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Nel nuovo saggio il sociologo approfondisce la tesi di una società globale esposta a minacce impossibili da arginare. D’ora in poi nulla di ciò che accade nel mondo è un evento soltanto locale. La situazione di ogni singola etnia ci riguarda e dobbiamo farcene carico. Da Conditio humana. Il rischio nell’età globale (Laterza, pp. 416, euro 18), anticipiamo parte di un capitolo

Viviamo in una società mondiale del rischio, non solo nel senso che tutto si trasforma in decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, o nel senso delle società della gestione del rischio, o in quello delle società del discorso sul rischio. Società del rischio significa, precisamente, una costellazione nella quale l’idea che guida la modernità, cioè l’idea della controllabilità degli effetti collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è diventata problematica; una costellazione nella quale il nuovo sapere serve a trasformare i rischi imprevedibili in rischi calcolabili, ma in questo modo a sua volta produce nuove imprevedibilità, ciò che costringe alla riflessione sui rischi. Attraverso questa "riflessività dell’incertezza" l’indeterminabilità del rischio nel presente diventa per la prima volta fondamentale per l’intera società, sicché dobbiamo ridefinire la nostra concezione della società e i nostri concetti sociologici.

Nello stesso tempo la società mondiale del rischio genera una "spinta cosmopolitica", ad esempio nel confronto storico con l’antico cosmopolitismo (Stoà), con lo jus cosmopoliticum dell’illuminismo (Kant) o con i crimini contro l’umanità (Hannah Arendt, Karl Jaspers): i rischi globali ci mettono a confronto con "l’altro", apparentemente escluso. Essi abbattono i confini nazionali e mescolano l’indigeno con l’estraneo.(...)

Entrambe le tendenze - la riflessività dell’incertezza e la spinta cosmopolitica - sono riconducibili a un meta-mutamento complessivo della "società" nel XXI secolo:

a) le messe in scena, le esperienze e i conflitti del rischio mondiale compenetrano e modificano i fondamenti della convivenza e dell’agire in tutti gli ambiti, a livello nazionale e a livello globale;

b) dal rischio mondiale si può evincere la nuova forma di rapporto con le questioni aperte, il modo in cui il futuro viene integrato nel presente, quali forme assumono le società ad opera dell’interiorizzazione del rischio, come si trasformano le istituzioni esistenti e quali modelli organizzativi finora sconosciuti si creano;

c) ora, da un lato, vengono in primo piano i grandi rischi (non voluti), come il mutamento climatico; dall’altro, l’anticipazione delle minacce di nuovo tipo provenienti dagli attacchi terroristici (voluti) crea una costante aspettativa pubblica;

d) si compie un mutamento culturale generale. Nasce un altro modo di intendere la natura e il suo rapporto con la società, ma anche di intendere noi e gli altri, la razionalità sociale, la libertà, la democrazia e la legittimazione - e perfino l’individuo. (...)

Il significato onnicomprensivo del rischio mondiale ha conseguenze molto rilevanti, poiché ad esso si lega un intero repertorio di nuove rappresentazioni, timori, paure, speranze, norme di comportamento e conflitti di fede. Queste paure hanno un effetto collaterale particolarmente fatale: le persone o i gruppi che diventano (o sono fatti diventare) "persone a rischio" o "gruppi a rischio" sono considerati come non-persone, i cui diritti fondamentali sono minacciati. Il rischio separa, esclude, stigmatizza. Si formano così nuovi confini della percezione e della comunicazione - ma nello stesso tempo vengono anche compiuti sforzi che travalicano i confini per risolvere problemi sottoposti per la prima volta a un’influenza pubblica. Di conseguenza, la messa in scena del rischio mondiale dà luogo a una produzione e costruzione sociale della realtà. Il rischio diventa così la causa e il medium della riconfigurazione della società. Ed è strettamente connesso alle nuove forme di classificazione, interpretazione e organizzazione della nostra vita quotidiana, al nuovo modo di mettere in scena e di organizzare, di vivere e di configurare la società in riferimento al presente del futuro.

* * *

Il salto dalla società del rischio alla società mondiale del rischio può essere chiarito richiamandosi a due testimoni: Max Weber e John Maynard Keynes, i classici della sociologia e dell’economia moderne. In Max Weber la logica del controllo vince nel confronto moderno con il rischio, e vince in modo così irreversibile che l’ottimismo culturale (Kulturoptimismus) e il pessimismo culturale (Kulturpessimismus) vengono riconosciuti come due lati della medesima dinamica. In forza del dispiegamento e della radicalizzazione dei princìpi basilari della modernità, e in particolare della radicalizzazione della razionalità scientifica ed economica, incombe un regime dispotico, come conseguenza, da un lato, dello sviluppo della democrazia moderna e, dall’altro, del trionfo del capitalismo orientato al profitto. Speranza e preoccupazione si condizionano a vicenda: dal momento che le incertezze e gli effetti collaterali imprevisti e non voluti prodotti dalla razionalità del rischio non cessano di essere affrontati "ottimisticamente" grazie a un incremento della razionalizzazione e della logica del mercato, la preoccupazione di Weber non riguardava - a differenza di Comte e Durkheim - la mancanza di ordine e integrazione sociale. Egli non temeva il "caos delle incertezze" (come Comte). Al contrario, egli vedeva e affermava che la sintesi tra scienza, burocrazia e capitalismo trasforma il Moderno in una sorta di "prigione". Questa minaccia non emerge come un fenomeno marginale, ma come conseguenza logica della razionalizzazione del rischio riuscita: se tutto va bene, sarà sempre peggio. La razionalità strumentale depoliticizza la politica e mina la libertà degli individui.

Allo stesso tempo, nel modello di Max Weber è contenuta un’idea che spiega perché il rischio diventa un fenomeno globale, anche se non spiega ancora perché esso dà luogo alla società mondiale del rischio. Secondo Weber la globalizzazione del rischio non è legata al colonialismo o all’imperialismo, cioè non è portata avanti con il fuoco e con la spada. Piuttosto, essa procede lungo la via della coazione non coatta dell’argomento migliore. La marcia trionfale della razionalizzazione si basa sulla promessa di beneficio del rischio e sulla delimitazione a sua volta razionale degli effetti collaterali, delle incertezze e dei pericoli ad esso collegati. È questa autoapplicazione del rischio al rischio, finalizzata al perfezionamento dell’autocontrollo, a globalizzare l’"universalismo". L’idea che proprio l’imprevisto, l’indesiderato, l’incalcolabile, l’inatteso, l’incerto, reso permanente dal rischio, possa diventare la fonte di possibilità e pericoli non anticipabili che mettono seriamente in questione l’idea-guida della razionalità del controllo nel modello weberiano è un’idea impensabile. Essa sta alla base della mia teoria della società mondiale del rischio. (...)

All’inizio del XXI secolo vediamo la società moderna con occhi diversi - e questa nascita di uno "sguardo cosmopolita" fa parte dell’inatteso, dal quale deriva una società mondiale del rischio ancora indeterminata. D’ora in poi nulla di ciò che accade è più un evento soltanto locale. Tutti i pericoli essenziali sono diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine della situazione dell’umanità. Il punto decisivo è che d’ora in poi il compito principale è la preoccupazione per il tutto. Non si tratta di un’opzione, ma della condizione. Nessuno lo ha mai previsto, voluto o scelto, ma è scaturito dalle decisioni, dalla somma delle loro conseguenze, ed è diventato conditio humana. Nessuno vi si può sottrarre. Si profila così un cambiamento della società, della politica e della storia che finora è rimasto incompreso e che già da qualche tempo indico con il concetto di "società mondiale del rischio". Quello che finora conosciamo è soltanto l’inizio.

Farinelli lo dice nel modo più sintetico possibile: se il mondo non è più una sfera o un paesaggio, non cè più tempo o distanza. Non sfera perchè funzionalmente discontinuo, disomogeneo, non più universo ma pluriverso: il villaggio complessivo, appunto. Niente distanza per via delle comunicazioni, della tecnologia elettronica, ricostruite sulle rovine della civiltà alfabetica. Dalla presenza dei tamburi tribali, alla geografia dei flussi, al tempo veramente reale se è di questa geografia, ad un minore, continuo attrito della distanza, se usciamo dal virtuale.

Un attrito che comunque lo determini non farebbe più paura nemmeno ad Icaro. E allora la geografia fisica che è in Kant diventa sistema.

Il tempo, potrebbe dire allora Borges, non è più un fiume che ci trascina, es la sustancia de que estoy hecho: la sostanza di cui sono fatto.

Già, siamo un sistema compiuto, un globale, che il tempo lo sostanzia.

E parlando di Scalfari, interprete e comunicatore, filosofo e intellettuale non possiamo che cominciare così. Un guardacaccia che diventa giardiniere, secondo una lettura di Bauman. Perchè lintellettuale non è mai indifferente agli stimoli della sua interiorità, non si accontenta che il mondo esista e che le cose accadano, vuole, cerca spiegazioni, ricerca certezze, in una pratica di sacerdozio laico, che coglie insicurezze e riproduzioni abitudinarie dellesistere e nel dipanarle capisce se stesso e le cose, con uno status, il suo, che lo integra separandolo. Lintellettuale che per questo diviene quasi autoconsapevolmente a collocarsi fuori dai ranghi chiusi, quasi ancora come entità a sè stante, che come orizzonte ha il fuori sè, il resto del mondo. E questo intellettuale va incontro al fuori da sè perchè filosofo, che dalla sua république des lettres porta sullenorme schermo della società, convinzioni condivisibili, stadi successivi di virtù, ipotesi e strumenti per questo trapianto di virtù, e perchè no, una volta, forse ogni tanto comportamenti e maniere cortesicAggiungiamo con De Tocqueville, la direzione delle intelligenze. Anche il gusto, le emozioni, le opacità: il tutto dello stato-nazione o stato-nazioni, nelle variegate sfaccettature: far fiorire i giardini e gli orti, spegnendo se del caso i boschi che bruciano, recingendone spazi e costruendo sicurezze virtuose, e poi prospettando modi di vita plausibili e compatibili. Ancora Bauman: guardia caccia e giardiniere. E il bello è che per questo, diciamo, ministero sacerdotale non servono crismi o unzioni, riti o trascendenze, misteri da inventare, nascondere, manipolare e ingigantire, per poi svelarli, ottenendone consensi di dipendenza religiosa, pressochè illimitata.

Asor Rosa ha parlato di fisiologia di un mestiere difficile: la notizia è merce spesso ben confezionata, troppo, forse, non del tutto fruibile dalle masse. E spesso incalza la desuetudine a descrivere fatti, ipotesi, idee, con semplicità: alcuni ci riescono. E con doviziosi argomenti Asor Rosa enumera anche i più giovani di allora (siamo agli inizi degli anni 80), da Cederna a Forcella , a Giovannino Russo, a Scalfari, subito dopo la generazione dei Cattani, Brancati, Monelli, Rossi, Flajano, e dopo ancora quella di Croce, Salvemini, Einaudi : generazioni che tutte assieme ad editori come Benetti, Olivetti, Caracciolo hanno fatto il paese della storia e dei vissuti. Leggendo Bateson possiamo cogliere questi flussi comunicativi molteplici, nella loro, diciamo non staticità, e ritrovarli poi in codici alla fine inventariabili come unificati. In una sorta di interdipendenza di livelli culturali comuni.

Per questo il giornale di Scalfari assumerà limpossibilità di fare in Italia un organo per le grandi masse come stimolo a creare uninformazione rivolta essenzialmente in crescita.

Per questo il ministero di Scalfari emerge svettante in un tutto laico, che è quello della politica quale dovrebbe essere. Quella politica che, dice il geografo Gunnar Olson, serve, dovrebbe servire, a rendere visibile linvisibile. La politica come anello tra antropologie e storie e culture che si immagazzinano negli scaffali del vissuto. Senza magie, dopo limbrunire soltanto la notte. E la luce, le ore, la sera, il buio, sono la stessa cosa, appartengono allo stesso ordine. Quando Heghel, nella borsa degli attrezzi della sua fenomenologia, ci racconta che seme, albero, fiore, frutto solo apparentemente si distinguono dialetticizzandosi, ma si ontologizzano in un insieme, fa in sostanza lo stesso discorso.

Chi negli anni ha seguito Scalfari, nei suoi percorsi, dai suoi romanzi di formazione, allintuizione dellespresso-elefante, alla prima battaglia laica della nascente repubblica su Roma: capitalecorrottanazioneinfetta, unItalia che sembrava gratificarsi del suo essere a sovranità limitata per il perdonismo leninista di Togliatti e per quella che poi sarebbe diventata la confusione concordataria; quando sosterrà le guerre di rossi ai padroni del vapore, quando immaginerà spazi possibili per una sinistra liberale, non opererà dal tetto di un sapere aristocratico, ma sarà sostanza di una coscienza civile, che dal suo impegno trarrà linfa, insufficiente solo per le paure reali della guerra fredda, con i danni per una democrazia in fieri che ci raccontava Pietro Scoppola, democrazia che avrebbe invece avuto bisogno di unetica luterana; dalla convinzione che il Fanfani del congresso di Napoli, avrebbe ridotto i poteri di un ceto di notabili, corrotti e corruttori, per un moderno partito quadri-massa, come nellaccezione di Duverger, salvo poi ad accorgersi che i giovani turchi, e non solo nella Sicilia Occidentale, avrebbero monopolizzato la trasformazioni mafiose (a Palermo e nel Val di Mazzara), e avrebbero ingigantito, industrie, finanze e corruzione di stato. Si pensi alliniziale rispetto per lintellettuale De Mita e la successiva terribile reprimenda per scelte di potere bancario non commendevole. E comunque Scalfari sarà presente con Moro, che autocostruisce la sua condanna a morte con lapertura ai comunisti e per primo con lui decifra, con estrema lucidità, larcano della terza fase. E ancora quando penserà che in qualche modo sarà utile e generoso "sporcarsi le mani per una candidatura socialista par porre argine allincontenibile potere d.c. E proprio a partire dalla Calabria, dove si erano sempre spente le illusioni rivoluzionarie sperimentate ab antiquo. E siamo a Repubblica, secondo quotidiano italiano, dalla metà degli anni 70, e poi a Repubblica on line e alla vorticosa presenza nellattualità culturale multimediale e regionale.

Il Libro, lultimo di un tenace interrogarsi, (Luomo che non credeva in Dio, Einaudi, Torino, 2008) vive e ricorda una vita. Un romanzo-diario, che non butta nulla, dove tutto si tiene. Le stagioni che si susseguono, i dolci anni 70, la giovinezza e il mondo plasmato dai fatti, il tempo che ci è stato dato da vivere, avrebbe detto Moro, i natali e Calvino, la Calabria dello zibibbo, Cartesio e Pascal: Dio, allinterno di una presenza dellindividuo in un mondo in cui tutto è dubitabile, tranne levidenza. Siamo ad un romanzo di figure, che si sovrappongono, che riappaiono con ruoli, dualità, e che si fanno immagine e metafora, in un immutabile senza aporie di continuità. Ed è perduta la possibilitè di trovare rifugio in Dio? Un Dio che soffre e che muore e che non è onnipotente, più che altro "in silenzio" . Allora cosa? Unindolore riconciliazione con perchè che non trovano risposta?

Per testualizzazioni che, dice Ricoeur, come se postulassero relazioni, appunto, tra il testo e il mondo. La testualizzazione genera senso, prima isolando un fatto o un evento e poi lo contestualizza nella realtà che lo ingloba. Ecco, ascoltare la crescita del grano, avrebbe potuto dire Lévi-Strauss. In ogni caso la capacità di produrre senso dipenderà dalla coerenza creativa e dalle ri-percorrenze consentite alla ri-creazione del lettore: l'immagine che è dopo l'oggetto. Una proiezione mentale che trasfigura, ri-crea in quella comunicazione iconica di cui parla il tuo Proietti, nella grammatica delle immagini. Allora scrittura, ma anche critica sovversiva: un viaggio, un modo di capire e di muoversi in un mondo eterogeneo, solo cartograficamente unificato: non insieme di flussi e di relazioni che connotano spazi aperti, ma con funzioni che si risolvono in struttura dinsieme. Dice Clifford: "Non è più possibile lasciare il proprio tetto fiduciosi di trovare qualcosa di radicalmente nuovo, un tempo e uno spazio altri. La differenza la si incontra nella più contigua prossimità, il familiare affiora agli estremi della terra". E il nuovo dis-orientamento, con nuove strutture interpretative, paesaggi, linguaggi. E non mi soffermo se non per cenni, su passaggi, appena detti, ma sempre originali e creativi: luscita dei comunisti dal ghetto, il tema La Malfa, come ispirazione coinvolgente, Berlinguer il crollo della I repubblica con la fine del Caf, l'esilio di Craxi, l'ibernazione di Andreotti, la fuga dei topi da imbarcazioni tenute insieme da ossimori, avari di idee e ricchi di logorroiche ipocrisie, il neo-lenismo, anche questa volta infantile e massimalista di Occhetto, linutile e troppo esibita malinconia di Martinazzoli. Infine lo sdoganamento fascista, il secessionismo leghista e lo scoppio dei mortaretti del populismo berlusconiano, tra tanti, troppi soldi, ma sprattutto nani, ballerine, veline, canzonette e talk show. Ma allItalia, a cavallo del millennio, è piaciuto così: meglio l'effimero che saprofitismi ambigui. Lo scarto tra ideali e costituzione materiale è stato alla fine poco sopportabile.

Eil passato che scrive la memoria, dice Scalfari, la vecchiaia invece è un lusso: je suis comme je suis.

E Dio Scalfari non lo aspetta sul prato della Favorita, in una sfilata degna della fantasia di Fellini, di innocenti prelati che rispondono, bel belli, vestendo magnificamente Prada, così, al grido di dolore e di rabbia di Agrigento del vecchio papa polacco, nè partecipando alla rutilante piedigrotta dellapertura della porta dellanno santo. La moralità non è un prodotto della razionalità, nè ci arriva dal cielo, e non cè bisogno di raccontarla a Dio, dice ancora Scalfari.

Le geo-grafie, quelle del senso comune, comunque si sono aperte sempre di più allascolto dei luoghi e alla ricerca di significanti non banali. Proprio perchè la complessità si è rivelata irriducibile.

Alla domanda chi è Dio, nel secondo capitolo dell'Ulisse, Stephen risponde: "un urlo sulla strada" ("a shout in the street"). E aveva appena detto che la storia, come manifestazione di un ordine ultimo, è "a nightmare from which I am trying to awake" ("un incubo da cui cerco di destarmi") .

Vale allora il principio della scrittura come recupero del dimenticato? In un altro spazio, quello della memoria leggera? Tanto, comunque, lo spirito soffia se, quando e dove vuole.

Non c’è molto da rallegrarsi della prima festa «democratica» organizzata dal Pd a Firenze. Questa manifestazione è subentrata alle tradizionali feste dell’Unità, che hanno sempre rappresentato momenti importanti per il Partito comunista italiano: i militanti prestavano la loro opera per assicurarne il successo, i simpatizzanti affluivano numerosi, i discorsi dei dirigenti venivano ascoltati con attenzione. Era un rituale politico grazie al quale i comunisti si ritrovavano tra loro proclamando la propria identità, davano prova di coesione, affermavano la loro forza e attingevano nuove energie. La prima festa del Pd avrebbe dovuto mobilitare gli iscritti, dare visibilità al partito e rilanciarne l’attività politica.

Ma in questo mese di settembre il Pd ha varie ferite aperte da curare dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile, e molte preoccupazioni per il suo futuro. Lungi dal mostrare l’unità del partito, la festa di Firenze ha esposto in piena luce le discordie tra i suoi dirigenti, venuti a saggiare la propria popolarità e a posizionarsi nella competizione interna. La piccola guerra tra i capi deprime gli elettori di sinistra e lascia indifferente la maggioranza degli italiani, i quali d’altra parte si rendono conto che la crisi di leadership del Pd ne cristallizza molte altre.

Innanzitutto, una crisi di strategia: l’opposizione contro il governo va fatta con intransigenza, o in maniera più morbida, in vista di un dialogo? E una crisi delle alleanze: con quali forze il Pd deve trovare un accordo? Con un alleato scomodo e intransigente come l’Italia dei valori? Con la sinistra radicale, che ha subito un tracollo ed è scomparsa dal parlamento? Con l’Udc, tuttora inaffidabile?

Una crisi d’identità e di progetto, contrassegnata dall’interrogativo posto fin dalla sua nascita: cos’è il Pd? Quali sono i suoi riferimenti, la sua cultura, il suo disegno?

Infine, una crisi organizzativa del partito: come strutturarlo e farlo vivere? Come assicurare un rinnovamento non solo degli iscritti, ma anche dei dirigenti?

In verità il Pd, nato dalla volontà di superare le frontiere classiche della sinistra, non è il solo a trovarsi in cattive acque. I problemi che sta affrontando sono gli stessi della sinistra europea nel suo insieme. In quest’inizio della stagione autunnale, la sua situazione è del tutto simile a quella del partito socialista francese, che si sta inabissando nella lotta tra i capi. Sulle questioni di fondo non vi sono divergenze insormontabili tra Ségolène Royal, Bertrand Delanoë, Martine Aubry e Pierre Moscovici, che però se le inventano, per controllare il partito e in vista delle prossime presidenziali. Allo stesso modo, il Pd e il Partito socialista mettono in scena contrasti sorprendenti. Da un lato, queste formazioni dispongono di un vero capitale elettorale: reti di simpatizzanti, grandi riserve di talenti e dirigenti locali e regionali di qualità; ma dall’altro si rivelano politicamente impotenti, con lacerazioni ai livelli più alti e l’incapacità di proporre un progetto attraente. E soprattutto, rimangono muti davanti a una domanda fondamentale che si pone oramai sia in Francia e in Italia che nel resto d’Europa: perché mai la destra ha la meglio nel momento stesso in cui tutto ? la crisi del capitalismo finanziario, l’esaurirsi delle ricette liberali, il deterioramento del potere d’acquisto, l’aggravarsi delle disuguaglianze d’ogni tipo, il radicato attaccamento al welfare degli italiani e dei francesi così come della grande maggioranza degli europei ? dovrebbe spingere gli elettori verso sinistra? La spiegazione va ricercata soprattutto nella capacità della destra di intercettare e sfruttare politicamente altre dinamiche di fondo delle nostre società: l’individualismo crescente, le paure reali o immaginarie suscitate dall’immigrazione e dall’insicurezza, le ansie per il futuro, la diffidenza nei confronti delle istituzioni politiche, gli interrogativi sul divenire dell’Europa, l’angoscia davanti alla globalizzazione, un forte bisogno di identificazione collettiva, la ricerca di valori e di senso. I discorsi politici più popolari e diffusi si nutrono delle argomentazioni della destra su questi temi.

Ecco perché il periodo attuale è di una gravità estrema per la sinistra, in particolare in Italia e in Francia; tanto più che si presenta con caratteristiche di lunga durata. In questi due Paesi, dal 1947 in poi la sinistra è stata per lo più minoritaria in termini elettorali, a causa di molteplici fattori che in parte sono comuni ai due Paesi: l’influenza del cattolicesimo (più accentuata in Italia, dato che la Francia ha una robusta tradizione laica), il retaggio della cultura rurale, l’importanza della proprietà privata, un forte anticomunismo nei due Paesi che hanno avuto i maggiori Partiti comunisti del mondo occidentale, l’incidenza dell’individualismo, ancorché concepito in maniera diversa da un Paese all’altro. Esistono però anche fattori specifici: in Italia, il peso e le strutture della famiglia, una frontiera in comune con un Paese comunista per quasi mezzo secolo, la forza di alcuni ceti, come i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani, il ruolo della Dc. In Francia, per molto tempo la figura di De Gaulle e le istituzioni della quinta Repubblica hanno tenuto la sinistra sulla difensiva.

Tutto ciò non significa affatto che la sinistra sia condannata a restare all’opposizione. Nulla, in politica, è ineluttabile. Alle attese degli elettori la sinistra ha già dato risposte adeguate per vincere. In Francia, ad esempio, negli anni ‘70 e ‘80 François Mitterrand ha saputo rifondare il Ps con una nuova dinamica, unendo a una programmazione economica contrassegnata da un arcaismo marxistizzante una serie di proposte sociali e culturali libertarie e «moderne», in un mix capace di sedurre sia il mondo operaio che quello dei dipendenti pubblici e del terziario.

Dal 1996, per uscire dal suo isolamento, la sinistra italiana si è alleata con una parte del centro. Questa formula ha consentito di battere Berlusconi a due riprese, ma si è rivelata fragile e inefficace per governare.

Oggi più che mai, il compito prioritario della sinistra è dunque quello di portare a buon fine i cantieri della sua rifondazione. E di analizzare, per comprendere infine la natura del radicamento profondo dei suoi avversari ? il sarkozysmo in Francia e il berlusconismo in Italia ? le complesse mutazioni della società, cogliendo le attese reali degli elettori per elaborare proposte chiare e ricostituire un corpus di valori mobilitanti.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Giorgio Napolitano prende posizione. E nelle sue funzioni di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quindi, nella sede più opportuna e nella forma più adeguata. E´ un intervento formale che, nei fatti, sostiene i dubbi e l´iniziativa ispettiva già annunciata da Clemente Mastella. Le parole del capo dello Stato sono più di un monito e poco meno che un´esplicita richiesta di un procedimento disciplinare contro il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo. Il tono scelto dal capo dello Stato è didattico e censorio. «Desidero rinnovare il richiamo a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti».

Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni telefoniche tra Gianni Consorte (Unipol) e i ds D’Alema Fassino Latorre, il giudice di Milano utilizza in eccesso il potere che gli è assegnato dai codici, con uno "sviamento", uno "straripamento" delle prerogative che gli attribuisce la legge. Deve soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle "scalate" Antonveneta/Bnl/Rizzoli-Corriere della Sera le registrazioni di quei colloqui. Con «valutazioni eccedenti» e «riferimenti non pertinenti», il giudice indica esplicitamente e in sovrappiù – per Napolitano, abusivamente – una corresponsabilità nel delitto (aggiotaggio) dei parlamentari non ancora indagati. Scrive la Forleo: «A parere di questa autorità giudiziaria, sarà proprio il placet del Parlamento a rendere possibile la procedibilità penale nei confronti dei suoi membri i quali, all’evidenza, appaiono non passivi percettori di informazioni pur penalmente rilevanti, ma consapevoli complici di un disegno criminoso».

Se le parole hanno un senso – e non possono non averlo se dette dal presidente della Repubblica in un’occasione così rituale – l’ordinanza del giudice è, come dicono i tecnici, «abnorme» e costituisce il solo caso in cui un ministro di giustizia è legittimato a intervenire sul provvedimento di un giudice. Se i comportamenti saranno coerenti con le parole, si deve credere che siamo alla vigilia di un nuovo, robusto conflitto tra la politica e la magistratura. Il procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli chiede di acquisire le ordinanze. Mastella invierà a Milano gli ispettori mentre la Giunta per le autorizzazioni (decide dell’utilizzabilità dei colloqui) avrà molte difficoltà – dinanzi all’ipotizzato vulnus inflitto al potere legislativo con un’iniziativa anomala – ad accogliere la richiesta dei giudici di Milano (ammesso che avesse voglia di accoglierla).

Il putiferio è assicurato anche perché il giudizio di Napolitano non è condiviso da tutti gli addetti. Tra i quali, c’è chi autorevolmente difende le decisioni e le ordinanze di Clementina Forleo giudicandole, forse "border line", ma non illegittime o abusive. Doveva motivare, come le impone la legge, l’essenzialità per il processo di quelle registrazioni. Lo ha fatto forse con qualche parola storta, ma all’interno delle costrizioni procedurali, e schiacciata per di più dalla decisione del pubblico ministero di non iscrivere al registro degli indagati i parlamentari, nonostante quei colloqui li vedessero partecipi e collaboratori di un progetto che occultava e manipolava le notizie da offrire per legge ai mercati e ai risparmiatori. Ora si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi. Esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.

Quale che sia l’esito, appare burlesco soffocare l’intera storia che provoca l’inchiesta penale (le "scalate" del 2005) in una esclusiva questione tecnico-giuridica anche se rilevante perché interpella il sistema delle garanzie. In queste ore, si odono formule troppo confuse. La macchina giudiziaria farà la sua strada, ma l’affare – conviene ricordarlo agli smemorati – è anche politico. La manovra del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami imbarazzanti e obliqui – si vedrà con o senza rilievo penale – è debole. Ancora più fragile è la litania che con Prodi, D’Alema, Fassino, Violante, Finocchiaro ripete: è roba vecchia, già letta e digerita. Letta sì, ma digerita da chi?

E’ utile ricordare che cosa è accaduto per scongiurare il rischio che si finisca di parlare soltanto di codici. La scena ricostruita dalla magistratura e dalle testimonianze dei protagonisti (da Ricucci come da Fazio) – e rinforzata, al di là di ogni dubbio, dalle intercettazioni telefoniche – conferma che la politica non ha espresso soltanto «opinioni» nell’anno delle scalate ad Antonveneta, a Bnl, al Corriere della Sera, al gruppo Riffeser. E’ stata protagonista. Con l’ambizione esplicita e dichiarata (parole del senatore Nicola Latorre) di «cambiare il volto del potere italiano». I leader politici non si sono limitati ad attendere l’esito di una contesa di mercato. Sono intervenuti, con il peso del loro ruolo e responsabilità pubbliche, a vantaggio dei protégés. Berlusconi indica a Stefano Ricucci il partner industriale per l’assalto a via Solferino e scrutina i possibili mediatori. D’Alema consiglia a Consorte (Unipol) l’acquisto di pacchetti azionari mentre Fassino e Bersani (come ha riferito ai pubblici ministeri Antonio Fazio) incontrano il governatore della Banca d’Italia per «spingere» una fusione Unipol-Monte dei Paschi-Bnl. Quel che se ne ricava è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, per di più cercando di influenzare uno degli arbitri (il governatore). Chiunque comprende che non può essere questo il primato della politica. La politica legifera. Seleziona opzioni. Sceglie regole che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come sinistra sembrano, al contrario, non voler prendere atto che una politica che, nello stesso tempo, gioca, fa l’arbitro e legifera è una cattiva politica. Che scredita se stessa.

Già in occasione della pubblicazione delle testimonianze di Stefano Ricucci, si è avuta la sensazione che, quasi "a freddo", il ceto politico volesse resuscitare il conflitto tra il potere politico e l’ordine giudiziario, la contrapposizione tra ceto politico e informazione per aumentare il "rumore", sollevare polvere, star lontano dal nocciolo più autentico della questione. Da questo punto di vista, se non fosse esistita, Clementina Forleo l’avrebbe dovuta creare la politica. Ma con o senza la Forleo, non è agevole eliminare dal tavolo la questione politica. Quell’intrigo, che vede protagonisti intorno allo stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D’Alema e Gianni Letta con un poco nobile codazzo di banchieri, arbitri faziosi, avventurieri della finanza, astuti nouveaux entrepreneurs, racconta ancora oggi la distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi; la divaricazione tra gli accordi in corridoio e i contrasti in pubblico. Da due anni si attende una parola trasparente e critica su quel pasticcio, un’assunzione di responsabilità, un impegno pubblico. Chi può, in buona fede, giudicarla roba vecchia? E’ una questione attualissima, qualsiasi cosa decida di fare la magistratura.

Scomodo Antonio Cederna lo era sicuramente. Ma il titolo, appunto “Un italiano scomodo – Attualità e necessità di Antonio Cederna” (Bononia University Press 2007), non è il solo pregio del libro appena uscito, a dieci anni dalla sua morte. E benché, insieme a una significativa raccolta di suoi articoli, il volume contenga ricordi e giudizi firmati da colleghi e amici (a cominciare dalle due bravissime curatrici, Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala) non somiglia in alcun modo a un convenzionale tributo commemorativo. Ha invece la forza di una civile quanto adirata battaglia, che è in qualche modo il seguito di quella senza sosta né rispetti combattuta lungo tutta la vita da “Tonino”: denunciando, accusando, stigmatizzando, ma anche proponendo, insegnando, indicando le soluzioni più intelligenti per la difesa di un paese come il nostro, per natura arte e storia dal mondo intero riconosciuto di straordinaria bellezza e importanza culturale.

Basta qualche titolo dei suoi scritti, a dire che sempre si tratta di fatti, materie, dibattiti, ancora oggi, anzi più che mai, attuali e brucianti. “I gangsters dell’Appia”: poteva Cederna sospettare il livello di degrado cui la celebre e da lui amatissima via sarebbe giunta?. “Difendo La Regina contro il sacco di Roma”: come chiamerebbe ciò che in fatto di edilizia e di urbanistica sta accadendo oggi nella capitale?. “La rinascita di Venezia”: chissà come parlerebbe della Venezia dei nostri giorni, intasata e stravolta dal turismo di massa? e il Mose, saprebbe certo gratificarlo di una delle sue fantasiose quanto corrosive definizioni. “Comacchio: le mani sulle valli“: forse oggi, a vedere jl Po ridotto a un rigagnolo che addirittura rischia di scomparire, come accade a tutti i più grandi fiumi del mondo, parlerebbe anche di “mani sul Pianeta”?. “Coscienza urbanistica,” suggeriva; “Unica soluzione la pianificazione,” incitava; “Conservatore moderno”, definiva il corretto operatore urbanistico in una realtà culturale e storica così particolare come la nostra, che appunto di conservazione soprattutto avrebbe necessità, coniugata però con l’equilibrio che non ignora le esigenze di una società in trasformazione.

Oggi sono appunto quelli che – amici, allievi, collaboratori, estimatori – hanno combattuto con lui e che in suo nome continuano a combattere, a prendere la parola in questo libro-ricordo. Vezio De Lucia, Italo Insolera, Edoardo Salzano, Adriano La Regina, Pier Luigi Cervellati, Francesco Erbani, Vittorio Emiliani, per citare solo qualche nome, illustrano e vituperano quanto è accaduto in questi “dieci anni senza Antonio Cederna”. Anni di brutale speculazione edilizia, di centri storici soffocati dall’incombere del “moderno”, di totale assenza di progettualità urbanistica appena sensata, periferie in dilatazione inarrestabile, dissennato consumo di territorio, cementificazione da nessuno seriamente combattuta, tra rapacità imprenditoriale, distrazione – a dir poco – dell’autorità preposta alla materia, condoni a pioggia e generale affannata quanto incontrastata rincorsa della “crescita”, in che modo conseguito non importa.

Ma accanto alla denuncia delle malefatte dell’Italia contro se stessa, c’è anche nel libro (ed è un altro dei suoi pregi) il personaggio Cederna. Il coraggio dell’archeologo che si fa giornalista (con Il Mondo, Il Corriere della Sera, La Repubblica), che collabora strettamente con “Italia Nostra” e ne sostiene le tante coraggiose iniziative (come racconta Desideria Pasolini dall’Onda, a lungo bravissima presidente dell’associazione), che accetta anche di entrare nelle istituzioni e vivere una breve stagione parlamentare, “per attaccare da dentro”, come diceva, sempre inseguendo il ruolo più utile alla sua crociata. E insieme anche l’umoralità, la brusca resistenza ai salotti inutili, il fermo “no” a lungo opposto all’invito a collaborare al Corriere, che solo Giulia Maria Mozzoni Crespi riuscì a smontare, come lei stessa ricorda.

Il libro è già stato presentato pubblicamente in diverse città. Sempre di fronte ad affollate platee, con dibattito assai partecipato, e non soltanto di “addetti ai lavori”. L’interesse per la difesa del “bel paese” esiste insomma. Nel suscitarlo Antonio Cederna ha avuto sicuramente un ruolo di primo piano. A tenerlo vivo certo contribuiscono anche libri come questo.

Le città, ed in particolare le metropoli, sono come pattumiere in cui i problemi della globalizzazione vengono gettati. Sono anche laboratori in cui l´arte di vivere con questi problemi (pur non risolvendoli) è sperimentata, messa alla prova e (speriamo) sviluppata. Mi concentrerò su un aspetto del processo di globalizzazione: e cioè, il mutamento di alcuni aspetti della migrazione globale.

Si possono individuare tre distinte fasi migratorie nell´epoca moderna. Quella attuale, la terza, tuttora in pieno vigore e slancio, ci porta nell´era delle diaspore: un arcipelago planetario di insediamenti etnici/religiosi/linguistici ha indotto una logica della redistribuzione planetaria delle risorse umane. Le diaspore sono disseminate, diffuse, si estendono in molti territori sovrani, ignorano le rivendicazioni territoriali per la supremazia di richieste e doveri locali, sono schiacciate dal doppio (o multiplo) legame della "doppia (o multipla) nazionalità" e doppia (o multipla) lealtà.

La nuova migrazione pone un punto interrogativo al legame tra identità e cittadinanza, individuo e luogo, vicinato e appartenenza. I confini del proprio "quartiere" sono porosi, è difficile identificare chi vi appartiene e chi è un estraneo. Che cos'è ciò a cui apparteniamo in questa località? Che cos´è ciò che ognuno di noi chiama casa e, quando ricordiamo e ripensiamo a come siamo arrivati qua, quali storie condividiamo? Vivere come noi in una diaspora tra diaspore ha imposto alla nostra attenzione il tema della "convivenza con la diversità". È probabile che avvenga solo una volta che tale differenza non sia più percepita puramente come una "irritazione temporanea", e così, diversamente dal passato, urgentemente bisognosa di interventi specifici, insegnamento e apprendimento. L'idea dei "diritti umani", si traduce oggi nel "diritto a essere diverso".

Un po' alla volta, questa nuova interpretazione dell'idea dei diritti umani, tutt'al più, semina tolleranza; deve cominciare seriamente fin d´ora a seminare solidarietà. La nuova interpretazione dell´idea di diritti umani scardina le gerarchie e distrugge l'immagine di una "evoluzione culturale" verso l'alto (progressiva). Forme di vita galleggiano, si incontrano, scontrano, precipitano, si aggrappano l´una all´altra, si fondono, si separano (per parafrasare George Simmel) con uguale gravità specifica. Le fisse e monolitiche gerarchie e le linee evolutive sono state sostituite da interminabili lotte per il riconoscimento, endemicamente inconcludenti; o al massimo da scale gerarchiche rinegoziabili.

Potremmo dire che la cultura è nella sua fase liquido-moderna, fatta a misura della libertà di scelta individuale. E dovrebbe sostenere tale libertà; assicurarsi che la scelta sia inevitabile: una necessità vitale e un dovere. La cultura contemporanea si basa su offerte, non norme. Come già notato da Pierre Bourdieu, la cultura vive secondo la seduzione, e non regole normative; secondo relazioni pubbliche, e non mantenimento dell'ordine; creando nuovi bisogni/desideri/volontà, non coercizione. Questa nostra società e una società di consumatori, e proprio come il resto del mondo è vissuto da consumatori, la cultura si trasforma in un magazzino di prodotti pensati per il consumo – in cui ognuno di essi compete per catturare l´attenzione di potenziali consumatori nella speranza di attirarli e trattenerli per un attimo. Abbandonare i rigidi standard, assecondare la mancanza di discriminazione, servire tutti i gusti non privilegiandone alcuno, incoraggiare la discontinuità e la "flessibilità" e romanticizzare l'instabilità e l'inconsistenza, è questa la "giusta" strategia da perseguire.

L'attuale fase di progressiva trasformazione dell'idea di cultura dalla sua originaria forma ispirata all'Illuminismo verso la sua reincarnazione liquido-moderna è stimolata e gestita dalle stesse forze che promuovono l'emancipazione dei mercati dagli impedimenti di natura non-economica – cioè da quei legami sociali, politici ed etici. Perseguendo la propria emancipazione, l'economia, focalizzata sul consumatore liquido-moderno, fa affidamento sulle offerte in eccesso, sul loro invecchiamento accelerato, e sul rapido declino del loro potere seduttivo – cose che, tra l'altro, la rendono un´economia di dissipazione e spreco. Dal momento che non è dato sapere in anticipo quali offerte si riveleranno sufficientemente attraenti da stimolare il desiderio consumistico, l'unica soluzione è quella di costosi tentativi.

La cultura sta diventando ora come uno di quei reparti del tipo "tutto ciò che ti serve e che puoi sognare" dei grandi magazzini in cui il mondo abitato da consumatori si è trasformato. Come in altri reparti di quel magazzino, le mensole strapiene sono rifornite giornalmente di merci, mentre i banchi sono addobbati con le ultime offerte commerciali destinate a scomparire immediatamente, assieme alle attrazioni che pubblicizzano. Le merci e le pubblicità allo stesso modo sono pensate per accrescere i desideri e stimolare le volontà (come George Steiner ha notoriamente descritto – "per un massimo impatto e un immediato invecchiamento"). I commercianti e i copywrighter contano sul connubio tra il potere seduttivo delle offerte e la radicata "arte di primeggiare", il desiderio di "ricavarsi uno spazio" proprio dei potenziali consumatori. La cultura liquido-moderna, differentemente dalla cultura dell´epoca del nation-building, non ha persone da acculturare. Ha invece clienti da sedurre. E, diversamente dai suoi predecessori "solidi moderni", non vuole più lasciare che le cose si risolvano da sole, il suo compito oggi è rendere permanente la sua sopravvivenza – rendendo temporali tutti gli aspetti della vita dei suoi precedenti protetti, ora rinati come clienti.

(Traduzione di Silvia Sai, testo elaborato in occasione del primo Festival delle Culture "Uguali-Diversi" a Luzzara e Novellara dal 12 al 14 settembre)

Faccetta nera, bell’abissina

Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.

Quando saremo vicino a te

Ti porteremo il nostro duce e il nostro re!

Comincio così, e non sembri che il tono sia leggero. Provo a utilizzare pezzi da letture e riflessioni che non sono quelle che di solito richiamiamo su questi temi. Possono forse servire. In questo scritto voglio che le vicende italiane ci siano ben presenti perché, allargando lo sguardo a quel che avviene su queste questioni a livello europeo e internazionale, finisce che di noi non ci occupiamo abbastanza. Pensiamoci per un momento a quello che si voleva affermare con questo ritornello patetico: la superiorità, e anche la bonomia, di noi italiani (fascisti) nell’impresa coloniale; e che avessero pazienza, avremmo portato loro questi straordinari regali, il nostro duce e il nostro re.

Nel luglio 1938 - dunque, settant’anni fa- esce il “Manifesto della razza” stilato da intellettuali e studiosi di varia appartenenza. Dieci punti, ma mi fermo ai primi tre.

1. Le razze umane esistono.

La esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per i caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che che esistono razze superiori o inferiori ma che esistono razze umane differenti.

2. Esiste ormai una pura “razza italiana”

Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

3. E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.

Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti d razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo (…) vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

Qualche altro dato, perché queste informazioni mancano a quasi tutti noi.

Nei mesi successivi alla pubblicazione del “Manifesto” si hanno prese di posizione di intellettuali vari e di docenti universitari: limitati i dissensi.

Tra l’estate e l’autunno il governo Mussolini vara le “leggi razziali”, cominciando con i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” firmati dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre 1938. Nei mesi successivi vengono promulgate norme che escludono i bambini ebrei dalle scuole, impediscono agli ebrei l’esercizio di qualsiasi professione e di possedere beni.

Si entra in una fase in cui molti (di noi, italiani), sono stati coinvolti: racconti e documenti ci confermano insulti e pratiche discriminatorie contro gli ebrei, e le denunce, e tanti che assistono alle retate e alle deportazioni o hanno un ruolo attivo nell’organizzarle. Poi quelli che si impossessano dei beni lasciati incustoditi. E peggio, per anni e anni.

Dalla scelta di parole (e allusioni, metafore, stereotipi) all’elaborare e comunicare ideologie, a legiferare; e dalle ideologie e le politiche, alle pratiche: diffuse, considerate ovvie, comunque tollerate. Le persecuzioni, le violenze, lo sterminio.

Così procede il razzismo. In molti casi segue il silenzio; o la negazione. O la ricostruzione di una memoria selettiva e distorta. Dimenticare, minimizzare.

Un documento dell’Unione Europea pubblicato nel 2007 (Report of Racism and Xenophobia in the Member Countries), fa il punto sulla disponibilità di dati, sulle iniziative nei diversi contesti nazionali, su “buone pratiche”in questo ambito. L’Italia risulta assente per quasi tutte le voci rilevate a livello europeo. Ma la questione ovviamente non riguarda noi soltanto.

Torna la parola razzismo

A me va bene che questa parola ritorni.

Diventata negli ultimi anni desueta, quasi impropria, ritorna, in scritti e convegni, sui giornali e in televisione, e anche nel nostro linguaggio quotidiano. Era stata, come dire, messa da parte, semmai sostituita da altre: paura, insicurezza. Certo molti (osservatori del mondo in cui viviamo, studiosi, e soprattutto quelli che continuano ad avere esperienza diretta di ciò che questa espressione significa) erano pienamente consapevoli di ciò che il termine evoca (tragedie della storia passata e condizioni e processi del presente). Ma parlarne sembrava una cosa ripetitiva, fuori del tempo. E’ stato comunque inutile anche provarci.

Oggi siamo sollecitati a interrogarci di nuovo sul razzismo (e su perché il razzismo, i razzismi, permangono nel tempo, ci siano fasi come di “latenza”, e poi riemergono). E che cosa questo possa significare - la latenza, il permanere sotterraneo, il riemergere in determinati momenti - chiediamocelo in modo non banale, senza frettolose semplificazioni.

Innanzitutto, dicendo razzismo è di noi che si tratta: di ciascuno di noi di fronte alle responsabilità del vivere, alla consapevolezza, e al coraggio. Ricordiamola questa frase di Bertold Brecht:

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno per protestare…

L’attenzione va rivolta a noi, noi italiani, europei (non soltanto, naturalmente). Da diversi anni al centro delle analisi e del dibattito sono loro, gli immigrati, gli stranieri, gli altri. Come se non si trattasse di guardare allo scenario complessivo, e a noi come i soggetti principali dei processi che riguardano, è ovvio, sia noi che loro.

Riprenderla, questa parola, è - più che utile - necessario. Noi, appunto. Oggi. Si era creduto, nei decenni scorsi, che le esperienze terribili del razzismo che ha segnato l’Europa ci avessero insegnato, impegnato anzi, a non riviverle.

MAI PIU’, si era detto.

Che la parola razzismo ritorni oggi ci costringe a soffermarci sulle circostanze del sotterraneo perdurare di questa componente della società e sul fatto che, nel riemergere a cui stiamo assistendo, ne è venuta alla luce una diffusa accettazione e condivisione. Ritorna, permane, è condiviso: dunque chiediamoci se il mai più sia possibile dirlo.

Recurring racisms è una formulazione che ho incontrato di recente.

Forse dovremmo affrontarlo, questo tema, con la stessa impietosa lucidità con cui James Hillman ha analizzato il permanere, nella storia dell’umanità, del “terribile amore per la guerra”.

Qui la rivista online Sbilanciamoci

Mentre si esaltano i combattenti di Salò, si torna a fare il tiro al bersaglio contro il '68. Addirittura presentandolo come ideologia del «nullismo», accanto alle altre ideologie scadute quali fascismo, comunismo, socialismo e «mercatismo» (Tremonti). Non penso che se ne debba fare l'apologia, ma l'immagine del Sessantotto che traspare da molti interventi e che viene trasmessa alle nuove generazioni comporta dei rischi per tutti: vecchie e nuove generazioni.

Perché mai, ci si dovrebbe chiedere, quarant'anni fa il mondo accademico non è stato in grado di prevedere né di contenere l'ondata della contestazione studentesca, nonostante che i segnali per aspettarsela ci fossero tutti: da Berkley a Pechino, da Amsterdam a Berlino, da Praga a Tokyo? E perché il mondo politico e governativo non era stato capace di affrontare in modo sensato l'esplosione dei movimenti di massa degli anni seguenti? E il mondo imprenditoriale l'insorgenza operaia nelle sue fabbriche? Per ottusità . Non per ottusità individuale (il quoziente intellettivo era nella media), ma per una forma di «ottusità sociale» che rimanda alla temperie culturale di quegli anni: alle cose che ciascuno riteneva importanti e a quelle che riteneva irrilevanti. Una gerarchia di priorità che il Sessantotto avrebbe sovvertito alle radici. A quarant'anni di distanza la comprensione del Sessantotto da parte degli uomini e delle donne al potere sembra non aver fatto passi avanti. Di qui l'interpretazione dei disastri in cui siamo immersi come se fossero il frutto del Sessantotto; e non, invece, dell'incapacità delle classi dirigenti, allora, di rapportarsi con esso e, in seguito, del suo soffocamento: in Italia particolarmente pesante perché costellato da stragi di Stato (non una, ma almeno dieci) e dal terrorismo: entrambi stupidamente assimilati ai movimenti di massa dell'epoca. Come se l'esercito sconfitto fosse responsabile dei saccheggi perpetrati dal conquistatore; o le guardie dei furti del ladro che non hanno saputo arrestare.

Mondi paralleli

Il Sessantotto ritorna così sul banco degli imputati ad opera, in realtà, di coloro che più se ne sono avvantaggiati: individui e gruppi che mai avrebbero raggiunto le posizioni che hanno oggi, né potuto attivare gli strumenti del potere che hanno fatto la loro fortuna, né sentenziare nel modo spregiudicato che hanno adottato, né ostentare comportamenti che non hanno più bisogno di nascondere, se allora un intero mondo non fosse crollato, sgombrando la strada al loro successo. Invece, disconoscendo questo incontrovertibile dato, la proposta politica che ci presentano è di fare come se il Sessantotto non ci fosse stato. Di ricominciare da «prima del Sessantotto». E ricominciare naturalmente (come allora), dalla scuola. Lo ha fatto sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia: con una descrizione dello stato delle cose (la «perdita di senso della scuola italiana») tanto corretta quanto scontata; per passare subito alla sua ricetta per «uscirne fuori»: ritrovare un collante culturale nella storia e nella letteratura italiane quali vettori di una ritrovata identità nazionale: quella che il Sessantotto ha cancellato.

Una proposta che equivale al rifiuto di confrontarsi con il presente; poco importa che Galli la integri chiedendo maggiore spazio alla matematica per affrontare il futuro: la matematica, senza una griglia di interpretazione del presente, non è di aiuto per nessuno.

Viviamo in un'epoca di globalizzazione, di «connettività» a tutto campo, di migrazioni che trasformano il nostro habitat - che lo vogliamo o no - in un ambiente multiculturale, di crisi ambientale planetaria, di guerre locali permanenti (altro che il Vietnam: un evento singolo che era bastato a cambiare la vita a un'intera generazione), di manipolazioni incontrollata delle basi biologiche delle nostre esistenze, di modifica permanente dello statuto degli affetti e dei sentimenti. Una scuola che non guidi a confrontarsi con questi problemi è condannata alla marginalità e all'irrilevanza. Cioè a quella perdita di senso che Galli della Loggia imputa al Sessantotto e che il Sessantotto aveva invece cercato - senza riuscirci, o riuscendoci malamente, e per troppo poco tempo - di superare. Non che tutto ciò elimini l'importanza degli snodi della storia e della letteratura italiane, come di quelle greche, romane o ebraiche (le nostre famose «radici»!), per comprendere e interpretare il mondo d'oggi. Ed è altrettanto vero che la letteratura zulù - se esiste - non ha prodotto un Tolstoj (e neanche un Dante), come aveva fatto notare a suo tempo Saul Bellow; per cui sarebbe certo sbagliato «mettere tutto sullo stesso piano». Ma rinchiudere il problema dell'educazione - che non è solo «scuola» in senso stretto, ma anche e soprattutto formazione permanente - nei confini di una identità nazionale da ritrovare è una nuova manifestazione di quell'ottusità sociale nei confronti del presente che aveva impedito all'establishment del tempo (e impedisce ancora a quello di oggi) di fare i conti con il Sessantotto.

In nome del Pil

Rispondendo a Galli il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti ha proposto addirittura di abolire il numero 1968 (per scaramanzia; come sugli aerei dell'Alitalia e/o Cai è abolita la fila 17, perché nessuno vuole sedersi lì) e rivalutare invece i numeri 10, 9, 8, 7, 6, ecc. Cioè voti al posto di giudizi (ottimo, buono, discreto, insufficiente): il che, come ha fatto notare Tito Boeri su lavoce.info non cambia proprio niente. Ciò a cui Tremonti voleva forse alludere è l'eliminazione di tutte quelle scartoffie che gli insegnanti sono costretti a compilare invece di aggiornarsi e di preparare le lezioni. Ma questo, con il Sessantotto, che cosa c'entra? Sono stati forse i cortei, le assemblee e i gruppi di studio del Sessantotto a introdurre quelle scartoffie?

C'è qualcosa di ottuso in questo culto dei numeri di Tremonti, che non ha niente a che fare con il culto della matematica di Galli. È quella stessa ottusità sociale che spinge il ministro Renato Brunetta (un altro nemico del '68) a misurare la produttività della Pubblica amministrazione con le ore di presenza degli impiegati dietro le scrivanie. Ottusità tanto maggiore perché entrambi, come tutti gli economisti, sommano poi salari e stipendi erogati (risparmiandoci, bontà loro, bustarelle e tangenti) per calcolare il «valore aggiunto» della Pubblica Amministrazione: cioè il suo contributo al Pil, indicatore supremo di successo o di insuccesso di una politica («Crescita! Crescita! Crescita!»). Ben prima di Serge Latouche (il teorico della «decrescita»), era stato il '68, e prima ancora Robert Kennedy, a sostenere che le cose non stanno così: perché la «produttività» di una persona, cioè il suo contributo al bene comune , va misurata in modi - certo più complessi e aleatori, perché più «mirati» su contesti specifici e circoscritti - capaci di promuovere la responsabilità di tutti (a partire da chi ha ruoli dirigenti): non solo per quanto (quante pratiche, e per quante ore?) e per come (magari eliminando i passaggi inutili) si fa un determinato lavoro; ma anche per quello che si fa: entrando cioè nel merito degli obiettivi che si perseguono con quel lavoro. Il che non si può fare in ordine sparso, ciascuno per conto proprio, ma solo in modo collettivo : attraverso una consultazione reciproca di chi è coinvolto: se si vuole, quelli che oggi si chiamano stakeholder.

Educazione catodica

Infine, sempre sul Corriere della Sera , ecco in sette parole la ricetta del ministro Mariastella Gelmini: «Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito». Caduto ogni riferimento alle «Tre I» (inglese, informatica e impresa) della precedente «riforma della scuola», sponsorizzata dal suo principale, e mai realizzata e nemmeno tentata. Era solo una trovata, come lo è questa: per nascondere il vuoto di proposta e soprattutto di finanziamenti. Ma, prescindendo dall'autorevolezza (che ha poco a che fare con le strade che hanno portato il ministro Gelmini al governo del paese, o anche solo a diventare avvocato), se autorità e gerarchia si combinano bene in un manifesto anti-'68 (ma in epoca di «organigrammi piatti» persino nelle aziende, la cosa suona un po' retrò ), la fatica non sempre è merito (è più spesso una condanna senza contropartite) e, quanto al rapporto tra insegnamento e studio, rimane aperto il quesito di che cosa insegnare e che cosa studiare perché queste due attività non girino a vuoto. Problema non secondario.

Quello che il ministro Gelmini comunque non può spiegare è con quali strumenti - con quale «temperie culturale» intenda imporre nelle scuole il ritorno ai valori che propone. Forse con la cultura che da oltre trent'anni il suo principale diffonde in Italia con le televisioni (sia quelle sue che quelle non sue): pubblicità, reality show , calcio e fiction edificante (Tette, Totti e Padre Pio)? E da dove hanno imparato il bullismo gli studenti? Glielo ha insegnato il Sessantotto o il mondo attuale dagli adulti che ne è pervaso fin dentro le «istituzioni»? E chi lo ha insegnato e lo insegna a entrambi, grandi e piccini? Non è forse quel sistema di «educazione permanente televisiva» che ha messo da tempo al palo - niente di più facile, d'altronde: sono più le ore passate davanti al televisore che quelle sui banchi di scuola - quei «contenuti» incentrati su storia e letteratura nazionali che Galli della Loggia propone di reintrodurre a scuola per restituirle «senso»? Senza essersi accorto, peraltro, che sono proprio quelle le cose che si continua a cercare di insegnare nelle nostre scuole; con sempre minor successo. Perché sempre meno gli insegnati, e soprattutto l'istituzione, sono messi in grado di misurarsi con i problemi che la condizione esistenziale delle nuove generazioni pone loro di fronte.

Pensate al mondo in cui viviamo come a un viaggio aereo. Quel che dovete considerare è che la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta non l´ha mai fatto e mai lo farà. A terra, a guardare i passeggeri che s´imbarcano. Tra quelli che volano i più (siete probabilmente tra quelli) hanno un biglietto di economy. Viaggerete, ma non troppo comodi. Vi capiterà, all´imbarco, di vedere altri passeggeri che non fanno la fila, arrivano riposati da comode lounge, scompaiono attraverso porte riservate.

Una tendina che le hostess premurosamente tireranno vi impedirà di vedere i privilegi di cui costoro (con un biglietto di business o first class pagato da chi li ingaggia) godranno. Qualche volta uno spiraglio vi concederà di ammirare, rosicando estasiati, poltrone che diventano letti, coperte di cachemere e schermi video personali con decine di film tra cui scegliere. Penserete di aver visto tutto, la punta dell´iceberg, il paradiso. Sbaglierete. Perché, come avrebbero dovuto mettervi nella testa a lezione di catechismo, il paradiso è qualcosa che non potete immaginare. Perché ci sono quelli che volano e non incrocerete mai. Non decollano e atterrano dai vostri comuni aeroporti. Non hanno un biglietto, hanno un aereo. Un "aereo verde". Li chiamano così perché questo è il colore che hanno tutti quanti prima di essere ripitturati con le tinte e le insegne dell´acquirente. Sono i Gulfstream che dagli hangar della casa madre in Georgia vengono spediti in aeroporti privati. A disposizione di chi? Dell´Elite. Della Superclasse. Dell´1% che possiede il 40% delle ricchezze del pianeta. Di uno dei 37 atleti che guadagnano, nel complesso, quanto tutte le altre decine di migliaia di sportivi messi insieme. Di uno dei 14 presidenti di banca che, chiusi in una stanza, possono risolvere qualunque crisi finanziaria. Dell´unica rockstar che può farsi fotografare con i leader del G8. Del solo scrittore che pranza al "Gentiana" di Davos con Bill Clinton, Bill Gates e non paga il "bill" (il conto).

L´unico modo che avete per avvicinarvi a questa remota, minuscola, esplosiva galassia è leggere Superclass di David Rothkopf, un libro che ha fatto discutere in America e ora arriva in Italia.

L´incipit è un patto chiaro: "Questo è un libro sul potere. E sul fatto che è concentrato nelle mani di un numero sorprendentemente ristretto di persone nel mondo". Rothkopf è convincente perché non è un giornalista, ma un "insider": lavora nella finanza, offre consulenze ai poteri forti, si aggira per Davos, è stato accanto a Henry Kissinger. Ci dice che il principio di Pareto, per cui l´80% dei risultati dipende dal 20% delle cause è superato. Basta molto meno del 20% dei suoi abitanti per far girare la Terra in un senso o nell´altro. Davvero bastò convocare 14 superdirigenti di banca (da Germania, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti, zero italiani, zero asiatici) per risolvere la crisi dei derivati. E davvero un nucleo ristretto e saldamente collegato determina l´agenda mondiale. Non è una teoria del complotto, non si va a parare dalle parti di Bildeberg o del Nuovo Ordine Mondiale, qui si gioca con dati di fatto. Il potere è economia, la politica viene a ruota. I ruoli sono intercambiabili. Chi ha soldi entra in politica. Chi ha finito con la politica passa a incarichi economici.

Sono sempre gli stessi: dalla Casa Bianca al Carlyle Group, aguzzate la vista, cambia la foto di gruppo, non le facce che sorridono. Non è un´illusione ottica, ci governano gli stessi "happy few", i pochi felici e fortunati che stanno in cima, oltre le nuvole, dove né i nostri occhi né i nostri cannocchiali a buon mercato arrivano.

Chi sono? E´ abbastanza facile concordare con Rothkopf nei fondamenti. Per entrare nell´Elite devi essere maschio, avere tra i 50 e i 65 anni, una cultura classica, studi in una università che conta. Devi esserti fatto le ossa in una istituzione di rilievo. Essere ricco. E fortunato. Perché neppure tutti i requisiti aprono la porta. Perché l´iscrizione non è permanente. E attenzione: si può entrare anche da un ingresso laterale: quello degli artisti, dei predicatori, dei terroristi. Tutti dotati di un ascendente eccezionale. Fuori i nomi, allora. Ed è qui che potremmo discutere. La lista di Rothkopf comprende: ex presidenti come Clinton, ma non come Gorbaciov, include l´oligarca russo Abramovich che dinamicamente compra squadre di calcio e altri giocattoli, ma non l´83enne svedese Birgit Rausing che su un analogo monte di soldi si limita a stare seduta. E ancora: il presidente della Banca Popolare Cinese e quello della ExxonMobil, Osama bin Laden, il Papa e il Dalai Lama (valendo il principio che anche per le religioni tre su migliaia contano), i cantanti Bono e Shakira, lo scrittore Paolo Coelho. Unico italiano citato: Silvio Berlusconi. Sarebbe curioso fare una lista della élite italiana, individuare gli occulti rettori del gioco nostrano. E poi accorgersi che fuori dei confini non dettano l´agenda neppure di un giorno d´agosto, non figurano in nessuna rubrica.

Le recenti parole del Papa di compassione per le tragedie nelle quali sempre più spesso si concludono i tentativi degli immigranti di approdare alle nostre coste e di appello ai paesi occidentali affinché mettano in atto politiche di soccorso sono un invito a criticare le scelte di quei governi europei che come il nostro hanno imboccato la strada della criminalizzazione dell’immigrazione indesiderata (di quelle persone che provengono dai paesi più diseredati). Parole che dovrebbero stimolare i democratici a interrogarsi sulle contraddizioni delle politiche di chiusura delle frontiere e la necessità di prestare al fenomeno migratorio una maggiore e più qualificata attenzione. Queste migrazioni bibliche – il fenomeno forse più drammatico del nuovo secolo – mettono a nudo le tensioni nelle quali si dibattono la cultura liberale e quella democratica. Gli immigrati, senza dubbio quelli che aspirano a un lavoro e una vita dignitosa, prendono sul serio la promessa del liberalismo sulla quale le società che ora li respingono sono sorte: l’impegno individuale come condizione per la realizzazione sociale.

Le migrazioni transnazionali e l’interdipendenza globale sfidano il liberalismo dei paesi occidentali che si fa via via più nazionale e meno universalistico. Sfidano inoltre la sovranità e i confini degli stati, che ora vengono pattugliati non soltanto con leggi e polizia ma anche con una vergognosa ideologia xenofobica e razzista. La frizione tra universalismo e cultura morale dell’accoglienza, valori che la democrazia e il liberalismo coltivano naturalmente, e identità nazionalistica può avere effetti potenzialmente esplosivi se è vero che un continente come l’Europa, che aspira a diventare il faro della moralità cosmopolita e dei valori democratici, si fa quasi fortezza per difendere la propria civilizzazione contro i boat people, disperati che cercano di sopravvivere sfuggendo alla fame e agli abusi.

Le migrazioni mettono a nudo due problemi, uno dei quali chiama in causa questioni di giustizia distributiva e l’altro questioni di giustizia politica. Circa il primo problema, è un fatto che nessun codice internazionale e nessuna convenzione accorda a questi disperati lo status di rifugiati. I paesi democratici non riconoscono l’indigenza come forma di persecuzione che necessita di un impegno concreto, non soltanto morale, per attuare politiche di riequilibrio economico e di giustizia redistributiva a livello globale. Infine, è altresì vero che la definizione minimalista della democrazia alla quale ufficialmente si attengono le democrazie occidentali è cieca nei confronti di regimi che sono di fatto oligarchie rapaci anche se formalmente praticano elezioni politiche. In queste circostanze, ha scritto lo studioso australiano Robert Goodin, è inevitabile che fino a quando i beni non circoleranno equamente, saranno le persone a dover circolare per andarli a cercare laddove si trovano in abbondanza, poiché ogni persona ha il diritto di fare tutto quanto è in suo potere per poter sopravvivere. L’unica soluzione a questa che è una vera tragedia umanitaria è appunto che i paesi del primo mondo adottino politiche globali di giustizia redistributiva. Diversamente non possono stupirsi di essere la meta obbligata alla quale tendono tanti disperati della terra.

Ma c’è un problema ulteriore, questa volta relativo alle conseguenze che le politiche nazionalistiche possono avere sullo stato della nostra democrazia. Più che di un problema si tratta in effetti di un rischio, il quale non viene purtroppo messo in luce come dovrebbe: il rischio è che per perseguire politiche radicali di esclusione, e perfino di criminalizzazione, i paesi democratici finiscano fatalmente per fagocitare inoltre una cultura della violenza e della discriminazione che mette a repentaglio il loro stesso ordine politico. È per questo importante la proposta di Walter Veltroni di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti perché fa del tema dell’immigrazione un capitolo del problema dell’integrazione politica, non più solo della sicurezza.

È chiaro che nessun paese, nemmeno un paese autoritario, riesce a chiudere ermeticamente le proprie frontiere. Le frontiere sono di fatto sempre porose. La differenza fra regimi politici dipende da come la porosità viene ostacolata e regolata. Contrariamente ai paesi autoritari che non hanno grandi problemi a criminalizzare l’entrata (e molto spesso anche l’uscita) a loro discrezione, i paesi democratici non possono con la stessa arbitraria leggerezza adottare leggi liberticide per escludere (le pressioni dell’opposizione parlamentare e della Ue hanno indotto il governo italiano a moderare le norme sulla schedatura dei rom e degli extracomunitari). La democraticità degli stati democratici viaggia sul crinale di questa insanabile contraddizione, perché più un paese democratico irrigidisce le proprie politiche di accoglienza, più esso compromette i suoi propri principi e quindi anche il grado di libertà dei suoi cittadini. Come a dire che l’illibertà verso gli altri ricade su di noi perché ci rende immancabilmente illiberali verso noi stessi. Le politiche repressive creano più problemi di quanti non ne risolvono, anche se la loro spettacolarità può avere consenso d’opinione. Un progetto politico che si definisca democratico dovrebbe avere ben chiara questa contraddizione e comprendere che le strategie di giustizia redistributiva a livello globale e quelle di integrazione politica a livello nazionale sono la strada obbligata se vogliamo difendere il tenore delle nostre democrazie.

Ma l’appello del Papa all’Europa affinché accolga gli "irregolari" suggerisce un’ulteriore riflessione che si riallaccia a quanto ha scritto Ezio Mauro su questo giornale a proposito della funzione precettistica della chiesa. Sembra che la politica non abbia la forza di iniziare autonomamente un discorso di giustizia su questioni cruciali e controverse. Sembra che solo la cultura religiosa abbia il vocabolario che consenta a tutti noi di parlare di giustizia e di dignità. Eppure la cultura politica, quella democratica e liberale, ha principi, valori e parole capaci a sviluppare argomenti di giustizia altrettanto cogenti e forti. Il fatto è che chi opera nella sfera politica non usa questo linguaggio con altrettanta forza e autorevolezza di chi opera nella sfera religiosa. È forse una sbagliata nozione di opportunità politica più che la povertà del linguaggio politico ad entrare in gioco quando la politica resta muta o timida; l’idea che per parlare la politica abbia prima bisogno di sapere da quale parte sta l’opinione della maggioranza per seguirla o non scontentarla. Ma la politica è creazione di opinione non addomesticata adesione all’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini, di operare affinché si determinino cambiamenti nell’opinione. Ecco perché insieme ai diritti di libertà e alla giustizia, dietro alla politica delle frontiere e dell’integrazione c’è in gioco la dignità della politica.

“Il capitale ha vinto, ripartiamo da qui”. Questo titolo, nel fitto dibattito postcongressuale in corso su Liberazione, mi ha particolarmente incuriosito. Tornavo da isole dove i giornali erano cosa rara, e in maniera un po’ casuale e certo incompleta, cercavo di aggiornarmi. Tra interventi per lo più dedicati a rapporti interni a Rifondazione e alle vicende del congresso, quel titolo che coronava l’intervista a Maurizio Zipponi firmata da Frida Nacinovich (7-08), mi pareva promettere uno sguardo più largo del consueto e forse nuove proposte. Promessa in verità delusa da un’analisi ancora una volta limitata alla realtà italiana (Fiat Telecom Alitalia Cgil ecc.) e di fatto priva di proposte per una “ripartenza”.

Poi però il discorso si è andato arricchendo. “Noi siamo di fronte a una crisi organica del capitalismo e della globalizzazione neoliberista, una crisi che rende chiaro come il capitalismo non sia in grado di chiarire le proprie contraddizioni sociali, economiche, ambientali, che alimentano il rischio di conflitti globali”, dice ad esempio Alberto Bugio intervisato da Romina Velchi (9-8). A questo modo sia pure a gran velocità mettendo a fuoco una realtà mondiale in cui certo il capitale è vincente, ma lo è in modo tutt’altro che fiorente e solido. Di “crisi della globalizzazione”, anzi di “crisi di civiltà, amplificata a casa nostra dal governo Berlusconi”, parla anche il neosegretario di Rifondazione Paolo Ferrero (10- 08), in qualche modo rieprendendo il discorso svolto pochi giorni prima (manifesto 6-08) da Alberto Asor Rosa, che analizza la “decadenza crescente del pianeta Italia”, come prodotto di una “lunga, insistita fortunata pratica della corruzione”, connessa alla progressiva decadenza del sistema liberaldemocratico.

Ma il più ampio giro d’orizzonte sugli innumerevoli interrogativi contraddizioni discontinuità che agitano il mondo, e le insicurezze le iniquità i pericoli che vi incombono, è Rossana Rossanda a compierlo (il manifesto, 10-08). Dicendo la necessità di leggere e dare un nome alla mappa di questa intricata realtà; per affermare che questo nome è “capitalismo“, e che “la mappa è quella dell’intero pianeta”; per concludere che l’Italia è solo una tessera di questo panorama. Dunque domandando: come pensare di risolvere una situazione di tale complessità “con i conflitti sociali dal basso o con l’adunata dei renitenti al veltronismo?” Una lettura attenta di “che cosa questo capitalismo è diventato” - dice - è la necessaria premessa per affrontarlo, forse cambiarlo, forse batterlo. E qua Rossanda cita una serie di cose di cui sono molto convinta: non può una fabbrica da sola combattere la delocalizzazione; così come non può un paese da solo battersi contro la recessione; non bastano le riforme istituzionali per “salvare la baracca”, occorre “un’inversione di tendenza”, che ridìa spazio alla politica oggi totalmente subalterna all’economia…

Rossana parla anche di “decrescita”, sia pure solo con una veloce citazione nominando quello che costituisce il “cuore” della crisi ecologica; problema fino a ieri ignorato dalla politica di sinistra non meno che di destra, ma che ormai tutti, o quasi, almeno ricordano. Lo fa Burgio, indicandolo tra le possibili cause di conflitti globali. Lo fa Ferrero, soprattutto in riferimento alle “grandi opere” che la sinistra ritiene inutili quanto distruttive. Lo fa Asor Rosa, proponendo di “comporre in un quadro unitario ‘questione sociale’ e ‘questione ambientale”; come già altra volta aveva fatto, affermando che “la sinistra o sarà rosso-verde, o non sarà”, con una felice sintesi, su cui però non mi consta sia poi tornato a impegnarsi. Ed è un peccato. Proprio una seria riflessione su questa materia (e una consapevole presa d’atto di come sfruttamento del lavoro e degrado dell’ambiente, questioni tradizionalmente considerate configgenti, abbiano radice comune) credo sarebbe esigenza prioritaria per le sinistre alla ricerca di una base da cui “ripartire”, mediante una non indulgente analisi della propria storia e dei propri errori .

Le sinistre sono nate contro il capitalismo: contro quella che Galbraith definiva “una macchina formidabile per la produzione di ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente”. Combattere questa contraddizione di fondo in sostanza dovrebbe essere ancora la loro ragione di esistere. Contraddizione insuperabile, e infatti insuperata, pur attraverso quella gigantesca trasformazione del mondo, consentita dal progresso scientifico e tecnologico (prontamente messo a frutto dal capitale), che ha dato luogo a una sorta di mutazione antropologica, e in qualche momento è parsa rimettere in causa, nella sua forma storica, anche il conflitto capitale-lavoro. La rapida affermazione della società del consumi, il benessere che in occidente poco o tanto raggiungeva tutti i ceti, entro un orizzonte economico che per qualche decennio è parso promettere ricchezza per tutti, ha finito per imporre il capitalismo come un sistema economico privo di alternative, verso cui la funzione dei movimenti operai si riduceva all’impegno di ottenere le migliori condizioni possibili per i lavoratori. Così che il buon andamento dell’economia (del capitalismo cioè) finiva per diventare auspicio indiscusso di tutti, e (accantonata la rivoluzione per dare spazio al riformismo) efficienza, produttività, competitività, crescita, pil, poco a poco anche tra le sinistre si imponevano come indiscusse parole d’ordine per il bene comune.

E lo sono ancora, quando le sorti del capitalismo sempre più appaiono lontane da quelle trionfali certezze, e la parola “crisi”, a lungo scaramanticamente taciuta, è ormai su tutti i giornali e su tutte le bocche. Lo sono ancora, paradossalmente (anzi per me incomprensibilmente) anche tra le sinistre. In effetti che altro chiedono i sindacati se non “ripresa”, mediante efficienza, competitività, crescita? E non è dell’ arresto della crescita che ci si preoccupa anche a sinistra? Certo, si può capire che di questo tenore siano le politiche di “pronto intervento” in una situazione di occupazione sempre più insicura, precarizzazione diffusa, redditi taglieggiati dall’inflazione, impoverimento, disuguaglianze crescenti. Ma ciò che riesce difficile capire è la mancanza di idee di più ampio respiro anche da parte delle sinistre più radicalmente critiche, di ipotesi che partano dalla considerazione di una realtà mondiale in cui, certo, il capitale ha vinto, ma ha vinto a prezzi non più oltre sostenibili: non soltanto per le classi lavoratrici di tutto il mondo, ma per la società tutta intera, e per lo stesso sistema capitalistico.

Proprio a questi interrogativi (mi si perdoni l’autocitazione) era dedicato un mio pezzo apparso su queste pagine nel luglio scorso. S’era appena concluso l’ultimo G8, che clamorosamente aveva dimostrato la totale inanità dell’attuale leadership mondiale. La quale, invece di affrontare, o almeno denunciare, non solo l’iniquità, ma lo sfacelo, l’enorme disordine, la totale irrazionalità del nostro esistere, con tenacia insiste nella medesima linea politica che di tutto ciò è responsabile. Di fatto perseguendo unicamente la logica e i valori dell’economia capitalistica, ciecamente adeguandosi alla necessità di continua accumulazione di plusvalore, senza cui non esiste capitalismo; e ignorando che tutto ciò fatalmente confligge con i limiti del Pianeta Terra, dell’agire capitalistico inevitabile teatro e materiale supporto. Non importa che i poli si sciolgano e si moltiplichino le alluvioni da 150mila morti, che il 30 per cento dei decessi sia da attribuirsi ai più diversi inquinamenti, che intere popolazioni vadano migrando per il globo, e dovunque le maggioranze diventino sempre più povere, purché il Pil cresca.

Non importa ai signori del G8. Ma può non importare alle sinistre (a quello che resta delle sinistre, che però continuo a credere potrebbero trovare seguito e risposta se si dedicassero ad altro che la rivendicazione dei simboli o la nostalgia della vecchia forma-partito)? E - per tornare dove s’era partiti - non sarebbe il caso di analizzare seriamente la “vittoria” del capitale, e con oggettiva lucidità mettere a fuoco le tante indiscutibili ragioni per cui la vittoria del capitale, nel momento stesso in cui si affermava, iniziava il proprio declino? Perché (chiedo scusa, ma sono costretta a ripetere cose dette più volte) le dimensioni della Terra sono quelle che sono. E poiché tutto quanto la gran macchina industriale capitalistica produce è “trasformazione di natura”, così come dalla natura proviene tutto quanto usa e consuma nella propria attività, risulta fisicamente impossibile la continuità del capitale, in quanto sistema fondato su una crescita produttiva esponenziale. La crisi energetica già lo denuncia. E’ questa insuperabile contraddizione a generare il multiforme continuo terrificante squilibrio degli ecosistemi, di cui (perché lo si dimentica sempre?) a soffrire soprattutto sono i poveri.

E’ vero, per chi non si occupi specificamente della materia, mettere a fuoco le fila di questi eventi nella trama complicata della politica mondiale non è facile. Ma nemmeno impossibile. Forse può servire soffermarsi un momento a considerare i comportamenti di (quasi tutta) l’informazione. E domandarsi ad esempio perché la notizia della tromba d’aria che giorni fa a Grado ha fatto due morti, una settantina di feriti, settecento sfollati, decine di alberi abbattuti, vaste coltivazioni distrutte, non ha trovato che brevi menzioni all’interno dei giornali e pochi secondi in coda ai Tg? Perché nemmeno alluvioni con centinaia di vittime trovano mai spazio sulle prime pagine? Perché i ripetuti incidenti nucleari verificatisi di recente, un paio in Usa, uno in Slovenia, uno in Francia, sono praticamente passati sotto silenzio? Se questi fatti avessero avuto l’attenzione dedicata al pericolo costituito da rom, lavavetri, massaggiatori cinesi, forse sorgerebbero dubbi sulla solidità della vittoria del capitale. E, passando ad altra materia, perché l’informazione, anche quella più libera, anche quella di sinistra, non si interroga sul fatto che negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto costantemente aumentava, aumentavano le distanze tra ricchi e poveri, addirittura con un distacco che in Usa va da 1 a 460? Se si insistesse su queste verità, ignorate dai più, forse la certezza (senza eccezione più o meno da tutti data per scontata) che presto o tardi a ognuno toccherà una parte della ricchezza prodotta dal capitale, incomincerebbe a vacillare.

Per limitarmi a due delle innumerevoli tragiche incongruenze che segnano e rendono sempre meno solida la vittoria del capitale. Soltanto due: una “verde” e una “rossa”.

A fine luglio il ministero del Lavoro ha diffuso un Libro Verde (LV) sul modello sociale, titolo La vita buona nella società attiva. In esso vengono delineate le politiche che il ministero intende perseguire relativamente a mercato del lavoro, previdenza e sanità. Una consultazione pubblica sulle questioni sollevate dal LV resterà aperta per tre mesi. Dopodiché le principali opzioni politiche che emergeranno da tale consultazione saranno sintetizzate in un Libro Bianco (LB) che servirà di base alle proposte che il Governo formulerà per l´intera legislatura.

La maggior parte delle 22 pagine del LV sono dedicate a questioni, anche molto tecniche, attinenti alla sanità. Per ragioni di competenza, su questo tema mi limiterò a rilevare verso la fine un´omissione che mi pare di peso, per soffermarmi invece sui temi pensioni e lavoro. Nel LV, sebbene siano sparsi in vari box e passi isolati, essi formano un quadro organico che lascia intravedere chiaramente le politiche che il ministero conta di adottare.

Quali esse siano in ordine alle pensioni si può desumerlo dalla prima pagina del LV. La composizione della nostra spesa sociale sarebbe "manifestamente squilibrata in favore della spesa pensionistica". Segue tabella in cui detta spesa appare superiore dal 2005 al 2020, come percentuale del Pil, di almeno tre punti e mezzo a confronto della Ue a 15. Il 14% e passa contro il 10,5%. Un´enormità, corrispondente a oltre 50 miliardi di euro di spesa in più. Se non fosse che ancora una volta si confrontano qui, in gergo statistico, cavalli e mele. Nella tabella citata, come in dozzine di altre fatte circolare in questi anni, la spesa pensionistica italiana appare superiore alla media Ue per tre motivi. In primo luogo si prende a riferimento la spesa totale dell´Inps, anziché la spesa per le pensioni pubbliche in senso stretto. In realtà la spesa totale è gonfiata da interventi assistenziali per decine di miliardi che sono stati accollati a un ente previdenziale come l´Inps, per cui diventano "pensioni". Per contro in altri paesi lo stato provvede ad esse, quando lo fa, usando voci diverse del pubblico bilancio. Al netto delle spese assistenziali la spesa per le pensioni pubbliche erogate dall´Inps e altri enti costituiva nel 2005 non il 14, bensì l´11,7% del Pil.

In secondo luogo la spesa pensionistica italiana è gravata dai passivi derivanti dall´avere usato per decenni i pensionamenti anticipati come ammortizzatori sociali. Queste spese spariranno con il tempo, ma per ora i passivi dei fondi trasporti, elettrici, telefonici, dirigenti d´azienda, cui vanno aggiunti quelli dei coltivatori diretti, pesano in totale per almeno un altro punto percentuale. In terzo luogo, le nostre pensioni figurano come voce di spesa al lordo dell´imposta sui redditi, mentre grandi paesi come la Germania le versano al netto, con limitate eccezioni per le pensioni più elevate. Ciò significa che i pensionati italiani restituiscono allo stato intorno ai 28-30 miliardi di euro l´anno, circa due punti di Pil, mentre quelli tedeschi e altri non restituiscono quasi nulla. A conti fatti, i nostri pensionati forniscono un sostegno significativo al bilancio pubblico.

L´uso improprio dei dati apre la porta nel LV a ricette già viste per una politica della previdenza. Anzitutto si dice che i coefficienti previsti dalla legge Dini, applicando i quali si stabilisce di quanto la pensione sarà ridotta rispetto alla retribuzione – coefficienti il cui metodo di calcolo rimane misterioso – saranno probabilmente insufficienti; in chiaro, dovranno forse essere ulteriormente appesantiti. Poi l´età minima della pensione dovrebbe salire al disopra del limite già previsto dei 62 anni (ma è solo un´idea, ha precisato il ministro). Infine si afferma che occorre una maggior diffusione della previdenza complementare. Sembra qui che i collaboratori del LV non sapessero in quali condizioni versano oggi i fondi pensione britannici e americani, non solo a causa della crisi del sistema finanziario.

Quanto alle politiche del lavoro delineate nel LV, esse paiono ispirate in generale dal criterio di proseguire con la de-regolazione dei rapporti di lavoro, ovvero con una maggior dose di flessibilità; nonché, più specificamente, dalle riforme operate in Germania nel decorso decennio mediante le leggi Hartz. Alla base di tali leggi v´è il concetto di responsabilità e attivazione personale. Esso significa che chi ha perso il lavoro, o stenta a trovarlo, oppure ne vorrebbe uno migliore, deve sentirsi responsabile della sua situazione e darsi da fare, ossia attivarsi, per migliorarla. Solo a tale condizione sarà "preso in carica" dalla collettività, formata da una molteplicità di attori pubblici e privati, che provvederà a trovargli una occasione congrua di lavoro e/o un percorso formativo di qualificazione professionale. Il concetto è ripreso tal quale dal LV, incluse le conseguenze per chi devia dal retto cammino. Se non si comporta in modo sufficientemente responsabile e attivo, magari perché l´occasione di lavoro non gli sembra "congrua", o il "percorso formativo" poco adatto, sarà sanzionato con la decadenza dalla indennità di disoccupazione o altri benefici. Poste simili basi, il LV conclude chiedendosi se non esistano le premesse per "un rinnovato clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro che consenta di cementare… una alleanza strategica tra gli imprenditori e i loro collaboratori".

In Germania si moltiplicano intanto i rapporti di ricerca sui risultati delle citate riforme. Se si tolgono quelli di enti troppo interessati a mostrare che tutto va bene – tipo la Bundesbank o l´Agenzia federale per il lavoro – le conclusioni sono unanimi. Le riforme hanno esercitato una pressione efficace al fine di tener bassi i salari. Han così giovato alle esportazioni, ma hanno anche seriamente limitato i consumi delle famiglie. Sono stati creati milioni di cosiddetti minijobs, posti di lavoro da 15 ore la settimana e non più di 400 euro al mese. E´ notevolmente cresciuta la precarietà. I lavoratori poveri sono saliti al 22% degli occupati. Le riforme non hanno invece accresciuto per niente il volume totale di ore effettivamente lavorate. Tra il 1991 e il 2006 esse sono anzi diminuite di quasi quattro miliardi. Se questi sono i risultati di riforme fondate su maggior flessibilità, responsabilità e attivazione personale, non pare il caso di imitarle come fa il LV. E fanno nascere seri dubbi circa la proposta di fondare su di esse un clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro.

Del LV vanno segnalate infine due omissioni. Anzitutto nel testo, seppur così largamente dedicato alla sanità, gli incidenti sul lavoro sono menzionati solo una volta. Meglio di niente. Non compaiono invece per nulla le morti correlate a malattie professionali. L´Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che esse siano almeno quattro volte superiori alle morti per incidenti, e siano in aumento anche nei nostri paesi per diversi motivi. E´ sperabile che nel transito dal LV al Libro Bianco il ministero trovi modo di inserire anche tale questione.

Dubito invece che ad un´altra omissione si trovi rimedio. Il LV non prova nemmeno ad abbozzare un´indagine delle cause globali che hanno generato i problemi di cui tratta, a partire dalle condizioni di lavoro e della salute collettiva. Si possono compendiare in una sola: l´enorme disuguaglianza di reddito e di ricchezza che si è prodotta negli ultimi decenni, nel nostro come in altri paesi. E´ da questa che si dovrebbe partire per rivedere il modello sociale.

Sul "Libro verde" vedi anche l'articolo di Roberto Romani su il manifesto del 31 luglio

La legittimazione del progetto neocoloniale è stata resa possibile da Wto, Fmi e Banca Mondiale attraverso l'imposizione dei programmi di aggiustamento strutturale in nome dell'efficienza. In questo passaggio, il diritto è stato il custode di un ordine imperiale.

In attesa della traduzione, la lettura del volume di Ugo Mattei e Laura Nader Plunder. When the Rule of Law is Illegal (Blackwell, London-New York) alimenta la convinzione che, nonostante le sue difficoltà, il pensiero critico è ancora vivo. Ma intanto: di cosa si tratta? Plunder sta per rapina, saccheggio. Quella rapina e quel saccheggio materiale e simbolico praticati dagli Stati Uniti a scapito di buona parte del mondo e che oggi avrebbero trovato una sofisticata copertura giuridico-politica nell'onnivalente concetto di Rule of Law.

Mattei e Nader sono due giuristi che puntano a disarticolare il nesso tra Rule of Law e democrazia per lasciare emergere quello tra Rule of Law e Plunder. Per farlo sovvertono una linea di ricostruzione storica - rintracciabile per esempio nei lavori di Niall Ferguson tradotti anche in italiano - che cerca di contrabbandare la Rule of Law per il positivo lascito dell'esperienza coloniale britannica. I due studiosi non nascondono che la pertinenza di un discorso come quello avanzato da Ferguson possa dispiegarsi a partire dalla costitutiva ambiguità della Rule of Law: da un lato fragile copertura e legittimazione del più arrogante diritto di proprietà, dall'altro discorso universale sui diritti umani.

Tra forza bruta e consenso

Un'aporia concettuale che pone il quesito: si può uscire dalla Rule of Law? Per rispondere a questa domanda, va sottolineato che l'egemonia della Rule of Law è data proprio dalla sapiente combinazione di forza bruta e retorica consensuale. Per questo motivo ogni operazione tesa a decostruire tale dispositivo egemonico esige esercizi di immaginazione politica e creatività strategica. Il diritto, stretto tra un uso oppressivo e un'opportunità di empowerment, si presta infatti a invenzioni controegemoniche, rivelando la natura ambigua e potenzialmente sovversiva del pharmakon.

Uno dei tratti salienti della ricostruzione di Mattei e Nader è l'asserita continuità del ruolo svolto dal diritto tanto in epoca coloniale quanto nel tempo di decolonizzazione in cui siamo ancora immersi. Il libro è punteggiato da segnalazioni di luoghi di ricorrenza e elementi di ripetizione: oggi come allora è sempre di Plunder che si tratta. E certamente le ragioni addotte non mancano, sebbene la svalutazione implicita di molto del lavoro compiuto nel frattempo dagli studi postcoloniali - per altro in certo modo presenti in un libro dedicato alla memoria di Edward Said - potrebbe apparire forse frettoloso.

Se è vero che il Plunder si situa all'incrocio di più discipline messe all'opera nel quadro di un vasto progetto neo-imperialista, fornirne - come è intenzione di Mattei e Nader - un'anatomia critica implica la convocazione di saperi diversi: la storia, l'economia e il diritto. È infatti secondo questa costellazione disciplinare che il volume mette a tema il neoliberalismo, il «motore» dell'attuale Plunder. Le recenti vicende argentine fungono da caso esemplare. È sulla pelle degli argentini infatti che si sono prodotte modificazioni rilevanti dell'assetto istituzionale nato dagli accordi di Bretton Woods: il Wto, il Fmi e la Banca Mondiale si emancipano - in virtù di sapienti alchimie giuridico-politiche a firma statunitense - dal loro ruolo statutariamente neutrale di regolatori dell'economia per vestire i panni di ingerenti destabilizzatori della politica. Secondo il potente vettore retorico dello sviluppo si dà così avvio a una delle più ricche stagioni del Plunder. Quella segnata dai piani di aggiustamento strutturale: dispositivi in cui il collasso di un paese viene artificialmente sollecitato così da poter poi giustificare un salvifico intervento che - inutile dirlo - coincide ancora una volta con il più smaccato Plunder.

Il saccheggio delle élite

Ma se questa è ontologia dell'attualità bisognerà pure, come si conviene, rivolgersi all'archeologia del Plunder. Una storia che nasce con la vicenda coloniale europea e che trova un modo singolare di importazione e ricezione nel diritto americano. Singolare almeno per il fatto che vede un diritto nato sotto il segno di un rifiuto del colonialismo europeo trasformarsi nell'arma più potente di un vasto e rinnovato progetto neo-coloniale. Questa rapida ma efficace genealogia del diritto americano insiste sul processo di neutralizzazione che investe il diritto in virtù di un regime discorsivo capace di farlo transitare dall'ambito politico delle scelte e delle decisioni pubblicamente argomentabili a quello apparentemente neutrale di una ragione strumentale ordinata al calcolo e all'efficacia, i cui esiti sarebbero, proprio per ciò, immuni da dissenso e critica. Una teoria del difetto e della mancanza sostiene l'intero impianto: è perché i paesi in via di sviluppo mancano e difettano di cultura legale che opportunamente loro imposta la Rule of Law. Il paternalismo giuridico trova una soluzione davvero interessante - su cui Laura Nader aveva offerto un sguardo insuperato nella sua opera seminale del 1990 Harmony ideology: justice and control in a Zapotec mountain village - nell'ideologia dell'armonia, una strategia volta a prevenire il possibile uso critico dell'eccesso politico della Rule of Law implicato in ogni operazione di Plunder.

Ma la genealogia si approfondisce anche sul coté discorsivo. Mattei e Nader offrono un profilo attento dei nuovi costruttori di legittimità, ovvero di quelle élites culturali in grado - in virtù dell'efficacia sociale del loro presunto sapere - di legittimare, consegnando patenti ora di efficacia ora di moralità, l'imperialismo mascherato dei volenterosi propagatori della Rule of Law. Ugo Mattei aveva già lavorato a una genealogia critica di Law and Economics, qui riproposta e fatta reagire con la cornice teorica del Plunder. Si squadernano così le imposture che hanno tentato di naturalizzare l'idea di proprietà intellettuale, di fatto ignorata o attivamente contestata in scenari culturali che John Locke e i suoi vivaci epigoni hanno deciso di espellere da ogni quadro teorico. Non solo, viene anche descritto lo sconcertante passaggio di testimone che, dai missionari agli antropologi, consegna oggi nelle mani dei giuristi il potere di legittimare una politica di conquista e di prelievo in punta di diritto. Davvero straordinari, in questo senso, sono i riferimenti alle pratiche di governo cui sono stati sottoposti i nativi americani in forza di articolati discorsi antropologici.

Ipocrite sovranità

La prestazione esemplare di queste innovazioni sul piano della legittimazione a fronte della continuità del Plunder è offerta dalla guerra in Iraq e dal ruolo giocato in essa dal petrolio. Le nuove giustificazioni per la guerra sono costruite in virtù di una potenziale universalità della Rule of Law che, alla prova della comparazione, finisce col risultare assolutamente fittizia, provincializzando così le retoriche sul Sonderweg e restituendo il carattere relativo ed eccezionale a un principio che si vorrebbe trasformato in una universale «segnatura» di umanità. Piuttosto, è la costruzione artificiale di vuoti istituzionali a spianare la strada al Plunder, tanto più ipocrita laddove coperta da una politica del doppio standard secondo cui le ricette a base di privatizzazioni e liberalizzazioni sono ammannite soltanto ai paesi bisognosi di aggiustamenti. I paesi egemoni si prendono il lusso di difendersi dalla stessa situazione che creano, sicché la povertà diviene a un tempo l'effetto e la giustificazione del Plunder.

Mattei e Nader tentano quindi una formalizzazione, in termini di teoria giuridica, della genealogia precedentemente allestita. L'affresco che disegnano è il passaggio dalla Rule of Law alla Imperial Law. Gli autori offrono così una lettura alternativa a quanto la sociologia giuridica ha deciso di chiamare «globalizzazione giuridica» e lo fanno studiando attitudini e scelte dei soggetti, trasformazioni e usi degli istituti, per concluderne l'equivalenza tra diritto imperiale e diritto americano. I passaggi di questa conquista dell'egemonia sono molteplici e tutti studiati con attenzione. Ne deriva un catalogo capace di compendiare le caratteristiche del diritto americano che, globalizzandosi, costituiscono la koiné del diritto imperiale: la separazione tra i domini del diritto, della politica e della religione; l'alleanza tra diritto ed economia; il carattere decentrato del sistema giurisdizionale; la natura del processo; la riduzione della democrazia alla liturgia elettorale.

Questi fenomeni non sono stati senza effetti sul diritto internazionale, che ha subito nello stesso tempo una centralizzazione istituzionale e un generale indebolimento sul piano dell'efficacia e dell'autorevolezza. L'egemonia del diritto americano si è infatti nutrita di paradossi: procedure a tutela dei diritti attirano un volume vieppiù maggiore di cause verso le corti statunitensi, mentre una regolazione imperiale del diritto internazionale ne diffonde l'egemonia sul globo. Inoltre, in virtù di una profonda asimmetria tra regolazione amministrativa e pratiche giudiziali, l'egemonia statunitense è andata ulteriormente affermandosi, trasformando la sua ambigua flessibilità in un punto di forza e in un motivo di espansione. Infine, il tentativo di imporre l'equazione tra Rule of Law e Plunder sullo stesso territorio americano. Anche di questo fenomeno gli esempi non mancano e Mattei e Nader ne danno conto: il caso Enron; le elezioni - a tutti gli effetti vinte in forza di un'imposizione giudiziaria - che hanno assegnato la prima presidenza a G. W. Bush; la guerra al terrore, che, nella eloquente definizione di Nat Hentoff, è diventata la War on the Bill of Rights; la retorica patriottarda.

Ebbene, se tutto sembra congiurare verso una dichiarazione di avvenuto decesso della Rule of Law, che cosa può ancora, se può, il diritto? Le conclusioni di Mattei e Nader, nonostante il tentativo di catalogare qualche virtuoso esempio di resistenza dei diritti tradizionali al Plunder generalizzato, sembrano inclinare verso un profondo pessimismo: tra giustizia e Plunder, sembra quest'ultimo ad aver trionfato. E tuttavia. Le indicazioni su dove cercare per rinvenire alternative possibili non mancano. Un diritto consuetudinario dei poveri fu, in altre epoche, rivendicato e opposto al sopruso e all'ingiustizia. Certo, sarà necessario «rettificare i nomi». Certo, bisognerà aggiornare gli strumenti concettuali e le griglie interpretative. Certo, bisognerà innovare sul piano delle pratiche e della loro necessaria articolazione. Certo, bisognerà riprendere e radicalizzare il filo più robusto tessuto da Mattei e Nader: quella genealogia e quella decostruzione del diritto di proprietà già bollato dai giacobini come il «terribile diritto». Ma è una battaglia ancora aperta e merita di essere combattuta.



Movimenti nelle nuove mappe del neoliberismo

di Benedetto Vecchi

Sono passati pochi anni, eppure sembra un secolo da quando le piazze del mondo erano riempite dai movimenti sociali per chiedere la soppressione del Wto, del Fmi e della Banca mondiale. Eppure si può dire che, anche se quei movimenti oggi conoscono una crisi, quella partita l'hanno in qualche misura vinta. Non che la triade del pensiero unico sia scomparsa, ma è indubbio che i think-tank del neoliberismo sono da cercare altrove.

Il Wto è paralizzato a causa dei conflitti interni. Una coalizione di stati, tra cui Cina, India e Brasile, chiede di poter contare di più, mentre le scintille tra Unione Europea e Stati Uniti incendiano sempre più le sue sessioni. I programmi di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale passano attraverso estenuanti negoziati con i paesi che li devono poi applicare. Le «pagelle» del Fmi sono ormai agitate come volantini di propaganda per legittimare politiche neoliberiste definite tuttavia in palazzi diversi da quello del Fondo Monetario. La Banca mondiale, infine, deve vedersela con opposizioni tanto diffuse, quanto radicali ai suoi progetti di sviluppo.

Più semplicemente, il neoliberismo è in fibrillazione, mentre la recessione è diventata la realtà quotidiana per uomini e donne tanto nel Nord che nel Sud del pianeta. In questa crisi nulla rimane però uguale al passato e il capitale può sacrificare sull'altare della sua egemonia istituzioni importanti come il Wto, il Fmi e la Banca mondiale. In nome della continuità, ma innovando le procedure, le istituzioni che debbono garantirla. L'esito di tale innovazione è ancora incerto, ma alcune tendenze sono però chiare. Maggior rilievo hanno gli organismi sovranazionali su base regionale e le relazioni informali tra stati. Esempio di ciò è il comportamento della Cina in Asia e i rapporti di partnership stabiliti a Pechino con alcuni paesi diventati nodi importanti nell'economia mondiale perché produttori di petrolio o gas naturale (la Russia, l'Iran, il Venezuela).

Giovanni Arrighi nell'importante volume Adam Smith a Pechino ritiene che questa crisi, che vede il ritorno sulla scena mondiale della Cina, può diventare una chance per il Sud nel mondo per mandare in frantumi l'egemonia dei «paesi ricchi», senza che questo significhi un ritorno al nazionalismo economico. È in atto cioè un cambiamento nella geometria del neoliberismo, con alcuni nodi minori divenuti nel frattempo veri e propri «cluster», cioè snodi del capitalismo globale. Dunque un mutamento lontano anni luce da quella proposta di attivisti e studiosi come Walden Bello, che vedeva l'irruzione dei movimenti sociali nella stanza dei bottoni come l'unica possibilità di raddrizzare il legno storto dello sviluppo economico.

La tendenziale irrilevanza del Wto, del Fmi e della Banca mondiale costringe dunque a registrare le nuove mappe del neoliberismo, proprio per il perdurare della sua vocazione «globale». Mappe che possono essere definite a partire dagli atelier diffusi della produzione e delle contraddizioni di quella sovranità imperiale che si è affermata nel quindicennio passato. Mappe tuttavia «partigiane». Perché la crisi non è solo una chance per il capitale, ma anche per l'agire politico e sociale di quei movimenti che hanno accelerato la messa a nudo del neoliberismo solo pochi anni fa.

Siamo a uno dei punti più bassi della nostra storia: Alberto Asor Rosa ha ragione. Siamo a una crisi intellettuale e morale degli italiani - metà dei quali hanno votato per la terza volta una banda di affaristi ex fascisti e separatisti e l'altra metà si è divisa. Occorre dunque, scrive Asor, un soggetto politico nuovo, pulito e con un'idea di nazione che guardi a sinistra e non insegua fisime comuniste. Nel documento del Crs, Mario Tronti diceva qualcosa di analogo precisando che deve essere una grande forza popolare.

Non che mi piaccia essere una fisima, ma pazienza. Però, allo stato delle cose, non vedo dove questa forza politica sia. Veltroni direbbe: ma come, quella forza sono io, e il Pd. Abbiamo il 34 per cento dei voti, non siamo una combriccola di affaristi, abbiamo un'ipotesi riformista e una moderna icona morale in Robert Kennedy, abbiamo chiuso con ogni tipo di comunismo. Già, solo che l'opposizione a Berlusconi il Partito democratico non la sta facendo. Solo che raramente si è veduto un partito di sinistra così monocratico e poco popolare, se per democratico e popolare si intende un minimo di democrazia partecipata. Solo che, per dirla tutta, che cosa sia il Pd non si è capito ancora: gli avevano dato vita la Margherita e i Ds, ma della Margherita mancano ormai Prodi e Parisi, e Rosi Bindi sembra tenere più per coerenza che per persuasione. Neanche i Ds sembrano un blocco: D'Alema giura per il Partito democratico ma la sua fondazione ha accenti alquanto diversi da quelli di Veltroni. Chi può giurare che al primo congresso questa chimera diventi un animale affidabile?

Fuori del Pd le cose non vanno meglio. La frettolosa coalizione della sinistra Arcobaleno è stata addirittura espulsa dal Parlamento, il suo proprio elettorato avendole giurato vendetta per essersi fatta trascinare nell'avventura di governo. La Sinistra democratica di Mussi ha perduto qualche foglia invece che guadagnarne. I Verdi lo stesso. Rifondazione si è spaccata in due tronconi che neppure si parlano: la maggioranza di Ferrero punta tutto sul conflitto sociale dal basso, la minoranza di Niki Vendola su una raccolta di aree radicali fra le quali quella comunista potrebbe essere una cultura fra le altre, dell'ambientalismo che è più vasto dei Verdi, del femminismo, dei movimenti.

Non vedo perciò, allo stato dei fatti, un soggetto in grado di fare fronte alla slavina di destra. Vedo una quantità di orfani che vorrebbero questo soggetto ma sui quali da diversi anni passano grandinate che li disperdono vieppiù. Ma qual è la causa delle grandinate? Sta soltanto nella risolutezza e la sfacciataggine di Berlusconi? Non credo. La banda che ci governa ripete esattamente forme, metodi e misure di tutti gli esecutivi europei dagli anni '80: la potente spinta alla disuguaglianza, all'arricchimento di pochi, all'impoverimento dei più, cioè l'ondata neoliberista che ha seguito i «trent'anni gloriosi». È una ripresa della linea che era già stata sconfitta in Europa e negli Usa dopo gli anni '20.

Ma ora, osserva Asor, essa è già arrivata a un punto morto. Vero, ma non per la forza della sinistra. È nei guai con se stessa. Dal liberismo si oscilla al protezionismo, dal mercato unico alle guerre commerciali simili a quelle del XIXmo secolo - ecco dove stiamo ritornando. Gli Stati uniti hanno l'egemonia militare ma non più economica; questa gli è contestata dalla Cina e dall'India in poderosa crescita. E l'arroganza di Bush ha infilato la sua supremazia militare nella trappola del Medio oriente, mentre l'Europa è insabbiata in una moneta relativamente forte, in un'economia debolissima e in un'iniziativa politica pari a zero.

Questo è il quadro cui siamo davanti. Crediamo davvero che si potrà batterlo con i conflitti sociali dal basso o con l'adunata dei renitenti al veltronismo? Non lo penso. Se vogliamo non solo battere Berlusconi ma dirci dove l'Italia può andare, su quali basi si può ricostruirne una fisionomia intellettuale e morale bisognerà pur passare dalle proteste divise e poco comunicanti a un progetto capace di credibilità, persuasione e mobilitazione. Per questo non serve il Partito democratico, che del liberismo condivide gli orizzonti, né bastano le due anime di Rifondazione: la vastità dell'impegno implica una raccolta di forze che vada molto oltre la sinistra Arcobaleno e la natura dell'impresa implica una dimensione del conflitto che non si risolve dal basso. Del resto, qual è il basso della globalizzazione?

E qui torna la mia fissazione: se siamo, come credo, una tessera di una tendenza mondiale, prima di tutto ad essa dobbiamo dare un nome e di essa definire la mappa. Il nome è il capitalismo dall'ultimo quarto del Novecento agli inizi del Duemila. La mappa è quella dell'intero pianeta. Finiamo di balbettare che tutto è cambiato e perciò niente si può dire, e cominciamo a precisare che cosa questo capitalismo è diventato. Non ci sono più vittorie puramente locali contro di esso. Come i dipendenti di una fabbrica non possono battersi da soli contro la delocalizzazione dell'azienda così un paese europeo non può battersi da solo contro la recessione, quali che siano le pensate protezioniste di Tremonti. Ma quando alla crisi delle classi dirigenti si somma il caos della sinistra il rischio è di essere trascinati via tutti.

Può questo rischio trasformarsi in occasione? Questa è a mio avviso la domanda vera. Credo che sì, per l'ampiezza dei soggetti coinvolti e per la profondità non solo materiale e pecuniaria del disastro ma appunto intellettuale e morale - non è per caso che all'apatia culturale dell'Occidente ormai non si oppongano che nazionalismi o fondamentalismi.

Ma nel medio termine temo che non si possa dare una parola d'ordine rivoluzionaria, almeno nel senso che abbiamo dato a questa parola fino a poco tempo fa: l'esito del '68 dimostra quanto eravamo già arretrati e quel che è seguito all'89 impedisce anche ai più ostinati di sognare una riedizione dei socialismi reali. Ma la sofferenza sociale e l'ampiezza delle ineguaglianze sono diventate così forti da rendere fragile la stessa tenuta e coesione di ogni singolo paese. Non è con le riforme istituzionali che si può aggiustare la baracca. Potrebbe essere aggiustata, per difficile che sia, con una inversione di tendenza: un intervento che restituisca il primato alla politica piuttosto che ai meccanismi dell'economia, che dia luogo a linee di sviluppo, incluso uno «sviluppo di decrescita», che ridistribuisca la ricchezza a sfavore delle zone forti e a favore di quelle deboli, che decida il taglio dei privilegi sociali, il rilancio su un piano mondiale dei mercati interni (l'impossibilità di procedere del Wto parla chiaro).

Non sarà un'operazione indolore, ma può non essere impossibile. Chi non si ritroverebbe in questo progetto? Soltanto i boss delle stock option d'oro. Non sarà la rivoluzione, ma oggi come oggi sarebbe certamente una rivoluzione culturale.

Non si parla mai tanto di valori, quanto nei tempi di cinismo. Questo, a mio parere, è uno di quelli. Le discussioni e i conflitti sulle questioni che si dicono “eticamente sensibili” (come se le questioni, non gli esseri umani, fossero sensibili) sono un’ostentazione di valori. Tanto più perentoriamente li si mette in campo, tanto più ci si sente moralmente a posto. Che cosa sono i valori? Li si confronti con i principi. Principi e valori si usano, per lo più, indifferentemente, mentre sono cose profondamente diverse. Possono riguardare gli stessi beni: la pace, la vita, la salute, la sicurezza, la libertà, il benessere, eccetera, ma cambia il modo di porsi di fronte a questi beni. Mettendoli a confronto, possiamo cercare di comprendere i rispettivi concetti e, da questo confronto, possiamo renderci conto che essi corrispondono a due atteggiamenti morali diversi, addirittura, sotto certi aspetti, opposti.

Il valore, nella sfera morale, è qualcosa che deve valere, cioè un bene finale che chiede di essere realizzato attraverso attività a ciò orientate. E un fine, che contiene l’autorizzazione a qualunque azione, in quanto funzionale al suo raggiungimento. In breve, vale il motto: il fine giustifica i mezzi. Tra l’inizio e la conclusione dell’agire “per valori” può esserci di tutto, perché il valore copre di sé, legittimandola, qualsiasi azione che sia motivata dal fine di farlo valere. Il più nobile dei valori può giustificare la più ignobile delle azioni: la pace può giustificare la guerra; la libertà, gli stermini di massa; la vita, la morte, eccetera. Perciò, chi molto sbandiera i valori, spesso è un imbroglione. La massima dell’etica dei valori, infatti, è: agisci come ti pare, in vista del valore che affermi. Che poi il fine sia raggiunto, e quale prezzo, è un’altra questione e, comunque, la si potrà esaminare solo a cose fatte.

Se, ad esempio, una guerra preventiva promuove pace, e non alimenta altra guerra, lo si potrà stabilire solo ex post. I valori, infine sono “tirannici”, cioè contengono una propensione totalitaria che annulla ogni ragione contraria. Anzi, i valori stessi si combattono reciprocamente, fino a che uno e uno solo prevale su tutti gli altri. In caso di concorrenza tra più valori, uno di essi dovrà sconfiggere gli altri poiché ogni valore, dovendo valere, non ammetterà di essere limitato o condizionato da altri. Le limitazioni e i condizionamenti sono un almeno parziale tradimento del valore limitato o condizionato. Per questo, si è parlato di “tirannia dei valori” e, ancora per questo, chi integralmente si ispira all’etica del valore è spesso un intollerante, un dogmatico.

Il principio, invece, è qualcosa che deve principiare, cioè un bene iniziale che chiede di realizzarsi attraverso attività che prendono da esso avvio e si sviluppano di conseguenza. Il principio, a differenza del valore che autorizza ogni cosa, è normativo rispetto all’azione. La massima dell’etica dei principi è: agisci in ogni situazione particolare in modo che nella tua azione si trovi il riflesso del principio. Per usare un’immagine: il principio è come un blocco di ghiaccio che, a contatto con le circostanze della vita, si spezza in molti frammenti, in ciascuno dei quali si trova la stessa sostanza del blocco originario. Tra il principio e l’azione c’è un vincolo di coerenza (non di efficacia, come nel valore) che rende la seconda prevedibile. Infine, i principi non contengono una necessaria propensione totalitaria perché, quando occorre, quando cioè una stessa questione ne coinvolge più d’uno, essi possono combinarsi in maniera tale che ci sia un posto per tutti. I principi, si dice, possono bilanciarsi. Chi agisce “per principi” si trova nella condizione di colui che è sospinto da forze morali che gli stanno alle spalle e queste forze, spesso, sono più d’una. Ciascuno di noi aderisce, in quanto principi, alla libertà ma anche alla giustizia, alla democrazia ma anche all’autorità, alla clemenza e alla pietà ma anche alla fermezza nei confronti dei delinquenti: principi in sé opposti, ma che si prestano a combinazioni e devono combinarsi. Chi si ispira all’etica dei principi sa di dover essere tollerante e aperto alla ricerca non della giustizia assoluta, ma della giustizia possibile, quella giustizia che spesso è solo la minimizzazione delle ingiustizie.

Passando ora da queste premesse in generale alle loro conseguenze circa il modo di legiferare sulle questioni “eticamente sensibili” di cui si diceva all’inizio, avvicinandoci così alle discussioni odierne sul tema dell’aborto, qui prese a esempio (ma ci si potrebbe riferire anche ad altro, come l’eutanasia, la fecondazione assistita, ecc.), si può stabilire un’altra differenza a seconda che si adotti l’etica dei valori o quella dei principi. Nel primo caso (il caso del valore), saranno appaganti le norme giuridiche che proteggono in assoluto il bene assunto come valore prevalente, e inappaganti le norme giuridiche che danno rilievo, cercando di conciliarli relativizzandoli l’uno rispetto all’altro, a beni diversi. Possiamo parlare, per gli uni, di assolutismo etico-giuridico; per i secondi, di pluralismo (non certo, evidentemente, di relativismo etico, equivalente a indifferenza morale).

Nell’assolutismo, si trovano a casa propria tanto coloro che parlano dell’aborto, né più né meno, come di un assassinio (oggi si dice “feticidio”), quanto coloro che ne parlano come diritto incondizionato. Assassinio e diritto sono due modi per dire il riconoscimento assoluto, come valori, della vita o della libertà. I primi, in nome del valore prevalente della vita del concepito, si disinteressano di tutto il resto: la salute e la vita stessa della donna, messa in pericolo dagli aborti illegali e clandestini; i secondi, in nome dell’autodeterminazione della donna come valore prevalente, si disinteressano della sorte del concepito. Costoro, pur su fronti avversi, si muovono sullo stesso terreno e possono farsi la guerra. Ma, tutti, si troveranno insieme, alleati contro coloro che, ragionando diversamente, non accettano il loro assolutismo.

Questo ragionar diversamente, cioè ragionar per principi, è certo assai più difficile, ma è ciò che la Costituzione impone di fare: la Costituzione, ciò che ci siamo dati nel momento in cui eravamo sobri, a valere per i momenti in cui siamo sbronzi. Orbene, la Costituzione, attraverso l’interpretazione della Corte costituzionale, dice che nella questione dell’aborto ci sono due aspetti rilevanti, due esigenze di tutela, due principi: l’uno, a favore del concepito la cui situazione giuridica è da collocarsi, “con le particolari caratteristiche sue proprie”, tra i diritti inviolabili della persona umana, il diritto alla vita; l’altro, a favore dei diritti alla vita e alla salute, fisica e psichica, della madre, che può essere anch’essa “soggetto debole”. Quando entrambe le posizioni siano in pericolo, occorre operare in modo di salvaguardare sia la vita e la salute della madre, sia la vita del concepito, quando ciò sia possibile. Quando non è possibile, cioè quando i due diritti entrano in collisione, deve prevalere la salvaguardia della vita e della salute della donna, “che è già persona”, rispetto al diritto alla vita del concepito, “che persona non è ancora”. Dunque: si parla di diritti della donna e del concepito, ma non si parla mai di aborto come (dicono i giuristi) “diritto potestativo” della donna, né, al contrario, di dovere di condurre a termine la gravidanza. Ci si deve districare tra le difficoltà e non ci sono soluzioni a un solo lato.

Non interessa, ora, se la legge 194 bene abbia svolto il suo compito. Interessa il modo di ragionare e di porsi di fronte a questo “problema grave”, un modo non intollerante, carico di tutte le possibili preoccupazioni morali, aperto alla considerazione di tutti i principi coinvolti. Se nel dibattito pubblico, si usano quelli che si sono detti “esangui fantasmi in lotta per diventare i tiranni unici delle coscienze”, cioè i valori, la legge che ne verrà sarà solo sopraffazione.

C’è poi un altro aspetto della distinzione valore-principi, importante per il legislatore. Il ragionare per valori è compatibile, anzi esige leggi tassative: tutto o niente, bianco o nero, lecito o illecito, vietato o permesso. Il ragionar per principi spesso induce la legge a fermarsi prima, rinunciare alle regole generali e astratte e a rimettere la decisione ultima alla decisione responsabile di chi opera nel caso concreto. Prendiamo la discussione odierna circa la sorte degli “immaturi”, i nati diverse settimane prima del tempo, portatori di deficienze nello sviluppo di organi e funzioni destinate a pesare più o meno pesantemente sull’esistenza futura, sempre che ci sia. C’è un qualunque legislatore che possa ragionevolmente imporre una regola assoluta circa il che fare? Per esempio, la rianimazione sempre e a ogni costo, senza considerare nient’altro? Solo la cieca assunzione della vita come valore assoluto, della vita come mera materia vivente, potrebbe giustificarla. Ma sarebbe, in molti casi, un arbitrio. Ogni caso è diverso dall’altro e i rigidi automatismi legali, quando si tratta di principi da far valere in situazioni morali di conflitto, si trasformano in sopraffazione.

C’è un dialogo classico tra Alcibiade e Pericle, riferito da Senofonte, che ci fa pensare. Il discepolo chiede al maestro, semplicemente: che cosa è la legge? Pericle risponde: ciò che l’assemblea ha deciso e messo per iscritto. Anche la sopraffazione, decisa e messa per iscritto? No, questa non sarebbe legge. È legge solo quella che riesce a “persuadere” tutti quanti, il resto è solo violenza in forma legale. Chi professa valori assoluti non si propone di persuadere ma di imporre. Chi ragiona per principi può sperare, districandosi nella difficoltà delle situazioni complicate, di essere persuasivo; naturalmente a condizione che si sia ragionevoli, non fanatici.

Sono passati dieci anni (13 settembre 1997) dalla manifestazione dei diecimila a campo Santo Stefano in risposta ai meeting leghisti e haideriani. Sulla scorta di un appello lanciato da il manifesto (Carta era ancora nel suo grembo) e Liberazione , i centri sociali, Rifondazione, i Verdi, i gruppi pacifisti nonviolenti, una moltitudine di piccoli gruppi e compagnie di amici variopinte invasero il centro storico di Venezia sotto uno striscione: “Nostra patria è il mondo intero”, accompagnando due piccoli e giovanissimi chiapanechi zapatisti incapucciati e con gli occhi sognanti. A ben guardare fu la prima iniziativa che conteneva già tutte le caratteristiche di quel disgelo dei movimenti che poi – passando per Seattle - diventò Genova e – passando per Porto Alegre – Firenze. Vennero da tutta Italia ad aiutare noi, padani afflitti dall’onda greve montante del leghismo. Le analisi le avevamo già fatte tutte (Vittorio Moioli, Roberto Biorcio, Marco Revelli): il leghismo è barbarie, ma non arretratezza; nemico della convivenza civile, ma pienamente liberista; xenofobo, ma paternalista; populista, ma non antioperaio; localista, ma iperproduttivista; antistato, ma supernazionalista; maschilista e patriarcale, ma familista; bestemmiatore, ma clericale; antipartito, ma pilastro della corazzata berlusconiana.

La domanda che ci facciamo da allora è perché mai sia capitato proprio a noi. Dove stava scritto che il dissolvimento del colossale sistema di potere doroteo e socialista (dei Bisaglia, Bernini, Piccoli, Rumor, De Michelis…) dovesse trasferirsi nei mostri Galan, Tosi, Tomat…?

Le risposte che ci sono venute in questi anni dagli esperti sono tutte giuste, ma nessuna convincente. Gli studi sui flussi di voti di Gianni Riccamboni ci spiegano come la Casa della Libertà ricalchi l’impronta dc, persistente nei secoli, scavalchi guerre mondiali e rivoluzioni industriali. Insomma, le radici culturali sembrano segnare più di ogni cosa i nostri destini, specularmene a ciò che avviene nell’altra metà della bassa padania, sotto il Po, dove regna più o meno felicemente l’altra coalizione del bipolarismo avanzante italiano. Se questa tesi fosse vera, vi sarebbero almeno due questioni settentrionali; una per le sinistre – il leghismo – e una per le destre: la Lega delle Coop. Verrebbe a dire che al Nord vi è una spartizione geopolitica che si sovrappone “arbitrariamente” ad un tessuto socioeconomico e a una composizione di classe che appare strutturalmente del tutto identico. La competizione tra i due poli avviene cioè sullo stesso terreno: per esempio, a me pare che le differenze nelle concezioni economico-sociali di Tremonti e Bersani siano più sfumature che sostanza; allo stesso modo le politiche dei governatori Illy e Galan sono una rincorsa a chi chiede “più autostrade e meno tasse”. La missione del nuovo Partito Democratico (del Nord) è inserirsi e proporsi come sostituto al sistema di potere esistente. Ma fino a che questo funzionerà (e funziona bene; vedi qualsiasi classifica di redditi, depositi bancari, occupazione) non si capisce chi e perché dovrebbe cambiare cavallo. Spesso a sinistra si confonde la propaganda (il lamento rivendicativo) con la realtà: la Lega è figlia di un successo competitivo del sistema economico, non di una emarginazione. Certo, il rischio, l’insicurezza e l’instabilità sono connotati nel tipo di competizione in atto tra aree geografiche e sistemi produttivi, a tal punto da stressare anche le tempre più dure, oltre che distruggere relazioni sociali, paesaggi storici e ambienti naturali. Ma per evitare ciò, servirebbe, per l’appunto, un percorso di fuoriuscita dagli ingranaggi della megamacchina produttiva, a partire da una visione altra della società e del mondo.

Le analisi dei centri studi delle Fondazioni e dei sindacati, di Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Daniele Marini… ci fanno pensare che la antropologia generata dal capitalismo popolare, diffuso, molecolare, individuale… della piccola e piccolissima impresa che “mette al lavoro” l’intera società, nonne e bambini compresi, e scandisce i ritmi biologici della vita, è quella della forma mentis dell’homo homini lupus. L’imprenditore, l’autonomo, colui che sa farsi i soldi da solo diventa la figura sociale di riferimento. Come un tempo, forse, lo era stato il proprietario terriero, poi il dottore e l’insegnate, persino l’architetto nell’italietta del boom, oggi, passando per l’artigiano (rileggere Meneghello), l’egemonia culturale e politica è quella del padrone. Così la platea a cui si riferisce la politica diventa “ceto produttivo”. Un indifferenziato miscuglio di lavori tenuto assieme da un unico obiettivo: il risultato d’azienda e il successo del suo sistema locale (distretto) o di filiera internazionalizzato fino in Cina (“dislungo”). Il compito della politica è di assicurare la necessaria coesione sociale, ma ci si accontenta anche solo di realizzare una “complicità” tra i diversi lavori e “mestieri”.

Il nuovo soggetto politico unitario che sta nascendo a sinistra, con il Cantiere tra Rifondazione, Pcdi, Sinistra Democratica, pensa che la “questione settentrionale” derivi da un deficit che si è acuito nel tempo nella capacità di rappresentare il lavoro dipendente salariato, gli operai. Verissimo, ma cosa pensiamo di offrire loro per ottenere credibilità e fiducia? Basta la resistenza su contratto nazionale di lavoro e pensioni per poter garantirgli potere d’acquisto e condizioni di vita migliori? Temo che gli operai abbiano capito che i padroni sono più bravi di qualsiasi “governo amico” nel distribuire paghe e anche mance. Temo che la ripresa di una idea di sinistra nelle nostre terre non possa fare a meno di prospettare cambiamenti di scenario più radicali. Ma questo cantiere non lo vedo ancora impiantato.

L’inferno dei nuovi Ulisse.

Prima che «‘l mar fu sovra noi richiuso»

Il «cratere» scavato dai due anni di governo. La «liquidazione della sinistra» decisa dal Pd. La natura «non negoziabile» delle politiche di mercato. Lo «spavento e la disperazione» di milioni di donne e di uomini. Marco Revelli non risparmia toni apocalittici sullo stato delle cose e le prospettive della sinistra. Nell’«inverno del nostro scontento», il colloquio con il sociologo torinese non può non partire però da un bilancio del governo Prodi.

«Gli ultimi due anni hanno scavato un cratere con cui dobbiamo per forza fare i conti - avverte Revelli - soprattutto Rifondazione è stato colpita al cuore. Non per un fallimento amministrativo o per incapacità delle persone, dei ministri o dei singoli parlamentari. Il problema è che è stata completamente sconfitta una linea politica: quella secondo cui era possibile spostare gli equilibri politici e sociali da una posizione di governo. É la vera differenza con il ‘900 maturo del «compromesso socialdemocratico»: questa società non si lascia attraversare da un governo non omologato. Le politiche hanno una «anelasticità» inedita e non sono, per così dire, «negoziabili». Questo è stato il quadro del governo Prodi. E dopo il voto temo che sarà anche peggio. Siamo entrati in un’epoca strutturalmente «impolitica». Intendendo con questo termine il venir meno dell’essenza della politica moderna: la capacità di deliberare l’ordine sociale sulla base di un progetto o di un’idea di «società giusta». La capacità di trascendere l’ordine dell’esistente per «edificarne» un altro liberamente e collettivamente scelto.

Proprio la caduta del governo ha costretto la sinistra ad accelerare il processo unitario. Ma questa accumulazione di forze può bastare a cambiare il quadro?

É una sinistra dai riflessi spaventosamente lenti, che stenta a cogliere la dimensione di quello che sta succedendo. La svolta impressa dal Pd sconvolge tutta la mappa delle identità politiche italiane. É una liquidazione chiarissima, esplicita e credo irreversibile, perfino del concetto di centrosinistra. Di una possibile (e naturale, vista la natura del centrodestra italiano) alleanza tra la sinistra cosiddetta moderata e la sinistra cosiddetta radicale. Possiamo dire anche di più: il Pd è il taglio voluto, deliberato e proclamato con le ultime radici di un’identità «di sinistra». Penso ai suoi simboli, alla negligenza su resistenza e antifascismo nella carta dei valori, ai suoi temi identificanti. Penso alla scandalosa campagna d’autunno contro la «città fragile» - lavavetri, vagabondi, mendicanti, nomadi - scatenata dai sindaci «democratici» come primo atto di quel processo «costituente». É tragico che la parte maggioritaria dell’ex-sinistra abbia fatto questa scelta.

Ma perché consideri la fine del centrosinistra un male? La sinistra non è finalmente più libera di essere se stessa?

Certo, ma ciò che mi rende in qualche misura «disperato» è che un’alternativa credibile e all’altezza del «terremoto centrista» ancora non si vede. Ovunque vada, e giro parecchio, trovo gente frastornata e spaventata dalle scelte del Pd che però non sembra prendere in grande considerazione il voto a sinistra. Se l’alternativa di sinistra vuole essere davvero «nuova» dovrebbe misurarsi con una società trasformata nel profondo, essere capace di superare vecchi dogmi (come quello sviluppista) o il modello di partito burocratico novecentesco, o almeno di metterli apertamente in discussione. Invece mi sembra di assistere a una sorta di congelamento delle idee di fronte alle minacce, e al prodromo, della liquidazione della sinistra tout court. C’è una forte difficoltà a guardare oltre la scadenza elettorale: al quadro e al vuoto che si apriranno se non si innova radicalmente. Soprattutto c’è, e pesa, una totale sottovalutazione dei guasti profondi di questo anno e mezzo di governo.

Si profila se non un «governissimo» tra Pd e Pdl quanto meno una condivisione esplicita dell’agenda e delle forme della rappresentanza. In qualche caso perfino dei programmi politici.

Il Pd, in questo senso, è un emblema paradossale di questa «fine della politica» o della sua «inoperosità». Proprio il Pd, che si presenta come iper-politico, come il trionfo della tecnicalità politica, è in realtà essenzialmente im-politico. La sua linea è accettare il reale così com’è, cioè la negazione stessa della politica. Per Veltroni il paese reale è irriformabile (per questo sceglie di «riformare» se stesso, per adattamento). E quando dice che «non ci sono due Italie ma una sola» condanna a morte la politica, perché fa coincidere il paese reale con la sua autobiografia negativa. Perché sanziona la riconciliazione di tutta l’Italia, compresa la minoranza che vi si era opposta, con la propria parte peggiore, con i propri vizi più radicati, mentre la politica dovrebbe servire proprio al riscatto. L’idea di un’altra Italia non è più data, oppure è presentata come un’ostacolo alla «bella unità degli opposti», come un’idea residuale o di pura testimonianza.

In questo quadro la sinistra parlamentare rischia veramente di scomparire?

Che dire? Ha consumato gli ultimi 4 mesi a discutere di riforma elettorale. E quando propone la propria immagine di società la dipinge in modo stereotipato o aproblematico. Va benissimo dire che si deve partire dal lavoro e dal rapporto capitale-lavoro. Ma quale lavoro? Quali «figure» del lavoro nella frantumazione del modello fordista e della grande fabbrica? É un momento in cui il lavoro stenta persino a fare racconto di sé. Devono bruciare vivi i lavoratori, i loro corpi, perché ci si accorga che c’è ancora chi lavora con il ferro e con il fuoco. Che non ci sono solo «Imprenditori» e «imprenditori di se stessi».

Perché secondo te il lavoro stenta ad assumere una sua soggettività? Perché l’unico soggetto su piazza è il capitale?

Sono domande impegnative ma se la sinistra non risponde è fuori gioco. Gli altri, purtroppo, una risposta l’hanno data: per loro l’unico soggetto in campo è l’impresa (e questo mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, il grado di impoliticità della situazione, perché l’impresa è soggetto «privato» per definizione). Il Pd di Veltroni presenta il programma della Confindustria punto per punto. Candida come capolista il figlio di un imprenditore secondo il vecchio principio dinastico. E non è nemmeno il figlio di un «capitano d’industria», di un self made man con vocazione da produttore ma il figlio di un imprenditore - finanziere, uno scalatore d’imprese altrui. Poi, certo, candida anche un operaio, uno che ha dovuto rischiare la pelle per conquistarsi una visibilità simbolica e come ornamento simbolico è stato scelto: il testimone di un residuo e di una difficoltà. A me pare un’operazione spaventosamente cinica, ma i nostri che dicono? Sono silenti.

Come ti spieghi questa afasia?

La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell’esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell’analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza.

Ti aspettavi un’offensiva clericale come quella sull’aborto, che ormai non salva più nemmeno le apparenze?

É un altro aspetto di debolezza di una sinistra troppo timida anche sul terreno dei valori. Oggi se vuoi conquistare il campo devi avere una visione etica e valoriale molto forte. Non ti puoi muovere solo a difesa delle conquiste dei decenni scorsi, devi presentare una visione coerente capace di suscitare passioni ed entusiasmo per le generazioni che vivono nel mondo trasformato di oggi. Devi toccare i nervi della vita vissuta. Invece persino nei suoi comportamenti quotidiani, questa sinistra politica, nei suoi protagonisti pubblici, è desolante. Nelle relazioni al suo interno, per dire, è incapace di offrire l’esempio di uno stile diverso, non riesce a superare le meschinità di una pratica micro-competitiva. Di un ben visibile «marcarsi a vicenda». Anche il modo in cui si è arrivati, obtorto collo, a questa Sinistra arcobaleno è un po’ desolante, senza entusiasmo e senza segnali nuovi. Il movimento operaio delle origini lanciava una profonda speranza di palingenesi, di cambiamento morale, che oggi è spaventosamente assente. Gli altri ripropongono le peggiori visioni tradizionaliste però intanto si accampano e condizionano il terreno dei valori. Non puoi affrontare la loro sfida con una logica burocratica.

Ma non ti pare che questa competizione sui valori sia fuori dal tempo? Se guardiamo gli Usa a me pare che la campagna presidenziale 2008 si muova su tutt’altro: assistenza sanitaria, crisi economica, fallimenti in politica estera...

Qui in Italia siamo arretrati, è vero. L’operazione delle destre è tecnicamente reazionaria, da Restaurazione stile 1815. Non ci si accorge nemmeno più che proprio le figure che hanno incarnato quelle idee politiche non reggono il terreno da loro stessi prescelto. Lasciamo stare Bush ma anche Sarkozy si sta rivelando un guitto di periferia, un bambolotto di pezza. La nostra è una destra che mescola impunemente i «padre pii» con le veline. Che fa uno spettacolo grottesco di uomini che celebrano il family day con 2 o 3 famiglie a carico. Come si fa a non vedere la mistificazione di chi celebra la famiglia di giorno e la sera si vanta di andare al night? La grande stampa nazionale su questo è compiacente o reticente. Non siamo più nemmeno capaci di giudicare gli uomini per quello che sono. Per demistificare aspetti così ridicoli ormai servirebbe un neopuritanesimo molto forte, da levellers della rivoluzione inglese del 1648, il radicalismo etico di Puritanesimo e Libertà, contro la controriforma postmoderna di una combriccola di reazionari che usano l’innovazione più radicale per restaurare la peggiore Tradizione. Come antidoto una volta c’erano i Salvemini, i Gobetti, gli Ernesto Rossi... esponenti, appunto, di un’«Altra Italia», ma io oggi tutto questo rigore non lo vedo. Vedo tanti seguaci di Padre Pio e dell’Opus dei a destra, al centro, e anche più in qua...

Dipingi un quadro veramente devastante. Ma c’è una possibilità di essere ancora interessati a questa sinistra?

Un interesse c’è sempre. Per me la priorità, oggi, è tenere aperta la possibilità di una lotta politica. Bisogna tenere un varco. Per questo spero che da queste elezioni non esca distrutta o tanto marginale da risultare invisibile. Ma questa speranza non ha nulla a che fare con ciò che questa sinistra è oggi. Riguarda quello in cui potrebbe trasformarsi. Senza la possibilità di un’alternativa, la notte della politica calerà del tutto e il mare si chiuderà sopra di noi, come nel ventiseiesimo canto dell’Inferno.

Settanta anni fa moriva in una clinica Antonio Gramsci. Al funerale non andò nessuno, fuorché la cognata Tatiana e la polizia. Era stato arrestato nel 1926 ed era libero da poche settimane, sfinito dalla malattia e non solo da essa. Se morire comporta un qualche assenso, deve averlo propiziato il rendersi conto che non era desiderato da nessuna parte - non a Mosca, dove erano la moglie e i figli e i compagni, non a Ghilarza, dove era la sua famiglia d’origine. Di questo nulla ha detto all’amorevole non amata Tatiana, e se lo ha confidato a Piero Sraffa, Piero Sraffa non ce ne ha lasciato testimonianza. Eppure, di quel che era successo al mondo dal ’26 al ’37 i due, in una clinica finalmente senza polizia, devono avere parlato a lungo, e Gramsci molto deve avere saputo di quel che aveva potuto intravvedere o adombrare. Nell’Urss la collettivizzazione delle terre, poi l’assassinio di Kirov e l’inizio della liquidazione del comitato centrale eletto nel 1934, e nel 1936, giusto un anno prima, il primo dei grandi processi. Fuori dell’Urss la crisi del 1929, l’ascesa del nazismo in Germania nel 1932, l’aggressione italiana all’Abissinia nel 1935 e nel 1936, il Fronte popolare in Francia ma l’attacco di Franco alla repubblica spagnola.

Che ne ha pensato? Che poteva attendersi dal ritorno alla libertà? Difficile immaginare un’esistenza più sofferente per le miserie del corpo, per la sconfitta, per la solitudine, per la lucidità. Non mi pare che in Italia sia ricordato con qualche calore. Forse solo da Mario Tronti alla Camera. Noi stessi ce la siamo cavata discutendo di un confronto con Edward Said - due teste, due culture, due epoche, due terreni - tutto diverso.Meno che mai poteva essere rievocato dal partito di cui Togliatti aveva detto che lui, Gramsci, era il fondatore, e che è stato interrato a Firenze la settimana scorsa. Per il defunto Pci era stato - alquanto depurato e deproblematizzato - la carta vincente nell’orizzonte dell’Italia del dopoguerra, prova di un’autonomia dall’ortodossia sovietica. Era un martire del fascismo, dunque da onorare e, spento, non avrebbe più perturbato la quiete dell’esecutivo della Internazionale comunista e del suo proprio partito.

Dopo il 1956, il suo ritratto sostituì quello di Stalin sulle pareti di via Botteghe Oscure. Ma era stato a lungo passato sotto silenzio che nel 1926, poco prima dell’arresto, aveva scritto all’esecutivo dell’Ic contro la decisione staliniana di tagliar fuori Trotzki, non perché fosse d’accordo con Trotzki ma perché trovava irresponsabile spaccare, nel fallimento delle rivoluzioni in Europa, l’unità del gruppo dirigente del 1917 o di quel che ne restava. E che tre anni dopo i compagni in carcere avevano condannato le sue tesi opposte alla linea del 1929, e lo avevano isolato. Ne aveva tratto l’amarissmo dubbio che Togliatti non solo nulla facesse per tirarlo fuori, ma lo desiderasse dentro. E se aveva conservato la speranza che la Ic fosse meno meschina del Pcdi, il sapere nel 1937 cheMosca gli era preclusa, gliela aveva tolta tutta.

Anche di questo non può non avere parlato con Sraffa, ma Sraffa rifiutò di discuterne con Tatiana e nulla ci ha lasciato detto.

Negli anni Sessanta Rinascita avrebbe pubblicato tutto, la lettera all’esecutivo dell’Ic di cui era stata negata l’autenticità, lo scontro con Togliatti, il rapporto di Athos Lisa sulla rottura in carcere. E sarebbe uscita l’edizione completa delle Lettere. E Paolo Spriano cercava di andare più a fondo, nell’ostilità di Amendola. Ma era tardi. Nessuno se ne infiammò nel partito, né fuori. Pochi anni dopo, ogni passione spenta, il Pci pareva vincente sulla scena elettorale e la generazione del 1968 non lo avrebbe neppure sfogliato, Gramsci. Aveva fretta, pensava a scadenze veloci e vittoriose e Gramsci era il pensatore della sconfitta delle rivoluzioni in Europa. In quegli anni lo si studiò più all’estero, nell’indifferenza degli ortodossi e delle nuove sinistre. In Italia è diventato oggetto di studiosi valenti più o meno separati dalla politica. Anche le sue ceneri restano deposte a parte, nel piccolo cimitero degli acattolici che i romani chiamano degli inglesi, vicino alla Piramide Cestia. L’uso che di Gramsci aveva fatto il Pci contribuì alla diffidenza del 1968 e seguaci. Dico uso e non abuso, perché non c’è stata in senso proprio una falsificazione - tanto che l’interpretazione corrente è rimasta quel che era anche dopo la pubblicazione rigorosa dei Quaderni fatta da Valentino Gerratana. C’è stata un’accentuazione degli elementi che andavano in direzione della linea del Pci dopo la guerra. Il cardine ne furono soprattutto i frammenti su guerra di posizione e guerra di movimento. Su questo punto le note hanno nei Quaderni uno sviluppo disuguale e vengono datate attorno al 1930. Il nocciolo è in sostanza questo: dove il potere della classe dominante poggia non solo sullo stato ma su una società civile avanzata e complessa, il movimento rivoluzionario non può vincere con un attacco al vertice dell’apparato statale (guerra di movimento) ma in quanto abbia conquistato le «casematte» della società civile (guerra di posizione). Soltanto dove è lo stato a detenere tutto il potere rispetto a una società civile debole e poco strutturata, può avvenire il contrario. Sotto l’occhio della censura Gramsci usa un linguaggio mascherato e «militare» - ne nota egli stesso il limite - ma la trasposizione non è difficile. Guerra di movimento è una rivoluzione che, anche se si impadronisse con una rapida mossa del vertice statuale, non reggerebbe alla resistenza d’una forte società civile, che occorre perciò penetrare, postazione per postazione, con una tenace guerra di posizione.

Esempi: l’occidente presenta società civili robuste, l’Est società fragili. Gramsci non lo può scrivere in termini espliciti, ma è una ragione per cui le rivoluzioni del primo dopoguerra in Euopa sono fallite, nell’Urss invece l’Ottobre ha vinto.

Qui si aprono una serie di problemi. Parrebbe preliminare la definizione, l’uno rispetto all’altra, di stato e società civile. Nei Quaderni i confini variano e a volte si intersecano e confondono, come nel caso del regime fascista. Tuttavia la tesi è chiara: il potere del capitale non sta tutto e solo negli apparati repressivi dello stato, e non solo perché - tema anche inMarx parzialmente equivoco - la «struttura» determinante è quella del modo di produzione che l’ideologia borghese vorrebbe distinta dalle istituzioni dello stato,ma perché anche come «comitato d’affari della borghesia» lo stato ha una sua sfera di autonomia, che peraltro è andata precisandosi e ridefinendosi nei decenni successivi. Soprattutto nei regimi che Arendt chiama «totalitari », sia quelli fascisti sia quelli detti comunisti (che non hanno estinto lo stato affatto). Non so se nei primissimi ’30 Gramsci fosse in grado di pensarlo; certo non di scriverlo. Tuttavia la distinzione fa problema tuttora, né si può cavarsela con un ricorso alla dialettica fra i duemomenti, che è (anche in Gramsci) più un sofisma che una spiegazione. Sta di fatto che all’epoca nessun comunista pensava che si potesse fare ameno di una rottura dell’apparato dello stato e nulla permette di credere che per Gramsci la guerra di posizione fosse altro che preliminare alla rivoluzione politica. Insomma, condizione necessaria ma non sufficiente. Era il distinguo dei comunisti rispetto alla socialdemocrazia e al parlamentarismo. E lo resta a lungo. Nel 1956, con il VIII congresso, il Pci accenna al salto teorico: forse della rottura rivoluzionaria dello stato si può fare a meno - ma non lo esplicita apertis verbis, e non è questa la sede per dirimere se, per via dei rapporti di forza, o per prudenza su una radicale svolta nei principi.

Certo la pratica politica sulla quale il Pci è cresciuto è stata un perpetuo richiamo al Gramsci della guerra di posizione, unito all’inclinazione a accusare di avventurismo chi avrebbe voluto andar oltre, in Italia e nel mondo. Il caso del 1968 è solo il più indicativo: dopo una certa esitazione, il Pci non ha neppure compreso che se a quella spinta non si dava uno sbocco, essa sarebbe degenerata in forme estreme e perdenti, come in Italia e in Germania è avvenuto negli anni successivi. Ma in linea teorica il discorso si limitava alla tattica - non era mai il momento, non ci si trovava mai di fronte a una «crisi generale»; nessun documento del Pci è giunto a negare l’esistenza di un conflitto di fondo fra le classi. A cancellarne il concetto non sono bastati neppure la svolta del 1989 e il sempre più frequente uso negativo, sulla base del Gramsci giovanile, della categoria di «giacobinismo». E’ perfino divertente - ammesso che ci sia una qualche ironia nella storia - che si debba approdare allo scioglimento dei Ds nel 2007 perché Walter Veltroni dichiari priva di ragione, e quindi da cancellare (o reprimere), la guerra di classe, anzi - il termine guerra essendo lasciato agli stati e alle loro imprese «umanitarie » - il conflitto.

Nel suo saggio del 1976 nella New Left Review, Perry Anderson esclude che di questa deriva del Pci vada imputatoGramsci, che ritiene essere rimasto alla tesi marxiana della necessità d’una rottura della legalità statale; da parte sua, insiste ancora nel difenderne il carattere «militare» (Trotzki) perché nessuna conquista della società civile (della quale non nega la necessità) può incidere sul monopolio statale della violenza e sull’essere il solo a detenerne i mezzi con la polizia, l’esercito, e la tecnologia avanzata delle armi.

In verità con gli occhi del 2007 la questione si ricolloca in tutti i suoi termini: nessuna rivoluzione socialista è avvenuta senza una rottura politica e, sia pur in diversa misura, violenta; ma tutte le rivoluzioni dette socialiste o comuniste sono fallite o degenerate o implose, il caso dell’Urss essendo soltanto il più imponente. Se ne può se mai dedurre, contrariamente da Anderson, che i frammenti di Gramsci non si riferirebbero soltanto all’occidente, ma tradirebbero una preoccupazione sull’evolversi della rivoluzione russa, dove una preliminare egemonia sulla società civile non aveva avuto luogo. Certo questo avrebbe comportato delle conseguenze sul grado di maturità o immaturità di una rivoluzione, cui nessuno in quel tempo, e poi di nuovo negli anni ’70, sarebbe arrivato, pena trovarsi collocato molti passi indietro perfino rispetto a Bernstein. Resta il fatto che il lavoro di Gramsci rappresenta la prima sortita dalle categorie sommarie in cui sono stati pensati nel Novecento non solo la rivoluzione ma la natura della società e il rapporto fra istituzioni dello stato e società civile. Oggi, quando con la cosiddetta globalizzazione il potere su scala mondiale sembra poggiare assai più sulla rete dei capitali che sugli stati nazionali, pur restando nel monopolio di questi l’uso della violenza, l’elaborazione gramsciana dei primi anni ’30 sarebbe più che mai da riprendere e aggiornare. Sempre che, naturalmente, non siano gettati alle ortiche sia il concetto di modo capitalistico di produzione, sia quello di libertà - abitudine peraltro diffusa nelle ex vecchia e nuova sinistra.

Ragioniamo su questo passaggio di crisi politica. Cerchiamo di individuarne le cause nascoste. Spesso accade che si prendano per cause quelle che sono conseguenze e viceversa. Di qui, l'attuale confusione strategica, la vera madre di tutte le sconfitte tattiche. Sgombriamo il campo dalla tentazione di dire che siamo a un passaggio decisivo, che si tratta della crisi finale di qualcosa che c'è stato fin qui. Non è vero. Non c' è nessuno stato d'eccezione. C'è una normalità che stancamente si ripete, senza che uno scarto, un'eccedenza, un esodo, un che di incomprensibile, irrompa sulla scena pubblica domandando di essere appreso col pensiero.

E', se possibile, sobriamente che dobbiamo ragionare. Ad esempio: questo terrore di un cambio di governo, francamente non riesce, con tutta la buona volontà, ad innescare qualcosa di oscuramente perturbante. Per lo stesso motivo per cui l'altra, appena trascorsa, esperienza di governo non ha suscitato qualcosa di particolarmente affascinante. Piuttosto dovremmo imparare a utilizzare i passaggi dentro una prospettiva, a strumentalizzare il momento per pensare l'altro da questo.

Insomma, per venire a parlare di cose comprensibili: è proprio vero che il nostro bipolarismo politico non funziona per via delle cattive leggi elettorali? Questa leggenda, che ci assilla da inizio anni '90, non sarebbe ora di mandarla in soffitta, insieme ai manichini dei referendari? Il bipolarismo non funziona, perché non ci sono i poli. Sono finti, sono virtuali, second life , nulla di socialmente reale, la prima vita delle persone sta fuori. Le coalizioni non sono troppo piene di sigle, sono troppo vuote di soggetti.

Appunto, la causa non è la frammentazione politica, questa è la conseguenza di una frammentazione sociale. Le coalizioni la descrivono, la rappresentano passivamente, la subiscono territorialmente, senza la capacità di leggerla, interpretarla, ordinarla politicamente. Perché le coalizioni non sono «forze politiche», come erano un tempo i partiti. Sono aggregazioni di interessi particolari, prima ancora che di ceti politici, di ceti sociali. Questa è una società cetuale. Con la scomparsa delle grandi classi, si è passati a una società di piccole caste, di corpi miniaturizzati, di famiglie-azienda in crisi. E' la «mucillagine sociale», di cui ci ha parlato l'ultimo rapporto Censis, il «sociale selvaggio» di cui parla un certo pensiero femminista, o la «coriandolizzazione» sociale che ha ripreso monsignor Bagnasco.

E' un'altra leggenda quella della politica scollata e lontana dalla società. In verità, è troppo intrisa in essa e troppo da essa condizionata. Le somiglia troppo. La cosiddetta casta politica è anch'essa un prodotto di questo corporate capitalism in sedicesima. Corpi e strati sono diffusi, favori e privilegi sono richiesti, questa virtuosa società di individui è in realtà un aggregato frantumato e informe di corrosi particolarismi. La società va messa in forma, e in forma politica. E in una storia come la nostra di Stato debole, sono necessarie organizzazioni politiche forti. L'aveva capito quel ceto politico di eccellenza, che aveva scritto la Costituzione repubblicana. Non l'ha più capito questo ceto politico di risulta della cosiddetta seconda repubblica, che si è lasciato processare sulle piazze, dopo aver dilapidato un'eredità, quella eredità, senza investire nulla in qualcosa d'altro. La crisi attuale è grave perché va oltre la messa in questione del primato della politica, passa ad attaccare con successo l'autonomia della politica. Il combinato disposto di economia, finanza, tecnica e comunicazione si è saldato, qui da noi, con un devastante senso comune di massa antipolitico.

Badate. Questa è la conseguenza vera di quel cambio di egemonia culturale da sinistra a destra, che si è realizzato dalla seconda metà degli anni '80. La crisi italiana della politica nasce lì. Perché, qui da noi, in un paese politicizzato al massimo, se non è presente sulla scena pubblica un'istanza di grande trasformazione, portata e praticata da una forza organizzata, la politica entra in crisi. E produce questo presente riduzionismo tecnicistico: la funzione dell'intellettuale ridotta a servizio di staff, l'attività politica ridotta a rito elettorale, la democrazia ridotta a conta quantitativa, per di più truccata da leggi-truffa. E non da ultimo, anzi per primo, l'azione di governo ridotta ad amministrazione di impresa. Se non mettiamo a tema che la crisi della politica, prima ancora che di carattere morale, è di carattere culturale, non riusciremo a riafferrare il bandolo della matassa.

La crisi grave chiede risposte serie. La soluzione non va cercata in una falsa coesione nazionale, ma in un buon conflitto sociale. Le alternative politiche devono ristrutturarsi su punti di vista alternativi circa il modello sociale che propongono. La competizione è su quale tra i punti di vista, parziali non particolari, sia in grado di dare rappresentazione di un interesse generale. Le proposte hanno oggi bisogno di essere prima di tutto chiare.

Bene ha fatto il Partito democratico a decidere di andare da solo. Per una ragione di fondo: perché ha bisogno, qui e ora, di misurare la sua forza nel paese reale. Solo sulla base di questa verifica potrà progettare il senso, storico non solo politico, di una sua missione, se sarà in grado di darsene una. Credo che abbia il diritto della prova. E dobbiamo darglielo. Sia benvenuta la morte dell'insipido Ulivo parisiano e la fine della confusissima Unione prodiana. L'importante è che non si cambi solo schema elettorale, ma che si metta in campo una sfida strategica. La destra segue, un po' oggi, un altro po' domani. E che segua, è già un passo su quel cammino per un nuovo cambio di egemonia, che rimane l'obiettivo di fondo: forse più importante del risultato dell'immediato confronto elettorale. Tenere l'iniziativa conta di più che vincere di misura. E comunque: ristrutturare il campo delle forze politiche è l'unico varco che permette a questo punto di uscire, in avanti, da questa vera e propria crisi repubblicana. Chi saprà farlo prima, avrà un vantaggio più duraturo.

Questo vale, forse tanto più, per quello che si muove a sinistra del Pd. Salta il vetusto, e oscuro, schema delle due sinistre. Si profila un partito di centro-sinistra e un partito di sinistra. Non è una semplificazione, è una razionalizzazione più che mai opportuna. Non serve a nulla, e non fa capire nulla, dire polemicamente: quello è il centro, noi siamo la sinistra. Anche qui devono emergere le differenze vere. In quasi tutti i sistemi di occidente, una vocazione maggioritaria si declina ormai o come centro-destra o come centro-sinistra. Questa è la condizione - formale - che costringe la sinistra a ripensare se stessa. Deve differenziarsi da un centro che guarda a sinistra e da una sinistra che guarda al centro. Non è la stessa cosa che differenziarsi da una socialdemocrazia. E' una condizione nuova. Lo spazio è più stretto. Ed è più stretto perché la condizione - materiale - spinge la sinistra ad arroccarsi, ad autoemarginarsi, a considerarsi residuale e testimoniale. Mentre costruisce il suo nuovo esperimento, la sinistra deve combattere contro questo «destino».

Il lavoro, che non è più universo ma pluriverso: è questa la difficoltà vera, dura, della sinistra politica, oggi. Sul punto, è necessario un grosso approfondimento, di analisi e di pensiero. Il lavoro è in frantumi, non più solo per la postazione del lavoratore singolo nel processo produttivo, ma per lo stato della condizione lavorativa nel rapporto sociale. Un lavoro socialmente frantumato non è politicamente visibile. Bisogna farlo vedere. Questa è la visione di cui si deve far carico la nuova sinistra. Portare alla luce questo nascondimento della condizione umana del lavoratore. Esattamente quello che il partito di centro-sinistra non può fare. Non è che non vuole farlo, non può. Per questo è partito democratico e non socialdemocratico. Con una sinistra che si rapporta al centro, vuole rappresentare, con molte ragioni di realtà, quell'opinione di sinistra, con consistenza di massa, che non ha più come riferimento il valore politico del lavoro. Questo ruolo gli va lasciato.

Però, allora, il partito della sinistra ha come compito primario quello di riportare il valore del lavoro al centro dell'agenda politica. Per farlo, ha bisogno di riportarlo per prima cosa al centro del suo progetto politico. Questa non è una pratica escludente di tutti gli altri temi, e non è nemmeno includente. Si tratta di offrire un fuoco intorno a cui aggregare per articolare. Basta sapere a chi si parla, scegliere il proprio campo di ascolto, costruire soggettività sociali certe e con esse e per esse elaborare cultura politica alterativa.

Sinistra unita, sì, ma in che senso plurale? Bisogna intendersi. La ricchezza di esperienze, movimenti, associazioni ha da trovare punti e spazi, magari inediti, di organizzazione, stabile, in lotta contro il tempo. La rete deve rendere visibile una trama. Anche qui, il pluriverso sociale va unificato politicamente. Non serve il circo Barnum. Bisogna offrire, sulle questioni decisive, un punto di vista e una forza in grado di portarlo.

Io non so se la prossima sarà una legislatura costituente. Mi pare di capire che la prossima sarà una campagna elettorale costituente. Si presentano forze politiche nuove in corso d'opera. E' positivo che si presentino nella forma partito: un passo importante per cominciare a reagire alla, ripeto, devastante ondata antipolitica. Il confronto e il risultato saranno una sorta di monitoraggio per ognuno dei soggetti in campo. Dopo, ognuno saprà meglio come procedere. Nel processo generale, il partito della sinistra deve dare il suo contributo in positivo, con lezioni di costume, creatività organizzativa, profondità culturale, autorevolezza propositiva. Le nuove armi della critica sono di questo tipo. Alzare il tiro a volte è l'unico modo per cogliete il bersaglio.

Che cosa è oggi l'Europa? E'uno spazio di libero mercato a moneta unica, governato da una banca centrale autonoma dagli stati con il sussidio d'una Commissione che vigila sulla libertà, concorrenza e competitività d'impresa. Non altro. Neanche in senso pieno una zona di «libera circolazione di capitali merci e persone», perché quest'ultimo termine è terreno di discussione: quali sono le «persone» che hanno libertà di circolarvi? D'altra parte, mentre la zona euro è definita e cogente, l'Unione Europea comprende ora27 stati (l'affollamento è seguito al crollo dell'Urss) parte dei quali sono ancora in lista d'attesa rispetto all'euro. Né la Ue copre il continente che nelle carte geografiche è definito Europa, vi mancano soprattutto i Balcani e la Russia, mentre scalpita alle porte una Turchia che geograficamente non ne farebbe parte e qualcuno propone Israele, idem,che peraltro non scalpita affatto. Questa zona è regolata da una sola legge comune tuttora valida, i ltrattato firmato a Maastricht nel1992, poi modestamente variato ad Amsterdam, e dai criteri di stabilità- cioè da un rigido monetarismo. Il malloppo di trattati, dichiarazioni e velleità che nel nuovo millennio è stato messo assieme, sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing,da 62 esperti nominati dai governi e avrebbe dovuto darle, sia pure a cose fatte, una Costituzione, cioè una fisionomia ideale e politica, attualmente è in mora perché bocciato due anni fa dai referendum dell'Olanda e della Francia, che erano fra i padri fondatori. Altrove infatti i governi, a cominciare dall'altro grande sponsor, la Germania, prudentemente non lo avevano sottoposto a referendum popolare: è stato votato perlopiù a maggioranza dai parlamenti, che si sono guardati bene dal dedicarvi ampi dibattiti e coinvolgere partiti ed elettori, e tanto meno i «popoli» evocati secondo la formula generosa ma alquanto vaga dal progetto per «Un'altra Europa» dal Forum sociale europeo.Un residuo di decenza ha impedito che il tutto passasse nonostante il no di Francia e Olanda. Tanto la creatura monetaria funziona, fine a se stessa, che ai giorni nostri non è poco, anzi è l'essenziale. Essa non si preoccupa gran che della crescita e men che meno del modello sociale e della sua coesione, e lascia un modesto margine di manovra ai singoli stati. Ancora meno all'ormai più annoso parlamento europeo,che ha ben scarsi poteri, e quanto al coordinatore della politica estera e sicurezza, detto il signor Pesc, Javier Solana, è un fedele raccomandatore di questo e quello, che può essere o non essere ascoltato. A un rivestimento costituzionale vero e proprio non si andrà finché le prossime elezioni decideranno della presidenza della repubblica francese, se socialista o di destra - Francia e Germania sono stati infatti l'asse e l'anima,se di anima si può parlare, del coagulo. Se vincono i socialisti è verosimile che su un progetto da rifare siano consultati, finalmente, non solo i governi e i parlamenti. Se vince la destra di Sarkozy è già stato annunciato che, dopo una robusta potatura, il Trattato subirà soltanto veloci passaggi a maggioranza parlamentare.

Esce in questi giorni e sarà presentato domani a Roma il lavoro di Luciana Castellina (Cinquant'anni d'Europa. Una lettura antiretorica, Utet Editore) che di questo farraginoso processo descrive l'itinerario. E' un lavoro prezioso, perché di esso poco si sa anche se molto si conclama nelle sedi ufficiali. L'Europa non ha mai destato una passione popolare, né la si è cercata da parte dei suoi, chiamiamoli così, costruttori. Per cui quando i cittadini sono costretti a pronunciarsi, come nelle elezioni del parlamento europeo, esprimono diverse diffidenze e moderata partecipazione. Le fanfare che accompagneranno il cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma terranno assieme vaghezze e non verità, perché tutto si può dire fuorché esso abbia indicato un percorso lento e difficile ma coerente con se stesso dalle origini all'attuale approdo. Perché un approdo c'è stato e rappresenta qualcosa di non facilmen tereversibile. Luciana Castellina ne indica molto bene le tappe, sia nel ricostruire il seguito di avvicinamenti,abbracci, rotture fra i governi nel variare della scena internazionale della seconda metà del Novecento e nelle accelerazioni del terzo millennio,sia nel mutare della soggettività dei protagonisti, analizzati nella seconda parte del volume per nazioni e correnti politiche. Certo l'approdo non realizza l'ideale di Spinelli e del suo gruppo di amici, tardivamente assunti come alleati dal Pci,che era nato come reazione alle due guerre mondiali. Un'Europa federale avrebbe chiuso con i sanguinosi conflitti fra paesi che ne avevano segnato da sempre il cammino e soprattutto con le feroci avventure del fascismo e del nazismo, formatesi nel suo seno negli anni Venti e Trenta,che avevano portato al più devastante conflitto della storia dell'umanità. Ma subito la guerra fredda faceva prevalere, fra gli alleati che avevano battuto Mussolini e Hitler e fra i partiti precedenti la resistenza o nati con essa, il discrimine fra il campo atlantico, che si andava organizzando anche con istituzioni sovranazionali, e il campo dell'Urss, che si era allargato nelle cosiddette democrazie popolari. L'Europa fu il terreno dello scontro o confronto: l'ex TerzoReich, che era uscito dalla sconfitta e separato in quattro zone di occupazione, sarebbe rimasto diviso in due fra la Repubblica federale tedesca all'ovest e la Repubblica democratica tedesca all'est, sotto l'ombrello atlantico l'una, sotto quello dell'Urss l'altra. In mezzo, territorio sempre sull'orlo di prendere fuoco, Berlino. E tale sarebbe rimasto finché l'ostpolitik di Brandt non fece balenare uno spiraglio di pacificazione. Ma ormai la crisi dell'Urss e del suo campo era più che matura,fradicia, e avrebbe in pochi anni portato al crollo del Muro e alla fine dell'esperienza sovietica.Castellina sottolinea l'intervento americano nel favorire i primi passi verso un'unità europea, concepita come baluardo anche militare contro l'Unione Sovietica, facendo pernosu una Germania riarmata. Insomma una strategia parallela a quella dell'Alleanza Atlantica che prendeva corpo nel 1949. Già questo mutava del tutto l'idea del movimento federalista di Spinelli, senonché un obiettivo militare, che non poteva non includere la Germania,era destinato a incontrare sul continente, ancora scottato dal nazismo, molte diffidenze mentre il piano Marshall non ne incontrava nessuna, anzi una vivace riconoscenza verso gli Stati uniti. E un'idea di qualche unificazione europea, che non poteva dirsi ancora esplicitamente liberista, era bene accolta anche perché faceva fronte alla presenza di alcuni poderosi partiti comunisti, quello italiano e quello francese, che uscivano dalla resistenza rafforzati in prestigio e che si temevano più come organizzatori del conflitto sociale interno che come longa manus di Mosca. Di fatto mentre le proposte della Ced e della Ueo faticarono a farsi strada, passava nel 1951 fra i sei paesi storici - Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo - la prima forma di stretto rapporto continentale, quella Comunità europea del carbone e dell'acciao(Ceca) che avrebbe rappresentato non solo la messa in comune dei due prodotti che tiravano nel lungo dopoguerra, ma avrebbe portato a una prima brutale divisione del lavoro, privando l'Italia della sua grossa siderurgia e Francia e Belgio degli imponenti charbonnages, con conseguenze sociali acute. I passi successivi, non senza andirivieni e non prima di un totale rincontro anche simbolico di Francia e Germania, che - ben decise a tenere in mano almeno in due, se non potevano farlo ognuna da sola, il bandolo della matassa - si sarebbero solennemente abbracciate nelle persone di Kohl eMitterrand. Come si legge nella precisa ricostruzione di Castellina,sono centinaia gli accordi, i trattati più o meno allargati, gli incontri anche con forze non continentali, i tavoli con presenze diverse a seconda degli umori e delle suscettibilità nazionali, ma una e riconoscibile è la rotta che avrebbe portato al governo del mercato e all'affidamento dello stato sopranazionale alla moneta. Né l'uno né l'altro si sarebbero realizzati senza la caduta dell'Urss e il mutare di rotta di sindacati e partiti comunisti occidentali. Questi - accusati di essere antieuropei per obbedienza a Stalin - lo furono di fronte alle perdite manifeste del peso contrattuale dei lavoratori man mano che gli elementi dell'ingegneria liberista, che emergevano dalla discussione sulla «crisi fiscale dello stato sociale», che sfondò inaspettatamente in settori insospettati della sinistra e fu un possente grimaldello per far saltare il medesimo.

Se l'Europa moderna aveva una sua caratteristica inconfondibile era il rilievo dato al conflitto sociale che dalla Rivoluzione francese sarebbe rimasto una dialettica aperta. E' questa che andava chiusa secondo i cervelli governativi che pilotarono sempre il cammino verso qualche forma di unione. E la Commissione valorosamente esige ogni due giorni, dovendo demolire un assieme di diritti e protezioni sociali assai forte nel Regno Unito, in Francia, e nella Germania e Italia postbelliche. Nel doppio attributo classico della sovranità, trarre l'esercito e battere moneta, è il secondo che ha vinto. Per le armi, gli stati europei hanno preferito mettersi sotto l'ombrello della Nato, cui non erano affatto obbligati, e il cui art.5, come ricorda Isidoro Mortellaro, non li obbliga neanche adesso fino al punto che si pretende (per esempio sulla base di Vicenza). Dalla Nato la Francia si tiene ancora fuori. Insomma è la storia d'Europa nel quadro dei rapporti est-ovest e, dopo il 1989, in quello della globalizzazione a dominazione americana che si legge nei tragitti verso l'Unione Europea. La loro accelerazione ha tre nomi, Delors, Santer e Prodi, e l'euro, assieme al trattato di Maastrichte e al patto di stabilità, costituisceil vero alloro riportato dal centrismo continentale. E riportato senza fatica da quando la sinistra ha cessato di esistere. Niente affatto rivoluzionaria in Europa dal 1945 in poi,essa era stata fermamente riformista nel senso che teneva ancora aperto il conflitto fra le classi in vista di mediazioni alte o basse. Oggi su chi punta ancora a questo cade l'accusa di sovranismo o protezionismo, sotto il cui nome va ogni tentativo di protezione dei propri cittadini,come ricorda Fitoussi, largamente consentita soltanto agli Stati uniti. Dire antieuropeo, scrive LucianaCastellina, è oggi un sanguinoso insulto, la più corrente sanguinosa insinuazione. Ma la sinistra italiana è stata antieuropea? Sì, ha diffidato di come l'Europa andava delineandosi. Non perché innamorata del proprio stato, nazione o etnia - fra i suoi moltidifetti questo non c'era - ma perché persuasa che un superstato europeo non avrebbe assicurato i diritti sociali che essa aveva scritto nella sua Costituzione del 1948. E infatti non ci sono, o assai annacquati e praticamente inesigibili. Va osservato che anche senza l'ingresso in Europa e nella zona dell'euro sarebbe stato duro difenderli: l'azzeramento della prima parte della Costituzione è chiesto da noi da parti politiche non piccole, perché il primato dell'impresa, con relativi codicilli, concorrenza e competitività e, per i salariati, flessibilità e precarizzazione è uno tsunami formatosi dalla metà degli anni '70 e precipitato con il crollo dell'Urss e dei partiti comunisti, nonché con l'indebolimento del sindacato. In altre parole, la natura della Ue è iscritta nella modificazione dei rapporti di classe (se ancora si può usare l'espressione) su scala mondiale. E questo le sinistre non l'avevano previsto. Non solo in Italia. Neanche là dove- come in Germania l'antica socialdemocrazia aveva cambiato colore da un pezzo, né nel Regno Unito dove la vittoria di Margaret Thatcher aveva preluso al rovesciarsi del Labour Party nel New Labour di Tony Blair. Ma sta di fatto che i diritti del lavoro, a lungo considerati in Europa come un fattore di coesione sociale e di sollecitazione allo sviluppo,non sono stati difesi affatto dalla diffidenza senza alternative che le sinistre hanno opposto al processo europeo. Lo dico anche per alcuni di noi - de me fabula narratur: vedevamo il pericolo ma ne abbiamo sottovalutato la natura strutturale, di processo mondiale dopo gli anni Sessanta, e non vi siamo intervenuti. Alla conduzione tutta dall'alto dei governi e dei grandi interessi finanziari non è stata opposta nessuna discussione della sinistra e nessun coinvolgimento delle società che ne sarebbero state percosse.

Non lo sono neppure adesso. Se,come è verosimile, i nuovi dirigenti degli stati d'Europa, proporranno una costituzione non dissimile da quella finora avanzata - l'entrata dei paesi dell'Est non può che peggiorarla- neanche le sinistre antiliberiste, e sono poche, sembrano in grado di presentare un dispositivo capace di indurvi spaccature e revisioni di fondo. Soltanto il Forum sociale europeo ha prodotto, assieme ad alcune associazioni della società civile, un serio pacchetto di principi diversi, ma senza entrare nel merito di una strategia di cambiamento. Molto di irreversibile è avvenuto, non è pensabile che si azzeri l'euro ma potrebbero essere modificati alcuni parametri del trattato di Maastricht, non è pensabile che si chiuda la Banca centrale ma se ne può ridiscutere la filosofia, e via dicendo. Quelli che il progetto del Forum chiama i popoli devono articolarsi anche in rappresentanze. L'assenza dei sindacati, la loro incapacità di unirsi almeno nell'Europa occidentale dove mantengono una loro forza, è una catastrofe. Come difenderanno i lavoratori se la zona euro è aperta alle scorrerie dei capitali? Non che soltanto su questo tema si definisca un'altra Europa, anche se su questo tema il Trattato costituzionale è stato bocciato, dove c’è stato il referendum. Ce ne sono molti altri che, segnalati dal Forum sociale europeo, si iscrivono in uno scenario opposto a quello dominante. Chi pensa che l'Europa ha da essere diversa e costituire nella globalizzazione un modello di controtendenza per metodi e fini, ha davanti a sé non molto più di un paio di anni per promuovere una campagna d'opinione che dovrebbe essere non meno vasta di quella che fece per un momento vacillare l'Italia alla scoperta di Tangentopoli. Là era in ballo la corruzione d'un ceto politico, qui è in ballo la perfetta e asettica inumanità di un sistema disuguagliante. Non so quale sia peggio.

In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il rifiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dogmatica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicurezza circa le proprie buone ragioni. Questo, in linea di principio, riguarda dunque anche la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, "la 194", che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costituzionale e un referendum popolare.

Ma una discussione costruttiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle parole d’ordine a effetto, che fanno confusione, servono per "crociate" che finiscono per mettere le persone le une contro le altre. Lo slogan "moratoria dell’aborto", stabilendo una "stringente analogia" (cardinal Bagnasco alla Cei, il 21 gennaio) tra pena di morte e aborto, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il problema, ma in modo tale da riaprire anche uno scontro sociale e culturale che vedrebbe, nientemeno, schierati i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei valori cristiani; i secondi, intossicati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello "scontro di civiltà" che, molti insofferenti della difficile tolleranza, mentre dicono di paventarlo, lo auspicano.

Siamo di fronte, come si è detto, a una "iniziativa amica delle donne"? Vediamo. La questione aborto è un intreccio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull’essere umano in formazione, privato del diritto alla vita.

Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudine, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l’orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergogna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D’altra parte, non solo la gravidanza, ma l’aborto stesso, percepito come via d’uscita da situazioni di necessità senza altro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità. C’è poi un potenziale di somma violenza nella capacità limitata delle società umane ad accogliere nuovi nati. La naturale finitezza della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L’iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di limitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell’aborto.

Violenze su violenze d’ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull’essere indifeso ch’essa porta in sé. E’ certamente una tragica condizione quella in cui il concepimento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendiamo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (Gen. 3, 22). Si potrebbe dire che l’aborto, nella maggior parte dei casi, è violenza di deboli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fino a quando essa patisce la crudeltà della natura e l’ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissime, con riguardo all’ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospinto nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.

In questo quadro, che molte donne conoscono bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violenza? La domanda è capitale per capire di che cosa parliamo.

Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l’aborto come strumento di controllo demografico e di selezione "di genere". Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l’attenzione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all’appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l’India e la Cina (ma la questione riguarda tutto l’estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esempio, che in Cina, nel 2030, l’eccesso di uomini sul "mercato matrimoniale" potrebbe raggiungere il 20%, con drammatiche conseguenze sociali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l’aborto selettivo e l’infanticidio a danno delle bambine, oltre che l’abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di incentivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di "moratoria" ha certamente un senso. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con effetti liberatori.

E diverso, in riferimento alle società dove l’aborto non è imposto, ma è, sotto certe condizioni, ammesso. "Moratoria" non può significare che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestinamente, rischiando severe sanzioni. Questo esito, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la "revisione" della legge che "regola" l’aborto. Ma l’obbiettivo è quello, come la "stringente analogia" con l’abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l’aborto».

Qual è il punto della catena di violenza che la "moratoria" mira a colpire? E’ l’ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la donna e il concepito. Isolando il dramma dal contesto di tutte le altre violenze, è facile dire: l’inerme, il fragile, l’incolpevole deve essere protetto dalla legge, contro l’arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole rispetto a tante altre violenze psicofisiche, morali, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l’aborto finirebbe per caricarla integralmente dell’intero peso della violenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminente funzione biologico-sociale che ha nell’apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell’aborto ha sullo sfondo la concezione primaria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende altresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.

«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tanto peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l’uno dipendente dall’altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddizione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della donna. Da un lato, sta la tutela del concepito fondata sul riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dell’uomo, «sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie», trattandosi di chi «persona deve ancora diventare». Dall’altro, sta il diritto all’esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessariamente nella negazione del diritto dell’altro. Per questo, è incostituzionale l’obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, "costi quel che costi"; ma, per il verso opposto, è incostituzionale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo "diritto potestativo" sul concepito (sent. n. 35 del 1997). Si sono cercate soluzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto "la 194", prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua decisione: una decisione che, a parte casi particolari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dunque, alla fine, è sola di fronte al concepito e, secondo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due diritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.

Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice "non negoziabili": l’autodeterminazione della donna contro l’imposizione dello Stato; la procreazione come evento di rilevanza principalmente privata o principalmente pubblica; la concezione del feto come soggetto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumento di mitigazione dei disastri sociali (l’aborto clandestino) o come testimonianza di una visione morale della vita. Alla fine, il vero contrasto è tra una concezione della società incentrata sui suoi componenti, i loro diritti e le loro responsabilità, e un’altra concezione incentrata sull’organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del feto, quando non possibile salvare e l’una e l’altra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nascituro, persona solo in potenza.

Secondo le circostanze. Sul terreno delle circostanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridurre, nei limiti del possibile, le violenze generatrici di aborto. Educazione sessuale, per prevenire le gravidanze che non si potranno poi sostenere; giustizia sociale, per assicurare alle giovani coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d’un figlio non sia un dramma; occupazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi sociali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l’aborto "di necessità", che – si dirà - è però una parte soltanto del problema. Ma l’altra parte, l’aborto "per leggerezza", troverà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fascio a danno dei più deboli, spinti dalla necessità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l’equiparazione dell’aborto all’omicidio e della donna all’omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel confort delle cliniche private o nella solitudine, nell’umiliazione e nel rischio per l’incolumità. L’esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato "la 194", dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l’aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l’esperienza, per ravvivare il ricordo.

Perché nel resto del mondo la rappresentanza femminile in politica è ben più nutrita di quanto non sia in questo mio paese infine così europeo? Perché non possiamo non dico pensare a un presidente della Repubblica donna, o a un presidente del Consiglio donna, ma anche a un capo di Confindustria, a un ministro delle Infrastrutture, dell'Interno, della Giustizia donna? Un direttore di grosso quotidiano? Di tg?

Questa l'avete già sentita. In forma di notizietta a una colonna, piccola piccola, eterna lamentazione di questa o quella donna in una pagina di politica interna occupata dai seri discorsi degli uomini. Pagine e pagine sulle quote rosa, per dire una cosa recente, un'impennata delle donne politiche sui giornali. Ma capita spesso che l'intervista alla donna politica occupi un boxino «da curiosità», «il caso», «spunti», i titolini sono da Settimana Enigmistica nel mare magnum del pensiero del leader, maschio. Si parte dalla politica perché sembra l'ambito più alto, più rappresentativo. Ma ci si accorge presto che lì si riproduce il pensiero unico corrente e imperante. Guerra di tailleur. Chi è la più bella del Parlamento. Come veste male quella lì.

Guarda come si è cotonata. Fino a elogi e insulti ad personam, purché donna. Fino alle offese palesi, da camionista, alla donna che non incarna l'ideale prestigiacomiano della bella politica. A Rosy Bindi, stanchi di dire che è brutta e grassa, usurati dalle battute sulla prestanza fisica, si è arrivati a dire che è lesbica, con il doppio carpiato di aggiungere alla cafoneria sessista anche un sessismo cafone. La politica, lasciamo perdere. Con un (ex, sia ringraziato il Signore) presidente del Consiglio che andava dicendo (all'estero! in pubblico!) agli imprenditori europei di investire in Italia «dove abbiamo bellissime segretarie». Facendo proprio la faccia che indovinate.

Quando i provvedimenti sulle quote rosa prendono il solenne colpo (dagli uomini), l'allora ministro per le Pari opportunità piange. Ovvio, è donna, piange. Cosa che i giornali non smettono di sottolineare.

E allora? Niente elogio delle donne, qui, per carità. Il discorso «di genere» è una porta pericolosa, che conduce direttamente al tutto-va-bene-purche-donna. Trovo che Condoleezza Rice, Oriana Fallaci e Letizia Moratti siano figure inquietanti; che la Pivetti era meglio non festeggiarla come più giovane presidente della Camera.

Un discorso «di genere» presenta notevoli trappole. Come dire che tra la Thatcher e i minatori inglesi si sarebbe scelta la Thatcher, in quanto donna. Mah!

Niente genere, insomma. Penso anche che non mi basta aver avuto una Montessori effigiata sulle mille lire, né mi interessa più di tanto che una Tamaro, una Melissa P. o una Mazzantini vendano milioni di copie dei loro libri. Non mi sento indennizzata, per dire, quando per contro non posso girare gli occhi senza ritrovarmi in qualche modo sbeffeggiata. Con buona pace di tutte le belle notizie propagandate con gran foga: crescita dell'imprenditoria femminile, pari opportunità, manager donne che emergono rampanti. Ma le cifre generali dicono un'altra cosa. Le eccezioni si sprecano, e l'emergenza è ormai così endemica che non se ne parla più: l'abbandono del lavoro, il ricatto, il mobbing alle donne causa maternità. E sono più che mai acuti i vecchi problemi: asili nido insufficienti, consultori in via di smantellamento, servizi scadenti, o nulli, essendo servizi che riguardano soprattutto le donne. A questo si aggiungono problemi nuovi nuovi come la precarizzazione del lavoro, che coinvolge tutti ma per le donne è peggio che mai.

Le problematiche del mondo del lavoro, già complicate in una situazione di bassa crescita (di crescita zero, finché governava il presidente delle belle segretarie di cui sopra), si fanno addirittura drammatiche per le donne, costose per i ceti medio-alti e insostenibili per i ceti medio-bassi.

Se si aggiungono aspetti variamente correlati al problema, come la situazione delle straniere, la violenza contro le donne che si è fatta, se possibile, più brutale e diffusa, o la mercificazione del corpo, si vedrà che nessun progresso reale è intervenuto nella situazione delle italiane negli ultimi vent' anni.

Se si aggiungono ancora (benzina sul fuoco) gli attacchi ai diritti acquisiti, aborto, inseminazione -quasi quasi pure le ecografie - e i balletti necrofili, integralisti, neo-con sulla pelle delle donne, si vedrà che abbiamo fatto un vero, innegabile, strabiliante passo indietro.

Un grande passo indietro delle donne con la grande complicità delle donne stesse. È così, non nascondiamocelo. Non di tutte, certo, ma di molte. E se fossimo un esercito, avremmo tra le nostre fila un po' troppi collaborazionisti.

Certi giorni mi sento accerchiata. Certi giorni le cose vengono avanti tutte assieme e allora è più facile verificare che quel sentimento di assedio non è una paturnia solo mia. Certi giorni le agenzie di stampa sputano fuori dati e statistiche, o le dichiarazioni di un politico particolarmente becero, o l'ultima di Ruini, o le intercettazioni d'un principe porcaccione, o l'ennesimo massacro in famiglia, e allora mi accorgo che tutto, in qualche modo, torna. Si ricombina. Ecco un segnale, mi dico. Ed ecco un altro segnale. E poi: ehi, ancora un altro segnale. Finché emerge la certezza che tutto si tiene. Un Ruini, a sorpresa, si incrocia perfettamente con la pubblicità osé, e allo stesso tempo si incastra come il pezzo di un puzzle sul guizzo maschilista, sulla battuta volgare. Tutto si tiene; è lo stesso disegno, tanti fiumi che vanno allo stesso mare: quello dell'ostentato disprezzo per la donna.

Va bene, a volte mi impunto su cose che sembrano assolutamente secondarie e che magari colpiscono solo me: una pubblicità particolarmente lasciva, un claim discriminatorio, il commento d'un vicino al ristorante quando appare la Turco al tg e lui, tutto unto e porroso col gambero mezzo succhiato ancora in pugno come un personaggio della Ghermandi, dice sarcastico: «Guardate quant'è bella! Una donna splendida...».

La stampa periodica costringe a un eterno interminabile slalom per evitare, ad averne l'accortezza, gli eccessi fascistelli d'un Pietrangdo Buttafuoco che non manca mai di apostrofare la Prestigiacomo con i bavosi e per nulla galanti «bedda» o «beddissima», da vero «galantuomo» del Sud (che palle!); oppure ecco le curve della nobil fanciulla signorina Ilaria Visconti di Modrone, gambe all'aria in un bel salotto, fotografata con tacchi a stiletto di dodici centimetri e autoreggenti nere a commento di una banalissima (anzi, alquanto loffia) intervista, che rappresenta la scusa per pubblicare qualche foto pornosoft.

Sfogliate, sfogliate, qualcosa resterà.

[…]

«Con la caduta del governo Prodi si chiude una fase, quella che abusivamente era stata chiamata Seconda Repubblica. C'era una crisi incombente, che ha attraversato tutti questi anni, anche durante la permanenza a Palazzo Chigi di Berlusconi. Qual è la differenza con il periodo che c'era prima, con la cosiddetta Prima Repubblica? Che allora ci si dimetteva per un avviso di garanzia, oggi non ci si dimette neanche dopo una condanna a cinque anni». Insomma, detto con nomi e cognomi, «meglio Leone di Cuffaro e Mastella». Stefano Rodotà non se la sente di minimizzare la situazione di crisi del Paese e denuncia la grave questione morale che rischia di rendere ancora più forte la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. «E' passata l'idea che se non c'è una questione penalmente rilevante, allora un politico può fare quello che vuole. Ma la politica non si misura solo con i reati. C'è una deontologia che si chiama responsabilità e che non viene rispettata. E' vero c'è una crisi dei valori, ma non di quelli indicati dal Vaticano. Ha preso piede l'idea dell'arricchimento facile, a tutti i costi. Diciamolo: si chiude una fase che ha portato con sé un forte degrado culturale e politico».

Davvero Leone meglio di Cuffaro?

La classe politica attuale ha perso di credibilità. Quando Leone si dimise, lo fece per molto meno di quello di cui sono accusati alcuni esponenti politici oggi. Non aveva fatto nulla di penalmente rilevante. Fu sacrificato dai suoi colleghi per tentare di recuperare un po' di credibilità nell'opinione pubblica. Questo ci riporta all'oggi. Se Mastella avesse detto: ritengo che ci sia una persecuzione giudiziaria nei mie confronti e per questo vi chiedo solidarietà, ma certi comportamenti non sono ammissibili dal punto di vista etico, sarebbe stato diverso. Invece ha fatto venire in mente Craxi quando disse: così fan tutti. Non si può ricostruire la fiducia dei cittadini nella classe dirigente, quando si vede e si sente come si scelgono i primari. E' un costume inaccettabile, anche se non è perseguibile dai giudici.

Ha fatto bene Mastella a dimettersi?

Chi viene preso con le mani nel sacco, dovrebbe andar via. Da diversi anni non è più così. Con due conseguenze. Che si spara addosso ai giudici, quando sono stati i politici a mettersi nelle loro mani. Se avessero fatto come negli altri paesi, dove la classe politica espelle dal proprio corpo coloro che sono percepiti come illegittimi dall'opinione pubblica, non sarebbe andata così. In secondo luogo è accaduto che alcune persone singole, prive di responsabilità, si sono prese un diritto, che non hanno, di vita e di morte su un governo voluto dai cittadini.

Per continuare con i paragoni, vengono in mente le parole di Berlinguer sulla questione morale.

Esiste eccome una questione morale. Quando Berlinguer pose il problema, intravedendo la deriva che stava per prendere la politica, molti non lo capirono. Dissero che proponeva una società triste. Oggi chi prova a sollevare la questione, viene tacciato di essere moralista. Prevale in molti l'idea che la politica è sangue e merda... La politica è avere una forte deontologia, un rispetto delle regole.

Tronti, su questa pagine, diceva: attenti però a cadere nella dicotomia che vede da una parte una politica corrotta e dall'altra una società virtuosa.

Sono d'accordo che non si debba cadere in questa contrapposizione, che - tra le altre obiezioni - è stata quella che ha determinato la fine del sistema dei partiti anche quando non era il caso. Il mito della società buona contrapposta a una politica cattiva è un abbaglio che porta a pensare che quando si va davanti ai cittadini tutto si risolve. C'è stato in questi anni un gioco di legittimazione reciproca. Gli stessi striscioni che si trovano allo stadio li troviamo anche in Parlamento.

Per uscire da questa crisi basta secondo lei una nuova legge elettorale di cui dovrebbe prendersi carico un eventuale governo istituzionale?

La mia posizione su questo tema è molto netta. Una legge non basta, ma eviterebbe i disastri che saranno certamente prodotti andando a votare con questa legge o con quella, pessima, che uscirebbe dal referendum. Di fronte a questa, "il porcellum" è meglio perché dà il premio di maggioranza a quella forza che davvero ha superato il 50 per cento di preferenze. Qualsiasi sia la nuova legge, deve tenere conto di come, il 25 e il 26 giugno del 2006, si sono espressi i cittadini. Hanno infatti respinto un sistema di tipo presidenziale. Dire che si propone il modello francese, come forma di governo, vuol dire che il 26 giugno abbiamo scherzato. Non si può esaltare il potere dei cittadini solo quando fa comodo.

La caduta del governo è legata fattivamente (per le pressioni di Bagnasco) simbolicamente (per l'egemonia esercitata dalla Chiesa sui temi etici e sui diritti civili) alle pressioni del Vaticano.

Mi limito ad osservare quello che hanno fatto molti. C'è una coincidenza tra le decisioni rapide prese da Mastella e tre episodi: il discorso del pontefice sull'amministrazione del Lazio, le polemiche per la sua presenza all'inaugurazione accademica della Sapienza, il discorso di Bagnasco. Davanti all'attacco della Chiesa, la politica ha mostrato una crescente debolezza. Il tema dei diritti civili è stato progressivamente abbandonato. E' stato ritenuto, con un realismo molto comodo, che siccome non c'erano i numeri era meglio non rischiare. Questo sia per le unioni civili che per il testamento biologico.

Un governo poco coraggioso. Anche per questo ha pagato un prezzo così alto?

Io posso o meno apprezzare l'ultimo discorso di Prodi al Senato. Però ha fatto una cosa importante. E' andato lì e ha detto: ognuno si prende la responsabilità delle proprie decisioni. Perché, allora, su unioni civili e testamento biologico non è stata fatta la stessa cosa? Perché non si è andati in aula a dire: vediamo ora chi vota contro? Si sarebbe perso in Parlamento, ma si sarebbe detto al Paese, a una grande parte dell'opinione pubblica: guardate ci siamo noi che abbiamo a cuore i diritti civili. Oggi è questo il grande tema. Vado spesso in giro, in occasioni pubbliche, per parlarne. C'è sempre una grande attenzione e passione. C'è anche una parte del mondo cattolico, che non fa parte delle gerarchie, con cui si possono costruire alleanze.

Anche la Sinistra non è stata in grado di fare politica su diritti civili e questioni cosiddette eticamente sensibili?

Ci sono mille emergenze, lo so benissimo. L'economia, i morti sul lavoro, la cancellazione, non solo fisica, degli operai. Sono grandissimi temi. Nessuno lo nega. Ma la Sinistra ha sempre fatto anche grandi battaglie di libertà, battaglie che oggi sono state messe in un angolo. Prodi aveva davanti un interlocutore - la Chiesa - molto determinato, ma ha risposto con debolezza. Questo pontificato ha infatti teorizzato il rafforzamento del suo ruolo in Italia, per partire alla riconquista del mondo. Può essere una vocazione pastorale legittima, ma si è tradotta in un protagonismo politico molto forte. Non si vuol chiudere la bocca a nessuno, ma esistono regole democratiche che devono essere rispettate.

Il governo dell'Unione ha completamente dimenticato la legge 40. Lei che è uno dei maggiori critici della normativa, come giudica il comportamento dell'esecutivo uscente?

Ultimo il Tar del Lazio ha bocciato le linee guida e ha rimandato la legge alla Consulta perché si esprima sulla sua costituzionalità. Non ci sono solo le procure sotto l'occhio del ciclone per il loro rapporto con la politica. Nel silenzio della politica, c'è una magistratura che è consapevole di dover usare i parametri costituzionali per valutare la misura dei diritti dei cittadini. Tutti discutono di valori. C'è chi scrive anche un manifesto. In molti si dimenticano che ci sono quelli garantiti dalla Carta, che festeggia i 60 anni, ma senza che ne cogliamo in pieno il valore politico e simbolico ancora vivo. Sulla legge 40, penso che doveva essere inserita nel programma dell'Unione. Non è stato fatto con la scusa che la maggioranza non era favorevole. Se nella politica si fosse ragionato sempre con i numeri, le minoranze non avrebbe potuto o dovuto fare nessuna battaglia.

Tronti dice: la Sinistra per tornare ad essere forte deve, non solo essere, ma sentirsi minoranza.

Rispondo con una battuta. Non mi piace quando si ostenta la vocazione maggioritaria, ma neanche quando si ostenta quella minoritaria. Se però riconoscersi come minoranza serve a ricreare la propria identità allora sono d'accordo.

Quale identità? E' questa la sfida più importante?

Sicuramente si deve fare i conti con una perdita di cultura. Se anche a Sinistra si continua a dire che i diritti civili sono un lusso, è difficile il cambiamento. Retribuzioni e lavoro questioni centrali? Chi lo mette in dubbio. Ma sono altrettanto importanti anche gli altri diritti, le libertà. Scindere i due piani è pericolosissimo. Lo hanno fatto le dittature. Anche il fascismo diceva al popolo: avete i treni, avete il lavoro, avete da magiare, ma di che cosa vi lamentate? Il prezzo era libertà. Libertà e diritti civili devono essere per la Sinistra valori non rinviabili a un secondo tempo.

Quanto una maggior presenza delle donne nello spazio pubblico e del pensiero femminista può aiutare il cambiamento?

Faccio un esempio. Quattro tra le più importanti sentenze sui temi della vita e delle libertà sono state fatte da donne. L'ordinanza della Cassazione sul caso di Eluana, che ha stabilito il diritto a non essere prigioniera del suo stato vegetativo; la sentenza di Roma sul caso Welby che ha detto che l'anestesista non è perseguibile; le sentenze di Cagliari e Firenze che, anticipando il Tar, hanno stabilito la possibilità della diagnosi preimpianto. Un caso? No. Perché queste sentenze mostrano la centralità dei temi espressi dal movimento delle donne: cioè l'attenzione al corpo, il senso del limite inteso anche come una non ingerenza del legislatore sulla vita delle persone. Tutte questioni oggi dirimenti.

La redazione di Carta ha deciso- forse per la prima volta - di assumere un atteggiamento comune, frutto della discussione tra di noi, sulla crisi di governo, i suoi esiti e le sue cause. Ci pare che quel che è accaduto dopo il voto sulla politica estera abbia un significato che va al di là degli aggiustamenti politici e parlamentari o nella composizione del governo. Accade cioè che la frattura tra sistema politico della rappresentanza (e dei partiti) e società reale si è ulteriormente allargata. Ovvero, quel che, nell'anno precedente e in quello successivo alle elezioni politiche, era stato messo tra parentesi dal desiderio del grande elettorato di centrosinistra di porre fine all'avventura berlusconiana, è oggi diventato molto più evidente.

Il fatto non è solo che le attese suscitate dalle primarie o dal programma dell'Unione, o dalla stessa partecipazione al governo della "sinistra radicale", sono state deluse. Si tratta, più in profondo, della sconnessione tra i movimenti sociali e cittadini che disegnano, con le loro lotte e le loro sperimentazioni, un altro genere di democrazia e di economia, e la cieca ostinazione con cui i politici dell'Unione rivendicano - nella quasi totalità - il loro potere di decidere nonché il dominio della "crescita" economica. I dodici punti che Prodi ha imposto ai partiti alleati come condizione per proseguire ne sono un riassunto molto efficace: accentramento della decisione addirittura in un uomo solo; "grandi opere" (la Tav, i rigassificatori, le "liberalizzazioni") come priorità assolute; rispetto cieco delle "alleanze internazionali" (la base di Vicenza, l'Afghanistan). Qualcuno di noi dice: è come se il governo, che aveva già azzerato la mediazione con le reti sociali, avesse eliminato il dialogo anche al proprio interno, costituendosi di fatto in consiglio d'amministrazione, in un organismo plasmato sul solo scopo di "fare ciò che va fatto".

Tutto questo non è frutto di "tradimento": è piuttosto l'effetto di quel che libri come quello di Paul Ginsborg (La democrazia che non c'è) o di Danilo Zolo (Da cittadini a sudditi: si veda l'intervista in pagina 21), solo per citare gli ultimi due sul tema, analizzano in modo difficilmente contestabile: è la crisi della democrazia rappresentativa a scala nazionale, i cui poteri si stanno dileguando a causa del predominio dei poteri del liberismo globale. Ciò che poi comporta applicazioni "locali". Perché la Tav in Val di Susa, i rigassificatori e le "liberalizzazioni" sono così importanti da comparire tra le dodici priorità del paese, mentre scompaiono il lavoro e i diritti civili? La risposta è che "grandi opere", energia (fossile) e privatizzazione dei servizi pubblici sono i "mercati" nei quali il grande capitale (italiano e non solo) sa di avere le maggiori opportunità di remunerazione. E questo, agli occhi dei governanti del centrosinistra, equivale a favorire la "crescita", a fermare il "declino" del paese. In sostanza, i politici sono gli agenti, i terminali - nelle istituzioni - di quei poteri economici.

Perciò la competizione politica, le "alternative" che i diversi schieramenti dovrebbero proporre, non sono in verità tali: ai cittadini, agli elettori, viene proposto solo il ruolo di "fan" di proposte politiche diventate - dice Zolo - campagne pubblicitarie.

Questo non significa che un governo Berlusconi o un governo Prodi siano la stessa cosa. Nel secondo caso, vi sono per i movimenti della società - come abbiamo potuto talvolta vedere in questi mesi, su vari temi - maggiori possibilità di influire, di ottenere compromessi. Con la destra al governo, lo abbiamo sperimentato tra il 2001 e il 2006, tutto sarebbe peggiore. La "sinistra radicale", ma anche altri settori o personalità dell'Unione, sono meno impermeabili, come la ribellione dei parlamentari veneti contro la base di Vicenza mostra. Ma quel che la crisi di governo dovrebbe suggerire, secondo noi, è che sempre più l'onere del cambiamento pesa sui movimenti sociali, sulla loro capacità di allargare consapevolezza e modi di azione ad intere comunità, come è accaduto in Val di Susa e a Vicenza e come con il tempo sta accadendo in molti altri luoghi. Dovrebbe quindi suggerire che al governo bisogna guardare con disincanto, non aspettandosi risposte definitive, né prendendolo come causa di tutti i mali.

Il punto di vista che cerchiamo di adottare, nel guardare alle vicende della politica, è quello dei valsusini e dei vicentini. I quali sono ovviamente furiosi con i loro "rappresentanti": in Val di Susa i tre partiti della "sinistra radicale" hanno ottenuto oltre il 40 per cento dei voti, alle politiche, perché promettevano un'opposizione ferma alla Tav: non li hanno avuti perché i cittadini fossero di colpo diventati "comunisti" o "verdi". Ma quelle comunità, così come non stanno difendendo il loro "cortile" bensì il grande cortile in cui tutti noi viviamo, raccontano a tutto il paese un altro possibile modo di vivere, ossia la possibilità di un'altra economia, di un'altra democrazia e di un'altra idea della pace. E il loro messaggio è arrivato già tanto lontano, da rendere l'azione del "consiglio d'amministrazione" molto difficile. Anche perché gran parte dei politici dell'Unione non vede, e se vede non capisce, quel che sta accadendo nella società. Perciò pensano che basti vincolare la "sinistra radicale" all'obbedienza ai comandi della "crescita" per poter procedere con basi, Tav, rigassificatori, ecc.

Si sbagliano, come i prossimi mesi dimostreranno.

Carta, n. 7, 24 febbraio 2007

La Res Publica di Vicenza

di Pierluigi Sullo

Questa non è una «lettera», per una volta, ma un suggerimento su come guardare al nostro paese dopo la manifestazione di Vicenza. Nel suo modo grezzo, Antonio Di Pietro riassume la sostanza del problema. Il ministro si è chiesto sulla Stampa: «Andare in pullman fino a Vicenza per contestare la Torino-Lione, cosa significa? Cosa c'entra l'allargamento della base Usa con la realizzazione di questa infrastruttura? Vorrei capire». Poi, siccome ognuno legge le cose per quel che è, si risponde: i valsusini sono agli ordini di «gente che cerca solo di costruirsi una carriera politica». La sostanza del problema è che i politici - con rarissime eccezioni - non capiscono cosa c'entrino i valsusini con i vicentini (e se fosse stato attento l'ex magistrato avrebbe visto nel corteo di Vicenza i veneziani contro il Mose, i calabresi e i siciliani contro il Ponte, ecc.). Di Pietro, come Prodi e Rutelli e Amato, come i media, non vedono, e se vedono non capiscono, quel che sta accadendo nel paese che starebbero governando o raccontando. Sono degli Ufo che invadono le nostre case con deliri televisivi in cui parlano di un mondo che esiste solo nelle loro credenze para-religiose, quelle per cui la «crescita» è un totem, le «alleanze internazionali» un tabù e la «politica» una zona rossa.

Questa gente è disposta a tutto per confermare se stessa. Può capitare che un ministro degli interni (Amato) e un vicepresidente del consiglio (Rutelli) si augurino - nella forma ipocrita del temerli – incidenti gravi a una manifestazione popolare. E che un ministro dell'economia, Padoa-Schioppa, dichiari tranquillo, poche ore dopo la fine di quella manifestazione, che la Tav si farà, subito dopo per altro che Prodi ha annunciato che il governo non si lascia influenzare dal suo elettorato (da chi, allora?). Lo stesso conflitto di Vicenza viene correntemente spiegato come una competizione tra «sinistra radicale» e «riformisti», in cui i cittadini sono ostaggi, battaglioni da spostare a comando.

Da almeno un anno prima delle elezioni politiche in molti - noi compresi - si sono dati da fare per deporre sui tavoli della politica quel che la società civile aveva capito, sperimentato ed elaborato su un mondo tanto cambiato da rendere lo «sviluppo» una sciagura (per il territorio, la nostra salute, il clima...) e la «democrazia» una finzione (grazie alla globalizzazione e ai suoi poteri sovranazionali). Il programma dell'Unione contiene perfino qualche traccia di questo tentativo. Ma già da subito il governo ha - con rarissime eccezioni - mostrato di non aver capito, o di rifiutare, i punti di vista della società civile. Per restare all'esempio della Tav, Di Pietro ha subito dichiarato che la Legge Obiettivo è «efficiente» e dunque va tenuta in vigore. Se avesse voluto capire, gli sarebbe bastato guardare alla manifestazione che si fece a Roma il 14 ottobre del 2006 - sostenuta nella sua modestia quasi solo da Carta - quando diecimila persone venute da tutto il paese dissero: non accettiamo più di essere violentati in nome dell'efficienza (falsa) nella costruzione di grandi opere (inutili, costose e vandaliche). Quella manifestazione fu l'annuncio di quel che sta accadendo ora con Vicenza, ma fu ignorata dai media e dai politici.

L’abisso che si è scavato tra «rappresentanti» e cittadini, tra governo e comunità locali, tra democrazia delegata e democrazia cittadina, è sempre più irrimediabile. Pure esistono, nel governo e nel parlamento, interlocutori, spiragli, possibilità di aprire conflitti. Ed esistono ovviamente la necessità e la possibilità di resistere, a Vicenza, in Val di Susa e in cento altri luoghi, essendo ormai chiaro che le intimidazioni, le violenze travestite da «ordine pubblico», il coro bugiardo dei media, i tentativi di divisione possono essere dispersi quando ad opporsi non sono «avanguardie», gruppi che a loro volta pretendono di agire in nome di altri, ma le comunità, i cittadini, le famiglie, le persone che amano i loro luoghi, ne hanno l'orgoglio e allo stesso tempo sono consapevoli di vivere in un mondo aperto, nel quale quel che succede qui viene da lontano e può produrre effetti a lunga distanza.

Forse bisogna concludere che tra la politica «di sopra» e quella «di sotto» non vi è solo un difetto di comunicazione, ma una differenza sostanziale. E che i prossimi anni saranno quelli della nascita di un nuovo genere di politica: comunità auto-governate si legheranno tra loro, scambieranno esperienze e solidarietà in Italia e non solo, getteranno le fondamenta di una Res Publica dei beni comuni a un tempo municipale e planetaria, guarderanno alla politica «nazionale» con un disincanto crescente, la useranno se sarà utile farlo, vi si opporranno quando sarà nociva, la ignoreranno per tutto il resto. Il germe di questa nuova democrazia ha camminato nelle strade di Vicenza, ha riconquistato Venaus nel dicembre del 2005, sta facendo le sue prove in molti altri luoghi.

Perciò, pur non essendo vicentini, ci siamo sentiti a casa, sabato 17 febbraio.

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