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Lui, l’inventore del Partito Democratico, quello vero e non uno dei tanti epigoni, si chiama Walter Veltroni e non spera neanche più nel Sol Levante. La sua massima aspirazione è quella di trarre un film dalla sua ultima fatica letteraria, per il resto si accontenta di quel che passa l’Italia. Gli altri, quelli che hanno contribuito a costruire, mantenere, e anche un po’ a distruggere il Pd, guardano al Giappone come alla Terra Promessa. Certo, a voler essere cattivi, si può dire che i Prodi e i Fassino che inneggiano alla vittoria del centrosinistra versione asiatica si stiano attrezzando a un’opposizione lunga 55 anni, perché in Giappone è andata proprio così: ci è voluto più di mezzo secolo prima che i democratici vincessero in quel di Tokyo. Ma sarebbe ingeneroso. Come sarebbe oltremodo capzioso sottolineare il non ottimo gusto di quanti nel Pd nostrano inneggiano allo tsunami democratico provocato da quelle elezioni visto che in Asia il maremoto ha provocato distruzione e morte e augurarsi un cataclisma per far fuori Silvio Berlusconi appare francamente eccessivo. Ma queste, tutto sommato, sono disquisizioni che riguardano il costume in voga presso i nostri politici, i quali amano dipingere le altrui vittorie come le loro e soffrono di nostalgia per l’Ulivo mondiale di clintoniana memoria. Quel che stupisce — e fa riflettere — è che dopo la sconfitta delle europee la classe dirigente del centrosinistra continui non a gettare il cuore oltre l’ostacolo ma, piuttosto, a buttare il pallone fuori campo. Spargere centinaia di parole sul Giappone rischia di essere un modo per non misurarsi con i veri problemi del Paese. Forse sarebbe bene se Fassino e soci ricordassero che dopo Obama per il Pd c’è stata la sconfitta elettorale delle europee. E dopo il successo di Yukio Hatoyama, che ci sarà? Potrebbe esserci sul serio l’onda lunga democratica invocata da Prodi. Ma il pericolo è che, alla fine, ci sia la presa d’atto dell’incapacità, da parte del Pd, di costruire una forza politica in grado di governare l’Italia e non di limitarsi a sognare l’«altrove».

Il voto tedesco di domenica - che ha visto una perdita oltre il previsto della Cdu e la spettacolare crescita della Linke in due laender dell'est e, ben più sorprendente, anche in uno dell'ovest (sia pure patria del proprio Leader Oskar Lafontaine - si presta a qualche considerazione più generale.

La prima, che ci riguarda più da vicino: quanto in Italia non è riuscito ai gruppi a sinistra del Pd (che pure è assai peggio della Spd), in Germania ha funzionato. Eppure le tradizioni culturali, e anche la collocazione sociale, delle due principali forze che l'hanno costruita, la Pds, erede diretta della certo non gloriosa Sed che ha governato per quasi mezzo secolo la Repubblica democratica, e la sinistra di un partito socialdemocratico (la Spd) e di un sindacato fortemente anticomunista, non avrebbero potuto essere più lontane, ben più di quelle che in Italia hanno cercato di dar vita all'Arcobaleno, quasi tutte originariamente provenienti dal Pci. Espressione, l'una, di un elettorato insediato all'est, e, l'altra, di un pezzo di movimento operaio radicato nelle grandi fabbriche dell'Occidente. Sono riuscite, certo non senza travagli, non solo a costruire un'alleanza elettorale, ma addirittura un partito che ha ormai vinto più di una sfida negli ultimi anni.

Varrebbe la pena che da noi il fenomeno fosse meglio studiato e forse si vedrebbe che lì hanno giocato, diventando forza, elementi che da noi sono debolezza: una generale e più radicata identità di sinistra e, che al di là di storiche e tragiche divisioni, nessuno - per la verità neppure la Spd - si è mai sentito di liquidare con faciloneria in nome di abbagli nuovisti; un'attenzione centrale ai problemi sociali del lavoro dipendente; l'impegno posto nel costruire assieme una nuova cultura comune, un compito affidato essenzialmente alla Fondazione Rosa Luxemburg, che conta ormai molte sedi anche all'estero, e che svolge un ruolo prezioso nello stimolare nuove analisi e nuove riflessioni collettive, un lavoro che somiglia assai poco a quello delle proliferanti omologhe italiane.

Certo non mancano neppure nella Linke settarismi, idiosincrasie, bisticci, tensioni fra chi sta al governo, come nel land di Berlino, e chi all'opposizione. Inevitabili quando a lavorare assieme si trovano vecchi quadri sindacali, giovanissimi no-global (specie nella ex Pdf), anziani abitanti della Repubblica democratica, vittime della colonizzazione occidentale. Ma, fin d'ora, l'esperimento ha retto alla grande.

La seconda considerazione riguarda la Spd che ha continuato a perdere ovunque, sia pure senza che si verificasse il crollo che tutti si attendevano. E però la crisi di questo partito non potrebbe apparire più grave. Il suo leader Frank-Walter Steinmeier, vice della Merkel nel governo di coalizione e a questa formula particolarmente affezionato, l'uomo che ha sostituito il precedente presidente del partito, liquidato per aver manifestato qualche apertura nei confronti di una possibile alleanza di governo con la Linke in Assia, si trova ora a gestire una situazione nella quale brandire il no a ogni eventuale contaminazione coi «comunisti» gli sarà molto più difficile. Ieri ha cantato vittoria, in nome di questa perdita che, sebbene minore del previsto, resta pur sempre sostanziosa. Ma è ormai chiaro che adesso non potrà fare a meno di fare i conti con la nuova sinistra, cresciuta nonostante ogni tentativo di delegittimarla, compiuto anche a costo - come è accaduto in Assia - di mandare in rovina la Spd di questo Laender, imponendole di rinunciare al governo pur possibile e così di aprire la strada alla rivinciata conservatrice.

Le elezioni di domenica hanno reso esplosivo lo scontro già aperto nel partito, anche se - a un mese dalle elezioni politiche federali - tutti si guarderanno bene dal renderlo pubblico. Ma è quasi certo che nella Sahr, nonostante gli anatemi del centro, il leader della locale Spd finirà per fare un governo con Verdi e Linke; che in Turingia, invece, questa coalizione non si farà perché è la Linke che avrebbe eventualmente il diritto alla presidenza del land perché forte del 10 per cento di voti in più dei socialdemocratici. Ed è facile che, qui come in Sassonia, si scelga alla fine l'impopolare riproduzione della Grosse Coalition al potere a Berlino.

Questo zig-zag non indebolisce solo il prestigio della Spd, la espone a una brutta avventura nelle elezioni del 24 settembre: a livello federale più che un voto di scelta partitica conta il voto per un'alternativa possibile. La Merkel, pur bastonata dall'elettorato, nonostante i suoi tentativi di smarcarsi dal conservatorismo del proprio stesso partito, un'alternativa ce l'ha: la coalizione con i liberali che hanno aumentato considerevolmente i propri voti. Non è una certezza, ma un'ipotesi credibile sì. È la Spd che non sa che dire se rinuncia a priori a un progetto che unisca anche Verdi e Linke. La conseguenza sarà che, di fronte alla posta in gioco del governo federale, una bella fetta dell'elettorato tutt'ora rimasto fedele alla Spd, e che però non vuol sentir parlare di una nuova edizione dell'allenza con la Cdu, privo di ogni altra scelta, finisca per non recarsi alle urne. Da trent'anni la proporzione delle astensioni corrisponde in Germania a quelle che misurano la crisi interna alla Spd, le sue incertezze e i suoi opportunismi. Gli elettori socialdemocratici non tradiscono, ma si arrabbiano.

Da noi, com'è noto, tutto è meno lineare. Ma anche in questo le elezioni tedesche di domenica sono istruttive.

Stando a un sondaggio di SkyTg24, sono molti gli italiani convinti che i cinque eritrei sopravvissuti alla morte nel Mediterraneo vadano processati per reato di immigrazione clandestina: il 71 per cento. Su quel barcone sono periti 73 fuggiaschi, tra il 18 e il 20 agosto, eppure non sembra esserci emozione di fronte al naufragio ma solo famelica ansia di allontanare gli alieni dalle nostre terre, con ogni mezzo. Erano uomini di troppo i sommersi, e lo sono anche i salvati. I ministri di Berlusconi ne approfittano per ricordare che i respingimenti funzionano, che si fan rari gli intrepidi che tentano le traversate: nessuno porta il lutto per i sommersi né immagina quel che hanno vissuto i salvati. Se ci son colpe, è l’Europa a commetterle. La miseria del mondo non può addensarsi sul Sud del continente. Non siamo buoni al punto da esser fessi: questo fanno capire Maroni, Calderoli, e gli italiani sembrano sostenerli.

Ma forse l’opinione pubblica li sostiene perché scandalosamente male informata, non solo su quello che accade nel mondo ma su quello che succede in Italia, nell’anima d’ognuno di noi. Gli italiani non sono informati, e ancor meno formati, da guide morali alla testa del paese. Non conoscono l’insipienza di un’Unione europea incapace di darsi regolamenti vincolanti e rispettosi dei diritti, riguardo agli immigrati irregolari. Non sanno quel che prescrivono le convenzioni internazionali, la Costituzione, e le antiche leggi del mare che obbligano al salvataggio del naufrago anche in acque territoriali straniere (Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, cap 11 e 12; Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare, cap 98, 1 e 18,2).

Abbiamo parlato di emozione, ma non è l’unico istinto a far difetto. Quel che è profondamente incrinato, se non spezzato, è il rapporto che gli italiani - cominciando da chi oggi pretende di governarli - hanno con la legge. Quale che sia la legge, nazionale o internazionale, essa è vista come qualcosa di esterno al singolo, allontanata dalla nostra coscienza. È come se la coscienza nazionale e dell’individuo avesse preso le sembianze e il lessico di un’azienda. Nelle aziende si usa esternalizzare a imprese terze la gestione di alcune operazioni che non fanno parte del core business. Così la coscienza: dal suo core business, dalla sua principale attività, il senso della legge viene scacciato in terre aliene.

Questo allontanamento non è in verità nuovo. Piero Calamandrei lo smascherò, il 30 marzo 1956, quando pronunciò a Palermo la sua ultima arringa in tribunale, in difesa di Danilo Dolci e della sua protesta (sciopero della fame contro i pescherecci contrabbandieri tollerati dal governo; sterramento gratuito di una strada abbandonata presso Palermo, da parte di gruppi di disoccupati). Narrando la «maledizione secolare» dell’Italia disse: «Il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e soffocare sotto carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami».

Quel che è cambiato, dal ‘56, è che nel frattempo non sono solo i poveri a farsi un’idea soffocante della legalità, della giustizia, dello Stato di diritto. Se Berlusconi è tanto popolare, se a Nord la Lega è oggi il primo partito operaio, vuol dire che anche i ricchi si sentono gabbati e schiacciati da ogni sorta di regole: legali, costituzionali, internazionali. Che l’esteriorizzazione della legge è ormai una patologia diffusa, intensificata da una ostilità senza precedente alla stampa veramente libera. Se si esclude il dramma degli immigrati, la legalità e la battaglia alla corruzione non sono prioritarie neppure per alti esponenti della Chiesa, che pur di ottenere favori e pubblicità accettano di compromettersi. Di qui la sensazione che siamo male informati anche su quel che succede nei nostri animi. Una coscienza che delocalizza la legge è vuota, è pelle senza corpo. Neppure le riforme economiche riescono, in queste condizioni. Diceva ancora Calamandrei che democrazia è innanzitutto «fiducia del popolo nelle sue leggi»: leggi che il popolo sente «come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall'alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro, non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così» (i corsivi sono miei).

La legge del mare violata più volte negli ultimi anni è una delle nostre leggi: plurisecolare, fu codificata fra il ‘700 e il ‘900. Lo stesso dicasi per le condotte private che l’uomo pubblico deve avere per divenire modello oltre che capo o dirigente. All’inizio, tutte queste erano leggi non scritte, ataviche. Una sorta di permanente stato di eccezione ha sospeso anche le leggi che Antigone difende contro i decreti d’emergenza di Creonte. «Antigone obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire», dice Calamandrei. Oggi tali leggi sono scritte, proprio perché si è riconosciuto che oltre a portare ordine sono anche annunciatrici dell’avvenire.

La maledizione antica si è fatta più spavalda, nei 15 anni passati. Non solo manca la fierezza della legge. C’è una sorta di fierezza dell’illegalità, ci sono tabù di civiltà fatti cadere con spocchia. Il degrado non è avvenuto con lo sdoganamento di Alleanza Nazionale, come si credette nei primi anni ‘90, ma con lo sdoganamento delle idee, degli atti, delle parole della Lega. E di questo affrancamento non è responsabile solo Berlusconi. È responsabile anche la sinistra, incurante dei principi quando è in gioco il potere (D’Alema parlò dei leghisti come di una «costola della sinistra», negli anni ‘90). Lo è ancor più da quando il Nord leghista si è ulteriormente disinibito. In ben 17 comuni del Veneto, il Partito democratico governa oggi con la Lega, senza rimorsi.

È lunga ormai la lista delle devianze leghiste, e quasi ci meravigliamo che all’estero non ci si abitui come ci siamo abituati noi. Ma come abituarsi a quanto sentito in coincidenza con l’ecatombe di agosto! Una pagina Facebook di militanti della Lega Nord con sede a Mirano, cui sono legati da «amicizia» oltre 400 persone, ha esibito qualche giorno fa la scritta: «Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa». Tra gli amici citati: Bossi e il figlio Renzo, Cota capogruppo della Lega alla Camera, Boso ex parlamentare leghista. Lo stesso Renzo Bossi ha ideato un gioco di gran successo, sulla pagina di Facebook della Lega. S’intitola: «Rimbalza il clandestino». Più barche affondi, con un clic preciso e deciso, più punti vinci. Soprattutto se i barconi son grandi e i profughi molti.

Tuttavia c’è un’immensa ansia di redenzione in Italia - e in particolare di redenzione attraverso la Legge - che si esprime in vari modi e ha i suoi protagonisti solitari, cocciuti, impavidi. Il desiderio di redenzione è passione civile, non solo religiosa. Ne furono pervasi scrittori del ‘900 come Walter Benjamin e Hermann Broch, durante il nazismo. In Italia ne ebbero sete uomini come Borsellino, Falcone, Ambrosoli, Pasolini, e oggi Roberto Saviano. È strano come i loro vocabolari si somiglino. Borsellino sognava il «fresco profumo di libertà», contro «il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, della complicità».

E altri sognarono aria pulita e uno Stato riformato. Checché ne dicano i sondaggi non c’è italiano, credo, che non aneli a quell’aria pulita e a quel fresco profumo.

ROMA - Devono essere un servizio. Funzionare come una piazza, un luogo d’incontro. Devono essere attraenti e comode. Devono opporsi alla trasformazione dei luoghi pubblici in centri commerciali, ma alla luminosità e ai colori di un centro commerciale dovrebbero tendere. Le biblioteche devono cambiare ruolo e aspetto, secondo Antonella Agnoli che, dopo trent’anni di lavoro in biblioteca, ora è consulente di architetti e di amministrazioni pubbliche, in Italia e all’estero, e coordina l’Associazione Forum del libro. Ha scritto Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza, pagg. 172, euro 18). Nel 2001 ha fondato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, diventata esemplare: quando l’ha lasciata, nel 2008, su una popolazione cittadina di 96 mila abitanti, gli iscritti erano 26 mila (quasi il 30 per cento). Il successo non è servito a evitare che, non essendo laureata, qualcuno facesse ricorso chiedendo che venisse rimossa. Vincendolo. Dopo Pesaro, Agnoli è andata a Londra, a Idea Store, una serie di biblioteche, ma non solo biblioteche, promosse da un altro italiano, Sergio Dogliani.

«Il San Giovanni è in un antico convento, e nella ristrutturazione l’abbiamo concepito come una strada coperta, un luogo di passaggio da un punto all’altro del centro storico», racconta Agnoli. «Le sezioni al piano terra, quelle per i bambini, per l’informatica, per la musica o l’arte, sembrano dei negozi: insomma la biblioteca deve somigliare sempre meno a un ufficio dell’anagrafe e sempre più a un luogo di qualità». San Giovanni è aperto il sabato e la domenica. Come Idea Store, anche se, avverte Agnoli, «ogni biblioteca ha una storia a sé». Il primo degli Idea Store è nato a Tower Hamlets, quartiere londinese di 215 mila abitanti, per metà immigrati, provenienti in particolare dal Bangladesh. Sono collocati dentro centri commerciali, hanno caffetteria e grandi cartelli segnaletici. I risultati? «Ottimi: la media dei frequentatori di biblioteche a Londra è del 51 per cento, a Tower Hamlets è il 56».

F.Erb.

La legge 94, del 15 luglio 2009, è un capolavoro di xenofobia e incongruenze. È sciatta e farraginosa, formata da soli 3 articoli suddivisi in una miriadi di commi e subarticolazioni. È dispendiosa, costerà tagli per 166 milioni. È piena di assurdità, scrivere sui muri diventa più grave del falso in bilancio

Sia da un punto di vista formale, sia da un punto di vista dei contenuti, l'ennesimo «pacchetto sicurezza» (legge 15 luglio 2009, n.94) sconta in maniera preoccupante per le ragioni di uno stato di diritto, il suo essere opera di una convulsa attività legislativa di tipo emergenziale, espressiva più di emozioni, poco accreditabili sul piano della stessa civiltà, che non di una razionale politica criminale.

Sotto il profilo formale, la tecnica di redazione è connotata da farragine e sciatteria: siamo lontanissimi dall'esigenza di chiarezza che, secondo la fondamentale lezione illuministica sulla legalità, deve contrassegnare, nello stato di diritto, la normativa penale: essa pretende, di regola, per le violazioni alle sue disposizioni anche il sacrificio della libertà individuale. Ed invece, nel pacchetto sicurezza farragine e sciatteria sono la regola: si consideri solo che la legge 94/09 è formata da tre soli articoli - privi di rubrica, cioè di un titolo illustrativo dei contenuti - che risultano suddivisi, rispettivamente, il primo in trentadue commi, il secondo in trenta commi ed il terzo in ben sessantasei commi; inoltre, la gran parte delle norme contiene ulteriori subarticolazioni, con defatiganti rinvii, anche plurimi, ad altre norme, e con frequenti interpolazioni di queste ultime. In queste disposizioni risultano allineate in modo confuso o, addirittura, intrecciate ipotesi di reato, circostanze aggravanti, cause di maggiore o minore punibilità e tutta una gamma variegata di norme non penali che, tuttavia, finiscono con l'incidere drammaticamente sui diritti fondamentali delle persone, come le norme in tema di centri di identificazione ed espulsione.

Se c'è una lettura difficile anche per un penalista esperto - figuriamoci per il semplice consociato, il destinatario delle norme - è certo quella di questi tre articoli: impegna realmente per ore!

Furia cieca

Dal punto di vista dei contenuti, la caratteristica del complesso malassortito delle tante disposizioni è data dal loro essere espressione di bisogni, spessissimo indotti, di rassicurazione dell'opinione pubblica, soprattutto in rapporto ad immigrazione ed ordre dans la rue, con un occhio alla mafia ed entrambi gli occhi serrati rispetto alla criminalità del ceto politico-amministrativo, imprenditoriale e finanziario.

I rimedi adottati sono riassumibili nello slogan: più repressione, più carcere, più controllo, di polizia e non. Sulla scia di precedenti, improvvidi provvedimenti normativi si mette in scena una coazione a ripetere repressiva, che, connotata da inquietante populismo, criminalizza e rinchiude gli outsiders, oppure li scheda (registro nazionale dei vagabondi, art.3 co.39) e li vessa in vario modo (vedi la tassa da 80 a 200 euro sul permesso di soggiorno, oppure il sistema a punti, con perdita del permesso per lo straniero che non raggiunge certi «obiettivi» previsti dall'«accordo di integrazione», art.1 co.25), per assecondare senza scrupoli le pulsioni xenofobe di una minoranza tanto rumorosa quanto incivile. Si arriva così allo stato di polizia: controllo ossessivo - anche attraverso sorveglianti «parapoliziali», le ronde -, marchi sui vagabondi e campi di internamento.

Una legge costosa

Considerando i prevedibili effetti della legge n.94 in chiave di carcerizzazione e di internamenti nei centri d'identificazione ed espulsione (Cie), appare manifesto che il governo ed il legislatore si comportano in modo ciecamente repressivo ed irresponsabile, dato l'insostenibile sovraffollamento carcerario; e tutto ciò avviene deliberatamente e platealmente a spese di ben più efficaci ed auspicabili interventi in chiave di sviluppo economico-sociale, anche all'estero, dal momento che, come illustra la tabella 1 allegata alla legge, per costruire nuovi Cie si stabiliscono tagli ai fondi ministeriali che gravano soprattutto sul ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, per quasi 90 milioni di euro in tre anni (!), e poi sul ministero degli affari esteri, per circa 49 milioni, e su quello dell'economia e delle finanze, per più di 14 milioni, su un totale di tagli di 166 milioni.

Monumento all'inefficacia

Guardando ai singoli contenuti, in materia di immigrazione si staglia il nuovo reato di soggiorno illegale, un vero e proprio monumento di inefficacia, al di là di ogni altra dolorosa considerazione. Nessun extracomunitario illegale potrà mai pagare la prevista ammenda da 5000 a 10000 euro - per la quale viene arbitrariamente esclusa l'applicabilità della comune disciplina dell'oblazione -; né si capisce a cos'altro serva mai questa figura di reato, dal momento che l'autore denunciato può essere immediatamente espulso o internato nel Cie, il che poteva già avvenire in via amministrativa secondo la disciplina vigente. Dal punto di vista funzionale era sostanzialmente equivalente il reato di inottemperanza all'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato - sanzionato, a seconda dei casi, con la reclusione da un anno a quattro o a cinque anni (o da sei mesi ad un anno in caso di permesso scaduto) - che viene «ritoccato» rispetto alla disciplina risultante dal pacchetto sicurezza dell'anno scorso (d.l. n.92, conv. in l.n.125/08). E come il reato di inottemperanza, anche la nuova fattispecie si presenta priva di legittimazione in uno stato di diritto conforme ai principi costituzionali del sistema penale.

Infatti, si può legittimamente punire una persona solo se abbia leso o messo in pericolo un bene giuridico, in altri termini un tangibile interesse o diritto di una o più persone; non si può sanzionare penalmente taluno per la mera disobbedienza ai comandi dell'autorità (nullum crimen sine iniuria). Ora, l'extracomunitario senza permesso di soggiorno, o che non si allontana, con ciò solo non fa male proprio a nessuno; ritenere che solo per il fatto di essere sans papier sia pericoloso è espressione di pura xenofobia.

Ma ciò, evidentemente, non importa ai pretesi fautori del pragmatismo efficientista e della tolleranza zero, come non importa loro che l'unico vero effetto della nuova disciplina possa essere quello di far scoppiare i Cie, in attesa che si realizzino quelli nuovi, moltiplicando così i campi di internamento disseminati nel territorio nazionale. Va considerato infatti che, in ultima analisi, il reato di ingresso illegale ha come vera sanzione l'internamento nel Cie, ossia, al di là delle etichette, una pena detentiva fino a sei mesi.

In questo contesto si segnalano anche altre gravi discriminazioni e stranezze, come l'aumento da sei mesi ad un anno dell'arresto previsto (oltre all'ammenda) per lo straniero che rifiuta di esibire i documenti, art.1 co.22 lettera h, mentre il cittadino che realizza un fatto analogo è punibile solo con l'arresto fino ad un mese (e un'ammenda dieci volte inferiore), art.651 c.p.; o le modifiche alla norma incriminatrice del dare alloggio o cedere anche in locazione un immobile ad uno straniero originariamente o successivamente divenuto irregolare, laddove è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni, a fronte dell'ammenda prevista per lo straniero irregolare. Una incongruenza veramente singolare.

Ma forse è nell'art.3 e negli altri contenuti «stravaganti» del pacchetto sicurezza che più traspare la sua natura emergenziale; nuove incriminazioni e soprattutto aumenti di pena del tutto superflui assecondano in ordine sparso, al di fuori di una visione sistematica coerente, le ansie repressive spesso indotte dai mass-media. Qualche esempio: innanzitutto, il restyling del reato di oltraggio, un omaggio allo strisciante neofascismo, oggi tanto in voga. Si pensi inoltre alla gran messe di aggravanti introdotte con la legge n.94: è giusto contrastare fatti di bullismo ed in genere fatti contro la persona in danno di minori, ma allo scopo non serve, ed anzi è miopemente arbitrario, prevedere un'aggravante se il fatto è commesso «all'interno o nelle adiacenze di istituti di istruzione o di formazione», art.3 co.20: perché, in discoteca è meno grave o meno pericoloso? E per strada?

Considerazioni analoghe potrebbero svolgersi per le nuove aggravanti del furto e della rapina, di cui all'art.3 co.26-27, consistenti, rispettivamente, nella commissione «all'interno di mezzi di pubblico trasporto» - non è aggravata, però, la rapina appena scesi alla fermata in periferia... - oppure al momento in cui la vittima preleva denaro o l'ha «appena» prelevato: una sorta di istigazione indiretta a seguire la vittima, per rapinarla dopo, lontano dalle guardie e dalle telecamere... Non parliamo poi dell'aggravante - da un terzo alla metà della pena - prevista per la guida in stato di ebbrezza o stupefazione se commessi dalle 22 alle 7; sinceramente credevamo fosse più grave e/o pericoloso guidare ubriachi in pieno giorno, quando e dove c'è più gente in giro.

Il decoro urbano soprattutto

Per finire, si diceva che questo pacchetto sicurezza riduce la sicurezza ad ordre dans la rue; in effetti, il decoro urbano, o la sua fruibilità dalle persone «perbene», sembra ormai essere più importante non solo delle libertà di circolazione e soggiorno degli altri, ma anche della stessa libertà personale. Viene introdotta la pena della reclusione, in alternativa alla multa, per chi imbratta (senza danneggiarli) immobili o mezzi di trasporto. Nei casi di recidiva anche semplice, la pena massima è raddoppiata a due anni di reclusione: più grave del falso in bilancio.

Su tutto questo ed altro ancora, vigileranno le famigerate ronde. Tra tanti rischi di abusi in chiave squadrista, di conflitti con altri gruppi e con le forze dell'ordine, e così via, forse il rischio maggiore consiste nel fatto che la sorveglianza di strada dei «cittadini perbene» possa perpetuare una visione «a senso unico» della sicurezza, orientata ad una certa criminalità o mera illegalità di strada. E così, magari, l'imprenditore che picchia l'operaio rumeno in azienda non viene segnalato, ma potrebbe esserlo l'operaio che, appena uscito in strada, gli imbratta l'auto; così come sarà facile prevedere la segnalazione per il giovane ubriaco che di notte fa troppo chiasso nella movida o in qualche periferia che non quella dei poliziotti che, giunti sul posto, come pure avviene, perdano la testa e lo picchino a sangue.

A partire dalla Rivoluzione francese, la nazione è stata concepita come il corpo sovrano rappresentato nell´assemblea costituente e poi nel Parlamento. La nazione, prima ancora di assumere connotazioni etniche o culturali, è stata concepita come l´unità giuridica e politica delle donne e degli uomini che risiedono stabilmente in un paese e sottostanno alle leggi dello Stato (per i rivoluzionari francesi un anno di residenza era sufficiente ad acquisire il diritto di voto). Anche se non tutti i costituenti francesi concepirono l’inclusione nel corpo nazionale come un diritto universalmente distribuito, tuttavia dal momento in cui l’imputazione individuale di responsabilità di fronte alla legge e il consenso espresso con il voto sono diventati i criteri legittimanti, la lotta per il diritto di voto e l’inclusione nella cittadinanza ha segnato la storia della democratizzazione nei paesi moderni.

A questa tradizione appartiene Giuseppe Mazzini, la cui idea di nazione è stata squisitamente politica (egli ha radicalmente distinto la nazionalità, che concepiva come autodeterminazione democratica, da nazionalismo che criticava come un’ideologia non politica e pericolosamente egoistica), ma anche pensatori moderati cattolici come Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo e soprattutto teorici liberali-federalisti come Carlo Cattaneo e Carlo Pisacane. La differenza tra loro riguardava essenzialmente l’interpretazione dei criteri e dell’estensione dell’inclusione: per Mazzini, Cattaneo e Pisacane questi criteri erano idealmente universali e democratici, per Rosmini, Gioberti e Balbo invece, come per molti liberali moderati dell’Ottocento, valeva la capacità censitare come condizione per l’inclusione politica.

Comunque sia, da allora la questione dell’inclusione nel corpo della nazione (e per questa ragione la definizione dei requisiti e dei criteri che denotano la nazione) è diventata oggetto fondamentale delle distinzioni ideologiche e della stessa lettura della storia italiana e ora anche di quella europea. Un tema che è ancora oggi in primo piano. A partire dalle lotte risorgimentali, e soprattutto dall’unità nazionale, le forme di appartenenza alla nazione sono state l’oggetto di conflitti e di trasformazioni. La storia dell’unità italiana può essere interpretata come la storia delle battaglie per l’inclusione nel corpo politico ovvero per l’estensione dei diritti politici oltre che di quelli civili e, poi, sociali: nell’Ottocento furono le classi lavoratrici e contadine a rivendicare l’appartenenza alla nazione politica; nei decenni della democratizzazione che ha vinto sul fascismo, sono state le donne, i giovani e coloro che appartenevano a minoranze linguistiche e religiose; oggi, nell’Italia post-industriale sono gli immigranti che giungono nel nostro paese per vivere e lavorare a chiedere l’inclusione.

Il tema dell’inclusione non riguarda semplicemente il diritto di voto. Esso concerne tanto l’interpretazione dei diritti individuali fondamentali e della tolleranza quanto la stessa riformulazione dell’identità del corpo sovrano e degli individui che chiedono di farne parte. L’inclusione è una rivendicazione di dignità e di responsabilità, ovvero di cittadinanza in senso pieno e non solo giuridico; è una rivendicazione di rispetto e riconoscimento del diritti di ciascuno di praticare la propria religione, vivere la propria scelta sessuale, coltivare la propria tradizione culturale (l’Italia è essa stessa uno straordinario esempio storico di unità nella differenza culturale).

La definizione della cittadinanza, i suoi caratteri e la costellazione di diritti che la qualificano, sono l’oggetto del contendere nelle questioni di inclusione. Per questa ragione, ogni studio sulla nostra storia nazionale dovrebbe diventare anche uno studio sulle trasformazioni di questa identità e delle forme di appartenenza ad essa. La lotta delle minoranze (pensiamo in primo luogo alle minoranze nazionali tedesche e francesi o a quelle sarde e siciliane, ma anche alle minoranze religione, come gli ebrei, gli evangelici o i valdesi, e oggi i mussulmani) ha non solo portato a ridefinire in maniera non intollerante la nazione italiana, ma ha anche contribuito a consolidare quel processo di autonomie regionali che ha cambiato radicalmente l’ordine politico e amministrativo del nostro paese. Egualmente: la lotta dei lavoratori e delle donne per l’inclusione nel corpo politico ha aperto la strada alla rivendicazione e conquista di diritti prima sconosciuti (la terza generazione di diritti, ovvero i diritti sociali e sindacali) e cambiato la stessa identità dello Stato da semplice sistema legal-coercitivo a Stato sociale. Infine, la natura democratica dello Stato nazionale così come è emersa da queste lotte ha inaugurato la sfida che ci è più vicina: quella di una politica democratica delle frontiere e quindi dell’ospitalità e della tolleranza; infine, e soprattutto, dell’inclusione degli immigrati nella nazione italiana.

Non è esagerato dire che la messa in moto con il Risorgimento della politica di autodeterminazione nazionale e democratica ha avuto e ha effetti trasformativi della nostra identità collettiva che vanno ben oltre gli eventi storici ottocenteschi e le stesse intenzioni dei protagonisti che li hanno animati, promossi e guidati. La nazione quindi come trama della storia politica e civile passata e presente – un’occasione per ripensare criticamente a quello che siamo e vogliamo, o non vogliamo, essere. Come ha scritto Adriano Prosperi sulla Repubblica di qualche giorno fa, «è sulla base di questa consapevolezza storica che oggi si può dare un senso alla celebrazione dell’unità d’Italia guardando avanti, a una nuova e piú coraggiosa integrazione».

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Titi Tazrar è una dei cinque sopravvissuti al viaggio dei disperati. Ha 27 anni. E’ ricoverata all’ospedale di Palermo. La attende, lei e gli altri sopravvissuti, l’incriminazione per il reato di immigrazione clandestina.

I procuratori competenti per territorio non hanno alternative: non possono ignorare l’art. 10 bis del decreto sicurezza. Né possono ignorarlo gli italiani che vanno per mare. Sono le leggi che creano i reati; creano anche l’omertà, la volontà di chiudere gli occhi, la capacità di non sentire le grida di aiuto, di chi non vedeva i convogli di deportati del Terzo Reich e di chi navigando oggi nel mar di Sicilia ignora i barconi africani. Dietro la paura c’è il potere. Noi tutti dimentichiamo volentieri quanto l’opera del potere sia efficace nel modellare la pasta morale dell’umanità. Oggi in Italia il decreto sicurezza produce paura, produce morte, cancella le reazioni umanitarie.

Bisogna cancellare il decreto, denunziarlo davanti al mondo, sperare nell’intervento di autorità esterne visto che non possiamo sperare in una rivolta del paese. Ma per ora, aspettando il processo e l’espulsione, Titi Tazrar è ancora in Italia. I giornalisti la cercano, lei risponde in uno stentato inglese. Una cosa ha detto che ci interroga tutti: «Sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia, ma in Italia. Voglio restare qui».

A questa domanda si deve dare una risposta. Una sola. Titi deve restare qui, con gli altri superstiti. Perché al disopra della legge scritta c’è la giustizia, senza di che la legge è arbitrio, violenza, suprema ingiustizia. Chi ha attraversato l’inferno di quei pochi chilometri di mare senza trovare fra gli infiniti natanti che lo affollano un briciolo di umanità, chi ha visto finire a mare prima i bambini abortiti poi le loro madri poi tutti gli altri, non può essere rimandato al punto di partenza. Se accettassimo in silenzio questo esito saremmo complici di un infame gioco dell’oca. Titi e i quattro sopravvissuti con lei hanno conquistato un diritto.

Lei è partita per venire proprio qui da noi. E noi italiani scopriamo all’improvviso nella sua frase la risposta al problema che da giorni è al centro del confuso discorrere sul se e sul come celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Lo ha capito subito con una dichiarazione che gli fa onore il Presidente della Camera Fini quando ha detto che bisogna far sentire «l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani». Patria è la parola giusta.

Oggi se ne parla guardando solo al passato. Ritengono alcuni che si tratta di ritrovare o di ribadire una specie di identità collettiva che avremmo ereditato perché qui siamo nati; argomento non di qualità diversa da quello di chi propone invece di sostituire all’Italia la sua piccola patria locale, il pezzo di suolo dove gli fa comodo vivere e di cui vorrebbe chiudere le porte agli altri. Ebbene, in questione non è l’indiscutibile appartenenza di fatto e di diritto della popolazione italiana a uno fra gli stati europei; né lo è il dovere delle nostre istituzioni di esplorare e commemorare e far conoscere le ragioni e i caratteri storici e culturali dell’esistenza del paese. Tutto questo è doveroso, ma non sufficiente.

Ciò che abbiamo ricevuto - dice una famosa massima di Goethe - dobbiamo conquistarlo perché possiamo dirlo nostro. Da noi la passività dell’eredità ricevuta è moltiplicata dagli abissi di ignoranza di un paese in preda all’analfabetismo di ritorno. Oggi il problema è ancora quello antico: la nazione come volontà e speranza di futuro. Un plebiscito di tutti i giorni, diceva Ernest Renan. A questo plebiscito aderisce oggi Titi Tazrar quando affronta il deserto e l’orrore in nome di una speranza e di un desiderio che ha nome Italia.

Quanto a noi italiani, con lei e con tutto il suo popolo abbiamo un grande debito storico, una promessa non mantenuta. Titi è figlia di un popolo che fu unito a quello italiano nelle sofferenze e nelle miserie delle nostre guerre coloniali. Accanto agli eritrei hanno vissuto e combattuto tanti italiani, poverissimi come loro, spediti in guerra da una patria che stava nel cuore di uomini come il siciliano Vincenzo Rabito, autore dell’indimenticabile Terra matta, che come lui non riconobbero più la patria in quella "porca Italia" fascista che li mandava a combattere altri disperati come loro, ma che si riconciliarono poi con la riconquistata libertà del paese.

La storia della patria italiana è quella dei processi di integrazione che hanno portato le masse a diventare coscienti del loro essere l’Italia. Processi lunghi, difficili, spesso bloccati e rovesciati da scelte sbagliate. Se Cavour ebbe chiara coscienza del fatto che una volta creata l’Italia bisognava creare gli italiani, le lacerazioni e le violenze di una storia più che secolare hanno attraversato e ostacolato quel progetto, lasciando alla polemica clericale il facile compito di seminare tra le classi popolari delle campagne il discredito verso lo scomunicato Stato liberale.

E si può ben capire che non fosse vissuto come patria uno stato che mandava l’esercito nel Mezzogiorno a piegare i cosiddetti briganti e nelle pianure padane la polizia a incarcerare gli scioperanti. Come disse Camillo Prampolini nel 1894, replicando in Parlamento all’accusa di Crispi ai socialisti di essere "senza patria", il problema era precisamente quello di dare una patria alla massa dei diseredati, ai braccianti di Molinella come ai contadini veneti guidati dai parroci che si affollavano sulle banchine di Genova. L’integrazione di quelle masse nella vita del paese richiese lotte durissime, passò attraverso lacerazioni profonde, costò l’immane bagno di sangue della prima guerra mondiale.

Oggi i loro nipoti non raccolgono più i pomodori nell’agro napoletano e loro eredi non sono costrette a lavori domestici e ad assistere vecchi e malati: sono liberi, liberi di studiare, viaggiare, sviluppare attività creative e produttive. Al loro posto sono subentrati quelli che sono per ora degli schiavi, dei ribelli, dei fratelli in spirito di Vincenzo Rabito, tentati come lui dalla ribellione allo sfruttamento disumano ma tentati ancor più dalla speranza di diventare i nuovi italiani.

Davanti a noi c’è una alternativa: taglieggiarli con le sanatorie, chiuderli in centri di espulsione, oppure tentare la scommessa dell’integrazione. Con le plebi senza diritti del nostro passato, con quei contadini e operai tentati da una speranza che si chiamava rivoluzione proletaria e cancellazione delle patrie borghesi, l’integrazione è avvenuta: una imprevedibile svolta della storia ha portato un’Italia scalciante e urlante nel mezzo dello sviluppo civile del 900. È sulla base di questa consapevolezza storica che oggi si può dare un senso alla celebrazione dell’unità d’Italia guardando avanti, a una nuova e più coraggiosa integrazione.

Abbiamo provato a gridarlo in ogni modo che il mostruoso reato d'immigrazione clandestina avrebbe generato crimini «umanitari». Così è stato, purtroppo. L'abbandono e poi la morte dei settantatre profughi eritrei è la prima strage prodotta dal «pacchetto-sicurezza». È, certo, il frutto maturo del trattato con la Libia, siglato dal ministro Amato, rafforzato e reso operativo, cioè criminale, dall'attuale governo. È il frutto, più largamente, dell'Europa-fortezza e dell'adeguamento alla sua politica anche da parte del governo maltese.

Ma inedito è il cinismo di Stato per cui una tale strage non trovi come risposta né l'indignazione corale, né l'incriminazione per strage, appunto, bensì per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. «Senza escludere un'eventuale ipotesi di omissione di soccorso», dicono gli inquirenti. Immigrazione clandestina di cui potrebbero essere imputati i cinque poveri spettri che il fato - lui solo compassionevole - ha voluto sottrarre alla morte. Questo «dettaglio», con l'annuncio della parata che Berlusconi sta per fare il 30 agosto con Gheddafi per festeggiare a Tripoli l'anniversario del trattato, restituisce in modo perfetto il senso del crollo dell'elementarmente umano consumato con le politiche di questo governo.

Politiche disumane generano comportamenti disumani: se nessuno ha sentito il dovere morale di soccorrerli è anche perché leggi criminali producono condotte sociali criminali. Ma non tutto è inedito in questo dramma. Non è vero che con esso «abbiamo toccato il fondo», come si è scritto. Se così fosse, si potrebbe coltivare la fragile speranza che un futuro governo non reazionario e non razzista potrebbe ripristinare forme di rispetto per l'elementarmente umano. Purtroppo non è così. Ce lo dice la strage di 108 profughi albanesi della Kater I Rades, provocata nel 1997 dalla pretesa di un governo di centrosinistra di bloccare manu militari l'esodo albanese. Ce lo ricorda un'altra strage del proibizionismo, quella del 25 dicembre 1996, in cui annegarono 233 migranti: a lungo ignorata dai media - il manifesto fu l'unico giornale ad aprire subito con la tragedia -, sempre negata dal governo di centrosinistra e occultata da una parte dei pescatori di Portopalo. Alla fine fu grazie all'ostinazione di qualche giornalista e di antirazzisti come Dino Frisullo, che il silenzio fu spezzato. Non vogliamo sostenere che il trattamento crudele riservato ai de-umanizzati - coloro che anche da cadaveri sono detti clandestini - sia una lunga notte oscura in cui tutte le vacche sono nere. Ma che per produrre i frutti marci che coltiva il governo in carica, di fatto guidato dall'ideologia post-nazionalsocialista della Lega nord, altri hanno provveduto a spargere i semi avvelenati: quelli del proibizionismo crudele e ad ogni costo. La condizione per tornare a coltivare la speranza sta nella costruzione di una volontà collettiva di superamento del paradigma proibizionista.

Pivano: Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?

Spoon River l'ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi si Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

P./Cioè, tu hai sentito in queste poesie che nella vita non si riesce a "comunicare"? Quella che a me pare la denuncia più precorritrice di Masters, la ragione per la quale queste poesie sono ancora attuali, specialmente tra i giovani?

F. Sì, decisamente sì. A questo punto ho pensato che valesse la pena ricavarne temi che si adattassero ai tempi nostri, e siccome nei dischi racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, certo di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perché penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche agli altri, perché gli altri sono abbastanza simili a me), ho cercato di adattare questo Spoon River alla realtà in cui vivo io. Perché ho scelto Spoon River e non le ho addirittura inventate io, queste storie? Dal punto di vista creativo, visto che c'era stato questo Signor Lee Masters che era riuscito a penetrare così bene nell'animo umano, non vedo perché avrei dovuto riprovarmici io.

P.

/Sicché le grosse manipolazioni che hai fatto sui testi sono state come delle operazioni chirurgiche per rendere il libro attuale, contemporaneo?

F. Sì. Addirittura per rendere più attuali i personaggi, per strapparli alla piccola borghesia della piccola America del 1919 ed inserirli nel nostro tipo di vita sociale. Quando dico borghesia non dico babau, dico la classe che detiene il potere e ha bisogno di conservarselo, no? il suo potere. Ma anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo dei giudici che fanno i giudici per un senso di rivalsa, abbiamo uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue frustrazioni (è tanto comodo a tutti, uno scemo...)

P./Dal libro hai preso nove poesie, scegliendole tra le più adatte a spiegare due temi che sembravano le più insistenti costanti della vita di provincia: l'invidia (come molla del potere esercitata sugli individui e come ignoranza nei confronti degli altri) e la scienza (come contrasto tra l'aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema). Perché proprio questi due temi?

F. Per quanto riguarda l'invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo dell'uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui non possiede e crede che gli altri posseggano. Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l'invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.

P. /Chi ha fatto questa scelta dei temi e delle poesie?

F. Dopo aver fatto la scelta ne ho parlato con Bentivoglio al quale ho proposto di aiutarmi in questo lavoro. Tra noi ci sono state molte discussioni, come è ovvio e come è giusto. Bentivoglio tendeva a fare un discorso politico e io volevo fare un discorso essenzialmente umano. Alla fine la fatica più dura è stata, mai rinunciando a esprimere dei contenuti, quella di accostarsi il più possibile alla poesia. Fatica a parte devo dire che vorrei incontrare un centinaio di Bentivoglio nella vita: se vivessi cent'anni, un disco all'anno, sarei l'autore di canzoni più prolifico del mondo.

P. /Puoi spiegarmi meglio l'idea del malato di cuore come alternativa all'invidia?

F. Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall'invidia e in qualche maniera l'hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l'enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l'ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell'invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e...

P./ Possiamo dire che ha scavalcato l'invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell'amore?

F. Ma sì, l'avrei detto io se non lo avessi detto tu.

P./ E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters, che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore?

F. Sì, a trionfare sono i "disponibili".

P. /Anche per il gruppo della scienza hai trovato un'alternativa, vero? Bentivoglio mi diceva che per rappresentare il tema della scienza hai scelto il medico che ha cercato di curare i malati gratis ma non c'è riuscito perché il sistema non glielo ha permesso, il chimico che per paura si rifugia nella legge e nell'ordine come fatto repressivo e l'ottico che vorrebbe trasformare la realtà in luce e nel quale hai visto una specie di spacciatore di hashish, una specie di Timothy Leary, di Aldous Huxley. In che modo il suonatore di violino è un'alternativa?

F. Il suonatore di violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto) è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li risolve perché, ancora, è disponibile. E' disponibile perché il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti. Non ti pare perché ha fatto una scelta? La scelta di non seppellire la libertà?

P./Allora si può dire che è questo il messaggio che hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio: quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come nella Guerra di Piero, quello liberatorio della paura della morte come in Tutti morimmo a stento, quello demistificante dei personaggi del Vangelo, come nel Testamento di Tito. Qual è il messaggio di questo Spoon River?

F. Direi, tutto sommato, che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters.

P. /E' chiaro che le poesie le hai tutte rifatte. Per esempio, nella poesia del blasfemo, tu hai aggiunto un'idea che non era in Masters, quella della "mela proibita", cioè della possibilità di conoscenza, non più detenuta da Dio ma detenuta dal potere poliziesco del sistema.

F. Non mi bastava il fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perché nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione verso qualcosa di più consistente che non un'immagine così metafisica.

P. /Mi diceva Bentivoglio che se la "mela proibita" non è in mano a un Dio ma al potere poliziesco, è il potere poliziesco che ci costringe a sognare in un giardino incantato. Cioè, il giardino incantato non è più quello divino dove secondo Masters l'uomo non avrebbe dovuto sapere che oltre al bene esiste il male.

F. Sì, in realtà per il blasfemo il giardino incantato non è stato creato da Dio ma è stato addirittura inventato dall'uomo e comunque la "mela proibita" è ancora sulla terra e noi non l'abbiamo ancora rubata. A questo punto hai capito che cosa voglio dire io per sognare: voglio dire pensare nel modo in cui si è costretti a pensare dopo che il sistema è intervenuto a staccarci decisamente dalla realtà.

P. /Mi pare che la tua aggiunta non sia una forzatura, perché anche nella denuncia della manipolazione del pensiero, del lavaggio mentale esercitato dal sistema, Masters è un precorritore dei nostri problemi. Cerca di dirmi in che modo, quando eri ragazzo, a un ragazzo della tua generazione Masters è sembrato un contestatore.

F. Perché denuncia i difetti di gente attaccata alle piccole cose, che non vede al di là del proprio naso, che non ha alcun interesse umano al di fuori delle necessità pratiche.

P. /Cioè più che la sua contestazione politica ti ha interessato la sua contestazione umana?

F. Sì, secondo me il difetto sostanziale sta nella natura umana.

P./Ritornando alle tue manipolazioni del testo, possiamo dire che l'aggiunta di questo concetto della "mela proibita" non detenuta da Dio ma dal potere del sistema è la manipolazione più grossa. D'altronde è passato mezzo secolo da quando Masters ha scritto queste poesie, sicché se questa galleria di ritratti la potesse riscrivere adesso non c'è dubbio che la sua vena libertaria gli farebbe inserire elementi che si è limitato a sfiorare come precorritore. Questo vale anche per l'altra grossa manipolazione che hai fatto, quella dell'ottico visto come proposta di un'espansione della coscienza. Ma proprio dal punto di vista stilistico, perché hai sentito la necessità di cambiare la forma poetica di Masters? Bentivoglio mi diceva che il verso libero di queste poesie non ti serviva, avevi bisogno di ritmo e di rima, questo è chiaro. Ma sembra quasi che tu abbia voluto divulgare, spiegare a tutti i costi.

F. Sì. Mi pareva necessario spiegare queste poesie; poi c'era la necessità di farle diventare delle canzoni. Cioè delle storie e una storia non è un pretesto per esprimere un'idea, dev'essere proprio la storia a comprendere in sé l'idea.

P./ Ma come spieghi per esempio il fatto di aver usato parole di un linguaggio contemporaneo quasi brutale, per esempio nel verso della poesia del giudice "un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del c..." e di avere per esempio inserito immagini come "le cosce color madreperla" in poesie che pur essendo piene di sesso sono espresse per lo più in forma asettica, quasi asessuata?

F. Perché anche il vocabolario al giorno d'oggi è un po' cambiato, e io ero spinto soprattutto dallo sforzo di spiegare il vero significato di queste cose. Quanto alla definizione del giudice, questo è un personaggio che diventa carogna perché la gente lo fa diventare carogna: è un parto della carogneria generale. Questa definizione è una specie di emblema della cattiveria della gente.

P. /Tutto sommato mi pare che queste siano state le manipolazioni più pesanti che hai fatto ai concetti e al testo di Masters; e d'altra parte quando il libro è uscito, ai suoi contemporanei è sembrato tutt'altro che asettico e asessuato: il gruppo dei Neo-Umanisti lo aggredì come "iniziatore di una nuova scuola di pornografia e sordido realismo".

F. Capirai.

P./ Comunque sono certa che non deluderai i tuoi ammiratori, perché le poesie le hai proprio scritte tu, con quella tua imprevedibile, patetica inventiva nelle rime e nelle assonanze, proprio come nelle poesie dell'antica tradizione popolare. Ma fino a che punto, per esempio, ti sei identificato col suonatore di violino (Jones, che nel '71 suona il flauto) che conclude il disco? E non voglio alludere al fatto che da ragazzo ti sei accostato alla musica studiando il violino.

F. Non c'è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per pure divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt'altro che facile. Capisci? Per Jones la musica non è un mestiere, è un'alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire il suo esempio.

Fernanda PIVANO

F. Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: chi è Fernanda Pivano? Fernanda Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una ragazza di venti anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario mentre la società italiana ha tutt'altra tendenza. E' successo tra il '37 e il '41: quando questo ha significato coraggio.

Fabrizio DE ANDRE'

(Intervista registrata a Roma il 25 ottobre 1971. Qui tratta da :lmasetti/percorsi_incrociati/spoonriver che ringrazio)

Sono arrivati in cinque. Erano ische-letriti, cotti dal sole che martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il barcone, era grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di migranti, su barche così. Affastellati uno sull’altro come bidoni, schiena a schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che penzolano sull’acqua. E dunque quel barcone vuoto, con cinque naufraghi appena, è stato il segno della tragedia. Laggiù a 12 miglia da Lampedusa, ai margini estremi dell’Europa, un relitto di fantasmi. Cinque vivi e forse più di settanta morti, in venti giorni di peregrinazione cieca nel Mediterraneo.

Decine e decine di eritrei inabissati come una povera zavorra di ossa in fondo a quello stesso mare in cui a Ferragosto incrociano navi da crociera, traghetti, e gli yacht dei ricchi. È questo il dato che raggela ancor più. Perché in venti giorni, nelle acque della Libia e di Malta, e in mare aperto, qualcuno avrà pure incrociato, o almeno intravisto da lontano quel barcone; ma lo ha lasciato andare al suo destino. Solo da un peschereccio, hanno detto i superstiti, ci hanno dato da bere. Come dentro a una spietata routine: eccone degli altri. E non ci si avvicina. Non si devia dalla rotta tracciata, per un pugno di miserabili in alto mare. Noi non sappiamo immaginare davvero. Come sia immenso il mare visto da un guscio alla deriva; come sia spaventoso e nero, la notte, senza una luce.

Come picchi il sole come un fabbro sulle teste; come devasti la sete, come scarnifichino la pelle le ustioni. Noi del mondo giusto, che su quelle stesse acque d’agosto ci abbronziamo, non sappiamo quale spaventevole nemico siano le onde, quando il motore è fermo, e l’orizzonte una linea vuota e infinita. Non possiamo sapere cosa sia assistere all’agonia degli altri, impotenti, e gettarli in acqua appena dopo l’ultimo respiro. 'Altri' che sono magari tuo marito o tuo figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo per piangere. Perché quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i vivi, vogliono vivere. Noi non sappiamo com’è il Mediterraneo visto da un manipolo di poveri cristi eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai trafficanti, messi in mare con un po’ di carburante e vaghe indicazioni di una rotta.

Ma c’è almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una legge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai trattati. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a terra, opereranno altre leggi: diritto d’asilo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano. E invece quel barcone vuoto – non il primo arrivato come un relitto di morte alla soglia delle nostre acque – dice del farsi avanti, tra le coste africane e Malta, di un’altra legge. Non fermarsi, tirar dritto. (Pensate su quella barca, se avvistavano una nave, che sbracciamenti, che speranza. E che piombo nel cuore, nel vederla allontanarsi all’orizzonte).

La nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo, ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L’Occidente a occhi chiusi. Cinque naufraghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo giorni di agonia. Nello stesso mare delle nostre vacanze. Una tomba in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che minaccia le stesse nostre radici. Le fondamenta. L’ idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale.

Titolo originale: Fewer days for the slumdog – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini. Recensione del libbro: Jeb Brugmann, Welcome to the Urban Revolution, How Cities are Changing the World , Harper Collins.

Gran parte degli spettatori del cinema in India, si è rallegrata del successo internazionale di Slumdog Millionaire. Molti l’hanno considerato con occhio critico, ma senza rancore nei confronti della American Academy of Motion Pictures. Una parte del paese, però, è rimasta perplessa dal fatto che il film abbia acceso i riflettori sul ventre molle della città indiana. Chi è interessato anche ai libri, chi vorrebbe veder sparire gli slum, dovrebbe leggere il libro di Jeb Brugmann, Welcome to the Urban Revolution, How Cities are Changing the World.

Brugmann spinge il lettore a considerare la città come era un tempo, e a ricostruirla come nodo di innovazione. Secondo l’autore, l’urbanistica si è trasformata, da quello che era un processo organico basato sulle attività e la comunità. Oggi ruota tutta attorno al profitto, anche se ciò significa obbligare le persone a vivere in condizioni precarie. Gran parte degli studiosi che esaminano le questioni urbane tendono a guardare per le buone pratiche a Europa e America. Alcuni fanno tanto di cappello a Tokyo, Singapore o Shanghai. Brugmann invece dedica gran parte della propria attenzione al ventre molle delle città in rapida crescita dell’Asia e dell’America Latina. Il caso studio più significativo del libro è quello della zona di Dharavi a Mumbai.

Per molti, potrebbe trattarsi di una sconveniente macchia sul tentativo di Mumbai di darsi un “marchio” di città mondiale. Per il suo milione di abitanti, Dharavi è una potenza economica dotata di un PIL di oltre un miliardo e mezzo di dollari. Ma chi parla il linguaggio della “città pianificata” sembra non capire questa energia imprenditoriale. Così Dharavi potebbe essere rasa al suolo e “risanata” trasformandola in un corridoio di torri multipiano. Per favore, basta con gli Slumdog Millionaires. Brugmann ha una prospettiva di pianificazione e progettazione urbana: non solo nel senso fisico del termine, ma anche in quello filosofico. In cui le riflessioni su come comporre spazi residenziali, commerciali, produttivi, sono essenziali tanto quanto la costruzione di un senso di comunità.

Apprezziamo le idee di Brugmann. Ma poi ci sono le tendenze in atto, e probabilmente vedremo molti altri immigrati dalle zone rurali, e altre grandi città. Ci saranno quantità spaventose di persone senza nulla, e molte lotte. Non c’è posto per Slumdog Millionaires.

17 agosto 2009

La strana guerra

Sappiamo poco della campagna elettorale in Afghanistan, che giovedì si concluderà con la riconferma del presidente Hamid Karzai o con la sua sostituzione. Non conosciamo altro, del Paese dove siamo schierati da quasi otto anni, che gli spostamenti dei nostri soldati e il colore delle loro tute, le terribili minacce che «insorti e talebani» fanno pesare sui militari occidentali e l’aumento delle truppe americane deciso da Obama. A malapena sappiamo quanti sono stati colpiti negli ultimi attentati: se non ci sono italiani la notizia è data verso la fine dei telegiornali, sempre che sia data.

Una singolare pigrizia assale i reporter, abituati a enumerare insorti locali e scaramucce circoscritte senza chiedersi quel che si nasconde dietro più diffuse insurrezioni e prove di forza. Le campagne elettorali dei rivali di Karzai, la profondissima corruzione che quest’ultimo ha inoculato nello Stato al punto da renderlo fatiscente, le inquietudini che vanno dilatandosi nella vasta regione attorno all’Afghanistan (Pakistan e India, Iran, Russia e anche Arabia Saudita): per i giornalisti come per i governi occidentali tutto questo è terra ignota, frequentata solo da qualche incaponito studioso.

É come se le guerre mondiali in Europa fossero state raccontate da un unico cronista, distaccato magari sull’orlo della Marna e incapace di alzare lo sguardo oltre la propria trincea e vedere il continente intero in preda a caos e violenza. Per questo è importante fare il punto, oggi, sulla strana guerra che viene combattuta in buona parte dell’Asia centrale, con ramificazioni politiche e strategiche nel Sud asiatico, nelle nazioni limitrofe della Russia meridionale, nel Kashmir, nel Golfo Persico. Drôle de guerre venne chiamato il preludio mortifero che precedette, fra il 1939 e il ’40, la caduta in Europa della linea Maginot e l’occupazione nazista della Francia: strana perché era guerra dichiarata e tuttavia non-guerra, perché nessuno ci credette sino in fondo e vi si preparò con mezzi e animi adeguati. Tanta incuria non poteva che sfociare, scrisse lo storico Marc Bloch che narrò in diretta la sopraffazione della Francia, in una altrettanto Strana disfatta.

È la stessa disfatta che oggi incombe sull’Afghanistan: simile è lo sguardo incollato sul proprio posto di battaglia; simile la cecità al luogo, che è spazio più vasto e stratificato del posto e include storia, cultura, consuetudini che alternano le inimicizie agli scambi. Simile infine il vocabolario: le parole ripetute tali e quali a dispetto della loro insensatezza crescente, e evidente. Quasi otto anni sono passati così, fingendo un’universale guerra contro il terrorismo e poi perdendo per strada tutto: obiettivi bellici e calcolo preciso dei mezzi per raggiungerli, sguardo alto e interesse vero a questa zona del pianeta che è oggi invelenita non solo perché Bin Laden e i suoi luogotenenti vi hanno eletto dimora.

Fanno impressione soprattutto gli Stati europei, che partecipano dal 2001 allo sforzo ma che neppure una volta hanno messo in questione la strategia generale e le decisioni statunitensi nell’insieme dell’Asia centrale, e dunque non esclusivamente a Kabul ma anche in Pakistan, India, Iran, Arabia Saudita. Non hanno mai spinto l’alleato-guida a riesaminare a fondo gli errori commessi, a soffermarsi sulla natura di un’insurrezione che non scema, a valutare i rapporti sempre più tortuosi e meno solidali fra insorti e talebani, fra talebani afghani e pakistani, fra talebani, capi tribù e Al Qaeda. Hanno ignorato sistematicamente il caos che s’inaspriva lungo il confine col Pakistan: le paure antiche di Islamabad e quelle di Teheran, il peso dell’India e della Russia nel conflitto e la maniera in cui tutte queste paure s’incrociano in terra afghana, tenendola in uno stato di bollore che tanti, troppi, vogliono perpetuare anziché raffreddare.

Non ci sono stati neppure dibattiti parlamentari, nel vecchio continente: in Germania, il paese che più esita a parlare di guerra e ha distaccato 4.050 soldati praticamente disarmati, non se ne è discusso neppure una volta dal 2001, né in commissione esteri né in commissione difesa. L’Inghilterra comincia a pensarci adesso, perché molti soldati male equipaggiati cadono. Perfino la Francia, che vanitosamente dice di far di testa sua, tace e s’accoda. Il silenzio italiano fa tanto rumore quanto più è vacuo, come accade di frequente: quella che conducono i soldati italiani non si sa se sia guerra, né si conosce il codice che regna nel teatro delle operazioni, se il codice militare di pace o quello militare di guerra. Il ministro La Russa vorrebbe chiarimenti che nessuno gli dà e nessuno discute, in pubblico o in Parlamento. Problemi analoghi li conobbe anche Arturo Parisi, ministro della Difesa nel governo Prodi.

Come nella follia di Amleto, c’è del metodo anche nell’ignoranza cieca dell’Occidente, ed è con metodica ignoranza che gli europei aderiscono, da anni ormai, alle mutevoli scelte americane in Afghanistan. Hanno condiviso il rifiuto netto di trattare con insorti e talebani locali, senza mai studiare l’evoluzione degli uni o degli altri e senza accorgersi che gli insorti non coincidono sempre con i talebani e che i talebani hanno spesso rapporti tesi con Al Qaeda. Presto scopriranno che la trattativa è invece cosa buona, e forse tutto l’Occidente comincerà fervidamente a patteggiare con bande armate che hanno voluto non meno fervidamente, ma senza riuscirvi, sterminare.

Rischiano di farlo alla cieca anche in questo caso, ragionando con testa fredda ma misconoscendo, come in passato, gli ingarbugliati tormenti della regione. I tormenti dell’Iran, che teme paradossalmente ambedue le cose: l’insediamento statunitense in un paese contiguo - motivato dall’eternarsi della guerra ai talebani - e però anche un patteggiamento con i talebani, che restituirebbe legittimità a forze fondamentaliste sunnite, legate a Pakistan e Arabia Saudita, esecrate da Teheran sin dalla fine dell’occupazione sovietica. Anche russi e pakistani sono nel tormento: i primi temono l’influenza dei talebani sui musulmani del Caucaso, i secondi paventano la nascita di un nazionalismo afghano, nella comunità talebana pashtun, animato da smanie irredentiste verso l’etnia pashtun in Pakistan.

Gli europei sono restati passivi anche dopo l’uscita di scena di Bush, quando Obama ha cambiato rotta e ha scelto di estendere l’attenzione al Pakistan e all’estrema sua fragilità statale, non fissandosi su Kabul. Anche qui, i governanti europei hanno omesso di chiedere all’amministrazione Usa il perché della svolta e il come, vietando a se stessi di sapere se l’estensione dell’impegno Usa avverrà con le sole armi o con una più accorta politica che annodi fili tra Afghanistan, Iran, Pakistan, India, Russia. In alcuni momenti è parso addirittura che quel che importava al fronte euro-americano fosse una dimostrazione di forza e prestigio autoreferenziale, più che l’interesse autentico ai destini di una zona divenuta cruciale nel mondo: non son mancati politici che hanno cominciato a dire che l’obiettivo recondito ma più vero era la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica, la sua tenuta o il suo naufragio dopo il venir meno dell’Urss nel 1989-90. In realtà la Nato ha perso ogni senso, da quando non ha più missioni politiche chiare e strutture adatte ai bisogni. È solo una tecnica per assemblare truppe, e quando la tecnica diventa scopo la follia è vicina.

Peccati di omissione, incongruenza dei vocabolari, incapacità di meditare gli errori e quindi di correggerli. A pochi giorni dal voto afghano, l’Occidente ha grandi compiti di fronte a sé, se vuol mobilitare le menti e non solo gli eserciti.

20 agosto 2009

Una guerrafatta di errori

Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba.

Questo ci dicono gli autori dell’attentato di ieri a Baghdad: le vostre guerre sono morti che camminano. L’11 settembre è l’eterno vostro presente, nell’Iraq che avete abbandonato e anche in Afghanistan dove vi credete ancora forti perché domani si vota sotto la vostra protezione.

Nelle guerre accade che sia il nemico a dirci la stoffa di cui è fatto il principale nostro errore, e alla vigilia del voto afghano Baghdad ineluttabilmente diventa specchio di Kabul. Il conflitto ha dato agli afghani una costituzione che mette fine al predominio assoluto dei sunniti sugli sciiti, ha emancipato le donne e gli uomini dalla sfrenatezza ideologico-religiosa dei talebani, ma non ha creato uno Stato autorevole, imparziale, in grado di monopolizzare la violenza legale. Per sopravvivere, Karzai ha accettato il dilagare della corruzione e si è circondato di signori della guerra colpevoli di eccidi e malversazioni: piccoli capetti spesso appoggiati dalle truppe Usa che ne hanno bisogno. Tanti nel suo paese lo considerano una marionetta della Casa Bianca. I bei vestiti etnici che sfoggia sono confezionati da rinomati sarti occidentali. Le elezioni di oggi mostreranno se esiste un’alternativa all’esperimento Karzai, e a uno Stato corrotto che prolunga la guerra.

Tra i vizi che hanno guastato l’operazione afghana c’è innanzitutto l’incostanza americana: la fatua volubilità con cui Bush ha ballonzolato, ubriaco, da un teatro di guerra all’altro - in Afghanistan il 7 ottobre 2001, in Iraq il 20 marzo 2003 - senza stabilizzarne alla fine nessuno. Ma di questo spreco di forze e intelligenza sono stati protagonisti anche gli europei, che mai hanno messo in discussione obiettivi e strategie. Siamo ancora molto lontani da una politica comune del continente: da anni i singoli paesi dell’Unione seguono le mosse della Casa Bianca e sono in attesa che qualcosa cambi: non in Afghanistan, ma in America. Abbiamo visto in un precedente articolo quanto deleteria sia questa pigrizia della mente, quanto ipocrita l’impegno militare di Stati europei che si schierano con zelo ma si guardano dall’equipaggiare adeguatamente i propri soldati.

Tanto più scandaloso è il silenzio che copre gli errori commessi in quasi otto anni di battaglia: un silenzio indolente, di cui son responsabili i dirigenti Usa, che questa guerra l’hanno voluta e diretta, ma che rende del tutto vacua anche la presenza europea. Che contribuisce all’insabbiarsi dei combattimenti ma paralizza la politica nell’intera zona asiatica, divenuta cruciale per il mondo come cruciali furono i Balcani quando precipitarono gli imperi austro-ungarico e ottomano. Vediamo dunque di ripercorrere alcuni errori più vistosi, che gli esperti hanno più volte denunciato lungo gli anni, senza essere in genere ascoltati.

Il primo, madornale, è l’ossessivo parlare di guerra al fondamentalismo islamico, che inevitabilmente rimanda all’idea di una civiltà moderna cui tocca difendersi da un Islam retrivo e tradizionalista. In una lettera al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Frattini ripete questo luogo comune: «Il motivo per il quale siamo impegnati in quel Paese è fondamentalmente uno: difendere la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale. Una minaccia “esistenziale” L’Afghanistan è stato e resta il principale incubatore della rete terroristica che fa capo ad Al Qaeda».

La realtà raccontata da esperti e storici come Barnett Rubin o Ahmed Rashid è completamente diversa, e narra di una strana guerra in trompe-l’oeil, i cui veri bersagli non sono mai quelli visibili e ufficiali. Il santuario di Al Qaeda è oggi in Pakistan, e proprio questa consapevolezza ha spinto Obama a mutare rotta, a guardare ben oltre Kabul: se si resta in Afghanistan non è per esportare la democrazia o sgominare i talebani, ma per evitare che la talebanizzazione del paese acceleri il crollo del Pakistan: vera potenza chiave perché molto popolosa e armata dell’atomica.

Neppure al Pakistan quel che interessa è davvero l’Afghanistan. Se gli serve controllare Kabul, è a causa di un’unica grande ossessione, potente soprattutto tra i militari: l’ossessione dell’India, che da anni minaccia di divenire alleata stabile di Kabul e di stringere in una morsa Islamabad (da un lato tramite il Kashmir musulmano, dall’altro tramite l’Afghanistan). L’Afghanistan ancora non ha riconosciuto il confine col Pakistan (la linea Durant, fissata nel 1893 dai britannici), né è stato spinto a farlo dagli Stati Uniti. Ignorare le ansie del Pakistan significa accettare una sua non recondita tentazione: quella di impedire che lo stemperarsi della guerra occidentale al terrorismo metta fine all’importanza strategica che Islamabad ha per l’Occidente.

Non è l’unico errore americano. Non meno esiziale è stata la decisione di rinunciare all’assistenza che l’Iran presieduto da Khatami offrì dopo l’11 settembre 2001. Fu proprio nel periodo più tumultuoso del Presidente riformatore, quando l’ala dura del khomeinismo andava agguerrendosi, che Bush pronunciò il discorso sull’Asse del Male (era il 29 gennaio 2002), includendo Teheran fra i nemici esistenziali delle democrazie. Preoccupata dall’integralismo sunnita dei talebani, Teheran continuò tuttavia a cooperare, fino a quando Bush non tese un insano nuovo agguato: nel maggio 2005 proibì a Karzai di stringere con Teheran un patto di non aggressione, che vietava attacchi militari all’Iran a partire dall’Afghanistan. Poche settimane dopo, il 3 agosto, Ahmadinejad veniva eletto Presidente: l’aiuto di Bush, secondo lo storico Rubin, fu decisivo. Ancora una volta, un mortifero fondamentalismo nazionalista nacque come Golem fabbricato dall’Occidente.

Viene infine l’errore dei vocabolari: intrisi di propaganda e smemoratezza storica, ignari dei fatti reali. La propaganda dice che siamo in guerra contro un Islam retrogrado, integralista: tale è il nemico esistenziale, mondialmente ramificato, della civiltà democratica. Anche in questo caso si parla a vanvera, ignorando la durata lunga della storia afghana: che non è la storia di un paese fagocitato per tradizione dall’integralismo. Il fondamentalismo regressivo, contro cui pretendiamo combattere, è frutto della politica di potenza che è stata fatta sulla pelle dei questo paese, nell’800 e poi di nuovo nella seconda metà del ’900. Prima degli Anni ’70 la tradizione afghana era laica, e Kabul era una città musulmana culturalmente aperta, sveglissima. L’ascesa dei talebani, scrive il filosofo sloveno Slavoj Zizek, «non esprime una profonda deriva tradizionalista» ma è stata «la conseguenza del fatto che il paese venne risucchiato dal gorgo della politica internazionale» (Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi 2002).

Ultimo errore: l’equivoco della guerra in corso. Equivoco in ragione della sua natura anfibia, per metà bellica per metà umanitaria, per metà scontro armato per metà «missione di ricostruzione». In realtà, questo è un conflitto di tipo nuovo, su cui vale la pena meditare. È un conflitto che estromette ogni figura terza, tipo Croce Rossa, visto che gli occidentali fanno ambedue le cose: la guerra e l’umanitario. «La guerra è presentata quasi come un mezzo per garantire la consegna degli aiuti umanitari», scrive ancora Zizek. Una delle parti in conflitto si assume il ruolo della Croce Rossa, mescolando il soldato che uccide con il ricostruttore di scuole, ed esponendo alla stessa inimicizia insurrezionale militari e civili. È forse il lato più osceno delle guerre odierne. È il motivo per cui la nostra propaganda non è così distante dallo slogan che il partito totalitario affigge sui muri, nel romanzo 1984 di Orwell: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza».

Non è vero che lo tsunami di Natale sia stato la più grave calamità a memoria di uomo, perché nel 1970 in Bangladesh un ciclone uccise 500.000 persone mentre nel 1976 un terribile terremoto in Cina fece 600.000 morti. Però è stato il più mediatico di tutti. Ed è stato così evidente e seguito proprio perché ha colpito il fenomeno più diffuso e globale del mondo occidentale: il turismo. E oggi, a distanza di tempo, si possono cominciare a misurarne le conseguenze.

Il turismo rappresenta insieme il tempo libero delle società più “avanzate” del capitalismo che il settore economico trainante per molte realtà “sottosviluppate”, anzi sviluppate nella dipendenza al modello dominante di capitalismo global-finaziario. Per quasi tutti i paesi in questione il turismo rappresenta la prima o la seconda fonte di valuta, con il 10 %del Pil in Thailandia e addirittura il 33% delle Maldive.

In questo contesto, il turismo lega in modo indissolubile la parti più avanzate del capitalismo con le aree più arretrate come lo Sri Lanka, dove il 25% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Questo legame distrugge le economie agricole precedenti e soprattutto modifica radicalmente il territorio, trasformando in speculazione edilizia e alberghiera una sottile fascia di terra, che rimane così totalmente squilibrata rispetto al clima e al ciclo delle acque.

Queste realtà sociali e territoriali vengono risucchiate nei vortici di uno sviluppo tardo capitalista di cui il turismo è l’espressione più evidente. Di qui, rapida crescita edilizia e sfruttamento del territorio con gestione difficile dell’equilibrio bio-climatico.

In questo contesto il turismo è insieme fattore di reddito e di costruzione della dipendenza: per cui si accentua la globalizzazione ma si riduce la capacità della crescita autonoma di queste economie. Questo il primo motivo della diversità di questo evento, lo tsunami recente, rispetto a quelli precedenti, mentre il secondo motivo è che la dimensione del fenomeno è sovranazionale, anzi planetaria.

A confronto infatti con il terremoto in Cina o al ciclone in Bangladesh questo evento è strutturalmente globale, ed ha colpito le zone più popolose del globo. Tra i 300 e 400 milioni di persone vivono nelle zone in qualche modo interessate dal cataclisma e questo rende evidente la debolezza dello Stato-Nazione nel gestire e governare la “globalità”, dalla finanza al cataclisma. In questo evento drammatico risulta evidente come i fenomeni globali, come la finanza e la conseguente delocalizzazione manifatturiera, incidano pesantemente nella dinamica della dipendenza e della morfologia del capitalismo subalterno. E’ evidente come Reebok o Nike, che ora hanno quote elevate di produzione in Thailandia e in Indonesia, possono guardare ad altri mercati produttivi ed è altresì evidente come la geografia degli aiuti possa favorire nuove geografie della dipendenza. E’ comprensibile dunque la preoccupazione dell’India nel controllare gli aiuti sia per evitare spionaggio militare sia per governare i propri confini nazionali.

Qui si apre proprio una contraddizione violenta tra il ruolo degli stati nazionali e le complesse forme della dipendenza. Un intreccio di fenomeni sia climatici che relativi alla morfologia del capitalismo rendono esplicita la crisi dello stato nazione come garante dei confini e della sicurezza nazionale. A parte l’India, che correttamente pretende di gestire direttamente l’intervento sul suo territorio, risulta la crisi anche organizzativa degli stati nazionali.

Non solo, ma questa catastrofe è differente dalle altre appunto a causa dalle altre appunto a causa della presenza di turisti, epifania della nuova dipendenza, la dimensione sovranazionale obbliga a rendere operativa la questione degli interventi globali. Sicuramente, in questo contesto l’Onu è apparsa come un soggetto garante, però burocratico, per cui il movimento no global e la rete delle ong dovrebbero, come hanno cercato di fare, aprire il fronte degli interventi dal basso, magari di azione globale.

Si pone qui il vero problema, cioè l’essere apparentemente solo le multinazionali, ossia la forma-impresa, i soggetti che si arrogano il diritto di agire “globalmente”, definendo strategia della geopolitica della fabbrica nel mondo e quindi la sua morfologia sociale. In questo contesto appare debole lo stato nazionale, come conferma paradossalmente il comportamento dell’India, e ancor embrionale il movimento delle Ong.

C’è il comando capitalista, con le forma dell’impresa che vorrebbe essere l’unico paradigma del globale, ci sono le strutture burocratiche come l’Onu, ma manca un’azione dal basso che rappresenti anche dentro alle situazioni di crisi ed a livello globale i soggetti sociali. Lo scontro è proprio sul dispositivo di comando, di rappresentazione del globale, di chi è Gaia, il pianeta Terra? La forma impresa non può essere la sintesi del globale, perché perde e distrugge la geografia del sociale, ma qui sta la nostra debolezza.

Oggi ci sono forse solo le Ong che praticano dal basso in modo disorganico e pulviscolare un’azione che interagisce con il tessuto sociale. Si tratta di capire se la rete delle Ong possa tramutarsi in uno dei tanti controlli del capitale o essere un tassello del tessuto autonomo con cui si esprime e realizza l’autonomia dei soggetti sociali, capaci di leggere e tradurre la complessità di Gaia, del suo territorio e dei suoi problemi.

Attorno allo tsunami e alle sue conseguenze si apre dunque la geografia del “sottosviluppo”, delle migrazioni, della dipendenza e della necessità di una nuova internazionale non del turismo ma dei soggetti sociali che sappia accumulare sapere e identità anche partendo proprio dai cataclismi. Di che è Gaia? Non certo del capitale.

Sul sito internet del Dipartimento di Stato americano, in un documento intitolato A safe trip abroad, un viaggio sicuro all’estero, si legge una curiosa raccomandazione: non accettate cibo né bevande da stranieri. Nella sua semplicità, questo consiglio cancella millenarie tradizioni di ospitalità: è davvero possibile viaggiare senza accettare cibo da sconosciuti? Dunque in futuro viaggeremo con la valigia piena di cibo in scatola, autosufficienti come extraterrestri in missione spaziale?

Inutile negarlo: la paura di malattie, attentati e spiacevoli imprevisti ci ha fatto passare un po’ la voglia di compiere lunghi viaggi. Eppure - detto brutalmente - rinunciare a viaggiare per paura di morire è assurdo, visto che la grande maggioranza delle persone muore nel proprio letto. Combattuti da neofilia e neofobia, tra desiderio di novità e voglia di familiarità, quando ci avventuriamo “altrove” ci sentiamo comunque insicuri, precari, poco garantiti.

Viaggiare ha sempre comportato relative quantità di azzardo. Il rischio è sempre stato insito nel mettersi in cammino. Anche etimologicamente, chi dice travel dice travaglio. E non meraviglia che i verbi inglesi to fare, viaggiare, e to fear, temere, discendano da una radice comune. Nel 1865, l’agente di borsa inglese William Moens viene rapito dagli “indigeni” salernitani sulla via di Paestum. Già a quell’epoca le attrazioni turistiche – ritenute obiettivi a rischio – erano presidiate dai militari. Ma i carabinieri schierati a guardia delle antiche rovine per proteggere i visitatori stranieri, in questo caso vengono beffati dai briganti, i quali dopo qualche mese ottengono dalla moglie di William Moens un consistente riscatto. Per inciso, Moens svilupperà quella sindrome, detta poi di Stoccolma, che lega affettivamente il sequestrato ai suoi sequestratori, al punto che al momento della sua liberazione scorrono le lacrime, da entrambe le parti.

Negli ultimi decenni uno stillicidio di aggressioni a turisti di diverse nazionalità ha funestato meravigliose destinazioni turistiche. I target sono stati scelti con cura: hotel, musei, siti archeologici, aeroporti, battelli da crociera. Le reazioni non sono mancate. Il primo industriale del turismo armato, o se vogliamo del turismo sicuro fai-da-te, è giapponese. Ai connazionali in partenza per l’estero, Katsuichiro Sato offre una linea di prodotti che costituisce una sorta di survival kit turistico: giubbotti antiproiettile, lanciarazzi fumogeni, tagliole da camera d’albergo, spray al peperoncino e cinture anti-stupro, sul modello di quelle di castità.

I controlli, le perquisizioni e in generale la security sono stati potenziati in tutto il mondo. Portare a casa la pelle è giustamente la priorità di ogni viaggiatore, e siamo grati a chi ce lo consente. Anche se è evidente che più ci si blinda, più ci si sente minacciati, e viceversa. Socializzare la paura è confortante. Purtroppo questa socializzazione è spesso accompagnata da un indebolimento dello spirito critico. In cambio dell’illusione della sicurezza, perché di un’illusione si tratta, siamo disposti a cedere sul piano della riservatezza e della libertà di movimento. Giungendo ad accettare perfino gli abusi. A questo proposito l’organizzazione londinese Privacy International ha lanciato un’ironica competizione a premi per la misura di sicurezza più stupida (Stupid Security Competition). Il concorso si basa sulle segnalazioni arrivate sia dal settore pubblico, sia da quello privato: circa cinquemila all’anno, provenienti da 35 nazioni. Si va dall’Australia alla Russia, ma la maggioranza delle segnalazioni riguarda gli Stati Uniti e non a caso le più numerose giungono dagli aeroporti. In questi non-luoghi ormai si assiste a scene grottesche. All’aeroporto internazionale di Philadelphia (tra i “premiati” nell’ultima edizione del concorso di Privacy International) l’acqua di Cologna di un giovane arabo saudita, scambiata per un pericoloso agente di contaminazione chimica, ha allarmato l’FBI al punto da allestire una camera di quarantena d’emergenza. Mentre all’aeroporto JFK di New York, una giovane mamma americana, in viaggio con il suo bebè, è stata costretta dalla security a bere il suo stesso latte, contenuto nei biberon che trasportava con il bagaglio a mano, poiché il liquido suscitava sospetti.

Esistono studi scientifici sulla accettazione delle misure di controllo da parte degli utenti. Se n’è parlato per esempio al BioSecurity Summit di Las Vegas, dove il “benessere” provocato dalle misure di sicurezza sui mezzi di trasporto e nei luoghi di transito - misure sempre più fantascientifiche - è stato paragonato all’effetto placebo di certi farmaci. In molti casi, infatti, non si tratta di provvedimenti realmente efficaci, ma solo rassicuranti. Nella prevenzione del rischio di attentati, per esempio, i limiti etici, gli errori e gli enormi costi dell’identificazione individuale sono temi controversi.

Dal punto di vista antropologico, l’insicurezza del turista, come quella dei prodi viaggiatori del passato, è l’atavico terrore nei confronti della diversità. Ma è anche l’insicurezza della nostra civiltà, al contempo innocente e prevaricatrice, che, da opulenti e un po’ svagati turisti occidentali, rappresentiamo giocosamente. In un mondo che non se la passa troppo bene. Oltre gli orizzonti della nostra civiltà, e fuori dalle nostre regole, chi ci sta? Sunt leones, rispondevano i latini. Che avevano ben definito il significato di questa parola: non solo leoni, ma anche mostri, barbari e spaventatori di viaggiatori. Ma attenzione. I leones hanno abbandonato le loro plaghe esotiche e oggigiorno si aggirano anche tra di noi. O, perlomeno, così sembra. Converrà dunque vivere in allarme, precauzionalmente. Tutti belli spaventati.

A ben vedere, non è soltanto quando siamo in viaggio che cerchiamo sicurezza. Dal punto di vista psicologico, infatti, è facile accorgersi quanto il bisogno, se non la retorica della sicurezza dilaghino ben oltre la vacanza e l’attività turistica. Le nostre abitudini e persino il nostro linguaggio tradiscono un’ansia di sicurezza e di certezze, di cui spesso non siamo neppure consapevoli. Si va dall’ambito delle assicurazioni a quello dell’informatica, dalle automobili ai trattamenti economici previdenziali, dalla sanità all’alimentazione, ai rapporti affettivi e sessuali.

L’ossessione per la sicurezza, a casa e in viaggio, oltre che costarci cara, sta mangiando una bella fetta di piacere e di semplicità nel fare le cose. Mi chiedo: non staremo esagerando?

Ho l’impressione che il mondo delle garanzie, delle vaccinazioni, delle omologazioni, delle standardizzazioni, delle certificazioni, questo mondo ben temperato e fiscalizzato, abbia sconfinato. I suoi criteri, ormai sdoganati da ogni parte politica, hanno invaso la nostra vita quotidiana. In breve, sembriamo davvero appartenere a quella che lo psicoanalista americano James Hillman ha chiamato la “civiltà dell’airbag”. Dove il feticismo delle assicurazioni e della security ci solleva dal ragionare in maniera responsabile sulla correttezza del nostro modo di capire la realtà e sulla necessità dei nostri comportamenti. La cosa più importante, ci dicono, è non andare a sbattere. E ognuno provveda come meglio può. Va da sé che le certezze, come gli airbag e le porte blindate, abbiano un certo costo. Altissimo, quello della abolizione del “sale” del viaggio (e della vita). L’imprevisto.

Notizie sull'autore e le sue pubblicazioni in homoturisticus.com

Sempre più la politica si teatralizza e teatralizza anche il suo essere oggetto di derisione. Fatti recenti, che commentatori e notisti non sanno più se collocare tra il gossip, la cronaca rosa o la deriva tragicomica di una società che non riesce ormai a trovare una minima posizione di equilibrio, stanno lì a testimoniare che il «politico» tende oramai a massimizzare ogni residuo e ogni scoria mediatica trasformandoli - in ogni caso, in ogni circostanza e qualsiasi sia la causa che li produce - in effetti di consenso e potere.

A questo proposito, in un passaggio particolarmente illuminante del suo corso sugli «anormali» tenuto al Collège de France nel 1974-1975, Michel Foucault parlava di una connotazione grottesca della sovranità. Il potere politico, sosteneva allora Foucault, può arrivare a concedersi la possibilità di trasmettere i propri effetti in un «recesso» che è manifestamente, esplicitamente, volontariamente squalificato dall'odioso, dall'infame o dal ridicolo. Questa «meccanica grottesca o questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere», è molto antica nelle strutture e nel funzionamento politico delle nostre società. Esempi si ritrovano nella storia romana, con la «qualificazione quasi teatrale» del potere nella persona dell'imperatore, qualificazione che fa sì che «il detentore della maiestas, cioè del di più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, sia allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo essere un personaggio infame, grottesco, ridicolo». Nel suo ultimo libro in ordine di traduzione, La trasfigurazione del politico (a cura di Vincenzo Susca, trad. di Rossella Rafele, pref. di Alberto Abruzzese, Bevivino, pp. 262, euro 20), Michel Maffesoli, sociologo alla Sorbona e direttore del Ceaq (Centro studi sull'attuale e l'immaginario) si concentra sulle «mutazioni e i sussulti» che marcano la postmodernità, portando al tempo stesso l'attenzione sui riti profani e le meccaniche grottesche che descrivono, sul terreno reale e su quello dell'immaginario, questi passaggi. Segni di un mondo e di un'etica di cui, nel bene o nel male, la democrazia rischia di non essere più la matrice.

Si può fondare o quanto meno legittimare a posteriori un potere istituzionale sul «ridicolo»? Crede che si stia assistendo a forme nuove di «saturazione» del discorso politico attraverso un gioco al ribasso dove non si comprende più dove sia il medium e dove il messaggio, quale il mezzo e quale il fine?

Ritengo che non si possano comprendere adeguatamente le grandi caratteristiche della postmodernità se non considerando e ricorrendo alla comparazione con le manifestazioni premoderne. La teatralizzazione del politico è, infatti, qualcosa che attiene in particolar modo alla sensibilità mediterranea e fa regolarmente ritorno nella storia e nelle vicende umane: pensiamo a Caligola, a Eliogabalo, alla festa della dea Ragione durante la Rivoluzione francese, alle migliaia di inutili cerimonie e di riti profani che hanno circondato o circondano la nostra vita. Potremmo ricordarci, a tale proposito, la formula del buon vecchio Marx, secondo cui ogni cosa che si presenta nella nobile forma della tragedia è destinata, prima o poi, a ripresentarsi ma trasfigurata in farsa o in volgare commedia. Solo collocandoci a questo livello - il livello della farsa - possiamo capire che cosa è la «transfiguration du politique».

Trasfigurazione che si regge su uno spostamento fondamentale del nostro asse politico: il passaggio dalla convinzione alla seduzione. La seduzione non è tanto un'attitudine programmatica, un contenuto preciso, quanto una tonalità emotiva che ha assunto come punto privilegiato il «sentire», attraverso la messa all'opera di strass e paillettes e altre parades all'americana. Per citare solo alcuni tra i seduttori postmoderni, possiamo ricordare Obama, Sarkozy, Berlusconi...

Perché Obama al fianco di Sarkozy e Berlusconi?

Perché, da questo punto di vista, anche lui si è impegnato più a sedurre che a convincere. Ma si tratta di una tendenza che ha travolto il politico in quanto tale e va inteso astraendo - se possibile - dalle singole personalità. Questa tendenza alla seduzione corrisponde anche alla saturazione di tutti i canali emotivi, fatto che ci costringe a chiederci, per il futuro, quali saranno le nuove forme del vivere, del sentire e dello stare insieme.

È per questa ragione che la «sovranità» può assumere forme grottesche, presentarsi attraverso le gradazioni (o le degradazioni, dipende dai punti di vista) dell'infamia e dell'osceno. Un clown al potere può sedurre tanto, se non di più di un ex attore di b-movies palestrato o di un alto funzionario dedito alla corsa o al test di Cooper. La seduzione opera a livelli che la tradizionale critica politica non ha ancora compreso. A dispetto di tutto, però, oltre le seduzioni e i detriti di un razionalismo che non funziona più, oltre le derive irrazionali, nella confusione generale avanzano nuovi stili vita comunitaria. In una prospettiva un po' libertaria un po' anarchizzante, ritengo che questo stare insieme ci avvicinerà sempre più a una federazione di micro-entità autonome, legate traversalmente dai nuovi mezzi di comunicazione interattiva. Qui si gioca la sinergia dell'arcaico e dello sviluppo tecnologico: si formano tribù postmoderne.

Al tempo stesso si radicalizza il distacco fra i produttori di opinioni, «che continuano a instillare e a mettere in pratica le idee di un mondo in declino», e il mondo di queste tribù postmoderne... In «Apocalypse» (Cnrs, 2009), lei parla di intellettuali che hanno smarrito ogni senso della realtà, raggruppandoli nella categoria dei ««faux professeurs».

Gli intellettuali, gli universitari e altri esponenti del sapere costituito tendono a cedere sempre di più alle sirene mediatiche, fatto che favorisce la proliferazione di «falsi professori» e la moltiplicazione di opere «di serie B» che scompaiono al primo soffio di vento. Il problema è grande e soprattutto grave: le élites hanno perso il loro tradizionale senso di responsabilità e, quotidianamente, sono indaffarate a soddisfare un gusto o un'opinione effimera. Fatto che permette di capire ancora di più la ragione di questa sfasatura, del divario che c'è tra l'intellighenzia (coloro che hanno la possibilità e il potere di fare e di dire) e il popolo in se stesso. Negli ultimi due decenni, abbiamo visto che il sospetto colpiva e pesava soprattutto sui politici, successivamente si è rivolto nei confronti degli intellettuali. Ma, oggi, questo sospetto pesa soprattutto sui giornalisti.

In quest'ottica va ricompresa e studiata la crisi dei media, perché essendo rimasti ancorati a un modello obsoleto - i grandi valori della modernità - non sono più in grado di osservare ciò che sta succedendo attorno a loro, nei microsaperi e nella vita di tutti i giorni.

Crisi, shock economy, fallimenti personali e collettivi, esistenziali o societari, sconfitte elettorali e via discorrendo: nel discorso dei media, la parola «crisi» assume oramai la forma di un «passe-partout» attraverso cui descrivere una situazione che appare come eccezione» ma che, nella sua struttura interna, sembra più la regola delle nostre società. Marx sosteneva che il capitalismo è crisi. La sinistra sembra si sia dimenticata questa lezione, presa anch'essa in un presente totale, incapace di riflettere sulle lunghe derive della (sua) storia... Lei, però, a quello di crisi preferisce il termine apocalisse. Perché?

Uso il termine nella sua accezione etimologica. Apocalisse è ciò che rivela qualcosa che, fino a quel momento, era sconosciuto. Non è, pertanto, un pensiero apocalittico nel senso abituale del termine, inteso come pensiero catastrofico e catastrofista. Al contrario, l'«apocalisse» è ciò che ci consente di comprendere che la fine del mondo non è la fine del mondo. Rimanendo all'idea dell'apocalisse come rivelazione, credo si debba relativizzare anche la concezione abituale di crisi. Evitando, soprattutto, di ridurla alla sua dimensione economica o finanziaria. L'apocalisse ci rivela che, in effetti, si tratta di un vero e proprio mutamento di paradigma. I grandi valori sui quali lavorava la cultura moderna - ragione, futuro - stanno lasciando spazio a un altro insieme di valori che converrà analizzare. In questo senso, bisogna ricondurre anche il termine «crisi» all'etimologia: giudizio.

Il suo giudizio verte sul «grande scenario»dei temi mobilizzatori del nostro tempo: il presente totale, l'immanenza assoluta.

Effettivamente, credo si possa comprendere un'epoca a seconda di dove quest'epoca pone l'accento su questo o quell'altro elemento della triade temporale «presente-passato-futuro». La modernità è stata così improntata sull'idea di futuro (pensiamo soltanto alla filosofia della storia o al mito del progresso), quanto la nascente postmodernità è stata essenzialmente «presentista». Questo fatto è evidente, in particolare, per quanto concerne le giovani generazioni che, in maniera esacerbata, rifiutano qualsiasi idea di progetto, non preoccupandosi del domani e impegnandosia a «rimpatriare il godimento».

Se nella tradizione giudaico-cristiana l'eternità era concepibile solo in un paradiso celeste (la Città di Sant'Agostino) o terreno (la società di Marx), ora è l'istante stesso a diventare eterno e eternamente attuale. Si è assistito a un cambiamento che fa sì che la vera vita non sia attesa, ma vissuta, bella o brutta che sia, qui e ora. Bisogna saper cogliere questo immanentismo. Coglierlo e analizzarlo, perché le conseguenze di una tale visione del momdo ci sono ancora ignote.

In «Icone d'oggi» (trad. di Roberta Ferrara, Sellerio, pp. 235, euro 13), lei fa riferimento a «miti» e immagini capaci di provocare un «radicamento dinamico»...

Dovremmo ricordarci che la tradizione giudaico-cristiana fu, sulla lunga durata, essenzialmente iconoclasta. Precisamente perché le icone e gli idoli non permettevano il buon funzionamento del cervello e risvegliavano i sensi. Dai profeti dell'Antico Testamento al cartesianesimo tipico della modernità osserviamo una costante condanna, una stigmatizzazione e una marginalizzazione delle immagini. Mi pare che, in effetti, le società postmoderne vadano, al contrario, verso una sorta di iconofilia: pubblicità, televisione, videogiochi... il ritorno delle immagini si potrebbe moltiplicare all'infinito. È in questo senso che parlo di idolatria postmoderna. Gli idoli (siano essi Zidane, l'Abbé Pierre o Harry Potter) sono come tanti totem attorno ai quali le tribù si aggregano e si compongono in funzione dei gusti che le costituiscono. Gusti sessuali, gusti musicali, gusti sportivi, gusti politici e via discorrendo. Le icone traducono e trasportano al presente cose molto antiche. Questo fatto conduce a una sorta di «radicamento dinamico». Sono le radici mitologiche molto antiche, archetipali che permettono di capire le forme assunte oggi da miti di antichissimima memoria.

Da «Nel vuoto delle apparenze» (Garzanti, 1993) a «La contemplazione del mondo » (trad. di Agostino Petrillo, Costa & Nolan, 1996) fino a «Le réenchantement du monde» (La Table Ronde, 2007), lei ha sempre parlato di «comunitarismo» e di nuove dimensioni del «comune».

Negli anni Ottanta, con «Il tempo delle tribù» (trad. di Valentina Grassi, Guerini, 2004), ho posto l'attenzione sull'esplosione delle nostre società unificate. Tutto partiva dalla constatazione che le comunità, che avevano contrassegnato società antiche o premoderne, ritrovavano oggi nuova vitalità. Tentavo quindi di «sociologizzare» la questione - che fu alla base del lavoro di uno storico come Philippe Ariès - dell'esistenza di società spontanee, vivaci, che rappresentano l'humus essenziale di tutto la vita in società. Ma la moderna intellighenzia, obnubilata dall'universalismo illuminista e dai grandi fenomeni sociali del XIX secolo, costantemente rifiuta o condanna un tale stato di cose. Ecco spiegata la valenza prettamente negativa data, in particolare in Francia, al termine «comunitarismo».

Ammettiamo però, anche a titolo di ipotesi, che una forma, un modo di vita in società non sia forzatamente eterno. E che, anche se questo porta tante cose belle e tante cose buone, la Repubblica «una e indivisibile» che fu uno slogan del giacobinismo della modernità lasci posto a un'altra forma, quella del mosaico postmoderno. Questo significa che la «Respublica» può essere l'aggiustamento delle particolarità, delle specificità locali e comunitarie. Ma la sua coerenza non è a priori, bensi a posteriori, fatto che è più difficile da pensare e da gestire. Può accadere che - e lo indico qui in maniera allusiva - alcuni siti comunitari su internet, le reti elettroniche corroborino una simile asserzione e ci costringano a ripensare la strutturazione stessa della cosa pubblica. Che cosa è pubblico, oggi?

Dalla società delle paure, a quella del rischio zero. La violenza, fenomeno al centro dei suoi «Essais sur la violence» (Cnrs, 2008), cresce però nel tessuto collettivo e, al tempo stesso, viene banalizzata nel teatro dei media. Si direbbe che, mentre sale di livello, il corpo sociale si immunizza dalla violenza che ne scuote la vita nervosa, proprio grazie alla sua spettacolarizzazione. A questo proposito, lei parla di una «buon uso della violenza». Di che cosa si tratta?

Dal XIX secolo, nelle società europee si è assistito a un'immunizzazione della vita sociale. «Pastorizzazione» attraverso la quale si è creduto possibile evacuare il virus nella sua totalità, mettendo al sicuro vita individuale e collettiva. I lavori di Foucault e della sua scuola hanno messo a nudo la logica di questa tendenza che, dalla biopolitica, oggi culmina nell'ideologia del rischio zero. Ma le sommosse urbane, le rivolte giovanili, le ribellioni di ogni ordine e grado, il desiderio di avvenura sono lì a mostrarci che in qualche modo esiste un nuovo imbarbarimento dell'esistenza. Le società equilibrate sono sempre state quelle che hanno saputo integrare al loro interno la violenza, farne per dire così buon uso o che, metaforicamente parlando, hanno saputo omeopatizzarla. Nei paesi più civilizzati che il rifiuto dell'animalità ha condotto alle bestialità peggiori (campi di sterminio nella Germania hitleriana, Goulag nell'Unione Sovietica). Questo avviene perché c'è una sfasatura molto forte tra una vita sociale (in particolare quella giovanile) che non teme il rischio e le istituzioni politiche, mediatiche, universitarie che sopravvivono grazie al fantasma della paura e lo agitano in continuazione. Possiamo pensare che la saggezza demoniaca all'opera nei rave, nei raduni sportivi, nella molteplici effervescenze del sociale trionferà e avrà la meglio sulla paura all'opera nelle istituzioni senili e mortifere di un moderno che tarda a dileguarsi.

Trarre indicazioni di carattere generale dalle vicende di due imprese medio-piccole in difficoltà – la Innse di Lambrate e la Cim di Marcellina – che occupano in tutto meno di duecento operai, a fronte di migliaia d’altre imprese che nelle regioni italiane si trovano in condizioni simili e hanno centinaia di migliaia di dipendenti, sembra davvero un azzardo. Resta il fatto che la rapidissima e dichiarata imitazione del comportamento dei lavoratori della prima da parte di quelli della seconda, e il non meno rapido successo nell’impedire la chiusura della fabbrica, ormai certo nel caso della Innse, e assai probabile nel caso della Cim, abbiano indotto molti a chiedersi quale significato può leggersi nelle due vicende.

Ricordiamo gli aspetti principali di esse. Anziché mettersi tutti in sciopero dinanzi alla preannunciata chiusura o smantellamento della propria fabbrica, succede che un piccolo gruppo di operai, non più di cinque-sette in ambedue i casi, sale su una struttura alta decine di metri – un carro ponte alla Innse, una torre di lavorazione di materiali cementiferi alla Cim – e sopportando seri disagi e pericoli dichiara che non scenderà a terra se la fabbrica non verrà salvata. Non si tratta d’una occupazione di azienda secondo i canoni classici; il resto della fabbrica è deserto – anche con l’aiuto, nel caso Innse, di interventi della polizia. Ma degli operai arroccati su alte strutture parla l’intero paese, i media vi dedicano spazi quasi mai visti nemmeno per scioperi con milioni di partecipanti, si muovono sindaci, prefetti, questori, e ovviamente i vertici sindacali.

Mentre questo è l’aspetto più noto e discusso, i commenti hanno riguardato assai meno il fatto che nessuna delle due imprese aveva in realtà problemi di produzione o di mercato. Sotto il profilo economico, ambedue andavano piuttosto bene. Il proprietario della Innse voleva venderla a un acquirente cui interessavano soltanto i macchinari, non l’azienda; la Cim rischiava (è d’obbligo l’imperfetto) la chiusura perché il comune ha indetto in passato un bando pubblico per l’affitto dell’area su cui sorge lo stabilimento – con prevedibile vittoria di qualche società immobiliare – senza sottacere che l’azienda pare non avesse pagato il canone dovuto. Forti interessi immobiliari, è stato scritto, si muovevano anche nello sfondo della vendita dell’Innse. In altre parole, pare doversi concludere che ai proprietari delle imprese e delle aree non interessasse granché assicurare la continuità delle due fabbriche, ma piuttosto trarre un utile dalla loro chiusura.

Grazie al loro comportamento, una dozzina appena di operai otterranno, a beneficio di tutti, quello che nemmeno uno sciopero di sei mesi di tutti i dipendenti sarebbe probabilmente mai riuscito ad ottenere: salvare in pochi giorni le due fabbriche. Visto il successo, troveranno altri imitatori? C’è da aspettarsi che in dieci o cento altre imprese che minacciano licenziamenti piccoli gruppi di lavoratori si pongano volutamente in una situazione pericolosa intanto per richiamare l’attenzione, poi per sollecitare chi può a intervenire per compiere salvataggi più o meno veloci? La possibilità esiste. Ma occorre considerare innanzitutto che se la Innse o la Cim avessero avuto milioni di debito, o fossero afflitte da una falcidia degli ordinativi, o mostrassero una produttività insoddisfacente nel loro settore, come si osserva per tante aziende in crisi, il loro salvataggio sicuramente non sarebbe arrivato così presto, e forse non sarebbe arrivato mai. In secondo luogo è certo che dopo il quarto o il quinto caso, se mai si verificassero, l’attenzione dei media, nonché di prefetti, questori e consigli comunali scenderebbe velocemente verso lo zero, e con essa la probabilità di trovare qualche tipo di soluzione.

C’è però un punto da tenere presente. Un operaio della Innse, dialogando a Radio Popolare con i compagni della Cim, ha detto che «il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più. Bisogna utilizzare altre forme di lotta». Per quanto riguarda le grandi vertenze contrattuali, è probabile che al momento la sua previsione sia sbagliata. Ma per molte questioni che hanno a che fare con gli innumeri marchingegni usualmente messi in opera al fine ultimo di tagliare l’occupazione, dalla cessione di rami d’impresa alle fusioni e acquisizioni i quali hanno come risultato che due più due fa sempre tre, è possibile invece che abbia ragione. Nessuno vorrebbe rivedere operai che rischiano la vita restando per giorni interi su strutture alte trenta o quaranta metri. Però bisogna riconoscere che la loro protesta, in questi casi, non ha danneggiato nessun soggetto terzo, ha inciso in misura minima sul reddito dei lavoratori interessati, e neppure ha recato alcuna menomazione agli impianti. Ed ha avuto un rapido successo. In altre parole, è stata una protesta ben inventata quanto efficace. Poiché la crisi delle imprese piccole e medie sarà indubbiamente lunga e severa, e i mezzi per scaricarne i costi anzitutto sui lavoratori sono soprattutto nelle mani della proprietà e delle direzioni, v’è da prevedere, se non anzi da augurarsi nell’interesse generale, che altre forme di protesta parimenti ben concepite – di tipo non-sciopero, e meglio se meno rischiose – emergeranno nel prossimo autunno.

Postilla

Meglio ancora sarebbe se (1) fosse drasticamente disincentivata la speculazione immobiliare sulle aree dismesse, con un’adeguata politica urbanistica; (2) vi fosse una politica nazionale volta a stimolare gli investimenti produttivi e penalizzare quelli improduttivi, anche con forti tassazioni delle rendite finanziarie e immobiliari; (3) stampa e televisione non si occupassero soltanto degli eventi eccezionali e straordinari ma si impegnassero a formare l’opinione pubblica e non a titillarne gli istinti.

Insomma, non può essere solo la classe operaia a positivamente allo smantellamento del capitale industriale, ma il compiito spetta anche – e forse in primo luogo – alla politica e alla cultura.

Tanti sono, secondo la stima della Caritas, gli immigrati in Italia senza permesso di soggiorno. Una cifra alla quale si avvicina quella fatta dall’Ocse che parla invece di 500-750 mila clandestini.

L’ Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo) stima che nel nostro Paese vivano tra i 500 e i 750 mila immigrati clandestini. Sono l’1,09% della popolazione italiana e il 25,6% di tutti i residenti stranieri. Il dato emerge dal rapporto 2009 dedicato al fenomeno dell’immigrazione. Ed è assolutamente in linea con quanto avviene negli altri Paesi europei (mentre gli illegali negli Usa sono addirittura il 3,94 della popolazione complessiva). Queste sono le ultime cifre «ufficiali» relative al fenomeno che sta infiammando il dibatto politico italiano dopo l’entrata in vigore del nuovo pacchetto sicurezza. Ma le valutazioni sull’impatto che avrà il provvedimento di sanatoria (nel prossimo mese di settembre) per le colf e le badanti aiutano a correggere al «rialzo» il dato. Secondo il responsabile del Dossier statistico della Caritas Migrantes, Franco Pittau, — uno dei massimi esperti italiani di flussi migratori — la stima degli irregolari dovrebbe aggirarsi più realisticamente «intorno a un milione di persone». Perché è presto detto. Secondo Pittau, in questo campo «vale la regola del doppio». E cioè per ogni colf e badante che chiede di «emergere» c’è almeno un altro immigrato irregolare sul territorio. «Ce lo insegna l’esperienza della regolarizzazione della Bossi-Fini del 2002 e dei decreti-flussi del 2006 e 2007».

Le badanti interessate dalla sanatoria dovrebbero essere circa cinquecentomila. Secondo una recente indagine delle Acli-colf, infatti, la metà della categoria lavora in nero. Nel nostro Paese si contano 600 mila lavoratori domestici regolari, ma considerando il sommerso il loro numero arriva almeno al doppio.Anche il Dipartimento Immigrazione del Viminale prevede una regolarizzazione — a settembre — di 500 mila rapporti di lavoro domestico («solo» 300 mila per la Ragioneria generale dello Stato).Ma dal momento che colf e badanti costituiscono almeno il 50 per cento di chi negli anni passati ha richiesto la regolarizzazione (la metà dei circa 700 mila candidati che ha fatto domanda nel 2002, e lo stesso è avvenuto con le 500 mila richieste del 2006 e le quasi 750 mila del 2007), eccoci arrivati — secondo la Caritas — «alla cifra di un milione di immigrati irregolari sul nostro territorio».

Naturalmente si tratta, per la quasi totalità, di persone che un lavoro già ce l’hanno, ma che non hanno potuto ottenere il permesso di soggiorno, a causa di «quote d’ingresso» troppo basse rispetto alle richieste di privati e aziende. Persone che in ogni caso — come ha commentato ieri Giuliano Cazzola — «fanno lavori che gli italiani rifiutano ». Mentre senza di loro interi settori produttivi «non avrebbero personale ».

Il rapporto Ocse evidenzia altri due dati che sfatano luoghi comuni radicati. Primo: la stragrande maggioranza degli irregolari entra in Italia legalmente. Ben il 60-65% sono overstayer , cioè persone che sono entrate in modo regolare e poi si sono trattenute più di quanto consentito dal loro visto di ingresso. Un altro 25% dei clandestini giunge illegalmente da altri Paesi Schengen, approfittando dell’abolizione dei controlli alle frontiere. Soltanto il 15% dell’immigrazione irregolare arriva dal mare e dalle rotte del Mediterraneo. Anche se negli ultimi mesi c’è una nuova crescita degli sbarchi dovuta alla pressione demografica dall’Africa subsahariana e dalle coste meridionali del Mediterraneo dovuta all’aggravarsi della crisi alimentare ed economica.Mediamente, in un anno, però non più di 60.000 persone attraversano il Mediterraneo dirette in Europa.

Secondo l’Ocse, questo «suggerisce che è difficile ridurre l’immigrazione irregolare attraverso misure di solo controllo delle frontiere». La ricerca di lavoro di chi entra magari per turismo è «alimentata dalle richieste del mercato del lavoro non soddisfatte dai canali dell’immigrazione legale», sottolinea il Rapporto. E ancora: «Quando esistono reali necessità del mercato e i datori di lavoro hanno mezzi limitati per reclutare lavoratori all’estero, l’ingresso illegale, seguito dalla ricerca del lavoro e dal protrarsi della permanenza, è una delle strade usate per bilanciare la domanda e l’offerta, sebbene non necessariamente sia la più vantaggiosa per gli stessi immigrati e per il mercato del lavoro del Paese ospitante». I dati mostrano quindi come l’elemento principale per contrastare l’immigrazione illegale dovrebbe essere l’apertura di canali legali d’immigrazione. «Questo è ciò che chiedono i mercati del lavoro nei Paesi Ocse e in Europa — conclude il Rapporto — ma su cui la risposta politica è ancora insufficiente, a partire dal Patto su immigrazione e asilo».

C’è poi il secondo luogo comune sfatato. Non solo non è vero che gli immigrati, regolari e irregolari, «rubano» lavoro, ma addirittura aiutano a creare posti di lavoro. Si prenda ad esempio il caso delle badanti, che ormai esercitano buona parte delle attività degli assistenti domiciliari: il numero di questi ultimi paradossalmente è cresciuto perché essi possono svolgere attualmente mansioni più qualificate di un tempo.

La crisi sta rallentando il flusso, «per la prima volta dagli anni 80». Per quanto riguarda l’Italia, dopo quello dall’Albania, si stanno fermando anche gli arrivi dalla Romania. Trascurabili i nuovi ingressi dei polacchi, mentre sono sempre sostenuti quelli da Moldavia e Ucraina. Pittau però ritiene che «il mercato del lavoro italiano sia comunque sempre appetibile». E cita la teoria delle formichine del demografo Enrico Todisco della Sapienza. «Finché ci saranno anche solo delle briciole le formichine si sposteranno per raggiungerle».

Postilla

Ci sarebbe da riflettere sul fatto che la difesa della permanenza dei “clandestini” è generalmente motivata dall’utilità del loro lavoro (sottopagato) per gli italiani, non dall’obbligo morale di difendere anche gli stranieri poveri dalla sottrazione del diritto di cittadinanza. E poi parlano di “valori” e di “princìpi”, parlano di “difesa della civiltà”. É civiltà questa?

Sì, è vero, nessun governo è riuscito a fare in quattordici mesi quel che ha fatto il Governo Berlusconi. Ma non nella dimensione fantastica dove un Supereroe insonne sforna un "colpo di genio" dietro l´altro, salva la Nato, evita una nuova Guerra Fredda, promette lenzuola cifrate ai terremotati. Piuttosto nella concretissima dimensione istituzionale dove, invece, si è realizzato uno stravolgimento continuo del sistema delle garanzie al quale sono affidate le possibilità stesse di funzionamento della democrazia.

Consideriamo quel che è avvenuto solo nelle ultime settimane. Si è andati all´assalto della Banca d´Italia e della Corte dei Conti. Si è stravolto in forme sconcertanti l´uso del decreto legge. Si è inflitta l´ennesima mortificazione al Parlamento, con un ricorso al voto di fiducia che azzera l´autonomia di deputati e senatori e conferma l´ostilità mai nascosta di Berlusconi per l´istituzione parlamentare. Si è realizzata una nuova blindatura del sistema televisivo intorno agli interessi delle reti Mediaset, ai quali vengono subordinate le reti che dovrebbero essere pubbliche. Si è manifestata una volta di più l´ostilità per la libertà di informazione e di critica, con toni variamente intimidatori verso chi scrive cronache sportive o riferisce di vizi privati che annientano le virtù pubbliche. Un comune denominatore unisce queste diverse iniziative. Il bisogno di un potere sciolto da ogni controllo; l´insofferenza per una opinione pubblica critica e vitale, non ridotta a "carne da sondaggio"; il disprezzo per ogni "governo delle leggi" che dia la regola al "governo degli uomini".

Alcuni guai sono stati evitati, almeno per il momento. Grazie al provvido intervento del Presidente della Repubblica vengono salvaguardate l´autonomia della Banca d´Italia e la possibilità della Corte dei Conti di continuare a esercitare il controllo sul funzionamento delle amministrazioni pubbliche. Il Presidente della Camera, anche se inascoltato, non si stanca di ricordare quale sia il valore, davvero non negoziabile, della democrazia parlamentare. Ma più passa il tempo più la tenacia di Napolitano e Fini si rivela come il segno di difficoltà gravi del sistema istituzionale, la cui buona salute non può essere affidata ad una sorta di guerriglia istituzionale divenuta ormai quasi quotidiana.

Intendiamoci. La "custodia" della Costituzione garantita dal Presidente della Repubblica è preziosa, ma rivela pure come garanzie e controlli fondamentali non siano più patrimonio dell´intero sistema, ma vadano rifugiandosi in alcuni suoi luoghi soltanto, appunto la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, di cui cresce la responsabilità. I casi ricordati prima, infatti, non sono una eccezione o una emersione casuale di pulsioni autoritarie. Rappresentano la conferma di una linea avviata fin dall´inizio della legislatura: con il Lodo Alfano e gli attacchi ripetuti e le minacce rivolte a giudici costituzionali e ordinari; con la drastica riduzione dei poteri di controllo della magistratura e del sistema dell´informazione affidata al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche; con la negazione della stessa separazione dei poteri, che ha avuto la sua manifestazione più clamorosa, ma non unica, in occasione del caso Englaro, quando si cercò di cancellare in via legislativa una sentenza già passata in giudicato.

Proprio questa vicenda consente di cogliere l´altra faccia della politica istituzionale di questo governo e della sua maggioranza. Mentre si opera tenacemente per affrancare il potere esecutivo da ogni forma di controllo, questo medesimo potere agisce anche con violenza per assumere il controllo della vita delle persone, cancellando diritti, negando l´idea stessa d´una moderna cittadinanza come patrimonio inalienabile e non comprimibile d´ogni persona. La logica dei controlli democratici è così capovolta.

Di nuovo vicende recentissime. Questi sono i giorni dell´entrata in vigore del pacchetto sicurezza e dell´attacco all´autorizzazione all´uso della pillola Ru486. I diritti delle donne e degli immigrati vengono esplicitamente messi in discussione, con un inquietante ritorno verso forme di discriminazione e stigmatizzazione sociale. Quale sia l´idea di dignità e libertà femminile coltivata da questa maggioranza lo ha rivelato la "cultura" messa in campo dai comportamenti del presidente del Consiglio e dalle difese apprestate dalla sua corte. Una cultura, peraltro, che continua a fare un uso spudoratamente strumentale del riferimento alla tutela della privacy per assicurare coperture ad una figura pubblica per definizione, come il presidente del Consiglio, e per far passare norme autoritarie in materia di intercettazioni telefoniche, mentre si approva una più generale riduzione delle garanzie modificando, per asserite ragioni di efficienza, l´articolo 1 proprio del codice sulla privacy. Schizofrenia istituzionale o manifestazione ulteriore del doppio movimento in materia di controlli, inaccettabili per i potenti e costrittivi per le persone?

Un inquietante "efficientismo penale" percorre il testo sulla sicurezza appena entrato in vigore. Ne conosciamo le caratteristiche. Una pericolosa privatizzazione della sicurezza pubblica attraverso le ronde. La negazione della cittadinanza come insieme di diritti che accompagnano la persona in qualsiasi luogo del mondo in cui si trovi attraverso il reato di immigrazione clandestina che porta con sé la cancellazione di diritti fondamentali come quelli di sposarsi o di avere una abitazione, e rende precaria la possibilità del diritto alla salute, all´istruzione, al riconoscimento e alla educazione dei figli (dove sono gli scatenati difensori della famiglia?). Ce lo ha appena ricordato il Presidente della Repubblica, sottolineando che la piena integrazione degli immigrati e la sicurezza sui luoghi di lavoro "sono diritti fondamentali ed esigenze totali e civili", in un messaggio significativamente letto dal presidente della Camera in uno dei luoghi simbolo della tragedia dell´emigrazione italiana, Marcinelle.

La regressione culturale e civile incarnata dagli ultimi provvedimenti è evidentissima, e ha la sua origine e il suo fondamento soprattutto nella politica della Lega, la cui influenza è cresciuta a dismisura e sta producendo una curvatura del sistema istituzionale nel senso dell´accettazione della logica della diseguaglianza e della discriminazione come via per la legittimazione di identità separate e della costruzione di una cittadinanza a geometria variabile, non solo tra italiani e immigrati, ma tra gli stessi italiani in base alle appartenenze regionali. Non sono folclore i test di cultura regionale, già presi in considerazione dal ministro dell´Istruzione, o il "pluralismo delle bandiere" o il modo in cui si propongono le gabbie salariali.

Più si seguono le iniziative politiche della maggioranza, più si fa pesante il bilancio istituzionale di questi quattordici mesi. Siamo di fronte a una strisciante revisione costituzionale, ad un vero e proprio abbandono della logica della Costituzione repubblicana proprio nella sua parte più significativa e impegnativa, quella dei principi e dei diritti. Le istituzioni repubblicane si scompongono lungo strategie che parlano di dissoluzione, non di federalismo. Sono le dichiarazioni di esponenti politici con impegnative responsabilità pubbliche, e non aggressive interpretazioni "laiciste", a dare la prova di una crescente debolezza dello Stato, di una sua perdita di autonomia di fronte alle gerarchie vaticane, come sta accadendo con la pretesa di far intervenire Parlamento e governo per bloccare il ricorso alla pillola Ru486.

Per evitare di essere sempre più prigionieri di questa perversa "costituzione materiale", servono almeno due mosse. La prima riguarda la necessità di uscire da una forma di schizofrenia politico-istituzionale robustamente presente nel mondo del centrosinistra: si può continuare a fare analisi che rivelano i guasti di questi anni senza chiedersi se all´origine di tutto questo non vi sia pure quell´ingegneria costituzionale che ha secondato la personalizzazione del potere? La seconda rimanda alle proposte di riforma indicate come le più urgenti, in primo luogo quella dei regolamenti parlamentari che, almeno in alcune proposte, assomiglia pericolosamente a una semplice razionalizzazione delle prassi che oggi vengono indicate come spoliazione delle prerogative delle Camere. Di tutto questo bisognerà discutere, liberi dalle malie che il presidente del Consiglio cerca di esercitare su una opinione pubblica sempre meno informata e, soprattutto, dalle arretratezze di cui sono ancora prigionieri troppi suoi oppositori.

C’è una singolare concordia bipartisan nel giudicare cosa non seria la proposta del presidente dei senatori della Lega on. Bricolo di «recuperare i simboli identitari» delle regioni. Con bandiere e inni distinti, che fa seguito all’altra proposta, quella relativa ai dialetti. Eppure queste proposte hanno un senso e una logica di cui bisogna tenere conto. L’appuntamento del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è un’occasione per riflettere su dove stiamo andando e su che cosa sappiamo e pensiamo di un paese dove pezzo su pezzo quell’unità si sgretola.

Prendiamo come guida la celebre definizione di Alessandro Manzoni: «Una d’arme, di lingua, d’altare». Una d’arme: oggi registriamo il ritorno con le ronde a un’imitazione edulcorata delle squadracce fasciste e l’avvio della fine di un carattere essenziale dello Stato moderno – il monopolio della violenza, il rifiuto del farsi giustizia da sé. Una d’altare: quale altare? Oggi l’intolleranza della Chiesa scatena il fanatismo di una sua verità senza carità contro le leggi dello Stato, contro il rispetto dei diritti costituzionali dell’individuo e dei principi della laicità e del pluralismo. Qui si deve parlare chiaro. Abbiamo seguito con attenzione il crescere dell’indignazione morale in mezzo al clero di base davanti al dilagare del fiume di immondizia che ha trasformato i palazzi del potere in nuove stalle di Augia. Ma com’era facile prevedere la dirigenza ecclesiastica non ha trovato niente di serio da dire contro un potere dal quale si attende concessioni tanto più generose quanto più chi ne è il titolare e il simbolo è oggi bisognoso del suo sostegno. Dai tempi di Enrico IV a Canossa questa è la situazione preferita dal papato. Un giorno qualcuno indagherà su questi silenzi così come si è fatto per i silenzi papali e i sussurri dei palazzi apostolici ai tempi della Shoah. Ma spetta a noi cercar di capire dove questa politica della Chiesa mira a portare il paese.

L’importanza della Chiesa in Italia è innegabile. Non per niente la riflessione di Antonio Gramsci sulla funzione degli intellettuali e sulla costruzione di una nuova egemonia prese a modello il clero come "intellettuale organico". Oggi c’è un legame tra lo stato di crisi della cultura italiana e le pulsioni integriste e fondamentaliste del blocco sociale che ha trovato nella benedizione della Chiesa la sua espressione culturale "seria". Non importa se la saldatura mette insieme pezzi solo apparentemente eterogenei come il divieto cattolico dell’aborto e l’immoralità grossolana di chi tratta il corpo femminile come merce da esibire e consumare, sul letto privato o sulle poltrone pubbliche. Per l’alta dirigenza ecclesiastica il diritto fissato dalla Costituzione e sancito dalle leggi di disporre del proprio corpo è intollerabile: invece l’umiliazione della dignità femminile da qualunque parte venga non urta una cultura clericale tradizionalmente ostile alle donne.

Ma veniamo all’ultimo termine della definizione manzoniana: la lingua. Oggi il "paso doble" di un leader che fa strame di moralità pubblica e privata e di un partito – la Lega – che persegue senza ostacoli il disegno della cancellazione dell’unità del paese è arrivato all’ultimo baluardo: la lingua. È forse necessario ricordare che ben prima di Mazzini e di Garibaldi è stata la lingua italiana a unificare la penisola? Questo è il patrimonio immateriale del paese. Patrimonio altissimo, non solo dell’Italia ma dell’umanità: non c’è bisogno di un riconoscimento dell’Unesco per sapere che l’Italia vive nel mondo in grazia di una tradizione letteraria e intellettuale che spinge genti lontane a studiare la lingua di Dante e di Boccaccio, di Machiavelli e di Galilei – una lingua condivisa ben al di là dei confini statali, tanto che, come ha detto una volta il presidente Napolitano, potrebbe essere considerata la lingua franca del Mediterraneo. Cancellate quella lingua e scomparirà il paese Italia.

Lingua come cultura? Oggi non si dice più cultura. Si dice identità. La cultura è parola buona per assessorati e ministeri, per l’industria pubblica del divertimento, del sogno e dell’evasione. Mentre eravamo distratti, mentre la volontà di voltar pagina faceva illudere che si potesse semplicemente dimenticare il "secolo breve", il vocabolario è cambiato: oggi si dice "identità". E si intende diritto del sangue e del suolo, chiusura, esclusione. Allora le classi dirigenti italiane scelsero la chiusura culturale e sognarono il cupo sogno della purezza della razza italiana. Sappiamo bene com’è finita. Oggi il virus torna, solo apparentemente innocuo. Invece di ridere o di scandalizzarsi, sarebbe utile chiedersi in quanti abbiano arato e concimato il terreno su cui cade oggi la proposta del senatore Bricolo di dare espressione ai "simboli identitari" delle regioni; e magari contare i palazzi pubblici che inalberano già bandiere e simboli del genere. Quanta esaltazione del tipico e del locale, quante sagre strapaesane sono state pagate col taglio delle risorse per scuole, biblioteche, musei, con la svendita e la cementificazione del paesaggio.

Il "sacro egoismo" degli otto milioni di baionette fu negli anni Trenta la morale pubblica di un regime liberticida e razzista. Oggi, nel paese dei nove milioni di auto sulle vie delle vacanze, il sacro egoismo è quello del Nord contro il Sud, delle gabbie salariali, dei muri e delle prigioni per gli immigrati. Allora nel carcere di Turi Antonio Gramsci iscrisse sull’agenda politica della rinascita del paese la necessità di una riflessione sul Risorgimento, sulla questione meridionale, sulla funzione degli intellettuali. Oggi questi sono i temi che ci tornano davanti come un rimorso, a ricordarci che la cultura è confronto, dialogo, arricchimento nel continuo confronto tra passato e presente, tra noi e gli altri.

Nell'iicona Petrarca, dipinto da Alichiero da Zevio, 1372 Padova

AL MERCATO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE Studiosi e «opinion maker» scoprono l'effetto serra e la distruzione delle risorse naturali come la frontiera per salvare il capitalismo dagli eccessi del mercato. E propongono intervento statale e un cambiamento radicale negli stili di vita. Ma c'è anche chi invoca la giustizia ambientale per cancellare le diseguaglianze sociali. Un sentiero di lettura sulla «nuova ecologia» messa a confronto con la crisi economica

Riscaldamento climatico, inquinamento marino e dell'aria, smaltimento dei rifiuti. I problemi legati all'ecologia non solo sono diventati luoghi comuni, ma sempre più influenzano la vita di tutti. Così tra ritmi stagionali che sembrano impazzire, stravolgimenti del territorio, limitazioni del traffico nelle città, spiagge non più frequentabili, rifiuti accumulati agli angoli delle strade, con disagi ancora più gravi per chi vive nei pressi di discariche o inceneritori, le abitudini quotidiane si modificano, per non parlare dei danni alla salute che tutto ciò comporta e della sensazione di fine del mondo sempre più diffusa.

In tempi di crisi economica, poi, quando il capitalismo neoliberista sembra mostrare la corda, all'improvviso tutti si scoprono attenti ai problemi ambientali e da più parti si sostiene che una crisi globale come quella attuale può, in realtà, rappresentare un'occasione: si tratta solo di coniugare l'economia con l'ecologia. In questo modo si potrà uscire dalla crisi e salvare l'attuale stile di vita, rendendolo solo un po' più ecologico. Via allora ad espressioni come «sviluppo sostenibile», «rivoluzione verde», «nuova ecologia politica».

I dittatori del petrolio

C'è anche chi, proprio partendo dall'analisi della situazione ambientale ed economica, si schiera per cambiamenti profondi che modifichino alla radice l'attuale sistema socio-economico. Sembrerebbe quasi, insomma, che nell'ambito dell'analisi della situazione dal punto di vista economico ed ecologico, vadano prendendo slancio due tendenze analitiche e politiche che richiamano alla mente la classica distinzione tra riformisti e rivoluzionari, dove i primi tendono a mantenere con alcune correzioni la struttura capitalistica attualmente in auge, mentre i secondi propugnano una fuoriuscita dal neoliberismo in nome di un altro tipo di società.

Appartiene senza dubbio al campo riformista un libro come Caldo, piatto e affollato di Thomas L. Friedman (Mondadori, pp. 535, euro 22). Editorialista del «New York Times», vincitore tre volte del premio Pulitzer, Friedman offre una descrizione chiara, di taglio giornalistico della situazione e delle sue ricette per uscirne. Si parte da una constatazione: viviamo in un mondo in cui il surriscaldamento climatico è una realtà, in cui ovunque si è affermato il medesimo stile di vita a discapito delle diversità culturali e ambientali, in cui la crescita demografica appare inarrestabile. Si continua mettendo a fuoco i cinque problemi chiave con cui misurarsi, ovvero la domanda crescente di forniture energetiche e risorse naturali sempre più scarse, il trasferimento di ricchezze ai paesi produttori di petrolio e ai loro «petrodittatori», la penuria energetica che oppone chi ha energia in abbondanza e chi ne è a corto, il mutamento climatico, la perdita di biodiversità. Si tratta allora di affrontare tali problematiche adottando quello che Friedman chiama «codice verde», ovvero da un lato di utilizzare in modo massiccio, sviluppandole ulteriormente, quelle tecnologie, come l'eolico e il solare, che garantiscono energia pulita, dall'altro premere per un deciso intervento governativo che impiegando sia la leva fiscale, con sgravi e incentivi, sia quella legislativa, elevando i limiti in materia di emissioni inquinanti, funzioni da stimolo potente per quella che dovrebbe apparire come una «rivoluzione verde».

La morale della frugalità

Certo, si tratta di affrontare la decisa opposizione di gruppi potenti, come la lobby del petrolio, e di adottare provvedimenti fortemente impopolari, almeno sul breve periodo, ma interventi del genere non possono essere rinviati. Il problema è che non si capisce appieno come sia possibile un tale cambiamento, senza modifiche radicali dell'intero sistema socio-economico. Sembra, insomma, che le istanze propugnate dall'autore si basino più sulla necessità morale che sull'analisi realistica dei rapporti concreti all'interno del sistema socio-economico. Del resto che tutto debba avvenire all'interno di un'ottica comunque di conservazione del capitalismo appare chiarissimo anche dalla citazione riportata da Friedman della famosa sentenza del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi».

La morale è anche al centro del testo di Jean-Paul Fitoussi ed Éloi Laurent, intitolato La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano (Feltrinelli, pp. 124, euro 14). Fin dall'inizio, infatti, gli autori affermano che «la questione etica si trova al centro dei problemi economici». Si schierano, inoltre, contro il paradigma economico della regolazione interna - secondo il quale il mercato, tramite la libera interazione di liberi attori, ritorna sempre in uno stato di equilibrio ottimale - per quello della regolazione esterna: «il corretto funzionamento dell'economia di mercato non è concepibile senza l'intervento di un agente esterno - il potere pubblico -, in quanto l'ordine economico e sociale scaturisce da un complesso equilibrio tra decisioni individuali e decisioni collettive». Inoltre, partendo da una disamina di alcune delle principali teorie economiche - da Smith e Ricardo fino a Mill, Keynes, Georgescu-Roegen, Sen - Fitoussi e Laurent delineano i caratteri fondamentali di una «economia veramente dinamica», un sistema aperto e non chiuso, cioè, in cui la scarsità prodotta dall'inesorabile legge dell'entropia possa essere contrastata dal ritardo, ossia differendo nel tempo consumi o godimenti materiali, approfittando del progresso tecnico e delle conoscenze accumulate in questo periodo di tempo.

La scelta di Latouche

Naturalmente, occorrerà investire nell'istruzione e nella ricerca per sfruttare il tempo guadagnato e impegnarsi a fondo nella difesa dell'ambiente. La nozione di ritardo dovrà così essere considerata come «un bene pubblico prodotto dai governi e attuato da sistemi di incentivazione adeguati alle scelte di lungo termine» e, in questo senso, tale nozione «può esistere soltanto nel tempo lungo della democrazia». Una democrazia che, sulla scorta di John Rawls e Amartya Sen, viene quasi a coincidere con la giustizia sociale e viene definita come «il regime che mira a ripartire nel modo più equo i beni primari e a correggere per quanto possibile le ineguaglianze di capacità».

Uno sguardo sulle varie posizioni che analizano crisi economica ed ecologia sarebbe incompleto senza quella teoria della decrescita, propugnata da Serge Latouche, che ha avuto per i suoi tratti di novità ampia risonanza e di cui il manifesto si è occupato più volte. È di recente uscito un interessante libretto di Latouche intitolato Mondializzazione e decrescita. L'alternativa africana (Dedalo, Bari, 2009, pagg. 124, euro 14) che raccoglie vari scritti d'occasione degli ultimi anni incentrati sul continente africano. L'interesse del testo risiede, innanzi tutto, nel suo mettere a nudo, in maniera chiara e comprensibile, le radici, i fondamenti proprio d'origine africana a cui l'autore si è ispirato per costruire la propria teoria della decrescita serena.

Emergono, così, dalle pagine del libro l'opposizione tra la «razionalità» occidentale e la «ragionevolezza» africana o i contrasti e le differenze che dividono l'Africa delle élites, quella ufficiale, preda di modelli e prodotti imposti dal mercato globale e l'altra Africa, quella abbandonata, dei poveri, ma in grado di resistere e di sopravvivere grazie all'economia neoclanica, alla logica del dono, alla solidarietà. Ed emergono, soprattutto, i protagonisti concreti di questa economia vernacolare, le donne, gli artigiani, i contadini che hanno costruito questo stile di vita resistente e alternativo al neocapitalismo che, secondo i sostenitori della decrescita, può rappresentare l'unica via per salvare il mondo. Se Latouche, per la sua tensione a un radicale mutamento del sistema socio-economico, è da annoverarsi tra i «rivoluzionari», allo stesso campo appartiene, e con venature più marcate, un testo come Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale di Joan Martìnez Alier (Jaca Book, pp. 423, euro 38).

Libro materialista, secondo la stessa definizione dell'autore, Ecologia dei poveri è un testo incentrato sul conflitto: conflitto tra ecologia ed economia, ma soprattutto conflitto tra gruppi sociali, conflitto tra linguaggi diversi. Così Alier definisce la nozione di economia ecologica come lo studio dello «scontro ineluttabile tra espansione economica e conservazione dell'ambiente» e delle sue forme. Allo stesso modo l'ecologia politica non sarebbe altro che quel campo interdisciplinare di studi incentrato sull'analisi dei «conflitti ecologici distributivi».

L'etica del conflitto

Il libro non è per niente un arido manuale di teoria, anzi. Si parte dalla distinzione tra le principali correnti ambientaliste: quella della wilderness, volta sostanzialmente a «preservare e mantenere ciò che resa degli spazi naturali integri rimasti fuori dal mercato»; quella dell'ecoefficienza, che crede nello «sviluppo sostenibile», nella «modernizzazione ecologica», nel «buon uso» delle risorse; e infine una terza corrente, chiamata «giustizia ambientale», oppure «ecologismo popolare» o ancora «ecologismo dei poveri». Quest'ultima mostra non «una reverenza sacra per la natura, bensì un interesse materiale per l'ambiente come fonte e condizione di sostentamento; non tanto una preoccupazione per i diritti delle altre specie e le generazioni umane future, bensì per gli umani poveri di oggi... La sua etica nasce da una domanda di giustizia sociale tra esseri umani, oggi».

Tale corrente è al centro dell'analisi del libro che, con scrittura agile e chiara, si addentra nel racconto di vari conflitti in varie parti del mondo, cogliendone le implicazioni teoriche, le strategie, soprattutto linguistiche ma non solo, utilizzate, le forme di lotta. Insomma, si parte dall'analisi delle lotte per poter cogliere la teoria generale. Così, attraverso le storie legate alla protezione delle mangrovie contro l'industria dei gamberi, alla resistenza contro le dighe, ai movimenti contro lo sfruttamento di gas e petrolio in aree tropicali, ai conflitti per la salute e la sicurezza sul lavoro, alle lotte ambientali urbane sull'uso del suolo, sull'accesso all'acqua o contro certe forme di smaltimento dei rifiuti, e tanti altri racconti di resistenze e lotte, Alier raggiunge appieno l'obiettivo che si era prefissato con il suo libro, ovvero osservare da vicino «la crescita di un movimento globale per la giustizia ambientale che potrebbe condurre l'economia verso l'adeguamento ecologico e la giustizia sociale».

NOTA

Dai movimenti sociali alla nascita di una sinistra globale

La «green economy» è l'espressione che evoca un auspicabile cambiamento nei rapporti tra la produzione la tutela dell'ambiente. Si parla di «economia verde» da oltre un decennio, ma sono stati Al Gore e Barack Obama che l'hanno portata sotto i riflettori del grande pubblico. Il primo, attraverso la sua attività di produttore indipendente, l'ha imposta come un tema centrale nell'agenda mondiale. Un lavoro di denuncia premiato, nel 2007, con il Nobel per la pace. Il presidente degli Stati Uniti, invece, ha indicato nella «green economy» la via d'uscita dalla crisi economica. Ma al di là della versione «mainstream», l'ecologia è anche l'asse attorno alla quale ruota una proposta di rifondare la «sinistra politica» alla luce dei movimenti sociali in difesa dell'ambiente, di critica alla multinazionali agroalimentari e dei faraonici progetti di «modernizzazione». È questo il filo rosso del saggio «The rise of the global left» scritto dallo studioso brasiliano Boaventura De Sousa Santos e pubblicato dalla casa editrice Zed Books (www.zedbooks.co.uk).

La reazione che si sta (per fortuna) alzando giorno dopo giorno contro le abitudini private e pubbliche del nostro premier mostra, ha scritto ieri Michela Marzano su Repubblica, un’Italia «individualista, materialista e machista che ha vergogna quando si guarda allo specchio».

La confusione della cultura dei diritti con un individualismo antisociale – quello che si riconosce nella massima del "me ne frego" – è uno degli aspetti di questo smarrimento. La rappresentazione della nostra società come di un mercato cinico nel quale si scambiano diritti con soldi, sesso con potere, si interseca con quella di una società che pare non avere più un centro di forze etiche capaci di unire i cittadini come una forza di gravità invisibile: il rispetto per gli altri; la solidarietà, l’eguaglianza di cittadinanza.

Senza queste forze etiche, la libertà che i diritti liberali garantiscono e proteggono può trovarsi di fronte a due rischi: essere sentita come poca cosa dai molti, poiché avere diritti significa anche poter vivere il proprio quotidiano sicuri senza accorgersi di essi; e diventare un privilegio di chi sfrutta a proprio vantaggio le potenzialità offerte dalla società liberale facendo dei diritti uno strumento di affermazione contro gli altri. Entrambi questi rischi – il primo di apatia e il secondo di individualismo anti-sociale – sono il segno di una disposizione che la cultura liberale dei diritti può stimolare, ma anche di un’erosione del sentimento di eguaglianza, la condizione senza la quale i diritti si possono tramutare in privilegi antisociali.

Nella tradizione liberale che si è affermata dopo la Seconda guerra mondiale, l’eguaglianza non ha avuto un peso significativo, anzi, per alcuni importanti pensatori come Isaiah Berlin l’eguaglianza è stata intesa come un valore di disturbo e perfino un pericolo per la libertà – va dato merito a Norberto Bobbio di essersi sempre distinto da questa lettura «negativista» dei diritti individuali e aver insistito sulla funzione di libertà giocata dall’eguaglianza. È proprio questo pensiero di Bobbio che andrebbe oggi ripreso: non per mettere in ombra il liberalismo e i diritti, ma per legarli più fortemente alla democrazia.

Gli anni Sessanta hanno inaugurato la stagione dei diritti civili consentendo a milioni di donne e di uomini delle società occidentali di liberare le loro vite individuali dai lacci di una cultura autoritaria e gerarchica, di storiche e recalcitranti disuguaglianze. A quei diritti non si può rinunciare – non solo, essi vanno difesi dai permanenti tentativi di ridurli, abbatterli o decurtarli come avviene oggi con quelli relativi alla vita, dalla procreazione alla morte, dalla maternità alla salute.

Tuttavia, la cultura dei diritti ha prodotto anche il seguente paradosso: ha liberato gli individui dai lacci sociali autoritari ma non ha dato loro nuovi vincoli, quella sorta di colla etica capace di tenere insieme una società di individui liberi e autonomi. Per riprendere Alexis de Tocqueville, mentre ha umanizzato la società e la politica, la cultura dei diritti ha prodotto individui dissociati e isolati, con il risultato di renderli anche più esposti alle disuguaglianze economiche e al potere delle maggioranze, politiche e di opinione. Il populismo che stiamo esperimentando in Italia è anche l’esito del paradosso di una società individualista liberale nella quale la dimensione privata (intesa per giunta come la sfera dove "tutto è lecito") ha preso il posto più alto nella gerarchia dei valori, facendosi passaporto per acquistare favore e potere, non importa con quali mezzi. Come riscattare l’individuo dal degrado di questo individualismo che il declino della politica ha esacerbato?

Dei due partner – liberalismo e democrazia – di cui si compone il nostro ordine costituzionale, è venuto il tempo di volgere l’attenzione al secondo, il più politico dei due. Ma la debolezza della nostra concezione della democrazia non ci aiuta, poiché di questo sistema noi abbiamo ancora una visione sostanzialmente negativa – come del migliore tra i peggiori governi, per dirla con Churchill, o come un sistema elettorale per la selezione della classe politica; questa è stata la visione che ne ebbero i liberali che combatterono e vinsero contro i totalitarismi del XX secolo.

Ma ora, nelle nostre democrazie consolidate, è proprio questa visione negativa e minimalista della democrazia che ci può essere di ostacolo, perché abbiamo bisogno di recuperare la forza etica della dignità della persona e della partecipazione politica che sono alla base della democrazia; infine di riscattare la politica dall’impero tirannico del privatismo individualistico. E ne abbiamo bisogno per recuperare i due valori fondanti della democrazia, la cittadinanza e l’eguaglianza. Della prima abbiamo bisogno perché l’erosione delle istituzioni politiche e del ruolo della partecipazione è facilmente strumentalizzabile da chi ha più presenza politica e più strumenti per formare il consenso; della seconda abbiamo bisogno perché è sotto gli occhi di tutti l’attacco sistematico all’eguaglianza, con l’indebolimento dei diritti sociali, della scuola pubblica, della stessa idea della ridistribuzione come volano di solidarietà (l’esempio più macroscopico viene dal modo egoistico con il quale è stato pensato il federalismo nel nostro paese, come una sorta di secessione dalla responsabilità collettiva di condividere insieme fortuna e sfortuna). Sia la cittadinanza che eguaglianza meritano la nostra attenzione oggi; non per ridimensionare la cultura dei diritti, ma per rafforzarla reinterpretandola all’interno di una cornice politica, non soltanto morale e giuridica (appunto individualista).

La democrazia è una ricca cultura dell’individualità morale e cooperativa, non solo una tecnica di selezione delle élite o un sistema procedurale per giungere a decisioni pubbliche. L’individuo democratico è simile ma non identico a quello liberale perché non è un essere puramente razionale che sceglie fra opzioni diverse, ma una persona emotivamente disposta verso gli altri per le ragioni più diverse, come la curiosità, la volontà imitativa, il piacere di sperimentare. Queste qualità, che possono produrre anche spiacevoli effetti (come l’adesione acritica alla cultura di massa o l’accettazione dell’opinione della maggioranza), hanno però un lato positivo che è importante sottolineare ed esaltare: rendono l’individuo naturalmente disposto verso gli altri, un cooperatore, e anche una persona capace di sentire vicinanza simpatetica con i diversi e di identificarsi con chi è nel bisogno; infine di sentire vicinanza con tutti gli esseri umani (anche con chi non è membro della comunità nazionale, con importanti implicazioni universaliste e antirazziste), un carattere che è essenziale per dare senso e valore all’eguaglianza. L’azione politica può spingere l’individuo democratico nell’una o nell’altra direzione. La destra populista che domina oggi la scena italiana è stata capace di usare a proprio vantaggio i caratteri dell’individuo democratico, mettendo in luce la sua parte più volgare, massificante e apatica. Spetta alla cultura democratica non populista ma popolare, riuscire a rovesciare questa tendenza.

Si avvicinano le celebrazioni per il 150° anniversario e crescono le polemiche sul modo di festeggiare un Paese che, da Nord a Sud, è sempre più diviso

Le lamentazioni sulle sorti d’Italia rappresentano quasi un genere letterario da molto prima che si realizzasse l’unità della Penisola. Da Dante a Petrarca, da Leopardi a Manzoni è un inseguirsi di appassionate strofe: da «Ahi serva Italia, di dolore ostello» a «Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno», da «O patria mia, vedo le mura e gli archi/e le colonne, ma la gloria non vedo» fino alla breve speranza di «O giornate del nostro riscatto!»: è tutto un disperato anelito all’inveramento della nazione lacerata. Anelito, peraltro, sofferto da minoranze che sognavano una patria, da ristrette aristocrazie del pensiero e del lignaggio, da spiriti liberi indipendenti e rari; la maggioranza, in gran parte analfabeta e sepolta nel duro lavoro dei campi e nel servaggio, non potendo che riconoscersi, invece, nel cinico «Franza o Spagna, purché se magna». Motto seicentesco degli italiani soggiogati e divisi, ma che potrebbe esser stato scritto da Alberto Sordi e lasciato a perenne eredità per quei più, che sprezzano ogni poetico idealismo (o altro "ismo" che sia) in nome dei prosaici interessi, misurabili su scala individuale o familistica.

Tale preambolo può essere utile per rammentare come la poetica sulle peculiari sorti del nostro Paese, accompagnata, lungo tutto l’Ottocento, dal trionfo popolare del melodramma verdiano, che a essa si affiancava e a una letteratura formativa del carattere, dei valori e della lingua, dai Promessi sposi al Cuore, declinò quel "racconto italiano" scandito dalla formazione scolastica universale.

Quel "racconto italiano" che servì, almeno fino agli anni del secondo dopoguerra, a plasmare, in continuità con quel loro passato, finalmente riscattato, il profilo dei cittadini di una Nazione ritrovata. Delineata nel 1861, coronata con Roma capitale nel 1870, completata nel 1918 con Trento e Trieste, esaltata nel ventennio fascista, che la dilatò in un nazionalismo catastrofico e in un vacuo quanto magniloquente richiamo augusteo, l’unità d’Italia, salvata dalla Resistenza, sembrò recuperata e messa in sicurezza dall’avvento repubblicano e costituzionale del 1947.

Storia e geografia parvero comporsi lungo la dorsale appenninica e l’arco alpino. La lingua unica si diffuse e radicò, accanto ai vecchi dialetti, grazie alla formazione di base universale e, soprattutto, alla tv.

Tutto questo patrimonio culturale ed emotivo, riferimento primario che ha forgiato per generazioni l’auto identificazione degli italiani, sembra improvvisamente dissolversi, uscire dalla memoria collettiva e individuale di milioni di persone, regredite da cittadini ad abitanti di una penisola lobotomizzata. Molti commentatori, sollecitati dalle traversie celebrative del 150° anniversario e dall’esplodere del malcontento siciliano hanno affrontato il fenomeno. Gli ottimisti di natura, come Giuseppe De Rita, giurano che tutto andrà per il meglio: l’Italia sarebbe «una nazione in corso d’essere, un semenzaio di nazioni che continuano a cercare faticose convergenze». Altri, come Angelo Panebianco, vedono «il riacutizzarsi delle storiche fratture» di cui solo la Dc aveva impedito il dispiegarsi. Giorgio Ruffolo, invece, riconduce la crisi al venir meno di ogni attenzione alla pur irrisolta questione meridionale, giustamente vista come «la questione critica dell’unità nazionale, oggi praticamente uscita dall’agenda politica e sostituita da una questione settentrionale che punta piuttosto alle divergenze che all’unità».

Sono contributi che denotano la sensibilità verso un tema che tutti sentiamo incombere. Il sottoscritto, ad esempio, reputa che il disgregarsi dei principi che ressero per quasi un secolo l’unità della nazione italiana sia di natura politica ma non corrisponda affatto a un preciso disegno. Come quasi sempre accade è il risultato di errori, sedimentatisi nel tempo, di coincidenze casuali, di esiti eterogenei rispetto ai fini, di nefandezze culturali concimate per insipienza che hanno fecondato uova di serpente. È pur vero che l’intelaiatura del nostro Paese si reggeva su un sistema partitocratico e che la Dc vi svolgeva un ruolo decisivo, finalizzato in primo luogo a legittimare l’apporto cattolico alla gestione dello Stato, ma questo non era affatto esclusivo. Anche più incisivo, ai fini di far vestire ai ceti popolari gli abiti della storia patria e della Costituzione unitaria, fu l’apporto della sinistra e principalmente del Pci.

Collocati dalla genialità del Togliatti 1944-1948 in un prospettiva atemporale, sia il vecchio internazionalismo socialista che il legame con l’Urss, il motore propulsivo del partito fu attivato in ogni sua potenzialità per raggiungere la identificazione della sinistra con la storia d’Italia. I partigiani si chiamarono non a caso garibaldini, Gramsci fu declinato come inventore dell’alleanza permanente tra contadini del Sud e operai del Nord, Togliatti si spese per allargare l’alleanza ai ceti medi (teorizzata in un celebre discorso, "Ceti medi e Emilia rossa"). Non si trattò mai di una edificazione di facciata ma di una costruzione a tutto tondo con solide fondamenta per allineare il recepimento di una politica nazionale a un impianto sociale che tendesse a rendere, quanto meno sul piano dei principi, gli italiani eguali, dalle Alpi alla Sicilia. Le leggi, i salari, le riforme, la scuola e in genere il Welfare state si svilupparono con questa impronta egualitaria e nazionale a un tempo.

Ancor più intrinseca alla storia d’Italia fu l’elaborazione di quella che si chiamò l’egemonia culturale, imperniata sulla triade De Sanctis-Labriola-Gramsci, affiancata in dialettico rapporto al duo Croce-Gentile. Migliaia di intellettuali, di riviste, di centri studi vi apportarono arricchimenti continui. Mentre scandirono i tempi della questione meridionale, concepita come centrale questione nazionale, uomini come Fortunato e Salvemini, Dorso e De Martino, Amendola e Rossi Doria, Compagna e Saraceno.

Non era scritto da nessuna parte che tutto ciò dovesse venir meno con il crollo del vecchio sistema partitocratico. Non era scritto che il Pci dovesse tentare il proprio rinnovamento gettando alle ortiche non solo Stalin ma anche Cavour e Garibaldi, riducendosi a soggetto immemore dalla incerta identità. Non stava scritto che alla Dc dovesse subentrare non un altro movimento di centro, orientato o meno a destra, liberale o populista che fosse, ma un partito-azienda, partorito da Mediaset e guidato da un personaggio la cui filosofia politica e di vita è priva di retroterra storico come di prospettive future, ma tutta appiattita sul presente, sull’hic et nunc misurabili in termini mass-mediatici e di potere. Non stava scritto che anche la destra nazionale abdicasse all’unica parte valida del proprio passato per un piatto di lenticchie berlusconiano, da cui rifugge il solo Fini, rassegnato a sbandierare le sue buone ragioni dalla presidenza di Montecitorio. Un assieme di eventi che sarebbero stati probabilmente metabolizzati col tempo se non si fossero incrociati in un punto di coincidenza del tutto casuale: la comparsa della Lega. Fenomeno di per sé nient’affatto eccezionale ma apparentabile ad altri simili, ispirati al localismo e alle "piccole patrie", in Austria, in Catalogna, in Belgio, in Slovacchia e, con effetti sanguinosi e dirompenti, in Jugoslavia.

Da noi la Lega poteva restare nell’ambito della Padania, recependo e realizzando concreti miglioramenti regionali per il suo elettorato. Invece, come quei virus che diventano mortali quando passano dall’animale all’uomo, così la Lega incrociando un Pd senza memoria e un PdL privo di radici storiche, ha infettato gli uni e gli altri. Da un lato la deplorevole riforma del Titolo V della Costituzione, con la cancellazione del principio prioritario dell’interesse nazionale, dall’altra il recepimento di dosi massicce di velenosità anti nazionali, atte a produrre esplosioni incontrollate di fronte alla crisi economica e alla appropriazione da parte del Nord delle scarse risorse a disposizione. Così quella di Bossi si è trovata a essere l’unica ideologia che ispira il PdL e ha finito per condizionare il Pd.

Non basta il pessimismo leopardiano per lamentarne gli esiti.

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Stupito, irritato, amareggiato. Il Capo dello Stato ha tutto il diritto di esprimere la propria delusione sulla "rottura annunciata" fra la Rai e Sky che priverà l´azienda pubblica di un ricavo di oltre cinquanta milioni di euro all´anno, in seguito al trasferimento dei canali Raisat su una nuova piattaforma satellitare. E in particolare, ha ragione Giorgio Napolitano a lamentarsi delle modalità con cui è maturato il fallimento della trattativa: una decisione per così dire unilaterale che la direzione generale ha praticamente imposto - come un diktat - a tutto il Consiglio di amministrazione.

In quanto custode e garante della Costituzione, il presidente della Repubblica non può evidentemente disinteressarsi di quel servizio pubblico su cui s´imperniano nel nostro Paese principi fondamentali come il pluralismo e la libertà d´informazione, sanciti solennemente dall´articolo 21. Anzi, con tutto il rispetto che si deve alla sua figura e alla sua persona, è lecito pensare che un intervento più tempestivo sarebbe valso forse a impedire o magari a prevenire un tale esito.

Danno emergente e lucro cessante, avevamo avvertito su questo giornale nelle settimane scorse, mentre già si preparava la rottura. Danno emergente: perché il prossimo bilancio della Rai s´impoverirà di questa cospicua entrata finanziaria e staremo a vedere che cosa avrà da eccepire in proposito la Corte dei Conti. Lucro cessante: perché, oltre a perdere l´audience e quindi la pubblicità raccolta attraverso la pay-tv, ora l´azienda di viale Mazzini dovrà sostenere "pro quota" l´onere della nuova piattaforma di Tivùsat. E tutto ciò, in buona sostanza, per fare un favore o un regalo a Mediaset nella sfida della concorrenza con Sky, come ha riconosciuto – tardivamente – perfino il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli.

Si dà il caso, così, che l´ex segretario generale della presidenza del Consiglio, appena trasferito alla direzione della televisione pubblica, non trovi di meglio che confezionare subito un pacco-dono per l´azienda televisiva privata che fa capo allo stesso presidente del Consiglio. Un voto di scambio o una partita di giro, si potrebbe anche dire. Naturalmente, a spese del cittadino contribuente, telespettatore e abbonato alla Rai. Come già a suo carico era stata la multa di oltre 14 milioni di euro inflitta dall´Autorità sulle comunicazioni a viale Mazzini per la nomina dell´ex direttore generale, Alfredo Meocci, insediato alla guida dell´azienda dal centrodestra nonostante la palese incompatibilità con il precedente mandato di commissario nella medesima Authority.

Con buona pace del presidente Garimberti e dei consiglieri di minoranza, siamo dunque alla definitiva subordinazione della Rai agli interessi e alle convenienze di Mediaset. Un´azienda di Stato, la più grande azienda culturale del Paese, che via via si trasforma in una filiale, una succursale, una dépendance del Biscione. Già omologata al ribasso sul modello della tv commerciale, quella della volgarità e della violenza, delle veline e dei reality fasulli, adesso la tv pubblica si allea e si associa con il suo principale concorrente sotto il cielo tecnologico della tv satellitare.

Sarà verosimilmente proprio di fronte a questo scempio che il centrosinistra, risvegliandosi da un lungo e ingiustificabile letargo, s´è deciso finalmente a riproporre con forza la questione irrisolta del conflitto d´interessi: prima, con una dichiarazione di guerra del segretario reggente del Pd, Dario Franceschini, il quale ha annunciato bellicosamente che su questa materia (e speriamo anche su altre) il suo partito non resterà più fermo e silente; poi, addirittura, con una proposta di legge presentata da Walter Veltroni e sottoscritta da tutte le opposizioni, sostenuta dal contributo di un esperto costituzionalista come l´ex presidente della Rai, Roberto Zaccaria. Meglio tardi che mai, dobbiamo ripetere. Ma che cosa avevano fatto nel frattempo Veltroni e Franceschini per risolvere l´anomalia di un presidente del Consiglio che controlla direttamente tre reti televisive private e indirettamente anche le tre reti pubbliche? E pensare che c´è ancora qualche illustre professore che esorta il Pd a emanciparsi dall´influenza di "alcuni giornali" (quanti e quali?), mentre una maggioranza di governo condiziona impunemente giornali, telegiornali e giornali radio.

Nel regno del conflitto d´interessi, la rottura fra la Rai e Sky diventa la prova regina di un´occupazione "manu militari" di tutto il sistema dell´informazione. Un attentato al pluralismo, alla libertà d´opinione. E anche questa, purtroppo, si rischia di apprezzarla solo quando la si perde.

I fondi d’investimento cercano appezzamenti a prezzi ridicoli. Tra i compratori anche molti Paesi con poca terra coltivabile

Ogni crisi ha i suoi vincitori. Alcuni di loro sono seduti nella sala Stuyvesant dell’Hotel Marriott a New York. Gli uomini sono agricoltori di mais, proprietari terrieri, manager di fondi provenienti dall’Iowa, da San Paolo, da Sydney. Ognuno di loro ha pagato 1995 dollari per partecipare alla prima conferenza sul commercio mondiale di terreni coltivabili: la Global AgInvesting 2009. Il primo a intervenire è un rappresentante dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico. Sui suoi grafici in Powerpoint ci sono delle curve che schizzano su e giù. Alcune si piegano tanto più verso il basso quanto più si avvicinano all’anno 2050: si tratta dei terreni agricoli che andranno persi a causa dei cambiamenti climatici, del degrado del suolo, dell’urbanizzazione e della carenza d’acqua. Le altre linee, invece, puntano decisamente verso l’alto: rappresentano la domanda di carne e biocarburanti, il prezzo del cibo e l’incremento demografico. Tra le curve si apre un divario che diventa sempre più grande. Quel divario è la fame.

La fame è il nostro business

Ma per gli uomini e le poche donne raccolti nella sala Stuyvesant si tratta di buone notizie, l’atmosfera è allegra. La combinazione «più uomini-meno terra» rende il cibo un investimento sicuro, con rendite annuali del 20 o 30%. Susan Payne, una inglese dai capelli rossi, è direttrice del più grande fondo terriero dell’Africa meridionale, che si estende per 150.000 ettari, principalmente in Sud Africa, Zambia e Mozambico. Payne, che vuole raccogliere dagli investitori mezzo miliardo di euro, parla di lotta alla fame, ma le slide della sua presentazione in Powerpoint, abbellite da foto di campi di soia al tramonto, hanno dei titoli come «Africa - the last frontier for finding alpha». Alpha è un investimento il cui ritorno supera i rischi. L’Africa è la terra-Alpha: su quel continente impoverito la terra costa poco. Il fondo della Payne paga tra 350 e 500 dollari per ettaro nello Zambia; in Argentina o negli Usa per la stessa superficie dovrebbe sborsare dieci volte tanto.

Si tratta di condizioni perfette per chi investe. La società d’investimento statunitense Blackrock ha creato un fondo agricolo da 200 milioni di dollari. La russa Investor Renaissance Capital ha acquistato oltre 100.000 ettari in Ucraina. Deutsche Bank e la banca statunitense Goldman Sachs hanno investito in aziende che allevano suini e pollame in Cina. Il cibo sta diventando il nuovo petrolio. La novità di questo colonialismo sta nel fatto che i Paesi si lasciano conquistare volentieri. Il premier etiope ha affermato che il suo governo «arde» dalla voglia di mettere a disposizione centinaia di migliaia di ettari di terreni coltivabili. Il tutto è legato a due speranze: la speranza degli Stati poveri di poter sviluppare e modernizzare la loro agricoltura a pezzi e la speranza del resto del mondo che gli investitori stranieri possano produrre in Asia e Africa cibo sufficiente per i 9,1 miliardi di persone che popoleranno presto la Terra; che possano portare con loro tutto quello che adesso manca: tecnologie, capitali, conoscenze, sementi moderne e fertilizzanti.

Ma l’accaparramento moderno delle terre, il cosiddetto «land grabbing», è una questione politicamente delicata. Nessuno sa di preciso quanta terra in tutto sia in gioco. L’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari parla di 30 milioni di ettari. Klaus Deininger, un economista della Banca mondiale specializzato in politiche agricole, stima che simili trattative di accaparramento della terra potrebbero riguardare dal 10 al 30% dei terreni coltivabili disponibili.

Governi in prima linea

Gli affari più spettacolari però non li fanno i privati, bensì i governi. Il governo sudanese ha ceduto per 99 anni agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud 1,5 milioni di ettari di terra coltivabile della migliore qualità. Il paradosso: il Sudan è il Paese che riceve i maggiori aiuti al mondo e la sopravvivenza di 5,6 milioni di sudanesi dipende dagli aiuti alimentari. Il Kuwait ha preso in affitto 130.000 ettari di risaie in Cambogia. L’Egitto vuole coltivare grano e mais su una superficie di 840.000 ettari in Uganda. Il presidente della Repubblica democratica del Congo ha offerto in affitto 10 milioni di ettari al Sud Africa. Il Pakistan vuole mettere a disposizione degli Stati del Golfo Persico un milione di ettari di terreni coltivabili, le Filippine attirano gli investitori con oltre 1,2 milioni di ettari.

L’Arabia Saudita è uno dei più grandi e aggressivi tra i Paesi che fanno incetta di terra. In primavera il re ha partecipato alle celebrazioni per l’arrivo del primo raccolto di riso estero, coltivato per il regno saudita in Etiopia, un Paese tormentato dalla fame. Gli Stati ricchi scambiano soldi, petrolio e infrastrutture con cibo, acqua e foraggio. Tuttavia molti degli Stati in cui si verifica l’accaparramento dei terreni soffrono di scarsità d’acqua, come ad esempio il Kazakistan o il Pakistan. L’Africa subsahariana ha riserve idriche naturali a sufficienza, eppure soltanto il Sud Africa riesce a realizzare un surplus alimentare.

Olivier De Schutter, il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, avverte: «Siccome in Africa gli Stati sono in concorrenza tra loro per accaparrarsi gli investitori, si superano l’un l’altro offrendo prezzi più bassi». Alcuni contratti sono lunghi appena tre pagine. Alcuni promettono di costruire delle scuole o di asfaltare delle strade, ma, anche quando gli investitori rispettano queste promesse, i vantaggi per lo Stato e i contadini locali sono spesso di breve durata. Questo perché i grossi proprietari terrieri stranieri praticano l’agricoltura su scala industriale, altrimenti sarebbe impossibile aumentare i raccolti in modo da raggiungere rendite annuali del 20% e anche più. E se dopo un paio d’anni la terra è ormai impoverita, gli investitori si trasferiscono semplicemente altrove.

Guerra tra poveri

«Quando il cibo scarseggia - spiega l’imprenditore americano Philippe Heilberg - gli investitori hanno bisogno di uno Stato debole che non imponga loro nessuna regola». Uno Stato che, nonostante la carestia all’interno dei propri confini, consente l’esportazione di cereali, perché è piegato dalla corruzione o è iperindebitato. Heilberg ha trovato uno Stato così: il Sud del Sudan. Un pre-Stato, autonomo, ma non indipendente. Il quarantaquattrenne americano, figlio di un commerciante di caffè e fondatore della società d’investimenti Jarch Capital, è il più grande affittuario di terra nel Sud del Sudan, con 400.000 ettari. Nella parte occidentale del Kenya l’appropriazione dei terreni è più avanzata. Lì vive il trentatreenne Erastas Dildo, il tipo di persona che gli investitori di New York definirebbero un «fattore di rischio»: Erastas è un piccolo agricoltore che possiede tre ettari di terra. Terra fertile, su cui il mais cresce, verdissimo, fino a due metri d’altezza, in cui i bovini sono grassi come ippopotami e le piante di pomodori si piegano sotto il loro stesso peso. Erastas raccoglie il mais due volte l’anno. Un ettaro gli frutta 3.600 euro all’anno, molto, per gli standard kenioti.

Multinazionali contro contadini

Ora però alla porta di Erastas ha bussato la Dominion Farms, un’azienda agricola statunitense che ha costruito lungo il delta dello Yala una propria colonia, affittando per 45 anni 3600 ettari di terra per un prezzo irrisorio: 12.000 euro all’anno. Sui terreni dovrebbero crescere riso, verdure e mais. E Dominion vorrebbe volentieri anche i tre ettari di Erastas Dildo. Gli inviati della Dominion gli hanno offerto un indennizzo di circa dieci centesimi al metro quadro. Erastas ha rifiutato e ora quelli di Dominion gli rendono la vita difficile. La loro arma più potente è lo sbarramento idrico che hanno costruito. Quando lo scorso anno Erastas ha provato a raccogliere il suo mais l’ha ritrovato inondato. «E se questo non basta - racconta - mandano bulldozer, squadre di picchiatori». Dominion aveva promesso per contratto il risanamento di «almeno una scuola e un ospedale» in ognuno dei due distretti locali. «Invece hanno cacciato 400 famiglie», afferma Gondi Olima dell’associazione «Amici della palude dello Yala». Dominion Farms respinge le accuse e fa notare che ha fatto costruire otto classi, concesso borse di studio a 16 bambini e dotato una struttura ospedaliera di letti ed elettricità.

In Africa, stima la Banca mondiale, esistono diritti formali di possesso o affitto soltanto per una percentuale di terra compresa tra il 2 e il 10%, e ciò riguarda per lo più le città. Una famiglia può anche vivere da decenni su un pezzo di terra o possederlo, ma spesso non può dimostrarlo. Inutilizzata, comunque, la terra non lo è quasi mai. Soprattutto i più poveri vivono grazie a essa, raccogliendo frutta, erbe o legna da ardere o facendovi pascolare il bestiame. Così l’acquisto di grossi terreni può anche trasformarsi in un disastro, visto che oltre il 50% degli africani sono piccoli contadini.

La Banca mondiale e altre organizzazioni stanno ora preparando un codice di condotta per gli investitori. Al vertice del G8 dell’Aquila di luglio era prevista la firma di una dichiarazione di intenti, ma i capi di Stato non sono riusciti a trovare un’intesa su standard vincolanti. E così la caccia prosegue. E nella sala Stuyvesant a New York uno degli oratori chiarisce il ritmo di crescita del genere umano: 154 persone al minuto, 9240 all’ora, 221.760 al giorno. E tutte vogliono mangiare.

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