Sulla crisi della democrazia, non mi pare che ci sia molto da dire, in più di quel che sappiamo. Se non bastasse la realtà di cui tutti facciamo esperienza nei piccoli e grandi rapporti di vita quotidiana – prima ancora che nella vita delle istituzioni – , ci sono studi ponderosi che parlano della democrazia odierna nella luce spettrale di un "totalitarismo capovolto".
Si elaborano griglie concettuali per "misurare" le democrazie esistenti, e ciò meno per rilevare progressi, e più per attestare regressi verso il punto-zero al di là del quale, di democratico, resta la forma ma non la sostanza. Ritornano antiche immagini biologiche delle società, paragonate ai corpi naturali viventi che, come nascono, sono destinati a morire. Nulla, nelle opere degli uomini è eterno e così, oggi, quest’idea del ciclo vitale si applica alla democrazia. La caduta dei totalitarismi del secolo scorso sembrava avere aperto l’èra della vittoria della democrazia su ogni altra forma di governo degli uomini. Dalla seconda metà del secolo XX, si cominciò a mettere tutte le concezioni e le azioni politiche in rapporto con la democrazia, diventata quasi un concetto idolatrico comprensivo di tutte le cose buone e belle riguardanti gli Stati e le società, in tutte le loro articolazioni, dalla famiglia, al partito, al sindacato, alle Chiese, alla comunità internazionale. Questa connotazione positiva era un rovesciamento di antiche convinzioni. Fino allora, la democrazia era stata associata all’idea della massa senza valore, egoista, arrogante, faziosa, instabile e perciò facile preda dei demagoghi. Il giudizio negativo di Platone fece scuola nei secoli: la democrazia come regime in cui il popolo ama adularsi, piuttosto che educarsi: «Un tal governo non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo».
Oggi, nel senso comune, non c’è un ri-rovesciamento a favore di concezioni antidemocratiche. C’è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un "lasciatemi in pace" con riguardo ai discorsi democratici che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio della forza e, nelle parole dei deboli, spesso suonano come vuote illusioni. Non c’è bisogno di consultare la scienza politica per incontrare sempre più frequentemente una semplice domanda – «democrazia: perché?» – , una domanda che, solo a formularla, suona come espressione del disincantamento a-democratico del tempo presente e mostra tuttavia l’oblio di una durissima verità: che, salve le differenze esteriori, prima della democrazia c’è stata una dittatura e, dopo, ce ne sarà un’altra.
Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della "società civile". È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino "visioni del mondo", che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene - privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.
Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.
Ma, se questo - la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più.
Con queste considerazioni, si spiega l’orientamento che a poco a poco prende piede, a favore di un ri-disegno dei rapporti tra i poteri costituzionali, con l’esecutivo predominante sugli altri. L’investitura popolare diretta del capo, depositario d’un potere tutelare illimitato, contrariamente all’apparenza di parole d’ordine come innovazione, trasformazione, riforme, decisione, ecc. è perfettamente funzionale alla sconfitta della politica democratica, cioè della politica che trae alimento dalla vitalità della società civile. Non solo: più facilmente, sarà funzionale alla sconfitta della politica tout court e alla vittoria della pura amministrazione dell’esistente, cioè alla cristallizzazione dei rapporti sociali esistenti. Di per sé, il pericolo non è l’autoritarismo, anche se può facilmente diventarlo, le volte in cui si tratta di cancellare o reprimere istanze politiche non integrabili nell’amministrazione dell’esistente. Il pericolo immediato è la garanzia della stasi, cioè la decomposizione ulteriore della nostra società in emarginazioni, egoismi, ingiustizie, illegalità, corruzione, irresponsabilità.
Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione. L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla "partitocrazia" e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.
Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza - cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto - perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato? Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine.
Qui si innesta il compito della società civile, nei numerosissimi campi d’azione che le sono propri, e delle sue tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre. La formula di democrazia politica che la Costituzione disegna è per loro. La sua difesa è nell’interesse comune. Non c’è differenza, in questo, tra le associazioni che operano per la promozione della cultura politica e quelle che lavorano nei più diversi campi della vita sociale. C’è molto da fare per unire le forze. E c’è molto da chiedere a partiti politici che vogliano ridefinire i loro rapporti con la società civile: innanzitutto che ne riconoscano quell’esistenza che troppo spesso è stata negata con sufficienza, e poi si pongano, nei suoi confronti, in quella posizione di servizio politico che, secondo la Costituzione, è la loro.
Questo testo sarà letto domani dall’autore all’incontro annuale di "Libertà e Giustizia" che inizia oggi al Palazzo Ducale di Genova.
Engels ne “L’origine della famiglia” distingueva tra “la produzione delle merci e la produzione degli uomini”, che pure vedeva strettamente contigue. In più di un secolo e mezzo di vistosissima trasformazione del mondo, anche i parametri di lettura e di analisi della realtà sociale sono andati diversificandosi, specializzandosi, separandosi. Oggi è la produzione delle merci (nella complessità delle sue problematiche specifiche, e soprattutto nella sua funzione primaria all’interno del sistema capitalistico) l’oggetto centrale della scienza economica. Mentre “la produzione degli uomini” se n’è andata via via distaccando, dando luogo alla nascita di una vasta serie di nuove discipline, sociali, antropologiche, psicologiche, comportamentali, ecc., alcune impostesi come capitoli determinanti della cultura contemporanea.
Questo non ha però impedito all’economia (proprio in quanto produzione di merci) di collocarsi al centro non solo dell’interesse politico ma dell’esistere umano nella sua totalità: da un lato come indiscusso “valore” prioritario, costante termine di riferimento e misura di giudizio dell’agire collettivo, dall’altro come formidabile produttrice di modelli, comportamenti, scelte individuali e di gruppo, di progetti di vita. In sostanza non solo determinando il netto prevalere della “produzione delle merci” sulla “produzione degli uomini”, ma tendenzialmente inducendo l’assimilazione o il divoramento e la cancellazione di questa da parte dell’altra.
Claudio Napoleoni è stato un grande economista, come tale riconosciuto e largamente apprezzato, e però nei confronti della centralità dell’economico rispetto a ogni altro momento dell’umano ha sovente espresso dissenso, mentre nel suo riflettere mai perdeva di vista quella dimensione dell’esistere che Engels appunto indicava come “produzione degli uomini”, e che la moderna sociologia definisce “riproduzione”. Anzi in qualche misura mostrava di privilegiarla, come ambito cui non solo appartiene in tutte le sue forme la continuità vitale della specie, ma in cui trovano spazio i rapporti più ricchi, le passioni più profonde, le libertà totali; in cui si esprime insomma al suo massimo, in positivo e in negativo, la qualità umana.
In questo senso va letto questo titolo un po’ criptico del mio intervento, cui sono stata cortesemente invitata, e che intendeva richiamarsi a un momento di confronto attivo tra Claudio e me, cioè a un dialogo, apparso nell’88, in appendice alla seconda edizione di un mio libro di due anni prima: titolo “Tempo da vendere – Tempo da usare”, sottotitolo “Produzione e riproduzione nella società microelettronica”. Un lavoro che nasceva come critica della storica divisione del lavoro tra uomini e donne, ancora oggi in larga misura perdurante, benché sempre più le donne siano partecipi anche del lavoro di mercato; ma si impegnava poi nell’analisi della diversa qualità del tempo impiegato nelle due distinte funzioni: tempo di lavoro, il primo, cioè pezzi di vita “venduti” a un imprenditore contro un determinato compenso; il secondo, tempo “usato” in un vastissimo arco di impegni, attività, rapporti, che travalicano l’ambito familiare, fino a coincidere di fatto con la vita. Tutto il discorso era sostanzialmente improntato a un giudizio duramente critico di una razionalità sociale, che con la produzione e il mercato sempre più tende a coincidere e identificarsi.
Il libro in questione era piaciuto molto a Claudio, che me ne aveva scritto in una lettera assai più significativa di un formale ringraziamento per l’omaggio, e nella quale già andava abbozzando un possibile approfondimento di alcuni momenti della materia affrontata. Subito infatti, quando glie lo proposi, accettò di commentare e sviluppare i contenuti del mio lavoro, in appendice a una seconda edizione. E lo fece, senza riserve usando quella sua straordinaria capacità di muoversi tra l‘osservazione della più modesta ferialità quotidiana e l’azzardo di ipotesi decisamente utopiche, individuando tra le due dimensioni una stretta reciprocità di senso, e perfino di utilità fattuale: usando la prima come difesa dal rischio della speculazione astratta e la seconda come spinta al superamento di una politica sempre più pigra e casuale, priva di obiettivi capaci di oltrepassare il contingente, come quella che ormai apparteneva alle sinistre.
In questa chiave non solo approvò con entusiasmo la proposta che avanzavo nel libro, di recupero dell’idea di una riduzione forte e generalizzata degli orari di lavoro; e non solo riconobbe la possibilità di giungere a questo modo a un’equa distribuzione del lavoro, sia produttivo che riproduttivo, tra uomo e donna (ciò che giudicava come una prospettiva di grande arricchimento per ambedue), ma a lungo si soffermò a considerare un altro aspetto del problema che io proponevo: lo scarsissimo utilizzo del progresso da parte delle sinistre.
In effetti, via via che il prodigioso cammino compiuto da scienza e tecnologia evidenziava la possibilità di sostituire in misura crescente il lavoro umano con le macchine, quando dunque il lungo sogno di liberazione dal lavoro alienato appariva ormai un obiettivo concreto, i movimenti operai non hanno saputo vedere e usare a proprio favore la portata rivoluzionaria del momento: di fatto regalando i frutti del progresso al capitalismo. Il quale, in piena coerenza con la propria logica, lo ha usato soltanto per aumentare il prodotto: ignorando gran parte delle possibilità insite nella rivoluzione microelettronica, avviando quel processo di produttivismo perseguito ad ogni costo, di mitizzazione del Pil, di quasi “sacralizzazione” della crescita, cui anche i ceti popolari e operai furono via via conquistati, subornati dalla pubblicità e sedotti dal consumismo. Posizioni rimaste d’altronde immutate anche quando i vantaggi di questo processo non apparvero più così scontati; e mentre il Pil poco o tanto continuava ad aumentare, l’occupazione si faceva via via più problematica, e il precariato andava affermandosi in tutto il mondo come strumento privilegiato di prosperità aziendale.
La paura della disoccupazione tecnologica è stata certo la causa prima di questi comportamenti. E però, notava Claudio, c’è anche altro. C’è “il ruolo che le sinistre hanno storicamente attribuito al lavoro, in ciò conformando la propria cultura alla cultura classica borghese in modo decisamente subalterno: indicando nel lavoro - non importa quale - il fondamento non solo della vita individuale, ma della vita associata, e quindi della società intera, e quindi della politica “. Claudio insiste su questo aspetto: “Nella tradizione teorica del movimento operaio non c’è una rottura con l’ideologia borghese del lavoro”, dice; e parla di “una sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche”.
Dura e per lui dolorosa severità di giudizio, che però non gli impediva di credere alla possibilità di uno scatto capace di allargare gli orizzonti di una politica senza respiro, e intravedere i traguardi di una profonda trasformazione. Tra questi appunto un forte taglio del lavoro non automatizzabile (ad esempio una settimana di trenta ore) gli pareva non solo il primo da mettere in campo, ma quello più capace di conseguenze addirittura rivoluzionarie, su molti versanti.
Ne seguirebbe innanzitutto (conveniva con me) non solo la possibilità di un uso diverso, liberamente scelto, del proprio tempo, ma la definizione di una diversa qualità del tempo. Sottrarre cospicue porzioni del nostro tempo al mercato, all’obbligo dell’efficienza e della produttività, ai meccanismi della concorrenza, a rapporti per loro natura violenti, significherebbe la possibilità di costruire la giornata - e dunque la vita - secondo ritmi più distesi, pause cariche di senso, momenti di ricchezza psicologica e mentale altamente gratificanti, nella totale assenza di traguardi “utili” secondo la convenzione.
E in tutto ciò - insisteva - avrebbe certo un’influenza decisiva il superamento dell’attuale divisione del lavoro tra i sessi, che la riduzione degli orari grandemente aiuterebbe. Al di là della fine dell’intollerabile sfruttamento del lavoro familiare ancora interamente scaricato sulle donne, l’aumento e la maggior qualificazione della presenza femminile nel mercato del lavoro, e quindi di quella dimensione psicologica mentale temperamentale che storia e cultura hanno identificato con il “femminile”, potrebbero segnare un mutamento decisivo in un mondo nato e sviluppatosi secondo modelli della più rigida convenzione maschile. Quella cesura tra produzione e riproduzione, che certo ha radici antiche e storia assai più lunga di quella del capitale, ma che indubbiamente la società industriale capitalistica ha radicalizzato e in qualche modo istituzionalizzato, potrebbe trovare superamento in quell’approccio cui Claudio alludeva parlando della capacità di “appropriarci della realtà come di un tutto”, e che avrebbe voluto alla base della politica delle sinistre; desiderio, ahimé, dalle loro scelte sistematicamente deluso.
In perfetta coerenza con questo impianto del suo ragionamento, sempre rapportandosi all’ipotesi di riduzione del lavoro, e dunque di abbandono del produttivismo imperante, Claudio faceva riferimento anche alla crisi ecologica planetaria, di cui lucidamente già allora (cioè più di ventidue anni fa) valutava la minaccia. Merita riportare per intero le sue parole: “E’ dimostrato che la crescita indefinita di beni materiali da un lato incontrerebbe limiti invalicabili nella esauribilità delle risorse naturali, dall’altro comporterebbe crescenti costi ambientali: l’inquinamento dell’aria e delle acque, la distruzione dei suoli, il dissesto degli assetti urbani, i fenomeni di congestione e così via, già oggi pervenuti a livelli intollerabili. E’ qui infatti, nella drammaticità del problema ambientale, che i limiti sociali dello sviluppo si manifestano nel modo più evidente”. Una diagnosi dell’insensatezza del modello produttivo oggi invalso nel mondo, che dovrebbe far seriamente riflettere economisti, imprenditori e politici, che - quasi tutti - soltanto rilancio della produttività, ripresa della crescita, aumento del Pil, sanno pensare come cura del pianeta, proprio a causa dell’iperproduttivismo gravemente malato.
Utopia, era la critica spesso rivolta a Napoleoni, anche da parte di suoi grandi estimatori. Lui ne era pochissimo impressionato, e affermava convinto: “Posti a un livello minore, i problemi non hanno risposta”.
Un acume scanzonato, è questa la caratteristica che da più di trent'anni ritrovo intatta in Giorgio Ruffolo. Una qualità di cui c'è tanto bisogno oggi, quando siamo sballottati dalle vicissitudini economiche che ci cadono addosso o si allontanano senza che ne riusciamo a coglierne la logica soggiacente. Tra il 2007 e il 2008 la recessione è piombata sull'economia occidentale, tanto da far gridare alla crisi del capitalismo; ora - all'improvviso - molti dicono che stiamo vedendo la luce alla fine del tunnel (a meno che non si tratti del classico treno che arriva dall'altra parte), il tutto senza che riusciamo a realmente a capire. Ci proviamo con questa conversazione.
La recessione è stata attribuita allo scoppio della bolla creditizia. Si tratta allora di una crisi semplicemente finanziaria?
L'origine della crisi è reale, non è finanziaria. Sta nella distribuzione del reddito squilibrata. Certo, la crisi è esplosa quando è scoppiata la bolla creditizia, che però a sua volta è stata una conseguenza della stagnazione, negli ultimi decenni, dei salari reali per la gran massa dei consumatori: per alimentare la domanda, visto che i salari non crescevano, si è ricorso sempre più al credito facile. Si è reagito con un'inflazione finanziaria, che è diversa dall'inflazione normale, da aumento dei prezzi: in quest'ultima, quando cresce la domanda di patate, le patate rincarano, allora la gente compra meno patate; c'è quindi un'autocorrezione del sistema. Invece quando si tratta di finanza e i titoli aumentano, la gente compra ancora più titoli in attesa che aumentino ancora. La distinzione fondamentale è che l'inflazione dei titoli ha in sé un meccanismo cumulativo, e non ha un meccanismo compensativo come quella normale, dei beni. Dell'inflazione finanziaria ci si accorge quando i guai sono già prodotti.
Si dice che c'è ripresa, ma i salari non aumentano, né l'occupazione cresce. Cosa alimenta allora la ripresa, se c'è?
I governi hanno iniettato enorme liquidità nell'economia. Nel caso degli Stati uniti siamo a più di un quarto del Pil (3.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche, 700 miliardi per il rilancio dell'economia, cui andrebbero aggiunte altre voci, su un Pil Usa di 14.000 miliardi di dollari, ndr). Certo, prima o poi, il rifornimento di liquidità da parte degli stati deve esaurirsi, quindi la ripresa può essere effimera, ma se riuscisse a rimettere in moto i consumi e anche i salari, allora avrebbe svolto la sua funzione. Ma di aumenti salariali non si vede traccia.
I soldi sono andati quasi tutti alle banche.
Lo dice anche l' Economist che le cose non stanno andando bene: stiamo rifinanziando l'economia attraverso quelli che l'hanno mandata in tilt.
Ma così tutto riparte come prima, con un altra bolla di credito
Esattamente, ma questa è la storia delle ultime crisi capitalistiche, è una storia di bolle.
Da più parti si dice che c'è un ritorno in auge del keynesismo e che la risposta alla crisi è stata keynesiana.
Ritorno in auge un accidenti. Qui c'è stata una socializzazione delle perdite: "buttate fuori i soldi mascalzoni che non siete altro, cercate di rifinanziarci e levatevi di torno". Se questo è Keynes, allora io letto male Keynes.
Insomma, cosa ci insegna questa crisi?
L'insegnamento non è nuovo: è la fragilità del capitalismo. Sempre le crisi capitalistiche sono state fronteggiate con aumenti di liquidità e sempre i debiti sono stati ripagati con altri debiti. E' un meccanismo intrinseco al capitalismo moderno.
Ma questi debiti vengono poi bruciati con l'inflazione.
Sì, ma l'inflazione è come le onde del mare che si accavallano l'una con l'altra, finché poi vanno a sbattere contro la riva e i debiti devono essere pagati. Il capitalismo è una serie di accavallamenti di orde che generano la sua forza espansiva, ma anche la sua estrema vulnerabilità. Un economista francese, Marc Bloch, ha detto che il capitalismo è un regime in cui i debiti non si ripagano mai, perché se si dovessero ripagare tutti, il capitalismo crollerebbe. Quando i debiti devono essere ripagati, è il momento della crisi, è il momento che - dice Galbraith - separa gli sciocchi dal loro denaro, ma anche gli operai dal loro lavoro. Il capitalismo si fonda su iniezioni progressive di liquidità, e questo dipende dalla sua malattia originaria, che è di mercificare tutto. La moneta è un'istituzione; non può essere trattata come una merce da comprare e da vendere. Invece la moneta è stata mercificata, come la terra e il lavoro. Quindi, oltre alle sue funzioni di unità di conto e di mezzo di pagamento, la moneta ne ha assunto una terza, legata alla sua mercificazione, e cioè di riserva di valore. Ciò ha fatto sì che la moneta fosse trattenuta a fini di accumulazione, diminuendo la liquidità esistente e quindi obbligando a una continua iniezione di liquidità. Il capitalismo si regge grazie a questo continuo flusso di liquidità che deve essere regolato. Certo, ci sono stati degli ancoraggi: l'ancoraggio della convertibilità in oro, il tallone aureo, che per due secoli ha retto il sistema ed è naufragato nel 1971 con il famoso disancoraggio del dollaro. E poi c'era un altro ancoraggio: la redimibilità del credito; il credito poteva essere erogato fino a un tetto in rapporto fisso con il capitale, che era stabilito per legge: anche queste limitazioni sono state non abolite ma allentate progressivamente. E la storia della finanza mondiale è la storia di questi disancoraggi. Non a caso, oggi sono due le scuole per uscire dalla crisi, una è quella «anglosassone» che fa leva sulla liquidità: che gli stati facciano quello che devono fare (immettano nuova liquidità) e poi tolgano il disturbo; l'altra, la scuola «renana» fa leva sugli ancoraggi e dice: rafforziamo le regole. Il problema è che in ogni caso la moneta è diventata qualcosa che si regge su stessa, è diventata una prerogativa delle banche e della élite finanziaria che è diventata plutocrazia.
Quando sento la distinzione tra cattivo capitale finanziario e sano capitale industriale, m'insospettisco, perché mi ricorda il complotto della finanza pluto-giudaica di cui parlava la destra degli anni '30.
In qualche modo «pluto» lo è. Giudaico no, ma nell'ultimo secolo la ricchezza finanziaria è esplosa in maniera anomala rispetto a quella reale. Non è solo una litania. Il ruolo fondamentale della finanza è d'indirizzare il risparmio verso gli investimenti veri; ma grazie ai disancoraggi e alle continue iniezioni di liquidità, questa funzione è venuta meno e si è rovesciata: ora è la liquidità che domina il risparmio e lo dirotta verso gli impieghi finanziari, e non verso gli investimenti. C'è un'effettiva finanziarizzazione dell'economia.
Ma allora come si dovrebbe uscire dalla crisi?
Qui si rasenta l'utopia: non attraverso un aumento o una restrizione di liquidità, ma - scusa il gioco di parole - attraverso una liquidazione della liquidità. Alcuni economisti non ortodossi, liberals come John Maynard Keynes, ma anche conservatori come Irving Fisher, hanno sostenuto che la moneta non può essere riserva di valore, ma deve essere svalutata nel tempo. Silvio Gesell, curioso personaggio ma economista assai apprezzato sia da Keynes, sia da Fischer, propose un «bollo di svalutazione della moneta» ( 'stamped' money), cioè una moneta che per poter essere scambiata doveva portare un bollino di circolazione che andava acquistato periodicamente, cioè un disincentivo all'accumulazione di moneta. Vallo a dire a Franceschini o a Bersani che bisogna svalutare la moneta! In realtà questa proposta scandalosa non fece scandalo perché nessuno la riprese, tranne Keynes e Fischer.
Da come se ne parla adesso, sembra che la crisi sia stata solo un incidente di percorso: Ma è stata grave o no?
I due effetti duraturi e gravi, secolari, della crisi, sono uno l'ingiustizia sociale, cioè una distribuzione del reddito sempre più concentrata, e l'altro l'enorme impoverimento dei beni pubblici rispetto ai beni privati. Con questo tipo di economia, sempre meno risorse sono allocate ai beni pubblici, l'istruzione, la sanità, la sicurezza stessa. L'impoverimento sociale è il vero costo che stiamo pagando della crisi, non è solo che l'economia si ferma o rallenta. Il costo storico è un impoverimento sociale dell'economia, una diminuzione della felicità. E questo mostra come non ci sia proprio niente di keynesiano nelle ricette attuali. Nel keynesismo, lo stato si sostituiva come fattore produttivo a un capitalismo che aveva fallito e quindi lo ricostituiva sì, ma attraverso forme di ricchezza sociale, identificate in termini di welfare, di beni sociali e non beni privati. Quindi anche dal punto della economia sociale era un progresso, accentuava la ripresa, ma attraverso la dotazione di beni pubblici. Qui non c'è nulla di tutto questo, c'è un rifinanziamento delle banche e del ceto finanziario che hanno provocato questo sconquasso.
Però non c'è stata nessuna rivolta, persino in società storicamente battagliere: questo dimostrerebbe secondo alcuni che la crisi non era poi così grave.
Le conseguenze sociali di enorme ingiustizia sono state fronteggiate grazie alla collusione della gente, che ha accettato il meccanismo di avere i propri soldi non dal lavoro, ma dal credito e questo ha sancito una forte alleanza tra capitalismo e ceti medi, una collusione.
Di solito le crisi generano nuove idee. Questa non sembra.
Non c'è una visione della storia. Diceva Sweezy che il presente bisogna viverlo come storia e invece oggi non lo si vive più come storia. Dove stiamo andando? è una domanda che nessuno si pone più. Si tira avanti. La coscienza della storia dava alla società politica una direzionalità: bisognava spiegare alla gente verso dove si andava. Ma tutti quelli che predicavano la progettazione, la programmazione, sono stati completamente surclassati (Ruffolo evidentemente annovera se stesso tra costoro, ndr), perché il tirare a campare è meno costoso dell'impegno politico. Ero accusato di tradimento del proletariato perché sostenevo il mercato, adesso sono accusato di sovversivismo perché parlo di demercatizzazione. La sinistra si è mercatizzata completamente. Al dogmatismo statalista è subentrato un mimetismo, un fideismo di mercato.
Ma non è puro conformismo? erano di sinistra quando la sinistra era egemone, mentre ora sono di destra: seguono il vento.
Seguono la moda. Nel primo centrosinistra, io stavo lì a fare il «tecnocrate», ma senza potere, «tecno» ma non «crate» e coloro (allora erano i socialisti) che arrivavano al cosiddetto «potere» (anche se non contavano assolutamente niente e non se ne accorgevano), erano estasiati quando potevano incontrare Gianni Agnelli: c'era un complesso d'inferiorità nei confronti del capitalismo, anche nei confronti della cultura liberista. La vera rivoluzione la fece Milton Friedman contro Keynes e contro la socialdemocrazia. Questi abbandonarono l'unico vero socialismo reale che ci sia mai stato: quello del welfare. Non è che abbandonarono il comunismo, abbandonarono il socialismo. Perché è avvenuto? In qualche modo è misterioso, forse perché non ci sono state guerre. Certo, c'è stata un'enorme promozione culturale della destra, una progettualità, in qualche modo un indottrinamento.
Giuseppe Chiarante, La fine del Pci , Carocci, pp. 211, Euro 22,50
Ben vengano le celebrazioni dettate dagli anniversari: nel ventennale della (non naturale) morte del Pci si torna infatti a ragionare sul comunismo italiano, argomento cancellato da decenni dal dibattito politico, anche se non, credo, dalla coscienza di tanti compagni. E forse l' interesse si rinnova per via di un altro dato luttuoso: la crisi, che molti giudicano irreversibile, della socialdemocrazia, abbattuta dall'ultimo voto tedesco, ma già prima, in Gran Bretagna, in Francia e persino nei paesi scandinavi, da un'interna implosione dei partiti che ad essa si sono ispirati. Non è certo un bene, ma almeno così si sbarazza il campo da una delle più stupide mistificazioni che accompagnarono lo scioglimento del Pci: che sarebbe bastato trasformarsi in una bella classica socialdemocrazia perché tutto fosse risolto e per avviarsi a sicure vittorie.
Uno stimolo a rinnovare la memoria - perduta persino da chi a quel simbolo tuttora si associa - su ciò che è stato il più grande partito comunista d'occidente è venuto da Lucio Magri, con il suo Il sarto di Ulm (recensito da Rossana Rossanda il 7 ottobre): una complessa e assai documentata ricostruzione storica che muove dalla rivoluzione d'ottobre e abbraccia il contesto sociopolitico in cui la vicenda si sviluppa. E ora un nuovo libro viene da Giuseppe Chiarante, che affronta solo l'ultimo scorcio di vita del Pci e ha invece un'impronta molto autobiografica. (La fine del Pci, Carocci 2009). E però si tratta di una biografia molto particolare e preziosa per capire gli ultimi anni di Botteghe Oscure, giacché l'autore ne è stato protagonista in qualità di membro della segreteria del partito.
In un'opera densa di fatti Chiarante spiega come alla Bolognina non si sia affatto arrivati all'improvviso, sull'onda delle emozioni provocate dal crollo del Muro, ma si sia trattato dello sbocco di un intenso dibattito che ha diviso il gruppo dirigente del Pci. Uno scontro che si era avviato in quella che è stata chiamata la fase del «secondo Berlinguer», quando - è il 1980 - il segretario del Pci, resosi conto del fallimento del compromesso storico di cui pure egli era stato il principale ispiratore, compie una vera e propria svolta. L'abbandono dell'ipotesi di governi di solidarietà nazionale, la elaborazione di una «terza via» per la sinistra europea e, in Italia, l'indicazione di puntare su un'alternativa che abbia al suo centro il Pci (non dunque un'alternativa qualsiasi), non è - scrive Chiarante (anche citando passaggi di grande interesse di ormai dimenticati scritti dell'epoca) - una mera indicazione di formula. Se così fosse stato, del resto, avrebbero avuto ragione coloro che nel gruppo dirigente del partito, la così detta «destra» di Napolitano, giudicavano l'ipotesi priva di senso, visto il giudizio pesantissimo che proprio Berlinguer avanzava nei confronti del Psi di Craxi con cui invece ci si sarebbe dovuti alleare. Ma Berlinguer, con la sua indicazione, intendeva prendersela proprio con una politica che si appiattisce sull'esistente, da cui è stata espunta la lotta per cambiare, nella società, i rapporti di forza, l'egemonia dominante. Della politica ristretta a schermaglia fra partiti, a «giochi». Questo è stato il senso del costante richiamo di Berlinguer in quegli anni al «rinnovamento della politica» dopo la bruciante esperienza degli anni '70: riconoscere l'importanza di quanto si muove nella società civile, la mobilitazione dei cervelli e delle coscienze, i movimenti.
Questa fu la «diversità» rivendicata per il partito da Berlinguer: non l'arrogante pretesa di essere i soli depositari della morale e della verità, bensì la denuncia - scrive Chiarante su Rinascita in morte del segretario del partito (articolo riportato in appendice) - «della riduzione della politica a scambio corporativo, a mediazione fra gli interessi in gioco, a mera amministrazione o governabilità». Con la morte improvvisa di Berlinguer nell'84 il gruppo dirigente berlingueriano non solo si spacca, si sfalda, perché prevale l'ossessivo «nuovismo», subalterno al mito craxiano della modernizzazione, avallato da un frettoloso e non selettivo rinnovo generazionale. Che seppure ammantando di parole nuove la propria linea, finisce per sposare fino in fondo l'idea della liquidazione del patrimonio comunista. Non della sua revisione critica, pur necessaria - del suo sotterramento. Fino al ripudio di tutto il passato, così disperdendo il patrimonio peculiarissimo del comunismo italiano.
Di quella storia, sia pure con ritardo rispetto ai tempi che sarebbero stati necessari, Berlinguer aveva detto, nel 1981, che si era «esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre», ma aveva aggiunto che né la denuncia degli errori, né la condanna delle degenerazioni, «possono oscurare il ruolo che il grande movimento che ha preso avvio con la rivoluzione d'ottobre ha avuto nella storia di questo secolo». Questa seconda parte della frase è stata come si sa totalmente rimossa, assieme all'intero secolo ventesimo cui si riferisce.
Dalla morte di Berlinguer nell'84 alla Bolognina passano cinque anni. Pochissimo. Ma è in questo periodo che si iscrivono tappe fondamentali come il XVII congresso, a Firenze nel 1986, il XVIII, a Roma, nel 1988. Occasioni in cui si sarebbe potuto ancora evitare la deriva che poi ha portato alla liquidazione del Pci e operare un vero rinnovamento. Su questi passaggi Chiarante, pur molto coraggiosamente autocritico su tantissime cose, forse sorvola più di quanto io farei. Ma quando, nell'ottobre del '89, si arriva alla proposta di cambiare il nome al partito - che non è questione nominale, ma, ovviamente, simbolo di un profondo mutamento di linea e di collocazione - dopo che nella direzione del Pci Magri, Cazzaniga e io ci opponemmo, Chiarante stesso con Santostasi si astenne. E, nel successivo Comitato centrale, ben 79 compagni, fra cui una buona parte del gruppo dirigente berlingueriano (Natta compreso) dettero vita alla seconda mozione, quella che, così come la terza mozione di Cossutta, diceva no a Occhetto.
Chiarante racconta poi i due anni tumultuosi, dal XIX congresso di Bologna al XX di Rimini , alla battaglia condotta e perduta, alle altre occasioni lasciate cadere al seminario di Arco. Sono tutti momenti importanti da rivisitare, e il libro di Chiarante è di grande aiuto per ricordarli al meglio, perché ne è stato protagonista. Peccato che nell'economia del libro non sia entrata la narrazione di come il corpo del Pci visse quella fase drammaticamente lacerante. È un pezzo di storia di cui nessuno - salvo Nanni Moretti, con il suo documentario Il nome della cosa - ha dato conto. Ma questo è un altro libro, anzi un'inchiesta sul passato, che nessuno ha fatto perché abbiamo patito la congiura del silenzio: il Pci è tuttora un oggetto ingombrante.
Qui in eddyburg “ L’offensiva del pensiero unico”, alcune pagine del libro di Chiarante
Giuseppe Chiarante, La fine del PCI. Dall’alternativa democratica di Berlinguer all’ultimo Congresso (1979-1991), Carocci, Roma 2009. Fa seguito a Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta (2006) e a Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (2007), con lo stesso editore.
[…] Cominciava in sostanza a far breccia, anche nel Partito comunista italiano o almeno in settori rilevanti del partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che negli anni Ottanta – favorita sia dal precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa occidentale – si sviluppò con tanto impeto in Europa come in America, nei paesi dell'Est come in quelli dell'Ovest. È in questo modo che andò maturando per la sinistra, anche nella realtà italiana, una grave sconfitta che era e sarebbe stata culturale e ideale ancor prima che politica.
Mi sembra opportuno richiamare almeno altre tre questioni (se non altro a titolo esemplificativo) per mettere in luce come in pochi anni, anche in un paese come l'Italia, questa offensiva abbia modificato in modo radicale idee e convinzioni diffuse nell'area dell'opinione democratica, compresa buona parte della sinistra di opposizione, con conseguenze negative che presto si sarebbero manifestate anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici.
In primo luogo, raccoglieva crescenti consensi, e trovava ascolto anche in settori assai estesi della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione o programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi comunisti dell'Est europeo, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze dello Stato sociale) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell'impraticabilità di serie alternative alle regole del liberismo, del privatismo, del libero mercato. Non a caso l'idea di riaffermare o ricostruire un "punto di vista di sinistra" in economia (a partire, per esempio, dai problemi della cooperazione col Sud del mondo o da quelli della tutela ambientale e dell'affermazione di una diversa gerarchia di priorità e finalità nella produzione e nei consumi, come aveva proposto Berlinguer nel discorso sull'austerità) incontrava difficoltà via via più estese e anzi veniva rigettata quasi pregiudizialmente, nell'opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra stava nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi di categoria, il rispetto dei vincoli "oggettivi" delle regole di mercato e delle compatibilità finanziarie e monetarie.
È comprensibile che il diffondersi di simili posizioni, anche al di là dell'area moderata - tanto più in una fase di intense ristrutturazioni che già tendevano a ridurre o rendere più precaria l'occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione -, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela della classe operaia e di modificare a suo svantaggio i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale. Non per nulla si è potuto parlare, appunto a partire da questi anni, dell'affermazione di una sorta di "pensiero unico" di ispirazione neoliberista. Si ponevano così le basi di quell'«eutanasia della sinistra» (riprendo questa espressione dal titolo di un recente libro di successo[1]) che avrebbe portato all'affermazione della destra politica ed economica e al successo del berlusconismo.
In secondo luogo, non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel modificare negli anni Ottanta gli orientamenti dí larga parte dell'opinione pubblica, l'insistente campagna sulla "crisi" e anzi sulla "morte" delle ideologie. È quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse e vi sia alla base di una simile tesi. Ma è un fatto che essa finì con l'essere largamente accettata, anche a sinistra, non solo come critica dei "partiti ideologici" (e partiti ideologici per eccellenza erano ovviamente considerati, in Italia, la Democrazia cristiana e il Partito comunista), ma anche e soprattutto come negazione dell'idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell'azione politica.
Nella polemica corrente, alle "finalità" e ai "finalismi" - e al loro retroterra ideologico - veniva sempre più di frequente contrapposta la vera o presunta "concretezza" dell'apertura al nuovo, al moderno, all'innovazione, sino a giungere all'assunzione ideologica del "nuovismo" come criterio di commisurazione della validità dell'iniziativa politica. Non c'è bisogno di ricordare quale peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio dal Pci al Pds, cioè dal vecchio "partito ideologico" alla "cosa" di cui non si conosceva né il nome né il programma, e neppure le finalità o i contenuti, e che non a caso non avrebbe mai neppure raggiunto una effettiva consistenza politica.
Va rilevato, infine, come la critica alla degenerazione del sistema dei partiti abbia subito nel corso di quel decennio, anche in settori via via più estesi del gruppo dirigente comunista, un cambiamento di segno: sino a porre capo non più a una domanda di "rinnovamento della politica" - così come era stata formulata da Berlinguer - ma a una proposta di mutamento del solo "sistema politico" (inteso in senso stretto), ossia come cambiamento delle regole istituzionali o elettorali. Veniva in tal modo spalancata la strada alla deriva decisionista. In particolare, all'idea che bastasse "sbloccare" il sistema politico per realizzare l'alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno. E per sbloccare il sistema politico chi doveva compiere il primo passo era naturalmente il Pci, mettendo in discussione se stesso, ponendo fine al "partito diverso", omogeneizzandosi agli altri partiti. Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del partito comunista italiano.
Si tratta soltanto di alcuni esempi. Ma sono esempi significativi per porre in evidenza come il declino del PCI nella seconda metà del decennio abbia avuto come fondamento una debolezza culturale e ideale ancor prima che politica. Il che trova riscontro, del resto, nella crisi delle idee di sinistra, che si estende in quegli anni anche sul piano mondiale. Basti pensare al collasso dei regimi comunisti dell'Est, alla crescente afasia delle grandi socialdemocrazie, all'involuzione pressoché generale dei movimenti progressisti e indipendentisti dei paesi del Terzo Mondo.
[1] R. Barenghi, Eutanasia della sinistra, Fazi, Roma 2008
Il fenomeno è circoscritto ma importante. Intendo parlare dell’emergere dall’interno della destra moderata di un filone di pensiero liberal democratico, implicitamente destinato a contrapporsi al populismo demagogico e autoritario, impersonato da Berlusconi. Sul piano politico questo filone è rappresentato da Gianfranco Fini e dalla fondazione FareFuturo, mentre sul terreno più specificamente culturale è identificabile nell’opera, pressoché solitaria, di Domenico Fisichella. Questo nucleo tiene alta la bandiera di un moderatismo democratico, purtroppo in Italia da sempre con scarso seguito. Del resto, anche oggi Fisichella appare come l’unico personaggio di alto prestigio accademico della Destra italiana. Non è poi senza significato che la sua uscita da An abbia coinciso con la battaglia perduta, da lui, però condotta strenuamente dagli scranni del Senato, per la salvaguardia dell’unità nazionale, deturpata in prima battuta dalla modifica del titolo V della Costituzione per sciagurata iniziativa della Sinistra ed affossata, poi, dall’asservimento di Forza Italia alla Lega.
Oggi Fisichella, che ha accompagnato quasi sempre le sue battaglie politiche con la pubblicazione di un’opera che ne illustrasse i presupposti dottrinari, ha pensato bene di rispondere alle devastazioni costituzionali immaginate da Berlusconi, riproponendo una lettura aggiornata di Montesquieu («Montesquieu e il governo moderato», ed. Carocci 2009) con particolare riguardo, quindi, alla separazione dei tre poteri istituzionali, il potere legislativo, quello esecutivo e, infine, il potere giudiziario. Per cogliere l’incidenza attuale di questo fondamentale paradigma, su cui si reggono le democrazie liberali, e che ebbe il suo massimo teorico in Montesquieu (1689-1755) e nella sua opera più importante, l’«Esprit des lois», è bene por mente all’assunto fondamentale, di Berlusconi, secondo cui in una democrazia tutto il potere discende dal voto popolare, e solo chi è «unto» dal suffragio ne detiene tutti gli attributi. Inoltre con una forzatura e, ad un tempo, con una falsificazione il nostro premier pretende di essere stato eletto direttamente dal popolo. Ne deriverebbe, a suo avviso, una «intoccabilità» che può essere revocata solo da un nuovo suffragio negativo.
Col che va molto al di là di una concezione presidenzialista dell’ordinamento, dato che nelle democrazie dove questo vige – vedi gli Stati Uniti – il Presidente non è affatto sottratto alla giurisdizione, come si è ben visto sia con Nixon (Watergate) e con Clinton (caso Monica Lewinsky). Per contro sottolinea, appunto, Montesquieu il sovrano che sfugge alla legge ricade nelle forme del «dispotismo asiatico» perché «l’inconveniente non è quando lo Stato passa da un governo moderato ad un altro governo moderato.... ma quando esso precipita dal governo moderato al dispotismo». Dispotismo, si badi, che è caratterizzato in primo luogo dalla sottomissione dei giudici al sovrano. Or bene, cosa altro significa ripetere a ogni piè sospinto, come accade a Berlusconi, che i magistrati, ricoprendo la loro funzione «solo perché hanno vinto un concorso», non possono pretendere ad un ruolo indipendente nei confronti di chi gode del suffragio universale? Probabilmente il nostro presidente del Consiglio non immagina neppure di richiamarsi a regimi che preesistevano, persino, alle monarchie moderate del XVII e XVIII secolo.
Eppure è così. Come bene illustra il libro di Fisichella i sovrani di Francia prima dell’Ottantanove esercitavano il potere nella «felice impossibilità» di ordinare ai magistrati di tenere comportamenti che potessero violare le leggi. Addirittura «Luigi XIV ordina ai suoi magistrati di disobbedirgli, sotto pena di disobbedienza, se mai avesse rivolto loro ordini contrari alla legge, così facendo il re vieta di obbedire all’uomo, poiché non ha nemico più grande di lui. In altri termini il re, nel suo ruolo di monarca, ha nelle sue passioni di uomo il suo nemico più grande». C’è di che meditare.
Un articolo come quello di Riccardo Petrella apparso sull'ultimo Monde Diplomatique testimonia la possibilità di un ambientalismo adeguato alla gravità della crisi ecologica attuale; capace non solo di vederne la disperata urgenza, ma di individuare la pressoché illimitata complessità di problemi che in essa si intrecciano, in un confronto finora squilibrato a favore dei poteri costituiti e delle idee dominanti, cioè degli stessi agenti che della crisi sono responsabili.
In vista della Conferenza sul clima programmata per dicembre a Copenaghen, Petrella innanzitutto analizza e duramente critica l'assurda contesa che, da un Summit all'altro, si riproduce praticamente invariata tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, con ciascuno che pretende solo dall'altro drastici tagli alle emissioni di Co2. Una sceneggiata in cui, scontata l'evidente maggiore responsabilità dei «ricchi», è difficile anche assolvere i «poveri», non solo preoccupati esclusivamente della propria salvezza, ma ormai acquisiti al produttivismo occidentale e, come tutti, lontanissimi dall'auspicare un reale cambiamento del sistema operante: che è la causa prima sia dell'iniquità sociale di cui sono vittime, sia del collasso degli ecosistemi di cui anch'essi sono responsabili. E in ciò Petrella merita la nostra gratitudine per affrontare il problema con un taglio che - tranne rare eccezioni - anche gli ambientalisti più impegnati ignorano.
«I paesi potenti non hanno alcun interesse a modificare le cause strutturali del disastro climatico. Al contrario tutti sembrano ormai convinti, al Nord come al Sud, che la soluzione alla crisi mondiale passi per il rilancio della crescita, dell'economia di mercato, ma di colore verde (automobile verde, energia verde, abitazione verde...). Nessuno potrebbe contestare l'importanza e l'urgenza di 'mettere al verde' le nostre economie. Tuttavia, colorare di verde il sistema economico senza modificarne i principi e le modalità di funzionamento che sono all'origine della crisi, ha poco senso (...). Abbiamo davvero bisogno di altre centinaia di milioni di automobili e di camion, anche se verdi? Così milioni di abitazioni supplementari a energia passiva e attiva, a New York, Parigi, Francoforte, Osaka, Dubai, Los Angeles... non risolveranno niente per miliardi di persone povere, senz'acqua potabile né servizi sanitari, senza abitazione decente, senza accesso alla sanità e all'istruzione base».
Sono parole su cui dovrebbero riflettere i tanti ambientalisti che credono di poter arrestare il collasso degli ecosistemi affidandosi al «green business», di fatto identificando il problema ambiente soltanto con il mutamento climatico; il quale certo, nell'impazzimento delle stagioni e nel moltiplicarsi di fenomeni meteorologici «estremi», ne costituisce la conseguenza più grave, ma non può essere considerata la sola, col rischio di mancare l'intero obiettivo. Come appunto dice Petrella, «la vampirizzazione» dell'agenda relativa all'ambiente da parte della questione energetica «costituisce un'evidente mistificazione delle priorità del mondo».
A cominciare dall'acqua, gigantesco problema di cui Petrella è studioso di fama mondiale. L'acqua dolce, necessaria garanzia della nostra salute e insostituibile alimento di ogni forma di vita, oggi va facendosi sempre più scarsa: certo a causa del riscaldamento atmosferico e conseguente scioglimento dei ghiacciai, ma anche (e questo quasi sempre si dimentica) per via del moltiplicarsi delle attività industriali, non soltanto forti consumatrici d'acqua, ma agenti di gravi forme di inquinamento.
Per continuare con la quotidiana produzione di miliardi di tonnellate di rifiuti non trattati e non trattabili, tra cui scorie tossiche e radioattive; con mari e oceani sistematicamente invasi da idrocarburi e immondizie di ogni tipo, sovente secondo criminali operazioni di lucro; con milioni di intossicati e migliaia di morti da pesticidi tra i lavoratori agricoli; con malformazioni e tumori che si moltiplicano specie tra i giovani nei territori a intensa industrializzazione; con tossicità diffusa anche sotto l'innocua apparenza di sostanze e oggetti d'uso quotidiano (plastiche, vernici, colle, conservanti, detersivi, additivi, ecc.). E' accettabile tacere tutto ciò e puntare solo sulla «green economy», creando l'ottimistica attesa di un futuro libero da inquinamento e da scarsità energetica, con sicuro rilancio di produzione e consumi? «Negoziare il futuro dell'umanità unicamente a partire dall'energia (...) è una grave colpa storica», è il duro, lucido, sacrosanto giudizio di Petrella.
Il quale, proprio sulla base di queste verità avanza ben poco ottimistiche previsioni circa la prossima Conferenza di Copenhagen. E al proposito commenta la recente convocazione da parte del governo danese di un World Business Summit, organizzato «per ottenere il sostegno delle imprese e della finanza». Al termine del quale è stata emessa una dichiarazione «i cui propositi sono tutti centrati sulla priorità da dare alle innovazioni tecnologiche, ai meccanismi di mercato e agli strumenti finanziari favorevoli al mondo dell'impresa privata», mentre è mancato qualsiasi altro impegno. «In queste condizioni - conclude Petrella - è difficile pensare che eventuali proposte contrarie agli orientamenti e agli interessi del mondo degli affari abbiano qualche possibilità di essere prese in considerazione». Di fatto i responsabili del nostro futuro «hanno di nuovo imposto le logiche economiche, soprattutto finanziarie, per risolvere il disastro ecologico.
Una volta di più, insomma i cosiddetti «grandi» non solo sottovalutano la crisi ecologica e ignorano le vergognose iniquità che pure appartengono al mondo loro affidato, ma puntano a legittimare il dominio del capitalismo, il culto della ricchezza individuale, il primato del consumo. Consumo «sempre energivoro, ma verde», ribadisce Petrella, mentre sembra abbandonare ogni speranza nella prossima Copenhagen. Come dargli torto?
E però, fra circoli culturali, gruppi pacifisti, centri ecologisti, organizzazioni femministe, ecc. si avverte un fermento, certo non chiaramente definito, ma presente e vivo, e - parrebbe - disponibile a un discorso radicale. Forse il mio è solo un esorcismo, un'illusione scaramantica. Ma insomma, come immaginare che si continui a tollerare indefinitamente la sceneggiata di questi Summit che si susseguono senza senso né conseguenze di qualche utilità? Voglio dire, una sorta di Seattle ecologista a Copenhagen sarebbe davvero impensabile?
Si è svolta ad Asolo la quinta edizione della scuola estiva di eddyburg. Credo che molti dei lettori di questa rivista conoscano eddyburg, il sito di Eddy Salzano, urbanista notissimo, professore all’Iuav di Venezia, città di cui è stato anche amministratore, autore di libri che hanno insegnato l’urbanistica a generazioni di studenti, e non solo. Il suo sito si occupa “di urbanistica, società, politica e di argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita”, anche se ogni giorno pubblica prevalentemente cronache tutt’altro che piacevoli sugli scandali, le politiche dissennate e le speculazioni ai danni del Belpaese.
La scuola di eddyburg di quest’anno ha trattato degli spazi pubblici: declino, difesa, riconquista, e si è conclusa sabato 12 settembre a Padova confluendo nel convegno nazionale della Cgil che ha discusso lo stesso tema della scuola. Agli allievi e ai partecipanti al convegno è stato distribuito, insieme ad altri materiali, il libro scritto a più mani Città e lavoro. La città come diritto e bene comune, che raccoglie i contributi, soprattutto di urbanisti e sindacalisti (delle Camere del lavoro di Bologna, Ferrara, Modena, Padova, Reggio Emilia, Venezia, Vicenza, Roma). Quasi tutti si rifanno ai documenti approvati al convegno dell’European social forum di Malmö del 2008, e hanno insieme partecipato a un convegno su città e territorio tenuto l’anno scorso a Venezia, anche quello per iniziativa di eddyburg e della Cgil. Il filo che unisce gli interventi è che città e lavoro sono le due principali vittime del neoliberismo, e che le politiche urbane del neoliberismo accentuano tutti fenomeni di segregazione, discriminazione, disuguaglianza che esistono nelle nostre città.
Uno degli interventi più lucidi di Città e lavoro è di Oscar Mancini, dirigente sindacale del Veneto, protagonista del movimento di contestazione alla base militare Usa di Vicenza, da tempo collaboratore di Salzano e “ambasciatore” del mondo del lavoro presso eddyburg. Mancini sviluppa un convincente ragionamento sulla necessità dell’incontro tra la cultura rossa e quella verde: “è necessario un incontro tra il movimento sindacale e i comitati, le associazioni, i gruppi, spesso nati spontaneamente attorno a un evento, una minaccia, un progetto.
Una nuova coscienza collettiva che nasca da questo incontro non può che essere fondata sulla consapevolezza dell’incapacità del mercato di risolvere i problemi derivanti dal carattere intrinsecamente sociale e collettivo della città e del territorio, in contrasto con il carattere individualista proprio dell’ideologia che sta alla base del sistema capitalistico, ovvero dell’attuale sistema economico-sociale”. Anche se, continua Mancini efficacemente citando Alberto Asor Rosa: “una classe operaia ecologista ancora non s’è vista, ma neanche s’è visto un militante ecologista capace di ‘pensare’ la questione sociale contemporanea”. La sfida insomma è difficile, ma non ci sono alternative se vogliamo uscire dall’impasse dove siamo rimasti intrappolati negli ultimi lustri.
Un'analisi puntuale sulla natura del potere nella globalizzazione, dove i media sono diventati il luogo privilegiato della decisione politica come testimonia il laboratorio italiano. Ma anche ipotesi di resistenza alla «fabbrica del consenso»
Lo stato nazionale esercita da sempre un potere sulla società, ma in quelle democratiche deve sottostare a regole che ne limitano l'azione. È questo, da sempre, l'architrave delle teorie liberali del potere, che hanno dovuto fare i conti con la critica di molti teorici - da Max Weber a Georg Simmel, da Lenin a Carl Schmitt, da Antonio Gramsci a Jürgen Habermas - che hanno invece analizzato il potere a partire dalle differenze sociali, di ceto, di casta, di classe, cercando così di svelare l'arcano del perché, nelle società borghesi, lo stato impone rapporti di sudditanza e legittima gerarchie sociali attraverso il consenso dei «governati».
È questa la cornice analitica di Potere e comunicazione (Università Bocconi Editore, pp. 665, euro 34.50), un importante volume di Manuel Castells sul ruolo esercitato dalla comunicazione all'interno delle società capitaliste. Anche Castells crede che c'è esercizio del potere e non dominio solo se c'è consenso verso l'operato dello stato nazionale, ma è compito della «comunicazione pubblica» circoscrivere le dinamiche, talvolta conflittuali altre volte no, in cui ogni «attore sociale» esprime i suoi interessi, definendo le relazioni di reciprocità, autonomia o dipendenza rispetto gli altri attori sociali. Una proposizione che pone questo saggio di Castells sulla scia dalla riflessione di Jürgen Habermas sull'opinione pubblica e sull'agire comunicativo come una prassi sociale che definisce la «virtù pubblica». Con una sostanziale differenza: per Castells la comunicazione non è relegata solo alla formazione di un'opinione pubblica che controlla l'operato del sovrano, ma è un agire pubblico che «produce società» senza l'intervento delle tradizionali istituzioni delegate alla «messa in scena» della weltanshauung degli attori sociali. In questa vision, la carta stampata, la televisione, la radio e più recentemente Internet non sono un quarto potere, bensì i medium del potere sans phrase. Ipotesi altresì suggestiva laddove l'autore la affianca con una lettura della globalizzazione economica come potente acido corrosivo dell'ordine politico liberale e di quella democrazia rappresentativa che ne era la più compiuta espressione. L'esercizio del potere non passa quindi attraverso il controllo dello stato, ma attraverso il «governo» dei media, tanto di quelli antichi che ipermoderni.
Il mondo in casa
L'autore ha fatto molto parlare di sé per la trilogia su L'era dell'informazione, dove sosteneva l'emergere di una nuova forma di capitalismo definita «informazionale» per la centralità dell'informazione nella produzione di valore e per l'egemonia di modelli produttivi «reticolari». Per Castells, infatti, l'informazione è, al tempo stesso, materia prima del processo lavorativo in quanto conoscenza, ma anche strumento di coordinamento per reti produttive diffuse che spesso ignorano, meglio scavalcano i confini nazionali. In altri termini, l'informazione alimenta e governa i flussi produttivi che non coincidono necessariamente con uno spazio delimitato. La rilevanza delle tecnologie digitale nel garantire il coordinamento delle reti produttive è fuori discussione. E ciò vale anche per la comunicazione.
Castells dà quindi per acquisito il fatto che il mondo possa essere considerato, dal punto di vista della circolazione delle informazione, il villaggio globale di Marshall McLuhan, ma sottolinea la novità costituita dalla globalizzazione, che porta il mondo dentro le case attraverso la televisione e come la differenziazione sociale alimenti la costituzione di molti pubblici. Il linguaggio specialistico parla di crisi dei media generalisti e del passaggio dal modello broadcasting (da uno a molti) al modello narrowcasting, cioè che esistono molte platee che vanno soddisfatte attraverso una differenziazione nei contenuti offerti tuttavia sempre secondo una modalità unidirezionale. La globalizzazione si basa cioè su una differenziazione dei prodotti editoriali e una parallela proposta di una vision omogenea della realtà. Un doppio obiettivo che per essere raggiunto alimenta la concentrazione della proprietà dei media o la partnership tra imprese, visti gli alti costi delle piattaforme tecnologiche e dei prodotti editoriali. Questa pluralità di fonti di informazione e un'altrettanta pluralità di media a disposizione alimenta la convinzione che mai nella storia umana c'è stata così tanta libertà di espressione, come in questo inizio di millennio. Convinzione errata, perché la differenziazione di prodotto e di strumenti rispecchia la accentuata differenziazione sociale allo scopo, però, di confermare opinioni predefinite e offrire un contesto dove i processi di identificazione culturale possano trovare il percorso meno accidentato nella sequenza individualismo, «comunalismo», che secondo Castells costituisce la polarità potenzialmente destabilizzante della globalizzazione e che per questo va governata attraverso i media.
Significativa è, a questo proposito, la lunga parentesi che l'autore dedica alle posizioni del neuroscienziato Antonio Damasio attorno alle emozioni e i processi decisionali. Per Damasio, infatti, quando uomini e donne devono decidere, scelgono sempre l'alternativa che poco si distanzia dalle proprie convinzioni. Se questo frame analitico si applica alla ricezione dell'informazione, le posizioni che incontrano il favore del pubblico si snodano attorno alle loro convinzioni, rifiutando invece quelle lontane. Accade così che i media organizzino la comunicazione in maniera tale che le contraddizioni e i punti di conflitto in una discussione pubblica siano depotenziati e ridotti a un talk show attorno a opinioni tanto generiche, quanto inoffensive.
I nemici del diritto
Siamo quindi al di là della vecchia querelle se i media siano dispositivi di manipolazione delle coscienze o se invece rispecchino tendenze, modi di essere, opinioni già presenti nella realtà. Nello schema proposto dall'autore i media riflettano identità, opinioni già esistenti proprio perché, in quanto dispositivi normativi, esercitano potere. Non è però un gioco a somma zero quello che propone Castells, perché se il potere è la prassi comunicativa tesa all'imposizione, attraverso il consenso, di un ordine sociale servono regole precise che fissino confini e limiti all'azione dei media, in quanto confini e limiti a chi esercita un potere - politico o economico, poco importa - nella società. Posizione liberal che l'autore sostiene evidenziando come gran parte dei paesi democratici hanno regolamentato l'uso dei media. Ed è con tono allarmato che l'autore denuncia l'anomalia italiana, dove Silvio Berlusconi è un imprenditore politico che non tollera appunto regole e limiti alla sua azione, in quanto proprietario di una corporation che fa coincidere il suo destino con quello dell'Italia.
La denuncia degli aspetti degenerativi del caso italiano - conflitto di interessi, gestione disinvolta del potere esecutivo per rafforzare il proprio potere economico, la minaccia reiterata di ritorsioni verso i media non omologati ai voleri del cavaliere - sono tutti condivisibili, ma portano a considerare, a differenza di quanto fa Castells, l'Italia non un'anomalia, bensì un laboratorio dove la comunicazione è sussunta definitivamente dal potere. Ciò che sta accadendo nel nostro paese è il tentativo di mettere a fuoco una compiuta produzione mediatica della decisione politica. Le istituzioni statali vanno occupate non perché luoghi esclusivi del «politico», ma per prevenire una «politica insorgente» attraverso la gestione diretta, dai media alla formazione, dei processi di identificazione culturale. Che poi ci sia un imprenditore politico a tirare le fila dovrebbe far riflettere sulla natura del populismo postmoderno che occupa il centro della scena politica nel capitalismo contemporaneo: non un residuo del passato, ma la forma politica che si candida a indicare via d'uscita dalla crisi della democrazia rappresentativa e dello stato-nazione. L'enfasi sulla libertà e sulla differenziazione sociale e culturale del populismo postmoderno convive infatti con la produzione mediatica di una sintesi tra interessi conflittuali tra loro, fattore indispensabile per la decisione politica.
Il potere dei movimenti
La possibilità di fermare questa «fabbrica del consenso» sta dunque nello sviluppo di una «politica insorgente» da parte dei movimenti sociali. Castells non sfoggia un ottimismo di maniera, quanto la motivata convinzione che gli attuali movimenti sociali sono da leggere anche come un agire comunicativo che sviluppa un punto di vista critico sull'esistente e che individua in alcune tecnologie dell'informazione il medium privilegiato. Internet, dunque, come medium alternativo, che però esprime un contropotere con cui i media mainstream devono confrontarsi. La candidatura di Barack Obama, il tam-tam che ha portato alla sconfitta il partito popolare in Spagna nel 2004, la rivolta dei giovani iraniani contro il governo di Tehran o i movimenti antiglobalizzazione sono tutti esempi di una «politica insorgente» che ha avuto la capacità di condizionare e influire sul potere costituito per poi dissolversi come accade in natura agli sciami.
La «politica insorgente» è cioè vincolata a una contingenza, esaurita la quale il contropotere espresso dai movimenti sociali ripiega su forme più convenzionali di pressione politica. Manca cioè quell'elemento che rende un fattore permanente la presenza di una politica insorgente e il suo corollario sociale, il contropotere esercitato dai movimenti sociali. È cioè assente un'analisi critica sul modo di produzione, delle gerarchie e dei rapporti di sfruttamento dentro la fabbrica del consenso. In assenza di questo la teoria del potere proposta da Castells riposa sul terreno delle regole e dei diritti, disincarnati dai rapporti sociali esistenti nella realtà.
Le esperienze di social networking, le liste di discussione, il Citizen journalism sono cioè una presa di congedo dal modello in cui c'è un'emittente e molti destinatari per sostituirlo, con una circolazione dei contenuti dai «molti a molti». Ma questa rappresentazione dell'«autoproduzione comunicativa» pone il problema su come il contropotere della politica insorgente si debba rapportare con il potere costituito. Castells sostiene cioè che la politica insorgente non prevede continuità, ma si manifesta come uno sciame che si dissolve una volta raggiunto l'obiettivo per cui si era formato. La sua è la fotografia di ciò che avviene nella realtà. Ma se la «politica insorgente» è anche la critica ai prodotti della fabbrica del consenso, il passo successivo da compiere è la critica del modo di produzione vigente al suo interno. Le tecnologie digitali, il contropotere dei movimenti sociali sono solo la fenomenologia della «politica insorgente». Serve solo organizzarla nel tempo e nello spazio.
Manuel Castells
Il teorico dell'«Era dell'informazione»
Catalano di nascita, cosmopolita per vocazione. La biografia di Manuel Castells è infatti contrassegnata da una tensione a non circoscrivere l'oggetto dei suoi studi a un ambito nazionale. Fuggito dalla Spagna di Franco, approda a Parigi, dove lavora con lo studioso marxista Nicolas Poulantzas. Sono gli anni in cui Castells scrive e partecipa a gruppi interdisciplinari di lavoro sulla città culminati con la pubblicazione del volune «The Urban Question: A Marxist Approach». Nel 1979 si trasferisce negli Stati Uniti per insegnare all'università di Berkeley. È in questo contesto che nasce l'opera che lo rende famoso, «L'era dell'informazione», una trilogia sull'emergere di una nuova forma di capitalismo che l'autore definisce come informazionale («L'era dell'informazione» è stata tradotta e più volte ristampata dall'Università Bocconi Editore). Negli anni Novanta pubblica i volumi «Galassia internet» (Feltrinelli) e insieme a Pekka Himanen «L'etica hacker e lo spirito del capitalismo» (Feltrinelli). Sempre con Himanen pubblica «Società dell'informazione e welfare state» (Guerini Associati), mentre cura la ricerca a livelo globale su «Mobile communication e trasformazione sociale» (Guerini Associati). Infine la traduzione di questa ambiziosa opera «Potere e comunicazione», tradotta e pubblicata da Università Bocconi editore.
Berlusconi ripete spesso che "la maggioranza degli italiani è con me". Ma forse pensa che quando parla di donne la totalità degli italiani (uomini ) è con lui. Il silenzio protratto di molti, troppi uomini su come il premier tratta e descrive le donne, sembrerebbe provare che egli rappresenta davvero il costume di una gran parte dei maschi. Anche alcuni leader dell´opposizione, quando si cominciò a sapere di escort e festini, dissero che erano affari privati e che la politica non doveva infilarsi sotto le lenzuola. Poi però si seppe che spesso le lenzuola vennero usate come trampolino per poltrone, affari e clientele e allora la tesi giustificativa del "privato" non tenne più.
Naturalmente, il ricorso al privato é ancora l´arma più brandita dal leader e da chi lo sostiene anche con la strategia del dileggio contro chi la mette in discussione. E tutto viene liquidato con l´accusa dell´invidia, la quale è un vizio privato non giustificabile; é un vizio e basta.
La donna, dice il Signor Berlusconi, è il più bel dono che il creato ci (leggi: a noi uomini, non al genere umano) ha dato. La logica è vecchia come il mondo ma sempre nuova: noi siamo state create ed educate per alleggerire il peso di chi ha potere e responsabilità. Noi siamo solo privato. Se proviamo a essere noi, né doni né veline, allora siamo niente, oggetto di offesa e di attacco: brutte, vecchie, e via di seguito. Anche in questo caso l´accusa di invidia viene usata per squalificare le nostre ragioni: perché, presumibilmente, se fossimo giovani e belle non ci offenderebbe essere trattate come un dono. Se ci offende, ecco la conclusione della filosofia dell´invidia del signor Berlusconi, è perché nessuno ci vuole più come un dono. Risultato: a bocca chiusa siamo accettate sempre, da giovani o vecchie, se belle o brutte; ma se usiamo il cervello siamo offese sempre: se belle perché pensare non si addice alla bellezza, se brutte perché pensare è germe di invidia.
La logica é chiara: il leader del nostro paese usa le armi del maschilismo più trito per azzerare nelle abitudini la cultura dei diritti e dell´eguale dignità che generazioni di donne e di uomini hanno con durissima fatica costruito. Si potrebbe dire che la sua è una logica controrivoluzionaria da manuale, una truculenta reazione contro una cultura che ci ha consentito di essere cittadine uguali fra cittadini uguali. Con una precisazione importante: non è la presenza nel pubblico che ci viene tolta; molto più subdolamente, è l´autonomia, la scelta competente di poter essere parte del pubblico che ci si vuole togliere (le poche ministre del governo sono lì perché sono gradevoli al capo, per ragioni tutte private e soprattutto per volontà altrui). È anche per questo che la distinzione tra pubblico e privato oggi non tiene: perché questa distinzione ha valore solo se riposa su un presupposto di eguaglianza di dignità; diversamente il privato è un serraglio e il pubblico uno spazio dispotico e di fatto un´estensione del privato, dei suoi interessi e delle sue pulsioni.
Viviamo un tempo in cui i diritti dell´eguaglianza sono sotto attacco: dall´istituzione della carta di povertà, alla demolizione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale, al trattamento di privilegio rispetto alla legge che i potenti pretendono: tutto va nella direzione di una maggiore diseguaglianza. E l´offesa che subiscono le donne – l´insulto alle ragazze veline, a Rosy Bindi e a tutte noi–è la madre di tutte gli arbitri e di tutte le diseguaglianze. E per troppo tempo questo fenomeno è stato digerito come cibo normale, come se, appunto, il Signor Berlusconi fosse davvero rappresentativo della mentalità generale di tutti gli italiani. è vero che troppo spesso si vedono platee di convegni o di eventi pubblici popolate di soli uomini, come se il genere femminile non contemplasse anche studiose oltre che intrattenitrici. Ed è vero che purtroppo è quasi sempre solo l´occhio delle donne a vedere questa uniformità al maschile. Certo, è bene non generalizzare. Tuttavia non é fuori luogo ricordare anche a chi lo sa già che la dignità violata delle donne è dignità violata per tutti, anche per gli uomini. I quali, in una società compiutamente berlusconiana non sarebbero meno subalterni e più autonomi delle loro concittadine.
Due cose che sciolgono il cerone
di Ida Dominijanni
Concitato, ecco, Berlusconi era solo un po' concitato, dice il fido Bonaiuti, e quando uno è concitato «può succedere»...Può succedere che gli scappi una battuta più sessista che razzista o più razzista che sessista, scegliete voi. Ma può anche succedere, a Berlusconi succede sempre più spesso, che la concitazione gli strappi dalla faccia la maschera di cerone con cui di solito si ingessa in tv, e che improvvisamente ci appaia com'è in natura: un poveraccio circondato da poveracci, uno che non sa più che fare di se stesso e che come tutti quelli che non sanno che fare di se stessi se la prende con la prima donna che gli capita a tiro. «Vedo che c'è la signora Bindi, che è sempre più bella che intelligente». Bell'autogoal, complimenti. Raddoppiato dal compagno di merenda di turno, l'ingegner Castelli nonché - absit iniuria verbis - ex guardasigilli: «Ma perché parli sempre, zitella petulante?». Complimenti raddoppiati. Giacché si diverte a portare in tribunale salvo se stesso chiunque e qualsiasi cosa, domande impertinenti comprese, il premier potrebbe querelare la tv e la sua adorata Porta a porta per alto tradimento. L'immagine non mente, e lo schermo assegna nettamente il vantaggio a Bindi. Per quello che dice, «Presidente, io sono una donna che non è a sua disposizione, e che dice la verità», e per come lo dice, a testa alta, sguardo piantato nella telecamera e concitazione zero. L'immagine non mente anche sugli astanti, uomini: tutti zitti stecchiti, dal padrone di casa agli ospiti. E poi dicono che su Berlusconi c'è «il silenzio delle donne».
Per l'occasione peraltro ritrovano la lingua anche molte colleghe della vicepresidente della camera che in questi mesi l'avevano perduta o balbettavano, e perfino molti colleghi, gli stessi che finora hanno parlato solo per dire che la faccenda dei rapporti di Berlusconi con le donne è una sua faccenda privata poco seria in cui la politica, che invece è una cosa seria, non deve mettere il dito. Rosi Bindi, che invece è una che sulla faccenda ha parlato e con nettezza fin da subito, da donna e da cattolica, merita beninteso questo e altro, infatti siamo tutte pronte a sostenere con lei quella tranquilla sfida - «la vedremo» - con cui ha chiuso il suo duello col premier. Ma è lecito chiedersi se anche sulla dignità delle donne valgano, in casa Pd, due pesi e due misure? La dignità delle donne vale doppio nel caso che la donna in questione sia una parlamentare, e vale la metà nel caso di mogli (Veronica), giornaliste (variamente aggredite dal premier qua e là), per non dire delle escort (minacciate di essere spedite in galera per 18 anni)? Misteri di classe e di ceto (politico). Incassiamo comunque questo risveglio. Meglio ancora, il ceffone di rimando di Livia Turco al premier:_«Le donne pensano, sanno valutare e presto lo manderanno a casa». Lo sa anche il premier, che sono le donne che lo stanno mandando a casa. Da sua moglie a Rosi Bindi, una vera persecuzione, altro che i giudici. «Sono una donna che non è a sua disposizione» e «dico la verità» sono precisamente le due cose che Berlusconi e quelli come lui da una donna non possono sopportare: gli si rompe lo specchio in cui ricompongono a fatica un sé inesistente. E' per questo, Bonaiuti, che il premier è ormai da mesi perennemente concitato?
La bella e la bestia
intervista di Daniela Prezioni
Nessuno l'ha difesa a Porta a Porta, ma Rosy Bindi non ne ha avuto bisogno. Ha risposto alle offese di Berlusconi - «lei è più bella che intelligente» - e solo ieri ha ricevuto solidarietà. E il cavaliere non si è scusato: «Può succedere»
ROMA
«Lei è sempre più bella che intelligente». «Sono una donna che non è a sua disposizione, e ritengo molto gravi le sue affermazioni». Uno scambio di battute al vetriolo, martedì sera a Porta a Porta, fa persino dimenticare che l'episodio avviene nel corso dell'ennesima intrusione telefonica del presidente del consiglio in una trasmissione Rai, ormai ridotta al rango catastale di «casa sua», per usare la sintomatica definizione dei conduttori di Unomattina.
È la breve cronaca di un match fra titani. Silvio Berlusconi tenta zittire Rosy Bindi, che critica gli strafalcioni da lui appena pronunciati sulla Consulta, dandole - fuori dagli eufemismi - della brutta e 'pure' stupida, in un raro combinato linguistico di sessismo al quadrato. C'è anche la chiosa del ministro Castelli: «Zitella petulante». Lei non si scompone, gli risponde senza pensarci un momento, allude esplicitamente alle escort del cavaliere e a quella sua idea delle donne, ormai pubblica, che ha espresso alle signore presidenti come alle signore industriali, per lo più strizzando l'occhio alle telecamere e, attraverso di loro, all'intero paese. Per dirla con Emma Bonino, una delle poche - e dei pochi - che ha commentato pubblicamente il 'Barigate' - Bindi dimostra «un autogoverno e una disciplina esemplare». Si difende da sola, la vicepresidente della camera, non si preoccupa neanche delle poche solidarietà che gli arrivano lì per lì in studio, mentre Bruno Vespa strabuzza gli occhi. L'ho fatto, dice poi ieri mattina a Radio Popolare, «non per difendere me dalle offese di Berlusconi, che non mi sfiorano minimamente. Ma perché ho pensato di doverlo fare in nome di tutte le donne». Anche di quelle che, insultate, non godono di così buona stampa.
Il caso - consumato a notte fonda - esplode la mattina, prima sui siti, poi sulle agenzie di stampa che cominciano a rilanciare la solidarietà delle donne Pd alla collega. Una marea che monta, stavolta. Che pure non è la prima occasione in cui Berlusconi insulta pubblicamente una donna. Con Bindi, poi, si è già scontrato a più riprese, prima dell'estate difendendosi dall'accusa di aver messo in lista veline e show girl, aveva detto che mica poteva candidare tutte «Rosy Bindi».
Deve scusarsi, (Marina Sereni), è un maleducato volgare (Anna Finocchiaro), non un capo di stato ma un vero «bulletto del quartierino» (Vittoria Franco), cui le donne devono dire basta (Barbara Pollastrini). Perché in quelle poche parole offensive «c'è tutto il Berlusconi-pensiero: l'idea che la donna non abbia il diritto di prendere la parola se non per compiacere l'ego smisurato del sultano di Arcore», dice Giovanna Melandri. Che poi rende la battuta, pan per focaccia: «Il presidente del consiglio ha dimostrato di essere più alto che educato». Come Patrizia Bugnano, dell'Italia dei Valori, «il premier smetta di insultare, e comunque qualcuno gli dica che non è George Clooney». «Rosy lo ha battuto tre a zero», dice Livia Turco, «il premier non sa cosa sia il confronto e il dialogo. Se poi ad interloquire con lui è una donna autorevole, combattiva e competente come Rosy Bindi, lui perde le staffe e ricorre all'insulto».
Il sottosegretario Paolo Bonaiuti tenta di minimizzare, «questi sono momenti di estrema concitazione» dice «può succedere». Ma la concitazione c'entra poco, dice Emma Bonino: «Bonaiuti non mi convince, pare che a qualcuno questo modo di apostrofare le donne capiti proprio sempre». «Ho già avuto modo di sottolineare questo inaccettabile modo di rivolgersi alle donne in pubblico da parte di autorevoli esponenti italiani. E proprio perché è così ripetitivo e invasivo, penso che non sia un problema di concitazione, ma esprime una visione di fondo che si ha del mondo femminile e del ruolo che deve avere».
Poi arriva anche la solidarietà e l'indignazione dei gruppi parlamentari democratici, e di qualche collega, non moltissimi. Dario Franceschini è fra i primi a telefonare alla vicepresidente della camera, arriva il telegramma del presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, di Vannino Chiti e di tutta la Cgil. Interviene Giorgio La Malfa. Nichi Vendola, in un'intervista all'Altro anticipata alle agenzie, si impegna un po' oltre la solidarietà e lo sdegno e parla di parole che «rivelano l'insofferenza di un genere maschile che ha una figurazione del mondo femminile molto legata all'epopea delle escort e delle ninfe», «il completamento di una regressione culturale», « il trionfo dell'impudicizia, della volgarità e del cameratismo». d.p.
La parabola della sinistra dallo scontro nell'XI congresso al Sessantotto, al compromesso storico di Enrico Berlinguer, quando il maggior partito della classe operaia chiude gli occhi sulla società italiana, aprendo così la strada al suo scioglimento.
di Lucio Magri (Saggiatore, pp. 442, euro 18) è una riflessione seria e serrata, forse la prima, sulle scelte che hanno guidato il Pci dalla seconda guerra mondiale sino alla fine. Volontaria. Altro sarebbe stato imporsi nell'89 una riflessione di fondo su di sé, altro dichiarare la liquidazione. Magri ne cerca le cause nella problematica che si apriva negli anni Sessanta e nelle divisioni del gruppo dirigente davanti ad essa. Questa è la tesi de Il sarto di Ulm.
Lucio Magri è una figura singolare. Era entrato nel Pci negli anni Cinquanta, poco più che ventenne, alle spalle l'esperienza della gioventù democristiana a Bergamo, assieme a Chiarante, nella temperie dei Dossetti e soprattutto di Franco Rodano, figura atipica di cattolico acuto e fuori dei ranghi. Viene accolto nella segretaria di Bergamo e poi nel regionale lombardo, e di là scenderà a Botteghe Oscure. Quando entra nel Pci molto è avvenuto dal 1945. L'Italia ha avuto una grande resistenza, nessun tribunale alleato ha processato i suoi crimini di guerra, il Pci ha partecipato da una posizione forte alla Costituente, il più della ricostruzione è stato fatto, e anche del partito. Era ancora sotto botta per il 18 aprile, quando un folle attenta alla vita di Togliatti. Attentato che suona, e non era, comandato dal governo, gli operai occupano le fabbriche in uno sciopero generale illimitato. Togliatti e Longo ordinano il ritorno al lavoro. Il furore di quella massa di operai è qualcosa che chi l'ha vissuta non scorderà: non era la conclusione di una protesta ma la dura introiezione d'un limite che non si sarebbe potuto superare. Togliatti lo subiva o ne profittò? I fatti militano per la seconda ipotesi. Perché su di esso - obbligato dai rapporti di forza mondiali, e confermato dall'infelice guerriglia greca - fondava la scelta del partito nuovo e lo innestava del «genoma gramsciano».
E' il tema della prima parte del volume; l'analisi di Magri è persuasiva. Anche se si può discutere su Gramsci, e non per le speculazioni sulla prima edizione delle opere che - Magri ha ragione - rese accessibili i «Quaderni», ma per la curvatura del gramscismo assunta dal partito, la lunga sottovalutazione della «sovrastruttura» avendo indotto all'offuscamento della «struttura», sbrigativamente definita «economicismo». E si potrebbe discutere sul governo interrotto nel 1947, che Magri non conobbe se non per quanto si rifletteva nella Democrazia cristiana, alla quale oggi l'Istituto Gramsci preferirebbe che il Pci si fosse alleato da subito - ipotesi fantasiosa. E sulla Costituente, nella quale le scelte comuniste sull'art.7 fecero chiasso, mentre sulla pochezza delle proposte sul terreno economico non si sollevò sopracciglio alcuno.
L'interpretazione che Magri ne dà nel 2009 è, grosso modo, quella che il Partito dette di sé con alcune sfumature critiche. Ne esce rafforzata, rispetto al giudizio che formulammo negli anni '70, la figura di Togliatti nella costruzione di un partito diverso da quello leninista, mirato a un rivoluzionamento dei rapporti sociali e «utilmente costretto» alla legalità. Non è un paradosso. Soltanto un punto non mi persuade: Magri considera obbligata e positiva l'adesione incondizionata all'Unione Sovietica, questione che, a distanza e visto l'esito, andrebbe discussa più che egli non faccia, salvo la nota (che è anche la più seria di François Furet): il leninismo non ha «lasciato eredità».
Su quel legame ci sarebbe molto da chiedersi. Non se schierarsi dall'altra parte o restare neutrali nella guerra fredda; lo spazio di Tito in Italia non c'era. Ma si poteva mantenere - almeno dopo la svolta all'est del '48 - uno sguardo critico che, riannodando con gli anni Venti e con il pensiero di Lenin sullo stato, tenesse aperta una problematica che già presentava i suoi conti. Peggio di come è andata non poteva andare; Togliatti era un uomo accorto, non era scomunicabile, il suo partito era il più forte d'occidente e aveva frontiere strategiche. È che sperava ancora nell'Urss, come Isaac Deutscher, ma sbagliava, come Deutscher. Il 1956, conseguenza del '48-'49, segnava una spaccatura irrimediabile, non solo nell'estate polacca e nell'insurrezione ungherese (forse meno diverse di quanto Magri ritenga) ma nell'impossibilità di Gomulka o Kadar di riannodare un qualsiasi filo con le loro società.
È vero che una critica al modello dell'est traspariva attraverso Gramsci, ma anche a Gramsci dovettero sfuggire le dimensioni del disastro fino al '34, quando Piero Sraffa poté parlargliene senza testimoni. Di quel che si dissero non sappiamo nulla. E non appare gran che, a distanza, la famosa intervista di Togliatti su Nuovi Argomenti e tragico il suo «non sapevamo, non potevamo sapere». Avrebbe aperto il discorso soltanto nel 1964, andando più a fondo di Berlinguer nel 1981, nel memoriale che voleva discutere con Krusciov. Ma in quegli stessi giorni morì. Il solo che ebbe il coraggio di pubblicare il memoriale fu Longo. Poi tutto si richiuse. E a Longo fu spesso informalmente vicino Magri negli anni seguenti - quando la sua testimonianza diventa diretta e, per così dire, interna corporis.
Al centro stanno gli anni Sessanta. È allora che si decide la successione a Togliatti, e soprattutto che cosa deve essere il Pci quando il dopoguerra è finito, Kennedy sembra allentare la guerra fredda, la Chiesa si spalanca al Vaticano II, l'avanzata del Pci nel 1963 fa piangere Moro, la crescita è trainata dall'edilizia, le automobili e gli elettrodomestici, il paese ha cambiato composizione sociale con le grandi migrazioni e l'entrata delle donne nell'industria, mentre radio e tv sono ancora più mezzo di comunicazione che di spappolamento. E tutto questo in un crescere di popolo convinto di avere dei diritti e deciso a conquistarli con le sue braccia, il suo sindacato e il suo partito. Di questa, che è la vera egemonia dei comunisti, è prova la proletarizzazione dei contadini che vanno al nord. Sono loro a formare l'«operaio massa», sul quale disquisiremo assieme ai francesi André Gorz e Serge Mallet, la Cfdt più che la Cgt, agli inizi del decennio.
Nel 1962, al Convegno sul capitalismo italiano del Gramsci si evidenziano due ottiche, quella di Amendola e quella di Trentin e Magri, appoggiata da Longo. Oggi Magri sottolinea i limiti delle posizioni difese anche da lui, ma è un fatto che per la prima volta viene contestata la tesi amendoliana di un capitalismo italiano torpido e tendenzialmente fascista. Così mentre la Dc capisce la dimensione del cambiamento, si apre al Partito socialista, e si affiderà d'ora in poi più a La Malfa che alla Coldiretti, il vertice del Pci si limita a constatare «bene, ora passano i socialisti, domani passiamo noi».
Così mi accolse Botteghe Oscure nel 1963, e mi parve un umore delirante (se formalmente contavo più di Lucio, ne sapevo di meno, salvo qualche colloquio mattutino con Togliatti, che non era uomo da dire mezza parola più che non volesse. E che mi calò un fendente quando intervenni contro Amendola su «Rinascita»). Ma, per grezze che fossero, le critiche alla linea amendoliana non cessarono più e si andarono aggregando - Magri lo descrive esattamente - in modo informale attorno a Ingrao, che è tutto fuorché un capocorrente. Ad ogni modo il Pci al centrosinistra non aderisce e non sabota. Ma Togliatti si è appena spento che Amendola propone di cancellare l'errore del congresso di Livorno e unificare Pci e Psi.
Inimmaginabile Togliatti vivente. Il Partito sobbalza, il gruppo dirigente non approva ma non attacca. Amendola non pagherà alcun prezzo. Da allora all'XI Congresso, due anni, il partito è determinato a distruggere qualsiasi alternativa al centrosinistra nel quale punta a inserirsi da una posizione forte: Ingrao, che non non è d'accordo, è il bersaglio. Al congresso Ingrao oppone all'unificazione fra Pci e Psi un coinvolgimento delle sinistre dei partiti e dei sindacati e i movimenti sociali nonché la breccia aperta, più che nella Dc, fra i cattolici - solo possibile blocco storico delle «riforme» di struttura. E termina con il diritto al dissenso, accolto da un'immensa ovazione della sala e da un immenso gelo della presidenza. Seguirà un fuoco di contestazioni, il suo isolamento e la diaspora dei sospetti di ingraismo. Magri, non difeso da cariche elettive, viene scaraventato fuori.
Oggi egli considera che è stata la domanda di legittimare il dissenso a riuscire indigeribile per le Botteghe Oscure. Ne dubito, il dissenso più clamoroso era venuto da Amendola, e senza conseguenze per il reo. La resistenza più spessa, come diranno gli anni seguenti, è di linea. E comporterà il progressivo perdere di peso di Longo.
Sul quale cadono due sessantotto, quello degli studenti e quello cecoslovacco. Non è vero che il Pci abbia favorito il primo, non fosse che per la differenza radicale di cultura, ma è vero che non lo ha attaccato. Amendola e Sereni obiettano, ma le federazioni si sono aperte agli studenti e Longo li riceve. L'anno seguente, quando esplode l'«autunno caldo» in contenuti e forme del tutto fuori dalla tradizione del partito e del sindacato, il Pci è occupato nel cacciare «il manifesto», pratica che il segretario avrebbe volentieri evitato. Già l'anno prima si erano dovuti registrare molti voti contro le Tesi del XII congresso, in centro e in periferia, e il districarsi malamente dall'intervento sovietico in Cecoslovacchia. Ed è con questo pretesto che il manifesto viene fatto fuori. E' di Magri l'editoriale «Praga è sola» nel settembre 1969 e saremo radiati in capo a tre comitati centrali.
Magri spende poche parole sul «manifesto», ma senza di lui non sarebbe nato, come senza Pintor non avremmo il giornale. Non credo per le divisioni e amarezze che conoscemmo nel tempo: sono passati quarant'anni da quando fummo messi fuori dal Pci e una trentina da quando alcuni di noi separarono il giornale dal Pdup. Anni che non hanno risparmiato nessuno. La verità è che gli iniziatori del «manifesto» sono stati sconfitti nell'essenziale: non ci è mai bastata la buona coscienza, volevamo cambiare il corso delle cose, e la strada più percorribile sembrava quella di costringere, da dentro o da fuori, il Pci a elaborare i fermenti del '68 e del '69; insomma indurvi un cuneo profondo. Questo avrebbe salvato il comunismo da pesanti continuità e salvato dalla fragilità e dalle derive le spinte del '68 e del '69. Magri sperò che saremmo stati per il Pci come il Vietnam per gli Stati Uniti, Pintor puntò sul quotidiano come la forma politica più capace di penetrazione, i compagni spinsero per mietere un trionfo nelle elezioni del '72. Non mietemmo trionfi, non dividemmo il Pci, non costruimmo fuori di esso una grossa alternativa. Oggi Magri riconosce le ragioni di Natoli, che si oppose a ogni accelerazione, insistendo perché lavorassimo sui tempi lunghi. Concordo. Ma avremmo dovuto essere assieme più compatti ed aperti. Magri vide via via nel manifesto delle concessioni all'estremismo che avrebbero impedito ogni ascolto nel Pci, io vedevo nel Pci un ostinato chiudersi alle forze che dovevano esserne il blocco sociale moderno. Minacce di intervento esterno erano ormai da escludere.
Sta di fatto che dagli anni Ottanta il Pci tracolla, nessuna sinistra fuori di esso riesce a durare, il manifesto scivola verso la figura attuale di libero giornale di diverse opinioni.
Poteva non andare così, sostiene Il sarto di Ulm. Anzi per quanto riguarda il Pci, forse non è andata così fino alla morte di Berlinguer. Che aveva accumulato molti errori, specie con il compromesso storico e la politica dell'unità nazionale, ma nel 1979 tentò una svolta di 180 gradi, e ne fu impedito dalla maggioranza del gruppo dirigente. Magri rifiuta la tesi che fa delle Brigate Rosse l'artefice del suo destino: uccidendo Moro avrebbero precluso al Pci la strada al governo. Moro - egli ritiene - al governo non ve l'avrebbe portato, né andarvi gli avrebbe evitato la crisi, che veniva dal non intendere il mutare delle condizioni interne e internazionali. I fatti parlano: se la scelta del '73 a lungo covata (e Il sarto di Ulm lo documenta) era già «senza avvenire», l'astensione del 1976 al governo Andreotti è uno sbaglio rovinoso. Come la sordità ai movimenti sociali, anche più convulsi: per inaccettabili che fossero i gruppi armati, bisognava chiedersi perché si fossero formati allora. E che senso aveva gettare sul '77, che rovinoso non era, l'accusa di diciannovismo?
Più grave è nel Pci di allora la ormai insufficiente attrezzatura intellettuale e il dubbio su di sé. Se si aggiunge che le scelte diventano interamente di vertice e affidate a diplomazie segrete e snervanti, è chiaro che Berlinguer cerca di cambiar rotta fuori tempo massimo.
Volere o no una riflessione seria riporta al '64 e al '66. E il metodo seguito da Magri - l'attenzione ai mutamenti internazionali, macroscopici dal 1974 in poi, e alle condizioni interne, sociali e di governo - lo porta a prenderne atto.
L'89 segna una conclusione, non un capovolgimento. Anche se egli cerca fino all'ultimo i margini che eviterebbero la catastrofe: il documento del 1987, in appendice al volume, poco prima della caduta del Muro, è ancora una proposta. Che non trova portatori, come non li troverà la sua relazione ad Arco, sulla quale Ingrao scarta. E comincia male la vicenda di Rifondazione comunista.
La domanda che il suo lavoro induce è fino a quando c'era realmente tempo e se il materiale, di cui era fatta la proposta di cambiamento non era logorato. Lo era, risponderei oggi al compagno ed amico di tanto lavoro e tante zuffe. E a me stessa. Magri no, pensa che non tutto era giocato, anche se il suo giudizio su Berlinguer è non meno definitivo del mio. Specie sugli anni '70 e i guasti che vennero dal compromesso storico, al quale non si oppose nessuno, salvo un Longo inascoltato, e c'è chi lo difende ancora. Il gruppo dirigente che bloccò il tardivo cambio di politica del segretario nel '79 ne è un frutto. Berlinguer che va ai cancelli della Fiat, in appoggio a un movimento destinato a perdere, pare a me l'immagine di una solitudine. Sbagli, oppone Magri, era determinato; e non aveva con sé Lama ma la base popolare del partito. E la leva giovane? Gli Occhetto? Obietto. Così continua fra noi la discussione di una vita.
Che ne è dell'intellettuale novecentesco nell'era dei massmedia e nell'evo di Berlusconi, quando si rompe il rapporto fra politica e cultura e il capitalismo postfordista cancella operai e borghesia.
«Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d'Italia. Più del fascismo? Inclino a pensarlo». Così Alberto Asor Rosa il 4 giugno 2008 su questo giornale, non senza scandalo. Quel giudizio e le sue ragioni ricompaiono ora ne Il grande silenzio, la sua lunga intervista sugli intellettuali che Simonetta Fiori ha raccolto per Laterza (giocando, va subito detto, un ruolo tutt'altro che secondario nell'andamento del discorso). Ai tre criteri di misura che in quell'articolo motivavano quel giudizio - senso dell'unità nazionale, rapporto fra cittadini e istituzioni e fra presente e tradizione - se ne aggiunge dunque un altro, lo stato in cui versa la questione degli intellettuali nell'«evo berlusconiano», stato che a sua volta riporta all'analisi della «civiltà montante» massmediatica e globalizzata in cui viviamo. La diagnosi del presente è l'approdo e non l'inizio dell'intervista, che per tre quarti procede lungo un asse di ricostruzione storica della questione nella vita della Repubblica; ma è lecito partire da qui, credo, e poi andare a ritroso, perché Asor Rosa è l'incarnazione della funzione intellettuale incardinata sul rapporto fra politica e cultura che nel libro mette a fuoco, e dunque è il problema tutto politico del «che fare oggi» che lo muove e lo tormenta, pur mentre di quella funzione dell'intellettuale politico decreta l'estinzione.
Che fare dunque oggi, e com'è fatta la «civiltà montante»? A fronte della nitidezza della panoramica sul passato, qui lo sguardo si fa più esitante, e perciò più stimolante. Non per quello che riguarda il giudizio politico su Berlusconi, che è nettissimo: «il prodotto finale di una lunga decadenza del sistema liberaldemocratico», che persegue, facendo tabula rasa della storia nazionale dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione, «un assetto politico-istituzionale di tipo monocratico», forte della «devastante anomalia» che unisce in lui «il padrone dell'immaginario collettivo e il dominus della cosa pubblica». L'esitazione riguarda piuttosto l'epoca che al berlusconismo fa da cornice, la «civiltà montante», appunto, dei massmedia. Della quale, dice Asor, «mi rendo conto di essere portato a cogliere più gli aspetti negativi che quelli positivi», e tuttavia «il grande dilemma è se il nuovo Moloch porti con sé valenze positive che il vecchio sguardo non è in grado di cogliere».
Totalitarismo democratico
Proviamo dunque ad addentrarci nel dilemma a partire dagli aspetti negativi: omologazione intellettuale, appiattimento dell'immaginario, prevalenza del criterio commerciale su quello culturale; metafisica dell'apparire contro l'essere; rappresentazione della realtà secondo il gradimento dell'audience; assolutizzazione della verità contro il giudizio critico, che invece «non si fonda su verità assolute ma sul senso del relativo»; epidemia dilagante di quella «peste del linguaggio» che Italo Calvino denunciava nelle sue indimenticabili Lezioni americane. Lucidamente Asor Rosa ne trae le conclusioni per i destini non solo dell'intellettuale - «la funzione intellettuale tradizionale, fondata su spirito critico, spiccata individualità, riconoscibilità pubblica, appare inesorabilmente destinata al tramonto» - ma della stessa democrazia: «E' una fenomenologia non immune da inclinazioni totalitarie, nel senso che le sue conseguenze, seppure ottenute con mezzi radicalmente diversi, non sono dissimili dall'appiattimento voluto e praticato con strumenti coercitivi dal totalitarismo novecentesco: omogeneità di giudizio, conformismo di massa, uniformità dei consumi». La diagnosi è giustamente spietata, in linea con altri contributi (Tronti, Cacciari, Badiou, Rancière, Nancy) che sfidano il fondamentalismo della fede nella democrazia oggi imperante strappando all'homo democraticus la maschera di sovranità e autodeterminazione che ne copre dipendenze e manipolabilità. Ma Asor Rosa diffida delle sue tentazioni catastrofiste, e di fronte a queste derive del presente vorrebbe piuttosto ritrovare la capacità marxiana («sono forse l'unico al mondo che ha letto tutto Marx e tutto Dante, virgole comprese») di cogliere non solo la distruttività ma anche la carica innovatrice dell'ingranaggio capitalista, per capire come smontarlo e come sovvertirlo. Eccoci dunque al dilemma di poco fa: dove trovare nel Moloch della «civiltà montante» le valenze positive su cui fare leva per il «che fare»?
Lasciamo sospesa la domanda e procediamo all'indietro, sulle tracce di quella figura dell'intellettuale novecentesco che oggi rischia l'estinzione come , scherza Asor, i dinosauri che pretendevano di restare uguali a se stessi in presenza di un mutamento ciclopico del clima e dell'ambiente. Con ogni evidenza, nel ritratto che Asor Rosa ne traccia, l'intellettuale novecentesco è figura del rapporto fra politica e cultura. Di un rapporto non organico - Asor conferma qui la sua distanza da Gramsci - bensì critico, ma comunque strettissimo e imprescindibile. Fuori da questa posizione schierata, partigiana e militante, quella figura svanisce o nell'isolamento individualista dell'uomo di cultura o nell'opportunismo degli «apoti», quelli che oggi come nell'Italia prefascista e fascista non si schierano né di qua né di là, avallando di fatto il potere costituito. Invece, «da Max Weber fino a Bobbio l'intellettuale è quello specialista che traduce le proprie competenze in un discorso di carattere generale, e lo usa come strumento per cambiare le istituzioni, la politica, la società, talvolta l'antropologia circostante». Presente sia a destra che a sinistra, a destra l'intellettuale viene cancellato dal totalitarismo fascista e nazista, mentre a sinistra sopravvive in forme eretiche al totalitarismo comunista. La sua storia è intimamente intrecciata quindi con la storia della sinistra.
Di questo inteccio Asor Rosa fornisce un resoconto completo e convincente, ripercorrendone tutti gli snodi princiali: il trauma del '56 e la crepa che aprì nell'ortodossia comunista, il riformismo del primo centrosinistra, il ciclone degli anni Sessanta («il deprezzamento del '68-'69 fa parte integrante del clima degradato di questi nostri giorni»), la stagione del consenso intellettuale più vasto, ancorché tutt'altro che compatto, al Pci berlingueriano fra il '72 e il '78, il «dramma» del '77 (organizzare la visita di Lama alla Sapienza fu «un clamoroso errore»), il terrorismo e l'assassinio di Moro, la «mutazione morfogenetica» del Psi craxiano in macchina di potere, infine la svolta del Pci nell'89. L'impronta spiccatamente autobiografica aggiunge verità al racconto, punta su alcuni momenti peculiari (l'esperienza delle riviste operaiste negli anni Sessanta, quella di Laboratorio politico negli Ottanta), ne chiarisce altri (la rottura fra Asor, allora direttore di Rinascita, e Occhetto, non tanto sul che cosa quanto sul come della svolta: «La verità è che mi sentii tradito. L'operazione di Occhetto, inattesa e fulminea, improvvisata ed estemporanea, era passata come un ciclone sul lavoro culturale condotto in quegli anni insieme»), invita a un confronto con vissuti e giudizi diversi su altri momenti ancora (il '77, ad esempio). Ma più che insistere sulla storia dei decenni passati, è sul suo esito che il libro ci sospinge, e ci inchioda.
Sull'esito - il «più del fascismo» da cui siamo partiti, e al suo cospetto «il grande silenzio» degli intellettuali italiani o di ciò che ne resta - gravano tre processi incrociati. In primo luogo l'impoverimento della politica, dagli anni Ottanta sempre più autoreferenziale e incapace di ascoltare l'apporto di specialismi e voci critiche. In secondo luogo il cambiamento della composizione di classe della società: se l'intellettuale novecentesco si definisce nel suo rapporto con la borghesia o, dove questo spostamento si è dato o è stato tentato, con la classe operaia, un rapporto dello stesso tipo non pare ad Asor ripetibile nel panorama sociale senza classi del postfordismo. In terzo luogo, la furia di cancellazione delle radici storiche e delle tradizioni politiche che imperversa - coltivata da ondate successive di revisionismo - su tutta la scena pubblica italiana: a destra, dove vige «l'ideologia onnivora del presente» di Berlusconi, ma anche a sinistra, dove dopo l'89 hanno trionfato o una autocritica liquidatoria della tradizione (tanto più zelante proprio negli intellettuali che le erano stati più organici) o una sua riaffermazione acritica.
Zone di resistenza
Ma se è così, è dall'interno di questa stessa diagnosi che si possono trovare i punti di leva per il «che fare» che Asor Rosa lascia aperto. Lasciamo perdere l'appello a una qualche riforma o a un qualche risveglio della politica ufficiale, che il ceto politico attuale non sembra in grado di recepire, e guardiamo piuttosto alle «zone di resistenza» da cui lo stesso Asor invita a ripartire, indicandone una nella scuola pubblica e nell'università, a suo giudizio corrose ma non distrutte dalla decadenza degli ultimi decenni. In questa ricerca delle zone di resistenza può essere proprio il panorama sociale postfordista di cui Asor Rosa diffida a venirci in soccorso, se è vero com'è vero che uno dei suoi tratti distintivi è proprio la crescita esponenziale di una intellettualità diffusa, diversa per composizione sociale dall'intellettuale novecentesco, priva delle (e distante dalle) sue forme di mediazione politica nonché linguistica, e tuttavia non riducibile all'omologazione conformista prevalente nella «civiltà montante». Non per caso, del resto, il neo-operaismo di oggi vede nel lavoro intellettuale postfordista potenzialità analoghe a quelle che l'operaismo degli anni Sessanta vedeva nella classe operaia di fabbrica. E non per caso è nelle pieghe dell'ingranaggio multimediale, dentro e contro di esso, che si combatte ogni giorno e ogni minuto quella battaglia sul senso e l'interpretazione del presente un tempo affidata - ma anche delegata - alle grandi ideologie.
Vero è invece che anche questa battaglia minuta, diffusa e quotidiana rischia di farsi fagocitare dall'«ideologia onnivora del presente» che non è solo un tratto del berlusconismo, ma è inerente alla forma stessa della razionalità massmediale della nostra epoca. E vero è dunque che anche questa battaglia si gioverebbe assai di quel recupero del senso della storia a cui Asor Rosa ci richiama. In questa direzione, il dialogo fra lui e Simonetta Fiori ha un valore esemplare. In fondo, quello che Asor si propone con la sua diagnosi dell'estinzione dell'intellettuale novecentesco è l'elaborazione di un lutto: l'ennesima a sinistra, potremmo chiosare malinconicamente, se non fosse che per una volta qui non è la tonalità malinconica né quella nostalgica a prevalere, e l'intenzione non è di crogiolarsi nella perdita ma di mettere un punto a capo per ripartire. Sapendo però che alle spalle non c'è un usato da liquidare ai saldi, ma un grande patrimonio di cui farsi eredi. E infatti, malgrado la sua denuncia sulla pochezza dei tempi in corso, Il grande silenzio riesce a farci sentire a fine lettura non più deprivati, ma più ricchi di chi ci ha preceduti.
La trasformazione dei partiti in espressione organizzate dei gruppi di interessi economici alimenta la crisi dei sistemi politici neoliberali. A queste derive oligarchiche può essere contrapposto un rinnovato «uso pubblico della ragione» basato sull'apertura di forum e di spazi di partecipazione diffusa. Oggi a Modena un incontro sulla democrazia
Interrogarsi oggi sulle questioni della democrazia significa innanzitutto mettere a tema una crisi e una difficoltà. A questa crisi, dunque, è necessario dedicare qualche osservazione.
La situazione odierna potrebbe essere messa a fuoco in prima battuta partendo dalle parole-chiave crisi di fiducia, o crisi di legittimità. Il discredito sempre più grave che investe le pratiche, gli attori e talvolta anche le istituzioni della democrazia rappresentativa (e che ha avuto ed ha nella cosiddetta «antipolitica» la sua manifestazione più eclatante) affonda le sue radici in una serie di trasformazioni dei processi politici che si sono verificate negli ultimi anni e che hanno prodotto un panorama dalle caratteristiche inedite e, per certi versi, anche pericolose. Proviamo a enucleare qualche aspetto di queste trasformazioni, che peraltro sono sotto gli occhi di tutti.
In primo luogo sembra che sia venuta meno, dopo la crisi dei socialismi reali e l'affermazione sostanzialmente incontrastata delle ideologie neoliberiste, una delle caratteristiche sostanziali che avevano caratterizzato la vita democratica per molti decenni, cioè il confronto o conflitto tra opzioni valoriali e orizzonti politici radicalmente diversi.
Il sequestro della tecnocrazia
Accade infatti che, nell'età del neoliberismo e del mercato globale, molte delle scelte più rilevanti siano di fatto sottratte a un vero dibattito pubblico e conflitto politico, perché: o trascendono l'ambito della politica a misura di stato-nazione e vengono sequestrate da tecnocrazie sovrananzionali lontane e poco controllabili; o vengono ricondotte a considerazioni tipo tecnico che il pubblico dei profani è costretto ad accettare passivamente; oppure rispondono a opzioni sulle quali entrambi gli schieramenti in competizione si trovano d'accordo. Per esempio, si concorda, per ragioni «tecniche» (la presunta difesa del consumatore, mille volte smentita dagli effettivi andamenti dei prezzi) sulla necessità di liberalizzare e ricondurre a logiche di mercato la fornitura di servizi essenziali come l'acqua, l'energia elettrica, il trasporto ferroviario o quant'altro, e ci si divide solo in funzione dei gruppi di interesse, o delle cordate imprenditoriali, che vengono dall'una o dall'altra parte favorite. In sostanza, dopo una trentina d'anni di martellanti campagne, l'egemonia delle parole d'ordine neo-liberali si è affermata sui due principali schieramenti politici in competizione, costringendo i cittadini a scegliere tra alternative che in molti casi non sono tali, e inducendo dunque la chiara sensazione della futilità e inefficacia della loro partecipazione.
In conseguenza di queste trasformazioni, è completamente saltata anche un'altra caratteristica costitutiva della democrazia europea postbellica, e cioè la simmetria tra la geografia degli schieramenti politici e quella degli interessi sociali e delle classi che (sebbene con molte complicazioni e possibilità intermedie) assegnava alla sinistra la rappresentanza dei ceti popolari e alla destra quella dei ceti borghesi. Da un lato, infatti, appare evidente come l'accettazione delle coordinate fondamentali del neoliberismo da parte dello schieramento di centrosinistra abbia prodotto la separazione tra questo e ampi strati della cittadinanza operaia e popolare. Sottoscrivendo, per esempio, la privatizzazione di servizi essenziali e la riduzione dei diritti del lavoro, il centrosinistra non poteva non alienarsi le simpatie di molti strati sottoprivilegiati, che hanno dunque perso la fiducia nelle loro rappresentanze storiche.
Il problema, però, non si esaurisce in questa prima constatazione elementare. Il fatto è che, nell'età del mercato globale, la classe operaia e il popolo, cioè gli strati sociali che la sinistra aveva preteso per decenni di rappresentare, sono a loro volta divenuti, per così dire, «irrappresentabili», in quanto hanno subito un peggioramento delle loro condizioni di vita che però era molto difficile da contrastare, soprattutto se lo si voleva fare appoggiandosi sui valori tradizionali della sinistra. Gli operai del settore manifatturiero hanno visto svanire il loro potere contrattuale di fronte alla concorrenza dei prodotti asiatici o alla delocalizzazione delle produzioni nell'Est europeo; mentre il popolo delle periferie metropolitane vedeva le sue già difficili condizioni di vita degradarsi ulteriormente, ed era tentato di darne la colpa alle cospicue ondate migratorie che hanno investito il nostro paese. Cosa poteva fare la sinistra per proteggere questi interessi? È molto difficile rispondere. Certo non poteva chiedere il ritorno al protezionismo o la blindatura delle frontiere. Ma il risultato di queste difficoltà è stata la produzione di un popolo senza rappresentanza. (E dunque esposto a farsi rappresentare dai peggiori e dai più improbabili).
Il dominio della casta
La crisi della sinistra, però, non è cosa diversa dalla crisi della democrazia. La sinistra, infatti, è la parte politica che difende il valore della politica, mentre la destra è la parte politica che svaluta la politica. Dunque, la crisi della sinistra si traduce inevitabilmente in una crisi della politica democratica.
Lo stato di sofferenza della politica democratica oggi deve però essere compreso anche come il risultato di processi di lungo periodo che hanno prodotto quella che può essere chiamata una riduzione del tasso di democraticità della democrazia. Processi di neo-elitizzazione e di sdemocratizzazione hanno investito sia gli assetti giuridici e politici sia la configurazione materiale della società. Per quanto riguarda il quadro «legale» della democrazia basterà ricordare, per esempio, la riduzione del ruolo del Parlamento rispetto all'esecutivo, la diminuzione della possibilità di controllo dei cittadini sulla scelta dei candidati (con sistemi come i collegi uninominali o l'abolizione delle preferenze), la sempre più marcata separazione dei rappresentanti dai rappresentati (il tema della «casta»).
La nuova «elitizzazione», non solo della società, ma anche delle dinamiche politiche (su questo ha osservazioni interessanti Jacques Rancière nel suo recente libro L'odio per la democrazia) si può facilmente riscontrare nel fatto che l'accesso alla competizione politico-elettorale è diventato sempre più ristretto a causa della crescente quantità di risorse economiche che è necessario mettere in campo; il ruolo sempre più rilevante della comunicazione televisiva, inoltre, ha ridotto il numero di coloro che sono protagonisti della scena e la mediatizzazione ha concentrato tutto l'interesse su pochi leader, sostenendo una forte spinta verso la oligarchizzazione del potere politico. Leaderismo e personalizzazione, ovviamente, si sono diffusi anche all'interno dei partiti, che hanno visto anch'essi diminuire (quando non sparire del tutto) il loro tasso di democrazia interna.
In nome dei Lumi
Non c'è dunque da meravigliarsi se, su questa base, fioriscono e prosperano quelle tendenze emergenti e pericolose che sembrano caratterizzare la politica del nostro tempo: quella che si profila è, ex parte populi, una politica del risentimento, dove il rancore, variamente indirizzato, prende il posto della critica razionale e della difesa dei propri interessi effettivi, che sono stati sostanzialmente marginalizzati. Ex parte principis, invece, quella che si viene affermando è una politica del populismo: che va definito come la pretesa di offrire soluzioni politiche che siano in sintonia con il sentire immediato della «gente», e che dunque pretendono di porsi al di là della dicotomia destra/sinistra. Risentimento e populismo, si potrebbe sostenere, sono l'altra faccia dell'eclisse del conflitto sociale, e configurano una vera e propria riduzione al grado zero della discussione pubblica.
Rispetto a questa situazione critica la teoria politica democratica tende a rispondere, oggi, attraverso una ricerca sui modi in cui si possano rilanciare la sfera pubblica e la discussione argomentata. All'uso politico dei sentimenti (e soprattutto dei risentimenti) si tenta di contrapporre la riscoperta dell'uso pubblico della ragione, la vecchia parola d'ordine kantiana che viene oggi rivisitata e attualizzata da tutta quella variegata famiglia di teorie che si raccolgono nel grande contenitore della «democrazia deliberativa». Il punto di fondo che accomuna gli approcci «deliberativi», che sono divenuti ormai, soprattutto nella letteratura politica anglofona, una vera e propria galassia, si può sintetizzare in una tesi molto semplice e anche piuttosto persuasiva: se la democrazia è un buon modo per prendere decisioni, e per dare ad esse una legittimità, non è solo perché in democrazia si contano i voti, e dunque prevale la volontà della maggioranza. Più importante ancora è, per i «deliberativi», il fatto che, prima di decidere, si discute, si esaminano i pro e i contro, si confrontano ragioni e argomenti a sostegno dell'una o dell'altra alternativa.
L'opinione pubblica, e la discussione attraverso la quale essa si forma (tra i cittadini, nei giornali, nelle organizzazioni e associazioni, nelle pubbliche manifestazioni), è per i deliberativi non solo il sale della democrazia ma, più in profondità, ciò su cui riposa in ultima istanza la sua legittimità: rispettiamo le decisioni di maggioranza in quanto risultano (o meglio dovrebbero risultare) da un confronto aperto e paritario, che autorizza dunque, per dirla con Jürgen Habermas, una presunzione di razionalità, o quantomeno di ragionevolezza, degli esiti a cui si perviene.
Tra dialogo e conflitto
I processi della democrazia reale, però, sembrano allontanarsi sempre più dal modello che, secondo i deliberativi, dovrebbe ispirarli; ed ecco dunque un fiorire di ricerche su come re-innestare discorsi e buone ragioni dentro una sfera pubblica che è sempre meno capace di ospitarli: per esempio affiancando alla politica parlamentare sedi diverse, forum nei quali si possano confrontare cittadini informati, oppure istituzioni partecipative che possano fungere da contraltare rispetto a una politica di professione divenuta sempre più autoreferenziale (su alcuni di questi temi è da leggere un testo recente di Yves Sintomer, Il potere al popolo, pubblicato da Dedalo). Data la triste situazione in cui le procedure democratiche versano oggi, le proposte volte a rinnovarle e a rivitalizzarle non possono che essere salutate con favore. È necessario però porsi anche le domande che molte teorie della democrazia deliberativa sembrano lasciare in qualche modo inevase: che rapporto c'è tra la democrazia procedurale, che si vorrebbe rafforzare, e la democrazia sostanziale che manca nella società? E che validità può avere il modello discorsivo di fronte a conflitti culturali, religiosi o tra convinzioni morale profonde, che sembrano segnati da una rigidità che li rende quali impermeabili alla discussione pubblica? Insomma, come si rapportano tra loro il paradigma del dialogo e quello del conflitto?
Il socialismo nasce in Europa, ha un’infanzia difficile in Russia e raggiunge la maturità in Cina. Nel sessantenario della fondazione della Repubblica popolare cinese, a Pechino si celebra in gran pompa il successo di un’ideologia agonizzante in casa nostra. Ma il Sol dell’Avvenir in Europa sta calando da vent’anni e a contribuire a questo lunghissimo tramonto è stato, paradossalmente, proprio il partito comunista cinese. Più che il crollo del muro di Berlinosono i fatti diTienanmen ha mettere in moto un processo inarrestabile, che porta alla disintegrazione della sinistra europea. Nell’immaginario collettivo occidentale il sangue degli studenti trasforma la Cina nel nuovo nemico dell’umanità.
Sommersi dalle macerie sovietiche i partiti socialisti non hanno più un punto di riferimento reale. Nessuno osa guardare alle riforme di Den Xiaoping e al modello cinese - infinitamente più flessibile rispetto a quello sovietico ed anche a quello nostrano - come un esempio di marxismo che si adatta alla globalizzazione prendendo in prestito dall’economia di mercato ciò che serve per mantenere in vita il socialismo. Piuttosto osservano le metamorfosi del partito laburista britannico.
TonyBlair lo reinventa abbracciando il nuovo dogma:il neo liberismo. E così sposta l’asse completamente al centro e s’impossessa della retorica della signora Thatcher. Trasforma l’Inghilterra nel paradiso fiscale dell’alta finanza e si allea con i neo-conservatori di Bush in una guerra ingiusta. Attira voti grazie ad un benessere economico fittizio, che poggia sull’indebitamento. Oggi tutti lo sanno e il Regno Unito paga lo scotto di questa politica più degli altri. È infatti tra i pochi paesi occidentali dove non si intravede alcuna ripresa economica, con una contrazione del PIL del 5.5%.
Eppure è il modello edonistico di «New Labour» che gran parte della sinistra storica europea abbraccia. Blair è infinitamente popolare tra quella classe media allargata che si pensa sia ormai il nocciolo duro dell’elettorato del vecchio continente.
Così il socialismo si spoglia delle sue origini operaie. In Germania e Italia, dove un tempo esisteva una sinistra operaia, va a braccetto con i «venture capital», le banche d’affari e gli «hedge funds». L’operazione funziona per qualche anno, fintantoché la bolla finanziaria distribuisce ricchezza a tutti. Uniche voci fuori dal coro la Spagna, la Norvegia e il Portogallo, dove ancora oggi il socialismo resiste, ma il club degli amici di Blair le snobba. Poi tutto improvvisamente cambia.
Alla fine del 2006 l’economia mondiale inizia a rallentare per entrare in recessione l’anno dopo. Il socialismo «alla Blair» è la prima vittima. In Inghilterra tornano alla ribalta i conservatori che nel 2009 sconfiggono «New Labour» nelle elezioni amministrative. In Francia e in Italia sale la destra che si accaparra la maggioranza anche alle elezioni europee. L’Europa torna conservatrice, titolano i giornali questa settimana quando riportano la vittoria della Merkel in Germania, come sempre nei momenti di crisi, pensano tutti. Ma in realtà a rivitalizzare la destra non è la crisi quanto l’essersi appropriata di quei valori che il socialismo, quello vero, ha sempre difeso: la protezione del cittadino, il suo benessere, la cura dell’ambiente in cui lavora e vive e così via.
Forse è vero che la lottadi classe è «passé» ma le classi esistono e sono più che mai distanti tra di loro. E la destra lo sa bene. Il reddito reale di quella media è oggi più basso che negli anni 70, ed è di questo che la Lega parla, non certo degli indici di borsa, quando fa propaganda politica nelle ex zone rosse dell’Italia. Dall’altra parte del mondo il socialismo cinese trionfa perché ha mantenuto il contatto con la propria base e ne ha fatto gli interessi. Il partito ha decentralizzato il proprio potere economico facilitando la crescita economica e il benessere. Mentre ai paesi del blocco sovietico era applicata la terapia d’urto, e cioè la trasformazione da un giorno all’altro in economie di mercato, la Cina comunista faceva piccoli passettini e li faceva da sola. Ed ecco i risultati in poche cifre: negli ultimi 60 anni la popolazione è crescita da 542 milioni ad un miliardo e 300 milioni, l’età media è salita da 35 a 73 anni, il PIL per capita è passato da 51 a 2770 dollari, le riserve bancarie da quasi zero a 2 mila miliardi di dollari (le più alte al mondo), gli studenti universitari da117 mila a 20 milioni, la mortalità per parto da 1.500 ogni 100 mila nascite a 34. La democrazia è solo dietro l’angolo. Il socialismo in Europa sarà anche morto ma l’ideologia vive. Se vogliamo vedere la sua versionemoderna possiamo andarla a cercare in Cina dove ancora sorge il /sol dell’avvenir/.
Un mondo spiegato a partire dalla centralità del capitale finanziario che stringe nella sua morsa l'economia. È questa la lettura dominante della crisi, relegata a incidente di percorso del capitalismo. Spiegazione che può essere smontata a partire dagli scritti di Marx dedicati al tema e che sono stati raccolti in un volume da oggi in libreria di cui pubblichiamo brani dell'introduzione
La spiegazione della crisi attuale come una crisi finanziaria che ha contagiato l'economia reale è oggi largamente prevalente. Si tratta della versione contemporanea della concezione, ben nota a Marx, secondo cui la crisi sarebbe dovuta «all'eccesso di speculazioni e all'abuso del credito». Precisamente questa spiegazione delle crisi era stata sostenuta dalla commissione incaricata dalla Camera dei Comuni inglese di redigere un rapporto sulla crisi del 1857. Marx contestava questo punto di vista: «la speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
Oltre ogni limite
Per Marx i motivi per cui le crisi si presentano come crisi creditizie e monetarie sono senz'altro radicati in alcune caratteristiche di fondo del funzionamento dell'economia capitalistica. Ma le crisi non sono in primo luogo creditizie e monetarie: alla loro base si trova la sovrapproduzione di capitale e di merci. Il fatto è che per Marx il credito è uno dei principali strumenti attraverso cui il capitale tenta di superare i propri limiti. Infatti, grazie al credito i «limiti del consumo vengono allargati dalla intensificazione del processo di riproduzione, che da un lato accresce il consumo di reddito da parte degli operai e dei capitalisti, d'altro lato si identifica con l'intensificazione del consumo produttivo». Inoltre il credito «spinge la produzione capitalistica al di là dei suoi limiti» anche nel senso di porre a disposizione della produzione «tutto il capitale disponibile e anche potenziale della società, nella misura in cui esso non è stato già attivamente investito».
È precisamente per questi motivi, osserva Marx nel manoscritto del terzo libro del Capitale, che il credito appare come la causa della sovrapproduzione: «se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e degli eccessi e della sovraspeculazione nel commercio, ciò accade soltanto perché il processo di riproduzione, che per sua natura è elastico, viene qui forzato sino al suo estremo limite, e vi viene forzato proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegata da coloro che non ne sono proprietari, che quindi rischiano in misura ben diversa dal proprietario il quale, sinché agisce in prima persona, considera con preoccupazione i limiti del proprio capitale privato».
A questo riguardo è interessante notare come un aspetto contro cui puntano il dito alcuni critici odierni della finanza, ossia il fatto che essa utilizza il denaro di altri, per Marx non è una patologia ma una caratteristica di fondo del sistema creditizio. Ancora più interessante è notare che credito e finanza negli ultimi decenni hanno avuto proprio la funzione di forzare i limiti di consumo dei lavoratori (contrastando le conseguenze della compressione dei redditi da lavoro) e di allontanare nel tempo lo scoppio della crisi da sovrapproduzione nell'industria (grazie sia al credito al consumo che a tassi molto bassi tali da consentire alle imprese di rinegoziare il proprio debito a tassi favorevoli), oltre a fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel settore industriale alternative d'investimento ad elevata redditività (la finanza ha consentito di drogare i profitti di molte imprese manifatturiere).
Purtroppo, grazie al credito si può ben spingere la produzione oltre i limiti del consumo (ossia dell'effettiva domanda pagante), ma alla fine il processo si inceppa e la crisi si incarica di dimostrarci che quel limite è invalicabile. Le merci restano invendute, cominciano i ritardi nei pagamenti, la circolazione si arresta in più punti, e infine tutto il meccanismo entra in stallo.
A questo punto il credito si contrae: la restrizione del credito e la richiesta di pagamenti in contanti contribuiscono a conferire alla crisi la sua apparenza di crisi creditizia e monetaria. Ma la realtà secondo Marx è un'altra. Emergono «transazioni truffaldine, che ora sono scoppiate e vengono alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni andate male e fatte con il denaro altrui». Ma emerge soprattutto il fatto che le merci restano invendute e perdono il loro valore e che i profitti attesi non possono più essere realizzati.
I sintomi nascosti dalla bolla
Dietro la crisi «creditizia e monetaria», oltre al fallimento di speculazioni nate nel momento di massima espansione del credito, c'è insomma una crisi di sovrapproduzione e di realizzazione del capitale. Questo è vero in generale, ed è vero anche per quanto riguarda la crisi scoppiata nel 2007. Lo dimostra una ricerca pubblicata dall'Ocse nel maggio del 2009 - e completamente ignorata da gran parte degli economisti e dei commentatori - che evidenzia come la produttività del lavoro fosse in rallentamento già molto prima dello scoppio della crisi finanziaria. Ora, siccome la produttività è calcolata in termini di quantità di merci prodotte per lavoratore, un suo calo (soprattutto se marcato e improvviso) indica una diminuzione della produzione a seguito di sovrapproduzione, o - come oggi si preferisce dire - «eccesso di offerta» (excess supply): in tal caso infatti le merci invendute inducono a diminuire la produzione e a non utilizzare appieno la capacità produttiva. Nel settore delle costruzioni Usa il calo inizia tra i due e i quattro anni prima della crisi; sino a quando, nel 2007, la produttività del lavoro in tale settore segna un -12%. Alla base c'è quindi, affermano quindi D. Brackfield e J. Oliveira Martins, gli autori della ricerca, «un problema di eccesso di offerta». Per un certo periodo è sembrato che «una forte spinta alla domanda attraverso un'estensione delle facilitazioni creditizie avrebbe potuto compensare i problemi dal lato dell'offerta. Ma alla fine si è dovuto pagare pegno all'economia reale». Va notato che non soltanto negli Usa, ma anche in Europa e in Giappone, tra il 2006 e il 2007 vi è un stato chiaro rallentamento della produttività. La conclusione della ricerca è espressa in termini diplomatici, ma è chiara lo stesso: «rispetto all'assunto che il deterioramento dell'economia reale sia stato semplicemente causato dalla crisi finanziaria, i dati danno sostegno ad una relazione più complessa». Insomma: la crisi, una classica crisi da sovrapproduzione, è precedente lo scoppio della bolla creditizia. La bolla creditizia l'ha prima mascherata e poi, esplodendo, ha creato l'illusione di esserne la causa.
La carestia di denaro
A questo punto, proprio per il fatto che l'eccesso del credito nel settore immobiliare statunitense era solo la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più generale, si è prodotta una drammatica accelerazione della crisi, con massicce svalutazioni di titoli finanziari dovute a vendite a qualsiasi prezzo pur di onorare i propri debiti (infatti molti investimenti in titoli erano stati effettuati per mezzo di debito, che si contava di ripagare - come era sempre avvenuto in precedenza - grazie alla crescita di prezzo di quegli stessi titoli).
Si è inoltre prodotta quella caratteristica «carestia di denaro» che trasforma il denaro stesso, da semplice mezzo di circolazione del capitale, in «merce assoluta», in «forma autonoma del valore» superiore e contrapposta alle singole merci: in parallelo all'assottigliarsi dei flussi finanziari è aumentata la richiesta di mezzi di pagamento, quali le banconote, e si sono verificati rilevanti fenomeni di tesaurizzazione. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, nel settembre 2008, la circolazione del capitale è sembrata interrompersi e gli stessi prestiti interbancari si sono per qualche tempo letteralmente paralizzati su scala mondiale.
La crisi scoppiata nel 2007 ha assunto col passare dei mesi le caratteristiche di una vera e propria crisi generale. Attraverso di essa si è verificata una enorme distruzione di capitale su scala mondiale. Questa fase è tuttora in corso, a dispetto del fiume di denaro impiegato dagli Stati per tamponare la crisi e del mantra secondo cui «il peggio è alle nostre spalle». Anche molti di coloro che ripetono queste parole rassicuranti in realtà si chiedono di quale entità debba essere la distruzione di capitale per ripristinare condizioni più elevate di redditività del capitale investito e quindi a far ripartire l'accumulazione. Non è facile rispondere: l'unica certezza è che lo scenario è senz'altro assai peggiore delle recessioni dei primi anni Settanta, e trova confronti soltanto con le crisi del 1873 e del 1929.
Tutto questo dovrebbe però sollecitare alcuni interrogativi più di fondo: circa la sensatezza e sostenibilità sociale di un sistema che ha bisogno di crisi ricorrenti e di distruzione di capitale su così larga scala per andare avanti. Per Marx, proprio «nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora» e la necessità di «far posto a un livello superiore di produzione sociale». Come sappiamo, negli ultimi decenni l'idea stessa di un «livello superiore di produzione sociale» è stata accantonata come un'utopia totalitaria. Da allora, la nostra vita non sembra migliorata.
Chase off those stay-at-home blues
Stairway stairway
Down to the crowds in the street
They go their way
Looking for faces to greet
But we run on laughing with no one to meet
(Joni Mitchell, Night in the City )
Il guru della sicurezza urbana Oscar Newmann, sul finire degli anni ’60 del secolo scorso esplorava per i suoi seminali studi gli spazi tenebrosi del complesso popolare Pruitt-Igoe di St. Louis, la cui successiva demolizione venne pomposamente etichettata dai critici come “morte dell’architettura moderna”.
Notava, Newmann, come tutto il sistema degli spazi collettivi, nella cavernosa macchina per abitare concepita a tavolino dagli architetti modernisti, apparisse abbandonato, collassato, eventuale territorio di conquista per bande. Ma, appena superata la soglia di qualunque appartamento privato, si era improvvisamente catapultati in un’altra dimensione, dove regnavano tranquillità, pulizia, comfort.
Tranquillità, pulizia, comfort, che invece permeavano di sé, fuori dagli alloggi, anche gli spazi pubblici e collettivi di un intervento di case popolari adiacente alle torri corbusieriane del Pruitt-Igoe, pur abitato dalla medesima composizione sociale. Forse basta già il nome del quartiere dirimpettaio, a suggerire la soluzione dell’enigma: Carr Square Village. E come ci si può già immaginare si trattava di case a schiera con giardinetti, insomma quel tipo di quartiere tradizionale che oggi un po’ ripulito farebbe il suo figurone in certe iniziative degli ammiratori del Principe Carlo. Saltano in mente in modo quasi automatico, questo genere di rifugi paleourbani (o antiurbani?) primordiali, quando ci si ritrova inopinatamente scaraventati in quella che Antonietta Mazzette definisce “città che è andata trasformandosi da complesso sistema sociale e produttivo in un’articolata macchina del consumo per incrementare il quale le attrattività (potenziali o già presenti) hanno assunto valore centrale e primario”. Dagli anni del boom economico post bellico, è cambiata forse la composizione degli ingranaggi di questa macchina tritatutto, non certo il suo procedere imperterrita nel produrre spazi che anche nelle migliori intenzioni si rivolgono a una società che non esiste più, sempre che sia mai effettivamente esistita.
Un segmento assai significativo della società che si muove negli spazi dei territori contemporanei, è quello proposto da Mazzette nel suo Estranee in città. A casa, nelle strade, nei luoghi di studio e di lavoro (F. Angeli, 2009). Una raccolta articolata quanto omogenea di saggi e ricerche che illumina l’universo femminile, che soprattutto nello spazio pubblico e collettivo attraversa un duplice disagio: da un lato la relativa “estraneità” che condivide col resto del corpo sociale rispetto al mutamento di tali contesti, dall’altro la particolare esposizione, a un universo frammentato e disorganizzato come quello di oggi, di giovani, straniere, badanti, colf. E con esse, implicitamente, a incontrare inopinati ostacoli sono anche tutti quei processi di interazione, integrazione, rapporti che sottende il loro muoversi nella metropoli.
Un muoversi, attraversare contesti, che nell’insediamento complesso e dilatato contemporaneo assume contorni spazio-temporali molto diversi e articolati, anche solo paragonato alle recenti esperienze della mobilità pendolare. Significativamente collocato in testa alla raccolta, il saggio di Matteo Colleoni e Francesca Zajcykz, Il tempo della mobilità femminile nella società degli insediamenti urbani diffusi, può costituire una sorta di cornice generale di riferimento anche agli altri contributi. Da cui sembra curiosamente emergere anche un nuovo ruolo femminile territoriale, in grado di riproporre secondo modalità diverse un ruolo di connessione fra luoghi, simile a quello tradizionale all’interno della famiglia.
Giampaolo Nuvolati, col suo Presenze e assenze: le donne nei luoghi di vita urbana, ricostruisce uno schema leggibile dei percorsi, assai poco noti ai più, che intersecano spazio urbano e vite delle badanti-colf. Ovvero restituisce un quadro non episodico o aneddotico a immagini che tutti conosciamo ma che a tutti per molti versi sfuggono: l’anziano guidato attraverso ambienti metropolitani-territoriali che probabilmente gli sarebbero preclusi senza le innovazioni di percorso introdotte dalla badante; la maggiore articolazione pubblica che la città assume grazie all’uso e riuso intensivo di alcuni ambiti socialmente dismessi; la valorizzazione di servizi che parevano al tramonto, o l’emergere di nuovi bisogni.
La duplice estraneità dell’essere immigrate e giovani, è oggetto di interesse dei due contributi di Silvia Crivello, Aldolfo Mela (Torino) e Roberto Segatori (Perugia). Nel primo caso il processo di integrazione dentro gli spazi della città riguarda le ragazze più giovani, la “seconda generazione”, alle prese da un lato con l’identità familiare, dall’altro con un mondo che fuori da casa vivono in gran parte come proprio a tutti gli effetti, e che come tale vorrebbero vivere. Con varie difficoltà e contraddizioni. A Perugia è il caso di Meredith Kircher/Amanda Knox che introduce all’apparentemente nebuloso mondo delle studentesse straniere, che gli fa da sfondo. Qui, grazie al rigore della ricerca, dati e interviste restituiscono tra l’altro da un lato una realtà assai meno romanzesca, e più positiva, di quanto sospettabile, dall’altro la curiosa, ambigua, cangiante realtà degli spazi di un centro storico affatto ideale nella qualità dell’offerta. Un’immagine che forse declinata solo in parte per Venezia dalla letteratura, in effetti è possibile applicare con ogni probabilità a qualunque città storica italiana ed europea, e che l’interazione col mondo specifico delle studentesse riesce a far emergere con straordinaria vivacità (ma si ripensi ad esempio all’analogo mondo bolognese abbozzato a suo tempo dall’arte di Andrea Pazienza).
Sono solo alcuni esempi, tra i molti, della interessante raccolta di Antonietta Mazzette che comprende saggi su altri casi e temi: sicurezza ed estraneità delle donne (Roma, Fiammetta Mignella Calvosa, Simona Totaforti); casa e immigrate (Venezia, Tiziana Plebani); il “maledetto” ritorno delle migranti (Sicilia, Michela Morello); storie di vita e città (Genova, Antida Gazzola). A conclusione del percorso, la curatrice si pone strumentalmente la retorica domanda: Perché l’Italia non è più il Bel Paese?
E la risposta, naturalmente articolata fra la fisiologica difficoltà sociale all’adattasi a un contesto in evoluzione, e la patologica incapacità, tutta italiana, a ragionare in termini strategici sul futuro del territorio, pone un altro quesito di natura decisamente interdisciplinare: che tipo di “politica dello spazio” auspichiamo, e siamo in grado di gestire. Ovvero, se un ritorno al Bel Paese non è ovviamente possibile, e forse per molti versi neppure auspicabile (agli spazi tradizionali corrispondono quasi sempre, piaccia o meno, soggetti e ruoli tradizionali), in quali contesti metropolitani o meno potrebbe interagire la nostra società?
Anche se chi scrive non è certo in grado di dare una risposta, qui e ora, sicuramente le tematiche evocate dai saggi proposti da Antonietta Mazzette sottendono un implicito percorso storico-spaziale a cui è possibile far riferimento. E ripercorrerlo forse aiuta a chiarire alcuni problemi.
Si parlava all’inizio del disagio della città-macchina, contrapposto alla “misura d’uomo” del villaggio. E in effetti sin dai suoi esordi moderni, la standardizzazione dello spazio collettivo garantito dalla città moderna, almeno quello di cui si fa carico in modo diretto la pubblica amministrazione (ad esempio attraverso le norme urbanistiche), rinvia sempre all’idea di villaggio, più o meno estesa, articolata, dilatata e adattata, e sostanzialmente alle figure sociali che questo villaggio ideale abitano e percorrono. In principio è la ward, sottocircoscrizione amministrativa tradizionale britannica (nominalmente ancora in uso oltreoceano, ad esempio a New Orleans), ripresa all’inizio del ‘900 negli schemi della città giardino come unità di vicinato minima del nuovo insediamento: cinquemila abitanti, con le case che fanno riferimento funzionale e spaziale a una rete di ambienti stradali, aperti, piazzette, verde, nucleo di servizi essenziali. Basta scorrere i suggestivi schizzi delle città giardino con cui l’urbanista Raymond Unwin illustra il suo manuale Town Planning in Practice nel 1909, per capire che ci troviamo in tutto e per tutto nella riproduzione moderna di un villaggio tradizionale: pulito, ordinato, igienico e socialmente equo, ma inequivocabilmente granitico nel proporre spazi a misura di famiglia altrettanto tradizionale.
È il medesimo criterio a ispirare, dopo la prima guerra mondiale, la prima teorizzazione compiuta della Neighborhood Unit, quella elaborata negli anni ’20 da Clarence Perry per il Piano Regionale di New York. Anche qui, pur nel contesto metropolitano delle highways automobilistiche ad alta capacità e velocità, se ne ritagliano come parti costitutive veri e propri villaggi autosufficienti, col loro common verde, la scuola/centro civico, la mini-piazza, il calcolo dei tempi e delle distanze tanto rigorosamente orientato alla pedonalità quanto implacabile nel dettare ritmi comunque imposti alla vita urbana, almeno a quella del quartiere che sfugge alla logica della produzione. E ancora a loro modo tradizionalissimi e standardizzati sono i soggetti sociali a cui si rivolge: famiglia nucleare implicitamente wasp, marito impiegato, moglie casalinga, un paio di figli, tempi di lavoro e riposo più o meno determinati da quelli della grande impresa fordista che permea di sé il metabolismo metropolitano. Basta vedere l’elegiaco film The City (1939), soggetto di Lewis Mumford, per cogliere immediatamente ed esplicitamente come il quartiere residenziale moderno proposto dai riformisti rooseveltiani altro non sia se non un ritorno al villaggio tradizionale, ai suoi valori, alle sue figure sociali di riferimento.
A modo suo forse un po’ più aperta all’innovazione, la bistrattata (ai tempi nostri) cultura della città moderna razionalista, proprio quella della “macchina per abitare”. Ad esempio, nel nostro paese negli stessi anni di The City un Piero Bottoni di stretta osservanza corbusieriana stila un Quadro Sinottico delle funzioni della città, dove al lavoro, al tempo dell’abitare e della famiglia, alle attività ludiche, sportive, culturali, alla fin fine corrispondono spazi fisicamente piuttosto liberi (esattamente, col senno di poi, quelli che i contemporanei paladini della sicurezza a senso unico chiamano i terrificanti vuoti tra gli anonimi casermoni). Passo in avanti che pare immediatamente vanificato quando, nel dopoguerra, iniziano apparentemente nel segno pur parziale del razionalismo a crescere i quartieri del piano Fanfani. Non a caso pensati dal ministro del lavoro a traghettare l’Italia da una condizione rurale-contadina ad un più avanzato stadio urbano-operaio, i quartieri Ina-Casa assumeranno rapidamente di nuovo l’aspetto di villaggi, certo più simili ai borghi di bonifica dell’era fascista che non alle nuove città che caratterizzano la ricostruzione europea. E del resto la domanda sociale a cui si rivolgono questi “paesi dei barocchi” (nell’azzeccata definizione di un critico d’architettura dell’epoca) è ancora quella della famiglia tradizionale, e qualunque tentativo di innovazione sia negli spazi privati che in quelli pubblici verrà poi praticamente vanificato dai modi d’uso concreti.
Siamo dunque ancora all’anno zero, nel rapporto fra domanda di vita moderna da parte dei vari soggetti che abitano e si muovono nello spazio metropolitano contemporaneo, e offerta di ambito pubblico? La risposta è ovviamente no, visto che i medesimi soggetti hanno elaborato spontaneamente di generazione in generazione, di specificità in specificità, una personalizzata colonizzazione sia di tutto quanto si presentava sufficientemente elastico ed aperto (le grandi campiture del quartiere razionalista così come della piazza rappresentativa borghese ecc.), sia di altri ambiti pubblici, semipubblici, privati ma non troppo rigidamente delimitati. Esistono però moltissime sfumature, gradazioni, manifestazioni esplicite, predatori e gazzelle, in questo sfuggente mondo della rete metropolitana di relazioni, riferimenti, identità. Sicuramente ben oltre le (necessariamente?) schematiche riflessioni spaziali di architetti, urbanisti, amministratori e decisori vari, ma anche assai più quantificabili e qualificabili di quanto spesso (se non sempre) ci propone certo giornalismo conformista, facile agli stereotipi.
Nella bella raccolta di Antonietta Mazzette, nei contenitori di pietra, asfalto, passerelle, fazzoletti di verde, luci di insegne e lampioni, riflessi di schermi, si muovono le “estranee”, ovvero quel particolare soggetto che sinora è comparso nei villaggi ideali solo con la silhouette della casalinga, qualche volta della bambina che teneva per mano sulla via della scuola. Persone che nella realtà assumono le sembianze assai diverse degli infiniti segmenti in cui si spezzetta l’universo femminile, e che pure riflettendo solo un istante sappiamo di conoscere benissimo dall’esperienza di tutti i giorni. La pendolare per lavoro e servizi familiari nello sprawl metropolitano, presenza ubiqua e vero e proprio trait-d’union del nuovo villaggio allargato, tra il complesso scolastico, il centro sportivo, il supermercato, il posto di lavoro, le abitazioni proprie e di parenti. Protagonista involontaria di una vera e propria colonizzazione di territori sterili, come il ciglio stradale, il parcheggio luogo di incontro, occasionale gioco per bambini, la scansia fra lo scatolame e i detersivi luogo di discussione. O gli infiniti universi sconosciuti in cui si articola il mondo delle immigrate, badanti ancora alla conquista di spazi pubblici dimenticati o residuali, per le passeggiate con l’anziano assistito, o connazionali alla ricerca di un surrogato di piccola patria, conquistata tenacemente magari strappandola a qualche banda giovanile.
Ma probabilmente è soprattutto l’ambigua qualità degli spazi storici di fronte ad una utenza caratteristicamente postmoderna, come le giovani donne straniere studentesse universitarie descritte a Perugia, a farci tornare al punto di partenza: è possibile nell’epoca del villaggio globale, virtuale-mediatico ma anche assai materiale e tangibile nella vita quotidiana, andare oltre gli ambienti pubblici del villaggio tradizionale? O almeno cercare di superare la totale separatezza fra domanda (implicita, s’intende) e offerta, che obbliga da un lato a sterili esercizi intellettuali urbanisti e pubblici amministratori, dall’altro l’utenza finale, specie la più debole ma innovativa, a faticosi processi di adattamento?
La risposta, sta probabilmente nell’applicare davvero il principio dell’interdisciplinarità alla gestione urbana: cosa ben diversa dall’accontentare qualche corporazione scientifico-professionale cooptandone rappresentanti in commissioni e gruppi di lavoro. Anche questa, per usare la categoria introdotta da Anonietta Mazzette nelle conclusioni del suo libro, è una propositiva forma di resistenza.
Anticipiamo un brano da Capitalismo parassitario, il nuovo libro di , in uscita in questi giorni (Laterza, pagg. 66, euro 8)
Come il recente «tsunami finanziario» ha dimostrato, «al di là di ogni ragionevole dubbio», ai milioni di individui che il miraggio della «prosperità ora e per sempre» aveva cullato nella convinzione che i mercati e le banche del capitalismo fossero i metodi garantiti per la risoluzione dei problemi, il capitalismo offre il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli. Il capitalismo, proprio come i sistemi di numeri naturali dei famosi teoremi di Kurt Gödel (anche se per ragioni diverse...), non può essere simultaneamente coerente e completo; se è coerente con i suoi princìpi insorgono problemi che non è in grado di affrontare (voglio ricordare che l’avventura dei «mutui subprime», sbandierata all’opinione pubblica come la via per mettere fine al problema dei senzacasa, quella piaga che il capitalismo, come è risaputo, produce sistematicamente, ha invece moltiplicato il numero dei senzacasa attraverso l’epidemia di pignoramenti...); e se cerca di risolverli non può riuscirvi senza cadere nell’incoerenza con i propri presupposti di fondo. Molto prima che Gödel stilasse il suo teorema, Rosa Luxemburg aveva scritto il suo studio sull’«accumulazione del capitale»,dove sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere senza le economie «non capitalistiche»: esso è in grado di progredire, seguendo i propri princìpi, fintanto che vi sono «terre vergini» aperte all’espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della loro verginità precapitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento.
Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l’ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza. Scrivendo nell’era dell’imperialismo rampante e della conquista territoriale, Rosa Luxemburg non prevedeva e non poteva immaginare che i territori premoderni di continenti esotici non erano gli unici potenziali «ospiti » di cui il capitalismo poteva nutrirsi per prolungare la propria esistenza e avviare una serie di periodi di prosperità. In tempi recenti, abbiamo assistito a un’altra dimostrazione concreta della «legge di Rosa», ossia il famigerato affaire dei «mutui subprime» all’origine dell’attuale depressione: l’espediente di breve respiro, deliberatamente miope, di trasformare in debitori individui privi dei requisiti necessari per la concessione di un prestito, salvo che per la speranza (scaltra, ma in ultima analisi vana) che l ‘aumento dei prezzi delle case stimolato da una domanda gonfiata ad arte potesse garantire, come un cerchio che si chiude, che questi «nuovi acquirenti» avrebbero pagato gli interessi regolarmente (almeno per un po’)...
Oggi, a distanza di quasi un secolo da quando Rosa Luxemburg rese pubblica la sua intuizione, noi sappiamo che la forza del capitalismo sta nella straordinaria ingegnosità con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che le specie sfruttate in precedenza diminuiscono di numero o si estinguono; e nell’opportunismo e nella velocità, simili a quelle di un virus, con le quali si riadegua alle idiosincrasie dei suoi nuovi terreni di pascolo. Nel numero del 4 dicembre 2008 della New York Review of Books, in un articolo intitolato “The Crisis & What to Do About It”, George Soros, brillante analista economico e praticante delle arti del marketing, presentava il percorso delle avventure capitalistiche come una successione di «bolle» che regolarmente si espandono al di là della propria capacità di tenuta e scoppiano non appena raggiungono il limite della resistenza.
L’attuale stretta creditizia non è il segnale della fine del capitalismo, solo dell’esaurimento di un altro pascolo... La ricerca di un nuovo pascolo partirà quanto prima, alimentata, proprio come in passato, dallo Stato capitalistico attraverso la mobilizzazione forzata di risorse pubbliche (usando le imposte invece che il potere di seduzione, deficitario e temporaneamente non operativo, del mercato); si andrà alla ricerca di nuove «terre vergini» e si farà in modo, di riffa o di raffa, di renderle sfruttabili, fino a quando anche la loro capacità di rimpolpare i profitti degli azionisti e le gratifiche dei dirigenti non sarà stata spremuta fino in fondo. E come sempre – l’abbiamo imparato nel XX secolo da una lunga serie di scoperte matematiche, da Henri Poincaré a Edward Lorenz – un minimo scarto laterale può condurre al precipizio e far concludere l ‘avventura in una catastrofe; perfino minuscoli passi in avanti possono scatenare un’inondazione e concludersi con un diluvio... L ‘annuncio di un’altra «scoperta», di un’isola che ancora non era segnata sulle mappe, attira frotte di avventurieri molto più numerose rispetto alle dimensioni e alla capienza del territorio vergine: frotte che in men che non si dica dovranno tornare alle proprie navi per scampare al disastro imminente, sperando contro ogni speranza che le navi siano ancora intatte, al sicuro nel porto...
La grande domanda è quando si esaurirà l’elenco delle terre assoggettabili a «verginizzazione secondaria», e quando le esplorazioni, per quanto frenetiche e ingegnose, non garantiranno più un sollievo temporaneo. Non saranno quasi certamente i mercati, dominati come sono dalla «mentalità del cacciatore» liquido-moderno che ha preso il posto dei due approcci precedenti – quello premoderno del guardacaccia e quello solido-moderno del giardiniere – a porre questa domanda, loro che vivono passando da una battuta di caccia fortunata all’altra, fintanto che riescono a scovare un’altra occasione per rimandare il momento della verità, non importa se per breve tempo e non importa a quale costo.
Copyright 2009, Gius. Laterza & Figli. Traduzione di Fabio Galimberti
Dal 2012, grazie alla legge 133/08 "recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" approvata ad agosto dal Parlamento la gestione del servizio idrico integrato in Italia sarà privatizzato. Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato
L'articolo 23bis della legge 133 favorisce "il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica". Ciò al fine - afferma la legge - "di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale". In altre parole si spalanca la via alla privatizzazione dell'acqua, infatti il servizio idrico è stato equiparato a qualunque servizio pubblico di rilevanza economica, costringendolo alle regole della concorrenza.
Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato. Lo stesso sistema che solo nell'ultimo anno si è dimostrato pronto a implodere su sé stesso, con fallimenti a catena di banche e assicurazioni.
Eppure, dopo un rapido sguardo alle esperienze cosiddette "pilota" in Italia, sorgono non pochi dubbi proprio sulle garanzie di accesso al servizio.
Basta leggere l'inchiesta pubblicata il 4 dicembre 2008 dal Corriere Magazine sull'acqua privata e sui costi delle bollette, per scoprire che in città come Arezzo ed Agrigento, comuni che ha sposato il progetto di privatizzazione dell'acqua già da diversi anni, si è assistito a un processo rapido e febbrile di innalzamento vertiginoso dei costi delle tariffe (+ 300%).
Personalmente ritengo che l'art. 23 bis del ddl 133 andato ben oltre le competenze statali e l'ordinamento comunitario. La categoria dei servizi pubblici di rilevanza economica, oggetto dell'affidamento secondo la norma, è una categoria oscura e non presente nell'ordinamento comunitario. Come è noto, l'ordinamento comunitario distingue tra servizi di interesse economico-generale e servizi di interesse generale, entrambi, seppur con caratteristiche differenti, servizi pubblici essenziali, ed in quanto tali, entrambi, in relazione al nostro ordinamento, riconducibili all'art. 43 della Costituzione. Cioè riconducibili a quella norma che non è una mera norma di carattere organizzativo-funzionale, ma è una norma che contribuisce alla caratterizzazione più profonda del modello di Stato sociale; una norma che continua a riconoscere, garantire e legittimare, proprietà e gestione pubblica dei servizi pubblici essenziali, anche, laddove necessario, in regime di monopolio.
Trasformare la nozione di servizio pubblico essenziale in servizio di rilevanza economica, significa violare l'art. 43, il modello di Costituzione economica e tutte le norme ad essa raccordate in primis gli artt. 2, 3, 5 della Costituzione; significa violare la peculiarità che l'ordinamento comunitario riconosce allo status di servizio di interesse economico-generale e servizio di interesse generale, peculiarità ancor più rafforzata dopo l'approvazione del Trattato di Lisbona ed i suoi protocolli.
La norma in oggetto in questi ambiti, in questi servizi, caratterizzati da condizioni oggettive di monopolio naturale, introduce un astratto principio di concorrenza per il mercato, che significa di fatto riconoscere e favorire l'insorgere di malcelati monopoli privati. La norma non sembra assolutamente percepire e assimilare le tipologie comunitarie dei servizi di interesse economico-generale, seppur con una serie di limiti, orientati al mercato, e dei servizi di interesse generale, decisamente al di fuori delle logiche mercantili.
Mi spiego meglio: questa nuova categoria dei servizi pubblici locali di rilevanza economica tout court rientra tra i servizi pubblici essenziali? È possibile immaginare servizi pubblici che non abbiano carattere generale? Sarei portato a ritenere che ciò debba escludersi. E allora se così è, tale categoria, così come configurata, presenta evidenti difformità rispetto al quadro comunitario e statale i quali, seppur con toni differenti, pongono in posizione rilevante il ruolo dei poteri pubblici e subordinano la regola della concorrenza al prius del perseguimento degli interessi generali e al soddisfacimento del servizio universale. Si delinea dunque una duplice violazione sia del dettato comunitario, che di quello interno.
Non è un caso che il Comune di Parigi ha deciso la ripubblicizzazione dei servizi idrici. Infatti dal 1 gennaio 2010 un Ente di diritto pubblico, nel cui comitato di gestione siederanno anche i rappresentanti dei lavoratori e degli utenti, gestirà l'intero ciclo dell'acqua della capitale francese. Nel 1985 le multinazionali Suez e Veolia si erano accaparrate la gestione delle acque parigine con la complicità di Chirac Sono stati vent'anni di abusi, prezzi "gonfiati" e casi talora clamorosi di corruzione. Per contro, non ci sono stati cambiamenti di rilievo sotto il profilo della qualità dei servizi.
Anche a Parigi, come da noi, la gestione privata ha portato con sé una serie di effetti collaterali dovuti alla mancanza di concorrenzialità. In Francia tre quarti della gestione delle acque è oggi in mano ai privati, ma la speranza è che, sul modello parigino, il ruolo pubblico torni ad essere prevalente anche nelle altre zone del Paese.
Nella primavera del 2007 più di quattrocentocinquantamila mila firme furono raccolte a sostegno della legge d'iniziativa popolare che vede come primo punto il riconoscimento dell'acqua come "diritto inalienabile ed inviolabile della persona". Ma la sensazione forte è che la straordinaria raccolta firme sia già stata oscurata. Con un semplice colpo di spugna. Seguendo il manuale del "buon governo" che approva leggi impopolari e antidemocratiche proprio quando imperversa l'afa estiva e l'attenzione della stampa è rivolta altrove.
Il 2010 si candida quindi ad essere l'anno della svolta, ed è incredibile pensare come la Francia e l'Italia prenderanno direzioni cosi diverse in merito ad un bene fondamentale come l'acqua. Da una parte abbandonando una lunga privatizzazione e dall'altro si inaugurando una stagione di privatizzazione diffusa, che già negli esperimenti locali si è dimostrata allo stato attuale fallimentare e onerosa per gli utenti.
E' necessario una forte opposizione sia istituzionale, a partire dai ricorsi di incostituzionalità che le Regioni e gli enti locali debbono presentare, sia sociale al dispositivo della legge 133, affinché in Italia si costruisca la strada della promozione di una società mirante alla garanzia dei principi di uguaglianza nei diritti, di giustizia sociale, di solidarietà e di un vivere insieme fondato sul rispetto e la salvaguardia dei beni comuni
L’Autore è segretario regionale del Prc Basilicata
Più mobile che in passato, e ancora più incerta, appare oggi la frontiera tra pubblico e privato, fino a far dubitare che questa distinzione possa ancora essere proposta. La sfera dei media sembra sfuggire alla presa di queste categorie, contiene tutto e il contrario di tutto, e tutto proietta in una dimensione di crescente visibilità. La sfera globale, dove scompaiono o diventano opachi i poteri dei grandi soggetti pubblici, degli Stati nazionali, annuncia la privatizzazione del mondo. Ma una alternativa secca appare spesso improponibile. Nascono nuove formule - "privato sociale", "pubblico non statuale" - che scardinano gli assetti tradizionali. E, sempre più impetuosa, compare la "ragionevole follia" dei beni comuni. Né pubblico, né privato, allora?
Oggi non si possono seguire gli itinerari di Riesman o Sennett, che disegnavano processi lineari, con il prevalere ora dell’una, ora dell’altra logica. Se pure è vero che il privato invade il pubblico, che nella sfera pubblica il personale sostituisce l’impersonale, non si può poi concludere che il privato rimane sempre identico a se stesso. Un altro "privato" è davanti a noi, conosce il bisogno imperioso dell’apparire, si fa governo. E questo impone di ridefinire l’intero quadro di riferimento.
Si va su Facebook per essere visti, per conquistare una identità pubblica permanente. Si alimenta il "pubblico" per dare senso al "privato". Viviamo continui passaggi dall’intimité a quella che Lacan ha chiamato l’extimité: una intimità "esteriorizzata" che non connota soltanto il bisogno di guadagnare una ribalta costi quel che costi, ma rende possibili nuove forme di comunicazione sociale o politica.
In presenza di una sfera pubblica nutrita di spettacolo, di personalizzazione, le figure pubbliche accettano questa logica come una via obbligata per "promuovere" la propria immagine, per guadagnare consenso. Ma, imboccata questa strada, non si può pretendere un diritto all’autorappresentazione, che farebbe nascere una contraddizione tra la scelta di chiedere il consenso attraverso la spettacolarizzazione del privato e la pretesa di fornire un’immagine di sé costruita attraverso selezioni delle informazioni. Se chiedo di essere legittimato e giudicato per quel che sono, non posso poi proporre una immagine falsificata, che inquinerebbe quel giudizio su chi ha funzioni pubbliche che costituisce un elemento essenziale del processo democratico.
Si fa così più impegnativa la definizione della democrazia come "governo in pubblico". Non soltanto il passaggio da figura privata a figura pubblica determina una più ridotta aspettativa di privacy per i politici, per chi ricopre cariche pubbliche, ma si costruisce un nuovo circuito per il controllo del potere, fondato sulla trasparenza, sulla luce del sole come "miglior disinfettante", che attribuisce alla conoscenza dei cittadini una funzione essenziale, e così accentua il ruolo "pubblico" del sistema dell’informazione.
Ma, appunto, non siamo di fronte a processi lineari. Mentre la società della comunicazione presenta il suo conto, poteri vecchi e nuovi elaborano strategie di difesa, si trasferiscono in luoghi sottratti all’occhio del pubblico. Ricompaiono gli arcana imperii, che possono assumere la forma di un modello matematico, di un algoritmo che governa le attività finanziarie. Di questo mondo, privato e opaco, abbiamo avuto diretta nozione con l’esplodere della crisi economica, che ha rivelato la distruttiva privatizzazione di un potere che, esteso sull’intero pianeta, si è sostituito ad ogni altro. E così il pubblico è dovuto correre in soccorso del privato, con un ritorno ad una "privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite". La tardiva riscoperta di un bisogno di regole pubbliche obbliga a ridisegnare un territorio che si riteneva definitivamente assegnato a poteri privati.
Proprio qui s’innesta la questione dei beni comuni, dell’acqua e dell’aria, dell’ambiente nel suo complesso. "Il grande campo di battaglia sarà la proprietà" - aveva scritto, con parole presaghe, Alexis de Tocqueville, svelando la fragilità di un assetto il cui equilibrio era stato fondato su una divisione di compiti: "al cittadino appartiene la proprietà, al sovrano l’impero". Quel conflitto continua, e si è trasferito al mondo dei beni immateriali, alla conoscenza. L’oggetto della contesa non sono più soltanto beni scarsi (la terra, in primo luogo), ma l’ininterrotta produzione di conoscenza che ha in Internet il suo luogo di elezione. Qui la scarsità non è più naturale, ma prodotta da tecniche che limitano la libertà di accesso, determinando processi impropri di privatizzazione. Le regole pubbliche non possono limitarsi ad affermare che l’accesso alla conoscenza è un diritto fondamentale della persona se, poi, troppi contenuti non sono liberamente accessibili. Il centro dell’attenzione, allora, diviene appunto quello dei beni comuni. Non si può consegnare ai cittadini una chiave che apre una stanza vuota.
Continui conflitti di potere accompagnano la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato. Molti sono i protagonisti di questa vicenda, ma è bene ricordare la radicalità con la quale le implicazioni profonde del tema sono state svelate dal pensiero delle donne. Non è solo una formula perentoria - "il personale è politico" - che torna alla memoria. Sono le molte vicende di questi tempi a inquietare, con la pretesa di ridisegnare il privato e il pubblico delle donne in forme che prospettano il primo come una prigione e l’altro come una subordinazione.
Il farfallone amoroso gode del suo giorno dell’orgoglio e si riabilita - sempre che ne avesse bisogno - vestendosi e rivestendosi come Leopoldo Fregoli. Occhi lucidi e respiro lungo: tutti felici.
La concorrenza, si sa, non c’è: motivi tecnici. Ballarò spostato a domani, Matrix alla prossima settimana, sono questioni di palinsesto e, dicono da Mediaset, di difficoltà organizzative; la Champions, dove Pippo Inzaghi collabora alla restituzione della grandeur, è confinata in pay e tutto il mondo televisivo - disinteressato agli ultimi giorni di Adolf Hitler su RaiTre - può assistere al trionfo del presidente del fare.
Fregoli, dicevamo: il presidente giardiniere illustra le qualità terapeutiche del fieno steso sul manto erboso; il presidente ingegnere dettaglia sulle costruzioni antisismiche, le doppie piastre, gli «assorbitori di potenza»; puntando gli indici, il presidente architetto deraglia nella plastificazione poiché il quartiere Bazzano, ricostruito a cinque chilometri dall’Aquila, è stato edificato di modo che le case sembrino di epoche diverse, e non «artefatte», e di conseguenza artefatte sono; il presidente designer guida la visita dentro alle case di legno che saranno consegnate con gli armadi - «anche con gli attacca-abiti» - e apre i frigoriferi delucidando sui requisti dell’ultimo modello; il presidente anglofono dice: «People first»; il presidente pater familias ha una pacca per tutti.
E mille e mille presidenti, il presidente anticomunista, il presidente imprenditore che nega le correzioni delle sue reti per favorire gli ascolti del gran ritorno di Porta a Porta, il presidente San Sebastiano trafitto dai dardi della tv pubblica. E infine (per modo di dire) il presidente Tafazzi che non guarda più la tele. Ma in fondo è la serata squillante del governo del fare - non della ciàcola, non della lascivia - in un’elencazione di record che avrebbe mandato in tilt anche un Rino Tommasi, e il terrore sale quando il premier sfodera l’elenco delle opere compiute.
Record, record e record: due mesi per l’asilo Giulia Carnevali (dal nome della giovane progettista morta nel terremoto, e il padre in studio, dignitosissimo, invita a guardare avanti), record; quattro mesi per le casette, record; entro settembre tutti fuori dalle tende, record; i giapponesi, gli americani e gli australiani ci invidiano le tecniche e i tempi, record; Nancy Pelosi che dice a Berlusconi: «Un’impresa del genere per noi negli Stati Uniti sarebbe stata impossibile», record; ho governato più di Alcide De Gasperi, record; ho governato meglio di De Gasperi, record.
E poi la gente, il people, e gli operai, i men at work, che dalla cima delle gru chiamano il presidente a braccia levate: «Silvio! Silvio!». L’uomo vecchio e stanco e barbuto che entra nella casa appena ricevuta e non resiste a un singulto di commozione. La donna col bimbo in braccio che sull’uscio dell’asilo sente la vita che ricomincia. I terremotati in piazza che si guardano attorno e dicono: è un miracolo, un miracolo. Faremo di più, faremo meglio, dice Berlusconi: abbiamo un know how che riproporremo per costruire le carceri, le centodieci città dove le giovani coppie troveranno l’abitazione che non trovano oggi, basta infilare tre turni di otto ore al giorno per ridurre i tempi di due terzi.
Sull’altra parte della barricata resta un povero Stefano Pedica, coordinatore laziale dell’Idv di Antonio Di Pietro, che fa picchetto all’ingresso della sede Rai di via Teulada, ma tanto Berlusconi entra lo stesso. E dentro il sindaco dell’Aquila, Stefano Cialente, cerca soltanto di attutire lo scoppio dei mortaretti. Qualche giornalista propone dei distinguo travolti dall’energica e fluviale parlantina del presidente del Consiglio. Piero Sansonetti si prende la briga di dirne due o tre. Bruno Vespa abbozza un paio di bisticci rapidamente sedati. E’ l’occasione buona per regolare i conti, da presidente pompiere, e per il resto rimangono negli occhi le casette di legno che casette non sono, dice Berlusconi, semmai ville dove a tutti noi piacerebbe abitare. Anche a lui, sembra, al farfallone amoroso che si autodichiara dittatore, scherzando, il narcisetto, ora che non più andrà notte e giorno d’intorno girando delle belle turbando il riposo.
La lezione forse più importante degli ultimi anni di crisi economica è l’inconsistenza, la vuotezza del tempo breve. Per chi gioca in borsa il tempo è un attimo. Così per il politico, quando si nutre di sondaggi al punto di fabbricarseli. Per il giornalista, l’imprenditore, il sindacalista, le generazioni future sono nulla, l’immediato è tutto anche se serve a preservare un potere ormai finto.
Già nell’800 Jacob Burckhardt scriveva che l’indebitarsi dello Stato («La più grande, miserabile ridicolaggine del XIX secolo») era un «dissipare in anticipo il patrimonio delle future generazioni: una superbia senza cuore». Non rattrappisce solo il tempo, come la pelle di zigrino di Balzac. Il rattrappimento colpisce anche lo spazio. Tempo breve e spazio corto eclissano artificialmente le più vaste realtà che sono la nazione, l’Europa, il mondo. L’artificio sta ovunque sbriciolandosi perché ha prodotto danni enormi.
Non la crisi è mentale, come dissero gli avversari di Obama e come ripete Berlusconi. È mentale l’illusorio ottimismo consumistico di cui la crisi è stata la nemesi. Citiamo l’Italia perché da noi questa genealogia mentale della crisi persiste, con molteplici rami. Perché il tempo breve qui celebra i suoi fasti, e più che altrove è malato il rapporto col tempo: passato, presente, dunque futuro. Inutile commemorare 150 anni di storia italiana, se di questa malattia non si discute. Ambedue, tempo e luogo, sono pilastri delle storie nazionali e da noi pericolano. Quando Berlusconi vanta i tanti anni a Palazzo Chigi, quando imprime il suo marchio sull’anniversario dell’unità («Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni della sua storia») parla di una cosa apparentemente essenziale: del tempo lungo. Ma è tempo lungo fittizio, centocinquant’anni di storia sono un’emanazione luminescente e plastificata della sua persona e vengono d’un colpo vanificati. Il suo vero tempo è il governare giorno per giorno, come denunciato giovedì da Gianfranco Fini a Gubbio. Lo stesso avvenne in vari paesi sviluppati, prima della crisi: la furia dell’attimo borsistico era la regola, e da essa nascevano i chimerici incanti chiamati bolle.
La mancanza di visione del domani viene spesso identificata con un accidioso attardarsi sul passato. In realtà è il culto idolatrico dell’istante che crea immobilità, se è vero che l’istante nel momento stesso in cui arriva cessa d’esistere. Questo gioco col tempo fabbricato, che lusinga l’artefice e perciò è idolatrico, è una patologia non solo dell’Italia ma in Italia specialmente acuta; è il «chi me lo fa fare» che ricorre nei film di Fellini. Mai meditato a fondo, il passato viene insabbiato, anche giudiziariamente, e le ferite restano aperte. La patologia dell’Italia plasmata da 30 anni di tv berlusconiana è metodica distruzione del tempo. Quando se ne è afflitti accade che una sola cosa resti: l’inalterabile gelatina degli stereotipi. Gli stereotipi sono oggi, dice il Times, la nostra maledizione.
Come si sopprime il tempo? Trasformando la storia lunga in una successione di verbali scoppi rivoluzionari senza seguito, e il leader in prestigiatore carismatico onnipotente. La soppressione del tempo è compiuta da un re che non si cura delle istituzioni, fiero della propria corona ma ignaro di come i regni durino solo se si distingue tra corpo deperibile del monarca e permanere eterno della Corona. Un re che maschera il vuoto dietro il villaggio che Potemkin, amante di Caterina II, allestì lungo il Dnepr, per gabbare la regina (ieri illudeva la cartapesta, oggi lo schermo che gli spagnoli chiamano caja tonta: scatola tonta). Eros e Priapo imperversano come nel saggio di Gadda e sfociano nel sottotitolo gaddiano: «Da furore a cenere». Eros e Priapo vuol dire che il corpo del re è tutto, e il regno niente. Nelle democrazie parlamentari l’equivalente del Regno e della Corona è il senso delle istituzioni, dello Stato, della Costituzione.
La soppressione del tempo accade con la complicità di molti, perché sono molti, in tutti i partiti, ad aver interiorizzato il pensar breve, anzi brevissimo. Non mancano le eccezioni, e grazie alla crisi c’è chi tenta un cambio di rotta. Può apparire paradossale, ma due persone diverse come Obama e Fini allungano lo sguardo, provano a restaurare il tempo. Pur impensierito dal voto di metà mandato, Obama non smette d’insistere sui disastri dei tempi brevi, sull’obbligo di «costruire il futuro». È significativo che Fini abbia dato vita a una Fondazione che usa parole analoghe, «Fare futuro», e che i tempi lunghi siano un suo pensiero dominante.
Società e classi dirigenti riluttano a questo apprendistato. Soprattutto in Italia, Obama è dato per spacciato (i giornali già annunciano il «naufragio della riforma sanitaria») come si dava per spacciato ogni giorno Prodi. Alla furia borsistica dell’istante Obama risponde, nel discorso alle Camere del 9 settembre: «Troppi hanno usato come occasione per assicurarsi punti di vantaggio nel breve periodo, anche se così facendo derubano il paese dell’opportunità di risolvere una sfida di lungo termine». E conclude: «Non è quello che ci proponevamo di fare venendo qui. Non siamo venuti qui per aver paura del futuro».
L’uccisione del tempo ha i suoi conformisti, anche tra chi critica il governo. Anch’essi accumulano vantaggi brevi, trascurano l’arduo durare. Il caso Fini è così importante perché svela la permanenza, ben oltre la destra, dello sguardo tattico, corto. Non sono solo i giornali del premier a scagliarsi contro il presidente della Camera. Una più ampia platea reputa velleitarie le sue parole e proposte: perché le giudica prive di immediati consensi. Quante «divisioni» ha Fini? vien chiesto: è vista corta anche questa. Fini e FareFuturo sono minoritari a destra perché guardano oltre, lontano. Qui è la loro forza, che per molti è debolezza. Sono tanti a difendere uno status quo che garantisce popolarità e profitti, subito. Anche l’Unione Europea fu pensata con sguardo lungo, e derisa da chi lo aveva corto. È l’inerte saldezza dei vecchi ordini, descritta da Machiavelli nel Principe: «E debbesi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nemici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene, e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene». L’ordine vecchio rincuora, ma è dal nuovo che verranno i benefici.
Tempo lungo e spazio vasto (lo spazio della nazione, dell’Europa, del mondo) sono le due grandi vittime di chi guarda corto, e con l’accetta abbrevia, rimpicciolisce. Il sindaco di un paesino del Bergamasco, il leghista Aldegano, ritiene che la targa di Peppino Impastato nella biblioteca comunale non interessi nessuno da quelle parti e vada tolta, negando con ciò che mafia e illegalità siano fatti nazionali. Antonio Rapisarda sul sito FareFuturo scrive che simili offese toponomastiche rinchiudono il divenire collettivo «tra le strade del piccolo rione». Non diversa la reazione del premier alla riapertura delle indagini sulla morte di Borsellino e sul patto Stato-mafia: «È follia pura», ha detto l’8 settembre, che le Procure di Palermo e Milano «ricomincino a guardare i fatti del ’92, ’93, ’94». I magistrati sperperano soldi dei contribuenti, «cospirano come tori inferociti».
Non è cospirazione e non è spregio dei contribuenti accendere la luce su quegli anni. Sono gli anni in cui Dell’Utri «promise alla mafia precisi vantaggi in campo politico» (sentenza di primo grado), e nacque Forza Italia. Gli anni in cui ci accorgemmo che era vinta la battaglia contro il terrorismo ma non contro la mafia (Gian Carlo Caselli, Le due guerre, Melampo 2009). Gli italiani non sono solo consumatori-contribuenti ma cittadini con diritto di sapere il tempo da cui vengono e quello verso cui vanno. Giacché tutti viviamo il tempo come il duca di Guermantes in Proust: siamo «appollaiati» sul passato come «su viventi trampoli che aumentano senza sosta» e, certo, per questo siamo malfermi. Difficile camminare su trabiccoli «più alti di campanili». Ma difficile anche - senza trampoli - guardare alto e vedere lontano.
Carla Ravaioli, ultimo intervento della mattina, è la prima voce di donna. Fin quando non cambieremo il nostro modello, non distribuiremo diversamente i nostri interventi, l'assetto del mondo non cambierà sul serio, rimarremo sempre indietro rispetto ai nostri avversari tra i quali imperversa Emma Marcegaglia, tra i protagonisti della loro giornata. Il parlare di Carla, deciso e saggio, è un richiamo alla sinistra a correggersi finché c'è tempo e l'ambiente tiene ancora, chissà fino a quando. Ma non si tratta solo di questo, questo accorato richiamo non è il solo rimprovero. «Le sinistre per la paura della disoccupazione tecnologica hanno osteggiato ogni progresso», consegnando nei fatti al capitale le chiavi del cambiamento del futuro del mondo.
La tessile dismessa
In complesso il nostro Cernobbio non è poi male. L'organizzazione, tutta sulle spalle di persone singole, di associazioni e gruppi locali, tutta giocata in agosto, senza fondi da spendere se non il tempo delle vacanze e la voglia di fare bene, è riuscita a organizzare un'assemblea numerosa, a nutrirla di idee e companatico, con la Digos fuori dai cancelli a perdere tempo, forse nel timore che un'orda di cattivi soggetti potesse attaccare la pace dei signori, poco distante. E noi che credevamo che fossero le nostre idee a fare paura. Anche il luogo della riunione è sintomatico dei tempi. Una fabbrica tessile dismessa, con un grande salone, dove lavoravano le operaie settanta anni fa, trasformata in una bella sala in cui si sta insieme e si parla di quello che conta per cambiare, per muovere le cose.
Dopo la presentazione di Giulio Marcon, il primo intervento di rilievo è quello di Mario Agostinelli. Il suo argomento è la scelta nucleare. Badate, dice in sostanza, è sbagliato l'atteggiamento di chi è sicuro che «tanto non lo faranno mai». La verità è che lo stanno già facendo, sulla base di una doppia menzogna: Kyoto e il prezzo dell'energia al consumo. Kyoto «scade» nel 2012 e il primo chilowatt nucleare italiano arriverà semmai nel 2018. Fino a quel momento si continuerà a pagare anche per l'inquinamento proibito e per la produzione di Co2 necessaria per costruire le centrali». D'altro canto l'energia costerà meno, ma non per tutti. Anzi è sicuro che il costo chilowatt per le famiglie crescerà, caricato dei costi della Co2 della costruzione nucleare.
Parlano tra gli altri Lenzi del Wwf, buoni economisti come Pianta, Fumagalli, Santoro, Fassina, Merli e poi Beni dell'Arci, Rinaldini della Fiom. Quest'ultimo difende la posizione del suo sindacato in modo appassionato: «C'è una sottovalutazione di quello che sta succedendo a livello sociale, non solo nella gravità delle condizioni occupazionali ma nella ridefinizione del sistema delle relazioni sociali attraverso l'accordo separato che mira esplicitamente a negare l'autonomia e la democrazia nei luoghi di lavoro».
In conclusione circola un documento che esprime la convinzione diffusa: si può fare, le risorse si possono trovare; ma dove trovare la volontà?
5 modi per trovare le risorse
Se si vuole, le risorse si trovano. Ad esempio con la lotta all'evasione fiscale e con politiche fiscali più eque: portando al 23% la tassazione sulle rendite e aumentando l'imposizione fiscale al 45% per i redditi oltre i 70mila euro e al 49% sopra i 200mila euro e introducendo una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni. Altre risorse potrebbero provenire dalla riduzione delle spese militari, rinunciando al programma delle grandi opere e introducendo l'uso di Open Office nella pubblica amministrazione.