
Non c'è un caso italiano?
In Italia abbiamo di fronte questo personaggio con i suoi interessi personali, ma quando il ceto politico si misura soltanto sulla sua persona ci fa perdere di vista l'analisi di fondo. Berlusconi è un animale politico di una certa capacità intuitiva e ha improvvisamente tagliato i ponti con Veltroni per tornare sul terreno che predilige. Se non ci fosse questo antiberlusconismo enfatizzato fino al limite del dramma italiano la sua figura verrebbe ridimensionata e probabilmente verrebbe fuori un discorso di destra più profondo che potrebbe persino emarginarlo.
Destra italiana senza Berlusconi?
La destra è un dato organico che adesso si trova a una svolta. Il ciclo neo liberista è arrivato a conclusione e torna una destra più tradizionale, neoconservatrice. E la destra italiana si sta compattando. Ha molte delle caratteristiche della destra mondiale, a prescindere da Berlusconi. Una delle spie è la personalità di Tremonti. La destra sociale che pensavamo fosse una piccola porzione post fascista diventa invece una caratteristica della destra nel suo complesso. Di fronte a questa destra profonda c'è una sinistra leggera, dunque non c'è partita.
E gli operai votano Lega?
Su questo ho sentito troppi ragionamenti semplificatori. Come se il problema fosse quello di capire e non di spostare il voto di questi operai. La politica, dicono tutti, deve ascoltare, capire. Seconde me deve soprattutto parlare, dare risposte e intervenire. Se non lo fa la società si autogoverna ed è tanto peggio per chi vuole cambiarla.
Guardare al sociale è però uno slogan molto in voga nella sinistra uscita con le ossa rotta dalle elezioni. E anche il Pd vuole «tornare al territorio».
Il Pd e le formazioni che gli sono alla sinistra hanno peccato della stessa mancanza di iniziativa, sono stati incapaci di far parlare la politica. Sono rimasti chiusi in un'idea passiva della rappresentanza che magari era possibile quando avevi già nella società le grandi classi con una loro sostanza strutturale e dunque grandi interessi. Si possono rappresentare solo i grandi interessi, i piccoli bisogna orientarli e correggerne il particolarismo. Tornare al territorio è una scappatoia nel senso che non si tratta di rispondere ai singoli territori ma di riacchiappare tutto interpretandolo creativamente.
Un partito nazionale che sappia far parlare la politica con un'idea precisa della società. Vasto programma di fronte alle macerie elettorali.
Paradossalmente è un momento favorevole. Sono cadute le due illusioni che hanno dettato l'ordine del giorno della politica di sinistra negli ultimi venti anni. E' caduta l'illusione delle terza via tra sinistra e destra, con il suo ideatore Blair ma anche con il suo epigono tedesco Schroeder. L'idea che la sinistra dovesse farsi centro per gestire il ciclo neoliberista meglio della destra mi pare esaurita anche negli Usa, Obama non è Bill Clinton. Anche lì finisce la competizione al centro e le primarie indicano una polarizzante divaricazione.
Destra e sinistra categorie «emergenti»?
Per questo il partito democratico in Italia è arrivato fuori fase. Quando la fase in cui poteva essere protagonista è già passata e questo è il motivo per cui il progetto non marcia, anzi mi pare di vederlo già al capolinea.
L'altra illusione crollata?
E' finita la fase neomovimentista. Durante la quale l'egemonia culturale nella sinistra radicale era esercitata dal movimento no global. E' finita proprio perché è finita la fase neoliberista e la contrapposizione tra movimenti e grandi organismi economico finanziari mondiali non si ripropone. Anzi, ora c'è di fronte una destra neo conservatrice che torna a fare politica, contesta lei stessa l'autorità di questi organismi internazionali, torna protezionista.
Se è così, e se davvero il Pd è al capolinea, si può ipotizzare una ricomposizione a sinistra?
Si riapre un tema grande. Perché in questo paese non c'è più una forza che si dichiara di sinistra? L'anomalia italiana del più forte partito comunista dell'occidente finisce nel suo contrario. E' un problema che devono porsi tutti, sia quelli che stanno nel Pd sia quelli che stanno alla sua sinistra. La soluzione non può essere rimettere insieme i pezzetti di una piccola sinistra, ma ricomporre una forza politica a vocazione maggioritaria.
Cioè tu dici che dalle elezioni è uscita sconfitta l'illusione del fare da soli, non solo del Pd ma anche della sinistra di alternativa?
La sinistra alternativa non può concedersi il lusso di essere minoritaria. Tra l'altro è contro la nostra tradizione vorrei dire bolscevica. E non serve a fare gli interessi della nostra parte, l'operaio è costretto a votare per la Lega.
Ma l'idea di ricomporre la sinistra con un pezzo del Pd pare fuori dall'orizzonte politico. Anche i meglio disposti tra i democratici - D'Alema è annunciato all'assemblea del Crs - non si spingono oltre l'auspicio di nuove alleanze.
Non è un processo di breve periodo e per il momento credo sia giusto passare da una fase di aggregazione della sinistra, giusto incoraggiare chi ci sta tentando come Vendola dentro Rifondazione. Ma io credo che sarebbe sbagliato considerare questo soggetto unitario della sinistra come autonomo per i prossimi decenni di fronte a un Pd centrista. Questa nuova formazione di sinistra dovrebbe invece avere un ruolo per spostare gli equilibri interni del Pd in modo tale che si riapra il processo. E' una prospettiva, lo ripeto, che non esclude affatto che intanto si componga un soggetto di sinistra. Ma non bisogna considerarlo un approdo definitivo. Sarà quello che è oggi il Pd, una tappa.
La rivista compie ottant’anni
di Francesco Erbani
Quando nacque, ottant’anni fa, la rivista si chiamava La casa bella. Si rivolgeva a una borghesia in ascesa, un po’ impacciata, incapace spesso di addobbare la tavola o di sistemare le poltrone in salotto per la visita dei parenti. Proponeva soluzioni per l’abitare decoroso, educava al gusto e di gusti ne suggeriva molti. Poi, all’inizio del 1933 la testata fu affidata a Giuseppe Pagano e divenne Casabella, un neologismo di matrice modernista che spiazzava le abituali lettrici. Conservò il precetto di educare e informare, raccontando che cosa si realizzava in Europa. Ma invece di vellicare le ambizioni per non sfigurare in società, si rivolse ai primi laureati usciti dalle facoltà di Architettura (fino al 1927 il diploma lo attribuivano le facoltà di Ingegneria), un ceto professionale cui il regime fascista guardava con cupidigia, impegnato in grandi programmi di opere pubbliche e lanciato a sventrare imperialmente i centri storici italiani.
L’esito non fu esattamente quello che il fascismo auspicava. Ma l’obiettivo di educare e informare è rimasto il tratto costitutivo di una delle più celebri riviste di architettura, sostiene l’attuale direttore di Casabella, Francesco Dal Co, professore di storia dell’architettura allo Iuav (Istituto universitario architettura di Venezia), che ne regge il timone dal 1996. In ottant’anni Casabella ha narrato progetti e trasformazioni urbane, segnalando, documentando ciò che si agitava nel mondo dell’architettura, e non solo in quello dell’architettura e fornendo comunque l’occasione, a chi voglia oggi sfogliarne la collezione, di sondare un certo modo d’essere dell’Italia e degli italiani. Che sapessero o meno d’architettura.
La drammatica vicenda di Pagano è all’origine di questa storia. «Pagano si propone di tenere aggiornata quella piccola schiera di giovani professionisti appena laureati e di infondere loro un criterio etico nell’esercizio del mestiere», spiega Dal Co. Pagano è un fascista inflessibile. È nato a Istria nel 1896, il suo vero cognome è Pogatschnig, che cambia nel 1915 quando si arruola volontario nella prima guerra mondiale. Con i legionari di D’Annunzio occupa Fiume nel ‘19 e fonda il Fascio di Parenzo. Ma del fascismo interpreta l’anima sociale e rivoluzionaria. Marcello Piacentini dalla sua rivista Architettura propugna invece quella scenografica e monumentale. Casabella illustra i vantaggi delle scelte compiute nel Nord Europa, incalza il regime a sostenere l’intervento pubblico nell’edilizia, prende a modello la casa popolare della Repubblica di Weimar, non approva le demolizioni nei centri storici, critica gli sprechi di danaro per costruire "boriose montagne di marmo", mentre molta gente è costretta a vivere in luoghi malsani. Avversa gli speculatori che pascolano all’ombra dei gerarchi.
Fino al 1941 Pagano pensa che le sue idee non siano inconciliabili con il fascismo. Ma già nel ‘42 si dimette dalla Scuola di mistica fascista. E un anno dopo, nonostante l’amicizia con Giuseppe Bottai, è costretto a chiudere Casabella. Dopo il 25 luglio Pagano è già dall’altra parte. Si avvicina alla Resistenza, svolge attività clandestina, viene arrestato una prima volta, poi scappa ed è di nuovo catturato dalla famigerata banda Koch. Lo torturano e lo spediscono a Mauthausen, dove muore il 22 aprile del ‘45, pochi giorni prima che arrivino i sovietici.
«Pagano non fu un grande architetto», dice Dal Co. «Il progetto nel quale racchiude le sue convinzioni di aurea mediocritas è l’edificio della Bocconi a Milano. È un interprete moderato del movimento moderno e infatti terrà sempre fuori da Casabella il radicalismo propugnato da Giuseppe Terragni. Nel ‘36 cura una celebre rassegna alla Triennale di Milano sull’architettura rurale, in cui sostiene che il Mediterraneo è la culla del moderno di sempre, il moderno che tutta l’architettura deve eleggere come proprio modello».
La linea di continuità della rivista viene celebrata nel 1946, quando Casabella, che riprende a uscire a ritmi alterni, dedica un numero monografico a Pagano, curato da Franco Albini e Giancarlo Palanti, due dei suoi più stretti collaboratori. In esso è pubblicata la lettera-testamento che Pagano scrive da Mauthausen: «Avevo tanti sogni, tanti progetti e tante speranze quasi certe. Finito! A voi continuare bene e meglio». Fra gli interventi anche quello di Ernesto Nathan Rogers, intitolato Catarsi: sarà proprio Rogers a prendere in mano le redini della rivista nel 1954.
Anche la vita di Rogers è segnata dalla tragedia novecentesca. Ebreo triestino, nel ‘39 si rifugia in Svizzera (dove tiene dei corsi ai giovani internati, fra i quali Antonio Cederna), mentre uno dei colleghi del suo celebre studio BBPR, Gian Luigi Banfi (gli altri sono Lodovico di Belgioioso ed Enrico Peressutti) muore ucciso dai nazisti in una camera a gas del lager di Gusen, anche lui pochi giorni prima della liberazione.
Rogers si inscrive nella linea di Pagano. Ma mutato del tutto è il contesto. Sono gli anni dell’impetuosa espansione delle città, della speculazione e dei grandi esperimenti di edilizia popolare (il piano Ina-Casa inizia nel 1949). «Rogers intrattiene legami con l’ambiente di Adriano Olivetti e allarga i riferimenti internazionali di Casabella», ricorda Dal Co. «Nei suoi editoriali insiste sulla dimensione etica e sul riscontro sociale del mestiere d’architetto. In questi anni Casabella compie una scelta di campo, sostiene le ragioni della pianificazione urbana contro chi lascia che la crescita delle città sia affidata alla rendita fondiaria. Questa posizione è limpidamente espressa, per esempio, nelle discussioni sul Piano regolatore di Roma, nei primi anni Sessanta, o sul centro direzionale di Torino».
Fra i nomi che arricchiscono Casabella negli anni di Rogers (che conserva la direzione fino al gennaio del 1965), Dal Co ricorda quelli di Giulio Carlo Argan, di Pierluigi Nervi e del filosofo Antonio Banfi. Contemporaneamente approdano alla rivista i più giovani Aldo Rossi, Vittorio Gregotti e Giancarlo De Carlo. Nel ‘70 Casabella tenta una svolta che, segnala Dal Co, rompe con la tradizione di rassegna d’architettura che rifiuta di farsi sostenitrice di tendenze. Alessandro Mendini, il nuovo direttore, «vuole che Casabella abbia un suo esplicito punto di vista, diventi una rivista d’avanguardia al pari di altre che si muovono sulla scena della pubblicistica e della cultura italiana dopo il Sessantotto». Ma i risultati stentano a vedersi. «Le vendite vanno male e si fa fatica a comprendere come Casabella si appiattisca troppo sul contingente». Toccherà a Gregotti, dopo la direzione molto centrata sul dialogo fra discipline – gli storici, i filosofi, i sociologi – di Tomás Maldonado, «riportare Casabella nella linea di Rogers». L’architetto milanese assume la guida della rivista nel marzo del 1982. «L’architettura torna a essere centrale, come pure l’informazione e l’aggiornamento. La novità di Gregotti consiste nell’imporre giudizi di valore di cui fa le spese uno dei protagonisti della scena di quegli anni, Aldo Rossi».
La Casabella che si è affacciata sul nuovo secolo vive in un contesto radicalmente cambiato. «Proviamo a distinguere la storia dell’architettura dalla pratica, che utilizzano strumenti diversi», racconta Dal Co, «e teniamo rigidamente separata l’informazione dalla pubblicità: la commistione nel nostro campo può avere effetti tanto soffusi quanto perversi». Ma il vero problema è la lingua che si usa per raccontare l’architettura, in un sistema in cui la comunicazione è dominata dalle parole ad effetto, dalla ricerca di stravaganza. «Di per sé l’architettura è specchio del mondo, tanto più l’informazione sull’architettura rischia di essere schiava dei luoghi comuni, dei nomi che ritornano. Il nostro sforzo è quello di non ridurla a moda o, peggio, a tatuaggio, come diceva Adolf Loos. In generale si presta troppa attenzione a progetti quanto meno contraddittori, solo perché opera di un ristretto numero di grandi firme, ma nel frattempo le città continuano a crescere in modi abnormi. A Milano, per fare un esempio, tutta l’attenzione è concentrata sul progetto dei grattacieli di City Life. Ed è giusto che si discuta. Ma non c’è la stessa preoccupazione per quel che è già avvenuto nell’area dell’ex-Maserati, che a mio avviso è un obbrobrio. Spesso sfugge la complessità dei problemi che c’è dietro l’architettura».
Quante discussioni sul moderno
di Vittorio Gregotti
Quando Ernesto Nathan Rogers venne chiamato a riaprire Casabella, insieme a Giancarlo De Carlo e a Marco Zanuso, fui scelto a far parte della redazione. Il primo numero con un testo di apertura di Walter Gropius venne pubblicato nel dicembre 1953. Nel 1956, quando De Carlo e Zanuso lasciarono la redazione, fui nominato caporedattore e rimasi sino al 1963. Furono anni di straordinarie discussioni, con il contributo di Enzo Paci, sui temi del progetto di architettura in relazione al pensiero fenomenologico, al marxismo ed al pensiero negativo. Gli incontri con tutti i protagonisti europei del movimento moderno erano frequentissimi.
Nel 1982 fui chiamato a Casabella come direttore. Il programma che si sviluppa lungo quattordici anni ha un obiettivo principale. Offrire un punto di vista preciso, quello habermasiano del progetto moderno, aperto alla discussione, contrario all’ideologia postmoderna che anche oggi perseguita l’architettura con nuove estetiche, aperto alle nuove forme di realismo critico e ai problemi del disegno urbano e territoriale. Si cercava di scegliere da un preciso punto di vista cosa pubblicare ed anche perché e di riaprire il dibattito intorno ai fondamenti della disciplina. In questo ci sono stati indispensabili i contributi di Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, François Lyotard, Joseph Rykwert, Kenneth Frampton. Ci sorreggeva poi la solidarietà di architetti come Ungers, Stirling, Siza, Bohigas, Chemetov, Ciriani, Valle, Snozzi, ma anche di architetti che sostenevano punti di vista diversi come Robert Venturi o Aldo Rossi (pubblicato nel 1984). La collaborazione con i redattori, da Croset a Bruno Pedretti, da Brandolini a Giacomo Polin, è stata indispensabile ma soprattutto il contributo attivo e costante di Bernardo Secchi e Manfredo Tafuri hanno costruito gran parte della vitalità della rivista in quegli anni. All fine del 1995 la rivista viene forzosamente acquistata dal gruppo Berlusconi, io vengo licenziato e Francesco Dal Co è nominato direttore.
Mario Rigoni Stern è morto l’altro ieri sera ad Asiago, nel vicentino, dove era nato nel 1921 e dove era tornato a vivere subito dopo la guerra. Rispettando le volontà dello scrittore, la notizia della sua scomparsa è stata diffusa dai familiari soltanto ieri a funerali avvenuti.
«Son tornato vivo da una guerra. Ho avuto una buona moglie e bravi figli. Ho scritto libri. Ho fatto legna. Me basta e vanza. ‘Desso posso morir in pase». Così disse il vecchio quando andai a trovarlo l’ultima volta nella sua casa al limitare del bosco, sull’altopiano di Asiago. Era metà marzo, e lui stava in cucina sulla sedia a rotelle, un maglione di lana grezza addosso, davanti a un piatto di salsicce e patate con un bicchiere di rosso. Appena toccai la corteccia della mano - la stretta fu forte come sempre - sentii che non stava morendo, ma solo diventando bosco. Fuori era tutto primule e letame, le cinciallegre e i fringuelli sparavano trilli fenomenali, l’ultima neve splendeva, il disgelo marciava alla grande, tutta la natura si svegliava. Così ricordai quanto mi aveva detto un anno prima. «La primavera è la stagione giusta per partire, perché sai che la vita continua».
Ma per me il tempo del Mario era l’inverno. Quando nevicava, il primo pensiero era per lui. Ovunque fossi, cercavo la direzione dell’altopiano e dicevo tra me: il vecchio sarà contento, si sarà fregato le mani, avrà buttato altra legna sul fuoco. Insomma, Mario c’era, stava lassù, ed era bello saperlo. Era la garanzia che non tutto era perduto, la natura stava ancora nei binari. «Sono nato alle soglie dell’inverno - così esordisce il suo libro dedicato alle stagioni - e la neve ha accompagnato la mia vita. All’asilo infantile le suore ci avevano insegnato una canzoncina che diceva di un bambino che dormiva in una culla e di una vecchia che cantava, il mento sulla mano: «Nel bel giardino il bimbo s’addormenta / la neve fiocca lenta lenta lenta».
La Bianca Signora gli aveva portato via i compagni in Russia, ma non la odiava per questo. Quando turbinava in silenzio, usciva arruffato e felice, guardava la radura con quella foresta di capelli matti da giovanotto, barba gelata dal fiato, occhi umidi da cane pastore, poi andava a rovistare in legnaia. Per lui l’inverno era «la tavola grande dove si sta in tanti», gli sci in spalla, la dispensa piena, le corse e le capriole nella neve. Era soprattutto il tempo della scrittura, della memoria e del racconto. D’inverno vivi e morti si avvicinavano, il Sergente nella Neve tornava, le porte del cielo erano spalancate.
Aveva capito tutto: la montagna è l’ultimo baluardo, l’ultimo serbatoio di risorse in un mondo dilapidato. Sapeva che va difesa a ogni costo, e lui lo faceva: s’era buttato nella sfida con passione civile, a ottant’anni suonati, intervenendo sulla stampa nazionale contro la strategia dell’abbandono. «Il mondo che stiamo vivendo è fatto per consumare - ripeteva - ma consumando consumiamo anche la natura, e quindi l’uomo». Un giorno s’è augurato di «vivere abbastanza per vedere il mondo rinsavire un po’, con la fine degli sprechi, delle cose inutili, del chiasso, delle luci artificiali che nascondono le stelle». Senza il suo magistero morale, ora la battaglia per la sopravvivenza di quest’ultimo pezzo di mondo incontaminato diventa più difficile. Oggi non è solo la letteratura che perde un protagonista; è anche la montagna italiana che perde un difensore.
Mario nasce ad Asiago nel novembre del 1921, tre anni dopo la fine della guerra che ha devastato l’Altopiano. E’ quello il Grande Evento fondativo della sua immaginazione. Ha radici profonde; una storia di famiglia lunga mille anni, tutta lassù, tra i liberi Comuni dei Cimbri. Vive un’infanzia brada, in compagnia dei pastori delle malghe. A diciassette anni, va alla scuola militare alpina di Aosta, dove scopre la grande montagna. Ma è subito la seconda guerra, l’aggressione alla Francia e la campagna di Russia con le scarpe di cartone. Nella ritirata compie quello che definisce «il capolavoro della vita»: una notte parte dal Don con settanta alpini e cammina verso occidente nella bufera, sganciandosi dal suo caposaldo senza perdere nemmeno un uomo. Torna a casa, ma dopo l’8 settembre viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di lavoro in Masuria, a Nordest di Varsavia.
La prigionia non è solo il tempo della fame e del patimento. E’ anche il tempo della scrittura. Il suo cammino letterario comincia lì, in una baracca «buia, gremita e maleodorante» sui laghi gelati fra Polonia e Lituania, sotto un cielo pieno di stelle. Accanto al tavolaccio senza paglia che gli fa da branda, ha uno zaino con dentro fogli arrotolati che diventano il suo diario.
Come Primo Levi ad Auschwitz, si aggrappa alle memoria per non impazzire. Come Nuto Revelli in quegli stessi anni, capisce il valore immenso del mondo contadino da cui proviene. Dopo due anni, a guerra finita, torna a casa a piedi, viaggiando di notte e nutrendosi dei frutti del bosco, sorretto dal miraggio della sua piccola patria.
Dall’esperienza russa nasce il suo testo più famoso, Il sergente nella neve, che cinquant’anni dopo sarà trasformato in monologo teatrale da Marco Paolini. «I russi - racconterà all’attore - combattevano per le loro case, i tedeschi per il grande Reich, noi italiani per salvare la vita». Fa seguito Il bosco degli urogalli e soprattutto la Storia di Toenle, dove si narra di un contadino, pastore e contrabbandiere che trova nell’attaccamento alla sua terra l’unico possibile rifugio dagli sconvolgimenti della Grande Guerra che devasta l’Altopiano. Scrive perché la memoria non sia perduta: il Sergente è dedicato a quelli che non sono ritornati, Toenle ai racconti dei nonni, L’anno della vittoria alle sofferenze dei profughi, Le stagioni di Giacomo ai partigiani costretti a emigrare dopo avere ridato la libertà al Paese. E poi, recentissimo, Le Stagioni, dedicato alla natura. Un canto alla lettura ciclica del tempo, affine nello schema alle Georgiche di Virgilio.
Una vita piena, attaccata alla sua montagna. «Non potrei vivere in nessun altro luogo» diceva tra una sciata e una gita. Persino Asiago-paese era troppo grande e rumoroso per lui. Ha aspettato di avere ottantadue anni per andare a caccia di camosci la prima volta in vita sua e impallinare una bestia al primo colpo. Aveva una mira infallibile e nel bosco vedeva quello che gli altri non vedevano. Una notte di due anni fa ci trovammo a Jesolo per un evento letterario. Lui fece notte in allegria, cenando con le autorità locali in un casone sperduto della Bassa veneta, oltre la muraglia di cemento della Riviera, ma poi a un tratto disse: «Fioi, no vedo l’ora de tornar su in montagna». Era anarchico e partigiano nell’anima; si imboscava appena possibile e odiava la pianura perché c’era troppo rumore e troppa luce.
Era grande nella scrittura, ma ancora di più nella narrazione orale. Era figlio di quella cultura e aveva un periodare spiccio e concreto, fatto di cose semplici: la pioggia, la neve, la legna, le patate, le mele, il fuoco, la carta di un vecchio libro. Le evocava, ne sentivi la ruvidezza e l’odore. «La parola detta - spiegò in un incontro pubblico a Torino - viene molto prima della parola scritta. Ha un ritmo che si sposa con l’andatura dell’uomo, che è un animale nomade imprigionato dalla modernità». Come Claudio Magris, altro grande battitore di boschi e brughiere, anche per lui l’andatura era ritmo, metrica, dunque narrazione.
Lamentava: «Cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più».
Un giorno lo andai a trovare e mi accompagnò a piedi verso Malga Zevio, nella zona delle trincee raccontate da Emilio Lussu. Camminò sulle rocce dove erano morti migliaia di soldati, ascoltò il silenzio dell’Altopiano, interrotto solo dal ronzio dei mosconi. Poi disse: «Di questi tempi c’è troppo rumore, stiamo perdendo il senso delle parole, la loro forza terapeutica. Eppure l’uomo ha bisogno delle parole, sennò non le manderebbe a memoria. Primo Levi si salvò recitando la Commedia. Serbare il Verbo in petto gli impedì di diventare un numero e il segreto della parola fece la differenza tra i vivi e i morti». Disse che in Russia - che lui chiamava commosso «la mia Russia» - la gente andava a recitare sulle tombe dei poeti, e lì declamava, fremeva, piangeva, evocando parole dette chissà quanti anni prima.
Sentiva la sofferenza della natura per il surriscaldamento dell’atmosfera. Guardava continuamente il cielo, ascoltava il canto degli animali del bosco, controllava i movimenti degli animali. «Guarda - mi disse quell’estate, la tremenda estate rovente del 2003 - gli abeti sono in esuberanza, sono pieni di strobili e polline». Poi imitò il trillo di un uccello: «Le allodole - aggiunse - sono salite sopra i 1500 metri, lo capisci dal canto all’alba che non si sente più attorno al paese». S’era accorto che le zecche non c’erano più, e le vespe germaniche pure. I funghi erano scomparsi, le vipere invece si erano moltiplicate. C’erano «troppe ortiche», lamentò. «Se la politica non aiuta chi lavora su in malga, le erbe matte arriveranno fin dentro la piazza di Asiago».
«Spegnete la televisione, prendete un libro» disse a sorpresa un anno fa davanti a milioni di telespettatori nell’unico talk-show cui aveva accettato di partecipare. Non aveva paura di nessuno, e parlava volentieri soprattutto con i giovani. Sentiva l’urgenza di un messaggio da lasciare. A un raduno di cacciatori «gentiluomini» in Val Badia mi disse di essere ai ferri corti con la televisione, mezzo «volgare e banale». «Lo dirò un giorno ai loro direttori - sbottò - vi prego, tenetemi sveglio almeno durante il telegiornale». Fuori pioveva in modo impressionante sulle Dolomiti, e lui si sedette accanto al fuoco per raccontare. Evocò storie di preti-bracconieri e i favolosi racconti sulle battute di caccia della letteratura russa, tra le betulle del Nord, il suo albero preferito. Sobbalzando sulla poltrona, raccontò di un commilitone uscito allo scoperto dalle linee, sotto il tiro dei russi, per correre dietro a un volo di starne.
Chiamarsi Rigoni e morire in una contrada di nome Rigoni - Asiago è una rete di frazioni sparse sui pascoli - , vivere in una terra dove basta chiedere «dov’è la casa del Mario» per farsi indicare la strada, tanto il cognome è sottinteso, credo sia una grande fortuna in questo tempo di stradicamenti e meticciati selvaggi. Quando ci andai l’ultima volta, mi bastava nominare il Mario e la gente abbassava la voce, come per non disturbare l’evento misterioso che si compiva, come se tutto l’altopiano aspettasse col fiato sospeso la caduta della quercia e ogni alberello sapesse che l’equilibrio del bosco sarebbe mutato con la sua assenza. Di certo, la foresta lo chiamava, e non era una foresta qualunque, era quella che l’aveva visto nascere. La fine del Mario era davvero un inizio.
«No go paura de morir» disse con voce flebile. Ma le guance erano rosse come sempre, e nell’occhio stanco ardeva una luce febbrile. Continuò: «Mi avevano detto che non sarei arrivato a febbraio, e adesso è marzo. Non so se arriverò alle elezioni, ma mi piacerebbe che Quello Lì andasse a casa». Quello Lì era l’innominabile, il grande manipolatore, e la luce negli occhi erano i carboni ardenti della passione civile. Ero arrivato da lui con una coppia di amici che gli avevano portato un cesto di uova ruspanti, raccolte il giorno prima nel pollaio di casa. «Uova partigiane», dissero, mandategli dagli ultimi testimoni-protagonisti della Resistenza sulla Linea Gotica. Lui fece il baciamano a lei e diede la zampaccia a lui. Era contento. Poi disse: «Mi raccomando, non voglio pagliacciate ufficiali. Niente cori e discorsi. Che si sappia una settimana dopo».
Uscendo, ci fermammo nel soggiorno inondato di sole e bevemmo un bicchiere con la moglie Anna e il figlio Alberico, una montagna d’uomo, assessore all’ambiente del Comune di Asiago. Il Mario continuava a mangiare in silenzio, in cucina, e noi promettemmo di tornare, l’estate, a fare il giro delle malghe, «perché lassù si gioca una battaglia importante». Bisognava continuare il lavoro del vecchio, non mollare al cemento. Salutammo.
Avevamo già addosso il suo odore, i suoi scarponi e il maglione. Poi salimmo verso l’Ortigara, fin dove la neve bloccò la strada. Eravamo felici.
La lettera di
Piero Fassino
Caro Padellaro,
non mi viene in mente nessun Paese democratico, né di quelli governati dai conservatori, né di quelli governati dai progressisti, dove un capo del governo - nel nostro caso direttamente proprietario di un impero mediatico e finanziario - occupi il suo tempo ad attaccare platealmente una testata che non può controllare, né condizionare direttamente o indirettamente.
È un comportamento molto grave che smentisce una volta per tutte la falsa immagine di un leader politico come Berlusconi che vuole presentarsi agli italiani come capo dei moderati. Non c'è nulla di moderato in questo attacco a l'Unità, né nel tentativo disperato di aggredire, offendere, demolire gli avversari politici e gli organi della stampa libera.
Tenete duro, il più grande partito dell'opposizione - e del Paese - è con voi; sono con voi decine di migliaia di cittadini che leggono l'Unità e i tantissimi italiani che trovano incredibile l'aggressione a cui la vostra testata è sottoposta. Continuate nell'opera preziosa di far vivere ogni giorno un'informazione libera e seria.
Nessuna intimidazione vi potrà fermare nel fare onestamente il vostro lavoro e il 9 aprile, ne sono convinto, gli italiani manderanno in archivio Berlusconi e le sue pulsioni autoritarie e populiste.
Buon lavoro.
Perché ci odia
di Antonio Padellaro
Caro Fassino,
Grazie per le tue parole di solidarietà, forti come quelle che in questi giorni abbiamo letto in centinaia di messaggi dei nostri lettori e nelle espressioni dei tanti amici che, domenica, ci aiuteranno a distribuire Unità, con lo stesso slancio ideale che ha segnato i momenti più importanti della storia di questa gloriosa testata. È vero: in nessun Paese democratico c’è un premier che passa il tempo ad aggredire un giornale dell’opposizione. In Francia uno scandalo del genere sarebbe impensabile, ci ha detto Marcelle Padovani, corrispondente in Italia del Nouvel Observateur. Uguale sconcertato stupore abbiamo colto nei giudizi di tante altre firme della stampa internazionale che non sanno più come spiegare questa inarrestabile progressione di minacce e di insulti da parte del presidente del Consiglio.
Due domande ci pongono i nostri colleghi stranieri. Perché Berlusconi odia l’Unità?. Ma, soprattutto: come mai tanto silenzio? Nei loro Paesi, infatti, sarebbe sufficiente un moto d’insofferenza nei confronti di un qualunque giornalista da parte di Chirac o di Blair o di Zapatero o della Merkel per scatenare l’insurrezione di tutti gli altri media. Qui da noi, invece, davanti alle offese e alle intimidazioni che da cinque anni, costantemente, Berlusconi rivolge contro l’Unità (come raccontiamo nel dossier allegato al giornale di domani), praticamente, non si sente volare una mosca. Noi pensiamo che i due interrogativi siano in qualche modo intrecciati poiché scaturiscono da quella grande, devastante, permanente anomalia che è il conflitto di interessi del premier. Che come scrivi, oltre a essere il proprietario dell’impero mediatico e finanziario che sappiamo, controlla, direttamente o indirettamente un’altra larga fetta dell’informazione scritta e radiotelevisiva.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione onestà e qualità professionali dei giornalisti che lavorano in quelle importanti testate. Ma, francamente, ci si può aspettare che quei bravi colleghi si mettano a criticare per le accuse rovesciate sull’Unità il loro datore di lavoro? Che è anche il capo del governo. E uno degli uomini più ricchi del pianeta. Dunque, è già molto se dell’argomento evitano di fare cenno.
C’è poi un altro atteggiamento che chiameremo dell’indifferenza voluta e che ritroviamo, spesso, tra le righe di quella libera stampa fortunatamente ancora forte e diffusa nel nostro Paese. È una regola non scritta che suggerisce di non dare troppo spago all’Unità, che resta pur sempre un giornale concorrente. E se Berlusconi insulta il nostro giornale, lo si oscura. Ce lo ha gentilmente spiegato un’autorevole intervistatrice quando le abbiamo domandato come mai davanti all’incredibile accusa del cosiddetto cavaliere di avere noi (comunisti) in qualche modo sobillato un attentato contro la sua persona, lei non abbia replicato alcunché. Risposta testuale: sarebbe stato di scarso interesse per il telespettatori consentirgli di ricominciare daccapo, sempre sul prediletto terreno del «comunismo».
Beh, questa del premier censurato per non fargli dire troppe bestialità la dice lunga sulla credibilità del personaggio; ma anche sul ruolo, qualche volta improprio, giocato dall’informazione. Che in un qualsiasi altro Paese si porrebbe piuttosto il problema di come incalzare il premier; di come replicare punto per punto ai suoi foglietti propagandistici; di come indicarlo esporlo alla pubblica riprovazione nel caso dicesse, mentendo, che un giornale vuole la sua morte.
Ecco che allora Berlusconi ci detesta, non perché siamo comunisti (lo sa bene che è una stupidaggine) ma perché gli mostriamo per intero i suoi fallimenti interferendo con l’inclinazione a falsificare i fatti quando non lo soddisfano. Siamo un’ossessione perché lui legge sull’Unità (la legge eccome) quella evidenza che lo fa soffrire e che gli viene nascosta. Spiega bene lo psicanalista Mauro Mancia che Berlusconi è dominato dall’impulso di manipolare la verità quando è scomoda; di negare la realtà quando non gli piace per sostituirla con una pseudo realtà. Non ci sopporta perchè l’Unità titola che è stato «sbugiardato» sul caso Unipol mentre altrove la figuraccia in procura viene edulcorata. Perché le domande dei giornalisti dell’Unità lo fanno uscire dai gangheri. Perché non abbiamo paura di lui. E forse ci odia perché non lo amiamo.
Questo, caro Fassino, cerchiamo di spiegare ai colleghi della stampa estera quando ci interrogano increduli su quanto ci accade intorno. Fiduciosi con te che tra qualche settimana tutto questo sarà solo un brutto ricordo.
Ecco la lettera che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha inviato al presidente del Senato Renato Schifani. Il testo è stato diffuso da Palazzo Chigi.
«Caro Presidente, come Le è noto stamane i relatori senatori Berselli e Vizzini, hanno presentato al cosiddetto 'decreto sicurezzà un emendamento volto a stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi più urgenti e che destano particolare allarme sociale. In tale emendamento si statuisce la assoluta necessità di offrire priorità di trattazione da parte dell'Autorità Giudiziaria ai reati più recenti, anche in relazione alle modifiche operate in tema di giudizio direttissimo e di giudizio immediato.
Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e nel frattempo al governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.
I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell'ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch'esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria.
Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto, e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il governo che ho avuto l'onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l'altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.
Quindi, ancora una volta, secondo l'opposizione l'emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti, non dovrebbe essere approvato solo perchè si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto. Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale.
Sono quindi assolutamente convinto, dopo essere stato aggredito con infiniti processi e migliaia di udienze che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici, che sia indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione, per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale. La informo quindi che proporrò al Consiglio dei ministri di esprimere parere favorevole sull'emendamento in oggetto e di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato.
Cordialmente, Silvio Berlusconi».
Postilla
Per chi non lo sapesse, il firmatario della lettera di cui sopra è il Presidente del Consiglio dei ministri e capo del governo italiano, è stato eletto dalla maggioranza degli elettori e ha giurato fedeltà alla Repubblica e alla sua Costituzione nelle mani del Presidente della Repubblica
Cesare Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, Cooperativa Colibrì, Milano 2007, 333 p., 19,00 euro
Antonio Gramsci. Nome e figura scomparsi da ogni luogo mentale o reale in Italia, discorsi pubblicistica politica scuola. Nelle università americane ricercatori studiano la sua vita, le opere. Domando agli studenti (22-24 anni) sapete chi fu A.G. Nessuno sa, nessuno ha mai sentito niente su di lui, nessuno ha visto il nome in testa all’Unità. Uno solo sperduto dice e non dice di crederlo promotore del terrorismo. L’Unità, retaggio (lett. fig. = patrimonio spirituale) di storie interrotte, per quanto tempo ancora salverà il fragile richiamo al fondatore? Per poco, giacché il nuovo partito di cui il giornale sarebbe la voce mal lo sopporta e vorrebbe cancellarlo. Qualsiasi sarà la nuova proprietà lo farà al momento giusto. Chi protesterà? Lo scrivente e pochi altri? Il Grandevetro? Il povero Bertinotti – peraltro mai appartenuto al Pci, bensì componente della sinistra socialista lombardiana e partecipante alla fondazione del Psiup (etiam ego) – tutto preso a leccarsi le ferite?
E poi, quale giornale del partito? Non c’è già la Repubblica? D’altronde, annota Cesare Bermani all’inizio del primo capitolo, già nel 1986 Paolo Spriano lamentava: “quasi nessuno legge più i suoi scritti”. Figurarsi ora con la sinistra finita al macero. Forse, proprio per questo dico: se è vero che dalle ceneri non si può che rinascere stante la naturale fertilità della terra cosparsane, meglio così. Allora, a quale fonte nutrire i semi se non, prima di tutte, al pensiero del nostro patrio maestro che raduna a sé il contributo più alto dei padri nobili del socialismo?
Intanto ci è dato questo magnifico volume nel settantennio (2007) della morte di Gramsci. Cesare Bermani appartiene al piccolo drappello di coloro che non accettano i nuovi conformismi culturali e di massa; vuole reagire alla ricacciata dell’opera gramsciana fra i reperti archeologici di un inesplicabile movimento sociale e politico. Per farlo da libero ricercatore portato a svelare i vecchi conformismi a sinistra senza negare, come oggi è di moda, il pensiero storico dialettico, entra nel cuore del problema. Che è, principalmente, e doverosamente (riguardo a un passato dominato dall’apparatchiki di partito) quello di “liberare Gramsci” dall’interpretazione e deformazione togliattiana unendosi alla “sparuta minoranza di studiosi e militanti per ristabilire il Gramsci ‘vero’”.
Dodici i saggi nel volume. Tre gli inediti, dei quali appunto Il Gramsci di Togliatti e il Gramsci liberato, scritto appositamente, introduce la raccolta. Tutti gli scritti sono significativi dal punto di vista di una auspicabile, benché improbabile, riapertura di una discussione non ristretta a sparuti gruppi filosofici e politici. Quelli pubblicati in diverse soluzioni editoriali fra il 1979 e il 1994 appariranno come originali; è pressoché impossibile ritrovarli nella collocazione iniziale.
Ad ogni modo i dodici capitoli si tengono insieme saldamente superando gli intervalli temporali della scrittura. Per un giovane ricercatore, e per qualsiasi persona diciamo “di sinistra” desiderosa di avvicinarsi per la prima volta alla figura “del solo autentico teorico marxista ad essere anche il lieder di un partito di massa” (Eric J. Hobsbawn, citato a p. 37) costituirebbero un’ottima guida, oltre che a una generale comprensione della figura di Antonio Gramsci, alla lettura meditata dei testi suoi e di critici, compagni di strada, interpreti diversi (sottolineando la datazione).
Non mi è dato lo spazio necessario per commentare adeguatamente un libro di questa portata. Voglio però raccomandare, su un piano di mera sensibilità personale prima di chiudere, i due testi scritti fra 1981 e 1982 e posti di seguito: Gramsci operaista e la letteratura proletaria e Breve storia del Proletkul’t italiano. Ciò che scriveva A. G. nel 1917 (citato a pp.122-23) sembra riguardare oggi tutti noi mentre marcisce la crisi della sinistra: “aspettiamo l’attualità per discutere dei problemi e per fissare le direttive della nostra azione. Costretti dall’urgenza, diamo dei problemi soluzioni affrettate […] L’associazione di cultura […] sarebbe la sede propria della discussione di questi problemi, della loro chiarificazione, della loro propagazione […] Gli intellettuali non hanno un compito… adeguato alle loro capacità. Lo troverebbero, sarebbe messo alla prova il loro intellettualismo […]” (in “Avanti”, 18 dicembre 1917”).
Infine, dichiaro non meno di pura ammirazione per il saggio sonoro in appendice (1994), che non conoscevo, Da Torino operaia al carcere di Turi (con F. Coggiola e M. Paulesu Quercioli), qui ampliato per cura di Bermani e presente nei due CD acclusi (anticipati nel 1987 da una versione in cassetta ). Siamo dentro al settore forse più noto del lavoro scientifico dell’autore. Grazie al quale abbiamo potuto goderci l’ascolto di canti sociali e politici, interviste e testimonianze registrati dal vivo.
Chiudendo l’ultima pagina dell’interessantissimo Libri di Pietra. Città e memorie, di Gabriella Paolucci (Liguori, € 12,50, introduzione di Giandomenico Amendola), non ho potuto fare a meno di iniziare a sentirmi più ben disposto nei confronti di quelle che chiamo “chiocce”.
Ovvero coloro che si affollano fuori dagli edifici scolastici negli orari di inizio e fine attività, dimentichi di tutto tranne del pupo che stanno accompagnando. Tanto dimentichi da lasciarsi andare a comportamenti che notoriamente interferiscono col traffico e il resto delle attività dell’area.
É solo un esempio dei modi in cui la qualità di uno spazio varia nel tempo: dall’estremo della desolazione e abbandono di una giornata di festa, quando anche gli spazi verdi e aperti restano esclusi e inaccessibili, all’integrazione-traboccamento di altri istanti. Tematiche affrontate dalle politiche urbane del tempo, che occupano le ultime righe dell’ampio lavoro di Gabriella Paolucci, e che rappresentano “un importante avanzamento rispetto alla precedente noncuranza, sia scientifica che politica, per questo ordine di questioni”.
Un “ordine di questioni” esposto e articolato, in questo lavoro assai innovativo, dove partendo dall’assunto consolidato secondo cui gli spazi delle città sono dei testi, vengono indicati vari modi in cui i Libri di Pietra possono essere non solo sfogliati, ma anche riletti e riscritti su infiniti piani spazio-temporali.
Anche pensando a quel complesso rapporto delle “chiocce” citate all’inizio, con le stratificazioni urbane che attraversano, nel loro entrare e uscire da quel ruolo (prima e dopo l’interfaccia col quartiere scolastico nei due momenti di punta), poi nel ribaltare in positivo i rapporti di quello specifico spazio/funzione con la città, e infine allontanarsi in varie direzioni. Attraversando ambienti che come ci ricordano le primissime battute di Libri di Pietra, sono vere e proprie montagne russe nel tempo, vertiginose oscillazioni nei pochi passi che separano la rovina romana dalle scale della metropolitana, sguardo sinottico su “l’insieme dei sedimenti che il flusso del tempo lascia sullo spazio”.
É facile intuire l’immensità delle articolazioni di una ricerca estesa verticalmente, orizzontalmente e trasversalmente sull’insieme degli spazi, dei tempi, e dei soggetti. La città insomma, come una enorme versione di Pollicino, lascia cadere pietre sullo spazio nel suo cammino attraverso il tempo: è sufficiente seguirle, per “ritrovare la strada”? Forse sì, ma come ci spiega Gabriella Paolucci le risposte, in questi Libri di Pietra, dobbiamo anche imparare a comprenderle.
Nota: per gentile concessione dell'Autrice, su Mall riporto alcuni paragrafi sul caso di Atene, con qualche immagine (f.b.)
la Repubblica
La sicurezza calpestata
di Gad Lerner
QUANDO gli operai muoiono in troppi alla volta come ieri a Mineo, fulminati o asfissiati letteralmente nella melma, resi massa irriconoscibile dal colore del fango, allora l'Italia è costretta a ricordare. Benvenuto il clima nuovo che si respira nel Palazzo. Ma fuori, intorno? La società sregolata vede precipitare, insieme ai redditi da lavoro, anche le normative più elementari di una dignitosa convivenza. Si crepa di nuovo nelle stive, nelle autocisterne, nei depuratori, sulle impalcature, sulle linee di lavorazione a caldo, come un tempo si crepava nelle miniere.
Subiamo il contrasto scandaloso fra la retorica di una sicurezza ideologica, con cui viene drogata la politica, e poi la sicurezza effettiva sacrificata magari con la scusa che la produttività si migliori facendo senza gli scafandri, gli estintori, i respiratori, i caschi. L´umiliazione del lavoro manuale, la retrocessione della vita operaia a destino sfortunato, spesso vengono giustificate in nome di una virtuosa concordia interclassista, perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale".
Venerdì scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la prima volta nel dopoguerra l´idea dei contratti di lavoro individuali, la relazione introduttiva lamentava «la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro».
In effetti, il 5 marzo scorso, all´indomani della morte di cinque operai alla Truckcenter di Molfetta, benché dimissionario il governo Prodi varò fra i suoi ultimi atti il decreto attuativo della legge 123 sull´antinfortunistica, a ciò sollecitato dallo stesso presidente Napolitano. Lungi da me voler attribuire alla Confindustria una responsabilità morale nelle stragi che si susseguono, tanto più che a Mineo quattro delle sei vittime erano dipendenti pubblici. Ma come potremmo accettare l´obiezione avanzata a Santa Margherita? «Rendere ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato della legge mentre non sfiora neppure chi dell´illegalità fa una prassi».
Costi crescenti? Metteteli a bilancio per tempo, invece di stanziare oltre dieci milioni di euro per l´indennizzo delle vittime della ThissenKrupp, oltretutto ponendo la condizione vessatoria che rinuncino a costituirsi parte civile nel processo. Chiediamoci perché la stessa Confindustria, che giustamente approva l´espulsione degli associati che pagano il pizzo, non disponga la medesima linea di severità nei confronti delle aziende inadempienti violano le normative sulla sicurezza. Riconoscerebbe così il principio etico secondo cui la salvaguardia dell´incolumità dei dipendenti – il primato della vita umana – va inderogabilmente considerato un bene superiore rispetto al profitto.
Le parti sociali si sono date un orizzonte di tre mesi per modernizzare le regole della contrattazione e affrontare una "questione salariale" riconosciuta come non più rinviabile, dopo dodici anni di costante diminuzione dei redditi da lavoro. Il pericolo che l´ideologia della deregulation, simboleggiata dalla provocazione dei "contratti individuali", apra nuove voragini di incuria nella tutela dei lavoratori, non può essere ignorato. Perché l´Italia delle morti bianche sta ritornando all´antico. In troppe aziende i sindacati hanno già sopportato deroghe mortificanti, magari in nome della salvaguardia dell´occupazione. E un mondo del lavoro in cui divenga norma non scritta la rinuncia alla sicurezza, lungi dal rendere più competitiva la nostra economia, la condanna all´arretratezza strutturale che già in altre epoche storiche abbiamo sofferto.
Il lutto degli operai siciliani, piemontesi, veneti, liguri, pugliesi – il susseguirsi delle stragi al ritmo insopportabile di dieci morti in un solo giorno – rivela il tragitto di un paese nel quale i lavoratori tornano a essere plebe. Come tale indotta magari a ricercare protezioni clientelari, occasionali padrini politici, ma inadeguata a proporsi motore di uno sviluppo fondato sulla professionalità e sull´innovazione. Il nostro rimpianto boom economico, al tempo della ricostruzione, scaturì dal concorso fra talento imprenditoriale e ritrovata dignità del lavoro, dall´orgoglio di una comunità nazionale capace di valorizzare anche la fatica fisica che oggi invece viene rimossa, imposta per bisogno, sopportata come vessazione.
Quei lavoratori di Mineo andati cinque metri sotto terra senza attrezzature e prevenzioni adeguate, rappresentano una quotidianità italiana vergognosa, l´abitudine dilagante al pressappochismo. Feriscono la coscienza di chi ce l´ha ancora. Promettono rabbia e violenza, altro che "clima nuovo".
il manifesto
Omicidio europeo
di Loris Campetti
C'è un nesso terribile tra la decisione dell'Unione europea di liberalizzare l'orario di lavoro e l'ennesima strage di ieri nella quotidiana guerra italiana sul lavoro, che ha lasciato sul campo almeno nove operai, nove persone. Il nesso si chiama liberismo.
Nella seconda metà dell'Ottocento, lotta dopo lotta, strage dopo strage, prese corpo la Festa dei lavoratori, il 1° Maggio. Il movimento partì negli Stati uniti e in Canada, sbarcò in Europa nel 1889, quando la festa venne ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda internazionale. Il 1° Maggio aveva al centro un grande obiettivo strategico: la conquista delle otto ore. Nella primavera del 1906, novemila mondine sfilarono nelle strade di Vercelli insieme ai metallurgici cantando «Se otto ore/ vi sembran poche...». Il XX secolo è segnato dalla lotta per le 40 ore settimanali. Una battaglia di civiltà che segnò un salto epocale.
Chissà se i 27 ministri del lavoro dell'Ue hanno studiato la storia del Novecento, e se l'hanno capita? Due giorni fa, 22 di loro hanno votato una normativa che sentenzia la fine non delle 40 ma delle 48 ore, conquistate dall'Ilo nel lontano 1917. Del «secolo breve», della sua ferocia e delle sue conquiste, sappiamo ormai tutto. Cosa dobbiamo aspettarci da questo secolo, se ai suoi albori ci ributta indietro di 120 anni?
Se Strasburgo voterà il testo licenziato dall'Unione europea, la deregulation del lavoro andrà oltre le speranze dei peggiori governi liberisti. Tra i più entusiasti quelli italiano e francese, che hanno suggellato la loro vittoria schierandosi con il fronte della «modernità», cioè del mercato e del profitto come unici regolatori delle relazioni sociali, della vita delle persone. Si potrà lavorare anche 60, 65 ore a settimana, se solo il padrone lo vorrà. Sarà ancora più facile morire in fabbrica, nei cantieri, nei campi, o dentro le cisterne avvelenati come topi. Liberalizzare l'orario di lavoro è un crimine, un'istigazione a delinquere. Almeno ci risparmino, signori ministri e portaborse, le lacrime per gli ultimi omicidi di ieri, a partire dai sei operai siciliani uccisi dentro una vasca di depurazione dalle esalazioni tossiche. Così si moriva nell'Ottocento, così si muore nel Duemila. E le sopravvissute conquiste del Novecento? Bruciate sui banchi di Strasburgo, se non verrà fermata la marcia liberista.
Grazie alla nuova normativa si potrà persino cancellare ogni forma di contrattazione collettiva, sostituita dai rapporti di lavoro individuali, «fatti dal sarto su misura» come sogna la Confindustria che interpreta la vittoria della destra, l'evaporazione della sinistra e la «modernizzazione» del Pd, come un viatico per piegare ogni diritto alla logica d'impresa. Costi quel costi, fossero anche vite umane. Del resto, non hanno già detto padroni e ministri che le nuove leggi sulla sicurezza sono troppo onerose e vanno ammorbidite?
È vero, in Italia comunisti e socialisti non hanno più rappresentanza politica. Ma non c'è solo il Parlamento, non è scritto che le forze democratiche siano morte. La domanda è se esistano forze sociali, sindacali, civili e culturali, qui e in Europa, in grado di battere un colpo, di difendere una conquista di civiltà. Se non altro, in nome del diritto alla vita di chi lavora. Se la risposta fosse negativa, avrebbe vinto chi accusa di ideologismo ogni critica allo stato di cose presenti. Non sarebbe la fine della Storia, ma dovremmo prendere atto che bisognerà ripartire da molto lontano. Dalla fine dell'Ottocento.
“Caro Marcello, faremo il Ponte sullo stretto di Messina.” Anch’io, come milioni di cittadini, ho ricevuto in campagna elettorale la lettera ‘personalizzata’ di Silvio Berlusconi, che iniziava con questa promessa: sono convinto che l’uomo di Arcore farà di tutto per mantenerla, a costo di confondere Scilla e Cariddi con qualche attore.
Non bisogna andare molto lontano per capire cosa ci aspetta, per cogliere i rischi che la vittoria del Cavaliere – e del Movimento Autonomista Siciliano di Raffaele Lombardo – consegna al nostro paese e alle forze che hanno a cuore la tutela del paesaggio e dei beni culturali. Il sistema di funzioni attive in una struttura orientata verso il profitto e il potere porterà, in breve tempo, alla piena comprensione di cosa intendano per tutela del paesaggio e impatto ambientale la Presidenza siciliana, i gruppi culturali di Marcello dell’Utri, le esperienze maturate nella Valle dei Templi e nella speculazione edilizia delle coste della Trinacria assieme alla santificazione dei condannati per attività mafiose.
Ma il quadro sarà più ampio, e saprà coniugare spinti regionalismi con fermi centralismi. Siccome negli ultimi decenni la vertiginosa accelerazione dei tempi di produzione e comunicazione rende paesaggio smemorato quanto successo solo pochi anni fa, toccherà ricordare il sistema di scatole cinesi noto come Patrimonio S.p.A. / Infrastrutture S.p.A. /Agenzia del Demanio. Nel 2002 la regia di Giulio Tremonti e la sotterranea costruzione, già da tempo in atto, elaborata da Domenico Siniscalco, poi ministro del Polo (vi contribuirono, se non ricordo male, anche uomini come Sella e Sabino Cassese), cercò di fare cassa con le famose cartolarizzazioni dei beni culturali e ambientali al fine di finanziare le grandi opere. Su tutte, proprio quella del ponte sullo stretto di Messina.
La costruzione di tale sistema fu dirompente ed esemplare: l’attacco al cuore della tutela avveniva non tanto con la vendita di un patrimonio una volta considerato indisponibile (varco aperto qualche anno prima da ministri progressisti come Giovanna Melandri), quanto sottoponendo i Beni e le Attività Culturali al Tesoro, e, successivamente, le valutazioni di impatto ambientale e tutte le leggi esistenti – nei casi di emergenza – alla Protezione Civile, sotto la guida della Presidenza del Consiglio. Il processo è il controllo da parte dell’Esecutivo, come in altri gangli delicati della Repubblica (ad esempio, la Magistratura). Un’interpretazione creativa (meglio della finanza) degli indirizzi di Licio Gelli e della Loggia P2. I piani, probabilmente, torneranno a incontrarsi, sia per l’ambiente che per i beni culturali e paesaggistici, sia per i magistrati. Si ripartirà da qui?
Sull’ambiente si annuncia un ridimensionamento – apparentemente sarà negato – delle energie pulite attraverso il rilancio del nucleare, l’attacco al sistema coste ed un investimento deciso nei ‘termovalorizzatori’ e nelle biotecnologie (non certo ogm free). Sulla cultura, a rischio i ‘paesaggi culturali’ attraverso una gestione aggressiva dell’urbanistica nel territorio e una complessiva mercificazione, affiancata da un indebolimento del sistema di tutela, del patrimonio culturale.
Dovremo aspettarci una strategia ben preparata che agirà su diversi piani, orchestrando una de-regulation giocata ancora attorno al titolo V della Costituzione, e, nel contempo, un forte controllo centralista da parte del Tesoro e dell’Esecutivo. Punto di attenzione dovrà essere di nuovo il Codice dei Beni culturali e del paesaggio: si cercherà probabilmente di modificare ancora gli elementi di maggior garanzia e di utilizzare i suoi punti deboli.
La sinistra, sconfitta istituzionalmente, ha il dovere di rimettere al centro, e con maggiore forza, il concetto della natura pubblica e comune delle ‘cose’ di interesse artistico, archeologico, storico, architettonico ed etnografico, dei paesaggi. In tale quadro, sarà interessante nuovamente il caso Sardegna, dove ci attendiamo un progressivo attacco al sistema di tutela delle coste, già annunciato da una destra galvanizzata dai forti risultati galluresi e dalla subalternità al ‘modello lusso’ recentemente ribadita nell’operazione G8-La Maddalena. Penso anche che sarebbe opportuno ripensare con molta cautela il cosiddetto passaggio di competenze nei beni culturali: come si è visto, il quadro politico è mutevole, e in questo periodo storico, non certo ad egemonia progressista, meglio sarebbe non consegnare a possibili gestioni conservatrici il territorio, per giunta in un quadro dove le istituzioni della tutela appaiono indebolite. Pericolo che a sinistra non è stato generalmente colto e talora è stato irresponsabilmente favorito. Si prospetta perciò uno scenario assai incerto, poco solido e attraversato da contraddizioni interne drammatiche, esplose con particolare evidenza nel caso Tuvixeddu.
Come attrezzarsi a questo difficile scontro, dopo la scomparsa istituzionale della sinistra, è evidentemente una domanda lecita. Intanto seguendo con attenzione gli eventi, allargando la rete comunicativa e sociale (con posto di rilievo all’associazionismo), costruendo alleanze internazionali in questa direzione. Sul territorio, incrementando, come mostrato con successo da alcuni Enti Locali, l’acquisizione al patrimonio pubblico delle aree monumentali e naturali di pregio.
Sarà soprattutto essenziale che ognuno dal suo posto di lavoro – dirigenti e quadri della tutela, della scuola, della ricerca – intensifichi l’impegno professionale, che sappiamo inseparabile da quello etico, nella difesa del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale.
Un decalogo per ambiente, territorio e paesaggio. Dieci questioni - dal tumultuoso incedere del cemento alle politiche energetiche, dai rifiuti alla tutela dei beni culturali - che la rete dei Comitati toscani, nata dopo la denuncia dello scempio di Monticchiello, in Val d´Orcia, ha messo a punto in questi giorni di campagna elettorale, imputando un po’ a tutti gli schieramenti un caduta di tensione. È un documento composito, che va anche oltre la scadenza del voto, una delle prime elaborazioni della vasta ramificazione di comitati che dalla Toscana si è estesa in altre regioni - le Marche, l’Umbria, la Liguria, il Veneto, la Lombardia - coinvolgendo ormai parecchie migliaia di persone.
«Partiamo dalla premessa», spiega Alberto Asor Rosa, che della rete è stato il promotore, «che l’ambiente, in un paese ricco di eredità, ma fragile e vulnerabile, è al tempo stesso un bene primario e un obiettivo primario. Detto in altri termini: è il metro di misura da cui far discendere la credibilità e la sostenibilità di ogni programma elettorale».
E ciò non sta accadendo, a vostro avviso?
«Assolutamente no. Qualcuno parla di ambiente e di territorio, ma sembra di ascoltare discorsi che stanno a distanze siderali dai problemi reali. Molti non ne parlano per niente».
Un panorama desolante.
«Nel quale, però, salutiamo con favore l’approvazione delle modifiche al Codice dei Beni culturali. Nonostante alcuni compromessi, dovuti al braccio di ferro fra il Ministero e le Regioni, la nuova versione del Codice contiene meccanismi chiari di protezione del paesaggio, sottraendoli al puro arbitrio comunale e regionale. Le battaglie condotte dalla nostra rete sono fra quelle all’origine di questo ripensamento».
Voi siete favorevoli a un maggior accentramento delle competenze in fatto di tutela?
«La protezione del paesaggio è un processo che riguarda tutti i livelli istituzionali, Stato centrale e Regioni. La Convenzione europea prevede che siano le popolazioni le protagoniste di questa attività, e non solo le popolazioni che risiedono in quei luoghi. Per dirla semplicemente: la tutela della Val d’Orcia è una questione che riguarda anche chi abita in Sicilia. E lo Stato ne è garante. L´idea che a decidere siano solo i residenti o i politici del posto oltre agli interessi economici più immediati è aberrante. E lo è ancora di più quando si spaccia questo per partecipazione».
Uno dei punti chiave del vostro documento è l´arresto del consumo di suolo.
«L’espansione edilizia degli ultimi anni ha assunto proporzioni inimmaginabili. I dati dimostrano che è ormai scollegata da ogni esigenza abitativa. Noi chiediamo che prima di consumare altro suolo, per ogni bisogno che vada al di là di necessità sociali (le case per i giovani o per gli immigrati, per esempio) si riutilizzino strutture esistenti. Non si può spacciare per modernità la costruzione di seconde, terze e quarte case, di villaggi turistici abitati un mese l’anno, di centri commerciali che paralizzano il traffico».
Ma i Comuni sostengono che senza i soldi che incassano grazie a queste concessioni edilizie non possono andare avanti, non hanno fondi per gli asili o anche per pagare gli stipendi.
«È un gioco perverso. Un cortocircuito. Da una parte si incassano soldi, ma poi si dilata sempre più il territorio urbanizzato per cui servono sempre più servizi. E ancora più soldi. La verità è che l’imprenditoria privata è in grado, anche nelle regioni amministrate dal centrosinistra, di imporre scelte urbanistiche ambientalmente distruttive».
Un altro capitolo del vostro documento è dedicato alle grandi infrastrutture...
«...che concorrono a modernizzare l’Italia e a promuovere il suo sviluppo solo se inserite in una programmazione complessiva. E solo - mi permetta un’osservazione apparentemente banale - se fatte bene: l’Italia abbonda di infrastrutture mai terminate o che si sono rivelate del tutto inadeguate. La verità è che dietro alle spinte per realizzare le cosiddette Grandi Opere ci sono interessi di imprese. Prenda la vicenda dell’Autostrada tirrenica, che la Regione Toscana vuole assolutamente realizzare rifiutando l’ipotesi di ammodernare e potenziare l’Aurelia. Noi chiediamo che venga rivista profondamente la Legge obiettivo e che torni la valutazione di impatto ambientale, che ora è limitata al solo progetto definitivo di un’opera».
Voi chiedete la valutazione di impatto ambientale anche per gli impianti che producono energia alternativa.
«Certamente. Noi vogliamo promuovere le fonti energetiche rinnovabili, l’eolico, il solare, insieme a programmi seri di risparmio e di efficienza. Ma la condizione per realizzare impianti energetici è la loro compatibilità con l’ambiente e con il paesaggio. Intere zone della Toscana sono devastate da un uso improprio, fortemente speculativo, delle risorse geotermiche».
Tutti i punti del vostro decalogo si sintetizzano in una richiesta: maggiore partecipazione. Non si rischia in questo modo di allungare i tempi di approvazione di qualunque opera?
«Non confondiamo. Le lungaggini sono di ordine burocratico e amministrativo. Quello che chiediamo è che le associazioni e i comitati possano partecipare alle decisioni che sempre più frequentemente avvengono fuori della pianificazione ordinaria, al riparo da qualunque discussione o dibattito. Le scelte che riguardano stravolgimenti territoriali non possono essere prese nel chiuso di una stanza, lontano anche dai Consigli comunali o regionali, e poi comunicate ai cittadini interessati. Il nostro è un progetto di una democrazia territoriale partecipata».
LA RETE DEI COMITATI PER LA DIFESA DEL TERRITORIO
SI RIVOLGE ALLE FORZE POLITICHE CHE SI PRESENTANO ALLE PROSSIME CONSULTAZIONI POLITICHE GENERALI PER IL GOVERNO DELL’ITALIA
La Rete dei Comitati per la difesa del territorio, nata in Toscana due anni or sono, ma ormai in fase di diffusione sull’intero territorio nazionale, ha scelto di non partecipare alle prossime consultazioni politiche generali del 13 e 14 aprile prossimi e di non dare indicazioni di voto.
Considera tuttavia tale scadenza come importantissima, forse decisiva, per le questioni dell’ambiente e del territorio italiano; e chiede perciò alle forze politiche che vi si presentano, di pronunciarsi sulle questioni che ora noi sottoponiamo loro.
È fin troppo facile, infatti, constatare che, nei programmi di governo fin qui presentati, e nel confuso dibattito che ne è seguito, i temi riguardanti l’ambiente e il territorio italiani sono stati proiettati a distanze siderali da quelli più intensamente affrontati (qualche forza politica non si prova neanche ad affrontarli).
Al contrario, la posizione della Rete insiste su questa primaria e fondamentale
PREMESSA
L’ambiente (il territorio, il paesaggio, i beni culturali, le condizioni della vita, individuale e associata, in tutte le sue forme) rappresenta, in un paese ricchissimo di eredità di ogni tipo ma al tempo stesso fragile e vulnerabile come l’Italia, il bene primario, il problema primario, l’obiettivo primario: il metro di misura, dunque, da cui far discendere la credibilità e sostenibilità dei programmi considerati nel loro complesso (e non viceversa, come solitamente accade).
Accanto all’ambiente noi porremmo, per motivi che si possono facilmente cogliere, quelli della formazione e della ricerca: temi che meriterebbero un discorso a parte, e su cui intendiamo ritornare, ma che abbiamo voluto semplicemente evocare perché fosse chiaro il quadro delle relazioni e della complessità, cui facciamo riferimento.
SEGNALI DI CAMBIAMENTO
Prima di entrare nel merito, tuttavia, la Rete sente il bisogno-dovere di salutare l’approvazione del nuovo Codice del Paesaggio, elaborato dalla Commissione coordinata da Salvatore Settis e sostenuto dal Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, come un segnale positivo, che inaugura una strada da difendere e rafforzare. Nonostante alcune mitigazioni, seguite al braccio di ferro tra Ministero e Regioni, tale Codice contiene infatti meccanismi chiari e ineludibili di protezione e controllo del paesaggio italiano, sottraendoli al puro arbitrio comunale, provinciale e regionale. Non è secondario per i comitati affiliati alla Rete rilevare che le battaglie da essi sostenute, dallo scoppio del caso Monticchiello in poi (agosto 2006), sono state alla base del processo che ha portato a tale approvazione. È lecito dubitare che ciò sarebbe accaduto se i Comitati non avessero infuso nuova linfa nel movimento ambientalista italiano.
Allo stesso ordine di fattori va ricondotta l’approvazione di quell’emendamento alla Finanziaria 2008, che stanzia una somma rilevante (15.000.000 di euro per tre anni) al fine di demolire insediamenti particolarmente rovinosi all’interno dei siti UNESCO, quand’anche autorizzati.
È la testimonianza che nulla è veramente irrimediabile e che il nesso movimenti-istituzioni può essere totalmente ricostruito su nuove basi, se la spinta è abbastanza forte per farlo.
Si tratta, ovviamente, solo delle manifestazioni iniziali di un processo, che avrà bisogno, per svilupparsi, di una grande chiarezza ideale e di una somma di energia straordinaria, destinata a svilupparsi per canali inusitati rispetto ala vecchia tradizione politico-partitica.
In questa direzione si muovono i seguenti dieci punti, che sottoponiamo per ora all’attenzione delle forze politiche impegnate nella campagna elettorale, chiedendo che esse si pronuncino sul loro spirito e sui loro obiettivi.
PUNTI DI PROGRAMMA
1. Modernità e sviluppo
Le parole ‘modernità’ e ‘sviluppo’ ricorrono nei programmi elettorali dei partiti e in molte regioni sono il viatico di politiche che riguardano l’utilizzazione del territorio e delle sue risorse.
Non è modernità, tuttavia, proseguire o addirittura incrementare il consumo dei suoli non edificati a fini speculativi; non è sviluppo la costruzione di seconde, terze, quarte case e villaggi turistici che distruggono il paesaggio, la grande casa comune degli italiani; non è né sviluppo né modernità la proliferazione di centri commerciali che incrementano il traffico automobilistico e innescano nuove urbanizzazioni in località periferiche. In sintesi, non crea ricchezza durevole il consumo di risorse territoriali senza un progetto adeguato alle sfide del nostro tempo.
Analogo discorso vale per la costruzione di infrastrutture di trasporto, la produzione di energia, lo smaltimento dei rifiuti. La loro programmazione settoriale, la ricerca di fonti energetiche alternative senza una valutazione del loro impatto sistemico, il ricorso esasperato al project financing che spesso comporta una progettazione economica solo dal punto di vista del gestore, sono operazioni che denunciano una grave carenza di una reale modernità che deve essere praticata con approccio olistico, partecipato e tecnologicamente avanzato.
La Rete dei Comitati propone che tutti i consumi di risorse territoriali, ambientali e paesaggistiche che esulano dalla soddisfazione di bisogni sociali (giovani, immigrati, fasce più povere della popolazione) siano subordinati al riutilizzo e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti, a progetti di sviluppo basati sulla ricerca, la formazione, la produzione di servizi, le tecnologie risparmiatrici di energia.
2. Dimensione statutaria del paesaggio
La riforma del titolo V della Costituzione è stata interpretata da molte Regioni, la Toscana in testa, come una patente di autonomia dei Comuni, rispetto a qualsiasi direttiva o prescrizione sovraordinata. La tutela del paesaggio è invece un processo che riguarda tutti i livelli istituzionali e, secondo la Convenzione europea del paesaggio, deve vedere come protagoniste le popolazioni: non solo quelle che ‘abitano là’, ma quelle che sentono legami di appartenenza con quel luogo e quel paesaggio, ciò che a volte vuole dire l’intera umanità. L’idea che a decidere siano unicamente residenti del posto e gli interessi economici più immediati, spesso male interpretati, è aberrante e tuttavia viene spacciata come ‘partecipazione’.
Il Piano di Indirizzo territoriale della Regione Toscana è esemplare a questo proposito, dissolvendo la disciplina paesaggistica in quella territoriale e riducendo il ruolo di Regione e Province a quello di fornire raccomandazioni e indirizzi che possono essere tranquillamente non rispettati dai Comuni cui fanno capo tutte le verifiche di conformità.
La Rete dei Comitati propone che la disciplina di tutela del paesaggio – definita come Pianificazione paesaggistica – sia distinta dalla pianificazione territoriale, anche se a questa organicamente collegata. La tutela del paesaggio deve essere sottratta alla variabilità del piano ed assumere un carattere statutario, di natura costituzionale. Lo statuto del paesaggio, articolato in vari livelli, deve cioè essere considerato un’invariante cioè non modificabile se non mediante procedure particolari in cui sia centrale la partecipazione dei cittadini.
3. Cementificazione del territorio e consumo di suolo
Ad una fase di espansione edilizia che riguardava soprattutto i principali centri urbani ed era giustificata come risposta al bisogno primario di case, è seguita una fase in cui lo sviluppo delle città si è progressivamente scollegato dalle necessità abitative.
All’ulteriore urbanizzazione dei centri urbani si è aggiunto un altrettanto diffuso attacco al territorio rurale, fino a tempi relativamente recenti risparmiato, perché considerato non appetibile, ed ora oggetto di interesse da parte di operatori italiani e stranieri e di capitale altamente speculativo (spesso di dubbia origine), attratto proprio dal pregio del paesaggio e dalla sua attuale “spendibilità”.
L’imprenditoria privata è oggi in grado anche nelle Regioni amministrate dai partiti di sinistra, di imporre scelte urbanistiche ambientalmente distruttive e operare una gestione privata del territorio attraverso offerte alle amministrazioni locali che quando non conniventi hanno una ridotta capacità di resistenza a causa del cronico disavanzo finanziario in cui versa l’intero settore degli enti locali.
La Rete dei Comitati chiede, oltre a quanto già esposto – e cioè che dietro ad ogni consumo di suolo vi sia un progetto di reale modernizzazione – di tagliare il cortocircuito perverso per cui i Comuni sopperiscono alle esigenze di bilancio attraverso gli oneri, di costruzione di urbanizzazione, ritornando a quanto era previsto dalla legge 10 del 1977 (la legge Bucalossi).
4. Grandi opere e infrastrutture
Grandi opere e grandi infrastrutture, come le linee dell’alta velocità, i raddoppi e le varianti autostradali, il ponte sullo stretto di Messina, non sono automaticamente opere che concorrono a modernizzare il Paese e a promuoverne lo sviluppo, dipendendo quest’ultimo dalla qualità delle opere stesse e dal loro inserimento in una programmazione complessiva. L’Italia abbonda di infrastrutture e attrezzature non finite o che si sono rivelate inadeguate rispetto ai loro scopi o addirittura controproducenti.
Dietro alle spinte alla realizzazione di qualsiasi opera e al rifiuto pregiudiziale di ogni voce critica stanno spesso gli interessi economici di grandi imprese talvolta colluse con settori della politica e dell’amministrazione. La vicenda dell’Autostrada tirrenica, dove la Regione Toscana rifiuta pervicacemente di prendere in considerazione l’ipotesi di adeguamento e messa in sicurezza in sede della statale Aurelia (soluzione da lei stessa approvata nel 2000 e già sottoposta con parere favorevole a VIA) è esemplare a questo proposito.
La Rete dei Comitati chiede una profonda revisione della Legge 443 del 2001 (la legge Obiettivo) e del delegato Decreto Legislativo 190 del 2002. Ciò significa, fra l’altro, reintrodurre la possibilità di opzione zero, ora vanificata dal fatto che il soggetto aggiudicatore, oltre che del progetto preliminare è anche autore dello studio di impatto ambientale, mentre la VIA viene effettuata solo sul progetto definitivo. Significa, inoltre, che le procedure della VIA devono reintrodurre la possibilità di un’effettiva partecipazione dei soggetti interessati, secondo quanto disposto dalla Direttiva 337/1985 del Consiglio della Comunità europea.
5. Politiche energetiche
Urge la redazione di un serio e coerente “piano energetico nazionale”, che preveda programmi di risparmio di efficienza dell’energia e la promozione diffusa delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico, ecc.), purché la loro realizzazione sia ecocompatibile sul piano ambientale e paesaggistico.
È evidente che occorre uscire dall’era del petrolio e degli altri combustibili fossili, senza per questo ricadere nel pantano, ideologico e pratico, del nucleare. Il metano come combustibile di transizione è accettabile, ma con la garanzia che sia utilizzato in quota percentuale tale da garantire il rispetto dei parametri fissati da Kyoto sull’“effetto serra”. Sono invece incompatibili i “rigassificatori di gas liquido”, perché sono impianti ad alto rischio per l’ambiente e le popolazioni.
Analoghe considerazione andrebbero fatte a proposito della “geotermia”. Ci sono intere zone del paese (per esempio, in Toscana, il Monte Amiata, ma altri casi si potrebbero citare) devastate da un uso improprio, altamente speculativo, delle risorse geotermiche.
Su tutto questo presto bisognerà ritornare. Come nelle proposte di trivellazioni di territori d’alto valore ambientale (Val di Noto, Val d’Orcia), che, dopo un primo momento di arretramento, sembrano tornare alla carica, spesso con l’avallo delle Regioni interessate.
Nell’immediato, la Rete dei Comitati chiede urgentemente che le Regioni rendano obbligatoria la procedura di VIA per tutti gli impianti di produzione di energia alternativa di dimensioni tali da alterare in modo sensibile la qualità del paesaggio e in particolare per i parchi eolici, proprio a causa del loro impatto paesaggistico.
In particolare, per potere meglio definire e approvare un Piano Energetico Regionale, in Toscana si rende necessaria una moratoria sulla localizzazione dei nuovi impianti e una loro valutazione partecipata, che prenda in considerazione il ciclo integrale dell’energia sotto l’aspetto urbanistico, paesaggistico, ambientale e sanitario, al fine di contenerne e diminuirne l’impatto globale sul territorio.
6. Emergenza rifiuti
La dimensione e la drammaticità della “emergenza rifiuti”, verificatasi particolarmente in Campania, ma presenti anche in altre Regioni, i colossali e inutili sprechi di denaro pubblico, l’incompetenza e le collusioni dei vari segmenti del ceto politico, il serbatoio colossale di “autofinanziamento” creatovi ai propri fini dalla delinquenza organizzata, fanno di questo punto uno dei cardini di un programma ambientale nazionale e al tempo stesso sconsigliano da ricette facili e affrettate.
È evidente, sul piano strategico, che occorre elaborare e praticare una diversa politica dei rifiuti fondata sulla loro drastica riduzione (e dunque sull’adozione di un diverso modello di vita), la raccolta differenziata porta a porta, il riciclaggio sistematico con l’adozione di nuove tecnologie non inquinanti (impianti di trattamento a freddo).
Nell’immediato l’uso sorvegliatissimo degli inceneritori deve tendere al tempo stesso alla loro progressiva chiusura ed esaurimento.
È necessario altresì adottare piani regionali di smaltimento, che fronteggino con soluzioni eque e partecipate le reazioni particolaristiche, le quali tuttavia appaiono giustificate in molti casi dallo stato di abbandono e di disagio delle popolazioni più direttamente investite dall’increscioso fenomeno.
7. Politiche dei Beni culturali. Rafforzamento delle sovrintendenze
È evidente che affrontare in maniera corretta in Italia il problema della tutela ambientale comporta anche l’adozione di serie ed efficaci politiche dei Beni Culturali.
Ci limitiamo su questo punto a osservare che, se l’adozione del Codice Settis va considerata un passaggio serio e non semplicemente un manifesto delle buone intenzioni, sarà necessario in tempi brevi operare un rafforzamento massiccio, qualitativo e quantitativo delle Sovrintendenze, alla cui operosità va ricondotto in buona parte l’oggettivo funzionamento di tale meccanismo.
8. Partecipazione
Tutti i “punti del programma” precedentemente elencati risulterebbero vani, se non fossero attraversati e modellati da questo: la partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione del territorio. Una partecipazione che deve andare ben oltre il consenso e la rappresentazione formale, per divenire occasione di consapevolezza, di vertenza, di difesa ed in particolare di progetto e di nuovi rapporti tra amministratori e popolazione, verso una “democrazia territoriale partecipata”.
A questo proposito la Rete dei Comitati ritiene necessario che sia promossa una reale partecipazione dei cittadini, riuniti in associazioni, nonché delle associazioni ambientalistiche, nell’iter di elaborazione dei piani e soprattutto nelle decisioni, sempre più frequenti, che avvengono al di fuori della pianificazione ordinaria, mediante decreti legislativi delegati, o attraverso conferenze di servizi rese di fatto inaccessibili ai cittadini. Analoga partecipazione deve essere prevista nei procedimenti di valutazione (valutazioni di impatto ambientale, verifiche preliminari, valutazioni ambientali integrate ecc.).
La Rete inoltre chiede che sia disciplinata e resa omogenea la normativa riguardante gli strumenti referendari in modo che sia effettivamente praticabile per tematiche di impatto territoriale e accessibile con certezza del diritto e costi contenuti per i cittadini.
Per quanto riguarda specificatamente la Toscana la Rete chiede che sia rivista in alcune parti la legge sulla partecipazione sia per quanto riguarda il dibattito pubblico relativo ai “grandi interventi”, sia per il sostegno regionale ai processi di partecipazione. Riguardo al primo punto, appare insoddisfacente che il soggetto proponente possa “proseguire a sostenere il medesimo progetto sul quale si è svolto il dibattito pubblico, argomentando motivatamente le ragioni di tale scelta”, ma ignorando nella sostanza quanto emerso in fase di dibattito. Riguardo al secondo punto, bisogna evitare che il sostegno regionale si traduca in una burocratizzazione della partecipazione, e in una contrapposizione manipolata fra gruppi di interesse.
9. Legalità
In Italia il rispetto dei piani e delle leggi è diventato un fatto facoltativo, affidato alla discrezionalità delle amministrazioni. In Toscana, ad esempio, è sempre più diffuso il fenomeno di strumenti urbanistici comunali che non solo ignorano le disposizioni del PIT e dei piani territoriali delle Province, documenti peraltro di mero indirizzo, ma che ostentano una plateale inosservanza della legge di governo del territorio (LR 1/2005) senza che né le Regioni, né le Province vogliano o possano intervenire.
Giusto promuovere la cooperazione dei vari livelli istituzionali, giusto che la pianificazione non sia una cascata di prescrizioni localizzate a dettaglio crescente, ma non si può supporre che bastino le esortazioni a produrre un buon governo del territorio. Una volta sancito un patto, bisogna che questo sia rispettato dai contraenti e il rispetto delle leggi di governo del territorio non può e non deve essere esterno a queste stesse leggi.
La Rete dei Comitati chiede che le Regioni e, in particolare la Regione Toscana, introducano nella legge del governo del territorio procedure di controllo che sanzionino in modo efficace l’inosservanza delle leggi da parte delle amministrazioni locali.
10. L’Ambiente e il Voto
La Rete dei Comitati constata (e lo abbiamo già detto) che nei programmi e nel dibattito pre-elettorale il “grande assente” è l’ambiente: il territorio, il paesaggio, il patrimonio culturale italiano; oppure è ridotto ad un catalogo di genericità e di buone intenzioni (la formula “ambientalismo del fare” sembra preludere purtroppo più a “politiche del fare” che a “politiche dell’ambientalismo”).
La Rete ritiene perciò utile mettere in circolo idee e proposte precise e circostanziate in materia. Chiediamo, per orientarci e orientare, risposte altrettanto precise e circostanziate e a tal fine sollecitiamo la collaborazione degli organi di informazione, nazionali e locali, regionali e locali, al fine di rendere visibile un tale eventuale dibattito.
Le somme, ovviamente, si tireranno nei giorni del voto.
Firenze, 26 marzo 2008
L’ultimo libro di Franco La Cecla (Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, 2008) è una provocazione come non se ne vedono spesso. La chiave, in parte autobiografica, rende più efficace la critica: a circostanze, temi e prassi che riguardano l’architettura oggi. «Perché non sono diventato architetto», è il titolo del primo capitolo, argomentato anche con la testimonianza di Orhan Pamuk che, si scopre, ha cominciato a fare architettura per poi rinunciare, come l’autore, a seguito di esperienze banali come cercare casa, e decidendo di studiare «l’essenza propriamente narrativa di cui gli spazi sono fatti». Ma l’architettura delle nuove tendenze sembra ignorare questo. E così si condanna a non pensare più alla città come a un racconto, intreccio di esperienze di vita di generazioni, di sconosciuti che si incontrano, al senso dello spazio pubblico, al territorio con le sue risorse, alla convivenza. Una volta eliminato tutto questo rimane il «brand», quindi la riduzione di qualunque spazio di cui l’architettura oggi si occupi, a pura immagine, alla bidimensionalità patinata delle illustrazioni delle riviste: utilizzando il sistema comunicativo della moda - quello più efficace - l’architetto si dedica ad attrarre consensi, da utilizzare in modo disinvolto nei circuiti dell’informazione.
La Cecla afferma, insieme a Pamuk, che «fin quando le città e le pratiche messe in atto per comprenderla e trasformarla non rinunceranno alla carica del colpo di genio riformatore (...), fin quando non riprenderanno a essere innanzitutto narrazione, racconto della costellazione profonda e densa, della orizzontalità e verticalità esistenziali di cui le città sono fatte, saranno soltanto esercizi inutili, capricci di sedicenti creativi baciati in backstages asettici dalle parche della moda». Si spiega come in questo contesto dominato dallo star system, il dibattito sull’architettura sia destinato a rimanere inefficace ma in compenso molto spettacolare. Si ambisce a una modernità superata dagli eventi che però funziona sempre - come logo - a coprire deficit di contenuti dando spazio a chi promette di realizzare meraviglie.
Le maggiori critiche dell’autore, con un po’ di sano disincanto, sono rivolte a questo mondo che invece attrae molto pubblico. Quando cita polemicamente il pensiero di Rem Koolhaas: «Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica», rende evidente lo scarto fra le teorie e la conoscenza di differenti situazioni (la Sardegna ad esempio: qui Koolhaas e stato ospite di Festarch) raccontate brillantemente qualche giorno fa da Flavio Soriga su La Nuova: «A Seneghe lo shopping non è granché, ma scippi zero, neanche uno (...)», a proposito di mondi da vip e di distanze dalla realtà.
Il tono incalzante di La Cecla è persistente e si impone come una di quelle occasioni rare in cui le idee ci sono, argomentate con esempi e confronti. L’ esempio di Barcellona fa riflettere: «Se trasformi la tua città in un logo, prima o poi è meglio che vai a vivere altrove». Ma anche Palermo o quartieri newyorchesi come Harlem suggeriscono, senza dare certezze, una riflessione più accurata sul senso degli interventi - nelle città e oltre le città - a cui oggi stiamo assistendo.
Le responsabilità degli architetti. Ma ancora di più di quelli che gli attribuiscono un ruolo che in realtà spetta, in democrazia, ai procedimenti collettivi, ridotti invece a finzioni utili a suscitare molto clamore ma senza un dibattito vero. Così la differenza di mezzi impiegati fa la ragione. Si potrà obbiettare che è sempre stato così, che la democrazia ha le sue pecche, ma i piccoli e grandi esempi che l’autore propone depongono a favore di una revisione dello statuto formativo della figura professionale dell’architetto e non solo. Occorre riflettere con cura sull’invito esplicito di La Cecla ad andare oltre l’architettura per prendere finalmente sul serio la questione urbana e ambientale.
L’immagine che adorna la presentazione dell’articolo è stata disegnata da Elena Tognoni per eddyburg, sollecitata dalla lettura dell’articolo “ Il mattone col pennacchio” di Giuseppe Pullara
«I grandi filosofi del passato non vivevano fuori dal mondo, al contrario cercavano risposte ai problemi più concreti e urgenti dei loro contemporanei. Oggi i filosofi che si rifugiano nella metafisica parlano di un mondo che non c’è, si ritirano dalle loro responsabilità». Guido Rossi non perde mai il gusto della provocazione e della polemica. A pochi giorni dall’uscita del suo nuovo libro, Perché filosofia (Editrice San Raffaele, pagg. 122, euro 14), l’autorevole giurista è visibilmente divertito: proprio la casa editrice di don Verzé gli pubblica questo ciclo di lezioni tenute all’università San Raffaele su un tono radicalmente laico. Non mancano le critiche a papa Benedetto XVI, compresa una provocatoria negazione delle radici cristiane dell’Europa.
In questo libro lei non si cimenta solo con la filosofia del diritto. È anche un atto di accusa verso quegli intellettuali che sembrano incapaci di dare risposte agli interrogativi pressanti del cittadino.
«In positivo, è un appello ai filosofi, ai teologi, agli scienziati, a tutti i, perché si occupino di diritto e di economia: cioè le materie che vanno al cuore dei problemi dell’umanità. Una delle ragioni fondamentali per cui ho accettato l’invito a insegnare filosofia del diritto, è l’interesse a trattarla raccogliendo l’ispirazione di John Rawls e la sua "Teoria della Giustizia". Il diritto e l’economia devono avere al centro la questione della giustizia sociale. È valido più che mai il "pregiudizio" in favore dei più deboli che Rawls affermò con il celebre principio del velo d’ignoranza. Quando una società deve darsi delle regole, nel dubbio ogni attore deve decidere dietro un velo d’ignoranza, senza sapere cioè se egli sarà dalla parte dei privilegiati o dei diseredati: è l’unico criterio che garantisce una equità universale».
Un tema tutt’altro che astratto. È proprio un deficit di equità che oggi sembra far vacillare il consenso verso la globalizzazione, anche nei paesi più forti e tradizionalmente liberisti come gli Stati Uniti.
«Infatti è su questo che si svolge un dibattito acceso e appassionante, con i contributi degli economisti americani più lucidi: Paul Krugman, Robert Reich, Larry Summers. Quest’ultimo ha aperto di recente una discussione cruciale sulle colonne del Financial Times. Summers sostiene giustamente che la globalizzazione rischia di entrare in una crisi drammatica, se non riesce a conquistare il consenso delle fasce più deboli: ivi compresi i colletti blu e la middle class americana che è attraversata da angosce e paure nuove».
Lei affronta il fenomeno del Supercapitalismo: un’economia dove le élites hanno perso i legami con la maggioranza delle popolazioni. Perfino nei paesi più sviluppati le diseguaglianze fra i chief executive delle multinazionali e i loro dipendenti raggiungono livelli mai visti nella storia. Si rompe ogni legame di solidarietà, perfino il concetto di cittadinanza si svuota quando la classe dirigente si isola da ogni rischio, non partecipa più dei destini della società.
«All’arricchimento si accompagna la deresponsabilizzazione. Altro che etica protestante del capitalismo. Un tempo i dirigenti delle aziende incassavano un premio economico che era sorretto da una legittimità: la loro ricchezza era commisurata ai risultati che offrivano agli azionisti, ai dipendenti, all’insieme della società che beneficiava della creazione di benessere e occupazione. Oggi lo spettacolo che offre il nuovo capitalismo è ben diverso. I dirigenti uccidono le aziende, distruggono valore azionario, gettano sul lastrico i dipendenti, e se ne escono dopo essere stati premiati con buonuscite sempre più generose. Si arricchiscono dopo aver impoverito la collettività. Il fenomeno va ben oltre la sfera dell’economia, spezza una regola fondamentale della democrazia rappresentativa. C’è un tradimento dei doveri della classe dirigente, una rottura fra rappresentanti e rappresentati».
Lei scrive che oggi nei mercati globali le grandi corporation possono legare le loro attività alla manipolazione dei mercati, alla frode, alla corruzione, all’evasione fiscale e al narcotraffico. Complici il segreto bancario, i paradisi fiscali offshore, e una interpretazione mistificante del diritto alla privacy. La mancanza di un quadro giuridico all’altezza dell’economia globale, nel suo libro è indicata come un arretramento perfino rispetto alla globalizzazione medievale, quando almeno la presenza della cosiddetta lex mercatoria rappresentava una sorta di regolazione per gli scambi tra mercanti.
«Il richiamo al Medioevo ci riporta alle origini di alcuni istituti del diritto. La legge fallimentare che in Italia usa il termine di bancarotta, in inglese bankruptcy, si rifà alle regole delle fiere medievali: quando un venditore non era più in grado di pagare i debiti, i commissari della fiera gli "rompevano" fisicamente il banco per segnalare e sanzionare la sua insolvenza. Oggi la regolazione non si è adeguata alle nuove dimensioni dei mercati. Molte emergenze dell’economia globale possono sfociare in un conflitto tra ordinamenti. Basti pensare alla crisi alimentare, alla emergenza di una nuova fame mondiale di cui si è discusso in questi giorni al vertice di Roma della Fao: non esistono regole all’altezza della dimensione di questa calamità, che chiama in causa le multinazionali dell’agroalimentare e della biogenetica, i protezionismi sovranazionali di americani ed europei, le strategie energetiche, la finanziarizzazione del capitalismo che ha invaso anche i futures dei generi alimentari necessari per la sopravvivenza. Mentre i grandi poteri dell’economia si muovono in questo orizzonte globale, mancano le autorità pubbliche capaci di proiettarsi nella stessa dimensione. Dovremmo cominciare dall’Europa, per esempio con la costruzione di una vera agenzia europea con poteri sui mercati finanziari del continente».
Nella rivalutazione dei grandi filosofi di un tempo, che si confrontavano con le sfide politiche più concrete, non poteva mancare Adam Smith. Che fu un filosofo etico prima di essere il fondatore della moderna scienza economica. Un grande pensatore, secondo lei travisato profondamente.
«Uno dei suoi concetti più equivocati è quello della mano invisibile. Nella vulgata si è imposta l’idea che Adam Smith con la mano invisibile abbia inteso dire che il mercato deve essere lasciato a se stesso perché raggiunge automaticamente un equilibrio virtuoso. La mano invisibile è diventato l’argomento principe in favore di politiche di laissez-faire, fino ai neoliberisti. In realtà Adam Smith prende a prestito l’immagine della mano invisibile, con molta ironia, dal terzo atto del Macbeth di Shakespeare. Macbeth parla della notte e della sua mano sanguinolenta e invisibile che gli deve togliere il pallore del rimorso prima dell’assassinio. Smith ha preso in giro ferocemente quei capitalisti che credevano di avere il potere di governare i mercati. Tra l’altro Adam Smith capì allora che la Cina sarebbe tornata ad essere una grande potenza dell’economia mondiale, e auspicò una sorta di Commonwealth universale per governare il nuovo ordine internazionale».
Lei è reduce dal Festival dell’Economia di Trento che quest’anno ha messo al centro delle sue discussioni il rapporto fra mercato e democrazia. Di fronte all’ascesa di nuovi capitalismi autoritari e illiberali è entrato in crisi un determinismo economico: l’idea che lo sviluppo porta automaticamente alla libertà politica.
«Quella illusione fu smentita anche in tempi più lontani. Nel marzo del 1975 il profeta del neoliberismo economico, Milton Friedman, andò in Cile per convertire il dittatore Pinochet al mercato, perché aprisse il suo paese al commercio mondiale e agli investimenti stranieri. Subissato di critiche da parte dei liberal americani, Friedman sostenne che il mercato era il presupposto della democrazia e dei diritti umani. In realtà la dittatura di Pinochet durò per altri 15 anni».
Ho appena comprato un clandestino. Roy, 31 anni, arrivato cinque anni fa come turista dal Bangladesh, costa meno di un pieno di benzina. Chiede 30 euro a giornata per lavorare come muratore. Anche quattordici ore al giorno, dall'alba a sera tardi. Fanno due euro e 14 centesimi di paga l'ora. Una stretta di mano conclude l'accordo. Senza che lui sappia molto di me né io di lui. Ogni mattina presto Roy appare in piazzale Roma, l'ultimo brandello di strada davanti alla laguna di Venezia. E se nessuno lo chiama nella città d'arte, torna ad aspettare alla stazione di Mestre. Alla fine dei lavori potrei anche non pagarlo. Potrei prenderlo a schiaffi: se lui fosse così pazzo da chiamare la polizia e beccarsi l'espulsione, rischierei al massimo sei mesi di reclusione. Potrei rubargli il portafoglio: ammesso che mi voglia denunciare, il furto è punito da sei mesi a tre anni. Potrei fargli credere che gli procurerò un permesso di soggiorno in cambio dei suoi risparmi e truffarlo: non rischierei più di tre anni. Potrei essere lo sgherro di un'associazione a delinquere e sfruttarlo: la mia condanna partirebbe comunque da un anno. Sempre meno di quanto rischierà Roy quando verrà approvato il disegno di legge sul reato di immigrazione clandestina: fino a quattro anni di carcere, per essere semplicemente un muratore.
Perfino una parte autorevole dei vertici di carabinieri e polizia sostiene che è anche colpa della legge firmata nel 2002 da Umberto Bossi e Gianfranco Fini, se in Italia ci sono tanti clandestini: perché restringe all'infinito le possibilità di ingresso, punisce i lavoratori stranieri non in regola e garantisce sempre una via d'uscita indolore ai datori di lavoro che li sfruttano. È tutto scritto in un rapporto riservato, consegnato al ministero dell'Interno nell'ottobre 2006, all'indomani dell'inchiesta de 'L'espresso' sulla schiavitù e il caporalato in Puglia. L'analisi riguarda le condizioni degli stranieri in tutta Italia. "Sono gli imprenditori, che si avvalgono dell'intermediazione abusiva, i soggetti principali che avviano questo sistema di illegalità", denuncia il rapporto, "incentivati sia dai maggiori profitti derivanti dal lavoro nero, e dunque dalla mancata regolarizzazione delle posizioni lavorative, sia dalla celerità e dalla flessibilità con le quali possono essere soddisfatte le richieste di manodopera".
Lo studio suggerisce di introdurre sanzioni per i datori di lavoro, oltre che per intermediari e caporali. È firmato dall'allora vicecapo della polizia, Alessandro Pansa, diventato poi prefetto a Napoli, che presiedeva la commissione formata anche dal generale di brigata dei carabinieri, Salvatore Scoppa, e dal colonnello Luciano Annichiarico, responsabile del comando carabinieri per la tutela del lavoro. Il dossier è puntualmente scomparso in un cassetto. Prima per l'instabilità del governo di Romano Prodi. Ora per le decisioni diametralmente opposte annunciate da Silvio Berlusconi e dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
Altro che badanti da salvare. La visione coloniale, secondo cui l'immigrazione da regolarizzare è soltanto la servitù di casa, esclude dalla legalità una parte importante dell'economia italiana. Lavoratori che, pur non essendo in regola con i documenti, partecipano attivamente al nostro prodotto interno lordo. Dati di Unioncamere: il 9,2 per cento del Pil italiano deriva dal lavoro degli stranieri, regolari e irregolari. L'agricoltura che riempie le nostre tavole di frutta e verdura ne è un esempio: il 95 per cento dei braccianti stranieri in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Lazio è ingaggiato senza contratto di lavoro e più dell'80 per cento è senza permesso di soggiorno. Lo denuncia il dossier 'Una stagione all'inferno' presentato a metà maggio dalla missione in Italia di Medici senza frontiere. È l'aggiornamento di un'inchiesta pubblicata nel 2005 sull'agricoltura al Sud. "Dopo tre anni", spiega Loris De Filippi, responsabile delle operazioni di Msf, "abbiamo constatato che nulla è cambiato". Pochi giorni fa l'Istituto nazionale di economia agraria, ente di ricerca del ministero per le Politiche agricole, ha quantificato il numero di lavoratori stranieri nel settore: 150 mila, di cui 70 mila al Nord. Nel 1995 erano 30 mila in tutta Italia. Non esistono censimenti sui clandestini e solo queste cifre permettono di stimare il numero di lavoratori non in regola sfruttati nell'agricoltura. Secondo i dati consegnati dai carabinieri al ministero, sui 22 mila 295 stranieri occupati nelle aziende agricole controllate in Italia nel primo semestre 2006, il 24,21 per cento era senza permesso di soggiorno: significa che dalla Sicilia al Friuli i clandestini ingaggiati come braccianti sono più di 36 mila. Così se un giorno il governo volesse eliminare il lavoro irregolare in agricoltura attraverso il reato di immigrazione clandestina, dovrebbe far arrestare 36 mila lavoratori. E trovar loro posto nelle carceri già affollate da 48.600 persone. Senza contare il costo della detenzione e delle espulsioni: servirebbero almeno 103 voli a pieno carico di Boeing 747 per riportare tutti ai Paesi d'origine. Dovremmo poi dire addio più o meno al 24 per cento della produzione agricola italiana. Pomodori e uva marcirebbero sulle piante, i prezzi di vino, formaggi e verdure correrebbero più del petrolio. La carta e l'inchiostro per stampare i permessi di soggiorno costerebbero sicuramente molto meno. "Ma gli imprenditori non rinunceranno alle braccia a basso costo", spiega l'avvocato di Milano, Domenico Tambasco, esperto di diritto dell'immigrazione: "L'economia sostituirebbe gli espulsi con altri lavoratori irregolari. Altri migranti passerebbero le frontiere lungo le rotte più pericolose. E poiché è impensabile l'espulsione di decine di migliaia di persone, la nuova legge spingerebbe i lavoratori a vivere da latitanti, a nascondersi. A essere ancora più schiavi. Ci vorrebbe uno sciopero di tutti gli immigrati: solo così emergerebbe il vero peso dell'immigrazione nel sistema economico nazionale". Il carcere non è comunque una novità: la legge già prevede la detenzione fino a quattro anni per i clandestini sorpresi una seconda volta. "Prima dell'indulto", ricorda l'avvocato di Padova, Marco Paggi, "il 25 per cento della popolazione penitenziaria era composto da stranieri detenuti unicamente per non aver rispettato il decreto di espulsione".
L'edilizia è un altro settore di grande sfruttamento. Il rapporto di polizia e carabinieri consegnato al ministero dell'Interno rivela che su 2943 imprese controllate in Italia nel 2006, ben 2004 avevano violato le norme di assunzione del personale straniero e 45 erano completamente sommerse. Perfino nel Nord-Est, modello dell'economia rampante e xenofoba che piace alla destra nazionale, i clandestini hanno ormai una funzione insostituibile. "La presenza di lavoratori irregolari", spiega Stefania Bragato, del Consorzio per la ricerca e la formazione, "varia dal 24 per cento della provincia di Rovigo, al 22 della provincia di Venezia, al 20 di Verona, scendendo al 15 di Treviso. Una media intorno al 18 per cento".
Certo, colpire i datori di lavoro vorrebbe dire essere disposti ad arrestare decine di industriali nel Veneto leghista dove, secondo dati raccolti anche dalla Cgil, l'impiego di clandestini nella filiera produttiva del tessile sale al 27 per cento. Oppure ammanettare le migliaia di casalinghe anziane che, alla ricerca di una badante, una colf o un muratore per piccoli lavori, non ne vogliono sapere di pagare uno straniero a posto con documenti, assicurazione e bollettini. "Il paradosso è che un clandestino trova lavoro più facilmente di un regolare. Vengono perfino qui a chiedere come fare", dice Leonardo Menegotto, responsabile immigrazione della Cgil di Mestre: "Rifiutano i regolari perché, dicono, vogliono essere messi a contratto. Io rispondo che queste informazioni non le diamo".
La denuncia nel rapporto riservato di polizia e carabinieri è un'accusa senza alibi: "Il lavoro nero e l'economia irregolare, per dimensioni e pervasività, hanno assunto la configurazione di una componente strutturale del sistema produttivo nazionale... Le sanzioni previste dalla legge Biagi sono inadeguate a fronteggiare il fenomeno nel suo complesso... Il ricorso diffuso al lavoro nero rende scarsamente efficaci anche i meccanismi sanciti dalla normativa prevista per i flussi di ingresso di stranieri". Da sempre le quote non rispondono alle esigenze dell'economia. Ma nessun governo, nemmeno di centrosinistra, si è adeguato. Così quest'anno si è toccato un altro record: 758 mila dichiarazioni di assunzione per appena 170 mila permessi stabiliti dal decreto flussi.
Il risultato è catastrofico. Soprattutto al Sud dove la paura e l'insicurezza sono sentimenti quotidiani per migliaia di braccianti. Il 64 per cento vive in case abbandonate senza acqua. Il 62 senza servizi igienici. Il 92 per cento senza riscaldamento. Ad Alcamo, in Sicilia, il Comune ha allestito un dormitorio per i lavoratori stagionali stranieri. Ma la legge impedisce di accogliere clandestini. Mentre gli agricoltori del posto vogliono soprattutto clandestini. "Lo scenario è dei più impressionanti", è scritto nel rapporto di Medici senza frontiere, "il 39 per cento dei lavoratori dorme per le strade cittadine, il 27 in case abbandonate, il resto arrangiato in tende nei campi limitrofi". Una sera di ottobre a Gioia Tauro, in Calabria, viene investito Mamadou, 18 anni, bracciante emigrato dal Mali: dopo un mese con una ferita infetta alla coscia sinistra "al pronto soccorso gli operatori sanitari dichiarano di curarlo a titolo di favore. L'ortopedico non è presente, la gamba è dolorante e gonfia. Il paziente viene dimesso senza aver consultato lo specialista, senza bendatura di supporto e senza terapia".
L'Italia è spietata e cinica anche con chi è in regola. Abdou, 32 anni, laurea in lettere presa in Senegal, parla italiano, francese, inglese e capisce lo spagnolo. Lavora come assistente del direttore commerciale in un ditta a Pordenone. Potrebbe girare il mondo e fare carriera. Nell'aprile 2007 ha chiesto il rinnovo del suo permesso di soggiorno. Data dell'appuntamento in questura, per la foto segnaletica come fosse un delinquente: febbraio 2009. Il permesso lo riceverà dopo altri quattro mesi di attesa: "Spero", sorride, "intanto non posso uscire dall'Italia. Questa è una discriminazione". Abdou chiede di non rivelare il suo cognome. Per paura.
Ogni settimana 22 mila stranieri presentano alle poste la richiesta di rinnovo del soggiorno. E aspettano la convocazione in questura: "Qui a Treviso non rispondono nemmeno perché il sistema informatico non è tarato per fissare appuntamenti nel 2010", avvertono agli sportelli immigrazione in città. Proprio in questi mesi stanno entrando in Italia gli stranieri del decreto flussi 2006. Dopo due anni molti trovano che i loro datori di lavoro sono nel frattempo falliti, si sono trasferiti o sono morti. A loro le prefetture concedono permessi provvisori di sei mesi: verranno convocati tra un anno e mezzo, per ritirare un documento già scaduto da un anno.
Roy, il muratore bengalese, confessa che adesso ha paura di essere buttato fuori di casa. Ha saputo del decreto che da lunedì prevede la confisca degli appartamenti affittati agli stranieri senza permesso di soggiorno: "Dormo con quattro connazionali in regola. Mi hanno detto che devo trovarmi un altro posto". Può essere l'inizio di un assalto che porterà gli squali immobiliari a riappropriarsi a prezzi stracciati di interi quartieri storici. Il decreto non sembra così innocente: negli uffici dei broker di Milano si parla di appartamenti di cinesi, egiziani e peruviani che saranno confiscati e messi all'asta. Mentre migliaia di lavoratori clandestini già si chiedono dove andranno a dormire il prossimo inverno.
Benvenuti all'inferno
La brutalità del 'sistema Italia' non risparmia nemmeno gli immigrati regolari che lavorano nelle fabbriche.
È il risultato di un'indagine su quasi 100 mila operai presentata pochi giorni fa dalla Fiom-Cgil che dedica una sezione ai lavoratori stranieri (www.fiom.cgil.it/ inchiesta/default.htm). Il 20 per cento dei dipendenti con permesso di soggiorno ha subito intimidazioni sul posto di lavoro, il 5,3 violenze fisiche da parte dei colleghi, il 27,6 discriminazioni legate alla nazionalità. Il 7,8 per cento delle donne ha sopportato attenzioni sessuali indesiderate e il 4,7 ha subito violenze fisiche.
Il 35 per cento degli intervistati lavora in Italia da più di dieci anni. Solo il 20 da meno di cinque anni. Il 44 svolge il suo lavoro da almeno sei anni e il 36,8 lavora sempre nella stessa azienda. Il 64 per cento vive con la propria famiglia e nella metà dei casi ha figli piccoli.
Il 10,7 per cento degli operai immigrati ha una laurea, contro lo 0,4 degli italiani. Il 37,9 ha un diploma di scuola superiore (contro il 25,1). Le donne hanno il livello più alto di istruzione: il 21,2 per cento delle immigrate ha una laurea. Ma nella gerarchia del lavoro gli stranieri occupano i livelli di inquadramento più bassi: il 52,1 per cento è al terzo livello, il 14,6 sotto il terzo. In media un immigrato guadagna 1.186 euro al mese. Ma nella metà dei casi si tratta di famiglie monoreddito: il 22 per cento degli stranieri vive con più di cinque persone. Solo il 29,3 per cento ha redditi familiari superiori a 1.900 euro contro il 55,1 degli italiani. Nonostante gli immigrati lavorino più ore degli italiani, più spesso la notte e nel 73 per cento dei casi facciano anche il turno del sabato. Quanto agli incidenti sul lavoro, il 18,2 per cento degli stranieri non ha ricevuto una adeguata informazione sui rischi dovuti agli strumenti o ai prodotti che usa.
Più ci penso più mi convinco che la ormai evidente crisi della sinistra (parlo soprattutto di quella europea) è dovuta, molto più che a gravi errori politici, pure evidenti, a fattori culturali e morali.
In una intervista ripubblicata da Lettera Internazionale, la bella rivista diretta da Federico Coen e Biancamaria Bruno, Cornelius Castoriadis ricordava che i filosofi politici di oggi «ignorano alla grande l´intima solidarietà tra un regime sociale e il tipo antropologico necessario per farlo funzionare».
È un fatto che nel nostro tempo, diciamo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è profondamente mutato non soltanto il regime sociale (la struttura della economia e delle classi sociali) ma anche il «tipo antropologico» rappresentativo della società. Della prima mutazione i partiti della sinistra (parlo dei grandi partiti «riformisti») si sono, anche se a stento, accorti e hanno tentato di adeguarsi, prevalentemente in modo passivo, e cioè subendo l’iniziativa di un capitalismo vittorioso. Non hanno invece neppure percepito la seconda, il profondo mutamento culturale che la accompagna e che determina i cambiamenti dell’umore politico e del comportamento elettorale.
Parlo di cambiamenti che si rivelano più con manifestazioni apolitiche e apparentemente irrilevanti, ma significative del modo di sentire e di pensare; dei valori esistenziali; degli "attrattori" del comportamento: tutte "spie" di mutamenti antropologici.
Nell’ultimo mezzo secolo, certo, la natura umana profonda, quella che contraddistingue le caratteristiche strutturali costituenti della specie, è cambiata di poco. Essa cambia sì, ma assai lentamente nello spazio dei millenni, anzi dei milioni di anni. Le caratteristiche culturali, che riguardano i comportamenti estrinseci, cambiano invece radicalmente e talvolta rapidamente. Chi potrebbe dire che l’Uomo medievale o l’Uomo del Rinascimento sono vicini al nostro modo di considerare la vita? (con sorpresa constatiamo, talvolta, che ci è molto più vicina la cultura degli antichi romani! il che prova che la nostra non è una evoluzione lineare).
Ora: un cambiamento antropologico radicale è intervenuto tra la società occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento e quella attuale. Quella accoppiava un forte materialismo progressista e scientifico con una altrettanto perentoria esibizione di valori etici trascendenti (Dio, Patria, Famiglia); un accoppiamento che ne costituiva insieme la contraddizione e la forza. Questa ha abbandonato la fede nelle magnifiche sorti e progressive ripiegando dal materialismo progressista allo psicologismo scettico; e al tempo stesso ha annegato i valori trascendenti, cui tributa una deferenza sempre più formale e superstiziosa, in una esplosione di edonismo e di egoismo davvero trascendentale. Il che la rende, magari, più coerente, ma intrinsecamente più vulnerabile.
La forza attrattiva della sinistra stava nella sua decisa denuncia delle contraddizioni della società borghese; della sua ipocrisia e della sua ingiustizia: dell’impossibilità di coniugare i suoi valori trascendenti esibiti, con la pratica della sopraffazione e dello sfruttamento. La sinistra di oggi si trova di fronte a classi dirigenti che, grazie al formidabile progresso tecnologico, non hanno più bisogno sistematico di sfruttamento del lavoro (sebbene questo sia tutt’altro che scomparso) essendo in grado di produrre masse enormi di beni di consumo. Viene meno dunque, almeno in parte, la sua missione di denuncia dello sfruttamento del lavoro. Si ingigantisce invece lo sfruttamento della natura, praticato in cambio di utilità sempre più frivole e al costo di distruzione di risorse irreversibili. D’altra parte, le nuove classi dirigenti rinunciano a presentarsi come portatrici di valori trascendenti per identificarsi con quelli decisamente immanenti dell’edonismo materialistico. Sul terreno economico, la virtù ascetica del risparmio è sostituita dalla incentivazione pubblicitaria dell’incontinenza consumistica; e l’ammirazione per i grandi imprenditori costruttori per quella dei grandi maghi speculatori. Di fronte a questa vera e propria conversione a U del vangelo capitalistico, la sinistra, da una parte si trincera combattendo un capitalismo che non c’è più; dall’altra, manca di percepire le nuove contraddizioni del nuovo capitalismo: che sono soprattutto ecologiche e morali.
Ecologiche: l’insostenibilità di una economia basata sul consumo del capitale naturale: una distruzione chiamata crescita.
Morali: l’orientamento della potenza creatrice della tecnica verso le finalità frivole del consumo, anziché verso la realizzazione di una società più giusta, di bisogni collettivi più urgenti, di scopi culturali realmente trascendenti.
La sinistra, da una parte, quella "radicale", recita un vecchio copione inattendibile. Dall’altra, quella "riformista", insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.
Il supercapitalismo inizierebbe verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando l’America aveva creato un capitalismo democratico, inteso come un’economia pianificata, sia pur diretta dalle grandi corporation. Le famiglie americane, che in quegli anni erano prevalentemente composte da operai e impiegati, godevano di salari decenti, di garanzie sindacali del posto di lavoro, di stabilità economica, di assicurazione sulla malattia e sui diritti alla pensione. In queste ultime situazioni, favorite da uno stabile sviluppo economico, garantito da poche grandi imprese, come la General Motors, in un’America abbastanza chiusa e protezionista, si potevano riconoscere i principi fondamentali di una democrazia sostanziale che, d’altra parte, non aveva politicamente mai avvertito incertezze o vocazioni antidemocratiche. Non era proprio l’età dell’oro. Ma si trattava comunque del capitalismo democratico.
La rivoluzione, o comunque il grande cambiamento, si verifica sul finire appunto degli anni Settanta, quando l’economia americana si apre a mercati più concorrenziali e il potere si sposta dai cittadini verso i consumatori e gli investitori e così gli aspetti democratici del capitalismo declinano. L’affermazione è tassativa, sicché gli spocchiosi nostrani adepti del libero mercato e della concorrenza dovrebbero forse avere oltre che un sussulto alla lettura delle pagine di Robert Reich, – professore a Berkeley, già ministro del lavoro sotto la presidenza Clinton e attualmente uno dei consiglieri economici di Barack Obama – anche qualche spunto di umile autocritica. Insomma, il libero mercato e la concorrenza spietata fra le imprese, cioè il supercapitalismo, hanno minato, se non distrutto, una parte assai importante della democrazia e dei diritti dei cittadini. La tecnologia, la globalizzazione, la deregolamentazione hanno dato potere ai consumatori e agli investitori e i cittadini l’hanno perduto. Tutto questo ha creato una concorrenza spietata fra le industrie americane e straniere per cui, per attrarre i consumatori, si abbassano i prezzi e il metodo più semplice è quello di tagliare salari e diritti dei lavoratori. Il cittadino ha perso, non il consumatore, che con la deregolamentazione dei mercati finanziari diventa alla fine investitore nelle nuove potenti istituzioni, i fondi pensione e quelli di vario genere, oltre alle continue invenzioni di nuove strutture per attivare il risparmio da parte del sistema bancario. E anche qui, con i rischi che abbiamo appena vissuto, è la concorrenza l’unica responsabile.
E’ allora il momento di trarre qualche conclusione. La prima e più inquietante è che è pur vero che la globalizzazione e il supercapitalismo riducono la differenza fra i vari paesi – prendiamo ad esempio Cina e Stati Uniti –, ma all’interno di ciascun paese aumentano vertiginosamente le disuguaglianze, con conseguenze politiche ancora imprevedibili. E con esse aumentano l’insicurezza (non solo del posto di lavoro) e la paura del futuro, alle quali si accompagna l’unico potere dello Stato, quando non gli è tolto o col quale collude qualche grande corporation nel controllo sulle comunicazioni, sui movimenti, sulle opinioni. Gli Stati supercapitalisti arretrano continuamente fino a mettersi a disposizione di un nuovo padrone: la concorrenza nel libero mercato che soddisfa, facendo scendere i prezzi, il consumatore (e l’investitore, ma qui Reich sbaglia) che ormai si è dimenticato di essere un cittadino con dei diritti.
Il libro è rivoluzionario: al centro del supercapitalismo c’è la concorrenza che uccide la democrazia. Così scompare la tanto amata tesi – il luogo comune degli economisti – che il libero mercato è prodromico alla democrazia. E puntualmente alla prima pagina del libro l’autore ricorda questa tesi sbandierata dall’economista Milton Friedman nel marzo del 1975 a sostegno di Pinochet, la cui dittatura brutale durò ben altri quindici anni. Strano destino: i due morirono a poche settimane di distanza verso la fine del 2006. Infine, la concorrenza necessaria a soddisfare il consumatore e l’investitore diventa un male inesorabile e incurabile.
E come libro rivoluzionario l’autore invita indirettamente a una rivolta: il cittadino schizofrenico è inconsciamente esortato a far rientrare lo Stato a garantirgli i diritti di varie generazioni, secondo la terminologia di Bobbio, e a limitare il ruolo delle corporation, soprattutto nella loro operatività e struttura. Ma le ricette predisposte sono poche sicché personalmente non so neppure quanto l’autore si sia reso conto che aver sottolineato la dissociazione consumatore-cittadino, l’aver indicato nella concorrenza e nel libero mercato la caduta senza ritorno della democrazia, sia un manifesto rivoluzionario. Se identifichiamo la classe medio-alta con la nuova borghesia, a partire dalla fine degli anni Settanta la trasformazione è evidente: da lavoratori e impiegati a professionisti e dirigenti, con un’indagine spietata sui lobbisti e sugli avvocati che condizionano a Washington sia l’operato del governo, sia del potere legislativo, c’è ovviamente l’assimilazione borghesia-corporations.
Un’osservazione finale mi appare necessaria per inquadrare e valutare, entro i suoi giusti limiti, un libro che deve essere letto da chiunque voglia capire il mondo in cui viviamo e non si lasci affascinare dai falsi sacerdoti che vanno noiosamente, ma insistentemente predicando che tutto si può risolvere con la concorrenza e il libero mercato. Un libro, tuttavia, che tradisce un difetto di certa cultura americana, in base alla quale le crisi finanziarie sono delle malattie temporanee che in qualche modo si risolvono. Di conseguenza il sistema americano non è e non può essere oggetto di discussione, perché è il solo che può garantire sviluppo economico e globalizzazione. Questa è la tesi sottostante.
L’impostazione non regge, prima di tutto perché il supercapitalismo è soprattutto un capitalismo finanziario, e qui invece la finanza non appare quasi neanche come comprimaria. È mai possibile, mi chiedo, che un attento studioso come Robert Reich non si sia reso conto che solo la concorrenza sfrenata che ciascuno di noi vuole come consumatore non sia l’unica origine del deficit di democrazia, ma che dalla fine degli anni Settanta nella struttura stessa delle corporation e dei mercati è apparso un vero e proprio malanno che ha minato l’intero sistema e ha oltraggiato spesso la stessa concorrenza: cioè il conflitto di interessi, neppure nominato nel libro. Così, come ho già detto, è assente qualunque critica al sistema bancario e finanziario. Quindi non si è neppure accorto che il vero deficit di democrazia sta nella nuova lex mercatoria, di medievale memoria, la quale è imposta dalle multinazionali, dai suoi studi legali, dalle sue private corti arbitrali, e che esclude spesso le norme fissate dai legislatori e certamente non tiene in minimo conto i diritti del cittadino o i più elementari principi di democrazia.
Quel che a me pare, in definitiva, è che il deficit grave di democrazia debba essere invece affrontato mettendo sotto accusa l’intero sistema, perché la colpa sempre più grave di quel deficit non siamo noi, anzi ciascuno di noi nel suo schizofrenico sdoppiamento fra consumatore vincente e cittadino perdente. Non credo che siamo noi che abbiamo bisogno di uno psicanalista per diventare meno consumisti e più cittadini, ma sono le società per azioni, le banche e i mercati finanziari che, come del resto ho scritto nel mio ultimo libro, abbisognano di un legislatore, magari sovranazionale, severo ma né improvvisato, né prodigo di troppe inutili norme. Ma ciò vale anche per il clima, l’ambiente, per la lotta alla povertà, per il diritto cosmopolitico dei popoli ad avere asilo e una vita decente.
E’ purtroppo una scelta alternativa, condizionante per il resto del mondo, sapere se gli Stati Uniti vorranno continuare a pensare che il supercapitalismo è ineluttabile o che la democrazia dei diritti di varie generazioni, secondo le classificazioni di Norberto Bobbio, sia il valore prioritario da perseguire per tutti.