loader
menu
© 2026 Eddyburg

Nel nuovo saggio il sociologo approfondisce la tesi di una società globale esposta a minacce impossibili da arginare. D’ora in poi nulla di ciò che accade nel mondo è un evento soltanto locale. La situazione di ogni singola etnia ci riguarda e dobbiamo farcene carico. Da Conditio humana. Il rischio nell’età globale (Laterza, pp. 416, euro 18), anticipiamo parte di un capitolo

Viviamo in una società mondiale del rischio, non solo nel senso che tutto si trasforma in decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, o nel senso delle società della gestione del rischio, o in quello delle società del discorso sul rischio. Società del rischio significa, precisamente, una costellazione nella quale l’idea che guida la modernità, cioè l’idea della controllabilità degli effetti collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è diventata problematica; una costellazione nella quale il nuovo sapere serve a trasformare i rischi imprevedibili in rischi calcolabili, ma in questo modo a sua volta produce nuove imprevedibilità, ciò che costringe alla riflessione sui rischi. Attraverso questa "riflessività dell’incertezza" l’indeterminabilità del rischio nel presente diventa per la prima volta fondamentale per l’intera società, sicché dobbiamo ridefinire la nostra concezione della società e i nostri concetti sociologici.

Nello stesso tempo la società mondiale del rischio genera una "spinta cosmopolitica", ad esempio nel confronto storico con l’antico cosmopolitismo (Stoà), con lo jus cosmopoliticum dell’illuminismo (Kant) o con i crimini contro l’umanità (Hannah Arendt, Karl Jaspers): i rischi globali ci mettono a confronto con "l’altro", apparentemente escluso. Essi abbattono i confini nazionali e mescolano l’indigeno con l’estraneo.(...)

Entrambe le tendenze - la riflessività dell’incertezza e la spinta cosmopolitica - sono riconducibili a un meta-mutamento complessivo della "società" nel XXI secolo:

a) le messe in scena, le esperienze e i conflitti del rischio mondiale compenetrano e modificano i fondamenti della convivenza e dell’agire in tutti gli ambiti, a livello nazionale e a livello globale;

b) dal rischio mondiale si può evincere la nuova forma di rapporto con le questioni aperte, il modo in cui il futuro viene integrato nel presente, quali forme assumono le società ad opera dell’interiorizzazione del rischio, come si trasformano le istituzioni esistenti e quali modelli organizzativi finora sconosciuti si creano;

c) ora, da un lato, vengono in primo piano i grandi rischi (non voluti), come il mutamento climatico; dall’altro, l’anticipazione delle minacce di nuovo tipo provenienti dagli attacchi terroristici (voluti) crea una costante aspettativa pubblica;

d) si compie un mutamento culturale generale. Nasce un altro modo di intendere la natura e il suo rapporto con la società, ma anche di intendere noi e gli altri, la razionalità sociale, la libertà, la democrazia e la legittimazione - e perfino l’individuo. (...)

Il significato onnicomprensivo del rischio mondiale ha conseguenze molto rilevanti, poiché ad esso si lega un intero repertorio di nuove rappresentazioni, timori, paure, speranze, norme di comportamento e conflitti di fede. Queste paure hanno un effetto collaterale particolarmente fatale: le persone o i gruppi che diventano (o sono fatti diventare) "persone a rischio" o "gruppi a rischio" sono considerati come non-persone, i cui diritti fondamentali sono minacciati. Il rischio separa, esclude, stigmatizza. Si formano così nuovi confini della percezione e della comunicazione - ma nello stesso tempo vengono anche compiuti sforzi che travalicano i confini per risolvere problemi sottoposti per la prima volta a un’influenza pubblica. Di conseguenza, la messa in scena del rischio mondiale dà luogo a una produzione e costruzione sociale della realtà. Il rischio diventa così la causa e il medium della riconfigurazione della società. Ed è strettamente connesso alle nuove forme di classificazione, interpretazione e organizzazione della nostra vita quotidiana, al nuovo modo di mettere in scena e di organizzare, di vivere e di configurare la società in riferimento al presente del futuro.

* * *

Il salto dalla società del rischio alla società mondiale del rischio può essere chiarito richiamandosi a due testimoni: Max Weber e John Maynard Keynes, i classici della sociologia e dell’economia moderne. In Max Weber la logica del controllo vince nel confronto moderno con il rischio, e vince in modo così irreversibile che l’ottimismo culturale (Kulturoptimismus) e il pessimismo culturale (Kulturpessimismus) vengono riconosciuti come due lati della medesima dinamica. In forza del dispiegamento e della radicalizzazione dei princìpi basilari della modernità, e in particolare della radicalizzazione della razionalità scientifica ed economica, incombe un regime dispotico, come conseguenza, da un lato, dello sviluppo della democrazia moderna e, dall’altro, del trionfo del capitalismo orientato al profitto. Speranza e preoccupazione si condizionano a vicenda: dal momento che le incertezze e gli effetti collaterali imprevisti e non voluti prodotti dalla razionalità del rischio non cessano di essere affrontati "ottimisticamente" grazie a un incremento della razionalizzazione e della logica del mercato, la preoccupazione di Weber non riguardava - a differenza di Comte e Durkheim - la mancanza di ordine e integrazione sociale. Egli non temeva il "caos delle incertezze" (come Comte). Al contrario, egli vedeva e affermava che la sintesi tra scienza, burocrazia e capitalismo trasforma il Moderno in una sorta di "prigione". Questa minaccia non emerge come un fenomeno marginale, ma come conseguenza logica della razionalizzazione del rischio riuscita: se tutto va bene, sarà sempre peggio. La razionalità strumentale depoliticizza la politica e mina la libertà degli individui.

Allo stesso tempo, nel modello di Max Weber è contenuta un’idea che spiega perché il rischio diventa un fenomeno globale, anche se non spiega ancora perché esso dà luogo alla società mondiale del rischio. Secondo Weber la globalizzazione del rischio non è legata al colonialismo o all’imperialismo, cioè non è portata avanti con il fuoco e con la spada. Piuttosto, essa procede lungo la via della coazione non coatta dell’argomento migliore. La marcia trionfale della razionalizzazione si basa sulla promessa di beneficio del rischio e sulla delimitazione a sua volta razionale degli effetti collaterali, delle incertezze e dei pericoli ad esso collegati. È questa autoapplicazione del rischio al rischio, finalizzata al perfezionamento dell’autocontrollo, a globalizzare l’"universalismo". L’idea che proprio l’imprevisto, l’indesiderato, l’incalcolabile, l’inatteso, l’incerto, reso permanente dal rischio, possa diventare la fonte di possibilità e pericoli non anticipabili che mettono seriamente in questione l’idea-guida della razionalità del controllo nel modello weberiano è un’idea impensabile. Essa sta alla base della mia teoria della società mondiale del rischio. (...)

All’inizio del XXI secolo vediamo la società moderna con occhi diversi - e questa nascita di uno "sguardo cosmopolita" fa parte dell’inatteso, dal quale deriva una società mondiale del rischio ancora indeterminata. D’ora in poi nulla di ciò che accade è più un evento soltanto locale. Tutti i pericoli essenziali sono diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine della situazione dell’umanità. Il punto decisivo è che d’ora in poi il compito principale è la preoccupazione per il tutto. Non si tratta di un’opzione, ma della condizione. Nessuno lo ha mai previsto, voluto o scelto, ma è scaturito dalle decisioni, dalla somma delle loro conseguenze, ed è diventato conditio humana. Nessuno vi si può sottrarre. Si profila così un cambiamento della società, della politica e della storia che finora è rimasto incompreso e che già da qualche tempo indico con il concetto di "società mondiale del rischio". Quello che finora conosciamo è soltanto l’inizio.

Farinelli lo dice nel modo più sintetico possibile: se il mondo non è più una sfera o un paesaggio, non cè più tempo o distanza. Non sfera perchè funzionalmente discontinuo, disomogeneo, non più universo ma pluriverso: il villaggio complessivo, appunto. Niente distanza per via delle comunicazioni, della tecnologia elettronica, ricostruite sulle rovine della civiltà alfabetica. Dalla presenza dei tamburi tribali, alla geografia dei flussi, al tempo veramente reale se è di questa geografia, ad un minore, continuo attrito della distanza, se usciamo dal virtuale.

Un attrito che comunque lo determini non farebbe più paura nemmeno ad Icaro. E allora la geografia fisica che è in Kant diventa sistema.

Il tempo, potrebbe dire allora Borges, non è più un fiume che ci trascina, es la sustancia de que estoy hecho: la sostanza di cui sono fatto.

Già, siamo un sistema compiuto, un globale, che il tempo lo sostanzia.

E parlando di Scalfari, interprete e comunicatore, filosofo e intellettuale non possiamo che cominciare così. Un guardacaccia che diventa giardiniere, secondo una lettura di Bauman. Perchè lintellettuale non è mai indifferente agli stimoli della sua interiorità, non si accontenta che il mondo esista e che le cose accadano, vuole, cerca spiegazioni, ricerca certezze, in una pratica di sacerdozio laico, che coglie insicurezze e riproduzioni abitudinarie dellesistere e nel dipanarle capisce se stesso e le cose, con uno status, il suo, che lo integra separandolo. Lintellettuale che per questo diviene quasi autoconsapevolmente a collocarsi fuori dai ranghi chiusi, quasi ancora come entità a sè stante, che come orizzonte ha il fuori sè, il resto del mondo. E questo intellettuale va incontro al fuori da sè perchè filosofo, che dalla sua république des lettres porta sullenorme schermo della società, convinzioni condivisibili, stadi successivi di virtù, ipotesi e strumenti per questo trapianto di virtù, e perchè no, una volta, forse ogni tanto comportamenti e maniere cortesicAggiungiamo con De Tocqueville, la direzione delle intelligenze. Anche il gusto, le emozioni, le opacità: il tutto dello stato-nazione o stato-nazioni, nelle variegate sfaccettature: far fiorire i giardini e gli orti, spegnendo se del caso i boschi che bruciano, recingendone spazi e costruendo sicurezze virtuose, e poi prospettando modi di vita plausibili e compatibili. Ancora Bauman: guardia caccia e giardiniere. E il bello è che per questo, diciamo, ministero sacerdotale non servono crismi o unzioni, riti o trascendenze, misteri da inventare, nascondere, manipolare e ingigantire, per poi svelarli, ottenendone consensi di dipendenza religiosa, pressochè illimitata.

Asor Rosa ha parlato di fisiologia di un mestiere difficile: la notizia è merce spesso ben confezionata, troppo, forse, non del tutto fruibile dalle masse. E spesso incalza la desuetudine a descrivere fatti, ipotesi, idee, con semplicità: alcuni ci riescono. E con doviziosi argomenti Asor Rosa enumera anche i più giovani di allora (siamo agli inizi degli anni 80), da Cederna a Forcella , a Giovannino Russo, a Scalfari, subito dopo la generazione dei Cattani, Brancati, Monelli, Rossi, Flajano, e dopo ancora quella di Croce, Salvemini, Einaudi : generazioni che tutte assieme ad editori come Benetti, Olivetti, Caracciolo hanno fatto il paese della storia e dei vissuti. Leggendo Bateson possiamo cogliere questi flussi comunicativi molteplici, nella loro, diciamo non staticità, e ritrovarli poi in codici alla fine inventariabili come unificati. In una sorta di interdipendenza di livelli culturali comuni.

Per questo il giornale di Scalfari assumerà limpossibilità di fare in Italia un organo per le grandi masse come stimolo a creare uninformazione rivolta essenzialmente in crescita.

Per questo il ministero di Scalfari emerge svettante in un tutto laico, che è quello della politica quale dovrebbe essere. Quella politica che, dice il geografo Gunnar Olson, serve, dovrebbe servire, a rendere visibile linvisibile. La politica come anello tra antropologie e storie e culture che si immagazzinano negli scaffali del vissuto. Senza magie, dopo limbrunire soltanto la notte. E la luce, le ore, la sera, il buio, sono la stessa cosa, appartengono allo stesso ordine. Quando Heghel, nella borsa degli attrezzi della sua fenomenologia, ci racconta che seme, albero, fiore, frutto solo apparentemente si distinguono dialetticizzandosi, ma si ontologizzano in un insieme, fa in sostanza lo stesso discorso.

Chi negli anni ha seguito Scalfari, nei suoi percorsi, dai suoi romanzi di formazione, allintuizione dellespresso-elefante, alla prima battaglia laica della nascente repubblica su Roma: capitalecorrottanazioneinfetta, unItalia che sembrava gratificarsi del suo essere a sovranità limitata per il perdonismo leninista di Togliatti e per quella che poi sarebbe diventata la confusione concordataria; quando sosterrà le guerre di rossi ai padroni del vapore, quando immaginerà spazi possibili per una sinistra liberale, non opererà dal tetto di un sapere aristocratico, ma sarà sostanza di una coscienza civile, che dal suo impegno trarrà linfa, insufficiente solo per le paure reali della guerra fredda, con i danni per una democrazia in fieri che ci raccontava Pietro Scoppola, democrazia che avrebbe invece avuto bisogno di unetica luterana; dalla convinzione che il Fanfani del congresso di Napoli, avrebbe ridotto i poteri di un ceto di notabili, corrotti e corruttori, per un moderno partito quadri-massa, come nellaccezione di Duverger, salvo poi ad accorgersi che i giovani turchi, e non solo nella Sicilia Occidentale, avrebbero monopolizzato la trasformazioni mafiose (a Palermo e nel Val di Mazzara), e avrebbero ingigantito, industrie, finanze e corruzione di stato. Si pensi alliniziale rispetto per lintellettuale De Mita e la successiva terribile reprimenda per scelte di potere bancario non commendevole. E comunque Scalfari sarà presente con Moro, che autocostruisce la sua condanna a morte con lapertura ai comunisti e per primo con lui decifra, con estrema lucidità, larcano della terza fase. E ancora quando penserà che in qualche modo sarà utile e generoso "sporcarsi le mani per una candidatura socialista par porre argine allincontenibile potere d.c. E proprio a partire dalla Calabria, dove si erano sempre spente le illusioni rivoluzionarie sperimentate ab antiquo. E siamo a Repubblica, secondo quotidiano italiano, dalla metà degli anni 70, e poi a Repubblica on line e alla vorticosa presenza nellattualità culturale multimediale e regionale.

Il Libro, lultimo di un tenace interrogarsi, (Luomo che non credeva in Dio, Einaudi, Torino, 2008) vive e ricorda una vita. Un romanzo-diario, che non butta nulla, dove tutto si tiene. Le stagioni che si susseguono, i dolci anni 70, la giovinezza e il mondo plasmato dai fatti, il tempo che ci è stato dato da vivere, avrebbe detto Moro, i natali e Calvino, la Calabria dello zibibbo, Cartesio e Pascal: Dio, allinterno di una presenza dellindividuo in un mondo in cui tutto è dubitabile, tranne levidenza. Siamo ad un romanzo di figure, che si sovrappongono, che riappaiono con ruoli, dualità, e che si fanno immagine e metafora, in un immutabile senza aporie di continuità. Ed è perduta la possibilitè di trovare rifugio in Dio? Un Dio che soffre e che muore e che non è onnipotente, più che altro "in silenzio" . Allora cosa? Unindolore riconciliazione con perchè che non trovano risposta?

Per testualizzazioni che, dice Ricoeur, come se postulassero relazioni, appunto, tra il testo e il mondo. La testualizzazione genera senso, prima isolando un fatto o un evento e poi lo contestualizza nella realtà che lo ingloba. Ecco, ascoltare la crescita del grano, avrebbe potuto dire Lévi-Strauss. In ogni caso la capacità di produrre senso dipenderà dalla coerenza creativa e dalle ri-percorrenze consentite alla ri-creazione del lettore: l'immagine che è dopo l'oggetto. Una proiezione mentale che trasfigura, ri-crea in quella comunicazione iconica di cui parla il tuo Proietti, nella grammatica delle immagini. Allora scrittura, ma anche critica sovversiva: un viaggio, un modo di capire e di muoversi in un mondo eterogeneo, solo cartograficamente unificato: non insieme di flussi e di relazioni che connotano spazi aperti, ma con funzioni che si risolvono in struttura dinsieme. Dice Clifford: "Non è più possibile lasciare il proprio tetto fiduciosi di trovare qualcosa di radicalmente nuovo, un tempo e uno spazio altri. La differenza la si incontra nella più contigua prossimità, il familiare affiora agli estremi della terra". E il nuovo dis-orientamento, con nuove strutture interpretative, paesaggi, linguaggi. E non mi soffermo se non per cenni, su passaggi, appena detti, ma sempre originali e creativi: luscita dei comunisti dal ghetto, il tema La Malfa, come ispirazione coinvolgente, Berlinguer il crollo della I repubblica con la fine del Caf, l'esilio di Craxi, l'ibernazione di Andreotti, la fuga dei topi da imbarcazioni tenute insieme da ossimori, avari di idee e ricchi di logorroiche ipocrisie, il neo-lenismo, anche questa volta infantile e massimalista di Occhetto, linutile e troppo esibita malinconia di Martinazzoli. Infine lo sdoganamento fascista, il secessionismo leghista e lo scoppio dei mortaretti del populismo berlusconiano, tra tanti, troppi soldi, ma sprattutto nani, ballerine, veline, canzonette e talk show. Ma allItalia, a cavallo del millennio, è piaciuto così: meglio l'effimero che saprofitismi ambigui. Lo scarto tra ideali e costituzione materiale è stato alla fine poco sopportabile.

Eil passato che scrive la memoria, dice Scalfari, la vecchiaia invece è un lusso: je suis comme je suis.

E Dio Scalfari non lo aspetta sul prato della Favorita, in una sfilata degna della fantasia di Fellini, di innocenti prelati che rispondono, bel belli, vestendo magnificamente Prada, così, al grido di dolore e di rabbia di Agrigento del vecchio papa polacco, nè partecipando alla rutilante piedigrotta dellapertura della porta dellanno santo. La moralità non è un prodotto della razionalità, nè ci arriva dal cielo, e non cè bisogno di raccontarla a Dio, dice ancora Scalfari.

Le geo-grafie, quelle del senso comune, comunque si sono aperte sempre di più allascolto dei luoghi e alla ricerca di significanti non banali. Proprio perchè la complessità si è rivelata irriducibile.

Alla domanda chi è Dio, nel secondo capitolo dell'Ulisse, Stephen risponde: "un urlo sulla strada" ("a shout in the street"). E aveva appena detto che la storia, come manifestazione di un ordine ultimo, è "a nightmare from which I am trying to awake" ("un incubo da cui cerco di destarmi") .

Vale allora il principio della scrittura come recupero del dimenticato? In un altro spazio, quello della memoria leggera? Tanto, comunque, lo spirito soffia se, quando e dove vuole.

Non c’è molto da rallegrarsi della prima festa «democratica» organizzata dal Pd a Firenze. Questa manifestazione è subentrata alle tradizionali feste dell’Unità, che hanno sempre rappresentato momenti importanti per il Partito comunista italiano: i militanti prestavano la loro opera per assicurarne il successo, i simpatizzanti affluivano numerosi, i discorsi dei dirigenti venivano ascoltati con attenzione. Era un rituale politico grazie al quale i comunisti si ritrovavano tra loro proclamando la propria identità, davano prova di coesione, affermavano la loro forza e attingevano nuove energie. La prima festa del Pd avrebbe dovuto mobilitare gli iscritti, dare visibilità al partito e rilanciarne l’attività politica.

Ma in questo mese di settembre il Pd ha varie ferite aperte da curare dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile, e molte preoccupazioni per il suo futuro. Lungi dal mostrare l’unità del partito, la festa di Firenze ha esposto in piena luce le discordie tra i suoi dirigenti, venuti a saggiare la propria popolarità e a posizionarsi nella competizione interna. La piccola guerra tra i capi deprime gli elettori di sinistra e lascia indifferente la maggioranza degli italiani, i quali d’altra parte si rendono conto che la crisi di leadership del Pd ne cristallizza molte altre.

Innanzitutto, una crisi di strategia: l’opposizione contro il governo va fatta con intransigenza, o in maniera più morbida, in vista di un dialogo? E una crisi delle alleanze: con quali forze il Pd deve trovare un accordo? Con un alleato scomodo e intransigente come l’Italia dei valori? Con la sinistra radicale, che ha subito un tracollo ed è scomparsa dal parlamento? Con l’Udc, tuttora inaffidabile?

Una crisi d’identità e di progetto, contrassegnata dall’interrogativo posto fin dalla sua nascita: cos’è il Pd? Quali sono i suoi riferimenti, la sua cultura, il suo disegno?

Infine, una crisi organizzativa del partito: come strutturarlo e farlo vivere? Come assicurare un rinnovamento non solo degli iscritti, ma anche dei dirigenti?

In verità il Pd, nato dalla volontà di superare le frontiere classiche della sinistra, non è il solo a trovarsi in cattive acque. I problemi che sta affrontando sono gli stessi della sinistra europea nel suo insieme. In quest’inizio della stagione autunnale, la sua situazione è del tutto simile a quella del partito socialista francese, che si sta inabissando nella lotta tra i capi. Sulle questioni di fondo non vi sono divergenze insormontabili tra Ségolène Royal, Bertrand Delanoë, Martine Aubry e Pierre Moscovici, che però se le inventano, per controllare il partito e in vista delle prossime presidenziali. Allo stesso modo, il Pd e il Partito socialista mettono in scena contrasti sorprendenti. Da un lato, queste formazioni dispongono di un vero capitale elettorale: reti di simpatizzanti, grandi riserve di talenti e dirigenti locali e regionali di qualità; ma dall’altro si rivelano politicamente impotenti, con lacerazioni ai livelli più alti e l’incapacità di proporre un progetto attraente. E soprattutto, rimangono muti davanti a una domanda fondamentale che si pone oramai sia in Francia e in Italia che nel resto d’Europa: perché mai la destra ha la meglio nel momento stesso in cui tutto ? la crisi del capitalismo finanziario, l’esaurirsi delle ricette liberali, il deterioramento del potere d’acquisto, l’aggravarsi delle disuguaglianze d’ogni tipo, il radicato attaccamento al welfare degli italiani e dei francesi così come della grande maggioranza degli europei ? dovrebbe spingere gli elettori verso sinistra? La spiegazione va ricercata soprattutto nella capacità della destra di intercettare e sfruttare politicamente altre dinamiche di fondo delle nostre società: l’individualismo crescente, le paure reali o immaginarie suscitate dall’immigrazione e dall’insicurezza, le ansie per il futuro, la diffidenza nei confronti delle istituzioni politiche, gli interrogativi sul divenire dell’Europa, l’angoscia davanti alla globalizzazione, un forte bisogno di identificazione collettiva, la ricerca di valori e di senso. I discorsi politici più popolari e diffusi si nutrono delle argomentazioni della destra su questi temi.

Ecco perché il periodo attuale è di una gravità estrema per la sinistra, in particolare in Italia e in Francia; tanto più che si presenta con caratteristiche di lunga durata. In questi due Paesi, dal 1947 in poi la sinistra è stata per lo più minoritaria in termini elettorali, a causa di molteplici fattori che in parte sono comuni ai due Paesi: l’influenza del cattolicesimo (più accentuata in Italia, dato che la Francia ha una robusta tradizione laica), il retaggio della cultura rurale, l’importanza della proprietà privata, un forte anticomunismo nei due Paesi che hanno avuto i maggiori Partiti comunisti del mondo occidentale, l’incidenza dell’individualismo, ancorché concepito in maniera diversa da un Paese all’altro. Esistono però anche fattori specifici: in Italia, il peso e le strutture della famiglia, una frontiera in comune con un Paese comunista per quasi mezzo secolo, la forza di alcuni ceti, come i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani, il ruolo della Dc. In Francia, per molto tempo la figura di De Gaulle e le istituzioni della quinta Repubblica hanno tenuto la sinistra sulla difensiva.

Tutto ciò non significa affatto che la sinistra sia condannata a restare all’opposizione. Nulla, in politica, è ineluttabile. Alle attese degli elettori la sinistra ha già dato risposte adeguate per vincere. In Francia, ad esempio, negli anni ‘70 e ‘80 François Mitterrand ha saputo rifondare il Ps con una nuova dinamica, unendo a una programmazione economica contrassegnata da un arcaismo marxistizzante una serie di proposte sociali e culturali libertarie e «moderne», in un mix capace di sedurre sia il mondo operaio che quello dei dipendenti pubblici e del terziario.

Dal 1996, per uscire dal suo isolamento, la sinistra italiana si è alleata con una parte del centro. Questa formula ha consentito di battere Berlusconi a due riprese, ma si è rivelata fragile e inefficace per governare.

Oggi più che mai, il compito prioritario della sinistra è dunque quello di portare a buon fine i cantieri della sua rifondazione. E di analizzare, per comprendere infine la natura del radicamento profondo dei suoi avversari ? il sarkozysmo in Francia e il berlusconismo in Italia ? le complesse mutazioni della società, cogliendo le attese reali degli elettori per elaborare proposte chiare e ricostituire un corpus di valori mobilitanti.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Giorgio Napolitano prende posizione. E nelle sue funzioni di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quindi, nella sede più opportuna e nella forma più adeguata. E´ un intervento formale che, nei fatti, sostiene i dubbi e l´iniziativa ispettiva già annunciata da Clemente Mastella. Le parole del capo dello Stato sono più di un monito e poco meno che un´esplicita richiesta di un procedimento disciplinare contro il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo. Il tono scelto dal capo dello Stato è didattico e censorio. «Desidero rinnovare il richiamo a non inserire in atti processuali valutazioni e riferimenti non pertinenti e chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti».

Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni telefoniche tra Gianni Consorte (Unipol) e i ds D’Alema Fassino Latorre, il giudice di Milano utilizza in eccesso il potere che gli è assegnato dai codici, con uno "sviamento", uno "straripamento" delle prerogative che gli attribuisce la legge. Deve soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle "scalate" Antonveneta/Bnl/Rizzoli-Corriere della Sera le registrazioni di quei colloqui. Con «valutazioni eccedenti» e «riferimenti non pertinenti», il giudice indica esplicitamente e in sovrappiù – per Napolitano, abusivamente – una corresponsabilità nel delitto (aggiotaggio) dei parlamentari non ancora indagati. Scrive la Forleo: «A parere di questa autorità giudiziaria, sarà proprio il placet del Parlamento a rendere possibile la procedibilità penale nei confronti dei suoi membri i quali, all’evidenza, appaiono non passivi percettori di informazioni pur penalmente rilevanti, ma consapevoli complici di un disegno criminoso».

Se le parole hanno un senso – e non possono non averlo se dette dal presidente della Repubblica in un’occasione così rituale – l’ordinanza del giudice è, come dicono i tecnici, «abnorme» e costituisce il solo caso in cui un ministro di giustizia è legittimato a intervenire sul provvedimento di un giudice. Se i comportamenti saranno coerenti con le parole, si deve credere che siamo alla vigilia di un nuovo, robusto conflitto tra la politica e la magistratura. Il procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli chiede di acquisire le ordinanze. Mastella invierà a Milano gli ispettori mentre la Giunta per le autorizzazioni (decide dell’utilizzabilità dei colloqui) avrà molte difficoltà – dinanzi all’ipotizzato vulnus inflitto al potere legislativo con un’iniziativa anomala – ad accogliere la richiesta dei giudici di Milano (ammesso che avesse voglia di accoglierla).

Il putiferio è assicurato anche perché il giudizio di Napolitano non è condiviso da tutti gli addetti. Tra i quali, c’è chi autorevolmente difende le decisioni e le ordinanze di Clementina Forleo giudicandole, forse "border line", ma non illegittime o abusive. Doveva motivare, come le impone la legge, l’essenzialità per il processo di quelle registrazioni. Lo ha fatto forse con qualche parola storta, ma all’interno delle costrizioni procedurali, e schiacciata per di più dalla decisione del pubblico ministero di non iscrivere al registro degli indagati i parlamentari, nonostante quei colloqui li vedessero partecipi e collaboratori di un progetto che occultava e manipolava le notizie da offrire per legge ai mercati e ai risparmiatori. Ora si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi. Esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.

Quale che sia l’esito, appare burlesco soffocare l’intera storia che provoca l’inchiesta penale (le "scalate" del 2005) in una esclusiva questione tecnico-giuridica anche se rilevante perché interpella il sistema delle garanzie. In queste ore, si odono formule troppo confuse. La macchina giudiziaria farà la sua strada, ma l’affare – conviene ricordarlo agli smemorati – è anche politico. La manovra del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami imbarazzanti e obliqui – si vedrà con o senza rilievo penale – è debole. Ancora più fragile è la litania che con Prodi, D’Alema, Fassino, Violante, Finocchiaro ripete: è roba vecchia, già letta e digerita. Letta sì, ma digerita da chi?

E’ utile ricordare che cosa è accaduto per scongiurare il rischio che si finisca di parlare soltanto di codici. La scena ricostruita dalla magistratura e dalle testimonianze dei protagonisti (da Ricucci come da Fazio) – e rinforzata, al di là di ogni dubbio, dalle intercettazioni telefoniche – conferma che la politica non ha espresso soltanto «opinioni» nell’anno delle scalate ad Antonveneta, a Bnl, al Corriere della Sera, al gruppo Riffeser. E’ stata protagonista. Con l’ambizione esplicita e dichiarata (parole del senatore Nicola Latorre) di «cambiare il volto del potere italiano». I leader politici non si sono limitati ad attendere l’esito di una contesa di mercato. Sono intervenuti, con il peso del loro ruolo e responsabilità pubbliche, a vantaggio dei protégés. Berlusconi indica a Stefano Ricucci il partner industriale per l’assalto a via Solferino e scrutina i possibili mediatori. D’Alema consiglia a Consorte (Unipol) l’acquisto di pacchetti azionari mentre Fassino e Bersani (come ha riferito ai pubblici ministeri Antonio Fazio) incontrano il governatore della Banca d’Italia per «spingere» una fusione Unipol-Monte dei Paschi-Bnl. Quel che se ne ricava è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, per di più cercando di influenzare uno degli arbitri (il governatore). Chiunque comprende che non può essere questo il primato della politica. La politica legifera. Seleziona opzioni. Sceglie regole che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come sinistra sembrano, al contrario, non voler prendere atto che una politica che, nello stesso tempo, gioca, fa l’arbitro e legifera è una cattiva politica. Che scredita se stessa.

Già in occasione della pubblicazione delle testimonianze di Stefano Ricucci, si è avuta la sensazione che, quasi "a freddo", il ceto politico volesse resuscitare il conflitto tra il potere politico e l’ordine giudiziario, la contrapposizione tra ceto politico e informazione per aumentare il "rumore", sollevare polvere, star lontano dal nocciolo più autentico della questione. Da questo punto di vista, se non fosse esistita, Clementina Forleo l’avrebbe dovuta creare la politica. Ma con o senza la Forleo, non è agevole eliminare dal tavolo la questione politica. Quell’intrigo, che vede protagonisti intorno allo stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D’Alema e Gianni Letta con un poco nobile codazzo di banchieri, arbitri faziosi, avventurieri della finanza, astuti nouveaux entrepreneurs, racconta ancora oggi la distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi; la divaricazione tra gli accordi in corridoio e i contrasti in pubblico. Da due anni si attende una parola trasparente e critica su quel pasticcio, un’assunzione di responsabilità, un impegno pubblico. Chi può, in buona fede, giudicarla roba vecchia? E’ una questione attualissima, qualsiasi cosa decida di fare la magistratura.

Scomodo Antonio Cederna lo era sicuramente. Ma il titolo, appunto “Un italiano scomodo – Attualità e necessità di Antonio Cederna” (Bononia University Press 2007), non è il solo pregio del libro appena uscito, a dieci anni dalla sua morte. E benché, insieme a una significativa raccolta di suoi articoli, il volume contenga ricordi e giudizi firmati da colleghi e amici (a cominciare dalle due bravissime curatrici, Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala) non somiglia in alcun modo a un convenzionale tributo commemorativo. Ha invece la forza di una civile quanto adirata battaglia, che è in qualche modo il seguito di quella senza sosta né rispetti combattuta lungo tutta la vita da “Tonino”: denunciando, accusando, stigmatizzando, ma anche proponendo, insegnando, indicando le soluzioni più intelligenti per la difesa di un paese come il nostro, per natura arte e storia dal mondo intero riconosciuto di straordinaria bellezza e importanza culturale.

Basta qualche titolo dei suoi scritti, a dire che sempre si tratta di fatti, materie, dibattiti, ancora oggi, anzi più che mai, attuali e brucianti. “I gangsters dell’Appia”: poteva Cederna sospettare il livello di degrado cui la celebre e da lui amatissima via sarebbe giunta?. “Difendo La Regina contro il sacco di Roma”: come chiamerebbe ciò che in fatto di edilizia e di urbanistica sta accadendo oggi nella capitale?. “La rinascita di Venezia”: chissà come parlerebbe della Venezia dei nostri giorni, intasata e stravolta dal turismo di massa? e il Mose, saprebbe certo gratificarlo di una delle sue fantasiose quanto corrosive definizioni. “Comacchio: le mani sulle valli“: forse oggi, a vedere jl Po ridotto a un rigagnolo che addirittura rischia di scomparire, come accade a tutti i più grandi fiumi del mondo, parlerebbe anche di “mani sul Pianeta”?. “Coscienza urbanistica,” suggeriva; “Unica soluzione la pianificazione,” incitava; “Conservatore moderno”, definiva il corretto operatore urbanistico in una realtà culturale e storica così particolare come la nostra, che appunto di conservazione soprattutto avrebbe necessità, coniugata però con l’equilibrio che non ignora le esigenze di una società in trasformazione.

Oggi sono appunto quelli che – amici, allievi, collaboratori, estimatori – hanno combattuto con lui e che in suo nome continuano a combattere, a prendere la parola in questo libro-ricordo. Vezio De Lucia, Italo Insolera, Edoardo Salzano, Adriano La Regina, Pier Luigi Cervellati, Francesco Erbani, Vittorio Emiliani, per citare solo qualche nome, illustrano e vituperano quanto è accaduto in questi “dieci anni senza Antonio Cederna”. Anni di brutale speculazione edilizia, di centri storici soffocati dall’incombere del “moderno”, di totale assenza di progettualità urbanistica appena sensata, periferie in dilatazione inarrestabile, dissennato consumo di territorio, cementificazione da nessuno seriamente combattuta, tra rapacità imprenditoriale, distrazione – a dir poco – dell’autorità preposta alla materia, condoni a pioggia e generale affannata quanto incontrastata rincorsa della “crescita”, in che modo conseguito non importa.

Ma accanto alla denuncia delle malefatte dell’Italia contro se stessa, c’è anche nel libro (ed è un altro dei suoi pregi) il personaggio Cederna. Il coraggio dell’archeologo che si fa giornalista (con Il Mondo, Il Corriere della Sera, La Repubblica), che collabora strettamente con “Italia Nostra” e ne sostiene le tante coraggiose iniziative (come racconta Desideria Pasolini dall’Onda, a lungo bravissima presidente dell’associazione), che accetta anche di entrare nelle istituzioni e vivere una breve stagione parlamentare, “per attaccare da dentro”, come diceva, sempre inseguendo il ruolo più utile alla sua crociata. E insieme anche l’umoralità, la brusca resistenza ai salotti inutili, il fermo “no” a lungo opposto all’invito a collaborare al Corriere, che solo Giulia Maria Mozzoni Crespi riuscì a smontare, come lei stessa ricorda.

Il libro è già stato presentato pubblicamente in diverse città. Sempre di fronte ad affollate platee, con dibattito assai partecipato, e non soltanto di “addetti ai lavori”. L’interesse per la difesa del “bel paese” esiste insomma. Nel suscitarlo Antonio Cederna ha avuto sicuramente un ruolo di primo piano. A tenerlo vivo certo contribuiscono anche libri come questo.

Le città, ed in particolare le metropoli, sono come pattumiere in cui i problemi della globalizzazione vengono gettati. Sono anche laboratori in cui l´arte di vivere con questi problemi (pur non risolvendoli) è sperimentata, messa alla prova e (speriamo) sviluppata. Mi concentrerò su un aspetto del processo di globalizzazione: e cioè, il mutamento di alcuni aspetti della migrazione globale.

Si possono individuare tre distinte fasi migratorie nell´epoca moderna. Quella attuale, la terza, tuttora in pieno vigore e slancio, ci porta nell´era delle diaspore: un arcipelago planetario di insediamenti etnici/religiosi/linguistici ha indotto una logica della redistribuzione planetaria delle risorse umane. Le diaspore sono disseminate, diffuse, si estendono in molti territori sovrani, ignorano le rivendicazioni territoriali per la supremazia di richieste e doveri locali, sono schiacciate dal doppio (o multiplo) legame della "doppia (o multipla) nazionalità" e doppia (o multipla) lealtà.

La nuova migrazione pone un punto interrogativo al legame tra identità e cittadinanza, individuo e luogo, vicinato e appartenenza. I confini del proprio "quartiere" sono porosi, è difficile identificare chi vi appartiene e chi è un estraneo. Che cos'è ciò a cui apparteniamo in questa località? Che cos´è ciò che ognuno di noi chiama casa e, quando ricordiamo e ripensiamo a come siamo arrivati qua, quali storie condividiamo? Vivere come noi in una diaspora tra diaspore ha imposto alla nostra attenzione il tema della "convivenza con la diversità". È probabile che avvenga solo una volta che tale differenza non sia più percepita puramente come una "irritazione temporanea", e così, diversamente dal passato, urgentemente bisognosa di interventi specifici, insegnamento e apprendimento. L'idea dei "diritti umani", si traduce oggi nel "diritto a essere diverso".

Un po' alla volta, questa nuova interpretazione dell'idea dei diritti umani, tutt'al più, semina tolleranza; deve cominciare seriamente fin d´ora a seminare solidarietà. La nuova interpretazione dell´idea di diritti umani scardina le gerarchie e distrugge l'immagine di una "evoluzione culturale" verso l'alto (progressiva). Forme di vita galleggiano, si incontrano, scontrano, precipitano, si aggrappano l´una all´altra, si fondono, si separano (per parafrasare George Simmel) con uguale gravità specifica. Le fisse e monolitiche gerarchie e le linee evolutive sono state sostituite da interminabili lotte per il riconoscimento, endemicamente inconcludenti; o al massimo da scale gerarchiche rinegoziabili.

Potremmo dire che la cultura è nella sua fase liquido-moderna, fatta a misura della libertà di scelta individuale. E dovrebbe sostenere tale libertà; assicurarsi che la scelta sia inevitabile: una necessità vitale e un dovere. La cultura contemporanea si basa su offerte, non norme. Come già notato da Pierre Bourdieu, la cultura vive secondo la seduzione, e non regole normative; secondo relazioni pubbliche, e non mantenimento dell'ordine; creando nuovi bisogni/desideri/volontà, non coercizione. Questa nostra società e una società di consumatori, e proprio come il resto del mondo è vissuto da consumatori, la cultura si trasforma in un magazzino di prodotti pensati per il consumo – in cui ognuno di essi compete per catturare l´attenzione di potenziali consumatori nella speranza di attirarli e trattenerli per un attimo. Abbandonare i rigidi standard, assecondare la mancanza di discriminazione, servire tutti i gusti non privilegiandone alcuno, incoraggiare la discontinuità e la "flessibilità" e romanticizzare l'instabilità e l'inconsistenza, è questa la "giusta" strategia da perseguire.

L'attuale fase di progressiva trasformazione dell'idea di cultura dalla sua originaria forma ispirata all'Illuminismo verso la sua reincarnazione liquido-moderna è stimolata e gestita dalle stesse forze che promuovono l'emancipazione dei mercati dagli impedimenti di natura non-economica – cioè da quei legami sociali, politici ed etici. Perseguendo la propria emancipazione, l'economia, focalizzata sul consumatore liquido-moderno, fa affidamento sulle offerte in eccesso, sul loro invecchiamento accelerato, e sul rapido declino del loro potere seduttivo – cose che, tra l'altro, la rendono un´economia di dissipazione e spreco. Dal momento che non è dato sapere in anticipo quali offerte si riveleranno sufficientemente attraenti da stimolare il desiderio consumistico, l'unica soluzione è quella di costosi tentativi.

La cultura sta diventando ora come uno di quei reparti del tipo "tutto ciò che ti serve e che puoi sognare" dei grandi magazzini in cui il mondo abitato da consumatori si è trasformato. Come in altri reparti di quel magazzino, le mensole strapiene sono rifornite giornalmente di merci, mentre i banchi sono addobbati con le ultime offerte commerciali destinate a scomparire immediatamente, assieme alle attrazioni che pubblicizzano. Le merci e le pubblicità allo stesso modo sono pensate per accrescere i desideri e stimolare le volontà (come George Steiner ha notoriamente descritto – "per un massimo impatto e un immediato invecchiamento"). I commercianti e i copywrighter contano sul connubio tra il potere seduttivo delle offerte e la radicata "arte di primeggiare", il desiderio di "ricavarsi uno spazio" proprio dei potenziali consumatori. La cultura liquido-moderna, differentemente dalla cultura dell´epoca del nation-building, non ha persone da acculturare. Ha invece clienti da sedurre. E, diversamente dai suoi predecessori "solidi moderni", non vuole più lasciare che le cose si risolvano da sole, il suo compito oggi è rendere permanente la sua sopravvivenza – rendendo temporali tutti gli aspetti della vita dei suoi precedenti protetti, ora rinati come clienti.

(Traduzione di Silvia Sai, testo elaborato in occasione del primo Festival delle Culture "Uguali-Diversi" a Luzzara e Novellara dal 12 al 14 settembre)

Faccetta nera, bell’abissina

Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.

Quando saremo vicino a te

Ti porteremo il nostro duce e il nostro re!

Comincio così, e non sembri che il tono sia leggero. Provo a utilizzare pezzi da letture e riflessioni che non sono quelle che di solito richiamiamo su questi temi. Possono forse servire. In questo scritto voglio che le vicende italiane ci siano ben presenti perché, allargando lo sguardo a quel che avviene su queste questioni a livello europeo e internazionale, finisce che di noi non ci occupiamo abbastanza. Pensiamoci per un momento a quello che si voleva affermare con questo ritornello patetico: la superiorità, e anche la bonomia, di noi italiani (fascisti) nell’impresa coloniale; e che avessero pazienza, avremmo portato loro questi straordinari regali, il nostro duce e il nostro re.

Nel luglio 1938 - dunque, settant’anni fa- esce il “Manifesto della razza” stilato da intellettuali e studiosi di varia appartenenza. Dieci punti, ma mi fermo ai primi tre.

1. Le razze umane esistono.

La esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per i caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che che esistono razze superiori o inferiori ma che esistono razze umane differenti.

2. Esiste ormai una pura “razza italiana”

Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

3. E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.

Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti d razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo (…) vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

Qualche altro dato, perché queste informazioni mancano a quasi tutti noi.

Nei mesi successivi alla pubblicazione del “Manifesto” si hanno prese di posizione di intellettuali vari e di docenti universitari: limitati i dissensi.

Tra l’estate e l’autunno il governo Mussolini vara le “leggi razziali”, cominciando con i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” firmati dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre 1938. Nei mesi successivi vengono promulgate norme che escludono i bambini ebrei dalle scuole, impediscono agli ebrei l’esercizio di qualsiasi professione e di possedere beni.

Si entra in una fase in cui molti (di noi, italiani), sono stati coinvolti: racconti e documenti ci confermano insulti e pratiche discriminatorie contro gli ebrei, e le denunce, e tanti che assistono alle retate e alle deportazioni o hanno un ruolo attivo nell’organizzarle. Poi quelli che si impossessano dei beni lasciati incustoditi. E peggio, per anni e anni.

Dalla scelta di parole (e allusioni, metafore, stereotipi) all’elaborare e comunicare ideologie, a legiferare; e dalle ideologie e le politiche, alle pratiche: diffuse, considerate ovvie, comunque tollerate. Le persecuzioni, le violenze, lo sterminio.

Così procede il razzismo. In molti casi segue il silenzio; o la negazione. O la ricostruzione di una memoria selettiva e distorta. Dimenticare, minimizzare.

Un documento dell’Unione Europea pubblicato nel 2007 (Report of Racism and Xenophobia in the Member Countries), fa il punto sulla disponibilità di dati, sulle iniziative nei diversi contesti nazionali, su “buone pratiche”in questo ambito. L’Italia risulta assente per quasi tutte le voci rilevate a livello europeo. Ma la questione ovviamente non riguarda noi soltanto.

Torna la parola razzismo

A me va bene che questa parola ritorni.

Diventata negli ultimi anni desueta, quasi impropria, ritorna, in scritti e convegni, sui giornali e in televisione, e anche nel nostro linguaggio quotidiano. Era stata, come dire, messa da parte, semmai sostituita da altre: paura, insicurezza. Certo molti (osservatori del mondo in cui viviamo, studiosi, e soprattutto quelli che continuano ad avere esperienza diretta di ciò che questa espressione significa) erano pienamente consapevoli di ciò che il termine evoca (tragedie della storia passata e condizioni e processi del presente). Ma parlarne sembrava una cosa ripetitiva, fuori del tempo. E’ stato comunque inutile anche provarci.

Oggi siamo sollecitati a interrogarci di nuovo sul razzismo (e su perché il razzismo, i razzismi, permangono nel tempo, ci siano fasi come di “latenza”, e poi riemergono). E che cosa questo possa significare - la latenza, il permanere sotterraneo, il riemergere in determinati momenti - chiediamocelo in modo non banale, senza frettolose semplificazioni.

Innanzitutto, dicendo razzismo è di noi che si tratta: di ciascuno di noi di fronte alle responsabilità del vivere, alla consapevolezza, e al coraggio. Ricordiamola questa frase di Bertold Brecht:

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno per protestare…

L’attenzione va rivolta a noi, noi italiani, europei (non soltanto, naturalmente). Da diversi anni al centro delle analisi e del dibattito sono loro, gli immigrati, gli stranieri, gli altri. Come se non si trattasse di guardare allo scenario complessivo, e a noi come i soggetti principali dei processi che riguardano, è ovvio, sia noi che loro.

Riprenderla, questa parola, è - più che utile - necessario. Noi, appunto. Oggi. Si era creduto, nei decenni scorsi, che le esperienze terribili del razzismo che ha segnato l’Europa ci avessero insegnato, impegnato anzi, a non riviverle.

MAI PIU’, si era detto.

Che la parola razzismo ritorni oggi ci costringe a soffermarci sulle circostanze del sotterraneo perdurare di questa componente della società e sul fatto che, nel riemergere a cui stiamo assistendo, ne è venuta alla luce una diffusa accettazione e condivisione. Ritorna, permane, è condiviso: dunque chiediamoci se il mai più sia possibile dirlo.

Recurring racisms è una formulazione che ho incontrato di recente.

Forse dovremmo affrontarlo, questo tema, con la stessa impietosa lucidità con cui James Hillman ha analizzato il permanere, nella storia dell’umanità, del “terribile amore per la guerra”.

Qui la rivista online Sbilanciamoci

Mentre si esaltano i combattenti di Salò, si torna a fare il tiro al bersaglio contro il '68. Addirittura presentandolo come ideologia del «nullismo», accanto alle altre ideologie scadute quali fascismo, comunismo, socialismo e «mercatismo» (Tremonti). Non penso che se ne debba fare l'apologia, ma l'immagine del Sessantotto che traspare da molti interventi e che viene trasmessa alle nuove generazioni comporta dei rischi per tutti: vecchie e nuove generazioni.

Perché mai, ci si dovrebbe chiedere, quarant'anni fa il mondo accademico non è stato in grado di prevedere né di contenere l'ondata della contestazione studentesca, nonostante che i segnali per aspettarsela ci fossero tutti: da Berkley a Pechino, da Amsterdam a Berlino, da Praga a Tokyo? E perché il mondo politico e governativo non era stato capace di affrontare in modo sensato l'esplosione dei movimenti di massa degli anni seguenti? E il mondo imprenditoriale l'insorgenza operaia nelle sue fabbriche? Per ottusità . Non per ottusità individuale (il quoziente intellettivo era nella media), ma per una forma di «ottusità sociale» che rimanda alla temperie culturale di quegli anni: alle cose che ciascuno riteneva importanti e a quelle che riteneva irrilevanti. Una gerarchia di priorità che il Sessantotto avrebbe sovvertito alle radici. A quarant'anni di distanza la comprensione del Sessantotto da parte degli uomini e delle donne al potere sembra non aver fatto passi avanti. Di qui l'interpretazione dei disastri in cui siamo immersi come se fossero il frutto del Sessantotto; e non, invece, dell'incapacità delle classi dirigenti, allora, di rapportarsi con esso e, in seguito, del suo soffocamento: in Italia particolarmente pesante perché costellato da stragi di Stato (non una, ma almeno dieci) e dal terrorismo: entrambi stupidamente assimilati ai movimenti di massa dell'epoca. Come se l'esercito sconfitto fosse responsabile dei saccheggi perpetrati dal conquistatore; o le guardie dei furti del ladro che non hanno saputo arrestare.

Mondi paralleli

Il Sessantotto ritorna così sul banco degli imputati ad opera, in realtà, di coloro che più se ne sono avvantaggiati: individui e gruppi che mai avrebbero raggiunto le posizioni che hanno oggi, né potuto attivare gli strumenti del potere che hanno fatto la loro fortuna, né sentenziare nel modo spregiudicato che hanno adottato, né ostentare comportamenti che non hanno più bisogno di nascondere, se allora un intero mondo non fosse crollato, sgombrando la strada al loro successo. Invece, disconoscendo questo incontrovertibile dato, la proposta politica che ci presentano è di fare come se il Sessantotto non ci fosse stato. Di ricominciare da «prima del Sessantotto». E ricominciare naturalmente (come allora), dalla scuola. Lo ha fatto sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia: con una descrizione dello stato delle cose (la «perdita di senso della scuola italiana») tanto corretta quanto scontata; per passare subito alla sua ricetta per «uscirne fuori»: ritrovare un collante culturale nella storia e nella letteratura italiane quali vettori di una ritrovata identità nazionale: quella che il Sessantotto ha cancellato.

Una proposta che equivale al rifiuto di confrontarsi con il presente; poco importa che Galli la integri chiedendo maggiore spazio alla matematica per affrontare il futuro: la matematica, senza una griglia di interpretazione del presente, non è di aiuto per nessuno.

Viviamo in un'epoca di globalizzazione, di «connettività» a tutto campo, di migrazioni che trasformano il nostro habitat - che lo vogliamo o no - in un ambiente multiculturale, di crisi ambientale planetaria, di guerre locali permanenti (altro che il Vietnam: un evento singolo che era bastato a cambiare la vita a un'intera generazione), di manipolazioni incontrollata delle basi biologiche delle nostre esistenze, di modifica permanente dello statuto degli affetti e dei sentimenti. Una scuola che non guidi a confrontarsi con questi problemi è condannata alla marginalità e all'irrilevanza. Cioè a quella perdita di senso che Galli della Loggia imputa al Sessantotto e che il Sessantotto aveva invece cercato - senza riuscirci, o riuscendoci malamente, e per troppo poco tempo - di superare. Non che tutto ciò elimini l'importanza degli snodi della storia e della letteratura italiane, come di quelle greche, romane o ebraiche (le nostre famose «radici»!), per comprendere e interpretare il mondo d'oggi. Ed è altrettanto vero che la letteratura zulù - se esiste - non ha prodotto un Tolstoj (e neanche un Dante), come aveva fatto notare a suo tempo Saul Bellow; per cui sarebbe certo sbagliato «mettere tutto sullo stesso piano». Ma rinchiudere il problema dell'educazione - che non è solo «scuola» in senso stretto, ma anche e soprattutto formazione permanente - nei confini di una identità nazionale da ritrovare è una nuova manifestazione di quell'ottusità sociale nei confronti del presente che aveva impedito all'establishment del tempo (e impedisce ancora a quello di oggi) di fare i conti con il Sessantotto.

In nome del Pil

Rispondendo a Galli il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti ha proposto addirittura di abolire il numero 1968 (per scaramanzia; come sugli aerei dell'Alitalia e/o Cai è abolita la fila 17, perché nessuno vuole sedersi lì) e rivalutare invece i numeri 10, 9, 8, 7, 6, ecc. Cioè voti al posto di giudizi (ottimo, buono, discreto, insufficiente): il che, come ha fatto notare Tito Boeri su lavoce.info non cambia proprio niente. Ciò a cui Tremonti voleva forse alludere è l'eliminazione di tutte quelle scartoffie che gli insegnanti sono costretti a compilare invece di aggiornarsi e di preparare le lezioni. Ma questo, con il Sessantotto, che cosa c'entra? Sono stati forse i cortei, le assemblee e i gruppi di studio del Sessantotto a introdurre quelle scartoffie?

C'è qualcosa di ottuso in questo culto dei numeri di Tremonti, che non ha niente a che fare con il culto della matematica di Galli. È quella stessa ottusità sociale che spinge il ministro Renato Brunetta (un altro nemico del '68) a misurare la produttività della Pubblica amministrazione con le ore di presenza degli impiegati dietro le scrivanie. Ottusità tanto maggiore perché entrambi, come tutti gli economisti, sommano poi salari e stipendi erogati (risparmiandoci, bontà loro, bustarelle e tangenti) per calcolare il «valore aggiunto» della Pubblica Amministrazione: cioè il suo contributo al Pil, indicatore supremo di successo o di insuccesso di una politica («Crescita! Crescita! Crescita!»). Ben prima di Serge Latouche (il teorico della «decrescita»), era stato il '68, e prima ancora Robert Kennedy, a sostenere che le cose non stanno così: perché la «produttività» di una persona, cioè il suo contributo al bene comune , va misurata in modi - certo più complessi e aleatori, perché più «mirati» su contesti specifici e circoscritti - capaci di promuovere la responsabilità di tutti (a partire da chi ha ruoli dirigenti): non solo per quanto (quante pratiche, e per quante ore?) e per come (magari eliminando i passaggi inutili) si fa un determinato lavoro; ma anche per quello che si fa: entrando cioè nel merito degli obiettivi che si perseguono con quel lavoro. Il che non si può fare in ordine sparso, ciascuno per conto proprio, ma solo in modo collettivo : attraverso una consultazione reciproca di chi è coinvolto: se si vuole, quelli che oggi si chiamano stakeholder.

Educazione catodica

Infine, sempre sul Corriere della Sera , ecco in sette parole la ricetta del ministro Mariastella Gelmini: «Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito». Caduto ogni riferimento alle «Tre I» (inglese, informatica e impresa) della precedente «riforma della scuola», sponsorizzata dal suo principale, e mai realizzata e nemmeno tentata. Era solo una trovata, come lo è questa: per nascondere il vuoto di proposta e soprattutto di finanziamenti. Ma, prescindendo dall'autorevolezza (che ha poco a che fare con le strade che hanno portato il ministro Gelmini al governo del paese, o anche solo a diventare avvocato), se autorità e gerarchia si combinano bene in un manifesto anti-'68 (ma in epoca di «organigrammi piatti» persino nelle aziende, la cosa suona un po' retrò ), la fatica non sempre è merito (è più spesso una condanna senza contropartite) e, quanto al rapporto tra insegnamento e studio, rimane aperto il quesito di che cosa insegnare e che cosa studiare perché queste due attività non girino a vuoto. Problema non secondario.

Quello che il ministro Gelmini comunque non può spiegare è con quali strumenti - con quale «temperie culturale» intenda imporre nelle scuole il ritorno ai valori che propone. Forse con la cultura che da oltre trent'anni il suo principale diffonde in Italia con le televisioni (sia quelle sue che quelle non sue): pubblicità, reality show , calcio e fiction edificante (Tette, Totti e Padre Pio)? E da dove hanno imparato il bullismo gli studenti? Glielo ha insegnato il Sessantotto o il mondo attuale dagli adulti che ne è pervaso fin dentro le «istituzioni»? E chi lo ha insegnato e lo insegna a entrambi, grandi e piccini? Non è forse quel sistema di «educazione permanente televisiva» che ha messo da tempo al palo - niente di più facile, d'altronde: sono più le ore passate davanti al televisore che quelle sui banchi di scuola - quei «contenuti» incentrati su storia e letteratura nazionali che Galli della Loggia propone di reintrodurre a scuola per restituirle «senso»? Senza essersi accorto, peraltro, che sono proprio quelle le cose che si continua a cercare di insegnare nelle nostre scuole; con sempre minor successo. Perché sempre meno gli insegnati, e soprattutto l'istituzione, sono messi in grado di misurarsi con i problemi che la condizione esistenziale delle nuove generazioni pone loro di fronte.

Pensate al mondo in cui viviamo come a un viaggio aereo. Quel che dovete considerare è che la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta non l´ha mai fatto e mai lo farà. A terra, a guardare i passeggeri che s´imbarcano. Tra quelli che volano i più (siete probabilmente tra quelli) hanno un biglietto di economy. Viaggerete, ma non troppo comodi. Vi capiterà, all´imbarco, di vedere altri passeggeri che non fanno la fila, arrivano riposati da comode lounge, scompaiono attraverso porte riservate.

Una tendina che le hostess premurosamente tireranno vi impedirà di vedere i privilegi di cui costoro (con un biglietto di business o first class pagato da chi li ingaggia) godranno. Qualche volta uno spiraglio vi concederà di ammirare, rosicando estasiati, poltrone che diventano letti, coperte di cachemere e schermi video personali con decine di film tra cui scegliere. Penserete di aver visto tutto, la punta dell´iceberg, il paradiso. Sbaglierete. Perché, come avrebbero dovuto mettervi nella testa a lezione di catechismo, il paradiso è qualcosa che non potete immaginare. Perché ci sono quelli che volano e non incrocerete mai. Non decollano e atterrano dai vostri comuni aeroporti. Non hanno un biglietto, hanno un aereo. Un "aereo verde". Li chiamano così perché questo è il colore che hanno tutti quanti prima di essere ripitturati con le tinte e le insegne dell´acquirente. Sono i Gulfstream che dagli hangar della casa madre in Georgia vengono spediti in aeroporti privati. A disposizione di chi? Dell´Elite. Della Superclasse. Dell´1% che possiede il 40% delle ricchezze del pianeta. Di uno dei 37 atleti che guadagnano, nel complesso, quanto tutte le altre decine di migliaia di sportivi messi insieme. Di uno dei 14 presidenti di banca che, chiusi in una stanza, possono risolvere qualunque crisi finanziaria. Dell´unica rockstar che può farsi fotografare con i leader del G8. Del solo scrittore che pranza al "Gentiana" di Davos con Bill Clinton, Bill Gates e non paga il "bill" (il conto).

L´unico modo che avete per avvicinarvi a questa remota, minuscola, esplosiva galassia è leggere Superclass di David Rothkopf, un libro che ha fatto discutere in America e ora arriva in Italia.

L´incipit è un patto chiaro: "Questo è un libro sul potere. E sul fatto che è concentrato nelle mani di un numero sorprendentemente ristretto di persone nel mondo". Rothkopf è convincente perché non è un giornalista, ma un "insider": lavora nella finanza, offre consulenze ai poteri forti, si aggira per Davos, è stato accanto a Henry Kissinger. Ci dice che il principio di Pareto, per cui l´80% dei risultati dipende dal 20% delle cause è superato. Basta molto meno del 20% dei suoi abitanti per far girare la Terra in un senso o nell´altro. Davvero bastò convocare 14 superdirigenti di banca (da Germania, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti, zero italiani, zero asiatici) per risolvere la crisi dei derivati. E davvero un nucleo ristretto e saldamente collegato determina l´agenda mondiale. Non è una teoria del complotto, non si va a parare dalle parti di Bildeberg o del Nuovo Ordine Mondiale, qui si gioca con dati di fatto. Il potere è economia, la politica viene a ruota. I ruoli sono intercambiabili. Chi ha soldi entra in politica. Chi ha finito con la politica passa a incarichi economici.

Sono sempre gli stessi: dalla Casa Bianca al Carlyle Group, aguzzate la vista, cambia la foto di gruppo, non le facce che sorridono. Non è un´illusione ottica, ci governano gli stessi "happy few", i pochi felici e fortunati che stanno in cima, oltre le nuvole, dove né i nostri occhi né i nostri cannocchiali a buon mercato arrivano.

Chi sono? E´ abbastanza facile concordare con Rothkopf nei fondamenti. Per entrare nell´Elite devi essere maschio, avere tra i 50 e i 65 anni, una cultura classica, studi in una università che conta. Devi esserti fatto le ossa in una istituzione di rilievo. Essere ricco. E fortunato. Perché neppure tutti i requisiti aprono la porta. Perché l´iscrizione non è permanente. E attenzione: si può entrare anche da un ingresso laterale: quello degli artisti, dei predicatori, dei terroristi. Tutti dotati di un ascendente eccezionale. Fuori i nomi, allora. Ed è qui che potremmo discutere. La lista di Rothkopf comprende: ex presidenti come Clinton, ma non come Gorbaciov, include l´oligarca russo Abramovich che dinamicamente compra squadre di calcio e altri giocattoli, ma non l´83enne svedese Birgit Rausing che su un analogo monte di soldi si limita a stare seduta. E ancora: il presidente della Banca Popolare Cinese e quello della ExxonMobil, Osama bin Laden, il Papa e il Dalai Lama (valendo il principio che anche per le religioni tre su migliaia contano), i cantanti Bono e Shakira, lo scrittore Paolo Coelho. Unico italiano citato: Silvio Berlusconi. Sarebbe curioso fare una lista della élite italiana, individuare gli occulti rettori del gioco nostrano. E poi accorgersi che fuori dei confini non dettano l´agenda neppure di un giorno d´agosto, non figurano in nessuna rubrica.

Le recenti parole del Papa di compassione per le tragedie nelle quali sempre più spesso si concludono i tentativi degli immigranti di approdare alle nostre coste e di appello ai paesi occidentali affinché mettano in atto politiche di soccorso sono un invito a criticare le scelte di quei governi europei che come il nostro hanno imboccato la strada della criminalizzazione dell’immigrazione indesiderata (di quelle persone che provengono dai paesi più diseredati). Parole che dovrebbero stimolare i democratici a interrogarsi sulle contraddizioni delle politiche di chiusura delle frontiere e la necessità di prestare al fenomeno migratorio una maggiore e più qualificata attenzione. Queste migrazioni bibliche – il fenomeno forse più drammatico del nuovo secolo – mettono a nudo le tensioni nelle quali si dibattono la cultura liberale e quella democratica. Gli immigrati, senza dubbio quelli che aspirano a un lavoro e una vita dignitosa, prendono sul serio la promessa del liberalismo sulla quale le società che ora li respingono sono sorte: l’impegno individuale come condizione per la realizzazione sociale.

Le migrazioni transnazionali e l’interdipendenza globale sfidano il liberalismo dei paesi occidentali che si fa via via più nazionale e meno universalistico. Sfidano inoltre la sovranità e i confini degli stati, che ora vengono pattugliati non soltanto con leggi e polizia ma anche con una vergognosa ideologia xenofobica e razzista. La frizione tra universalismo e cultura morale dell’accoglienza, valori che la democrazia e il liberalismo coltivano naturalmente, e identità nazionalistica può avere effetti potenzialmente esplosivi se è vero che un continente come l’Europa, che aspira a diventare il faro della moralità cosmopolita e dei valori democratici, si fa quasi fortezza per difendere la propria civilizzazione contro i boat people, disperati che cercano di sopravvivere sfuggendo alla fame e agli abusi.

Le migrazioni mettono a nudo due problemi, uno dei quali chiama in causa questioni di giustizia distributiva e l’altro questioni di giustizia politica. Circa il primo problema, è un fatto che nessun codice internazionale e nessuna convenzione accorda a questi disperati lo status di rifugiati. I paesi democratici non riconoscono l’indigenza come forma di persecuzione che necessita di un impegno concreto, non soltanto morale, per attuare politiche di riequilibrio economico e di giustizia redistributiva a livello globale. Infine, è altresì vero che la definizione minimalista della democrazia alla quale ufficialmente si attengono le democrazie occidentali è cieca nei confronti di regimi che sono di fatto oligarchie rapaci anche se formalmente praticano elezioni politiche. In queste circostanze, ha scritto lo studioso australiano Robert Goodin, è inevitabile che fino a quando i beni non circoleranno equamente, saranno le persone a dover circolare per andarli a cercare laddove si trovano in abbondanza, poiché ogni persona ha il diritto di fare tutto quanto è in suo potere per poter sopravvivere. L’unica soluzione a questa che è una vera tragedia umanitaria è appunto che i paesi del primo mondo adottino politiche globali di giustizia redistributiva. Diversamente non possono stupirsi di essere la meta obbligata alla quale tendono tanti disperati della terra.

Ma c’è un problema ulteriore, questa volta relativo alle conseguenze che le politiche nazionalistiche possono avere sullo stato della nostra democrazia. Più che di un problema si tratta in effetti di un rischio, il quale non viene purtroppo messo in luce come dovrebbe: il rischio è che per perseguire politiche radicali di esclusione, e perfino di criminalizzazione, i paesi democratici finiscano fatalmente per fagocitare inoltre una cultura della violenza e della discriminazione che mette a repentaglio il loro stesso ordine politico. È per questo importante la proposta di Walter Veltroni di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti perché fa del tema dell’immigrazione un capitolo del problema dell’integrazione politica, non più solo della sicurezza.

È chiaro che nessun paese, nemmeno un paese autoritario, riesce a chiudere ermeticamente le proprie frontiere. Le frontiere sono di fatto sempre porose. La differenza fra regimi politici dipende da come la porosità viene ostacolata e regolata. Contrariamente ai paesi autoritari che non hanno grandi problemi a criminalizzare l’entrata (e molto spesso anche l’uscita) a loro discrezione, i paesi democratici non possono con la stessa arbitraria leggerezza adottare leggi liberticide per escludere (le pressioni dell’opposizione parlamentare e della Ue hanno indotto il governo italiano a moderare le norme sulla schedatura dei rom e degli extracomunitari). La democraticità degli stati democratici viaggia sul crinale di questa insanabile contraddizione, perché più un paese democratico irrigidisce le proprie politiche di accoglienza, più esso compromette i suoi propri principi e quindi anche il grado di libertà dei suoi cittadini. Come a dire che l’illibertà verso gli altri ricade su di noi perché ci rende immancabilmente illiberali verso noi stessi. Le politiche repressive creano più problemi di quanti non ne risolvono, anche se la loro spettacolarità può avere consenso d’opinione. Un progetto politico che si definisca democratico dovrebbe avere ben chiara questa contraddizione e comprendere che le strategie di giustizia redistributiva a livello globale e quelle di integrazione politica a livello nazionale sono la strada obbligata se vogliamo difendere il tenore delle nostre democrazie.

Ma l’appello del Papa all’Europa affinché accolga gli "irregolari" suggerisce un’ulteriore riflessione che si riallaccia a quanto ha scritto Ezio Mauro su questo giornale a proposito della funzione precettistica della chiesa. Sembra che la politica non abbia la forza di iniziare autonomamente un discorso di giustizia su questioni cruciali e controverse. Sembra che solo la cultura religiosa abbia il vocabolario che consenta a tutti noi di parlare di giustizia e di dignità. Eppure la cultura politica, quella democratica e liberale, ha principi, valori e parole capaci a sviluppare argomenti di giustizia altrettanto cogenti e forti. Il fatto è che chi opera nella sfera politica non usa questo linguaggio con altrettanta forza e autorevolezza di chi opera nella sfera religiosa. È forse una sbagliata nozione di opportunità politica più che la povertà del linguaggio politico ad entrare in gioco quando la politica resta muta o timida; l’idea che per parlare la politica abbia prima bisogno di sapere da quale parte sta l’opinione della maggioranza per seguirla o non scontentarla. Ma la politica è creazione di opinione non addomesticata adesione all’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini, di operare affinché si determinino cambiamenti nell’opinione. Ecco perché insieme ai diritti di libertà e alla giustizia, dietro alla politica delle frontiere e dell’integrazione c’è in gioco la dignità della politica.

“Il capitale ha vinto, ripartiamo da qui”. Questo titolo, nel fitto dibattito postcongressuale in corso su Liberazione, mi ha particolarmente incuriosito. Tornavo da isole dove i giornali erano cosa rara, e in maniera un po’ casuale e certo incompleta, cercavo di aggiornarmi. Tra interventi per lo più dedicati a rapporti interni a Rifondazione e alle vicende del congresso, quel titolo che coronava l’intervista a Maurizio Zipponi firmata da Frida Nacinovich (7-08), mi pareva promettere uno sguardo più largo del consueto e forse nuove proposte. Promessa in verità delusa da un’analisi ancora una volta limitata alla realtà italiana (Fiat Telecom Alitalia Cgil ecc.) e di fatto priva di proposte per una “ripartenza”.

Poi però il discorso si è andato arricchendo. “Noi siamo di fronte a una crisi organica del capitalismo e della globalizzazione neoliberista, una crisi che rende chiaro come il capitalismo non sia in grado di chiarire le proprie contraddizioni sociali, economiche, ambientali, che alimentano il rischio di conflitti globali”, dice ad esempio Alberto Bugio intervisato da Romina Velchi (9-8). A questo modo sia pure a gran velocità mettendo a fuoco una realtà mondiale in cui certo il capitale è vincente, ma lo è in modo tutt’altro che fiorente e solido. Di “crisi della globalizzazione”, anzi di “crisi di civiltà, amplificata a casa nostra dal governo Berlusconi”, parla anche il neosegretario di Rifondazione Paolo Ferrero (10- 08), in qualche modo rieprendendo il discorso svolto pochi giorni prima (manifesto 6-08) da Alberto Asor Rosa, che analizza la “decadenza crescente del pianeta Italia”, come prodotto di una “lunga, insistita fortunata pratica della corruzione”, connessa alla progressiva decadenza del sistema liberaldemocratico.

Ma il più ampio giro d’orizzonte sugli innumerevoli interrogativi contraddizioni discontinuità che agitano il mondo, e le insicurezze le iniquità i pericoli che vi incombono, è Rossana Rossanda a compierlo (il manifesto, 10-08). Dicendo la necessità di leggere e dare un nome alla mappa di questa intricata realtà; per affermare che questo nome è “capitalismo“, e che “la mappa è quella dell’intero pianeta”; per concludere che l’Italia è solo una tessera di questo panorama. Dunque domandando: come pensare di risolvere una situazione di tale complessità “con i conflitti sociali dal basso o con l’adunata dei renitenti al veltronismo?” Una lettura attenta di “che cosa questo capitalismo è diventato” - dice - è la necessaria premessa per affrontarlo, forse cambiarlo, forse batterlo. E qua Rossanda cita una serie di cose di cui sono molto convinta: non può una fabbrica da sola combattere la delocalizzazione; così come non può un paese da solo battersi contro la recessione; non bastano le riforme istituzionali per “salvare la baracca”, occorre “un’inversione di tendenza”, che ridìa spazio alla politica oggi totalmente subalterna all’economia…

Rossana parla anche di “decrescita”, sia pure solo con una veloce citazione nominando quello che costituisce il “cuore” della crisi ecologica; problema fino a ieri ignorato dalla politica di sinistra non meno che di destra, ma che ormai tutti, o quasi, almeno ricordano. Lo fa Burgio, indicandolo tra le possibili cause di conflitti globali. Lo fa Ferrero, soprattutto in riferimento alle “grandi opere” che la sinistra ritiene inutili quanto distruttive. Lo fa Asor Rosa, proponendo di “comporre in un quadro unitario ‘questione sociale’ e ‘questione ambientale”; come già altra volta aveva fatto, affermando che “la sinistra o sarà rosso-verde, o non sarà”, con una felice sintesi, su cui però non mi consta sia poi tornato a impegnarsi. Ed è un peccato. Proprio una seria riflessione su questa materia (e una consapevole presa d’atto di come sfruttamento del lavoro e degrado dell’ambiente, questioni tradizionalmente considerate configgenti, abbiano radice comune) credo sarebbe esigenza prioritaria per le sinistre alla ricerca di una base da cui “ripartire”, mediante una non indulgente analisi della propria storia e dei propri errori .

Le sinistre sono nate contro il capitalismo: contro quella che Galbraith definiva “una macchina formidabile per la produzione di ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente”. Combattere questa contraddizione di fondo in sostanza dovrebbe essere ancora la loro ragione di esistere. Contraddizione insuperabile, e infatti insuperata, pur attraverso quella gigantesca trasformazione del mondo, consentita dal progresso scientifico e tecnologico (prontamente messo a frutto dal capitale), che ha dato luogo a una sorta di mutazione antropologica, e in qualche momento è parsa rimettere in causa, nella sua forma storica, anche il conflitto capitale-lavoro. La rapida affermazione della società del consumi, il benessere che in occidente poco o tanto raggiungeva tutti i ceti, entro un orizzonte economico che per qualche decennio è parso promettere ricchezza per tutti, ha finito per imporre il capitalismo come un sistema economico privo di alternative, verso cui la funzione dei movimenti operai si riduceva all’impegno di ottenere le migliori condizioni possibili per i lavoratori. Così che il buon andamento dell’economia (del capitalismo cioè) finiva per diventare auspicio indiscusso di tutti, e (accantonata la rivoluzione per dare spazio al riformismo) efficienza, produttività, competitività, crescita, pil, poco a poco anche tra le sinistre si imponevano come indiscusse parole d’ordine per il bene comune.

E lo sono ancora, quando le sorti del capitalismo sempre più appaiono lontane da quelle trionfali certezze, e la parola “crisi”, a lungo scaramanticamente taciuta, è ormai su tutti i giornali e su tutte le bocche. Lo sono ancora, paradossalmente (anzi per me incomprensibilmente) anche tra le sinistre. In effetti che altro chiedono i sindacati se non “ripresa”, mediante efficienza, competitività, crescita? E non è dell’ arresto della crescita che ci si preoccupa anche a sinistra? Certo, si può capire che di questo tenore siano le politiche di “pronto intervento” in una situazione di occupazione sempre più insicura, precarizzazione diffusa, redditi taglieggiati dall’inflazione, impoverimento, disuguaglianze crescenti. Ma ciò che riesce difficile capire è la mancanza di idee di più ampio respiro anche da parte delle sinistre più radicalmente critiche, di ipotesi che partano dalla considerazione di una realtà mondiale in cui, certo, il capitale ha vinto, ma ha vinto a prezzi non più oltre sostenibili: non soltanto per le classi lavoratrici di tutto il mondo, ma per la società tutta intera, e per lo stesso sistema capitalistico.

Proprio a questi interrogativi (mi si perdoni l’autocitazione) era dedicato un mio pezzo apparso su queste pagine nel luglio scorso. S’era appena concluso l’ultimo G8, che clamorosamente aveva dimostrato la totale inanità dell’attuale leadership mondiale. La quale, invece di affrontare, o almeno denunciare, non solo l’iniquità, ma lo sfacelo, l’enorme disordine, la totale irrazionalità del nostro esistere, con tenacia insiste nella medesima linea politica che di tutto ciò è responsabile. Di fatto perseguendo unicamente la logica e i valori dell’economia capitalistica, ciecamente adeguandosi alla necessità di continua accumulazione di plusvalore, senza cui non esiste capitalismo; e ignorando che tutto ciò fatalmente confligge con i limiti del Pianeta Terra, dell’agire capitalistico inevitabile teatro e materiale supporto. Non importa che i poli si sciolgano e si moltiplichino le alluvioni da 150mila morti, che il 30 per cento dei decessi sia da attribuirsi ai più diversi inquinamenti, che intere popolazioni vadano migrando per il globo, e dovunque le maggioranze diventino sempre più povere, purché il Pil cresca.

Non importa ai signori del G8. Ma può non importare alle sinistre (a quello che resta delle sinistre, che però continuo a credere potrebbero trovare seguito e risposta se si dedicassero ad altro che la rivendicazione dei simboli o la nostalgia della vecchia forma-partito)? E - per tornare dove s’era partiti - non sarebbe il caso di analizzare seriamente la “vittoria” del capitale, e con oggettiva lucidità mettere a fuoco le tante indiscutibili ragioni per cui la vittoria del capitale, nel momento stesso in cui si affermava, iniziava il proprio declino? Perché (chiedo scusa, ma sono costretta a ripetere cose dette più volte) le dimensioni della Terra sono quelle che sono. E poiché tutto quanto la gran macchina industriale capitalistica produce è “trasformazione di natura”, così come dalla natura proviene tutto quanto usa e consuma nella propria attività, risulta fisicamente impossibile la continuità del capitale, in quanto sistema fondato su una crescita produttiva esponenziale. La crisi energetica già lo denuncia. E’ questa insuperabile contraddizione a generare il multiforme continuo terrificante squilibrio degli ecosistemi, di cui (perché lo si dimentica sempre?) a soffrire soprattutto sono i poveri.

E’ vero, per chi non si occupi specificamente della materia, mettere a fuoco le fila di questi eventi nella trama complicata della politica mondiale non è facile. Ma nemmeno impossibile. Forse può servire soffermarsi un momento a considerare i comportamenti di (quasi tutta) l’informazione. E domandarsi ad esempio perché la notizia della tromba d’aria che giorni fa a Grado ha fatto due morti, una settantina di feriti, settecento sfollati, decine di alberi abbattuti, vaste coltivazioni distrutte, non ha trovato che brevi menzioni all’interno dei giornali e pochi secondi in coda ai Tg? Perché nemmeno alluvioni con centinaia di vittime trovano mai spazio sulle prime pagine? Perché i ripetuti incidenti nucleari verificatisi di recente, un paio in Usa, uno in Slovenia, uno in Francia, sono praticamente passati sotto silenzio? Se questi fatti avessero avuto l’attenzione dedicata al pericolo costituito da rom, lavavetri, massaggiatori cinesi, forse sorgerebbero dubbi sulla solidità della vittoria del capitale. E, passando ad altra materia, perché l’informazione, anche quella più libera, anche quella di sinistra, non si interroga sul fatto che negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto costantemente aumentava, aumentavano le distanze tra ricchi e poveri, addirittura con un distacco che in Usa va da 1 a 460? Se si insistesse su queste verità, ignorate dai più, forse la certezza (senza eccezione più o meno da tutti data per scontata) che presto o tardi a ognuno toccherà una parte della ricchezza prodotta dal capitale, incomincerebbe a vacillare.

Per limitarmi a due delle innumerevoli tragiche incongruenze che segnano e rendono sempre meno solida la vittoria del capitale. Soltanto due: una “verde” e una “rossa”.

A fine luglio il ministero del Lavoro ha diffuso un Libro Verde (LV) sul modello sociale, titolo La vita buona nella società attiva. In esso vengono delineate le politiche che il ministero intende perseguire relativamente a mercato del lavoro, previdenza e sanità. Una consultazione pubblica sulle questioni sollevate dal LV resterà aperta per tre mesi. Dopodiché le principali opzioni politiche che emergeranno da tale consultazione saranno sintetizzate in un Libro Bianco (LB) che servirà di base alle proposte che il Governo formulerà per l´intera legislatura.

La maggior parte delle 22 pagine del LV sono dedicate a questioni, anche molto tecniche, attinenti alla sanità. Per ragioni di competenza, su questo tema mi limiterò a rilevare verso la fine un´omissione che mi pare di peso, per soffermarmi invece sui temi pensioni e lavoro. Nel LV, sebbene siano sparsi in vari box e passi isolati, essi formano un quadro organico che lascia intravedere chiaramente le politiche che il ministero conta di adottare.

Quali esse siano in ordine alle pensioni si può desumerlo dalla prima pagina del LV. La composizione della nostra spesa sociale sarebbe "manifestamente squilibrata in favore della spesa pensionistica". Segue tabella in cui detta spesa appare superiore dal 2005 al 2020, come percentuale del Pil, di almeno tre punti e mezzo a confronto della Ue a 15. Il 14% e passa contro il 10,5%. Un´enormità, corrispondente a oltre 50 miliardi di euro di spesa in più. Se non fosse che ancora una volta si confrontano qui, in gergo statistico, cavalli e mele. Nella tabella citata, come in dozzine di altre fatte circolare in questi anni, la spesa pensionistica italiana appare superiore alla media Ue per tre motivi. In primo luogo si prende a riferimento la spesa totale dell´Inps, anziché la spesa per le pensioni pubbliche in senso stretto. In realtà la spesa totale è gonfiata da interventi assistenziali per decine di miliardi che sono stati accollati a un ente previdenziale come l´Inps, per cui diventano "pensioni". Per contro in altri paesi lo stato provvede ad esse, quando lo fa, usando voci diverse del pubblico bilancio. Al netto delle spese assistenziali la spesa per le pensioni pubbliche erogate dall´Inps e altri enti costituiva nel 2005 non il 14, bensì l´11,7% del Pil.

In secondo luogo la spesa pensionistica italiana è gravata dai passivi derivanti dall´avere usato per decenni i pensionamenti anticipati come ammortizzatori sociali. Queste spese spariranno con il tempo, ma per ora i passivi dei fondi trasporti, elettrici, telefonici, dirigenti d´azienda, cui vanno aggiunti quelli dei coltivatori diretti, pesano in totale per almeno un altro punto percentuale. In terzo luogo, le nostre pensioni figurano come voce di spesa al lordo dell´imposta sui redditi, mentre grandi paesi come la Germania le versano al netto, con limitate eccezioni per le pensioni più elevate. Ciò significa che i pensionati italiani restituiscono allo stato intorno ai 28-30 miliardi di euro l´anno, circa due punti di Pil, mentre quelli tedeschi e altri non restituiscono quasi nulla. A conti fatti, i nostri pensionati forniscono un sostegno significativo al bilancio pubblico.

L´uso improprio dei dati apre la porta nel LV a ricette già viste per una politica della previdenza. Anzitutto si dice che i coefficienti previsti dalla legge Dini, applicando i quali si stabilisce di quanto la pensione sarà ridotta rispetto alla retribuzione – coefficienti il cui metodo di calcolo rimane misterioso – saranno probabilmente insufficienti; in chiaro, dovranno forse essere ulteriormente appesantiti. Poi l´età minima della pensione dovrebbe salire al disopra del limite già previsto dei 62 anni (ma è solo un´idea, ha precisato il ministro). Infine si afferma che occorre una maggior diffusione della previdenza complementare. Sembra qui che i collaboratori del LV non sapessero in quali condizioni versano oggi i fondi pensione britannici e americani, non solo a causa della crisi del sistema finanziario.

Quanto alle politiche del lavoro delineate nel LV, esse paiono ispirate in generale dal criterio di proseguire con la de-regolazione dei rapporti di lavoro, ovvero con una maggior dose di flessibilità; nonché, più specificamente, dalle riforme operate in Germania nel decorso decennio mediante le leggi Hartz. Alla base di tali leggi v´è il concetto di responsabilità e attivazione personale. Esso significa che chi ha perso il lavoro, o stenta a trovarlo, oppure ne vorrebbe uno migliore, deve sentirsi responsabile della sua situazione e darsi da fare, ossia attivarsi, per migliorarla. Solo a tale condizione sarà "preso in carica" dalla collettività, formata da una molteplicità di attori pubblici e privati, che provvederà a trovargli una occasione congrua di lavoro e/o un percorso formativo di qualificazione professionale. Il concetto è ripreso tal quale dal LV, incluse le conseguenze per chi devia dal retto cammino. Se non si comporta in modo sufficientemente responsabile e attivo, magari perché l´occasione di lavoro non gli sembra "congrua", o il "percorso formativo" poco adatto, sarà sanzionato con la decadenza dalla indennità di disoccupazione o altri benefici. Poste simili basi, il LV conclude chiedendosi se non esistano le premesse per "un rinnovato clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro che consenta di cementare… una alleanza strategica tra gli imprenditori e i loro collaboratori".

In Germania si moltiplicano intanto i rapporti di ricerca sui risultati delle citate riforme. Se si tolgono quelli di enti troppo interessati a mostrare che tutto va bene – tipo la Bundesbank o l´Agenzia federale per il lavoro – le conclusioni sono unanimi. Le riforme hanno esercitato una pressione efficace al fine di tener bassi i salari. Han così giovato alle esportazioni, ma hanno anche seriamente limitato i consumi delle famiglie. Sono stati creati milioni di cosiddetti minijobs, posti di lavoro da 15 ore la settimana e non più di 400 euro al mese. E´ notevolmente cresciuta la precarietà. I lavoratori poveri sono saliti al 22% degli occupati. Le riforme non hanno invece accresciuto per niente il volume totale di ore effettivamente lavorate. Tra il 1991 e il 2006 esse sono anzi diminuite di quasi quattro miliardi. Se questi sono i risultati di riforme fondate su maggior flessibilità, responsabilità e attivazione personale, non pare il caso di imitarle come fa il LV. E fanno nascere seri dubbi circa la proposta di fondare su di esse un clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro.

Del LV vanno segnalate infine due omissioni. Anzitutto nel testo, seppur così largamente dedicato alla sanità, gli incidenti sul lavoro sono menzionati solo una volta. Meglio di niente. Non compaiono invece per nulla le morti correlate a malattie professionali. L´Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che esse siano almeno quattro volte superiori alle morti per incidenti, e siano in aumento anche nei nostri paesi per diversi motivi. E´ sperabile che nel transito dal LV al Libro Bianco il ministero trovi modo di inserire anche tale questione.

Dubito invece che ad un´altra omissione si trovi rimedio. Il LV non prova nemmeno ad abbozzare un´indagine delle cause globali che hanno generato i problemi di cui tratta, a partire dalle condizioni di lavoro e della salute collettiva. Si possono compendiare in una sola: l´enorme disuguaglianza di reddito e di ricchezza che si è prodotta negli ultimi decenni, nel nostro come in altri paesi. E´ da questa che si dovrebbe partire per rivedere il modello sociale.

Sul "Libro verde" vedi anche l'articolo di Roberto Romani su il manifesto del 31 luglio

La legittimazione del progetto neocoloniale è stata resa possibile da Wto, Fmi e Banca Mondiale attraverso l'imposizione dei programmi di aggiustamento strutturale in nome dell'efficienza. In questo passaggio, il diritto è stato il custode di un ordine imperiale.

In attesa della traduzione, la lettura del volume di Ugo Mattei e Laura Nader Plunder. When the Rule of Law is Illegal (Blackwell, London-New York) alimenta la convinzione che, nonostante le sue difficoltà, il pensiero critico è ancora vivo. Ma intanto: di cosa si tratta? Plunder sta per rapina, saccheggio. Quella rapina e quel saccheggio materiale e simbolico praticati dagli Stati Uniti a scapito di buona parte del mondo e che oggi avrebbero trovato una sofisticata copertura giuridico-politica nell'onnivalente concetto di Rule of Law.

Mattei e Nader sono due giuristi che puntano a disarticolare il nesso tra Rule of Law e democrazia per lasciare emergere quello tra Rule of Law e Plunder. Per farlo sovvertono una linea di ricostruzione storica - rintracciabile per esempio nei lavori di Niall Ferguson tradotti anche in italiano - che cerca di contrabbandare la Rule of Law per il positivo lascito dell'esperienza coloniale britannica. I due studiosi non nascondono che la pertinenza di un discorso come quello avanzato da Ferguson possa dispiegarsi a partire dalla costitutiva ambiguità della Rule of Law: da un lato fragile copertura e legittimazione del più arrogante diritto di proprietà, dall'altro discorso universale sui diritti umani.

Tra forza bruta e consenso

Un'aporia concettuale che pone il quesito: si può uscire dalla Rule of Law? Per rispondere a questa domanda, va sottolineato che l'egemonia della Rule of Law è data proprio dalla sapiente combinazione di forza bruta e retorica consensuale. Per questo motivo ogni operazione tesa a decostruire tale dispositivo egemonico esige esercizi di immaginazione politica e creatività strategica. Il diritto, stretto tra un uso oppressivo e un'opportunità di empowerment, si presta infatti a invenzioni controegemoniche, rivelando la natura ambigua e potenzialmente sovversiva del pharmakon.

Uno dei tratti salienti della ricostruzione di Mattei e Nader è l'asserita continuità del ruolo svolto dal diritto tanto in epoca coloniale quanto nel tempo di decolonizzazione in cui siamo ancora immersi. Il libro è punteggiato da segnalazioni di luoghi di ricorrenza e elementi di ripetizione: oggi come allora è sempre di Plunder che si tratta. E certamente le ragioni addotte non mancano, sebbene la svalutazione implicita di molto del lavoro compiuto nel frattempo dagli studi postcoloniali - per altro in certo modo presenti in un libro dedicato alla memoria di Edward Said - potrebbe apparire forse frettoloso.

Se è vero che il Plunder si situa all'incrocio di più discipline messe all'opera nel quadro di un vasto progetto neo-imperialista, fornirne - come è intenzione di Mattei e Nader - un'anatomia critica implica la convocazione di saperi diversi: la storia, l'economia e il diritto. È infatti secondo questa costellazione disciplinare che il volume mette a tema il neoliberalismo, il «motore» dell'attuale Plunder. Le recenti vicende argentine fungono da caso esemplare. È sulla pelle degli argentini infatti che si sono prodotte modificazioni rilevanti dell'assetto istituzionale nato dagli accordi di Bretton Woods: il Wto, il Fmi e la Banca Mondiale si emancipano - in virtù di sapienti alchimie giuridico-politiche a firma statunitense - dal loro ruolo statutariamente neutrale di regolatori dell'economia per vestire i panni di ingerenti destabilizzatori della politica. Secondo il potente vettore retorico dello sviluppo si dà così avvio a una delle più ricche stagioni del Plunder. Quella segnata dai piani di aggiustamento strutturale: dispositivi in cui il collasso di un paese viene artificialmente sollecitato così da poter poi giustificare un salvifico intervento che - inutile dirlo - coincide ancora una volta con il più smaccato Plunder.

Il saccheggio delle élite

Ma se questa è ontologia dell'attualità bisognerà pure, come si conviene, rivolgersi all'archeologia del Plunder. Una storia che nasce con la vicenda coloniale europea e che trova un modo singolare di importazione e ricezione nel diritto americano. Singolare almeno per il fatto che vede un diritto nato sotto il segno di un rifiuto del colonialismo europeo trasformarsi nell'arma più potente di un vasto e rinnovato progetto neo-coloniale. Questa rapida ma efficace genealogia del diritto americano insiste sul processo di neutralizzazione che investe il diritto in virtù di un regime discorsivo capace di farlo transitare dall'ambito politico delle scelte e delle decisioni pubblicamente argomentabili a quello apparentemente neutrale di una ragione strumentale ordinata al calcolo e all'efficacia, i cui esiti sarebbero, proprio per ciò, immuni da dissenso e critica. Una teoria del difetto e della mancanza sostiene l'intero impianto: è perché i paesi in via di sviluppo mancano e difettano di cultura legale che opportunamente loro imposta la Rule of Law. Il paternalismo giuridico trova una soluzione davvero interessante - su cui Laura Nader aveva offerto un sguardo insuperato nella sua opera seminale del 1990 Harmony ideology: justice and control in a Zapotec mountain village - nell'ideologia dell'armonia, una strategia volta a prevenire il possibile uso critico dell'eccesso politico della Rule of Law implicato in ogni operazione di Plunder.

Ma la genealogia si approfondisce anche sul coté discorsivo. Mattei e Nader offrono un profilo attento dei nuovi costruttori di legittimità, ovvero di quelle élites culturali in grado - in virtù dell'efficacia sociale del loro presunto sapere - di legittimare, consegnando patenti ora di efficacia ora di moralità, l'imperialismo mascherato dei volenterosi propagatori della Rule of Law. Ugo Mattei aveva già lavorato a una genealogia critica di Law and Economics, qui riproposta e fatta reagire con la cornice teorica del Plunder. Si squadernano così le imposture che hanno tentato di naturalizzare l'idea di proprietà intellettuale, di fatto ignorata o attivamente contestata in scenari culturali che John Locke e i suoi vivaci epigoni hanno deciso di espellere da ogni quadro teorico. Non solo, viene anche descritto lo sconcertante passaggio di testimone che, dai missionari agli antropologi, consegna oggi nelle mani dei giuristi il potere di legittimare una politica di conquista e di prelievo in punta di diritto. Davvero straordinari, in questo senso, sono i riferimenti alle pratiche di governo cui sono stati sottoposti i nativi americani in forza di articolati discorsi antropologici.

Ipocrite sovranità

La prestazione esemplare di queste innovazioni sul piano della legittimazione a fronte della continuità del Plunder è offerta dalla guerra in Iraq e dal ruolo giocato in essa dal petrolio. Le nuove giustificazioni per la guerra sono costruite in virtù di una potenziale universalità della Rule of Law che, alla prova della comparazione, finisce col risultare assolutamente fittizia, provincializzando così le retoriche sul Sonderweg e restituendo il carattere relativo ed eccezionale a un principio che si vorrebbe trasformato in una universale «segnatura» di umanità. Piuttosto, è la costruzione artificiale di vuoti istituzionali a spianare la strada al Plunder, tanto più ipocrita laddove coperta da una politica del doppio standard secondo cui le ricette a base di privatizzazioni e liberalizzazioni sono ammannite soltanto ai paesi bisognosi di aggiustamenti. I paesi egemoni si prendono il lusso di difendersi dalla stessa situazione che creano, sicché la povertà diviene a un tempo l'effetto e la giustificazione del Plunder.

Mattei e Nader tentano quindi una formalizzazione, in termini di teoria giuridica, della genealogia precedentemente allestita. L'affresco che disegnano è il passaggio dalla Rule of Law alla Imperial Law. Gli autori offrono così una lettura alternativa a quanto la sociologia giuridica ha deciso di chiamare «globalizzazione giuridica» e lo fanno studiando attitudini e scelte dei soggetti, trasformazioni e usi degli istituti, per concluderne l'equivalenza tra diritto imperiale e diritto americano. I passaggi di questa conquista dell'egemonia sono molteplici e tutti studiati con attenzione. Ne deriva un catalogo capace di compendiare le caratteristiche del diritto americano che, globalizzandosi, costituiscono la koiné del diritto imperiale: la separazione tra i domini del diritto, della politica e della religione; l'alleanza tra diritto ed economia; il carattere decentrato del sistema giurisdizionale; la natura del processo; la riduzione della democrazia alla liturgia elettorale.

Questi fenomeni non sono stati senza effetti sul diritto internazionale, che ha subito nello stesso tempo una centralizzazione istituzionale e un generale indebolimento sul piano dell'efficacia e dell'autorevolezza. L'egemonia del diritto americano si è infatti nutrita di paradossi: procedure a tutela dei diritti attirano un volume vieppiù maggiore di cause verso le corti statunitensi, mentre una regolazione imperiale del diritto internazionale ne diffonde l'egemonia sul globo. Inoltre, in virtù di una profonda asimmetria tra regolazione amministrativa e pratiche giudiziali, l'egemonia statunitense è andata ulteriormente affermandosi, trasformando la sua ambigua flessibilità in un punto di forza e in un motivo di espansione. Infine, il tentativo di imporre l'equazione tra Rule of Law e Plunder sullo stesso territorio americano. Anche di questo fenomeno gli esempi non mancano e Mattei e Nader ne danno conto: il caso Enron; le elezioni - a tutti gli effetti vinte in forza di un'imposizione giudiziaria - che hanno assegnato la prima presidenza a G. W. Bush; la guerra al terrore, che, nella eloquente definizione di Nat Hentoff, è diventata la War on the Bill of Rights; la retorica patriottarda.

Ebbene, se tutto sembra congiurare verso una dichiarazione di avvenuto decesso della Rule of Law, che cosa può ancora, se può, il diritto? Le conclusioni di Mattei e Nader, nonostante il tentativo di catalogare qualche virtuoso esempio di resistenza dei diritti tradizionali al Plunder generalizzato, sembrano inclinare verso un profondo pessimismo: tra giustizia e Plunder, sembra quest'ultimo ad aver trionfato. E tuttavia. Le indicazioni su dove cercare per rinvenire alternative possibili non mancano. Un diritto consuetudinario dei poveri fu, in altre epoche, rivendicato e opposto al sopruso e all'ingiustizia. Certo, sarà necessario «rettificare i nomi». Certo, bisognerà aggiornare gli strumenti concettuali e le griglie interpretative. Certo, bisognerà innovare sul piano delle pratiche e della loro necessaria articolazione. Certo, bisognerà riprendere e radicalizzare il filo più robusto tessuto da Mattei e Nader: quella genealogia e quella decostruzione del diritto di proprietà già bollato dai giacobini come il «terribile diritto». Ma è una battaglia ancora aperta e merita di essere combattuta.



Movimenti nelle nuove mappe del neoliberismo

di Benedetto Vecchi

Sono passati pochi anni, eppure sembra un secolo da quando le piazze del mondo erano riempite dai movimenti sociali per chiedere la soppressione del Wto, del Fmi e della Banca mondiale. Eppure si può dire che, anche se quei movimenti oggi conoscono una crisi, quella partita l'hanno in qualche misura vinta. Non che la triade del pensiero unico sia scomparsa, ma è indubbio che i think-tank del neoliberismo sono da cercare altrove.

Il Wto è paralizzato a causa dei conflitti interni. Una coalizione di stati, tra cui Cina, India e Brasile, chiede di poter contare di più, mentre le scintille tra Unione Europea e Stati Uniti incendiano sempre più le sue sessioni. I programmi di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale passano attraverso estenuanti negoziati con i paesi che li devono poi applicare. Le «pagelle» del Fmi sono ormai agitate come volantini di propaganda per legittimare politiche neoliberiste definite tuttavia in palazzi diversi da quello del Fondo Monetario. La Banca mondiale, infine, deve vedersela con opposizioni tanto diffuse, quanto radicali ai suoi progetti di sviluppo.

Più semplicemente, il neoliberismo è in fibrillazione, mentre la recessione è diventata la realtà quotidiana per uomini e donne tanto nel Nord che nel Sud del pianeta. In questa crisi nulla rimane però uguale al passato e il capitale può sacrificare sull'altare della sua egemonia istituzioni importanti come il Wto, il Fmi e la Banca mondiale. In nome della continuità, ma innovando le procedure, le istituzioni che debbono garantirla. L'esito di tale innovazione è ancora incerto, ma alcune tendenze sono però chiare. Maggior rilievo hanno gli organismi sovranazionali su base regionale e le relazioni informali tra stati. Esempio di ciò è il comportamento della Cina in Asia e i rapporti di partnership stabiliti a Pechino con alcuni paesi diventati nodi importanti nell'economia mondiale perché produttori di petrolio o gas naturale (la Russia, l'Iran, il Venezuela).

Giovanni Arrighi nell'importante volume Adam Smith a Pechino ritiene che questa crisi, che vede il ritorno sulla scena mondiale della Cina, può diventare una chance per il Sud nel mondo per mandare in frantumi l'egemonia dei «paesi ricchi», senza che questo significhi un ritorno al nazionalismo economico. È in atto cioè un cambiamento nella geometria del neoliberismo, con alcuni nodi minori divenuti nel frattempo veri e propri «cluster», cioè snodi del capitalismo globale. Dunque un mutamento lontano anni luce da quella proposta di attivisti e studiosi come Walden Bello, che vedeva l'irruzione dei movimenti sociali nella stanza dei bottoni come l'unica possibilità di raddrizzare il legno storto dello sviluppo economico.

La tendenziale irrilevanza del Wto, del Fmi e della Banca mondiale costringe dunque a registrare le nuove mappe del neoliberismo, proprio per il perdurare della sua vocazione «globale». Mappe che possono essere definite a partire dagli atelier diffusi della produzione e delle contraddizioni di quella sovranità imperiale che si è affermata nel quindicennio passato. Mappe tuttavia «partigiane». Perché la crisi non è solo una chance per il capitale, ma anche per l'agire politico e sociale di quei movimenti che hanno accelerato la messa a nudo del neoliberismo solo pochi anni fa.

Siamo a uno dei punti più bassi della nostra storia: Alberto Asor Rosa ha ragione. Siamo a una crisi intellettuale e morale degli italiani - metà dei quali hanno votato per la terza volta una banda di affaristi ex fascisti e separatisti e l'altra metà si è divisa. Occorre dunque, scrive Asor, un soggetto politico nuovo, pulito e con un'idea di nazione che guardi a sinistra e non insegua fisime comuniste. Nel documento del Crs, Mario Tronti diceva qualcosa di analogo precisando che deve essere una grande forza popolare.

Non che mi piaccia essere una fisima, ma pazienza. Però, allo stato delle cose, non vedo dove questa forza politica sia. Veltroni direbbe: ma come, quella forza sono io, e il Pd. Abbiamo il 34 per cento dei voti, non siamo una combriccola di affaristi, abbiamo un'ipotesi riformista e una moderna icona morale in Robert Kennedy, abbiamo chiuso con ogni tipo di comunismo. Già, solo che l'opposizione a Berlusconi il Partito democratico non la sta facendo. Solo che raramente si è veduto un partito di sinistra così monocratico e poco popolare, se per democratico e popolare si intende un minimo di democrazia partecipata. Solo che, per dirla tutta, che cosa sia il Pd non si è capito ancora: gli avevano dato vita la Margherita e i Ds, ma della Margherita mancano ormai Prodi e Parisi, e Rosi Bindi sembra tenere più per coerenza che per persuasione. Neanche i Ds sembrano un blocco: D'Alema giura per il Partito democratico ma la sua fondazione ha accenti alquanto diversi da quelli di Veltroni. Chi può giurare che al primo congresso questa chimera diventi un animale affidabile?

Fuori del Pd le cose non vanno meglio. La frettolosa coalizione della sinistra Arcobaleno è stata addirittura espulsa dal Parlamento, il suo proprio elettorato avendole giurato vendetta per essersi fatta trascinare nell'avventura di governo. La Sinistra democratica di Mussi ha perduto qualche foglia invece che guadagnarne. I Verdi lo stesso. Rifondazione si è spaccata in due tronconi che neppure si parlano: la maggioranza di Ferrero punta tutto sul conflitto sociale dal basso, la minoranza di Niki Vendola su una raccolta di aree radicali fra le quali quella comunista potrebbe essere una cultura fra le altre, dell'ambientalismo che è più vasto dei Verdi, del femminismo, dei movimenti.

Non vedo perciò, allo stato dei fatti, un soggetto in grado di fare fronte alla slavina di destra. Vedo una quantità di orfani che vorrebbero questo soggetto ma sui quali da diversi anni passano grandinate che li disperdono vieppiù. Ma qual è la causa delle grandinate? Sta soltanto nella risolutezza e la sfacciataggine di Berlusconi? Non credo. La banda che ci governa ripete esattamente forme, metodi e misure di tutti gli esecutivi europei dagli anni '80: la potente spinta alla disuguaglianza, all'arricchimento di pochi, all'impoverimento dei più, cioè l'ondata neoliberista che ha seguito i «trent'anni gloriosi». È una ripresa della linea che era già stata sconfitta in Europa e negli Usa dopo gli anni '20.

Ma ora, osserva Asor, essa è già arrivata a un punto morto. Vero, ma non per la forza della sinistra. È nei guai con se stessa. Dal liberismo si oscilla al protezionismo, dal mercato unico alle guerre commerciali simili a quelle del XIXmo secolo - ecco dove stiamo ritornando. Gli Stati uniti hanno l'egemonia militare ma non più economica; questa gli è contestata dalla Cina e dall'India in poderosa crescita. E l'arroganza di Bush ha infilato la sua supremazia militare nella trappola del Medio oriente, mentre l'Europa è insabbiata in una moneta relativamente forte, in un'economia debolissima e in un'iniziativa politica pari a zero.

Questo è il quadro cui siamo davanti. Crediamo davvero che si potrà batterlo con i conflitti sociali dal basso o con l'adunata dei renitenti al veltronismo? Non lo penso. Se vogliamo non solo battere Berlusconi ma dirci dove l'Italia può andare, su quali basi si può ricostruirne una fisionomia intellettuale e morale bisognerà pur passare dalle proteste divise e poco comunicanti a un progetto capace di credibilità, persuasione e mobilitazione. Per questo non serve il Partito democratico, che del liberismo condivide gli orizzonti, né bastano le due anime di Rifondazione: la vastità dell'impegno implica una raccolta di forze che vada molto oltre la sinistra Arcobaleno e la natura dell'impresa implica una dimensione del conflitto che non si risolve dal basso. Del resto, qual è il basso della globalizzazione?

E qui torna la mia fissazione: se siamo, come credo, una tessera di una tendenza mondiale, prima di tutto ad essa dobbiamo dare un nome e di essa definire la mappa. Il nome è il capitalismo dall'ultimo quarto del Novecento agli inizi del Duemila. La mappa è quella dell'intero pianeta. Finiamo di balbettare che tutto è cambiato e perciò niente si può dire, e cominciamo a precisare che cosa questo capitalismo è diventato. Non ci sono più vittorie puramente locali contro di esso. Come i dipendenti di una fabbrica non possono battersi da soli contro la delocalizzazione dell'azienda così un paese europeo non può battersi da solo contro la recessione, quali che siano le pensate protezioniste di Tremonti. Ma quando alla crisi delle classi dirigenti si somma il caos della sinistra il rischio è di essere trascinati via tutti.

Può questo rischio trasformarsi in occasione? Questa è a mio avviso la domanda vera. Credo che sì, per l'ampiezza dei soggetti coinvolti e per la profondità non solo materiale e pecuniaria del disastro ma appunto intellettuale e morale - non è per caso che all'apatia culturale dell'Occidente ormai non si oppongano che nazionalismi o fondamentalismi.

Ma nel medio termine temo che non si possa dare una parola d'ordine rivoluzionaria, almeno nel senso che abbiamo dato a questa parola fino a poco tempo fa: l'esito del '68 dimostra quanto eravamo già arretrati e quel che è seguito all'89 impedisce anche ai più ostinati di sognare una riedizione dei socialismi reali. Ma la sofferenza sociale e l'ampiezza delle ineguaglianze sono diventate così forti da rendere fragile la stessa tenuta e coesione di ogni singolo paese. Non è con le riforme istituzionali che si può aggiustare la baracca. Potrebbe essere aggiustata, per difficile che sia, con una inversione di tendenza: un intervento che restituisca il primato alla politica piuttosto che ai meccanismi dell'economia, che dia luogo a linee di sviluppo, incluso uno «sviluppo di decrescita», che ridistribuisca la ricchezza a sfavore delle zone forti e a favore di quelle deboli, che decida il taglio dei privilegi sociali, il rilancio su un piano mondiale dei mercati interni (l'impossibilità di procedere del Wto parla chiaro).

Non sarà un'operazione indolore, ma può non essere impossibile. Chi non si ritroverebbe in questo progetto? Soltanto i boss delle stock option d'oro. Non sarà la rivoluzione, ma oggi come oggi sarebbe certamente una rivoluzione culturale.

Nel mio libro ' The arts of life', non ancora pubblicato, parlo tra le altre cose di coloro che aiutavano gli ebrei in Polonia durante l'occupazione nazista. La punizione per questo tipo di reato era la pena di morte. Perché lo facevano? I sociologi non sono riusciti a trovare un correlazione tra idee politiche, forza delle fede e comportamento concreto. Io avanzo l'ipotesi che chi aiutava gli ebrei lo faceva perché sentiva che la vergogna fosse più forte della paura della morte. E questo, a pensarci bene, è un messaggio di speranza. Il nostro carattere conta nella storia... Zygmunt Bauman ha 82 anni, è nato a Poznan in Polonia, è sociologo britannico, professore emerito all'Università di Leeds e uno degli intellettuali più influenti di questo inizio di secolo. Ha coniato il termine ' Modernità liquida', ed è il titolo di un suo celebre libro. In ' Amore liquido', ha spiegato che i nostri sentimenti sono privi di punti di ancoraggio. E dopo aver dato alla stampa ' Vita liquida' e ' Società sotto assedio', ora l'editore Laterza sta per mandare in libreria ' Paura liquida', un altro suo importantissimo saggio. Ma prima di diventare l'acuto analista della condizione postmoderna, Bauman si è misurato con il cuore stesso della modernità: ha indagato su come l'illusione del progresso e del regno della ragione abbia reso possibile la Shoah e il crollo della civiltà (' Modernità e Olocausto', il libro che per la sua importanza sta accanto a ' La banalità del male' di Hannah Arendt). In questa intervista a ' L'espresso' parla della paura e del nostro bisogno della sicurezza.

Professor Bauman, ha detto che la vergogna è più forte della paura della morte. Ci vuole una situazione così estrema, come quella che ha descritto, per capirlo?

"No. E le faccio un altro esempio: pensi a persone come Vaclav Havel in Cecoslovacchia o Jacek Kuron in Polonia. Non hanno avuto carri armati a disposizione, né folle osannanti alla tv. Con la sola forza della volontà, con perseveranza e coraggio, con l'idea che si potessero pensare e mettere in atto cose 'impensabili' hanno saputo cambiare il vissuto delle persone e il presente dei loro paesi, e lasciare così nel mondo un segno concreto della loro esistenza".

Ma perché abbiamo bisogno di sicurezza? Per quale ragione temiamo il rischio? La paura una volta era materiale, il diavolo aveva un corpo, la natura era sconosciuta, mentre oggi è astratta?

"Il desiderio di 'sentirsi al sicuro' è comune a tutti gli umani, e forse non solo a loro: una volta lo chiamavano l''istinto di sopravvivenza'. Però per gli umani la sopravvivenza ha una senso molto più ampio che non per gli altri animali, comprende anche la salvaguardia del proprio status sociale e della dignità a fronte ai pericoli di fallimento e dell'umiliazione. Oggi, i pericoli per la sopravvivenza fisica e che derivano dai capricci della natura non sono così gravi come lo erano nel passato, i lupi sono spariti dai boschi, sono state inventate medicine che curano le malattie una volta ingauribili, ci sono gli antidolorifici... È cresciuta invece la preoccupazione di perdere l'identità sociale, di subire umiliazioni e di vedere calpestata la propria dignità. Oggi, il modo con cui guadagniamo i mezzi per vivere, i valori della professionalità, la valutazione che la societa dà alle virtù e ai successi, i legami intimi e i diritti acquisiti, tutto questo è fragile, provvisorio e soggetto alla revoca. E nessuno sa quando e da dove arriverà il colpo fatale. Mentre i nostri antenati sapevano bene che occorreva avere paura di lupi affamati o dei banditi sui cigli delle strade. Non è quindi l'astrazione a rendere i pericoli in apparenza più gravi, ma la difficoltà di collocarli, e quindi di evitarli e di controbatterli".

Per essere concreti, perché abbiamo paura degli immigrati, degli zingari?

"Perché le minacce più spaventose sono oggi nascoste in una specie di terra di nessuno, globale. Sono terribili, perché impercettibili e quindi fuori dai nostri, miseri mezzi di difesa (per esempio, capitali erranti o concorrenti avidi in grado di privarci del nostro posto di lavoro e dei nostri introiti, i terroristi, la criminalità organizzata, le epidemie). Gli immigrati sono l'incarnazione delle paure non pronunciate. Sono l'unica avanguardia visibile con l'occhio nudo, e che possiamo toccare con mano. Sono, come diceva Bertolt Brecht, i messaggeri della cattiva notizia: annunciano quanto sia fragile la nostra esistenza. E siccome sono qui, accanto a noi, possiamo finalmente intraprendere qualcosa di 'concreto' per arginare il pericolo. Chiudendoli nei campi profughi o deportandoli, 'bruciamo le forze ostili in effigie'. Scarichiamo così la tensione, ma non risolviamo niente".

Un'altra paura, il terrorismo. Perché se ne parla tanto, anche se le vittime non sono numerosissime?

"È proprio su questo che poggia la strategia dei terroristi: sono sicuri che le loro gesta creeranno molto più effetto psicologico e morale, parlandone, che non risultati e danni concreti, provocati delle loro armi primitive e artigianali. I terroristi possono contare sulla collaborazione dei media, che riportano su scala globale le loro azioni locali; su potenti armate che in rappresaglia per queste azioni semineranno distruzione e odio, procurando ai terroristi schiere di nuove reclute; sui governi che vedono nelle azioni terroristiche (quelle riuscite e quelle fallite, o pianificate o solo pensate, o in sospetto di essere pensate), una chance per dimostrare di essere vigili ed efficaci e di ottenere l'applauso degli elettori".

In ' Paura liquida', lei dice che i media mettono in continuazione in guardia dai presunti o veri pericoli in arrivo. Finita l'emergenza, passano a parlare di altri, futuri pericoli. E scrivendo di Katrina e del caos a New Orleans dopo l'uragano, riflette su come la civiltà sia fragile e crolli di fronte alle catastrofi. Pensiamo che la messa in guardia può salvarci dall'apocalisse?

"Sarebbe bello poter pensare che la nostra civiltà proceda verso il regno di ragione e delle moralità, seppure con qualche incidente di percorso. Ma non è così, purtroppo. Alcuni osservatori coltissimi sostengono che le impertinenti ambizioni della modernità sono cominciate con lo choc causato dal terremoto a Lisbona (nel 1755, ne ha dedicato pagine memorabili Voltaire, ndr): una natura cieca, priva di ogni razionalità, indifferente alle distinzioni tra virtù e peccato tra merito e colpa, colpisce a casaccio. Occorre quindi arginare la forza degli elementi, costringere la natura ad adoperare le categorie del bene e del male. E con l'ausilio della ragione e della tecnica l'umanità darà un ordine morale a un caos amorale".

Ha appena fatto la sintesi del pensiero illuminista. Il risultato?

"I risultati sono diversi dalle intenzioni. Non siamo riusciti a convincere la natura a ubbidire all'immaginazione umana di pregi e difetti. Però le conseguenze delle nostre azioni, ineccepibili dal punto di vista tecnico, ci colpiscono con una crudeltà irrazionale, crudeltà che finora attribuivamo proprio e solo alla natura".

E dove il problema?

"Il problema sta nel fatto che, nonostante l'evidenza, non si sono mai spente le promesse di poter trasferire sulla tecnica e sui suoi prodotti il compito di risolvere le questioni umane e le ambizioni di trasformare il mondo (e i suoi abitanti), secondo gli imperativi della ragione tecnico-scientifica".

Da dove viene questa resistenza ad arrendersi all'evidenza?

"Lo ha chiarito, in parte Ulrich Beck (sociologo tedesco, ndr) parlando dei pericoli di oggi e del passato. A differenza di quelli antichi, i pericoli di oggi non sono percepibili con l'occhio nudo. Non sono visti finché non li portano alla nostra conoscenza gli esperti, che sono attrezzati per farlo. La nostra futura esistenza dipende quindi in gran parte dalla nostra attenzione nei loro confronti. La fiducia negli specialisti della tecnica e della scienza si amalgama così con l'istinto di sopravvivenza".

Un altro fattore di insicurezza. C'è sempre meno Stato. Diminuisce perfino il numero dei portalettere e dei ferrovieri. È l'estinzione dello Stato come lo voleva Lenin, ma in versione neo-liberale e non in quella sovietica?

"Una bella annotazione. Lo Stato, si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l'insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l'entusiasmo degno di una causa migliore, delega i propri compiti, anzi li dà 'in affitto' alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamenti e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l'idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita".

Ogni giorno vediamo cose terribili, che accadono fuori, e in contemporanea nel nostro salotto sullo schermo tv (Iraq, Cecenia, Palestina, Israele). Ci tolgono ogni sensazione di sicurezza. Per timore che così sarà anche il nostro futuro? O c'è una speranza di liberazione dalla paura, come ai tempi di un'altra guerra aveva promesso Roosevelt?

"Non ho gli strumenti per dire che cosa sarà il futuro quando diventerà realtà quotidiana. Ma so che lo sforzo di resuscitare quelle potenzialità del passato che sono state annientate e abbandonate con troppa leggerezza e troppo presto, determineranno la forma con cui sarà disegnato l'avvenire; e tra queste potenzialità: la speranza di liberarci dalla paura. Ma la cura per il futuro sta anche nella speranza, ancora più generale e più importante, di un mondo libero dalle umiliazioni e più ospitale per la dignità umana".

I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l'unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.

Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l'unico denominatore comune di appartenere tutte all'esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l'incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l'incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce - come fa il discorso del presidente Napolitano - a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.

La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell'italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell'italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l'Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.

Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d'Aosta) addirittura da prima dell'avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell'identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?

I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all'Italia il monopolio strategico ed economico dell'Adriatico. Che cosa sanno dell'occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d'Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?

Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell'arco di un ventennio con l'esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell'odio, delle foibe, dell'esodo dall'Istria.

Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l'origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell'educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell'esodo per rinfocolare l'odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l'unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.

I profughi dall'Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell'Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l'esilio. L'Istria e le memorie divise d'Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell'Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall'Istria, ma l'Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento - di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari - centinaia di migliaia - che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?

La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d'Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provinc

L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare. Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano.

La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla.

L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è.

Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini.

Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi.

Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa.

Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica.

La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione.

Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani.

La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima.

La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno.

I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità - Cina, India - mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto.

La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.

Nel terzo anno in cui si celebra la "giornata del ricordo" delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano – nella data del Trattato di Pace di Parigi, siglato il 10 febbraio del 1947, sessant’anni fa - è forse possibile comprendere ciò che l’iniziativa ha stimolato e ciò che ha lasciato ancora in ombra. Indubbiamente ha contribuito al superamento di una prolungata rimozione, ha permesso il riemergere della memoria dolente e ferita di una lacerazione significativa: eppure qualcosa sembra ancora sfuggire, la ricostruzione del passato appare ancora insufficiente.

Certo, è cresciuta la consapevolezza che il dramma del secondo dopoguerra è parte di una storia più lunga, e su questo si sofferma ora in modo puntuale un saggio di Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale (Il Mulino, pagg. 392, euro 27). Da tempo gli studi della Cattaruzza hanno richiamato l’attenzione su questo nodo, e hanno contribuito al tempo stesso a inscrivere il tragico epilogo della vicenda istriana in una vicenda più ampia, anch’essa largamente rimossa. Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo era il titolo di un volume da lei curato qualche anno fa assieme a Marco Dogo e Raoul Pupo che collocava l’esodo giuliano all’interno dell’Europa del 1945: con particolare riferimento alle feroci espulsioni di milioni di tedeschi dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, e alle ancor più feroci espulsioni reciproche di polacchi ed ucraini da aree che li avevano visti convivere per secoli.

L’Italia e il confine orientale è interamente dedicato alle vicende specifiche e di lungo periodo di quest’area: l’acutizzarsi delle tensioni fra nazionalità già all’interno dell’impero asburgico; la radicalizzazione nazionalistica provocata dalla prima guerra mondiale e l’annessione all’Italia di territori in cui vivevano centinaia di migliaia di sloveni e croati; il violento affermarsi del fascismo e poi la politica del regime; l’occupazione italiana e tedesca della Jugoslavia nel 1941 e poi l’operare – dopo l’8 settembre del 1943 - della "Zona di operazioni Litorale Adriatico", alle dirette dipendenze della Germania. In questo quadro incandescente – in cui gli odii fra nazionalità erano già portati all’estremo - si inserì la politica di Tito, volta esplicitamente ad annettere alla Jugoslavia l’intera Venezia Giulia. Di qui i traumi drammatici della fase finale della guerra e del dopoguerra, con la tragedia delle foibe e l’esodo della quasi totalità degli italiani da quelle zone.

Una storia di lungo periodo, dunque, tratteggiata efficacemente molti anni fa in uno dei tanti, densi romanzi dello scrittore istriano Fulvio Tomizza, La miglior vita. Su questa stessa storia rifletteva già nel 1947 Ernesto Sestan, il grande storico di origine istriana, che dedicava «alle ceneri dei miei vecchi, là nel cimitero di Albona» un libro di straordinaria e dolente finezza intellettuale, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale. Il dolore non faceva velo alla lucidità critica dello storico, capace di tratteggiare magistralmente l’inasprirsi dei nazionalismi ottocenteschi, e poi le responsabilità del fascismo. «Un fascista giuliano che sarà poi ministro di Mussolini», annotava Sestan, «ha riassunto così "il programma di snazionalizzazione: "Bisogna impedire agli avvocati slavi che sono pericolosi la libera attività (…). Bisogna togliere i maestri slavi dalle scuole, i preti slavi dalle parrocchie"». I più, nella popolazione italiana, "applaudirono o assentirono tacendo".

In questo quadro irrompe la guerra, e nel 1941 vi è l’occupazione della Jugoslavia da parte della Germania, dell’Italia e dell’Ungheria: quell’aggressione congiunta, osserva Marina Cattaruzza, «implicava per il popolo sloveno un pericolo incombente di estinzione», provocava «un senso di giustificata angoscia» per la possibilità stessa di sopravvivere come entità collettiva.

Abbiamo da tempo documentati studi sulla crescente ferocia dell’occupazione fascista della Slovenia, così come sul trauma dell’8 settembre e poi sul controllo nazista del territorio. Per una breve fase in Istria, in quel settembre, sono i partigiani jugoslavi a tenere il campo, e si ha allora la prima esplosione di violenze anti-italiane. Si svolge in quei giorni anche il dramma di Norma Cossetto, uccisa barbaramente a ventitré anni: un libro di Frediano Sessi, Foibe rosse (Marsilio, pagg. 149, euro 12) lo ricostruisce con sensibilità e partecipazione. Ai molti studi sulla tormentata e complessa fase che porta al dopoguerra si aggiunge ora uno sguardo non riducibile a schemi e a odii, una "anomalia" di grande umanità: Borovnica ‘45, al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, di Gianni Barral (a cura di Renzo Timay e con penetranti Note di inquadramento storico di Raoul Pupo). Il testo è pubblicato dalle Edizioni Paoline (pagg. 303, euro 16), ma era già comparso nella rivista Zaliv (Il golfo), fondata e animata dallo scrittore sloveno di Trieste Boris Pahor.

È davvero una testimonianza particolare. Agli inizi del 1943 Barral è un giovane studente di origine provenzale, ufficiale degli alpini, inviato a presidiare la Valle dell’Isonzo: scopre qui il mondo sloveno, nella cui cultura e nella cui lingua si immerge con passione. Conosce, anche, la ragazza che poi sposerà. Il suo sguardo ci avvicina a un caleidoscopio di culture e di vicende, ci fa scoprire inaspettati momenti di solidarietà umana e di pietas anche all’interno delle diverse fasi di una guerra feroce, e di un feroce dopoguerra: nel maggio del 1945, dopo un complesso percorso, Barral è deportato appunto nel campo di concentramento di Borovnica, un inferno. Per la sua conoscenza dello sloveno è utilizzato nell’amministrazione del campo, e ce ne riferisce. Il maggio del 1945 è anche il mese che segna il culmine delle violenze anti-italiane a Trieste, Gorizia e nelle zone controllate allora dai partigiani jugoslavi, con migliaia di persone gettate nelle foibe o uccise nelle prigioni e nel corso di disumani trasferimenti (muoiono in questo modo anche sloveni e croati ostili al nuovo regime).

Inizia allora la fase che porta alla Conferenza di Parigi, cui Alcide De Gasperi si presenta con amara e lucida consapevolezza: «Prendendo la parola a questo congresso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me» (è il tema de L’Italia e il trattato di pace del 1947 di Sara Lorenzini, pubblicato ora da Il Mulino, pagg. 218, euro 12). Prende avvio in quei mesi il grande esodo: «I fuggiaschi di Pola e dell’Istria», scriveva Giani Stuparich, «sbarcavano come storditi, si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie». Si alternano allora speranza e disperazione, alimentate sino al "Memorandum di intesa" del 1954 dalle discussioni fra le potenze sulla definizione dei confini: e l’esodo non conosce più freni quando quei confini appaiono ormai tracciati.

È la vicenda che ci è stata raccontata con grande intensità da Marisa Madieri, Anna Maria Mori, Nelida Milani, o dall’Enzo Bettiza di Esilio, e da una miriade di altre voci. A lungo inascoltate, o quasi, ci hanno riproposto straniamenti e sofferenze, non solo materiali. Hanno disegnato l’immagine di un’Italia che «all’inizio è stata una matrigna», per citare una delle testimonianze proposte da Enrico Miletto in Istria allo specchio (Franco Angeli, pagg. 288, euro 16). Utilizzando con intelligenza e attenzione un’ampia mole di fonti orali Miletto ricostruisce le molteplici vie che disperdono istriani e dalmati nell’umiliante esperienza dei campi profughi e altrove, in un’Italia che mostra spesso estraneità, incapacità di accogliere. Continuando un lavoro precedente (Con il mare negli occhi, pubblicato sempre da Angeli) Miletto pone quella Italia, in realtà, di fronte a uno specchio impietoso.

Una storia lunga, dunque, un intrecciarsi di dolori e lacerazioni che possiamo comprendere appieno solo ponendo a confronto punti di vista differenti, facendo dialogare le diverse e opposte memorie che in questa storia si sono sedimentate, al di qua e al di là di confini che dovrebbero ora avviarsi a scomparire. Questo in larga misura ancora ci manca, e a colmare questa lacuna occorre lavorare. Possono acquistare ulteriore, positivo significato in questo quadro quegli atti simbolici e istituzionali di pacificazione fra Italia, Slovenia e Croazia che sono ancora allo studio, e di cui si è parlato anche di recente. All’interno della costruzione di un’Europa più ampia atti pubblici di questo tipo sono stati compiuti da tempo in paesi segnati da lacerazioni del passato ancor più profonde. E naturalmente atti simbolici diventano realmente fecondi se li accompagnano processi culturali capaci di coinvolgere in profondità la società, la scuola, tessuti connettivi differenti e molteplici. Siamo ancora lontani da questo. Siamo lontani da un confronto diffuso di conoscenze e di vissuti che sappia comprendere le sofferenze e i dolori di tutte le vittime, e che permetta a ogni comunità nazionale di riconoscere anche le proprie responsabilità. Alcuni anni fa una commissione storico-culturale italo-slovena ha segnato comunque un avvio importante, mentre nei rapporti con la Croazia le rigidità e le difficoltà sembrano maggiori anche su questo terreno. È solo piccola parte, naturalmente, del più ampio confronto culturale che riguarda un’Europa segnata sotterraneamente più di quanto si creda da traumi lontani: lo hanno segnalato l’estate scorsa le accese polemiche suscitate in Germania, in Polonia e altrove da una mostra berlinese sulle espulsioni di tedeschi dall’Europa centro-orientale del 1945. Misurarsi con ferite talora nascoste, rimuovere sordità, far dialogare memorie ancora tenacemente divise appare oggi aspetto non secondario e non superfluo di un impegno culturale.

Sulle foibe, altre letture consigliate anche al Quirinale: Corrado Staiano, Claudia Cernigoi e Galliano Fogar.

Poltiglia di massa, indifferente al futuro e ripiegata su se stessa. Mucillagine inerte e inconcludente. Coriandoli individualisti che galleggiano solo per appagato imborghesimento. Aspirazioni senza scopo e senza mordente che separano e non uniscono. E su tutto, istituzioni incapaci di riattivare processi di coesione sociale. Sono citazioni testuali dal Rapporto Censis 2007, che stavolta non risparmia né i sostantivi né gli aggettivi per descrivere lo stato di vulneralbilità della società italiana. E non risparmia neppure l'autocritica. De Rita ci aveva provato, negli anni passati, a battere sul tasto dell'ottimismo: mentre altri piangevano sul declino, lui puntava sul «silenzioso boom». Che c'è stato e continua, grazie anche alle astute strategie di consumo post-Euro degli italiani e malgrado sia sabotato dai salari scandalosamente bassi e dal debito pubblico. Però, e questo è il punto, il silenzioso boom non fa sviluppo, non fa legame, non fa progetto, non fa speranza. A differenza che sotto il boom fragoroso degli anni Cinquanta, la società italiana non vola e non decolla: «antropologia senza storia», è intrappolata nell'inerzia di un presente depresso e senza futuro che progressivamente uccide la sua - per il Censis proverbiale - vitalità.

L'economia non è tutto, e questo ogni buon sociologo lo sa. Ma stavolta anche il sociologo vacilla: «Il benessere piccoloborghese degli ultimi decenni ha creato un monstrum alchemicum che ci rende impotenti, come di fronte a una generale entropia». La sensazione diffusa di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti, non si spiega solo con gli indicatori sociali. Il sociologo fa ricorso alla psicologia: le pulsioni frammentate che vincono sulle passioni unificanti, il «masochismo ansiogeno» che trapela dall'ansia di comparire in tv. Ma anche questo non spiega tutto. La crisi, De Rita deve dirlo a chiare lettere citando Melanie Klein, è di ordine simbolico: sta nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento - laici e religiosi, dalla libertà al lavoro all'etica pubblica - un tempo interpretati collettivamente. E si sa, citiamo invece Julia Kristeva, che quando crolla l'ordine simbolico sale il sole nero della malinconia.

Come sconfiggere questa malinconia? Non, dice il Censis, con i giudizi morali, o moralistici. Non con l'invocazione dell'uomo forte. Non con i riti fondamentalisti che resuscitano i simulacri di identità sepolte. Ma nemmeno resuscitando il simulacro di una politica sfinita. Qui il Rapporto si fa spietato: «l'offerta culturale e politica che oggi tiene banco è un'offerta taroccata dalla logica vuota degli schieramenti». Se c'è un antidoto alla malinconia, sta nelle «minoranze attive» che crescono, al riparo del sole nero, nel sottosuolo: lì c'è ancora vita e senso. Lì, può ancora esserci politica. Diventare minoranza, come diceva un filosofo, è l'unico progetto, se la maggioranza è diventata poltiglia.

E' l'antipolitica che parla per bocca di un sociologo impolitico? O è solo uno sguardo non professionalmente politico che può cogliere come la politica professionale muore, e dove c'è ancora politica sorgiva? Stona, di fronte a una diagnosi tanto allarmante sullo spirito del tempo, il silenzio o la pochezza dei commenti dei politici deputati. Quelli che oggi si riuniscono alla Fiera di Roma, tentando di ridare senso alla parola «sinistra», speriamo meditino questa diagnosi. Qualcosa s'è rotto nel profondo della società italiana. L'entropia non domanda aggiunte ma tagli. Il sole dell'avvenire non basta a sconfiggere il sole nero. I simboli contrattati a tavolino non stuccano le crepe dell'ordine simbolico. Il passaggio è stretto, ma è solo nei passaggi stretti che qualcosa può venire al mondo.

Lo sappiamo. "Ne uccide più la lingua che la spada", "le parole sono pietre", "i cattivi maestri"... Ma il passaggio dalla saggezza popolare, dall´indignazione civile, dal rifiuto culturale alla norma penale è complicato, e può risultare distorcente.

Hanno ragione gli storici con il loro Manifesto di critica alla proposta del ministro della Giustizia di far diventare reato la negazione della Shoah: un problema sociale e culturale così grave non si affronta con la minaccia della galera. Servono una battaglia culturale, una pratica educativa, una tensione morale.

Che cosa è in gioco? La libertà di manifestazione del pensiero certamente, dunque uno dei valori fondativi della democrazia, affidato a mille testi e mille norme, dal Primo emendamento alla Costituzione americana all’articolo 21 della nostra Costituzione, all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ma siamo di fronte anche a interrogativi che riguardano il ruolo della politica, la distribuzione di poteri e responsabilità tra le istituzioni, la libertà di ricerca, le dinamiche sociali, l’uso corretto dello strumento giuridico. E tutto questo deve essere anche valutato tenendo conto che nel mondo tira una brutta aria di censura, che si coglie subito considerando le molte manifestazioni di fastidio verso Internet, che si ritiene veicolo di contenuti inaccettabili. Se Popper aveva chiamato la televisione "cattiva maestra", molti sono inclini a ritenere che la Rete come maestra sia pessima. Sottolineo questo punto perché l’introduzione di un reato (o di una aggravante) di negazionismo può innescare derive proibizioniste e censorie verso altre opinioni ritenute socialmente non accettabili.

Le critiche degli storici non sono soltanto sacrosante nel segnalare i rischi per tutti di una "verità di Stato", che può tirarsi dietro un’etica di Stato e altro ancora. Sono rafforzate da molti altri elementi, a cominciare da quelli tratti dall’esperienza dei paesi che già hanno introdotto il reato di negazionismo e che, malgrado ciò, continuano a conoscere manifestazioni gravi di antisemitismo e presenze politiche di gruppi variamente espressivi di spiriti nazisti. L’Austria ha condannato David Irving, ma non era riuscita a evitare Haider.

Siamo di fronte a una di quelle misure che si rivelano al tempo inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi.

Le sole strategie giuridiche valgono poco di fronte a fenomeni che hanno radici culturali e sociali profonde, che non possono essere recise con un gesto formale. L’approvazione di una norma, anzi, può trasformarsi in un alibi o in un diversivo.

Vi è un problema grave, gravissimo come il negazionismo? Ma io ho le carte in regola e la coscienza pulita: ho usato lo strumento giuridico più potente, la definizione di quel comportamento come reato. E quindi avverto meno, faccio diventare secondaria quella che, invece, è la vera strategia di contrasto: l’informazione corretta e incessante nella scuola e fuori, la discussione aperta, i comportamenti politici conseguenti, isolando sempre e comunque quelli che, individui o gruppi, affidano direttamente o indirettamente al negazionismo la loro identità pubblica. Voto in Parlamento una legge e mi salvo l’anima. E poi, se qualche gruppetto intriso proprio di quelle convinzioni mi serve per vincere le elezioni, non esito a farlo entrare nella mia coalizione. La vera lotta al negazionismo passa attraverso la rinuncia al realismo politico, alle sue convenienze e alla tentazione di non condannare alcune manifestazioni perché "minori", attraverso l’intransigenza morale e la responsabile e continua confutazione d’ogni suo argomento. Non servono rimozioni, ma un impegno quotidiano.

Guardiamo alla storia italiana. Non sono stati il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista, la legge Scelba e il reato di apologia del fascismo a impedire che il fascismo trovasse condizioni propizie per prolungare la propria sopravvivenza. Questo è avvenuto grazie a una azione politica e culturale che ha avuto nell’antifascismo un riferimento forte, che ne ha fatto un valore simbolico e un criterio di valutazione dei comportamenti, isolando soggetti politici ed impedendo anche che i contatti, più o meno velati o sotterranei con alcuni di essi, ottenessero legittimazione pubblica. So bene di dire cose che non sono in sintonia con lo spirito dei tempi. Ma le cose sono andate proprio così. E forse anche gli eredi del Movimento Sociale Italiano dovrebbero essere grati a chi tenacemente li volle fuori dall’arco costituzionale e, così facendo, impedì loro di sentirsi a pieno titolo parte del sistema politico, obbligandoli ad approdare in qualche modo ai lidi della democrazia.

La politica non può allontanare da sé la questione, per di più usando mezzi che rischiano di far apparire come perseguitate persone culturalmente e moralmente condannabili. L’alt agli estremismi non passa attraverso leggi speciali. Lo ha visto bene il rabbino Elio Toaff, con la memoria di chi ha conosciuto i guasti prodotti da questo uso delle norme.

Il Governo e il Parlamento non possono ritenere che il problema si risolva dislocandolo in un’altra area istituzionale, facendolo divenire un affare dei giudici. Vi è una sapiente, e non nuova, schizofrenia istituzionale in tutto questo. Si scaricano sui giudici conflitti sociali e culturali, e poi ci si lamenta che i giudici hanno troppo potere, che "fanno politica". E che altro dovrebbero fare, quando la politica non fa la sua parte?

Né dimissioni della politica, dunque, né sottovalutazione del negazionismo, né paura della libertà. L’impegno nella ricerca, l’interminata fatica della critica, il libero manifestarsi delle opinioni non possono mai essere considerati come un intralcio da rimuovere. Fanno parte della fatica della democrazia. Ricordiamo quello che T. B. Smith non si stancava di ripetere ai suoi concittadini americani: «I mali della democrazia si curano con più democrazia».

Sociologi, statistici e governanti sono tutti d’accordo: il Prodotto interno lordo non è più in grado di rappresentare il benessere delle nazioni. Il problema è con che cosa sostituirlo. Molti ci riflettono da tempo; adesso un convegno organizzato dalla Ue a Bruxelles sembra preparare una svolta anche istituzionale

Il tema della felicità non è nuovo nella storia del pensiero economico. Economisti classici come Stuart Mill hanno spiegato come la felicità non consista nell’abbondanza delle cose, ma nella loro qualità. In Italia Antonio Genovesi e Pietro Verri definirono alla fine del Settecento l’economia politica come «la scienza della pubblica felicità».

Di recente il tema è stato riproposto partendo da un dibattito promosso da Richard Easterlin sul «paradosso della felicità», e cioè sulla scarsa correlazione tra reddito e felicità, sia nello spazio (all’interno di ogni Paese o tra Paesi) sia nel tempo. Contributi particolarmente seri sono stati offerti da sociologi ed economisti come Daniel Kahneman e Richard Layard, e in Italia da Stefano Zamagni, Luigino Bruni e da altri economisti della Università della Bicocca di Milano.

A che cosa si deve questa riapparizione in una disciplina tuttora dominata dall’economicismo ultra? Questo paradosso è spiegato in più modi. Con l’aumento delle aspirazioni, che annulla l’aumento del piacere (dell’utilità, avrebbe detto Bentham). Con l’effetto dell’invidia e della rivalità, che fa dipendere la felicità propria da quella degli altri, in un continuo inseguimento.

Mentre questi fattori impediscono che all’aumento del reddito si accompagni un proporzionale aumento della felicità, non si dà spazio sufficiente al "consumo" di beni relazionali e cioè a quelli che ci arricchiscono gratuitamente. Come nello scambio delle idee: se ci scambiamo un dollaro, ciascuno resta con un dollaro; se ci scambiamo un’idea, ciascuno resta con due idee.

Dobbiamo però chiederci anzitutto perché quel tema è per tanto tempo impallidito. Ai suoi primordi la scienza economica si occupava di società che col nostro metro giudicheremmo povere e ristagnanti, nelle quali i problemi della allocazione e della distribuzione ottimale delle risorse prevalevano su quelli dello sviluppo. Con la rivoluzione industriale l’economia dell’Occidente è stata investita da un’onda di crescita, tranne alcune pause critiche, praticamente continua. Nelle società coinvolte dalla crescita quantitativa dei beni prodotti sul mercato, dopo secoli, anzi millenni di ristagno era comprensibile che il concetto di benessere fosse associato con la quantità di beni disponibili.

Dopo due secoli di crescita quantitativa, però, è emersa una specie di nausea della crescita. Dappertutto, i sondaggi sul grado di felicità delle persone rivelano che la felicità non cresce più con l’aumento della produzione. A partire grosso modo dagli anni Settanta del secolo scorso le due curve, quella della quantità di beni disponibili, misurata dal Pil (Prodotto interno lordo) e quella della felicità, misurata da indagini condotte sull’umore dei singoli individui, si sono separate. La prima ha continuato a crescere, la seconda è diventata piatta. La ragione sta nella differenziazione dei bisogni, dei costi e dei gusti tipica di una società complessa, la quale non può essere riflessa in un indice rozzamente quantitativo che ci dice soltanto quanti beni sono stati prodotti e consumati nel mercato.

Detto nei termini più semplici possibile, l’ormai famigerato Pil comporta tre ordini di gravi difetti. Primo: somma solo i beni prodotti nel mercato, quindi esclude quelli forniti nelle relazioni gratuite tra le persone, nelle famiglie o nelle comunità, mentre conteggia come beni i mali che sono prodotti e consumati nel mercato (droga, guadagni criminali, sfruttamento della prostituzione, consumo irreversibile dell’ambiente, inquinamento, effetto serra eccetera). Secondo: non dà alcuna importanza al modo, più o meno equo, col quale i beni sono distribuiti. Nel Pil vige la legge di Trilussa: due polli a me, nessuno a te, dunque un pollo a testa. Terzo: non dà valore ai beni forniti dalla natura, che considera dissennatamente gratuiti e dei quali fa scempio, distruggendo in pochi mesi risorse accumulate per tre miliardi di anni e trattando (peccato singolare per un economista) il capitale naturale come se fosse un reddito.

C’è un quarto "difetto" cui abbiamo accennato, che però non dipende da come è costruito il Pil, ma da come si sta trasformando l’economia capitalistica. Il mercato è sempre più trascinato dalla pressione competitiva che investe non solo la produzione ma, attraverso la pubblicità, anche i consumi, verso i cosiddetti consumi "posizionali" o competitivi: quelli che non esprimono bisogni originali ma bisogni che dipendono da quelli altrui. Si tratta di bisogni per loro natura insaziabili, che generano infelicità. Un esempio? Lo prendiamo da una divertente vignetta del famoso disegnatore Steinberg pubblicata tanto tempo fa dal New Yorker. Era composta di scene successive, Nella prima lui, uscendo di casa in bicicletta, vede il suo vicino uscire dal garage su una utilitaria. Nella seconda lui esce con una utilitaria, ma il vicino con un’auto poderosa. Nella terza lui esce trionfante, affrontando un traffico congestionato, con una ingombrante e costosa auto; ma il vicino scorre via sereno attraverso il traffico su una bicicletta, Qui l’impulso mimetico è diretto e circolarmente frustrante. Se ci si mette la pubblicità, è moltiplicato per mille.

Insomma, man mano che «la crescita cresce», crescono i suoi sprechi e le sue magagne che si riflettono in un Pil bugiardo come misura della felicità. Queste magagne e questi sprechi emergono e sono percepiti sempre più diffusamente, grazie anche al contributo di economisti non ossessionati dalla crescita e non contaminati da tendenze apologetiche verso il potere.

Dobbiamo quindi abbandonare il Pil? Come dice un libro recente, «depilarci»? (Depiliamoci, di Maurizio Pallante, Editori Riuniti). Alcuni autorevoli economisti, come Amartya Sen, col suo Indice dello sviluppo umano adottato dalle Nazioni Unite e come Herman Daly con il suo Indice dell’economia sostenibile, si sono provati a "depilarlo", depurandolo dalle sue più evidenti insensatezze. Sforzi meritori che tuttavia incontrano la difficoltà insita nel sostituire, quando i conti del Pil risultano manifestamente infondati, i prezzi del mercato con dei prezzi "imputati". L’inconveniente è evidente: i prezzi di mercato sono, con tutte le loro storture, realtà oggettive. Gli altri sono giudizi soggettivi, quindi opinabili.

E allora? C’è chi propone di sostituire il Prodotto interno lordo con la Felicità interna lorda: il Pil con la Fil. Per esempio il re del Bhutan, un piccolo Paese asiatico dove mancano l’acqua potabile e i diritti civili. In quel caso, la felicità coincide con quel che ne pensa il re.

C’è poi chi tenta di misurare oggettivamente la felicità con metodi artigianali (per esempio, infilare la mano del "paziente" nell’acqua calda: pare che i più felici resistano di più) oppure con calcoli neurologici e psicologici sofisticati che danno luogo a certe graduatorie, esibite senza vergogna. Secondo Andrei Oswald, per esempio, la frequenza dei rapporti sessuali o un matrimonio solido sono "quotati" 100mila dollari all’anno, mentre un lutto di famiglia "vale" una perdita di 245mila dollari. C’è una quotazione per un sorriso, e un’altra per una preghiera. Così, i prezzi del mercato sono sostituiti dai prezzi Oswald. Meglio i primi! La lettura di questi testi può essere, in termini di felicità, deprimente. Si rischia di simpatizzare con Wilfredo Pareto che respingeva decisamente ogni confronto tra diverse felicità (lui diceva utilità).

Pure, il problema resta. Come si fa a valutare, diciamo meno enfaticamente, il benessere di una società senza incorrere nell’arbitrarietà degli esperti o del re del Bhutan? Secondo me, in due modi. Primo, rinunciando a una misura unica. Non si può ridurre il benessere a un numero. Esso è costituito da una serie di fattori irriducibili meccanicamente l’uno all’altro. Bisogna tenere separati questi fattori - ambiente, sicurezza, salute eccetera, - misurandoli con altrettanti indici specifici, come fanno le Nazioni Unite con il loro Isu. Secondo, affidando la scelta ottimale tra le loro possibili combinazioni, non agli statistici, ma al giudizio politico democratico.

Non esiste infatti un optimum di felicità eguale per tutti i Paesi, da scoprire. Può invece esistere una combinazione di fattori di benessere diversa per ciascun Paese, da scegliere. In tal caso, la misura del benessere-felicità, diventa, non una constatazione "positiva", ma una scelta "normativa". Non un dato, ma un obiettivo. Ogni Paese dovrebbe scegliere democraticamente il suo quadrante di felicità, valido per un certo periodo, costituito da una combinazione di traguardi che darebbero senso a una discussione politica che lo sta perdendo. Il giudizio se stia meglio l’Italia o l’Inghilterra non sarebbe possibile come lo è tra squadre in un campionato, secondo un Pil insignificante. Sarebbe esso stesso un giudizio discutibile. Niente però potrebbe impedire a entità sovranazionali, come l’Unione europea, di mettersi d’accordo su un quadrante comune. Anzi, questo sarebbe il miglior modo di perseguirla.

All'inizio il processo aperto contro di me dal procuratore capo di Sisli non mi aveva preoccupato. Non era il primo. Sono sotto processo a Urfa, dal 2002 per aver detto di non essere turco, ma armeno di Turchia. Mi hanno accusato di aver offeso l'identità turca. Quando sono andato a testimoniare a Sisli l'ho fatto senza troppa preoccupazione. Perché ero sicuro che ciò che avevo scritto non poteva essere male interpretato. Il procuratore, ho pensato, non crederà che io abbia voluto offendere l'identità turca. Sono stato rinviato a giudizio. Non ho perso la speranza. A chi mi accusava di aver insultato il popolo turco, ho detto che non avrebbe potuto gioire: non mi avrebbero condannato. Se fossi stato condannato avrei lasciato il paese. Gli esperti chiamati a giudicare i miei scritti hanno detto che non c'erano in essi elementi di offesa. Ero tranquillo: il torto sarebbe stato riparato, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Ma così non è stato. Mi hanno condannato a sei mesi di carcere. La speranza che mi aveva accompagnato e sostenuto durante tutto il processo è crollata. Ma mi ha anche dato nuova forza. Prima della sentenza, al termine di ogni udienza venivano date in pasto all'opinione pubblica notizie false su di me. Dicevano che avevo dichiarato che il sangue dei turchi è avvelenato, mi dipingevano come nemico dei turchi. Queste cattiverie hanno cominciato a fare breccia nel cuore di tanti miei connazionali. Alle udienze adesso venivo aggredito dai nazionalisti, si inscenavano violente manifestazioni nei miei confronti. Ho cominciato a ricevere telefonate e mail di minaccia, a centinaia. Ma io continuavo a dire, pazienza, la decisione finale renderà giustizia di tutto ciò e saranno loro a vergognarsi. L'unica mia arma era la mia onestà. Ma mi hanno condannato. Il giudice aveva deciso in nome del popolo turco che avevo offeso l'identità turca. Posso tollerare tutto, ma non questo. Mi trovavo a un bivio: lasciare il paese oppure restare. Alla stampa ho detto che mi sarei consultato con i miei avvocati, che avrei fatto ricorso in appello e anche alla Corte europea per i diritti umani. Ho detto anche che se la condanna fosse stata confermata avrei lasciato il paese perché una persona condannata per aver discriminato suoi connazionali non ha diritto di continuare a vivere con loro.

E' chiaro che le forze profonde che operano in questo paese vogliono darmi una lezione. Così per aver detto alla stampa queste cose è stato aperto contro di me un nuovo procedimento penale. Mi hanno accusato di aver cercato di influenzare la corte d'appello. Mi vogliono isolare, far diventare un facile obiettivo. Mi processano perché, imputato, cerco di difendermi. Devo confessare che ho perso la mia fiducia nello stato turco e nella giustizia di questo paese. La magistratura non è indipendente, non difende i diritti del cittadino ma quelli dello stato. La condanna che mi è stata comminata non è stata pronunciata in nome del popolo turco, ma in nome dello stato turco. Abbiamo fatto ricorso. Il capo procuratore del processo di appello ha detto che non c'erano gli estremi per confermare la condanna. Ma il consiglio superiore ha deciso in maniera diversa. E anche in appello mi hanno condannato.

E' chiaro che mi vogliono isolare, indebolire, lasciare privo di difese. Hanno ottenuto quello che volevano. Oggi sono in tanti a pensare che Hrant Dink sia uno che insulta i turchi. Ogni giorno mi arrivano sull'email e per posta centinaia di lettere di odio e minacce. Quanto sono reali queste minacce? Non si può sapere. La vera e insopportabile minaccia, però, è la tortura psicologica cui mi sottopongo. Mi tormenta pensare che cosa la gente pensa di me. Ora sono molto conosciuto: «Guarda, non è l'armeno nemico dei turchi?» Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito.

Che cosa diceva il ministro degli esteri Gul? E il ministro Cicek? «Suvvia, non esagerate con questo articolo 301. Quanta gente è finita in prigione?» Ma pagare è solo entrare in carcere? Signori ministri, sapete che cosa vuol dire imprigionare il corpo e la mente di un uomo nella paura di un colombo? In questo momento, così difficile anche per la mia famiglia, mi sento sospeso tra la morte e la vita. Ci sono giorni in cui penso di lasciare il mio paese, specie quando le minacce sono rivolte ai miei cari. Mi dicono che mi seguiranno se deciderò di andare, resteranno se deciderò di restare. Posso resistere, ma non posso mettere i miei cari a rischio. Ma se andiamo, dove andremo? In Armenia? Io che non tollero le ingiustizie, sarei forse più sicuro lì? L'Europa non fa per me. Tre giorni in occidente e il quarto voglio tornare a casa. Lasciare un inferno che brucia per un paradiso già confezionato? Dobbiamo cercare di trasformare l'inferno in paradiso. Spero che non saremo mai costretti ad andarcene. Farò ricorso alla Corte di Strasburgo. Quanto durerà questo processo non lo so. Ma mi conforta un po' il fatto che fino al termine del processo potrò continuare a vivere in Turchia. Il 2007 sarà un anno molto difficile. Vecchi processi continueranno, nuovi processi si apriranno. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Perché qui non si fa male ai colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti, come me, ma come me liberi.

Qui si commenta una non notizia, un silenzio. Si dice: cane che morde uomo non fa notizia. E’ la massima fondamentale del mondo dell’informazione: quel che è abituale, ripetitivo, fissato nelle regole della natura e non vietato dalla legge non fa notizia. Applichiamo la regola a un fatto dei nostri giorni. Un fatto a tutti gli effetti grave – una tentata strage – che però non ha fatto notizia. Ecco il fatto: nella tarda serata di lunedì 29 luglio anonimi attentatori a bordo di un "quad" hanno lanciato una bottiglia molotov contro roulottes in sosta nell’area industriale di un piccolo centro toscano. L’atto criminale è rimasto solo potenzialmente assassino perché la molotov non è scoppiata. Un caso fortunato, che non riduce la responsabilità di chi ha tentato di uccidere. Eppure la notizia, emersa per un attimo nella cronaca (ad esempio, su del 30 luglio, sezione Firenze, pag. 7), è affondata immediatamente nel silenzio.

Chi scrive queste righe ha tentato di capire meglio i fatti e soprattutto i silenzi attraverso un contatto diretto con gli abitanti di un luogo che gli è per ragioni biografiche specialmente familiare. Ma si è dovuto arrendere davanti a gente distratta, disinformata, simpatizzante più o meno apertamente per gli attentatori. Molti affettavano di non sapere, pochi ammettevano che si era trattato di cosa spiacevole, ma minimizzando: una ragazzata, un gesto innocuo, che aveva fatto pochi danni (appena una carrozzeria ammaccata). Il resto, il pericolo corso da una famiglia, lo spavento di bambini e adulti, la loro rapida decisione di fuggire dal luogo dell’aggressione, non sembrava suscitare nessuna partecipazione. Bilancio: solidarietà evidente con gli autori dell’attentato, ostilità verso chi ne era stato minacciato. Quasi un clima mafioso. Ma a differenza dei casi di mafia, in questo caso omertà e silenzio locali hanno avuto un riscontro nazionale. Il silenzio è rapidamente calato sul caso . E le indagini ufficiali, che di norma qualcuno deve pur svolgere, non avranno vita facile.

L’enigma ha una soluzione facilissima. Nel luogo dell’attentato era in sosta per la notte una carovana di automobili e roulottes di nomadi sinti. Solo per caso non ci sono stati dei morti: nelle roulottes c’erano dei bambini. E ancora una volta, come accadde anni fa al criminale che, non lontano da quel piccolo centro toscano, pose in mano a una piccola mendicante zingara una bambola carica di esplosivo, i potenziali assassini sono stati coperti dalla solidarietà collettiva . Chi conosce la banalità del male, la quotidiana serpeggiante avanzata della barbarie che precede e sostiene le modificazioni profonde dei rapporti sociali, tenga d’occhio l’episodio. O meglio: annoti il silenzio che ha inghiottito quella che solo per caso è stata una mancata tragedia. Ne è stata teatro una regione – la Toscana – che è d’obbligo definire «civile». Non si sa bene perché. «Civile» appartiene all’esercizio dei diritti e dei doveri di cittadinanza. Da quando la specie umana ha riconosciuto in documenti solenni che non deve esistere nessuna differenza di dignità e di diritti tra i suoi membri, la civiltà si definisce dall’assenza di razzismi e dalla lotta contro le discriminazioni di ogni genere. E la cultura che si studia e si insegna ha la sua misura fondamentale nell’educare ai valori della cittadinanza attiva. Certo, la Toscana ha un patrimonio grande di cultura. La sua economia ne vive: cultura di terre incise dal lavoro come da un sapiente bulino, disegnate nelle opere di una grandissima tradizione pittorica. Bellezze naturali e bellezze d’arte vi sono inestricabilmente legate. Anche patiscono insieme le minacce del mercato. Per esporre meglio la merce si affaccia periodicamente nelle opinioni locali la proposta di eliminare dalla vista dei clienti le presenze sgradevoli: i "vu cumprà", i mendicanti, gli storpi e naturalmente gli zingari. "Corruptio optimi pessima", diceva la massima antica: la caduta è tanto più pericolosa quanto più dall’alto si precipita. Gli abitanti della regione che vanta tra i suoi titoli di nobiltà la prima abolizione legale della pena di morte oggi ospitano e nascondono un virus antico e pericoloso. Non sono i soli. E non basterà il voto di condotta restaurato nelle scuole a educare i futuri cittadini se chi getta una bottiglia molotov contro gli zingari viene impunemente vissuto dalla collettività come «uno di noi»: noi in lotta contro loro – i diversi, i senza diritti.

Un’ultima osservazione: l’ostilità nei confronti dei nomadi, degli zingari, è antica e diffusa, in Toscana come in tutta Italia. Ma nessuno aveva mai pensato di ricorrere alle molotov contro di loro. E’ un salto di qualità senza precedenti, il gradino più alto toccato da aggressioni e tentativi di linciaggio che non fanno nemmeno più notizia. E una cosa è evidente: non ci saremmo mai arrivati senza la campagna di diffamazione e di criminalizzazione condotta da partiti politici di governo e senza la recente legittimazione giuridica della discriminazione nei confronti delle presenze «aliene» – zingari, immigrati clandestini, esclusi dalla comunità («extracomunitari»). Il cattivo esempio viene da chi ha la responsabilità di governare gli umori collettivi e non sa rinunziare a eccitarli. Se quella molotov fosse esplosa, oggi saremmo qui a contare le prime vittime di una campagna irresponsabile alimentata dall’alto. Chi favoleggia di proteste in difesa dei diritti di libertà in Cina cominci a prendere sul serio quel che si dice nel mondo sulla situazione dei diritti umani in Italia.

Nel «nuovo che avanza» e cui bisognerebbe abituarsi viene messa la precarietà del lavoro. I media portano abbondante acqua a questo mulino. Ah ah, soltanto gli inetti pretendono la sicurezza dell'impiego o, peggio, del posto: inetti, pigri e spesso fannulloni. Il rischio invece è il sale della vita come ben sa l'imprenditore. La Montezemolo francese, boss del Medef, ha avuto la seguente uscita: «La vita, la salute, l'amore sono a rischio, il lavoro non dovrebbe esserlo?».

La signora Parisot ha molti titoli nel suo portafoglio, per cui rischiarne una parte le è agevole. Ma come accusare coloro che non sono proprietari di nulla, salvo talvolta i tre locali in cui abitano, di avere timore dell'avventura, cioè di restare disoccupati? Non si è mai sentito questo ragionamento da un «atipico», soltanto (e di rado) da chi ha un posto fisso.

E quel posto fisso se lo tiene con cura, o una professionalità così forte - architetto, medico, George Clooney -, da poterla spendere sul mercato con tranquillità e ad alto compenso. Il precario normale - e sono da quattro e mezzo a cinque milioni emezzo - conosce lunghi periodi di inattività, che può reggere soltanto con il paracadute dei genitori, generazione a posto fisso. Non può amare il rischio chi ha bisogno di un lavoro e non può trovarlo, o non decentemente compensato, neanche se ha un titolo di elevata qualità; sono ormai una folla i precari nella ricerca, nell'università, negli ospedali, privati e pubblici. E non amano affatto il rischio le banche e i proprietari di immobili cui ci si deve rivolgere per avere un mutuo o un alloggio, e non ti concedono né l'uno né l'altro se non mostri una solida busta paga o solide proprietà.

Nessuno ha coraggio di negarlo. L'astuzia sta nel non parlarne. O nel cambiare le carte in tavola, come quando si dice: «Ma come, vuoi avere lo stesso posto tutta la vita? Che noia. Non ti piacerebbe cambiare, giocare sulla flessibilità?». Sicuro che piacerebbe, lo scriveva anche Fourier (se uno ha voglia di leggerlo troverà nella Nuova società industriale divertenti osservazioni sull'umana inclinazione a produrre di più e con più gusto sfarfallando serenamente da un'attività all'altra). Solo che per cambiare con allegria devi essere sicuro di trovare un altro posto. E questo avviene soltanto in periodi di pieno impiego. Fa impressione dirlo, ma un'elevata mobilità sociale, il passaggio da un lavoro all'altro, c'è stata negli Stati uniti e nell'Unione sovietica, dove sino agli anni '80 trovavi ai cancelli delle fabbriche o negli atrii delle aziende elenchi di richiesta di manodopera. E' precarietà quando si subisce, flessibilità quando si sceglie.

Ma il lavoratore dipendente, e la maggior parte dei piccoli autonomi, può scegliere? I salariati devono in genere «prendere o lasciare». E infatti si sono battuti oltre cento anni per strappare qualche forma di contratto che non li lasciasse esposti a salari invivibili o a zero salari da una settimana all'altra. Possiamo fare un poco, pochissimo, di storia? E' solo dopo la Rivoluzione Francese che si sancisce - udite udite - il «diritto a lavorare», non il «diritto ad avere un lavoro», cioè il diritto di accesso a un reddito in cambio di prestazione d'opera. La prima legislazione sul lavoro dichiara che «ogni uomo è libero di lavorare dove desidera, e ogni datore di lavoro di assumere chi desidera, concludendo un contratto il cui contenuto è liberamente determinato dai due interessati» (1791). Si intende allora che nessuno appartiene più a nessuno, feudi e corporazioni sono aboliti, ed è un passo avanti. Ma si dà per ovvio che c'è una simmetria fra le parti, padrone e lavoratore che si presenta alla sua porta in cerca di impiego - tesi che è alla base del liberismo e viene spacciata anche oggi. Subito dopo la legge di cui sopra, sono dichiarati reato l'organizzarsi dei lavoratori e lo sciopero. Hanno da essere uno a uno, l'uno con il suo capitale e l'altro con le sue sole braccia o la sua mente, come se fossero uguali le loro possibilità di scelta. Questo sistema è durato fino ai primi del Novecento. Ancora nel 1906, giusto un secolo e un anno fa, il regolamento delle fabbriche Renault prescriveva: «Gli operai potranno lasciare la Casa con un'ora di preavviso al caporeparto. Reciprocamente la Casa si riserva il diritto di licenziare senza indennità gli operai facendoli avvertire dal caporeparto un'ora prima».

Sono l'organizzazione solidale della manodopera salariata e lo sciopero, pericoloso per essa ma anche per il padrone, che permettono agli operai di stabilire un rapporto di forza che li protegge dal licenziamento - se uno di loro è mandato via, i suoi compagni di lavoro staccheranno, e una volta su due sarà riassunto. Per questo si parla di «lotte» del lavoro, lotte sono state. Ma «staccare» è un rischio e tale resta. In Italia la Costituzione legalizza lo sciopero ma soltanto la legge Giugni toglierà al padrone il diritto di licenziare «senza giusta causa», e sarà votata solo negli anni Sessanta del Novecento - è il famoso articolo 18. Che il padronato tenta di metter in causa, alzando il numero dei dipendenti delle aziende in cui può non venire applicato. Dalla fine degli anni Settanta comincerà a giocare sulla tenuta dei lavoratori e dei sindacati, la paura di perdere il posto di lavoro per scomparsa dell'azienda - considerata giusta causa se mai ce n'è una. Infatti le «ristrutturazioni» che accompagnano i cambi di proprietà, le fusioni, la maggior parte della «esternalizzazioni» comportano una riduzione del personale.

I teorici del libero mercato sostengono che le imprese reggono gareggiando nel produrre a prezzi bassi, e così rendendo felice il consumatore. Per un certo tempo avevano predicato che con le nuove tecnologie il costo del lavoro era sempre meno importante nel bilancio. Da un paio di decenni hanno precisato che grazie alle tecnologie il lavoro dell'operaio è diventato assai più rapido, e quindi è d'obbligo ridurre il personale, il cui costo è tornato ad essere importante, anzi importantissimo, perché è la voce di bilancio più comprimibile (oltre al profitto). Il ragionamento si può rovesciare: la tecnologia permetterebbe di ridurre per ciascuno il tempo di lavoro a parità di salario, perché la produttività è diventata assai più grande. Se prima delle tecnologie di questi ultimi decenni la differenza di produttività era da uno a uno e mezzo o due, con essa è diventata da uno a uno a dieci o cento. Il salario sarebbe dovuto crescere in proporzione, o ridursi in proporzione il tempo di lavoro a salario uguale. L'esatto opposto di quel che avviene. La produttività sale e ilmonte salari scende.

A questo scopo servono precipuamente gli «atipici» che riportano il diritto del lavoro a oltre un secolo fa. Alla faccia della modernizzazione. I diritti del lavoro sono stati sempre in qualche misura elusi o circuiti. Li eludono la miseria e la disoccupazione, che costringono al lavoro nero, i lavori domestici o «alla persona», che si tende a retribuire poco e a non pagarne i contributi sociali, li elude legalmente il precariato. Il padronato italico ha sempre cercato di sfuggire al contratto, prima di tutto con il lavoro nero, che specie nel mezzogiorno accompagna la piccola e media azienda: lo sanno gli ispettori dell'Inps, al cui arrivo con la guardia di finanza gran parte della manodopera corre a nascondersi. Specie con la manodopera immigrata, e non solo nel sud ma nell'operoso nord, dove intere villette nascondono opifici e il caporalato, che pareva un residuo del XIX secolo ed è tornato a prosperare. Funziona all'interno stesso della manodopera immigrata, specie asiatica, dove uno funge da padrone, o lo diventa, e sottopone gli altri a salari e orari senza regole. Lo schiavismo che Hannah Arendt denunciava negli Stati uniti (il massimo della libertà politica con il massimo della schiavitù sociale) è ripreso in occidente su larga scala.

La legge non ha inventato il precariato, gli ha messo regole legittimandolo. Questo è il problema. Ha accettato che la forza di lavoro venisse considerata come la più obsoleta o banale delle macchine. Questa è una trasformazione di mentalità che rappresenta un colossale passo indietro nei rapporti sociali. Non ha alcuna giustificazione funzionale, è soltanto risparmio sulla forza di lavoro. Che attua anche lo stato usando dei precari negli ospedali e nelle università, mentre a fil di logica dei diritti umani, se fossero una cosa seria, il precario dovrebbe essere pagato almeno il doppio di chi ha un contratto a tempo indeterminato. L'utilizzo del capitale cognitivo si somma a quello sul tempo di lavoro, cercando di «mettere fuori calcolo» l'uno e l'altro, e tende a diventare la forma principale delle nuove assunzioni. Quanto all'articolo del Protocollo sul welfare, secondo il quale per essere assunti occorrono 36 mesi di precariato è una vera presa in giro. Non diversa da quella che nel contratto di primo impiego, il famoso Cpe, il governo di destra voleva imporre in Francia e la mobilitazione degli studenti ha mandato in tilt.

Questo è il processo reale che passa come «fine della classe operaia» o «declino operaio». Quel che è declinata in occidente è la grande fabbrica, forma «sociologica » della produzione che viene decentrata e frantumata grazie alle tecnologie dell'automazione e poi dell'informatica. Ma fuori della fabbrica il salariato si è moltiplicato, industria culturale, dell'informazione e dello spettacolo inclusa. E ha stravinto l'idea che l'accumulazione del capitale, e per di più privato, è inevitabile, è condizione dell'economia, ne è «legge oggettiva». Stravince anche perché il sindacato arretra o si pone sulla semplice difensiva (della quale il sovversivismo, che pretende di opporsi alla timidezza del sindacato, è una variante).

Ma è obbligatorio difendere una trincea indebolita o arrendersi? Non mi pare. Il sindacato svedese non si è opposto all'innovazione tecnologica, ma l'ha contrattata sul serio. Il mutamento che si è verificato con la globalizzazione non è dovuto alla tecnologia, che potrebbe liberare tutti, ma ai rapporti di forza fra le parti sociali su scala mondiale. Mentre il capitale viaggia, come si usa dire, in tempo reale, la forza di lavoro materiale o intellettuale, corpi e vite, resta necessariamente ferma e niente affatto necessariamente scollegata fra un paese e l'altro: per cui la stessa mansione è pagata fino a dieci, cento volte di meno da un paese, specie asiatico, rispetto all' Europa occidentale. E' questo che rende il prodotto cinese così a buon mercato rispetto a quello europeo, ma è indecoroso che financo i sindacati europei chiedano misure protezioniste invece che tentar di collegare i lavoratori.

Già lo spazio europeo sarebbe una regione contrattuale forte. Come non è decente che in nome della competitività i governi permettano la delocalizzazione delle imprese verso i mercati del lavoro a basso costo. Una delle ipocrisie più flagranti della Costituzione europea è che essa garantiva la libertà delle imprese di andarsene, mentre il diritto della persona di accedere concretamente a un reddito decente era del tutto ignorato.

Il padronato, più o meno spersonalizzato nelle grandi multinazionali in concorrenza, non è tenuto a proteggere i lavoratori, protegge azionisti e il suo top management. E' il sindacato che è tenuto a proteggere i lavoratori, vi si affiliano per questo. Ma stenta a pensarsi fuori dello stato nazionale in cui è nato ma i cui confini sono stati sfondati dal movimento mondiale dei capitali, al quale i governi, di destra o di centrosinistra che siano, si adeguano. A questo si aggiunge la pochezza dell'imprenditore italiano il cui motto sembra «prendi i soldi e scappa» - investimenti a lungo tempo, necessari per la ricerca e l'innovazione di prodotto, non ne fa. Né lo induce a farlo la filosofia della Ue, che invita il nostro governo a non occuparsi di economia e spendere sempre meno in quel salario indiretto che sono la previdenza e la sicurezza sociale, trittico che le lotte del lavoro si erano conquistate.

Il congegno del precariato ne fa parte, per il governo di centrosinistra è una bella responsabilità.

© 2026 Eddyburg