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Lo spazio del capitale, a cura di Giovanna Vertova, Editori Riuniti, Roma, pag 295, euro 15



Dopo l'orgia di «geografia post-moderna» che ha segnato gli ultimi anni, il libro di Giovanna Vertova riprende con un impianto teorico marxiano una riflessione sullo spazio del capitale oggi. Per rintracciare un testo complessivo di uguale impianto bisogna risalire al 1974, a Marxismo e geografia di Massimo Quaini. Da allora si sono prodotte analisi di dettaglio, ma il nesso profondo tra capitale e territorio si è sempre più vanificato. Nell'introduzione l'autrice segue un doppio percorso, attraverso la letteratura e attraverso la fenomenologia del cambiamento del rapporto tra spazio e capitale generato dalle trasformazioni di quest'ultimo (nuove tecnologie, globalizzazione e via dicendo). L'autrice costruisce una relazione dialettica tra lo spazio e il processo di produzione, che non dipende tanto dal fatto che la produzione si deve «concretizzare» in uno spazio, ma si fonda sulla necessità di creare un ambiente adatto all'accumulazione capitalistica, dove «le diversità spaziali giocano un ruolo importante quanto quelle sociali». Un'affermazione questa che potrebbe indurre qualche perplessità ove non si tenesse conto, come fa l'autrice, che lo spazio non è un dato di natura ma un prodotto dell'attività del capitale.

Le crisi, a cominciare da quella degli anni '80, servono non tanto a disegnare una nuova geografia del capitale, ma piuttosto ad accelerare il processo di trasformazione della geografia del capitale: per le ragioni sostenute dall'autrice, siamo di fronte a un processo di continua ridefinizione dello spazio operativo del capitale alla ricerca di occasioni che ne accrescano i vantaggi. In questo schema la frattura tra economia di carta e economia reale, come oggi si dice, complica la questione dello spazio del capitale, così che ne deriva una situazione di indeterminatezza a tutto scapito di chi il processo capitalistico subisce. A questo proposito il saggio di W. Hope Temporalità e conflitto contenuto nel volume fornisce alcune riflessioni di grande interesse.

Nel saggio che Vertova scrive con Riccardo Bellofiore (Alla ricerca dello spazio perduto), è messo in luce il nesso contraddittorio e integrato del processo di omogeneizzazione dei luoghi con quello della loro differenziazione. Due fenomeni che dinamicamente si combinano e si scombinano, proprio in virtù del fatto che lo spazio non è un assoluto, ma l'esito di un processo di costruzione, non «altro» rispetto alla società. Un processo tecnico, produttivo, sociale e culturale e in ultima istanza anche ideologico come insegna la Lega. Di notevole interesse la riflessione sullo spostamento del risparmio delle famiglie (direttamente o attraverso i fondi pensioni) dalla «sicurezza» alla speculazione finanziaria. Il tema avrebbe meritato una riflessione più ampia (Bellofiore lo ha affrontato in altra occasione con Halevi) proprio in ragione degli effetti territoriali. La crisi finanziaria ridisegna, ancora poco nel nostro paese, ma in modo consistente in Usa per esempio, la geografia delle famiglie, che convinte di essersi guadagnate livelli consistenti di libertà (localizzativa) si ritrovano nuovamente «obbligate».

Oltre ai saggi citati, il volume contiene altri tre testi, uno di D. Harvey (molto amato dalla curatrice, a mio modo di vedere senza un approccio critico) sulla Geopolitica del capitalismo, uno su Capitale e localizzazione industriale di R. Walker e M. Storper e, infine uno di R. Walter e D. Buck su La via cinese (che mette in evidenza le contraddizioni interpretative dello sviluppo di quel paese). Nel complesso il volume costituisce un apporto di notevole interesse (anche se forse sarebbe stata utile una maggiore attenzione alla produzione del nostro paese) e un contributo alla rinascita degli studi delle relazioni tra trasformazione capitalistica e trasformazione nell'uso e del territorio tale, si spera, da riaprire uno spazio di riflessione (senza la quale c'è solo assuefazione).

Quanto è vecchia una disciplina? Quando per riflettere sul suo statuto e il suo ruolo comincia a privilegiare lo strumento dell'autobiografia?

Giuseppe Campos Venuti, Edoardo Salzano e Vezio De Lucia sono tre tra i più noti urbanisti italiani. Il primo è nato nel 1926, il secondo nel 1930, il terzo nel 1938. Appartengono a una generazione di urbanisti che ha cominciato la propria carriera nel secondo dopoguerra: una generazione cresciuta sulle pagine dell'«Urbanistica» di Astengo, in un paese segnato dalle trasformazioni accelerate degli anni del boom.

Gli autori sono tre ma i libri si prestano a essere letti a coppie: due contro due. Da un lato vi sono Salzano e De Lucia: amici dichiarati, vicini per esperienze e convinzioni. Le loro autobiografie possono a essere lette quasi in sovrapposizione, con continui rimandi reciproci (accadeva già con i loro libri precedenti, per esempio Fondamenti di urbanistica e Se questa è una città). Sostenute da una qualità di scrittura non comune, associano un tono molto personale a un'impostazione del racconto che segue da vicino la successione delle loro esperienze formative e professionali; biografie pubbliche, più che private.

Quella di Campos non è un'autobiografia ma un'intervista, che s'inscrive pienamente dentro la tradizione illustre delle «interviste» laterziane. A condurla è uno tra i più influenti allievi dello stesso Campos, Federico Oliva, con un linguaggio asciutto e divulgativo che lascia spazio a un bilancio retrospettivo ma punta anche a portare in primo piano alcuni temi e proposte di stretta attualità. Ciò che accomuna Campos, Salzano e De Lucia è senz'altro più di ciò che li divide: tutti e tre hanno militato nel Pci, il che rende questi libri interessanti anche per una storia della sinistra italiana scritta dal punto di vista dei rapporti con il territorio e con la cultura amministrativa. Tutti e tre hanno avuto ruoli di rilievo all'interno dell'Inu. Tutti e tre credono da sempre nel valore del «piano» urbanistico, inteso come strumento principe per esercitare un controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio. Tutti e tre ritengono che il mancato controllo della speculazione edilizia (e in particolare della rendita fondiaria) sia stato un problema cruciale per le trasformazioni territoriali dell'Italia contemporanea.

Oltre a questi punti comuni, vi sono alcune differenze. Campos (e Oliva) si presenta come il difensore di un'urbanistica «riformista», attenta alle norme ma anche ai valori del mercato e «pragmaticamente operativa», Interessata a strumenti negoziali come quelli della perequazione fondiaria. Salzano e De Lucia difendono un'idea più forte del ruolo del piano e dei poteri pubblici, del valore in primo luogo prescrittivo dei documenti urbanistici, visti spesso in contrapposizione con gli interessi privati.

Tutti e tre hanno avuto, in momenti diversi, incarichi di primo piano in altrettante città italiane di rilievo: Campos come assessore a Bologna tra il 1960 e il 1966 (e come consigliere comunale fino al 1970), Salzano come assessore a Venezia negli anni delle giunte rosse (1965-1975), De Lucia come assessore a Napoli con l'inizio della stagione dei sindaci e la prima giunta Bassolino (1993-1997). Sono esperienze che vengono raccon" tate nei volumi, con le loro luci e talvolta le loro ombre, spesso al" lo scopo di rivendicare il valore del lavoro quotidiano compiuto sul territorio; lavoro attraverso cui l'urbanista può influenzare il modo di progettare e trasforma" re lo spazio, contribuire a salva" guardare equilibri territoriali e sociali, costruire nel tempo una città più «bella».

È interessante anche, nelle tre biografie, il modo in cui viene raccontata l'articolazione e la contaminazione tra diversi livelli di pianificazione. Tutti i protagonisti hanno lavorato su piani e politiche a diverse scale, dal piccolo comune fino ai grandi organi statali di controllo e d'indirizzo, e i volumi contengono spunti utili per una discussione del rapporto reciproco tra queste esperienze. Particolarmente rilevante è l' attenzione riservata a un organismo di grande importanza come la Direzione generale dell'urbanistica, retta negli anni sessanta e settanta da Michele Martuscelli presso il ministero dei Lavori pubblici, dove sia De Lucia sia Salzano svolgono una parte significativa della propria carriera.

Non vi sono rivoluzioni, nelle interpretazioni della storia dell'urbanistica italiana che vengono proposte dai tre libri, ma qualche sfumatura interessante sì. Le riforme legislative, fatte o mancate, continuano a rappresentare altrettanti momenti chiave della scansione cronologica.

Eppure i pochi anni di differenza tra gli autori e i diversi percorsi individuali introducono lievi variazioni nei pesi e nei punti di vista. Campos dedica molto spazio al fallito tentativo di riforma Sullo del 1963, vedendo in quell'esperienza un'occasione storica perduta ma anche giudicando a posteriori alcune scelte, (per esempio quella d'insistere sulla questione del diritto di superficie, come un «grave errore tattico». De Lucia e Salzano tendono a insistere di più sui processi di riforma cui hanno potuto contribuire in prima persona, in particolare quelli di fine anni sessanta e inizio settanta, a cominciare dalla definizione degli standard urbanistici (1968).

Vi è un rischio dietro questi libri: quello di comunicare l'impressione che l'urbanistica, in Italia, sia qualcosa di cui si può parlare soprattutto al passato. Almeno Asor Rosa, nella prefazione a Le mie città, scrive che De Lucia è un «urbanista all'antica», forse senza sospettare quanto l'espressione rischi di suonare tautologica. Campos dedica l'intero ultimo capitolo del suo libro-intervista a una serie di proposte legislative e operative, ma aggiunge in un amaro poscritto che forse queste non sono «in sintonia con l'interesse prevalente dell'opinione pubblica».



Davvero, nell'Italia di questi anni, parlare d'interesse collettivo e di pianificazione del territorio può suonare terribilmente out of date. Eppure proprio questi tre libri, con la loro forza narrativa e la loro singolare lucidità e precisione, mostrano anche fino a che punto l'urbanistica, intesa come impegno sul campo e come insieme di strumenti intellettuali, abbia permesso a una generazione di coltivare uno sguardo complesso e raffinato sui cambiamenti in cui è stata coinvolta. Ed è ancora da dimostrare che l'età migliore, per gli urbanisti di questa generazione, non cominci intorno agli ottant'anni.

«Il Sud non si salverà solo con un localismo virtuoso», dice Franco Cassano gustando una granita nel sole barese. Sociologo e anima storica della «primavera pugliese», Cassano osserva un Mezzogiorno privo di futuro, incurante del passato, a rischio di passare dalla «periferia» all'isolamento totale. «Non solo Bassolino ma in tanti negli anni passati hanno pensato che il Sud ce la dovesse fare da solo, magari con una Repubblica dei sindaci. Viesti scrisse addirittura Abolire il Mezzogiorno. L'idea era sfidare l'Europa e liberare il capitalismo meridionale».

Perché quell'idea non ha funzionato?

«Napoli è un caso a parte soprattutto per le sue dimensioni. Non c'è alcuna proporzione tra l'entità dei problemi e gli strumenti che ha. I suoi problemi non possono essere risolti a livello municipale. Bisogna prendere atto che il Sud è molteplice, che non esiste nessun punto di osservazione privilegiato. Se sei in una situazione periferica non ne puoi uscire solo con il localismo virtuoso, la puoi battere solo con la grande politica. Vivere in periferia vuol dire che tu sei lontano anche da chi ti è vicino, come Roma. Vuol dire che devi passare prima dal centro per muoverti e non hai un accesso diretto al mondo».

E quindi chi è l'attore della trasformazione?

«Il Mezzogiorno ha bisogno di grande politica, e non ce n'è. Dovrebbe riconnettere le sue differenze interne. Nel dopoguerra il Mezzogiorno ha avuto un ruolo nazionale, subalterno, ma ce l'aveva. Con la globalizzazione invece il Nord non ha più bisogno del Sud: gli bastano la Romania, la Bulgaria. Per questo nel Nord si fa strada alla fine degli anni '80 l'idea del Sud come peso e spreco di risorse, e si pensa che è meglio che vada a fondo».

L'Italia come un arcipelago di regioni che non comunicano più tra loro. Però mi pare che si assomiglino più di quanto appaia: la 'ndrangheta a Milano, il consumo del territorio ovunque, le piccole imprese nel Veneto o in Sicilia.

«Certo, le mafie hanno radici territoriali ma sono ormai pienamente globalizzate. Ma la differenza per me è tra centro e periferia. Il Nord non è il centro di un sistema europeo ma comunque è integrato. Il Sud no, e questo è considerato ormai un dato antropologicamente incorreggibile. Sono analisi molto semplicistiche. Le regioni non sono separate, tra di loro c'è un rapporto. Come fai a parlare della Lombardia senza considerare l'arrivo lì di migliaia di laureati che formiamo qui al Sud? Il punto sono le relazioni, non gli indicatori statici. Il pregiudizio antimeridionale vive da sempre nelle cantine di Bergamo. Ma il problema è che adesso prospera in tutto il paese anche per le colpe della classe dirigente meridionale».

Che fare allora?

«Il Sud avrebbe bisogno di grandi finanziamenti e di un'idea di sviluppo che lo faccia entrare in relazione con i suoi vicini. Gran parte delle risorse che vi arrivano invece sono destinate al consenso. O'Connor, un vecchio marxista californiano, diceva che la spesa pubblica deve scegliere tra accumulazione e legittimazione. Nel Sud gran parte di queste risorse servono a organizzare il consenso, anche con servizi o cose buone, ma non preparano il futuro».

Del federalismo fiscale dicono: è meglio perché se spendi male i miei soldi ti caccio via. Ma chi governerà gli enti locali non spenderà ancora di più per legittimarsi? Non si rischia un consenso ancora più perverso?

«È un meccanismo che si accentuerà. Ma il punto è come fai ad andare avanti con una coperta corta. Quando Tremonti dice «cialtroni» ai politici meridionali passa ad altri una bomba sociale pericolosissima. Col federalismo se un sindaco o un presidente dirà alla gente: non vi diamo più questi servizi - ospedali, borse di studio, etc. - perché dobbiamo programmare il futuro in altri settori, si brucierà. Che fai, prendi le mie tasse per darle a qualcuno tra vent'anni? Senza risorse si sta accendendo una grande polveriera sociale. Quale che sia il tipo di sviluppo a cui si mira, non si può fare senza investimenti che non siano destinati subito al consenso. La politica italiana fa poco o niente perché in Italia le masse sono entrate nello Stato, ma ci sono entrate in modo tale che tu dovresti togliere ad alcuni e dare ad altri e non lo puoi fare. Sono dilemmi tragici anche perché la politica ormai è totalmente a valle dei processi economici. È al massimo la politica del tappabuchi».

Anche Tremonti secondo te non orienta i processi?

«Tremonti fa l'interesse di alcune parti. Per lui il bene comune è il bene di alcune aree del Nord e che gli altri si rompano. È una politica malthusiana facile, piccola cosa anche se si muove su scenografie filosofiche o planetarie e si traveste di forza. Poi però voglio vedere che succede. Perché credo che le conseguenze non saranno indolori».

E la Puglia che ruolo può svolgere?

«È in corso un'esperienza interessate e importante. Ma la Puglia deve evitare la tentazione di fare «la più bella del reame». Non si deve illudere di poter fare da sola, deve lavorare insieme agli altri per trasformare il centro di gravità in un quadro policentrico».

Ma tu che ne pensi del Sud di «Gomorra»?

«Saviano va difeso ma credo che nel Sud ci sia anche altro. C'è una tendenza a proteggerlo in cambio dell'uso continuo della sua testimonianza. Anche dentro la logica di Gomorra il primo addendo può essere la presa di coscienza e la scelta dell'azione civile ma per fare una somma ci vuole cultura, sapere, risposte anche sui meccanismi di sviluppo. Ci deve essere insomma una prospettiva di uscita dal regime criminale. Devi inventare dei percorsi. Non è certo colpa di Saviano se non li offre altri dovrebbero farlo. La legalità è un problema grave e siamo grati a Saviano per averla messa al centro del discorso, ma da sola non basta. Leggevo sul Fatto un articolo che si chiedeva perché sia la Chiesa che Berlusconi eludono la legalità. E la tesi era: Berlusconi la elude in nome dell'investitura popolare e la Chiesa in nome del mandato divino. Al di là del moralismo è una tesi interessante. Ma la sinistra si deve ridurre tutta alla difesa della legalità? Non ha più un oltre? Un'esigenza di trascendenza rispetto alla legge? Le leggi si rispettano ma vanno anche cambiate, contestate. Nella legge ci sono dimensioni che vanno costruite e non si esauriscono nell'osservanza della legalità formale. La questione meridionale non è più una questione nazionale ed è amputato di qualsiasi prospettiva. Se vuoi cambiare le cose, devi cambiare le leggi esistenti e ispirare le leggi del futuro. E invece c'è una contrazione, soprattutto giovanile, sulla legalità. E' frutto del berlusconismo, certo, ma anche della scomparsa del futuro, dell'oltre, dei pensieri lunghi».

Anche i partiti però sono un problema serio.

«Una volta queste analisi si facevano nei partiti. Oggi invece sembrano competenze territoriali o chiacchiere da intellettuali. Spero che le fabbriche di Nichi si sintonizzino anche su questa lunghezza d'onda. Che non diventino un'isola in cui si sta bene perché c'è una comunità omogenea. Il problema non è solo di un leader o delle oligarchie di partito: ci devono essere luoghi di ragionamento collettivo. Altrimenti solo la via carismatica, passionale o creativa corre il rischio di non essere sufficiente. È necessaria, forse, ma per diventare sufficiente deve attrezzarsi a una pratica di relazioni che vadano anche oltre la fantasia o la creatività. Con uno sguardo strabico: un occhio alle emozioni e uno agli altri».

«Il capitalismo ormai non è solo incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita». Incontro Nichi Vendola nel suo ufficio alla regione Puglia sul lungomare di Bari. Alla vigilia degli stati generali delle «sue» fabbriche non si dà pace per la macelleria sociale, sadica, targata Tremonti: «L'anno prossimo in Basilicata scompariranno i treni».

Che cosa dirai alle persone che verranno domani (oggi, ndr)?

Non ho influenzato neanche per un secondo la costruzione del programma di questi stati generali. Mi sono accordato con gli organizzatori solo sul loro senso generale. Che è la raccolta di tutte le esperienze fatte e la possibilità di immaginare un loro sviluppo, un percorso. Per me ho ritagliato due discorsi in apertura e chiusura sul buio e sulla luce, come nella Genesi. Insisterò sulla necessità di dare parole alle cose e di non essere privi di vocabolario. Sono molto curioso anch'io di come sarà.

Nove anni fa in questi giorni eri a Genova. E' rimasto un qualche nesso tra quella stagione e «gli stati generali» delle «tue» fabbriche che iniziano a Bari?

Il movimento noglobal aveva rotto per la prima volta la tela dell'egemonia liberista e capovolto lo schermo su cui veniva proiettata la globalizzazione. Soprattutto aveva raccontato «un altro mondo possibile» all'opinione pubblica mondiale. Per questo la repressione fu così implacabile. Il garantismo di regime si rovesciò in una buia notte cilena. Il paradosso di oggi è che c'è per intero la narrazione di quel movimento ma non c'è più il narratore. Fu un errore in quel luglio del 2001 non aver chiesto a tutte le sinistre il salto di qualità che andava compiuto. Lì dovevamo rifondare il soggetto politico, nel punto più alto dell'onda planetaria. Oggi siamo costretti a questa fondazione per la ragione contraria. Perché siamo al massimo decadimento della politica e a un punto di crisi senza precedenti dell'etica pubblica e della coesione sociale. Ma in questo quadro la crisi travolgente del centrodestra vede un affanno drammatico delle forze di opposizione e in particolare del Pd. Tracolla il berlusconismo e il Pd perde consenso.

Appunto. Quindici anni di berlusconismo hanno devastato la sinistra fino a farla scomparire e hanno allontanato, forse definitivamente, i giovani dalla politica «praticata». Perché le tue fabbriche sono nate soprattutto da giovani?

Da un lato c'è una politica ufficiale che si avvita nella stanca reiterazione di vecchie formule come quella del governo tecnico o istituzionale e di tutte queste diavolerie. Dall'altro c'è il tremontismo che avanza e che mette in mora anche Berlusconi con la dittatura dei mercati. E' un paesaggio che assomiglia a una guerra mondiale. In cui un'intera generazione non potrà più darsi appuntamento col proprio futuro produttivo. Sono francamente inascoltabili sia il lessico cingolato di una destra che organizza comunità di rancore come visione generale del mondo, sia un centrosinistra che balbetta ricette di buon senso come un buone amministratore di condominio. C'è una destra che fa il tifo per Marchionne e un centrosinistra che gira la testa altrove come se tutte le culture della modernità non fossero convocate di fronte ai diritti sociali e individuali di un operaio di Pomigliano.

C'è un rischio però. Che il «nuovo inizio» cancelli genealogie col passato che invece ci sono e andrebbero articolate, se si vuole veramente «rigenerare» la politica. Non c'è narrazione senza esperienza.

E' una domanda aperta. I nodi della storia non sono nicchie di nostalgia, sono vettori di ricerca. Le fabbriche sono una lotta generazionale all'interno del vecchio centrosinistra. Ma sono un esodo dalla cattiva politica che puzza di morte. Questa è una generazione che può ricostruire una propria genealogia senza furbizie eclettiche e senza torcicollo. Gli alleati spontanei di questi giovani sono Gino Strada e Emergency, don Ciotti e Libera, Carlo Petrini e Slowfood. Tre punti di ribaltamento dell'egemonia borghese che falsificano il modello di sviluppo fondato sulla guerra, la violenza e la mercificazione della natura. E' una generazione che scopre in forme anche naif una narrazione femminista, magari attraverso il documentario di Lorella Zanardo.

Mi pare che i seminari che avete preparato siano molto attenti a Obama. Cos'è, la costruzione di un «Obama bianco»?

C'è una curiosità genuina. L'Europa si sta liberando della propria civiltà in maniera sbrigativa, quasi burocratica. E' un continente che si rimpiccolisce in una dimensione neocarolingia da fortezza assediata, che invecchia illividendosi. Perché è interessante l'America di Obama? Perché è il luogo in cui il principio-speranza è tornato a occupare uno spazio a sinistra che prima era occupato dalla realpolitik. E poi perché ha aperto nuovi codici della comunicazione politica. Noi, ma non solo noi, guardiamo con simpatia alla connessione tra Rete e piazza.

E' l'inizio di una campagna nazionale?

Sul piano politico è la mossa del cavallo. Ma le caselle della scacchiera non sono più la politica-politica ma tutte le zone di confine tra culture e corpi sociali, tra soggettività che provano a mettere in comune esperienze per rifondare una rete cooperante. Cooperare è la ragion d'essere della sinistra. Se resta la politica ma crepa la comunità, la sinistra muore. La sinistra del futuro deve essere innanzitutto un nuovo umanesimo. Deve contrastare il paradigma della competizione con quello della cooperazione. E deve farlo all'incrocio tra libertà, lavoro e sessualità, nella connessione tra corpo sociale e corpo individuale.

Ma poi c'è l'esperienza di governo. La vicenda Obama insegna che la Rete costruisce ma anche distrugge. Il suo discorso sulla «impotenza» di fronte alla macchia di petrolio dimostra che il punto non è costruire un leader quanto produrre quel cambiamento auspicato collettivamente.

Quel bellissimo discorso di Obama segnala il limite del riformismo. Dentro il recinto delle compatibilità date non c'è una risposta strutturale. Non lo dico per estremismo ma oggi bisogna costruire con radicalità un'idea alternativa dello sviluppo e della crescita. C'è un modello di capitalismo e di mercato che non soltanto è sempre più incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita. Questo è il radicalismo nuovo, universalistico. Il lessico di un'alternativa vincente.

Il nostro paese è forse l’unico tra quelli democratici ad avere più di un governo senza saperlo. Almeno tre governi. Da quello che è uscito dalle urne due anni e mezzo fa ne sono nati per gemmazione altri due, quelli che di fatto dominano all’ombra della legittimità elettorale e del controllo dell’opinione. Vediamo di capire la natura di questi due governi i quali, per ragioni diverse, sfuggono al giudizio pubblico e sono in flagrante violazione della legge e delle regole democratiche.

C’è innanzi tutto un governo sotterraneo, quello invisibile degli affari illeciti, una catena di relazioni tra alcuni imprenditori, faccendieri, politici e uomini del crimine organizzato della quale noi cittadini intuiamo l’esistenza e la gravità perché scampoli di racconti ci giungono dalla carta stampata e dalle intercettazioni (due strumenti di ricerca della verità prevedibilmente scomodi). Con una sistematicità di relazioni di corruttela consolidate in questi anni, pezzi del nostro territorio, della nostra ricchezza nazionale, dell’economia, della società, delle istituzioni stanno per essere occupati e dominati da questo governo sotterraneo e privato della P3.

Paradossalmente, questa articolazione di potere sporco e molto radicato pare essere l’unico ‘governo’ nazionale: non conosce né rivendica il federalismo, non fa discriminazione fra Nord e Sud, edifica un ordine parallelo alla legge e al mercato "pulito" dovunque sia possibile, tiene insieme un’alleanza di affamati di privilegio e denaro con la speranza dell’impunità, tutti fattori che compongono una colla molto resistente, quasi più di quella del civismo che dovrebbe reggere le istituzioni, guidare i comportamenti dei pubblici ufficiali e ispirare le forze politiche. Lo Stato italiano sembra essere usato come un involucro per coprire un sistema di relazioni che ha i caratteri dell’anti-Stato. Invece di essere la sede che consente il "governo pubblico in pubblico", lo Stato è usato da queste forze occulte per creare un governo segreto di potentati privati. La tensione tra la magistratura e i giornali e la maggioranza politica è da leggersi come parte di una lotta durissima nel tentativo di soggiogare tutti i poteri istituzionali e di addomesticare l’opinione pubblica.

Un segno di questa competizione tra lo Stato della legge e il governo dell’anti-Stato è rintracciabile proprio nell’argomento garantista usato dai politici corrotti per cercare di restare al loro posto: "Non mi dimetto fino a quando non c’è una sentenza del tribunale" è una dichiarazione che denota tra le altre cose un fatto gravissimo: la decadenza, il disprezzo quasi, della rappresentanza politica, la quale non si sorregge sulla prova provata dei tribunali, ma sulla fiducia che dovrebbe legare con vincolo libero eletti ed elettori. Perché, evidentemente, l’accusa non ancora provata è comunque un macigno che si frappone fra i cittadini e i rappresentanti. E se l’ombra di sospetto da sola non è sufficiente a consigliare le dimissioni, ciò significa che la sfiducia, o il timore di perdere la fiducia dei propri elettori, non funziona più come deterrente; significa anzi che è irrilevante quello che pensano i cittadini di chi li rappresenta, che la loro opinione non determina, non controlla, non influenza più chi opera nelle istituzioni. Significa infine che l’elezione serve non a istituire la rappresentanza ma a creare commessi di affari e clientele. Questo è uno degli effetti più micidiali che il governo sotterraneo ha sulle istituzioni democratiche, le quali sono usate per coprire ciò che né la legge né i cittadini devono vedere, per fare l’opposto di ciò che le istituzioni politiche devono fare. Entra a questo punto in gioco l’altro attore del nascondimento.

L’altro dei due governi che operano nel nostro paese è quello fittizio dei media. Se il governo degli affari privati è invisibile perché segreto, questo governo dell’immaginario mediatico è una costruzione per il pubblico, pensata e messa in scena per un destinatario che deve essere e restare passivo, un’audience priva di argomenti che servano a formulare giudizi valutativi; un pubblico che è anzi fabbricato dal sistema mediatico e da chi dovrebbe essere oggetto di monitoraggio affinché non veda, non si renda conto, non sappia che dietro all’immagine propagandata o non c’è nulla o c’è ciò che non si deve vedere. Il governo creato dai media è astratto, irreale: uno spettacolo che va in onda tutti i giorni, alcune volte al giorno da diversi mesi e mette in scena la favola del fare e dell’ottimismo, la rassicurazione che la corruzione lambisce solo pochi, e poi la storia delle cospirazioni ordite da poteri indiscreti come i giornali o eversivi come i magistrati. Questo governo dell’immaginario mediatico non corrisponde a un governo esistente ma copre quello che il governo esistente fa, cosicché nessuno alla fine sa da chi é governato. Perché di questi due governi, uno segreto e uno immaginario - il primo tragicamente reale ma nascosto, il secondo visibile ma irreale - nessuno si basa sulla fiducia dei cittadini: il primo per l’ovvia ragione che vive nel sottosuolo e nessuno dei suoi atti deve trapelare; il secondo perché è un’invenzione commerciale fatta ad arte da chi governa con l’esito che i cittadini non dispongono di una realtà di riferimento autonoma alla quale rivolgersi per cercare conferme o smentite a quello che si vede e si sente. L’Italia ha due governi molto potenti, gestiti e organizzati in modo da evitare il giudizio, della legge e dell’opinione pubblica. È questa segretezza che li rende a tutti gli effetti una negazione della democrazia, anche se sono il prodotto di una maggioranza che governa con il consenso elettorale.

Devo una risposta a Carla Ravaioli che sul manifesto dell'8 luglio («Caro Viale, non fare un passo indietro») mi accusa di soprassedere alle premesse di quanto vado da tempo sostenendo, cioè la necessità di una «conversione ecologica» dell'apparato produttivo (e del relativo modello di consumi), cosa particolarmente evidente, tra l'altro, nelle industrie e negli impianti di produzione che non hanno avvenire perché senza più mercato.

Le premesse da me «dimenticate» - se ho capito bene - riguardano il fatto che l'insostenibilità degli attuali sistemi di produzione e modelli di consumo è intrinseca al capitalismo e che quella riconversione è possibile solo con il superamento della società capitalistica. Non è un'accusa nuova. Rivolta sia a me che ad altri, ricorre spesso nei dibattiti sulla crisi o sull'ambiente a cui mi capita di partecipare.

Quell'accusa è fondata: se l'auspicio di una conversione ecologica, senza ulteriori specificazioni riferite a fatti o contesti circostanziati che aiutino a definirne o precisarne contenuti o percorsi è una banalità, il rimando al «superamento del capitalismo» come condizione della sua realizzazione, senza entrare nel merito delle situazioni in cui si manifestano le criticità (quelle che una volta si chiamavano le «contraddizioni»), lo è ancor di più; e io, come altri, cerco di evitare sia l'una che l'altra. Cerco cioè di non avallare enunciati come quelli che sia Francesco Forte che Carla Ravaioli mi attribuiscono, secondo cui «il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Sarà anche vero, ma con pensieri come questi non si va lontano.

Perché ricondurre tutto al «capitalismo» dà a molti una falsa sicurezza e a volte addirittura un senso di superiorità: la convinzione di «saperla lunga»; così «lunga» che non vale la pena entrare nel merito di problemi particolari. Invece «ne sappiamo» sempre troppo poco; e quello che sappiamo lo dobbiamo per lo più ai contributi di studiosi o militanti che si sono confrontati con situazioni specifiche e circostanziate, anche se la forza del loro pensiero o della loro prassi deriva dalla capacità di inquadrare quei problemi in un approccio generale: agire localmente e pensare globalmente.

Ma un vero e proprio vuoto di pensiero - e di prassi - fa capolino nell'allusione, sempre più vaga, al «superamento del capitalismo». Che cos'è? Una volta si diceva socialismo, comunismo, dittatura del proletariato, rivoluzione. Oggi quelle parole nessuno - o quasi - osa più pronunciarle: non perché manchi il coraggio, come pensa Carla Ravaioli; ma perché non sappiamo più che cosa vogliano dire; o se lo sappiamo, o pensiamo di saperlo, non lo vogliamo più. Uno Stato che pianifichi produzioni e consumi, e magari anche le nostre vite e la nostra morte, non lo desidera più nessuno. Molto spesso, dietro l'invocazione di un maggiore intervento dello Stato, di questo Stato, qui e ora, si nasconde solo la pigrizia mentale di chi ha comunque avallato le briglie sciolte al mercati, perché «non c'è alternativa». Il che probabilmente sta alla base della dismissione di quella che per tutto il secolo scorso era stata la «sinistra».

La società di domani va pensata e costruita giorno per giorno, per tentativi ed errori, senza grandi modelli reali, o immaginari, a cui far riferimento; attrezzandosi, per quanto è possibile, per far fronte a passaggi drammatici e rotture improvvise. Qualcuno dice «decrescita» ed è sicuramente un'idea sensata: i limiti del pianeta, come ci ricorda Carla Ravaioli, sono incontestabili. Ma quando, di fronte alle otto «erre», di Latouche si prospettano problemi concreti, o percorsi da individuare e intraprendere, la sensazione che se ne trae è quella di un vuoto pneumatico. Se è una battaglia culturale - che ovviamente ha anche dei risvolti pratici - contro il feticcio della crescita, ben venga; forse andrebbe condotta con più modestia, cercando di fare i conti con i molti problemi a cui nessuno di noi sa ancora dare una risposta.

A ricondurre però a un denominatore comune molto del pensiero, della prassi e delle lotte più radicali e incisive degli ultimi anni è probabilmente la rivendicazione di una gestione condivisa, o partecipata, o per lo meno negoziata, dei beni comuni: sia che si tratti di impedirne una appropriazione privata; sia che si tratti di rendere disponibile a tutti beni, materiali o immateriali, che sono già da tempo sottoposti a un regime proprietario; in entrambi i casi, aprendo le porte o imboccando la strada di una gestione che non è né dello Stato né «del mercato»; bensì il perno della ricostituzione di uno «spazio pubblico» che è la sede costitutiva della politica intesa come autogoverno.

La conversione ecologica è interamente affidata a itinerari del genere. Ma la distanza che separa questi sforzi e questi percorsi dall'ideale di una società equa e sostenibile e dalla capacità di condizionare o destituire le sedi da cui oggi si esercita il potere è, com'è ovvio, e con qualche eccezione importante e istruttiva, ancora molto grande. E non può essere colmata solo a parole.

Postilla

Ha ragione Viale: “La società di domani va pensata e costruita giorno per giorno, per tentativi ed errori”. Ma credo che sia impossibile farlo se non si riesce, contemporaneamente, a costruire un modello di riferimento. Ciò certamente non significa “preparare menu per le cucine dell’avvenire”, ma configurare i lineamenti di una società umanamente accettabile, e sottratta al dominio delle leggi dell’economia capitalistica. Procedere in questa direzione richiede uno sforzo teorico profondo, costantemente mirato a una solida costellazione di principi; ma richiede anche una costante attenzione critica a quanto oggi nella società si muove controtendenza, nella direzione della ricerca e e della sperimentazione di modi diversi di coniugare bisogni, lavoro, natura e società: un modo diverso – s’intende – da quello capitalistico, il quale deforma i bisogni, distrugge lavoro e natura, disgrega la società. Credo che questa sia la premessa da cui partire,

Mi sembra che la discussione tra Viale e Ravaioli si svolga attorno a questo nodo. L’auspicio è che essa prosegua, e altri ne allarghino i confini. Continueremo a seguire con attenzione i luoghi ove essa si svolge.

Si intitola «Il grande crollo» il volume a più mani, curato da Laura Bazzicalupo e Antonio Tursi e edito da Mimesis, che il Laboratorio Kelsen dedica ad un bilancio multidisciplinare (economia, politica, diritto, ma anche altri saperi e linguaggi che economia, politica e diritto solitamente non frequentano, come la psicoanalisi) della crisi che ha scosso negli ultimi due anni il capitalismo globale inficiandone la «grande narrazione» neoliberista che ne aveva sostenuto le magnifiche sorti progressive. Ormai la crisi, scrivono i curatori, «è ufficialmente dichiarata 'game over', passata, superata»; il peggio, come ministri e politici non cessano di dirci, sarebbe alle nostre spalle. Ma a parte l'ottimismo strumentale dei politici e dei ministri, tutto da verificare, restano comunque sul campo, tutti da analizzare, gli effetti economici e politici, i traumi sociali, i ridislocamenti della soggettività che la crisi ha prodotto. Nonché i suoi occultamenti, i suoi non detti, i suoi fantasmi: il suo lato osceno, fuori-scena, non rappresentato, taciuto e tacitato, perché irriducibile a quella lettura rassicurante che toglie alla crisi il suo carattere di evento dirompente e la riduce a una semplice e superabile incrinatura nel continuità del capitale.

Proprio a svelare questo lato osceno si dedica invece il contributo al volume di Laura Bazzicalupo, che qui segnalo in particolare non perché sia l'unico rilevante - al contrario -, ma perché il taglio che adotta per leggere la crisi, a cavallo fra l'andamento dei fatti, la loro rappresentazione nel discorso mediatico e politico, l'immaginario sociale mobilitato e il «reale spettrale» occultato, opera di per sé anche un taglio nel discorso economico mainstream, aprendo così punti di avvistamento per «un pensiero radicale della crisi stessa» che esulano dal già detto e dal già archiviato.

Ci sono i fatti, dunque, e i dati, troppo frettolosamente macinati dalla macchina dell'informazione: il primo round che colpisce il sistema bancario americano e internazionale, il secondo round che a ruota colpisce la crescita mondiale (dimostrando che economia reale ed economia finanziaria non si possono più separare né fattualmente né concettualmente), il terzo round che scopre la necessità di una qualche regolamentazione del capitalismo globale decretando la fine dell'ubriacatura trentennale neolib. Fatti e dati significano anche corpi e affetti: tre milioni di famiglie americane a rischio di insolvibilità, i manager che traslocano, il crollo della credenza nei fondi d'investimento, nei fondi pensione, nelle carte di credito e in tutta la costellazione di microcomportamenti quotidiani con cui la finanziarizzazione del capitale è entrata nelle nostre case e nelle nostre abitudini. Una catastrofe materiale, psicologica e ideologica, che come tale - entriamo nel livello della rappresentazione - viene nell'immediato percepita dai media in tutto il mondo, ma che il seguito del discorso economico-politico tenterà rapidamente di ricondurre a una fisiologica fluttuazione dell'economia capitalistica, riducendo altresì le responsabilità a mere trasgressioni da disciplinare per ripristinare il «corretto» funzionamento del modello. Un'operazione di normalizzazione, un racconto tranquillizzante che però sconta un resto: «Quali fattori vengono in rilievo e quale nucleo traumatico non viene detto - come osceno, pericoloso, non pertinente - oppure viene detto in modo dimidiato, alleggerito, quasi per neutralizzare l'apparizione spettrale che terrorizza, il fantasma che genera ansia e ossessiona?». E qual è questo spettro che si aggira fra noi dopo la crisi?

E' esattamente lo stesso spettro che l'immaginario del postfordismo trionfante (non senza continuità con quello del fordismo, argomenta l'autrice, a onta delle dichiarate discontinuità) aveva conculcato e forcluso: il rapporto sociale di dominio irrappresentabile nell'ideologia di mercato, il lato d'ansia, dipendenza e incertezza strutturale di un precariato a lungo spacciato per anticamera dell'intraprendenza imprenditoriale, il carattere servile delle relazioni di lavoro cresciute all'ombra della creatività geniale che doveva cambiare il mondo, i marginali esclusi dal 'socialismo dei fondi pensione' che conquistava i salariati al mercato finanziario, la disuguaglianza sociale che aumentava sotto le promesse della crescita illimitata, la violenza di cui quella crescita di avvaleva, l'alienazione e mercificazione delle relazioni umane nascoste sotto l'imperativo del godimento e del consumo. E la solitudine come risvolto innominato del capitalismo cognitivo che produce comunicando, nonché dell'immaginario «quasi-dionisiaco, quasi-ludico,quasi-artistico, emotivo e creativo» del lavoro autonomo - un immaginario potente perché radicato in un bisogno reale di personalizzazione, sburocratizzazione, de-disciplinamento del lavoro. Lo spettro è questo lato oscuro, questo rovescio non detto, della rivoluzione «liberticida e liberogena» postfordista. La rappresentazione mainstream della crisi ha fatto e farà di tutto per non farlo materializzare. E invece è proprio lui, lo spettro, che può spezzare «la danza immobile» degli allarmi economici senza conseguenze: guardandolo in faccia, «forse ci si può muovere davvero».

Uno scioglilingua: non ci sarà più la “Dia” ma la “Scia”. Non la “dichiarazione di inizio attività” ma la “segnalazione certificata di inizio attività”. Ma dietro quella parolina: segnalazione al posto di dichiarazione si nasconde «il condono preventivo», l’atto finale di un «progressivo azzeramento del controllo del territorio». Se passerà l’emendamento del senatore Antonio Azzollini, relatore di maggioranza per la manovra finanziaria, per impiantare un’impresa, un centro commerciale,un laboratorio artigianale, non ci sarà bisogno di autorizzazioni, basterà l’autocertificazione e, in materia ambientale, sarà sufficiente la certificazione fornita da istituti universitari o altri organi con “capacità tecnica equipollente”.

«Con il pretesto di lottare contro una burocrazia soffocante – sostiene Vezio De Lucia, che è uno degli urbanisti più prestigiosi in Italia - in effetti si distrugge la Pubblica amministrazione in modo così radicale da intaccare la stessa democrazia. Pezzo a pezzo si annullano le regole dello stato moderno». Si potrebbe obiettare che lo spirito della legge sia rafforzare la responsabilità individuale, chi autocertifica il falso risponderà ex post. Non è così, secondo De Lucia: «Il controllo a posteriori non esiste e la prova regina è che ancora oggi si stanno smaltendo le pratiche del primo condono, quello fatto da Craxi nel 1985». E il paradosso è che ormai siamo al condono preventivo, «che non porta nemmeno soldi nelle casse dello Stato». «Penso - dice l’urbanista - che il condono in materia edilizia sia persino peggiore di quello tributario che produce un danno etico ma, dopo 20 anni, nessuno se lo ricorda, invece il condono edilizio produce una ferita che resta in eterno».

Quello di cui si discute in Senato è un capovolgimento di valori, un «colpo micidiale» al nostro ordinamento: «Siamo stati il primo stato moderno a mettere la tutela del paesaggio nei principi costituzionali» ora, invece, c’è «l’annichilimento del parere delle soprintendenze, l’edilizia comanda sull’urbanistica e il principio del silenzio-assenso pone la questione della tutela sullo stesso piano di ogni altra espressione della Pubblica amministrazione, facendo perdere ogni gerarchia di valori».

Pretesti

L’oppressione burocratica è un pretesto, «Nelle regioni più attente, in Toscana, per esempio, non ci sono lamentele degli imprenditori, le cose vanno male in quelle realtà del sud dove prevale la peggiore sub-cultura familistica che non accetta le regole». D’altra parte «è questa la mentalità del premier Berlusconi», la sua storia di imprenditore che scardina le regole e per la quale oggi ci troviamo il frutto avvelenato «di una informazione Tv che ha ucciso lo spirito critico e propagato un modo di pensare tutto privatistico». È questa mentalità che porta ad accettare «la devastazione della cultura pubblica». C’è una responsabilità «grave» del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, la cui politica contrasta «il codice Urbani che è strumento valido e al quale, non per caso, ha lavorato, come presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, Salvatore Settis che si sta battendo con coraggio e lucidità». Ma quello che sta accadendo in Senato segue «una sfilza di provvedimenti precedenti» come l’approvazione del federalismo demaniale: «C’è qualcosa di simbolico nel fatto che subito dopo l’unità d’Italia, con l’esproprio dei beni ecclesiastici, lo Stato unitario demanializzava, creava beni pubblici. Oggi, a 150 anni, si privatizza».

La storia di un triplice fallimento: delle norme urbanistiche, del regionalismo, della sinistra. Così il professor Salvatore Settis ha definito il nuovo libro di Vezio De Lucia intitolato “Le mie città”. Mezzo secolo di urbanistica in Italia” presentato venerdì sera a Venturina per iniziativa del Comune dei Cittadini. Una platea numerosa e attenta ha animato il dibattito, arricchito all’esperienza pratica di Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Mi) e promotore della campagna nazionale “Stop al consumo di suolo”: «molti sindaci - ha detto - non si sentono realizzati se non vedono nuove costruzioni». Invece l’esperienza del suo comune dimostra che si può fare a meno di nuove case, migliorando la gestione del territorio e la riduzione delle spese superflue.

Vezio De Lucia, uno dei più quotati urbanisti italiani, ha ripreso gli argomenti di Settis illustrando il declino dell’urbanistica e la perdita di ruolo delle istituzioni pubbliche, confermando - come scrive anche nel volume - che nel governo del territorio stiamo vivendo “i peggiori anni della nostra vita”. Ha solo citato, in chiave negativa, l’esperienza dei piani strutturali della Val di Cornia ai quali fu chiamato a lavorare nel 2004. «Ne parleremo un’altra volta» - ha detto. Ma nel suo libro la politica urbanistica della Val di Cornia viene descritta come vittima di un’idea di “modernità raccogliticcia” e di una “crescita qualunque”, illusa da un “facile sviluppo nautico e turistico”. Tutta l’Italia è colpita dal degrado della cultura urbanistica, ed anche la Toscana, che dovrebbe avere su questi temi una responsabilità nazionale sembra avere avuto dei cedimenti.

Massimo Zucconi, architetto e capogruppo del Comune dei Cittadini, dando voce alle preoccupazioni di molti agricoltori, ha lanciato un allarme per la dissennata diffusione di grandi impianti energetici nelle campagne.

Il libro di Vezio De Lucia, Le mie città, racconta, come recita il sottotitolo, mezzo secolo di urbanistica in Italia. È davvero una miniera di informazioni e di analisi sui punti nodali e le scelte che riguardato tutto il territorio nazionale e non solo le grandi città (dal «sacco di Agrigento» alle riforme e ai tentativi di riforma del primo centro sinistra, ai colpi di mano contro la tutela del territorio operati sistematicamente da politici corrotti o spregiudicati. È davvero avvincente l'analisi dello scontro continuo tra chi, nella società e nella politica, era (ed è) legato alla rendita e alla speculazione edilizia e chi per converso tenta e propone soluzioni nell'interesse collettivo di breve e lungo periodo.

Il libro, scritto in chiave autobiografica, ha un tono che definirei candido: senza reticenze, senza ammiccamenti, ma anche senza anatemi, dando insomma a ciascuno il suo. C'è la descrizione di personaggi chiave della storia urbanistica italiana, da quelli tragici come Fiorentino Sullo, che nessuno più ricorda («assassinato politicamente dalla Dc» per avere tentato di imporre una legge di governo dei suoli) da quelli complessi come Michele Martuscelli, il mitico direttore dei lavori pubblici (autorevole, e autoritario, garante del rispetto dell'interesse pubblico in materia edilizia) a personaggi squallidi e compromessi nella destra e - purtroppo - anche nelle file della sinistra.

Un libro piacevole da leggersi che affronta la storia di tante città, a partire da Roma e da Napoli, e che meriterebbe ben altra recensione che non questa dedicata sostanzialmente ai capitoli su Napoli. Anzi, per dirla tutta, questa mia non è neanche un recensione. E non per la storia della pipa di Magritte, ma perché dal libro colgo l'occasione per intervenire su alcuni nodi della recente storia urbanistica e politica di Napoli ancora non ben sciolti (e rispetto ai quali il libro fornisce importanti chiarimenti).

Un giudizio esagerato

De Lucia ha operato a Napoli come tecnico e come amministratore in più occasioni e per diversi anni: anni importanti nei quali la città è riuscita ad esprimere una sua forza interna, una capacità di ripresa e anche una certa carica di orgoglio civile, come nel caso della prima giunta Bassolino. E con questo arriviamo al dunque. Qualcuno ricorderà che proprio una quindicina di anni addietro si cominciò a parlare di 'Rinascimento' napoletano. Il termine e il giudizio su quel che stava avvenendo erano senza dubbio esagerati. Così come ora è esagerato ritenere che di quella esperienza non sia rimasto nulla (o che, anzi, non si sia fatto nulla di rilevante). Il periodo 'eroico' dell'amministrazione Bassolino e il suo lento declino vanno lette - come appunto fa De Lucia - dando il giusto peso alle cose, individuando cause, meriti e responsabilità.

Ma dare il giusto peso alle cose significa anche non sostenere l'unicità di quell'esperienza di rinascita cittadina. Ce n'è stata infatti anche in un'altra - forse meno importante ma di certo meno osannata e pertanto in seguito meno vituperata - che è quella della giunta Valenzi tra la seconda metà degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta. E anche in quel caso il ruolo di De Lucia fu determinante a partire dalla fine del 1980 per l'opera di ricostruzione della Campania in seguito al terremoto del 23 novembre.

È interessante riflettere sulle analogie e le differenze tra le due esperienze. La prima fu resa possibile dall'esaurirsi di un misero centro sinistra democristiano ormai incompatibile con la realtà di una città in piena trasformazione economica e sociale con il consolidamento della classe operaia e del sindacato, in un clima di crescita culturale e civile. E fu proprio questo a determinare all'ascesa di Maurizio Valenzi, sindaco comunista. Anche la seconda, e più importante, esperienza è frutto del crollo del sistema democristiano e socialista travolto da tangentopoli ma in un contesto già di crisi delle strutture produttive e di una generale crisi sociale. Non c'è più la forza della classe operaia perché la deindustrializzazione ha colpito duramente la città. Siamo nella Napoli della Dismissione: una Napoli per la quale non si riescono a vedere prospettive.

C'è forse un paradosso nel fatto che nella Napoli industriale e dinamica degli anni '70 la sinistra (il Pci) abbia scelto come suo rappresentante politico un intellettuale, mentre due decenni dopo il responsabile della commissione operaia del Pci «l'oscuro funzionario di partito» (come Antonio Bassolino, alla stregua di Petroselli veniva definito dagli oppositori interni ed esterni al partito) sia riuscito a imporsi come protagonista di quel «Rinascimento» napoletano che fece seguito alle macerie della realtà industriale cittadina, in una concezione dello sviluppo economico e civile tutta post-industriale. Comunque si è trattato delle due amministrazioni migliori che Napoli abbia mai avuto, a parte forse quelle brevi socialiste dell'immediato dopoguerra. E in entrambi i casi si riuscì a porre un freno alla speculazione edilizia e a contrastare il peso della rendita fondiaria.

Il trauma del terremoto

Nella stagione Valenzi, De Lucia entra in scena in concomitanza di un fatto traumatico, il terremoto. Ed è chiamato a Napoli come responsabile del piano di ricostruzione. La città era stata malamente ferita e la necessità di alloggi era impellente. Il Pci si impegna sostenere il programma di ricostruzione senza mezzi termini e invia un esponente di vasta esperienza, Alborghetti, a dare supporto politico. Non si realizzarono le grandi modifiche dell'impianto urbanistico - con il decongestionamento della città - che la costruzione di ventimila nuovi vani avrebbe imposto (e che era nelle speranze dei pianificatori illuminati). Ma si riuscirono a fissare dei parametri di costruzione accettabili. Furono costruiti con criteri antisismici un numero molto elevato di edifici e si riuscì a bloccare la speculazione.

E qui si innesta - come ponte tra la prima e la seconda esperienza - il ruolo del gruppo di giovani di diverse competenze, soprattutto architetti che, impegnati originariamente pel Piano per le periferie della grinta Valenzi, collaborarono con De Lucia in questa nuova impresa: «I ragazzi del piano» (oggetto di un libro con questo titolo edito da Donzelli che De Lucia cita con stima e riconoscenza). Inoltre lo scandalo dello spreco infinito di danaro per la ricostruzione in Campania non interessò Napoli se non per le giunte successive che diedero sfogo alla cementificazione e a inutili e mal fatte grandi opere (giunta Scotti etc.).

Nella seconda esperienza, De Lucia, chiamato da Bassolino a fare l' assessore all'urbanistica (l'assessorato si chiamava «alla vivibilità»), è ancora una volta personaggio chiave. La grande iniziativa di protezione e riqualificazione della città fu quella di un piano basato su alcune «varianti», soluzioni riguardanti specifiche aree della città, con indicazione delle funzioni prevalenti, delle prospettive e ovviamente della destinazione dei suoli. Anche in questo caso la destra - come all'epoca del terremoto - si scatenò fin dall'inizio aiutata anche da qualche interessato mormorio da ambiente cattolico. Si disse di tutto: troppo verde, poco verde, scarsa attenzione alle periferie e quant'altro.

Da questo punto di vista il caso di Bagnoli è emblematico. Nel bene e nel male la sorte dello stabilimento Italsider era già stata segnata. Lo scontro quindi riguardava ormai le prospettive di un'area non più industriale. I venti milioni di metri quadri resisi disponibili facevano gola a molti. I vincoli paesaggistici, di destinazione e di edificabilità imposti dalla variante di De Lucia erano (e sono) troppo difficili da digerire per i costruttori (non solo napoletani) che avevano fiutato l'affare. La posta in gioco era (e continua tutt'ora ad essere) alta: l'uso di un area tra le più belle e rinomate del mondo (il litorale flegreo) con l'alternativa tra interesse pubblico e speculazione privata. Questa non riuscì a mettere «le mani sulla città» - e questo è tutt'ora vero e molto importante - ma le amministrazioni successive alla prima giunta Bassolino che avrebbero dovuto attuare il piano (la «variante di Bagnoli») non sono riuscite affatto a realizzare l'utilizzazione prevista: attività produttive nei nuovi settori, strutture di ricerca etc. Resta solo «la città della scienza» - istituzione meritoria che però a me pare qualcosa a metà tra un museo della tecnologia e un centro convegni.

E questo stesso tipo di parabola vale più o meno per le altre «varianti». Nelle periferie si trattava di risanare le situazioni più difficili con la massima utilizzazione delle strutture esistenti, migliorando le condizioni di vivibilità a cominciare da sistema di trasporti e dalle funzioni del quartiere. A Scampia le Vele - belli e solidi edifici assolutamente inadeguati per le esigenze della popolazione insediata - erano diventate nel corso del tempo assolutamente invivibili. Con un accordo con l'Università e di altre istituzioni si era deciso di insediare in alcune di esse attività di servizio che avrebbero potuto allargare le funzioni del quartiere e articolarne la composizione sociale. Anche qui, dopo l'uscita di scena di De Lucia, ne se ne fece più nulla: i piani di riqualificazione restarono una speranza sempre più flebile. Nella retorica locale - alla maniera di Gomorra - le Vele (anzi Scampia in generale) furono presentate come una sorta del regno del male. Perciò, abbattendole, tutto si sarebbe risolto.

La Vela non si abbatte

Fu così che quando si decise di abbattere una prima Vela e si decise di farlo in pompa magna, avendo invitato stampa e quant'altro, la Vela non ne volle sapere di farsi abbattere. Si dovette faticare a lungo per averne ragione. Na' figura 'e nient, si disse a Napoli (o qualcosa di peggio). Quel giorno De Lucia aveva scritto per il manifesto un articolo dal titolo «Quella di oggi non è la mia festa» per sottolineare il carattere mistificatorio dell'operazione.

Il libro chiarisce finalmente anche in modo esplicito il perché De Lucia andò via da Napoli, perché egli prese le distanze dalla linea di Bassolino, rifiutando di entrare a far parte della seconda giunta dopo la nuova elezione plebiscitaria del sindaco. De Lucia spiega sia l'origine e la natura del suo dissenso, sia la sua riservatezza iniziale. Per quel che riguarda questo secondo aspetto - forse di scarso rilievo ora per i lettori del manifesto, ma non per chi seguiva le vicende di Napoli a quell'epoca - De Lucia scrive: «Si stabilì un tacito accordo: io avrei evitato di rendere pubbliche le ragioni per le quali avevo deciso di abbandonare la posizione, il sindaco si impegnava a non mettere in discussione il programma stabilito dalla sua prima amministrazione, soprattutto riguardo al piano regolatore». Passando invece al dissenso, c'è in primo luogo il ruolo delle cosiddette società miste, società a partecipazioni pubblica che avrebbero dovuto promuovere la vita economica della città.

Così ad esempio la società Napoli Est «avrebbe dovuto rilanciare lo sviluppo economico di San Giovanni a Teduccio e dintorni»: operazione che, man mano che andava avanti, «somigliava sempre di più a un pezzo della Neonapoli di Cirino Pomicino» (una spettacolare operazione di speculazione degli anni ottanta fortunatamente bloccata da Tangentopoli). Si trattava di una operazione fallimentare ma per la quale «senza pudore gli inventori della Napoli Est promisero diecimila nuovi posti di lavoro all'anno». A parte poi il caso specifico, il punto è che, dando inizio a queste imprese, non solo si modificavano alcuni principi di base dell'intervento urbanistico ma finiva anche per trasformarsi la base di supporto della giunta comunale con il ritorno in campo di personaggi che da tempo pareva stessero tramontando. Il caso della Napoli Est - ma se ne potrebbero citare altri analoghi - risulta dirimente: «Era evidente - conclude De Lucia - che non si trattava di un fatto episodico ma di una mutazione radicale. Leggevo in quell'atto, in nuce, l'involuzione di Bassolino».

Con il secondo mandato, Bassolino «non fu più capace di operare le scelte che avevano caratterizzato i primi tempi della nostra avventura. Aderì al pensiero unico della deregulation... e si trovò in compagnia degli scalzacani del tutto e subito». E io aggiungerei che la stessa politica dell'immagine, che tanto aveva contribuito al successo della prima fase dando entusiasmo e supporto popolare alle iniziative della giunta, finì per diventare fine e se stessa senza neanche riuscire nascondere l'enormità dei problemi non risolti. Infine la capacità innovativa, l'interesse per il nuovo e la disponibilità al cambiamento del personaggio Bassolino, secondo De Lucia, finirono per tradursi in un comportamento, antico e nefasto della sinistra meridionale: il trasformismo. E c'è poco altro da dire. Peccato.

«L'auto è un prodotto obsoleto, che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: 'tirano' per ora solo i paesi emergenti, fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi». Così ha scritto Guido Viale sul manifesto il 15 giugno scorso. Buttando all'aria tutte le «verità» di cui è intessuto il discorso del potere economico, universalmente diffuso nella «vulgata». Parlando di governi che sprecano miliardi «a cementificare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città e impraticabili strade e piazze, a riempirci di veleni rendendo sempre più sterili i suoli agricoli» e a sostenere «un'industria delle costruzioni che vive di Olimpiadi, expo, ponti fasulli e montagne sventrate»; che «continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita, e stanno riportandoci all'età della pietra».

Con lucida rabbia affermando che l'alternativa a Marchionne esiste, ed è una decisa conversione ambientale di produzione e consumi, «a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi: tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti». Ponendo i presupposti (come già notavo sul manifesto del 20 giugno) di un discorso capace di affrontare in tutta la sua terrificante magnitudine la crisi sociale e ecologica che scuote la Terra.

Ciò che d'altronde trova conferma nell'ampiezza e nella durezza della reazione prontamente opposta al discorso di Viale da numerosi e importanti organi di informazione. Condotta peraltro con argomenti che (a parte le banalità e talora le volgarità) mostrano non solo la sconfortante pochezza delle posizioni comuni anche ad «esperti» di larga fama, e la sostanziale assenza di ipotesi alternative a una realtà sociale e ambientale sempre più insostenibile, ma la deliberata mancanza di volontà, o forse la paura, di guardare senza veli questa realtà e metterla in causa: in una sorta di rimozione collettiva, di fuga dalla magnitudine di un problema apparentemente irresolubile, e soprattutto tale da rimettere in causa le «verità» come tali imperanti.

Debbo dire però che nemmeno la risposta di Viale (il manifesto 23 giugno) mi convince, anzi mi pare in qualche misura un arretramento rispetto alle posizioni coraggiosamente sostenute nel primo intervento. Come se l'autore fosse spaventato dall'azzardo del suo stesso discorso, e disposto a rispondere a quanti lo attaccano scendendo sul loro terreno. Cioè sulle consuete posizioni di una critica tutta interna alla logica invalsa: la quale non si sogna di mettere in causa la corsa obbligata alla crescita produttiva nella sua sostanziale insensatezza (il Pianeta Terra, come da sempre ripete l'ambientalismo più qualificato, non è dilatabile a nostro piacere, e ha ormai raggiunto livelli di «antropizzazione» oltre cui c'è solo catastrofe), ma si limita a discuterla in base alla capacità ricettiva dei mercati, e a quantificarla sulle previsioni della «ripresa», dei piani aziendali, della domanda dai paesi emergenti, ecc.

Viale si esercita infatti nel considerare quali settori produttivi sia preferibile conservare in Italia e quali trasferire in paesi terzi; nel calcolare il possibile aumento di produttività degli stabilimenti italiani; nell'indicare, tra le cause di scarsa efficienza, degrado complessivo del territorio, corruzione diffusa, immondizie inesorabilmente in accumulo, sfacelo amministrativo, ecc. Tutte cose vere ma che non mettono causa l'impianto complessivo dell'economia mondiale, e la sua insostenibilità presente e futura, come il primo intervento sembrava promettere, e in buona parte già abbozzava. Quella radicalità che accusava il crescente deterioramento degli ecosistemi insieme alla «irreversibile contrazione del mercato dell'auto», e apertamente auspicava la «conversione ambientale del sistema produttivo», in questa prospettiva citando l'automobile e gli armamenti - collocando anzi gli armamenti per primi - come «prodotti obsoleti o nocivi»: tutto ciò sembra, al momento almeno, dimenticato. Resta la citazione della green economy, ma senza tentativi di approfondimento della materia, che pure ne avrebbe gran bisogno.

Quando poi qualcuno gli attribuisce la convinzione che «il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione», Viale risponde: «Magari lo penso, ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso». Parole stranamente contraddittorie, che però in qualche modo a me pare descrivano in sintesi scelte e comportamenti di larga parte della migliore sinistra d'oggi. Fatta di persone per la maggioranza senza partito, ma consapevoli dell'attuale insostenibilità sociale e fisica del sistema industriale capitalistico; le quali però fuggono dalla loro stessa consapevolezza per dedicarsi a impegni parziali, ancorché di forte rilievo: vedi la grande battaglia contro la privatizzazione dell'acqua, e la resistenza alla Tav, al Ponte sullo Stretto, al Dal Molin, e il sostegno esterno alle lotte operaie di Pomigliano o Termini Imerese, ecc..

Sono tutte azioni di grande rilievo e di alto valore civile, di cui però sempre - per valorizzarne il senso autenticamente rivoluzionario - andrebbe ricordata la causa prima, puntualmente riconducibile al sistema economico e sociale dominante. Per fare un solo esempio: l'acqua pulita oggi è scarsa, non perché sia diminuita di quantità dai tempi in cui era un bene di tutti, abbondante e gratuito, ma perché oggi è usata massicciamente, e fortemente inquinata, dalla produzione industriale (basti pensare all'industrializzazione dell'agricoltura, basata su irrigazione continua e uso sistematico e massiccio di pesticidi, o ai continui sversamenti di petrolio e altre sostanze tossiche anche in acque dolci, come è accaduto di recente nel Po). Sottrarre la distribuzione dell'acqua al privato è certo sacrosanto (anch'io ho firmato), ma non basterà a salvare dalla sete intere popolazioni del Sud del mondo.

Per questo, poiché Viale si dice convinto che «il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione», come gli viene attribuito da uno dei suoi critici, forse non dovrebbe dimenticare questa sua convinzione, ma usarla (magari riformulandola in termini più congrui, diversi dal linguaggio di Francesco Forte) come elemento centrale del discorso relativo a Pomigliano o a qualsiasi altro conflitto di ordine industriale, e dunque sociale. E dovrebbe usarla di regola, come premessa illuminante di ogni proposta o intervento che riguardino decenti rapporti sociali o provvedimenti destinati ad arginare seriamente la distruzione dell' ecosistema.

Questo non accade nemmeno nell'ultimo articolo, dal titolo «Così si riconverte Pomigliano» (1 luglio) in cui Viale si impegna a delineare un dettagliato programma di «progressiva e graduale riterritorializzazione», indicata come «conversione ambientale dei settori vitali del sistema economico»: un obiettivo - afferma - largamente condiviso nel settore agroalimentare, secondo il quale dovrebbe essere restituita «sovranità alimentare a tutti i paesi». Il discorso ha indubbiamente una sua suggestione di recupero di culture perdute oltre che di migliore qualità attuale, ma non è facile vedere in che modo possa garantire una «mobilità sostenibile» con servizi di trasporto condivisi, ecc., in una società che dedica massimo impegno al continuo lancio di nuove auto; o come possa assicurare un uso ecologicamente corretto delle energie rinnovabili, dato l'abuso, oggi divenuto regola, di queste tecniche nate per sostituire le energie più inquinanti, e non - come di fatto accade - per sommarsi ad esse allo stesso fine di incontrollato produttivismo (con conseguente degrado); quando (a Copenhagen lo si diceva senza riserve e su tutti i toni) i grandi potentati economici ne stanno facendo il nuovo motore di industria e trasporto su scala planetaria, e liberamente parlano di green business, green competitivity, green power, green growth, all'interno di una dimensione operativa puntualmente fedele a una logica quantitativa, davvero difficile da leggere in chiave ecologica.

Tra l'altro Viale sembra aver dimenticato, al momento almeno, quell'azzardo di grande intelligenza che lo aveva indotto a collocare sullo stesso piano, e obbedienti alla stessa ragione, produzione di armi e produzione di automobili. Un grosso discorso, secondo me capace di conseguenze cariche di significato. Un discorso da non abbandonare.

Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive. Per Stefano Cingolani: «in certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.

Scrive Ernest Ferrari: «D'accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall'interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l'ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti...anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c'è aria di bluff?» chiede l'intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».

Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni '70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle "anatre volanti", che si alzano in volo in ordine, una dietro l'altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l'innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell'assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L'unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.

Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all'anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un'industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l'aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l'unico vero problema è l'abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?

Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all'assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno. Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.

Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d'un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l'altro era "sua", ma dove per i nuovi assunti non c'era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell'accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma "immunizzato" dal Pdl?

Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la "rieducazione" degli operai di Pomigliano - per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l'establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro - è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell'attività lavorativa, l'invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.

Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l'esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze - magari provocando anche una rivolta tra la popolazione - cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l'esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l'iniziativa di base; o il "disordine" del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.

Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E' indubbio - scrive Michele Magno - che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative...continua a pulsare qui».

Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall'oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E' in gioco - continua Magno - il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D'accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?

Per verificare se è vero che l'azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un'alternativa del genere non c'è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l'adozione di un'alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.

Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano - e sperano - che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l'opposto di quell'idea "larvatamente autoritaria" di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.

Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c'erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.

Dobbiamo un caloroso ringraziamento a Guido Viale. Mentre nessuno - anche tra i pochi che continuano a resistere - sembra intravedere un'alternativa a quella sorta di Tempi moderni in forma di contratto aziendale, proposto da Marchionne ai lavoratori di Pomigliano; mentre un gruppo di economisti di sinistra audacemente propone una tassazione a carico di rendite e capitali, ma al fine di assicurare forte ripresa e stabile sviluppo, quale unica garanzia di occupazione; Viale afferma che il "piano A" previsto per Pomigliano (cioè produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno) è inattuabile: il mercato europeo non tirerà affatto come si vorrebbe e anche Marchionne lo sa. (il manifesto, 16 giugno, p. 1-10)

Il fatto è - spiega tranquillamente Viale - che «l'auto è un prodotto obsoleto, che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: tirano per ora solo i paesi emergenti, fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi». E però «è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa. L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi: tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti».

Troppo semplice? Semplicistico? Ma a volte è questo il modo migliore per imporre idee che soltanto qualche inascoltato temerario ha il coraggio di formulare. Alla sua maniera diretta e spiccia, Viale della crisi ecologica planetaria, e dell'urgenza di affrontarla e possibilmente risolverla, dice sostanzialmente tutto. A partire dai governi che «continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita, e stanno riportandoci all'età della pietra»; che buttano miliardi «nel pozzo senza fondo delle rottamazioni», mentre orientano cospicui «flussi finanziari a cementificare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città e impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni rendendo sempre più sterili i suoli agricoli»; che insistono nel disattendere le direttive di Kyoto pagando di conseguenza cospicue penali.

Debbo dire però che, se questa denuncia di una situazione-limite, e però radicata su un fatto inoppugnabile e tremendo come l'incombente catastrofe ecologica, mi pare quanto mai utile, un po' meno mi convincono le soluzioni - alcune almeno - che Viale propone. Le fonti di energia rinnovabile come alternativa alle energie fossili, innanzitutto. Non perché non abbiano una loro valenza positiva, e non è un caso che siano nate in ambito ambientale, pensate come alternativa alle energie fossili non solo estremamente inquinanti, e infatti tra le cause prime del mutamento climatico, ma in via di rapido esaurimento. Non può però non sollevare interrogativi il fatto che la proposta con entusiasmo venga fatta propria e rilanciata dal sistema, ai fini di una green economy, capace di imporsi sui mercati come green business, con alta green competitivity, al fine della più robusta "green growth", ecc. Cioè per la continuità dell'attuale logica produttivistica, quella che Viale giustamente indica come causa prima del dissento ambientale. Non intendo negare l'utilità di queste nuove tecniche, ma credo che possano risultare davvero efficaci solo all'interno di una mutata logica produttiva, come quella che appunto Guido Viale auspica.

L'altra affermazione di Viale su cui ho qualche riserva, è che la conversione ecologica si costruisca dal basso, sul territorio: «fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città», come «il prodotto di mille iniziative dal basso». Non c'è dubbio che tutto ciò sia frutto di una sensibilità al pericolo ambiente ormai largamente presente a tutti i livelli, ma soprattutto forse proprio tra i ceti popolari; e questo certo può costituire l'humus più fertile per lo sviluppo di forze e politiche impegnate nella difesa dell'ambiente. Non so però se tutto ciò di per sé possa rappresentare la soluzione di un problema di portata planetaria. determinante per l'equilibrio di tutti i paesi, quale la sempre più terrificante crisi ecologica. Un mondo oggi definito e sostanzialmente governato dalla globalizzazione. Innanzitutto globalizzazione economica: conseguenza dell'evolversi e dilatarsi del capitalismo, che dovunque ha portato i suoi prodotti e i suoi modi di produzione. Ed è certo anche globalizzazione culturale, che il continuo potenziamento dei mezzi di comunicazione, la crescita del turismo di massa, la velocità dei sistemi di trasmissione microelettronica, rendono sempre più penetrante e determinante di modi e modelli di vita, e della loro omogeneizzazione. Non esiste però una globalizzazione politica: una mancanza di cui si avverte ormai urgente il bisogno, innanzitutto proprio ai fini della salvaguardia dell'equilibrio ecologico; quello almeno che ne rimane.

Compito immane, certo, ma forse non impossibile. Che potrebbe (dovrebbe?) far proprio anche quello che Viale indica come primo impegno di riconversione ecologica della produzione: cioè gli armamenti, cui dovrebbe seguire l'automobile. E proprio l'importanza strategica del tema "armamenti" esigerebbe una convergenza di consultazioni e delibere a livello planetario. Come dire, una sorta Bretton Woods del XXI secolo...

Utopia? In qualche modo sì. Ed è quello che sempre si rinfaccia a chiunque avanzi ipotesi del genere. La guerra è sempre esistita: questa è l'obiezione immediata. Ma è anche vero che la storia è fatta di cose che prima non c'erano, e di molte altre, durate per secoli e millenni, poi irrecuperabilmente finite. E poi: una crescita produttiva continua, senza limiti di tempo né di quantità, non è un'utopia? Una tremenda utopia negativa?

Resta tuttavia un altro interrogativo, di importanza cruciale: chi, quale soggetto politico o istituzionale, sarebbe oggi in grado di affrontare tale impegno e farsene carico? Secondo logica e storia, toccherebbe alle sinistre: le quali - anche se nessuno pare ricordarsene - sono nate per combattere il capitalismo. Ma è credibile che le sinistre attuali, quello che ne resta, trovino spinta sufficiente a recuperare quell'obiettivo? Basterebbe il coraggio di guardare la realtà, come suggerisce Viale, per concludere con lui: «Si tratta di dire, saper dire, che cosa si vuole»?

Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.

A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall'autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l'amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.

Una organizzazione del lavoro che sostituisce l'esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c'è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L'alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell'Alfasud - il «piano B» di Marchionne - e di altri diecimila lavoratori dell'indotto, in un territorio in cui l'unica vera alternativa al lavoro che non c'è è l'affiliazione alla camorra.

Per anni, a ripeterci «non c'è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c'è niente da scegliere.

Effettivamente, al piano Marchionne non c'è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell'auto l'aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi - più prima che poi - la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.

Ma a che cosa non c'è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano - e vendano - sei milioni di auto all'anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.

Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all'«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all'anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l'entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l'ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un'autentica follia.

Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L'alternativa in realtà c'è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l'impianto - cosa tutt'altro che scontata - a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto

Hai voglia! Il mercato europeo dell'auto è in irreversibile contrazione; l'auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti - fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi - ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.

Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa. L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all'efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all'agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all'edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza nell'uso dell'energia. L'industria meccanica - come quella degli armamenti - può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare - densificando l'abitato - dalle fondamenta.

Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l'Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!

Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né - eventualmente - uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all'età della pietra.

La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell'attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.

Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.

Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

Quando i liberali classici distinguevano fra la sfera individuale e quella collettiva presumevano che vi fosse condivisione di un codice di comportamento fra tutti i membri della stessa comunità

Delle coppie concettuali analizzate nella serie Le parole della politica, quella di "pubblico e privato" è senza dubbio la più peculiarmente moderna e forse anche la più complessa. Si tratta di una relazione, più che di un dualismo; una relazione che non ha mai cessato di essere oggetto di interpretazione e discussione a partire da quando, con le rivoluzioni costituzionali del Sei-Settecento, le comunità politiche si sono date criteri regolativi per dirimere contenziosi tra i loro membri e risolvere pacificamente le tensioni tra il potere costituito e i cittadini. Le carte dei diritti individuali, proprio nel momento in cui definivano i beni da proteggere – la libertà di religione, di proprietà, di parola, di un giusto processo – ponevano limiti all´intervento dello stato mentre regolavano la libertà dell´individuo (correlando i diritti agli obblighi); stabilivano non soltanto una sfera di vita privata libera dall´interferenza della legge, ma inoltre imponevano allo stato l´onere della prova per ogni decisione che poteva limitare quei diritti.

Il potere pubblico è separato e dovrebbe restare libero dai poteri attivi nella sfera privata in senso lato, come quello socio-economico e quello religioso o culturale (Art. 3 della Costituzione). Lo stato moderno segna la fine del patrimonialismo liberando la funzione pubblica dal possesso; segna l´emancipazione del potere di fare le leggi da tutti i poteri parziali. Pubblico denota allora generalità, legge eguale per tutti; il suo opposto è parzialità, decreto d´arbitrio della volontà di qualcuno o di una parte. Esso è naturalmente identificabile con democratico. Infatti, nella democrazia, l´agire politico è pubblico in due sensi dei quali il secondo è peculiare solo a questa forma di governo: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso pubblico o giustificato e aperto al pubblico, esposto sempre al giudizio dei cittadini, ai quali spettano due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato. Per ripetere le parole di Norberto Bobbio, quello democratico è un "governo pubblico in pubblico".

Nella coppia/distinzione "pubblico e privato" si riflette dunque la rivoluzione democratica e liberale nella sua interezza: il rovesciamento della piramide del potere; e il principio della giustificazione e della pubblicità del potere. Storicamente, questa rivoluzione ha iniziato il suo cammino nell´Europa dell´età della Riforma, con le guerre di religione e le lotte che accompagnarono il processo di emancipazione del potere temporale da quello spirituale. Da quelle vicende sanguinose emersero due grandi principi di libertà: quello di religione e quello di coscienza. Con il primo, si giunse a delimitare uno spazio esterno nel quale i fedeli potevano esercitare il loro culto (tolleranza di religioni diverse da quella riconosciuta dal sovrano); con il secondo, si affermò il principio di non interferenza da parte di nessuna autorità – religiosa o politica – nella scelta di fede degli individui (libertà di coscienza). Se la prima fu un´azione volta a preservare la pace sociale, la seconda fu invece una dichiarazione di sovranità della coscienza, un fatto che avrebbe avuto effetti straordinari sulla natura e i limiti del potere, non soltanto religioso e non soltanto in relazione alla questione religiosa.

La trasformazione che i diritti civili hanno portato nella politica non può essere appieno compresa se non si tiene contro del fatto che i diritti hanno umanizzato la politica perché l´hanno costretta a fare i conti con la dimensione morale (che è tra l´altro una dimensione di giudizio peculiarmente privata). La politica come nascondimento, come manipolazione o come menzogna è un fatto che non può ricevere giustificazione normativa in un universo che ha il suo centro nei diritti individuali e nell´ingiunzione al potere di rendere pubblici i suoi atti. Una prima importante conseguenza di questa interpretazione è che nella società democratica c´è una comunicazione continua e sempre aperta fra il momento politico e quello morale. Quando i liberali classici avanzarono la distinzione tra le sfere di vita –quella economica e politica, quella privata e pubblica, quella religiosa e civile, quella morale e legale – presumevano che alla base di questa distinzione ci fosse una sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di un codice di comportamento che viveva nel quotidiano e nel senso comune e che contemplava il rispetto e la dignità della persona.

Per tanto, la distinzione tra pubblico e privato non consiste in un dualismo schizofrenico e non contempla individui doppi come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde (un fenomeno che si manifesta semmai quando c´è corruzione o doppiezza, due condizioni che confliggono chiaramente con la sincerità e la pubblicità). Presume invece persone che sappiano valutare le conseguenze delle loro azioni; e che coloro che per libera scelta competono per le funzioni pubbliche siano trattati dalla legge come individui pubblici, non privati, affinché i loro atti restino visibili ai cittadini, oltre che soggetti alla legge. L´esercizio del potere quando il potere è pubblico e democratico non genera privilegio, ma semmai comporta più dovere e responsabilità. Chi esercita più potere non ha dunque più libertà privata; ne ha meno – non è un caso che la partecipazione alla vita pubblica nelle democrazia sia volontaria.

Parto dalla affermazione apparentemente paradossale contenuta in un bell´articolo di Mario Pirani (la Repubblica del 17 giugno) secondo la quale la marea nera del Golfo del Messico è assimilabile alla crisi finanziaria mondiale. Ambedue sono pulsioni di un capitalismo sregolato. Nel primo caso la sregolatezza consiste nell´uso ecologicamente ed economicamente dissennato di risorse scarse. Nel secondo, nel ricorso frenetico e altrettanto dissennato a risorse inesistenti: i risparmi delle generazioni future.

Nel primo caso il capitalismo si avvia a una crescita impossibile. Nel secondo, ad una altrettanto impossibile mercatizzazione del futuro. Quanto al primo, sono ormai sotto gli occhi di tutti le conseguenze: effetto serra, inquinamento, rifiuti. Il secondo è stato invece, fino a ieri, vantato come il più prodigioso successo storico del capitalismo.

Il vero successo storico del capitalismo era stata la realizzazione, nei primi decenni del dopoguerra, in Occidente, di un patto tra capitalismo e democrazia, un compromesso socialdemocratico in Europa e liberaldemocratico negli Stati Uniti, che associava la promessa della prosperità economica a quella di una crescente equità sociale.

Quel compromesso è stato spazzato via dalla liberazione dei movimenti di capitale. La globalizzazione, che ne è risultata, ha rovesciato i rapporti di forza tra i Governi e le Multinazionali, tra il capitale e il lavoro, tra la politica e l´economia. Ha generato un enorme e crescente squilibrio tra redditi di lavoro e redditi di capitale. Questo squilibrio avrebbe potuto resuscitare i conflitti rovinosi. dell´anteguerra. Furono evitati grazie a una «mossa del cavallo»: al ricorso massiccio e disinibito all´indebitamento. L´indebitamento spinse i consumi americani ben al di là dei limiti della produzione ignorando, grazie alla impunità del dollaro, il problema del disavanzo. L´indebitamento provocò la straordinaria espansione delle attività finanziarie fino al quadruplo del prodotto reale costituendo la base del nuovo super potere finanziario. La condizione di sostenibilità di questo colossale indebitamento era che il credito fosse continuamente rinnovato. Come l´economista Marc Bloch affermò, il capitalismo sembrava essere diventato il solo regime in cui i debiti non erano mai rimborsati. Illusione. Come le onde del mare, che si accavallano l´una sull´altra, anche le onde del debito erano destinate a infrangersi contro la riva. Alla fine del primo decennio del secolo, la più devastante crisi degli ultimi ottant´anni ha investito l´America propagandosi poi nel mondo.

Questa volta, la reazione è stata fulminea. Gli Stati hanno pagato i conti della crisi. L´indebitamento si è spostato dal privato al pubblico.

A differenza di quello privato, però, l´indebitamento pubblico viene subito a galla. E l´aspetto più grottesco è la sua denuncia da parte di coloro che ne sono stati beneficati. In queste condizioni si pone il problema di come disciplinare la finanza senza frenare la crescita. Frenare la finanza significa ridurre i debiti, il che è terribilmente difficile sia per lo Stato che deve fronteggiare la reazione politica ai tagli della spesa pubblica, sia per le imprese, una grande parte delle quali contano sul ricorso al credito per chiudere i conti. Ma soprattutto, frenare la finanza significa limitare drasticamente il potere delle banche di creare moneta, come hanno largamente fatto nelle più svariate e dissimulate forme. Finora nessuno ci ha neppure provato. E infine, se anche si riuscisse a ridurre l´indebitamento, dove trovare le risorse per finanziare gli investimenti necessari alla crescita? Temo che la scelta sarebbe quella tra rinunciarvi, accettando un lungo periodo di ristagno (vedi Giappone) o ricavare risorse dalla compressione dei redditi di lavoro e della spesa sociale. Non è ciò che minaccia di verificarsi in Europa?

Resta la prospettiva più improbabile: quella di riorientare l´economia verso uno sviluppo, come dice Pirani, «ragionevole e compatibile» ecologicamente e finanziariamente. Il che comporta grandi spostamenti nella attuale distribuzione di redditi rispetto a quella attuale, "paurosamente" squilibrata (vedi Scalfari su Repubblica del 23 giugno) e nella riallocazione delle risorse, tra beni privati e beni sociali. Ma anche, e soprattutto, un riorientamento etico. Certo, è possibile. Anzi, è necessario. Ma per chi ha passato tutta la vita a sostenere che questo è il vero problema, è difficile immaginare che il miracolo si compia nella parte che gli resta.

È la legge di gravità che ha costretto infine Aldo Brancher a dimettersi ieri da ministro. Persino in Italia, non si può rimanere sospesi nel nulla governativo senza deleghe, senza ragioni politiche, senza giustificazioni istituzionali, appesi soltanto ad un´urgenza privata di salvaguardia dalla giustizia, per scappare al proprio giudice e all´uguaglianza costituzionale dei cittadini di fronte alla legge, secondo lo sperimentato modello Berlusconi.

Per questa ragione il Premier è nudo, dopo le dimissioni di Brancher, davanti al sopruso tentato e non consumato. Il sistema - quell´insieme di regole, soggetti, diritti e doveri che reggono la Repubblica democratica - si può forzare fino a un certo punto, non oltre. Il Cavaliere ha toccato con mano questo confine: la sconfitta è pesante proprio perché è la prova di un´impotenza e la conferma che l´arbitrio ha un limite. Quel limite democratico che passa tra la tenuta delle istituzioni responsabili e la reazione della pubblica opinione.

È un Cavaliere dimezzato quello che nomina Brancher ministro e poi lo ritira, svilendo il governo nelle porte girevoli di un triste vaudeville. Una specie di animale politico ferito perché la prepotenza istituzionale era stata finora la sua vera arma per uscire dalle difficoltà, quando si trovava nell´angolo.

Ora rimane l´angolo, le difficoltà si ingigantiscono sotto gli occhi di tutti, ma la prepotenza non funziona più. Il ruggito del "ghe pensi mi" viene ingigantito dai telegiornali, ma sembra venire dal cimitero degli elefanti, quasi una richiesta d´aiuto. Così l´annuncio roboante di pochi giorni fa, a reti unificate, si rovescia nel preannuncio di una ritirata impaurita, da governo balneare democristiano.

Che cosa resta di questo avventurismo da fine corsa? Le impronte digitali, prima di tutto, sugli annali della Repubblica. Sono le impronte tipiche di Berlusconi e testimoniano due cose: prima fra tutte, la concezione privata dello Stato, e l´uso del governo e dei ministeri come un qualsiasi appannaggio personale, di cui il Capo può disporre comunque a vantaggio di chiunque, meglio se si tratta di suoi ex dipendenti aziendali.

Ma è ancora più grave, perché rivelatrice, la seconda lezione che si deve trarre dal caso Berlusconi-Brancher. Ed è il rapporto inconfessabile che lega il nostro Presidente del Consiglio ad alcuni uomini - ieri Previti, oggi Brancher, ieri, oggi e domani Dell´Utri - che conoscono e partecipano il segreto oscuro delle origini. Fra questi personaggi e il Cavaliere il rapporto sotto pressione diventa drammatico e costringente da entrambe le parti. Un rapporto servo-padrone ma con i ruoli che si scambiano, perché è via via sempre più palese che entrambi agiscono in una dipendenza reciproca che li obbliga terribilmente, di cui non possono liberarsi: semplicemente perché ognuno sa ciò che l´altro conosce, e non c´è salvezza fuori da questo legame costrittivo, per sempre.

È una logica da setta ben più che da partito, da gruppo chiuso e non da formazione liberale, è la negazione della trasparenza e della pubblicità che dovrebbe governare la politica, anche nei momenti più difficili, anche nei conflitti. E il vero gran sacerdote, Fedele Confalonieri, ha svelato addirittura la liturgia e il rito ambrosiano separato che regola il cerchio più ristretto del berlusconismo, nel leggendario racconto all´epoca dell´arresto di Brancher per Tangentopoli: quando rivelò che lui e Berlusconi, futuro Presidente del Consiglio italiano, ogni domenica mattina si facevano condurre dall´autista attorno a San Vittore, dove giravano in Mercedes «per entrare in comunicazione spirituale con Brancher detenuto».

Bisogna domandarsi, a questo punto, qual è il grado di libertà personale e politica di un Capo di governo che sente questo tipo di obbligazioni e per rispondervi è costretto a ingannare il Capo dello Stato (che non ci sta) e a compiere atti politicamente autolesionisti per un´evidente urgenza a cui non può permettersi di sfuggire. Un premier che nomina un ministro per un incarico che non c´è e che tiene vuoto l´incarico di un altro ministro che non c´è più, costretto a dimettersi per lo scandalo - tutto ancora aperto - della Protezione Civile.

La questione, con ogni evidenza, non è giudiziaria, è tutta politica. Brancher, come gli auguriamo, può anche risultare innocente in tribunale, ma resta colpevole la commistione tra i suoi guai privati e il salvacondotto pubblico costruito insieme con il Cavaliere. La marcia indietro obbligata conferma che non ci sono più coperchi ad Arcore per le troppe pentole fabbricate da diavoli di serie B: e testimonia una debolezza politica ormai evidente nel leader, dopo la condanna di Dell´Utri, la rivolta costituzionale di Fini, gli avvertimenti istituzionali di Napolitano, l´incertezza della manovra, lo scandalo Bertolaso, l´affare Scajola, la forza separata di Tremonti, la febbre della Lega.

L´immagine che riassume tutto è il piano inclinato: sul quale rotola un governo che non governa da mesi, una leadership imponente ma immobile nel suo affanno -salvo colpi di coda-, come una balena spiaggiata. E al fondo della confusione, rotola un ministro ormai abbandonato che va a dimettersi addirittura in quel tribunale a cui voleva sfuggire, con la nomina fantasma del Cavaliere.

Nelle icone alchimistiche il re vecchio, quindi debole, divagante, gaffeur, muore e rinasce giovane: in una l´ammazzano dei rivoltosi (Stolcius de Stolcenberg, Viridarium Chymicum, 1524); nell´altra lo divora un lupo, simbolo della materia primordiale, e lui riappare poco distante, uscendo incolume dal fuoco (Maier, Scrutinium chymicum, 1687: cito da Jung). Viene in mente Re Lanterna, al secolo Silvio Berlusconi. Settantaquattro anni sono un´età ancora virile ma ogni tanto l´obiettivo crudele fissa figure che il trucco non ingentilisce, ad esempio, maschere d´ira torva, come chi, soverchiato dai fatti, non sappia dove battere la testa: il governo dorme al punto basso d´una terribile crisi economica; ministri o sottosegretari corrono pericoli penali; uno s´è dovuto dimettere; due o tre stanno sulla corda; in corte d´appello incassa sette anni il vecchio sodale, definito contiguo a poteri mafiosi, e qualora la decisione diventasse res iudicata, sarebbe arduo scindere l´impero d´Arcore da quei precedenti; nel partito l´obbedienza non è più assoluta. Sua Maestà soffre i tempi. Da via Solferino lancia allarmi la bibbia dei moderati, insolitamente disinvolta, senza toccare il monarca, beninteso. L´editoriale del 28 giugno invoca "un colpo d´ala". Chi abbia memoria buona rammenta lo scandaloso "fondo" in cui 65 anni fa l´allora direttore della Stampa, Concetto Pettinato, fustiga l´inerte governo repubblichino: "Se ci sei, batti un colpo"; frase futile nello scenario mondiale, quando mancano poche settimane all´epilogo e relativi rendiconti; da quella compagnia moribonda l´accusatore tardivo non poteva pretendere niente, sapendone l´ignobile storia.

Le cri du coeur non risuona invano. L´indomani un foglio della Casa risponde in gergo ambrosiano: "Silvio s´è rotto dei pirla" (Libero, 29 giugno); l´elegante frase appende alla gogna i dignitari pericolanti, colpevoli perché maldestri, in specie l´ultimo, appena nominato, con titoli dubbi, così incauto da opporre al tribunale lo scudo sotto cui Dominus Berlusco aspetta un terzo lodo d´immunità. Vi sarebbe molto da obiettare: gliel´aveva fornito lui, avendo buoni motivi, talmente buoni da indurlo al passo prevedibilmente rischioso, ma l´arte dei discorsi corretti vale poco nei regimi padronali, quindi chiudiamo gli occhi sull´incongruo; la colpa non è mai del padrone; nella stessa logica sghemba italiani devoti al Duce vituperavano i gerarchi invocando purghe esemplari. Che bell´animale espiatorio era Achille Starace. "Batta un colpo, dia una sterzata", allontani "qualche uomo che gli sta attorno". I fascisti li chiamavano "cambi della guardia". L´indomani, festa dei santi Pietro e Paolo, l´ex-socialista craxiano con stemma piduistico, capogruppo a Montecitorio, nell´intervista al Corriere indica la via d´uscita dalla congiuntura: riaffermare la leadership berlusconiana; con poteri rinforzati, inutile dirlo, che liberino miracolosi dinamismi. L´Uomo forte era sull´altra sponda atlantica. Da lì batte un colpo rovesciando il tavolo: gli ottimisti consideravano rinviabile all´autunno il ddl che inibisce le intercettazioni, a tutela d´una varia fioritura criminale; nossignori, sia votato dalle Camere in piena estate; gl´Italiani capiranno chi comanda.

Torniamo al "colpo d´ala"; lo invoca un cantore della "moderna democrazia liberale" ed enumera gl´inadempimenti: primo, la riforma della giustizia; come riformarla? Separando le carriere. Scaviamo sotto le parole. Poco o niente da obiettare se i riformatori postulassero due magistrature organicamente distinte, fermo restando l´identico stato giuridico; ma vogliono un pubblico ministero sui generis, "avvocato dell´accusa". Ancora parole vaghe.

L´autentico disegno trapela su due punti capitali, inscindibili: azione penale esercitabile o no, secondo lune politiche, mentre l´art. 112 Cost. la esige obbligatoria; e l´ufficio requirente convertito in lunga mano governativa negli affari de iustitia, in una catena gerarchica dall´ultimo sostituto all´onorevole Angelino Alfano. Che in Francia sia così, è argomento spudorato. Siamo in Italia, dove potere tirannico, cortigianeria, impulsi servili hanno radici profonde. In paesi meno guasti eventuali abusi sono rimediabili nel dibattito parlamentare. Qui vengono i brividi se pensiamo cos´avverrebbe appena la scelta del perseguire o no l´ipotetico reo dipenda da ministri ubbidienti: nessuno disturba i ruminanti della greppia governativa e meno che mai sfiora Sua Maestà d´Arcore; diventano superflui gli scudi; in compenso, "avvocati d´accusa" tengono d´occhio i politicamente malvisti; e poco male se il paese sprofonda, fino a quando nelle ore canoniche i Tg, lanterna magica, raccontino favole gaudiose al pubblico stupefatto, i cui voti scendono docili nell´urna.

Abbiamo capito perché la prima doléance sia una mancata "riforma delle carriere": d´un colpo incardina l´ancora malfermo regime padronale; quanto tempo era costata l´inutile ricerca d´espedienti che Lo rendano intoccabile dalla giustizia terrena. Siamo al quarto tentativo: due lodi invalidi; una legge precariamente rabberciata, su cui pende la stessa sorte; un terzo lodo in grembo alle Camere, da votare con la procedura delle revisioni costituzionali, e ogni intenditore lo vede altrettanto invalido; infine, il pensatoio blu elucubra una risuscitata immunità parlamentare, volendo salvare dalle molestie giudiziarie ottocento teste, meno gli oppositori antipatici. Sarebbe così comoda la leva penale in mano al guardasigilli, manovrabile secundum quid. Scivolando sui sottintesi, lo auspica l´organo dell´opinione moderata. Autorevole dottrina, ha due ascendenti negli anni Ottanta: Bettino Craxi, al quale Comuni memori intitolano una via; e Licio Gelli, iniquamente escluso dal culto toponomastico, come talvolta capita ai precursori; entrambi avevano qualche motivo per detestare l´azione penale obbligatoria (le cui sintassi e storia varrà la pena d´esporre, tanto importanti sono gl´interessi coinvolti).

Giovanni De Luna, L'insurrezione legale della gioventù del «miracolo»
Cronologia, L'avventura dc e nera del governo Tambroni
Tambroni
Alberto Piccinini, Colonna sonora. La cantata colta di Amodei sui morti di Reggio Emilia

LUGLIO '60
L'insurrezione legale della gioventù del «miracolo»
di Giovanni De Luna

Mezzo secolo dopo è abbastanza facile collocare storicamente il «luglio '60». Basta la cronologia. Basta il confronto con l'anno precedente, il 1959, (quando la lira ottenne l'Oscar per la moneta più stabile da parte del Financial Times), e con quello seguente, il 1961, quando i dati del censimento rivelarono che in dieci anni eravamo diventati la quinta potenza industriale del mondo. Si trattava del «miracolo italiano». Il mutamento non interessò soltanto la struttura economica ma rimbalzò sulle strutture sociali e demografiche, sull'assetto territoriale, sulle caratteristiche professionali della forza-lavoro, sul funzionamento dei servizi pubblici, sull'organizzazione scolastica e su quella assistenziale. Cambiò anche la politica. Il centrismo degasperiano aveva alle spalle un'Italia sessuofobica, bigotta, contadina; la nuova Italia trovò nel centrosinistra la formula governativa per accettare la sfida di una modernizzazione improvvisa e tumultuosa.

Il luglio '60 si inserisce in questa sequenza di eventi, così che Genova con la sua insurrezione contro il Congresso del Msi, Reggio Emilia con i suoi morti sparati dalla polizia (così come Palermo, Licata, Catania), Roma con le cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo, rappresentano oggi nitidamente i luoghi in cui la «grande trasformazione» che aveva investito la struttura profonda del nostro paese si manifestò nelle forme più esplicite del conflitto ideologico e della partecipazione politica.

Senza il boom non ci sarebbe stato il luglio '60. Senza il boom non ci sarebbero stati «i giovani delle magliette a striscie» che ne furono i protagonisti e l'icona simbolica. In quei dieci anni erano diventati produttori (entrando tumultuosamente nel mercato del lavoro), erano diventati consumatori (ci fu allora per la prima volta una loro musica, il rock, un loro modo di vestire, i jeans, il loro percepirsi in una netta discontinuità rispetto alla frugalità delle generazioni precedenti); nelle piazze del luglio '60 scoprirono la politica e l'impegno. Lasciando tutti stupiti. I partiti politici e un'opinione pubblica quasi incredula nei confronti delle «rivelazione» di cosa era maturato nelle pieghe profonde di una «gioventù» che semmai si credeva orientata più verso i valori della destra. Tutti gli osservatori furono allora colpiti proprio da questo tratto della rivolta: «Non sono soltanto i figli che ripetono fedelmente e riprendono la tradizione lasciata dai padri - notava Carlo Levi- sono questi giovani degli uomini autonomi, con caratteri nuovi, differenziati, diversi, sono i ragazzi di Palermo, sono gli operai e gli studenti di Genova, sono i giovani di ogni parte d'Italia che danno un senso nuovo alla lotta sindacale, che affermano la necessità e il diritto dello sciopero politico, sono i giovani senza ricordi di servitù con la volontà di essere uomini».

Il luglio '60 cambiò la storia d'Italia almeno fino al 1992-1994. Fino ad allora, dal 1948 in poi, era stato l'anticomunismo il valore di riferimento della leadership politica del paese. La Costituzione era stata congelata. Codici, leggi, comportamenti politici erano ancora quelli dettati dal fascismo. Era la continuità dello stato che si rifletteva negli organigrammi delle forze dell'ordine, della magistratura, del blocco del potere economico. Con il luglio '60 l'antifascismo si ripropose come elemento fondante del nostro paradigma costituzionale. Non più un «patto sulle procedure» come era stato nel biennio che aveva portato all'approvazione della Costituzione; non ancora un'alleanza tra i partiti dell'«arco costituzionale» come sarebbe diventato dopo, ma un agente della trasformazione sociale, capace di intercettare e di dialogare con i nuovi fermenti alimentati dalla «grande trasformazione». «L'ipotesi più attendibile e più confortante - scrisse allora Passato e Presente - è che in luglio le masse si sono battute per la libertà: per una libertà minacciata, sì, ma certo più per una libertà da conquistare che da difendere. Si è lottato contro la cancrena diffusa nell'organizzazione sociale e politica attraverso l'insolente furfanteria dei politicanti, la corruzione del sottogoverno, la grettezza bigotta della censura, la tracotanza padronale nella fabbrica, l'avvilimento della scuola, l'istituto della raccomandazione sostituito al diritto al lavoro, la retorica nazionalistica sciorinata a coprire le piaghe sociali».

È impressionante notare oggi la vivacità culturale che si ritrova a cavallo delle giornate del luglio '60. Non solo una canzone (come quella di Fausto Amodei sui morti di Reggio Emilia) e l'esperienza liberatoria della musica dei «Cantacronache»; ma anche il cinema (dopo la glaciazione degli anni '50 - con un unico e solo film dedicato alla Resistenza, Achtung Banditi di Lizzani del 1954 - uscirono uno dopo l'altro Il generale Della Rovere, Le quattro giornate di Napoli, Tutti a casa..), la letteratura, l'arte e perfino la televisione che nel 1961, dopo 7 anni dalla sua nascita, mandò in onda per la prima volta un programma dedicato alla Resistenza. Un paese che si trasformava nella sua struttura economica e scopriva la strada della modernizzazione culturale si riconobbe allora pienamente e compiutamente nell'antifascismo.

Tra gli antifascisti, Piero Caleffi parlò allora a proposito di Genova di «insurrezione legale». Era un ossimoro, ma oggi segnala quella che fu allora una percezione diffusa. Venti anni di fascismo avevano introdotto i germi di due fenomeni difficili da smaltire: la violenza era stata utilizzata vittoriosamente per prendere il potere e distruggere le istituzioni dello Stato liberale; l'unica forma di opposizione politica possibile era quella legata alla clandestinità e illegalità. Sviluppatosi contro la dittatura, l'antifascismo era nato nell'illegalità e nell'illegalità aveva trovato l'unico possibile antidoto all'oppressione, approdando alla concezione di una legalità fondata sui principi morali e contro le leggi dello Stato. Questa legalità superiore era diventata legalità tout court con la Carta Costituzionale che vietava la ricostituzione del partito fascista. Gli insorti di Genova si percepirono dentro quella legalità costituzionale e infransero le leggi con la coscienza di chi sa che quella disobbedienza è alimentata dai succhi della democrazia e della lotta per la libertà. Era tutto molto chiaro: «Da una parte - come scriveva allora Francesco Fancello - esiste un categorico divieto della nostra carta costituzionale alla ricostituzione del partito fascista....dall'altra parte l'aspetto giuridico formale del problema è soverchiato da quello derivante dalla carica morale-politica che ha trascinato tanti italiani nel campo dei fuorilegge...durante il tempo del fascismo dominante». Quel tempo era allora vicino, ancora troppo vicino.

CRONOLOGIA

L'avventura dc e nera del governo Tambroni

7 GENNAIO 1960: L'Osservatore Romano definisce inammissibile ogni apertura a sinistra.

21 FEBBRAIO: Il Partito liberale ritira il suo appoggio al governo Segni.

9 MARZO: Segni è incaricato di formare il nuovo governo.

21 MARZO: Segni rinuncia all'incarico.

25 MARZO: Tambroni presenta al presidente Gronchi il suo ministero.

4 APRILE: Tambroni presenta il governo alla Camera.

11 APRILE: Tambroni si dimette.

14 APRILE: L'incarico viene affidato a Fanfani.

22 APRILE: Fanfani rinuncia all'incarico.

23 APRILE: Gronchi invita Tambroni a presentarsi al Senato per completare l'iter costituzionale.

5 MAGGIO: Nasce il governo Tambroni. È un monocolore Dc che si regge con il sostegno preponderante dei voti dei monarchici e

dei fascisti missini

26 GIUGNO: Congresso provinciale del Msi a Genova.

28 GIUGNO: Pertini tiene un comizio a cui partecipano trentamila persone.

30 GIUGNO: Sciopero generale a Genova. Scontri tra cittadini e polizia in piazza De Ferrari.

1 LUGLIO: Sciopero generale a Milano, Livorno, Ferrara.

2 LUGLIO: Il congresso del Msi non viene più tenuto a Genova. I neofascisti lasciano la città protetti dalla polizia.

3 LUGLIO: Grande assemblea unitaria delle forze antifasciste al teatro Duse di Genova. Presenti tra gli altri Longo, Secchia, Terracini, Parri, Antonicelli, Peretti Griva.

5 LUGLIO: Il Senato approva per alzata di mano il bilancio del ministero degli Interni.

A Licata, il primo morto del governo Tambroni.

6 LUGLIO: La polizia carica deputati e manifestanti a Porta San Paolo a Roma. Sciopero generale in tutta Italia.

7 LUGLIO: Strage di Reggio Emilia: cinque morti e decine di feriti tra la popolazione.

8 LUGLIO: Scioperi di protesta in tutta Italia. Strage a Palermo: due morti e decine di feriti. Un morto a Catania.

9 LUGLIO: L'agenzia tambroniana Eco di Roma afferma che «l'ordine e la legalità sono stati ristabiliti in tutto il paese». Centomila persone partecipano a Reggio Emilia al funerale dei caduti.

12 LUGLIO: Dibattito alla Camera: Nenni, Saragat, Togliatti chiedono che Tambroni se ne vada.

14 LUGLIO: Tambroni difende alla Camera l'operato del suo governo e accusa i comunisti di aver mobilitato la «piazza» contro la legalità.

17 LUGLIO: Manifestazioni in tutta Italia contro il governo.

19 LUGLIO: Ultimo Consiglio dei ministri del governo Tambroni.

21 LUGLIO: A Porta San Paolo, grande comizio antifascista di Ferruccio Parri.

28 LUGLIO: Nasce il governo Fanfani.

18 FEBBRAIO 1963: Tambroni muore d'infarto a Roma.

(da «Il luglio 1960», P. G. Murgia, Sugar edizioni»)

TAMBRONI

Un dc «borghese, maschio, virile, antimarxista»

Chi era Fernando Tambroni? Così lo presentava una nota del suo ufficio stampa: «L'onorevole Tambroni appartiene a quella borghesia maschia e virile che si affaccia sui problemi sociali e politici senza infingimenti, ma soprattutto senza paura. È un lavoratore efficiente e metodico in un mondo di pigri, un solutore di problemi legislativi, un difensore strenuo e implacabile di quella invalicabile linea che distingue la nostra etica politica dal marxismo della estrema sinistra». 59 anni, originario di Ascoli Piceno, è cresciuto alla scuola del partito cattolico. Nel '25 è segretario del Partito popolare di Ancona. Chiamato davanti al federale, firma un umiliante atto di sottomissione, riconoscendo «Benito Mussolini come l'uomo designato dalla provvidenza di Dio a forgiare la grandezza di un popolo». Così svolge indisturbato la sua professione di avvocato. Appena si delinea la caduta del fascismo, torna a farsi notare in ambienti cattolici. È sottosegretario alla Marina Mercantile nel governo De Gasperi. Ma è il ruolo di ministro degli interni quello che più gli si confà. Nel 1955 è ministro degli interni del governo Segni, è ancora agli Interni con il governo Zoli e poi nel secondo governo Fanfani nel 1958. Nel suo ruolo crea un «Uffico psicologico», un «Ufficio speciale di polizia politica», impiegando il primo apparato per raccogliere indiscrezioni sulla vita privata di parlamentari, prelati, giornalisti, ministri, finanzieri. Nella sua conduzione Tambroni adopera la maniera forte. Da subito si presenta come difensore delle istituzioni contro la minaccia social-comunista: «Ogni tentativo - dichiara - di minaccia alle istituzioni (l'ho già detto, ma mi pare che nel nostro Paese vi sia molta gente con l'ovatta nelle orecchie), e quindi di pericolo per la libertà, sarà decisamente contenuto e, ove sia necessario, senza esitazioni, e per il bene della collettività decisamente represso».

COLONNA SONORA

La cantata colta di Amodei sui morti di Reggio Emilia

di Alberto Piccinini

«Compagno cittadino, fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi». Ha scritto Umberto Eco che Per i morti di Reggio Emilia è l'unica canzone che può stare, «per forza di trascinamento, alla pari con la Marsigliese». A cominciare dal quel termine, «cittadino» («Aux armes, citoyens»). «Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo giù in Sicilia/ son morti dei compagni per mano dei fascisti». Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia nel 1960, a 25 anni. Faceva parte del gruppo torinese Cantacronache, culla della canzone impegnata italiana. Musicalmente coltissimo, era innamorato pazzo di Brassens e Brel. Indossò le vesti dell'autore «straniato» alla Kurt Weil e alla Hans Eisler per cantare la cronaca dell'eccidio di Reggio Emilia. Scelse un tema in minore, senza le modulazioni cabarettistiche che amava, ispirato ai momenti cantabili di Quadri di un esposizione di Mussorgsky.

«Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera/ fischia il vento infuria la bufera». Dicono le cronache che la sera del 6 luglio 1960, 300 operai delle Officine Reggiane si fermarono a manifestare davanti al Monumento ai Caduti di Reggio, cantando canzoni di protesta. Fu qui che la polizia caricò armi in pugno, lasciandone cinque uccisi a terra. I più anziani di loro, Afro Tondelli, Marino Serri, Emidio Reverberi, erano stati partigiani, e per questo la canzone non solo traccia una linea di continuità tra vecchi e nuovi partigiani, ma mostra in maniera teatrale, brechtiana, la piccola folla che canta prima di essere attaccata dalla polizia. «Uguale è la canzone che abbiamo da cantare» - è il terzo ritornello - Scarpe rotte eppur bisogna alzare». Come un gioco di scatole cinesi Per i morti di Reggio Emilia è perciò una canzone che ne contiene molte altre. Fischia il vento, Bandiera rossa, persino l'Inno di Garibaldi del 1858, che cominciava così: «Si scopron le tombe, si levano i morti/ i martiri nostri son tutti risorti». «A 19 anni è morto Ovidio Franchi/ per quelli che son stanchi o sono ancora incerti» Uno dei motti dei Cantacronache recitava così: «Evadere dall'evasione». Contro le canzonette sanremesi, la musica gastronomica. Amodei incrocia in quel luglio 1960 il soprassalto della prima generazione dei ventenni post-Resistenza, gli stanchi e gli incerti, tentati dalle seduzioni del boom economico. Un'aria di noia e rassegnazione che lo stesso Amodei aveva appena fotografato in una canzone splendida: Qualcosa da aspettare, ambientata in certe domeniche che piove con gli operai e le loro ragazze «dentro i cinema e a ballare», successivamente interpretata da Enzo Jannacci.

«Lauro Farioli è morto per riparare al torto/ di chi si è già scordato di Duccio Galimberti/ Son morti sui vent'anni per il nostro domani/ son morti come vecchi partigiani». Il soprannome di Lauro Farioli era «Modugno», per vaga somiglianza col cantante, la faccia più popolare della nuova canzone italiana. A proposito dei vent'anni, per i Cantacronache Italo Calvino aveva scritto Oltre il ponte, una elegiaca canzone sulla Resistenza che iniziava così: «Avevamo vent'anni e oltre il ponte, oltre il ponte che è in mano nemica, vedevam l'altra riva la vita...». «Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli...». L'elenco dei cinque morti di Reggio Emilia, come se lo leggessimo nella stele del Monumento ai Caduti dove l'azione si svolge, è incompleto per motivi metrici. Il nome di Emidio Reverberi si può ascoltare soltanto nella strofa finale (e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli...), che porta all'ultimo ritornello: morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa/ tutti a cantar con noi bandiera Rossa. Nella versione originale di Amodei la canzone fu interpretata dal solo autore, con lieve arpeggio di chitarra e i vezzi alla Brassens. Furono gli Stormy Six e il Canzoniere delle Lame, più di dieci anni dopo, a consegnarci la versione militante in cui il ritornello è cantato in coro. Fausto Amodei, com'è giusto, lasciò la sua Morti di Reggio Emilia alla tradizione, continuando a scrivere canzoni contro il (neo)fascismo e la Resistenza dimenticata. Una di queste era la parodia del fascistissimo Canto degli Arditi, e si intitolava Se non li conoscete (1972). Curioso che la stessa melodia fosse già stata scelta nel 1960 per raccontare le giornate genovesi delle magliette a strisce in piazza contro il governo Tambroni. «E piazza de Ferrari in un attimo fu presa - recitavano quelle strofette - fascisti e celerini chiedevano la resa/ Poi poi poi ci chiamavano teddy boys». Una voce, forse solo una suggestione, sostiene che le avesse composte nientemeno che Fabrizio De Andrè. Un altro innamorato di Brassens, come Fausto Amodei.

Una sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell’Utri, l’uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt’intera l’avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l’anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle "famiglie" di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una "verità" tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come – ancora oggi – possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l’esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa – uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro – alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall’accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che «dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell’Utri a Cosa Nostra) non sussiste». Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore.

Dunque, si legge nel capo di imputazione: Marcello dell’Utri ha «concorso nelle attività dell’associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell’associazione l’influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell’organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell’Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare – a vantaggio dell’associazione – individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982».

Di questo parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato l’«intermediario» fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi. La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell’Utri media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di "artefice delle soluzioni" gli permette di occupare un ruolo decisivo alla destra del Capo. Il ruolo di Dell’Utri va scorto e compreso nella relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni e gli incontri organizzati da Dell’Utri. Il patron di Fininvest, negli anni Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo’ di dimostrazione un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel 1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni, che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con lui, "spremerlo", bisogna sovrapporre il lavorio d’ambasciatore di Dell’Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l’incontro tra Berlusconi e i "mammasantissima" Stefano Bontate e Mimmo Teresi per "rassicurarlo" dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare «un accordo di convivenza con Cosa Nostra». Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde dietro l’attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e, soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell’incontro, non ci saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se Silvio Berlusconi («vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di quelle pressioni») non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere rifiutando il suo contributo di verità per chiarire – per dire – l’assunzione e l’allontanamento di Vittorio Mangano da Arcore; i suoi rapporti con Dell’Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle famiglie di Palermo di investire a Milano.

Questa narrazione ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice soltanto di Dell’Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella sorta di "assicurazione" con la mafia che il Cavaliere sottoscrive ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi. Non c’è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un costo decisivo, politico e d’immagine. Perché se si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante l’ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove Dell’Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna, anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam (prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992 (prescritto). Già potrebbe bastare e invece, alla sua sinistra, agisce (ancora oggi) un avvocato (Previti) condannato per la corruzione dei giudici e, alla sua destra, (ancora oggi) c’è un uomo (Dell’Utri) a disposizione degli interessi mafiosi. Questo è il triste tableau che accompagna Silvio Berlusconi e il malcostume e gli illegalismi che lo circondano – da Scajola a Lunardi, da Bertolaso a Brancher – non ne sono che un ragionato riflesso. I corifei possono anche strepitare e manipolare i fatti. La scena – tragica per il Paese – non può essere temperata o adulterata dalla riduzione della condanna di Dell’Utri di due anni né dalla conclusione della corte di Palermo di considerare l’insussistenza del concorso in associazione mafiosa "dal 1992 in poi". Bisognerà attendere le motivazioni per valutare questa decisione che colora di nero la silhouette del "Berlusconi imprenditore" liberando da ogni dubbio e responsabilità (sembra) il "Berlusconi politico". La contraddizione non può far felice il capo del governo. L’imprenditore passerà alla storia come il boss di una banda di criminali. Il politico dovrà guardarsi da un’incoerenza giudiziaria che stimolerà – più che deprimere – le inchieste sulla trattativa tra Stato e Mafia, avviata con le stragi del 1992 e accompagnata dalle bombe del 1993.

Gli ultimi tre libri dello studioso francese della complessità Edgar Morin rivalutano il pensiero di Karl Marx in nome di una critica della realtà mondiale dopo il crollo del socialismo reale. Un ritorno alle origini del suo percorso intellettuale dettato inoltre dal degrado ambientale e dai conflitti sociali alimentati dalla crisi economica, ma anche dagli effetti totalitari di una ideologia del progresso che sta portando l'umanità all'autodistruzione



Una vita segnata da grandi passioni e da una profonda insofferenza verso qualsiasi prassi teorica che non accetti di aderire a quel principio di realtà da cui dovrebbe trarre linfa vitale. Un'attitudine che lo ha portato a uscire dal pratico comunista francese poco dopo la liberazione del suo paese e a fustigare per quasi un quarantennio la figura dell'intellettuale engagé incarnato da Jean Paul Sartre, colpevole di occultare il reale in nome di una teoria, quella comunista, che nell'Unione sovietica era diventata una religione di stato strenuamente difesa da istituzioni e personaggi che ricordavano più l'inquisizione che non esponenti di un partito che voleva cambiare il mondo. Uno strano destino ha però portato Edgar Morin, acclamato teorico della complessità, a ritornare alle sue origini intellettuali, mandando alle stampe, a pochi mesi di distanza, tre libri che hanno come asse portante il pensiero di Karl Marx, ritenuto, dopo una vita passata a marcare la distanza intellettuale e politica dalle sue posizioni, uno dei massimi filosofi dell'Ottocento e massimo interprete del capitalismo mondiale.

Certo, il Marx che propone Morin si discosta moltissimo da tutte le varie e spesso conflittuali interpretazioni che si sono accumulate nel corso degli anni. Sotto molti aspetti è un Marx vincolato alle nozioni di «individuo sociale» e di «essere generico», chiavi di accesso ai misteri della natura umana all'interno della quale la trasformazione e il cambiamento delle proprie condizioni di vita e di scambio con la natura impediscono, secondo Morin, il consolidamento di realtà politiche autoritarie. Il ritorno all'autore de «Il capitale» è inoltre fortemente raccomandato come antidoto all'ideologia di uno sviluppo economico che si fa beffe delle compatibilità ambientali e che vede il libero mercato come una «terra promessa»: ideologia che sta conducendo l'umanità sull'orlo dell'abisso. Marx, in quanto sofisticato interprete della «mondializzazione» capitalista, può dunque aiutare a fermare la folle marcia verso l'autodistruzione della civiltà.

L'antagonismo rimosso

Fin qui nulla di nuovo. Sono oramai alcuni anni che intellettuali e opinion makers sicuramente non marxisti rivalutano il barbone di Treviri come lo studioso che ha saputo cogliere il meccanismo profondo che porta il capitalismo a periodiche crisi. È questa, ad esempio, la tesi sviluppata da Jacques Attali in un pamphlet di successo incentrato sull'autore de Il capitale. Oppure Marx è stato evocato come il filosofo, e qui il riferimento d'obbligo è agli Spettri di Marx di Jacques Derrida, che ha colto quel principio ordinatore della realtà moderna che sono i rapporti di produzione. E, infine, in ordine di tempo va ricordato l'omaggio fatto alla sua critica dell'economia politica fatto da quella specie di bignami del libero mercato che è la rivista Economist, che ha indicato in Marx il teorico meglio attrezzato per comprendere il perché il crollo del castello dei subprime stava minacciando di coinvolgere non solo qualche economia nazionale, ma tutto il capitalismo mondiale. In ogni caso, sono tutti Marx che erano depurati della fortunata tesi che invitava a trasformare il mondo dopo averlo interpretato.

Dunque un filosofo o un economista che val bene agitare solo per segnalare che il capitalismo, o la modernità, non gode di buona salute. Edgar Morin, invece, e qui sta l'interesse del primo dei libri qui presi in esame ( Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi, Erickson edizioni, pp. 104, euro 10), vuole inserire Marx nel Pantheon dei teorici della complessità, in base alla quale, sostiene Morin, gli antagonismi della realtà contemporanea sono complementari l'uno all'altro e entrambi importanti per comprendere il mondo così come esso è. In questo caso, la teoria marxiana «scopre» che il conflitto tra capitale e lavoro nasce all'interno di rapporti di produzione che, a loro volte producono asimmetrie di potere e diseguaglianze sociali. È questo uno degli antagonismi presenti nella società capitalistica. Ma è lo stesso Marx che indica nella borghesia un fattore dinamico, progressivo della modernità. Da qui la necessità di una dialogica che metta in una relazione di complementarietà gli antagonismi del capitalismo.

Indubbiamente, un'interpretazione stravagante, quella di Edgar Morin. Che ritorna anche nel saggio Il gioco della verità e dell'errore (Erickson edizioni, pp. 174, euro 14), nel quale il richiamo a Marx è mitigato da una condanna senza appello del socialismo reale, che ha costituito la forma più brutale di autoritarismo politico perché ha costruito un sistema di potere fondato su un concetto di verità assoluto. Nel socialismo reale non era contemplata nessuna possibilità di errore da parte del partito al potere. E anche quando esso si manifestava, la superiorità del socialismo reale risiedeva nella pratica dell'autocritica, dispositivo attraverso il quale gli interpreti della verità correggevano le piccole deviazioni dalla strada maestra che gli «esecutori» dei piani del partito aveva intrapreso.

In questi due volumi ci sono molte pagine dedicate allo spirito gregario degli intellettuali, che hanno fatto di tutto per occultare il fatto che le società socialiste erano società fondate sulla sistematica menzogna da parte delle autorità su quanto accadeva nei singoli paesi. E di come abbiamo legittimato regimi politici che negavano i più elementari diritti civili e sociali di quella classe operaia che volevano «liberare» dalle catene dello sfruttamento. Allo stesso tempo Morin tesse elogi non segnati dal dubbio al pluralismo politico delle società democratiche, perché impedisce l'«errore ideologico» che ha contraddistinto tutti i marxismi.

Anche in questo caso l'aspetto interessante della riflessione di Morin non è la critica del socialismo reale, che spesso suona le corde della morale e poco dell'analisi su come un movimento che voleva la liberazione di uomini e donne si è trasformato nel suo opposto. Interessante è la proposizione di una figura dell'intellettuale in quanto «deviante minoritario», l'unico modo per essere davvero nel reale, visto che gli intellettuali organici diventano sempre complici del potere, impedendo così sia la comprensione che le possibilità di trasformare la realtà. Per Morin, gli intellettuali organici hanno legittimato il «rifiuto del reale» e confermato una visione dogmatica, religiosa del socialismo reale. Il «deviante minoritario» è invece la coscienza critica che sa cogliere gli antagonismi della realtà, ma anche la loro complementarietà, perché salvaguardia il momento della negatività, della critica, dell'opposizione che le minoranze hanno sempre rappresentato nelle società. Da qui alla affermazione apodittica che non ci sono principi normativi della realtà il passo è breve. Per Morin, infatti, assistiamo, talvolta paralizzati, altre volte entusiasti, a un continuo divenire che assume il reale e lo supera non cancellando nessuna delle sue caratteristiche.

La metamorfosi della civiltà

Gli studiosi di Hegel non avranno difficoltà a riconoscere in questa enfasi del divenire la categoria dell'aufhebung, che è sì sintesi tra una tesi e la sua antitesi, ma anche conservazione degli elementi di verità presenti tanto nella tesi che nell'antitesi. E Marx è stato il teorico che meglio di altri ha messo al lavoro la sintesi hegeliana, anche se per Morin questo consente di cancellare la centralità del conflitto tra capitale e lavoro nella riflessione marxiana. Non è infatti la classe operaia il soggetto del cambiamento, bensì il lavoro sotterraneo dei «devianti minoritari» che colgono appieno il complesso rapporto tra l'ideale e il reale e viralmente diffondono elementi di verità sul reale per attivare quella «metamorfosi della società-mondo» che si contrappone a qualsiasi idea di rivoluzione. Nel volume Oltre l'abisso (Armando editore, pp. 125, euro 15) Morin non ha infatti dubbi. Dopo la soffocante stagione del socialismo reale, l'umanità è entrata nella spirale distruttiva del libero mercato che mette in discussione la stessa esistenza della specie umana. Anche in questo caso Marx corre in aiuto il «deviante minoritario» perché la sua concezione della natura umana prevede che il singolo può essere homo sapiens, ma anche homo ludens, homo oeconomicus, homo mythologicus e homo demens, perché l'essere generico di cui scrive Marx nei Manoscritti economico-filosofici è propedeutico a quella unitas mulpiplex di cui l'umanità ha necessità per sfuggire alla sua possibile distruzione.

Il linguaggio di Edgar Morin talvolta è irritante per la continua evocazione di un fondo indicibile, perché «misteriosofico» dell'agire umano, che lo porta a un procedere poetico che poco facilita la lettura dei suoi testi. Ma non è questo che non convince della sua riflessione contenuta in questi tre volumi. Tutto quanto ruota, infatti, all'irruzione nel reale di un imprevisto, la crisi economica di questo plumbeo inizio di millennio. Come dal nulla irrompono di nuovo sulla scena conflitti di classe che la retorica del libero mercato aveva occultato. E questa volte non c'è solo una granitica classe operaia che afferma il suo desiderio di non essere ridotta merce. Nella «società-mondo» il conflitto di classe ha come posta in palio proprio quell'individuo sociale marxiano che vuole diventare unitas multiplex. Morin è consapevole di ciò e cerca di salvaguardare la sua difesa del pluralismo politico facendo leva proprio su Marx, cioè uno dei critici più radicale della finzione democratica. CONTINUA|PAGINA12 Non si vuole qui negare l'avversione al socialismo reale, né i limiti dei tanti marxismi. I punti che proprio non tornano della riflessione di Morin sono teorici e dunque politici. Il primo è il rapporto tra teoria e prassi. Per lo studioso francese c'è sempre contraddizione tra il pensare il mondo e la prassi per trasformarlo. Vale però la pena sottolineare che si può pensare il mondo per trasformalo, mentre la prassi è la condizione necessaria per poter pensare la realtà. Dunque tra teoria e prassi non c'è contraddizione, semmai una tensione fondamentale per sviluppare un punto di vista politico forte sulla realtà.

Per una umanità sull'orlo dell'abisso non serve però evocare l'alternativa tra socialismo o barbarie, quanto portare alla luce le potenzialità di riscatto, di rivolta, di trasformazione che si danno già nel reale. E gli antagonismi riportare al centro della scena dalla crisi economica, non mettono in evidenza solo generose resistenze destinate alla sconfitta, ma anche possibilità di ricombinare soggettività produttive disperse e annichilite dalla precarietà. In una situazione dove la fine della sinistra è continuamente rimossa da chi pensa di collegarsi a quella tradizione la riflessione di Morin aiuta però a sfuggire alla sirene che vogliono considerare definitivamente chiusa non quella storia, ma la possibilità stessa di poter cambiare il mondo.

Tra una teoria della complessità che pensa di poter superare gli antagonismi della realtà in nome della loro complementarietà e chi rimpiange la tradizione politica del movimento operaio va costruita tenacemente un'altra opzione. Quella appunto che guarda con interesse a un individuo sociale che, come scriveva Marx, riconosce la sua natura di animale sociale e al tempo stesso che vuol sfuggire al triste destino del regno della necessità. Un regno della necessità dove è vigente la finzione democratica, che certo aiuta, come scrive Edgar Morin, a sfuggire alla malattia dell'«errore ideologico», ma non aiuta certo l'esercizio della libertà.

UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER CAMBIARE LA REALTÀ

La semi scomparsa di Marx dalle librerie italiane è il risultato, tra le altre cose, della politica culturale della ex-sinistra che in questi ultimi vent'anni non ha fatto altro che annunciare la morte di Marx, salvo trovarsi oggi di fronte ad una crisi mondiale del capitale che, guarda caso, e come molti economisti e commentatori anche di area liberale e cattolica non mancano di rilevare, conferma le analisi dell'autore del Capitale. Molti intellettuali ex (comunisti, socialisti, nuova sinistra) trattano Marx nello stesso modo in cui i contemporanei del Moro definivano Hegel: «un cane morto». Guido Liguori di recente ha lamentato la scarsezza dei testi e le difficoltà a reperirli ogniqualvolta si vuole organizzare un percorso di studio su Marx o, semplicemente, si vuole leggere qualche suo testo. La necessità di dedicarsi ad attività di commento, traduzione e pubblicazione di testi antichi e moderni di e su Marx (e su importanti autori marxisti) è una necessità quindi impellente. D'altronde, come ricordava Engels in una lettera del 21 settembre 1890 allo studente berlinese e redattore di riviste socialiste Joseph Bloch, è più utile «studiare questa teoria sulle fonti originali e non di seconda mano».

Va tuttavia segnalato il fatto che da qualche anno sono riapparsi testi e commenti di e su Marx. Da qui la segnalazione, consapevole della parzialità e dell'incompletezza di questi essenziali suggerimenti bibliografici, i quali, comunque, possono rappresentare una prima «cassetta degli attrezzi» per comprendere il mondo contemporaneo.

Al di là della ristampa de «Il capitale» da parte della Newton Compton, l'annuncio della ristampa dei Grundrisse da parte della manifestolibri per il prossimo ottobre, vanno segnali i seguenti libri: Karl Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti, a cura di Vladimiro Giacché (Derive Approdi); Karl Marx, Quaderni antropologici, a cura di Politta Foraboschi (Unicopli); Karl Marx, Forme di produzione precapitalistiche, a cura di Diego Fusaro, (Bompiani); Karl Marx, L'alienazione, a cura di Marcello Musto (Donzelli).

Per quanto riguarda i saggi sul Moro vanno invece ricordati : Marx e Hegel. Contributi a una rilettura di Roberto Fineschi ( Carocci); Marx e l'etomismo greco. Alle radici del materialismo storico e Karl Marx e la schiavitù salariata. Uno studio sula lato cattivo della storia di Diego Fusaro, (Il Prato). Marx e l'educazione di Mario Alighiero Manacorda (Armando); , Lessico marxiano , Manifesto libri; La lunga accumulazione originaria. Politica e lavoro nel mercato mondiale, a cura di Devi Sacchetto e Massimiliano Tomba (Ombre corte); Pensare con Marx Ripensare Marx. Teorie per il nostro tempo, a cura di Cinzia Azzurra (Edizioni Alegre); L'ultimo Marx di Enrique Dussel (Manifestolibri), il volume collettivo Marx e la storia. Con un'antologia di testi (Unicopli); Marx di Stefano Petrucciani (Carocci) e Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario di Diego Fusaro (Bompiani).

Donatello Santarone

I fatti di questo periodo obbligano a concludere che l´attuale fase politica e istituzionale deve essere pure definita come quella dell´"eversione quotidiana". Questo nuovo dato di realtà può essere colto se si riflette su una domanda che molti hanno fatto negli ultimi tempi: vi è una differenza tra il tempo di Mani pulite e la nuova ondata corruttiva che è davanti ai nostri occhi?

Questa differenza esiste, ed è profonda. Non siamo soltanto di fronte al prepotente ritorno di una corruzione alla quale l´azione giudiziaria aveva cercato di porre un argine, e che aveva sostanzialmente le sue radici in un bisogno della politica di "approvvigionarsi" di risorse finanziarie, con ovvie contiguità con il mondo degli affari e arricchimenti privati che accompagnavano il flusso di denaro verso i partiti. Oggi le cose sono diverse, e il caso Brancher, ultimo tra i tanti, lo illustra nel modo più eloquente.

Si è nominato un ministro soltanto per provvederlo di uno "scudo istituzionale", che potesse sottrarlo all´accertamento delle sue eventuali responsabilità penali. Ecco il cambiamento. Mentre i comportamenti del passato rimanevano comunque nell´area dell´illegalità, ora si costruisce una "legalità speciale" che serve a far rientrare in un´area lecita quel che dovrebbe invece rimanerne fuori. Si distorce così il significato del ricorso alla legge, non più garanzia ma scappatoia. E all´ombra di questa legge distorta si pratica l´eversione quotidiana, uno stillicidio di comportamenti che stravolgono il funzionamento delle istituzioni e dell´intera vita pubblica. Certo, si è evitata almeno la conseguenza più scandalosa dell´affare Brancher, il ricorso al legittimo impedimento per sottrarsi al processo, grazie alle proteste dell´opinione pubblica e di una parte del mondo politico, accompagnate in modo decisivo dai potenti anticorpi istituzionali prodotti dall´azione del Presidente della Repubblica. Ma proprio l´intera ricostruzione dei fatti rivela altri aspetti inquietanti, che mettono radicalmente in dubbio la possibilità che Brancher rimanga al suo posto di ministro. Inoltre, questo caso non è isolato, né rappresenta una eccezione, visto che trova la sua origine in una delle più clamorose leggi fatte per la persona di Silvio Berlusconi, appunto quella sul legittimo impedimento.

Ma il fondamento della nuova eversione non è qui soltanto, come testimonia tutto quello che è emerso intorno alla protezione civile, alle grandi opere, alla gestione di vere o presunte emergenze, alla privatizzazione del pubblico perseguita attraverso la creazione di società per azioni. Le vicende scandalose non sono l´effetto esclusivo di "deviazioni" personali. Sono rese possibili proprio dall´esistenza massiccia di una legalità speciale, di leggi congegnate per far crescere l´opacità dei comportamenti pubblici, oltre che di ordinanze sottratte a ogni controllo, che hanno sconvolto il sistema delle fonti del diritto, che hanno creato sacche di oscurità e di arbitrio, denunciate istituzionalmente nelle ultime settimane in particolare dalla Corte dei conti e dall´Autorità di vigilanza sui lavori pubblici.

Dalla lotta alla corruzione si è passati alla manipolazione istituzionale, che ha come fine proprio quello di legittimare formalmente comportamenti che ogni giorno cancellano ogni confine tra pubblico e privato, che fanno apparire superflua la moralità pubblica, che consentono tranquille e stupefacenti ammissioni di uso privato del potere da parte di personalità pubbliche. È questa l´eversione quotidiana, che corrompe istituzioni e costume, e così fa venir meno quella fiducia dei cittadini che è un carburante indispensabile per il buon funzionamento della macchina democratica. Mentre ai tempi di Mani pulite si tentava almeno di bonificare il terreno sul quale era fiorita la corruzione, oggi invece il terreno istituzionale viene pazientemente concimato perché comportamenti nella sostanza illeciti possano essere praticati legittimamente e alla luce del sole. Proprio la trasparenza impudica, che sfida con la sua esibizione legalità e rispetto dei cittadini, attribuisce a queste vicende un carattere eversivo.

È così nato un nuovo "mostruoso connubio" tra politica, amministrazione e affari che fa impallidire quello denunciato nel 1880 da Silvio Spaventa, del quale vale la pena di citare alcune parole. «La protezione giuridica e la protezione civile, chiamando così tutti gli altri beni che i cittadini hanno diritto di chiedere allo Stato, oltre alla tutela del diritto, dev´essere intera, eguale, imparziale, accessibile a tutti, anche sotto un governo di parte. L´amministrazione dev´essere secondo la legge e non secondo l´arbitrio e l´interesse di partito; e la legge deve essere applicata a tutti con giustizia ed equanimità verso tutti». La maggior gravità della situazione di oggi, rispetto ai tempi di Spaventa e di Mani pulite, sta nel fatto che l´eversione quotidiana fa sì che neppure la legge possa essere invocata, non avendo la funzione di perseguire giustizia e eguaglianza, ma quella, opposta, di offrire impunità e privilegio.

È evidente che con l´eversione quotidiana la democrazia non può convivere. E troppi guasti italiani derivano sempre di più dal fatto che questa convivenza è durata troppo a lungo.

PREMESSA

Un'analisi tutta sociologica del fenomeno leghista e incentrata prevalentemente sul carattere solo etnico-territoriale delle sue manifestazioni, non coglie né la profondità delle sue radici, né la fortuna duratura e addirittura ascendente del movimento di Bossi. Mentre sono da più parti sotto osservazione gli effetti del populismo e della xenofobia del "senatur" per le devastazioni culturali che hanno modificato in profondo il sentire popolare nelle società del Nord, sfugge alla comprensione dei più il ruolo assunto dalla politica economica della Lega, che ha contribuito non poco a depotenziare il conflitto nel mondo del lavoro. Questa non è mai stata presa sul serio dalla politica nazionale, anche quando assumeva concretamente il ruolo di ricostruzione nel Nord ricco, ma segnato da una cultura egualitaria e dalla forza del movimento operaio, di una identità liberista e connaturata con la cultura industriale della grande impresa. Forse perchè la Lega non enfatizza nelle posizioni ufficiali la centralità dell’impresa rispetto al lavoro, soprattutto quando dice di dedicarsi alla difesa degli operai del Nord. O forse perché, nonostante iniziative decise e di contrasto esplicito come quelle assunte dall’insieme della CGIL Lombarda in tutti gli anni ’90 e culminata con la manifestazione nazionale antisecessionista a Milano del 20 settembre 1997, si è preferito trattare l’ossessione all’esclusione presente nel DNA della Lega come un risvolto della difesa ad oltranza del proprio territorio, anziché come una scelta di classe, quale emergerà all’approssimarsi dei suoi uomini al governo. Altro che costola della sinistra!

Proprio per rimediare una lettura che giudico insufficiente del fenomeno leghista e del suo successo, insisterò in queste note sull’ispirazione economica liberista della sua strategia e sul carattere classista del federalismo fiscale, accolto come aspirazione popolare nell’ignoranza delle conseguenze sul patto sociale alle radici della nostra Costituzione. In fondo, senza riferimenti al programma economico, non si capirebbe il sodalizio perfino culturale tra Bossi e Tremonti e nemmeno il successo nel campo berlusconiano - con il placet di Confindustria - della calata a Roma dei ministri leghisti provenienti dalla Lombardia. Molte delle "svolte" e delle mutazioni delle camice verdi traggono le loro motivazioni dall'economia e si saldano non a caso con le aspirazioni del partito azienda di Berlusconi e della lobby del privato sociale di Formigoni, che patteggiano volentieri con le rudezze estreme dei padani, ben consapevoli di averli al fianco nell’attacco agli articoli 1, 3 e 41 della Costituzione e nell’abbattimento del welfare e del diritto del lavoro.

LEGA E CULTURA D’IMPRESA

Nascita e sviluppo improvviso del "leghismo" – come osserva Salvatore D’Albergo nella prefazione al libro Leghe e leghismo di A. Ruggeri – “sono databili in stretto collegamento con l’abbandono di una strategia di trasformazione in senso sociale dei rapporti economici e convergenza istituzionale sul territorio, in una prospettiva che poneva le piccole imprese in una visione del lavoro come motivo di un patto, con un movimento operaio deciso a fare della programmazione democratica dell'economia lo strumento di valorizzazione delle forze richiamantesi ai valori di un nuovo tipo di civiltà, fondata sull'emancipazione e non sul profitto”. Si tratta della fase declinante del PCI, dello spostamento del PSI verso il craxismo, con la CGIL ancora impegnata nell’estensione della contrattazione decentrata e per i diritti di informazione e il piano di impresa. E non sarà un caso se la percezione dei pericoli del leghismo saranno avvertiti nel sindacato e prevalentemente rimossi nel mondo politico. E’ in crisi la democrazia di massa, si rompe l’unità sindacale, ma una parte consistente della CGIL coglie l'equivoco del federalismo come rafforzamento dei poteri istituzionali nelle regioni-stato ricche, per assecondare il primato del sistema delle imprese e cancellare l'autonomia del lavoro e l’universalità delle sue conquiste. La Lega non smetterà mai di puntare all’impresa come soggetto di trasformazione, pur manifestandosi per “la piccola”, ma con piena fiducia nella ideologia “della grande” e del sistema economico liberale di mercato, candidandosi così a forza di governo solo apparentemente antisistema. L’affinità Bossi-Berlusconi è nelle cose, oltre l’apparenza e con il passare del tempo la Lega al Nord si radicherà sempre di più nella fabbrica diffusa e Forza Italia nelle città, ma la convergenza, nonostante le mal riposte speranze del centrosinistra, non verrà mai meno. Anzi, attorno all’alleanza di governo di centrodestra si rafforzerà una “cultura generale” proprio come portato della supremazia dell’impresa. Una cultura che va oltre la Lega e da cui la Lega si alimenta, che persegue la caduta dello spirito pubblico mentre esalta in chiave conservatrice la responsabilità verso la famiglia, la laboriosità e il liberalismo assistenziale caritativo, unico “diritto” a cui accedono i deboli. Credo che il cuore varesotto delle camice verdi nasca in particolare dal pragmatismo che ha pervaso e pervade gli ambienti confindustriali locali, prima che le piccole imprese di quella provincia. La logica aziendale che rifiuta qualsiasi programmazione, che non si fa carico di dimensioni oltre il proprio territorio, che non supera il proprio settore merceologico per intraprendere politiche di investimento e scelte produttive dimensionate alla crisi e alla globalizzazione, è certamente assai più tipica di una grande associazione industriale di provincia che non di Assolombarda. E la Varese leghista fin dall’inizio prova a mandare in politica industriali locali e a promuovere rappresentanti economici influenti a livello nazionale che, in mancanza di programmazione, si battono per orientare i fini generali dell’interesse pubblico e delle politiche fiscali e creditizie ai fini privati.

Ritengo che nasca anche dall’esperienza di crisi profondissima della grande industria varesina degli anni ‘80 e ’90 la richiesta, poi abbracciata in tutta la Lombardia e il Veneto, di trattenere a livello locale le risorse, la voglia di pensare allo sviluppo in chiave secessionista, il trascinamento delle piccole imprese e dell’artigianato nell’appiattimento sulle scelte di rivalsa sul costo del lavoro adottate dall’impresa maggiore. Se è l’impresa che unifica l’economia e non c’è iniziativa politica per unificare il sociale, allora è la logica dell’impresa che si impone sul territorio, scompare il lavoro come soggetto antagonista e padroni e operai si ritrovano sulla stessa barca, a remare contro presunti nemici collocati in altri territori nella più pura competizione capitalista tra di loro.

2. L’ECONOMIA POLITICA DELLA LEGA

Spesso trascurata, la teorizzazione economica del secessionismo leghista è tutt’altro che trascurabile. Se oggi la coincidenza di posizioni con Tremonti, fa pensare a una gerarchia e a una dipendenza dalle posizioni del Ministro, nondimeno alcuni tratti della “resistenza” del Tesoro nei confronti di Berlusconi si possono rintracciare nel pensiero leghista di lungo corso.

Pensiero articolato, che esprime da sempre una forte adesione alle direttive del capitale finanziario del FMI e dell’OCSE e infatti, nonostante l’antieuropeismo sbandierato, si affretta ad aderire alle soluzioni antisociali adottate in questi giorni dall’Ecofin e dalla Banca Europea, proprio in quanto puntano alla riduzione della spesa pubblica, al taglio del debito verso salari e pensioni, remunerando invece appieno l’esposizione verso le banche e il capitale finanziario.

Entrando più in dettaglio, sul piano previdenziale l’idea dei fondi regionali rientra in quella dell’estensione del risparmio forzoso collettivo territoriale e aziendale e quella dell’integrazione privata obbligatoria nel sostegno alle polizze assicurative, che la Lombardia già adombra anche per la sanità. L’economia sociale mutualistica e cooperativa no profit viene posta come occasione di interesse per i lavoratori locali e come problema dell’accumulazione governata e “redistribuita” politicamente ai propri elettori. E’ impressionante la crescita al Nord in questi ultimi cinque anni di cooperative targate Lega e perfino la “presa delle banche” annunciata da Bossi non risulta estranea a questo contesto. La rendita finanziaria dei fondi è oggetto di grande attenzione e viene perseguita sia attraverso il depotenziamento delle entità economiche di diritto pubblico che li controllano sia attraverso la nomina diretta di esponenti leghisti nei consigli di amministrazione. “La democrazia del danaro fondata sul ruolo della Borsa valori”, proclamata in una risoluzione congressuale, è sostenuta attivamente con la propensione a portare in borsa tutto quanto proviene dai patrimoni municipali, compreso il ciclo dell’acqua di cui a parole si difende la natura pubblica. L’occupazione e gli investimenti sono affrontati solo in termini corporativi, lasciati alla libera determinazione delle imprese, rispetto cui lo Stato si adegua, semmai favorendo il Nord rispetto al Sud. Basti pensare alla pura agitazione per il declino del settore tessile nella bergamasca e al clamoroso silenzio sulle scelte di Marchionne per gli stabilimenti FIAT o, ancora, alla acquiescenza per la trasformazione alla periferia milanese di due milioni di metri quadrati dell’ex Alfa Romeo in villette e centri commerciali. Il protezionismo economico si traduce in una tensione a produrre dazi e disincentivi all’importazione, inadeguata al livello della concorrenza determinata dalla nuova divisione del lavoro e dall’ordine imposto dal capitale finanziario, riducendo al nulla anche l’assistenzialismo economico promesso localmente ai sistemi delle piccole imprese.

Così il federalismo propugnato a gran voce in un quadro di rottura dell’unità nazionale, si situa come una necessità in una situazione in cui la ricapitalizzazione delle imprese del Nord richiede ingenti risorse, oltre quelle sottratte alle retribuzioni e alla redistribuzione del reddito. In questa fase della crisi globale lo Stato deve servire l’impresa, per garantire un uso privato dell’accumulazione pubblica. Ma per evitare conflitti insanabili, occorre che almeno al Nord lo stato sociale e le retribuzioni per i residenti vengano minimamente tutelate, magari a costo della privatizzazione del primo e della perdita dei diritti per i salariati. Di conseguenza, il federalismo fiscale si offre come panacea, ma solo per una soluzione che implica come sua cifra l’esclusione e la rottura dell’unità nazionale.

L’INTERESSE OPERAIO PER LA LEGA

Accreditata sul piano politico e nel sentire popolare come forza “antisistema”, la Lega può apparire come non immediatamente reazionaria e perfino conciliabile con la tradizione di sinistra da cui ha mutuato l’assiduità della presenza territoriale. La politica economica della Lega e le dichiarazioni roboanti con cui difenderebbe il lavoro dalle incursioni dei non residenti, fa trasparire che una maggiore disponibilità di risorse e ricchezze trattenute sul territorio potrebbe essere devoluta alla solidarietà. Il passaggio dell’autonomia impositiva ai comuni e la riduzione delle tasse e dei contributi assicurerebbero servizi all’altezza e salari adeguati, anche senza esercitare un conflitto nei luoghi della produzione. Quindi, la Lega adombra una sua linea per occupazione e welfare, anche se sotto bandiere lontane dalla giustizia sociale e nel nome del federalismo competitivo. Ne segue che una parte consistente di elettori comincia a credere che un prelievo fiscale e contributivo, tutto riversato a livello locale o con una parte minima di trasferimento per il funzionamento dello stato centrale, sarebbe una buona cosa per il lavoro dipendente. Il superamento del welfare che conosciamo e dell’intervento pubblico viene concepito come il viatico per la creazione di una economia più potente rispetto al sociale, che per tradizione apparteneva alla sinistra. Una economia più potente consentirebbe alle imprese di non soccombere e, quindi, di “elargire” anche nella nuova fase della globalizzazione tutele sufficienti ai dipendenti. Quella che viene auspicata è una società a suo modo cooperativa a livello territoriale, ma sempre più imprenditoriale e aconflittuale e che, tuttavia, offre appigli in un mare in burrasca.

Non sto qui a riprendere quanto le ragioni di un successo di una narrazione così fragile stiano anche nella scomparsa della sinistra e nella solitudine a cui sono stati abbandonati gli operai. Voglio tuttavia dare alcuni dati sulla trasformazione del lavoro in Lombardia, che danno fiato all’intuizione della Lega di attrarre il mondo operaio partendo – se si può dire così – dall’omogeneità del territorio anziché dalla multiformità di condizioni di lavoro difficilmente inquadrabili in base a modelli del passato. Negli ultimi venti anni l’economia produttiva dei servizi subisce una trasformazione epocale (raggiunge il 70% dell’attività complessiva), mentre crolla sotto il 30% l’occupazione nella manifattura. Con la fine della grande impresa esplode la microimpresa: 507.590 unità produttive hanno un solo addetto; il 90% delle unità hanno meno di 19 dipendenti, mentre solo 799 superano i 250 nella regione più industrializzata d’Italia. I lavoratori occupati in fabbriche sopra i 50 dipendenti sono a malapena un quarto dei 728.647 extracomunitari residenti in Lombardia e meno di un quinto delle partite IVA, concentrate per lo più nelle aree urbane. Se si cercano rappresentanze politiche di questa sconvolgente trasformazione economica e sociale, ci si accorge che Lega e Forza Italia hanno almeno provato a intercettare quello che la sinistra ha visto solo a consuntivo. I risultati della recente tornata elettorale, che ho provato ad analizzare in un articolo sull’ultimo numero di Critica Marxista, sono un’ulteriore riprova dello spostamento a destra o nell’area del non voto del lavoro produttivo al Nord.

IL GRIMALDELLO DEL FEDERALISMO FISCALE

Del federalismo fiscale viene sempre celebrata la funzione taumaturgica di responsabilizzazione del meccanismo della spesa. Di conseguenza, la rottura dell'unità nazionale scivola dal versante eversivo della secessione per approdare alla "moderna necessità" di riformare lo Stato. Lasciando intendere che la riunificazione del Paese - non più data dai diritti di cittadinanza per tutti sanciti dalla Costituzione - è opzionale e possibile solo a valle del processo di privatizzazione dei beni comuni fondamentali come sanità, istruzione e mercato del lavoro, con la loro ridislocazione in ambito regionale, a seconda delle “capacità fiscali” dei residenti e sulla base di un modello sociale che abbandona la solidarietà e l’uguaglianza per abbracciare un regionalismo competitivo e a geometria variabile.

A fare da apripista di questo autentico sconvolgimento è stata Regione Lombardia che, con l'appoggio di una parte cospicua delle forze di centrosinistra che avevano dato origine all'Unione, Ds e Margherita in primis, ha presentato nel 2008 una proposta di legge al Parlamento aggressiva, egoistica e priva di respiro nazionale. Il modello lombardo, fondato sul consumo del patrimonio collettivo, annaspa, è a corto di risorse, ha necessità urgente di trattenere molti più soldi sul territorio, anche a discapito dell’universalità dei diritti in ambito nazionale. In base a queste spinte, il federalismo alla lombarda ha già provato, in modo “bipartisan” e con l’opposizione solo della sinistra radicale, a rompere quell'equilibrio tra le regioni che oggi la nostra Carta garantisce e che le lotte sindacali e democratiche di tutto il dopoguerra hanno contribuito a rafforzare. Ma il progetto Calderoli, che oggi sta alla base della realizzazione del federalismo fiscale evita davvero gli eccessi lombardi che l’hanno ispirato e non avrebbe di fatto pesanti ripercussioni direttamente sulla prima parte della Costituzione? Le premesse di un'ulteriore frattura sociale ci sono tutte, perché prevalgono la pretesa di autosufficienza dei territori più ricchi e, soprattutto, viene introdotto il principio di sussidiarietà, che apre al privato lo spazio di erogazione delle prestazioni legate ai livelli essenziali di assistenza. Una chiara vittoria di quella impostazione economica della Lega che ho illustrato nei paragrafi precedenti.

Se abbracciamo al buio il federalismo fiscale di Calderoli, occorre sapere bene quale è il patto sociale in essere che andiamo a stravolgere. Oggi la spesa pubblica totale, pro-capite in euro, è spalmata su tutte le regioni italiane in maniera molto uniforme. E questo significa che i diritti e le condizioni dei singoli cittadini - che abitino a Centocelle o ai Parioli a Roma, o che abitino a San Siro o in Via Montenapoleone a Milano - è abbastanza uniforme, poiché, dal punto di vista dell'intervento dello Stato, c'è al massimo una diversa ripartizione tra spesa locale e spesa statale, con il fondo perequativo, messo in discussione dal federalismo fiscale nella sua entità e natura, in grado di riequilibrare le situazioni. Infatti i più ricchi contribuiscono all’estensione dei diritti ai più poveri in base all’art. 3 della Costituzione, che rimuove gli impedimenti sociali alla realizzazione dell’uguaglianza del cittadino. In questo caso attraverso la progressività dell’imposta fiscale personale, per cui il flusso va dal più ricco al più povero, non, come si blatera, da una regione all’altra. Oggi le tasse non appartengono al territorio: appartengono allo Stato, che ha un compito di giustizia sociale e redistributiva tra tutti i suoi cittadini. Quindi, il gettito non è dei cittadini residenti. I quali hanno sì maggiore “capacità fiscale” al Nord rispetto al Sud, ma sono in credito semplicemente perché sono mediamente più ricchi, non più generosi. Oggi il meccanismo di perequazione funziona tanto tra un cittadino ricco della Lombardia e un povero della Basilicata, quanto tra il lombardo ricco e il lombardo povero.

Questo patto, che ha alla base la progressività fiscale estesa a tutto il territorio nazionale, oggi viene divelto. Le comunità territoriali più ricche, che oggi versano di più allo Stato proprio per consentirgli un carattere non residuale sul welfare e sul lavoro, con il federalismo fiscale indietreggeranno rispetto alle politiche sociali nazionali, mentre apriranno le porte alla concorrenza pubblico privato in materia di servizi. Non stiamo parlando di un castello astratto, ma di un legame stretto tra il contesto fiscale, quello finanziario e quello istituzionale con enormi risvolti sul piano politico e sociale. Messo così, il federalismo fiscale è espressione della politica autoritaria dei forti posta in antitesi sia al governo dal basso sia ad un federalismo municipale che libererebbe più partecipazione e stimolerebbe un controllo diretto. Siamo di fronte al colpo più duro sferrato alla nostra Costituzione di democrazia sociale, che alimenta pericolosissime e possibilmente tragiche tentazioni in tempo di crisi: tanto più con un’Europa sociale allo sbando e con una Merkel che adombra un modello di relazioni a diversa velocità tra territori forti e deboli e tra monete che allontana la prospettiva dell’uguaglianza anche dal modello sociale “renano” che abbiamo cercato di proporre al resto del mondo in competizione.

Nella società tribale dei longobardi, tra il servo e l’uomo libero esisteva una categoria intermedia: quella degli "aldi". L’"aldo" era in qualche modo simile al liberto romano, ma con una notevole differenza: il liberto era uno schiavo liberato; in quanto tale aveva l’obbligo non solo morale ma addirittura giuridico di restar fedele alla "gens" cui apparteneva il suo liberatore. L’"aldo" invece non era stato beneficiario d’una vera e propria liberazione: semplicemente non era più soggetto alle limitazioni dei servi, si poteva muovere liberamente sul territorio e poteva anche svolgere affari e negozi in proprio nome, ma doveva fedeltà e obbedienza assoluta al suo padrone, assisterlo, rappresentarlo e battersi per lui e soltanto per lui. La volontà del suo padrone era la sola sua legge.

Queste cose pensavo quando Aldo Brancher è asceso nei giorni scorsi agli onori della cronaca. Chi meglio di lui raffigura l’"aldo" longobardo? Chi più di lui ha rappresentato il suo padrone ed ha stipulato negozi per lui? Negozi di alta politica (snodo di collegamento tra Berlusconi e la Lega) e negozi di sordidi affari (pagamenti in nero destinati a fini di corruzione di partiti, uomini politici, dirigenti amministrativi, imprenditori)?

Dalle accuse relative ad un periodo lontano, quando Berlusconi non era ancora entrato in politica e tanto più abbisognava di alleanze e coperture politico-affaristiche, Aldo Brancher si era liberato con la prescrizione raccorciata, disposta da una delle tante leggi "ad personam" volute dal Berlusconi ormai capo d’un partito e del governo, nonché con l’abolizione del reato di falso in bilancio, che gli era stato contestato dai magistrati della pubblica accusa.

Del reato di appropriazione indebita per il quale è perseguito in relazione alla scalata della banca "Antonveneta" avrebbe dovuto liberarlo la nomina a ministro varata nei giorni scorsi: nelle intenzioni di Berlusconi avrebbe dovuto consentirgli di valersi del legittimo impedimento disposto pochi mesi fa da un’altra legge "personale" destinata a sottrarre il premier ed i suoi ministri dai rigori processuali in attesa del lodo Alfano già in discussione in Parlamento.

Invece il caso Brancher è diventato un boomerang nei confronti di Berlusconi, del suo governo, delle sue alleanze, della compattezza della sua maggioranza; ha creato un profondo dissapore con Bossi e soprattutto con i leghisti, con Fini e soprattutto con i finiani, con un’opinione pubblica sempre più disamorata e critica. Ma principalmente un dissapore con il Quirinale.

Non era ancora mai accaduto che Napolitano entrasse a piedi uniti in un dibattito costituzionale con risvolti così direttamente politici. Non era mai accaduto che la natura profondamente padronale del potere berlusconiano fosse denunciata politicamente dalla più alta autorità dello Stato con parole che non consentono interpretazioni di sorta.

Ora il "boomerang" ha compiuto la sua traiettoria ed ha colpito non tanto Brancher quanto il suo padrone di cui da 25 anni è l’"aldo". La situazione di crisi che si è aperta è forse la più grave fin qui vissuta dal berlusconismo. Per le ragioni che l’hanno provocata. Per il momento in cui avviene. Per le sue possibili conseguenze sulle crepe sempre più vistose di quello che è stato finora un blocco sociale e politico e che rischia adesso di andare in pezzi molto prima del previsto.

* * *

Travolto dalle accuse (non solo dell’opposizione, ma anche dei suoi alleati), alla fine il neo ministro ha dovuto gettare la spugna, rinunciando allo scudo che il Cavaliere gli aveva regalato. Era il minimo che ci si potesse aspettare dopo il richiamo del Quirinale, imprudentemente attaccato da solerti portabandiera del Pdl. Il presidente della Repubblica non poteva esimersi dall’esternazione pubblica del suo pensiero avvenuta venerdì scorso. Aveva firmato da pochi giorni la nomina di Brancher a ministro senza portafoglio ricevendone il giuramento; aveva chiesto e ricevuto dal presidente del Consiglio le motivazioni che rendevano necessaria (a suo dire) quella nomina per ragioni funzionali. Non era entrato nel merito di esse. Non gli spettava, riposavano sulla valutazione politica del premier che Napolitano ritiene gli sia preclusa, dando semmai al proprio ruolo una configurazione restrittiva.

Ovviamente aveva volutamente escluso che la nomina in questione fosse dovuta a ragioni diverse dalla "funzionalità del governo" invocata dal presidente del Consiglio. Ma a mettere in dubbio quella motivazione erano intervenuti nel frattempo tre fatti: l’infastidita sorpresa di Bossi per quella nomina, manifestata al Quirinale direttamente dal ministro delle Riforme; il cambiamento della delega a Brancher, da ministro addetto all’attuazione del federalismo ad altra mansione tuttora non precisata e quindi non ancora pubblicata in "Gazzetta ufficiale"; infine (e più grave di tutti) la decisione di Brancher di sottrarsi immediatamente all’udienza del processo che lo vede indagato per appropriazione indebita e la richiesta di spostare la prossima data processuale ad ottobre, sulla base del legittimo impedimento.

Di fronte a tre fatti di questa portata era tecnicamente impossibile che il Quirinale restasse silenzioso e non definisse con esattezza la posizione di un ministro senza portafoglio di fronte alle scadenze processuali che lo riguardano. È ciò che ha fatto Napolitano con un’asciuttezza di linguaggio che fa parte dei suoi poteri–doveri di custode della Costituzione.

* * *

Il caso Brancher nella sua esemplarità ci porta ad alzare lo sguardo sul panorama generale che configura il nostro paese. È un quadro niente affatto consolante perché al declino, in sé auspicabile e salutare, d’un blocco di interessi e di potere che controlla e manipola la nostra società ormai da oltre vent’anni, si aggiunge la fine di un’epoca che è sempre solcata – quando avviene – da lampi e tuoni e raffiche e terremoti e marosi che sconvolgono culture e istituzioni, comportamenti e consuetudini, senza ancora essere in grado di proporne di nuovi, guidati da nuovi ideali e fresche speranze.

Ho scritto domenica scorsa del «dopo–Cristo» di Pomigliano e della legge dei vasi comunicanti che opera in un’economia globale percorsa da paurosi dislivelli tra opulenza e povertà. Ed ho osservato che quei dislivelli esistono non soltanto tra paesi ricchi e paesi poveri ma anche all’interno dei paesi ricchi, da un confronto sempre meno accettabile tra sacche di povertà e di mediocre e precaria sostenibilità e fasce di antica opulenza e privilegiati benefici.

Sempre più urgentemente si pone dunque il problema di governare la crisi anche attraverso una redistribuzione del reddito che sia spiegata al pubblico non certo come frutto d’invidia sociale ma come appello all’equità dei sacrifici e alla loro ineluttabilità in una prospettiva più dinamica e più coesa.

Questo è il futuro della sinistra italiana, dei cattolici democratici e del liberalismo laico: libertà e giustizia, coesione sociale, efficienza da offrire e da reclamare.

Io non credo che questa legislatura terminerà il suo corso come previsto nel 2013. Credo che Berlusconi senta il crescente scricchiolio del sistema di potere da lui costruito. Lo senta e ne sia angosciato, ma anche intestardito nel difenderlo con tutti i mezzi.

Sente anche che il solo modo di protrarne l’agonia sia il ricorso alle urne prima che lo scricchiolio divenga schianto. La data probabile è a cavallo tra 2011 e 2012 e comunque al più presto possibile, quando l’informazione sarà stata totalmente blindata e solidamente nelle sue mani, la magistratura umiliata e asservita, le istituzioni di garanzia depauperate.

Il prossimo autunno e l’inverno che seguirà saranno perciò teatro di questi scontri. Come ha scritto Ezio Mauro nel suo intervento di mercoledì scorso, è inutile scommettere sul meno peggio. Non ci sarà un meno peggio perché è il principale interlocutore a non volerlo. Il meno peggio passa necessariamente dalla sua personale uscita dal campo ma questa ipotesi non rientra nella sua natura. Chi lo conosce lo sa: il «meno male che Silvio c’è» è l’essenza d’un carattere che ha evocato gli istinti profondi d’una società desiderosa di lasciare in altre mani il governo di se stessa, fino a quando non sentirà di nuovo l’orgoglio di riappropriarsi del proprio futuro.

Nei prossimi mesi sarà dunque questo il terreno di scontro e di confronto e dovrà esser questo il linguaggio che bisognerà parlare per essere ascoltati, compresi e incoraggiati. Non bastasse il resto, anche le vicende del calcio nazionale ne hanno fornito un’eloquente conferma.

Dai naufragi speriamo che sorga una nuova e creatrice allegria.

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