Oggi non è solo all´Aquila che si deve sgombrare il terreno dalle macerie. Quelle che segnano i luoghi istituzionali del Paese sono diventate così tante da cancellare il profilo del nostro orizzonte di riferimento e da diffondere un sentimento generale di ansia e di smarrimento. Per questo fa bene il Presidente della Repubblica a segnalare che il valore della Costituzione resta ancora un punto di riferimento fondamentale per l´opinione pubblica.
È dall´altezza di questo osservatorio che bisogna misurare la gravità della situazione. Oggi il documento votato all´unanimità della prima sezione del Consiglio Superiore della Magistratura mette sotto gli occhi di tutti lo spettacolo del disastro provocato dagli attacchi violentissimi del presidente del Consiglio dei ministri alla magistratura. Ne abbiamo letti quasi uno al giorno per anni. Qualcuno li considera intemperanze caratteriali su cui poi esperti mediatori dal sorriso facile e dalla parola morbida si occupano di versare mielate rassicurazioni. Si rischia di abituarsi allo spettacolo: una variante italiana dei costumi politici, con tanto di sesso, barzellette e canzoni napoletane. Non così pensano i magistrati della prima sezione del Csm. Si tratta secondo loro di una denigrazione e di un condizionamento della magistratura assolutamente inaccettabili perché mettono in pericolo l´equilibrio tra poteri e ordini dello Stato. Senza questo equilibrio non si dà un ordinamento civile capace di tutelare i diritti di ognuno. Lo sappiamo. Dovremmo saperlo. È un dato elementare, semplicissimo, un pilastro fondamentale del sistema democratico.
Ma i magistrati non si limitano a condannare. Il loro documento rivolge «un pressante appello a tutte le istituzioni perché sia ristabilito un clima di rispetto dei singoli magistrati e dell´intera magistratura». Oggi la magistratura è accusata nientemeno che di sovversione. E non si è trattato solo di parole. Le accuse del premier si sono tradotte in gravissimi episodi di diffamazione e aggressione all´immagine e alla dignità di singoli magistrati, vere e proprie esecuzioni in effigie. Questo documento del Csm segna una svolta storica nella lotta politica italiana: segnala una situazione di emergenza e invita a scelte adeguate. Scuote un torpore politico e morale che è frutto di una corruzione radicata in profondità. Quando si cominciano ad accettare certe cose in silenzio, quando si decide di smorzare i toni della reazione e a far finta di niente non si è contribuito al buon andamento della cosa pubblica come qualcuno può pensare: di fatto si è già accettato di vivere nella «Repubblica del Male Minore». È quello che sta accadendo da tempo.
È un fatto che appartiene al peggiore costume del nostro passato, a forme di corruzione morale e di indifferenza per le regole che ha avuto tanti nomi ma che ha una sola sostanza. Di secolo in secolo si sono usati nomi diversi: «nicodemismo»,«dissimulazione onesta», «familismo amorale». Diversi i fenomeni storici, legati però da un minimo comune denominatore morale che si è fissato nel costume di casa: il chiudere la porta e la finestra sul mondo degli altri, il conservarsi indifferenti alla cosa pubblica , il tollerare le lesioni ai diritti individuali in nome del tranquillo vivere dei più, il considerare ovvio che chi dispone del potere faccia straccio dei diritti di chi non gli obbedisce. Da questo costume sono nate le vergogne e gli errori della storia italiana: è questo che permise al popolo italiano nel suo insieme di accettare senza reagire l´immane vergogna delle leggi razziali, salvo poi addossare questa colpa al solo pontefice regnante come unico titolare della coscienza collettiva.
Ma quello della violenza contro i magistrati non è che il fenomeno più evidente prodotto da un leader politico che disprezza la giustizia come norma e come istituzione e si fabbrica le leggi e le sentenze su misura. Altre rovine sono state seminate un po´ dovunque da quella che oggi anche i commentatori più moderati e più filo governativi si rassegnano ormai a riconoscere come una congenita incapacità di Silvio Berlusconi di affrontare le responsabilità del governo di una grande nazione. Un sistema di potere personalistico ha fatto continuamente leva sul principio rozzo e intrinsecamente dittatoriale di interpretare una vittoria elettorale come una investitura plebiscitaria a comandare. I suoi attacchi alle istituzioni hanno superato da tempo ogni limite tollerabile in un sistema fondato sulla divisione dei poteri. Per disgrazia del Paese il comando è caduto nelle mani di una persona determinata a servirsene per tutelare e accrescere i suoi beni e per risolvere i suoi problemi con la giustizia. Da qui l´invenzione a getto continuo di norme e decreti «ad personam»: mentre scriviamo è in atto l´ennesima affannosa corsa del Parlamento per poter definire legittimo il fatto che un imputato non si presenta in tribunale. E non è certo la prima volta che quel potere legislativo che il popolo ha affidato al Parlamento viene confiscato e distolto dai problemi del Paese per togliere un privato cittadino che è anche per caso il presidente del Consiglio dagli impicci con la giustizia. Ai problemi del Paese si è data finora una risposta sbrigativa considerandoli come emergenze da affidare a strutture sottratte alle leggi ordinarie. Ma la politica dell´emergenza sta crollando sotto una valanga di scandali. E la vicenda delle liste elettorali segna il fallimento clamoroso di un sistema che ha concepito le elezioni non come un modo per far emergere una classe di governo dal consenso dei cittadini ma come l´imposizione agli elettori di candidati scelti su altri e ben diversi parametri da quelli della capacità e dell´onestà nel servire gli interessi del Paese.
Un fatto è certo: comandare non è governare. Una cultura di governo deve conoscere e rispettare le regole. Questo governo le ignora a tal punto che ha visto ridicolizzato da un tribunale amministrativo per insipienza e approssimazione il recente decreto «interpretativo», cioè l´ennesimo tentativo di sanare le malefatte col solito decreto tappabuchi. Questo governo? Diciamo pure quest´uomo: l´uomo che oggi tace. Il suo silenzio è più di una confessione. La voce arrogante che ha aggredito e sbeffeggiato istituzioni e ordini fondamentali del sistema democratico, dalla magistratura alla presidenza della repubblica, oggi è assente da uno scenario dove si aggirano smarriti e balbettanti i suoi cortigiani. Spettava a lui, se fosse stato quello statista che non è, prendersi la responsabilità del pasticcio combinato dai suoi e chiedere alle altre forze politiche e al Paese di risolvere insieme il problema: che è un problema di tutti se è vero che il diritto al voto è l´incancellabile principio base della democrazia. Diritto di tutti: di ogni partito, non solo del più grosso come tende a dire la poco democratica petulanza dei portavoce della maggioranza. Ma se i diritti di tutti non sono difesi con la durezza e l´intransigenza necessaria, se si continua ad accettare una violenza eversiva sfacciata e uno spettacolo di conclamata immoralità e corruzione accettando di abbassare la protesta in un sussurro, forse non ci accorgeremo nemmeno quando dalla Repubblica del Male Minore ci avranno trasferito armi e bagagli nel territorio della confinante Repubblica della Giustizia assente.
«La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli». «Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza». «La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa». «Per uguaglianza delle donne si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell'uomo. Ma...ci siamo accorte che sul piano della gestione del potere non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. E' per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza». Sono solo alcune citazioni delle molte possibili dal Manifesto di Rivolta Femminile e da Sputiamo su Hegell, il testo forse più famoso di Carla Lonzi, entrambi datati 1970, ed entrambi al centro, con tutto il resto della sua opera, del partecipatissimo convegno della Casa internazionale delle donne di Roma che in questi giorni (cfr. Maria Luisa Boccia sul manifesto di giovedì scorso) ne ha ripercorso la figura di militante e teorica femminista nonché critica d'arte. Non una commemorazione né una monumentalizzazione, ma una riattualizzazione della radicalità della figura di Lonzi e della radicalità da lei impressa al femminismo italiano degli anni Settanta e seguenti, sul piano del pensiero e della pratica, nel modo di concepire la politica e la libertà femminile, la trasformazione di sé e del mondo, la relazione con le altre e il conflitto con l'altro. Una riattualizzazione tanto più tempistica dopo un anno come questo e in un momento come questo, in cui il discorso sulle donne sembra sequestrato dall'immaginario berlusconiano (e non solo berlusconiano) al potere, e il discorso delle donne rischia una risposta speculare e subalterna.
Quale? Quella, già in voga sui media nei mesi scorsi, che scambia la fiction berlusconiana per la realtà («siamo un paese di veline»), vede passività dove c'è stata reattività (la reiterata denuncia del «silenzio delle donne», che copre e svalorizza la parola delle donne che hanno denudato il re), prescrive ricette del tutto inadatte alla malattia (quote rosa quando è chiaro l'uso che ne fa Berlusconi e non solo lui, parità e diritti quando è chiaro che il conflitto è sulla sessualità e sull'immaginario). Non ne è esente il quadro desolato e desolante delle donne italiane che Caterina Soffici traccia nel suo Ma le donne no, sottotitolo (buono per le vendite in libreria) «Come si vive nel paese più maschilista d'Europa» (Feltrinelli, 210 pagine, 14 Euro, prefazione di Nadia Urbinati), un'inchiesta peraltro ricca di storie e testimonianze femminili interessanti che si presterebbero a un'interpretazione più complessa di quella che l'autrice ne trae: in sostanza, una generalizzata regressione, una generalizzata sottomissione a canoni etico-estetici imposti e lesivi della dignità femminile, una generalizzata incapacità di lottare e di avvalersi dei diritti. E' davvero così? La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell'era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne? L'eccellenza femminile di cui parlano tutti i dati sulla scolarizzazione e sul mondo del lavoro è davvero annullata dalle discriminazioni salariali e dal carico del lavoro familiare non condiviso con i mariti? Davvero dopo gli anni 70 ci siamo tutte «ritirate ordinatamente e in silenzio», ciascuna per sé e il mercato o l'uomo potente per tutte? E qual è la memoria - o meglio l'immaginario, o il fantasma - degli anni 70 che sostiene questa catena interpretativa?
Scrive Soffici che la sua inchiesta parte da un disagio: «Eravamo cresciute in una bolla felice, nella certezza di essere libere, di poter vivere la vita che volevamo. Ma era solo un'illusione. Non era vero. Il cammino verso la parità dei diritti iniziato negli anni 70 si era interrotto». Una osservazione analoga si ritrova in un altro libro-inchiesta appena uscito, Pensare l'impossibile di Anais Ginori (Fandango, 160 pagine, 14 Euro, prefazione di Concita De Gregorio, vignette di Pat CArra), che però esplicita nel sottotitolo, «Donne che non si arrendono», un'intenzione di segno contrario, ed è esplicitamente attraversato in più d'una pagina dalla domanda su quale sia, se c'è, il rapporto fra la generazione del femminismo storico e quella delle trentenni di oggi, scosse dal torpore dai noti fatti di quest'ultimo anno che Ginori definisce «l'Anno Zero delle donne italiane». Anche lei scrive: «Le ragazze che ho incontrato per scrivere questo libro non sono tutte veline. Molte però provano un senso di disillusione. Sono cresciute pensando che i diritti erano tutti già conquistati, che la parità fosse un dato acquisito. Hanno scoperto che non è così». Viene da rispondere che se è così non tutti i mali, il sexgate berlusconiano compreso, vengono per nuocere.
Ma forse è più chiaro a questo punto il senso delle citazioni di Carla Lonzi all'inizio di questo articolo: servono a ricordare due cose. Primo, che non siamo all'Anno Zero. Secondo, che il femminismo degli anni 70 ha messo al mondo una pratica di libertà che non si fida della parità e non si affida ai diritti, che si conquista e si riconquista ogni giorno e in ogni contesto di vita pubblica e personale, e che non si cristallizza in leggi e garanzie. Ricordarlo non serve, spero che sia chiaro, a prescriverla ad altre donne e a un altro tempo, cui magari si addicono tutt'altre pratiche. Serve però a smontare la riduzione - tutta costruita dalla vulgata mediatica di trent'anni - del femminismo come lotta lineare e progressiva per la parità e i diritti. E a ricordare che, come si evince da questi stessi due libri, «l'illusione» dei diritti può avere una conseguenza spoliticizzante per chi ci si affida come a delle garanzie che rendono superflue le battaglie di libertà.
Pensare l'impossibile ha comunque il merito di rendere evidente un'agenda di questioni su cui «lo scontento delle più giovani» preme con maggiore urgenza. Si apre, intanto, con una inchiesta sulla tratta delle nigeriane: meritoria, perché quello del mercato internazionale del sesso, conseguenza tutt'altro che secondaria della globalizzazione, è uno dei tasselli che mancano alla chiacchiera infinita sul sexgate di casa nostra e sull'immaginario sessuale dei tempi nostri. E prosegue indagando sull'uso del corpo femminile nell'industria della pubblicità e della televisione, rendendo evidenti due stacchi cruciali rispetto agli anni 70: lo spostamento del fuoco dal corpo all'immagine del corpo, e lo spostamento della cornice dalla politica al mercato. Che cosa diventa o può diventare, la politica della libertà femminile, quando non si tratta del corpo ma dell'immagine, e si combatte non dentro e contro un contesto segnato dalla politica diffusa com'era nei 70, ma dentro e contro la dittatura del mercato, e quando la politica diventa mero esercizio del potere?
Sono domande che varrebbe la pena di approfondire. Alain Touraine, nel libro che senza ombra di dubbio si può considerare l'unico testo maschile che abbia afferrato e registrato la qualità specifica della rivoluzione femminile novecentesca e il «cambiamento di prospettiva» sul mutamento sociale da essa indotto (Il mondo è delle donne, il Saggiatore, già recensito su queste pagine), aiuta a darsi alcune risposte. Interrogandosi sui cambiamenti generazionali nella storia delle donne degli ultimi decenni, Touraine registra uno degli spostamenti che questi libri segnalano, dalla capacità di lotta della generazione dei 70 all'idea oggi predominante «che le donne siano completamente dominante e manipolate, private di parole e di immagini proprie, e si trovino così ridotte a mera creazione del potere maschile», soprattutto il potere dei professionisti della comunicazione e della pubblicità. Una «immagine caricaturale», scrive Touraine, che rischia di diventare un'ideologia al servizio dello stesso potere maschile; per smontarla, aggiunge, è bene «cercare le attrici dietro le vittime», ovvero, con un gioco di parole, non cadere vittime della (auto)vittimizzazione e aprire gli occhi sulle strategie attive di vita, resistenza, creatività, costruzione di sé e trasformazione del mondo che sono maggioritarie nelle vite femminili di oggi successive alla «grande rivoluzione» dei 70.
Occorre anche capire, scrive Touraine, che la sessualità è diventata, nelle società contemporanee, il terreno su cui per le donne si gioca una aspra battaglia sul confine fra costruzione consapevole di sé e mercificazione. La mappatura di questa battaglia comporta strumenti fini, che non possono esaurirsi nella denuncia estemporanea della galleria degli orrori che ci è passata davanti nell'ultimo anno. Sandra Puccini, nel suo prezioso Nude e crudi. Femminile e maschile nell'Italia di oggi (Donzelli, 200 pagine, 18 Euro), si mette e ci mette sulle tracce di un cambiamento dell'antropologia italiana che ruota attorno al cambiamento dei ruoli sessuali, che oggi esplode ma che è cominciato nei primi anni 80 (con Drive In), e lo storicizza proprio in rapporto alla rivoluzione femminista dei 70: «Contro le femministe sembravano prendere corpo immagini femminili costruite pescando nelle più arcaiche fantasie maschili: con l'antica scissione fra le donne tentatrici e peccaminose dell'immaginario erotico e le altre, quelle da sposare e con cui mettere su famiglia». Da allora a oggi non ci sono state solo la tv spazzatura e la pubblicità a fare la loro parte, ma un fascio di linguaggi che vanno dalla letteratura alla fiction alla fotografia sui settimanali di moda. E non hanno operato univocamente a svilire il corpo femminile, ma più sottilmente a costruire una «tirannia della bellezza» basata su messaggi ambivalenti e su una «molteplicità di rappresentazioni» che dava anche risposte, per quanto illusorie, a un desiderio di libertà e di autonomia, o dava corpo - anoressico - ai nuovi sintomi del disagio, il narcisismo in primo luogo, di quella che altri chiamano «società del godimento»: una società in cui erotismo, sessualità, pornografia tendono a sovrapporsi, e «fare sesso» si sostituisce a «fare l'amore». Crucialmente, scrive Puccini, non si è trattato solo di una manipolazione del femminile, bensì di una riscrittura del femminile e del maschile, dominata per un verso dalla tendenza alla confusività e all'omologazione androgina, per l'altro da un ripristino di maschere sessuali tradizionali - uomini violenti, donne docili - utili a placare l'ansia dovuta alla sparizione reali dei ruoli tradizionali. Una ottima pista, che ha tra l'altro il merito di porci di fronte alla cruciale domanda: e degli uomini, che ne è stato nel frattempo?
ROMA - Non critica Napolitano, dissente da Di Pietro, benedice le proteste, boccia un decreto inconcepibile in uno Stato di diritto. Gustavo Zagrebelsky inizia citando un episodio che, «nel suo piccolo», indica lo stravolgimento dell´informazione. Al Tg1 di venerdì sera va in onda la foto di Hans Kelsen, uno dei massimi giuristi del secolo scorso. «Gli fanno dire che la sostanza deve prevalere sulla forma: a lui, che ha sempre sostenuto che, in democrazia, le forme sono sostanza. Una disonestà, tra tante. Gli uomini di cultura dovrebbero protestare per l´arroganza di chi crede di potersi permettere di tutto».
Professore, che succede?
«Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza».
Apparentemente?
«Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità».
Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
«Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all´elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L´esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia "offerta elettorale" è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato».
E con ciò?
«Con ciò si violano l´uguaglianza e l´imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L´uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l´uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L´argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti».
E l´imparzialità?
«Il "principale contendente" è il beneficiario del decreto ch´esso stesso si è fatto. Le pare imparzialità? Forse, penseremmo diversamente se il beneficiario fosse una forza d´opposizione. Ma la politica non è il terreno dell´altruismo. Ci accontenteremmo allora dell´imparzialità».
Anche lei, come l´ex presidente Onida, considera il dl una legge ad personam?
«Questa vicenda è il degno risultato di un atteggiamento sbagliato che per anni è stato tollerato. Abbiamo perso il significato della legge. Vorrei dire: della Legge con la maiuscola. Le leggi sono state piegate a interessi partigiani perché chi dispone della forza dei numeri ritiene di poter piegare a fini propri, anche privati, il più pubblico di tutti gli atti: la legge, appunto. Si è troppo tollerato e la somma degli abusi ha quasi creato una mentalità: che la legge possa rendere lecito ciò che più ci piace».
Torniamo al decreto. Si poteva fare?
«La legge 400 dell´88 regola la decretazione d´urgenza. L´articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C´è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d´urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio. Mi pare ovvio».
Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
«Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della "presentazione" delle liste, ma quello della "presenza dei presentatori" nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell´interesse di tutti, ma nell´interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una "norma fotografia"».
Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
«Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un´innovazione bella e buona».
E la soluzione trovata per Milano?
«Qui si trattava dell´autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell´attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni».
Lei boccia del tutto il decreto?
«Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l´innovazione. Quarto: l´innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l´autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all´accusa di partigianeria».
Di Pietro e Napolitano. È giusta la critica dell´ex pm al Colle?
«Le reazioni di Di Pietro, quando accusa il Capo dello Stato di essere venuto meno ai suoi doveri, mi sembrano del tutto fuori luogo. Ciascuno di noi è libero di preferire un comportamento a un altro. Ma è facile, da fuori, pronunciare sentenze. La politica è l´arte di agire per i giusti principi nelle condizioni politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo? Sono una sorta di violenza latente che talora viene anche minacciata. La violenza è la fine della democrazia. Il Capo dello Stato fa benissimo a operare affinché non abbia mai a scoppiare».
Ma Di Pietro, nella firma del Presidente, vede un attentato.
«La vita politica non si svolge nel vuoto delle tensioni, ma nel campo del possibile. Il presidente ha agito usando l´etica della responsabilità, mentre evocare iniziative come l´impeachment significa agire secondo l´etica dell´irresponsabilità».
Lei è preoccupato da tutto questo?
«Sì, è anche molto. Perché vedo il tentativo di far prevalere le ragioni della forza sul quelle del diritto. Bisogna dire basta alla prepotenza dei numeri e chiamare tutte le persone responsabili a riflettere sulla violenza che la mera logica dei numeri porta in sé».
L´opposizione è in rivolta. Le prossime manifestazioni e le centinaia di messaggi sul web non rischiano di produrre una spirale inarrestabile?
«Ogni forma di mobilitazione contro gli abusi del potere è da approvare. L´unica cautela è far sì che l´obiettivo sia difendere la Costituzione e non alimentare solo la rissa. C´è chi cerca di provocare lo scontro. Per evitarlo non si può rinunciare a difendere i principi fondamentali. Speriamo che ci si riesca. La mobilitazione dell´opposizione responsabile e di quella che si chiama la società civile può servire proprio a far aprire gli occhi ai molti che finora non vedono».
Appena un mese fa si erano largamente imposti i peana alla modernizzazione degli anni Ottanta e ai suoi profeti ma alcuni nodi di fondo sono presto riemersi in tutta la loro profondità e gravità. La fragilità di una rimozione non è stata infranta solo da qualche scellerata esultanza mentre L’Aquila crollava o dalle mazzette nascoste in un pacchetto di sigarette: è stata infranta, molto di più, dalla "illegalità ordinaria" che intercettazioni e indagini hanno portato alla luce.
È stata infranta dall’evidenza di un "sistema", per dirla con Denis Verdini: un "sistema" che ha riproposto ad un Paese molto distratto e quasi immemore alcune domande di fondo. Più di un elemento aggiunge ragioni di riflessione, e il confronto con Tangentopoli è talora illuminante. In quegli anni, ad esempio, non pochi indagati sostennero che "rubare per il partito" era un male minore, e la tesi improntò di sé frettolose proposte di amnistia e teoremi assai discutibili. Era un vero e proprio rovesciamento della realtà – la corruzione politica è un attentato alle istituzioni, molto più devastante di un furto privato – ma segnalava talora un disagio profondo: senza di esso non capiremmo appieno neppure i terribili suicidi di quei mesi. Si intrecciarono (e in qualche modo si nascosero a vicenda) la lacerante sensazione di un trauma e quella forte volontà di autoassoluzione di cui Craxi fu l’alfiere più lucido.
È stata quest’ultima a prevalere e a improntare di sé larga parte della memoria pubblica: appena un mese fa, appunto, la "riabilitazione" del leader socialista ha segnalato che un lungo percorso è stato compiuto in un breve volger di anni. Era un approdo preparato da tempo: in una narrazione diffusa le responsabilità di quel tracollo si erano progressivamente e sensibilmente spostate da Tangentopoli a Mani Pulite, dai corrotti ai giudici.
Ora quella narrazione mostra tutte le sue crepe e tornano di stringente attualità alcune delle questioni emerse fra anni ottanta e anni novanta, segnalate dall’impetuoso ed "estremo" imporsi della Lega Nord ben prima che dalle indagini giudiziarie. Si scorrano libri e riviste di quel torno di tempo (Se cessiamo di essere una nazione; La grande slavina; A che serve l’Italia?, e così via): li attraversa un sofferto interrogarsi sul modo di essere del Paese, non solo sui processi di corruzione che attraversavano il ceto politico. Naturalmente questi ultimi apparivano in piena evidenza, e gli anni Ottanta avevano segnato un rilevante salto di qualità. Vi era stato compiutamente in essi quell’affermarsi della tangente come metodo che lo scandalo petrolifero del 1974 aveva fatto emergere: la cultura della tangente – per citare un titolo di Giorgio Bocca – aveva ormai invaso o stava invadendo in modo irreversibile l’industria di stato e un numero crescente di amministrazioni pubbliche. Ed appunto Bocca, seguendo un processo milanese di metà decennio, coglieva «un profondo convincimento del ceto politico: le tangenti sono necessarie all’amministrazione come il lievito alla panificazione». Dal canto suo il Censis segnalava ed elogiava le energie che si sprigionavano dalla società ma avvertiva anche al loro interno un «annerirsi nel profondo della dimensione collettiva». Avvertiva l’affermarsi di una «dislocazione selvaggia e particolaristica in cui tutto c’è tranne moralità collettiva, coscienza civile, senso delle istituzioni».
Queste e altre riflessioni furono rapidamente rimosse e accantonate da gran parte dell’opinione pubblica nell’euforia che accompagnò il crollo del vecchio sistema politico. Ci si illuse che potesse trovare voce e spazio una robusta società civile e avesse così avvio una salvifica "seconda Repubblica": si scoprì presto che non era così. Si scoprì presto quanto pesassero ormai le tendenze e i valori che si erano corposamente affermati nel decennio precedente: la rivincita privatistica, le varie forme di deregulation legislativa ed etica, lo sprezzo per le regole e i vincoli collettivi, il trionfo di un "individualismo protetto" che chiede allo Stato il minimo di interferenze e al tempo stesso il massimo di "protezione". Tendenze libere ormai di affermarsi senza gli anticorpi solidaristici, politici e morali che le avevano contrastate sin lì: anche per questo poté largamente prevalere la proposta che si era confusamente delineata attorno al composito polo del centrodestra. Si affermarono e trovarono espressione politica, in altri termini, tendenze che si erano consolidate in un lungo percorso, nel progressivo indebolirsi di altri e differenti modelli che pure erano stati presenti nella storia della Repubblica.
Che cosa è successo in questi anni? Perché quelle tendenze sono state così labilmente contrastate e appaiono oggi molto più solide e pervasive di allora? Quali sono state le responsabilità dirette e indirette della politica? Un’analisi sommaria di alcune leggi volute dal centrodestra, e della cultura sottesa ad esse, fa comprendere bene quanto i messaggi della politica abbiano consolidato in modo prepotente quei processi. Si aggiunga la visione del mondo variamente esposta in più occasioni dal premier o la molteplicità dei segnali che sono andati nella stessa direzione, ma non ci si fermi qui. Si ripensi ancora, su un altro versante, alla crisi dei primi anni Novanta. In quel trauma il centrosinistra non seppe contrapporre alla trionfante antipolitica di Berlusconi e di Bossi le modalità limpide di una "buona politica", radicalmente diversa da quella – pessima – che aveva segnato l’agonia della Repubblica. Mancò l’occasione, forse irripetibile, di proporre una riconoscibile e netta inversione di tendenza, caratterizzata in primo luogo dalla trasparenza delle scelte e degli orientamenti, dal privilegiamento del merito e delle competenze, e così via. Dalla capacità cioè di proporre un modo diverso di "essere italiani", su tutti i terreni. "L’Italia che noi vogliamo" o "rifare l’Italia" sono rimasti slogan vuoti e disattesi. Immediatamente dimenticati dopo le campagne elettorali, e incapaci persino di caratterizzarle in profondità. Si sono logorate e consumate così in larga misura anche le potenzialità che il centrosinistra è stato pur capace di mettere in campo, dall’esperienza dei sindaci a quella delle "primarie". Ed è doveroso ricordare, infine, che non poche indagini giudiziarie lo coinvolgono ora direttamente.
Per questo una reale inversione di tendenza appare oggi molto più difficile di prima, e collocata più di prima nel lungo periodo. Per questo essa esigerebbe una radicalità intellettuale e politica di cui non si scorgono le tracce. Per questo sarebbe così necessaria.
Incontro con l'economista egiziano, il cui ultimo libro ribadisce la ricerca di alternative per il superamento del capitalismo, considerato «una parentesi storica». Intanto, i processi migratori configurano un futuro di bidonville planetarie
“Memorie di un marxista indipendente”: così recita il sottotitolo del più recente libro autobiografico dell'economista egiziano Samir Amin, A Life Looking Forward (Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a rivendicare la necessità di appellarsi all'utopia critica e di «partire da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo. Nonostante l'obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello neo-liberista - «un apartheid a livello globale» - Samir Amin è però consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi «non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l'iniziativa rimane comunque nelle mani del capitale». Anche perché, come spiega al manifesto, a distanza di dieci anni dal primo World Social Forum «i movimenti restano terribilmente frammentati e deboli: si difendono dagli attacchi del capitalismo degli oligopoli finanziarizzati, ma non elaborano efficaci strategie politiche e d'azione. Scontando ancora quella illusione naïf secondo cui sarebbe possibile cambiare il mondo senza prendere il potere». Per Amin, invece, è solo riconoscendo «l'ineludibilità della questione del rapporto tra potere e trasformazione» che sarà possibile costruire la «convergenza nella diversità delle lotte» per l'emancipazione degli individui.
Con la crisi economico-finanziaria ci si interroga nuovamente sui limiti della globalizzazione neoliberista e, più in generale, sui limiti del capitalismo. Ci spiega in che senso, come scrive in «The World We Wish to See», «lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante», e l'imperialismo rappresenta non «una fase del capitalismo, ma la caratteristica permanente della sua espansione globale»?
All'inizio ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo, annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo è diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In seguito, però, ho finito per elaborare l'idea del carattere originariamente polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del capitalismo sin dalle sue origini. Ritengo infatti che l'accumulazione su scala mondiale sia sempre stata, in modo non esclusivo ma prevalente, una accumulazione per esproprio. Un esproprio che non riguarda soltanto l'«accumulazione primitiva» analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma che è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico realmente esistente, a partire dall'epoca mercantilista. Quel lungo periodo di transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per esproprio. Questa accumulazione si dispiega poi lungo tutto il corso del diciannovesimo secolo, e si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia, «installando» segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie «d'oltremare», nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. D'altronde, che la polarizzazione sia immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo, accompagnandolo sin dalle origini, lo dimostra un semplice dato: fino al 1820 circa il prodotto interno lordo pro capite della Cina era superiore a quello, medio, dell'Europa avanzata. Tra il 1820 e il 1900, si passa invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 da 1 a 20 a 1 a 50.
Già in «Oltre il capitalismo senile» lei scriveva che, proprio a causa del suo «tallone d'Achille» - la dimensione finanziaria - il sistema capitalistico stesse preparando «una imminente catastrofe finanziaria». Ora l'imminenza è realtà: cosa intende quando sostiene che quella attuale è «la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli», organicamente legati alla finanziarizzazione del sistema?
Proseguendo una direzione di ricerca inaugurata dal libro di Sweezy e Baran del 1966, Monopoly Capital - la prima formulazione coerente della trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo con l'istituzione dei monopoli - ho individuato l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione: la prima ha inizio alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945, la seconda comincia negli anni Settanta del secolo scorso, e, dunque, non coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati. Oligopoli generalizzati perché controllano l'economia nel suo complesso (oltre che l'ambito politico e culturale), perfino quei settori non direttamente monopolizzati. E mondializzati anche per effetto delle politiche liberali e neoliberiste degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ora, per quanto riguarda la finanziarizzazione, anche da «sinistra» buona parte delle analisi sul sistema finanziario tendono a separare la finanziarizzazione, artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato, quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, e dall'altra un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere proprietari delle grandi imprese produttive e, allo stesso tempo, delle grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio sull'economia e sull'intera società. La «sovrapposizione», come sosteneva già Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal 1970, quando nei paesi della Triade imperialista (Usa, Europa, Giappone) si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, di crescita e investimento. È questa stagnazione - una eccedenza di surplus rispetto alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare gli investimenti produttivi - a alimentare le bolle finanziarie. Che non sono il prodotto di derive o deregolamentazione, ma un'esigenza immanente al sistema capitalistico contemporaneo: la finanziarizzazione è l'unica maniera a disposizione dei capitalisti degli oligopoli generalizzati e mondializzati per superare la tendenza profonda e intrinseca alla stagnazione. Per questo sono convinto che non ci resti, come alternativa, se non uscire da questo capitalismo in crisi. O, più modestamente, di iniziare a imboccare l'uscita, verso un altro modello di sviluppo, la cui fisionomia ancora non è chiara, e per la cui definizione serviranno altri cinquanta, cento anni.
In un suo recente saggio, «A critique of the Stiglitz report», lei afferma che una mondializzazione negoziata passa per lo «sganciamento», per la costruzione di un'economia nazionale autocentrata ma non autarchica. Una economia che - scrive in «A Life Looking Forward» - «incontrerebbe seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale capaci di accrescerne l'effetto positivo». Come combinare strategie di sganciamento dal sistema globale con la costruzione di blocchi regionali?
Non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato, che subordini le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le più progressiste possibili. Non si tratta di semplice autarchia, ma del capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, anziché piegarsi alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del mondo. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi. Forse non per i tre nuovi giganti economici: Cina, India e Brasile, che, ciascuno per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una grande regione, e che per questo sembrerebbero non avere bisogno di affidarsi ad accordi sottoregionali e inter-regionali. Eppure, anche questi paesi accusano dei deficit, basti pensare alla scarsità delle risorse naturali, energetiche in primo luogo, di cui hanno bisogno. E questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del sud-est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America latina spagnola. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i paesi del Sud sono in grado - non tutti allo stesso modo - di sviluppare capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al protezionismo del diritto industriale promosso dall'organizzazione mondiale del commercio. Lo stesso dovrebbe accadere per le infrastrutture, per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a partire dalle industrie di base, ovviamente, ma anche per le industrie del grande consumo, per l'accesso alle risorse naturali.
A proposito di risorse naturali: lei sostiene che, «lungi dall'essere risolta, la 'questione agraria' è più che mai al cuore delle sfide che l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo». Perché ritiene che il capitalismo, «per sua stessa natura, è incapace di risolverla», e perché crede che sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta di bidonville?
L'accumulazione per esproprio che caratterizza il capitalismo storico, quello che all'inizio del diciannovesimo secolo è andato cristallizzandosi intorno al triangolo Londra-Amsterdam-Parigi, non riguarda soltanto i popoli delle Americhe, ma anche i contadini europei. Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, l'esproprio dei contadini inglesi e irlandesi, che hanno subìto, per primi in Europa, una forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul continente europeo. Questo modello storico avrebbe avuto conseguenze esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme «apparato di sicurezza» e «valvola di sfogo» costituita dal sistema delle migrazioni verso le Americhe: i processi migratori hanno permesso all'Europa di costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in termini di popolazione di quella del continente. Ma se consideriamo gli altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il settantacinque per cento della popolazione mondiale, di cui una metà contadina, ci rendiamo conto che questo sistema è inaccettabile e inefficace. Come dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville: i contadini espulsi dalle terre non possono venire «assorbiti» dai meccanismi della moderna industrializzazione, e non possono ricorrere in modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero all'Asia, all'Africa, all'America Latina, almeno altre quattro Americhe.
«C'era una volta la Repubblica, la Costituzione, lo Stato: era l'epoca della politica moderna. Poi venne il Cavaliere postmoderno e cominciò l'opera di smontaggio»: così ha scritto Ida Dominijanni («Il Medioevo prossimo venturo») sul manifesto del 26 febbraio scorso. C'è molto di vero, ma manca l'essenziale. Facendo carico a Berlusconi dello smontaggio dell'immaginario e del linguaggio istituzionale del moderno si rischia infatti di scambiare l'effetto con la causa: esattamente come la storiografia ispirata dal «culto della personalità» ha finito per imputare alla malvagità di un despota le convulsioni dell'Urss all'epoca della collettivizzazione e del Grande Terrore.
Qualche mese fa, commentando il film di Erik Gandini «Videocracy», perfino Enrico Franceschini si accorse che il film raccontava di un sovvertimento trentennale nella gerarchia dei valori.. «La società in cui viviamo - diceva - ha sposato totalmente i principi del libero mercato e predica competizione a tutti i costi. Ma non è una competizione in cui vince il migliore. Vince il più spregiudicato. E questo non è soltanto un disastro morale e culturale. È un danno economico», perché «viene trasmessa l'idea che studiare e sacrificarsi sia inutile. Anziché puntare su studio e lavoro, molti cercano la scorciatoia di un mondo dello spettacolo dove non vale più la regola del talento ma quella della spregiudicatezza. Oppure si affidano alle reti di protezione sindacali, familiari, politiche».
Ora, è certo difficile sottrarsi all'idea che il «grande Altro» di questo mondo si sia «soggettivato» in Silvio Berlusconi, come Franceschini avrebbe aggiunto se solo conoscesse Jacques Lacan. Ma il punto è proprio questo: esattamente come gli oppositori di Stalin, gli oppositori di Berlusconi condividono le premesse del suo discorso. Condividono, cioè, che non la politica ma il mercato debba provvedere all'allocazione delle risorse. Che l'individuo debba essere lasciato libero di «partire da sé» e da sé fabbricarsi la propria strada, in una libera competizione con gli altri. Che la costrizione delle regole possa arrecar danno alle potenzialità espressive di una soggettività che si vuole libera «per natura». Che rispetto alla crisi lo Stato non sia la soluzione ma - come disse Reagan - il problema.
Si tratta di un ordine simbolico che può essere racchiuso nella più celebre delle parole d'ordine che trionfarono nella rivoluzione mondiale del '68: «Vietato vietare!». E di cui Berlusconi mostra l'unica possibilità d'inveramento in un'economia periferica quanto alla struttura produttiva, in cui le tanto glorificate «piccole imprese» possono campare solo grazie all'evasione fiscale e contributiva. In cui i lavoratori, divisi fra precari e garantiti, cercano di spuntare salario con tutti i mezzi possibili. E in cui le rendite prosperano grazie alla speculazione edilizia e finanziaria, mentre lo Stato ha cessato ogni velleità di pianificazione o programmazione per farsi distributore di sussidi e prebende.
Esagero? Ma via, chi mai oggi all'opposizione vorrebbe proporre il ritorno dello Stato nell'economia e nella società? Siamo sinceri: a offuscare le velleità normative e pianificatrici dello Stato i movimenti degli anni '70 hanno concorso non meno di Friedman e Hayek. Berlusconi si limita a trarre le logiche conseguenze da premesse che costituiscono un patrimonio comune a tutta la generazione del baby boom e ad applicarle in una società in cui abbiamo la metà dei laureati rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna, in cui metà della popolazione non legge nemmeno un libro all'anno e perfino i lettori di un «quotidiano comunista» si adombrano se non gli parli facile facile o se un articolo è troppo lungo (come questo). E per questo gli oppositori di Berlusconi sono di fatto impotenti: esattamente come gli avversari di Stalin, essi sono presi in trappola da un «odio» che non è riuscito a spegnere l'«amore» per l'ordine del discorso del «grande Altro» che in lui s'impersonifica, ma l'ha solo respinto nell'inconscio, dove di fatto continua a vivere e ad accrescersi.
Si capisce allora che la riesumazione «del vocabolario della Morale alla testa del Bene contro il Male e dell'Amore contro l'Odio», che Dominijanni giustamente individua come un portato non secondario dello smontaggio della modernità, non è affatto casuale: quel vocabolario è anzi l'unico che possa realmente raccontare i termini dell'impasse odierna, perché attinge alle pulsioni più profonde della nostra società - quelle stricto sensu «indicibili». E si capisce come mai il «pensiero» di organizzare un'opposizione capace di scalzare il Cavaliere ha finito per tener luogo di un'azione politicamente idonea allo scopo: la verità è che nessun'altra azione è possibile sulla scorta di quelle premesse. Chi ne dubitasse, può andarsi a rileggere il comma 1198 dell'art. 1 della finanziaria Prodi del 2006, poco dopo il rogo della Thyssen: non solo previde un condono per le imprese scoperte a evadere i contributi, ma promise a quelle che aderivano che per 6 mesi non avrebbero avuto visite dagli ispettori per la sicurezza del lavoro.
Ma si capisce pure perché nell'immaginario berlusconiano i magistrati siano indefettibilmente «comunisti». Il comunismo novecentesco non è scindibile dallo Stato, e Stato significa «piano», «norma», «divieto», «vincolo»: cose che appunto fanno a pugni con un immaginario che ormai traduce correntemente «vietato vietare» nel francese «laissez faire». E i magistrati, custodi di una legalità che tutti ormai avvertono come inadeguata rispetto alle pretese liberalizzatici dell'economia e della società da «lacci e lacciuoli», non possono che apparire come gli alfieri di un ordine vecchio e condannato dalla Storia. Un ordine ormai ipocrita, visto che vale solo per quei pochi sfortunati che non riescono a farla franca, ma di cui ancora si percepisce viva la minaccia: non si spiega altrimenti il consenso popolare verso tutte le iniziative legislative che si propongono di ostacolare o impedire la celebrazione dei processi. Chi le chiama «leggi ad personam» non capisce che non è il popolo ad essere ottenebrato dal Principe, ma questi a rispecchiare nel profondo le più intime pulsioni della sua gente.
Questa, piaccia o meno, è la situazione. Pensare di eluderla immaginando che la società civile sia migliore della società politica non porta a nulla. Nemmeno a vendere una copia in più di questo pessimo ma amatissimo giornale.
Ida Dominijanni
Ringrazio Luigi Cavallaro della sua attenzione e gli replico volentieri, perché il suo intervento esplicita un'idea che circola, spesso in modo meno esplicito, a destra e a sinistra, e sulla quale vale la pena a mio avviso di tentare di fare chiarezza. L'idea è questa, che la concezione individual-liberista della libertà berlusconiana affondi le sue radici nella rivoluzione libertaria del Sessantotto e seguenti, e che dunque la rivoluzione libertaria del Sessantotto bebba farsi - colpevolmente - carico di questo suo nefasto esito, con - immagino - conseguente abiura. Cavallaro stabilisce questo nesso sul terreno della concezione del mercato e dello Stato, altri l'hanno fatto nei mesi scorsi sul terreno della sessualità: da opposte sponde - «Il Foglio» e «Gli Altri», tanto per non fare nomi - c'è chi ha interpretato il «libertinismo» sessuale di Berlusconi come l'inveramento - uso lo stesso termine di Cavallaro - della libertà sessuale predicata e praticata da sessantottini e femministe (i baby boomers di Cavallaro). E se è così, perché e da quale pulpito contestarlo? Chi di libertà ferisce, di libertà perisce.
A me pare un ragionamento sbagliato, sul piano concettuale e sul piano storico. Sul piano concettuale, perché si sa che la libertà è uno dei termini del lessico politico che più si piega a significati diversi e perfino opposti, e infatti, sul piano storico, la libertà e il «vietato vietare» del '68 non possono essere messi in continuità con il liberismo economico, la libera competizione e il laissez-faire berlusconiani: là c'era libertà politica, individualità in relazione con la dimensione collettiva, lotta contro la repressione, liberazione del desiderio, critica della merce e ricerca del comune; qua c'è libertà di mercato e di consumo, individualismo competitivo, affrancamento dalla legge dei forti e uso della legge contro i deboli, mercificazione del desiderio, religione della proprietà. Si tratta dunque non di inveramento, ma di rovesciamento del Sessantotto. Naturalmente, e in questo sono d'accordo con Cavallaro, su un terreno disegnato anche dal Sessantotto: il che però dovrebbe indurre non ad attribuire a quella stagione gli esiti di questa, ma viceversa a ragionare su quali possano essere i rovesciamenti reazionari cui possono andare incontro le rivoluzioni lasciate senza risposta e senza sbocco. Fra le cose lasciate senza risposta io ci metto, a differenza di Cavallaro, anche un'idea di comunismo senza stato, e forse perfino un'idea di stato (sociale) non riducibile solo a funzioni repressive, normative o di veto.
Per il resto, concordo del tutto con Cavallaro sulla necessità di non scambiare l'effetto per la causa, o, per dirlo in altri termini, di leggere Berlusconi più come sintomo che come attore di un ordine simbolico che lo travalica e che impronta largamente anche il discorso, le azioni (o non-azioni) e l'inconscio dei suoi oppositori, nonché della società che lui rispecchia e che in lui si rispecchia. Con l'avvertenza però che in questo ordine simbolico precipitano processi storici complessi, che il discorso lacaniano sul «Grande Altro» talvolta illumina, talvolta semplifica. Fra i quali, detto per inciso, il tramonto dell'autorità paterna e del patriarcato, che sulle vicende della legge e del «vietato vietare» spiega forse più del tramonto dello stato sovietico. Ci sarà certo modo di riparlarne.
«Un dio o un uomo, presso di voi, è ritenuto autore delle leggi?» chiede l´Ateniese ai suoi ospiti venuti da Creta e da Sparta. «Un dio, ospite, un Dio! – così come è perfettamente giusto». Queste parole aprono il grande trattato che Platone dedica alle Leggi, i Nòmoi. Il problema dei problemi – perché si dovrebbe obbedire alle leggi – è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli Dei. Le leggi sono sacre. Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c´è divisione. I giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici, al medesimo titolo. Oggi non è più così. Per quanto si sia suggestionati dalla parola che viene dal profondo della sapienza antica, possiamo dire: non è più così, per nostra fortuna. Abbiamo conosciuto a sufficienza l´intolleranza e la violenza insite nella legge, quando il legislatore pretende di parlare in nome di Dio. Ma, da quella scissione, nasce la difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento mistico perché non viene (più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo prestarle obbedienza? Perché uomini devono obbedire ad altri uomini? Domande semplici e risposte difficili.
Forse perché abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene, dei giudici, dei carabinieri, delle prigioni? Se così fosse, dovremmo concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così. In parte soltanto però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni circostanza padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria volontà in diritto e l´ubbidienza in dovere. Ma dov´anche regnasse la pura forza, dove regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in questo caso ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza, applica la legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui stesso l´amministratore delle pene. In breve, molti possono essere costretti a obbedire alla legge: molti, ma non tutti. Ci dovranno necessariamente essere dei costrittori che costringono senza essere costretti. Ci dovrà essere qualcuno, pochi o tanti a seconda del carattere più o meno chiuso della società, per il quale la legge vale per adesione e non per costrizione. In una società democratica, questo "qualcuno" dovrebbe essere il "maggior numero possibile".
Che cosa è, dove sta, da che cosa dipende quest´adesione? Qui, ciascuno di noi, in una società libera, è interpellato direttamente, uno per uno. Se non sappiamo dare una risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge solo per forza, come degli schiavi, solo perché la forza fa paura. Ma, appena esistono le condizioni per violare la legge impunemente o appena si sia riusciti a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa fare della legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come Semiramìs, che "a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta" (Inferno, V), allora della legge e di coloro che ancora l´invocano ci si farà beffe.
Possiamo dire, allora, che la forza della legge, se non si basa – sia permesso il banale gioco di parole – sulla legge della forza, si basa sull´interesse? Quale interesse? La moralità della legge come tale, indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell´uguaglianza di tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi come uguale all´altro. "La legge è uguale per tutti" non è soltanto un ovvio imperativo, per così dire, di "giustizia distributiva del diritto". È anche la condizione prima della nostra dignità d´esseri umani. Io rispetto la legge comune perché anche tu la rispetterai e così saremo entrambi sul medesimo piano di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte all´altro. Ci potremo guardare reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi, perché non ci sarà il forte e il debole, il furbo e l´ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali concittadini nella repubblica delle leggi.
Questa risposta alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo più, ad apparire una pia illusione che solo le "anime belle", quelle che credono a cose come la dignità, possono coltivare. È pieno di anime che belle non sono, che si credono al di sopra della legge – basta guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi – e che proprio dall´esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri), traggono motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e politiche. Sono questi gli approfittatori della legge, free riders, particolarmente odiosi perché approfittano (della debolezza o della virtù civica) degli altri: per loro, "le leggi sono simili alle ragnatele; se vi cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo trattengono; ma se è più pesante, le strappa e scappa via" (parole di Solone; in versione popolare: "La legge è come la ragnatela; trattiene la mosca, ma il moscone ci fa un bucone"). Anche per loro c´è interesse alla legalità, ma la legalità degli altri. Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze, vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci, approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella d´un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei sulla strada, approfitto dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che posso farmi le leggi su misura, preparo la mia impunità nei casi in cui, altrui, vale la responsabilità.
L´ultimo episodio della vita di Socrate, alle soglie dell´autoesecuzione (la cicuta) della sentenza dell´Areopago che l´aveva condannato a morte, è l´incontro con Le Leggi. Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra protezione nella città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto, nutrito ed educato, noi ti abbiamo permesso d´avere moglie e figli che cresceranno come te con noi. Tutto questo con tua soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come ben avresti potuto. E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più comodo? Così romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l´inizio della rovina della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da coloro che ne sono stati beneficiati.
Le Leggi platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non della paura né dell´interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza. Il loro discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te. Ma se Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o promosso l´iniquità e non avessero impedito la sopraffazione, avrebbero potuto parlare così? Il caso non poteva porsi in quel tempo, quando le leggi – l´abbiamo visto all´inizio – erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini. Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende quindi se possano o non possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.
Certo: abbiamo visto che l´esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le sfrutta e viola per il proprio interesse, a danno degli altri. Ma il compito della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare l´arroganza di chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se ne fa una per se stesso. Se la legge non contrasta quest´arroganza o, peggio, la favorisce, allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza. Il disprezzo delle leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da parte di tutti gli altri. L´illegalità, anche se all´inizio circoscritta, è diffusiva di se stessa e distruttiva della vita della città. Tollerarla nell´interesse di qualcuno non significa metterla come in una parentesi sperando così che resti un´eccezione, ma significa farne l´inizio di un´infezione che si diffonde tra tutti.
Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni, pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o, come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.
Questo testo sarà letto stasera da Gustavo Zagrebelsky al Teatro della Corte di Genova, nel corso del primo incontro del ciclo «Fare gli italiani – Grandi Parole alla ricerca dell´identità nazionale»
Ci eravamo forse illusi che la grande crisi dell' autunno 2008 potesse cambiare le coordinate culturali in cui si muove l'Occidente. Così non è stato. L' impressionante opera ideologica di costruzione delle virtù del privato sembra aver tenuto. Non siamo arrivati in tempo. Il pubblico non ha saputo rifondarsi culturalmente, non ha saputo creare un argine di consenso capace di difenderlo dall' espropriazione e dal saccheggio. E il pensiero liberale non è stato chiamato a render conto del proprio ruolo nella devastazione produttivistica del nostro pianeta. Molti, anche a sinistra, continuano a proclamarsi liberali senza vergogna, anzi con orgoglio. Ma a bene vedere privilegio di nascita (in Occidente) e cupidigia infinita nell'accumulo di ricchezze sono le coordinate di quel pensiero. Sviluppo e crescita sono le ossessive parole d'ordine dello stesso sindacato....
Concorrenza e competizione fra individui hanno soppiantato qualsiasi disegno di cooperazione e comunità. Il consumatore ha sostituito il cittadino. Non c'è area del pubblico in cui una privatizzazione (spuria) non sia stata realizzata o non sia quantomeno minacciata. Iri, Eni, banche, Alitalia, ferrovie, università, acqua, Tirrenia, beni culturali, sanità, demanio, manutenzione stradale, televisione, carceri, difesa, protezione civile... Prima era lo Stato imprenditore a essere sotto assalto; adesso si sostiene la logica del profitto perfino per quelle funzioni primarie (giustizia e difesa) che lo stesso pensiero liberale considerava riservate allo Stato, e da gestirsi perciò nella logica politica dell'interesse comune e non secondo quella della «mano invisibile».
Intendiamoci, gran parte del settore pubblico funziona male, l' Università baronale è indifendibile, i pendolari sono trattati come il bestiame... Il paradosso non è nell'analisi ma nella ricetta. A causa di un dito rotto uso male una mano per mangiare: amputiamola e svolgiamo la stessa funzione con i piedi!
Il pubblico che funziona male viene smantellato piuttosto che rafforzato, reso più debole piuttosto che ristrutturato. L'assunto di fede è che il privato funzionerà meglio, come se non avessimo abbastanza esempi di imprenditoria privata (certo non solo nel nostro paese) corrotta, miope e parassitaria, a cominciare dalla Fiat. Eppure piuttosto che far funzionare il pubblico, motivandone i lavoratori (riconoscendo per esempio che saranno pure fannulloni ma sono gli unici a pagare le tasse sul loro intero reddito), preferiamo mangiare con i piedi. Basterebbero i dati sull' evasione fiscale, che riguarda interamente il settore privato per capire come qui ci sia qualcosa che non va. Per capire che l'ideologia predatoria del capitalismo ha inventato la virtù del privato che è e resta ricerca materialista del profitto e dell'avere.
Un'onesta fenomenologia comparata deve confrontare il pubblico virtuoso col privato virtuoso e il pubblico patologico col privato patologico. La ricerca del modello misto deve partire da qui. Il privato, pur se virtuoso, persegue il profitto. Il pubblico l'«interesse pubblico» sotto forma di sostenibilità economica del servizio accompagnata alla distribuzione dei benefici a tutti coloro che, contribuendo alla fiscalità generale, ne sono i proprietari. L'esclusione del profitto privato tipica del pubblico virtuoso inserisce un delta a suo favore nella gestione di qualsiasi attività economica sotto forma del quantum di profitto che, invece di essere assorbito dal capitale privato, viene ridistribuito fra tutti i consociati. La presenza di questo delta dovrebbe inserire una presunzione a favore del pubblico per ogni attività economica di pubblico interesse (includendo in quest'ambito la piena occupazione). Non più quindi pubblico soltanto laddove il privato fallisce, ma, al contrario, privato soltanto laddove il pubblico fallisce. Per esempio, la salvaguardia occupazionale di una realtà come Termini Imerese dovrebbe passare attraverso l'allestimento di impresa pubblica senza scopo di lucro volta a operare in settori virtuosi dal punto di vista della sostenibilità ecologica: nuovi trasferimenti di denaro pubblico a operatori privati motivati dal profitto e dalla crescita è un paradosso frutto di un modello culturale che assume un ruolo meramente sussidiario del pubblico, quando sussidiario (ai sensi anche degli art. 41, 42 e 43 della Costituzione) dovrebbe essere quello del privato.
Negli anni della «fine della storia» il Nobel ultraconservatore James Buchanan ha indicato nella massimizzazione delle possibilità di essere rieletti la principale motivazione dei politici. Mentre un tempo dire a un politico: «Vuoi solo essere rieletto!» conteneva una nota di biasimo, oggi il pensiero dominante giustifica i continui tradimenti delle promesse di cambiamento (Obama docet), considerandoli passi necessari per la rielezione in un contesto dominato dalle corporations. Mi pare emerga così la natura del modello spurio fondato sul «contagio» politico e culturale fra pubblico e privato, in cui quest'ultimo apporta le sue motivazioni individualistiche, mentre il primo conferisce l'assicurazione contro il rischio d'impresa (too big to fail).
Possiamo osservare un rapporto inverso fra la dimensione di un'istituzione e la qualità del suo output. Grandi istituzioni, pubbliche o private che siano, tendono a risultati qualitativamente peggiori rispetto a piccole istituzioni. Il settore privato tende a crescere, per aumentare i profitti. Il settore pubblico viceversa presenta limiti di crescita strutturalmente collegati alla sua giurisdizione. In altre parole, mentre nel primo caso la fisiologia vuole una crescita quantitativa accompagnata da un declino qualitativo, nel secondo caso i limiti giurisdizionali possono essere tracciati e modificati al fine di governare il rapporto quantità/qualità. È cioè possibile ripartire da una organizzazione del pubblico che punti alla dimensione ideale valutata dal punto di vista della qualità dell'output, cosa strutturalmente impossibile per il privato. Un privato che gestisce l'acqua vorrà che se ne consumi di più e uno che gestisce prigioni vorrà che ci siano più prigionieri. Per questo il settore pubblico va salvaguardato dal contagio con la logica del profitto.
È in questo ambito che sono da valutarsi le diverse ipotesi di federalismo più o meno accentuato rese possibili dalla riforma dell' art. 117 della Costituzione. La valorizzazione del comune, con potestà fiscale autonoma in riferimento al governo del territorio, è desiderabile perché l'azione politica, più vicina ai cittadini, può essere maggiormente oggetto di valutazione qualitativa. La fiscalità comunale potrebbe retribuire adeguatamente funzionari locali capaci e meritevoli, innescando così un circolo virtuoso dal punto di vista del capitale sociale. D'altra parte i comuni, per dimensioni, tendono a essere deboli nei confronti di interessi privati anche di dimensioni relativamente modeste, il che comporta la necessità di rafforzare il livello politico-istituzionale sovraordinato. Amministrazioni regionali e soprattutto statali vanno a loro volta ri-armate a supporto dell'azione politica comunale e a tutela di quegli interessi «sovrani» la cui difesa deve essere rafforzata in quanto particolarmente appetibili per il grande capitale in virtù delle potenzialità di profitto monopolistico.
"Una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale". Se soltanto si prende in considerazione come, con quali parole e intensità, i pubblici ministeri di Roma definiscono l'affaire che travolge oggi Fastweb e Telecom, si può comprendere a che punto siamo. Per provare a dirlo, occorre mettere in fila quel che accade. Gli arresti in flagranza di amministratori con la "bustarella" in tasca. Lo scandalo che ha svelato la corruzione e il malcostume nascosto dal potere d'eccezione concesso alla Protezione civile di Guido Bertolaso in nome del "fare" e del miracolismo mediatico. I fondi neri e il riciclaggio per migliaia di milioni di euro prodotti dal business illegale delle due società telefoniche. I brogli elettorali e, addirittura, l'ingresso in Parlamento di un uomo selezionato da un clan mafioso. La cronaca racconta, a chi vuole sentire, che corruzione e malaffare segnano come una malattia la nostra vita pubblica. È vero (e meno male), che non la definisce nella sua interezza, ma appunto è una patologia grave e diffusa che minaccia l'esistenza e lo sviluppo del Paese.
Dovremmo finalmente prenderne atto senza ipocrisia. La buona politica ne dovrebbe prendere atto. La buona società dovrebbe imporre l'urgenza di affrontarla. Si dovrebbe finalmente mettere in un canto la filastrocca, recitata dal presidente del Consiglio, ripetuta come una litania dai suoi corifei, rilanciata dai media dominati o docili. Quella fiaba interpreta e altera il degrado della vita italiana come artificio politico, come espediente narrativo per disturbare il manovratore. Come il metodo cinico per danneggiare gli interessi e la credibilità internazionale del Paese (anche questo è stato avventurosamente detto).
Per un decennio, si è voluto raccontare la corruzione italiana come una storia definitivamente chiusa con il crollo della Prima Repubblica. Per un lustro - e ancora con maggior pervasività e petulanza nello scorcio di questa ultima legislatura - le immagini venute fuori da un caleidoscopio di verità rovesciate hanno rappresentato la patologia italiana come l'invenzione di un pugno di magistrati ostinatamente tentati dal potere, come la trovata di una politica e di qualche querulo giornale a corto di argomenti, modernità, cultura e visione. Il coinvolgimento nel mondo illegale del gotha delle società telefoniche - giovani interpreti della contemporaneità, energie e intelligenze affacciate nello stretto sentiero che separa il non più dal non ancora - dimostra che dalla nostra malattia non siamo guariti nel 1994.
Anche la nuova generazione di uomini d'affari è stata afferrata dal gorgo che non si è voluto eliminare. Per quindici anni politica e giustizia si sono dati battaglia e, nel rumore dello scontro, sono andate smarrite le ragioni che hanno reso e rendono fragile la politica e robusto, invasivo l'intervento giudiziario. Si è voluto far credere che il problema riguardasse soltanto gli uomini in toga, la loro volontà di potenza. Per anni, e ancora poche settimane fa, è parso che l'assoluta priorità non fosse prosciugare i pozzi neri, distruggere la rete di connivenze e omertà, dare luce all'invisibilità e alla segretezza, sempre necessarie alle dinamiche e all'espansione del malaffare. Urgente - ci hanno detto - era assicurare una protezione immunitaria al ceto politico. È la mitologia e il disegno politico che una realtà degradata e fatti ostinatissimi hanno sciolto nell'arco di poche settimane mutando il segno del clima politico e forse il destino della legislatura.
Oggi all'ordine del giorno non c'è più il ripristino dell'immunità dei parlamentari. Oggi appare intollerabile che la corruzione sia considerata da un disegno di legge criminofilo (il processo breve, già approvato in un ramo del Parlamento) un reato non grave, una pratica così penalmente lieve e socialmente risibile da rendere accettabile che i tempi processuali per aggredirla siano contingentati. La concretezza della patologia italiana, la lunga catena di scandali che inchiodano il Paese davanti a uno specchio, dovrebbe renderci consapevoli di quel che in Occidente tutti sanno: la corruzione crea una quantità di criticità che distruggono le istituzioni, la vitalità della democrazia, i valori etici, la giustizia. Minaccia la stabilità e la sicurezza della società.
Discutere di corruzione - ne sono consapevoli a Milano come a L'Aquila, in Piemonte come in Calabria - vuol dire interrogare i modi della convivenza civile, della nostra organizzazione sociale, della legittimità delle istituzioni, della trasparenza dell'azione dei policy maker; di competitività e credibilità internazionale del Paese. Vuol dire discutere di quelle regole che il mito ideologico berlusconiano ha ritenuto inutili o irrilevanti, soltanto legacci capaci di imbrigliare le energie vitali. Significa ricordare che la corruzione (lo si vede nello scandalo della Protezione civile) tende a occupare gli spazi di discrezionalità lasciati a singoli individui, politici, amministratori o comunque pubblici ufficiali e in modo particolare affiora dove maggiormente si concentrano il potere politico e potere economico. Vuol dire ripristinare, al di là dell'intervento della magistratura che arriva sempre dopo, il canone della responsabilità, sistemi di controllo efficienti e credibili, garanti che sappiano proteggere le regole e prevenire i comportamenti e i "sistemi" patologici, gli abusi, i conflitti di interesse, le distorsioni del mercato.
A questo punto, dunque, siamo oggi, e dobbiamo soltanto chiederci se saremo in grado di venirne fuori prima che un'altra Repubblica cada sotto il peso della sua debolezza. Con un salto all'indietro, siamo ritornati alla casella di partenza. Al 1994, quando morì l'illusione di un risanamento del Paese.
Un casinò da aprire sul dolore dell'Abruzzo. Una sala da gioco autorizzata da una postilla, infilata dentro uno dei decreti per la ricostruzione. Questo stavano progettando gli amici di Guido Bertolaso, 60 anni, capo della Protezione civile e uomo immagine del governo. È l'ultima trovata della banda della maglietta, come la t-shirt dal bordo tricolore che indossa il vicere delle emergenze. Diego Anemone, 39 anni, il costruttore tuttofare arrestato il 10 febbraio, voleva trasformare il Salaria sport village di Roma in una piccola Las Vegas. Poker e slot machine di ultima generazione. Quelle in cui infili i numeri della carta di credito o del bancomat e vai avanti a giocare fino a quando il conto è prosciugato. Erano sistemi vietati. Poi Silvio Berlusconi ha firmato il decreto, convertito il 24 giugno 2009 nella legge 77. E via, con la scusa di finanziare la rinascita a L'Aquila grazie a una tassa una tantum di 15 mila euro a macchinetta, ecco inventata una nuova fonte di guadagno.
C'è sempre un provvedimento d'urgenza, un'ordinanza pronta quando qualcuno della banda si fa prendere la mano dalle deroghe o dagli abusi. È davvero straordinario il sottosegretario Bertolaso, come i suoi poteri che la Procura di Firenze ha ora messo sotto inchiesta. Sembra che in Italia non ci siano più alternative al suo modo spaccone di gestire gli appalti, i cittadini, il codice civile e quello penale. Se ne sta lì in mezzo al sistema solare della Tangentopoli 2. Praticamente intoccabile. Protetto dall'affetto di Gianni Letta e Francesco Rutelli. Amato nel Pdl, nel Pd e in Vaticano. Cercato, riverito da questa drammatica corte di imprenditori, massoni, paramafiosi, progettisti e puttanieri che stanno spolpando le casse dello Stato. Come hanno fatto in Sardegna, a forza di prezzi gonfiati e ritocchi in corso d'opera: quanto sarebbero utili i soldi sprecati alla Maddalena, oggi che da Porto Torres a Cagliari aumentano i disoccupati e nessuno sa come riaccendere l'economia. Dalla scuola dei sottufficiali dei carabinieri a Firenze ai laboratori con i virus letali dell'Istituto Spallanzani a Roma, finiti in una interrogazione in Senato: "Sono state rispettate le norme antisismiche?", chiede pochi mesi fa Domenico Gramazio (Pdl). Perché se crolla, scappano i virus.
E lui, il Guido nazionale, può beatamente dire che va tutto bene, che non si è accorto di nulla. Può perfino permettersi, senza perdere il posto, di negare la partecipazione della Protezione civile a una esercitazione internazionale, finanziata dall'Unione Europea: l'unica organizzata in Calabria negli ultimi anni, in una delle regioni sismiche più pericolose al mondo. Quando la Commissione europea viene a sapere che i soccorritori di Bertolaso non ci saranno, annulla l'esercitazione. Una figura pazzesca per l'Italia. A tutt'oggi nessuno ha mai più valutato se le prefetture, i Comuni, gli ospedali calabresi siano in grado di gestire l'emergenza dopo una catastrofe. Niente male per l'uomo che pochi giorni fa è volato ad Haiti e dalla capitale rasa al suolo dal terremoto ha accusato di incapacità il governo degli Stati Uniti.
Il viaggio nel mondo infallibile di Guido Bertolaso, fresco di riconferma, può cominciare proprio da qui: via Miraglia 10, prefettura di Reggio Calabria. Nel 2008 si celebra l'anniversario del terremoto del 28 dicembre 1908: 80mila vittime a Messina e provincia, 15mila a Reggio. Da duecento anni la terra sullo Stretto trema dopo un secolo di silenzio sismico. Il dipartimento di Bertolaso dovrebbe per legge verificare la preparazione di Comuni, Regioni e prefetture, coordinare le esercitazioni, aiutare gli enti locali a predisporre i piani, correggere le lacune. Il 27 luglio 2007 il professor Mauro Dolce, direttore per la Protezione civile dell'Ufficio prevenzione e mitigazione del rischio sismico, spedisce in Calabria lo 'scenario di danno', nel caso si ripetesse oggi una catastrofe come quella del 1908. I dati vengono ricavati dal Sistema informativo per la gestione dell'emergenza, un archivio che tiene conto della qualità degli edifici. Il bilancio è terrificante: 325.247 persone coinvolte dai crolli, 335.699 senzatetto. Un altro calcolo, tenuto nei cassetti degli uffici di Bertolaso, prevede 112.312 morti.
L'anno successivo è il momento delle commemorazioni storiche. Ed è anche l'occasione per verificare il sistema dei soccorsi: viene messa in agenda l'esercitazione Ermes 2008. La Commissione europea sceglie il progetto di Reggio per collaudare su vasta scala l'integrazione internazionale tra i diversi corpi di protezione civile. Si fanno riunioni a Bruxelles, si firmano accordi. Il prefetto, Antonio Musolino, però deve insistere con Bertolaso. E lui il 6 agosto 2008 gli risponde con una lettera di ghiaccio: "Nel comunicarti che questo Dipartimento non prenderà parte alle successive attività organizzative ed operative, non mi resta che augurarti un proficuo avanzamento dei lavori... previsti dal progetto, che mi auguro possa avere la giusta rilevanza in ambito locale", scrive Bertolaso. Ambito locale? E la Commissione europea? Il capo dipartimento se la prende con il prefetto Musolino "per il quadro economico progettato dalla tua struttura, che non risulta modificabile". Questione di soldi. Il capo della Protezione civile nazionale vuole essere al centro dell'organizzazione.
Il 3 settembre Hervé Martin, capo unità della Commissione europea, prende atto che senza gli uomini di Bertolaso l'esercitazione non sarebbe più realistica: "La Commissione comprende la perdita di tempo risultata dalle negoziazioni senza successo con il dipartimento di Protezione civile...", scrive Martin. Bruxelles cancella la partecipazione dei Paesi della Ue. E pure i finanziamenti. La prova viene rinviata dall'estate a dicembre. Ma resta limitata alla catena di comando locale. Niente mobilitazione sul campo dei soccorritori italiani e stranieri. Niente coinvolgimento dei cittadini, delle scuole, degli ospedali. Nessun piano di emergenza condiviso.
Nel 2008 Bertolaso lascia scadere anche il protocollo di prevenzione tra il suo dipartimento e la Regione Abruzzo. E, mentre nei mesi successivi la terra trema, nessuno ricorda che uno studio ha inserito la prefettura a L'Aquila tra gli edifici a rischio sismico. Infatti il 6 aprile 2009 la prefettura crolla, paralizzando per ore la catena dei soccorsi. Sempre nel 2008 il commissario delegato per il G8, una delle tante cariche che Romano Prodi e Silvio Berlusconi affidano a Bertolaso, deve soprattutto predisporre i cantieri sull'isola della Maddalena. È la grande abbuffata di soldi pubblici che il 10 febbraio porta in cella con l'accusa di corruzione quattro uomini della 'banda della maglietta'.
Oltre all'amico Diego Anemone, gli altri sono: Angelo Balducci, 62 anni, nel 2008 coordinatore delle strutture di missione e poi presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis, 47 anni, prima soggetto attuatore per il G8 e poi provveditore ai Lavori pubblici a Firenze, e Mauro Della Giovampaola, 44 anni, ingegnere cresciuto tra le imprese di Diego Anemone, diventato poi controllore degli appalti di Diego Anemone alla Maddalena e, forse proprio per l'efficacia dei suoi controlli, nel 2009 confermato alla presidenza del Consiglio e nominato responsabile delle opere per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Balducci e De Santis vengono nominati negli appalti della Protezione civile su proposta di Bertolaso. Quella di Mauro Della Giovampaola è invece una carriera tutta di corsa. Quando sull'isola della Maddalena 'L'espresso' gli chiede al telefono come possa conciliare il suo passato di socio della famiglia Anemone con il presente di controllore dei lavori e delle spese degli Anemone, l'ingegner Della Giovampaola si appella all'etica professionale. Poi chiama Angelo Balducci e lo aggiorna della telefonata. I carabinieri del Ros li registrano.
Nel dicembre 2008 'L'espresso' con uno stratagemma entra nei cantieri del G8 coperti dal segreto di Stato. È la prima inchiesta giornalistica sulla rete Bertolaso-Balducci-Anemone. A Roma piove da giorni. Il Tevere è in piena. La sera di venerdì 12 il capo della Protezione civile si fa intervistare dalle tv. Sullo sfondo le luci della capitale si riflettono nel gonfiore del fiume. Alcuni ponti sono chiusi da ore dopo che i barconi-ristorante si sono incastrati sotto le arcate. "La grande criticità", dice Bertolaso, "non è rappresentata dalla piena del Tevere, che passerà nel corso della notte in maniera controllata, ma da alcuni imbecilli che non hanno ancorato bene i barconi sul fiume".
Il capo della Protezione civile sa bene che il Tevere, come tutti i fiumi, ha bisogno di zone di espansione. Servono a rallentare le piene, a evitare che l'acqua allaghi le città. Una di queste aree di protezione è all'ingresso di Roma, quartiere Settebagni. Anzi era. Perché quello è il terreno vincolato a uso agricolo su cui Diego Anemone ha costruito i nuovi impianti del Salaria sport village, sfruttando le ordinanze proposte a Berlusconi dall'amico Bertolaso per i mondiali di nuoto 2009. La palazzina, la piscina olimpionica coperta e la sala del futuro casinò sono ora sotto sequestro. Ma nel dicembre 2008 i muratori lavorano ancora giorno e notte. Tranne nei giorni della piena: il cantiere finisce sott'acqua.
Bertolaso è socio del Salaria sport village. È lì quasi ogni settimana a farsi massaggiare la schiena. È perfino un pubblico ufficiale con obbligo di denuncia. Il suo amico Diego Anemone sta violando tutte le norme urbanistiche e paesaggistiche. Italia nostra e il circolo locale del Pd denunciano da mesi gli abusi. Il vicepresidente del quarto municipio di Roma, Riccardo Corbucci, 31 anni, tra i più impegnati e informati nella battaglia di quartiere, qualche mese dopo verrà addirittura pedinato e filmato da due persone in scooter. Un modo per provare a spaventarlo e fermare i ricorsi al Tar, che invece vanno avanti. Eppure l'attento Guido nazionale non vede nulla di irregolare tra gli affari dei suoi amici. Anzi il 30 giugno 2009, sei giorni dopo la conversione in legge del decreto per l'Abruzzo e per le nuove slot machine, Bertolaso propone e Berlusconi firma l'ordinanza 3787 della presidenza del Consiglio. Gli amici sono salvi: gli impianti privati vanno equiparati a quelli pubblici e gli abusi, se approvati dal Comune di Roma, diventano legali. Molte strutture, compresa quella di Anemone, restano sotto sequestro dopo le prime perquisizioni chieste mesi fa dalla Procura di Roma. Ma almeno le piscine possono essere usate per gli allenamenti durante i mondiali. Ci sono gli affitti e i compensi della federazione da incassare.
Passata la piena del Tevere di fine 2008, il 23 dicembre Bertolaso sale a Parma per una scossa di terremoto. Il 24 torna a Roma e incontra Balducci per decidere come rispondere all'inchiesta giornalistica de 'L'espresso' uscita il giorno prima. "Il dottor Guido Bertolaso", fa scrivere qualche ora dopo il capo all'ufficio stampa della Protezione civile, "ha ricevuto dall'ingegner Balducci una relazione che ribadisce la regolarità delle procedure seguite ed esclude qualsiasi legame familiare con imprese impegnate nella realizzazione delle opere". Bertolaso ovviamente non dice di avere concordato con Balducci una menzogna.
È quello che scoprono poco dopo i carabinieri del Ros quando sentono Balducci spiegare la soluzione a Diego Anemone e a Fabio De Santis: "Nel corso dell'incontro tra il Balducci e il Bertolaso è stato concordato di far predisporre al commercialista Gazzani" una falsa dichiarazione: dovrebbe scrivere una nota da cui risulti inattiva la Erreti film, la società che lega negli affari le mogli di Balducci e di Anemone. Stefano Gazzani, 48 anni, è il commercialista delle due famiglie. Forse proprio in cambio di questo favore Gazzani viene inserito nella commissione di collaudo delle opere alla Maddalena. Un commercialista messo a verificare lavori di ingegneria? La notizia circola da tempo nei cantieri.
Quando per verificarla 'L'espresso' chiede alla Protezione civile l'elenco dei collaudatori, c'è una sorpresa: il commercialista di Balducci non compare. La presenza di Gazzani nella commissione di collaudo emerge soltanto adesso dalle intercettazioni di Mauro Della Giovampaola. Anche i compensi per i collaudi sono un affare. E in quell'elenco, tra i tanti nomi, c'è un'altra storia da raccontare. Quella di Roberto Grappelli. È segretario generale dell'Autorità di bacino del Tevere quando il 31 marzo 2008 firma il parere positivo al progetto di Diego Anemone per l'ampliamento dello Sport Village sul terreno di espansione del fiume. Così, mentre Claudio Rinaldi, altro amico di Balducci e commissario delegato per i mondiali di nuoto, dà il via libera ai lavori nel Salaria sport village, Grappelli cambia vita: collaudatore per il G8 e presidente della metropolitana di Roma.
Il casinò è l'ultima frontiera della banda della maglietta. Sport, massaggi, ristorante, gioco. E tanti ospiti famosi. Come l'amico Guido Bertolaso. Qualche settimana fa la pratica finisce sul tavolo di un concessionario di Lottomatica. L'idea è di installare le Vlt, le macchine mangiasoldi collegate online. "È come connettersi a Internet, si può vincere fino a mezzo milione", spiega uno dei rappresentanti contattati da 'L'espresso': "Abbiamo fatto un sopralluogo con il dottor Travasi, un concessionario di Lottomatica. Il problema è che in uno spazio sotto sequestro non si può aprire un casinò. Nemmeno un minicasinò. La legge non lo consente". Questo no, almeno per ora.
Molte storie, compresa la sua - Cifre e confronti con gli altri stati europei: il viaggio di Caterina Soffici rivela le nuove discriminazioni Con cinque idee per cambiare le cose
Tra i tanti primati indecorosi, l’Italia rischia di battere perfino quello del "paese più maschilista d’Europa". Se la donna-tangente ne è l’ultima medaglia - il corpo femminile trattato come benefit insieme alla boiserie o ai lavori di idraulica - ancor prima degli scandali la penisola offriva materia sufficiente per rivendicare la vergognosa supremazia, ora ben documentata dal libro di Caterina Soffici Ma le donne no (Feltrinelli, pagg. 208, euro 14, introduzione di Nadia Urbinati).
Per i più scettici, basterebbe srotolare una striscia di carta lunga due chilometri, più eloquente di un saggio antropologico. In quattromila fotografie è raccontato l’imbestiamento della donna nella pubblicità e dunque nella società italiana. Un fotografo ostinato, Ico Gasparri, s’è preso la briga di ritrarre i cartelloni pubblicitari affissi nelle strade di Milano nel corso degli ultimi due decenni. Attenzione: in spazi pubblici, non su giornali e riviste, dunque approvati dalla comunità, arredi urbani ormai famigliari come la kenzia nel pianerottolo. Vent’anni fa le donne avevano le gambe chiuse, poi gli è stato chiesto di aprirle. Più tardi hanno dovuto aprire anche la bocca, meglio se con le papille gustative in mostra. Progressivamente: vestita, poco vestita, quasi nuda. L’apogeo è il fashion sex, praticato da «donne eleganti ma inequivocabilmente zoccole», come suggerisce la Soffici, artefice di questo impressionante archivio della regressione femminile. Il documentarista Gasparri ha tentato lo stesso esperimento a Londra, ma senza successo. Per mancanza di nudi.
In Ma le donne no Caterina Soffici racconta un paese dove le donne sono ultime in tutto: in politica, negli uffici, nelle professioni, nei ruoli di potere, nei consigli di amministrazione. Lavoratrici discriminate. Mobbizzate. Sostanzialmente ricattate. Costrette a lasciare l’impiego se gravide. Donne schiacciate tra doppio e talvolta triplo lavoro, quasi mai riconosciuto. Donne che annuiscono, sorridono, hanno imparato a fingere. Donne che malinconicamente rinunciano a lottare. Per rassegnazione, stanchezza o, più semplicemente, per mancanza di tempo.
Storie, tabelle, cifre disegnano una drammatica minorità italiana rispetto al resto del mondo. A parità di lavoro, le donne italiane guadagnano il 26 per cento in meno dei colleghi maschi. Da noi è impensabile una Lilly Ledbetter che a sessant’anni sfida nell’Alabama una fabbrica di pneumatici come la Goodyear Tire & Rubber, colpevole di affibbiarle una busta-paga meno remunerativa di quella dei suoi colleghi maschi (alla caparbia Lilly è dedicata la prima legge firmata dal neoeletto presidente Obama). O non è immaginabile una Betty Dukes, donnone afroamericano, che per una vita ha combattuto il colosso della distribuzione Wal Mart, diventando il simbolo delle vessazioni e delle angherie riscattate. «All’estero», dice la Soffici, «alcune volte le donne vincono, altre perdono. Da noi le donne non vanno mai in tribunale. Al più si sfogano nei corridoi i davanti alla macchinetta del caffè». Le donne italiane hanno i diritti, ma non li sanno usare. Se si sceglie la strada del tribunale, lo si fa in punta di piedi. Quasi chiedendo scusa.
A mettere insieme le nostre anomalie, affiora un quadro inverosimile, tra arretratezza e modernizzazione distorta, forse solo un ritorno pur mascherato agli anni Cinquanta, che si rivela anche nella nuova fortuna di parole come "massaia" e "playboy" - frequenti nel lessico del nostro premier - e anche "vergine" e "illibata", tanto da essere catapultati ancora più indietro, nella Napoli a tinte livide di Curzio Malaparte. Il nostro è il paese delle "dimissioni in bianco", ossia contestualmente alla lettera di assunzione molte donne sono costretta firmare un foglio in bianco che sarà usato come "dimissioni volontarie" in caso di maternità o malattia prolungata. Il governo Prodi le aveva messe al bando, uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi è stata ripristinarle. Il nostro è anche il paese dove la rappresentanza femminile in Parlamento è tra le più basse d’Europa, inferiore anche al Rwanda. Il nostro è il paese dove una velina può diventare ministro, per giunta delle Pari Opportunità. «Nel mio piccolo», ha detto la Carfagna, «io sono la dimostrazione che le quote rosa non servono». Il nostro è un paese dove la "dittatura della bellezza" impera ovunque: in Parlamento come in tv, se è vero che bastano alcuni chili di troppo d’una popolare presentatrice per sollecitare la più densa spremitura di meningi dell’opinionismo contemporaneo. Anche qui, ci ricorda la Soffici, il confronto con altre realtà è mortificante. Esemplare è la storia di Rachel Maddow, laurea a Standford, specializzazione in Scienze Politiche a Oxford, decisamente bruttina, di sinistra, omosessuale. In America è una star della Tv. Da noi, scriverebbe i testi nel retropalco.
Quello della Soffici è un libro necessario, che ci mette di fronte al nostro ammutolito sbigottimento. Rispetto a conquiste legislative anche importanti, talvolta però ottenute con grave ritardo - fino al 1975 è esistita la potestà maritale, solo nel 1981 è stato abolito il diritto d’onore - appare molto ricca la fenomenologia di donne umiliate, discriminate, soprattutto piegate alla rinuncia ancora prima di mettersi alla prova. La storia che la Soffici non racconta, ma si legge costantemente sotto traccia, è la sua personale storia, la vicenda di una giornalista costretta a lasciare il mestiere che sapeva fare bene. A soli 31 anni, nel 1998, Caterina si ritrova alla guida delle pagine culturali del Giornale, incarico che svolge per diversi anni con inventiva e sostanziale libertà. Nella sua famiglia si riflettono due diverse Italie, quella del nonno Ardengo interprete delle avanguardie del primo Novecento poi però normalizzato dal fascismo, e quella dell’altro nonno Ascanio, un operaio socialista divenuto imprenditore illuminato. Si definisce un "cane sciolto", Caterina, forse inadatto alla chiamata alle armi. «In un giornale politicamente militarizzato, ho finito per rappresentare un’anomalia. Così hanno deciso di spostarmi in un altro ufficio della redazione, per il quale ero meno portata. Ho resistito per un po’, poi ho mollato». Ai due figli (maschi) e al marito è dedicato Ma le donne no, con un’avvertenza: «Senza di loro, questo libro sarebbe uscito almeno un anno prima». In poche scanzonate righe, il destino di molte donne.
Anticipiamo una parte della relazione che oggi terrà nell’ambito della seconda edizione delle "Settimane della Politica" organizzata dall’Università di Torino. La manifestazione sarà aperta da una Lectio magistralis di Aldo Schiavone dal titolo "Crisi e politica".
L’interpretazione corrente, la quale vede la politica sopraffatta dall’invasione dell’economia, e dunque costretta suo malgrado ad adeguarsi alle esigenze di questa, arriva sì a descrivere con una certa proprietà gli effetti dell’invasione, ma al prezzo di ignorarne le cause. Sono la cronaca e la storia degli ultimi decenni a mostrare che i confini tra economia e politica non sono stati attraversati dalla prima grazie esclusivamente alle proprie incontenibili forze, come sostiene la interpretazione delineata sopra. Piuttosto va constatato che, a partire dai primi anni 80 del secolo scorso, in numerosi paesi tali confini sono stati deliberatamente spalancati all’economia non da altri che dalla politica, dai suoi parlamenti, e dalle leggi da questi emanate.
L’attraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia non sarebbe potuto avvenire senza l’intervento di una ideologia che dopo esser giunta a pervadere l’intero sistema culturale ha promosso e legittimato tale attraversamento, e lo ha praticato essa stessa in forze riguardo ai suoi confini con tutti gli altri sotto-sistemi. Questa ideologia è il neo-liberalesimo. L’ideologia neo-liberale non è una continuazione alla nostra epoca della dottrina politica liberale: per molti aspetti ne rappresenta una perversione.
Il neo-liberalesimo incorpora nella società contemporanea ciò che, nel suo campo, la fisica ambisce da generazioni a raggiungere, senza però riuscirvi: nulla meno di una teoria del tutto. In primo luogo, comprensibilmente, il neo-liberalesimo è una teoria politica, la quale asserisce in modo categorico che la società tende spontaneamente verso un ordine naturale. Di conseguenza occorre impedire che lo stato, o il governo per esso, interferiscano con l’attuazione e il buon funzionamento di tale ordine. Si tratta di un argomento che viene da lontano, poiché fu usato almeno dal Seicento in poi per contrastare il potere monocratico del sovrano; applicato ad una società democraticamente costituita, esso si trasforma nella realtà in un argomento contro la democrazia.
Parallelamente, il neo-liberalesimo è una teoria economica, in conformità della quale le politiche economiche debbono fondarsi su un paio di assiomi e sulla credenza in tre processi perfetti. Gli assiomi stabiliscono che lo sviluppo continuativo del Pil per almeno 2-3 punti l’anno è indispensabile anche alle società che hanno raggiunto un discreto stato di benessere allo scopo di continuare ad assicurarselo; a tale scopo è pertanto necessario un proporzionale aumento annuo dei consumi, ottenuto producendo bisogni per mezzo di merci e comunicazioni di massa. I tre processi la cui esistenza ed i benefici effetti non ammettono discussione sono: i mercati si autoregolano; il capitale affluisce dove la sua utilità è massima; i rischi (quali che siano: di insolvenza, di caduta dei prezzi, di variazioni dei tassi di interesse ecc.) sono integralmente calcolabili.
Il neo-liberalesimo contiene anche una esauriente teoria dell’istruzione. Il fine ultimo e solo di questa in ogni suo grado e comparto, stabilisce tale teoria, risiede nel conferire all’individuo competenze professionali tali da renderlo produttivamente occupabile. Infine il neo-liberalesimo incorpora una teoria inversa dei beni pubblici: di qualsiasi bene l’individuo e la collettività abbiano bisogno ai fini della loro convivenza e protezione sociale, essa afferma, è più efficiente, dunque necessario, produrlo con mezzi privati.
In sintesi, l’ideologia neo-liberale non riconosce, né ha di fatto, alcun confine; appunto a questo deve la sua efficacia nel contribuire a riorganizzare il mondo sotto il profilo economico, politico e culturale in appena trent’anni. La riorganizzazione politica, economica e culturale del mondo operata dal neoliberalesimo è alla base della crisi economica dei primi anni 2000; di quella cominciata nel 2007; degli immensi costi già inflitti in precedenza a quattro quinti della popolazione mondiale e al pianeta, nonché dei costi umani che l’ultima crisi scaricherà per molti anni sugli strati più deboli della popolazione, sia nei paesi emergenti che in quelli sviluppati. E’ questo insieme di cause e di effetti in ogni ambito che induce a definire la crisi economica in atto una crisi di civiltà, una crisi generale della civiltà-mondo.
Un fiume di fango corre per l'Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli....). Altro che Tangentopoli! Quello era - o sembrava - un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.
La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d'essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall'arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e insostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant'è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d'un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d'Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s'appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori... Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l'altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d'impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l'incontenibile soppurazione, l'infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c'è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l'etica del potere e le forme, lo spirito e l'etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com'è possibile che quest'Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. Quest'Uomo è così popolare non nonostante le sue colpe ma in virtù di quelle. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l'esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia coram populo e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un'inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l'Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, 'ndrangheta, mafia) - le quali a loro volta, com'è ovvio, traggono alimento anch'esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante - piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l'impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d'imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s'allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l'esempio e l'insegnamento dell'Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d'interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l'autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell'astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell'onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s'adatta o collude.
Ma c'è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato - e ingiusto - non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell'ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l'una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d'interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall'esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall'esterno, anche se era un esterno che veniva dall'interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall'alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all'evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d'un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l'ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d'accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano.
Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente le nostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende.
Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti.
Perché tutti quei luoghi, frutto dell´immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E´ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. E proprio la metropoli è il contrassegno più puntuale di questa fatica, un caleidoscopio continuamente cangiante e inafferrabile in cui si assommano e si elidono i segni più controversi, indecifrabili.
Calvino ci descrive cinquantacinque possibili prototipi urbani.
Che scorrono davanti ai nostri occhi grazie al mirabile dialogo tra Marco Polo, il viaggiatore per antonomasia, e Kublai Kan, l´imperatore che accoglie i suoi racconti.
Ogni città porta il nome di una donna, e ogni città è l´incrocio tra memoria e desiderio. Zaira, più che dai suoi edifici, è connotata dal rapporto tra lo spazio e gli eventi trascorsi. Anastasia «non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli». Armilla è una foresta di condutture d´acqua, attraversando la quale è impossibile capire se debba ancora essere ultimata o se al contrario stia andando incontro alla rovina.
Valdrada è doppia: costruita sulla riva di un lago, si riflette nell´acqua in ogni minimo dettaglio. Anche Sofronia è doppia: metà permanente, l´altra transitoria. E pure Despina a suo modo lo è, perché «si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare».
La duplicità, secondo Calvino, non è soltanto un tratto costitutivo di queste città; è qualità intrinseca all´idea di esattezza, che rappresenta uno dei suoi capisaldi letterari. E bene ce lo dimostra descrivendo l´approccio opposto dei due protagonisti del libro, Marco Polo e Kublai Kan. Entrambi cercano l´esattezza: ma mentre il primo lo fa descrivendo il tumultuoso assommarsi delle più diverse e contraddittorie sensazioni, il secondo rincorre una rigida tassonomia di tutti i luoghi dell´impero.
A tenere insieme questa visione antinomica dell´universo, c´è lui, l´autore. Che si dibatte in tale conflitto scrivendo non a caso un libro anfibio, indefinibile. Già, che cosa stiamo leggendo: un poema in prosa? un immaginifico portolano? un apologo della post-modernità urbana? Per certo un vertiginoso gioco combinatorio, che col trascorrere delle pagine si fa (anche) angoscioso. Perché via via che cresce la ragnatela che collega tutti gli elementi messi in campo, il lettore si ritrova in quello spazio non come se fosse il ragno che l´ha creato, ma piuttosto la preda che corre il rischio di lasciarci le penne. E bene se ne accorge proprio quando ‘raggiunge´ Ottavia, la città-ragnatela sospesa nel vuoto.
Incastonata tra due montagne, la si percorre grazie a un sistema di traversine e passerelle. Ma il suo cuore pulsante, «invece d´elevarsi sopra, sta appeso sotto»: in un groviglio senza fine di amache, girarrosti, docce, teleferiche. L´effetto di spiazzamento, peraltro, non si è ancora esaurito.
Perché Calvino aggiunge: «sospesa sull´abisso, la vita degli abitanti d´Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge». Ed evidentemente lo sa anche il suo novello Marco Polo, sospeso a sua volta - come noi tutti - a una vita sempre più aerea, nebulosa. Dove la dimensione mentale e immaginaria del viaggio finisce per prevalere su quella fisica, sensibile.
Non per caso egli si muove nel tempo, più che nello spazio. E va in cerca di un passato che non sapeva più di avere; o di un possibile futuro che scopre essersi trasformato «nel presente di qualcun altro». Del resto, tutto si incrocia e si scambia in questo favoloso pellegrinaggio congetturale, le cui prospettive sono sempre ingannevoli.
Ecco perché è così difficile stabilire l´ordine temporale in cui si consuma questa peregrinazione. Calvino ricorda che il modello di riferimento iniziale era «Il Milione». Ma assieme dichiara che il suo intento è quello di dedicare «un ultimo poema d´amore» alla metropoli contemporanea, di cui conosce alla perfezione falle, orrori e incombenti rischi di catastrofe. E ce li descrive con un´esattezza visionaria impressionante, che anticipa di quasi quarant´anni il nostro presente. Come nel caso di Leonia, che cercando di ripulirsi dalle sue impurità, crea attorno a sé una catena di montagne di immondizia. E dal momento che sta accadendo lo stesso nelle metropoli vicine, «i confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell´una e dell´altra si puntellano a vicenda». E ancora: che dire di Pentesilea, dove il visitatore, dopo ore e ore di vagabondaggio, non ha ancora capito se si trova al centro della città o non l´ha ancora raggiunta? Dunque Pentesilea altro non è che «la periferia di se stessa»? E se è così, siamo proprio sicuri che una volta entrati sia poi possibile uscirne?
Per accompagnarci in questo labirintico viaggio nell´invisibile - ecco il paradosso - lo scrittore privilegia, tra tutti i sensi, proprio la vista.
Punteggiando di immagini ogni pagina, ogni paragrafo, ogni giro di frase.
Invitando il lettore a vedere, o meglio ancora a stravedere, quanto gli viene raccontato.
E difatti, i primi accostamenti a cui viene naturale pensare, sono di tipo extraletterario: pittura, cinema. Ma è talmente vasto l´arco storico e concettuale di riferimento, che le interpretazioni possono essere le più diverse. E tutte ugualmente plausibili.
Il pittore spagnolo Pedro Cano, ad esempio, ha lavorato a lungo sulle «Citta invisibili» e ne ha offerto una fascinosa lettura ‘classica’, dove la fantasia ha la meglio sul terrore e il sogno sull´incubo. Se però, sempre leggendo Calvino, il pensiero corre a certi film di fantascienza, il quadro può rovesciarsi di colpo.
Forse che l´infernale Los Angeles del 2019 raffigurata nell´indimenticabile «Blade Runner» non potrebbe essere una parente stretta dell´Armilla calviniana?
Il vero prodigio delle «Città invisibili» è proprio questo: l´inesausto andirivieni che le avvolge e le accompagna. Non sarà allora che il tempo che meglio le contrassegna è il futuro anteriore? Una forma verbale quanto mai enigmatica, che indica un´esperienza a venire, come già consumata? E non è forse la nostra attuale condizione?
È un piccolo evento culturale il libro La storia negata, il revisionismo e il suo uso politico: ha venduto in pochi mesi, nonostante l'argomento, più di novemila copie. Ne parliamo con il curatore, lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca, appena trascorse due celebrazioni, il «Giorno della memoria» di fine gennaio e il «Giorno del ricordo» di mercoledì scorso. «Come sta andando il libro, con i contributi così importati che hai raccolto?», «Sta andando magnificamente - ci risponde - nel senso che è un libro non del tutto facile, non è un romanzo, ma tra poco verrà stampata la seconda edizione perché c'è molta richiesta. Questo mi ha molto stupito, vuol dire che ha riempito un vuoto».
Sono da poco passate la «Giornata della Memoria» e il «Giorno del ricordo». Si potrebbe dire «finita la festa gabbato lo santo», perché ogni volta ci si trova di fronte ad un rito dentro la deriva della politica ufficiale?
Indubbiamente queste giornate della Memoria sono molte, c'è una specie di inflazione. Perfino io ho fatto l'errore di aggiungerne un'altra che però non è stata accettata e che riguardava i 500.000 africani uccisi da noi, nelle nostre guerre coloniali. Avevo proposto il 19 febbraio perché è la giornata in cui dopo il tentativo di uccidere Graziani e il federale Cortese, i fascisti italiani lanciano la caccia all'africano ad Addis Abeba: una strage con 5-6mila vittime attendibili. Un bagno di sangue. Bisognava sentire la descrizione dei testimoni che hanno avuto il coraggio poi di raccontare la caccia con i manganelli, con le spranghe di ferro, cadaveri portati via dai camion, inceneriti. Poi hanno bruciato metà Addis Abeba. Così questa ritualità celebrativa, spesso dimenticata il giorno dopo, non ha neanche una grande funzione. Visto però che in Italia si tende veramente a dimenticare il passato, a rimuovere soprattutto le nostre colpe, l'insistenza sulla memoria ha la sua importanza e la sua incidenza.
La scia delle commemorazioni strumentali da parte della destra del Giorno del Ricordo, non è ancora finita. In più, il presidente della repubblica Napolitano ha polemizzato con Slovenia e Croazia accusandole di «disattenzione». Eppure proprio i suoi discorsi commemorativi del 2007 e del 2008 che non citavano mai le responsabilità del fascismo nelle terre slave, provocarono le reazioni di Lubjana e Zagabria insieme ad una dura presa di posizione dello scrittore italiano di origine slovena Boris Pahor che accusò: «Silenzi insoppportabile sugli eccidi del Duce»...
Una prima cosa che voglio dire è che ci si dimentica nel Giorno della memoria sempre dei rom e dei gay, oltre che dei deportati politici. Inoltre per il Giorno del ricordo, sul «confine mobile» dobbiamo ricordare che in realtà noi avevamo avuto l'Istria e la Dalmazia in seguito alla vittoria della prima guerra mondiale, ed erano territori che non erano «etnicamente» italiani, e su questo noi abbiamo «giocato», cercando proprio di snaturalizzare con la violenza queste popolazioni. Quindi era un confine dal punto di vista strategico, non dal punto di vista etnico, tanto è vero che durante la guerra di Etiopia migliaia di giovani della zona passarono quel confine e andarono a rifugiarsi in Jugoslavia. È un fatto che viene assai poco ricordato e che io stesso ho scoperto da poco dalle informazione di una storica slovena. La grande tragedia è cominciata proprio dall'occupazione nel '42 della Slovenia e di Lubiana, è da lì che comincerà la revanche di sloveni e croati naturalmente quando l'Italia sarà sconfitta.
E inoltre le prime foibe furono opera dei fascisti contro gli insorti slavi, come ha ricordato lo scrittore Predrag Matvejevic. Ora c'è uno storico, Ferruccio Tassin, che solleva la questione di Visco, piccolo comune in provincia di Udine governato dalla destra, che sta decidendo di smantellare l'area della caserma Sbaiz, l'ex campo di concentramento di Visco. C'è una petizione di storici, ha aderito anche Boris Pahor, perché il luogo diventi monumento nazionale a ricordo dei crimini del fascismo contro gli sloveni...
Esattamente. E va ricordato che oltre al campo di concentramento di Visco, di dimenticati ce ne sono altri 60 di campi di concentramento del fascismo solo in quel «confine mobile» - furono 200 in tutta Italia. Campi come quello di Arbe-Rab: su questa piccola isola erano state confinate 20mila persone e ci sono dei racconti (che io ho raccolto nel mio libro) sui bambini che quando l'acqua saliva non avevano neanche la possibilità di proteggersi perché erano sotto tende improvvisate: era un lager perché la «concentrazione» aveva come scopo solo la morte dei deportati. È stata una delle pagine peggiori della nostra storia nazionale.
Nel libro denunci che il revisionismo è diventato una sorta di mestiere culturale...
È una marea che sale e che può travolgerci. Il filone che tirava è cominciato una ventina d'anni fa. Lo stesso Giampaolo Pansa, che rivendica questo mestiere nel suo libro «Il revisionista», fino a 10 anni fa scriveva a favore della Resistenza. E poi all'inizio del 2000 cambia. Perché cambia? Forse ispirato da Pisanò che già aveva fatto questo revisionismo sfacciato, ma almeno Pisanò era uno della Rsi, tirava l'acqua al suo mulino. Ma Pansa no, è cresciuto nella Resistenza, con tesi di laurea sulla resistenza nell'Alessandrino. Fatto oltremodo singolare, l'affermazione di Berlusconi in Israele: «La Resistenza ha riscattato le leggi razziali del '38». Ma perché va all'estero per raccontare queste cose e in Italia invece si fa di tutto contro la Resistenza. Tra l'altro, da quando c'è la destra al potere anche gli Istituti storici della Resistenza hanno perso molte possibilità: gli insegnanti, che sono poi i direttori degli istituti, erano all'inizio 61, adesso sono molti di meno, soprattutto sono di meno i comandati, ogni anno ce ne portano via 5 o 6 con scuse risibili. Meno male che come presidente c'è Scalfaro. Berlusconi oltre alle belle parole pensi anche a mantenere in piedi questi istituti che «ricordano» ogni giorno, non in modo rituale, e che lavorano sul piano scientifico e non sul piano dei Pansa.
I più importanti storici italiani: le falsificazioni del revisionismo
«Negli ultimi dieci anni - scrive Angelo Del Boca nell'introduzione a «La storia negata» (ed. Neri Pozza, pp. 383 euro 20) - l'uso politico della storia, che nulla ha a che fare con la ricerca storiografica, non ha risparmiato nessuna delle grandi questioni della storia nazionale. È la più vasta e subdola offensiva tesa alla totale rimozione dei crimini commessi in Italia, Africa, Balcani, Urss, un tentativo di riscrivere la storia contemporanea in Italia e in Europa, relativizzando gli orrori del nazismo e della soluzione finale, depenalizzando il fascismo e la sua classe dirigente, delegittimando la Resistenza e demonizzando il comunismo». Nell'all'antologia: Mario Isnenghi: «I passati risorgono. Memorie irriconciliate dell'unificazione nazionale»; Nicola Labanca: «Perché ritorna la "brava gente". Revisioni recenti sulla storia dell'espansione coloniale italiana»; Nicola Tranfaglia: «Il ventennio del fascismo»; Giorgio Rochat: «La guerra di Mussolini 1940-1943»; Lucia Ceci: «La questione cattolica e i rapporti dell'Italia con il Vaticano»; Mimmo Franzinelli: «Mussolini, revisionato e pronto per l'uso»; Enzo Collotti: «La Shoah e il negazionismo»; Aldo Agosti: «La nemesi del patto costituente. Il revisionismo e la delegittimazione del Pci»; Giovanni De Luna: «Revisionismo e Resistenza»; Angelo D'Orsi: «Dal revisionismo al rovescismo. Resistenza (e Costituzione) sotto attacco».
Con tutto il rispetto dovuto - fino a prova contraria - a Guido Bertolaso e con tutto il dispetto generato dalla nuovissima concezione della legalità a percentuale di Silvio Berlusconi («se uno opera bene al 100 per cento e poi c'è l'uno per cento discutibile, quell'uno va messo da parte»), lo scandalo della Protezione civile non può essere liquidato con le promesse eroiche del super-commissario, prontoa «dare la vita» per convincere gli italiani che non li ha ingannati, e nemmeno con gli insulti rituali del premier ai magistrati: «Si vergognino, Bertolaso non si tocca».
Si tratta semplicemente di capire cosa sta succedendo nell'ombra gigantesca e secretata delle Grandi Opere e delle Grandi Emergenze, dove sembra affiorare - grazie all'annullamento di tutti i controlli e di ogni regola - un sistema di corruzione e di appalti pilotati compensato all'italiana con una girandola di favori personali ai funzionari statali: pagati ben volentieri e con larghezza di mezzi dalle imprese che ricevevano i lavori pubblici con scelte totalmente discrezionali, sottratte alla legge e a ogni sorveglianza. Tutto ciò impone un'operazione di trasparenza, davanti ai cittadini. Nell'interesse di Bertolaso, del governo e dei contribuenti, deve cadere il velo che occulta metodi e procedure della Protezione civile, coperti dallo stato permanente d'emergenza.
Un'emergenza che diventa eccezione, dicono i magistrati, e che ha generato un meccanismo di scambio perfetto, dove imprese private e funzionari pubblici maneggiano corruzione, appalti e favori, in una «gelatina» di Stato coperta dalla Grande Deroga berlusconiana.
I fatti, (raccolti nell'ordinanza da un gip che a Milano archiviò l'inchiesta sul Lodo Mondadori, salutato con entusiasmo da Berlusconi: «finalmente c'è un giudice a Berlino») sono semplici: tre pubblici ufficiali incaricati dalla Presidenza del Consiglio di gestire i cosiddetti Grandi Eventi dei mondiali di nuoto, del G8 alla Maddalena e dell'anniversario dell'Unità d'Italia, «hanno asservito» la loro funzione pubblica con risorse e poteri enormi «in modo totale e incondizionato» agli interessi di un imprenditore interessato. Almeno cinque grandi appalti sono stati pilotati e l'imprenditore ha ringraziato con 21 benefit regalati ai funzionari statali infedeli, ai loro amici e ai grand commis circostanti per rispondere ad ogni loro esigenza privata, dalle auto alle colf, alla ristrutturazione delle case, ai favori sessuali, ai viaggi, agli alberghi, alle assunzioni di figli e cognati. Una «gelatina», appunto, «di ordinaria corruzione», una ragnatela che ha portato a quattro arresti, tra cui il presidente del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, per corruzione continuata e a quaranta indagati, compreso Guido Bertolaso: l'ordinanza sottolinea «i rapporti diretti» dell'imprenditore beneficato dagli appalti pilotati con il Super-commissario, gli incontri «di persona» in previsione dei quali l'impresario «si attiva alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investitori ritengono fondato supporre che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso».
C'è solo da sperare che gli indagati dimostrino che le accuse non sono vere, non ribellandosi alla giustizia come Berlusconi consiglia a Bertolaso, ma aiutandola a chiarire in fretta. Intanto, purtroppo, sono vere le risate da sciacalli degli imprenditori che pregustano con certezza gli appalti statali per la tragedia dell'Aquila, e poche ore dopo la scossa raccontano al telefono: «Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro il letto». Ma se questo è il quadro dell'inchiesta, qual è la cornice istituzionale che lo circonda? Si dovrebbe parlare di potere, più che di istituzioni, se si vuole capire.
La Protezione civile, che Berlusconi sta trasformando in Spa, è infatti uno straordinario esperimento politico di Stato d'eccezione, con un ramo operativo del governo libero da ogni controllo e sciolto dalla legge. Questo vale naturalmente per le grandi sciagure, le calamità nazionali, le vere emergenze per cui è nata la Protezione. Ma poi, il governo ha esteso lo stesso sistema ai Grandi Eventi, dai giochi del Mediterraneo all'anno giubilare paolino, ai viaggi del Papa in provincia, ai mondiali di nuoto, all'esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, alla Vuitton Cup.
Nel solo 2009 le opere d'emergenza sono state 78, dal 2002 addirittura 500, con una spesa di 10 miliardi di euro.
Questa emergenza continua, che si estende ovunque, è sottratta per legge al controllo della Corte dei Conti e a quello dell'Autorità per i lavori pubblici, e la Protezione civile può agire in deroga ad ogni disposizione vigente. Libertà totale: dalle leggi sulla trasparenza, sui requisiti dei contratti, sulla concorrenza, sugli appalti, sulla pubblicazione dei bandi, sugli avvisi, sugli inviti, sulle verifiche archeologiche, sulle varianti, sui termini, sulla selezione delle offerte, sull'adeguamento prezzi, sulla progettazione. È un sistema che, portato fuori dai confini del pronto intervento d'emergenza per le sciagure nazionali, non ha alcun senso nell'equilibrio tra i poteri dell'amministrazione statale. Acquista però un senso politico e istituzionale fortissimo nel disegno di riordino gerarchico che Berlusconi persegue, e che chiama «riforma». Il Presidente del Consiglio ha dimostrato più volte di non accettare controlli e bilanciamenti tra i poteri, ritenendo se stesso, in pratica, una deroga vivente alla Costituzione repubblicana, in quanto investito di quel consenso popolare che lo scioglie da ogni regola e ogni consuetudine, sovraordinandolo rispetto al potere giudiziario e agli organi di garanzia.
Le stesse leggi ad p e r s o n a m c h e stanno bloccando il Parlamento per sottrarre il Premier al suo giudice, sono nello stesso tempo un gesto disperato di fuga e la fondazione di un nuovo ordine, dove la legge nonè più uguale per tutti, perché il potere supremo può salvarsi decretando per se stesso l'eccezione, e su questa eccezione fondare una nuova gerarchia istituzionale di fatto.
In questa visione che contiene la sfida suprema e necessitata del berlusconismo, Bertolaso e la Deroga permanente in cui vive e opera rappresentano un test istintivo e naturale, su vasta scala, impiantato su un meccanismo emergenziale fatto di emozioni, dolori e spettacolarità, perfetto per un'interpretazione politica carismatica e populista. Con la Protezione civile che diventa Spa,e sta per usufruire di una speciale immunità presente, futura e retroattiva, la Deroga va al governo:e il modello Bertolaso prefigura la dimensione finale del moderno populismo di destra, con la politica ridotta a pura ideologia interpretata dal leader magari insediato al Quirinale, la partecipazione popolare ridotta a vibrazione periodica di consenso, la forma di governo resettata sul puro tecnicismo elevato a massima potenza. Il governo come solutore di problemi (proprio mentre si rifugge dallo Stato), signore delle leggi in nome di un'emergenza permanente: che rende ogni intervento pubblico octroyée da uno Stato compassionevole e propagandistico, tra gli applausi dei cittadini divenuti spettatori di un discorso pubblico tramutato in format di Grandi Eventi.
Ecco perché l'inchiesta sulla Protezione Civile colpisce il cuore del berlusconismo. Il Cavaliere ha fretta, procede per immunità e scorciatoie, riduce la politica a prospettiva di pura forza che travolge anche ogni orizzonte di riforma costituzionale condivisa. La Grande Deroga è già un cambio materiale della Costituzione, in atto, mentre qualche autorevole esponente dell'opposizione chiede ancora ogni giorno in un'intervista quando si comincia con le riforme.
Ma oggi, la Grande Deroga produce con tutta evidenza la gelatina di Stato della corruzione. E dunque diventa esemplare, dimostrando a chi non vuol capire che l'esercizio del potere fuori dai principi costituzionali che lo costringono dentro forme e limiti sfocia facilmente nell'arbitrio, nella disuguaglianza e nell'esclusione, in quell'abuso che è la vera cifra complessiva di questa destra al governo. Non solo: pregiudica quella «modernizzazione» che vive solo nella propaganda del governo ma di cui il Paese ha bisogno, negando il mercato e la concorrenza, come denuncia apertamente la Confindustria contestando la totale discrezionalità degli appalti, senza trasparenza. Riproduce un'Italia del malaffare che premia la corte e i peggiori, rimpicciolendo le opportunità dell'intero sistema.
Per queste ragioni, il governo oggi dovrebbe vergognarsi di porre la fiducia blindando il decreto che vuole far nascere la Protezione civile Spa. E l'opposizione dovrebbe sentire l'importanza della sfida, la sua portata, ed esserne all'altezza. Dopo che l'inchiesta squaderna la realtà dei Grandi Eventi, della finta emergenza, il parlamento dovrebbe diventare il luogo della trasparenza, non della militarizzazione di una decisione politica che rivela i suoi buchi neri. Questo per rispetto dei cittadini e dello stesso Bertolaso, che deve spiegare se è colluso come pensano i magistrati o se è incauto nello scegliere i suoi collaboratori, e incapace di sorvegliarne l'operato: da questo e solo da questo si capirà se deve dimettersi o può restare al suo posto, chiedendo scusa e cambiando metodo. Noi non diremo mai «diteci che non è vero», come ripetono in molti davanti alla realtà dell'inchiesta: diteci quel che è vero, piuttosto. Diteci la verità.
Martin Decu, operaio romeno di 47 anni, il 26 giugno del 2008 è stato ucciso dall'esplosione di un capannone a Scarlino, nel grossetano. Lavorava allo smaltimento di rifiuti, bombolette spray esauste. Smaltimento illecito, dicono le cronache giudiziarie. Martin, probabilmente, neanche lo sapeva e anche avesse saputo che quell'operazione era illecita avrebbe comunque obbedito al padrone, la Agrideco, che quel lavoro gli aveva affidato. Certamente l'operaio non sapeva che quei rifiuti e tanti altri smaltiti illecitamente da quelle parti venivano dal sito contaminato di Bagnoli, né sapeva che la porcheria che stava trattando aveva firme prestigiose, come Marcegaglia e Lucchini, né che il materiale che l'ha ucciso era targato Ferriere di Trieste e area portuale di Ravenna. Il saperlo, del resto, non avrebbe dato un senso alla sua morte. Forse, se l'origine di quello smaltimento fosse stata conosciuta, avrebbe avuto qualcosa di più di una notizia sulle pagine toscane del manifesto. Ma ormai, in era globalizzazione liberista, nessun lavoratore è in grado di ricostruire la filiera produttiva di cui è un anello, a Termini Imerese come a Scarlino.
Una quindicina di arresti e 61 indagati. Nell'elenco c'è il fior fiore del capitalismo italiano, a partire da da Steno Marcegaglia, presidente dell'onorata ditta omonima e padre della presidente di Confindustria. Un suo laboratorio avrebbe taroccato le analisi sui prodotti tossici da smaltire, per altro illecitamente. Poi c'è di mezzo Lucchini, altro nome importante della storia industriale prima bresciana poi italiana. E altri ancora.
Scarlino, Trieste, Bagnoli. E poi Ravenna, Piombino, e via producendo, inquinando, smaltendo lungo tutto il Belpaese. In una nota il gruppo Marcegaglia precisa che «i dirigenti interessati dalle indagini non ricoprono più da tempo gli incarichi originariamente loro conferiti». Questo sì che ci tranquillizza.
Quando Martin fu ucciso dall'esplosione nel capannone della Agrideco, la locale Rifondazione comunista aveva denunciato «l'avidità di guadagno» della ditta che costringeva i dipendenti a lavori illegali e pericolosi. Reagì indignato un gruppo di questi dipendenti, in difesa del padrone. Morale: quando viene meno il conflitto sociale e il capitale la fa da padrone, perdono - anche la vita - gli operai. E perde l'ambiente, cioè perdiamo tutti noi.
ESCE il nuovo libro di Franco Cordero. Si intitola Il brodo delle undici. L'Italia nel nodo scorsoio (Bollati Boringhieri, pagg. 194, euro 14). Sarà in libreria domani. Il giurista, maestro della disciplina procedurale, commenta tutte le distorsioni introdotte nelle norme a vantaggio di pochi e legge le vicende dell'oggi intrecciandole con quelle del passato.
Il Cavaliere in arcione deve le insegne a Bettino Craxi, sultano d'un allegro socialismo d'affari. L'altro nasceva nell'Urbe ancora mezza gotica, anno Domini 1313, aprile o maggio, tra i mulini del Tevere, sotto la Sinagoga, rione Regola, figlio d'un oste, Lorenzo: lo chiamano Nicola; la madre, Maddalena, lava i panni e porta acqua. Morta lei, cresce ad Anagni presso dei parenti e non dev'essere un'infanzia selvatica se, tornato sui vent'anni, apprende l' ars notaria sposando la figlia d'un notaio. Roma pullula d'epigrafi e lui è uno dei pochi lettori: coniuga le fonti giuridiche ai classici; ha sulla punta delle dita grammatica, retorica, dialettica, storie, poeti. L'anonimo autore d'una Cronica in volgare romano dal passo scultorio, databile 1357-58, lo descrive filologo: «deh, como e quanto era veloce lettore!»; racconta bellum gallicum et civile; «tutta die ... speculava nelli intagli de marmo»; solo lui decifra «li antiqui pataffii»; traducei testi, interpreta le figure, rivive i tempi. Chiamiamolo sogno petrarchesco (...) Il Senato è organo nobiliare: i due senatori formalmente investiti del potere esecutivo, con vari magnati ed esponenti delle couches borghesi, visitano Clemente VI, nuovo papa; tra i petita c'è un secondo giubileo, a metà secolo, che porti sollievo economico. In quest'interregno nasce un governo popolare, i tredecim boni viri, priori delle arti; e dobbiamo supporre che l'epigrafista avesse parte nel movimento se (autunno 1342) sale ad Avignone col mandato d'ottenere dal papa una ratifica del nuovo regime.
Sua Santità, benedettino ( in saeculo Pierre Roger) ma poco asceta, anzi incline al fasto, ha un passato accademico nonché politico (cancelliere sotto Filippo) e ama i discorsi ornati. L'emissario romano narra quanto patisca Roma sotto le soperchierie nobiliari (gli avevano ammazzato un fratello): la «diceria fu sì ... bella che subito abbe 'namorato papa Chimento»; il quale «molto concipèo ... contra li potienti». Ovvio risentimento dei baroni, influenti nel Collegio cardinalesco. L'Eminentissimo Giovanni Colonna lavora tra le quinte e Cola cade in disgrazia. Corre l'inverno 1343: povero, infermo, malvestito, sta «allo sole come biscia»; «poca defferenzia era de ire allo spedale» ma, cambiato l'umore (è congetturabile un'intercessione dal molto ascoltato Petrarca), lo stesso cardinale «lo remise davanti allo papa»; sa d'inflazione psichica la lettera in cui riferisce l'esito della missione, qualificandosi console romano, inviato dal popolo. Il soggiorno avignonese dura fin dopo Pasqua 1344. Dal Rodano torna con un buono stipendio, 5 fiorini d'oro al mese, notaio del Tesoro comunale. La penna d'oca non basta, ne usa una d'argento (...).
«Ora te voglio contare como fu fatto cavalieri». Martedì 31 luglio 1347 uno splendido corteo muove dal Campidoglio a San Giovanni; vi confluisce «tutta Roma, maschi e femine»; gran festa nel porticato, musiche, «buffoni senza fine», gare ippiche. In abito bianco, nel crepuscolo, dà l'annuncio al popolo: stanotte «me dego fare cavalieri»; domani udiranno meraviglie, cose che allietano Dio in cielo, gli uomini sulla terra. La gente sfolla. I preti dicono l'ufficio. Siamo al clou: entra nella vasca del battistero, dove Costantino aveva ricevuto il battesimo guarendo della lebbra; «stupore ène questo a dicere» (...). L'ospedaliero Monreale oggi non trova chi gli somigli: asceta della guerra masnadiera, nella cui etica, ferrea come l'armatura, incutere terrore è gesto onorevole; ha una Weltanschauung prossima alla mistica d'eremiti e penitenti, esposta nei manuali de contemptu mundi. Invincibile nelle partite d'armi, subisce l'inganno d'un grasso ciarlatano sull'orlo della fossa: contava d'intervenire al momento topico risolvendo l'affare con profitto; e calcola bene i tempi; l'errore dipende dal pregiudizio cavalleresco.
Non vede fin dove sia pericoloso un notaio codardo: va in Campidoglio e vi resta, colto a tradimento; se ne vergogna. Siamo nei quadri della shame culture: non piange né smaniao spende invettive; era stanco del mondo, sebbene non sia vecchio; regola i conti dell'anima senza pentirsi delle gesta violente (le considera ancora onorevoli), e vive un trapasso da signore, mentre Cola rimane plebeo sotto magniloquente maschera antiquaria.
Notiamo quanto poco gli somigli il Cavaliere regnante anno Domini 2010, soperchiatore fraudolento, piagnucoloso, commediante. C'è del simile nei due Cavalieri quando elaborano messinscene recitando se stessi, mossi dall'Io gonfio, abili comunicatori, maghi del plagio. Cola strega i due giovani occitani, fratelli del terribile Monreale, con la sola parola, avendo perso i carismi: viene senza titolo; il cardinale gli misura le provvigioni; sappiamo quanto poco valga in figura, tra ridicolo e repellente. Infine, sono entrambi plebei. La similitudine finisce qui. Il figlio del taverniere ha un ricco mondo psichico: latinista colto, archeologo, grammatico, retore, dialettico, viveva in trance evocando glorie romane da lapidi, monumenti, rovine, paesaggi lunari; così lavora i cervelli; popolani e baroni ignoranti ascoltano e imparano o almeno intravedono dei fantasmi. Il notaio megalomane modifica l'immaginario collettivo in senso ascendente. L'attuale incantatore non ha mondo psichico: ammesso che esista un'anima, misteriosamente combinata alla macchina corporea, l'Ingegnere cosmico s'era dimenticato d'infondergliela; sotto l'aspetto d'un giulivo imbonitore (quale appariva nella fase rampante) appartiene alla famiglia dei caimani, il cui modello Yahweh vanta allo sgomento Giobbe. O meglio, delle tre anime che san Tommaso mutua dallo scibile aristotelico, gli manca l'intellettiva: non pensa, nel senso complesso del fenomeno; al segnale percettivo rispondono riflessi infallibili e questa struttura assicura dei vantaggi sugli animali pensanti, perché il pensiero induce dubbi, stasi contemplative, conclusioni perplesse. Altrettanto utile è il vacuum morale: gli manca l'organo ossia i sentimenti definibili vergogna e colpa; quando mai gli alligatori soffrono nel ricordo delle prede divorate (...). Tale configurazione anomala spiega tante cose: vedi la sicumera con cui nega quel che ha appena detto (è caso raro scoprirlo veridico); o l'urlo belluino con cui assale chiunque pretenda d'applicargli le regole consuete. Insomma, è una macchina: accumula soldi, istupidisce l'audience, divora i concorrenti, tresca imbrogli, falsifica i conti, affattura le norme con l'automatismo delle ruote dentate; non avere coscienza, che risorsa.
Salta agli occhi quanto i due Cavalieri differiscano in carica agonistica. Al tribuno viene meno dopo sette mesi: era spento già nella grottesca mancata battaglia a Porta Tiberina (...); poche settimane dopo cede il campo chiudendosi nel Castello; atto gratuito, infatti i baroni aspettano tre giorni extra moenia. Felicemente privo della psiche, spesso molesta, il Caimano non patisce malinconie, né rischia cadute endogene, finché almeno sia biochimicamente in sesto. L'8 ottobre 1354 Cola subisce una fine squallida e orribile. Non è pensabile niente d'analogo, tanto diversi sono i contesti seicentocinquantasei anni dopo: era un povero diavolo nell'Urbe ingovernabile; costui dispone d'apparati formidabili, ricchissimo, sicuro della sua stella, fortunato sopraffattore dovunque s'avventuri, bienaimé, altro che Luigi XV; se non vanta exploits intellettuali, è solo perché li considera roba da poco ( risum tenebamus quando un almanacco elettorale raccontava che fosse familiare con l'Erasmo latino); e passa quasi incolume nel ridicolo. Trent'anni fa conniventi e profittatori gli aprivano le porte ritenendolo innocuo, divertente, utile: rampava; è arrivato; chi lo sloggia più? Il notaio romanista aveva un pericoloso daffare con i mercenari, esosi e infidi. Dominus Berlusco assolda quante barbute vuole: fischia e corrono; comanda un apparato letale dell'omicidio bianco e l'adopera; i suoi giornali rodono teschi, affinché ognuno sappia d'essere vulnerabile dai sicari.
I morti non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti. È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio, è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese, il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Ricordiamole perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia (un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che contro il capo del governo è in atto un'aggressione ricattatoria che fa leva su alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del "primo Berlusconi" (Milano2). Marcello Dell'Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris.
I ricordi del giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza "diretta", la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto esaustivo e "chiuso" l'intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e i suoi collaboratori nella fondazione dell'impero hanno lasciato nel tempo incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto quando in un'aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni settanta e ottanta molto vicina alle "cose" di Silvio Berlusconi e ricompare ancora nel 1994 quando il ministro dell'Interno dell'epoca, Nicola Mancino, dice chiaro che "Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza Italia".
I legami tra Marcello Dell'Utri e i mafiosi di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero inglorioso.
Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell'impresa, ma soltanto "socio d'opera" o "consulente". Quei capitali erano "neri" soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e rientrati in condizioni più favorevoli o erano "sporchi" perché patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa Gaspare Spatuzza quando disse: "La Fininvest era un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua"? Le parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un'ultima e antica contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra: la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l'ostinato rifiuto a ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da un'idea covata da Marcello Dell'Utri fin dal 1992.
È una rosa di "vuoti" e antinomie che apre spazi al ricatto mafioso. E' uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo ripetiamo. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull'inizio di una storia imprenditoriale e sull'incipit di un romanzo politico.
È la seconda ragione di disagio, l'assenza di iniziative politiche e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in una "tempesta mediatica", in una rumorosa e breve baruffa che scatena per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e controfurori senza che si intraveda non un'evidenza in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose. Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la probabilità che l'uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell'interesse di Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità internazionale.
I modi per chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi, ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata aperta un'istruttoria) accerti la fondatezza delle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza - magari evitando di rovesciarle in un'aula di tribunale, prima di una loro verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come d'abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese. È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all'aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico.
La Repubblica
Il politico gentiluomo che scelse il riformismo
di Nello Ajello
È morto ieri a Roma, all'età di novantacinque anni, Antonio Giolitti. Prima che l'età lo costringesse a chiudersi in un garbato silenzio, la sua presenza nella vita politica italiana è stata intensa e, a tratti, incisiva. Deputato comunista fin dai tempi della Costituente, nel 1957 uscì dal partito di Togliatti passando al Psi. In due riprese, nel 1963-'64 e nel 1970-'74, è stato ministro del Bilancio e della Programmazione economica nei governi di centrosinistra. Nel 1987 era stato eletto senatore come indipendente di sinistra.
Nipote di Giovanni Giolitti, sembrava vocato alla politica per tradizione familiare. La sua giovanile adesione al Pci apparve come un segno dei tempi. «Quanti cari nomi sento risuonare tra i giovani comunisti!», esclamava Arturo Carlo Jemolo in un articolo pubblicato sulla rivista fiorentina Il Ponte. Ed elencando gli eredi di queste dinastie famose - Giolitti appunto, Amendola, Calamandrei, Lombardo Radice - il grande giurista confessava: è anche per la loro presenza che, nei riguardi del comunismo, «io non riesco a sentire quell'avversione profonda» che «avvertivo di fronte al nazismo». Era il novembre del 1945. All'epoca Giolitti, trentenne, faceva parte di quell'ambiente culturale giovanile che Palmiro Togliatti considerava una sorta di lievito del Pci uscito dalla clandestinità. E nei decenni successivi, dopo il distacco da Botteghe Oscure, egli avrebbe continuato a rappresentare una voce viva della sinistra italiana. Percorrendone l'impervio tracciato. Esprimendo i suoi consensie dissensi con quieto coraggio. Assurgendo a modello di una " gentilhommerie" che è banale attribuire all'altro secolo.
Aveva partecipato, Giolitti, alla guerra partigiana, prima sul monte Bracco, in Piemonte, poi nelle valli di Lanzo, come commissario politico delle Brigate Garibaldi.
Ferito casualmente a una gamba, era passato in Francia per curarsi. Tornando a Roma dopo la Liberazione aveva ripreso, accanto all'attività di partito, il suo lavoro presso la casa editrice Einaudi. Gli avevano tenuto in serbo per due anni - così egli raccontava - il suo tavolo, «in una bella stanza dove lavorava Cesare Pavese».
Così cominciava la stagione più impegnativa per questo intellettuale che si era trovato «suo malgrado a fare politica per colpa della Resistenza». Sui ricordi dei suoi anni verdi, si profila l'ombra profetica del «grande nonno». In una lettera che Giovanni Giolitti inviò a suo figlio Giuseppe, padre di Antonio, il 10 maggio del 1915, si leggeva fra l'altro: «L'affrontare l'impopolarità è in alcuni casi il più assoluto dovere». Queste righe, Antonio le ha riprodotte ad apertura di un proprio libro, Lettere a Marta (così si chiama una sua nipote), una sorta di autobiografia pubblicata dal Mulino nel 1992. In realtà, il dovere dell'impopolarità Giolitti junior lo condividerà fino a farsene un abito esistenziale.
Roma, gli studi, un breve soggiorno in carcere per antifascismo, e poi la politica. Il Piemonte, teatro delle campagne elettorali e luogo di villeggiatura. Sono questi i luoghi di Antonio Giolitti. Gli amici di Roma e Torino popolano la sua vita. Fra i primi, quel gruppo di giovani che alla vigilia della guerra comincia a formare un'ossatura di "intellettuali organici" per ciò che sarà il Pci: da Bufalini a Trombadori, da Alicata a Ingrao. Poi, i colleghi di lavoro alla Einaudi: da Pavese a Balbo, da Muscetta a Giaime Pintor, da Bobbio a Venturi, da Calvino a Massimo Mila.
Fra gli incontri fatti in Piemonte, spiccano i compagni dell'avventura partigiana: Geymonat, Pompeo Colajanni, Giorgio Agosti, Mario Andreis. E infine, la villeggiatura al mare di Castiglioncello, dove Antonio entra in contatto con il clan D'Amico: una ragazza di questo cognome, Elena, diventerà nel '39 sua moglie. Gli sarebbe stato sempre caro Lele D'Amico, cugino di Elena. E altri due frequentatori delle estati al mare, Paolo Milano e Furio Diaz, sarebbero rimasti fra gli amici di una vita. La biografia di Giolitti è soprattutto il racconto d'un trauma: quello che deve affrontare, in politica, un uomo di sinistra dotato di un'onestà intellettuale che rasenta l'intransigenza. Il suo battesimo pubblico come polemista si colloca alla fine del '56, in occasione dell'VIII congresso del Pci. La sua figura è relativamente poco nota. Nelle cronache di quell'assise, il Corriere della Sera sente il bisogno di presentarlo ai lettori.
«L'onorevole Giolitti è un giovane quarantenne alto, bruno, elegante. Si dice che fosse uno dei giovani più cari a Togliatti». Ed ecco che questo comunista prediletto in alto loco afferma che, in definitiva, per il Pci, «si tratta di cambiare e di correggere», e di «cambiare anche gli uomini che non si possono correggere». È l'allusione più esplicita che sia risuonata nel palazzo dei congressi dell'Eur, benché pronunziata senza enfasi, senza apparente malanimo. E anche in seguito, le polemiche che l'abiura di Giolitti alimenterà non raggiungeranno mai l'apice dell'animosità. Quando il deputato piemontese esce dal Pci con una motivazione che investe l'intera politica del partito e che egli illustra nel saggio Riforme e rivoluzione, dai vertici comunisti non partono contro di lui quelle bordate "definitive" che hanno colpito altri dissidenti. In una lettera mai recapitata per un disguido, Togliatti gli chiede anzi un favore: avere con lui «un incontro» che preluda «a una migliore comprensione».
Ricucire con Togliatti e il suo partito? Una simile svolta non rientra nelle sue prospettive. Giolitti s'incammina ormai sulla «via del riformismo», man mano che la fede nella dottrina marxista lascia spazio, in lui, alla scoperta del New Deal rooseveltiano, delle idee di Keynese della pratica di governo in uso nelle socialdemocrazie d'Europa. Nel partito di Nenni, cui Giolitti aderisce, si parla, soprattutto ad opera di Riccardo Lombardi, di "riforme di struttura". Albeggia il centrosinistra. Giolitti e Lombardi vi formeranno un tandem operativo.
Programmazione: una prassi di cui Giolitti si sforza di dimostrare l'indispensabilità. E lo fa tra molti ostacoli. L'allarme suscitato nel mondo degli affari e l'insofferenza, da parte della Dc dorotea, nei confronti di «quello che viene giudicato uno spericolato zelo riformatore» decretano il fallimento dell'esperienza. Dopo l'insuccesso socialista alle elezioni del 1976, si entra nell'era craxiana. Nei governi che si susseguono, entra in ombra la politica di piano. Abbandonati gli incarichi di governo, l'«uomo della Programmazione» vive perciò relativamente appartato, parte di quell'ambiente che egli stesso definisce dei «senzatetto di sinistra». Il suo stesso staff, capeggiato da Giorgio Ruffolo, si vede allontanato dall'area ministeriale. Dal 1977 al 1985 Giolitti è a Bruxelles, membro italiano della Commissione delle Comunità europee. Il Psi lo ha deluso. Nella nuova gestione di Craxi scorge un'intolleranza non meno grave di quella sperimentata a suo tempo nel partito di Togliatti. Assiste al consolidarsi «una consensuale e sistematica prevaricazione dei partiti di governo sulle istituzioni». Craxi? «Ho smesso d'incontrarlo quando è andato a palazzo Chigi», dichiara Giolitti nel maggio 1987. Un mese più tardiè eletto senatore come indipendente nelle liste del Pci. È la sua ultima campagna elettorale. Da allora apparterrà a una sinistra «impaziente e insoddisfatta». Le sue ricomparse nella cronaca saranno, nella primavera del 2006, la visita che gli fa il presidente Napolitano, fresco di elezione al Quirinale, e, nell'estate, la dichiarazione, sempre di Napolitano, nella quale gli si dava ragione per aver assunto nel "fatale '56", una posizione severamente critica contro l'Unione sovietica e il Pci. F ino all'ultimo, rievocando la sua gioventù e maturità questo «timoroso riformista» (così amava definirsi) ha sempre usato un elegante understatement. Ciò che lo animava era il tentativo di passare «dall'illusione dell'utopia alle speranze del riformismo», senza smarrire il «rapporto sempre problematico tra efficacia della passione politica e coerenza con i valori etici».
Saranno pure state prediche da nonno. Ma è difficile ascoltare, in giro, parole più attuali.
Antonio Giolitti, i sorci e le riforme
di Giorgio Ruffolo
Sono stato legato ad Antonio Giolitti da una lunga fraterna amicizia. Ricordo ancora con emozione il giorno che lessi una sua recensione di un mio articolo sulla disoccupazione pubblicato su Moneta e Credito, ero un giovanotto, e ne fui molto fiero. Cominciò così, a partire da un successivo incontro alla Casa Einaudi, dove lui lavorava, e poi nel partito socialista dove lui era entrato dopo i fatti d'Ungheria, nella corrente della sinistra nella quale i «giolittiani» costituivano un gruppo particolare, si chiamava Impegno Socialista, tra il 2 e il 4 per cento degli iscritti al partito: più 2 che 4, se ricordo bene. E poi nell'esperienza di programmazione. Anni di impegno vero, tormentato ed esaltante al tempo stesso. Anni di grandi riforme, lo si può dire oggi che di riformismo non si fa che parlare, allora non se ne poteva neppure parlare, a sinistra, perché il riformismo era considerato poco meno di un cedimento al nemico, si doveva dire, per carità: riformatori, non riformisti.
Però le riforme, in quella stagione di centro sinistra, si fecero davvero. In quegli anni cambiò la scuola, cambiò il sistema pensionistico, si introdusse il sistema sanitario, si fece lo statuto dei lavoratori, si completò la grande rete autostradale, si costituirono le regioni. Gli uffici della programmazione si installarono in un grande corridoio dove enormi sorci inseguivano timidi gattini. Era il tentativo di inserire una strategia di progresso sociale e di equilibrio territoriale in uno sviluppo economico poderoso ma tumultuoso disordinato, iniquo. Erano sogni? Forse: diventarono incubi, quando le contraddizioni che si erano inserite nel contesto politico italiano, non corrette da una politica di programma, esplosero, in una congiuntura sempre più difficile. La sinistra, che è immemore, dovrebbe riflettere su quella esperienza: e soprattutto su quale dovrebbe essere il contributo di una cultura aggiornata a una progettazione politica che oggi brilla per assenza.
Giolitti era il rappresentante di una classe politica di cui si sono molto affievolite le tracce: quando politica e cultura diventavano parte di un solo messaggio. Con lui si poteva parlare di politica, naturalmente: ma anche di musica, della quale era particolarmente esperto, e di arte e di letteratura, e ci si poteva divertire scherzando, lasciandosi guidare dal suo stile ironico e arguto. In compenso, non ricordo di avergli sentito raccontare una sola barzelletta.
Egli resterà con me e per me, per il resto della mia vita, un modello di professione politica, nel senso weberiano, non del mestiere, ma della vocazione; prima che quella vocazione si identificasse, in modo così desolante, con il nudo potere, con il denaro, con la volgarità.
“Chi protegge il mercato dalla protezione civile?” Gli architetti romani hanno girato questa domanda ad Antonio Catricalà, presidente dell’autorità Antitrust. Amedeo Schiattarella, presidente dell’Ordine degli architetti di Roma ha scritto infatti una lettera al garante per segnalare “un nuovo provvedimento legislativo profondamente lesivo della concorrenza nell'ambito del mercato della progettazione architettonica in Italia”. Il riferimento è al decreto legge che dovrebbe permettere la trasformazione della Protezione civile in una società per azioni. Allargando di fatto il suo campo d’azione e soprattutto diminuendo i livelli di trasparenza negli appalti in nome della rapidità invocata nelle situazioni di emergenza. Almeno questo è il rischio paventato da più parti. Di certo Guido Bertolaso, capo della protezione civile ormai agli sgoccioli della pensione e forse in procinto di diventare ministro, non assisterà agli effetti di questo terremoto giuridico.
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“In Italia assistiamo continuamente alla creazione di leggi speciali: tutto è emergenza e caso eccezionale” spiega Schiattarella al Fatto Quotidiano “ciò determina un'alterazione del libero mercato e della concorrenza. E’ come se noi avessimo paura di affrontare la via ordinaria in favore delle scorciatoie. Cos’è l’emergenza? La costruzione delle opere per l’Expo di Milano o per gli stadi del nuoto a Roma? O magari le Olimpiadi? Ogni volta si devono inventare meccanismi particolari, invece di seguire le norme già esistenti”. Nella lettera si dà conto della battaglia che l’Ordine degli architetti da anni conduce contro tutte quelle “società in house” che per conto delle pubbliche amministrazioni “svolgono vere e proprie funzioni da società di ingegneria di proprietà pubblica, sottraendo ulteriori spazi di libera concorrenza sul mercato della progettazione delle opere pubbliche e contribuendo, in molti casi, ad abbassare il livello complessivo di qualità del progetto”.
GLI APPALTI
Il decreto prevede la costituzione di Protezione Civile spa, una società pubblica di proprietà della presidenza del Consiglio che avrà tra le sue competenze “la progettazione, la scelta del contraente, la direzione lavori, la vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, nonché l'acquisizione di forniture o servizi rientranti negli ambiti di competenza del Dipartimento della protezione civile”. Non sarà un po’ troppo? E’ la domanda che si pongono in molti. “Nulla di personale con Bertolaso che conosco e stimo” affermava qualche giorno fa in un’intervista al Sole 24 Ore Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori “ma la Spa della protezione civile è un altro segnale della volontà di procedere negli appalti pubblici con procedure straordinarie ed emergenziali in deroga alle regole ordinarie. Una cosa del genere non può passare con un decreto legge senza che si svolga un ampio dibattito”.
E Buzzetti si spinge anche più in là affermando che “il decreto legge presenta profili di incostituzionalità. Lo dicono anche autorevoli esponenti della maggioranza. Torniamo ai tempi dello Stato costruttore. Incredibile”. Gli architetti hanno scritto anche a lui, in quanto rappresentante dell’Ance. “Quando ho letto le sue dichiarazioni in quell’intervista ho ritrovato le mie stesse preoccupazioni” prosegue Schiattarella “e giusto una decina di giorni fa il problema della protezione civile era stato sollevato durante l’assemblea nazionale dei presidenti dell’Ordine degli architetti. Il punto è che la ricostruzione post terremoto non ha a che vedere con l’emergenza. Riportare in vita il centro storico de L’Aquila è un’operazione culturale, che coinvolge il rapporto tra antico e moderno. È giusto affidarla a due pensatori o non è piuttosto un argomento di dibattito sociale, d discussione collettiva? Inoltre non capisco chi farà da controllore degli interessi generali se un unico soggetto è finanziatore, progettista ed esecutore”.
L’EMERGENZA
In Italia, si sa, il concetto di emergenza, che dovrebbe motivare il ricorso alla Protezione Civile spa, è quanto mai esteso. Su questo è d’accordo Stefano Riela, professore dell’Università Bocconi, direttore scientifico della Fondazione ResPublica ed esperto di tematiche antitrust: “Secondo le regole dell’Unione europea si possono sospendere le regole del mercato interno in caso di problemi per la sicurezza dei cittadini, si può derogare solo in casi eccezionali. Però va detto che il trattato di Lisbona entrato in vigore mesi fa ha declassato la concorrenza da obiettivo a strumento”. Il punto è che il concetto di emergenza non è definito da nessuna parte e bisogna valutare caso per caso. “Sono decisioni politiche, è difficile decidere oggettivamente cosa è emergenza e cosa non lo è. Però ricordiamoci che in Francia il presidente Nicolas Sarkozy utilizza ampiamente questa disapplicazione delle regole di concorrenza in settori considerati strategici come trasporti, difesa e telecomunicazioni. Per minimizzare il rischio di opacità la protezione civile dovrebbe giustificare ogni qualvolta una decisione viene presa senza effettuare una gara pubblica, ad esempio”. Ora non resta che aspettare per conoscere l’opinione del Garante. “Se Catricalà ravviserà degli estremi per convocarci” conclude Schiattarella “andremo a raccontare le nostre ragioni”.
Anticipiamo in questa pagina un estratto dalla prefazione inedita scritta da Luciano Canfora per il saggio L’uso politico dei paradigmi storici (pagine 125, € 16), che esce oggi in libreria per l’editore Laterza. Il volume riproduce, riveduto e ampliato con un’appendice e una conclusione nuove, un testo uscito nel 1982 presso Il Saggiatore con il titolo Analogia e storia. Fra i temi qui trattati da Canfora le caratteristiche «inquietanti» tipiche del mestiere dello storico, che a suo avviso «sussiste in relazione col potere: o perché suo antagonista o perché suo strumento».
Quando queste pagine furono scritte il mondo era ancora diviso saldamente in due campi (che la grande diplomazia kissingeriana era però riuscita a rendere tre, creando margini di manovra straordinari per il campo occidentale). E certo allora nessuno pensava che di lì a 7-8 anni uno dei due campi sarebbe scomparso liquefacendosi. Solo qualche oppositore che passava per visionario prevedeva quel crollo (Amalrik scriveva: “Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?” con allusione all’utopia negativa di Orwell). Ma va ricordata anche l’intuizione di una studiosa francese di mentalità aristocratica, Hélène Carrère d’Encausse, la quale nell’Empire éclaté (trad. it. Esplosione di un impero?, edizioni e/o) additava, con ammirevole lungimiranza, nei conflitti interetnici da un lato e nel ritorno in forza del fattore religioso dall’altro gli elementi di una imminente crisi profondissima dell’Urss. Non so dire se questa illustre studiosa avesse anche previsto la rapida fine del Paese che così bene conosceva, ma certo ci andò molto vicino.
Peraltro, in quei medesimi anni, l’autorappresentazione retorica del «mondo libero» convinceva sempre meno. Mentre l’Urss teneva legati i suoi satelliti con la stessa durezza ed eventuale repressione che l’antica Atene adoperava coi suoi alleati, gli Usa proteggevano le dittature militari in tutto il mondo extra-europeo (ma in Grecia, nel 1967, estesero tale scelta a un importante Paese europeo!), dall’Indonesia all’America Latina, al Pakistan, all’Africa. Al punto che qualunque combattente per la libertà, laico o cattolico, religioso o marxista, in America Latina identificava negli Usa il grande protettore delle oligarchie militari e delle borghesie compradore. Era una scelta di campo ovvia. Helder Cámara e Romero non erano che la voce del buon senso oltre che i testimoni di una realtà feroce e sistematicamente occultata.
Ciò non impedì alla crisi del campo «socialista» di fare il suo corso. La storia non fa sconti e in politica non c’è un solo errore che non si paghi. Anzi fu proprio l’incapacità di autocorrezione del sistema sclerotizzato simboleggiato dall’Urss a rimettere in moto analogie latenti o esplicite, di varia capacità diagnostica. Ed è molto significativo che, proprio in quel torno di tempo in cui tale crisi esplodeva e si compiva, sia stata rimessa in discussione la lettura di quei 70 anni centrali del Novecento, retrocessi da tappa verso una ulteriore evoluzione, cioè verso il futuro, a parentesi, anzi a parentesi da archiviare, e da archiviare— si disse allora frettolosamente — come processo storico puramente in perdita. Maggior teorico di tale lettura estrema fu François Furet nel grosso libro Le passé d’une illusion (trad. it. Il passato di un’illusione, Mondadori), opera non a caso del maggiore incrinatore del mito — considerato fino ad allora ormai non scalfibile— dell’altra rivoluzione, quella del 1789.
Funzionava ancora una volta un procedimento mentale analogico: nel momento in cui il 1917-1989 diventava una parentesi negativa, a maggior ragione— e sia pure retroattivamente — la stessa sorte toccava al 1789-1794 (o se si preferisce 1789-1815), la cui brevità non doveva far perdere di vista che si trattava dello stesso processo.
L’analogia aveva funzionato positivamente per non piccola parte del Novecento. Era stato l’imprevisto 1917 che aveva fatto da volano al recupero della fase robespierrista: la Storia della Rivoluzione francese di Albert Mathiez, battistrada del recupero robespierrista, è del 1921-1923 e non si può comprendere senza il 1917-1918. Mathiez, che non fu mai accolto nell’empireo sorboniano, spostava in avanti, allargava il cerchio «positivo» della Rivoluzione, includendovi Robespierre e il Grande Terrore, perché la Rivoluzione era ricominciata vittoriosamente, e con analoghi metodi, a Pietroburgo. Senza tale premessa attuale (e analogica) l’allargamento non si sarebbe prodotto e l’orizzonte sarebbe rimasto quello «dantonista» del 1889, primo centenario della Rivoluzione «santificato» dalla creazione della cattedra sorboniana di Storia della Rivoluzione francese.
La durevole vitalità di quella analogia reciprocamente «salvifica » attraversò bufere, disillusioni, riprese di entusiasmo. E certo il ruolo salvifico dell’Urss nella seconda fase (1941-1945) della Seconda guerra mondiale fu parte essenziale di tale durevolezza, tanto da garantirne la vitalità anche dopo l’esplodere della «Guerra Fredda», che fu anche una sorta di guerra di religione. Significativamente si ancorò con convinzione a quella analogia tra le due rivoluzioni Pietro Nenni nel suo importante discorso alla Camera dei deputati, il 6 marzo 1953, in morte di Stalin. «Quando — disse egli —, trenta anni or sono, Stalin raccolse l’eredità di Lenin, dal cratere della rivoluzione socialista di ottobre la lava colava ancora per mille rivoli e tutti i problemi erano aperti, tutte le possibilità». Nenni proseguiva: «Il figlio del calzolaio di Gori (Stalin) si trovò di fronte al compito tremendo di unificare il corso della rivoluzione sovietica per sottrarla al destino che era toccato alla rivoluzione francese».
Qui c’era tutto: «unificare il corso della rivoluzione» era chiara allusione alla feroce lotta di frazione, allo scontro mortale col trotzkismo. Il paragone era con Robespierre, che alla fine soccombe alle fazioni e viene dichiarato fuori legge dalla Convenzione, e Stalin che «unifica il corso della Rivoluzione» e vince.
È la fine dell’Urss che ha posto le premesse per il capovolgimento del giudizio e per l’attacco frontale, e ormai finale, alla prima rivoluzione, al primo ’89. Se la liquidazione della seconda è stata affidata al Libro nero del comunismo, promosso, non del tutto a caso, in ambito francese da Stéphane Courtois e compagni, la liquidazione della prima ha prodotto emblematicamente un secondo libro nero: Le livre noir de la Révolution française (Éditions du Cerf, 2008).
Simul stabunt, dunque, e simul cadent, e la posta in gioco è il ripensamento radicale di due secoli di storia, ivi compreso l’ingombrante fenomeno del fascismo che non ha mai cessato di essere riproposto sotto luce «nuova» via via che veniva smantellato il «mito» delle due rivoluzioni. Ad entrambe, non va dimenticato, il fascismo si contrapponeva se solo si considera il duro e programmatico rifiuto dei «principi dell’89» in ogni testo teorico, a partire dalla celebre voce Fascismo, opera di Mussolini e Gentile collocata nel XIV volume dell’Enciclopedia italiana.
Nel mese di agosto del 2009 il re saudita Abdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa: in Paesi come l’Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall’immensa tragedia del Darfur. È un fenomeno nuovo (iniziato circa 15 mesi fa) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo.
Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l’Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3.
I protagonisti e anche questa è una novità – sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall’altra governi poverissimi – e spesso corrotti – che, in cambio di un po’ di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura, mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra.
D’altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate.
C’è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l’emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato. Accanto ai governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell’agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili...
Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall’agricoltura tradizionale – basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità – all’agroindustria: che significa monocolture destinate all’esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti...) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un’altra parte. Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant’anni, alla cosiddetta "rivoluzione verde", avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture.
Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009.
Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di "Alliance for a Green Revolution in Africa", ovvero "alleanza per una rivoluzione verde"). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica ("New Rice for Africa", "nuovo riso per l’Africa"). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi (venduti in esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema impraticabile per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c’è dietro questa strategia? I soliti nomi – la Fondazione Rockefeller, la Banca Mondiale, l’Usaid (l’agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) – e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà...
Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais...); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono.
Nel 1960 – all’alba della decolonizzazione – i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti. A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell’Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci a metà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L’agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali.
In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dai governi locali e pescando in modo indiscriminato. E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche – inadatte alla navigazione in alto mare – ogni anno muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore.
Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo del governo del Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nel 1987, in un agguato organizzato dall’attuale presidente: «Bisogna restituire l’Africa agli africani».
Vendere la terra di tutti per qualche promessa di strade e “sviluppo” che, seppure mantenuta, favorisce pochi. Lo fanno in Africa i governi corrotti, a favore dei più ricchi. Ma non è quello che fanno i nostri governanti locali quando inseriscono nei piani urbanistici grandi operazioni immobiliari finalizzate solo allo “sviluppo del territorio” (cioè alla sua cementificazione)? L’Africa è una tragedia della civiltà nordatlantica provocata lontana dai suoi confini, ma è anche la metafora di ciò che accade da noi.
È bene chiamare le cose con il loro nome: stiamo vivendo una crisi di regime. Dalla quale si esce con una rifondazione della Repubblica secondo una lettura dinamica dei principi della Costituzione o, al contrario, abbandonando quei principi, con una rottura che porta, appunto, a un mutamento di regime. Negli ultimi tempi, infatti, si sono moltiplicate le dichiarazioni di chi esplicitamente sostiene la necessità di mutare i fondamenti della Costituzione, a cominciare dal suo articolo 1. Non bisogna sottovalutare questi atteggiamenti, considerandoli esuberanze personali: si commetterebbe lo stesso errore fatto quando si è derubricato il linguaggio razzista di molti politici a folklore.
Ma vi sono anche prese di posizioni apparentemente più moderate, che prospettano aggiramenti dei principi costituzionali che possono rivelarsi ancor più insidiosi degli attacchi diretti. Molti continuano a dire che la prima parte della Costituzione non si tocca, che principi e diritti fondamentali non sono in discussione. Ma la Costituzione affida la garanzia dei diritti alla libera valutazione del Parlamento e al controllo di una magistratura indipendente. Nel momento in cui la voce del Parlamento viene spenta (lo abbiamo visto con il processo breve) e si prospettano radicali riforme costituzionali della magistratura, ecco che l´apparenza è quella di un rispetto della prima parte della Costituzione, la sostanza è quella di una sua erosione. La riforma costituzionale è già in atto, nel modo più inquietante.
Parlando di modifiche costituzionali, bisogna partire da alcuni punti fermi. Il primo dei quali riguarda il fatto che la Costituzione non è tutta "disponibile" per qualsiasi scorreria di interessati riformatori. Nel 1988 la Corte costituzionale lo ha detto esplicitamente: «La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali», perché «appartengono all´essenza dei valori sui quali si fonda la Costituzione». Siamo di fronte all´indecidibile, a un limite che non può essere superato «neanche dalla maggioranza e neanche dall´unanimità dei consociati». Una considerazione, questa, da tenere ben presente in un tempo in cui l´appello alla maggioranza viene continuamente adoperato per legittimare qualsiasi iniziativa. E si deve aggiungere che tutto questo trova il suo fondamento profondo nell´articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol solo dire, banalmente, che non si ammette il ritorno ad un regime monarchico. Poiché la forma repubblicana del nostro Stato risulta dall´insieme dei principi contenuti nella Costituzione, tutto quel che altera questo quadro porta con sé una violazione radicale della Costituzione, e un conseguente passaggio da regime politico ad un altro.
Intraprendendo un cammino di riforma in un clima culturale e politico degradato com´è quello attuale, bisogna anzitutto individuare gli ambiti legittimi di una eventuale revisione. Gli studiosi sottolineano proprio questa necessità, ricordando ad esempio che la riforma del Parlamento non può trasformare la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale o negare l´effettiva rappresentatività della democrazia italiana (lo ha fatto Gianni Ferrara). Allo stesso modo, e più radicalmente, non si può mettere in discussione «il valore del lavoro come base della Repubblica democratica» (sono parole del Presidente della Repubblica), perché questa non è una affermazione a sé stante, ma individua un principio sul quale s´innesta una tutela forte della persona, per quanto riguarda la sua «esistenza libera e dignitosa» (articolo 36) e l´inviolabilità della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Queste sono parole dell´articolo 41, che in questi fondamentali principi individua un limite all´iniziativa economica privata, limite da tempo ritenuto inaccettabile da una critica che vuole sovvertire la gerarchia costituzionale, mettendo mercato e concorrenza al posto del lavoro. Ma proprio le drammatiche vicende di Rosarno dovrebbero dimostrare la straordinaria attualità della linea indicata da quell´articolo. Infatti siamo di fronte a una impressionante storia di sfruttamento e di negazione dell´umano, che conferma la necessità di mantenere, e eventualmente di rafforzare, il principio che fa prevalere sulle ragioni del mercato il rispetto della persona del lavoratore, della sua libertà, dignità, sicurezza.
Continue, poi, sono le prese di posizione che, alterando la gerarchia costituzionale, negano il fondamentale principio di eguaglianza. Di nuovo la questione degli immigrati è un buon terreno di verifica. Molti giudici hanno sollevato la questione di legittimità delle nuove norme sull´immigrazione clandestina. Reagendo a questa iniziativa, si è sostenuto che, qualora la Corte le dichiarasse incostituzionali, si avrebbe una sorte di estinzione della Repubblica italiana come Stato, poiché essa perderebbe una prerogativa fondante della statualità, cioè il diritto di regolare quel che avviene sul proprio territorio. Questo atteggiamento è rappresentativo della revisione "strisciante" della Costituzione. Ricordiamo, allora, che il Presidente della Repubblica, in una lettera a Maroni e Alfano nello stesso giorno in cui emanava la legge sulla sicurezza, esprimeva «perplessità e preoccupazione» per alcune norme di «dubbia coerenza con i principi dell´ordinamento», riferendosi specificamente anche alle norme sull´immigrazione clandestina. Le eccezioni di costituzionalità avanzate dai magistrati riguardano la ragionevolezza di quelle norme e il loro rispetto del principio di eguaglianza. La cittadinanza, infatti, è ormai vista come l´insieme dei diritti che accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, superando proprio le angustie del criterio della territorialità. Non si può ammettere quindi, che una repubblica democratica neghi il principio di eguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali in relazione al modo in cui si è entrati sul suo territorio.
Esplicite o striscianti, dunque, sono molte le mosse che incitano a revisioni costituzionali che incidono sui principi, fornendo così la testimonianza di un cambiamento di regime che si vuole imporre, o almeno secondare. Quanto, poi, al presunto invecchiamento d´una Costituzione votata sessant´anni fa, vorrei ricordare una recentissima sentenza del Conseil Constitutionnel francese, che ha dichiarato incostituzionale una legge per la sua scarsa comprensibilità (quante leggi italiane reggerebbero a un simile controllo?) richiamando gli articoli 4, 5, 6 e 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789.
L´obbligo di una esplicita riflessione culturale e politica sugli intoccabili fondamenti costituzionali è oggi ancor più ineludibile perché siamo di fronte a quello che si può definire un vero "risveglio costituzionale". Molti cittadini cercano e realizzano forme di organizzazione e di azione partendo appunto dalla Costituzione. Questo riconoscimento ci parla di vitalità della Costituzione, quella che ha nel sentire dei cittadini il suo più solido fondamento. Qui può radicarsi una vera opposizione al mutamento di regime. Vogliamo tenerne conto?