Questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?
Direi che, seppure con molte differenze tra un paese e l'altro, è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o alla deriva verso posizioni di centrodestra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Nell'insieme direi che è una sindrome europea.
Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?
Il crollo dell'Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss'altro perché ha rafforzato fortemente il centrodestra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni '60 e '70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l'Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno - ideologico oltre che materiale - ai partiti di sinistra dell'occidente. Caduta l'Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si sono trovate un po' l'erba tagliata sotto i piedi. C'è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l'Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l'India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c'è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.
Ma non ci sono anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza di esso, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?
No, per due motivi. Intanto l'industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell'industria, messi a punto nell'arco di un secolo dall'industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. L'agroindustria, la ristorazione rapida, i call center utilizzano modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.
Secondo lei il terziario si è industrializzato?
Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell'industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull'imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.
C'è una frase di Marx che ogni tanto viene citata: «Lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C'è una perdita di valore nel lavoro?
Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell'industria e dell'attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé - e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata - la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale.
Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall'Unione sovietica? Sono stati «capitolardi»?
Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d'accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell'Urss è stato un trauma colossale. Che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di «capitolardi» sia azzeccata.
Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l'identità passata ma non si sono date una identità nuova.
Certo, perché - l'ho detto all'inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. È una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell'Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l'idea stessa di classe sociale.
Cosa fare per tornare forti e protagonisti?
Dall'89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent'anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell'economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centrosinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall'analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.
Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.
Il Pd è certo un aggregato un po' singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. È vero che sapendo che io sono di sinistra c'è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra. Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
E per esempio l'unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione... a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d'accordo...
Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l'analisi, la critica, l'opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare.
Dovrebbero smettere di litigare...
E sì, questo fa veramente cascare le braccia.
L'ultima domanda. Io faccio questa intervista e chiedo articoli per aprire una discussione sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra? È utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?
Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. Inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare - oggi come oggi - molto difficile. È chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.
Il tuo è un contributo a questo lavoro e ti ringrazio molto.
La discussione a sinistra, dopo il risultato delle europee, non poteva incominciare in modo peggiore. Rifondazione e i suoi alleati ora brandiscono il vessillo dell'unità a sinistra per sventolarlo non contro la destra ma contro una possibile ricostruzione di un nuovo centrosinistra, senza nemmeno un briciolo di autocritica rispetto al fatto che nel corso di quest'anno quella unità ha contribuito più volte ad affossarla. Gli esponenti di Sinistra e Libertà per lo più alzano steccati a sinistra in nome del rinnovamento, proclamano orgogliosi la loro autosufficienza, affermano che quel 3,1% è tutta la nuova sinistra e da lì bisogna ripartire, mentre malignamente gli altri più o meno apertamente insinuano che molti di loro sarebbero ormai pronti a passare armi e bagagli al Pd.
Se l'Italia e l'Europa non fossero, come le europee hanno messo in luce, in una situazione drammatica, in cui la pochezza delle risposte dei governi dell'Unione di fronte alla crisi, e soprattutto l'assenza di una comune politica, lasciano libero sfogo alle paure e alle reazioni xenofobe, ci sarebbe di che sorridere. Sembra di essere alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando socialdemocratici e comunisti impegnati in una lotta fratricida senza quartiere non videro che il fascismo, con l'imminente avvento di Hitler al potere in Germania, si accingeva e diventare un fenomeno europeo. Solo che quando la storia si ripete da tragedia si trasforma in farsa.
Ha ragione quindi Fausto Bertinotti, quando intende suggerire che se si vuole ricostruire la sinistra in Italia e in Europa bisogna avere uno sguardo più largo che vada oltre la sua attuale configurazione e rivolgere l'attenzione all'intero sistema politico e alle sue dinamiche. Ma egli stesso rischia di alimentare equivoci e contribuire allo smarrimento imperante a sinistra, quando oscilla tra l'attesa passiva di un'implosione del nostro sistema politico e la ricerca di un'improbabile confluenza in un unico soggetto di un arco di forze che va da Rc ai radicali, passando per l'Idv e il Pd.
Mi chiedo: perché non è possibile, per rifondare la sinistra, partire dalla società italiana, dalle sue contraddizioni e problemi, e da una rinnovata centralità del lavoro, invece che da noi e le nostre dispute? Perché per rifondarsi la sinistra non punta a una riforma dell'agire politico e della rappresentanza per contribuire a rilegittimare la politica democratica, che rischia di essere affossata dal discredito prima che dalle manovre e dalle intenzioni eversive di Silvio Berlusconi?
Insomma, l'Italia ha bisogno di una sinistra che sappia rimettere al centro la costruzione di un'opposizione efficace alla destra e quindi di un'alternativa di governo. Non c'è contraddizione tra autonomia della sinistra e politica delle alleanze tesa alla costruzione di una nuova coalizione democratica. Chi si sottrae al secondo compito, per timore che il primo ne sia compromesso e chi, in nome del secondo obiettivo, è disposto a sacrificare il primo, ambedue condannano alla sconfitta sia l'una che l'altra prospettiva.
Il 26 giugno a Bologna coloro che avevano promosso l'appello per una lista unitaria alle europee propongono di collocare la ricostruzione della sinistra politica nel quadro di una discussione che anteponga l'analisi dei problemi e delle condizioni reali di economia e democrazia nel nostro Paese a formule politiche astratte. E lo fanno senza frapporre limiti e steccati. Sono gli stessi che avevano dato vita all'incontro di Firenze del luglio scorso, dove era stata lanciata la manifestazione unitaria della sinistra, tenutasi poi nell'ottobre.
La proposta di presentare un'unica lista alle europee, lungi dall'essere un anacronistico omaggio a vecchie concezioni dell'unità della sinistra, come sembrano credere alcuni esponenti di Sinistra Democratica, era la maniera per realizzare l'ipotesi di Gabriele Polo che la sinistra «saltasse un giro», in modo da non sottoporre al vaglio del raggiungimento della soglia di sbarramento le diverse prospettive strategiche in campo, per affidarle alla verifica di un tempo più lungo. È sinonimo di vecchia politica l'idea che i gruppi dirigenti debbano brandire come verità assolute le proprie convinzioni, perché ciò rassicurerebbe il corpo dei militanti e lo ricompatterebbe, quando i tempi che attraversiamo consiglierebbero che esse fossero vissute e fatte vivere con spirito critico e senso del limite. Non dobbiamo nascondercelo: la formazione delle due liste ha costituito una sconfitta politica per quelli che hanno tentato di evitarla soprattutto perché era facilmente prevedibile che dopo le elezioni la discussione si sarebbe ulteriormente avvitata su se stessa. Vi sono le condizioni per invertire la rotta? Le vicende di quest'anno inducono al pessimismo. Quel che è certo è che questa inversione di rotta costituisce l'unica prospettiva per cui vale la pena lottare.
Per la prima volta nella storia umana soffre la fame più di un miliardo di persone, un sesto della popolazione del pianeta. È la stima della Fao, l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione. «La sicurezza alimentare è sicurezza tout court - dice Josette Sheridan del World Food Programme - Un mondo affamato è un mondo pericoloso per tutti». La recessione globale è una causa di questo pesante peggioramento: oggi ci sono cento milioni di affamati in più rispetto al 2008. Un altro fattore cruciale è l’inflazione delle derrate agroalimentari che colpisce soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Se in Occidente i prezzi sono in flessione, nel Terzo mondo i generi alimentari restano del 24% più cari rispetto al 2006, un onere insostenibile per il potere d’acquisto.
La "frontiera della fame" viene situata dagli esperti della Fao a 1.800 calorie al giorno. Al di sotto di questo livello di nutrizione i danni per la salute sono spesso irreversibili. La Banca mondiale stima che entro il 2015 moriranno da 200.000 a 400.000 bambini in più all’anno. Il 40% delle donne incinte nei Paesi poveri soffre di anemia, quindi dà alla luce neonati più vulnerabili alle malattie. Il numero di bambini sottopeso aumenterà di 125 milioni l’anno prossimo.
La geografia della malnutrizione resta sbilanciata. Al primo posto viene l’Asia-Oceania, con 642 milioni di persone sotto la soglia della fame: un numero impressionante, che però va commisurato a una popolazione di quattro miliardi. Il primato rispetto alla dimensione demografica spetta all’Africa sub-sahariana: 265 milioni di affamati, un terzo degli abitanti. Seguono l’America latina con 53 milioni, Nordafrica e Medio Oriente con 42 milioni. Nei Paesi ricchi abita la quota più piccola, ma pur sempre impressionante di affamati: 15 milioni di europei e nordamericani sopravvivono a stento, vittime di una invisibile carestia in mezzo al benessere. «È una contraddizione insopportabile - dichiara il dirigente Fao Kostas Stamoulis - perché gran parte del mondo gode di una ricchezza senza precedenti, anche in mezzo a questa recessione, eppure le vittime della fame raggiungono un record storico».
La crisi colpisce i Paesi dell’emisfero Sud in vari modi. Innanzitutto la battuta d’arresto della globalizzazione non aiuta: calano le esportazioni, si riducono le entrate dei Paesi emergenti. Automaticamente gli Stati hanno meno risorse da destinare ai sussidi alimentari, tagliano le sovvenzioni ai contadini poveri per l’acquisto di sementi e fertilizzanti. Perfino il disastro dei titoli tossici e della malafinanza ha ripercussioni nelle aree più povere del pianeta: le banche fanno meno credito a tutti, compresi gli Stati sovrani del Terzo mondo. Raccogliere capitali attraverso emissioni di bond sui mercati è diventato più difficile. Un’altra emergenza è il poderoso riflusso dell’emigrazione. Le tensioni xenofobe dei Paesi ricchi sono solo una piccola parte del problema. Ben più grave è l’impatto della crisi in quelle zone come il Golfo Persico che tradizionalmente assorbivano manodopera straniera (da India, Pakistan, Bangladesh, Filippine) e ora ricacciano a casa gli immigrati senza lavoro. Così s’inaridiscono le rimesse degli emigrati, un sostegno vitale per le campagne povere.
Se nei Paesi ricchi la recessione ha avuto almeno un effetto-calmiere sui prezzi, nell’emisfero Sud questo sollievo è quasi introvabile. Pur inferiori ai picchi dell’iperinflazione esplosa nella primavera 2008, i costi delle materie prime agricole restano insopportabilmente elevati rispetto a un paio d’anni fa. Nelle aree più misere del pianeta, per comprare il cibo essenziale a una famiglia di cinque persone oggi occorre lavorare in media dieci ore in più a settimana. «I consumatori dei Paesi poveri - si legge nel rapporto della Fao - devono spendere per nutrirsi il 60% del loro reddito. La caduta del loro potere d’acquisto è brutale».
«Questa crisi - avverte il direttore generale della Fao Jacques Diouf - è una minaccia seria per la pace mondiale». Un anno fa a quest’epoca vaste metropoli dei Paesi in via di sviluppo erano sconvolte dalle rivolte per il pane e per il riso, da Haiti a Giacarta. Più ancora dei contadini, l’anello debole di questa emergenza sono i ceti poveri concentrati nelle zone urbane, incapaci di rifugiarsi in un’economia di sussistenza. È lì che si annidano i focolai di tensione più esplosivi. L’unico raggio di speranza, secondo la Fao, è che gli alti prezzi agricoli diano un sostegno a milioni di contadini poveri, incentivando l’aumento della produzione. Devono rassegnarsi a fare da soli, questo è certo: anche gli aiuti dal Nord al Sud sono in calo, con il pretesto della recessione.
Studioso della società industriale più attento ai conflitti che la attraversavano, ha poi cercato di importare elementi di socialismo in campo liberale, arrivando a definire il Novecento un secolo socialdemocratico. Per poi trovarsi a difendere il modello sociale europeo dagli attacchi dei neoliberisti
Il suo nome è stato quasi sempre accostato a Isaiah Berlin e a Karl Popper, come espressione di un liberalismo che non aveva timore di confrontarsi con i conflitti della modernità. Un triumvirato messo a presidio di una concezione del mondo e della democrazia che trovava piena cittadinanza solo in Europa. Ralf Dahrendorf aveva più volte affermato che il liberalismo, per continuare a esistere, doveva fare propri molti dei principi del suo avversario storico, il socialismo. Una convinzione tanto profonda da portarlo a scrivere, pochi anni prima dell'Ottantanove, che il Novecento non era stato un «secolo americano», bensì socialdemocratico, perché erano stati proprio i socialdemocratici e i laburisti a salvare il capitalismo dal nemico storico, il comunismo. Il welfare state aveva infatti creato le condizioni affinché il capitalismo e la forma politica a esso congeniale, la democrazia liberale e rappresentativa, potessero sopravvivere in un mondo che aveva guardato all'Unione Sovietica prima e la Cina dopo il 1949 come a modelli di società «funzionanti» e che potevano rappresentare un'alternativa credibile al capitalismo.
La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del socialismo reale, la scelta cinese di intraprendere riforme propedeutiche allo sviluppo di una economia capitalistica smentirono le sue tesi, portandolo a guardare al processo di costruzione europea come la strada maestra per salvare il capitalismo dall'estremismo dei neoliberisti. Con la scomparsa di Ralf Dahrendorf scompare però proprio quel liberalismo novecentesco che aveva cercato di innovare la chiave di lettura della modernità. Del «suo» secolo socialdemocratico ci sono solo flebili echi in Germania e Svezia, mentre nel vecchio continente il neoliberismo arretra di fronte alle armate di un populismo tanto feroce, quanto capace di interpretare e dare risposte politiche seppur regressive ai conflitti del capitalismo. E non è un caso che il suo ultimo libro si chiami Quadrare il cerchio ieri e oggi (Laterza) dove lo studioso tedesco propone più che un punto di vista un metodo per diradare le nebbie di uno «spirito del tempo» certo non prodigo né di tolleranza, libertà e tanto meno di eguaglianza.
Autorevole in nome del potere
In questo breve saggio, Dahrendorf propone un ritorno alle sue origini di studioso, quando la questione dell'esercizio del potere diventava il nodo da sciogliere e che per farlo occorreva assumere le ragioni di una delle parti in conflitto e stabilire il frame affinché quelle ragioni fossero inscritte in un quadro di equilibrio tra interessi diversi. Una proposta di metodo avanzata con lo stile piano che gli era proprio, ma segnata dall'inquietudine profonda di chi ha visto svanire il suo mondo.
Ralf Dahrendorf era nato a Amburgo nel 1929 e aveva conseguito la laurea in filosofia per poi trasferirsi in Inghilterra e completare i suoi studi. Ed è stato proprio a Londra che aveva conseguito il Ph. D alla London School of Economics. Ma negli anni Sessanta il nome di Dahrendorf è legato sostanzialmente al volume Classi e conflitto di classe nella società industriale (Laterza), un volume dove lo studioso tedesco analizza il conflitto di classe come espressione di una lotta di potere. Per Dahrendorf, infatti, la società industriale è plasmata nel suo divenire attorno al nodo del potere, inteso come il potere di imporre la propria volontà e le proprie decisioni ad altri.
Nel capitalismo questo significa che i proprietari dei mezzi di produzione impongono ad altri di svolgere alcune mansioni. Da qui il conflitto dei «subordinati» rispetto proprio a quell'esercizio del potere. Ma se questa griglia analitica risente delle tesi weberiana sull'agire strumentale e sulla crescente burocratizzazione della vita sociale, ben diversa è la concezione delle classi che lo studioso tedesco elabora in una polemica a distanza con l'analisi marxiana delle classi sociali. È noto che per Marx le classi sono il risultato di determinati rapporti sociali di produzione, mentre per Dahrendorf invece le classi sono fatte discendere proprio dai rapporti di potere esistenti nella società. Così gli operai diventano classe operaia perché subordinati alla gerarchia di fabbrica, la quale definisce altri figure sociali che possono essere considerate appartenenti a una classe piuttosto che a un altra. Ed è così per l'insieme della società. I conflitti tra le classi sono dunque espressione dei rapporti di potere esistenti e del tentativo di modificarli a proprio vantaggio.
Travolto dal Sessantotto
Aspre e radicali furono le critiche che i marxisti riservarono a Dahrendorf, ritenendolo un teorico della stratificazione sociale che individuava nelle norme definite dall'amministrazione e dal sistema politico lo strumento per regolare i rapporti di potere, lo status e i livelli di redditi attraverso l'esercizio dell'autorità. L'esaltazione della democrazia liberale e la stigmatizzazione di qualsiasi proposta di una trasformazione radicale dei rapporti sociali lo portarono ad aderire al «Freie Demokratische Partei», il partito liberale della Repubblica federale tedesca, candidandosi alle elezioni. E fece scalpore a quel tempo il confronto serrato tra Dahrendorf e uno dei leader del Sessantotto tedesco Rudi Dutschke, che lo accusò di essere un paladino della società autoritaria e al dominio di classe esercitato dal capitale. Accuse che il sociologo tedesco rifiutò, ma che lo portarono a preferire l'Inghilterra alla «sua» Germania.
Questo è stato il libro più significativo di Dahrendorf dal punto di vista teorico. Il resto della sua produzione editoriale è da considerare una brillante variazione attorno al grumo tematico lì sviluppato. Ben diversa è stata invece le traiettorie impresse alla carriera politica e accademica.
Dahrendorf si trasferisce infatti in Inghilterra e diventa docente alla London School of Economics, diventando anche direttore per poi assumere la carica di amministratore delegato di Oxford. Dopo l'esperienza di deputato liberale al parlamento della Repubblica federale tedesca, è invece chiamato a partecipare a una delle prime commissioni europee per definire le tappe dell'unificazione economica e politica del vecchio continente. Per lo studioso tedesco, il cosiddetto modello renano doveva diventare il modello sociale europeo, anche se questo non gli ha impedito in anni recenti di esprimere dubbi e «scetticismo» su come si stava strutturando l'Unione europea, senza prendere le distanze da un cosmopolitismo old style, molto apprezzato in Inghilterra, una seconda patria che lo premiò con il titolo di lord.
Il crollo del Muro di Berlino, le tante «rivoluzioni di velluto» nell'est europeo, la crisi fiscale del welfare state mandano però in frantumi molte delle sue analisi sulla modernità. E così il vecchio studioso, che aveva lavorato per importare un po' di socialismo in campo liberale, si ritrovò a polemizzare con quanti, in nome della società aperta e del libero mercato, si definivano liberali, puntando a demolire il suo modello ideale di società liberale. Negli Erasmiani, un libro che può essere considerato una specie di testamento teorico, Dahrendorf propone una figura di intellettuale che interviene nell'arena pubblica per orientare le scelte, senza però mai rinunciare alla ricerca della verità. Con coraggio, ma senza mai rompere le compatibilità di fondo della società capitalistica. Un riformismo debole, il suo, e destinato a essere sommerso dalla marea di un dilagante populismo che ambisce a prendere il posto di potere occupato dai suoi avversari dell'ultima ora, quei neoliberisti che avevano già fatto carta straccia del suo timido liberalsocialismo.
L’articolo ci è stato segnalato e tradotto da Dario Predonzan
Il successo dei Verdi, in Francia, alle elezioni europee non dev’essere né sopravvalutato, né sottovalutato. Non dev’essere sopravvalutato, perché deriva in parte dalle carenze del Partito socialista, dalla scarsa credibilità del MoDem e delle piccole formazioni di sinistra. Non dev’essere sottovalutato perché testimonia anche il progresso politico della coscienza ecologica nel nostro Paese.
Quella che però resta insufficiente è la coscienza del rapporto tra ecologia e politica. Certo, molto giustamente, Daniel Cohn-Bendit parla in nome di un’ecologia politica. Ma non basta introdurre la politica nell’ecologia; bisogna anche introdurre l’ecologia nella politica. Infatti, i problemi della giustizia, dello Stato, della disuguaglianza, delle relazioni sociali, sfuggono all’ecologia. Una politica che non inglobasse l’ecologia sarebbe mutilata, ma una politica che si riducesse all’ecologia sarebbe ugualmente mutilata.
L’ecologia ha il merito di portarci a modificare il nostro pensiero e le nostre azioni rispetto alla natura. Certo, questa modificazione è lungi dall’essere compiuta. Alla visione di un universo di oggetti che l’uomo è destinato a manipolare ed asservire non si è ancora davvero sostituita la visione di una natura viva di cui bisogna rispettare le regole e le diversità.
Alla visione di un uomo “sopra-naturale” non si è ancora sostituita la visione della nostra interdipendenza complessa con il mondo vivente, la morte del quale significherebbe la nostra morte.
L’ecologia politica ha in più il merito di condurci a modificare il nostro pensiero e le nostre azioni sulla società e su noi stessi.
Infatti, ogni politica ecologica ha due facce, una rivolta verso la natura, l’altra verso la società. Così, la politica che punta a sostituire le fonti energetiche fossili inquinanti con fonti energetiche pulite è nel contempo un aspetto di una politica della salute, dell’igiene, della qualità della vita. La politica del risparmio energetico è nel contempo una politica che evita gli sprechi e che lotta contro le intossicazioni consumistiche delle classi medie.
La politica che fa indietreggiare l’agricoltura e l’allevamento industrializzati, disinquinando in questo modo le falde freatiche, disintossicando l’alimentazione animale corrotta da ormoni e antibiotici, l’alimentazione vegetale impregnata di pesticidi ed erbicidi, sarebbe nel contempo una politica dell’igiene e della salute pubblica, della qualità degli alimenti e della qualità della vita. La politica che punta a disinquinare le città, avvolgendole con una cintura di parcheggi, sviluppando i trasporti pubblici elettrici, pedonalizzando i centri storici, contribuirebbe fortemente ad una riumanizzazione delle città, la quale comporterebbe inoltre la reintroduzione della promiscuità sociale sopprimendo i ghetti sociali, compresi quelli di lusso per privilegiati.
In effetti, c’è già nella seconda faccia dell’ecologia politica una parte economica e sociale (di cui fanno parte le grandi opere necessarie allo sviluppo di un’economia verde, compresa la costruzione di parcheggi attorno alle città). C’è anche qualcosa di più profondo, che non si trova ancora in nessun programma politico, cioè la necessità di cambiare le nostre vite, non soltanto nel senso della sobrietà, ma soprattutto nel senso della qualità e della poesia della vita.
Questa seconda faccia non è però ancora abbastanza sviluppata nell’ecologia politica. Innanzitutto, quest’ultima non ha ancora assimilato il secondo messaggio, di fatto complementare, formulato nella stessa epoca del messaggio ecologico, agli inizi degli anni ’70, quello di Ivan Illich. Questi aveva formulato una critica originale della nostra civiltà, mostrando come un malessere psichico accompagnasse il progresso del benessere materiale, come l’iperspecializzazione nell’educazione o nella medicina producesse dei nuovi accecamenti, come fosse necessario rigenerare le relazioni umane in quella che lui chiamava la convivialità. Mentre il messaggio ecologico penetrava lentamente nella coscienza politica, il messaggio di Illich ne restava escluso.
Il fatto è che il degrado del mondo esterno diventava sempre più visibile, mentre il degrado psichico sembrava appartenere alla sfera privata e restava invisibile alla coscienza politica. Il malessere psichico aveva ed ha a che fare con medicine, sonniferi, antidepressivi, psicoanalisi, psicoterapie, guru, ma non è percepito come un effetto della civiltà.
Il calcolo applicato ad ogni aspetto della vita umana occulta ciò che non può essere calcolato, cioè la sofferenza, la felicità, la gioia, l’amore, in breve ciò che è importante nella nostra vita e che sembra extra-sociale, puramente personale. Tutte le soluzioni proposte sono quantitative: crescita economica, crescita del PIL. Quando dunque la politica prenderà in considerazione l’immenso bisogno d’amore della specie umana sperduta nel cosmo?
Una politica che integri l’ecologia nell’insieme del problema umano affronterebbe i problemi posti dagli effetti negativi, sempre più importanti in confronto agli effetti positivi, degli sviluppi della nostra civiltà, tra cui il degrado delle solidarietà, il che ci farebbe capire che l’instaurazione di nuove solidarietà è un aspetto capitale di una politica di civiltà.
L’ecologia politica non dovrebbe isolarsi. Essa può e deve radicarsi nei principi delle politiche emancipatrici che hanno animato le ideologie repubblicana, socialista e poi comunista, e che hanno alimentato la coscienza civica del popolo di sinistra in Francia. In questo modo, l’ecologia politica potrebbe entrare in una grande politica rigenerata e contribuire a rigenerarla.
Una grande politica rigenerata s’impone, tanto più che il Partito socialista è incapace di uscire dalla sue crisi. Esso si rinchiude in un’alternativa sterile tra due rimedi antagonisti. Il primo è la “modernizzazione” (cioè l’allineamento alle soluzioni tecno-liberali), mentre la modernità è in crisi nel mondo. L’altro rimedio, lo spostamento a sinistra, è incapace di formulare un modello di società. Il sinistrismo oggi soffre di un rivoluzionarismo senza rivoluzione. Denuncia giustamente l’economia neoliberale e lo scatenamento del capitalismo, ma è incapace di enunciare un’alternativa. Il termine di “partito anticapitalista” tradisce questa carenza.
Se l’ecologia politica porta la sua verità e le sue insufficienze, i partiti di sinistra portano, ciascuno a modo suo, le loro verità, i loro errori e le loro carenze. Dovrebbero tutti decomporsi per ricomporsi in una forza politica rigenerata che potrebbe aprire delle strade. La strada economica sarebbe quella di un’economia plurale. La strada sociale sarebbe quella della diminuzione delle disuguaglianze, della sburocratizzazione delle organizzazioni pubbliche e private, dell’instaurazione delle solidarietà. La strada pedagogica sarebbe quella di una riforma cognitiva, che permettesse di collegare le conoscenze, più che mai spezzettate e disgiunte, al fine di trattare i problemi fondamentali e globali del nostro tempo.
La strada esistenziale sarebbe quella di una riforma della vita, in cui verrebbe alla coscienza ciò che è oscuramente sentito da ognuno, e cioè che l’amore e la comprensione sono i beni più preziosi per un essere umano e che l’importante è vivere poeticamente, cioè nell’illuminazione di sé, nella comunione e nel fervore.
E se è vero che il corso della nostra civiltà, diventata globale, conduce verso l’abisso e che dobbiamo cambiare strada, tutte queste strade nuove dovrebbero poter convergere per costituire una grande strada che conduca più che ad una rivoluzione ad una metamorfosi. Perché, quando un sistema non è capace di trattare i suoi problemi vitali, o si disintegra, o produce un metasistema più ricco, capace di trattarli: cioè si metamorfosa.
L’inseparabilità dell’idea del cammino riformatore da quella di una metamorfosi permetterebbe di conciliare l’aspirazione riformatrice e l’aspirazione rivoluzionaria. Essa permetterebbe la resurrezione della speranza senza la quale nessuna politica di salvezza è possibile.
Non siamo neppure all’inizio della rigenerazione politica. Ma l’ecologia politica potrebbe innescare e animare l’inizio di un inizio.
(traduzione di Dario Predonzan)
Questa fotografia è stata ripresa a Berlino qualche giorno fa. Il testo del manifesto è il seguente
“Fate attenzione! Chi vota Merkel vota Berlusconi.
Nel parlamento europeo la CDU della Merkel ed il partito populista di destra “Popolo delle libertà” di Berlusconi appartengono ad un’unica formazione, il Partito Popolare Europeo. Solo per pro-memoria: Berlusconi è il boss delle costruzioni e dei media che ancora una volta governa l’Italia calpestandone i diritti democratici”.
É un modo per gli italiani di contribuire alla campagna elettorale europea, tramite la Gioventù socialista tedesca.
A destra la fotografia del manifesto in corso di affissione
Nell'antica Mesopotamia fondare città era attività considerata divina. Sarà di questa specie la nuova città che potrebbe sorgere tra Dolo e Mirano, a cavallo delle province di Padova e Venezia, 560 mila metri quadri a poca distanza dal Passante di Mestre? Il nome circola già: Veneto City. Si innalzeranno torri di 150 metri accanto ad alberghi per mille posti letto, sale congressi, teatri, cinema, residenze. Motore finanziario saranno uffici regionali e centri direzionali. «Un sogno o un incubo?», si domanda Alberto Statera in Il termitaio. I signori degli appalti che governano l'Italia (Rizzoli, pagg. 197, euro 17, da oggi in libreria). Nel libro sfila la galleria dei nuovi e vecchi potenti oggi seduti su un'enorme catasta di cemento, da dove controllano i destini di un paese in cui la politica ha ceduto loro le armi. Quella politica che si riserva al massimo di regolare il traffico, ma senza troppa energia, e si ritrova d'accordo nell'assecondare interessi e appetiti, lasciando che il destino di città e territori sia governato dai più smaccati congegni speculativi.
In Veneto governa la destra di Giancarlo Galan e dei suoi alleati-rivali leghisti, ma sulla new town è d'accordo anche «un bel pezzo di sinistra», annota Statera. Che sintetizza in un elementare quesito il paradosso di un'iniziativa imposta dopo l'esaurirsi del radioso ciclo nordestino: «Tanti centri direzionali che cosa dirigeranno, a parte se stessi, in un deserto di iniziative imprenditoriali?».
Il reportage dal Veneto è esemplare del modo di fare inchiesta giornalistica proprio di Statera: documentazione ricchissima, raccolta ben al di là della cronaca superficiale, scrittura fluida e attraente. Ed è anche uno dei pezzi più gustosi fra quelli che Statera colleziona viaggiando dalla Milano dell'Expo alla Sardegna orfana di Renato Soru, dalla Roma governata dai Caltagirone e dai loro amici-nemici costruttori Toti, Mezzaroma, Scarpellini, fino al piccolo Molise in cui regna il clan di Michele Iorio, presidente della Regione del Pdl con sorella direttrice di distretto sanitario di Isernia, cognato primario e presidente dell'Ordine dei medici di Isernia, figlio medico chirurgo nell'ospedale di Isernia, cugino ex direttore del distretto sanitario di Isernia, moglie del cugino vicedirettrice sanitaria nel distretto sanitario di Isernia.
Dunque, il Veneto. A Vicenza - dove sta calando un villaggio per tremila soldati americani nell'area dell'aeroporto Dal Molin, un paio di chilometri dalla Basilica palladiana, unico spazio verde fino a Schio e Thiene - il sistema degli appalti è controllato da Amalia Sartori, ex socialista, ora Pdl, sconfitta dal democratico Achille Variati nella corsa a sindaco (Variati è un ex dc, fermamente contrario all'operazione Dal Molin). La Sartori è considerata, scrive Statera, «la mente del governatore Giancarlo Galan». Ed è il fulcro intorno al quale, durante la precedente giunta comunale di centrodestra, ruotavano costruttori, studi di progettazione e Irene Gemmo, presidente di Veneto Sviluppo, una finanziaria di proprietà della Regione, e socia di un'azienda che ha vinto l'appalto per l'ampliamento della Fiera di Vicenza, di cui sempre la Gemmo è socia sia con la sua società che con Veneto Sviluppo. «L'appalto l'ha vinto con il massimo ribasso?», si chiede Statera. No, con il massimo rialzo, perché a Vicenza, dove si progettano tangenziali e circonvallazioni per servire la base americana, il sistema è congegnato affinché si possa prevalere con il prezzo meno vantaggioso per l'ente pubblico. E come mai? Perché si inserisce nel bando «un punteggio altissimo per la valutazione estetica del progetto».
Il viaggio di Statera fra le termiti, insetti divoratori di danaro pubblico e di suolo, avviene seguendo «una trama fatta di malaffare trasversale, nella quale quel che resta dei partiti è ridotto a sponda degli affari e di consorterie per le quali i tradizionali concetti di destra e sinistra sono ormai un residuo giurassico». Teorico di questa società a suo modo post-ideologica è Alfredo Romeo, detto la Volpe, che saltella come gestore immobiliare fra Napoli, Milano e Roma, Genova e Pescara, e per il quale la magistratura napoletana ha chiesto l'altro ieri dieci anni di reclusione. Romeo non fabbrica solo servizi che vende ai Comuni, fabbrica anche carriere politiche: è lui che può trasformare un consigliere comunale in deputato e un deputato in sottosegretario.
Romeo è sbarcato anche a Firenze, dove una schiera di amministratori del Pd è inciampata nelle seducenti spire di Salvatore Ligresti, uno che sapeva bene come trattare con la politica quando ancora Romeo si pagava gli studi facendo il cameriere ed era iscritto al Pci. La Fondiaria-Sai è proprietaria dei 180 ettari della piana di Castello che, come a Vicenza il Dal Molin, è l'ultimo lembo di verde che interrompe la continuità cementizia verso nord-ovest. Ed è qui che dovrebbero sorgere edifici destinati a residenze e a uffici pubblici per un milione di metri cubi, risparmiando un'area da convertire a parco, che per molti era la foglia di fico che copriva l'inondazione di cubature. Ma anche il parco stava saltando, sacrificato per lo stadio di calcio voluto dai fratelli Della Valle. Su tutto questo indaga la Procura.
L'economia, dunque, non è più succube della politica, ricorda Statera, e si diletta nel saccheggio del territorio, risorsa non riproducibile. Le ultime pagine del libro Statera le dedica alla madre di tutte le inchieste giornalistiche su affari, politica e devastazione del suolo. Gennaio 1956: sull'Espresso diretto da Arrigo Benedetti esce il primo degli articoli di Manlio Cancogni sulla speculazione edilizia a Roma. Si intitola Capitale corrotta = nazione infetta. Da allora poco è cambiato, annota Statera. Ma, parafrasando Cancogni, il titolo giusto per il termitaio di oggi potrebbe essere Provincia corrotta = nazione infetta.
Il 15 gennaio 2005, preceduta da una campagna di stampa sul durata sei mesi, alla quale parteciparono le personalità più rilevanti della sinistra italiana, politici e intellettuali, si riunisce alla Fiera di Roma una grande Assemblea nazionale.Un'assemblea, affollatissima ed entusiastica, che darà vita a quella che qualche giorno più tardi si definirà, - modestamente e ambiziosamente insieme - «Camera di consultazione della sinistra».
Compiti espliciti e teorizzati del neonato organismo sono: a) la riformulazione di un organico programma della sinistra radicale italiana, quale non era ancora uscito dalla fase convulsa post-1989; b) l'intenzione di mettere a confronto continuo ed organico società politica e società civile, politici e intellettuali, partiti e associazionismo, secondo una modalità, da tutti a parole auspicata, di «democrazia partecipativa»; c) l'avvio di un processo di fusione delle forze organizzate della sinistra radicale, allora molto più consistenti di oggi (nel titolo redazionale del mio articolo del 14 luglio 2004, con cui il manifesto dette inizio alla campagna suddetta, vi si accennava in forma interrogativa ma chiara: «Che fare di quel 15%?»). Aderirono in maniera attiva, oltre a molte associazioni politiche e culturali di base (mi piace ricordare con particolare rilievo il fiorentino «Laboratorio per la democrazia»), Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, una componente significativa dei Verdi (Paolo Cento e altri). Vi svolsero un ruolo non irrilevante la Fiom e l'Arci. Vi partecipa attivamente Occhetto. Dà un contributo insostituibile Rossanda. Alle riunioni tematiche intervengono o collaborano Rodotà, Tronti, Ferrajoli, Dogliani, Magnaghi, Ginsborg, Serafini, Bolini, Lunghini, Gallino e altri.
Quando nell'aprile 2005 si tratta di fare un passaggio decisivo, - quello che consiste nel «mettere in comune» un certo numero di temi da discutere e di decisioni da prendere («dichiarazione d'intenti»), - nel corso di un'animata riunione presso la Casa delle culture di Roma, Fausto Bertinotti, improvvisamente e calorosamente, se ne chiama fuori. Una gentile signora, sua fedelissima, abbandonando la sala, mi passa accanto e affettuosamente mi sibila: «Bella come esperienza intellettuale ma la politica è un'altra cosa».
Mi rendo conto, naturalmente, che ognuno che abbia preso parte, attivamente e convintamente, ad una qualche esperienza, sia spinto ad attribuirle un'importanza eccessiva. Mi pare però che, obiettivamente, sia legittimo, a partire da questa, anche personale, disfatta, porre almeno due domande: 1) Quale altro serio tentativo di perseguire l'«unità della sinistra» è stato fatto successivamente? (spero che a nessuno venga in mente di tirar fuori l'aborto elettoralistico dell'Arcobaleno, che è esattamente il contrario di quel che io pensavo si dovesse fare); 2) è mai possibile che ci si ripropongano di volta in volta gli stessi problemi e non ci si chieda mai quale esperienza ne abbiamo già fatto, positivamente o negativamente, nel (talvolta immediato) passato? (sicché non si sa mai bene di chi e di cosa si parla).
La scelta bertinottiana, giusta o sbagliata che fosse (a me pare, naturalmente, che fosse drammaticamente sbagliata), consisteva nello scegliere senza esitazioni le «ragioni del Partito», del «suo» Partito, ovviamente, che, in base al sacro principio dell'autoreferenzialità del ceto politico italiano (di qualsiasi colore esso sia), coincidevano con quelle sue personali. I risultati delle elezioni del 2006, cui egli guardava, sembrarono perfino dargli ragione. Ma su di un periodo appena un po' più lungo, sono risultate catastrofiche.
Cercherò di dire ora, a scanso di equivoci, perché lo schema logico-politico della «Camera di consultazione», così nostalgicamente richiamato nelle righe precedenti, non sia più oggi riproponibile. Quello, in realtà, era un semplicissimo schema binario: bisognava costruire una sinistra radicale unitaria da affiancare in maniera tutt'altro che subalterna ad una sinistra moderata altrettanto unitaria, allo scopo di governare decentemente il paese, arginando la possente ondata berlusconiana.
Oggi le cose rispetto ad allora si sono estremamente complicate, da una parte come dall'altra (ha ragione Parlato a farlo rilevare). Lo schema binario non regge più, se non nei termini assolutamente generali della coppia «progresso-reazione» (sulla quale tuttavia tornerò più tardi). Le ragioni mi sembran queste: 1)fra le due componenti più consistenti (si fa per dire) della sinistra radicale le divergenze sono strategiche, e dunque incomponibili; 2)le forze che hanno dato vita alla lista «Sinistra e libertà» promettevano all'origine di rappresentare una seria alternativa riformista al, presunto, riformismo della cosiddetta sinistra moderata; da come stanno andando le cose, rischiano di fungere solo, al centro come, soprattutto, in periferia, da gambetta di sinistra del Pd; 3)il Pd non è, come dichiarava di voler essere, il partito della sinistra moderata, o di un centro-sinistra moderato o di un moderato riformismo: è invece un qualcosa che rischia sempre più di sparire come tale per la sua organica incapacità di darsi una fisionomia e un'identità, quali che siano; contemporaneamente, non è più neanche in grado di egemonizzare la sinistra (?) moderata (crescita del dipietrismo); 4)l'autoreferenzialità del ceto politico della sinistra - tutto - è cresciuto in misura feroce in ragione diretta della lotta che esso conduce per la propria sopravvivenza.
Contestualmente, il caso italiano, da «anomalo» qual era, rischia di diventare, come è accaduto altre volte nella storia, «esemplare» a livello europeo. La deriva di destra del Vecchio Continente, che rappresenta la sua patetica ma dura e inquietante risposta ai rischi e alle incertezze, contemporaneamente, della globalizzazione e della crisi (in controtendenza, e questo ne costituisce un ulteriore motivo di debolezza, con le scelte americane), dovrebbe costituire attualmente il vero tema di riflessione per la costruzione di una «nuova sinistra» in Italia e in Europa. Anzi, più esattamente: cosa s'intende per «programma di sinistra» oggi in Italia e in Europa? Come si organizza e «si rappresenta», al di là di ogni ulteriore qualificazione, una «forza di sinistra» oggi in Italia e in Europa?
La domanda è così radicale (e io desidero consapevolmente che lo sia) da riguardare nella stessa misura, anche se con modalità diverse, forze di sinistra moderate e forze di sinistra radicali: i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi e spagnoli, i laburisti inglesi, i democratici (?) italiani; e la Link in Germania, i verdi in Francia, i «comunisti» e tutti gli altri in Italia. Insomma, nel suo insieme, il «blocco» politico e sociale di forze cui è affidata in Europa la possibile alternativa (qui torna alla fine, naturalmente molto semplificato per ovvii motivi, lo schema binario, che però, lo ribadisco, in questa parte del mondo è ineludibile).
È chiaro che s'apre in questo modo un orizzonte sconfinato di problematiche e di riflessioni, frutto, oltre che della complessità dei problemi, anche dell'immenso e disastroso ritardo con cui vengono affrontati (ammesso che, ora, lo siano). Io penso seriamente che i milioni di astenuti a sinistra si astengano esattamente perché non hanno una risposta a queste domande. C'è un'alternativa già oggi operante, che sostituisca alla lenta e seria fusione una qualche miracolosa formula alchemica? Fatemela vedere, e cambierò opinione.
Le polemiche sulla visita di Gheddafi hanno fatto perdere di vista il significato della foto che portava sul petto, quella di Omar al Mukhtar catturato nel 1931 dai militari italiani. Una finestra sulla nostra storia, che il Partito democratico e l'Italia dei Valori si sono precipitati a chiudere. Forse perché ancora di scottante attualità.
Agli inizi del Novecento l'Italia di Giolitti decise di occupare la Libia, parte dell'impero ottomano che si stava sgretolando. Dietro vi erano gli interessi della finanza, soprattutto quella vaticana già penetrata in Libia attraverso il Banco di Roma, e dei grossi industriali, che volevano una guerra perché aumentasse la spesa militare. Precedute da un bombardamento navale, le truppe italiane sbarcarono a Tripoli il 5 ottobre 1911. L'occupazione fu accompagnata da una forte propaganda. Mentre nei café-chantant si cantava «Tripoli, bel suol d'amore», sui giornali cattolici si scriveva «il nostro diritto su questa colonia è stato affermato col cannone» e nella chiesa pisana dei Cavalieri, addobbata di bandiere strappate ai turchi nel Cinquecento, il cardinale Pietro Maffi benediceva i fanti italiani in partenza per la Libia, esortandoli a «incrociare le baionette con le scimitarre» per portare nella chiesa «altre bandiere sorelle e redimere così l'Italia, la terra nostra, di novelle glorie».
L'invasione della Cirenaica e della Tripolitania, con un corpo di spedizione di oltre 100mila uomini al comando di 24 generali, suscitò l'immediata resistenza della popolazione. La repressione fu spietata: furono fucilati o impiccati circa 4.500 arabi, tra cui donne e ragazzi. Molti altri furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la lunga storia della resistenza libica, che sfidò la sempre più dura repressione soprattutto nel periodo fascista. Nel 1930, per ordine di Mussolini e dei generali Badoglio e Graziani, vennero deportati dall'altopiano cirenaico 100mila abitanti, poi rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Qualsiasi tentativo di fuga veniva punito con la morte. Per ordine di Mussolini e di Italo Balbo, l'aeronautica impiegò anche bombe all'iprite, proibite dal Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l'aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova per armi e tecniche di guerra più micidiali.
I partigiani libici, guidati da Omar al Mukhtar, si batterono fino all'ultimo. Nel 1931, per tagliare loro i rifornimenti fu fatto costruire da Graziani, sul confine tra Cirenaica ed Egitto, un reticolato di filo spinato lungo 270 chilometri e largo alcuni metri. Individuato da un aereo, Omar al Mukhtar venne ferito e catturato. Fu impiccato il 16 settembre 1931, all'età di 73 anni, nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a ventimila internati costretti ad assistere all'esecuzione, per «il reato più grave, quello di aver preso le armi per staccare questa Colonia dalla Madre Patria».
Sul petto di Muhammar l’immagine del leader della resistenza anti-italiana, al fianco suo figlio «Il leone del deserto» fu vietato perché «danneggia l’onore dell’esercito». Questa sera è su Sky
Quella foto in bianco e nero appuntata sul petto ha attirato subito le attenzioni di tutti i presenti sulla pista di Ciampino. Ma quel vezzo un po' pacchiano, in realtà, è l’ultima provocazione del dittatore libico. Perché ritratto in quella foto, in ginocchio e incatenato fra i soldati italiani, c’è Omar Al Muktar. «Il leone del deserto» che fra il 1923 e il 1931 guidò la resistenza libica contro l’esercito colonialista del Duce. Considerato uno dei “padri della patria libica”, Omar Al Muktar, dopo anni di guerriglia contro gli uomini del generale Rodolfo Graziani, venne catturato e su ordine di Mussolini fu impiccato il 16 settembre del 1931 dopo un processo sommario nel palazzo littorio di Bengasi. E così, nel giorno dell’accoglienza in pompa magna, Muammar Gheddafi ha sbattuto in faccia all’Italia il suo passato colonialista portando con sè nella delegazione ufficiale anche Mohamed Omar Al Muktar, il figlio dello “shaykh dei martiri” della tribù dei Minifa. Ormai ottantenne l’uomo ieri ha sceso lentamente i gradini della scaletta mettendo piede in quel paese con cui, come disse ad Al Jazira in occasione della visita in Libia di Berlusconi, non avrebbe mai avuto a che fare perché «odia il popolo libico e odia Omar Al Mukhtar».
Ma la vendetta morale per la morte del leader anticolonialista, evidentemente, deve essere una questione di principio per Gheddafi. Che infatti nel 1981 impegnò ben 35 milioni di dollari per la realizzazione del film “Il leone del deserto” affidato al regista Moustapha Akkad. Nel cast anche Anthony Quinn (interpretava l’eroe libico), Rod Steiger (nei panni del Duce), Raf Vallone e Gastone Moschin. La pellicola uscì in tutto il mondo nel 1982, tranne che in Italia dove fu censurato dal governo dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti in quanto «danneggia l’onore dell’esercito». Ad imporre il veto sulla distribuzione del film fu l’allora sottosegretario agli Esteri (fino a domenica scorsa presidente della Provincia di Cuneo per il Pdl) Raffaele Costa. ma il film, che finì persino sotto processo per vilipendio alle forze armate, in Italia circolò clandestinamente per anni. Nel 1987 alcuni pacifisti organizzarono una proiezione a Trento, ma furono bloccati e denunciati dalla Digos. L’anno successivo la pellicola venne mostrata per la prima e unica volta in Italia nel corso del festival Riminicinema.
E la situazione di clandestinità de “Il Leone del deserto” non è mai cambiata: tanto che nel 2003 il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani rispondendo a un’interrogazione parlamentare in cui si intendeva promuovere la revoca della censura, dichiarò: «Nel caso del film in questione, si segnala che lo stesso non è corredato del prescritto nulla osta ai fini della sua circolazione interna ed internazionale, in quanto i soggetti interessati non hanno mai presentato la relativa istanza». Nonostante questo, però, il film questa sera sarà proiettato alle 21 sul canale SkyCinema Classic. Moustapha Akkad, però, non potrà rallegrarsene: un attacco kamikaze di Al Qaeda, infatti, l’ha ucciso assieme a sua figlia nel novembre 2005 di fronte all’Hotel Grand Hyatt di Amman.
Perchè quell’immagine
«La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia». Così Gheddafi ha risposto a chi gli chiedeva perché quella foto appuntata sul petto al suo arrivo a Roma. «La foto è quella dell'esecuzione, l'impiccagione di Omar Mukhtar, mentre ufficiali fascisti che assistevano ridevano e lo deridevano, nel sud di Bengasi dopo avergli fatto un processo farsa che lo ha condannato come un semplice ribelle».
Gheddafi ha ricordato che anche molti «italiani sono stati impiccati da quello stesso governo di allora che poi è finito con l'impiccagione, ma a piedi in giù, di Mussolini». Ha ripetuto che quell'esecuzione è stata una «tragedia» per il popolo libico. «È come l'uccisione di Gesù Cristo per i cristiani: per noi quell'immagine è come la croce che alcuni di voi portano», ha detto il leader libico sottolineando che è il «simbolo di una tragedia».
Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna. In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.
Genova 31 maggio 2009, Paolo Farinella, prete
Don Paolo Farinella è lareato in Teologia Biblica e Scienze Bibliche e Archeologiche. Ha studiato lingue orientali all’Università di Gerusalemme: ebraico, aramaico, greco. I suoi ultimi libri: Bibbia, parole, segreti, misteri e Ritorno all’antica Messa, editore Gabrielli.
La lettera è stata pubblicata anche sul sito Arcoiris
La scena si colloca tra la più grande stagione di lotta operaia - l'autunno caldo del '69 - e la strage di stato - le bombe di piazza Fontana. Sullo schermo l'avvocato Agnelli di bianco vestito che esce dalla stanza del ministro del lavoro Donat Cattin, dopo aver preso atto che quella volta, per la prima volta, aveva perso la partita. Sotto c'era una didascalia che in pochi hanno potuto leggere: «Sarò l'uomo più elegante del mondo ma questa volta me l'hanno messa in quel posto». Racconta Ugo Gregoretti, il regista della più straordinaria testimonianza sull'autunno caldo, «Contratto»: quando Bruno Trentin, leader della Fiom e punto di riferimento di quella «classe lavoratrice», la vide, ne pretese la cancellazione.
Era un uomo fermo, colto, intransigente con sé e la sua parte, radicale nei contenuti e attento alle forme di lotta, rispettoso degli avversari a cui non faceva sconti. Attento al linguaggio, estraneo agli estremismi («parolai») ma non ai messaggi politici e alla domanda di cambiamento che quegli estremismi mandavano al sindacato e alla politica. Ci fu una stagione in cui parte del sindacato, quella di Trentin, seppe comprendere i messaggi che la politica - lo stesso Pci - non capì, o rimosse insieme a un'inedita esperienza di partecipazione di massa e a un sogno collettivo.
Trentin era un vero sindacalista e, per questo, un politico di qualità. Si interessava di tutto, parlava a tutti. Il bellissimo film di Franco Girardi «Con la furia di un ragazzo», presentato alla Casa del Cinema di Roma, ci racconta attraverso la voce e gli sguardi di Trentin il «terribile Novecento». Storie conosciute, la guerra civile spagnola o la Resistenza, chiedono una chiave di lettura che nelle parole dell'anziano sindacalista assumono il volto, l'impegno, le speranze, i progetti di uomini e donne che raccontano l'antieroismo, che è poi, in alcuni passaggi storici particolari, un eroismo di massa. Uomini e donne che hanno attraversato gli anni duri, i Cinquanta, e guidati da dirigenti politici e sindacali di cui il nostro tempo ha perduto l'eredità, hanno costruito con passione e disciplina una nuova storia. Il biennio '68-'69 non nasce dal nulla, è costruito nel passaggio dalla resistenza al protagonismo dei lavoratori; prima del contratto subìto da Agnelli nel '69 c'è quello, sempre dei meccanici, del '63. Perciò il '68 studentesco e il '69 operaio sono una rottura, ma costruita con una fatica, un coraggio, che segnano il passaggio dalle lotte d'avanguardia alle lotte di massa.
Trentin racconta la nascita di una democrazia diretta nei luoghi di lavoro con l'invenzione dei delegati di reparto. Racconta anche la sconfitta dell'80 alla Fiat subita sul campo, figlia della perdita di consenso in fabbrica. Non è la lotta a oltranza la chiave di volta, spesso nasconde difficoltà concrete. E' con la lotta articolata - la guerriglia e non la guerra aperta, si potrebbe dire - e con le assemblee, la democrazia, che si costruiscono egemonia e vittorie. Avendo al fianco la cultura e la scienza, Maccacaro e le 150 ore.
Con Trentin è venuta meno una voce importante, ma la storia da lui raccontata nel film di Franco Girardi era già stata archiviata, frettolosamente. Dev'essere dura, per chi oggi fa il sindacalista, raffrontare il suo lavoro e la sua passione con quella di Trentin, e il contesto di oggi con quello che milioni di persone avevano tentato di costruire.
Il 29 giugno del 1989 moriva Mario Melloni, il nostro Fortebraccio. Pubblichiamo una serie di suoi corsivi usciti su «l’Unità» e mai riediti in libri o raccolte.
La trovata
Quando il senatore Fanfani parla, e specialmente quando si rivolge ai giornalisti, non riuscite mai a capire se stia dettando un compito ai bambini della terza elementare o se reciti le parole di una epigrafe dedicata ai posteri. Lento e fatale, sono singolarmente suggestive le sue pause turgide di destino, durante le quali gli ascoltatori pensano intimiditi: «Adesso sta per dire eziandio», e si rallegrano in cuor loro per la sorte che li ha prescelti ad assistere a tanto evento, col solo rammarico di non avere portato le famiglie, cui sarà stata così sottratta una occasione forse unica, di entrare nella storia.
Certo, questo è un modo, forse non inabile, per fare apparire gravi le cose futili, e meditate quelle frivole, come la trovata di fare entrare in un eventuale governo a quattro i segretari dei partiti del centro sinistra in persona, a garanzia che le giunte verranno formate conformi al centro.
Si tratta di una pensata puerile, e in fondo, francamente irriguardosa, perché fondata sul presupposto che i cittadini dei comuni, delle province e delle regioni trascurino e addirittura rifiutino la spinta che muove dai loro interessi ideali e concreti per la ragione, figuratevi, che il segretario del loro partito è diventato ministro. «Noi vorremmo - pensa il senatore Fanfani che dicano i socialisti del comune X o della regione Y - costituire qui una amministrazione di sinistra. Sarebbe necessaria, utile, urgente, popolare, sentita. Ma abbiamo De Martino al governo: possiamo dare un dispiacere a Sua Eccellenza?».
A questi espedienti da minorati, sono ormai ridotti gli uomini del centro sinistra, avendo, manco a dirlo, un «Corriere della Sera» alle spalle che li approva. Ieri infatti Alberto Sensini, conte del Verano, lodava sul giornale lombardo, con mesto entusiasmo, la pensata fanfaniana, che è anche capace di avere successo. In questo caso sentireste Fanfani come lo annuncerebbe. Forse, avvicinandosi al microfono, lascerebbe capire che, modestamente, quaranta secoli lo guardano. Questo è vero: lo guardano e ridono.
Da «l’Unità» del 19 marzo 1970
Da qualche tempo si vanno moltiplicando le dichiarazioni di autorità, operatori economici ed esperti secondo le quali il peggio della crisi sarebbe passato. Se non la luce, in fondo al tunnel si scorge un fioco chiarore. Imprenditori e consumatori appaiono un po´ meno pessimisti riguardo al futuro. Il commercio mondiale pare stia risalendo. Da tutto ciò i dichiaranti deducono che si sta avvicinando la ripresa, il ritorno alla normalità della crescita per il nostro paese e per il mondo.
Il rischio che i neo-ottimisti non vedono, o hanno deciso di non vedere, è che il peggior lascito della crisi sarebbe precisamente un ritorno alla normalità. La crisi esplosa nel 2008 non è stato un incidente di percorso dell´economia mondiale. È stata piuttosto un´espressione di quello che per una trentina d´anni è stato giudicato e lodato come il suo normale funzionamento. Era normale per il sistema bancario mettere in circolazione quasi 700 trilioni di dollari di derivati al di fuori delle borse, sì da renderli non rintracciabili dalle autorità di sorveglianza. Le quali, da parte loro, trovavano affatto normale fingere di non vederli. Ma era comunque bene non fare nulla, giacché i mercati finanziari normalmente si auto-regolano, facendo affluire i capitali là dove sono meglio utilizzati per produrre occupazione e ricchezza. Dove si capisce perché nel bene o nel male, come diceva Keynes nelle due ultime righe della Teoria generale, le idee siano più pericolose degli interessi costituiti.
In base alla idea dominante di normalità, era giudicato ugualmente naturale che l´industria manifatturiera dell´Occidente arrivasse a sviluppare un suo sistema finanziario capace di generare una quota di fatturato quasi pari alla produzione di beni materiali; insuperati, in questo, i costruttori di automobili statunitensi, appropriatamente definiti da una ex manager dell´alta finanza (Nomi Prins) «banche che vendevano automobili». E in complesso non era forse considerato l´essenza della normalità un sistema economico che spende trilioni di dollari l´anno in pubblicità e marketing per convincere un miliardo e mezzo di persone a consumare beni in gran parte superflui? Intanto che, si noti, non trova i quattro o cinquecento miliardi annui che basterebbero per dimezzare la quota di coloro che sopravvivono con un dollaro al giorno (1,4 miliardi, secondo le ultime stime della Banca Mondiale), o non dispongono di servizi igienici (2,6 miliardi), o soffrono la fame (1 miliardo, ma in aumento), ovvero abitano in slums (oltre 1 miliardo); o, ancora, il numero dei bimbi che muoiono prima di compiere cinque anni a causa di un raffreddore o un mal di pancia (10 milioni l´anno, 25.000 al giorno).
Ove si consideri che tutto ciò rappresentava la normalità pre-crisi, va aggiunto che sia l´attesa passiva che essa prima o poi si ristabilisca da sola, sia l´intento di accelerare attivamente il ritorno ad essa, aprirebbero la porta a scenari assai peggiori di quelli attuali. Anzitutto si porrebbero le premesse per il verificarsi di un´altra crisi dell´economia mondiale, più grave di quella in corso, entro pochi anni. Basterebbe ricordare che nel volgere di appena un decennio il sistema finanziario e quello ad esso intrecciato delle corporation finanziarizzate hanno fatto registrare ben quattro crisi di portata planetaria.
Ciascuna di queste crisi ha rischiato di affondare l´economia mondiale, con un livello di rischio crescente tra la precedente e la successiva. Ciascuna rifletteva la normalità del sistema in quel dato momento. Ora è vero che la memoria degli operatori economici è notoriamente corta, e altrettanto quella dei governi. Ma aspettarsi ancora una volta che la normalità ritorni, senza provvedere a interventi regolativi sull´insieme del sistema finanziario e industriale del mondo, significherebbe davvero credere che gli asini volano.
Un danno non minore che un ritorno al business as usual provocherebbe sarebbe che la insostenibilità da più punti di vista del sistema economico odierno (o modello di sviluppo che dir si voglia) avvicinerebbe il momento in cui essa comincerebbe a tradursi, più rapidamente di quanto già non faccia ora, in immani tragedie collettive. Avrà forse esagerato un po´, il principe Carlo d´Inghilterra, nell´indicare in soli 99 mesi il tempo per salvare il pianeta. Il fatto è che il rischio non viene solo dal cambiamento climatico. Per assicurare entro una o due generazioni una vita decente a qualche altro miliardo di persone non ci sarà acqua a sufficienza. Lo dicono i rapporti Onu sullo sviluppo umano. Non ci saranno prodotti alimentari a sufficienza, perché le superfici destinate ad usi agricoli si vanno riducendo a causa dell´erosione e salinizzazione dei suoli, dello sviluppo delle colture per la produzione di agrocarburanti, della distruzione di interi eco-sistemi. Per diffondere in tutto il mondo i consumi oggi normali dell´occidente non ci saranno nemmeno abbastanza metalli o carbone o petroli, né abbastanza mari, forse nemmeno abbastanza ossigeno.
Bisognerebbe dunque darsi da fare allo scopo non di ricostruire la normalità di ieri, bensì di sviluppare una idea diversa di sistema produttivo e finanziario normale. Per il momento bisogna ammettere che né l´Unione Europea né gli Stati Uniti sembrano muoversi con decisione in tale direzione, al di là delle generiche quanto inconsistenti dichiarazioni del G-20 e delle terribili quanto inette minacce rivolte ai paradisi fiscali o ai fondi speculativi. Visto che in campo economico e politico non sono molti quelli che si lasciano influenzare da nuove teorie dopo i venticinque o i trent´anni – è ancora un pensiero di Keynes – forse si dovrà mandare al potere i ventenni. A condizione di farli transitare in un sistema scolastico e universitario meno prono dell´attuale al consenso di Washington o di Bruxelles.
Penso che sarebbe opportuna una riflessione sul ruolo del ridicolo nella storia. Ridicolo: «Che suscita il riso, che induce a considerazioni derisorie e spregiative perché manca di ragionevolezza, di buon senso o di giudizio...; che espone al dileggio chi lo compie, lo mantiene o lo prova in quanto provocato da assurde convinzioni o privo di ragionevoli motivazioni...; sciocco, irragionevole, insensato, stolto» (Grande Dizionario della lingua italiana, detto il Battaglia, XVI).
Mi venivano in mente tutte queste considerazioni, e altre ancora, visionando mesi fa uno di quei bei documentari, ricchi di filmati d'epoca, che Nicola Caracciolo ha dedicato al Novecento italiano: e precisamente quel mazzetto di fotogrammi, destinato a durare una manciata di secondi, ma di straordinarie eloquenza (è il caso di dirlo), in cui Benito Mussolini, in fez, divisa e decorazioni, annunzia dal balcone di Palazzo Venezia a Roma la conquista dell'Impero: gli occhi spiritati, i pugni piantati sui fianchi, la mascella immarcescibile che, levata al cielo, ondeggia, tre o quattro volte avanti e indietro per asseverare alla folla, intensamente e persuasivamente, il pensiero appena espresso. Dio mio, ho pensato, come ha potuto questo osceno buffone, questo artistucolo da avanspettacolo, bandato con quelle volgari camuffature carnevalesche, sedurre per anni la grande maggioranza di una popolazione dal passato non del tutto inesperto e primitivo? Come, di fronte ad un tale spettacolo, la folla che gremiva la storica piazza, invece di acclamarlo forsennatamente, non lo ha liquidato all'istante con una colossale risata?
Altrettanto si potrebbe dire del suo più caro collega e amico, il forsennato tedesco Adolf Hitler: la cui oratoria alla nazione tedesca, dall'alto della tribuna notturna dello stadio di Norimberga, di fronte a migliaia di uomini schierati disciplinatamente nel quadrato «ordo» nazista (la «differenza tedesca»!), non può non imporci oggi la stessa domanda: come hanno potuto quell'isterico condizionamento, quella sorta di parossistica verve istrionica, quell'esibizione facciale-gestuale da saltimbanco, non suscitare la reazione che il ridicolo, - nelle sue molteplici forme di buffoneria, inverosimiglianza, dissennatezza - dovrebbe sempre suscitare? Ma su questo punto specifico - il ridicolo e la storia tedesca - tornerò più avanti.
Ora è inevitabile - me ne rendo conto - che il pensiero del lettore corra ai tempi nostri: i capelli finti, la bandana stretta, i tacchetti veri, le barzellette spinte, le corna dietro la testa di uno dei Primi Ministri più autorevoli d'Europa, le ossessioni sessuali, le storielle pruriginose, l'eloquio approssimativo e scarsamente italiano, l'interazione ossessiva della menzogna, il disprezzo urlato delle regole, le manie persecutorie, le battute alla vecchietta abruzzese terremotata: «vada, vada a nostre spese in uno degli alberghi della costa e si porti la crema solare!», l'esagerazione e l'irrealismo favolistico delle promesse, l'incultura esibita perfino nel modo di gestire e di vestirsi, il sorriso stereotipato e buffonesco, - insomma, tutto ciò che ci sta tutti i giorni sotto gli occhi dalla mattina alla sera, - compongono i tratti della figura più ridicola che la nostra contemporaneità abbia prodotto, il «ridicolo italiano» nella sua versione più alta e smaccata. Eppure non se ne ride: anzi, nel bene come nel male, la si prende fin troppo sul serio.
Se il quadro è questo, si pongono alcune domande e/o questioni. Innanzi tutto: esistono evidentemente tipi diversi di ridicolo nella storia: da quello grottesco, imperial-reboante, di tipo fascistico, a quello funereo, anzi tendente al macabro, del nazismo, a quello commercial-mediatico dei nostri tempi italiani, variante piccolo-borghese emergente e arrampicatrice della categoria esaminata. Ma tutti hanno, come vedremo, qualcosa in comune. Naturalmente, il ridicolo non si limita alla figura del Capo, da cui tuttavia promana. Si pensi al carnevalesco corteggio dei gerarchi nazisti: a Göring! a Hesse! Si pensi al suo (innegabilmente più guittesco) corrispettivo italiano; Starace Segretario del Pnf! Si pensi all'oggi: Gelmini Ministro della Pubblica Istruzione! La Russa Ministro della Difesa! Carfagna Ministro delle Pari Opportunità! Brunetta Ministro!
Il ridicolo del Capo, usato notte e giorno come fondamentale strumento di captazione del consenso, s'allarga a macchia d'olio, si collega con il ridicolo embrionalmente già presente nelle profondità della società circostante, contamina in qualche caso anche l'opposizione (vi risparmio gli esempi possibili, per non allungare troppo il discorso, ma vi assicuro che ne ho). Poniamo un limite storico-politico alla nostra esposizione: mi pare assolutamente innegabile che il tipo, intellettuale o politico, che potremmo definire democratico o liberal democratico, generalmente si sottrae alla categoria e alla pratica del ridicolo. Non è ridicolo Giovanni Giolitti. Non sono ridicoli Aldo Moro ed Enrico Berlinguer: ovvero lo sono lo stretto necessario che serve loro ed assicurarsi il favore della gente (dunque il ridicolo è connaturato all'esercizio stesso della politica, di qualsiasi politica? Bella domanda: bisognerà tornarci su). Se mai, per una prevalente da parte loro ricusazione dell'esibizionismo attoriale e delle pratiche camuffative, essi sono o appaiono grigi. E infatti di questo loro grigiore li si accusa come di una colpa ed un limite da parte di coloro che scelgono, come pratica politica e culturale, l'esibizionismo e la scena: basti pensare alle offese invereconde lanciate contro uomini come Giolitti e Nitti da un altro grande, grandissimo «ridicoloso» («degno di derisione», ibid) del Novecento italiano, Gabriele d'Annunzio.
La domanda principale di questo ragionamento dovrebbe dunque, se non erro, essere questa: come mai quello che ragionevolmente, e in condizioni normali, avrebbe suscitato soltanto il riso, in certi momenti della storia europea del Novecento (ma fondamentalmente, ahimè, tedesca e italiana), è divenuto una componente essenziale del successo politico di un individuo e della catastrofe culturale che ne è seguita? (e viceversa, beninteso: più esattamente, il processo si muove contemporaneamente in ambedue le direzioni). C'è chi ha già provato a definire le dinamiche di questa che, al limite, va considerata una vera e propria perversione storico-sociale, un morbo dei popoli: e, si parva licet, ci azzardiamo a chiamarlo direttamente in causa. Thomas Mann ha avuto presente ab origine il carattere ridicolo e grottesco dell'esperimento nazista: per lui Hitler, il Grande Dittatore, è in realtà «un oscuro cialtrone», «un infame ossesso», «un brigante», l'«astuto sfruttatore di una crisi mondiale», un «cane rabbioso alla catena», un «artiglio da isterico stretto a pugno», un «infernale vagabondo» (noto di sfuggita: nulla di simile è mai uscito dalla penna d'un grande intellettuale italiano del tempo, ciò non basta a marcare indelebilmente caratteri e vocazioni delle due culture).
Ci sarebbe da aggiungere qualcosa, - per restare al passato -, a proposito di quello che i grandi comici, da Petrolini a Chaplin, hanno detto sull'impura, degradata comicità dei miserabili buffoni che tentarono di fare loro concorrenza, ma lo rimanderemo alla prossima puntata.
Per spiegare come questo spropositato e sovreccitato «ridicoloso» abbia potuto sedurre un popolo dalla grande cultura come quello tedesco, Mann ricorre a due ordini di motivazioni, che possono tornare utili anche a noi. Da una parte, c'è la crisi della democrazia: la sua incapacità a risolvere i problemi di quella società in quella determinata fase storica.
È questa incapacità che apre la strada, a livello di massa, alla perdita di ogni senso del ridicolo (cioè, in altri termini: ad ogni ragionevole percezione dei valori). Dall'altra, c'è quella che io definirei la degenerazione di massa della stessa opzione e logica democratica, il rovesciamento delle normali pratiche di consenso, regolate della legge, in una sorta d'esplosione d'istinti neobarbarici, che non è più in grado di distinguere la luce della ragione (anche in questo caso, come si vede, il processo si muove contemporaneamente nelle due direzioni, dall'alto al basso e dal basso all'alto). Ascoltiamo le parole lucidissime di Mann: «L'immensa ondata di barbarie eccentrica e di volgarità primitiva, plebeamente democratica, prodotto d'impressioni violente, sconcertanti e insieme stimolanti dei nervi, inebrianti, da cui è sopraffatta l'umanità» (da Appel and die Vernunft: ossia «Appello alla ragione», un titolo che è già un programma, tenendo conto che lo scritto apparve nell'ottobre 1930, quando i tedeschi avrebbero ancora potuto tenerne conto, e non lo fecero). Dunque, parafrasando, se ci riesce, si potrebbe dire: il ridicolo come strumento di seduzione politica è il segno infallibile dell'abbandono della tradizione e del campo democratici e dell'apertura di una nuova e inquietante fascia di esperienze che, dittatura o democrazia autoritaria che sia, tendono in un modo o nell'altro a travalicarli; la perdita del senso del ridicolo a livello di massa è la prova più certa della degenerazione di un popolo in un coacervo d'individui staccati, inebriati dal fascino di un qualsiasi, - sostanzialmente replicante anche se formalmente mutante, - «infame ossesso». Intendiamoci: il ridicolo è un po' come la puzza: non tutti l'avvertono nel medesimo istante, qualcuno mai. Cioè: per definizione (definizione culturale e politica) essere in grado di avvertirlo, - vale a dire quel che solitamente definiamo senso del ridicolo, - è un fatto di per sé elitario: è difficile che le masse lo trovino per conto proprio. Però quando le masse lo hanno perso totalmente questo vuole dire che le élites sono state totalmente sconfitte, e questo apre la strada all'egemonia del «buffone»: insomma, è sempre lo stesso discorso, anzi, lo stesso processo, che però risulta declinabile in vari modi.
Per ridere dei loro impareggiabili «ridicolosi» d'un tempo, tedeschi e italiani hanno avuto bisogno d'una terribile guerra, nel corso della quale gli orpelli sono caduti uno ad uno, le divise carnevalesche si sono lacerate e il ghigno nascosto dietro la maschera si è rivelato in tutta la sua terribilità: non si poteva ancora tornare a riderne, - come è accaduto solo più tardi, del tutto a posteriori, quando, a dire la verità, non ce n'era neanche più bisogno, - per il buon motivo che non c'era più niente da ridere. Quale catastrofe dobbiamo aspettarci (e augurarci) perché gli italiani riescano a ridere del «ridicoloso» che oggi li governa?
Anticipiamo la prima parte dell´introduzione di al libro Ex Italia di Giampaolo Visetti (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 256, euro 17). Il volume contiene anche un testo di Michele Serra
on è facile raccontare l´Italia, anche se molti viaggiatori – più o meno illustri – l´hanno fatto in passato e in tempi più recenti. Non è facile perché è un «Paese di paesi», una collezione di contesti e di realtà locali di cui è sempre stato difficile trovare il denominatore comune. Anzi, in modo più insistente, negli ultimi due decenni, è cresciuta la tentazione – e sono aumentati i tentativi – di dichiarare, una volta per tutte, improduttiva la ricerca di un punto di riferimento unitario per il Paese. Affermando implicitamente (e talora esplicitamente) che l´Italia non esiste. È una espressione geografica priva di fondamento. E sarebbe, dunque, meglio accettarne e, anzi, accentuarne le divisioni. Anche se non è chiaro neppure quante Italie dovremmo ricavare da questo Paese accidentalmente unitario. E stabilmente provvisorio. Anche la Padania, di cui la Lega rivendica l´indipendenza, non è chiaro dove cominci e dove finisca. Sopra o sotto il Po? E poi, quali territori comprenderebbe? Anche il Piemonte o la Valle d´Aosta? L´Alto Adige e il Friuli? Non so se gli interessati (sudtirolesi, valdostani, piemontesi ecc.) ne sarebbero felici oltre che convinti. E non so se il Veneto, dove è sorta la prima Lega e dove la lega continua a ottenere i risultati migliori, sarebbe disposto davvero a recitar la parte della provincia di Milano.
Per cui è difficile ricavare una rappresentazione unica e unitaria dell´Italia. E anche coloro che la vorrebbero dividere scontano la stessa difficoltà. Creare nuove patrie senza che il medesimo problema si ripresenti in seguito, uguale a ora. Dove, cioè, le ragioni di identità comune risultino effettivamente condivise dalla popolazione. Evitando che emergano successivamente altre pretese di separazione, scissione, secessione. Per cui conviene, forse, rassegnarsi. E vedere in questo stesso aspetto – la pluralità, la differenza – non tanto un problema o un limite, ma, al contrario, un motivo unificante dell´Italia. Uno dei pochi, forse il principale. Come ebbe a sostenere anni fa l´allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L´Italia unita dalle diversità. Dove coabitano città, regioni, province tanto diverse e distinte eppure attratte da un legame di reciprocità.
D´altra parte, le ricerche confermano questa tendenza dei cittadini a definirsi «…e italiani». A concepire l´Italia come una patria di complemento. Un´appartenenza di secondo livello. Prima veneti, siciliani, romagnoli, abruzzesi. Prima ancora: vicentini, torinesi, baresi, fiorentini, napoletani, catanesi. E quindi, tutti italiani. «E» italiani, appunto. L´Italia, per questo, è sempre apparsa un «collage» piuttosto che un ritratto dai lineamenti e dai colori definiti. E piuttosto che un quadro: una cornice. Si tratta, peraltro, dell´unico modo e dell´unica soluzione possibile per tenere insieme tante identità e tante realtà locali – municipali, provinciali, regionali – così forti. Dotate di tradizioni storico-culturali e di caratteristiche socioeconomiche specifiche e diverse. Impossibile vincolarle a regole troppo forti e a condizioni troppo esigenti.
Questa stessa ragione – la molteplicità, il particolarismo – rende singolare l´esperienza narrativa del «viaggio». Un genere letterario largamente sperimentato, in Italia. E che ha prodotto opere talora nobili, in tempi passati e recenti. Eppure ogni volta appare originale. Perché restituisce l´impressione di attraversare non i mille volti diversi di un Paese, ma mille Paesi diversi. Soprattutto in questi anni, in quest´epoca di cambiamenti profondi, che hanno investito la società e quasi stravolto il territorio. Tanto più se, come ha fatto Giampaolo Visetti in questa collezione di inchieste, si va alla ricerca – quasi programmatica – delle tensioni più violente ed estreme che agitano i diversi punti del Paese. Anzi: i diversi paesi che coabitano sotto lo stesso tetto, nello stesso Paese. Il nostro. Non per deformare la rappresentazione della realtà, ma per delinearne gli scenari. Per cogliere i segni e i segnali del cambiamento, che corre veloce. Per immaginare meglio cosa possa diventare l´Italia nel futuro prossimo. Peraltro, è probabile che la sensibilità di Visetti sia, in parte, acuita dalla «distanza». Visetti, infatti, ha attraversato e visitato a lungo e a fondo molti luoghi esemplari del Paese – per mesi e mesi – dopo esserne stato lontano per anni. Inviato nei luoghi difficili del pianeta. In Russia, in Asia, in Africa. E ciò ne ha, sicuramente, condizionato lo sguardo. Per due ragioni. Anzitutto perché ha, ormai, assunto, per deformazione professionale, l´abitudine quasi automatica a cercare e a scrutare le tragedie. A cogliere i segni critici disseminati nella realtà. Per un altro verso, la distanza fisica ma anche temporale dal nostro (e suo) Paese ha reso più evidenti, ai suoi occhi, i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Nel paesaggio, nei modi di vita e nella cultura. Per questo il viaggio – ma forse è meglio parlare di «viaggi» – di Visetti attraverso i luoghi tipici e critici dell´Italia offre uno specchio fedele e attendibile di ciò che è capitato intorno a noi negli ultimi anni. Senza che riuscissimo ad accorgercene fino in fondo.
È capitato, anzitutto, che le vecchie contraddizioni del nostro sviluppo siano riemerse, più laceranti di prima. In particolare, la distanza fra Nord e Sud, tornata a essere una frattura quasi incolmabile. È capitato, inoltre, che accanto ai problemi antichi, e mai risolti, ne stiano affiorando di nuovi. Disseminati un po´ dappertutto. A causa di un ipersviluppo distorto, associato a una modernizzazione incompiuta.
Visetti ne offre una raffigurazione efficace e al tempo stesso inquietante perché sceglie i suoi luoghi – uno per regione – in modo da spiazzarci. Perché ne evidenzia aspetti inattesi (...).
Carla Ravaioli e Giorgio Ruffolo: un faccia a faccia a partire dalla crisi economica per ridefinire parole come «crescita», «sviluppo», «politica», «disarmo». E mettere al centro i «vituperati» limiti ambientali.
Carla Ravaioli.Di fronte al terremoto che scuote l’economia mondiale le sinistre non sembrano avere una risposta propria. Uscire dalla crisi, rilanciare l’economia, sono i loro obiettivi, gli stessi di tutti. Cosa da un lato comprensibile: cercar di contenere disoccupazione e precarietà già dilaganti, è compito loro. E tuttavia parrebbe naturale che le sinistre tentassero di spingere lo sguardo oltre l’immediato, per una lettura più approfondita della crisi, e anche per provare a pensarne un esito diverso da quel “superamento” in cui tutti sperano.
Giorgio Ruffolo. Da tempo la sinistra non è più in grado di dare risposte alla politica, e nemmeno di porre le domande giuste, irrigidita com’è su due posizioni: l’una riformista di breve periodo, l’altra contestativa in genere, rivoluzionaria ma solo a parole. Due debolezze in fondo, lontane dalle autentiche vocazioni della sinistra: quella progettuale, impegnata in un riformismo concreto, e quella ideale, orientata a pensare una società diversa.
C. Forse, appunto, la mancanza di una risposta adeguata è dovuta alla mancanza di domande giuste… Si tende, anche a sinistra, a vedere la crisi attuale come una delle tante ricorrenti nella storia del capitalismo. A me pare molto diversa… Se non altro perché in realtà le crisi che scuotono il mondo sono due: quella economica e quella ecologica… Le quali a me (e non a me solo) sembrano strettamente intrecciate…
G. La crisi attuale è crisi dell’accumulazione. L’accumulazione, che è la logica del capitalismo, è per natura illimitata. Di fatto, una logica impossibile, quindi illogica, dissennata. Che è la causa prima sia dei disastri finanziari, sia di quelli ambientali. E parrebbe ormai davvero il momento di recuperare l’etica dei limiti, di saper contrapporre qualità a quantità.
C. E questo è - parrebbe dover essere - compito soprattutto delle sinistre. Ma non sembra un’ipotesi probabile… In realtà uno dei “peccati” che non riesco a perdonare alle sinistre è la loro totale sordità nei confronti del problema ambiente. Che dura ancora oggi: per le sinistre come per tutti, la questione resta marginale. Né mai viene messa in relazione con la crisi economica: relazione che a me pare evidente…
G. Non c’è dubbio. Ambedue le crisi, sia quella finanziaria, poi ricaduta sulla economia “reale”, sia quella ecologica, costituiscono una minaccia gravissima, e ambedue dovrebbero essere affrontate con un’economia di nuovo tipo, capace di evitare da un lato l’indebitamento della finanza, dall’altro l’indebitamento con la natura. Una delle non poche affinità esistenti tra i due fenomeni è appunto il fatto che ambedue nascono da un indebitamento. La diffusione di falsi crediti, che non trovavano riscontro nell’economia reale e non potevano pertanto essere restituiti, è all’origine della crisi finanziaria. Ma anche la crisi ecologica nasce da crediti che non possono essere restituiti: i danni irreversibili recati agli ecosistemi dalla rapacità con cui la società industriale è andata usando le risorse naturali, sono in realtà dei prestiti senza copertura.
C. Già. Ma, per quanto l’ambientalismo insista nell’indicare questa insanabile aporia tra una produzione in crescita illimitata e i limiti del Pianeta, l’economia insiste nell’inseguimento della crescita. Far ripartire l’aumento del Pil è suo obiettivo primario. Le sinistre, i sindacati, si allineano…
G. Eppure non potremo mancare di affrontare una domanda-chiave: è possibile porre in essere un’economia che eviti sia l’indebitamento del denaro, sia quello con la natura? Una domanda che non può prescindere da una seria analisi del rapporto tra l’attuale tipo di sviluppo e la crisi in corso. Rapporto che si manifesta con tutta evidenza, ad esempio, nei modi in cui si tenta di far fronte alla scarsità energetica: spingendo la ricerca di carburanti fossili nei luoghi più remoti, impegnando la tecnologia nella ricerca sempre più attiva di energie rinnovabili, nella messa a punto della massima efficienza; eccetera. Tutte cose utili, ma che, di fatto, non si confrontano con il problema della scarsità; accettano un’economia come la nostra, che ignora ogni fine superiore e impone se stessa come fine; ignorando insomma che il progresso non si misura quantitativamente, in termini di crescita, ma qualitativamente, in termini di sviluppo.
C. Lo sai bene, queste tue posizioni sono anche mie. Da gran tempo. L’evolversi della situazione mondiale mi va però suscitando non poche perplessità circa la possibilità di porle in essere. Perché lo “sviluppo”, così come ormai viene concepito e perseguito, è in realtà sempre meno distinguibile dalla “crescita”. La quantità mi pare si sia ormai imposta come una categoria che pervade e conforma tutti gli ambiti, fino a dare forma a rapporti di ogni tipo, percorsi di vita, progetti di ogni futuro… Non a caso il consumo definisce, non solo nei testi di sociologia, la forma del nostro tempo. Il consumo impostosi come simbolo positivo dell’identità individuale; il reddito, in quanto capacità di consumo, assunto come obiettivo primo di ogni vita, da conseguire non importa come; una massa di consumi individuali che danno corpo e futuro all’accumulazione capitalistica… E’ una vera e propria mutazione antropologica che si è prodotta negli ultimi decenni. Superare questa realtà temo richieda un drastico mutamento di abitudini, modelli, categorie mentali prevalenti, una rottura storica insomma, una “rivoluzione”. Che d’altronde non immagino in alcun modo simile alle rivoluzioni del passato.
G. Io sono convinto che questo capitalismo sia insostenibile. E la crisi attuale lo dimostra. Però sono convinto anche della possibilità di un capitalismo qualitativo, credo insomma che si possa salvare il capitalismo da se stesso. Perché non è vero che l’unica via al capitalismo sia l’accumulazione. E non sono il solo a crederlo. Ad esempio se ne dice convinto anche Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri”, che parla della crisi come di un’opportunità di ridisegnare l’economia e il sistema finanziario, dando luogo a un “capitalismo ben temperato”, non finalizzato alla massimizzazione del profitto, ma alla diffusione del benessere; e a questo proposito ricorda che Adam Smith, oltre a “La ricchezza delle nazioni”, ha scritto anche “Teoria dei sentimenti morali”, un bellissimo libro, in cui si occupa della complessità della natura umana, capace non solo di egoismo, ma anche di sollecitudine per la felicità altrui. Cosa su cui hanno riflettuto grandi economisti italiani, come Federico Caffè, Giorgio Fuà, Paolo Sylos Labini; e che ha trovato attuazione nell’opera di grandi capitani di industria, come Adriano Olivetti e Enrico Mattei, i quali hanno costruito grandi fortune perseguendo ideali non identificabili solo con il danaro.
C. Tutto questo è vero, e anche molto affascinante… Ma francamente non so quale possibilità abbia di messa in opera, nella situazione attuale. Che è una situazione estrema. Sotto l’aspetto ambientale, con la vistosissima accelerazione dello squilibrio ecologico. E sotto l’aspetto sociale, con un crescente sfruttamento del lavoro, insieme a un aumento scandaloso delle disuguaglianze: secondo l’Ocse l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza. Ma anche, forse soprattutto, per via del gravissimo guasto, morale, psicologico, mentale, che il dominio della quantità, cioè l’economia degli ultimi decenni, ha prodotto: di cui la corruzione capillarmente diffusa e ormai accettata come normale è un significativo esempio. In questa realtà non so se un riformismo del tipo di cui parli possa trovare spazio e seguito. In che modo convincere la gente che il consumo, simbolo e totem del nostro tempo, va abbandonato, o quanto meno fortemente contenuto?
G. E’ il problema che poni anche nel tuo ultimo libro, “Ambiente e pace – Una sola rivoluzione”. Libro che ho molto apprezzato nella “pars destruens”, ma che mi convince pochissimo nella proposta di disarmo dell’Europa ….
C. Ma l’idea era di iniziare con l’Europa, per poi affidarle il compito di portare avanti la proposta, coinvolgendo anche i molti paesi - soprattutto del Sud del mondo - dove il pacifismo è presente e attivo. Dopo tutto, se produrre meno è, secondo l’ambientalismo più qualificato, l’unica via di salvezza, incominciare tagliando la produzione di armi, non mi pareva sbagliato. E non mi pare nemmeno ora, devo dire. Solo che in un anno, da quando ho dato alle stampe il libro che citavi, ho in qualche modo cambiato, o piuttosto “allargato” la mia ipotesi. In due parole: la produzione di armi rappresenta ufficialmente il 3,5 % del Pil mondiale. Qualora gli umani la piantassero finalmente di risolvere i loro problemi ammazzandosi reciprocamente, e anche di usare la guerra per rimettere in marcia l’economia quando rallenta, questo (due ipotesi azzardatissime, certo) rappresenterebbe per l’ambiente una bella “ripulita”, no?
G. Certo che sarebbe una bella ripulita, ma questa ipotesi irenica (gli umani, tutti, diventati di colpo pacifici) non mi pare, francamente, meno utopistica del mio “capitalismo ben temperato”. A quello si può arrivare gradualmente, come sempre è avvenuto: dopo tutto il capitalismo attuale è ben diverso da quello dei “maitres des forges” del XIX secolo: mentre alla pace universale si può giungere solo con un accordo universale, che non vedo all’orizzonte. D’altra parte, cominciare con l’Europa mi pare fin troppo facile… L’Europa questa scelta l’ha già fatta da tempo, per quanto riguarda le sue “guerre civili”. Eppoi, una prospettiva di pace senza condizioni comporta la “pace con Hitler”: per intenderci, la rinuncia a difendersi da ogni tipo di aggressione. E’ moralmente sostenibile?
C. Se una persona della tua intelligenza e delle tue posizioni politiche risponde così a questa mia idea, dev’essere un’idea davvero sballata…Più di quanto io stessa credessi, ed era tanto… E però m’è capitato di accennarvi in diverse pubbliche occasioni e, certo, le obiezioni non sono mancate, anche molto dure. Esempio: e tutti quelli che nelle armi ci lavorano, che pensi di farne? Ma parlare di riduzione generalizzata degli orari già riportava il discorso a livelli di normale discussione. Oppure: chi pagherebbe tutto questo? E di nuovo bastava ricordare la mostruosa disparità dei redditi e il dovere di una distribuzione più equa, per tornare a ragionare. Eppoi Hitler, certo, sacrosanto combatterlo: e però il nazismo non è stato il prodotto della prima grande guerra? Non è che violenza chiama violenza?
G. Carla, quel che ti si deve riconoscere è il coraggio dell'utopia. Che è più concreta di tante "realistiche" chiacchiere. Al metro della storia, almeno, che è fatta di utopie realizzate. Come l'abolizione della schiavitù. Neppure la Chiesa aveva il coraggio di sostenerla. Del resto, la schiavitù, la praticava largamente. Dunque è giusto battersi per le cause difficili. Senza dimenticare - è questa la virtù del buon riformismo - che esistono vie laterali, anche se più lunghe. L'importante è lo scopo. E su questo mi pare che siamo largamente d'accordo.
Circola on line (lo si può leggere in www.donnealtri.it) un testo scritto da un gruppo di femministe (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Isabella Peretti, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) che si intitola «Il coraggio di finire» e sarà discusso domenica prossima alla Casa delle donne di Roma. E' un testo che incrocia la questione della fine della sinistra e della politica che abbiamo conosciuto nel secolo scorso con quella della politica della fine, ovvero con il modo in cui di questi tempi viene dibattuto il problema della fine della vita. A chi legge sembrerà forse un incrocio improprio o azzardato, ma invece è del tutto proprio: la coincidenza fra un certo stato terminale della politica «classica» e una biopolitica che sempre più frequentemente finisce di occuparsi, più che della vita, della morte (guerra, testamento biologico, eutanasia etc.) non dev'essere casuale, o può comunque essere sintomatica.
Come un sintomo della crisi della politica le autrici leggono infatti il dibattito sul caso Englaro: sia la risposta della destra - tenere in vita Eluana a tutti i costi - sia quella della sinistra - l'invocazione di una nuova legge a tutti i costi - mascherano una resistenza a confrontarsi con i problemi di senso che le tecnologie biomediche di allungamento della vita e di sospensione della morte comportano. E che richiederebbero un salto di pensiero sull'esperienza della fine e sulle modalità del congedo e del lutto nelle nostre società.Ma a sinistra il sintomo vale doppio, perché evoca la difficoltà della sinistra a fare i conti con l'eventualità della «propria» fine, ovvero con la possibilità di nominare come «fine» quello stato che da troppi anni continua invece a essere nominato, senza più pregnanza, come interminabile «crisi». Il testo ha l'indubbio merito di mettere coraggiosamente a tema questa eventualità, chiamando tutti, donne e uomini, a discuterne sulla base della pratica femminista del «partire da sé». Raccontano le autrici che il loro stesso gruppo, sulla questione della crisi della sinistra «girava a vuoto» finché non l'ha intercettata con la riflessione sull'esperienza personale della fine: l'esperienza del lutto per la morte di persone care o per una separazione o per la fine di un progetto, l'ansia per la fine della giovinezza, per l'invecchiamento e per la morte. E come sempre nel pensiero femminista, il sapere del corpo e dell'esperienza fa luce sulla politica. Rivelando ad esempio le segrete simmetrie con cui «la crisi della politica mima le crisi del corpo fisico» e della psiche individuale: bulimia (di parole) e anoressia (disseccamento delle radici e del senso), cupio dissolvi (ripetizione degli errori) e accanimento terapeutico (nel tenere in vita sigle e organizzazioni esaurite); depressione e prometeismo. Nevrosi che segnalano che il problema, venti anni dopo il grande terremoto dell'89, è ancora e sempre lo stesso: l'incapacità della sinistra di elaborare il lutto delle proprie perdite, rimuovendolo e rinviandolo con una ritualità ripetitiva e ossessiva che non cessa di «fare e disfare partiti, coalizioni e sistemi elettorali, chiudere e aprire fasi e cicli, invocare leader, proclamare 'nuovi inizi' senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto senza nemmeno degna sepoltura». Ma ciò che muore senza sepoltura, si sa, si aggira spettralmente nel presente, lo ingombra, ne impedisce l'apertura su nuovi eventi e nuovi avventi. Senza una consapevolezza e un pensiero della fine, la sinistra si sottrae contemporaneamente la possibilità di lavorare sulla perdita, ossia di mettere a fuoco «di cosa patisce la mancanza, di cosa ha bisogno e di cosa invece può fare a meno», e la possibilità di fare spazio a nuovi desideri, passioni, urgenze, eventi e avventi.
«Non vediamo modo di ricominciare se non si ha il coraggio di finire», concludono le autrici e non si può che essere d'accordo. Con tre aggiunte, come contributo al dibattito che esse stesse domandano. La prima è questa, che anche l'invocazione dell'elaborazione del lutto nella sinistra post-'89 - tema grande e grandemente messo a tema nel ventennio: due nomi per tutti, Derrida e Wendy Brown - rischia di restare un'invocazione o, peggio, un dover essere autoreferenziale, se non comincia ad essere accompagnata dalla stesura del catalogo di «che cosa» è perduto o finito, «che cosa» permane di irrinunciabile, «che cosa» ingombra il campo in forma di «attaccamento appassionato» (Brown) a un'identità fittizia e in cambio di quali rendite di posizione. La seconda è che nella stesura di questo catalogo l'asimmetria femminista rispetto alla sinistra vale non solo a livello di metodo e di pratica, come nel testo è fatta valere, ma anche come dispiegamento già in atto di una politica non ammalata della stessa malinconia della sinistra, che invece nel testo sfuma. E infine: l'elaborazione del lutto è una pratica riflessiva, ma non è solo una pratica riflessiva. Ci sono resistenze che la impediscono, ma anche atti, salti, pulsioni che la aiutano. E forse, cito ancora Wendy Brown, quello che alla sinistra dovrebbe proprio capitare è «imparare di nuovo ad amare».
Leggere anche lo scritto di Alain Touraine
Ormai è chiaro, la campagna elettorale il governo la fa così. Con l’ostentazione pubblicitaria dei respingimenti. Con l’evocazione impudica dell’apartheid. Con l’esibizione della durezza “senza se e senza ma” – anzi, con l’invito esplicito a essere “cattivi” - contro i migranti. Insomma, mettendo in gioco quella risorsa potentissima sul piano emotivo e pericolosissima su quello civile, costituita dalle “retoriche del disumano”. E spingendoci così sempre più giù su quel piano inclinato della civiltà e dei diritti lungo il quale ormai da anni, ma in fine velocior, l’Italia sta cadendo.
C’è dentro ognuno di noi, e nella coscienza collettiva, un confine impalpabile ma fondamentale, che distingue il modo di guardare l’Altro come “uno di noi” (diverso ma, almeno in qualcosa simile), o come una “natura estranea”. Appartenente a un altro “regno”: “animale”, “vegetale”, “minerale”. O semplicemente al Nulla. Le “retoriche del disumano” lavorano su quella linea di confine. La spostano “in qua”, riducendo l’area degli inclusi nella dimensione di “uomini” e allargando l’esercito dei “non-uomini”. Dei non-riconosciuti. Non degli “invisibili”, si badi. Bensì di coloro che si vedono ma non hanno importanza. Possono essere indifferentemente usati o abbandonati a se stessi. Accolti (se, e fin quando, servono) o respinti (come cose inutili o dannose). “Salvati” o “sommersi”, a seconda dell’interesse del momento.
Questo sta facendo il ministro dell’interno Maroni. Con la rozzezza che lo distingue. Ma anche con assoluta spregiudicatezza, spostando i confini della politica oltre un limite mai varcato finora, per lo meno nell’Italia repubblicana, da nessuna forza di governo: fin dentro al delicato intreccio che lega la dimensione del biologico a quella del senso morale. La natura dei rapporti “genericamente umani” e l’esercizio del potere pubblico. Si può ben comprendere quanta terribile efficacia possa avere, in una società che si va impoverendo rapidamente, e in cui strati sempre più ampi di popolazione avvertono il rischio imminente del proprio declassamento e della perdita di posizioni faticosamente conquistate, una retorica di questo tipo: quale devastante potenziale di mobilitazione negativa abbia un meccanismo fondato sulla creazione di una porzione, limitata, di umanità esplicitamente privata per via statuale, attraverso lo strumento universale della Legge, dello status di uomini.
Esso permette un apparente, ma psicologicamente efficace, “risarcimento” dei “penultimi” – di coloro che hanno perduto buona parte dei propri diritti sociali -, attraverso l’esibizione della deprivazione più radicale degli “ultimi”, di coloro che sono del tutto senza diritti. Gratifica chi ha perduto (quasi) tutto, o teme di perderlo - lavoro, casa, reddito, salute… – ma ha mantenuto lo status di “uomo” grazie alla sua appartenenza territoriale, mostrandogli in chiave pubblicitaria lo spettacolo di chi di quella prerogativa è stato destituito. E può essere pubblicamente dichiarato “fuori”. Dunque “sotto”.
E’, non possiamo nascondercelo, un meccanismo politicamente “irresistibile”. Mettendo al lavoro un sentimento ambiguo, ma incendiario, come l’”invidia sociale”, nell’epoca della conclamata impossibilità di realizzare efficaci politiche redistributrici e di sfidare in modo credibile chi “sta in alto”, esso si rivela capace di “sfondare” in aree sociali estese, e potenzialmente immense. Spesso negli insediamenti tradizionali della vecchia sinistra. Diventa, una volta accettato di varcare quel confine morale da parte di imprenditori politici spregiudicati, per usare un eufemismo, una risorsa decisiva. Infatti Berlusconi e i suoi ci si sono buttati a pesce, nel momento in cui la priorità sembra quella di vincere la “guerra psicologica” della crisi (e, cosa non secondaria, di “dimenticare Veronica”…). E bene ha fatto Franceschini a denunciare, con forza, l’uso propagandistico della nuda vita offesa, ma già l’immediata, e davvero improvvida, contromossa di Fassino ci dice quanto fascino, o imbarazzo, esercita, su tutti i fronti politici, l’entrata in gioco di quella nuova perversa risorsa. E quanta difficoltà ci sia a contrastare, se ci si attiene al piano strettamente politico, dei nudi rapporti di forza, il processo di pietrificazione delle coscienze che esso comporta.
Se una resistenza può nascere oggi, credo che non possa che costituirsi su un fronte per così dire “impolitico”. Tale da operare sui registri trasversali della morale, della memoria, del senso di dignità e su residui di cultura, che non si misurano sui rapporti di forza, sulle regole della ragion di stato o di partito, sui machiavellismi dell’azione utile e di quella efficace.
L’effetto principale delle “retoriche del disumano” è quello di disumanizzare per primi coloro che le condividono. Occorre mettere insieme chi continua a non voler rinunciare alla propria residua umanità. E intende difendere quel brandello di condivisione del proprio stato di uomini con tutto il resto del genere umano.
L'AQUILA — L’idea gli è venuta due giorni fa, camminando con l’elmetto sulla testa nei vicoli disastrati del centro storico, in quel dedalo di stradine dagli scorci inimitabili: archi, portici, cortili, davanzali. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha visto quelle macerie e ha preso una decisione: «Voglio chiamare le archistar del pianeta — dice al Corriere della Sera — Renzo Piano, Isozaki, Fuksas, Calatrava... Voglio chiedere aiuto anche a loro. Affinché L’Aquila risorga più bella di prima ».
Cialente lo può fare: dopo il sisma del 6 aprile è stato nominato dal governo «subcommissario per la ricostruzione del Centro storico» e «soggetto attuatore per la realizzazione delle opere ». Insomma, disporrebbe anche dei poteri necessari per vincere questa scommessa. Il suo, qui a L'Aquila, è il sogno di tutti.
Sospira, il sindaco: «Via Fortebraccio, via Bone Novelle, via San Martino, via Garibaldi, il Corso, i vicoletti di zona Pretatti e Ortolani, dove nelle domeniche d’estate al tramonto andavo a passeggiare con mia moglie Donatella. Ecco, tutto questo vorrei farlo tornare com’era prima».
Lui sa già che il recupero totale di quel paradiso non sarà possibile, troppo gravi le ferite inferte dal terremoto. Ma, assicura, ci proverà: «Abbiamo un’occasione unica — dice Cialente — vorrei perciò che il Sistema Paese si desse delle scadenze precise. Ora a luglio ci sarà il G8 e quello sarà già un appuntamento per mostrare ai Grandi del pianeta ciò che siamo stati capaci di fare in pochi mesi dal giorno del sisma. Poi nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d'Italia, sarà importante arrivare al vero traguardo, far vedere al mondo che L’Aquila è rinata. Per portarla infine nel 2015, all’Expo di Milano, come un fiore all’occhiello».
La strada, insomma, secondo lui è segnata. Se il presente oggi è fatto solo di tende e casette di legno, il futuro sarà luminoso: niente di faraonico, ma la «new town» dovrà stupire il mondo. Il sindaco vuol convocare presto in Abruzzo il top degli architetti, degli strutturisti, degli ingegneri. Vuol chiamare a raccolta anche le grandi imprese.
È un uomo vulcanico, pure spiritoso: «Ecco, eviterei di chiamare soltanto quello (Toyo Ito, ndr) che ha progettato la fontana di Pescara che poi si è sgretolata...», scherza con un pizzico di sano campanilismo.
Ma non ci sta affatto a passare per megalomane: «Sono convinto che l’idea possa andare in porto». Serviranno soldi, però. Tanti soldi per un progetto così ambizioso. Perciò la proposta che fa al governo è anche quella di una tassa di scopo: «Denaro subito, solo così possiamo far partire i cantieri. È un sacrificio, me ne rendo conto, ma gli italiani saranno d’accordo».
Chissà, però, cosa gli diranno le «archistar » del pianeta: accetteranno l’incarico? Lo faranno gratis? Certo, sarebbe una bella sfida anche per loro. Arata Isozaki ha pensato la nuova stazione di Bologna; Fuksas per Roma immaginò «la Nuvola», il centro congressi che dovrebbe sorgere all’Eur; Renzo Piano è il creatore dell’Acquario a Genova. Cialente ci crede e sta per passare ai fatti: uno per volta li chiamerà.
«Ricostruire male le case — spiega il primo cittadino de L’Aquila — vorrebbe dire deturpare ancor più il nostro territorio già sfregiato. Per questo voglio affidare a dei grandi architetti il compito di disegnare i nuovi quartieri e recuperare il centro storico. L’Aquila, dopo l’emergenza, avrà bisogno di qualità ».
Slavoj Zizek è un ossimoro permanente. Pugnace leninista sloveno e seguace della psicoanalisi lacaniana. Teorico della dittatura del proletariato che s'immola sull'altare di una cristologia rivoluzionaria, quella di Che Guevara, certo non San Paolo. Comunista che odia i partiti comunisti è stato chiamato «fratello Marx» dal New Yorker. Tutto è esorbitante in Zizek: lancia nello spazio le sue lunghe braccia nel tentativo di afferrare i propri pensieri e suda come un pugile immaginario. Quando lo incontriamo in un albergo milanese per una conversazione sull'ultima prestazione della sua fluviale opera filosofica, In difesa della cause perse (Ponte alle Grazie, pp. 637, euro 26), sfoggia un look informale: maglietta proletaria su jeans sgualciti, rivendica di non avere una giacca né una cravatta. Come molti intellettuali ex Jugoslavi, Zizek parla molte lingue, addirittura sei, ma preferisce esprimersi in lunghi monologhi in un inglese che assomiglia a quello di Borat, lo stralunato comico dell'omonimo film. "Scrivere libri in inglese significa avere un impatto politico nel mondo" è una frase contenuta nel suo libro che traduce una mentalità diffusa anche tra gli intellettuali italiani dell'ultima generazione.
È da poco tornato dagli Stati Uniti. Qual è lo stato di salute del pensiero critico, definito in questo paese «French theory», che è stato il bersaglio preferito dell'ideologia neo-conservatrice?
Negli ultimi anni i conservatori hanno accusato la French Theory di relativismo, di storicismo, di anarchismo poiché contestava l'autorità, il logocentrismo e l'eurocentrismo della cultura occidentale. Oggi mi sembra interessante fare un'analisi della pluralità di teorie raccolte nel marchio French theory, dal decostruzionismo di Jacques Derrida all'analisi del potere di Michel Foucault, dalla schizoanalisi di Deleuze fino al postmoderno di Lyotard, insomma ciò che è stato chiamato «post-strutturalismo». Penso che questa cultura francese riscritta negli Stati Uniti in tutti questi anni era in fondo adatta ad un periodo di egemonia neo-conservatrice. La sua critica era più interessata alla resistenza e alla marginalità che ai problemi della presa del potere.
Negli Stati Uniti siamo ormai in una fase che definirei post-French theory che non ha nulla a che vedere con il post-strutturalismo. C'è Giorgio Agamben, che è molto influente e studiato a livello accademico, ma c'è una significativa presa delle riflessioni di Alain Badiou e Jacques Rancière, pensatori impegnati nella ricostruzione di una metafisica forte e di una filosofia politica radicale. Di una cosa sono certo: lo storicismo è finito. Si torna a pensare l'universale e i progetti di emancipazione globale.
Anche i «neocons» però reagivano al postmoderno proponendo uno storicismo forte, anche se paradossale: contro il relativismo morale e l'anarchia del mondo hanno rilanciato il discorso sui valori e l'idea che la democrazia sia esportabile con la guerra. Non crede che, così facendo, si rischia di rimuovere il requisito di ogni pensiero critico che mette in guardia contro le grandi narrazioni fondate sulle verità assolute?
Le darò una risposta un po' folle e paradossale. Negli Stati Uniti ero in albergo e guardavo la televisione. Su un canale c'era un documentario su Pete Seeger, per la sinistra americana un eroe della canzone folk. Sulla Fox c'era invece la diretta del tea party, la manifestazione che ha contestato la politica delle tasse di Obama. È stata un'esperienza metafisica. Gli argomenti di Seeger a difesa della gente comune, della lotta contro il padrone, li ho ritrovati nei discorsi dei repubblicani. In un primo momento ho provato fastidio per l'irrazionalità dell'accusa: i repubblicani non dicono che il 95 per cento della popolazione pagherà meno tasse. Solo il 2 o il 3 per cento pagherà di più. Poi ho capito il senso dell'analogia: gli argomenti sono gli stessi, ma cambiano di senso. Le faccio un esempio: il Kansas.
Negli anni Cinquanta e Sessanta è lì che è iniziato il movimento anti-razzista. Negli anni Ottanta è finito nella Bible Belt, nella cintura degli stati devoti ad una forma di cristianesimo purificato, quello dell'ultimo Bush. Prenda le Black Panthers. Organizzazione semilegale e militarizzata per la costruzione di una società alternativa. Strano a dirsi, ma fino a poco tempo fa erano i fascisti americani che misero la bomba ad Oklahoma City ad avere adottato gli stessi costumi. Fino ad oggi questa trasformazione non ha sfiorato la sinistra. C'è stato un periodo in cui sembrava più importante occuparsi delle onde descritte da Virginia Woolf piuttosto che delle cose da fare. Questo è il senso della mia critica alla French theory: il suo storicismo, il suo relativismo non sono strumenti per comprendere la ragione per cui la destra si è appropriata dell'energia politica del movimento popolare (grassroots).
C'è da dire che l'elezione di Obama non sarebbe avvenuta senza l'inversione di questa tendenza...
Obama è un personaggio tragico. Il suo scopo è quello di salvare il sistema americano con riforme strutturali. Se il suo progetto politico avrà successo, sarà ricordato come un grande presidente conservatore anche se è a tutti gli effetti un democratico. Ai presidenti democratici tocca sempre il compito delle riforme. Ciò non vuole dire che saranno forti come il De Gaulle che decise di lasciare l'Algeria.
Crede allora che la popolarità di cui Obama gode attualmente sia dovuta a quello che lei ha definito il «cliché anti-totalitario degli intellettuali»?
La tragedia della sinistra in Occidente è che la rivoluzione accade sempre altrove, a Cuba, in Cina, in Iran, in Venezuela. La coscienza di questa impossibilità ha trasformato la rivoluzione in qualcosa di esotico o di autentico, nel cliché degli intellettuali radicali bianchi che proiettano l'oggetto del desiderio altrove per soddisfare il proprio desiderio di emancipazione. Questo cliché corrisponde però all'insoddisfazione per l'ideale asettico e neutrale dei liberali e dei centristi per i quali la vitalità politica necessaria alla trasformazione deve essere trovata all'interno del sistema. Il successo di una politica «rivoluzionaria» dipende invece dall'entusiasmo prodotto dagli eventi rivoluzionari sulle persone, e quindi anche sugli intellettuali, che partecipano a questi eventi come protagonisti o come osservatori. È quello che Kant ha provato nella Rivoluzione francese. Il significato della rivoluzione non corrisponde ai fatti terrificanti che accaddero a Parigi, ma nella risposta entusiastica che quegli eventi suscitarono negli osservatori dalla Germania a Trinidad. La stessa cosa è avvenuta nel Novecento con Heidegger e il nazismo e con Foucault e la rivoluzione khomeinista in Iran. Con una differenza però: rispetto ad Heidegger, Foucault aveva individuato il potenziale utopico di quella rivoluzione, la politica non è mai un mero calcolo di interessi strategici, ma è l'affermazione di un «Evento rivoluzionario». L'errore iniziale di valutazione Foucault l'ha riconosciuto. Il khomeinismo non era una politica dell'emancipazione. Ma il suo problema era un altro: come si fa a creare un territorio liberato che sfugge alla presa dell'ordine esistente?
Anche Hugo Chavez in Venezuela e Evo Morales in Bolivia esercitano la stessa fascinazione?
Senz'altro. Le sinistra europee e americane hanno trasformato Chavez e Morales in oggetti del desiderio. Non bisogna però dimenticare che esistono anche i processi reali. In questi paesi il popolo è al potere nel pieno senso sovrano del termine. I suoi rappresentanti forzano lo spazio dello Stato rappresentativo in direzione del popolo. Rispetto a Chavez, che si è avviato verso forme di neo-peronismo, mi sembra che Morales si stia avvicinando ad una forma contemporanea di «dittatura del proletariato». Gli spossessati esercitano la propria forza egemonica attraverso il loro presidente. Chavez e Morales dicono di rispettare i processi elettorali, ma la fonte della loro legittimazione risiede nella relazione privilegiata con i poveri.
Più che «dittatura del proletariato», sembrano forme aggiornate di un nazionalismo rivoluzionionario o del populismo latinoamericano, che è cosa diversa da quello europeo o statunitense....
Una politica basata sul popolo non è automaticamente un populismo. Diversamente dal mio ex amico Ernesto Laclau, penso che il populismo è il prodotto di un nemico interno che sta dietro tutte le minacce che incombono sul popolo. C'è sempre bisogno di una persona che elimina la minaccia e con essa il fastidio per la complessità delle cose. In politica l'antagonismo rivendica in tanti modi diversi un elemento che non rientra nella democrazia esistente. Possiamo definire populisti il movimento contro la segregazione di Luther King o i movimenti studenteschi degli anni Sessanta?
Lei che è vissuto in un paese «socialista» riconoscerà che è tuttavia improprio parlare di dittatura del proletariato in Venezuela o in Bolivia...
Dico anche che pensare che il comunismo di Tito in Jugoslavia fosse un populismo, come fa Laclau, è sbagliato. Mi accusano di stalinismo quando parlo di dittatura del proletariato. È assurdo, quando c'era lo stalinismo in Jugoslavia io ero disoccupato. Per me la dittatura del proletariato è un modo diverso di gestire lo Stato. Non è l'opposto della democrazia, ma il modo di funzionamento che sta dietro la democrazia. «Dittatura» significa gestire diversamente lo Stato e «proletariato» designa coloro che non hanno un ruolo in questo spazio politico. Per Marx, il «proletariato» è una «classe universale»: la classe operaia, il popolo, i poveri, i «senza parte», gli esclusi da tutto che incarnano la «Totalità» della società, l'«Universale», l'interesse generale contro gli interessi particolari. I movimenti degli esclusi sono gli unici ad abolire lo Stato esistente e a trasformarlo in qualcosa di più giusto.Sono poche le volte in cui mi trovo d'accordo con Toni Negri. Mi piace però la sua definizione leninista: dittatura del proletariato significa governare con i movimenti.
Per lei la dittatura del proletariato è esercizio del terrore rivoluzionario ed espressione dell'idea eterna di giustizia. È esercizio della «Sovranità» e della «Verità». Questa commistione tra politica e teologia è un elemento ricorrente in gran parte del pensiero radicale contemporaneo. Come lo spiega?
Non c'è contraddizione. Per me il vero materialismo non può che essere cristiano. Ovviamente non penso al cristianesimo istituzionale, ma a quello evangelico. Quando parlo di terrore mi riferisco ad una sospensione teologico-politica dell'etica, quella che Cristo ha vissuto quando è stato ucciso. Dio muore per amore degli uomini e diventa la fonte della nostra libertà. Questa esperienza la fa anche il materialismo quando capisce che la realtà è ontologicamente incompleta. La dittatura del proletariato è l'esperienza del terrore in uno spazio politico istituzionale. È il terrore di essere niente, uno che non ha una parte nella società. È lo stupore che Heidegger ha definito come il vuoto oscuro dell'insignificanza che sta alla base della vita. È il modo di essere autenticamente umani rifiutando di appartenere all'umanità ordinaria.
Alla fine mi può dire quali sono le sue cause perse?
Ne abbiamo parlato per tutta questa intervista: il comunismo e la dittatura del proletariato.
Stefano Rodotà
Se la politica dei barbari cancella i diritti di tutti
Servono 10, 100, 1000 Rosa Parks all´incontrario per reagire alle proposte segregazioniste nella metropolitana milanese (Rosa Parks era la donna nera che, nel ´55 in Alabama, andò a sedersi nella parte di un autobus riservata ai bianchi, fu arrestata, ma il suo gesto avviò la fine della segregazione).
Si può organizzare una pacifica marcia su Milano di cittadini italiani di pelle bianca e capello liscio che vadano a sedersi in metropolitana accanto agli immigrati, anzi cedano loro il posto? Si può chiedere al sindaco Moratti di usare i suoi colloqui su YouTube con Red Ronnie per una serie di convinti elogi degli immigrati brutti, sporchi e cattivi, e tuttavia indispensabili? Si può andare a Bergamo e esigere che si possa mendicare per più di un´ora? Si può andare nelle città che hanno inaugurato un protezionismo nazional-gastronomico (suppongo a difesa delle schifose pizze surgelate con pomodori cinesi e cascami di formaggio) e ordinare ad alta voce kebab, cibi aztechi e altri piatti etnici? Si può essere d´accordo con Vaticano e Onu nelle critiche alle politiche di "respingimento" selvaggio dei disperati che cercano di approdare sulle nostre coste? Si può chiedere ai mezzi d´informazione decenti di dedicare uno spazio specifico e ben identificato per segnalare gli episodi di strisciante o palese razzismo quotidiano?
E infine (o prima di tutto): si può dire al presidente del Consiglio che il suo «no all´Italia multietnica» da una parte è un´insensatezza, perché basta guardare i volti delle persone per strada e si vede che l´Italia è multietnica senza possibilità di ritorno, e dall´altra che questo modo di parlare è l´ennesimo, pericolosissimo rifiuto di dare al nostro paese strutture e cultura rispettose dei diritti di tutti? Capisco che a Berlusconi la Costituzione non piaccia. Ma è il caso di ricordargli che l´articolo 3 vieta le discriminazioni basate proprio su razza, lingua e religione e che la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, da lui votata, non solo ribadisce questo principio ma, all´articolo 22 afferma anche la necessità di rispettare "la diversità culturale, religiosa e linguistica". Questi sono appunto i tratti di una società multietnica. Negandola, Berlusconi si pone una volta di più fuori dal quadro costituzionale italiano e europeo.
Si deve essere intransigenti per impedire che si consolidi ancora di più un perverso senso comune che non è eccessivo chiamare razzismo. Certo, si possono accogliere con compiacimento la scomparsa delle norme sui medici-spia e i presidi-spia o le bacchettate di Gianfranco Fini a Matteo Salvini, inventore dei vagoni "riservati" agli immigrati nella metropolitana di Milano. Ma il semplice fatto che queste proposte vengano ormai avanzate a getto continuo, e arrivino fino alla soglia della loro trasformazione in norme di legge, è sconvolgente, è il segno di una regressione civile che rischia di cambiare nel fondo il modo d´essere della società italiana.
Quando parlamentari, presidenti di Regione, sindaci, persone con responsabilità pubbliche fanno schiette dichiarazioni di razzismo, si producono almeno due effetti. Il primo riguarda il fatto che il cosiddetto "cittadino comune" si senta legittimato non solo a pensare nello stesso modo, ma a tenere comportamenti che rispecchiano appunto la linea dettata dai suoi rappresentanti, innescando forme di rifiuto dell´immigrato che arrivano, come tristemente ci ricordano le cronache, fino all´assassinio. La società, in questo modo, conosce la barbarie, alla quale rischia di assuefarsi.
Il secondo effetto riguarda la raccolta del consenso, "lo stare sul territorio", l´essere in sintonia con il "popolo". Non ho dubbi sul fatto che la sinistra, nelle sue varie declinazioni, abbia gravemente indebolito le sue capacità di "leggere" e interpretare trasformazioni e bisogni della società italiana seguendo le chimere del partito leggero, affidando la propria capacità rappresentativa alla presenza nei talk show televisivi, divenendo oligarchica, accettando la logica della pura "democrazia d´investitura" che interrompe proprio il circuito della comunicazione continua con i cittadini. Ed è vero che la Lega si è insediata anche in questo vuoto. Ma, fatta questa constatazione e considerata la necessità di tornare ad altre forme di rapporto con i cittadini, si può poi sottovalutare il modo in cui tutto questo è avvenuto, la sollecitazione continua di pulsioni verso identità aggressive, in una parola la costruzione dell´"altro" come nemico?
Una lunga condiscendenza ha fatto sì che questo atteggiamento si consolidasse. Sono state degradate a folklore le parole pesanti e irriferibili di sindaci e parlamentari della Lega, i maiali trascinati sui terreni destinati alla costruzione di una moschea. Si è pensato che le cene del lunedì ad Arcore tra Berlusconi e Bossi servissero davvero a disinnescare le "bravate" dei capi leghisti. Invece la deriva è continuata, si è trasformata in linea politica sempre più esibita (perché lamentarsi poi delle reazioni dell´Unione europea, che mi auguro sempre più vigili e dure?), ha trovato nelle ultime parole di Berlusconi una sorta di benedizione finale.
Non è mai troppo tardi per reagire, per impegnarsi seriamente nel contrastare questa resistibile ascesa. Bisogna farlo essendo consapevoli di quel che stiamo perdendo. Il rispetto della dignità delle persone, degradate ad oggetto da accettare o respingere come un carico più o meno avariato, a merce da sfruttare da parte di imprenditori rapaci. Il rispetto del principio di eguaglianza, quando l´immigrato è discriminato davanti alla legge per questa sua condizione personale (lo vieta l´articolo 3 della Costituzione). Il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, quando salute, istruzione, possibilità di sposarsi vengono negati o compressi, cancellando così una idea di cittadinanza che consiste in un insieme di diritti che ci appartengono in quanto persone e che ci accompagnano quale che sia il luogo del mondo in cui ci troviamo. Quando si aprono questi varchi, ci si riferisce formalmente agli immigrati, ma in realtà si creano le premesse per mettere in discussione le libertà di tutti. È già avvenuto. Possiamo rassegnarci a vivere in un paese incivile?
Dionigi Tettamanzi
Perché dobbiamo dire grazie allo straniero che è tra noi
Dal nuovo libro del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, "Non c'è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l'aiuto della Chiesa", edizioni San Paolo, in libreria dal 15 maggio (pp.143, 14 euro)
MI VERREBBE d'iniziare con l'antica citazione biblica: "Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto" (Deuteronomio 10,19). Come a dire, che il fenomeno migratorio, sia pure in modalità e intensità diverse, accompagna sempre la storia dei popoli.
E che esso deve suscitare, come prima e più immediata forma di solidarietà, la condivisione obiettiva di una medesima situazione. (...) Ma qual è la situazione da noi oggi, nelle nostre città e nei nostri paesi? Potrei rispondere in termini quanto mai sintetici dicendo, anzitutto, che troppe volte e con troppa insistenza negli ultimi tempi si è pensato agli stranieri soltanto come a una minaccia per la nostra sicurezza, per il nostro benessere.
Con l'immediata conseguenza che il peso dei pregiudizi e degli stereotipi hanno impedito un dialogo autentico con queste persone, finendo per causare spesso il loro isolamento, relegandole così in condizioni che hanno provocato e provocano illegalità e fenomeni di delinquenza. Ma la realtà presenta anche un'altra faccia: noncuranti delle tante e, troppe, eccessive polemiche, molte persone - in modo silenzioso e nel nome della propria fede e di un alto senso umanitario - hanno operato e continuano ad operare per assistere questi "nuovi venuti " nei loro bisogni elementari: il cibo, un riparo o, degli indumenti, la cura dei più piccoli.
In concreto, penso alla Caritas e alle sue molteplici emanazioni, alla "Casa della Carità " in Milano, a quegli interventi delle amministrazioni locali che hanno saputo distinguersi per intelligenza, umanità e creatività. Penso al "buon cuore" anche di tanti semplici cittadini e ai loro piccoli ma sinceri gesti di aiuto. Siamo così di fronte a una solidarietà in atto, che si fa "dialogo" concreto: un dialogo forse ancora troppo flebile - e per questo da incoraggiare e da sostenere - ma che dice il riconoscimento della comune condizione umana cui tutti, italiani e stranieri di qualsiasi etnia, apparteniamo.
Cade qui una riflessione elementare, la cui forza razionale invincibile conduce all'adesione, anche se poi la prassi, purtroppo, può divenirne una smentita. Ci sono così tante "etnie" e "popoli" diversi, ma tutte le etnie hanno la loro radice e il loro sviluppo nell'unica etnia umana, così come tutti i popoli si ritrovano all'interno del tessuto vivo e unita - rio dell'unica famiglia umana. (...) Troviamo qui l'approccio culturale nuovo che deve caratterizzare la nostra valutazione e il nostro comportamento - certo nel segno della solidarietà ora affermata - nei riguardi dei migranti.
Lo indicavo così nel Discorso alla Città per la Vigilia di sant'Ambrogio 2008: "Occorre, con una visione complessiva del fenomeno, guardare agli immigrati non solo come individui, più o meno bisognosi, o come categorie oggetto di giudizi negativi inappellabili, ma innanzitutto come persone, e dunque portatori di diritti e doveri: diritti che esigono il nostro rispetto e doveri verso la nuova comunità da loro scelta che devono essere responsabilmente da essi assunti. La coniugazione dei diritti e dei doveri farà sì che essi non restino ai margini, non si chiudano nei ghetti, ma - positivamente - portino il loro contributo al futuro della città secondo le loro forze e con l'originalità della propria identità".
Riprendendo ora la riflessione generale, vorrei riproporre qualche spunto nel segno di una concretezza quotidiana e con un riferimento più specifico alle due realtà della famiglia del lavoro. Il primo passo da compiere dovrebbe condurci a superare una paura: quella che ci impedisce di riconoscere in pienezza l'uguale dignità sul lavoro degli immigrati. In realtà, per non pochi di noi essi sono visti come una minaccia, non solo perché considerati come uomini e donne che disturbano la tranquillità del nostro quieto vivere e del nostro paese, ma anche perché a noi "rubano" il lavoro. E se invece vengono accolti, rischiano di essere trattati come una forza lavoro a buon mercato, in particolare per quelle attività che noi ci rifiutiamo di compiere perché ritenute troppo faticose o poco dignitose. Ma, anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni, diverse forze sociali danno prova di solidarietà attiva con i migranti, creando nuove forme di accoglienza e di inclusione sociale, a cominciare dal lavoro.
Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di fin troppo facile contrapposizione. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare una integrazione all'insegna della solidarietà e della legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da città spaventate e non poco preoccupate, anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana. Una testimonianza che deve interpellare tutti e ciascuno. (....) Non è spontaneo per nessuno in queste occasioni rifarsi e ispirarsi allo spirito più radicale del Vangelo e c'è per tutti il rischio di chiudersi in una eccessiva preoccupazione di se stessi, che ci fa scoprire sovente la nostra più grande miseria morale.
È importante allora acquisire innanzitutto una reale conoscenza della situazione e delle persone, nelle loro qualità positive, nei loro limiti e nelle loro differenze. Solo così riscopriremo gli aspetti positivi della loro nuova presenza, le risorse culturali e religiose di cui sono portatori, la loro capacità di essere protagonisti in diversi ambiti, non appena offriamo loro l'opportunità di farlo. (..) È onesto - ed è bello - riconoscere l'apporto che tanti immigrati danno alla vita delle nostre città e, in termini certo più ristretti ma quanto mai concreti ed efficaci, alla vita delle nostre famiglie. Tanti - in assoluta prevalenza donne - appena giunti in Italia da paesi stranieri si fanno carico - nelle case degli italiani d'origine - dei servizi della casa, della cura dei bambini, dell'assistenza agli anziani e malati.
Ed è con spirito di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo riconoscere che queste stesse donne - le chiamiamo "badanti" - con i loro figli sono le prime persone che pagano il costo di una separazione forzata, dell'esclusione dai diritti, della privazione per se stesse e per i propri familiari. Di conseguenza, come non chiedere che - insieme ai vantaggi che vengono a noi dalla loro presenza e attività - si giunga presto a riconoscere i loro giusti diritti e a migliorare le loro condizioni di lavoro?
Nessuna pietà per le donne incinte, disidratate e prossime alla gravidanza. Nessuno scupolo su eventuali bimbi a bordo. Tutti i 227 migranti naufraghi, intercettati e abbandonati per un giorno nelle acque del Canale di Sicilia perché infuriava l’ennesimo bisticcio tra Malta e Italia sul salvataggio, alla fine sono stati deportati a Tripoli. Un respingimento collettivo senza precedenti, al di fuori di ogni regola consolidata. L’Onu gela l’Italia: «Il cambio di politica è un errore. Il principio internazionale del non respingimento vale anche nelle acque internazionali». Da qui l’appello alla retromarcia affichè questa prassi non si ripeta più. Allibite tutte le organizzazioni umanitarie. Protesta anche la Cei: «Migranti a rischio».
L’italia e Malta hanno deciso nella notte di risolvere la questione sbarchi nel Mediterraneo, avvitandosi nelle pratiche di negazione del diritto e brindando alla «svolta» storica. E invece la prospettiva che attende i migranti è una sola: le carceri libiche. Ma all’Italia come a Malta questo non interessa. Anzi, sono state proprio tre motovedette italiane a consegnare i naufraghi immigrati, stanchi e provati dalla lunga traversata, nelle mani dei soldati del colonnello Gheddafi. E senza alcuna verifica preventiva su chi fossero quelle persone disperate: da quali paesi scappavano o quali torture e persecuzioni si erano lasciate alle spalle. A nessuno è stato consentito riposare sulla terra ferma neppure un minuto. Tutti, sono stati trasbordati dai barconi alle navi e rispediti in tutta fretta in Libia. Un paese che non ha firmato la Convezione di Ginevra sui rifugiati e non ha alcuna cultura sull’asilo.
Violazione dei diritti
Prima Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, poi Antonio Guterres (Unhcr) in persona, sottolineano che «l’incidente mostra un radicale mutamento nelle politiche migratorie del governo italiano e rappresenta una fonte di grave preoccupazione». La mancanza di trasparenza dell’operazione ha fatto sì che Maroni quasi coniasse un principio dell’esternalizzazione dell’asilo che non sta scritto da nessuno parte, se non nell’accordo segreto tra Italia-Libia. Da qui l’invocazione Onu: «Malta e l’Italia continuino ad assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale pieno accesso al territorio e alla procedura di asilo nell’Unione Europea». Fra le persone respinte in Libia ci potrebbero essere dei profughi dell’Africa sub sahariana. E protesta anche la Cei: «L’effettivo trattamento di chi viene mandato in Libia va verificato», ha detto Giandomenico Gnesotto, direttore dell’Ufficio pastorale della Fondazione Migrantes dell’episcopato italiano.
Allibite tutte le organizzazioni umanitarie. Mentre il commissario europeo Jacques Barrot, esprime soddisfazione per il salvataggio dei migranti ma tace sul respingimento dell’Italia.
SCHEDA
Già condannati all’Europa per quei rimpatri forzati
Tra il 2004 e il 2005 il governo inaugurò le espulsioni collettive Il provvedimento violava la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo
Era già successo cinque anni fa, a partire dall’ottobre del 2004 e fino al 17 marzo del 2005. Quel giorno, per decongestionare Lampedusa, il governo (presidente del Consiglio Berlusconi, ministro dell’Interno Pisanu) aveva autorizzato il rimpatrio forzato in Libia di 180 cittadini stranieri. L’operazione era stata subito denunciata dall’Alto commissariato delle nazioni unite e dal Consiglio italiano dei rifugiati. Quindi un gruppo di europarlamentari aveva presentato una risoluzione che il 15 aprile del 2005 era stata approvata. Una risoluzione di condanna. «Il Parlamento europeo - c’era scritto - ritiene che le espulsioni collettive di migranti verso la Libia costituiscano una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane siano venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciata nei loro paesi d’origine».
Il metodo adottato dal governo italiano violava non solo l’articolo 10 della Costituzione (quello che prevede il diritti d’asilo) ma anche la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati (che esige un esame caso per caso dei provvedimenti) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (che vieta le espulsioni collettive). L’orientamento espresso dal parlamento di Strasburgo fu confermato, nel mese di maggio, dalla Corte europea che accolse un ricorso contro le espulsioni.
Il «respingimento» nel porto di Tripoli dei 227 migranti intercettati nel Canale di Sicilia ha, dal punto di vista formale, una diversa natura: i migranti non hanno messo piede nel territorio italiano ma sono stati messi nell’impossibilità di raggiungerlo. Sul piano sostanziale, tuttavia, i rilievi del 2005 valgono integralmente. La condanna dell’Italia si fondava anche sul fatto che la Libia «non offre garanzie efficaci dei diritti dei rifugiati e pratica arresti, detenzioni ed espulsioni arbitrari». La risoluzione inoltre sottolineava le «deplorevoli» condizioni di vita dei reclusi nei campi libici. Dei lager dove i prigionieri vengono spesso sottoposti a violenze. Sorte toccata anche a molti degli espulsi dall’Italia.
L’intervento dell’Europa nel 2005 era stato accolto con grande soddisfazione dalle associazioni umanitarie. La speranza era che il forte richiamo al dovere di rispettare le norme internazionali avrebbe spinto il governo italiano a interrompere le espulsioni sommarie. Nessuno, allora, poteva immaginare che il metodo condannato dall’Europa sarebbe diventato la regola.
La crisi finanziaria internazionale ha rivelato la fragilità del mercato come strumento di regolazione dell'ordine globale e ha ridato improvvisa legittimità all'azione degli stati nazionali. In tutti i paesi, nei governi, nei partiti e nei movimenti, sociali c'è chi, da un lato, è tentato dalla nostalgia di pensare che tutto possa tornare come prima; dall'altro, c'è chi invece sostiene che dopo la lunga globalizzazione neoliberista la politica e la democrazia debbano ridefinirsi radicalmente. Due libri aiutano a tracciare le mappe del cambiamento, verso l'«alto» dei processi globali e verso il «basso» della partecipazione dei cittadini. Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica, di Daniele Archibugi (Il Saggiatore, pp. 320, euro 20) disegna i contorni di un mondo possibile dopo l'epoca della sovranità degli stati nazionale. Dopo la politica. Democrazia, società civile e crisi dei partiti, a cura di Duccio Zola (Edizioni dell'Asino, euro 12) esplora invece le pratiche di democrazia dopo l'era della politica monopolizzata dai partiti.
Su scala globale il «vuoto» di democrazia e capacità di governo è apparso evidente nell'inconcludente vertice del G20 del 2 aprile scorso a Londra, che ha tentato di mantenere gli attuali rapporti di potere attraverso forme più «multilaterali» di global governance. Una via alternativa alle conclusioni del G20 londinese è la democrazia cosmopolitica proposta nel volume da Archibugi, che delinea un sistema di governo a più livelli ed estende i fondamenti della democrazia - diritti, partecipazione, poteri di controllo - oltre i confini nazionali.
Tra nonviolenza e controllo popolare
Alcuni passi in questa direzione sono già stati compiuti, ad esempio il Tribunale penale internazionale all'Aja deve tutelare i diritti umani fondamentali di tutti i cittadini del mondo e dispone per questo di un'autorità che scavalca quella degli stati. Altre azioni «cosmopolitiche» riguardano le richieste per rafforzare, democratizzare e rendere più autonome dai paesi più potenti le istituzioni sovranazionali legittime - come le Nazioni Unite, di cui fanno parte i 192 paesi del pianeta - e affidare a loro - anziché a un gruppo ristretto scelto dai più ricchi - responsabilità specifiche su problemi globali. Così, in contrapposizione al G20, l'Onu terrà a giugno la sua «Conferenza sulla crisi economica e finanziaria mondiale e sull'impatto sullo sviluppo», da cui potrebbero venire risposte alla crisi più condivise, democratiche ed efficaci che non dagli incontri ristretti di Washington e Londra.
Ma i protagonisti sulla scena globale non sono solo gli stati. Un altro insieme di proposte della democrazia cosmopolitica riguarda il riconoscimento ai cittadini del mondo di un insieme di nuovi diritti e doveri che superino quelli nazionali, e la creazione di nuove istituzioni sovranazionali che siano indipendenti dai governi degli stati e rispondano invece ai cittadini o alla società civile di tutti i paesi. Gli esempi comprendono la creazione di una Assemblea parlamentare delle Nazioni unite dove siano rappresentati i cittadini (o i parlamenti) - anziché i governi - del pianeta, il coinvolgimento di organizzazioni della società civile nei meccanismi di decisione delle organizzazioni sovranazionali, la creazione di un Consiglio per i diritti umani con un forte ruolo delle organizzazioni non governative, e così via.
Proposte di questo tipo emergono, nel libro di Archibugi, da una visione della democrazia fondata su tre principi: nonviolenza, controllo popolare e uguaglianza politica, che va al di là degli aspetti più immediati - presenza di elezioni, partiti, libertà d'informazione. Tali principi, per essere effettivi su scala nazionale, devono affermarsi anche a livello globale. La nonviolenza definisce una condizione necessaria per la democrazia: l'accettazione di preventive regole condivise - che escludono l'uso della forza - su come si può ottenere o perdere il potere politico. Il controllo popolare deve riguardare anche le decisioni prese da altri stati (o da poteri economici transnazionali) e che hanno conseguenze sui cittadini di un singolo paese. L'uguaglianza politica deve portare a definire una comunità di cittadini del mondo con uguali diritti e doveri sui temi di rilievo globale.
Sono evidenti qui i paralleli con le richieste avanzate dai movimenti globali che - da Seattle nel 1999 a Londra nel 2009 - si sono opposti alla globalizzazione neoliberista in nome della democrazia e della giustizia economica e sociale. Il volume individua alcuni temi di azione prioritaria - il controllo sull'uso della forza, l'accettazione delle diversità culturali, l'autodeterminazione dei popoli, il monitoraggio degli affari interni e la tutela dei diritti umani, la gestione partecipativa dei problemi globali - sui quali i cittadini del mondo potrebbero acquisire i diritti e doveri di una nascente «cittadinanza cosmopolitica». Per Archibugi la scommessa è di trasformare le rivendicazioni dei movimenti globali in nuove istituzioni capaci di estendere la democrazia e di porre vincoli alla sovranità degli stati, in un sistema di «costituzionalismo globale» in cui il nuovo possa convivere con l'attuale sistema inter-statale.
Cinque modelli concreti di quest'ordine «ibrido» sono esaminati nella seconda parte di Cittadini del mondo, con i casi delle Nazioni unite, degli interventi umanitari, dell'«esportazione della democrazia», dell'autodeterminazione dei popoli e dei contesti multilinguistici. Ritroviamo qui uno dei punti di forza del volume: la capacità di unire una solida visione complessiva con la concretezza delle proposte, in parte già praticate dall'evoluzione dei rapporti internazionali e dal ruolo crescente della società civile mondiale. Meno convincente è invece lo schema che contrappone un'uniforme democrazia (nella sua versione liberale più standard) a un generico autoritarismo (in sostanza: l'assenza di elezioni politiche), mentre il rapporto tra democrazia e capitalismo su scala globale non viene affrontato.
Il potere delle élite
Le idee chiave per essere Cittadini del mondo si intrecciano bene alle proposte di Dopo la politica per le pratiche a scala nazionale. Qui è in gioco la ridefinizione della politica, oltre una democrazia rappresentativa svuotata e mediatizzata, controllata dalle élite e dai partiti. I contributi raccolti in Dopo la politica. Democrazia, società civile e crisi dei partiti esplorano così i meccanismi di tale declino e suggeriscono alcune direzioni per un rinnovamento radicale della politica. Il punto di partenza, individuato dal saggio di Jürgen Habermas, è la fine della politica dello stato sociale come si è affermata nel dopoguerra nei paesi europei. La debolezza della politica come strumento per «temperare» il capitalismo, la burocratizzazione del welfare e la forza dei mercati globali sono alla radice della caduta di efficacia e consenso di una politica nazionale fondata sulla redistribuzione promessa dal welfare. Per Habermas, la via d'uscita passa per un maggior spazio riconosciuto alla solidarietà come principio di regolazione sociale, rispetto ai meccanismi dominati dal potere dello stato e dal mercato, e per una espansione della sfera pubblica e dei processi di comunicazione che la caratterizzano.
La prospettiva della democrazia deliberativa proposta da Habermas incontra così la società civile intesa come una sfera pubblica che vede protagonisti i cittadini e le loro relazioni sociali, tema questo al centro del capitolo di Duccio Zola. Il rinnovamento della democrazia può trovare terreno fertile in quest'incontro, che offre nuove modalità di definizione delle identità, di aggregazione degli interessi, di accordo sulle procedure per decidere sul bene comune. Resta aperta tuttavia la questione dei rapporti tra le attività della società civile e i processi istituzionali che caratterizzano la politica degli stati nazionali, un terreno senza regole, segnato da pratiche e comportamenti differenziati, e da una continua capacità della politica tradizionale di esercitare controllo e potere sulla società.
La pratica del consenso
Ma esiste una capacità della società civile di «reinventare» la democrazia? La risposta è nel capitolo di Donatella della Porta, che presenta i risultati di una ricerca europea sulla democrazia nei movimenti globali. Nelle risposte di duecento organizzazioni sociali europee, le idee e le pratiche di democrazia all'interno dei movimenti ruotano intorno a tre valori chiave: la partecipazione diretta (e la critica della rappresentanza), l'autonomia (delle esperienze, dei livelli territoriali, e la critica delle gerarchie), il metodo deliberativo del consenso (e la critica alle procedure di votazione). Tutto ciò ha alimentato i conflitti per chiedere più democrazia ai poteri politici ed economici sovranazionali e ha aperto la strada a una visione della politica come partecipazione, con un significativo avvicinamento tra richieste all'esterno di democratizzazione della politica e pratiche di democrazia all'interno della società civile. Quanto ai rapporti con le autorità politiche, è significativo che forti pratiche conflittuali non escludano forme di collaborazione con le istituzioni, soprattutto a livello locale e nazionale.
Gli altri saggi - di Ekkehart Krippendorf, Carlo Donolo, Luigi Bobbio, Giuseppe Cotturri - aggiungono nuove prospettive sulle forme di autogoverno e di partecipazione sociale, mentre le conclusioni sono di Pino Ferraris e Giulio Marcon.
Per Pino Ferraris, dopo la politica dei partiti deve seguire una diffusa «politicizzazione dal sociale», magari con una «confederazione» leggera delle esperienze sociali che hanno progetti di cambiamento, su basi solidaristiche. Giulio Marcon definisce questo percorso come il passaggio dalla «monarchia dei partiti» alla «repubblica della politica», in cui ogni forma di politica diffusa - nei movimenti, nelle associazioni, nel terzo settore, nei gruppi locali, nel sindacato, etc. - abbia la stessa dignità e riconoscimento della politica dei partiti nel definire il bene comune e le decisioni da prendere. Tanto a livello globale che nazionale, la possibilità di partecipare in prima persona e di esercitare un controllo sulle decisioni restano i due pilastri su cui costruire il futuro della democrazia, al tramonto dell'epoca in cui lo stato nazionale e la politica dei partiti definivano l'unica arena della democrazia.