Per comprendere il futuro non abbiamo che il passato e la sua sublimazione nel presente. Per cercare di prevedere eventi futuri non possiamo avvalerci che della nostra conoscenza degli avvenimenti passati, magari legati a condizioni al contorno che siano, poco o tanto, diverse tra di loro. Questo vale per tutto, dal futuro di una lingua a quello della città europea, e la nostra previsione di ciò che accadrà sarà, generalmente parlando, tanto migliore — esatta mai, perché il futuro non è dato — quanto più intelligente e perspicua sarà la nostra analisi di ciò che è stato.
Marco Romano si occupa da sempre della città, dell’estetica della città, con specifico riguardo per la città europea «percepita come un corpo unitario » . Quali sono i caratteri essenziali di questa entità astratta eppure concretissima che si mantiene relativamente invariata da oltre mille anni, perfettamente individuata dall’analisi delle centomila città europee, e distinta, da una parte, dalla città della classicità e, dall’altra, dalla città che si incontra in altre civiltà e altri modi di essere? Questo tema caro all’autore, ritorna in Ascesa e declino della città europea (Raffaello Cortina), proiettato in una prospettiva futuribile: che ne sarà della città europea nel prossimo futuro, considerando l’insieme di spinte e controspinte che ne stanno oggi insidiando l’esistenza stessa? Romano, ovviamente, non lo sa e, sotto sotto, spera che nella sua essenza la città non cambierà, dal momento che la sua costanza non è legata, almeno finora, ad una stanca collocazione nella media delle medie, ma trae la sua forza dal contrasto, aspro contrasto, fra un certo numero di istanze di segno opposto, che lui chiama contraddizioni.
Negli ultimi mille anni, insomma, la città europea non è cambiata perché è stata ed è continuamente tirata da una parte e dall’altra da potenti forze contrastanti, che la tengono sul fondo di una specie di gigantesca «U» della quale tali forze costituiscono confini e bordi, a sinistra e destra.
A ben guardare, le diverse contraddizioni che il nostro autore individua possono essere ricondotte in ultima analisi tutte al dilemma efficienza-bellezza: da una parte la funzionalità della città e delle sue parti per la vita dei cittadini (che costituiscono la civitas), dall’altra la godibilità estetica dei palazzi e degli spazi vuoti (la urbs) che Romano individua come un tratto essenziale (e consapevole) della città europea. Perché esiste questa tensione (o contraddizione) di fondo? «Perché la sfera della tecnica è per sua natura soggetta all’intrinseca legge del progresso, dove ogni novità cancella la precedente, mentre l’aspirazione della bellezza è quella di durare in eterno».
E ancora «se l’ambizione della città di pietra sarà di durare in eterno non potremo fondarla sulle effimere convenienze della tecnica, economiche o produttive che siano». Si tratta insomma del contrasto secolare ma sempre più avvertibile al giorno d’oggi fra il bello, eterno, e il funzionale, che può cambiare in continuazione. Personalmente, ho qualche difficoltà a cogliere l’essenza di questa dicotomia, anche se so che utilità e bellezza hanno sue «sedi» cerebrali diverse, ma non posso non apprezzare il grande sforzo intellettuale compiuto dell’autore per chiarire la natura e il portato delle diverse contrapposizioni.
L’oggetto di questa opera non è un vaticinio, è ovvio, ma una ricognizione attenta e ispirata, frutto di un atto d’amore, l’ennesimo, per le piazze, le strade e le case del nostro risiedere. E Romano parte proprio da una rapida ed essenziale, ma efficacissima, rivisitazione dei caratteri fondamentali della città europea, i quali nel loro insieme costituiscono un po’ la definizione della dramatis persona del libro, e che verranno poi singolarmente seguiti nel quadro dei conflitti e dei contrasti generati dalle sette contraddizioni fondamentali da lui individuate.
Quali sono queste contraddizioni? Innanzitutto quella fra fruibilità e bellezza ( utilitas e decus), e poi fra città e stato, città e campagna, antico e moderno, egualitarismo e gerarchizzazione, effimero dell’individuo e perenne della collettività, per completarsi con il tema del giorno: noi e gli altri. Il prevalere di uno di questi termini, concomitante o meno con la dissoluzione del suo opposto, potrà portare, secondo Romano, alla perdita di identità, se non alla dissoluzione, della città che abbiamo vissuto fino a poco tempo fa.
Un messaggio finale all’amico Marco da parte di un cittadino del mondo: comunque andrà, andrà bene. Come nel caso della vicenda di Antigone, noi siamo portati a parteggiare per la physis piuttosto che per il nomos, ma quella che chiamiamo physis non è altro che un nomos, solo più vecchio. E familiare.
L’Italia è uno dei paesi più belli al mondo. Ha la maggiore concentrazione di beni culturali e centri storici, le più famose città d’arte. Tutto questo è la nostra ricchezza. Rischiamo di perderla, per sempre.
Il PARTITO DEL CEMENTO avanza e non lo ferma più nessuno. Dal nord al sud la febbre del mattone coinvolge banchieri, cardinali, sindaci, deputati di destra e di sinistra. Tutti vogliono guadagnarci, a partire dai Comuni. Così la ricchezza degli italiani vola via. Pensate che tra il 1990 e il 2005 sono stati divorati 3,5 milioni di ettari, cioè una regione più grande di Lazio e Abruzzo messi insieme (la Liguria tra il 1990 e il 2005 si è mangiata quasi la metà del territorio ancora libero!). Il tutto a un ritmo di 244.000 ettari all’anno (in Germania 11.000 all’anno). Ciò nonostante troppi italiani sono senza casa perché mancano gli alloggi “sociali” (solo il 4 per cento sul totale contro il 18 per cento della Francia, il 21 per cento del Regno Unito). Intanto 5500 comuni su 8000 sono a rischio di dissesto idrogeologico. I soldi per il ponte di Messina ci sono, per le frane no.
Gli autori di questo libro sono andati a vedere l’ITALIA COM’È e la raccontano con nomi e cognomi di affaristi, banchieri, cardinali, sindaci e deputati: la SARDEGNA di nuovo in mano agli speculatori, le LANGHE trasformate in shopville, l’invasione di seconde case sulle ALPI (costruiscono persino sulla Marmolada!), il BRENTA violentato, gli affari della CHIESA nelle CITTÀ LIGURI, le grandi operazioni di Ligresti e dei soliti noti a MILANO, di Caltagirone e dei soliti noti a ROMA, la storia triste di BAGNOLI. Neanche SIENA e FIRENZE vengono risparmiate. E ritorna la febbre da stadi e autodromi, nuove occasioni per ulteriori speculazioni.
Ma cosa gliene viene agli italiani di tutto questo? Meno male che non tutti abbassano la testa. COMITATI DI CITTADINI si stanno formando in Veneto, Toscana, a Milano, in tanti centri grandi e piccoli. La legge del 1986 che stabilisce le norme per danno ambientale è dalla loro. Per questo adesso molti la vogliono cambiare.
“INDIGNATEVI, RAPIDAMENTE. NON LASCIATE CHE DETURPINO IL VOSTRO BENE PIÙ PREZIOSO, IL TERRITORIO... CHIAMATE A RACCOLTA TUTTI.”
Luca Mercalli
GLI AUTORI
Ferruccio Sansa, quarantuno anni, giornalista a “Il Messaggero”, “la Repubblica”, “La Stampa”, è ora inviato de “il Fatto Quotidiano”. Con Luigi Offeddu ha scritto i libri-inchiesta RAGAZZI DI SATANA (Rizzoli-Bur 2005) e MILANO DA MORIRE
(Rizzoli-Bur 2007). Con Marco Preve IL PARTITO DEL CEMENTO (Chiarelettere 2008).
Andrea Garibaldi, cinquantacinque anni, romano, ha lavorato per vent’anni a “Il Messaggero”. Dal 2004 è inviato speciale per il “Corriere della Sera” e si occupa prevalentemente di politica nazionale. Ha pubblicato QUI COMINCIA L’AVVENTURA DEL SIGNOR con Roberto Giannarelli e Guido Giusti (La Casa Usher 1984), la biografia di Enrico Lucherini e Matteo Spinola C’ERA QUESTO C’ERA QUELLO (Mondadori 1984) e PIOMBO E CARTA, CRONACHE DA SARAJEVO ASSEDIATA (Protagon 1994).
Marco Preve, quarantasei anni, è nato a Torino ma vive e lavora a Genova da quasi vent’anni come giornalista de “la Repubblica”. Cura quotidianamente su internet un blog dal titolo “Trenette e mattoni” all’indirizzo www.preve.blogautore.repubblica.it. Giuseppe Salvaggiulo, trentatré anni, pugliese, ha lavorato nelle redazioni di “Libero” e “Il Giornale”. Dal 2008 si è trasferito a Torino e lavora a “La Stampa”, dove si occupa di cronaca, politica
e società. Nel 2009 ha pubblicato FLOP. BREVE MA VERIDICA STORIA DEL PD (Aliberti Castelvecchi).
Antonio Massari, quarantuno anni, barese, scrive per “il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con “la Repubblica”,“La Stampa”, “il manifesto”, “l’Unità”, “L’espresso”. Ha pubblicato IL CASO DE MAGISTRIS (Aliberti 2008) e CLEMENTINA FORLEO, UN GIUDICE CONTRO (Aliberti 2009).
La libertà di stampa è una di quelle libertà per le quali non può esistere una via intermedia tra massima libertà e dispotismo. Lo aveva capito quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville, il quale, da critico diagnostico della trasformazione democratica delle società moderne, non si faceva scrupolo a confessare la sua ambigua attitudine nei confronti di questa libertà.
Una libertà che diceva di amare non perché un bene in sé ma perché un mezzo che impedisce cose veramente indesiderabili come l´impunità, l’abuso di potere e le tentazioni assolutistiche di chi governa. Proprio perché ogni tentativo di regolare la libertà di stampa si risolverebbe invariabilmente in uno sbilanciamento di potere a favore di chi regola, meglio, molto meglio una libertà senza limiti.
Del resto, chi può decidere su quale sia il limite giusto? E poi, chi controllerà colui che decide sul limite? Per questa ragione, Tocqueville osservava che se i governanti fossero coerenti con la loro proposta di limitare la libertà di stampa per impedirne un uso licenzioso ed esagerato, dovrebbero accettare di sottomettere le loro azioni ai tribunali, di essere monitorati dai giudici in ogni loro atto. Se non amano il tribunale dell’opinione dovrebbero preferire il tribunale vero. Ma questo, oltre che essere irrealistico, comporterebbe se attuato un allungamento della catena di impedimenti fino al punto da asfissiare l’intera società sotto una cappa di controllori e censori. A meno di non ripristinare l’assolutismo di età pre-moderna - un vero assurdo.
L’impossibilità di trovare una giusta limitazione per legge della libertà di stampa sta nel fatto che nei governi che si fondano sull’opinione, come sono quelli rappresentativi e costituzionali, non è possibile sfuggire all’opinione, la quale deve pur formarsi in qualche modo ed essere libera di fluire. È per questa ragione che l’azione del premier contro i due tribunali - la stampa e la magistratura - è in qualche modo anacronistica e assurda. Lo è per questa semplice ragione: nonostante la sua persistente passione censoria, egli vive di pubblico e non può restare celato agli occhi di chi è deputato a preferirlo e perfino amarlo. Il suo desiderio più grande è quindi quello non tanto o semplicemente di mettere il bavaglio alla stampa, ma invece quello di esaltare una forma soltanto di opinione, quella che non fa conoscere ma fa invece ammirare, preferire, amare. Egli vuole quindi l’impossibile: vivere di pubblico senza pubblico.
Poiché il pubblico è formato proprio attraverso diverse opinioni (questo è vero anche quando il pubblico è fatto di consumatori, e l’opinione è pubblicitaria, poiché in fondo anche di dentifrici ce ne sono di vari tipi sul mercato). Ma il premier vuole creare il suo pubblico e vuole che questo solo goda di libera circolazione: questa è l’ambizione assurda dell’assolutismo dispotico nell’era dei media.
Come ha scritto Ezio Mauro a commento dell’attacco in diretta che il premier ha lanciato contro chi aveva ricordato le sue passate dichiarazioni di sostegno agli evasori fiscali (Massimo Giannini) e contro chi aveva mostrato con i dati un suo calo nei consensi (Ipsos e Pagnoncelli), egli vuole «impedire ai giornali di raccontare la verità» per distribuire invece «un’unica verità di Stato». I monarchi assoluti dell’età pre-moderna non avevano a che fare con il pubblico: il decidere liberamente (fuori dai vincoli dell’opinione e del voto) li rendeva, se possibile, meno esposti alla menzogna e se menzogna c’era era all’interno della cerchia di potere nella quale vivevano. Arcana imperii era il nome della politica fatta a porte chiuse in un sistema di potere nel quale non c’era nessun obbligo a tenerle aperte. Ma con l’avvento della politica del consenso - in primis della designazione elettorale dei governanti - questa condizione di libertà ha perso giustificazione e, soprattutto, si è rivelata impossibile. Infatti, per il leader, l’essere scelto, sostenuto, e perfino amato è possibile solo se acquista o si crea un’immagine pubblica, un’immagine che esca dal palazzo e circoli liberamente. La condanna del leader con ambizioni assolutisiche nell’era democratica è quella di non poter più aspirare al potere assoluto mentre i mezzi di cui dispone - la stampa e l’opinione- - alimentano enormemente questa sua aspirazione.
Ecco quindi il paradosso del quale siamo testimoni (e vittime) in Italia: un leader che è stato creato dai media e che per restare al potere deve poter contare sulla pubblicità di quell’immagine vincente, e per tanto su un sostegno acritico dei media stessi. La premessa non detta di questo paradosso è che la verità sarebbe fatale a quell’immagine, e deve per tanto restare celata alla vista e all’udito. Ecco allora che la limitazione della libertà di stampa deve per forza essere più di questo per poter funzionare: deve coinvolgere non soltanto il momento della divulgazione delle opinioni scomode, ma anche quello del reperimento delle informazioni sulle quali quelle opinioni si basano (deve cioè mettere in discussione entrambi i tribunali). Aveva ragione Tocqueville: nella sfera della libertà di stampa non si dà né può darsi una via mediana tra massima libertà e dispotismo, perché una volta imboccata la strada della censura un limite tira l’altro senza che si riesca a vederne la fine.
Il testo finale della manovra di governo per la stabilizzazione finanziaria ha rinunciato a espropriare il ministero dei Beni culturali della competenza sui tagli agli istituti culturali, e ne ha ridotto la portata. Buone notizie? Certo.
Ma, lo ha detto Mario Draghi nella sua importante relazione alla Banca d’Italia, «la correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita», e su questo punto capitale il decreto-legge Tremonti offre ben poco.
La relazione Draghi martella cifre non eludibili: nel biennio 2008-09 il Pil è calato di 6 punti e mezzo, la metà della crescita dei 10 anni precedenti; calano redditi, consumi, esportazioni. Cresce la disoccupazione dei giovani, calano i salari iniziali, crollano le nuove assunzioni, quasi sempre precarie, e «la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto tra i giovani».
A fronte di una situazione tanto drammatica, scrive Draghi, i tagli del governo «si concentrano sui costi di funzionamento delle amministrazioni pubbliche», e ciò proprio quando è necessario «aumentare la produttività della pubblica amministrazione». Secondo il presidente del Consiglio, le dichiarazioni del Governatore sono in piena sintonia con la manovra del Tesoro: ma questo embrassons-nous tanto ottimista non può esser preso sul serio.
La relazione Draghi contiene passaggi assai duri e severi, che danno dell’Italia un’istantanea assai più fedele di quella del governo. Nella situazione presente, «i costi dell’evasione fiscale e della corruzione divengono ancor più insopportabili». In particolare, ricorda Draghi, il 30% della base imponibile dell’Iva viene regolarmente evaso, per oltre 30 miliardi di euro l’anno, cifra che sale vertiginosamente (oltre i 100 miliardi) se si aggiunge l’evasione di altre imposte, come Irpef o Irap. Se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe alcun bisogno di manovre come quella che l’Italia dovrà ora subire.
«L’evasione fiscale è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga e riduce le risorse alle politiche sociali».
È la «macelleria sociale» di cui Draghi ha parlato commentando a braccio il proprio testo scritto: il taglio di oltre un miliardo e mezzo nel biennio al Servizio Sanitario Nazionale è un pezzo, e non il solo, di questa "macelleria".
Fra le vittime della "macelleria sociale" che affligge il Paese, non dimentichiamo il paesaggio, prezioso bene comune che la "manovra" e altre leggi di questa stagione consegnano al saccheggio indiscriminato di speculatori d’ogni sorta, cancellando il Codice dei Beni culturali con norme incostituzionali sul silenzio-assenso, rimaste tali e quali nella versione finale del decreto (si vedano i dati su Repubblica del 31 maggio).
Non dimentichiamo le nostre città in preda a una frenesia costruttiva che non riflette i bisogni di una crescita demografica che non c’è, ma un "investire nel mattone" che vede in prima fila mafie e riciclatori di denaro sporco: cioè i protagonisti di quelle «relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, favorite dalla criminalità organizzata» di cui parla Draghi.
Non dimentichiamo infine il Mezzogiorno, che la manovra del governo (art. 43) consegna legato mani e piedi alla condizione derogatoria di «zona a burocrazia zero» dove non esiste più la pubblica amministrazione, e «i provvedimenti amministrativi di qualsiasi natura ed oggetto avviati su istanza di parte» con riferimento a qualsivoglia «iniziativa produttiva» vengono decise ad arbitrio di un Commissario di governo (e non più dei prefetti, come nella bozza di pochi giorni fa).
Sarà questo il modo di combattere la camorra e la ‘ndrangheta?
E se i 15 miliardi di tagli (nel biennio) a Regioni ed Enti locali sono fatti «ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica» (art 14), come mai la «burocrazia zero» riguarda solo metà dell’Italia? Saranno i Commissari di Governo a risolvere l’annosa questione meridionale imbavagliando le procedure di legge dell’amministrazione ordinaria?
Nella manovra Tremonti e nella relazione Draghi si fronteggiano due Italie ben diverse. L’una e l’altra vogliono, a ragione, la correzione dei conti pubblici. Ma l’Italia di Draghi individua lo strumento primario nella lotta all’evasione e alla corruzione, l’Italia di Tremonti preferisce l’olocausto della pubblica amministrazione (additata al ludibrio come "burocrazia"), il taglio delle risorse a Regioni ed enti locali che possono rimediarvi svendendo il territorio, la promozione di condoni edilizi ed altre misure derogatorie.
L’Italia di Draghi richiede «che l’Unità si celebri progettandone il rafforzamento e garantendone la vitalità», quella di Tremonti mette l’austerità e il sacrificio di tutti al servizio di un federalismo spendaccione e del separatismo leghista.
L’Italia più competitiva che il Governatore della Banca d’Italia ha disegnato richiede una pubblica amministrazione più efficiente, rinsanguata da nuove assunzioni di giovani scelti per competenza e per merito. Richiede la lotta senza quartiere alle mafie e ai loro complici, agli evasori e a chi vi cerca serbatoi elettorali. Richiede di capovolgere la "macelleria sociale" mediante una politica di investimenti sulle nuove generazioni, sulla scuola, l’università e la ricerca. Pretende di non limitarsi a quello che Keynes chiamava «l’incubo del contabile», di mettere sì a posto i conti (partendo dalla lotta all’evasione e alla corruzione e non borseggiando i cittadini), ma con in mente un progetto per un Paese migliore.
La città e i suoi malesseri. La città e la sua storia. Le riflessioni si rincorrono e si scontrano, escono libri, e a Roma, dove si sono appena inaugurati il Maxxi (opera di Zaha Hadid) e il nuovo Macro (firmato da Odile Decq), si annuncia dal 9 al 12 giugno una Festa dell’architettura con quattro giorni di incontri e dibattiti. Titolo: «Mito. Realtà. Progetto. La città dell´architettura è tutta contemporanea, dai Fori alle periferie». Il curatore è Francesco Garofalo, inaugura Alvaro Siza e intervengono, fra gli altri, Eduardo Souto de Moura, Bernard Tschumi, Massimiliano Fuksas, Stefano Boeri, Giovanni Caudo, Franco Purini, Francesco Cellini, Carlo Olmo ed Eyal Weizman.
Tutto questo interesse si manifesta mentre si fa più acuta una contraddizione: chi vive in città - lo ha accertato l´Onu - è diventato maggioranza nel pianeta. Contemporaneamente la città è cambiata fin quasi a essere irriconoscibile. Al punto da indurre uno storico dell´architettura di grande esperienza e lungimiranza, come Leonardo Benevolo, a ipotizzare che si stia chiudendo un ciclo. «Mentre fino a qualche decennio fa distinguere la città dal territorio organizzato diversamente era alla portata di tutti», spiega, «oggi la differenza fra un dentro e un fuori della città è diventata più difficile da percepire. E abbiamo davanti la prospettiva di un’esperienza storica che volge al termine».
Le città si trasformano, eppure poche altre volte come in questi ultimi tempi, la città è stata oggetto di ricerche. Gli urbanisti dialogano con gli economisti. E, insieme, consultano antropologi e sociologi. Molto successo hanno anche in Italia le riflessioni dell’americana Sasskia Sassen, che studia le "città globali", quelle che intrecciano rapporti fra loro al di là degli stati nazionali. O, all´inverso, le indagini dello storico Mike Davis, che analizza gli slum sparsi fra Africa, Centro e Sud America e Asia.
Benevolo, dal canto suo, si produce in una perfetta e simmetrica periodizzazione: «Dietro di noi ci sono due fasi che durano entrambe, grosso modo, cinquemila anni: l’età neolitica e l’età che comincia, fra IV e III millennio a. C., con la nascita della città». Ora questo secondo ciclo sta arrivando a conclusione sotto i nostri occhi. E dopo? «Certo non c’è il vuoto, quel vuoto, per esempio, che si presentava al cospetto dell’uomo del Neolitico».
Una delle caratteristiche che segna per le città un passaggio di stato, è l’elemento della sua finitezza. Le città da alcuni decenni hanno perso il senso del limite. Non solo l’hanno spostato oltre, sempre più oltre, ma l’hanno scavalcato e ora l’ignorano. Fisicamente e concettualmente. Al posto della città c’è la "città diffusa" – un’espressione introdotta da Francesco Indovina negli anni Novanta del Novecento. Anche per un urbanista come Bernardo Secchi, che ha lavorato molto in Italia e poi ad Anversa, Rouen, Rennes e Ginevra e ora è impegnato a Parigi, «stiamo assistendo a un passaggio epocale». Ma la città non scompare, aggiunge Secchi. Inoltre la "città diffusa" è una formula che si riferisce «a situazioni molto differenti. Differentemente declinata nel Veneto, in Lombardia, nelle Marche o nel Salento, nelle Fiandre, in Bretagna o nel nord del Portogallo, a Taiwan o nelle aree interne della Cina».
Fra gli urbanisti le posizioni si divaricano. C’è chi, come Secchi, ritiene che la città diffusa non sia il male assoluto. «La nuova forma di città», spiega, «con la sua grana larga, con i suoi vasti spazi interclusi, inedificati e tuttora destinati all’agricoltura, offre grandi opportunità per politiche che si confrontino seriamente con i problemi ambientali». I danni della dispersione abitativa sono invece sottolineati da Vezio De Lucia, per cinque anni assessore a Napoli, autore di molti piani regolatori e di un libro appena pubblicato, Le mie città (Diabasis, pagg. 210, euro 18). Il prodotto della città diffusa è, a suo giudizio, soprattutto il consumo del suolo, bene irriproducibile. «In Italia il problema del contenimento dell’espansione disordinata della città è sconosciuto», sostiene l’urbanista. «La Germania», aggiunge, «ha elaborato un piano per la riduzione del consumo di suolo da 130 a 30 ettari giornalieri. La Gran Bretagna protegge con le sue green belt, le cinture verdi, un milione e mezzo di ettari - il 12 per cento dell’intero paese - e consente nuove edificazioni a patto di riutilizzare prevalentemente aree già urbanizzate e dismesse. In Francia si evita la dispersione urbana con leggi che impongono di costruire esclusivamente in continuità con le zone urbanizzate».
La città che supera i suoi limiti può farlo in modo regolato oppure affidandosi solo al mercato o, peggio, alla speculazione. Fra Emilia, Lombardia e Veneto la città invade la campagna senza trasmetterle qualità urbana e anzi disseminandola di case, stabilimenti e centri commerciali che le impediscono comunque di restare campagna. Stando ai dati contenuti nel libro curato da Paola Bonora e Pierluigi Cervellati, Per una nuova urbanità dopo l’alluvione immobiliarista (pubblicato da Diabasis) la superficie urbanizzata in Italia tra il 1956 e il 2001 è aumentata del 500 per cento.
Ma la questione, riportata all’Italia, viene condensata in un interrogativo: quanta consapevolezza di questo fenomeno c’è a livello politico? Giuseppe Campos Venuti, fra i più illustri urbanisti italiani, ha dovuto scorrere per tre volte l’elenco dei nuovi assessori della Regione Emilia Romagna per convincersi che non ce n’era nessuno incaricato all’urbanistica. Il racconto della sua stupefatta scoperta l’ha consegnato alle pagine bolognesi di Repubblica, definendo la scelta «sconcertante e incomprensibile». D´altronde, ricorda Campos Venuti, «la società non ama l’urbanistica». E questa espressione l´ha anche usata per intitolare un capitolo del libro-intervista che ha appena pubblicato, Città senza cultura (Laterza, pagg. 190, euro 12, a cura di Federico Oliva).
Non sono solo gli urbanisti a interrogarsi sulla questione urbana. L’economista Antonio Calafati, professore ad Ancona, sostiene che «in Italia non ci sono più città, ma sistemi urbani, nei quali le città storiche si sono dissolte». È accaduto al Nord, nelle zone industriali, aggiunge Calafati, ma persino in quelle marginali. A questo fenomeno, però, non ha corrisposto una integrazione istituzionale. Sono rimasti in piedi le competenze dei singoli comuni, poi della provincia, anzi delle province, infine delle regioni. Queste aree che si andavano formando, insiste Calafati, non hanno governo. Non hanno strategie né progetti. Non sono luoghi, a differenza di altre realtà europee, che agevolino sviluppo economico. Insomma, consumano suolo, ma non sono occasioni di crescita. Calafati ha da poco pubblicato un libro su questi argomenti, si intitola Economie in cerca di città (Donzelli, pagg. 147, euro 25). La questione urbana, sostiene, «dovrebbe essere affrontata con urgenza, in quanto costituisce una delle principali ragioni del declino economico del paese». E così le città, che nella storia sono sempre state il luogo dell’innovazione, ridotte in Italia a sistemi urbani senza governo, l’innovazione rischiano di frenarla.
A causa di un’interpretazione perversa, nichilista e schizofrenica della globalizzazione, l’architettura sta rinunciando a tre suoi storici principi: quello di modificare il contesto urbano con un disegno razionale e socialmente condiviso; quello di lavorare anche nella piccola dimensione e, infine, quello di intendere la costruzione come metafora di lunga durata. È quanto denuncia Vittorio Gregotti in Tre forme di architettura mancata (Einaudi).
Sono considerazioni veritiere, frutto di un’analisi attenta delle trasformazioni in atto nelle città del mondo.
La prima rinuncia riguarda il disegno, ovvero lo strumento di mediazione tra pensiero e azione costruttiva, «ridotto oggi a design», così come l’architettura è ridotta a immagine al servizio del consumo e del consenso. Tra le cause che hanno portato a questa condizione Gregotti ne evidenzia, in particolare, due. Una è l’estensione del termine «creatività» a qualunque fenomeno e la sua identificazione con la «diversità» o la «bizzarria». Aspetti, questi, che portano a privilegiare i progetti più mercificabili perché rispondenti ai criteri di spettacolarizzazione (come studiati da Guy Debord). Gregotti rivolge a questo atteggiamento la critica di Kristeller: «Nel mondo esistono molte idee originali, che però sono inutili o persino dannose». La seconda causa che ha portato alla prima rinuncia è la feticizzazione dei nuovi mezzi di rappresentazione. Gregotti ritiene che i nuovi mezzi messi a disposizione dalla rete e dal broadcast non abbiano ancora «trovato una relazione con i processi di costituzione del progetto».
La seconda rinuncia dell’architettura contemporanea, indotta dalla predilezione accordata oggi ai flussi immateriali e al consumo, è la negazione con la storia e con i luoghi come territori della memoria da trasformare nel dettaglio. In sostituzione a questa relazione assistiamo al trionfo del colossale, diventato quasi un’esibizione fallica del potere. Si tratta di una «bigness» architettonica (il grattacielo più alto, più storto, ruotante...) che nulla ha a che vedere con le cosiddette sette meraviglie, o colossi, del mondo antico, ma è espressione di «potere violento», come si mostra nei Paesi asiatici, dagli Emirati alla ex Unione sovietica. Solo rivalutando l’importanza del contesto, «proprio perché viviamo un’età di incertezza dei fondamenti e delle regole», e solo affidando la trasformazione al disegno al di fuori di un uso ideologico possiamo riassumere una «responsabilità di lunga durata». Accettando di essere solo rispecchiamento del nichilismo contemporaneo (quasi una nemesi per il pensiero di sinistra che aveva sostenuto la «teoria dell’arte come rispecchiamento» di Lukács, e questa è una possibile prima obiezione alle «tre rinunce») l’architettura si presenta come mera merce comunicativa, rinunciando a quel cammino di rischiaramento proposto dal Razionalismo così come va definendosi tra il 1910 e il 1933 e che trova la sua genesi già nel Settecento utopistico di Ledoux.
Infine, lo «scostamento» verso un’idea di arte come appagamento delle emozioni sottrae all’architettura una terza caratteristica sua propria: quella di essere una «metafora dell’eternità» come fu dalle origini, siano esse fissate nella capanna primitiva di Laugier o nel vitruviano radunarsi degli uomini intorno al fuoco.
L’architettura, dunque— come scrive Gregotti —, è diventata «landmark», oggetto di arredo urbano, «brand», packaging, mezzo per creare consenso politico (questo, che ora si chiama marketing urbano, non è però una novità) ecc. ecc. Ma perché oggi avviene questa triplice dissociazione tra l’architettura e la sua tradizione?
Credo non inopportuno provare a tracciare qualche risposta come avvio di un discorso sull’analisi di Gregotti.
Anzitutto perché l’attuale «società liquida» è dissociata, schizofrenica, giunta alla creazione di cellule artificiali, corpi transgenici, organizzazioni post famigliari, sistemi a obsolescenza rapidissima e molto altro ancora. L’architettura, che come diceva il filosofo progressista Enzo Paci in Relazioni e significati, deve ogni volta rifare i conti con la Lebenswelt, con «il mondo della vita», poteva o doveva restare impermeabile a tutto ciò (seconda obiezione alle «tre rinunce»)?
L’architettura, proprio perché opera su un territorio della memoria (la conservazione delle tracce materiali mi sembra una consapevolezza abbastanza raggiunta), è chiamata a lasciare una testimonianza formale anche di questa nostra stagione, per quanto perversa possa essere. Altri conserveranno o cancelleranno questi nostri segni.
Bene, ma l’architettura, ha detto altrove Gregotti, può assumersi però il compito di porsi come attività di critica operativa verso questa società, proprio partendo— con una ipotesi di lavoro che era un tempo patrimonio della destra conservatrice— dal rispetto per la propria tradizione. Questo è il coraggioso obiettivo di Gregotti. Ma come realizzarlo non solo a parole? Un muro dritto e spoglio, anziché storto e colorato, ci farà essere uomini migliori come pensava Rousseau nel 1747? «Lo sforzo progettuale — scrive come messaggio in bottiglia Gregotti — si dovrebbe concentrare sempre intorno alla ricerca di un principio insediativo che facesse spazio al nuovo come ragionevole dialettica nei confronti del contesto, si proponesse radicalmente diverso nei principi anziché nella morfologia decorativa... e al riparo dalla ridondanza... Un’architettura nobilmente semplice».
«Nobile semplicità», come obiettivo dell’arte: l’aveva già scritto Winckelmann nel 1746. Ma quanta alta ambizione c’è nell’affidare all’architettura un ruolo da protagonista nella trasformazione sociale, chiedendole di non cedere al soddisfacimento di desideri semplici (come invitava invece a fare il filosofo marxista Ernst Bloch in Il principio speranza, terza possibile obiezione alle «tre rinunce»)! In una civiltà che abbandona anche il «principio d’individuazione» del singolo individuo, l’architettura dovrebbe non mollare Alberti e Vitruvio e farsi quasi braccio operativo delle «scienze sociali». Rischiando di tornare ad essere persino una «istituzione totale», pericolo mostrato dal filosofo filo maoista Michel Foucault (quarta obiezione alle «tre rinunce»). In questa prospettiva c’è qualcosa di glorioso e nobile per l’architettura, che la rende autonoma nelle scelte rispetto alle altre discipline, ma anche eteronoma rispetto agli scopi da raggiungere.
Sono state usate le parole giuste e forti per denunciare quel vero attentato all’ordine democratico rappresentato dalle nuove norme sulle intercettazioni. Un’opinione pubblica si è manifestata, ha occupato la scena politica e ad essa soltanto si deve quel mutamento di linea del governo che, pur essendo del tutto inadeguato, mai sarebbe venuto se ancora una volta avessero prevalso gli spiriti deboli e i cultori della moderazione sempre e ovunque. Ma un grave danno culturale è stato comunque provocato. Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava "Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi", sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere.
Non è un esito paradossale. È il risultato di una riflessione sociale. Un’opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l’immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola. Da qui la reazione estrema, "intercettateci tutti", che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l’ennesimo delitto della ‘ndrangheta, "ammazzateci tutti".
Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata. Dico per l’ennesima volta che l’"uomo di vetro" è immagine nazista, è l’argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un "cattivo cittadino" sul quale lo Stato autoritario esercita le sue vendette.
È un argomento, dunque, da non usare mai, così come mai si deve ricorrere al suo opposto, all’uso strumentale della difesa della privacy per occultare comportamenti illegali o socialmente inaccettabili, per negare la trasparenza e la controllabilità dell’esercizio d´ogni potere. Entrambi questi atteggiamenti screditano la privacy agli occhi dei cittadini e occultano la realtà. Una realtà che, in questi anni, ha conosciuto gravi limitazioni della privacy dei dipendenti pubblici e il capovolgimento dell’impostazione con la quale si era cercato di mettere le persone al riparo dai disturbatori telefonici che invadono con pubblicità sgradite la sfera privata. Dopo aver ridotto la privacy di milioni di persone, ora la maggioranza si fa paladina di quella di un ceto indifendibile, cercando di cancellare quanto già è scritto nell’art. 6 del Codice sull’attività giornalistica: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici. In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza. E la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sottolineato con forza che questa essenziale esigenza democratica può rendere legittima anche la pubblicazione di notizie coperte dal segreto. L’opposto di quel che si cerca di fare in Italia.
La privacy, dunque, conosce diversi livelli di protezione. E non corrisponde alla realtà dei fatti sostenere che la tutela ha funzionato solo a favore dei vip. Prima di fare affermazioni del genere bisognerebbe dare un´occhiata all´attività passata e presente del Garante e si scoprirebbe che i casi riguardanti i cosiddetti vip sono una percentuale davvero minima e che l´attività nel suo insieme è volta a garantire proprio la "gente comune". Un lavoro sempre più difficile, che non può essere screditato con qualche sprezzante formula liquidatoria, ma che dovrebbe essere accompagnato da una attenzione che dia alle persone la consapevolezza dei loro diritti.
La privacy non è più soltanto il diritto d’essere lasciato solo, di allontanare lo sguardo indesiderato. È sempre di più uno strumento essenziale perché non si debba vivere in una società del controllo, della sorveglianza, della selezione sociale. Servono, dunque, strategie adeguate per contrastare la bulimia informativa di poteri pubblici e privati, per sottrarsi allo "tsunami digitale" che si sta abbattendo sulle persone.
La prima mossa riguarda l’osservanza del principio che limita la raccolta delle informazioni personali a quelle strettamente necessarie per raggiungere una determinata finalità. Una indicazione importante viene dal programma del nuovo governo britannico, che ha scelto una strada del tutto opposta a quella che, negli ultimi anni, stava trasformando l’Inghilterra in una società della sorveglianza. Ecco allora lo stop alla carta d’identità e al passaporto biometrico, alla creazione di banche dati del Dna senza garanzie adeguate, alla raccolta delle impronte digitali dei bambini senza il consenso dei genitori, alla videosorveglianza a tappeto, alla conservazione generalizzata dei dati riguardanti l’accesso a Internet e la posta elettronica, a tutte le misure restrittive introdotte con il pretesto della lotta al terrorismo. I nostri garantisti a corrente alternata daranno un’occhiata a queste pagine, significativamente intitolate "libertà civili"?
La privacy assume così le sembianze di altri specifici diritti. Diritto all’oblio, dunque a ottenere la cancellazione di dati che non debbono seguirci per tutta la vita (un diritto particolarmente importante nel tempo delle reti sociali, di Facebook). Diritto di "rendere silenzioso il chip", vale a dire potere individuale di disconnettersi da una serie di apparati tecnologici di controllo. Diritto all’anonimato, che può essere essenziale per la libertà di espressione, come ha appena sostenuto la Corte suprema di Israele scrivendo che esso offre una tutela importante per chi vuole esprimere opinioni non ortodosse.
Uno sprazzo di questa consapevolezza tecnologica si ritrova persino nell’orrendo testo in discussione al Senato, dove si prevede che, per ottenere i tabulati telefonici, sia necessaria la stessa autorizzazione richiesta per le intercettazioni. Una scelta corretta. Infatti i tabulati, pur non fornendo i contenuti delle conversazioni, rivelano una serie di informazioni (nome del chiamante e del chiamato, luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) che consente di ricostruire l´intera rete delle relazioni personali, politiche, economiche, religiose di tutti. E, mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell’aver telefonato ad una persona.
Queste sono alcune delle strade da seguire se davvero si vuole tutelare la privacy delle persone, ormai identificata con la libera costruzione della personalità, con il potere di controllare chiunque usi le nostre informazioni, con il rifiuto di sottostare a pretese ammantate di sicurezza o efficienza del mercato. Qui si gioca la vera partita. Anche per questo dobbiamo uscire dalla trappola allestita da chi vuole trasformare la privacy in difesa del nudo potere.
Chi ha protetto la cricca degli appalti aveva un compito preciso: costruire una rete di altissimi dirigenti di governo in grado di sopravvivere ai cambi di coalizione. Questo emerge dalle indagini. Dopo Mani pulite, che negli anni Novanta aveva spazzato via boiardi e faccendieri, qualcuno ha voluto ricostituire la squadra. E soprattutto riconquistare il controllo su soldi pubblici, contratti e imprese. Così è successo. Una struttura parallela dentro e fuori i ministeri. E, se necessario, dentro e fuori la legge. Qualcosa che puzza di massoneria o almeno di accordi stretti al di sopra dello Stato. Un'entità in grado di determinare i costi e gli indirizzi della politica. Un'ombra che ha indotto perfino il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a firmare inconsapevolmente atti contrari alle norme.
I soldi di Diego Anemone serviti a comprare appartamenti di lusso ai familiari dei grand commis Ercole Incalza e Angelo Balducci e al ministro dimissionario Claudio Scajola: quei soldi potrebbero essere soltanto i rivoli di un fiume carsico di denaro e potere.
L'espresso" ha provato a ripercorrerlo controcorrente. Ed è risalito a un anno chiave: il 2001. In quel periodo l'allora ministro alle Infrastrutture, Pietro Lunardi, sostituisce tre capidipartimento dei Trasporti con tre funzionari dei Lavori pubblici, nonostante la differente specializzazione. E un collega nel governo, Franco Frattini, in quegli anni ministro per la Funzione pubblica e per il Coordinamento dei servizi di intelligence, prova a fermarlo. Ma il suo tentativo viene spazzato via. L'imprenditore dei grandi appalti prestato alla politica, Lunardi, vince sull'esponente di Forza Italia. E in una lettera del 10 ottobre 2002, scoperta da "L'espresso", Frattini esprime "serio disappunto" (la lettera è sul nostro sito www.epressonline.it).
Da allora nessuno ha più fermato la cricca. Nemmeno il successivo governo di centrosinistra. Con i ministri Antonio Di Pietro e Francesco Rutelli: già nel 2007 il leader dell'Idv rimuove Balducci dal posto di presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e in due settimane Rutelli gli inventa un incarico al ministero dei Beni culturali e del Turismo, in via della Ferratella a Roma, che presto diventerà quartier generale del partito del malaffare. Perché nessuno avverte Rutelli? Il Consiglio dei ministri doveva essere già bene informato sull'esistenza della banda.
Nel gennaio 2007 il ministro Di Pietro riceve infatti l'ennesima denuncia di alcuni imprenditori su presunte irregolarità nel pagamento di un appalto, per opere affidate come commissario al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso: per quei lavori l'alter ego di Balducci, Claudio Rinaldi, e altri funzionari avrebbero proposto compensi con assegni privati. "Anche per questo ho spostato Balducci e Rinaldi", dice Di Pietro a "L'espresso". Nonostante l'esposto e la rimozione, però, Balducci rinasce subito grazie a Rutelli. E nel marzo 2008, un anno dopo, il premier Romano Prodi concede per decreto a Bertolaso la possibilità di mettere proprio Balducci a capo dei super appalti per il G8 sull'isola della Maddalena. Ed è quello che avviene. Bertolaso sceglie da solo? La riconversione dell'Arsenale è il fiore all'occhiello dell'operazione. Ma si trasformerà in uno scempio di denaro pubblico. Spese folli e nomine sospette che, come hanno scoperto le procure di Firenze e Perugia, proseguiranno sotto il successivo governo di Silvio Berlusconi e il controllo di Gianni Letta.
La lettera di Frattini, attuale ministro degli Esteri, è indirizzata a uno dei capidipartimento sostituiti da Lunardi nel 2001. "Egregio ingegnere", scrive Franco Frattini in poche righe su carta del ministero, "comprendo bene il suo fondato rammarico. Lei sa bene che sono intervenuto personalmente, senza risultato positivo, e ciò evidentemente ha determinato un serio disappunto".
"L'espresso" ha rintracciato l'ingegnere: Bruno Salvi, ora in pensione. Salvi ha fatto parte della commissione tecnica ministeriale sull'incidente di Linate dell'8 ottobre 2001 ed era capo del dipartimento per l'Aviazione civile. Prima di andarsene dall'amministrazione, il dirigente generale ha vinto la causa contro il decreto di revoca del suo incarico. Revoca firmata dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e controfirmata da Berlusconi e Lunardi, in quegli anni assistito dal capo di gabinetto Claudio Gelati. Il presidente della Repubblica non ha competenza diretta. Ma qualcuno al Quirinale gli ha presentato il fascicolo per farglielo siglare. Atto che poi il Tribunale del lavoro ha giudicato irregolare tanto da stabilire il reintegro e il risarcimento di Salvi.
C'è un altro provvedimento di Lunardi che incrementa il potere di Balducci e il guadagno dei suoi affiliati. È il 17 febbraio 2006 e il ministro con una firma ordina un nuovo ribaltamento delle regole del ministero. Da quel giorno le gare di appalto che riguardano caserme, uffici e infrastrutture della Guardia di finanza non verranno più sottoposte al controllo dei provveditorati regionali. Verranno tutte gestite dal provveditorato di Lazio, Abruzzo e Sardegna. Cioè dall'ufficio del pupillo di Balducci, Claudio Rinaldi. Sempre Lunardi, cambiando le norme in vigore, dispone che anche le opere di importo inferiore ai 25 milioni siano sottoposte al parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Cioè Balducci.
Sarà un caso ma proprio quei contratti per le caserme della Guardia di finanza faranno incrementare di decine di milioni in pochi anni i bilanci delle imprese di Diego Anemone, che ormai si muovono e incassano in simbiosi con Balducci. Lunardi firma il provvedimento due giorni dopo la riunione di coordinamento con il presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, il direttore Valeria Olivieri che dovrebbe controllare l'ufficio di Rinaldi e, sentite un po', l'allora sottocapo di Stato maggiore della guardia di finanza, il generale Paolo Poletti, attuale vicedirettore dell'Aisi. È il servizio segreto interno, nel quale lavora l'altro generale della finanza, Francesco Pittorru, destinatario con la figlia Claudia di assegni del giro Anemone. Le coincidenze sono sempre più interessanti. Perché negli stessi anni Lunardi compra dal Vaticano una palazzina in centro a Roma, in via dei Prefetti, di proprietà di Propaganda Fide di cui Balducci è "consultore", cioè amministratore immobiliare. E affida ad Anemone i lavori di ristrutturazione di cui, sostiene l'ex ministro, ha le fatture. Per essere completamente trasparente Lunardi potrebbe ora mostrare pubblicamente gli estratti conto da cui risultano i pagamenti.
Nell'enigmatico elenco dei lavori personali eseguiti da Anemone, risulta invece un "Poletti-via Ofanto". Se fosse il generale amico di Balducci, potrebbe comunque essere un appalto istituzionale visto che si tratta della casa del numero due del servizio segreto. Tra le tante coincidenze, "L'espresso" ha invece chiesto a Di Pietro come mai non abbia avvertito Rutelli e Prodi dei suoi sospetti su Balducci. E su Rinaldi, poi nominato commissario delegato per i Mondiali di nuoto 2009: un piano di finanziamenti e deroghe di cui ha beneficiato il Salaria sport village, il circolo di proprietà Anemone e Balducci, frequentato da Bertolaso e vip della politica. Di Pietro sostiene che il suo ruolo di testimone nell'inchiesta gli impedisce di rispondere.
Ricorda invece bene quei giorni del 2001 Bruno Salvi. "Avvenne una rivoluzione e una espropriazione", racconta Salvi: "La rivoluzione determinò l'eliminazione dei tre capi dipartimento del settore Trasporti. Due diedero le dimissioni per conservare le competenze accessorie per la pensione. Io chiesi un consiglio all'allora ministro per la Funzione pubblica, che era Frattini e che tuttora ringrazio con rinnovata stima. Il ministro mi suggerì di non andare via perché, cito le sue parole, nessuno si sarebbe potuto privare della mia esperienza in materia di trasporto aereo. Risposi: obbedisco". Frattini, però, non riesce a fermare Lunardi. "Tutti i capidipartimento furono rimossi per assegnare le funzioni a dirigenti, alcuni promossi nell'occasione, dell'ex ministero dei Lavori pubblici", continua Salvi: "L'epurazione proseguì con la rimozione del direttore del personale.
Ma fu anche politica. Il viceministro Mario Tassone fu collocato all'Eur, lontano dalla sede del ministero. L'operazione si estese alla costituzione del gabinetto del ministro che registrò l'assenza di personale qualificato dei Trasporti civili. Ne fecero parte il generale dell'aeronautica Andrea Fornasiero, il dottor Vito Riggio poi nominato presidente dell'Enac e l'ingegner Ercole Incalza". Fornasiero, estraneo alle indagini in corso, è conosciuto per la sua stretta amicizia con il costruttore Salvatore Ligresti. I contatti di Riggio con la cricca emergono dalle telefonate tra il coordinatore del Pdl Denis Verdini e l'imprenditore Riccardo Fusi. Di Ercole Incalza, l'attuale ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli ha da poco respinto le dimissioni: l'alto funzionario, già indagato durante Mani pulite, le aveva presentate dopo la scoperta che il marito della figlia avrebbe comprato un appartamento con l'aggiunta di 520 mila euro girati dall'architetto di Anemone, Angelo Zampolini.
Gli appalti aeronautici sono un altro settore di grande interesse. Negli anni '90, durante l'ampliamento di Fiumicino, Salvi paga il suo rifiuto a gonfiare le spese con il carcere, grazie a un'accusa di concussione smentita durante il processo e completamente inventata da un imprenditore che voleva toglierselo di mezzo. Altre gravi irregolarità emergono durante l'inchiesta sull'incidente di Linate e il mancato funzionamento del radar di terra. E anche qui sono in gioco appalti segretati, come quelli gestiti dalla coppia Bertolaso-Balducci per il G8. "La segretazione non serve per nascondere l'appalto, ma chi lo fornisce", dice Salvi: "In quei giorni si indagava sull'Enav, l'ente di assistenza al volo. Il pm di Milano mi aveva chiesto una relazione sull'effetto della segretazione sui costi. La differenza tra i prezzi di mercato degli stessi apparati rispetto a quelli sostenuti dall'Enav, riferita a 41 impianti, superava i 130 miliardi di vecchie lire". Proprio in questi giorni sull'Enav ha aperto un'inchiesta la Procura di Roma. Riguarderebbe l'allontanamento di un manager addetto al controllo dei conti e l'assunzione in ruoli chiave dei soliti amici degli amici. Tra i nomi, Luca Iafolla. Chi è? Il papà si chiama Claudio. È il capo di gabinetto del ministro Matteoli. Sempre la solita coincidenza all'ombra della cricca.
Era già tutto scritto in un romanzo, «Nelle mani giuste», uscito nel 2005, nell’indifferenza generale. Nonostante fosse il seguito del capolavoro di Giancarlo De Cataldo, «Romanzo Criminale». C’era già tutto, con precisione impressionante: le trattative fra Stato e mafia, le bombe il «papello», perfino il misterioso «signor Franco».
Come poteva sapere, De Cataldo? Intuito di romanziere, esperienza di magistrato o qualche «gola profonda»?
«Letture e logica. Non ho avuto fonti privilegiate. Mi sono documentato sui giornali dell’epoca, con gli atti del processo di Firenze, dove c’era già quasi tutto, con il libro «La trattativa» di Maurizio Torrealta e il fondamentale rapporto del Copaco del 1995, scritto dal senatore Massimo Brutti dei Ds, che è la più completa inchiesta sui servizi deviati mai fatta. La verità è che molti dei misteri del ‘92 e ‘93 non sono poi tali. Tutto si svolse sotto gli occhi di tanti, per non dire di tutti: soltanto che nessuno volle o seppe vedere»
Chi non volle e chi non seppe vedere?
«Non vollero vedere molti apparati dello Stato. Non seppe vedere la sinistra. L’aspetto che mi ha più sconvolto, nei mesi di ricerca per scrivere il romanzo, erano le molte e dettagliate "profezie" su quanto stava per accadere. Il 6 marzo ‘92 Elio Ciolini, personaggio legato ai servizi deviati e alla P2, annuncia che ci sarà un assassinio politico e si darà la colpa alla mafia. Nessuno lo prende sul serio, ma sei giorni dopo uccidono Salvo Lima. Tutti tornano da Ciolini e lui rincara la dose: ora ci saranno altri botti. Ma non è il solo. Anche Vittorio Sbardella parla di "un bel botto", negli stessi giorni. Gli attentati del ‘93 sono le stragi più annunciate nella storia delle stragi».
Chi doveva ascoltare gli avvertimenti, i governi Amato e Ciampi, la sinistra?
«A sinistra c’era un’euforia da vittoria sicura. È incredibile quanto si sia sottovalutata la minaccia dei vecchi apparati»
Nel suo romanzo c’è un personaggio della prima repubblica che avverte il senatore di sinistra Argenti: non crederete che vi lasceremo vincere senza inventarci nulla?
«È un episodio reale, che mi è stato raccontato dal senatore Brutti. Ma quando parlo di sottovalutazione da parte della sinistra, non mi riferisco soltanto ai politici, ma anche alla cosiddetta società civile, compresi noi magistrati democratici. Non avevamo capito nulla delle stragi di Falcone e Borsellino. Diciamo la verità, molti di noi pensavamo che Sciascia avesse ragione quando li identificava nei professionisti dell’antimafia. A molti di noi sembravano malati di protagonismo. Non avevamo capito che Falcone e Borsellino avevano scoperto qualcosa di enorme, erano andati al di là della nostra immaginazione»
Torniamo all’invenzione per fermare la sinistra, all’entità, al «nuovo assetto politico» di cui parla il procuratore Grasso. A Berlusconi e a Forza Italia, insomma.
«Sì, certo, ovvio. L’invenzione è Berlusconi. Non il miliardario solitario e geniale, ma l’espressione di un gruppo di potere della prima repubblica in cerca di una figura moderna e simbolica in cui incarnarsi. Questo però non significa che Berlusconi c’entri con le bombe. Diciamo che hanno lavorato delle sinergie».
Perché cominciano e perché finiscono le stragi?
«Per rispondere a questa domanda bisogna capire che cos’è davvero successo intorno all’ultimo attentato fallito, quello all’Olimpico, nell´ottobre del ‘93, che doveva fare strage di un centinaio di carabinieri».
Gli atti dicono che il timer non ha funzionato.
«Sì, ma perché allora la mafia non lo replica? Perché non si sono mai trovati né l’auto né l’esplosivo? La spiegazione più ragionevole è che la mafia abbia ottenuto ciò che si proponeva con le stragi, o quello che si proponevano i suoi alleati politici»
La banda della Magliana gioca un ruolo importante nei misteri italiani. Dopo tanti anni, che idea s’è fatto di questo ruolo?
«Nel ‘93 la banda non c’è più, ma il mistero continua. De Pedis seppellito a Sant’Apollinare, il rapimento di Emanuela Orlandi. Che cosa c’entrava una banda di criminali romani con tutto questo e con le stragi, l’assassinio di Rosone compiuto materialmente da Abbruciati, l’affare Moro e tanto altro? È la stessa domanda che circonda gli attentati del ‘93: chiunque si sia occupato nella vita di mafia sa che è impossibile per gente come Riina e Provenzano anche soltanto immaginare un attentato agli Uffizi o al Velabro se non sulla base di uno scambio di favori con qualche entità esterna».
Secondo la sua esperienza di magistrato e scrittore, si può scoprire ancora qualcosa sulla strada dell’inchiesta?
«No. Magistrati e giornalisti hanno scoperto tutto quanto si potesse scoprire, hanno fatto un grandissimo lavoro. L’unica possibilità di arrivare alla verità ultima è che si muova la politica: Ci vorrebbe una commissione parlamentare».
Ma una commissione parlamentare non ha gli stessi poteri della magistratura?
«Penso a una commissione parlamentare come quella sull’apartheid in Sudafrica, che accerti la verità senza il potere sanzionatorio. In questo modo molti, garantiti, oggi si metterebbero a raccontare. È certo penoso rinunciare a fare giustizia. Ma qui bisogna scegliere se fare giustizia o conoscere tutta la verità. E ormai, persa la prima speranza, non rimane che la seconda».
Quanto costa a' funtana? chiedeva a Totò l'emigrante rimpatriato. Oggi la finzione comica diventa realtà: perché quella stessa domanda la stanno facendo sindaci di comuni grandi e piccoli di fronte al federalismo demaniale. Solo che, adesso, al posto di Totò e Nino Taranto ci sono Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, e invece della Fontana di Trevi si tratta sul prezzo di caserme abbandonate, fabbriche dismesse, terreni incolti, aeroporti, moli in disuso. Nonostante le apparenze, un ricchissimo buffet da 3,2 miliardi di euro. E mentre nei Comuni tirano fuori le calcolatrici, in Regione i governatori si scervellano per un'eredità più impegnativa: laghi, fiumi, monti, spiagge e miniere. Da oggi toccherà a loro capire cosa farne.
Di primo acchito un fiume può sembrare un affare, e una caserma abbandonata una fregatura. In realtà nelle mani dei Comuni è stato consegnato un vero e proprio tesoretto. Perché grazie alla formula magica del "cambio di destinazione d'uso" al Catasto, una zucca può diventare una carrozza, o per meglio dire una vecchia polveriera senza futuro può diventare un esclusivo resort da gestire, o da rivendere. "I tre miliardi in beni demaniali ceduti dallo Stato possono facilmente raddoppiare, triplicare e perfino quadruplicare il proprio valore", spiega Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica per l'attuazione del federalismo fiscale. Lo sanno bene gli amministratori locali, tanto che - nonostante il menu dei beni da passare agli enti locali non sia ancora pronto - al Demanio già vanno a batter cassa.
Come a Napoli, dove l'assessore al Patrimonio Marcello D'Aponte vorrebbe mettere le mani su uno dei simboli della città: Castel dell'Ovo. "Lì abbiamo già parecchi uffici per i quali paghiamo un fitto salato. Tutti soldi che potremmo risparmiare se tornasse a noi". A meno che qualcuno a Palazzo San Giacomo non ci voglia poi lucrare sopra. Secondo voci che girano al consiglio comunale, infatti, ci sarebbe già un potenziale acquirente: niente meno che Quentin Tarantino, il regista italoamericano, pronto a fare un'offerta in nome delle sue radici. A Roma, invece, Gianni Alemanno si frega le mani in attesa di vedersi assegnare le caserme di cui pullula la città. Soprattutto quelle di Prati, zona fra le più prestigiose della capitale: qui le case si vendono dai 6.500 agli 8.500 euro al metro quadro. Ma anche più in periferia i progetti del sindaco non mancano. A Tor di Quinto - se la città si aggiudicasse le Olimpiadi 2020 - un bel pezzo di zona militare potrebbe finire per ospitare il villaggio olimpico. Ancora, a Ferrara la vecchia caserma di Cisterna del Follo è pronta a diventare il parcheggio della zona medievale. A Brescia, il vicesindaco leghista Fabio Rolfi per la nuova vita dell'ennesima caserma (la Randaccio) ha in mente un campus universitario.
Il business della devolution non finisce solo nelle casse dei comuni, ma anche nelle tasche di chi ha fiuto per gli affari. Perché spesso i sindaci, quando si tratta di far soldi, preferiscono affidarsi a un privato. Sempre a Napoli, ad esempio, al comune fa gola il vecchio Hotel Londra di piazza Municipio (anche se poi toccherebbe sfrattare i magistrati del Tar): "Io lo farei tornare un albergo, per darlo in gestione a un privato", confessa D'Aponte. Ma quando li vogliono maledetti e subito, fiaccati dai tagli tremontiani di ieri, oggi e domani, ai nostri sindaci non resta che vendere.
Ed è qui che il federalismo demaniale si fa più opaco. "Noi attribuiamo beni del patrimonio statale ai Comuni e alle Regioni, che poi potranno venderli o fare accordi con gli immobiliaristi", avverte Bruno Tabacci di Alleanza per l'Italia, "il che si presta ad ambiguità già viste, come le cricche, le cerchie di amici, il sistema protezione civile". Per ogni palazzinaro che ci guadagna, però, c'è anche un fondo immobiliare che si sente tagliato fuori dal business. Loro credevano che si sarebbero visti affidare edifici e terreni ex demaniali per tradurli in finanza. Ma Tremonti ha chiuso loro la porta in faccia in favore di una creatura di sua invenzione: il fondo immobiliare chiuso a prevalente capitale pubblico. Ossia tanti piccoli fondi immobiliari dove ci sarà spazio solo per i soldi degli enti locali, e un po' per quelli di banche e fondazioni. In alternativa, toccherà rivolgersi al feudo tremontiano della Cassa depositi e prestiti.
Il tesoretto federalista, però, non è per tutti: il Comune grande prospera alle spalle del piccolo. Lo dimostrano i dati ottenuti dal senatore Marco Stradiotto, l'unico che sia riuscito ad ottenere la lista dei beni che il demanio trasferirà alla sua regione, il Veneto. Qui, su 581 Comuni, appena 103 riceveranno qualcosa. Ma la parte del leone la farà Venezia con la sua Provincia, che assorbirà 146 milioni in immobili e terreni, ossia più della metà di tutta la regione. Fra questi spicca l'antichissima ex caserma Guglielmo Pepe del Lido, che a Ca' Farsetti sognavano da tempo - già valutata, così com'è, 24 milioni e mezzo di euro. Ai ricchi tutte le fortune: a Cortina D'Ampezzo potranno andare a pescare dalla lista demaniale addirittura uno dei loro gioielli, il Monte Cristallo, valutato - incredibilmente - poco più di 250 mila euro. "Per me federalismo significa equità, e questo federalismo demaniale non è equo", lamenta Stradiotto: "Ci vorrebbe un fondo perequativo a livello centrale, per aiutare i Comuni svantaggiati". Anzi, la manna diventa mannaia: i tagli di Tremonti colpiscono in egual misura chi ha avuto tanto e chi niente. Il che è vero in ogni regione, ma è ancor più vero nel confronto fra Nord e Sud. Se infatti si leggono le stime del Demanio, ne emerge che le regioni settentrionali più il Lazio si prenderanno il 65 per cento dell'intero tesoro. Agli altri le briciole. Ad altri ancora, zero: i Comuni in stato di dissesto non potranno partecipare al banchetto. Come Taranto, Enna o Velletri.
"Abbiamo provato in tutti i modi a offrire una compensazione ai Comuni più sfortunati", racconta l'onorevole Enrico La Loggia, presidente della bicamerale sul federalismo, "ma c'era un problema tecnico insuperabile: alla fine sarebbero arrivati loro solo pochi euro. Per questo abbiamo chiesto al governo di trattenere una parte di quanto gli spetta (il 25 per cento di ogni euro incassato per la vendita d'immobili e terreni) per rendere questo federalismo più solidale".
Il federalismo non tocca solo i primi cittadini. Anche i presidenti delle Regioni possono contare sui gentili omaggi della politica romana, seppur in modo diverso: a loro andranno i beni demaniali, quelli che si possono solo gestire e non vendere per far cassa. A partire dalle spiagge, scrigno di quei preziosi canoni che i lidi pagano per montare cabine e ombrelloni. "Con la gestione diretta da parte dei governatori", spiega Riccardo Borgo, presidente del Sib, il sindacato dei balneari, "mi aspetto che le regioni possano farsi concorrenza fra loro, giocando sulla leva dei canoni e la durata delle concessioni". Previsione che già si sta rivelando azzeccata. Se il governatore ligure, Claudio Burlando, fa saper di voler venire incontro agli imprenditori turistici riducendo il canone il più possibile (in questo seguìto a ruota dal collega veneto Luca Zaia), l'assessore al Turismo laziale, Stefano Zappalà, non ha timore nel preannunciare un aumento.
Per Zaia, spiagge lo sono anche le sponde del Piave. Il fiume che mormorava, oggi acclamato primo fiume federalista, sembra destinato a grandi cambiamenti: "Bisogna realizzare le infrastrutture necessarie a rendere l'offerta turistica competitiva", sostiene Zaia, "la "spiaggia dei trevigiani" sarà un volano economico importante per il territorio". Peccato che l'economia del Piave, e il fiume stesso, siano già segnati dalle centrali idroelettriche e dai sistemi d'irrigazione, che se lo risucchiano, rendendolo poco più di un rivolo quando scende nella sua parte bassa. "Nessuno controlla i minimi di flusso vitale", denuncia Guido Trento, ex consigliere Pd, "quindi questo Piave è un fiume fantasma. Prima di fare proclami, Zaia dovrebbe occuparsene". Ma per farlo dovrà fare i conti con i soldi delle concessioni idroelettriche che adesso inizieranno a fluire nelle casse della sua regione. Anche a Biella l'acqua è sinonimo di affari: "Oggi lo Stato ci guadagna10 mila euro", osserva Marco Giovanni Reguzzoni, presidente dei deputati leghisti, "ma solo imbottigliando bibite alla provincia calcolano che si potranno ricavare sei milioni l'anno. Questo è il valore aggiunto che Roma da lontano non capisce". Che il lago di Garda sia importante, invece, lo capiscono tutti. Bisognerà vedere se Veneto, Lombardia e Trento sapranno trovare un accordo per gestirlo tutti insieme.
Nel decreto varato dal governo c'è posto anche per la devoluzione degli aeroporti. Non tutti, però. Si parla di quelli a carattere regionale, mentre quelli d'interesse nazionale sono esclusi. Una distinzione ragionevole, che però di fatto blocca il passaggio di mano dei piccoli scali. Come ammettono all'Enac, l'Ente per l'aviazione civile, la lista che divide i piccoli dai grandi ancora non è pronta. Lo sarà solo dopo aver completato il piano nazionale degli aeroporti. Quindi, almeno per ora, il federalismo dei cieli è una chimera. A meno che non si voglia prendere un criterio di distinzione molto empirico, suggerito dalle autorità europee: sotto i 5 milioni di passeggeri all'anno sei marginale, sopra sei strategico per il paese. Sulla base dei dati di traffico, si potrebbe fare una scrematura dei 47 scali commerciali italiani. Ebbene, potrebbero finire nel patrimonio delle regioni più di una trentina di piste, fra cui aeroporti di una certa importanza come quelli di Pisa, Cagliari o Genova.
E i beni scartati? Restano a casa
colloquio con Mauro Renna
Scelte troppo discrezionali lasciano spazio ad accordi poco trasparenti. Senza contare che i beni rifiutati resteranno in carico al Demanio
"Cambiare la destinazione d'uso di un bene oggi sarà più facile. Ma il rischio cricca è dietro l'angolo", avverte Mauro Renna, ordinario di Diritto amministrativo all'Università dell'Insubria e partner dello Studio legale Leone-Torrani e Associati, il quale ha studiato pregi e difetti del nascituro federalismo demaniale.
"Sono state introdotte procedure semplificate", spiega, "ma siccome c'è molta discrezionalità, le scelte compiute saranno poco controllabili. Il pericolo è che in alcune realtà le trasformazioni vengano fatte avendo già bene in mente i soggetti che poi potrebbero essere interessati all'acquisto".
Fiumi e laghi a parte, a sindaci e governatori viene lasciata assoluta libertà su cosa scegliersi e cosa scartare dal menu del demanio. I beni e terreni rifiutati resteranno allo Stato. L'ennesima "bad company"?
"È proprio così. Alla fine uno richiede solo i beni interessanti. Quindi i beni patacche, quelli per nulla valorizzabili o sui quali bisogna investire troppo, tenderanno a restare dove sono. Si sarebbe potuto imporre agli enti di prendere l'intero pacchetto o nulla. Così come stanno le cose, invece, tutti gli "scarti" finiranno nel freezer del Demanio, nella speranza che un giorno i sindaci cambino idea".
Il tesoretto demaniale è stato presentato come un regalo, ma non è proprio a costo zero...
"I trasferimenti in sé sono "gratuiti", ma i fondi statali che spettano a regioni ed enti locali verranno diminuiti in misura corrispondente alla riduzione delle entrate dell'erario post-trasferimento. Quindi parlare di gratuità è improprio, perché una ricaduta ce l'avrà, non è a costo zero. Bisognerà vedere se gli enti locali, costretti a guadagnarsi da soli il pane, saranno più bravi dello Stato nel farli fruttare. Ma non sono così ottimista che questo sia possibile in tutto il Paese".
Galapagos
Come si gestisce una crisi? Draghi non ha dubbi: con la condivisione. E, a proposito della crisi del 1992, a suo giudizio «ben più seria di quella che oggi hanno davanti alcuni paesi europei», ha ricordato che fu varata una manovra enorme, da 95 mila miliardi di lire, ma l'Italia e non chiese alcun aiuto alle istituzioni internazionali e, grazie anche alla svalutazione, riuscì a uscire dal gorgo nel quale stava affogando. Con questa affermazione (la «condivisione») il governatore sembra aver fornito un jolly al governo (soddisfatto della relazione) che accusa l'opposizione di non collaborare. Ma Draghi ribatte: «la crisi ci ha ricordato in forma brutale l'importanza dell'azione comune, della condivisione di obiettivi, politiche, sacrifici», ma anche equità, possiamo aggiungere. Su questo c'è divaricazione, tra le opposizioni e un governo che persegue una politica di classe.
Il governo sostiene: con questa manovra non abbiamo fatto «macelleria sociale», ma Draghi pur lodando il rilancio - tardivo e modesto - dell'azione anti evasione, afferma che sono gli evasori fiscali a fare «macelleria sociale», sottraendo risorse a chi le tasse le paga. Una cifra: tra il 2005 e il 2008 solo con l'evasione dell'Iva sono stati sottratti 30 miliardi di euro l'anno. L'evasione è questione seria e se combattuta seriamente potrebbe fornire risorse per ridurre la pressione fiscale e per rilanciare lo sviluppo, grande assente nella manovra del governo. In questo il giudizio di Draghi è simile a quello di Confindustria e Cgil: loda l'intenzione di ridurre le spese correnti (fortemente aumentate da Berlusconi) ma non vi trova elementi di rilancio dell'economia. In una fase oltretutto pericolosa perché la contemporaneità delle azioni di rientro di molti stati rischia di impaludarsi nelle scarse prospettive di crescita già minata, nei dieci anni precedenti la crisi odierna, da una scarsa crescita della produttività (3% contro il 14 dell'area dell'euro) da un incremento del Pil del 15% contro il 25% dei paesi dell'area, da un tasso di occupazione di 7 punti più basso e da un tasso di disoccupazione molto superiore soprattutto per quanto riguarda giovani e donne (12 punti in più).
E' «naturale» che le ricette di Draghi non portino al socialismo (come auspica Paolo Ferrero, unica voce critica) ma solo a un sistema economico forse meno iniquo. In particolare è deludente l'analisi della crisi. Già nelle «Considerazioni» dello scorso anno era assente; ieri l'amnesia è proseguita: tutto viene ridotto agli eccessi finanziari, a quelli di liquidità a un indebitamente eccessivo delle famiglie Usa, senza spiegare da dove è nato il bisogno di indebitarsi. Non c'è alcun riferimento alla crisi del welfare, alla pessima distribuzione dei redditi, all'esasperata ricerca del profitto con una mostruosa flessibilità.
Belle, invece, le bacchettate alla Lega riguardo alle nomine nelle Fondazioni bancarie nelle quali gli uomini di Bossi vogliono mettere le mani. Sacrosanto il richiamo che le grandi banche devono muoversi sul territorio come banche locali. Un ultima curiosità: la rivalutazione del diritto a fallire sia per le imprese che per gli stati. Ovviamente in un quadro regolamentare diverso. Le regole, però, non le fanno i lavoratori, ma i grandi della terra che dopo aver coperto d'oro le banche ora chiedono sacrifici ai cittadini.
Prosegue alacremente il cantiere di smontaggio dello Stato. Sotto l’etichetta di "federalismo demaniale", passano a Regioni ed enti locali 19.005 unità del demanio dello Stato, per un valore nominale di oltre tre miliardi.
Mente Calderoli quando afferma (La Padania, 7 maggio) che i beni trasferiti «demaniali sono e demaniali resteranno». Il demanio non è una forma di proprietà, ma servizio pubblico nell’interesse generale di tutti i cittadini, per questo è inalienabile. Al contrario, i beni trasferiti possono essere «anche alienati per produrre ricchezza a beneficio delle collettività territoriali», o saranno versati in fondi immobiliari di proprietà privata; la legge incoraggia anzi i Comuni a produrre varianti urbanistiche che ne consentano non solo la mercificazione, ma la cementificazione, sigillata e garantita dai ricorrenti condoni edilizi (l’ultimo disegno di legge, presentato dal Pdl, sana con un sol colpo di spugna tutti i reati contro il paesaggio e l’ambiente commessi o da commettersi entro il 31 dicembre 2010).
La manovra Tremonti, approvata sulla parola e senza il testo finale da un Consiglio dei ministri assai ubbidiente, aggraverà lo stato delle finanze locali, strangolando ulteriormente Comuni Province e Regioni. Il taglio previsto, quasi 15 miliardi nel biennio 2011-12 (4 miliardi ai soli Comuni), obbligherà i Comuni ad alienare l’alienabile, e a concedere licenze di edificazione a occhi chiusi, pur di incassare gli oneri di urbanizzazione, un tributo che, contro la ratio originaria della norma Bucalossi (1977), si può ora utilizzare nella spesa corrente per qualsiasi finalità. Ai sacrifici richiesti ai cittadini (basti ricordare la riduzione imposta al Servizio sanitario nazionale: 418 milioni nel 2011, 1.132 milioni dal 2012 in poi) si aggiungerà dunque l’ecatombe delle nostre città, del nostro paesaggio. Le disposizioni in materia di conferenze di servizi (art. 49 della bozza), che riprendono il disegno di legge Brunetta-Calderoli sulla cosiddetta "semplificazione della pubblica amministrazione", vanificano gli argini posti dal Codice dei Beni Culturali. Secondo la nuova norma, ogni volta che il Codice richiede l’autorizzazione di interventi edilizi che incidano sul paesaggio, «il Soprintendente si esprime in via definitiva in sede di conferenza di servizi in ordine a tutti i provvedimenti di sua competenza»; la sua eventuale assenza dalla conferenza dei servizi equivale al pieno consenso del Soprintendente.
Viene in tal modo riesumato e radicalizzato il principio del silenzio-assenso, un istituto che sin dalla legge 241 del 1990 non può applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico», come ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005 (governo Berlusconi). Invano il ministero dei Beni Culturali, che aveva ottenuto la soppressione di analoghe norme almeno due volte (nella Finanziaria 2008 e nell’abortito decreto-legge sul "piano casa"), ha richiamato il governo al rispetto della legge. Ma la tutela del paesaggio imposta dall’art. 9 della Costituzione richiede che, in una materia così sensibile, il previsto giudizio di compatibilità degli interventi edilizi con il valore culturale del bene venga formulato espressamente e dopo attenta valutazione: il silenzio o l’inerzia non può in alcun modo sostituire l’attivo esercizio della tutela, che l’art. 9 della Costituzione pone fra i principi fondamentali dello Stato. Lo ha espressamente dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza nr. 404 del 1997). Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino contro l’inerzia della pubblica amministrazione, non può diventare un trucco per eludere la legge col sigillo di una norma anticostituzionale.
Ma c’è di peggio, e lo ha ben visto Eugenio Scalfari (Repubblica, 30 maggio), che ha lucidamente disegnato la «prospettiva raccapricciante» di un’Italia a due velocità: «Federalismo al Nord e accentuazione del centralismo statale al Sud». La "manovra Tremonti" è anche troppo esplicita: prevede (art. 43 della bozza) che «nel Meridione d’Italia possono essere istituite zone a burocrazia zero». Burocrazia zero significa che per tutte le nuove «iniziative produttive» (non meglio definite) ogni procedimento amministrativo di qualsiasi natura viene «adottato esclusivamente dal Prefetto ovvero dal Commissario di Governo», e diventa operativo dopo 30 giorni. Non senza raccapriccio, immaginiamo dunque, domani o dopodomani, un’Italia con il Nord governato dalla Lega e il Sud dai gauleiter della Lega.
Sotto la maschera bugiarda di un federalismo democratico, nuove forme di centralismo spuntano per ogni dove. Definanziando decine di istituti culturali (cito fra gli altri la gloriosa Scuola archeologica di Atene, a Napoli l’Istituto Croce e quello di Studi Filosofici, e così via), la manovra Tremonti sottrae ogni possibile finanziamento futuro di queste istituzioni al ministero dei Beni Culturali, e ne sposta la responsabilità alle Finanze e a Palazzo Chigi: una forma di commissariamento che espande ed esaspera, per contrappasso, quello che i Beni Culturali hanno fatto, dando Pompei a un commissario della Protezione Civile senza la minima competenza archeologica. Le centinaia di pensionamenti dell’alta burocrazia ministeriale, propiziati se non imposti dalla stretta pensionistica della manovra, decapitando numerosi uffici in tutto il Paese, favoriranno inevitabilmente un continuo ridisegnarsi delle competenze, in cui il diktat del ministero delle Finanze avrà sempre più peso, e agli altri ministri non resterà che rassegnarsi al silenzio-assenso.
Se tutto questo fosse fatto, come vuole la party line diffusa anche in quella che fu la sinistra, per contrastare la crisi e avviare la ripresa, potremmo provare a farcene una ragione. Ma incombe su questa interpretazione più d’un sospetto. Perché la devastazione del paesaggio e l’offesa alla Costituzione dovrebbero alleviare la crisi economica? Che cosa guadagna in coesione e in forza economica il Paese col "commissariare" l’intero Sud, riducendolo a una colonia a "burocrazia zero", cioè governata dai prefetti? Perché, se le casse sono vuote al punto da dover ridurre i finanziamenti alla sanità (mettendo in forse il diritto alla salute garantito dall’art. 32 della Costituzione), dovremmo ostinarci a voler costruire il ponte sullo Stretto? Il «tesoretto di Giulio», come qualche leghista ha affettuosamente chiamato i risparmi che la manovra dovrebbe mettere da parte, non servirà proprio a promuovere un federalismo i cui costi nessuno si attarda a calcolare? Lo smontaggio dello Stato serve ad assicurare la stabilità della moneta e il benessere dei cittadini, o ad accelerare la disgregazione del Paese voluta dalla Lega e dai suoi complici d’ogni colore, a velocizzare il saccheggio del territorio e la spartizione del bottino?
«Comprendo lo scoramento di Gerardo Marotta e sposo in pieno la causa dell’Istituto di Studi Filosofici e dell’Istituto Croce che insieme alla scuola di Alta Matematica sono centri di cultura dei quali non si può fare ameno».
Salvatore Settis, direttore dimissionario della «Normale» di Pisa, ha tenuto ieri pomeriggio una lezione sulla «tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e archeologico» nell’ambito del ciclo de «I venerdì della politica».
Salone affollato, una rumorosa presenza di una delegazione di giovani studenti di una scuola di Altamura che, se si arrivasse all’azzeramento dell’Istituto, non avrebbero più la chance di uscire dall’isolamento e confrontarsi con esperienze in grado di formarli meglio.
Malinconiche considerazioni mentre su palazzo Serra di Cassano grava una cappa di angoscia; Settis, dal suo canto, non ha di certo contribuito a diradare le nubi. Anzi, ha affondato il coltello nella piaga. «Sono sicuro, ha detto, che la scure dei tagli colpirà senza pietà perché questo governo a differenza di quanto hanno fatto Sarkozy e la signora Merkel che non sono certo di sinistra, ritiene che la cultura sia un fascio di rami secchi. In Francia, in Germania e in America, invece, hanno deciso di incrementare i fondi destinati alla ricerca e alla scuola perché sanno che dalla crisi si esce puntando sulla qualità».
Che è poi, con parole diverse ma con la stessa intensità di denuncia, la posizione del sindaco Rosa Russo Iervolino che, in attesa della versione definitiva della manovra, prende una posizione drastica: «La riduzione dei finanziamenti per i più significativi centri di cultura napoletana che proprio attraverso essi esprime il meglio di se stessa».
La psicosi dei tagli, insomma, ha contagiato tutti e si ha notizia che sta per essere reso pubblico un fortissimo documento che sarà firmato da una cordata di intellettuali a sostegno di Palazzo Serra di Cassano e di palazzo Filomarino, ma anche del Cira, dell’Istituto di Paleontologia del Sannio e di tutte le postazioni minacciate. Alla stesura del documento sta lavorando Biagio De Giovanni e tra i firmatari, oltre l’accademico di Francia Marc Fumaroli e Settis, ci saranno Aldo Masullo e, forse, il Cardinale Crescenzio Sepe che è stato interpellato.
Nel mare di pessimismo si fa largo, però, unica e isolata, una voce di speranza, quella di Sergio Vetrella, ex presidente del Cira e ora assessore regionale alle attività produttive, che si dichiara ottimista sul futuro dell’Ente di ricerca aerospaziale. «Si è trattato di una distrazione, sono sicuro che si potrà recuperare. Mi sento di assicurare tutti i lavoratori sulla soluzione positiva della vertenza». Che dire? Speriamo che abbia ragione, ma, intanto, c’è da rilevare che l’assessore parla solo del Cira. E gli altri centri? Speriamo che trovino altri difensori, non di ufficio, e che anche per loro si possa dire che il Governo si è «distratto».
Nonostante questa flebile luce, però, il professor Settis non cambia idea e resta decisamente pessimista «perché — dice — i nostri governanti di ieri e di oggi hanno smarrito la strada della lungimiranza».
A cattivi pensieri induce anche l’avanzata del federalismo: «La nostra classe politica — aggiunge — è sotto ricatto della Lega e la sinistra sa solo dire di avere un progetto di federalismo migliore. Sarà pure ma di fatto inseguono il Carroccio e continueranno a perdere».
L’analisi di Salvatore Settis si fonda soprattutto sui costi del Federalismo «che ha già avuto costi altissimi e io sono convinto che questi tagli alla cultura servono per pagare un nuovo centralismo regionale e non a formare una nuova generazione».
Previsioni infauste e una stagione di rinunce che impoverirà culturalmente il Paese: «I costi dell’estensione del federalismo verranno sopportati, cioè pagati, dai cittadini e nessuno— dice ancora l’ormai ex direttore della Normale — ha ancora fatto i conti su quanto costerà globalmente questa operazione. Dovrebbe farli l’opposizione, ma è debole e sfilacciata e fa temere il peggio perché un paese senza opposizione non è democratico».
La conversazione di Settis è stata molto apprezzata dall’uditorio, anche per le preoccupate considerazioni sulla tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e archeologico.
Questo capitolo, tra l’altro, ci ha offerto lo spunto per chiedere allo studioso un commento sulla decisione del Commissario straordinario degli Scavi di Pompei di inaugurare una pista ciclabile e una ludoteca per bambini. A tutti sono sembrate decisioni che vanno nel segno di aumentare l’affezione dei visitatori per gli scavi, ma Settis è di tutt’altro avviso: «È giusto controllare l’impatto di queste installazioni, ma di primo acchito mi viene da dire che si tratta di un altro passo verso la barbarie». O, se più aggrada, di una ennesima profanazione del tempio.
Ho letto con grande attenzione l'intervento di Giorgio Ruffolo pubblicato dal manifesto (mercoledì 26 maggio) sotto il titolo «Federalismo, un patto tra Nord e Sud» e desidero, per quel poco che possano valere le mie parole, spenderne un po' a favore dell'ipotesi avanzata dall'illustre economista e uomo politico a giudizio del quale il futuro dell'Italia potrebb'essere anche, o meglio forse, quello di suddividersi in alcune (poche) macro-regioni federate tra loro ma dotate di grande autonomia.
Ruffolo avanza la sua proposta senza alcuna iattanza o sicumera, non pretende affatto di avere in tasca la ricetta utile a salvare l'Italia dalle tempeste che la vanno squassando ormai da tempo immemorabile (fino a rendere fumosa ogni speranza di riassetto virtuoso soprattutto sotto il profilo economico, in un tempo ragionevolmente breve). No, egli si limita a richiamare l'attenzione generale su una possibilità che merita quanto meno di essere discussa, non fosse altro che per guardare meglio dentro noi stessi e per comprendere quanto gravi siano le ferite presenti sul corpo del paese e come sia impensabile che la disunità italiana possa continuare a produrre mostri, senza che vengano adottati rimedi radicali. Rimedi capaci di rivoluzionare lo stesso modo di pensare e di essere dei cittadini e soprattutto delle classi dirigenti sia al Nord che al Sud.
Imprevedibilmente, la sortita di Ruffolo (vedi il suo bel libro Un paese troppo lungo, pubblicato da Einaudi) ha ricevuto però un'accoglienza improntata a una certa sufficienza, nella convinzione che ogni discorso federalistico sarebbe nient'altro che un modo per consegnarsi nelle mani di Bossi .
Come Ruffolo, anch'io ritengo che le cose non stiano così, e non soltanto perché un pensiero federalista è presente in tutta la storia del Risorgimento, sostenuto con spirito patriottico da illustri intellettuali che non possono certamente essere annoverati tra i padri ispiratori dell'attuale leader leghista, tipico figlio di nessuno dal punto di vista politico e culturale. Ma perché non riesco a intravedere alternative diverse dal divorzio a un matrimonio così manifestamente andato in frantumi. Inutile bendarsi gli occhi: dal punto di vista statuale l'Italia non esiste; non è mai nata. Il divario Nord/Sud, così come lo abbiamo costruito pazientemente, un po' alla volta, in maniera deliberata e consapevole lungo centocinquant'anni di storia, non ha uguali in tutto il mondo, fa dell'Italia un caso unico nella sua anomalia socio-economica con riflessi perfino di natura neurologica (come negare che ormai la "faglia" attraversa la nostra stessa psicologia?). Semmai c'è da apprezzare lo sforzo di Ruffolo nel formulare una proposta che, pur smontando l'idea di Stato, salva e rafforza quella di Nazione, secondo una distinzione che fu particolarmente coltivata a metà dell'Ottocento da Bertrando Spaventa, esponente di punta di quel neo-hegelismo napoletano (Bertrando e Silvio Spaventa, Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Vittorio Imbriani...) che incarnò nel secolo XIX l'ideale unitario come organizzazione organica e rigidamente integrata di un popolo. Nello Stato, ebbe a dire Bertrando Spaventa, «la coscienza nazionale sale e si perfeziona a coscienza politica».
Non ricordo a caso la figura di questo pensatore ingiustamente depennato dai libri di scuola. Se lo faccio è soprattutto per ricordare da quale accademia e da quale milizia provengono tanti di noi in quanto meridionali convinti del valore salvifico dell'ideale unitario, di uno Stato italiano forte, coeso e soprattutto affrancato dalla tutela di santa romana Chiesa. Come predicava Bertrando Spaventa.
Per la verità il buon filosofo diceva di più. Sosteneva che la figura del cittadino responsabile era stata inventata dall'Italia, dalla cultura dell'Umanesimo e del Rinascimento, ma che essa era stata subito messa in ceppi dal Sant'Uffizio che non aveva tardato a trasformare il suddetto cittadino responsabile in suddito, perfetto figlio della Controriforma.
Tutto questo vuole dire che oggi, accettando di discutere di federalismo e di macro-regioni, stiamo smentendo noi stessi e i nostri maestri, stiamo facendo commercio dei nostri ideali? Non credo. Stiamo soltanto prendendo atto di un fallimento epocale, ci stiamo semplicemente interrogando se non sia possibile pervenire agli stessi risultati progettati un tempo attraverso una strada sicuramente più tortuosa e insidiosa, ma non per questo senza sbocchi e tassativamente perdente come l'ha dichiarata Eugenio Scalfari in un suo articolo (la Repubblica del 16 maggio scorso).
In ogni caso, coloro che si dichiarano indisponibili a ogni discorso sul federalismo e le macro-regioni dovrebbero quanto meno spiegarci quale possa essere oggi un rimedio credibile alla situazione di malessere, di sfascio e di spaccatura in cui versa l'Italia; soprattutto, dovrebbero spiegarci se siamo ancora in tempo a fare quello che non è stato fatto in passato, e cioè realizzare una unificazione del paese, oltre che di natura amministrativa, anche di tipo economico e sociale. Il marcio infatti è tutto qui. Personalmente ho il torto di pensare che ormai sia troppo tardi per correre ai ripari. Obbiettivamente e anche soggettivamente, nel senso che ritengo difficile orientare consolidati modi di pensare e di agire in direzioni opposte a quelle del passato.
L'Italia che si unisce lo fa infatti precostituendo il proprio fallimento di cui tutti oggi patiamo l'insopportabile peso. Tradizionalismo e arretratezza tarpano le ali a tutti: al Sud, dove prospera il latifondo e dove arcaici rapporti di proprietà e di produzione condannano le popolazioni agricole a una povertà senza scampo (a fronte dell'illimitata ricchezza dei proprietari terrieri assenteisti); al Nord, dove una miope borghesia produttiva non sa guardare oltre il proprio ombelico, senza riuscire a capire che l'unificazione l'ha investita di un grande ruolo: farsi promotrice dello sviluppo generale di tutta la nazione.
Sia concessa anche a me una illuminante citazione di Gramsci. «La egemonia del Nord sarebbe stata 'normale' e storicamente benefica se avesse avuto la capacità di ampliare con un certo ritmo i suoi quadri per incorporare sempre nuove zone economiche assimilate. Sarebbe stata allora questa egemonia l'espressione di una lotta tra il vecchio e il nuovo, tra il progressivo e l'arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo; si sarebbe avuta una rivoluzione economica nazionale (...) e al contrasto sarebbe successa una superiore unità. Ma invece non fu così...».
La citazione è curiosa. Innanzi tutto per lo spirito che la ispira, squisitamente liberistico. Per Gramsci la borghesia produttiva del Nord va messa sotto accusa per la sua incapacità di guadagnare al capitalismo moderno nuove aree, si potrebbe dire per scarsa fiducia in se stessa e nel proprio verbo. La diresti l'opinione di un protestante.
Ma, detto questo, come negare che il passo è di rara lucidità e fa comprendere quanto l'unificazione italiana, così priva di progetti e ambizioni, appaia sin da principio destinata a produrre nient'altro che mostri? Che infatti non tardano ad arrivare, attraverso il congelamento della già debolissima economia meridionale , colpita negli anni Ottanta dell'800 da una grave crisi agricola internazionale che la mette completamente alla mercè del Nord.
A partire da quel momento, come spiega lo storico Francesco Barbagallo in un suo corposo studio intitolato Stato, Parlamento e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno , il divario tra Nord e Sud «non cesserà più di accrescersi: allo sviluppo industriale del Nord si accompagnerà il sottosviluppo economico e sociale del Sud in un rapporto di stretta dipendenza destinato a perpetuarsi».
E' tempo di concludere. Lo farò con una semplice domanda. E' davvero impensabile che il Mezzogiorno non possa trovare dentro di sé quelle risorse di dignità, di energia e anche d'immaginazione in grado di salvarlo, sia pure in un tempo non breve e tra mille sacrifici, dal baratro nel quale è precipitato? In ogni caso, chi ha meglio da proporre si faccia avanti.
Presidente dell´Istituto Gramsci, intellettuale ex comunista e poi convinto sostenitore della svolta, Beppe Vacca non riesce a prendere sul serio Silvio Berlusconi. Soprattutto quando fa riferimenti storici. «Il Duce non aveva potere? Ha ragione. Infatti i partigiani che lo fucilarono non capivano niente».
Lei scherza, ma non è prima volta che il premier usa la storia del fascismo in maniera distorta e perlomeno singolare.
«Direi che stavolta c´è un salto di qualità. Mi incuriosisce il fatto che Berlusconi usi Mussolini per parlare di sé».
Poteva fare altri esempi?
«Se avesse un po´ a cuore la storia del socialismo avrebbe potuto citare Nenni. Il leader del Psi, quando entrò a Palazzo Chigi, disse: "Pensavo di entrare nella stanza dei bottoni ma non li ho trovati"».
È giusta la citazione del Duce, sul piano storico?
«Non saprei dire con esattezza. Ma era proprio come spiega Berlusconi: Mussolini non aveva alcun potere. Fu un errore gravissimo dei partigiani la sua fucilazione. Loro pensavano di ammazzare un dittatore, un uomo onnipotente invece fecero fuori un passante qualunque che non aveva nessun potere. Eppure in televisione e adesso anche in qualche dvd distribuito con i quotidiani si vede Mussolini che arringa la folla a Piazza Venezia e che dichiara guerra al mondo. Lui che non aveva potere».
Il suo sarcasmo sembra un gioco intellettuale. Non è grave l´accostamento con il Duce?
«Nulla di quello che dice Berlusconi è grave. Quando Benedetto Croce accettò di scrivere per Laterza, all´editore spiego così i motivi della sua scelta: "Perché voi avete il coraggio di pubblicare cose gravi". Grave è quindi un aggettivo importante, non si può accompagnare alle dichiarazioni di Berlusconi».
Ecco le parole del Presidente del consiglio dei ministri della Repubblica italiana, Silvio Berlusconi (da la Repubblica, 28 maggio 2010)
«Come primo ministro non ho mai avuto la sensazione di essere al potere, magari qualche volta quando ero imprenditore. Oggi invece tutti mi possono criticare e magari anche insultare […] Ho letto i diari di Mussolini. Oso citare le parole di qualcuno che era ritenuto un grande dittatore: dicono che ho potere, ma non è vero, lo hanno i gerarchi. Io posso solo dire al mio cavallo se andare a destra o a sinistra».
In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi. Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L'euro rappresenta oggi l'anello debole di questa catena, e trascina l'Europa. Le conseguenze saranno devastanti.
I greci hanno ragione a rivoltarsi
Prima conseguenza della crisi e della «medicina» che le è stata applicata: la rabbia della popolazione greca. Hanno torto a rifiutare di assumersi le proprie responsabilità? Hanno ragione a denunciare una «punizione collettiva»? Indipendentemente dalle provocazioni criminali che l'hanno viziata, questa rabbia si giustifica per almeno tre motivi. L'imposizione dell'austerità è stata accompagnata da una stigmatizzazione delirante del popolo greco, considerato colpevole per la corruzione e le menzogne della sua classe politica, di cui (qui come altrove) approfittano ampiamente i più ricchi (in particolare sotto la forma dell'evasione fiscale). L'austerità, ancora una volta, è stata imposta rovesciando gli impegni elettorali del governo, al di fuori di qualsiasi dibattito democratico. Infine, abbiamo visto l'Europa applicare al suo interno non delle procedure di solidarietà, ma le regole leonine del Fondo monetario internazionale, che mirano a proteggere i crediti delle banche, mentre annunciano una prevedibile recessione senza fine per il paese. Gli economisti, su queste basi, concordano nel pronosticare un default certo del tesoro greco, un contagio della crisi e un'esplosione del tasso di disoccupazone, soprattutto se le stesse regole verranno applicate ad altri paesi virtualmente in fallimento stando alle «notazioni» del mercato, come reclamano ad alta voce i difensori dell' «ortodossia».
Una politica che occulta il suo volto
Nel «salvataggio» della moneta comune, di cui i greci sono stati le prime vittime (ma non saranno gli ultimi), le modalità che hanno prevalso finora (imposte, in particolare, dalla Germania) hanno messo in primo piano, come priorità, la generalizzazione del «rigore» di bilancio (inscritto nei trattati fondatori, ma nei fatti mai veramente applicato) e, ma solo in secondo luogo,la necessità di una «regolazione» - molto moderata - della speculazione e della libertà degli hedge funds (già evocata dopo la crisi dei subprimes e dei fallimenti bancari del 2008). Gli economisti neo-keynesiani aggiungono a queste esigenze dei passi avanti verso il «governo economico» europeo (in particolare l'unificazione delle politiche fiscali), o dei piani di investimento elaborati in comune: senza questo, affermano, l'esistenza stessa della moneta unica si rivelerà impossibile.
Si tratta, evidentemente, di proposte assolutamente politiche (e non tecniche). Sono alternative che i cittadini dovrebbero dibattere, poiché le conseguenze di queste scelte saranno irreversibili per la collettività. Ma il dibattito è falsato dalla dissimulazione di tre dati essenziali:
- la difesa di una moneta e la sua utilizzazione congiunturale (sostegno, svalutazione) comportano sia un assoggettamento delle politiche economiche e sociali all'onnipotenza dei mercati finanziari (con le loro «notazioni» che si auto-realizzano e i loro «verdetti» che non lasciano spazio a nessun appello), sia una crescita della capacità degli stati (e, più in generale, della potenza pubblica) a limitarne l'instabilità e a privilegiare gli interessi a lungo termine sui profitti speculativi. Una strada o un'altra, tertium non datur.
- con la scusa di una relativa armonizzazione delle istituzioni e di una garanzia di alcuni diritti fondamentali, la costruzione europea, nella sua forma attuale, con le forze che l'orientano, non ha smesso di favorire la divergenza delle economie nazionali, che in teoria avrebbe invece dovuto ravvicinare all'interno di una zona di prosperità condivisa: alcune economie ne dominano altre, sia in termini di parti di mercato, sia in termini di concentrazione bancaria, sia trasformandole in fornitori in subappalto. Gli interessi delle nazioni, se non quelli dei popoli, diventano contraddittori.
- il terzo pilastro di una politica keynesiana generatrice di fiducia, oltre la moneta e il fisco, cioè la politica sociale, la ricerca della piena occupazione e la crescita della domanda attraverso il consumo popolare, viene sistematicamente passato sotto silenzio, anche dai riformatori. E sicuramente viene fatto apposta.
Dove va la globalizzazione?
A cosa serve, d'altronde, riflettere e discutere sull'avvenire dell'Europa e della sua moneta (dalla quale alcuni grandi paesi si tengono alla larga: Gran Bretagna, Polonia, Svezia), se non si tiene conto delle tendenze reali della globalizzazione? Se la gestione politica della crisi finanziaria resta fuori portata per le popolazioni e i governi implicati, l'effetto sarà una formidabile accelerazione dei processi in corso. Di che cosa si tratta? In primo luogo, del passaggio da una forma di concorrenza a un'altra: dai capitalismi produttivi ai territori nazionali, dove ognuno, a colpi di esenzioni fiscali e di abbassamento del valore lavoro, tenta di attirare più capitali fluttuanti del vicino. E' più che evidente che l'avvenire politico, sociale e culturale dell'Europa in generale - e di ogni paese in particolare - dipende dal fatto di sapere se l'Europa costituisce un meccanismo di solidarietà e di difesa collettiva delle popolazioni contro il «rischio sistemico», oppure se, al contrario (con l'appoggio di alcuni stati, momentaneamente dominanti, e delle loro opinioni pubbliche) si tratta di un quadro giuridico per intensificare la concorrenza tra gli stati membri e tra i cittadini.
Inoltre, si tratta, più generalmente, del modo in cui la mondializzazione sta sconvolgendo la divisione del lavoro e la ripartizione dell'occupazione nel mondo: in questa ristrutturazione che sovverte nord e sud, ovest e est, una nuova crescita delle ineguaglianze e dell'esclusione in Europa, l'annientamento della classe media, la diminuzione dei lavori qualificati e delle attività produttive «non protette», dei diritti sociali, delle industrie culturali e dei servizi pubblici universali, sono per così dire già programmati. Le resistenze all'integrazione politica, con la scusa di difendere la sovranità nazionale, non possono che aggravare gli effetti nella maggior parte delle nazoni e precipitare il ritorno (già ben avviato) degli antagonismi etnici che l'Europa aveva preteso di oltrepassare definitivamente al suo interno. Ma inversamente è chiaro che non ci sarà un'integrazione europea «dall'alto», in virtù di un'ingiunzione burocratica, senza un progresso democratico in ogni paese e in tutto il continente.
Populismo: pericolo o risorsa?
E' la fine dell'Unione europea, di questa costruzione la cui storia era cominciata 50 anni fa sulla base di una vecchia utopia, ma le cui promesse non sarebbero state mantenute? Non bisogna aver paura di dirlo: sì, ineluttabilmente, a una più o meno breve scadenza e non senza qualche prevedibile violenta scossa, l'Europa è morta come progetto politico, a meno che non riesca a rifondarsi su nuove basi. Un'implosione abbandonerebbe ancora di più i popoli che la compongono oggi alle incertezze della globalizzazione, come sugheri in un torrente. Una rifondazione non garantisce nulla, ma dà qualche possibilità di esercitare una forza geopolitica, a proprio vantaggio e per quello degli altri, a condizione di osare affrontare le immense sfide di un federalismo di nuovo tipo. Si tratta della potenza pubblica comunitaria (distinta sia dallo stato che da una semplice «governance» di politici ed esperti), di eguaglianza tra le nazioni (il contrario dei nazionalismi reattivi, sia quello dei «forti» che quello dei «deboli») e di rinnovamento della democrazia nello spazio europeo (il contrario della «de-democratizzazione» attuale, favorita dal neo-liberismo e dallo «statalismo senza stato» delle amministrazioni europee, colonizzate dalla casta burocratica, che sono anche per buona parte all'origine della corruzione pubblica).
Da tempo avremmo dovuto ammettere questo fatto evidente: non ci saranno passi avanti verso il federalismo, in effetti oggi auspicabile, senza un passo avanti della democrazia al di là delle forme esistenti, in particolare con una intensificazione dell'intervento popolare nelle istituzioni sovranazionali. Significa che, per rovesciare il corso della storia, scuotere le abitudini di una costruzione ormai senza fiato, ci sia bisogno oggi di qualcosa che può essere definito un populismo europeo, un movimento convergente delle masse o un'insurrezione pacifica, attraverso la quale venga espressa contemporaneamente la rabbia delle vittime della crisi contro coloro che ne apporofittano (o la alimentano) e l'esigenza di un controllo «dal basso» sugli scambi tra finanza, mercati e politica degli stati? Sì, senza dubbio, perché non c'è altro nome per definire la politicizzazione del popolo, ma a condizione - se si vogliono scongiurare altre catastrofi - che vengano istituiti seri controlli costituzionali e che rinascano delle forze politiche su scala europea, in grado di far prevalere all'interno di questo populismo «post-nazionale» una cultura, un immaginario e degli ideali democratici intransigenti. C'è un rischio, ma è minore di quello di lasciare libero corso ai diversi nazionalismi.
Dov'è la sinistra europea?
Queste forze costituiscono ciò che tradizionalmente, nel continente, era chiamata la sinistra. Ma anch'essa è in stato di fallimento politico: a livello nazionale e internazionale. Nello spazio che ormai conta, che attraversa le frontiere, ha perso qualsiasi capacità di rappresentazione delle lotte sociali o di organizzazione di movimenti di emancipazione, in maggioranza si è allineata ai dogmi e ai ragionamenti del neo-liberismo. Di conseguenza, si è disintegrata dal punto di vista ideologico. Coloro che la incarnano sono soltanto gli spettatori e, in mancanza di seguito popolare, i commentatori impotenti di una crisi contro la quale non propongono nessuna risposta collettiva: niente dopo lo choc finanziario del 2008, niente dopo l'imposizione alla Grecia delle ricette dell'Fmi (peraltro vigorosamente denunciate in altri luoghi e in altri tempi), niente per «salvare l'euro» altrimenti che pesando sulle spalle dei lavoratori e dei consumatori, niente per rilanciare il dibattito sulle possibilità e gli obiettivi dell'Europa solidale.
Cosa succederà, in queste condizioni, quando entreremo nelle nuove fasi della crisi, che devono ancora intervenire? Quando le politiche nazionali sempre più securitarie si svuoteranno del loro contenuto (o del loro alibi) sociale? Ci saranno dei movimenti di protesta, senza dubbio, ma isolati, che potranno venire deviati verso la violenza o recuperati dalla xenofobia e il razzismo già galoppanti, destinati a produrre ancora maggiore impotenza e più disperazione. Tuttavia, la destra capitalista e nazionalista, benché non resti inattiva, è potenzialemente divisa tra strategie contraddittorie: lo si è visto a proposito dei deficit e dei piani di rilancio economico, lo vedremo ancora di più quando l'esistenza delle istituzioni europee sarà in gioco (come prefigura, probabilmente, l'evoluzione britannica). Ci sarebbe qui un'occasione da sfruttare, la possibilità di agire. Delineare e dibattere su cio' che potrebbe essere, su ciò che dovrebbe essere una politica anti-crisi su scala europea, democraticamente definita, che cammini sulle due gambe (del governo economico e della politica sociale), capace di eliminare la corruzione e di ridurre le ineguaglianze che l'alimentano, di ristrutturare il debito e di promuovere gli obiettivi comuni che giustificano i trasferimenti tra nazioni solidali le une con le altre. Sarebbe questa la funzione degli intellettuali progressisti europei, sia che si definiscano rivoluzionari o progressisti. Non ci sono scuse per tirarsi indietro.
(Traduzione di Anna Maria Merlo)
Al momento della sua morte, avvenuta nel luglio del 1790 a Edimburgo, Adam Smith era più celebre e apprezzato in Francia che in Inghilterra. I rivoluzionari d´Oltremanica, per esempio il Marchese di Condorcet, si richiamavano con frequenza alle idee di Smith, e quella del filosofo ed economista scozzese era una presenza molto solida nei circoli intellettuali francesi. Naturalmente le opere di Smith erano molto lette anche in Inghilterra, e la prima di esse in ordine di tempo, la Teoria dei sentimenti morali (1759), non faceva eccezione, se all´indomani della sua pubblicazione Hume scriveva a Smith da Londra: «Il pubblico pare ansioso di tributare [al Vostro libro] enorme plauso». Tuttavia se sulle posizioni di Smith gli ammiratori francesi delle sue idee radicali avevano già maturato quella che potremmo definire una visione equilibrata (lo consideravano, appunto, un pensatore radicale), in Inghilterra l´immagine, oggi familiare, di uno Smith profondamente conservatore, intemerato araldo delle virtù del mercato (nel suo secondo libro, La ricchezza delle nazioni), era ancora in via di formazione. Tale immagine avrebbe preso quota, fino a diventare l´icona di Smith, solo nei decenni successivi alla scomparsa del filosofo.
Ancora nel 1787, tre soli anni prima della morte di Adam Smith, Jeremy Bentham stigmatizzava l´incapacità smithiana di mettere a fuoco tutte le virtù della libera economia e scriveva al filosofo scozzese una lunga lettera per rimproverargli l´irragionevole avversione al mercato. Invece di rinfacciare al mercato (proponendo di interferirvi) l´incapacità di tenere sotto controllo quelli che definiva "sperperatori e speculatori", Smith avrebbe dovuto lasciarlo operare in autonomia, abbandonando l´idea di una regolamentazione delle transazioni finanziarie da parte dello stato. Benché così argomentando Bentham mostri di non essere probabilmente riuscito a cogliere la forza del pensiero di Smith in materia (io sono convinto che non la colse), la sua valutazione dello scetticismo di Smith riguardo al mercato non è del tutto peregrina.
Comunque sia, di lì a poco Smith si sarebbe guadagnato l´immagine, che ancora oggi ne costituisce lo stereotipo, del banditore politico di elementari formulette, per lo più in lode del libero mercato; nulla a che vedere con quello che è uno dei più raffinati creatori di teorie sociali ed economiche mai esistiti, un sofisticato pensatore che guarda ai mercati con circostanziato scetticismo e al tempo stesso insiste perché, oltre ai problemi da superare, vengano riconosciuti anche i buoni esiti cui i mercati – e solo i mercati – consentono di approdare.
Ciò che Bentham non era riuscito a compiere per via argomentativa – trasformare senz´altro Adam Smith in un campione del puro capitalismo di mercato – fu realizzato nel XIX secolo attraverso un´errata analisi dell´opera smithiana e un corpus di citazioni estremamente parziale, insensibile a molti altri passi degli scritti di Smith. Questa immagine distorta di Adam Smith, fonte di tanti usi indebiti delle idee smithiane, si sarebbe consolidata nel secolo successivo alla morte del filosofo, per diventare poi canonica nel Novecento. Essa rimane tuttora il modo consueto di inquadrare Smith sia nelle opere dei principali economisti che nelle pagine dei giornali (malgrado le proteste di alcuni importanti specialisti).
Le tre lezioni che i propugnatori del capitalismo di mercato e del profitto traggono dalla lettura di Smith sono: 1) l´autosufficienza e la natura autoregolativa dell´economia di mercato; 2) l´idea che il profitto sia un movente adeguato per una condotta razionale; 3) l´idea che l´amor di sé sia sufficiente a determinare un comportamento socialmente produttivo. Tali tesi non solo non appartengono a Smith, ma sono marcatamente in contrasto con il suo pensiero.
In primo luogo, se è vero che Smith considera i mercati istituzioni di grande utilità, è anche vero che egli insiste con forza sulla necessità di integrarli con altre istituzioni, in particolare con istituzioni statali: il punto di disaccordo con Jeremy Bentham era senza dubbio questo. In secondo luogo, Smith sostiene la necessità di porre alla base di un comportamento razionale motivi che vadano al di là del profitto e del tornaconto personale. Con grande finezza Smith identifica varie ragioni per cui gli individui possono provare interesse per la vita degli altri, distinguendo tra simpatia, generosità, senso civico e altre motivazioni.
In terzo luogo, lungi dall´attribuire al perseguimento dell´amor di sé la capacità di dare vita a una buona società, Smith sottolinea la necessità di guardare ad altri moventi, e non solo per la realizzazione di una società decorosa, ma anche per quella di un´economia di mercato florida. Si spinge persino ad affermare che se «la prudenza» è «tra tutte le virtù quella maggiormente utile all´individuo», «l´umanità, la giustizia, la generosità e il senso civico sono le qualità più utili agli altri».
L´interpretazione standard del pensiero smithiano promossa dalla maggior parte degli economisti, e in tal modo filtrata nella cosiddetta «politica della scelta razionale» e nella corrente dominante dell´«analisi economica del diritto», è completamente fuori strada.
«Sull´uomo», sull´essere umano. Non so immaginare come altri, intervenendo in questi "dialoghi sull´uomo", interpreteranno l´espressione e intenderanno il loro compito. Da parte mia, non andrò di certo alla ricerca di qualcosa di essenziale, di ideale, di radicale circa l´essere-uomo. Nelle cose politiche e morali, è bene diffidare delle astrazioni e delle dottrine circa l´umanità autentica, vera, non corrotta, corrispondente all´ideale, un ideale che debba essere realizzato con ogni mezzo e a ogni costo. È prudente pensare che non esista "l´uomo" o che, se esiste, non l´abbiamo mai incontrato. Ci sono "gli uomini" e non uno è per natura uguale all´altro. Per nostra fortuna è così. Altrimenti saremmo pronti ad accettare l´uomo-massa, l´uomo-gregge, l´uomo in serie. La verità della nostra umanità non sta in una filosofia, in un´antropologia; sta dentro ciascuno di noi, in interiore homine, e tutti possiamo cercare di conoscerla seguendone le tracce profonde, senza mentire a noi stessi. Conosci te stesso! E non pensare che quello che hai trovato valga necessariamente nemmeno per chi ti sta più vicino.
La storia ci mostra però che questa realtà, tanto molteplice da non poter trovare un esemplare di per sé uguale a un altro, è tuttavia massimamente plastica, cioè capace di adattarsi, adeguarsi, combaciare alle condizioni nelle quali si trova a vivere. Nessun altro essere vivente ne è altrettanto capace. Per questo, gli esseri umani sopravvivono nelle condizioni ambientali, climatiche, sociali, politiche più diverse. Non solo gli individui, ma anche le loro società sono varie e sono capaci di cambiare, come nessun´altra società di esseri viventi. I viventi non umani ci appaiono programmati per vivere nella e solo nella struttura sociale che è loro propria.
Dalle società tribali arcaiche, studiate dagli etologi, alle odierne società della comunicazione, di cui si occupano gli informatici, quante varianti, quanti tipi umani diversi: cacciatori, agricoltori, nobili e plebei, liberi e servi, cittadini e contadini, corteggiani, cavalieri e borghesi, umanisti e tecnici, imprenditori ed esecutori, proprietari e proletari, uomini di religione e uomini di scienza, eccetera. Differenze, queste, che riguardano il lato esteriore degli esseri umani, quello che riguarda i rapporti sociali tra di loro. Ma che diremmo del lato interiore, quello che riguarda cose come le loro qualità morali, la loro sensibilità artistica, l´autocoscienza, la felicità e l´infelicità? Qui davvero ogni pretesa di generalizzare sarebbe ancora più arbitraria.
Forse però, potremmo già subito smentirci da noi stessi e dire che, allora, una natura dell´essere umano c´è, ed è la sua plasticità e irriducibilità ad unitatem. Ma è una smentita apparente, perché non ci permette di andare oltre, mentre è propriamente questo "oltre", o questo "altro" ciò che ci importerebbe di definire.
Orbene, è precisamente l´indefinibiltà di un´idea essenziale a priori che consente di dire qualcosa in modo indiretto, a partire dalle condizioni esterne che operano sugli esseri umani, conformandoli a determinati standard sociali e a determinate aspettative sociali. Ferma restando, peraltro, la sempre presente, residua e ribelle, loro irriducibilità integrale a tali standard.
Guardando alle condizioni odierne delle nostre società, troviamo impressionanti conferme di due profezie che risalgono, l´una, a Tocqueville e, l´altra, a Dostoevskij.
Tocqueville, osservando le condizioni della società americana orientata alla democrazia ugualitaria, previde «una folla innumerevole di uomini simili e uguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri, con cui soddisfare il proprio animo. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è come estraneo al destino degli altri: i suoi figli e i suoi amici più stretti formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, è vicino a loro, ma non li vede; li tocca, ma non li sente; vive solo in se stesso e per se stesso, e se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia patria. Al di sopra di costoro s´innalza un potere immenso e tutelare, che s´incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Assomiglierebbe al potere paterno, se, come questo, avesse per fine di preparare gli uomini all´età virile; ma al contrario, cerca soltanto di fissarli irrevocabilmente nell´infanzia» (La democrazia in America, 1840, libro II, parte IV, capitolo VI).
Dall´altra parte del mondo, qualche decennio dopo (1879-1880), Dostoevskij avrebbe scritto, presumibilmente senza conoscere il suo predecessore, quella che è stata definita la storia dei due secoli successivi, La leggenda del Grande inquisitore, capitolo centrale, somma del suo pensiero politico e vetta della sua arte, ne I fratelli Karamazov. Anche qui, l´umanità è vista divisa in due. I "tutori" di Tocqueville diventano gli "inquisitori" in Dostoevskij. La visione generale è la stessa: la massa addomesticata e i pochi che, al di sopra, l´addomesticano. Non tiranni feroci, ma benefattori che prendono sulle loro spalle il fardello di una libertà di cui, per lo più, gli esseri umani non sanno che farsi, anzi anelano di sbarazzarsi. La società dei grandi numeri, industrializzata, standardizzata, meccanizzata produrrebbe così una doppia, opposta umanità. La divisione ha a che fare con la distribuzione ineguale di tre risorse vitali, i beni materiali, le conoscenze, il potere: detto altrimenti, l´avere, il sapere, il potere, i tre pilastri d´ogni struttura sociale.
La democrazia in America è un testo che potremmo definire di sociologia politica; La Leggenda, di antropologia morale. Per questo, in un discorso sull´essere umano come è quello cui i "Dialoghi sull´uomo" ci invitano, è a Dostoevskij, innanzitutto, che ci rivolgiamo. Non con l´illusione di trovarvi tutto, ma almeno con la certezza di scorgervi qualcosa di ciò che cerchiamo, anzi forse non poco.
Diritti, cittadinanza, lingua, religione, tutto diventa patrimonio etnico di una maggioranza che decide chi potrà accedere ai diritti e chi no; la novità di una reazione identitaria, comunitaria, che si combina con l’accettazione piena del liberismo economico; in Europa un attacco antilluministico senza precedenti.
In tutta Europa avanzano partiti xenofobi. Da quel che abbiamo capito tu sei molto pessimista e preoccupata. Cosa sta succedendo?
Mi sembra che sia in corso una trasformazione della democrazia in Europa, non solo in Italia. Stiamo assistendo al declino delle filosofie universalistiche, ma, paradossalmente, non in filosofia, bensì in politica. Nelle accademie le filosofie universalistiche sono egemoni. Ci sono certo stati revisioni e adattamenti; tentativi di armonizzare conoscenza locale e universale, multiculturalismo e liberalismo. Per esempio dopo più di vent’anni di fruttuoso dibattito, i comunitari hanno stemperato le loro posizioni particolaristiche. Del resto, non bisogna dimenticare che le filosofie più attraenti, diciamo più in vista, sono quelle legate a visioni universali della natura umana, all’idea di flourishing, di benessere della persona: pensiamo a Marta Nussbaum o Amartya Sen. Quindi c’è un quadro teorico ben strutturato in chiave universalista.
Ma questo riguarda l’accademia, è contenuto nei libri che leggiamo; che leggono pochissime persone. Se usciamo da questo gruppo ristretto e anche specialistico, vediamo uno scenario molto diverso. Nella realtà quotidiana nella quale viviamo, per esempio nell’Occidente europeo, sembra che si stiano verificando cose completamente diverse: l’universalismo è sotto attacco. Qui l’idea di uguali diritti è sotto processo, la stessa idea di integrazione europea come una grande casa comune di liberi e diversi è a rischio, almeno sotto il profilo ideologico. Le regole ci sono ancora, certamente; la moneta unica c’è ancora (benché sotto tiro del capitale finanziario globale), le istituzioni che presidiano i diritti e l’eguaglianza, come la Corte, ci sono ancora; però quello che viene avanti con sistematica tenacia, a livello nazionale degli Stati membri, è un attacco frontale all’universalismo, ai diritti individuali, all’idea di persona scorporata da ogni identità locale. Nel mondo della vita concreta delle nostre società c’è una rinascita del comunitarismo, di un comunitarismo etnico, radicato in presunte tradizioni, pre-politico. L’abbiamo visto nelle ultime elezioni in Ungheria, nella civilissima Olanda, poi in Italia, in Polonia: ci sono fenomeni che vanno esattamente verso una disgregazione delle grandi costruzioni post-nazionali nate in nome di ideali universalistici di pace, di unificazione, di cosmopolitismo, di inclusione. Le nostre Costituzioni, le carte dei diritti, le convenzioni internazionali, l’Unione Europea, sono nate proprio in reazione e per opporsi alle esperienze totalitarie fasciste, che erano e sono profondamente identitarie.
Sì, è vero che, nel caso di quei totalitarismi, più che un’etnia c’era un’ideologia invadente e potentissima che esaltava un ordine nel quale il partito era integrato allo Stato; tuttavia, il totalitarismo, il nazionalismo fascista erano comunque forme anti-illuministe, anti-individualiste (se dell’individualismo abbiamo una visione liberale), senza meno. Le nostre Costituzioni sono nate proprio per proteggerci da queste orrende cose.
Ora, questo che accade sotto i nostri occhi ci dice invece che non siamo per niente protetti, che queste carte costituzionali non ci proteggono abbastanza, perché forse nel frattempo non si è voluto curare il male profondo che c’era all’origine, che sono i fondamenti culturali dell’ideologia identitaria delle democrazie europee; vizi che non si sono mai corretti, mai sciolti, mai emendati. Le nostre democrazie europee sono nate su un elemento identitario. La nazione per tanto tempo ha avuto una funzione democratica, emancipatrice, “una nazione di cittadini”, come dice Habermas, e non di membri. Benissimo. Però in situazioni come questa, forse per ragioni che gli economisti, i sociologi e i pubblicisti dovrebbero analizzare (cioè per cause economiche, di declino del benessere), assistiamo a una rilettura della nazione in chiave etnica.
I diritti diventano un patrimonio etnico?
Esattamente: è l’identificazione della libertà, e quindi dei diritti, col possesso; il possesso del suolo, il possesso di una cultura, il possesso di una lingua, il possesso di una religione. Ora, l’idea di possesso, l’idea, cioè, di essere noi i possessori legittimi di quella che chiamiamo la nostra terra, la nostra nazione, la nostra stessa Costituzione, ci induce a leggere i diritti non come uno strumento che stempera questo istintivo possessivismo che esiste nella nostra storia, ma che invece lo fagocita. Quando si vogliono tener fuori gli immigrati, non li si vuole solo tener fuori fisicamente dai nostri confini (spesso vengono in realtà accettati), ma li si vuole tener fuori anche quando sono dentro, quando vivono sotto le nostre leggi e pagano come noi le tasse; li si vuole escludere dalla cittadinanza attiva, da una democrazia attiva. E perché? Perché, si sente dire sempre più spesso, i diritti appartengono a noi.
Ma stiamo attenti, perché queste nuove forme di pensiero comunitario o anti-illuminista non sono un ritorno indietro. I comunitari etnici di oggi non vogliono ritornare a vivere come si viveva prima della società di mercato, prima della rivoluzione, prima, prima... Non ci pensano nemmeno: questi amano la tecnologia, sono figli del nostro tempo, non rifiutano per niente il liberalismo economico, non rifiutano per niente il mercato. E così si crea un’alleanza anche stretta fra queste forme, che sembrano retrograde, e le forme più avanzate di tecnologia e di cultura politica come il liberalismo, per esempio. Questo connubio non appartiene alle forme di comunitarismo del passato o alla tradizione antilluministica classica, è nuovo.
Si è detto anche che i diritti li si deve meritare…
Sì, e francamente di tutta questa grande manfrina che si è fatta sul merito non se ne può più. Sembra che tu il merito ce l’abbia dalla nascita, che non sia, cioè, qualcosa di costruito, di situato in una società, secondo le capacità di cui la società ha bisogno, dei criteri di valutazione in base all’utile sociale. Oggi c’è l’idea che tu devi meritare le cose che hai senz’altra specificazione. Ma ci sono cose che, meritate o no, le hai, punto e basta. Tu hai dei diritti perché sei un essere umano, non devi meritarteli. Questa è la tradizione del mondo occidentale, dalla Rivoluzione francese in poi, questo è il punto fondamentale della nostra politica, che si chiama Stato costituzionale, Stato di diritto, eccetera. Oggi, invece, con questa idea di nazione non più legata alla legalità, al diritto, ma all’etnia, all’identità culturale, una maggioranza potrà decidere se tu ti meriti o non ti meriti un diritto, se tu potrai appartenere al gruppo che detiene i diritti o no.
E’ una concezione da democrazia “maggioritaristica”, in fondo dispotica, in cui il gruppo di maggioranza decreta se gli altri meritano di accedere alla stessa mensa o se dovranno restar separati.
La stessa religione entra a far parte dei possedimenti…
Ma la religione non è “possedere” una fede o una tradizione, ma “credere”, esercitare una libertà di credere. Dice Tocqueville: “Solo i popoli liberi hanno fede”. Gli altri non hanno fede, perché la fede è uno degli atti più liberi: diversamente c’è ipocrisia, la negazione della fede. C’è libertà di religione non solo per consentire agli altri di esistere, ma per consentire a te di esprimere la tua fede. La fede non è una cosa che possiedi, è un esercizio, un’espressione, una pratica, quindi hai bisogno di un diritto. Invece no, sembra che oggi la fede non sia più fede, ma essenzialmente religione costituita: noi la possediamo, questa è la nostra, gli altri possiedono la loro e devono star fuori, perché altrimenti ce la contaminano. L’idea sempre più diffusa, che fa veramente paura, è quella del possesso dei diritti.
Ma questo possesso, ed è qui il problema secondo me su cui bisognerebbe lavorare molto, non è -lo ripeto- necessariamente in contraddizione con la modernità e le forme estreme di liberalismo. Quando dico forme estreme di liberalismo intendo quelle che insistono molto sul successo, sulla capacità di fare, di costruire, di produrre, di accumulare, che è una capacità che tu hai in un mercato libero, in una società che si basa sullo scambio.
Ricordo un libro molto bello, forse meritevole di rilettura, di Macpherson, Possessive liberalism. Ecco, oggi assistiamo alla coniugazione tra un liberalismo possessivo, basato sull’idea che tu possiedi quello che è l’esito del tuo lavoro, la tua energia, la tua vita, e l’idea di una comunità possessiva a livello comunitario. Questa idea del “possesso” travalica l’economia, per diventare un minimo comune denominatore che può unire tutto. E infatti, fra questi comunitari del possesso, possiamo trovare dei veri e propri fascisti, come in Ungheria, gente che ritorna a dire “il nostro suolo” senza odiare il liberalismo. Questa che sembrava una bestemmia non lo è più.
Ma vedi qualcosa di questo genere anche in Italia?
Certo, l’Italia è un caso esemplare. Si potrebbe pensare che l’alleanza fra Bossi e Berlusconi sia una pura alleanza di governo; io penso invece che la convergenza sia profonda, perché i due movimenti sono legati nella cultura, fondata in entrambi i casi sul possesso.
Nel caso di Bossi, è il possesso del territorio, della lingua, della tradizione, secondo una visione etnica dell’identità, che si crede radicata o si pretende che lo sia, e rispetto alla quale si giudicano gli altri. I leghisti dicono: “la libertà nostra”, quindi una libertà radicata dentro di noi come etnia, non come esseri umani. Dall’altra parte, in una realtà mossa da valori opposti a quelli del radicamento nel suolo (il potere capitalistico è senza patria e non ha alcun radicamento, tanto più se è capitalismo finanziario) ritrovi dominante l’idea del possesso, un possesso strumentalmente funzionale al capitalismo globale: le istituzioni politiche, i diritti, la legge, tutto deve essere funzionale a questo possesso, ed è il possesso che determina il valore.
Berlusconi vuole mutare la Costituzione? Non dobbiamo pensare che sia un pazzo, oppure un vanaglorioso, oppure un tiranno. Forse è tutte queste cose insieme. Ma il suo “volere” ha una logica secondo la quale la dimensione materiale della vita, ovvero i rapporti di potere, di forza, i possessi, gli interessi, devono dettare le leggi e devono plasmare la dimensione istituzionale e normativa.
Quindi quell’idea antica per cui nella democrazia la politica dovesse avere una funzione non strumentale, e anche se, o proprio perché gli interessi si combattono in Parlamento, doveva cercare di mediare; l’idea cioè che ci dovesse essere una dimensione di impersonale separatezza, perché diversamente la legge di natura domina, portando al dominio del più forte; ebbene quell’idea è in declino. Infatti la dimensione impersonale e istituzionale sembra che non abbia più le risorse interne per essere autonoma, e viene quindi fagocitata, presa, rapita, dalla dimensione del possesso, sia esso del territorio, o dell’etnia, oppure del possesso vero, economico. Questo è uno scenario preoccupante, perché significa davvero che la Costituzione legale è il mezzo di quella materiale, affinché quella materiale faccia il suo corso. Quella materiale dice che i rapporti di potere presenti nella società, nell’economia, nella famiglia, invece di essere limitati, stemperati, controllati da un potere superiore, si prendono quel potere superiore e in questo modo si legittimano. Cioè l’abnormal becomes the norm, quello che è anormale si normalizza impossessandosi della legge.
La dimensione della separazione della sfera del possedere o della materialità, da quella della legge o della norma, o della impersonalità, viene così ad erodersi, a scomparire, in alcuni casi. Con nostro grave pericolo, perché è come dire che la vita come è nel presente contingente diventa la norma. Non c’è più una dimensione trascendente, che noi accettiamo e nella quale ci specchiamo come individui. E ritorna buono il detto di De Maistre: “Io non ho mai visto individui, ho visto francesi, tedeschi, italiani...”, cioè ha visto l’immediatezza della specificità, mai l’universalità del “come se”, della norma.
Noi europei, dalla Rivoluzione francese in poi, abbiamo lottato per mantenere questo spazio trascendente e simbolico rappresentato dalle norme (che ha preso il nome di cittadinanza) separato dalla vita empirica concreta; lo abbiamo fatto proprio perché, come individui concreti, con una materialità, una locazione o una biografia specifiche, ci possiamo riflettere in quella dimensione universale e sentire che, oltre alla nostra realtà immediata, ce n’è un’altra alla quale apparteniamo e per mezzo della quale ci possiamo relazionare agli altri, a tutti, sia coloro che parlano la nostra lingua sia gli stranieri. Ecco, questa trascendenza rispetto alla vita, alla quotidianità, all’essere come è, nella dimensione di vita irriflessa, pare cadere.
L’idea che vive nella cultura popolare è che chi vince si impossessa delle regole; se abiti questo territorio, immediatamente stabilisci chi è dentro e chi è fuori, stabilisci che tu sei il territorio, te lo prendi, è tuo. Questo io penso che sia spaventoso…
Il federalismo qui diventa qualcosa di molto cupo…
Ma è esattamente l’opposto di quello che pensava chi apparteneva alla tradizione liberal-socialista, o i federalisti di Ventotene. Loro pensavano al federalismo esattamente come a un modo per unire, in una dimensione superiore alla nazione, popoli diversi. Si partiva dal luogo, perché erano democratici quasi più vicini alla democrazia diretta che a quella rappresentativa; si partiva dalla vita della città o della propria regione, per potere interagire con gli altri e vivere una dimensione quasi cosmopolita, universale. Quindi il federalismo era un modo per ascendere dalla materialità della specifica vita alla dimensione generale, astratta o universale. Oggi avviene l’opposto: il federalismo viene rivendicato per andare giù, per togliersi da questa dimensione, e tornare al particolare della vita, a quella vita del quotidiano, alla vitalità del luogo, dell’etnia, più o meno inventata non importa.
Il paradosso è che anche le categorie dovrebbero essere riscritte, perché questi comunitari del possesso usano le nostre stesse categorie, ma le declinano in tutt’altro modo. La parola federalismo usata da loro non ha nulla a che vedere con quella che usava un illuminista. La parola libertà nemmeno: quando usano la parola libertà, loro intendono “la libertà nostra”.
Questo rovesciamento dei valori, per cui le stesse parole non significano le stesse cose, è parte di questo grosso problema.
Ecco perché chi ha una cultura liberale e democratica si sente senza linguaggio, perché oggi le sue parole non verrebbero capite, verrebbero stravolte. Tu parli dei diritti? “Ah, ma io sono a favore dei diritti...”. Vogliamo la scuola... “Ah, ma io sono a favore delle nostre scuole...”. Tu credi che la Lega, se vince in Emilia-Romagna, voglia togliere le scuole materne pubbliche? “Per carità di Dio, gli asili vanno bene, sono i nostri servizi sociali”... i nostri, i nostri... “Anzi, li vogliamo perfezionare, li vogliamo rendere ancora più belli, purché siano nostri!”.
Quindi si appropriano di parole, conferendo loro un significato diverso, e noi, quelli che hanno idee ancora universaliste, nonostante tutto, facciamo fatica, perché ogni volta dobbiamo specificare, fare uno sforzo doppio, quasi meta-linguistico, perché prima di parlare abbiamo bisogno di premettere: “Io intendo questo” quando uso questa parola. Ma così si perde il senso della comunanza della parola, la grammatica comune si rompe. Se dobbiamo discutere delle parole che usiamo prima di cominciare a parlare, finisce che smettiamo di parlare. Non c’è più accesso alla discussione, perché il linguaggio, la grammatica, la sintassi, cioè le regole della discussione, sono possedute da quel particolare di vita, da quella materialità che è loro. Ripeto, si è erosa quella dimensione astratta, quella dimensione universale nella quale tutti potevano entrare. E’ debilitata la dimensione dell’impersonale, quella di cui parlava Rousseau: la cittadinanza fuori e sopra la nazione, la cittadinanza non nazionalistica, non etnica; l’essere cittadini al di là dell’essere individui privati.
Beh, è in discussione la concezione della democrazia. Anche Habermas è sotto accusa in questo momento. Quando lui comincia a parlare di religione, che è necessaria e utile, e quasi accetta l’osservazione di Böckenförde per cui i paesi liberaldemocratici, o gli Stati liberal democratici, non avendo in sé l’energia per riprodurre i proprio valori, devono andare a prestito dalla religione, per esempio, perché la religione crea solidarietà, mentre la legge no... E allora, tu dici “la colpa è della sinistra”.
Mah, il fatto è che quando sono state scritte le Costituzioni, tra il ‘46 e il ‘48, in Italia, in Germania ecc., i teorici della democrazia, da Aron al nostro Bobbio, avevano il terrore di sostanzializzare i valori politici, proprio perché venivano da una ipersostanzializzazione: lo Stato etico trasformato in Stato totalitario. Per cui c’è stato un ritirarsi dell’etica, e le norme, le regole, l’imparzialità dei processi, sono diventate il luogo di libertà. Questo è stato la creazione degli Stati democratici in Europa. Evidentemente queste norme non sono però capaci di creare l’etica. C’è dunque una responsabilità nella teoria moderna della democrazia, in questo fissarsi esclusivamente sulle procedure, le norme e le regole, senza la dovuta e necessaria attenzione alla dimensione etica della democrazia, all’ethos della democrazia, appunto. Ha un ethos, la democrazia? Aron e Bobbio credevano che non ce l’avesse, perché la democrazia era appunto le regole del gioco, un sistema per risolvere i problemi in una dimensione di decisioni collettive: ci mettiamo insieme e per risolvere usiamo le regole democratiche, ovvero il voto, la maggioranza e minoranza, ecc. La democrazia non aveva valore sostanziale, se non per questo: rendeva possibile la pace (che è certo un valore di grande sostanza!). In fondo la battuta di Churchill - la democrazia è il migliore dei peggiori governi - è diventata il modo di dire di tutti, fino allo stesso Rawls.
Quindi c’è questo aspetto negativo incorporato nella democrazia: noi non possiamo farne a meno, però dobbiamo riconoscere che non è il migliore governo possibile, perché dovrebbe governare la competenza, non il numero. Questa è una lacuna profonda del pensiero democratico, che non ha saputo dare a se stesso qualcosa di più.
Habermas è forse il solo ad aver fatto un tentativo in questa direzione, peraltro in modo egregio, però affidandosi di fatto alla ragione razionalista: non solo la norma, ma il dialogo razionale. E’ la lingua ad unirci, a consentirci di dirimere le controversie. E’ questo elemento razionale che è dentro la lingua, il linguaggio, che ci consente di dialogare. Tuttavia questo funziona, se, come abbiamo detto prima, c’è un consenso sulla lingua e sull’uso della grammatica e delle parole, cioè se siamo nella stessa famiglia che parla; se, infine, non abbiamo ideologie forti che ci oscurano la capacità razionale e la possibilità di riconoscere che abbiamo sbagliato e di cambiare idea.
Secondo Habermas la parola, al di là dei diversi linguaggi, è la struttura normativa che unifica il mondo umano, tutti i parlanti, a prescindere dalla lingua che pratichiamo. Il linguaggio ci unisce anche quando abbiamo lingue diverse. Habermas ci credeva perché era un illuminista. Era molto diffidente sulla ricerca di una dimensione etica. Per esempio, non ha mai accettato il repubblicanesimo, perché lo ha identificato col civismo, col mito della virtù, e però... Però forse è necessaria un’addizionale. Probabilmente la democrazia va anche insegnata, non soltanto praticata. Ci sono dei valori che vanno insegnati. I valori dell’uguaglianza, per esempio, di cui oggi nessuno vuol più sentire parlare…
Forse, e tu lo dici da un po’, la democrazia rappresentativa non può fare a meno della vitalità associazionistica...
Certo, la società civile è importante perché come sappiamo l’associazionismo garantisce il pluralismo. Però, anche in questo caso, il quadro universalistico resta decisivo. Perché se queste realtà non sono interpretate all’interno di una dimensione generale, universale, si rischia una forma di neomedievalismo, un pluralismo normativo in relazione al quale l’uguaglianza perde di rilevanza, poiché ci sono associazioni che hanno più peso e altre che ne hanno meno, e poi all’interno di ciascuna ci sono associati che hanno più potere e altri meno, e poi c’è chi usa le associazioni per difendere ciò che ha. Senza una dimensione della legge generale o statale, l’associazionismo -e Tocqueville lo diceva molto bene- diventa il luogo per la libertà (solo) di alcuni.
Comunque è riduttivo dire che viviamo in un momento di reazione anti-moderna perché rischiamo di non vedere bene il pericolo. Un conto è la reazione contro l’universalismo quando l’universalismo non c’è ancora: dopo la Rivoluzione francese, la reazione, la restaurazione contro i lumi, è la restaurazione di pochi, di una minoranza. Dov’era l’universalismo in quel tempo? Non nelle leggi e nella società, ancora. Lo stesso liberalismo era essenzialmente quello dei proprietari.
Tutt’altra cosa è una reazione contro l’universalismo da parte di coloro che godono dell’universalismo dei diritti. In questo caso, è come un essere reazionari in un mondo di libertà, che ha la libertà. Nel 1815, la libertà dov’era? Quella che portava Napoleone, d’accordo, ma era pur sempre una libertà imposta e della quale godevano gruppi ristretti. Oggi invece c’è la libertà di milioni di persone, che hanno uguali diritti. E’ in questa situazione che noi abbiamo una reazione contro l’universalismo: ecco perché parlo di figure dispotiche in democrazia. Perché una massa di individui, che sono uguali per legge e sono uguali anche nelle opportunità di scambio, di acquisto, di possesso, pensano di costruire la “repubblica degli uguali” tra loro. Il loro universalismo si chiude a quello degli altri e diventa veramente la democrazia dispotica che decide sul proprio territorio. A rigore bisogna allora parlare di reazione contro i principi democratici all’interno di un mondo che è democratico.
Così la libertà, ma anche l’asilo nido, diventano privilegi...
Diventa tutto patrimonio degli uguali, di “noi”. E’ proprio la democrazia dispotica di cui parlava Tocqueville alla fine di Democrazia in America. Si mette un po’ di filo spinato intorno e si dice: noi siamo gli uguali e dobbiamo difendere questa nostra uguaglianza. E’ il modello spartano, il modello degli uguali, la democrazia dei molti ma non di tutti, la democrazia dispotica che decide sul proprio territorio, di cui Tocqueville aveva terrore. Quindi non è che noi non saremo più liberi, non è che noi perderemo la libertà, no, no, noi compreremo, venderemo, accenderemo il nostro computer, vivremo uniti, usciremo di sera senza incorrere in alcun coprifuoco. Ma sarà una libertà nostra, appunto, una libertà tra noi, chiusa agli altri. Quindi l’Europa, che è fatta di democrazie fondate sulla “nazione”, quindi già limitate nella loro espansione, si chiuderà ancora di più per conservare quella libertà formatasi nella cultura universalista, che ora viene rigettata.
Certo, quando tu separi la libertà dall’uguaglianza, la libertà diventa un privilegio. Ma quando i leghisti “conquistano” queste terre, mica si propongono di diminuire le libertà o di togliere dei benefici sociali. No, no, semmai li vogliono rafforzare, ma saranno le “loro” libertà, i “loro” benefici. E chi è fuori è fuori. Quando la libertà viene dissociata dall’uguaglianza, dall’universalismo, si crea una trasformazione del diritto in privilegio.
Tutto va in questa direzione ed è veramente una cultura egemonica di destra in tutti i sensi. La destra, in fondo, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sempre osteggiato l’uguaglianza, come ha ben mostrato Bobbio. Il problema è questo: non è che ci tolgano la libertà, quello che ci tolgono è l’uguale libertà, per cui, ad esempio, i poveri tra un po’ verranno visti come tali. D’altra parte cos’è la carta sociale, la social card, istituita da questo governo? Io la chiamo “carta di povertà”, perché bisogna chiamare le cose col loro nome. A prescindere dal fatto provato che non ha funzionato anche per mancanza di finanziamenti, la carta di povertà è una certificazione di chi è povero; “fa vedere” il povero quando ne fa oggetto di carità pubblica. La verità è che quando si rompe il fronte dell’uguaglianza non si sa più dove si finisce. I bambini che vengono cacciati dalla mensa, perché poveri, sono una conseguenza molto eloquente di un rovesciamento della democrazia. L’universalità di cittadinanza serve appunto a eliminare lo stigma, a farci sentire uguali. Il sentimento dell’autostima, del sentirsi uguali, è potentissimo perché genera il senso della dignità. Ma quando tu umilii una persona davanti agli altri, quando trasformi la sua specificità o la sua difficoltà in un fatto discriminante, di ineguaglianza, allora l’altro si sente un inferiore, un poveraccio. Ma attenzione, perché se si interrompe l’uguaglianza una volta, la si interrompe sempre. Non è che si possa dire: ci fermiamo qui, perché quando la logica della esclusione e della discriminazione è entrata nella pratica pubblica, allora ci sarà sempre una ragione per applicarla.
Ecco perché le nostre società sono anche reazionarie oltre che conservatrici: perché partono con una limitazione dell’uguaglianza, ma poi continuano per arrivare al governo dei pochi lungo un percorso che pensa di limitare la libertà a “noi” soltanto.
Si dice spesso che questa è una ”democrazia autoritaria”. Ma non esiste una democrazia autoritaria. Gli autoritari se ne vogliono impossessare per poi trasformarla in qualcos’altro, che è il governo oligarchico.
Per questo l’uguaglianza è un principio fon-da-men-ta-le per la democrazia. Si dice: “No, lo è più la libertà”. Io non condivido questa priorità della libertà. Bobbio aveva perfettamente ragione: “Guai a pensare che una possa stare senza l’altra”. Si chiamano infatti uguali libertà: c’è un primato di entrambe oppure entrambe vengono a cadere. L’uguaglianza, diceva Condorcet, è un diritto fondamentale, è sbagliato considerarlo come uno strumento; è il diritto degli esseri umani, tutti, di appartenere allo stesso gruppo umano, di chiamarsi “esseri umani”, è la dichiarazione di unità degli esseri umani. Questa è l’uguaglianza: io ho il diritto di essere uguale a te.
Invece adesso c’è una reinterpretazione dell’uguaglianza, scritta all’interno, appunto, delle comunità specifiche. Questa traiettoria può portare alla distruzione della democrazia. Quindi il “dispotismo” dei molti è un passo in un movimento che va in direzione opposta: verso una società oligarchica, in cui i pochi, quelli che hanno più possesso, più uguaglianza tra loro, riusciranno ad avere il potere sugli altri.
In sostanza è davvero una fase di reazione contro la democrazia, se per democrazia si intende l’uguale libertà e l’universalismo che ci consente, con la cittadinanza, di trascendere la nostra vita specifica locale, quotidiana, economica, sociale, e di sentirci cittadini uguali. Perché anche il sentire è importante; se non ti senti inferiore a nessuno, e nessuno ti fa sentire inferiore, l’essere non ricco non ti fa sentire perdente; l’orgoglio della cittadinanza democratica è psicologicamente, oltre che eticamente, liberante. E’ un orgoglio buono.
Qui il sito Una Città, mensile di interviste
Marco Ermentini, Architettura Timida. Piccola enciclopedia del dubbio, Nardini Editore, Firenze 2010, pp. 95, euro 18,00
Gli architetti razionalisti radunati attorno alla rivista «Quadrante» - diretta da Pier Maria Bardi e Massimo Bontempelli - definivano «arrogante» l’architettura diversa da quella, la loro, fondata sulla ragione, la chiarezza e la proprietà delle forme e dei contenuti, sul rifiuto di elementi decorativi superflui. Insomma, l’architettura razionalista. Arrogante era l’edilizia «del mercato immobiliare», diremmo ora, ma anche una parte dell’architettura del Novecento milanese d’autore, persino la Ca’ Brütta di Colonnese e Muzio, se, eretta in basi ad altissimi indici di sfruttamento fondiario, era costata la distruzione di «uno dei più romantici giardini della Milano ottocentesca» (Piero Bottoni). Ora, nel nostro tempo dai tanti valori morali perduti, l’arroganza e, come ci insegna l’incantevole libretto di Marco Ermentini, l’intolleranza e la violenza, spesso la stupidità, contraddistinguono buona parte dell’architettura e del restauro. Come comportarsi, da architetti, se non all’incontrario?
Ermentini ha fondato con il filosofo Andrea Bortolon e l’artista Aldo Spoldi nel 2000 all’Accademia di Brera la SAA (Shy Architecture Association), movimento per l’architettura timida che auspica «un modo più discreto di situarci nella realtà utilizzando la non violenza verso le cose» (p. 74). Gli architetti devono conoscere con amorevolezza gli edifici, essere pazienti, delicati, desistenti, lenti come Bartleby lo scrivano del racconto di Melville. «Preferisco di no» diceva di fronte a certi ordini che non corrispondevano al suo modo di stare al mondo in maniera silenziosa, riservata, nascosta. Il carattere del bravo architetto o restauratore si modelli non su quello di Sisifo, potente, astuto e fraudolento, ma su quello del coniglio, delicato, riflessivo e leale.
Un armamentario di cento lemmi, termini singoli o brevi titoli, ognuno dotato di un’immagine, illustrativa o traslata, ci guida lungo un’«enciclopedia del dubbio» che ci offre invece le basi di una serena certezza. Minime narrazioni, intelligenti contestazioni, amare e dolci ironie, fulminanti paradossi: tutto si tiene, come le stratificazioni dell’anti-restauro perorato da Ermentini, per approdare alla regola ultima della «rivoluzione timida»: applicare la «metanoia» e la «cairologia», ossia «convertirsi a un rapporto più cordiale e armonioso con i sistemi naturali» (p. 71), trovare la misura e il momento giusti, opportuni.
Amartya Sen è in Italia: vi trascorrerà alcuni giorni, per il riposo e per alcune conferenze. Il premio Nobel per l’economia gli venne attribuito nel 1998, per una «economia» pensata e ripensata alla luce di una necessità etica che dovrebbe coinvolgere gli uomini, il mondo intero, collocando l’indagine economica all’interno di una riflessione che fa perno su una nozione di diseguaglianza, analizzata a partire dalla eterogeneità degli esseri umani e dalla molteplicità dei parametri in base a cui può essere definita. Per questo, ragionando di sviluppo e di mercato, ma anche di libertà, democrazia, giustizia, di diritti (di diritti anche della «terra» e quindi in una d imensione ecologica), è diventato una bandiera, un beniamino, un riferimento di quanti hanno immaginato una alternativa al liberismo imperante, alla globalizzazione selvaggia, al depauperamento delle risorse, all’arricchimento di pochi e alla fame di molti. Una sintesi, anche di grande valore simbolico, della sua battaglia sta nell’invenzione (insieme con il collega pakistano Mahbub ul Haq e per conto delle Nazioni Unite) di un Pil (prodotto interno lordo) che rivoluziona quello tradizionale e che calcola la «ricchezza delle nazioni» non secondo riferimenti monetari o industriali, ma secondo altri parametri, come tasso di alfabetizzazione, grado di democrazia, possibilità di scolarizzazione, libertà di accesso ai media, qualità dell’assistenza sanitaria, attesa di vita, diffusione del benessere: si dice Hdi, indicatore di sviluppo umano (che non tutti però, mi precisa Sen, li include).
Il tema del suo ultimo libro, pubblicato da Mondadori, è la giustizia. Lo dice il titolo: «L’Idea di Giustizia». Ma lei è un economista e noi viviamo da tempo una pesante crisi economica. Come se ne esce? Imboccando un’altra strada rispetto a quella seguita fin qui? Abbandonando un modello di sviluppo, che è poi il modello capitalista?
«La crisi economica è grave. Le ragioni stanno certo nella cattiva politica, nella mano libera consentita alla speculazione finanziaria, nell’eccesso di fiducia nella forza regolatrice del mercato, comprimendo o addirittura osteggiando il ruolo delle pubbliche istituzioni. Diciamo che la prima responsabilità è stata degli Stati Uniti, con la complicità ovviamente di tutti gli altri paesi più ricchi. A questo punto per rimediare non c’è che una strada: incentivi e interventi pubblici, con le riforme istituzionali che possono favorirla. Pensando globalmente. Questo è un punto fermo. L’altro riguarda ancora il tema del mio libro: Giustizia e ingiustizie. Non possiamo ignorarlo, anche mentre la finanza va a rotoli, le borse crollano, la disoccupazione sale: non possiamo accettare soluzioni che per motivi di bilancio, per salvare il vecchio ordine, impongano nuove ingiustizie. Ad esempio, se è giusto tagliare il superfluo, si dovrebbe sempre considerare che politiche di estremo rigore rischiano di essere controproducenti laddove non assicurino i servizi pubblici essenziali ai cittadini. Ma soprattutto dobbiamo batterci contro quelle ingiustizie che già conosciamo, contro la povertà, contro le limitazioni della libertà, contro le censure alla democrazia, ovunque nel mondo, in Asia o in Africa, ma anche nei paesi industrializzati. Il benessere dell’universo mondo resta una questione di giustizia e le politiche economiche a sostegno della ripresa devono essere giudicate per quanto riescono a rafforzare quelle condizioni di libertà e di democrazia che sono autentica misura della qualità della vita per tutti e allo stesso tempo premessa del cammino che verrà».
Vediamo allora a questo suo libro, che si apre con una dedica a John Rawls, il filosofo statunitense morto otto anni fa. Basterebbe il suo primo saggio, del 1958, «Giustizia come equità». “La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali”, ha scritto Rawls. Mi pare, professor Amartya Sen, che lei affronti il tema della giustizia da un altro punto di vista, cioè in funzione delle condizioni dell’esistenza umana, di una qualità della vita che a tutti dovrebbe essere garantita. Perché quel riferimento a Rawls?
«Il mio punto di vista sulla giustizia non è sempre esattamente compatibile con le conclusioni cui è giunto Rawls che ha comunque influenzato lo sviluppo del mio pensiero. Leggendolo, senza condividere molte delle sue affermazioni, mi ha stimolato a una ricerca personale. Per riassumere il lungo rapporto intellettuale che mi ha unito a Rawls, userei l’espressione ‘dialettica’. Credo che voi del l’Unità di dialettica ne capiate. Partendo dalle ragioni di disaccordo, sono riuscito a individuare il mio cammino per tentare di rispondere alla domanda fondamentale: che fare per contare su una giustizia migliore?».
E come le pare si possa rispondere a questa domanda. Esiste una misura della giustizia?
«Scrivendo questo libro, a proposito di un’idea di giustizia, mi sono innanzitutto preoccupato delle ingiustizie, perché solo risalendo dalle ingiustizie, dalla loro cancellazione, si può pensare a un passo verso una condizione più stabile e più equa dell’umanità».
Cioè, a una immagine teorica, direi ideale, della Giustizia, antepone una pratica di «ascolto» delle mille ingiustizie?
«Certo. Come infatti una società si può evolvere nel segno della giustizia? Può provarci, a condizione prima di tutto di una diagnosi delle ingiustizie. Su questo insisto: il primo compito è diagnosticare. Poi sulla base della conoscenza, di un consenso ragionato, di un esercizio intellettuale, attraverso cambiamenti politici, istituzionali, attraverso pure un cambiamento della mentalità diffusa, si può agire perché spariscano le situazioni di ingiustizia ».
Però le miserie del mondo, la fame, le morti sono lì a parlarci immediatamente. E in modo scandaloso …
«Le manifestazioni eclatanti, clamorose di ingiustizia sono infinite. Però mi interessava particolarmente stigmatizzare le forme più sottili dell’ingiustizia, ad esempio le tante forme di diseguaglianza tra gli uomini, lo squilibrio dei redditi piuttosto che la diversità delle opportunità. Sono questioni che toccano la sfera personale. Ciononostante condizionano il mondo. Certo: ingiustizia è morir di fame, è dover affrontare una carestia. Sono capitoli estremi dell’esistenza umana. Mentre si apre davanti ai nostri occhi un arcobaleno di situazioni, alcune delle quali non riusciamo a vedere nitidamente, come le tante forme di violenza, di limitazione delle libertà, di condizionamento fino alla tortura. Se vogliamo dare una risposta ad una domanda di giustizia, se vogliamo che quindi il genere umano, tutto, possa vivere bene, senza soffrire la fame, senza patire violenze, dobbiamo imparare a considerare le situazioni più manifeste (e morir di fame è tra le più gravi), ma anche quelle più occulte, che colpiscono comunque l’esistenza degli individui ».
Mi pare che lei, trattando di giustizia, si riferisca molto spesso a concetti di libertà e di eguaglianza. Potremmo aggiungere «fraternità», come‘legante’comunitario,e siamo ai tre principi della rivoluzione francese. Quale dei tre metterebbe in primo piano?
«Mi sembrano tre principi importanti allo stesso modo. La libertà consente all’uomo di agire alla luce della ragione che a ciascuno è data. L’uguaglianza, se siamo esseri umani, è garantire a tutti le medesime opportunità. La fraternità permette di stabilire di continuare relazioni reciproche chenon siano fondate sull’ostilità, che ci consentano quindi di sentirci vicendevolmente a nostro agio, di vivere vicini senza danneggiarci, di essere rispettati dai propri simili, di partecipare alla vita della comunità. Cercare di stabilire tra questi principi una classifica, mi sembra come tentare di dire che cosa sia preferibile tra i sensi, l’udito, la vista, il gusto. Valgono tutti e tre allo stesso modo e di nessuno dei tre vorrei privarmi. Finché non sei posto davanti al bivio, cioè a una scelta, non potrai mai immaginare la graduatoria».
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Limitare il consumo del suolo, opporsi all'urbanistica privatizzata, affermare il governo pubblico del territorio, tutelare il paesaggio e la sostenibilità delle città. Tutto questo senza dimenticare lo sviluppo e l'occupazione. Sono i pochi, ma essenziali e determinanti punti cardine, che hanno guidato l'intensa storia professionale di uno dei maggiori urbanisti italiani. Quella di Vezio De Lucia, che nel suo "Le mie città" (ed. Diabasis), libro a metà tra cronaca e biografia, racconta 50 anni di urbanistica e una carriera ricca di impegni istituzionali e politici (direttore generale dell'urbanistica al ministero dei Lavori pubblici, è stato consigliere regionale Pci nel Lazio, assessore nella prima giunta Bassolino, Consigliere nazionale di Italia Nostra) . Mezzo secolo che ha visto mutare i centri urbani, con i tentativi di governo del centrosinistra del ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini, fino ai disastri del disegno di legge Lupi e del "pianificar facendo" o della "deroga come regola", vera disgrazia per una razionale pianificazione urbanistica.
Una storia che parte da lontano, quando De Lucia, giovane architetto alle prime esperienze, fu costretto ad assistere a una delle prime tragedie legate allo sfruttamento dissennato del territorio: era il 19 luglio 1966, e mentre in Inghilterra la nazionale italiana perdeva per 1 a 0 contro la Corea del nord, a Agrigento, una frana causata dal sovraccarico della speculazione edilizia, distruggeva centinaia di case. Fu proprio in quei giorni che De Lucia decise di lasciare l'Istituto romano dei beni stabili, ente che gestiva un enorme patrimonio edilizio, per entrare all'Istituto nazionale di urbanistica. «Capii che esisteva un altro modo lavorare per chi si occupa di edilizia e urbanistica, un modo nel quale gli architetti invece di piegarsi alla volontà dei privati, possono e devono contribuire alle scelte», scrive De Lucia. Un passo decisivo che lo ha portato, per conto di istituzione pubbliche, a occuparsi della redazione di piani strutturali di Pisa, Lastra a Signa, Gavorrano e dei Comuni della Val di Cornia; dei piani territoriali di coordinamento di Pisa e Lucca; dei piani strutturali coordinati di San Piero a Sieve e Scarperia.
Tra i primi impegni di De Lucia, c'è il Piano del comprensorio di Venezia con il quale, alla fine degli anni Settanta, si cercò di realizzare nuove abitazioni senza ricorrere a nuovo consumo di suolo ma recuperando lo spazio già incluso e male utilizzato nel perimetro cittadino. «Una soluzione agli antipodi rispetto al dissennato modello di sviluppo della Padania, già allora volto a eliminare ogni soluzione di continuità fra i centri urbani», scrive De Lucia. Un percorso che prosegue con la prima vera prova professionale: la ricostruzione del dopo terremoto a Napoli. Proprio in questo contesto, per evitare ogni genere di speculazione edilizia, nacque l'idea (che suscitò un acceso dibattito) «della preventiva acquisizione pubblica di notevoli estensioni di aree». «Il piano delle periferie - racconta De Lucia - formò il nocciolo centrale del programma per la ricostruzione con il completamento dei due grandi quartieri di edilizia pubblica di Ponchielli e Secondigliano, la realizzazione di 50 interventi di recupero con annessi servizi, spazi verdi per circa 100 ettari". Sempre a Napoli un altro grande impegno: l'assessorato all'urbanistica della prima giunta Bassolino (1993-1997). In questo caso, oltre alla gestione del G7, delle Vele e di Scampia, e di parcheggi, De Lucia, grazie agli Indirizzi urbanistici e alla Variante di salvaguardia, ha garantito la tutela delle aree verdi sopravvissute alla speculazione edilizia del dopoguerra: 3.500 ettari sugli oltre 11 del territorio comunale, porzioni di terreno in parte ancora coltivati che arrivano fino al centro cittadino.
Ma l'armonia con la città partenopea finisce presto e precisamente quando Bassolino decide di passare tra coloro che si sono fatti "irretire dalle sirene della scorciatoia e della disinvoltura urbanistica» (fine 1997). Una linea che ritroviamo a Roma, con l'approvazione, nel 2008, del piano strutturale. «Negli ultimi 15 anni il governo della capitale si è collocato in uno spazio politico e culturale ambiguo: non hai smesso di dichiarare l'adesione all'urbanistica d'iniziativa pubblica, ma contemporaneamente ha praticato con disinvoltura ogni forma di contrattazione promuovendo interventi edilizi in ogni angolo del territorio urbano. La conseguenza è stato lo stravolgimento dello scenario fisico che attornia Roma». E' la nuova strategia del "pianificar facendo" che il disegno di legge Lupi (oggi deputato Pdl, già assessore all'urbanistica nel comune di Milano) ha rischiato di diventare, oltre che una pratica molto diffusa, un "modello istituzionale". La norma poi bocciata nel 2005, ha tentato di «privatizzare l'urbanistica, lasciando il comando nella mani della rendita fondiaria e cancellando il principio stesso del governo pubblico del territorio nel quale l'interesse collettivo è solo uno degli attori in gioco».
Eppure, un altro modello è possibile. Lo dimostrano altri stati europei. La Germania ha elaborato un piano nazionale per la riduzione del consumo del suolo da 130 a 30 ettari giornalieri; la Gran Bretagna, che protegge da 70 anni le green belt il 12% del paese, ha scelto una strada differente fissando l'obiettivo di soddisfare, mediante riciclo delle aree urbanizzate, una quota di nuova edificazione, definita localmente, e comunque non inferiore al 50-60%; per evitare la dispersione urbana, in Francia, le leggi sul paesaggio rurale e le montagne impongono che le nuove edificazioni siano in continuità con i nuclei insediativi esistenti. Esempi virtuosi, che esistono, più come un'eccezione che come una regola, anche nel nostro Paese. E' il caso del piano strutturale di Lastra a Signa al quale ha collaborato De Lucia. «I problemi della crescita quantitativa pur prevista in misura certamente non trascurabile, sono stati risolti senza ricorrere a nuove urbanizzazioni. Vale a dire senza ridurre lo spazio dell'agricoltura e delle aree in condizioni naturali". Il metodo seguito nel Comune dell'area fiorentina, è consistito nel reperimento delle superfici necessarie per soddisfare i bisogni di spazio per la residenza, per le attività lavorative e per i servizi, per il turismo e il tempo libero, nell'ambito delle cosiddette "aree critiche", intendendo per tali gli immobili, le aree o gli edifici, degradati, dismessi o male utilizzati, oppure quelli che ospitano funzioni incongrue dal punto di vista della compatibilità ambientale, urbanistica o estetica o comunque meritevoli di trasformazione. "A conclusione dell'indagine sulle aree critiche - racconta De Lucia - la superficie disponibile è risultata addirittura superiore alle necessità». Un'esperienza simbolo, quella di Lastra a Signa, che dimostra come «è possibile lo sviluppo senza sciupare lo spazio».
Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c'è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.
Queste mura sono in via di dissoluzione in Italia, da anni. Ma nelle ultime settimane l’erosione ha preso la forma di un concitato giro di vite: un grande allarme s’è creato attorno alla corruzione dilagante, seguito da un grande tentativo di mettere corruzione e malavita al riparo dai custodi della democrazia. È un dramma in tre atti, che vorremmo sottoporre all'attenzione del lettore.
Il primo atto risale al 17 febbraio, quando la Corte dei Conti constata, in apertura dell’anno giudiziario 2010, l’enorme aumento del malaffare. La denuncia del presidente della Corte e del procuratore generale, Tullio Lazzaro e Mario Ristuccia, è grave: «Una sorta di ombra e nebbia sovrasta e avvolge il tessuto più vitale e operoso del Paese», opponendo una «pervicace resistenza a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità» nelle amministrazioni pubbliche. I «necessari anticorpi interni non vengono attivati», ed è la ragione per cui la cura della patologia è «lasciata al solo contrasto giudiziale, per sua natura susseguente e repressivo». Le conseguenze, nefaste, indicate da Lazzaro: «Il Codice Penale non basta più, la denuncia non basta più. Ci vuole un ritorno all'etica da parte di tutti. Che io, purtroppo, non vedo».
Qui cominciano gli atti decisivi del dramma. Quel che va in scena è la controffensiva d’un governo che si sente asserragliato più che responsabilizzato: che a parole annuncia misure anti-corruzione, e nei fatti predispone un’autentica tenda protettiva, tale da coprire il crimine, sottraendolo agli occhi dei cittadini e della legge con tecniche di occultamento sempre più perverse, garantendo a chi lo commette impunità sempre più vaste. Nel secondo e terzo atto del dramma il crimine viene avvolto, ancora una volta, «nella nebbia e nell’ombra».
Il secondo atto fa seguito alla condanna in appello dei capi-poliziotti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono la scuola Diaz a Genova, durante un vertice G8, massacrando 60 ragazzi inermi. «Nessuno sa che siamo qua, vi ammazziamo tutti», gridavano i picchiatori, quando invece i superiori sapevano. I fatti erano raccontati nella sentenza di primo grado, ma le condanne non coinvolsero gli alti gradi della polizia. In appello sono condannati anch’essi. Ebbene, cosa fa la politica? Assolve i condannati, li trafuga in una nuvola come gli dei omerici facevano con i propri eroi, e li lascia indisturbati al loro posto. Francesco Gratteri, capo della Direzione generale dell’anticrimine ed ex direttore del Servizio Centrale Operativo, è condannato a 4 anni e resta dov’è in attesa della Cassazione. Lo stesso succede a Giovanni Luperi, oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (ex Sisde), condannato a quattro anni. Vincenzo Canterini fu promosso questore nel 2005: aveva guidato la Celere contro la Diaz.
Il terzo e cruciale atto dell’operazione trafugamento del crimine è la legge sulle intercettazioni. Ancor oggi si spera che essa non passi, grazie alla resistenza congiunta di editori, stampa, magistrati, deputati finiani, Quirinale. Grazie anche all’intervento del sottosegretario americano alla Giustizia Breuer, che evocando la lotta antimafia di Falcone ha indirettamente smascherato la natura di una legge che sembra patteggiata con la malavita. Fino all’ultimo tuttavia, e per l’ennesima volta nell’ultimo quindicennio, Berlusconi tenterà di imbavagliare magistrati, mezzi d’informazione. Se la legge sarà approvata, i magistrati faticheranno sempre più a snidare reati, a istruire processi. Potranno usare le intercettazioni solo in condizioni proibitive, e per una durata non superiore a 75 giorni (se stanno per accertare un reato al settantaquattresimo giorno, peggio per loro). Sarà proibito intercettare politici e preti senza avvisare le loro istituzioni: un privilegio incostituzionale, davanti alla legge. Non meno gravemente è colpita la stampa (quando riferisce su inchieste giudiziarie prima dei processi) per la sanzione che può colpire giornalisti e editori. Questi ultimi, intimiditi da alte multe, diverranno i veri direttori d’ogni cronista. Il direttore responsabile perderà prestigio, peso. Bersaglio dell’operazione è non solo la stampa ma il cittadino. Si dice che il suffragio universale è sacro e al tempo stesso si toglie, a chi vota, l’arma essenziale: la conoscenza, i Lumi indispensabili per capire la politica e dunque esercitare la propria vigile sovranità.
Ci sono eventi storici che solo la letteratura spiega fino in fondo e anche in Italia è così. Proviamo a leggere Il Rinoceronte di Eugène Ionesco e vedremo descritto, limpido, lo strano mondo in cui dai primi Anni 90 anni viviamo: un mondo che tutela il crimine, allontanandolo dalla scena e rendendolo sia invisibile, sia impunibile. Un mondo dove i custodi della democrazia sono neutralizzati e il popolo, bendato perché disinformato, vive e vota dopo esser mutato interiormente. Un regime simile ci trasforma ineluttabilmente nelle bestie a quattro zampe descritte dal drammaturgo. In principio passa un rinoceronte: è bizzarro, ma passa. Poi piano piano tutti si trasformano. Perfino il filosofo diventa prima un po’ verde, poi le mani raggrinziscono, poi sulla fronte gli cresce il corno.
La mutazione genetica di cui ha parlato Sergio Rizzo sul Corriere del 6 maggio avviene quando cadono le categorie umane classiche: il confine fra lecito e illecito, bene e male («il Male! Parola vuota!», dice Dudard a Berenger, nel Rinoceronte). In questione non resta che lo «stato d’animo». Come per Denis Verdini: indagato per concorso in corruzione, il coordinatore del Pdl non si dimette come Scajola perché, assicura, «non ho questa mentalità».
Chi ha desiderio di cedere, nel dramma di Ionesco, lo fa perché il rinoceronte gli appare più naturale dell’uomo, perché «possiede una specie di candore», perché emette un barrito incomprensibile ma sonoro, trascinante. Cedere è attraente, come spiega Dudard a Berenger. È questione di mentalità, appunto: «Io mi limito a constatare i fatti e a prenderne atto. E poi, dal momento che la cosa esiste, ci sarà bene una spiegazione (...) Se ce la prendessimo con tutto quello che succede, non vivremmo più. Dal momento che è così, non può essere altrimenti». E conclude, cercando di convincere l’amico ribelle: «Lei vede tutto nero... Dobbiamo imporci a priori un atteggiamento favorevole o, per lo meno, l’obiettività, l’ampiezza di vedute proprie di una mente scientifica. Tutto ha una logica: comprendere vuol dire giustificare». Chi guarda il notiziario del Tg1 in questi giorni avrà conferma della mutazione genetica. Niente sui capi-poliziotti della Diaz che mantengono la carica disonorando uno dei più importanti corpi dello Stato. Quasi niente sulle intercettazioni controverse. Fortuna che la ribellione non manca. Fortuna che al Tg1 c’è Maria Luisa Busi, che toglie la firma e non vuol essere rinoceronte.
Berenger è l’unico a resistere, a non avere la tollerante «ampiezza di vedute» consigliata dai falsi amici. Alla fine è solo, in una città di rinoceronti. Non ha ceduto alla forza che ti trasforma: la stanchezza infinita che ti può assalire, il «bisogno di lasciarsi andare», il fatale conformismo. Il pragmatismo di chi dice: meglio, se si vuol sopravviver quieti, tenere i due piedi ben piantati in terra. Anzi, i quattro piedi.
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Giorni fuori dal monastero: la sua presenza è richiesta, pregata. Sperata. Conferenze, inviti, presentazioni. La voce profonda e quieta raccoglie attenzione, intercetta sensibilità; gli occhi chiari e stretti in quel faccione barbuto e canuto, apparentemente burbero, calamitano sguardi, seminano interrogativi e riflessioni. Lui, Enzo Bianchi, monaco, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, pare non curarsi però di questo «successo»; a domande risponde, cortese. Ma è dai tocchi delle campane - a scandire le ore del lavoro, della preghiera e del silenzio - che il suo tempo è davvero segnato. Le conferenze, le presentazioni, i libri ne sono importante corollario.
Anche questo ultimo libro, L’altro siamo noi (Einaudi), è il frutto di una meditazione prolungata nel tempo e sperimentata nelle circostanze. È l’analisi critica di due categorie di appartenenza: «noi», «gli altri», declinate spesso in contrapposizione, per capire problemi, giustificare atteggiamenti e incomprensioni. L’occasione per tornare a parlare dello «straniero», dell’«altro », e farlo attraverso una visione che passa per il dialogo, partendo da ciò che è alla base dell’esperienza umana, al di là di contingenze politiche e storiche. Del resto, anche nel commento al Vangelo della Pentecoste Bianchi lo ricorda: «È proprio nella potenza dello Spirito che la comunità cristiana può testimoniare Cristo in mezzo a tutti gli uomini, “nelle loro rispettive lingue”».
Due paradigmi per cominciare: memoria e alterità. Cosa significano insieme nella sua visione del mondo e della storia?
«La memoria del nostro passato e delle tradizioni culturali e religiose che ci hanno plasmato è anche richiamo all’apporto fornito dagli “altri” che, a loro e nostra insaputa o meno, hanno finito per forgiare un’identità nuova, la nostra di oggi. E questa, o permane dinamica, aperta all’alterità, oppure si fossilizza».
A questo proposito: nelle prime pagine del libro lei ipotizza “la morte del prossimo”, colui che più è vicino. In che modo avviene questa morte e perché?
«La consapevolezza della complessità dei problemi della nostra società da un lato suscita l’attenzione a realtà e situazioni fisicamente lontane,ma sovente è un interesse epidermico e momentaneo, mentre d’altro canto può produrre un ben più duraturo ripiegamento su se stessi, in una difesa del proprio interesse particolare che ignora l’altro. È sempre stato più difficile amare il vicino che il lontano, ma oggi non vediamo nemmeno più, o non vogliamo vedere, chi ci sta accanto e la cui presenza ci disturba perché considerata una minaccia al nostro quieto vivere».
Indica l’ascolto come scelta fondante di ogni incontro. Ma come riuscire a far prevalere questo modello educativo ed etico?
«Ad ascoltare si impara ascoltando, cioè lasciando spazio in noi alle parole e al pensiero dell’altro. Certo, in una società in cui si sentono tante parole e rumori e non ci si ascolta quando si parla o si discute, questa è un’educazione contro corrente, ma resta premessa indispensabile a ogni tipo di dialogo. Come posso interloquire se non sento quello che l’altro mi dice? Senza dimenticare che ascoltare, udire, ha la stessa radice etimologica di ubbidire: ascolto è anche obbedienza al fatto che l’altro è là e mi interpella».
Eppure, come lei stesso ricorda, la violenza e l’aggressione verbale sono un habitat quotidiano: a cominciare dalla tv tutti si sentono autorizzati e incoraggiati alla rissa, al dileggio, alla rottura delle regole. Alternative possibili secondo lei ce ne sono?
«Un’alternativa sarebbe il silenzio o, meglio, l’articolazione intelligente tra silenzio e parola: la scelta di tempi e momenti opportuni per dire una parola che abbia la possibilità di essere ascoltata. È inutile aggiungere anche il proprio urlo al vociare indistinto, “a caldo”: meglio fermarsi un attimo, pensare, lasciare che le emozioni si plachino, fare “memoria” dell’evento particolare per rileggerlo in una prospettiva più ampia, con un respiro più universale. A volte ci sono silenzi molto più eloquenti di tante urla».
Quando parla del dialogo lei afferma che il fine non è il consenso. Un’idea di comunicazione differente a quella cui siamo abituati, se pensiamo soprattutto al confronto politico. Quali elementi sono necessari per dialogare veramente?
«Innanzitutto la consapevolezza di essere parte di un’unica umanità, la solidarietà tra esseri umani, la convinzione che perfino il mio nemico può essere il mio migliore maestro, in quanto nel dialogo, anche acceso, mi obbliga a far emergere il meglio di me stesso per sostenere il mio punto di vista e la rettitudine del mio pensare e agire. Da un dialogo autentico non si esce con il trionfo di un pensiero unico, ma con una riflessione più articolata, cosciente dei propri limiti e della propria fondatezza. E anche, con il rispetto delle idee dell’altro».
Nell’incontrare lo straniero, lei scrive, ci si deve porre come responsabili di lui senza attendersi reciprocità. Una relazione disinteressata e gratuita. Eppure la percezione diffusa è: “Fanno i padroni in casa nostra,s ono arroganti, prepotenti”.Quale relazione di gratuità e accoglienza con queste impressioni?
«È chiaro che in tempi di crisi sociale ed economica i pregiudizi si acuiscono mentre si moltiplicano i conflitti tra quanti sono poveri o temono di diventarlo, ma la via d’uscita passa attraverso la solidarietà e il sentirsi responsabili gli uni degli altri. Ora, essere responsabile dell’altro significa averlo riconosciuto come proprio simile, abitato da attese e speranze analoghe alle nostre, sofferente per ferite simili alle nostre... Quello che riteniamo “giusto” per la nostra società, quello che giudichiamo eticamente corretto non può dipendere dalla reciprocità, o dal calcolo meschino di costi e benefici, ma dai principi che ci muovono, dai valori che perseguiamo, dalle soluzioni che insieme cerchiamo e troviamo per tradurre in comportamenti quotidiani le aspirazioni di bene, o di male minore, cui tendiamo come collettività. Se, come singolo o come società, ritengo giusta e doverosa una determinata azione, la compio e cerco di favorirne la diffusione, senza aspettare che anche gli altri la riconoscano a loro volta come giusta».
Si è parlato di emergenza immigrazione e questione sicurezza. Lei perché sostiene che la vera emergenza non ha il nome di un’etnia ma quello della nostra civiltà?
«Ciò che è messo alla prova dal fenomeno dell’immigrazione non è tanto il nostro tenore di vita o alcune nostre abitudini, ma la nostra “civiltà”, il nostro restare persone civili in una società civile, che custodisce e difende i diritti di ciascuno, che richiede a tutti di rispettare le leggi e i doveri propri di questa realtà sociale, che rifugge dalla barbarie della legge del più forte... è questa la sfida che il fenomeno migratorio, ci piaccia o no, pone oggi al nostro paese come agli altri paesi di immigrazione. Una società consapevole di dover difendere non dei privilegi di pochi ma dei diritti di tutti è anche più sicura per ciascuno: la sicurezza infatti non sta nell’alzare il livello delle nostre difese, ma nel “disarmare” ciò che può recare offesa a una vita degna di tal nome: lottando cioè contro miseria, ingiustizia, oppressione... ».
Però la paura dello straniero esiste, e ha due facce. C’è la nostra paura e la loro paura, col rischio che entrambe vengano assolutizzate.
«Il guaio della paura è proprio la sua capacità di generarne un’altra, uguale e contraria, e così di autoalimentarsi. Da questo circolo vizioso si può uscire solo “insieme”, mai senza l’altro o contro di lui. Conoscere se stessi, i propri limiti, le proprie risorse, e conoscere l’altro attraverso l’ascolto e il dialogo è il punto di partenza per affrontare la paura e vincerne le irrazionalità. Da questo incontro e conoscenza reciproca si potrà uscire con la consapevolezza di essere di fronte a grosse difficoltà, ma anche con la speranza fondata di poterle affrontare e superare insieme. In fondo credo sia anche questo ciò che forgia l’identità di un popolo: l’armonizzazione dei diversi e il loro costruire insieme un futuro migliore per se stessi e per le generazioni a venire».