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Un paese che secoli di sudditanza a una religione controriformatrice e a conquistatori stranieri hanno reso conformista e abituato a cercare soluzioni di ripiego, strade oblique. In un articolo apparso il 12 marzo scorso sulla London Review of Books, Perry Anderson, storico dei movimenti politici di sinistra, ascrive questi vizi alla sinistra italiana, accusandola di aver sperperato un patrimonio di potenzialità a causa di un’endogena disposizione al compromesso. Egli mette sotto processo tutta la sinistra del dopo-guerra, quella comunista, quella socialista e quella radicale, ma soprattutto la prima, le cui mancanze si sono rivelate più gravi perché proporzionate alle più grandi aspettative che aveva destato a partire dalla guerra di Liberazione. Infine, e soprattutto, la sinistra più recente, per quella insistenza autodistruttiva a perseguire la politica della mediazione a dispetto di tutto, e soprattutto della natura dell’avversario, la quale non consente compromessi. Una sinistra dunque senza spina dorsale perché senza coraggio di scelte forti e chiare anche se all’apparenza o nell’immediato impopolari. A mancare non sono state le idealità di giustizia, ma lo stile culturale, quello storicismo paralizzante che cerca la giustificazione ai propri errori e non educa alla responsabilità della scelta; che vuole l’assoluzione e teme il rischio. A mancare non è stata la cultura politica civile e morale, quella ineguagliata educazione alla politica come servizio che la vita dei partiti ha consentito a milioni di italiani, ma invece la struttura anti-democratica e oligarchica dei partiti che si è mostrata non appena la corazza ideologica si è rotta.

La rappresentazione che offre Anderson è impietosa, il giudizio a tratti risentito, a tratti sommario; ma non inutile a chi voglia con mente libera cercare di trarre qualche indicazione che serva alla rinascita dell’opposizione e al suo radicamento nel paese e nella cultura politica diffusa. Almeno tre osservazioni sono meritevoli di riflessione.

La prima riguarda la frattura tra cultura d’élite e cultura popolare, sulla quale si è edificata la fortuna di Mediaset prima e di Forza Italia poi. Questa frattura non è un fatto nuovo nella storia nazionale. L’ha studiata in maniera illuminante Antonio Gramsci, un autore canonico per la sinistra anche se la canonizzazione lo ha reso un mito invece che una fonte di ricerca sociale e una guida pragmatica. Anderson fa perno su questa frattura per spiegare il paradosso di come si sia prodotta una sinistra invertebrata da quella che è stata senza ombra di dubbio la sinistra più importante dell’Europa occidentale, capace di stimolare energie culturali e civili straordinarie, di ispirare la cultura letteraria e quella cinematografica, la storiografia e la filosofia per almeno due decenni. Capace tuttavia di cadere proprio sotto il peso di quella "straordinaria congerie di energie sociali e morali". Il pregiudizio umanista della classe intellettuale della sinistra italiana, innamorata delle "battaglie delle idee" ma poco capace di studiare le trasformazioni prodotte dal consumismo e dalla cultura di massa nella mentalità popolare, ha facilitato la separazione a tratti abissale tra un’élite raffinata e d’avanguardia e un popolo sempre meno acculturato e informato, giudicato dall’alto e spesso disprezzato. Da questa Italia popolare ignota alle élite della sinistra è partita l’ascesa del populismo leghista e dell’anti-civismo berlusconiano. E ancora oggi, a ogni sconfitta elettorale, si rinnova l’incredulità della sinistra per un "fenomeno" che le appare permanentemente strano ed estraneo. La scomparsa dal Nordest è il segno della persistenza nella sinistra di una cultura politica che è insofferente verso la democrazia (non sempre esteticamente attraente), tarda nella comprensione della cultura liberale e della sua tensione con i processi identitari e comunitari, timorosa dell’incontro con culture diverse, e infine non sufficientemente convinta della necessità di avere un sistema informativo nazionale sganciato dalle coalizioni politiche e davvero pubblico.

La seconda osservazione è conseguente alla prima. Essa riguarda il risvolto pratico-politico della cultura idealista e storicista che ha animato molta parte (benché non tutta) della sinistra italiana: la refrattarietà a comprendere e praticare il conflitto politico, e al contrario, la ricerca della mediazione e del consenso. Antagonismo e conflitto come segno di contraddizioni insolute e non invece anche come opportunità per cambiare scenari politici. Eppure, questa prudente radicalità è stata spesso scambiata per populismo o cieco radicalismo. La timidezza dimostrata dalla sinistra nei mesi successivi all’ultima sconfitta elettorale, la sua incapacità a vedere nella politica dell’opposizione, sociale oltre che istituzionale, una forza positiva ha le sue radici in una cultura politica che Sartori ha associato all’abito gesuitico alla mediazione compromissoria. Anderson dice una cosa giusta: la politica, anche quella ordinaria e parlamentare, deve saper usare strategie da "guerra di posizione" e da "guerra di movimento". Ciò significa per esempio che il dialogo a volte deve essere interrotto, che sul conflitto di interessi, su una riforma della giustizia che favorisce gli interessi del capo della maggioranza, sulle leggi liberticide e razziste, sulla distruzione della scuola pubblica, sulla laicità dello Stato non si può transigere, non si può cercare il compromesso. Interrompere il dialogo è parte della dialettica democratica tanto quando aiutarlo.

E questo ci porta alla terza osservazione, quella relativa al valore dell’intransigenza in politica, un valore che non si addice con l’essere invertebrati. L’intransigenza non è radicalismo fanatico, ma strategia di coerenza quando è in gioco non tanto o semplicemente l’identità politica di un partito o di una coalizione, ma soprattutto il patto costituzionale, la natura dell’ordine politico, i fondamenti del nostro vivere civile. La Costituzione non è un oggetto di compromesso e sulla sua difesa non si può transigere. La politica costituzionale e l’intransigenza che essa ispira sono la spina dorsale di una sinistra democratica, ciò che la distingue e la oppone alla destra. Libera dalle ingessature dogmatiche, più diretta e chiara nel linguaggio e negli obiettivi, essa è il naturale asse portante di una politica coraggiosa e non invertebrata.

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati.

Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più.

Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto.

Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi - una parola senza corpo e un corpo senza parola - lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti».

Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici . Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo - «biondino» - che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio).

Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni - Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo.

Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaura. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harhya, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato.

La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato.

Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöller: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde - politici, giornalisti, cittadini comuni - per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.

La grande finanza, con la sua ingordigia, ha corroso l'economia reale e la vita delle persone. Ma la crisi di oggi non è partita nel 2007: risale almeno agli anni Novanta, allo scoppio delle prime «bolle». Rendendo evidente l'esigenza di un controllo, che deve essere politico e sovranazionale

«Ha presente gli animal spirits imprenditoriali di cui ci parla John Maynard Keynes nella sua Teoria Generale? L'economista di Cambridge si riferiva allo spirito libero che avrebbe dovuto ispirare l'azione dell'attività imprenditoriale. Oggi quell'immagine suggestiva di Keynes fa venire i brividi se si pensa alla sua metamorfosi. A cosa mi riferisco? Non vorrei essere troppo crudele ma oggi se devo pensare agli animal spirits della nostra epoca mi vengono in mente i banchieri. Purtroppo questi moderni animal spirits, senza alcun controllo, hanno spinto l'economia mondiale sull'orlo del più grande disastro degli ultimi decenni. Le fornisco soltanto un dato piuttosto impressionante di questo disastro: a causa dell'azione combinata dei nostri animal spirits, dal giugno 2007 alla fine del 2008 la perdita degli asset dei fondi pensione negli Usa è di 1,3 trilioni di dollari. Un dato devastante che dimostra quanto la finanza abbia corroso l'economia reale e la vita delle persone».

Il professor Guido Rossi, come al solito, non bada a spese quando si tratta di essere severi, affila le parole come fossero sciabole, e lancia fendenti dolorosissimi. Prima di proseguire nella sua requisitoria sulle ragioni della crisi che sta mutando l'economia del pianeta, si fa spazio tra le decine di libri che occupano il tavolino del salotto di casa e estrae il suo ultimo lavoro pubblicato dall'Adelphi. Il titolo di copertina è duplice: sopra c'è John Maynard Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, e sotto c'è il suo saggio. Il titolo è identico ma è accompagnato da un angoscioso punto di domanda: «Possibilità economiche per i nostri nipoti?». L'occhio cade sull'ultima pagina del libro: «La Fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto e dai suoi derivati, come il supercapitalismo evocato da Reich».

Sono parole che non hanno bisogno di tanti commenti: mi pare che lei pensi a una crisi di sistema, o sbaglio?

Non c'è dubbio. Siamo di fronte a una crisi epocale e di sistema. Una crisi che ha dei punti di non ritorno. Le difficoltà economiche di oggi non possono essere risolte come in passato ma richiedono nuovi assetti istituzionali, nuovi equilibri, un diverso rapporto tra Stato ed economia. Dobbiamo renderci conto che è arrivato il momento di mettere a nudo i limiti dell'economia di mercato globalizzata. D'altronde lo stesso Adam Smith aveva capito che il mercato andava inserito in un sistema di controlli. I liberisti? Nel 2000 e ancor prima credevano di aver conquistato il mondo. «E' finita l'deologia è iniziata la libertà», gridavano ai quattro venti. In realtà la vera ideologia era la loro ed è quella ideologia che ha registrato un clamoroso fallimento.

C'è chi ha fatto dei paragoni con la grande crisi del '29. Lei che ne pensa?

Attenzione, la crisi del 1929 fu molto diversa. Fu una crisi strisciante che durò anni. La caduta iniziale delle Borse non fu così drammatica ma i ribassi dei valori dei titoli continuarono fino al 1933 quando ci si rese conto che il valore di Borsa si era ridotto di tre quarti rispetto al 1929. Il New Deal di Roosevelt nacque proprio per gestire la grande depressione e ancora nella seconda metà degli anni 30 negli Stati Uniti si assisteva al crollo del Pil e a una caduta dei profitti. Io credo che la la crisi del '29 fu purtroppo risolta dalla seconda guerra mondiale. Solo allora si uscì dalla grande depressione.

E la crisi attuale?

La crisi attuale non è partita nel 2007. Le basi di quello che sta accadendo ora vengono poste alla fine del millennio passato con la bolla della new economy. Si scopre che il sistema economico e finanziario mondiale è un insieme di grandi bolle speculative che prima o poi esplodono con effetti drammatici. Nel 2000 poi scoppia l'altro fenomeno che caratterizza la nostra epoca: il debito pubblico. E proprio all'inizio di questo millennio che torna l'nstabilità dei mercati di keynesiana memoria. E con l'instabilità si fa sempre più gigantesco il deficit degli Stati Uniti. Un deficit, si badi bene, che viene finanziato in gran parte dai paesi asiatici e in particolare dalla Cina. Ecco l'intreccio tra est e ovest che molti osservatori hanno sottovalutato. Ma all'inizio del 2000 si verifica il fenomeno più grave della storia economica recente: inizia una totale, forsennata e irresponsabile deregolamentazione. Anche in questo caso gli effetti sono gravidi di conseguenze: gli animal spirits dei banchieri prendono il sopravvento e sul mercato vengono messi prodotti ad alto rischio. Come ha detto Warren Buffett le banche e i banchieri hanno inventato prodotti e strumenti finanziari che si sono rivelati armi di distruzione di massa. C'è una grave responsabilità in tutto ciò e non sappiamo se mai qualcuno pagherà per i guasti che sono stati fatti al sistema.

Mi pare che il guaio vero sia che gli animali della finanza abbiano infettato anche l'economia reale. Non è così?

Certo che è così. L'esempio dei fondi pensione è drammatico da questo punto di vista. Lì non si tratta semplicemente di un crollo di titoli azionari, in quel caso dietro la caduta di corsi di Borsa ci sono le liquidazioni di milioni di persone messe a rischio dalle belve selvagge. Chi sono le belve selvagge? E' una definizione efficace con la quale Martin Wolf definisce la finanza moderna: una giungla abitata da belve selvagge. Ora io credo che per il futuro non sarà più possibile immaginare un sistema economico interamente dominato dalla finanza. Lei mi chiede come mai malgrado le iniezioni di liquidità immesse nel sistema dai governi la crisi persiste e si aggrava. Io le rispondo che oggi il problema non è più quello della liquidità ma quello dell'insolvenza delle grandi imprese industriali e bancarie. Il virus è ormai insediato nell'economia reale. Oggi paghiamo i costi dell'illusione liberista. L'illusione che nel mercato del lavoro, ad esempio, si potesse risolvere la crisi con un equilibrio spontaneo del mercato. Keynes l'aveva già capito: la disoccupazione è uno dei sintomi dell'instabilità permanente del capitalismo.

Come si esce dal questa crisi?

Intanto dobbiamo sapere che il centro di gravità del mondo è cambiato, si è spostato dagli Stati Uniti alla Cina. Gli Stati Uniti hanno dominato per anni ma ora hanno soltanto il primato del deficit puublico, mentre la Cina è il paese che possiede assieme ai paesi asiatici la maggior parte dei titoli del debito pubblico americano. Io credo che un'utopia possibile sia una sorta di Commonwealth composto da Cina Europa e Stati Uniti in grado di ricucire il sistema finanziario mondiale. Io penso ad esempio a un authority internazionale sui mercati finanziari. Per far ciò è assolutamente necessario che ci sia un ritorno del ruolo degli Stati e dunque del primato della politica sull'economia, altrimenti sarà un disastro. Non possiamo permetterci la memoria corta. La crisi del '29 ebbe come sbocco drammatico gli Stati totalitari in Italia e Germania e poi la seconda guerra mondiale. Se vogliamo evitare catastrofi di quelle dimensioni dobbiamo immaginare un nuovo multilateralismo in grado di controllare e gestire la crisi.

Poiché l’appello per una lista unica della sinistra non è riuscito a convincere tutti coloro che era necessario convincere, partiti e gruppi della sinistra italiana sconfitta e quasi cancellata dallo spazio pubblico nell’aprile scorso stanno presentemente seguendo strade che porteranno loro, e tutti i cittadini e i lavoratori che hanno bisogno anche di loro, a un ulteriore insuccesso. Quei cittadini e lavoratori sono alcuni milioni. Alcuni di questi milioni (prevalentemente giovani, ma molti ormai non troppo) sono lavoratori potenziali cui il sistema vigente dice ogni giorno che non c’è bisogno di loro, di fatto anche come persone. Perciò non hanno le stesse possibilità di permettersi un altro insuccesso come gli autori di articoli, i professori universitari e (sia permesso) molti dirigenti di partito. Siamo tutti responsabili di fronte a loro: autori dell’appello che non sono risultati convincenti finora, aderenti all’appello che forse non sono stati abbastanza numerosi o abbastanza attivi finora, dirigenti politici che hanno detto di no all’appello finora. Possiamo ancora parlarne? Sembra proprio che dobbiamo.

C’è ancora un filo di speranza. Perché non si spezzi è indispensabile affermare che nessuno vuole vincere senza gli altri o contro gli altri, che nessuno vuole misconoscere o negare le differenze, che a nessuno si chiede di rinunciare alle proprie ragioni anche perché veramente ciascuno ha ragione su alcuni punti che non si riesce ancora a tenere insieme (ma non è detto che non ci si riuscirà mai). Bisogna fare qualcosa insieme per il 7 giugno proprio per mantenere viva la possibilità di proseguire ciascun distinto progetto, da confrontare con gli altri e con i cittadini e i lavoratori, dall’8 giugno in poi.

Si presuppone, infatti, che stiamo parlando di diversi progetti per un’impresa comune, non di imprese diverse o, tanto meno, contrapposte quanto agli scopi e ai valori. Se non sapessimo che tutti lavoriamo per una civiltà della pace, del lavoro e della libertà, della fraternità e dell’eguaglianza, non ci parleremmo (in fondo, non litigheremmo neanche). E in questa situazione eccezionale, con un regime in corso di consolidamento, si tratta di affrontare un passaggio stretto, di scongiurare una comune rovina. La lista unitaria deve essere una lista di garanzia per tutti, che riconosca la pari dignità di tutte le ipotesi in campo per il futuro della sinistra. Per competere fin da ora, dopo tutto, ci sono le anche le amministrative.

Mettere l’accento su ciò che unisce in vista del voto nazionale per il parlamento europeo non significa dunque rinunciare a competere né ad affermare contemporaneamente, ciascuno, tutte le proprie ragioni, le proprie convinzioni circa la via da seguire, i propri simboli. Si può concorrere, sotto i propri simboli e con le proprie ragioni specifiche, a un fronte popolare del lavoro e dei diritti, che offra alla spontanea e diffusa protesta sociale, al diffuso rifiuto di pagare il prezzo della crisi del capitale, un segno di fiducia, di unità e di forza.

Per aderire a quale gruppo parlamentare di Strasburgo? Bisogna domandarsi se una tale questione appassionerà veramente gli elettori, molti dei quali (ma sempre pochi) forse apprenderebbero soltanto durante la campagna elettorale dell’esistenza del Gue (pur importantissimo), e verosimilmente non per affrettarsi a saperne di più. Ma se si dice semplicemente che si va a Strasburgo per dire no a questa labile, fasulla e antidemocratica costituzione europea e alla moneta delle banche che dirige i governi, e per dire sì invece a un governo europeo eletto che metta la moneta e le banche al servizio del lavoro, avremo o sostanzialmente indicato il Gue o comunque eletto persone (scelte, non dimentichiamo, innanzitutto mediante primarie) che lotteranno per questo (in rari casi) anche in altri gruppi, e saranno utili anche là.

Naturalmente questo significa avere fermamente come segno di riferimento il diffuso rifiuto di pagare per la crisi del capitale, cioè sapere che questa crisi è l’occasione per rovesciare l’egemonia culturale degli ultimi trent’anni. In altre parole, per smascherare quell’incompatibilità del capitalismo con la democrazia che fu fondatamente riconosciuta a suo tempo sotto l’impulso dei Reagan, dei Craxi, dei Blair e dei Giddens, e appunto mascherata spacciando per democrazia qualcosa che lo diventava intanto sempre di meno. In America, proprio in America, lo hanno fatto. Ci rendiamo conto di ciò?

Una rinuncia, quindi, certamente s’impone: la rinuncia a concedere spazio e credito a chiunque abbia ancora legami con quei deleteri, fallimentari e decrepiti “nuovismi”. Coloro che insistono sull’ “unità dei comunisti” esprimono in qualche modo questa esigenza innegabile, salvo tradurla in azioni che – nel contesto storico reale, che non sarebbe da marxisti ignorare – non uniscono ma separano, oggi, i proletari in carne e ossa, di antico e di nuovo genere.

Un fronte popolare elettorale per le europee, sostenuto dai partiti nella loro piena e riaffermata identità, ma indicato intanto agli elettori mediante le bandiere rosse del lavoro, unite con quelle arcobaleno dell’amicizia con la natura e tra i popoli, è ancora possibile, ed è soprattutto indispensabile. I milioni di proletari di antico e nuovo genere che scenderanno in piazza il 4 aprile lo meritano.

C’è un tema che ricorre costantemente negli incontri e dibattiti sullo stato pietoso della sinistra italiana, ed è la sua scarsa e quasi inesistente capacità di critica incisiva, perché informata e teoricamente meditata, delle forme e dei caratteri realmente assunti, oggi, dal predominio capitalistico.

Ad esempio nel presentare – il 2 marzo 2009 a Roma – lo studio a più voci su Nord operaio. Lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità (manifestolibri 2008), Aldo Tortorella, dopo aver parlato di “catastrofe culturale” della sinistra nel nostro Paese, ha aggiunto che “se essa vuole riprendere a contare deve riprendere a pensare”. Mario Tronti ha auspicato nuovi luoghi dove “pensare politicamente”, perché non si può avere, a sinistra, un soggetto politico forte senza basi e strumenti teorici adeguati. Fausto Bertinotti ha detto chiaramente che non si possono dare risposte sufficienti all’odierna debolezza contrattuale e sociale del lavoro se non si capiscono le trasformazioni radicali intervenute nel modello stesso di economia e di società.

All’Assemblea nazionale per una lista unica della sinistra (Firenze, 7 marzo 2009) Mario Agostinelli ha sostenuto che “le nostre radici” – cioè il patrimonio di esperienze e d’idee accumulato durante un secolo e mezzo dal movimento operaio – non sono più sufficienti per affrontare la fase attuale del capitalismo e tanto meno la sua crisi. Nichi Vendola: se non si riprende un percorso di edificazione teorica, non si uscirà dall’attuale “insignificanza politico-sociale della sinistra italiana”. E Piero De Siena: senza una tale ripresa, non si potrà avere “una nuova classe dirigente della sinistra”, come è necessario – secondo Carlo Lucchetti - data la “irriformabilità” dei suoi attuali partiti.

Avrete notato che, in queste come in tante altre occasioni, quando si parla della fase storica attuale si tende subito a identificarla con le nuove forme assunte dal capitalismo negli ultimi trent’anni. A mio parere questa identificazione è giusta e continuerà ad esserlo fino a quando l’economia rimarrà la dimensione predominante e quasi esclusiva nella vita umana.

Non a caso, già nel pieno della cosiddetta rivoluzione industriale del secolo XIX, il fondatore del movimento operaio europeo giunse ben presto alla consapevolezza critica di tale predominio. Avendo deciso – dopo le prime esperienze di pubblicista – di “ritirarmi nella stanza da studio” – dichiara egli stesso – “per sciogliere i dubbi che mi assillavano”, la mia ricerca “arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di ‘società civile’; e che l’anatomia della società civile è da ricercare nell’economia politica […]. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporto di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale…” (Karl Marx: Per la critica dell’economia politica. Tr. It. Editori Riuniti 1971, p. 4-5).

E’ ben noto che, una volta giunto a questo “risultato generale”, Marx dedicò la maggior parte delle sue energie a studiare criticamente l’economia e gli economisti del suo tempo, fino a diventare egli stesso un classico di tale ramo della conoscenza. Oso dire – e lo faccio quasi tremando, perché chi sono io, chi siamo noi per criticare a nostra volta Marx – che il suo errore, e certo non soltanto il suo, fu di aver identificato l’ economia capitalistica con l’economia tout court, tanto da aver prospettato un riscatto dell’uomo dall’alienazione capitalistica in termini di approdo a una “società comunista” svincolata da ogni legge economica, assieme a ogni “sovrastruttura giuridica e politica”.

Credo che oggi, per ricostruire una sinistra, sia condizione essenziale non solo rimettersi a studiare l’economia nei suoi attuali nuovi modi e meccanismi, ma farlo nell’intento di vedere come l’economia possa tornare a svolgere il ruolo giusto che le spetta in una distinta e paritaria interrelazione con ogni altra fondamentale dimensione della vita umana. Questo, ovviamente, come traguardo a lungo termine, come ispirazione e tensione ideale di fondo. Ma solo con questo spirito si può pronunziare in modo aggiornato, e usare in termini adeguati al presente, un’antica e oggi ignorata parola: la parola rivoluzione. Non la si adopera più perché – e giustamente – si ha vergogna di farlo nelle attuali condizioni della sinistra. Ma se non si sarà in grado di tornare a usarla a viso aperto, perché in modo corretto e credibile, nessuna vera sinistra potrà mai riapparire sulla scena politica.

Il Picchio Rosso è il sito dell’Associazione culturale “Romualdo Chiesa”

Corriere della Sera
«Sento vecchi slogan, sciocco demonizzare»
Marco Nese intervista Carlo Ripa di Meana

ROMA - «Sono pigri. Andrebbero puniti per la loro superficialità». Con chi ce l'ha Carlo Ripa di Meana, presidente della sezione romana di Italia Nostra?

«Ce l'ho con quelli di Legambiente. Berlusconi ha solo annunciato un piano casa. I contenuti non li conosciamo ancora. Ma loro già proclamano l'Apocalisse. Si calmino. Valutino ogni aspetto con serietà, riflettano bene. Se poi trovano qualcosa di poco convincente la contrastino con argomenti ragionevoli per farla modificare ».

Parlano di «mani sulla città». Temono la devastazione.

«Non hanno l'umiltà di esaminare prima il piano quando sarà reso noto nei dettagli. Pigramente sfoderano vecchi slogan e chiamano alla mobilitazione. Non rendono un buon servizio alla gente. La verità è che ormai rappresentano interessi politici. Leader di Legambiente come Realacci, Della Seta, Ferrante si sono accomodati in Parlamento sotto l'egida Pd».

A proposito di Pd, anche il segretario Franceschini è allarmato: prevede un'Italia cementificata.

«Demonizzare il mattone è sciocco. Scacciare il mattone è ingenuo. L'atteggiamento giusto è quello di stare sempre molto vigili per impedire disastri. La reazione più intelligente mi sembra quella del presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. Interessante il piano, ha detto, però vediamo se comporta problemi ambientali. Questo è sensato. Assurdo invece parlare solo per pregiudizio politico. Siccome il progetto è targato Berlusconi va respinto per principio ».

L'avrebbero accolto bene se portava la firma di Veltroni?

«Con Veltroni sindaco di Roma, noi di Italia Nostra eravamo ignorati. Gli imprenditori edili facevano ciò che volevano. Durante la campagna elettorale Gianni Alemanno ci promise che se fosse stato eletto avrebbe accolto le nostre richieste. E' stato di parola. Per esempio, ha impedito lo sventramento del Pincio per farne un megaparcheggio. Cosa che Veltroni aveva approvato cedendo alle smanie dei costruttori e di quelli che io chiamo i garagisti».

Lei crede che l'edilizia possa rilanciare l'economia?

«La casa è un problema al quale la gente è molto sensibile. Non possiamo dire sempre no. E' anche una questione di sintonia con l'Italia reale. Dobbiamo solo stare attenti che non si faccia un uso fraudolento delle licenze e non si commettano scempi. A questo proposito, ritengo che anche il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi abbia il diritto di intervenire per mettere dei limiti precisi. Non condivido invece ciò che dice Bossi».

Cosa dice Bossi?

«Teme che le nuove case vadano agli immigrati. Ma visto che arrivano, anche su richiesta degli industriali, è meglio se abitano in case che nelle baracche sotto i ponti. Mi viene in mente il piano Fanfani. Era il tempo in cui gli italiani lasciavano le campagne e affluivano verso le città. Per loro Fanfani lanciò un grande piano di edilizia popolare».

Spuntarono borgate fatte di casermoni.

«Hanno le loro magagne, chi lo nega? Però ai grandi criticoni dell'edilizia non vanno bene neanche le villette a schiera. Fanno la guerra a villettopoli. Invece sono una forma di residenza più esigente, non possiamo biasimare le famiglie che fuggono dai condomini per vivere in modo più umano».

il Giornale

Il cemento del NO

di Mario Giordano

Temono la «cementificazione», come dice il leader del Pd Franceschini, sguardo da iena dentro occhi da boyscout, che adesso ha scoperto il nuovo look del maglioncino. La cementificazione? Ma quale cementificazione? Da anni l’unico cemento che soffoca questo Paese è quello dei no: no alla Tav, no alle discariche, no alle centrali, no ai rigassificatori. No ai cantieri. No alle riforme. No al cambiamento. La cementificazione che fa davvero paura è quella delle idee, sono gli encefali a presa lenta, le meningi asfaltate. È questo il cemento che ha bloccato l’Italia. È questo il cemento da cui ci dobbiamo salvare.

Avete notato? Il governo non ha fatto in tempo ad annunciare l’esistenza di un piano per la casa e, ancor prima di conoscerlo nei dettagli, è partita la guerra del no. Alte grida. Lamenti. «Una sciagura che impoverisce il Paese», dice l’urbanista di sinistra. «Un delirio», dice l’architetto di sinistra. «Torna la speculazione anni ’60», sbraitano gli ambientalisti. E poi avanti: «deregulation selvaggia» (la deregulation si sa, è sempre selvaggia. O non è); «proposta indecente»; «casa delle libertà abusive»; «affari per i furbetti»; «condono mascherato»; «scempio», «messaggio devastante per il futuro». Naturalmente, per condire l’orrore, si scomodano Francesco Rosi, «Mani sulla città», Alberto Sordi palazzinaro con annessa locandina di film. Manca solo la copertina del manifesto con un grattacielo che spunta dentro il Colosseo, poi il quadro sarebbe completo. E, intanto, benvenuti nella nuova mansarda costruita al posto della Madonnina...

Assurdo? Macché. Le regioni rosse, tanto per dire, hanno già annunciato che non collaboreranno al rilancio dell’edilizia. Lo boicotteranno. E siccome il piano avrà bisogno, per una parte, dell’appoggio delle regioni, significherà che lo bloccheranno. La lezione di Soru in Sardegna, mandato a casa dagli elettori perché, fermando cantieri e turismo, aveva sclerotizzato l’isola e l’aveva condannata alla povertà, evidentemente non è servita. Così è, anche se non vi pare: c’è un’idea per dare lavoro ai disoccupati e slancio all’economia a costo zero. Ma sembra che non importi a nessuno. Perché non si discute nel merito? Perché non si cerca di migliorarla? Perché si cerca di stroncarla? Perché si parte subito lancia in resta parlando di «interessi illegali» e «scena del delitto», come fa il responsabile Ambiente del Pd Ermete Realacci? Siamo d’accordo o no che questo Paese è bloccato da troppi anni di «non fare»? Siamo d’accordo o no che farlo ripartire ora significa anche rispondere alla crisi? E dare lavoro a imprese e operai? Allora perché questa corsa al no per il no, questi toni apocalittici, questa cementificazione del parencefalo? E quanto dobbiamo aspettare perché Franceschini e Realacci si accorgano che queste posizioni assurde e conservatrici ci fanno perdere contatto con il mondo? Vent’anni, come per il nucleare?

Il Paese oggi si sta dividendo in due. Ma la vera divisione non è fra destra e sinistra, popolari o socialisti, laici o cattolici. La vera divisione è fra chi cerca di disegnare il futuro e, dentro la crisi, cerca soluzioni nuove. E chi rimane ancorato a un passato vecchio e indifendibile, e che mai come oggi appare letale. E per dimostrare che quest’ottusità è un cancro devastante che va oltre il limite dell’antiberlusconismo, basta guardare quello che sta succedendo alla Tod's. Il titolare, Diego Della Valle, che è sempre stato coccolato e riverito nei salotti della sinistra, ha deciso per il secondo anno consecutivo di concedere ai dipendenti un bonus di 1400 euro l’anno, 116 euro mensili. Voi capite: in un momento di crisi, mentre tutti pensano a tagliare e magari a mettere in cassa integrazione, c’è un’azienda che non solo non taglia e non mette in cassa integrazione, ma regala 116 euro mensili a ogni dipendente. Risultato? La Cgil protesta. Si oppone. S’indigna. Motivo: «Non siamo stati consultati». Ma vi sembra possibile? Vi sembra possibile che ci sia qualcuno che antepone, così sfacciatamente, l’antica ideologia all’interesse presente degli operai, le stanche liturgie sindacali agli effetti concreti di una buona decisione?

Dalle regioni rosse alla Cgil, da Epifani a Franceschini: quello che si sta rinsaldando è un nuovo e ottuso asse del no. Ma non dovevano essere riformisti? E che cosa si può riformare riducendosi a spuntoni archeologici, a reperti del mesozoico, a distributori di paure e pasdaran del rifiuto assoluto? Per andare verso il futuro l’Italia ha bisogno di fantasia, coraggio, soluzioni innovative. Ha bisogno di liberarsi dei più oscuri retaggi del passato. La gran parte del Paese è pronta. È pronta a lanciarsi. È pronta a trasformarsi. Che non si faccia sviare da quelli che la vogliono cementificare nell’immobilismo: sono i rappresentanti di un mondo destinato a scomparire. L’unica cosa che riescono a cambiare, in effetti, è il look: si mettono il maglioncino. Ma solo per non far vedere che sono rimasti in mutande.

C’è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.

Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più intimo dell’uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s’unisca al salace, producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell’Umanità, Karl Kraus descriveva l’eccitata vigilia della Guerra ’14-’18 come epoca di valori tanto più gridati, quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest’epoca enfatica, violenta e cieca.

Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s’aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». È quello che fa il presidente del Consiglio in Italia: prima negando la crisi, poi accusando i media d’ingigantirla evocando tragedie, sempre usando i valori come diversivi. I valori sono già oggi e diverranno sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l’attenzione da sfide vere, mal comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s’impongono con rigide gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro dell’impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree graduatorie: ogni schieramento pretende d’esser custode dei valori supremi, relegando l’avversario nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si parla d’altro.

Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè l’insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la libertà, l’eguaglianza, la vita, la pace, l’autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l’avversario.

I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità. Apparvero nell’800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all’avversario, deturpando parole e abolendo antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere sulla base d’un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia funziona, nell’etica no. Anche la Chiesa si presta a un’operazione che assolutizzando i valori li incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II - con il suo desiderio di vedere la realtà da più punti di vista - sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé il bene, la letizia, la pace, l’incoraggiamento». L’arroganza dei valori è da anni prerogativa della destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c’era chi non dissociava valori e violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù è impotente, senza terrore».

I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione - o trasvalutazione - dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi - pur discordando - deve pur sempre convivere. Se vogliono evitare l’antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace, acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una per una (per esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.

La crisi economica che traversiamo è tragica, checché ne dica il presidente del Consiglio, proprio perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il "puro rendiconto".(...) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è sconsacrato, e alla fine l’uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di vita e le relazioni con i suoi simili».

Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri. Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i modi del conversare democratico. La scorsa settimana ne abbiamo avuto un esempio. Venuto da fuori, straniero al comune sentire come i persiani delle Lettere di Montesquieu o il bambino di Andersen che scopre il re nudo, un allenatore di calcio (José Mourinho, dell’Inter) ha denunciato la «grandissima manipolazione dell’opinione pubblica», la «prostituzione intellettuale» di tanti giornali, il «pensare onesto» che in Italia fatica a guardare i fatti e s’abbarbica a idee preconfezionate. Ad ascoltarlo c’era da trasecolare: Mourinho sembrava parlasse non del calcio, ma dell’Italia tutta. Subito è stato zittito in nome dei sacrosanti «toni bassi»: quest’altro valore supremo, usato come mezzo per non affrontare il merito di una questione e azzittire avversari o magistrati. Toni bassi abbandonati senza pudore, ogni volta che fa comodo al capriccio dei potenti

Vedi anche Valori e principi secondo Gustavo Zagrebelsky

Porteremo un pezzo di Uffizi nel deserto degli Emirati Arabi, come stanno facendo i francesi col Louvre, ricavandone un miliardo di euro per i prossimi 15 anni. L'idea nasce per caso, durante l'incontro al ministero dell'economia, un tempio dove si fanno piani d'investimento da capogiro e dove tutti gli amministratori e gli imprenditori del mondo vorrebbero essere ricevuti. Bin Saeed Al Mansoori, sceicco, ingegnere, ma soprattutto ministro dell'economia di uno dei pochi paesi del mondo in grado di spendere alla grande nonostante la crisi galoppante, dichiara di volere il meglio In tutti i campi.

Non bada a spese perché pensa a un futuro, ancora lontano, quando il petrolio diminuirà o sarà meno importante di oggi. A Claudio Martini, presidente della Regione, alla guida di una missione che tenta di aprire nuovi mercati, s'illuminano gli occhi. Così rilancia: «Ho visto i progetti per i musei Guggenheim Abu Dhabi e Louvre Abu Dhabi. Ecco, io credo che non sarà impossibile, in un futuro poco lontano, di parlare degli Uffizi di Abu Dhabi, nelle forme che potremo studiare con il governo. Sapete, la Toscana ha quasi il 50% delle opere d'arte del mondo e molte non trovano spazio nei nostri musei che sono strapieni...». Una proposta? Una provocazione? Del resto, anche tempo fa, durante una visita istituzionale in Giappone, lo stesso governatore aveva pensato di portare la Venere del Botticelli a Tokio. Suscitando un vespaio di polemiche. Ma qui, in un emirato che ricava 85 milioni di euro al giorno dal petrolio (sì, avete letto bene...), Martini fa un briefing coi giornalisti per spiegare bene l'idea. Prima racconta che Al Mansoori gli ha rivelato un aneddoto: «E' stato a Firenze, mangiò dal Latini dove quasi gli imposero di mangiare una monumentale bistecca...». Poi il governatore dice: «Non vedo niente di male, in un momento di crisi come questo a usare il nostro patrimonio culturale come veicolo per gli affari. Se l'hanno fatto la fondazione Guggenheim di New York e addirittura il Louvre, non vedo scandali a proporre gli Uffizi».

Nella mente di Martini, che in passato aveva chiesto maggiore autonomia delle Regioni nella tutela e nella gestione dei beni culturali, la lampadina si è accesa, appunto, domenica pomeriggio, durante la visita ai progetti della Saadiyat Island, l'Isola della felicità di Abu Dhabi, dove figurano i plastici del nuovo Guggenheim e del nuovo Louvre. Accanto ai quali c'è un pannello che spiega che gli Emirati Arabi pagheranno al Louvre 525 milioni di dollari per il marchio e 720 milioni di dollari per la concessione di opere in mostra. In tutto circa un miliardo di euro. Contratto per 15 anni. Come potrebbe svilupparsi questa collaborazione fra Abu Dhabi e gli Uffizi? Per far andare avanti l'idea, serve prima di tutto il sì del governo e quindi un tavolo ufficiale fra Roma e Abu Dhabi. Martini è pronto a fere opera di persuasione, sostenendo che l'arte può aprire le porte ai rapporti internazionali e al business. Certo, potrebbe non mancare chi obietterà che è pericoloso «esportare» un pezzo di Uffizi perché chi vuoi vedere la Primavera, la Venere e il Tondo Doni dovrà sempre venire a Firenze. Martini pensa però alle Opere conservate in cantina, a quelle «mai viste», o ancora da restaurare dopo l'alluvione di 43 anni fa. Che potrebbero trovare finanziatori per il restauro. Prima di essere mostrate, come oggetti del genio «Italians», in un nuovo museo sulla Sabbia del Golfo Persico.

Postilla

Leggendo ieri agenzie stampa e articoli che riportavano le esternazioni di Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, sembrava di essere tornati sul set di Totòtruffa ’62, nell’immortale sketch della vendita della fontana di Trevi.

Sorvoliamo sulle iperboliche affermazioni in stile Guinness dei primati (“la Toscana ha quasi il 50% delle opere d'arte del mondo”) che, seppur destituite di ogni minima credibilità statistica, hanno ripreso a circolare da qualche tempo anche nei piani alti di via del Collegio Romano.

Trascuriamo il fatto che il principio del “visto che l’han fatto gli altri, ci proviamo anche noi”, non pare il non plus ultra della cultura manageriale (per non parlare di quella politica) e, magari, con un minimo di accortezza informativa in più, Martini avrebbe appreso che lo stesso progetto del Louvre è stato oggetto di fortissime discussioni in patria, probabilmente sarà ridimensionato ed è stato già pubblicamente dichiarato che non avrà assolutamente quei margini di guadagno che hanno ingolosito l’amministratore toscano.

Evitiamo anche ogni commento alla plateale affermazione, voce dal sen fuggita, “non vedo niente di male, in un momento di crisi come questo a usare il nostro patrimonio culturale come veicolo per gli affari”, persino imbarazzante nella sua pochezza culturale, oltre che istituzionalmente del tutto inappropriata, dal momento che si parla di un patrimonio statale, indisponibile per la Regione, per di più (e per fortuna) sottoposto alla tutela di organismi scientifici che Martini non si è neppure immaginato di dover preavvertire.

Risparmiamo infine ai nostri lettori la noiosa riproposizione dei mille motivi che si opporrebbero alla svendita del nostro patrimonio culturale, che i frequentatori di eddyburg possono peraltro rileggersi nei moltissimi testi presenti sul sito.

Ci basti, in questa breve nota, sottolineare il ridicolo di simili estemporanee boutades, laddove ai dubbi di chi osserva che spogliare gli Uffizi non sembrerebbe proprio il massimo della strategia, non solo culturale, ma neanche turistica, il presidente della Regione Toscana, in una perfetta incarnazione del più puro spirito italico di monicelliana memoria, replica furbescamente che non pensa certo a trasferire Botticelli o Michelangelo, bensì di ammollare agli arabi, come ognun sa geneticamente improvvidi nell’esercizio della mercatura, i quadri messi in cantina o ancora privi di restauro dai tempi dell’alluvione.

Era il 1966; ieri un sondaggio IPR dava il PD in crollo verticale al 22% dei consensi.

Per risollevare l’umore, andatevi a rivedere il duetto fra il cavalier Antonio Trevi e Decio “Cacio” Cavallo. (m.p.g.)

Angelo Del Boca non nasconde la sua delusione. Altro che "giornata della memoria" per le vittime delle imprese imperiali fasciste, come lo storico più importante del colonialismo italiano propone da decenni: nel trattato con la Libia non c’è nemmeno il riconoscimento dei crimini commessi in Africa.

Professor Del Boca, come giudica il trattato di amicizia con Tripoli?

«Ho studiato molto bene il trattato, anche con l’amico Nicola Labanca. Non discuto la parte economica, né quella politica, discuto quella "storica". Ho scoperto che c’è appena un accenno di sfuggita al passato. Insomma, l’Italia versa 5 miliardi di dollari, sostanzialmente come indennizzo per i crimini compiuti in trent’anni di presenza in Libia e per i centomila morti provocati, ma nel Trattato non se ne fa riferimento».

Come mai?

«Non so se sia stata una specifica richiesta di Berlusconi o di chi ha discusso la formulazione del trattato, o piuttosto una dimenticanza. Ma quest’ultima ipotesi è davvero improbabile. Gheddafi ha sempre voluto sottolineare l’esigenza di conservare la memoria delle vittime dei massacri italiani. Se però è solo un’operazione economica, per il gas, cinque miliardi mi sembrano davvero molti, anzi troppi. Se non c’è la richiesta di perdono, che cos’è tutta questa premura, con i regali personali a Gheddafi?».

Professore, lei vorrebbe da Berlusconi un gesto come quello di Willy Brandt al ghetto di Varsavia?

«Figuriamoci! Non lo credo proprio adatto a gesti del genere. Berlusconi non festeggia il 25 aprile, parla della condanna al confino per i dissidenti come di una vacanza... Non mi meraviglio di questa assenza».

Non crede che un obiettivo importante di questo trattato sia l’intesa sull’immigrazione?

«Potrebbe servire ad accontentare i leghisti, che pensano a come fermare i clandestini. Ma per la verità negli ultimi tempi i libici stanno già mettendo le mani avanti, sostengono - ma è una bugia - di avere sul loro territorio sei milioni di migranti, dicono apertamente che sarà difficile per loro riuscire a controllare confini così vasti».

Gli accordi prevedono anche una partecipazione italiana.

«I due paesi dovrebbero organizzare una flottiglia mista per pattugliare le coste libiche e impedire le partenze, si parla anche di radar volti verso il deserto per controllare gli arrivi. Ma ho molti dubbi sull’operazione».

Che cosa pensa dei centri di detenzione in territorio libico, su cui si sono rivolte le critiche durissime di Amnesty International?

«Sono completamente d’accordo con Amnesty. Da quanto si riesce a sapere sono in realtà campi di concentramento. Nel mio ultimo libro (Il mio Novecento, edito da Neri Pozza, ndr) ho riportato diverse testimonianze di chi li ha visitati: Jas Gawronski parla di "inumanità", il prefetto Mori racconta di 650 persone rinchiuse in condizioni terribili dove ne erano previste 100, e così via. Ora mi chiedo: come può l’Italia partecipare alla costruzione di opere del genere?».

Se tutto continuerà ad andare come sta andando, ad alcuni milioni di persone, che potrebbero e vorrebbero votare a sinistra nelle elezioni europee di giugno, sarà probabilmente presentata la scelta tra una sinistra unita comunista o una sinistra unita non comunista in concorrenza e in polemica tra loro (e, fino a un momento fa, ciascuna non troppo unanime al suo interno), con il probabile risultato di rendere entrambe meno efficaci. Si tratta delle stesse persone che frattanto avranno dato vita a una delle più intense stagioni di mobilitazione sociale per il lavoro e i diritti nella recente storia italiana, e avranno pertanto largamente meritato molto meglio.

L’appello per una lista unica deve quindi essere sostenuto e rilanciato con forza, fino a quando ci sarà un filo di speranza. Questi cittadini e questi lavoratori non possono continuare a essere delusi. Il regime autoritario di massa che è in corso di consolidamento non aspetta altro che quello al fine di estendere ancora di più la base mista di rassegnazione, risentimento, e micro-conflitto tra interessi immediati e più o meno urgenti, su cui il suo richiamo plebiscitario si fonda.

Dove e perché l’appello per la lista unica non è penetrato, non ha persuaso, ha suscitato reazioni negative forse evitabili? Certo, pretendere che suonasse immediatamente gradevole ai dirigenti e ai quadri di partito, cui si chiede esplicitamente di fare un passo indietro, sarebbe stato troppo. Ma forse non è stato sempre abbastanza chiaro che si può chiedere loro di farlo proprio perché la loro funzione è riconosciuta, le loro qualità intellettuali e morali anche, e proprio perciò è lecito aspettarsi molto da loro. Troppo spesso si è dovuto constatare un forse frettoloso ma forse anche evitabile fraintendimento dell’appello, come se si trattasse ancora dell’ennesima contrapposizione di una qualche società civile a una qualche politica degli “apparati”, o altre simili superficialità. Non così, certamente, è da intendere. E conviene continuare a chiarirlo senza stancarsi.

In realtà, quadri e militanti di partito più o meno a pieno tempo, più o meno volontari o professionalizzati, svolgono nel complesso una funzione preziosa per la democrazia, ciascuno più o meno coerentemente e più o meno bene, ma in ogni caso senza giustificare giudizi liquidatori generalizzati. Semplicemente, non sono superuomini né superdonne e non possono esercitare tutte le funzioni che sono da svolgere.

Queste persone non sarebbero sminuite, ma al contrario confermate nella loro autorevolezza, se contribuissero a sollecitare le innumerevoli energie e le innumerevoli qualità disponibili ad emergere così da rispondere su tutto il fronte alle esigenze precise che sono da riferire all’appuntamento di giugno: costituire una forte e largamente sostenuta rappresentanza dell’Italia del lavoro e dei diritti a Strasburgo, e richiamare al voto una frazione significativa di quella estesa quantità di cittadini che diserta le urne (aumentando finora con regolarità ad ogni elezione) così da cominciare a dare finalmente un segno elettorale in controtendenza rispetto al regime (e alla fantomatica opposizione parlamentare che si concede).

Osservando la curva storica della percentuale dei non votanti, si può concludere che la democrazia italiana ha perduto quasi un venti per cento di sostenitori, ossia di cittadini politicamente attivi, nel corso di poco più di una generazione. La tendenza è in crescita. I due raggruppamenti che si stanno formando separatamente a sinistra mediante trattative tra gruppi dirigenti dovrebbero spiegare come e perché queste loro iniziative abbiano probabilità di cambiarla.

Appare fortemente improbabile che due distinte liste di candidati, inevitabilmente composte secondo complesse operazioni di bilanciamento di gruppi di personale politico tra loro, avrebbero un tale potere. La domanda è: i milioni di cittadini e di lavoratori che si mobilitano nelle piazze da mesi – prima nel movimento di difesa della scuola pubblica e adesso anche nel sempre più ampio movimento di rifiuto a pagare la crisi del capitale – hanno speranza di conquistare qualcosa attraverso una rappresentanza politica frammentata e divisa, o una che sia forte e unita? Meglio ancora: se le domande di giustizia e di diritti che essi pongono in questa crisi hanno qualcosa di comune e di essenziale, perché la loro rappresentanza politica dovrebbe essere divisa? Chi è certo che, se consultati, vorrebbero essere divisi (in particolare, tra comunisti e non)?

Si tratta, appunto, di consultarli: di chiamarli, cioè a formare la lista che andranno a votare – una lista che rappresenti l’intera fortissima opposizione sociale al regime – attraverso elezioni primarie. Dare loro questa possibilità è ciò che appare lecito attendersi da dirigenti politici che tutti conosciamo e stimiamo.

Tutto ciò è qualcosa di meno rispetto alla nascita di nuove formazioni politiche, ma è anche molto di più. Bisogna infine prendere atto che la struttura dell’offerta di rappresentanza politica in Italia (il suo “sistema dei partiti”) è ancora caratterizzata da onde lunghe di assestamento, di durata e di intensità commisurate alla vera e propria catastrofe politica che la sconvolse negli anni novanta del secolo scorso. La lista unica non sarà certo una risposta definitiva a questo processo. È un progetto umile, e proprio per questo può avere una grande efficacia, prefigurando finalmente la casa di tutti coloro che sentono e cercano il lavoro come bisogno, diritto e dovere comuni a tutti, e intendono vivere in amicizia con la natura e con i popoli. Una casa che possa essere riconosciuta come propria da chi chiama tutto ciò comunismo e da chi preferisce chiamarlo altrimenti, in piena libertà e in piena fraternità.

Katciu-martel, un piccheiitio di spunti per ricminciare a pensare

Il mondo possibile dei nostri nipoti

Guido Rossi

Anticipiamo parte del testo pubblicato accanto a una lezione di John Maynard Keynes del ‘28: ambedue intitolati "Possibilità economiche per i nostri nipoti" (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50) in questi giorni in libreria.

A Keynes si deve sempre tornare - se non alle sue profezie, alle sue terapie. In particolare, la crisi dei subprime mortgages, che ha dato l’avvio a un crollo del sistema finanziario di cui è oggi impossibile definire le esatte dimensioni, o le probabili ripercussioni, fa tornare d’attualità una questione molto importante nel pensiero keynesiano, e cioè la domanda se sia giusto o legittimo pagare un interesse sul denaro preso a prestito. Già nelle ultime pagine della Teoria generale Keynes aveva previsto la possibilità che il venir meno della scarsità del capitale riducesse i tassi di interesse, provocando «l’eutanasia del rentier». E’ un dilemma antico (...) e generalmente ignorato, ma che oggi, improvvisamente, appare irrisolto: oggi, improvvisamente, spostare il centro dell’economia dal capitale al lavoro non sembra più utopico, e nemmeno impossibile. La ricchezza delle nazioni, appare evidente, non si costruisce sul denaro, sugli interessi di mercato o sull’ingegneria azionaria (...): si misura sulla capacità dell’uomo di apprendere, e di applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzioni e di consumo. Di conseguenza il prodotto del denaro, cioè l’interesse, dovrebbe essere commisurato alla produttività del lavoro, anziché a un mercato retto dall’azzardo, e dall’azzardo oggi distrutto.

Fino a pochissimo tempo fa, il feticcio della liquidità come unica fonte di ricchezza avrebbe sbarrato la strada a qualsiasi discorso di questo genere, ma oggi si comincia a capire cosa succederà domani, quando qualcuno (o più di qualcuno) pretenderà di incassare strumenti finanziari come i credit default swaps - per chi non li conoscesse, si tratta di titoli che costituiscono vere e proprie «scommesse» senza regole né rete sull’inadempienza di enti pubblici e privati nel rimborso dei propri debiti - mettendo a rischio un giro di affari virtuale, ma che ammonta a più di 62 trilioni di dollari (...). «Il decadente capitalismo internazionale, eppure individualistico, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso - e non fornisce nessun bene». Keynes lo scriveva nel 1933 su The New Statesman and The Nation dell’8-15 luglio. E stavolta aveva ragione. (...)

Prima o poi, il fenomeno che ci siamo abituati, in mancanza di meglio, a chiamare globalizzazione richiederà una gestione, un controllo altrettanto globali. (...)

Questo postula una sorta di Commonwealth che non sembra alle viste, ma che se venisse istituito in una forma qualsiasi non potrebbe (non potrà) non affrontare precisamente quei problemi (la disoccupazione, lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, l’ambiente) che oggi vengono con sconcertante regolarità accantonati in nome di una superiore ragione economica (...).

E un cambiamento di agenda di queste proporzioni porrebbe il problema (che in effetti comincia a porsi) di rivoluzioni solo in apparenza impensabili, a cominciare dall’avvento di una valuta globale. Non sarebbe in fondo nulla di così diverso dai certificati aurei internazionali che Keynes, durante la tempesta degli anni Trenta, proponeva di emettere e distribuire simultaneamente a tutti i Paesi, a condizioni diverse per ciascuno, con lo scopo di rivitalizzare il potere d’acquisto, consentendo il pagamento dei debiti e la ripresa del commercio internazionale. Se dovesse realizzarsi, questo fronte comune fra Occidente e Oriente contro diseguaglianze e conflitti creerebbe le condizioni per qualcosa di molto, molto simile alla fine dell’economia classica (e, oggi possiamo dirlo, anche moderna, e postmoderna) invocata da Keynes.

Da dove può cominciare, una rivoluzione di queste proporzioni? Senza andare troppo lontano, proprio dalle linee d’intervento proposte da Keynes a Bretton Woods (quella vera, del 1944), che gettavano le basi sia di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria mondiale sia di una politica monetaria internazionale tesa a scongiurare tanto i «credit booms», quanto gli «asset bubbles», cioè l’espansione incontrollata del credito, e più in generale le bolle speculative sui beni, immobiliari, energetici o alimentari che fossero.

La fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto (...). Che cosa sarà non è ancora chiaro, ma nel pensarlo possiamo in un certo senso permetterci più utopia di quanta se ne sia concessa Keynes.

Dopotutto il suo mondo era più piccolo del nostro, e l’unico risultato che i suoi nipoti - cioè noi - hanno ottenuto è di renderlo più grande e più instabile. Ma anche meno limitato, più aperto. Questa apertura sembra oggi l’unica possibilità economica che i nostri nipoti, essendone capaci, avranno modo di sfruttare.

E’ ancora lui il terapeuta

Federico Rampini

E’ un Keynes insolito quello che l’Adelphi rivela pubblicando il discorso Possibilità economiche per i nostri nipoti con un commento di Guido Rossi. Non stupisce solo per l’attualità dei giudizi formulati ottant’anni fa. Siamo ormai costretti a rivisitare la Grande Depressione degli anni Trenta per capire il nostro presente, e il grande economista britannico ne rimane l’analista-terapeuta più autorevole. Sembrano scritti oggi quei passaggi datati 1928-1930: «Ci troviamo a soffrire di una forma virulenta di pessimismo economico. E’ opinione comune che il progresso economico sia finito per sempre; che il miglioramento del tenore di vita abbia imboccato una parabola discendente; che per il prossimo decennio ci si debba aspettare un declino della prosperità».

E’ singolare la preveggenza con cui mette a fuoco la disoccupazione tecnologica («il lettore ne sentirà molto parlare negli anni a venire»). Sorprendente, e poco nota, è la sua dimestichezza con Freud e la psicanalisi, i cui strumenti interpretativi applica con disinvoltura all’economia: Guido Rossi ricorda le affermazioni dell’economista sulla pulsione «sadico-anale» insita nella bramosía capitalistica di profitto. La dimensione più inedita in assoluto è quella del Keynes visionario, sognatore, idealista, che qui viene alla luce. Staccandosi per un attimo dalle preoccupazioni del presente, il grande intellettuale élitario del circolo Bloomsbury e l’ispiratore del New Deal disegna un futuro in cui «l’amore per il denaro sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente». Immagina una società fondata su valori più solidi, dove cammineremo spediti sui sentieri della virtù e della saggezza. «Dobbiamo tornare a porre i fini avanti ai mezzi, ad anteporre il buono all’utile. Dobbiamo onorare chi può insegnarci a cogliere meglio l’ora e il giorno, quelle deliziose persone capaci di apprezzare le cose fino in fondo».

Per arrivare a quello stadio Keynes pone la barra molto in alto, tra le condizioni dell’avvento di una società ideale elenca la pace universale e un perfetto controllo della crescita demografica. Non si fa illusioni sul breve termine ma spiega che sognare è un obbligo, perché «l’utopia appare oggi l’unica possibilità economica che i nostri nipoti possano, essendone capaci, sfruttare». Più dei singoli dettagli, allora, conta il nocciolo duro di questo pensiero che viene catturato e attualizzato da Rossi: ciò che nascerà dalle ceneri della grande crisi del XXI secolo, «dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto».

Sta proprio qui l’interesse di questo Keynes riesumato dall’oblìo. Di lui ricordavamo soprattutto il tecnico pragmatico, capace di rovesciare tutta l’ortodossìa economica pur di trovare ricette efficaci per rimettere in moto la macchina paralizzata dello sviluppo. Fu senza dubbio colui che teorizzando il ruolo benefico della spesa pubblica salvò il capitalismo da se stesso, nonché dalla sfida di movimenti rivoluzionari e modelli alternativi: il comunismo sovietico; i capitalismi autoritari e illiberali nel Giappone militarista, nella Germania nazista, nell’Italia fascista. E’ utile scoprire che dietro la prodigiosa fecondità intellettuale di Keynes c’era la capacità di guardare ben oltre la semplice crescita materiale. Le grandi crisi servono a rimettersi in discussione, costringono a osare là dove il pensiero non si era mai avventurato: quella del XXI secolo è ancora in attesa del suo Keynes.

Nazionalizzare significava, una volta, trasferire permanentemente allo Stato la proprietà di una impresa privata, o di un intero settore di imprese private - per esempio le imprese elettriche - o addirittura di tutte le imprese operanti nell’economia. In tal caso si parlava, più propriamente, di socializzazione. Tutto ciò non avveniva senza "rumore e furore".

C’era una differenza di grande rilievo tra le imprese nazionalizzate e le imprese "partecipate" dallo Stato. Le prime assumevano solitamente, oltre che una diversa struttura proprietaria, anche criteri di gestioni diversi da quelli delle imprese private (per esempio, adottando come obiettivo fondamentale dell’impresa il valore della produzione piuttosto che il margine del profitto). Ciò si verificava soprattutto quando il fine prevalente della nazionalizzazione era di acquisire materie e prodotti essenziali per la sicurezza e la sopravvivenza economica di un paese. Per le altre la quota dello Stato sul capitale, pure restando di regola maggioritaria, poteva variare, ed erano osservati criteri di gestione "di mercato", spesso in concorrenza con altre imprese private del settore. Viene subito in mente la differenza tra l’Enel e l’Eni.

I fini della nazionalizzazione possono essere i più diversi. A un estremo c’è il pregiudizio ideologico contro la proprietà privata. E’ il caso della primissima fase del regime sovietico, il cosiddetto comunismo di guerra, quando ogni forma di proprietà privata, tranne quella dei beni domestici, venne abolita. Al lato opposto c’è l’intenzione di venire in soccorso della proprietà privata, investita da crisi economiche e finanziarie particolarmente gravi. In tal caso lo Stato interviene per colmare perdite ormai irrecuperabili confiscando le azioni; si incarica di ricapitalizzare l’impresa con fondi tratti dal bilancio pubblico (insomma, con i soldi dei contribuenti); e, quando l’impresa è stata risanata, la reimmette nel mercato.

Questa è evidentemente la nazionalizzazione che il capitalismo di gran lunga preferisce: specie se grazie a qualche marchingegno istituzionale i capitalisti espropriati possono riappropriarsi delle loro azioni. In tal caso si dice che a pagare è stato Pantalone. Ma Pantalone può anche guadagnarci. Se infatti il risanamento riesce, come spesso capita, lo Stato può rivendere l’impresa a un prezzo anche molto superiore a quello al quale l’ha acquistata. Agli svedesi è riuscito molto bene. Nel 1992 il governo svedese ha rilevato le banche insolventi, le ha convenientemente ripulite per poi rivenderle (chi sa perché agli svedesi certe cose vanno meglio che a noi: per esempio, il welfare! anziché l’esempio americano, che ci veniva insistentemente raccomandato, forse avremmo dovuto seguire quello svedese).

Può invece accadere che lo Stato "ci prenda gusto" e tenga per sé le imprese risanate costituendo, come è avvenuto in Italia a suo tempo, un settore di imprese a partecipazione statale. Ciò che invece non è mai avvenuto è che il guadagno realizzato dallo Stato sia stato restituito a Pantalone.

Oggi le nazionalizzazioni sono tornate di moda. E c’è da notare lo stupefacente mutamento intervenuto nell’opinione pubblica capitalistica, soprattutto quella bancaria, durante quest’ultima devastante crisi.

Ricordiamo tutti come la nazionalizzazione fosse diventata, nel secolo scorso, lo spauracchio del capitalismo e l’araldo del socialismo. O piuttosto, del dirigismo, che è cosa un po’ diversa. Ricordiamo la nazionalizzazione della rete ferroviaria italiana del 1902. Quella del settore assicurativo del 1912. La grande stagione delle partecipazioni statali degli anni Trenta. E la nazionalizzazione dell’industria elettrica del 1962, che segnò uno dei più alti livelli di scontro tra interventisti e liberisti nella storia di questo paese.

Adesso, il quadro è completamente cambiato.

Orde di banchieri americani, - l’Economist che immagina la scena - si avventano all’inesorabile inseguimento dei funzionari di governo. Come, dice, nella Notte dei morti viventi. Che cosa invocano selvaggiamente? La nazionalizzazione.

Il nuovo Segretario al Tesoro Geithner resiste (anche questa è da raccontare: le banche che chiedono l’invasione e l’invasore che si sottrae). Non potrà però resistere a lungo alle nazionalizzazioni, dice sempre l’Economist, perché i costi del cosiddetto stress test e cioè dei controlli di tipo sovietico cui sono sottoposte le banche che ricevono denaro pubblico sono troppo pesanti. Nazionalizzateci, invocano le banche americane. Persino Alan Greenspan, l’uomo che avrebbe ottime ragioni per tacere essendo uno dei maggiori protagonisti del disastro, si unisce al coro. È proprio vero che le vie del capitalismo sono infinite.

Certo: il moralista avrebbe qualche cosa da dire. Ma, come diceva il vecchio Premier britannico Macmillan, se chiedete la morale dovete rivolgervi al Vescovo.

Agli architetti basta indicare un edificio, per spiegare ai loro figli che mestiere fanno.

Gli urbanisti non sono tanto fortunati.

E in realtà, a meno di tirare in ballo la veduta dal finestrino di un aereo, è una bella scommessa cercare di spiegare come organizzano strade, case e negozi per costruire i quartieri.

Ma c’è un nuovo libro per bambini che potrebbe gettar luce sull’argomento, proprio quando sembra crescere l’interesse.

Where Things Are, From Near to Far (Planetizen Press, $19.95), di Chris Steins e Tim Halbur, racconta di una mamma e del suo bambino che passeggiano in città e nei dintorni.

Steins, urbanista di formazione, spiega di volersi rivolgere a bambini come i suoi gemelli, Rowan e Grant, di 3 anni. “Se insegniamo ai bambini come costruirle, avremo di sicuro delle città migliori”.

Una delle venti pagine colorate del libro raffigura una caserma dei pompieri in stile Beaux-Arts che sembra affacciata su Great Jones Street a Manhattan. In un’altra pagina, su come si organizzano i quartieri, figurano case a schiera con balconate tonde che assomigliano a quelle di Park Slope,Brooklyn.

Ma David Ryan, l’illustratore, che ha abitato parecchi anni all’East Village, ribadisce che le somiglianze sono del tutto casuali.

Secondo Steins, c’è stata anche una stesura precedente molto critica col suburbio, che restituiva il punto di vista di architetti New Urbanism come Andrés Duany, i quali sostengono la necessità per i quartieri di dipendere meno dalle automobili.

Alla terza stesura però “abbiamo eliminato i giudizi di valore” racconta Steins. “C’è tanta gente che abita nel suburbio, e ogni tipo di spazio ha dei valori”.

E in effetti la trafficata strada a due corsie che si vede alle pagine 9 e 10, di fronte a un enorme piazzale a parcheggio, pare distante anni luce da Seaside, Florida, la cittadina a orientamento pedonale che si vede nel film The Truman Show, probabilmente la più nota creazione di Duany.

Nonostante la gran quantità di libri per bambini che mostrano poliziotti, pompieri, dottori, ci sono decisamente meno titoli sulle professioni legate all’ambiente costruito, spiegano i librai.

Certo resta famoso quello di Richard Scarry del 1968, What Do People Do All Day?(Random House) che descriva un muratore, un falegname e un idraulico, poi ingegneri e geometri che realizzano una strada.

Più di recente, Meghan McCarthy con City Hawk: The Story ofPale Male (Simon & Schuster, 2007) si è tuffata nel settore immobiliare, con tanto di particolari sul nido, in un condominio di 12 piani con finiture in pietra al 927 di Fifth Avenue. Un edificio che, si informano i giovani lettori ha ospitato l’attrice Mary Tyler Moore“e altri ricchi inquilini”.

I bambini studiano sempre più argomenti come l’urbanistica a scuola, spiega Elizabeth Bird, bibliotecaria responsabile del settore alla New York Public Library. Negli ultimi anni i più grandicelli hanno anche fatto ricerche in biblioteca cercando informazioni sul costruttore pubblico Robert Moses [ famosissimo funzionario che ha realizzato alcune fra le principali opere di New York n.d.t.].

Ci sono in generale più libri per bambini di settore, aggiunge; sull’ambiente, sulle cose fatte dal’uomo, o addirittura titoli sulla paralisi cerebrale, o magari la pirateria informatica.

“Credo che ci si stia allontanando dall’epoca in cui gli adulti vogliono vedere solo libri [per bambini] pieni di dolcezze e toni tenui” continua la Bird. “Ora hanno più fiducia nei figli e propongono argomenti realistici”.

Altri, come Ethel Sheffer, professore di urbanistica alla Columbia University, pensano che sia stata anche la stampa con la copertura di temi quali la ricostruzione del World Trade Center ad alimentare interesse.

Un interesse che pare in crescita. La sezione di New York dell’American Planning Association ha 1.500 associati, erano 500 vent’anni fa, più della media nazionale, racconta la Sheffer, che ne è stata presidente.

Sei anni fa a New York si è anche istituita la Academy of Urban Planning, scuola superiore con sede a Bushwick, Brooklyn, e 450 studenti.

Iniziando a interessarsi dell’argomento sin da piccoli, spiega la signora Sheffer, che ha scoperto la propria vocazione solo dopo il college, i giovani possono raffinare meglio le proprie capacità di osservazione.

“Possono imparare a guardare con occhi attenti gli spazi che attraversano. Ed è una cosa fantastica”.

here English version

Sembra che nel periodo in cui viviamo l’etica abbia invaso tutti gli spazi: commercio etico, finanza etica, imprese che adottano una Carta etica, preoccupazione per le generazioni future espresse in tutti i discorsi.

Eppure il capitalismo è ormai come fuori di sé. Mai prima d’ora «l’amore per il denaro», per usare l’espressione di Keynes, l’aveva condotto a simili eccessi: remunerazioni astronomiche ai più facoltosi, speranze realizzate di rendimenti chimerici, oscenità della miseria nel mondo, esplosione delle disuguaglianze, degrado ambientale ecc. Per spiegare questo paradosso si possono formulare, in sostanza, due sole ipotesi: la prima è che l’etica sia emersa come reazione allo spettacolo sconfortante delle conseguenze morali e sociali di un mondo economico per l’appunto alieno dall’etica. L’altra è che il tema morale costituisca l’elemento chiave di una nuova strategia di marketing, finalizzata a soddisfare più che mai la voglia di accumulare capitale. Del resto, queste due ipotesi non si escludono affatto a vicenda.

Non c’è dunque da stupirsi di quanto avviene nel momento attuale, caratterizzato da una grande distanza tra etica e capitalismo. Ma come spiegarla? È stata l’assenza di etica a spingere il capitalismo sull’orlo dell´abisso? In questo caso viene da pensare a un apologo: l’avidità e la cupidigia sarebbero gli "attivi" più "tossici" della finanza mondiale. Di fatto, non si può scartare l’ipotesi che oggi come ieri, l’abbandono dell’etica abbia portato il sistema alla crisi. «Due sono i vizi più caratteristici del mondo economico in cui viviamo», scriveva Keynes. «Esso non assicura né la piena occupazione, né l’equità della ripartizione della ricchezza e del reddito, che è arbitraria». Da dove procede questo giudizio morale sullo stato del mondo? Oppure, in altri termini: l’economia non è stata definita come scienza per eccellenza, avulsa da ogni considerazione etica?

Il suo irresistibile slittamento dallo status di disciplina morale e politica verso quello di economia-scienza, concepita come un ramo della matematica applicata, si è cristallizzato in un concetto di economia di mercato, apparentemente scevro da ogni connotazione storica o istituzionale. Eppure il capitalismo è senza dubbio una forma di organizzazione storica, con una sua precisa collocazione (un modo di produzione, direbbe Marx), nata dalle macerie e dalle convulsioni politiche dell´Ancien régime. Perciò il suo destino non è inciso nel marmo. In due parole, non è dissociabile dal politico. È l’interdipendenza tra lo Stato di diritto e l’attività economica a conferire al capitalismo la sua unità. L’autonomia dell´economia è dunque un’illusione, come lo è la sua presunta capacità di autoregolarsi. Ed è proprio perché il bilanciere si è inclinato un po’ troppo verso quest’illusione che siamo giunti all’attuale rottura.

Dal punto di vista dell’etica, questo movimento del bilanciere corrisponde a un’inversione dei valori. Il rispetto dell’etica, si pensava, può essere meglio garantito imponendo più regole al funzionamento degli Stati (soprattutto in Europa, ma la teoria ci viene dall’America) e meno regole ai mercati. E a fare il resto ha provveduto dapprima l’ingegnosità dei mercati finanziari, poi il loro accecamento. Non è neppure il caso di sottolineare qui quanto fosse lontana dall’etica la grossa bugia delle istituzioni finanziarie, quando promettevano a tutti i loro clienti - contro ogni logica aritmetica - rendimenti superiori alla media. Era solo incompetenza? O forse, come recentemente ha osservato Paul Krugman, in fin dei conti l’attività finanziaria lecita non si è rivelata moralmente superiore a quella di un Bernard Madoff?

In ogni caso, alla radice del deficit etico del capitalismo contemporaneo c’è l’inversione della gerarchia tra politica ed economia, o spesso la pura e semplice subordinazione della prima alla seconda. Lo scandalo etico del nostro tempo sta nella globalizzazione della povertà, diffusa ormai anche nei Paesi più ricchi; e ancor più nell’accettazione di un grado insostenibile di sperequazione nei regimi democratici. Di fatto, il nostro sistema procede da una tensione tra due principi: quello del mercato e della disuguaglianza da un lato (un euro, un voto) e dall’altro quello della democrazia e dell’uguaglianza (una persona, un voto). E ciò comporta di necessità la ricerca permanente di una via di mezzo, di un compromesso.

La tensione tra questi due principi è dinamica, in quanto consente al sistema di adattarsi senza incorrere nella rottura che invece generalmente si produce nei sistemi retti da un solo principio organizzativo (il sistema sovietico). In altri termini, la tesi in base alla quale il capitalismo è sopravvissuto come forma dominante di organizzazione economica solo grazie alla democrazia, piuttosto che suo malgrado, appare intuitivamente assai più convincente. Ne abbiamo oggi una nuova dimostrazione.

Una normale gerarchia di valori esigerebbe allora che il principio economico sia subordinato alla democrazia, e non viceversa. Ora, i criteri generalmente adottati per giudicare se una politica o una riforma siano ben fondate o meno sono criteri di efficienza economica. Dan Usher ha proposto un altro criterio, che consiste nel chiedersi se una riforma sia suscettibile di rafforzare la democrazia, o al contrario di indebolirla; di promuovere l’adesione dei cittadini al regime politico, o di ridurla. Come appare evidente oggi, è questo il criterio giusto. In nome di quale pretesa efficienza si costringerebbero le persone a essere meno solidali di quanto vorrebbero?

Di fatto, i rapporti tra democrazia e mercato sono più complementari che conflittuali. Impedendo al mercato di generare esclusione, la democrazia rafforza la legittimità del sistema economico; e il mercato a sua volta favorisce l’adesione alla democrazia limitando l’incidenza del politico sulla vita dei cittadini.

Quando il valore primario è l’accumulazione del capitale, lo spettacolo del denaro facile offusca gli orizzonti temporali. L’anomalia di rendimenti finanziari eccessivi contribuisce al deprezzamento del futuro, all’impazienza verso il presente, alla disaffezione per il lavoro. Non c’è bisogno di ricorrere all’Antico Testamento, ad Aristotele o a Tomaso D’Aquino per illustrare la problematicità dei rapporti tra l’etica e il rendimento del denaro. Basta fare riferimento ad Adam Smith - non alla sua Teoria dei sentimenti morali, bensì alla Ricchezza delle nazioni. Smith postulava un controllo rigoroso dei tassi d’interesse, per un motivo apparentato a quello che ho appena sottolineato: il rischio di un deprezzamento del futuro. Scrive Adam Smith: «Se il tasso d’interesse legale in Gran Bretagna fosse fissato a un livello molto elevato quale ad esempio l´8 o il 10% … gran parte del capitale del Paese sarebbe sottratto ai soggetti in grado di farne probabilmente l’uso più proficuo, per cadere nelle mani di chi finirebbe per dilapidarlo o distruggerlo».

Il deprezzamento del futuro, in conseguenza di insostenibili pretese di rendimenti finanziari (ieri), o di tassi d’interesse anormalmente alti (oggi) si pone in contrasto con l’orizzonte temporale della democrazia, necessariamente di lungo periodo. E questa contrapposizione pregiudica la possibilità degli Stati di fornire beni pubblici essenziali, e in particolare quei beni che dovrebbero rispondere alle preoccupazioni per le generazioni future.

Il benessere dell’attuale generazione può essere analiticamente dissociato da quello delle generazioni future, o accresciuto a spese di queste ultime; in altri termini, tra le generazioni di oggi e di domani esiste in teoria un arbitraggio politico. Una delle chiavi di quest’arbitraggio è il tasso sociale di preferenza temporale, che ad esempio Nicholas Stern ha scelto di considerare pari a 0. Evidentemente, a determinarlo dovrebbe essere il dibattito politico, cioè la democrazia.

I rapporti tra le generazioni non sono tanto semplici da consentire l’ipotesi di un altruismo generalizzato. Esiste tuttavia un ambito in cui il benessere delle generazioni presenti e di quelle future si può considerare più complementare che alternativo: quello della giustizia sociale. Quando le disuguaglianze sono stridenti, una parte importante della società non ha più alcuna possibilità di proiettarsi nel futuro, neppure se lo desidera, imprigionata com’è nelle necessità impellenti del presente e del quotidiano. La questione ecologica si può allora riassumere nei seguenti termini: di quale politica abbiamo bisogno per consentire a ciascuno di proiettarsi nel futuro? Nell’ipotesi ottimistica che l’altruismo intergenerazionale sia "un sentimento morale" spontaneo, come sembra peraltro indicare l’attenzione di tutti noi per la sorte dei nostri figli, appare evidente che una riduzione delle disuguaglianze potrebbe riconciliare il capitalismo con il lungo termine.

In sintesi, per restituire più etica al capitalismo conviene approfittare dell’attuale momento di rottura negativa per rompere anche concettualmente con un passato dottrinale che ci ha condotto alle gravi turbolenze di oggi.

Allo stesso modo, per restituire prospettive al futuro servirebbe una "deregulation delle democrazie", riservando cioè più spazio alla volontà politica, e imponendo al tempo stesso più regole ai mercati. Ma non è proprio questo che oggi si sta verificando spontaneamente?

Sarebbe inoltre il caso di prendere più sul serio l’attività deliberativa sulle norme di giustizia che caratterizzano la democrazia. Il grado di disuguaglianza accettabile dovrebbe essere oggetto di una deliberazione pubblica annuale in sede parlamentare. Questo dibattito, basato sulle informazioni fornite degli istituti di statistica e dal lavoro dei ricercatori, avrebbe l’insigne vantaggio di evitare la deriva delle società democratiche verso livelli di disuguaglianza insostenibili, in assenza di controlli e di campanelli d’allarme e senza che l’opinione pubblica ne sia informata. La pubblicità che dovrebbe essere data ai dibattiti e la loro solennità permetterebbe di interrompere, una volta tanto, la concorrenza sociale e fiscale verso il basso, con la conseguente distruzione di beni pubblici. La speranza è che possa instaurarsi al suo posto una concorrenza verso l’alto.

Traduzione di Elisabetta Horvat

La situazione delle persone che in numero crescente cercano con urgenza un’occupazione qualsiasi, anche se precaria, sgradevole e mal pagata, rivela come in Italia la rete di cui un Paese avanzato dovrebbe disporre per proteggere i suoi cittadini dai guai economici sia piena di buchi.

Molte di esse non sono più giovani; altre non hanno mai lavorato in azienda ma a causa di vicende familiari si son trovate all’improvviso senza fonti di sussistenza; quasi tutte hanno competenze professionali superiori a quelle richieste per lavorare come addetti alle pulizie, al lavaggio delle pentole in un ristorante o come badanti. Per avere il tempo e la voglia di trovare un’occupazione migliore, in un periodo di aumento drammatico e prolungato della disoccupazione, avrebbero bisogno d’un sostegno al reddito che la nostra rete di protezione sociale assicura poco e male.

I suoi buchi sono di diversa natura. Innanzitutto, per avere titolo a qualche sorta di sostegno, tipo la cassa integrazione, il sussidio di mobilità o l’indennità di disoccupazione, bisogna prima aver lavorato per un certo periodo alle dipendenze di un’impresa; un’impresa che per di più deve avere certe caratteristiche e dimensioni, altrimenti non può chiedere che i suoi dipendenti ricevano l’uno o l’altro dei sostegni indicati.

Va aggiunto che questi, a paragone di altri Paesi europei, sono modesti e, per quanto riguarda la condizione di disoccupato, di durata relativamente breve. In Danimarca, ad esempio, l’indennità di disoccupazione può arrivare al 90 per cento del reddito degli ultimi tre mesi di lavoro, con un tetto annuo di 20.000 euro, e può venir percepita per anni.

Da noi uno può arrivare al massimo al 60 per cento, e per pochi mesi.

Un altro buco della nostra rete di protezione sociale è l’indigenza delle politiche attive del lavoro, quelle che offrono alla persona in cerca di occupazione corsi di qualificazione, consulenze professionali, ricerca sistematica di posti disponibili.

Non va taciuto che sotto il profilo etico-politico tali politiche rappresentano una combinazione autoritaria di bastone e di carota: se non accetti il posto che ti offriamo, ti taglieremo l’indennità che attualmente ricevi.

Resta però vero che per molti individui in cerca di occupazione esse offrono un aiuto efficace per superare periodi anche lunghi di difficoltà. In tale ambito i nostri Centri per l’impiego fanno quello che possono, poiché dispongono di risorse assai limitate. La quota di Pil che l’Italia destina alle politiche attive del lavoro è infatti minima rispetto a vari altri Paesi europei, per non parlare di quelli scandinavi.

Il quesito al quale ci pone davanti la crisi economica in atto, che per anni moltiplicherà il numero dei disperati pronti a fare un lavoro qualsiasi, pur a condizioni pessime, è se il reddito necessario per vivere debba venire sempre e necessariamente collegato al lavoro. In altre parole la crisi rilancia in sostanza la discussione sulla opportunità di introdurre un reddito di cittadinanza. Versato dallo Stato, dovrebbe essere un reddito modesto ma sufficiente per coprire i bisogni di base, al quale una persona ha diritto indipendentemente dalla sua posizione lavorativa.

Un reddito di base, versato senza condizioni di alcun genere, ha come funzione principale quella di porre la persona in una posizione di ragionevole sicurezza socio-economica. Accresce la sua libertà di scegliere un lavoro confacente alla sua situazione personale e familiare. Riduce l’ansia per l’avvenire suo e della famiglia.

Sulle difficoltà, le possibili conseguenze negative, i costi di un reddito di base esteso a tutti sono stati scritti innumerevoli saggi e volumi. Altrettanti sono stati scritti per dimostrarne i benefici. Si noti che l’idea di un reddito di base non è esattamente, o meglio non è soltanto un’idea di sinistra. Alcuni dei suoi più autorevoli sostenitori, come gli economisti premi Nobel Friedrich Hayek e James E. Meade, erano liberali.

Né questi autori erano mossi esclusivamente da istanze morali o di giustizia sociale. Essi rilevavano piuttosto che l’eccesso di offerta di occupazioni poco qualificate, sottopagate e intrinsecamente precarie, e la relativa moltiplicazione di lavoratori malcontenti in conflitto tra loro, finirebbero inevitabilmente per generare tensioni sociali insostenibili.

La corsa di ex dipendenti disoccupati e di neolavoratrici per necessità verso occupazioni che fino a ieri erano accettate solamente da extracomunitari, quelli provenienti dalle masse dei disperati del mondo, mostra che questo è precisamente quello che sta succedendo.

È un effetto della crisi, ma dovremmo forse sforzarci di vederlo come un’occasione. Ossia come il momento adatto per allargare finalmente l’angusto dibattito sul mercato del lavoro che ha contrassegnato l’ultimo decennio a temi di più ampio rilievo per il futuro non solo economico, ma anche politico e sociale del Paese.

Dall’ambiente al fisco. Dal lavoro alla criminalità Come un paese, fra violazioni e inadempienze, scende molti gradini nella scala della civiltà. Da vent’anni è noto che il 17 per cento del Pil è prodotto dall’economia sommersa Il triplo di ciò che accade nelle società sviluppate. Le strade che escono da Roma o da altre grandi città sono affiancate per chilometri da case costruite senza licenza

Si possono utilizzare diverse immagini allo scopo di definire il nocciolo del caso Italia. Tra le tante ho scelto l’immagine d’una società che con i suoi comportamenti collettivi si pone molto al di sotto della lex, la Legge con la maiuscola, quel sistema di rapporti tra individui e collettività che è considerato un elemento essenziale della condizione civile nell’età moderna ed ha il suo sommo nella Costituzione. Nella lunga scala che porta a una condizione civile la società italiana ha salito molti gradini, ma altri ne ha discesi. Al presente si colloca forse a uno dei livelli più bassi della sua storia, non foss’altro perché i rapporti che la legge dovrebbe regolare onde far procedere la società verso una ideale condizione civile diventano sempre più complessi.

Vi sono vari modi per restare al di sotto della lex, la legge in generale. Il primo consiste nella violazione in massa delle particolari leggi in vigore. Un secondo va visto nell’evitare di elaborare leggi che da generazioni sono pubblicamente riconosciute come indispensabili. Un terzo si materializza nella elaborazione di leggi incivili, nel senso che ostacolano, piuttosto che favorire, la salita della scala che porta una società a una condizione civile. Un ultimo modo consiste nel non attuare le leggi che ove lo fossero porterebbero espressamente in tale direzione, a partire da vari articoli della Costituzione concernenti il lavoro. Tratterò in breve dei primi tre, per soffermarmi poi più ampiamente sull’ultimo.

La violazione di leggi vigenti compiuta in massa dai cittadini abbraccia diversi capitoli. Tra i principali vanno collocati il controllo del territorio esercitato dalla criminalità organizzata; la devastazione del territorio stesso ad opera di comuni cittadini mediante costruzioni abusive; l’evasione fiscale, e la corruzione. Il monopolio dell’uso della forza spetta soltanto allo Stato, ricorda dottamente qualche ministro dopo ogni fatto di sangue. Tuttavia chiunque svolga una qualsiasi attività economica nel territorio a sud del 41° parallelo, si tratti d’un piccolo negozio o d’una grande impresa, d’un cantiere minimo per riparare un muro o di lavori autostradali, sa benissimo che si tratta come minimo di un duopolio, e che il secondo polo è assai più pervasivo, minaccioso e rapido nell’agire punitivamente che non il primo. Ora, la presenza d’un potere territoriale che si contrappone collocandosi, in termini di forza, quasi sullo stesso piano allo Stato era nota, discussa in Parlamento e oggetto di leggi, un buon secolo addietro. Domanda: la società, lo Stato, la politica non sanno, oppure bisogna concludere che non vogliono, riappropriarsi di un terzo del territorio nazionale?

Quanto all’evasione fiscale come pratica collettiva: da vent’anni è noto che circa il 17 per cento del Pil italiano è prodotto dall’economia sommersa. Che esiste anche in altri paesi, ma la quota ad essa imputabile da noi è almeno tripla tra le società sviluppate. Nell’economia sommersa lavorano circa due milioni di persone fisiche in posizione totalmente irregolare, più un milione di "unità di lavoro" statistiche formate da tre milioni di persone che svolgono un secondo lavoro non dichiarato. Il 17 per cento del Pil vale oggi 270-280 miliardi. L’evasione fiscale e contributiva è stimabile in circa 90 miliardi sottratti ogni anno a scuola, sanità, previdenza, infrastrutture. In realtà l’ammontare dell’evasione è assai superiore, perché ad essa andrebbe aggiunta la quota dovuta al 50 per cento delle società di capitali che ogni anno dichiara di non avere avuto utili; alle banche e alle imprese che hanno centinaia di sussidiarie in paradisi fiscali create per sfuggire al fisco; alla manipolazione da parte delle medesime dei cosiddetti prezzi di trasferimento tra società facenti capo alla stessa holding; alle legioni di professionisti, commercianti e artigiani che dichiarano per intero il fatturato della loro microimpresa, e però redditi personali trascurabili. In qualunque altro paese dell’eurozona, per non parlare degli Stati Uniti, forse la metà dei contribuenti italiani sarebbe sotto processo per frode fiscale. (...)

La devastazione economica e civile operata sul territorio dalla criminalità organizzata è visibile - stragi a parte - soltanto a chi deve a piegarsi ad essa. È invece visibile a tutti la devastazione fisica e paesaggistica del territorio operata dall’abusivismo edilizio, cui collaborano efficacemente milioni di cittadini e migliaia di imprese. Non v’è quasi regione, tratto di costa, o valle alpina che siano stati risparmiati. Le strade che escono da Roma come da altre grandi città sono affiancate per decine di chilometri, in ogni direzione, da case abusive. Sul totale Italia, si presume siano centinaia di migliaia le costruzioni fuori legge che sono state condonate; altre sono in paziente attesa. Tutto ciò ad onta del fatto che i pubblici poteri non abbiano mancato di far sentire la loro forza: negli ultimi anni, infatti, circa l’1 per cento delle costruzioni abusive è stato demolito.

La devastazione compiuta dagli abusi del costruire è stata accentuata ed estesa dall’assenza di leggi ad hoc: ossia leggi sulla pianificazione territoriale e sulla la gestione idrogeologica del territorio. Chiunque percorra la penisola non può che giungere ad una conclusione: gli italiani hanno collettivamente fatto del loro paese il più brutto d’Europa. Lo hanno anche reso il più pericoloso per quanto riguarda inondazioni, allagamenti, incendi, frane e ogni genere di crolli. (...)

Tra i dispositivi di legge che, ove fossero attuati, farebbero invece salire la società italiana verso una condizione più civile vi sono gli articoli della Costituzione compresi nel Titolo III. Gran parte della legislazione italiana sul lavoro degli ultimi decenni li ha ignorati, se non anzi formalmente violati. La sola proliferazione dei contratti atipici, ormai una quarantina, appare in contrasto con ciascun articolo del predetto titolo. Si prenda l’art. 36: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge». La riduzione del reddito conseguente all’alternanza di periodi di occupazione e disoccupazione nel corso dell’anno, propria dei lavori atipici, e fatta drammaticamente risaltare dalla crisi in corso, contrasta con il primo comma di detto articolo, così come la direttiva della Commissione Europea, recepita dai governi italiani, la quale non stabilisce, ma lascia intendere che la giornata lavorativa possa essere allungata sino a 13 ore. Oppure si veda l’art. 41: «L’iniziativa economica privata� non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; il sistematico venir meno delle sicurezze dell’occupazione, del reddito, della previdenza e delle altre, connaturato alla diffusione delle occupazioni precarie, è in palese conflitto con tale articolo. O si legga ancora l’art. 46: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Tale forma di collaborazione dei lavoratori alla gestione delle aziende è in realtà oggi resa impossibile, in forme pur minime, dalla frammentazione dei processi produttivi, e dalla concomitante moltiplicazione delle tipologie di contratto e di categoria d’appartenenza che si oggi ritrova in ogni azienda. Resta da chiedersi quando mai l’attuazione delle indicazioni programmatiche del titolo III della Costituzione troverà posto nell’agenda della politica italiana.

Non so perché solo Radio Radicale e Marco Pannella abbiano continuato a denunciare un colpo di mano di Berlusconi che, in apparenza, sembra più piccolo e marginale dei fatti distruttivi di questi giorni. Mi riferisco alle elezioni regionali in Sardegna. Ecco come l’inviato di Radio Radicale riassume, la mattina del 13 febbraio, ultimo giorno utile della campagna elettorale nell’isola, i dati di esposizione mediatica di questa ultima settimana: un’ora e 29 minuti dedicata a ciò che ha da dire Berlusconi e (in parte minima) il suo candidato Cappellacci. Un minuto e 59 secondi per Soru e per il Pd. La denuncia diventa più grave se la colleghiamo con un periodo d’intensa esposizione mediatica del presidente del Consiglio, circondato da quella dei suoi uomini, disposti a tutto quando si tratta di rendere impossibile il confronto democratico.

Se potessimo, dopo aver vissuto questi giorni di caos politico, rivedere la drammatica sequenza appena attraversata con l’espediente cinematografico di allargare l’inquadratura, ci accorgeremmo che, nell’ampio e rapido piano-sequenza che si è appena concluso, il dominio assoluto conquistato da Berlusconi nel quasi silenzio di tutti, in questa campagna elettorale, compare e ricompare come in un flash stroboscopico, accanto alla battaglia, solo apparentemente "ideale" e di "valori", della tormentata sequenza Englaro.

Non vorrei dare l’impressione di svilire la persuasione di chi si è sinceramente schierato dalla "parte della vita", definizione gravemente impropria però in buona fede per molti. Un atteggiamento di disprezzo di questo genere lo lasciamo a personaggi che, d’ora in poi, resteranno legati a ciò che hanno detto in Senato su "Eluana Englaro morta ammazzata" e sulle "mancate firme" assassine, personaggi come Quagliariello e Gasparri.

Resta il fatto che una prova elettorale essenziale per l’ultimo sigillo di Berlusconi al suo potere ormai solo formalmente democratico, una prova elettorale che, d’altra parte, potrebbe segnare il ritorno di iniziativa del Partito democratico, tale prova si è svolta tra due gravi e preordinati ostacoli.

Uno è stato il gioco abile di impedire l’agibilità della Commissione di Vigilanza cui spetta di dettare le regole mediatiche di un confronto elettorale. Il gioco ha richiesto errori di giudizio e di intervento di molte parti in causa ed è, senza dubbio, un gioco vinto da Berlusconi.

Buio alla Putin sulla campagna elettorale dell’avversario di Berlusconi, anche se quel buio è stato garantito dalla volenterosa collaborazione delle libere fonti di informazione della Rai.

Un altro ostacolo è stata la visibilità che Berlusconi si è assicurato con il suo efficace blitz intorno a un cadavere. La stessa persona che - sullo schermo piccolo - stava sfidando in modo insultante e incontrastato un avversario politico locale (avendo notato, nel suo gioco ben coordinato, l’importanza simbolica di vincere o perdere in Sardegna), quella stessa persona, Capo del governo e leader del partito dominante, ha prontamente interrotto in modo deliberatamente spettacolare l’apparente intesa e armonia con il Quirinale.

Ha interrotto, con altrettanta spettacolarità, ogni finto rispetto per la Costituzione e, nello stesso tempo, si è fatto notare come il candidato unico dei "valori cristiani". Come nei concitati eventi religiosi dell’antico Mezzogiorno italiano, alcuni uomini di Berlusconi sono entrati nella flagellante confusione della mischia accusando Napolitano e Beppino Englaro di essere i "boia" di una giovane donna in coma da diciassette anni.

Come nelle processioni, sono sembrati in preda a raptus emotivo ma in realtà avevano provato e riprovato la scena, misurando tutta la portata intimidatoria e distruttiva di ciò che stavano gridando.

A questo punto è intervenuto il ministro della Giustizia Alfano che ha messo il suo autorevole sigillo alla vicenda. Ha detto, in ora di massimo ascolto televisivo, "Eluana Englaro è morta di sentenza". Il gesto, apparentemente privo di responsabilità e di decoro da parte di un ministro della Giustizia, è stato invece attentamente calcolato come culmine di un controllo mediatico preordinato per dominare un’elezione, occupare in modo dirompente la scena, provocare uno scontro di Istituzioni e segnare un percorso senza ritorno: o guerra distruttiva o resa senza condizioni.

L’arma del delitto è il dominio mediatico finalmente incontrastato. Ammettiamolo: i Radicali, che non hanno mai distolto l’attenzione da questo punto, l’avevano detto.

Ci sono due recenti dichiarazioni pubbliche del premier Berlusconi che servono a capire il personaggio e il suo populismo: che Eluana Englaro dopo diciassette anni di vita artificiale potesse partorire, e che i costituenti italiani del ‘48 erano degli stalinisti che s’ispiravano alla costituzione dell’unione Sovietica. Due dichiarazioni che sono la negazione dell’impossibilità umana di sopravvivere alla morte della coscienza e dell’intelligenza, e la negazione della dittatura come annullamento della democrazia.

Generazioni di comunisti europei hanno saputo benissimo, sin dalla sua promulgazione nel ‘36, che la costituzione staliniana era un sogno e un’impostura per coprire la dittatura, che il socialismo reale era quello dei piani quinquennali e della modernizzazione forzata, ma nella convinzione e nella speranza che quello fosse il solo percorso possibile. Come Togliatti scrisse in risposta alle critiche di Gramsci: «Dobbiamo riconoscere che l’azione del partito comunista russo, la rivoluzione russa sono stati il più grande fatto di organizzazione e di propulsione delle forze rivoluzionarie. Oggi questa propulsione è ancora attiva e crescente nel proletariato mondiale, all’evidenza è ancora attiva nelle classi operaie del mondo, nel mondo intero c’è la convinzione che in Russia, dopo la conquista del potere, il proletariato può costruire il socialismo e sta costruendolo».

Nella generazione dei comunisti dell’era staliniana restava cioè la profonda convinzione che con tutte le sue deviazioni autoritarie Stalin restava nel profondo un socialista, e che la dittatura sovietica, nonostante i suoi spaventosi prezzi, aveva tenuta aperta la via al socialismo, come era stato confermato dalla vittoria contro il nazismo. Siamo cioè di fronte a uno dei grandi paradossi della storia: i comunisti europei sanno che il socialismo in un solo paese si è trasformato in una dittatura spietata, ma pensano che sia ancora possibile riparare l’errore di percorso, costruire un socialismo democratico.

Togliatti è il testimone politico più autorevole di questa ambiguità. Rappresentante del Comintern in Spagna durante la guerra civile, detta i tredici punti di una costituzione repubblicana che entrerà in vigore a guerra vinta contro il franchismo: autonomie regionali, rispetto della proprietà e dell’iniziativa private, e dei diritti civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto delle proprietà straniere non compromesse con il franchismo, ingresso della Spagna nella Società delle Nazioni, amnistia per tutti gli spagnoli che hanno partecipato alla guerra di liberazione. In sintesi il progetto di rimettere assieme un paese diviso fra anarchici, socialisti, comunisti e conservatori, un paese, si badi, dove la polizia politica stalinista continuava ad arrestare e fucilare i nemici, presunti o reali.

La costituzione togliattiana fu naturalmente criticata sia dalla sinistra trozkista come un tradimento della rivoluzione, sia dai conservatori come un cavallo di Troia dello stalinismo. Ma essa resta nel 1938 come uno dei punti più alti del rilancio democratico. Aggiungiamo che anche il cinico Togliatti si era illuso sulla possibilità di correggere lo stalinismo: è proprio di quell’anno la svolta machiavellica di Stalin, che cessa gli aiuti alla rivoluzione spagnola per preparare le nuove alleanze con le grandi democrazie minacciate dal nazismo. Sconfitto in Spagna il riformismo togliattiano ritorna nell’Italia democratica dopo il ‘45, e questa volta è l’intero arco costituzionale, dai comunisti ai democristiani ai liberali, in un paese che ha conosciuto la ferocia nazista, a volere una costituzione democratica, di cui Piero Calamandrei può dire "lo spirito della Costituzione deve tradursi in questi caratteri essenziali: la democrazia come sistema politico delle libertà, e il lavoro come sostanza di una libertà non solo formale. In sostanza il programma dei fratelli Rosselli e del movimento Giustizia e libertà". Il progetto spagnolo di costituzione scritto da Togliatti deve adattarsi al mutamento della società italiana: il partito comunista e le sue pretese egemoniche sono state fortemente ridimensionate dalle elezioni, il primo partito italiano è il socialista seguito dal democristiano, il peso dei cattolici nella società italiana è determinante, e il partito comunista ne prende atto facendo approvare anche ai compagni più riottosi l’articolo sette, cioè la conferma dei patti lateranensi che riconoscono alla chiesa una posizione di assoluto privilegio.

Due compagni, La Noce e Terracini, negano il loro voto, ma il partito compatto approva. E qui si chiude il mito del partito della rivoluzione o della "terza ondata", che ancora turba i sogni del nostro premier, e che viene ripetuto sino all’ossessione nella sua propaganda elettorale. La Costituzione repubblicana e democratica non è nata solo da un accordo politico fra i partiti. È nata dalla guerra di liberazione, dalla presa di coscienza che il paese era socialmente imperfetto e antico, che l’Italia regia e fascista aveva compiuto una modernizzazione tecnica e in parte economica, ma non aveva risolto le divisioni sociali, restava una società divisa in cui gli operai, i contadini e in genere i poveri restavano diversi anche nel modo di vestire, di parlare, e persino nel pubblico passeggio, oltre che nella giustizia e nei diritti umani. La guerra partigiana non fu una rivoluzione politica, ma come guerra di popolo, a cui partecipavano italiani di ogni ceto, fu una rivoluzione sociale, per fare finalmente del popolo italiano un popolo unito.

I critici della Costituzione si dividono fra quelli che la giudicano troppo prudente e quelli per cui è troppo avanzata. È difficile però disconoscerne i meriti, essa è stata nel dopoguerra una corazza che ha protetto il paese da cedimenti autoritari, da ipocrisie populistiche e demagogiche, cioè dalle tentazioni cui il nostro premier spesso cede.

Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità… La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti.
Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”.
Norberto Bobbio

Primi firmatari: Gustavo Zagrebelsky, Gae Aulenti, Umberto Eco, Claudio Magris, Guido Rossi, Sandra Bonsanti, Giunio Luzzatto, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini, Salvatore Veca.

L’APPELLO

Rompiamo il silenzio. Mai come ora è giustificato l’allarme. Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalità e dell’uguaglianza, impunità per i forti e costrizione per i deboli, libertà come privilegi e non come diritti. Quando i legami sociali sono messi a rischio, non stupiscono le idee secessioniste, le pulsioni razziste e xenofobe, la volgarità, l’arroganza e la violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi. Preoccupa soprattutto l’accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimità è all’opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse un giorno sarà sollevato e mostrerà che cosa nasconde, ma sarà troppo tardi.

Non vedere è non voler vedere. Non conosciamo gli esiti, ma avvertiamo che la democrazia è in bilico.

Pochi Paesi al mondo affrontano l’attuale crisi economica e sociale in un decadimento etico e istituzionale così esteso e avanzato, con regole deboli e contestate, punti di riferimento comuni cancellati e gruppi dirigenti inadeguati. La democrazia non si è mai giovata di crisi come quella attuale. Questa può sì essere occasione di riflessione e rinnovamento, ma può anche essere facilmente il terreno di coltura della demagogia, ciò da cui il nostro Paese, particolarmente, non è immune.

La demagogia è il rovesciamento del rapporto democratico tra governanti e governati. La sua massima è: il potere scende dall’alto e il consenso si fa salire dal basso. ll primo suo segnale è la caduta di rappresentatività del Parlamento. Regole elettorali artificiose, pensate più nell’interesse dei partiti che dei cittadini, l’assenza di strumenti di scelta delle candidature (elezioni primarie) e dei candidati (preferenze) capovolgono la rappresentanza. L’investitura da parte di monarchie o oligarchie di partito si mette al posto dell’elezione. La selezione della classe politica diventa una cooptazione chiusa. L’esautoramento del Parlamento da parte del governo, dove siedono monarchi e oligarchi di partito, è una conseguenza, di cui i decreti-legge e le questioni di fiducia a ripetizione sono a loro volta conseguenza.

La separazione dei poteri è fondamento di ogni regime che teme il dispotismo, ma la demagogia le è nemica, perché per essa il potere deve scorrere senza limiti dall’alto al basso. Così, l’autonomia della funzione giudiziaria è minacciata; così il presidenzialismo all’italiana, cioè senza contrappesi e controlli, è oggetto di desiderio.

Ci sono però altre separazioni, anche più importanti, che sono travolte: tra politica, economia, cultura, e informazione; tra pubblico e privato; tra Stato e Chiesa. L’intreccio tra questi fattori della vita collettiva, da cui nascono collusioni e concentrazioni di potere, spesso invisibili e sempre inconfessabili, è la vera, grande anomalia del nostro Paese. Economia, politica, informazione, cultura, religione si alimentano reciprocamente: crescono, si compromettono e si corrompono l’una con l’altra. I grandi temi delle incompatibilità, dei conflitti d’interesse, dell’etica pubblica, della laicità riguardano queste separazioni di potere e sono tanto meno presenti nell’agenda politica quanto più se ne parla a vanvera.

Soprattutto, il risultato che ci sta dinnanzi spaventoso è un regime chiuso di oligarchie rapaci, che succhia dall’alto, impone disuguaglianza, vuole avere a che fare con clienti-consumatori ignari o imboniti, respinge chi, per difendere la propria dignità, non vuole asservirsi, mortifica le energie fresche e allontana i migliori. È materia di giustizia, ma anche di declino del nostro Paese, tutto intero.

Guardiamo la realtà, per quanto preoccupante sia. Rivendichiamo i nostri diritti di cittadini. Consideriamo ogni giorno un punto d’inizio, invece che un punto d’arrivo. Cioè: sconfiggiamo la rassegnazione e cerchiamo di dare esiti allo sdegno.

Che cosa possiamo fare dunque noi, soci e amici di Libertà e Giustizia? Possiamo far crescere le nostre forze per unirle alle intelligenze, alle culture e alle energie di coloro che rendono vivo il nostro Paese e, per amor di sé e dei propri figli, non si rassegnano al suo declino. Con questi obiettivi primari.

Innanzitutto, contrastare le proposte di stravolgimento della Costituzione, come il presidenzialismo e l’attrazione della giurisdizione nella sfera d’influenza dell’esecutivo. Nelle condizioni politiche attuali del nostro Paese, esse sarebbero non strumenti di efficienza della democrazia ma espressione e consolidamento di oligarchie demagogiche.

Difendere la legalità contro il lassismo e la corruzione, chiedendo ai partiti che aspirano a rappresentarci di non tollerare al proprio interno faccendieri e corrotti, ancorché portatori di voti. Non usare le candidature nelle elezioni come risorse improprie per risolvere problemi interni, per ripescare personaggi, per pagare conti, per cedere a ricatti. Promuovere, anche così, l’obbligatorio ricambio della classe dirigente.

Non lasciar morire il tema delle incompatibilità e dei conflitti d’interesse, un tema cruciale, che non si può ridurre ad argomento della polemica politica contingente, un tema che destra e sinistra hanno lasciato cadere. Riaffermare la linea di confine, cioè la laicità senza aggettivi, nel rapporto tra lo Stato e la Chiesa cattolica, indipendenti e sovrani “ciascuno nel proprio ordine”, non appartenendo la legislazione civile, se non negli stati teocratici, all’ordine della Chiesa.

Promuovere la cultura politica, il pensiero critico, una rete di relazioni tra persone ugualmente interessate alla convivenza civile e all’attività politica, nel segno dei valori costituzionali.

Sono obiettivi ambiziosi ma non irrealistici se la voce collettiva di Libertà e Giustizia potrà pesare e farsi ascoltare. Per questo chiediamo la tua adesione.

Firmate sul sito Libertà e Giustizia

Per la prima volta nella vita di questa Repubblica libera, democratica e garantita dalla Costituzione il potere esecutivo, per iniziativa del presidente del Consiglio, ha deciso di abolire una sentenza legittima, definitiva, non modificabile della giurisdizione italiana al suo più alto livello.

Il Capo dello Stato ha fatto sapere al governo che l’atto sarebbe stato incostituzionale, e ciò per ragioni obiettive, palesi, verificabili nella nostra Costituzione e tipiche di ogni ordinamento democratico. Il governo ha deciso di ignorare l’obiezione. Il presidente della Repubblica, in nome della Costituzione di cui è garante, non ha firmato il decreto del governo. Ciò determina una situazione senza precedenti nella vita giuridica e politica italiana.

Il governo Berlusconi ha deciso di aggravarla annunciando che, in luogo del decreto, presenterà una legge, chiedendo al Parlamento di votarla subito. La legge, anche se approvata, avrà la stessa natura anti-costituzionale del decreto. Tutto ciò su una materia immensamente delicata come la condizione di Eluana Englaro , con una violenta invasione di campo nel dolore di una famiglia e nei diritti civili delle persone coinvolte.

Sentiamo perciò il dovere di essere accanto al presidente della Repubblica, custode e garante della Costituzione. Chiediamo agli italiani di unirsi intorno al Capo dello Stato e alla Costituzione in questo grave momento nella vita della Repubblica.

Firma sul sito dell’Unità

Il caso Englaro appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all´evolversi delle tecnologie.

Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l´attuazione.

Ma il caso Englaro è stato derubricato l´altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.

Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.

Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che «al di là dell´obbligo morale di salvare una vita» egli sente «il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi». Gli strumenti necessari per realizzare quest´obiettivo indispensabile sono «la decretazione d´urgenza e il voto di fiducia»; ma poiché l´attuale Costituzione semina di ostacoli l´uso sistematico di tali strumenti, lui «chiederà al popolo di cambiare la Costituzione».

La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima.

Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l´occasione che cercava.

Un´occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull´appello alle pulsioni elementari e all´emotività plebiscitaria.

Qui c´è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l´anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall´altra i «volontari della morte», i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione.

Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all´odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita.

Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.

Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l´altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.

Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.

* * *

Ci sono altri due obiettivi che l´uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare.

Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d´aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto. Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l´occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un´economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l´attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica «La Quiete» dà un po´ di respiro ad un governo che naviga a vista.

Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire «con cattiveria».

Il Vaticano si oppone a quella «cattiveria» ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall´Occidente multiculturale e democratico.

* * *

Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico.

Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l´instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.

Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ´22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: «Avrei potuto fare di quest´aula sorda e grigia un bivacco di manipoli».

Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent´anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.

In quel passaggio del 3 gennaio ´25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.

Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.

Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.

Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel «rinsavimento» sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l´altro ieri.

E tutto è sciaguratamente avvenuto sul «corpo ideologico» di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.

“Ma tu lo sai quante crisi ha attraversato il capitalismo? E quali speranze ogni volta sono nate nel mondo del lavoro? Speranze poi puntualmente crollate di fronte a clamorosi rilanci del sistema, alla conquista di nuovi pezzi di mondo?” Di questo tenore è di regola la risposta delle sinistre quando si avanzi l’idea che, forse, la crisi attuale potrebbe proporsi come occasione per provare a ripensare il mondo, magari guardando il capitalismo come un fenomeno non necessariamente eterno. Le eccezioni non mancano, ma sono rare, e di solito non vanno oltre l’auspicio.

D’altronde lo stanco scetticismo delle sinistre circa un possibile superamento del capitalismo non può stupire. Nulla di simile gli ultimi secoli della nostra storia promettono o autorizzano a sperare. Ma si dimentica che la storia è fatta di cose che prima non c’erano. E la storia più recente è stata appunto un lungo succedersi di fenomeni nuovi, non pochi di dimensioni clamorose, che contribuiscono a fare di quella attuale una crisi decisamente diversa.

Oggi, parlando di crisi, ci si riferisce a quella che ha colpito prima le grandi banche americane, poi la finanza mondiale, e ora va mettendo in panne l’economia tutta intera, con pesanti ricadute su occupazione, condizioni dei ceti più deboli, ecc. Ma in realtà le crisi che scuotono il mondo oggi sono due, la seconda non meno della prima determinante per il nostro futuro; due crisi (a parere di non pochi cervelli di tutto rispetto) strettamente connesse l’una all’altra. Mi riferisco alla crisi ecologica planetaria, che la politica - di sinistra come di destra - ha a lungo ignorato, nonostante i sempre più allarmati richiami della scienza mondiale; che solo di recente ha preso in considerazione, ma solo per alcuni aspetti, e con provvedimenti lontanissimi dall’essere risolutivi. Inoltre senza mai considerarne il diretto rapporto con il sistema produttivo.

Eppure il problema è tutt’altro che sconosciuto. Fin dal primo affermarsi del capitalismo industriale grandi pensatori della scienza economica e non solo sono andati interrogandosi sull’aporia di una produzione in crescita esponenziale all’interno di uno spazio dato e non dilatabile quale il pianeta Terra, costretta pertanto a confrontarsi con l’inevitabile esauribilità delle risorse di cui si alimenta. La cosa apparve poi inoppugnabile quando (particolarmente per merito di Nicholas Georgescu Roegen,(1) che in base al 2° principio della termodinamica dimostrò l’inevitabile e irreversibile degrado dell’energia e delle materie prime impiegate nei processi produttivi industriali) fu scientificamente provato che il capitalismo andava consumando la base stessa del suo operare. E sempre più risultò evidente via via che (stagioni impazzite, ghiacci polari disciolti, alluvioni cicloni tornado sempre più devastanti, enormi ingestibili mucchi di rifiuti, 3 milioni di morti, 50 milioni di profughi) il guasto degli ecosistemi è andato palesandosi in tutta la sua terribilità.

Pagine e pagine di tutti i giornali sono dedicate a questi temi; puntualmente si rende noto che, secondo la scienza più accreditata, le risorse disponibili sono in via di esaurimento, e che continuando a consumare al ritmo attuale presto avremmo bisogno di 5,4 pianeti; che buona parte delle coste del globo finiranno sott’acqua, quelle italiane per prime; che in molte città respirare è un grave rischio. Eccetera. Ma sono i medesimi organi d’informazione a dedicare spazi ancor più ampi e vistosi alla preoccupazione per l’auto che non “tira” come dovrebbe, al Pil che non cresce abbastanza, ai mercati che rischiano una battuta d’arresto: facendosi tramiti convinti, e spesso entusiasti, dell’invito al consumo. La crescita - non importa se all’interno di uno spazio che non può crescere - rimane la nostra stella polare.

Una sorta di schizofrenia che appartiene d’altronde all’intero agire economico e sociale. Basti ascoltare qualche convegno tra grandi industriali, magari affiancati da illustri economisti e noti politici: da sempre, e ancora oggi, l’ambiente, i rischi che anche all’economia il suo dissesto comporta, sono del tutto ignorati, o evocati per brevi accenni. Ma lo stesso accade se l’ascolto è dedicato a un dibattito tra sindacalisti, politici di sinistra, economisti di analoga collocazione politica. Come se non fosse la natura, l’ecosistema, a fornire tutto quanto il lavoro trasforma, quanto consente all’impresa di esistere, all’economia di operare. Come se non provenisse dalla natura, non “fosse natura”, tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, indossiamo, mangiamo, beviamo, respiriamo… Per tutti, imprenditori, banchieri, economisti, politici di ogni colore, il collasso degli ecosistemi non è che una variabile marginale, di cui è inevitabile occuparsi quando causa danni di qualche entità: una seccatura insomma, un disturbo collaterale, nulla che riguardi le radici dell’agire economico.

Accennavo sopra ad alcuni aspetti del problema ambiente che economisti e politici da alcuni anni hanno preso in seria considerazione; i quali però con le cause della crisi ecologica non hanno molto a che fare, non almeno nei modi e per i motivi dell’interessamento. E’ dall’inizio del 2000 che la “fine del petrolio”, o comunque la crescente antieconomicità della sua estrazione, suscita viva preoccupazione tra economisti e politici; e anche l’innalzamento della temperatura del globo comincia a suscitare qualche interrogativo negli ambienti che “contano”. Nasce così un interesse via via più vivace per le energie alternative (vecchio cavallo di battaglia dei Verdi, a lungo duramente osteggiato dalle compagnie petrolifere) e per ogni ritrovato capace di assicurare risparmio energetico; ciò che presto dà luogo a un fiorente “green business”. E la parola stessa dice quale sia il vero, o comunque prioritario, scopo di questa nuova politica, di fatto opposto a quello per cui si batte l’ambientalismo più qualificato, e per cui le stesse “rinnovabili” sono state pensate.

Di questo genere sono oggi, in presenza della recessione mondiale, i soli provvedimenti dedicati all’ambiente da tutti i governi. D’altronde in perfetta sintonia con le posizioni che ignorano lo squilibrio ecologico in tutta la sua complessità, limitandolo all’”effetto serra” (certo la sua manifestazione più vistosa e devastante, ma non la sola, né risolvibile con i mezzi proposti) così da diffondere l’illusione di un possibile felice futuro, che grazie al “green business” garantirà un forte rilancio della crescita, consentendo produzione e uso di motori di ogni sorta, senza limiti e al netto da inquinamenti. In linea dunque con l’insistita sollecitazione al consumo rivolta a popolazioni impoverite, indebitate, disoccupate; con l’imperterrita strategia della cementificazione, che va programmando grattacieli, superstrade, alte velocità, nuovi piccoli e grandi aeroporti, villaggi e porti turistici, interi quartieri destinati a restare, come in Usa, invenduti; e con la logica che affida al mercato e alle sue “leggi” il compito di dettare la politica economica, solo nell’eccezionalità del momento disponibile a una momentanea deroga che affidi allo Stato la salvezza di giganti finanziari e industriali in bancarotta.

E però sono sempre più numerose le voci - anche di commentatori lontani da ogni estremismo - che apertamente denunciano l’insensatezza di questa linea e in vario modo argomentano la necessità di superare, o comunque ripensare, il capitalismo. L’elenco è lungo e include grandi nomi della cultura mondiale: Eric J.Hobsbowm, Edgard Morin, Jurgen Habermas, Ulrich Beck, Nicholas Stern, Paul Virilio... E, nell’ambito di questa lettura nettamente critica dell’economia mondiale, è di particolare interesse l’affermazione e la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, quella economico-finanziaria e quella ecologica, da alcuni intuita più che dimostrata, ma dettagliatamente analizzata da altri.

Il primo non solo a intuire ma a descrivere il modo in cui i due fenomeni si influenzano a vicenda, è stato André Gorz, il quale, in particolare in un articolo pubblicato poco prima della sua morte(2), con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovrapproduzione l’origine della crisi finanziaria. Egli nota infatti come l’enorme massa monetaria, derivante dalla vendita delle merci prodotte in quantità sempre più massicce, e in crescente difficoltà nella propria messa a profitto, sempre più si orienti a investire nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”.

La sovrapproduzione è d’altronde un fenomeno che Gorz in precedenza aveva ampiamente studiato come tipico dell’economia capitalistica, connesso alla stessa meccanica dell’accumulazione e promosso dalla cultura consumistica (3). E appunto l’assurdo del consumismo, cioè della “quantità in continua espansione” (dimensione precipua del capitalismo, fisicamente incompatibile con le dimensioni della Terra) aveva segnalato come causa principale dello squilibrio ecosistemico. In questa analisi trovando accenti vicini al pensiero di Immanuel Wallerstein(4) che, pur senza specificamente occuparsi di ambiente, si è ripetutamente soffermato sulla progressiva riduzione di spazi disponibili all’espansionismo del capitale; anche lui dunque indicando nei “limiti del pianeta” una delle cause della crisi “sistemica”, che da anni diagnosticava come irreversibile.

Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a un’unica origine, cioè l’insostenibilità (fisica oltre che sociale) del capitalismo, è anche il celebre antropologo Jared Diamond (5). Di “due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione parla in un suo ponderoso saggio l’economista indiano Prem Shankar Jha (6). Sul complesso effetto negativo - sociale, ambientale, finanziario - della globalizzazione neoliberista, insiste anche Walden Bello(7). “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive il prestigioso notista politico George Monbiot (8)… L’elenco è assai più lungo di così. D’altronde non manca soltanto un elenco completo degli autori, bensì un quadro organico di questo ormai nutrito filone di pensiero. Il perché non è difficile da intuire: si tratta di posizioni che parlano dell’impossibilità di trovare soluzione ai tremendi problemi attuali all’interno del capitalismo, ed esprimono ben scarsa fiducia in una sua piena ripresa; posizioni opposte a quelle prevalenti, coltivate dai media e dalle più potenti agenzie d’opinione. Che si tenda a ignorarle non può stupire: come sempre “le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti”.

E qua ci si ritrova al punto da cui questo articolo si è mosso. Al fatto cioè che tra le sinistre manchino tentativi di leggere il terremoto che scuote oggi la società come un’occasione per ripensarla: provarci almeno, sperarlo, sognarlo… Ripeto: rilancio produttivo, crescita, consumi, sono le parole d’ordine anche a sinistra, e anche tra i pochi che indicano il capitale come “il nemico” da combattere. E non serve dire che tra le organizzazioni del lavoro questi obiettivi hanno fini e urgenze diversi da quelli delle destre; o che è più facile trovare occupazione in un’azienda in ripresa piuttosto che in una in pieno dissesto. Sono indubbie verità ma di breve respiro, certo da considerare nella pratica immediata, ma che non dovrebbero inibire il coraggio di guardare più lontano, di capire che oggi nemmeno le cose di casa nostra si possono risolvere, o anche solo leggere correttamente, se non si guarda al mondo, del quale le cose di casa nostra sono ormai parte più o meno omogenea; e che a guardarlo attentamente, il mondo, si capisce che così com’è non regge più. Come concordemente ritengono i commentatori appena citati. I quali tra l’altro, tutti, fanno riferimento all’ambiente quale determinante della nostra condizione presente e futura.

Problema che le sinistre, alla pari delle destre, hanno a lungo rifiutato di considerare, e che neppure oggi seriamente considerano, quanto meno non nella sua complessità: accodandosi all’entusiasmo per le “rinnovabili” e in generale per il “business verde”, sempre in funzione dell’auspicato “rilancio produttivo” (ripeto, non proprio la medicina più adatta alla malattia), e magari genericamente riferendosi alla “qualificazione” dell’ambiente, mentre (fatta eccezione per alcune “sinistre critiche”) ignorano, o apertamente contrastano, le battaglie locali (Tav, Dal Molin, Civitavecchia, ponte di Messina, ecc., per limitarmi ad alcuni casi italiani) che, benché limitati, sono coerenti antefatti di quella che dovrebbe essere la giusta cura per la natura gravemente ammalata.

Anche Claudio Napoleoni si interrogava su questa “timidezza” delle Sinistre, quasi una “sorta di complesso di inferiorità nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche”; per cui - diceva - “nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo e di paura di disturbare un assetto al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine.” (9) E forse sarebbe utile chiedersene il perché, magari rileggendo la storia, non per concedersi ai rimpianti o impegnarsi al recupero di identità perdute, ma per capire come è nata quella quota di “industrialismo” che innegabilmente appartiene alle sinistre. Che forse addirittura risale al momento in cui Henry Ford spontaneamente aumenta il salario dei suoi operai perché comprino le sue auto: cioè al primo gesto esplicito compiuto dalla grande industria al fine di reperire un bacino di consumo adeguato alla programmata dilatazione dei mercati; avvio di quel processo di assimilazione della classe lavoratrice a valori e modelli funzionali alla crescita del prodotto, impostasi poi come una sorta di mutazione antropologica. Mentre la “rivoluzione”, pur senza mai essere cancellata come obiettivo ultimo delle sinistre, in qualche modo “entrava in sonno”.

La cosa d’altronde ha certo comportato anche risultati positivi. Per decenni in Occidente le sinistre hanno avuto spazio per conseguire cospicui miglioramenti nelle condizioni dei lavoratori; in qualche modo creando anche una larga speranza di ricchezza per tutti. Speranza poi duramente delusa con la netta inversione di tendenza degli ultimi decenni: sia nella sempre più disuguale distribuzione del reddito (oggi l’1 % della popolazione del mondo ne detiene il 50%), sia nella crescente insicurezza (di occupazione, di mansione, di salario, di orario) che caratterizza il lavoro e il suo abuso; una precarietà diffusa, cui anche la percezione del rischio ambientale si somma in un pesante disagio. Il tentativo di salvarci da questa realtà, e dal terrificante futuro che potrebbe seguirne, esige un deciso scatto di fantasia, oltre che un’enorme dose di coraggio: recuperando l’idea di “rivoluzione”, ma ripensandone il senso e i modi alla luce dell’ultima storia.

“Violento, profondo rivolgimento dell’ordine politico-sociale costituito, tendente a mutare radicalmente governi, istituzioni, rapporti economico-sociali”, così (non troppo diversamente da analoghi repertori) recita “Il Nuovo Zingarelli” alla voce “Rivoluzione” (10): descrivendo (a mio parere con buona approssimazione) ciò che un’azione capace di conseguire un soddisfacente risanamento degli ecosistemi, così da garantire il futuro della specie umana, richiederebbe. Vale a dire (come quasi vent’anni fa André Gorz già lucidamente intendeva) l’assunzione dell’ equilibrio ecologico come asse portante di un nuovo ordine mondiale: per una trasformazione del paradigma economico, con “un rallentamento dell’ accumulazione”, e dunque un calo generale dei consumi e della distruzione di risorse, ma insieme con un nuovo impianto dei rapporti sociali non più “motivato dall’opportunità economica”, e definito invece soprattutto da una decisa correzione delle disuguaglianze. (11) Superamento del capitalismo dunque, e generale ripensamento della convivenza umana e degli istituti che la definiscono e governano. La rivoluzione, appunto. Rivoluzione ecologica, economica, sociale, culturale.

Una rivoluzione che somiglia pochissimo a quelle del passato. L’aggettivo “violento”, che apre la “voce” dello Zingarelli sopra riportata, fa riferimento a quello che è stato finora il tratto precipuo di tutte le rivoluzioni, nei loro processi come nel loro assunto. Ma questo è ciò che occorre superare, per inventare una rivoluzione diversa. In altra occasione (12) ho parlato di una “rivoluzione dolce”, incisiva e tenace e però priva di eventi traumatici e sanguinosi, che in nessun modo preveda uso della forza. Forse, chissà, l’obiettivo di questa nuova rivoluzione, e i suoi processi, potrebbero magari imporsi come incontestabili, addirittura ovvie, necessità. E’ lo stesso Gorz a suggerirlo: “Alla lunga, ciò che è ecologicamente irragionevole, non potrà essere economicamente razionale”. (13)

Certo, è comprensibile come un’impresa di tale portata, anche quando si ritenga non infondata nelle sue ragioni, difficilmente possa trovare concreta disponibilità. Da che parte incominciare, è un interrogativo che pare senza risposte. A meno che non sia la crisi stessa a dare suggerimenti. Di recente più d’uno ha avanzato l’idea di una forte riduzione degli orari di lavoro così da poter “dividere equamente” la disoccupazione, e/o sostituire la cassa integrazione. La proposta ha incontrato un certo ascolto, qualcuno si è spinto a recuperare l’ipotesi sessantottina del “salario di cittadinanza”, ne è nato un minimo di dibattito. Insomma dalla mancanza di lavoro, che per molti è già una dura realtà e per moltissimi una disperante prospettiva, si è rimesso in pista un discorso cui qualche decennio fa si era guardato come alla possibilità di una vera, grande rivoluzione, individuale e sociale. Dopotutto, dove sta scritto (se non appunto nelle logiche del capitalismo industriale) che la più gran parte della vita debba essere spesa lavorando? Ma la “rivoluzione del tempo” è una possibilità da potersi recuperare (anche) al fine di quel rallentamento dell’ accumulazione capitalistica necessario a una concreta difesa dell’ambiente, oltre che presupposto di rapporti sociali più equi.

Alla proposta non poteva non seguire la domanda “Chi paga?”. Ma subito si è risposto ricordando che Luigi Einaudi, che non era un barricadero, teorizzava l’esigenza di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, tassasse i patrimoni per un’aliquota del 50 %, al fine di combattere le disuguaglianze. Nato senz’altro obiettivo che la difesa dell’occupazione, senza mettere in discussione il rilancio produttivo, il discorso relativo ai tempi di lavoro (uno dei temi più carichi di implicazioni politiche, sociali e esistenziali, caro a tutti i grandi utopisti, e su cui anche Marx ha a lungo ragionato) potrebbe dunque trovare futuro proprio entro la prospettiva di “rivoluzione” di nuovo conio cui accennavo. Come si vede, se si trova il coraggio di uscire dai vicoli asfittici della piccola politica consueta, si trovano anche le ragioni per sostenerlo e pure gli antefatti su cui appoggiarlo.

Ma c’è un altro tema, presente nel frantumato dibattito di quel che resta delle sinistre, che potrebbe partecipare alla medesima ipotesi, divenirne forse materia decisiva. Penso al pacifismo, alla sua denuncia della guerra praticata come normale strumento politico, che un’idea di rivoluzione non violenta non potrebbe ignorare. Anche perché la guerra, tra l’altro, è agente crudelissimo di devastazione ambientale. A partire dalle armi: merci che pesantemente inquinano, nell’essere prodotte, trasportate e “consumate”; merci che rappresentano oggi il 3,5% del Pil mondiale (cifre ufficiali, assai inferiori alla realtà, dato il floridissimo contrabbando del settore) e che costituiscono uno dei pochi mercati oggi in crescita; al rilancio del quale, secondo autorevoli opinionisti, non è estraneo il moltiplicarsi di guerre, guerriglie, terrorismi. Qualora, per (oggi pressoché surreale) ipotesi, la produzione di armi venisse proibita, questa da sola costituirebbe una concreta risposta alla necessità ecologica di contenere la produzione; oltre a inserirsi nel modo più naturale in quella “rivoluzione diversa”, ecologica economica sociale culturale, di cui dicevo. (14)

Insomma, se le sinistre ci provassero a considerare la possibilità di un mondo senza capitalismo, forse oggi l’impresa non sarebbe del tutto disperata.

NOTE

1) Cfr. Nicholas Georgescu-Roegen, „The Entropy Law and the Economic Process“; Cambridge (Mass) 1971

2) A. Gorz, “Crise mondiale, décroissence et sortie du capitalisme”, in « Entropia », Printemps 2007, pp.51-59.

3) A. Gorz, “Capitalismo, socialismo, ecologia”, Roma 1992

4) CfrI. I.Wallerstein, „Dopo il liberalismo“, Milano 1999, e “Il declino dell’America”, Milano 2004.

5) Cfr. J. Diamond, “Collasso”, Torino 2005.

6) Cfr.P. Shankar Jah, „Il caos prossimo venturo“, Vicenza 2007

7) Walden Bello, “Deglobalizziamo”, intervista a cura di G. Battiston, Il manifesto 11-12-08.

8) George Monbiot, The Guardian, 12 – 12 - 08

9) Claudio Napoleoni, in “La politica degli orari di lavoro”, Dialogo in appendice a Carla.Ravaioli, “Tempo da vendere, Tempo da usare”, 2° edizione. Milano 1988. p.144.

10) Zingarelli, “Vocabolario della lingua italiana”, Bologna 1990, p.1651

11) A. Gorz , “Capitalismo, Socialismo, Ecologia”, cit. pp. 72-78 passim.

12) C. Ravaioli, “La crescita non è illimitata”, “Carta” giugno 2004

13)A. Gorz, “Capitalismo, Socialismo, Ecologia”, cit. p. 74.

14) Cfr. Carla Ravaioli, “Ambiente e pace – Una sola rivoluzione”, Milano 2008.

Da trent'anni a questa parte Susan George si dedica all'individuazione di percorsi praticabili per una vera giustizia globale, che possano «democratizzare lo spazio internazionale e assicurare una vita dignitosa a ogni abitante del pianeta». E da trent'anni a questa parte si trova ad assediare il «muro impenetrabile costruito intorno alla cittadella del sapere» neoliberista, quel muro che ostacola i tentativi di quanti vogliono espandere gli spazi di trasparenza, inclusione e democrazia. Già da tempo consapevole dei rischi che nascono quando, «come diceva Keynes, la schiuma della finanza diventa molto più importante del fiume dell'attività economica reale», e certa che «lo stimolo alla "crescita di coscienza" non può sostituire la costruzione di nuovi rapporti di forza, di nuovi equilibri di potere», prima che divenisse una formula largamente dibattuta Susan George ha proposto un nuovo «keynesianesimo verde» come via d'uscita dall'attuale crisi finanziaria. Di questo e altro abbiamo parlato con lei, a Roma, nei giorni scorsi, prima che Barak Obama definisse le prime linee della sua politica economica.

Sin dal suo primo libro, «Come muore l'altra metà del mondo», lei è sempre stata scettica sull'efficacia degli appelli alla buona volontà per ottenere dei cambiamenti effettivi. E recentemente ha scritto che una via d'uscita dalla crisi ambientale ci sarebbe, ma non può essere quella suggerita «dai molti ambientalisti di buona volontà, secondo i quali basterebbe che ognuno di noi cambiasse le proprie abitudini». Perché «la semplice consapevolezza dei problemi ecologici, per quanto diffusa possa essere, non sarà mai sufficiente a garantire cambiamenti di politica»?

In questi anni ho avuto modo di parlare di fronte a diverse platee, con membri di organizzazioni non-governative, con persone molto bene intenzionate, che credevano sinceramente nella necessità di cambiare il proprio comportamento individuale. Non c'è niente di male in questo, anche perché l'assunzione di responsabilità nasce sempre con il chiedersi cosa si possa fare individualmente per risolvere un problema; dunque, se per esempio «diventare vegetariano» si trasforma per qualcuno in un imperativo morale, o se è una maniera per entrare nell'ordine di idee che occorre agire in qualche modo, ben venga. Ma che questo non diventi una scusa per evitare di agire in modo politicamente più efficace, sollevandoci dall'onere di intraprendere iniziative capaci di andare al cuore del problema. Nonostante quel che pensano alcuni, come Serge Latouche, l'appello alla buona volontà di ognuno non funziona veramente.

Non a caso lei sostiene che le soluzioni locali sono necessarie, ma non sufficienti, perché occorre preoccuparsi delle questioni di «scala»...

È così: alcune cose possono essere localizzate, come la produzione e il consumo di cibi, alcune forme di trasporto, oppure il settore energetico, la cui decentralizzazione è stata fortemente ostacolata dalle grandi compagnie; ma credo che, qualunque forma avranno le società in cui vivremo in futuro, ci saranno comunque strutture complesse e molto estese. La localizzazione in questo senso è una scelta importante, ma non dovrebbe essere vista come un punto di arrivo: dobbiamo pensare a delle risposte che, in termini di scala, siano adeguate alle dimensioni delle emergenze che ci troviamo di fronte; abbiamo bisogno di soluzioni su larga-scala, di soluzioni «industriali», che prevedano un ampio coinvolgimento dei governi. Solo così potremmo trovare il coraggio di sfidare l'interno sistema economico capitalistico, privatizzato e senza regole. Dovremmo riuscire per esempio a coinvolgere anche gli Stati (ancora meglio istituzioni come l'Unione Europea, ma i suoi rappresentanti pensano a tutt'altro) per una conversione radicale verso un'economica completamente libera dalle emissioni di gas nocivi. Dovremmo convertire del tutto l'economia, come fecero gli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale.

Diversi mesi fa infatti lei ha suggerito che di fronte alla crisi del sistema economico c'è una sola via d'uscita: che «individui, business e governi» si mettano insieme per dare vita a «una nuova incarnazione della strategia keynesiana dell'economia di guerra», che però sia di natura ambientale, non militare. Ci può dire qualcosa di più su questa idea?

È una idea che mi sembra stia circolando con sempre più insistenza ai quattro angoli del pianeta, e che ho presentato pubblicamente per la prima volta nel settembre 2007 (alla conferenza promossa dall'International Forum on Globalization, ndr). Ero certa che fosse in arrivo una crisi profonda, e mi sono chiesta quali fossero gli strumenti generalmente usati durante le crisi finanziarie: si riducono i tassi di interesse, si svaluta la moneta per rendere più appetibili all'estero le proprie merci, si aumenta in modo mirato la spesa pubblica; tutti strumenti che mi sembravano ancora una volta insufficienti: i tassi di interesse non potevano scendere troppo, il deficit commerciale non poteva crescere eccessivamente, il dollaro era già molto basso. Che altro si poteva fare? La risposta mi è sembrata ovvia: investire completamente nel settore ecologico, convertire rapidamente l'economia, spingere per un investimento massiccio verso una politica industriale eco-friendly, produrre nuovi materiali «leggeri», organizzare un trasporto pubblico efficiente, insomma, dare vita a un keynesismo verde. C'è chi obietta che così facendo forniremmo nuova linfa vitale al capitalismo, e probabilmente ciò era vero soprattutto quando ho presentato per la prima volta questa idea. Ma oggi che alcune banche sono state nazionalizzate si può immaginare una gestione parzialmente statale di questa conversione economica, che non sia subalterna ai dettami del neoliberismo. Il primo passo, però, è riconoscere l'urgenza del momento e comprendere che non si può uscire dalla crisi economica senza uscire da quella ambientale. Questo riconoscimento è però ostacolato da trent'anni di neoliberismo, che ci hanno fatto credere per esempio che le operazioni delle banche debbano essere segrete, che il profitto sia segreto, che nazionalizzazione sia una parola terribile. Mi sembra comunque che questa idea del keynesianesimo verde si stia diffondendo sempre più, vedremo cosa succederà.

Il suo ultimo libro, «L'America in pugno», è dedicato al lungo viaggio del neo-conservatorismo nelle istituzioni americane. Nell'introduzione scrive che a partire dagli anni Settanta «la cultura americana ha subito un lento progressivo dirottamento verso la destra», la quale ha creato «un vero e proprio sistema di valori che non può essere alterato da un mero cambiamento di maggioranza o dall'elezione di un nuovo presidente». Neanche se quel presidente si chiama Barack Obama?

Sfortunatamente l'ideologia che permea un intero sistema di valori non scompare con la semplice elezione di un presidente dell'opposto schieramento, e di certo la destra non scomparirà così facilmente come le prime impressioni del dopo-elezione di Obama ci potrebbero far credere. Obama è certo un uomo che, nonostante il tono volutamente ambiguo della sua campagna elettorale, ha una visione del mondo ben precisa, delle idee chiare, ma la loro realizzazione è fortemente condizionata dalla terribile situazione che si trova a ereditare. Tralasciamo per ora la crisi finanziaria, e pensiamo al disastro del sistema scolastico americano, al sistema sanitario, alle infrastrutture che sono al collasso perché negli ultimi trent'anni non c'è stato alcun investimento, o se c'è stato è stato fatto senza la dovuta accortezza. La situazione è molto grave. Spero però che abbia la forza sufficiente, nonostante non sia stato un frequentatore dei circoli di Washington e nonostante molti dei suoi consiglieri provengano dalla «vecchia guardia clintoniana», di dire alle banche: bene, se volete l'aiuto dello stato, se volete essere salvate, dovete concedere prestiti per i progetti ecologici, dovete destinare una parte dei soldi agli investimenti sulla conversione ecologica, dovete dare soldi ai cittadini che ne hanno bisogno. Se non lo farà, le banche, ancora una volta, useranno quei soldi per altre operazioni di concentrazione, per fusioni varie, per un nuovo business. Pericoloso per ognuno di noi.

In un suo contributo alla conferenza del 2008 su «The fight against poverty», lei ha sostenuto che oggi, per la prima volta nella storia, la povertà potrebbe essere sradicata, ma ha anche aggiunto che «l'Unione Europea, con la complicità degli Stati membri, sta facendo tutto quel che è in suo potere per impedire che questo accada, sia all'interno dell'Europa che nel mondo». Quali sono le maggiori responsabilità europee?

Le responsabilità dell'Europa sono enormi. L'Unione Europea e gli Stati membri non intendono ridurre la povertà perché hanno deciso di promuovere la «flexicurity», un termine orribile che equivale a maggiore precarietà per i lavoratori. La direttiva sull'orario di lavoro ci riporta indietro al diciannovesimo secolo, elimina le già esigue protezioni dei lavoratori stagionali, ci catapulta in altri termini nel capitalismo della Manchester del diciannovesimo secolo descritto da Engels. Anche sul fronte economico, le partnership e gli accordi non mirano ad altro che allo sfruttamento delle risorse e delle persone, senza tener conto delle necessità occupazionali, puntando invece su privatizzazione e deregulation. Ci si consegna completamente al capitale. D'altronde non è un caso che negli ultimi trent'anni ci sia stato uno spostamento così significativo dal salario al profitto del capitale: ci si è adoperati affinché così accadesse, e l'Europa è sembrata essere una entusiasta sostenitrice di questo processo. Mi sorprenderebbe molto se mi dicessero che i nostri rappresentanti europei non sapevano quel che facevano.

Si sono appena conclusi a Belem gli incontri del World Social Forum, e ci si interroga nuovamente sul suo futuro e sul modo migliore per conciliare carica utopica ed efficacia politica. Alla fine di «Un altro mondo è possibile se»..., lei scriveva che «anche se non è riuscito a fermare la guerra (in Iraq), il movimento oggi è una potenza». Qual è, oggi, il suo giudizio sullo stato del movimento per la giustizia globale?

Spero che il movimento abbia ancora la consapevolezza che potrebbe essere una potenza. È certo un bene che il World Social Forum sia pensato come uno spazio dove persone dai retaggi molto diverse possono incontrarsi e condividere percorsi e iniziative, ma questo finora ha troppo spesso impedito che potesse essere un luogo dove prendere decisioni politicamente significative. Credo che si debba prendere un tema, qualunque esso sia, e, declinandolo a seconda delle culture e della latitudine, farne l'occasione, in una giornata di mobilitazione globale, per pronunciarsi su una questione tutti insieme, trovando un'espressione comune su un tema specifico. Solo così il movimento per la giustizia globale potrà acquistare visibilità mediatica e tornare allo spirito di quel 15 febbraio 2003. Altrimenti si rischia di sprecare la costruzione di un network così importante. Temo però che ora il movimento non abbia sufficiente consapevolezza del suo potenziale potere simbolico.

Per fortuna, neanche stavolta c'entra il razzismo. Un poliziotto ammazza a fucilate il vicino senegalese a Civitavecchia: è una banale lite di condominio. Tre ragazzi bruciano vivo un senza casa indiano a Nettuno: è una ragazzata, magari quasi omicida, ma si sa, i ragazzi si annoiano e tutti siamo in cerca di emozioni. E davvero, sono quasi tentato di crederci: il razzismo c'entra, ma non è un ingrediente isolabile, un'ideologia motivante; è piuttosto una componente ormai intrinseca e indistinguibile di un senso comune di violenza e sopraffazione che se non è diventato egemonico, poco ci manca.

Coltellate, fucilate, violenze sessuali fanno tutte parte di un'unica grammatica dell'annientamento e dell'umiliazione dell'altro (anche la violenza sessuale è una forma di assassinio, in cui nonostante le strizzate d'occhio del nostro presidente del consiglio il desiderio sessuale non c'entra per niente). E questo senso comune è condiviso tanto dai cinque romeni stupratori di Guidonia o dai tre marocchini che avrebbero violentato una donna (romena) a Vittoria in Sicilia, quanto dall'italiano stupratore di una cilena, dai ragazzetti di Campo de' Fiori accoltellatori di un americano, dal bravo ragazzo violentatore di Capodanno a Roma. E da tanti episodi meno sanguinosi ma diffusi nelle famiglie, nelle strade, negli stadi, nelle scuole, nelle caserme...

La sola differenza - e qui il razzismo c'entra espressamente - è la strategia di depistaggio messa in modo da politici e media. Quando, sempre a Guidonia, nel 2006, fu una donna romena a essere violentata per ore da un italiano la notizia non riempì le prime pagine ma si esaurì in due righe in fondo a un comunicato Ansa e a un trafiletto del Corriere della Sera. Non ci furono ronde di patrioti indignati nei bar e nelle carceri, circondate da simpatia e complicità della brava gente circostante. Perciò far credere che la violenza sia un portato dell'immigrazione, è un modo per parlare d'altri e non di noi - a cominciare dall'altra cosa che tutti questi episodi hanno in comune: il genere maschile degli aggressori e la debolezza delle vittime.

Molti anni fa, il sociologo David Riesman diceva che nella società di massa la fiaba di Pollicino ammazza-giganti si sarebbe trasformata nella fiaba di Pollicino ammazza-nani. Infatti adesso siamo tutti dalla parte di Golia: anche le guerre, dall'Iraq a Gaza, esibiscono e addirittura vantano la sproporzione tra i deboli e i forti.

Essere o sembrare deboli, nella modernità della competizione, della deregolazione, dell'individualismo e del mercato elevati a religione, è una colpa in sé. È una colpa essere donna, è una colpa essere senza casa, è una colpa essere nero. E forse la colpa peggiore di tutte queste minacciose debolezze sta nel fatto che mettono a nudo la debolezza profonda dei «forti», la precarietà del loro diritto, la tranquillità del loro dominio. I potenti non riescono a vincere davvero le guerre, i violenti non fanno che mettere in scena la loro paura, i razzisti non riescono a sentirsi superiori alle loro vittime, la finanza globale va in rovina e porta rovina con sé. La rabbia frustrata di chi si crede forte e si accorge di non esserlo più produce violenza.

Fermarla, o almeno porvi un limite, è un lavoro di profondità e di lungo periodo, una costruzione di socialità nuova, di rapporti civili fa le persone, di politica coraggiosa e anticonformista. Altro che «essere cattivi» con i «clandestini» - cioè, essere come quelli che li bruciano vivi - come vaneggia nella sua frustrazione il povero Maroni. Non la fermeranno certo i poliziotti per le strade, i vigili urbani con la pistola e la licenza di sparare: anzi, saranno un'ulteriore modello di ruolo per i futuri aggressori, un'altra esibizione di forza impotente, e un altro esempio di quella politica bipartitica - quella sì, «cattiva» politica - che alimenta queste paure e se ne nutre.

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