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Sono passati dieci anni (13 settembre 1997) dalla manifestazione dei diecimila a campo Santo Stefano in risposta ai meeting leghisti e haideriani. Sulla scorta di un appello lanciato da il manifesto (Carta era ancora nel suo grembo) e Liberazione , i centri sociali, Rifondazione, i Verdi, i gruppi pacifisti nonviolenti, una moltitudine di piccoli gruppi e compagnie di amici variopinte invasero il centro storico di Venezia sotto uno striscione: “Nostra patria è il mondo intero”, accompagnando due piccoli e giovanissimi chiapanechi zapatisti incapucciati e con gli occhi sognanti. A ben guardare fu la prima iniziativa che conteneva già tutte le caratteristiche di quel disgelo dei movimenti che poi – passando per Seattle - diventò Genova e – passando per Porto Alegre – Firenze. Vennero da tutta Italia ad aiutare noi, padani afflitti dall’onda greve montante del leghismo. Le analisi le avevamo già fatte tutte (Vittorio Moioli, Roberto Biorcio, Marco Revelli): il leghismo è barbarie, ma non arretratezza; nemico della convivenza civile, ma pienamente liberista; xenofobo, ma paternalista; populista, ma non antioperaio; localista, ma iperproduttivista; antistato, ma supernazionalista; maschilista e patriarcale, ma familista; bestemmiatore, ma clericale; antipartito, ma pilastro della corazzata berlusconiana.

La domanda che ci facciamo da allora è perché mai sia capitato proprio a noi. Dove stava scritto che il dissolvimento del colossale sistema di potere doroteo e socialista (dei Bisaglia, Bernini, Piccoli, Rumor, De Michelis…) dovesse trasferirsi nei mostri Galan, Tosi, Tomat…?

Le risposte che ci sono venute in questi anni dagli esperti sono tutte giuste, ma nessuna convincente. Gli studi sui flussi di voti di Gianni Riccamboni ci spiegano come la Casa della Libertà ricalchi l’impronta dc, persistente nei secoli, scavalchi guerre mondiali e rivoluzioni industriali. Insomma, le radici culturali sembrano segnare più di ogni cosa i nostri destini, specularmene a ciò che avviene nell’altra metà della bassa padania, sotto il Po, dove regna più o meno felicemente l’altra coalizione del bipolarismo avanzante italiano. Se questa tesi fosse vera, vi sarebbero almeno due questioni settentrionali; una per le sinistre – il leghismo – e una per le destre: la Lega delle Coop. Verrebbe a dire che al Nord vi è una spartizione geopolitica che si sovrappone “arbitrariamente” ad un tessuto socioeconomico e a una composizione di classe che appare strutturalmente del tutto identico. La competizione tra i due poli avviene cioè sullo stesso terreno: per esempio, a me pare che le differenze nelle concezioni economico-sociali di Tremonti e Bersani siano più sfumature che sostanza; allo stesso modo le politiche dei governatori Illy e Galan sono una rincorsa a chi chiede “più autostrade e meno tasse”. La missione del nuovo Partito Democratico (del Nord) è inserirsi e proporsi come sostituto al sistema di potere esistente. Ma fino a che questo funzionerà (e funziona bene; vedi qualsiasi classifica di redditi, depositi bancari, occupazione) non si capisce chi e perché dovrebbe cambiare cavallo. Spesso a sinistra si confonde la propaganda (il lamento rivendicativo) con la realtà: la Lega è figlia di un successo competitivo del sistema economico, non di una emarginazione. Certo, il rischio, l’insicurezza e l’instabilità sono connotati nel tipo di competizione in atto tra aree geografiche e sistemi produttivi, a tal punto da stressare anche le tempre più dure, oltre che distruggere relazioni sociali, paesaggi storici e ambienti naturali. Ma per evitare ciò, servirebbe, per l’appunto, un percorso di fuoriuscita dagli ingranaggi della megamacchina produttiva, a partire da una visione altra della società e del mondo.

Le analisi dei centri studi delle Fondazioni e dei sindacati, di Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Daniele Marini… ci fanno pensare che la antropologia generata dal capitalismo popolare, diffuso, molecolare, individuale… della piccola e piccolissima impresa che “mette al lavoro” l’intera società, nonne e bambini compresi, e scandisce i ritmi biologici della vita, è quella della forma mentis dell’homo homini lupus. L’imprenditore, l’autonomo, colui che sa farsi i soldi da solo diventa la figura sociale di riferimento. Come un tempo, forse, lo era stato il proprietario terriero, poi il dottore e l’insegnate, persino l’architetto nell’italietta del boom, oggi, passando per l’artigiano (rileggere Meneghello), l’egemonia culturale e politica è quella del padrone. Così la platea a cui si riferisce la politica diventa “ceto produttivo”. Un indifferenziato miscuglio di lavori tenuto assieme da un unico obiettivo: il risultato d’azienda e il successo del suo sistema locale (distretto) o di filiera internazionalizzato fino in Cina (“dislungo”). Il compito della politica è di assicurare la necessaria coesione sociale, ma ci si accontenta anche solo di realizzare una “complicità” tra i diversi lavori e “mestieri”.

Il nuovo soggetto politico unitario che sta nascendo a sinistra, con il Cantiere tra Rifondazione, Pcdi, Sinistra Democratica, pensa che la “questione settentrionale” derivi da un deficit che si è acuito nel tempo nella capacità di rappresentare il lavoro dipendente salariato, gli operai. Verissimo, ma cosa pensiamo di offrire loro per ottenere credibilità e fiducia? Basta la resistenza su contratto nazionale di lavoro e pensioni per poter garantirgli potere d’acquisto e condizioni di vita migliori? Temo che gli operai abbiano capito che i padroni sono più bravi di qualsiasi “governo amico” nel distribuire paghe e anche mance. Temo che la ripresa di una idea di sinistra nelle nostre terre non possa fare a meno di prospettare cambiamenti di scenario più radicali. Ma questo cantiere non lo vedo ancora impiantato.

L’inferno dei nuovi Ulisse.

Prima che «‘l mar fu sovra noi richiuso»

Il «cratere» scavato dai due anni di governo. La «liquidazione della sinistra» decisa dal Pd. La natura «non negoziabile» delle politiche di mercato. Lo «spavento e la disperazione» di milioni di donne e di uomini. Marco Revelli non risparmia toni apocalittici sullo stato delle cose e le prospettive della sinistra. Nell’«inverno del nostro scontento», il colloquio con il sociologo torinese non può non partire però da un bilancio del governo Prodi.

«Gli ultimi due anni hanno scavato un cratere con cui dobbiamo per forza fare i conti - avverte Revelli - soprattutto Rifondazione è stato colpita al cuore. Non per un fallimento amministrativo o per incapacità delle persone, dei ministri o dei singoli parlamentari. Il problema è che è stata completamente sconfitta una linea politica: quella secondo cui era possibile spostare gli equilibri politici e sociali da una posizione di governo. É la vera differenza con il ‘900 maturo del «compromesso socialdemocratico»: questa società non si lascia attraversare da un governo non omologato. Le politiche hanno una «anelasticità» inedita e non sono, per così dire, «negoziabili». Questo è stato il quadro del governo Prodi. E dopo il voto temo che sarà anche peggio. Siamo entrati in un’epoca strutturalmente «impolitica». Intendendo con questo termine il venir meno dell’essenza della politica moderna: la capacità di deliberare l’ordine sociale sulla base di un progetto o di un’idea di «società giusta». La capacità di trascendere l’ordine dell’esistente per «edificarne» un altro liberamente e collettivamente scelto.

Proprio la caduta del governo ha costretto la sinistra ad accelerare il processo unitario. Ma questa accumulazione di forze può bastare a cambiare il quadro?

É una sinistra dai riflessi spaventosamente lenti, che stenta a cogliere la dimensione di quello che sta succedendo. La svolta impressa dal Pd sconvolge tutta la mappa delle identità politiche italiane. É una liquidazione chiarissima, esplicita e credo irreversibile, perfino del concetto di centrosinistra. Di una possibile (e naturale, vista la natura del centrodestra italiano) alleanza tra la sinistra cosiddetta moderata e la sinistra cosiddetta radicale. Possiamo dire anche di più: il Pd è il taglio voluto, deliberato e proclamato con le ultime radici di un’identità «di sinistra». Penso ai suoi simboli, alla negligenza su resistenza e antifascismo nella carta dei valori, ai suoi temi identificanti. Penso alla scandalosa campagna d’autunno contro la «città fragile» - lavavetri, vagabondi, mendicanti, nomadi - scatenata dai sindaci «democratici» come primo atto di quel processo «costituente». É tragico che la parte maggioritaria dell’ex-sinistra abbia fatto questa scelta.

Ma perché consideri la fine del centrosinistra un male? La sinistra non è finalmente più libera di essere se stessa?

Certo, ma ciò che mi rende in qualche misura «disperato» è che un’alternativa credibile e all’altezza del «terremoto centrista» ancora non si vede. Ovunque vada, e giro parecchio, trovo gente frastornata e spaventata dalle scelte del Pd che però non sembra prendere in grande considerazione il voto a sinistra. Se l’alternativa di sinistra vuole essere davvero «nuova» dovrebbe misurarsi con una società trasformata nel profondo, essere capace di superare vecchi dogmi (come quello sviluppista) o il modello di partito burocratico novecentesco, o almeno di metterli apertamente in discussione. Invece mi sembra di assistere a una sorta di congelamento delle idee di fronte alle minacce, e al prodromo, della liquidazione della sinistra tout court. C’è una forte difficoltà a guardare oltre la scadenza elettorale: al quadro e al vuoto che si apriranno se non si innova radicalmente. Soprattutto c’è, e pesa, una totale sottovalutazione dei guasti profondi di questo anno e mezzo di governo.

Si profila se non un «governissimo» tra Pd e Pdl quanto meno una condivisione esplicita dell’agenda e delle forme della rappresentanza. In qualche caso perfino dei programmi politici.

Il Pd, in questo senso, è un emblema paradossale di questa «fine della politica» o della sua «inoperosità». Proprio il Pd, che si presenta come iper-politico, come il trionfo della tecnicalità politica, è in realtà essenzialmente im-politico. La sua linea è accettare il reale così com’è, cioè la negazione stessa della politica. Per Veltroni il paese reale è irriformabile (per questo sceglie di «riformare» se stesso, per adattamento). E quando dice che «non ci sono due Italie ma una sola» condanna a morte la politica, perché fa coincidere il paese reale con la sua autobiografia negativa. Perché sanziona la riconciliazione di tutta l’Italia, compresa la minoranza che vi si era opposta, con la propria parte peggiore, con i propri vizi più radicati, mentre la politica dovrebbe servire proprio al riscatto. L’idea di un’altra Italia non è più data, oppure è presentata come un’ostacolo alla «bella unità degli opposti», come un’idea residuale o di pura testimonianza.

In questo quadro la sinistra parlamentare rischia veramente di scomparire?

Che dire? Ha consumato gli ultimi 4 mesi a discutere di riforma elettorale. E quando propone la propria immagine di società la dipinge in modo stereotipato o aproblematico. Va benissimo dire che si deve partire dal lavoro e dal rapporto capitale-lavoro. Ma quale lavoro? Quali «figure» del lavoro nella frantumazione del modello fordista e della grande fabbrica? É un momento in cui il lavoro stenta persino a fare racconto di sé. Devono bruciare vivi i lavoratori, i loro corpi, perché ci si accorga che c’è ancora chi lavora con il ferro e con il fuoco. Che non ci sono solo «Imprenditori» e «imprenditori di se stessi».

Perché secondo te il lavoro stenta ad assumere una sua soggettività? Perché l’unico soggetto su piazza è il capitale?

Sono domande impegnative ma se la sinistra non risponde è fuori gioco. Gli altri, purtroppo, una risposta l’hanno data: per loro l’unico soggetto in campo è l’impresa (e questo mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di impoliticità della situazione, perché l’impresa è soggetto «privato» per definizione). Il Pd di Veltroni presenta il programma della Confindustria punto per punto. Candida come capolista il figlio di un imprenditore secondo il vecchio principio dinastico. E non è nemmeno il figlio di un «capitano d’industria», di un self made man con vocazione da produttore ma il figlio di un imprenditore - finanziere, uno scalatore d’imprese altrui. Poi, certo, candida anche un operaio, uno che ha dovuto rischiare la pelle per conquistarsi una visibilità simbolica e come ornamento simbolico è stato scelto: il testimone di un residuo e di una difficoltà. A me pare un’operazione spaventosamente cinica, ma i nostri che dicono? Sono silenti.

Come ti spieghi questa afasia?

La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell’esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell’analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza.

Ti aspettavi un’offensiva clericale come quella sull’aborto, che ormai non salva più nemmeno le apparenze?

É un altro aspetto di debolezza di una sinistra troppo timida anche sul terreno dei valori. Oggi se vuoi conquistare il campo devi avere una visione etica e valoriale molto forte. Non ti puoi muovere solo a difesa delle conquiste dei decenni scorsi, devi presentare una visione coerente capace di suscitare passioni ed entusiasmo per le generazioni che vivono nel mondo trasformato di oggi. Devi toccare i nervi della vita vissuta. Invece persino nei suoi comportamenti quotidiani, questa sinistra politica, nei suoi protagonisti pubblici, è desolante. Nelle relazioni al suo interno, per dire, è incapace di offrire l’esempio di uno stile diverso, non riesce a superare le meschinità di una pratica micro-competitiva. Di un ben visibile «marcarsi a vicenda». Anche il modo in cui si è arrivati, obtorto collo, a questa Sinistra arcobaleno è un po’ desolante, senza entusiasmo e senza segnali nuovi. Il movimento operaio delle origini lanciava una profonda speranza di palingenesi, di cambiamento morale, che oggi è spaventosamente assente. Gli altri ripropongono le peggiori visioni tradizionaliste però intanto si accampano e condizionano il terreno dei valori. Non puoi affrontare la loro sfida con una logica burocratica.

Ma non ti pare che questa competizione sui valori sia fuori dal tempo? Se guardiamo gli Usa a me pare che la campagna presidenziale 2008 si muova su tutt’altro: assistenza sanitaria, crisi economica, fallimenti in politica estera...

Qui in Italia siamo arretrati, è vero. L’operazione delle destre è tecnicamente reazionaria, da Restaurazione stile 1815. Non ci si accorge nemmeno più che proprio le figure che hanno incarnato quelle idee politiche non reggono il terreno da loro stessi prescelto. Lasciamo stare Bush ma anche Sarkozy si sta rivelando un guitto di periferia, un bambolotto di pezza. La nostra è una destra che mescola impunemente i «padre pii» con le veline. Che fa uno spettacolo grottesco di uomini che celebrano il family day con 2 o 3 famiglie a carico. Come si fa a non vedere la mistificazione di chi celebra la famiglia di giorno e la sera si vanta di andare al night? La grande stampa nazionale su questo è compiacente o reticente. Non siamo più nemmeno capaci di giudicare gli uomini per quello che sono. Per demistificare aspetti così ridicoli ormai servirebbe un neopuritanesimo molto forte, da levellers della rivoluzione inglese del 1648, il radicalismo etico di Puritanesimo e Libertà, contro la controriforma postmoderna di una combriccola di reazionari che usano l’innovazione più radicale per restaurare la peggiore Tradizione. Come antidoto una volta c’erano i Salvemini, i Gobetti, gli Ernesto Rossi... esponenti, appunto, di un’«Altra Italia», ma io oggi tutto questo rigore non lo vedo. Vedo tanti seguaci di Padre Pio e dell’Opus dei a destra, al centro, e anche più in qua...

Dipingi un quadro veramente devastante. Ma c’è una possibilità di essere ancora interessati a questa sinistra?

Un interesse c’è sempre. Per me la priorità, oggi, è tenere aperta la possibilità di una lotta politica. Bisogna tenere un varco. Per questo spero che da queste elezioni non esca distrutta o tanto marginale da risultare invisibile. Ma questa speranza non ha nulla a che fare con ciò che questa sinistra è oggi. Riguarda quello in cui potrebbe trasformarsi. Senza la possibilità di un’alternativa, la notte della politica calerà del tutto e il mare si chiuderà sopra di noi, come nel ventiseiesimo canto dell’Inferno.

Settanta anni fa moriva in una clinica Antonio Gramsci. Al funerale non andò nessuno, fuorché la cognata Tatiana e la polizia. Era stato arrestato nel 1926 ed era libero da poche settimane, sfinito dalla malattia e non solo da essa. Se morire comporta un qualche assenso, deve averlo propiziato il rendersi conto che non era desiderato da nessuna parte - non a Mosca, dove erano la moglie e i figli e i compagni, non a Ghilarza, dove era la sua famiglia d’origine. Di questo nulla ha detto all’amorevole non amata Tatiana, e se lo ha confidato a Piero Sraffa, Piero Sraffa non ce ne ha lasciato testimonianza. Eppure, di quel che era successo al mondo dal ’26 al ’37 i due, in una clinica finalmente senza polizia, devono avere parlato a lungo, e Gramsci molto deve avere saputo di quel che aveva potuto intravvedere o adombrare. Nell’Urss la collettivizzazione delle terre, poi l’assassinio di Kirov e l’inizio della liquidazione del comitato centrale eletto nel 1934, e nel 1936, giusto un anno prima, il primo dei grandi processi. Fuori dell’Urss la crisi del 1929, l’ascesa del nazismo in Germania nel 1932, l’aggressione italiana all’Abissinia nel 1935 e nel 1936, il Fronte popolare in Francia ma l’attacco di Franco alla repubblica spagnola.

Che ne ha pensato? Che poteva attendersi dal ritorno alla libertà? Difficile immaginare un’esistenza più sofferente per le miserie del corpo, per la sconfitta, per la solitudine, per la lucidità. Non mi pare che in Italia sia ricordato con qualche calore. Forse solo da Mario Tronti alla Camera. Noi stessi ce la siamo cavata discutendo di un confronto con Edward Said - due teste, due culture, due epoche, due terreni - tutto diverso.Meno che mai poteva essere rievocato dal partito di cui Togliatti aveva detto che lui, Gramsci, era il fondatore, e che è stato interrato a Firenze la settimana scorsa. Per il defunto Pci era stato - alquanto depurato e deproblematizzato - la carta vincente nell’orizzonte dell’Italia del dopoguerra, prova di un’autonomia dall’ortodossia sovietica. Era un martire del fascismo, dunque da onorare e, spento, non avrebbe più perturbato la quiete dell’esecutivo della Internazionale comunista e del suo proprio partito.

Dopo il 1956, il suo ritratto sostituì quello di Stalin sulle pareti di via Botteghe Oscure. Ma era stato a lungo passato sotto silenzio che nel 1926, poco prima dell’arresto, aveva scritto all’esecutivo dell’Ic contro la decisione staliniana di tagliar fuori Trotzki, non perché fosse d’accordo con Trotzki ma perché trovava irresponsabile spaccare, nel fallimento delle rivoluzioni in Europa, l’unità del gruppo dirigente del 1917 o di quel che ne restava. E che tre anni dopo i compagni in carcere avevano condannato le sue tesi opposte alla linea del 1929, e lo avevano isolato. Ne aveva tratto l’amarissmo dubbio che Togliatti non solo nulla facesse per tirarlo fuori, ma lo desiderasse dentro. E se aveva conservato la speranza che la Ic fosse meno meschina del Pcdi, il sapere nel 1937 cheMosca gli era preclusa, gliela aveva tolta tutta.

Anche di questo non può non avere parlato con Sraffa, ma Sraffa rifiutò di discuterne con Tatiana e nulla ci ha lasciato detto.

Negli anni Sessanta Rinascita avrebbe pubblicato tutto, la lettera all’esecutivo dell’Ic di cui era stata negata l’autenticità, lo scontro con Togliatti, il rapporto di Athos Lisa sulla rottura in carcere. E sarebbe uscita l’edizione completa delle Lettere. E Paolo Spriano cercava di andare più a fondo, nell’ostilità di Amendola. Ma era tardi. Nessuno se ne infiammò nel partito, né fuori. Pochi anni dopo, ogni passione spenta, il Pci pareva vincente sulla scena elettorale e la generazione del 1968 non lo avrebbe neppure sfogliato, Gramsci. Aveva fretta, pensava a scadenze veloci e vittoriose e Gramsci era il pensatore della sconfitta delle rivoluzioni in Europa. In quegli anni lo si studiò più all’estero, nell’indifferenza degli ortodossi e delle nuove sinistre. In Italia è diventato oggetto di studiosi valenti più o meno separati dalla politica. Anche le sue ceneri restano deposte a parte, nel piccolo cimitero degli acattolici che i romani chiamano degli inglesi, vicino alla Piramide Cestia. L’uso che di Gramsci aveva fatto il Pci contribuì alla diffidenza del 1968 e seguaci. Dico uso e non abuso, perché non c’è stata in senso proprio una falsificazione - tanto che l’interpretazione corrente è rimasta quel che era anche dopo la pubblicazione rigorosa dei Quaderni fatta da Valentino Gerratana. C’è stata un’accentuazione degli elementi che andavano in direzione della linea del Pci dopo la guerra. Il cardine ne furono soprattutto i frammenti su guerra di posizione e guerra di movimento. Su questo punto le note hanno nei Quaderni uno sviluppo disuguale e vengono datate attorno al 1930. Il nocciolo è in sostanza questo: dove il potere della classe dominante poggia non solo sullo stato ma su una società civile avanzata e complessa, il movimento rivoluzionario non può vincere con un attacco al vertice dell’apparato statale (guerra di movimento) ma in quanto abbia conquistato le «casematte» della società civile (guerra di posizione). Soltanto dove è lo stato a detenere tutto il potere rispetto a una società civile debole e poco strutturata, può avvenire il contrario. Sotto l’occhio della censura Gramsci usa un linguaggio mascherato e «militare» - ne nota egli stesso il limite - ma la trasposizione non è difficile. Guerra di movimento è una rivoluzione che, anche se si impadronisse con una rapida mossa del vertice statuale, non reggerebbe alla resistenza d’una forte società civile, che occorre perciò penetrare, postazione per postazione, con una tenace guerra di posizione.

Esempi: l’occidente presenta società civili robuste, l’Est società fragili. Gramsci non lo può scrivere in termini espliciti, ma è una ragione per cui le rivoluzioni del primo dopoguerra in Euopa sono fallite, nell’Urss invece l’Ottobre ha vinto.

Qui si aprono una serie di problemi. Parrebbe preliminare la definizione, l’uno rispetto all’altra, di stato e società civile. Nei Quaderni i confini variano e a volte si intersecano e confondono, come nel caso del regime fascista. Tuttavia la tesi è chiara: il potere del capitale non sta tutto e solo negli apparati repressivi dello stato, e non solo perché - tema anche inMarx parzialmente equivoco - la «struttura» determinante è quella del modo di produzione che l’ideologia borghese vorrebbe distinta dalle istituzioni dello stato,ma perché anche come «comitato d’affari della borghesia» lo stato ha una sua sfera di autonomia, che peraltro è andata precisandosi e ridefinendosi nei decenni successivi. Soprattutto nei regimi che Arendt chiama «totalitari », sia quelli fascisti sia quelli detti comunisti (che non hanno estinto lo stato affatto). Non so se nei primissimi ’30 Gramsci fosse in grado di pensarlo; certo non di scriverlo. Tuttavia la distinzione fa problema tuttora, né si può cavarsela con un ricorso alla dialettica fra i duemomenti, che è (anche in Gramsci) più un sofisma che una spiegazione. Sta di fatto che all’epoca nessun comunista pensava che si potesse fare ameno di una rottura dell’apparato dello stato e nulla permette di credere che per Gramsci la guerra di posizione fosse altro che preliminare alla rivoluzione politica. Insomma, condizione necessaria ma non sufficiente. Era il distinguo dei comunisti rispetto alla socialdemocrazia e al parlamentarismo. E lo resta a lungo. Nel 1956, con il VIII congresso, il Pci accenna al salto teorico: forse della rottura rivoluzionaria dello stato si può fare a meno - ma non lo esplicita apertis verbis, e non è questa la sede per dirimere se, per via dei rapporti di forza, o per prudenza su una radicale svolta nei principi.

Certo la pratica politica sulla quale il Pci è cresciuto è stata un perpetuo richiamo al Gramsci della guerra di posizione, unito all’inclinazione a accusare di avventurismo chi avrebbe voluto andar oltre, in Italia e nel mondo. Il caso del 1968 è solo il più indicativo: dopo una certa esitazione, il Pci non ha neppure compreso che se a quella spinta non si dava uno sbocco, essa sarebbe degenerata in forme estreme e perdenti, come in Italia e in Germania è avvenuto negli anni successivi. Ma in linea teorica il discorso si limitava alla tattica - non era mai il momento, non ci si trovava mai di fronte a una «crisi generale»; nessun documento del Pci è giunto a negare l’esistenza di un conflitto di fondo fra le classi. A cancellarne il concetto non sono bastati neppure la svolta del 1989 e il sempre più frequente uso negativo, sulla base del Gramsci giovanile, della categoria di «giacobinismo». E’ perfino divertente - ammesso che ci sia una qualche ironia nella storia - che si debba approdare allo scioglimento dei Ds nel 2007 perché Walter Veltroni dichiari priva di ragione, e quindi da cancellare (o reprimere), la guerra di classe, anzi - il termine guerra essendo lasciato agli stati e alle loro imprese «umanitarie » - il conflitto.

Nel suo saggio del 1976 nella New Left Review, Perry Anderson esclude che di questa deriva del Pci vada imputatoGramsci, che ritiene essere rimasto alla tesi marxiana della necessità d’una rottura della legalità statale; da parte sua, insiste ancora nel difenderne il carattere «militare» (Trotzki) perché nessuna conquista della società civile (della quale non nega la necessità) può incidere sul monopolio statale della violenza e sull’essere il solo a detenerne i mezzi con la polizia, l’esercito, e la tecnologia avanzata delle armi.

In verità con gli occhi del 2007 la questione si ricolloca in tutti i suoi termini: nessuna rivoluzione socialista è avvenuta senza una rottura politica e, sia pur in diversa misura, violenta; ma tutte le rivoluzioni dette socialiste o comuniste sono fallite o degenerate o implose, il caso dell’Urss essendo soltanto il più imponente. Se ne può se mai dedurre, contrariamente da Anderson, che i frammenti di Gramsci non si riferirebbero soltanto all’occidente, ma tradirebbero una preoccupazione sull’evolversi della rivoluzione russa, dove una preliminare egemonia sulla società civile non aveva avuto luogo. Certo questo avrebbe comportato delle conseguenze sul grado di maturità o immaturità di una rivoluzione, cui nessuno in quel tempo, e poi di nuovo negli anni ’70, sarebbe arrivato, pena trovarsi collocato molti passi indietro perfino rispetto a Bernstein. Resta il fatto che il lavoro di Gramsci rappresenta la prima sortita dalle categorie sommarie in cui sono stati pensati nel Novecento non solo la rivoluzione ma la natura della società e il rapporto fra istituzioni dello stato e società civile. Oggi, quando con la cosiddetta globalizzazione il potere su scala mondiale sembra poggiare assai più sulla rete dei capitali che sugli stati nazionali, pur restando nel monopolio di questi l’uso della violenza, l’elaborazione gramsciana dei primi anni ’30 sarebbe più che mai da riprendere e aggiornare. Sempre che, naturalmente, non siano gettati alle ortiche sia il concetto di modo capitalistico di produzione, sia quello di libertà - abitudine peraltro diffusa nelle ex vecchia e nuova sinistra.

Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo di sostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni. Berlusconi invece non è che il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza, quella del sistema liberaldemocratico, cui nessuno per trent'anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo: è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc); è il figlio naturale dell'incapacità dimostrata nella politica in questo paese di rappresentare gli «interessi generali» e non quelli, inevitabilmente affaristici, anche quando non personalmente lucrativi, di piccoli gruppi autoreferenziali, che pensano solo a se stessi.

Berlusconi, dunque, prima che essere fattore di corruzione, nasce da una lunga, insistita, fortunata pratica della corruzione: rappresenta fedelmente la decadenza crescente del pianeta Italia; per forza di cose non sa che governare attraverso la corruzione: la diffonde spontaneamente intorno a sé; crea un vergognoso sistema giuridico per difendersi quando sia stato colto in passato con le mani nel sacco e per continuare a farlo impunemente; modella l'Italia secondo il suo sistema di valori e, man mano che l'Italia degrada, ne viene alimentato.

In un articolo apparso sul Corriere della sera (13 luglio), come al solito intelligente ed acuto, Ernesto Galli della Loggia se la prende con il «moralismo in un paese solo», che sarebbe il nostro e che consisterebbe nel pensare che «L'Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino». L'accusa di moralismo astratto e vaniloquente - Galli della Loggia con la sua intelligenza dovrebbe ammetterlo - sarebbe molto meno pungente se la situazione italiana fosse quella da lui descritta. Insomma, il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani). Però alla lunga può diventare ancor più fastidioso che i critici del moralismo non ci dicano se al centro del problema non ci sia la corruzione dominante, e insieme con questa il suo principale rappresentante e beneficiario.

Per corruzione non intendo soltanto, e neanche principalmente, l'appropriazione indebita di denaro pubblico e privato e il culto quasi parossistico del proprio interesse personale: ma la degenerazione del sistema dentro cui il gioco politico, sempre più solo formalmente, continua a svilupparsi: il malcelato disprezzo della Carta costituzionale; l'evidente estraneità alle «forme» (cioè alla «sostanza») della democrazia; la denegazione crescente della separazione dei poteri; l'incapacità dei politici - tutti - di sottrarsi al gioco mortale della pura autoriproduzione; la tendenza in atto a sottomettere tutto a un potere unico. E accanto a questo, la pulsione - per usare una vecchia ma non del tutto inadeguata terminologia - a connotare in senso sempre più ferocemente classista i valori cosiddetti condivisi della morale pubblica e le scelte di politica economica.

È altresì evidente, come giustamente osserva Galli della Loggia, che vedere le cose in questo modo significa mettere all'ordine del giorno anche una riflessione sullo stato attuale della «democrazia rappresentativa» in Italia. Se infatti è per il voto degli elettori italiani che questo scempio può continuare ad ingrandirsi, questo non ci autorizzerà a buttare a mare per intero il sistema ma neanche a giustificare o ignorare lo scempio perché è il voto popolare, fatto in sé astrattamente positivo, a convalidarlo e produrlo. Se, ripeto, le cose stanno così, è evidente che c'è qualcosa (parecchio?) da cambiare o da aggiustare.

Arrivo a una prima conclusione. Io mi sentirei di dire che questo è uno dei momenti della storia italiana in cui «questione sociale» e «questione nazionale» fittamente s'intrecciano, fino a costituire un unico «nodo di problemi» da affrontare insieme. Questo vuol dire che il bisogno di «unità», per quanto tormentato e difficile, è altissimo. Uno degli errori strategici più gravi che si siano commessi nel corso dell'ultimo ventennio è l'essere andati separati - riformisti e radicali - alle ultime elezioni: gli uni, vantandosene come della scoperta del secolo; gli altri, consentendovi con pallida e autolesionistica tracotanza.

Per affrontare questo «nodo di problemi» è fin troppo evidente che le forze politiche dell'attuale opposizione risultano inadeguate. Perché la difficoltà attuale sia superata bisognerebbe che tutte le forze interessate, sia pure da angoli visuali diversi, guardassero fin d'ora a questo traguardo: sto parlando dunque di un processo, non di un arrangiamento fra capi e capetti.

Del Pd non saprei che dire se non che dovrebbe imparare presto a far bene il suo mestiere, che sarebbe quello, se non erro, di un partito moderato che guarda a sinistra (perché se decidesse, da partito moderato, di guardare a destra, il berlusconismo oggi tanto deprecato ci apparirebbe solo una tappa verso precipizi ancora peggiori). Sulla sinistra, che c'è e non c'è, e che in mancanza di altro si dilania, mi sentirei di fare alcune considerazioni di massima.

Il recente congresso di Rifondazione comunista ha avuto il merito di separare più nettamente che in passato i «comunisti» da tutti gli altri. I «comunisti» - per carità, bravissimi compagni, con cui non sarà impossibile mantenere rapporti - vanno per una loro strada, che non porta da nessuna parte. E gli altri? Gli altri dovrebbero porre alla base del loro futuro quel profondo ragionamento critico e autocritico, che finora è mancato e che lo stesso Bertinotti, se si escludono gli ultimi, disperatissimi mesi pre-elettorali, ha accuratamente evitato di affrontare. La cosa riguarda nello stesso modo l'intera galassia di quella parte della realtà politica italiana (che esiste, e come), la quale non s'adatta né alla formula corruttiva berlusconiana né all'opposizione moderata del Pd né alle risposte, piene di pathos, ma programmaticamente e ideologicamente assai deboli del dipietrismo (e di altri fenomeni analoghi ma deteriori).

Se mai ci sarà una Costituente di sinistra (come io mi auguro), mi piacerebbe che i suoi promotori tenessero conto che esistono tre comparti di problemi, uno programmatico, uno strategico e l'altro organizzativo, con cui - quali che siano le soluzioni da proporre - non si dovrebbe evitare di confrontarsi.

Il comparto programmatico è di gran lunga il più importante, ma qui posso evocarne solo il principio ispirativo. Se non si è comunisti, si è riformisti: bisogna accettare l'inevitabilità di questo décalage storico. Ma ci sono molte forme di riformismo: e ciò che le distingue è il programma (di cui non c'è traccia alcuna nei recenti dibattiti, anche quelli congressuali!).

Quella cui io penso è una forma molto radicale di riformismo, che preme su tutti i gangli della vita sociale, va più in là, s'occupa in modo più generale della «vita», delle collettività ma anche di ognuno di noi individualmente inteso, e propone soluzioni che spostano i rapporti di forza. Il cambiamento è in atto da quando lo si inizia, non c'è bisogno di arrivare al risultato finale per conoscerne tutti gli effetti. Dal punto di vista strategico non si potrà fare a meno di comporre in un quadro unitario «questione sociale» e «questione ambientale».

La cosa, se si entra nel merito, è tutt'altro che semplice: una classe operaia ecologista ancora non s'è vista ma neanche s'è visto un militante ecologista capace di «pensare» la «questione sociale» contemporanea. E pure sempre più avanza la consapevolezza che il destino umano risulta dalla composizione, meditata e razionale, delle due prospettive e cioè, per parlarne in termini politici, dalla sovrapposizione e dall'intreccio del «rosso» e del «verde».

Infine: se qualcuno pensa che la crisi della sinistra si risolva creando un nuovo piccolo partito dei frantumi dei vecchi, farebbe bene a cambiare opinione il più presto possibile. Ciò a cui sembra opportuno pensare è un vasto e persino eterogeneo movimento di forze reali, che sta dentro e fuori i vecchi partiti e per il quale vale la parola d'ordine che l'unica organizzazione possibile è l'autorganizzazione: una rete di istanze e rappresentanze diverse, collegate strategicamente e non gerarchicamente, che assorba e rivitalizzi le vecchie forze piuttosto che viceversa.

Certo, perché il discorso funzioni è necessario ammettere che tutte le volte in cui in Italia si riaffaccia una «questione morale» - cioè, come ho cercato di spiegare, un problema di degrado e di corruzione della vita pubblica e della democrazia - torna ad affiancarlesi l'ancora più stantia e veramente obsoleta parola d'ordine di una «rivoluzione intellettuale e morale». È questo cui pensiamo quando diciamo che la lotta al berlusconismo è al tempo stesso «questione sociale» e «questione nazionale»? Siamo retro al punto di rispondere tranquillamente di sì a questa domanda. In fondo tutto si riduce a questa semplicissima prospettiva: cambiare i tempi, i modi, le forme, i valori, i protagonisti dell'agire politico in Italia. Il resto verrà da sé.

Viviamo in un mondo che ha conosciuto una radicale mutamento delle forme di vita, dei modi di produzione e delle forme politiche e di governo. Viviamo cioè in un'epoca postmoderna, che occorre interpretare per potere trasformare, mettendo a dura critica le categorie della modernità capitalista. È questo uno dei temi ricorrenti della Fabbrica di porcellana (Feltrinelli, pp. 156, euro 16, traduzione di Marcello Tarì), un volume che raccoglie dieci lezioni tenute da Toni Negri al Collège International de Philosophie di Parigi tra il 2004 e il 2005 e che costituiscono al tempo stesso una messa a fuoco dei nodi teorici emersi nella discussione attorno ai noti Impero e Moltitudine (entrambi pubblicati negli anni scorsi da Rizzoli), i due volumi scritti da Negri assieme a Michael Hardt. Ma la fabbrica di porcellana è da intendere anche come un deposito di materiali da sviluppare ulteriormente in un lavoro di ricerca più organico di quanto possa essere un ciclo seminariale. Eppure è proprio questo carattere «provvisorio», seminariale, dialogico che rende questo libro un utile strumento per comprendere meglio il laboratorio culturale di Toni Negri.

Un mondo unificato

In primo luogo la scelta della lezione come forma di socializzazione dei materiali teorici costringe l'autore a una continua precisazione dei concetti presentati. Così, l'illustrazione dell'impero deve tener presente delle critiche a cui è stato sottoposto tale concetto e anche degli eventi che hanno segnato il presente. L'attentato alle Torri gemelle e la strategia della guerra preventiva attuata dall'amministrazione statunitense diventano due momenti che cambiano il corso della storia, nel senso che più che rallentare il processo di costruzione dell'impero, l'accelerano, modificando tuttavia la sua traiettoria. Allo stesso modo le prove di guerra bassa intensità contro il movimento no-global, che ha avuto il suo apice a Genova nel 2001, non bloccano lo smottamento politico in America latina, continente che Negri guarda con attenzione per quel rapporto di condizionamento e di autonomia che i movimenti sociali hanno stabilito con i «governi amici». Infine, la perdurante recessione economica non coincide con la fine della globalizzazione neoliberista: semmai ne mette in evidenza come le situazioni di crisi abbiano sempre il carattere costituente di un nuovo ordine economico e politico. Ed è per questo motivo che l'autore non nega che continuino a vigere i rapporti di sfruttamento, appropriazione delle risorse, di creazione di nuovi mercati tipico dell'imperialismo. E tuttavia Negri sostiene che, a differenza del passato imperialista, nell'impero viene a scomparire la distinzione tra mondo capitalista e società non capitaliste. L'impero è dunque una realtà unificata caratterizzata dal capitalismo globale che, come in un work in progress, modifica incessantemente le gerarchie di poteri e una nuova divisione internazionale del lavoro al suo interno. Emerge così una lettura meno lineare dello sviluppo capitalistico. Individuare la tendenza in atto non significa quindi chiudere gli occhi sulle contraddizioni, le aporie, le controtendenza che caratterizzano i processi storici.

La tendenza dell'impero è sostenuta tuttavia non solo dalle logiche interne al capitale, ma anche da quella costellazione di singolarità, di forme di vita definita da Negri, è ormai noto, come moltitudine. Anche in questo caso, l'autore chiarisce che la discontinuità operata con la tradizione marxiana sulle classi sociali non va interpretata come una negazione dei rapporti di sfruttamento che qualificano il capitalismo contemporaneo. La moltitudine diviene quindi il termine per indicare tutte le figure lavorative presenti nella realtà contemporanea che ha come elemento dominante il lavoro cognitivo. Ma più che parlare di elemento dominante, credo sia più aderente parlare di una pluralità di forme lavorative accomunate tuttavia dalla centralità della dimensione relazionale, dialogica, della messa in comune del sapere e della conoscenza in quanto fattori innovativi del processo lavorativo: fattore strategico, quest'ultimo del capitalismo contemporaneo. La forza-lavoro deve cioè alimentare quella macchina dell'innovazione che è la cooperazione produttiva.

È però partendo da una torsione della categoria marxiana di lavoro vivo che Negri risponde alla critiche che i filosofi francesi Etienne Balibar e Pierre Macherey hanno rivolto al concetto di moltitudine. Il primo ha espresso il dubbio che la moltitudine possa essere presentata come forza antisistemica, mentre Macherey ha sostenuto che la moltitudine difficilmente possa passare all'azione proprio per quella resistenza che presenta a manifestarsi come soggetto collettivo. Negri sostiene invece che la moltitudine è lavoro vivo che esprime resistenza al capitalismo cognitivo. Da qui le lezioni dedicate al «politico», che spaziano da una rilettura critica del pensiero di Max Weber, Carl Schmitt, Lenin, Michael Foucalt e Gilles Deleuze.

La democrazia assoluta

Vengono così introdotti e approfonditi i temi del biopotere, della biopolitica e della governance, con interessanti incursioni negli studi postcoloniali, intesi in questo volume come griglia analitica con cui analizzare proprio i processo di «soggettivazione politica» della moltitudine. E se il biopotere è inteso come strategie di governo della vita da parte del potere costituito attraverso strategie di governance, la biopolitica diviene l'orizzonte in cui collocare l'azione della moltitudine nel suo processo di defezione e esodo dal potere costituito.

Un libro, dunque, che presente tutti i temi della riflessione di Toni Negri negli ultimi anni. E che ha l'indubbio pregio nel carattere seminariale che lo contraddistingue. La lezione che problematizza meglio di altre le tesi del filoso italiano è quella che porta il titolo «Dal diritto di resistenza al potere costituente». È noto che il diritto di resistenza è elemento fondante del pensiero politico moderno. Ma Negri non è un democratico liberale. La sua prospettiva è una democrazia radicale. Meglio: spinozianamente assoluta che ha nel potere costituente della moltitudine il suo viatico. È su questo crinale che l'insistenza sulla cesura del postmoderno acquista consistenza. La presa di congedo dal pensiero politico della modernità è quindi da intendere non tanto come la constatazione di una evoluzione della società capitalistica, quanto come l'affermarsi di un capitalismo che ha trasformato l'attività intellettuale in mezzo di produzione. Viviamo dunque in un'epoca che vede il capitale come elemento parassitario della cooperazione produttiva sviluppata dalla forza-lavoro, dato che il sapere e la riflessività, direbbe il sociologo tedesco Ulrich Beck, «appartiene» al singolo. La rilevanza del capitale finanziario non è quindi da intendere come «squilibrio temporaneo», ma come fattore qualificante l'attuale capitalismo. Il capitale perde così le caratteristiche produttive, imprenditoriali e si presenta come un elemento parassitario del lavoro vivo. Il puzzle del moderno va così in pezzi e con esso il pensiero politico moderno.

Il potere costituente

La moltitudine e il potere costituente sono quindi da intendere come le coordinate indispensabili per un'azione politica radicale che punti al superamento del capitalismo stesso. La moltitudine per la sua resistenza a qualsiasi processo di eterodirezione della volontà politica; il potere costituente come un potere che non si cristallizza in istituzioni basate sul meccanismo della rappresentanza, bensì su istituzioni che hanno la capacità di prendere decisioni, di attuarle e di modificare se stesse rispondendo così al mutare delle azioni della moltitudine. Una lezione, questa settima, squisitamente politica, quasi una proposta di vademecum per i movimenti sociali che da Seattle in poi hanno prospettato l'altro mondo possibile. Ma visto che ci troviamo di fronte a un work in progress, è indubbio che alcuni elementi problematici vanno comunque sottolineati. La fabbrica di porcellana, cioè la possibilità di un'azione politica radicale, deve misurarsi con una crisi del capitalismo che ha la capacità di trarre comunque linfa vitale proprio dai suoi limiti.

Così l’impero vede un doppio movimento: da una parte il ruolo dirimente di alcune economie e stati nazionali - gli Stati Uniti e la Cina, ad esempio -, dall’altra l’accresciuta influenza di organismi sovranazionali e regionali come l’Unione europea, l’Asean e il tanto bistrattato Nafta, l’accordo di libero commercio tra Canada Usa e Messico, e il nascente Mercosur in America latina. È quindi un impero che ha si nella governance il dispositivo per dirimere i conflitti geopolitici e geoeconomici al suo interno, delegittimando talvolta l’operato del Wto, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, cioè le istituzioni principe della «prima» globalizzazione. Inoltre, il carattere parassitario del capitale deve essere misurato alla luce di quel regime della proprietà intellettuale che garantisce innovazione e un ruolo non residuale al sistema di macchine dell’organizzazione capitalistica della produzione. Per questo, il sistema della formazione, università compresa, diviene il campo dove l’addestramento di una forza-lavoro flessibile si accompagna a una «messa in produzione» di un sapere tecnico-scientifico mediata dal sistema di macchine. Ma ciò che è davvero rilevante è la crisi dei movimenti sociali. Crisi a geometria variabile, ovviamente. In America latina è difficile parlare di crisi radicale, ma in Europa, negli Stati Uniti e in Asia la recessione economica alimenta il lessico politico della destra populista. Allo stesso tempo, «l’unità d’azione della moltitudine corrisponde alla molteplicità delle espressioni di cui essa è capace» di cui parla Negri rimane imbrigliata in una ambivalenza che il conflitto non riesce a sciogliere. E forse ciò che indica l’autore come problema irrisolto - quello dell’organizzazione politica della moltitudine - è il nodo teorico su cui misurare le capacità di un pensiero politico che assume la cesura p

Il Libro verde di Sacconi potrebbe diventare il paradigma della pubblicizzazione del privato, con tutte le implicazioni di ordine legislativo, economico e fiscale. Il programma delineato ha tutte le caratteristiche tecniche e politiche per ridisegnare l'asse portante della politica economica e sociale del Paese. La parola chiave è sussidiarietà, individuo e solidarietà, che per il welfare state significa un orizzonte istituzionale diverso da quello prefigurato dai liberali e dai socialisti. La sussidiarietà e la solidarietà diventano lo strumento «giuridico» per deresponsabilizzare il pubblico come soggetto istituzionale a cui la collettività assegna, attraverso l'imposizione fiscale, il compito di rimuovere i vincoli che si manifestano nel mercato (fallimenti del mercato).

In questo senso occorre prestare molta attenzione al progetto federalista di Calderoni che modifica l'impianto ed i presupposti del sistema fiscale italiano. Il reddito non è contemplato nella nostra costituzione, piuttosto è privilegiata l'azione pubblica di rimozione dei vincoli di ordine economico e sociale. Purtroppo la novella costituzione del 2001 permette l'interpretazione spregiudicata dei diritti e dei doveri di questo governo. Infatti, la dizione sussidiarietà è declinata in solidarietà e responsabilità, non come cessione di potere verso quelle istituzioni pubbliche che più e meglio di altre possono affrontare i problemi o come diritti e doveri. E' lo spirito individuale, diversamente declinato e rappresentato, a promuovere la solidarietà. La libertà dal bisogno e la «libertà di» sono declinati nell'esatto contrario dell'art. 3 della Costituzione, mentre le politiche che coinvolgono soggetti diversi dallo stato tendono ad assegnare agli stessi interlocutori, individuali o diversamente organizzati, un ruolo che mal si concilia con le finalità dello stesso stato sociale e che poco attengono all'economia del benessere. Forse sarebbe stato molto più interessante parlare di Federalismo verso l'alto (Europa) e obiettivi europei per lo stato sociale.

L'esito di questa politica è l'equiparazione tra pubblico e privato nel campo dell'erogazione dei cosiddetti servizi universali. Ma tra privato e pubblico c'è una differenza sostanziale. Il secondo è soggetto a vincoli comunitari e interni attraverso il Patto di stabilità, mentre i privati possono erogare servizi senza vincoli di carattere giuridico, con tutti i problemi economici che i beni di merito manifestano, ovvero che è l'offerta a creare la domanda.

Sostanzialmente il «modello Sacconi» si prefigura come un progetto politico a tutto tondo in cui il privato, diversamente rappresentato, assume lo stesso spessore giuridico della pubblica amministrazione. Se il progetto «culturale» e «organizzativo» dovesse compiersi, sarebbe difficile recuperare terreno. È bene ricordare che lo stato e l'intervento pubblico sono istituzioni liberali. Il loro dissolvimento prefigurano una società in cui gli interessi particolari sopravvanzano quelli collettivi. Un esito sicuramente non desiderabile.

In calce potete scaricare il documento del ministro al lavoro e al welfare, Maurizio Sacconi

Geografo fra gli storici, storico fra i geografi, si diceva di Lucio Gambi, lo studioso ravennate che ha rivoluzionato la disciplina geografica in Italia, togliendole lo strato di polvere che l’appiattiva a scolastico inventario di monti, fiumi, confini e capitali. Le innovazioni di Gambi, scomparso due anni fa, sono raccontate in due volumi. Il primo è pubblicato dall’Istituto per i beni culturali dell’Emilia Romagna, a cura di Maria Pia Guermandi e Giuseppina Tonet, e raccoglie scritti di Gambi (La cognizione del paesaggio, Bononia University Press, pagg. 341, euro 23), oltre agli interventi di Ezio Raimondi, Franco Farinelli, Marina Foschi e Sergio Venturi. Il secondo è un numero quasi monografico della rivista del Mulino Quaderni storici, a cura di Massimo Quaini e con saggi di Giuseppe Dematteis, Claudio Greppi, Arturo Lanzani, Floriana Galluccio, Maria Luisa Sturani, Giorgio Mangani, Roberta Cevasco e Vittorio Tigrino (pagg. 319, euro 30).

In entrambi i volumi domina il tema della svolta impressa da Gambi, che ha ribaltato le impostazioni prevalenti fino almeno agli anni Settanta, quando chi faceva geografia di fatto descriveva e misurava oggetti fermi nel tempo, dati una volta per sempre. Questioni di geografia risale a un periodo ancora precedente, alla metà degli anni Sessanta, e già interrogava la cittadella dei geografi sulla difficoltà di procedere come si era sempre fatto. Ma il saggio che impone a un pubblico più vasto il modo di procedere di Gambi è I valori storici dei quadri ambientali, che nel 1972 apre il primo volume della Storia d’Italia Einaudi. Un geografo fra gli storici, appunto. E non in una posizione marginale, ma quasi a dettare un metodo di indagine in uno dei luoghi di massimo rilievo della storiografia italiana, un metodo fondato sull’intreccio dei linguaggi, dei codici scientifici, sul fascinoso incastro fra l’asse diacronico della storia e quello sincronico della geografia, un incastro che produce pagine di distesa e bellissima narrazione.

Pescando a campione, ecco la descrizione delle modifiche introdotte nei paesaggi italiani dalla combinazione di eventi climatici, di morfologia del terreno e dalla scelta da parte degli uomini di quali colture piantare. Gambi spiega sulla base di questi tre fattori, per esempio, l’incremento degli oliveti in Toscana nei primi secoli del Medioevo, una coltivazione che non si riscontra prima di allora. Ma storia e geografia si incrociano anche nell’analisi sulla deforestazione di vaste zone della penisola avvenuta negli ultimi cinque o sei secoli. O nell’indagine di un altro fenomeno impetuoso che dal Settecento in poi ha investito la pianura padana nella sua parte veneta e friulana, emiliana e romagnola: l’estensione delle colture cereali, che spinge Gambi a coniare la felice espressione di "steppa a cereali", una steppa creata eliminando la foresta a latifoglie e riducendo le superfici di pantano, un’operazione che a sua volta «non può non aver influenzato il clima in termini più continentali». E storia e geografia ricorrono nello studio dedicato a La casa dei contadini, dove l’uso delle fonti ricorda Emilio Sereni, e dove quei prodotti di umile edilizia sono concepiti come un bene culturale bisognoso di tutela.

La scrittura di Gambi è curata, vagamente e ironicamente antiquata, fluida e nitida, come a voler movimentare, insieme agli argomenti, le acque di una scienza che si limitava alla cartografia e alla sua interpretazione. Sia Raimondi che Farinelli, nel volume a cura di Guermandi e Tonet, sottolineano il peso avuto da Gambi nel ribaltare lo statuto della disciplina. Per esempio, come sottolinea Raimondi (che ora dirige l’Istituto per i beni culturali alla cui fondazione contribuì Gambi, restandone direttore per un anno), nella concezione del paesaggio, non più elemento originario, tutto naturale e visto come sfondo dell’agire umano, bensì «entità condivisa tra natura e cultura, il risultato di un’operazione che chiedeva, anche da parte dell’analista, strumenti altrettanto adeguati». Per Raimondi sono poi fondamentali i richiami di Gambi agli illuministi (Beccaria, Verri, Filangieri e Genovesi) e a Carlo Cattaneo. E, a proposito di riferimenti politico-culturali, Farinelli ricorda come la rivoluzione disciplinare coincida in Gambi con i suoi atteggiamenti antiaccademici, con la sua sensibilità nei confronti delle migliori istanze studentesche nel ‘68, sfociata nella fondazione di "Geografia democratica", e come questa attitudine fosse il naturale prosieguo della militanza nelle file di Giustizia e Libertà durante la lotta di Liberazione.

Nell’introduzione al numero di Quaderni storici, Massimo Quaini segnala quanto le innovazioni avviate da Gambi siano contemporanee a quelle introdotte in altre discipline, ne condividano spesso la radicalità, e come, tornando alla lezione di Cattaneo, il geografo ravennate tenda a costruire la scienza non a partire dagli statuti disciplinari, quanto dai problemi. Anzi, scrive Gambi (citato da Quaini), la scienza «consiste solo in problemi: e l’unica ragione del lavoro culturale sono i problemi che investono di volta in volta diverse aree di scienza, poiché la scienza, per Cattaneo, è utilità sociale e non ha valore quando seziona o divide i problemi in tronchi, con diverse designazioni».

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo...» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un'ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.

Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c'è il fascismo alle porte?

Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c'è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c'è un'accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s'è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.

Ti riferisci al lodo Alfano?

Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell'aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all'idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva...., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un'altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l'autunno.

Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...

E invece l'autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti - l'hanno ricordato Scalfaro e Andreotti - proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L'autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L'esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev'essere immunizzato dall'azione della magistratura. E' un punto cardinale dell'impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell'opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisione della seconda parte della Carta che fosse funzionale all'efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.

A proposito, di recente D'Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?

Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.

Anche se va ricordato che in alternativa alla bicamerale Berlusconi agitava l'assemblea costituente...Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?

E' un'incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l'aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell'un caso e nell'altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L'appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.

Ancora sull'uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l'estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d'accordo?

No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.

Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l'allarme contro la società della sorveglianza. Ma l'hai suonato anche contro l'abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?

E' un problema aperto dal '96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell'ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull'opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l'uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.

Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L'Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?

Il ruolo dell'Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c'è un residuo di democrazia parlamentare c'è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.

Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?

Sì. E penso che dobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo - due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica - dobbiamo puntare sull'Unione.

Lavoro: anche lì allarme rosso?

Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all'altezza.

Caso Eluana: come lo leggi?

E' un caso emblematico di come l'ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell'individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

La Costituzione fatica nel compito di creare concordia. Quando una Costituzione genera discordia, è segno di qualcosa di nuovo e profondo che ha creato uno scarto. È il momento in cui le strade della legittimità e della legalità (la prima, adeguatezza ad aspettative concrete; la seconda, conformità a norme astratte) si divaricano. Di legalità si vive, quando corrisponde alla legittimità. Ma, altrimenti, si può anche morire. Alla fine è pur sempre la legittimità a prevalere su una legalità ridotta a fantasma senz’anima.

La difesa della Costituzione non può perciò limitarsi alla pur necessaria denuncia delle violazioni e dei tentativi di modificarla stravolgendola. Una cosa è l’incostituzionalità, contrastabile richiamandosi alla legalità costituzionale. Ma, cosa diversa è l’anticostituzionalità, cioè il tentativo di passare da una Costituzione a un’altra. Contro l’anticostituzionalità, il richiamo alla legalità è uno strumento spuntato, perché proprio la legalità è messa in questione. Che cos’è, dunque, la controversia sulla Costituzione: una questione di legalità o di legittimità? Dobbiamo poter rispondere, per metterci sul giusto terreno ed evitare vacue parole. Per farlo, occorre guardare alla psicologia sociale e alle sue aspettative costituzionali. Questa è un’epoca in cui, manifestamente, le relazioni tra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura. Questo è un dato. Alla politica, che pur si disprezza, si chiede attenzione ai propri interessi, alla propria identità, alla propria sicurezza, alla propria privata libertà. L’ossessione per "il proprio" ha, come corrispettivo, l’indifferenza e, dove occorre, l’ostilità per "l’altrui".

In termini morali, quest’atteggiamento implica una pretesa di plusvalenza. In termini politici, comporta la semplificazione dei problemi, che si guardano da un lato solo, il nostro. In termini costituzionali, si traduce in privilegi e discriminazioni.

Esempi? "A casa nostra" vogliamo comandare noi: espressione pregnante, che sottintende un titolo di proprietà tutt’altro che ovvio. Detto diversamente: ci sono persone che, pur vivendo accanto a noi, sono come "in casa altrui", nella diaspora, senza diritti ma solo con concessioni, revocabili secondo convenienza. Gli immigrati pongono problemi? Li risolviamo con quote d’ingresso determinate dalle nostre esigenze sociali ed economiche e, per quanto eccede, ne facciamo dei "clandestini", trattandoli da delinquenti. Non pensiamo che anche noi, gli "aventi diritto", portiamo una responsabilità delle persone che muoiono in mare o nascoste nelle stive, indotte da questa nostra legislazione ad agire, per l’appunto, da clandestini. La criminalità si annida nelle comunità che vivono ai margini della nostra società (oggi, i rom e i sinti; domani, chissà). Allora, spianiamo per intanto i campi dove vivono e pigiamone i pollici, grandi e piccoli, perché lascino un’impronta. Basta non guardare la loro sofferenza e la loro dignità. Certo, i mendicanti seduti o sdraiati sui marciapiedi ostacolano il passaggio. Noi, che non abbiamo bisogno di elemosinare, vietiamo loro di farsi vedere in giro. Basta non pensare alla vergogna che aggiungiamo al bisogno. L’indigenza si diffonde? Istituiamo l’elemosina di Stato. Si crea così una frattura sociale, tipo Ancien Régime? Basta non accorgersene. I diritti si rovesciano in strumenti di esclusione quando, per garantire i nostri, non guardiamo il lato che riguarda gli altri. In una società di uguali, il lato sarebbe uno solo: il mio è anche il tuo. Ma in una società di disuguali, l’unilateralità è la premessa dell’ingiustizia, della discriminazione, dell’altrui disumanizzazione. Quando si prende questa china, non si sa dove si finisce. Perfino a teorizzare la tortura, in nome della sicurezza.

Ma questa è anche un’epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza. Il nostro benessere è insidiato dagli altri: dunque rifugiamoci tra di noi, amici nella condivisione dei medesimi interessi. Al riparo dalle insidie del mondo, pensiamo di trovare la nostra sicurezza. L’esistenza in grande appare insensata, anzi insidiosa: la parola umanità suona vuota, le unità politiche create dalla storia dei popoli si disgregano in piccole comunità sospettose l’una verso l’altra; l’Europa segna il passo. Le riduzioni di scala della socievolezza riguardano ogni ambito della vita di relazione e, a mano a mano che procedono, creano nuove inimicizie in una spirale che distrugge l’interesse generale e i suoi postulati di legalità, imparzialità, disinteresse personale. La legge uguale per tutti è sostituita dalla ricerca di immunità e impunità. Ciò che denominiamo "familismo" crea cricche politiche e partitiche, economiche e finanziarie, culturali e accademiche, spesso intrecciate tra loro, dove si organizzano e si chiudono relazioni sociali e di potere protette, per trasmetterle da padri a figli e nipoti, da boss a boss, da amico ad amico e ad amico dell’amico, secondo la legge dell’affiliazione. Sul piano morale, quest’atteggiamento valorizza come virtù l’appartenenza e l’affidabilità, a scapito della libertà. Sul piano politico, si traduce in distruzione dello spirito pubblico e nella sostituzione degli interessi generali con accordi opachi tra "famiglie". Sul piano costituzionale, si risolve nella distruzione della repubblica di cui parla l’art. 1 della Costituzione, da intendersi nel senso ciceroniano di una comunione basata sul legittimo consenso circa l’utilità comune.

Della diffidenza e della chiusura, conseguenza naturale è la perdita di futuro, come bene collettivo. Si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti di ideologie, sono state distrutte e, con esse, sono andati perduti anche gli ideali che contenevano. Sono stati sostituiti da mere forze divenute fini a se stesse, come la tecnica alleata all’economia di mercato, mossa dai bilanci delle imprese: forze paragonate al carro di Dschagannath che, secondo una tradizione hindu, trasporta la figura del dio Krishna e, muovendosi da sé senza meta, travolge la gente che, in preda a terrore, cerca inutilmente di guidarlo, rallentarlo, arrestarlo. In termini morali, la perdita di futuro contiene un’autorizzazione in bianco alla consumazione nell’immediato di tutte le possibilità, senza accantonamenti per l’avvenire. In termini politici, comporta una concezione dell’azione pubblica come sequenza di misure emergenziali. In termini costituzionali, distrugge ciò che, propriamente, è politica e la sostituisce con una gestione d’affari a rendita immediata.

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Tutto ciò, invero, è un insieme di constatazioni piuttosto banali che, oltretutto, non rispecchiano l’intera realtà costituzionale, per nostra fortuna fatta anche d’altro. Ma, per quanto in queste constatazioni c’è di vero, non sarà altrettanto banale collegarlo con la Costituzione e le sue difficoltà. Quelle tre nevrosi da insicurezza - visione parziale delle cose; disgregazione degli ambiti di vita comune; assenza di futuro - hanno un unico significato: la corrosione del legame sociale. Non siamo solo noi a trovarci alle prese con questa difficoltà, ma noi specialmente. Una domanda classica nella sociologia politica è: che cosa tiene insieme la società? Oggi la domanda si è spostata, e ci si chiede addirittura se di società, cioè di relazioni primarie spontanee, non imposte forzosamente, si possa ancora parlare. In effetti, poiché convivere pur bisogna, vale una relazione inversa: a legame sociale calante, costrizione crescente.

Non è forse questa la nostra china costituzionale? Una china su cui troviamo, da un lato, per esempio, indifferenza per l’universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per il rispetto delle procedure e dei tempi delle decisioni, per i controlli, per la dialettica parlamentare, per la legalità, per l’indipendenza della funzione giudiziaria: indifferenza, in breve, per ciò qualifica come "liberale" una democrazia; sostegno, dall’altro, alle misure energiche, alla concentrazione e alla personalizzazione del potere, alla democrazia d’investitura, all’antiparlamentarismo, al fare per il fare, al decidere per il decidere: in breve, a ciò che qualifica invece come "autoritaria" la democrazia.

La sintesi potrebbe essere la frase pronunciata da un deputato socialista, all’epoca delle nazionalizzazioni decise dal governo Mitterand e osteggiate dall’opposizione di destra, che aveva promosso un ricorso al Conseil constitutionnel (più o meno, la nostra Corte costituzionale): «Voi avete giuridicamente torto, perché noi abbiamo politicamente ragione». In altri termini, il vostro richiamo alla Costituzione vale nulla, perché noi abbiamo i voti. Quella frase fece grande scandalo, chi l’aveva pronunciata dovette rimangiarsela. Ma si esprime lo stesso concetto dicendo: la gente ha votato, ben sapendo chi votava, e questo basta; la forza del consenso rende nulla la forza del diritto; chi obbietta in nome della Costituzione è un patetico azzeccagarbugli che con codici e codicilli crede di fermare la marcia della nuova legittimità costituzionale.

La Costituzione non ammette questo modo di ragionare. Non c’è consenso che possa giustificare la violazione delle "forme" e dei "limiti" ch’essa stabilisce (art. 1). Ma questa è legalità costituzionale. Pensare di sostenere una legalità traballante nella sua legittimità, invocando soltanto la legalità, è come volersi trarre dalle sabbie mobili aggrappandosi ai propri capelli. Chi vuol difendere la Costituzione deve accettare la sfida della legittimità e saper mostrare, anche attraverso i propri comportamenti, che la Costituzione non è un involucro ormai privo di valida sostanza, non è l’espressione o la copertura di un mondo senza futuro. Occorre far breccia in convinzioni collettive, là dove domina indifferenza, sfiducia, rassegnazione: i sentimenti qualunquistici, naturalmente orientati a esiti autoritari, di cui s’è detto. Se la crisi costituzionale è innanzitutto crisi di disfacimento sociale, è da qui che occorre ripartire. Si difende la Costituzione anche, e soprattutto, con politiche rivolte a promuovere solidarietà e sicurezza, legalità e trasparenza, istruzione e cultura, fiducia e progetto: in una parola, legame sociale. Se non andiamo alla radice, per colmarlo, dello scarto tra legalità e legittimità, ci possiamo attendere uno svolgimento tragico del conflitto tra una legalità illegittima e una legittimità illegale: tragico nel senso più proprio e classico della parola. Ci si dovrà ritornare.

Lo scenario dell'Italia nel luglio 2008, a due mesi dalle elezioni politiche che la segneranno per cinque anni, è fin troppo semplice. Una maggioranza di ferro è stata consegnata a una destra senza confini, arbitrata da Silvio Berlusconi, nella quale è scivolata senza più identità l'ex Alleanza Nazionale, ammesso che ne avesse una negativa o positiva. La Lega invece l'ha conservata, funziona da minoranza nella maggioranza di governo, fuori di esso non avrebbe peso, ma parla con voce sua. Un'alleanza, quella fra Berlusconi e Bossi, fra due che necessitano l'uno dell'altro, senza grande empatia.

Berlusconi tende a modellare il paese su un'immagine aziendale, Fini segue, Bossi ha invece un'ipotesi federalista. Tremonti è tanto suo quanto berlusconiano. Berlusconi ha per priorità la garanzia di non essere disturbato dal sistema giudiziario, del quale quel che più teme è l'obbligo dell'azione penale. E' rapidamente riuscito a mettere in riparo se stesso, celandosi fra altre cariche pubbliche (Presidente della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato, questi due in verità non più che transitori speaker), nessuna delle quali ha obiettato. A settembre cercherà di riportare i pubblici ministeri sotto l'egida del Ministero della giustizia, come in altri paesi che peraltro evitano di abusarne. Se potesse farebbe di tutta la giustizia una funzione del governo e non un suo contropotere. Ai vizi, che ci sono, della casta dei giudici si dovrebbero sostituire solo quelli dell'esecutivo, anzi degli esecutivi, inclusi quelli periferici. La Lega starà al gioco, anche se non le facilita la popolarità. Essa è più vicina culturalmente a Di Pietro che al Cavaliere,ma ha bisogno assolutamente del federalismo fiscale, al quale Berlusconi non terrebbe gran ché, mentre le sinistre non sanno proporre una politica pubblica trasparente, unitaria e perequativa; per cui avremo un crescere delle differenze fra livelli regionali di vita (istruzione e sanità) e di rapporti sociali. Se a questi si aggiunge la tendenza del governo e della Confindustria, mortale per la Cgil, ad abolire il contratto nazionale, la frammentazione in regioni e corporazioni sarà ricostituita dopo poco più di mezzo secolo di primato nazionale unitario e repubblicano. Questo andazzo, unito al grandinare di misure legislative, fra le quali primeggiano i decreti e viene privilegiato il voto di fiducia - vizi dei quali il certosinistra non si era privato - hanno determinato in tre mesi una modifica della Costituzione di fatto che non credo abbia precedenti altrove. Anche se Nicolas Sarkozy persegue una analoga ridefinizione dei poteri, ma non senza incontrare qualche difficoltà in una più robusta tradizione dello stato. Comune è la tendenza antiparlamentare, e poggia su un'opinione pubblica che è tornata a prediligere il decisionismo nella speranza che le risolva alcuni problemi urgenti di vita, fra i quali primeggiano la concreta difficoltà di arrivare alla fine del mese e il fantasmatico bisogno di sicurezza che, agitato dalla destra, viene coperto per ignavia dalle opposizioni. Che Berlusconi e Sarkozy siano stati eletti a furor di popolo e perdano non pochi consensi alcuni mesi dopo depone di una crescente immaturità dei cittadini, sempre più determinati da scontentezza e risentimento perché non trovano nel supermercato della politica il prodotto che più gli conviene, l'interesse generale non costituendo più una priorità nella società individualista e «mucillaginosa ». Questo equilibrio di malumori fra ceti medio bassi emedio alti, che ha messo le redini del governo in Italia in un personaggio di bassa cultura e in Francia in uno di stile un po' meno volgare, non sembra facilmente intaccabile a tempi brevi. E' vero che riceverà sul muso l'onda d'urto della crisi,ma non c'è più una sinistra in grado di trasformare il malcontento in coscienza e proposta alternativa. Questo è l'appordo della famosa «transizione » delle repubbliche postbelliche. Restano i movimentima, da noi, eccessivamente locali, quindi strutturalmente minoritari, separati e quindi non in grado di esercitare un'egemonia. A quarant'anni dal trionfo del 1989 le magnifiche sorti e progressive della società liberista, aperta e aconflittuale, si sono ridotte a questo piccolo e un po' ripugnante cabotaggio. Sarebbe fin divertente, sotto il profilo storico, constatare - come negli Usa gli studi Paul Krugman e in Italia quelli di Isidoro Mortellaro - che non c'è mai stato un così ingente ritorno in campo di una proprietà pubblica protezionista, deprivata di ogni qualità sociale, mera forma statale di sostegno a un sistema proprietario inciampato in qualche sua trappola, dalla guerra del petrolio alla crisi dei subprime. Nonché in presenza di due giganti asiatici in fieri, i mostri della «democrazia» indiana e del «comunismo » cinese, sui quali il vittorioso Occidente riflette il meno possibile. Tanto più che le sedi storiche di riflessione del Novecento, le sinistre, non esistono più. O ne esistono deboli tracce, come in Francia e in Spagna. Può darsi che lo scandalo italiano - totale scomparsa delle sinistre radicali dalle Camere - venga sanato dalle elezioni europee del 2009 attraverso un sistema elettorale a bassa quota di sbarramento; ma si deve ammettere che una sinistra che appare o scompare grazie al puro meccanismo elettorale è mal ridotta. Solo caso a parte la Germania, dove sorge dopo oltre mezzo secolo una Linke, per ora non molto di più che come difesa sociale elementare. Meglio che niente, dopo quasi un secolo fra nazismo e il tormentoso dopoguerra. In Italia non c'è stato alcun tormento. Il Pci si è dissolto, più lentamente ma in modo analogo all'Urss, e non con una maggiore elaborazione culturale, negando alla propria storia altra qualità che di essere stato un «errore», più o meno delittuoso. Non è humus sul quale ricostruire qualcosa. Quanto al Partito socialista nel dopoguerra italiano è sempre stato debole, né il Pci aveva colto l'interesse di lasciargli uno spazio, per cui neanche da quella parte viene uno straccio di cultura che possa chiamarsi tale. La fusione a freddo fra Ds e Margherita si è tentata su un terreno culturalmente basso e reticente, e socialmente subalterno a un capitalismo debole. Sono diversamente instabili sia l'anima cattolica, sia quella ex Ds, vaga in Veltroni, un poco più solida in D'Alema, lontane ambedue dalla relativa solidità delle pur indebolite socialdemocrazie nordiche. Per qualche tempo qualcuno di noi, chi scrive inclusa, ha pensato che fosse l'ora del centro, ma credo che ci siamo sbagliati. C'è, mi si perdoni il termine, un incarognimento di molti livelli di società diversamente risentiti, che toglie spazio alla tradizione democratica e si intesse nel restringersi dei margini di mediazione sociale - fra debolezza intrinseca dell' Italia e rombo di una crisi occidentale crescente. Il tutto nel silenzio del sindacato e delle sinistre «radicali» seguito alla sconfitta politica. Non so che cosa avvenga in Corso d'Italia, non essendovi più la scusa del governo amico. L'assenza di reazione del più grande sindacato italiano al tempestoso muoversi del governo fa paura. L'isolamento della Fiom non ha più spiegazioni. La gestione del caso Alitalia e oggi quella del pubblico impiego sotto l'impazzare di Brunetta, sono sconcertanti. E sconcertante è il silenzio di Rifondazione. Si è arrivati da viale del Policlinico persino a dire che la priorità era riflettere rifugiandosi in un buco mentre fuori grandinava di tutto. Come se si potesse parlare o tacere solo se si è o non si è rappresentati alle Camere. Ed è meglio ignorare quel che ogni tanto si sente provenire dalla stanza in cui le mozioni di Rc si sono sbarrate. Non è bello quel che ogni tanto ne arriva. Altro che eccesso di astrattezza e razionalità della politica, i partiti sono famiglie passionali in cui scorre il sangue e più piccole sono più sangue scorre. C'è solo da sperare che un sussulto di responsabilità metta fine alla lotta di tutti contro tutti e ricostruisca per Rc un terreno di sopravvivenza. In questo quadro non si può risparmiare una flebile riflessione sulla stampa scritta e parlata. Essa è oggi una pura cronaca suggerita dal governo o dalla pochezza politica di tutto il resto. Dove sta l'indipendenza del giornalismo, di una sua visione o griglia di lettura? Non occorrerebbe essere eroi per far qualcosa di più che appiattirsi sui portavoce dei ministri. Dei famosi grandi quotidiani indipendenti uno, il Corriere, è passato senza esitazione con il governo, e Repubblica è imbranata quanto il Veltroni che aveva ardentemente sostenuto. Salvo il rispetto per l'Unità e Liberazione, comunque legati ai partiti, nulla resta sulla scena di una sinistra riflessiva in Italia se non il manifesto. Ma ci rendiamo conto? Anche se in difficoltà, anche se inquieto e infelice. Ma soltanto il manifesto e basta. Ansimante ma non morto. Sarebbe da intrecciare una frenetica danza. Forse lo faremo dopo questa pesante estate. Nella quale tutti gli umani si riposano al mare o sotto il fogliame. I gatti si ritirano sotto un mobile, e così si appresta a fare il vostro affezionato micio settimanale.

Parole, gesti, mimica berlusconiani sono materiale clinico. Vedi come reagisce nella Ville Lumière, dove autorità e popolo commemorano il 219° anniversario della Bastiglia espugnata.

Quando gli comunicano l’arresto d’O. D. T., già sindacalista Psi, ora Pd, e alcune persone più o meno limpide al vertice della Regione Abruzzo, sotto l’accusa d’una gestione corrotta della sanità, la cui spesa tocca livelli stellari, sembra ignaro del caso (lo suppongo tale, mentre qualche interessato, stando alle notizie, se l’aspettava), inveisce contro l’ennesimo «teorema». Nome curioso. Nell’Italia rieducata da Mediaset parola e pensiero sono drasticamente ridotti: circola un italiano «basic», vocaboli combinati in sintagmi che l’utente trova prêts-à-dire, senza fatica mentale; glieli forniscono speaker, giornali, politicanti; «teorema» viene da questo fondo, come «gogna mediatica», «assalto allo Stato democratico», «cittadino crocifisso». Quanto più parlano e scrivono, tanto meno dicono: fissa lui la misura del pensabile, pochissimo; e non essendo Erasmo da Rotterdam o Tommaso Moro (glieli avevano nominati dei ghost writers), subisce i limiti che impone, ma l’osservatore attento nota l’emissione verbale coatta; tipico sintomo. Il paziente pensa, dice, fa qualcosa costrettovi ab intra (nel lessico freudiano «Zwang» o l’inglese «compulsion»). Lo sfondo è una paura angosciosa. Freud la studia in due casi famosi, «Il piccolo Hans» e «L’uomo dei topi». Cosa spaventa Sua Maestà? Un’entità astratta, senza viso: in greco, nómos basiléus, la legge, regola sovrana: gl’infesta le notti; la combatte da quarant’anni; l’ha manomessa in mille modi; dallo scempio è nato un impero. L’ormai vecchio nomòfobo vuol chiudere i conti seppellendola. Tale il senso della furia verbale: poiché a Pescara le toghe perseguitano chi merita riguardi, su due piedi annuncia una «riforma radicale della magistratura»; vuol scindere le carriere?; non basta, scaverà a fondo.

Chi avesse dei dubbi, legga l’editoriale milanese. L’autore è un garantista sui generis: due anni fa ventilava l’uso virtuoso della tortura nella prassi antiterroristica; materia da servizi segreti; lavorino tranquilli, senza occhi indiscreti; la legalità penale costa troppo negli stati d’assedio; de facto siamo in guerra, e simili sublimi pensieri. Vestito da Salvation Army, suona il trombone berlusconiano. Non bastava incriminarli a piede libero? E se l’eccellente uscisse «pulito»? Domande profonde. Rispondiamogli. La pena implica un giudizio: che N debba o no essere punito, consta alla fine; se avessimo l’intellectus angelicus o sguardo intuitivo sincrono, le procedure sarebbero puro passatempo; lo specchio giudiziario riflette l’accaduto, fallibilmente visto che non siamo angeli; B. ad esempio, quando non s’aboliva le norme incriminanti o perdeva tempo finché i reati fossero estinti, ha lucrato dei proscioglimenti sulla base d’un dubbio sofistico, poco plausibile. Ma supponendo che vada bene al reo, chi castiga il persecutore? (dipendesse da lui, scudiscio somministrato in pubblico, e come vitupera i manomissori della privacy, salvo ammettere la tortura). Spieghiamogli come stanno le cose: quel pubblico ministero ha delle prove e le sottopone al giudice chiedendo una misura cautelare detentiva; regole codificate impongono stretti requisiti; «gravi indizi» nonché periculum in mora, rigorosamente diagnosticato (che N sottragga o inquini le prove o fugga o commetta delitti d’un dato nome); i provvedimenti coercitivi sono riesaminabili dal tribunale della libertà; da lì in cassazione; l’ingiustamente detenuto ottiene un risarcimento. Insomma, dica ogni male del sistema italiano ma non che l’imputato abbia poche risorse difensive: tra qualche giorno molte cose saranno chiare; intanto stia quieto.

Piuttosto noterei: mette paura l’idea d’un rifiorente malaffare consortile; Deo adiuvante, le procure non dormono né guardano strabiche vedendo solo i misfatti d’una parte. Ma costoro fanno scuola alla sinistra: vuole un futuro governativo?; smetta d’essere «pesce in barile»; difenda l’arrestato eminente; è ora «d’una svolta decisa», solenne e pubblica. La «democrazia liberale» richiede due riforme: abolire la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale; e (punto sottinteso ma fondamentale) procure inquadrate nel potere esecutivo. Bellissimo programma. Muore l’illusione che siamo uguali davanti alla legge: punire o no diventa materia d’una scelta, come nell’autonomia privata; avendo dei crediti, chiedo il pagamento o lascio perdere, affare mio. Lo chiamavamo diritto penale: nel lessico dei dottori, «criminalia», e adesso ordigno adoperabile sui malvisti dal governo; è l’arma che impugna contro chi vuole, se gli torna comodo. I meno ignoranti sanno attraverso quale laborioso sviluppo i quattro codici dell’età unitaria elaborino un controllo dell’inazione: era problema capitale; i meccanismi attuali lo risolvono nel modo meno imperfetto.

Caduto l’obbligo d’agire, regnano prassi legalmente amorfe: l’uomo del ministro colpisce o no, secondo direttive derogabili da ordini ad personam; e perde ogni senso l’altro carattere della domanda penale, l’essere irretrattabile; quando l’attore ministeriale desista, la causa finisce. Adesso vediamo cosa sia la «democrazia liberale» declamata dai pedagoghi: nel caso pescarese il pubblico ministero in sintonia con chi comanda ammonirebbe l’autore della denuncia, «stanco d’essere munto»; se non vuole rogne, porti via quel materiale (fotografie, colloqui registrati, tabulati Telepass, numeri delle banconote ecc.). Che la Regione abbia un debito spaventoso da spesa sanitaria, è questione minore: siamo un Paese ingegnoso; basta scaricarla sulla bestia da soma; non immaginate quanto peso porti. Ha mille forme il fisco occulto. Nella Repubblica del malaffare fisiologico, quindi indisturbato, l’indebitamento significa vita: i portaborse diventano finanzieri; l’animale totem è un pidocchio gigante.

L’happening berlusconiano 14 luglio e le glosse milanesi dicono a che punto siamo nella regressione: fondata da una Destra austera, l’Italia bene o male era paese europeo; presto lo sarà solo geograficamente. Se n’è impadronito un plutocrate ignorante: sotto maschera ilare ha disegni brutali, visibili anche dai fisionomisti meno acuti; governa, dispone delle Camere, comanda la giustizia penale attraverso mani ministeriali. Erano tre i poteri, separati: se li è presi; li confonde semplificando l’ordinamento alla misura minima; Napoleone costruiva dei codici; lui detesta l’astratto; decide, ordina, deroga, paga, promuove, affossa, castiga, grazia. I chierici gli cantano salmi in ginocchio. Valuterei in questa chiave il pericolo dello scudo immunitario al quale Palazzo Madama ribadirà l’ultimo chiodo.

Non era la "punizione" degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un «campo» dove esseri umani – provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali – possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative.

Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato «entro stasera vi scoperemo tutte». Agli uomini, «sei un gay o un comunista?». Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C’è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un «trauma testicolare». C’è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano «di rompergli anche l’altro piede». C’è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di «non picchiarlo sulla gamba buona». I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello.

Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: «Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?». Percuotono S. D. «con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi». A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: «Troia, devi fare pompini a tutti». S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e «a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania». Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere – tranne che in un caso – l’inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo. Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l’ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere – contro i custoditi – atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati.

È questo "stato delle cose" che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene "esemplari", come si dice. Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo – in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione.

Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico.

Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti – governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune – di archiviare il caso come un imponderabile «episodio» (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa «degli altri». Il processo doveva evitare che quel "buco" permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell’autentica posta del processo fin dal primo momento. «Bolzaneto è un "segnale di attenzione"», hanno detto. È «un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell’uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere».

I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l’ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l’attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, «tutto è possibile». Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che «bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi». È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato. Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato «gli atti di tortura», «i comportamenti crudeli, disumani, degradanti». E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c’è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati – dove i corpi vengono rinchiusi – dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto). L’invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti – e soprattutto le istituzioni – a guardarsi da ogni minima tentazione d’indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d’eccezione che lasciano cadere l’ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell’orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell’epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella «posizione del cigno» contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne.

«Bolzaneto» è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della «sicurezza», dell’«ordine pubblico», del «pericolo concreto e imminente», della «sicurezza dello Stato» si potesse configurare un’inattesa zona d’indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio. Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un «diritto di polizia» che prevede – anche per i bambini – lo screening etnico, la nascita di «campi di identificazione» che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il «campo». Avverte che in questi luoghi «fuori della legge», dove le regole sono sospese come l’umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana.

La Stampa
"Pestaggi, umiliazioni e torture quella vergogna non sarà mai sanata"
di Marco Preve

GENOVA - E´ la memoria la vera condanna per i responsabili dei fatti di Bolzaneto. «Dunque in quei giorni si sono verificati comportamenti nei rapporti tra le Forze dell´Ordine e i cittadini italiani e stranieri, che, se anche dovessero incontrare la prescrizione, tuttavia difficilmente potranno essere dimenticati». Comincia così la parte conclusiva della requisitoria finale dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Nessuno andrà in carcere, le pene verranno cancellate, le richieste di risarcimento si trascineranno per anni. Ma nella monumentale quantità di materiale del processo, i verbali di interrogatorio e le centinaia di testimonianze serviranno a tramandare la storia del carcere speciale. Una prigione che ancor prima che luogo di violenze, abusi e umiliazioni è un luogo di confusione. «Il numero complessivo sicuramente accertato delle persone private della libertà transitate nella struttura di Bolzaneto giunge quindi a 252 persone - scrivono i pm -. Tuttavia deve essere ribadito che la mancata tenuta di un registro d’ingresso nella struttura e l’accertata assenza di un elenco ufficiale dei fermati per identificazione rendono questo dato non sicuro potendo il numero anche essere superiore». Frasi che la dicono lunga sulle capacità organizzative di varie amministrazioni: quella penitenziaria che manda sul campo i propri vertici e i nuclei d’elite; quella delle forze dell’ordine che si dividono la gestione delle varie fasi di registrazione degli arrestati, e quella della magistratura che alla vigilia, consentendo il differimento di 24 ore del colloquio con i legali, non si rende conto di partecipare alla realizzazione di una "mostruosità" giuridica, un buco nero del diritto, dove agli arrestati viene impedito di contattare un avvocato ben oltre i termini previsti, così come di telefonare alla propria ambasciata o ai famigliari, dove i fermati non si rendono neppure conto di quello che stanno firmando. E così capita che nella ricostruzione delle parti civili almeno quattro siano i detenuti fantasma. Giovani manifestanti che non compaiono nel registro dei fermati. Ma le tracce del loro passaggio a Bolzaneto sono state scoperte dagli inquirenti spulciando brogliacci ed elenchi della scientifica o di altri uffici.

Un caos organizzativo in cui gli abusi trovano un humus ideale. Altro che l’invito che il magistrato coordinatore del Dipartimento penitenziario, Alfonso Sabella, racconta di aver rivolto al personale quel 19 luglio 2001, giorno dell’anniversario della morte del giudice Borsellino: «Dovrete essere per i detenuti di Bolzaneto come "i caschi blu dell’Onu». «Non c’è giustificazione» scrivono i due pubblici ministeri. Non c’è per «il taglio di ciocche di capelli per E. Taline, per M. Teresa e per C. Pedro; per lo strappo della mano per A. Giuseppe; per l’umiliazione di B. Marco costretto a mettersi carponi e ad abbaiare come un cane; per il pestaggio di T. Mohamed, persona con un arto artificiale; per le profonde offese ad A. Massimiliano, per la sua bassa statura; per gli insulti razzisti ad A. Francisco Alberto per il colore della sua pelle; per la sofferenza di K. Anna Julia cui alla Diaz per le percosse hanno fratturato la mascella e rotto i denti, persona neppure in grado di deglutire; per il disagio di H. Jens che nella scuola Diaz per il terrore non è riuscito a trattenere le sue deiezioni e al quale non fu consentito di lavarsi; per l’umiliante foggia del cappellino imposto ad H. Meyer Thorsten (un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello); per l’etichettatura sulla guancia per i ragazzi arrestati alla Diaz; per i colpi sui genitali, per molti». Non c’è giustificazione per tutto questo.



Colpevoli o innocenti comunque impuniti

di Paolo Colonnello

Quella sera Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della Polizia di Stato, si fece portare il giovane Giuseppe Azzolina nell’infermeria della caserma di Bolzaneto dopo aver saputo che lo avevano prelevato dall’ospedale San Martino dove era andato a farsi medicare dopo gli scontri di via Tolemaide. Gli altri agenti erano adrenalinici e dicevano che un carabiniere era stato ucciso. Così l’assistente Pigozzi prese l’anulare e il medio della mano del ragazzo e iniziò a divaricarli sempre più forte, finchè tra le grida disumane del giovane, non arrivò a spaccargli le ossa lacerandogli perfino la carne tra le due dita. Azzolina svenne. Si risvegliò poco dopo nella stessa infermeria mentre un medico della polizia penitenziaria lo stava ricucendo senza anestesia. Il giovane si lamentava, chiedeva se potevano dargli «qualcosa». Gli misero uno straccio in bocca e il medico gli disse di non urlare. Ieri Pigozzi è stato condannato, uno dei 15 «colpevoli» (su 45) per gli orrori di Bolzaneto.

Il peggio di questa sentenza non è l’indulto che cancellerà ogni residuo di pena entro gennaio del prossimo anno. E non è nemmeno l’esiguo numero di anni chiesto simbolicamente dall’accusa come condanna per gli imputati, tutti poliziotti, carabinieri, agenti penitenziari e medici. Il peggio di questa sentenza è che condanna e assolve senza cogliere il vero senso di quanto accadde in quel luglio 2001 nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della Polizia di Stato, meglio nota come «caserma di Bolzaneto». E’ che consegna tutto all’oblio, senza poter riconoscere che anche da noi, nella civilissima Genova, a un passo dall’Autostrada che tutti i week end percorrono frenetici migliaia di milanesi e di torinesi, è accaduto qualcosa che pensavamo potesse succedere solo in America latina, solo nei paesi in guerra o del Terzo Mondo. Bisognerà attendere le motivazioni, ovviamente. Ma in quei tre giorni di autentica follia, nella casermetta in cima alla collina di Bolzaneto, due anni di processo e 326 persone ascoltate, per i giudici hanno dimostrato solo in parte che si consumò uno dei reati più odiosi che si possano concepire contro degli individui: quello di tortura. Che un colpevole vuoto legislativo non contempla nel nostro codice, obbligando i pubblici ministeri a contestare reati da niente, come abuso d’ufficio, abuso di autorità, violenza privata, con l’inevitabile condono e quindi la prescrizione.

Ma quando ti spezzano le dita lacerandoti la carne, quando ti picchiano sui genitali con dei grossi insaccati, ti costringono a dormire tra le tue feci, oppure a rimanere in piedi per ore senza bere nè mangiare, a passare tra corridoi di manganellate, a urlare «Viva il Duce», «Viva Mussolini», a girare nuda o nudo tra nugoli di agenti sghignazzanti, quando ti costringono a tutto ciò e a molto di più, allora non è più soltanto «abuso». Non è più semplice «violenza». E’ tortura, è rinuncia obbligata alla propria dignità umana. E’ degrado, è violazione dell’articolo 13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile. E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà».

E’ quanto hanno ricostruito i pm Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello nella loro requisitoria durata due giorni nel febbraio scorso. Tanto c’è voluto per raccontare quanto accadde tra il 20 e il 22 luglio dietro i muri e le reti metalliche del «centro temporaneo di detenzione» per giovani arrestati durante le violente manifestazioni anti-G8. Ed è bastato appena per restituire almeno con il racconto, con la parola viva, un po’ di giustizia a Anna Julia Kutschkau che a causa della rottura dei denti e della frattura della mascella «non fu in grado di deglutire per settimane»; a Thorsten Meyer Hinrric, costretto a girare nel piazzale della caserma con «un cappellino rosso con la falce e un pene al posto del martello»; a A.F schiacciata con la faccia contro un muro mentre le urlavano: «Troia, devi fare pompini a tutti»; a M. che aveva bisogno di un assorbente e alla quale gettarono giornali appallottolati e che si «arrangiò così» strappandosi un lembo della propria maglietta. Tutti nudi, tutti «perquisiti», insultati, calpestati, minacciati da ufficiali, semplici guardie, poliziotti, carabinieri, medici perfino.

Uomini e donne in divisa che avrebbero dovuto garantire un minimo di legalità e trasformarono invece la caserma in un «Garage Olimpo» argentino. Tutti ancora in servizio, tutti impuniti. E probabilmente ancora convinti di aver compiuto, al massimo, «qualche abuso».

Abusi edilizi a Villa Certosa? Ma neanche per sogno. Irregolare il porto blindato dove accogliere le imbarcazioni dei capi di governo ospiti abituali della principesca abitazione di Silvio Berlusconi? Tutto secondo le norme, così come il bunker sotterraneo che collega il porto alla dimora o i falsi nuraghi costruiti nel parco dove verdeggiano essenze rare raccolte ai quattro angoli del pianeta. Giuseppe Spinelli, l'amministratore delegato dell'Idra immobiliare, la società proprietaria di Villa Certosa, è stato assolto dal giudice del tribunale di Olbia da ben tredici capi imputazione per abusi edilizi e violazioni ambientali. Il giudice Vincenzo Cristiano ha accolto le richieste del pubblico ministero Elisa Calligaris a conclusione di una vicenda giudiziaria cominciata quattro anni fa. Il magistrato ha stabilito il non luogo a procedere nei confronti di Spinelli sia per le violazioni in materia ambientale, in quanto c'erano i nullaosta paesaggistici, sia per i lavori realizzati per i quali erano stati pagati i condoni edilizi. Ieri mattina in aula a Olbia era presente l'avvocato di Berlusconi, Nicola Ghedini, che ha difeso Spinelli. Il processo era cominciato davanti al giudice del il 6 maggio scorso. Ghedini aveva consegnato al giudice i documenti relativi ad ogni intervento eseguito all'interno del parco e le copie delle sanatorie, dei condoni e delle concessioni.

Tutto regolare, insomma, perché tutto coperto da condono. E non perché abusi non siano stati effettivamente compiuti. Anche per questo suonano stonate le dichiarazioni che il presidente del consiglio ha rilasciato ieri pomeriggio a Parigi, dov'era per il gran ballo di gala per il 14 luglio. «Conoscete - ha detto ai giornalisti - l'attuale situazione dell'accusa in Italia. Molto spesso i teoremi accusatori sono quelli che poi alla fine non vengono confermati». Come al solito, Berlusconi semplifica a suo uso e consumo. Più precisamente, le violazioni ambientali non sussistono perché ci sono stati funzionari che hanno concesso i nullaosta; le irregolarità edilizie, invece, sono state commesse e poi sanate dai condoni. «Il premier Berlusconi - chiede infatti il senatore del Pd Roberto Della Seta in un'interrogazione al ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo - ha usufruito del condono edilizio concesso dal suo precedente governo per la sua villa in Sardegna? Risponde al vero, che nella villa del premier sarebbero stati commessi tredici abusi edilizi successivamente azzerati grazie al condono edilizio concesso dal governo Berlusconi nella legislatura 2001-2006? Risponde al vero che il costo dell'utilizzo del condono ammonta a diverse decine di migliaia di euro, segno che non si è trattato di operazioni edilizie di poco conto?»

(co.co)

Nel 2050 il più giovane degli “8 di Toyako”, il russo Medvedev, avrà 85 anni. Sarkosi ne compirà 95. Angela Merkel e il canadese Stephen Joseph Harper saranno sui 96. Bush ne avrà (se li avrà) 103. Per i quasi coetanei Yasuo Fukuda e Berlusconi (di 2 mesi più anziano) l’aritmetica ne prevederebbe 114. Insomma, fissare per il 2050 il taglio dei gas serra responsabili del totale sconquasso del clima, senza in alcun modo definirne mezzi e teniche, né indicarne termini d’impegno e verifiche intermedi, sembra un bel modo di cavarsela a buon mercato per questi 8 signori. E forse a pensarlo non si fa nemmeno peccato.

A lungo, di fronte alla massiccia disattenzione dei politici per i guai dell’ ambiente, ho pensato a greve ignoranza della materia, a totale mancanza di sensibilità per i fenomeni che le appartengono, a così intensa esclusiva concentrazione sulle vicende della politica (o di ciò che i politici ritengono essere la politica) da non consentire alcuna residua disponibilità per altri temi. In seguito, di fronte al perdurare di questo atteggiamento, nonostante l’aggravarsi e moltiplicarsi dei problemi, il ripetersi di catastrofi sempre più frequenti e più disastrose, e gli allarmi di continuo lanciati dalla scienza di tutto il mondo, ho pensato a una sorta di “rimozione” collettiva di fronte alla tremenda magnitudine della questione: cioè al ricorso da parte dell’intera classe politica (e anche degli economisti che ne sono ascoltatissimi mentori) a quell’ inconscio comportamento psicologico di autodifesa, illustrato dalla psicoanalisi, che appunto “rimuove” dalla coscienza il pensiero di fatti talmente angoscianti da riuscire insopportabili. E sarebbe ancora comprensibile, anche se non proprio il massimo auspicabile da parte di chi ha il compito di governare il mondo.

Oggi non più. Nessuna scusa né indulgenza può essere concessa a questi otto signori che rimandano alla loro più tremebonda vecchiaia, e assai oltre, una non precisata soluzione per le questioni più drammatiche dell’umanità. Che, con l’eterno sorriso stampato in faccia, una palettina da giochi infantili in una mano e un gracile arbusto verde nell’altra, dichiarano di essere impegnati nel rimboschimento del pianeta; e (prima di dedicarsi a banchetti di rare e costosissime squisitezze) solo rilancio del nucleare e estrazione intensiva - ancorché sempre più improbabile - di petrolio sanno annunciare: al fine di tenere in vita, anzi accelerare, gli attuali ritmi di produzione e crescita. Tralasciando ogni menzione relativa ai poli in liquefazione e, men che mai, agli incidenti occorsi proprio in coincidenza col G8 a ben tre centrali nucleari, in Usa, Francia e Moldavia. Qualcuno li ha definiti ”piccoli esseri, avari e ipocriti”. Concordo pienamente.

E d’altronde non serviva un altro G8 per convincersene. A dare un’occhiata tutt’attorno sul nostro globo, e soffermarsi a considerare con qualche attenzione quanto vi accade, l’impressione è quella di clamorose contraddizioni di fatto accettate, dell’assurdo in qualche modo eletto a sistema, di un enorme disordine vissuto come ineluttabile. Tumulti in India, Filippine, Corea, Egitto: tumulti di gente che ha fame, perché la crisi petrolifera e il conseguente boom dei biocarburanti ha causato un rialzo dei prezzi alimentari insostenibile per i più. Ma affamare intere popolazioni per tenere attiva l’industria automobilistica non sembra poi troppo scandaloso, se è normale distruggere deliberatamente il 35 per cento del cibo prodotto in Occidente, per tenere alti i dazi doganali e difendere i propri mercati, o favorire questa e quella categoria di produttori; se è normale, come accade in Usa, considerare malattia sociale l’obesità da iperalimentazione, mentre i sottoalimentati del mondo sono circa ottocento milioni. E se dovunque dagli anni Ottanta i profitti sono aumentati annualmente dal 23,6 al 33 per cento, mentre ogni salario subiva una contrazione calcolabile mediamente in 500 euro all’anno. Se i migranti sono oggi circa 200 milioni, cioè il 3 per cento della popolazione mondiale (ma il calcolo riguarda solo quelli regolarmente censiti, la somma è pertanto da ritenersi in forte difetto): gente che fugge da estreme povertà, da disoccupazione in gran parte causata dall’industrializzazione dell’ agricoltura, oppure da alluvioni, cicloni, desertificazioni, perdita di pescosità di laghi e fiumi inquinati, da paesi e vallate sommersi per dar luogo a dighe gigantesche capaci di garantire energia all’esplosione produttiva dei paesi “emergenti”. Se la crisi ecologica planetaria (che, come si vede, si può accantonare per un momento, ma fatalmente subito la si ritrova tra i fattori determinanti della condizione umana attuale) ha già causato un milione e mezzo di vittime: cifra da tutti valutata enormemente inferiore alla realtà.

Se la nostra è di fatto una società ricca, che sarebbe pertanto in grado di garantire una vita decente a tutti i suoi membri (lo dice la FAO, che non è proprio un organismo antisistema) ma in realtà le disuguaglianze sociali continuano ad accentuarsi, non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma all’interno stesso dei paesi più affluenti, con un forte impoverimento anche dei ceti medi che avevano raggiunto condizioni di relativa agiatezza. Se è una società scientificamente progredita, capace di far vivere tutti a lungo e in buona salute, nella quale però si muore di aids perché i medicinali hanno costi per molti inaccessibili, e sempre più si muore di tumori causati da vario inquinamento (in Italia, ad esempio, secondo l’OMS il 30 per cento dei decessi è di questa natura). Se è una società tecnologicamente avanzata, che potrebbe soddisfare i propri bisogni con quantità limitate di lavoro, ma al contrario sistematicamente va aumentando gli orari e imponendo sempre più alti straordinari, per produrre quantitativi sempre più massicci di merci sempre più scadenti, per gran parte destinate nel giro di qualche settimana a finire in discarica, aumentando cumuli sempre meno gestibili di rifiuti.

Clamorose contraddizioni, generale disordine, l’assurdo praticato e accettato come normale. Così parrebbe. Ma, a pensarci su un attimo, l’apparente follia risponde a una precisa razionalità: quella dell’economia capitalistica cui la nostra società obbedisce, con la quale anzi si identifica, interamente assumendone la logica e i valori. In effetti il quadro qui rapidamente schizzato dell’umana condizione attuale appare determinato dalle “leggi”

del sistema economico capitalistico oggi attivo in tutto il mondo: il quale fonda i suoi meccanismi, la sua prosperità, e la sua stessa esistenza, sull’ accumulazione di plusvalore. Ciò che a lungo ne ha consentito la fortuna, e ha prodotto anche un oggettivo miglioramento nelle condizioni dei popoli industrializzati, ma che oggi inesorabilmente si scontra con “i limiti del Pianeta”, costretto a confrontarsi con l’insuperabile aporia di una crescita produttiva illimitata e un globo terrestre che illimitato non è. A questo sono riconducibili tutte le apparenti assurdità rapidamente citate sopra, dall’allungamento degli orari di lavoro, alla rincorsa di fonti energetiche anche di sicura pericolosità, all’uso distruttivo della natura che della produzione stessa è base imprescindibile.

Il fatto è che non esiste capitalismo senza accumulazione. E la crisi attuale del capitalismo (che un numero crescente di esperti qualificati ormai ammette senza più mezzi termini) non può non sfociare in una sorta di “accanimento autoterapeutico”, nell’inseguimento inesausto della produzione di non importa che cosa né per quale fine o con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. Di che altro parlano tutti i potenti del mondo, mentre i poli si sciolgono, le alluvioni da 1500 morti si ripetono, i mercati registrano uno dopo l’altro crolli di colossi bancari, e i meno ricchi diventano poveri? Efficienza, produttività, competitività, crescita, Pil, pervicacemente continua ad essere invocazione comune. Invocazione reiteratamente risuonata anche all’ultimo G8. E non stupisce.

Ciò che davvero invece a me pare incredibile è che lo stesso auspicio di ripresa, di aumento del prodotto, di nuove invenzioni capaci di sostituire i carburanti fossili così da poter mantenere in vita l’economia attuale, con pertinacia e convinzione risuonino anche tra le fila delle sinistre (di quello che ne rimane). Che non ci si avveda che un’ulteriore crescita non sarebbe di alcuna garanzia per il mondo del lavoro, se negli ultimi decenni mentre il Pil poco o tanto continuava ad aumentare, i salari diminuivano, dilagava la precarietà, addirittura tra gli immigrati nascevano nuove forme di schiavismo. Che nulla insomma il lavoro può sperare da una società che solo nel danaro riconosce i suoi valori, e in questa logica promuove e premia l’individualismo più spregiudicato, l’aggressività più esplicita, la violenza di ogni tipo, di fatto dividendo l’umanità in vincenti e perdenti. Una società che , con perfetta coerenza, quando l’economia è in affanno, puntualmente inventa una nuova guerra, capace di rilanciare la produzione di armi e di materiale bellico di ogni sorta, e così far ripartire la crescita, oltre a promettere quella che con sereno cinismo viene definita “la torta del dopoguerra”, la ricostruzione di quanto si è distrutto cioè.

Perché le forze di Rifondazione, impegnate nel dibattito precongressuale, non si fermano a porsi questi interrogativi, a riflettere su una realtà che la sinistra non può più accettare, e non soltanto perché le condizioni del suo popolo vanno peggiorando? Perché non trovano il coraggio di credere che oggi la crisi del capitalismo è reale, e che proprio alle sinistre toccherebbe usarla: non certo per recuperare vecchi slogan, e riproporre itinerari oggi non più percorribili, ma per ripensare la rivoluzione, per inventare una nuova rivoluzione possibile. Il comunismo non è un modello, è una domanda, ha detto di recente Nichi Vendola. Sono d’accordo. E’ una domanda presente e pressante, che attende nuove risposte.

È ancora possibile valutare le scelte istituzionali italiane con l´occhio rivolto a quel che avviene negli altri paesi? O la nostra politica è ormai così fuori misura da rendere ardua, se non impossibile, qualsiasi comparazione?

Una prima considerazione riguarda l´uso politico dei riferimenti alle soluzioni adottate in altri paesi. Quando si ricominciò a parlare di un "lodo" che avrebbe dovuto mettere il Presidente del consiglio al riparo da qualsiasi azione giudiziaria, subito si disse che questa era la strada seguita in tutti, o quasi, gli ordinamenti democratici. Fu facile a studiosi e commentatori dimostrare che così non era, che l´immunità era una prerogativa dei soli capi di Stati, e neppure in tutti i paesi. Acqua sul marmo. Non solo nei tremendi dibattiti televisivi, ma pure nella discussione nell´aula di Montecitorio, più di un esponente della maggioranza continuò imperterrito a ripetere la giaculatoria secondo la quale a Berlusconi non sarebbe stato concesso nessun salvacondotto, ma attribuito solo quello che altri primi ministri già avevano. Una piccola falsificazione, un peccato tutto sommato veniale? No. Piuttosto la conferma dell´impasto tra ignoranza e arroganza che ormai sta alla base di troppe decisioni politiche e legislative. Di fronte a questo stato delle cose qualsiasi indulgenza è inammissibile.

Due casi specifici possono aiutarci a comprendere meglio lo stato delle cose. Si è citato molte volte Chirac. Ma questo riferimento va nella direzione esattamente opposta a quella dei sostenitori di quello che poi è divenuto il "lodo Alfano". Chirac non è il Primo ministro, ma il Presidente della Repubblica. La decisione di attribuirgli un´immunità provocò polemiche furibonde e si disse, giustamente, che alla sua origine vi era un vero e proprio colpo di mano. Per arrivare a questa conclusione fu comunque necessaria una revisione degli articoli 67 e 68 della Costituzione, ritenendosi impraticabile la via della legge ordinaria.

Il secondo esempio arriva da Israele. Titolo di giornali italiani del 12 luglio: «Olmert ha i giorni contati». Questa drastica previsione deriva dal fatto che il Primo ministro israeliano è indagato per frode. Le indagini vanno avanti e nessuno ha chiesto uno "scudo" per Olmert sostenendo che non si poteva incidere sulle sue delicatissime funzioni alla vigilia del vertice di Parigi, particolarmente importante per il futuro dello Stato di Israele.

Questi sono dati di realtà, facilmente accessibili, che dovrebbero costituire la documentazione di base per chi legifera. Peraltro, nel "documento dei cento costituzionalisti", è stato ricordato che «l´immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle costituzioni greca, portoghese, israeliana, francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tantomeno nell´ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente». Basta allineare queste poche informazioni per concludere che la comparazione giuridica ci dice che l´immunità per reati comuni è strumento eccezionale, circoscritto a pochissimi paesi e a un solo soggetto, il Capo dello Stato. La soluzione italiana, quindi, si presenta come l´ennesima anomalia italiana, ancora una volta spiegabile facendo riferimento, purtroppo, a quella che è divenuta una perversa caratteristica del nostro sistema istituzionale, la categoria delle leggi ad personam. Non si è seguita, infatti, nessuna delle vie indicate da altri ordinamenti, dove si sono adottati strumenti particolari per far valere la responsabilità penale dei membri del Governo, senza però creare situazioni di immunità. La comparazione ci dice che alle esigenze di organi dello Stato tra loro diversi devono corrispondere soluzioni differenziate.

Proprio partendo da queste semplici constatazioni, diventa impossibile collocare la mossa italiana nel contesto di un recupero di garanzie che erano state notevolmente ridotte negli anni Novanta, per reagire a fenomeni di corruzione che si erano manifestati non soltanto in Italia. La rinnovata attenzione per l´immunità dei parlamentari e per una più adeguata disciplina dei reati ministeriali, infatti, risponde all´esigenza di costruire equilibri pregiudicati da taluni eccessi, e non ha nulla a che fare con l´attribuzione di privilegi personali. Di questo dovrà tenersi conto se si vorrà riaprire la discussione sull´immunità parlamentare, sostanzialmente travolta nel 1993. Il tempo era quello di Tangentopoli, quando non si scatenò un tornado forcaiolo, ma l´opinione pubblica, sbigottita e indignata, assisteva ogni giorno alla rivelazione di abissi di illegalità, coperti fino a quel momento anche grazie ad una rete di protezione nella quale l´immunità parlamentare giocava un ruolo essenziale. Gli abusi dell´immunità erano noti da anni (ricordo solo che ad essi Gustavo Zagrebelsky aveva dedicato un libro nel 1979), e proprio questa consapevolezza diffusa fece sì che, nel nuovo clima, quel tipo di immunità apparisse indifendibile.

Riproporre il tema dell´immunità dei parlamentari, allora, presuppone un contesto profondamente mutato, dove gli antichi abusi non potrebbero ripetersi, come si va sostenendo in altri paesi. Ma è davvero questa la conclusione che ci ispira la realtà italiana di oggi? O proprio il lodo Alfano ci dà una indicazione in senso contrario, ci conferma che il vecchio vizio di tagliare gli strumenti legislativi sulla propria misura è tutt´altro che scomparso?

Tornando a gettare uno sguardo sugli altri paesi, l´esperienza francese ci dice che bisogna prestare attenzione al modo in cui si arriva a concedere l´immunità alle più alte cariche dello Stato. In Italia, abbiamo assistito ad una sequenza molto semplice, e inquietante. La conosciamo. Per allontanare dal Presidente del consiglio un specifico processo, si è minacciato di sospenderne decine di migliaia. Quando si è realizzato il vero risultato di tutta quella manovra, la tutela di Berlusconi, la norma sulla sospensione dei processi è stata modificata (anche se pure la nuova formulazione suscita gravi perplessità). E questo è stato salutato da più d´uno come un successo della ragionevolezza, mentre era il risultato di una manovra al fondo ricattatoria, che bisogna chiamare con il suo vero nome.

Non è possibile, allora, tirare sospiri di sollievo, quasi che il problema, alla fine, fosse solo quello di liberarsi di una vicenda sgradevole, di eliminare un inciampo sulla strada del dialogo e delle riforme. Il lodo Alfano è stato, appunto, una riforma con la quale si è data una nuova curvatura al nostro ordinamento. Senza una più solida e determinata politica di opposizione, è concreto il rischio di trovarsi ancora di fronte a qualche "prendere o lasciare", alla minaccia di sfasciare tutto per portare a casa quel che davvero interessa. Prima ancora che il Lodo Alfano fosse definitivamente approvato, da Parigi il Presidente del consiglio ha cominciato a lanciare messaggi proprio in questa direzione.

A emettere il primo acuto è Il Giornale d’Italia. Lì, il 14 luglio 1938 (sotto la data del 15 trattandosi di un quotidiano della sera) appare un manifesto intitolato «Il fascismo e i problemi della razza», attribuito a «un gruppo di studiosi fascisti», di cui non si fanno i nomi. Il testo, diviso in dieci punti, culmina in una rivendicazione della purezza razziale degli italiani e denuncia il rischio che il loro sangue venga contaminato dall’incrocio con ceppi extra-europei, portatori di varietà biologiche diverse da quella ariana. Il punto 9 del manifesto porta un titolo rivelatore: «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana».

Solo il 26 luglio, il Partito nazionale fascista rivela le generalità degli autori del manifesto. Tra i quali i più celebri sono il patologo Nicola Pende, il biologo Sabato Visco e lo psichiatra Arturo Donaggio. Si informa che gli estensori del documento, redatto sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, sono stati ricevuti dal segretario del Partito, Achille Starace. Poco più tardi Pende e Visco protestano, sostenendo che il testo originario è stato "rimaneggiato". Ma ben presto tacciono.

Chi non tacque affatto, fin da principio, furono gli intellettuali "militanti" - letterati, storici, giornalisti - quasi che l’avvio ufficiale della campagna antisemita rientrasse nei loro più fervidi voti. L’acuto risuonato sulle colonne del Giornale d’Italia diventò così un coro. Non soltanto gli organi di stampa del razzismo ufficiale, come La vita italiana di Giovanni Preziosi, Il Quadrivio o Il Tevere di Telesio Interlandi, Il Regime fascista di Farinacci, ma anche i quotidiani meno etichettati aderirono alla nuova missione. E per un certo numero di scrittori l’antisemitismo rappresentò una palestra per esercitare virtù retoriche e talenti pedagogici.

Fu proprio Interlandi a proclamare sulla Difesa della razza, fin dai primi giorni dell’agosto 1938, che la campagna antisemita mirava alla «liberazione dell’Italia dai caratteri remissivi» che le erano «stati imposti dalle precedenti classi politiche». Quale occasione migliore, dunque, per mostrarsi aggiornati e «rivoluzionari»? In un saggio pubblicato in quattro puntate nella rivista Il Ponte fra il 1952 e il 1953, Antonio Spinosa avrebbe poi offerto una nutrita antologia di scritti di chiara obbedienza razzistica. Altrettanto ricca in questo senso è la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice. Si tratta di una documentazione inquietante.

Per questo genere di letteratura, il 1938 è un anno privilegiato. Esce un trattato di Gabriele De Rosa, intitolato La rivincita di Ario. Vi si sostiene «l’identità ebraismo=comunismo», binomio al quale si oppone con i fatti «l’asse Roma-Berlino»: l’Italia, specifica l’autore, sta combattendo «in terra di Spagna non l’iberico nemico, ma la terza internazionale ebraica, quella creata dall’ingegno giudaico-massonico del Komintern». Gli fanno eco, tra gli altri, giornalisti come Felice Chilanti e Ugo D’Andrea.

Critici delle più varie discipline denunziano, intanto, i danni che l’ebraismo infligge alla creazione artistica. In agosto un noto musicologo, Francesco Santoliquido, definisce la musica moderna «un vero e proprio monopolio della razza ebraica». Il critico letterario Francesco Biondolillo cerca di dimostrare che «il pericolo maggiore è nella narrativa». Qui, «da Svevo, ebreo di tre cotte, a Moravia, ebreo di sei cotte, si va tessendo tutta una miserabile rete per pescare dal fondo limaccioso della società figure ripugnanti».

Moravia non era nuovo a simili attacchi. Già nel 1931, in visita a Giovanni Papini, era stato da lui accolto con le parole: «Lei collabora alla rivista Solaria. I solariani sono o zoppi, o ebrei, o omosessuali. Lei è tutte e tre le cose». Era una frase almeno in parte inesatta, avrebbe poi commentato il romanziere. Essa rientrava comunque nello stile dello scrittore fiorentino il cui romanzo Gog, edito proprio nel ‘31, si ispirava al più schietto antisemitismo.

Ora, nei tardi anni Trenta, quei precedenti si amalgamavano al seguito di una parola d’ordine unitaria. Gli intellettuali razzisti di sentimenti razzisti si moltiplicavano. Fra quelli destinati a diventare proverbiali figura Guido Piovene. È lui a firmare, sul Corriere della sera del 15 dicembre 1939, una recensione entusiastica al libello di Interlandi Contra judaeos. Gli attribuisce il merito di «aver ridotto all’osso la questione ebraica». Salvarsi dagli influssi semitici, suggerisce, non è difficile: «si deve sentire d’istinto, e quasi per l’odore, quello che v’è di giudaico nella cultura». Nella Coda di paglia (1962), lo scrittore formulerà una drammatica abiura, confessando di aver «obbedito da schiavo», senza sentirsene mai «partecipe», alle direttive del regime.

In altri casi, come quello di Amintore Fanfani - il quale sostenne nel ‘39 che «per la potenza e il futuro della nazione gli italiani devono essere razzialmente puri» - un’abiura altrettanto recisa non ci sarà. E neppure qualcosa di simile verrà espressa dallo storico Gioacchino Volpe (1876-1971), al quale la politica della razza pura parve una tappa verso la costruzione di un’Europa «veramente unita e solidale».

Ma torniamo a letterati e giornalisti. Con lo scoppio della guerra l’antisemitismo assurge a epidemia. Dal ghetto di Varsavia, nel ‘39, Paolo Monelli scrive per il Corriere della sera: «Nulla ci pare di avere in comune con questa schiatta ebraica, con la sua strana lingua, le sue insegne illeggibili, gli esotici costumi, i gesti paurosi, l’andare sbilenchi il più rasente al muro possibile». Dalla Cecoslovacchia Curzio Malaparte denunzia sullo stesso giornale «il pericolo sociale che rappresenta», per le città boeme, «l’enorme massa del proletariato giudaico»; mentre Giovanni Ansaldo scopre sulla Gazzetta del Popolo che sono stati gli ebrei ad aggravare il conflitto mondiale: «i "rabbi" di Nuova York, spingendo l’America alla guerra, hanno seguito l’istinto e la tradizione della razza».

Ci sono poi gli ossessi, come Mario Appelius e Marco Ramperti. Il primo definisce «Israele traditore del mondo». Per il secondo «più che dalla stella gialla gli ebrei si riconoscono dalla ferocia dello sguardo». Fra questi mostri, egli ne privilegia uno: «il più sozzo, il più ripugnante, il più disumano e nemico è Charlot».

Furono tutti così, gli "osservatori" italiani degli anni Trenta? Perfino nelle file fasciste si riscontrano casi di adesione al razzismo solo parziale, o perfino di ripudio. Pur ufficialmente antisemita, Giuseppe Bottai, a detta di un suo biografo, Alexander J. De Grand, «fu in grado di limitare l’applicazione alla cultura» delle teorie discriminatorie. Martinetti espresse la sua disapprovazione fin dal novembre 1938. A contrasti significativi si assiste anche nel dibattito sul tema «arte e razza». Ugo Ojetti si riconosce nel "pollice verso". Di parere opposto è Carlo Carrà: «Chiamare ebraizzante l’arte moderna», dichiara, «è tutto sommato molto puerile». Non per motivi di estetica, ma di fede, si oppone al razzismo Giorgio La Pira.

In campo cattolico le posizioni in materia sono variegate. Papa Pio XI, Achille Ratti, non smetterà di deprecare le «ideologie totalitarie», di cui sono frutto il «nazionalismo estremo» e il «razzismo esagerato», mentre meno reciso risulta l’atteggiamento di buona parte della gerarchia. Un simile quadro, già noto, s’arricchisce in questi giorni di nuovi particolari. Nel prossimo numero della Civiltà cattolica padre Giovanni Sale, storico della Compagnia di Gesù, ripercorre la vicenda, pubblicando una lettera inedita di Bonifacio Pignatti, ambasciatore d’Italia in Vaticano. In questa lettera, datata 20 luglio 1938 (cinque giorni dopo la pubblicazione del manifesto antisemita), il conte Pignatti scrive che «il Papa medita le contromisure da adottare dinnanzi alla campagna anti-israelitica progettata dall’Italia, e che verrà condotta in base ai principi di purezza di razza, redatti dai professori universitari italiani».

L’articolista ricorda che una settimana più tardi lo stesso Pio XI - in un discorso agli studenti di Propaganda Fide attaccò con forza l’indirizzo filo-tedesco adottato dal regime in campo razziale. La stessa severità il pontefice avrebbe mostrato il 6 settembre del ‘38 - quasi in extremis: sarebbe morto il 10 febbraio successivo - sostenendo di fronte a un gruppo di pellegrini belgi «che l’antisemitismo è inammissibile e che spiritualmente siamo tutti semiti perché discendenti da Abramo, nostro padre nella fede». Era, osserva padre Sale, «la prima volta che un pontefice in modo chiaro ed esplicito condannava l’antisemitismo». Ci si può chiedere se ci sarebbero state altre volte.

«Entro l’estate il via libera alle norme quadro» sull’architettura propone un manifesto per le città sostenibili.

Non solo tutela del patrimonio ma incoraggiamento dei divenire». Sandro Bondi, ministro per i Beni e le attività culturali ha aperto il XXIII Congresso mondiale degli architetti di Torino (29 giugno-3 luglio) sostenendo che «il rilancio economico e civile del nostro Paese passerà attraverso una nuova stagione della cultura che risponde alle esigenze dei cittadini. Il vero committente ha poi aggiunto - sono le generazioni future: dobbiamo lasciare il mondo un po’ migliore di come ci è stato consegnato».

Legge quadro sull’architettura e concorsi è un mix di «maggiore libertà» e indirizzi pubblici riformatori quello annunciato da Bondi a Torino per rilanciare il contemporaneo.

Un appello che si concretizza nell’intenzione di portare in uno dei prossimi Consigli dei ministri, ed entro l’estate, la «Legge quadro sulla qualità dell’architettura» che per ben tre legislature si è arenata in Parlamento. Un disegno di legge che promuove l’arte e l’architettura contemporanea, attraverso un impegno congiunto dei ministeri dei Beni culturali e delle Infrastrutture.

Tema principale del Ddl già promosso dagli ex ministri Melandri, Urbani e Rutelli è il concorso di architettura. Il Ddl favorisce la partecipazione dei giovani progettisti alle gare e prevede anche la predisposizione di un fondo per l’espletamento dei concorsi «per le opere di rilevante interesse architettonico e che siano destinate ad attività culturali o ubicate in aree di particolare interesse». Nella bozza di Ddl ora riesumata da Bondi c’è anche il «riconoscimento del valore artistico delle opere di architettura contemporanea» e tra le assolute novità del documento ci sono gli incentivi e i bonus fiscali per la realizzazione di opere d’arte negli edifici pubblici e privati. «Le amministrazioni devono promuovere i concorsi di architettura nelle forme del concorso di idee e di progettazione - ha ribadito Bondi a Torino -. Si devono inoltre favorire i giovani con competizioni a loro dedicate. Arte e architettura devono tornare nel cuore delle città. Non va frenata la capacità creativa delle nuove generazioni».

Paesaggio e periferie

Contro la bruttezza dell’edilizia realizzata negli ultimi anni Bondi ha invocato la «libertà» creativa. «In Italia ha aggiunto - ciò che è stato costruito negli ultimi 60 anni è brutto, banale e insignificante. Ci sono eccezioni come ciò che ha realizzato Adriano Olivetti, ma sono rare. Le città d’arte furono costruite senza leggi urbanistiche, leggi che una volta introdotte hanno saputo produrre solo bruttezza e squallore nelle nostre città». Bondi ha così incoraggiato e sostenuto la convenzione europea sul paesaggio e indicato una politica nazionale di recupero delle periferie, «anche incentivando demolizione e ricostruzione». «Paradossalmente i piani regolatori - ha aggiunto Bondi - hanno dato regole ma imbrigliato la creatività, producendo città brutte».

Priorità ambiente

Nel corso del Congresso si sono susseguiti numerosi interventi a sostegno dello sviluppo sostenibile, invitando al riuso del costruito e a un minor consumo del suolo, alla rottamazione di città e di edifici che non garantiscono il benessere. A chiusura dell’evento, l’Uia, Unione internazionale architetti, ha presentato un manifesto dedicato proprio alla «nuova frontiera eco-metropolitana». Un documento interdisciplinare e internazionale «dedicato alle questioni ecologiche e ambientali, in cui si prevede l’intervento delle diverse categorie professionali con proposte che riguardano la crisi ambientale e sociale del pianeta», ha dichiarato Raffaele Sirica, presidente del Consiglio nazionale degli architetti. La carta individua le principali patologie delle aree metropolitane e propone linee strategiche per contrastarle. «Tra i principali elementi di crisi- spiega Aldo Loris Rossi, professore della Federico II di Napoli, uno dei curatori del documento - ci sono l’esplosione demografica, l’espansione delle metropoli e la globalizzazione dei mercati e delle infrastrutture. Altre patologie sono ancora il conflitto per il dominio dell’energie, la crescita di rifiuti, dell’inquinamento e dell’effetto serra. Non ultimo l’ autoreferenzialità dell’architettura nell’era della società-spettacolo». Il manifesto si appella a una sintesi tra economia ed ecologia, e auspica che «l’architettura digitale sia uno strumento per far sì che il progetto non crei icone spettacolari ma protesi della natura». Una nuova civiltà del riciclaggio, del controllo dell’inquinamento e dell’effetto serra. Una nuova alleanza con la natura.

Il Congresso si è chiuso con un messaggio pro ambiente dopo aver dato spazio per cinque giorni a voci di critici, artisti, scrittori, sociologi, architetti, intellettuali di tutto il

mondo. Sono intervenuti anche Kengo Kuma, Massimiliano Fuksas, Dominique Perrault e Peter Eisenman, ma la kermesse è stata concepita soprattutto per essere un evento senza tappeti rossi. «Non c’era chi non ha voluto o potuto esserci» dicono gli organizzatori.

Il Congresso è stato soprattutto un’occasione di dialogo e di condivisione intorno al tema «Trasmitting Architecture», ovvero la capacità e la forza che ha l’architettura di esprimere e trasmettere nel tempo valori, emozioni e culture diverse. «Il Congresso - ha dichiarato Leopoldo Freyrie, relatore generale - è stato promosso come occasione per gli architetti per assumersi, per la loro parte, le proprie responsabilità. Come la democrazia politica è il presupposto irrinunciabile dello sviluppo civile e sociale di ogni Paese, così la democrazia urbana è il fattore di crescita dei confronto per un processo di trasformazione del territorio sostenibile, ordinato e credibile».

Manifestazioni fuori evento

Tra le numerose iniziative organizzate fuori dal programma ufficiale, oltre alle mostre, ai concerti e ai talk in città, è stato presentato un progetto che racconta attraverso video, documentari e reportage come l’architettura incida sulle trasformazioni del tessuto urbano. Si tratta di un progetto dinamico che invita studenti e ricercatori di venti città europee a utilizzare tutti i canali e linguaggi della comunicazione. È questa la sfida di «Check-in Architecture», iniziativa lanciata a livello europeo da Mini, in collaborazione con Torino 2008 World design capital.

Si chiama invece «Machinavisionaria» lo strumento di assistenza alla progettazione con il quale l’Ordine degli architetti di Roma ha partecipato al Congresso. Una piattaforma tecnologica che consente di trasmettere e ricevere, da e per qualsiasi luogo del pianeta, visioni di architettura.

Che succede dentro il ministero dei Beni Culturali? Al mattino il licenziamento di Salvatore Settis dalla presidenza del Consiglio Superiore appariva fuori discussione. Il comunicato del sottosegretario Francesco Giro era chiarissimo: «Considero irrimediabilmente lacerato il rapporto fiduciario, ci auguriamo che il professore ne tragga al più presto le dovute conseguenze». In serata l´intervento rasserenante di Bondi, che annuncia «un colloquio di chiarimento» con Settis, nel «grande rispetto per lo studioso» e nella «speranza di continuare la collaborazione». E la veemente sortita di Giro? Su questo, silenzio. I collaboratori del ministro parlano di "un´iniziativa personale" del sottosegretario, certamente non condivisa dal titolare del Collegio Romano. Il quale già sabato aveva replicato a Settis con accenti che non preludevano a una liquidazione. Solo una diversità di vedute tra l´ottimista Bondi e il suo vice furioso, o minacce di guerra di alcuni ambienti del ministero contro il direttore della Normale?

Negli ultimi anni Salvatore Settis è stato protagonista nel nostro paese d´una agguerrita battaglia contro la svendita del patrimonio culturale. Italia Spa è il titolo d´un suo celebre saggio contro l´assalto dei nuovi barbari. L´ultimo articolo di questa campagna è uscito sul Sole 24 ore venerdì scorso, ed è questo l´intervento che ha suscitato l´indignazione di Giro. Conti alla mano, Settis registrava uno stridente contrasto tra le lodevoli intenzioni di Bondi - nella direzione della tutela del paesaggio e del potenziamento delle Soprintendenze - e la politica economica del governo, che di fatto sottrae al ministero dei Beni culturali oltre un miliardo di euro. «Un colpo mortale», scrive Settis. Tagli di tale entità preluderebbero a una definitiva abolizione del ministero, oppure alla sua riduzione a "uno stato larvale", con grande beneficio per le regioni che ne erediterebbero la tutela del paesaggio. Si tratterebbe insomma d´una devolution strisciante e l´obiettivo sarebbe probabilmente il decentramento suggerito da Lombardia e Veneto. Fin qui Settis.

«Apocalittico e irrituale nella forma pubblica», replica Sandro Bondi sul Sole di sabato. "Eccessivo" perché nulla può far temere una liquidazione del ministero e «irrituale perché Settis è stato da me appena confermato presidente del consiglio superiore per i beni culturali». In altre parole, se il professore aveva qualcosa da dire, la sede per dirla poteva essere proprio il ministero. Un intervento in sostanza interlocutorio, che faticosamente tenta di smontare gli argomenti di Settis. Niente che però faccia pensare a una rottura.

Ieri mattina l´esternazione del sottosegretario Giro, che annuncia con toni gravi il licenziamento. «La critica dura e sferzante è legittima», premette il viceministro, ma quando «viene esibita con disinvoltura sui giornali da chi ha responsabilità istituzionali» diventa strumentale e pericolosa. Il rapporto è lacerato, «ci auguriamo che il professore ne tragga al più presto le dovute conseguenze». Ci auguriamo, scrive il viceministro. Plurale maiestatis o che altro? Ma no, intervengono in serata i collaboratori di Bondi. Il ministro è ottimista, molto ottimista. Domani alle 11 il chiarimento con Settis. Solo una nuvoletta, passerà presto, rassicurano dal ministero. Chissà se Giro ne è stato informato.=252) refR=refR.substring(0,252)+"...";//-->

ROMA - Una città tutta in verticale è quella immaginata da Massimiliano Fuksas. Architetto poliedrico e genialoide, riconosce l’importanza dell’iniziativa del sindaco Bertrand Delanoe. E’ sua la Armani Ginza Tower di Tokyo che Berlusconi ha visitato ed elogiato domenica in occasione del suo viaggio in Giappone.

Da sempre lei ha uno studio nel centro di Parigi, come immagina la città francese se arriveranno i grattacieli?

Sono d’accordo, anzi d’accordissimo. Se si costruisce un palazzo sotto i 200 metri di altezza ormai non ne parla nessuno, solamente sopra i 400 metri si comincia a discutere. Per essere al passo con i tempi è necessario progettare in verticale.

Alla Défense arriveranno anche a trecento metri di altezza.

Sì ma non dimentichiamo che la Défense è un comune autonomo. Il discorso potrebbe cambiare se, come ipotizza Sarkozy, tutti i comuni parigini verranno riuniti in uno solo.

Insomma, lei è per una Parigi più diffusa verso l’alto?

Quando si è costruito sul lungo Senna io avrei ipotizzato dei palazzi decisamente più alti e invece si sono limitati a 26 metri.

Anche in Italia è possibile realizzare città che guardano così in alto?

A Roma, per motivi storici, solo in periferia. Le città decisamente più adatte per costruire sono Milano e Torino dove si possono trasformare in nuove aree residenziali gli spazi dismessi. Insomma, il grattacielo come occasione di rinascita per quelle aree da troppo tempo dimenticate.

Gli ambientalisti parigini non sembrano d’accordo.

Bisogna rispettare il senso estetico ed etico. La bellezza del grattacielo sta tutto nel rapporto con lo skyline che va disegnato con attenzione.

Il rapporto fra il Ministero dei Beni culturali e il professor Salvatore Settis, presidente del Consiglio Superiore per i beni culturali, si è "irrimediabilmente lacerato" dopo che Settis, in un'intervista al Sole 24 Ore di venerdì scorso, ha parlato "del 'suo' ministero come di una struttura 'in liquidazione' o 'allo stato larvale' e ne attribuisce le attuali difficoltà al governo Berlusconi e ai suoi recenti provvedimenti economici". Così in una nota il sottosegretario ai Beni e alle Attività culturali Francesco Giro.

"La lettura attenta e priva di alcun pregiudizio politico dell'articolo del professor Settis mi induce ad esprimere la mia piena solidarietà al ministro Sandro Bondi e all'intera amministrazione del suo dicastero", scrive Giro, "il professore è stato appena confermato nel suo prestigioso incarico all'interno del Ministero e meglio avrebbe fatto a proporre e sviluppare le sue critiche nell'ambito delle prerogative che gli sono state affidate e riconosciute nel momento in cui il ministro Bondi gli ha confermato la propria fiducia alla guida del Consiglio superiore".

Per Giro "la critica anche dura e sferzante è assolutamente legittima e benvenuta, ma quando viene esibita sui giornali da chi possiede precise responsabilità istituzionali con disinvoltura e gusto per la polemica, allora questa stessa critica diventa strumentale perchè si tinge di intenzioni e di propositi che non aiutano a porre e a risolvere i problemi che sono tanti e che sono gravi, come dimostra il recente commissariamento dell'area archeologica di Pompei".

"A questo punto considero irrimediabilmente lacerato il rapporto fiduciario, che pure era stato ribadito, fra il Ministero dei beni culturali e il prof. Settis il quale ha rinunciato a confrontarsi con l'istituzione e ad esercitare le prerogative che gli venivano riconosciute: con rammarico ne prendiamo atto e - conclude il sottosegretario - ci auguriamo che ne tragga al più presto le dovute conseguenze".

Postilla

Chi aveva dei dubbi sui gravissimi rischi per la democrazia determinati dal governo Berlusconi e dai suoi sostenitori è servito. Un autorevole esponente della cultura, cui era stato attribuito e confermato – proprio per la sua autorevolezza – il ruolo di presidente di un organo consultivo dello Stato (dello Stato, non della maggioranza relativa che oggi lo governa) è minacciato per aver criticato, in modo pacato e argomentato come ciascuno può verificare leggendo il suo articolo, la politica economica del governo perché questa ha ulteriormente impoverito la capacità dell’amministrazione dei beni culturali di adempiere ai suoi compiti.

Una ragione di più per partecipare alla protesta contro le leggi canaglia che si svolgerà domani a Roma. Una ragione di più per chiamare alla mobilitazione tutti i democratici, quale che sia il voto che hanno espresso alle elezioni politiche. Una ragione di più per ricordare a tutti che in momenti simili a nessuno à concessa la distrazione, la disattenzione, l’indifferenza.

Anche se il silenzio è vasto, sulle misure di sicurezza adottate in fretta da Berlusconi, c’è stato chi ha provato sgomento grande, apprendendo che il ministro dell’Interno Maroni aveva messo all’ordine del giorno, come provvedimento risolutivo, le impronte digitali imposte ai bambini Rom: hanno protestato insegnanti impegnati in difficili tentativi di inserzione, e pensatori, storici, politici d’opposizione. Ma le parole più nette, più indipendenti, meno nebbiose son venute dall’interno della Chiesa. Aveva cominciato l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, denunciando gli sgomberi dei campi Rom in aprile («Si è scesi sotto il rispetto dei diritti umani»). Poi hanno parlato sacerdoti, vescovi, la Fondazione Migrantes. Infine è giunto l’editoriale di Famiglia Cristiana: un periodico che vende più copie di tutti i giornali (3 milioni di lettori) ed è presente in ogni chiesa.

L’editoriale del direttore, Antonio Sciortino, non usa eufemismi. Parla di «misure indecenti», di un governo per cui «la dignità dell’uomo vale zero». Enumera verità giuridiche elementari: l’accattonaggio non è reato, la patria potestà tolta quando i genitori Rom sono poveri o in condizioni difficili viola la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, firmata dall’Italia. Ma soprattutto, ricorda il male scuro dell’Italia, tra i più scuri in Europa. L’Italia porta nel proprio bagaglio il fascismo con le leggi razziali e tuttavia questa «tragica responsabilità» finge di non averla: «Non ce ne siamo vergognati abbastanza». Anche questo crea sgomento: questo passato che non solo non passa, ma sembra dissolto in un acido, come se le revisioni di Fini a Fiuggi non si fossero limitate ad affrancare Alleanza nazionale ma fossero andate oltre, consegnando al nulla tutto un brano di storia nazionale. Il periodico obbedisce al motto del fondatore, Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente».

Tuttavia l’ossessione dello straniero sospetto sin dalla nascita non è solo italiana. In questi giorni si discute di schedatura dell’infanzia in Francia («progetto Edvige»), anche se l’elaborazione di identikit - il profiling - non riguarda le etnie. Ma anche qui si pensa agli stranieri, e il significato è lo stesso: si predispongono liste di sospetti, in nome di uno stato d’emergenza infinita. Il modello d’integrazione del dopoguerra, chiamato in Francia protezionista, viene sostituito da un modello repressivo, dal populismo penale, da un inarrestabile proliferare di reati, dal profiling del diverso. Muta il mondo che abitiamo sempre meno generosamente, meno umanamente: una sorta di catastrofismo antropologico s’insedia negli spiriti e nei governi, che giudica l’uomo malvagio, incendiario. Che abolisce la fiducia: quest’apertura all’altro che scommette sul mutare della persona e non sugli immoti dati del suo corpo e della sua genetica.

Questa politica della sfiducia è iniziata prima dell’11 settembre, ma dopo il 2001 ha impastato sicurezza interna e antiterrorismo, importando dalla guerra le parole, le pratiche, le norme d’eccezione. Un libro uscito quest’anno in Francia, a cura di Laurent Mucchielli, descrive la frenesia della sicurezza impadronitasi dei governanti come dei giornali e spiega bene, in un saggio di Mathieu Rigouste, la militarizzazione delle menti. Anche qui riaffiorano automatismi, si son disperse vergogne o memorie. Rigouste, in un libro d’imminente uscita (L’ennemi intérieur, La Découverte) ricorda che linguaggio e azioni sono radicati nelle repressioni coloniali. Si parla di «contro-insurrezione», di «zone grigie dove s’annidano minacce di guerriglia», di «guerre di bassa intensità permanente» nelle banlieue. Ci sono consiglieri governativi (il colonnello de Richoufftz, il generale Henry Paris) che si fanno forti delle esperienze in Bosnia, Kosovo, perfino in Algeria.

A forza d’impastare il civile e il militare sono tanti i confini che sbiadiscono: tra ordine e emergenza, pace e guerra, e anche tra l’età maggiorenne (in cui diveniamo imputabili, incarcerabili) e quella minorenne, da tutelare e correggere con l’integrazione. Il bambino e l’adolescente diventano incubo, primo anello di catene devianti. Il XX secolo fu marchiato dalla foto del bambino con le braccia alzate, nel ghetto di Varsavia sopraffatto. Quell’immagine rivive: a Guantanamo, in Palestina, in Europa stessa. Chi ha contemplato il tremendo nel prodigioso film di Ari Folman (Waltz With Bachir), ricorderà la scena in cui l’autore, ebreo israeliano, racconta i palestinesi massacrati a Sabra e Chatila e vacilla perché quel che ha visto e quel di cui s’è reso complice gli fa venire in mente il bambino di Varsavia.

Chi difende le leggi Berlusconi difende cause apparentemente buone, e accusa i cristiani dissidenti di cecità: «Voi non andate nelle terre di desolazione e ignorate l’angoscia di tanti italiani», lamentano. Dicono che la legge è fatta per dare ai bambini un’identità che non hanno, per verificare se vanno a scuola, hanno case decenti, son sfruttati. Ma i bambini sfruttati e non scolarizzati in Italia sono ben più numerosi dei Rom, e questo conferma la discriminazione negativa di un’etnia (sono selettivi anche alcuni termini: commissario per la questione Rom, emergenza-Rom). Conferma una visione del male che non insorge perché società e istituzioni barcollano, o l’integrazione fallisce. Il male comincia nel genetico, nel corpo del bambino. Tanto più se diverso: Rom, musulmano, povero.

Sono anni che la delinquenza minorenne ossessiona, e un primo bilancio può esser fatto delle risposte date fin qui in Europa. I più repressivi sono stati i governi inglesi, poi il francese e l’italiano; mentre a Nord è sopravvissuto il modello integrativo. I risultati non confortano i fautori di ghetti. Con le repressioni inglesi, la delinquenza minorile è spettacolarmente aumentata: la sua parte nel crimine globale raggiunge percentuali senza eguali in Europa (20 per cento). Mentre in Norvegia, dove son preservate istituzioni solidali, i minorenni sono meno del 5 per cento della criminalità globale. Molte misure tecnologiche presentate come miracoli sono inefficaci. E in nome delle vittime o delle paure singole, è l’idea di una società coesa che si sfalda, è la sfiducia nelle istituzioni collettive che si attizza. Le impronte digitali, infine, accendono risentimento. Pierre Piazza, autore in Francia di una storia della carta d’identità, evoca afghani in cerca d’asilo che si son bruciati le dita, per protestare contro la schedatura.

I tempi d’azione affrettati e concitati, il rifiuto dei vecchi modi - più lenti - di curare le radici del male anziché estirparle: tutto questo mostra che insicurezza e paura sono spesso considerate una soluzione, più che un problema. Son usate e alimentate come uno strumento utile al potere. Sono la fuga nella politica delle emozioni, dell’annuncio declamatorio, del culto totemico di cifre continuamente contraffatte. A partire dal momento in cui, se un bambino ruba una bici, conta più la bici che la storia del bambino, il salto qualitativo è fatto: il salto nei nuovi reati (di accattonaggio o clandestinità); il salto nel sequestro del corpo, tramite biometria. L’habeas corpus, che è la facoltà di disporre del proprio corpo senza che esso sia manomesso o derubato, si perde.

I cittadini alle prese con lo spavento sono comprensibili. Ma la civiltà ha sue ragioni, che l’individuo impaurito non conosce o sottovaluta. Sono ragioni che riguardano anche lui. Il pastore Martin Niemoeller lo rammenta, in una poesia scritta a Sachsenhausen e Dachau, oggi esposta in un manifesto nelle vie di Roma. All’inizio deportano gli zingari, e tu taci. Poi gli ebrei, i sindacalisti, e sempre taci. Alla fine vengono per prender te. Non c’è più nessuno per protestare.

L’adesione alla manifestazione

contro le "Leggi canaglia"

È urgente che esista la pietra dello scandalo.

È urgente che un risveglio avvenga, anche se di pochi, perché la narcosi delle menti, del linguaggio, della visione, delle memorie) è vasta e progredisce.

Non è importante il nome che si dà al regime in cui viviamo. Conta la sua sostanza: la maggioranza che ignora e vilipendia la minoranza, la separazione dei poteri messa in questione, il trionfo degli interessi particolari e privati di chi è a capo del governo, l'impunità garantita a un impressionante numero di crimini, l'esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall'infanzia perché appartenente a altre etnie o razze.

Scegliete il nome che volete, purché il nome abbia rapporto con la sostanza.

Barbara Spinelli

Cominciò con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una «esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno», da compiersi «con celerità, precisione e massimo riserbo». La schedatura fu completata in una decina di giorni.

Furono 47.825 gli ebrei censiti sul territorio del regno, di cui 8.713 stranieri (nei confronti dei quali fu immediatamente decretata l’espulsione). Per la verità si trattava di cifre già note al Viminale. «Il censimento quindi fu destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare», scrive la storica francese Marie-Anne Matard-Bonucci ne L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (il Mulino). Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedature etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli.

Nelle diversissime condizioni storiche, politiche e sociali di oggi, torna questo argomento beffardo e peloso: la rilevazione delle impronte ai bambini rom? Ma è una misura disposta nel loro interesse, contro la piaga dello sfruttamento minorile!

Si tratta di un artifizio retorico adoperato più volte nella storia da parte dei fautori di misure discriminatorie: «Lo facciamo per il loro bene». A sostenere la raccolta delle impronte sono gli stessi che inneggiano allo sgombero delle baracche anche là dove si lasciano in mezzo alla strada donne incinte e bambini. Ma che importa, se il popolo è con noi? Lo so che proporre un’analogia fra l’Italia 1938 e l’Italia 2008 non solo è arduo, ma stride con la sensibilità dei più. L’esperienza sollecita a distinguere fra l’innocenza degli ebrei e la colpevolezza dei rom. La percentuale di devianza riscontrabile fra gli zingari non è paragonabile allo stile di vita dei cittadini israeliti, settant’anni fa.

Eppure dovrebbero suonare familiari alle nostre orecchie contemporanee certi argomenti escogitati allora dalla propaganda razzista, circa le "tendenze del carattere ebraico". Li elenco così come riportati nel libro già citato: nomadismo e «repulsione congenita dell’idea di Stato»; assenza di scrupoli e avidità; intellettualismo esasperato; grande capacità ad adattarsi per mimetismo; sensualismo e immoralità; concezione tragica della vita e quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, spirito polemico e così via.

Guarda caso, per primo veniva sempre il nomadismo. Seguito da quella che Gianfranco Fini, in un impeto lombrosiano, ha stigmatizzato come «non integrabilità» di «certe etnie»; propense – per natura? per cultura? per commercio? – al ratto dei bambini. Il che ci impone di ricordare per l’ennesima volta che negli ultimi vent’anni non è stato mai dimostrato il sequestro di un bambino ad opera degli zingari.

Un’opinione pubblica aizzata a temere i rom più della camorra, si trova così desensibilizzata di fronte al sopruso e all’ingiustizia quando essi si abbattono su una minoranza in cui si registrano percentuali di devianza superiori alla media. Tale è l’abitudine a considerare gli zingari nel loro insieme come popolo criminale, da giustificare ben più che la nomina di "Commissari per l’emergenza nomadi", incaricati del nuovo censimento etnico. Un giornalista come Magdi Allam è giunto a mostrare stupore per la facilità con cui si è concesso il passaporto italiano a settantamila rom. Ignorando forse che si tratta di comunità residenti nella penisola da oltre cinquecento anni: troppo pochi per concedere loro la cittadinanza? Eppure sono cristiani come lui…

Il censimento etnico del 1938, «destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare», come ci ricorda Marie-Anne Matard-Bonucci, in ciò non è molto dissimile dal censimento dei non meglio precisati "campi nomadi" del 2008. In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano già state effettuate da tempo.

L’iniziativa in corso riveste dunque un carattere dimostrativo. E i responsabili delle forze dell’ordine procedono senza fretta, disobbedendo il più possibile alla richiesta di prendere le impronte digitali anche ai minori non punibili, nella speranza di dilazionare così le misure che in teoria dovrebbero immediatamente conseguirne: evacuazione totale dei campi abusivi e di quelli autorizzati ma fuori norma; espulsione immediata dei nomadi extracomunitari e, dopo un soggiorno di tre mesi, anche dei nomadi comunitari. Si tratta di promesse elettorali che per essere rispettate implicherebbero un salto di qualità organizzativo e politico difficilmente sostenibile. Dove mandare gli abitanti delle baraccopoli italiane – pochissime delle quali "in regola" – se venissero davvero smantellate tutte in pochi mesi? Chi lo predica può anche ipocritamente menare scandalo per il fatto che tanta povera gente, non tutti rom, non tutti stranieri, vivano fra i topi e l’immondizia. Ma sa benissimo di alludere a una "eliminazione del problema" che in altri tempi storici è sfociata nella deportazione e nello sterminio.

Un’insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun leader politico italiano si dice favorevole alla "soluzione finale". Ma la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza, sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de "La Difesa della razza", aprono un varco all’inciviltà futura.

Negli anni scorsi fu purtroppo facile preconizzare la deriva razzista in atto. Per questo sarebbe miope illudersi di posticipare la denuncia, magari nell’attesa che si plachi l’allarmismo e venga ridimensionata la piaga della microcriminalità. Gli operatori sociali ci spiegano che sarebbe sbagliato manifestare indulgenza nei confronti dell’illegalità e dei comportamenti brutali contro le donne e i bambini, diffusi nelle comunità rom. Ma altrettanto pericoloso sarebbe manifestare indulgenza riguardo alla codificazione di norme palesemente discriminatorie, che incoraggiano l’odio e la guerra fra poveri.

Non si può sommare abuso ad abuso di fronte ai maltrattamenti subiti dai bambini rom. Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali. L’ipocrisia di schedarli "per il loro bene" serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della "linea dura". Siccome i rom non sono come noi, l’unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si ragiona nel paese che liquida l’"integrazione" come utopia buonista.

A proposito del sempre più diffuso impiego dispregiativo della parola "buonismo", vale infine la pena di evocare un’altra reminescenza dell’estate 1938. Chi ebbe il coraggio di criticare le leggi razziali fu allora tacciato di "pietismo". Con questa accusa furono espulsi circa mille tesserati dal Partito nazionale fascista. E allora viva il buonismo, viva il pietismo.

Postilla

Sacrosante l’informazione e la riflessione di Gad Lerner. Verrebbe voglia di farne “diffusione militante”, di impiegare l’ottimismo della volontà per convincere i più. Ma purtroppo il filo del pensiero si dirige verso altre sponde. Ricordiamo di aver sentito pochi giorni fa, a Prima pagina di Rai Radio 3, un bravo giornalista di la Repubblica, Sebastiano Messina, rispondere a una signora, che lo accusava di essere troppo tenero con Maroni, con le seguenti parole: “Ma, signora, a me Maroni non mi è particolarmente simpatico, ma bisogna riconoscere che almeno lui sta cercando di fare qualcosa per questi poveri bambini zingari che i genitori non mandano a scuola, sta cercando di fare qualcosa per loro”.

Da allora non sento più Prima pagina: se un giornalista “democratico” parla così…. E poi, quando parlo con altre persone indignate come me per questi rigurgiti di razzismo e mi raccontano di mille casi di affermazioni di disprezzo e paura e repulsione per gli “altri” (gli extracomunitari, gli “ebreacci”, gli zingari, i “negri”), mi viene da domandarmi: ma in che paese viviamo, ma che società abbiamo lasciato che si formasse. Sono convinto che la grande scommessa tra civiltà e inciviltà è stata perduta quando si è lasciato che scomparisse, dagli attrezzi degli uomini, lo spirito critico: la capacità di ragionare sulle cose al di là dei luoghi comuni, di cominciare a pensare alle parole, al loro senso, al loro uso. Forse è di là che bisogna ricomi

«Per la componente mainstream della tradizione comunista, il fare (e quindi la politica) non ammette incertezze sui presupposti fondamentali. Si è trattato di una vera e propria fede ideologica nella capacità e possibilità dell'azione umana di fabbricare la realtà, di fare la storia. E l'imperativo del fare poggia sulla certezza delle proprie ragioni e sulla teologia secolarizzata dei fini». Così in passato. Oggi, invece, «Nella disfatta elettorale della sinistra convergono ragioni e processi diversi. Tra questi, l'appannarsi di un pensiero che offra un'autonoma lettura della realtà, e tragga da qui senso ed efficacia dell'agire politico». In altre parole: dall'ideologia basata sulla «certezza dei presupposti» e degli obiettivi a un vuoto di senso sospeso su una base culturale incerta e su una prospettiva opaca. Si può e si deve leggere anche così l'attuale precipitazione della crisi della sinistra - fatta salva l'avvertenza, non secondaria, che la storia della sinistra italiana non coincide con quella della componente mainstream della cultura comunista, né con le sue certezze ideologiche e relativi scacchi. Ed è in questo scarto fra le certezze di ieri e le incertezze di oggi che guarda il testo elaborato da Maria Luisa Boccia, Giacomo Marramao e Aldo Tortorella (Pensare a sinistra. Proposte in forma di appunti) come traccia di discussione per il seminario che si tiene oggi e domani a Firenze. Una traccia aperta, in progress, che ben si addice alla pratica di aggregazione «a rete» propria del laboratorio «Pensare a sinistra». E che si segnala, fra le svariate riflessioni che punteggiano l'elaborazione della sconfitta, per un deciso spostamento dell'ordine del discorso che propone, e per alcuni intrecci che finalmente opera, primi fra tutti quello fra il livello culturale e il livello politico della sconfitta e quello fra la crisi della politica e la crisi del patriarcato e delle relazioni fra i sessi.

Porre in primo piano il livello culturale è tanto più necessario in quanto, come il testo argomenta, la sinistra di oggi non si trova ad avere a che fare con un vuoto, ma al contrario con un eccesso di sapere - «tanti saperi, tante analisi e conoscenze, ricche e competenti» - che però non orienta e non aggrega, e al contrario tende a segmentare e diasporare quello che chiamiamo sinistra: nome peraltro ormai incerto, come tutte le voci del suo vocabolario, da «lavoro, uguaglianza, libertà, differenza, diritti, pace, giustizia» a «capitalismo, democrazia, patriarcato, globalizzazione, laicità, etica, potere» a «comunismo/socialismo, pacifismo, ambientaliso, femminismo, culture glbqt, altermondialismo». Riconoscere che i significati di queste parole sono diventati incerti è già un primo passo per spiegare la «strana miscela di ovvietà ed enigmaticità» che sembra avvolgere oggi i discorsi della sinistra. Il che non comporta, sottolineano Boccia, Marramao e Tortorella, né l'accettazione della cultura del frammento, né viceversa l'evocazione nostalgica di una ormai impossibile sintesi unitaria. Occorre piuttosto salvare la costruzione di senso dando «al pensiero e al liguaggio una forma aperta e radicata nell'esperienza», ritrovando la capacità perduta di lettura della complessità sociale e delle connessoni d'insieme.

Il testo ci prova inoltrandosi nell'analisi di alcuni capitoli cruciali - capitalismo, globalizzazione, proprietà, liberismo, economia della conoscenza, lavoro, desiderio, consumo, violenza, democrazia - e proponendo per ciascuno di essi significative correzioni rispetto alle analisi correnti. Si tratta, ad esempio, di restituire al termine capitalismo il significato marxiano di rapporto sociale, di distinguere l'analisi del capitalismo contemporaneo da quella delle dinamiche storiche e culturali della globalizzazione, di guardarsi dall'assimilare i modi di produzione asiatici al capitalismo occidentale. Di articolare l'analisi del neoliberismo - per più di un decennio parola pass-partout della sinistra critica - rispetto al liberalismo e alla libertà, o meglio al «consumo di libertà», che la governamentalità liberale analizzata da Foucault comporta. Di reimpostare dalle fondamenta l'analisi del lavoro leggendo la sua femminilizzazione non come un particolare aggiuntivo ma come un cambio di paradigma che domanda un cambio di strategia per le donne e per gli uomini. Di riportare al lavoro, e al conflitto nel lavoro, l'attenzione da troppo tempo spostata sulla redistribuzione statale e sul tamponamento per via legislativa delle disuguaglianze. E ancora, di leggere l'egemonia dell'economia politica liberal-liberista in relazione alla mobilitazione e al consumo del desiderio di cui è capace. Di confrontarsi con l'economia della conoscenza con la consapevolezza che «oggi il senso è prodotto da un'industria, e produce plusvalore», il che modifica le analisi del passato sull'egemonia e sulla produzione di ideologia. Di aprirsi a una critica della democrazia che interrompa quella recitazione di sinistra del mantra democratico che non impedisce, come sappiamo dalla cronaca quotidiana, la degenerazione costante della democrazia reale e il capovolgimento delle sue promesse.

Per ciascuno di questi capitoli il testo fornisce una traccia importante di approfondimento. Due tuttavia sembrano i punti di particolare rilevanza per lo spostamento di metodo che suggeriscono. Il primo riguarda l'analisi della «violenza simbolica», ovvero di quella violenza implicita nella norma che garantisce la (relativa) stabilità e l'interiorizzazione dell'ordine simbolico come ordine «naturale»: qui il lavoro femminista sul simbolico torna prezioso, tanto più in un contesto in cui il patriarcato tenta di reagire alla propria crisi (o fine) indotta dalla libertà femminile con un rigurgito di violenza fra gli uomini e degli uomini sulle donne. Il secondo riguarda la scollatura fra dimensione simbolica e dimensione materiale che ha depotenziato il discorso della sinistra dagli anni '70 (ovvero dall'avvento del femminismo) in poi, scollatura da suturare tanto più in un momento in cui la destra marcia precisamente sull'incollatura fra le due dimensioni, come dimostra il suo discorso sull'insicurezza. Ma ricomporre materialità e simbolico altro non significa che ritrovare il nesso perduto fra obiettivi e soggettività, fini ed esperienza, progetto e narrazione. Rimettendo in funzione il circolo prezioso del lingaggio: saper ascoltare, e saper parlare.

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