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«Sono stufo di vedere la scuola italiana agli ultimi posti in Europa. Sono stufo di vedere i professori depressi a causa di un sistema che non garantisce la qualità». Roberto Formigoni, fresco di quarto mandato come presidente della Regione Lombardia, anticipa la svolta federalista della scuola. Due i principi cardine della riforma. Stop alle graduatorie nazionali con il reclutamento diretto dei professori da parte delle scuole su base regionale. Assoluta parità tra istituti statali e istituti privati grazie al potenziamento della dote scuola. Un modello che ricalca la riforma della sanità del 1997. La Lombardia chiede al governo di fare da apripista e di sperimentare il «nuovo modello».

Presidente Formigoni, più che una riforma sembra una mossa per spiazzare e anticipare la Lega.

«La definirei una proposta formigoniana-pidiellina-leghista in profonda sintonia con il programma del governo e della coalizione».

Una riforma che richiede un cambiamento delle leggi.

«Ne ho già parlato con il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini e con il governo. La direzione è condivisa. Siamo all’inizio della legislatura emetteremo con forza sul piatto la nostra proposta».

La risposta?

«Per la sperimentazione non è necessario cambiare le leggi, c’è bisogno di un accordo con il governo. Individueremo delle scuole e ci confronteremo con tutti, senza violenza e senza ledere i diritti di chicchessia. Abbiamo già trovato un terreno favorevole sia con i sindacati sia con i professori».

Su quali proposte?

«Integrare il meglio della scuola pubblica e privata puntando su un elemento: la valorizzazione degli insegnanti grazie all’introduzione del merito. Dopo aver premiato gli studenti vogliamo premiare gli insegnanti esaltando chi vuole continuare a qualificarsi».

Come?

«Deve essere la scuola a scegliere gli insegnanti. Adesso esistono le graduatorie nazionali. Ti iscrivi a quell’elenco, arriva il numero 1826, e la scuola ti deve prendere. Sia che tu sia un premio Nobel sia che tu sia uno che fa il professore perché non ha nulla di meglio da fare».

Con quale strumento?

«Costituendo degli albi regionali. Le scuole pescano in questo albo in base al merito».

Albi riservati ai residenti lombardi?

«No. Chiunque può iscriversi all’albo regionale. Garantendo però alcuni requisiti».

Quali? «Una certa permanenza nel territorio, almeno un ciclo di studio di 5 anni. Per evitare turn over frenetici come succede adesso».

Basta?

«No, bisogna anche premiare. Estendendo la dote scuola anche agli insegnati meritevoli. Con incentivi di natura economica e diversificazione degli stipendi. Come accade in Regione per i dirigenti dove un terzo del loro stipendio dipende dal merito. Non voglio insegnati burocrati, ma insegnanti dirigenti».

Sul versante delle famiglie?

«Bisogna potenziare la dote scuola. E permettere alla famiglia e allo studente di scegliere in massima libertà a quale scuola iscriversi, sia statale, sia privata. E dall’altra parte passare al finanziamento diretto delle scuole. È la scuola che ingaggiando l’insegnante gli garantisce lo stipendio».

Sa quale sarà la critica? La stessa che ha segnato la riforma della sanità. Favorite i privati a scapito del pubblico.

«È il residuo degli ultimi maoisti in Lombardia. L’88 per cento della popolazione lombarda è soddisfatta della nostra sanità. Hanno capito che abbiamo puntato sulla qualità. Non si chiedono se l’ospedale è pubblico o privato, ma se cura o non cura. Lo stesso avverrà con il sistema scolastico».

La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»

Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmaginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo. Con il suo nuovo libro vuole tuttavia prendere le distanze dalle posizioni teoriche di molti studiosi marxisti che hanno sempre visto il neoliberismo come una parentesi che prima o poi sarebbe stata sostituita da una realtà sociale e politica più consona alle leggi economiche, concedendo così pochi spazi ai rentiers che si sono arricchiti con le follie speculative degli ultimi decenni. Per Zizek, il neoliberismo è stata invece una vera e propria controrivoluzione che ha cancellato la costituzione materiale e formale uscita dalla seconda guerra mondiale dove il capitalismo era sinonimo di democrazia rappresentativa. Agli inizi del terzo millennio, la controrivoluzione ha però finito il suo mandato, aprendo spazi a una politica radicale - Zizek, in sintonia con il filosofo francese Alain Badiou la chiama enfaticamente «ipotesi comunista» - che deve però avere il coraggio di sperimentare ordini del discorso comprensibili.

Il filosofo sloveno non chiude però gli occhi sul fatto che i segnali proveniente da tutta Europa danno in ascesa proprio a una destra populista che conquista consensi laddove i partiti socialdemocratici erano tradizionalmente forti, come in Olanda, Norvegia, Svezia. E ironico è anche con i democratici e radical statunitensi, che «negli Stati Uniti, dopo aver salutato l'elezione di Obama alla Casa Bianca come un evento divino, ora si dilettano a discutere se sia politicamente più incisivo Avatar di James Cameron o The Hurt Locker di Kathryn Bigelow».

In un suo articolo lei ha lanciato strali contro «Avatar», definendolo un film impolitico. Eppure nel film di Cameron ci sono forti richiami tanto alla guerra in Iraq o alla distruzione della foresta amazzonica: in entrambi i casi i cattivi sono le multinazionali.....

Il film di James Cameron è piacevole, divertente, un'opera innovativa dal punto di vista dell'uso delle tecnologie digitali. Non sono però convinto di quanto sostengono quei critici radicali che negli Stati Uniti sono chiamati l'ala marxista di Hollywood. Hanno scritto che Avatar mette in scena la lotta di classe e la lotta dei poveri contro i ricchi per autodeterminare la loro vita. C'è un pianeta, Pandora, che viene invaso da truppe mercenarie al soldo delle multinazionali per essere depredato delle sue risorse naturali, mettendo così in pericolo il millenario equilibrio che i viventi hanno stabilito con il lussureggiante ecosistema. Possiamo certo stabilire analogie con quanto le multinazionali e i paesi imperialisti fanno con la foresta amazzonica o con l'Iraq o con tutte quelle realtà dove sono ci sono fonti energetiche e materie prime fondamentali per la produzione della ricchezza. Nel film, gli aborigeni di Pandora, in nome di una visione olistica del rapporto con la natura, si oppongono al capitalismo, vincendo alla fine la loro battaglia. Ma la natura è un prodotto culturale che cambia con il mutare dei rapporti sociali.

Gli esseri umani hanno sempre attinto dalla natura i mezzi per vivere e riprodursi come specie. Ma così facendo, hanno trasformato la natura. Non è quindi tornando a un'idealizzata età dell'oro, come invece propone James Cameron, che si può sconfiggere il capitalismo. Avatar è pura fantasy, affascinante certo, ma sempre di fantasy si tratta.

Lei ha spesso sottolineato che il populismo sia una malattia del Politico. Non le sembra invece che il populismo, più che una malattia, sia la forma politica che meglio di altre si addice al capitalismo contemporaneo?

Fino a una manciata di anni fa veniva affermato che il capitalismo era sinonimo di democrazia nella sua forma liberale, fondata sulla tolleranza, il multiculturalismo e il politically correct. Ora, invece, assistiamo a forze o leaders politici che invocano la mobilitazione del popolo per combattere i nemici dello stile di vita moderno. Il filosofo argentino Ernesto Laclau ha analizzato a fondo la logica del populismo, sostenendo che ne esiste una variante di sinistra e una variante di destra. Compito del pensiero critico consisterebbe nell'evitarne la deriva a destra. Non sono d'accordo con questa posizione. In primo luogo, il populismo è sempre di destra. Inoltre il popolo è, come la natura, un'invenzione. Laclau ritiene che per farlo diventare realtà occorre immaginare un universale che racchiuda e superi le differenze al suo interno. Da qui la necessità di individuare un nemico che impedisce la costituzione del popolo. Non è un caso quindi che la forma compiuta del populismo sia l'antisemitismo, perché indica un nemico che vive tra noi. Lo stesso fanno i populisti contemporanei quando indicano nei migranti la quinta colonna tra noi.

D'accordo con lei che il populismo indirizza il conflitto verso nemici di comodo per occultare il regime di sfruttamento del capitalismo. Questo vuol dire che occupa uno spazio politico abbandonato, ad esempio, dalla sinistra. Come rioccupare dunque quello spazio?

Walter Benjamin ha scritto che il fascismo emerge laddove una rivoluzione è stata sconfitta. Un concetto che applicato alla realtà contemporanea spiega il fatto che il populismo emerge quando l'ipotesi comunista, che non coincide con il socialismo reale, è stata cancellata dalla discussione pubblica. Nel frattempo, nel tollerante capitalismo contemporaneo assistiamo a campagne mediatiche contro i migranti, perché attentano alla nostra sicurezza. Oppure siamo stati storditi da intellettuali che, come Bernard Henri-Levy, discettano a lungo sulla superiorità della civiltà occidentale e sul pericolo del rappresentato dal fondamentalismo islamico, qualificato come islamo-fascismo. Credo tuttavia che ci siano forti punti di contatto tra l'ideologia liberale e il populismo: entrambi sono pensieri politici che ritengono lo stile di vita capitalistico occidentale come l'unico mondo possibile. I liberali, in nome della superiorità della democrazia, i populisti in nome dell'unico stile di vita che il popolo si dà. Ci sono anche differenze. I liberali sono per imporre, anche con le armi, la democrazia e la tolleranza a chi democratico e tollerante non è; i populisti vogliono invece annichilire con forme soft di pulizia etnica le diversità culturali, sociali, di stile di vita. Può prevalere la democrazia liberale o il populismo a seconda delle specificità locale del capitalismo. Il populismo è quindi una delle forme politiche del capitalismo globale, ma non è l'unica. Anche se devo dire che il vostro Silvio Berlusconi, spesso giudicato come un guitto o un personaggio da operetta, è invece un leader politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare democrazia liberale e populismo.

Silvio Berlusconi sta tuttavia accelerando una tendenza presente in tutto i sistemi politici democratici. Il suo operato punta infatti a modificare l'equilibrio dei poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - a vantaggio dell'esecutivo, in maniera tale che sia l'esecutivo sussuma sia il potere legislativo che quello giudiziario, ma senza cancellare i diritti civili e politici. Le elezioni sono considerate solo un sondaggio sull'operato dell'esecutivo. Se Berlusconi le perde, invoca allora la sovranità popolare da lui rappresentata. La forma politica che propone è sì una miscela tra democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una democrazia postcostituzionale che fa dell'invenzione del popolo il suo tratto distintivo. Tutto ciò rende l'Italia, più che un paese anomalo, un inquietante laboratorio politico dove viene sviluppata una democrazia postcostituzionale. Da questo punto di vista, in Italia si sta costruendo il futuro dei sistemi politici occidentali...

Cosa intende per postcostituzionale?

Una democrazia che fa carta straccia della antica divisione e equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico. Equilibrio dei poteri definito da tutte le costituzioni europee e dal «Bill of Rights» statunitense.....

In Europa tutto ciò è chiamato postdemocrazia. Certo, Silvio Berlusconi vuole superare la democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto nel capitalismo. Per questo è un leader politico che più di altri, penso al presidente francese Nicolas Sarkozy, ha una vision molto più chiara della posta in gioco nel capitalismo. Questo vuol dire che è più pericoloso di altri esponenti della destra europea o statunitense. Non ci troviamo quindi di fronte a un personaggio da operetta, che va a donne e promulga leggi ad personam. C'è anche questo. La tragedia presenta sempre momenti da operetta. C'è però tragedia quando si manifestano conflitti radicali, dove non c'è possibilità né di mediazione né di salvezza. Sarà quindi interessante vedere come evolverà la situazione italiana, che non rappresenta, e su questo sono d'accordo con lei, un'anomalia, ma un laboratorio politico il cui esisto condizionerà tantissimo il futuro politico dell'Europa. In Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Francia, Inghilterra ci sono infatti forze politiche populiste che raccolgono sempre più consensi elettorali grazie alle campagne antimigranti che conducono, ma non hanno quella radicalità che presenta la situazione italiana.

Detto questo non bisogna però sviluppare una visione apocalittica della realtà, Certo, c'è una guerra civile strisciante nelle società capitaliste; l'inquinamento ambientale ha raggiunto i livelli di guardia, la democrazia è ridotta a un simulacro, eppure non tutto è perso. Anzi come dimostra la recente crisi economica, quando tutto sembra perso si aprono spazi per un'azione politica radicale, che io chiamo comunista. Prendiamo il recente summit sull'ambiente tenuto nei mesi scorsi a Copenaghen. L'esito finale più che avere un esisto deludente è stato un disastro politico. Ci sono proposte, sconfitte nei lavori del summit, che indicano nella salvaguardia dell'ambiente una delle priorità per salvare il capitalismo. Potremmo pensare a un'alleanza tattica con chi le porta avanti. La crisi economica ha inoltre richiesto un'intervento dello stato per salvare dalla bancarotta imprese, banche e società finanziarie. Ma questo ha significato che il tabù sulla pericolosità dell'intervento regolativo dello stato è stato infranto. Questo potrebbe rafforzare i socialisti, cioè coloro che puntano a una redistribuzione del reddito e del potere. Non è la politica che io amo, ma apre spazi a proposte più radicali. In altri termini, ritorna forte l'idea comunista di trasformare la realtà. Ciò che propongo non è un mero esercizio di ottimismo della ragione, bensì la consapevolezza che ci sono forze e rapporti sociali che possono essere liberati dalla camicia di forza del capitalismo.

Toni Negri e Michael Hardt pensano che accentuando le caratteristiche del capitalismo postmoderno si creino le condizioni per il governo del comune, cioè del comunismo grazie a quelle che definisco le virtù prometeiche della moltitudine. Più realisticamente penso che occorre organizzare le forze sociali oppresse per un'azione praticabile nel presente e nell'immediato futuro.

Lei scrive, in sintonia con Alain Badiou, che il comunismo è un'idea eterna. Una politica «comunista» deve tuttavia ancorarsi a un'analisi dei rapporti sociali di produzione e delle forme che essi assumono in una contingenza storica. Si può essere d'accordo o in dissenso con le tesi di Negri e Hardt sul capitalismo cognitivo, ma i loro scritti segnalano proprio questa necessità. Altrimenti, il comunismo diventa una teologia politica, non crede?

Non credo che, come fanno Hardt e Negri, che con lo sviluppo capitalista le forze produttive entrino, prima o poi, in rotta di collisione con i rapporti sociali di produzione. Occorre infatti agire politicamente affinché ciò accada. È questa l'eredità di Lenin che non potrà mai essere cancellata. Usciamo però fuori dai sacri testi e guardiamo al capitalismo reale. Esiste certo uno strato di forza-lavoro cognitiva, ma anche . chi continua a lavorare in fabbrica e chi, come i migranti, sono ridotti in una condizione di sottomissione servile nel processo lavorativo. Per non gettare nella discarica della storia questi «esclusi» o «marginali», serve cioè una forte immaginazione politica per ricomporre e unire i diversi strati della forza-lavoro. La teologia è sempre affascinante, ma quando dico che l'idea comunista è eterna mi riferisco al fatto che è una costante della storia umana la tensione a superare le condizioni di illibertà e sfruttamento. Per questo, il comunismo torna sempre, anche quando tutto faceva prevedere che fosse rimasto definitivamente sepolto sotto le macerie del socialismo reale.

Si veda anche l'anticipazione del libro http://eddyburg.it/article/articleview/14882/0/131/.

Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo. Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». Memorie di unache c’era s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana, E che essa subisca oggi una totale rimozione.

Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte.

Memorie di una che c’eraci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln [Comitato di liberazione nazionale].

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi, scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?«Nello statuto, adottato al I ̊ Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII ̊ Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava? Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi?«Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita».

Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» le neofemministe si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale...

C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

Il libro

«Memorie di una che c’era» storia dell’Udi. Ma non solo. Marisa Rodano (Roma, 1921), nella Resistenza romana e nel Partito della Sinistra Cristiana, poi nel Pci, è stata tra le fondatrici dell’Udi e sua presidente dal ‘56 al ‘60. Nel ‘63 è la prima donna vicepresidente della Camera. È stata senatrice e parlamentare europea. Ha raccontato la sua vita in «Del mutare dei tempi» (due volumi, Memori 2008). «Memorie di una che c’era. Una storia dell’Udi» (Il Saggiatore, pp. 284, euro 19) è il suo nuovo libro appena pubblicato.

«L´urbanistica? È ormai figlia dell´architettura. E l´architettura, ridotta a pura forma, assorbe tutto il dibattito culturale. Tutto lo spazio dell´informazione. Diventa il paradiso delle archistar. Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città. Più all´individuo che non al collettivo. Occorre invece che l´urbanistica recuperi la sua linfa sociale». Italo Insolera ha ottantun anni, è uno dei padri della disciplina che regola o dovrebbe regolare la città, ma che spesso si limita a descrivere il suo formarsi e il suo divenire, lasciando che tutto lo spazio sia occupato dalle mirabolanti invenzioni di architetti-scultori. Si rigira fra le mani Roma, per esempio.La città e l´urbanista (Donzelli, pagg. 135, euro 25), un libro che raccoglie un gruppo di suoi saggi usciti negli ultimi cinquant´anni su varie riviste, da Il Veltro a Comunità. Lo sfoglia e dice: «Sono riflessioni sulle vicende romane, che poi sono esemplari di come negli ultimi cinquant´anni sono cresciute le città italiane. La storia di questo mezzo secolo è in gran parte il ripetersi degli stessi avvenimenti con una crescente carica polemica che rivela il persistere dei vecchi problemi».

In questo mezzo secolo le nostre città sono peggiorate?

«Dagli anni Ottanta, proprio mentre perdono residenti, le città crescono sprecando terreno e soldi. È saltata ogni forma di pianificazione, per cui si invade la campagna e gli insediamenti che sorgono sono agglomerati di case tirate su a prescindere da tutto, dai servizi, le scuole, i trasporti, il commercio. I beni comuni sono sempre residuali, sono il prodotto occasionale una volta realizzate tutte le parti private, quelle che danno rendita».

Per esempio?

«Per esempio Roma, appunto».

Alla quale lei dedicò nel 1962 uno dei libri fondamentali nell´ideale biblioteca dell´urbanistica italiana, Roma moderna, più volte aggiornato fino al 2002.

«In quel volume raccontavo cent´anni di storia urbana. Ma ora mi accorgo che la stagione delle speculazioni di cui fu protagonista la Società Generale Immobiliare, contro la quale si scagliarono Antonio Cederna e L´Espresso, non è mai finita. Anzi si è intensificata. A guardarle oggi le operazioni che al settimanale diretto da Arrigo Benedetti ispirarono il titolo "Capitale corrotta=nazione infetta" sembrano piccole rispetto alle cosiddette "centralità" o agli altri insediamenti nell´agro romano decisi dal nuovo piano regolatore, che in totale prevede 70 milioni di metri cubi in una città che perde 180 mila residenti. Sa cosa diceva Giulio Carlo Argan nel 1988?»

Che cosa diceva?

«"La storia urbanistica di Roma è tutta e soltanto la storia della rendita fondiaria, dei suoi eccessi speculativi, delle sue convenienze e complicità colpevoli". La scena non è cambiata».

Da che cosa dipende questa espansione senza limiti?

«Dal fatto che non si pianifica più, indipendentemente da chi governa le città. La pianificazione è l´attività specifica dell´urbanistica ed è insieme iniziativa sociale, economica, commerciale, investe tante componenti, non solo quella edilizia. E invece la trasformazione delle città non è affidata né all´urbanistica e neanche all´architettura, ma, appunto, all´edilizia. Però c´è anche un altro aspetto».

Quale?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta i partiti, la Dc, il Pci, il Psi, il Pri, avevano idee sull´urbanistica. Ne discutevano al loro interno, organizzavano convegni e litigavano. Ora la politica ha smesso di avere un´opinione in materia urbanistica, lasciando spazio a una burocrazia che ha assunto funzioni esorbitanti e con la quale gli investitori privati, i costruttori, gli immobiliaristi intrattengono rapporti troppo discrezionali. Albert Einstein diceva nel 1937: "La burocrazia ucciderà la democrazia"».

È una malattia tipicamente italiana, sembra di capire.

«In tutta Europa ci si è mossi in questi decenni e ci si muove tuttora in altro modo. Le grandi trasformazioni delle città sono controllate, in maniera più o meno consistente, dalla mano pubblica. Il criterio prevalente continua a essere l´acquisto da parte delle amministrazioni dei terreni e la cessione ai privati del diritto a costruire. In questo modo urbanistica e architettura possono viaggiare di concerto. E anche le archistar si sottopongono a queste regole. Ma non mancano in Europa le eccezioni negative, basti vedere che orrori si sono compiuti sulle coste spagnole o francesi».

Ma complessivamente l´Italia resta un´eccezione.

«Direi di sì. Prenda il quartiere di Slotermeer, ad Amsterdam, una delle realizzazioni più celebri programmate a partire dalla metà degli anni Trenta del Novecento. Ho sempre pensato che la buona riuscita di un progetto urbanistico la si dovesse giudicare alla terza generazione. Ora che a Slotermeer chi andò ad abitarci è diventato nonno, si può verificare che il quartiere funziona perfettamente, com´era stato urbanisticamente immaginato, dalle strade alle fermate per i tram, dai laghi ai boschi».

Continua la storia conflittuale di un uomo paradigmatico, il dominatore Gaio, con il principio femminile che egli vuole sottomettere, Gaia, ossia la terra viva, da qualche milione di anni habitat dell'animale umano. Da Cartesio a Darwin, è una storia di sopraffazioni, dove vige la legge del più forte

Con Cartesio, il rapporto fra l'uomo (chiamiamolo Gaio) e la natura (chiamiamola Gaia), viene ridotto alla separazione ontologica fra soggetto e oggetto che si declina giuridicamente nell'idea del dominio assoluto. Il soggetto-uomo-maschio domina l'oggetto-natura-femmina. Bacone detta il metodo. Newton descrive con precisione le leggi meccaniche e immutabili che governano Gaia e produce risultati tecnologici spettacolari. La scienza vede Gaia come una macchina, un aggregato di particelle precisamente misurabili che la compongono. L'orologio meccanico diviene metafora della natura oggetto meccanico, scomponibile, conoscibile e prevedibile in ogni suo aspetto.

Fra il quindicesimo e il diciassettesimo secolo, con questo armamentario culturale sempre più dominante Gaio si pone alla scoperta dei nuovi mondi che si appresta a conquistare. Il solo strumento giuridico-concettuale che Gaio ha a disposizione e che si mostra sufficientemente potente per governare la nuova realtà è il dominio. E sul modello del dominio egli elabora le sue istituzioni a partire da quella fondativa del nuovo ordine del capitalismo nascente: la sovranità dello Stato moderno.

Da San Tomaso a Savigny

I giuristi naturalisti della scuola spagnola che adattano allo studio del diritto il grande edificio costituito dalla Summa di San Tomaso, medievali e non moderni, non riducono i propri orizzonti intellettuali al rapporto di dominio e al dualismo soggetto-oggetto. Il diritto per loro, influentissimi fra il quindicesimo e sedicesimo secolo, discende ancora da un legislatore supremo, divino che va interrogato per sapere come organizzare una società giusta. Gaio non è ancora legislatore. Gli strumenti a disposizione per costruire una buona società restano le due idee fondamentali trasmesse da Aristotele ai tomisti: la giustizia distributiva e quella commutativa. Per San Tomaso la prima pertiene al tutto, all'insieme, all'armonico ed organico funzionamento di una società. La seconda pertiene alle parti, soggetti proprietari che entrano in rapporto di scambio contrattuale semplice: do ut des.

La giustizia distributiva non è la semplice risultante sul piano della società dell'aggregato delle sue parti, individui proprietari i cui rapporti sono governati dalla giustizia commutativa che si esprime nei prezzi. La giustizia sociale non è un'idea riducibile alla somma algebrica di quella contrattuale. Già sappiamo che il riduzionismo cartesiano meccanicistico e scientistico non sa confrontarsi con le differenze qualitative ma è a suo agio soltanto con la quantificazione. Esso è perciò a disagio con la giustizia distributiva. È per questo che quando il diritto naturale sposta il suo baricentro a nord nel diciasettesimo secolo, la giustizia distributiva viene accantonata dai giuristi per almeno tre secoli.

Gaio, che ora riveste i panni del giusnaturalista olandese Grotius, trova il diritto di ragione in se stesso, nella sua capacità scientifica: non deve più interrogare il divino. Gaio si sente ora più bravo di Dio nel fare le leggi. La legge di Gaio presuppone una tabula rasa da colmare con regole logicamente dedotte dal dominium: per far fronte all'esigenza di dominare il mare, tabula rasa per eccellenza, nasce il diritto internazionale. Il modello del dominio assoluto aveva già accompagnato, da Jean Bodin a Hobbes, la nascita della statualità declinata come proprietà sul territorio. E il diritto internazionale costruisce un rapporto fra stati sovrani-proprietari dove non c'è posto per la giustizia distributiva ma al più per quella commutativa fondata sul contratto (trattato).

L'antropocentrismo e il riduzionismo di Gaio raggiungono l'apogeo: il sovrano è il soggetto; il territorio l'oggetto; la ragione detta le regole che sono quelle dello scambio fra proprietari, quantificabile con il sistema dei prezzi. Con l'illuminismo fra l'individuo e lo Stato non c'è posto per nulla: corporazioni, gilde, famiglie allargate, ordini monastici, comunità, ogni luogo in cui limiti e obbligazioni non consentono a Gaio la più completa autonomia «qui e adesso» divengono nemici della modernità.

È Jean Domat, un giurista amico di Blaise Pascal, e come quest'ultimo attivo nel circolo logico di Port Royal, ad assumersi il compito di tracciare l'intero ordine giuridico civilistico seguendo le regole della ragione proprietaria. E le sue regole troveranno accoglienza piena nel Code Civil di Napoleone (1804) tuttora vigente che descrive un mondo di proprietari assoluti e liberi limitati soltanto dagli uguali diritti degli altri proprietari o dallo Stato sovrano. Un mondo giuridico in cui Gaio non è parte dell'ambiente che lo circonda. Gaia è codificata come un oggetto di proprietà privata o di sovranità pubblica produttiva, meccanica, una macchina, un corpo inanimato. Un oggetto che crea sviluppo tramite la possibilità di essere meccanicamente sfruttato e trasformato nell'interesse del sovrano pubblico (lo stato) o privato (il proprietario).

Con Leibniz fra i filosofi e Christian Wolff fra i giuristi si fa un ulteriore passo «avanti» cercando di ridurre l'ordine sociale proprietario a matematica, per replicare quello stesso ordine scientifico che consente a Gaio i suoi prodigiosi successi nello sfruttamento di Gaia. Il tentativo non riesce perché fra i giuristi il romanticismo e lo storicismo, ancorché motivati da scopi in larga misura reazionari, riusciranno a prendere il sopravvento nella Germania del diciannovesimo secolo.

Gaia trova così i suoi primi difensori nelle rime del poeta Blake, che attacca Newton criticandone la grettezza e l'incapacità di coglierne gli aspetti non quantificabili, gli aromi, la bellezza, i mirabili equilibri che oggi chiamiamo ecologici.... Fra i giuristi, paradossalmente in nome della romanità, sarà il grande Federico Carlo Von Savigny, protagonista indiscusso del secolo decimonono, a contestare l'universalismo insito nell' astrazione cartesiana tipica del giusnaturalismo razionalista francese e tedesco e a proporre una concezone del diritto come «spirito del popolo» in quanto tale variabile da comunità a comunità. Savigny, attivo in una Germania ancora non unificata, contesterà altresì, in nome della necessaria flessibilità e adattabilità del diritto, l'opportunità di una codificazione insistendo sulla natura sapienziale e non politica dell'ordine giuridico. A dispetto di queste premesse, la visione della proprietà in Savigny resterà quanto mai assolutistica e la giustizia distributiva non troverà nel suo magistero alcuna redenzione. Anche per Savigny l'ordine giuridico finisce per essere ridotto a rapporto fra individui in cui i servizi di Gaia, le risorse naturali (acqua aria legname, minerali, fauna...) e gli ecosistemi (foreste, laghi, mare...) sono presi in considerazione solo come oggetti liberamente appropriabili da soggetti sovrani (siano essi privati o pubblici).

Da Adam Smith a Herbert Spencer

Occorrerà aspettare l'inizio del ventesimo secolo perché i semi della filosofia del diritto hegeliana, presenti in Savigny, diano i propri (limitati) frutti pratici. Infatti, il libero saccheggio di Gaia caratterizzante il primo capitalismo cominciava a produrre danni sociali visibili che imponevano allo Stato il tentativo di porvi rimedio. Le masse povere e diseredate accatastate vicino alle industrie provocavano problemi igienici per le città (oltre che rischi per l'ordine costituito). La proprietà privata, libera di produrre inquinando, rendeva irrespirabile l'aria e provocava la morte di tutti i pesci nei fiumi. I minori sfruttati resero necessarie le prime limitazioni dell'orario di lavoro. I più avanzati giuristi teorici del periodo, da Von Gierke in Germania a Duguit in Francia, nell'ambito di teorie sociali del diritto, cominciarono a rendersi conto che nel diritto il sistema (ordinamento giuridico) non poteva ridursi all'aggregato delle sue parti (diritti di proprietà) lasciate liberi di contrarre privatamente. Il legame fra Stato e proprietà privata, seppur da sempre alleanza infida, entra in crisi.

La teoria economica della mano invisibile, resa celebre cent'anni prima da Adam Smith, trovava nella realtà sociale una smentita evidente: evidenziata proprio dai primi visibili sintomi della sofferenza di Gaia e dei più deboli fra i suoi abitanti umani che, lungi dall' essere soggetti erano a loro volta oggetto di dominio. I fondamenti del liberalismo nel diritto e nell'economia e con essi la visione riduzionistica e meccanicistica dominante incontrarono una critica teorica decisiva che aveva alle sue radici l'idea hegeliana per cui il tutto non è mero aggregato delle parti. Critiche fondate su questa stessa idea incominciava a incontrare pure la visione meccanicistica newtoniana nelle scienze naturali. Lo studio dei campi elettromagnetici legato al nome di Faraday mostrava inequivocabilmente come le leggi fondamentali della meccanica non potevano spiegare appieno il funzionamento più intimo di Gaia. La metafora meccanicistica dell'orologio venne ulteriormente messa in crisi dall'apparire sulla scena dell'evoluzionismo di Darwin. La vita, Gaia stessa, è governata da un processo di mutazione che non è meccanico e ripetitivo ma che al contrario mostra nascita, crescita e estinzione. Gaia non può essere ridotta a un oggetto meccanico.

Tuttavia, in un contesto occidentale ormai dominato dalle strutture tecnologiche e giuridiche del capitalismo, Darwin - lungi dal porsi accanto a Gaia per limitare il delirio antropocentrico di Gaio - paradossalmente doveva sortire l'effetto opposto. L'evoluzionismo si pose con Herbert Spencer al servizio di nuovi progetti reazionari di dominazione di Gaio sulla natura, e del più forte sul più debole. La stagione del darwinismo sociale evoca ancor oggi i tratti sinistri della legge del più forte.

Mutazioni globali, un sentiero di lettura

Sui temi trattati in questa pagina sono giù usciti due precedenti articoli dello stesso autore, Ugo Mattei, sul manifesto del 14 febbraio («Beni comuni») e del 13 marzo (« La legge di Gaia»). Ancora di Ugo Mattei (insieme a Laura Nader) è appena uscito per le edizioni Bruno Mondadori «Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali». Per un ulteriore approfondimento, si può consigliare la lettura del saggio di Fritjof Capra «La scienza universale. Arte e natura nel genio di Leonardo» (Bur Rizzoli 2009), e ancora di Capra, «The Turning Point» (Bantam paperback 1984); «The Web of Life» (Anchor paperback, 1997). Da leggere anche «Dopo il Leviatano. Individuo e comunità» di Giacomo Marramao (Bollati Boringhieri 2000) e «Law and the Rise of Capitalism» di Michael E. Tigar (Monthly Review Press 1977). Si veda infine il film del 1990 «Mindwalk» di Bernt Amadeus Capra, con protagonista Liv Ullman, nel quale la metafora dell'orologio è mirabilmente approfondita.

Il rapporto degli umani con l'ambiente è sempre stato segnato da una concezione meccanicista della vita e dall'appropriazione delle risorse naturali, ignorando la necessità di garantire la loro riproduzione. E il diritto ha sempre legittimato queste azioni predatorie attraverso l'istituto della proprietà privata

Protagonista maschile di questa storia è Gaio, misterioso autore giuridico romano, vissuto oltre 2000 anni fa è autore di un volumetto di «Istituzioni», forse un Bignami per aspiranti avvocati, la cui struttura fondamentale costituisce l'ossatura della concezione occidentale del diritto privato. Un lascito dell'antichità romana che tutt'oggi fonda, a livello globale, la concezione dominante della stessa «giuridicità». Gaio rappresenta in tutta la sua assolutezza la concezione romana del «dominio», come spazio di potere individuale formalizzato ed illimitato sulle cose.

Il dominio romano non è aperto a tutti. È limitato al pater familias. Il padre-padrone ha dominio assoluto sui suoi beni, siano essi animati o inanimati. Come il proprietario oggi può liberamente distruggere un proprio bene (o uccidere un proprio coniglio) così il dominus aveva poteri illimitati sui suoi beni, inclusa la proprietà fondiaria, e diritto di vita e di morte su schiavi, figli e moglie. Per chi scrive, Gaio non è visto come un personaggio storico. È invece il modello antropologico presupposto dall'ordine giuridico individualistico occidentale, così come giunto, attraverso una lunga ed avventurosa storia, fino alla nostra modernità. Gaio è qui l'individuo occidentale dotato di diritti di proprietà privata, esito odierno del processo trasformativo che chiamiamo progresso.

Un mito millenario

Oggi Gaio guida un'automobile, ha una casa in proprietà, abita in città, vive solo o in una famiglia nucleare, comunica con il cellulare, guarda la televisione, ha diritto di voto e può comprarsi beni di consumo per soddisfare ogni suo desiderio. Gaio è dotato di diritti che formalizzano la sua potestà di avere. Oggi la proprietà privata di Gaio non si estende agli schiavi e la sua sposa gli è formalmente pari.

Protagonista femminile è Gaia, la terra viva, un luogo che da qualche milione di anni ospita l'umano. Gaia, da molto più tempo è luogo della vita, un aggregato complesso di ecosistemi, di nessi, di comunità, di reti, di relazioni, di cooperazione e di conflitto, di gerarchia, di trasformazioni lente e di rivoluzioni improvvise. I miti su Gaia sono complessi ed affascinanti, e variano attraverso le culture.

Complessa e affascinante è pure la storia della relazione di Gaio con Gaia. Oggi il giovane Gaio studia, a partire dalla scuola primaria, l'evoluzione della vita sulla terra. Darwin domina (per ora) la sua percezione e di lì ricava il senso del progresso e della crescita. Gli antenati di Gaio sono nati in Africa. Gaia offrì loro cibo sotto forma di frutti e di cacciagione. Poi Gaio imparò ad addomesticare gli animali, per trarne cibo e vestiario; sucessivamente, diecimila anni fa circa, Gaio capì che Gaia poteva essere indotta a produrre più cibo di quanto ne avrebbe spontaneamente offerto. Intuito il nesso causale fra seminagione e raccolto, Gaio divenne sedentario. Gli antenati di Gaio inventarono presto un diritto al possesso esclusivo, noto come proprietà.

La proprietà serviva per remunerare gli sforzi nella caccia, nell'allevamento e nella seminagione. Bisognava definire perciò chi era dentro e chi fuori. Bisognava evitare che il raccolto venisse rubato da chi non aveva faticato per dissodare il terreno. Un'ampia letteratura apologetica della proprietà privata si basa anche oggi su questo suo nesso morale con il lavoro agricolo.

Poi, neppure trecento anni fa, Gaio inventò le macchine e fece la rivoluzione industriale: poteva adesso produrre beni di massa traendo l'energia per farlo dalle viscere di Gaia. Erano passati circa 10.000 anni dalla rivoluzione agricola. Quando la rivoluzione industriale avvenne, gli scritti del Gaio storico erano stati riscoperti da circa settecento anni (dopo esser stati perduti nei secoli bui) in una biblioteca presso Pisa e la proprietà privata era pienamente formalizata e fu l'assetto istituzionale che la rese possibile. Gaio divenne padrone delle miniere, fu industriale e capitalista. Oggi di rivoluzione Gaio ne ha fatta un'altra: usa il computer e la sua maggior ricchezza prescinde da ogni contatto con un bene materiale. Il più ricco ed ammirato è il finanziere, non più l'industriale taylorista.

Fra la comparsa dell'uomo su Gaia e la rivoluzione agricola la distanza è in milioni di anni. Fra la rivoluzione agraria e quella indistriale siamo alle migliaia. Fra la rivoluzione industriale e quella informatica di oggi, siamo alle poche centinaia di anni. Questa impressionante accelerazione storica esalta Gaio e gli fa vivere un senso di onnipotenza. Mentre guida il suo SUV super-tecnologico (e magari promosso come ecologico) egli si compiace che i suoi figli di cinque anni sappiano adattarsi meglio di quelli di quattordici alla progressione geometrica della tecnologia.

Ma quale relazione lega Gaio a Gaia? In molte culture Gaia è vista come madre. Pacha mama, la madre terra. Ma Gaio non riconosce questo rapporto. Per lui Gaia è un oggetto, anzi l' oggetto per antonomasia del suo dominium. Prima della strutturazione giuridica del rapporto di dominio (il cosiddetto dominio quiritario) avvenuta nell'ultima parte del primo millennio avanti Cristo, Gaia è già una «condanna» per Gaio. La Bibbia racconta che vi è stato scacciato per il peccato della sua donna. Un Dio maschio caccia Gaio dall'Eden e lo lancia fra le braccia di una nuova femmina, Gaia appunto, con cui sarà condannato a convivere. Gaia diviene moglie di Gaio? Come si è sviluppato il matrimonio? Per molto tempo le cose funzionarono bene.

L'ossessione del possesso

Gaio osserva Gaia, la corteggia, cerca di comprenderla, forse se ne è innamorato. Sa di essere intimamente legato a lei, sa che la sua stessa vita dipende dal buon rapporto che riesce ad avere con la sua sposa. Adatta a lei i suoi comportamenti, la carezza e ne trae godimento. Cerca di rispettarne le amicizie, gli spazi vitali di cui Gaia ha bisogno. Gaia è comunitaria per sua natura è fatta di nessi ed è nella comunità ecologica che gode e prospera, bellissima. Gaio per molto tempo ne condivide i gusti. Ama la comunità. Il suo orizzonte è costituito dal gruppo, dalla relazione, dalla cooperazione indispensabile per convivere insieme a Gaia. Ma Gaio sviluppa presto l'ossessione per il dentro e per il fuori. Inventa i confini. Inventa la guerra. Spesso trascura Gaia per ingaggiare nuovi conflitti, lontano dal suo villaggio dove abandona le sue donne dedite alla cura del gruppo, alla ricerca dell' acqua e alla coltivazione di Gaia.

Ben presto Gaio comincia ad annoiarsi del suo essere insieme a Gaia. Vuole possederne le ricchezze, vuole avere. Gaio scopre che per avere occorre escludere. Esclude le donne, simili nell'indole a Gaia, le riduce ad oggetto e ne rivendica la proprietà. Esclude i diversi, gli schiavi, i devianti. Anche su di loro esercita il dominio. Gaio organizza il lavoro dei suoi sottoposti, e con quel lavoro trasforma Gaia. La quantifica e ne desidera sempre di più, lanciandosi alla conquista guerriera di nuovi spazi e colonie. Il suo impero si espande e con esso le sue ricchezze ed il suo delirio di onnipotenza. Nei nuovi luoghi trova nuove comunità. Comunità che rispettano Gaia come una madre, come un'amica o come una sposa che vivono con lei in equilibrio armonioso; che ne rispettano e ammirano le qualità. Gaio non sopporta queste amicizie di Gaia e le distrugge, saccheggiandone le ricchezze. Le qualità non si misurano, e quello che a Gaio interessa di più è misurare, quantificare il valore delle sue ricchezze per creare organizzazioni sempre più ricche e potenti capaci di un dominio assoluto che ora lui chiama «sovranità» e che modella sulla proprietà assoluta ed individuale di un territorio.

La scienza della qualità

Gaio ama il piacere ma lo considera un lusso, un luogo dell'estetica. Il piacere generato dalla qualità, uno stato dell'essere, non lo aiuta ad accumulare ed avere sempre ed ancora di più. Perciò Gaio distingue tra arte e scienza. La prima si fonda sulla qualità, sulla relazione e sulla comunità spirituale fra artista, opera e fruitore. La seconda soltanto sulla quantità. La scienza di Leonardo, una scienza della qualità, è così dimenticata: il protoscienziato sarà Galileo colui che esclude la qualità ed il «non misurabile» (estetica, odori, sapori, armonie) dal mondo della rilevanza scientifica. Gaio inventa la manifattura e la produzione in serie. Inventa macchine prodigiose fondate su leggi assolute ed immutabili che impara a scoprire e misurare con precisione. Gaia gli offre l'energia per farlo, dalle sue viscere esce prima il carbone e poi il petrolio. Gaio diventa sempre più ricco e copre d'onori chi gli ha consentito di diventarlo. Newton, nella Londra del suo tempo, aveva status di superstar. Gaia ama la bellezza e l'armonia. La sua essenza è nell' ecosistema, un insieme di relazioni mutualistiche in cui il tutto non è una semplice somma delle parti. Gaio pone al centro se stesso. Promuove la sua visione egocentrica. Inventa l' umanesimo. Scopre che Gaia che non è più il centro dell'universo. Reagisce a ciò ponendovi se stesso.

Con Cartesio l'io pensante, Gaio si emancipa dalla matreria di cui rifiuta al contempo l'essenza animata. Gaio si emancipa perfino dal suo corpo, dal suo essere persona. Adesso conta solamente per quello che ha. È soggetto astratto, dominus borghese, dotato di poteri illimitati su Gaia di cui rifiuta l'identità viva riducendola ad una macchina. Per lui Gaia è governata da leggi meccaniche, simili a quelle a tutela della sua proprietà privata di cui la forza della sovranità esige il rispetto a pena di supplizi e galere.

Gaia deve svelarsi interamente ai suoi occhi, deve confessargli tutti i segreti di sé, proprio quelli che possono renderlo ancora più ricco e potente. Gaia è adesso prigioniera, e come i prigionieri deve essere torturata per estorcerne la verità: Come e dove posso trovare nuove ricchezze, nuove conoscenze, nuovo potere? Gaio prende le vesti di Francesco Bacone, onnipotente e crudele Cancelliere di sua maestà, ad un tempo grande giurista e grande scienziato. è Bacone a teorizzare l'inquisizione nell' Inghilterra della Magna Charta. È Bacone ad insegnare il metodo scientifico per interrogare spietatamente Gaia al fine ultimo di trasformarla e svilupparla. Gaio, al contempo estende la sua immagine alle sue donne: se capaci di avere avranno diritto alla parità formale.

Ma Gaia è sposa sfruttata, dominata e violentata col diritto e con la scienza. Rimarrà inerte? Qualcuno si ergerà a sua difesa?

Lotta alla precarietà e difesa del bene pubblico a cominciare dall'acqua nonché avvio di una seria riflessione sulla crisi - data ormai per definitiva - del centrosinistra.

Qualcuno forse si aspettava che il primo coordinamento nazionale di Sinistra, ecologia e libertà - convocato all'indomani delle elezioni - si sarebbe «limitato» a celebrare la vittoria di Vendola in Puglia chiudendo gli occhi sul disastro abbattutosi nel resto dell'Italia, ma così non è stato. Certo resta grande la soddisfazione per il risultato pugliese ma non è dalla conta dei voti né dal numero dei consiglieri eletti che Sel decide di ripartire. I partiti sono finiti, consumati e inadeguati - aveva già dichiarato Vendola in un'intervista a Repubblica - e ora si apre una nuova fase: quella in cui strutture più leggere si attrezzino per transitare la sinistra verso una nuova rifondazione. E a Bersani risponde: «Sono d'accordo sulla necessità di costruire il cantiere della sinistra, purché sia chiaro che non si tratta di avviare operazioni di restauro. La mia opinione è che bisogna rifondare la cultura, la proposta, il progetto del centrosinistra». Non si tratta insomma di emendare alcuni aspetti ma di «ricostruire il vocabolario dell'alternativa. Noi non abbiamo sbagliato i comunicatori, abbiamo sbagliato il messaggio». La berlusconizzazione dell'Italia - conclude Vendola - è un problema culturale prima ancora che politico, sociale prima che elettorale. Bisogna essere all'altezza della sfida».

Insomma il punto di crisi del centrosinistra «in quanto tale» - nient'altro che una fredda aggregazione di alleanze incapace di dare risposte credibili - è irreversibile. Non i singoli partiti presi uno per uno né la loro sommatoria ma la logica che - anche in queste elezioni - ne ha consentito la (mancata) tenuta: con chi mi prendo, con chi mi alleo?

Di questa logica la Puglia ha fatto piazza pulita ed è questo che dalla Puglia - concordano le diverse anime di Sel presenti ieri alla riunione del coordinamento - va esportato. Prendere atto della crisi, insomma, e immaginare altre costruzioni di cultura sociale. Sel si rivolge a tutti, dal Pd ai partiti della Federazione ma a una condizione: si dialoga solo con chi prende atto che o il centrosinistra ritrova una sua capacità di essere credibile o non si va da nessuna parte. Esportare le «Fabbriche di Nichi» non basta se non all'interno di un progetto più ampio che rifiuti una volta per tutte le logiche partitiche e che faccia saltare in aria l'ormai asfissiante appiattimento della politica sull'organizzazione.

Questa la linea prevalente nell'incontro di ieri anche se Sinistra, Ecologia e Libertà è ancora in attesa di darsi una forma in vista del congresso che presumibilmente si terrà in ottobre. Nel mezzo due date intermedie: gli Stati generali delle Fabbriche e un nuovo aggiornamento previsto per la fine di aprile.

E sulla forma - se snella, meno snella o corpacciosa - certo ci sarà ancora da discutere ma anche qui sbaglia chi crede che all'interno di Sel esistano già due schieramenti predefiniti e con tanto di nomi cognomi: da un lato Bertinotti e Vendola, dall'altro Claudio Fava con tutta Sd. Più complessa e per fortuna meno personalistica è la questione perché le incertezze riguardo alla forma che Sel potrà assumere prima del congresso attraversano in realtà entrambi gli «schieramenti» e sono più legate alle esperienze soggettive delle singole persone che a eventuali atti di fede. «Quello che c'è di positivo - dice qualcuno uscendo dall'incontro - è che oggi anche le soggettività della politica sono venute fuori».

Bello sarebbe mettere la parola fine alle lotte intestine e magari riprendere a dialogare anche con la Federazione e con gli ex (ma non poi tanto) compagni di Rifondazione. Una strada percorribile, forse, se si accetta l'idea che essere una minoranza va bene ma che essere minoritari per vocazione suona ormai come una dannazione.

E se per il momento la Federazione tace - anche a causa di un infortunio che ha bloccato a letto il co-fondatore Diliberto - parla invece Rosi Bindi che non sembra però aver colto appieno il messaggio che arriva da Sel: «Attenzione a sciogliere i partiti per poi rifondarli, è da anni che lo facciamo, dentro una logica tutta interna al sistema politico». Proprio quello che Sel vorrebbe evitare.

Sottovalutando o minimizzando, in queste prime ore, il significato del voto il Partito democratico non sembra comprendere davvero quel che è successo.

Eppure, non c´è molto da discutere. Al solidissimo blocco lombardo-veneto del centrodestra si era già unito due anni fa il Friuli-Venezia Giulia e si aggiunge ora il Piemonte: se si considera che entrambe le regioni erano state ben governate, in sostanza, dal centrosinistra, l´inquietudine aumenta.

Restano le regioni rosse, ma in Emilia il centrosinistra perde quasi l´11% rispetto al 2005 e la Lega, che aveva allora poco più del 4%, giunge a sfiorare il 14%. Per non parlare del 6% conquistato ancora in Emilia dal movimento di Beppe Grillo o, per altri versi, del generale rafforzarsi di Antonio Di Pietro.

C´è poi il Mezzogiorno. Qualcuno dovrebbe spiegare come si è passati dalla nuova stagione annunciata nel 1993 dall´elezione di Bassolino a sindaco di Napoli al disastro di ieri e di oggi, mentre appare più facilmente comprensibile il crollo calabrese: un "suicidio annunciato" cui il gruppo dirigente del Partito democratico ha assistito con una inerzia sorprendente. Inerzia compensata dal grande impegno profuso per perdere anche in Puglia, contrastando con tutte le forze la candidatura del governatore uscente.

Sarebbe un errore, però, attribuire il panorama di oggi solo alla inadeguatezza dei dirigenti del centrosinistra. Occorre invece riflettere sulle cause più lontane di questo esito, guardando sia ai processi che hanno attraversato la società sia alle responsabilità della politica e dello stesso mondo intellettuale. Lo richiede, del resto, l´ingigantirsi stesso dell´astensionismo. Dal 1948 in poi la percentuale dei votanti oscillò per più di trent´anni fra il 92% e il 94%, scendendo sotto il 90% solo nelle regionali del 1980. Fu l´annuncio di un processo che negli anni successivi mescolò l´astensione e il voto di protesta, catalizzato allora dal tumultuoso emergere delle Leghe. Domenica scorsa un italiano su tre non è andato a votare, e rispetto al 2005 il calo è dell´8%.

Il precipitare della crisi degli anni ottanta portò al crollo della "repubblica dei partiti": quasi vent´anni dopo dobbiamo fare i conti con una crisi forse più profonda nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Dobbiamo fare i conti, anche, con la sostanziale assenza di una credibile alternativa politica e con il dichiarato progetto del premier di stravolgere il quadro costituzionale e l´equilibrio fra i poteri dello stato. Progetto che esce dal voto rafforzato, oltre che appesantito dalle ipoteche della Lega. Dobbiamo fare i conti, infine, con il consolidarsi di settori sempre più corposi di "società incivile", la cui incubazione prese corpo negli anni ottanta e che poterono confluire nella "idea di Italia" di cui Berlusconi è stato alfiere. Sembrarono però aperte molte vie, nella crisi di Tangentopoli, sino all´"abbaglio" favorito dalle elezioni amministrative del 1993: la voragine che si era aperta allora al centro permise infatti una larga vittoria della sinistra. Il quadro fu radicalmente modificato da due fattori, non da uno solo: dalla scesa in campo di Berlusconi, naturalmente, ma anche dalla incapacità della sinistra di offrire al paese prospettive ed esempi convincenti di buona politica. Prospettiva ed esempi assolutamente necessari in un Paese in cui la critica ai partiti era dilagata, alimentata sia da buone che da cattive ragioni.

Tutto questo avveniva quasi vent´anni fa, e in quest´arco di tempo sono fortemente cresciuti processi di decadimento sia della società civile che della politica, segnati dall´ulteriore deperire dell´etica pubblica e della cultura delle regole. Più ancora, dal nostro orizzonte sembra scomparso il futuro. Sembra scomparsa cioè la capacità di mettere al centro i grandi temi, le grandi sfide.

In un paese sempre più ripiegato su se stesso sono mancati in realtà alla prova quasi tutti gli attori, e il mondo intellettuale è largamente fra essi. In altri momenti della storia della repubblica riviste, gruppi e voci differenti hanno aperto o rafforzato la riflessione sui nodi di fondo. Hanno messo talora in discussione vulgate consolidate, rimescolato schieramenti, aperto frontiere. E´ impietoso il confronto fra la ricchezza del dibattito culturale e politico che precedette il primo governo di centrosinistra, all´alba degli anni sessanta, e la povertà del panorama in cui trent´anni dopo ha preso corpo – o meglio, avrebbe dovuto prender corpo – una rinnovata ipotesi riformatrice: una ipotesi capace di avviare una nuova ripresa dell´Italia e di sgomberare il campo da corpose macerie. Così non fu, e furono lasciate vaste praterie al discutibile "nuovo" variamente rappresentato da Forza Italia e dalla Lega.

Tutto questo rende oggi molto più difficile, e al tempo stesso indifferibile, una radicale inversione di tendenza del centrosinistra e di quelle forze intellettuali e sociali che a quell´area guardano. Esaurite da tempo – o in via di esaurimento – le rendite di posizione, il centrosinistra non può pensare di vincere, e neppure di sopravvivere, senza mettere in campo un "valore aggiunto" capace di parlare alla accresciuta area di cittadini segnati dalla sfiducia, e anche a quelli spesso al confine fra rassegnazione e adeguamento. Capace di scuotere coscienze e intelligenze, rimettendo realmente nell´agenda politica il profilo del nostro domani. Al tempo stesso, se non vuole solo vegliare sul proprio declino, il Partito democratico deve dare segnali robusti e chiarissimi di rinnovamento. Non sembra tempo di ricambi al vertice: un vertice insediato da pochi mesi e privo di alternative credibili, almeno nell´immediato. È però tempo di mutare radicalmente – a tutti i livelli e in tutte le sedi – il volto, la fisionomia, il modo di essere del partito. Anche da questo dipende la sua credibilità residua.

Se un "valore aggiunto" è richiesto al ceto politico del centrosinistra, altrettanto è richiesto alla società civile, o a quel che resta di essa. Negli anni di Tangentopoli Antonio Gambino osservava, su questo giornale: il quadro è fosco non perché da noi i disonesti siano più numerosi che in altre società occidentali ma perché da noi «manca una "cultura dell´onestà". Manca cioè un numero di persone attivamente oneste, capaci di fornire quel "punto di appoggio" senza il quale appare irrealizzabile ogni tentativo di sollevare il paese dal pantano in cui si è infilato». Anche da qui occorre ripartire: nelle professioni, nella società, nelle istituzioni. Sarebbe stato necessario allora ma è ancor più necessario oggi, in un momento importante della "costruzione dei nuovi italiani". Ci si interroga spesso sui mutamenti che i flussi dell´immigrazione possono indurre nel nostro modo di essere: ci si dovrebbe interrogare al tempo stesso su quanto la società italiana – con il suo calante senso delle regole e delle istituzioni – influirà sul modellarsi di questi flussi. Su quanto rafforzerà al loro interno le tendenze negative o quelle positive. La sfida che abbiamo di fronte si gioca anche su questo terreno.

E’ diffusa l’opinione, anzi la certezza, che la campagna elettorale appena conclusa sia stata molto brutta: lo ripetono le principali cariche dello Stato, oltre a politici e giornalisti di varia provenienza. I veri temi non sarebbero stati affrontati: quelli che inquietano il cittadino localmente, nelle regioni o nei comuni in cui si vota. Sarebbero stati confiscati da temi non solo falsi ma fuorvianti: l’informazione televisiva, la battaglia su legalità e corruzione.

La Lega in particolare, che ha mostrato in queste settimane la forza del suo insediamento territoriale, vede confermata una tesi difesa da anni: se la democrazia italiana non funziona, è perché la politica e i mezzi d’informazione vedono la realtà attraverso una lente deformante, e non si sono adattati al sistema nuovo, non più centralizzato, del potere. In un sistema federale, competenze e poteri si disseminano, e quando si vota nelle regioni o nei comuni è di regioni e comuni che si deve parlare, non di argomenti generali come informazione e imperio della legge.

Questa forte convinzione potrebbe essere premiata dagli elettori: è probabile che il Nord ad esempio, compreso il Piemonte, condivida il disgusto verso lo spazio che nella campagna hanno preso questioni politiche generali, giudicate importanti a Roma ma non fuori Roma. Le questioni specifiche di cui si sarebbe dovuto parlare (sanità, lavoro, trasporti, effetti della crisi) sarebbero state confiscate da un tutto che col particolare non ha nulla a che fare e che a esso è fondamentalmente disinteressato. L’intera campagna non sarebbe che un immane escamotage, un trucco astratto e furioso usato per eludere le faccende veramente concrete.

Stupisce che analogo fastidio non sia stato suscitato dall’irruzione di temi considerati localmente decisivi dalla Chiesa, come aborto e fine-vita.

Anche se comprensibili, constatazioni così desolate non sono tuttavia giuste, né pertinenti. La perentorietà del lamento somiglia troppo, inoltre, a un ritornello: e sempre i ritornelli hanno un modo di ripetere l’identico che trasforma le verità in pensieri non chiarificatori ma martellati per diffondere conformismi. Il ritornello dice, in sostanza: «In Italia non si riesce più a parlare d’altro» se non di Annozero, di informazione più o meno indipendente, di legge più o meno osservata da governanti e governati. Un fossato si sarebbe aperto ­ intollerabile ­ fra discorsi autentici e discorsi avulsi come l’informazione o la legge. Anche i giornali non si sentono a posto con la coscienza quando non «parlano d’altro».

Il fatto è che quest’altro di cui si vorrebbe non parlare e che addirittura crea rimorsi ha invece rapporti strettissimi con i problemi locali, e non è affatto estraneo al vissuto di ciascuno di noi: cittadino dello Stato o cittadino che chiede i conti a governi regionali o comunali.

Non esiste, la famosa divaricazione tra mali veri e non veri: o si sanano tutti e due insieme, o tutti e due degenereranno infettandosi a vicenda.

Vediamo l’informazione, in primo luogo televisiva visto che i dati lo confermano: sia localmente che nazionalmente, gli italiani si informano soprattutto alla televisione, cosa che spiega d’altronde il rifiuto, più che quindicennale, opposto dal Presidente del consiglio a ogni limitazione del suo potere catodico. Non si tratta di sapere se con la tv si vincono o si perdono le elezioni. In questione è la società: la facoltà che le viene data di formarsi un giudizio conoscendo i fatti, la sua cultura della legalità, della tolleranza, della mente libera da slogan, ritornelli. Impossibile acquisire tale cultura se il cittadino non è bene informato. Se viene tenuto in una sorta di Kindergarten, davanti al quale si recitano giuramenti, e si ripetono aggettivi o parole («una grande grande grande grande riforma») come si fa con i bambini e le filastrocche.

In vari articoli scritti sul sito della Voce, Michele Polo, economista della Bocconi, denuncia questa infantilizzazione e respinge l’accusa, che gli viene rivolta, di sprezzare snobisticamente gli elettori, ritenendoli influenzabili e incapaci di giudizio: «Oggi gran parte dei cittadini si forma una opinione sui fatti principali e sull’operare della politica non già attraverso una esperienza diretta e personale, ma mediante i mezzi di informazione. In Italia, con un ruolo preponderante della televisione». A essere pericolante è il giudizio informato attorno a fatti non tenuti nascosti, ma resi pubblici. E che l’Italia sia più a rischio di altri lo si evince da dati precisi: «Tra le peculiarità italiane ­ scrive Polo ­ c’è una bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di gran lunga la principale fonte di informazione. I due principali telegiornali serali, Tg1 e Tg5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori, mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi 5 quotidiani (Corriere, Repubblica, Sole 24 ore, Stampa, Messaggero) arrivano a circa due milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori.

In una recente indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di approfondimento, il 25 per cento si è affidato ai giornali, il 5 per cento alla radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet». Proprio Tg1 e Tg5 sono accusate d’aver privilegiato enormemente il Pdl, nella campagna elettorale.

La legalità è il secondo tema apparentemente non essenziale ma invece essenzialissimo a qualsivoglia livello: locale, nazionale, europeo, mondiale. Sono tante le cose che da noi non funzionano per la corruttela epidemica, per l’evasione fiscale che s’estende, per l’impunità di colletti bianchi collusi con le mafie. Chi è fuori da simili «giri» (come li chiama Gustavo Zagrebelsky su Repubblica) non sa come ricominciare vite lavorative, imprese malferme, speranze. È per aiutare gli esclusi e gli onesti che legalità e magistratura vanno difese. L’illegalità alimenta la disuguaglianza sociale e viceversa, l’usura e le estorsioni crescono con la crisi economica e l’accrescono, gli immensi costi dell’illegalità sono pagati da ogni cittadino, come ben illustrato dal giudice Gratteri, impegnato nella lotta alla ’ndrangheta. In alcune regioni del Sud mafia e ’ndrangheta si sostituiscono allo Stato, inerte se non corrivo: ci sono «paesi in cui il mafioso è tutto. Amministra la giustizia nel nome della violenza e offre servizi che lo Stato non è in grado di garantire». Il male oltrepassa da tempo il Sud: «Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio nazionale» (Nicola Gratteri, La Malapianta, Mondadori 2009)

Parlare di rispetto della legge non è dunque avulso. Né parlare di intercettazioni. Se già valesse la legge che le restringe, mai sarebbero stati arrestati tanti malavitosi. Un limite si dovrà stabilire, alla pubblicità data alle intercettazioni concernenti fatti privati, ma oltre tale limite la pubblicità è giusta: anch’essa ci informa e ci fa giudicare meglio. Anche qui, il cittadino informato è la priorità assoluta: se non avessero letto le intercettazioni sui giornali, tanti ignorerebbero le corruttele italiane e quel che esse ci costano.

Legalità e informazione sono vere emergenze, ed è positivo che abbiano occupato il centro della campagna elettorale. Troppo pericoloso ignorarle in tempi di crisi, come si è visto in Grecia. Un regime corrotto, che truccava le cifre, che allontanava lo Stato dai cittadini, che parlava sempre d’altro: così si è scivolati nella quasi bancarotta. È probabile che anche su questo l’Unione europea sarà più vigile. Onestà delle cifre, lotta alla corruzione, restaurazione del senso dello Stato diverranno criteri base della ripresa greca, così come furono criteri non irrilevanti per i paesi corrotti dal comunismo che entrarono nell’Unione, o per l’Italia che nei primi Anni 90, alla vigilia del Trattato di Maastricht e dell’euro, fu invitata da Kohl a frenare il dilagare delle proprie mafie.

«La prova delle regionali è importantissima. E il Lazio e la capitale sono decisivi per assestare a Berlusconi un colpo di portata nazionale. E poi, oltre a Roma, questi sono i luoghi dove sono cresciuto, spesso in mano a reazionari come a Fondi. Perciò tutti al voto e facciamo vincere la Bonino, che stimo molto. Come del resto Vendola, al cui partito penso di dare il mio voto di lista». Novantacinque anni martedì prossimo e appello al voto. Così ci si presenta Pietro Ingrao, materializzandosi nel suo soggiorno di Via Balzani in Roma, dopo una mezzoretta di ritardo «accademico» e mentre osserviamo un ritratto di Vespignani e una marionetta di Charlot appesa al muro.

Intervista per uno straordinario compleanno: le 95 primavere di un leader che ha incarnato una delle anime chiave del Pci (l’ingraismo) e che ha inventato l’Unità del dopoguerra, come grande giornale di informazione. Figura del dissenso, e della fedeltà a un ideale: il comunismo. Al quale non smette di credere. Come quando gli chiediamo ad esempio: ma tu Pietro la vuoi l’alleanza con Casini? E lui risponde tranquillo: «Per battere Hitler mi sono alleato anche con i monarchici. Tenendo ben chiara la guida e l’asse fondamentale. Dal punto di vista nazionale e della lotta di classe...». Perciò comunista non pentito e togliattiano, a suo modo ovviamente... Sentiamo il «giovane» Ingrao.

Caro Pietro: vittoria della sinistra in Francia e riforma sanitaria di Obama. Due regali che possono allietare i tuoi primi 95 anni, malgrado le tante delusioni?

«Certo, qualcosa si muove nel mondo. Ma in Italia siamo in forte ritardo, rispetto alle novità e alle speranze che ci vengono da un globo ormai da un secolo e più in tempesta. In particolare il ritardo italiano concerne l’assenza di un soggetto collettivo in grado di guidare grandi masse disorientate e in cerca di riscatto. Berlusconi è ancora lì in cima. Anche se l’Italia non se lo meritava proprio uno così».

Molti parlano di un declino di Berlusconi e del suo blocco sociale. Tu che ne pensi?

«Vedo gli inciampi in cui si è cacciato questo reazionario. E però tarda a crescere un soggetto collettivo antagonista. Lui ce la mette tutta a farsi danno, ma non c’è l’avversario a contrastarlo. Troppo debole, malgrado le tante forze generose in campo. E la mancata ripresa sta nella divisione politica e nell’insufficiente radicamento politico nei luoghi nevralgici: i luoghi del lavoro. I miei maestri mi hanno indicato che lì andava cercata la risposta, per cambiare l’Italia che aveva tanto patito sotto la borghesia capitalistica e terriera. E da quel contatto sono venute le fortune della sinistra italiana del dopoguerra: dalle lotte degli anni ’60, all’irruzione dei metalmeccanici nel ’69, alle conquiste civili e sociali degli anni ’70».

Tutto ciò è rifluito per la sparizione dei soggetti sociali del lavoro, o per l’incapacità di continuare a vederli quei soggetti?

«Prima di tutto c’è stata la controffensiva reazionaria, scattata negli anni ’70 e ’80: Agnelli in Italia, e Reagan e la Tatcher sul piano mondiale. Dopo la vittoria sui fascismi, le lotte del secondo dopoguerra e le conquiste degli anni 70, quella controffensiva ha vinto, sul piano internazionale. Da noi, con gli aspetti meschini del craxismo. Chi dice poi che il lavoro è scomparso dice balle. Quel che è cambiata è la geografia delle forze di classe, a partire dagli scenari globali. È mutata in Asia e in Oriente. Pensa alla Cina, o all’India... di lì vengono cambiamenti grandiosi negli equilibri economici del mondo. Quanto all’Italia, ripeto, pesano le sconfitte degli ultimi decenni. Che hanno portato al prevalere del blocco berlusconiano, sulle divisioni sociali e politiche del soggetto antagonista. Gli operai e i lavoratori subalterni ci sono eccome! Sono invisibili e divisi sul terreno della rappresentanza. Vanno reindividuati con un’analisi nuova. E riunificati politicamente».

Il Pd di Bersani, libero dai teodem, più orientato verso il lavoro e le alleanze, al centro e a sinistra, ti lascia sperare in meglio?

«Senza dubbio Bersani è meglio di Veltroni. Tuttavia anche il Pd di oggi resta un partito di centro e non di sinistra. Ci vuole molto di più per rispondere alle questioni sul tappeto. Prima di tutto occorre la costruzione tenace e collettiva di un dialogo tra le forze antagoniste a Berlusconi. Uno schieramento di resistenza. Unito e collegato dall’uno all’altro versante, e ben guidato».

Immagini anche tu una sorta di Cln anti-Berlusconi, tra sinistra e forze centriste e moderate?

«Può sembrare un po’ inattuale. Ma quel che suggerisci nella tua domanda mi pare molto giusto: costruiamolo questo schieramento! Non vedo però la volontà sufficiente, per sedersi attorno a un tavolo a ragionare sulle cose da fare e quelle da non fare. Si tratta di adottare una piattaforma concordata per mettere in movimento una dinamica sociale di massa. E questo non c’è ancora. Ricordo la nostra ossessione unitaria nel ’900, e come quella ossessione si traducesse nel costruire assieme azioni e decisioni. È questo che si è indebolito. Se guardo a sinistra poi, vedo solo frammenti irrilevanti e cose esili... ».

Al tavolo che sogni, la sinistra radicale non potrebbe sedersi. Non c’è più, a parte Vendola. Come mai?

«Non possiamo rifare di nuovo tutta la storia di una sconfitta. Però non è che il mondo della sinistra radicale non esista proprio più. Vendola ha storia e futuro dalla sua parte. È un attore nuovo in campo. Benché senza alleati e consistenza attorno. Non credo che neanche Bersani e Vendola messi insieme ce la possano fare a dare la risposta che occorre a Berlusconi».

Temi contraccolpi pericolosi per la democrazia, tra crisi di Berlusconi e mancata replica antagonista?

«Berlusconi ne sta già combinando tante e non c’è bisogno di paventare altro. Muoviamoci per allestire uno schieramento unitario. E in fretta!».

E ora parliamo tanto di te, in questo compleanno. Nell’altro secolo volevi la luna. La vuoi ancora o ti sei calmato?

«Mi piace ancora molto la luna. E non smetto di guardarla, sognandola per i miei nipoti e pensando a tutta la strada percorsa fin qui, alle battaglie politiche per la liberazione umana. La voglio ancora quella luna, anche nelle sue facce diverse. Quando sono al mio paese, nelle sere d’estate mi affaccio al balcone e vedo uno spettacolo straordinario. Da una cima di montagna spunta quel volto rotondo, col suo alone. Quando lo guardo mi tornano in mente altri tempi e altre parole. Oppure cose indimenticabili, come i versi di Giacomo Leopardi alla luna. Allora la speranza e la fantasia si riaprono. E ricomincia l’esplorazione dell’inedito, il bisogno di ricominciare. A volte chiamo i miei bis-nipoti e da lontano indico loro la luna con la mano. È il mio contributo “educativo”. Poi toccherà a loro volere la luna».

Manuel Castells è uno studioso tanto rigoroso, quanto riottoso a concedere interviste. Preferisce che le sue analisi e riflessioni possono essere ponderate da chi le legge e che vengano misurate sulla «lunga durata» dei fenomeni che studia. La sua trilogia sull'Era dell'informazione (Università Bocconi editore) ha avuto una lunga gestazione - dieci anni - e Castells si è sempre sottratto a chi gli chiedeva se fosse una analisi sul capitalismo digitale, perché ritiene che il «cambio di paradigma» che ha cercato di delineare non riguardava un tipo particolare di società, bensì la concezione stessa di società. Al punto che il terzo volume era interamente dedicato a quelle realtà - la Russia postsovietica e la Cina postmaoista - che lo studioso catalano ha sempre considerato né socialiste, né capitaliste. E anche quando ha analizzato a fondo la struttura tecnosociale alla base del cosiddetto «informazionalismo», cioè Internet, ha sempre messo in guardia sia dai facili entusiasmi che giudicano la Rete una sorta di terra promessa del libero mercato, o all'opposto di una società non mercantile, che quella visione apocalittica che vede il web una bomba lanciata contro il concetto di società, e perché alimenta un individualismo così radicale da sfiorare l'autismo sociale. Ma è sicuramente nel suo ultimo volume, quello dedicato a Comunicazione e potere, che Manuel Castells ha provato a definire un quadro di come la Rete abbia modificato nel profondo le strutture di potere nelle società contemporanee, al punto da costituire una lettura obbligata per mettere a fuoco il legame, contradditorio, tra azione politica, media e comunicazione digitale.

Nel suo libro «Internet Galaxy» nella Rete è molto forte un'etica hacker che ha lo stesso ruolo di quella protestante agli albori del capitalismo, cioè è propedeutica allo sviluppo di un nuovo tipo di società, da lei definita come informazionale. Può spiegare da cosa è caratterizzata l'etica hacker?

Il concetto di etica hacker è stato sviluppato dallo studioso finlandese Pekka Himanen. In primo luogo, il termine hacker non va confuso con quello di crackers, che sono solo dei criminali cybernetici. L'etica hacker è appropriata per comprendere una delle caratteristiche del sistema tecnosociale che chiamo «informazionale», e questo non coincide necessariamente con il capitalismo. L'informazionalismo è infatti una realtà economica, sociale, politica, tecnica basata sulla costante innovazione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e può svilupparsi in una realtà capitalista, come in realtà non capitaliste. Ciò che abbiamo visto manifestarsi in questi ultimi decenni è l'affermarsi di un settore produttivo, chiamato spesso tecnologie dell'informazione, che è diventato nel tempo centrale nella produzione della ricchezza e del potere nelle nostre società.

L'informazionalismo ha sì la sua base nelle macchine digitali, ma è molto più che un network di computer perché considera l'innovazione l'obiettivo prioritario. L'etica hacker è quindi quel sistema di valori che premia la creatività dei singoli e che costituisce l'elemento discriminante per giudicare il proprio lavoro soddisfacente. In altri termini, l'etica hacker ritiene l'espressione della creatività come un fattore fondamentale per la vita dei singoli e ha lo stesso ruolo che ha avuto il «fare i soldi» nel capitalismo. Un hacker valuta la creazione tecnologica o in altri campi come la fonte della proprio piacere e del prestigio nel proprio gruppo di riferimento, cioè gli altri hackers.

Nella ricerca dedicata alla comunicazione mobile lei sottolinea il ruolo sempre più pervasivo dei telefoni cellulari. Siamo cioè totalmente immersi in un habitat tecnologico che cambia i processi di formazione delle identità collettive. Nel libro sul «Potere delle identità» lei infatti afferma che le identità sono diventate un affaire politico molto serio. Come spiega il fatto che Internet provoca sia una uniformità di comportamenti e, al tempo stesso, una proliferazione di identità parziali?

Non credo che Internet produca uniformità dei comportamenti. Sono infatti i mass media tradizionali che producono uniformità dei comportamenti e delle identità sociali. Ma Internet non è un media verticale dove il messaggio si diffonde dall'alto (la radio, la televisione, i quotidiani) al basso, cioè verso il pubblico. La Rete è organizzata in modo diverso. È un media orizzontale, consente cioè la comunicazione da molti a molti. Inoltre, il web consente di poter organizzare la propria presenza on-line come meglio si crede. Internet permette cioè la manifestazione della diversità. Il nodo da scegliere è perché in rete possono essere presenti sia atteggiamenti virtuosi che comportamenti pessimi.

Lei usa più volte il concetto di flusso, quasi che il moderno capitalismo non contempli una «solidificazione» di assetti istituzionali, relazioni di potere, identità collettiva. Ma un flusso è però quasi sempre governato, controllato, per evitare che diventi distruttivo. Come sono dunque governati i flussi - di informazione, di merci, di capitali, di uomini -. In altri termini come funzionano gli stati e gli organismi internazionali nella società in rete?

Gli stati nazionali sono le macchine maggiormente distruttive che la storia umana ha prodotto. Opprimono e manipolano i loro sudditi, ingaggiano feroci guerre con altri stati, confiscano la ricchezza prodotta dal lavoro. Le organizzazioni internazionali non sono altro che estensioni del potere degli stati. Ma il potere statale è messo in discussione e ridimensionato dai flussi - di informazioni, uomini, merci e capitali - che gli stati-nazione non riescono davvero a controllare. Accade che talvolta gli stati cercano, per conservare e riprendersi, laddove lo hanno perso, il potere di regolamentarli, di incanalarli, ma quando ci provano assistiamo quasi sempre a un fallimento. Per questo c'è sempre tensione, tra il rimanente potere esercitato dallo stato e l'incontenibile dinamismo dei flussi di informazione e di capitale nelle reti di comunicazione globale.

Lei ha scritto che, per contrastare il potere costituito i movimenti sociali usano media alternativi a quelli dominanti. Ma a un certo punto scrive di «politica insorgente». Può spiegare cosa intende?

I movimenti sociali ccercano, a volte riuscendoci, altre volte no, a trasformare i valori della società. È però all'interno del sistema politico che possono essere cambiati i rapporti di potere nella società. La politica insorgente è sì una azione politica, ma che si sviluppa alla periferia del sistema politico, riuscendo a sopraffare le dinamiche consolidate al suo interno e a imporre nuove idee e nuovi leaders politici. Prendiamo la elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. È indubbio che Obama abbia vinto grazie alla campagna di mobilitazione dei giovani e delle minoranze che normalmente non partecipavano al sistema politico. In questo caso ci siamo trovati di fronte a una politica insorgente basata sulla forte speranza di cambiamento. Lo slogan «Yes, we can» illustra bene come si è manifestata questa speranza di cambiamento, che ha mantenuto la sua indipendenza dal leader eletto presidente. Obama potrà anche deludere i «politici insorgenti», ma il cambiamento desiderato e che li ha portati a mobilitarsi non scompare. E quindi quegli stessi attivisti possono riprendere la mobilitazione contro il nuovo leader che non ha mantenuto le sue promesse di cambiamento.

Alcuni studiosi equiparano i movimenti sociali agli sciami. Si costituiscono, ma poi, una volta raggiunto il loro obiettivo, si dissolvono. E come se la politica insorgente sia sempre legata a una contingenza politica e che non possa avere una stabilità e possa durare nel tempo. È d'accordo con questa lettura?

Da sempre i movimenti sociali non sono una forma stabile di azione collettiva. Possono cambiare i valori della nostra società, oppure imporre un tema finora assente nella vita sociale. E quando questo accade si dissolvono con la stessa intensità in cui si sono formati. Il Maggio francese, ad esempio, non ha certo conquistato il potere, né credo che fosse proprio quello il suo obiettivo. In ogni caso ha introdotto nuovi valori e temi nella società, come l'ambientalismo, la solidarietà, i diritti delle donne, la necessità dei cittadini di controllare l'operato dello stato. Temi e valori che sono ormai accettati da milioni di uomini e donne. Prendiamo l'ambientalismo e il femminismo. Non ci sono mai stati, per quanto ne so io, movimenti femministi stabili. E tuttavia le lotte condotte dalle femministe hanno cambiato profondamente la vita delle donne, modificato i loro rapporti con i maschi, il modo di vivere la sessualità. Ha ridisegnato la divisione del lavoro familiare. Sotto molti aspetti sono i movimenti femministi hanno cambiato anche i maschi. Cambiamenti e trasformazioni che non sono certo venuti per decreto emesso da qualche governo. I governi, i parlamenti, insomma il sistema politico ha poi dovuto istituzionalizzarli. L'istituzionalizzazione avviene quando i valori e le tematiche portate avanti dai movimenti si sono già diffuse nella società.

La politica insorgente può conquistare il potere statale. In questo caso però assistiamo a una istituzionalizzazione della politica insorgente. Ma è questo punto che prende avvio un nuovo ciclo che vede il nuovo potere confrontarsi con una nuova politica insorgente. Non è quindi contemplata nessuna stabilità, perché lo stare in società e l'azione politica contemplano sempre il conflitto, il dominio e la resistenza ad esso. La stabilità esiste solo nella testa di chi è al potere e vuole fermare l'inarrestabile e incontenibile movimento della società. E quando cercano di fermare o bloccare il movimento della società falliscono sempre.

Bertolaso&c, l’affare emergenze ecco la fabbrica degli stipendi d’oro
La Repubblica, 14 marzo 2010

Ci sono eventi e eventi, nell’Italia dell’emergenza continua e delle ordinanze a pioggia. Alcuni calamitosi. Altri che non lo sono per niente. Ma che, per la Protezione civile, erano e sono da ritenersi "grandi eventi". Gare ciclistiche, regate, mondiali di nuoto, beatificazioni, visite pastorali, convegni eucaristici, vertici politici e militari, pellegrinaggi. Per legittimarli, e per assegnare un compenso "aggiuntivo" ai «soggetti attuatori», ai commissari delegati e a quelli straordinari che li gestiscono - quasi sempre Guido Bertolaso - a palazzo Chigi è sempre pronta una disposizione urgente. Che in molti casi stabilisce un gettone: dal 3,75% al 50% del «trattamento economico complessivo in godimento».

Sono 628 le ordinanze straordinarie dal 2001 a oggi. Un diluvio di procedure "ad hoc" che hanno permesso al dipartimento di Protezione civile della Presidenza del consiglio di bruciare, in nove anni, oltre 10 miliardi di euro. Più di un miliardo all’anno. Settanta milioni al mese. Quasi 3 milioni al giorno. Un sistema che ha ingrossato i conti delle centinaia di ditte appaltate a trattativa privata. O con gare-lampo sottratte alle regole di assegnazione e controllo della Corte dei Conti. O - vedi Abruzzo - «sulla base di criteri di scelta di carattere fiduciario».

L’Italia che emerge dalle ordinanze di Protezione civile è un paese a rischio ininterrotto. Pronto a sprecare. Calamità naturali, certo. Terremoti, alluvioni, smottamenti. Mettiamoci pure il traffico di una mezza dozzina di città, i rifiuti sotto il Vesuvio, le gondole e i vaporetti che assediano Venezia e «l´eccezionale afflusso turistico» nelle isole Eolie. Ma in un fritto misto di sacralità, agonismo e alta diplomazia istituzionale, a Bertolaso&co sono state affidate anche: le visite pastorali del Papa (800 mila euro stanziati nel 2008 per gli spostamenti di Benedetto XVI, ogni volta che il pontefice supera le sponde del Tevere il governo concede la dichiarazione di "grande evento"); i mondiali di ciclismo di Varese (71 milioni) e quelli di nuoto di Roma (60 milioni); i congressi eucaristici di Bari (2005, 3 milioni) e Ancona (2011, 200 mila euro per ora); le Olimpiadi di Torino e i vertici internazionali come il Nato-Russia del 2002 a Pratica di Mare (5 milioni solo di telecomunicazioni). E ancora: il semestre italiano di presidenza europea, la firma della Carta di Roma, il doppio G8 Maddalena-L´Aquila - quello della "cricca" costato 500 milioni - , la Louis Vuitton trophy. E, trattata come «un evento calamitoso di natura terroristica», l´influenza suina: 24 milioni di vaccini acquistati dalla casa farmaceutica Novartis; ne è stato usato uno solo, gli altri 23 sono andati in malora. In tutto una quarantina di eventi. Almeno tre - secondo le procure di Roma, Firenze e Perugia - hanno prodotto la «gelatina» della corruzione, il reato di cui è ac-cusato il capo della Protezione civile.

Il dipartimento al tempo di super Guido è una macchina del potere. La più veloce, ricca e meno controllata dello Stato. Un pozzo di San Patrizio che in meno di un decennio - da quando nel 2001 Berlusconi ne ha fatto un dipartimento della presidenza del consiglio - si è trasformato in un grande ente appaltatore. In spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni. Tutte per chiamata diretta, senza concorso (l´ultima infornata ne ha prodotte 200). Gli stipendi, poi. Dal capo ai funzionari, ce ne sono molti che lievitano grazie alle indennità: non solo per le emergenze e le missioni, anche per i grandi eventi.

È qui il nocciolo del potere della Protezione civile. Decreto varato da Berlusconi il 7 settembre 2001, articolo 5 bis comma 5. La "carta" estende il potere di ordinanza «alla dichiarazione di grandi eventi (...) diversi da quelli per i quali si rende necessaria la delibera dello stato di emergenza». Tradotto: una frana è come il G8, il terrorismo in Iraq come il ciclismo in Insubria. La canonizzazione di Padre Pio e Josè Maria Escrivà come i tuffi al Foro Italico e la preregata dell´America’s cup. Risultato: centinaia di milioni che fanno felici gli amministratori locali. E non solo. «È un’anomalia istituzionale - tuona il senatore del Pd Mario Gasbarri - . Le ordinanze le propone Bertolaso, Berlusconi le firma e le emana. In ogni ordinanza si nomina Bertolaso commissario. E in queste ordinanze lui riceve un compenso aggiuntivo. Bertolaso, insomma, decide quanti soldi deve prendere Bertolaso». Il capo della Protezione civile guadagna 236 mila euro (lordi). Più di ogni altro capo dipartimento. La sua retribuzione va in deroga alle leggi vigenti (pubblico impiego e contratto nazionale di lavoro del personale dirigente). Nel 2008 ha dichiarato un reddito imponibile di 1 milione e 13mila euro (quarto più ricco nel governo), a fronte di uno stipendio di molto inferiore. «Emolumenti episodici relativi ad attività svolte negli anni precedenti», ha spiegato in una nota la Protezione civile. Già. Ma qual è il compenso «aggiuntivo» di cui - documenti alla mano - Bertolaso pare aver beneficiato in questi anni? Per quanto Repubblica ha potuto sin qui verificare, ci sono una serie di ordinanze, almeno 12, emanate dalla Presidenza del consiglio tra aprile 2002 e giugno 2009, nelle quali è indicato un compenso extra per il commissario degli eventi. Che risponde quasi sempre al nome di Bertolaso. Lo "scalino" standard ammonta al 3,75%. Da calcolarsi sul «trattamento economico complessivo in godimento».

Esempi. Il G8, il 50° anniversario della firma dei trattati di Roma, il congresso eucaristico di Ancona (in programma l´anno prossimo e già affidato al sottosegretario B.). In altri casi, come per il pellegrinaggio a Loreto del 2007, palazzo Chigi elargisce ai soggetti attuatori un´indennità pari al 50% del «trattamento economico». «Vorremmo capire se il compenso per Bertolaso è cumulativo o se lo è stato - ragiona Antonio Crispi, funzione pubblica Cgil - , lo chiederemo al segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri». È un ginepraio il sistema di ordinanze di Protezione civile. Spesso, a un certo punto, la traccia che indirizza ai cachet si perde. Ecco alcune procedure urgenti. Emergenza terrorismo internazionale (2003, ancora in vigore, «retribuzione da determinarsi con successivo provvedimento del ministro dell´Interno); le frane di Cosenza (dal 2005 al 2010, compenso che Repubblica ha potuto stimare in circa 32 mila euro per il solo 2009 a favore del commissario straordinario); anniversario della firma dei trattati di Roma (2006, 3,75%); G8 (2007, 3,75%); congresso eucaristico di Ancona (2008, 3,75%). «Più ordinanze propone e più Bertolaso guadagna?», attacca Gasbarri.

Che con le ordinanze si sia fatto prendere un po´ la mano, del resto, lo ha ammesso lo stesso sottosegretario. «Forse il ricorso ai poteri di emergenza è stato un po´ eccessivo» ha detto a Panorama il 25 febbraio scorso. «Purtroppo, da servitore dello Stato, ogni volta che mi hanno sottoposto un problema, io sono intervenuto. Mi sembrava il modo migliore per fare andare avanti il paese». 800 dipendenti, una rete di 1milione e 300mila volontari, ultimo bilancio 2 miliardi e 72 milioni di cui 1,2 miliardi destinati ai mutui accesi per i lavori di ricostruzione e solo 31 milioni all´attività di "previsione e prevenzione" (la ragione sociale della Protezione civile). Uno «Stato nello Stato», lo definisce Manuele Bonaccorsi in "Potere assoluto". Con i piedi ben piantati nei grandi eventi. Meno sulla salvaguardia dell´ambiente. «Se non tuteli il territorio non tuteli la vita umana, di cui sei diretto responsabile - dice ancora Antonio Crispi - . Bisogna togliere alla Protezione civile i grandi eventi, cambiare il sistema». Quello che munge milioni allo Stato anche per un pellegrinaggio o una gara di ciclismo. "Emergenze" che per molti funzionari valgono il 30% in più dello stipendio. E altri cotillon. Lo dice chiaro l´ordinanza per i campionati di ciclismo di Varese: «Ai componenti della struttura commissariale», oltre all´indennità di missione, «spettano 100 ore mensili di straordinario forfaittario».

(1 - continua)

Bertolaso, consulenze record 9 milioni per gettoni e assegni

La Repubblica, 20 marzo 2010

Di beffe i terremotati dell´Aquila ne hanno subite abbastanza. Comprese le risate sciacalle della «cricca». Ce n´è una, però, che non conoscono ancora. Va iscritta in quel generoso consulentificio che è la Protezione civile al tempo di Guido Bertolaso. È il 15 aprile 2009. Ad appena nove giorni dal sisma che ha violentato l´Abruzzo provocando la morte di 308 aquilani, ferendone altri 1.600 e lesionando centinaia di edifici, l´ennesimo contributo, 300 mila euro, finisce - con la solita ordinanza ad hoc - nelle casse di una fondazione. Che ha come scopo la prevenzione del rischio sismico. Già materializzatosi 216 ore prima. La fondazione si chiama Eucentre e fa parte della short list (commesse, consulenze, convenzioni) del dipartimento di Protezione civile. Fondata nel 2003, tra gli altri, dalla stessa Protezione, Eucentre è il professor Gian Michele Calvi. Che è pure direttore - con il Consorzio For Case di cui è presidente - del progetto C. A. S. E.. La ricostruzione all´Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti con appalti per 800 milioni. Calvi insegna meccanica strutturale all´ateneo di Pavia, la sua città. Lo considerano un braccio destro di Bertolaso. Dopo l´estate del 2008 il sottosegretario lo spedisce alla Maddalena come «soggetto attuatore» del G8 al posto dello spendaccione Fabio De Santis (ora in carcere), «allontanato» perché stava appaltando a 600 milioni opere che dovevano costarne 300. Peccato che l´ingegner Calvi, figlio d´arte, studio da 30 dipendenti, famiglia vicina all´Opus Dei, un fratello, Gian Luca, che l´anno scorso rileva per 300mila euro la Tecno Hospital di Gianpaolo Tarantini, all´Aquila abbia splafonato e non di poco proprio nella costruzione delle new town. In 11 mesi, dall´aprile del 2009, con la sua task force di 119 tecnici è riuscito a far lievitare i costi del 40%: dai 570 milioni preventivati a 800. Non male per un´emergenza costata finora la cifra record di 1 miliardo e 431 milioni. «Alla fine sarà il terremoto più caro di sempre», dice Teresa Crespellani, già docente di ingegneria geotecnica sismica all´ateneo di Firenze. Dal pozzo di via Ulpiano, a favore di Eucentre, sono usciti 700 mila euro solo per la valutazione di agibilità delle case. Un compito che nell´era pre-Bertolaso era appannaggio dei tecnici del dipartimento. Con un bel risparmio.

All´Aquila tra gli edifici dichiarati inagibili c´è la vecchia sede dell´Anas. Danni modesti, nemmeno puntellata ma si è deciso, d´urgenza, di tirarne su una nuova. Costo: 14,5 milioni di euro (cordata Maltauro di Vicenza, consegna 27 aprile prossimo). A distanza di un anno nessuna costruzione: solo un cratere. «Prima si valorizzavano le risorse interne, oggi è un continuo e oneroso ricorso a soggetti esterni», ragiona Roberto De Marco, fino al 2002 direttore del defunto servizio sismico nazionale. In effetti in Protezione civile, quando si parla di consulenze, i cordoni della borsa si aprono senza problemi. Nel 2007 ne sono state assegnate per 2 milioni e 436 mila euro, record di spesa con 80 consulenti.

I collaboratori. Bertolaso i suoi se li tiene stretti. A Giovanni Bastianini, «consulente per informazione, immagine e divulgazione della cultura di protezione civile», vanno 104mila euro. La cura delle «attività di comunicazione visiva» è affidata a Maurizio Silvestri, e costa 74 mila euro. Prende 6 mila euro in più l´avvocato di Stato Ettore Figliolia, un tempo consigliere giuridico, oggi superconsulente. E´ lui, già capo gabinetto di Rutelli vicepremier, la "mente" creativa delle ordinanze di Protezione civile.

Quanto ci costano i nostri protettori civili e i loro "aggiunti"? Nel bilancio 2009 (2 miliardi e 72milioni) figura la voce «emolumenti accessori al personale interno e distaccato, per gettoni di presenza, stipendi e assegni per il personale assunto con contratti "privati"». In tutto fanno oltre 9 milioni. Normale per un dipartimento che ha quadruplicato le dimensioni della sua struttura (una tendenza inversa ai drastici tagli di tutto l´apparato pubblico centrale). Con un ufficio stampa-comunicazione formato da un esercito di 28 persone (con Franco Barberi erano 8). Persino poca roba se paragonata alle commesse e agli incarichi extra. Tra i "partner" più fedeli c´è Finmeccanica. Specializzata nel settore militare ma alla quale è affidata l´infrastruttura informatica (appalto secretato). Sono targati Selex (società di Finmeccanica) anche i 20 nuovi meteo-radar acquistati nel 2007 per 20 milioni (2,8 milioni a pezzo). Restiamo nei cieli. La flotta delle emergenze, e dei grandi eventi, è tanto fornita quanto costosa: nel 2008 per mantenere i 19 Canadair CL 415, i due aerei Piaggio C 180, i tre elicotteri Agusta e i 6 elicotteri Erickson S63 in appalto, ci sono voluti 158 milioni. Per la sola gestione dei Canadair 43 milioni sono andati alla Sorem: un partner resistente a tutto. Anche alle indagini giudiziarie e a quelle dell’Enav, che nel 2002 denuncia «carenze addestrative e operative». Tra il 2003 e il 2007 si verificano una serie di incidenti, alcuni mortali. Bertolaso ammette «un errore» nella programmazione degli orari di volo, ma Sorem è confermatissima. Come l´Ingv (istituto nazionale geofisica e vulcanologia) di Enzo Boschi. L´ultimo assegno staccato è di 63 milioni, convenzione del 2004. Altri si "accontentano". Legambiente, «protagonista nell´organizzazione di grandi eventi», nel 2006 incassa 694 mila euro. Più del doppio di quanto sono costati (335 mila) i distintivi e le medaglie 2009 della Protezione civile (ma i pompieri che hanno scavato all´Aquila hanno dovuto pagarsele). Meno di un terzo di quanto costa (3,5 milioni all´anno per 9 anni) la sede operativa scelta da Bertolaso nel 2004. Sorge in via Vitorchiano, sulle sponde del Tevere. In una zona che l´autorità di bacino del fiume ha definito "R4". Il massimo livello di rischio idrogeologico.

(2 - continua)

La Parentopoli di Bertolaso: quei figli dei potenti assunti senza concorso

la Repubblica, 27 marzo 2010

Lo «Stato nello Stato» ha imbarcato proprio tutti. Tutti quelli che bisognava imbarcare. Figli e nipoti di: generali, colonnelli, magistrati della Corte dei conti e della Corte costituzionale, cardinali, prefetti, direttori generali del Tesoro (gli stessi che devono controllare le spese della Protezione civile), avvocati di Stato, 007 dei servizi segreti, dirigenti e segretari generali della Presidenza del consiglio dei ministri, ex capi dei vigili del fuoco, dirigenti sindacali. Tutti assunti per chiamata diretta. Senza concorso. Tutti catapultati nel dipartimento-carrozzone più generoso d´Italia. Quello della «procedura straordinaria», della deroga continua a tutto. Anche all´articolo 97 della Costituzione che prevede il concorso per entrare nella pubblica amministrazione. In Protezione civile i posti di lavoro si materializzano su indicazione di Guido Bertolaso. Che di problemi, da questo punto di vista, non se n´è mai fatti.

Avendo piazzato il cognato ed ex socio in affari, Francesco Piermarini - ingegnere in stretti rapporti con uno dei pilastri della "cricca dei banditi", l´imprenditore Diego Anemone - a lavorare in evidente "conflitto d´interessi" nei cantieri del G8 della Maddalena. «L´anomalia istituzionale è mostruosa - dice il senatore Pd Mario Gasbarri - questo è l´unico settore della pubblica amministrazione dove la parola concorso pubblico non esiste e dove si va avanti con assunzioni parentali e amicali in cui la grande assente è la competenza. Alla faccia di Brunetta». Nel mare grande del pubblico impiego, in effetti, l´attuale Protezione civile è un isola del tesoro sciolta dagli ordinamenti dello Stato. Un coacervo istituzionale dove il nepotismo e il clientelismo sono elevati alla massima potenza grazie anche a un "congelamento" delle norme che regolano le assunzioni statali. E dove un posto, una collaborazione, un salto di carriera, un trattamento economico extra moenia, si materializzano sempre. Anche se sei un pensionato di 83 anni (è il caso di Domenico Rivelli, «collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili dell´emergenza rifiuti a Napoli»). Anche se di emergenze e calamità hai sentito parlare solo in televisione. Può capitare di essere figli del capo del personale di palazzo Chigi (Giuseppina Perozzi). E così si aprono le porte dell´ufficio stampa del dipartimento. E´ il caso di Eugenio D´Agata, già «collaboratore dell´emergenza eventi avversi» in Calabria, assunto a 24mila euro assieme ad altri 199 con la recente legge 26 che ha trasformato il decreto 195, quello della "Protezione civile spa".

Del mazzo dei fortunati fa parte anche Carola Angioni, figlia del generale Franco Angioni, capo della spedizione in Libano, oggi assunta dopo aver collaborato a tamponare nel 2007 «l´emergenza eventi atmosferici» nel Veneto. I rifiuti di Napoli sono stati il banco di prova di Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi: arruolata anche lei. Come la nipote del cardinale Achille Silvestrini, come la figlia di Carmen Iannacone, funzionaria della Corte di conti addetta al controllo degli atti di palazzo Chigi. Sono molti i magistrati che hanno prole tra i protettori civili: almeno cinque della Corte di conti, e cioè quello che dovrebbe essere il cane da guardia del dipartimento. Due sono Rocco Colicchio e Marco Conti. Un´altra è la segretaria generale, Gabriella Palmieri. Poi c´è la Corte costituzionale. Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Corte, Ugo De Siervo, è in squadra. Si è occupato dell´esondazione del Sarno e ora segue le «relazioni con gli organismi internazionali».

Fino al 2004 i dipendenti della Protezione civile erano 320. Oggi sono 800, di cui 150 "comandati" (provenienti già da altre amministrazioni). Cinquecento assunti in cinque anni. Gli ultimi 200 Bertolaso li ha chiamati a corte a fine febbraio: da co.co.co. a contratto a tempo determinato. In attesa di essere stabilizzati. Ovviamente senza concorso. Altri 16 dirigenti a contratto (con ordinanza) diventeranno in questi giorni dirigenti dello Stato, stipendio da 3 mila euro netti. L´elenco dei neo protettori è una specie di manuale Cencelli. Puoi trovare la figlia del prefetto Anna Maria D´Ascenzo, già capo del dipartimento dei vigili del fuoco; quella del colonnello Roberto Babusci che dirigeva il centro operativo aereo della Protezione civile; la nipote dell´ex presidente della Rai Ettore Bernabei e il figlio di Mario Ferrazzano, segretario generale del sindacato della presidenza del consiglio Snaprecom. Un dipartimento fidelizzato. E la fede con Bertolaso paga. Nel "cerchio magico" ci sono Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Tutti e tre sono stati nominati (da co.co.pro che erano) dirigenti generali della Presidenza del consiglio con norme ad personam. Infilate nel decreto rifiuti del 2008. Guadagnano 170mila euro. Quando nel 2001 sono stati assunti, i primi due erano estranei alla pubblica amministrazione. Facevano solo parte della squadra di Rutelli al Giubileo. Da oggi a vigilare sull´operato della Protezione civile, «a difesa dell´equità di trattamento dei lavoratori», c´è una consulta permanente creata dalla Cgil. Basterà?

(3.fine)

Ma ormai le università sfornano equazioni per ogni cosa: per l’amore, per l’eros, per la dieta perfetta e ovviamente per vincere nei giochi d’azzardo. In realtà l’algoritmo disegna le modalità di funzionamento di larghe aree delle nostre organizzazioni sociali, e così redistribuisce poteri. Incarna anzi le nuove forme del potere e ne modifica la qualità. E tutto questo suscita diverse domande. Saremo sempre più intensamente alla mercè delle macchine? Quali sono gli effetti su libertà e diritti, quali le conseguenze sullo stesso funzionamento democratico di una società?

Alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, è stata attribuita una virtù, quella di rendere la società più trasparente proprio per quanto riguarda la possibilità di controlli diffusi sul potere, su qualsiasi potere. Ma quando l’algoritmo diviene il fondamento stesso del potere esercitato da un soggetto, com’è nel caso assai enfatizzato di Google, e tutto ciò che lo riguarda è avvolto dalla massima segretezza, allora siamo davvero di fronte alla nuova versione degli arcana imperii, che non tutelano soltanto l’attività d’impresa, ma si impadroniscono, direttamente o indirettamente, della vita stessa delle persone.

Come convivere, allora, con l’algoritmo, anzi con le molteplici forme che questa tecnica assume, e con le reti neurali, con l’"autonomic computing", con tutto ciò che affida alla tecnologia la costruzione della nostra identità e così produce nuove, spesso invisibili, gerarchie sociali e insedia "l’algoritmo al potere" (è il titolo di un libro di Francesco Antinucci)? Non lo sappiamo, ma è possibile che, quando telefoniamo a un call center e ci sentiamo rispondere di "rimanere in linea per non perdere la priorità acquisita", siamo già nelle mani di un algoritmo che ci ha classificati come clienti poco interessanti e ci fa attendere all’infinito, mentre è fulminea la risposta per il "buon" cliente. Nella vita quotidiana s’insinua il germe di nuove discriminazioni, nasce il cittadino non più libero, ma "profilato", prigioniero di meccanismi che non sa o non può controllare, ben descritti in un libro curato da Mireille Hildebrandt e Serge Gurvitch e intitolato appunto "Profiling the European Citizen".

Nella società dell’algoritmo svaniscono garanzie che avrebbero dovuto mettere le persona al riparo dal potere tecnologico, dall’espropriazione della loro individualità da parte delle macchine. Una direttiva europea e molte leggi nazionali prevedono che tutti abbiano il diritto di conoscere la "logica applicata nei trattamenti automatizzati dei dati" e vietano ogni decisione "fondata esclusivamente su un trattamento automatizzato di dati destinati a valutare taluni aspetti della sua personalità". Queste norme ci dicono che il mondo dei trattamenti automatizzati delle informazioni non può essere senza regole e che il ricorso all’algoritmo non può divenire una forma di deresponsabilizzazione dei soggetti che lo adoperano.

Sono state messe sotto accusa le "macchine", che non possono difendersi e così diventano un comodo capro espiatorio. Ma l’imputazione impersonale del potere ad una entità esterna non può divenire la via per esercitare un potere senza responsabilità. Certo, l’algoritmo è uno strumento per razionalizzare procedure, calcolare variabili altrimenti difficili da governare, sottrarre decisioni importanti a pressioni improprie. E tuttavia porta con sé anche una difficoltà riguardante l’ampiezza delle variabili da considerare, i caratteri imprevedibili degli accadimenti, quella variabilità storica che ha indotto a dire che "un cavallo non corre mai due volte" per sottolineare i rischi delle scommesse sul futuro. E se questo è vero per il sistema finanziario internazionale, lo è ancora di più quando le decisioni riguardano le persone, diverse l’una dall’altra, collocate in contesti diversi, irriducibili a schemi.

Questa consapevolezza ormai diffusa dovrebbe indurre ad adottare almeno il "principio di precauzione" e a costruire un adeguato contesto istituzionale, oggi assai debole anche perché le norme ricordate sono aggirate o ignorate, per evitare che il rapporto sempre più importante tra l’uomo e la macchina venga governato solo dalla logica economica. Quando la relazione tra i poteri pubblici e privati e le persone viene basata su di un ininterrotto "data mining", sulla raccolta senza limiti di qualsiasi informazione che le riguardi, e affidato poi all’algoritmo, le persone sono trasformate in astrazioni, la costruzione della loro identità viene sottratta alla loro consapevolezza, il loro futuro affidato al determinismo tecnologico. Tutto questo incide sui diritti fondamentali, mette in discussione la libera costruzione della personalità e l’autodeterminazione, imponendo così di chiedersi se e come la società dell’algoritmo possa essere democratica.

Tra tutti i regimi politici, la democrazia è quello che più si presta a generare e mimetizzare oligarchie. Oggi, questa tematica è trattata parlando di caste. Nessuno, credo, pensa alle caste indiane o ai mandarini cinesi. Ogni sistema castale comporta stratificazioni sociali per piani orizzontali paralleli, sovra- e sotto-ordinati, più o meno impermeabili. A ciascuno di questi piani corrispondono stili di vita, gusti, culture, letteratura, musica, teatro, talora lingue, abitudini alimentari, leggi particolari. Oggi, nulla di tutto ciò. Le oligarchie odierne, in società di individui sciolti da appartenenze e liberi di fare di sé quel che vogliono e di legarsi a chi vogliono, si costruiscono, si modificano e si distruggono su moti circolari ascendenti e discendenti dove tutti si confondono. Per comprendere la differenza, occorre partire da un po’ più lontano, dal conflitto tra chi appartiene e chi non appartiene a un qualche «giro» o cerchia di potere. Intendo con questa espressione – il giro – esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi, i quali occupano posti inconcepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono? I giri sono la nostra costituzione materiale. Ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di "materia".

Occorre disporre di risorse da distribuire come favori; per esempio: danaro e impieghi, carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall’altra parte, qualcosa da offrire in restituzione: dal piccolo voto (il voto «di scambio»), all’organizzazione di centinaia o migliaia di voti che si controllano per ragioni di corporazione, corruzione e criminalità, fino alle prestazioni personali o per interposta persona, oggi soprattutto per sesso interposto. L’asettico «giro» in realtà è una cloaca e questo è il materiale infetto che trasporta.

Qual è la forza che lo muove? Poiché la protezione e i favori stanno su e la fedeltà e i servizi giù, dietro le apparenze di allegre comunelle e della combutta innocente, si annidano sopraffazione e violenza. Distribuendo favori, può sembrare un sistema benefico, una forma di democrazia come potere per il popolo. Ma non è così. Ognuno vede nell’altro solo risorse da sfruttare. Ogni giro è un crogiolo di rivalità e ferocia e di gradini, da pestare per salire più in alto. Sul più alto e su quello più basso troviamo solo arroganza e solo servilismo. Sugli intermedi si è arroganti con i sottoposti e servili con i sovrapposti e mano a mano che si sale o si scende cambia il rapporto tra arroganza e servilismo. Padroni e servi, a tutti i livelli del giro, sono legati da patti, ma patti tra complici. La fedeltà ai patti è garantita da favori e minacce, blandizie e intimidazioni e ricatti. Quando nello scambio entrano anche organizzazioni criminali, non è esclusa la violenza. Non pochi delitti politici nel nostro violento Paese si spiegano così.

Dove si alimenta la forza che alimenta i giri? Nella disuguaglianza e nell’illegalità. Essi, i giri, tanto più si diffondono quanto maggiore è il malessere sociale e quanto meno le leggi valgono ugualmente per tutti. Tanta più insicurezza e ingiustizia, tanto più richiesta di «patronato»; tanto più patronato, tante più violazioni della legge uguale per tutti. La democrazia, mancando uguaglianza e legalità, diventa una dissimulazione di sistemi di potere gerarchici, basati sullo scambio ineguale di favori tra potenti e impotenti, e sulla generalizzata illegalità a favore di chi appartiene a oligarchie. Una violazione che può essere la semplice, e apparentemente innocente, raccomandazione o diventare associazione a delinquere secondo il codice penale.

Questa struttura mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva. Se solo per un momento potessimo sollevare il velo ed avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. Catene verticali di potere, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della finanza, dell’università, della cultura, dello spettacolo, dell’innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni, eccetera, che, secondo i propri principi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e invece sono attratti negli stessi mulinelli del potere, corruttivi di ruoli, competenze, responsabilità.

Realisticamente, si deve tuttavia constatare che non tutto è così, se non sempre per virtù almeno per necessità. Innanzitutto, non tutti nelle numerose categorie di soggetti ora indicati, si prestano alla logica dei giri. Ma, soprattutto il sistema del patronato e dello scambio di fedeltà non può essere universale. Ci sarà sempre chi non può o non riesce a entrarci. Innanzitutto, per ragioni pratiche. Le risorse di cui esso deve disporre (posti, finanziamenti, favori) non sono illimitate. Per quanto si tenda a estenderle e ramificarle (ad es. con la moltiplicazione dei posti in enti inutili), vi sono limiti di sostenibilità, dettati dalla limitatezza delle risorse, dall’impoverimento della società e dalla rapacità di chi sta (più in alto) nella gerarchia. Ma c’è anche una ragione di principio. Le oligarchie dei giri non potrebbero esistere se tutti godessero dei loro privilegi. La generalizzazione dei privilegi è concettualmente la contraddizione delle oligarchie. Esse, per esistere, hanno bisogno che vi sia chi ne sta fuori. Le oligarchie portano dunque nel loro seno la contraddizione.

È questo il momento in cui lo scontro assumerà l’aspetto di un conflitto tra interessi (di parte) e valori (universali), o tra «interessi» e «ragioni». Chi non partecipa, in una misura anche minima, al sistema dei privilegi, che cosa può fare se non contrapporre idee generali (valori e ragioni, per l’appunto) agli interessi dai quali è escluso? Per chi è inserito in un sistema di scambi, il suo utile potenziale è proprio solo il suo, e tutto il resto può andare a ramengo; per chi non vi è inserito, invece, quello che, per i primi, è quel "resto" è invece l’essenziale.

La divisione è perfino antropologica. L’homo hierachicus è stato studiato con riguardo alle società castali. Potrebbe essere studiato con riguardo alle oligarchie «di giro». Ne risulterebbero tratti antropologici tipici. Coloro che hanno passato la propria esistenza, o si accingono a passarla, non come uomini liberi ma come scalatori di luoghi dove vige servilismo e opportunismo verso i potenti e arroganza travestita da paternalismo verso i deboli, non possono non portarne i segni sul loro modo d’essere, di mostrarsi e di fare. Il loro è un habitus caratteristico, che li distingue e che difficilmente possono dismettere o nascondere.

Norberto Bobbio ha parlato una volta di «promesse non mantenute» della democrazia e, tra queste, ha messo la scomparsa delle oligarchie. Poteva, questa promessa, essere mantenuta e non lo è stata, oppure non poteva proprio essere mantenuta ed era quindi una falsa promessa?

Non è detto che ci si debba accodare a quelli che chiamerei gli «snobisti» della democrazia, una categoria in crescita di persone, un tempo di destra, oggi anche di sinistra, anzi prevalentemente di sinistra (una novità) molto intelligenti, i quali hanno vita facile nel mostrarne limiti, contraddizioni e ipocrisie e nel considerare «anime belle» coloro che fanno professione di fede democratica. È vero: la democrazia come autogoverno del popolo è tanto più irrealizzabile quanto più è idealizzata. Ma non è la stessa cosa se, per combattere le oligarchie, occorre creare «momenti eroici», con le violenze e le distruzioni che li accompagnano, o se basta fare appello, contro l’illegalità di cui esse si nutrono e la segretezza con cui si proteggono, alla forza della legge applicata in modo uguale per tutti e alla libera circolazione delle informazioni: in una parola, alle precondizioni che permettono oneste misurazioni del consenso e del dissenso. La democrazia è dunque forse solo questo: la possibilità di creare «momenti non eroici» di distruzione delle oligarchie.

Vediamo così che occorre tenersi stretti ai capisaldi del liberalismo: la sovranità della legge e la libertà dell’opinione; le magistrature e l’informazione. Non ci voleva molto, per arrivare qui, a questa conclusione. Non ci voleva molto, ma questo non vuol dire che sia superfluo ribadirla, ora che sembra a qualcuno, non senza trovare seguito, che questi capisaldi, piuttosto che rinforzare, ostacolino e indeboliscano la democrazia.

Il testo è parte della «Lettura Cesare Alfieri» dal titolo "La democrazia difficile", che si terrà a Firenze, Aula Magna del Polo delle Scienze sociali, oggi alle 11.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Zizek Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo edito da Ponte alle Grazie in libreria in questi giorni

Dodici anni prima dell´11 settembre, il 9 novembre del 1989, è caduto il Muro di Berlino. Questo evento sembrò annunciare l´inizio dei «felici anni Novanta», l´utopia di Francis Fukuyama della «fine della storia», la fede che la democrazia liberale avesse vinto in linea di principio, che l´avvento di una comunità liberale globale stesse aspettando appena dietro l´angolo, e che l´ostacolo a questo lieto fine hollywoodiano fosse meramente empirico e contingente (sacche locali di resistenza i cui leader non avevano ancora colto che il loro tempo era finito). L´11 settembre, invece, ha simboleggiato la fine del periodo clintoniano e avviato un´era in cui nuovi muri sembrano emergere dappertutto: tra Israele e Cisgiordania, lungo il confine messicano, ma anche all´interno degli stessi stati-nazione.

In un articolo su Newsweek, Emily Flynn Vencat e Ginanne Brownell riferiscono come oggi, «il fenomeno del "per soli membri" si sta espandendo fino a diventare un intero modus vivendi, includendo ogni cosa, dalle condizioni bancarie private alle cliniche sanitarie solo su invito (...), coloro che hanno i soldi stanno progressivamente rinchiudendo la loro intera vita dietro portoni sbarrati. Piuttosto che partecipare a grandi eventi mediatici, organizzano concerti privati, sfilate di moda ed esposizioni d´arte a casa propria. Vanno a fare shopping after-hours e la classe e la disponibilità economica dei loro vicini (e potenziali amici) viene rigorosamente controllata».

Una nuova classe globale sta così emergendo «con, ad esempio, un passaporto indiano, un castello in Scozia, un pied-à-terre a Manhattan e un´isola privata ai Caraibi». Il paradosso è che i membri di questa classe globale «cenano in privato, fanno shopping in privato, fruiscono arte in privato, ogni cosa è privata, privata, privata». Si stanno creando un ambiente vitale proprio per risolvere il proprio angoscioso dilemma ermeneutico; come afferma Todd Mullay: «le famiglie ricche non possono "iniziare a fare inviti alla gente e aspettarsi che questa capisca cosa voglia dire avere 300 milioni di dollari"».

Allora quali sono i loro contatti con il mondo esterno? Sono di due tipi: affari e beneficenza (protezione dell´ambiente, lotta contro le malattie, mecenatismo ecc.). Questi cittadini globali vivono la loro vita per lo più nella natura incontaminata - facendo trekking in Patagonia o nuotando nell´acqua trasparente delle loro isole private. Non si può fare a meno di notare che una delle caratteristiche di fondo dell´atteggiamento di questi ultraricchi che vivono nelle loro torri d´avorio è la paura: paura della vita sociale esterna in sé. Le priorità maggiori degli ultrahigh-net-worth individuals sono quindi di minimizzare i rischi di sicurezza - malattie, esposizione alle minacce di crimine violento, e così via.

Nella Cina contemporanea, il nuovo ricco si è costruito delle comunità isolate modellate sull´immagine idealizzata delle «tipiche» città occidentali; vicino a Shanghai, ad esempio, esiste una replica «reale» di una piccola cittadina inglese, compresa una via principale con pub, una chiesa anglicana, un supermercato Sainsbury ecc.: l´intera area è isolata da ciò che la circonda da una cupola invisibile, ma non meno reale. Non esiste più una gerarchia tra gruppi sociali che vivono nella stessa nazione, coloro che risiedono in questa città vivono in un universo per il quale, all´interno del suo immaginario ideologico, il mondo circostante di «classe inferiore» semplicemente non esiste. Questi «cittadini globali» che vivono in aree isolate, non rappresentano forse il vero polo opposto di coloro che vivono negli slum e delle altre «macchie bianche» della sfera pubblica? In effetti essi rappresentano le due facce della stessa medaglia, i due estremi della nuova divisione di classe.

La città che incarna meglio questa divisione è San Paolo, nel Brasile di Lula, che ospita 250 eliporti nell´area del suo centro città. Per isolarsi dal pericolo di mescolarsi con la gente ordinaria, il ricco di San Paolo preferisce usare gli elicotteri, sicché, dando uno sguardo all´orizzonte della città, ci si sente veramente come se ci si trovasse in una megalopoli futurista del genere descritto in film come Blade Runner o Il quinto elemento, con la gente comune che sciama per strade pericolose in basso, mentre il ricco volteggia in giro a un livello più alto, nell´aria.

Sembra così che l´utopia degli anni Novanta di Fukuyama debba morire due volte, dal momento che il crollo dell´utopia politica liberal-democratica dell´11 settembre non ha colpito l´utopia economica del mercato capitalista globale; se il collasso finanziario del 2008 ha un significato storico, allora, è come segno della fine della faccia economica del sogno di Fukuyama. Il che ci riporta alla parafrasi marxiana di Hegel: bisogna ricordare che, nella sua introduzione a una nuova edizione del Diciotto Brumaio negli anni Sessanta, Herbert Marcuse aggiunse un ulteriore giro di vite: a volte, la ripetizione in guisa di farsa può essere più terrificante della tragedia originale.

In un famoso scontro all´università di Salamanca nel 1936, Miguel de Unamuno lanciò una frecciata ai franchisti: Venceréis, pero no convenceréis («Vincerete, ma non convincerete»). È tutto qui quello che oggi la sinistra può dire al capitalismo globale trionfante? La sinistra è predestinata a continuare a giocare il ruolo di coloro che, al contrario, convincono ma nondimeno continuano a perdere (e sono particolarmente convincenti nello spiegare retroattivamente le ragioni del proprio fallimento)? Il nostro compito è scoprire come fare un passo in avanti. La nostra undicesima tesi dovrebbe essere: nelle nostre società, la sinistra critica finora è riuscita solo a sporcare coloro che stanno al potere, mentre il punto reale è castrarli...

Ma come possiamo riuscirci? È necessario imparare dai fallimenti della politica della sinistra nel ventesimo secolo. Il compito non è praticare la castrazione nell´apice di uno scontro diretto, ma minare coloro che stanno al potere con un lavoro ideologico-critico paziente, in modo tale che, sebbene siano ancora al potere, ci si accorga improvvisamente che i potenti si ritrovano a parlare con voci innaturalmente acute. Negli anni Sessanta, Lacan chiamò il periodico della sua scuola, che fu pubblicato in maniera irregolare per un breve periodo, Scilicet. Il messaggio non era il significato oggi predominante della parola («cioè», «ossia», «vale a dire»), ma letteralmente: «è permesso sapere». (Sapere cosa? Ciò che la Scuola freudiana di Parigi pensa dell´inconscio...) Oggi, il nostro messaggio dovrebbe essere lo stesso: è permesso sapere e impegnarsi pienamente nel comunismo, agire nuovamente in piena fedeltà all´idea comunista. La permissività liberale è dell´ordine del videlicet - è permesso vedere - ma la fascinazione per l´oscenità che ci è consentito osservare ci impedisce di sapere cos´è ciò che vediamo.

Morale della storia: il tempo del ricatto moralistico liberal-democratico è finito. Non dobbiamo più continuare a giustificarci; mentre loro farebbero meglio a iniziare a farlo presto.

Negli anni passati la sinistra che voleva prendere congedo dalle esperienze socialdemocratiche, comuniste del Novecento attingeva a piene mani a un insieme di idee raccolte nel contenitore chiamato neoliberismo, di cui sosteneva la capacità euristica di spiegare il funzionamento dell'economia e il potere di indicare la strada per costruire una «buona società». Da Toni Blair a Anthony Giddens, da Walter Veltroni a Bill Clinton, da Gerhard Schröder a Romano Prodi, sono stati molti i leader politici fulminati sulla via di Damasco del libero mercato. Poco importava che negli anni Trenta de Novecento un gentiluomo inglese, John Maynard Keynes, frequentatore di circoli intellettuali tanto esclusivi quanto poco convenzionali, aveva spiegato che il mercato lasciato a se stesso avrebbe portato alla rovina il capitalismo, invocando un intervento dello Stato per evitare che i rentiers continuassero a distruggere ciò che onesti imprenditori e infaticabili lavoratori costruivano giorno dopo giorno. E poco interessati erano verso il giudizio che aveva accompagnato le analisi dei liberisti Milton Friedman e Friedrich August von Hayek, considerate infatti per decenni poco più che fantasie. Con il passato, andava gettato alle ortiche quando di buono le politiche economiche keynesiane avevano prodotto. Ora dopo che la crisi ha messo a nudo la fragilità del neoliberismo, si può cominciare nuovamente a ragionare con serietà su come possa funzionare l'economia e la società.

È questa la tesi avanzata nel dissacrante saggio Liberista sarà lei! firmato da Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti avanzano (Codice edizione, pp. 131, euro 14). I due giornalisti/studiosi annotano con puntigliosa chiarezza tutti i passaggi che hanno portato gran parte della sinistra europea e il partito democratico statunitense a fare proprio il verbo neoliberista, magari mascherando le politiche sociali di dismissione del welfare state di cui sono stati protagonisti.

Dopo quasi tre decenni di neoliberismo non rimane in piedi quasi nulla dello stato sociale e la crisi dovrebbe almeno alimentare un ripensamento, ma la sinistra democratica continua invece a invocare le virtù del libero mercato che non si sono manifestate perché non sono state decise regole precise sulla libera concorrenza. Certo, un accenno di autocritica è venuto da parte di Romano Prodi, ma a cose fatte, cioè dopo che lo tsunami neoliberista ha privatizzato le imprese pubbliche, deregolamentato il mercato del lavoro, elevando la precarietà a norma universale nei rapporti di lavoro. Una pervicace adesione al neoliberismo alimentata da opinion makers - come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi - che hanno pure scritto pamphlet per sostenere che il Liberismo è di sinistra. Ma se di fronte agli scritti di questi apprendisti stregoni si può tirare dritto, chiarezza va fatta sul fatto che la filosofia sociale e morale, ad esempio, di Adam Smith, ha ben poco a vedere con il mainstream liberista, visto che proprio il cantore del libero mercato nelle Teorie dei sentimenti morali invitava gli stati ottocenteschi a intraprendere politiche sociali a favore dei poveri, a tutelare il diritto dei lavoratori a un equo salario e a limitare il potere dei capitalisti.

Dunque, un libro utile, in particolar mondo laddove dissacra la volontà gregaria di molti esponenti politici della sinistra, che dopo la crisi, per contrappasso, devono ascoltare i sermoni di Giulio Tremonti contro gli ultras del libero mercato che mettono a rischio la convivenza civile.

Ciò che invece rimane da comprendere è come un insieme di idee fragili, intrise di pessima ideologia diffuse da personalità intellettuali mediocri sia riuscito a diventare il pensiero dominante per così tanti anni. Una risposta sta nel fiume di denaro che le grandi multinazionali statunitensi hanno dirottato verso i think thank conservatori che pazientemente hanno costruito l'egemonia culturale neoliberista. E tuttavia è indubbio che le guerre culturali condotte dalla destra statunitense prima e europea dopo sono state vincenti perché hanno prodotto un consenso alle loro teorie. Consenso limaccioso, le cui origini stanno nella reazione rabbiosa dell'establishment industriale e finanziario all'assalto al cielo del Sessantotto. Le fortune politiche del populismo di destra vanno quindi cercate nella sconfitta di quel movimento globale e dal rovesciamento di segno che l'ideologia neoliberista è riuscita a imprimere alla sua promessa di libertà dalla necessità. E nella capacità dei think thank neoliberisti di produrre una vision adeguata alle nuove condizioni sociali e produttive ancorata tuttavia alle nuove condizioni sociali, produttive e culturali prodotte da quel movimento mondiale, non a caso ritenuto il movimento che ha dato la spinta decisiva alla globalizzazione. La forza dirompente del populismo politico e l'ideologia neoliberista non stava quindi nella scientificità della sua concezione dell'economia o della società, ma nella loro capacità politica di innovare le forme politiche e l'organizzazione produttiva attraverso le quali il capitalismo voleva

Nella aspra contesa tra valore d'uso e valore di scambio è quest'ultimo ad avere avuto la meglio. La società di mercato non riesce tuttavia ad avere la meglio su principii antichi tanto quanto è antica la presenza degli umani nel nostro pianeta: la reciprocità, la condivisione, la gratuità nelle relazioni interpersonali, la tendenza a cooperare per raggiungere un obiettivo. È attorno a questa antropologia ottimista della natura umana che sono cresciuti movimenti sociali segnati da una «politica vivente» che entra in rotta di collisione con l'ideologia del libero mercato, mentre cerca di sviluppare esperienze sociali e produttive senza attendere nessun sole dell'avvenire.

Raj Patel è uno studioso figlio del nostro tempo. Nato in Inghilterra da madre keniota e padre delle isole Fiji si è trasferito negli Stati Uniti per terminare gli studi universitari per poi insegnare nello Zimbawe, Sudafrica e Stati Uniti. Il filo rosso con cui ha tessuto la sua biografia intellettuale è rappresentato dalla partecipazione ai movimenti sociali attraverso cui legge il conflitto tra valore d'uso e valore di scambio. Ha infatti seguito con interesse l'esperienza di Via Campesina, le lotte per l'abitare nelle township sudafricane, la costituzione dei sindacati autonomi da quelli ufficiali in Cina, il conflitto dei raccoglitori di frutta nella Sun Belt degli Stati Uniti per ottenere condizioni di vita e di lavoro «dignitosi».

La lettura che dà della globalizzazione, contenuta nel suo ultimo libro Il valore delle cose (Feltrinelli, pp. 236, euro 16,50), ha un andamento epico che lo porta a non cogliere alcune contraddizioni, aporie, limiti che contraddistinguono i movimenti sociali, ma è comunque un saggio che illustra la loro capacità di sviluppare una autonomia dal potere costituito e, al contempo, la loro diffusione, come un virus, nelle società del mercato, creando così i presupposti di una più radicale trasformazione. Come questa possa accadere, cioè quali forme politiche, organizzative, quali proposte di organizzazione sociale e dell'economia mettere in campo per una fuoriuscita dalla società di mercato, sono quesiti a cui Patel non vuol rispondere, perché tocca ai protagonisti di quella «politica vivente» a cui il saggio è dedicato.

Nel suo libro, lei parla della sindrome di Anton che porta a una rappresentazione errata della realtà come una possibile cornice per contestualizzare le politiche economiche neoliberiste....

Parlo della sindrome di Anton come una metafora dello strano legame di dipendenza che tutti noi abbiamo con il capitalismo. Il nome viene da un medico, Anton Babinski, che la usò per indicare un disordine neurologico che può colpire un essere umano dopo un forte trauma al cervello. Si manifesta attraverso allucinazioni; oppure il «malato» si convince così intensamente di una cosa anche se quella non esiste. Ci sono cartelle cliniche che raccontano come uomini o donne descrivono minuziosamente un villaggio fuori dalla finestra delle loro case che non esiste; oppure lo considerano nuovo anche se è lì da decenni. Le persone che hanno questo disturbo neurologico conducono una vita di sofferenza: dimenticano il trauma che ha scatenato l'insorgere della sindrome e devono continuamente fare i conti con la distanza che intercorre tra la realtà e la rappresentazione. Uso questa metafora per ricostruire la storia dell'adesione ai sistemi di valori del capitalismo. Milioni di donne e uomini vivono in una realtà distante dalla rappresentazione distorta che ne hanno.

Prendiamo, ad esempio, il fatto che nel capitalismo la centralità del valore di scambio ha cancellato il valore d'uso di un bene o di una merce. La sindrome di Anton ha una mirabile capacità di spiegare perché una economia di mercato, orientata al profitto, continui a incontrare il consenso nonostante alcune innegabili irrazionalità e ingiustizie che la contraddistinguono. Potremmo dire che gran parte dell'umanità soffre di questa sindrome, laddove scambia l'economia di mercato come il migliore dei mondi possibili. È, appunto, come quel paziente che descriveva minuziosamente e con animo partecipe del ridente e ameno villaggio costruito fuori dalla sua finestra: peccato che quel villaggio non esisteva.

Per il pensiero neoliberale, l'homo oeconomicus è l'astrazione che indica come le radici della società stiano nell'individuo inteso come un essere razionale che cerca di massimizzare i suoi interessi. Nel suo libro, invece, lei oppone la riflessione di Karl Polany attorno alla centralità della reciprocità, dello stare insieme e della cooperazione per garantire la stabilità del legame sociale. Ma come possono le relazioni sociali funzionare da limite all'ideologia neoliberale incentrata sulla figura dell'homo oeconomicus?

L'homo oeconomicus è una creatura del diciannovesimo secolo, uno strumento inventato da John Stuart Mill per, parole sue, «dare una veste scientifica alle scienze sociali». Gli economisti di quel secolo erano eccitati dalle scoperte della fisica, in particolar modo dall'idea che gli atomi interagivano tra di loro perché governati da alcune leggi fisiche. Ma la cosa più importante è che vollero applicare le leggi della fisica alla realtà sociale per così spiegare i comportamenti dei singoli. Erano cioè convinti che esisteva una analogia tra come un atomo interagiva con altri atomi e come interagivano gli esseri umani tra di loro. Sebbene Stuart Mill alla fine della sua vita proponesse una visione più egualitaria nella distribuzione delle risorse, delle ricchezze e proponesse eguali chances di partenza per tutti, la concezione dominante dell'homo oeconomicus ha ormai rotto ogni steccato in cui, nel passato, era stato rinchiuso dagli stessi teorici liberali. Più che uno strumento da usare per spiegare il mondo, è diventato un deus ex machina che deve modellare i nostri comportamenti in esso.

Il Nobel per l'economia Gary Becker, ad esempio, sostiene che il mondo funziona come un immenso mercato dove gli uomini e le donne mettono in campo strategie tese a massimizzare i loro interessi. Le conclusioni politiche a cui potremmo giungere in base a questo modello potrebbero essere molto bizzarre. Becker e altri economisti e filosofi neoliberali hanno teorizzato aste per mettere in vendita i diritti di cittadinanza o una specie di tombola dove vengono estratti a sorte i diritti individuali. Sono posizioni sconclusionate, ma è in base a queste bizzarrie che il neoliberismo ha costruito la sua egemonia, riuscendo a cancellare e relegare sullo sfondo della memoria collettiva la centralità delle relazioni sociali basate sul dono, la reciprocità, la condivisione nel nostro vivere in società.

Lei scrive che ogni uomo o donna ha il «diritto ad avere diritti». Può spiegare questo concetto?

Viviamo in un mondo dove il libero mercato è sinonimo di libertà. Il filosofo canadese Jerry Cohen ha proposto un piccolo esperimento mentale per farci comprendere in che rapporto è il lavoro salariato con l'idea di libertà insita nel concetto di libero mercato. Cohen ha proposto di immaginare di vivere in un mondo dove un uomo o una donna ricevano piccoli tagliandi al momento della loro nascita. Ogni tagliando corrisponde a un diritto: diritto a visitare la mamma ammalata, a passare per una strada, a vivere in un determinato luogo o città, a mangiare una bistecca, a un'assistenza medica in caso di malattia o incidente. Non sei però obbligato a fare ciò che è scritto sui tagliandi, che stabiliscono i limiti della tua libertà. Ma se tu cerchi di fare qualcosa che non è contemplato tra i diritti possibili, interviene la legge per impedirtelo. I tagliandi stabiliscono cioè la mappa delle tue libertà. Più tagliandi hai, maggiore è la tua libertà. Il denaro ha la stessa funzione dei tagliandi: ti consente cioè di acquistare la tua libertà. Ma che società è quella che ti costringe ad acquistare una assicurazione sanitaria, pasti e una casa decenti, la sicurezza a essere curato in caso di un incidente sul lavoro, o a comprare una protezione nel caso di un licenziamento? Una società dove, se non hai denaro, non sei un uomo, o una donna, libera. In sintesi, nel capitalismo il denaro è il diritto ad avere diritti. Nel libro, quando scrivo di avere il «diritto ad avere diritti» mi riferisco invece a quei movimenti sociali che lottano affinché il denaro non sia più l'unità di misura della libertà.

Lei cita Via Campesina, i movimenti urbani per il diritto alla casa o quello sindacale autonomo in Cina per introdurre il tema della «politica vivente», argomento molto dibattuto in Europa. Mi sembra, però, che la sua interpretazione differisca da quella che molti teorici neoliberali danno. Può spiegare cosa intende per «politica vivente»?

Sebbene il libro sia stato scritto ben prima della crisi economica, sono sempre stato interessato alle soluzioni proposte e sperimentate dai movimenti da lei citati. Uno degli elementi che ho ritrovato in tutte le esperienze che ho seguito è che sono movimenti interessati non solo a coinvolgere la popolazione, ma ad apprendere conoscenza dai processi sociali in cui hanno preso forma e si sono sviluppati. Dalle università popolari nate negli slum del Sudafrica all'Università dei poveri negli Stati Uniti alla parola d'ordine zapatista «imparare camminando», la politica che queste realtà perseguono è sempre una politica che apprende dalla realtà in cui si sviluppano conflitti e lotte sociali. Non è cioè una politica «preformattata», bensì «vivente».

La concezione di «politica vivente» a cui mi riferisco è quella che ho appreso da un uomo sudafricano, S'Bu Zikode, che lavora nell'industria petrolifera. Le sue parole la riassumono meglio di quanto riuscirei a fare io: «La politica vivente non richiede una formale educazione scolastica; è una politica che nasce nella vita di ogni giorno e in ciò che quotidianamente facciamo per cambiarla. È una politica che ognuno di noi comprende. È una politica che chiede di avere l'acqua quando non l'abbiamo, che chiede di avere energia elettrica per illuminare le nostre case e le strade dove viviamo, che chiede di non morire di fame. Non ha bisogno di grande teorie per essere spiegata, perché è comprensibile a tutti. Non è complicato capirlo per chi ha gli stessi problemi».

Chi è Raj Patel (nell'icona una sua immagine)

Prendi un giovane urbanista alle prime armi, che ha la buona sorte di trovare un lavoro di responsabilità da dirigente di settore. Ma prendi anche l’amministrazione locale dove sta quel settore: un buco sperduto sulle montagne, dove quasi tutti gli impiegati sono “dirigenti” del proprio settore, impegnati a conservarsi sottovuoto il loro status quo, ottusamente ignari di quello che sta succedendo sopra le loro teste, davanti al loro naso, e che finirà per spazzarli via …

Ecco, se si prendono tutti questi elementi inizia la storia, divertente, inaspettata, autoironica, raccontata da Mike Tedesco nel suo City Boy – Urban Planning, Municipal Politics and Guerrilla Warfare (Sunstone Press 2009, 175 pp.).

Lui vino. Gli altri birra

Dove tanto per cominciare la “guerriglia” citata dal titolo, e che parrebbe evocare guerrieri della notte, si combatte a colpi di calici di rosso e pettegolezzi pomeridiani in qualche tinello o bar dietro alla pompa di benzina, mentre fuori cadono due metri di neve e l’associazione commercianti vorrebbe far fermare un po’ di turisti in più nella spoglia striscia della Main Street. Un invito a nozze per il pimpante urbanista e i suoi scatoloni di libri freschi freschi di Università e esame di abilitazione APA: ecco le risposte, pronte e confezionate nei casi studio delle varie scuole di progettazione, sviluppo economico, retail management e promozione commerciale. Ma poi ci sono gli scimmioni a cui queste facili ricette risultano sempre indigeste, e il nostro City Boy inizia a perdere entusiasmo, e a sgonfiarsi parecchio.

Tutto qui. Il libro copre solo l’inverno del primo scontento, ma di materiale per riflettere ne fornisce davvero molto. Una specie di romanzo di formazione, con l’adolescente/trentenne catapultato da un metabolismo urbano intriso di jazz, locali etnici, creative class, a una specie di versione Montagne Rocciose della saga di Peppone e Don Camillo, piena di pettegole, traffichini, scemi del villaggio sotto mentite spoglie, faide generazionali per siepe troppo alta o il box auto di dubbia legittimità nel cortile.

Che posto c’è, qui, per la socialità di quartiere e la mescolanza di ceti alla Jane Jacobs, o anche solo per l’efficienza economica tirata a lucido e con qualche fioriera del new urbanism? Nessuno, in un ambiente che guarda diffidente anche il pendolarismo in bicicletta del nuovo dirigente da casa alla sede comunale: “ 8:20, infilo l’orlo dei pantaloni nel calzino, salto in sella alla mountain bike, e pedalo fino al municipio; 8:22, scopro che al municipio manca una rastrelliera per le biciclette” (p. 50).

Il vero cuore del libro, però, in perfetto stile urbanistico terzo millennio, è la personalissima interpretazione che l’Autore dà del rapporto pubblico-privato: un vero ginepraio. E non solo per il motivo, facilmente intuibile, dei complicati rapporti fra assetto del territorio locale, diritti del singolo, della collettività, strategie di sviluppo delle attività economiche. C’è qualcosa di più e oltre, e riguarda il ruolo del tecnico all’interno della pubblica amministrazione: come può “servire” una comunità che spesso non sa proprio cosa le serve? Cercare obiettivi desiderabili che il governo locale per puro quieto vivere non desidera affatto? Tradurre e non (almeno del tutto) tradire l’idea di deontologia professionale che si è costruito all’Università e con la specializzazione?

La risposta è obliqua tanto quanto queste curiose ma assai realistiche prospettive di “pubblico” e di “privato” si mescolano nel racconto. Capitoli interamente dedicati alla vita privata che invece via via sfumano dalla pura convivialità a una descrizione, questa sì “alla Jacobs”, della società e degli spazi entro cui si muove. E brani di vita pubblica, al limite della noia, dell’intrigo burocratico, del confronto prepolitico fra maschi dominanti, anche di sesso femminile, in cui è assai difficile cogliere qualche pur vago senso dell’operare dentro e per la comunità. La tesi finale, abbastanza inattesa visto il tono tagliente di molti passaggi (luoghi e personaggi sono “inventati” giusto ad evitare querele), è che l’inadeguatezza a svolgere davvero il ruolo pubblico sancito dagli statuti, dell’amministrazione e professionale, si debba cercare proprio nella figura e nella formazione dell’urbanista.

Mike Tedesco, va da sé, riflette solo sulla propria piccola esperienza nel paesello fittizio di La Blanca Gente, acquattato lassù tra le nevi delle Montagne Rocciose come il mitico leopardo di Hemingway sulla cima del Kilimanjaro. Ma inevitabilmente quella riflessione entra in risonanza anche con altre sensibilità.

Scaricabile di seguito un'ottima "colonna sonora" per il contesto in cui è ambientato il libro (f.b.)

L’altra sera, girovagando fra i canali, mi sono imbattuto in un volto ispirato che, dal palco di una piazza, inneggiava all’amore e urlava: entro il 2013 vogliamo vincere il cancro. Giuro, diceva proprio così. Vo-glia-mo vin-ce-re il can-cro. Non la disoccupazione. E nemmeno lo scudetto. Il cancro, «che ogni anno colpisce 250 mila italiani». Sulle prime ho sperato fosse il portavoce del professor Veronesi e ci stesse annunciando uno scoop mondiale. Così ho telefonato a uno dei 250 mila, un caro amico che combatte con coraggio la sua battaglia, e gli ho dato la grande notizia. Come no?, ha risposto, adesso però ti devo lasciare perché sono a cena con Vanna Marchi.

Ho degli amici molto spiritosi. Mi auguro che tutti i malati e i loro parenti la prendano allo stesso modo. E anche tutti i medici che in ogni angolo del pianeta si impegnano per raggiungere quell’obiettivo. In Italia con qualche problema in più, dato che il governo che entro tre anni intende vincere il cancro ha ridotto i fondi per la ricerca scientifica. Vorrei sorriderne, come il mio amico. Ma stavolta non ci riesco. Ho perso i genitori e tante persone care a causa di quel male. E allora: passi per le barzellette, le favole e persino le balle. Fa tutto parte del campionario di iperboli del bravo venditore e il pubblico ormai è assuefatto allo show. Ma anche a un’alluvione bisogna mettere un argine. Bene, per me il cancro rappresenta quell’argine. Non è: un milione di posti di lavoro. Non è: meno tasse per tutti. Il cancro è una cosa seria. E lui, che lo ha avuto e lo ha vinto, dovrebbe saperlo.

L’8 marzo scorso, forse per rassicurare gli italiani, il Presidente della Repubblica ha fatto alcune considerazioni singolari, sul coraggio e la politica. Ha detto che «in un contesto degradato, di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene richiede talvolta sacrifici e coraggio»: in questi casi estremi sì, «è bello che ci sia» questa virtù. Ma in una democrazia rispettabile come la nostra, «per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio». Profonda è infatti negli italiani «la condivisione di quel patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Costituzione». Legge e senso dello Stato sono nostre doti naturali: il che esclude il degrado della legalità. I toni bassi sono lo spartito di sì armoniosa disposizione.

Il fatto è che non siamo in una democrazia rispettabile, e forse il Presidente pecca di ottimismo non solo sull’Italia ma in genere sullo stato di salute delle democrazie. Certo, non s’erge un totalitarismo sterminatore. Ma Napolitano avrà forse visto il terribile esperimento mostrato alla televisione francese, qualche giorno fa. Il documentario si intitola Il Gioco della morte, e mette in scena un gioco a premi in cui i candidati, per vincere, ricevono l’ingiunzione di infliggere all’avversario che sbaglia i quiz una scarica elettrica sempre più intensa, fino al massimo voltaggio che uccide.

La vittima è un attore che grida per finta, ma i candidati non lo sanno. Il risultato è impaurente: l’81 per cento obbedisce, spostando la manopola sui 460 volt che danno la morte. Solo nove persone si fermano, udendo i primi gemiti del colpito. Sette rinunciano, poi svengono.

Difficile dopo aver visto il Gioco dire che siamo democrazie rispettabili, dove legge e Costituzioni sono interiorizzate. Quel che nell’uomo è connaturato, in dittatura come in democrazia, non è la legge ma l’abitudine a «non pensarci», l’istinto di gregge, e in primis il conformismo. Il «contesto degradato» è nostro orizzonte permanente. È quello che Camus chiama l’assurdo: il mondo non solo non ha senso ma neppure sente bisogno di senso, ricorda Paolo Flores d’Arcais in un saggio sullo scrittore della rivolta (Albert Camus filosofo del futuro, Codice ed., 2010).

Coraggioso è chi invece «si dà pensiero», chi s’interroga sul male e per ciò stesso diventa, in patria, spaesato. Flores conclude: «Venire al mondo equivale a far nascere un dover essere». In effetti sono tanti e giornalieri, gli atti di coraggio di cui si può dire: vale la pena.

È coraggioso chi in gran parte d’Italia non paga pizzi alle mafie. Sono coraggiosi il poliziotto o il giudice che resistono alle pressioni della malavita o della politica. Soprattutto il servitore dello Stato è chiamato al coraggio, in un’Italia unificata dalla lingua ma non dal senso dello Stato. Coraggioso è chiunque sia classe dirigente, e con il proprio agire, scrivere, fare informazione, influenza l’opinione con la verità. Non so se sia bello, dire no. È comunque necessario, specie in Italia dove paure e conformismo hanno radici possenti. Il coraggio, siamo avvezzi a vederlo come gesto di eccezionale purezza mentre è gesto di chi - fu Borsellino a dirlo - in cuor suo lo sa: «È normale che esista la paura. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio». Così come c’è un male banale, esiste la banalità quotidiana del coraggio.

Forse bisogna tornare alle fonti antiche, per ritrovare questa virtù.

Nella Repubblica, Platone spiega come il coraggio (andreia) sia necessario in ogni evenienza, estrema e non. Esso consiste nella capacità (dell’individuo, della città) di farsi un’opinione su ciò che è temibile o non lo è, e di «salvare tale opinione». L’opinione da preservare, sulla natura delle cose temibili, «è la legge e impiantarla in noi attraverso l’educazione», e il coraggio la conserva «in ogni circostanza: nel dolore, nel piacere, nel desiderio, nel timore» (429,c-d). La metafora usata da Platone è quella del colore. Immaginate una stoffa, dice: per darle un indelebile colore rosso dovrete partire dal bianco, e sapere che il colore più resistente si stinge, se viene a contatto con i detersivi delle passioni.

Il colore della democrazia è la resistenza a questo svanire di tinte, a questo loro espianto dal cuore (il cuore è la sede del coraggio). Compito dei cittadini e dei custodi della repubblica è «assorbire in sé, come una tintura, le leggi, affinché grazie all’educazione ricevuta e alla propria natura essi mantengano indelebile l’opinione sulle cose pericolose, senza permettere che la tintura sia cancellata da quei saponi così efficaci a cancellare: dal piacere, più efficace di qualsiasi soda; dal dolore, dal timore e dal desiderio, più forti di qualsiasi sapone» (430,a-b).

In Italia la democrazia è stinta più efficacemente perché le leggi e i custodi ci sono, ma l’innesto è meno scontato di quanto si creda. Berlusconi lavora a tale espianto da anni, e ora lo ammette senza più remore: alla legalità contrappone la legittimità che le urne conferiscono al capo. I custodi delle leggi li giudica usurpatori oltre che infidi. Legittimo è solo il capo, e questo gli consente di dire: «La legge è ciò che decido io». I contropoteri cesseranno di insidiarlo solo quando pesi e contrappesi si fonderanno: quando, eletto dal popolo, conquisterà il Quirinale.

Se la democrazia fosse rispettabile non ci sarebbe un capo che s’indigna perché scopre d’esser stato intercettato mentre ordina di censurare programmi televisivi sgraditi, e i cittadini, forti di indelebili tinture, gli direbbero: le tue telefonate non sono private come le nostre, le intercettazioni sono a volte eccessive ma chiamare l’autorità garante dell’informazione o il direttore di un telegiornale Rai, per imprimere loro una linea, è radicalmente diverso. Ognuno ha diritto alla privacy, e anche noi abbiamo criticato gli eccessi delle intercettazioni. Ma l’abuso di potere che esse rivelano è in genere ben più impaurente del cannocchiale che lo smaschera. Schifani dice: «È preoccupante la fuga di notizie» e di fatto lo riconosce: sono le notizie a inquietarlo. Anche dire questa semplice verità è coraggio quotidiano.

L’intervento sui programmi televisivi si fa specialmente sinistro alla luce di show come Il Gioco della morte. Non dimentichiamo che un esperimento simile si fece nel luglio 1961 all’università di Yale, guidato dallo psicologo Stanley Milgram. A ordinare gli elettroshock, allora, c’erano autorevoli biologi in camice grigio. Oggi l’autorità si fa giocosa, è una bella valletta a intimare, suadente: «Alzi il voltaggio!». Il pubblico applaude, ride. A opporsi è stato un misero 20 per cento, mentre il 35 s’oppose nel caso Milgram. Ne consegue che la televisione ha più potere di scienziati in camice, sulle menti: il coraggio diminuisce, il conformismo aumenta. Philip Zimbardo, organizzatore di test analoghi a Stanford nel 1971, racconta come nessuno di coloro che rifiutarono di infliggere i 460 volt chiese a Milgram di fermare l’esperimento, o di visitare l’urlante vittima degli elettroshock.

Questo significa che la televisione non è più solo una caja tonta, una scatola tonta, come dicono in Spagna. È una cassa da morto, che trasforma lo studio televisivo in Colosseo di sangue: lugubri, le risate sono le stesse.

Ci sono sere a RaiUno in cui prima viene un notiziario menzognero (che dà per assolto Mills, che presenta il giurista Hans Kelsen come critico ante litteram della legalità), poi seguono programmi dai nomi ominosi: Affari Tuoi, I Raccomandati, in un crescendo di catodiche manipolazioni. Presto vedremo, in Tv, la morte in diretta sotto forma di varietà. Kierkegaard dice in Aut-Aut che l’ultimo ad apparire, alla fine del mondo, sarà il Buffone: «Accadde in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

Sindaci che cantano «Bella ciao», i No Tav e i No Dal Molin con striscioni e cartelli per l'acqua pubblica, decine di comitati arrivati a Roma da tutta Italia per portare in piazza le loro battaglie ambientali. E poi associazioni e movimenti. In fondo al corteo i partiti della sinistra, il Pd quasi assente. Attorno al tema dei beni comuni la sinistra si ritrova compatta. E il Forum ora pensa al referendum

«Qui un popolo di soggetti là di spettatori, da una parte un corteo libero dall'altra una specie di piazza oppressa dal palco». C'è «un aspetto autoritario» della piazza berlusconiana di ieri che colpisce nel profondo il professore Stefano Rodotà, oggi presidente della commissione per la riforma dei beni pubblici, un aspetto che poi marca nel profondo la distanza dall'altra piazza, «perché il corteo sull'acqua è una rivendicazione dei diritti fondamentali e dei loro strumenti».

Perché allora, professore, il Partito democratico continua a rifugiarsi dietro la foglia di fico di una separatezza tra proprietà e gestione? Anche sull'acqua il concetto è: si privatizza il servizio, non il bene.

C'è in generale un'arretratezza culturale su questi temi che deriva da due fattori. Primo: si può distinguere tra proprietà e gestione, ma quando la gestione viene caricata di tanti poteri e soprattutto legata al profitto come nelle norme in questione, la proprietà, anche se formalmente resta «pubblica» sostanzialmente diventa «privata»: è la distinzione, che i giuristi hanno attuato da tempo, tra proprietà formale e proprietà sostanziale. Secondo: il bilancio delle esperienze di privatizzazione, anche nel settore dell'acqua, non è certo ottimale. Non ci si può sempre rifugiare dietro la strutturale inefficienza del pubblico per dire che l'unica via d'uscita è, formalmente o sostanzialmente, la privatizzazione. Sul Pd, ci sono due piccoli fatti istituzionali, di cui ha parlato ieri sul manifesto Roberto Placido, che vorrei sottolineare. Uno è l'iniziativa della regione Piemonte che ha approvato all'unanimità la presentazione in parlamento del testo della commissione da me presieduta. In senato poi quel testo, con qualche aggiustamento, è stato recepito in proposta di legge dall'intero gruppo del Pd. Va considerato un atto politico formale che impegna il Pd.

Sta per partire la campagna referendaria. Non c'è il rischio di un boomerang?

La legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica ha raccolto 400 mila firme, quindi è realistico pensare che non dovrebbe essere così difficile raggiungere le 500 mila firme necessarie. Naturalmente il rischio c'è sempre, soprattutto perché lo strumento referendario è stato abusato e logorato. Trattandosi però di un tema che riguarda la vita delle persone e l'organizzazione sociale non solo nazionale mi auguro che, anche dopo la prima fase di raccolta firme, ci sia un'assunzione di responsabilità con una marcata e deliberata presenza di partiti e movimenti in questa direzione.

Dopo le partecipazioni statali, e dopo la sbornia delle privatizzazioni, la questione dei beni comuni e della proprietà pubblica può segnare una ripartenza per la sinistra?

Deve farlo, perché i limiti delle privatizzazioni sono evidenti. Parlare di beni comuni oggi è un punto di partenza per ridiscutere il modo in cui affrontare il tema dei beni pubblici. E non a caso nei lavori della commissione si parla di beni comuni, ossia di una proprietà nè tradizionalmente pubblica nè tradizionalmente privata, che metta in evidenza gli interessi generali di una collettività, non necessariamente una comunità nazionale. È uno dei grandi temi che ridefiniscono, a livello nazionale e globale, l'organizzazione sociale.

Nei lavori della commissione l'acqua è «bene comune» e non «pubblico». Qual è lo statuto giuridico che sorregge la «proprietà comune»?

I beni comuni sono beni funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali e anche alla salvaguardia intergenerazionale. Bisogna andare oltre la storica distinzione tra proprietà pubblica e proprietà privata perché a fronte di due grandi categorie d'interessi - i diritti di chi c'è e quelli di chi verrà - il problema è l'individuazione di forme di gestione che rispondano a questi obiettivi. L'idea non è quella di far gestire l'acqua dalle solite società a capitale pubblico che hanno una componente privatistica, e dunque di profitto, ineliminabile. Pensiamo a delle «aziende speciali», con una loro autonomia e rilevanza pubblica. Naturalmente in queste «aziende speciali» il coinvolgimento non dovrebbe essere solo quello dei soggetti istituzionali tradizionali - regioni, province e comuni - ma ci dovrebbe essere un'articolazione ulteriore sfruttando anche gli spunti della Costituzione. Penso all'articolo 43 dove si dice che, ai fini dell'utilità generale, la legge può trasferire a comunità di lavoratori o di utenti imprese che si riferiscono a servizi pubblici o che abbiano carattere di preminente di interesse generale. Insomma, la discussione è aperta su questo punto, ma già nella costituzione lo schema tradizionale delle due forme di proprietà viene arricchito. Bisogna cambiare il codice civile, questo movimento dal basso obbliga a fare questo passo: avere pronti tutti gli strumenti affinché queste nuove forme di proprietà siano gestite conformemente alle finalità proclamate.

Una nuova rivista di storia? Ebbene, sì. Osiamo presentarci sul “mercato” delle idee, forti di un principio banale, ma, ci risulta, non dichiarato né rivendicato prima della nascita dell’Associazione, di cui questa testata si presenta come strumento. Questo principio è, in realtà, un diritto. Noi rivendichiamo il diritto alla storia, come uno dei diritti fondamentali degli esseri umani. Diritto essenziale, ma mai riconosciuto esplicitamente, meno che meno esplicitamente rivendicato. Historia Magistra, l’Associazione, e, ora, la rivista, non esita a iscrivere sulle sue bandiere questo diritto, a costo di apparire retorici. Non insistiamo su questo, rinviando al documento programmatico che pubblichiamo in questo numero e ripubblicheremo nei numeri successivi.

Dunque, perché una nuova rivista? Sono numerose, le testate storiche, spesso di grande valore, con alcune delle quali molti di noi hanno rapporti di collaborazione. Rispetto ad esse – alle quali non abbiamo la velleitaria ambizione di paragonarci, né tanto meno di sostituirci – noi siamo piccola cosa in questo nostro esordio.

D’altronde, «Historia Magistra» vuole seguire un asse privilegiato nel lavoro che da questo n. 1 pone in essere: l’attenzione agli usi (e abusi) politici della storia. E vuole anche essere, in modo programmatico, un luogo d’incontro fra le tre generazioni di studiosi e studiose oggi sul campo: quella del suo fondatore (che nell’anno 2000 diede vita con un gruppo di allievi e allieve all’Associazione Historia Magistra, e ha sempre lavorato con giovani, oltre che con colleghi); la generazione immediatamente precedente, e quella successiva. Sia il Comitato Scientifico, sia le Redazioni – a cominciare da quella centrale, nata dentro l’Ateneo di Torino – sia i collaboratori, ne danno testimonianza, fin da questo numero d’esordio.

Sebbene nata in ambito accademico, la rivista, generata dalla presa d’atto della forte domanda di Storia presente nel dibattito pubblico (e noi non ci scandalizziamo dell’uso pubblico della Storia), tenterà di essere, in primo luogo, una testata di battaglia (vorremo usare, se non suscitasse scandalo, il termine “guerriglia”) culturale, e, quindi, di informazione storica e storiografica, di discussione critica, che coniughi serietà di impostazione, nei limiti del possibile, con piacevolezza di esposizione, che non sacrifichi il rigore scientifico, alla dichiarata volontà di divulgazione (alta), cercando di parlare a un pubblico anche di non specialisti.

Altra scelta caratterizzante di «Historia Magistra» è di non essere soltanto, in senso tecnico, una rivista storica, o storiografica; ma, seguendo il principio che la storia sia una strada obbligatoria per ogni disciplina, il binario su cui tutte si debbono muovere, vuole essere aperta a contributi tecnicamente collocabili in ambiti disciplinari diversi, tutti, comunque, sensibili alla dimensione storica. Potremmo spingerci a parlare, con rischiosa civetteria, di storicismo… In ogni caso, il nostro primo “comandamento” è che la storia è il mezzo irrinunciabile e necessario di ogni conoscenza: pas d’histoire, pas de connaissance, diremo, parafrasando i nostri classici storiografici: e aggiungendo, subito, a scanso di equivoci, il canonico, ma nient’affatto rituale: pas de documents, pas d’histoire.

Sì, perché oggi è invalsa una pratica, anzi una praticaccia, per cui tutti possono improvvisarsi “storici”, prescindendo da qualsiasi, pur minima, avvertenza metodologica, da ogni contatto diretto con quel materiale che invano i grandi storiografi del XIX secolo ci hanno insegnato a distinguere, a catalogare, e a organizzare, e a trattare secondo tecniche opportune: i documenti, per l’appunto. Codesti improvvisati “storici”, i quali, sostenuti da grandi gruppi editoriali, godendo del favore dei media, non paghi di sbandierare le decine (o centinaia) di migliaia di copie vendute dei loro libri (e dietro quelle cifre affiorano le verità più significative, per loro: le sonanti royalties) sono accreditati quali maîtres à penser, e presto ce li troveremo – e non stiamo parlando della sola Italia, naturalmente – sulla tolda di comando, assiepati intorno a qualche duce o ducetto, che ci guidano verso le magnifiche sorti e progressive della postdemocrazia.

Si aggiunga che quei sullodati sedicenti storici (anche part time, ma non è questo il punto, ovviamente) polemizzano volentieri con la “casta” degli accademici, accusandoli di pretendere di avere il “monopolio” della ricerca e del racconto storico. E anche questa polemica grottesca avviene nel generale consenso dei media, che contribuiscono a costruire e diffondere un pernicioso senso comune, ossia che la storia sia un campo libero, nel quale tutti possono dire o scrivere qualsiasi sciocchezza: insomma, la ricerca storica, il cui compito è produrre conoscenza del passato, viene revocata in dubbio, e nel modo più radicale e volgare. L’epistème viene trasformata in doxa, il sapere in opinione, la scienza in dibattito. E il modello è quello televisivo: il talk show è diventato, nella splendente era della comunicazione globale, la misura e il mezzo, lo scopo e il prezzo di ogni cosa. E dunque se la storia è un’opinione, la narrazione storica diventa confronto delle opinioni, e tra esse vincono quelle meglio sponsorizzate. Apparati mediatici, centri finanziari, e, direttamente, forze politiche si adoperano per far vincere un’“opinione” su di un’altra. E i governi stessi, direttamente o attraverso parlamenti privi di autonomia e spesso di indipendenza, intervengono per sostenere una loro “visione del passato”, promovendo o riprovando, anche con pesanti misure legislative, a cui corrispondono o corrisponderanno azioni giudiziarie, oltre che amministrative, le “opinioni” sgradite, o giudicate “politicamente scorrette” a date maggioranze, a determinati climi e ambienti.

Quel che è più grave, in realtà, non è il venir meno del significato stesso del fare storia come attività scientificamente fondata, libera e autonoma da ogni condizionamento, Quello che è più grave è il senso politico dell’operazione, volta a cancellare le certezze relative agli eventi del passato, che vengono opportunamente “revisionati”, secondo un’ottica estranea al sapere storico, che non procede mai per salti e per rivoluzioni epistemologiche, per ribaltamenti e rovesciamenti. Gli eventi vengono opportunamente aggiustati, arrangiati e adattati, in armonia con il clima generale del tempo. Ma il revisionismo, che si può definire l’ideologia e la pratica della revisione programmatica – con fini esclusivamente politici (oltre che bassamente commerciali),e nient’affatto conoscitivi – con il trascorrere dei decenni non si è più accontentato di tali procedure. E ha compiuto una formidabile accelerazione, sentendo che i tempi erano favorevoli. Si è trasformato così in rovescismo, la sua «fase suprema». Historia non facit saltus, si potrebbe dire, cambiando il soggetto a un celebre motto. La revisione è proprio quel lento, costante lavorio che aggiorna, corregge, aggiunge, e soprattutto pone nuove domande: la Storia che noi intendiamo praticare, o di cui comunque ci dichiariamo sostenitori, è l’Histoire-Problème, che abbiamo appreso, senza feticismi, dai maestri delle «Annales». La revisione nasce – sarà il caso di precisarlo per chi lo ignori o a chi non vi abbia riflettuto a sufficienza – non soltanto, com’è ovvio, dall’accesso a nuove fonti, dal perfezionamento di tecniche di indagine (anche con l’ausilio di mezzi informatici, fotografici, chimici e quant’altro), ma forse soprattutto dalle domande nuove che lo studioso pone ai documenti.

Del resto, la grande tradizione positivistica non ci ricorda che la Storia nasce da una domanda? Die Frage… Quella domanda che Croce, asciuttamente, distingue in «filologica», o meramente accertativa dei fatti, e in «storiografica», ossia problematica: fare storia significa sempre, innanzi tutto, raccontare «che cosa è veramente accaduto»; ma lo storico autentico non si limita a questo; lo storico autentico è chi sa interpretare i fatti, in un tessuto coerente, collocarli nei contesti, micro e macro, individuali e collettivi; lo storico autentico è chi sa porre domande nuove a documenti “vecchi”, ossia già utilizzati anche mille volte. Proprio quest’ultimo è il senso vero, e più profondo, della «revisione». Che è lontana e difforme dal revisionismo. Lavorano in ambiti e con finalità divergenti, non soltanto diverse. Questo deve essere chiaro a noi, senza esitazioni, perché noi dobbiamo essere in grado di farlo comprendere a chi vive al di fuori delle mura protette dalla musa Clio. O a chi le oltrepassa, con la complicità attiva o passiva, e penetrato nella cittadella della conoscenza storica, ritiene di avere titolo a “dire la sua”, orientato da finalità che sono estranee ad essa, e che sono palesemente sorrette da interessi di tutt’altro genere. E grazie a quegli interessi, costoro vengono accreditati mediaticamente. E diventano gli storici “di grido”: dalla Spagna all’Italia, dalla Francia alla Germania…

Contro tutto ciò Historia Magistra – l’Associazione, e ora la rivista – intende combattere. Non saremo una centrale di opinionismo. Non saremo equidistanti. Non seguiremo il modello «Porta a Porta». Saremo, se vi riusciremo, rigorosi e chiari, per poter accampare il diritto di lottare per diffondere un altro, ben più alto diritto: quello alla Storia. Ma, in ciò, noi saremo intransigenti ed aspri. Saremo irritanti e fastidiosi. Saremo ora aggressivi, ora ironici. Ci ispireremo, per quanto sapremo, ad alcune grandi figure, prima fra tutte Antonio Gramsci, al suo insegnamento etico, civile, intellettuale e, osiamo dirlo, politico. Ci ispireremo al suo «sarcasmo appassionato», tentando di fornire a noi stessi e a chi ci vorrà accompagnare nel nostro cammino, strumenti di conoscenza del «mondo grande e terribile». Saremo pronti a lottare, con la modestia delle nostre capacità e la pochezza dei nostri mezzi, per un obiettivo che semplicemente, senza timore di dire una parola sacra, si chiama verità. Perché questo è il compito dello storico. E questo, più in generale, è il dovere dell’intellettuale, che ci piace pensare (alla Benda) nei termini di sacerdos veritatis, non dimenticando, gramscianamente, che la verità è rivoluzionaria, e che la verità che ci sta a cuore è anche la verità che occorre svelare dietro l’ipocrisia, la menzogna, e, soprattutto, l’oppressione sociale. All’intellettuale – segnatamente allo storico – assegniamo il compito primario di costruttore di verità, soltanto nel significato negativo. Ossia, il disvelamento della menzogna.

Oggi la menzogna ha molti volti: noi scegliamo di svolgere il nostro compito usando i nostri strumenti, quelli della ricerca scientifica, del metodo storico, dell’acribia filologica, della scepsi critica. E, con un pizzico di superbia, decidiamo di affrontare un compito che è scientifico ma è anche politico: come crediamo debba essere la figura dell’intellettuale, ossia di chi, per dirla con Sartre, «abbraccia interamente la sua epoca». Noi non abbiamo nel nostro ideale la figura dello studioso rinchiuso nel suo studio, ma quella dello studioso che si cimenta con i problemi del suo tempo, che si “sporca le mani”, per citare ancora Sartre; che parteggia. «Odio gli indifferenti»: il grido di battaglia lanciato dal giovane Gramsci sulle pagine del numero unico «La Città Futura», nel febbraio 1917, è per noi non solo attualissimo, ma indispensabile. La lotta per la verità è sempre politica, e la verità giova a tutti: o meglio, a tutti coloro che non traggono vantaggio dal suo occultamento o dal suo rovesciamento: in primo luogo, quei ceti subalterni a cui il Gramsci maturo, andando oltre il concetto canonico di proletariato, guardò con attenzione, aprendo così un filone di studio (e di lotta) su cui oggi molte scuole si sono indirizzate.

La lotta contro le menzogne, contro le false verità, contro le imposizioni di impossibili «memorie condivise», contro i vuoti di memoria, contro le facili tendenze all’oblio, contro mistificazioni e rovesciamenti, contro invenzioni di tradizioni, contro il ricorso alla storia come un grande magazzino ove a basso costo si prendono merci da usare a fini di auto legittimazione politica o di delegittimazione dei propri avversari o nemici…

Contro tutto ciò, con tutte le nostre forze, ci batteremo, determinati a rompere un silenzio che ci opprime, e un rumore che ci assorda: mezzi di cui il potere tenta di sedare ogni spirito critico, ogni istanza, appunto, di verità. Saremo pochi? Saremo deboli? Non importa, Quello che crediamo importi, è contarsi. E cominciare la lotta. La nostra può anche definirsi (lo diciamo prima che ce lo si dica in modo sardonico), un’adunata dei refrattari. Refrattari alle pseudostorie, refrattari alle teorie e alle pratiche di cui abbiamo fornito qui un sintetico campionario. Refrattari allo svuotamento della democrazia che passa anche, e forse prima di tutto, attraverso questa manomissione della Storia. Che precede e accompagna, magari, la manomissione delle istituzioni: le modifiche costituzionali, gli indirizzi politici populisti e plebiscitari, il leaderismo spinto a livelli mai visti in età contemporanea nei regimi liberali, l’attacco all’indipendenza della Magistratura come potere terzo, la riduzione progressiva del pluralismo dell’informazione e della comunicazione, la privatizzazione delle risorse naturali primarie, il controllo privatistico del sapere, il conformismo culturale, la televisione come un vero e proprio potere a sé stante; e, in una situazione di crescente, irresistibile finanziarizzazione dell’economia (che peraltro ora si dibatte in una crisi dagli sviluppi imprevedibili), la guerra a far da sfondo, continuo e permanente, in un processo che rischia di travolgerci tutti. Lo scenario che si sta prefigurando, nell’autunno della democrazia, è inquietante. E dobbiamo reagire.

Fare storia, farla seriamente e appassionatamente, con scienza e con volontà di verità (ossia di giustizia), crediamo sia alzare una buona barricata. Lavoreremo sui tempi lunghi della guerra di posizione, ma senza escludere i tempi brevi della guerra di movimento; cominciando subito, prima che sia troppo tardi, prima di dover lanciare il grido d’allarme: Hannibal ad portas.

Insomma, concludendo e parafrasando un celebre, disperato, motto di lanciato da un gruppo di marxisti “eterodossi”, poco più di sei decenni or sono (e che esattamente sessant’anni fa diede vita a una rivista omonima: «Socialisme ou Barbarie»), diremo: Histoire ou Barbarie.

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Carlo Galli , Forma e sostanza.. La controversia sulle elezioni regionali porta alla luce due concezioni opposte della politica e del diritto

Filippo Ceccarelli , Un regime privatizzato. Per sua natura e vocazione la monarchia carismatica, aziendale, populista e spettacolare appare poco compatibile con la complessità degli assetti giuridici e istituzionali

Nadia Urbinati , Il potere alla prova. Lo "stato di opinione". La formula "stato di opinione" che si usa per alcuni sistemi sudamericani sta prendendo il sopravvento sullo "stato di diritto". Soprattutto quando il governo compie atti in contrasto con le norme

Norberto Bobbio , Democrazia. Sillabario

Perché le regole sono la democrazia

di Carlo Galli

Un triste destino ha colpito le due categorie centrali della metafisica occidentale, sostanza e forma. Dal loro significato originario – elaborato da Platone e Aristotele – , che indicava rispettivamente il fondamento di tutto ciò che è, e gli schemi razionali del suo configurarsi, sono giunte a essere sinonimo, nell´attuale discorso pubblico italiano, di "contenuto reale" e di "apparenza superficiale". Un impoverimento che ha anche un forte valore polemico, e che riprende, semplificandola e distorcendola, una dialettica autentica che si è storicamente manifestata – con altri nomi e altri concetti – all´interno della teoria politica. Infatti, la politica non si esaurisce certo nelle forme giuridiche, nella norma, nella procedura, nelle istituzioni. E soprattutto la democrazia è anche sostanza: implica infatti, alla radice, la pienezza del popolo, la sua presenza sulla scena politica come identità, come fonte della sovranità, come origine e fondamento del potere.

C´è, nella teoria democratica moderna l´esigenza che il popolo sia una unità politica originaria, immanente, autonoma e autosufficiente, che precede ogni forma istituzionale e giuridica: questa democrazia sostanziale si presenta come potenza della moltitudine in Spinoza, come rinnovamento morale dell´uomo e della società in Rousseau, come emergere di una forte conflittualità in Sorel, e come radicale avversione per le istituzioni nel marxismo rivoluzionario: in questi casi, pur così lontani tra di loro, la forza del popolo non conosce se non quei limiti e quelle forme che pone da sé, in via provvisoria e transitoria, sempre pronta superarli, a travolgerli. Il popolo, qui, è potere costituente, energia che non si neutralizza mai del tutto; è legittimità, sempre in grado di forzare la legalità; è un Bene che si impone assolutamente, un Valore che si afferma, con una voce corale e collettiva.

Questo modo sostanziale e radicale di pensare la democrazia è in concorrenza per tutto il corso della modernità – e nel XX secolo alimentò il confronto fra due giuristi come Schmitt e Kelsen – con la democrazia liberale e costituzionale, che differisce dalla prima su due punti. Innanzi tutto, è intrinsecamente limitata, poiché valuta come Bene fondamentale i diritti dei singoli, in regime di uguaglianza; e al fine di salvarli e promuoverli incanala il potere entro le forme e le procedure delle istituzioni repubblicane. Inoltre, questa democrazia riconosce sì al popolo la titolarità originaria della sovranità, ma non gliene consente l´esercizio diretto. La democrazia liberale è quindi rappresentativa, non identitaria, e prevede che la voce del popolo si articoli in una pluralità di opinioni, all´interno di un´istituzione che nel dialogo trova la propria ragion d´essere: il parlamento – contro il quale si rivolgono le polemiche di Rousseau, di Sorel, di Marx e di Lenin – . In questa democrazia il potere del popolo, la sostanza, non si dà senza la forma, e soprattutto non può mai trascenderla. Il che significa che la legittimità deve farsi legalità, che il potere costituente non può non istituzionalizzarsi in potere costituito. Non esiste alcun potere assoluto, neppure quello del popolo – meno che mai quello dei suoi rappresentanti, o del governo – .

Il liberalismo seicentesco di Locke e quello ottocentesco di Mill, oltre alla tradizione del costituzionalismo inglese e nord-americano, stanno alla base di questa accezione della democrazia, che ispira anche le costituzioni contemporanee. Ma non è una democrazia inerte, apatica e relativistica, non persegue la piena giuridificazione tecnica, formalistica e procedurale della politica, non esclude passioni e sentimenti, valori e speranze; vive anzi della dialettica tra le dimensioni del diritto e del potere, tra forma e sostanza, fra legalità e legittimità. E nel nostro tempo la sostanza della democrazia, del potere del popolo, sono i valori dell´umanesimo laico e cristiano, liberale e socialista, incorporati nella Costituzione. Sono lo sforzo all´inclusione, alla partecipazione (anche in senso elettorale), all´uguaglianza reale. Sono gli interessi legittimi e i loro conflitti, la dignità del lavoro e delle professioni, le fatiche e le speranze dei cittadini. Ma tutto ciò può valere e essere difeso nelle forme del diritto, che sono ormai pienamente democratiche.

La contrapposizione tra sostanza e forma, infatti, è stata risolta in quell´autentico caso d´eccezione che fu l´instaurazione dell´attuale ordinamento giuridico-politico, fra il 1943 e il 1948; lì c´è stata la decisione sovrana del popolo, che ha affermato come legittimo il proprio potere e gli ha dato la forma costituzionale attuale. Quindi mettere oggi in contrapposizione forma e sostanza – come se la prima fosse nulla, senza capire che è invece il modo d´essere della sostanza – è usare il caso d´eccezione non per creare ma per distruggere: nessuna sostanza politica, oggi, può affermarsi contro la forma costituzionale, o fuori di essa; neppure il diritto di voto può essere contrapposto all´ordinamento (come si è tentato di fare, poiché non si sono volute perseguire altre vie). La democrazia della sostanza, oggi, è una democrazia informe e illegale; non potere del popolo ma conato di populismo; non ordine, ma la solita emergenza quotidiana.

Un regime privatizzato

di Filippo Ceccarelli

Residenze private fatte pubbliche, da villa La Certosa a Palazzo Grazioli, con tanto di tricolore al balcone e seratine «simpatiche»come dice il premier. Picchetto d´onore a Palazzo Chigi per accogliere il socio d´affari, principe Al Walid. Istituzionalizzazione di casa Letta, del salotto Angiolillo e dello studio di Bruno Vespa per la firma del Contratto con gli italiani e la sua verifica annuale, sulla medesima scrivania in ciliegio.

Cosa è più, ormai, la distinzione tra forma e sostanza in tarda epoca berlusconiana? I miscugli di cui sopra si riferiscono al quinquennio 2001-2006, due legislature orsono. Per dirne l´evoluzione o regressione che sia, per far capire quanto poco al Cavaliere stia a cuore di salvare la forma, appunto, oltre che la sostanza, basterà qui far presente che dopo aver presentato il suo quarto governo alle Camere, nel maggio del 2008, non è più intervenuto né a Montecitorio né a Palazzo Madama.

Del resto lì ha messo gente anch´essa molto poco portata a soffermarsi sulle antiche distinzioni, tanto formali quanto sostanziali, che regolano i rapporti fra le istituzioni. Uno di questi testimonial del berlusconismo trans-istituzionale, anche lui segnalatosi per un´impegnativa e temeraria valutazione su forma e sostanza, è il presidente del Senato Schifani, a suo tempo (2002) innalzato dal suo ex compagno di partito Filippo Mancuso a «Principe del foro del recupero crediti».

Mancuso era quell´ex alto magistrato piccoletto, già Guardasigilli ribellatosi al governo Dini, che parlava una strana lingua aulica e assai espressiva, ma il senso giuridico della separazione senza dubbio lo possedeva. La sua turbinosa uscita da Forza Italia, dove era stato accolto come una sorta di coscienza della continuità, segna un punto di non ritorno nel processo di alterazione della norma e delle regole e quindi dei comportamenti. Con il che lo stesso giorno in cui Schifani ascese alla terza carica dello Stato pensò bene di andare a ringraziare a Palazzo Grazioli.

Fossero solo le liste elettorali, infatti, i decreti legge interpretativi o le pantomime in Consiglio dei Ministri quando c´è da legiferare sulla televisione e allora Berlusconi e Letta si alzano e fanno finta di astenersi. Tutto questo non dipende da innata cattiveria o conveniente ipocrisia. Solo quel tanto che attiene alla natura umana. È che per sua natura e vocazione, la monarchia carismatica, aziendale, populista e spettacolare appare del tutto incompatibile con la complessità degli assetti giuridici; né mai riuscirà a comprendere i vincoli posti da tradizioni lontanissime dalle logiche del potere personale, del mercato e dello show-business.

A proposito del suo governo ha detto il presidente Berlusconi nell´autunno del 2008: «Per la prima volta ne ho uno che fila come un orologio, sembra un consiglio d´amministrazione». Che l´ingranaggio si sia con il tempo un po´ rallentato non toglie nulla a un paradigma, a un modello, a una condizione del tutto inedita secondo cui il Cavaliere tiene moltissimo sia alla forma che alla sostanza: ma a patto che sia lui non solo a ridefinirne i confini, ma a stabilire cosa siano l´una e l´altra.

E poiché tale processo, che poi coincide con la definitiva presa del potere, non si è ancora compiuto, ecco che tra commistioni, contaminazioni, superamenti, scavalcamenti e altre poco simpatiche forzature, dal continuo miscuglione di forma & sostanza ha finito per generarsi una specie di "formanza". Mostruosa ibridazione, enigmatico incrocio che in fondo ha già cominciato a mettere a dura prova politici, giuristi, filosofi, sociologi e addirittura giornalisti rotti a qualsiasi invecchiatissima novità.

Il potere alla prova

di Nadia Urbinati

"The law is the law is the law" – a molti nostri connazionali questa massima deve apparire come un´insopportabile tirannia del formalismo. Forse si sentono piú a loro agio con quest´altra formula: "estado de opinión", usata nei regimi demo-autoritari sudamericani per sottolineare il contrasto con lo "estado de derecho", la tensione tra il governo dell´opinione di chi governa e il governo della legge. Forma e sostanza non sono due opposte dimensioni della democrazia perché senza procedure che limitano l´azione politica non c´è sostanza democratica in quanto a contare non sarà l´opinione generale ma un´opinione di parte, non importa quanto grande. In altre parole, violare le norme che mettono in pratica il principio di eguaglianza si traduce in una violazione della sostanza democratica che è appunto l´eguaglianza. Ecco perché mentre la legge è sempre al nostro servizio, l´opinione di chi governa non lo è necessariamente. Questo vale soprattutto quando si ha a che fare con un diritto politico fondamentale come quello elettorale.

Perciò, in casi estremi, quando ci sono dubbi o evidenti scorrettezze è al potere giudiziario che la democrazia si rivolge (un potere che, vale ricordarlo, è anch´esso democratico). Perché è possibile che nell´espletamento del diritto elettorale si verifichino negligenze ed errori. Ad essere rivelatore della solidità democratica è in questo caso il comportamento della classe politica. Nelle contestatissime elezioni americane del 2000, quando per risolvere la diatriba sul conteggio dei voti in Florida intervenne la Corte Suprema, Al Gore, il candidato che risultò perdente (benché forse i voti gli avevano dato la vittoria) non si sognò neppure di attaccare i giudici e gridare che è la sostanza politica a fare la democrazia. Nel caso da noi in discussione in questi giorni, invece, si assiste a questo ribaltamento delle parti: se l´esclusione di una lista elettorale avviene perché qualcuno non ha rispettato le regole, allora si invoca la sostanza contro la forma e si dice che l´esclusione è stata provocata dalla legge, non dal suo mancato rispetto. Qui l´intervento della giustizia è dichiarato un attentato alla democrazia. L´esito politico di questo ragionamento assurdo è inquietante.

Il paradosso è il seguente: fino a quando esiste un accordo tra l´opinione politica e la legge allora vale la massima "the law is the law is the law". Quando invece c´è disaccordo tra opinione e legge ad avere la precedenza è la sostanza che consiste appunto nella preferenza di una parte – la massima diventa allora "estado de opinión" contro "estado de derecho". Il fatto è che, siccome a decretare l´una o l´altra soluzione è comunque la preferenza politica, anche quando pare che a vincere sia la legge in realtà a vincere è sempre l´opinione. Ecco perché le interruzioni della regola nel nome della sostanza sono ben più di un incidente di percorso o di una soluzione di emergenza per sanare una situazione eccezionale. Esse si traducono in una vera e propria sostituzione dello "estado de opinión" allo "estado de derecho". E questo puó scardinare la democrazia.

Ma allora, perché alcuni stati democratici sono piú inclini di altri a rispettare le regole che si sono dati? La spiegazione non è univoca perché la domanda mette in campo dimensioni diverse, come quella legale e quella etico-culturale; tuttavia è possibile formulare questa massima generale: perché una società democratica resista nel tempo è fondamentale non solo che abbia buone leggi ma anche che il suo personale politico sia disposto ad autolimitarsi per rispettarle.

Sillabario: Democrazia

di Norberto Bobbio

Per regime democratico s´intende primariamente un insieme di regole di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati. So bene che una simile definizione procedurale, o formale, o in senso peggiorativo formalistica, appare troppo povera ai movimenti che si proclamano di sinistra. Ma, a parte il fatto che un´altra definizione altrettanto chiara non esiste, questa è l´unica che ci offra un criterio infallibile per distinguere tra due tipi ideali opposti di forme di governo. Altrettanto opportuno è precisare che la democrazia come metodo è, sì, aperta a tutti i possibili contenuti, ma è nello stesso tempo molto esigente nel richiedere il rispetto delle istituzioni, perché proprio in questo rispetto sono riposti tutti i vantaggi del metodo.

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