Su Repubblica di alcuni giorni fa, Roberto Saviano ha detto che gli immigrati di Rosarno sono stati coraggiosi contro i clan,«più coraggiosi di noi» (italiani). Coraggiosi lo devono essere perché non hanno nulla da perdere se non quel poco che riescono a mettere insieme per spedire a casa e per sopravvivere in qualche modo qui. Perché abituati a essere sempre a rischio, senza reti protettive alcune: non le autorità del governo dal quale fuggono (e che spesso li perseguita), non la legge del paese dove lavorano che gli è spesso nemica come troppe volte gli sono nemici gli abitanti del paese straniero, per i quali lavorano per un pugno di centesimi e dai quali sono visti come a metà tra il bestiale e l´umano. Gli immigrati sono clandestini anche quando formalmente non lo sono perché la loro clandestinità è rispetto alla società e alla cultura del Paese dove lavorano, non solo rispetto alla legge. Clandestini in senso totale: per la legge sono non esistenti e la loro invisibilità dà agli italiani una sorta di visto per impunemente sfruttarli, ingiuriarli, maltrattarli; essendo fuori della norma sono alla mercé di tutti, «nuda vita» come direbbe Giorgio Agamben.
Questa radicalità li mette, che lo vogliano o no, naturalmente faccia a faccia con i loro equivalenti nostrani di clandestinità: quegli italiani di ´ndrangheta, mafia e camorra che prosperano anche grazie alla clandestinitá formale e civile degli stranieri. Forza contro forza, benché, come abbiamo visto a Rosarno in questi giorni di ferro e fuoco, a perdere sono i clandestini non i fuorilegge nostrani; a perdere sono i piú deboli e piú esposti in assoluto, coloro che la legge dichiara perseguitati e verso i quali non resta indifferente né si fa tollerante.
Eppure, quando alzano la testa, quando rivendicano nelle forme della forza –poiché non ne hanno altre visto che la legge non consente loro voce e visibilità civile – il poco salario in nero e di fame che gli é stato promesso, quando sfidano i prepotenti dell´illecito lo fanno a viso aperto, ignari delle pratiche omertose: la loro violenza, certamente ingiustificata come deve esserlo sempre in una societá che è civile, è un grido di accusa alla nostra democratica Italia. Poiché la loro condizione di radicale e totale sfruttamento ingrassa i nemici della legge e della societá civile. Quegli immigrati dovrebbero essere visti come amici della democrazia, se non altro perché mostrano con tremenda efficacia quanto grave sia l´affare dell´illecito nel nostro paese – un affare che trasmigra dalle terre d´origine e giunge come abbiamo visto in questi giorni nella Pianura Padana, in Emilia-Romagna. L´illecito travolge gli argini. È questo il pericolo che ci deve fortemente preoccupare e che la disperata reazione degli immigrati mette in luce.
Le vicende di Rosarno riportano alla mente le lotte di Giuseppe Di Vittorio contro il caporalato, la tratta dei bambini e delle donne nelle campagne del Tavoliere. Anche allora la sfida era tra legalitá e illegalitá. Di Vittorio era pugliese e a sette anni e mezzo giá bracciante; a dodici si trovó coinvolto in una sparatoria della polizia nella quale morí un suo coetaneo, Ambrogio, durante una dimostrazione di braccianti che chiedevano un salario, non un pugno di soldi. Di Vittorio non combatteva per eliminare gli avversari ed era contro la violenza; combatteva per cambiare le relazioni sociali e le regole. I suoi avversari erano gli affaristi dell´illecito, coloro che non si facevano scupoli di ricorrere alla violenza per contrastare l´unione sindacale dei braccianti, ovvero la trasformazione del conflitto da ribellione violenta (che giustificava la repressione) a contestazione civile: poiché, allora come oggi, operare sotto la legge implicava rendere pubblico ciò che per profitto dei clan doveva restare sommerso e invisibile.
I braccianti che organizzò Di Vittorio vivevano come topi in tuguri malsani e scioperavano per una razione extra di «acqua salsa» con la quale bagnare il pane secco. Erano gli antenati naturali dei clandestini di oggi. Con una differenza che rende l´emergenza di oggi piú grave e preoccupante: poiché se a caricare e a sparare sui braccianti erano allora la "guardia regia" o i carabinieri della repubblica, oggi sono i cittadini stessi, manipolati spesso da una propaganda che ha avuto addirittura ispiratori in partiti che governano il Paese; una propaganda che come un vento pestilenziale è capace di generare terribili cose dove la via della legge è giá di per sé molto impervia e spesso collassata. Di Vittorio aveva compreso che la lotta contro il caporalato e l´illecito era imprescindibile non solo o tanto per i cafoni del Sud, ma per la democrazia italiana; poiché il sistema che sostiene il caporalato è nemico totale del governo della legge, senza possibilità di compromessi, e perché alimenta un sistema affaristico che non conosce frontiere regionali.
Qui una biografia di Giuseppe Di Vittorio
Dicono che ci faranno una piazza, al posto del campo di Rognetta raso al suolo da una ruspa. Dovrebbero intitolarla all'umanità perduta. Dicono che qualcuno degli africani di Rosarno, prima di salire sull'autobus diretto a Crotone o a Bari o chissà dove, abbia lasciato scritto «We'll be remembered, we'll not forget» nel campo in cui viveva. Nemmeno noi dimenticheremo. La sopravvivenza sotto la soglia dell'umano in quei campi. La rabbia violenta che sola dà voce all'umano quando tutto gliela toglie. Il marchio disumano, per chi la fa prima che per chi la subisce, della caccia al negro, e poi della deportazione, e poi delle colonne in attesa di ricovero nei campi di accoglienza. E quella ruspa a siglare la fine: l'ordine è stato ristabilito.
Non è vero. Non c'è ordine dopo queste immagini. Il caso non è chiuso, la vergogna non è consumata, il territorio non è riconquistato, il debito non è saldato. Tutto invece si spalanca, quando la posta in gioco è l'umano, e tutto ci interroga. E niente, ma proprio niente, può ricominciare come prima. Farebbe bene a pensarci, il Senato della Repubblica, prima di ascoltare, oggi, il Ministro degli Interni riferire sul caso Rosarno. Perché non è solo Maroni ad aver travalicato il segno della decenza prendendo per intollerabile non le condizioni dei migranti ma la loro accoglienza. È tutta la classe politica italiana, l'opposizione in primo luogo, a giocarsi la faccia se su quelle immagini manderà a sua volta le ruspe. Ci sono le regionali, c'è il dialogo sulla giustizia, the show must go on: questo sì che sarebbe intollerabile.
Nemmeno provino, maggioranza e opposizione, ad alimentare la gara già in corso su svariate testate a chi si scopre più razzista, se il Nord leghista o - sorpresa! - il Sud pronto a diventarlo. I fatti di Rosarno, innescati dai rampolli della 'ndrangheta, preceduti da una lunga prova di convivenza e circondati da esperienze esemplari di accoglienza, hanno una dinamica che poco lo consente. Provino piuttosto a pensare, se ci riescono, a questo. Mentre per vent'anni la classe politica italiana si è dilettata di questione settentrionale, facendo dell'area più ricca del paese la vittima della globalizzazione, dell'immigrazione, della società del rischio e dell'ansia, nel Sud la globalizzazione penetrava con la sua faccia più feroce, quella della nuova schiavitù e dell'illegalità criminale organizzata. Si chiama capitalismo postnazionale, attizza focolai di guerra civile globale a Rosarno come a Calais come a Dubai e nessuna ruspa viene mai mandata né a raderlo al suolo né a civilizzarlo. La ruspa che rade al suolo la Rognetta, invece, racconta una storia lunga mezzo secolo: di industrializzazione promessa e mancata, di emigrazione dolorosa ieri e di immigrazione dolorosa oggi, di territori lasciati alla speculazione, al cinismo mafioso e ai compromessi col cinismo mafioso. Ferite dell'umano, mentre lo show andava avanti.
C'è la cronaca dei fatti, e ci sono fatti che interrompono la cronaca, la sospendono, domandano un salto, segnano un prima e un dopo. Dopo Rosarno, lo show non può andare avanti come prima. Può però tragicamente precipitare, se quella ruspa, quella caccia al negro e quelle deportazioni venissero riconosciute anche per un solo momento come precedenti attendibili della via italiana all'ordine. Occorre urgentemente fare disordine. Lo sciopero degli immigrati è la prima occasione che ci attende. Non per aiutarli, ma per farci aiutare da loro a dire no.
La Protezione civile Spa trasforma la tutela del territorio da diritto a servizio a pagamento. Su
il manifesto
Haiti è l'occasione giusta per mostrare al mondo l'ultimo gioiello del made in Italy, la neonata Protezione civile Spa. Forte della fresca nomina a «Sottosegretario incaricato del coordinamento degli interventi di prevenzione in ambito europeo ed internazionale rispetto ad interventi di interesse di protezione civile» (come recita il decreto legge istitutivo della Spa), Guido Bertolaso è già all'opera per esportare brand e know how della sua creatura.
Un modello messo a punto in otto mesi di sperimentazione dopo il terremoto dell'Aquila: «Siamo pronti a mettere a disposizione di tutto il mondo, e degli haitiani in particolare, - ha annunciato il nostro "uomo della provvidenza" all'indomani della tragedia caraibica - l'esperienza nell'ambito della ricostruzione che abbiamo acquisito in Abruzzo».
La campagna pubblicitaria per lanciare sul mercato la Società in house, già preposta per legge a produrre «utili netti» dalle operazioni di protezione civile, è cominciata: Bertolaso, nel suo doppio ruolo politico e amministrativo, ieri era in Giappone, a Kobe, a illustrare «l'esperienza italiana nella gestione dell'emergenza e della ricostruzione collegate al terremoto del 6 aprile». Nel frattempo, in Italia, l'annuncio dato e subito ritirato dal ministro Ignazio La Russa circa l'invio ad Haiti di una nave d'appoggio italiana, da scegliere tra la San Giusto, anfibia della Protezione civile, e la portaerei militare Cavour, è stato letto da alcuni dirigenti della Protezione civile come il risultato dello sgomitamento tra il Dipartimento e la Difesa per conquistarsi la massima visibilità sul campo.
La pubblicità, d'altra parte, è l'anima del mercato necessario alla Società per azioni che, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legge 195 pubblicato in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre 2009, diventerà una centrale privata di appalto dei lavori pubblici, ma che potrà lavorare anche per i privati e all'estero. Da noi lo farà in deroga a tutte le leggi e i piani regolatori vigenti e potrà agire sotto l'impulso di ordinanze emanate per ogni tipo di evento trasformato in stato d'emergenza, esautorando non solo le funzioni del parlamento, ma anche gli enti locali. Esattamente come è avvenuto a L'Aquila. Basta ricordare la frase di Berlusconi pochi giorni dopo il 6 aprile: «Per governare questo paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile».
All'estero, invece, agirà sul modello americano della Fema, la Federal Emergency managment agency, che dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 e l'uragano Katrina del 2006 ha acquisito dal Congresso sempre più poteri tanto da essere definita «il governo segreto degli Stati uniti». E come la Fema, il cui brand impreziosisce ormai un particolarissimo merchandising dell'emergenza - aerei, elicotteri, prefabbricati in legno, ecc - commercializzati nel mondo, «anche la Spa di Bertolaso si prepara ad esportare il marchio del Biscione», per usare le parole di Antonio Crispi, segretario nazionale Fp-Cgil per la Protezione civile. La Spa, con un capitale iniziale di un milione di euro prelevato dal fondo della Protezione civile, acquisirà tutte le «funzioni strumentali» (non i compiti) del Dipartimento controllato dalla Presidenza del consiglio dei ministri, ossia subentra nella gestione di tutti i mezzi a disposizione del Dipartimento, centri funzionali, risorse tecnologiche, flotta aerea e quant'altro, tutto ciò che serve a seconda dell'evento che si dispone ad affrontare.
E quando Ionta annuncia che per costruire le carceri si servirà della Spa, dice semplicemente che i soldi per far fronte all'emergenza penitenziaria andranno a rimpinguare le casse della Società (che per il momento non può essere quotata in borsa). «Il fatto che la Spa possa accumulare utili ci dice che si passa dal concetto costi-benefici al concetto costo-ricavi - aggiunge Giovanna Martini, funzionaria di Protezione civile e coordinatrice del circolo Pd della Presidenza Cdm - la tutela della vita e del territorio diventano a pagamento». «Non sappiamo più se saremo funzionari pubblici che hanno giurato fedeltà alla Costituzione - lamenta Francesco Geri, ingegnere del Dipartimento - o procacciatore di affari per la Spa». «Qualsiasi intervento sul territorio, qualsiasi lavoro necessario alla prevenzione di qualunque tipo sono nelle mani della Spa. Che se entra in contenzioso con gli enti locali, per esempio, può avvalersi dell'avvocatura dello Stato», afferma Giovanni Ciancio, responsabile Cgil del settore emergenze della Protezione civile. «Per Silvio Berlusconi è il modo più semplice - conclude - per ottenere subito una sorta di premierato».
Habemus dominum dall’ugola d’oro. Ogni sillaba luccica: lunedì 11 gennaio, a proposito delle leggi con cui vuol salvarsi dai tribunali, le chiama «ad libertatem», indovinando la desinenza; manca solo un gerundio, «libertas delinquendi». Suona meno bene l’italiano, se "Repubblica" lo cita esattamente: «Mi indigna soltanto a sentirle certe cose»; lo stile è suo. Resta nella memoria acustica una frase storica scandita mercoledì sera 7 ottobre 2009; era furente contro la Consulta, avendo appena perso l’immunità: «Queste cose a me mi caricano, agli Italiani li caricano ...». Qui apostrofa la Cassazione: annulli la condanna inflitta all’avvocato Mills da Tribunale e Corte d’appello milanesi; se no, va su tutte le reti televisive a dire che «la magistratura è molto peggio della mafia» (ivi). In quarantott’ore dà sicuro un forte alleviamento fiscale (due sole aliquote Irpef) e se lo rimangia. Alla rentrée romana esegue una delle sue frequenti mosse da joker: gliele studiano maghi insonni, fallendo ogni volta l’obiettivo, ma bene o male sinora hanno scongiurato probabili condanne; e l’effetto riesce devastante. Ormai l’abbiamo nel codice genetico. Stavolta prendono le mosse da Corte costituzionale 14 dicembre 2009 n. 333: invalidamente l’art. 517 c.p.p. ignorava l’eventuale giudizio abbreviato quando l’accusa fosse accresciuta nel dibattimento; «urge» quindi sospendere i relativi processi affinché gl’imputati optino in quel senso, se vogliono; li iberna un decreto. I beneficiari sono Mister Mills e chi lo pagava: è il ventesimo abito cucito addosso; era decreto urgente anche il favore resogli da Craxi venticinque anni fa (dl 16 ottobre 1984), ripristinando l’etere selvatico dove fondava un piratesco impero televisivo.
Poche frasi congelano i dibattimenti pericolosi finché sia votata l’invereconda legge-spegnitoio che estingue i processi alla scadenza d’un termine. Follie simili avvengono nel mondo d’Alice in forma lieve e giocosa, mentre da noi è farsa sinistra. Actum est, annunciano i quotidiani mercoledì 12 gennaio: l’interessato voleva una sospensione lunga tre mesi; il Quirinale gliene accorda uno e mezzo; combineranno tutto stamattina. Ore 9, la conferma viene dal TG1, voce del padrone, ma abitiamo un mondo fluido e poco dopo, quel decreto svanisce: era superfluo, spiega il guardasigilli; siccome l’accertamento d’incostituzionalità non richiede complementi normativi, l’art. 517 vale nei termini stabiliti dalla Corte; i dibattimenti quindi saranno sospesi affinché l’imputato scelga un nuovo giudizio, se vuole. Discorsi analoghi risuonavano sulla nave dei matti col berretto a sonagli, un tema ricorrente nella pittura didascalica quattro-cinquecentesca (vi mette il bulino anche Dürer). Il giudizio abbreviato conta ventun anni: con l’assenso del pubblico ministero l’imputato chiede d’essere giudicato nell’udienza preliminare, sulle carte del fascicolo, escluso ogni nuovo atto istruttorio; hanno ingresso solo dei documenti; l’eventuale pena scende d’un terzo. L’idea nasceva da calcoli d’economia: tagliare i dibattimenti con un giudizio monocratico, rigorosamente cartolare, in camera di consiglio, mediante l’accordo tra le parti; lo promuove l’imputato con poche chances perché se fosse sicuro del fatto suo, sceglierebbe un contraddittorio pieno. La metamorfosi, suggerita dalla Consulta, sopravviene nella l. 16 novembre 1999: cade il veto istruttorio; l’instante può subordinare la richiesta all’acquisizione delle prove che offre o indica; l’udienza preliminare diventa dibattimento a porte chiuse, lungo e complesso; ogni imputato dal destino dubbio vi salta dentro assicurandosi lo sconto, se fosse condannato, a costo zero, visto che gioca quante mosse istruttorie vuole.
Resta da vedere come l’art. 517 nuovo sia applicabile nei procedimenti in corso, supponendo che pendano in cassazione: è il caso Mills; sarà discusso giovedì 25 febbraio, davanti alle Sezioni unite. L’imputato ha il diritto riconosciutogli da Corte cost. 14 dicembre 1999 n. 333: chiedere l’abbreviato; ma cosa significa? Escludiamo, ipotesi assurda persino nella sfrenata cabalistica berlusconiana, l’annullamento della condanna e regressione ad ovum, ossia all’udienza preliminare, dove il reato morrebbe estinto dal tempo (tale il teorema difensivo, l’unico prospettabile, parrebbe, visto quanto pesano le prove d’accusa): le misure rescindenti presuppongono invalide sequele d’atti, mentre qui l’iter appare impeccabile (la Consulta ha interloquito post eventa), né il ricorrente può dolersi d’uno svolgimento meno garantito; era l’optimum; giostrava davanti a tribunale e corte d’appello spendendo ogni risorsa disponibile. Concedergli congrua stasi perché mediti se chiedere o no «un nuovo giudizio?». Sono parole del guardasigilli e quanto poco valgano, lo vedono studenti alle prime armi. Non esistono "nuovi giudizi". Mister Mills risulta giudicato nell’unica forma possibile e c’è poco da meditare: sono lontani i tempi in cui l’imputato soppesava profitti e rischi, dovendo optare tra decisione sulle carte e contraddittorio perfetto; les jeux sont faits: a occhi chiusi, quindi, chieda l’abbreviato lucrando lo sconto sulla pena, se esce perdente. Affare suo, nonché dei difensori, come lo sarebbe stato nell’udienza preliminare: se ha gusti meditabondi, il tempo non gli manca; quando sia chiamata la sua causa, saranno passati settantatre giorni dalla decisione «additiva» (così le chiamano gl’intenditori). La Corte vaglia i motivi del ricorso: ritenendoli fondati, annulla con o senza rinvio; altrimenti riduce la pena d’un terzo e lì finisce il processo, superfluo essendo rinviare, perché gli ermellini sanno l’aritmetica (art.620, lett. l).
La procedura penale era materia dal passato equivoco, misconosciuta, quindi distorcibile, ma ancora vent’anni fa nessuno immaginava il guignol quotidiano sub divo Berluscone: tre leggi sul telaio (processo breve, legittimo impedimento, terzo lodo d’immunità) offrono materia d’estremo interesse al giuspatologo; l’analisi politica ispira profonda tristezza.
Loretta Napoleoni
Caro direttore, ho letto l´editoriale di Pirani dal titolo "Emma sì e subito e niente Loretta" e sono rimasta sorpresa dalla poca veridicità dei fatti raccontati dall´autore a mio riguardo. La Nuova Economia del Terrorismo (edizione Tropea) non è un romanzo ma un saggio che ho scritto in inglese e che è stato tradotto in 18 lingue, incluso l´arabo. Non si parla di nessuna alleanza tra Al Qaeda ed il capitalismo americano, né fa comparazioni tra il portafoglio di Al Qaeda ed il Pil americano. È a tutt´oggi uno dei testi più apprezzati nel mondo accademico e non sul finanziamento del terrorismo. La storia a cui si riferisce Pirani è ben diversa. Era stato chiamato dalla casa editrice a fare da relatore alla presentazione del mio libro, che ovviamente non aveva letto, cosa che è diventata subito evidente durante la presentazione. Giulietto Chiesa era anche lui uno dei relatori. Dopo aver insultato un giovane medio-orientale che riprendeva con la telecamera la discussione, Pirani si è scagliato contro Giulietto Chiesa, che come lui si presentava alle elezioni europee ed era in piena campagna elettorale. Tra i due si è accesa una feroce discussione, alla quale io non ho partecipato anche perché ero sbigottita dopo tanti anni all´estero di trovarmi in una situazione del genere, discussione che è terminata con il lancio del mio libro da parte di Pirani e la sua uscita teatrale dalla sala. Non voglio commentare il giudizio di Pirani sulla mia professionalità, fortunatamente i governi e le organizzazioni internazionali per cui lavoro non leggono i suoi editoriali e francamente anche se lo facessero non cambierebbe nulla. Mi meraviglio però che un giornale così serio come il suo dia spazio a ripicche di questo tipo.
Mario Pirani
Non ho mai scritto che il saggio su "La nuova economia del terrorismo" fosse un romanzo ma che L.N. aveva iniziato la sua carriera di esperta con un libro giallo sul terrorismo, "Dossier Baghdad", edito nel ´97 da Newton Compton. Il saggio è invece del 2004. Accettai l´invito dell´editore Tropea di presentarlo. Lo lessi come faccio sempre, riservandomi la libertà del recensore di lodare, criticare e se crede anche stroncare l´opera sottoposta al suo giudizio. Quanto al merito mi limito a citare testualmente alcune interviste dell´autrice rilasciate in occasione della presentazione: «L´economia terrorista è un bene per il capitalismo occidentale. Il fatturato di 15.000 miliardi di dollari viene immesso nelle economie occidentali… Il tasso di crescita del volume monetario terroristico è più alto di quello dell´economia americana… Se lo eliminassimo, l´Occidente si troverebbe automaticamente a dover fronteggiare una recessione… Il terrorismo è un così buon investimento che anche il governo degli Stati Uniti cercò di entrarvi… Il terrorismo è un business troppo lucroso per procedere all´arresto di Osama bin Laden? … Quando fu noto che Osama sarebbe andato in Afghanistan, la risposta americana fu "lasciatelo andare". Anche dopo l´11 settembre l´America rifiutò l´offerta pachistana (di consegnare bin Laden)».
Quanto alla discussione con Chiesa L.N. afferma che disputammo perché ambedue ci presentavamo alle elezioni europee. Non sono mai stato candidato ad alcuna elezione. (m.p.)
Viviamo a Rosarno una pagina oscura della storia italiana. Le ronde criminali scatenate nell´assalto agli africani, le sprangate in testa e le fucilate alle gambe degli immigrati, rappresentano una vergogna di fronte a cui possiamo solo sperare in un moto collettivo di ripulsa morale.
Di quale tolleranza, "troppa tolleranza", parla il ministro Maroni? Ignora forse che da trent’anni l’agricoltura del Mezzogiorno d’Italia si regge economicamente sull’impiego di manodopera maschile immigrata, sospinta al nomadismo stagionale fra Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, con paghe di sussistenza alla giornata, ricoveri di fortuna in edifici fatiscenti, criteri d’assunzione malavitosi, senza la minima tutela sanitaria e sindacale?
Ora non li vogliono più, s’illudono di espellerli come un corpo estraneo dopo che li avevano convocati alla raccolta degli agrumi. Ma è dal 1980 che le colture specializzate meridionali non possono fare a meno delle migliaia di ragazzi africani trattati né più né meno come bestiame. E al tramonto, se la mandria non fa ritorno disciplinato nei recinti abusivi delle aree industriali dismesse, non trova certo istituzioni disponibili a riconoscerne l’umanità. Gli italiani con cui entrano in contatto questi lavoratori senza diritti sono solo di due tipi: i caporali spesso affiliati alla criminalità organizzata; e i volontari di Libera, della Caritas e di Medici senza frontiere. Le forze dell’ordine si sono limitate finora a un blando presidio territoriale per evitare frizioni pericolose con la popolazione locale. Ma l’importante era che il ciclo produttivo non si interrompesse: la mattina dopo il reclutamento ai bordi della strada non subiva intralci.
Chi ha tollerato che cosa, ministro Maroni?
Rosarno era teatro da anni di una conflittualità quotidiana, pestaggi isolati, sfide tra giovanissimi divisi dal colore della pelle ma accomunati da una miseria culturale che li induce a viversi come nemici. Dopo i colpi di fucile che hanno ferito due immigrati, giovedì la furia degli immigrati ha colpito indiscriminatamente la popolazione calabrese. Ieri, per rappresaglia, è scattata la "caccia al nero": disordini razziali che evocano scenari di un’America d’altri tempi. Di nuovo sparatorie a casaccio per terrorizzare i miserabili che hanno osato ribellarsi, insanguinando la Piana di Gioia Tauro dove governano ben altre autorità che non lo Stato democratico.
La riconversione legale dell’agricoltura del Sud implicherebbe, accanto agli investimenti economici, un’opera di civilizzazione che mal si concilia con l’offensiva propagandistica imperniata sulla criminalizzazione del clandestino. Non solo i mass media ma anche i portavoce della destra governativa hanno eccitato, legittimato sentimenti d’ostilità da cui oggi scaturiscono comportamenti barbari, indegni di un paese civile.
Se a Castelvolturno, nel settembre 2008, fu la camorra a sterminare sei braccianti africani, a Rosarno assistiamo a un degrado ulteriore: settori di cittadinanza coinvolti in un’azione di repulisti inconsulta. La chiamata alle armi contro i dannati della terra che certo non potevano garantire – con la sola forza disciplinata delle loro braccia - il benessere di un’area rimasta povera.
Vi sono probabilmente motivazioni sotterranee, indicibili, alla base di questo conflitto. Non tutti i 25 euro di paga giornaliera finiscono nelle tasche dei braccianti illegali. Pare che debbano versare due euro e mezzo agli autisti dei pulmini che li trasportano nelle piantagioni. Si vocifera addirittura di una odiosa "tassa di soggiorno" di 5 euro pretesa dalla ‘ndrangheta. Di certo non sono associazioni legali quelle che pattuiscono le prestazioni di lavoro. Ma soprattutto è chiaro che una relazione trasparente con la manodopera immigrata viene ostacolata, resa pressoché impossibile dalla legislazione vigente.
Altro che pericolo islamico: qui la religione non c’entra un bel nulla. L’Italia dell’economia illegale, non solo al Sud, lucra sulla farraginosità normativa che sottomette il lavoratore immigrato a procedure arbitrarie sia in materia contrattuale, sia nel rilascio del permesso di soggiorno. Quando Angelo Panebianco, sul "Corriere della Sera", asserisce che affrontare il tema della cittadinanza significherebbe "partire dalla coda anziché dalla testa", ignora che restiamo l’unico paese europeo in cui le procedure di regolarizzazione e di naturalizzazione non contemplano alcuna certezza di tempi e requisiti. Assecondando, di fatto, un’informalità di relazioni per cui ai doveri non corrispondono mai i diritti.
Sulla scia di un’analoga iniziativa francese, circola fra gli stranieri residenti in Italia l’idea di dare vita a marzo a una iniziativa forse velleitaria ma dal forte significato simbolico: "24h senza di noi". Che cosa succederebbe se per un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro? Quanto reggerebbe il nostro sistema di vita senza il loro apporto? Farebbero bene, i sindacati, a prendere in seria considerazione questa iniziativa, contribuendo con la loro forza organizzativa al moto spontaneo. Ma prima ancora è l’intero arco delle forze politiche, culturali e religiose che rifiutano la contrapposizione incivile fra italiani e stranieri a doversi mobilitare: l’inciviltà dei pogrom è contagiosa.
"Se la politica italiana fosse un film, questo inizio di 2010 lo intitolerei Le conseguenze dell’amore. Il regime c’è da tempo. Ma ora si sta consolidando e inasprendo alla maniera classica dei totalitarismi: introducendo nella politica la categoria del sentimento per cancellare qualunque normalità democratica, qualunque ordinaria dialettica fra maggioranza e opposizione, fra governo e poteri di controllo e di garanzia. Il Capo pretende di essere amato, anzi adorato e, dopo l’attentato di Piazza Duomo, gioca sui sentimenti dei cittadini per ricattarli: ‘Chi non è con me è contro di me. Chi non mi adora mi odia’". Barbara Spinelli non si è mai sottratta alle regole ferree del dizionario: ha sempre chiamato "regime" il berlusconismo. Ma ora vede un’altra svolta, una cesura estrema, un salto in avanti verso il baratro.
Qual è precisamente questa svolta di regime nel regime?
Nella testa di Berlusconi l’attentato di Piazza Duomo ha creato un prima e un dopo. Dopo, cioè oggi, nulla può più essere come prima. Si sente in guerra, anche se combatte da solo. E con il dualismo amore-odio crea una situazione militare: l’immagine del suo volto sfregiato e insanguinato, riproposta continuamente in tv e sui giornali, è per lui l’equivalente dell’attentato alle due Torri per Bush. Stessa valenza, stessa ossessività, stesso scopo ricattatorio. Con la differenza che, dietro l’11 settembre, c’era davvero il terrorismo internazionale. Dietro l’attentato a Berlusconi c’è solo una mente malata e isolata.
Qual è la conseguenza politica?
L’attentato al premier ha ancor di più narcotizzato la stampa italiana, che ha rapidamente interiorizzato il ricatto dell’amore e dell’odio. E il Pd dietro. Viene bollata come espressione di odio da neutralizzare, espellere, silenziare qualunque voce di opposizione intransigente. Cioè di opposizione. Tutti quei discorsi sul dovere del Pd di isolare Di Pietro. A leggere certi quotidiani, ci si fa l’idea che il vero guaio dell’Italia degli ultimi 15 anni non sia stato l’ascesa del berlusconismo, ma quella dell’antiberlusconismo. Quanti editoriali intimano ogni giorno all’opposizione di non odiare, cioè in definitiva di non opporsi! Come se l’azione isolata di un imbecille potesse e dovesse condizionare l’opposizione. Un ricatto che si riverbera anche sugli articoli di cronaca.
A che cosa si riferisce?
Alla strana indifferenza con cui si raccontano alcune scelte mostruose, eversive della maggioranza che inasprisce il suo regime senza più critiche né opposizione. Penso alle tre o quattro leggi ad personam fabbricate in queste ore nella residenza privata del premier. Penso all’orribile apposizione del segreto di Stato sugli spionaggi illegali scoperti dalla magistratura in un ufficio del Sismi e nell’apparato di sicurezza Telecom. A salvare con gli omissis di Stato gli spioni accusati di avere schedato oppositori, giornalisti e magistrati sono gli stessi che un anno fa creavano il mostro Genchi, dipingendolo come una minaccia per la democrazia, trasformando il suo presunto ‘archivio’ in una centrale eversiva.
E Genchi operava legalmente per procure e tribunali, al contrario delle barbe finte della Telecom e del Sismi.
Appunto, ma nella smemoratezza generale, facilitata dalla narcosi della stampa (per non parlare della tv), nessuno ricorda più nulla. Nessuno è chiamato a un minimo di coerenza, né di decenza. I sedicenti cultori della privacy che strillano a ogni legittima intercettazione giudiziaria tentano di controllare addirittura il cervello e i sentimenti del comune cittadino col ricatto dell’‘odio’. Fanno scandalo le intercettazioni legali, mentre lo spionaggio illegale viene coperto dal governo. Così il segreto di Stato diventa un lasciapassare preventivo a chiunque volesse tornare a spiare oppositori, giornalisti e magistrati. 'Fatelo ancora, noi vi copriremo', è il messaggio del regime. 'Le operazioni illegali diventano legali se le facciamo noi': un avvertimento per quel poco che resta di opposizione e informazione libera. E il Pd e i giornali ‘indipendenti’ non dicono una parola, soggiogati dalla sindrome di Stoccolma.
Che dovrebbe fare, in questo quadro, l’opposizione?
Vediamo intanto che cosa dobbiamo fare noi con l’opposizione: smettere di chiamarla opposizione. Diciamo ‘quelli che non governano’. Gli daremo la patente di oppositori quando ci diranno chiaramente che cosa intendono fare per contrastare il regime e cominceranno seriamente a farlo. Se è vero che Luciano Violante segnala addirittura al governo le procure da far ispezionare, se Enrico Letta difende il diritto del premier a difendersi 'dai' processi, se altri del Pd presentano disegni di legge per regalare l’immunità-impunità a lui e ai suoi amici, chiamarli oppositori è un favore. Li aspetto al varco: voglio sapere chi sono e cosa fanno.
Ellekappa li chiama "diversamente concordi".
Appunto. Non si sono nemmeno accorti dello spartiacque segnato dall’attentato nella testa di Berlusconi, fra il prima e il dopo. Non hanno neppure colto la portata ricattatoria dell’ultimatum del premier perché le nuove leggi ad personam vengano approvate entro febbraio, altrimenti 'le conseguenze politiche non saranno indolori'. Nessuno ha nulla da dire contro questo linguaggio da mafioso ai vertici dello Stato? Perché nessuno fa dieci domande su quella frase agghiacciante? E’ il Partito dell’Amore che si esprime così?
Che dovrebbe fare l’opposizione per essere tale?
Rendersi graniticamente inaccessibile a qualsiasi compromesso sulle leggi ad personam. Evitare di reagire di volta in volta sui piccoli dettagli, ma alzare lo sguardo al panorama d’insieme e dire chiaro e forte che siamo di fronte a una nuova svolta, a un inasprimento del regime. E respingere pubblicamente, una volta per tutte, questo discorso osceno sull’amore-odio.
Tabucchi invita le opposizioni a coinvolgere l’Europa con una denuncia che chiami in causa le istituzioni comunitarie.
Sull’Europa non mi farei soverchie illusioni: basta ricordare i baci e abbracci a Berlusconi negli ultimi vertici del Ppe. Io comincerei a dire che con questo tipo di governo non ci si siede a nessun tavolo, non si partecipa ad alcuna ’convenzione’, non si dialoga e non si collabora a cambiare nemmeno una virgola della Costituzione. Oddio, se vogliono ridurre i deputati da 630 a 500 o ritoccare i regolamenti, facciano pure: ma non è questo che interessa a Berlusconi. Come si fa a negoziare sulla seconda parte della Costituzione con chi, vedi Brunetta, disprezza anche la prima, cioè i princìpi fondamentali della nostra democrazia? Anziché dialogare con Berlusconi, quelli del Pd farebbero meglio a guardare a Fini, provando a fare finalmente politica e lavorando sulle divisioni nella destra, invece di inseguire, prigionieri stregati e consenzienti, il pifferaio magico. Spesso in questi mesi Fini s’è mostrato molto più avanti del Pd, che l’ha lasciato solo e costretto ad arretrare.
Perché, con la maggioranza che ha, il Cavaliere cerca il dialogo col Pd?
Anzitutto per un’irrefrenabile pulsione totalitaria: lui vorrebbe parlare da solo a nome di tutto il popolo italiano, ecco perché l’opposizione dovrebbe dirgli chiaramente che più della metà degli italiani non ci sta. E poi c’è una necessità spicciola: senza i due terzi del Parlamento, le controriforme costituzionali dovrebbero passare dalle forche caudine del referendum confermativo: e l’impunità delle alte cariche o della casta, per non parlare del lodo ad vitam di cui parlano i giornali, non hanno alcuna speranza di passare. Dunque è proprio sulla difesa della Costituzione e sul no a qualunque immunità che il Pd dovrebbe parlar chiaro. Invece è proprio lì che sta cedendo.
L’ha soddisfatta il discorso di Napolitano a Capodanno?
Mi ha impressionato più per quel che non ha detto, che per quel che ha detto. Mi aspettavo che, onorando i servitori dello Stato che rischiano la vita, non citasse solo i soldati in missione, ma anche i magistrati che corrono gli stessi rischi anche a causa del clima, questo sì di odio, seminato dalla maggioranza. Invece s’è dimenticato dei magistrati persino quando ha elencato i poteri dello Stato, come se quello giudiziario non esistesse più.
Perché, secondo lei, tutte queste dimenticanze?
È una lunga storia...Chi è stato comunista a quei livelli non ha mai interiorizzato a sufficienza i valori della legalità, della giustizia, dei diritti umani. Quando poi i comunisti italiani, caduto il Muro, hanno cambiato nome, sono diventati socialisti, e all’italiana: cioè perlopiù craxiani. Mentre la cultura socialista europea ha sempre difeso la legalità e la giustizia, il socialismo italiano degli anni ’80 e ‘90 era quello che purtroppo conosciamo. E chi, da comunista, è diventato craxiano oggi non può avvertire fino in fondo la violenza di quanto sta facendo il regime.
Ora si apprestano a celebrare il decennale di Craxi.
Mi auguro che il presidente della Repubblica non si abbandoni a festeggiamenti eccessivi. E non ceda alla tentazione di associarsi a questa deriva generale di revisionismo e di obnubilazione della realtà storica sulla figura di Craxi. Anche perché la riabilitazione di Craxi non è fine a se stessa: serve a svuotare politicamente e mediaticamente i processi a Berlusconi e a tutti i pezzi di classe dirigente compromessi con il malaffare. Riabilitano un defunto per riabilitare i vivi. Cioè se stessi.
Breve il terrore seguito al crac della finanza: cielo, torna Marx! E perché? Perché i governi sono corsi in aiuto alle banche, rifinanziandole. L'intervento fatale dello stato, cioè il riaffacciarsi di Marx...
Che sciocchezza. Intanto lo spavento non è durato molto. Stati, o meglio governi, non sembrano chiedere nulla in cambio. Si limitano a dire che non si può lasciar fallire una banca perché questo trascinerebbe nel vortice risparmiatori e imprese. Lasciar fallire Lehman Brothers è stato un errore; salvare una banca è un atto di salute pubblica, come far fronte a una inondazione. Quindi altre imprese chiedono aiuto, per prime le grandi costruttrici di auto, perché quote ingenti dei loro clienti hanno smesso di cambiare la vettura, per cui rischiano il licenziamento centinaia di migliaia di lavoratori, che da disoccupati costano allo stato e producono tensione sociale. Solo in Europa si moltiplicano le cifre di disoccupati a breve, per non parlare dell'est che, gettato spensieratamente nel libero mercato, vi sprofonda più degli altri. Perfino gli oligarchi che avevano ammassato ricchezze nella svendita della proprietà pubblica ne stanno perdendo una parte.
Quindi gli stessi che per venti anni hanno strillato «meno stato più mercato» adesso chiedono l'intervento statale. C'entra Marx? Per niente. Prima di tutto non è mai stato un fautore dello stato, del quale anzi prevedeva a termine l'estinzione; se mai fu Lenin a pensare che la proprietà statale, ma d'uno stato proletario, fosse l'ultima fase prima della socializzazione della proprietà stessa. Nulla di simile passa per la testa dei governi, né delle opposizioni attuali.
I primi sono reticenti perfino a dichiarare la natura di queste erogazioni. Si tratta d'un prestito, oppure di un acquisto di parte delle banche e imprese, delle quali essi assumerebbero una congrua parte della proprietà? Sarkozy ha recentemente affermato per una operazione del genere che si tratta di un prestito a un buon tasso di interesse, l'8 per cento; insomma sarebbe un investimento un po' azzardato. Se ho capito bene soltanto nel Regno Unito Gordon Brown ha dichiarato che si tratta di una partecipazione al capitale azionario delle banche salvate, e qualcuno ha aggiunto «pro tempore», ma lo stato non vi metterà becco, non voterà a seconda delle azioni che detiene, interviene come cassa d'emergenza e basta.
Gran silenzio sugli interrogativi che si fa il semplice cittadino: i soldi che lo stato eroga come «aiuti» da dove li prende? Dalla finanza pubblica, cioè da noi? Con le tasse? Quali e quando? Solo Obama dichiara che aumenterà le imposte per gli alti redditi, ma ai fini di pagare l'estensione della sanità pubblica a tutti i cittadini. Gli Usa possono stampare moneta, aumentando così un deficit pubblico già cinque volte più elevato del nostro; ma gli stati europei non lo possono fare, lo potrebbe soltanto la Banca Centrale, che non ne manifesta alcuna intenzione. E fino a ieri dichiaravano di essere così a secco da dover tagliare energicamente la spesa pubblica - scuole, ospedali, enti locali. In Francia anche i tribunali.
Per ultimo, come appariranno nei bilanci dello stato le somme erogate per gli aiuti, se appariranno?
Le sinistre, se così si può chiamarle, che rappresenterebbero i lavoratori e i lavoratori medesimi che scendono in piazza gridano: il giocattolo finanza l'hanno rotto i padroni delle banche, paghino loro. Anche l'Onda ha usato lo stesso slogan: non pagheremo noi la vostra crisi. Ma dubito che gli uni e gli altri ci credano. Le sinistre non stanno marciando all'assalto del credito, non reclamano neanche che, salvato, diventi quota di proprietà pubblica - che non sarebbe affatto socialismo ma sì e no una misura keynesiana - e l'utilizzo ne sia discusso pubblicamente nei parlamenti e fra le parti sociali. Fino a poco fa anche esse tuonavano per la privatizzazione di quanto era pubblico. Non abbiamo strillato anche noi, il manifesto, contro la proprietà statale e i boiardi di stato? Non abbiamo scritto che è l'occhio del padrone che ingrassa il cavallo mentre le burocrazie statali sono inerti e corrotte? D'altra parte non avevamo le forze per proporre che la proprietà pubblica passasse in autogestione, anche per il dubbio (inespresso) di come funzionerebbe una autogestione nuda e cruda in un mondo globalizzato. Mancò poco che non giovassimo alle privatizzazioni della sanità e della scuola, cui sono allegramente andati i governi di centrosinistra.
Quindi dalle nostre parti, per dir così, silenzio o richiesta agli stati di salvare le imprese per salvare i dipendenti, in primis dell'auto. Di «nazionalizzazione» si parla a vanvera, come proprietà statale forse transeunte, certo non ammessa al controllo pubblico, a sua volta incontrollato (salvo forse dalla corte dei Conti). Una riflessione autocritica sullo slogan «meno stato più mercato» non la fa nessuno. O mi è sfuggita?
Neppure si domandano condanne per i responsabili della rovina. Nessuno di coloro che hanno lasciato andare in pezzi il proprio istituto, è imputato di nulla. In genere sono confermati nei loro incarichi. Ho, per così dire, sott'occhio l'amministrato delegato della Fortis che è stato sollevato, sì, dalla direzione ma con un paracadute d'oro e con un incarico ben retribuito di consulente speciale della medesima banca. Per configurare una frode bisogna proprio che gente come Madoff o Stanford abbiano visibilmente ingannato il prossimo proponendo per depositi fatti presso banche di loro fiducia, perlopiù nei paradisi fiscali, interessi favolosi pagati con i soldi dei nuovi piccioni via via acchiappati. Ma è frode o no far nascere nuovi titoli l'uno dall'altro, «derivarli» nella speranza che il mercato speculativo li acquisti e rivenda prima che atterrino su un pezzo di quella che chiamano «economia reale»? Una tradizionale bolla in borsa scoppiava quando i titoli emessi da una impresa triplicavano di valore rispetto alla base produttiva su cui li emettevano. Stavolta no. I famosi derivati derivano da altri titoli, sul principio che messo sul mercato il denaro produce da se stesso altro denaro. È una frode oppure va chiamata affettuosamente «ingegneria fiscale», e funziona fin quando la inesigibilità del titolo si rivela clamorosamente?
Al semplice cittadino questo genere di operazioni ricorda la storiella del furbo romano che, vedendo un contadino mirare stupefatto il Colosseo, gliene propone l'acquisto, lo sprovveduto sgancia e il furbo sparisce con i quattrini. Le banche hanno potuto vendere e rivendere un virtuale, un derivato, un future - dice Tremonti che i derivati sono pari a dodici volte e mezza il prodotto industriale lordo di tutto il mondo! - senza che questo configuri un reato. Fu forse reato che gli olandesi, incantati dai tulipani, si contendessero come l'oro il bulbo di quel fiore fino ad allora sconosciuto? È stata la prima speculazione, la racconta Galbraith, e durò fin che di colpo si avvidero che ci si poteva procurare quel rizoma con due centesimi.
La scorsa estate un trader della Société Générale ha lasciato aperto il suo computer un venerdì, un collega ci ha messo l'occhio, ha scorto che stava inanellando spericolatamente acquisti e vendite, ne ha avvisato la direzione; la quale prima di tutto ha rifilato a ogni buon conto ad altre banche i titoli giocati e poi lo ha denunciato. Ma che si riesce a imputargli? Ha operato per amor dell'arte, non ne ha intascato un soldo, nessun superiore è in grado né è tenuto a controllarlo, se il suo percorso non fosse stato interrotto la banca ne avrebbe tratto ingenti guadagni. L'ingegneria finanziaria lavora sul virtuale. Calcola sul desiderio.
Il povero Marx non lo immaginava proprio. Al contrario aveva razionalmente previsto la fine del rentier. Anche le famose righe dei Grundrisse nelle quali afferma che in futuro il lavoro sarebbe diventato una ben misera base per l'aumento della ricchezza mettevano in conto l'enorme mutamento delle tecnologie, non la crescita parassitaria di una speculazione (sempre in qualche misura virtuale), che diventando smisurata sfocia nelle bolle ed esplode in distruzione di ricchezza, come sta avvenendo ora, dopo essersi deposta di passaggio su questo o quel speculatore. Va da sé che anche quel che si chiama ora capitale cognitivo non si identifica nella capacità di George Soros di prevedere i movimenti delle borse.
In realtà chi sproloquia su Marx si dimentica spesso e volentieri che tutta la sua analisi riposa sul fatto, intollerabile per un nipotino della rivoluzione francese, che il modo capitalistico di produzione elude l'uguaglianza in diritti che sarebbe propria di ogni essere umano, perché si fonda al contrario sull'inuguaglianza fra chi possiede i mezzi di produzione e chi non possiede altro che la propria forza di lavoro, materiale o immateriale. Nella produzione al primo rimangono capitale, macchine (tecnologia), prodotto, il secondo è un accessorio vivente (magari intelligentissimo), della macchina (tecnologia), anche lui merce, magari individualmente preziosa, acquistabile e vendibile sul mercato del lavoro. Nella speculazione questo ingombrante soggetto scompare come tende a sparire, fino alla resa dei conti, l'ingombrante prodotto che dà origine nella quotazione in borsa.
Ugualmente fin che il soggetto lavoratore introduce nel processo una sua relativa autonomia di contrattazione del salario e dei diritti, ne modifica gli equilibri. Di qui la furia distruttiva di ogni traccia della sua organizzazione, anche la più elementare come il sindacato. Sacconi e Marcegaglia sono figure ottocentesche classiche. Su questa introduzione nel processo da parte dei lavoratori si è basato, con non poche semplificazioni ma con la forza di un corposo materiale umano, tutto il movimento operaio. In quello socialista per breve tempo, in quello comunista per dir così sempre - almeno in linea di principio - restò la convinzione che anche il più forte dei sindacati migliorava ma non modificava il rapporto di produzione, la cui inesorabile illibertà sta nell'usare l'uomo come strumento. Di qui la necessità di un passaggio rivoluzionario. Non è andata così, e non è affatto misterioso capirne le ragioni.
Ora il capitale ha vinto non nei rapporti di forza, da sempre inuguali, ma anche nella testa, nella idea di sé di chi lavora, senza più speranza di una propria emancipazione ma solo di salvare il suo posto di lavoro, cioè il salario, identificato con il salvataggio dell'impresa che glielo dà.
Questo ereditiamo dal Novecento. E vale la pena di tenerlo fermo, piuttosto che divagare su straordinarie innovazioni che renderebbero impossibile, anzi inutile, qualsiasi lotta al capitale proprio mentre si dibatte in clamorose contraddizioni interne.
Dal capitolo 6 del libro: Piero Della Seta, Edoardo Salzano,
L’Italia a sacco. Come negli incredibili anni ’80 nacque e si diffuse Tangentopoli, Editori Riuniti, Roma 1993.
Il cuore di Tangentopoli
Sebbene i confini di Tangentopoli restino ancora da tracciare con una più precisa descrizione, il suo cuore, il suo “centro direzionale”, crediamo comunque di averlo individuato. Esso sta nella politica. Più precisamente, nell'aver ridotto la politica a gioco per il potere, e aver reso il potere fine a se stesso: nell'aver ridotto il potere a unica finalità, rovesciandone e negandone così il valore di strumento per un fine d'interesse collettivo.
Non a caso, benché la componente statisticamente più consistente degli indagati dall'inchiesta Mani pulite appartenga all'area del Psi, e benché il craxismo costituisca in qualche modo l'ideologia e la professione di fede di Tangentopoli, la radice politica da cui la malavita politico-affaristica è germinata è quella del doroteismo: tipica figura politica (più e prima ancora che “corrente”) di una Democrazia cristiana che veniva perdendo ogni sia pur discutibile finalità generale. Si può anzi sostenere che proprio il contagio operato con l'estensione del doroteismo alle altre formazioni politiche (in primo luogo al Psi, ma anche al Pci, entrato con il consociativismo nell'anticamera del potere e con le cooperative nella “cupola” degli appalti) abbia costituito la precisa matrice politica di Tangentopoli. Sebbene non si possa sottovalutare il deciso “salto di qualità” (se così possiamo chiamarlo) avvenuto nel passaggio dal doroteismo di marca democristiana a quello di stampo craxiano. Mentre il primo conservava le apparenze della rispettabilità e si nascondeva dietro il manto dell'ipocrisia (ma l'ipocrisia, diceva Chateaubriand, è in fin dei conti “l'omaggio che il vizio rende alla virtù”), il doroteismo degli anni 80 esibisce invece, presentandole come virtù, i suoi vizi di furbesca arroganza, di rampante arrivismo, di potervo sprezzo per le regole comuni.
L'uscita dalla crisi sarà possibile solo se saranno rispettate alcune condizioni: regole certe a livello internazionale; un cambiamento delle priorità, mettendo cioè al primo posto le condizioni dei lavoratori; una democrazia politica che veda il massimo della partecipazione nelle procedure decisionali a tutela dei beni comuni. Con questa intervista si chiude la serie «il capitalismo invecchia?», avviata, coinvolgendo un nutrito gruppo di economisti, per cercare di spiegare la natura di una crisi che in molti degli intervistati hanno definito sistemica, senza che questo significhi il superamento del capitalismo. La discussione proseguirà nel sito internet de il manifesto (www.ilmanifesto.it).
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Considererei la crisi attuale come una crisi sistemica, dove il termine sistemica deve accompagnarsi ad una serie di specificazioni. È sistemica perché riguarda il sistema economico sia nei suoi aspetti reali che finanziari; perché ora riguarda tutto il mondo e si è innestata su criticità, anche extraeconomiche, specifiche di singole regioni geografiche; riguarda il sistema delle relazioni tra gli agenti di un sistema economico in cui non c'è trasparenza, non c'è possibilità di ricondurre fatti a responsabilità precise; riguarda il rapporto tra teoria economica e policy, perché la teoria si è focalizzata sulla produzione di modelli econometrici - tipo il Var sviluppato all'inizio degli anni Novanta e adottato ampiamente - con cui si pensava di poter controllare i rischi delle sempre più numerose e varie attività finanziarie ed è diventato impossibile inserire nell'analisi economica elementi di valutazione. Infine, perché da un epicentro, si è subito dispiegata sui paesi più poveri e sulle fasce più povere di ogni paese. È il disvelamento di distorsioni presenti nel sistema mondo che riguardano, tra l'altro, lo sfruttamento delle risorse e la distribuzione del reddito.
Le vittime saranno tante e ben sappiamo chi saranno. Per quanto riguarda i confronti con il 1929, è bene sottolineare che è sempre importante tener conto delle specificità di qualsiasi evento. Se proprio vogliano guardare al passato, vediamo che ieri come oggi è sul tappeto il rapporto tra stato e mercato. Proprio a questo riguardo allora chiediamoci: come agì Franklin Delano Roosevelt nel 1933? Entrò nella Stanza Ovale e decise che dopo anni di depressione era improcrastinabile prendere decisioni: nominò Ferdinand Pecora a capo di una commissione che investigasse sugli eccessi speculativi che avevano favorito la depressione. Interrogò l'élite della finanza e svelò tutto lo svelabile. Fu promulgato il Glass-Steagall Act e le leggi che hanno dato vita anche alla Securities and Exchange Commission. L'Nber ha datato l'inizio della crisi nel dicembre 2007, ma non circolano ancora informazioni certe sui comportamenti tenuti dalle élite della finanza, né la società sembra ancora sufficientemente indignata e irritata da ciò, mentre le discussioni interne rischiano di erodere la possibilità di un sostegno politico sufficiente per procedere ad una complessiva ri-regolazione della finanza.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non si tratta di condannare la costruzione dei modelli economici in sé ma di condannare la mancanza di una valutazione critica dei modelli. In questo serve coltivare sensibilità storica: la storia abitua a guardare con attenzione molteplici scenari ognuno diverso dall'altro e diverso dal nostro. Chi non ha questa dimestichezza non trova interesse nella lettura degli scenari attuali allo scopo di portarne in evidenza i fattori di complessità, tende a semplificare e impoverire la propria capacità di analisi e a scambiare le sfumature del quadro scenico per mere ombre, non sa dare importanza alla ricerca delle radici dei fenomeni complessi. Il passato lo si ri-legge, lo si ri-scrive, lo si ri-vede non per farne un monumento ad uso e consumo di interessi passeggeri ma per preservare ciò che di vitale dal passato arriva a noi costituendo il tessuto, oggi, della continuità del lavoro umano.
Il cambiamento nel tempo e nello spazio della «pasta» di cui noi siamo fatti, così come lo sono le istituzioni, rappresenta un processo incessante di cui bisogna tener conto. Ciò è perlomeno strano, in quanto la storia del pensiero economico rivela come i grandi economisti abbiano costante questa preoccupazione e anche quella del mantenimento del dialogo tra i saperi, economici e non. Poi c'è un terzo problema, quello della divulgazione e dell'applicazione del sapere: si preferisce divulgare «certezze» semplificatorie, slogan, piuttosto che dibattiti sulla problematicità delle questioni teoriche e delle ipotesi sottostanti alle teorie. È più facile e veloce applicare modelli, scambiandoli per la realtà, piuttosto che chiedersi cosa ci sia effettivamente dentro questi modelli. La storia insegna che la società non è un laboratorio a cui applicare modelli. Non si vuole ammettere che l'essere umano è sempre in fieri e mai «concluso»? ma non è di questa certezza che si vive? Perché, allora, negarla? quello che disorienta è ammettere che otium e neg-otium sono elementi non disgiungibili per gli esseri umani? Che la contemplazione del bello fa parte della vita umana?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Non riesco a intravedere che ruolo oggi possa svolgere la politica se si assegna a questo ambito professionale ciò che concerne il bene comune sulla base di un dettame costituzionale dal carattere rigido, diciamo, molto meno flessibile del resto del sistema giuridico. Vorrei aggiungere a quanto già detto in tema di governance che oggi si fa urgente pensare ad un cambiamento della forma di governo «democrazia» la cui tenuta è debole perché si regge soprattutto sul criterio della governabilità a scapito di quello della rappresentanza e sul suo ripiegamento su molti appetiti privati. Come passare, allora, da una democrazia politica bloccata, anzi vittima di eutanasia, ad una democrazia che prenda vita dal basso, dalla voce cioè di quelli che vivono operando nel sistema? Sarebbe necessario considerare la politica una esperienza etica che si pratica, ascoltare le voci dalla società, tutte voci di persone che, in quanto tali, ontologicamente sono in dialogo. Forse eccedo nella fantasia. Ma forse no.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
La crisi ha fatto emergere un dato ineludibile: non c'è un sistema monetario internazionale, non una istituzione in grado di coordinare o «sorvegliare» le politiche macroeconomiche dei paesi più influenti. E restano le domande: c'è l'intenzione che Fed, Bce e autorità monetarie cinesi si accordino per mantenere il tasso di cambio tra le valute entro limiti prefissati? Ci sono le condizioni perché ciò avvenga? L'Europa deve esserci attorno ad un tavolo di governance altrimenti si cancella il percorso originale e unico di un continente che va unificandosi non attraverso guerre e politiche di annessione; bisogna considerare, a proposito, che l'unificazione non si realizza attraverso una comune, indispensabile, politica monetaria, ma attraverso un «governo» dell'Europa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
È vero che la prima mossa è stata quella di «salvare la finanza» e ciò non ha fatto che aggravare il problema delle disuguaglianze che è stato alla radice della crisi. Sono convinta che al centro del processo di cambiamento del sistema economico si debba porre attenzione primaria al «lavoro», o meglio ai «lavoratori». Da questa centralità la scienza economica dovrebbe prendere le mosse perchè il lavoro è la forma prima che il dialogo prende, perché il lavoro è, ontologicamente, parte e manifestazione della persona stessa che traffica col mondo e nel mondo. Questo è vero per ogni persona del mondo, perché il lavoro crea la ricchezza sia nei paesi in cui si vive miseramente sia in quelli in cui la conoscenza è la risorsa principale. Nella nostra società avanzata si lavora sulla base e attraverso la conoscenza: chi «conosce» mette in gioco la propria libertà, può accogliere, custodire, rendere disponibile, maturare, incrementare gli insegnamenti; ma può anche rapinare informazioni, nasconderle gelosamente, contraffare o mentire sulla conoscenza acquisita. E così facendo, nell'uno e nell'altro caso, ognuno diviene se stesso in questo genere di tessuto, genera frutti (istituzioni e rapporti).
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell' indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Non abbiamo forse due orecchie, due occhi e una bocca? Dovremmo allora ascoltare e guardare il doppio di quello che diciamo. Ma forse questo non accade perché le due mani che abbiamo ci portano ad appropriarci in fretta e furia allungando le braccia più in là possibile per espandere e affermare noi stessi. In questo gli economisti possono dare veramente tanto, indagando i processi moltiplicativi del valore della conoscenza e analizzando funzione e ruolo dell'economia della conoscenza. Però, è chiaro, non si lavora se non si hanno le capacità e le motivazioni e se non si ha fiducia nel sistema in cui si vive. La strategia di rientro dal debito sarà in tutti i paesi una tragica realtà perché renderà le disuguaglianze più marcate e devastanti per molti. Interessanti sono i ragionamenti degli economisti di oggi attorno al problema dell'esistenza di una domanda effettiva e di una «offerta effettiva», cioè di capacità di produrre. Fare ciò può servire a stimolare, a far ripartire il processo produttivo anche se si teme che le imprese stimolate da interventi governativi possano trovarsi troppo «legate» e meno flessibili, meno favorevoli a cogliere opportunità di cambiamento e meno creative. Insomma, l'imprenditore vorrebbe poter scegliere lui il proprio finanziatore e scegliere lui a quali consumatori proporre i propri prodotti.
Il successo di Di Pietro nella sinistra si deve al fatto che lui soltanto, e il suo bizzarro partito, esprime la protesta di quella metà degli italiani che vede Berlusconi chiedere con prepotenza di essere esentato dai processi che ha in sospeso. Perché questa elementare decenza non gli viene chiesta anche da quel Pd che si dice di opposizione, anzi pretende di rappresentarla quasi tutta? Onestà e legalità sono il minimo che si esige da chi esercita una carica pubblica e se il Pd non lo fa si deve pensare o che si comporterebbe esattamente come il Cavaliere, o che, come lui, pensa che il consenso elettorale valga più della legge, o che tenda a mettere le mani assieme a lui sulle riforme istituzionali. Né servono a fugare il sospetto i perpetui richiami del Presidente della Repubblica a ritrovare un accordo tra le parti per procedere più presto.
Ma quali riforme si potrebbero fare con un leader dalla cui filosofia, più volte espressa, esula qualsiasi simpatia per la repubblica parlamentare che abbiamo voluto essere? Che le camere gli diano solo fastidio lo ha detto a chiare lettere, farebbe più e meglio senza di esse, e queste potrebbero ridursi a cinque o sei portavoci. Che la divisione dei poteri gli sia concetto estraneo, al punto di vedere nei suoi istituti un nemico personale da abbattere, è altrettanto chiaramente dichiarato. Quali riforme si farebbero dunque con lui? Sarebbe come se la Repubblica di Weimar avesse proposto al nazismo di concordare una costituzione che gli andasse bene.
Ma, mi si può obiettare, Berlusconi non è Hitler, non ne ha né la ferocia né l'ideologia. È soltanto un padrone, convinto che se potesse dirigere l'Italia da solo tutto andrebbe meglio. E chi lo vota pensa lo stesso. Stupisce che il Pd non si ponga questo problema, quasi che assumesse questa mentalità aziendale come un contributo alla modernizzazione del paese.
In questo senso l'opposizione non solo non indebolisce Berlusconi ma indebolisce il Pd medesimo. A chi possono guardare i suoi seguaci? A Casini, disposto a sbarazzarsi del Cavaliere solo se il Pd si sbarazza di quel che resta di Sinistra e Libertà, di Rifondazione e dei Verdi? Non gli resta che affidarsi a Di Pietro, piaccia o non piaccia stare alle falde di un ex pubblico ministero incline a vedere ogni problema in chiave di guardie e ladri.
Che sia questa l'inclinazione, converrà anche Revelli. La democrazia non si identifica con il codice penale, come Marco Bascetta ha seriamente argomentato. Pretende molto di più ed è meno punitiva. Di più, perché ha esigenze di metodo e costume che il codice non contempla e non vorremmo che contemplasse. Esige cultura e stile che il Cavaliere non ha. Farsi portare una ventina di ragazze a Palazzo Grazioli e sceglierne una o due con cui andare a letto, non è proibito dalla legge: fa soltanto del premier una figura fra ridicola e maniacale, indicativa del suo modo di considerare gli uomini e le donne.
Lo stesso indicano le battute sessiste in tv, di cui si vanta. O l'imbarazzo in cui ha messo i partiti popolari europei sulle persecuzioni che subirebbe in Italia. Essere chiamato da un tribunale non è una persecuzione; Andreotti, che è uomo di altro spessore, non s'è mai sognato di dirlo.
Non lo è neanche l'essere colpito in volto da un modellino del duomo tirato da un infelice disturbato, incidente che perfino lui, ci è parso, tendeva a ridurre di peso, prima che i suoi consiglieri lo inducessero a parlare di sé come neanche di Aldo Moro.
Il solo argomento politico che il Cavaliere agita con ragione è che Di Pietro e non solo preferirebbero liberarsi di lui con lo strumento giudiziario piuttosto che con quello politico. Pd incluso. Non era del tutto normale imporgli di rinunciare alle sue reti televisive, come succede negli altri paesi? Ma non lo si fa. Non sarebbe stato del tutto normale permettere al Parlamento di fare una opposizione ribaltando una legge elettorale definita dal suo stesso promotore una porcheria? Ma non lo si è fatto.
La forza di Di Pietro viene da quel che il Pd non fa. Non si tratta di ridurre la conflittualità, ma di civilizzarla. Non è un affare di tribunali, ma di democrazia pura e semplice.
Massima apertura e massima fermezza. Questa potrebbe essere la sintesi della linea adottata dal presidente della Repubblica nella materia, delicatissima, non solo e non tanto delle riforme istituzionali, ma del contesto costituzionale all’interno del quale deve sempre muoversi la politica. In questo senso, il discorso tenuto davanti ai rappresentanti delle istituzioni è molto esplicito e, più che essere considerato una novità, deve essere letto come un forte chiarimento di una linea da lungo tempo perseguita.
Grande è la confusione sotto il cielo d’´Italia ma, a differenza della conclusione di uno dei "pensieri" del presidente Mao, la situazione è pessima. Più che venir considerata oggetto della attenzione riformatrice, la Costituzione sembra essere evaporata, scomparsa, lasciando una pagina bianca sulla quale esercitarsi liberamente. Proprio contro questo modo di vedere, che si è venuto diffondendo e rafforzando nell’ultimo anno, si leva il monito di Giorgio Napolitano. La sua analisi del funzionamento delle istituzioni è spietatamente realistica, ma in essa non si coglie nessuna tentazione di presentarsi come unico "custode della Costituzione", luogo dove si determina una progressiva concentrazione di poteri secondo la versione di quella formula data da Carl Schmitt.
Vi è, invece, un imperioso richiamo alla responsabilità costituzionale di tutte le istituzioni, e al suo obbligo di vegliare perché non sia stravolta la forma di Stato, perché sia garantito l’equilibrio tra i poteri. Esattamente l’opposto della concentrazione di poteri intorno all’esecutivo divenuta la caratteristica istituzionale di questa legislatura, che il presidente della Repubblica critica nella sua portata e nelle sue conseguenze e che, invece, sembra costituire l’ispirazione di troppi "riformatori". Si apre così una questione capitale: disponiamo di una cultura capace di sostenere una impresa tanto impegnativa quale è sempre una riforma costituzionale?
Affrontando questo tema si devono tener presenti tre punti sottolineati da Napolitano: l’abuso del riferimento alla "costituzione materiale"; la nascita di sistemi "paralleli" rispetto a quelli disegnati dalla Costituzione; la necessità di concentrarsi solo «su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma». E, in tempi di strumentali esorcismi della violenza, è bene non dimenticare che il presidente della Repubblica giustamente definì "violento" dal punto di vista istituzionale il contenuto del discorso tenuto a Bonn dal presidente del Consiglio.
Parlar di "costituzione materiale" ha sempre avuto una forte ambiguità. Vi è una sua versione descrittiva di prassi più o meno diverse o integrative rispetto a quelle definite dalla costituzione formale. Vi è la sottolineatura della opportunità di razionalizzare il funzionamento di alcune istituzioni sulla base dell’esperienza. E vi è la pretesa di legittimare una "contro costituzione", emergente nella realtà grazie alla nuda forza della politica. Questi slittamenti progressivi spingono verso l’appiattimento della costituzione sulle esigenze del sistema politico, sì che la nozione stessa di Costituzione viene travolta dall’uso tutto congiunturale che se ne fa. Non a caso Napolitano ha citato Leopoldo Elia, che metteva in guardia contro l’«illusione ottica di scambiare per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico», aggiungendo però «o del sistema elettorale».
Questa integrazione è assai significativa, perché nell’ultimo periodo si è insistito assai sul fatto che ormai proprio le norme elettorali, prevedendo ad esempio l’indicazione sulla scheda del leader della coalizione, avrebbero dato un segnale inequivocabile nel senso del rafforzamento della posizione del presidente del Consiglio, la cui investitura diretta da parte dei cittadini avrebbe sostanzialmente privato di vero significato sia l’incarico conferito dal presidente della Repubblica, sia la stessa fiducia parlamentare. Ai futuri riformatori della Costituzione, quindi, spetterebbe soltanto il compito di registrare questo dato materiale, trasformando l’Italia da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale. Napolitano ci ricorda che non è così, che il rapporto tra governo e Parlamento rimane il «cardine dell’equilibrio costituzionale».
Questa linea è rafforzata dalle considerazioni riguardanti la compressione del ruolo del Parlamento. Uso fluviale dei decreti legge, maxiemendamenti sui quali viene posta la questione di fiducia hanno determinato «evidenti distorsioni negli equilibri istituzionali e nelle possibilità di ordinato funzionamento dello Stato», privando il Parlamento della libertà di discutere e della stessa libertà di voto. La denuncia di questa perversa costituzione materiale, di cui Napolitano ricorda la lunga incubazione, si traduce così nella indicazione di un preciso limite alla eventuale revisione della Costituzione (e pure dei regolamenti parlamentari) che, inoltre, non potrebbe legittimare il "sistema parallelo" di produzione normativa tutto centrato sul governo, che ha finito con il «gravare negativamente sul livello qualitativo dell´attività legislativa e sull’equilibrio del sistema delle fonti».
Il punto è chiaro. La controcultura che ha via via definito la Costituzione come "ferrovecchio", "minestra riscaldata", residuo "sovietico", retaggio d’un passato ormai cancellato è in manifesto contrasto con il «risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948», già richiamato da Napolitano nel suo messaggio di insediamento. Questo non vuol dire che la Costituzione sia intoccabile: significa che la sua revisione non può determinare un cambiamento di regime. Emerge così un punto oscurato dalla discussione di questi tempi. Non è vero che si siano confrontati in passato e si confrontino oggi innovatori lungimiranti e chiusi conservatori. Il confronto è stato e rimane tra chi sostiene la "buona manutenzione della Costituzione", che ne rispetta fondamenti e principi, e chi vuole imboccare una strada che è legittimo definire "eversiva" perché proprio da quei fondamenti e principi vuole prendere congedo.
Non è un caso, ancora una volta, che Napolitano parli di «essenziali» e «ben mirate proposte di riforma» e che ricordi il referendum con il quale, nel 2006, sedici milioni di cittadini (il 61,32% dei votanti) bocciarono la riforma costituzionale approvata dal centrodestra. Di questo è bene avere memoria. In tempi in cui il consenso popolare viene impugnato da Pdl e Lega come una clava per screditare le istituzioni, per promuovere campagne contro ogni forma di garanzia, è almeno singolare che questi stessi soggetti dimentichino che la loro linea venne clamorosamente sconfessata proprio da un voto popolare. E in questa apparente contraddizione si coglie un altro tratto della "costituzione materiale" che si vorrebbe proiettare nel futuro.
Un assetto costituzionale "escludente", dove hanno voce e legittimità solo coloro i quali si riconoscono nella logica personalistica, autoritaria, e che accettano una deriva populista che li priva di autonomia critica e li accetta solo se pronti a tributare un applauso al leader. Vera riforma istituzionale è quella che può liberarci da questi rischi, già sperimentati, e che, rifiutando la riduzione del governo a logica aziendalistica, restituisca alle istituzioni quella dignità che possono riguadagnare solo se tornano ad essere davvero interlocutori affidabili e continui dei cittadini.
Siamo fortemente preoccupati per il presidente (nientemeno) dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. Avendo scritto su questo giornale, in un inciso, che l’ex sacerdote Pierino Gelmini è stato “rinviato a giudizio per abusi sessuali”, ha sparato una raffica di contumelie. Sentite qua: “La notizia è falsa e sia Emiliani che l’Unità si confermano privi di credibilità. Emiliani è noto per la faziosità, la scarsa professionalità. E’ giustamente accompagnato da una diffusa e più che giustificata disistima. Come il giornale che pubblica le sue bugie”. Firmato, il Presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri. Il tutto lanciato (improvvidamente?) dalla sola AGI nel pomeriggio del 27 scorso col titoletto perentorio “don Gelmini non è stato rinviato a giudizio”.
Ora, tutti sanno, tranne Gasparri, che risale addirittura al 2008 il rinvio a giudizio nei confronti di Pietro Gelmini detto Pierino, ex “don” perché ridotto allo stato laicale dopo le note accuse. V’è di più: da mesi è in corso un regolare processo presso il Tribunale di Terni (dal quale, ovviamente, potrà uscire colpevole o innocente). Di che straparla dunque il sen. Gasparri? Di quali notizie false? Di quali disistime e faziosità? E’ vero, forse è un po’ appannato, dategli almeno uno straccio di assistente che telefoni alla Procura di Terni, o a qualche redazione, per aggiornarlo. Fra l’altro è giornalista professionista, ha co-firmato, sia pure anni fa, il libro (non molto attuale, pare) “L’età dell’intelligenza”. Insomma, non si può abbandonare così, alla deriva, un politico “di servizio”, un intellettuale vero, una mente pacata (sì, ho scritto pacata). Non si può lasciarlo sprofondare nel ridicolo. Ci pensi Berlusconi, o almeno Bonaiuti.
Il diciassette per cento delle famiglie, una ogni sei, arriva alla fine del mese con molta difficoltà. Lo afferma un'indagine dell'Istat, l'Istituto nazionale di statistica. Il dato riguarda la situazione di un anno fa, e mostra un peggioramento rispetto al 15,4 delle famiglie nella stessa condizione rilevato un anno prima. Non occorre un profeta di sventura per immaginare che la povertà di quel tipo abbia raggiunto, alla fine del 2009, ancora più famiglie, ancora più persone: chissà, una ogni cinque, tanto per indicare un possibile obiettivo. Ironicamente, si può indicare l'obiettivo dell'una su cinque al governo, perché possa vantarsene nelle sedi internazionali.
Nel frattempo il governo vanta altri successi: con lo scudo fiscale sono rientrati 95 miliardi di euro, con un gettito di 4,75 miliardi. Il conto non fa una grinza. L'imposta era pari al 5% e ora questi soldi sono liberi, «liberi soldi in libero stato». Quale che fosse l'origine, anche la più depravata, ora sono quattrini come gli altri. Non hanno più peccati: si sono confessati - in privato, dal commercialista di fiducia - hanno fatto la penitenza del 5% e ora sono candidi e pronti a nuove avventure. Il governo ha assicurato che si trattava di un'occasione irripetibile, ma in modo scherzoso, strizzando l'occhio. Infatti l'irripetibilità si è già trasformata in una proroga - con l'aliquota al 6 e al 7% - e tutto lascia pensare che ci saranno altri scudi fiscali; e altri ancora.
Si è aperta una voragine tra quelli che non arrivano alla fine del mese e questi che riportano indietro i soldi a colpi di scudo fiscale. Tra chi non ha di che comprare un abito necessario e chi ha solo il dubbio di scegliere leannate di vini preziosi. Un fossato c'era già, ma non di queste dimensioni. Un paese spaccato in due, a Natale.
Il governo, il partito di maggioranza, l'alleato leghista hanno fatto acutamente il loro dovere. Hanno favorito gli interessi dei loro rappresentati, offrendo molto e chiedendo consenso. Intorno hanno saputo costruire una vasta alleanza di persone spaventate, con poco da perdere ma molta paura di perderlo. E un modello di ricchezza alla portata di tutti, di sfida tra tutti per raggiungerla, di gara continua, che soltanto chi bada ai propri interessi, e basta, può vincere.
Chi invece non arriva alla fine del mese, non ha rappresentanti. I precari, i senza lavoro, le famiglie povere non hanno un partito di opposizione che interpreti i loro interessi. A parole alcuni partiti dicono di farlo, ma sono incredibili. Non riescono a non essere bipartisan: con il popolo e con i profeti liberisti. Protestano per i licenziamenti, ma sostengono le liberalizzazioni.
I poveri sono soli; dalla loro, in parte, la Chiesa. La Chiesa che però li esorta a non ribellarsi.
Ci sono forti analogie tra la crisi del '29 e quella attuale. Ma l'aspetto che colpisce di più è che i responsabili della crisi sono ancora al loro posto, continuando ad arricchirsi, cosa che non accadde con Roosevelt. Un'altra differenza è il ritorno sulla scena mondiale delle economie orientali, mentre l'Europa continua a inseguire il modello statunitense, invece che diventare un polo «autonomo» che attiri a se la Russia e gli altri paesi dell'ex-socialismo reale. Marcello De Cecco, rispondendo alle domande che annodano i fili di questa serie su «il capitalismo invecchia?», invita però a sviluppare un punto di vista «forte» sulla crisi economica.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Ha sempre senso confrontare quel che accade nella economia del mondo nella fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E lo facciamo sempre, per definizione, con gli occhi del presente, come diceva Croce. Riandando, ad esempio, alla grande crisi, oggi notiamo, assai più dei contemporanei, che il 1929 fu preceduto da un decennio di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che, come nella fase attuale, avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni immobili e di quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini, una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i rentiers contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza esiste, tra il presente e il tempo della grande crisi. Anche l'additare da parte dei politici e della stampa i grandi finanzieri alla pubblica opinione come i veri responsabili è un elemento comune.
Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente di moda in tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità con la quale economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa loro da eco senza ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è veramente impressionante. Naturalmente, se la situazione si raddrizza, torneranno all' antico, a predicare le loro pseudo leggi economiche, quando sarà opportuno farlo di nuovo. Di «giapponesi» che si sono legati all'affusto dei loro cannoni invece di fuggire, ne conto veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande ribasso. Probabilmente è un bene, ma personalemente trovo abbastanza squallido questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il guaio è solo che costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo esaminare in dettaglio, si sono procurati la formazione matematica sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che era più facile apprendere e più agevole usare. Esistono strumenti matematici che permettono di modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti, quelli caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da usare e far usare come routine a gente di non eccelsa mente.
Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di essere facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non tutti di livello superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad una sua versione che Federico Caffè mirabilmente definì «marionettistica» parecchi decenni prima che gli studenti francesi la chiamassero «autistica».
Francamente, poichè credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o addirittura c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme , come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca diviene meno irrilevante.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere proprio su questo argomento. I miei primi due articoli sulla responsabilità dei movimenti a breve di capitale nello smantellare il sistema di Bretton Woods sono del 1975 e del 1977. Entrambi facilmente leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo perché, da buon accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi non sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo quanta importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al controllo dei movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare chi avesse voluto, assai prima del 1971, abolire anche quei pochi controlli che i due padri di Bretton Woods erano riusciti a far entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli che dal libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche internazionali. Allora erano essenzialmente le grandi banche di New York. Poi, dopo la quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e l'arricchimento di alcuni principi arabi incapaci di spendere tutti i soldi che gli erano arrivati, furono anche la grandi banche inglesi e anche qualcuna francese e svizzera, ad associarsi ai demolitori dei controlli.
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche di investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno. Lo hanno fatto con Carter e Reagan, con Bush padre e figlio, ma anche con Clinton. Quest'ultimo, insieme alla sua squadra di governo e di consulenza, è uno dei maggiori responsabili della gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi, aggravarsi e trasmettersi alla intera economia reale del mondo.
Putroppo, di quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti sono tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato affinchè i responsabili della crisi, invece di essere puniti, riuscissero ad arricchirsi anche nella fase dei salvataggi bancari. Alcuni di costoro sono distinti economisti, estremamente versati nel mettere le vele al vento anche dal punto di vista teorico.
Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastri furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a far soldi, perchè non esistono più poteri alternativi, come quello sindacale e quello della grande industria fordista, sui quali Roosevelt potè contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio il prepotente ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in primo luogo, ma anche India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto spesso - un grande storico, Alan Milward, affermò parecchi anni fa che il predominio industriale mondiale dell'Occident, sarebbe apparso, agli storici di domani, come una parentesi di due o tre secoli in una storia che vede il primato produttivo e anche scientifico dell'Oriente come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già accaduto e continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi multinazionali americane e tedesche, che operano da protagoniste in Cina da anni, fornendo a quel paese i capitali, i beni di investimento e le tecnologie che gli hanno permesso di metttersi su un sentiero (meglio sarebbe dire, una autostrada) di sviluppo rapido e resistente alle scosse della congiuntura mondiale.
Di duopolio cino-americano non mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad affermare di recente che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta accadendo anche agli Stati Uniti.
Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della seta, come seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora una volta a costruire le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo con la massima decisione, realizzando una più stretta integrazione federale, e provando ad associare al proprio modello anche la Russia, oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella sola intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi quarant'anni fa, discussi con Valentino Parlato proprio di questo tema, che ora è divenuto in parte realtà, per la parte cinese, ma non ancora riesce a realizzarsi, per la parte russa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
Sulla finanza come unica lobby ho già detto.Quanto all'intervento dal lato della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in Cina, India, Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i costi, cioè riducendo i salari e i redditi fissi. È il destino dell'Europa, di non riuscire a essere padrona del proprio futuro economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni territoriali e le materie prime, sarà stabilmente associata come parte dell'Europa e non continuerà, come disse Mazzini, a comparire e scomparire dalla storia d'Europa.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può tornare rapidamente a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a fare oggi. Ma la crescita rapida e stabile deve avvenire preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno stupidamente scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la cultura e la ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i trasporti alternativi a quelli inventati per un paese enorme come sono gli Stati Uniti, lo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali, come il carbone e il petrolio, in maniera non tradizionale, di nuovo non correndo dietro a folli avventure tecnologiche americane, del tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo fare l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi di quel che si è appena fatto a Lisbona.
«Lo Stato è con voi».Con queste parole Guido Bertolaso ha salutato ieri gli alluvionati di Lucca. Chissà se potrà dire lo stesso tra qualche mese, quando sarà operativa la Protezione Civile Spa varata con il decreto milleproroghe (ma non ancora pubblicata in gazzetta)? È quello che gli chiederanno oggi i lavoratori del dipartimento, in un comunicato di fuoco. Ed è quello che tutti i cittadini dovranno chiedersi, d’ora in poi, in parecchie occasioni. Dove va a finire lo Stato con la Difesa Spa inserita in Finanziaria? Dove va a finire con la privatizzazione obbligatoria dei servizi idrici, disposta nel decreto Ronchi? In questo scorcio del 2009 il centrodestra al potere ha realizzato buona parte del suo disegno demolitore dei servizi pubblici.
NUOVO STATO
Ma non sempre lo Stato è «retrocesso ». Anzi. In alcune occasioni si è fatto fin troppo avanti, invadendo campi che non gli sarebbero propri. Èil caso della Banca del Mezzogiorno. Giulio Tremonti avrebbe voluto un’istituzione direttamente dipendente dal Tesoro. Ma la legge lo impedisce, così ha dovuto ripiegare su un comitato promotore «caldeggiato» dal dicastero. Protagonismo pubblico anche nei rapporti (tipicamente di mercato) tra banche e imprese, dove Tremonti ha «benedetto » intese, accordi, concertazioni, solitamente lasciate alle iniziative del business. Così in questi pochi mesi lo Stato ha cambiato forma e funzione: non più garante di servizi universali,maattore in «giochi» economici. Una trasformazione in cui a perdere sono proprio le fasce deboli.
Nella sua lettera d’auguri di fine anno ai dipendenti, Bertolaso parla di «una nuova società destinata a facilitare il nostro lavoro, una diversa struttura per la gestione dei grandi eventi». La Protezione Civile Spa servirebbe a questo: rendere le cose più facili. Non una parola sui rapporti istituzionali con le amminitrazioni locali. Il capo dipartimento parla di «una piccola flotta» di persone, che «al timone avrà gente nostra» (vuol dire competente e addestrata dall’esperienza della Protezione Civile). Ma francamente il senso dell’affiancamento di una «flottiglia» alla «nave madre» non si comprende affatto. Il vero senso resta nascosto: la verità è che se finora lo Stato si faceva garante delle emergenze nazionali, attraverso i canali istituzionali, d’ora in poi si creerà un centro di gare d’appalto che deciderà i lavori da effettuare e le aziende coinvolte.
Non sembra esattamente la stessa cosa. Business e stellette, invece, nella Difesa Spa. Al nuovo organismo, voluto da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto, si affidano le attività di «valorizzazione e gestione, fatta eccezione per quelle di alienazione, degli immobili militari ». Questa la vera partita, che fa gola ai vertici del ministero, chiamati a scegliere l’intero board della nuova società senza alcun filtro pubblico. La foglia di fico, propagandata soprattutto da Crosetto, sono i diritti sull’immagine dei simboli militari che d’ora in poi l’esercito potrà pretendere. Saremmo curiosi di sapere quanto pagherà Mediaset per una ipotetica fiction sui Carabinieri o sui paracadutisti.
Tutti da verificare anche i vantaggi economici della privatizzazione dei servizi idrici imposta per decreto agli enti locali. La disposizione è passata grazie alla fiducia, e con parecchi mal di pancia soprattutto della Lega. Nel testo si precisa che la proprietà pubblica del bene acqua dovrà essere garantita (grazie a unemendamentoPd) e che ad andare a gara è soltanto la distribuzione. L'articolo in questione prevede che la gestione dei servizi pubblici locali sarà conferita «in via ordinaria» attraverso gare pubbliche, mentre la gestione in house sarà consentita soltanto in deroga e «per situazioni eccezionali ». Le deroghe alla gara sono soltanto virtuali: lo sanno bene i cittadini che in alcune zone dove il pubblico è efficiente hanno cominciato a protestare. Manon sono stati ascoltati.
"Riforma" è la parola passepartout della politica italiana. Non c’è discorso politico che non la contempli. Negli anni della cosiddetta prima repubblica era la sinistra parlamentare che la invocava per marcare la fedeltà alla democrazia costituzionale e un’identità non rivoluzionaria. "Riforme di struttura" era una delle espressioni più spesso pronunciate nel Partito comunista (e per qualche tempo anche in quello socialista): voleva dire portare la democrazia oltre le istituzioni politiche; estendere i metodi elettivi di selezione e controllo nei luoghi di lavoro e nelle scuole; fare politiche di redistribuzioni per dare al maggior numero possibilità concrete di esercitare la cittadinanza. Questa è stata dal 1948 in poi, l’utopia riformatrice italiana. Alcune riforme importanti sono state fatte: gli Anni 70, ci hanno dato il decentramento amministrativo, un sistema sanitario e di previdenza nazionali, la pratica della concertazione tra le parti sociali per risolvere contenziosi sulle dinamiche salariali, le politiche occupazionali e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il termine riforma ha per decenni significato incremento e ampliamento della democrazia.
A partire dalla fine della Guerra fredda e del consenso largo che l’ha accompagnata, "riforma" è diventata una formula sulla quale si sono stabilizzati partiti nuovi o rinnovati nella convinzione che la crisi del sistema politico fosse essenzialmente una questione di ingegneria istituzionale e di tecnica elettorale. La retorica della riforma ha così cominciato a transitare dal sociale all’istituzionale. A partire dai referendum elettorali che si sono succeduti negli ultimi due decenni, le "riforme istituzionali" hanno sostituito nel linguaggio partitico le "riforme di struttura", con una modifica radicale: non solo i partiti di opposizione ma anche quelli di governo hanno preso a dirsi riformatori o riformisti.
Oggi, tutti auspicano, propongono, vogliono riforme, con il risultato che il termine ha perso il significato che nella tradizione politica moderna ha generalmente avuto: realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali. L’esito è che riformare può anche significare smantellare quelle promesse: per esempio decurtando i diritti sociali, impoverendo la scuola pubblica, istituendo un federalismo che ricusa la solidarietà nazionale. Infine, dalla nascita di Forza Italia ad oggi, e con una responsabilità nemmeno troppo velata dello schieramento opposto, la retorica delle riforme ha fatalmente esteso le sue mire sulla Costituzione e il sistema di giustizia. Non c’è settore della vita pubblica sul quale i nostri politici non si dilettino con proposte a volte bislacche e immaginifiche, sempre sollevando lo spettro dell’emergenza. La retorica delle riforme segue i cicli delle fortune politiche di chi la usa, la rilancia o l’atterra. Tutto il paese, noi tutti, dipendiamo da questi cicli e da questi leader guicciardiniani.
Con la recente riorganizzazione del Pd, la retorica delle riforme è tornata a fare da centro magnetico del discorso pubblico. Sul tappeto, non c’è la realizzazione delle promesse della democrazia, ma invece l’urgente bisogno del presidente del Consiglio di tutelarsi da possibili futuri guai giudiziari. L’attacco ai giudici comunisti si sta mescolando, colpevole il recente grave attentato alla sua persona, alla predica buonista della grande riconciliazione: "concordia" è la parola che torna spesso in questi giorni; non perché siamo in clima natalizio e la bontà di cuore è di pragmatica, ma perché si deve riuscire a convincere l’opinione pubblica che senza un intervento urgente per salvare il premier, sarà l’Italia intera a rimetterci. Bisogna far credere agli italiani l’opposto di quel che è, poiché è evidente che non è l’Italia ad aver bisogno di "queste" riforme.
Occorrerebbe aver il coraggio di dire che occorre conservare, non riformare: l’Italia ha urgente bisogno di conservare lo stato di diritto e il governo della legge. Scriveva Massimo Giannini su queste pagine alcuni giorni fa che esiste un condizionamento ferreo per il quale «se non c’è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell’immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura». In sostanza, la maggioranza non è autonoma; la sua politica è direttamente dipendente dalla necessità di "queste" riforme, e con essa lo è la vita intera del nostro paese.
Questa mancanza di autonomia politica della maggioranza non può essere trascurata dalle opposizioni. Anni fa si cercò con una regìa non dissimile di imbastire una bicamerale. Quale che fosse l’intenzione ragionata, si trattò di una politica improvvida perché ha abituato i politici a usare la nostra costituzione come merce di scambio per creare o affossare alleanze. In quell’occasione, i leader politici (allora al governo) non ebbero l’acume di imbrigliare il potere dell’interlocutore prima di farci compromessi politici. Non fecero caso al fatto che solo tra eguali ci si può accordare perché chi ha un potere sovrastante fa quel che vuole e non onora gli accordi.
Ora si ripropone uno scenario simile, con l’aggravante che quel potere esorbitante governa il paese e l’opinione pubblica. Non si tratta di resistere alle sirene della concordia per ragioni di pragmatismo, una forma nobile di politica che non ha nulla a che fare con il trasformismo ("inciucio" in gergo). E nemmeno di appellarsi alla fiducia nelle buone intenzioni del premier. Il veto viene da un fatto più semplice e che domina l’arena politica con la forza di una legge naturale: chi vuole "queste" riforme non può permettersi di ottenerne altre rispetto a quelle di cui ha urgente bisogno.
I buoni e i cattivi
«Penso che il clima politico sia cambiato in meglio.... e sembra che la stragrande maggioranza degli uomini politici si siano iscritti al nuovo partito che qualcuno, ironicamente, ha chiamato dell'amore» è il dolce prologo di Berlusconi al suo ritorno in campo, e alla promessa di fare «tutte le riforme entro il 2010». Quel qualcuno è il manifesto (16 dicembre) che così titolava la campagna natalizia del presidente del consiglio, alla quale si è affiancato il papa, che cautamente ha fatto una variazione sul tema e ha parlato di «civiltà dell'amore», tanto per non condividere le coloriture hard del partito coniato da Moana Pozzi. Partito inaugurato virtualmente ieri nell'Amelia di Don Gelmini, il prete sotto accusa di pedofilia e ridotto allo stato laico, in teleconferenza con il Cavaliere e davanti ai vari Gasparri e Giovanardi, quello che amorevolmente disse di Stefano Cucchi «morto perché drogato».
Accomunati dallo status di bersaglio per troppa passione, i due leader perdonano entrambi il proprio persecutore, così come il Santo Stefano celebrato dal pontefice, il martire che «non si arrende di fronte al male». Questi appelli rivolti alla nazione per un «rinnovato impegno di amore vicendevole» (il papa) e di sollecitazione a «contrastare tutte queste fabbriche di menzogne, di estremismo e di odio» (Berlusconi) indirizzano lo sguardo pubblico verso soggetti istigatori di violenza, che avrebbero armato menti deboli, contro una chiesa e un governo uniti dai sacri «principi cristiani». Chi critica aspramente sia l'una che l'altro, è dunque catalogato nel novero dei «cattivi».
Il lessico religioso si espande e contagia le parole della politica, ed è tutto un valzer di sentimenti e figure ultraterrene, fino a «il premier è un diavolo» di Di Pietro, preso sul serio nella sua letterina a Gesù bambino, che da genere letterario retorico si trasforma nel titolo di prima pagina del Corriere della sera, dove si registrano le rinnovate sollecitazioni del Pdl al Pd per mollare l'Idv, il «partito dell'odio». Così il fumo dell'incenso oscura la realtà e distrae l'attenzione dall'Italia di fine anno che di aggressori ne conta più d'uno.
Con chi, secondo le esortazioni di un Vaticano pronto a santificare Pio XII, l'opposizione dovrebbe abbracciarsi per agevolare un «clima d'intesa che favorisca il bene comune»? Con la città di Coccaglio che da giorni conduce rastrellamenti tra gli immigrati casa per casa per assicurarsi un «White Christmas»? Con chi permette la dissoluzione del concetto di solidarietà e fa passare le feste ai cassintegrati sui tetti e ai pendolari sui binari resi morti dalla Freccia rossa? Con i legislatori che negano ai bambini nati chez nous di diventare cittadini italiani? Con i responsabili del record di suicidi in carcere (ieri una trans brasiliana si è impiccata nel Cie di Milano)?
C'è un paese colpito da ogni tipo di vendetta sociale, dilaniato nelle sue istituzioni, dal Quirinale alla Costituzione, e al quale viene fatta la predica, state buoni, lasciate lavorare i moderati. Ora, non c'è niente di più violento e cinico del moderato, di chi finge di non vedere la violenza e il cinismo, e accusa gli oppositori di «gesti inconsulti», tutti psicolabili, tutti pericolosi. E se è questo il «partito dell'amore», primi firmatari Ratzinger-Berlusconi, andiamo volentieri all'inferno.
Fermi tutti, è l'anno dell'amore
Alessandro Robecchi
Arriva il 2010: portatevi coperte e panini, non si sa mai, metti che lo fanno gestire alle ferrovie e arriva il 3 febbraio. Secondo Silvio Berlusconi sarà l'anno dell'amore, anche lui ha una certa età, non è che può essere sempre l'anno del sesso, come il 2009: non so che anno cinese sarà il 2010, ma qui il 2009 era di sicuro l'anno del maiale. Bei tempi, il 2009, ricordate? Silvio non era ancora diventato buono e Bondi non era ancora diventato cattivo, questo tanto per dire che razza di 2010 ci aspetta.
Comunque buono a sapersi: uno può rompere i maroni all'intero mondo, insultare tutti, querelare, cercare di fregare la giustizia, affossare il paese, circondarsi di belle pupe, fare un regalo agli evasori, andare a mignotte e poi, di colpo dire, alt! È l'anno dell'amore, fermi tutti, pace! Pace! È comodo. È come avere il Tg5 incorporato: la crisi non c'è, i lavoratori se la spassano. Che problema c'è? Basta mentire, no? Un conto è dire: «cara, non è come pensi, posso spiegarti tutto...». E un conto è avere il Tg5 che dice: «Signora è un equivoco!».
Inizialmente a Silvio 'sta faccenda dell'anno nuovo non gli piaceva, voleva passare direttamente al 2011, ne ha parlato con Ghedini. Poi ha svelato il trucco: era solo uno scherzo, voleva vedere se ci cascavamo. Naturalmente non c'è cascato nessuno. Solo D'Alema e Violante sono ancora lì al bar che dicono, beh, tutto sommato è ragionevole, ci si può mettere d'accordo, fare a meno del 2010 è un male minore. E quindi, ecco che 'sto benedetto 2010 arriva per davvero. Sarà l'anno dell'ottimismo e della positività e si eviteranno conflitti e cattiverie. Tutti con le mutande di ghisa, perché Lui andrà avanti con le riforme. E poi ci diranno dove fare le centrali nucleari, ma questo solo dopo le elezioni regionali, perché essere paraculi non è mica un reato, è proprio uno stile di vita. Auguri.
I fatti sono questi, e forse li ricorderete. Berlusconi, il 13 giugno, racconta ai giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure che contro di lui c’è un «progetto eversivo» e invita gli imprenditori a «non dare pubblicità ai media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo». Con chi ce l’ha? Il capo del governo lo spiega qualche ora dopo nella notte, al termine di una cena a Portofino con Marco Tronchetti Provera (Pirelli) e Roberto Poli (Eni). Dice: ce l’ho con i giornali «nemici», ce l’ho con Repubblica, quella gazzetta colpevole di fare qualche domanda di troppo, in quei mesi.
Sono subito in luce molte distorsioni in quel discorso. La pubblicità è lo strumento – può esserlo, deve esserlo, dice Berlusconi – per condizionare l’informazione, per indurre a più miti e malleabili scelte un giornale che ritiene di avere buone ragioni per criticare il governo. Nella prospettiva storta del Cavaliere, la pubblicità non è più l’arnese per affrontare la competizione economica, liberamente e con qualche vantaggio. Diviene un bastone per castigare il «nemico» diventato «eversore». Nella primitiva teologia politica inaugurata dal premier, è l’arma da usare – nel legittimo confronto delle idee – per difendere una maggioranza, il cui potere è il Bene, contro tutto ciò che vi si oppone, subito definito il Male. Il presidente del Consiglio esige quindi dagli imprenditori un’energica manomissione delle regole del mercato per punire chi disapprova la politica del suo governo o esamina le sue condotte pubbliche.
Bisogna chiedersi però se sia davvero soltanto il capo del governo a parlare a Santa Margherita ligure? È difficile non scorgere nell’obliqua esortazione del Cavaliere un groviglio che attorciglia l’uno sull’altro potere culturale, potere economico, potere politico. Berlusconi è il maggior editore del Paese: dunque, le difficoltà di un suo concorrente nell’editoria diventano un suo personale vantaggio. Berlusconi è anche il proprietario di Publitalia, prima concessionaria multinazionale d’Europa per fatturato nella raccolta pubblicitaria: dunque, meno pubblicità per gli altri, più pubblicità per se stesso. Non c’è dubbio che Berlusconi, come capo del governo, sia azionista – attraverso il Tesoro – dei colossi economici pubblici e semipubblici del "sistema Italia": dunque, Eni, Enel, Finmeccanica, Poste saranno "orientati" dagli ammonimenti del premier nella programmazione delle campagne pubblicitarie sui quotidiani e i settimanali che potrebbero essere danneggiati dall’ostilità dell’azionista pubblico. C’è chi si sente danneggiato.
Contro le dichiarazioni del presidente del Consiglio il Gruppo Espresso, «nemico» ed «eversore», muove un’azione a tutela della società vedendo violate le norme sulla concorrenza e lesa la sua immagine. Ora – notizia di oggi – è sorprendente che, per evitare ogni giudizio, Berlusconi invochi l’immunità prevista dall’articolo 68 della Costituzione («I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse»). Quell’immunità non è prevista dalla Carta per assicurare un privilegio al deputato, ma per renderlo più libero nella sua attività. Ma qual era l’attività che svolgeva, la veste che indossava Berlusconi a Santa Margherita? Sarà il giudice – e, probabilmente, la Corte costituzionale – a valutare se le parole minacciose del Cavaliere meritino la protezione dell’insindacabilità perché «esercizio in concreto delle funzioni proprie dei membri delle Camere», ma è fin da ora interessante comprendere come il premier intende declinare l’immunità parlamentare, visto che la questione è di nuovo nell’agenda della politica per una riscrittura che la irrobustisca.
Si sa, Berlusconi si sente primus super pares. Benedetto dalla volontà popolare, egli vuole essere padrone di un potere che non ammette controlli o verifiche. La convinzione, del tutto abusiva, che la sovranità popolare sia così assoluta da essere sovraordinata alla sovranità della Costituzione giustifica la sua irritazione per regole e limiti. Lo induce a respingere, per le sue leggi e iniziative, il vaglio di costituzionalità del capo dello Stato e della Consulta («editto di Bonn»). Lo conferma nell’ostinatissimo disprezzo per il potere giurisdizionale e quel disprezzo gli consiglia di sottrarsi ai processi che lo vedono imputato (con il "processo breve" e il "legittimo impedimento"). Berlusconi sembra credere che la sua immunità debba essere incondizionata, anche quando parla da imprenditore agli imprenditori; da "azionista" al management pubblico; da attore del mercato contro i suoi concorrenti.
"Impadronitosi" della sovranità, interpreta tutte le parti della commedia sociale, economica e politica pretendendo che la sua autonomia e libertà non abbiano limiti. Esige che gli sia riconosciuta un’impunità per qualsiasi atto, anche quando non è compiuto nell’esercizio delle sue funzioni. Dopo l’ultima mossa, si può concludere che il Cavaliere reclama per sé la stessa «irresponsabilità» che la Costituzione assegna soltanto al presidente della Repubblica. È un privilegio che la Carta ancora non gli assegna. Per il futuro converrà vigilare, con i tempi che corrono e i discorsi che si odono.
Negli Stati uniti non sanno ancora bene come chiamarli: «the aughts» o «the noughts», cioè gli (anni) zero, o anche «the 2000s», «the double zeros», «the double ohs». Ma intanto il decennio cominciato nel 2000 sta finendo, mancano solo due settimane. L'incertezza del nome corrisponde a un'incertezza della cosa? O risente di quel clima un po' da cabala un po' da fine del mondo che avvolse il pianeta per il capodanno del 2000? Come connotare, con o senza nome proprio, il decennio che ci ha traghettati nel terzo millennio? Parafrasando «Il secolo breve» di Hobsbawm, lo si potrebbe intanto definire il decennio brevissimo: sette anni e due mesi scarsi, è l'ipotesi di Carlo Antonelli e Massimo Coppola che aprono e chiudono «Gli Anni Zero», alias «almanacco del decennio condensato» pubblicato da Isbn Edizioni (a cura di Carlo Antonelli, 19 Euro, 330 compresa una ricca e preziosa cronologia). Sette anni e due mesi sono il tempo che passa fra l'attacco alle Torri gemelle l'11 settembre 2001 e l'elezione di Barack Obama il 4 novembre 2008: un altro decennio americano, tanto per cominciare, alla faccia delle diagnosi sulla fine del secolo americano poste a didascalia della voragine di Ground Zero. E prima di quella voragine? «Il più micidiale punto a capo che si sia mai visto sul periodo precedente, quella fase brevissima e dai caratteri unici che va dalla morte di Carlo Giuliani a Genova il 20 luglio 2001 all'opera mortale di New York», scrive Coppola, e racconta: «In quei due mesi, raccolti nel dolore, finalmente in grado di uscire dai nostri maledetti tic autoironici avevamo sperato, davvero, che la nostra generazione potesse diventare davvero una nota a piè di pagina della voce 'duemila' nei futuri sussidiari scolastici. Sembrava ci fosse davero la possibilità di impegnarsi di nuovo, di 'credere', di stare insieme e provare a riutilizzare un vocabolario che avevamo per troppo tempo usato solo tra virgolette nelle battute un po' ciniche e sbrigative dei disillusi. E invece sono arrivati gli anni zero, il ka-boom delle Torri gemelle che ha cancellato in un colpos olo l'inizio tragicamente promettente e quel poco di tempo presente che abbaimo vissuto in quei due mesi. Siamo rimasti come quel giorno, undicisettembre, undicisettembre, undicisettembre, a bocca aperta e occhi spalancati, paralizzati e senza idee, come animaletti tenuti in cattività dalla santissima trinità guerra, religione e paura». Diario di una generazione finalmente altra da quella dei sessantottini che fra Seattle e Genova aveva ritrovato il gusto della politica, per vederselo rubare subito dagli aerei sopra Manhattan e dalle bombe sopra Kabul e Baghdad. Un decennio troncato sul nascere? Nient'affatto, perché la storia, com'è noto, si vede meglio dalla fine. E se «il traumatico aperitivo» della violenza scatenatasi a Genova contro i no global era solo l'annuncio «dell'iradiddio che sarebbe venuta dopo», con la risposta di guerra al crollo delle Torri, gli attentati alle Costituzioni occidentali fatti in nome della lotta al terrorismo islamico, il revival della cultura della forma-campo a Guantanamo come a Lampedusa, il gusto della politica troncato sul nascere si prenderà la sua rivincita sette anni dopo, quando «l'elezione di Obama e lo spalancarsi di un grande, vertiginoso, forse perfino falso buco nero della finanza mondiale hanno riportato alla superficie psichica effetti e sentimenti del secolo precedente, con tanto di annessi e connessi sulla fine del machismo infantile di Bush e sulla debolezza della mascolinità testosteronica in assoluto, del resto minata dal trionfo della cultura gay, mai così dominante come in questi anni». Così Carlo Antonelli, che giustamente conclude: «Rendiamocene conto una volta per tutte: questa decade sarà ricordata nei libri come uno dei momenti più densi della storia dell'umanità, forse il più memorabile dopo i benedetti anni Sessanta che i babyboomers hanno incorporato fin dalle stringhe più nascoste delloro Dna». Un filo rosso fra i favolosi anni Sessanta del '900 e gli Zero del 2000? Non a caso è dai babyboomers che proviene il grosso degli autori scelti per l''almanacco del decennio condensato': Slavoj Zizek e Judith Butler, Mike Davis e Susan Faludi, Enrico Ghezzi e Anna Politkovskaja...Ma la generazione degli Zero è perfino più brava di quella dei Sessanta a intrecciare linguaggi e mezzi, la politica e il cinema, il rumore della guerra e i suoini della musica, la claustrofobia dei campi e lo spazio aperto di Internet, il richiamo alla materialità della natura venuto dagli tsunami e dai cicloni e le chance dell'immateriale che si aprono nei social network. Perciò non fermatevi ai primi, imperdibili saggi sul dopo-11 settembre di Faludi e Butler già entrati nella galleria dei classici, né sull'appassionata difesa degli entusiasti contro i cinici di Zizek di fronte all'elezione di Obama, né sui reportage dai paesi come la Cina e il Brasile che nel volgeredel decennio da emergenti sono diventati vincenti, e procedete nei diari dal mondo dell'arte, della musica, del calcio, della Rete. Scoprirete per esempio come cambia l'adulterio al tempo di Facebook (Matteo Bittanti), un modo come un altro per dire tutte le magnifiche sorti e gli oscuri tranelli di ciò che chiamiamo nuove tecnologie della comunicazione, niente di meno che una rivoluzione antropologica. E capirete perché tutti, ma proprio tutti, babyboomers e oughties, abbiamo sentito che con Michael Jackson moriva molto di più che una rockstar (Alberto Piccinini). Magnifica galoppata su uno dei decenni più turbinosi della nostra vita. «Gli anni Zero sono iniziati da dove doveva finire la storia, da quello strano interregno chiamato anni Novanta, che del resto da una dissoluzione, quella del 1989, era a sua volta cominciato», scrive ancora Carlo Antonelli. «L'identità sembrava allora uniformarsi tutta, pur nell'apparente diversità, diventare piatta e globale. E invece è esplosa, poco dopo. E così è successo a ogni campo della vita umana, non-umana e artificiale, nei dieci anni successivi. Al resto del secolo attuale il compito di ricomporre in disegni differenti ciò che sul terreno sarà rimasto di questi anni clamorosi». Buoni anni Dieci, ammesso che comincino questo capodanno e non il prossimo, stesso dilemma che ci colse esattamente dieci anni fa.
La crisi ha reso evidente il fatto che la politica è ostaggio del capitale finanziario. La possibilità di una risposta degli Stati nazionali è quindi limitata. Ma difficoltà sono emerse quando il cosiddetto G20 ha provato a individuare misure adeguate alla radicalità della crisi, riuscendo alla fine a proporre strumenti che hanno rafforzato il processo di finanziarizzazione dell'attività economica. Ma ciò che è emerso in questo ultimo anno è che la finanza è diventato il cuore del capitalismo contemporaneo.
Si è giunti a questa situazione dopo che alla fine degli anni Ottanta il capitale ha puntato, riuscendovi, a produrre plusvalore e profitti non solo nell'attività produttiva in senso classico, ma anche nei settori della distribuzione e dellla circolazione. Ciò è stato reso possibile da due fattori: una privatizzazione dei servizi sociali e un cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro a favore delle imprese tanto nazionali che sovranazionali.
L'unica possibilità di invertire tale tendenza può venire solo da forti movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto riappropriazione di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue forme. È questa la lettura della crisi che emerge in questa intervista che si aggiunge alla altre della serie «il capitalismo invecchia?».
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
È da trent'anni ormai che assistiamo al susseguirsi di maggiori o minori crisi finanziarie, più o meno una ogni tre anni, a dimostrazione che il capitalismo si è ormai struturalmente finanziarizzato, cioè ha posto i mercati finanziari al centro della sua stessa logica di funzionamento mondiale. Questa crisi è «sistemica» perché è nata negli Stati Uniti, svelando le contraddizioni (gli squilibri fondamentali) della globalizzazione così come essa si è data a partire dagli anni Ottanta, con il peso del debito pubblico e del debito commerciale statunitensi e il ruolo della politica monetaria incentrata sul dollaro. È però anche una crisi «congiunturale», se è vero che il capitalismo finanziario è intrinsecamente instabile, terribilmente fragile, all'interno del quale la privatizzazione del deficit spending di keynesiana memoria gioca un ruolo fondamentale.
Il confronto con la crisi del '29 serve soprattutto per evidenziare le differenze tra un capitalismo fordista nascente, quello degli anni Venti del Novecento, e un capitalismo finanziario, quello odierno, per certi versi anch'esso nascente, nel senso che è caratterizzato dalla pervasività delle dinamiche finanziarie e, soprattutto, dalla sovrapposizione dell'economia finanziaria e di quella reale.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Il capitalismo finanziario è attraversato da contraddizioni formidabili, oltretutto contraddizioni che si dispiegano su scala globale e che in buona sostanza rimandano al problema della realizzazione del plusvalore con ricorso al deficit spending di mercato, ossia privato. Questa metamorfosi rispetto al deficit spending pubblico, in cui gli Stati giocavano un ruolo centrale nella determinazione della domanda effettiva, è simmetrica ai cambiamenti nei modi di produrre plusvalore a partire dalla fine degli anni Settanta, ossia la progressiva estensione dei processi di valorizzazione alla sfera della circolazione, dello scambio, insomma della riproduzione. Quello che è stato chiamato «biocapitalismo», in cui le forme di vita e la vita stessa sono «messe al lavoro», fino a trasformare il consumatore in produttore di beni e servizi, è un capitalismo storicamente nuovo contrassegnato dalla crisi della misura del valore e, quindi, dalla impossibilità strutturale di governarlo a mezzo di regolazione.
È questa natura del nuovo capitalismo che mette fuori gioco gli economisti mainstream e i loro modelli econometrici basati sull'ipotesi dell'efficienza dei mercati. Una maggiore conoscenza storica delle trasformazioni del capitalismo permetterebbe certamente di capire che questi cambiamenti riflettono, sono indotti da una nuova composizione sociale del lavoro.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
La politica, oggi, è certamente ostaggio della finanza, nel senso che l'autonomia del politico è molto ridotta, costretto come è ad inseguire le vicissitudini dei mercati finanziari e gli effetti devastanti della finanziarizzazione sulle grandezze ecomomiche e sociali. Basti pensare alla spesa pubblica sociale, che subirà tagli pesantissimi a causa della crescita smisurata del debito pubblico. Si può forse affermare che la finanziarizzazione mina alle radici la stessa rappresentanza politica, nel senso che la priva della capacità di autonomizzarsi dalle contraddizioni e dai conflitti interni ai processi economico-finanziari. Il politico non riesce neppure a implementare regole minime per contenere la finanza e la sua estensione, anche se ci prova con fughe in avanti, ad esempio il «governo mondiale del G20», che però si rivelano ben presto ulteriori rafforzamenti dei processi di finanziarizzazione. Per «spingersi più in là» la politica deve riconoscere la sua crisi e, come dire?, ripartire dal basso, dalle lotte, dalle forme di vita, dalle rivendicazioni sociali che nella e contro la crisi stanno maturando ovunque.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Non c'è dubbio che lo scenario Chimerica, in cui Cina e America si sostengono reciprocamente con politiche monetarie e di finanziamento del debito pubblico compatibili con lo squilibrio fondamentale venutosi ad instaurare negli ultimi anni (la Cina con un surplus di risparmio, l'America con una montagna di debiti), è uno scenario per così dire inevitabile. La domanda è quanto durerà. Ad esempio, quanto tempo ci vorrà prima che la Cina riesca a rilanciare in modo duraturo la domanda interna, non solo con programmi di investimento infrastrutturale giganteschi, ma anche con salari e spesa sociale all'altezza dei bisogni del popolo cinese?
È forse il caso di ricordare che oltre la metà delle corporations americane quotate a Wall Street realizzano profitti producendo direttamente in Cina, il che complica non poco la possibilità stessa di riequilibrare l'assetto economico globale attraverso il solo asse Cina-Stati Uniti. L'impressione è che la Cina sosterrà gli Stati Uniti, attraverso politiche di sostegno al dollaro e il finanziamento del debito pubblico americano, fino a quando sarà riuscita a espandersi solidamente nel Sud del mondo, in America Latina e in Africa. A questo punto, forse già tra cinque anni, l'asse globale non sarà più est-ovest, ma est-sud.
In questo scenario l'Europa è perdente, a meno che non riesca a sviluppare politiche di welfare incentrate sull'accesso alla conoscenza e lo sviluppo di tecnologie eco-sostenibili, politiche sociali di investimento realmente autonome rispetto al modello americano e a quello cinese.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
La finanziarizzazione dell'economia, così come si è data in questi ultimi anni, comporta un mutamento delle modalità di monetarizzazione del circuito economico, nel senso che oggi è nella sfera direttamente finanziaria che la moneta viene creata e iniettata nel circuito economico sotto forma di rendite. Si tratta di una vera e propria privatizzazione della moneta assecondata dalla politica monetaria delle banche centrali. Questo comporta la possibilità di una ripresa dei mercati finanziari indipendentemente dalla ripresa dell'economia reale, il che spiega, tra l'altro, come i salari diretti e indiretti (rendite pensionistiche) possano continuare a rimanere bassi ancora per un lungo periodo di tempo.
D'altra parte, come osservava recentemente l'economista francese Michel Husson confrontando il rapporto tra tassi di crescita e occupazione del periodo tra il 1959 e il 1974 e quelli del periodo tra il 1993 e 2008, la capacità di un'economia di creare occupazione è ampiamente indipendente dalla sua crescita economica. Infatti, negli ultimi quindici anni dei Trenta gloriosi, l'aumento dell'occupazione è stato inferiore a quello degli ultimi quindici anni, e questo è avvenuto con un tasso di crescita del Pil tra il 1959 e il 1974 mediamente superiore a quello constatato tra il 1993 e il 2008. La qual cosa, nella situazione attuale in cui le prospettive occupazionali e di crescita sono molto negative, mette fuori gioco le politiche keynesiane secondo le quali un aumento dei salari, cioè della domanda, può di per sé trainare il rilancio occupazionale.
In altre parole, l'aumento della domanda, cioè del reddito, deve basarsi su un'aspirazione di giustizia sociale e di autonomia dalle dinamiche della ripresa economica. È in questo senso che vanno interpretate le rivendicazioni di un reddito garantito, o di una «rendita» agganciata ai bisogni sociali: domandiamoci quali sono gli impieghi di cui abbiamo bisogno per ridurre la sofferenza del lavoro, domandiamoci di quale reddito abbiamo bisogno per difendere i beni comuni, invece di privatizzarli per «creare occupazione».
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Il prezzo può essere molto alto, e già lo stiamo pagando con l'aumento della disoccupazione e i tagli alla spesa sociale. È d'altronde sicuro che la pressione fiscale per far fronte ai deficit accumulati in questo periodo si farà sentire molto presto. Ma questo stesso prezzo possiamo farlo pagare al capitale finanziario, rovesciando i debiti privati in reddito sociale. È in gioco la nostra sopravvivenza come soggetti capaci di lottare, di creare forme autonome di vita. Nulla è deciso, tutto è possibile.
Una nuova, elementare teologia politica sembra stia sostituendo il discorso pubblico democratico nel nostro Paese. Tutte le forme del conflitto politico e dell’antagonismo sociale sono in via di sparizione. Non ci sono più il concorrente, l’avversario, il nemico esterno, ovvero i simboli in cui prendono corpo le tipologie di lotta (economica e politica) che possono trovare posto e legittimazione nella moderna civiltà liberale, e nella nostra Costituzione. È in via di trasformazione anche la figura novecentesca del nemico interno, ideologico, da osteggiare perché portatore di una visione del mondo che non può trovare collocazione nel nostro stesso spazio politico. Ormai, la politica viene spiegata attraverso un apparato categoriale estremo e rudimentale al contempo, come il confronto mortale tra Amore e Odio.
Questa suprema semplificazione – che ha in realtà radici tanto nelle fiabe e nel repertorio popolare antico e moderno quanto nelle cupe fantasie del pensiero controrivoluzionario, o nella bruciante denuncia del totalitarismo di Orwell in 1984 – non appare oggi nella politica italiana, ma ne è diventata l’epicentro dopo l’aggressione milanese a Berlusconi. Il crimine di uno squilibrato – un atto che è ovvio punire penalmente, come è ovvio solidarizzare umanamente con la vittima – è stato ed è utilizzato per bollare come criminale l’opposizione al premier; una immotivata e folle avversione personale è stata promossa a emblema della lotta politica contro le politiche della maggioranza, il cui potere è stato definito Bene, e Male ciò che vi si oppone.
Oltre la criminalizzazione dell’avversario, siamo alla sua demonizzazione, alla squalificazione non solo etica ma anche ontologica. La dimensione giuridica – che fa sì che un reato sia un reato, mentre una critica è una critica: illecito il primo, lecita la seconda – è risucchiata e annichilita in una teologia manichea che si propone come chiave di lettura onnicomprensiva della dinamiche politiche: tutto si confonde con tutto, tutto deriva da tutto, tutto conduce a tutto; il pensiero e l’azione si trovano sul medesimo piano, inesorabilmente inclinato verso l’abisso: verso il sangue, la violenza, il terrorismo anarchico. Non ci sono distinzioni ma solo gradazioni nel Male: è Male il semplice opporsi al Bene, in qualunque forma ciò avvenga. La metafora del clima (il "clima di odio"), oggi vincente, lo dice: il clima è appunto l’insieme dei fenomeni atmosferici e anche la generica predisposizione verso una certa loro tipologia (clima buono o cattivo). Con una simile concettualità si può rendere chiunque responsabile di qualunque cosa, o almeno si può sostenere la possibile pericolosità, diretta o indiretta, di ogni comportamento non conforme.
Le leggi che limitano la libertà di espressione, i provvedimenti speciali, pendono minacciosi sugli oppositori. Ma tutto ciò è Bene, è la forza dell’Amore.
Del Male c’è però una speranza di perdono: si chiama dialogo, collaborazione parlamentare per rifare la Costituzione. Dissolve il clima di odio e assolve da molti peccati. Il piccolo prezzo da pagare per l’indulgenza, la penitenza dopo tutto mite a cui l’opposizione si deve assoggettare, è di collaborare (o almeno di non ostacolarle efficacemente) ad alcune leggi volte a garantire l’impunità personale al premier (dal legittimo impedimento al Lodo Alfano costituzionalizzato) e il controllo della magistratura all’esecutivo (la separazione delle carriere e la "riforma della giustizia"). Se ciò non avverrà, se il Pd non saprà essere "autonomo" e presterà ancora orecchio alle lusinghe di Satana (Di Pietro, Repubblica), la reazione sarà durissima: il Male sarà condannato senza remissione, e l’intero sistema giudiziario sarà spazzato via dal "processo breve", che non sarà difficile, per chi controlla tutte le televisioni, presentare come giusta risposta all’esigenza di rapida giustizia che accomuna tutti gli italiani.
Non si è tratteggiata una caricatura; e del resto non c’è nulla da ridere. La situazione italiana è davvero questa: la costruzione mediatica di un’egemonia culturale pressoché incontrastata, o comunque subìta, dispiega tutta la propria potenza per creare un mondo artificiale che deve far velo a quello reale, che deve negare l’evidenza, ossia l’esistenza di un’Italia non di destra e non berlusconiana, e neppure terrorista o incline alla violenza, di una società che si sforza di essere libera e che dispiega le proprie capacità critiche in un pubblico dibattito, e quindi anche attraverso i giornali (alcuni) e le case editrici (alcune). L’obiettivo è evidente: delegittimare la base sociale e intellettuale dell’opposizione, tagliare i ponti fra la società e il palazzo, intimidire le forze che costituiscono la linfa vitale del Pd, in modo che questo, nella sua attività politica, sia sempre più isolato nella sua condizione di minoranza parlamentare. E questo isolamento, questo allontanamento dall’opinione della sua base, dovrebbe essere chiamato "autonomia".
Certo, la pressione sul Pd è davvero enorme: se cede verrà punito alle elezioni regionali, in favore di Di Pietro; se resiste rischia di produrre gravi lacerazioni al proprio interno. Eppure è in questo crinale che si deve dispiegare un’azione politica forte: che è non cercare di parlare d’altro (dei "veri problemi degli italiani", come se rifare la Costituzione in queste condizioni e con questi prezzi non fosse un problema di tutti), ma appunto parlare delle medesime cose di cui parla la destra, criticandole e demistificandole senza timidezze. Di fornire una contro-interpretazione della vulgata corrente sul Bene e sul Male, e di provare a inserirsi nuovamente nel discorso pubblico, senza rassegnazioni e anzi con la volontà di rovesciarne i termini. Di affermare la critica contro i miti, la ragione contro le fiabe, la forza della democrazia liberale contro la paura e contro i rischi di una democrazia "protetta".
La politica è l’arte della coesistenza tra sconosciuti - persone che non si conoscono, che non si frequentano come amici o parenti e che sanno conversare senza dover sapere in anticipo le rispettive idee e, soprattutto, senza dover essere sempre d’accordo. La lingua che li unisce è quella che regola il loro discorso e che dà alle loro parole un significato che tutti possono comprendere perché non è segreto o per pochi iniziati, ma accettato per convenzione da tutti e consolidato con la tradizione. La politica è quindi anche il nome dello spazio che accoglie la parola-spazio che è pubblico perché non ci lascia entrare (o così dovrebbe essere) nelle vesti private alle quali affidiamo la nostra più intima identità, i nostri gusti, i nostri affari, i nostri sentimenti, le nostre scelte morali.
Le parole della politica sono parole del discorso ragionato anche quando convogliano interessi sociali e privati – e questo spiega perché in una democrazia matura nessun politico ha l’ardire di dire in pubblico che persegue interessi particolari (anche quando li persegue di fatto). Questa che i puristi chiamano "ipocrisia" è invece un’arte civilissima, quell’arte che ci costringe a modificare il nostro linguaggio quando siamo nella sfera pubblica, che ci induce a pensare in una forma che è tutto fuor che naturale e istintiva, difficile da apprendere e praticare. E l’esito di questa scuola è l’abito della cittadinanza, quel costume pubblico che ci fa comprendere cosa dire e come, quando dirlo e dove. Che ci fa comprendere che le parole servono a tenere aperta la comunicazione anche quando dissentiamo, che servono a farci capire e a interagire per trovare ragioni per assentire e dissentire, infine per decidere pro o contro.
L’arte della parola, che è arte della politica, non teme il dissenso né la partigianeria. "Partigiani amici" erano i cittadini ai quali Machiavelli pensava quando ragionava su come una città libera articola la propria vita pubblica. Non "partigiani nemici", i quali non sanno come i primi distinguere tra inimicizia privata e dissenso politico, tra antagonismo e odio totale, tra minoranza/maggioranza per elezione e perdenti/vincitori come in guerra. La lotta politica democratica assomiglia certo a una battaglia senza armi e sangue; una battaglia di idee e con parole. Ma non è battaglia meno difficile – semmai è più impegnativa e richiede una virtù che solo i cittadini democratici possiedono: la capacità di ascoltare e di rispettare l’avversario.
In questi anni ininterrotti di transizione verso una democrazia dell’alternanza matura e senza risentimenti, abbiamo progressivamente disimparato l’arte della parola pubblica perché abbiamo appreso a disistimare la politica. Il privato, con tutto il peso che si porta dietro, è entrato prepotente nel pubblico e lo ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio. I programmi televisivi ne sono il segno più evidente e inquietante. Anche quando sono fatti con lo scopo di discutere di problemi d’attualità, sono vere e proprie corride, più interessate a fare largo ascolto che a costruire opinione – anche perché hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare lo scontro più che il dissenso pacato, a volere la demolizione dell’avversario, diventando una pessima scuola per la cittadinanza. Uomini politici e dello spettacolo si sono affermati al pubblico largo grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare che non fa prigionieri. E così, l’avversario è diventato oggetto di offesa e dileggio, mentre l’amico di partito è diventato un alleato acritico.
Ciò che ha cambiato la scena pubblica italiana – lo spazio pubblico – è stata questa giornaliera pratica di mala educazione della cittadinanza, di trasformazione del discorso politico in un’arte tutta privata, come è quella appunto del divertimento e dello spasso. Ma le regole del gioco democratico si adattano all’agora non al colosseo. Si combatte di fiorino non di piccone: ci si confronta sulle cose non fatte, da farsi, o fatte male; su scelte sbagliate o necessarie; sui problemi che sono quelli ai quali tutti pensiamo, dal lavoro alla sanità, dalla scuola all’integrazione degli immigrati, dalla religione nello spazio pubblico all’ambiente. Di fronte a questi problemi, che sono i problemi della nazione grande, lo spazio del discorso dovrebbe essere un’agora di cittadini che vogliono sapere e capire, che non si accontentano delle dichiarazioni roboanti e vogliono poter ragionare e controbattere. Fuori da questo spazio c’è quello che vediamo sotto i nostri occhi: reazione totale, violenza verbale e reale. Ma qui si ferma la ragione, perché di fronte all’atto esemplare di aggressione la parola è muta e impotente. Ed è di parole che invece vive la società democratica.
Non è escluso che dal grande chiasso che regna ai vertici del governo nasca, taciturno ma testardo, un attaccamento più intenso degli italiani alle istituzioni e alla carta costituzionale su cui poggiano le istituzioni. Il politico che se ne sente ingabbiato e vuole liberarsene continuerà magari a esser applaudito, per la spavalderia che esibisce e per il ruolo di vittima che recita. Ma in parallelo con questo consenso, fatto di adorazione e indolenza, è probabile che si rafforzi proprio la pianta che il leader vorrebbe disseccare: la pianta, rara in Italia, che quando attecchisce dà come frutto il senso delle leggi e dello Stato. C’è qualcosa nel chiasso della presente legislatura che ricorda i dipinti dell’espressionismo tedesco, durante la Repubblica di Weimar: volti stravolti da eccitazioni, maschere che sogghignano, città sghembe che urlano senza più ordine. Kurt Tucholsky scrisse che il precipizio «spettrale» cominciava con l’uomo che mette l’Io in primo piano (politico o scrittore, giornalista o imprenditore).
Hitler era un uomo così, e l’Io che accampava era la sua persona e qualcosa di più nascosto, torbido: l’Io della nazione, del Popolo illimitatamente sovrano. «L’Io di per sé non esiste», scrive Tucholsky fin dal 1931: «Quest’uomo non esiste; in realtà egli è solo il chiasso, che produce».
Il frastuono coesiste da tempo con il rispetto italiano delle istituzioni, a ben vedere. La seduzione e il carisma di Berlusconi hanno alcune qualità inossidabili, ma non meno incorruttibili sono stati, lungo gli anni, l’ammirativa affezione per i garanti della Costituzione e l’adesione dei cittadini all’equilibrio fra i poteri. Sono stati molto popolari Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi. Lo è Giorgio Napolitano. Anche l’adesione agli organismi di garanzia non scema, come dimostrano i sondaggi favorevoli al Csm e alla Consulta. La lezione sulla Costituzione che Scalfaro tenne nel 2008 all’Auditorium di Roma riscosse un successo vasto. È una conferenza che andrebbe riascoltata: la maniera in cui l’ex Presidente racconta la scrittura intellettualmente elettrizzante della Carta, le visioni profetiche che essa contiene, fa rivivere un testo che non è affatto vecchio e che in pieno frastuono non andrebbe modificato. Ricordo in particolare il passaggio sui diritti della persona: per la prima volta in Italia, dice Scalfaro, lo Stato non li concede né si limita a garantirli, ma li riconosce. I diritti precedono i governi e le Carte, e davanti a essi gli uni e le altre «si inchinano». Ricordo anche quel che disse a proposito del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi. Gli italiani dissero no non solo alla devoluzione ma anche, con forte maggioranza (più del 60 per cento), a un Premier dotato di poteri esorbitanti, compreso quello che scioglie le Camere e che la Carta affida al Capo dello Stato.
Istituzioni e carte costituzionali hanno questo, di specialmente prezioso: durano più degli uomini, dei governi, delle campagne elettorali, dei sondaggi. Sono lì come una tavola fatta di pietra, conferiscono stabilità a quel che nell’alternarsi democratico delle maggioranze necessariamente è votato all’instabilità. È significativo che non solo le nazioni uscite dalla dittatura si siano messe come prima cosa a riscrivere le Carte, ma che anche l’edificio europeo abbia anteposto la permanenza delle istituzioni all’impermanenza degli uomini, dopo le guerre del ’900. Jean Monnet, che dell’Europa fu uno degli artefici, venerava in particolar modo le istituzioni. Citando il filosofo svizzero Henri Frédéric Amiel scrive nelle Memorie: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente» (Cittadino d’Europa, Guida 2007, i corsivi sono miei).
Questo vuol dire che grazie alle istituzioni non cambia la natura dell’uomo (missione impossibile e, se tentata, deleteria) ma il suo comportamento: il progresso di cui è capace l’uomo vive e si trasmette solo attraverso le istituzioni che egli sa darsi. Per alcuni, le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente - la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica. Non sono Habermas e le sinistre ad aver inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale. Lo coniò negli Anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger: per l’allievo di Hannah Arendt, il patriottismo costituzionale era «una sorta di amicizia per lo Stato» (Staatsfreundschaft): amicizia che Weimar non aveva posseduto a sufficienza.
L’adesione italiana alle istituzioni e alla Costituzione ha radici più forti che ai tempi di Weimar. Ha una resilienza a quell’epoca sconosciuta. Uomini come Scalfaro e Ciampi, nella Germania di allora, non avrebbero avuto la popolarità che hanno oggi in Italia. Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate. L’altro concetto formulato da Sternberger è quello di democrazia agguerrita. Alle violazioni delle leggi e agli abusi d’un singolo potere, la democrazia deve rispondere anche con la forza. In guerra si difende con le armi; in pace con le istituzioni, le leggi, le corti, perché queste si decompongono meno rapidamente e facilmente di un uomo o una maggioranza.
Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male, fuori e dentro di sé. Quando il politico, spinto esclusivamente da volontà di potenza, mostra di non tollerare confini e non riconosce, sopra di sé o al proprio fianco, poteri che frenino i suoi abusi. Quando smette, dice Ciampi, di essere compos sui: pienamente padrone di sé (intervista al Corriere della Sera, 11-12-09). Limiti e contrappesi sono necessari anche quando l’espansione della volontà di potenza s’incarna nel popolo e nelle sue maggioranze: il popolo non ha innocenza e anch’esso può divenire despota, insofferente ai limiti. La democrazia che gli attribuisce sovranità assoluta non è già più democrazia. Anche questa è una lezione del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo sono state escrescenze della democrazia, e tutte son partite dall’idea che il popolo-sovrano sia compos sui per natura. L’idea che l’uomo sia naturalmente buono è di Rousseau, e tende a squalificare sia il controllo esterno delle istituzioni sia il controllo interiore della coscienza, scriveva nel 1924 un altro filosofo conservatore, Irving Babbitt: «Con la scomparsa di questo controllo, la volontà popolare diventa solo un altro nome dell’impulso popolare» (Babbitt, Democracy and Leadership, 1924).
Quel che avvince gli italiani, negli ultimi capi di Stato, è l’attitudine o comunque l’aspirazione a fissare uno standard, a farsi custodi non notarili ma perfezionisti della Costituzione. Nel dizionario Battaglia, lo standard è «la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività, servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali sono valutati». Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale come nelle parole di Tucholsky.
L'immagine di Irene Bedino è tratta da la Stampa