Vezio De Lucia “ Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia” Prefazione di Alberto Asor Rosa. Ediz. Diabasis Reggio Emilia 2010. Euro 18.
Quello di raccontare le città come se fossero “proprie” è privilegio concesso solo ad alcuni urbanisti. A chi affronta quel duro lavoro dispiegando sul tavolo la planimetria della città che si vuole “possedere”.
Guardare le città, dall’alto della loro più compiuta forma di rappresentazione, permette di farle proprie nella sola forma accettabile del desiderio: quella di riconoscere, nei segmenti di costruito sempre pronti a tracimare su elementi e spazi naturali, la possibilità di porre fine al consumo di suolo urbanizzato che, nel nostro paese, è avvenuto, in termini di quantità edificata nell’ultimo mezzo secolo, moltiplicando per nove quanto si era costruito nei precedenti duemila anni.
Vezio De Lucia, che ha fatto della lotta al consumo di suolo, il progetto della propria vita, a buon diritto, titola “le mie città” il libro in cui analizza la deriva della disciplina urbanistica. Odia i privilegi; così dichiara, subito, che la sua forma di possesso è la passione. Quella che prova e ha provato per quei luoghi in cui ha combattuto e combatte.
Che si sia trattato di battaglie è evidente solo pensando alla sua “cacciata” dal Ministero dei Lavori Pubblici da parte di un ministro star della stagione di tangentopoli.
Le città e i territori di Vezio sono quelli che ha attraversato da funzionario pubblico, amministratore, progettista, studioso, dove, sempre, ha cercato di far comprendere che “non sono le previsioni urbanistiche a determinare il successo delle previsioni economiche”. Che le radicali operazioni di trasformazione della città contemporanea potranno essere possibili solo intervenendo su proprietà pubblica delle aree e controllo pubblico delle decisioni.
Che, ancora, le sue città - ma anche il paese- non meritano quello che, in questo mezzo secolo di urbanistica, hanno subito come esito della disciplina urbanistica. Il libro territorializza e mette in fila questi snodi; presenta i progetti messi in campo per contrastarli.
Vezio continua a dirci che in urbanistica non esistono diritti acquisiti una volta per sempre. Che l’urbanistica serve: a ridefinire le forme politiche per non far svendere o riconquistare la ricchezza dell’abitare che ci deriva dal comprendere prima e valorizzare poi, proprio i beni comuni; che la città è costruzione collettiva per eccellenza.
Che i piani, quando riescono a motivarlo come vantaggio per i più, possono [ debbono] cancellare previsioni palesemente errate. Ed è qui che le cose si complicano.
Come è possibile cercare motivazioni per il bene dei più quando insieme con l’urbanistica è scomparsa proprio la grande narrazione urbana alla base dell’abitare; quando una strumentazione tecnica di chiaro stampo eversivo persegue la sola valorizzazione immobiliare? Quando i piani non sono pensati a dare sostanza alle cose sperate, ma a confinarci nella miseria dell’attuale nostro abitare?.
Con passione. “ Senza passione - dice Vezio - sono i pedanti”. Non esiste altro progetto possibile per conquistare quei dispositivi che, mutando la nostra condizione di abitanti della metropoli, ci facciano considerare anche le forme della produzione umana. E’ il lavoro, la creatività, le idee i pensieri, i saperi, le immagini, gli affetti, le relazioni sociali a qualificare il valore della vita come scala di valutazione dell’abitare. Per desiderare [possedere] le nostre città. Asor Rosa dice, introducendo il libro, addirittura per cambiare il mondo perché “per redimere la politica c’è bisogno dell’urbanistica e viceversa”.
Nel suo ultimo lavoro Alessandro dal Lago mette a fuoco il ruolo degli eserciti nella globalizzazione a partire dalla caduta del Muro di Berlino. A differenza del passato gli interventi militari riguardano solo in parte le controversie tra stati. Centrale è la costruzione di un nuovo ordine mondiale, la repressione dei migranti e la prevenzione dei conflitti sociali all'interno delle realtà nazionali
A partire dall'ultimo decennio del secolo scorso si è affermato in Occidente un processo di normalizzazione della guerra. L'industria della morte collettiva si è fatta più che mai fiorente e redditizia. La produzione e il traffico delle armi, inclusi gli ordigni nucleari, sono sottratti a qualsiasi controllo della cosiddetta «comunità internazionale». E l'uso delle armi dipende sempre più dalle decisioni che le grandi potenze occidentali prendono ad libitum, secondo le proprie convenienze strategiche.
In questi anni, sentenze di morte collettiva sono state emesse nella più assoluta impunità contro migliaia di persone non responsabili di alcun illecito penale, né di alcuna colpa morale. E nel mercato della morte il valore di scambio della vita umana si è sempre più diversificato: da una parte la vita delle persone ricche e civilizzate, e cioè in massima parte occidentali, e dall'altra parte la vita delle persone povere e non civilizzate, che vivono nel sottosuolo del mondo. La vita dei poveri e dei deboli vale sempre meno. Il loro diritto alla vita è una favola.
Alessandro Dal Lago dedica una sua recente raccolta di saggi - Le nostre guerre (manifestolibri pp. 262, euro 22) - ad una lucida riflessione filosofica e sociologica sulla natura delle nuove guerre e sulla normalizzazione della violenza anche nelle sue modalità più sanguinarie. Con poche eccezioni, sostiene Dal Lago, i sociologi, gli antropologi e i filosofi si disinteressano dei conflitti contemporanei e delle loro nuove modalità. La «guerra» è citata a malapena e ben pochi studiosi ricorrono a un minimo di immaginazione nel collegare i conflitti interni con quelli internazionali. E intanto aumenta la violenza, cresce l'insicurezza e si afferma il terrorismo sia nella forma delle guerre di aggressione occidentali, sia nelle repliche del global terrorism.
Il silenzio delle coscienze
Più in generale non si può negare che in Occidente si sta affermando un processo di «metabolizzazione» e di banalizzazione del fenomeno bellico che non conosce precedenti. La sensibilità nei confronti della tragedie umane e delle irreparabili devastazioni che le guerre comportano è inibita da una diffusa propensione individualistica. Un senso depressivo di insicurezza porta a ignorare tutto ciò che non riguarda l'incolumità individuale, e a pretendere che la propria sicurezza sia rigorosamente garantita dalle istituzioni repressive e penitenziarie. Il pacifismo - a partire da quello di ispirazione cattolica - è cosa di altri tempi.
Ai limitati rischi bellici che corre chi vive in Occidente si accompagna un ottundimento del senso delle sofferenze altrui, del martirio di intere popolazioni e una consapevolezza pressoché nulla nei confronti delle responsabilità politiche delle potenze occidentali che scatenano le guerre. In Italia, ad esempio, tutte le forze politiche presenti in parlamento sono concordi nel sostenere e finanziare la «missione di pace» che gli Stati Uniti e la Nato hanno deciso di condurre in Afghanistan, giustificando con false motivazioni la strage di decine di migliaia di cittadini afghani, in particolare dei membri dell'etnia Pashtun, cinicamente identificati con il movimento Taliban. L'opinione pubblica tace.
Da quando Massimo D'Alema, nel 1999, autorizzò personalmente il bombardamento della ex Jugoslavia - ricorda Dal Lago - i governi italiani non hanno mai parlato di guerra vera e propria, ed hanno del tutto ignorato l'articolo 11 della Costituzione italiana che vieta ogni guerra che non sia difensiva. Lo stato di guerra non è mai stato dichiarato - anche in questo caso in violazione della Costituzione -, né il parlamento è stato chiamato in causa, se non per finanziare le missioni militari all'estero, subdolamente qualificate come missioni di pace, finalizzate alla diffusione della libertà e della democrazia.
In questi anni le stragi hanno colpito quasi esclusivamente civili inermi e indifesi, come è ormai la caratteristica delle «nuove guerre», quelle che Dal Lago chiama «le nostre guerre». Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l'uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all'estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell'uso della forza.
La volontà egemonica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali ha comportato la devastazione terroristica della vita, dei beni e dell'ambiente di interi paesi, mentre gli aggressori hanno subito un numero molto limitato di vittime, a volte addirittura nessuna. Questo è accaduto nell'arco di un ventennio in paesi come l'Iraq (1991), la ex Jugoslavia, l'Afghanistan, di nuovo l'Iraq (2003), il Libano, i territori palestinesi, per citare gli eventi bellici più rilevanti. In queste guerre, condotte in nome di valori universali, nessuna limitazione «umanitaria» degli strumenti bellici è stata praticata. Anzi, è vero il contrario: gli interventi «umanitari» sono serviti, soprattutto agli Stati Uniti e a Israele, per sperimentare nuovi sistemi d'arma, sempre più sofisticati e devastanti.
L'impero contro gli infedeli
Si può qui aggiungere, a commento conclusivo del testo di Dal Lago, che in tutti questi casi il terrorismo degli aggressori si è autogiustificato - ed è stato giustificato - in nome della pace globale, della lotta al global terrorism e soprattutto della tutela dei diritti umani. La guerra è stata esaltata come l'impresa di benefattori umanitari impegnati a proteggere e promuovere i diritti fondamentali delle persone in tutti gli angoli della terra. In realtà, la difesa dei diritti umani è stata mistificata e tradita dalla violenza omicida. E agli aggressori è stata riservata l'assoluta impunità. Questo vale anche per le aggressioni, le stragi, gli «omicidi mirati» compiuti dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese, in particolare contro la popolazione di Gaza e il movimento Hamas, accusati di essere la culla del terrorismo globale.
In questi ultimi anni, in altre parole, si è sviluppato un processo di transizione dalla «guerra moderna» alla «guerra globale», con al centro il recupero da parte delle potenze occidentali della nozione di «guerra preventiva», concepita e praticata dagli Stati Uniti contro i cosiddetti rogue states e le organizzazioni, vere o presunte, del terrorismo globale. Questa transizione non riguarda soltanto la morfologia delle «nuove guerre», e cioè la loro dimensione strategica e la loro potenzialità distruttiva. Strettamente connessa è una vera e propria eversione del diritto internazionale vigente, dovuta all'incompatibilità della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale generale con la «guerra preventiva». E a questo si aggiunge la regressione alle retoriche antiche di giustificazione della guerra, inclusi importanti elementi della dottrina «imperiale» del bellum justum e del suo nocciolo teologico-sacrificale di ascendenza biblica: la «guerra santa» contro i barbari e gli infedeli. Queste retoriche sono diventate oggi, nel contesto della globalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa, uno strumento bellico di eccezionale rilievo.
Ha fatto dunque molto bene Alessandro Dal Lago a richiamare l'attenzione e a denunciare la responsabilità dei filosofi e dei sociologi - oltre che, aggiungerei, dei giuristi accademici «al di sopra delle parti» - che dall'alto delle loro cattedre minimizzano la tragedia delle nuove guerre e talora la giustificano. Dulce bellum inexpertis, sosteneva Erasmo da Rotterdam.
Da una Tangentopoli all’altra? Potrebbe sembrare che la vicenda politica di Berlusconi stia andando incontro a un destino speculare e opposto rispetto alla sua origine. Nato sull’onda della reazione popolare alla catastrofe etico-giudiziaria dei partiti di governo della Prima Repubblica, e al contempo come supplenza rispetto agli assetti di potere che ne costituivano la sostanza materiale, il suo lungo e fortunato impegno politico corre oggi il rischio di perdere la sua legittimazione profonda. Che era consistita - e in parte ancora consiste - nel mutare la forma della politica, cioè nel trasformare progressivamente la democrazia repubblicana in un regime populista, nel riferirsi al popolo-massa più che alle istituzioni, nello stabilire un patto di intensa fiducia personale, emotiva e quasi corporea, con i suoi fedeli, nel fare del suo stesso partito un "popolo", unito dalla ferrea convinzione che il "fare" del suo Capo sia infinitamente più sano, efficace e onesto delle parole ipocrite, e del malaffare, della politica tradizionale, della "casta" (identificata per lo più con la sinistra).
È l´identificazione fra il leader e la sua gente a spiegare come sia stato e sia possibile che gli interessi personali e settoriali di una sola persona e della sua cerchia siano presentati (e percepiti) come interessi di tutti - si pensi alle esigenze processuali del Cavaliere, di cui si è cercata la soluzione con il "processo breve" - ; e come il plusvalore ideologico dell’antipolitica, incarnata dal superpolitico Berlusconi, abbia chiuso gli occhi di tanti suoi elettori davanti ai suoi insuccessi, e agli scandali che da ogni parte occupano ormai la scena pubblica (fino a quando non ne sarà punita per legge la divulgazione).
Ora questa magia - questa proiezione collettiva - sta finendo. Già intaccata - come si è visto nelle recenti elezioni regionali - dagli scandali personali della scorsa estate e dalla prima ondata dell´inchiesta sul G8, la credibilità politica di Berlusconi rischia di subire un duro colpo dall’emergere di un meccanismo di corruzione e di favoritismi che non è più spiegabile, come pure si è tentato di fare, con la teoria della mela marcia o della pecora nera, ma che assume, con ogni evidenza, carattere sistemico. Non è certo l’antica corruzione: quella aveva il suo perno e i suoi attori principali nei partiti; questa invece vede protagonisti gli affaristi, i costruttori, gli appaltatori, che hanno rovesciato i rapporti di forza rispetto ai singoli politici, che sembrano coinvolti assai più a titolo personale che per finalità di partito.
Tuttavia, è lecito dubitare che questa distinzione, pur importante, appaia decisiva agli occhi degli elettori del Pdl. È più probabile, invece, che lo smottamento del consenso divenga una frana, davanti a quello che potrebbe essere percepito come il ritorno della vecchia politica, e quindi come il tradimento del patto di fiducia antipolitico che lega il Capo alle masse. La cui psicologia collettiva comprende anche il rischio dell’abbandono, della delusione, dell’avversione per quello che fino a poco prima era l’oggetto d’amore. E questo rischio è tanto più significativo quanto più odioso potrebbe apparire il rovesciamento perverso del fiore all’occhiello di questi ultimi anni di governo: l’agire pronto, efficace, esemplare - tra l’aziendale e il comunitario - , della Protezione Civile. Che, operando secondo procedimenti d’emergenza davanti alle emergenze a cui deve far fronte, voleva essere la più visibile ed eloquente manifestazione del "fare" berlusconiano, la controprova pratica della sua ideologia. E che invece sta diventando - pare - la voragine, l’autentica emergenza che delegittima il potere del Cavaliere. A dimostrazione del fatto che l’eccezione, se elevata a sistema di governo, si ritorce contro chi ne abusa.
Consapevole del pericolo che si parli di una "casta" berlusconiana sottratta alle leggi ordinarie - e anche dell’aggravante costituita dalla circostanza che la corruzione riguarda le case, il bene più caro agli italiani, per il quale le persone comuni si sacrificano per lunghi anni - Berlusconi riscopre ora la legalità e la normalità; che non appartengono certo al suo usuale repertorio politico e che paiono giustificate solo dall’esigenza di recuperare consenso e di stringere nuovamente il patto antipolitico con la sua gente, anche contro i "suoi" politici. Legalità non come filosofia politica, quindi, ma come ultimo espediente del populismo, come ultima paradossale risorsa del leader carismatico. Che non cessa infatti di polemizzare contro la "macelleria giudiziaria" delle "liste di proscrizione", e che - data anche la linea dei giornali d’area governativa - pare tentato di assumere a sua volta la postura del Capo tradito dai propri collaboratori sleali e mediocri, sui quali si può abbattere l’ira popolare, e la "purga" politico-giudiziaria. L’eccezionalità, d’ora in poi, resterà appannaggio esclusivo del Capo (il lodo Alfano prosegue il suo iter), e non coprirà più i comprimari.
La questione è ora se questo tentativo di Berlusconi di avere le mani ancora più libere (magari con un rimpasto, o un allargamento della maggioranza) avrà successo, o se invece il Capo carismatico ferito non sarà condannato - dato che le elezioni anticipate dovrebbero ora apparirgli non più molto appetibili - a continuare a governare, sempre più debole e sempre più sottoposto alla tutela di Bossi e Tremonti. Una prospettiva, questa, non certo utile al Paese.
Di una cosa c'è più bisogno oggi rispetto ad ogni altra. Istituzioni pubbliche legittime, forti ed indipendenti che perseguono il bene comune e non l'interesse di chi le occupa. È l'uovo di Colombo. Solo un grande sforzo comune, politico ed intellettuale, ci può consentire di immaginarle, per poi lottare insieme per la loro posa in opera. Soltanto questo sforzo può consegnarci qualche speranza in questa drammatica nuova escalation di saccheggio della finanza al bene comune.
Tracciare una nuova rotta ed indicarla al dibattito pubblico costituisce oggi non soltanto una novità politica assoluta ma perfino una vera e propria «buona azione civile» riconosciuta ed apprezzata come tale dai cittadini in modo del tutto trasversale ai partiti politici.
Già 420 mila firme
Ed in effetti i cittadini in massa stanno firmando ai banchetti dell'acqua bene comune (già 420.000 firme dopo tre settimane di raccolta!) dando conforto e speranza a quenti a questa nuova elaborazione istituzionale dedicano da anni la vita. E ancora i cittadini, a migliaia, firmano l'appello di Stefano Rodotà per la libertà di stampa, un altro bene comune sottoposto al saccheggio oligopolistico.
Ma il mondo intorno a noi, così come narrato dai temi trattati dal dibattito giornalistico e televisivo, dà ben scarsa attenzione a questo civile anelito di cambiamento. Ricevono piuttosto grande spazio, ma ben di rado in modo critico, gli ultimi assalti al bene comune, nella grande abbuffata del capitalismo politico-finanziario che balla, in preda al delirio provocato dalla sua malattia di sovrasviluppo, sul ponte scivoloso del Titanic che affonda.
Il «modello Paulson» (segretario al Tesoro di Bush) di uscita dalla crisi attraverso un salasso inflitto alle persone comuni per «salvare» le istituzioni finanziarie dagli effetti dei loro stessi comportamenti criminali, lungi dall'essere denunciato come saccheggio viene oggi riproposto in Europa come eroico salvataggio notturno dell'euro. Non lo denunciò Obama, che anzi lo ha adottato come metodo senza muovere un dito per salvare dall'evizione i milioni di proprietari sfrattati per non poter pagare il mutuo mentre i banchieri si spartivano la torta milionaria dell'aiuto pubblico.
Lo celebrano oggi, e si vantano pure del ruolo politico giocato dall'Italia per «chiudere l'accordo», i nostri politici e commentatori «di buon senso» di fronte al saccheggio del lavoro dipendente (in Grecia e Spagna per ora, in Italia fra pochissimo) per trasferire il bottino direttamente ai signori della finanza (che si divertono sulle montagne russe della borsa).
Se queste sono le emergenze, anche di fronte al tema «strutturale» della riforma federalista, prevale la medesima diffusissima logica del «prendi i soldi e scappa». Si scrive «federalismo demaniale» ma si legge ulteriore privatizzazione e saccheggio dei beni comuni. Infatti, il patrimonio pubblico in Italia, ancorché appartenente al più forte soggetto politico (lo Stato) è debolissimo nei confronti della pressione politica di chi vuole privatizzarlo per ragioni speculative. Semplici decreti di sdemanializzazione sono sufficienti per vendere la proprietà pubblica al privato aprendo un'autostrada per la privatizzazione.
Pubblico e privato sullo stesso piano
Ma quando ci si accorge di aver sbagliato, la via del ritorno dal privato al pubblico è un impervio sentiero lastricato di ostacoli giuridici perché la proprietà privata e l'indennizzo di mercato sono tornati ad essere riconosciuti come diritti fondamentali proprio dalle Corti Europee.
Non solo, i proventi della facile (s)vendita per decreto non sono vincolati ma vengono regolarmente impiegati per la spesa corrente e per pagare gli interessi sul debito pubblico. Interessi che oggi sono, per oltre la metà, dovuti a soggetti finanziari internazionali. Cifre enormi che gli italiani sborsano (recuperandole tramite la fiscalità generale e la svendita del patrimonio) e che finiscono immediatamente all'estero senza neppure sfiorare l'economia locale.
Sembrerebbe ovvio che, in queste drammatiche condizioni, le istituzioni nazionali dotate del potere di gestire ed alienare il patrimonio pubblico andrebbero rafforzate enormemente e non certo indebolite come invece avviene col federalismo demaniale.
Di fronte ai grandi gruppi privati italiani e internazionali che vogliono mettere le mani sul patrimonio pubblico (e l'acqua è solo un aspetto del grande saccheggio dei beni comuni) occorrerebbe infatti organizzare una difesa strenua affidandola al massimo possibile livello istituzionale. Occorrerebbe quantomeno introdurre per il demanio pubblico una tutela pari a quella di cui gode la proprietà privata applicando finalmente gli artt. 42 e 43 della Costituzione, che mettono proprietà privata e pubblica sullo stesso piano. Occorrerebbe almeno una riserva di legge dello Stato e un vincolo di utilizzo sociale dei proventi.
Altro che federalismo demaniale, una mossa che indebolisce ancora di più il pubblico rispetto al privato, schierando in modo suicida nel grande scontro con la speculazione finanziaria internazionale la squadra di riserva: enti locali squattrinati contro il grande capitale finanziario che vuole comprare tutto per quattro soldi!
Complimenti al commissario tecnico Roberto Calderoli.
Ma perché nel paese che ha avuto il più grande partito comunista e il più forte movimento operaio dell’Occidente, una cultura di sinistra egemone per almeno tre decenni, una delle manifestazioni più radicali e prolungate del «’68» e la maggiore proliferazione dei gruppi della sinistra radicale siamo poi caduti tanto in basso da diventare lo zimbello di tutta l’Europa, sia di destra che di sinistra?
Per alcuni, perché non sono stati elaborati quegli anticorpi che hanno permesso invece ad altri popoli e paesi di non venir travolti – o di venir travolti in misura minore – dall’ondata di demagogia e populismo che ha accompagnato gli sviluppi della globalizzazione nel corso degli ultimi due decenni; e che rischia di avere effetti ancora più deleteri con lo scoppio e il prolungarsi – a tempo indeterminato – della crisi economica. Per altri, perché la maggior parte delle risorse di quelle organizzazioni, o di una parte preponderante di esse, è stata per anni impegnata nel contenere, nel contrastare, nello screditare, assai più che nell’assecondare, le spinte sociali di cui pretendevano la rappresentanza; lasciando così liberi i germi della reazione di sviluppare indisturbati tutte le loro potenzialità; o addirittura alimentandoli. Forse le due tesi non sono così alternative come la loro contrapposta formulazione potrebbe far credere.
Nelle condizioni materiali che stanno alla base del regime berlusconiano c’è certamente un risvolto specificamente italiano; ma ce ne è anche uno, sicuramente più rilevante, di dimensioni planetarie, o comunque transnazionali. Entrambi sono il portato di una mutazione antropologica con cui occorre fare i conti. Anche se i suoi tratti sono complessi, la cifra di questa mutazione è riconducibile a quella «dittatura dell’ignoranza» che ha dato il titolo a un recente testo di Giancarlo Majorino [Tropea, 2010]. In Italia Silvio Berlusconi non ha «sdoganato» soltanto il fascismo, ancora largamente diffuso tra i ranghi dell’ex Alleanza nazionale, e anche altrove. Questo è stato, almeno in parte, un mero epifenomeno della politica.
Quello che Berlusconi ha veramente sdoganato è l’ignoranza; l’orgoglio di essere ignoranti; il disprezzo, questo sì di stampo fascista, per i saperi, qualsiasi sapere, e per i loro cultori; la pretesa di «fare» e saper fare anche senza conoscere e sapere; la convinzione, latente anche prima di lui nello spirito nazionale ma promossa a piene mani dal sentire di cui è espressione il suo regime, di essere migliori di tutti gli altri: in particolare di arabi, «negri», cinesi, slavi, ebrei, a seconda dei gusti. Oggi è del tutto normale per personaggi come Borghezio, Gentilini o Calderoli sentirsi e presentarsi come esemplari di un mondo e di una razza superiori; e considerare e trattare figure come Mandela, Evo Morales o Gandhi, e soprattutto i popoli che li hanno espressi, come esemplari di un universo subumano.
Questo sdoganamento dell’ignoranza, il cui strumento principale è stata in Italia la televisione, privata e di Stato - la peggiore del mondo; e non solo nei notiziari e nelle trasmissioni «politiche», quanto soprattutto nella pappa securitaria [fondata sulla propalazione della paura] e decerebrata rifilata quotidianamente al pubblico culturalmente più indifeso dalle trasmissioni di intrattenimento – si è innestato tuttavia su alcuni processi di fondo che attraversano il panorama mondiale da decenni.
Il primo è il passaggio epocale – uso questo termine abusato a ragion veduta, perché in questo caso lo ritengo appropriato – dalla cultura scritta dei libri, dei giornali e delle riviste alla cultura audiovisiva della televisione e di internet. Solo due o tre altri passaggi hanno avuto sulla storia umana un peso paragonabile: quello tra cultura orale e scrittura, quello dal manoscritto alla stampa e, forse, quello dalla lettura ad alta voce alla lettura mentale. In tutti e tre i casi, le modalità di trasmissione e comunicazione precedenti non sono state eliminate [ancora oggi si imparano a memoria canzoni e persino poesie; qualcuno scrive ancora a mano; molti leggono a voce più o meno sommessa]; ma soverchiate, sicuramente sì.
Se è vero che i «contenuti» veicolati su questi supporti possono essere gli stessi – ma in genere non lo sono – le modalità di trasmissione e di recepimento ne alterano radicalmente la portata. In fin dei conti il medium è il messaggio. Su questo punto non occorre insistere perché è stato ampiamente analizzato: la pagina scritta richiede attenzione, sforzo, riflessione, invita a costruire schemi e griglie per sistemare – e sistematizzare sulla base di un principio di coerenza – quanto appreso. L’audiovisivo è molto più volatile; consente – anche se non necessariamente impone – una ricezione più passiva; non comporta, se non in rari casi, uno sforzo di apprendimento e meno ancora di interpretazione o di «traduzione»; permette di passare da un tema all’altro – o addirittura da un universo all’altro – con la semplice pressione di un tasto; non si deposita, o si deposita solo flebilmente, nel costrutto mentale del recipiente; soprattutto si rinnova ogni giorno, cancellando o relegando nell’oblio quello che era stato detto o comunicato solo ieri.
L’espressione «cultura del palinsesto», che un tempo indicava il faticoso recupero di un supporto organico, raschiando la pelle di una capra per depositarvi sopra un nuovo testo a spese di quello cancellato - che magari era assai più importante e che a volte oggi riusciamo a recuperare con sofisticate tecnologie – ai giorni nostri sta a indicare che le informazioni, come le affermazioni, cambiano ogni giorno; che quello che viene detto o visto oggi può contraddire completamente quanto detto o visto ieri – o anche oggi stesso - senza bisogno di spiegazioni. Quello che si perde, soprattutto, è la tensione alla costruzione di un universo cognitivo coerente e unitario. Come è noto, Berlusconi è stato il più rapido a capire e ad appropriarsi di questo meccanismo.
In un ambiente del genere, l’unico modo per consolidare dei saperi è quello di legarli strettamente a un’attività pratica. Le cascate di parole e di immagini che ci investono attraverso i media audiovisivi difficilmente si depositano, e quando lo fanno si sovrappongono in strati tra loro impermeabili. Ma come la moneta cattiva scaccia quella buona, l’inflazione di informazioni e immagini prodotta dai media restringono progressivamente lo spazio riservato al testo scritto e meditato.
La scuola tradizionale e tutta la formazione scolastica odierna sono state le prime vittime di questo cambio di paradigma. Ancora quasi interamente affidate all’accumulo di parole scritte in quotidiana competizione con la marea di suoni, immagini e parole, gridate, sussurrate o cantate, provocata dai media. Ovvio che a scuola non si impari più nulla o quasi. Nessuno lo sa meglio degli insegnanti, anche quando ne danno la colpa ai ragazzi.
Il secondo processo a cui è riconducibile la dittatura dell’ignoranza è il fondamentalismo, non solo religioso - islamico, cristiano, giudaico o induista: ma sempre vissuto come fattore identitario, con effetti sanguinosi perseguiti in nome del bene contro il male – ma anche «razziale»: trasferendo magari dal piano biologico a quello culturale – in senso «antropologico» - la pretesa superiorità di un’etnia o di una nazione sull’altra. Il fondamentalismo è stato e viene alimentato soprattutto da una reazione identitaria e difensiva nei confronti dei processi di sradicamento, di perdita delle proprie certezze, di aumento dell’insicurezza indotti dalla globalizzazione.
Cresce in tutto il mondo il numero delle persone disposte a sostenere che nella Bibbia, nel Corano, nelle Upanishad o nel Vangelo - spesso senza conoscerne o senza nemmeno saperne leggere il testo - o in loro interpretazioni schematiche, dogmatiche o addirittura false, e comunque sempre autoritarie, è contenuto tutto quello che una persona giusta deve sapere; e pronte a negare qualsiasi evidenza, scientifica e non, che ne contraddica anche solo una singola sentenza.
Anche in questo caso il berlusconismo, questa volta anticipato dalla Lega, disinvoltamente passata dall’adorazione del dio Po, o Eridano, e dai riti celtici all’alleanza con Cristo re, ha saputo e potuto mettere a frutto la sostanza fondamentalmente razzista di questa chiusura culturale. Lo ha fatto con un’alleanza tra trono e altare configurata ad hoc per coprire reciprocamente le rispettive debolezze. Il risultato più feroce e grottesco di questo innesto sono le dissertazioni psudoscientifiche sullo statuto dell’embrione, sulla tempistica dell’estinzione della vita o sull’omosessualità. E lo sarà probabilmente ben presto anche l’imposizione del creazionismo, come già avviene in molte scuole degli Stati Uniti.
Il vuoto culturale indotto o favorito da questi due processi, cioè la dittatura dell’ignoranza e il fondamentalismo, convive con – o addirittura si qualifica come – una sorta di pragmatismo «di ordinanza», imposto dalla cosiddetta fine delle ideologie: in realtà di una sola ideologia, quella socialista, con la sua appendice comunista; che forse ideologia non era, bensì un insieme di saperi, seppur parziali e di parte, e certo irrigiditi da una codificazione autoritaria, e in questa forma sicuramente inadatti all’interpretazione del mondo attuale; ma la cui cancellazione ha lasciato dietro di sé solo macerie.
Perché le altre cosiddette «ideologie» dei due secoli scorsi non sono certo scomparse. Quella cattolica - la «dottrina sociale della chiesa» nelle varie formulazioni che hanno tenuto uniti molti partiti occidentali per più di un secolo – o genericamente cristiana, lungi dallo scomparire, è possentemente risorta negli ultimi decenni in forme più radicali, brutali e «ideologiche» sotto le vesti, appunto, di integralismo fondamentalista. E quella liberale, trasmutatasi in fondamentalismo liberista, ha ormai occupato tutta la scena planetaria sotto forma di «pensiero unico». Che altro non è che la forma più schematica e idiota di un «mercatismo» da tempo impegnato a identificare tutte le manifestazioni della vita umana, e a volte anche quelle della natura, con una sorta di totalitario «darwinismo sociale»: un meccanismo fondato sulla competizione e la selezione comandato dal gioco di un mercato concorrenziale che non è mai esistito e mai esisterà in quella forma. Se non negli scritti dottrinari di centinaia di migliaia di accademici che hanno fatto da scudo alla prassi dei rispettivi allievi.
I quali, come ha ben illustrato Naomi Klein in «Shock Economy» [Rizzoli, 2007), dalle istituzioni universitarie in cui sono stati allevati hanno finito per occupare tutti i gangli vitali degli organismi che governano i processi della globalizzazione economica: dalla Banca mondiale alla Wto, dal Fmi alla Commissione europea, fino a coinvolgere i vertici di quasi tutti gli Stati sia dell’Occidente che di quelli nati dalla dissoluzione dell’impero sovietico, e persino della Repubblica popolare cinese, che pure si dichiara ancora «comunista».
Proprio perché autentica ideologia, che non ha alcun riscontro non solo nella realtà dei processi economici [i «mercati» reali], ma nemmeno nella prassi di chi la professa solo per farne un paravento delle proprie scelte, il liberismo o «pensiero unico» può essere senz’altro identificato con la forma più dispiegata e diffusa di ignoranza: una forma, cioè, non solo di occultamento della verità, ma di orgoglio nel volerla ignorare. Mentre i suoi proseliti, di destra e di sinistra, o né di destra né di sinistra, non sono che sacerdoti di questa «dittatura dell’ignoranza».
Il riscontro più immediato di questo fenomeno – ma ce ne sono altri mille disponibili, basta osservare un’assemblea di Confindustria - lo troviamo nell’auditel: è il mercato pubblicitario, che riflette puntualmente indici di ascolto ampiamente determinati da chi controlla i media, a indirizzare la programmazione, cioè le «scelte culturali» dei palinsesti: cioè a far precipitare i contenuti delle trasmissioni televisive verso la decerebrazione totale. Il riscontro più massiccio e tangibile dello stesso fenomeno è invece il controllo totale del mercato, cioè della rendita fondiaria e della speculazione edilizia, sulla morfologia delle città e sulle forme dell’espansione urbana: in tutto il mondo. Cioè sulle basi materiali, fisiche, solide, che costituiscono l’infrastruttura della convivenza umana; con il loro portato di idiotismo abitativo, di brutalità sociale, di analfabetismo culturale e di bruttezza.
Per questi motivi il populismo autoritario e personalizzato - di cui Berlusconi è forse l’esponente maggiore nel mondo odierno, e sicuramente quello di maggiore successo, ma non certo l’unico - è la manifestazione più vistosa di una tendenza che si radica in questi due processi in atto, declinandoli in differenti versioni nazionali, regionali, locali, o anche etniche e religiose [anche la chiesa cattolica, da Wojtyla in poi - anzi, soprattutto con Wojtyla - è una tipica manifestazione di questo andazzo: populismo, autoritarismo, fondamentalismo e dittatura dell’ignoranza].
All’interno di questo meccanismo infernale la competizione politica si è ridotta a una corsa al peggio: vince chi riesce a falsare di più la realtà; a degradare di più contenuti e forme della comunicazione; a solleticare maggiormente gli istinti più bassi – e sempre latenti – dell’umanità; a farle rinunciare più tranquillamente alla propria dignità; a promuovere di più il servilismo [l’entourage di Berlusconi ne è sicuramente l’esempio più vistoso del mondo; ma, anche qui, la gerarchia cattolica non gli è da meno]. E’ un processo di cui siamo quotidianamente spettatori; ma spesso anche, volontariamente o no, sia attori che vittime. Il suo fondamento è noto, ed è stato battezzato con un acronimo: Tina [«There is no alternative»: non si può fare diversamente]. E’ la gabbia in cui si sono autoreclusi tutti quelli che accettano di competere nello stesso agone, sulla stessa arena. Ma individuare un’altra arena e promuovere un impegno collettivo in essa è, come ognun sa, tutt’altro che semplice.
In altra sede [«Prove di un mondo diverso», NdaPress, 2009] ho proposto una periodizzazione di questo processo per ricollocarlo in un tempo storico: primo passo – ma indispensabile - per prospettarne un possibile superamento: gli oltre sessant’anni che separano la crisi attuale dalla fine della seconda guerra mondiale possono essere divisi in due parti. La prima, i cosiddetti «trenta gloriosi», si sono svolti, bene o male, all’insegna della decolonizzazione; di una pretesa «competizione pacifica» tra Occidente e Comunismo [pur nel quadro della guerra fredda; e certo contrassegnata da orrori come i gulag, le dittature imposte con colpi di stato, i conflitti sanguinosi in Corea, in Vietnam, in Africa, in Medio oriente]; e soprattutto all’insegna dello «sviluppo» economico, della crescita dell’occupazione, dei livelli salariali, del welfare e del consumismo nei paesi «sviluppati»; della loro attesa in quelli via via decolonizzati.
La seconda parte del periodo ha visto l’inversione di tutti questi processi: il fallimento delle promesse della decolonizzazione; la fine dell’equilibrio bipolare e la moltiplicazione delle guerre locali; la contrazione dei redditi del lavoro e l’aumento di quelli del capitale, con il conseguente aumento stellare delle differenze sociali, tanto nel primo quanto nel secondo, nel terzo e nel quarto mondo; il crollo del welfare, l’esplosione del debito delle persone, delle imprese, delle economie, dei governi nazionali e locali, usato soprattutto per procrastinare una resa dei conti; la conseguente «finanziarizzazione» dell’economia mondiale.
Se a mettere in mora gli equilibri – meglio sarebbe dire gli squilibri – instaurati nel corso di questo secondo periodo è stata l’esplosione della crisi finanziaria, e poi economica, e in ultima analisi ambientale, a mettere in mora gli equilibri dei «trenta gloriosi» era sta l’esplosione del ’68: cioè dei movimenti sociali che a partire dalla metà degli anni sessanta, e per tutta la prima metà dei settanta, avevano attraversato quasi tutti i paesi, sia dell’Occidente che del «Terzo mondo» e del mondo comunista, muovendo dalle università per investire in modo più o meno profondo tutto l’assetto sociale.
I tratti costitutivi comuni a tutti quei movimenti, per lo meno nella loro fase iniziale, erano stati uno spirito di rivolta e una temperie antiautoritaria tesi all’affermazione della propria autonomia personale nell’ambito di un processo di crescita collettiva. Temperie e spirito che si erano poi propagati in tutti gli ambiti sociali: dalle fabbriche all’università, dalle scuole alle carceri, dai corpi militari all’amministrazione della giustizia, dai quartieri ai laboratori di ricerca: con il tentativo di disarticolare le linee di comando gerarchico – e non solo quelle del sistema di fabbrica – attraverso la messa in questione del proprio ruolo e dei propri compiti. Ma quei movimenti si erano poi arenati, sfrangiati e dissolti, non tanto sotto il peso della repressione [che pure in alcuni paesi era stata violenta], quanto per mancanza di punti di applicazione concreti, una volta venute meno le ragioni e le occasioni che li avevano suscitati, come la mobilitazione contro la guerra in Vietnam o la rigidità delle strutture dell’università, delle professioni e, dove ancora prevaleva come modo di produzione, della grande fabbrica fordista.
La «lunga marcia attraverso le istituzioni» propugnata dal leader degli studenti tedeschi Rudi Dutschke non aveva trovato a sua disposizione saperi adeguati a formulare e perseguire strade alternative a quelle di una contestazione ripetitiva, e a lungo andare sterile, degli assetti del potere costituito. Ed è qui che vanno cercate probabilmente anche le radici di un irrigidimento dottrinario di tanta parte del movimento che ha poi generato una proliferazioni di gruppi e sottogruppi in concorrenza tra loro; una «mania» che in molti paesi, tra cui l’Italia, si è poi protratta addirittura fino ai giorni nostri.
D’altronde, se fino ad allora il mondo accademico era stato dotto, ma chiuso di fronte all’evoluzione della società e alle istanze di autonomia delle persone, il ’68 aveva sì spalancato sul mondo reale le finestre delle discipline universitarie, ma senza saperne poi trarre delle indicazioni pratiche in grado di concretizzarsi in nuovi saperi. Così l’accademia era ben presto tornata a chiudersi su se stessa; e da allora non è stata più né aperta né dotta.
Il «pensiero unico» che ha guidato e in cui si è concretizzata la reazione al «grande disordine» di quegli anni aveva dunque potuto inserirsi proprio in quella debolezza dei movimenti del ‘68, affidando il perseguimento di un obiettivo analogo al loro – la realizzazione della propria autonomia individuale - non a un’azione collettiva e consapevole, ma ai meccanismi ciechi e automatici [o presunti tali] del mercato: affermazione e realizzazione personali sarebbero da allora dipesi dal funzionamento selettivo e falsamente«meritocratico» della competizione individuale.
Questo approccio è stato poi gradualmente e quasi inavvertitamente assimilato da tutta la società; soprattutto dopo che l’affievolirsi e il venir meno dell’«onda lunga» dei movimenti; e, in Italia, le conseguenze di un terrorismo, di Stato e dei gruppi armati, che ne aveva deviato la carica innovativa verso vicoli ancora più ciechi e tragici - ne avevano disperso i già fragili presidi culturali.
Oggi la situazione si è in qualche modo invertita rispetto a quegli anni: nei rapporti di forza, il mondo del lavoro ha perso l’autonomia e la forza che aveva conquistato in anni di lotte e di antagonismo nei confronti dei poteri forti del capitale, dei governi e delle grandi corporation. Queste ultime sono ormai organismi in larga parte sovranazionali, in grado sia di ricattare i governi nazionali che di assoldarne il personale [la corruzione è infatti diventata un elemento costitutivo dei «meccanismi di mercato» o, se vogliamo, del «modo di produzione»; e non solo in Italia]. Oggi esse appaiono – e sono - più forti che mai, nonostante la crisi; anzi, anche grazie alla crisi, che accresce la loro capacità di ricattare e sfruttare una massa sterminata di lavoratori, dipendenti e autonomi, manuali o intellettuali [il cosiddetto «cognitariato»], del nord e del sud del mondo, ma sempre più precari, dispersi su tutto il pianeta dai processi di delocalizzazione e sempre più esposti al ricatto che questi processi consentono di esercitare.
Ma dal punto di vista dei saperi, il grande capitale e gli establishment politici degli Stati – sia di maggioranza che di opposizione – e persino il mondo accademico più direttamente interconnesso con essi sono ormai imprigionati dentro la gabbia sempre più stretta del «pensiero unico»: cioè della loro ignoranza. Ne sono prigionieri perché per loro, allo stato di cose esistente «non c’è alternativa»: Tina.
In Italia questa perdita di conoscenze – e di capacità di conoscere – ci viene ribadita quasi ogni giorno dai rappresentanti dell’opposizione: «Non abbiamo saputo riconoscere e interpretare l’evoluzione della società» è ormai diventato un ritornello. Ma forse che i rappresentanti della maggioranza lo hanno saputo fare? Certo sono «al passo» con molte delle sue trasformazioni: anzi, a volte le anticipano e nel caso di quelle peggiori, come la rinata virulenza del razzismo, la competizione senza freni, il disprezzo per la conoscenza, l’ipocrisia e la truffa, le solleticano e le moltiplicano. Hanno «fiuto» si dice. Ma il fiuto è una facoltà che ti tiene legato a terra, impedisce di sollevare lo sguardo verso l’orizzonte, costringe a seguire tracce di itinerari già percorsi.
Ma di quali strumenti dispongono mai i membri dell’establishment di tutti i paesi del mondo, e del nostro in particolare, per fare fronte alla crisi ambientale, alla globalizzazione dell’economia, alla sua finanziarizzazione, alla dissoluzione dei legami sociali? Sia loro che l’opposizione non possono fare altro che rincorrere questi processi e cercare di adeguarvisi; perché «non c’è alternativa» [Tina]. Giocano con i numeri – e con il fuoco; e con la guerra; e con i disastri economici, e con la crisi ambientale – come stregoni: dividendosi i compiti. Alcuni sono addetti a esorcizzare i disastri: va tutto bene; altri a prospettare giorno per giorno soluzioni fasulle, il cui unico risvolto è il business ad esse connesso; altri, infine, a dare la caccia – una caccia spesso brutale – a qualche capro espiatorio: gli immigrati, la concorrenza cinese, il pubblico impiego e persino il ricorrente fantasma del ’68.
Di contro, nel corso di questi stessi anni, e in forma quasi carsica, è andata sviluppandosi, ad opera di una molteplicità di organismi, di movimenti, di studiosi indipendenti, di «imprenditori sociali», spesso collettivi, una serie di saperi autonomi che coprono quasi tutto l’arco dei problemi e dei settori decisivi per affrontare sia la crisi ambientale, tanto a livello globale che locale, sia la crisi occupazionale, la crisi alimentare, quella energetica, quella urbanistica, quella educativa. Si tratta di saperi direttamente legati a una prassi, o a verifiche pratiche dirette o già sperimentate altrove, o messe comunque alla prova in attività di disseminazione mirate e capillari. Per ora coinvolgono solo alcune minoranze più o meno diffuse, ancora insufficientemente collegate tra loro; soprattutto perché quei movimenti sono spesso monotematici e la ricomposizione di iniziative del genere è difficile e complessa.
Quarant’anni fa gli unici ambiti intorno a cui erano andati sviluppandosi saperi e pratiche alternative alle conoscenze egemoni erano la medicina – soprattutto per quanto riguarda le prevenzione sui luoghi di lavoro, anche grazie all’apporto di alcune organizzazioni sindacali – e, in misura più ridotta, e certo con esiti meno sostenibili, l’urbanistica.
Oggi i saperi che i movimenti degli anni più recenti hanno contribuito a costruire, o a consolidare attraverso una pratica diretta, o intorno a cui sono andati sviluppandosi nel corso degli anni, permettendo la formulazione e la condivisione di piattaforme rivendicative o programmatiche sempre più ampie e circostanziate, riguardano una vasta gamma di ambiti: innanzitutto le tecnologie e l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili come alternativa a un sistema interamente dipendente dai combustibili fossili; l’efficienza energetica; l’edilizia ecocompatibile; l’urbanistica partecipata; l’agricoltura biologica; l’alimentazione e il ciclo agroalimentare nel suo insieme. E poi la gestione dei rifiuti [prevenzione e riciclo] per ridurre il consumo di risorse vergini, ma anche per interconnettere e sviluppare processi industriali su basi locali; la mobilità flessibile; la conservazione della biodiversità; la manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio e soprattutto l’informatica open source e la condivisione di contenuti: un processo che nelle sue diverse espressioni coinvolge milioni di soggetti in tutto il mondo e consente circolazione e gestione di informazioni e idee in forme autonome.
In realtà sono tutti i saperi su cui sono cresciuti i nuovi movimenti a unire in forme inscindibili competenze tecniche specialistiche, più o meno largamente diffuse, con competenze gestionali che derivano da una pratica diretta. Ma si parla qui di competenze gestionali che riguardano beni comuni o procedure condivise, apprese ed eventualmente codificate in corso d’opera, nell’ambito di processi partecipativi che prevedono come loro pre-condizione l’impegno al confronto e alla collaborazione tra soggetti diversi, con interessi, valori e condizioni materiali diverse; e anche tra loro conflittuali.
Un «know how» del tutto estraneo alle pratiche e alle competenze della maggioranza delle amministrazioni locali, per non parlare delle società di servizi pubblici locali, pubbliche private o miste, che spesso coltivano il tema della «responsabilità sociale dell’impresa» o pubblicano i loro bilanci sociali in carta patinata solo per imbellettare il loro operato; ma che sono del tutto impreparate a misurarsi con processi collettivi di presa in carico di una gestione condivisa dei beni comuni oggi affidati alle loro amministrazioni. Conoscenze tecniche, conoscenza del territorio e competenze gestionali autonomamente acquisite, cioè capacità di autogoverno, o comunque di partecipazione tesa a accrescere o realizzare un controllo dal basso dei processi economici e delle scelte politiche, sono dunque indissolubilmente legati ai processi di partecipazione.
A differenza di quanto era successo quarant’anni fa, quando i movimenti si erano arenati soprattutto per l’incapacità di confrontarsi con la dimensione pratica dei problemi, oggi la forza dei movimenti risiede in primo luogo nella qualità dei saperi che hanno sviluppato o sulla cui diffusione sono cresciuti. Democrazia e partecipazione sono ormai inscindibili da conoscenza e saperi diffusi.
L’esempio più luminoso di questo accoppiamento ci è forse fornito dal movimento No Tav della Val di Susa: un movimento fondato su una larghissima partecipazione, che ha saputo rinnovarsi e resistere a una serie di attacchi concentrici per anni. E che ha polarizzato gli schieramenti a tal punto da spingere i signori delle tessere e delle leve di governo di Regione, Provincia e comune di Torino a imporre ai loro referenti locali di allearsi con i propri [pretesi] avversari politici, nel vano tentativo di mettere alle corde i protagonisti del movimento. Con l’esito, in termini elettorali, che tutti sappiamo: hanno consegnato alla Lega e a Berlusconi le chiavi della Regione, oggi; e probabilmente quelle della Provincia e della città, domani.
Che cosa dicono quei signori, e i loro corifei, per giustificare un’aberrazione del genere, perpetrata a spese di tutta la popolazione che avrebbero dovuto rappresentare? Dicono «non c’è alternativa» [Tina]. Tav è progresso, è industria, è finanza, è occupazione, è collegamento con l’Europa, è riduzione dell’impatto del trasporto. E si fermano lì. Non un’analisi dei flussi di merci presenti e futuri, che per tutti gli esperti di trasporto non richiedono assolutamente un investimento del genere. Non un’analisi costi benefici [anzi, una sì: dei professori Pennisi e Scandizzo, due luminari del settore, che manipolano dati di cui non espongono né fonti né procedure di elaborazione e ne ignorano altri ben più significativi]. Non la minima attenzione per le condizioni di vita di una popolazione che vorrebbero condannare a vivere dentro un cantiere, per di più altamente nocivo, per i prossimi quindici o vent’anni. E, soprattutto, la favola della riduzione dell’impatto del trasporto merci di una ferrovia pensata per trasportare solo passeggeri a 250 chilometri all’ora, pur essendo chiaro che il passaggio delle merci dal trasporto su gomma a quello su ferro o si fa – gradualmente – in tutto il paese, o non avverrà in nessuna sua tratta. E’ il trionfo dell’ignoranza.
Guardate ora la conoscenza diffusa che larga parte della popolazione della Val di Susa ha sviluppato nei confronti del progetto di Tav Torino-Lione, dei problemi relativi al trasporto e agli impatti ambientali, dei costi e dei benefici e soprattutto degli impatti sociali ad esso connessi. Una conoscenza su cui è stata costruita la forza del movimento. Se ne può ricavare un’idea navigando nei diversi siti web gestiti collettivamente dai comitati che animano il movimento e che sono aperti a una partecipazione corale di tutta la popolazione. Come in molte altre situazioni analoghe, la cosa che impressiona di più è la conoscenza, anche tecnica, dei problemi che essi dimostrano; la ricchezza della documentazione, anche di parte avversa, che espongono; l’onestà intellettuale nella gestione dell’informazione. Tutte risorse oggi del tutto inutilizzate da chi ha le leve del governo a qualsiasi livello. Ma tutte cose che fanno dire che democrazia e conoscenza costituiscono ormai un binomio inscindibile.
Quello che vale per la Val di Susa vale dappertutto. Democrazia e partecipazione vengono costruiti intorno o attraverso saperi che non possono prescindere da una conoscenza specifica del territorio: quella che solo chi ci vive e lavora può possedere. E che è indispensabile per mettere a punto progetti specifici di rientro nei parametri della sostenibilità ambientale, sociale ed economica, che sono necessariamente diversi da un territorio all’altro, come sono diverse le risorse fisiche e umane su cui contare, le opportunità da valorizzare, i problemi specifici da risolvere. Ma che proprio in questa differenziazione locale, all’interno di una visione globale, radicano la pratica di una autentica democrazia partecipata.
Non è solo il governo del territorio, l’urbanistica. È politica, è parte di quel vivere civile che pure resiste, sopraffatto oggi dalla rapacità e dall’ignoranza dei potenti. Di questo parla «Le mie città» di Vezio De Lucia.
Facile dire: città. Non so lo pietre e mattoni, ma storia e cultura, politica e società. Provate a leggere Le mie città di Vezio De Lucia (Diabasis). Sono le sue, ma anche le nostre. Cinquanta anni da urbanista vissuti tra speranze e impegno con una bussola forte, l’interesse pubblico. Perché è questo che fa «città»: saper leggere tra le pieghe della comunità, riconoscere l’interesse di tutti e quello dei singoli. Andare oltre al sogno di una paperopoli di villettine in cui rinchiudersi con la tv accesa. Blob melassoso che sta invadendo alcuni dei paesaggi più belli del mondo, cancellando campi e boschi. E che crea insicurezza e paure profonde, tendenza resistibile. Diritti, rispetto, umanità, cultura; se un gruppo si fa comunità è questo il vivere civile. Ora che le città crescono in nome di interessi minuti se non di lobby e di apparati vischiosi, bisogna pur ricordarlo.
Non è un barricadero, De Lucia, né un rivoluzionario. Della stagione del riformismo ci racconta però lo sforzo tenace e controcorrente. E ci porta, pagina dopo pagina, a conoscere uomini a volte dimenticati a cui dobbia mo molto. Antonio Cederna e Italo In solera, Piero Della Seta e Antonio Ian nello, Adriano La Regina e Giovanni Astengo, Leonardo Benevolo e Danilo Dolci, Michele Martuscelli e Eddy Salzano.
L’Italia che lotta per il diritto alla casa ha trovato, a tratti, risposte nell’amministrazione pubblica. Le vittime dei terremoti in Sicilia e Campania hanno avuto ascolto e soluzioni, almeno finché i finanziamenti a pioggia gestiti con grettezza e rapacità non hanno edificato quel disastro, anche morale, che è l’Irpinia.
Il giovane architetto assunto ai Beni stabili colpito dalla tragedia di Agrigento, erano gli anni 60 rinunciò a una lucrosa carriera per fare il funzionario ministeriale. Ai Lavori pubblici lavorò alla legge sugli standard di verde pubblico utili a una miriade di comitati per frenare l’avidità dei costruttori all’equo canone, al Piano casa. Poi, espulso dall’intolleranza del non illuminato Prandini, fu assessore a Napoli, nella stagione del migliore Bassolino, prima del precipizio.
Eccole le «nostre» città. Venezia, Eboli. E poi Roma, Pisa, Formia, Lastra a Signa, la piccola città toscana che rifiuta di diventare hinterland e sceglie il «saldo zero», nessuna nuova costruzione né uso di nuovo territorio ma solo riuso di aree compro messe e parchi a verde. All’Aquila ha dato voce alla critica sulle new town, che hanno consumato il territorio dando una risposta provvisoria e nessun servizio (dove comprare il pane? Dove trovare il giornale?): e il centro storico è rimasto là, in macerie.
L’urbanistica è politica. La deregulation sancita per legge dichiara che la comunità non conta nulla, vince il più forte. Idea eversiva contrabbandata come modernizzazione. A far da argine non bastano ma per fortuna ci sono i comitati cittadini: «Il berlusconismo è diventato la filosofia po litica dominante, anche dove non governa il centrodestra. Sono davvero i peggiori anni della nostra vita». Sicuro. Ma a volte toccare il fondo dà lo slancio per la risalita. E l’orrore del buio dà il coraggio per cercare la fine del tunnel.
Un breve ricapitolazione storica.
Viale si pone e ci pone grandi, ma essenziali domande, di quelle che tutti noi ci facciamo da tempo, in interiore homine, direbbe Sant'Agostino, ma che non facciamo sistematicamente in pubblico. E a cui, soprattutto, non tentiamo di dare risposte che non siano frammentarie, impressionistiche e occasionali. Ma sono domande importanti, che costringono a guardare con impegno di analisi storica alle vicende italiane e internazionali degli ultimi decenni, ci spingono a comprendere come siamo arrivati sin qui. Interrogativi che in parte si sono già posti e dovrebbero continuare a porsi gli intellettuali di sinistra nei Paesi dell'Occidente. Certo, per rispondere in maniera circostanziata occorrerebbe un saggio , difficile da scrivere, perché dovrebbe coinvolgere non poche competenze. Ma i dibattiti sono utili, aprono problemi e influenzano poi le domande che si pongono gli storici nelle loro ricerche.
Noto, a questo proposito, come segno importante di presa di coscienza, che da qualche tempo si è cominciato a fare opera di ricapitolazione di come sono andate le cose nel trentennio neoliberale. L'ha fatto Serge Halimi, con Il grande balzo all'indietro (2006) David Harvey, con Breve storia del neoliberismo ( 2007 ) Naomi Klein, con Shock economy ( 2007 ) Angelo d'Orsi - l'unico storico di mestiere tra i menzionati - con 1989 (2009), per non dire dei contributi di analisi storica contenuti spesso nelle analisi di un sociologo come Luciano Gallino. E in Italia, non sono mancate le ricostruzioni di storia politica, come ad es. i vari saggi di Nicola Tranfaglia e soprattutto le analisi dedicate a Berlusconi e al berlusconismo. Ultimo il contributo di Antonio Gibelli, Come Berlusconi è passato alla storia( 2010) Incominciamo, dunque , a disporre di sufficiente documentazione per fare luce sulla nostra storia recente. Oggi possiamo cercare di rispondere alle domande che Viale si pone, con meno improvvisazione e molti materiali documentari a disposizione. E, pur nei limiti di una discussione, è possibile utilizzarli per fornire spiegazioni meno impressionistiche di alcuni anni fa.
Io vorrei svolgere delle considerazioni di carattere storico privilegiando due ambiti distinti di realtà, ma che sono poi fortemente legati tra di loro e le cui trasformazioni ci ci forniscono molte informazioni sulla situazione presente. Il primo riguarda l'iniziativa del capitale – vecchio lemma marxiano oggi significativamente dimenticato – il secondo ha a che fare con la morte e la trasfigurazione dei partiti di massa.
Vediamo, brevemente, che cosa sta al fondo delle trasformazioni che ci consegnano la situazione confusa e paradossale in cui viviamo. E' una pagina di storia che appare ormai chiara a tutti. A partire dagli anni '80, il capitale messo in difficoltà, limitato nella sua capacità di accumulazione da quasi due decenni di lotte e di conquiste operaie, spinge sul ceto politico di governo per riprendersi i margini di profitto che non riesce più a conseguire in fabbrica. La Thatcher e Ronald Reagan sono i leader che incarnano con maggiore coerenza ed energia questa esigenza di ripresa dello sviluppo capitalistico. I due modificano il sistema fiscale progressivo (Reagan opera il più grande taglio delle tasse della storia americana) liberalizzano i capitali, riducono le risorse per il welfare, emarginano i sindacati, ecc. Tutte cose note. Meno noto è il fatto - o , per lo meno, poco posto in rilievo - che tale operazione riesce a far leva su una accumulazione teorica e culturale vecchia di decenni, che in quegli anni comincia ad esprimere tutta la sua energia. Si tratta degli studi, ricerche, dibattiti - come ha mostrato ampiamente Serge Halimi - della Mont Pelerin Society, di economisti come Ludwig von Mises, Milton Friedman, teorici come Friederich von Hayeck, ecc. Tutto il bagaglio neoliberista, messo in soffitta dalla grande avanzata dei movimenti egalitari dei primi decenni della seconda metà del secolo, riemerge ora sia come supporto ideologico del capitale, ma anche come prospettiva di sviluppo, di emancipazione dell'intera società.
Quest'ultima notazione meriterebbe una riflessione apposita. Noi, infatti. ci siamo poco interrogati sulle ragioni del successo del messaggio neoliberista, che ha spadroneggiato sulla scena mondiale per un trentennio. E che ancora lancia proclami nonostante la montagna di disastri sotto cui la storia l'ha seppellito. Un successo anche elettorale, vale a dire il premio del consenso da parte dei cittadini elettori, soprattutto in USA e in Gran Bretagna. Halimi attribuisce la resistibile ascesa soprattutto alla incapacità di resistenza dei partiti storici della sinistra. E questa è certamente una parte della risposta, ma non la risposta. Una più ampia spiegazione, a mio avviso – pur nei limiti di queste note – consente di capire meglio le ragioni di una sconfitta e soprattutto le possibilità che oggi si aprono davanti a noi.
Io credo, infatti, che il neoliberismo si è affermato grazie alla sua capacità di presentarsi come un messaggio di liberazione, di avanzamento di civiltà. Esso è stato in grado di elaborare un nuovo racconto della modernità, di rilanciare aspettative di carattere universale. La libertà individuale combinata con la promessa di arricchimento ha costituito una miscela di potente suggestione ideologica. Ma il successo del neoliberismo è stato reso possibile da un insieme di circostanze che noi autocriticamente dovremmo oggi essere in grado di porre in luce con maggiore coraggio. Provo, per brevità ad elencarle: 1) La crescita del welfare negli anni '60 e '70 aveva creato una crisi fiscale dello Stato che ha finito col rendere sempre meno popolari le politiche keynesiane di piena occupazione e di redistribuzione della ricchezza. Qui, sul piano della teorica economica, la risposta più convincente e alla fine vittoriosa è apparsa quella neoliberista. La sinistra non ha avuto una propria risposta strategica dotata di pari forza. 2) La spinta egalitaria degli anni Sessanta e Settanta, si era esaurita, trasformata in corporativismo conservatore di gruppi, ceti, che difendevano alla fine anche tanti privilegi ammantati di conquiste sindacali. A questo proposito va detto che non si comprenderebbe il lungo consenso di cui, per esempio, ha goduto la Thatcher se non si comprende il risentimento popolare su cui essa ha potuto far leva denunciando posizioni di corporativismo sempre meno giustificabili. 3) In Germania e in Italia – Viale ne fa giustamente cenno per l'Italia - una parte dei movimenti è addirittura finita nel terrorismo, creando un danno di incalcolabile portata. 4) La spinta egalitaria non è stata in grado di elaborare una nuova visione generale delle sue ragioni e soprattutto non è stata in grado di realizzare una sintesi con le nuove culture emergenti dell'ambientalismo. Queste ultime, che pure hanno conosciuto momenti importanti di affermazione, sono rimaste come realtà “specialistiche”, di forte marchio identitario, ma incapaci di diventare l'asse di una nuova progettualità politica simile a quella dell'egalitarismo antiautaritario dei decenni precedenti. 5) L'URSS appariva ormai come un pachiderma autoritario privo di vita e di prospettive. Questa può apparire una notazione eccentrica, che poco abbia a che fare con il successo del neoliberismo.Al contrario, io credo che sia centrale. Già prima del suo crollo, l'URSS inviava messaggi devastanti per le sinistre sparse per il mondo. Negli anni di Brezeniev quel Paese non appariva in grado di far accedere con regolarità i cittadini ai beni di prima necessità, mentre le vetrine dei Paesi dell'Occidente straripavano di beni di lusso. Dal Paese del socialismo realizzato non era mai arrivato un contributo teorico e culturale degno di nota per la causa del sinistra internazionale. E in quegli anni si poteva registrare – come si espresse Mario Tronti – solo «l' encefalogramma piatto del materialismo dialettico». Vale a dire la vulgata ideologica del marxismo ridotto a catechismo scolastico. Ma in tanta inerzia e immobilità era racchiuso un insegnamento distruttivo per tutti noi. L'egalitarismo bolscevico, la socializzazione dei mezzi di produzione, vale a dire l'indicazione strategica fondamentale dell'alternativa al capitalismo, erano finiti in un cul de sac.
Dunque, riassumendo, in quegli anni i nostri numerosi e anche universali successi, tutta la nostra precedente storia, bloccata in un empasse strategico, appariva come un unico irrimediabile errore. E lo Stato, la leva fondamentale per la redistribuzione della ricchezza, si cominciò ad additarlo non più come la soluzione, ma per usare le parole di Reagan all'atto del suo insediamento , come «il problema».
Quel che accade ai partiti.
Dunque non si comprende il successo dell'ideologia neoliberista se non si rammenta questa temperie politica e culturale, ma anche se non si afferra l'orizzonte progettuale che esso è stato in grado di offrire in quella fase storica. Aggiungiamo, che, a cascata, l'iniziativa della destra ha conseguito successi su successi, ad esempio trascinandosi dietro la grande massa degli intellettuali organici del secondo Novecento: gli economisti. Questi nuovi ideologi della crescita non solo si sono moltiplicati a dismisura, si sono insediati in tutti i gangli di potere della società attuale( Governi, Banche, FMI,Banca Mondiale, Centri Studi, Università, ecc) ma hanno creato un nuovo dominio ideologico, quello che io chiamo l'aristotelismo economicistico della nostra epoca. Essi hanno elaborato ed imposto l'economia capitalistica come un principio di realtà, la crescita come condizione ineliminabile dell'avanzare della storia umana.
Nella congiuntura storica che abbiamo molto schematicamente tratteggiato, i partiti storici della sinistra si sono trovati intrappolati. Essi non solo non disponevano di nuove strumentazioni teoriche per rispondere alla sfida che avevano di fronte, ma addirittura si trovavano obiettivamente nella stessa traiettoria degli avversari. Non chiedevano i vecchi partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici dell'Occidente lo sviluppo economico sempre più ampio per poter redistribuire la ricchezza? Ebbene, qual'era in quella fase la via migliore, la più efficace, quella di un potenziamento dello Stato sociale, che frenava l'economia e creava inflazione , o quello di liberare le forze produttive da lacci e lacciuoli per far riprendere la corsa dello sviluppo?
Il fatto che gli ex partiti operai e popolari abbiano a un certo punto fatto proprio il punto di vista e addirittura l'orizzonte strategico dell'avversario è infatti l'altro grande passaggio che spiega molte cose del presente. Risponde a molte delle domande che Viale formula. Dal momento che quei partiti non si pongono più il problema di rappresentare gli interessi della classe operaia, essi sono spinti a cercare il loro consenso un po' dappertutto, diventano, per dirla con le parole del politologo tedesco Otto Kircheimer, partiti pigliatutto. Da quel momento non serve più la militanza, il partito dotato di insediamento territoriale, faticoso da gestire. Serve un strumento agile, capace di lanciare continui messaggi pubblicitari rivolti indistintamente ai cittadini ridotti a elettori. Possibilmente guidato da un capo, che ha elevate capacità comunicative, nell'epoca in cui la TV è diventato il mezzo principe della lotta politica. In Italia Massimo D'Alema ha incarnato alla perfezione questa metamorfosi con risultati di fallimento che oggi dovrebbero far parte di un sereno e definitivo bilancio storico.
Se non riflettiamo bene su questa radicale trasformazione della politica, dei suoi mezzi, dei suoi linguaggi, delle sue simbologie ci perdiamo un tratto fondamentale della trasformazione culturale in cui siamo immersi. Come aveva lucidamente previsto Guy Debord, la politica è stata fagocitata nella società dello spettacolo. Spettacolo che è un settore dell'industria dell'intrattenimento, vale a dire un segmento del capitale. Dunque gli strumenti della rappresentanza sono finiti nel tritatutto dell'industria capitalistica.Gli strumenti della democrazia rappresentativa trasformati in ingranaggi della macchina economica. E in questo l'Italia diventa un caso da laboratorio: perché un capitalista, Berluscconi, un capitano d'industria della società dello spettacolo, diventa anche presidente del Consiglio. Il capitale che si mangia la politica e la subordina ai suoi voleri conosce una incarnazione personale potremmo dire perfetta.
Stentiamo a riconoscerlo: ma la politica, che aveva incarnato per decenni e per milioni di uomini, un modo di vivere e di interpretare il proprio tempo, un progetto di speranza collettiva è degradata a mera finzione spettacolare. Una stella polare che indicava una via e dava senso alla storia è stata cancellata dall'orizzonte. Va ricordato a questo proposito che il dilagare ossessivo dell'ideologia mercatistica, l'illusione di affidare al libero mercato la soluzione di tutti i problemi sociali, ha colpito al cuore una delle grandi conquiste della civiltà politica europea: la figura e la nozione di interesse generale. Nelle nuova vulgata questo è stato affidato allo spontaneo ricomporsi degli egoismi individuali, all' hobbesiano homo homini lupus, che si sarebbe ricomposto in una superiore armonia sociale grazie alla sua intrinseca logica competitiva. Si è trattato di una delle più colossali sciocchezze ideologiche circolate nel dibattito pubblico in tutta l'età contemporanea. Ma l'esaltazione degli interessi individuali, dell'egoismo del singolo come motore di progresso, che ha colpito ovunque lo spirito pubblico dei diversi Paesi e devastato la politica, in Italia ha avuto effetti particolarmente perversi. Nel nostro Paese, dove lo Stato-Nazione è non solo di recente formazione (come la Germania), ma soprattutto fragile per varie ragioni che qui non si possono spiegare, i grandi partiti di massa avevano surrogato la debole identità nazionale degli italiani. Risucchiati i partiti nella macchina dello sviluppo, nel giro di 10-15 anni, i nostri concittadini sono stati privati di gran parte degli antichi punti di riferimento. E nella confusione e nel risentimento generale l'individuazione di un capro espiatorio, la scoperta di un nemico – la massa dei disperati che si rifugiano nelle nostre città e campagne - può rappresentare perversamente, per molti, un segnale di orientamento e di senso. Non si comprende dunque la scadente qualità dello spirito pubblico che ha segnato tanti ambiti della vita italiana senza considerare queste trasformazioni.
Nuovi saperi e democrazia.
Abbiamo cercato di disegnare le origini capitalistiche dello stato presente. Ma oggi noi possiamo anche discorrere del seguito di una storia che è andata diversamente da come i suoi protagonisti si aspettavano. Credo che sia molto importante sistemare quanto è avvenuto nel quadro di un ciclo storico ormai concluso. E non c'è dubbio, a tale proposito, che la grande sfida neoliberista è definitivamente tramontata. E' terminata non solo per il tracollo economico e finanziario in cui quella politica ha trascinato il mondo intero. La crisi presente è solo la sanzione definitiva di un fallimento più generale e ormai inoccultabile. Com'è ormai noto, quella stagione non ha accresciuto i posti di lavoro, ma ha solo camuffato e nascosto una montante disoccupazione di massa con il lavoro precario. E a ha fatto ristagnare i redditi di ampie fasce di popolazione sia in Usa che in Europa. Dalla fine degli anni '80 le crisi finanziarie hanno costituito un vero e proprio “periodo sismico” delle società industriali, quale mai si era visto nei decenni e secoli precedenti. La politica dominante ha alimentato i consumi con l'indebitamento delle famiglie e ha messo le società di fronte a problemi prima sconosciuti: montagne di rifiuti che minacciano i centri abitati, inquinamento e distruzione dei territori, delle acque, delle coste, consumo distruttivo di risorse, prospettive di mutamenti apocalittici degli equilibri climatici. Ma forse soprattutto il più cocente dei fallimenti, che colpisce al cuore il pensiero neoliberista, è stato la minore crescita del Pil mondiale rispetto ai periodi precedenti. Tra il 1979 e il 2000 il tasso annuo di aumento è stato dello 0,9 contro il 3 del 1961-78 e il 3, 4 del 1950-60 (B. Milanovic, Worlds Apart . Measuring international and global iniequality, Princeton University Press, 2005). Quindi neppure scatenando tutte le forze, in piena libertà, il capitalismo è riuscito a creare più ricchezza rispetto ai periodi dominati da politiche keynesiane.
Occorre dunque soffermarsi su questa sconfitta storica. Perché essa costituisce una frattura incomponibile nel fortilizio dell'egemonia capitalistica e apre varchi nuovi alla progettualità alternativa della sinistra. Anche se il presente appare confuso e scorante occorre saper guardare sotto la superficie confusa della cronaca e cercare di intercettare le onde lunghe e sotterranee della storia. Per questo io dico, con assoluta convinzione, che T.I.N.A. non ha vinto. L'affermare che non ci sono alternative al dominio presente altro non è che l'ennesima incarnazione di una annunciata fine della storia. E sia per il mestiere che faccio, che per l 'esperienza condivisa con milioni di persone, so bene che chiunque abbia proclamato la fine della storia è stato sempre, di lì a poco, superbamente smentito dal corso della storia reale.
Si possono oggi elaborare prospettive che fanno capo a saperi nuovi, fondati su una visione olistica della realtà, capace – come insegna Edgard Morin- di guardare al mondo sociale e naturale come parte di una rete di equilibri complessi che si muovono insieme. Il capitale oggi dispone solo di mezzi di conoscenza strumentali, specialistici e votati al dominio e all'uso, ma la sua cultura fondamentale, l'economia, è ormai diventata una tecnologia della crescita. Nulla di più. Essa è ormai priva di pensiero. Nel campo della sinistra molto è nel frattempo fiorito e cresciuto. Esiste oggi una cultura diffusa, potenzialmente egemonica, ma frantumata e dispersa, impensabile solo 30 anni fa. E ovviamente diffusa su scala mondiale. Uno studioso che ha lavorato per anni, cercando di dare dimensioni al fenomeno, ha potuto constatare che sono decine di milioni le persone che nel mondo danno vita a movimenti per rivendicare diritti personali e ambientali. E si tratta di un fenomeno in costante espansione( P. Hawken, Moltitudine inarrestabile, Edizioni Ambiente, 2009). Questa incoraggiante scoperta apre ovviamente rilevanti problemi di coordinamento che rappresentano una delle grandi sfide e uno dei nuovi territori di impegno della sinistra.
Sono molto d'accordo con Viale sul fatto che oggi i movimenti mettano bene insieme – a differenza di quanto accadeva tempo fa – saperi specialistici e circostanziati con la partecipazione democratica. Essi costituiscono l'esatto contrario di ciò che sono diventati i partiti politici tradizionali: non solo chiuse oligarchie, ma gusci vuoti di ogni qualsivoglia cultura e sapere. Piccoli sopramondi che dialogano fra sé su temi che riguardano il loro potere nella società. Tali movimenti, a differenza dei gruppi ideologici degli anni '60, nascono su basi locali e naturalmente posseggono – come patrimonio di formazione e come aspirazione inespressa – un orizzonte generale. Ma il loro fuoco è molto concreto e riguarda ragione prevalentemente di naturale ambientale, ma anche la rivendicazione di diritti, che si innescano nei vari territori. Ora, di fronte a questo mondo in fermento, io credo che si pongano due problemi di prospettiva. Il primo riguarda non solo il collegamento organizzativo fra tante e disperse iniziative e gruppi. Occorrerebbe, almeno una volta l'anno, organizzare un'assise nazionale, convocare gli Stati Generali dei movimenti. E ciò al fine di elaborare l un orizzonte generale comune, obiettivi da perseguire insieme. Servono mete di medio periodo verso cui tendere e far muovere militanti e cittadini. Io credo che un obiettivo su cui lavorare sia quello della creazione di una vasta area di economia dei beni comuni in cui inserire in primo luogo il lavoro umano, risorse come l'acqua, l'energia, la terra fertile, la scuola e l'Università, la sanità, ecc. E qui servono elaborazioni e progetti concreti e praticabili da parte di chi ha le competenze in merito. Se noi riusciamo a rispondere ai disagi materiali, alla precarietà, allo sfruttamento di milioni di cittadini con indicazioni di mutamento possibile delle loro condizioni di vita, con il conflitto organizzato, noi li strappiamo dall'insicurezza che li butta in braccio al populismo mediatico, e alla politica razzista della Lega.
L'altro problema – più volte discusso – è che cosa fare dei partiti politici. Non bisogna dimenticare che essi costituiscono un terreno necessario di conflitto. Spesso la nostra limitata cultura democratica ci fa dimenticare che lo Stato, il quale prende decisioni del tutto lontane dai bisogni dei cittadini (ad esempio mandando l'esercito a combattere in Afganistan, o investendo miliardi di euro in nuovi armamenti ) altro non è che il ceto politico attivo in posti di potere. Sono nostri concittadini, da noi eletti, che prendono decisioni contro i nostri interessi, a favore di poteri economici e politici che li sostengono nella conservazione della loro posizione di privilegio. Possiamo tollerare più a lungo tutto questo ? Nei movimenti si pratica una democrazia diretta, partecipata. Ma la democrazia rappresentativa va alla deriva, sempre meno risponde agli interessi generali. Ci rifugiamo nelle realtà locali aspettando che accada qualcosa ?
Ora, io credo che i partiti senza vita che abbiamo di fronte costituiscano ormai una eredità inerte di un passato particolare. Un passato segnato da una fondamentale caratteristica storica dell'informazione: il suo essere un potere fortemente asimmetrico e disuguale. L'informazione, vale a dire la materia prima della democrazia moderna, è sempre stata una forma verticale di comunicazione. Dai giornali, alla radio alla TV – come ci ricordano gli studiosi dei media, da Castells a Rodotà - tutte le vecchie fonti di informazione cadevano e cadono su fruitori senza voce, consumatori passivi di notizie e messaggi.
Oggi la rete di Internet crea e diffonde una comunicazione di tipo nuovo, orizzontale, in cui tutti si è al tempo stesso creatori, fruitori e distributori di informazioni e conoscenza. I partiti con i loro capi, le loro strutture piramidali (piccolissime piramidi in verità) riflettono una vecchia organizzazione gerarchica destinata a essere travolta o comunque messa in crisi da internet. E qui si apre un varco nuovo in cui occorre cominciare a saggiare nuove potenzialità. Perché non c'è alcun dubbio: la democrazia rappresentativa durerà a lungo e occorre penetrare nel suo fortilizio se si vuole maneggiare anche «le leve di governo» cui allude Viale alla fine del suo intervento. Su questo la creatività politica dei movimenti deve fare un passo avanti. Occorre creare strutture di rete grazie alle quali il potere costruito dal basso condiziona non soltanto le amministrazioni periferiche, ma vuole contare dentro il cuore dello Stato.
Il regime illiberale della scarsità
di Benedetto Vecchi
Nel film di James Cameron Avatar nativi di Pandora si battono strenuamente per cacciare dal loro pianeta i mercenari al soldo di spregiudicate multinazionali che vogliono impossessarsi delle loro ricchezze naturali. Alla fine vinceranno la loro battaglia e i loro beni comuni saranno preservati. Un film è pur sempre un film, ma è significativo che Hollywood investa così tanti dollari in un'opera che, in un sottile gioco di allusioni, mette sul banco degli imputati i «ladri di energia» che hanno mosso la guerra per mettere sotto il loro controllo le fonti petrolifere di alcuni paesi arabi. Ma a ben vedere, l'opera di Cameron critica quel complicato processo che oltre, a legittimare l'espropriazione delle terre della foresta amazzonica, vuole ricondurre l'acqua e la salute al principio della scarsità, potente motore ideologico attraverso il quale il mercato è lo strumento ottimale per gestire risorse appunto scarse. È sicuramente segno dei tempi che gli Stati Uniti trasformino in un sofisticato prodotto della cultura di massa un ordine del discorso che interessava, solo fino a pochi anni fa, i movimenti sociali di opposizione alla globalizzazione liberista e qualche studioso, come il premio Nobel per l'economia nel 2009 Elinor Ostrom, autrice di un fortunato testo sulla gestione dei beni comuni che contesta la tesi sulla cosiddetta «tragedia dei commons», in base alla quale solo il mercato può garantire l'ottimale gestione della terra, dell'acqua, dell'energia.
D'altronde alla Casa Bianca è arrivato Barack Obama, sloggiando così il portavoce della lobby petrolifera con la promessa di un'inversione di rotta a quella «privatizzazione dello stato» così attentamente documentata da giornalisti militanti come Naomi Klein nel suo Shock Economy. Ma questa rinnovato interesse per i beni comuni apre la strada a un'analisi che dall'acqua e dalla terra può spostarsi su dimensioni meno tangibili delle società contemporanee, come appunto la salute, la formazione, la conoscenza. In questo caso, i paladini del libero mercato hanno un qualche problema per legittimare le enclosures di questi beni comuni. In primo luogo, il principio di scarsità non può essere applicato.
L'accesso, ad esempio, alla cura farmacologica di alcune malattie non pregiudica il fatto che quelle medicine possano essere facilmente replicate attingendo alla conoscenza tecnico-scientifica che è alla loro base. Anzi, più si studiano l'anatomia umana e i principi attivi di alcune sostanze si accresce la conoscenza, dando così vita a una sua applicazione per migliorare le medicine, oppure per produrre nuove prodotti. Lo stesso si può dire per la produzione culturale e informatica. La lettura di un testo filosofico o di un trattato sulla fisica quantistica non impedisce ad altri di farlo. E una volta compresi i concetti filosofici o scientifici può accadere che altri testi possano essere scritti, apportando significative elaborazioni di quell'accumulo di conoscenza presente nei libri studiati. Lo stesso si può dire per la visione di un film o per lo sviluppo di un software. In altri termini, la formazione, la salute, la conoscenza non sono beni scarsi, perché l'accesso ad esse non è mai esclusivo come può accadere per un terreno: a differenza dell'acqua e delle fonti energetiche, il loro uso da parte di qualcuno incrementa e non distrugge l'accumulo di sapere.
Il regime di scarsità viene però artificialmente introdotto attraverso il regime della proprietà intellettuale. I brevetti, il copyright e i marchi sono cioè gli strumenti giuridici per rendere scarsi beni che non lo sono. Allo stesso tempo, sono strumenti giuridici che favoriscono e poi legittimano la formazione di rendite di posizione e di monopolio appunto sulla produzione culturale e di manufatti «immateriali». La difesa dei beni comuni non riguarda solo l'acqua, la terra o la saluta, ma coinvolge altri ambiti della vita sociale è passa attraverso la critica e il superamento delle norme dominanti sulla proprietà intellettuale.
Quel diritto privato di saccheggiare i beni comuni
di Antonio Negri
La legge è stato lo strumento per difendere la proprietà privata. E se agli inizi della rivoluzione industriale era usata nei paesi europei e negli Stati Uniti, in seguito è intervenuta per legalizzare il saccheggio delle materie prime nel Sud del pianeta. Ora quello stesso dispositivo consente la privatizzazione dell'acqua, dei servizi sociali e della conoscenza
Finalmente un «libro arrabbiato» e «coraggioso» da parte d'un ottimo giurista e di un'antropologa di buona caratura (Ugo Mattei e Laura Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali,Bruno Mondadori). La relazione fra pensiero giuridico ed apologia delle istituzioni dell'ordine, della proprietà e dello sfruttamento di rado viene messa in questione e quando avviene lo è dall'esterno del mondo giuridico e in nome di ideologie moralizzanti o politicamente desuete. Questo è invece un libro di critica del diritto dall'interno del diritto. «Con tutto quello che è stato scritto sulla dominazione imperialista e coloniale e sulla globalizzazione come manifestazione contemporanea di simili rapporti di potere fra l'Occidente opulento e il resto del mondo, colpisce la limitata attenzione dedicata al ruolo del diritto in questi processi. (...) Difficile non accorgersi che il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista ed il saccheggio occidentale. Ed è proprio questo continuo e mai interrotto saccheggio che provoca - ben più delle ragioni legate a dinamiche corruttive interne ai paesi poveri con cui si tenta di colpevolizzare le vittime - la massiccia diseguaglianza globale. L'idea portante dell'autocelebrazione occidentale è legata a filo doppio a una certa concezione del diritto, quella che abbiamo reso in italiano, per sottolineare l'ambiguità, come regime di legalità (rule of law)». Il progetto del libro non sarà allora solo quello di demistificare la funzione del diritto nella sua figura neo-liberale (cioè di indicarne la potenza di copertura, falsificazione e neutralizzazione dei rapporti di dominio in generale) - bensì sarà soprattutto quello di destrutturarne le figure, criticandolo e dissolvendone la funzione dall'interno dei suoi movimenti. In che modo?
Fornitori di legittimità
In primo luogo mostrando che il regime di legalità non è una sovrastruttura dell'economia liberista ma una macchina che funziona all'interno di questa, che per il liberalismo organizza direttamente la produzione e i mercati. Ne consegue che, nel colonialismo e nell'imperialismo, il diritto non ha fatto altro che svolgere ed applicare la rule of law, non solo estendendo i campi di efficacia del diritto borghese nei paesi fuori dal centro di sviluppo, ma costituendo, su queste figure, la vita dei popoli allo scopo di dominarli.
Vi è probabilmente un certo luxemburghismo in questo approccio - fosse non tutto corretto dal punto di vista della critica dell'economica politica ma sacrosanto da quello etico-politico. In secondo luogo, una volta riconosciuta la genesi, i processi di destrutturazione critica devono saper riconoscere chi fa funzionare la macchina, chi ne sono i «fornitori di legittimità». Ecco dunque che ci troviamo di fronte a soggetti dominanti che utilizzano idealità supposte filosofiche e modernizzatrici, ipocrite costituzioni politiche ed in fine apparecchiature giuridiche funzionali che costituiscono i dispositivi di un materialissimo saccheggio delle ricchezze e dell'autonomia delle popolazioni dominate. Il diritto imperiale espande le figure del diritto coloniale, pretendendo nuova legittimazione in nome delle funzioni di globalizzazione. Che imbroglio!
A questo punto, in terzo luogo, il progetto di destrutturazione del diritto imperiale può rivolgersi verso l'interno dei paesi dai quali quel diritto è prodotto: per verificare un primo paradosso, e cioè che quel saccheggio del mondo intero, attuato attraverso figure giuridico-liberali, ora ritorna e deborda, all'interno dei paesi imperiali, imponendo lo smantellamento di quella legalità tradizionale che aveva permesso l'espansione e l'interno godimento dei sovrappiù imperialisti. Dopo aver tutto distrutto, il drago si mangia la coda.
Gli orti della resistenza
Come resistere a questi processi? Mattei e Nader sono, sul terreno politico, molto pessimisti. Il quadro che la globalizzazione ha fissato è, secondo loro, tragico. Anche le politiche della presidenza Obama - e la promessa di bloccare gli eccessi imperialisti bushani - sembrano loro perfettamente coerenti, nel bene o nel male, con il quadro fin qui delineato. Obama non può interrompere la macchina dell'imperialismo americano. A me sembra che i nostri autori vadano tuttavia, sul terreno giuridico, più a fondo di quanto facciano sul terreno politico; e che la loro analisi ripercorra quella medesima via che percorse la critica, da Evgeny Pashukanis, grande critico russo del diritto privato e pubblico in generale, su fino a Jacques Derrida, critico contemporaneo della sovranità. Quando Derrida destruttura le determinazioni di potere del regime capitalistico e ne conduce la critica fino ad estreme conclusioni, verifica l'affermazione di Pashukanis che, globalizzazione o meno, il diritto pubblico ed il diritto borghese in generale sono sempre e solamente figure dell'appropriazione privata e che il diritto è in realtà sempre l'autoriconoscimento e la potenza armata della società borghese.
Come avanzare, una volta stabiliti questi presupposti, sul terreno della proposta politica? Nella modernità si è sognato che, contro Hobbes e Locke, fosse possibile trovare nel pubblico, nello Stato, nel potere democratico un'alternativa allo «stato di natura» ed alle sue più violenti espressioni. Da un lato una frazione di gesuiti spagnoli, polemici contro la modernità, dall'altro, sul fronte del materialismo, Spinoza, lo pensarono nel Seicento: la passione del «bene comune» avrebbe dovuto costruire un terreno, un riparo, che ci salvasse dalla violenza dalla prima accumulazione originaria del capitalismo. Non ci riuscirono, quei bravi, poiché il capitalismo si affermò comunque, svilendo la religione a suo strumento di potere e chiudendo l'utopia materialista negli orti della resistenza. Così la costruzione di un nuovo diritto pubblico integrò la continuità del diritto privato. Ma oggi siamo arrivati ad un punto di rottura.
Lungi dal costituirsi in luoghi di assenza di diritto, il comune comincia a mostrarsi e può esser definito come una potenza costruita oltre il privato ed il pubblico, oltre il contratto e la sanzione statuale. Per non averlo compreso la sinistra socialista e quella comunista, in Europa e in tutto l'Occidente, sono fallite. Inoltre, da quando abbiamo cominciato a ragionare di e dentro il «postmoderno», non possiamo più semplicemente rimembrare e dar sfogo alle eroiche alternative costruite nel «moderno» attorno all'idea del «bene comune». Dobbiamo invece arrivare a porre questo problema in termini di totale discontinuità con l'idea di un'appropriazione individuale, privata o pubblica, di qualsiasi bene.
Il potere dei ricchi
Il comune diviene ora un progetto di gestione democratica, impiantata dell'espressione delle singolarità e della loro necessità di vivere e di produrre in maniera cooperativa. Il comune è una realtà già in parte costituita dall'attività umana nel postmoderno e, dall'altra parte, un progetto per costruire e ripartire tutto quello che l'attività produttiva costruisce. Perché tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti. A questo punto l'ordine giuridico (e le sue istituzioni) dovrebbero essere predeterminate a questa finalità. Ma che fare per impedire che anche quest'ipotesi si riveli utopica?
«È necessario riconoscere che è impossibile trasformare in maniera significativa il regime di legalità imperiale in un regime di legalità popolare senza una profonda ristrutturazione dell'ambito politico. Per poter procedere in questo senso è tuttavia necessario demistificare alcuni tabù, tra cui quello della desiderabilià per se dell'esperienza storica fin qui conosciuta come regime di legalità». Così concludono Mattei e Nader: questo regime difende i ricchi, la loro appropriazione di gran parte delle ricchezze prodotte in questo mondo. I ricchi saccheggiano i poveri. Io credo che, ciò detto, la parola passi più che dal giurista al politico, dal giurista all'antropologo. L'esperienza di legalità: come farla oscillare verso una radicale trasformazione? Quali sono le condizioni materiali che possono permetterlo e dentro le quali il processo è in atto? Quali regimi dell'immaginazione e quali gli apparati di resistenza che romperanno, nell'animo delle moltitudini, l'idea della legalità ed imporranno il dovere della disobbedienza? Qual è il grado attuale di maturazione della demistificazione della legalità, nonché di generalizzazione della volontà di destrutturare questa ignobile realtà?
I politici sembrano del tutto ignari di queste questioni. Quando l'antropologia era una scienza della trasformazione e, nello stesso momento, un insieme di dispositivi atti a tirar le conseguenze dei suoi presupposti, la politica non serviva, bastavano i grandi movimenti delle moltitudini. L'Illuminismo fu questo.
26 aprile 2010. Ieri, sessantacinquesimo anniversario della Liberazione, eravamo alla manifestazione milanese in Piazza Duomo, con i giovani. Milano, luogo topico della Resistenza, dell’antifascismo. Novara e la sua provincia non meno. Anzi. Le battaglie del ’43-’45 nelle valli dell’Ossola e in Val Sesia appartengono alla storia più intensa della guerra partigiana. Temo che si sia perso il ricordo della repubblica indipendente dell’Ossola instaurata dalle formazioni “ribelli” nel cuore del dominio tedesco e fascista.
Il comune di Novara e il Novarese, ora città e territorio sotto la cappa nera leghista e berlusconiana, noti come “provincia rossa” fin dal primo dopoguerra quando, nelle elezioni del 1921, le sinistre raccolsero il 54 per cento dei voti, furono protagonisti rivoluzionari nella storia d’Italia in tre fondamentali passaggi. Del primo, anche gli scolari ricordano l’avvenimento famoso: la battaglia del 23 marzo 1849, la sconfitta inflitta dall’esercito austriaco ai piemontesi presso il borgo della Bicocca a sud del capoluogo, l’armistizio firmato dal re Carlo Alberto a Vignale davanti al maresciallo Radetzky. Ma pochi conoscono l’appassionata adesione dei novaresi ai moti della sperata rivoluzione nazionale tra il 1848 e il 1849 (cfr. Alfonso Leonetti nella Prefazione alla prima edizione, p.19). Il terzo, in ordine di data, appunto la lotta armata contro i nazisti e i fascisti dopo il settembre 1943. Il secondo, la «guerra civile tra fascismo e classe operaia nel luglio 1922» (Leonetti, idem), oggetto di questo straordinario libro (versione riveduta e ampliata dell’edizione del 1972).
Che, mentre risolve in noi milanesi di adozione colpevoli vuoti culturali, suscita subito un sentimento quasi di orgoglio per essere vecchi novaresi, di nascita e tradizioni familiari, poi risveglia la memoria dei luoghi conosciuti teatro delle vicende, dei loro nomi: oltre a Novara, centro del territorio coinvolto, comuni e frazioni circostanti, Casalino, Lumellogno, Granozzo, Nibbiola, Trecate, Romentino… Barengo sotto la collina…, e i borghi urbani ubicati oltre i resti delle mura spagnole (i “Baluardi”), Sant’Andrea, Sant’Agabio, San Rocco…
Fu un’esplosione concertata quella della violenza fascista che gli operai e i salariati contrastarono rispondendo colpo su colpo. Diciamo violenza fascista ma apprendiamo che un altro tipo di violenza dobbiamo attribuire alle guardie regie. Benché non colpevoli di delitti gravi verso i manifestanti e scioperanti antifascisti, di fatto si schierarono in favore delle bande di camicie nere e ostacolarono o bloccarono le controffensive proletarie che pur si trovavano dalla parte, per così dire, della legalità nazionale malamente rappresentata dalle forze di sicurezza.
Come spesso nelle vicende storiche di guerre, battaglie, invasioni, stermini, scattò un pretesto, ossia un’auspicata ragione delle aggressioni fasciste, ben presto diventate feroce organizzazione di assalti prima ai luoghi della socializzazione, della resistenza e del contrattacco operaio, specie i Circoli e la Camera del Lavoro, poi ai siti delle istituzioni democratiche come i municipi, quelli governati dai rossi. Il pretesto fu l’uccisione il 9 luglio 1922 a Casalino (il piccolo comune agricolo a una dozzina di chilometri dal capoluogo in direzione di Vercelli) di un giovane, Angelo Ridoni, fascista e squadrista. Di qui comincerà quella che Cesare Bermani ha voluto chiamare «battaglia di Novara» intendendola, crediamo, come reductio ad unum di molteplici scontri nelle due settimane dal 9 al 24 luglio, durante le quali si fronteggeranno la barbarie fascista e l’eroica arditezza proletaria, socialcomunista. A cominciare dalla battaglia di Lumellogno (frazione del comune di Novara fra il centro e Casalino), durante la quale si ebbero sei morti e sette feriti tra i proletari, un morto e quattro feriti tra i fascisti, si combatterono così numerose battaglie nei centri della campagna e nella città che sarebbe possibile parlare di un’altra guerra dopo la grande guerra patriottica, quella degli antifascisti novaresi contro i distruttori della già debole democrazia.
Forse unico presupposto obbligato, vincendola, per evitare al paese la caduta nel gorgo della dittatura reazionaria e criminosa che lo porterà alla rovina. Forse, diciamo, perché il nodo della contesa storico-politica è questo: se, da un punto di vista della sinistra, la battaglia di Novara fu un’avventura già prima segnata dal destino che ebbe, oppure – è la posizione di Bermani nonché di Leonetti, la stessa che tenne allora “l’Ordine Nuovo” – fu la grande occasione mancata per estendere la lotta all’intero paese, quantomeno alle città e alle regioni che ne costituivano il cardine sociale, economico, culturale, in sintesi rappresentato dalla forza della classe operaia organizzata socialmente e politicamente. Questa possibilità, dimostra Bermani, poteva darsi solo grazie a una credibile gestione della crisi politica nazionale, a una forte consapevolezza politica dell’Alleanza del Lavoro, alla fiducia dei gruppi dirigenti della sinistra.
Invece: prevalse la diffidente debolezza dei socialisti riformisti sia a Roma sia a Novara (del resto il loro ideale negava la rivoluzione), a loro importava soprattutto la caduta del governo Facta; vinse, congiuntamente, la timorosa oscillazione di comportamento dell’Alleanza del Lavoro che non seppe o non volle decidere al momento giusto lo sciopero generale a sostegno degli scioperanti di Piemonte e Lombardia. Infatti, lo decretò solo il 31 luglio, cioè a battaglia di Novara chiusa da oltre una settimana sulle macerie dei Circoli operai, della Camera del Lavoro, dei municipi e cui corpi dei compagni caduti.
«Un libro di storia non è un romanzo. […] la storia è racconto ma lo è di fatti documentati e non ricostruiti con la fantasia, bensì con rigorosi strumenti di accertamento della verità». Così l’autore nell’Introduzione (p.7). Bermani, storico del movimento operaio e del mondo popolare, votato alla ricerca tenace delle fonti, al loro utilizzo scrupoloso, a non trascurare alcun indizio, inoltre a raccogliere personalmente i resoconti orali dei testimoni dei fatti, ci dà con questo volume una prova indubitabile della sua tesi sulla storia.
Il racconto è costruito facendo intervenire direttamente i documenti, fra i quali, autentica preziosità, le storie in dialetto novarese di persone presenti agli avvenimenti (si ricordi la data della prima pubblicazione, 1972), con traduzione in appendice, e concatenandoli con propri passaggi come fossero spinte in avanti della narrazione. Cesare Bermani lo ascoltiamo come un direttore che orchestra diverse partiture e le rende coerenti con propri tocchi di autore. Che infine nelle Conclusioni, come nella “ripresa” dopo l’”esposizione” e lo “sviluppo” (per proseguire nella metafora musicale), conferma con risoluta chiarezza la propria convinzione circa l’occasione perduta di una possibile ricacciata dei fascisti. Valse, scrive, «l’incapacità dei dirigenti socialisti riformisti, abbagliati dall’ottica parlamentare, di dare [nel momento dei fatti di Novara] un’analisi corretta della situazione […], di coglierne gli aspetti nuovi. […]. Sfuggiva ai riformisti che le cose erano cambiate, che la lotta ormai non poteva che essere condotta fronteggiando il fascismo nel paese» (pp. 225-226).
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Da Galli a Ronchi, la gestione for profit
di Ugo Mattei
Nelle scorse settimane si è sviluppata una polemica fra quanti tramite il referendum intendono difendere l'acqua come bene comune e chi invece ritiene sufficiente la sua attuale collocazione come bene pubblico, facente parte del cosiddetto demanio idrico. Infatti l'attuale normativa sullo stato giuridico dell'acqua contenuta nel Codice Civile e nella legge Galli del 1994 prevede che l'acqua sia un bene pubblico di natura demaniale. Ai sensi di quest'ultima, «tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà». La stessa legge inoltre stabilisce che «qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico». Tale enfasi testuale è mantenuta dal decreto Ronchi che prevede (art. 15): «Piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche». Secondo questa posizione, ripetuta da Ronchi anche al manifesto il 28 aprile, il decreto, approvato senza discussione parlamentare lo scorso novembre, non riguarda il bene acqua ma solo la gestione del servizio idrico. Che vogliono i referendari? L'acqua è e resta pubblica, il governo rende obbligatoria soltanto la gestione privata del servizio idrico, sostiene il ministro che ci accusa di menzogna e mistificazione mediatica.
Di fronte ad un tale scenario, il giurista incontra diversi interessanti spunti di riflessione. Innanzitutto, la legge Galli sopra citata costituisce un esempio quasi di scuola di quel conflitto fra declamazioni e regole operazionali che i giuristi più avvertiti hanno da tempo imparato a smascherare soprattutto grazie all' insegnamento del maestro torinese Rodolfo Sacco. Infatti è proprio la stessa legge Galli, in contraddizione con la retorica solidaristica ed ecologista dei suoi articoli di apertura, che inaugura nel nostro paese (in pieno periodo di privatizzazioni per «entrare in Europa»), tramite i suoi successivi articoli (oggetto a loro volta del prossimo referendum) la gestione privata for profit dell'acqua. Così facendo essa ha reso possibile, per la prima volta in Italia, assegnare in gestione ai privati un monopolio naturale, quel servizio idrico tramite il quale l'acqua arriva ai nostri rubinetti. Il giurista osserverà ancora (e lo ha fatto Rodotà proprio martedì 27 sulla prima del manifesto ) come a partire da un famoso libro di Berle e Means, la proprietà formale conta assai poco, mentre sono i manager, ossia i gestori, ad avere il pieno potere. Poco importa che l'acqua resti parte del demanio pubblico quando sarà la logica del profitto a fissarne i prezzi e a decidere sul se e sul come degli investimenti necessari per la sua gestione. Se deve farsi spazio per una certa percentuale di profitto dalla gestione del monopolio sulla rete idrica (addirittura garantito al 7% da un'altra disposizione oggetto di referendum) è logicamente impossibile che questi soldi non vengano reperiti o risparmiando sugli investimenti o aumentando le tariffe. E la storia della gestione privata dell'acqua, da Cochabamba (dove da poco si è festeggiato, con un meeting internazionale, il decennale della storica vittoria contro la multinazionale Bechtel che costò la presidenza a Sanchez de Lozada) a Parigi (dove a partire dal gennaio 2010 si è ripubblicizzato il servizio idrico) passando da Aprilia (dove la ripubblicizzazione è stata decisa proprio la scorsa settimana, anche se Acqualatina non vuole riconsegnare le chiavi dell'acquedotto al comune), realtà nelle quali, dopo molte lotte, gli utenti vessati sono riusciti a far invertire la rotta della privatizzazione, dà una conferma storica alla logica di cui sopra.
Del resto anche le sorgenti da cui sgorga l'acqua minerale sono demaniali e la loro acqua resta formalmente pubblica. Tuttavia esse vengono date in concessione a prezzi irrisori a società private, spesso multinazionali, che con enormi profitti (testimoniati fra l'altro dalla pubblicità arrembante) imbottigliano e distribuiscono l'acqua minerale privatizzando di fatto il prodotto della sorgente e scaricando sulla collettività i costi del riciclaggio della plastica e quelli dell'inquinamento dei camion che trasportano le bottiglie.
Queste considerazioni di buon senso stanno spingendo la cultura giuridica internazionale verso l'elaborazione della categoria del «bene comune» diverso tanto dal bene oggetto di proprietà privata quanto da quello oggetto di proprietà pubblica. Secondo la sua più autorevole concettualizzazione, elaborata dalla Commissione Rodotà a seguito di un lungo lavoro condotto all'Accademia Nazionale dei Lincei, e ora oggetto di proposta di legge delega presentata in Senato, i beni comuni «esprimono utilità funzionali all' esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall'ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future e ne deve essere garantita in ogni caso la fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge... essi sono collocati fuori commercio. Alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque». L'ampio coinvolgimento che sta derivando dalla campagna di raccolta delle firme iniziata a tambur battente nel weekend del 25 aprile potrebbe rendere finalmente oggetto di discussione pubblica questioni che dietro all'apparenza tecnica celano scelte politiche drammaticamente urgenti. Come vogliamo usare le nostre ricchezze comuni superando sia la logica del profitto privato che quella, altrettanto obsoleta, della demanialità (poco importa se statale o federale)?
L'EUROPA
La leggenda dell'obbligo di privatizzare
Alberto Lucarelli
Adifferenza da quanto afferma la legge Ronchi, il processo di privatizzazione in Italia è indotto da una ben determinata strategia economico-finanziaria e non è imposto da vincoli europei giuridico-economici. Stati membri ed enti locali sono liberi di individuare servizi di interesse generale e servizi di interesse economico generale che intendano gestire direttamente, ovvero non in forza ai principi di competitività e concorrenza. In particolare va chiarito che è compatibile con il diritto comunitario che la gestione dei servizi di interesse economico generale e servizi di interesse generale avvenga attraverso un soggetto di diritto pubblico, estranei alle regole del diritto societario. Il diritto comunitario non obbliga alla gara e pertanto un comune può liberamente decidere di esercitare, attraverso un soggetto di diritto pubblico - e non una società pubblica- tali servizi sulla base dei principi costituzionali (artt. 5, 43, 114, 117), dei propri statuti e del proprio potere regolamentare. Come sta avvenendo diffusamente in molte realtà locali francesi, fra queste Parigi, i comuni stanno affidando, direttamente senza gara, la gestione dei servizi idrici ad imprese di diritto pubblico. I comuni, in base a specifiche disposizioni del trattato, possono decidere di non procedere con gara.
L'orientamento complessivo della Corte di Giustizia tende a conservare il principio dell'affidamento diretto senza gara a soggetti di diritto pubblico, a condizione che ciò sia legittimato da esigenze precise e riferibili al perseguimento dell'interesse generale, alla salvaguardia di beni sociali, alla tutela di obiettivi extra-economici, di carattere sociale, ambientale e culturale. Per procedere in tal senso è sufficiente che la scelta politica dell'affidamento diretto, senza gara, sia proporzionale al raggiungimento delle esigenze di carattere generale e che si dimostri che ricorrano i presupposti per il ricorso a tale scelta. La dimensione politica dei comuni, riconosciuta dalla Costituzione, attribuisce loro il potere di affermare e dimostrare che la gara e la concorrenza impediscono di raggiungere la missione loro affidata. In tal senso, va ricordato che con l'attuale art. 14 del trattato europeo si riconosce l'importanza dei servizi di interesse economico generale nell'ambito dei valori comuni dell'Unione europea e si stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere affinché tale servizi funzionino in base a principi e condizioni che consentano loro di assolvere i relativi compiti. In sostanza, la regola della concorrenza, anche per i servizi di interesse economico generale non avrebbe valore assoluto, ma risulterebbe limitata dal raggiungimento dei fini sociali e dal rispetto dei valori fondanti l'Unione quali sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, solidarietà, elevato livello dell'occupazione e protezione dell'ambiente, della salute e dei consumatori. Il diritto comunitario, delinea uno Stato non soltanto regolatore, ma altresì in grado di gestire l'attività produttiva, in particolare negli ambiti in cui è alto l'impatto sociale. L'obiettivo e la garanzia di raggiungere livelli specifici di servizi, che tengano conto di una variegata dimensione sociale, consentono legittimamente di derogare alla regola della concorrenza e quindi alla gara, attribuendo poteri esclusivi ad un determinato soggetto di diritto pubblico. In questo senso all'utente destinatario del servizio tende a sostituirsi la figura del cittadino, titolare di diritti fondamentali (diritti universali di cittadinanza).
Si tratta di settori che possono essere individuati in autonomia dagli Stati membri e dagli enti locali e che, come affermato dalla commissione europea, si differenziano dai servizi ordinari per il fatto che le autorità pubbliche possono ritenere che debbano essere garantiti al di fuori delle regole del mercato. La nozione di «coesione sociale» in ambito europeo, applicata ai servizi di interesse economico generale, non solo costituisce un limite ed un freno al partito bipartisan dei privatizzatori, ma impone altresì una rivalutazione dell'art. 43 della Costituzione. Questo favorevole quadro normativo europeo consente ed incentiva deroghe alla gara ed alla regola della concorrenza, ogni qualvolta si ritenga che siano messi in discussione i principi fondanti dello Stato sociale. Inoltre, l'art. 43 della Costituzione riacquista tutta la sua forza, in particolare come modello e fondamento di gestione alternativa dei servizi pubblici essenziali. Un modello che dovrà essere studiato, definito ed enfatizzato nei prossimi anni: il governo pubblico partecipato dei beni comuni, fondato sull'universalità dei diritti e sul principio di eguaglianza sostanziale, e su quella solidarietà sociale che non può prescindere dall'azione dei pubblici poteri. In conclusione è possibile affermare che l'impresa pubblica, soggetto di diritto pubblico, al di fuori di qualsivoglia forma di competizione e gara, è compatibile con il diritto comunitario e ha pieno titolo di cittadinanza nel nostro ordinamento. La legge Ronchi che obbliga i comuni a scegliere attraverso gara il proprio gestore, snaturandone autorità, ruolo e funzioni, va ritenuta in contrasto con l'assetto normativo comunitario e costituzionale. La gara non è né un principio comunitario, né un principio costituzionale, ma una semplice regola, e come tale, ogni qualvolta si ritenga che rappresenti soltanto la base per una manovra speculativa e finanziaria e non sia invece in armonia con gli obiettivi economico-sociali di un territorio e di una comunità, essa è legittimamente derogabile da parte degli enti locali attraverso un affidamento diretto ad un soggetto di diritto pubblico.
PER ORIENTARSI
Si firma per tre quesiti. Il primo ha lo scopo di fermare la privatizzazione dell'acqua , impedendo che venga mercificata. Molti comuni italiani hanno già scelto la strada della privatizzazione e questo ha significato un aumento del costo dell'acqua senza un miglioramento del servizio. Il secondo quesito è consequenziale: favorire la ripubblicizzazione del servizio idrico . Se il referendum passasse si impedirebbe il ricorso alle gare e all'affidamento della gestione dell'acqua a società di capitali. Si sosterrebbe così la gestione dell'acqua attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Il terzo intende eliminare la possibilità di fare profitti sull'acqua. SUL WEB Per sapere dove si può firmare basta cliccare su www.acquabenecomune.org. Basta cliccare sulla regione di appartenenza per vedere nella propria città dove si possono trovare i banchetti. Ovviamente si può firmare anche negli uffici comunali. Sul sito del manifesto www.ilmanifesto.it) c'è una sezione dedicata all'acqua bene comune, con articoli di archivio, documenti e un video «ad acqua armata». Il sito ufficiale del comitato referendario è www.siacquapubblica.it. Un altro sito di riferimento è quello del Contratto mondiale dell'acqua www.contrattoacqua.it). Fondamentale, se ci si appassiona all'argomento, una visita al sito del comitato di Aprilia, primo comune d'Italia a ripubblicizzare l'acqua grazie alla battaglia dei cittadini (www.acquaprilia.altervista.org.
LA PROPRIETÀ
Forma pubblica e sostanza di mercato
Gaetano Azzariti
Strana l'accusa di ideologismo rivolta dal ministro Ronchi al Forum italiano dei movimenti per l'acqua che ha promosso i referendum sulla questione quanto mai pragmatica della gestione delle risorse idriche. Si può ovviamente dissentire nel merito, ma negare che esso riguardi le modalità concrete di usare le risorse essenziali per la vita delle persone con immediate ripercussioni sulla qualità del vivere quotidiano appare francamente curioso. Tanto più se a contrastare la battaglia per un uso diverso dei beni comuni (l'acqua, ma non solo) si contrappone un'interpretazione del diritto quanto mai datata, trincerandosi dietro un nominalismo ormai del tutto privo di ogni riscontro con la realtà dei fatti. Nessun giurista, infatti, crede più alla leggenda della sufficienza dell'imputazione formale della proprietà. Il fatto che il decreto Ronchi conservi la proprietà delle risorse idriche in capo alle istituzioni pubbliche, ma assegni in via ordinaria la gestione del servizio di erogazione a imprenditori o società in qualunque forma costituite, incluse le società a partecipazione mista, individuati mediante procedure competitive, ha un effetto giuridico immediato e non mascherabile: il passaggio della cura del bene materiale oggetto della gestione (del suo sfruttamento economico e delle conseguenti decisioni strategiche relative al servizio) dal soggetto formalmente proprietario a quello materialmente in grado di utilizzarlo. D'altronde, il fatto che si pensi ad un'Autorità di controllo nazionale dimostra della necessità di istituire un ente che, non potendo certo sostituirsi ai privati nelle decisioni in merito allo sfruttamento economico e all'amministrazione generale del servizio, almeno impedisca possibili comportamenti speculativi. Dunque, com'è per la borsa e i titoli azionari, o per il mercato e le merci in genere, si assegna ad autorità amministrative il compito di sovrintendere la libera attività dei soggetti privati che operano nella finanza o nel commercio, senza perciò che nessuno ponga in dubbio che le logiche siano quelle economiche e di profitto, senza che nessuno avanzi la pretesa che siano i controllori a decidere sui controllati. Questa è oggi la regola per la «gestione» dei beni privati, dove è frequente la scissione tra proprietà formale e controllo della risorsa. Può essere questa la regola anche per i beni comuni, per quei beni essenziali alla sopravvivenza del genere umano, che si pongono a fondamento del suo possibile sviluppo? È questa semplicemente e concretamente la domanda che il Forum italiano dei movimenti per l'acqua pone.
Nulla di ideologico, solo una scelta di civiltà. È ben vero - come sottolinea con vigore il ministro Ronchi - che la gestione pubblica può dare luogo a sprechi, inefficienze, lotte di potere e occupazione abusiva di poltrone; sebbene, a non voler essere «ideologici», bisognerebbe riconoscere che simmetriche distorsioni sono riscontrabili anche nel privato, le cui commistioni perverse con il sistema dei poteri sono purtroppo sempre più frequenti e particolarmente intense nel settore dei servizi essenziali per la comunità. E allora la soluzione va ricercata altrove: non nella semplice contrapposizione tra la formale pubblicizzazione del bene e la sostanziale privatizzazione del servizio, bensì nella sfida a pensare un nuovo statuto disciplinare dei beni comuni al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Una questione strategica, dunque, che certamente non può esaurirsi nella richiesta di abrogare alcune norme di legge mediante referendum, ma che propone di tornare a riflettere sul modello di sviluppo, sull'uso delle risorse, sull'idea che i beni comuni si debbano porre al servizio dei diritti fondamentali e non invece diventare strumento per produrre ricchezza privata. La questione che si pone va ben oltre la stessa vicenda specifica - pur fondamentale - della gestione dell'acqua, riguarda la richiesta di individuare alcuni settori del vivere civile da sottrarre alle regole del mercato. I beni comuni materiali (l'acqua, i servizi pubblici in generale), quelli immateriali (la ricerca, il sapere, l'università), insomma tutti quei beni necessari alle esigenze primarie della persona e al suo sviluppo, non possono essere trattati come semplici merci, poiché essi devono garantire i diritti inviolabili dell'uomo, e dunque sul loro valore di scambio deve prevalere il loro valore d'uso. Questo è il punto essenziale.
D'altronde, è la nostra Costituzione ad imporre un limite allo sfruttamento economico delle risorse se queste rischiano di ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana. Spetta a noi ribadirlo nei concreti ambiti di vita sociale, l'acqua è certamente uno di questi. Partendo da un'esigenza primaria per la vita di ciascuno, com'è il diritto all'acqua, possono allora superarsi vecchie concezioni che oggi vanno per la maggiore e che vinceranno fin tanto che continueremo a credere che siano il contrario di ciò che sono: mascheramenti di visioni conservatrici prodotti da falsa coscienza. È ora che la cultura di sinistra convinca se stessa di non essere il vecchio, ma di poter rappresentare un nuovo mondo possibile. Riflettere sui beni comuni può essere un inizio.
L’AUTHORITY
Perché si tratterebbe di un ente inutile
Luca Nivarra
Sostiene Ronchi: «La chiave del dibattito è piuttosto quella di individuare controllori efficienti con poteri reali. In questo senso sarebbe quanto mai opportuna un'Autorità di controllo a livello nazionale». Frutto stantio del neoliberismo in salsa italiana, il mantra «pubblico o privato per me pari sono», recitato dal ministro Ronchi sul manifesto del 28 aprile, esprime un punto di vista ideologico almeno quanto quello che egli imputa ai suoi interlocutori. Dietro la riproposizione di un autentico luogo comune, si nasconde, infatti, un occultamento tutto ideologico, appunto, della realtà. Va osservato, intanto, che l'equivalenza tra «pubblico» e «privato» ha, nell'ambito in cui essa viene elettivamente praticata, cioè nel diritto dell'Unione Europea, una netta impronta pragmatica. Infatti, il legislatore comunitario, dettando regole destinate a trovare ingresso in ordinamenti giuridici tra loro eterogenei, privilegia un approccio che guarda alla sostanza economica piuttosto che alla forma giuridica. In altri termini, nella prospettiva dell'Ue, non è importante che un'impresa sia pubblica o privata: ciò che conta è che essa sia assoggettata al medesimo trattamento normativo e, in particolare, alla disciplina antitrust (salvo talune eccezioni), posto che la promozione della concorrenza rappresenta uno degli obiettivi primari della stessa Unione. L'equivalenza tra «pubblico» e «privato» di matrice comunitaria dunque è, sotto il profilo politico, del tutto neutra, lasciando i singoli Stati membri liberi di scegliere l' uno o l'altro modello purché vengano rispettate le condizioni proprie di un mercato concorrenziale.
Sicché, trincerarsi dietro l'Europa per giustificare una scelta che la stessa Europa non ci impone affatto, è, a dir poco, arbitrario. Proseguendo nel ragionamento, dobbiamo ricordare che, storicamente, l'osservanza delle regole antitrust , oltre che ai giudici ordinari, è stata affidata ad agenzie pubbliche che costituiscono il prototipo delle Autorità indipendenti (per es., nel diritto statunitense, la Ftc, nel diritto italiano, l'Agcm). L'istituzione di un'Autorità indipendente, poi, può aver luogo anche in presenza di monopoli naturali, là dove, quindi, non potendosi dispiegare una competizione tra imprese, l'unico operatore del settore va sottoposto a controllo per evitare abusi a danno di utenti e consumatori (questo, per es., è quanto avvenuto nel settore del gas e dell'energia elettrica con l n. 481/95 che, appunto, nel dettare norme per la concorrenza e la regolazione dei servizi di pubblica utilità, ha previsto un'apposita Autorità). È chiaro che, quando auspica l'istituzione di un'Autorità di controllo per il settore idrico, il Ministro Ronchi ha in mente il modello dell'agenzia regolatoria sulla falsariga di quella già operante negli ambiti disciplinati dalla l. n.481/1995.
Si consideri allora che l'acqua è un bene sui generis , finalizzato al soddisfacimento di bisogni più che fondamentali. Non a caso, in base all'art. 144 co. 2 del Codice dell'Ambiente, essa «va tutelata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà ; qualsiasi suo uso è effettuato salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale»: e disposizioni di tenore analogo si ritrovano in molte dichiarazioni internazionali. Dunque, l'acqua è un «bene comune», nel significato introdotto dalla Commissione Rodotà e, in quanto tale, sottratta ad un'istanza come il profitto. Se è così (ed è così, sebbene l'art. 23 bis della legge 133/08 oggetto del primo quesito referendario, includa quello idrico tra i servizi pubblici locali di rilevanza economica), l'istituzione dell'ennesima Autorithy sarebbe o inutile o ingannevole. Inutile perché, se si vuole preservare la destinazione dell'acqua al soddisfacimento di bisogni irriducibili al mercato e al profitto, i compiti di un'ipotetica Autorità andrebbero oltre l'ambito puramente regolatorio entro il quale si muovono le tradizionali agenzie di controllo: in altri termini, essa finirebbe, a causa della inevitabile invasività della sua azione, per indossare i panni del vero gestore del servizio, sicché di gran lunga preferibile appare la soluzione, preconizzata dal referendum, che affida il servizio medesimo ad un'azienda di diritto speciale. Ovvero, come è realistico attendersi, del tutto ingannevole perché, in ragione della particolare natura del bene acqua e della qualità degli interessi coinvolti, il gestore del servizio, mosso da un intento lucrativo, finirebbe per sottoporre il regolatore ad una pressione così forte da renderlo innocuo. Insomma, è venuto il momento di voltare pagina e liberarsi dell'effetto di incantamento delle tante formule magiche che il neoliberismo (e le sue varianti «riformiste») ha profuso a piene mani. E, tuttavia, deve esser chiaro che il «pubblico» al quale restituire la gestione di beni e servizi fondamentali per la collettività non può essere quello opaco e, a sua volta, «privatizzato» che ormai sperimentiamo da molti anni: ma questo è il grande tema della rinascita della democrazia italiana.
Gli autori degli articoli
Gaetano Azzariti È ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma. Luca Nivarra È ordinario di Diritto civile all'Università di Palermo. Ugo Mattei È professore di Diritto civile all'università di Torino e di diritto comparato all'università della California. È coordinatore dell'International University College di Torino. Alberto Lucarelli È ordinario di Diritto pubblico all'Università Federico II di Napoli.
FUOCHI DI APRILE
di Guglielmo Ragozzino
La macchia nera nel Golfo del Messico ha questo di particolare. Si tratta di un guasto causato dagli umani con conseguenze gravi sulla natura, sulle coste, sulle paludi, sul volo degli uccelli. Il fuoco che esce dal mare, con tutto il carico di sostanze inquinanti, inarrestabile, micidiale, è certamente opera dei più esperti e accreditati apprendisti stregoni del nuovo millennio: petrolieri, costruttori di isole in mezzo al mare, appaltatori di servizi per gli eserciti più potenti di sempre: Bp, Transocean, Halliburton. Deepwater Horizon, questo il nome dell'isola artificiale sprofondata nel mare, è l'esatto contrario del vulcano islandese, innocuo di fatto dal punto naturale, ma capace di precipitare nel disastro l'economia degli uomini, il sistema dei nostri voli in mezza Europa. Inutile parlare di contrappasso, di vendetta orgogliosa dell'uomo contro la natura: «sono capace anch'io, caro vulcano Eyjafjallajökul. Anzi so fare più danni di te». È certo invece che per la seconda volta nel mese si è mostrata la fragilità del nostro modello di sviluppo: una corsa ignorante, senza pause, senza riflessione, priva di protezione e di garanzie, sotto la spinta del profitto ad ogni costo.
Ma non basta. È stato in aprile, il primo aprile, che Barack Obama ha fatto lo scherzo di capovolgere la sua politica in tema di ricerca del petrolio off-shore, aprendo gran parte della costa orientale, dalla Florida al Delaware, alle esplorazioni di petrolio e di gas. Il presidente parlava in una base militare, a Andrews in Maryland e per assicurare agli ambientalisti che la sua prima scelta era sempre la riduzione dell'inquinamento - o forse la seconda scelta, essendo ormai la prima l'indipendenza energetica - ha concluso affermando di aver «ordinato 5.000 auto ibride per la flotta governativa».
Molti, sulla destra, hanno allora visto il presidente infine libero dalle fisime ecologiste; non sulle posizioni del «drill baby drill» di Sarah Palin, ma solo per un pudico ritegno. C'è chi ha suggerito l'esistenza di complicate alchimie tra legislazione ambientale e immigrazione, un dare e un avere tra un Senato infedele e una Camera già distratta dalle elezioni di novembre. Solo che di fronte alle future, scintillanti cinquemila auto ibride, ci sono sporchi e attualissimi i cinquemila barili di petrolio in mare, ogni giorno; quelli che spinti dalla corrente si avvicinano alle coste della Louisiana, cinque anni dopo l'uragano Katrina, per portarvi distruzioni e miseria. Ci sono 11 morti e feriti per la piattaforma affondata, indicibili disastri nel mare e sulla costa. Può darsi che adesso Obama ci ripensi, ma si è fatto tardi.
Sempre in aprile, il 27, dopo il disastro, le agenzie hanno pubblicato le cifre di Bp, il padrone di quel petrolio. Vendite del primo trimestre 73 miliardi di dollari, contro i 47 del 2009; utili degli azionisti 6,1 miliardi, contro i 2,6 dell'anno prima. La produzione ha raggiunto i 4.010 barili al giorno, mille in meno di quanto Bp perde ogni giorno per l'affondamento di Deepwater Horizon. Povera Bp! Faremo una colletta per lei.
PERICOLO greggio
LA LOUISIANA DICHIARA LO STATO D'EMERGENZA
di Marina Forti
Potrebbe arrivare già questa sera sulle coste della Louisiana, la marea nera provocata dal petrolio che sta sgorgando da un pozzo della British petroleum nel Golfo del Messico. E rappresenta ormai un disastro «di portata nazionale», ha detto ieri Janet Napolitano, capo del Dipartimento alla sicurezza interna (la «Homeland security»). Mentre il portavoce della casa Bianca Robert Gibbs ha detto che il presidente Barack Obama ieri ha cominciato il suo breefing quotidiano di intelligence con un aggiornamento sulla situazione.
La chiazza di petrolio aveva raggiunto ieri le dimensioni dell'intera pianura padana, con un fronte di oltre 160 chilometri. In alcuni punti è già a una trentina di chilometri dalla costa della Louisiana, vicino all'estuario del Mississippi: zona di stagni, isolette, zone protette marine e zone di allevamenti di ostriche e gamberi.
Quello che è peggio, il petrolio continua a sgorgare: e al ritmo di circa 5.000 barili di greggio al giorno, cinque volte più dei mille suggeriti dalle prime stime. L'ammiraglio Mary Landry, comandante della Guardia costiera degli Stati uniti (è lei che ha il comando delle operazioni federali per contenere il disastro) ha convocando la stampa mercoledì a tarda sera per annunciarlo. Le nuove stime, ha spiegato, risultano dalle osservazioni aeree sulla traiettoria della chiazza nera, la sua densità e altre variabili.
Tutto è cominciato con l'esplosione di una piattaforma petrolifera, il 20 aprile - 11 lavoratori sono stati presumibilmente uccisi, ma i loro corpi non sono stati ancora trovati. L'esplosione ha provocato un incendio e due giorni dopo i resti della piattaforma - la Deepwater Horizon, della società svizzera Transocean - sono affondati. Nel frattempo la tubatura che dalla piattaforma raggiungeva la bocca del pozzo petrolifero, a 1.500 metri di profondità, si è adagiata sul fondale: si pensava che il petrolio sgorgasse da un solo punto di rottura, ieri la Bp ha detto che altri due punti di perdita sono stati individuati, più vicini alla fonte.
Contenere il disastro è l'opera in cui ora sono impegnati la guardia costiera Usa e le due aziende coinvolte - Bp, che è responsabile (anche finanziariamente) della ripulitora, e Transocean. Mercoledì sera la Guardia costiera ha cominciato a condurre il primo «incendio controllato»: significa raccogliere il petrolio in una zona circondata da barriere ignifughe galleggianti, in modo che l'area sia delimitata e la densità del petrolio sia maggiore, e bruciarlo. Pare che l'operazione abbia avuto successo - gli esperti considerano «successo» se si brucia circa la metà del petrolio delimitato. Non è la soluzione definitiva, si può fare su aree limitate; e poi il 97% dell'attuale marea nera è costituta da un'emulsione di petrolio e acqua, su cui il fuoco non è una soluzione efficace.
L'incendio, insomma, «è uno degli strumenti» da usare, non l'unico, ha spiegato ieri l'ammiraglio Landry. E in questo momento si stanno usando un po' tutti i rimedi del caso. Bp ha mandato aerei e una trentina di navi a spruzzare solventi chimici. Aveva cercato di usare veicoli sottomarini telecomandati per andare a tappare il pozzo alla fonte, ma l'operazione per ora è fallita. Sta preparando delle cupole galleggiandi da piazzare sulla perdota, sul fondale, per poi raccogliere il greggio: ma è un'operazione finora mai tentata a quella profondità, e che richiederà almeno tre o quattro settimane. Transocean sta cercando di scavare un secondo pozzo «di sfogo» per prosiugare il primo. Ma questo richiederà ancora più tempo. Tony Hayward, capo esecutivo di Bp, l'ha definita ieri «la più ampia operazione di contenimento nella storia». Non è detto che basti. Il dipartimento alla difesa ha offerto di intervenire, se non bastassero i mezzi privati della Bp.
Intanto la marea nera si allarga. E sulle coste di Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, la Guardia costiera e le autorità locali stanno preparando migliaia di chilometri di barriere. Perché ormai è chiaro che il petrolio arriverà sulle coste: «Siamo qui un po' a pregare, un po' a incrociare le dita», diceva ieri il presidente dell'Associazione dei coltivatori di ostriche.
La Louisiana ha dichiarato ieri lo stato d'emergenza. Il computo dei danni non sarà lieve: e poiché questo è un tema a cui «i mercati» sono sensibili, ieri le azioni di Bp e di Transocean sono scese del 6% - dal giorno dell'esplosione hanno perso il 14% del valore.
Prima ancora di avere in mano l’ultimo numero di , sono stata interessata da quello che veniva annunciato come tema centrale: “La solitudine dei conflitti”. Per più d’un motivo. Basta uno sguardo al panorama politico del mondo per avvedersi della quantità e della varietà dei conflitti che lo agitano. Al di là del “conflitto dei conflitti”, quello tra capitale e lavoro, da un paio di secoli presente e attivo nella nostra società, e costitutivo della sua stessa forma, sono innumerevoli i momenti di critica esplicita nei confronti dei problemi più diversi, espressa nei modi - vecchi e nuovi, talora nuovissimi - della conflittualità politica. Sorti soprattutto nell’ultimo cinquantennio, a contestare una società intessuta di violenze, disuguaglianze, gerarchie antiche e nuove, sempre più di frequente si impegnano a esprimere pubblicamente le loro ragioni: di solito però ignorati da tutti i poteri e tendenzialmente cancellati, comunque obbligati alla solitudine.
E’ anche vero d’altronde che in qualche modo ogni conflitto dal canto suo tende a isolarsi, ad agire “in proprio”, all’interno e per mezzo del gruppo che lo rappresenta. Il quale discute, riflette, manifesta per gli obiettivi che si è dato, senza però mai (o quasi mai) rapportarsi e confrontarsi con altri analoghi soggetti. Al contrario spesso accade che dal corpo centrale di un movimento si distacchino filoni impegnati in tematiche parziali, finendo per concentrarsi su un unico aspetto del problema: a volte fino a perdere di vista l’obiettivo centrale, che tutti li contiene e da tutti è determinato.
Per fare un esempio, la sempre più grave crisi ecologica, di per sé ragione indiscutibile di contestazione del “sistema”, ha dato luogo a un folto gruppo di conflitti “secondi”: dal filone centrale delle ricerche scientifiche relative al fenomeno, alle tante iniziative spicciole impegnate a contenere l’inquinamento; all’importante settore di indagine, oltre che di dura contestazione, relativo al nucleare; al folto e combattivo movimento per il diritto all’acqua; alle tante vere e proprie rivolte popolari contro la cattiva o inesistente gestione dei rifiuti, o contro opere ritenute non solo ecologicamente inaccettabili (vedi Tav, Dal Molin, ponte sullo Stretto, ecc. per limitarci all’Italia); ai tantissimi gruppi di animalisti, vegetariani, anti-caccia, e così via. Fino al sempre più grosso e influente complesso (che coinvolge un numero crescente di grossi poteri economici) impegnato nelle energie rinnovabili e in genere nella cosiddetta “green economy”.
E’ in questo senso che il tema messo in campo da Alternative credo potrebbe farsi antefatto di una riflessione più larga e impegnata di quella (peraltro assai pregevole) già svolta; fino a investire i problemi connessi alla crisi in cui si dibatte l’umanità. Che è crisi totale. Crisi economica e finanziaria da un lato, e crisi dell’ ecosistema terrestre dall’altro. Crisi fatta di nuovi sfruttamenti e di crescenti distanze tra classi sociali; di mutati rapporti tra Nord e Sud del mondo; di scelte e abitudini, acquisite magari per via di migliori condizioni di vita. Crisi dell’intera cultura, o meglio della forma antropologica che a partire dal secondo dopoguerra si è andata definendo, in sintonia con l’esplosione di produzione e consumo; anzi facendosene strumento e funzione, fino a identificarsi sempre più compiutamente con la forma-capitale.
Di questa crisi non solo la moltitudine, ma anche la “solitudine” (a volte scelta) dei conflitti denunciano la vastità e la capillare complessità. Con lo sgomento che segue alla sua presa d’atto, e con il rifiuto (o l’incapacità) di affrontarla, o anche soltanto guardarla nella sua interezza; e dunque con la fuga nella “solitudine” del gruppo, di ciascun gruppo, concentrato nell’impegno relativo a un solo problema (o a un pezzo di problema); chiuso al confronto con soggetti portatori di altri, sovente assai prossimi, problemi e conflitti.
E però questi innumerevoli conflitti minori, che di fatto convergono nella totalità della crisi, non di rado si trovano affiancati, ed espressi, in manifestazioni pubbliche “totali”. Penso a due piazze romane, recentemente luogo di eventi in questo senso esemplari: Piazza del Popolo, straripante di gente che a gran voce chiedeva libertà di informazione, e Piazza San Giovanni, dove più di un milione di persone gridava contro il governo Berlusconi. Eventi creati per obiettivi diversi da due soggetti diversissimi: promosso dal quotidiano La Repubblica il primo, inventato da “Facebook” il secondo. Ma ambedue portati al successo dal comune sentire di persone di ogni sorta: disoccupati, precari, immigrati, cassintegrati, ambientalisti, femministe, intellettuali, studenti, insegnanti, pacifisti, no-global, vecchi e giovani militanti di varie sinistre, estreme e non.
Penso anche alla gigantesca mobilitazione pacifista del 2003, che nello stesso giorno, nelle piazze di tutto il globo, ha convocato folle bandiere inni e invettive, e di cui il New York Times ha parlato come della “seconda potenza mondiale”. E forse riflessioni non troppo dissimili si potrebbero fare a proposito delle manifestazioni antigovernative di Teheran; o del ripetuto, massiccio convergere di immigrati dalla banlieu parigina verso altre folle provenienti dai quartieri alti; o anche (sebbene il paragone possa sembrare improprio) dell’elezione di Obama a presidente Usa, voluta da ceti diversissimi, espressione molteplice di sensibilità, problemi e conflitti prima rimasti muti e separati. E ancora, anzi a maggior ragione, a proposito delle vere, profonde, spesso totalmente inedite, rivoluzioni in atto nel Sud del mondo, in America Latina in particolare (1).
Perché in realtà tutti i diversi fenomeni di questo tipo e i tanti altri che si potrebbero citare, per il loro numero e per la qualità che in qualche misura li accomuna, vanno assai oltre il valore del singolo evento e dell’obiettivo specifico, parlando non solo della moltiplicazione dei conflitti, ma di un nuovo senso del conflitto stesso e del bisogno di un mutamento profondo della politica. Come la drammatica crisi delle sinistre in tutto l’Occidente sta a dimostrare. E forse, se la ricerca aperta da avrà un seguito, potrebbe aiutare l’impervio tentativo di dar vita a una politica di sinistra capace di misurarsi con i problemi attuali. Che sono molto diversi da quelli storicamente affrontati e spesso risolti dalle organizzazioni del lavoro.
“Uscire dalla crisi”, è oggi l’insistito proposito di tutte le parti politiche. Le sinistre non fanno eccezione. In che modo uscirne, nessuno con chiarezza lo dice. Le sinistre nemmeno; ma il loro impegno (che naturalmente propone come obiettivo minimo immediato un significativo calo di disoccupazione, cassintegrazione, precarietà, ecc.) oggettivamente comporta ripresa di produzione e consumi, rilancio dei mercati, aumento del Pil, insomma la rimessa in funzione della realtà pre-crisi. In pratica insomma (non troppo diversamente da quanto a gran voce auspicato dal padronato e dalle destre in genere, oltre che dal comune “buon senso”) le sinistre si trovano ad agire per la rimessa in salute di un mondo in cui metà della ricchezza prodotta è detenuta dall’uno per cento della popolazione (2), un sesto degli abitanti è sottoalimentato (3), il consumo di natura da parte dell’organizzazione economica supera pericolosamente la quantità di materie prime da potersi usare senza danni irreparabili (4 ); in cui sono in corso trentacinque conflitti armati (5) e, nella generale caduta del Pil, l’industria degli armamenti è la sola a “tenere”.
Di tutto ciò d’altronde le sinistre - o quanto meno le più avanzate - sembrano consapevoli, quando, pur continuando ad auspicare “ripresa”, “uscita dalla crisi”, ecc., affermano anche che occorre cambiare radicalmente le cose. “Partiamo dal lavoro”, è la parola d’ordine che solitamente ne segue; e direttamente connessi appunto ai tanti gravissimi problemi del lavoro (fabbriche a rischio, delocalizzazioni, licenziamenti, ecc.) sono i temi centrali di dibattiti, convegni, seminari. Sacrosanto. Il mondo del lavoro è quello che più pesantemente soffre la crisi, e confrontarsi con le sue crescenti difficoltà, tentare di contenerne almeno le conseguenze più devastanti, anche interpretando e sostenendo la conflittualità che ne deriva, non solo è un dovere per le sinistre, ma addirittura una sorta di riflesso condizionato.
Sacrosanto e forse inevitabile. E infatti anche gli articoli (tutti peraltro di molto interesse) dedicati alla “solitudine dei conflitti” su , per lo più vertono appunto sull’isolamento degli operai nelle loro disperate proteste; e accusano politica, grande industria, organismi transnazionali, ecc. impegnati a immaginare la rimessa in moto del “sistema”, di fatto prescindendo dal lavoro e dalle sue sorti, quasi si trattasse di una variabile marginale, da potersi tranquillamente ignorare.
Sacrosanto, ripeto. Anche inevitabile? Non so. E provo a domandarmi se, nel mentre stesso in cui si impegnano a ridurre quanto possibile le ricadute della crisi sui lavoratori, non sarebbe utile che le sinistre provassero a sollevare dubbi non solo sulla utilità ma sulla stessa praticabilità dell’”uscita dalla crisi”, della “ripresa”, ecc. : a tale scopo allargando lo sguardo verso altri orizzonti, non meno carichi di interrogativi ma forse anche di “possibili”, magari soffermandosi a riflettere sul malessere di cui parlano proprio i mille conflitti in atto e la loro “solitudine”. E a tale scopo provando a rileggere la propria storia in una chiave diversa da quelle abituali alle numerose indagini retrospettive. Perché, insomma, se dopo un secolo e mezzo di protagonismo spesso vincente, e comunque determinante (in positivo o in negativo) nelle vicende del mondo, le sinistre dovunque sono oggi così malridotte, qualcosa debbono aver sbagliato. E anche le sinistre italiane debbono avere la loro quota di responsabilità.
E’ un discorso che vorrebbe ben più spazio di quello qui disponibile. Provo comunque a indicare alcuni dei momenti che, nell’ultimo mezzo secolo, secondo me hanno segnato una deviazione rispetto alle ragioni fondative delle sinistre, contribuendo a indurne lo smarrimento. E la stessa riflessione aperta da Alternative sui conflitti può aiutare. Soprattutto se si considera che, nella loro innumerevole diversità, i conflitti oggi presenti e attivi sono di fatto moti d’accusa nei confronti della realtà socio-economica imperante, del capitalismo cioè. E lo sono anche quelli che sembrano parlar d’altro, e magari lo credono.
Tralascio il conflitto storico capitale-lavoro. Anche se è difficile ignorare che oggi il rapporto non può non essere per più aspetti diverso dal passato: in un mondo un cui la regola consumistica, connessa al forsennato produttivismo della più recente forma-capitale, in qualche misura modifica lo stesso rapporto lavoratore-padrone, e paradossalmente ne crea una reciproca dipendenza, nei modi ambigui e pericolosi di una nuova alienazione. Senza dire del confronto con i lavoratori dei paesi cosiddetti “emergenti”, dove uno sfruttamento a livelli protocapitalistici, e il fenomeno migratorio che ne consegue, creano insorgenze razziste facilmente strumentalizzate da destra. Ecc. Tralascio anche quel gigantesco conflitto tra capitale e natura che si manifesta nella terrificante crisi ecologica planetaria. Non solo perché ad esso ho già qui dedicato qualche spazio, ma perché credo che a nessuno ormai dovrebbe sfuggire il nesso diretto e decisivo tra capitalismo e squilibrio degli ecosistemi: cioè l’aporia di un sistema economico fondato sulla crescita illimitata del prodotto, in un mondo che illimitato non è; il quale non è pertanto in grado né di fornirgli all’infinito le materie prime necessarie, né di assorbirne e neutralizzarne i rifiuti, liquidi, solidi, gassosi.
Certo meno facile riesce ricondurre alla forma-capitale tutti gli altri conflitti in atto. Eppure credo che, a un’osservazione attenta, il rapporto risulti non solo possibile ma evidente; in particolare, se si riflette sulla qualità sempre più invasiva del “sistema”, sul suo raggiungere ogni momento della vita, e orientare desideri e scelte ai fini di maggior consumo, mi pare sia non solo possibile ma ovvio leggere i mille conflitti d’oggi come forme di denuncia, o almeno di tentato rifiuto. Non posso qui parlare di tutto ciò in modo esauriente; mi soffermo un attimo solo su due “conflitti” di massima rilevanza.
Dopo momenti di risonanza mondiale, il movimento per la pace parrebbe oggi in calo. Ma in realtà il pacifismo continua ad essere un “valore” che, a prescindere dalla militanza specifica, accompagna e sottende la “protesta” nella sua totalità. Ciò che non stupisce in un mondo non solo (ne dicevo sopra) pieno di guerre piccole e grosse; ma in cui la guerra è ormai regola dell’intero agire umano, e aggressività, sopraffazione, violenze di ogni sorta, sono divenuti attrezzi quotidiani di esistenze votate solo a possesso e consumo di merci, per le quali la feroce competitività dei mercati è modello e pungolo. Secondo la linea imposta dai “grandi” del mondo.
Meno facile è connettere alla forma-capitale le ragioni del femminismo, e non solo perché il rapporto uomo-donna discende da una storia assai più lunga di quella del capitalismo. E però non si può dimenticare che la società industriale ha speculato sull’antichissima disuguaglianza tra i sessi, facendone propria la tradizionale divisione lavoro, e di fatto trasformando l’attività famigliare femminile in “produzione e manutenzione di forza lavoro a costo zero”. Ma anche per altri aspetti, meno ovvii, il femminismo (nella sua verità più profonda) non può non porsi contro una realtà sociale in cui i “valori” vincenti in quanto funzionali alla logica del “sistema” (forza, intraprendenza, sicurezza, audacia, capacità decisionale, ecc.) coincidono con i tratti psicologici storicamente identificati con “il maschile”; mentre, sotto l’apparenza di una nuova libertà, i modelli femminili imposti dalla cultura di massa (tv e pubblicità in primis), parlano del più convenzionale immaginario erotico maschile, tuttora prevalente e immutato, semmai solo banalizzato e involgarito.
Non mi pare insomma azzardato riconoscere al fondo dei tanti conflitti “solitari” d’oggi, una più o meno consapevole condanna del capitalismo, e dell’ordine simbolico che ad esso attiene. Una condanna che non appartiene alla grande maggioranza delle sinistre organizzate, nate proprio al fine di liberare il mondo dal dominio del capitale, ma oggi molto lontane dall’assumere una posizione netta in proposito e darsi programmi conseguenti.
So di rischiare indebite semplificazioni, eppure credo che proprio l’evolversi del rapporto tra sinistre e capitalismo sia alla base dell’impasse attuale. Per cui forse occorrerebbe innanzitutto riconsiderare quel momento della seconda metà del secolo scorso in cui la gran macchina industriale capitalistica, superate le strettoie del dopoguerra, rimise in funzione e spinse al massimo le sue potenzialità espansive; per un’accelerata occupazione di sempre nuove porzioni di mondo, e per la loro assimilazione a uno sviluppo identificato con la moltiplicazione dei consumi, che in quanto tale chiedeva un coinvolgimento sempre più profondo delle masse. Furono anni in cui la crescita esponenziale del prodotto, nella forma dell’ accumulazione capitalistica, parve spalancare all’umanità un futuro di crescente sicuro benessere; in cui poco a poco il capitalismo s’impose come una realtà insostituibile e immodificabile, quasi una sorta di fenomeno metastorico. E la rivoluzione anticapitalistica, poco a poco, benché mai esplicitamente rinnegata, fu posta “in sonno”.
In effetti le sinistre non parvero avvertire la portata di un mutamento che si andava imponendo come una nuova forma antropologica, fondata sul prevalere della dimensione economica e plasmata sulle ragioni di una crescita divenuta dogma. Con una continua dilatazione delle quantità di merci prodotte, da imporre ai desideri delle masse: nel dominio del mercato e nell’incontrastato prevalere di una scienza economica sempre più astratta e autoreferenziale, separata dalla concretezza dei problemi. D’altro canto le sinistre non parvero porsi domande su questa evoluzione del mondo nemmeno quando, sul finire del secolo, la storica regola del lavoro a traino della produzione cominciò a venir meno, e mentre il Pil continuava a crescere, riappariva e aumentava la disoccupazione. Quello avrebbe forse potuto essere il momento per un serio ripensamento, e magari per una presa d’atto di quelli che a me paiono i due più gravi “peccati” delle sinistre.
Il primo attiene al fatto che in nessun modo esse abbiano utilizzato a vantaggio del lavoro, quello straordinario progresso scientifico e tecnologico che fu qualità precipua e orgoglio della storia più recente. Forse paralizzate dalla paura della disoccupazione tecnologica, o forse condizionate da una deformazione mentale “lavorista”, non hanno comunque saputo leggere e usare le eccezionali possibilità offerte da tecnologie sempre più capaci di sostituire il lavoro umano, fisico e mentale. Hanno così interamente regalato le grandi conquiste dell’intelligenza umana al capitale: il quale con prontezza e determinazione le ha utilizzate secondo la propria logica solo per l’aumento del prodotto. Dimenticando quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” che è parte non secondaria della cultura di sinistra: sogno ricorrente dei grandi utopisti, ma presente anche in diversi passaggi di Marx; ripreso da Keynes nell’ipotesi di un futuro in cui dedicare al lavoro non più di tre ore al giorno; recuperato nel Sessantotto da un combattivo movimento per la riduzione degli orari, al fine di “lavorare meno, lavorare tutti”, ecc. Di fatto arrendendosi a una realtà insensatamente orientata ad aumentare ancora e ancora i tempi della produzione, e quindi la quantità dei prodotti, nella linea di quella crescita non importa di che cosa e perché, che già l’ambientalismo più qualificato indicava come responsabile della devastazione del Pianeta.
E qui incontriamo il secondo grave “peccato” di cui le sinistre sono state e sono tuttora responsabili. Alla pari di tutto il mondo politico infatti le sinistre hanno sostanzialmente ignorato il crescente dissesto dell’ecosfera, limitandosi ad occuparsene marginalmente, quando l’eccezionalità degli eventi lo imponeva; mai (fatto salvo l’impegno isolato di persone o piccoli gruppi) soffermandosi a considerare il fenomeno nella sua interezza e nelle sue cause. Alla pari di tutta la politica, ripeto. Con un’aggravante però, non secondaria. Dovunque, a pagare le conseguenze del guasto ecologico sono i molti milioni di persone in fuga da tornado, alluvioni, desertificazioni, inquinamenti irreversibili; sono operai avvelenati dal loro stesso lavoro; famiglie costrette a vivere in prossimità di fabbriche fortemente inquinanti; contadini tenuti a maneggiare quantitativi massicci di pesticidi, diserbanti, e altri materiali tossici, ecc; cioè proprio quelle fasce sociali che le sinistre sarebbero tenute a difendere. Ma tutto ciò non è mai stato considerato.
Da qualche tempo, è vero, di fronte all’ormai innegabile, sempre più catastrofica crisi ambientale, anche le sinistre - come l’intero mondo politico - dedicano al problema qualche attenzione. Ma - come tutti - occupandosi di fatto solo degli aspetti del problema che incidono negativamente sull’economia, e pertanto attivandosi in settori conciliabili con le esigenze della produzione: vedi la corsa alle energie rinnovabili, certo utili per ridurre le emissioni di gas climalteranti, ma non più quando diventano strumento di rilancio produttivo. Come è apparso evidente alla recente Conferenza di Copenhagen: fallita ai fini della riduzione di gas-serra, ma assai utile all’incontro tra grandi imprese, febbrilmente impegnate nel lancio mondiale della “green economy”, anzi del “green business”, fondato sull’uso crescente di “green energy”, così di approdare alla massima possibile “green growth”; usando cioè le “rinnovabili” secondo la stessa regola produttivistica contro cui erano nate.
Di fronte alla evidente insostenibilità della forma economica e sociale dovunque attiva, ma dovunque in sempre più grave affanno; di fronte alla non meno evidente impraticabilità delle politiche portate avanti dai grandi poteri, incapaci di immaginare qualcosa di diverso da altre centinaia di milioni di automobili da produrre ogni anno, altri miliardi di chilometri di strade autostrade trafori, ecc, onde farle circolare, altre migliaia di nuovi aeroporti per la moltiplicazione di scambi planetari di merci, altre foreste di grattacieli ad aumentare la cementificazione del mondo…. Il tutto senza risolvere i problemi dei miliardi di senza-casa, di disoccupati, di spietatamente sfruttati, che aumentano di pari passo con i disastri ecologici… Non toccherebbe alle sinistre (ciò che ne resta, ma anche ciò che ne sta nascendo, in America Latina, qua e là in Africa, Indonesia, ecc.) considerare che il capitalismo, così come è nato, prima o poi finirà… e - perché no - provare ad aiutarne l’esito? Magari recuperando quel “lavorare meno e tutti” che, sottoposto a una seria riflessione, potrebbe significare assai più di quanto letteralmente promette, e forse aprire una finestra su un possibile “mondo diverso”.
Utopia? Ma insistere ad operare per la sopravvivenza dell’attuale forma-mondo, che altro è se non una sorta utopia negativa, che andrebbe a coincidere con la catastrofe totale?
1) Sulla materia vedi anche l’articolo di Aldo Garzia e Franco Russo su N° 11
2) Dati OCDE 2008
3) Dati FAO 2009
4) Vedi ricerche del Footprint Institute, secondo cui per mantenere l’attuale livello di consumo dei paesi occidentali occorrerebbero 5,4 pianeti.
5) Dati Archivio Disarmo 2008
Le lettere dei condannati a morte della Resistenza
non sono state scritte per venire in mano a noi che le leggiamo. Sono state concepite in un momento della vita che solo a pochi è dato di vivere. Quel momento terribile e solenne della contemplazione attuale della propria morte, quando in lucidità e coscienza si è faccia a faccia con se stessi, spogliati di tutto ciò che non è essenziale. Esse sono indirizzate alla cerchia delle persone più vicine e care, in cui sono riposti gli affetti e da cui nascono e si alimentano le energie vitali che ci conducono ad agire nel mondo. Questi testi sconvolgenti parlano della morte freddamente disposta da esseri umani nei confronti di altri esseri umani e questi ultimi colgono negli ultimi istanti della loro vita, nell’attesa consapevole della fine. Ogni facoltà spirituale deve essere stata provocata fino all’estremo. La psiche non può essere sollecitata più di così, dicono coloro i quali, per un motivo inaspettato, sono scampati alla morte e hanno potuto rendere testimonianza. Le parole scritte in quelle circostanze, soprattutto quelle svuotate dall’uso quotidiano – amore, affetto, perdono, casa, papà e mamma – , dalla retorica politica – patria, onore, umanità, pace, fedeltà al giuramento – o dall’estraneità alla nostra diretta esperienza – torturare, fucilare, impiccare, tradire – tornano d’un colpo a riempirsi di forza e significato essenziali. Sono parole ultime, destinate a restare chiuse entro cerchie affettive limitate. Ma chiunque sia disposto a liberarsi per un momento dall’abitudine della mediocrità che tutto livella, smussa e ottunde, può meditarle in sé, senza intermediari.
Se affrontiamo questa lettura emotivamente gravosa, facciamolo col pudore di chi sa di accingersi a qualcosa simile a una profanazione, in colloquio diretto e silenzioso, da coscienza a coscienza. Soprattutto, leggiamo col pudore di chi sa guardarsi dalla presunzione del voler giudicare. Queste lettere chiedono di comprendere, non di giudicare. Nessuno di noi – intendo: nessuno di coloro che non appartengono alla generazione di allora – può pretendere l’autorità del giudice. Se è vero che ci si conosce soltanto nel momento decisivo della scelta esistenziale e che solo lì ciò che di profondo è latente in noi viene a galla, noi non ci conosciamo. Non siamo stati messi alla prova. È facile, ma futile, profferire giudizi e perfino esprimere adesione ideale, ammirazione per gli uni e sdegno o condanne per gli altri. Dovremmo sempre chiederci chi siamo noi, per voler giudicare. Dovremmo temere che qualcuno ci dica: ti fai bello di ciò che è di altri; tu forse saresti stato dalla parte dei carnefici o saresti stato a guardare. E non sapremmo come rispondere.
Conosciamo le condizioni del nostro Paese all’8 settembre del 1943 e immaginiamo quali poterono essere le molte ragioni, ideali e personali, influenti sulle scelte che allora a molti si imposero. Nessuno di noi può avere la certezza che, in quelle condizioni ed esposti alle stesse pressioni, saremmo stati dalla parte giusta e non saremmo stati portati dalle circostanze dalla parte dei criminali. Questo non significa affatto parificare le posizioni o giustificare i crimini. Significa cercare di capire, dicendo con franchezza a noi stessi: rendiamo grazie alla provvidenza o alla sorte perché ci è stato risparmiato di vivere in quel tempo.
La generazione che ha vissuto i fatti di cui parliamo non esiste più. Per le nuove generazioni e, soprattutto, per chi oggi è ragazzo, non si tratta di rivivere o rievocare vicende in cui vi sia stato un coinvolgimento anche soltanto indiretto, attraverso il ricordo di chi le visse. Inevitabilmente questi testi sono letti oggi con un’attutita percezione dell’originario significato politico e impatto emotivo, nel momento della lotta per la liberazione dall’incubo totalitario, dal nazismo e dal fascismo, nel momento in cui si coltivava l’aspirazione a un’Italia nuova, giusta, civile, pacificata. «Sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l’ideale della Patria più libera e più bella», scrive un anonimo.
Gli orientamenti politici erano diversi, ma comune era l’idea, anzi la certezza di un riscatto morale imminente, che avrebbe trasformato nel profondo, e in meglio, la società italiana. Le Lettere sono un’elevatissima testimonianza di questa tensione. In tutte si legge la consapevolezza di vivere un momento di svolta nella storia d’Italia. Il dopo non avrebbe dovuto, né potuto assomigliare al prima. Ai figli piccoli, che non possono ancora comprendere, si dà l’appuntamento a quando, cresciuti, sarebbero stati in grado di capire per quale altra Italia i padri e le madri avevano combattuto ed erano morti. In momenti critici come quelli degli anni ‘43-’45, non si poteva restare a guardare. Tutti dovevano contribuire. In molte lettere è testimoniata l’irresistibilità dell’appello a prendere posizione. «Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo», scrive una donna ai fratelli, per giustificare, anzi scusare la sua scelta. Molti sentono così di dover spiegare il perché del loro "aver preposto" l’Idea, la Patria o il dovere ai legami familiari e domandano perdono di questo.
Naturalmente, non tutti stavano dalla stessa parte. Nei confronti di chi stava dall’altra, la disposizione spirituale è molto varia. Alcuni chiedono vendetta. Ma altri parlano del nemico col rispetto dovuto a chi una scelta, sbagliata ma non necessariamente in malafede, ha pur fatto: «Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia». Altri, ancora, si rimettono a una giustizia superiore, invitando chi resta a fare altrettanto: coloro che mi uccidono sono uomini e «tutti gli uomini sono soggetti a fallire e non hanno perciò diritto di giudicare poiché solo un Ente Superiore può giudicare tutti noi che non siamo altro che vermi di passaggio su questa terra». Altri ancora invitano al perdono: «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Il disprezzo, se mai, è verso gli inescusabili, coloro che non prendono posizione, coloro "che non furon ribelli né pur fedeli" (Inferno, III, 38-39), cioè gli ignavi, gli "attendisti". Su questo punto dobbiamo constatare una grande distanza tra noi e chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto sul fronte opposto. Si estende ogni giorno di più un giudizio che non solo assolve, ma addirittura valorizza l’atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi eventualmente godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Nelle Lettere, leggiamo invece parole come queste: «Quando penso che siamo vicini molto vicini alla nostra ora, mi raccomando e son più che certo che tutti in quell’ora scatteranno in piedi, impugneranno qualsiasi arma e colui che non l’adopera sarà un vile e un codardo». Non risulta che l’accanimento revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente ed esplicitamente alle Lettere, per sminuirne, relativizzarne, se non negarne l’alto valore civile. Può essere che si arrivi anche a questo. Il pericolo è rappresentato piuttosto da un oblio che si vorrebbe giustificato da un’interpretazione pacificatrice da stendere su quegli avvenimenti. Essi sarebbero il frutto di un’esasperazione incompatibile con l’autentico nostro carattere nazionale, un carattere rappresentato da quella parte maggioritaria del popolo italiano che ha assistito da estranea o con atteggiamenti di puro soccorso umanitario, nell’attesa dell’esito degli eventi. Secondo questa visione, i combattenti sui due fronti, fascista e antifascista, avrebbero rappresentato entrambi una deviazione estranea alla nostra tradizione: una tradizione moderata, ostile agli eccessi, aperta a ogni aggiustamento e a ogni compromesso, garantita da una presenza moderatrice e stabilizzatrice come quella della Chiesa cattolica.
Gli uni e gli altri, insieme alla lotta mortale che combatterono e alle ragioni etiche e politiche che li contrapposero, sarebbero così da condannare alla pubblica dimenticanza, come elementi accidentali e come fattori di perturbazione della storia che autenticamente appartiene al popolo italiano. In questo modo, fascismo e antifascismo sono prima accomunati in un medesimo giudizio di equivalenza, per poter poi essere congiuntamente messi ai margini della pubblica ricordanza. All’antifascismo, quale fattore costitutivo delle istituzioni repubblicane, verrebbe così a sostituirsi qualcosa come un "nonfascismo-nonantifascismo", conforme al genio, che si pretende propriamente italiano, di procedere diritto tra opposti eccessi. Questa tendenza è pienamente in atto nel senso comune, alimentata da una storiografia e da una memorialistica sorprendentemente sicura di sé nelle definizioni del carattere nazionale e nella qualificazione dell’attendismo come virtù di saggezza pratica, invece che come vizio di apatia: una storiografia che, quando si avventura su simili strade, è più ideologia che scienza.
Chi ha sacrificato la vita, non importa da che parte, trarrebbe motivo di sconforto e offesa da questo giudizio liquidatorio. Sarebbe forse portato a riportarsi a quanto stabilito da Solone, tra le cui leggi – riferisce Plutarco (Vita di Solone, 20,1) – ve n’era una, del tutto particolare e sorprendente, che privava dei diritti civili coloro i quali, durante una stasis (un conflitto tra i cittadini), non si fossero schierati con nessuna delle parti contendenti. Egli voleva, a quanto pare, che nessuno rimanesse indifferente e insensibile di fronte al bene comune, ponendo al sicuro i propri averi e facendosi bello col non partecipare ai dolori e ai mali della patria; ma voleva che ognuno, unendosi a coloro che agivano per la causa migliore e più giusta, si esponesse ai pericoli e portasse aiuto, piuttosto che attendere al sicuro di schierarsi dalla parte dei vincitori.
Una simile legge sembra dettata da indignazione morale e non da prudenza politica. L’idea di una guerra civile obbligatoria certo spaventa. Ma giustificare l’ignavia e l’opportunismo, farne anzi una virtù pubblica, è cosa diversa e incomprensibile, a meno che si abbia in mente un popolo prono e incapace perfino di avvertire d’esserlo. Ma, forse, Solone mirava a qualcosa di più profondo: non alla guerra civile obbligatoria per legge, ma alla prevenzione della guerra civile. Tutti devono sapere che, nel momento della crisi che precipita, nessuno sarà giustificato se avrà fatto solo da spettatore dei drammi e delle tragedie dei suoi concittadini, da estraneo. Tutti allora operino per evitare che quel momento arrivi; operino dunque preventivamente per la concordia, per la pace, per isolare fanatici, violenti e demagoghi.
Le Lettere contengono la voce d’un altro popolo, di uomini e donne, d’ogni età e classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch’essa, in momenti estremi, comporta. Chi le legge oggi vi trova un’Italia diversa dalla sua, cioè dalla nostra, dove non si esitava a correre pericoli estremi per parole che oggi non si pronunciano più o, se le si pronunciano, lo si fa con il ritegno di chi teme d’appartenere a una generazione di sopravvissuti. Sono quasi una sfida, un invito a misurarci rispetto a quel tempo, il tempo della libertà e della democrazia riconquistate; un invito a domandarci quale strada abbiamo percorso da allora.
Il testo è parte dell’intervento che sarà letto stasera alle 21 all’Auditorium di Roma in occasione del 25 aprile
E’ qualcosa di emblematico nella burrasca che scuote il comitato per le celebrazioni dell´Unità d´Italia. Dopo le dimissioni del presidente Carlo Azeglio Ciampi, dettate da ragioni d´anagrafe, s´annunciano altre defezioni illustri, firmate da Dacia Maraini, Ugo Gregoretti, Marta Boneschi e Ludina Barzini. Tra i nomi dei dimissionari è circolato ieri anche quello di Gustavo Zagrebelsky, il quale però precisa: «Non esiste alcun atto formale. Siamo ancora in alto mare, non so bene come andrà a finire. Quel che posso esprimere è solo un sentimento di disagio».
Se è vero che anche le precedenti celebrazioni - nel 1911 e nel 1961 - si svolsero nel segno della disunità, queste del prossimo anno rischiano di saltare del tutto: anche per scarsa convinzione - da parte dei seguaci di Bossi, ma non solo - che vi sia qualcosa da festeggiare. Ora il nuovo contrasto, di cui non erano mancate le avvisaglie. Ma conviene procedere per ordine. Ciampi scrive una lettera di dimissioni a Berlusconi e Bondi dai toni molto sereni («Negli ultimi tempi sto avvertendo una riduzione delle mie energie, che si traduce in un senso di affaticamento, fisico e psicologico. Nulla di grave. Tutto in linea con... i dati anagrafici»). Una missiva che in sostanza riconosce al governo il merito di avere avviato le celebrazioni, e che dunque sembra sgombrare il campo da ogni malizia (ora, per la sua successione alla presidenza, si fanno i nomi di Giovanni Conso, Lamberto Maffei e Giuliano Amato).
Però alcuni "saggi" del comitato colgono l´occasione per annunciare il proprio ritiro. Tra questi Dacia Maraini, che sul sito dell´Espresso dichiara: «Con il passare dei mesi il ruolo del comitato è stato svuotato. Non contavamo più niente, non potevamo decidere niente. Mi sembrava poco dignitoso restare lì a fare la foglia di fico e così ho mandato una mail a Zagrebelsky, anche lui preoccupato per la deriva del nostro lavoro, dicendogli: "Ma che ci stiamo a fare?". Zagrebelsky ha scritto una lettera di dimissioni piuttosto dura e motivata, che è stata firmata da me, da Gregoretti e da Boneschi». Zagrebelsky mostra cautela: «È solo una situazione in movimento, la lettera è un documento privato». Di più lo studioso non vuole dire, anche perché «tradirei la riservatezza di altri membri del comitato».
Quel che si percepisce è il sentimento di inutilità diffuso tra i "saggi", messi da parte dalle autorità che guidano le celebrazioni. La Maraini racconta di aver provato a impegnarsi in prima persona con due proposte, una rassegna di film sul Risorgimento e una serie di iniziative sulla lingua italiana. «Nessuno mi ha mai risposto. Poi improvvisamente ci è stato detto che non c´era più una lira, che non si poteva fare più niente. Abbiamo continuato a vederci lo stesso, sperando di sbloccare la situazione, ma è stato inutile. In tutte le nostre riunioni siamo riusciti ad approvare una sola cosa, un disegno con tre bandierine che sarà il logo delle celebrazioni».
Anche il programma finora definito - il restauro dei monumenti, un museo virtuale del Risorgimento, un paio di convegni e poche altre cose - era apparso a diversi membri del comitato molto debole, inadeguato a restituire il senso del processo unitario e di una storia lunga un secolo e mezzo. Un progetto che in sostanza restituiva la scarsa convinzione con cui l´attuale governo si predispone a omaggiare la data fondativa della nostra identità italiana.
Ma abbandonare oggi il comitato potrebbe avere conseguenze indesiderate. Il rischio è che saltino le celebrazioni o subiscano l´influenza di chi ancora crede che l´Italia sia "un´espressione geografica". È dai primi anni Novanta che alcune forze politiche oggi al governo mettono in discussione il processo storico unitario e l´assetto statuale dell´Italia. È anche per sottolineare il valore di un anniversario - contestato "con toni rozzi e inaccettabili", come dice la Maraini - che molti avevano accettato con entusiasmo di impegnarsi nelle celebrazioni. Ora però sembrano venute meno le condizioni per il proseguimento della collaborazione. Un bel pasticcio. Gli storici del futuro potranno usare anche questa vicenda come indicatore del debole stato di salute del nostro sentimento nazionale.
La difesa della proprietà privata è sempre stata l'obiettivo prioritario dell'azione legislativa dello Stato. Solo durante l'esperienza del welfare state sono stati posti limiti al diritto proprietario, tornato ad essere la stella polare che orienta le scelte dei governi e delle organizzazioni internazionali
All'origine della modernità dominio individuale e sovranità dello Stato, entrambi strutture giuridiche indispensabili in quella fase dello sviluppo capitalistico, articolano fra loro un rapporto ambiguo. Da un lato la sovranità dello Stato moderno si configura come dominio sul territorio imitando quindi la proprietà assoluta (allodiale) fondiaria. Sovranità e proprietà privata assoluta divengono così alleate di ferro contro le strutture comunitarie intermedie fra l'individuo e lo Stato (famiglie allargate, gilde, comunità monastiche) e soprattutto contro i beni comuni (usi civici delle foreste, acque, fauna e flora allo stato libero, frutta e prodotti alimentari da raccolta negli spazi accessibili a tutti). Le enclosures inglesi con la conseguente violenza sul ceto contadino impoverito testimoniano l'efferatezza di tale alleanza. D'altra parte più domini sullo stesso territorio, cifra della proprietà feudale medievale, mal si conciliano con le mitologie della modernità (un solo sovrano assoluto), sicché proprietà privata e sovranità pubblica stentano a sviluppare un equilibrio. In Inghilterra, patria delle enclosueres, si articola la finzione giuridica per cui il Re è il solo proprietario assoluto dotato di «dominio eminente», mentre i proprietari terrieri si configurano come meri concessionari dotati di «dominio utile». La nozione di «demanio» che indica nella tradizione continentale (soprattutto francese: domain) l'oggetto della proprietà pubblica (demanio forestale, idrico, militare ecc. ecc.) non soltanto condivide con dominium l'origine etimologica (manus) ma indica un rapporto fra sovrano e beni che è addirittura qualcosa di più specifico della sovranità. Indica in altre parole un vero diritto di proprietà del Sovrano.
La sovranità limitata
Con il naturalismo giuridico olandese (diciassettesimo secolo), il dominio si libera di ogni rapporto con la giustizia distributiva tomistica che aveva mantenuto in vita qualche dimensione di dovere sociale in capo al proprietario privato. Con la modernità giuridica la proprietà privata si identifica unicamente nella dimensione del diritto. Il diritto proprietario di Gaio (il protagonista della nostra storia di violenza legale) si modella così sul potere fondamentale e naturalmente libero di disposizione del proprio corpo e di quanto, con l'uso o anche abuso di esso, egli riesce a estrarre da Gaia (la terra viva, vittima dell'attivismo irrefrenabile di Gaio). La proprietà assoluta di disporre, libera da ogni vincolo, si iscrive dunque fra i diritti naturali dell' uomo libero, ormai homo oeconomicus, monade soggettiva slegata da ogni legame relazionale diverso dallo scambio contrattuale.
Il diritto di proprietà trova nel legame con la libertà (di sfruttamento economico) la sua più forte legittimazione ed attrattiva. La libertà privata di avere ed accumulare senza limiti né doveri è l'essenza del capitalismo. Oggi si riportano con ammirazione le classifiche dei più ricchi del mondo e si considerano dettate da invidia sociale le preoccupazioni di quanti ritengono inaccettabile la diseguaglianza estrema che consegue all'accumulo illimitato dei ricchi. Questa libertà assoluta dell'individuo è da trecento anni l'essenza del diritto naturale di proprietà privata, concepito come pre-esistente alla sovranità statale. Qualsiasi limite imposto ad esso dal sovrano è conseguentemente concepito come eccezionale. Nell'ambito di quest'idea si colloca dunque la tensione formidabile (ed insieme il dualismo esaustivo) fra la proprietà privata e lo Stato, che fa della prima un limite invalicabile per lo Stato sovrano. La proprietà privata (archetipo del diritto soggettivo assoluto) è così scudo nei confronti del sovrano il quale ne riconosce il credito storico come istituzione fondamentale del primo capitalismo, garantendola attraverso la garanzia della riserva di legge e dell'indennizzo nei confronti dell'espropriazione per pubblica utilità. Come è noto, queste garanzie vengono codificate sul finire del diciottesimo secolo nella Costituzione Americana e nel «Code Civil» francese (1804) e si diffondono senza eccezioni nelle Costituzioni del mondo capitalista.
Interessante è osservare che simili garanzie non sono previste per la proprietà pubblica che strada facendo si articola su nuove tassonomie (demanio, patrimonio indisponibile, patrimonio disponibile ecc.) non sorrette da un principio ideologico forte e quindi lasciate al libero gioco della politica e prive di qualsiasi tutela costituzionale. In un certo senso i «diritti» dello Stato non sono declinati in quanto tali. Nella divisione fra privato e pubblico, a quest'ultimo restano sempre meglio teorizzati i doveri di cui il privato «libero» dotato di diritti smette di farsi carico.
La religione dello status
È soltanto con la seconda metà del diciannovesimo secolo che lo Stato sovrano prende coscienza che l'assoluta libertà proprietaria rende Gaio incompatibile con le necessità della convivenza sociale, perché egli inevitabilmente scarica sulla collettività (che lo Stato stesso rappresenta) costi sociali insopportabili. Lo Stato sovrano quindi prova a farsi carico dei doveri rifiutati da Gaio (proprietario libero ed egoista), attraverso la legislazione speciale spesso definita come legislazione sociale. Ciò avviene tuttavia quando ormai il capitalismo fondato sull'accumulo economico illimitato è fortissimo e la primazia economica internazionale si è spostata negli Stati Uniti, luogo in cui l'ideologia materialista dell'accumulo e della mancanza di vincoli sociali diversi dal contratto ha fatto raggiungere all'atomismo sociale uno status quasi-religioso.
La legislazione speciale limitativa della proprietà a fini sociali conferma i tratti eccezionali del dovere sociale di Gaio, e certamente non si fa carico di proteggere Gaia dando un prezzo ai servizi che essa continua a rendere allo sviluppo sotto forma di risorse naturali ed equilibri ecologici conferiti gratuitamente allo sfruttatore privato o pubblico. L'antropocentrismo non risparmia neppure i sistemi socialisti, che si concentrano infatti sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e non di questi su Gaia. Lo sviluppo socialista finora realizzato, fondato su una sovranità statale a matrice proprietaria (capitalismo di Stato), non è meno spietato nei confronti di Gaia di quanto non lo sia quello occidentale.
Nel mondo capitalista il tentativo di limitare Gaio e di teorizzare la proprietà privata come obbligo sociale e non soltanto come diritto, che in nuce potrebbe rendere regola e non eccezione il limite, trova un parziale successo nella Costituzione di Weimar (1919) dove appare per la prima volta la locuzione «la proprietà obbliga». Tuttavia il dibattito sulla funzione sociale della proprietà che ne scaturì non riuscì a superare il dualismo riduzionista fra proprietà privata e sovranità statale che nel frattempo, pur nei limiti della tutela costituzionale della proprietà privata, il positivismo giuridico statalista, trionfante nelle concezioni autoritarie del potere diffusesi in Europa, aveva risolto a favore dello Stato.
In Italia, per esempio, con il Codice Civile del 1942 (ancora vigente) la proprietà è definitivamente scalzata dal piedestallo di diritto naturale preesistente allo Stato (il codice rinuncia a definirla) ma la dialettica fra proprietà privata e Stato non produce una teorizzazione avanzata della proprietà pubblica. Infatti il ruolo di quest'ultimo si limita a regolamentare, conformare e limitare i poteri del proprietario privato che si espandono appena cessa il limite, mentre la proprietà sovrana (dei beni demaniali) non ha vocazione espansiva perché il pubblico difficilmente è visto come portatore di diritti ma solo di doveri di azione (welfare) o di astensione (rispetto della proprietà privata). Il governo pubblico dell'economia infatti si articola su centinaia di enti pubblici (Iri, Eni, Efim, ecc.) governato a sua volta tramite un sistema di eccezioni alla regola, quella dell'impresa privata.
Il dualismo «proprietà- stato» si consolida così nella assegnazione di diritti (alla prima) e di doveri (al secondo). Si naturalizza così una dicotomia fra regola ed eccezione (il dovere è eccezionale e poco teorizzato per il privato; il diritto è eccezionale e sottoteorizzato per il pubblico) che in una concezione della proprietà strettamente individualizzata impedisce di cogliere gli aspetti relazionali ed i veri nessi che ne producono il valore. Tale visione profondamente radicata è prodromica alla privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, esito a sua volta naturale dell'economia cosiddetta mista. Per l'ideologia liberale prontamente tornata dominante dopo la seconda guerra mondiale, lo Stato «toglie valore» alla proprietà privata regolamentandola o espropriandola. Non ci si avvede così che in realtà è lo Stato che «conferisce valore» alla proprietà privata garantendo l'ordine sociale (autoritario) che costringe chi non ha a rispettare chi ha troppo.
Le nuove enclosures
La rendita fondiaria assorbe così l'intero valore dei servizi di Gaia oltre a quello prodotto dalla pressione urbanistica esercitata da chi non ha e deve concentrarsi in città per vendere la sua forza lavoro (proprietà di se stesso). La rendita fondiaria è perciò «naturalmente» assorbita dal proprietario e soltanto in via eccezionale ed in rarissime fasi storiche (in Italia, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento) lo Stato interviene per redistribuirla fra chi non ha (come per l'equo canone) o al fine di dare un sollievo a Gaia (parchi pubblici). Risulta tuttavia evidente all'osservatore non offuscato dall'ideologia liberale dominante come il valore della rendita fondiaria sia in realtà un bene comune prodotto da uno sforzo di cooperazione sociale e dai servizi di Gaia che tuttavia la teoria della proprietà dominante assegna senza corrispettivo a Gaio, proprietario privato.
Il dualismo proprietà privata-stato, accompagnato dalla natura sottoteorizzata della proprietà pubblica come diritto meritevole di tutela e dalla mancanza assoluta di una teoria giuridica del bene comune, conferisce alla proprietà privata un vantaggio ideologico difficilmente colmabile. Infatti, secoli di assorbimento progressivo ed inesorabile del bene comune (sociale o naturale) rende la proprietà privata immensamente potente anche sul piano ideologico e presenta ogni tentativo pubblico di gestire il bene comune (che non appartiene di per se al proprietario privato) un'operazione fiscale, soggetta a limiti sempre più stringenti di fattibilità politica.
Questo fenomeno già non facile da scorgere per la rendita fondiaria diventa pressoché invisibile ma ancor più terribile nell'ambito di quella finanziaria governata della proprietà dematerializzata multinazionale che caratterizza la post-modernità. Beni comuni come la conoscenza, la biodiversità, l'aria, l'acqua e gli stessi codici di Gaia sono progressivamente espropriati a favore del privato senza alcuna garanzia. Solo una costituzione globale del bene comune, declinata in forme nuove potrebbe invertire la rotta. Occorre mettersi al lavoro prima che sia troppo tardi.
SCAFFALI
Il valore delle cose nello spazio legale
Il testo in questa pagina ripercorre temi discussi al Convegno «Beni Comuni e partecipazione politica», organizzato dalla rivista «European Alternatives» all'Università di Roma3 il 14 aprile. Oltre ai testi citati nelle scorse puntate di «Gaio&Gaia» (pubblicati il 5 Febbraio, 13 Marzo e il 2 Aprile), vanno segnali «Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo» dello studioso indiano Raj Patel (Feltrinelli), «La conquista dello spazio giuridico» di Mariano Croce (Edizioni Scientifiche Italiane), «L'Europa del diritto» di Paolo Grossi (Laterza), «Gli spossessati. Proprietà, diritto dei poveri e beni comuni» di Daniel Bensaid (Ombre corte) e «Il Saccheggio» di Ugo Mattei e Laura Nader (Bruno Mondadori).
Copyright? Dai pirati agli squatter la proprietà è fuorilegge
Uno dei testi più significativi su come si siano definite, nel corso del tempo, forme di governo dei beni comuni e come quelle stesse forme hanno condizionato lo statuto della proprietà privata è sicuramente «Property Outlaws: How Squatters, Pirates, and Protesters Improve the Law of Ownership» di Eduardo M. Penalver e Sonia Katyal (Yale University Press). Un saggio che merita di essere letto (con la speranza che un editore italiano lo traduca) perché ricostruisce come le norme sulla proprietà privata siano state condizionate dalle esperienze sociali di condivisione dei beni comuni. Così, il ricordo del potere dirompente delle repubbliche corsare nate tra il XVI e il XVII secolo in alcuni zone degli attuali Stati Uniti ha determinato la definizioni di leggi a tutela della «terre comuni». Lo stesso si può dire per le occupazioni delle case che hanno portato al riconoscimento del diritto a non essere cacciati da stabili occupati. Ma anche come il rifiuto del copyright abbia portato alla definizione di norme per una gestione alternativa del diritto d'autore.
L'ultimo esito elettorale del centrosinistra rende impossibile eludere ancora il problema: la fase iniziata quasi vent'anni fa con la crisi verticale della "repubblica dei partiti" non ha visto consolidarsi una ipotesi riformatrice adeguata alle esigenze del Paese. Le difficoltà e le divisioni del centrodestra non offuscano questo nodo ma rendono ancor più urgente affrontarlo. Mai, forse, le forze progressiste o di sinistra erano state così isolate - culturalmente, prima ancora che elettoralmente - rispetto al cuore produttivo della nazione, e incapaci al tempo stesso di offrire riferimenti e prospettive alle inquietudini di vecchie e nuove povertà e precarietà.
Non è un giudizio troppo drastico: a quale idea-forza ci si può oggi richiamare per convincere un elettore indeciso, un astensionista amareggiato, un giovane deluso? Sembra quasi impossibile, inoltre, che la sinistra sia stata simbolo, in passato, di buon governo a livello locale. Abbia saputo mettere in campo - non solo nelle regioni rosse - capacità organizzative e pragmatiche, abbia contribuito a colmare forti deficit di democrazia del paese. Sia apparsa a una larga parte degli italiani, negli ormai lontanissimi anni settanta, come l'unica forza in grado di garantire il cambiamento. Sembra impossibile, infine, che tutto questo sia progressivamente scomparso dalla scena già nella fase immediatamente successiva, e che negli anni novanta gli eredi di quell'esperienza abbiano buttato al vento la possibilità di offrire al paese devastato da Tangentopoli esempi e prospettive di buona politica. Le questioni da affrontare erano certo enormi: la costruzione di una nuova idea di sinistra era compito difficilissimo, ma al tempo stesso indifferibile, sin dagli anni settanta e ottanta. Crollati, ben prima del 1989, i riferimenti internazionali, entravano allora in crisi anche altri capisaldi della tradizionale cultura della sinistra. La "centralità della classe operaia", ad esempio, veniva simbolicamente travolta dalla "marcia dei quarantamila" d e l 1980, mentre già la crisi petrolifera del 1973 aveva affossato, assieme all'idea di uno "sviluppo senza limiti", anche le culture progressiste e industrialiste che su di essa si erano fondate.
Nell'incapacità di misurarsi appieno con questi nodi la sinistra di formazione comunista iniziò a perdere identità e profilo, e a far emergere quella carenza di progettazione riformatrice che gli anni dei governi di "unità nazionale", dal 1976 al 1979, portarono pienamente alla luce. A ciò si aggiunga, infine, la difficoltà di comprendere le colossali trasformazioni sociali e culturali degli anni ottanta.
È una sinistra già in difficoltà, insomma, quella che giunge alla crisi dei primi anni novanta: elettoralmente indebolita e culturalmente gracile. Contagiata almeno in parte - alla periferia, ma non troppo marginalmente - dalle derive che le indagini dei giudici portavano allora alla luce. Di fronte al crollo degli altri partiti era ormai il momento di un rinnovamento profondo, capace di coinvolgere energie pur presenti nella società civile: e invece quel crollo, che sostanzialmente risparmiò i differenti eredi del Pci, sembrò favorire a sinistra il permanere delle vecchie prassi partitiche. L'unica società civile che entrò in campo fu quella chiamata a raccolta dall'antipolitica di Umberto Bossi e - per altri versi - dal "partito azienda" costruito in pochi mesi da Silvio Berlusconi. A fronte di questo discutibile "nuovo" la sinistra si presentò sempre più come il "vecchio", il residuo della "partitocrazia". Neppure lo shock del 1994 fu salutare: l'immediato fallimento della prima alleanza fra Berlusconi, Fini e Bossi alimentò l'illusione di poter ancora godere di rendite di posizione, di non aver bisogno di un forte profilo culturale e programmatico.
Questa incapacità di rinnovamento, e di ricambio dei gruppi dirigenti, è stata il vero scoglio su cui si sono infrante le esperienze pur avviate, le energie pur messe in campo.
Il primo governo Prodi, ad esempio, è certamente stato il governo migliore degli ultimi quindici anni: perché, però, anche quel governo seppe solo in parte parlare al paese? E perché la sua ispirazione più feconda non trovò continuazione? Non era inarrestabile la marcia del centrodestra. Subito interrotta nel 1994, essa sembrò di nuovo giunta al capolinea nel suo primo quinquennio pieno di governo: e già nell'estate del 2004 gli stessi giornali del centrodestra parlarono apertamente di "crisi del berlusconismo " . I n quello stesso torno di tempo un centrosinistra frastornato dalla sconfitta elettorale del 2001 trovava nuova forza - quasi suo malgrado - grazie alle spinte che venivano dal basso: si pensi al movimento dei Girotondi, che ebbe culmine nella manifestazione nazionale a Roma dell'autunno del 2002. Una festa della democrazia, per usare le parole di allora di Eugenio Scalfari: «Un vigorosissimo ritorno in campo di moltissimi che per molte ragioni si erano tirati indietro». Si pensi anche alle energie coinvolte dalla Cgil nella difesa dello Statuto dei lavoratori, o all'amplissima mobilitazione per la pace dell'anno successivo, che vide mescolarsi culture molto diverse. Si pensi anche ad altre risorse che il centrosinistra ha pur avuto: dall'esperienza dei sindaci alla grande speranza delle "primarie". Queste stesse spinte vitali appaiono oggi largamente inaridite: di nuovo, perché? Senza dare risposte convincenti a questi interrogativi sarà difficile riaprire realmente la discussione sul futuro. E senza dar vita a nuovi cantieri di riflessione, in cui convergano molteplici energie intellettuali e differenti centri propulsivi, sarà difficile frenare l'involuzione di un centrosinistra che ha bruciato leader e ipotesi di ricambio, e perso progressivamente una reale capacità di rapporto con la sua stessa gente.
L'inversione di tendenza di cui si avverte il bisogno implica un impegno di lungo periodo ma il tempo a disposizione non è moltissimo: le divisioni del centrodestra e i progetti sempre più espliciti del premier rendono questo compito ancora più urgente.
ROMA - Più che mai rinvigorita. L'Anpi, l'associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di «ragazzi partigiani», giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la Costituzione. Un 25 aprile in cui non mancano le polemiche. A Mogliano, in provincia di Treviso non si suonerà "Bella ciao". Anche se il sindaco leghista, Giovanni Azzolini nega: «Nessun problema a far suonare 'Bella ciao' alla banda comunale, se i partigiani lo chiedono», meglio, però, la 'Canzone del Piave', «che celebra il fiume sacro alla patria». Azzolini ricorda di «essere iscritto all'Anpi», non vuole sentire parlare di veti e davanti alle tv locali e sul web canta "Bella ciao" e parla di «fraint e n d i m e n t o ». Tuttavia, ritiene che l'inno al Piave è più adatto, «tanto più che proprio da Mogliano la Terza Armata partì per riconquistare l'Italia». Protesta l'Anpi, ricordando che 'Bella Ciao' è «canzone di tutti».
I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di 'patrioti' delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c'è ormai un altro 10% di 'juniores' fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente «postbellica», di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell'Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere «antifascista». Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l'anno), ha riportato l'entusiasmo nei comitati di tutta Italia.
Ma guai a pensare che la modifica dello statuto sia stata un escamotage anti-età: «Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca» sostiene Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell'Anpi di Firenze. Dove, nelle due sezioni più grandi della provincia, i giovani di 18-35 anni sono passati in tre anni da zero a 342, i 3560enni sono più di due terzi degli iscritti, e a capo di un'altra è stato da poco eletto il segretario più giovane d'Italia: «Chi si associa all'Anpi» spiega Sarti «semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?». E che non si tratti solo di numeri, lo dimostra, spiega il vicepresidente dell'Anpi nazionale Armando Cossutta, quel che avviene nelle sezioni e nei comitati provinciali: «Pieni di gente di ogni classe sociale, di ogni professione, di ogni età, felici di avere uno spazio che i partiti non offrono più: limpido, pulito, senza arrivismi». La «nuova giovinezza» dell'Anpi «sembra figlia anche della crisi della politica». E il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha invitato l'intera giunta a iscriversi all'Anpi, con lui in prima fila.
Il sito dell’ANPI, Associazione nazionale dei partigiani d’Italia
Gianni Biondillo, Michele Monina, Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città, Milano, Guanda, 2010
È abbastanza noto che tradizionalmente al buffone di corte si consente un po’ di tutto, compreso dare allegramente dell’idiota al sovrano. Ci si diverte, il pazzerello col cappelluccio a sonagli poi andrà a rotolare ubriaco in un angolino, e il sovrano smaltita la bisboccia si ritroverà con ben altro spirito a parlare di cose serie. Credo che in gran parte il bel libro di cui mi occupo qui avrà un successo (più o meno assicurato, visti gli autori, la qualità della scrittura, la presumibile capacità promozionale) sostanzialmente in questa prospettiva. Meglio di niente, e forse meglio in generale, visto che avere successo in certi ambienti asfittici non è destino che augurerei tanto alla leggera. Ma passiamo oltre.
Michele Monina, se vi date la pena di inserire il nome in qualunque motore di ricerca, è un nome legato al giornalismo di costume, musicale, turistico. Fra i suoi lavori anche biografie di cantanti popolari, come Vasco Rossi o Laura Pausini. Gianni Biondillo è architetto, neanche urbanista in senso stretto, noto soprattutto come giallista: gialli metropolitani ma pur sempre gialli sono, mica studi sul territorio. Uno che quando scrive si legge molto volentieri, e lì già qualcosa non va bene, no? Per essere davvero profondi e suscitare rispetto, il lettore bisogna stenderlo in tre paragrafi secchi. Insomma, cosa vogliamo aspettarci da una coppia del genere? Luoghi comuni, se tutto va bene.
E i luoghi comuni sono esattamente quello che ci viene servito nei cento chilometri di scarpinata estiva lungo le Tangenziali di Milano, che i due raccontano per filo e per segno a voci alterne. Cronaca di tappe periferiche, semirurali, decisamente surreali, sotto l’opaco sole estivo padano, che cuoce la testa e sfuma contorni e distanze. Unico riferimento costante: la toponomastica ciclica e il muggito della ubiqua gran vacca autostradale. Semplice il piano dell’opera, qualche raffinato direbbe magari deviantemente “ lynchano”: guardare e riferire, in modo sistematico. Beh, sistematico si fa per dire. Loro si autodefiniscono seguaci di James Ballard o di quella pseudoscienza delle avanguardie artistiche detta psicogeografia. Riferimento bibliografico unico, ripetutamente dichiarato: London Orbital, di Iain Sinclair, libro culto per gli appassionati.
Anche il sottoscritto a modo suo aveva storto il naso aprendo il libro e sfogliando le cartine con le tappe del percorso. Elegantemente: e che cazzo! Nel senso che quei posti li conoscono a menadito tutti quelli che ci passano o ci stanno, che sono parecchi. I mitici pensionati degli orti più o meno abusivi, a cui vanno aggiunti d’ufficio i pisciatori di cani avventurosi di largo raggio, nonché i pisciatori diretti, i coltivatori diretti, le puttane, gli operatori multimodali della mobilità metropolitana incrociata (elenco troppo lungo, che può ad esempio iniziare col ciclismo amatoriale, e finire con le roulotte degli sgomberi trascinate da una piazzola all’altra). Però c’è una bella differenza tra essere stati in un posto, o aver percorso un tratto, magari sei mesi prima, poi rivederlo da sopra il cavalcavia, o magari stare tutto il giorno lì, ma solo lì e poco altro … e invece farsi tutto il giro di tutti i posti guardandosi attorno, e secondo una schema prefissato.
Lo schema prefissato è elementare. Milano ha un sistema di Tangenziali, irregolare ma in qualche modo continuo, che circonda la città centrale passando per i discontinui territori delle amministrazioni confinanti. Il modo apparentemente più ovvio di osservare questo tracciato, è quello di percorrerlo col mezzo per cui è stato concepito, ovvero in macchina. Un modo molto meno ovvio, è quello di seguirne i contorni (un po’ come il nazionalpopolare Claudio Baglioni, no? “ Seguire il tuo profilo con un dito …”) dall’esterno, e farlo rigorosamente a piedi.
Una faticaccia, anche se gli Autori la scaglionano su dieci tappe: da Cologno Monzese, giù parallelamente al corso dell’inquinato Lambro, poi di traverso nel Parco Sud fra odore di fieno e curtain wall all’orizzonte, e di nuovo verso il nord, le aree della futura Expo, fino all’ex Stalingrado d’Italia, ai confini di Mediaset.
Popolazione pochissima, reale o virtuale. Quella reale si compone al quasi cento per cento di sfuggenti silhouettes prostituzionali all’orizzonte di strade chiuse o lotti inedificati, più benzinai occasionali, e visi intravisti un istante dietro tendine di villette che tornano subito immobili mentre il cane si sloga le corde vocali dietro la polverosa siepe. La popolazione virtuale conta bestie vive che volano, scappano via, grattano pulci ecc. E soprattutto bestie morte, dalla piccola talpa alla inquietante nutria da sei chili in avanzato stato di decomposizione. Poi a questa popolazione virtuale vanno anche aggiunti i fantasmi di Giuseppe Di Vittorio e Enrico Fermi, grandi e immancabili protagonisti della toponomastica delle aree artigianali di quasi tutti i Comuni affollate vicino agli svincoli. Con l’aggiunta di nani da giardino assortiti, madonnine con grotta a stalattiti, e fra le lastre di marmo cimiteriali semilavorate in zona Ortica, una statua a grandezza naturale del Presidente Mao. Scusate se è poco!
Il resto, immancabile in questi modelli narrativi, sono le riflessioni e i dialoghi “a margine”. Un margine bello largo ovviamente, che copre le trasferte in autobus verso remoti capolinea, la pianificazione delle tappe, gli amici che si uniscono in qualche tratto per scattare foto, o fare semplicemente da terzo - o quarto - incomodo. Fine. Ma per chi preferisce il genere reverenziale, che stende il lettore al secondo paragrafo, naturalmente c’è a disposizione la letteratura specializzata. Per gli altri, che vogliono provare a leggerlo (e personalmente lo consiglio), una questione sottotraccia: come ne escono i politici locali? Quanta consapevolezza media dimostrano, di capire alla testa di cosa sono stati inopinatamente collocati? Beh, rispondete da soli, se ne avete voglia. A me pare che siano loro, ad essere partiti per la tangente.
Il PDL è un difficile tentativo di convivenza di tre diversi stili politici; tre modi di essere che, come la crisi interna di questi giorni dimostra, sono difficilmente armonizzabili. Tre sono le concezioni politiche o sedicenti politiche che lo compongono: una comunitaria-organicistica; una tradizionale istituzionale; e una patrimonialista.
La vittoria elettorale nelle recenti consultazioni amministrative ha marcato e ingigantito le differenze tra queste tre anime fino a destabilizzare la coalizione di governo. Una ragione che ha probabilmente portato a questo esito paradossale di indebolimento a seguito di una vittoria sta nella distribuzione geografica. Nel fatto cioè che non tutte e tre queste anime sono equamente distribuite sul territorio nazionale. Il gruppo che fa capo al presidente della Camera ha una forte presenza nel Centro-Sud, mentre la Lega ha una forte se non esclusiva rappresentanza al Nord. A mediare questo bipolarismo territoriale è Silvio Berlusconi. Ma che la mediazione non sia tale, e infatti sia l'opposto di ogni forma di mediazione, diventa chiaro qualora si presti attenzione alla ragione strutturale e non solo territoriale del sisma che sta sconquassando il Pdl: gli alleati hanno diverse, se non opposte, concezioni di che cosa debba essere la politica conservatrice e più in generale la politica e le istituzioni.
La Lega ha bisogno di radicamento per esistere e resistere: quindi non sopporta facilmente la competizione sul proprio territorio. Nei blog del movimento giovanile dei Padani si trova ripetuta l'espressione "fratelli su libero suolo". "Libero suolo" ha una doppia implicazione: denota una "libertà da" ovvero contro chi cerca, non appartenendovi, di insediarvisi e una "libertà di" esprimere liberamente le proprie energie. Il "suolo" è lo spazio vitale che contiene e alimenta la libertà dei leghisti, un luogo abitato non tanto da eguali nei diritti (un valore molto poco compreso dai fedeli della Lega) ma da simili nella cultura e nei supposti valori; persone che si riconoscono con una semplice occhiata, che si odorano identici, che si fidano solo se non ci sono estranei tra loro - e, si badi bene, gli estranei non sono soltanto gli immigrati, ma possono esserlo anche gli alleati di coalizione (non è un caso che pochi giorni dopo la vittoria elettorale, Umberto Bossi si sia prenotato per il sindaco di Milano: la "nostra terra", la "nostra gente", il "nostro sindaco" e, come abbiamo anche sentito, le "nostre banche") . Il gruppo che si riconosce in Fini esprime al contrario una politica istituzionale nazionale, un approccio tradizionale alla forma Stato che è per questo più facilmente comprensibile da parte di chi mastica politica secondo le regole di uno Stato moderno di diritto. Per esempio, l'idea che se si vuole approdare a una repubblica presidenziale occorra cambiare la legge elettorale è quanto di più ragionevole e sensato ci possa essere per chi si occupa di politica istituzionale: nulla di trascendente, eppure così impossibile da accettare e comprendere da parte di Berlusconi!
E qui veniamo alla terza componente della destra italiana, che in effetti "componente" non lo è proprio, perché Berlusconi è non soltanto l'ideatore del Pdl ma ne è proprietario a tutti gli effetti e per questa ragione non può oggettivamente comprendere le ragioni istituzionali. Mentre può forse meglio comprendere quelle "organiche" territoriali della Lega perché, in fondo, sono mosse da una logica monopolistica che ha comunque a che fare con un linguaggio "proprietario" (del suolo).
Quale che sia l'esito di questo movimento tellurico è evidente che almeno una cosa dovrebbe essere diventata chiara a chi si è illuso di godere "da pari" dei privilegi promessi da un'alleanza con Berlusconi: che gli alleati sono tali solo se e perché hanno una indipendenza e sono partner. Ma non si può essere partner in un partito che è proprietà di qualcuno; anzi, in questo caso ogni tentativo di ridiscutere le forme dell'accordo è visto e trattato come un insolente attacco al leader. Berlusconi ha un'etica monolitica, e conosce un linguaggio e uno solo: quello del comando padronale. È così connaturato in lui questo stile che egli non sa nemmeno distinguere fra Istituzioni dello Stato e dipartimenti economici del suo impero: se Fini dissente, minaccia di licenziarlo. È difficile pensare quindi a come si possa soltanto pensare in termini di trattativa, mediazione, accordo - anche in questo Fini dà il segno di parlare una lingua che il presidente del Consiglio non conosce: quella della politica come funzione che chi svolge non possiede. La cultura ‘politica’ del leader del Pdl è per tanto di destra in senso molto improprio perché è semplicemente patrimonialista. Si leverà qualche voce meno stentorea a dire forte che lo Stato non è a sua disposizione perché non è roba sua?
Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»).
L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere.
Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.
Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi.
Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata.
Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie.
Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.
Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.
È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono».
Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.
Il 17 gennaio 1954, in occasione delle onoranze nazionali ai sette fratelli Cervi fucilati a Reggio Emilia il 28 dicembre del 1943 dai nazisti, il Presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale il vecchio padre Cervi, trattenendolo affettuosamente a colloquio.
Il testo che qui pubblichiamo è apparso su "Il Mondo" il 16 marzo 1954, ed è raccolto nel volume Il buongoverno di Luigi Einaudi, pubblicato dalla casa editrice Laterza che ringraziamo per la gentile concessione.
| Einaudi |
Entrano nello studio del presidente della repubblica il padre dei sette fratelli Cervi, fucilati dieci anni fa dai nemici degli uomini, il magistrato Peretti Griva, già presidente della corte di appello di Torino, l'on. Boldrini, medaglia d'oro della resistenza e Carlo Levi, scrittore e pittore, il quale reca l'originale del ritratto da lui dipinto dei sette fratelli.
Il padre, che porta sul petto le medaglie dei sette figli morti per la patria, ricorda al presidente di averlo già incontrato in Reggio Emilia. Il presidente aveva letto, in un articolo di Italo Calvino, che tra i libri dei sette fratelli, si noverano alcuni fascicoli della rivista "La Riforma Sociale", un tempo da lui diretta e poi soppressa dal regime fascistico e dice al padre della sua commozione per poter cosí pensare con orgoglio ad un suo rapporto spirituale coi martiri.
Il padre racconta:
- Sí, i miei figli leggevano molto, erano abbonati a riviste; e cercavano di imparare. Se leggevano qualcosa che pareva buono per la nostra terra, si sforzavano di fare come era scritto. Quando abbiamo preso il fondo in affitto, ed erano 53 biolche di 2.922 metri quadrati l'una (circa 15 ettari e mezzo), vedemmo sul terreno monticelli e buche. I figli avevano letto che se la terra sopravanzante sui monticelli fosse stata trasportata nelle buche, il terreno sarebbe stato livellato e sul terreno piano i raccolti sarebbero venuti meglio. Subito acquistarono vagoncini di quelli usati dai terrazzieri sulle strade e si diedero a levare la terra dai tratti alti e metterla nelle buche. 1 vicini passavano, guardavano e scuotevano la testa: "I Cervi sono usciti pazzi. Dove andrà l'acqua che ora finisce nelle buche? Quando tutto sarà piatto come un biliardo, l'acqua delle grandi piogge ristagnerà dappertutto e frumenti ed erbai intristiranno annegati". Ma i figli avevano dato al terreno, fatto piano, una leggerissima inclinazione; sicché quando le grandi piogge vennero e quando d'accordo con altri tre vicini, fittaioli di poderi appartenenti alla stessa famiglia del nostro padrone, facemmo un impianto per sollevare le acque ed irrigare a turno i terreni, dopo due ore la terra è irrigata ma di acqua non ce n'è piú. Coloro che avevano detto che i Cervi erano pazzi, ora riconoscono che noi eravamo i savi e tutti nei dintorni ci hanno imitato.
- Anch'io, osserva il presidente, quando un terzo di secolo fa smisi di fare i fossi in collina per le vigne e di riempirli di fascine e di letame, ed invece eseguii lo scasso totale, senza concimazione e misi le barbatelle, innestate su piede americano, in terra tali e quali, quasi alla superficie, dopo aver resecate le radicette a un centimetro di lunghezza, i vicini i quali dallo stradone provinciale osservavano quel brutto lavoro, scuotendo il capo se ne andavano: il professore è uscito matto e dovrà rifare il lavoro. Quando videro però che le viti venivano su piú belle di quelle dei fossati e del letame, ci ripensarono ed ora tutti fanno come avevano visto fare a me.
Il presidente: - Ed in quanti vivete su quelle 53 biolche?
Il padre: - Io, il nipote, le quattro vedove, e gli undici figli dei figli, in tutto diciassette. I figli prima ed ora noi abbiamo faticato assai. Abbiamo ricevuto dal padrone la casa e la terra; ed avevamo quattro vacche e pochi arnesi. A poco a poco i figli comprarono due trattori, uno grande per i grossi lavori ed uno piú piccolo per i lavori leggeri; abbiamo falciatrici, mietitrici, aratri ed ogni sorta di arnesi. Il fondo di fieno e mangime è tutto nostro. Nelle stalle vivono una cinquantina di vacche ed un bel toro. Il toro lo comprammo in Svizzera, ma viene dall'Olanda ed è originario americano. Col toro ci hanno dato le sue carte; ma noi siamo stati sicuri di lui solo quando abbiamo conosciuto la figlia sua e poi la figlia della figlia. A venderlo come carne, prenderemmo pochi soldi; ma, vivo, non lo dò via neppure se mi offrono un milione di lire. Questo - trattori, macchinari, fondo di vettovaglie, vacche, toro - è il "capitale" ed è nostro, di tutti noi".
- Anche del nipote?
- Il nipote non è figlio, ma è come lo fosse. Quando uscii dalla prigione e, tornato a casa, non trovai piú i figli e mi dissero che li avevano uccisi, vidi il nipote.
Le nuore: - È venuto per aiutarci, mentre eravamo sole.
- Dopo qualche giorno, poiché il nipote aveva dimostrato di essere un buon ragazzo, radunai le nuore e: "Bisogna stabilire le cose per il nipote. Lo teniamo come giornaliero? Avrà diritto alle otto ore, alle feste, al salario che gli spetta. Lo fissiamo come servo? Dovrà essere trattato come salariato ad anno e dovranno essergli riconosciuti il salario e gli altri diritti del salariato. Lo riconosciamo parente? Il trattamento sarà quello che gli spetta come parente. Che cosa ne dite voi?"
Le nuore: - Padre, quello che voi direte, per noi è ben detto. Voi dovete decidere.
Il padre: - No. Voi, nuore, rappresentate i figli uccisi ed i figli dei morti sono vostri figli. Voi dovete parlare.
Le nuore: - Noi non sappiamo parlare. Chi deve parlare siete voi, padre.
Il padre: - Siccome lo volete, il mio avviso è questo; ed ho detto quel che pensavo. Avete quattro giorni di tempo per pensarci. Adesso non dovete parlare. Quando i giorni saranno passati, ritornerete e direte il vostro pensiero.
- E le donne ritornarono al lavoro.
Il presidente, il magistrato, la medaglia d'oro e lo scrittore-pittore attoniti ascoltavano il padre. Questi parlava lentamente, scandendo le parole e ripetendole per fissarle bene nella testa degli ascoltatori. Era un contadino delle nostre contrade, un eroe di Omero od un patriarca della Bibbia? Forse un po' di tutto questo. Dagli arazzi napoletani del 1770, stesi sulle pareti dello studio, il pazzo don Chisciotte pareva ascoltasse la parola dell'uomo saggio.
- Prima che fossero trascorsi i giorni fissati, dopo soli due giorni, le donne tornarono al padre, dicendo: Abbiamo pensato e quel che è il vostro consiglio rispetto al nipote è anche il nostro.
Il padre: - Sapete voi se il nipote intenda rimanere con noi?
Le donne: - Sí, padre, noi lo sappiamo.
Il padre: - Ciò è bene; ma io non posso parlare al nipote prima di aver parlato al padre ed alla madre di lui. Il nipote non può uscire dalla sua famiglia ed entrare nella nostra se i suoi genitori ed i suoi fratelli non lo sanno e non sono contenti.
Non stavano in un paese molto lontano ed andai a parlare al padre del nipote, che era mio fratello. Fratello, dissi, il nipote tuo figlio ha detto di volere rimanere con noi.
Il fratello e la cognata: - Lo sapevamo. Il figlio l'aveva detto quando era partito di qui per andare ad aiutare le donne, a cui avevano uccisi i mariti. Noi siamo contenti.
- Se cosí è, il nipote entrerà nella nostra famiglia. E, tornato a casa, radunai le quattro buone donne e il nipote e dissi: Il fratello e la cognata sono contenti che il nipote rimanga con noi. Ed io dico: i sette figli sono stati uccisi e voi, donne, siete al loro luogo. Ma abbiamo bisogno di un uomo, che diriga le cose. Io sono vecchio e non posso piú fare come una volta. Il nipote starà insieme con noi e sarà come fosse un figlio. Quando io non ci sarò piú, il "capitale" sarà diviso in cinque parti uguali, fra le quattro nuore ed il nipote.
Cosí fu deciso e cosí si fa. Nella casa lavoriamo, ciascuno secondo le sue forze, in diciassette; ed il nipote sta a capo, lavora, compra e vende.
Lui e le donne chiedono sempre il mio consiglio ed io consiglio per il bene di tutti.
Poi i genitori del nipote ed i suoi fratelli vollero spartire quel che c'era in casa al momento che il nipote li aveva lasciati e diedero a lui la parte che gli spettava. Ed egli volle fosse data alla famiglia in cui era entrato. Ed io dissi: noi non l'avevamo chiesta. Ma tu la dai alla famiglia ed entrerà a far parte del "capitale". Diventerà proprietà comune; e come il resto sarà diviso in cinque parti.
Il presidente, il magistrato, la medaglia d'oro e lo scrittore-pittore guardavano al padre e vedevano in lui il patriarca il quale, all'ombra del sicomoro, dettava le norme sulla successione ereditaria nella famiglia. Assistevamo alla formazione della legge, quasi il codice civile non fosse ancora stato scritto.
Il presidente, rivolto allo scrittore-pittore, il quale conosce i contadini dei suoi paesi - e sono uguali ai contadini di tutta Italia - interrogò: forseché i sette fratelli si sarebbero sacrificati se non fossero stati un po' pazzi costruttori della loro terra e se il padre non fosse stato un savio creatore della legge buona per la sua famiglia? Si sarebbero fatti uccidere per il loro paese, se fossero stati di quelli che noi piemontesi diciamo della "lingera" e girano di terra in terra, senza fermarsi in nessun luogo?
Lo scrittore-pittore rispose: Credo di no; il magistrato e la medaglia d'oro consentirono. Ed il presidente chiuse: Credo anch'io di no e strinse la mano al padre ed a tutti.
Qui potete scaricare e leggere il libro di Renato Nicolai e Alcide Cervi, I miei sette figli
Da: Consumo di suolo zero. Gli effetti del Piano Casa. E la possibile via d’uscita , a cura di Antonello Sotgia, Carta /edizioni Intra Moenia, Roma 2010, € 10. In calce l'indice
1. Raccogliendo l’allarme lanciato dal sito eddyburg a Carta, il 13 novembre 2009, nella Sala Pintor della redazione del settimanale, abbiamo, insieme a urbanisti e rappresentanti del protagonismo sociale in alcuni territori, cercato di capire cosa sarebbe potuto accadere da lì a poco – allora non tutte le Regioni avevano predisposto il proprio dispositivo d’attuazione‐ nelle città e nei territori con l’attuazione «regionale» del Piano Casa. In quella lunga giornata abbiamo raccolto storie. Man mano che notizie e racconti si sommavano gli uni sugli altri, è apparso chiaro che il Piano del governo Berlusconi aveva già vinto, avendo ricevuto e ricevendo la sostanziale adesione di molti Consigli e giunte regionali, inventando sorprendenti meccanismi di condivisione. In Sardegna, per esempio, avvertiva Sandro Roggio e ora racconta nel testo che pubblichiamo qui: «Resta da aggredire solo il cielo». Sentendolo parlare di quello che si stavano apprestando a pensare di fare, è parso chiarissimo che era in corso la sperimentazione di procedure utili in tutto il paese per fare, in via ordinaria, quello che alla Maddalena è stato brillantemente messo in scena in via «emergenziale». Ben presto la narrazione collettiva ha dimostrato come la presunta ricchezza sbandierata dai tanti cultori del Piano, il suo automatico tra‐ sformarsi in immediata ripresa economica con relativo, assicurato e for‐ te impulso occupazionale, in realtà si basava [si basa] sulla costruzione di una gigantesca illusione. Ai proprietari di casa si assicurava che quasi spontaneamente, attraverso piccoli incrementi – appiccicando muri, sollevando solai, eludendo soprattutto ogni «freno» urbanistico – si sarebbe incrementato il valore immobiliare della propria casa. Non la proposta di farsi «costruttore fai da te». Non si trattava, come in occasione dei precedenti condoni [sul fatto che questo Piano fosse un condono preventivo tutti si sono dichiarati concordi], premiare i tanti cittadini che magari, per il tempo di una notte, si erano fatti architetti, muratori e carpentieri. Questa volta, addirittura, tutti potevano, prima ancora di diventarlo realmente, «pensarsi» come imprenditori immobiliari e, anche se in piccola parte, permettersi così, come ogni immobiliarista che si rispetti, di lanciarsi in esercizi di rendita. Una proposta, il farsi immobiliarista, che, rivolta a chi la casa la possiede, vuol dire, essendo i proprietari nel nostro paese esattamente (dati Istat 2009) il 69,9 per cento della popolazione, parlare a circa sette milioni di famiglie e soprattutto a quel 13,4 per cento di nuclei che ancora non hanno estinto il gravoso mutuo per l’acquisto e che, ora, la crisi ha condannato a vivere questa condizione, a cui molti sono stati costretti in assenza di una reale politica dell’affitto, come dramma. Sono circa trecentomila, i mutui rinegoziati nel 2008. Nessuna pietà, da parte degli estensori del Piano Casa che, anzi, fa balenare a tutti la possibilità di darsi una qualche «allargatina».
Ecco un possibile disastro che non nasce oggi, ma che, già oggi, produrrà l’impossibilità di pensare all’abitare di domani. Il senso di quella giornata di studio sta proprio in questa considerazione. Per questa pubblicazione abbiamo deciso di partire da qui, per raccogliere alcuni di quegli interventi, proporne di nuovi e, soprattutto, porre la domanda su quale sarà la forma dell’abitare futura.
2. Leggendo alcuni degli interventi [lo spiega bene Alberto Ziparo] non potrà sfuggire come ognuno di noi, che abitiamo questo paese, abbia teoricamente a disposizione una quantità repellente di metri cubi e che un dato altrettanto repellente è quello rappresentato da come dal diritto alla casa siano escluse moltissime famiglie, umiliate dalla presenza insignificante di «abitazioni pubbliche», che in Italia non rag‐ giungono il 4 per cento del totale edilizio. Nel 2009 sono stati costruiti meno di duecento interventi da destinare a edilizia sovvenzionata, cioè a case popolari. Perché ancora non è assicurato il diritto alla casa a fasce molto consistenti della popolazione? E perché si continua a costruire, a bruciare territorio e incoraggiare ancora tutto ciò? Abbiamo posto questa domanda sul consumo del suolo per mezzo di un esempio preciso, l’esperienza del comune di Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano. Abbiamo chiesto al Sindaco di raccontarci come sia stato possibile progettare un Piano regolatore a zero consumo di suolo. Ci ha risposto con il contributo che pubblichiamo che è un po’ il sussidiario che quell’amministrazione ha redatto per i propri cittadini e non solo per questi. Istruzioni per l’uso.
Allora è possibile invertire la rotta, passando dal costruire il nuovo al recupero del tanto costruito? Sembrerebbe di sì. Sono proprio i numeri di quanto abbiamo costruito a terrorizzarci. «Siamo stanchi dì inseguire quello che accade bisogna reagire», ha esortato nel seminario Vezio De Lucia. Per farci comprendere meglio, ci ha parlato di Caserta, uno tra i tanti possibili esempi, dove l’abusivismo «pesa» 12 mila ettari. Si abita – si fa per dire – in 70 mila ettari senza alcun servizio, mentre capannoni industriali si sommano, talvolta senza essere mai stati occupati, l’uno all’altro.
Loro, quelli che affidano la ripresa economica al mattone, intanto continuano a costruire. Perciò sono state cancellate le regole elementari. E la valanga non inizia oggi. In Lombardia, scrive Sergio Brenna, Piano Casa e deriva abitativa sono in corso almeno dal 1992. Già nel secolo passato, quando Lupi, la «mente» berlusconiana nel settore casa, si faceva le ossa come assessore all’urbanistica milanese, si è iniziato con l’attaccare ogni regola, e ridurre gli standard di verde e servizi. Ora si dice che sono inutili. Così si continuano a programmare nuove città. Nuove case e zero standard vuol dire non assicurare le condizioni neppure minime dell’abitare. In Toscana, ci ha raccontato nel seminario Eugenio Baronti, che della Regione era in quel momento l’assessore alla casa, si vuole che «il costruire non sia estraneo al come si vive». Il perché non sempre questo sia stato possibile, in particolare a Firenze, lo racconta lucidamente Maurizio De Zordo, spiegandoci l’indebolimento, nella legislazione complessiva toscana, del peso dell’intervento pubblico.
Eppure sarebbe sufficiente legare ogni dispositivo a un principio cardine: ogni intervento dovrà essere coerente con la disciplina urba‐ nistica. È quello che comitati, associazioni, centri sociali, urbanisti e cittadini si sono detti nel Lazio. Loro la legge hanno provato a farsela da soli, proponendone una d’iniziativa popolare che riportiamo nel libro e che significativamente hanno voluto chiamare «diritto alla casa e all’abitare». Degli effetti della legge ufficiale racconta Paolo Berdini, che, scrive, «istiga ad aumentare la dose di terreni sottratti alla naturalità». Eppure nel Lazio accadono molte cose. Alcune le racconta Anna Pizzo, la nostra «border line» istituzionale [è stata consigliera fino al marzo 2010], osservatrice dall’interno dei modi che ha la politica di decidere.
Di come viceversa i comitati di cittadini stiano provando a organizzare territori resistenti [dal Veneto, dalle Marche] scrive Paolo Cacciari: il mezzo è tenere insieme «tracce di buongoverno». Cacciari pone un problema fondamentale, quando avverte che «il problema è che questa moltitudine di comitati e movimenti locali stenta a riconoscersi come una galassia legata da un disegno comune. A volte, a causa di un localismo miope, altre volte a causa del doppio gioco della Lega nord (e, in genere degli amministratori locali), che irretisce e illude. Altre volte ancora a causa di un malinteso senso di autonomia che condanna all’isolamento i singoli comitati e le singole associazioni». Rossella Marchini sembra rispondergli riconoscendo che «non possiamo più scontare l’assenza di non aver saputo produrre un nuovo pensiero sull’urbano».
3. In attesa di riuscire in questa costruzione, Andrea Alzetta offre una possibilità, «l’essere capaci di ribaltare completamente l’agenda politica dominante, riformulando una nuova idea dei diritti delle persone e del ruolo del mercato nella società che vogliamo». Infatti, dal seminario è sembrato arrivare un suggerimento convincente: lavorare per ottenere una moratoria del consumo del territorio. Un programma che deve basarsi su un semplice ed evidente paradigma: organizziamo le cose da fare a partire dall’innovazione di ciò che c’è. Per la città e il territorio questo vuol dire recupero. È quello che succede a Corchiano [nella Tuscia Viterbese] dove il sindaco Battisti parla di «riscoperta di una comunità», tessuta giorno dopo giorno attraverso la costruzione di un percorso organizzato attraverso i momenti del quotidiano. Dove i vecchi tracciati delle strade «falische» pre‐romane vengono segnalati dai cacciatori. Dove sono i ragazzini a dichiarare guerra ai cassonetti e, trasformandosi in attivisti, a convincere i loro genitori alla raccolta differenziata. E si è passati dal 4 per cento iniziale all’attuale 84.
Non consumare territorio non vuol dire non costruire. Vuol dire solo passare dal nuovo al recupero. Vuol dire soprattutto progettare una cultura dell’abitare.
Non consumare territorio potrà servire inoltre, come avverte Giovanni Caudo, per “contrastare la deriva di un eventuale protagonismo degli operatori immobiliari che si presentano con la loro dotazione di aree per mettere in campo interventi edilizi del tutto tradizionali, ma ammantati da qualche novità”.
Per ritornare così alla casa e a una città in cui, gli spazi siano legati alle persone, e dove possano trovare posto le forme della produzione umana anche immateriali quali: la creatività, i saperi, gli affetti, le relazioni sociali. Per non “andar tutti dietro a Berlusconi e resistere al consumo di territorio provocato dalla corsa forsennata dalla valorizzazione immobiliare” come ci invita a fare Edoardo Salzano. Chiamiamole prove tecniche di resistenza.
Nota: alla discussione della giornata del 13 novembre hanno partecipato anche Daniele Iacovone, Paolo Di Vetta, Eugenio Baronti, Pierluigi Sullo, Alessandra Lombardi, Mario Di Carlo, che ringraziamo per il loro contributo.
Prove tecniche di resistenza, di Antonello Sotgia
Proprietario contro cittadino, di Edoardo Salzano
Il minimalismo dei massimalisti, di Vezio De Lucia
Pensiero urbano, di Rossella Marchini
Ai tempi di Alemanno, di Andrea Alzetta
Un pieno di case, di Giovanni Cauda
La breccia veltroniana, di Anna Pizzo
Gli indifferenti di Sardegna, di Sandro Roggio
La Lombardia è una cavia, di Sergio Brenna
Toscana infelix, di Maurizio De Zordo
La Calabria che ha detto no, di Alberto Ziparo
Il Lazio consumato, di Paolo Berdini
Cassinetta, il comune a crescita zero, di Domenico Finiguerra
Le cento Marche, di Carlo Brunelli
La Tuscia pulita, di Bengasi Battisti
La Rete dei comitati veneti, dì Paolo Cacciarì
Un saggio di prossima uscita e un intervento di Sergio Luzzatto ripropongono il modo in cui il Pci costruì "l´icona rossa della Resistenza"
Esiste il mito ed esiste la storia. Decostruire il mito significa restituire alla storia la sua complessità, non necessariamente rovesciare o negare i fatti storici da cui è scaturito il racconto epico. Con il titolo Italo, Alcide e il mito è uscito ieri sul Sole 24 ore un documentato articolo di Sergio Luzzatto dedicato a una "icona rossa della Resistenza", la storia dei sette fratelli Cervi uccisi il 28 dicembre del 1943 per ordine dei fascisti. Mettendo insieme due articoli di Calvino pubblicati nel dicembre del 1953, una celebre orazione del giurista fiorentino Piero Calamandrei e la strategia adottata allora da Togliatti, Luzzatto racconta meticolosamente la costruzione negli anni Cinquanta di un mito che ebbe l´effetto di "abbellire" o rendere organica al partito comunista una vicenda che organica non fu, conservando tratti di irregolarità e ribellione nascosti dal martirologio.
Prendendo spunto dalla riedizione de I miei sette figli di Alcide Cervi, una sorta di memoriale voluto da Togliatti nel 1955 (Einaudi, pagg. 100, euro 11), Luzzatto racconta come «da Italo Calvino in giù» l´intellighenzia comunista fece di tutto per celebrare come coerente «una storia certo eroica, ma parecchio complicata». Nei due o tre mesi intercorsi dall´inizio della Resistenza fino alla loro morte, «i fratelli Cervi furono tutto fuorché altrettante incarnazioni del rivoluzionario disciplinato», dandosi all´attività di sabotaggio «con una convinzione ai limiti dell´incoscienza». Non mancarono i contrasti tra loro e i dirigenti locali del Pci, «che li accusarono di comportarsi da "anarcoidi"». Furono Calvino e Calamandrei - continua Luzzatto - a trasformare i fratelli Cervi in santini, «sottacendo le difficoltà ambientali, gli inciampi militari, l´isolamento politico durante la loro breve stagione da partigiani sull´Appennino». Questo comune innamoramento per la famiglia Cervi finì per incontrarsi nel dopoguerra con il desiderio di Togliatti di contrastare la propaganda anticomunista sul cosiddetto "triangolo della morte". La mitografia dei Cervi - scrive in conclusione Luzzatto - servì anche per avversare le "caricature infamanti" ai danni del partigianato rosso. Ma al di fuori della elaborazione leggendaria - sembra di leggere tra le righe - i fratelli Cervi rimangono figure gloriose, che funsero anche da esempio per gli altri combattenti.
Consapevole dei rischi connessi ad operazioni del genere, in tempi di egemonia "neorevisionista", Luzzatto chiarisce al telefono: «In questo caso la decostruzione del mito nulla toglie alla dimensione eroica dei Cervi, che rimane tutta. I revisionisti peggiori, cui diede voce anche Bruno Vespa, arrivarono a sostenere che fu il Pci a decretarne la morte. Io racconto come è nata una leggenda edificante, la passione condivisa da Calvino e Calamandrei. Non bisogna dimenticare che in quegli stessi anni i partigiani finivano sotto processo, e dalle galere uscivano i combattenti di Salò».
È nei primi anni Novanta che dalle memorie interne al Pci reggiano affiorarono i dissapori tra i Cervi e i comunisti. «All´indomani dell´8 settembre 1943», racconta Alessandro Casellato, autore di una monografia sui fratelli Cervi che uscirà da Einaudi, «essi furono artefici di iniziative autonome guardate con diffidenza dai comunisti. Li accusarono anche di anarchismo, ma alludendo a un´intemperanza di tipo esistenziale, non a una teoria politica». La creazione del mito, concorda Casellato, fu anche un risarcimento simbolico per la famiglia, che patì il dolore della perdita e una vita di durezze. «Ma è ora la stessa famiglia a porsi delle domande nuove».
La vicenda dei fratelli Cervi non è mai stata oggetto di un´accurata indagine storica. «Non certo per le censure del Pci», interviene Giovanni De Luna, studioso attento al rapporto tra storia e memoria. «Un vizio della storiografia resistenziale è stato quello di dare spazio agli scenari e al collettivo piuttosto che alle figure in carne d´ossa». La ricostruzione storica, aggiunge lo studioso, è alternativa al mito perché ricostruisce la complessità degli eventi. «Quella di transitare un personaggio dalla dimensione mitica alla conoscenza è un´operazione necessaria. Soltanto un paese avvelenato dal revisionismo può leggerla con malizia».
Ci sono momenti in cui è necessario che la storia diventi mito, altri in cui è utile che il mito venga riletto come storia. Nei giorni nostri sciagurati, avvelenati dal revisionismo, è necessaria molta prudenza per fare il secondo passaggio.
Se non l'avete, qui potete scaricare e leggere, o rileggere, il libro di Renato Nicolai e Alcide Cervi.
Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
E’ meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.
Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell'istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera.
Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell'antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell'occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.
Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l'immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l'unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E' l'unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando.
Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.