Rimanere ancorati all'opposizione tra pubblico e privato impedisce lo sviluppo di una gestione cooperativa e condivisa dell'acqua, del sapere, della salute, dell'energia e del patrimonio culturale. Da qui la necessità di elaborare un'alternativa credibile al paradigma basato sull'individualismo metodologico dominante nel diritto, nella filosofia e nelle scienze sociali
Soltanto la rozza applicazione del modello dell 'homo oeconomicus, massimizzatore individualista delle utilità di breve periodo, spiega gli esiti (ed anche il successo accademico) della cosiddetta tragedia dei comuni. In effetti la nota parabola del biologo Garret Harding, presentata al pubblico in un celebre saggio nel 1968, pur oggi autorevolmente confutata perfino dal premio Nobel per l'economia nel 2009 Elinor Olstrom, ha portato il mainstream accademico a vedere il comune come luogo del non diritto. Secondo questa idea, una risorsa in comune in quanto liberamente appropriabile, stimola comportamenti di accumulo opportunistici che ne determinano la consunzione definitiva. Così ragionando si considera realistica l'immagine di una persona, invitata ad un buffet in cui molto cibo è liberamente accessibile, avventarsi sullo stesso cercando di massimizzare l'ammontare di calorie che riesce a immagazzinare a spese di tutti gli altri, consumando perciò la massima quantità possibile di cibo nel minor tempo possibile secondo il criterio dell'efficienza. Il senso del limite, creato dal rispetto nei confronti dell'altro e della natura, viene così escluso a priori da tale modello antropologico irrealistico fondato su una visione scientifica puramente quantitativa.
Tra competizione e concorrenza
La «tragedia dei comuni» evidenzia due visioni del mondo in conflitto. Quella dominante è fondato su un'idea fondamentalmente darwinista, che fa della «competizione» della «lotta» e della «concorrenza» fra individui o comunità gerarchiche (come le corporation) l'essenza del reale. Quella recessiva, sconfitta ormai da molto tempo sul piano della prassi in occidente (e sotto attacco in quei luoghi dove ancora in parte resiste) è invece fondata su un idea ecologica e comunitaria del mondo.
Il modello dominante lo vediamo proposto costantemente nelle retorica della crescita, dello sviluppo (dei modi di uscita dalla crisi) utilizzata dai media capitalistici nonostante la catastrofica situazione ecologica ed economica. Il modello recessivo caratterizzava l'esperienza politico-giuridica medievale in cui la parcellizzazione del potere feudale manteneva al centro della vita in società la comunità corporativa pre statuale. L'abbandono di questo modello comunitario in Occidente è il prodotto progressivo delle esigenze dei mercati di fondarsi su istituzioni politiche di dimensione statuale al fine di farne uso nella corsa al saccheggio coloniale e di rafforzare le concentrazioni di capitale. In periferia il modello recessivo ancor presente nell'organizzazione di villaggio subisce un assalto spietato fatto di aggiustamento strutturale (piani dela Banca Mondiale e del fondo monetario internazionale volti a favorire la mercificazione della terra) e culturale (retorica dei diritti umani, dell'emancipazione femminile all'occidentale e in generale della modernizzazione).
La rivoluzione olistica
Sul piano scientifico e filosofico il secondo modello si è preso vistose rivincite. Infatti si sta sempre più diffondendo una visione che vede il pianeta vivente come una «comunità di comunità ecologiche», legate fra loro in una grande tela, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa. Mentre il paradigma dominante (competitivo o gerarchico che sia) fondato su una antropologia individualizzata per ragioni ideologiche è inadatto a descrivere questi nessi, che sono prima di tutto qualitativi e non quantitativi, il paradigma recessivo ci offre una percezione della realtà ben più realistica.
Il rapporto paradigmatico del modello recessivo non è il dominio assoluto del soggetto sull'oggetto (proprietario-beni; Stato-territorio) ma la cura, la dipendenza ed il nutrimento (simbiosi mutualistica, parassitismo). Ciascun individuo dipende per la sopravvivenza dal suo rapporto con gli altri, con la comunità, con l' ambiente. Cura, nutrimento e dipendenza sono relazioni di tipo qualitativo e non quantitativo perché le necessità ecologiche sostenibili sono sul piano quantitativo costanti. Infatti tutti gli individui hanno grosso modo lo stesso bisogno quantitativo di cibo (misurato in Kilocalorie) ed acqua (misurate in litri) per la sopravvivenza. Le differenze rilevanti sono evidentemente qualitative (tipo di dieta, purezza dell'acqua).
Ed in verità, atteggiamenti maggiormente olistici, fondati sulla mappatura di relazioni qualitative piuttosto che su misurazioni quantitative, nonché sulla critica al riduzionismo positivistico di matrice galileiana, newtoniana e cartesiana si sono imposti pure in fisica teorica. Essi, fin dalle origini della meccanica quantistica e del realitivismo hanno provocato un'autentica rivoluzione epistemologica, che ha tuttavia radici antiche. Tale rivoluzione «olistica» che sul piano filosofico sembra articolarsi nella nozione di fundierung e di «rilevanza» tipica della fenomenologia, non ha tuttavia contaminato le scienze sociali. Qui la tradizione empirista anglo-americana (con radici nello scientismo baconiano) domina ancora il panorama accademico soprattutto in economia, politologia e sociologia e anche nella tradizione filosofica analitica anglo-americana. E una simile impostazione scientistica domina oggi nel diritto.
L'ecologia si fonda fin dalle sue origini sulla tradizione recessiva in cui al centro si colloca la comunità ed in cui l'individuo solitario e competitivo viene denunciato come una mera finzione. Se infatti, l'individuo solitario in natura soccombe, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione immaginaria sono certamente funzionali alle esigenze produttive del capitalismo che intende venedergli i suoi prodotti. Proprio allo scopo di inventare bisogni privati sempre nuovi si è sviluppata la disciplina del marketing la quale, creando false immagini e miti materialistici per lo più egocentrici e narcisistici produce comportanenti di consumo dagli effetti ecologici devastanti. L'individuo reso in tal modo solo, narcisistico e desideroso di consumare trova nelle merci e nel rapporto contrattuale il proprio principle (a volte unico) orizzonte relazionale reso «oggettivo» dal sistema dei prezzi da pagarsi per la soddisfazione dei vari sempre più complessi «bisogni».
Le false antinomie
La «finzione» individualistica tipica della tradizione liberale (il mito di Robinson Crosue) infatti scollega il bisogno dalle necessità reali di sopravvivenza (necessità che possono soddisfarsi in modo qualitativamente diverso ma quantitativamente costante) e lo «inventa» in funzione delle esigenze della sua soddisfazione (supply side economics). In tal modo un paradigma quantitativo sottomette quello qualitativo perché più si riescono a far crescere i bisogni indotti, più denaro si potrà incassare dalla loro soddisfazione.
Purtroppo la dimensione ecologica ed il pensare «sistemico» - paradigmi capaci di svelare queste dinamiche di accumulazione individualistica che sono devastanti per la vita in comunità - sono i grandi assenti del pensiero politico contemporaneo, il quale trova nelle «scienze sociali» (in particolare la microeconomia, le scienze aziendalistiche e per fino il marketing) e nel diritto la sua sola interlocuzione «culturale».
Proprietà privata e Stato nelle varie loro declinazioni, sono le due grandi istituzioni giuridico-politiche che declinano la visione dominante. Il discorso dominante, fondato sulla contrapposizione dualistica e riduzionistica fra stato e mercato, le presenta come radicalmente conflittuali. Si assume in modo criptico che il loro sia un rapporto a somma zero: più Stato uguale meno mercato; meno mercato uguale a più Stato. In questo schema riduttivo Stato e proprietà privata divengono la quintessenza rispettivamente del pubblico e del privato ed i poli della contrapposizione fra i due. Naturalmente questa immagine è del tutto falsa tanto sul piano storico quanto su quello del presente perché le due entità, in quanto istituzioni sociali e dunque vive, non possono che essere strutturalmente legate in un rapporto di simbiosi mutualistica. I confini fra le due sono presentati ad arte come netti per una precisa scelta ideologica.
Tuttavia la sua falsità storica è del tutto irrilevante nel riflettere sulla egemonia di un certo discorso politico, sicché la pervasività di Stato e mercato come rappresentanti rispettivamente del pubblico e del privato non lascia posto ad alcun terzo genere. Questa rigità e questo riduzionismo di analisi e prassi, sono in realtà il prodotto di una struttura comune a proprietà (mercato) e sovranità (stato) che consiste nell'elemento della concentrazione del potere. Le strutture privatistiche (proprietà privata, società per azioni ecc.) concentrano il potere di decisione ed eclusione in capo ad un soggetto (il titolare) o nell'ambito di una gerarchia (l' amministratore delegato). Similmente le strutture pubblicistiche (burocrazia) concentrano il potere ai vertici di una gerarchia sovrana simboleggiata dall'esclusione di ogni altro soggetto decisionale nell'ambito di una data sfera di giurisdizione (modello della sovranità territoriale e sue articolazioni politico-amministrative).
L'ecosistema della collaborazione
Il governo del comune sposa il paradigma recessivo e rifiuta radicalmente questa logica riduttivistica articolandosi intorno a diffusione del potere ed inclusione. Esso costituisce un altro genere radicalmente antagonista rispetto alla declinazione esaustiva del rapporto pubblicoprivato o statomercato. Il comune infatti rifiuta la concentrazione del potere a favore della sua diffusione. Il comune ha come modello un «ecosistema», ossia una comunità di individui o di gruppi sociali legati fra loro da una stuttura a rete; esso rifiuta più in generale l'idea gerarchica (e anche quella competitiva prodotto della stessa logica) a favore di un modello collaborativo e partecipativo che non conferisce mai potere ad una parte rispetto ad altri elementi del medesiono tutto, ponendo al centro l'interesse di quest'ultimo.
È quindi essenziale avere chiaro che proporre di considerare un'entità (acqua, università) come «bene comune» al fine del suo governo ha certamente lo spirito di una radicale «inversione di rotta» rispetto al trend apparentemente inarrestabile della privatizzazione, ma non significa che la prospettiva sia limitata ad un ritorno di gestione da parte di un settore pubblico burocratico, autoritario o colluso. La strada da intraprendere è piuttosto quella dell'istituzionalizzazione di un governo partecipato, in spirito cooperativo, capace di coinvolgere in modo diretto e con strumenti nuovi le comunità di utenti e di lavoratori secondo quanto previsto in Italia dall' articolo 43 della Costituzione.
Fare chiarezza su questo punto è essenziale sul piano politico perché ancora oggi, nonostante la drammatica crisi palestatasi nell' autunno 2008, quando si propone una «inversione di rotta» rispetto alla furia privatizzatrice della «fine della storia» non è raro ricevere accuse di statalismo. Va chiarito che una maggior estensione dell'ambito del comune (sottratto tanto allo Stato quanto al mercato) favorisce una diversa logica rispetto ad entrambi, quella dell'autentica democrazia partecipativa. Un'idea di «meno stato, meno mercato, più comune» costituisce io credo la sola via per far ripartire una narrativa «di sinistra» capace di recuperare consenso.
Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall'interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l'arco di sviluppo della vicenda, fino all'esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l'ha alzata imprudentemente è stato l'intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
Non era solo Marchionne. E non ha perso solo lui. Mi sono chiesto: perché la questione Pomigliano è salita al centro dell'attenzione politica, primi titoli sui giornali, prima notizia nelle tv? Era forse morto per incidente sul lavoro un grappolo di operai, unico motivo di visibilità per queste sottopersone? No, semplicemente si tentava un colpo in fabbrica, in un pezzo di paese, per dire a tutti che cominciava una nuova età di rapporto tra impresa e lavoro - l'ormai famoso e incredibilmente supponente dopo Cristo - e che esemplificava brutalmente ed empiricamente l'intento più generale di rovesciare il dettato costituzionale del vetusto, avanti Cristo, art. I, Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nell'impresa comando io, se volete lavorare queste sono le condizioni, non trattabili, dovete solo dire si o no, l'unico sindacato ammissibile è il sindacato di collaborazione, niente più, mai più, sindacato di conflitto. Il direttore del Sole24ore diceva: lì si gioca una partita del campionato del mondo nella globalizzazione, il fondatore di Repubblica sentenziava, come fa ormai profeticamente: non è un ricatto, è la pura realtà, e così via.
In verità il modello non era nuovo, celebrava un trentennale, anno 1980, sempre Fiat, stessi moduli, perfino la marcetta dei disponibili, e questa volta dei ricattati. Sotto il pullover sono rispuntati Valletta e Romiti, dei bei tempi Cinquanta e Ottanta. Qualcuno sa che a Nola c'è un reparto confino, dove vengono spediti gli insubordinati di Pomigliano? La Fabbrica che si intitola a Gianbattista Vico ripropone corsi e ricorsi.
La notizia qual è. E' che questa volta gli è andata male. E gli è andata male per il solo merito di quel 40% di operai che hanno detto: non ci stiamo. E per il solo altro merito di quella Fiom, che si voleva sconfiggere una volta per tutte, ultimo residuo di una conflittualità operaia, estrema espressione fuori tempo di quella novecentesca - e oggi dire novecentesca è come dire medioevale - lotta di classe.
Insomma, l'hanno voluta mettere sul piano simbolico e sul piano simbolico hanno rimediato una sconfitta. Guardate come arretrano i grandi organi di opinione: ma forse c'è ancora un problema lavoro, ma dunque c'è lavoro materiale e non solo immateriale, ci sono tute blu e non solo camici bianchi, c'è il salario e non solo partite Iva.
Eppure il punto da mettere in evidenza non è questo. Chi se ne importa di quello che dicono. Il fatto da cui bisognerebbe ripartire è questo nuovo livello di conflitto emerso nella vicenda, che loro hanno evocato e che quegli eroici «no» hanno rovesciato: da un lato ricchezza e potere dall'altro dignità e libertà. Da un lato l'arroganza di chi credeva di avere tutto nelle proprie mani, dall'altro chi ha rivendicato l'indisponibilità di alcune cose precise. Voi mettete 700 milioni e io vi dico che non mi vendo per questo, non metto a vostra disposizione la mia persona, rischio il lavoro ma tengo la testa alta e la schiena dritta. Una lezione. Non morale, ma politica. Viene da quel mondo. E apre una nuova frontiera a una sinistra moderna.
Non direi tanto lavoro e diritti. Direi di più lavoro e persona. Quel referendum in quel modo, sotto quelle condizioni, come ricatto sulla vita, sull'esistenza delle persone, non andava accettato. Era dovere di tutta la Cgil, era dovere di tutto il partito democratico, mettersi di traverso. Mi interessano qui meno gli sbreghi alla legalità, che pure c'erano, erano gravi e vanno ancora denunciati. Quel referendum era politicamente illegittimo. Era finalizzato a mettere gli operai contro la loro organizzazione e a mettere gli operai contro altri operai. Esito questo ancora presente, se dovessero emergere reali pericoli per l'occupazione. Adesso bisogna ricostruire una unità di lotta e costringere il padrone a trattare. La Fiat oggi è più debole e meno lucida, come si è visto dalle prime reazioni. E il governo non ha proprio niente da dire. Bisogna non aspettare, passare all'attacco, come sindacato generale e come partiti politici, proporre soluzioni e far cadere la discriminante anti-Fiom. E' il programma minimo.
Ma c'è un compito di più lungo periodo. La lezione va appresa. Il Pd ha preso sabato scorso una lodevole iniziativa: un'assemblea popolare contro la manovra governativa. Mi dicono sia riuscita molto bene, soprattutto nel discorso appassionato del segretario. Si poteva fare di più e meglio. In quella settimana, con rapida decisione, ad esempio, spostare il raduno dal Palalottomatica a Pomigliano. Senza tante parole, con un solo gesto, si sarebbe fatto capire che cos'è, e che cosa dovrebbe essere, un partito che si colloca in quello spazio fisico del Parlamento e del Paese. Non si trattava nemmeno di prendere posizione sul come votare, ma solo di stare lì, con gli operai del si e del no, a giocare la partita e non a vederla in tv. I giornali-guida del centro-sinistra li avrebbero colti in fallo al richiamo della foresta. I nativi sarebbero rimasti sconcertati, perché, immagino, la parola operai è come la parola compagni, qualcosa che non appartiene alla «loro» tradizione. Ma un popolo avrebbe respirato. E certo, non il popolo viola, che cercasi invano nei dintorni del problema Pomigliano. C'è da arrabbiarsi di fronte a certe mancate occasioni. E badate che questa rabbia cresce, è più diffusa di quanto si pensi. La sento arrivare su di me da varie parti. E solo per questo la esprimo. E non è un'istanza distruttiva, è un'energia positiva, nascosta nel fondo del paese, che bisogna far emergere, e farla parlare e parlare ad essa con le parole della politica, sottraendole le parole dell'antipolitica, con cui troppo spesso è costretta ad esprimersi. Occorre tornare a dirigere, a orientare, a indirizzare, per grandi segnali, in luoghi giusti e negli spazi che contano e che fanno veramente la differenza.
Il problema non è il Cavaliere, il problema è il Cavallo, e cioè questo modo d'essere che occupa le nostre vite e che osa sempre di più per avere un comando assoluto, modo d'essere di privilegi intoccabili, di poteri arroganti, di ingiustizie palesi, di sistema di leggi eterne, oggettive, dicono, nei cui confronti non c'è niente da fare se non piegarsi e obbedire. Ascoltateli questi «no» di Pomigliano: segnano il «che fare» per un'operazione forte di un grande partito a vocazione alternativa.
Nota. A proposito del fatto che il modello Marchionne non è nuovo si veda la lettera di Donato Belloni nella "Posta ricevuta"
Pensiamo ogni volta di aver conosciuto di Berlusconi il volto peggiore, l’intenzione più maligna, la mossa più fraudolenta. Bisogna convincersene, quell’uomo sarà sempre in grado di mostrare un’intenzione ancora più maligna, una mossa ancora più fraudolenta, un volto ancora peggiore. Sappiamo che cosa è e rappresenta la cosa pubblica per il signore di Arcore, non dobbiamo scoprirlo oggi. È l’opportunità di ignorare e distruggere le inchieste giudiziarie che hanno ricostruito con quali metodi e complici e violenze Silvio Berlusconi ha messo insieme il suo impero. Non scopriamo adesso che il signore di Arcore si è fatto Cesare per evitare la galera (lo ha detto in pubblico senza vergogna il suo amico Fedele Confalonieri). E tuttavia, pur consapevoli che il potere berlusconiano sia esercitato in modo esplicito a protezione dei suoi interessi privati, lascia di stucco l’affaire Brancher.
La storia la si conosce. C’è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l’addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.
Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase. Condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito, vede la luce in Cassazione grazie alla prescrizione del secondo reato e alla depenalizzazione del primo corrette, l’una e l’altra, dalle leggi "privatistiche" del governo Berlusconi. Il salvataggio del Capo e della Ditta gli vale, a titolo di risarcimento, l’incarico di messo tra il partito del presidente e la Lega di Bossi, uno scranno in Parlamento, un seggio di sottosegretario di governo. E da qualche giorno anche di ministro. Ministro senza incarico, senza missione, senza alcuna utilità per il Paese. Un ministro talmente superfluo che gli cambiano anche la delega dopo la nomina.
Fin dall’annuncio del suo ingresso nel governo, è chiaro a tutti – se non agli ingenui – che Aldo Brancher diventa ministro per un’unica necessità: egli deve opporre nel giudizio che lo vede imputato di appropriazione indebita nel processo Antonveneta il legittimo impedimento che Berlusconi si è affatturato per liberarsi dalle sue rogne giudiziarie. Ora che Brancher chiede di salvarsi dal giudizio perché ministro, anche gli ingenui hanno capito.
C’è qualcosa di umiliante e di illuminante in quest’affaire perché ci mostra in quale abisso di degradazione sono state precipitate le nostre istituzioni. Ci manifesta quale arretramento di secoli la nostra democrazia deve affrontare. Ci dice che le istituzioni coincidono ormai con le persone che le incarnano, anzi con la persona, quel solo uomo – il Cesare di Arcore – che le "possiede" tutte come cosa sua, Ditta sua, nella sua piena disponibilità proprietaria al punto che può eleggere il suo "cavallo" senatore o ministro uno dei suoi complici, pretendendo oggi per il ministro (e domani per il senatore, chissà) la stessa impunità che ha assegnato a se stesso.
Voglio dire che quel che abbiamo sotto gli occhi con il caso Brancher è nitido: il cesarismo, il bonapartismo, il peronismo – chiamatelo come volete – di Silvio Berlusconi non riconosce alle istituzioni, alle funzioni pubbliche dello Stato alcuna oggettività, ma soltanto la soggettività che egli – nel suo potere e volontà – di volta in volta decide di assegnare loro. Il governo è suo, di Berlusconi, perché il popolo glielo ha dato e così del governo ci fa quello che gli pare. Se vuole, lo trasforma – come per Brancher – in una casa dell’impunità per corifei e turiferari. Quel che l’affaire illumina è il lavoro mortale di indebolimento delle istituzioni. Di quelle istituzioni nate per arginare l’abuso e l’istinto di sopraffazione, per garantire sicurezza e stabilità, diffondere fiducia e cooperazione e diventate, nella democrazia plebiscitaria del signore di Arcore, strumento inutile, ferro rugginoso e inservibile.
Se la nomina a ministro può mortificarsi a capriccio e complicità vuol dire che la politica può fare a meno delle istituzioni. Certo, non si possono accantonarle formalmente, ma svuotarle, sì. Di ogni significato, rilevanza, legittimità, come accade al governo con l’uomo diventato ministro per evitare il giudice. Osserviamo ora la scena che Berlusconi ha costruito in questi due anni di governo. Il Parlamento è soltanto l’esecutore muto degli ordini dell’esecutivo. La Corte costituzionale e la magistratura devono essere presto subordinate al comando politico. La presidenza della Repubblica, priva della legittimità popolare, è soltanto un impaccio improprio. Il governo, già consesso obbediente agli ordini del sovrano, diviene ora e addirittura il premio per chi, con il suo servizio al Capo, si è guadagnato il vantaggio di rendersi legibus solutus come il sovrano. Tocchiamo qui con mano il conflitto freddo che si sta consumando tra una concezione della democrazia incardinata nella Costituzione, nei principi di una democrazia liberale basata sull’oggettività delle funzioni pubbliche e la convinzione che il voto popolare renda onnipotenti e consenta ogni mossa anche l’annichilimento delle istituzioni.
Umiliante e illuminante, l’affaire Brancher è anche educativo perché liquida almeno un paio di luoghi comuni del dibattito pubblico, specialmente a sinistra. Chi di fronte alle minacce estorsive del sovrano (o impunità o processo breve che blocca centinaia di migliaia di processi; o impunità o paralisi della macchina giudiziaria) trova sempre conveniente scegliere la "riduzione del danno" e "il male minore" saprà oggi quel che avrebbe già dovuto sapere da tre lustri: il Cesare di Arcore non ha inibizioni. È un predone. Lo guidano i riflessi. Quel che serve, lo trova d’istinto. Se gli si offre un arsenale, lo utilizza, statene certi, perché è ridicolo aspettarsi da Berlusconi self-restraint. Non esisteranno mai mali minori con lui, ma soltanto mali che annunceranno il peggio. Il secondo luogo comune dice che "l’antiberlusconismo non porta da nessuna parte". L’affaire Brancher conferma che non c’è altra strada che contrastare il berlusconismo se si vuole proteggere il Paese e le sue istituzioni da una prova di forza pre-politica, fuori delle regole che ci siamo dati. È anche questo il caso Brancher, una prova di forza. Che toccherà non solo all’opposizione contrastare. Fini, la Lega, i soliti neutrali potranno subirla senza mettere in gioco la rispettabilità di se stessi?
La vicenda della Fiat di Pomigliano è andata come è andata. E io non voglio tornarci sopra: nelle condizioni date la posizione più saggia era quella di Bersani. Resta però in me un interrogativo di fondo e diventa dominante il bisogno di una riflessione capace di misurarsi con l’enorme novità di ciò che c’è dietro quella vicenda. Siamo arrivati a una sorta di sfida cruciale che investe il lavoro moderno, non solo italiano. Non è un problema sindacale. Io credo che sia il problema dell’uomo moderno e sul suo rapporto con l’economia.
Qualcosa che va oltre il vecchio conflitto novecentesco tra capitale e lavoro. Perciò mi appare tragica questa riduzione del lavoro a «residuo» su cui scaricare il peso di tutto, compreso il ladrocinio e l’evasione fiscale, ridurlo a precariato, a «mille mestieri » pur di sopravvivere. È la più grande contraddizione del nostro tempo, se alziamoun pochino la testa e comprendiamo che questo tempo chiede ben altro. Chiede il lavoro come fondamentale strumento di identità e di libertà degli uomini e di creazione delle società moderne (cosa che avvenne mica tanto tempo fa).
Insomma, il lavoro come civiltà all’ombra della quale l’uomo si è messo in grado di lavorare non come uno schiavo, di far libera impresa e di misurarsi con se stesso. Di creare il proprio futuro. Mi limito solo a ricordare che questo cammino è stato anche il fondamento etico, il presupposto che ha fatto del capitalismo occidentale un «ordine» in cui ricchi e poveri possono convivere: il mercato non come licenza di uccidere, ma come ciò che impedisce alla società umana di ridursi a una banda di lupi che si scannano tra loro. Insomma i diritti uguali, le regole.
Ecco perché mi colpisce molto il carico di stupidità che c’è dietro l’arroganza di certe lezioni di modernità che i vari Marchionne e Sacconi hanno rivolto agli operai di Pomigliano. Non discuto la necessità di disciplinare il lavoro di fabbrica, eliminare arretratezze e inefficienze. Ma dubito che una grande industria moderna possa resistere a lungo trattando gli operai (dopotutto persone e persone giovani, cittadini europei usciti dalle scuole medie) come degli «zombi» ai quali basta dire: ti licenzio se non fai la pipì prima di tre ore e per non più di «tot» minuti.
Non ignoro affatto che la mondializzazione sta avvenendo in forme tali per cui due secoli di conquiste di poche centinaia di operai occidentali (salari, diritti, Welfare) sono minacciate per la concorrenza di un paio di miliardi di nuovi operai del mondo in via di sviluppo pagati dieci volte meno e senza diritti e protezioni sociali. Ma ne stiamo misurando le conseguenze? Quelle più profonde, storiche, anche culturali. Non solo le conseguenze sulle condizioni del lavoro: quelle sul governo possibile del mondo mondializzato. So bene che stanno anche qui le ragioni profonde della crisi della sinistra e del suo vecchio pensiero classista. È difficile ripetere «proletari di tutto il mondo unitevi». Ma la storia cambia e la sinistra non può pensare solo il breve periodo.
Anche «lor signori» si devono porre qualche interrogativo per ciò che riguarda il futuro dell’ordine attuale, dal momento in cui vengono meno i vecchi presupposti etici e la tradizionale legittimazione storico-culturale della cosiddetta «economia sociale di mercato». Cito testualmente da una lettera al Foglio dell’ex ministro socialista Rino Formica che sembra ammonire i ministri attuali ex socialisti (Sacconi, Tremonti): «Dopo due secoli di lotte politiche, sociali e civili, una parte non trascurabile della sinistra scopre che va sciolto il patto tra diritti civili e diritti sociali. È questo un vero fatto storico. Pomigliano non è la vittoria dei riformisti sui massimalisti perché furono proprio i riformisti in polemica con i rivoluzionari a teorizzare il principio di inscindibilità tra conquiste di libertà e avanzamento sociale. Diciamolo con brutalità: è la vittoria dell’economia sulla politica».
Io voglio aggiungere con altrettanta «brutalità» che non si tratta dell’economia in astratto bensì dell’avvento di una nuova forma del capitalismo basata sul saccheggio dei risparmi (gli acquisti a credito) nonché delle risorse naturali e dei beni pubblici. Cioè di uno sfruttamento più ampio reso possibile dalla decisione di affidare alla finanza il governo della mondializzazione dando ad essa licenza di fare il denaro col denaro e di rompere il rapporto organico con la produzione.
La questione sociale, questa questione di cui da anni la sinistra si occupa poco se non per emendare la finanziaria di Tremonti è giunta davvero a una svolta. Però stiamo molto attenti a non sbagliare. Il cuore del conflitto non è più tra l’impresa e gli operai. E l’insieme del mondo dei produttori cioè delle persone che creano, pensano, lavorano e fanno impresa che sta subendo un inaudito sfruttamento. Ci sono le condizioni per alleanze più larghe.
L’economia di carta (l’alluvione dei titoli di credito) è arrivata a questo punto: ha raggiunto nel primo decennio di questo secolo, l’incredibile rapporto di quattro a uno rispetto al prodotto reale. Il che in pratica significa che spetta ai produttori sia delle merci che del capitale sociale (servizi, sicurezza, beni pubblici, ecc.) farsi, per dirla alla napoletana un «mazzo» tanto e stringere la cinta per garantire i profitti della rendita. È la vicenda degli operai di Pomigliano, la quale passa per la miseria dei cinesi e poi - un po’ meno - per quella dei polacchi. Finendo poi alla ricchezza strabiliante dei finanzieri. Con Marchionne «utile amico», ma subalterno.
Cari Compagni,
sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.
All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.
Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre. Vostro Mario Rigoni Stern
Mira (Venezia) 20 gennaio 2007
Chissà se questa notte festeggerà la vittoria, Sergio Marchionne. Chissà se gli basterà il 70, o l'80 o se pretenderà il 90 per cento di sì per dire che la Panda si può fare a Pomigliano. Chissà se è vero che la Fiat vuole costruire automobili in quest'angolo reietto d'Italia, patria di ogni male, o se è solo alla ricerca di un capro espiatorio per dire: non possumus, noi avremmo voluto fare questo regalo al paese che da oltre un secolo ci dà da mangiare, ci sostiene e ci finanzia, ma ci sono quei residui novecenteschi della Fiom che si aggrappano al contratto, alla Costituzione e persino alla Carta di Nizza per mettere i bastoni tra le ruote del progresso. Dunque siamo costretti a far lavorare i polacchi, o i serbi, o chissachì perché tutti, tranne gli operai di Pomigliano, sono pronti a concedere più di quel che chiediamo. Se neanche Bersani, Scalfari e Epifani riescono a far firmare la Fiom in calce al fantastico testo che abbiamo scritto tra Torino e Detroit, vuol dire che non c'è niente da fare.
La Fiat ha scritto a tutti gli operai per convocarli al suo referendum. Prima li aveva chiamati con famiglie e fiaccole per far sfilare un popolo umiliato e senza alternative a Pomigliano. Come altri, chi servo chi umiliato, sfilarono trent'anni fa a Torino. A Romiti l'operazione riuscì meglio. I capi annotavano presenti e assenti, ma a Pomigliano erano di più i secondi. Hanno persino convocato in piazza novanta giovani già licenziati con la promessa di un futuro prospero. Hanno consegnato a casa di tutti i dipendenti un cd con la voce e la spiegazione del padrone, tutto per ottenere un plebiscito, sotto ricatto, o come si dice in una terra difficile come la Campania, sotto estorsione: se vuoi lavorare consegnami testa, braccia e diritti e io ti faccio il miracolo. San Gennaro scioglie il sangue, Marchionne scioglie diritti e democrazia.
Vuole l'umiliazione dell'«avversario», e con lui la vogliono il governo, la destra, un padronato come sempre pronto a saltare sul carro di chi sfonda la trincea nemica, per garantirsi gli stessi privilegi di Marchionne. Chi, dall'opposizione e dal fronte sindacale, dice che oggi bisogna scolare l'amaro calice ma sarà un'eccezione, o è una ruota di scorta Fiat o è meglio che cambi mestiere: nelle catene della Pomigliano di domani, in un futuro in cui il mercato dell'auto tornerà a implodere ci sarà tanto posto per i politici (disoccupati). Ieri a Pomigliano gli operai della Fiom dicevano che chi difende la Costituzione, ma solo fuori dai cancelli della fabbrica farà una brutta fine (anche meritata).
Marchionne pensa di poter vincere comunque. Con un plebiscito, una vittoria del terrore che sostituisce consenso e confronto. Con il licenziamento di tutti i dipendenti e la costituzione di una nuova società postdemocratica in cui assumere solo plebe. O addirittura annunciando che la Fiom ha deciso la chiusura di Pomigliano. Chi non capisce che l'attacco agli operai emette lo stesso fetore dell'attacco ai giudici e ai giornalisti ha già perso.
A metà degli anni ‘70, leggevo il quotidiano quando mio padre ritornava a casa, dopo il lavoro. Mi soffermavo sulle piccole inserzioni immobiliari di Milano e provincia. A otto anni vivevo il territorio urbano e suburbano come il luogo dell’inatteso. Immaginavo possibilità di vita fuori dall’appartamento. Leggevo inserzioni tipo Il tuo prossimo vicino di casa potrebbe essere un pioppo. Vivevo il mio momento narrativo attraverso l’urbanizzazione del capitale, ignoravo che la coscienza di classe era già stata sconfitta anche grazie alla dispersione residenziale, alla rasatura di cento metri quadrati di giardino e alla distanza, a volte notevole, tra l’abitazione e il luogo di lavoro. Ero euforico e turbato, sembrava ci fosse qualcosa di inquietante in quelle teoriche infinite possibilità abitative, spacciate per opportunità. Benché di fronte al condominio ci fosse un terreno edificabile, il pianeta non pareva così grande da contenere le nuove inserzioni immobiliari.
"Guai a voi che aggiungete case a case e poderi a poderi fino a che c’è spazio!". Con l’ammonimento di Isaia si apre Tristissimi giardini, di Vitaliano Trevisan (Laterza, pagg. 146, euro 10). L’autore vive e attraversa Vicenza e provincia, la periferia diffusa, il luogo abituale in cui viviamo e ci muoviamo. "Così stanno le cose. Più che stare fluiscono, qualsiasi sia la loro natura". Ma se "spostarsi è comunque un problema per tutti, anzi, è il problema", appare evidente la complessità delle nostre vite. E il transito che abbiamo trovato per risolvere le nostre esistenze é subito inibito, il capitale non può evitare di conservare e rassicurare - a parole - ma nei fatti trasforma, se il caso distrugge i luoghi stessi. Viviamo quotidianamente il paesaggio dell’incoerenza nel nostro affannoso adattamento. Le zone di resistenza all’evidenza sono la cifra della produzione letteraria di Trevisan, che si può intendere come un virtuosistico monologo. Il libro è una ricognizione nei luoghi delle opere precedenti, che hanno costruito la convincente voce narrante di Trevisan, fatta di omaggi letterari, a Bernhard, soprattutto; ma senza l’assimilazione di quel paesaggio dell’indistinto, la voce narrante di Trevisan resterebbe un omaggio vuoto allo scrittore austriaco; se Trevisan è Trevisan, è per il legame ossessivo e conflittuale con i luoghi vicentini, che premono lo spazio psichico come un’ombra.
Tristissimi giardini è a metà tra il diario e il saggio. L’autore non si sottrae anche stavolta alle consuete invettive contro l’ambiente teatrale, cinematografico, letterario; in particolare, è riconoscibile la polemica verso lo stile di Marco Paolini, a cui rimprovera una banalizzazione da macchietta veneta nel rappresentare Rigoni Stern. Ma le pur condivisibili "tirate" contro certi meccanismi, qui, forse per una questione di spazio, diventano meno insistenti rispetto ai libri precedenti. Trevisan è conscio di quanto anche l’ambiente letterario possa essere dannoso alla scrittura stessa. E così, nonostante gli abituali viaggi di lavoro a Roma, l’autore torna alla periferia diffusa vicentina e nell’incongrua ma ormai usuale visione di ulivi sradicati un migliaio di chilometri più a sud ed "esposti lungo una statale del cazzo come la Thiene-Bassano", trova la spinta per la parte migliore del libro, i capitoli Tristissimi giardini e Frammenti sulla vecchiaia. "I giardini non sono affatto tristi. Non sono nemmeno allegri, ma, a chi vuol guardare, dicono molto sugli esseri umani che li governano."
L’autore ritorna a vivere nella vecchia casa dei genitori ormai defunti. È una casa singola, con un piccolo giardino, ubicata in una delle infinite via Dante italiane, circondata da case simili, costruite negli anni ‘60 e abitate da ex operai ottantenni, da vedove che coltivano ancora un piccolo orto, accanto ai nuovi proprietari, famiglie di quarantenni con prole, che hanno ristrutturato le case e incarnano il sogno di una classe media anglosassone. Qui non ci sono progetti, aperitivi per ipotetici soggetti cinematografici, consolazioni cittadine, e neppure la tensione a una vita borghese. Esistono più nitidi i giorni, i segni sui giardini del tempo, e la non appartenenza, inconciliata pur nella vicinanza, diventa l’unica condivisione possibile, il destino della scrittura.
Nota: l'autore di questa recensione, Giorgio Falco, ha pubblicato alcuni mesi fa per Einaudi l'interessantissima raccolta di racconti L'ubicazione del bene , dedicata all città dispersa metropolitana milanese. Su Mall alcuni suggestivi estratti (f.b.)
La globalizzazione ha prodotto un fenomeno nuovo nel mercato del lavoro, che gli economisti definiscono la corsa dei salari verso il basso. Grazie alla delocalizzazione la forza lavoro a disposizione del capitale occidentale si è raddoppiata. Dall’Est europeo fino al sud est asiatico, l’impresa ha così usufruito di salari decrescenti. Ciò significa che quello minimo percepito, ad esempio in Cina, è diventato un metro di comparazione internazionale. Si chiama «arbitraggio globale del lavoro», lo spostamento della produzione da un paese all’altro in base al costo del lavoro.
La corsa dei salari verso il basso ha messo in ghiacciaia il costo del lavoro in occidente, e spesso per evitare la delocalizzazione i sindacati hanno accettato condizioni monetarie che non coprivano l’aumento del costo della vita. Ciò significa che in termini reali, e cioè al netto dell’inflazione, oggi il salario medio dell’operaio occidentale è più basso che vent’anni fa.
Naturalmente non era questo l’obiettivo che ci si prefiggeva globalizzando. Il fenomeno ha messo in aperta concorrenza tutti i lavoratori senza però creare la rete di connessione tra i sindacati. I lavoratori della Fiat polacchi non hanno alcun collegamento con quelli di Pomigliano, e scoprono il potenziale trasferimento della fabbrica dai giornali. Ci troviamo quindi in presenza di una concorrenza sleale. A detta dei polacchi fino alla scorsa settimana il ministro dell’economia negava che la Fiat avesse intenzione di spostare la produzione in Polonia. Ma non basta. La Fiat ha ottenuto finanziamenti dalla Ue per produrre la Panda in Polonia, accordi che ora dovrà infrangere. È vero che queste cose non succedono da nessun altra parte al mondo, difficile infatti trovare un’impresa che per riportare la produzione in patria rompa accordi internazionali ed imponga ai lavoratori di abrogare la Costituzione per accettare condizioni di lavoro «a la cinese».
Molti si domanderanno se dietro questa strategia non ci sia un fine politico che nulla abbia a che vedere con la globalizzazione. In termini economici viene spontaneo domandarsi che senso ha trasferirsi da una fabbrica che funziona bene a Pomigliano. Forse dietro questo braccio di ferro ci sono problemi strutturali, di imprese che da decenni sopravvivono solo grazie all’abbattimento dei costi di produzione, problemi oggi pressanti. La corsa dei salari verso il basso sta infatti per raggiungere il traguardo, già in Cina le lotte operaie costringono l’impresa a farli gravitare, è solo questione di tempo ma anche nel resto del mondo succederà lo stesso. A quel punto sarà difficile per le imprese contenere le richieste di aumento dei salari reali e sociali.
È dunque possibile che in Italia si stiano svolgendo le prove generali di un braccio di ferro tra capitale e lavoro che potrebbe vedere riaccendersi le lotte operaie in occidente dovunque esista un’industria che produce solo grazie a condizioni particolari. Ed è anche probabile che ciò succeda perché sullo fondo c’è una crisi del debito sovrano, che equivale a dire che lo stato si trova nell’impossibilità di iniettare,come sempre, in queste industrie contante sotto forma di sovvenzioni.
Se questo è vero allora il problema è strutturale e non ha nulla a che vedere con la globalizzazione. In Germania o in Giappone operai e sindacati dell’auto non vengono messi alle strette come da noi, la Merkel non chiede l’abrogazione degli articoli costituzionali sul lavoro. Né in Germania e né in Giappone ci si lamenta della scarsa produttivita della manodopera, ma ricordiamolo in questi paesi le assunzioni non avvengono su sollecitazione politica. Tutti gli operai scrutatori di Pomigliano che durante le elezioni hanno preso il permesso hanno presentato regolare certificato con firma di politici. Domandiamolo a loro se erano veramente nei seggi non al sindacato. Se questa analisi è corretta allora alla radice del braccio di ferro non c’è la produttività ma politica, ed impresa e sindacato faranno bene a tenerlo presente.
Pierre Carniti e Loris Campetti, Un accordo da non firmare
Gianni Ferrara, La civiltà di Pomigliano
Alberto Lucarelli e Ugo Mattei, Marchionne anticipa il nuovo corso
Pierre Carniti:
«Un accordo da non firmare»
di Loris Campetti
Tutti commentano le vicende di Pomigliano e lanciano anatemi contro gli operai fannulloni. «Gente che non ha mai visto una fabbrica, o se l'ha vista, magari perché è di sua proprietà, non sa come lavora un operaio alla linea di montaggio. Io li manderei un anno a Pomigliano, alla catena». Sarebbe una bella rieducazione. Pierre Carniti non fa nomi, ma dalle tipologie che descrive ci permettiamo di interpretare il suo pensiero, assumendoci la responsabilità di eventuali errori: Veltroni, Sacconi, Marcegaglia... Questa non è un'intervista al prestigioso ex segretario della Cisl ma un colloquio, per noi un aiuto a leggere meglio nella forzatura messa in atto dall'Ad della Fiat, Sergio Marchionne.
Carniti non giudica chi ha preso il suo posto, né chi dirige i sindacati in un momento difficile come questo. È un fatto di stile. Dice però con franchezza quel che pensa. E alla domanda che gli rivolgiamo al termine del colloquio: tu avresti firmato quel testo scritto dalla Fiat?, risponde che «non è un accordo, né un contratto, semmai un protocollo imposto dall'azienda, prendere in toto o lasciare. Nessun sindacalista avrebbe dovuto firmarlo. Semmai avrei detto alla Fiat di chiedere direttamente ai lavoratori. Magari dicendo loro che la situazione è straordinaria, servono sacrifici, e ascoltare le loro risposte. Ma niente firma sindacale, né come sindacato avrei detto ai lavoratori cosa votare. In tanti anni di lavoro sindacale mi è capitato di fare accordi buoni e anche cattivi. Nei 1966, per esempio, firmai un contratto nazionale dei metalmeccanici che sembrava quello precedente, neanche il totale recupero dell'inflazione riuscimmo a strappare. La situazione era quel che era, ma almeno si contrattava. La procedura imposta oggi dalla Fiat per lo stabilimento di Pomigliano è veramente singolare, senza precedenti nel dopoguerra. Certo nel Ventennio succedeva anche di peggio».
Il punto di partenza di Carniti è che la decisione di Marchionne di investire un po' di soldi a Pomigliano è importante ma anche dovuta, perché «dopo aver annunciato la morte di Termini Imerese non poteva certo dire chiudo anche Pomigliano», con tutti i soldi presi dallo stato con la rottamazione. La Fiat si internazionalizza, il cuore produttivo si sposta altrove, «ma se abbatte la produzione in Italia se lo sogna il 30% di mercato casalingo». Seguendo la filosofia prevalente, Marchionne approfitta della crisi per liberarsi dei contratti nazionali. Il primo passo in questa direzione l'ha fatto il governo, «incoraggiando le imprese a regolare i rapporti di lavoro in sede aziendale», defiscalizzando gli aumenti contrattuali di secondo livello. Così si svuota il contratto nazionale. Mi sarei aspettato una reazione sindacale forte».
Si può discutere tutto, anche della validità, oggi, del contratto nazionale di lavoro. «Io vorrei che qualcuno mi convincesse che esistono alternative per difendere con altri sistemi coesione, solidarietà generale, eguaglianza di diritti. Io non le vedo, forse sono troppo vecchio e mi torna in mente una frasi del Manzoni: non sempre quel che viene dopo è progresso. Su questo - aggiunge Carniti - dovrebbero confrontarsi anche i sindacati, invece di beccarsi in concorrenza tra loro su chi è più realista e chi più radicale». Invece, ogni decisione o cambiamento del sistema di regole avviene altrove, con un governo segnato «dai leghisti che sognano le gabbie salariali. Ricordo che in paesi importanti e che crescono più di noi, come la Germania, il contratto nazionale ha un ruolo importantissimo».
Il punto, dunque, non è se Pomigliano debba chiudere o no, «la Fiat che per decenni ha vissuto con i finanziamenti pubblici non può permetterselo». La Fiat strumentalizza per giustificare «un cammino eccentrico. Usa esempi singolari, si lamenta perché dei lavoratori si mettono in malattia durante gli scioperi quando quei comportamenti fanno il gioco della Fiat che può così negare la riuscita degli scioperi. Dica la verità, il Lingotto, riconosca gli scioperi invece di tirare sui numeri. Oppure protesta perché in troppi, a ogni elezione, si assentano per fare i rappresentanti di lista. Ma che c'entrano i sindacati e i lavoratori? Esiste una legge dello stato, semmai chiedano alla politica di modificarla».
Sulla presunta incostituzionalità di alcune norme contenute nel diktat Fiat Carniti non si pronuncia, «non conosco abbastanza il testo ma quel che più mi preoccupa non è questo: se ci sono elementi che violano la Costituzione si individueranno le sedi opportune per invalidarle. E comunque Marchionne si illude, perché un sì dei lavoratori - persino un impegno a non ricorrere allo sciopero, o a non dire ahi prima di tre giorni quando ti schiacci un dito con il martello - estorto con il ricatto, è una vittoria di Pirro. Se si sopraffà l'interlocutore questo prima o poi esplode, non si governa con le sopraffazioni. Non c'è stata alcuna contrattazione sul testo, la Fiat ha portato un pacco non negoziabile, perciò non ha senso apporvi una firma sindacale». Meglio un confronto, anche conflittuale, le imposizioni producono solo rivolte. «Dovrebbe sapere Marchionne, abituato a trattare con i sindacati americani, che negli Usa, negli anni sindacalmente difficili, gli operai dell'auto mettevano i bulloni nei motori».
Alla domanda «ti aspettavi qualcosa di meglio da Marchionne?», Carniti precisa che il dirigente Fiat opera in condizioni difficili, con l'auto che batte in testa in tutto il mondo, una competizione dura e una capacità produttiva superiore alla domanda. Poi, aggiunge, è abituato negli Usa dove il sindacato dell'auto è uno e non sei o sette. «Immagino che abbia dato ascolto a dei consigliori che spiegano come la strada sia quella della rieducazione forzata dei lavoratori per battere l'anarchismo. Avrà ascoltato un po' di colleghi confindustriali che pretendono la cancellazione di qualsiasi forma di contrattazione collettiva», come la capa dei giovani imprenditori, «i figli dei papà confindustriali». Così Marchionne, incoraggiato dal contesto, si è gettato lancia in resta contro il contratto nazionale. Ma al suo posto, lo ripeto, non starei tranquillo del risultato».
La civiltà di Pomigliano
di Gianni Ferrara
Era del tutto evidente che il capitalismo globalizzato, il liberismo assoluto, il revisionismo storico, etico-politico ed istituzionale mirassero allo stesso obiettivo. Non era però scontato un impatto così sconvolgente, recessivo, distruttivo. Sconvolgente il tessuto sociale, recessivo della civiltà politica, distruttivo di un intero ordine giuridico: quello immediatamente connesso alla struttura della società, il diritto del lavoro. Ma il grado di recessione varia da nazione a nazione, a determinarlo in Italia è la barbarie del berlusconismo. Si è aggiunto, per rivelarne l'essenza più intima. Ha assunto un nome che resterà. Lo hanno detto ministri e opionion makers: Pomigliano.
Non sono soltanto i metalmeccanici che vi lavorano ad esserne colpiti. Ne sono le prime vittime, i primi degli esseri umani che saranno asserviti all'irrazionalità ed all'immoralità del capitalismo del XXI secolo, in Italia, in Europa. La tecnica dell'asservimento ha un nome, world class manifactoring. È scritto al punto 5 dell'accordo (?) che la Fiat impone a Pomigliano.
A cosa miri lo ha spiegato lucidamente Luciano Gallino: assicurare che nulla, proprio nulla del tempo di lavoro retribuito possa essere perduto dal padrone. Il che comporta il massimo di rendimento di ogni operazione, di ogni gesto, di ogni minuto, di ogni secondo. Quindi il massimo di assorbimento da parte del capitale del tempo di lavoro. Tante ore, tanti minuti, tanti secondi di sfruttamento. Comporta la riduzione di ciascun lavoratore, ciascuna lavoratrice a robot. Poiché il robot non ce la fa a sostituire l'essere umano, si deve ridurre l'essere umano a robot.
E non basta. Dal momento che il robot si permetterà, al termine di ogni turno, di ridiventare essere umano e potrebbe aspirare ad esercitare i diritti che due secoli di lotte del movimento operaio hanno conquistato per civilizzare la condizione umana, si vuole imporre all'essere umano di non esercitare questi diritti, a cominciare da quello di sciopero.
Gli si chiede di impegnarsi contrattualmente a rinunziarci. Nel mentre ci si appresta a sopprimere le fonti di tali diritti. A sostituire sia il contratto collettivo con tanti contratti individuali di adesione (alla volontà del datore di lavoro) sia le leggi, come lo statuto dei lavoratori con la farsa derisoria dello "statuto dei lavori". A modificare l'articolo 41 della Costituzione in modo da distorcerne il significato e la portata e sfumarne l'efficacia. A quanto si sa, immunizzando, a priori e come tale, l'iniziativa economica privata denominandola "responsabilità", chiunque la svolga e qualsiasi possa essere il campo di esercizio (se non finanziario).
Impedendo, quindi, che se ne possa precludere il carattere antisociale, ed anche prevenire quello criminale, visto che «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali» si dovrebbero limitare «al controllo ex post». Post mortem bianca, ad incidente sul lavoro avvenuto, a danni già prodotti alla salute, alla sicurezza, all'ambiente? Così appare. Si vuole evidentemente sancire in via assoluta la signoria dell'impresa capitalistica su ogni altra istituzione e sulla società intera.
Si motiva questa controriforma costituzionale adducendo la necessità prioritaria ed inderogabile della competitività. Della quale competitività è pur tempo di denunziare, senza esitazione, il significato reale ed occultato. Che è quello della compressione dei salari dei lavoratori di tutto il mondo fino a ridurli alla soglia minimale del salario percepito nel più depresso dei Paesi del mondo.
A Pomigliano è il lavoro umano, è la condizione umana, è la dignità umana, sono i diritti umani che subiscono un attacco senza precedenti. La loro difesa è quella stessa della civiltà umana, ovunque sia aggredita.
Marchionne anticipa il nuovo corso
di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei
Ormai è tutto chiaro: c'è una evidente relazione funzionale, causa-effetto, molto stretta, tra il progetto di modifica dell'art. 41 della Costituzione e il surreale referendum Marchionne che così reciterebbe: «Sei favorevole all'ipotesi dell'accordo del 15 giugno 2010 sul progetto Futura Panda a Pomigliano?» Come è noto, il progetto Tremonti-Berlusconi è quello di aggredire e modificare l'art. 41 della Cost., inserendo un IV comma che consentirebbe all'attività di impresa di svolgere la propria attività senza controlli, salvo un poco chiaro controllo ex post. Occorre ricordare che l'art. 41 della Cost. non è un orpello, o una regola qualsiasi, ma una norma-principio alla quale sono riconducibili i diritti costituzionali dei lavoratori di cui agli artt. 35-40, nonché tutta la disciplina ordinaria in materia di lavoro. In maniera assolutamente eccentrica, ovvero inserendo un IV comma palesemente in contrasto con il II e il III, si violentano i principi fondamentali (precedentemente si era parlato di modificare l'art 1 Cost.), agendo all' interno del sistema, attraverso la sterilizzazione e l'annientamento dei rapporti economico-costituzionali (artt. 35 ss. Cost.); quei rapporti direttamente attuativi dell'art. 1 Cost. («La Repubblica fondata sul lavoro»), dell'art. 2 relativamente al principio di solidarietà, dell'art. 3, II comma, relativamente al principio di eguaglianza sostanziale.
L'impressione, spostando i controlli ex post, è che si voglia dare carta bianca alle strategie aziendali, anche quelle più aggressive e in contrasto con i limiti posti al capitale dalla effettiva garanzia dei diritti dei lavoratori. A serio rischio saranno il diritto all'equa retribuzione e a livelli di vita liberi e dignitosi, l'organizzazione del lavoro, le funzioni sindacali, il diritto di sciopero. Vi sarebbe inoltre il rischio concreto dell'introduzione, da parte dell'impresa, di controlli, ispezioni e perché no veri e propri tribunali speciali. Cosiddetti piani di ristrutturazione o conversione aziendale, in presenza di controlli ex post, non dovranno più assicurare modalità e condizioni di lavoro tali da garantire la sicurezza e la salute, l'apprendimento e il benessere. In sostanza, attraverso l'intervento sull'art. 41 Cost. si intende raggiungere la sospensione della regolamentazione e del controllo nel mercato del lavoro. Il lavoratore verrebbe collocato in un limbo, indifeso nella sua già naturale debolezza, ancora più bisognoso di tutela in una fase di acuta crisi economica.
Qual è allora il collegamento tra nuovo art. 41 e il piano Marchionne? È chiaro: il piano Marchionne per Pomigliano intende fare da apripista al nuovo modello di art. 41, ovvero alla deregolamentazione del mercato del lavoro, condizionando il rientro dalla Polonia della costruzione della nuova Panda a condizioni esasperate di lavoro (i diciotto turni) e a deroghe al contratto collettivo che mettono a rischio la libertà e dignità umana. Nello specifico il piano, supportato dal progetto di modifica dell'art. 41 Cost., contiene una serie di punti inaccettabili dal punto di vista della legittimità costituzionale, costituendo un vero e proprio vulnus a quei diritti fondamentali summenzionati. Si fa in particolare riferimento a: 1) 18 turni settimanali: impianti di produzione per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, compreso il sabato. Ricorso allo straordinario per 18esimo turno, per un massimo di 15 volte l'anno. 2) Straordinario: 120 ore annue di straordinario "comandate" (80 ore in più obbligatorie, dalle 40 attuali, che arrivano quindi a 15 sabato); 3) Pause: ridotte a 30 minuti (dagli attuali 40) e i 10 minuti in meno vengono monetizzati in 31 euro lordi al mese. Pausa mensa a fine turno; 4) Assenteismo e malattia: per assenze per malattia collegate a scioperi, manifestazioni esterne, "messa in libertà" o mancanza di fornitura, l'azienda non retribuisce i primi tre giorni; 5) Sanzioni: Il mancato rispetto degli impegni assunti nell'accordo aziendale, prevede sanzioni ai sindacati e ai singoli lavoratori; 6) Sciopero: non è proclamabile nei casi in cui l'azienda ha comandato lo straordinario per esigenze di avviamento, recuperi produttivi e punte di mercato.
L'eutanasia dell' art. 41 Cost., la dolce morte in prova, come vorrebbe il governo, non comporterebbe solo la cancellazione del welfare e dei diritti fondamentali ad esso riconducibili, ma dello Stato democratico tout court. Insomma, il referendum di Marchionne ha ad oggetto due secoli di lotta, sudore, sangue.
«L'Europa non ha anima», ha detto l'economista francese Jean Paul Fitoussi ieri al termine di una audizione in commissione Bilancio della Camera. E ha spiegato: «Il problema dell'Europa sta nel fatto che abbiamo creato una zona economica senz'anima, senza governo e senza democrazia vera: questo conduce a politiche sbagliate perché abbiamo solo un bene comune, la moneta, senza avere un governo. Anzi, al contrario, abbiamo competizione tra i Paesi dell'euro e questa si fa al ribasso ed è un dramma perché stiamo entrando in una situazione di deflazione». Quello che è accaduto ieri conferma la giustezza dell'analisi.
Vale la pena partire dal Consiglio d'Europa, massima espressione politica della Ue, che ieri doveva trovare una posizione comune sulla introduzione di una imposta sulle transazioni finanziarie e su una tassazione del sistema bancario. Provvedimenti da presentare al prossimo G20 di Toronto. È finita con un brutto compromesso. In particolare, la tassa sulle banche è un «optional», nel senso che gli stati dovrebbero in ordine sparso introdurre meccanismi di prelievo sulle istituzioni finanziarie per garantire una divisione degli oneri della crisi. Una crisi, vale la pena ricordarlo generata dalle stesse istituzioni finanziarie, ma che finora è stata pagata a piè di lista dalle finanze pubbliche, ovvero da tutti i cittadini. Creare un fondo finanziate dalle stesse banche era una idea niente affatto estremista, ma solo di buon senso. Ma il provvedimento vincolante per tutti non è passato, sembra a causa dell'atteggiamento intransigente della Gran Bretagna, uno dei paesi i cui cittadini hanno più sofferto per la crisi finanziaria e che ora soffriranno ancora di più per i tagli allo stato sociale e agli investimenti pubblici.
Fitoussi ha fatto un altra giusta affermazione quando dice che «stiamo entrando in una fase di deflazione». La conferma è arrivata ieri dal «Bollettino mensile» della Bce, che parla di un fase di crescita con «incremento moderato» a causa dei processi di «aggiustamento dei bilanci» e dalle «prospettive di debolezza del mercato del lavoro». Questo potrebbe portare nel prossimo anno a una crescita ancora più bassa di quella prevista per quest'anno e non per merito dei paesi europei, ma per il sostegno alla domanda che arriva dagli altri paesi. La Bce spiega anche che la crescita moderata nell'area dell'euro è causata da «perduranti tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari» e da «un livello insolitamente elevato di incertezza». Normalmente, come sosteneva Lorenzo dei Medici, «del doman non v'è certezza», figuriamoci oggi che la percezione comune è di una profonda instabilità e di occupazione che non si trova.
Ci sono poi le «perduranti tensioni finanziarie». Questo dovrebbe obbligare la Ue e il G20 a varare manovre che mettano sotto controllo la speculazione, ma a parte il divieto di vendite allo scoperto varato dalla Merkel nulla è stato fatto non solo perché tra gli stati gli interessi confliggono. Nulla è stato fatto perché le banche sulla speculazione campano, come ci hanno spiegato i dati Usa apparsi alcuni giorni fa, ma ignorati dalla stampa italiana (con l'eccezione de il sole 24 ore e de il manifesto) indicano in oltre 210 mila miliardi di dollari le operazioni sui derivati nel 2009. Operazioni di carta che non danno plusvalore all'economia reale, ma sono in grado di destabilizzarla.
Siamo in una situazione di caos. Gli stati, consapevoli di vivere una fase tremenda, non trovano strumenti comuni per affrontarla con strumenti di controllo più stringenti, tasse anti speculazione e rilanciare gli investimenti pubblici. Perché questo contrasta con l'ideologia dominante. Ne è la prova un'affermazione della Bce che parla dell'importanza delle riforme strutturali. Per poi spiegare che la prima vera riforma è rendere il salario una variabile dipendente del capitale e richiedere «aggiustamenti», cioè diminuzioni a seconda dell'andamento della congiuntura e dell'occupazione. Diminuire i salari e aumentare lo sfruttamento per rilanciare l'economia non serve, soprattutto quando il comportamento diventa generalizzato e amplia lo spazio tra chi è ricco e chi no. D'altronde l'economia è una «triste scienza» che non pone al centro le persone
Nel nostro Paese chi distingue la cattiva democrazia dalla buona incappa solitamente in un interdetto: se critichi la democrazia è perché non sei democratico o non lo sei abbastanza, non accetti il responso delle urne, vuoi «delegittimare» chi ha vinto le elezioni. Vorresti che le cose andassero altrimenti da come le vedi tu; che la maggioranza seguisse le tue, non le sue, idee. Tu dici e pensi questo e quello, ma la maggioranza fa tutt´altro. Non te ne dai pace e, invece d´adeguarti in nome del popolo, ti ostini, in nome di non si sa quale altro principio o diritto, anzi in nome della tua presunzione, a non riconoscere d´avere torto.
osì, sei non lealmente democratico, ma subdolamente aristocratico, perché pensi tu d´avere, solo o con i tuoi (pochi) amici, la verità in tasca. Non capisci d´essere fuori della storia, uno sconfitto che avrebbe solo il dovere di tacere, mettersi da parte e lasciare il passo ai tempi che avanzano, alla storia che si realizza. In breve: cosciente o non cosciente, sei un «azionista», tra tutti i giudizi politici di condanna, il più infamante e «condiviso». Molto più di ladro, corrotto e corruttore, incapace e incompetente, voltagabbana e servo del potente (...).
La democrazia come unica forma di regime legittimo, ha vinto la sua battaglia o, almeno, sembra averla vinta. Pare non avere più rivali (...). Oggi, con la sola eccezione dei regimi dichiaratamente teocratici, dove la secolarizzazione non è penetrata ed è anzi combattuta (come accade in talune repubbliche islamiche), si presenta come l´unica forma di convivenza accettabile, dunque legittima. Ciò non solo nel mondo occidentale, dove maggiormente si è sviluppata, ma nel mondo intero, ed è proposta come valore universale dell´umanità. Talora gli intenti sono eccellenti, ma qualche volta anche criminali (come quando la si usa come pretesto per l´uso delle armi, al fine di «esportarla») (...).
Ci si può chiedere la ragione di tanta fortuna e la ragione, alquanto allarmante, è che democrazia è parola mimetica e promiscua. Con un manto di nobiltà avvolge i governanti, ma questo manto può nascondere le cose più diverse. Con l´ideologia democratica si possono nobilitare le più diverse realtà del potere. Nel tempo del potere secolarizzato, la democrazia è il solo regime che può presentarsi come l´organizzazione di un potere disinteressato. I governanti si concepiscono come mandatari o rappresentanti o benefattori del popolo. Il loro potere è in nome, per conto, nell´interesse altrui. Possono dire di «servire il popolo», cioè di fare ciò che fanno non per il piacer proprio, ma per il bene di tanti o di tutti. Nobile missione! Anche i governanti per diritto divino sostenevano di agire in nome e per conto d´altri, addirittura di Dio. Ma, una volta caduta questa premessa e posto il governo degli uomini sulla terra, solo le democrazie (non certo le autocrazie di qualsiasi genere) conferiscono ai governanti il diritto di proclamare ch´essi non governano nel proprio interesse, ma per il bene di chi è governato. Questa, l´ideologia. E la realtà? (...).
Il nodo da sciogliere, a questo punto, nasce dalla constatazione di questo apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le vittime. Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere; ora sembra diventare l´ostentazione degli inclusi. Presso i cittadini comuni, non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve, una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Non c´è bisogno di consultare la scienza politica per sentir risuonare sempre più frequentemente questa semplice domanda, che è come un segnale d´allarme: «democrazia, perché?». Quando si sente esclamare con fastidio: «tanto sono tutti uguali» (quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Una «teatrocrazia», è stato detto. L´esito potrà essere l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un´abdicazione.
È questa la più immediata espressione di uno scetticismo a-democratico dal basso che fa da pendant alla retorica democratica dall´alto. Se si pensa che, storicamente, la democrazia è stata la rivendicazione della massa degli esclusi dal potere, contro la chiusura su di sé dei potenti, c´è evidentemente da registrare un capovolgimento paradossale.
Il paradosso si scioglie pensando alle capacità mimetiche o camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue forme, si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e così è anche nel presente. La storia ci dice che la democrazia può dissimulare l´anti-democrazia (...).
Realisticamente, dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza all´oligarchia, anzi con la «ferrea legge delle oligarchie»: una legge che esprime una tendenza endemica, cioè mossa da ragioni interne ineliminabili (...). Questa «ferrea legge» si basa sulla constatazione che i grandi numeri, quando hanno conquistato l´uguaglianza, cioè il livellamento nella sfera politica, cioè quando la democrazia è stata proclamata, e tanto più è proclamata allo stato puro, cioè come democrazia immediata, senza delega, ha bisogno di piccoli numeri, di ristrette oligarchie. Non basta. Poiché questa è una patente contraddizione rispetto ai principi, occorre che queste oligarchie siano occulte e che queste, a loro volta, occultino il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La democrazia allora si dimostra così essere il regime dell´illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il «principio maggioritario», che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel «principio minoritario», che è l´essenza dell´autocrazia: un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e, per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole cerchie di persone che si appoggiano solo su se stesse (...).
Le oligarchie, nelle odierne società, non si costruiscono su piani paralleli, l´uno sopra l´altro. L´immagine che mi pare più appropriata è quella del «giro» di potere. Intendo con questa espressione - il giro - esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi e dalle carriere improbabili, i quali vengono a occupare posti difficilmente concepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono? Una delle grandi divisioni della nostra società è forse proprio questa: tra chi «ha giro», e chi non ce l´ha. Divisione profonda, fatta di carriere, status personali, invidie e risentimenti che avvelenano i rapporti e corrompono i legami sociali, ma che, finché dura, è una vera e propria struttura costituzionale materiale.
Nei «giri» si scambiano protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di «materia». Occorre disporre di risorse da distribuire come favori, per esempio: danaro facile e impieghi (Cimone e Pericle insegnano), carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall´altra parte, qualcosa da offrire in restituzione: dal piccolo voto (il voto «di scambio»), all´organizzazione di centinaia o migliaia di voti che si controllano per ragioni di corporazione, di corruzione, di criminalità; dalla disponibilità a corrispondere al favore ricevuto con controprestazioni, personali o per interposta persona, oggi soprattutto per sesso interposto. L´asettico «giro» in realtà è una cloaca e questo è il materiale infetto che trasporta (...). Quando poi nello scambio e nell´intreccio di favori, minacce e ricatti entrano anche organizzazioni criminali, non è esclusa nemmeno la violenza. Non pochi delitti politici nel violento nostro Paese non si spiegano forse con l´essere venuti meno a un patto di scambio?
Dove si alimenta la forza che alimenta i giri? Nella disuguaglianza e nell´illegalità. Essi tanto più si diffondono quanto maggiori sono le disuguaglianze sociali e quanto meno le stesse leggi valgono ugualmente per tutti (...). Come si proteggono i «giri»? Prima di tutto con la copertura e la segretezza. Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva (...). Questo è il carattere nostrano odierno del sistema oligarchico: catene verticali, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell´economia e della finanza, dell´università, della cultura, dello spettacolo, dell´innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni, eccetera, che, secondo i propri principi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e invece sono attratti negli stessi mulinelli del potere, corruttivi di ruoli, competenze, responsabilità.
Se la cattiva democrazia è quella che si è involuta in oligarchie (...), allora per contrasto possiamo definire «buona» la democrazia dove vigono queste due virtù pubbliche: l´amore per l´uguaglianza sotto la legge comune, unito al disprezzo per arrivisti e faccendieri, e la sete di verità circa le cose comuni (...). Con questo passaggio, l´attenzione si è spostata dalla democrazia come forma o regola della politica alla democrazia come carattere degli esseri umani. In effetti, noi possiamo riferirci alla democrazia come tecnica del potere (che, come tutte le tecniche del potere, contiene comunque in sé qualcosa di minaccioso) e come concezione del vivere comune. Il limite della maggior parte dei discorsi attuali sulla democrazia sta nell´avere separato questi due aspetti e nell´avere oscurato il secondo che, invece, è il più importante, perché preliminare e condizionante. Se viene meno la democrazia come esigenza dello spirito pubblico, essa, in quanto regime politico, si può perfino suicidare «democraticamente» (...).
Poiché nessuna tecnica d´organizzazione democratica del potere può funzionare se non si appoggia su società che sono esse stesse, e prima di tutto, democratiche, si comprende che è lì la garanzia ultima e nessuna istituzione, da sola, è capace di difendere la democrazia se i più non la vogliono o non ne sono interessati. Le istituzioni, pur tuttavia, sono importanti (...). Il significato profondo delle istituzioni democratiche è tutto in questo: il medesimo obbiettivo - la lotta contro le oligarchie - ma con mezzi ordinari. Quali esse siano queste istituzioni è chiaro: quelle della legalità e della trasparenza; la sovranità della legge e la libertà delle opinioni; le magistrature e l´informazione. Senza di queste, nemmeno il diritto di voto, il diritto primordiale di ogni forma di democrazia, sarebbe dotato di senso democratico, perché non sarebbe permessa l´onesta misurazione del consenso e del dissenso.
La democrazia non è dunque possibile in società non democratiche, ancorché adottino le forme esteriori della democrazia. La società democratica è preliminare alla politica democratica. Si deve, allora, promuovere una pedagogia orientata a promuovere l´ethos della democrazia? Platone risponderebbe senza esitazione di sì: «Lo sai che inevitabilmente fra gli individui vi sono tanti tipi quante sono le forme di governo? Credi forse che esse spuntino da una quercia o da una pietra, anziché dal carattere (ethos) dei cittadini, che le trascinano dalla parte verso cui essi stessi pendono?». In effetti, da molti decenni un´autentica pedagogia democratica è mancata (...).
Nel momento della massima diffusione della democrazia - si potrebbe dire: nel momento della sua vittoria su ogni altro sistema di governo -, cioè nel momento dell´indifferenza per assenza di alternative, sembra essere venuta meno l´esigenza di insegnarne lo spirito. La democrazia si è sempre accompagnata alla diffusione dell´istruzione e della cultura, cioè alla liberazione dall´ignoranza e dall´analfabetismo. Ma una specifica educazione dalla democrazia?
In effetti, una posizione negativa si giustifica in base alla doppia idea che la democrazia, per essere davvero tale, deve essere il «regime dell´uomo così com´è» e che ogni pedagogia o educazione imposta per cambiarlo «eticamente» - fosse anche per adeguarlo alla democrazia stessa, per creare «l´uomo nuovo» - si risolverebbe in una pratica contraria ai principi della democrazia stessa. Ma «l´uomo così com´è» non è affatto quello che è adatto alla democrazia (...). Sotto certi aspetti, la democrazia è un regime politico innaturale, cioè fortemente legato a premesse culturali che devono essere alimentate: chiede sacrifici, rinunce e dedizione personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali. Non è affatto solo una tecnica - certe volte migliore e altre peggiore di altre - per la protezione degli individui e dei loro interessi. È una forma di convivenza che ha a che vedere con l´etica repubblicana, con la res publica, cioè con una dimensione della vita che, per essere di tutti, non deve diventare patrimonio di nessuno. Per questo, essa è sempre a rischio e noi conosciamo bene che cosa siano state e che cosa possano sempre essere la «servitù volontaria» e la spontanea rinuncia alla libertà per il prevalere di interessi particolari.
Allora? Come conciliare gli opposti: l´inaccettabilità e, al tempo stesso, la necessità di un´educazione democratica? In un solo modo: dicendo che questo compito è essenziale, ma non è dell´autorità. Esso è rimesso alla libertà. Non spetta allo Stato di svolgerlo, ma alla società. Rientra cioè nella responsabilità di ciascuno di noi, quando entra in relazione con gli altri, là dove la democrazia è atteggiamento etico che può essere diffusivo di se stesso, nel rispetto dell´autonomia degli altri (...). La democrazia, poiché non può invocare rassicurazioni metafisiche, può basarsi solo su se stessa, cioè sui suoi cittadini. Si regge o cade per virtù o vizi loro. Ma proprio per questo, quanti amano la democrazia sapendo che prima e dopo di essa c´è solo qualche forma di autocrazia, c´è cioè la perdita della libertà, devono raddoppiare gli sforzi per difenderla ed espanderla nella coscienza di quanti più è possibile.
Il testo è tratto dall´intervento che Gustavo Zagrebelsky ha svolto il 17 giugno 2010 sul tema «Si può dire che la democrazia italiana è malata? Può esistere una cattiva democrazia?», a Lucca, nell’ambito del progetto «Un patto per la qualità della convivenza» promosso dalla Provincia e dalla Scuola per la Pace
È singolare constatare come un certo storicismo si sia trasmutato in disparati rivoli, conservando quella matrice di realismo politico che gli è proprio, senza disgiungerlo idealisticamente da un’inossidabile vocazione etica. È il caso di Vezio De Lucia, che ci propone la sua biografia professionale in Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia (Reggio Emilia, Diabasis, 210 pagine, 18 euro), che in parte ripercorre la traccia di un altro suo libro fondamentale su Napoli, Se questa è una città. La professione è quella dell’urbanista. La sua fede incrollabile sta nel carattere «normativo» di quest’ultima.
L’Italia ha avuto nell’urbanistica una sua stagione, appunto normativa, con il primo centro-sinistra. Poi dalla seconda metà degli anni Settanta è iniziata una controriforma volta a rendere friabile e caotico quanto di cogente il tessuto precedente portava con sé. Ciò in base ad una propugnata esigenza operativa. Operativo vuol dire politico-amministrativo. Questo è il punto. Meno le amministrazioni funzionano, più sembra doversi imporre l’intervento politico «legibus solutus». In De Lucia, il culto della legge va di pari passo con quello dell’amministrazione. Ora l’amministrazione, se è tale, cura pressoché ogni giorno il territorio, in un «continuum» di decisioni volte ad eseguire, incentivare, promuovere e magari anche a modificare, se necessario.
Un piano regolatore, ad esempio, non è strumento inerte, da mettere nel cassetto. È il caso di quello di Napoli, concepito appunto da Vezio De Lucia. Non basta un piano, ma è necessaria anche una politica di attuazione del piano stesso. Dalla sua assenza nasce la pulsione inversa di prescindere da ogni piano. Napoli è una città povera, rischia nei prossimi anni di essere ancora più povera. La tentazione di mettere le mani su quello che rimane può di nuovo farsi sentire. Sarebbe uno spasimo per non avere poi più niente, quando bisognerebbe guardare altrove, alla ristrutturazione del suo porto, visto in una ottica metropolitana, un’area, questa, che richiede urbanizzazione e investimenti, ed oggi è in gran parte una topaia dalla quale è miracolo non esca soltanto malavita.
De Lucia mostra come la «deregulation» urbanistica abbia avuto fulgidi esempi nelle recenti amministrazioni di Roma e della Campania. Nel secondo Bassolino che abbandonava l’iniziale impostazione «normativa», preso dalla sindrome del potere, così connaturata alle classi dirigenti meridionali, e sceglieva la strada della possibile gestione fuori dalla legge, senza peraltro riuscirci, come la farsa di Alinghi dimostra.
Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l'accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe «negoziare», per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui.
Alcuni di quei diritti - come il fondamentale «diritto di sciopero» - sono sanciti costituzionalmente. Altri - come il pagamento dei primi tre giorni di malattia - sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri infine - come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria -, fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L'accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l'operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavoristico. Una grave lesione al modello giuridico, politico e sociale della modernità industriale.
Ma non ci troviamo in una condizione di normalità. La «dura legge» che Marchionne ha evocato non è né la Norma Costituzionale né la Legge ordinaria. È la legge di mercato, nella sua dimensione ferina del «primum vivere». Dell'«arrendersi o perire». Della darwiniana «lotta per la sopravvivenza», applicata alle imprese, agli uomini e ai territori. A Pomigliano è la verità della «globalizzazione» a materializzarsi nella forma più estrema del «prendere o lasciare», che travolge ogni principio giuridico, ogni regolazione nazionale e ogni accordo sancito.
Per questo diciamo che a Pomigliano quello che muore non è solo un modo di fare sindacato, ma è la nostra stessa modernità industriale, fatta di conflitto, negoziazione, regole e normative, a rischiare di dissolversi. E quello che si profila è un nuovo «stato di natura», in cui a contare è ormai solo la legge del più forte, momento per momento, occasione per occasione. Un mondo che non è solo post-socialista e post-novecentesco, ma che vede travolgere le stesse basi del più antico «stato liberale»: quello del costituzionalismo, dell'impero della Legge, dello Stato di diritto. Potrà apparire un caso, ma che nel medesimo tempo si allineino nel cielo del nostro paese - come in un'infausta congiunzione astrale - l'attacco di Berlusconi alla Costituzione, la legge-bavaglio dell'editoria e il «lodo Marchionne» (sbandierato da fior di ministri come «nuovo modello» di relazioni industriali), suona come un pessimo auspicio. E che a trainarci oltre quel confine sia uno come l'A.D. della Fiat, che non è un «fascista», che non veste l'orbace ma un maglioncino casual ed è stato a lungo un esempio di liberal progressista, non ci rassicura affatto. Anzi, ci spaventa di più.
Forse a Pomigliano, oggi, non c'è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto. Forse al voto gli operai presi dalla disperazione direbbero davvero sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva. Forse, quello che incombe sulla Fiom è davvero un «dilemma mortale». Ma se almeno uno - uno! - tra i sindacati mantenesse pulite le proprie mani, e rifiutasse di sottoscrivere il pactum subiectionis che cancella tutti gli altri patti e ogni altra ragione, forse una testimonianza rimarrebbe, per tempi migliori, di un brandello di dignità e dunque di speranza.
Il film documentario "Il suolo minacciato" diretto da Nicola Dall'Olio e prodotto da Wwf e Legambiente di Parma, in collaborazione con Il Borgo, Lipu e Città invisibili, ha ottenuto una Menzione speciale al 13esimo Festival Cineambiente di Torino con la seguente motivazione: "Per la capacità di spiegare in modo chiaro ed efficace un problema quanto mai attuale come quello del consumo di suolo. Gli interessanti interventi hanno la capacità di coinvolgere lo spettatore grazie anche all'originalità della regia".
Per il regista Dall'Olio “si tratta di un riconoscimento inaspettato, se consideriamo che in concorso erano presenti molti documentari di alto livello tecnico. Credo si sia voluto premiare anche l’importanza di un tema, il consumo dei suoli agricoli, troppo a lungo sottovalutato nel nostro Paese”.
Con oltre sessanta film presentati e 20.000 spettatori alle proiezioni, il Festival organizzato dal Museo Nazionale del Cinema di Torino costituisce in Italia il principale appuntamento per il mondo della documentaristica ambientale, in costante crescita sia in termini di numeri, che di qualità. Il suolo minacciato era in concorso nella sezione Documentari italiani, che è stata vinta dal film Le White di Simona Risi, che narra la storia degli abitanti delle case popolari "White Houses" di Rogoredo (Milano) rivestite di amianto.
Le associazioni che hanno prodotto il film, interpellate sull’esito della manifestazione, non nascondono la loro soddisfazione. “La situazione della Food Valley è allarmante ma nello stesso tempo rivela la possibilità di uno scenario alternativo, perché, a differenza di altre aree padane, preserva paesaggi ancora non compromessi e ha testimoni consapevoli di quanto sta accadendo”, afferma Daniela Monteverdi, presidente WWF.
"Cominciamo ad avvertire una sensibilità nuova da parte delle Amministrazioni Pubbliche e delle imprese verso la preservazione del territorio. Ma non mancano i tentativi di mistificazione dove nuove pesanti cementificazioni sono imbellettate di verde al fine di renderle presentabili, come è il caso di recenti progetti urbanistici a Parma" dice Francesco Dradi, presidente Legambiente
Con Il suolo minacciato la pianura parmense sembra quindi destinata a diventare il caso nazionale di riferimento per i gruppi e le associazioni, sempre più numerosi, impegnati a difendere il suolo ed il paesaggio.
Il Novecento è stato il secolo delle promesse non mantenute. Secolo tremendo, certo, ma che lascia un'eredità respinta da molti contemporanei: la convinzione, cioè, che fosse possibile abolire il regno della necessità dove vivono la maggioranza degli uomini e delle donne per instaurare quello basato della libertà. Una promessa che non va iscritta solo al socialismo, l'esperienza più congrua all'idea di progresso maturata agli albori della modernità, ma anche alle società capitaliste. Perché se a Est dell'Elba quell'orizzonte così vicino, ma al tempo stesso lontanissimo di libertà ha legittimato regimi politici autoritari, nell'Europa figlia della grande filosofia tedesca e francese il capitalismo ha invitato uomini e donne a marciare compatti verso un avvenire in cui la sicurezza economica era in armonia con i diritti civili, politici e sociali. Il socialismo e il capitalismo potevano inoltre fare leva su uno strumento davvero efficace nel trasformare in realtà la promessa di libertà, e di felicità. Lo stato-nazione, infatti, come un buon giardiniere era legittimato a estirpare tutte le erbacce che potevano infestare la nazione nel processo di costruzione di una società perfetta. Alla fine del Novecento di quella promessa si vedono solo le macerie. Ma sbaglierebbe chi pensasse solo ai detriti lasciti dalla caduta del Muro di Berlino, perché è il progetto moderno che ha subito uno smacco, una sconfitta, perché il giardiniere, cioè lo stato, ha fallito nel suo progetto di edificare la società perfetta. Il disordine, il ritorno di credenze che si pensavano definitivamente archiviate grazie all'uso della ragione occupano ormai la scena stabile sia nelle realtà nazionali postsocialiste che nell'opulento capitalismo.
La retorica postmoderna
A scrivere del fallimento della modernità non è un incallito decostruzionista folgorato dagli scritti di Jacques Derrida o un nichilista sui generis, ma l'appassionato studioso della modernità Zygmunt Bauman in un volume scritto nel 1991 e finalmente tradotto dalla casa editrice Bollati Boringhieri (Modernità e ambivalenza, pp. 347, euro 25). Scritto cioè negli anni segnati dalla caduta del Muro e dall'annuncio di una guerra, quella del Golfo: due eventi, per usare un'espressione che lo studioso polacco giustamente usa con molta parsimonia, che hanno davvero cambiato il panorama mondiale. Bauman, tuttavia, non è né un nostalgico delle democrazie popolari e ha ancora ben forte il ricordo della seconda guerra mondiale per rigettare culturalmente e politicamente il ricorso agli eserciti per dirimere i conflitti tra stati. Scrive il saggio mettendo i due eventi sullo sfondo, perché vuol fare i conti con la retorica, allora imperante, sulla fine delle grandi narrazioni e con quel minimalismo teorico che è stato chiamato postmoderno. Termine quest'ultimo che Bauman usa sempre con circospezione per alcuni anni, per poi abbandonarlo e sostituirlo con «modernità liquida», espressione diventata così di moda che in tempi recenti, come nel libro pubblicato una manciata di settimane prima di quello sull'ambivalenza (L'etica in un mondo di consumatori Laterza, pp. 235, euro 16), preferisce laasciarla cadere nell'oblio, perché corrosa nella sua capacità descrittiva dal rumore di fondo che caratterizza la discussione pubblica.
Nonostante siano separati da vent'anni, i due libri sono tuttavia complementari, perché nel primo sono definiti tutti i nodi teorici che nel secondo saggio trovano una parziale soluzione, laddove Bauman afferma che viviamo ancora in una modernità che continua a inseguire il sogno di una libertà tanto radicale quanto foriera di felicità. Ma lo strumento per trasformare quel sogno in realtà non attiene più allo stato-nazione, ma al consumo, dove il principio del piacere regna sovrano. Peccato, però, che il consumo non consente che una misera libertà, quella appunto di essere plasmati dalla merce che si acquista e si getta via dopo poco tempo, perché si rischia di essere «disconnessi» dalla società. In altri termini, per Bauman, il consumo è la forma attraverso il quale viene esercitato un impalpabile dominio. In questo caso, però, la categoria dell'ambivalenza torna utile. Da una parte il consumo è sì la forma socialmente definita per ratificare l'assoggettamento al regno della necessità, ma per chi vive precariamente sul confine tra inclusione e esclusione sociale è il modo per ottenere il riconoscimento di alcuni diritti civili e sociali.
Ma se nel libro Modernità e ambivalenza lo studioso di origine polacca voleva fare i conti i conti con le contraddizioni del progetto moderno, nel saggio dedicato al consumo preferisce svelare l'inganno che si cela dietro la centralità assegnata al principio del piacere, in base al quale ogni uomo o donna può recidere ogni legame e rapporto di reciproca responsabilità con i suoi simili. Insomma, due momenti di un movimento della prassi teorica di Bauman dove i fratelli gemelli della società contemporanea - il caos e l'ordine - sono ricondotti alla comune matrice racchiusa nel progetto di «buona società».
Il tratto saliente della modernità, afferma Bauman, è la continua battaglia contro l'ambivalenza, che non è, come sostengono alcuni filosofi, un limite del linguaggio nel nominare una realtà sfuggente, bensì il sentimento dominante di qualsiasi forma di vita sociale. Ogni azione, ogni scelta ha una sua ambivalenza, cioè sono azioni e scelte aperte a esiti tra loro sempre confliggenti. Per questo la modernità ha come pilastri l'attitudine a catalogare, classificare, definire, manipolare quei comportamenti tanto individuali che collettivi per impedire all'ambivalenza di manifestare il suo potere, alimentando così il caos. E così, mentre si appresta a realizzare un così ambizioso progetto, la modernità svela anche il suo lato oscuro, coercitivo, autoritario. Un lato oscuro che nel Novecento ha talvolta preso il sopravvento, mettendo in discussione e spesso all'angolo le aspirazioni alla libertà, all'eguaglianza e alla fraternità.
In difesa del flâner
Questa «dialettica dell'illuminismo» ha avuto, ma questo è noto, la sua massima manifestazione nelle baracche e nei forni allestiti a Auschwitz per sterminare gli ebrei. Nei lager, infatti, le arti della catalogazione, della pianificazione per cancellare ogni forma di ambivalenza sono state coltivata con un'attitudine moderna. Da questo punto di vista, l'ambivalenza strutturale delle figure dello straniero e dell'ebreo ha costituito la condizione mimetica di una resistenza al principio ordinatore della modernità. Lo straniero e l'ebreo, figure distinte, ma spesso coincidenti, sono infatti gli «indecidibili», cioè vivono in una società che non li vuol mai sentire parte integrante della nazione. E per quanti sforzi facciamo, gli stranieri e gli ebrei, per essere assimilati, rimangono sempre incarnazione di una estraneità. Meglio di un'ambivalenza considerata ostile per chi definisce le regole dell'ordine sociale.
La resistenza alla funzione ordinatrice della modernità mette così in discussione il suo lato oscuro, oppressivo, assieme al concetto stesso di società. Da questo punto di vista è del tutto condivisibile il richiamo a Georg Simmel, lo studioso tedesco che ha messo al centro della sua analisi sulle forme di vita metropolitane proprio il concetto di ambivalenza in quanto carattere immanente della socialità, cioè di quell'attitudine solo umana al vivere insieme per produrre le condizioni necessarie alla riproduzione della specie. Il flâner e il conseguente atteggiamento blasè studiati da Georg Simmel, e da Walter Benjamin, sono quindi da considerare come il rifiuto dell'imposizione di una verità che la modernità vuole universale. Ma la verità, come l'universalismo dei valori, hanno una funzione sociale, sono cioè i termini in cui si manifesta il rapporto asimmetrico di potere tra dominanti e dominati. E questo il secondo smacco che la modernità conosce, perché la critica al concetto di verità e dell'universalismo dei valori nasce proprio nel cuore della modernità, in quella Europa e in quegli Stati Uniti che si sono investiti del ruolo civilizzatore del mondo.
La forza dissacrante del postmoderno risiede dunque nell'aver usato tutti gli strumenti della modernità per criticarla. E proprio quando celebra la fine della modernità, il postmoderno ne riafferma una delle caratteristiche principali, l'esercizio della critica e la potenza della ragione rispetto alle credenze particolari. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole. Non fine della modernità, ma l'eclissi di quella fiducia nel progresso che avrebbe avuto al capolinea della storia .la società perfetta tanto agognata. Più prosaicamente, annota amaramente Bauman, è ormai il consumo la linfa vitale delle società contemporanee. Attraverso il consumo uomini e donne inventano la loro identità, che si può cambiare allorquando arriva sul mercato un'altra linea di abbigliamento o telefono cellulare. Ed è attraverso il consumo che si combattono, infine, le battaglie per il riconoscimento, dopo che le appartenenze sociali hanno perso il potere ordinativo.
Identità prêt-à-porter
È in questa situazione che lo stato-nazione ha dismesso i panni del giardiniere e si è riconvertito al mestiere di guardiano affinché la santa trinità delle società tardomoderne - securitè, paritè, reseau, cioè sicurezza, parità e rete - sia al riparo dalla potere potenzialmente distruttivo dell'ambivalenza. L'ambivalenza va quindi addomesticata, facendola diventare la leva per alimentare la spinta a nuovi consumi che «l'essere malinconico» della tardomodernità viva la sua condizione di infelicità e di oppressione come tollerabile.
Lo stato garantisce quindi la sicurezza, aggiornando continuamente la tassonomia degli stranieri e degli indesiderabili in nome della sicurezza nazionale. Al mercato il compito di garantire la parità non delle condizioni sociali, ma di essere sulla stessa linea di partenza nella corsa all'acquisto, attraverso una merce griffata, di uno stile di vita e di una identità. Ai singoli spetta il compito di costruire la propria appartenenza, attraverso una effimera rete di legami che non vincola niente e nessuno.
Celebrato come uno dei massimi sociologi della contemporaneità, Bauman è uno studioso che ha sempre privilegiato l'ottimismo della ragione rispetto al pessimismo della volontà. Se critica va fatta ai suoi testi riguarda il rifiuto di considerare l'ambivalenza un fattore potenzialmente sovversivo della realtà. L'ambivalenza non come ambiguità, ma come condizione aperta alla possibilità di trasformare la realtà. Accanto alle figure dello straniero e dell'ebreo andrebbe infatti aggiunta anche quella del «precario». Il precario e la precarie sono infatti l'incarnazione dell'ambivalenza. Oscillanti tra lavoro e non lavoro, sono costretti nella camicia di forza di un lavoro salariato spogliato però di quei diritti sociali che lo avevano reso condizione sopportabile. Non vincolato a nessuna stabile e duratura gerarchia, ma tuttavia costretti a inventaris il suo reseau sociale. Ma questa condizione ambivalente è aperta alle possibilità della trasformazione sociale. Di questo programma di lavoro teorico e politico Bauman sorriderebbe. Ha attraversato il Novecento e ha sperimentato nella Polonia il vecchio adagio che le strade dell'inferno sono lastricate sempre da buone intenzione. In questo caso non ci sono però buone intenzione, né la ricerca della strada per il paradiso. Semmai c'è l'urgenza teorica e dunque politica di riprendere il cammino verso il regno della libertà.
«Conosci la terra dei limoni in fiore, / dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, / dal cielo azzurro spira un mite vento, / quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse?», chiedeva estasiato Wolfgang Goethe. No, quell’Italia lì non la conosciamo più, rispondono gli autori di «La colata». Troppo cambiata, devastata, violentata. Dai grandi speculatori, dalla cialtroneria egoista di milioni di singoli individui decisi a fare ciascuno il proprio abuso nell’indifferenza per le regole, dal cinismo di migliaia di amministratori locali disposti a svendere anche il più bel paesaggio del pianeta in cambio di un pugno di voti.
Gela il sangue, la lettura de «La colata», il reportage collettivo edito da Chiarelettere da oggi in libreria e firmato da Andrea Garibaldi («Corriere della Sera»), Antonio Massari («Il Fatto»), Marco Preve («Republica»), Giuseppe Salvaggiulo («La Stampa») e Ferruccio Sansa, lui pure de «Il Fatto». Gela il sangue perché, certo, riconosce che certe aree sottoposte a tutela hanno faticosamente conservato la loro meravigliosa fisionomia e che qua e là si battono per «il bello» migliaia di comitati, associazioni, gruppi e singoli cittadini generosi e ostinati, ma dimostra anche un dato incontrovertibile. L’assalto forsennato, bulimico, insaziabile al la cui fetta più grossa, circa 830.000 metri cubi, se la mangia una variante per l’area industriale di Bellaria dove si trova lo stabilimento Novartis. Si, proprio quello del famoso vaccino contro l’influenza suina».
Dagli orrori (con risvolti camorristici) di Monterusciello, la prima e sgangherata «new town» italiana, tirata su a Pozzuoli dopo il bradisismo del 1983, alla Modena di stampo rosso-emiliano: «L’architetto ed ex dirigente comunale Ezio Righi ha denunciato che oltre un milione e mezzo di metri quadrati di territorio agricolo dislocati nella zona sud, fino all’autostrada, sarebbero passati di mano recentemente e a prezzi non rapportati all’attuale destinazione d’uso. I compratori — ha detto Righi durante un convegno di Italia Nostra— sarebbero imprese legate alla Lega delle cooperative, imprese collegate ai consorzi edili privati e singoli artigiani».
Tema: non è insensato esaltare tutti i giorni il fascino dell’Italia e insieme insistere sul cemento, sui condoni edilizi, sulla politica del «laissez-faire» lasciando distruggere quotidianamente un pezzo del nostro paese? Dicono i numeri che il turismo rappresentava non molto tempo fa quasi il 12° del Pil e dava lavoro a 2 milioni e mezzo di persone. Ma la nostra quota, che nel 1970 ci vedeva primi al mondo, è via via scesa sotto il 5% del mercato mondiale. La classifica dell’Organizzazione Mondiale del Turismo ci ha visti nel 2009 (annus horribilis) piazzati a 43,2 milioni di arrivi contro i 50,9 della Cina, i 52,2 della Spagna, i 54,9 degli Stati Uniti e i 74,2 della Francia.
C’è di peggio: secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2009 del World Economic Forum, la nostra competitività turistica, rispetto dell’immenso patrimonio culturale, paesaggistico, enogastronomico, ci vede solo al 28° posto, dopo paesi come l’Estonia o Cipro che quel che hanno lo sanno sfruttare meglio. Sono gli altri che non ci capiscono o siamo noi che stiamo buttando via, anche esagerando col cemento (si pensi alla bella provincia vicentina nell’ultimo mezzo secolo: +32% gli abitanti, +324% la superficie urbanizzata) quelle ricchezze naturali e artistiche che ci eravamo ritrovati in dono?
Questo è l’allarme che lanciano Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo e Sansa: «Se non si ferma la colata di cemento l’Italia non sarà più il Belpaese. I danni saranno irreversibili». Un incubo eccessivo? Non pare, a leggere il capitolo dedicato alle interpretazioni del Piano casa da parte di tante Regioni italiane, di destra e di sinistra. O quello che ricostruisce una ad una le megalomanie di quelle amministrazioni disposte a sventrare anche la campagna più ricca per costruire un nuovo circuito automobilistico o motociclistico al quale agganciare una nuova speculazione edilizia. O ancora quello dove si racconta del modo in cui una notte, a Sanremo «una zona di 72 ettari che era stata classificata come "frana attiva" da Alfonso Bellini, uno dei geologi piu noti d’Italia, con un tratto di colore diventa edificabile» nonostante tutti avessero ancora «negli occhi le immagini di via Goethe, a due passi dal municipio, trasformata dalle piogge in un fiume di fango e pietre». Un solo voto contrario, di un leghista: «Per la redazione dei piani di bacino la Provincia si rivolge a professionisti privati. Bravi, bravissimi, per carità, ma sono gli stessi che poi magari progettano operazioni immobiliari o porti turistici...». Indimenticabile il commento dell’Udc Luigi Patrone: «Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto nemmeno a giocare». Ecco il nodo: l’aggressione non viene solo dall’abusivismo fuorilegge. Viene anche da politiche urbanistiche suicide votate a maggioranza, «regolari», con le «pezze d’appoggio».
Ne vale la pena? Ne vale davvero la pena? Prima di rispondere, merita di essere riletta la relazione della commissione incaricata nel 1966 dal Comune di Napoli di studiare il sottosuolo: «Una lava di case ha sommerso Napoli, incredibilmente. Le colline sono state aggredite, il verde distrutto, i luoghi sconvolti dalla speculazione edilizia. A chi viene dal mare la città si presenta ormai come un grottesco presepe di cemento, aggrappato a una brulla dorsale tufacea». Per quanti pezzi di Italia si potrebbero oggi scrivere le stesse parole?
30 maggio 2010
L’altra metà del lavoro
di Rossana Rossanda
Il «Manifesto per il lavoro» della Libreria delle donne di Milano considera la flessibilità un’occasione per conciliare maternità e lavoro. Ma rimuove i bassi salari delle migranti nel lavoro domestico, la cancellazione dello stato sociale e la differenza salariale tra uomini e donne
“Immagina che il lavoro” (Sottosopra, ottobre 2009; ne ha già scritto sul manifesto Laura Pennacchi) è la proposta d'un gruppo della Libreria delle Donne di Milano, sulla quale è impegnata Lia Cigarini. Conosco Lia da una vita, vivevamo vicine, fra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, lei più giovane, in una Milano dove le donne entravano in massa nel lavoro. In verità, entrare nel lavoro voleva dire diventare salariate, perché lavorare, avevano lavorato sempre. Nella cascina, che non era né casa né fabbrica, o nel podere in Veneto, a pieno tempo su terra altrui, mezzadre in Toscana e in Emilia, o braccianti stagionali, o nell'acqua delle risiere fino alle ginocchia come le favoleggiate mondine. Sempre, oltre che in casa, in qualche lembo delle produzione agricola o dei servizi. Quando entrarono in fabbrica diventarono operaie, si incontravano nei tram molto mattutini o serali, assonnate, vestite di furia, la permanente ferrea, o appoggiate al sole fuori dell'Alfa nell'intervallo della mensa. Uscivano di casa prestissimo, rifatti i letti e avviata la minestra, correvano al lavoro, risalivano le scale la sera dopo frettolosi acquisti a preparare la cena. Dopo cena lavavano e stiravano, la domenica mattina lustravano. In busta paga avevano di regola meno degli uomini, oltre che inquadrate ai livelli inferiori.
Maternità? Ogni tanto una era contenta. Ogni tanto un'altra correva di nascosto a un certo indirizzo e ne usciva verde in faccia e col ventre sanguinante. Altre sprofondavano in maternità faticose, tirando la vita con i denti e facendo qualche servizio. Tutte leggevano avidamente le dolci idiozie dei romanzi a fumetti.
Donne al lavoro
La composizione della forza di lavoro cambiò in quegli anni. In fabbrica e negli uffici le donne erano molte di più - anche se meno che in Francia e in Germania. Un terzo della manodopera teneva otto ore un piede in azienda, almeno due in tram, altre sei in famiglia fra spesa, pulizie, cibo e figli, scordando ogni riposo, per non dire la politica e il sindacato. Meno di venti anni dopo le stesse sarebbero scese per strada a manifestare per il divorzio e l'aborto, oblique libertà. Ma non esitarono. Un diritto avrebbe da esser bello e l'aborto non lo era. Era un desiderio? Malinconico ma desiderio? Malinconica ma libertà? Era delitto per un medico su due, per un uomo e mezzo su due, nessun delitto ma tuo rischio per la mammana, zona di rabbiosi silenzi per le famiglie.
Donne era difficile. Sono certa soltanto di questo.
Sono passati quaranta o cinquanta anni e sempre più donne sono al lavoro, in azienda, nel pubblico e in certe professioni, insegnanti, medici, avvocate. Operaie, impiegate, consulenti, imprenditrici. Sono ancora in numero minore (almeno in chiaro) che in Francia e in Germania. Ancora un poco più istruite dei maschi, ma pagate il venti per cento di meno per le stesse mansioni. Ancora ritardate nella carriera in caso di maternità. Quelle che possono si fanno aiutare in casa con i bambini da altre donne; specie migranti che possono pagare poco e stentano a mettere in regola, per cui la concorrenza ai minimi è sfrenata.
Il migrante è nell'edilizia, la migrante è nel lavoro domestico. Tutti e due, i migranti, ricattati nell'eterno precariato dei servizi e delle false cooperative di pulizie. Ma se questi sono a livello zero, a tutti i livelli - dal call center all'università, dal tour operator alla consulenza economica - tende diventare precario tutto l'impiego delle donne. Non sanno se in capo qualche settimana o mese il contratto sarà rinnovato. E non metteranno mai insieme i quaranta anni di contributi per la pensione.
Madri flessibili
Scrivono ora Lia e le donne di via Dogana: ma è una disgrazia? Non saremmo più felici se ci facessimo guidare dal desiderio invece che dalle passate ideologie, che ci hanno stretto al lavoro fisso e a tempo pieno, strozzando il nostro bisogno di stare con i figli? D'altra parte il desiderio ci suggerisce di essere madri, ma anche di accedere a quella ricchezza di rapporti che il lavoro domestico riduce. Lavoro è fatica ma anche socialità, a volte perfino una soddisfazione. Non solo sfruttamento. Diciamo dunque due volte sì, alla maternità e al lavoro.
Però, per essere vivibile il «doppio sì» non può comportare sedici ore di lavoro al giorno, otto pagate in azienda, due nei trasporti e sei in famiglia non pagate: si crepa di fatica. Guardiamo con occhio benevolo al tempo parziale, al contratto flessibile e atipico che l'impresa ci offre più facilmente. Riduciamo il tempo del lavoro esterno, facciamo quattro più due più quattro, o flessibilizziamolo, calcolandolo non a tempo (che troveremo nei pertugi) ma a risultato. Insomma mamma e impresa si possono incontrare, l'impresa gradisce avere una lavoratrice, come si diceva una volta dell'auto, just in time, e la mamma ha bisogno di essere più libera. Così il lavoro si femminilizza, aggiunge qualche amico entusiasta: le donne sono sempre di più, per meno tempo, più flessibili, non hanno la fissa della lotta di classe, della rigidità delle norme e dei diritti, d'un impiego pieno per la vita e con pensione successiva. Nel loro tempo, breve e articolato, portano le loro assai tradizionali qualità, precisione, cura, fluidità, scarsa conflittualità.
Bel quadro ma non convincente. Sono i tempi e i conti che non tornano. Per realizzaare felicemente il doppio sì occorrerebbero due condizioni; che il servizio pubblico garantisse una struttura professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei lavora, e che l'impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo, dovendo provvedere a una piccola creatura. Se non ci sono queste due condizioni, come è stato in alcuni paesi scandinavi, il mezzo tempo non basta per vivere e tanto meno per pagare l'altra donna cui affidare la casa e i figli.
Il miraggio del welfare state
Le due condizioni in Italia non ci sono. Salvo in alcune città, il servizio pubblico non esiste o è ai minimi, e la Ue non fa che chiedere di ridurre la spesa pubblica almeno fino al 2013. I salari (per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono a degradarsi al precariato, che obbligandoti a pensare al mese in cui sarai sospesa, non ti invita certo a programmare una maternità. Paradossalmente, la proposta della Libreria implicherebbe quella società comunista a redistribuzione totale e mirata, che è stata buttata alle ortiche anche come miraggio da trent'anni in qua. E non abbiamo anche noi sussurratao, se non sbaglio, meno stato più mercato?
Nel mercato, e perdipiù deregolato, la cura della casa e di un figlio va pagata, a meno di non metterlo gratis sulle ginocchia di qualche nonna o zia, eternizzando la gratuità del lavoro femminile di cura, che solo chi non lo ha mai fatto può ritenere tutto gioia e piacevolezza. Nel mercato, con i pochi soldi che abbiamo, cercheremo di pagare la badante (come la chiama Bossi) il meno possibile; e non c'è limite alla corsa in basso delle remunerazioni in tempo di penuria, così anche noi mettiamo un ginocchio sul collo delle migranti. Stiamo male tutte e due perché le statistiche europee confermano che le donne sono retribuite (se va bene come in Francia) il 20 per cento meno degli uomini. In un'occupazione regolare. Perché nei contratti atipici i dati precipitano. E peggio va con la selva dei lavori autonomi, tanto sperati e glorificati, dove alla dipendente è chiesto perlopiù un sorta di cottimo, essendo pagata a risultato previo gradimento del datore di lavoro. È lavoro autonomo diventare venditrice di creme o di biancheria alle amiche, senza un minimo salariale né un contributo previdenziale? E già nello scomparire in occidente della grande fabbrica industriale, si profila la grande fabbrica dei servizi del 2000, dai call center ai grandi tour operator, all'assistenza dopo vendita delle grosse marche alle reti di comunicazione alle migliaia di impieghi il cui lavoro consiste nel cercar lavoro, grandi edifici di vetri e cristallo dove siedono in fila fianco a fianco migliaia di ragazze, ciascuna isolata in un gabbiotto con un certo numero di chiamate da fare o di pratiche da sbrigare in tempi rapidi prefissati.
Quando un compagno ci assicura che il lavoro si sta femminilizzando, intende che sarebbe più fluido e soave. Quale esempio di occhio maschile! Femminile, pensa, perché più elastico e, ha ragione, più a buon prezzo. E poi le donne sono dolci e concilianti, si dimentica che aprivano la vertenza alla Borletti prendendo a zoccolate i vetri della direzione. O erano consigliate dalle cattive maestre del movimento operaio? Andiamo. La verità è che nelle condizioni attuali il «doppio sì» può essere realizzato da donne relativamente abbienti: professioniste o impreditrici. Una normale operaia o impiegata non ce la fa.
La Libreria delle Donne ha ragione in un punto: nell'indicare un motivo della durezza della nostra condizione nell'introiezione di una condizione fatalmente subalterna. Ha ragione nell'invitate a dare ascolto a quel che sentiamo e vogliamo. A farne una leva contro lo spessore opaco dei rapporti patriarcali. Nel mondo del lavoro essi si impongono contro regolamenti, contratti e leggi. Ma desiderio non è sogno, è lucido confronto fra noi e quel che abbiamo davanti, noi e i rapporti che ci sono costruiti attorno, si nutre della volontà di non accettarli, di cambiare. Se non diventa questo non è desiderio, ma immaginario, e all'immaginario concediamo già troppo.
La mappa dei desideri
Farei una mappa assai concreta del mercato del lavoro, care amiche di Milano. E anche una mappa dei desideri. È proprio vero che è iscritto nel nostro Dna il bisogno di maternità? Molte di noi, non un'esile minoranza, non sono madri. O non hanno voluto o non hanno potuto e in ogni caso non si sono dannate per diventarlo. Rispettano ma non apprezzano il bisogno di un rampollo fatto assolutamente dei cromosomi propri e di quelli del consorte, che obbliga a un percorso accidentato fra medici, cliniche, lettini, analisi, ormoni, vetrini, provette - come se maternità e paternità fossero una facenda di ovuli e spermatozoi, invece che del sorriso della madre e delle braccia paterne. Questo «bisogno» vien giù diritto dal peggio del patriarcato.
È invece un fatto, e pesante, che la maternita delle giovanissime è perlopiù un incidente, sopravvenuto in quella sorta di coazine alla sessualità, oggi obbligatoria come era un tempo l'interdizione. È un fatto che le donne di tutti i paesi e religioni, se appena possono mettere il dito sul grilletto genetico, riducono drasticamente il numero dei figli: negli scricchiolii del patriarcato questo il più vistoso. È un fatto che le politiche demografiche per la natalità non portano da nessuna parte. È un fatto che in grandi parti del mondo una figlia femmina è soppressa. È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno. È un fatto che il maschilismo si difende nel risorgere delle religioni. È un fatto che grande è il disordine delle soggettività sessuate sotto il cielo. Neanche il desiderio è così semplice. Vogliamo discuterne?
10 giugno 2010
In risposta a Rossana Rossanda
L'altra metà del lavoro
di Lia Cigarini Giordana Masotto Lorenza Zanuso
La flessibilità imposta dall'economia neoliberista non rappresenta un'opportunità per le donne. Ma il tempo pieno, sempre uguale per tutta la vita, non può più essere considerato un modello a cui adeguare lotte e obiettivi. In questo quadro, chiudersi nell'alternativa fra «più stato» o «più mercato» impedisce di sperimentare nuovi modi di accogliere il conflitto, che di per sé costituisce un passaggio essenziale per cambiare l'organizzazione del lavoro
L'articolo di Rossana Rossanda (il manifesto, 30 maggio), a commento del nostro Sottosopra - Immagina che il lavoro (testo scaricabile in www.libreriadelledonne.it/Stanze/Lavoro/stanzalavoro.htm), merita alcune precisazioni e ci spinge a riflessioni più generali che ci piacerebbe aprissero sul manifesto un confronto, secondo noi necessario e urgente. Rossanda ci invita: «vogliamo discuterne?». È un invito che abbiamo molto apprezzato e che facciamo nostro. Lei dice che noi vediamo nella flessibilità una opportunità di conciliazione maternità/lavoro. Questa obiezione gioca sull'ambiguità del termine flessibilità (delle persone per il lavoro o del lavoro per le persone?). Certamente noi non abbiamo mai sostenuto che la flessibilità imposta dal mercato del lavoro neoliberista sia un'opportunità per le donne.
Noi affermiamo - e con noi lo affermano da tempo centinaia di economiste e studiose in tutto il mondo - che il modello di lavoro full-time full-life ha una storia specifica, fondata su una specifica divisione del lavoro tra i sessi: gli uomini al lavoro retribuito e le donne a casa. Diciamo che, con la partecipazione femminile di massa al lavoro per il mercato (unitamente al controllo della procreazione e alla più generale consapevolezza nata con il movimento delle donne), questo modello non è più sostenibile; e che va rimesso in discussione per tutti, uomini e donne. In altre parole: il tempo pieno, sempre uguale, per tutta la vita, non può più essere considerato il modello cui uniformare lotte e obiettivi. Non solo non è perseguibile, ma neppure desiderabile. Così come non è né perseguibile né desiderabile uno sviluppo basato sull'aumento infinito dei consumi.
Processi di adattamento sociale
Siamo ben consapevoli che il mercato del lavoro non è più quello degli anni Sessanta-Settanta. Vediamo e ascoltiamo le condizioni di precarietà e ricatto cui sono costretti in particolare i giovani nelle attuali condizioni del mercato del lavoro: donne e uomini, perché questo cambiamento non riguarda specificamente le donne. Eppure, riteniamo imprescindibile mantenere fermo quel punto di analisi, cioè la radicale trasformazione dell'idea stessa di lavoro determinata dalla presenza in massa delle donne anche nel lavoro retribuito. Perché vediamo che quel punto di vista non solo fa chiarezza sulle trappole paritarie (come perfettamente spiega Ida Dominijanni a proposito dell'età pensionabile, sul manifesto del 5 giugno), ma apre a una diversa consapevolezza, diversa anche dalla solita analisi sul lavoro postfordista. E crediamo che, se non ci sono impuntature ideologiche e steccati identitari, questa consapevolezza dia forza alla soggettività politica delle donne, e possa mettere in comunicazione anche donne e uomini che usano chiavi di lettura diverse. A questo primo e fondamentale punto di analisi, noi aggiungiamo un corollario: la completa socializzazione del lavoro di riproduzione attraverso merci o servizi privati e pubblici, che viene proposta come «soluzione» sia nelle impostazioni marxiste classiche sia dai teorici del pieno impiego del capitale umano uomo-donna, non è né credibile né desiderabile. E quindi va rimesso sul piatto della politica e dell'economia l'insieme del lavoro necessario per vivere, il suo senso per i singoli e la collettività, e la sua distribuzione per tutti. E ipotizziamo che in questa discussione le donne possano portare conoscenza e esperienza, un sapere storico che non va buttato via.
Rossanda dice anche che non teniamo in sufficiente considerazione la cancellazione dello stato sociale, i bassi salari delle migranti, e i differenziali salariali uomo-donna. Concordiamo che siano temi di fondamentale importanza, ma riteniamo imprescindibile discuterne a partire da una seria considerazione dell'insieme del lavoro necessario per vivere. Senza poter entrare qui nel dettaglio, osserviamo solo che nessuna di queste tre cose è direttamente correlata alla maggiore o minore flessibilità dei tempi di lavoro. L'assetto attuale del mercato del lavoro italiano, con i suoi squilibri generazionali e territoriali, etnici e sessuali, si è realizzato all'ombra di un silenzioso intreccio di interdipendenze tra lavoro di produzione e riproduzione, il cosiddetto familismo all'italiana.
C'è chi vede questi processi solo o prevalentemente come colpevole sfruttamento di alcune donne su altre donne, o anche come pura e semplice mercificazione del lavoro di cura. A noi questo pare miope. Si tratta piuttosto di un gigantesco processo di adattamento sociale che non è possibile capire né smontare se non si riparte proprio dal guardare agli andamenti e alla qualità del lavoro retribuito di donne e uomini, migranti comprese, dal punto di vista del lavoro di riproduzione dell'esistenza, e non viceversa. Quanto ai differenziali salariali uomo-donna, oltre a essere di controversa misurazione, sono in Italia i più bassi d'Europa (4,9%, vedi Mark Smith su www.ingenere.it) e più in generale derivano sostanzialmente dal fatto che in tutto il mondo occidentale uomini e donne che lavorano hanno caratteristiche personali diverse, e fanno lavori e occupano posizioni differenti nel mercato del lavoro: un fenomeno per il quale si richiede una spiegazione ben più complessa che non la «denuncia» della flessibilità.
Infine, nell'alternativa secca o «più stato» o «più mercato», richiamata da Rossanda, di certo non è venuta da parte femminista la richiesta di più mercato. Restare chiuse in quell'alternativa, che è troppo rigida e troppo semplice, impedisce, ad esempio, di ragionare su «un welfare a misura di relazioni» come abbiamo fatto con Laura Pennacchi, oppure di cogliere dinamiche inedite tra locale e globale e di sperimentare forse anche nuovi modi di agire il conflitto.
Quando poi parliamo di maternità è chiaro che non intendiamo solo maternità biologica, né tanto meno destino identitario.
Condividiamo le osservazioni di Rossanda. Figurarsi se non sappiamo che esiste anche un lato oscuro della maternità. Perfino nel nostro gruppo ci confrontiamo continuamente con tutto ciò: delle otto autrici del Sottosopra, quattro sono convinte madri biologiche e quattro convinte non-madri biologiche. Dice Rossanda: «È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno». Ma è proprio per ricostruire quel senso che dobbiamo rimettere al centro dell'analisi politica tutto il lavoro necessario per vivere.
Su questo tema, la nostra esperienza di confronto con molte donne ci fa dire che l'affermazione del «doppio sì» - cioè di due desideri per molte irrinunciabili, lavorare e stare con i figli - lungi dall'essere percepita come elitaria, o dall'inchiodare ognuna al proprio vissuto, fa tirare sospiri di sollievo, apre spazi importanti di libertà personale e abbatte steccati. La fortuna che l'espressione «doppio sì» - non è un obiettivo politico in senso classico - ha avuto, superiore alle nostre aspettative e negli ambiti più diversi, ci dice che quelle parole danno forza simbolica a ogni singola donna, madre o no, perché valorizzano la sua differenza e le dicono che è possibile ripartire anche da lì. Per fare cosa? Per narrarsi pubblicamente, per contrattare, per agire politicamente.
Agire il conflitto
In conclusione: l'analisi di Rossanda, come altre che leggiamo, ci appare ancorata a una specie di realismo depresso. Al contrario noi saremmo caratterizzate dall'ottimismo elitario. Siamo invitate a scendere sulla terra e a confrontarci con i duri fatti della realtà. A non prendere il desiderio per sogno, a misurarci con la necessità del cambiamento e del conflitto. Eppure nel nostro testo affermiamo con forza la necessità di agire la contrattazione a tutti i livelli, tra sé e sé, con l'altra/o, in casa e nel lavoro. Di riscoprire dal nostro punto di vista la conflittualità. Togliendo a questa parola l'interdetto sociale che ormai si è imposto, che la associa a negatività, debolezza e fallimento, schivando contemporaneamente la modalità bellicosa che ha come misura il controllo del potere. Agire il conflitto, al contrario, vuol dire riconoscere sé e l'altro nella loro differenza. Agire il conflitto per evitare la guerra, che invece vuol dire definire l'altro «nemico» per poterlo annientare. Contrattare per dare spazio pubblico alla differenza.
Per tutti questi motivi, ci viene il dubbio che una difficoltà a confrontarsi tra chi ha a cuore donne-lavoro-politica, stia forse anche nel fatto per cui alcune scommettono sulla forza della libera soggettività femminile di cambiare il senso e l'organizzazione del lavoro, mentre altre non possono sottrarsi alla sofferenza femminile, doppiamente segnata dalla globalizzazione e dal patriarcato, un morto vivente che sa ancora colpire.
Luoghi di parlanti
Per essere più chiare: il nostro testo non dice nulla di sostantivo su quello che le donne sono o dovrebbero essere. Né propone un compiuto disegno di riforma del mercato del lavoro e del welfare, del part-time o dei congedi parentali in un'ottica conciliativa. Contro ogni neutro universale (maschile e femminile), afferma piuttosto la singolarità di ognuna, e scommette sulla possibilità di ognuna di parlare di sé, del mondo (e del lavoro), sia tra sé e sé che insieme ad altre/i. È una possibilità eternamente contesa, e difficile da praticare, ma è il sale della vita. È una realtà che già affiora in quel mondo ricco e difficile da catalogare che è la rete. Quando diciamo che ci vogliono, e ci sono, «luoghi di parlanti» parliamo di questa possibilità, non di altro: creare luoghi in cui le donne possano conoscersi e riconoscersi, scambiare valutazioni, dare parole alle difficoltà, mettere sul piatto i propri bisogni, lasciar affiorare i desideri, attirare anche gli uomini al confronto.
Per incominciare a delineare la mappa dei desideri di cui parla Rossanda, perché è vero che «neanche il desiderio è così semplice». Creare realtà di donne e uomini che si parlano, che trovano se stesse/i insieme ad altre e altri. Che per questa via diventano singolarmente soggetti politici. O ci crediamo che le donne hanno questa forza, o non ci crediamo. Vogliamo ripartire da qui?
NOTA REDAZIONALE
all’articolo del 10 giugno
L'intervento che presentiamo in questa pagina prende avvio dalle riflessioni di Rossana Rossanda (uscite sul «manifesto» del 30 maggio) a proposito del testo «Sottosopra. Immagina che il lavoro», scritto e pubblicato nell'ottobre 2009 da Pinuccia Barbieri, Maria Benvenuti, Lia Cigarini, Giordana Masotto, Silvia Motta, Anna Maria Ponzellini, Lorella Zanardo, Lorenza Zanuso, del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano. Nel suo articolo Rossanda sostiene che «per realizzare felicemente il doppio sì» della donna alla maternità e al lavoro, «occorrerebbero due condizioni: che il servizio pubblico garantisse una struttura professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei lavora, e che l'impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo, dovendo provvedere a una piccola creatura». Condizioni che, scrive Rossanda, «in Italia non ci sono»: tranne poche eccezioni, «il servizio pubblico non esiste o è ai minimi» e «i salari (per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono a degradarsi al precariato». Non soltanto «nel mercato, e perdipiù deregolato, la cura della casa e di un figlio va pagata, a meno di non metterlo gratis sulle ginocchia di qualche nonna o zia, eternizzando la gratuità del lavoro femminile di cura», ma «con i pochi soldi che abbiamo, cercheremo di pagare la badante (come la chiama Bossi) il meno possibile; e non c'è limite alla corsa in basso delle remunerazioni in tempo di penuria, così anche noi mettiamo un ginocchio sul collo delle migranti». Su un punto però Rossanda è d'accordo con il documento del Gruppo lavoro della Libreria delle donne, quando indica «un motivo della durezza della nostra condizione nell'introiezione di una condizione fatalmente subalterna». Sarebbe quindi necessario, secondo Rossanda, partire da «una mappa assai concreta del mercato del lavoro», da elaborare in parallelo a «una mappa dei desideri». Una mappa, questa, necessaria per capire quanto sia «iscritto nel nostro Dna il bisogno di maternità» e al tempo stesso utile come punto di avvio per ricostruire, tra le donne e insieme agli uomini il «senso della riproduzione».
Dalla frana di Agrigento della mattina del 19 luglio 1966, «lo stesso giorno in cui la nazionale italiana di calcio perse con la Corea del Nord», alla rovinosa ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto del 2009. Dai sogni del primo centrosinistra alle nefandezze del Piano Casa di Berlusconi. Dalla salvaguardia di Venezia all’impegno contro l’abusivismo nel Mezzogiorno. Nel suo ultimo libro, Le Mie Città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia (Diabasis, pp.210 euro 18,00) l’urbanista Vezio De Lucia ripercorre cinquanta anni di storia della condizione urbana e del paesaggio in un perfetto mix tra battaglie per il rispetto della legalità e dell’interesse pubblico, ormai sacrificato sull’altare del “dio privato”. Così, Le Mie Città per alcune pagine può sembrare un libro di inchiesta urbanistica. Ma basta un inciso, un commento personale dell’autore, il racconto di un aneddoto, che si trasforma in un’appassionata autobiografia. Sempre molto documentata. Direttore generale dell’urbanistica al Ministero dei Lavori Pubblici; consigliere della Regione Lazio nelle fila del Pci; assessore all’urbanistica nella prima Giunta Bassolino; Consigliere nazionale di Italia Nostra. Vezio De Lucia è molto di più di un “semplice urbanista”: è politico, è funzionario, è attivista. Ma soprattutto ha attraversato cinquanta anni della storia urbanistica italiana, dai ministri dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo, Giacomo Mancini, Pietro Bucalossi, alla deriva dell’Italia berlusconiana. Da quando, con la legge del 1962 per l’acquisizione pubblica delle aree per l’edilizia popolare, gli standard urbanistici del 1968, la legge per la casa del 1971, la legge Bucalossi del 1977, era forte la «speranza che le cose potessero cambiare», fino ad arrivare ai disastri del disegno di legge Lupi in materia di governo del territorio e al “pianificar facendo”, colpo mortale per la pianificazione urbanistica, oggi trasformata nella “deroga come regola”. Oggi pomeriggio (ore 17) Le Mie Città verrà presentato alla Camera dei Deputati, nella Sala conferenza Mercede (via della Mercede 55). Con Vezio De Lucia discuteranno di cinquant’anni di urbanistica Walter Tocci, Adriano Labbucci, Enrico Pugliese, Francesco Erbani e Alberto Asor Rosa, che del libro ha scritto la prefazione e che abbiamo intervistato.
Professor Asor Rosa, quella raccontata da De Lucia ne Le Mie Città è una storia che parte da lontano e arriva alla “sua” Toscana e ai piani strutturali di Pisa, Lastra a Signa, Gavorrano e dei comuni della Val di Cornia, ai piani territoriali di coordinamento di Pisa e Lucca, ai piani strutturali coordinati di San Piero a Sieve e Scarperia. Che libro è quello di Vezio De Lucia?
Più che un libro, è uno squarcio nella vita civile italiana e nell’atteggiamento della politica e del suo modo di amministrare il territorio. Vezio racconta la sua esperienza professionale e, quasi senza accorgersene, traccia il percorso di cinquanta anni della nostra Repubblica. Cinquanta anni che, attraverso grandi illusioni e cocenti disillusioni, ci hanno portato allo stato attuale, in cui il territorio non è un luogo da amministrare e da tutelare ma il piano su cui poggiare enormi speculazioni.
Nella prefazione a Le Mie Città parla degli urbanisti come di un “segmento particolare” perché, mentre le altre categorie di intellettuali, letterati, scrittori, filosofi, «si danno da fare per persuadere altri a cambiare il mondo, loro lo cambiano perché il loro mestiere consiste nel cambiarlo»…
Volontariamente o involontariamente, nella mia vita mi sono molto spesso occupato della categoria degli “intellettuali” alla quale, volontariamente o involontariamente, appartengo. Prima di qualche anno fa, però, la categoria degli urbanisti non mi aveva mai sfiorato, in quanto tenuta ai margini della “storia degli intellettuali” del ‘900 perché i loro mestiere porta in una direzione diversa a quella degli intellettuali umanisti: gli urbanisti non possono permettersi di porsi solo il problema di criticare il mondo e il modo di cambiarlo. Dall’esperienza che sto facendo con la Rete dei Comitati per la progettazione di una “altra Toscana”, e dalla storia raccontata da Vezio, emerge come in questi cinquant’anni la componente critica relativa all’utilizzo che una certa politica ha fatto dei nostri territori è cresciuta negli anni rispetto alla componente costruttiva, relativa al fare, perché la politica ha reso impossibile il lavoro di un urbanista che non si riconosce nelle leggi di mercato. Ma Vezio descrive, oltre alla sua vita, una possibilità. Uno spazio in cui si può trovare, insieme a un’altra politica, un’altra urbanistica. È per questo che, scherzosamente, o proposto un mutamento del titolo del libro da “Le mie città” in “Le avventure di un urbanista”. O, ancor meglio, “Le fatiche di Sisifo” o “La lotta con Proteo”. Perché il libro di Vezio emana fatica.
Nel libro hanno molto risalto gli anni di De Lucia nella prima Giunta Bassolino come assessore “alla vivibilità” e ciò che lei ha definito nella prefazione «il racconto di quello che allora fu possibile sognare, progettare, realizzare e di quello che da un certo momento in poi non fu più possibile né sognare né progettare né realizzare».
Quando parlo di quegli anni, mi riferisco ai rapporti di Bassolino quando rappresentò una via di azione all’interno del Pci in fase di disgregazione. Erano gli anni di un confronto aperto, dialettico, senza nessun tentativo di rifugiarsi negli ideologismi del passato. Bassolino incarnava la speranza di un diverso modo di governare. Insieme ai cittadini e insieme agli urbanisti. È in questo scenario che De Lucia ha vissuto la sua esperienza centrale, anche con molti successi relativi al riassetto urbanistico di Napoli. A un certo punto, però, il bassolinismo si è trasformato in disillusione, è rientrato nella sfera della trattativa politica più banale, fino a scomparire del tutto in quanto, di quel tentativo di innovamento, non aveva più nulla. Da quel momento in poi, il racconto di De Lucia non può che essere il racconto della decadenza e del tramonto di una grande, solare stagione di possibile rinnovamento a opera di un centro-sinistra permeato di spinte al tempo stesso intellettuali e popolari. Stagione di cui, come ho scritto nella prefazione, Bassolino rappresenta la figura più esemplare sia dal punto di vista delle promesse e delle aspettative sia dal punto di vista delle promesse fallite e delle aspettativa disilluse e tradite. Nonostante questo, però, quegli anni furono un’esperienza comunque cruciale per molti. In questi stessi giorni è uscito un libro di un altro “grande vecchio” dell’urbanistica italiana, Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista, che racconta di un’esperienza parallela a quella di De Lucia a Napoli, a Venezia. Un’esperienza fatta di speranze, illusioni e, purtroppo, disillusioni che arriva alle stesse conclusioni.
Oggi c’è qualche nuova “illusione” in cui provare a cambiare le cose?
Oggi non sono in atto esperienze di analoga natura. Ma una strada percorribile c’è, anche se molto ardua. Mi riferisco al nuovo assessorato all’urbanistica della Regione Toscana, guidato da Anna Marson, che qualche spiraglio lo sta aprendo soprattutto per quanto riguarda il confronto diretto con i cittadini che da anni sono in lotta per la difesa del territorio.
Parlando proprio della “sua” Toscana, nel libro, De Lucia, si riferisce direttamente a lei e a una sua significativa frase: «il centro storico di Firenze è asservito a un uso commerciale bastardo e degradante del flusso turistico». E, in riferimento a una Grande Opera, il Corridoio Tirrenico Nord che collegherà Civitavecchia con Livorno, lei denuncia come questo «potrebbe aprire le porte a una “piena di romani” con conseguenze devastanti per il territorio: porti turistici, strade a mare, residence a schiera»…
Sabato scorso, a Firenze, nella conferenza regionale della Rete dei comitati, abbiamo discusso per ore proprio di questo. Il punto nodale di tutto, come spiega perfettamente anche il libro di De Lucia, sono le scelte finali, la direzione che si vuole intraprendere, se quella del turismo, devastante, di massa a tutti i costi o quello della sostenibilità ambientale ma anche economica, visti i costi stratosferici di queste opere. O iniziamo un ripensamento di questo sistema, e il nuovo assessorato all’urbanistica toscano potrebbe aprire una speranza, o si assisterà a un’omologazione pesante della Toscana al modello speculativo senza limiti e senza freni del territorio “alla romana”. Per capire quali sarebbero le reali conseguenze per il territorio, basta chiedere a, o leggere i lavori di, urbanisti come Vezio De Lucia, Edoardo Salzano, Paolo Berdini…
È un tuffo nella cultura del Novecento, fra Karl Marx e economia classica liberale, la conversazione con Giuseppe Campos Venuti, che ha affidato Ad un libricino denso quanto agile, le riflessioni di un cinquantennio abbondante di urbanistica. Rendita, profitto, riformismo, massimalismo, sembra di cogliere un gusto ironico nell’uso di categorie considerate demodé ma niente affatto aride, come dimostrano le pagine su l’Aquila, precocissime, visto che materialmente l’intervista fu registrata nel maggio 2009: «Appena possibile la gente deve tornare nelle sue strade comprando nei negozi riaperti...vedere i monumenti sui quali sono cominciati i consolidamenti più facili, si devono riaprire gli edifici pubblici..Rendendo consapevoli che i lavori non saranno brevi ma che i cittadini si sono già riappropriati della loro città».
Campos Venuti critica le piattaforme anti-sismiche sovradimensionate delle new town di Berlusconi, «sono proporzionate a palazzi di otto piani» ma non risparmia critiche alla sua parte: «La politica in genere non ama l’urbanistica, forse perché impone regole, e la sinistra è lenta a capirla». Ora poi persino l’Emilia Romagna, dove Campos arrivò, mandato da Alicata, come giovane assessore nelle giunte di Dozza a Bologna, ha cancellato l’assessorato all’urbanistica.
Lei si definisce un “urbanista riformista”…
«Lo so, è un termine sputtanato...ma io uso un lessico storico, non berlusconiano e quelle che Berlusconi sta facendo sono controriforme enon riforme. Riformismo è produrre cambiamenti positivi, senza usare i metodi coercitivi o cruenti della rivoluzione. E nell’urbanistica è più facile: in Italia c’è una legge approvata quasi per caso, quando le truppe dell’Asse erano a El Alamein. Altri paesi hanno adeguato la legislazione, noi siamo fermi a 65 anni fa».
A proposito di riforme del governo: è stato votato il federalismo demaniale
«È una follia che spingerà i comuni alle peggiori mascalzonate. Un finto federalismo che costringerà i comuni virtuosi a sobbarcarsi costi insopportabili di manutenzione, e gli altri a creare un attivo perverso attraverso speculazioni e varianti. I comuni, d’altra parte, sono fra l’incudine e il martello perché, non solo gli è stata tolta integralmente l’Ici, che Prodi aveva abolito al 40% per ragioni sociali. C’è anche una legge di Berlusconi (purtroppo non cancellata da Prodi nel 2006) che autorizza ad usare gli oneri di urbanizzazione – già bassi in Italia - per le spese di bilancio ordinarie, dagli stipendi dei vigili urbani a quelli dei bidelli. Ma gli oneri di urbanizzazione non fanno parte del bilancio comunale, sono il contributo che il costruttore deve dare ai servizi urbani in cambio della autorizzazione a costruire. Se il quesito fosse sottoposto alla Corte costituzionale questo scippo non potrebbe che essere considerato incostituzionale».
Lei polemizza con quelli che chiama urbanisti massimalisti, sulla questione degli espropri.
«Io ho fatto gli espropri a Bologna, quando erano a prezzi bassi. Ma ora il prezzo è di mercato e, da quando è venuto meno l’elemento punitivo dell’esproprio, le città hanno cominciato a crescere male. Non riesco a capire che sinistra sia quella che vuole gli espropri: a prezzo di mercato si fa un favore alla rendita, tanto più che il comune è obbligato a costruire entro cinque anni mentre il diritto dei privati è sine die».
La sua impostazione, ovvero un piano programmatico più un piano operativo prescrittivo di 5 anni, fa cadere il diritto edificatorio acquisito dai privati con i vecchi Prg?
«Non lo cancella ma lo addormenta. Il programma a priori permette al comune di scegliere, fra le proposte dei privati che rientrano nelle norme già stabilite, quelle che danno di più come verde pubblico e servizi. Senza nessuna contrattazione, tutte le previsioni previste nel piano operativo valgono cinque anni passati i quali il diritto a costruire scade».
Però i suoi critici dicono che dietro questo metodo si nasconde la contrattazione
«No, se oggi Alemanno a Roma per costruire la linea C della metropolitana si sta mangiando altri pezzi di Agro romano, questo si deve anche alla legge regionale sbagliata, che fu voluta da Rifondazione ».
Nel suo libro insiste molto sui danni prodotti da una rendita eccessivamente alta
«La rendita è la cosa peggiore, perché sul profitto si possono fare delle battaglie, per redistribuirlo. La rendita, invece, viene in tasca senza far nulla. Al massimo si deve corrompere un assessore per ottenere una variante urbanistica. E in Italia la rendita è altissima. In Francia si aggira intorno al 14%, da noi è intorno al 50%. E’ uno dei motivi per cui ai costruttori non conviene fare case belle, guadagnano già abbastanza con la speculazione sulle aree. Bisognerebbe tassare la rendita urbana»
Perché?
« Noi che ci occupiamo di urbanistica e di opere che servono all’urbanistica, il significato del debito pubblici lo capiamo meglio di altri. Il debito alto in Italia è cominciato negli anni del Caf, contrastato da Ciampi e Prodi, si è aggravato pesantemente con Berlusconi e continua a penalizzare l’Italia. in venti anni a Madrid si sono realizzate sette linee metropolitane, a Roma una sola. E i valori immobiliari siano aumentati proprio negli anni Ottanta, in parallelo con il debito pubblico, non è una coincidenza ma la conseguenza di una situazione in cui crescono le rendite urbane e finanziarie».
Tornando alle”riforme” di Berlusconi, c’è anche il Piano case
«Bisognerebbe che il centro sinistra facesse capire che il Piano Casa danneggia il costruito, danneggia i vicini. Le faccio l’esempio di Molinella, un comune del bolognese di cui mi sono occupato nell’ultimo decennio. Lì non tutti hanno sfruttato al massimo la possibilità di costruire, c’è quindi una riserva legale che riguarda il 56% circa della popolazione. È chiaro che, se quel 44% che ha già esaurito la propria quota di costruito, utilizzerà il Piano case di Berlusconi, farà un danno agli altri, a quelli che pensavano di avere il verde davanti e invece si troveranno a poca distanza un muro. Alla violazione legalizzata dei piani urbanistici esistenti, e quindi al danno per la collettività, si aggiunge il danno ai privati. Ma la sinistra è lenta nelle cose urbanistiche, mentre io sono convinto che sia importante conoscere per governare. Non serve strillare, perché la gente, invece di ascoltare, si tappa le orecchie, serve conoscere e trovare soluzioni di buon senso. Il buon senso è rivoluzionario».
Negli ultimi anni c’è stato un proliferare di centri commerciali
«I centri commerciali non si possono imputare agli urbanisti, sono i politici a trattare queste cose direttamente. Io capisco che, per certi aspetti, la grande distribuzione ha un senso economico ma,dal punto di vista urbanistico, il presidio del negozio nel quartiere significa sicurezza e vivibilità ambientale. Però i piccoli commercianti non ce la fanno, gli affitti sono troppo onerosi, e bisognerebbe pensare come aiutarli. E pensare che quando ho cominciato, per gli operai il commerciante era la longa manus del capitalismo. La vita cambia ma non per colpa dell’urbanista».v
SCHEDA
«Quanto è brutta la città fra rendita, archistar e incultura» Si intitola « Città senza cultura, intervista sull’urbanistica» a cura di Federico Oliva, Laterza, 12 euro, il libro parte dall’interrogativo: perché sono brutte le città? Fra i bersagli polemici del libro la moda dei cosiddetti «archistar», perché, come nel caso di City life a Milano, «sono generalmente, magari in maniera inconsapevole, strumenti usati dal regime immobiliare quale copertura di operazioni francamente discutibili.
Giuseppe Campos Venuti è stato consigliere comunale e assessore all’urbanistica a Bologna, ha insegnato per 33 anni al Politecnico di Milano,è stato presidente dell’Inu e del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Ha 84 anni portati benissimo e non ha perso la passione politica: «Ora si parla della Lega radicata nel territorio. Non capisco, si tratta di un’attività normale: io ho fatto centinaia di assemblee, discutevo ma soprattutto annusavo l’aria e i problemi che tiravano fra la gente».
postilla
Campos Venuti continua a insistere sull'esistenza di "diritti edificatori", che il suo modo di pianificare "addormenterebbe". In realtà l'esistenza di "diritti edificatori" conferiti da un PRG e non rimovibili senza indennizzo è del tutto infondata. Si vedano in proposito la relazione di E. Salzano e - ciò che più conta - il parere pro veritate dell'insigne amministrativista Vincenzo Cerulli Irelli. Vero è che, basandosi sulla falsa teoria dei "diritti edificatori" Campos Venuti ha contribuito alla redazione di un PRG di Roma che ha consentito l'urbanizzazione di ulteriori 14mila ettari. Come spiega in modo diffuso anche questo ampio articolo di Paolo Berdini per la rivista Contesti (e.s.)
Qui una precisazione di Giuseppe Campos Venuti
Di rado le vicende personali di un singolo si intrecciano profondamente con un frammento della storia di un´intera città. Quando questo accade, è perché la sequenza dei fatti è inevitabilmente impregnata di passioni, idee scevre da ideologie, coraggio, rischio, capacità di sintesi e volontà caparbia di sfruttare favorevoli condizioni politiche, sociali e culturali di contesto.
Una di queste vicende, di tipo personale e professionale, che ha avuto Napoli come sfondo e campo di prova, è senz´altro quella di Vezio De Lucia e, in particolare, quella incardinata negli anni nei quali è stato assessore alla "vivibilità", come si diceva allora, della prima giunta Bassolino, dal 1993 al 1997. Questo rapporto tra l’urbanista De Lucia e quella che fu per quattro anni la "sua" città, è raccontato, assieme ad altre storie italiane paradigmatiche di gestione del territorio e vissute in prima persona, nel suo ultimo libro dal titolo "Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia", edito da Diabasis. Un rapporto tra l’uomo e la città che, come scrive Alberto Asor Rosa nella prefazione, ha fatto emergere di volta in volta i suoi eroi e antieroi, le sue vicissitudini e peripezie, le sue sconfitte e i suoi risorgimenti.
Parte di quanto costruito in quegli anni si è certamente dissipata, un’altra parte appartiene alla cronaca di fatti non ancora conclusi e dei quali proprio in quegli anni furono gettate le basi (Bagnoli, Napoli Est). Infine, ci sono i risultati concreti, oramai sedimentati, come il piano regolatore vigente, caparbiamente messo a punto da De Lucia, la pianificazione della mobilità con il piano comunale dei trasporti, la coraggiosa pedonalizzazione di ampi spazi pubblici e simbolici, come piazza del Plebiscito, i primi concreti interventi di riqualificazione delle periferie. La parabola napoletana di De Lucia si concluse assieme al primo mandato di Bassolino, quando l’allora sindaco, che si accingeva a essere riconfermato con il 73 per cento delle preferenze, si lasciò irretire, secondo De Lucia, «dalle sirene della scorciatoia e della disinvoltura urbanistica», fatto che manifestò l’inizio dell’involuzione di Bassolino e del bassolinismo, che si avviò, non solo in campo urbanistico, verso tendenze deregolative nelle quali non erano più contemplate le scelte coraggiose e "progressiste" del periodo precedente.
Il rapporto "tecnico" tra De Lucia e Napoli, comunque, era cominciato già qualche decennio prima, ai tempi della cosiddetta "prima" ricostruzione post-terremoto quando, quale funzionario del ministero dei Lavori pubblici, si presentò nel napoletano e nell´Irpinia squassati dal sisma. Di quel periodo è il "Programma straordinario per la ricostruzione", il cui nocciolo, come si legge nel libro, fu «il completamento dei due grandi quartieri di edilizia pubblica di Ponticelli e Secondigliano, la realizzazione di 50 interventi di recupero e spazi verdi per circa 100 ettari, fra i quali tre parchi (a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a Scampia». Dopo poco, però, De Lucia dovette osservare da Roma, dov’era ritornato, la lucrosa "seconda ricostruzione", quella pilotata da Antonio Fantini ed Enzo Scotti e fatta di strade, autostrade, svincoli, "raddoppi", bretelle, fognature e opere di ogni genere: una "svolta infrastrutturale" che snaturò le soluzioni programmate per il post-terremoto trasformandole in una delle più grosse dissipazioni di danaro pubblico della storia repubblicana.
L’immagine dell’Italia e della gestione del suo territorio, che emerge da questo libro, è profondamente diversa da quella denunciata con i toni della sfida e della requisitoria alla gestione urbanistica lassista in "Se questa è una città", il libro con il quale De Lucia ha mostrato come il Bel Paese è stato continuamente manomesso dalla rendita parassitaria, dalla speculazione e, più semplicemente, dalla corruzione e dal disfacimento delle regole. Qui, infatti, a emergere sono la documentazione e la testimonianza, anche per evitare l´oblio dei fatti, soprattutto di quelli in apparenza marginali.
«Ho fatto quanto ho potuto per essere utile alla mia città», scrive De Lucia, facendo emergere i sentimenti e l´ostinazione messi nella sua opera di urbanista "condotto", ma forse soprattutto l’amarezza per quanto, di quell’opera, è andato perduto.
Vezio De Lucia è uno degli urbanisti italiani più autorevoli. Le sue memorie pubblicate da Diabasis, «Le mie città», si aggiungono a quelle di Edoardo Salzano (che ha da poco pubblicato le sue). Nel libro blocchi di ricordi incrociano le questioni cruciali dell’urbanistica con un ritmo intenso. Come per Salzano (è nota l’amicizia che li lega) è evidente il suo coinvolgimento in tanti ruoli, molto complementari e molto determinati: intellettuale militante, funzionario del ministero dei Lavori pubblici (con Michele Martuscelli e Fabrizio Giovenale), amministratore pubblico, scrittore e redattore di piani importanti. Passando per Napoli, Roma, Venezia, la Toscana, le esperienze di lavoro diventano, nel racconto, storie di vita.
Tappa dopo tappa lo sguardo al passato assume crescente disincanto: d’altra parte è chiaro come le vecchie questioni - rimaste in sospeso, in attesa di una soluzione - trascendano continuamente il loro tempo per riaffiorare continuamente. Con la senzazione della scalata di una montagna davvero molto ripida.
Chi vuole sapere dei meriti e delle colpe dell’urbanistica italiana (alcune luci, molte ombre e tanta penombra) dovrà leggere il libro di De Lucia, che siccome dice le cose come effettivamente stanno potrebbe essere additato presto come brutta pubblicità per l’Italia all’estero.
Impossibile interpretare correttamente la storia del governo delle trasformazioni urbane dell’ultimo mezzo secolo, non marginale aspetto della storia del Paese, senza una versione dei fatti oltre le apparenze, senza raccontare le buone teorie insieme alle versioni in prosa dell’agire politico che si rincorrono in modo circolare incontrandosi raramente. Le sue città sono paradigmi per spiegare questa ricerca e molto altro: in ogni vicenda che le riguarda sono contenute circostanze destinate a riproporsi in grande o in piccolo in altre realtà.
Non so se sia corretto dire che è un libro di politica urbanistica. Di sicuro non è un libro che elude gli intrecci, che sfugge alle domande sulle degenerazioni - come è spesso in testi astratti che inquinano le prove - che rinuncia al giudizio sulla responsabilità politica che conta enormemente nell’urbanistica. La negligenza protratta delle classi dirigenti riguardo ai temi del governo del territorio è lì nella bruttezza di moltissimi luoghi («In nessuna città olandese, inglese francese, o tedesca ci sono quartieri come Scampia», nota De Lucia). E quindi eccolo il nodo: il rapporto politica-affari che si rivela spesso tra le pieghe della cattiva amministrazione urbanistica oltre che nel «clima gelatinoso» che sta intorno alle opere pubbliche.
Si capisce insomma come il malgoverno sia stato e sia a svantaggio di qualsiasi tentativo di mettere ordine nelle città e di conservare la bellezza dei paesaggi italiani. E a vantaggio di pochissimi. Nell’azione di De Lucia, nel suo libro, è sottintesa la fatica immane che ci vuole a convincere pure la sinistra a impedire le aggressioni al Belpaese, quella sinistra che negli ultimi anni si è concessa troppe fughe trasversali. «Il berlusconismo - nota De Lucia nel libro - è diventata la politica dominante, anche dove non governa il centrodestra».
«Gli urbanisti cambiano il mondo, il loro mestiere consiste esattamente nel cambiarlo, e siccome hanno questo potere, che il loro mandato disciplinare gli assegna, possono fare, fanno, o molto meglio o molto peggio degli altri». Così Alberto Asor Rosa, nella prefazione a volume, delimita il campo disciplinare: un campo di massima responsabilità intellettuale e politica che ha a che fare con le previsioni di lungo periodo che non si possono lasciare ai progetti della rendita. Appunto nel libro si trovano i momenti più significativi del lavoro di Vezio De Lucia, nello sfondo i momenti in cui il desiderio di buona pianificazione sembrava condiviso e quindi realizzabile e le successive disillusioni, le sconfitte che spesso ha registrato nel suo lavoro (è la deriva di Bassolino che immagino lo abbia fatto penare più di quanto lascia immaginare). Si valuta il momento attuale della disciplina come uno dei più «tellurici» e incerti della sua storia: per questo rassicura la forza che il racconto assume quando lascia intravedere i motivi ispiratori. Il valore del «pubblico», il principio di tutela dei beni comuni, il filo conduttore o la lente che oggi più di allora rende evidenti la distanza fra una concezione lungimirante della società e il suo contrario negli sguardi interessati a prendere dal paesaggio senza restituire nulla.
Affrontando da diversi punti di vista - la letteratura, la sociologia, il cinema e l'urbanistica - il tema del rapporto tra spazi, media e politica nell'immaginario urbano degli Stati Uniti, Emiliano Ilardi definisce la frontiera come quel luogo all'interno del quale è possibile esprimere la propria individualità, esaudire i propri desideri e affrontare una nuova vita lasciandosi alle spalle il passato. Tale concetto assume maggior forza nel territorio americano che storicamente accoglie le diversità allontanandole dal centro, basti pensare alle sette religiose o alle comunità hippie che occupano i vuoti delle praterie. Mentre in Europa sembra non esserci via di uscita dalla città, in America la grande quantità di spazi di cui i cittadini dispongono offre all'immaginario un'alternativa potente, il palcoscenico su cui proiettare desideri di fuga o tensioni verso la libertà.
Anche la metropoli, tuttavia, può diventare una sorta di frontiera: definendo la figura sociale dell'arrivista come quella di un neo-pioniere, il cinema e la letteratura contribuiscono a individuare negli spazi urbani il luogo privilegiato per il raggiungimento del successo. D'altra parte, l'arrivista tende a usare la metropoli allontanandosene il più presto possibile: l'aspirazione, come scrive il romanziere Chuck Palahniuk, è quella di «diventare tanto ricco da poterti tirar fuori dalla marmaglia, da tutta quella gente in autostrada o, peggio, in autobus. No, il sogno è una grande casa, isolata in capo al mondo». Infatti, commenta Ilardi, «il mescolamento e la promiscuità non sono archetipi dell'immaginario metropolitano americano: troppi desideri concentrati in uno spazio troppo piccolo».
Se dunque in Europa la politica cerca di governare i conflitti, negli Stati Uniti la gestione della folla e delle sue diversità etniche, religiose ed economiche tende a tradursi sostanzialmente nell'offerta di spazio. Per disgregare la folla, si usa ogni sorta di mezzo, che si tratti delle nuove arterie autostradali grazie alle quali è possibile controllare i flussi di cittadini o delle gated communities tipiche della città-fortezza. Come simbolo dell'ingovernabilità del caos urbano Ilardi introduce la figura del super-eroe, espressa dai fumetti e dal cinema, l'unica capace di mettere ordine là dove si dimostrano impotenti i politici, i potenti, e perfino i malavitosi: una figura che incarna alla perfezione l'individualismo dell'American dream.
Se la tv di Stato taglia a metà la trasmissione di Roberto Saviano, vuol dire che lo Stato intende fare a metà la lotta alla camorra? In vista del cda Rai convocato per martedì prossimo l´interrogativo è più che lecito. Soprattutto alla luce delle inammissibili esternazioni con cui il presidente Berlusconi ha accusato lo scrittore napoletano di danneggiare l´immagine dell´Italia con i suoi libri e i suoi articoli contro la criminalità organizzata. È chiaro, comunque, che si tratta di un altro caso di censura preventiva, ai danni della televisione pubblica, dei telespettatori e dei cittadini italiani.
A quanto sembra di capire, sulle quattro puntate previste del programma che Saviano sta scrivendo per Rai Tre con Fabio Fazio, due sarebbero a rischio: una sulla ricostruzione post-terremoto in Abruzzo e l´altra sullo scandalo dei rifiuti in Campania. Due inchieste di approfondimento, dunque, su due vicende che certamente interessano l´opinione pubblica e hanno una rilevanza civile. Nessuno le ha ancora visionate, e forse non ne ha neppure letto il testo, ma la forbice del censore è già pronta a scattare per impedire a tutti noi di vedere e di giudicare.
Evidentemente, sotto il regime televisivo, siamo condannati ad avere una tv a sovranità limitata. Una tv dimezzata. Una tv con il silenziatore. E il fatto è tanto più grave perché deriva dalla pretesa di un premier-tycoon, un capo del governo che è anche capo del polo televisivo privato in concorrenza diretta con la televisione pubblica. Siamo, ormai, alla censura a reti unificate.
Prima che il presidente del Consiglio smentisca qualsiasi interferenza diretta o indiretta sull’autonomia della Rai, addebitando a chi lo critica l’arte della menzogna di cui è maestro, ricordiamo anche qui i precedenti. Già il 28 novembre del 2009, in un convegno dei giovani del Pdl a Olbia, il premier dichiarò minacciosamente: «Se trovo chi ha fatto le nove serie della Piovra e chi scrive libri sulla mafia che ci fanno fare una bella figura, lo strozzo». Poi, il 28 gennaio di quest’anno, nel corso di una conferenza-stampa a Reggio Calabria rincarò la dose: «Spero che questa brutta abitudine di fare fiction sulla mafia finisca. Queste fiction hanno danneggiato l´immagine del Paese».
Più recentemente, il 16 aprile scorso, lo stesso presidente del Consiglio ha ribadito il concetto che serial tv come La Piovra e libri come Gomorra fanno una cattiva pubblicità all´Italia nel mondo, promuovendo la mafia. Su questa scia, pochi giorni dopo il direttore del Tg 4 Emilio Fede ha sbottato: «Basta, Saviano non è un eroe. Non se ne può più!». E da ultimo, perfino il calciatore milanista Marco Borriello, napoletano di origine, s’è sentito in diritto di dichiarare che Saviano «è uno che ha lucrato sulla mia città», salvo poi pentirsi, esprimere il proprio rammarico e infine ammettere che «il problema è più grande di me».
Ecco, la conclusione del giocatore del Milan può valere anche per il patròn del Milan, per i suoi fans e ancor più per i censori della Rai. Lasciate stare: il problema, effettivamente, è più grande di voi. Non è il libro, il film o la trasmissione di Saviano che fanno una cattiva pubblicità all’Italia. Sono i problemi, i fatti, le situazioni che lui ha il coraggio di denunciare a non fare una buona pubblicità al nostro Paese. E sono le censure a danneggiarne l’immagine nel mondo, a farci fare una pessima figura.
C’è, al fondo di queste insulse reazioni, un’interpretazione puramente mediatica del potere; una visione esclusivamente propagandistica della politica. Come se tutto si riducesse a un maxi-spot, a una campagna promozionale o pubblicitaria, per nascondere i problemi reali, attirare masse di turisti ignoranti o creduloni e magari valorizzare, al di là delle bellezze naturali, le gambe delle nostre segretarie o gli attributi delle nostre escort. Un Carosello permanente al posto della lotta alla mafia.
Dice bene il sito della Fondazione Fare Futuro, presieduta da Gianfranco Fini: «Tagliare la trasmissione di Saviano significa che lo Stato abdica alle sue funzioni per accontentarsi di nani e ballerine, di zerbini e di veline». È il modello della tv di regime, rassicurante e consolatoria, compiacente e servile, falsa e bugiarda. Eppure, sappiamo tutti che all’interno della Rai non mancano né la competenza, né la professionalità né tantomeno il senso di responsabilità: quelle risorse, cioè, che giustificano e legittimano il ruolo della televisione pubblica.
Da Saviano a Santoro, da Floris a Dandini, da Ruffini a Busi, per citare solo i protagonisti o le vittime degli ultimi casi, questa funzione non si difende però a colpi di forbici. Si difende con l’impegno a fare informazione, intrattenimento o spettacolo, al servizio dei cittadini piuttosto che al servizio del potere.
Il 150° anniversario dell'unità d'Italia cade in una situazione di inedita gravità della vita nazionale.
In nessuna delle ricorrenze del passato, né nel 1911 né tanto meno nel 1961, la compagine unitaria era stata messa in discussione così come accade oggi. Certamente, per gli spiriti più pensosi, la ricorrenza ha costituito occasione per una riflessione severa sulle condizioni della vita nazionale, che sfuggisse alle retoriche di circostanza. E ovviamente il bilancio critico veniva soprattutto dalle regioni del Mezzogiorno. Non solo perché appariva sempre più evidente lo squilibrio tra il Nord e il Sud del Paese, ma perché in questo squilibrio si manifestava anche il modo in cui era stata realizzata l'unità. Tre anni di guerra civile, tra il 1861 e il 1863, mascherata come una guerra al brigantaggio, con migliaia di morti e feriti, avevano fondato un Stato destinato ad apparire nemico, per lungo tempo, ad una parte vasta del popolo italiano. Né i decenni successivi, con la lunga coscrizione obbligatoria che sottraeva i giovani al lavoro, e con le aspre politiche fiscali della Destra, crearono un legame di fiducia tra il nuovo Stato e le popolazioni del Sud. La prima guerra mondiale completò l'opera, mostrando come lo Stato pretendesse dai contadini perfino il sacrificio della vita, senza aver mai dato ad essi il benché minimo beneficio o vantaggio. La fragilità del consenso dello Stato unitario, dunque, trovava comprensibilmente nelle terre del Sud le sue ragioni.
Oggi la situazione appare rovesciata. La minaccia all'unità del Paese viene dal Nord, dalle zone ricche d'Italia. Ma occorre fare attenzione ad usare le parole. La minaccia, non è agitata dalle regioni: dalla Lombardia, dal Piemonte, dal Veneto, dal Friuli, dalle genti di quelle terre. Essa ha un agente molto più esiguo e molto sopravvalutato. La minaccia viene in realtà da un ristretto ceto politico, la Lega. Ricordiamo che, nonostante i recenti successi in tante realtà locali, questa formazione si aggira intorno al 10% dell'elettorato nazionale. Essa è nata - secondo la vasta analisi che ne fece Ilvo Diamanti nel 1993 – da un deficit di rappresentanza politica delle regioni più industrializzate del Paese nel Parlamento e nel Governo. Colmato rapidamente tale deficit, ed accolto da pressocché tutti i partiti il progetto di un mutamento in senso federale dello Stato, la Lega non aveva più ragioni di esistere. E difatti è stata messa all'angolo per non poco tempo, perché essa era figlio di un risentimento, e non aveva alcun progetto politico generale. Ma l'interesse a mantenere il potere e i redditi che provengono dall'essere un partito, ha spinto i capi più abili di questa formazione a spingere sempre più oltre gli obiettivi e le rivendicazioni, a inventare mitologie oltre a tanti fasulli simboli identitari.
Tante sono le parole mobilitanti che questo ceto politico spregiudicato e senza nessuna fede ha sbandierato in questi anni. Ma di recente ha trovato un capro espiatorio nei lavoratori immigrati e un nuovo mito millenaristico, il federalismo fiscale. L'agitazione dei fantasmi che creano insicurezza e domandano protezione, e il sogno di un ritaglio territoriale delle ricchezze che faccia ancora più ricchi i già ricchi. Si tratta di una miscela che ha successo politico, ma può avere un effetto devastante sulla nostra vita, sull'avvenire della comunità nazionale.
Questo nodo dovrà essere analizzato e discusso con la necessaria serietà. Non c'è dubbio che una delle ragioni di forza della proposta del federalismo fiscale stia nella cattiva condotta e nella irresponsabilità di tante amministrazioni pubbliche del Sud. Su questo il nostro giudizio di critica è fermo e intransigente. La cattiva amministrazione non è mai stata rivoluzionaria ed essa è frutto di politiche clientelari che danneggiano i ceti poveri, mortificano la democrazia e la dignità delle persone, sovraccaricano la spesa pubblica. Ma. chiarito questo aspetto, noi affermiamo che, tanto sotto il profilo storico quanto alla luce del presente, le pretese della Lega sono senza alcun fondamento. E la ricorrenza del 150° costituisce un'occasione per discuterne.
L'economia nazionale e la ricchezza dell' Italia non è certamente riducibile al PIL delle regioni e al suo gettito fiscale attuale. Le strutture economiche di un grande Paese sono il risultato del lavoro, dell'ingegno, della capacità di progetto di più generazioni di uomini e di donne. Chi ha costruito le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, i canali? I cittadini di oggi che votano lega? Essi sono il risultato di un processo secolare, che talvolta travalica la stessa vicenda unitaria. E come si fa a dividere ciò che hanno realizzato i meridionali da ciò che hanno realizzato le popolazioni del Nord? I meridionali che ai primi del '900 emigravano in massa negli USA inviarono per un quindicennio un fiume di dollari in rimesse nei loro paesi. E quel denaro, finito nella Cassa Depositi e Prestiti servì in gran parte per finanziare le opere pubbliche nelle provincie del centro-nord. Grazie a tanta moneta pregiata affluita in Italia, la lira riusciva a fare agio sull'oro, consentendo agli imprenditori di acquistare macchinari industriali con una moneta che mai era stata tanto forte in tutta la sua storia.
E quanto i lavoratori meridionali hanno contribuito al miracolo economico del dopoguerra ? Sempre con l'emigrazione, ad esempio, ammazzandosi di lavoro nelle miniere di carbone del Belgio, e contribuendo a far affluire carbone in un paese privo di fonti di energia come il nostro. E quanti franchi svizzeri e marchi hanno inviato, per decenni, dalla Svizzera e dalla Germania ? Abbiamo già dimenticato gli ex contadini e braccianti, le migliaia di giovani meridionali che hanno permesso alla Fiat, a tante altre fabbriche del Nord, di realizzare merci competitive grazie ai loro bassi salari e alla loro capacità di fatica? Non fa parte questo lavoro di una eredità di ricchezza che continua a vivere in altre forme nelle città e nei territori di quelle regioni?
Ma noi non accettiamo neanche questo modo angusto di valutare la ricchezza di un Paese, quasi che essa possa essere identificata solo con le merci e con le infrastrutture. Come si fa a separare il reddito dalla cultura, la produzione dalla scienza, il benessere di un popolo dalla qualità dei suoi artisti e dei suoi intellettuali. ? E allora faremo la conta, regione per regione, di dove sono nati Benedetto Croce e Gentile, Gramsci e Sturzo, Verga e Pirandello, Enrico Caruso e Vincenzo Bellini? Noi non la faremo questa meschina conta, per la semplice ragione che l'Italia come Paese, a differenza della Nazione, è da ben più tempo e assai più profondamente unita e al tempo stesso diversa e multiforme al suo interno. A scorno delle ridicole mitologie etniche inventate dalla Lega, si può affermare con assoluta certezza storica che non esiste in Europa un Paese che abbia subito tante contaminazioni genetiche e culturali quanto l'Italia. Dai Greci ai Longobardi, dai Bizantini agli Arabi, dai Normanni agli Aragonesi quanti popoli e razze si sono mescolati con noi! Centocinquanta anni di storia unitaria hanno prodotto nel nostro paese un profondo interscambio di culture, di storie,di esperienze di vita. Le popolazioni del sud, del centro e del nord si sono fuse attraverso milioni di matrimoni misti, e la lingua italiana è oggi largamente praticata dalla stragrande maggioranza della popolazione. Le popolazioni del sud hanno dato e continuano a dare un grande e prezioso contributo alla ricchezza economica e culturale di questo paese. Noi non abbiamo , dunque, enclaves etniche al nostro interno, come il Belgio, la Spagna o addirittura Stati come il Galles, la Scozia e l' Irlanda in Gran Bretagna. Il nostro è un popolo di antica identità per lingua, cultura, religione. E allora la pretesa della Lega di creare un enclave di territori autosufficienti con il pretesto del federalismo fiscale non ha alcun fondamento e non deve passare. Oggi il rischio di una secessione più meno “dolce“, più o meno arrogante e razzista, è rafforzato dalla crisi economica in corso. Il pericolo che questo paese si spacchi in tanti statarelli in competizione tra loro è reale.Già oggi con il cosiddetto federalismo demaniale si profila il rischio di una spoliazione privata del nostro patrimonio comune. Quanti beni artistici e naturali possono finire in mani private? E che cosa rimarrà, di questo passo, della memoria collettiva impressa nei luoghi e nel loro uso pubblico? Tutte le recenti esperienze di secessione, anche pacifica, hanno fatto registrare un regresso per i lavoratori e portato a moltiplicare i nazionalismi e ad esaltare le xenofobie. Se si imboccasse questa strada,la qualità della vita civile dell'Italia intera, al Nord come al Sud scadrebbe gravemente, precipitando in forme di odi e rancori tra italiani dagli esiti imprevedibili.
Ma proporsi di tornare indietro oggi non sarebbe solo un’operazione che farebbe regredire la qualità dello stare insieme. Sarebbe una scelta suicida anche per le regioni del Nord.
In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato è necessario, per salvarsi, far conto su maggiori, non minori solidarietà, condivisioni, equità. Per questo riteniamo che, pur denunciando tutte le sue contraddizioni presenti e passate, l’Unità d’Italia rappresenti un valore in sé.
Non dobbiamo confondere le vicende storiche e i comportamenti concreti via via assunti dallo Stato italiano con le aspirazioni profonde e gli stessi interessi delle popolazioni italiane.
Noi riconosciamo che l'Italia affonda la sua originale vitalità storica nella multiforme attività delle sue città, dei suoi comuni, dei suoi territori. Questa è stata per secoli la sua forza, il carattere fondativo che l'ha fatta primeggiare in Europa per intraprendenza economica e finanziaria, per creatività artistica e culturale. Ma con la nascita dei moderni Stati-Nazione le mille autonomie di cui si componeva l'Italia sono apparsi a un certo punto come un limite, e il nostro Paese è stato messo ai margini della grande scena europea. Solo con la fondazione di una comunità più larga, di uno Stato che guidasse le molteplici esperienze locali, l'Italia è ritornata ad essere protagonista. Oggi noi, sul piano istituzionale, possediamo tutte le articolazioni necessarie per mettere insieme autonomie e vitalità dei territori con le configurazioni via via più vaste. Siamo dotati di comuni,provincie, regioni, Stato e operiamo all'interno dell'UE. Gli spazi istituzionali esistono già – forse sono anche troppi - e potrebbero consentire una efficace dialettica tra le realtà locali e la dimensione nazionale e sovranazionale. Il vero problema, in realtà è la qualità del sistema politico italiano nel suo complesso. Un grande nodo storico e politico che si vuol surrogare con marchingegni istituzionali.
Negli ultimi decenni, con la scomparsa dei partiti di massa, con l'emarginazione del sindacato, i ceti popolari hanno perduto rappresentanza e voce. Da ciò proviene – insieme agli effetti di un trentennio di politiche neoliberali - la scadente qualità della cultura politica, il decadimento della democrazia e della vita civile italiana. Qui sta l'origine dell'abbandono di ogni seria riflessione sul nostro Mezzogiorno e sulle sue potenzialità. In tanto immiserimento dello spirito pubblico si trovano anche le ragioni del dilagare del razzismo e dell'odio. Una miscela che porta le nazioni alla rovina.
Dunque a questo noi dobbiamo prestare attenzione. Se i partiti si sono svuotati di sostanza culturale, esiste tuttavia , al Nord al Sud e al Centro un'altra Italia, dotata di cultura, progetti, moralità civile,che non appare rappresentata, che non è registrata dal radar dei media, ma che è vasta e diffusa ed è portatrice di un cultura solidale per ridare forza e prosperità al nostro Paese. Questa Italia non è rassegnata e ha voglia di combattere.
L'articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Carta, che ci ha cortesemente consentito di anticiparla su queste pagine
Qui l'appello perl'incontro di Teano