Gli antefatti hanno i nomi di Leonardo Borgese, Antonio Cederna, Carlo Giulio Argan. I compagni di strada si chiamano Adriano La Regina, Vezio de Lucia, Edoardo Salzano,Vittorio Emiliani, Francesco Erbani, Giuseppe Chiarante, Paolo Berdini… quanti insomma sono ancora capaci di indignarsi di fronte a un paese che alacremente va distruggendo il meglio di sé. Mi riferisco a L’opinione contraria, un prezioso libretto uscito da pochi giorni (Libreria Clup) a firma di Lodovico (Lodo) Meneghetti.
Urbanista di fama e a lungo apprezzatissimo docente al Politecnico di Milano, Meneghetti è anche autore di importanti saggi. Ma le sue più roventi indignazioni usa scaricarle, spesso a botta calda, nell’immediato dei fatti incriminati o nel cuore delle contese, su Eddyburg: un sito internet felicemente ideato e gestito da Salzano, di cui oggetto centrale sono appunto i problemi dell’urbanistica, e che però allarga sguardo e attenzione fino a porsi come un luogo di autentico e ricco dibattito politico. Proprio gli interventi da Lodo affidati negli ultimi due anni a Eddyburg sono ora assemblati e pubblicati. Ma il lavoro non ha nulla della solita generica raccolta di articoli che chiunque lavori di scrittura ormai si concede. Opinione contraria è un discorso unitario che si dipana, lucido coerente e adirato, lungo quello che l’autore chiama un “elenco di sconfitte”.
Tutti i luoghi offesi e stravolti da gigantesche colate di cemento (coste, valli, panorami collinosi), tutte le campagne plastificate per migliaia di chilometri quadrati di serre (vaste e crescenti porzioni delle nostre pianure), tutte le città colpite dalla rottura di secolari equilibri tra architettura e paesaggio (pochissime quelle che finora si sono salvate), tutti gli interventi (spesso privi di ogni necessità) lesivi dell’ambiente storico e naturale. E certamente tutte le “grandi opere”, oggetto di interminabili quanto poco edificanti polemiche, Tav, Mose, Ponte sullo Stretto, Autostrada maremmana, Auditorium di Ravello, ecc. L’intero panorama del saccheggio di quello che era, ed è sempre meno, il Bel Paese, scorre sotto l’occhio inesorabile di Meneghetti.
Ma il suo non è solo risentimento estetico di fronte alla bellezza offesa con brutalità e insipienza. Il suo giudizio è ben lontano dall’aristocratico lamento di chi si limita a disapprovare. Ad animare il suo sdegno è il dominio della rendita immobiliare, sono i falsi concorsi e le gare truccate, le radicali e rovinose ristrutturazioni di antichi centri storici passate come restauri, le licenze compiacenti e gli imbrogli spesso avallati quando non promossi dalle pubbliche amministrazioni; è la politica dei governi di destra, con sanatorie e condoni a pioggia, con la sfacciata difesa di interessi privati, con leggi mostruose come la Lupi e piani regolatori che sono ossequiosi omaggi ai palazzinari; ed è anche il lassismo di non poche giunte di sinistra, giustificato magari nel nome di un “abusivismo di necessità”. Non è insomma soltanto, e nemmeno soprattutto, l’incontinenza edificatoria a suscitare l’ira di Lodo, ma è tutto quanto sta dietro ad essa e la determina. Ed è così che il suo discorso si allarga, spostandosi verso una dimensione decisamente politica.
In questa chiave vengono affrontati problemi che non appartengono soltanto e strettamente all’urbanistica, e però nel suo ambito necessariamente ricadono. Come la crescita esponenziale degli automezzi, che porta il traffico cittadino a livelli di assoluta invivibilità, ciò che a sua volta insensatamente cerca soluzione nella moltiplicazione dei parcheggi, ìn tal modo facendo strada a un nuovo rilancio del mercato dell’auto, e così via. Oppure temi che all’urbanistica direttamente appartengono, ma che per la loro natura squisitamente sociale assumono una qualità particolare, da affidarsi necessariamente a ragionate scelte politiche. E’ il caso delle abitazioni popolari, questione ben nota a Meneghetti anche per via della sua esperienza di amministratore comunale nella natìa Novara, che ricorre in vari momenti del libro, sviscerata nella sua complessità e nel suo mutare in rapporto all’evolversi della società, nell’andamento demografico, nel trasformarsi del lavoro in seguito alla deindustrializzazione, e quindi delle classi lavoratrici e dell’intera struttura della popolazione.
In questa lettura della realtà i problemi dell’urbanistica inevitabilmente si jncontrano con quelli della crisi ecologica e si riconoscono nelle medesime ragioni di fondo: in sostanza riconducibili alla temperie culturale dominante, o addirittura alla stessa forma antropologica della società attuale, dominata della logica di mercato che tutto involgarisce e deforma, definita in ogni sua espressione da una razionalità economica clamorosamente confliggente con le leggi e i limiti dell’ambiente naturale, che pure dell’ecocomia è luogo e supporto. E a questo proposito va detto che Lodo è uno dei rari intellettuali, non ambientalisti di professione, ad aver capito a pieno i meccanismi per cui l’agire umano obbediente al modello invalso inevitabilmente mette a rischio continuo gli equilibri dell’ecosfera.
Non a caso lo “sviluppo sostenibile”, questo ossimoro eletto ad alibi delle peggiori aggressioni alla natura, viene da lui vituperato senza sosta; così come viene criticata, anzi dileggiata con la sua più sferzante verve polemica l’eterna invocazione delle sinistre allo sviluppo, che sintetizza nella irridente sigla “Saoc” (Sviluppo ad ogni costo): e al proposito non vengono risparmiate le ambiguità di non pochi ambientalisti militanti e giornalisti compiacenti. Mentre assai meglio che da molti “esperti” e addetti ai lavori, viene da lui analizzata la questione delle fonti di energia rinnovabile, vista come un possibile ulteriore mezzo di crescita senza freni, se non verrà integrata da un serio programma di rispamio, anzi da un impegnativo piano energetico.
A un dato momento Lodo si richiama a Gramsci, parlando di “pessimismo della ragione”. E nessuno potrà negare che gli appartenga. Non tale però da precludere quel tanto di “ottimismo della volontà” necessario alla perseveranza delle sue battaglie. Che infatti su Eddyburg, e non solo, continuano.
La proposta avanzata da Carla Ravaioli nel suo libro Ambiente e pace, una sola rivoluzione forse è un po' utopistica. Però, come tutte le idee seriamente utopistiche, è una delle poche davvero realistiche. Nel senso che parte dalla spiegazione e dalla definizione di un problema vero - cioè "reale" - e indica delle soluzioni concrete, cioè anch'esse "reali". Dove sta allora l'utopismo? Semplicemente nella politica: nella forza degli interessi che si oppongono alla soluzione realista.
Qual è l'idea di Ravaioli? Di avviare il disarmo unilaterale dell'Europa, come mezzo per abbassare drammaticamente le emissioni di gas nocivi nell'atmosfera senza, per ora, mettere mano alla grande questione dei consumi, che sono folli e vanno ridotti e modificati.
Dunque, in questo libro, Carla Ravaioli oppone una misura ad occhio e croce impossibile - ma realistica - il disarmo unilaterale di un intero continente, ad un'altra che lei stessa giudica ancora più impossibile - e al momento irrealistica - e cioè l'improvvisa presa di coscienza dei suoi limiti ormai visibilmente abnormi da parte del capitalismo e la rinuncia al profitto di fronte al pericolo imminente in cui versa il pianeta. Per il capitalismo - almeno, se avesse un forte senso di sopravivenza e dunque una disposizione al compromesso - tra la rinuncia al profitto e la rinuncia al profitto solo in campo militare, la seconda opzione dovrebbe essere più digeribile.
Cosa si intende per capitalismo? Non solo i suoi gruppi dirigenti, il suo Gotha. Ma tutto il sistema, comprese le sue opposizioni interne. Le quali, sul tema ambientale - cioè sul piccolo problema se salvare o no il futuro del pianeta - non hanno mai funzionato da anticorpi, come hanno fatto su altri versanti della battaglia politica e sociale. Carla Ravaioli non salva nessuno, che siano le socialdemocrazie nordeuropee o il difensore dei diritti civili Zapatero. Che sia l'inemendabile classe politica berlusconiana al potere o il Pd o il Prc, i Verdi e tutti gli altri. Destra e sinistra. Centro e estremisti. Marxisti e libertari.
Ed è proprio la dimensione diciamo così, universalmente politica, di questo libro, che ne è l'aspetto più seducente. L'analisi della politica delle sinistre, il suo cogliere la trappola in cui si sono ficcate senza rendersene conto.
Sono convinto da tempo - e lo ho scritto - che la sinistra oggi ha bisogno di andare oltre se stessa - cioè oltre i suoi schemi, i suoi tic, le sue ideologie novecentesche - se vuole recuperare la sua forza rivoluzionaria e di trasformazione, e riproporsi come strumento di cambiamento e di governo del mondo. Il libro di Carla Ravaioli va oltre (e non è la prima volta che Carla lo fa); ed è profeticamente uscito con un bell'anticipo sia sulla crisi finanziaria che sta strangolando il mercato globale, che sulla contrapposizione Italia, Polonia e altri paesi dell'est europeo con il governo di Bruxelles sulla questione della riduzione delle emissioni di gas nocivi.
Andare oltre cosa? Carla Ravaioli spiega perché molti aspetti dello stesso marxismo - quelli interni all'ideologia dello sviluppo economico visto come una legge di natura - sono entrati in contrasto con la necessità del pianeta, e del suo futuro, e dunque diventano conservatori, arretrati. Il grande filone di pensiero, ancora attuale, del marxismo è quello che riguarda la riproduzione e la critica del potere e della alienazione. Cioè quello che ha avuto meno ricadute nel comunismo reale e nella storia del movimento operaio. Le sinistre si accorgono di tutto questo? Sì, ma ne sono terrorizzate, lo vedono come una minaccia alle proprie certezze, alle proprie abitudini, alle proprie relazioni e alle proprie politiche.
Sullo sfondo del libro di Ravaioli c'è questa crisi finanziaria internazionale la cui scintilla è, proprio come descrive il libro, l'artificiosa creazione della domanda. In un mondo in cui la produzione di merci non risponde più in alcun modo a dei bisogni precisi, si vendono mutui a chi non sa come pagarli, e si rivendono quotando il debito collettivo in borsa. Fantastico. Crolla tutto ed ecco che gli iperliberisti, fregati, si affannano a chiedere regole, intervento dello stato, parlano di un'etica del capitalismo e della necessità di rimettere in piedi, presto, al più presto, la fiducia dei consumatori nel benedetto mercato.
Carla, con questo suo libro, accompagna l'analisi, sempre molto acuta e informata, sullo "sviluppismo" e sulla grande questione ambientale, a questa idea che un po' spariglia le abituali battaglie politiche. E cioè reintroduce nella discussione la "mozione" pacifista, ma non dal suo abituale versante "etico", bensì da quello ambientale. Il disarmo come necessità "naturale". Mi sembra una ottima idea.
La ragione populista del filosofo marxista Ernesto Laclau e Populismo globale del giornalista italiano Guido Caldiron. Due saggi per aiutare a comprendere una forma politica che ha acquisto forza nella crisi della democrazia e nei punti «alti» dello sviluppo capitalista
Il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea. A scioglierlo ci provano in molti, da chi lo ritiene un residuo del passato che sarà rimosso dopo avere adeguatamente riformato le istituzioni politiche in termini di semplificazione e di centralità del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario. Oppure, come manifestazione politica di quei paesi poco avvezzi alla democrazia. Letture tuttavia non convincenti.
In primo luogo, perché il populismo mostra tutta la sua radicalità politica non nei paesi dove lo sviluppo economico è più lento, come avveniva in passato in America Latina o in alcune realtà asiatiche, dove partiti e leader esplicitamente populisti facevano le loro fortune. La fine del Novecento ha infatti visto forze populiste conquistare sempre più consensi, arrivando a condizionare la vita politica se non a governare nazioni come la Francia, l'Italia, l'Olanda, l'Austria, gli Stati Uniti e la Russia di Vladimir Putin.
Dunque, un fenomeno politico che non è certo un'ingombrante eredità gettata con volgarità sul presente. Piuttosto va considerato come la forma politica che si misura con i problemi posti dalla crisi del neoliberismo e della globalizzazione. Insomma, una risposta innovativa ai conflitti sociali nei cosiddetti «punti alti» dello sviluppo capitalismo: è questa, infatti, la tesi di studiosi e leader politici affascinati dal discorso populisti. Per sgomberare il campo da equivoci va subito detto che il termine «innovativo» non esprime qui un giudizio, ma solo la constatazione che i partiti e i leader populisti riescono a elaborare analisi e proposte politiche più efficaci di altre, sfruttando al meglio i media e le forme di mobilitazione - dalla vecchia radio all'anziana televisione, alla caotica Internet, dagli sms al fascinoso volantinaggio - preposte alla formazione dell'opinione pubblica.
Le fragili identità
A confrontarsi con questo rovello sono due recenti libri che, sebbene siano nati in ambiti disciplinari e con prospettive diverse, sono tra loro complementari. Si tratta di Populismo globale (Manifestolibri, pp. 191, euro 18) e La ragione populista (Laterza, pp. 300, euro 20). Il primo è di Guido Caldiron, un giornalista e studioso da sempre attento alle evoluzioni della destra radicale europea. Il secondo è del filosofo argentino Ernesto Laclau, che ha dedicato molte opere alla comprensione di come funziona la democrazia sin da quando è salito in cattedra a Oxford su segnalazione dello storico Eric Hobsbawm dopo aver precipitosamente abbandonato il suo paese perché minacciato di morte dai gruppi paramilitari di estrema destra.
La complementarietà dei due saggi è data dal fatto che là dove finisce Caldoron inizia l'analisi di Laclau. Populismo globale è, infatti, è una documentata analisi sull'ascesa dei partiti e leader populisti, mentre La ragione populista definisce le coordinate filosofiche entro le quali si muove la cultura politica populista. Caldiron ne cerca le radici, Laclau evidenzia come l'albero è nel frattempo cresciuto. Entrambi, però, iscrivono il populismo nella sfera politica, cancellandone le basi materiali. Infatti, né Caldiron, né Laclau mettono mai in relazione il fatto che il populismo cresce laddove è presente una composizione sociale della forza-lavoro estremamente articolata e dove la precarietà è la condizione necessaria alla messa al lavoro del sapere, il linguaggio, la conoscenza, la capacità di sviluppare una «autonoma» cooperazione sociale. In altri termini, il populismo ha fortuna nei punti alti dello sviluppo capitalistico.
Guido Caldiron parte dall'elezione a presidente di Nicolas Sarkozy e dalla vittoria elettorale del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi. Entrambi sono leader populisti, che hanno saputo intercettare gli umori profondi dei rispettivi popoli, articolandoli in un programma politico con al centro la figura dell'individuo proprietario. Inoltre, tanto Sarkozy che Berlusconi hanno saputo creare un clima mediatico che ha posto con forza nell'agenda politica temi e argomenti che componevano il loro programma politico: l'insicurezza sociale, intesa come paura di una messa in discussione del proprio stile di vita; la presenza di nemici interni alla nazione - in Francia la cultura del Sessantotto e la racaille delle periferia, in Italia uno stato-vampiro e i migranti -. Per Caldiron è tuttavia importante comprendere come i temi dell'agenda populista siano stati quelli dei gruppi di estrema destra per i venti anni che hanno preceduto la fine del Novecento.
In nome del futuro
Ciò che colpisce nella ricostruzione di Caldiron dell'ascesa di Nicolas Sarkozy è la traduzione dei temi propri della «destra radicale» in una politica «per bene» fatta dal presidente francese e di come siano stati sapientemente usati all'interno della crisi dei partiti moderati e della destra francese alimentata dalla globalizzazione neoliberista per un ricambio generazionale e culturale di quegli stessi partiti. Con una novità, che rende il populismo contemporaneo radicalmente diverso da quello Novecentesco: le richieste di ordine e disciplina non vengono motivate in nome di un'armonica comunità originaria minacciata dalla modernità, bensì in nome del futuro.
Il popolo evocato da Sarkozy e da Berlusconi ha fatto esperienza della globalizzazione. È il popolo dove i singoli sono rappresentati come tanti imprenditori di se stessi proprietari di un capitale intellettuale e sociale che deve poter essere sfruttato al meglio senza i limiti posti dallo stato sociale. Della triade della rivoluzione francese preferisce infatti la libertà all'eguaglianza e alla fraternità: una libertà, si badi bene, che ha nel il mercato la sua unità di misura. Per questo motivo chi lo vuole rappresentare parla del futuro invece che del passato. A sostegno di questa lettura Caldiron cita il caso di Pim Fortuyn, il leader della destra populista olandese ucciso alcuni anni fa che non ha mai nascosto la sua omosessualità e che ha invocato la tutela dei diritti umani contro gli «indigeni» musulmani presenti o nati in Olanda. In questa particolare accezione, i diritti umani sono il perimetro di una civiltà che non tollera nessuna diversità. Così, l'accesso alla cittadinanza è quindi necessariamente selettivo.
Assistiamo così a un populismo che impugna l'arma dei diritti umani per tenere fuori i nemici dell'Occidente: per i nemici interni, invece, la «tolleranza zero» non è solo una politica dell'ordine pubblico, ma un marchio di fabbrica che non può essere contraffatto. Tesi presenti, ad esempio, nelle prese di posizione di intellettuali come Alain Finkielkraut, Christopher Hitchens, André Glucksmann che, seppur con un passato di sinistra, sono diventati i più strenui difensori della superiorità occidentale. Un ordine del discorso dilagante dopo l'attacco alle Twin Towers, dove la presidenza di George W. Bush ha fatto esplicitamente riferimento allo scontro di civiltà di Samuel Phillips Huntington per legittimare un politica interna decisamente populista.
Se si rimane però all'atlante della galassia populista proposto da Guido Caldiron si rimane colpiti più dalle differenze che dalle ripetizioni che si incontrano mettendo a confronto l'Europa, gli Stati Uniti, la Russia di Putin o l'Iran del presidente Mahmud Ahmadinejad. E rischia di smarrirsi in esso. Ma è proprio questa grande capacità di adattamento a realtà diverse che contraddistingue il populismo contemporaneo da quello del passato.
Il problema è dunque svelare la visione populista del Politico. Per dirla con le parole del filosofo Ernesto Laclau occorre stabilire la sua ontologia, perché il populismo «costruisce» il popolo, attraverso l'evocazione della sua assenza.
Mutanti e flessibili
Il populismo dunque come paradigma del «Politico», ma anche come un modo di organizzare uno Stato che ha preso congedo sia dalla democrazia rappresentativa che dalle alternative ad essa. È infatti uno stato, quello invocato dai populisti contemporanei, che eleva sì un leader al di sopra degli interessi parziali che confliggono nella società, ma stabilisce l'equivalenza, quindi la commensurabilità di un interesse economico, di uno stile di vita con un altro. Non è un caso che Ernesto Laclau utilizzi in maniera innovativa il concetto gramsciano di egemonia per spiegare la costruzione di un significante che abbia la capacità di rappresentare, superandoli, gli antagonismi e le differenze della realtà sociale.
Il popolo è un significante vuoto che va riempito, stabilendo appunto i criteri che stabiliscono la coesistenza e la commensurabilità tra le tante parzialità che compongono la realtà sociale. I populisti sono i traduttori dei diversi idiomi sociali in un linguaggio comune, quello del popolo.
È noto che nelle pratiche politiche populiste c'è il popolo è rappresentato come una «comunità organica di simili» e che occorre cancellare le divisioni introdotte dagli elementi estranei a quella stessa comunità. I populisti, insomma, sono sempre a caccia di nemici interni. Il discorso populista contemporaneo invece non cancella la eterogeneità e le differenze anche di classe, ma le riconduce appunto alla loro parzialità, che possono esistere solo se espresse in un significante universale messo a punto in una data contingenza. In questo testo di Laclau sono forti gli echi degli studi di filosofi come Jacques Ranciere e Alain Badiou quando si sono confrontati con l'impossibilità di pensare la politica al di fuori di una contingenza. Quella che vede la presa di parola di chi è dotato di una facoltà di linguaggio negata dai dominanti, come sostiene Ranciere; o laddove, secondo Badiou quando scrive sulla Comune di Parigi, si interrompe il corso lineare della storia a causa dell'irruzione del conflitto di classe nella scena pubblica. Laclau, invece, ritiene che c'è contingenza quando l'assenza del popolo viene evocata e presentata dal discorso populista. Il populismo è quindi la forma politica che risponde alla crisi della democrazia.
Occorre quindi guardare la «bestia» in volto senza averne paura. Una bestia che non si ritirerà dalla scena pubblica con la crisi del neoliberismo. Il limite dei due libri sta, però, nella rimozione, se non nell'irrilevanza del nesso tra i laboratori della produzione e la dimensione politica. È infatti in quei laboratori che il populismo, in nome dell'individuo proprietario, altro significante universale che attiene alla ragione populista, ha compiuto la prima operazione, traducendo in termini capitalistici le istanze di libertà e di autodeterminazione espresse dalla forza-lavoro. Una traduzione che gli ha dato forza, fino a condizionare l'agenda politica non solo di una nazione, ma di tutto il capitalismo contemporaneo indipendentemente da chi esercita il potere dell'esecutivo.
E' passato oltre un secolo e mezzo dalla redazione degli appunti, scritti in tedesco a Parigi dal ventiseienne Carlo Marx, su tre "quaderni", pubblicati a Berlino nel 1932 col titolo: "Manoscritti economico-filosofici del1844". I "Manoscritti" furono conosciuti in Italia subito dopo la Liberazione ed attrassero grande attenzione, anzi ebbero presto una certa celebrità. Due traduzioni parziali in italiano erano apparse nel 1947, una a Bologna a cura di Galvano Della Volpe e l'altra a Pisa a cura di Delio Cantimori; una traduzione completa a cura di Norberto Bobbio fu pubblicata da Einaudi nel 1949, seguita da un'altra traduzione di Della Volpe pubblicata nel 1950 dalle Edizioni Rinascita, con varie ristampe a cura degli Editori Riuniti ("Opere filosofiche giovanili" di Marx). Nel 1968 Bobbio pubblicò un'altra traduzione, tenendo conto delle edizioni critiche apparse nel frattempo. Delle edizioni pubblicate da Einaudi e dagli Editori Riuniti sono fortunatamente ancora disponibili varie ristampe.
I "Manoscritti" del 1844 furono uno dei libri di culto di varie generazioni di marxisti, anche perché possono essere letti sotto vari punti di vista, dal filosofo, dallo studioso dell'evoluzione del pensiero di Marx e infine dai militanti della contestazione ecologica. E' da quest'ultimo punto di vista che voglio qui parlarne, anche nel quadro di un dibattito, mai placato, sulla compatibilità fra l'"ecologia" e il pensiero comunista e marxiano.
Nella breve primavera che va dal 1968 al 1973, ci fu un vivace scontro fra i comunisti e la contestazione ecologica, accusata di origine e posizioni "borghesi". E' vero che la denuncia del degrado ambientale, della speculazione, dell'inquinamento, è arrivata in Italia sull'onda della contestazione e della protesta giovanile nata in America, e che ha trovato ascolto presso insegnanti, intellettuali, studenti - borghesi, se vogliamo così chiamarli - attenti alla salvaguardia dei beni e dei valori collettivi, critici nei confronti di un mondo imprenditoriale e affaristico che aveva costruito un miracolo economico sull'assalto alle città, sulla distruzione del verde, sull'avvelenamento dei fiumi e dell'aria.
Da una parte i "padroni" furono abili nel denunciare le proposte di cambiamento - una maniera diversa di produrre e consumare - avanzate dalla contestazione ecologica, come ubbie di una classe media ormai sazia nei suoi bisogni più importanti, che andava propagandando nuovi valori come i diritti degli animali, il diritto a respirare aria pulita, la salvaguardia del verde e dei monumenti, chiedendo interventi che avrebbero rallentato o frenato "il progresso", creato disoccupazione e che ben mostravano perciò il loro carattere anti-operaio.
Dall'altra parte anche la sinistra se la prese con la contestazione ecologica borghese: l'"ecologia delle contesse". Solo una grande rivoluzione proletaria, non le assemblee di Italia Nostra o del WWF, avrebbero potuto rovesciare i rapporti di produzione, avrebbero potuto portare al soddisfacimento dei bisogni di tutti senza inquinamenti.
Fu un periodo di grandi contraddizioni, la cui storia è ancora tutta da scrivere (1): un periodo in cui una parte del mondo operaio e della sinistra anticipò lotte, soprattutto per la salute in fabbrica, che erano "ecologiche" anche se non venivano chiamate così; in cui il partito comunista fu stretto fra posizioni lungimiranti e un mito della produzione industriale - sprezzantemente chiamato, dagli avversari, "industrialismo" - nel quale la difesa dell'ambiente era un bene secondario rispetto all'occupazione; in cui alcuni, a sinistra, riconoscevano che l'"ecologia è rossa" in quanto una lotta per l'ecologia avrebbe potuto accelerare la lotta contro l'arroganza del potere economico e politico dominante; in cui molti rappresentanti dell'ecologia borghese credevano di riconoscere la causa della scarsa attenzione ambientalista dei comunisti e degli operai nel fatto che Marx ed Engels, a cui essi si riferivano, non avevano capito niente dell'ecologia e dei nuovi diritti di cui l'ecologia si faceva portatrice.
Quest'ultima obiezione derivava dall'ignoranza del pensiero marxiano, come apparve quando, nel novembre 1971, il Partito Comunista Italiano organizzò a Frattocchie, vicino Roma, sul tema "Uomo natura società", un celebre seminario nel corso del quale fu fatto uno sforzo per "rileggere" le opere di Marx ed Engels alla luce della nuova ondata di contestazione. Gli atti del seminario furono pubblicati dagli Editori Riuniti e sono, sfortunatamente, ormai, una rarità bibliografica.
Erano i tempi in cui c'era, fra l'altro, una grande attenzione proprio per gli scritti del "giovane Marx" e per i "Manoscritti"; una rilettura delle opere di Marx ed Engels mostrò che esse anticipavano profeticamente molti dei temi della contestazione ecologica. E del resto non c'era niente da meravigliarsi. Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) vissero in un'epoca straordinaria, attraversata da grandi rivoluzioni politiche e culturali, e la vissero nel cuore stesso di tali rivoluzioni, fra Germania, Francia e Inghilterra.
Marx ed Engels furono contemporanei di Liebig (1803-1873), di Darwin (1809-1882), dello stesso Haeckel (1834-1919), l'"inventore" della parola "ecologia"; furono contemporanei di Dickens (1812-1870) e di Owen (1771-1858); videro e denunciarono le condizioni di lavoro degli operai, le frodi alimentari, il degrado urbano e tutte le distorsioni violente nei rapporti fra gli esseri umani e la natura e l'ambiente circostante, e fra gli esseri umani, provocati dal modo capitalistico di produzione.
Nel 1845, l'anno successivo alla redazione dei "Manoscritti" di Marx, Engels aveva scritto il libro sulla "Situazione della classe operaia in Inghilterra", la drammatica descrizione della città industriale e delle sue condizioni di vita, della Coketown illustrata da Dickens nell'"Oliver Twist" del 1837-38, in "Tempi difficili" del 1854. Come è ben noto, il tema dell'alienazione degli esseri umani, dei lavoratori, dal loro lavoro e dalla natura, pervade tutti e tre i "Manoscritti".
Il primo tratta il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria, il lavoro estraniato, con quel lungo brano che spiega come, nella società capitalistica, il lavoratore sia espropriato della sua attività. Come conseguenza dell'estraniazione dal lavoro, l'uomo viene privato anche del suo rapporto con la natura, che è il suo corpo inorganico, anzi il suo corpo stesso, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Eppure il lavoro consentirebbe all'uomo di produrre in modo universale, ad un livello superiore a quello del lavoro degli altri animali.
"L'animale costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno della specie, a cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza."
Questo passo è uno dei pochi in cui Marx si lascia andare a considerare la bellezza come valore e frutto del lavoro umano, e che anticipa quello, ben più noto, dell'"ape e l'architetto" che si trova nel quinto capitolo del primo libro del "Capitale".
Il rapporto fra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro è annullato nella società capitalistica che rende l'uomo estraneo non solo alla sua attività ma anche alla base stessa naturale della vita e del lavoro, che estranea ogni uomo dagli altri uomini, distruggendo la collaborazione e la solidarietà di classe, elevando a legge la lotta dell'esistenza e la sopravvivenza del più forte, un tema su cui Spencer (1820-1903) avrebbe scritto di lì a poco, proprio negli stessi anni in cui sarebbe uscito il "Capitale".
L'origine, la fonte, e, nello stesso tempo, il prodotto, il risultato e la conseguenza necessaria del lavoro alienato è la proprietà privata, il cui carattere e ruolo sono ripresi nel secondo, il più breve, dei "Manoscritti". Come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani è descritto in modo suggestivo nel terzo dei "Manoscritti", di cui riproduco alcuni passi nella traduzione di Norberto Bobbio (i corsivi sono nel testo).
"Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l'ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di produzione quanto anche un nuovo oggetto di produzione... Nell'ambito della proprietà privata il significato opposto. Ogni uomo s'ingegna di procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell'altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico.
Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l'uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L'uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell'essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica, il solo bisogno che essa produce....
Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l'estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava - schiava ingegnosa e sempre calcolatrice –
- di appetiti disumani, raffinati, innaturali, e immaginari.... Il produttore, al fine di carpire qualche po' di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, si adatta ai più abietti capricci dei propri simili, fa la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, eccita in loro appetiti morbosi, spia ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici..."
Lo stile e i termini sono quelli di uno scrittore di un secolo e mezzo fa, ma l'immagine che viene data della società corrisponde perfettamente a quella che abbiamo sotto gli occhi anche oggi: vengono inventate merci non per soddisfare bisogni, ma per asservire ogni persona a nuovi acquisti; vengono creati con le più raffinate tecniche, nuovi bisogni per mettere in concorrenza gli esseri umani fra loro, fin dalla più tenera età, colpendo in questo maggiormente le classi meno abbienti che sono costrette a cercare più guadagni, leciti e illeciti, per ridursi a sempre nuove dipendenze.
Nel terzo "Manoscritto" seguono poi alcuni passi sulla città e sulle abitazioni, che spiegano bene come la conquista della casa non solo debba essere pagata, ma pagata a caro prezzo alla speculazione che assicura case in zone affollate, con l'aria e le acque contaminate; il tema del degrado urbano si ritroverà tante volte nelle opere di Marx e di Engels, fino all'"AntiDühring" di Engels del 1878.
"Lo stesso bisogno dell'aria aperta - continua il terzo dei "Manoscritti del 1844" - cessa di essere un bisogno nell'operaio; l'uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria però è ormai viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando esse per lui ormai una estranea potenza che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo, Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l'operaio. La luce, l'aria, ecc., la più elementare pulizia, di cui anche gli animali godono, cessa di essere un bisogno per l'uomo. La sporcizia, questo impantanarsi e putrefarsi dell'uomo, la fogna (in senso letterale) della civiltà, diventa per l'operaio un elemento vitale. Diventa un suo elemento vitale il complesso e innaturale abbandono, la natura putrefatta."
Dopo aver esaminato come l'economia politica governa ed orienta i bisogni umani al servizio del guadagno e del profitto dei capitalisti, Marx parla dell'organizzazione della produzione.
"Il senso che la produzione ha relativamente ai ricchi, si mostra manifestamente nel senso che essa ha per i poveri: verso l'alto la sua manifestazione è sempre raffinata, dissimulata, ambigua, pura e semplice apparenza; verso il basso è grossolana, scoperta, leale, vera e propria realtà. Il bisogno rozzo dell'operaio è una fonte di guadagno assai maggiore che il bisogno raffinato del ricco. Le abitazioni nel sottosuolo di Londra rendono ai loro padroni più che i palazzi, cioè rappresentano per loro una ricchezza maggiore, e quindi per usare il linguaggio dell'economia politica, una maggiore ricchezza sociale. E così, come l'industria specula sul raffinamento dei bisogni, specula altrettanto sulla loro rozzezza; sulla loro rozzezza in quanto è prodotta ad arte, e di cui pertanto il vero godimento consiste nell'autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno. Le bettole inglesi sono perciò una rappresentazione simbolica della proprietà privata. Il loro lusso mostra il vero rapporto del lusso e della ricchezza dell'industria con l'uomo. E sono quindi anche a ragione i soli divertimenti domenicali del popolo trattati per lo meno con mitezza dalla polizia inglese."
Sono tutti temi che Marx riprenderà molte volte nelle sue opere, ma che qui mi sembra vengano formulate con un'ironia e un vigore che non sempre si trovano nelle opere più mature. C'è una soluzione? Il giovane Marx l'individua nel "comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per sé, dell'uomo come essere sociale, cioè umano. Questo comunismo ... è la vera risoluzione dell'antagonismo fra la natura e l'uomo, fra l'uomo e l'uomo, ... tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie... L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale; infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo, come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana... Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanismo compiuto della natura."
Le analisi degli ultimi decenni hanno mostrato bene che la radice della crisi ecologica sta proprio nello sfruttamento privato della natura, bene collettivo per eccellenza, per ricavarne quantità sempre maggiori di merci, progettate e propagandate non per soddisfare bisogni umani, ma per costringere sempre più vaste fasce della popolazione umana a vendere il proprio lavoro per ottenere il denaro necessario per acquistare l'"essere estraneo" di cui parla Marx.
Proprio alla nostra epoca è toccata la sorte di vedere attuata l'anticipazione di Marx, grazie all'asservimento di uno straordinario mezzo di comunicazione come la televisione - un mezzo che avrebbe potuto essere liberatorio, strumento di diffusione di conoscenze e di solidarietà - alla pubblicità e alla vendita delle merci, alla moltiplicazione dei bisogni, alla creazione di bisogni inutili sempre meno duraturi.
E non destano meraviglia le lotte per la conquista di una maggiore fetta del potere televisivo, il più efficace strumento che oggi consente di incantare sempre nuovi acquirenti di merci, capace di creare nuovi miti e modelli da scimmiottare moltiplicando le merci inutili a scapito della conoscenza, della attitudine critica, dei rapporti sociali, tarpando le ali a qualsiasi lotta per l'emancipazione.
Si pensi alla "perfezione" delle tecniche per produrre rumore che sovrasta le parole, alle chat lines in cui vengono scambiate banalità per indurre ad evitare di parlare (chat lines immaginate già nel 1951 da Ray Bradbury in "Fahrenheit 451", come strumento inventato dal "Governo" per impedire la lettura, per impedire di pensare "ai fiori dei campi, ai gigli sereni").
E poiché la crisi ecologica è proprio il risultato dell'espansione dei bisogni artificiali e dei consumi, non c'è da meravigliarsi che i governi di destra rimuovano i controlli e i divieti sui rifiuti, sull'inquinamento, sulla speculazione sui suoli, su qualsiasi cosa che possa rallentare i consumi e gli sprechi.
La rilettura dei "Manoscritti" marxiani di un secolo e mezzo fa potrebbe fornire anche qualche nuova idea sulle linee di lotta di un efficace movimento ambientalista. Certo: è possibile sporcare un po' meno il mare costruendo depuratori, o smaltire un po' di rifiuti con qualche inceneritore, o salvare qualche milione di uccelli disturbando i cacciatori, e ciascuna di queste azioni è in se lodevole, anche se alcune si limitano a spostare la violenza alla natura da una zona all'altra, dall'aria al suolo, dai paesi ricchi a quelli poveri.
Un diverso rapporto con la natura si può cercare soltanto in una critica profonda dei rapporti di proprietà, di produzione, di lavoro, di uso della scienza e della tecnica. Una rivoluzione culturale tutta da inventare e di cui non abbiamo finora modelli a cui riferirci. Le poche società che si spacciavano come socialiste e comuniste sono state spesso segnate da catastrofi ecologiche e da violenze umane perché, in realtà, esse operavano secondo le stesse regole ---dell'espansione della produzione e del potere --- "copiate" dalle società capitalistiche, e praticavano qualsiasi cosa fuorché quel comunismo di cui parla Marx.
La grande svolta a destra dei paesi vetero-capitalistici e di quelli neo-capitalistici, sorti dalle ceneri del falso comunismo e dall'avvio all'emancipazione del Sud del mondo, sta rapidamente aggravando la crisi delle risorse naturali, la pressione demografica, la carica di egoismo, violenza e competizione che mette popoli contro popoli, persone contro persone.
Forse un giorno, forse presto, la situazione ambientale dei terrestri sarà così grave da indurli a ripensare al proprio futuro in termini completamente nuovi e diversi dagli attuali: forse la rilettura di Marx, un giorno, ci aiuterà a ricordare e capire le radici della crisi e ci suggerirà qualche soluzione. E speriamo che non sia necessario aspettare altri 150 anni !
(1) Per alcune considerazioni sui problemi storici ancora aperti e da affrontare si può vedere, per esempio: G. Nebbia, Breve storia della contestazione ecologica, Quaderni di Storia Ecologica (Milano), n. 4, 19-70 (giugno 1994)
(2) Fra i molti scritti di autori italiani che hanno analizzato il pensiero "ecologico" di Marx ed Engels vorrei ricordare i seguenti: (a) G. Prestipino, Natura e società, Roma, Editori Riuniti, 1973; (b) G. Mazzetti, Politica ed ecologia [1973], Ecologia Acqua Aria Suolo, n, 4, 268-287 (maggio 1975); n. 5, 333-347 (giugno 1975); (c) T. Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Milano, Nuove edizioni internazionali, 1989; (d) F. Dubla, Ecologia sociale, capitalismo reale, comunismo possibile, Quaderni del Centro Gramsci, Leporano (Taranto), 1993; (e) M. Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo", Roma, Coop erre-emme, 1993.
La rivista CNS Ecologia politica è ora on line, qui
Lo scorso 21 novembre il Centro per la riforma dello stato (Crs) ha promosso un incontro pubblico su Claudio Napoleoni a venti anni dalla sua scomparsa. Del suo straordinario contributo teorico e politico ne hanno discusso Mario Tronti, Raniero La Valle, Fausto Bertinotti, Luciana Castellina, Gian Luigi Vaccarino. Lavoro teorico e impegno politico: due campi difficilmente separabili per Claudio Napoleoni che, infatti, diceva «Io non avrei mai affrontato in vita mia una questione teoretica se non fossi stato spinto a farlo da un interesse politico». La politica, quindi, vista come attività verso la quale finalizzare lo studio e la ricerca, ma anche come «lo strumento di una liberazione».
Perché è importante riprendere la linea di ricerca di Claudio Napoleoni e provare a scavare attorno alle sue ultime e drammatiche domande? Proprio su questo sono stati diversi gli spunti di riflessione emersi nel corso del convegno. Qui ci soffermiamo solo su una questione. È possibile individuare un filo conduttore nella ricerca teorica e nel lavoro politico di Claudio Napoleoni? Rispondendo a tale quesito, infatti, è possibile capire meglio la sua attualità. Ci sono studiosi che individuano quale possibile filo conduttore della sua opera la polemica costante e ricorrente di Napoleoni contro la rendita e il parassitismo visti come tratti peculiari del capitalismo italiano. Lotta alla rendita, quindi, come terreno di iniziativa della stessa sinistra e del movimento operaio. Questo tema nel lavoro di Napoleoni indubbiamente c'è. Come però ci ricorda Lucio Magri nell'intervento al convegno di Biella (pubblicato poi su Critica Marxista), a 10 anni dalla scomparsa di Napoleoni, il suo contributo non può essere racchiuso in questo ambito. E infatti ciò è del tutto evidente se si riflette su alcune tappe importanti del suo lavoro teorico e del suo impegno politico. Già nella Rivista Trimestrale fondata con Franco Rodano (fine anni '50) prende corpo un'analisi critica del consumismo quale tratto saliente del nuovo capitalismo. A questa critica si coniuga una proposta di politica economica che, a partire dai bisogni sociali e collettivi, possa determinare nuove scelte e opportunità di investimento. Già allora, quindi, emergeva la critica alle nuove forme che il capitalismo veniva assumendo e l'esigenza di battersi per un diverso sviluppo e una diversa programmazione dell'economia. Questione, questa, che si riproporrà alla fine degli anni '60, arricchita da un elemento decisivo: proprio i contenuti avanzati delle lotte operaie di quegli anni e le forme di democrazia diretta davano la possibilità di fondare la programmazione e l'intervento pubblico nel vivo della società e dei suoi conflitti.
Nel 1978 - con Luciana Castellina e Stefano Rodotà - dà vita alla rivista Pace e Guerra. E proprio sul primo numero della rivista, riflettendo sul tema dell'austerità, Napoleoni scrive che quanto si aspettano «i destinatari» di quella proposta (cioè i soggetti sociali protagonisti delle lotte in particolare degli anni '60-'70) «non è soltanto una migliore amministrazione dell'esistente ma un inizio di superamento sia della condizione implicita del lavoro salariale sia dei modi di consumo impliciti nella produzione mercantile». Come si vede, anche da questo passo emerge una critica al modello capitalistico di sviluppo e l'esigenza del suo superamento. Negli anni '80 la riflessione di Claudio Napoleoni si trova di fronte due questioni assai delicate e gravide di conseguenze: cominciano a dispiegarsi le politiche neoconservatrici con i loro effetti sull'economia ma anche su quei soggetti protagonisti delle lotte degli anni '60-'70; in secondo luogo, si apre una discussione nel Pci proprio su come affrontare e contrastare quelle politiche. Nel 1986 in un seminario promosso dal Cespe e dal Crs Napoleoni si chiedeva perché mai la sinistra dovesse assumere come propri gli obiettivi del risanamento finanziario e della «stabilizzazione del ciclo economico intorno a un trend positivo». La leva del bilancio pubblico andava utilizzata, secondo Napoleoni, non per produrre una spesa inflazionistica ma per «dirigere risorse verso quei settori che sono più suscettibili di allentare la nostra dipendenza dall'estero». O verso una politica di investimenti «per grandi programmi di modificazione del territorio che hanno valore in se stessi e che possono essere giudicati dei beni finali e non dei beni strumentali a altro». Investimenti, quindi, per ridurre l'inquinamento, produrre servizi, risanare le città e le aree urbane.
Sappiamo come questa discussione si è conclusa. La domanda radicale che Napoleoni si pone negli ultimi anni della sua vita porta forse il segno di una riflessione che risente molto della sconfitta che la sinistra subisce proprio a partire degli anni '80. Si chiede infatti Napoleoni «posto che la storia contemporanea culmina in una società dominata da uno sviluppo nuovo del capitalismo che per l'uomo ha un carattere distributivo, è possibile una uscita da essa per via puramente politica?». È il dubbio che lo assillava negli ultimi anni della sua vita. E proprio a fronte di questo dubbio sollecitava, nel suo ultimo libro, «cercate ancora».
Quel filo conduttore di cui abbiamo parlato all'inizio e che troviamo in tante parti della sua riflessione teorica e politica sta proprio nella critica radicale del moderno capitalismo a cui si associa una costante ricerca delle strategie che - pure in presenza di vincoli e condizionamenti che il sistema produce - portino a un suo superamento. L'attualità del suo lavoro e dei problemi che esso pone sta proprio qui. E infatti guardiamo a ciò che oggi sta avvenendo. Quel capitalismo così «pervasivo» che distrugge l'ambiente e ingenti risorse è nel pieno di una crisi drammatica non solo della finanza. È una crisi che tocca e riguarda in primo luogo l'economia reale. Così il tema della redistribuzione del reddito verso il lavoro torna a essere centrale. Ma c'è di più. Paradossalmente la necessità dell'intervento pubblico in economia viene riconosciuta da tutti. Ma, ecco il punto, l'intervento pubblico non può limitarsi a tamponare gli effetti più devastanti della crisi per poi tornare alla condizione precedente. C'è l'esigenza, invece, che quell'intervento sia funzionale a un progetto capace di modificare la qualità della produzione e dell'occupazione. E ciò è possibile se si risponde alle tante domande inevase che ci sono nella società e su di esse si orienta uno sviluppo diverso: risanamento del territorio e delle aree urbane, nuove politiche energetiche e nuove politiche industriali, progetti per una mobilità sostenibile etc. Non sta anche in questo l'attualità del pensiero di Claudio Napoleoni? Forse una costituente per un nuovo soggetto della sinistra dovrebbe partire anche da lì.
Mentre i media continuano a veicolare l'idea che si tratta di un incidente di percorso, la crisi economica sta mettendo a nudo il progressivo declino dell'egemonia occidentale nel mondo
L'Occidente è in recessione, il che significa stagnazione e arresto della crescita. Di per sé potrebbe trattarsi di un semplice arresto ciclico, ed anzi buona parte dei media «ufficiali» cercano di veicolare questa idea. Uno, due anni di «vacche magre»; qualche modifica istituzionale nella regolamentazione del capitale finanziario; una nuova «Bretton Woods», come ormai si usa dire, e il modello capitalistico, fondato sulla liberal-democrazia, tornerà ad essere il miglior sistema possibile. Secondo altri osservatori, potremmo invece trovarci di fronte ad un crollo sistemico, paragonabile a quello che ha travolto il modello sovietico. Entrambe le prospettive sono compatibili con il fatto che la leadership dell'Occidente sia perduta e che il G8 sia soltanto un brutto ricordo (non si sa se ci attenderà un G20 o un G14).
Per l'Europa, la cui egemonia era stata già persa a favore degli Stati Uniti da molto tempo, si tratta di un nuovo trauma, cui si è giunti completamente impreparati in preda a divisioni e paure. Sotto la guida di leaders privi di qualsiasi credibilità culturale prima ancora che politica, si continua a vagheggiare di «patrimonio valoriale dell'Occidente», di «radici giudaico-cristiane» e di altre simili insulse amenità, che invano cercano di dare una patina di rispettabilità al razzismo dilagante. Una cosa è però certa: tutti i leaders europei non voglio accettare il fatto che gli equilibri del mondo sono mutati a sfavore dell'Europa e degli Stati Uniti.
Declino europeo
Per gli Stati Uniti, si tratta della prima macroscopica battuta d'arresto in una storia di costante crescita di influenza planetaria fin dalla propria nascita, mai in precedenza interrottasi, neppure nel periodo della guerra fredda. Un modello di superiorità occidentale radicato in Europa e potente veicolo di esportazione dell'arroganza dell'uomo bianco, ancorché sotto le diverse spoglie, non meno brutali, di privatizzazione, messa in vendita e dollarizzazione (strutturale a partire da Bretton Woods), piuttosto che della diretta colonizzazione. A differenza però che in Europa, dove gli ipocriti e velleitari volti di Gordon Brown, Nicolas Sarkozy, Manuel Barroso (meglio, forse, la figura di Angela Merkel, ma non parliamo di nostri provincialissimi e ininfluenti leaders) sono la dimostrazione ultima di una crisi irreversibile della politica europea, gli Stati Uniti riescono a sfoderare Barack Obama. Si tratta di un leader che, se non fosse esistito, doveva essere inventato, tanto incarna la logica della postmodernità: l'ibridazione culturale al servizio del libero mercato. Ma forse è troppo tardi affinché un buon presidente Usa (ammettendone la possibilità) potrebbe essere condizione necessaria ma certo non sufficiente per la salvezza, visto che la fiducia su un mercato finanziario del valore di 20 volte il Prodotto interno lordo mondiale annuo (ossia vent'anni di economia reale) è crollata al primo sussurro che «il re è nudo!», nonostante la retorica che accompagnava la possibilità di una sua crescita continua.
Invero, la catastrofe economica attuale non è gestibile attraverso strumenti compatibili con il capitalismo finanziario che l'ha prodotta e quindi non può certo essere risolta dal principale prodotto politico del capitalismo finanziario medesimo, ossia il Presidente degli Stati Uniti. L'impatto della catastrofe al di fuori degli Stati Uniti, (della cui economia, dopo Bretton Woods, tutto il mondo è succube), può essere attenuato, certo non evitato, soltanto con strumenti politici, culturali ed istituzionali fortemente antagonistici rispetto al modello statunitense. La speranza è che almeno la sinistra se ne renda conto. Occorre perciò combattere innanzitutto quella insopportabile retorica celebrativa della libertà, intesa come diseguaglianza sociale fondata sulla santificazione della proprietà privata e dell'impresa. Cosa che certamente l'Occidente, ipnotizzato da decenni di ciance mediatiche sulla competizione, sulla meritocrazia, sullo sviluppo, sulla crescita, sulla legalità astratta, sui diritti umani non è pronto a fare, a meno di non esservi costretto da forze e da movimenti sociali e politici capaci di produrre una vera rivoluzione copernicana che porti a rendere possibile ciò che oggi pare impossibile.
Istituzioni di lungo periodo
Bisogna cioè che l'elaborazione teorica sia pronta e sappia ripensare adesso alla socializzazione dei più importanti mezzi di produzione (con cogestione dell'impresa, qualora essa rimanga privata), alla ridistribuzione radicale delle risorse (tramite tassazione progressiva ed imposta patrimoniale), alla costruzione di un modello misto in cui l'interesse pubblico sappia davvero imporsi, con le buone o con le cattive, su quello privato e sul conflitto di interessi. Si tratta di metter mano adesso ad istituzioni democratiche «di lungo periodo», capaci di bonificare il nostro modello di sviluppo, creandone uno nuovo, imperniato sulla qualità della vita di tutti come comunità e non sulla quantità delle risorse che ciascuno, individualmente, compete per controllare e consumare.
Una simile trasformazione non può essere guidata dagli stessi leaders e dalle stesse forze che ci hanno portato a questo disastro sociale e politico, prodotto dell'individualismo consumistico. Può essere immaginata soltanto nel quadro di un'ascesa della «fantasia al potere», che abbia il coraggio di ridiscutere gli stessi spazi e gli stessi tempi del politico, schierandosi sistematicamente dalla parte dei perdenti dei processi sociali capitalistici. Non ovviamente una fantasia astratta ma, al contrario, il coraggio di saper scegliere, senza pregiudizi, dal ricco menù culturale che la civiltà umana anche oggi propone. Si tratta di disporsi con umiltà di fronte all'immensa ricchezza di culture rese vittime dallo sviluppo capitalistico, al fine di recuperarle in via dialogica ed accompagnarne la ricollocazione al centro delle istituzioni globali prima che sia troppo tardi per tutti. Ma se salvare l'Occidente da se stesso, dai suoi miti e dalle sue paure, appare un' impresa titanica, non c'è dubbio che si tratti pure di un'urgenza, che potrebbe comunque diventare molto presto una necessità assai più che una scelta.
La prudenza dei giganti
L'Africa affamata ed assetata dal continuo saccheggio, ed un mondo islamico rispetto al quale l'atteggiamento razzista di ingliustificata superiorità non sembra mutato a partire dall'XI secolo, stanno dando ampi segnali di come i cicli demografici finiranno per prevalere anche in Europa. D'altra parte essi offrono modelli di civiltà meno atomizzati e più aggreganti.
L'America Latina, già da qualche anno principale beneficiaria dell'annunciato crollo dell'impero americano, distratto dalle sue folli avventure belliche in Medio Oriente, costituisce in questo momento il più importante laboratorio politico di alternative «umane» al capitalismo finanziario, dall'Equador alla Bolivia, Argentina, compreso il Brasile di Lula e il Venezuela di Chavez. Essa non ha comunque smesso di premere sull'incivile muro lungo il Rio Grande, e di «ibridare» la società statunitense con milioni di lavoratori sfruttati, a loro volta spinti da fame e privazioni.
Cina e India non sono in recessione, sebbene la seconda sia stata ben più americanizzata della prima, e ne soffra le conseguenze. Al di là degli effetti ancora imponderabili dei tragici fatti di Mumbay, la crescita, sostengono molti analisti, potrebbe rallentare, scendendo sotto quell'incredibile 10% annuo dell'ultimo decennio. Ma si assesterebbe sul 6-7%. Fra mille contraddizioni, e con differenze notevoli, i due giganti asiatici riescono in qualche modo a cogliere i frutti della prudenza, della propensione al risparmio e del mantenimento in vita del primato dello stato e dell'elaborazione politica.
Lo sforzo in atto soprattutto in Cina di perequare finalmente campagne e città e di sviluppare un'economia meno fondata sull'esportazione di prodotti finiti a buon mercato, potrebbe far pensare ad una volontà di Pechino di chiedere il rendiconto agli Stati Uniti, rifiutando di continuare a finanziare le abitudini della cicala. Sarebbe una novità globale dalla portata immensa. Pechino detiene 2000 miliardi di riserve in dollari e 1200 miliardi in buoni del tesoro statunitensi.
Ma nel mondo post-occidentale ci sono molti altri protagonisti capaci di fornire modelli politici e culturali che, per scelta o per necessità, dovranno essere considerati. Il Giappone, in sofferenza da oltre un decennio, che tuttavia offre un modello di settore pubblico e di burocrazia altamente professionalizzata, fortemente armata sul piano politico e culturale, e capace di dialogare alla pari con il settore privato. Se ne avrebbe gran bisogno anche in Occidente, dove per l' assenza di un ceto professionale di civil servants, perfino il bailout americano costituisce un nuovo episodio di privatizzazione di funzioni pubbliche alle grandi law firms di Wall Street. E non parliamo della nostra Italia dove, senza pudore, il «nocchiero dell'economia», pur autore di mediocri libri antimercatisti, continua a proporre oscene privatizzazioni-saccheggio (compresa, da ultimo, l'acqua), purtroppo col sostegno di «opposizione» e governi locali, intenti a far affari con i servizi e le partecipate pubbliche.
E la vecchia protagonista della Guerra Fredda, quella Russia il cui crollo imperiale ha trascinato con sè il Welfare State in occidente? Recentemente, durante un incontro, Marcello Cini ha sostenuto che forse il modello Putin è quello su cui si sta fondando il «consenso» al crepuscolo dell'economia liberale di mercato: autoritarismo, nazionalismo, militarismo, saccheggio. Una chiave interpretativa condivisibile e che aiuterebbe a comprendere meglio la situazione europea attuale
Il comune di Visco, 800 abitanti a poca distanza da Palmanova, cerca investitori per la valorizzazione di un’area di 130.000 metri quadrati. Per quanto sia una dimensione enorme per un comune che, con i suoi 3 chilometri quadrati, è uno dei più piccoli d’Italia, se si trattasse “solo” dell’ennesima ipotesi di cementificazione, la notizia potrebbe restare inosservata.
Ma sull’area in questione sorgeva un campo di concentramento nel quale, fra il 1942 ed il 1943, vennero rinchiusi 3000 civili jugoslavi, rastrellati a colpi di lanciafiamme durante la campagna per “bonificare la provincia italiana di Lubiana” e ”neutralizzare gli elementi pericolosi per l’ordine pubblico”.
Per trasformare il campo in un mobilificio, un “centro logistico per la sedia e del mobile”, o comunque un complesso per attività produttive e commerciali, il comune ha già approvato cambi nelle destinazioni d’uso previste dal piano regolatore ed ha demolito le torrette ed il corpo di guardia, perchè la loro presenza “allontana gli investitori”.
Il Corriere della Sera del 17 settembre riporta le dichiarazioni del vicesindaco, nelle quali, alle motivazioni finanziarie - “mantenere quella roba sono un sacco di soldi che pesano sui contribuenti” - si mescola il disinteresse, se non il disprezzo, per “quello che poi non era un lager, ma solo un campo di concentramento”.
L’intenzione di distruggere il campo ha suscitato reazioni contrastanti. Accanto a manifestazioni di sdegno per quello che viene interpretato come il tentativo di cancellare, assieme alle tracce materiali, il ricordo di una vergogna nazionale, non sono mancate le espressioni di sostegno ai progetti dell’amministrazione e le esplicite rivendicazioni di fierezza neofascista.
Ed è per questo che la vicenda dovrebbe indurci a una riflessione sui cosiddetti luoghi della memoria,partendo dall’ormai classica distinzione fra lieux et milieux de mémoire, introdotta da Pierre Nora nel 1984 e attorno alla quale si è poi sviluppato un ricco dibattito.
Riassunta molto schematicamente, l’idea di Nora è che i luoghi della memoria non esistono di per sé, ma devono essere prodotti intenzionalmente per sostituire la scomparsa degli ambienti (modi di vita, condizioni materiali, organizzazione sociale) che si vogliono ricordare. La loro funzione è quella di “luoghi di compensazione alla perdita della memoria”, dove il tempo viene artificialmente fermato al momento che si intende sottrarre all’oblio. In altre parole, per poter ricordare, è innanzitutto necessario che ci sia la volontà di ricordare. Altrettanto importante, però, è che nella consapevolezza la memoria, in quanto esperienza collettiva e soggettiva, può essere deformata, manipolata, appropriata, si mantenga viva la dialettica tra memoria e storia.
In quest’ottica, il caso di Visco assume un significato che va oltre la dimensione locale. Di luoghi della memoria si parla in occasione di cerimonie e commemorazioni ufficiali, non esenti da retorica se non da rozze forme di spettacolarizzazione dell’orrore, ma non si assiste a una deliberata creazione di luoghi che consentano il confronto tra memoria/e e storia .
La mobilitazione delle associazioni italoslovene, e di quanti chiedono venga bloccato il progetto del comune di Visco, va in questa direzione e merita il più ampio e convinto sostegno da parte di tutti noi.
Su alcune delle cose che andrebbero ricordate si veda, su eddyburg, questa nota dell'ANPI e, più in generale, la cartella Italiani rava gente.
Se l'«uomo flessibile» si concludeva con un capitolo che prendeva di mira il «lavoro in team», ritenendolo l'ultima frontiera del controllo e della «corrosione del carattere» della forza-lavoro, la nuova opera sull'Uomo artigiano di Richard Sennett propone la figura dell'artigiano per rispondere all'alienazione che caratterizza l'organizzazione del lavoro nel «capitalismo flessibile» ((Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini, pp. 320, euro 25). Lo studioso statunitense non crede, infatti, che il lavoro in team e il just in time consentono, come invece sostengono invece i loro cantori, la ricomposizione delle mansioni, chiudendo così l'era della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Ritiene, al contrario, che la produzione di massa, indipendentemente da come è organizzata, sia fondata sulla separazione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare. Per Richard Sennett un lavoro scandito dalla ricomposizione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare va cercato nella vasta comunità di programmatori «open source, giungendo alla conclusione che sono questi produttori di software la contemporanea incarnazione della figura dell'artigiano.
Gli animali di Hannah Arendt
È da questa convinzione che è partito un progetto di studio che dovrebbe fornire una radiografia nitida e un'analisi altrettanto puntuale sulle forme di azione sociale che caratterizzano appunto il capitalismo flessibile. La pubblicazione de L'uomo artigiano è dunque da considerare il primo di tre saggi sulle strutture dell'azione sociale, sebbene Richard Sennett non indulge mai a una griglia d'analisi funzionalista, né è molto interessato a evidenziare le ambivalenze di alcuni processi sociali, come invece amava fare uno dei decani della sociologia statunitense, Robert K. Merton, che ha dedicato all'artigiano uno dei capitoli della sua opera maggiore, Teoria e struttura sociale. Ed è con il consueto stile elegante e tuttavia circostanziato che Sennett prende le distanze dal funzionalismo e alla teorie di Merton. Il suo obiettivo è di sottolineare come alcune forme del lavoro o di vita della società preindustriali non siano scomparse, ma come un fiume carsico stiano riemergendo, presentando tuttavia caratteristiche diverse dal passato.
In apertura di questo volume, all'interno di un capitolo che oscilla tra autobiografia e ricostruzione del clima culturale di un paese che prendeva faticosamente le distanze dal maccartismo, l'autore ricapitola la sua formazione intellettuale, individuando in Hannah Arendt la studiosa che più di altri influenzò la sua decisione di continuare sulla strada della ricerca sociale, cercando di coniugare la necessaria aderenza al principio di realtà a forte spinta etica. Sennett scrive di come fu colpito da Vita activa, il saggio dove Hannah Arendt ridimensiona il ruolo del lavoro nella società, considerando la politica l'attività principe dell'animale umano. E di come egli giovane studente con il sogno di lavorare alla formazione di una «buona società» cominciò a riflettere attorno alla distinzione tra animal laborans e homo faber proposta dalla filosofa tedesca per sottolineare il fatto che mentre l'animallaborans produce i mezzi per la riproduzione della specie, domandandosi tutt'al più come produrli, l'homo faber nello svolgere il proprio lavoro si pone la domanda del perché lo stia svolgendo.
In entrambi i casi, c'era una priorità fare rispetto al pensare, della necessità rispetto alla libertà. La denuncia del lavoro come attività degradata dell'essere umano avanzata da Hannah Arendt nulla aveva a che fare con la critica al lavoro salariato di marxiana memoria. Ma non era per questo motivo che non convinceva e non convince tuttora Sennett, che la considera segnata da dicotomie (il fare e il pensare, ad esempio) che nel lavoro invece convivono in un equilibrio scandito da un'altra dicotomia, quella tra autorità e autonomia. Ed è da allora che lo studioso statunitense ha cominciato a cercare di definire quale sia il posto occupato dal lavoro nella società contemporanea, cercando proprio nell'artigiano la figura che supera le dicotomie che hanno accompagnato, teoricamente e socialmente, la categoria del lavoro.
I demiurghi del presente
L'artigiano, infatti, per rimanere alla Vita activa di Hannah Arendt, risponde sia alla domanda del come svolgere lavoro, ma anche il perché svolgerlo, attraverso una maestria nel fare che consegna agli artigiani una sorta di missione civilizzatrice anche quando sono stati relegati ai margini della vita pubblica. Nel lavoro artigiano, infatti, non c'è solo abilità tecnica, attenzione alla qualità del manufatto da produrre, ma anche e soprattutto una cura delle relazioni sociali che accomuna sia il maestro che il discepolo; oppure la centralità del valore d'uso del manufatto rispetto al valore di scambio. Sebbene Richard Sennett sottolinei come l'artigiano non costituisca la semplice permanenza di una forma arcaica di lavoro nelle società contemporanee, il suo libro va considerato non solo come una critica dell'analisi di Hannah Arendt, ma anche come la sofistica e suggestiva proposta dei demiourgoi (così venivano chiamati gli artigiani nell'antica Grecia) come figura salvifica dall'alienazione e dall'anomia dell'attuale organizzazione produttiva capitalistica.
È il lavoro concreto che si contrappone al lavoro astratto, tanto per usare categorie marxiane. Ma anche l'incarnazione in una stessa persona o esperienza sociale di una ricomposizione di quei frammenti che la divisione del lavoro scandisce in termini di efficienza e produttività. La maestria tecnica di cui scrive Sennett è quindi da intendere come una pratica culturale che individua la soluzione dei problemi all'insegna di un «fare di qualità». Ma anche la cura con cui i maestri artigiani trasmettevano il mestiere all'epoca delle corporazioni medievali da intendere come una socializzazione del virtuosismo sviluppato dal singolo. È quindi il primato della qualità; ma anche di un «sapere semantico» che viene trasmesso sia per via orale che attraverso l'apprendimento per imitazione. Fattori che vanno a comporre una «coscienza materiale», che attraverso la manipolazione dei materiali, la presenza, in quanto garanzia del marchio d'autore, e l'antromorfismo impresso ai materiali stessi costituiscono le componenti di un'autonomia del lavoratore, ma anche l'esercizio dell'autorità da parte del «maestro» all'interno dei laboratori artigianali. Una gerarchia, dove il binomio tra autorità e autonomia convive in una organizzazione produttiva che ha come referente non il mercato, ma un committente talvolta capriccioso talvolta generoso mecenate. E sono una vera chicca le pagine de L'uomo artigiano che raccontano come i liutai Stradivari e Guarneri, l'orafo e scultore Cellini abbiano manifestato i medesimi sentimenti contraddittori rispetto la trasmissione delle loro abilità o il rapporto di amore e odio con i committenti, dai quali dipendevano per il pagamento del loro lavoro.
Il virtuosismo di Linux
Nessuna nostalgia, vale la pena ripetere, per il passato, quanto la convinzione che l'ordine dei problemi che gli artigiani hanno dovuto affrontare costituiscono il background strutturale del capitalismo «flessibile». In primo luogo, il superamento dell'organizzazione tayloristica del lavoro dettata dalla necessità, così recita la vulgata dominante, di reagire a una feroce competizione attraverso la migliore qualità delle merci prodotte e da una continua innovazione tecnologica, organizzativa e di prodotto. Elementi, tutti, che possono essere risolti appunto dalla riproposizione di quella poiesis che caratterizza il lavoro artigiano. Questo non significa tuttavia l'azzeramento o la rinuncia al sistema di macchine, ne tantomeno la riproposizione del piccolo laboratorio come dimensione ottimale per la produzione della ricchezza. L'artigiano a cui pensa Sennett è infatti l'uomo o la donna che sa usare con maestria le tecnologie digitali, ma che considera la qualità, l'innovazione e le cooperazione sociale come valori assoluti. Da qui l'individuazione nei programmatori del sistema operativo Linux come gli artigiani di cui ha necessità il capitalismo postfordista.
La proposta di Sennett va quindi presa sul serio, perché meglio di tanti altri studiosi critici della capitalismo contemporaneo, ritiene che il sapere, l'innovazione sono espressione di un'intelligenza collettiva che accidentalmente può essere meglio interpretata da un singolo o da una «comunità virtuale», come appunto quella dei programmatori di Linux. Dunque la consapevolezza politica di un «riformista radicale» che nel capitalismo l'autorità sul lavoro non debba cancellare l'autonomia dei lavoratori nel decidere la one best way, definita, a differenza di quanto accadeva nell'impresa fordista, di volta in volta proprio da quella cooperazione sociale dove la gerarchia è flessibile e nella quale l'autorità è data dalla maestria in un «fare intelligente» ma collettivo. Una tesi molto più aderente a un principio di realtà di quanti ancora propongono il lavoro di fabbrica come paradigmatico per comprendere il capitalismo flessibile. Non accorgendosi così che proprio al lavoro operaio vengono richieste attitudini tipiche dell'uomo artigiano proposto da Richard Sennett.
Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un’associazione di idee. Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c’è un regime significa se c’è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c’è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc. Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si presta all’analisi, della demonizzazione politica, funzionale all’isteria e allo scontro.
Ma "regime" è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime", di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per l’appunto, di regime fascista. Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere posizione, perché l’essenziale sta nell’aggettivo.
Così, assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"? Che l’Italia viva un’esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta: almeno di questo non c’è da dubitare. Lo pensano, e talora lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste.
Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell’incubazione. La covata è a mezzo. L’esito non è scritto. La Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico.
Che cosa significa "costituzione in bilico"? Innanzitutto, che non si vive in una legittimità costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano. Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu, trattando delle forme di governo nell’Esprit des lois. Quando questo principio essenziale è in consonanza con l’esprit général di un popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima e, perciò, solida e accettata. Quando è dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e dunque non esiste un esprit che possa dirsi général, questo è il momento dell’incertezza costituzionale, il momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.
Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni di una diversa legittimità. Così, si resta inerti. L’accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi.
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Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall’uno all’altro, è l’atteggiamento di fronte all’uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall’uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario. Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione. Nell’essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest’ultima (il voto, i partiti, l’informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli.
Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l’etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l’integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all’uguaglianza.
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Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell’uguaglianza.
In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell’uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una legge "ferrea". E’ la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l’uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell’azione politica. La costituzione - questa costituzione che assume l’uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto.
Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c’è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d’interesse, per i quali, anche, non c’è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d’ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall’intervento privato, dove chi più ha, più può. Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato.
Analogamente, anche l’organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L’oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l’allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall’alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso.
E’ una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico. L’indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle società, è minacciata. Ma il tema delle incompatibilità, cioè del conflitto di interessi, a destra come a sinistra, è stato accantonato.
La causa è sempre e solo una: l’appannamento, per non dire di più, dell’uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici.
Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall’arbitrio di uno solo, kahn, califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno, il più "orientale" dei signori dell’Occidente, perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici, «si comportava con i barbari come con animali o piante», cioè meri oggetti di dominio, «così riempiendo il suo regno di esìli, destinati a produrre guerre e sedizioni». Sarà pur vero che comportamenti di quest’ultimo genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al folklore.
Un'intervista con Saskia Sassen, in Italia su invito de Il Mulino e alla vigilia dell'uscita del suo ultimo libro «Territori, autorità, diritti». Il mutamento dello stato nazionale e l'emergere di una terra di nessuno «né globale né locale» dove si sviluppa l'azione dei movimenti sociali
Un testo ambizioso quello di Saskia Sassen su Territorio, autorità, diritti tradotto da Bruno Mondadori (pp. 596, euro 42. Quando il libro uscì negli Stati Uniti ne scrisse Sandro mezzadra il 3 Febbraio 2007). Ambizioso perché l'autrice si pone due obiettivi: da una parte spiegare la formazione dello stato moderno; dall'altra cercare di definire i contorni e le forze operanti in quel processo che vede lo stato-nazione essere uno dei maggiori protagonisti della globalizzazione, all'interno però di un paradosso: rimanere un protagonista rinunciando ad alcuni aspetti della sovranità nazionale. Per la studiosa di origine olandese vanno quindi respinte le tesi che annunciano la prossima e irreversibile scomparsa dello stato nazionale, ma allo stesso tempo muove forti critiche verso le posizioni che considerano lo stato-nazione l'ultima trincea per respingere l'attacco del capitalismo neoliberista, salvaguardando così le specificità economiche, sociali e politiche «locali», che comprendono gli istituti del welfare state. Né crede, come afferma in questa intervista, che l'attuale crisi economica favorisca una brusca frenata alla globalizzazione. Anzi, considera i provvedimenti presi dai vari governi nazionali, dagli Stati Uniti all'Inghilterra, dalla Germania all'Italia, propedeutici al mantenimento dello status quo, accelerando tuttavia quelle forme di coordinamento sovranazionale che individuano nei governi nazionali lo strumento per applicare localmente decisioni prese a livello globale.
In Italia su invito dell'«Associazione di cultura e politica Il Mulino», Saskia Sassen ha tenuto la lectio magistralis che la casa editrice bolognese organizza ogni anno attorno all'emergere di uno spazio politico, giuridico e economico «Né globale, né nazionale» all'interno del quale alcune componenti dello stato moderno e dei i movimenti sociali favoriscono la costituzione di un ordine politico mondiale in cui l'esercizio del potere vede l'interazione, la negoziane e il conflitto tra istituzioni, imprese e movimenti locali, regionali, globali.
Saskia Sassen tiene però a precisare che in tutti i suoi libri, compreso quest'ultimo, si prende la libertà di offrire sì il sottofondo empirico della sue tesi, ma anche di fare «pura teoria». Una libertà che non sempre è apprezzata nel mondo universitario anglosassone. Con un sorriso sornione tiene comunque a a sottolineare che lei è una «nomade intellettuale», perché è nata in Olanda, ma che è stata influenzata della cultura latinoamericana, visto che ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Buenos Aires. Inoltre, per la sua crescita intellettuale è stata significativa la frequentazione della realtà intellettuale italiana,, dato che è vissuta a Roma, mentre la Francia è stata determinante per prendere familiarità con quel marxismo strutturalista che ha condizionato tantissimo il saggio The Mobility of Labor and Capital. Allo stesso modo, il pragmatismo statunitense ha mitigato la sua tendenza all'astrazione. «Sono una straniera che si sente a casa in ogni posto che visito», dice con ironia E alla affermazione che questa sensazione ricorda molto la figura dell'apolide di Edward Said, sorride divertita dal paragone.
Un nomadismo intellettuale, tuttavia, che viene gestito con rigore, come testimoniano i suoi libri sulle Città globali o sulla globalizzazione ( Fuori controllo, Globalizzati e scontenti, Sociologia della globalizzazione), dove Saskia Sassen dosa sempre sapientemente l'eterogeneità della sua formazione intellettuale. Una caratteristica che accompagna anche questo ultimo libro, dove la formazione dello stato moderno è vista come un «assemblaggio» di diversi territori retti da autorità spesso in conflitto le une con le altre. Un processo lungo secoli e assai contradditorio. Più o meno come la globalizzazione, considerata a ragione come un work in progress che vede diverse istituzioni, imprese, movimenti sociali che lavorano per assemblare ciò che è distinto per storie, tradizioni culturali, realtà produttive.
Sono molti gli studiosi che sostengono come la crisi finanziaria rappresenti il de profundis della globalizzazione e che Barack Obama sarà costretto a una politica più attenta allla dimensione nazionale che non il suo predecessore George W. Bush, attento invece ad affermare la supremazia imperiale americana nel mondo. Lei che ne pensa?
Non credo proprio che la crisi attuale coincida con la fine della globalizzazione. Penso infatti il contrario. Se guardiamo alle misure prese per reagire alla crisi finanziaria vediamo che c'è un attivo coordinamento dei diversi governi nazionali per affrontarla. L'obiettivo dichiarato è infatti salvare la globalizzazione, mica ritornare al passato.
Negli ultimi venti, trenta anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dell'attività economica, nel rapporto tra gli stati, nell'azione politica dei movimenti sociali. C'è chi dice che l'interdipendenza tra le diverse realtà nazionali è l'elemento che caratterizza la globalizzazione. Questo è indubbio, ma la globalizzazione è anche altro. Le imprese, ad esempio, progettano il processo lavorativo a livello globale, i capitali ignorano i confini nazionali, le migrazioni coinvolgono centinaia di milioni di uomini e donne, modificando il panorama delle società che lasciano e di quelle che accolgono i migranti. Le città diventano globali, cioè rispondono più a una dimensione sovranazionale che allo stato nazionali in cui sono collocate. Ci sono inoltre istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il Wto che stabiliscono regole che ogni stato nazionale deve poi far sue.
Sono questi cambiamenti irreversibili, che non devono però alimentare una lettura lineare della globalizzazione. La globalizzazione è, infatti, un processo segnato da continuità, ma anche da forti discontinuità. Per queste ragioni non credo che Barack Obama privilegerà il cortile di casa, perché gli Stati Uniti sono parte integrante della globalizzazione. Obama è un leader politico intelligente e sa benissimo che se attuerà una politica «nazionalista» andrà incontro a un insuccesso. C'è ovviamente la pesante eredità che George W. Bush gli lascerà.
Durante la campagna presidenziale Obama ha detto che vuole favorire un grande cambiamento, che lo stato deve intervenire per attenuare le diseguaglianze sociali accentuate del libero mercato. Ma Obama non è un radical, né un roosveltiano; crede nel libero mercato, ma pensa che il mercato lasciato a se stesso è destinato a fallire. Nel vostro paese sarebbe definito un «centrista». Ciò che è importante, tuttavia, non sono i suoi programmi, quanto la diffusa mobilitazione sociale per la sua elezione a presidente. Gli invisibili, i senza potere, le minoranze, i migranti hanno preso la parola e hanno occupato la scena politica. È difficile che tornino a casa senza cercare di condizionare le scelte politiche che farà. Non ho il dono delle preveggenza, ma è abbastanza realistico affermare che Barack Obama dovrà fare i conti anche con loro.
Il suo ultimo libro è in realtà un libro su come sta cambiando il concetto di sovranità. Nel passato, i governi nazionali avevano il monopolio della decisione su un territorio ben definito. Ora non è più così. Spesso le decisioni vanno prese a livello sovranazionale e gli stati-nazionali eseguono. Mi sembra che lei punti a radiografare questo mutamento....
L'idea che io stia lavorando a sviluppare un nuovo concetto di sovranità mi piace. Allo stato attuale delle mie ricerche mi limito a dire la sovranità moderna prevedeva un monopolio della decisioni politica, ma che tale decisione doveva avere il consenso e la legittimazione dei sudditi del sovrano. Nella fase attuale tutto è molto più complesso, perché le decisioni prese dal Wto, dalla Banca mondiale, dal G8 o dal Fondo monetario non hanno né il consenso che la legittimazione dei popoli oggetto di quelle decisioni. Eppure questi organismi istituzionali o informali continuano a operare e che la legittimità avviene assemblando territori, autorità e diritti. Il problema che mi sono posta è quale ruolo possono svolgere gli stati nazionali in questo processo, giungendo alla conclusione che stiamo assistendo a un processo di denazionalizzazione che ha come protagonisti gli stati nazionali.
La globalizzazione non significa tuttavia fine dello stato-nazione, quanto una modificazione dell'equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico. Il potere esecutivo, ad esempio, acquista un ruolo decisivo nel tradurre localmente le decisioni prese globalmente. Allo stesso tempo il potere giuridico deve armonizzare la legislazione nazionale alle norme internazionali. Inoltre, lo stato-nazione esprime un sofisticato know how indispensabile a sviluppare quelle Authority indispensabili a negoziare con gli attori nazionali le decisioni globali. In ogni paese europeo ci sono oramai le Authority per la concorrenza, per le telecomunicazioni, per la privacy o altro ancora. Spesso sono composte da uomini e donne molto competenti che provengono dalla burocrazia statale. Dunque, nessuna scomparsa dello stato-nazione, ma un cambiamento nel suo funzionamento.
Ci troviamo però di fronte a un paradosso: lo stato-nazione che lavora per cedere parte della propria sovranità a istituzioni sovranazionali; oppure uno stato-nazione che diviene il guardiano sul proprio territorio per conto sempre di organizzazioni sovranazionali....
È un paradosso come dice lei, ma che consente ai movimenti sociali di rafforzare la propria azione. Prendiamo la carta delle Nazioni Unite sui diritti umani: può essere impugnata dai movimenti sociali per contrastare delle politiche nazionali; oppure possono rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia e chiedere che l'operato di un governo locale sia sanzionato. La globalizzazione è un processo all'interno del quale lo stato-nazione può anche rinunciare alla propria sovranità, ma questo non significa che sia una situazione che inibisce il conflitto sociale. Anzi, per molti aspetti l'aiuta. Prendiamo i forum sociali di Porto Alegre. Tutti ora dicono che sono finiti, che hanno perso la loro forza propulsiva. Sarà anche così, ma hanno favorito azioni globali, all'interno delle quali tanto le organizzazioni sovranazionali che gli stati nazionali hanno dovuto negoziare con i movimenti sociali globali. I conflitti che li hanno visti protagonisti non sono stati però conflitti antisistemici, per riprendere un'espressione cara a Immanul Wallerstein, bensì conflitti interni alla globalizzazione. Non puntavano cioè a uno sganciamento di questo o quello stato dall'economia e dall'ordine mondiale, quanto ad assumere che la globalizzazione era il contesto dove sviluppare la propria azione politica.
Prendiamo il movimento dei migranti negli Stati Uniti. Erano sans papiers che rivendicavano il fatto che erano loro, gli invisibili alla legge, uno dei motori propulsivi dell'economia statunitense. Erano dei «senza potere» che rivendicano il potere derivante dal loro fare, facendo leva proprio su quella terra di nessuno che non è né globale né nazionale.
Vuole dire che il potere non riesce a fare una mappa esaustiva della realtà sociale e che qualcosa gli sfugge?
Quello che mi preme sottolineare con la la tesi della «denazionalizzazione» è l'insufficienza dei linguaggi dominanti sulla globalizzazione. Negli anni passati abbiamo letto o sentito parlare di una omologazione culturale, dell'avvento di media globali, dell'egemonia di un pensiero unico. Ora abbiamo sì dei media globali, ma devono poi articolare forme locali nella produzione culturale. Il rap è considerato un altro esempio di omologazione culturale, visto che è suonato a Ramallah come a Los Angeles, a Parigi come a San Paulo. Ma, mentre il rap dei giovani palestinesi parla di autodeterminazione nazionale, a San Paulo descrive le favelas come una forma di vita «indipendente» dallo stato. Prendiamo Internet, il simbolo per eccellenza della globalizzazione.
Il web deve necessariamente essere globale e al tempo stesso locale. E tuttavia, nonostante tutti i tentativi di armonizzare le legislazioni nazionali, ci sono esperienze che non sono né globali, né locali e che hanno il potere di modificare la Rete, come testimoniano le esperienze di condivisione di informazione, musica e film. Quello che voglio dire è che nella globalizzazione ci sono appunto terre di nessuno né globali né locali all'interno delle quali i movimenti sociali sviluppano la loro azione che ha il potere di condizionare
Giorni fa Marco d'Eramo scriveva su questo giornale che Obama si è aggiudicato le elezioni presidenziali quando è riuscito a convincere gli elettori che il cambiamento, il futuro, stavano dalla sua parte. La sua stessa candidatura era di per sé il simbolo del cambiamento. Su queste basi è riuscito a costituire un movimento di milioni di persone, che si sono mobilitate, anche contribuendo finanziariamente alla campagna elettorate. Invece la nostra sinistra dà un'idea di vecchio, di ripetitivo, mentre un partito autoritario come Forza Italia non ha perso l'attrazione del nuovo. Per tornare a parlare con il paese, per tornare a vincere, la sinistra deve comunicare un forte segnale di discontinuità con le pratiche politiche del passato, e incominciare a sperimentare un modo diverso di fare politica, al di là delle attuali divisioni.
Le prossime elezioni europee sono una necessità stringente di rivincita e anche un'occasione unica; ma per coglierla la sinistra deve rinnovarsi, attirando l'attenzione degli italiani, prima ancora che sui programmi, sul suo modo di procedere. Deve fare qualcosa di mai tentato in Italia, che stupisca, che attiri attenzione, simpatia e interesse, che faccia venir voglia di partecipare anche a tutti coloro che sono disgustati «da riti congressuali, notabili, conteggi di tessere, quote alla Cencelli per correnti, sottocorrenti e gruppi, e di tutte quelle pastoie da casta politica». Solo se la sinistra cambia profondamente se stessa, rompendo i ponti con le prassi del passato, riuscirà a presentarsi in modo credibile come un soggetto politico davvero capace di cambiare profondamente questo paese.
È incominciato in questi giorni il dibattito politico sulla presentazione delle liste alle elezioni europee, e il tema che attira di più l'attenzione è come si aggregheranno i vari partiti e movimenti che costituiscono la sinistra. Penso che questo sia un falso problema. Sono convinto che sia destinata alla sconfitta qualsiasi soluzione - con uno, due o più raggruppamenti - che, dopo trattative ai vertici produca liste aventi in posizioni dominati segretari di partito, ex parlamentari... L'inserimento di qualche faccia nuova non cambierebbe di molto il risultato finale.
Se la sinistra non riesce a far vedere agli elettori che il cambiamento sta dalla sua parte, ha perso. Il problema centrale del dibattito dovrebbe essere come formare liste della sinistra il più possibile unitarie, dando vita a un processo partecipato, che non abbia quell'odore di cartello elettorale, di spartizione delle poltrone tra i partiti, che aleggiava attorno all'Arcobaleno. Vorrei contribuire al dibattito con una proposta esplicita per la formazione di una lista, appoggiata dai vari partiti e movimenti della sinistra, basata sui seguenti punti:
1. non possono candidarsi alle elezioni europee tutti coloro la cui fonte principale di reddito in questi ultimi anni proviene da attività politiche o sindacali, per esempio ex Deputati o Senatori, assessori regionali, provinciali o di grandi comuni, funzionari di partito.
2. Non possono candidarsi alle elezioni europee i membri delle direzioni nazionali dei movimenti o dei partiti della sinistra.
3. Fatte queste eccezioni, le candidature sono aperte a tutti coloro che condividono il programma elettorale, indipendentemente dal fatto se siano iscritti o no a partiti o movimenti della sinistra. Le candidature (accompagnate da un curriculum di attività politiche che verrà reso pubblico) saranno vagliate da un comitato di garanti, col mero scopo di verificare la coerenza con gli ideali del programma.
4. Successivamente i candidati verranno scelti mediante primarie (includendo quote riservate per ciascun sesso) e verranno messi in lista in ordine alfabetico. Ovviamente se venisse abolito il voto di preferenza, l'ordine non sarebbe alfabetico, ma frutto delle primarie.
5. Il programma deve essere molto sintetico e basato su proposte oncrete e valori condivisi (per esempio avere una legislazione europea in accordo con i principi della nostra bella Costituzione). Ci si può concentrare su qualche punto chiave come l'intervento pubblico per garantire un reddito minimo a chi perderà il posto a causa della crisi, o lo sviluppo delle energie rinnovabili (ricerca e nuove tecnologie). Le primarie stesse possono anche essere utilizzate per determinare le priorità dei punti chiave.
Vorrei essere molto chiaro. Io penso che i politici di professione siano una grande risorsa per la sinistra, ma non sono l'unica. Trovo disgustosi, e segno di imbarbarimento, gli attacchi che sono stati fatti recentemente in televisione a Vendola, al quale va tutta la mia solidarietà. Ho una grande stima per le persone che ho qui proposto di escludere dalle liste (alle quali io stesso appartengo): il loro contributo è cruciale e non possiamo pensare di fare a meno della loro esperienza anche tecnica.
Tuttavia in queste elezioni è in gioco la capacità della sinistra di dimostrare di essere in grado di finirla con le pratiche di spartizione pesate dei posti di potere, e di riportare la scelta dei candidati nelle mani del popolo della sinistra. Bisogna far arrivare a tutti gli italiani il messaggio che lo si sta facendo già in queste prime elezioni dopo la catastrofe. Le primarie da sole non bastano: un dirigente politico partirebbe troppo avvantaggiato rispetto a chi fa politica al di fuori dei partiti.
Per uscire da una grave crisi di rappresenza la sinistra deve dare adesso un segno chiaro. In successive elezioni le liste si potranno fare differentemente, con una ponderata combinazione di politici di professione e di coloro che fanno politica nella società. Ma il primo appuntamento nazionale dopo la sconfitta delle politiche deve testimoniare la capacità della sinistra di fare politica in maniera nuova, per recuperare tutti coloro che le hanno voltato le spalle alle elezioni precedenti. In questo modo si otterrebbe anche il vantaggio non trascurabile di spazzare via tutte le discussioni e trattative in atto sull'organizzazione delle liste per le europee, discussioni che rischiano di avvelenare il clima politico e - anche se finissero con una lista unitaria - lascerebbero l'amaro in bocca.
Il metodo che propongo, se fatto adeguatamente conoscere, avrebbe una forte risonanza: le candidature aperte, le primarie con risultato non precostituito, la partecipazione di tutta la società, le discussioni politiche a ampio spettro, tutti questi fattori attirerebbero l'attenzione sulla sinistra, che potrebbe giustamente e orgogliosamente dimostrare di essere sostanzialmente diversa dagli altri partiti. Molti la voterebbero, anche al solo scopo di incoraggiare la politica italiana a muoversi con modalità nuove. Sarebbe una campagna elettorale che potrebbe mobilitare un gran numero di persone; non so se sarebbe il punto di partenza per nuove aggregazioni politiche, tuttavia sarebbe almeno l'inizio di un nuovo modo di fare politica. In un momento in cui i partiti della sinistra stanno riflettendo sul loro futuro, conviene a tutti fare un passo indietro e far entrare nell'arena della politica nazionale energie nuove.
Recentemente il movimento degli studenti ha mostrato come la richiesta di cambiamenti di metodo continui a essere forte e come sia possibile organizzarsi con grande successo senza ripercorrere pedissequamente le tracce dei precessori; la sinistra dovrebbe ispirarsi al loro esempio.
«Certo, l'economia, in quanto disciplina autonoma, è nata come scienza del capitale; e tale è sostanzialmente rimasta…». Così, più di vent'anni or sono, Claudio Napoleoni rispose a una mia domanda che per un attimo lo aveva lasciato perplesso: «Esiste un'economia di sinistra?».
Quella risposta fu per me un'illuminazione, che ha continuato a chiarirmi molte cose della politica delle sinistre, alle quali, pur senza mai essere iscritta a nessun partito, ho sempre fatto riferimento e dato il mio voto. Anche quando, in Italia e non solo, le sinistre avevano solida consistenza e autorevolezza, nel concreto del loro operare mi pareva infatti di avvertire una critica troppo blanda, episodica e parziale, verso il capitalismo, il nemico storico contro il quale erano nate e che ancora affermavano di combattere. La sensazione è andata poi accentuandosi via via che il capitalismo andava trionfando in tutto il mondo, e (fatte salve le rituali quanto sacrosante accuse di crescente sfruttamento del lavoro, di sempre più pesanti disuguaglianze, ecc.) la lotta contro di esso andava ormai riducendosi a una serie di tentativi, parziali e separati, di emendare un sistema con tutta evidenza sempre meno emendabile. Mai (mi pareva) si tentava una critica organica alla gran macchina dell'economia capitalistica nella sua interezza.
Né, a quanto ne so, mai ha avuto luogo un'impegnata analisi di quel "cambio di fase" che si produsse nel trentennio dell'immediato dopoguerra, in cui l'espansionismo del capitale si orientò verso le masse lavoratrici come bacino di utenza adeguato a quella gigantesca dilatazione dei consumi che presto si sarebbe imposta come decisiva dimensione culturale dell'umanità; ciò che d'altronde per un periodo non breve ha certo notevolmente migliorato le condizioni delle popolazioni industrializzate.
Così che, mentre la "rivoluzione" ancora rimaneva l'obiettivo ultimo della lotta, la politica quotidiana (impegnata in quelle rivendicazioni - salari, orari, pensioni, assistenza sanitaria, ecc. - che furono base dello "stato sociale") di fatto si limitava un'operazione riformistica. Si combatteva contro il capitalismo per obiettivi immediati di maggiore giustizia, ma non per la rimessa in causa della sua logica, basata sull'accumulazione di plusvalore, cioè su una crescente produzione di ricchezza della quale prima o dopo (si prometteva) tutti avrebbero potuto godere. E ciò andava creando una sorta di dipendenza psicologica nei confronti dello stesso sistema che si affermava di voler abbattere, e alla fine l'adesione al paradigma ideologico industrialista, che dà la crescita produttiva quale strumento necessario garantire il benessere collettivo.
Già nei primi anni Novanta si verificarono però dei fatti che avrebbero dovuto far suonare più d'un campanello d'allarme . Mentre in tutto il mondo, dopo alcune più o meno piccole crisi, l'economia aveva ripreso a marciare a pieno ritmo, dovunque l'occupazione andava diminuendo. Per la prima volta veniva meno quella regola, per due secoli indiscussa, che aveva garantito il lavoro a traino della produzione. Accadeva cioè qualcosa che (mentre di nuovo già si allargava il divario tra ricchi e poveri) avrebbe dovuto aprire seri interrogativi sulle politiche delle sinistre, e sulle ragioni per cui i movimenti operai, certo senza mai dichiararlo, avevano in realtà fatto propri non pochi valori e certezze del capitalismo. Avrebbero insomma dovuto aprirsi dubbi sulla totale positività della crescita, ormai impostasi come una verità di fede. Tanto più che, in modi sempre più allarmanti, e con dati sempre meno discutibili, la scienza andava richiamando l'attenzione del mondo sul crescente squilibrio degli ecosistemi, e ne indicava le cause in uno sfruttamento delle risorse naturali fortemente superiore alla loro capacità di autorigenerazione: nella crescita cioè, nell'accumulazione capitalistica.
Molte riflessioni avrebbero potuto insomma aver luogo, prima che da un lato la crisi ecologica toccasse livelli di pericolosità da molti ritenuti irreversibili, e dall'altro si avviasse e rovinosamente avanzasse nel mondo globalizzato quel processo di sempre più duro attacco al lavoro che Serge Halimi ha chiamato "Il grande balzo all'indietro". Forse (magari con l'ausilio di profetiche letture della realtà firmate da osservatori politici quali Gorz, Wallerstein, Chomsky) ciò sarebbe stato possibile anche prima che la crisi del capitale clamorosamente esplodesse. E prima che la divaricazione tra ricchi e poveri toccasse vertici quasi surreali nei dati più recenti, secondo cui l'1% della popolazione del mondo possiede il 50% della ricchezza.
Nulla di tutto ciò è accaduto. E ora? Ora, non risolto ma in qualche misura contenuto ad opera di pubblico intervento lo tsunami finanziario, mentre ancora pericolosamente continua l'altalena delle borse, e nessuno dubita più della recessione prossima ventura, anzi già in atto, ora da ogni parte, con rinnovato empito, si invoca ripresa, rilancio produttivo, insomma crescita, Pil. Con qualche novità però. Dopo un periodo in cui la crisi economica aveva totalmente oscurato le tematiche ambientali, oggi di ambiente si parla molto, ma per motivi e in modi che con una effettiva salvaguardia degli ecosistemi ha davvero poco a che fare. Da Merkel, a Obama, a Sarkozy, a Veltroni, a più di un esponente sindacale, tutti parlano con entusiasmo di energie rinnovabili e di "business verde" nelle sue forme più diverse, pensando a una forte ripresa produttiva che potrebbe seguire al loro impiego su vasta scala, dunque con deciso rilancio dell'organizzazione economica attuale, cioè sulla la causa prima dello squilibrio degli ecosistemi.
D'altronde in perfetta coerenza con un passato in cui politica e economia, dopo aver a lungo ignorato il rischio ecologico, ha iniziato ad occuparsene solo di fronte all'allarme di un prossimo esaurimento del petrolio, polarizzando poi l'attenzione su effetto serra e mutamenti climatici, in gran parte generati dall'uso dei carburanti tradizionali; per puntare infine sulle energie rinnovabili quale certa salvezza del pianeta. Del tutto ignorando quella miriade di altri guasti (crescente mancanza di acqua potabile, desertificazione, scomparsa di migliaia di specie viventi, gigantesco accumulo di rifiuti, tossicità diffusa dovuta a pesticidi e materiali chimici di uso comune, malformazioni e tumori che si moltiplicano, ecc.), problemi di diversa gravità, ma tutti parte decisiva di quel problema enorme che riguarda la stessa nostra sopravvivenza.
A questo modo, da parte dei potenti, della più vasta informazione che sempre delle posizioni dei potenti risente, e anche di non pochi ambientalisti sinceramente impegnati, si è posta in essere una sorta di operazione riduttiva, tendente a ignorare la molteplice realtà della crisi ecologica, per identificarla con il mutamento del clima (certo la sua manifestazione più vistosa e carica di rischi, ma non l'unica) e la sua soluzione con le energie rinnovabili. Prospettando così un possibile futuro libero da inquinamenti e scarsità energetica, in cui non esistano più limiti a produzione e circolazione di auto, moto, aerei, ecc. né alla moltiplicazione di consumi di ogni tipo.
Nessuno di quanti hanno pubbliche responsabilità sembra sospettare l'esistenza di un nesso tra crisi economica e crisi ecologica. Ciò che viceversa molte e autorevoli voci rilevano, d'altronde largamente riprese dalla stampa mondiale. Ne cito solo alcune, che riconducono ambedue le crisi a una sola causa: la crescita del prodotto. Il primo a dirlo era stato André Gorz ( Entropia N.2, 2007) a pochi mesi dalla morte. E lo affermano George Mombiot (con ripetuti interventi sul Guardian ), l'economista indiano Prem Shankar Jha ( il manifesto ), il biologo Edward O. Wilson ( Il Sole 24 Ore ), il filosofo Paul Virilio ( Le Monde ), l'antropologo Jared Diamond con il suo celebre libro Collasso (Einaudi). Tutti si dicono convinti che la Terra è troppo piccola per la velocità assunta dalla storia; che il futuro di tutti noi è condizionato dalla realtà ecologica, che cioè «in un mondo finito è necessaria una riduzione drastica del prodotto».
Tutti costoro sono inoltre convinti che, essendo l'economia capitalistica la causa dello squilibrio planetario, sia impossibile trovare soluzione entro la logica e le regole del capitale. Dello stesso parere si sono recentemente dichiarati anche: il filosofo sloveno Slavoj Zizek ( N.Y.Times ); l'economista Immanuel Wallerstein ( ); un'ampia "Rete di intellettuali e artisti sudamericani", che a partire da questa convinzione firmano un complesso Appello, dopo un convegno svoltosi di recente a Caracas; perfino Gorbaciov il quale dichiara senza mezzi termini che «il neoliberismo ha fallito in ogni senso» ( La Stampa ). Sono tutte opinioni innegabilmente "di sinistra", ma tutte espresse a titolo personale, da osservatori che non fanno riferimento a organismi politici. E i partiti, le sinistre organizzate, come si pongono?
Per limitarci alla situazione italiana, occorre dire che da qualche tempo si notano dichiarazioni esplicitamente e duramente anticapitaliste firmate da personaggi di rilievo di Prc. Faccio un paio di esempi. E' lo stesso segretario Ferrero a scrivere su questo giornale: «Noi ci battiamo per il superamento del capitalismo» (2 novembre); «Il capitalismo sta diventando, palesemente, il maggior nemico dell'umanità» scrive a sua volta Rina Gagliardi (4 novembre). Sono però affermazioni di solito non corredate da indicazioni operative conseguenti. Combattere il precariato, aumentare i salari, tassare i redditi più alti, potenziare i servizi, difendere il diritto a scuola e ricerca, sono in genere i provvedimenti auspicati: tutti condivisibili, certo, ma che non vanno oltre le politiche di sempre, senza affrontare l'eccezionalità della situazione.
E anche proposte capaci di una valenza decisamente rivoluzionaria, come la «riconversione ambientale e sociale dell'economia», auspicata da Ferrero ( 5 novembre), rimane appunto un auspicio, se non è debitamente elaborata e pianificata in un programma organico. Cosa di cui non si ha notizia. Anche le sinistre estreme, non solo in Italia, in genere esprimono il proprio impegno ambientale soprattutto nella battaglia contro i "mutamenti climatici" mediante energie rinnovabili (una linea, come dicevo, fatta propria dalla grande industria per la continuità e il rilancio della crescita), oppure si battono per la difesa dell'acqua, per il trattamento razionale dei rifiuti, contro opere pubbliche indifendibili come la Tav, il Ponte sullo Stretto, ecc: tutte attività in sé utilissime, ma ben difficilmente capaci di risolvere un problema quale quello che ci troviamo a confrontare.
Nessuna sinistra, a quanto ne so, sembra orientata ad assumere lo squilibrio ecologico come materia base di un impegno totale, nella cognizione piena di tutte le problematiche che ne sono parte, in una libera lettura della radicale trasformazione prodottasi negli ultimi decenni nel mondo; insomma di tutte le verità alle quali non può non fare riferimento ogni programma politico nella sua interezza e in ogni singola scelta. Tra discussioni per la difesa dei simboli e delle identità storiche, tra scissioni già in atto o minacciate, richieste di nuovi congressi (tutte cose, confesso, che non mi appassionano affatto, che trovo anzi dispersive e pericolose) è nata recentemente un'Associazione, di cui chiunque, abbia o no una tessera in tasca, può essere parte. Mi illudo se penso che questo potrebbe essere un organismo in grado di impegnarsi seriamente a ripensare la società e l'economia, per il superamento di una realtà costruita sullo sfruttamento sempre più duro del lavoro e la distruzione sempre più insensata della natura? Insomma per una rottura definitiva tra sinistre e capitale?
Forse no, se questo nuovo soggetto politico sarà capace di muovere da una piena consapevolezza del mutamento oggi in atto, assumendolo in tutta la sua radicale, eversiva portata: in cui "il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all'antropologia del post-moderno", e in questo processo perfino «la lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell'antifascismo (…) tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria si è mutata in fiction e caos pubblicitario», come scrive Nichi Vendola ( Liberazione 16 novembre). E Nichi Vendola è appunto uno dei promotori della nuova Associazione.
Scritti online di Claudio Napoleoni sono nel sito di Vittorio M. Tranquilli, Katciu-Martel, soprattutto nella sezione “LEZIONI, da Autori di un recente passato”. Una commemorazione lucida e commossa è quella che di Alfredo Reichlin, disponibile qui.
Una famiglia modello, forte perfino di ascendenze nobiliari legate alla storia risorgimentale. Un amore modello, nato nei banchi del liceo e cresciuto nella collaborazione professionale, stesso studio in pieno centro dietro piazza delle Erbe, commercialista lui avvocata lei finché lei non decide di fare solo la mamma. Un indizio da psyco-noir, lui era rimasto orfano a sei anni di tutti e due i genitori morti in un incidente stradale, e sei anni aveva il secondo dei suoi tre figli freddati con un colpo di pistola. Due colpi ci sono voluti invece per lei, che forse ha provato a schivare il primo. Uno solo per se stesso. Dicono gli esperti, snocciolando i precedenti di analoghe stragi, che si chiama «suicidio allargato» e che può essere causato da un attacco di depressione o di paranoia persecutoria: ci si uccide portandosi appresso i propri cari, in modo che la famiglia modello resti tale anche nell'aldilà.
Altri esperti, dell'Eures, però fanno notare altre circostanze. In Italia, nei cassetti o nelle cantine delle case delle famiglie modello, ci sono dieci milioni di armi da fuoco: corte o lunghe, da caccia, da tiro a segno, da difesa, tutte legali, alcune ereditate o inservibili, molte perfettamente efficienti. E dopo l'approvazione, nel 2006, della sciagurata legge che ha ampliato il perimetro della legittima difesa, le richieste per il porto d'armi dilagano, specialmente nelle grandi città. Anche per questo gli esperti hanno una diagnosi: è la risposta alla «insicurezza percepita». La depressione e la paranoia qui non c'entrano: il mandante è lo stato, il parlamento che promulga queste leggi, i partiti che rubano voti alimentando e sfruttando la paura degli immigrati, le televisioni che ci campano e ci marciano.
Che sia la depressione, la paranoia o l'insicurezza percepita, le famiglie modello continuano a vincere l'oscar annuale in omicidio. Un omicidio su tre, una vittima ogni due giorni, 1.300 in sei anni, un aumento percentuale del dodici per cento nel 2006 rispetto al 2005: ne uccide più la famiglia che la mafia e la tanto «percepita» microcriminalità. Ne uccide più al Nord, Sodoma, che al Sud, Gomorra. Uccide preferibilmente le donne, 134 su 195 vittime nel 2006, e preferibilmente le casalinghe fra i 25 e i 54 anni, quelle stesse madri, mogli, figlie, sul cui lavoro di cura si reggono in Italia il mercato del lavoro disintegrato e il welfare smantellato. Le uccide generalmente in casa, nove volte su dieci per mano di un uomo, usando le suddette armi da fuoco ma anche più caserecci coltelli. Le donne che oggi manifestano in tutta Italia contro la violenza sulle donne conoscono e denunciano questi dati da anni, senza altra risposta che le geremiadi e le promesse di rito della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Forse la strage di Verona, come quelle identiche che l'hanno preceduta e che seguiranno, non c'entra nulla con tutto questo. Forse è stata solo un attacco di depressione o di paranoia di un povero uomo. Forse invece questi attacchi di depressione e paranoia convocano una responsabilità ben più larga. È sempre la nave dei folli che traccia la rotta di una società.
Tra le molte leggende sprofondate il giorno della vittoria di Barack Obama, c’è quella della maggioranza silenziosa, che Nixon invocò nel 1969 per opporsi alle idee del Sessantotto e alla sua sete di mutamento. È una leggenda che faticava a morire, perché calmava le paure di una parte dell’America spesso inascoltata anche se estesa, e perché un elettorato che tace è sempre comodo per chi comanda.
La maggioranza silenziosa era contro le riforme brusche dei costumi, e in genere difendeva lo status quo. Negli Stati Uniti coltivava sogni di egemonia nazionale, per i quali tuttavia non voleva pagare prezzi economici. Il sogno era quello seicentesco della nazione eletta: la nuova Israele, la «città sopra la collina» proposta ai primi coloni americani da John Winthrop, governatore del Massachusetts. Il sogno era talmente spazioso che tutto il resto - quadrare i conti, ad esempio - pesava come piuma.
Qui è il cuore delle smisurate illusioni che ultimamente si sono infrante, prima nelle guerre di Bush, poi nel mondo della finanza, infine nel voto a Obama. Essere una superpotenza, o meglio l’unica potenza globale, significava precisamente questo: l’espansione dell’America - la sua natura di «nazione indispensabile» - esentava gli Stati Uniti dall’essere, oltre che indispensabile, solvibile. La maggioranza silenziosa, che per definizione non ha nulla da dire, consumava intanto soldi, petrolio, case e chimere. Il culmine lo raggiunse Dick Cheney, vicepresidente. Interrogato sulle guerre che Bush iniziò senza chiedere sacrifici ma anzi tagliando le tasse, replicò: «Deficits don’t matter». Che ce ne importa dei deficit.
Nell’era Bush i deficit erano addirittura benvenuti. Appena due settimane dopo l’11 settembre, il presidente incitava i cittadini a consumare di più: «Andate a Disney World in Florida, portatevi le famiglie, godetevi la vita!». La guerra contro il terrore diventava una condizione permanente dell’esistenza americana, il presidente ne profittava per indebolire giudiziario e legislativo, la Costituzione e le leggi internazionali venivano violate, la minaccia climatica ignorata, ma l’americano poteva continuare come se niente fosse, comprando a credito. La guerra illimitata e la presunzione della nazione eletta servivano a nascondere il fatto che l’America era ormai a corto di risorse, dipendente dall’estero per petrolio e finanze, senza i mezzi della sua mondiale supremazia. Lo storico Andrew Bacevich spiega con lucidità questa follia di grandezza fondata sull’insolvenza e il simulacro (The Limits of Power - The End of American Exceptionalism, New York 2008). Eisenhower riteneva che non c’è sicurezza senza solvibilità: una verità ricordata a Obama e McCain dal moderatore dell’ultimo dibattito televisivo. Nessuno dei candidati ha osato discuterla, osserva giustamente il commentatore del sito di Contropagina (www.contropagina.com).
La maggioranza silenziosa è stata d’un tratto svegliata dalla crisi finanziaria, fiutando l’immenso inganno. Ma per tanto tempo s’era autoingannata, e non sarà facile condurla a nuovi ragionamenti. Da questo punto di vista non è così vero che Wall Street ha tutte le colpe e Main Street nessuna. Main Street è stata per decenni incapace d’articolar verbo: è stata passiva, al tempo stesso impaurita e compiaciuta. Non meno di Cheney, ha ritenuto che il debito fosse un’opportunità, più che un imbarazzo. Ha accettato quel che il ministro della Difesa Rumsfeld disse sette giorni dopo l’11 settembre: «La scelta è questa: o cambiamo il nostro stile di vita, il che è inaccettabile, o cambiamo il modo in cui vivono gli altri, che è l’unica cosa da fare».
La grande menzogna (la bolla) comincia in America con l’abitudine a un’abbondanza sempre più ampia e fittizia: comprarsi un’abitazione senza avere i soldi era la stessa cosa che comprarsi un impero senza possedere capacità e mezzi. Così è avvenuto, secondo Bacevich, che cita lo storico Charles Maier, il passaggio degli Stati Uniti dall’Impero della Produzione all’Impero dei Consumi. Ci fu un momento in cui i politici sentirono scricchiolare il Titanic: accadde il 15 luglio ’79, quando Jimmy Carter fece un discorso sullo stile di vita che doveva cambiare, dipendere meno dal petrolio, risparmiare più che consumare. La risposta fu il discorso di candidatura di Reagan, il 13 novembre ’79, che venne eletto promettendo ben altro: prodigalità e primato imperiale sarebbero continuati, e anche deficit e sprechi. La maggioranza aveva scelto un cambiamento che assicurava, con altri metodi economici, un Impero dei Consumi ancor più smisurato.
La vittoria di Obama non significa per forza abbandono dell’inganno. La storia di Carter dimostra che denunciare il simulacro e l’insolvenza è avventura scabrosa. Ma il disastro odierno è vasto, e l’appello ripetuto al cambiamento lascerà tracce nelle menti, così come lasceranno tracce la speranza rimessa in moto da Obama, il senso che l’impossibile può divenire possibile, che il difficile va tentato: tutte cose cui la maggioranza silenziosa, oscillando fatalisticamente fra rassegnazione e presunzione, non era abituata. Oggi il vizio fatalista si stempera, e assieme a esso forse l’egoismo di chi non vuol dar soldi al bene comune: è il motivo per cui Paul Krugman chiede a Obama di «non pensare in piccolo», di osare l’assistenza sanitaria per tutti che l’America non possiede. Sarà costoso: non di più, tuttavia, delle somme abnormi spese in guerre fallite o impantanate.
La fede di Obama nell’eccezionalismo Usa è intensa, e ha le sue giustificazioni ma anche i suoi tranelli. Solo lì, è vero, un meticcio ha dimostrato di poter divenire capo dello Stato («un incrocio come me», ha scherzato venerdì coi giornalisti, paragonandosi al cane bastardo che vuol comprare). Ma la presunzione imperiale non è da lui denunciata e nei discorsi manca l’appello alla sobrietà dei consumi, anche se la dipendenza energetica è il suo cruccio. Al Gore è più sensibile all’appello, e sarà importante vedere se nella futura amministrazione avrà uno spazio. Il nuovo presidente ha criticato sin da principio l’intervento in Iraq, ma non sembra riconoscere che la guerra è uno strumento forse inadeguato: le guerre di Bush hanno provocato caos anziché ordine, non solo in Iraq ma in Afghanistan e Pakistan. Il risultato che dopo sette anni tarda a venire in Afghanistan inficia alle radici la scelta di militarizzare la lotta al terrore.
L’Europa è figlia dell’Impero dei Consumi. Non ha il vizio dell’indebitamento né la mania di grandezza, avendo abbattuto dentro di sé la bestia nazionalista, ma da quel modello d’impero è affascinata, e anch’essa ha trovato il modo di profittarne ricavandone sicurezza e autoinganni. Quel che rischia, oggi, è di esser trascinata nel gorgo, e di restare afasica il giorno in cui Washington dovesse cambiar politica sul serio. Dovrà trovarle dentro di sé, le parole per dire e fare quel che vuole, senza attendere un alleato intento a curare le proprie storture.
Dice ancora Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati, perché dicono cose realiste e per questo sgradite. Non sarebbe male che quella tradizione rivivesse. Che Obama riscoprisse il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra mise in guardia contro l’eccezionalismo e contro «il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti». Che consigliò ai Figli della Luce di non credersi votati alla luce, di non rispondere ai «figli di questo mondo» e al loro cinismo con la follia dell’immaginazione, il sentimentalismo e la stupidità. Niebuhr era un cristiano nemico del messianesimo politico: dopo anni di ubriacatura fondamentalista, l’America e anche l’Europa hanno bisogno di questa disintossicazione.
Anticipiamo un brano da Consumo, dunque sono (Laterza, pagg. 199, euro 15) in libreria da oggi.
Al giorno d’oggi la prassi manageriale di provocare un’atmosfera di urgenza o di presentare come stato di emergenza una situazione probabilmente normale è considerata un metodo molto efficace, spesso il metodo preferito, per persuadere chi viene gestito ad accettare tranquillamente anche cambiamenti drammatici che colpiscano al cuore le sue ambizioni e prospettive o il suo stesso stile di vita. «Dichiara lo stato di emergenza e continua a comandare», sembra essere la ricetta manageriale sempre più in voga per esercitare un dominio indiscusso e far passare gli attacchi più spiacevoli e devastanti al benessere dei dipendenti, o per liberarsi della forza-lavoro che non si vuol più tenere, lavoratori in esubero a causa delle operazioni di «razionalizzazione» o scorporo delle attività che si susseguono.
Forse nemmeno l’apprendimento e l’oblio sfuggono alle conseguenze della «tirannia del momento», favorita e istigata dal continuo stato di emergenza, e del tempo perso in una successione di «nuovi inizi» disparati e apparentemente (ma ingannevolmente) scollegati tra loro. La vita di consumo non può essere altro che una vita di apprendimento rapido, ma ha anche bisogno di essere una vita di oblio altrettanto rapido.
Dimenticare è importante come, se non più, che imparare. C’è un «non si può» per ogni «si deve», e quale di questi due aspetti riveli il vero obiettivo del ritmo vertiginoso di rinnovamento e rimozione, quale dei due sia invece solo una misura ausiliaria per assicurare che l’obiettivo sia raggiunto, è una questione cronicamente opinabile e irrisolta. (...)
Siamo di nuovo alla questione dell’uovo e della gallina... Devi «buttar via» il beige per preparare il viso a ricevere i nuovi, vivaci colori, oppure sono questi ultimi che stanno inondando il reparto cosmetici dei supermarket per garantire che le scorte inutilizzate di beige vengano effettivamente «buttate via, immediatamente»?
Molte delle donne che a milioni stanno buttando via il beige per riempire la borsetta di cosmetici a colori vivaci direbbero molto probabilmente che cestinare il beige è un effetto secondario, deprecabile ma inevitabile, del rinnovamento e miglioramento del make-up, un sacrificio triste ma necessario per stare al passo con il progresso. Ma tra le migliaia di direttori di negozio che stanno inviando ordini per il nuovo assortimento qualcuno ammetterebbe, in un momento di sincerità, che se gli scaffali dei cosmetici si sono riempiti di colori vivaci ciò è accaduto per la necessità di abbreviare la vita utile del beige, facendo in modo che il traffico nei grandi magazzini rimanga intenso, che l’economia continui ad andare avanti e che i profitti crescano. Il Pil, indice ufficiale del benessere della nazione, non si misura forse dalla quantità di denaro che passa di mano? La crescita economica non è for-se alimentata dall’energia e dall’attività dei consumatori? E il consumatore che non si dà da fare per liberarsi di cose consumate o obsolete (o, meglio, di tutto ciò che rimane degli acquisti di ieri) è un ossimoro: come un vento che non soffi o un fiume che non scorra...
Sembra che entrambe le risposte di cui sopra siano giuste: esse sono complementari, non contraddittorie. In una società di consumatori e in un’era in cui la «politica della vita» sta sostituendo la Politica con la iniziale maiuscola un tempo ostentata con fierezza, il vero «ciclo economico», quello che veramente fa andare avanti l’economia, è il ciclo del «compra, godi e butta via». Che due risposte apparentemente contraddittorie possano essere entrambe giuste nello stesso tempo è precisamente la grande impresa compiuta dalla società dei consumatori: e, probabilmente, la chiave della sua stupefacente capacità di auto-riproduzione ed espansione.
La vita di un consumatore, la vita di consumo, non consiste nel l’acquisire e possedere. E non consiste nemmeno nel liberarsi di ciò che era stato acquisito l’altro ieri e orgogliosamente ostentato ieri. Consiste piuttosto, in primo luogo e soprattutto, nel rimanere in movimento.
Se aveva ragione Max Weber affermando che il principio etico della vita di produzione era (e doveva essere sempre, se lo scopo era una vita di produzione) il rinvio della gratificazione, allora la linea-guida etica della vita di consumo (se l’etica di una vita simile può essere presentata sotto forma di un codice di comportamento prescritto) dev’essere il rimanere insoddisfatti. (...)
Col passare del tempo, in effetti, non abbiamo più bisogno di essere spinti o trascinati per sentirci così e agire in base a questo sentire. Non è rimasto più niente da desiderare? Niente da inseguire? Niente da sognare sperando che al risveglio il sogno sia diventato realtà? Si è condannati ad accettare una volta per tutte ciò che si ha (e dunque, per procura, ciò che si è)? Non c’è più niente di nuovo e straordinario che si faccia strada verso il palcoscenico per ricevere attenzione, e niente, sulla stessa scena, da eliminare e di cui sbarazzarsi? Una situazione di questo tipo ? di breve durata, si spera ? si può chiamare solo con il suo nome: «noia». Gli incubi che ossessionano l’Homo consumens sono le cose, animate o inanimate, o le loro ombre ? i ricordi delle cose, animate o inanimate ? che minacciano di trattenersi più del dovuto e occupare la scena... (...)
L’economia dei consumi e il consumismo sono mantenuti in vita in quanto i bisogni di ieri sono sminuiti e svalutati, e i loro oggetti ridicolizzati e sfigurati come ormai obsoleti, e ancor più è l’idea stessa che la vita di consumo debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni a essere screditata. Il trucco beige, che la scorsa stagione era segno di sicurezza, ormai è solo un colore che sta passando di moda, spento e brutto, e per giunta un marchio di disonore, segno di ignoranza, indolenza, inettitudine o complesso di inferiorità; l’atto che fino a poco tempo fa denotava generalmente ribellione e azzardo e confermava che si era «un passo avanti a chi fa tendenza» diventa ben presto sintomo di pigrizia o codardia («Non è trucco, è una coperta di sicurezza»), segno che ci si trova ormai in coda, che si è persino al verde...
Ricordiamoci del verdetto della cultura consumistica: gli individui che si accontentano di avere un insieme finito di bisogni, che agiscono solo in base a ciò di cui pensano di avere bisogno e non cercano mai nuovi bisogni che potrebbero suscitare un piacevole desiderio di soddisfazione sono consumatori difettosi, vale a dire il tipo di emarginati sociali specifici della società dei consumatori. La minaccia e la paura dell’ostracismo e dell’esclusione aleggiano anche su chi è soddisfatto dell’identità che possiede e su chi si accontenta di ciò che i suoi «altri che contano» lo portano a essere.
La cultura consumistica è contrassegnata dalla costante pressione a essere qualcun altro. I mercati dei beni di consumo sono imperniati sulla svalutazione delle loro precedenti offerte, in modo da creare nella domanda del pubblico uno spazio che sarà riempito dalle nuove offerte. Essi alimentano l’insoddisfazione nei confronti dei prodotti usati dai consumatori per soddisfare i propri bisogni, e coltivano un perenne scontento verso l’identità acquisita e verso l’insieme di bisogni attraverso i quali viene definita. Cambiare identità, liberarsi del passato e ricercare nuovi inizi, lottando per rinascere: tutto ciò viene incoraggiato da quella cultura come un dovere camuffato da privilegio.
Le tesi che Bertinotti ha presentato in questi giorni (cfr. Matteo Bartocci sul del 13/11) tentano di superare la collisione tra le due anime di Rifondazione comunista. Lo scoglio su cui urtano non è soltanto loro. E' un punto diventato problematico per tutte le sinistre, moderate o radicali, negli anni '70 e '80, e precipitato con la caduta del muro di Berlino: l'implosione del «socialismo reale» non rende obsoleto il paradigma marxiano della lotta di classe?
Esso aveva sorretto tutto il movimento operaio e pareva confermato dalla rivoluzione del 1917. L'implosione dell'Urss e il capitalismo divenuto sistema unico mondiale davano per finito anche il conflitto sociale. Fine è parola gravida di emozioni. Non alludeva a una attuale impossibilità, ma alla verificata insostenibilità di un errore del concetto stesso che aveva innervato la lotta politica in Europa per oltre cento anni.
«Fine della storia» proclamava Francis Fukujama negli Stati Uniti, «Fine di un'illusione» scriveva Francois Furet in Europa, fine del Novecento hanno scritto in molti, e non solo come del «secolo breve» ma come venir meno delle idee che lo avevano retto, prima di tutte l'affermazione marxiana secondo la quale la libertà politica di ogni cittadino non è possibile finché ne restano disuguali le condizioni. Al contrario, non pochi si sono spostati a sostenere che la libertà di impresa, luogo di condizioni disuguali per definizione, sarebbe la sola garanzia di tutte le libertà.
Non sarà mai sottolineata abbastanza l'influenza che questa ottica, in forme più o meno sottili, ha esercitato su tutte le sinistre. Tanto più che la messa in dubbio del conflitto di classe si dava mentre emergeva la percezione di altri conflitti, due dei quali innovativi: il femminismo, che andava oltre l'emancipazione e l'ecologia come scoperta della devastazione del pianeta ad opera dello sviluppo industriale.
Erano due percezioni di sé e del mondo su piani affatto diversi, che di comune hanno soltanto la contemporaneità (sulla quale varrebbe la pena di riflettere) e lo sfondamento rapido di un minoritarismo; risuonavano immediatamente sul reale. E non si aggiungevano al movimento operaio, lo accusavano di averle ignorate pretendendo la sola sua centralità; l'uno nega le altre e viceversa, inclinando ciascuno a porsi come «la» contraddizione principale.
Attaccate nella loro base sociale dall'offensiva liberista, incerte nel cogliere l'evolvere dell'organizzazione capitalista della proprietà e del lavoro, colpevolizzate dall'accusa di non avere inteso i nuovi conflitti, le soggettività di origine operaia o si sono irrigidite o hanno dubitato delle proprie ragioni. Tutti i filosofemi sul Novecento, per quanto diversamente conditi, affermano la fine della loro ragion d'essere. Paradossalmente il capitalismo si è esteso, è il sistema unico dominante, l'ineguaglianza dentro alle singole società e fra paesi dominanti e dominati, nord e sud, non sono mai state così grandi e percepite, ma i motivi di opporvisi non ci sarebbero più. O almeno non gli stessi. Addio al proletariato scriveva una ventina di anni fa un amico scomparso, André Gorz.
Qualcosa di analogo si può dire per le molte ricerche sulle innovazioni che sarebbero intervenute nel capitalismo rendendo obsoleto il conflitto di classe; ancora di recente uno dei nostri più stimati compagni, Marcello Cini, è tornato a insistere sul «luogo» di accumulazione del capitale, negando con buone ragioni che essa avvenga ormai soprattutto sul tempo di lavoro, ma scordando che non è sul dilemma di dove si formi ma sulla mercificazione della forza lavoro, la sua spersonalizzazione e riduzione a cosa, che è cresciuta la rivolta del proletariato industriale. E questa mercificazione si è estesa, se mai, ben oltre il secolo scorso e il fordismo, sull'insieme della produzione, materiale e immateriale, su gran parte della riproduzione e sul complesso dei rapporti umani.
In Italia il problema è esploso su Rifondazione comunista dopo il disastro delle elezioni. Già era del tutto scomparso dall'orizzonte del Partito democratico, che neppure più si definisce di «sinistra» e non certo perché il termine è diventato equivoco, ma perché al conflitto sociale ancora in qualche modo allude. Del dilemma che ancora agita i socialisti francesi, ancorarsi alla questione sociale o al centro, il Pd ha scelto il secondo corno fin nella sua composizione. Mentre è diventato dirompente in Rifondazione. E non poteva non esser così per un partito che si era proposto di «rifondare» il comunismo, recuperando lo spazio che il Pci aveva lasciato deserto, ma non superava mai una soglia assai minoritaria di ascolto e di colpo non ne raggiungeva, istituzionalmente parlando, più nessuna.
Al Congresso di Chianciano, la vecchia robusta minoranza è diventata maggioranza accusando la dirigenza di Bertinotti e poi la mozione Vendola di dismettere ogni lotta sociale con la prospettiva di finire prima o poi nel Pd; mentre la mozione Vendola accusava la linea Ferrero-Grassi di arroccarsi su una inerte ripetitività del passato. Negli articoli di Paolo Ferrero e Nichi Vendola sull'ultimo numero di «Alternative per il socialismo» (che, per essere stati scritti a settembre, non percepiscono le mutazioni della scena internazionale, né la crisi apertasi nel capitalismo) le posizioni restano immutate. Ferrero, preso dall'angoscia che tutti conosciamo, del venir meno d'una soggettività sociale punta a ricostruirla «in basso e a sinistra», cioè come esperienza diretta degli individui ora atomizzati attorno a un bisogno ravvicinato da affrontare assieme. E insiste sui simboli, nome del partito e falce e martello come salvagente per non precipitare in grembo al Pd. Vendola, nell'appassionata mappa dei conflitti e sofferenze del presente - con la sensibilità umana rara e che gli è avvalsa la vittoria in Puglia - stenta a dare una collocazione alla lotta di classe, una delle molte ferite della società. E anche lui insiste, in altra direzione, sulla priorità del simbolico. Ora il simbolico, quando venga assunto a sua volta come piano principale o unico, può essere devastante del «materiale reale». I due piani o si tengono stretti, diciamo così, per il bene e per il male, o si mutilano.
Adesso Bertinotti interviene affermando, con ragione, che non esiste sinistra senza il conflitto sociale, mentre il movimento degli studenti gli suggerisce, ed è discutibile, che può darsi il contrario. Nega sia l'autonomia del sociale sia quella del politico. La proposta di Ferrero è povera, quella di Vendola stenta a individuare i nessi, conclude chi legge, che aveva individuato già, in una sua più vasta analisi della disaggregazione delle soggettività, Maria Luisa Boccia (in sintesi anch'essa in «Alternative per il socialismo»).
In verita tutta Rifondazione comunista si dibatte, da quando esiste, sul bandolo dal quale afferrare la matassa dopo il 1989. Esponendosi agli scacchi: alcune affermazioni che egli ora giustamente discute sono derivate dalla sua iniziativa. Non penso tanto alla scelta di stare o non stare nella maggioranza di governo, quanto all'aver puntato sulla Sinistra Arcobaleno come a qualcosa di più che una coalizione elettorale, il nucleo di un partito «plurale». Che una opposizione al berlusconismo e al centro raccolga culture e sensibilità differenti mi pare d'obbligo, ma che la stessa possa costituire un partito nel quale il conflitto di classe sarebbe un optional è un altro paio di maniche.
Ne sono derivate reazioni opposte e assai dubbie, come il disinvolto articolo sul comunismo di Rina Gagliardi su Liberazione e, all'opposto, l'accusa di liquidatore indirizzata a Vendola.
Le tesi di questi giorni dovrebbero far giustizia delle battute avventate e costituire una trama sulla quale lavorare. Esse hanno dovuto aggiornarsi sulla realtà aperta negli ultimi mesi; che modifica le carte del mondo come si presentavano un anno fa. Danno fin troppo ragione a chi si opponeva alla «fine della storia» e all'autosufficienza del mercato come ordinatore dell'economia e della società.
Ma, nuovo paradosso, gli apologeti dell'una e dell'altra, davanti alla cui protervia non si poteva aprir becco senza essere dileggiati, chiedono affannosamente aiuto all'intervento pubblico, mentre la sinistra non sa che dire davanti alla crisi, non solo «finanziaria», nella quale il capitalismo si dibatte. Noi, sinistre critiche, sembriamo un gatto nella notte, abbacinato dai fari d'un camion di cui preconizzavamo l'arrivo ma che ci prende di sorpresa.
C'è molto da rivedere nella nostra cassetta degli attrezzi e anche nelle nostre rivendicazioni. Come avanzare un piano o un partito del «lavoro», quando è il sistema che sta traballando? Certo non possiamo attardarci nelle beghe fra noi. La rivoluzione non è all'ordine del giorno ma un corto circuito del liberismo è in corso. Non dovremmo avere qualcosa da dire? Almeno sulle misure di intervento, quante, come, destinate a chi e da parte di quale «pubblico»?
Se non l'abbiamo, la nostra scomparsa da contingente rischia di diventare definitiva.
L’economia si trova a dover combattere su due fronti. Da un lato la crisi minaccia la crescita che è considerata, oggi, l’irrinunciabile sostegno dell’economia. Dall’altro, la crescita minaccia la sopravvivenza, che si basa sui grandi equilibri ecologici. A questo dilemma si possono dare due risposte opposte. Ambientalisti rigorosi come Carla Ravaioli, che nel suo ultimo libro, “Ambiente e pace, una sola rivoluzione”, torna sul problema cui ha dedicato una instancabile e meritoria analisi, danno la risposta che è stata definita da Serge Latouche decrescita, e che più propriamente dovrebbe chiamarsi stabilizzazione. Questa risposta è contestata da chi la considera poco meno che una bestemmia ma anche da chi, più ragionevolmente (come Federico Rampini, Repubblica dell’8 novembre) considera la crescita come il presupposto degli stessi investimenti “ambientalistici”, come quelli destinati a sviluppare energie rinnovabili. Su posizioni più estreme si pongono i “crescitòmani” che negano pericoli ecologici imminenti e invocano, di fronte alla minaccia di recessione provocata dall’attuale gravissima crisi, di fare ogni sforzo per fare ripartire la crescita, con priorità assoluta su politiche ambientalistiche che possono frenarla. Si tratta di due posizioni inconciliabili? Credo di sì. E francamente non mi convincono i sostenitori del “green growth”, della crescita compatibile con l’equilibrio ambientale. Si possono certamente realizzare investimenti con tecniche che consentano costi ecologici minori. Ma, nell’insieme, la “green growth” appartiene alla categoria degli ossimori, del tipo “botte piena e moglie ubriaca”. Né è ragionevole la tesi del rinvio, di chi non nega la minaccia “ecologica” ma la ritiene meno imminente. Oggi, si dice con apparente ragionevolezza, il pericolo imminente è la recessione. Alle politiche ambientali si penserà dopo. Il fatto è che la drammaticità della minaccia ecologica sta proprio nella sua imminenza. Se la casa brucia è ragionevole voltare le pompe dell’acqua da un’altra parte? Qual è il rischio maggiore? quello della recessione o quello della sopravvivenza? Certo, le minacce, pure entrambe incombenti, hanno tempi di maturazione diversi. Il che non significa affatto che debbano essere ritardati gli interventi diretti a scongiurarle. Il fatto vero è che non c’è compatibilità tra equilibrio ecologico e crescita; mentre, invece, si può rendere compatibile l’equilibrio ecologico con l’equilibrio economico. Una economia prospera con una economia non distruttiva. Ciò richiede però un radicale mutamento di paradigma: culturale e morale prima che economico: il passaggio da una economia di crescita a una economia di equilibrio, di “stato stazionario”. Che non significa affatto stato statico. Un lago con immissari ed emissari è un sistema aperto e dinamico, non uno stagno; mentre, d’altra parte, un lago provvisto solo di immissari non può evitare l’inondazione. In altri termini, la crescita continua, senza fine, è insostenibile. E’anche una crescita senza fini. Oltre che insostenibile, insensata. Una economia ecologicamente equilibrata è possibile solo se al criterio della massimizzazione (di tutto di più, di beni e di mali, come nello slogan della Rai, che si adatta benissimo al Pil, prodotto interno lordo) si sostituisce quello della ottimizzazione: e cioè della distinzione, nella allocazione delle risorse, tra quelle ammissibili e quelle non ammissibili, quelle prioritarie e quelle non prioritarie. Questa scelta «suprema», questa programmazione, non la si può affidare al mercato. Anche i più fanatici liberisti concordano sul fatto che ci sono cose che non si possono vendere e comprare. Tra queste, e per prima, non può non esserci proprio la decisione su ciò che si può e su ciò che non si può vendere e comprare. Questa è decisione che spetta alla politica democratica. E’ all’interno di questo paradigma di scelte che il mercato, per ogni altro aspetto libero, ritrova la sua libertà: la quale, non si dovrebbe dimenticarlo, è assicurata dalla libera concorrenza: che a sua volta presuppone politiche di intervento antimonopolistiche. Solo in una condizione di equilibrio dinamico e di concorrenza libera il mercato può ritrovare la sua efficienza e la sua base morale.
Cos’hanno in comune il nuovo presidente degli Stati Uniti e il pianeta? Tutti e due rischiano di deluderci per mancanza d'idee. Senza una nuova teoria economica, Barack Obama non attuerà il programma di giustizia sociale che l'ha portato alla Casa Bianca e la Terra non riuscirà a soddisfare il nostro bisogno di risorse.
La prima frase del Nuovo testamento economico potrebbe essere: "E poi arrivò la Rivoluzione industriale". Tutte le teorie economiche moderne, da Adam Smith a Milton Friedman, incluse quelle di stampo marxista, hanno come epicentro questo fenomeno. Ecco perche il moderno capitalismo e il suo opposto, il marxismo, hanno un identico cuore: lo sfruttamento ad infinitum delle risorse, per produrre una crescita economica altrettanto infinita. Ma da Smith a Marx, da Keynes a Friedman, tutti analizzano un mondo che non esiste, un pianeta che possiede risorse illimitate.
Il problema di queste teorie é che sono costruite su ipotesi sbagliate. Per salvare il mondo ci vuole una rivoluzione teorica della stessa portata di quella scatenata dalla rivoluzione industriale. Il nuovo presidente degli Stati Uniti deve incoraggiare gli economisti a guardare al futuro immaginando il mondo del 2050, quando le risorse scarseggeranno ovunque. Fino a oggi nessuno l'ha fatto perche gli sforzi sono concentrati sul settore finanziario, dove negli ultimi vent'anni è successo di tutto e dove confluisce la ricchezza prodotta dalla globalizzazione. Il difficile compito di difendere il pianeta dalla devastazione prodotta dalla crescita economica é ricaduto sulle spalle degli scienziati, che possono solo continuare a denunciare la catastrofe ambientale provocata dall'economia globalizzata.
E inutile cercare la soluzione nelle teorie economiche del passato. Il presidente Obama se ne accorgerà quando dovrà farsi rieleggere: meglio indebitarsi ulteriormente o aumentare le tasse sulla benzina per finanziare il programma di assistenza sanitaria ai poveri? Neanche limitare lo sfruttamento delle risorse é sufficiente, perche il problema non é congiunturale, é di sistema. Anche se gli Stati Uniti diventassero improvvisamente ecologisti come i paesi scandinavi, il pianeta continuerebbe l'inesorabile discesa verso l'inquinamento globale. Il modello di sviluppo economico, per la Cina comunista come per l'India capitalista e per la Norvegia ecologista, poggia sullo sfruttamento illimitato delle risorse. Un modello alternativo non esiste. Per uscire dalla gabbia di questa teoria economica c'é bisogno di un gesto radicale: inventare una teoria nuova.
Neppure le soluzioni utopiche come quella che mette l'individuo al centro di un movimento globale ecologista o quella the vuole creare uno status speciale per chi inquina meno salverannoil mondo. Sono modelli prodotti in occidente, the presuppongono un livello di sviluppo economico molto avanzato. Al contadino indiano the finalmente può permettersi dei fertilizzanti nitrogenati interessa solo il guadagno prodotto dal raccolto più rigoglioso, che userà per meccanizzare la sua azienda.
Un mondo più giusto
Il problema insomma é globale e la soluzione deve essere globale. Ce ne siamo accorti durante la crisi del credito: l’intervento di una nazione, gli Stati Uniti, non é servito a nulla, e anche le nazionalizzazioni e i salvataggi in extremis degli altri paesi non hanno avuto i risultati previsti. Forse l'unico modo per spingere gli economisti a sviluppare una teoria nuova, the funzioni in un pianeta a risorse limitate, é partire proprio dalla crisi del credito, che é stata un pallido anticipo di quello the succederà quando si esauriranno le risorse del pianeta. Non possiamo permetterci di aspettare che la crisi peggiori per poterla risolvere. Oggi dobbiamo farci con la stessa urgenza belle domande scomode: come risolvere il problema dell'acqua? Gli economisti classici questo problema se lo sono posto e una soluzione l'hanno trovata: chi non si può permettere l'acqua morirà di sete, e la popolazione mondiale si ridurrà fino al punto in cui ci sarà acqua a sufficienza per i sopravvissuti.
Malthus non avrebbe problemi con questo scenario, l'aveva analizzato più volte nel corso della storia. Perchè la storia economica è scritta da due autori: abbondanza e carestia. La grande sfida di Barack Obama é la stessa del pianeta: trovare la teoria economica che interrompa il ciclo di ricchezza e povertà che ci intrappola, una teoria che produca uno sviluppo equo, equilibrato e sostenibile, e che lo faccia prima che sia troppo tardi. Bisogna aiutare il mondo a riprendersi dalle tragiche conseguenze dello sfruttamento irrazionale the distrugge più ricchezza di quanta ne produca.
Cosi sarà più facile ottenere la giustizia sociale.
Per spiegare l’instaurazione del regime berlusconiano in Italia si possono addurre svariate cause. Ma per definire la sua natura, cioè per afferrare il suo elemento essenziale e caratterizzante, bisogna trovare quale sia la causa prima, cioè fondamentale e determinante. Per arrivarci, la strada c’è, abbastanza evidente. Basta partire dalla sproporzione tra la domanda di giustizia e di dignità nella vita pubblica, che si è manifestata nel corso del primo decennio di questo secolo in questo paese, e l’offerta di guida politica che tale domanda ha incontrato. Mancando il secondo elemento, il primo ha sempre difficoltà a restare attivo senza alterarsi in qualche modo nella necessaria ricerca di qualche equilibrio. La democrazia delegata non è infatti un’imposizione di alcuno, ma la semplice conseguenza del fatto che la politica non si presta ad essere l’attività principale delle persone (o, viceversa, la maggior parte delle persone non ha effettivamente modo di fare della politica la principale attività); ed è, d’altra parte (o anche perciò), un’attività molto delicata e molto esigente.
Torniamo per un momento a vedere la questione dal lato della domanda. Questa si è manifestata, in diversi modi e in diverse occasioni, come veramente forte e significativa. Tra i suoi segni, basta ricordare i milioni di persone che marciarono contro la guerra e le sue menzogne, anche in Italia, il 17 marzo 2003; quindi, le bandiere arcobaleno che per mesi e talvolta per anni quasi cambiarono il paesaggio anche delle nostre città prima di annerirsi e appassire in umiliante inefficacia. Tutto ciò è sembrato quasi annullato, quasi inghiottito da una voragine, quando si è trattato di costruire un equilibrio politico conforme, o non alieno, mediante meccanismi elettorali certamente molto artefatti, ma non per questo impraticabili: si tratta, naturalmente, del disastro del 2008, ma anche delle elezioni del 2006 (che l’ “Unione” non fu in grado di propriamente vincere, mentre non fu poi neanche in grado d’interpretare con rigore e chiarezza il loro comunque evidente e oggettivo mandato).
Bisogna allora spiegare la voragine, perché è qualcosa di simile che il regime è venuto a riempire (secondo quella che, per semplicità, potremmo anche chiamare una “legge di natura”). Bisogna capire quale assenza l’abbia provocata. Altrimenti è inutile affannarsi a cercare di rimuovere con strumenti inadeguati la massa di effettiva sostanza che ha occupato il suo spazio in modo solido e razionalmente legittimo nelle condizioni date (che sono, inutile dirlo, a loro volta irrazionali e inaccettabili).
Qual è stata l’assenza che ha lasciato senza risposte la domanda di giustizia e di dignità dell’Italia delle bandiere arcobaleno spontaneamente diffuse pochi anni fa? È una domanda da formulare con ancora più forte determinazione proprio adesso che quella stessa Italia ritorna a esprimere se stessa attraverso la generosa e generale rivolta per la difesa e la salvezza della scuola: proprio adesso, per evitare che tutto ciò si perda ancora.
Bisogna ringraziare Alberto Asor Rosa per essere stato forse il primo a dare la risposta in modo diretto e semplice sul manifesto il 1° ottobre 2008. Non c’è stato cioè un partito – un partito grande, rappresentativo e autorevole – che portasse quel complesso di domande e di sentimenti a operare con efficacia al livello del potere.
L’Italia, naturalmente, non è isolata entro il sistema di civiltà di cui costituisce parte del nucleo centrale e più evoluto. Non si può trattare né il berlusconismo né la crisi e l’eclissi della politica democratica, di cui il berlusconismo è la rivelazione, come se si trattasse di un’aberrante anomalia senza corrispondenze né radici nel sistema transnazionale del capitalismo odierno. Su ciò torneremo naturalmente ancora, in altre occasioni. Ma il caso italiano richiede di essere compreso per ciò che ha di proprio, e non soltanto perché queste parole vengono scritte qui.
La causa immediata e determinante della dissoluzione della politica democratica, in Italia, sembra da riferire alla caduta del potere temporale del comunismo. Naturalmente, non in modo diretto, dal momento quell’evento era necessario, giusto e maturo; piuttosto, si è trattato del modo in cui la caduta del potere temporale del comunismo è stata interpretata e tradotta in iniziativa.
Comunista era infatti (impropriamente come sempre e in linea di principio, ma in modo storicamente spiegabile e sensato) il nome del partito più grande e più autorevole tra quanti potessero esprimere quella moltitudine di convinzioni e di motivi, di sentimenti e di ragioni, di cui il fiorire delle bandiere arcobaleno era stata ancora una manifestazione (nuova e mutata, responsabile e laica, e tuttavia vitale e in qualche modo riconoscibile). Non casualmente – caso unico nel contesto dei paesi capitalistici più sviluppati dell’Occidente – era un partito di tale nome che rappresentava in Italia la larga maggioranza delle situazioni sociali e delle culture che vanno a loro volta sotto il nome di movimento operaio. Pur avendo quel nome preciso e determinato, il partito comunista italiano aveva la sua specifica ragion d’essere, e le radici della sua forza, in una costante tensione a coltivare e rendere operante ciò che univa le diverse storie e le diverse esperienze del rivoluzionario processo di emersione del lavoro umano dall’umiliazione servile alla sua inerente dignità. Gli altri partiti della cosiddetta “Prima repubblica” (per usare questo termine improprio, che le sue sempre più aperte implicazioni eversive rendono infausto) ne avevano riconosciuto in qualche modo il valore e l’esempio nei periodi migliori: prima, cioè, della loro trasformazione in torbidi comitati d’affari. Tale loro trasformazione, come è noto, ebbe luogo durante e soprattutto dopo gli equivoci, i tragici irrigidimenti e le oscure imposizioni che avevano avvelenato, reso sterile, e infine ovviamente chiuso, l’esperienza della “solidarietà nazionale”. A questa, pertanto, era stato impedito di svolgere la sua storica e necessaria funzione, cioè quella di completare la transizione della giovane e insidiata democrazia italiana a piena maturità.
Il crollo dell’Unione Sovietica privò improvvisamente di ogni copertura internazionale (e, di riflesso, interna) le vantaggiose illegalità di cui la DC, il PSI, e altri minori partiti, avevano potuto fare i loro normali strumenti di potere e di governo finché la loro funzione locale era richiesta nel quadro della ristrutturazione mondiale globale dell’economia e del potere che ebbe luogo durante l’ultimo quarto del Novecento. Quel processo globale determinò il modo in cui la guerra fredda finì (che fu un modo sostanzialmente disastroso per il genere umano, malgrado le apparenze, e malgrado anche il sostanziale e immediato sollievo di molte situazioni intollerabili).
Per quanto riguardava la guerra fredda, il partito comunista italiano aveva fatto dell’auspicio della sua fine una vera ragion d’essere. Il suo gruppo dirigente di allora trattò quindi quella fine come un suo successo e come l’esaurimento del suo compito. Questo atteggiamento, logicamente ineccepibile, era però del tutto inadeguato all’effettività dei processi in atto.
Il PCI avrebbe fatto meglio a cambiare nome molto prima, conservando tuttavia (e rinnovando adeguatamente) un ruolo come fattore di attiva e profonda trasformazione della struttura della società e del potere. Ma le intuizioni di Berlinguer che indicavano questa direzione di marcia furono lungamente isolate e neutralizzate ai suoi vertici fino alla sua morte e soprattutto dopo. Di conseguenza, al momento della “svolta della Bolognina”, ciò che accadeva nel PCI era ormai, sistematicamente, l’esatto contrario di questo.
Malgrado molte apprezzabili intenzioni, quindi, l’effetto reale di quella svolta fu la rimozione degli ultimi residui di una tradizione che aveva comunque un merito e una funzione da sviluppare. Cioè, niente più finì per ricordare (almeno) la necessità di una politica che sia sempre in grado di sfidare con piena indipendenza il dinamismo spontaneo del potere, cioè la forza intrinseca del denaro e della proprietà privata, e di tendere sempre in modo consapevole e libero (non meno che responsabile) a interpretare efficacemente ciò che il denaro e la proprietà privata da sé non sanno riconoscere: l’interesse generale, o il “bene comune”.
Da ciò si può meglio comprendere il senso della trasformazione di una parte consistente di ciò che era stato il PCI in “partito democratico della sinistra”, quindi (previa cooptazione di alcuni circoli elitari di personale politico) in “democratici di sinistra”, e infine in “Partito democratico” (previa analoga operazione su scala più larga e significativa, arricchita in parte dal coinvolgimento di radicate e illustri tradizioni di cultura politica diffusa). Tutte queste metamorfosi sono state profondamente contrassegnate da un fondamentale atteggiamento di passività nei confronti delle tendenze più forti anarchicamente manifestate dalla società civile (intendendo qui come “anarchica” non certo la chimerica immagine di una società senza potere, ma la presa d’atto del modo in cui il potere spontaneamente si distribuisce e, soprattutto, non si distribuisce e piuttosto si concentra).
La pseudocultura della globalizzazione, diventata frequentemente quasi un altro nome del fato o della legge divina, è quindi profondamente penetrata nel linguaggio e nella mentalità di questa formazione politica, attraverso le sue successive metamorfosi. La “vocazione maggioritaria” che la sua ultima reincarnazione, cioè il Partito democratico, ha più volte rivendicato a sé come tratto distintivo, consisteva essenzialmente in questa scelta di ineluttabile adattamento; e inoltre nella presunzione, assolutamente indimostrata, che la grande maggioranza delle persone fosse a sua volta adattata, e desiderosa di adattarsi, precisamente a quel genere di processi e di trasformazioni. In realtà, tutto ciò ha significato lasciare moltissime persone assolutamente sole nell’interpretare il proprio disagio quotidiano, e verosimilmente, abbastanza spesso, uno stato di totale disillusione. Soltanto a partire dalla disillusione e dalla conseguente rinuncia a inseguire un senso si può infatti spiegare la delega plebiscitaria a trovare comunque soluzioni affidata a un capo che non cessa di stupire il mondo per la sua capacità di essere preso comunque sul serio; e soltanto così si può spiegare la contemporanea e strettamente connessa formazione, intorno al suo potere personale e come suo filtro, di un coacervo eterogeneo di sottoculture particolari e spesso incompatibili tra loro, non raramente cresciute in aree del paese tradizionalmente “rosse”.
Ma questo solo insieme di fattori – cioè l’involuzione e l’auto-neutralizzazione, in quella forma, di gran parte di ciò che era stato il PCI – non basta per rendere ragione della catastrofe in cui siamo precipitati. Dal 1992 a oggi, quelle parti dell’ex PCI, o in qualche modo adiacenti, che si dissociarono da tale processo, portano responsabilità analoghe e speculari. Già la stessa scelta della scissione che portò alla nascita di “Rifondazione comunista” si prestava ad essere compresa, e fu effettivamente sviluppata, come rinuncia a continuare entro la nuova formazione politica (e in modo finalmente chiaro) lo stesso genere di lotta d’idee e di orientamenti che aveva lungamente tenuto in qualche modo a freno, all’interno del PCI, i fautori di un processo di assimilazione ad altro e di dissoluzione della sua feconda e “anomala” specificità. Soltanto dopo la Bolognina e la successiva scissione, appunto, i fautori di quel processo di assimilazione ebbero pieno e definitivo successo spazzando via un “centro” diventato improvvisamente, e minoritariamente, “sinistra”. Ma assimilazione, appunto, a che cosa precisamente? Precisamente, a qualcosa che era ideologicamente e inconsistentemente definito mediante termini come “modello occidentale” e altre simili astrazioni, ed era in realtà il particolare e molto discutibile insieme di situazioni determinate che orientavano la distribuzione del potere e delle risorse, e le sue regole fondamentali ed effettive, in quella fase specifica della storia multiforme della civiltà capitalistica.
I destini paralleli di quelle che da allora, con un po’ di esagerazione in diversi sensi, furono definite spesso le “due sinistre” (né serve adesso soffermarsi sui bizzarri e casuali aggettivi di volta in volta utilizzati per distinguere queste due cose, a loro volta così denominate), erano in fondo già scritti in questa origine. Appare possibile cioè riassumerli in uno sterile gioco di contrapposizione, a somma negativa, tra una lapalissiana e velleitaria “vocazione maggioritaria” e una raramente confessata ma chiarissima vocazione minoritaria.
Come chiarire questi confusi e inconsistenti concetti? Bisogna forse cominciare a osservare questo innanzitutto: ciò che Enrico Berlinguer aveva lasciato agli eredi come il più grande partito italiano (giacché, come raramente si ricorda, gli italiani lo avevano reso tale con il loro voto immediatamente dopo la sua morte) era sì veramente un partito cui un termine come “vocazione maggioritaria” poteva in qualche modo riferirsi. Naturalmente, il termine sarebbe stato appropriato nel suo caso soltanto se inteso nel solo senso (meglio espresso dalla parola “egemonia”) che abbia rilevanza per un partito politico piuttosto che (ad esempio) per un’emittente televisiva commerciale (anche se perfino questa, come purtroppo si è visto, può agire anche diversamente). Si trattava cioè, e si tratta per principio, della costante tensione a unire il massimo possibile di giuste attese e di giuste domande, e di farlo in modo attivo e creativo (cioè non come potrebbe fare un puro agente intermediario, quale un notaio): soprattutto, non soltanto le attese e le domande (o pressioni) già in grado di organizzarsi e di pesare, ma anche e in primo luogo quelle disperse, deboli, o perfino non del tutto consapevoli.
L’Italia aspetta da vent’anni un partito con queste caratteristiche, di cui è priva. Ne attende uno con un grado di urgenza che non può essere sottovalutato mentre pure si deve riconoscere l’estrema improbabilità che vi si risponda entro gli esistenti equilibri e le esistenti inerzie della situazione in cui, dovunque, ci troviamo.
La sola ragione che può indurre a non disperare è forse la disperazione stessa, che tutte le persone dotate di spirito e di coscienza (tra cui sono da includere anche forse non pochi di coloro che abbiano una tessera di partito, un incarico elettivo non sempre gratificante in qualche ente locale, o perfino un più o meno piccolo beneficio garantito dalla lealtà a un apparato, che consenta di vivere) molto verosimilmente provano più o meno spesso in Italia oggi. Tutte queste persone in carne e ossa possono unirsi, cioè aiutarsi reciprocamente a rendere operante l’essenziale di ciò che si esprime in ogni urgente rifiuto, in ogni spontaneo impulso ad adoperarsi a favore della decenza, dell’accoglienza, dello spirito di cittadinanza e del comune riconoscimento dell’umanità, anche già in una via o in un quartiere. Dovrebbero unirsi su questo e per questo, che è in gioco adesso, e può essere perduto e non più lungamente ritrovato, operando là, dove attualmente si trovano. Gli effetti, allora, verranno.
Anzi, qualcosa di simile già accade. L’autunno italiano del 2008, che ha sorpreso tutti i fatalisti, non sarebbe stato possibile in alcuna delle sue manifestazioni, in alcuna delle sue piazze gremite e consapevoli, se più di una volta le stesse persone, comunque avessero votato o non votato in maggio, e qualunque cosa pensassero dei promotori, non le avessero popolate.
Ogni discussione preventiva su ciò che partiti e sistemi elettorali, identità e aree di insediamento, dovrebbero essere in un futuro indeterminato (che forse non ci sarà), si presenta oggi, rispetto a tutto ciò, come una perdita di tempo non permessa dalla vita: simile, per chiarire, alle frettolose e imbarazzanti operazioni organizzative e pubblicitarie che diedero breve esistenza alla lista arcobaleno e al conseguente inevitabile disastro (dopo anni di discettazioni tristemente comparabili alle dispute tra teologi in Costantinopoli assediata).
Naturalmente, il regime berlusconiano non è un episodio. La sua forza e il suo radicamento opporrebbero comunque una formidabile resistenza, anche soltanto inerziale, alla migliore combinazione di scelte giuste che fossero fatte da oggi stesso. Tuttavia, la crisi ormai epocale di questa particolare forma di capitalismo, che scuote certezze e luoghi comuni consolidati, e mette in discussione corrispondenti equilibri, presenta non soltanto pericoli di ulteriore involuzione autoritaria (sotto l’insegna principale dell’identitarismo e del razzismo), ma anche occasioni per l’esercizio della giusta egemonia.
Questi non sono tempi ordinari. C’è una strana sproporzione tra l’eccezionalità dei tempi e l’inerzia dei costumi e dei riti della politica, che riguarda tutti, compresa la sinistra dichiaratamente radicale e perfino comunista. La persone in carne ed ossa sanno e sentono che i tempi non sono ordinari. Le persone in carne ed ossa che hanno reso possibile l’autunno italiano esprimono una domanda politica forte e maggioritaria, radicale nelle cose e non necessariamente nei linguaggi (o nelle bandiere). Radicale non per partito preso. Ma un partito che efficacemente e saggiamente la esprima e la rappresenti, che la serva e la orienti al tempo stesso, quello sì, certamente, ci vuole. Ci vuole adesso, e non c’è. Questa è la sfida.
Se ciascuno, stando al suo posto, cominciasse a fare come se un tale partito ci fosse? Non è una bizzarria. È proprio quello che la gente ha cominciato a fare nelle piazze dell’autunno italiano. Se uno sciopero generale indetto dai comitati di base richiama nelle strade di Roma centinaia di migliaia di persone, ciò non significa che i suoi organizzatori, per quanto generosi, le rappresentino tutte. E se Veltroni trova intorno a sé due milioni e mezzo di persone al Circo Massimo, ciò non dipende certo esclusivamente dalla capacità di persuasione dei dirigenti del PD e dalla loro attuale capacità o volontà di rappresentare un’alternativa. Le piazze dell’autunno italiano, nel loro insieme, nel loro reciproco alimentarsi e confondersi, non hanno risposto all’appello di questo o quel gruppo dirigente. Hanno rivolto un appello.
Un’ulteriore mancanza di risposte sarebbe grave, imperdonabile, e nefasta.
Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.
Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.
Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come - poco dopo - a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.
Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.
I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi - con Berlusconi - promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova.
Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita.
Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti.
È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (...) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno».
Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova.
Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.
Un complesso calcolo elaborato sulla base di studi delle Nazioni Unite prevede che fra poco più di un anno, nel 2010, la popolazione urbana nel mondo corrisponderà al 51,3 per cento degli abitanti della Terra. Questo significa che fin da ora (o se si preferisce da una data, il 23 maggio 2007, fissata per convenzione), tra gli oltre sei miliardi di terrestri, gli «urbani» sono, per la prima volta nella storia dell'umanità, la maggioranza. La città invincibile sembra imporre al pianeta il proprio destino, eppure proprio adesso si riscopre disfatta - come l'ha definita un suo appassionato cultore, l'urbanista Michele Sernini.
L'avanzata della megacity pare inarrestabile: la prima teorizzazione dell'urbanistica moderna, la città lineare di Arturo Soria y Mata, si è in qualche modo realizzata, al di fuori di ogni razionale intenzionalità, in forma abnorme: città infinite, diffuse, che comprendono, per esempio, l'intero North-East Corridor, da Boston a Washington, o, dalle nostre parti, la megalopoli padana, che si estende da Torino a Padova, vicina al Po, o la città Adriatica, il doppio pettine insediativo che ormai dalla settentrionale Mestre giunge fino al profondo sud di Foggia.
Strutture fluide
Quello che era stato un simbolo del progresso moderno si presenta oggi come un problema insostenibile: la città diffusa occidentale e la megalopoli da terzo o quarto mondo, macchine della crisi economica ormai sinonimo di disastri sociali ed ecologici. Connesso alla urbanizzazione che continua a crescere sotto i nostri occhi, indifferente alle recessioni, agli andamenti demografici, alle fasi di decrescita, esiste un nodo, che va oltre la produzione di problemi ambientali (consumo di suolo, congestioni, inquinamenti, degradi, dissesti) e l'acuirsi dei problemi sociali (ben rappresentato dai barrios, gli slums, le povere marginalità, non necessariamente periferiche) delle metropoli occidentali o aspiranti tali. Esso è costituito dalla possibile sparizione della città, affogata e cancellata appunto proprio dal suo evolvere in megaurbanizzazione. Su questi temi si interroga la grande storica dell'urbanistica Françoise Choay nel suo ultimo libro, Del Destino della città (Alinea, pp. 205, euro 18) curato, nell'edizione italiana, da Alberto Magnaghi, in cui la studiosa pone una serie di questioni salutari per una disciplina che non sembra cogliere il senso del proprio ruolo, a fronte del difficile passaggio di fase che essa registra.
La città non è più espressione di socialità, contenuti culturali e valori condivisi dagli abitanti. Nelle sue attuali tendenze ipertrofiche, rappresenta piuttosto la forma macroscopica con la quale, secondo Baumann, in essa convergono interessi globalizzati estranei alla cittadinanza. Il movimento di fluidificazione delle strutture istituzionali e sociali esaspera questi processi di sovradeterminazione delle scelte per lo spazio urbano che travolgono o cooptano le strutture decisionali locali. Si finisce così per negare il senso della pianificazione urbanistica, impedendone la funzione di formalizzazione spaziale delle politiche. La governance aziendale e quella della città si assomigliano sempre più: la città viene «marcata» con grandi opere che occupano superfici e volumi in costante aumento, per l'esaltazione della rendita, concreta e virtuale, edilizia come finanziaria, trascurando la domanda sociale di chi ancora vi abita.
Nelle sue forme istituzionali l'urbanistica non sembra in grado di interpretare la contingenza: a parte i goffi tentativi di mascherare l'immagine di queste macrostrutture con la retorica di una nuova urbanizzazione (il bosco verticale, la facciata solare, i superluoghi, il padiglione multitematico), il fallimento dei tentativi di riequilibrare in una società giusta i diritti presenti con interessi sempre più grandi e deterritorializzati, si traduce in una città che continua ad allargarsi, e ad esplodere in alcune sue parti, risultando d'altro canto sempre meno vivibile.
Le uniche innovazioni disciplinari sembrano giungere dal basso, dai conflitti di chi difende i territori da operazioni inutili e dannose; oppure, per trovare reazioni istituzionali credibili, delle nuove politiche con il paesaggio, favorite dalle istanze delle nuove tracce di comunità che si addensano attorno ai valori verticali.
Di fronte a tale quadro Françoise Choay manifesta un apparente pessimismo: «...Non bisogna illudersi. La città europea non diventerà "Collage City", non può più essere un oggetto che giustappone uno stile nuovo a quelli del passato. Non sopravviverà se non sotto forma di frammenti, immersi nella marea dell'urbano, fari e segnali di un cammino da inventare». Ma dietro questo disincanto la studiosa pone domande e cerca strade nuove. Lo fa rivisitando i suoi percorsi italiani e ponendosi, rispetto al più recente di questi - il progetto locale di Alberto Magnaghi - oltre un ruolo di, pure assai attenta, osservatrice.
A partire da una lettura di Leon Battista Alberti e del suo De Re Aedificatoria in termini antropologici, di costituzione della comunità dell'abitare, Françoise Choay, reinterpreta in chiave storica l'evoluzione della città fino al suo dissolvimento in marea urbanizzata, analizzando la metamorfosi di senso e di ruolo subita dal concetto di patrimonio. In particolare, viene sottolineata la crescente inconsistenza del termine, che giunge ad assumere una funzione ambigua di legittimazione culturale dei processi di mercificazione globalizzata dello spazio urbano. Tanto che, scrive provocatoriamente Choay, sarebbe preferibile «eliminare dal nostro lessico culturale la parola ambigua usurata e compromessa di patrimonio. Per redigere un bilancio delle perdite antropiche che la globalizzazione tende a produrre si può ... proporre una lista di vocaboli che cominciano con il prefisso privativo "de"»: oltre a deterritorializzazione, «dedifferenziazione» (omologazione dello spazio), «decorporizzazione» ( dovuta al progetto modulare avulso dal contesto), «dememorizzazione» (negazione dei valori stratificati), «decomplessificazione» (perdita della ricchezza di significati e senso).
Un processo di interazione
Una alternativa al dissolvimento della città nell'oceano urbanizzato può essere rappresentato dalla lettura del mondo, come rete di luoghi. Purché non si tratti unicamente di reti lunghe che legano tra loro solo i grandi nodi del potere economico finanziario, dai network borsistici all'Alta Velocità, ai Corridoi Infrastrutturali ed energetici, e si costruiscano invece reti di grana più fine, dove lo spazio locale riassuma senso e importanza. «Choay - scrive Magnaghi - non nega allora i grandi sistemi reticolari, ma propone di piegarne le funzionalità attraverso la giustapposizione di un altro reticolo: quello dei luoghi discreti dell'abitare», richiamando «il ruolo euristico di Hausmann, Wagner e Çerda che seppero, nei piani di trasformazione di Parigi, Vienna e Barcellona preservare la scala locale, rinnovandola e facendola interagire con le grandi reti».
In questa nuova centralità del locale che Françoise Choay sembra assumere, è da notare il caveat che offre ai territorialisti: in un momento di liquefazione di molta soggettività sociale che, secondo alcuni, renderebbe meno concreta l'utopia di Alberto Magnaghi, appare fondamentale il ruolo che può essere assunto dalla ricerca di nuovo senso estetico; domanda di qualità attorno a cui ci si può ritrovare - certo, in modi diversi da ieri - ancora con Baumann, individualmente insieme.
Un libro sorprendente. L’autore, Gianni Biondillo, è un architetto diventato scrittore. Nella nota biografica nel risvolto di copertina si legge che ha pubblicato saggi su Figini e Pollini, Giovanni Michelucci, e poi su Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Questo suo ultimo libro (Metropoli per principianti, Guanda, 2008, 12 €) mi pare che sia l’anello di congiunzione fra l’architettura e la letteratura. Un libro da non perdere, che si dispiega dalle riflessioni sul mestiere dell’architetto a una galleria di protagonisti dell’architettura italiana contemporanea, dal rapporto tormentato con Quarto Oggiaro, il “luogo comune” dov’è vissuto da giovane, al disastro dei paesi della provincia di Caserta, terra d’origine della sua famiglia. Infine, pagine di cronaca e di speranza sui nuovi immigrati.
Il titolo del primo capitolo del libro è “Non fate studiare architettura ai vostri figli”. Non ne vale la pena, sarebbe il peggiore degli investimenti. “Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo”. Continua così in pagine sconsolate, e talvolta esilaranti, a raccontare lo sfruttamento dei giovani da parte di professionisti affermati, dodici – sedici ore al giorno a disegnare sempre e solo scale di sicurezza e pozzetti d’ispezione, le file all’alba sotto gli uffici del catasto. E finisce con il dar ragione a Vittorio Gregotti quando consigliò ai giovani che intendevano iscriversi ad architettura di “scegliersi genitori ricchi”. Poi, fulminea, travolgente, l’inversione di rotta: l’architettura è la più bella delle facoltà universitarie. L’architettura “è l’ultima disciplina perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda a tutto”, e quindi un elogio, francamente esagerato, della nostra formazione.
Non ho titolo per esprimermi sulla play list secondo Biondillo degli architetti contemporanei. Confesso però di essermi entusiasmato quando ho letto che Aldo Rossi non gli piace. “Capisco cosa voleva fare, cosa voleva dire, intellettualmente lo comprendo. Ma non mi piace” (e mi permetto di condividere anche il suo giudizio che Zaha Hadid è uno degli architetti più sopravvalutati). Non me la prendo quando inserisce fra i meritevoli qualche mezzacalzetta napoletana. Sto invece coscienziosamente dalla sua parte nella (quasi) difesa delle Vele di Scampìa, del Corviale, di Forte Quezzi, dello Zen. Ha ragione nel sostenere che la causa della degradazione ha a che fare con la politica, non con l’architettura. Il difetto è stato crederci, sostiene Biondillo: “Credere che l’Italia fosse un paese abbastanza moderno, abbastanza civile, da progettare tali macrostrutture, con tutti i servizi e il verde connesso, e poi prevedere l’efficienza nel tempo di tali macchine abitative, programmandola nel futuro. Noi siamo il popolo dei grandi eroici slanci, ma poi l’ordinaria manutenzione non la vuol fare nessuno”. Perfetto.
La contaminazione fra letteratura e architettura Biondillo la concretizza sapientemente nelle descrizioni del paesaggio contemporaneo, quello fisico e quello sociale, di Sassuolo, della Campania infelix (“la sconfitta dell’antipianificazione”), di Quarto Oggiaro (la sua ossessione). E non è solo nella descrizione, ma soprattutto nei ragionamenti intorno alla degradazione della periferia senza storia e senza memoria che coabitano la qualità espressiva del narratore con le competenze dell’architetto (anzi dell’urbanista, parola quasi mai usata da Biondillo, chissà perché). A Sassuolo, negli anni Sessanta, al tempo del boom economico e della prima ondata migratoria dal Mezzogiorno, la gestione pubblica del territorio e del welfare – nuovi quartieri popolari, scuole, verde, servizi – rispose in modo ammirevole ai bisogni dei nuovi cittadini. L’ondata migratoria degli ultimi anni è stata affidata viceversa al mercato, al liberismo, alla privatizzazione. Come se gli extracomunitari non fossero anch’essi portatori di diritti. Usciti dalle fabbriche, dai cantieri, dalle campagne, gli immigrati sono obliterati, per riapparire miracolosamente la mattina dopo. “Ma l’inesistenza sociale implica l’inappartenenza, la disaffezione al luogo dove si vive, la marginalità sociale”. E il sentimento di cittadinanza non può venire dal mercato che fa perdere di senso agli spazi pubblici, “li desimbolizza”.
A Sassuolo, come in tutta l’Italia, le dotazioni pubbliche si stanno sperperando. Biondillo descrive lucidamente come ormai la socialità si esprima in spazi collettivi privati: quelli per l’infanzia, i parchi a tema, le discoteche, le multisala, i centri commerciali. Le attrezzature collettive pubbliche sono, al contrario, sempre più abbandonate, davvero non luoghi, e se ne impossessano gli extracomunitari. Tutto ciò avviene nel nome della sicurezza. Accettiamo come collettivi solo gli spazi «sicuri», monitorati, con gli accessi controllati, le guardie agli ingressi. Insomma, “ciò che è privato, è mio, è. Mentre ciò che non è mio, ciò che è proprietà pubblica, non è”. Secondo Biondillo è così che muore una città, quando perde la sua natura di luogo di libertà e di scambio sociale, in nome della sicurezza. E ricorda Beniamino Franklin: “chi rinuncia alla libertà per raggiungere un po’ di sicurezza, non merita né la libertà, né la sicurezza”.
Gli immigrati di ieri e quelli di oggi
Una pagina dal libro di Biondillo
Il filo rosso che attraversa il libro di Biondillo è l’ottimismo. L’ottimismo in una ragione che finisce sempre con l’aver ragione. E dio solo sa se ce n’è bisogno. Un esempio nella pagina che riportiamo qui di seguito.
Sono spaventato di come tutta una classe politica, di destra, di sinistra, batta il tamburo della sicurezza, in modo emotivo, spesso immotivato. Sembra d’essere dentro chissà quale emergenza, quasi che fino a ieri si fosse vissuti in modo idilliaco, senza problema alcuno. Poi sono arrivati loro, gli altri, i diversi, i mostri, e tutto è precipitato. La storia davvero non insegna nulla, sembra non si impari mai niente dal nostro passato. Io sono figlio di quei mostri che negli anni Sessanta invadevano mezza Europa, figlio di quei terroni che puzzavano d’aglio e cipolla, che vociavano nei cortili di periferia di Milano, di Zurigo, di Monco. Così poco urbani, così poco domestici. Eppure eccomi qui, con tanto di laurea al petto, integrato, addomesticato. È bastata una sola generazione; ma in fondo lo volevamo, chiedevamo il pane e le rose e siamo stati accontentati, noi, pieni di gratitudine nei confronti della società capitalista. E, a pensarci, così sarà pure con i figli dei mostri d’oggi, con i figli di quelli che sopravvivono agli sbarchi clandestini e alle umilianti condizioni di vita, che superano gli sguardi d’ingiuria, che lavorano in nero, che precipitano dalle gru, che pregano dentro capannoni abbandonati, che si prostituiscono di notte, davanti ai cimiteri. Loro sono così perché credono nel nostro stesso sogno capitalistico, liberista, libertario, nelle paillettes televisive, perché vogliono il pane e le rose anche loro. Sono qui perché è inevitabile che siano qui, come la seconda legge della termodinamica, ché per quanto tu isoli, blindi, chiudi a chiave, loro arriveranno comunque, a prescindere: troveranno di volta in volta una falla, un buco, uno sbrego. La tolleranza zero è una pia illusione, l’immigrazione zero una chimera. Arrivano, arriveranno, mischieranno il loro sangue al nostro. Li riconosceremo, da un certo punto della nostra vita, come fratelli. In un modo o nell’altro, con fatica, con frizioni sociali, cercheranno una integrazione possibile. Perché, in fondo, loro per primi la vogliono. Hanno accettato le regole del gioco. Il nostro gioco.
Marco Adriano Perletti, Novara, Sebastiano Vassalli tra città e paesaggio globale, Presentazione di Roberto Cicala, Edizioni Unicopli, Milano, 2008, pp. 142, € 10,00
Penso ai luoghi amati da Vassalli e chiedo a colleghi e amici milanesi se conoscono il lago d’Orta con l’Isola di San Giulio: diciannove su venti non ci sono mai stati. Chiedo se conoscono, di Novara, la grande Basilica di San Gaudenzio, opera del Pellegrini, autore a Milano del tempio civico San Sebastiano e della facciata del Duomo per la parte inferiore: pochi, per non dire nessuno, l’hanno visitata. Della cupola di Alessandro Antonelli, poi, dei suoi 122 metri d’altezza, hanno intravisto di sfuggita la silhouette, affiancata da quella del campanile di Benedetto Alfieri, guidando lungo l’autostrada Milano Torino. Chiedo se condividono la protesta per la distruzione del paesaggio agrario novarese e la sparizione di un largo nastro di storiche risaie da Galliate a Novara a Santhià per causa della ferrovia ad alta capacità Mi-To e del faraonico insensato rifacimento dell’intero complesso autostradale: trovo solo moderata comprensione. Altre domande pongo, temendo il risultato: la città della mia infanzia e della mia giovinezza, il territorio novarese e piemontese, il relativo paesaggio di fiumi, laghi, monti, palazzi, strade e piazze, la loro storia, sembrano non aver meritato attenzione e memoria. Allora: un entusiasta benvenuto all’aureo libretto, come si suol dire, di Marco Adriano Perletti, un vivo ringraziamento a lui, architetto non novarese, che riesce a trasformare tanta parte dell’opera di Sebastiano Vassalli in una delle “città di carta”, trentaquattresima della mirabile collana di Unicopli dedicata alle città d’autore. Utilizzando libri e saggi di contenuto diverso unificato da una stessa tensione conoscitiva e critica, l’autore, immedesimato nell’altro autore, ci guida attraverso i testi: L’oro del mondo – il Ticino, le sue rive, la campagna negata; La chimera – una cupa Novara del Seicento, la penosità contadina perdurata fino alle soglie della contemporaneità; Cuore di pietra – la casa dell’immaginato conte Pignatelli, antonelliana Casa Bossi per i novaresi, costruzione fortuna e decadenza, metafora del “cammino” della nostra società; Il mio Piemonte – città pianura Alpi laghi fiumi, paesaggio da difendere ad ogni costo, e invece…; Terra d’acque – l’acqua vita del riso, il Monte Rosa che vi si specchia (altrettanto i progetti utopici dell’Antonelli?); La morte di Marx, “un’opinione critica nei confronti della società del terzo millennio” (Perletti), verso un mondo che “si trasformerà in un deserto” (Vassalli).
Più di ogni altro prodotto dell’industria, l’automobile ha rivoluzionato oltre la nostra vita l’organizzazione del lavoro e il modo di produrre. La prima è stata trasformata dallo studio metodico dei movimenti che un lavoratore deve compiere per raggiungere la massima produttività, e dei tempi in cui deve compierli. In effetti esso ebbe inizio in un altro settore, l’industria siderurgica americana. A partire degli anni ‘80 del XIX secolo vi contribuirono un tecnico della Midvale Steel Company, Frederick W. Taylor, poi una coppia di ingegneri, Frank B. e Lilian M. Gilbreth, che lo avrebbero perfezionato utilizzando fin dall’inizio del nuovo secolo anche la nascente tecnica cinematografica. Ma fu nell’industria automobilistica che la "organizzazione scientifica del lavoro", sigla universale Osl, trovò poco dopo la sua massima diffusione. Da capofila operò la Ford.
Un’automobile è formata da migliaia di pezzi. Bisogna fabbricarli uno ad uno, quindi assemblarli in modo che alla fine il veicolo funzioni senza problemi, e si possa venderlo a un prezzo accessibile. Molto tempo dopo Gianni Agnelli avrebbe definito il costruire auto "un mestiere da giganti". Lo era già nei primi lustri del Novecento. Con un problema in più: gli operai adatti per svolgere quell’inedito tipo di lavoro non esistevano. C’erano contadini espulsi dai campi a causa dell’agricoltura meccanizzata, manovali disoccupati che avevano lavorato alle ferrovie, immigrati dai mille mestieri e dozzine di lingue diverse. La Osl era brutale, alienante perché vietava di pensare, istupidente per l’obbligo di ripetere centinaia di volte al giorno gli stessi movimenti. Però consentiva di avviare al lavoro in pochi giorni masse di persone che avrebbero avuto bisogno di mesi o anni per apprendere una professione. Consentiva anche di erogare buoni salari: negli anni ‘10 Ford cominciò a pagare gli operai 5 dollari al giorno, il doppio delle altre industrie. Non solo per amor di giustizia sociale: i dipendenti ben retribuiti potevano comprare le auto che producevano.
Anche in Europa la Osl arrivò presto nelle fabbriche automobilistiche, tramite ingegneri addestrati presso la United Steel. Con essa arrivarono anche i primi scioperi degli operai che la contestavano per la povera qualità del lavoro che imponeva, e anche perché a confronto degli Usa erano pagati poco. Risonante fu, nel 1912, lo sciopero svoltosi negli stabilimenti Renault di Billancourt, allora pulsante periferia di Parigi, oggi smemorato parco urbano, al pari del parco Citroën. In Italia una variante della Osl chiamata "sistema Bedaux" sarebbe stata introdotta alle officine Fiat del Lingotto nel 1928. Il paese e l’epoca, tuttavia, non erano propizi per le proteste operaie.
In Usa, sul finire del 1913 Henry Ford faceva compiere all’organizzazione del lavoro e al modo di produrre un altro salto storico. Aveva saputo che nell’officina di Dearborn l’impiego d’un nastro trasportatore semovente aveva ridotto i tempi di produzione d’un magnete per auto da 18 minuti a 5. Decise allora di impiegare lo stesso dispositivo a motori e carrozzerie. Nel maggio 1914 in uno stabilimento di Detroit era così avviata la prima "linea di asssemblaggio": l’operaio stava fermo sulle gambe, ma doveva compiere un determinato insieme di operazioni per montare alcuni componenti entro i minuti o i secondi che il nastro in moto gli concedeva.
Con tale innovazione i tempi di produzione del famoso Modello T venivano tagliati di parecchie ore, sì da poterlo mettere in vendita a soli 500 dollari. Tutti gli altri costruttori, inclusa la General Motors nata nel 1908 dalla fusione di altri marchi, e quelli europei sorti nel frattempo, adottarono la stessa tecnica produttiva. Masse di auto avrebbero presto invaso le strade d’America e d’Europa. Nel 1938 gli autoveicoli in circolazione sarebbero stati 25 milioni in Usa, 2 milioni in Francia e Gran Bretagna, 1,3 milioni in Germania. Mentre in Italia erano appena 370.000, di cui soltanto 280.000 autovetture. Cifra che dà un’idea sia della nostra arretratezza industriale di allora, sia del rapidissimo sviluppo degli anni ‘60 e successivi, quando anche la Fiat avrebbe contato a milioni le vetture prodotte.
Se l’industria americana dell’auto ha inventato la Osl e la linea di montaggio, che con varie modifiche e una certo alleggerimento della fatica fisica reso possibile dall’automazione esistono tal quali ancora oggi, l’industria europea e quella giapponese hanno introdotto anch’esse sostanziali innovazioni nel modo di produrre. La prima è consistita nel far costruire l’auto per la maggior parte da qualcun altro. La Ford degli anni ‘20 e ‘30 era un mostro di integrazione verticale. Possedeva in diversi paesi numerosi impianti che producevano tutto ciò che serviva per fabbricare un’auto, dal carbone all’acciaio, dalla gomma al vetro. Sebbene si fossero mossi in modo simile - la Fiat, ad esempio, fino agli anni ‘70 aveva a Torino le sue Ferriere - i costruttori europei imboccarono presto una strada diversa. Cominciarono a chiedere a piccole e medie imprese (Pmi) la fornitura di ammortizzatori e fari, sedili e carburatori, valvole e spinterogeni, ruote e sospensioni. Ai giorni nostri oltre due terzi dei componenti di un’auto, in valore, che esce da uno stabilimento Ue sono stati costruiti da Pmi, e si va verso il 75%. Ciò significa che ogni 1000 addetti alle linee finali d’un costruttore di automobili, da qualche parte ve ne sono altri 2000 la cui occupazione è legata ai primi. Con singolari eccezioni: il 90% di una Porsche, sportiva di lusso, è costruito in Germania da Pmi.
La seconda innovazione è stata la produzione "giusto in tempo", applicata su larga scala dalla Toyota fin dagli anni ‘70, benchè l’idea fosse nata negli Stati Uniti vent’anni prima. Le foto e i cinegiornali d’epoca ci fanno vedere, quando riguardano case automobilistiche, sterminati piazzali dove son parcheggiate, pochi centimetri tra un parafango e l’altro, decine di migliaia d’auto in attesa di essere trasportare dai concessionari. Quei piazzali non esistono più, o sono stati ridotti ai minimi termini. Al presente, grazie alle tecnologie infotelematiche, ogni singola auto viene prodotta soltanto se un cliente ne ha già firmato l’ordine d’acquisto; dopodichè ogni suo componente deve arrivare sulla linea di montaggio soltanto nel momento in cui serve. Prodotti in un raggio di centinaia, talora migliaia di chilometri, quei componenti effettuano lunghi viaggi su strada per arrivare giusto in tempo. Questo modello produttivo ha trasformato tangenziali e autostrade in reparti delle fabbriche d’auto; milioni di autoveicoli concorrono a fabbricare altri veicoli.
L’età dell’automobile quale mezzo privato di trasporto pubblico, nonché mezzo di produzione, è forse prossima alla fine. Almeno nei nostri paesi. Nella fabbricazione come nell’uso consuma troppo di tutto: energia, materie prime, acqua, spazi naturali e spazi urbani, terreni agricoli, tempo. Nondimeno è giunta a occupare tali e tanti luoghi nelle nostre società che la transizione verso differenti forme di mobilità, e perché no forme di minor mobilità, sarà complicata e lunga.
Nell'immagine: Giacomo Balla, velocità d'automobile, 1913