Dopo il reato di clandestinità le ronde. Dopo le ronde l'esame di dialetto per i professori. Ogni giorno una nuova, piccola croce nell'elenco delle vergogne. E noi a guardare lo spettacolo dell'Italia civile che va giù, incerti tra l'indignazione etica e il disgusto estetico. Tra l'incredulità per la forzatura dei confini ritenuti fino a ieri invalicabili dei diritti umani violati, e lo schifo per l'esibizione di ignorante rozzezza ostentata in forma di legge e di proposta parlamentare. Di reazione politica, neanche l'ombra. Come se quanto accade non fosse in realtà vero. Non si misurasse effettivamente con la nostra vicenda storica. Non costituisse uno strappo reale, un attentato a quella costituzione materiale - e anche, a questo punto formale - che aveva trainato l'Italia tra i paesi all'onor del mondo.
A guardare i telegiornali, i volti bipartisan dei politici esternatori, degli eterni portavoce, con sullo sfondo l'immutabile facciata di Montecitorio, si direbbe che sia tutta finzione. Sceneggiata. Teatrino. Che sì, Bossi e Calderoli le sparano grosse, ma poi tutto si rivelerà per quello che è sempre stato. Farsa. Gioco delle parti per strappare un briciolo di visibilità. Per riequilibrare un rapporto interno. Per controbilanciare le simmetriche sparate «sudiste» di Lombardo e compagni. E nel «pacchetto sicurezza», è vero, molta della nostra civiltà giuridica cade a pezzi, ma solo sulla carta, nella pratica molto si aggiusterà da solo: le badanti «si salveranno» - proprio così, «si salveranno» intitolava un noto quotidiano indipendente nazionale, come se non fossero loro a salvare «noi» quando un famigliare diventa non più autosufficiente, e bisogna risolvere il problema dei nostri vecchi. I clandestini con davvero voglia di lavorare e di lasciarsi massacrare di fatica sul lavoro non finiranno dietro le sbarre, dove d'altra parte non c'è più posto nemmeno per i criminali veri. Le ronde saranno piccole e inoffensive, romperanno più le scatole alla Pubblica sicurezza vera che non ai magrebini o ai rumeni che si attarderanno per strada. Bravi ragazzi che magari giocheranno a fare le «SS» come quelli di Massa, ma «per gioco», appunto. Non esageriamo con gli allarmismi fuori tempo. Non gridiamo al lupo al lupo. Atteniamoci ai fatti!
Già, atteniamoci ai fatti. I fatti ci dicono che in pochi mesi si è realizzata per legge la privatizzazione - per ora interstiziale - dell'ordine pubblico (perché questo sono in effetti le «ronde»: una rottura gravissima del principio proprio della modernità costituzionale che assegna allo Stato il monopolio della forza e della tutela dell'«ordine pubblico»: pubblico non a caso, perché non «privatizzabile»). Si è proposta senza pudore in sede politica - trovando amichevole e compiacente ascolto nella ministra competente - la regionalizzazione della Pubblica istruzione, ridotta anche linguisticamente (il fondamento primo di ogni processo cognitivo) al raggio corto delle comunità locali. Al potere segregante dei muri lessicali. Si è attuata, nel silenzio pressoché generale, la «penalizzazione» dell'alterità: la commutazione dello «straniero» in «nemico». La rottura di quel diaframma che - fin dalla Roma antica - separava l'hospes dall'hostes, rovesciando l'ospitalità dell' «altro da noi» (in visita amichevole) in ostilità verso di esso (identificato come minaccia).
Sono, si dirà, per ora solo fatti «simbolici». Messaggi. Ma - lo ripeteremo fino alla noia - di effetti simbolici le democrazie muoiono. Perché il simbolo lavora su quel materiale incandescente che è l'immaginario collettivo. E il nostro immaginario collettivo si sta, passo dopo passo, avvelenando. Ci stanno abituando all'inaccettabile. Assuefazione, si chiama. Ed è, oltre un certo limite, un male incurabile. Quando poi l'effetto simbolico è veicolato in forma di legge - quando il simbolo mortale ha la potenza della Norma, e il Negativo assume la dimensione dell'Universale che la legge appunto possiede - il Male diventa estremo. In un passato non lontano, nel ventre d'Europa, lungo derive «simboliche» non così diverse, quel Male si è fatto addirittura «assoluto».
Sarebbe bene che i rappresentanti delle varie e disperse «sinistre» alzassero un momento gli occhi dalle loro faccende interne e dai loro tanti avversari «privati» e condividessero, non dico l'azione concreta di contrasto a tutto ciò (quella sembra riservata a minoranze estreme, un po' «fuori dal mondo»), ma quantomeno l'allarme. «Quante volte può un uomo volgere lo sguardo, e fingere di non vedere?», cantava in un tempo meno arreso Bob Dylan.
Quante volte ancora?
Avevo poco più di vent’anni quando arrivarono 50.000 operai delle fabbriche grandi e medie del nord Italia. Venivano a Reggio Calabria per solidarizzare con chi si sentiva accerchiato dai boia chi molla, con chi lottava contro il neofascismo montante, con chi, malgrado la sinistra (Pci e Psi) avesse sbagliato tutto in questo territorio, restava ancora di sinistra. Il corteo iniziò la mattina alle 11 e si concluse la sera: molti treni erano stati bloccati dalle bombe e alcuni compagni arrivarono dopo una intera giornata di viaggio quando ormai la manifestazione era finita. Era il 22 ottobre del 1972. Un altro secolo, un altro mondo.
La solidarietà tra nord e sud era una cosa concreta, era fatta di ideali comuni e di sacrifici condivisi, ed aveva una valenza bidirezionale. Oggi sarebbe assolutamente impossibile organizzare una manifestazione di quel tipo, con quella passione e a rischio della vita. Ma, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, eravamo in pieno clima post-’68 che aveva di fatto unificato il nostro paese, forse come non mai nella sua storia. Era ormai superata la storica alleanza auspicata da Gramsci, tra contadini del sud ed operai del nord, in quanto nel ventennio 1951-71 si erano svuotate le campagne meridionali e chi era rimasto era spesso entrato, per sopravvivere, nella rete tentacolare dei sussidi e sovvenzioni della Comunità europea. Il ’68 aveva coinvolto una intera generazione, attraversando le classi sociali e seminando una visione del mondo aperta, solidale, internazionalista e pacifista, in cui non c’era più spazio per la contrapposizione tra “terroni” e “polentoni”, anche grazie al fatto che gli extra-nordisti (immigrati meridionali al nord) avevano costituito una avanguardia nelle lotte di fabbrica di quegli anni e si erano guadagnati il rispetto di tutto il movimento operaio e della sinistra, parlamentare ed extra.
Come sappiamo, dagli anni ’80 inizia quel processo di normalizzazione politica e di frantumazione sociale che ha portato alla disintegrazione delle grandi organizzazioni politiche e sindacali che avevano giocato un ruolo di primo piano nel mantenere una visione unitaria dei problemi del nostro paese. Ancor più, sul piano economico, il Mezzogiorno perdeva progressivamente di ruolo nel modello di sviluppo italiano. Se negli anni’50 aveva funzionato da «serbatoio » di manodopera a basso costo per le industrie del nord, se negli anni ’60 e ’70 aveva giocato un ruolo importante come mercato di sbocco per la nascente piccola e media impresa della Terza Italia (centro-nord-est), alla fine degli anni ’80 era diventato superfluo, un peso, una escrescenza di cui liberarsi. La globalizzazione infatti avevareso marginale il mercato meridionale per il sistema industriale del centro-nord. Basti pensare che, come è stato dimostrato in uno studio dell’inizio anni ’90, un incremento di un punto percentuale nella domanda dei consumatori tedeschi era più importante, per il sistema industriale italiano, che dieci punti di aumento del Pil nel Mezzogiorno.
Senza cadere in un approccio deterministico, non è un caso che proprio in quella fase storica sia nata la Lega nord. Non un fenomeno folcloristico, come qualcuno aveva pensato e scritto, bensì la traduzione politica sul territorio italiano di un fenomeno mondiale: il delinking, lo sganciamento delle aree ricche del pianeta. La «secessione dei ricchi», come è stata definita, ha prodotto tragedie, come quella della ex Jugoslavia, o si è conclusa pacificamente, come nel caso della ex Cecoslovacchia. In ogni caso è un fenomeno con cui fare i conti. Finché il Mezzogiorno ha funzionato da serbatoio di voti per le maggioranze di governo, la secessione è stata scongiurata. Quando la Sicilia ha dato l’en plein dei voti a Forza Italia, involontariamente ha condizionato il premier a fare i conti con le esigenze dell’isola e della sua classe politica. Oggi anche questo ruolo del Mezzogiorno si sta esaurendo. La crisi economica da una parte e il federalismo fiscale dall’altra stanno mettendo in ginocchio il territorio meridionale. Nei prossimi anni, quando i decreti attuativi del federalismo fiscale diventeranno realtà, le regioni meridionali dovranno trovare qualcosa come 20 miliardi di euro per coprire i costi del welfare e fare funzionare al minimo la pubblica amministrazione.
Anche i famosi Por, fondi europei per le regioni arretrate, finiranno nel prossimo quinquennio, e non ci saranno altre risorse aggiuntive. E i giovani del Mezzogiorno che in quest’ultimo decennio sono emigrati in massa nel centro-nord (oltre settecentomila) avranno sempre più difficoltà a farlo: per la prima volta le regioni ricche avranno un serio problema di disoccupazione, che tenteranno di risolvere in parte con un assorbimento nella pubblica amministrazione.
La crisi globale che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale: il milione di operai ed impiegati nel settore privato che sono usciti dalla produzione difficilmente ci ritorneranno. I giovani laureati meridionali non saranno più chiamati a colmare i vuoti, non avranno più spazio nel settore pubblico, che ha funzionato da spugna occupazionale. Risultato: il Mezzogiorno si sta trasformando in una gabbia da cui è difficile uscire.
Il malessere crescente e il disagio sociale senza risposte hanno indotto una parte della classe politica meridionale a cercare una via d’uscita: costruire il Partito del Sud per avere lo stesso peso della Lega nelle trattative con Berlusconi.
Una scorciatoia estremamente pericolosa che farebbe solo il gioco di Bossi: legittimare la divisione dell’Italia, dividerla in confederazioni sul modello della Svizzera. E chi governerebbe il Mezzogiorno? Non ci sono dubbi: la borghesia mafiosa. Questa è nuova classe emergente, che sa essere locale e globale, radicata nel territorio e capace di investire gli enormi profitti dei mercati illegali in tutte le aree del mondo, di avere una legittimità territoriale (grazie alle assunzioni in supermercati, grandi alberghi, aziende agricole ed edili, ecc.) che la borghesia industriale ha in gran parte perso con la delocalizzazione. Ed il fenomeno non riguarda solo il Mezzogiorno, ma un numero crescente di aree del centro-nord. Anzi, la crisi finanziaria offre uno spazio inedito alla borghesia mafiosa per impadronirsi di terreni, case, aziende ed ogni bene dove reinvestire le sue enormi risorse finanziarie. In questo quadro socio-economico e politico un Partito del Sud ci porterebbe molto vicino a una situazione del tipo Montenegro o altri stati-mafiosi che pullulano nell’universo della globalizzazione: dal Messico alla Nigeria, senza dimenticare la Russia di Putin. È questo il nodo centrale da affrontare.
Il Mezzogiorno ha sicuramente bisogno di una maggiore rappresentanza e presenza nell’agenda politica nazionale. Ma solo una forza di sinistra, all’altezza dei tempi che viviamo, potrebbe riannodare le fila di una unità nazionale, declinata come nuova alleanza tra lavoratori, imprenditori socialmente responsabili, reti del terzo settore e dell’economia no-profit in direzione di un progetto di rinascita del nostro paese in tutti i campi, a cominciare da quello dell’etica pubblica e della produzione di beni ad alto valore d’uso e basso impatto ambientale.
«Quando il sovrano va nudo per la piazza a prostitute c'è diritto di insubordinazione»: Baruch Spinoza, Trattato politico, cap. IV, citato da Toni Negri, che di Spinoza se ne intende, in un'intervista a Telelombardia riportata (alquanto falsata, per inciso, da titolo e sommario) sul Riformista di domenica. Negri lo dice chiaro, come al solito, altri usano toni più felpati, ma il fantasma dell'insubordinazione al Sultano italiano comincia ad aggirarsi insistentemente per l'Europa, se è vero che il problema dei media europei non è più il giudizio, ormai ampiamente scontato, su Berlusconi e sulla sua etica privato-pubblica e personale-politica, bensì quello sul tasso di reattività della società civile e dell'opinione pubblica italiane. L'Observer ne fa una questione di vigilanza democratica della comunità internazionale: può l'Europa tollerare «una società civile così evidentemente sottomessa alla volontà del premier» in un paese membro, per giunta attualmente presidente del G8? Altri, saggiamente, rovesciano il problema, segnalando gli elementi di degenerazione - populismo, demagogia, colonizzazione dell'immaginario, mobilitazione emozionale - comuni alla deriva democratica europea, di cui Berlusconi è la punta avanzata ma non unica (John Lloyd su Repubblica di domenica, e Spiegel che vede anche in casa propria tutte le premesse per un Berlusconi tedesco nel prossimo futuro). Altri ancora vanno meno per il sottile, procedono per stereotipi, trattano «gli italiani» come lo specchio fedele del premier senza né distinguere fra consenso e opposizione né inoltrarsi nelle piste del passato, recente e meno recente, della destra e della sinistra, che conducono alla situazione di oggi. Fatto sta che gira e rigira siamo arrivati al punto, il punto non essendo tanto la suddetta etica del premier quanto lo stato della democrazia e della sfera pubblica nell'Italia rifatta dal ventennio berlusconiano. Sì che fra veline, escort, prestazioni e ricompense monetarie ed elettorali del Sultano tocca ritornare ai punti di partenza del ventennio: uso e abuso della televisione a fini politici, conflitto d'interesse, manipolazione dell'opinione (Ezio Mauro rimette la questione al centro sull'Independent); declino dell'egemonia culturale della sinistra, colpevole peraltro di non aver capito nulla della questione mediatica per tutti gli anni Ottanta, e conquista dell'egemonia sul senso comune di massa della destra; svuotamento della rappresentanza politica a vantaggio della rappresentazione; esaurimento e fine della sinistra ufficiale; inesistenza (Negri) di una vera sfera pubblica, «alla Habermas o alla Daherendorf», in Italia. Catalogo noto al quale i noti fatti imporrebbero di aggiungere il capitolo sui rapporti fra stato della politica e stato del patriarcato, ma su questo si sa che le antenne scarseggiano.
Ma che il catalogo sia questo lo sa ormai anche la destra, o meglio l'apparato ultra-velinaro che sostiene il sultano dai suoi house organ, che per tre mesi ha negato l'evidente e sostenuto l'insostenibile e oggi si trova costretto a cominciare a venire a patti, palesando che una crepa s'è aperta eccome nel muro di complicità con il premier. Il Giornale di ieri prova a reagire all'offensiva della stampa estera (e di Repubblica e di Di Pietro) con due solenni editoriali di Mario Cervi e Giordano Bruno Guerri, solennemente presentate come firme «autonome e fuori dal coro» (tradotto: non al livello di Minzolini o Quagliariello), per «spiegare l'Italia agli Inglesi», ma finisce col lanciarsi un boomerang addosso. Intanto perché i due autonomi commentatori ne approfittano per togliersi vari sassolini dalla scarpe: il «libertario» Guerri, uno di quelli che s'imbarcarono in Forza Italia convinti che fosse davvero il regno della libertà, prende le distanze, nell'ordine, dalla legge elettorale vigente, dalle leggi proibizioniste sugli omosessuali e sulle staminali, dal lodo Alfano, e infine pure dalle «lecitissime ma problematiche per il ruolo istituzionale»attività sessuali del premier, dopodiché si fa paladino della Costituzione come garanzia della salute della democrazia italiana, dimenticando che gli attacchi alla Costituzione medesima sono stati dal '94 in poi la costante dell'agenda politica e ideologica di Berlusconi. E Cervi dal canto suo si dissocia dagli «incensamenti dei cortigiani», se la prende con le escort ma non con le «leggerezze d'alcova» del loro altolocato cliente, e si rifugia nella priorità del voto popolare sulla libertà d'informazione. Che cosa resta? L'inno alla funzione salvifica di Berlusconi, che con la sua «discesa in campo» del '94 rigenerò un sistema politico già sepolto sotto le rovine. O lo condannò a non rialzarsene più? Berlusconi il rivoluzionario, ci ricorda qualcosa. È l'ultimo mito di riserva, destinato agli archivi del ventennio.
Quando si tratta di salvare il paesaggio, in superficie pare che le coorti di cui canta l’inno nazionale siano più coese che mai: dagli intellettuali di istituti e fondazioni, su o giù fino alle pimpanti promotrici turistiche in autoreggenti, nessuno nega la sacralità degli scorci patri. Ma poi arrivano le specifiche.
Che inquadrano in prospettiva, con punti di vista particolari, ma che non hanno nessuna intenzione di considerarsi tali. Risultato finale: “Se è vero che un territorio … è un sistema vivente ad alta complessità, di cui si può scrivere una biografia, allora è altrettanto vero che quel territorio-individuo può morire”. Così Alberto Magnaghi, da una lunghissima citazione riportata nel libro di Franca Canigiani, sintetizza l’effetto potenziale delle bordate dei nostri “specialisti”.
I quali specialisti, proprio avocando a sé un inopinato ruolo di sintesi del sistema vivente ad alta complessità, che invece ritagliano solo a propria immagine e somiglianza, fanno spesso danni anche quando si muovono con le migliori intenzioni. Figurarsi poi se le intenzioni sono quelle a quanto pare prevalenti – comunque negli effetti - nel nostro paese, ovvero di arraffare quanto si può e fuggire col malloppo. Fuggire dove, poi, ci si potrebbe anche chiedere … ma questa è un’altra storia.
E a sottolineare proprio l’estrema difficoltà di costruire una prospettiva comprensiva e almeno in buona parte condivisibile, il capitolo con cui Franca Canigiani apre lo studio è dedicato ai “valori” del paesaggio, ovvero proprio ai pressoché infiniti punti di vista che evoca questa “memoria impressa sul territorio”. A inserire qui un ricordo del tutto personale, vorrei ricordare i passaggi apparentemente ineccepibili con cui Gustavo Giovannoni presentava a suo tempo l’appena approvata legge Bottai sul paesaggio. Giovannoni, indiscutibile pilastro nella formazione delle scienze del territorio in Italia (oltre che del restauro e dei centri storici) prendeva spunto anche dal suo ruolo di presidente del CAI e gran scarpinatore per sentieri, descrivendo il modello del villaggio alpino. Dove abitazioni, attività economiche semplici ma in grado di assicurare da secoli una decorosa sopravvivenza, e il grande ambiente della montagna si fondono sui tempi lunghi a definire un sistema unico e inscindibile. Tutto, appunto, apparentemente perfetto nella dissertazione dell’accademico d’Italia, salvo quelle che a me, osservatore da terzo millennio, paiono un paio di voragini non da poco, probabilmente neppure le uniche. E che emergono più esplicite, più o meno negli stessi anni, in quella piccola parodia in buona fede dell’americana TVA rappresentata dal Piano per la Valle d’Aosta, sponsorizzato dal giovane Olivetti, che innesca suo malgrado evoluzioni esiziali. Giovannoni non considerava infatti almeno due aspetti fondamentali di debolezza nella sua fotografia del paesaggio: il fotografo e i fotografati, ovvero gli stessi “agenti dello sviluppo” che su versanti diversi ma spesso convergenti poi entrano in sinergia ad operare le trasformazioni.
Trasformazioni di cui nessuno nega la legittimità, sin dagli esordi del dibattito sul tema al finire del XIX secolo, ma sui cui effetti spesso irreversibili c’è invece sempre molto, moltissimo da dire.
Ed è per questo che il capitolo sui “valori” del paesaggio a suo modo già riassume l’intera prospettiva della riflessione, ben oltre la doverosa rassegna della letteratura scientifica disponibile, che invece ci propinano, spietati, altri studi meno criticamente attenti. Valori, quelli del paesaggio, che sono ambientali, estetici, ma anche economici, identitari, con tutto ciò che segue nella combinazione (nello spazio e nel tempo) delle loro cangianti prospettive. Una combinazione nello spazio e nel tempo che riprendendo l’immagine del villaggio alpino-rurale di cui sopra, si può per esempio declinare nel caso specifico del Canavese e della visione olivettiana: prima un territorio ad economia tradizionale, poi calato dall’alto un capitalismo illuminato high-tech e uno sfruttamento d’élite delle risorse paesistico-ambientali, e oggi l’high-tech solo virtuale negli scatoloni del centro commerciale-divertimentificio Mediapolis, piazzato nel bel mezzo dell’anfiteatro morenico e del paesaggio agrario. È accaduto, semplicemente, che gli abitanti del mitico villaggio di Giovannoni si siano chiesti se avevano davvero voglia di continuare a stare in quel meraviglioso (secondo Giovannoni) equilibrio fra l’ambiente e le piccole trasformazioni di un’economia di sussistenza. Valori divergenti, insomma.
Questo introduce la seconda grande questione proposta da Franca Canigiani: il paesaggio, CHI lo tutela? L’esempio del villaggio rurale che transustanzia in outlet village perché gli abitanti del posto sono padroni a casa propria, e a loro garba così, ovviamente mette il dito sulla piaga. Anche da uno dei primi documenti programmatico-politici della Lega Nord in materia di territorio, sgorgava inatteso un rigurgito di buon senso là dove si ammetteva la non assoluta sovranità delle popolazioni locali in materia di trasformazioni del paesaggio. E pure quella che dovrebbe essere la “convergenza” del livello federale europeo, nazionale, regionale e locale, a volte se non quasi sempre appare contraddittoria, negli effetti se non nelle intenzioni. Una parte della risposta, la si trova ben riassunta nel titolo-questione che apre il secondo capitolo: Un quadro legislativo incerto e confuso. Che, oltre appunto ad eliminare la propria confusione e contribuire a trovare certezze, dovrebbe orientarsi invece verso l’obiettivo di una maggiore sussidiarietà, ad esprimere “obiettivi e indirizzi di lungo periodo condivisi da una pluralità di soggetti interagenti”.
Fin qui alcuni dei caratteri più generali del lavoro, che si focalizza sul caso della Toscana. E concludo.
Concludo nel senso che nella logica di queste brevi note sono gli aspetti estendibili ad altre realtà ad assumere maggior rilevanza (se mi è consentito), e la Toscana a fungere da caso studio paradigmatico: regione che unisce altissima qualità dei paesaggi e altissimo rischio determinato dalle trasformazioni più recenti, e che in parallelo ha sviluppato, non da ora, una forte cultura sociale e istituzionale a fare da potenziale anticorpo alle trasformazioni più impattanti e irreversibili. Saprà questo potenziale tradursi in realtà operante? Tutto dipende dalla capacità di includere nei processi (di dibattito, di sviluppo, di consapevolezza) la maggior parte dei soggetti coinvolti, e quella di conferire via via adeguato peso e priorità alle varie prospettive.
Perché, se è certo che la logica specialistica del mordi e fuggi devasta irreversibilmente identità e risorse, in cambio di poco o nulla, anche quella di tutela non può non fare i conti con le (sempre legittime, in un modo o nell’altro) aspettative di sviluppo. Dipende da come lo si vuole intendere, naturalmente.
Un’ultimissima nota alla prima delle appendici che concludono Salvare il Belpaese: per i frequentatori abituali del sito eddyburg.it potrebbe (e giustificatamente) apparire come una versione stampata delle nostre Visite Guidate. E in effetti il Volo sul Belpaese che scompare propone una breve rassegna di testi, in buona parte ripresi dagli interventi, su temi nazionali o specificamente toscani, comparsi via via nelle varie cartelle del sito. Se si tratti di un motivo di speranza, o di depressione perché rischiamo sempre di “raccontarcela tra di noi”, dipende naturalmente dai punti di vista.
Nota: per motivi di malfunzionamento dell'editor, non è stato possibile inserire prima i links relativi ad alcuni testi citati e disponibili qui sul sito. Riporto di seguito i collegamenti per esteso (f.b.)
Gustavo Giovannoni, La nuova legge sulla difesa delle bellezze naturali, 1939
Il problema urbanistico della Valle d'Aosta, 1938
Comunità "olivettiane" dei nostri tempi, il parco a tema Mediapolis
Nei decenni a cavallo del XX e del XXI secolo, la sinistra è stata sconfitta culturalmente. La sua ragion d'essere è stata contraddetta, manipolata, negata, poi mistificata, infine snervata, svuotata e rielaborata e, così contraffatta, inoculata nella testa dei dirigenti, ma non solo. Lo dimostra l'accettazione continuata, mai perplessa, entusiasta e senza riserve, del neoliberismo da parte di tutte le socialdemocrazie (leggasi: Pse) del nostro continente come canone fondante dell'Unione europea, l'entità istituzionale preminente che regola i due terzi dei rapporti interindividuali concreti di 500 milioni di europei.
Questa entità ha assunto come suo obiettivo supremo l'economia di mercato aperta ed in libera concorrenza ma «non raggiunge alcuna forma che esprima il livello di legittimazione di una democrazia costituzionale». Ad usare tale definizione non è più solo qualche giurista «estremista» - come da trenta anni chi scrive - ma è il Tribunale costituzionale della Repubblica federale di Germania, grazie ad un ricorso proposto, significativamente e meritoriamente, dal gruppo parlamentare della Linke al Bundestag. Quale concezione della democrazia nutre, propone, propugna la socialdemocrazia europea, se quella cui aderisce per l'Ue è giudicata inferiore alla soglia da raggiungere per potersi legittimare come tale dal massimo organo giurisdizionale della maggiore potenza industriale europea? Quale socialità ha dimostrato a fronte dei costi umani della crisi globale dell'economia globale? Quale socialità dimostrerà tra pochi mesi, come conseguenza di tale crisi, la scelta di un sistema economico che avrà prodotto, in Europa, livelli di disoccupazione mai lontanamente raggiunti prima che l'Unione si formasse e si consolidasse? Concezione della democrazia, concezione del sistema economico. È su questi temi che la sinistra è chiamata a definirsi come tale. E su di essi che ci si può unire o dividere.
Qualche precisazione si impone. Il mercato autoregolato è fallito. Non poteva che fallire. Si configurava, e si configura, come una idiozia assoluta. Perché mai, in base a quale logica, a quale principio, a quale esperienza, le azioni di tutti gli individui della specie umana che producono conseguenze interoggettive devono essere (e sono) regolate e quelle degli agenti di borsa, dei dirigenti di banca, dei possessori di capitali, no, non lo devono? Perché autonomamente, spontaneamente, armonicamente, provvidenzialmente confluiscono a determinare la felicità della dell'umanità intera? Sembra impossibile, ma evidentemente lo si è pensato, lo si è imposto, sancito. La massima parte della normativa europea è stata prodotta infatti per assicurare l'anarchia degli agenti e dei possessori di capitali, la libertà del capitale, questa sopra ogni altra.
La si vuole lasciare intatta, garantire, perpetuare? O si vuole attrarre la finanza, gli investimenti, l'iniziativa economica, la produzione di merci e servizi, i rapporti che vi sono sottesi e quelli che ne conseguono, alla disponibilità, alla regolazione democratica? Quella degli stati? Ebbene, sì. Degli stati, se democratici. A condizione, cioè, che lo siano, potendo disporre di, e regolare, tutti i rapporti umani con la sola ed inderogabile esclusione di quelli che attengono ai diritti universali. A quei diritti, cioè, che possono essere esercitati da tutte e da tutti, che abbiano come titolare ogni persona umana in quanto tale, quei diritti che mai possono implicare subordinazione di un essere umano ad un essere umano, come, ad esempio, il rapporto di lavoro salariato. Una democrazia che aborra la personalizzazione del potere, che faccia della partecipazione la concreta, costante, verificabile e progredente dinamica del potere popolare, che renda la pluralità, perché identifica nella struttura del demos, l'indefettibile composizione di ogni istituzione.
È divenuta fallace la massima "una testa, un voto". Va riformulata: ad ogni testa un voto da esprimere in tante ed in tanti, mai però per istituzioni composte da una persona sola.
Esattamente settant'anni fa, nel 1939, appariva, come romanzo ecologico e politico, "Furore", dello scrittore americano John Steinbeck (premio Nobel 1962), immediatamente tradotto in Italia da Bompiani nel 1940; dal libro fu tratto, nello stesso 1940, un celebre film di John Ford, interpretato, fra l'altro, da un eccezionale Henry Fonda giovane.
Il romanzo è ambientato negli anni trenta del Novecento, nell'Oklahoma, uno degli stati agricoli degli Stati Uniti centrali; nei molti decenni precedenti gli immigrati, sbarcando sulla costa atlantica del Nord America, avevano cercato terre fertili spingendosi verso ovest, nel selvaggio West, dove avevano trovato grandi praterie in delicato equilibrio ecologico; la coltivazione a grano e mais ha trasformato il fragile terreno dei pascoli in un suolo esposto all'erosione del vento e delle piogge e ben presto le pianure si sono trasformate in una terra arida, in una "scodella di polvere". Centinaia di migliaia di famiglie di contadini a poco a poco hanno visto sfumare il povero reddito e, non potendo pagare i debiti e i mutui alle banche, sono stati sfrattati e sono diventati, ancora una volta emigranti.
Una di queste famiglie, quella di Tom Joad, giovani e anziani, decide di caricare le povere masserizie su una traballante automobile per andare a ovest dove dicono che in California, terra di ricchi raccolti e di acque, è possibile trovare occupazione in agricoltura. Dopo un lungo terribile viaggio la California, terra promessa, si rivela però subito ostile; ci sono troppi immigrati, non c'è lavoro per tutti e le paghe sono basse al punto che è in atto uno sciopero; i padroni, attraverso "caporali" organizzati dalla criminalità, sono disposti ad assumere i nuovi arrivati come crumiri che subito si scontrano con gli altri poveri in sciopero, poveri contro poveri.
Uno spiraglio è offerto da un campo di accoglienza statale della "Resettlement Administration", l'agenzia creata da F.D.Roosevelt (1882-1945), divenuto presidente degli Stati Uniti nel marzo 1933, e affidata a Rexford Tugwell (1891-1979), un professore di economia, studioso di agricoltura, ma soprattutto una eccezionale figura di difensore dei diritti civili e degli emigranti. Nel campo dell'agenzia gli immigrati con poca spesa trovano casette decenti, docce e acqua corrente, spazi per i bambini; l'agenzia statale ha cura anche di procurare lavoro a paghe dignitose, organizza opere di difesa del suolo e rimboschimento, assegna piccoli appezzamenti di terreno e organizza cooperative. Naturalmente i padroni degli operai in sciopero usano la criminalità locale, con la complicità della polizia, per cercare di smantellare i campi di accoglienza con la scusa che sono fonte di disordini.
Il libro "Furore" finisce con una pagina di commovente solidarietà; proprio quando sembra che stia finendo il lungo calvario, Rosa, la più giovane dei Joad, perde il bambino di cui era incinta e offre il latte del proprio seno ad un vecchio che sta per morire disidratato e che rinasce col latte che era destinato al bambino morto.
"Furore" è una parabola di quanto è sotto i nostri occhi di questi tempi. Alla base delle migrazioni ci sono sempre, direttamente o indirettamente, crisi ambientali. Oggi la siccità e le inondazioni spingono persone e popoli dall'Africa e dall'Asia verso l'Europa, alla ricerca di condizioni migliori di vita per se e per i propri figli.Anche da noi, come nella California dei Joad, gli abitanti, ricchi egoisti o poveri anch'essi, li respingono o costringono a lavori spesso disumani; gli immigrati nei campi:"muoiono di fame perché noi si possa mangiare", oggi come nel 1938 quando Edith Lowry scrisse il suo celebre libro, lavorano in fabbriche inquinanti e pericolose, in cantieri edili su impalcature insicure, esposti al caporalato e alla criminalità.
Come nella California dei Joad la nostra società assiste impassibile, anzi con odio, ai viaggi disperati dalle terre d'origine all'Italia, lascia marcire degli immigrati in rifugi in cui neanche i cani abiterebbero --- ne abbiamo avuto testimonianze anche in recenti servizi della televisione di stato --- e assiste indifferente al loro dolore: dolore per la lontananza dai loro cari, per la difficoltà della lingua; solo poche strutture di assistenza, spesso volontarie, li aiutano a superare i cavilli burocratici e li aiutano a spedire i magri risparmi alle lontane famiglie. Con la promessa di "sicurezza" per i bianchi padani e con una campagna di odio sobillata da molta parte della stampa, l'attuale maggioranza parlamentare respinge gli immigrati più indifesi, li rimanda alla loro miseria.
Eppure non siamo sempre stati così. Dopo la Liberazione, negli anni cinquanta, il "Comitato Amministrativo di Soccorso Ai Senzatetto", l'UNRRA-CASAS, col sostegno del "Movimento di Comunità" di Adriano Olivetti (1901-1960), assicurò una vera abitazione, non un rifugio, ai contadini meridionali immigrati nelle terre della riforma fondiaria. Apparve anche allora che un intervento statale di costruzione di alloggi e di assistenza civile può alleviare il disagio dei poveri togliendoli dalle grinfie della speculazione, della illegalità e della criminalità. San Paolo nella Lettera agli Ebrei (cap. 13) ricorda che "alcuni praticando l'ospitalità hanno accolto degli angeli senza saperlo". Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno trovato nelle badanti straniere un angelo che assiste gli anziani e gli pulisce (scusate il termine) il sedere.
Ma "Furore" è anche una parabola di speranza: che un giorno si possa avere un'Italia governata da persone della statura politica e morale di Roosevelt e di Tugwell, capace di praticare l'accoglienza e assicurare giusti salari e dare decenti abitazioni agli immigrati che contribuiscono alla nostra ricchezza, liberandoli dallo sfruttamento per miseri giacigli ad alto prezzo. Se non lo si vuol fare per amore cristiano, lo si faccia almeno ricordando che la paura di un popolo che non ha casa e non ha meta, genera, come ha raccontato Steinbeck, furore.
I cosiddetti «germogli» della ripresa si stanno seccando sotto lo spietato sole estivo. In realtà l'intero dibattito sul quando e sul come la ripresa inizierà è impostato male. Da una parte vi sono i sostenitori della dinamica a «V» che guardano alle recessioni passate e concludono che più veloce è il crollo dell'economia, più veloce il suo rientro nei binari. E poiché lo scorso autunno l'economia è caduta da una scogliera, si aspettano che ruggisca a nuova vita all'inizio dell'anno prossimo. Da cui la forma a «V».
Sfortunatamente i Vuisti guardano alle recessioni sbagliate. Concentratevi piuttosto su quelle che iniziarono bruciando una gigantesca bolla speculativa e vedrete riprese lente. La ragione è che al punto minimo i valori dei beni sono così bassi che la fiducia degli investitori ritorna solo gradualmente. E qui dove entrano in gioco gli U-isti. Predicono una ripresa più graduale, in cui gli investitori rientrano nel mercato in punta di piedi.
Personalmente, non m'iscrivo a nessuno dei due partiti. In una recessione tanto profonda, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che, dopo tutto, sono il 70 per cento dell'economia Usa. E stavolta i consumatori hanno preso una bella botta. Finché i consumatori non torneranno a spendere, potremo scordarci la ripresa, che sia a «V» o a «U».
Il problema è che i consumatori non riprenderanno a spendere finché non avranno soldi in tasca e non si sentiranno ragionevolmente sicuri. Ma i soldi non li hanno, ed è difficile vedere da dove possano venire. Non possono prendere in prestito. Le case valgono una frazione di quel che valevano prima e perciò scordatevi pure i ripianamenti del mutuo e nuove ipoteche. Un proprietario su dieci è sotto la linea di galleggiamento - cioè è debitore di più di quanto valga la sua casa. La disoccupazione continua a salire e il numero di ore lavorate a scendere. Chi può, risparmia. Chi non può, sta acquattato, come è giusto. Alla fine i consumatori dovranno rimpiazzare auto, elettrodomestici e quel che hanno addosso, ma una ripresa non può basarsi sul rimpiazzo. Non ci si può aspettare che gli imprenditori investano senza una massa di consumatori che si precipita su nuova merce. E non ci si può affidare all'esportazione: l'economia globale si sta contraendo.
La mia predizione allora? Non una «V», non una «U», ma una «X». L'economia non può rimettersi nei binari perché i binari su cui abbiamo viaggiato per anni - salari piatti o in calo, debito crescente dei consumatori e insicurezza dilagante, per non menzionare l'anidride carbonica nell'atmosfera - non possono semplicemente essere sostenuti.
La «X» simboleggia un nuovo binario, una nuova economia. Come sarà fatta? Nessuno lo sa. Tutto quel che sappiamo è che l'economia attuale non può ripartire perché non può tornare dove stava prima del botto. Così, invece di chiederci quando comincerà la ripresa, dovremmo chiederci quando partirà la nuova economia. A seguire.
Robert Reich insegna economia a Berkeley e il suo ultimo libro s'intitola «Capitalismo». L'articolo che pubblichiamo è ripreso da «CommonDreams.org»
La cultura politica che fa da collante delle norme che compongono la nuova legge sulla sicurezza è l’intolleranza e l’idea illiberale che la cittadinanza sia un privilegio che può essere usato a discrezione della maggioranza allo scopo di individuare e allontanare o colpire i nemici della nostra "civiltà". Chi abbia voglia e tempo di scorrere i vari blog che commentano (e molto spesso difendono) la legge potrà trovare due argomenti che tornano regolarmente: innanzi tutto che l’istituzione delle ronde è un provvedimento che intende far fronte non tanto alla sicurezza in senso generico, ma invece al rischio di insicurezza che viene dagli immigrati, un rischio che infatti si presume alto nelle aree metropolitane dove gli immigrati vivono più numerosi; in secondo luogo che questi provvedimenti "duri" siano una risposta legittima della nazione italiana nel tentativo di difendere la sua propria identità cristiana. Il paradosso di questi due argomenti è che contengono un messaggio che mette in evidenza la debolezza, non la forza, della nostra identità nazionale. L’esatto contrario di quanto la propaganda di governo proclama.
Il primo argomento è frutto di un ragionamento che è assolutamente pregiudiziale oltre che facilmente disposto al razzismo: esso presuppone una relazione causale tra la sicurezza e la presenza di persone riconoscibili come non italiani. Ma occorrerebbe riuscire a capire quali dati esteriori verranno utilizzati per decretare a occhio nudo - quello delle ronde - chi è italiano e chi no, visto che gli italiani non sono propriamente tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri, né che d’altra parte tutti gli extra-comunitari sono vestiti con tuniche o turbanti. L’assunto che sta dietro questa brutta legge è che il dato esteriore è sufficiente a creare una situazione di allerta – e il dato esteriore è quello che pertiene a come un individuo si mostra al passante (e a chi fa parte delle ronde che cammina per le strade alla ricerca di fatti e persone sospette). Sarebbe utile sapere quali istruzioni verranno date ai rondisti; se per esempio verranno istruiti secondo "profili" razziali o etnici; e chi crea questi profili e su quali dati etnografici. E sarebbe ancora più interessante sapere se chi farà parte delle ronde debba essere edotto delle tradizioni regionali di tutta l’Italia per non incorrere nel rischio di considerare straniero e quindi meritevole di sospetto chi proviene, per esempio, dalla Lucania (come si legge in uno spassosissimo blog che propone che per iscriversi alle ronde lucane sia necessario essere dotati "di armi a proiettili sonori (zampogne, tamburelli, arpe, organetti, cupa cupa) e biochimiche (salsicce, aglianico, formaggio di moliterno, provolone di podolica, ecc...)... e essere in grado di fare secondo l’uso antico Strascinati e ragù, peperoni cruscchi, susamele, Zafarata e Strazzata". Se non fosse per le implicazioni illiberali e razziste, questa legge meriterebbe di essere sepolta con una risata.
Il secondo argomento è più serio ma anch’esso mostra quanto sia complicato definire in che cosa consista la nostra identità nazionale. A favore di questa legge e del pregiudizio contro la multiculuralità, si legge spesso che l’Italia ha il diritto di difendere la propria identità culturale la quale è cattolica. L’invasione di altre "razze" e "fedi" genera una pericolosa commistione che può alla lunga portare al relativismo ovvero alla fine dell’indiscussa "nostra tradizione cristiana" e quindi anche della "nostra civilità nazionale". Dove è interessante vedere che l’Italia pare avere una identità solo nella sua religione – del resto, come abbiamo visto sopra, le tradizioni nostrane sono così tante e diverse che parlare di una cultura nazionale omogenea è a dir poco insensato. Quindi, rispetto al nostro pluralismo culturale (sul quale i leghisti hanno costruito il loro successo), la religione pare la sola nostra unità di cultura. L’esito di questo discorso è molto dubbio perché può giustificare una politica dell’intolleranza religiosa (non è forse vero che in alcune nostre città chi vuole pregare Hallah deve arrangiarsi in capannoni e luoghi di fortuna perché non gli è concesso di avere un luogo di culto?). Alla base di questo argomento vi è la confusione o l’identificazione tra fede e tradizione culturale: per esempio si legge in un blog che "difendere la nostra tradizione cristiana significa difendere noi stessi, la nostra storia perché noi ci fermiamo la domenica e non il venerdì, perché non abbiamo ammesso nella nostra società la poligamia, perché non accettiamo l’infibulazione delle donne, i matrimoni combinati tra bambini, siamo per la parità tra uomo e donna, noi crediamo nella libertà religiosa. Siamo figli della nostra civiltà e la nostra civiltà è figlia di quelle radici giudaico-cristiane. Affermare queste radici non significa fare un atto di fede, significa difendere noi stessi".
Occorrerebbe uno spazio più ampio per confutare questo coacervo di contraddizioni e insensatezze. Ma alcuni punti almeno possono essere evidenziati. Primo punto: per essere contrari all’infibulazione, ai matrimoni combinati tra bambini, alla parità tra uomo e donna non è necessario essere credenti cattolici: sono i diritti individuali, di tradizione liberale e illuministica, che ci hanno dato questa civiltà (spesso imponendosi contro le religioni costituite). Allora, è la Costituzione la nostra vera tradizione unitaria di civiltà – la quale può essere abbracciata da tutti, anche da chi non è cristiano o credente. Secondo punto: che il diritto occidentale abbia radici giudaico-cristiane è non solo scorretto (ha anche radici greco-romane che sono precedenti alla cristianizzazione) ma anche irrilevante in questo caso. Perché il fatto che la tradizione liberale dei diritti sia (anche) l’esito storico della secolarizzione del cristianesimo non implica concludere che ci sia identità tra cultura religiosa e cultura liberale o laica, e che difendere le radici religiose sia lo stesso che difendere noi stessi e i nostri diritti.
Questa identificazione etnico-politica della religione (essere italiani equivale a essere cattolici) è estremamente problematica qualora si voglia davvero difendere la tolleranza. Usare la religione come arma per marcare la differenza tra la cultura nazionale della maggioranza e le culture degli altri (siano essi parti minoritarie della nazione o immigrati) può infatti facilmente trasformare la questione della tolleranza in una questione di intolleranza. E benché gli italiani non siano diventati col tempo più religiosi, tuttavia si assiste spesso all’uso della religione come strumento di lotta culturale. Un esempio eloquente è una decisione resa nel 2005 dal Tar del Veneto nell’atto di respingere la richiesta di alcuni genitori di rimuovere il crocifisso dalle aule della scuola elementare pubblica frequentata dai loro figli. Il Tribunale giustificó quella decisione dando un’interpretazione nazionalistica della tolleranza, ovvero sostenendo che il crocifisso è un simbolo non di una confessione semplicemente ma della cultura italiana e che inoltre è un simbolo di tolleranza perché rappresenta una denuncia dell’intolleranza religiosa. C’è da dubitare che un fedele che crede con sincerità desideri veder trasformato un simbolo religioso in un simbolo secolare (cultural-nazionale) e che accetti di buon grado che un’istituzione dello Stato si incarichi di dare una definizione autorevole su come interpretare un simbolo religioso. Ciò dimostra che lo zelo nazionalista non è di sostegno alla tolleranza neppure di chi è cattolico. La propaganda roboante che ha fatto da giustificazione alla nuova legge sulla sicurezza nasconde una debolezza identitaria della nostra cultura civile che la maggioranza cela dietro la radicalizzazione del confronto «duro» e «cattivo» con le minoranze culturali e religiose. Non è del resto ironico che a volere fortemente questa legge nazionalista sia stato un ministro il cui partito che ha fatto della propaganda anti-nazionale e anti-italiana le ragioni della sua stessa esistenza?
Sono venute a galla, finalmente, due questioni che riguardano, l’una, la verità e, l’altra, la moralità nella vita pubblica. Sono questioni che oggi particolarmente toccano un uomo alle prese con l’affannosa gestione davanti alla pubblica opinione di uno sdoppiamento, tra la realtà di ciò che effettivamente egli è e fa e la rappresentazione fittizia che ne dà, a uso del suo pubblico. Siamo di fronte a una novità? Possiamo credere sia un caso isolato? Via! La menzogna e l’ipocrisia, alla fine la schizofrenia, sono sempre state compagne del potere.
Questa constatazione realistica può chiudere il discorso solo per i nichilisti, i quali pensano a un eterno nudo potere, che volta a volta, si presenta in forme esteriori diverse, ma sempre e solo per coprire la sua immutabile, disgustosa, realtà. Per gli altri, quelli che credono che il potere non necessariamente sia sempre solo quella cosa lì, ma che si possa agire, oltre che per conquistarlo, anche per cambiarlo; per quelli, in breve, che credono che vi siano diversi possibili modi di concepire e gestire le relazioni politiche, verità e menzogna, moralità e ipocrisia sono dilemmi su cui si può e si deve prendere posizione.
Vizi e virtù cambiano, anzi si scambiano le vesti, a seconda di quali siano le concezioni del vivere comune. I vizi possono diventare virtù e le virtù, vizi. Onde possiamo dire che da come li si concepisce capiamo che idea abbiamo della nostra convivenza. C’è qui una spia che permette di guardare nello strato profondo, magari inconscio, delle nostre concezioni politiche. Nelle Istorie fiorentine (III, 13), Machiavelli dice che i mezzi del potere sono "frode e forza" e che "quelli che per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servitù sempre e nella povertà affogano; perché i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli e audaci, e di povertà se non i rapaci e fraudolenti". Buone massime di comportamento, ma per il Principe in società di servi e padroni: qui davvero le virtù diventano vizi e i vizi, virtù.
La verità, il rispetto dei "bruti fatti", è la virtù di coloro che si intendono e vogliono intendersi tra loro; al contrario, quando il proposito non è l’intesa ma la sopraffazione, la virtù non è più la verità ma è la menzogna, la simulazione di quel che è e la dissimulazione di quel che non è. La verità predispone al dialogo in cui ciascuno onestamente fa valere i propri punti di vista; la menzogna prepara inganni e, in risposta, giustifica altre simulazioni e dissimulazioni (Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta – 1641), come arma di legittima difesa. Ne vengono società di maschere, mascheramenti e mascherate che nascondono violenza, come erano le società di cortigiani, venefici e tradimenti del 5 e ‘600 in cui l’elogio della malafede dei governanti ha trovato il suo terreno di coltura.
Gesù di Nazareth impartisce ai discepoli due comandamenti, all’apparenza contraddittori: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 36) e «siate avveduti (phronimòi) come serpenti» (Mt 10, 16). Da un lato, dunque, rispecchiare la verità, né più né meno; dall’altro, usare la lingua biforcuta del "più astuto tra tutti gli animali" (Gn 3, 1). Come si scioglie la contraddizione? In un modo molto interessante per la nostra questione. Il primo comandamento vale nei rapporti tra leali appartenenti alla stessa cerchia, in quel caso i credenti nella medesima parola di Dio ("avete inteso che fu detto …, ma io vi dico"). Il secondo vale quando le pecore (i discepoli) sono inviati in mezzo ai lupi, gli uomini dai quali devono "guardarsi" con accortezza.
Ecco, dunque. La verità vale tra amici; tra nemici è dissennatezza. Se riteniamo di non essere vincolati alla mutua obbligazione al vero, se riteniamo legittima la frode, la menzogna, l’inganno è perché viviamo nell’ostilità e i regimi dell’ostilità sono quelli inclini alla sopraffazione. Noi comprendiamo perciò lo scandalo che, purtroppo in altri Paesi e non nel nostro, dà l’uomo pubblico che è scoperto avere mentito, per questo solo fatto, magari su una questioncella da niente: uno scandalo non di natura morale o moralistica ma politico, che può portare alla rovina d’una carriera. Chi mente, non importa su che cosa, è un pericolo per la libertà e la democrazia. Oggi, da noi, si moltiplicano assennati appelli alla concordia e al dialogo, ma senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità, sono parole destinate al vento.
* * *
Anche la questione della moralità conduce a un problema politico di democrazia. Si dice: il giudizio morale non deve influire sul giudizio politico. La politica si giudica con criteri politici; la moralità, con criteri morali. Un ottimo uomo pubblico può essere un pessimo individuo nel privato, col quale non si vorrebbe avere nulla da spartire. O viceversa: una persona dabbene può essere un pessimo politico, cui non vorremmo affidate responsabilità pubbliche. Gli ambiti sono diversi e devono essere tenuti separati. Lo Stato moderno è il prodotto della scissione dell’ufficio pubblico dalla persona fisica che lo ricopre. Il funzionario è, come tale, soggetto a particolari e stringenti doveri di moralità pubblica, della cui osservanza risponde pubblicamente. Ma la stessa persona, nel momento in cui è spogliato della sua funzione ritorna a essere uno come tutti, ha il diritto di essere lasciato in pace come un qualunque altro cittadino. La sua moralità è in questione solo di fronte alla sua coscienza, a Dio o al confessore.
Tutto questo è chiaro ma troppo semplice. I punti di interferenza sono numerosi, in un senso e nell’altro. Quando c’è interferenza, non si può negare l’esigenza di verità. Può accadere che la posizione pubblica sia spesa nella vita privata, oppure che i comportamenti privati si riverberino sulla posizione pubblica. Talora queste commistioni hanno rilievo per il codice penale. Ma molto spesso no. Non per questo non hanno rilievo politico. Esempio del primo tipo: la strumentalizzazione del "fascino del potere" per ottenere vantaggi nella vita privata. I favori sessuali attengono certamente alla vita privata. Ma altrettanto certamente ciò non basta a escludere il diritto dell’opinione pubblica di sapere se questi si ottengono facendo balenare o distribuendo favori, come solo chi occupa posizioni di pubblico potere può fare. Oppure, esempio del secondo tipo, lo stile di vita personale attiene certamente all’ambito privato che chiunque ha il diritto di definire come vuole. Ma se questo stile di vita contraddice i valori sociali e politici che si professano pubblicamente e si vogliono imporre agli altri, possiamo dire che questa ipocrisia sia irrilevante per un giudizio politico da parte dell’opinione pubblica?
Non è affatto questione di moralismo. Nessuno, meno che mai quella cosa che si denomina opinione pubblica, ha diritto di pronunciare sentenze morali, condannare peccati e peccatori. Chi mai gradirebbe un giudizio di questo genere sulle piazze o sui giornali? Non è questo il punto. Il punto è che in democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere chi sono i propri rappresentanti, perché questi, senza che nessuno li obblighi, chiedono ai primi un voto e instaurano con loro un rapporto che vuol essere di fiducia. Devono poterli conoscere sotto tutti i profili rilevanti in questo rapporto. Ora, entrambe le interferenze tra pubblico e privato di cui si è detto convergono nel creare divisioni castali in cui la disponibilità del potere crea disuguaglianze, privilegi e immunità, perfino codici morali diversi, che discriminano chi sta su da chi sta giù. E questo non ha a che vedere con la democrazia? Non deve entrare nel dibattito pubblico? Così siamo ritornati al punto di partenza, il rapporto verità menzogna. Che questa immoralità tema la verità è naturale ed evidente. Anzi, proprio il rifiuto ostinato di renderla disponibile a tutti in un pubblico dibattito, motivato dalle temute ripercussioni sul rapporto di fiducia tra l’eletto e gli elettori, è la riprova che questa è materia di etica politica, non (solo) di moralità privata; è questione che tocca tutti, non (solo) famigliari, famigli, amici, clienti.
IL SUD AFFONDA NELLA CRISI PERENNE
di Riccardo Realfonzo
Le previsioni più pessimistiche sul Mezzogiorno risultano confermate. Questa amara conclusione si ricava dalla lettura del Rapporto Svimez 2009 il quale mostra inequivocabilmente che il reddito di un cittadino del sud rappresenta una parte sempre più risicata del reddito di un italiano del nord. Si tratta, quel che è peggio, di un dato non strettamente congiunturale, dal momento che negli ultimi dieci anni il sud è cresciuto la metà rispetto al resto dell'Italia. Ma il grado di sviluppo e di benessere non si misura certo solo in base al reddito. Se guardiamo alla qualità dei servizi pubblici o dell'ambiente, il Mezzogiorno perde ancora più terreno rispetto al resto del Paese. Con il risultato che, in Italia, la povertà, la disoccupazione, il lavoro precario e quello nero si concentrano quasi esclusivamente nel Sud. Queste considerazioni impietose sullo stato dell'economia meridionale ci spingono a interrogarci sull'efficacia delle politiche per il Mezzogiorno di questi anni. Il riferimento purtroppo non è solo alle scellerate politiche leghiste del Governo in carica (per inciso lo Svimez stima in 18 miliardi la quota di risorse sottratta negli ultimi due anni al Mezzogiorno) ma anche agli interventi sostenuti dalle stesse coalizioni progressiste al livello nazionale e locale.
Assolutamente vane si sono infatti dimostrate le speranze di quanti, tra le fila progressiste, credevano nei virtuosi meccanismi spontanei del mercato che avrebbero dovuto attivarsi con la moneta unica, con l'apertura dei mercati, con la precarizzazione del lavoro. Così come del tutto illusori si sono mostrati gli effetti delle privatizzazioni. Bisognerebbe interrogarsi sugli esiti delle politiche che hanno sostituito l'intervento straordinario, teorizzate da economisti di moda anche nel centrosinistra benché irretiti dal fascino della concorrenza e dalle teorie neoliberiste. Politiche che hanno visto la sterile stagione degli incentivi automatici e l'erogazione a pioggia dei fondi Ue, degenerando troppo spesso in mere strategie del consenso.
Ed ora la gravissima crisi che stiamo attraversando assume nel Mezzogiorno i caratteri cupi dell'emergenza sociale e si abbatte sull'economia come una sorta di gigantesco moltiplicatore dei divari regionali. Come viene sottolineato dalla Svimez: «la diffusa percezione di una crisi che avrebbe riguardato soprattutto le aree più industrializzaste del Paese è purtroppo smentita dai fatti».
Per tutte queste ragioni, occorrerebbe una svolta nel quadro delle proposte progressiste capace di mettere a valore gli sviluppi recenti del meridionalismo e di recuperare la migliore cultura della programmazione economica e della pianificazione territoriale. Al centro di questa azione - come lo stesso Rapporto Svimez suggerisce - non possono che essere poste le politiche industriali specificamente indirizzate a spingere il tessuto produttivo meridionale verso un «salto» tecnologico e dimensionale. Forse è troppo sperarlo, ma sarebbe davvero il caso che il congresso del Partito Democratico si scuotesse dal torpore, stigmatizzasse qualsiasi ipotesi di aggregazione politica meridionale sul modello leghista, e riprendesse le fila di un dibattito vero intorno alle condizioni per un riscatto del Sud.
SE I MIGRANTI SIAMO NOI
di Alessandro Braga
Sud «cenerentola» di tutta Europa. Dal 1997 al 2008 700mila persone sono «scappate» dal Mezzogiorno per cercare lavoro nel nord Italia
Non attraversano il Mediterraneo a bordo delle cosiddette «carrette del mare», barconi stracolmi di esseri umani disperati. Al massimo percorrono tutta l'Italia da sud a nord su un treno espresso, con tempi medi di percorrenza, dalla partenza all'arrivo, di circa 22 ore, o se non ne trovano, visto che ormai le Ferrovie dello Stato prediligono i velocissimi Eurostar, si adagiano su comode poltrone targate Trenitalia. Non parlano idiomi sconosciuti, dialetti di posti lontani, ma un perfetto italiano, «macchiato» solo da una leggera cadenza meridionale.
A differenza dei loro padri e dei loro nonni, arrivati nelle ricche regioni del nord negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso con la valigia in mano tenuta chiusa dallo spago, in gran parte non cercano posti di lavoro alla Fiat o in un'altra delle grandi fabbriche di Piemonte e Lombardia, e neppure in quelle medie e piccole del facoltoso Nordest. Puntano a occuparsi nella pubblica amministrazione o come classe docente nelle scuole di ogni ordine e grado. Sono quasi tutti diplomati o laureati. Anche dopo l'approvazione dell'ultima legge razzista del governo voluta dalla Lega non sono diventati clandestini, e non necessitano di permessi di soggiorno o sanatorie. Ma sono, in tutto e per tutto, migranti.
700mila negli ultimi 11 anni
La fotografia di un'Italia «spaccata in due» l'ha scattata l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, che ieri ha pubblicato il rapporto 2009 sull'economia delle regioni meridionali. A fronte di un centronord che continua ad attirare e smistare flussi all'interno del suo territorio c'è un sud che non riesce a trattenere i suoi giovani e manodopera varia, senza neppure riuscire a rimpiazzarla con pensionati, stranieri o persone comunque in arrivo da altre regioni. Una vera e propria emorragia: negli ultimi undici anni, tra il 1997 e il 2008, ben 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno; solo nello scorso anno sono state 122mila contro la metà circa, 60mila, che hanno invece deciso di fare il percorso inverso. A farla da padroni in questa «classifica» emigratoria, tre regioni, che da sole raggiungono l'87% del totale: Puglia (12200 partiti), Sicilia (11600) e Campania (25mila).
Pendolari a lungo raggio
A questo già elevatissimo numero si devono poi aggiungere i cosiddetti «pendolari a lungo raggio», persone che continuano a mantenere la residenza al sud, nel paese di origine, ma che hanno un posto di lavoro al centronord o addirittura all'estero. Gente che rientra «a casa» solo nel fine settimana o un paio di volte al mese. «Cittadini a termine», li definisce il rapporto. Generalmente maschi, single, decidono di non cambiare la residenza a causa del costo della vita nelle aree urbane o perché hanno contratti di lavoro a tempo determinato. La causa della loro migrazione l'impossibilità di trovare lavoro, in particolare di livello medio-alto, nelle zone natie.
Gli «scoraggiati» e il Pil in calo
Aumenta anche quella «zona grigia» della disoccupazione che raggruppa «scoraggiati» e «lavoratori potenziali». Solo nel 2008 sono cresciuti di 95mila unità, dal 2004 allo scorso anno sono 424mila le persone in più che rientrano in questa categoria. Se si sommano anche loro, il tasso di disoccupazione effettivo nel meridione d'Italia sale al 22%, con un tasso di occupazione che di conseguenza scende al 46,1% (meno 34mila). La disoccupazione ha colpito in particolare le nuove leve: tra i giovani meridionali tra i 15 e i 24 anni solo due su tre trovano lavoro a fronte dei coetanei del centronord dove invece solo il 15% non ci riesce. E sono aumentati anche i disoccupati di lungo periodo. La crisi globale non ha fatto altro che peggiorare la situazione: il settore industriale ha registrato un calo del Pil del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere addirittura di oltre sei punti.
Giovani cervelli in fuga
La mancanza di una prospettiva lavorativa, in particolare di livello medio-alta, porta a una vera e propria fuga dei cervelli verso lidi più benevoli. Nel 2004 tra i ragazzi che si laureavano a pieni voti era il 25% che partiva per cercare fortuna al nord. Cinque anni dopo la percentuale è salita al 38. E molti neodiplomati decidono di partire subito dopo la fine delle scuole superiori, per prendere la laurea in atenei del nord e trovare lì un lavoro, più facilmente e meglio remunerato.
NUMERI
150 MILA I PENDOLARI residenti nel Mezzogiorno che nel 2007 sono stati costretti a lavorare nelle altre regioni.
Il 25,7% di loro è laureato;
il 43,5% ha la licenza superiore
27,9 PERSONE OGNI 100 usano Internet al Sud. Nel resto dell'Italia sono 38,5. Secondo i dati della Svimez, aA utilizzare il Pc nel Mezzogiorno è il 33,9%, contro il 44,1% del Centro-Nord
41,3 FAMIGLIE MERIDIONALI su 100 non sono in grado di sostenere una spesa improvvisa di 600 euro.
Al Centro-Nord la percentuale scende al 22,3%
«UN PEZZO D'ITALIA BUTTATO A MARE»
Manuela Cartosio intervista
il regista Mimmo Calopresti
Arrivato da Polistena a Torino quando aveva sette anni,il regista Mimmo Calopresti ha mantenuto con il Sud un legame forte. Sono immigrati di seconda generazione i protagonisti di Uno per tutti, il romanzo del siciliano Gaetano Savatteri che servirà da spunto per il prossimo film di Calopresti. Le cifre del rapporto Svimez non sorprendono il regista. Lo amareggiano e l'autorizzano a dire che il Sud è «un pezzo dell'Italia buttato in mezzo al mare» e a pronunciare parole gravi: «abbandono, disperazione, frustrazione, dissipazione».
Rispetto ai 700 mila emigrati dal Sud nell'ultimo decennio, pensa d'essere stato fortunato a immigrare al Nord all'inizio degli anni Sessanta, da bambino e con un padre operaio Fiat?
In mio padre, e in quelli come lui, c'era una spinta dinamica, direi quasi una felicità, seppur pagata con tante sofferenze. Di fronte a noi c'era qualcosa da conquistare. C'era un futuro.
L'idea d'avere un futuro è appunto quello che manca al Sud, ma ora anche al Nord.
Però Milano al Sud continua a essere vista come la città dove ci sono i soldi, dove si lavora. Magari con contratti scassati, però almeno quelli ci sono. Chi arriva adesso, rispetto alla generazione di mio padre, ha il vantaggio d'aver studiato. Ma è meno forte. Gli immigrati degli anni Sessanta erano forti perché partecipavano a un avvenimento collettivo che ha cambiato l'Italia. Emigrare dal Sud ora è un'esperienza vissuta individualmente.
Che governi la destra o il centro sinistra, le differenze per il Sud non si notano.
Succede perché non c'è più nessuno, neppure a sinistra, che sappia "pensare" il Sud. La politica su scala nazionale e locale è scaduta a occupazione di posti.
Le mafie quanto incidono nel mancato decollo del Sud?
Il peso della criminalità mafiosa è enorme. Ma appena lo si dice, si rischia d'assolvere la politica. E invece la politica ha mutuato le logiche spartitorie della mafia.
Cosa consiglierebbe a un giovane ventenne del Sud?
Gli direi di conoscere il mondo, di prendere un biglietto per New York che adesso costa come andare a Milano. Gli direi di usare la Rete, ma non come un giocattolino. E' servita a Obama per vincere le elezione, potrà servire anche per mettere in piedi qualcosa di serio e di non clientelare al Sud..
Ma al Sud con la conoscenza e la formazione non si alza un chiodo.
Per questo parlo di dissipazione e di frustrazione. I giovani sanno d'avere qualcosa da dare e non trovano dove metterlo.
Il Sud che si lamenta, che si piange addosso, è stato uno dei carburanti del leghismo. Prima di prendersela con i "clandestini", il nemico numero uno della Lega erano i "terroni" che vivono alle spalle del Nord produttivo.
Piangersi addosso non aiuta, è controproducente. I giovani del Sud devono smettere di farlo. Devono fare una rivoluzione personale, psicologica.
In Sicilia è già nato un leghismo del Sud, speculare a quello padano. In Puglia anche un pezzo del centrosinistra si sta mettendo sulla stessa strada. Cosa ne pensa?
Tutto il male possibile. E' solo un modo per contrattare e ottenere qualcosa in più dal governo nazionale, sia che a palazzo Chigi ci sia Berlusconi o un altro.
Il mondo della cultura e dello spettacolo è pieno di uomini e donne nati al Sud. Quasi tutti, per affermarsi, hanno dovuto trasferirsi a Roma o al Nord. E quasi nessuno, diventato famoso, è tornato a vivere al Sud.
Ho provato a mettere in piedi una scuola del documentario a Napoli. Sebbene ci tenessi moltissimo, non è arrivata al secondo anno. Tutto finisce nel piccolo cabotaggio del sottopotere e dei finanziamenti. Se queste sono le condizioni, lo scrittore, il teatrante, il regista va via e torna giù solo per fare un po' di mare. E' una tragedia perché la cultura, a mio parere, viene prima della politica.
«MA IL FENOMENO VERO È QUELLO DEL PENDOLARISMO»
Francesca Pilla intervista l
a sociologa Enrica Morlicchio
Le valigie di cartone sono state sostituite da trolley di nuova generazione. Un modo per dire che l'emigrazione interna del nostro paese è polarizzata e non è più prerogativa delle fasce più basse, ma anche di quei giovani con un alto livello di scolarizzazione che non trovando sbocchi volano nel nord del paese. «Anzi spesso chi ha più risorse, anche da un punto di vista emotivo, è più capace di resistere alle variabili ignote e più possibilità di spostarsi». A tracciare un quadro più particolareggiato dei dati Svimez è Enrica Morlicchio, professore di sociologia dello sviluppo della Federico II di Napoli, nonché vicedirettrice del periodico sociologia del lavoro, diretto da Michele La Rosa, che su questi argomenti sta preparando il prossimo numero monografico.
Professoressa, ci spieghi meglio cosa è cambiato.
Innanzitutto questi dati mi sembra che colgano solo il fenomeno dei trasferimenti definitivi, mentre il pendolarismo riguarda fette molto più ampie della popolazione. Flussi di persone che si spostano stagionalmente senza cambiare la residenza. Le novità riguardano appunto le fasce sociali che decidono di spostarsi e che se da un lato muovono le classi medio-alte, dall'altro i trasferimenti per la prima volta interessano anche le donne di bassa scolarizzazione che emigrano, per brevi periodi, magari per andare a lavorare nelle pizzerie o nei pub.
Qual è il profilo del giovane emigrante?
Faccio un esempio in base ai miei studi su Scampìa, un'area simbolo del degrado sociale di Napoli. A lasciare il quartiere non sono stati i ragazzi cosiddetti a rischio, dei ceti più poveri, ma quelli con più risorse e magari capaci di resistere al richiamo della criminalità. Persone che mantengono un legame emotivo con il luogo d'origine, tornando poi dalle famiglie per il loro matrimonio o per battezzare i figli pur essendosi trasferiti definitivamente. Questo significa che chi vede nei flussi migratori una scrematura di tipo sociale è fuori strada.
Ma i ne-laureati non possono essere attratti dal mito del cambiamento?
Secondo i nostri studi si spostano ancora per spinta e non per attrazione. Le politiche giovanili per il meridione e in particolare per la Campania sono inesistenti. Un vuoto che riguarda tutte le fasce d'età. Non ci sono interventi nel mercato dell'occupazione né per gli ultracinquantenni dove non vengono utilizzati nemmeno gli ammortizzatori sociali, né politiche formative per chi è in cerca della prima occupazione. Il sostegno oggi è diretto solo verso fasce specifiche di disoccupati, e mi permetto di dire che resta pervaso da fenomeni di corruzione.
Su questo scenario quanto pesa la crisi economica? Molto, anche se per altri aspetti. Secondo una nota Istat sui rilevamenti della forza lavoro nel I trimestre del 2009 emerge per la Campania un dato allarmante: su 33 mila persone che hanno perso il lavoro i disoccupati sono aumentati solo di mille unità. Questo evidenzia lo scoraggiamento e l'uscita dal mercato di grosse fette della popolazione, in maggioranza donne. La crisi però sta colpendo anche il centro-nord del paese che, se prima era una valvola di sfogo per il meridione, ora si trova in una stasi pericolosa. Credo che ci sia la necessità di leggere in maniera più approfondita i dati e fare studi specifici ai quali far corrispondere politiche concrete.
Le cifre della strage sono pubbliche, accessibili a tutti. Basta consultare il sito di Fortress Europe per conoscere i numeri della nostra vergogna. Nei primi quattro mesi dell'anno sono stati già 339 i migranti morti annegati nel canale di Sicilia. Erano stati 1.274 in tutto il 2008. E ammontano a 4.099 nel quindicennio che va dal 1994, quando si è incominciato a tenere il conto dei morti sulla base delle notizie stampa, a oggi. Un'altra decina di migliaia di vittime si contano sulle rotte verso la Spagna e le Canarie (4.436), nel mar Egeo, verso la Grecia (1.310), nel nostro Adriatico, dall'Albania (603), o nel deserto del Sahara, lungo «le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro» (1.691 morti censiti, ma il numero è sottostimato perché la maggior parte delle tragedie si consuma fuori da ogni vista, senza lasciar traccia né notizia).
Altri sono morti di freddo nel tentativo di attraversare le zone montuose tra Turchia e Grecia. O saltando nei campi minati dell'Evros, in Macedonia (91 persone). O annegati nelle acque dell'Oder, del Sava, del Morava, i fiumi che separano Polonia e Germania, Bosnia e Croazia, Slovacchia e Repubblica Ceca. O assiderati nei carrelli degli aerei dove si erano nascosti per sfuggire ai controlli (41 persone). O soffocati nei container di un tir. O, ancora, caduti sotto gli spari delle diverse polizie di frontiera, a Ceuta e Melilla, l'enclave spagnola in Marocco, in Gambia, in Egitto, in Israele, in Libia, dove sono documentate le feroci torture praticate «nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia».
Il totale è agghiacciante: 14.679 morti documentate lungo il perimetro che circonda la civile Europa con un muro immaginario immenso, infinitamente più lungo, alto e terribile di quello stesso Muro di Berlino la cui caduta è stata salutata come una liberazione dai fantasmi del Novecento. Di questi numeri non si è parlato nel G8 dell'Aquila, che pure della tragedia dell'Africa si è fatto ampiamente scudo per nascondere il proprio vuoto. Non hanno turbato lo shopping delle first ladies per le vie di Roma. Né i sonni dei loro augusti mariti nella caserma di Coppito, riadattata in fretta e furia per l'occasione probabilmente con il lavoro di un buon numero di sopravvissuti a quella strage, ora «regolarizzati».
Soprattutto non hanno segnato, col proprio scandalo, neppure una riga dei discorsi ufficiali del cosiddetti «Grandi», detentori di un'estenuata sovranità nazionale che - pur nel proprio anacronismo - non tollera messe in discussione né eccezioni, pronta a rivalersi della propria impotenza verso la forza dei mercati e dei capitali con la segregazione, il respingimento, la chiusura dei confini e il loro presidio, l'ostentazione muscolare nei confronti dei più deboli tra i deboli.
Men che meno, quei numeri - eppure di questo si trattava -, hanno anche soltanto sfiorato la discussione nel nostro parlamento su quel decreto sicurezza che, divenuto legge, trasforma in reato penale la colpa di esser sopravvissuti al viaggio. Tacendo sui sommersi, costituisce in «criminali» i salvati. Il Senato l'ha approvato in un clima dimesso, dopo un dibattito svogliato, come si trattasse di ordinaria amministrazione, con un'opposizione rassegnata, distratta e in una sua parte, almeno, intimamente connivente. E una stampa divisa tra le storie da bordello del premier e la cronaca rosa del summit, un occhio ai letti di palazzo Grazioli e l'altro ai tavoli di Coppito.
Eppure uno strappo, grave - un ennesimo, tanto che ci si è assuefatti - alla nostra civiltà giuridica, e alla più elementare morale pubblica, in quell'atto si è consumato: con l'introduzione del «reato di clandestinità», in una forma che è unica in Europa, si è varcato un limite. Sanzionando penalmente l'ingresso o la permanenza del singolo straniero sul nostro territorio, si individua come fattispecie di reato non un fatto o una serie di «fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale» ma - come è stato autorevolmente sostenuto da un buon numero di giuristi - «una condizione individuale, la condizione di migrante» secondo una logica che assume di per sé «un connotato discriminatorio contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si può essere puniti solo per fatti materiali».
Sul piano pratico gli effetti saranno nulli, o più probabilmente negativi. Chiunque conosca il problema concorda che l'applicazione di quell'obbrobrio è tecnicamente impossibile, metterebbe in crisi l'intero sistema giudiziario. Spaventerà, certo. Rafforzerà le tendenze xenofobe già fin troppo diffuse nei nostri uffici pubblici, nei commissariati di polizia, tra le pieghe della burocrazia. Alimenterà la paura in chi dalla paura, nelle proprie terre, aveva tentato di fuggire. Ma non produrrà certo né più «sicurezza», né più ordine. Anzi. Può darsi che per qualche tempo influenzi la geografia dei flussi, scoraggiando almeno in parte le rotte verso l'Italia, spostandone tuttavia le derive lungo altre direttrici, dalla Turchia alla Grecia, in primo luogo, sui confini orientali dove la pericolosità è maggiore, e la mortalità rischia di crescere.
Un effetto, evidente, la legge ce l'ha, invece, sul piano simbolico. Per il messaggio che lancia. E per l'incultura che rivela. Uno strappo intollerabile, perché di effetti simbolici si nutre oggi la politica e la coscienza collettiva. E di oltraggi simbolici al pudore civile una democrazia muore. C'è da augurarsi che la figura cui spetta in ultima istanza il ruolo di «custode della Costituzione» non avalli un tale strappo. Che lo scandalo di quei numeri, inascoltato negli altri luoghi del potere, varchi almeno i muri del Quirinale.
La postmodernità ha portato con sé una sorta di svolta nella quale lo spazio è divenuto centrale a scapito del tempo. Tra le proposte recenti più interessanti per avvicinare testi letterari, filmici, pittorici, c’è quella della geocritica. Al centro non sono più né l’opera né l’autore, bensì il luogo, visto attraverso più testi, da una prospettiva multifocale
Da tempo ormai siamo entrati nell'epoca del prefisso post al quale si lega strettamente il prefisso geo (geopolitica, geofilosofia, geopoetica, geocritica) a segnalare la centralità della costruzione di nuove aree prodotte dal capitalismo globale e la necessità di continuare a riflettere sui modi di costruzione sociale dello spazio. Anche la critica letteraria ha riflettuto su queste questioni proponendo, da diverse angolazioni critiche, studi sulla rappresentazione letteraria della spazio (basti ricordare la produzione dei molti Atlanti della letteratura, in primo luogo quello di Franco Moretti), e continua ora a farlo la nuova prospettiva introdotta dalla geocritica.
Dalla critica letteraria proveniva Edward Said e provengono anche autori di recenti lavori sulla rappresentazione dello spazio, come Bertrand Westphal, che nel 2008 ha pubblicato uno studio tradotto in italiano dal suo collaboratore Lorenzo Flabbi, Geocritica. Reale finzione spazio (Armando 2009) dal quale possiamo utilmente prendere le mosse per misurare il contributo rivelante della geocritica alla questione della rappresentazione dello spazio. La geocritica dà per acquisita una concezione dinamica dello spazio, che non è un referente stabile e fisso passibile di venire descritto o trasfigurato, piuttosto è ciò che risulta dall'interazione tra diversi agenti sociali e soprattutto dalla relazione tra spazio intimo, eterotopo, e spazio pubblico, tra spazio della trasgressività e spazio della legge.
Come costruire una mappa
La letteratura non si ritrova più di fronte all'alternativa tra descrivere spazi «reali» o creare spazi immaginari: è invece una delle varianti che codeterminano la spazialità, una componente attiva della produzione dello spazio, di quello urbano come del paesaggio, sulla cui trasformazione a contatto con lo statuto contemporaneo dell'immagine ha ragionato di recente Michael Jakob nel suo libro Il paesaggio (Il Mulino 2009).
Se è vero che la postmodernità ha portato con sé una sorta di spatial turn, come l'ha definito il geografo e urbanista Edward William Soja, una svolta nella quale lo spazio diviene centrale a scapito del tempo, come possiamo «mappare» questo presente? È una domanda inquietante dal momento che lo spazio-tempo postmoderno sembra essere irriducibile alla razionalità cartografica moderna, così come alla strategia ordinatrice delle grandi narrazioni storiografiche, entrambe, peraltro, complicate nell'impresa imperiale e coloniale. Una domanda destinata a complicarsi quando sia inevitabilmente seguita da altre questioni: lo spazio postmoderno è davvero uno spazio fluido ed eterogeneo, plurivoco e plurispottettico? o non è invece anche spazio diseguale, segnato dalla segregazione, dalla frammentazione e dalla separazione? non è «striato» da costruzioni identitarie e da strategie di separazione che ci impongono di considerare la funzione repressiva dello spazio, che è sempre politico e strategico, ma nel contempo ci chiedono di immaginare e praticare altri e differenti spazi, interrogandoci sui confini e su una geografia ineguale? e che ruolo può avere in tutto questo la «parola poetica»?
Da più parti e da tempo si cercano risposte, anche in ambiti non tradizionalmente deputati allo studio dello spazio, come appunto la critica letteraria, in particolare quella che intreccia le proprie riflessioni con la critica postcoloniale, gli studi culturali e gli studi di genere e che si confronta con altre discipline (urbanistica, architettura, geografia, semiotica).
A rendere possibile, fondare e richiedere a un tempo, la proposta geocritica sono le teorizzazioni dello spazio che hanno quale primo punto di riferimento comune l'opera di Henri Lefebvre, ma anche la definizione di spazio eteroclito di Michael Foucault, in breve l'opera di chi ha indagato le interrelazioni tra spazio e potere. Accanto ad esse e sulla loro scorta si pongono le più recenti acquisizioni di una critica che, dagli studi di genere a quelli postcoloniali, pone il corpo al centro e prende posizione contro gli spazi di segregazione e di esclusione. Per farsi un'idea di quali siano gli esiti in fatto di interpretazione di testi letterari, e non solo, ai quali può portare un'impostazione vicina alla geocritica che pone lo spazio al centro dell'analisi, conviene rivolgersi al libro di Giulio Iacoli, La percezione narrativa dello spazio (Carocci 2008).
Già negli anni '60 e '70 Henri Lefebvre si era chiesto quale forma avessero assunto la produzione e il controllo dello spazio in relazione ai processi capitalistici, denunciando «la miseria dell'habitat» e insieme quella «dell'abitante sottomesso ad una quotidianità organizzata». Nello spazio urbano leggeva la presenza di un potere che frammenta e scompone, affermando la segregazione quale principio ordinatore e dispositivo normativo. Lo spazio è solcato da divieti, imposizioni, prescrizioni che ne sanciscono l'efficacia repressiva e - tesi che suscitò vivaci proteste - le pratiche della pianificazione urbanistica moderna e della progettazione archittetonica sono coimplicate nelle strategie di dominio, benché siano percepite e si percepiscano come forme di positiva razionalizzazione. In breve, esiste un nesso tra il sapere analitico riconducibile a queste discipline e la costruzione di uno spazio urbano segnato da pratiche di separazione che determinano eslusione.
Contro la tirannia della linea retta
Il fatto è che la prospettiva marxista di Lefebvre ancorava il discorso controegemonico a un soggetto, individuale e collettivo, in grado di ricongiungere la triade, solitamente disgiunta nel discorso delle scienze sociali, di spazio percepito, conosciuto (pensato, progettato) e vissuto (immaginato, simbolizzato). Questi tre elementi avrebbero dovuto a suo avviso essere riuniti in un processo di conoscenza e in una pratica sociale consapevoli del fatto che la produzione dello spazio è modificabile se non si cade nello «spazio-trappola», spesso occupato da «simulazioni della pace civica, del consenso, della non-violenza», che contengono, dissimulandole, le istanze della Legge, della Paternità e della Genialità.
A proseguire questa linea di analisi dei rapporti tra produzione dello spazio e capitalismo sono stati, tra gli altri, David Harvey e Neil Smith (del quale nel 2008 è stato riedito, con introduzione di Harvey, l'importante studio sui rapporti tra geografie ineguali e capitalismo Uneven Development. Nature, Capital, and the Production of Space). Un buon esempio dell'attenzione riservata da Harvey ai processi materiali e ai concreti processi sociali implicati nella costruzione dello spazio è la sua nota affermazione secondo la quale: «quando un urbanista-architetto come Le Corbusier o un amministratore come Haussmann creano un ambiente edificato in cui domina la tirannia della linea retta, dobbiamo necessariamente correggere i nostri comportamenti quotidiani». David Harvey ha inoltre introdotto una distinzione tra spazio e luogo destinata ad avere fortuna, che punta sull'inscindibile e concreta connessione di luogo e tempo, mentre ha attribuito allo spazio una maggiore astrazione. Lo spazio condensa la complessità dei rapporti tra luoghi, una complessità sempre più difficile da afferrare perché destinata ad aumentare proporzionalmente alla crescita di complessità di ciò che, sulla scorta di Rernand Braudel e di Immanuel Wallerstein, definiamo economia-mondo e sistema-mondo.
La riunificazione di spazio percepito, conosciuto e vissuto che Lefebvre indicava come compito per un soggetto rivoluzionario viene oggi rideclinata in riflessioni sui confini e sul «terzo spazio», dove la sfida è quella di individuare zone di contatto che consentano di riarticolare la segregazione e di costruire nuove identità ibride e nuovi spazi trasgressivi. Spazi che emergano dalla tensione tra i luoghi della segregazione e la mobilità della frontiera, una tensione della quale oggi si occupano teorici e artisti.
Molti di questi fili si annodano anche nel discorso interdisciplinare della geocritica, che evita però di tematizzare, se non in modo indiretto, la questione del rapporto tra produzione/rappresentazione, anche letteraria, dello spazio e trasformazioni del capitalismo nell'epoca della globalizzazione (forse per questo è assente ogni riferimento a Fredric Jamenson, uno dei più rilevanti studiosi della postmodernità da una prospettiva marxista) e che si avvale del contributo di teorici e artisti che hanno lavorato alla decostruzione dello spazio normativo e prescrittivo, soprattutto delle proposte di Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Collocandosi in una linea di discendenza da Lefebvre che privilegia i suoi eredi postmoderni e post marxisti come l'urbanista postmoderno Soja, Bertrand Westphal punta tutto sullo spazio vissuto, spazio di rappresentazione attraverso simboli e immagini, spazio della letteratura, di una parola poetica oppositiva rispetto alla parola dell'urbanista che proietta il piano sul luogo: una parola capace di facilitare «il passaggio dalla città reale alla città immaginaria», di riscoprire il proprio compito fondativo, che fa essere, «dà nascita». Il discorso dunque «fonda lo spazio», come già nell'antica Grecia «crea il luogo». Qual è allora la relazione tra realtà e rappresentazione? Alla questione più appassionante e cruciale della postmodernità, Westphal, come Umberto Eco, come Carlo Gizburg risponde in modo chiaro: esiste una relazione tra realtà e rappresentazione. E prosegue: è di un'evidenza palmare che anzi essa è oggi più che mai stretta. Esiste infatti, come ha sostenuto Brian Mc Hale, una «interpenetrazione tra la realtà e la sua rappresentazione», il che significa che la realtà è trasformata dalle sue rappresentazioni, che la realtà imita la finzione, come nello spazio al contempo reale-e-immaginario di cui parla Edward William Soja, descrivendo Los Angeles in Thirdspace. Da qui, per Westphal, l'importanza della rappresentazione letteraria dello spazio reale: «Non mi stancherò mai di ripetere che la finzione non riproduce il reale, ma attualizza delle nuove virtualità inespresse che possono così interagire con il reale».
Una prospettiva multifocale
Il discorso letterario e artistico è dunque una delle forme discorsive che interagiscono con la percezione e la produzione dello spazio e lo modificano: questo l'assunto centrale della geocritica, un metodo di studio dei luoghi che propone una prospettiva multifocale, ovvero l'analisi di più sguardi su e rappresentazioni di, un luogo, ed esige un'attenzione polisensoriale, che non indulga alla centralità del visivo, ma tenga presente il corpo in tutte le sue possibilità percettive.
Dal punto di vista dell'innovazione del metodo critico nell'avvicinamento ai testi, letterari, filmici, pittorici, ma non solo, la geocritica è certamente una delle proposte più interessanti di questi anni, poiché ribalta la prospettiva tradizionale di studio dello spazio in letteratura, ponendo al centro non l'opera o l'autore, ma il luogo, visto attraverso più testi, e quindi in modo complesso e dinamico. Un'innovazione che si distingue e fa tesoro del lavoro di chi, come Franco Moretti - ma si dovrebbero menzionare molti altri, tra i quali sicuramente Pierre Bourdieu, Fredric Jamenson e Edward Said - aveva posto la questione dello spazio cittadino e delle geografie ineguali al centro delle letture letterarie e artistiche. Una prospettiva che intende porsi oltre la sterile opposizione tra una concezione ingenua del realismo in letteratura e uno strutturalismo in preda al demone della testualità, per il quale nulla esiste fuori del testo.
La letteratura va dunque studiata perché «si fa garante della compossibilità degli universi, della libera circolazione tra i mondi, proprio mentre, come tutte le forme d'arte mimetiche, produce rappresentazioni libere, orgiache e non organiche (come direbbe Deleuze)».
Ciò detto, resta da indagare chi abbia accesso alla parola e alla scrittura e quali siano le scritture e le narrazioni alle quali abbiamo accesso noi lettori e in quale lingua, all'interno di un mercato editoriale contraddittorio e di politiche della traduzione troppo spesso improntate da una persistente gerarchia delle lingue e delle culture, intrecciata alle ineguaglianze che solcano la geografia globale. E resta da precisare che, accanto allo studio della rappresentazione artistica dello spazio, dobbiamo continuare ad occuparci anche delle altre rappresentazioni spaziali, che rendono questo mondo inabitabile per molti. Dobbiamo continuare ad occuparci della «miseria dell'habitat». C'è infatti un rischio, ed è sempre il solito, nel presupporre che una declinazione «debole» della spazialità sia dominante o in procinto di diventarlo: quello che (come continua ad avvenire) si impongano, in luogo delle città alter-native che la letteratura è capace di configurare, modi di progettare/configurare/pianificare tutt'altro che alieni dalla segregazione.
Libri: Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Borighieri, Pp. 159, Euro 9
Nel confronto con realtà come la folla, la massa, il popolo, la moltitudine, il concetto di classe emerge come segnale di un'entità distinta, non descrivibile con il linguaggio della quantità né riducibile solo a un soggetto collettivo dotato di una propria identità biologica e psicologica. Lo aveva scritto con chiarezza Lukács nel suo fondamentale Storia e coscienza di classe (1923): «la coscienza di classe non è la coscienza psicologica dei singoli proletari oppure la coscienza della loro totalità (intesa in termini di psicologica di massa), ma il senso divenuto cosciente della situazione storica della classe stessa». Walter Benjamin, che riprende il testo di Lukács ma se ne distacca in alcuni snodi decisivi, individua dal canto suo quel che trasforma la compattezza biologica e psicologica della folla e della massa nell'unità politica della classe: la solidarietà, principio che non rinvia al livello dei buoni sentimenti ma che struttura il dinamismo di un processo nel quale il monolite della massa si differenzia, i suoi vincoli «naturali» si allentano, e viene meno dialetticamente la contrapposizione fra l'individuo e la folla.
Oggi che proprio l'idea di classe sembra storicamente tramontata, in misura direttamente proporzionale al venir meno di interessi collettivi capaci di trasformarsi in coscienza politica, un bel libro di Andrea Cavalletti, Classe, prova a ricostruirne la genealogia e a rintracciarne le persistenze nel presente, spesso nascoste sotto un modello di aggregazione che ricalca precisamente gli schemi della biologia e della psicologia: più o meno quello che Foucault riuniva nella parola «biopolitica». L'esempio di Benjamin è il motivo che organizza anche da un punto di vista metodologico un volume apparentemente dispersivo, che alterna analisi sulla sociologia, la psicologia, le scienze sociali in genere e la teoria politica nel passaggio tra Otto e Novecento, con riferimenti che non trascurano né Marx né Canetti e con momenti di riflessione su una figurazione di tipo letterario che allinea nomi come quelli di Robert Stevenson, Jules Verne o Raymond Chandler.
Cavalletti ricapitola per un verso alcune sue ricerche precedenti, come quelle sulla nascita e lo sviluppo dell'urbanistica o sulla forma dell'esperienza dei campi di concentramento. Per un altro spinge in avanti il senso della ricostruzione genealogica fino a gettare una luce sull'attualità: per esempio sul rapporto fra massa e leader, o sulla progressiva biologizzazione del politico. Il capo che si erge a guida della folla, si legge per esempio con riferimento a un libro di Emil Federer (1940), «non viene propriamente scelto, non supera alcun processo di prova» ma «diviene inaspettatamente il polo di una cristallizzazione», non esprime una inesistente «anima collettiva», ma funge da frangiflutti nei confronti del panico che agita la massa ed è, in questo senso, un semplice «funzionario» di coloro che guida, secondo l'espressione di Hannah Arendt: in fondo, chi guida è anche guidato, come avrebbe osservato Georg Simmel.
Da questo breve excursus sulla figura del leader si nota lo spirito benjaminano del collage che innerva la forma del libro: l'accostamento di autori diversi, provenienti da epoche anche lontane fra loro, ma riuniti dalla volontà di riflettere su un fenomeno di lunga durata, la cui estensione storica coincide con quella della contemporaneità, produce aperture inaspettate e permette di comprendere come proprio l'espansione di quello strato sociale cui né Benjamin né Lukács attribuivano lo statuto di una classe, la piccola borghesia, abbia provocato l'irrigidimento della folla e il suo compattamento in una collettività che non propone alcunché di politico, ma reagisce emotivamente al delinearsi di scenari terrorizzanti.
Occorre però soffermarsi sui passi che Cavalletti dedica alle forme attuali del «metalavoro», un lavoro prestato nel tentativo di procurarsi un lavoro, al volontariato, alla conseguente confusione tra i ruoli dell'occupato e del disoccupato, per vedere come un'idea di classe continui ad agitarsi al fondo delle strutture sociali senza più avere, però, la nitida riconoscibilità di quando poteva essere identificata con il proletariato dell'industria, e come tale poteva essere anche sindacalizzata. Bisogna allora pensare la classe come una variabile, e non come un apparato rigidamente codificato, seguendo in questo un'intuizione di Deleuze e Guattari che compare nel libro al modo di un Leitmotiv: «sotto la riproduzione delle masse c'è sempre la carta variabile della classe». Ed è appunto questa variabilità che la ricostruzione genealogica di Cavalletti ci invita a riconoscere e a ripensare in un libro eminentemente politico.
"Ero straniero e mi avete accolto"
di Michele Smargiassi
CASTEL VOLTURNO (Caserta) - Più conosce l’italiano, più Mary odia quella parola. «Clandestino. Mi fa orrore». Non è solo questione di brutti ricordi, è proprio un odio semantico. «Clan/destino: il tuo destino è il clan, non sarai mai un cittadino vero». L’etimologia di Mary è bizzarra, ma suggestiva. «È l’unica vera parola che troppi italiani hanno per noi. Anche quando dicono regolari, pensano clandestini: restate al vostro posto, nel vostro clan, non siete come noi».
A volte Mary si sente ancora clan/destina come all’inizio. Venne dal Ghana col visto turistico e, quando scadde, restò. Ha avuto fortuna: prese al volo una delle ultime sanatorie. Ora fa l’interprete per un’associazione che assiste i rifugiati politici, ha due figlie, una casa dignitosa e paga un affitto. Ma non ce l’avrebbe mai fatta se un buon samaritano, senza frugarle le tasche in cerca di documenti, non l’avesse ospitata e aiutata. Mary è stata la prima tra le migliaia di immigrati che padre Giorgio ha accolto da quando, tredici anni fa, reduce dalle missioni africane, scelse di farsi missionario nell’Africa nostra, la gran piana dei pomodori e dell’illegalità, il primo girone dell’inferno migrante italiano: Castel Volturno.
E padre Giorgio dov’è? «In stanza». Quella che sulla porta ha una foto di Auschwitz. Bussiamo. Eccolo: barba, camiciona arancione, sta timbrando permessi di soggiorno. Col timbro del Signore. Non può certo usare quello del ministro. «Ma stiamo parlando di dignità umana, no? E allora è chiaro, tra le due, quale sia l’Autorità più Competente». Compila, controfirma il foglio azzurrino: ecco, un altro permesso di soggiorno in nome di Dio è pronto. Lui e i suoi confratelli ne hanno rilasciati a centinaia: protesta beffarda e amara, ribellione simbolica e un po’ goliardica. A prima vista sembrano quelli veri, però è difficile che un questore li prenda per buoni. Ma valgono qualcosa dinanzi a un Giudice più alto.
Per qualcuno, pochi, è un profeta in sandali. Per altri, tanti, è quello che «ci porta in casa i negri». Per se stesso Giorgio Poletti, 67 anni, comboniano e sacerdote, è «un devoto della Legge», occhio alla maiuscola, a costo di sfidare la legge, occhio alla minuscola. «Non denuncerò nessuno straniero senza documenti. Una legge contraria ai diritti umani e all’insegnamento di Cristo, io non la servo. Mi mettano pure in galera. E guardi che io non ho nessuna voglia di andare in galera. Non sono un incendiario. Sono figlio di povera gente che aveva soggezione e rispetto per l’autorità. Quel rispetto ce l’ho dentro. Ma c’era da scegliere, e io ho scelto».
La chiesa di Santa Maria dell’Aiuto è una gabbia di cemento armato tamponata di mattoni, ma dentro è sorprendentemente luminosa. Di fianco all’altare una batteria e un set di tamburi afro. «Le nostre messe durano un paio d’ore. Anche adattare il nostro stile liturgico è accoglienza». Sulle pareti intonacate, affreschi a vivi colori. «Li ha dipinti un ungherese. Non è Caravaggio, ma dà l’idea». Un Gesù biondo lava i piedi a un san Pietro nero. Un Samaritano nero soccorre un viandante bianco. E l’Ultima Cena è una mensa multietnica. È la parrocchia degli immigrati: il vescovo di Capua l’ha affidata a padre Giorgio e ai suoi due vicari, padre Antonio e padre Claudio. Forse è l’unica in Italia a non avere un territorio ma solo un gregge, il più disperso, anonimo e mutevole. Lavorano alla raccolta dei pomodori, nei cantieri, «arrivano, restano un po’, spariscono. Di molti neanche ho mai saputo il nome». Sul sagrato, sotto lo sguardo preoccupato di una madonnina di pietra, due ragazzi color ebano tirano rigori con un pallonaccio giallo. Altri si stanno preparando il giaciglio nel parcheggio, tra panni stesi e vecchi materassi. «Adesso fa caldo, ma quest’inverno li ho fatti dormire in chiesa. Il Signore avrà gradito la compagnia, di notte è sempre solo là dentro».
Quando arrivò a Castel Volturno, nel ‘93, padre Giorgio dovette trovare una mezza dozzina di case d’emergenza. Solo qualche anno fa la Caritas lo ha seguito aprendo un centro d’accoglienza, che però è sempre pieno. Quanti avranno i documenti, di questi? «Io non li chiedo a nessuno. Così evito di sapere chi dovrei considerare un delinquente». Chiediamo a caso: ecco Joe il senegalese, sbarcato a Lampedusa in marzo lasciando in Libia moglie e due figli, arrivato chissà come fin qui a far lavoretti. Carte non ne ha, ma padre Giorgio gli ha trovato un riparo: «Sono un cristiano», dice in un inglese cantilenante, «lo ero anche prima. Ma qui ho capito cosa vuol dire».
L’opposizione alla «legge del dolore», al reato di clandestinità, soffia all’ombra di centinaia di campanili come questo. Il ministro può far arrestare l’istigatore, è molto noto, si chiama Matteo e il suo proclama sta al capitolo 25, versetto 35 del suo Vangelo: «Ero straniero e mi avete accolto». La disubbidienza matura sottovoce dove la porta non si chiude neanche per ordine di legge. «Dovrei chiudere anche questo?»: il cancello dell’asilo dei comboniani immette in un cortile gremito di bambini color cioccolata tra casette di plastica e scivoli. Sono una cinquantina: ben pochi dei loro genitori hanno il permesso di soggiorno. Con la nuova legge sarebbero ignoti all’anagrafe, figli di nessuno. I rari italiani che passano davanti al recinto, sorridono e fanno smorfiette ai bimbi. Allora non siamo tutti malati di cattivismo. «I bimbi africani sono bellissimi», sospira padre Giorgio, «ma hanno un difetto: crescono. E da grandi nessuno li trova più così teneri».
Da grandi sono i clandestini, appunto. Moderna icona della paura, reincarnazione dell’eterno barbaro, del turco predatore. E voi, padre, siete i protettori di quell’icona terrificante. «Mi chiamano ‘il nemico numero uno di Castel Volturno’. Ma mi rispettano, perché sanno che non mangio sugli immigrati». Ma ora il suo aiuto è illegale. «Una condizione anagrafica non può essere un reato». Il reato veramente sarebbe entrare in casa d’altri senza bussare. «Ma cosa credono, i ministri? Che basti alzare il ponte levatoio? Anche se si potesse, che vita sarebbe, chiusi nella fortezza, armati, terrorizzati dall’arrivo dei tartari ogni santo giorno, schiavi dei riti della nostra paura?».
In cornice, una foto con papa Wojtyla che stringe la mano a un irsuto Rasputin in saio nero: era lui, Giorgio, nel 1989, missionario a Beira in Mozambico. «È un’illusione pensare di poter fermare le migrazioni. Le abbiamo coltivate noi. So quel che dico. Ho visto arrivare i televisori con la parabola e il generatore nei villaggi, e scodellare là il nostro finto benessere. Chi può impedire loro di venirlo a cercare? Bisogna regolare l’accoglienza, io dico: organizzare l’ibridazione. Ma vedo solo una gran fretta di organizzare l’esclusione».
Non ce la farete, padre. Vi faranno passare come amici dei delinquenti. «In chiesa io grido contro gli spacciatori di droga. Chi sbaglia, pagherà. Io sono contro l’illegalità. Ma non capisce che è proprio questo il problema? Venga con me». Saliamo in macchina. La via Domiziana è il museo dell’orrore di un sogno balneare abortito. Ventisette chilometri di palazzine cadenti, alberghi chiusi, acquaparchi fatiscenti, cassonetti sventrati, sporcizia, spiagge deserte in pieno luglio: sembra Rimini dopo un bombardamento. Ed ecco la saracinesca, ora chiusa, dietro cui in settembre sei ghanesi furono falciati dalle mitragliette della camorra. «Non c’è quasi edificio che non sia abusivo, perfino quella chiesetta lì. Potrei citarle a quale clan fa capo ogni isolato. Il bene pubblico qui non esiste. In questo scenario, però, gli illegali sarebbero questi uomini che inseguono un sogno di vita migliore. Vuol dire consegnarglieli in regalo, all’illegalità».
La vera, segreta speranza di padre Giorgio «è l’ipocrisia del potere. Che sia solo una esibizione di muscoli per propaganda, che non stiano davvero per rastrellare migliaia di poveri. Perché allora bisognerebbe fare qualcosa di più eclatante». Sicuro che Dio voglia questo, padre? «Gesù di Nazaret fu ammazzato per aver amato gli ultimi. Se il Padre somiglia al Figlio…».
Quando un forestiero bussa alla porta
di Enzo Bianchi
«Ero straniero e mi avete ospitato», oppure no? È questo l’interrogativo che non cessa di risuonare da quando l’evangelista Matteo l’ha posto in bocca a Gesù nella sua descrizione del giudizio finale, descrizione che non mira tanto a raccontare quanto accadrà alla fine dei tempi, ma piuttosto a plasmare l’atteggiamento quotidiano dei discepoli e a fornire loro un criterio di giudizio sul proprio e l’altrui comportamento. Del resto, fin dall’Antico Testamento, la categoria dello straniero era quella che meglio raffigurava il bisognoso: lontano dalla propria casa, lingua e cultura, privo dei diritti legati all’appartenenza a un popolo, sovente lo straniero finiva per cadere ben presto nelle altre situazioni di emarginazione e sofferenza: malato, carcerato, affamato..., condizioni non a caso citate anch’esse da Gesù nel suo racconto sul giudizio. Nella tradizione veterotestamentaria la cura e il rispetto per lo straniero si fondavano su una memoria esistenziale prima ancora che storica: l’invito «amate il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto» (Deuteronomio 10,19) risuona pressante e attuale anche per generazioni ormai da tempo insediate nella terra promessa. A questa consapevolezza si aggiunge nei Vangeli l’inattesa identificazione di Gesù con lo straniero che attende accoglienza e che incontra rifiuto: ciò che si fa o non si fa al «più piccolo», al più indifeso, è dono elargito o negato a Gesù, come se egli fosse presente e recettivo ogni giorno al nostro agire.
In questo senso un dato complementare emerge con forza dalle pagine del Nuovo Testamento: Gesù stesso, il Gesù storico che ha abitato tra gli uomini come uno di loro, è percepito e narrato come uno straniero, in quanto ha vissuto «altrimenti», manifestandosi come «altro» agli occhi di chi lo ha incontrato e ne ha poi raccontato l’esistenza. Dall’infanzia come profugo in Egitto alla sua provenienza dalla Galilea, tutto lo rendeva marginale nell’ambito di Gerusalemme, cuore culturale e religioso di Israele: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? [...] Non sorge profeta dalla Galilea!» (Giovanni 7,41.52). Inoltre, il suo essere dotato di un’autorità carismatica fuori dell’ordinario suscitava una dura opposizione sia da parte dei sacerdoti che governavano il Tempio, i quali lo consideravano pericoloso, sia da parte dei maestri della Legge, invidiosi della sua conoscenza della Scrittura.
Gesù, con la sua missione e la sua esperienza di estraniamento che lo accomuna ai profeti, assume il volto dell’«altro»: altro rispetto alle attese del suo maestro Giovanni Battista, altro rispetto alla famiglia che lo giudica «fuori di sé» e vorrebbe riportarlo a casa con la forza, altro rispetto alla sua comunità religiosa che lo considera «indemoniato» (cf. Marco 3,21 e 22). Egli è altro anche rispetto ai suoi concittadini di Nazaret: è significativo che proprio là dove dovrebbe attivarsi il meccanismo del riconoscimento e dell’accoglienza, nella sua patria, avviene il rifiuto, e Gesù diviene estraneo, fino ad essere nemico. L’incomprensione di questa alterità conoscerà il suo culmine quando il Figlio sarà «ucciso dai vignaioli» - quelli a cui era stato inviato - «e gettato fuori della vigna»!
Paradigmatica è la presentazione di Gesù quale straniero fatta da Luca nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cf. Luca 24,13-35): il Risorto, con i tratti di un viandante, si accosta a due discepoli e cammina con loro, mentre essi parlano con tristezza della morte del profeta Gesù di Nazaret. Alla sua domanda sull’oggetto del loro discorrere, ribattono: «Tu solo sei così forestiero da non sapere ciò che è accaduto in questi giorni?»: egli è lo straniero che cammina con gli uomini, che resta nascosto fino a quando, invitato a tavola, viene riconosciuto nel gesto di condividere il pane. Sì, nella condivisione del pane, nello stare a tavola insieme, nel conversare, nel fare memoria di ciò che si è vissuto, avviene il riconoscimento e lo straniero si rivela.
Forse possiamo allora cogliere meglio tutta la pregnanza di un ammonimento come quello che Gesù rivolge ai suoi discepoli: se egli può identificarsi con lo straniero fino a considerare come rivolta a se stesso ogni cura prestata - e ogni offesa arrecata - a uno straniero nel bisogno è perché ha voluto vivere nella carne l’esperienza di estraneità, il venire in mezzo ai suoi e non essere riconosciuto, il vedersi negata quella dignità fondamentale di ogni essere umano. Perché, come ha ben ricordato papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, «ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». Di questo rispetto la coscienza ci chiede conto qui e ora, di questo rispetto un giorno verrà chiesto conto a ciascuno.
Anticipiamo un brano dall’introduzione di Lo scettro senza il re, il nuovo libro di Nadia Utbinati che esce in questi giorni (Donzelli, pagg. 138, euro 15)
li antichi consideravano la democrazia come il governo dei poveri. Si ha democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo è nelle mani della moltitudine dei nati liberi (in alcuni casi, sia da parte di padre che da parte di madre), i quali sono in maggioranza poveri. Ma per i moderni la democrazia è il governo della classe media, come Alexis de Tocqueville aveva appreso nel corso del suo viaggio americano (1831). È corretto affermare che la storia della cittadinanza moderna prende avvio dalla fine del lavoro servo e che i moderni abbiano adattato la democrazia a una società fondata sul lavoro retribuito e lo scambio monetario, un ordine economico che ha bisogno di una moltitudine di consumatori, gente né troppo ricca né troppo povera.
Una conseguenza importante di questa conquista di civiltà è che nella democrazia moderna i cittadini e le cittadine devono essere responsabili in modo diretto del proprio sostentamento, con la conseguenza di disporre di un tempo limitato per la cura degli affari pubblici. Ciò ha indotto alcuni pensatori a sostenere, come ha fatto Montesquieu, che il governo dei moderni assomiglia a un governo misto, perché l’elezione – come ci hanno tramandato Erodoto e Aristotele – è un’istituzione «aristocratica», in quanto discrimina tra i cittadini (chi elegge deve scegliere e quindi escludere) e soprattutto non consente loro, a tutti loro indistintamente, di governare ed essere governati a turno. Ma dalla diagnosi di Montesquieu si può trarre anche un’altra conclusione: ovvero che, invece di essere alternativa alla partecipazione, la rappresentanza rende quest’ultima più complessa e l’esclusione meno appariscente.
L’eguaglianza universale ha arricchito il valore normativo della democrazia dei moderni facendola più inclusiva di quella antica, ma nello stesso tempo ha ristretto la possibilità della partecipazione e, soprattutto, ne ha modificato le modalità. Autorevoli filosofi politici hanno per questo considerato la rappresentanza un espediente necessario ma non un’istituzione democratica (...). Tuttavia la rappresentanza non è semplicemente un ripiego per ciò (la sovranità diretta) che noi moderni non riusciamo più ad avere, è invece un processo politico capace di attivare nuove forme di partecipazione politica, diverse ma non meno importanti delle forme dirette degli antichi.
È senz’altro vero che la rappresentanza è stata concepita come un espediente per limitare e non per realizzare la democrazia. Per secoli, del resto, la democrazia ha goduto di pessima fama, come governo dei peggiori perché governo della moltitudine, vendicativa contro i benestanti e incolta, perciò facile alla manipolazione da parte di demagoghi e tiranni. Anche nell’era democratica per eccellenza, quella iniziata dopo la seconda guerra mondiale, e nonostante la retorica contemporanea della globalizzazione della democrazia, molte istituzioni (certamente la rappresentanza) sono ancora giudicate secondo la stessa prospettiva degli architetti settecenteschi del governo rappresentativo, la cui agenda politica non contemplava certo l’obiettivo di facilitare la partecipazione delle moltitudini. Le premesse non-democratiche (e perfino anti-democratiche) difese dagli autori dei Federalist Papers (James Madison, Alexander Hamilton e John Jay) o da Emmanuel-Joseph Sieyès sono diventate luoghi canonici per molti studiosi di istituzioni politiche. Come si legge nel Federalist n. 63: «Il vero elemento distintivo tra queste forme politiche e quella americana è rappresentato dal fatto che quest’ultima esclude completamente il popolo nella sua capacità collettiva da una partecipazione diretta alla cosa pubblica, e non nel fatto che le prime escludessero completamente i rappresentanti del popolo dall’amministrazione». La pratica del suffragio universale non ha scalfito questa idea anti-democratica del ruolo della rappresentanza. Come ha scritto di recente uno studioso francese, Bernard Manin, le strutture portanti del governo dei moderni «sono rimaste le stesse» dal tempo delle rivoluzioni settecentesche, da quando cioè quello rappresentativo era ancora un governo di notabili eletti da pochi cittadini
Sarà il pessimismo della tarda età, sarà la lucidità che l'età porta con sé, ma provo una certa esitazione, frammista a scetticismo, a intervenire, su invito della redazione, in difesa della libertà di stampa. Voglio dire: quando qualcuno deve intervenire a difesa della libertà di stampa vuole dire che la società, e con essa gran parte della stampa, è già malata. Nelle democrazie che definiremo 'robuste' non c'è bisogno di difendere la libertà di stampa, perché a nessuno viene in mente di limitarla.
Questa la prima ragione del mio scetticismo, da cui discende un corollario. Il problema italiano non è Silvio Berlusconi. La storia (vorrei dire da Catilina in avanti) è stata ricca di uomini avventurosi, non privi di carisma, con scarso senso dello Stato ma senso altissimo dei propri interessi, che hanno desiderato instaurare un potere personale, scavalcando parlamenti, magistrature e costituzioni, distribuendo favori ai propri cortigiani e (talora) alle proprie cortigiane, identificando il proprio piacere con l'interesse della comunità. È che non sempre questi uomini hanno conquistato il potere a cui aspiravano, perché la società non glielo ha permesso. Quando la società glielo ha permesso, perché prendersela con questi uomini e non con la società che li ha lasciati fare?
Ricorderò sempre una storia che raccontava mia mamma che, ventenne, aveva trovato un bell'impiego come segretaria e dattilografa di un onorevole liberale - e dico liberale. Il giorno dopo la salita di Mussolini al potere quest'uomo aveva detto: "Ma in fondo, con la situazione in cui si trovava l'Italia, forse quest'Uomo troverà il modo di rimettere un po' d'ordine". Ecco, a instaurare il fascismo non è stata l'energia di Mussolini (occasione e pretesto) ma l'indulgenza e la rilassatezza di quell'onorevole liberale (rappresentante esemplare di un Paese in crisi).
E quindi è inutile prendersela con Berlusconi che fa, per così dire, il proprio mestiere. È la maggioranza degli italiani che ha accettato il conflitto di interessi, che accetta le ronde, che accetta il lodo Alfano, e che ora avrebbe accettato abbastanza tranquillamente - se il presidente della Repubblica non avesse alzato un sopracciglio - la mordacchia messa (per ora sperimentalmente) alla stampa. La stessa nazione accetterebbe senza esitazione, e anzi con una certa maliziosa complicità, che Berlusconi andasse a veline, se ora non intervenisse a turbare la pubblica coscienza una cauta censura della Chiesa - che sarà però ben presto superata perché è da quel dì che gli italiani, e i buoni cristiani in genere, vanno a mignotte anche se il parroco dice che non si dovrebbe.
Allora perché dedicare a questi allarmi un numero de 'L'espresso' se sappiamo che esso arriverà a chi di questi rischi della democrazia è già convinto, ma non sarà letto da chi è disposto ad accettarli purché non gli manchi la sua quota di Grande Fratello - e di molte vicende politico-sessuali sa in fondo pochissimo, perché una informazione in gran parte sotto controllo non gliene parla neppure?
Già, perché farlo? Il perché è molto semplice. Nel 1931 il fascismo aveva imposto ai professori universitari, che erano allora 1.200, un giuramento di fedeltà al regime. Solo 12 (1 per cento) rifiutarono e persero il posto. Alcuni dicono 14, ma questo ci conferma quanto il fenomeno sia all'epoca passato inosservato lasciando memorie vaghe. Tanti altri, che poi sarebbero stati personaggi eminenti dell'antifascismo postbellico, consigliati persino da Palmiro Togliatti o da Benedetto Croce, giurarono, per poter continuare a diffondere il loro insegnamento. Forse i 1.188 che sono rimasti avevano ragione loro, per ragioni diverse e tutte onorevoli. Però quei 12 che hanno detto di no hanno salvato l'onore dell'Università e in definitiva l'onore del Paese.
Ecco perché bisogna talora dire di no anche se, pessimisticamente, si sa che non servirà a niente.
Almeno che un giorno si possa dire che lo si è detto.
Un saggio sul mondo occidentale di Mauro Magatti Noi vittime del tecno-nichilismo Il mito della libertà assoluta svincolata dall’etica della responsabilità Come nel film ‘The Millionaire’ tutti sognano di vincere con facilità Nelle società avanzate si vive come adolescenti senza più regole
Una libertà illimitata, assoluta, indifferente a norme e freni. Una libertà spesso apparente, spezzata, che limita gli uomini più che spingerli a realizzarsi, che li isola più che aiutarli a creare solidarietà. E’ la libertà del capitalismo tecno-nichilista, il mondo segnato da razionalità scientifica e volontà di potenza - economica, politica, esistenziale - raccontato da Mauro Magatti in Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista (Feltrinelli, pagg. 432, euro 30).
"Ci siamo dentro da almeno trent’anni, ma ormai siamo alla fine del ciclo", spiega Magatti, che insegna sociologia alla Cattolica di Milano e che allo studio del capitalismo tecno-nichilista ha dedicato gli ultimi dieci anni della sua vita. Ne è uscito un libro vasto e complesso, che spazia da Max Weber a Friedrich Nietzsche, da Pierre Bourdieu a René Girard, che affronta diverse parole chiave delle nostre vite - libertà, e poi giustizia, identità, potere - che cerca di seguire alcune correnti profonde della modernità. "Ma solo alcune. La vita sociale è come il mare, ma non si può studiare il mare. Troppo grande. Troppo maestoso".
Mauro Magatti, come si afferma il capitalismo tecno-nichilista?
«Le due ali di questo capitalismo sono storicamente il neo-liberismo thatcheriano, reaganiano, che si afferma all’inizio degli anni Ottanta, combinato con l’eredità dei movimenti giovanili e libertari degli anni Sessanta, segnati da forti spinte antiautoritarie, dall’idea che esiste uno spazio di soggettività che deve essere il più possibile protetto e ampliato. Questi mondi criticano l’equilibrio istituzionale ed economico che si era imposto nel secondo dopoguerra. Affermano l’idea che ognuno è capace di dare un senso individuale alla propria vita, che ognuno può essere libero per conto proprio».
Perché il capitalismo, che a partire dal secondo dopoguerra aveva offerto una certa stabilità di figure sociali e valori, ha bisogno a un certo punto di mettere l’accento sull’individuo?
«Perché è un capitalismo che evade dal quadro dei confini nazionali, che si dà obiettivi di crescita globali, sovranazionali: in termini di reperimento delle materie prima, di organizzazione della produzione, di ricerca di nuovi mercati. Il capitalismo tecno-nichilista porta a una riduzione dell’integrazione sociale, su base nazionale. Crede che i significati possono essere allocati soltanto sul piano soggettivo».
Il soggetto sociale che ne deriva è molto più isolato, frammentato, scollegato dal contesto?
«Più che l’immagine della solitudine, userei quella dell’adolescenza. Le società avanzate hanno creato un soggetto sociale che assomiglia sempre più all’adolescente, che esce da casa e vive l’ebbrezza di essere lontano dallo sguardo oppressivo dei genitori. Come l’adolescente, anche il cittadino dell’Occidente democratico crede che libertà significhi fare quello che si crede. Il problema non è tornare alla fase precedente, quella dell’autorità paterna. Ma riuscire a gestire la libertà sapendo che ci sono dei limiti, senza i quali la libertà è distruttiva».
Tutti noi vogliamo essere più liberi. Ci riusciamo anche?
«Non mi pare. La nostra è diventata una libertà astratta, indifferente al fatto che la libertà è sempre storicamente fondata, che la libertà non è mai disgiunta dalle opportunità, dall’etica della responsabilità, dal rispetto delle libertà degli altri. Crediamo di essere più liberi. Il titolo del mio libro, Libertà imma-ginaria, si permette di avanzare molti dubbi».
Ci fa un esempio?
«Il lavoro precario. Anni fa, per il mio lavoro di sociologo, ho condotto un’inchiesta tra i precari italiani. Interi pezzi di questo mondo erano soggiogati dall’idea che il lavoro flessibile non fosse poi così male, che aumentasse la libertà individuale, la possibilità di cambiare e di scegliere. Eppure, non mi pare che la flessibilità abbia aumentato le opportunità. Il fatto è che la libertà, spogliata dei suoi caratteri individuali, storici, è diventata il discorso fondativo delle nostre società. Chi controlla questo immaginario, vince».
Lo controlla la destra?
«Beh, mi è sempre parso molto significativo che Silvio Berlusconi abbia scelto il termine "libertà" per contrassegnare il suo popolo. Gestire il discorso sulla libertà, significa gestire l’egemonia».
Quali gruppi sociali hanno risentito di più di questo doppio processo: esaltazione - e svuotamento - del concetto di libertà?
Sicuramente, i ceti medio-bassi. Le risorse soggettive, culturali, necessarie a navigare nell’epoca del capitalismo tecno-nichilistico sono enormemente superiori a quelle che vengono messe effettivamente a disposizione. Di qui gli esiti neo-magici che questa cultura ha sui ceti medio-bassi. L’idea è che la libertà possa realizzarsi attraverso eventi straordinari, al di fuori di ogni controllo: la vincita a un quiz, come nel film The Millionaire, oppure l’entrata in un mondo dorato - come quello di ville e party dei potenti - che ti fa fare un salto immediato, economico e sociale».
Che tipo di libertà è quella che reclamano oggi in Iran?
«La mia analisi, ovviamente, riguarda il mondo occidentale. Da quello che posso leggere e vedere in televisione, mi pare che anche in Iran emerga un modello già sperimentato. Via via che le società crescono - sotto il profilo istituzionale, economico, dell’educazione - emerge anche un’istanza soggettivistica. Il singolo reclama uno spazio di libertà più ampia, le istituzioni autoritativamente costruite vanno a sbattere contro la presa di coscienza dell’individuo».
La crisi finanziaria degli ultimi mesi è il prodotto di questa cultura della libertà?
«La finanza internazionale, in questi anni, è stata guidata soprattutto da un concetto: fare tutto quello che sta in piedi, tecnicamente, a prescindere da ogni considerazione di sostenibilità. Anche qui la volontà di potenza, evocata come vera energia che sostiene la crescita, ha condotto a rischi impressionanti, e alla sottovalutazione di regole e limiti».
La crisi chiude il ciclo del capitalismo tecno-nichilista?
«Sì, mi sembra che ci siano dei segni. L’elezione di Barack Obama è uno di questi. Obama fa agli americani un discorso di crescita ordinata, di sviluppo duraturo e sostenibile. Immagina di agganciare l’idea della produzione, dello sviluppo, a obiettivi dotati di senso. La domanda è: siamo capaci di riportare sotto controllo la nostra volontà di potenza, tecnica ed esistenziale, orientandola verso alcuni grandi obiettivi collettivi?».
Si è dato una risposta?
«Le democrazie hanno grandi risorse. Ma è un processo lungo, e complicato».
Esistono alternative?
«Beh, c’è chi sostiene che la crisi di questi mesi non assomigli a quella del 1929, ma a quella del 1907, che sfociò nella Prima guerra mondiale. Lo sbocco del capitalismo tecno-nichilista potrebbe essere un grande conflitto internazionale. La volontà di potenza, il mito della libertà assoluta, ha creato opinioni pubbliche fameliche, incapaci di qualsiasi tipo di autolimitazione. Di solito, quando non riesci più a sostenere la crescita interna, te la pigli con qualcuno all’esterno».
Dopo l'approvazione della legge, presa di posizione di padre Alex Zanotelli. Che definisce il provvedimento razzista e xenofobo. Che si vergogna come italiano, cristiano e missionario. E che chiede una reazione forte.
«Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese come l'Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba. Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono all'estero!), ora infliggiamo agli immigrati, peggiorandolo, lo stesso trattamento, che noi italiani abbiamo subito un po' ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull'onda lunga di un razzismo e di una xenofobia crescenti di cui la Lega è la migliore espressione. Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni XXIII° nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (gli immigrati non sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l'ordine di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all'anagrafe. Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell'esclusione e dell'emarginazione.
«Questo rischia di svuotare dall'interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa - così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l'esilio a causa del fascismo. Per ben due volte la Costituzione italiana parla di diritto d'asilo, che il parlamento non ha mai trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della fede cristiana.
Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l'invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles (California), quando nel 2006 si dibatteva, negli Stati Uniti, una legge analoga che definiva il clandestino come criminale. Nell'omelia del Mercoledì delle Ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles disse che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli d'Africa per oltre 20 anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni d'ingiustizia e d'impoverimento.
Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a Israele: "Non molesterai il forestiero né l'opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d'Egitto" (Esodo 22,20)».
La fuga dall’Africa ha inizio centomila anni fa, quando un primo drappello di uomini varca l’istmo di Suez e si spande nel mondo. Lo storico John Reader sostiene che non erano più di cinquanta, su un milione di uomini. L’homo sapiens aveva mosso i primi passi nel continente nero, e per evolvere aveva avuto bisogno di quel clima impervio, scottante, dove insetti, parassiti, batteri minacciavano l’uomo dopo averlo addestrato al peggio. Per i primi fuggitivi il nomadismo non era la soluzione. Quel che il filosofo Deleuze dirà nel Novecento - "Nulla è più immobile di un nomade" - era per loro tragica evidenza. Il clima di umidità e batteri era stato fonte ieri di vita, oggi di morte. Per questo il drappello preferì l’esodo al nomadismo. L’aumento straordinario della demografia comincia allora, ma fuori dall’Africa: i fuggitivi si riproducono, gli antenati dell’uomo stagnano.
In realtà fuggiamo tuttora dall’Africa: per istinto ci rifiutiamo di vederla, conoscerla. La grande madre dell’umanità attira e respinge, il matricidio è incessante. Il continente ha una sua storia, sue tradizioni, ma chi lo fugge continua a trattarlo come uno specchio, in cui non vede che se stesso. Anche oggi è così. L’Africa è l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea. È il dizionario dei nostri luoghi comuni: la maggior parte delle sue caratteristiche sono invenzioni dell’Europa che dal XV secolo l’ha colonizzata. Un tempo breve, se paragonato alla storia dell’uomo eretto iniziata in quelle terre 3,5 milioni di anni fa. Un tempo brevissimo, se contempliamo il periodo in cui gli europei si spartirono l’Africa sbranandola: appena vent’anni, alla fine dell’800. Ma sono vent’anni decisivi; le prigioni mentali europee e africane si formano in quell’era di conquista-spartizione. La chiamarono Scramble for Africa: e in effetti fu una corsa ai primi posti, una "sgomitata" che travolse e mutò popoli. L’Africa divenne un’invenzione europea.
Nel frattempo sappiamo che tra le invenzioni spicca il tribalismo. Certo i clan sono essenziali in Africa, ma contrariamente a quel che si pensa non esiste una congenita vocazione a dividersi in tribù impermeabili, identitarie. Gli europei idolatravano lo Stato-nazione assolutamente sovrano e in Africa cercarono qualcosa di equivalente, non trovando regni monolitici ma fragili staterelli. L’equivalente dello Stato ottocentesco (coscienza identitaria esasperata, chiusura al diverso) erano le tribù, che la Corsa all’Africa ossificò. Fu la monarchia belga a lacerare il Ruanda in tribù hutu e tutsi, attizzando un odio che sfocerà nel genocidio del 1994. Furono gli inglesi a esaltare le diversità fra etnie Shona e Ndbele, per meglio dominare lo Zimbabwe (Rhodesia). Il ritorno al tribalismo, di cui il continente nero è accusato, è ritorno all’invenzione europea dell’Africa.
È un’invenzione dell’Ottocento, questo secolo europeo non meno terribile del Novecento. Gli esseri umani trattati come cose, la crudeltà sadica, i genocidi: la prova generale viene fatta nello Scramble for Africa. Sono orrori di cui si parla meno perché avvenuti lì. L’Africa è la palestra dove l’occidentale ha collaudato e anticipato gli stermini, i campi di concentramento. La Germania imperiale collauda il genocidio nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia), annientando gli indigeni Herero e Nama fra il 1904 e il 1907. Tre quarti degli Herero e metà dei Nama perirono nei Lager o nei deserti, dove il generale Lothar von Trotha li scacciò avendo avvelenato, prima, tutti i pozzi. L’ordine di liquidazione (Vernichtungsbefehl) è emanato da Trotha nel 1904. Poi vi furono i massacri e i campi nel Regno del Congo, per volontà di Leopoldo II del Belgio, re dell’orrore. Nel 1906, gli inglesi ordinano l’"annientamento" di un villaggio contadino ribellatosi in Nigeria (2000 uomini, donne, bambini uccisi). Nel costruire l’immensa ferrovia dall’Atlantico a Brazzaville nel Congo, i francesi provocano la morte di 17.000 forzati neri.
Non sono solo gli Occidentali a fuggire l’Africa, per vergogna di sé o indifferenza. Anche l’Africa fatica a liberarsi dagli stereotipi che la definiscono, a ritrovare se stessa, a vedersi protagonista responsabile e non solo vittima, a darsi una storia. L’invenzione europea del tribalismo, l’ha interiorizzata come fosse sua. Il sogno di creare Stati accentrati, coltivato negli anni dell’indipendenza, impedisce le cooperazioni transfrontaliere che scongiurerebbero tante guerre in apparenza civili, in realtà regionali. La storia della schiavitù è ricordata come inferno coloniale - e senz’altro lo fu: 13 milioni di africani furono trapiantati fra il XV e XIX secolo - non come una cultura servile sorta in Africa per far fronte alla scarsa natalità. Sono trascurate perfino le più originali invenzioni del continente: prime fra tutte le Commissioni per la verità e la giustizia in Sud Africa, che hanno inaugurato inedite, esemplari politiche della memoria.
Ma lo stereotipo più resistente è quello secondo cui l’Africa è senza storia, in fondo maledetta. Lo ha formulato Hegel all’inizio dell’800, nella Filosofia della Storia Universale: "L’Africa non è un continente storico, non ha movimento né sviluppo". Ancora nel 1963, in una conferenza a Oxford, lo storico Trevor-Roper ne ripete la stupida arroganza: "Forse in futuro ci sarà una storia africana. Ma al momento non ce n’è: esiste solo una storia degli europei in Africa. Il resto è tenebra, e la tenebra non è soggetto di storia". La storia dell’Africa esiste se comincia a vedere l’uomo dietro le tribù, ad aprirsi all’altro che non ci somiglia. Se occidentali e africani smettono l’idolo del vecchio Stato sovrano. L’aspirazione di tanti africani a forme politiche meno accentrate è un’emancipazione dall’immagine che noi ci facciano di loro, e che loro hanno finito col farsi di sé.
Di che è fatta un'identità italiana, ammesso che ci sia, se non dalla lingua che si è andata secernendo, luminosa e iridata come una perla scaramazza, dalla vecchia ostrica del latino? Riflessioni a margine dei tre volumi della recente «Storia europea della letteratura italiana»
Con che faccia può parlare dei tre volumi di Alberto Asor Rosa sulla Letteratura italiana - ed è solo un tirare i fili del lavoro di una vita - una che ha assai mal frequentato le patrie lettere? Al mio tempo avevo ingoiato il mortifero Vittorio G. Rossi e ascoltato Fubini che faceva lezione cupamente reggendo la fronte su una mano. 1941, 1942, tempi bui. Quale corso faceva? Non ricordo. Eppure ricordo Banfi e Marangoni e Chabod. E financo la «Farsaglia» di Luigi Castiglioni - forse per lo spavento che mi incuteva. E poi perfino lettere romanze. È la letteratura italiana che è scomparsa dalla mente; la scuola inabissa quello che un certo insegnante o certe pagine non hanno destato con un sussulto.
E dopo il 1945, ché allora giusto finivo l'università, ci gettavamo sui libri prima introvabili, Verlaine e Joyce e Apollinaire e Mann e Hemingway e Malraux e Melville in voluttuosa confusione. Avrei reincontrato l'Italia privatamente e senza metodo. Chissà da quando mi porto dentro tanti versi della «Commedia», penso agli amici con «Guido, io vorrei ...», mi ha stupito a Vaucluse il verde profondo delle «Chiare fresche e dolci acque» e borbotto «Italia mia benché il parlar sia indarno...»? Perché ricordo Chichibio che se la cava con la gru più che un'altra novella? Capisco perché l'Ariosto stia fra i libri a portata di mano e non il Tasso ma, non avendo mai più riaperto il Carducci, come mai non mi si schiodano di dosso «Teodorico di Verona, dove vai così di fretta?» e il pio bove o «Tu che pasci i buoi presso Bevagna caliginosa»? Caliginosa. Poi ci sono gli inconfessabili odi, Pascoli, perfino Manzoni - a torto, a torto, mi pento (ma è così, un milanese sempre a posto con tutto). Invece Leopardi è mio da e per sempre. Dopo, ogni lettura è un tassello del confuso vivere.
Troppo poco. Che vergogna. Volevo rimettermi a studiare con ordine, uno dopo l'altro e meglio tardi che mai, sull'Asor Rosa, invece il suo ragionare mi ha messo in moto i pensieri. Specialmente uno: di che è fatta un'identità italiana, ammesso che ci sia, se non dalla lingua che si è andata secernendo, luminosa e iridata come una perla scaramazza, dalla vecchia ostrica del latino? E dopo essere passata per le lingue d'oc e d'oil, come il francese? Cosa che non succedeva agli spagnoli. Soprattutto Francia e Spagna si facevano anche stati o imperi. Noi niente, per secoli; tutti ci hanno passeggiato sopra, non sono mancati, credo, che i mongoli. Distruggendo e costruendo, ammazzando e incrociandosi, rubando e lasciando, tutti insopportabili e tutti subìti (donde, suppongo, anche il peggio del paese, «Francia o Spagna pur che se magna»).
Molto tardi i grandi devono avere concluso che era più prudente lasciar indipendente la penisola invece che annettersela, uno di loro diventando troppo grosso. C'erano gli antichissimi e innocui conti di Maurienne, poi duchi di Savoia, appollaiati sulle Alpi a affittarne i passaggi («portinai» delle Alpi li definisce Le Roy Ladurie) allergici alla rivoluzione francese e poi a Napoleone, scoloriti Umberti e Amedei esperti nel ribaltare alleanze, che a un certo momento hanno senz'altro lasciato alla Francia il suolo natale e prestato orecchio agli afflitti patrioti di un'Italia che non c'era. Ma non è curioso che l'Italia, di cui non esisteva che l'italiano, sia stata unificata da una famiglia che parlava francese? È vero che c'era l'abile Cavour, che ha saputo tessere fili e usare e gettare il Garibaldi di Teano («Obbedisco, Sire» ed è finito a Caprera a rimuginare orribili versi, povero leone).
Quel popol disperso
Le pagine di Asor mi obbligano a chiedere perché ci hanno insegnato storia da una parte (si fa per dire), storia della lingua mai, e letteratura italiana dall'altra? Che senso ha? Leggo questi volumi, che mi aprono tante prospettive assieme, e mi viene il dubbio che non ne abbia nessuno specie per un paese come il nostro. Anche la Germania si unificava tardi dopo una coda meravigliosa di lingua e cultura, sarà un destino, ma essa almeno si faceva mettere assieme da uno dei suoi. Noi, in compenso, non siamo riusciti a farci dividere fino in 350 stati. Bah.
In ogni modo è la tempesta del 1848 che rovescia le carte e i Savoia fanno l'Italia, un millennio che esiste l'italiano e di più la nostra letteratura. Che mi importa della nazione? Meno che ad Asor. Mi va bene che i barbari ci abbiano percorso da nord a sud e ritorno, e i greci, gli arabi, i turchi, i francesi, gli spagnoli. Che Nelson sia passato solo per schiacciare la rivoluzione napoletana e che, con l'aiuto della Francia, i papi abbiano massacrato la repubblica romana: potremmo averne dedotto sul serio che razza di roba eravamo e che cosa è libertà. Invece no, non mi pare. È esistita sola e sempre la koinè d'una splendida lingua (koinè è meglio di nazione, identità, stato, eccetera).
Mi incanta apprendere che all'inizio del Seicento un modesto tale di Udine e un modesto tale di Grottaglie non avessero in comune né sovrano, né moneta, né leggi, né, credo, modo di alimentarsi, niente di niente se non un amore spropositato per il cavalier Marino. Mi appassiona che Galileo sganci la scienza, oltre che da Aristotele, dalla chiesa e dal latino e illimpidisca il volgare. Il popol disperso che nome non ha aveva questo sontuoso linguaggio. Che ha retto a venti e maree anche se parlato da pochi, i più sprofondati nei vigorosi dialetti.
Ma basta. Credevo di suggerire la lettura di questi tre libri per scoprire questo o quel grande, annegarvi provvisoriamente come in un quieto lago, rifare il viaggio di Dante, ascoltare le novelle di Boccaccio raccontate due volte, innamorarsi di nuovo dello scettico Ariosto, costeggiare il Poliziano e farsi tentare da Ippolito Nievo piuttosto che, come è successo a me, dalla Certosa di Parma di Stendhal. Invece mi ha avvinto il castone in cui le gemme sono collocate, quel crogiolo di eventi e idee di un'Europa nell'infuriare di eserciti belligeranti e trattati che ne amputavano e ricucivano incessantemente i territori. Le koinè linguistiche mettono in comunicazione e in forma per loro correnti profonde, veicolando tesori, scordando lo scordabile e cancelleresco, collegando le genti. Perché diavolo ci fanno studiare tutto diviso, neanche una modesta sinopsi che metta accanto davanti ai più giovani la sorprendente contemporaneità di luci ed orrori?
Così avevo a lungo pensato pigramente al nostro Seicento - invidiando ai francesi le grand siècle e agli spagnoli Cervantes - come peste, guerre, lontani ma decisivi trattati di Westphalia, streghe arrostite e leziose decadenze, Galilei come se fosse di un altro mondo. E invece le pagine sul barocco e la decadenza sono bellissime e inducono una messe di problemi e gettano luci su insospettati legami, perché è anche un secolo di filosofia, anzi di passaggio per tutte, più o meno amabili. È implicito il rapporto con quella storia della chiesa, che in Italia è coperta da un fitto velo - almeno se ne parlasse nell'ora di religione - benché la gran parte di noi sia stata per secoli sotto le sue per niente spirituali zampe. E in latino. Credo che solo per il concilio di Tours abbia permesso qualcosa di simile all'italiano e al tedesco. Ancora adesso l'italiano le dispiace.
Bisogna essere grati anche a Sabine Koester Genuini per le limpide schede sulla lingua; anch'essa torrentizia. E pensare che la nostra letteratura è nata prima di essa, assieme al francese e agli occitani che già avevano sfondato il latino volgare e molto piacevano a poeti e viaggiatori della penisola dopo che i barbari vi avevano scorrazzato e prima che gli indigeni decidessero se la più bella del reame fosse la fiorentina, e se sì, quella di Dante o quella di Guido Cavalcanti.
La chimera dell'identità
Siamo proprio un paese che fa spesso a meno di date e confini precisi. A proposito di date, si dice che il primo italiano trascritto siano state le parole d'un tale che certificava alcune terre essere appartenute da trent'anni ai benedettini. E io che credevo da una vita che la prima scritta in volgare fosse su un affresco in San Clemente a Roma e suonasse, ahimé, «Tira su quella trave, figlio di puttana». Gli amici francesi cui la mostravo mi precisavano che loro, invece, avevano «Etoilette, te voilà - que la lune trait à soi» (Eccoti, stellina, che la luna si tira accanto). Vuoi mettere? Almeno fossi autorizzata ad opporgli d'ora in poi «Meravigliosamente - un amor mi distingue»...
È in questa galassia che fluttua per secoli la chimera dell'identità italiana, fra potentati altrui e servaggi nostri. Almeno non abbiamo l'arroganza dei francesi che della loro lingua presumono ancora che sia la sola nella quale si possa pensare. Invece le perle formatesi nella putredine del latino seguono ciascuna i loro cammini, in versi, vezzi, prose, pensieri, lampi, ragionevoli abiure.
Insomma, giovani internauti, leggete gaudiosamente. Sappiate che non è obbligatorio morire di Google. Per conto mio, stasera comincio Paolo Sarpi, che a lungo ha significato per me soltanto l'omonima via, e mi vendicherà di Ratzinger.
Ronde e clandestini, sì alla legge Berlusconi esulta: l´ho voluta io
di Alberto Custodero
Bagarre al Senato, il Pd attacca: danno al Paese - Don Ciotti: non è sicurezza ma crudeltà. Appello degli intellettuali: no a leggi razziali
Il ddl sulla sicurezza è da ieri legge dello Stato dopo l´ok definitivo del Senato giunto in tarda mattinata con il voto di fiducia. L´approvazione (157 voti favorevoli di Pdl, Lega, Mpa, 124 no e 3 astenuti) ha scatenato a Palazzo Madama una bagarre: i senatori dell´Idv hanno alzato cartelli con scritto "Governo, clandestino del diritto" e "I veri clandestini siete voi", e a loro hanno risposto i leghisti - cravatte e pochette verde Padania - alzandosi in piedi, sorridenti, le mani in segno di vittoria.
Nella maggioranza, fra Lega e Pdl è tutta una gara per accaparrarsi i meriti della legge. Berlusconi dall´Aquila se ne assume la paternità: «L´ho voluta fortemente - dice il premier - per dare sicurezza ai cittadini». Ma a rivendicare la primogenitura del ddl è ovviamente la Lega, che le ronde in particolare le ha da anni nel proprio Dna. «Sono molto soddisfatto per l´approvazione del dll sicurezza che completa un anno di lavoro», commenta il ministro dell´Interno, Roberto Maroni. Ma anche gli ex An usano toni trionfalistici. Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri si dice «orgoglioso». «È un passo avanti nell´impegno preso con gli italiani» dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che annuncia l´impiego di altri 1250 militari nelle città.
Al compiacimento della maggioranza si contrappongono le critiche dell´opposizione. Per il segretario del Pd Dario Franceschini, il ddl «è il prezzo che il governo paga alla Lega, ed è un danno per il Paese». Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, lo giudica «un pugno sbattuto sul tavolo senza efficacia per la sicurezza dei cittadini». Il capogruppo dei dipietristi in Senato, Felice Belisario, boccia il provvedimento che «paralizzerà la giustizia, toglierà fondi alle forze dell´ordine e legalizzerà le ronde». Emma Bonino, radicale, definisce «aberranti» le nuove norme, mentre per il presidente dei senatori Udc, Giampiero D´Alia, «sono il frutto di paura e suggestioni». Contro il pacchetto sicurezza si è espresso anche il fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti: «Non è sicurezza - dice - ma crudeltà». Il coro di voci indignate è nutritissimo. Comprende il commissario per i diritti umani del Consiglio d´Europa, Thomas Hammarberg («Le misure sull´immigrazione e l´asilo produrranno un aggravamento del clima xenofobo»), l´Ordine dei medici («Contrari a denunciare gli irregolari»), i sindacati dei funzionari di polizia, l´Unione delle Camere penali («Provvedimento propagandistico»), l´Alto commissariato Onu per i rifugiati Unhcr («Si avalla l´equazione immigrazione uguale criminliatà»). Un gruppo di intellettuali - da Camilleri alla Maraini a Fo - hanno firmato un appello su Micromega. net «contro il ritorno delle leggi razziali in Europa che rischiano di sfigurare il volto dell´Europa». Il testo ha provocato la reazione di Maroni. Secondo il ministro dell´Interno, «l´appello si fonda su falsità», perché non è vero - afferma una nota - che la nuova legge vieti i matrimoni misti e impedisca alle donne in stato di irregolarità di riconoscere i figli.
Il Vaticano boccia il giro di vite "Norme che porteranno molto dolore"
di Orazio La Rocca
«È una legge che criminalizza e demonizza i tanti stranieri che arrivano qui chiedendo solo di essere aiutati». È severa ed immediata la bocciatura del mondo cattolico sul disegno di legge che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina. Tra i primi richiami, quelli della Cei, che col portavoce del cardinale-presidente Angelo Bagnasco, monsignor Domenico Pompili, ricorda - «senza entrare nel merito della nuova legge» - che proprio all´assemblea Cei di maggio Bagnasco «ha parlato del dovere dell´accoglienza per chi invoca aiuto e del diritto di emigrare in cerca di un´esistenza migliore e di chiedere asilo politico. Ma sempre nel rispetto della legalità». Principi - avverte Pompili - «validi in qualsiasi momento e in ogni circostanza».
Il vescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio dei migranti, esprime, invece, «tristezza» e «preoccupazione» e accusa la legge di «ignorare i diritti umani» e di «mettere a rischio l´integrazione» e per questo «porterà solo dolore». Secondo il presule - ma fonti della Segreteria di Stato dicono che «parla a titolo personale» - «il reato di clandestinità porterà solo alla criminalizzazione degli irregolari...». Anche il presidente dello stesso dicastero vaticano, il vescovo Antonio Maria Vegliò, in un editoriale scritto per il mensile dei gesuiti, Aggiornamenti sociali, chiede che «non vengano demonizzati o criminalizzati gli stranieri».
Irregolari processati ed espulsi per identificarli 6 mesi di detenzione
Pene più severe per i writer. Torna l´oltraggio a pubblico ufficiale
di Mauro Favale
La clandestinità diventa reato. Le ronde di volontari potranno circolare nelle città segnalando alla polizia situazioni di pericolo. Si inasprisce il regime di "carcere duro" per i mafiosi. I Cie - Centri di identificazione ed espulsione - sostituiscono i Cpt, acronimo che stava per Centri di permanenza temporanea. Sono queste alcune delle principali novità del disegno di legge approvato ieri definitivamente dal Senato. Le norme sono suddivise in tre "sezioni": immigrazione clandestina, criminalità organizzata e sicurezza pubblica.
Sarà dunque reato entrare o soggiornare in Italia senza permesso: il clandestino sarà punito con un ammenda dai 5 ai 10 mila euro e verrà immediatamente espulso dopo un processo davanti al giudice di pace. Pene dure per chi favorisce l´ingresso dei clandestini. Solo un po´ più lievi per chi affitta appartamenti agli irregolari. All´interno dei Cie, gli immigrati senza permesso potranno rimanere fino a 180 giorni in attesa di identificazione. Finora, la detenzione massima era di due mesi.
Sul versante criminalità organizzata, il regime di 41bis per i boss mafiosi verrà rinnovato ogni quattro anni e non più ogni due. Gli imprenditori saranno obbligati a denunciare le richieste di pizzo che subiscono, pena l´esclusione dalla possibilità di partecipare alle gare d´appalto.
Per la sicurezza pubblica, la legge istituisce le ronde, riconoscendo le associazioni di "volontari per la sicurezza", che potranno operare disarmati. Via libera alla vendita dello spray al peperoncino per l´autodifesa. Pene più severe per graffitari e vandali: la legge prevede carcere fino a 3 mesi per chi imbratta monumenti di interesse artistico o storico. Ripristinato anche il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, che era stato abrogato 10 anni fa.
«Romanoff ha portato al congresso un bel regalo: un ritratto di Lenin. Da ricordare che un medaglione di Lenin fu il regalo che Ponomariov portò ai comunisti italiani al XII congresso di Bologna. Una vera mania».
Leggevamo ieri questa breve nota nella cronaca dell’inviato del «Resto del Carlino» al congresso della Cgil di Livorno: Romanoff è il delegato sovietico all’assise livornese e quando è venuto il momento di porgere il suo saluto ai congressisti, come hanno fatto, a turno, gli altri delegati stranieri, ha offerto in omaggio alla presidenza del congresso un ritratto di Lenin. Di qui le ironie del giornalista bolognese.
Ma ci deve essere, nel nostro valoroso Collega, qualche difetto di informazione. Questo Lenin è un personaggio abbastanza conosciuto nella storia del movimento operaio internazionale.
Certo, non era un sindacalista, nel senso stretto della parola, ma gli accadde più volte, sia pure frettolosamente perché aveva molto da fare, di occuparsi di lavoratori, così quando i sovietici si recano ad assistere a qualche congresso politico o sindacale nel mondo, gli viene in mente di portare in omaggio un ritratto di Lenin.
Naturalmente, sarebbe gradita una riproduzione della torre Eiffel o del Ponte dei sospiri, per non parlare del Colosseo in alabastro, ma l’immagine di Lenin ha, per gli operai, una potenza evocativa che non sprigiona, per esempio, il Duomo di Milano anche se pazientemente riprodotto in mollica di pane. Quando i lavoratori si ritrovano davanti alle sembianze di Lenin dicono tra di sé: «Questo qui ci ricorda qualche cosa», e gli prudono le mani fino al punto di fargliele stringere a pugno.
Vede, egregio Collega, i socialisti veri di tutto il mondo contano molto su questi pugni, e Lenin, per combinazione, è il maggiore tra coloro che li hanno inventati.
Così, finché ci sarà bisogno che i lavoratori stiano svegli, sì battano e non mollino, si troverà sempre qualcuno che regalerà loro un ritratto di Lenin.
Mentre se si vorrà che dormano e si facciano infinocchiare, lo capiremo subito quando, gli porteranno in dono un busto dell’onorevole La Malfa.
Da l’Unità del 24 settembre 1969
La diagnosi dello stato della politica in Italia è semplice: metà dei cittadini si è astenuta alle elezioni, e al ballottaggio e al referendum molto di più. Il quadro è simile in tutta Europa. I socialisti hanno perduto ovunque, il parlamento europeo è largamente di centro destra. Le sinistre radicali sono più deboli del previsto, quelle italiane sono scomparse di scena. In Italia è assente una socialdemocrazia, indebolita altrove. Dovunque spunta o si rafforza una destra estrema. Il segnale è opposto a quello venuto dagli Stati uniti, infatti in Europa per nulla raccolto.
In Italia Berlusconi non supera, come sperava, il 35% ed è meno forte di un anno fa. La Lega va al 10, sono inseparabili. Fini gioca un gioco suo. Se questo porterà a una crisi di governo, sarà prodotta e gestita dalla maggioranza (e appoggiata dal Vaticano, via Casini). La minoranza è divisa fra un Pd in calo, diviso e confuso e una sinistra radicale in briciole. Neanche i Verdi sembrano fuori dalla crisi, malgrado che Obama negli Usa e molti in Europa vedano nell’ecologia un investimento necessario e un valore-rifugio. L’opzione bipartitica che era stata comune a Berlusconi e Veltroni è caduta.
Se su questo quadro sintetico siamo d’accordo, resta da vedere se si condivide il perché di questo esito.
1. A mio avviso per l’Italia esso va cercato lontano, nell’arco della mia generazione, che d’altronde non è più di un momento storico. Infatti il disastro di oggi appare tanto più grande in quanto la sinistra del dopoguerra è stata più forte che altrove. Essa non è mai stata maggioranza, come ha osservato Norberto Bobbio, ma anche perché era rappresentata, in un paese tenuto fuori dal crogiuolo degli anni venti e trenta in Europa, da comunisti e socialisti e da un forte sindacato, che hanno schiacciato, fra se stessi e la Dc, una interessante terza forza (Giustizia e Libertà).
Questa forma presa dalla sinistra dalla Resistenza al 1956 è alquanto diversa dalle altre in occidente. I socialisti e i comunisti, liberi dalle contese degli anni trenta coperte dal fascismo, sono ancora uniti e i comunisti appaiono - salvo che alla dc e al ”partito americano” - abbastanza svincolati dall’Urss (percepita peraltro anch’essa non come un pericolo incombente). Così dopo il 1956 e la divisione con il Ps, il Pci supererà gradualmente in quantità e qualità di ascolto il già più forte Pcf, facendo propria una larga frangia d’opinione. E’ difficile separare da esso la messa a fondamento del senso comune repubblicano, costituzionale, antifascista; e questo, perlopiù, colorato di un'ombra di concezione classista (vivissima nella resistenza anche in Giustizia e Libertà e poi nel cattolicesimo di Dossetti e della corrente di Base della Dc).
2. Il quadro muta negli anni sessanta-settanta, in corrispondenza con la grande modernizzazione del paese nella composizione sociale, produttiva e culturale. Il Psi ha mutato fronte, nel Pci si apre un dibattito, il sindacato cresce e muta la sua struttura di base, un’area di sinistra radicale comincia a apparire separata dai comunisti, che però crescono di peso.
Il corto circuito è determinato dal movimento del 1968. Diversamente dal resto d’Europa, esso si verifica in presenza di un forte partito comunista che non lo attacca frontalmente, ma del quale esso chiude l’egemonia.
Il 1968 ha in Italia una coda lunga un decennio, come in nessuna parte altrove ha modificato diversi parametri della cultura, ha prodotto la densa politicizzazione dei gruppi extraparlamentari – diversa da quella del movimento comunista - ha indotto un vasto associazionismo di base e professionale che si vive come controcultura e contropotere. E' una seconda e tumultuosa modernizzazione del paese che si colloca a sinistra del Pci ma non riduce la sua forza nell’opinione di massa, anzi. I comunisti arriveranno a un terzo dei voti, il sindacato è forte, l’intellettualità è come non mai politicizzata e diffusa. Il “movimento” critica Pci e Cgil ma trascina l’appartenenza al sindacato (il più modificato) e il voto al Pci: le elezioni del 1975 danno alla sinistra tutte le grandi città.
Questa tendenza non sembra intaccata dal compromesso storico (1973), poco percepito a livello di opinione . E’ come se soltanto l’astensione comunista del 1976 verso il governo Andreotti ne rivelasse il vero senso. E’ in quella estate che si spezza ogni speranza delle minoranze di movimento, il movimento stesso si divide e una piccola parte di esso (non occorrono molti per sparare) va davvero sulle armi (omicidio di Coco a Genova).
Tuttavia l’elettorato sosterrà sempre maggiormente il Pci fino alla morte di Berlinguer: il quale peraltro compie, negli ultimi anni e isolato dal resto del gruppo dirigente, una virata a sinistra. Tardiva. Sul piano mondiale il 1968 non è sfuggito alle classi dominanti, che si riattrezzano. Il Pci non ha compreso il senso dell’abolizione del gold standard, né quello della crisi dell’energia del 1974 e tanto meno i mutamenti strutturali del capitale e delle tecnologie in atto e la ricomposizione delle strategie che ne conseguono (la Trilateral).
Né ha capito realmente le soggettività che si dibattono contro di esso. Non intende neppure, se non in un breve sussulto concernente le donne, la rivoluzione passiva che si compie fin dall’inizio fra generazioni, nei rapporti familiari e d’autorità. Non capisce la portata ideale dell’anticonsumismo del movimento.
Del tutto estraneo gli è il 1977 italiano, assai reattivo ai mutamenti del lavoro ma errato nella previsione, come non aveva capito prima il formarsi dell’estremismo, delle Brigate rosse e Prima Linea, di cui non vede che il pericolo che costituiscono per il suo accreditamento come forza di governo. Berlinguer pratica duramente l’emergenza inseguendo Moro, anch’egli incerto e isolato nella Dc.
Negli anni ottanta il salto tecnologico è avvenuto, specie nell’informazione e quel che ne deriva per il movimento dei capitali e la finanziarizzazione, ma i comunisti leggono solo in termini di politica antisovietica la restaurazione di Thatcher e Reagan, sottovalutano la stagnazione dell’Urss di Breznev, non capiscono il tentativo di Andropov, esitano su Solidarnosc in Polonia come avevano esitato su Praga; la berlingueriana “fine della forza propulsiva” del 1917 arriva quando la decomposizione del Pcus è ormai avanzata e tutti i rapporti con il dissenso ancora di sinistra dell’est sono stati mancati. Così fino a Gorbaciov.
Con Craxi e poi con la morte di Berlinguer è gia andata molto avanti, anche se non in termini elettorali, la crisi del Pci; e comincia quella della Cgil. La fine della prima Repubblica è soprattutto la fine loro.
3. Negli anni ottanta il movimento del 68 si chiude del tutto, abbattuto assieme alle Brigate Rosse, con le quali pur non aveva avuto a che fare, il radicalismo e anche l’estremsimo essendo una cosa, passare alle armi un’altra. Si forma e struttura, di nuovo, soltanto il filone del secondo femminismo.
Con il 1989 la crisi del Pci semplicemente si compie, la ”svolta” induce un altro partito, idealmente e organizzativamente, e si fa senza una rivolta di base. Rifondazione nasce come un ritorno a ieri e si dibatterà senza pace sul come diventare una chiave per il domani; né il Pds né Rc fanno un bilancio storico, né del comunismo né della loro stessa funzione in Italia. Quella che era stata l’intera area della sinistra resta fra disincanti e fibrillazione mentre precipitano socialisti e comunisti.
Bruscamente va in pezzi quel che era parso per venti anni senso comune, il rifiuto del “sistema”. Le sinistre si restringono in piccoli gruppi, alcune si affinano, non riusciranno o forse non vorranno più unificarsi. Da allora una perpetua discontinuità produce spezzoni di movimento puntuali e perlopiù incomunicanti. Il sussulto di quello enorme per la pace e poi del sindacato al Circo Massimo non daranno luogo a una ripresa costante, anche per il senso di impotenza che deriva dalla nullità del loro risultato.
4. L’89 è tutto gestito dalla ripresa del capitale, nella sua forma prekeynesiana. L’ideologia dei Fukujama e degli Hutchinson – fallimento ab aeterno del socialismo e inevitabile scontro di civiltà – colpisce a fondo la sinistra storica, che patisce i fallimenti dei socialismi reali, non li affronta e si arrende; le socialdemocrazie altrove e gli ex comunisti in Italia praticano con zelo e pentimento le politiche liberiste.
Ma anche le culture diffuse delle sinistre radicali galleggiano a fatica. Molte percezioni del 68 si rovesciano su se stesse nel risentimento verso quel che il movimento operaio, già venerato, non ha compreso: ha sacrificato la persona alla collettività, l’individuo al partito, il conflitto dei sessi all’ “economicismo”, la terra allo sviluppo devastatore. Ha sottovalutato la dimensione del sacro, dell’etnia, dei cicli. Ha glorificato la ragione contro l’emozione, l’occidente contro le diversità, l’avvenire rispetto al presente. Il postmoderno ha dato una mano. Questa è la tendenza maggioritaria. Restano, ma molto minoritari, alcuni movimenti. La trasmigrazione verso l’ecologia è il piu forte.
La precipitazione della politica nella corruzione e nella bassezza, l’emersione di Berlusconi non trovano freno. L’area già comunista e socialista non tenta neppure un ripiegamento verso la solcialdemocrazia. La spoliticizzazione segue alla delusione; si vive nell’oggi perché è dannata la memoria del passato e non si sa che cosa volere per il futuro. Incertezza, risentimento, paura. Protezionismo degli ancora occupati davanti a una crisi che non intendono. Mai, per parafrasare Guicciardini, la gente italiana è stata così infelice e così cattiva.
5. Se “sinistra” ha avuto un senso nel XIX e XX secolo, era libertà, eguaglianza, fraternità, declinate nell’eredità della rivoluzione francese. La prima nell’idea di democrazia, la seconda da Marx, la terza (diversamente dal senso che aveva avuto nel 1789) come solidarietà fra gli umani. Esse percorreranno fra le tragedie tutto il XX secolo.
Il loro rifiuto non significa che sia avvenuta una rideclinazione; significa il ripiegamento dalla libertà all’individualismo e il volgere il bisogno di appartenenza verso categorie metastoriche (religioni, nazionalismi, etnie e altre presunte origini). Significa negare l’eguaglianza di diritti (e non solo né tanto nella interpretazione che ne dà parte del movimento delle donne) e fare dell’affermazione del più forte il principio e motore della società. Significa affogare la fraternità nell’odio e nella paura dell’altro e del diverso. Berlusconi e Bossi sono inimmaginabili negli anni ’60.
Questa è oggi la metà dell’Italia che parla. L’egemonia è passata a destra. La sua affermazione segnala una rivoluzione antropologica prima che politica. La degenerazione della politica ne è concausa e conseguenza. Almeno se politica significa, non marxianamente ma arendtianamente, “preoccuparsi del mondo”.
Di questo rozzo tentar di delineare il quadro, vorrei discutere.
Con molti altri ho provato per ben tre volte a mettere insieme la sinistra: la prima volta nel 2003-4 con Gian Paolo Patta e «Lavoro e società» della Cgil; la seconda nel 2004-5 con Alberto Asor Rosa e la Camera di Consultazione della sinistra, la cui storia è stata riassunta in modo impeccabile da Asor Rosa stesso su queste pagine (19 giugno); la terza volta con la Sinistra Arcobaleno del 2007-2008. In quest'ultima occasione non dimenticherò mai la discrepanza tra le promesse dei leader di aprire una vera fase costituente e innovatrice e la squallida realtà successiva del loro blindare tutte le scelte - le candidature per le elezioni in primo luogo - in una disperata ricerca di auto-conservazione.
Ora non ci provo più. Mi sembra più facile convincere i bambini piccoli a mangiare spinaci che persuadere la sinistra italiana a stare insieme. Di fronte a un comportamento reiterato, che privilegia sempre gli elementi di distinguo a scapito di quelli dell'unità, non bisogna fare finta di nulla o continuare a provarci. Piuttosto bisogna cercare di spiegare perché tutto questo è successo, per poi trarne le conseguenze.
Perché la sinistra italiana, invece di conservare e rinnovare la profonda cultura di sinistra del paese, è riuscita finora solo a sperperare? Una prima spiegazione va cercata nella mancata analisi del rapporto tra partiti e società civile. Norberto Bobbio scrisse nel 1983 che «nel gioco politico democratico ... gli attori principali sono dati, e sono i partiti». Ma la realtà storica di questi ultimi 30 anni è quella di una progressiva atrofia dei partiti e una costante invenzione di forme di organizzazione politica promosse dai cittadini stessi - laboratori, comitati, social forum, gruppi di difesa ambientali e territoriali. L'atteggiamento dei partiti di sinistra verso queste forme di auto-organizzazione è sempre stato strumentale e sospettoso: sono un pericolo, possiamo penetrarle, incorporarle, guidarle, distruggerle? O addirittura renderle in istanze metafisiche ('il movimento dei movimenti') che misteriosamente dettino la linea più conveniente al particolare partito o gruppo.
Dietro tali atteggiamenti risiede la consueta forma della politica, l'agire dall'alto attraverso un centralismo democratico riverniciato. Al livello identitario, l'individuo-militante rimane fortemente legato alla sua formazione politica che può anche offrirgli possibilità di impiego e di carriera. I comportamenti personali verso quelli che non fanno parte della formazione (o corrente) sono spesso aggressivi, perfino incontinenti. Il nemico è vicino. La sinistra è stata incapace di elaborare un codice di comportamento nella sfera pubblica che premi il rispetto reciproco, la collaborazione, l'uguaglianza al posto della competizione, del predominio maschilista, del disprezzo.
Quest'insieme di fattori - atteggiamento strumentale verso la società civile, competizione tra piccoli gruppi politici portatori di carriere individuali, assenza di una cultura di pace praticata a casa e non solo predicata per l'estero - sono alcuni degli elementi più pregnanti per spiegare il fallimento storico della sinistra.
E le conseguenze? Mi concentro qui solo sull'aspetto organizzativo, ovvero sulla forma della partecipazione. Ci sono due possibilità, tutte e due di grande rottura rispetto a un passato fallimentare. La prima sarebbe davvero di ricominciare daccapo. Cioè, di invitare tutte e tutti a procedere a un'assemblea costituente, basata sul principio di una persona un voto; preparare l'assemblea attraverso un lungo lavoro territoriale, scrivere decaloghi di intenti programmatici e di comportamento individuale nella sfera pubblica. Bisogna capire che un nuovo soggetto politico, radicalmente diverso dal passato, ha necessità di tempo per crescere e di radicarsi prima di portare frutti. Durante il processo occorre rispettare le scelte di altri che optano per una strada diversa, ma cercare costantemente punti di contatto e condivisione. Lavorare tra i ceti popolari colpiti dalla crisi ma anche tra i ceti medi spesso dimenticati dalla sinistra, e accompagnare il lavoro sociale e culturale con una costante attenzione all'elaborazione teorica.
La seconda possibile scelta è diametralmente opposta alla prima e si basa sull'ammissione che l'attuale sinistra italiana è semplicemente incapace di inventarsi qualcosa di nuovo. Meglio allora abbracciare il Pd e cercare di portare un contributo di sinistra dentro un partito che ha molte anime e pecche ma rappresenta il perno di qualsiasi opposizione al regime di Berlusconi. In questo caso si cerca di difendere la democrazia e al contempo di rinnovarla, dentro e fuori il partito, introducendo temi e culture che, pur sembrando all'inizio troppo radicali, con il tempo possano diventare cultura comune. In questo caso si tratta di agire senza illusioni, sapendo della necessità di compromessi, riconoscendo il pericolo storico di venire più facilmente cambiati dal partito che cambiarlo. Molti grideranno (come sempre) al «tradimento». Non la vedo necessariamente così.
Idealmente, sono attratto dalla prima opzione; anagraficamente, e perché siamo in un'emergenza democratica, dalla seconda. Chiedo solo una cosa : di non ballare il vecchio minuetto per la quarta volta.