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Grazie all'innovativa pratica politica delle lettere al direttore, che finalmente oltrepassa il soporifero grigiore delle relazioni dei segretari di partito della prima Repubblica e la seduttività glamour delle comparsate televisive dei leader della seconda, il Pd ha ritrovato la parola rapita dall'estate dei veleni berlusconian-finiana e, sembrerebbe, anche una bussola. E malgrado lo stile epistolare strettamente politichese non si meriti il Pulitzer per capacità comunicativa, la rotta tracciata dal segretario Bersani in risposta all'ex segretario Veltroni ha il merito di sciogliere alcuni nodi da anni in sospeso nel dibattito interno del Pd e di tutto il centrosinistra, e causa non ultima della loro paralisi.

Sul piano diagnostico, Bersani coglie che la crisi politica in corso non è di governo ma di sistema , e che la posta in gioco del proseguimento o della fine del berlusconismo non riguarda un'alternanza di governo ma un modello di democrazia. Sul piano strategico, ne consegue una proposta che tenta di tenere insieme quattro esigenze - il rilancio del partito e del centrosinistra, la spallata a Berlusconi, il ridisegno del sistema politico, la restaurazione della normalità costituzionale - , con uno schema a due soggetti - il "nuovo Ulivo" per il programma di governo, una "Alleanza democratica" le regole del gioco. E' chiaro l'obiettivo: fine del bipolarismo leaderistico-plebiscitario, a maggior ragione nella sua versione bipartitica berlusconian-veltroniana; ritorno a un sistema parlamentare, con i fondamentali corollari di una legge elettorale proporzionale e, verosimilmente, di una forma di governo non più basata sull'elezione o la designazione diretta del premier. E' un obiettivo che sarebbe stato meritorio dichiarare prima che la rottura del Pdl e il profilarsi del terzo polo gli spianassero la strada, ma che almeno tenta di mettersi alla guida del cambiamento in atto.

Assai meno chiari sono tempi, modi, praticabilità della proposta. Se il suo principale punto di forza consiste nel tentare di dare respiro strategico - la ricostruzione democratica - a un passaggio tattico stretto - l'apertura a tutte le forze interessate a dare la spallata a Berlusconi -, qui c'è anche la sua evidente debolezza: quando, come e con quale moneta di scambio? Tutto dovrebbe ruotare su un accordo per il proporzionale, ma Bersani sa bene di quanti ostacoli è lastricata la riforma della legge elettorale, in primo luogo nel suo stesso partito; bluffa quando la àncora a un governo di scopo o di transizione, perché per rifare la legge elettorale non c'è bisogno di un governo e basta un'iniziativa parlamentare (che è lecito a questo punto pretendere dal Pd fin dalla riapertura delle camere); e glissa sul problema numero uno, cioè che i tempi dell'agenda politica continua a dettarli Berlusconi. Il quale può sempre portarci alle urne e con la legge elettorale vigente.

Basterebbe in questo caso il "nuovo Ulivo" a fronteggiarlo? Qui la debolezza dello schema diventa fragilità, se non inconsistenza. Nel nome c'è la cosa, e per quanti prodiani di stretta osservanza quel nome possa rassicurare per le strade di Bologna, alle orecchie dell'elettorato di sinistra - o del "nuovo popolo" evocato da Bersani a Rimini - non suonerà come un nome propriamente innovativo, né come una cosa esaltante da rifare. Non c'entrano su questo i giochi tattici e strategici, c'entra la percezione del tempo che passa, delle generazioni che cambiano, dei problemi che si incancreniscono, dell'esigenza di idee nuove e di risposte diverse che non può essere continuamente compressa e repressa sotto formule, sigle e facce sperimentate e consumate. Naturalmente, dire "nuovo Ulivo" serve a ridare centralità e peso a un Pd che rischia di sgretolarsi sotto l'onda d'urto dello sgretolamento del Pdl, e a ricondurre allo stato di "cespugli" gli illegittimi pretendenti al trono della leadership della coalizione. Ma avrà pure un significato se il segretario del Pd esordisce, nella sua lunga lettera, con l'impegnativa affermazione che «per l'Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente un'idea di democrazia e di società», e prosegue con un'idea solamente restaurativa di democrazia e nessuna idea di società. A meno che anch'essa non sia affidata allo spettro che si aggira per tutto il testo di Bersani, e che si chiama primarie. Forse bisogna che lo spettro si materializzi perché si materializzino, con i candidati, i problemi di una società martoriata da Berlusconi, Tremonti, Marchionne, e qualche risposta.

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari.

La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi. Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti.

È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù. A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti.

E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale.

È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni. Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata. Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013.

Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra». Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume).

La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà. Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»).

Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie.

Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa.

Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani.

Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa.

L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione. È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine.

Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.

NAPOLI. La fame e la malnutrizione continuano a essere uno dei grandi problemi irrisolti del mondo. Alla fine del secolo scorso le Nazioni Unite avevano indicato come obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero di persone che nel 1990 non avevano accesso a una quantità sufficiente di cibo, passando da 800 a 400 milioni.

Non solo siamo ancora lontani dal traguardo, me ce ne stiamo allontanando. Già alla fine dello scorso anno la Fao, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura e alimentazione, aveva documentato che a causa della crisi finanziaria mondiale e delle forti perturbazioni nel prezzo delle derrate alimentari, tra il 2008 e il 2010 il numero di persone malnutrite era aumentato di circa 200 milioni di unità: passando da circa 8000 a oltre 1.000 milioni di persone. E tutto questo in un mondo che produce più cibo di quanto ne consumi.

Si era detto: è una drammatica - anzi, tragica - conseguenza della crisi. Non appena terminerà la burrasca e l'economia mondiale tornerà in acque tranquille il numero di persone che non hanno accesso a una quantità sufficiente di cibo ritornerà a diminuire.

Purtroppo, a dirci che l'asserzione è infondata ecco che è arrivato, nelle scorse settimane, The millennium development goals report 2010, il nuovo rapporto delle Nazioni Unite sullo "stato di avanzamento" degli Obiettivi del Millennio. Non perché è sbagliata la previsione di quanto accadrà in futuro, ma perché è sbagliata il dato del passato.

Anche prima della crisi, infatti, mentre l'economia del mondo cresceva al ritmo del 4 o 5% l'anno, mentre le persone in povertà estrema diminuivano da 1,8 a 1,4 miliardi, il numero delle persone malnutrite nei PVS non è diminuito affatto. Né in valore assoluto, né in termini percentuali.

In termini assoluti, dagli 817 milioni in media del triennio 1990/1992 si è infatti prima scesi a 805 milioni nel triennio 2000/2002 per risalire a 830 milioni del triennio 2005/2007.

In termini relativi, si è passati da quasi il 20% della popolazione residente nei paesi in via di sviluppo nel 1990 al 15% circa nel 2000, ma poi si è rimesti inchiodati a questa percentuale fino al 2007, prima di risalire al 18% e oltre nel 2009.

Questi numeri ci dicono che la malnutrizione è una variabile abbastanza indipendente rispetto alla crescita economica. E che sarebbe illusorio pensare che, in maniera automatica, non appena l'economia mondiale ritornerà a crescere il numero degli affamati diminuirà. In realtà occorre non solo una maggiore presenza dell'economia, ma anche e soprattutto una maggiore presenza della politica. Che deve trovare il modo di superare la cecità del mercato e ridistribuire meglio le risorse alimentari prodotte.

Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa (anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo giudicato "buonista"), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non farsi sottrarre la palma dell'intransigenza dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all'Unione Europea "la possibilità di espellere anche cittadini comunitari", aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell'intervista al Corriere della Sera) che "da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente".

Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due concetti fondamentali: il primo è che "il Governo italiano non può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento"; e il secondo, non meno importante, è che "l'azione che avviene contro i rom oggi, non è un'azione di politica migratoria - non dimentichiamo che anche in Italia, l'80% dei rom è italiano - ma è una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente, non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale".

La prontezza della politica nel servirsi della leva anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel 2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre la Fondazione "Leone Moressa", analizzando i dati Excelsior-Unioncamere, già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi assunti stranieri previsti per l'anno in corso, pari al 22,6% di tutte le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore (54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).

In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre troppo tardi.

Se si discute seriamente degli intellettuali, la prima cosa che conviene osservare è che è il dibattito sugli intellettuali che si è logorato, non la loro funzione. Anzi. L'efficacia degli intellettuali di destra è evidente a tutti. Nessuno di loro è un genio, sono rozzi anche quando sono colti, spesso sono servili e impudichi. Ma ci sono. Contano. Possiamo disprezzarli, non possiamo sottovalutare l'efficacia della loro funzione. Servono, appunto. Hanno la grande opportunità di potersi appoggiare a un regime, al potere, a una realtà strutturale, insomma, e questo li rende forti. I nostri sarcasmi non li scalzano. Conviene, anzi, riflettere sulla loro funzione, prima di discutere della funzione degli intellettuali di sinistra.

Il potere e il denaro

Essere organici, più che a un partito, al potere conferisce una forza e un'efficacia molto rilevanti, essenziali. Perché il potere di cui parliamo non è un potere metafisico. È una struttura nel senso di Marx, è un potere strutturale, strutturato. È fatto di giganteschi conflitti di interessi, di continue violazioni delle leggi e delle regole, di corruzione, di impunità. È fatto di un'enorme, pervasiva, penetrante capacità mediatica. È fatto di istituzioni corrotte e corrompibili, di grandi industrie, di sindacati docili quando non servili. E di danaro, molto danaro. A questa struttura cosa può contrapporre la sinistra? O meglio, cosa possono contrapporre gli intellettuali di sinistra, ché di questo posso e voglio parlare.

La sovrastruttura

Incominciamo con l'osservare che gli intellettuali di sinistra sono sovrastrutturali, non solo nel senso che la loro opposizione investe o piuttosto può investire soltanto, come è ovvio, delle realtà sovrastrutturali, ma anche nel senso che essi possono essere organici soltanto a organizzazioni partitiche, per di più esigue, fragili e litigiose, a una cultura, a delle idee, o meglio, se non si ha paura della parola, a delle ideologie. Possono essere organici, insomma, a qualcosa di immateriale. Mentre, oggi, è la materialità che conta, anche per chi finge di nutrire soltanto ideali.

Il punto che mi preme sottolineare, e che, credo, dovrebbe essere al centro di un dibattito, è l'organicità e la disorganicità dell'intellettuale. La disorganicità, elogiata da Umberto Eco, è facile da assumere e da praticare, può essere preziosa sul piano culturale, ma sul piano politico, o meglio sul piano strutturale, ben difficilmente produce risultati apprezzabili. L'intellettuale disorganico possiede di solito un'intelligenza lucida e penetrante, una cultura raffinata, è brillante, versatile, ironico, a volte sarcastico, spesso scettico, non di rado sfiora il cinismo. È libero e soprattutto si sente libero e si compiace della propria libertà. Vanta la propria funzione sociale e culturale, non manca di esibire i propri meriti.

La funzione dell'apparire

Esiste anche una disorganicità di sinistra, e non è meno raffinata di quella di destra. Sono gli intellettuali disorganici di sinistra che sostengono che gli intellettuali non esistono più, o sono diventati inutili, non contano, così come non serve discutere, perché non se ne può più di proposte astratte, sganciate dalla realtà, in conflitto fra di loro, che lasciano il tempo che trovano. Ma intanto loro discutono, sono presenti, non rinunciano a prendere la parola e ad apparire. E mostrano di aver ragione. Perché intellettuali come loro sono davvero inutili. Ma ha più ragione Massimo Raffaeli che invita a tener conto dell'esempio di Brecht e propone la via dell'umiltà. Sono le domande semplici e apparentemente ingenue che possono imbarazzare e mettere con le spalle al muro una cultura aristocratica e cinica.

Fiducia e coraggio

L'ottimismo è degli imbecilli, la fiducia è di chi ha coraggio, non si arrende e soprattutto non tradisce. Perché chi si vergogna o esita a dirsi comunista o marxista o di sinistra, tradisce. È fatta anche di tradimenti, di molti tradimenti, l'agevole ascesa di Silvio Berlusconi.

Ma, prima di concludere, non possiamo trascurare l'intellettuale organico. L'intellettuale organico chi è, oggi? Prima di tutto: esiste ancora? Certo che esiste, o che può esistere. Non può più essere organico a un grande partito di sinistra, ma può essere organico a una determinata cultura, a una determinata ideologia.

Serietà e coerenza

Una cultura non solo non conformistica, ma radicalmente antagonistica. Un'ideologia ben strutturata, razionalmente contestativa. Può essere organico, in primo luogo, a una classe sociale, se non crede alla favola fatta circolare dagli intellettuali reazionari secondo la quale le classi non esistono più. Gli operai di Pomigliano, e non solo loro, stanno a dimostrare il contrario. Organicità implica serietà, implica coerenza, implica fedeltà. A volte implica anche rinunce e sacrifici.

Per quanto mi riguarda, non ho paura a dire, o, se si preferisce, a ripetere, che organicità chiede disciplina intellettuale e morale. E chiede impegno. Saranno i sarcasmi degli intellettuali disorganici a disarmarci e a metterci a disagio? Chi ha detto che una cultura organica è incapace di ironia? Noi, che abbiamo perduto tutto, o quasi, noi, pessimisti organici, abbiamo imparato da tempo che è attraverso l'ironia che va guardato il mondo alla rovescia in cui ci tocca vivere.

Anche la storia di un libro, delle sue diverse edizioni, può restituire le trasformazioni culturali di un paese. E può accadere che un grande studioso della memoria – dei suoi luoghi, dei suoi miti, dei suoi simboli – prenda le distanze da un titolo che in origine appariva seducente e innovativo, per scolorire quindici anni dopo nell´indistinto dello stereotipo. È il caso di Mario Isnenghi e del suo I luoghi della memoria, straordinaria enciclopedia dell´Italia unitaria, riproposta ora da Laterza dopo la prima edizione del 1996. «Tanto suggestiva e plastica al suo apparire, la formula è diventata una frase fatta, adibita alle più diverse incombenze di turismo culturale», dice lo storico riprendendo in mano il suo vecchio lavoro, una storia d´Italia scritta a più voci attraverso materiali inusuali come le piazze e le osterie, le canzoni popolari, i grandi riti del calcio e del ciclismo insieme a un variegato repertorio di icone che spaziava dal tricolore all´utilitaria. Un tapis roulant attraverso le diverse memorie - così lo definiva l´autore - che serviva a riaffermare un´identità nazionale già allora fortemente contestata. Ma la proliferazione di liturgie memoriali, germogliate in questi ultimi decenni, rischia di apparirgli ora come «una pianta infestante» che toglie ossigeno alle piante vicine, alla «fisiologia dell´oblio» e soprattutto alla «storia». Un abuso della memoria - per riprendere il lavoro di Todorov - che finisce per scavare irrimediabilmente il solco tra storia e discorso pubblico, oggi dominato «da un anarchicheggiante fai-da-te, in cui ogni asserzione del passato vale l´altra e tutte sono ugualmente indimostrabili e insignificanti».

Il cortocircuito è destinato a esplodere nel centocinquantesimo anniversario dell´unità d´Italia, su cui sono già cominciati i cannoneggiamenti antirisorgimentali da parte leghista ma anche filoborbonica e ultraclericale. Già da un paio d´anni condirettore della rivista Belfagor, Isnenghi vi replica ironicamente anche nella sua nuova edizione di Garibaldi fu ferito, appena uscita da Donzelli. «Figurarsi tutto il Risorgimento come congiura massonica e imposizione dei protestanti inglesi può valere a tardive vendette e ideologici risarcimenti. Ma certo, sporcare con le politiche della memoria la storia così come è stata non porterà a sostituirla con nessuna antistoria. Si può solo riuscire ad essere - tutti - ancora più confusi, disancorati, poveri di autostima».

Oggi rischiamo di buttar via il Risorgimento così come abbiamo tentato di buttar via la Resistenza. Qual è il nesso politico e culturale di questa liquidazione? «È la famosa morte delle ideologie», risponde lo studioso. «L´esaurimento delle grandi narrazioni, la fine della storia, addirittura. Siccome i grandi progetti non ci riesce più di pensarli e realizzarli noi neghiamo e sporchiamo anche quelli che hanno fatto gli altri. Processiamo il Risorgimento, riduciamo la resistenza a truci ammazzamenti». In un´opera recente della Utet, Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri, Isnenghi analizza tutte le ragioni e le motivazioni della disunità, le controspinte per non fare l´Italia. «I pro prevalsero sui contro - questa è storia - ma ce li portiamo dentro e ora esplodono. All´attacco ci vanno i leghisti ossia i frantumatori. Stufo dello sterco buttato addosso, qualche meridionale s´inventa la mossa del cavallo, ossia un meridionalismo reazionario tirando fuori Francesco II, e i briganti. Dei tre fronti i meno loquaci paiono gli eredi del Papa-Re. In effetti hanno sbancato il banco e possono sentirsi i vincitori: nel carnevale delle memorie, chi si ricorda oggi che ci fu un´Italia, un governo italiano che osò andar contro la volontà di un Papa?».

A fronte di un discorso pubblico impazzito, di un proliferare non più governabile di memorie e di soggettività - e i siti Internet sono ancora più «brulicanti di sospetti e orrori» - Isnenghi sottolinea la vitalità di una storiografia che esercita il suo mestiere, in una crescente divaricazione tra senso comune ed esiti della ricerca. «La crisi non è certo negli studi storici, ma nello iato tra queste ricerche e le dinamiche sociali e culturali disgregative nelle quali siamo immersi». Non è in gioco lo stile comunicativo degli storici, ma «un complesso di spinte convergenti, anche filosofiche non solo di bassa cucina politicante» che ha prodotto «lo sbriciolarsi dell´oggetto, la messa in dubbio della realtà fattuale, una discorsività labile e fuggevole».

Può colpire, nella più recente pubblicistica storica, un appassionato «neorisorgimentismo» che accomuna studiosi di culture politiche differenti - ex comunisti, cattolici e liberali - con percorsi talvolta non privi di ripensamenti. Pochi giorni fa nell´articolo "Nostalgia di Cavour" Ernesto Galli della Loggia lamentava a ragione la scarsa popolarità del Risorgimento, relegato anche ai margini della circolazione scolastica, mentre solo tre anni fa con un editoriale che sbigottì il liberale Giuseppe Galasso tendeva a interpretarlo come l´atto originario di una storia nazionale attraversata da violenza e illegalità. Come spiega Isnenghi questa nuova contagiosa (condivisibile) apologia risorgimentale? «È una difesa reattiva all´attacco sferrato a quella tradizione. Forse è successo anche ad altri quel che è accaduto a me o a studiosi come Silvio Lanaro. Novecentisti quali eravamo, abbiamo cominciato a ragionare sulla genesi dello Stato così vilipeso, opponendo alla spinta frammentatrice del discorso pubblico un ragionamento storico illuminista in difesa dello Stato e di una dialettica civile decorosa».

Grazie a Bossi, in sostanza, l´incontro con Garibaldi? «Sono un figlio bastardo della Lega», risponde Isnenghi. «Come veneto ci devo star dentro e pensare sopra, come veneziano ho potuto tenerne il collo fuori. E stato lui, il "Cattaneo" dei nostri giorni, a spingermi ad andare a vedere, facendo di me anche un ottocentista. Presa questa strada non potevo non incontrare Garibaldi. Nell´82, poi, ho anche scoperto di avere un avo garibaldino, e dunque qualche ragione d´ordine famigliare per schierarmi. E per schierarmi, sì, mi sono schierato».

Ma perché rivelare solo oggi la storia di quell´avo orologiaio partito da Trento per andare con i Mille? «Immagino che solo oggi, a questi lumi di luna, un certo orgoglio di immedesimazione abbia prevalso sul riserbo. E poi anche questo di Enrico è un micro-caso di studio per me significativo. Ho potuto constatare che i discendenti diretti di Enrico si radunano una volta l´anno in suo nome, ma è un ricordo spoliticizzato che prescinde dalla sua camicia rossa, starei per dire che a fatica gliela perdona. Lo studioso della memoria si trova in questo caso davanti agli imprevedibili smottamenti della memoria. Così è lo stesso avo garibaldino a suggerirmi di non prendere troppo sul serio né la memoria né gli studi sulla memoria».

Quest’anno la vendemmia si preannuncia abbondante — scrive sul Riformista Enrico Testa detto Chicco, di anni 58, ex ecologista talebano, ex comunista militante, poi manager dell’elettricità e gran sostenitore dell’energia nucleare — eppure nonostante la natura sia stata benigna e ci si potrebbe perciò aspettare del vino di qualità a basso prezzo, «una certa sinistra si batte perché il vino resti caro».

Con chi ce l’ha Chicco Testa? Con Carlo Petrini detto Carlin, gastronomo, scrittore, geniale inventore del movimento culturale Slow Food, che da qualche giorno sta suggerendo di ridurre la produzione del vino per tenere alti i prezzi.

«Capito? Per una volta che avremmo potuto berci un barolo pagandolo due euro, certi compagni vengono a dirci, proprio loro, che il vino buono deve continuare ad essere solo per i ricchi». Testa, il ragionamento di Petrini è un po’ più sofisticato: egli sostiene che l’abbassamento dei prezzi premierebbe solo i commercianti spregiudicati, mandando in rovina i veri «vignerons». «Chiacchiere... Hai prodotto tanto vino buono? Beh, fammelo bere subito e fammelo pagare poco. Punto e basta». È un po’ definitivo. «Senta, sa qual è la verità? Una certa sinistra, senza accorgersene, è scivolata su posizioni elitarie, aristocratiche, assolutamente snob».

La linea del telefonino va e viene, Chicco Testa si scusa: è a cavallo — «ma non faccia ironie, che è solo un vecchio ronzino» — e sta venendo giù da Manciano, la Maremma più bella, il mare dietro ai boschi, Capalbio è oltre la curva, poi si arriva alla spiaggia. All’ «Ultima spiaggia». Lo stabilimento, il museo vivente di ciò che fu la sinistra radical, dove Testa tiene l’ombrellone da sempre e dove, in effetti, le bottiglie di vino hanno ricarichi leggendari.

«Ma guardi che io ne faccio una questione di principio, sia chiaro». Gran eloquio, una laurea in Filosofia alla Statale di Milano con una tesi su Marx («che ho citato anche nel mio articolo sul Riformista, notato?»). Ormai, solo citazioni. Nonostante un passato da raccontare: espulso dal liceo dei salesiani perché invece di andare in chiesa e seguire gli esercizi spirituali, aveva aderito al Collettivo popolare Gramsci. Poi l’iscrizione al Pci, e la fondazione di Lega Ambiente. Che guida dall’80 all’87, con un obiettivo preciso: riportare nel partito tutti gli ecologisti anarchici.

Sono gli anni delle marce, dei sit-in contro l’energia nucleare. E di due ossessioni: l’Enel e la centrale di Montalto di Castro. Certe ossessioni, però, passano. Dopo due legislature alla Camera (prima nel Pci, poi nel Pds) nel 1996 diventa presidente dell’Acea, l’azienda comunale dell’energia del comune di Roma (suo sponsor, e suo compagno di doppio a tennis, Francesco Rutelli). Ci resta due anni, per poi sbarcare — appunto — proprio all’Enel. Una capriola benedetta da Walter Veltroni, che lui commenterà così: «Ogni giorno mi chiedevo: sarò in grado?».

Si sente il cavallo nitrire. Lui, calmo (e si suppone in abito da buttero, come adora farsi fotografare), spiega la sua penultima uscita spiazzante: «Sono diventato un manager, ma continuo a odiare le ingiustizie. Per questo ho difeso il mio amico Giovanni Malagò, presidente del Circolo Aniene, di cui sono socio, sotto inchiesta, a mio parere, senza motivo».

Il bisnonno fu un garibaldino (nel senso storico del termine), il padre medico condotto. Non si capisce da chi abbia ereditato il fascino da seduttore: due figli con una moglie, poi molte altre donne, belle e famose. Anche se l’ultima, Novella Benini, si tiene però ora per mano con Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale.

Ma Chicco saprà consolarsi. Non a caso, gli amici lo chiamano Chicco Festa.

Il lungo articolo di Enrico Pugliese dal titolo Napoli trasformista (il manifesto dell'11 luglio) prende le mosse dal recente libro di Vezio De Lucia Le mie città, di cui ci dà una sommaria ma ben calibrata recensione e che usa poi come filo conduttore per proseguire in una puntuale rassegna delle vicende vissute dalla più importante città del meridione italiano negli ultimi decenni, sotto il profilo urbanistico, politico-amministrativo e sociale. Sono amico ed estimatore di De Lucia da almeno trent'anni, trovo pertinente la descrizione delle varie "stagioni" vissute dall'amministrazione napoletana, mi associo a Pugliese nel giudizio positivo sul libro. Ma proprio per questo mi sembra necessaria qualche puntualizzazione.

Nel gennaio 1982, quando a Napoli "la ricostruzione" era nel suo pieno sviluppo, le cronache non parlavano d'altro. La struttura preposta alla gestione del Piano era il cosiddetto Commissariato straordinario di governo diretto da De Lucia; i funzionari erano i ben noti "Ragazzi del Piano", la figura politica di riferimento era il sindaco Maurizio Valenzi, sorretto da un'ampia maggioranza di sinistra. In quell'occasione fui invitato ad assumere l'incarico di architetto coordinatore di uno dei maggiori concessionari, il Consorzio Barra - San Giovanni - Pazzigno.

Il nitore morale che aleggiava nelle stanze del commissariato, l'interesse disciplinare per l'operazione urbanistica impostata con criteri innovativi, la presenza carismatica di Vezio mi conquistarono e accettai l'incarico, che durò per oltre dodici anni. I primi anni restano indimenticabili, dominati dalla figura di De Lucia, che avviò l'enorme programma urbanistico e costruttivo muovendosi con abilità in una scena turbolenta in cui tutti i numerosi operatori marciavano all'unisono solo grazie al clima di straordinaria partecipazione da lui creato. Proprio per questo trovo singolare e ingiusto che, a differenza dei politici, dei consulenti, dei funzionari, degli urbanisti, dei giornalisti che hanno partecipato alla creazione e all'avviamento del Piano, tutti citati e riveriti, Vezio ignori totalmente il gruppo dei progettisti. Faccio questo appunto non per quel che mi riguarda, dato che l'unica citazione che si concede sulle «centinaia di progettisti mobilitati» si riferisce alla «passione e alla qualità professionale e umana di Pietro Barucci».

Appena il Pci perse la maggioranza al Comune, cadde il sindaco Valenzi e Vezio De Lucia si dimise dalla direzione del Commissariato. Era l'ottobre 1983. Comprendo bene la legittimità di quella decisione, ma sono molto meravigliato del modo in cui Vezio ne tratta la descrizione. Poche pagine, un latente senso di colpa, una prosa elusiva, sfuggente, l'ammissione del sostanziale insuccesso del Piano. Una presa di distanza così vistosa e totale, trascurando l'importanza di quel tentativo che resta comunque grandioso sul piano culturale, politico e amministrativo, non solo appare fuori luogo dal punto di vista storico, ma suona come un vuoto improvviso, una pausa accidentale nella catena di esperienze e dei molti successi raccontata da Le mie città. A mio parere la Napoli della giunta Valenzi, per il complesso di opere impostate, avviate e parzialmente realizzate durante la gestione coordinata da Vezio De Lucia, è stata e resta a pieno titolo una delle sue città, a prescindere dai profondi stravolgimenti degli anni successivi e malgrado il suo svogliato resoconto attuale.

Vezio De Lucia risponde

Ma non è vero, caro Pietro, che prendo le distanze dalla ricostruzione di Napoli, né sono afflitto – e poi perché? – da sensi di colpa, né mi pare di aver fatto ricorso a una prosa elusiva e sfuggente. Nel mio libro scrivo che la ricostruzione ai tempi di Valenzi fu un’esperienza che ha avuto almeno il merito di aver dato una dozzina di parchi e giardini e qualche buon esempio di recupero alla città che nei primi trent’anni del dopoguerra aveva conosciuto solo asfalto e cemento. Forse è poco, hai ragione, e spero che il tuo intervento contribuisca ad avviare una riflessione più approfondita su quella vicenda.

E poi, Napoli non è una delle mie città, è la mia città. “Sta scritta nel palmo delle mie mani”.

Lo scorso dicembre, al Cop15 di Copenhagen, tutti i governi del mondo si erano trovati d'accordo nel riconoscere la gravità della minaccia climatica che incombe sul pianeta e la necessità di adottare misure drastiche e urgenti per farvi fronte. Ma quanto a trovare un accordo che ripartisse tra i diversi paesi l'onere delle misure da adottare, o anche solo decidere misure unilaterali che indicassero agli altri la strada da seguire, il fallimento è stato totale. Perché?

Ha pesato innanzitutto la collusione con l'industria, o il suo condizionamento; e non solo di quella direttamente legata a estrazione, trasporto, lavorazione e distribuzione degli idrocarburi. Quell'industria è in grado di coinvolgere nelle sue iniziative lobbistiche tutti o quasi gli altri settori portanti dell'economia: finanza, automotive, costruzioni, agroalimentare, chimica, ecc.

Ma ha pesato molto di più sull'establishment sia politico che finanziario e industriale l'assenza di una visione strategica dei processi in corso. Il liberismo, la tesi fantasiosa che il mercato trovi da sé, o al massimo con qualche «aiutino», il rimedio ai danni che affliggono il pianeta e i suoi abitanti, inchioda i suoi fautori a un eterno presente senza passato né futuro; fermo, in politica, al giorno per giorno; in economia, alle «trimestrali»; nelle consorterie accademiche, alle lotte di potere: rendendo tutti incapaci di un approccio prospettico.

Ma il vero problema è un altro: affrontare i cambiamenti climatici richiede una conversione radicale del sistema produttivo, dell'impiantistica, dei consumi e degli stili di vita intorno a cui si sono consolidate abitudini e aspirazioni della maggior parte della popolazione mondiale. Non si tratta solo di definire obiettivi che cozzano con i miti produttivistici, consumistici e occupazionali dell'oggi (di questo, chi più e chi meno, sono capaci tutti). Il fatto è che una conversione ambientale di produzioni e consumi non può essere gestita con i tradizionali strumenti di governo: in particolare, con quelli messi in campo per far fronte alla crisi in corso: le politiche di bilancio per salvare le banche; gli incentivi al consumo per salvare l'industria dell'auto; le «grandi opere», nella speranza che rimettano in moto l'economia.

L'economia dei combustibili fossili, quella che ci ha portato alla situazione attuale e che ci sta trascinando verso un disastro irreversibile, è fondata sui grandi impianti: campi petroliferi e miniere, oleodotti, flotte di petroliere e navi carboniere, grandi raffinerie, grandi impianti di generazione, grandi reti di distribuzione dell'elettricità e dei combustibili. Gran parte dell'apparato produttivo mondiale, dall'agroalimentare alle costruzioni, dalla farmaceutica all'auto, è commisurata a queste dimensioni, anche se il modello non è più il grande combinat fordista, ma la rete, che scarica rischi e costi su strutture decentrate, delocalizzate, e spesso evanescenti. Per gestire questi grandi impianti e queste grandi reti ci vogliono grandi società, grandi piramidi aziendali, grandi strutture di supporto tecnico, legale, pubblicitario e lobbistico, grandi risorse finanziarie: tanto grandi che i governi non riescono più a controllarle e hanno delegato le proprie prerogative - persino, in sostanza, quella di «battere moneta», cioè di decidere quanto denaro deve circolare nel mondo - alla finanza internazionale e alle multinazionali; o a organismi internazionali, dalla Banca mondiale al Fmi, dal Wto alla Commissione europea, ancora più esposte dei governi nazionali al lavorio delle lobby.

Un enorme spreco di risorse

Per funzionare la green economy - qualsiasi cosa si intenda con questo termine - deve adottare uno schema opposto. Catturare l'energia del sole, del vento, delle onde marine, della biomassa senza devastare il territorio e mettere alla fame gli umani richiede un'impiantistica distribuita, decentrata, articolata sul territorio in base ai carichi da coprire e alla disponibilità delle risorse locali.

È vero che gran parte degli investimenti nel fotovoltaico, nell'eolico o nelle biomasse, dalla generazione elettrica con olio di palma ai biocombustibili con mais e canna da zucchero, sono stati fatti da gruppi più o meno grandi e più o meno legali (vedi P3 e Vigorito nell'eolico), deviando dalle loro finalità costitutive gli incentivi destinati alle fonti rinnovabili: in Italia i più generosi del mondo. Ed è vero anche che sono in programma interventi di vastissime proporzioni, come il progetto Desertech, finalizzati a mantenere il controllo degli approvvigionamenti energetici nelle mani di grandi fornitori - esattamente come si tenta di fare con il nucleare, spacciato, a prescindere dai rischi e dai costi astronomici, per energia «verde». Ma è anche vero che quegli interventi non sono che l'applicazione di una logica vecchia e centralistica a soluzioni nuove e distribuite; e che, anche se realizzati, non saranno mai in grado di supplire ai fabbisogni di una società energivora come quella attuale; né diminuiranno la dipendenza dall'estero e le guerre per garantire gli approvvigionamenti energetici.

Perché il complemento irrinunciabile di una transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili è la promozione dell'efficienza energetica, che richiede interventi ancora più decentrati e articolati caso per caso: l'individuazione e l'eliminazione degli sprechi, la coibentazione degli edifici, l'introduzione di nuove tecnologie nelle apparecchiature domestiche e industriali.

Decentrata e articolata sulle caratteristiche specifiche di ogni territorio dovrà essere anche la mobilità sostenibile: fondata sulla condivisione dei veicoli - sia nel trasporto di massa che in quello personalizzato, a domanda - che dovrà sostituire l'enorme spreco di risorse (di spazio, di suolo, di materiali, di combustibile, di tempo perso negli ingorghi, di occasioni di incontro) comportato dall'attuale sistema fondato sulla motorizzazione individuale di massa.

La sovranità alimentare

Costitutivamente decentrati e articolati saranno anche gli altri due pilastri della conversione ecologica: la tutela del suolo e dei suoi assetti idrogeologici e, in primissimo luogo, il recupero della sovranità alimentare in tutti i territori del primo, del secondo, del terzo e del quarto mondo: che vuol dire agricoltura di prossimità, multiculturale e multifunzionale, fondata su una gestione cooperativa di piccole unità produttive scientificamente e tecnicamente aggiornate, in rapporto quanto più diretto con l'industria di trasformazione e i consumatori finali. Lo stesso dovrà accadere, mano a mano che si andranno esaurendo le vene minerarie oggi saccheggiate senza ritegno né preveggenza, quando il ricorso al riciclo di scarti e rifiuti sarà la principale fonte di approvvigionamento di materiali (con tanti saluti per gli inceneritori vecchi e nuovi). Non si tratta di utopie ma di scelte cui prima o poi (più prima che poi) tutti i governi e le industrie del mondo dovranno forzatamente adeguarsi. Di comune accordo o, più probabilmente, in ordine sparso: con un aumento esponenziale del caos e dei conflitti. Chi ci arriva prima starà meglio. Ma chi può guidare questa transizione?

Con poche e parziali eccezioni, un intero ceto politico - quello che non parla mai di questi problemi; e se ne parla non ne sa comunque niente; e se ne sa qualcosa non fa niente per adeguarsi - è destinato a soccombere e sparire di fronte alle esigenze del secolo. Ma sta dando prova di inadeguatezza anche gran parte dell'imprenditoria, sia che sia associata o succube dei grandi gruppi finanziari che governano il mondo, sia che sia impregnata di una cultura che non sa guardare al di là delle convenienze immediate (meno tasse e più evasione; meno salario e più disciplina; meno ambiente e più speculazione, ecc.); come se la produttività, che in Italia è da tempo in calo, dipendesse dall'aggancio ai salari e non da investimenti, ricerca, formazione, cioè dalla cultura di un intero paese e, in ultima analisi, dalla capacità di imboccare con convinzione la strada di una vera riconversione ecologica.

L'insostenibile programma Fiat

Per progettare e guidare un processo del genere ci vuole una classe dirigente nuova, composta da imprenditori innovatori, da amministratori più colti e attenti alla evoluzione dei tempi, da un associazionismo consapevole in grado di valorizzare la grande quantità di saperi diffusi, sia di carattere tecnico che «relazionale», sia basati sulla consapevolezza generale dei problemi che su conoscenze specifiche del territorio in cui si vive e lavora; quelli che la maggioranza delle imprese non sa più mettere al lavoro.

Un'imprenditoria del genere può ancora nascere: sia tra le aziende messe alle strette dalla crisi, sia come espressione organizzata di istanze della società civile; nuovi amministratori pubblici possono diventare interlocutori credibili se quelli inetti verranno messi alle corde, anche a prescindere dai processi elettorali che li selezionano oggi; l'associazionismo e il sindacalismo di base dovranno riorganizzarsi su nuove basi: non per attenuare quella conflittualità verso lo stato di cose presente che è la molla di ogni trasformazione sociale, ma per ampliare il proprio ruolo valorizzando le competenze sia generali che specialistiche a cui possono attingere. Lo comprovano vicende come quelle recenti della Fiat, che mettono all'ordine del giorno non solo la necessità di resistere ai diktat del management, ma anche e soprattutto la capacità di indicare e sviluppare i termini di una riconversione produttiva. Nessuno però sembra chiedersi quanto e per quanto tempo sia sostenibile un programma produttivo come quello della Fiat. Ma perché nasca una classe dirigente consapevole, articolata e diffusa sul territorio, in grado valorizzarne le risorse naturali, storiche e umane, disposta ad accettare e a trarre vantaggio dagli inevitabili conflitti, è necessario innanzitutto creare delle sedi, aprire degli «spazi pubblici» dove possa svilupparsi un confronto diretto tra le diverse posizioni in gioco.

postilla

Parole di grande sapienza e saggezza. Ma il problema non è solo come produrre, è anche che cosa e per che cosa . Fino a quando continueremo a batterci per mitigare i problemi derivanti da questo modello di consumi, e non ci decideremo a pensare che è questo modello di consumi che va modificato? Eppure, il libro di Galbraith sulla società opulenta è lì da più di quarant’anni, e la riflessione è proseguita.

L’altro problema, anch’esso non irrilevante, è chi comanda. Finchè l’economia (e questa economia) comanda la politica, le speranze della green economy sono leggere.

Vezio De Lucia è un urbanista, l’urbanista pubblico per eccellenza. Nel corso della sua lunga carriera ha praticato questo mestiere da molte diverse postazioni: è stato funzionario, poi direttore generale dell’urbanistica (un santuario, all’epoca, dell’urbanistica in Italia) all’ex ministero dei lavori pubblici; ha diretto l’ufficio tecnico del pro-gramma di ricostruzione a Napoli, durante la gestione Valenzi; ha di-retto l’ufficio per il piano comprensoriale di Venezia; è stato editoriali-sta de il Messaggero, de l’Unità, de il Manifesto; è stato segretario nazionale dell’Inu (istituto nazionale di urbanistica) e consigliere di I-talia Nostra; è stato capogruppo del PCI alla regione Lazio; è stato assessore all’urbanistica della prima giunta Bassolino. Ha sempre condotto questa attività con grande passione, come lui stesso dichia-ra in chiusura del suo ultimo libro (Le mie città, mezzo secolo di ur-banistica il Italia, Diabasis 2010, pagg 210, 18 €) e con inesauribile curiosità, che è stata forse la molla per sperimentare tante strade di-verse.

L’urbanistica ha avuto –nel bene e nel male- un ruolo determinante nel processo di formazione dell’Italia contemporanea. De Lucia ne è protagonista da quasi 50 anni. Se a questo si somma una raffinata abilità da narratore, ecco che questo libro rappresenta una singolare e avvincente storia dell’Italia del dopoguerra.

De Lucia è napoletano, ha studiato a Napoli e qui è tornato, come si è detto, con importanti incarichi, agli inizi degli anni ’80 e a metà dei ’90. Il libro dedica molto spazio a queste vicende – dalle perizie tecni-che ai fabbricati danneggiati dal terremoto alla rottura con Bassolino - a testimonianza del legame intenso e appassionato che l’autore con-serva con la nostra città. Ma è proprio a Napoli che è nata e si è diffu-sa una incredibile opinione sull’efficacia del suo lavoro: egli sarebbe radicale a tal punto da essere astratto e inconcludente. Avere vissuto e condiviso con De Lucia quella storia mi consente di affermare che non potrebbe esservi tesi più infondata, essendo invece egli, per for-mazione e carattere, incapace di intendere il rigore dell’impostazione disgiunto dalla concretezza dei risultati. D’altra parte chiunque può accertarlo ripercorrendo le vicende che il libro racconta.

Qui se ne ricordano alcune. Per esempio l’impostazione del piano di ricostruzione, al fianco di Valenzi, sintesi esemplare di rigore urbani-stico e efficienza operativa: in 10 giorni furono affidati lavori per 1.500 miliardi di vecchie lire, in 10 anni sono stati realizzati 13 mila alloggi, di cui circa la metà di recupero, e oltre 200 attrezzature pub-bliche. E ancora, l’organizzazione dei lavori di riqualificazione urbana per lo svolgimento dell’incontro del G7, nel 2004, che De Lucia con-dusse su incarico di Bassolino: con pochi soldi e in tempi ristretti la città fu resa smagliante, sorprendendo il mondo intero. L’impressione è che – in tempi di appannamento delle coscienze - l’accusa di astrat-tezza nasconda in realtà un profondo fastidio nei confronti del rigore morale e del primato dell’interesse generale che De Lucia considera invece principi irrinunciabili.

Giorni fa un gruppo di imprenditori ha presentato alla città NaplEst, un complesso di circa 20 iniziative di ri-qualificazione urbanistica nella zona orientale di Napoli, in attuazione del piano regolatore di Napoli, che mobilitano investimenti privati per circa 2,5 miliardi di euri. Questo prova che le regole del nuovo stru-mento urbanistico –altro concreto risultato del lavoro di De Lucia a Napoli - sono, al tempo stesso, apprezzate da gran parte degli am-bientalisti e ritenute dagli imprenditori capaci di mobilitare investi-menti per conseguire legittimi guadagni. E’ una condizione inedita nel dopoguerra, che ci auguriamo consenta a Napoli di procedere con metodi moderni verso obiettivi rigorosi.

«Non si può fare degnamente l’urbanista, e nessun altro lavoro intellettuale, senza passione. Senza passione sono i pedanti». Finisce con questa frase, sigla di una vita, il libro insolito di Vezio De Lucia, Le mie città, prefazione di Alberto Asor Rosa, (Diabasis, pp. 210, € 18). Insolito perché non è una seriosa analisi di mezzo secolo di urbanistica in Italia, ma una pudica autobiografia e insieme una memoria, ricca di personaggi, di fatti documentati, di speranze il più delle volte fallite, di momenti felici (gli anni Settanta) in cui, senza pretendere di cambiare il mondo, si sperò di far sì che l’Italia potesse avere, nel campo della pianificazione urbanistica, del paesaggio e della sua tutela, del rispetto del territorio (parola di cui ora si fa un gran blaterare), leggi degne di un Paese civile e culturalmente avanzato.

Ferruccio Parri era solito dire di aver fatto nella vita il proprio dovere, ma senza speranza, per «tigna», espressione piemontese che significa cocciutaggine, testardaggine. De Lucia non ha quella civetteria, di passione e di speranza ne ha avute tante, nonostante i conflitti, le ambiguità della politica, le sconfitte. La sua ultima difesa è stata sempre quella di «evitare il peggio», uno dei pochi obiettivi ai quali — ha scritto — si può ragionevolmente tendere.

Architetto e urbanista di grande valore, ha lavorato per un quarto di secolo nella pubblica amministrazione fino a diventare direttore generale dell’urbanistica del ministero dei Lavori pubblici. Ha diretto l’ufficio tecnico del commissariato per la ricostruzione di Napoli dopo il terremoto del 1980, ma ha avuto anche, negli anni Novanta, incarichi politici: consigliere della Regione Lazio e assessore all’urbanistica del Comune di Napoli ai tempi del primo mandato di Bassolino sindaco. Ha progettato poi i piani territoriali delle province di Pisa, di Lucca, di altri comuni.

Ma è stato soprattutto uno dei protagonisti del dibattito politico-culturale più aggiornato che, più nel passato che nel presente, si è tenuto in Italia sui temi urbanistici. Un suo intervento, a Eboli nel 2003, esprime con chiarezza i convincimenti che ha tentato di attuare nella pratica: «Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi (…) favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. L’abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L’abusivismo recente è un’attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. (…) Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quello che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti».

Propositi di un’urbanistica moderna, persino elementari nella prospettiva europea, ma difficili da realizzare in una società come la nostra punteggiata da quotidiani crolli di palazzine, dove lo «sfasciume pendulo sul mare», denunziato da Giustino Fortunato un secolo fa, non riguarda solo la Calabria, ma l’intero Paese, dove le grandi opere sono diventate indecenti occasioni di corruzione, imbrogli e affari immobiliari fuorilegge.

Le mie città è anche uno specchio del sottosuolo politico-amministrativo e dei comportamenti di una classe dirigente inadeguata. (De Lucia, nel 1990, fu licenziato sui due piedi dal ministro democristiano Giovanni Prandini perché «il suo modo di pensare non era omogeneo a quello del governo»).

Dal libro escono anche i ritrattini di persone spesso dimenticate, maestri e compagni, che si sono battute per un Paese civile. I ministri Pietro Bucalossi, Giacomo Mancini, Fiorentino Sullo che operarono con moderno spirito di responsabilità, osteggiati dall’establishment più retrivo e più legato agli interessi dei proprietari dei suoli. E poi, più di tutti, Antonio Cederna, che per tutta la vita si batté per un’Italia pulita, contro i palazzinari, la cementificazione delle coste, le periferie disumane. E con lui, Luigi Scano, Edoardo Detti, Antonio Iannello, Edoardo Salzano. E ancora, Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera, Giovanni Astengo, altri.

Vezio De Lucia non è un pessimista caratteriale, un realista, piuttosto, che scrive con pacatezza, alla costante ricerca delle energie positive che in questo Paese esistono, uomini e donne che seguitano a fare con la stessa «tigna» di Ferruccio Parri.

Che destino hanno avuto «i ragazzi del piano», gli allora giovani appassionati architetti che a Napoli lavorarono con De Lucia ai tempi della tragedia dell’Irpinia?

È arduo farsi un´idea precisa della portata della trasformazione politica prodotta dai governi Berlusconi. Ma è urgente cominciare a fare un rendiconto per poter agire con prudente speditezza e capire che cosa fare. Partiamo dalle accuse mosse dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, al premier nel momento del suo congedo burrascoso dal Pdl. La prima accusa è di trattare gli affari di stato come affari di partito e gli affari di partito come affari suoi; la seconda accusa è di far passare l´impunitá per garantismo. La logica patrimonialista viene denunciata da anni; ora è confermata dal suo piú autorevole testimone. Queste le componenti inanellate: lo Stato è il partito e il partito è l´azienda del premier; di qui nasce la politica dell´illegalitá, che non è dunque una semplice questione morale. Tutto si lega nella logica privatistica che è, questo è il punto, una logica dell´anti-Stato.

Questo governo non lascerá solo macerie, dunque. Lascerá qualcosa di nuovo, forse il lascito piú tremendo e anche quello che occorrerá subito demolire, senza second thought. Il monito di qualche giorno fa del presidente della Repubblica a mettere in moto gli «anticorpi» interni alla nostra democrazia è un autorevole punto fermo dal quale partire. È urgente smontare il metodo di governo messo in piedi in questi anni, ovvero l´identificazione della decisione con l´emergenza, dell´informazione con la propaganda, della giustizia con la persecuzione, della legge con i lacci alla libertá, della pratica dell´illecito con la favola della «poche mele marce». A questo metodo corrisponde il teorema, sintetizzato dal presidente della Camera, della illegalitá sistemica, composta e ridimensionata ad arte come questione morale. Ma dietro il linguaggio bonario delle «poche mele marce» che il premier e i suoi Tg dispensano per noi popolo dell´ascolto passivo, si nasconde una vasta e organica trama di governo sotterraneo degli affari, delle amicizie, dei privilegi; una trama che ha la natura di una politica dell´anti-Stato, volta a cambiare il carattere del potere pubblico e delle relazioni tra Stato e cittadini.

Chiamandolo anti-Stato riconosciamo che questo partito-governo-azienda ha e ha avuto una filosofia, un progetto preciso, a suo modo sovversivo e radicale. In una lettera a Repubblica del 5 luglio scorso, il Ministro Bondi, spiegando la tempra innovativa del suo leader, affermava che la «solitudine» del premier rispetto, non all´opinione pubblica, ma «al mondo politico, istituzionale e culturale», al mondo delle «alte magistrature istituzionali» era causato proprio dal fatto che il premier è «totalmente avulso» dalla logica dello Stato di diritto, dal «potere di veto derivante da una architettura istituzionale» e «dalla sedimentazione di norme burocratiche». Questa analisi è illuminante e da prendere sul serio. Il presidente del Consiglio è un «uomo nuovo», e per questo ammirato da chi ha sempre sentito le istituzioni come un impaccio alla libertà, invece che come canali di coordinamento delle azioni collettive per rendere la libertà individuale sicura perché non alternativa alla libertà altrui.

Questa è una rottura radicale con lo Stato moderno; e una ferita che peserà sulla nostra democrazia, nonostante i suoi provati anticorpi. Peserà, perché l´ammirazione per il guasconismo del neofita non è per nulla un fatto isolato, ma una componente della nostra tradizione politica nazionale. Che il Premier sia visto come un modello di modernità a paragone dei funzionari pubblici (le «alte magistrature istituzionali») è segno di una filosofia radicalmente sovversiva della modernità: un´esaltazione della rivolta del dominium (potere della forza, economica e privata) contro l´imperium (potere del pubblico). Un nuovo ancien régime nell´età del mercato, una rivincita dell´oikos contro la polis, della «fatticità» della forza degli interessi contro la «nomatività» delle relazioni pubbliche, del fastidio quasi a veder trattare «me» e «te» come uguali nonostante il «mio» potere sia tanto più grande del «tuo», della repulsione verso l´eguaglianza di rispetto. Alcuni «rivoluzionari» di quarant´anni fa sono rimasti irretiti e stregati da questo «uomo nuovo» perché hanno visto in lui la personificazione della loro convinzione che l´idea della legge imparziale sia ideologia da parrucconi, fatta per nascondere il «vero» potere, quello che opera nella società, che agisce senza orpelli e senza ipocrita imparzialità.

Perché onorare le istituzioni se sono solo una formalità e un espediente ideologico? Perché non ammirare il potere nella sua diretta espressione? La lettura della «solitudine» di Berlusconi rispetto al mondo dello Stato rivela questa antica attrazione per il «realismo» contro la norma, il disprezzo per chi crede nel diritto e non sa ammirare il potere «reale», un potere capace di rimescolare il pubblico e il privato gettando alle ortiche la stantia e ipocrita arte liberale della limitazione e della separazione. L´illiberalità, denunciata anche da Fini, è la logica che presiede un´idea di libertà come potenza.

La pratica del rimescolamento di pubblico e privato che il Premier e i suoi amici e ammiratori hanno inaugurato in questi anni è un macigno che pesa e peserà ancora sulla nostra vita pubblica. Smantellare questa politica anti-istituzionale radicale è il compito più urgente, un compito il cui successo dipenderà da almeno due fattori: che l´opinione pubblica e l´informazione facciano il loro lavoro di svelamento e critica, che non accettino più di essere strumenti di nascondimento della verità per tenere i cittadini spettatori passivi e adoranti; che l´illegalità venga chiamata col suo nome e perseguita con sistematica determinazione affinché il governo degli affari sia smantellato e la sua filosofia si mostri per quello che è, una ideologia del potere illimitato.

Salvare l’isola dal cemento selvaggio si può. Basterebbero una maggiore consapevolezza sulle bellezze naturali e il buon esempio che arriva dall’alto. A dirlo è Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano. Conosce benissimo la Sardegna: «La mia prima volta nell’isola risale a 51 anni fa».

Ieri Giulia Maria Crespi era a Porto Rotondo, all’hotel Sporting, per la presentazione del libro di Sandro Roggio «Paesaggi perduti», un viaggio in cui 14 tra scrittori, sociologi, registi e uomini di cultura isolani raccontano la loro Sardegna violata. «In questi anni - continua la presidente del Fai - ho assistito a numerosi cambiamenti, quasi sempre in peggio. Ho quasi pianto di fronte agli scempi ambientali. Io mi sento sarda malgrado non abbia un goccio di sangue sardo e non sopporto quello che viene fatto a questa terra. La gente non è cattiva, non capisce. Sarebbe sufficiente che avesse una maggiore consapevolezza della natura e delle sue ricchezze. Ma servirebbe anche il buon esempio dall’alto. Io nella mia proprietà non ho fatto né un anfiteatro né un vulcano. Ho preso una vecchia cascina e l’ho lasciata così com’è, non si vede neppure dalla spiaggia. All’inizio, a Palau, la gente era arrabbiata perché non avevo costruito villette o case, mentre ora mi ringrazia». Giulia Maria Crespi dice di non capire perché l’isola voglia uniformarsi al resto d’Italia: «All’inizio i sardi hanno venduto le loro coste ai continentali, accontentandosi delle briciole, poi anche loro si sono dati al cemento. Di Rimini o di Riviera del Levante ce ne sono diverse, la Sardegna è unica. La gente viene qui per la natura, le primizie, i cibi, i fiori, l’artigianato, l’agricoltura. Soru aveva cominciato a portare avanti un discorso di questo genere, ma ora Cappellacci vuole togliere i vincoli sulle coste, pregiudicando il valore aggiunto del turismo sardo».

Un plauso all’ex presidente della Regione arriva anche da Roggio. «Soru aveva provato a diffondere uno spirito nuovo, un alto livello di consapevolezza - ha detto l’architetto, introdotto da Giacomo Mameli -, mentre ora tutto è tornato come prima. Sul futuro non posso che essere pessimista. Purtroppo la natura non è come l’economia, dove quando si finisce in basso si può semrpe risalire la china. Dalle brutture ambientali non si può tornare indietro».

L'insostenibile degrado del sapere

di Stefano Caffari

È davvero possibile mantenere anche solo la speranza, quando nessuna delle parti chiamate in causa in una lotta sono minimamente dalla parte della ragione e/o della correttezza? Una battuta fatta l'altro giorno tra amici mi ha fatto molto riflettere: «La Gelmini non sa neanche di cosa parla e taglia.. Ma pensa se conoscesse davvero quello che capita dentro l'Università cosa cazzo succederebbe». Apparentemente è un'esagerazione, ma più passano i giorni più mi convinco di quanto questa frase sia profondamente e drammaticamente veritiera. Ho finito ormai da un anno il mio percorso universitario, e nei cinque anni passati dentro questa istituzione ne ho viste di cotte e di crude e di qualsiasi tipo immaginabile. Ho visto una profondissima arretratezza culturale, un immobilismo vergognoso, la parola barone evocata in ogni sua possibile accezione. Insomma, in questi anni mi sono reso davvero conto di quanto questo sistema sia marcio e malato, basato su un gruppo di potere il cui unico e solo interesse è il mantenimento dello status quo, in qualunque senso: non ho mai visto un'innovazione didattica che una in 5 anni, nessuno spirito di ricerca e aggiornamento dei propri programmi e insegnamenti, profondo disprezzo per gli studenti avvertiti come un fastidio e un urticante obbligo di interazione quotidiana. Magari è sempre stato così, del resto lo stereotipo dei «bei tempi andati» è sempre in agguato. Ma il peggioramento è visibile, e chiunque se ne rende conto.

L'altro aspetto speculare a tale marciume sono gli studenti, naturalmente. La società berlusconiana ha intaccato profondamente tutti, e intendo veramente TUTTI. L'Università è per gli studenti non un luogo di istruzione superiore ma un supermarket di crediti e punti da sfangare nel modo più semplice possibile, con l'esame più «fattibile», con il «prof più buono». Sono poche le persone che cercano di far capire come l'Università invece vada vissuta con spirito critico e conoscitivo, ma sono sommerse da una valanga di arroganza e pressappochismo che vede negli studenti un'onda montante sempre più preponderante.

I professori dal canto loro, che si fingono vittime di tale processo storico, hanno responsabilità gravi e pesantissime, perché vivono l'Università esclusivamente come il proprio orticello di potere dove sperimentare quotidianamente guerre fra bande alla ricerca di Potere&Prestigio, meglio ancora se sulle spalle del lavoro di numerosi e servili sottoposti. Sono questi professori, che si stracciano fintamente le vesti in realtà non protestando mai davvero quando la politica taglia fondi su fondi (peccato che molti di loro poi siano la politica, ma questo è un altro discorso, immagino), che da decenni distruggono Facoltà storiche creando corsi di laurea barzelletta con l'unico scopo di attirare più studenti possibili, rendendo l'Università un gigantesco baraccone dove non viene offerta un'istruzione ma venduto un prodotto. Gli studenti, già con la mente e la vita distrutta da una società totalmente nichilista si affacciano in questo scenario e l'unica cosa che possono materialmente fare è adattarvisi, perpetuando il mercato e non essendo assolutamente coscienti di quelli che sarebbero i propri diritti-doveri dentro questa istituzione. Ho conosciuto solo due professori, tra centinaia e centinaia, che in cinque anni si smarcavano da questo sistema. Lorenzo e Simone. Mi dispiace Università, ma ti guardo con le lacrime agli occhi, come uno che per sei anni si è spezzato la schiena e sudato e pianto tanto per migliorarti, e ti vedo senza speranze.

Stefano Caffari

La risposta

di Ugo Mattei

Caro Stefano, ho letto due volte la Tua lettera ed entrambe le volte ho terminato con le lacrime agli occhi. L'editoriale di Marco Bascetta («il manifesto» 24/7) descrive, in un' idea di riformismo fine a se stessa propria dei liberisti di sinistra, le radici di questo disastro. L'Università italiana, prima del trionfo del pensiero unico aziendalista (scimmiottato dagli Stati Uniti e amplificato oscenamente dalla destra e dai suoi consulenti accademici «di sinistra» alla Giavazzi), offriva una buona cultura di base critica.

Quando mi sono laureato io (1983) non esistevano né il dottorato di ricerca né le lauree triennali. Gli studenti italiani primeggiavano nei masters e nei Phd di tutto il mondo. Ci avevano dotati di un buon sapere di base. Poi per «competere» nel mondo globale abbiamo inventato il primo ed il terzo livello. Si è trattato di decisione sciagurata. Ben pochi dottorati in Italia formano davvero giovani leve accademiche garantendo standards qualitativi seri. E il 3+2 ha fatto lo spezzatino delle vecchie lauree quadriennali immolandole all' europeismo filo-atlantista dominante (il famigerato processo di Bologna) senza che fosse a nessuno chiaro perché il sistema non andasse bene. Idem per i concorsi universitari. Il sistema nazionale non funzionava? Invece di aggiustarlo si è scelta la scorciatoia del localismo che ha aperto le porte dell' insegnamento a tutti quei baroncini malvagi e scempi che tu lamenti. Per gli studenti non molto è cambiato. Purtroppo la deriva piccolo borghese della società colpisce maggiormente i suoi anelli più deboli e gli studenti (dopo la macellazione dei licei) lo sono. Nessun movimento dopo il '77 ha avuto un vero impatto politico e la Pantera che per un po' ha fatto sperare è finita in un nulla di fatto.

Poi ci sono quelli come Lorenzo e Simone e quelli come te. Tu scrivi benissimo, qualcuno deve averti insegnato a pensare in modo così lucidamente critico! (forse all'Università? Forse la lettura del «manifesto»?). Io di studenti come te ne conosco tanti, magari il 10-20%... Non tantissimi ma credimi sufficienti dopo la Rivoluzione (per la quale non esiste alcun motivo razionale per smettere di battersi con tutte le proprie forze in questo mondo orribile) per creare la classe dirigente del mondo nuovo! Io di colleghi come Lorenzo e Simone ne conosco parecchi, spesso proprio in quelle università piccole che adesso è di gran moda considerar ragione di ogni male. Poi qualcuno arriva anche a quelle grandi e si porta il proprio anelito innovativo, certo reso difficile dalla situazione economica (non ci sono neppure i fondi per i libri e le riviste) e dall' atteggiamento sospettoso di troppi colleghi (sovente proprio di sinistra!).

Il sapere critico, come l'acqua, è un bene comune che va governato con mentalità «pubblica» anche nell'interesse delle generazioni future. L'Università, come gli acquedotti, è il sistema attraverso il quale il bene comune si diffonde consentendo la soddisfazione dei diritti fondamentali cui è collegato. Se gli acquedotti perdono e le Università fanno acqua, occorre ripararle, con uno sforzo comune inclusivo nell'interesse di quel bene comune che veicolano. Lo smantellamento o la ristrutturazione nell'interesse della concentrazione del profitto e del potere non sono una soluzione accettabile, né è accettabile rassegnarsi. Per l'Università come per l'acqua

Ugo Mattei

Università

Il pensiero unico della spesa,

un male italiano

di Alessandro Dal Lago

L'aspetto più sconsolante del «dibattito» sul Ddl Gelmini sull'università è l'interesse esclusivo per le questioni della spesa, come se le virtù di bilancio fossero in grado, da sole, di ridare vita a un'istituzione che sta visibilmente morendo o, ciò che è la stessa cosa, trasformandosi in qualcosa di abissalmente lontano dai fini che tradizionalmente le vengono attribuiti. E questo è tanto più paradossale, quanto più i dati pubblicati ogni giorno mostrano che la spesa per studente, da noi, è tra le più basse in Europa. Come se, insomma, la cura per chi sta morendo d'inedia fosse il digiuno.

Ben pochi si interrogano su quello che l'università è diventata negli ultimi vent'anni, direi dall'epoca di Ruberti, e soprattutto sulle conseguenze delle varie «riforme», a partire da quella Berlinguer, per ciò che si fa (o si dovrebbe fare) davvero in università, ricerca e didattica. In questo senso, il nostro lettore della lettera a fianco descrive perfettamente la complicità di gran parte dei docenti e degli studenti nello sfruttare i miseri vantaggi di una pseudo-razionalizzazione al ribasso. Quanti professori, ormai, se ne lavano le mani dicendo «mi limito a fare il minimo indispensabile», oppure «mi imbosco fino alla pensione»? E quanti studenti concepiscono i loro obiettivi culturali, in questa atmosfera di depressione, come esclusiva ricerca di voti sempre più facili?

Io credo che tutto il male discenda dall'aver applicato meccanicamente all'università una logica opaca e posticcia («autonomia», «professionalità», ecc.) che non discende da alcuna cultura dell'efficienza (che in Italia non esiste, a partire dal mondo dell'impresa), ma dall'utopismo punitivo dei «riformatori». Si pensi solo alla sciagurata definizione degli studenti come «clienti», presente nei documenti di indirizzo della riforma nota come «3+2». Mentre da una parte si trasformava il sapere in calcolo di «crediti» e «debiti», dall'altra si strizzava l'occhio ai «clienti» facendo capire loro che, alla fine, nessuno li avrebbe bocciati più di tanto, purché non rompessero le scatole, non protestassero, si adeguassero al tran tran.

Oggi i ricercatori protestano giustamente perché le loro carriere sono bloccate, e tutti gli altri borbottano e mugugnano perché gli scatti di stipendio sono saltati, o perché li si vuole mandare in pensione prima (scaricando sull'Inpdap i loro oneri), perché non ci sono fondi, ecc. Ma perché non si sono mai ribellati di fatto alla miserabile aziendalizzazione degli atenei, alla contabilizzazione dei crediti, alla proliferazione insensata dei corsi, ai master mangiasoldi, alla vacuità dei dottorati, allo scollamento assoluto tra ricerca, un optional legato ormai alla buona volontà individuale e una didattica ripetitiva e massificata?

Il favore da cui il Ddl Gelmini è accolto dalla cosiddetta stampa indipendente e da tutto l'arco parlamentare descrive la connivenza generale nello strangolamento dell'università. Ma riflette anche la passività di gran parte del ceto accademico negli ultimi due decenni. E in fondo è l'espressione di quello che il paese è diventato, uno spazio privo di idee e progetti in cui la contabilità spicciola è diventata pensiero unico, a destra come a sinistra.

Da quando nacque Forza Italia, nel 1994, e per diversi anni, Norberto Bobbio tornò ripetutamente sul tema della natura di questo partito. Partito personale, non tanto perché creato da una persona, ma perché posseduto, «tenuto» da una persona, che nel partito aveva investito come s’investe in un’impresa. Un partito anomalo dunque. Anomalo rispetto alla forma partito politico nelle democrazie liberali, il quale partito politico è un’associazione di persone e non l’associazione di una persona.

Anomalo rispetto ai partiti liberali. Infatti, nonostante si fosse da subito presentato come la «Casa delle libertà», nella sua natura, Forza Italia e poi Pdl si dimostrò essere tutto fuorché un partito liberale classico. Il partito liberale classico ha personalità diverse, non è una massa amorfa unita nella figura di un leader che si presenta come carismatico, è un partito di diversi leader non sempre in sintonia su tutto, molto spesso litigiosi o in disaccordo tra loro.

Anomalo infine rispetto ai partiti che hanno praticato il centralismo democratico, che insistevano cioè sulla funzione coagulante del consenso, che respingevano formalmente le correnti. Il Partito comunista italiano praticava il centralismo democratico, ma la sua unità era più la faccia rivolta all’esterno che quella rivolta all’interno, dove c’erano differenze espresse e non celate fra leader e fra gruppi. La difficile, impossibile, gestione del pluralismo interno, della libertà d’espressione delle idee, infine il riconoscimento di minoranze (di ciò che con disprezzo si chiamano «correnti»), è il segno del fatto che a sedici anni dalla sua fondazione, il Pdl (ex Fi) non è riuscito a risolvere quell’anomalia messa in luce da Bobbio.

Il Pdl è forse un esempio di cesarismo democratico, un partito del demagogo per usare una espressione classica. Ma con alcuni distinguo che meritano attenzione. Il dominio cesaristico del demagogo su una collettività di associati può riuscire spontaneo e agevole nella fase costitutiva, nel processo formativo del partito. Ma il passaggio dall’eccezionalità dell’atto fondativo alla normalità dell’azione politica ordinaria, rendono il dominio cesaristico e l’unanimismo un problema, un obiettivo di difficile attuazione.

Il rischio a questo punto è che delle due categorie che compongono l’ossimoro «cesarismo-democratico», il primo si rafforzi a spese del secondo, contro il secondo. Le vicende di questi mesi, seguite alla rivendicazione del presidente della Camera di una legittima libertà di espressione del dissenso dentro il Pdl, mostrano con molta chiarezza che l’esperimento di tenere insieme cesarismo e democrazia all’interno di un partito moderno è votato al fallimento.

La democrazia, anche nella sua più illiberale accezione, anche quando insiste più sul consenso che sull’articolazione libera del dissenso, non può sopportare comunque una gestione autoritaria della vita collettiva.

L’anomalia di allora, è quindi ancora tutta qui, irrisolta.

Fa piacere a tutti quelli che fanno il mio mestiere poter dire ogni tanto: «l’avevo scritto prima di tutti» anche se molte volte ci sbagliamo nelle previsioni e nei giudizi. E allora: quando Marchionne annunciò che la Fiat aveva conquistato il controllo della Chrysler, gran parte della stampa magnificò quell’operazione come un’offensiva in grande stile della società torinese per proporsi come uno dei quattro o cinque gruppi automobilistici mondiali che sarebbero sopravvissuti nell’economia globale. Io scrissi invece che l’operazione di Marchionne era puramente difensiva. La Fiat stava affondando; aggrappata alla Chrysler sarebbe sopravvissuta, sia pure con connotati industriali e territoriali completamente diversi.

Ma perché proprio la Chrysler e non invece la Peugeot e magari la General Motors che sembrava anch’essa sull’orlo del disastro?

La Peugeot non si poneva il problema di sopravvivenza planetaria e non stava affatto affondando; quanto alla GM, aveva un programma di rilancio che infatti è andato a buon fine con l’aiuto dei fondi messi a sua disposizione dal governo Usa.

Chrysler era completamente decotta e il governo americano non l’avrebbe rifinanziata, l’avrebbe lasciata fallire. L’arrivo della Fiat e del piano industriale di Marchionne la salvò, Obama decise il rifinanziamento e in questo modo tenne a galla Chrysler e indirettamente la stessa Fiat. Il capolavoro di Marchionne è stato questo. Ma poi arrivarono allo stesso pettine altri nodi.

Massimo Giannini, trattando ieri questo stesso tema, ha scritto che la questione di Pomigliano è stata una «provocazione» di Marchionne per saggiare la risposta dei sindacati. L’errore dei sindacati (Cisl e Uil) - ha scritto - è stato di pensare che la provocazione riguardasse soltanto Pomigliano; invece no, riguardava l’assetto di tutto il gruppo Fiat a cominciare dal Lingotto. In effetti è così.

È vero che nell’accordo firmato con Cisl e Uil la Fiat ha preso l’impegno che le nuove regole non saranno applicabili in nessuno degli altri suoi stabilimenti in Italia; Marchionne infatti non ne applicherà ma semplicemente trasferirà in Serbia l’attuale lavoro previsto per Mirafiori.

Ma perché in Serbia? La differenza di costo salariale tra la Serbia e Torino è molto forte ma la componente salariale non pesa più dell’8 per cento sul prodotto finale. La ragione del trasferimento dunque non è questa; la ragione sta nel fatto che lo stabilimento Fiat in Serbia sarà pagato per tre quarti dall’Unione europea e per il resto da incentivi fiscali del governo di Belgrado. Quello stabilimento non costa nulla alla Fiat; per di più la sua gestione è vantaggiosa e genera utili. Perché Marchionne dovrebbe rinunciarvi?

Quanto al governo italiano, non ha assolutamente nulla da dare alla Fiat. L’azionista della società torinese non ha soldi per nuovi investimenti automobilistici; tanto meno ne ha il governo Berlusconi-Tremonti. Quindi liberi tutti, checché ne pensino Chiamparino e la Regione Piemonte a guida leghista. Bossi vuole il federalismo, della Fiat non gliene frega niente. Il tavolo aperto dal ministro Sacconi per mercoledì prossimo si limiterà ad auspicare qualche dettaglio; sotto l’auspicio niente.

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Tutto questo era prevedibile ed infatti era stato previsto. Come era stata prevista la mossa fondamentale di scorporare l’automobile dalla Fiat e quindi dal gruppo Agnelli. In gergo borsistico quest’operazione è stata chiamata «spin off», un termine che richiama in qualche modo lo "spinnaker", la vela di prua che viene alzata quando il vento soffia da poppa. Se quel vento è forte la barca vola sulle onde. Infatti la Borsa ha accolto con molto favore lo scorporo. Il significato strategico è chiaro a tutti: gli azionisti del gruppo e «in primis» la famiglia Agnelli, vogliono disfarsi dell’automobile. Lo «spin off» serve appunto a questo: predisporre la vendita dell’automobile ex Fiat a chi vorrà comprarlo. Nel frattempo preparare la fusione con la Chrysler. La Fiat resta a Torino, ma senza più l’auto. Questa è la prospettiva del futuro prossimo.

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Fin qui abbiamo considerato la questione Fiat misurandola su tre dimensioni successive: Pomigliano, Lingotto, scorporo dell’auto.

Ma c’è una quarta dimensione ancora più importante e ancora più globale. Ne scrissi due mesi fa e non l’ho chiamata «provocazione» ma «apripista». Il caso Pomigliano cioè, e ciò che ne sta seguendo, funziona da caso «apripista» per un’infinità di operazioni analoghe che possono coinvolgere l’intero apparato industriale italiano, soprattutto quello delle imprese medio-piccole e piccole, quelle che occupano tra i 300 e i 20 dipendenti e che rappresentano il vero ed unico tessuto industriale italiano soprattutto nel nord della Lombardia, nel Triveneto, nell’Emilia-Romagna, nelle Marche, in Puglia, in Campania, nel Lazio.

Queste imprese esportano nell’euro e fuori dall’euro. Avevano registrato una grave crisi nel 2007-2008, poi si sono riprese, aiutate dalla svalutazione dell’euro, dal lavoro nero e precario e dal lassismo fiscale.

Non sappiamo quanto reggeranno all’«austerity» di Tremonti e alla ripresa dell’euro nei confronti del dollaro. Il rischio è che adottino anch’esse la delocalizzazione di cui Pomigliano ha funzionato come apripista.

Nelle imprese medio-piccole e piccole il sindacato è molto più debole che nelle grandi e grandissime. Quindi il problema non è di disciplinare il sindacato, ma di disciplinare direttamente i dipendenti. La minaccia della delocalizzazione servirà a questo e sarà estremamente difficile resistervi.

Andiamo dunque verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell’economia sociale di mercato degli anni Sessanta fino all’inizio di questo secolo?

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Io temo di sì. Temo che la direzione di marcia sia proprio quella ed ho cercato di definirla parlando della legge chimico-fisica dei vasi comunicanti. In ogni sistema globalmente comunicante il liquido tende a disporsi in tutti i punti del sistema allo stesso livello, obbedendo all’azione della pressione atmosferica.

In un’economia globale questo meccanismo funziona per tutte le grandezze economiche e sociali: il tasso di interesse, il tasso di efficienza degli investimenti, il prezzo delle merci, le condizioni di lavoro.

Tutte queste grandezze tendono allo stesso livello, il che significa che i paesi opulenti dovranno perdere una parte della loro opulenza mentre i paesi emergenti tenderanno a migliorare il proprio standard di benessere. La prima tendenza sarà più rapida della seconda. Al termine del processo il livello di benessere risulterà il medesimo in tutte le parti, fatte salve le imperfezioni concrete rispetto al modello teorico.

La Fiat ha fatto da apripista. Marchionne disse all’inizio di questa vicenda che lui ragionava e operava nell’epoca «dopo Cristo» e non in quella «ante Cristo». Purtroppo il «dopo Cristo» è appena cominciato.

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C’è un modo per compensare la perdita di benessere che il «dopo Cristo» comporta per i ceti deboli che abitano paesi opulenti?

Certo che sì, un modo c’è ed è il seguente: far funzionare il sistema dei vasi comunicanti non solo tra paese e paese, ma anche all’interno dei singoli paesi. L’Italia è certamente un paese ricco. Anzi fa parte dei paesi opulenti del mondo, che sono in prevalenza in America del nord e nella vecchia Europa. Ma l’Italia è anche un paese dove esistono sacche di povertà evidenti (e non soltanto nel Sud) e dislivelli intollerabili nella scala dei redditi e dei patrimoni individuali.

Tra l’Italia dei ceti benestanti e quella dei ceti poveri e miserabili il sistema dei vasi comunicanti è bloccato, non funziona. Il benessere prodotto non viene redistribuito, rifluisce su se stesso e alimenta il circuito perverso e regressivo dell’arricchimento dei più ricchi e dell’impoverimento dei poveri.

Una politica che volesse perseguire il bene comune dovrebbe dunque smantellare il circuito perverso e far funzionare il circuito virtuoso. Attraverso una riforma fiscale che sbloccasse il meccanismo e redistribuisse il benessere. E poiché la mente e lo stomaco dei ceti poveri e medi reclamano un meccanismo meno iniquo dell’attuale, la riforma del fisco può e deve essere anticipata da misure specifiche di pronta attuazione, stabilite dalla concertazione tra governo e parti sociali che funzionò egregiamente tra il 1993 e il 2006, finché fu abolita con un tratto di penna all’inizio di questa legislatura.

Le opposizioni dovrebbero a mio avviso concentrarsi su questo programma. Bersani ne ha parlato recentemente, ma le opposizioni dovrebbero convergere su un programma concreto con questo orientamento per uscire da una situazione caratterizzata da vergognosi privilegi e diseguaglianze. Si parla molto di riforme. Questa delle ingiustizie sociali da combattere è la madre delle riforme. Perciò mi domando: che cosa aspettate? Che la casa vi crolli addosso?

Quando si parla di Resistenza, se ne evoca soprattutto l’aspetto di lotta armata che portò alla vittoria sul nazifascismo e alla Liberazione, dimenticando gli episodi di disobbedienza civile e il sostegno dato da tante famiglie. Spesso si trattava di piccoli significativi gesti di ribellione contro il fascismo che la storiografia ha negli ultimi anni riscoperto. L’Istituto Cervi ne ricorda uno ormai da 15 anni..

Il 25 luglio del 1943, il Gran consiglio del Fascismo vota la sfiducia a Benito Mussolini e il re lo fa arrestare. Cade il regime. A Campegine, in provincia di Reggio Emilia, si fa festa. Una famiglia di contadini un po’ particolari per l'ingegno e la passione che mettono nel lavorare la terra e nell'opporsi alla dittatura, fa il più bel funerale del Fascismo, per dirla con le loro parole.

Decide di offrire al paese un piatto di pasta asciutta. Sono i sette fratelli Cervi con il padre Alcide, la madre Genoeffa e tante altre famiglie della zona. Tempi di fame e povertà, anche nella bassa reggiana, c'è la guerra combattuta e c'è la voglia di sperare. I Cervi ricreano la piazza, la riprendono dopo anni di adunate pilotate, offrendo pastasciutta a tutti i compaesani, una pasta frutto della farina e delle braccia di più persone che non avevano molto. Al massimo potevano fare una pasta in bianco, con burro e parmigiano, ma quella la fecero.

Il 25 luglio è una data storicamente nodale, analizzata da storici e giornalisti nella sua ufficialità, ma troppo spesso si è tralasciato di raccontare la gioia che investì la popolazione, il carattere pacifico delle manifestazioni spontanee che si improvvisarono, espressione di un antifascismo diffuso, spesso nemmeno consapevole, che voleva la fine della guerra, della fame e della paura. La Liberazione arriverà solo venti mesi dopo e costerà ancora tanta sofferenza, ma quel 25 luglio il primo istinto fu di festeggiare insieme. Quello spirito, quell'ottimismo, rivive ancora nella casa che fu dei Fratelli Cervi, oggi Museo, ogni 25 luglio.

L'Istituto Alcide Cervi da anni organizza una rassegna teatrale, il Festival di Resistenza, che ha nella Serata della Storica Pastasciutta il suo evento conclusivo in cui riproporre la stessa formula di ritrovo spontaneo e festoso. La pasta viene offerta a chiunque si presenti, mentre sul palco si alternano ospiti e performance. Quest'anno sarà Ascanio Celestini a raccontare storie di ieri e di oggi al sempre più numeroso pubblico antifascista e, in quell' occasione, verrà assegnato il Premio Museo Cervi per il Teatro allo spettacolo vincitore del festival, realizzato grazie al volontariato generoso del territorio e alla collaborazione con Cooperativa Boorea e Arci.

L’autrice è Presidente dell’ Istituto Alcide Cervi

Quattro anni fa, settembre 2006, Sergio Marchionne dichiarava prima in un discorso all’Unione Industriale di Torino, poi in un’intervista a questo giornale, che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento» «e dunque – aggiungeva – è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Per contro ieri annuncia che, tutto sommato, ritiene necessario picchiare proprio su chi sta alla linea. E le ragioni per farlo sembrano primariamente connesse al costo del lavoro. In questo caso i destinatari diretti del messaggio non sono i lavoratori di Pomigliano, ma quelli di Mirafiori, visto che un nuovo modello di auto che doveva venir prodotto nello stabilimento torinese sarà invece prodotto in Serbia. Una decisione che, se non è un de profundis per Mirafiori, poco ci manca.

In verità l’ad Fiat ha usato parole un po’ diverse. Ha detto che in Italia i sindacati mancano di serietà. L’azienda non può assumere rischi non necessari per realizzare i suoi progetti nel nostro paese. Fiat deve essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell’attività. Qualche minuto in rete basta però per venire a sapere che il salario medio dei lavoratori serbi del settore auto si aggira sui 400 euro al mese. Ed è improbabile che tale costo sia accresciuto da consistenti contributi destinati al servizio sanitario e alla pensione, come avviene da noi grazie alle conquiste sociali di due generazioni fa. Andare in Serbia, piuttosto che restare a Mirafiori, significa quindi giocare il destino di nostri lavoratori la cui prestazione assicurava finora un livello di vita decente a sé stessi ed alla famiglia, anche per il futuro, contro lavoratori di un paese che a quel livello di vita e a quel futuro avrebbero pure loro diritto, ma per il momento se li possono soltanto sognare.

Se questa sorta di grande balzo all’indietro è ciò che Marchionne intende per modernizzazione delle relazioni industriali in Italia, vengono un paio di dubbi. Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un’industria altamente automatizzata come l’auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi. E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata. Magari ci verrà detto ancora una volta che questo è un obbiettivo che la globalizzazione impone. Può essere, anche se le pretese di quest’ultima cominciano ad apparire esagerate. Quel che è certo è che si tratta di un preoccupante indicatore politico.

L'idea che il potere, in un'impresa come in uno Stato, debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire. Il manager della Fiat Marchionne in questo è simile al capo del governo Berlusconi, entrambi stupiti e quasi delusi che i lavoratori sottoposti non capiscano, non gradiscano il ricatto del capitalismo globale: o mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.

Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta. Ma è un'idea di comodo, cara a chi sta al potere, smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale: se l'automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie. Marchionne è certamente un manager intelligente come lo fu prima di lui Cesare Romiti, e magari i toni ricattatori e autoritari possono servire nel tempo breve, ma non alla creazione di una durevole crescita civile.

Non sembra il caso di ricorrere di continuo nei rapporti di lavoro alle superiori, indiscutibili esigenze del mercato globale, cioè della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli comoda. È una pretesa inaccettabile da un paese civile: non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene. Soprattutto in paesi come il nostro dove la formazione di una società industriale è avvenuta anche grazie ai privilegi e alle discipline autoritarie, anche grazie ai riarmi e ai bagni di sangue delle guerre mondiali.

Come Cesare Romiti, come altri manager e imprenditori, Marchionne è convinto che la crescita economica di un paese sia la stessa cosa della sua crescita civile e che essa sia possibile solo se si rispettano le regole fondamentali che legano il lavoro al salario e che rifiutano come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro. Ma questo rispetto delle regole non può essere una prerogativa dell'imprenditore razionale da imporre ai dipendenti immaturi che preferiscono la partita della Nazionale di calcio al lavoro, non può essere la richiesta di rinunciare nel nome della produzione ai diritti conquistati con duri sacrifici.

Anche il capitale, anche il potere capitalistico inseguono utopie come quella che sia possibile e augurabile abolire la lotta di classe. Non è così, sia che i padroni siano liberali, sia che siano comunisti come la Cina, dove i grandi balzi produttivi maoisti stanno finendo secondo logica nella ripresa degli scioperi e nelle lotte per i diritti umani.

Ha detto Marchionne: "Stiamo facendo discussioni su principi e ideologie che ormai non hanno più corrispondenza nella realtà. Parliamo di storie vecchie di trenta o quarant'anni, stiamo a parlare del padrone contro il lavoratore. Sono cose che non esistono più".

Davvero? Forse il Ceo della Fiat si sbaglia o si illude. I padroni esistono ancora, come i lavoratori che dai padroni dipendono. E per governarli occorre anche modestia, pazienza e sapersi mettere, come usa dire, nei loro panni.

Gli scandali venuti alla luce in questi giorni vedono il ritorno sulla scena di personaggi del passato accusati di pressioni indebite e tangenti. Nemmeno Pasolini aveva previsto quello che accade oggi con il livello del malaffare che va ben oltre quello raggiunto dall'Italia del pentapartitodi ALBERTO STATERA

Carlo, ingegnere che lavora all'Eni in un cefisiano losco contesto, ritorna a casa e non solo fa sesso con la mamma e anche con la nonna, ma ritrova il faccendiere Troya.

Chissà se Pier Paolo Pasolini sapeva, nello scrivere la monumentale opera incompiuta Petrolio, che al suo faccendiere aveva dato non un nome di fantasia, ma proprio il nome anagrafico di uno degli uomini che a quel tempo incarnava il non plus ultra dei faccendieri. Filippo Troja, forse con la "j" forse con la "y", da un ventennio incarnava lo spicciafaccende che al servizio della diccì programmava appalti, distribuiva tangibili benemerenze, erogava nomine e privilegi, appalti e mazzette. Mazzette, sia chiaro, da centinaia di milioni di lire, non le ricchezze stellari di milioni di euro che transitano oggigiorno prelevati da pubbliche risorse, nel mondo della neo-confraternita dei Beati Paoli, i sotterranei faccendieri di alcuni secoli fa, cui la complice benevolenza berlusconiana assegna al massimo il ruolo di "quattro pensionati sfigati".

Sfigati che nominano presidenti di Cassazione e di Corti d'Appello, che istruiscono dossier sessuali su candidati politici locali, che manovrano, nella loro pochezza etica e civile, centinaia di milioni e il potere di un regime fatto di bande, di comitati d'affari federati, senza cultura e senza onore, come intuiva Pasolini, che pure mai vide l'Italia più turpe del nuovo millennio. Un'Italia dei faccendieri ben oltre i livelli di malaffare raggiunti in quella pentapartita, quando buona parte del maltolto finiva ai partiti, anche se già allora Rino Formica proclamava: "I frati sono ricchi, la Chiesa è povera!" Se il federalismo entrante ha un obiettivo già raggiunto è quello del malaffare che si dipana regione per regione al Sud come al Nord, dove le risorse sono gestite e distribuite da comitati d'affari operanti sotto l'ombrello della cupola nazionale berlusconiana, il quale fin dall'inizio proclamò: "Andate e arricchitevi".

L'ultimo indirizzo conosciuto di Troja, inconsapevole personaggio pasoliniano ormai in là con gli anni e forse perso alla causa faccendiera dopo una comparsa nello scandalo Parmalat, è l'Alta Velocità di Lorenzo Necci. Laico, forse massone, Necci fu falciato e ucciso quando ormai era in disgrazia, dopo aver sperato di fare addirittura il presidente del Consiglio, mentre pedalava in bicicletta in un dimenticato carrugio pugliese, in compagnia del suo avvocato Paola Balducci. Ma la genia cui apparteneva Troja, sul quale eviteremo di maramaldeggiare con calembour del tipo "nomen omen", non solo non si è dissolta, ma governa l'Italia dai posti di comando, dai gabinetti ministeriali, dalle direzioni generali, dai tribunali amministrativi, dalle stanze di palazzo Chigi, dagli attici tripiani graziosamente concessi da Propaganda Fide, dal cardinale Crescenzio Sepe e dagli eccellenti faccendieri vaticani, quelli che, da Marcinkus e Calvi in poi, hanno seguito il corso inarrestabile del potere e soprattutto del denaro.

Altro che Troja. Fiumi e fiumi di denaro sporco Enimont, ex madre di tutte le tangenti ripulite dalla banca del Vaticano, ha riciclato Luigi Bisignani, tessera 203 della P2, ex giornalista dell'Ansa, definito il Ken Follett italiano per alcuni suoi romanzi gialli presentati da Andreotti in persona e da Giuliano Ferrara, che tra il suo prossimo ama soprattutto i brutti, sporchi e cattivi, quelli che vede meglio in una Repubblica senza borghesia e senza principii, fatta di laicismo devoto, di spartizioni di potere e di denari. Gigi, principe ancora in carica dei faccendieri di Stato, è l'unico che a palazzo Chigi entra nell'ufficio di Gianni Letta senza neanche bussare e che a Cesare Geronzi, neo-presidente di Generali nella poltrona che fu di Cesare Merzagora, il quale rifiutò l'ingresso nell'azionariato del palazzinaro Berlusconi, trasmette giorno per giorno gli umori della suburra di palazzo Chigi.

È lui che cerca al centralino della presidenza del Consiglio Angelo Balducci quando lo scandalo della Protezione civile è sul punto di scoppiare. E lui il tipo antropologico di cui questa Repubblica fondata sul binomio clientela e parentela non può fare a meno. Infante piduista gelliano per i trascorsi massonici del papà funzionario Pirelli in Argentina, fu postino implume dei più di novanta miliardi di lire Enimont nel torrione vaticano dello Ior. Gigi è meno ruspante del suo collega Flavio Carboni, oggi in galera per quell'incredibile pasticcio dell'eolico in Sardegna. E ben più attrezzato dei due vice-faccendieri eolici. Il geometra Pasquale Lombardi di Cervinara, l'amico di De Mita e Mancino che sussurrava in irpino stretto alle alte cariche della Magistratura e si sbatteva per la nomina di "Fofò" Marra a presidente della Corte d'appello di Milano, organizzava convegni di giudici, come ai tempi dei pretori d'assalto e dello scandalo dei petroli faceva Giancarlo Elia Valori, tuttora in servizio permanente effettivo.

L'"imprenditore" Arcangelo Martino, fece di più: presentò al premier la vergine partenopea Noemi Letizia, dopo che con il di lei genitore era finito in carcere. Al magistrato che qualche giorno fa lo interrogava ha piagnucolato: "Ma quale associazione segreta, signor giudice. Semmai un'assemblea di figure e 'mmerda!" Figure e 'mmerda, plastica definizione degli esponenti di una federazione di comitati d'affari che ci governa attraverso un manipolo di intriganti trafficoni mestatori, talvolta oggetto di mutazioni genetiche che giungono alla nuova specie, non più inedita, del ministro-faccendiere o del coordinatore nazionale-faccendiere.

Volentieri vi forniremmo in questo "Diario" un elenco di spicciafaccende nominativo, di oggi e del passato, con le loro fascinose storie, a cominciare dai mitici Gioacchino Albanese e Sergio Cusani, veterani dei tempi di Craxi. Ma, a parte questioni di spazio, in fondo l'unico che mantiene tuttora i supergalloni e li indossa con perfetta interpretazione del ruolo è proprio Gigi, l'omino furbo e scattante che sussurrava a Stammati e a Gelli, a Gardini e Andreotti, che può designare nel nuovo regime il capo dell'Eni nella persona di Paolo Scaroni, un vicentino che tanto per gradire si era fatta un po' di Tangentopoli. Ma i tempi, signora mia, non sono più quelli. Anche perché il mestiere del faccendiere è stato sottratto ai legittimi titolari da magistrati corrotti, giornalisti ben più che compiacenti con decenni di "professione", sottosegretari e ministri che il malaffare lo curano di persona. Com'è dura, signora mia, la concorrenza per i veri professionisti quando a Palazzo Chigi - Pasolini non lo prevedeva - siede in plancia il primo sommo faccendiere d'Italia.

Un passo avanti sul disegno di legge delle intercettazioni e lo straordinario successo della raccolta di firme per i referendum sull'acqua. Apparentemente, due fatti sconnessi. A guardar meglio, la libertà di indagine e di informazione, come l'acqua pubblica sono battaglie, democratiche e radicali che o hanno scavalcato i partiti o li hanno costretti a guardare fuori di sé.

Accade quando si torna a interpellare il popolo sovrano su contenuti semplici ma cruciali (l'acqua bene comune), e quando l'informazione fa il suo mestiere contro il potere, tutelando l'altro bene comune, la libertà di espressione. Se la politica cambia strada, offre obiettivi, il paese risponde, si muove, c'è.

Nella vicenda della libertà di indagine e di informazione, lo schieramento parlamentare di centrosinistra (sostenuto dalla vigilanza del capo dello stato), è stato fortemente sospinto nel percorso istituzionale da una martellante campagna di stampa, a sua volta causa e effetto di una attenzione dell'opinione pubblica spontaneamente scesa in piazza con manifestazioni nazionali come non si ricordava da tempo (il 3 ottobre in piazza del Popolo, il 5 dicembre a S.Giovanni, per citare le più clamorose). E, alla fine, pur nelle nebbie del conflitto di interessi (eredità bipartisan) o tra le sirene dei governissimi, le notizie sulla ragnatela corruttiva che divora l'economia e le istituzioni italiane sono arrivate a (quasi) tutti. La questione immorale ha rotto il muro omertoso del sistema berlusconiano e il governo è stato costretto a ingoiare il bavaglio che avrebbe dovuto piegare i magistrati e zittire il paese.

Ancora non è chiaro l'approdo definitivo della legge (il Pdl fa buon viso, i finiani esultano, Berlusconi se ne lamenta), tuttavia l'impianto è stato sconnesso da un emendamento (l'udienza-filtro) che consente di tutelare la privacy e insieme di pubblicare le intercettazioni ritenute rilevanti da accusa e difesa. Ma colpi di coda e reazioni da caimano sono sempre nel conto.

Nel caso dei referendum sull'acqua la frattura tra centrosinistra e realtà sociale non poteva essere più profonda: Pd e Idv non solo non hanno sostenuto l'iniziativa referendaria, ma hanno (il caso di Di Pietro) indetto un loro referendum, oppure (il caso di Bersani) costituito un comitato "contro" insieme a esponenti del Pdl. Con una pulsione autolesionista notevole, testimoniata dalla plateale sconfessione del loro stesso mondo, militanti e elettori impegnati nei banchetti di raccolta delle firme per l'acqua pubblica.

Due buone notizie che aprono un varco. C'è un popolo e una sensibilità che si misura su contenuti di etica pubblica come di partecipazione sociale, scavalcando i vertici dei partiti, resuscitando associazioni e movimenti, aggiornando l'agenda.

Lo storico meridionalista: i miliardi calati dall’alto sarebbero facile preda della mafia. Sì a tante attività nel territorio, dall’agricoltura al turismo

Ci vuole un piano del lavoro di nuovo tipo per il Sud, non l’ennesima erogazione di miliardi per le infrastrutture calati dall’alto, facile preda di mafia e clientele». Commenta così Piero Bevilacqua, calabrese, 65 anni, storico contemporaneo a Roma l’ultimo Rapporto Svimez per il Mezzogiorno. Un report la cui drammaticità lo studioso non sottovaluta affatto, a partire dall’allarmante decrescita del Pil, dalla disoccupazione e dal rischio povertà. E però le idee di Bevilacqua meridionalista di sinistra e teorico della green economy sono altre: ambiente, agroalimentare «green», risanamento dei centri interni, forestazione. Con in più una rete di centri universitari di tipo francese mirati su «scienze umane» e territorio. E poi attorno, a venire, le infrastrutture. Ma soprattutto, «niente riedizioni della Cassa per il Mezzogiorno e niente retorica tremontiana sulla Banca per il Sud». Tutte proposte che vedranno la luce in gennaio in un libro per Laterza intitolato La grande distruzione e con un capitolo ad hoc: «Un piano del lavoro per la gioventù».

Sentiamo Bevilacqua. Professore, per Svimez il Sud va sempre più indietro e da 8 anni cresce meno del Nord. Da dove viene la recessione a Mezzogiorno?

«Sono dati che non mi sorprendono, indici di un degrado che si vede già da alcuni anni. Il flusso emigratorio è cresciuto, anche se i giovani vogliono rimanere, magari da disoccupati di lunga durata, in attesa di lavoro. Però vorrei segnalare che la questione è globale. Il Sud vive nell’economia-mondo, e sconta la crisi mondiale».

Colpa del capitalismo globale?

«Ovvio. La tendenza di fondo è il risparmio di lavoro per incrementare la produzione: è crescita senza lavoro. Anche prima della crisi, negli Usa cuore del capitalismo il tema dell’occupazione era decisivo, mascherato dal fatto che lì chi lavora una settimana è considerato occupato! E anche lì la gente di colore non cerca lavoro. Nel Sud italiano la deindustrializzazione ha fatto il suo corso: da Taranto, a Priolo, Siracusa e Bagnoli. E il tutto senza lasciare alcuna disseminazione di piccole imprese, come invece al Nord».

Sì, ma ormai la recessione al Sud genera una catastrofe civile, la caduta di ogni standard...

«Verissimo, ma il punto decisivo è dare ai giovani un reddito, legato a molte cose. A un vero piano del lavoro, connesso al territorio, all’agricoltura, alla green economy, alla forestazione, al recupero dei centri urbani e delle aree interne abbandonate. Si può cominciare con misure tampone, per affrancare i giovani dalle famiglie, far circolare un po’ di denaro, e alimentare così la domanda».

Non la convince l’idea Svimez di un piano infrastrutturale di 38 miliardi di euro?

«Assolutamente no, è il solito vizio illuministico dei piani calati dall’alto in chiave miracolistica. E con le infrastrutture a fare il miracolo».

D’accordo, ma allora quale deve essere il volano per la nuova economia meridionale?

«Il volano, i volani, devono essere diversi e graduali. L’economia non si inventa, viene da lontano, dalla storia, dalle radici e dal saper fare». Che economia immagina al Sud? «Tante economie del territorio: allevamento, prodotti agricoli di qualità, turismo di qualità, palazzi storici da recuperare, anche alla ricerca e allo studio. Il punto resta la qualità, ovunque. Si può creare un’agricoltura altra, e non solo industriale. E poi le piccole opere, le città, i borghi...»

Ci vogliono soldi da distribuire. Come non sprecarli ancora?

«Si possono immaginare tante cose innovative. Ad esempio una consulta di studiosi, manager, scienziati dell’ambiente, storici e meridionalisti, che possa monitorare gli interventi, dentro un progetto coordinato. Penso a un'alleanza tra cultura, politica e legalità sul territorio. Ma innanzitutto va combattuta tutta la cultura liberista di questi anni, che ha finito con il potenziare il cinismo della libera iniziativa illegale e mafiosa, vero modello distruttivo per i giovani».

Esperienze da seguire a riguardo?

«Sì il centro-nord, con la sua cultura del territorio, le sue tradizioni. La sua cultura civica, che è il vero involucro dell’economia. La quale non nasce mai dal nulla. Eccolo il modello da cui far ripartire una rinascita del Mezzogiorno. È alle regioni appenniniche che dobbiamo guardare. E poi, me lo lasci dire, Gramsci ha fatto nascere gran parte della sua riflessione culturale dal Sud e dall’intreccio di Sud, nord ed economia-mondo di allora. Questi, e intendo la sinistra, sembra abbiano dimenticato davvero tutto...».

Domanda tutta politica: che giudizio dà dell’«anomalia Vendola», in Puglia e magari più in grande?

«Buon giudizio. Guardo a Vendola con speranza e simpatia. Gli ho anche mandato il mio libro. Ha bisogno di crescere, di calcio minerale per fortificarsi e forse di visione strategica un po’ più ampia...»

SVIMEZ

Quel Mezzogiorno in caduta libera

di Francesco Piccioni


La crisi colpisce il paese in modo diseguale. Cresce la differenza tra sud e centro-nord quanto a occupati, produzione, servizi, speranze di vita, infrastrutture, produttività. Riprende forza l'emigrazione interna per motivi economici. Lo Svimez vede una sola possibile via d'uscita: fare del meridione la frontiera dei rapporti col Mediterraneo»

Se in Italia piove, al Sud grandina. Il Rapporto Svimez 2010 non lascia margini alla retorica del «paese che sta meglio degli altri»: non c'è un solo settore economico che non presenti stabilmente un segno meno davanti a un numero invariabilmente più alto di quelli registrati nel centro-nord o negli altri paesi europei. Nemmeno il turismo - che pure potrebbe giovarsi di condizioni climatiche tali da poter programmare una «stagione di 12 mesi» - riesce a migliorare la media: su 100 visitatori solo 10 vanno nel Mezzogiorno (sono 40, ad esempio, per la Spagna meridionale).

Dovunque si guardi il problema è lo stesso: carenze infrastrutturali che derivano da un'antica e ora aggravata assenza di progetto politico-economico, appesantite da una presa della criminalità organizzata capace di «bruciare» in partenza qualsiasi ipotesi di modernizzazione.

Su questo mondo la crisi economica globale - che sta per «festeggiare» il terzo anno di vita - si è abbattuto distruggendo quel poco di industrializzazione costruita con molti fondi pubblici e tanta furbizia privata. Il manifatturiero ha perso qui in un solo anno il 16,6% di valore aggiunto, con devastazioni irrecuperabili in settori come l'esportazione di metalli, il chimico-farmaceutico, i mezzi di trasporto. E dal 2012 non ci sarà più nemmeno lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, con il relativo indotto... Anche nell'edilizia o nel terziario la caduta del Sud è andata a velocità doppia rispetto alla contemporanea crisi del centronord. Trascinando in basso una «produttività» già ampiamente deficitaria (il gap con la parte «evoluta» del paese si attesta ormai intorno al 25%).

Del resto il governo in carica ha di fatto azzerato le «politiche di riequilibrio», già prima molto inferiori a quelle di altri paesi (Germania, Francia, Spagna). Il colpo finale è arrivato dallo storno verso altri obiettivi dei Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), per un totale di 26 miliardi in pochi anni. Vero è che il tasso di utilizzazione di questi fondi da parte degli enti locali era in alcuni casi vergognosamente basso; ma non averli più a disposizione mette a rischio il raggiungimento di molti degli obiettivi indicati nel «Quadro strategico nazionale». La forzatura del «federalismo demaniale» si va oltretutto a sommare a «liberalizzazioni e privatizzazioni» che hanno aggravato il divario Nord-Sud (il contrario di quanto promesso); è infatti molto probabile che gli enti territoriali più deboli economicamente siano spinti ad «adottare comportamenti opportunistici»: ovvero «mettere a valore» quei beni più facilmente collocabili sul mercato.

Lo scenario che emerge dall'analisi dello Svimez è quella di un avvitamento senza quasi più speranze. Le spese per investimenti infrastrutturali sono scese in soli tre anni di quasi il 9% in una parte del paese che presenta una rete autostradale e ferroviaria di fatto preistorica (il 51% delle tratte non è nemmeno elettrificato).

Bassa qualità dei servizi pubblici meridionali, restrizioni nel credito a imprese e cittadini, ecc, sono ormai dei luoghi comuni. Per gli analisti dello Svimez l'unica soluzione è rappresentata da «un profondo processo di ristrutturazione dell'apparato produttivo meridionale» nell'ambito di uno sforzo progettuale per fare del Sud «una frontiera del paese verso il Mediterraneo». Uno spostamento del baricentro, insomma, che invece di continuare a vedere il Sud come la parte lontana e arretrata di un paese ormai saldamente «sbilanciato» a settentrione, fa di questo territorio un possibile «ponte» verso Africa e Medio Oriente. Significa un sistema integrato di porti e reti di trasporto efficienti, non la diffusione puntiforme e fatiscente di oggi.

A pagare il prezzo sono le popolazioni, naturalmente, a partire dai giovani - con tassi di disoccupazione record - ormai protagonisti di un costante flusso migratorio senza ritorno, come anche del fenomeno del «pendolarismo su grandi distanze». Un divario che si misura anche nei livelli di povertà (il 14% delle famiglie può contare su meno di 1.000 euro al mese), con forti difficoltà a far fronte al pagamento delle bollette, le spese mediche oppure quelle «impreviste». Del resto, il 47% delle famiglie qui è monoreddito. E anche se uno il lavoro ce l'ha, la «protezione» della cassa integrazione vale solo per il 25% dei lavoratori (il 50%, nel centronord). Un indicatore aiuta a capire le conseguenze. Anche la «speranza di vita», al Sud, è più bassa: un anno in meno, sia per le donne che per gli uomini.

L'ANALISI

Il «teorema Sud» che fa comodo al Nord

di Domenico Cersosimo

Il Sud indietreggia. I dati Svimez sono impietosi, come sempre. Il prodotto interno lordo tracolla del 4,5 per cento nel 2009, ritornando al valore di 10 anni fa. L'industria perde oltre 60 mila lavoratori, che si aggiungono ai 40 mila già persi l'anno prima. Gli occupati tra 15 e 34 anni si sono ridotti di 175 mila. Un meridionale su tre è a rischio povertà e il 14 per cento delle famiglie vive con meno di 1.000 euro al mese. Più di 120 mila i meridionali emigrati. Il Rapporto Svimez snocciola raffiche di dati negativi. Il Sud sembra ormai devitalizzato, sfibrato.

La crisi economica assume ora le sembianze della crisi sociale. Il Sud ha sofferto meno nella fase finanziaria e industriale della crisi. Perché meno esposto alle intemperie bancarie; perché meno dotato di imprese aperte alla concorrenza internazionale. Oggi soffre di più. La stagnazione della domanda interna penalizza soprattutto il Mezzogiorno e ancora peggio sarà nei prossimi mesi per effetto della manovra correttiva in approvazione alla Camera. I tagli drastici e indiscriminati ai pubblici dipendenti, alle regioni e agli enti locali faranno sentire il loro peso soprattutto al Sud. Salari e stipendi bloccati e meno servizi pubblici locali deprimeranno ulteriormente l'economia meridionale e il benessere collettivo.

Dopodomani il Sud ritornerà ad essere una reliquia. Da anni non è più nell'agenda del governo e della politica, anche di opposizione. Balbettii e indignazione a ricorrenze sempre più rarefatte e poi nulla, silenzio. Non c'è interesse per il Mezzogiorno. Semplicemente non c'è un blocco sociale interessato al cambiamento del Sud. Al contrario, prevale da diversi anni un blocco di forze, semmai inerziale e inintenzionale, favorevole allo status quo. Il Sud come disastro nazionale è funzionale alla Lega e al Nord: è colpa dei meridionali se le cose non vanno bene nel nostro paese, anche dei malfunzionamenti nella pianura Padana. Nel frattempo, il Nord continua anno dopo anno ad assorbire migliaia di laureati formatisi nelle università meridionali. Il Sud arretrato va benissimo per perpetuare i privilegi di molte classi dirigenti meridionali che si nutrono di rendita e di pessima amministrazione. Meno trasferimenti al Sud (e più al Nord), l'importante è che siano trasferimenti tradizionali, è la strategia, perseguita dal governo, che accontenta i primi e i secondi. Troppo flebili e disperse le voci di imprenditori, intellettuali, tecnici e ceti dirigenti interessati all'innovazione.

Sud è diventata oggi una parola impronunciabile, totem della quintessenza dei mali italiani: strato cronicizzato di mafie, corruzione, familismo, illegalità, sprechi. Un aggregato geografico ed umano a sé, refrattario al civismo e allo sviluppo; un pezzo d'Italia che dilapida imponenti risorse pubbliche prodotte al Nord. Questo «teorema Mezzogiorno», come lo chiama efficacemente Gianfranco Viesti, seppure ha conquistato buona parte delle élite dirigenti nazionali e degli italiani, anche del Sud, è palesemente falso, basato cioè su affermazioni senza fatti, prive di evidenze empiriche. È un racconto che giustifica il saccheggio sistematico da parte del governo di risorse finanziarie destinate al Sud e la secessione culturale strisciante.

Ovviamente il Sud non è il migliore dei mondi possibili: la sanità, la giustizia civile, i trasporti, la scuola funzionano peggio che al Nord. Il Sud però non è un'area altra, deviata, polarmente contrapposta al Nord. Il Sud non è «il» problema dell'Italia contemporanea. Il problema è l'assenza di politica, di immaginazione, di fiducia in un paese diverso, più unito e coeso.

Oggi il problema del Sud non è più di natura strettamente economica. Incentivi, sussidi, salari polacchi, crediti d'imposta o altre «fiscalità di vantaggio» finiscono fatalmente per attrarre il capitale peggiore, d'impresa e umano. Il Sud è un problema di deficit istituzionale, di debolezza estrema dello Stato nel garantire standard adeguati di servizi essenziali a tutti i cittadini che vivono nel Mezzogiorno. Come ripete Fabrizio Barca, è un problema di deficit di classi dirigenti meridionali adeguati al cambiamento istituzionale e di cittadini che domandano cambiamento.

Se è così non bisognerebbe allarmarsi tanto per la bassa crescita del prodotto interno lordo per abitante. Così come non è un'esclusiva del Sud l'incremento della disoccupazione, l'aumento dei lavoratori in cassa integrazione o i tempi infiniti per la realizzazione di un'opera pubblica. Certo, al Sud è quasi sempre un po' peggio che al Nord, ma è l'Italia tutta ad arrancare da tempo. La qualità della vita dei meridionali oggi non dipende soltanto dal divario economico, molto di più conta il divario civile in termini di sicurezza, di qualità scolastica, di funzionamento dei tribunali, di certezza delle regole, di disponibilità di acqua e di asili nido, di frequenza e comfort dei treni. Un divario civile ben più ampio e insostenibile di quello economico. È la penuria e la bassa qualità di servizi pubblici essenziali la causa prima del sottosviluppo.

Per questo non serve una politica straordinaria. C'è bisogno di molto di più: di una politica nazionale ordinaria rivolta a garantire equità d'accesso ai servizi di base ai meridionali. Le risorse aggiuntive comunitarie sono importanti, sempreché siano addizionali e non sostitutive come avviene nel nostro paese negli ultimi anni, ma non possono sostituirsi a quelle nazionali. Due ore di matematica in più pomeridiane fanno bene soprattutto se nelle ore scolastiche ordinarie si insegna buona matematica.

Il federalismo all'italiana rischia di peggiorare la situazione. L'autonomia senza perequazione comporterebbe un'inevitabile crescita del divario civile: solo le regioni più dotate, del Nord e del Centro, avrebbero la possibilità di finanziare da sé i servizi. Ma il federalismo potrebbe anche ridurre il divario civile. Ad esempio, se le politiche ordinarie e le politiche regionali fossero orientate a conseguire congiuntamente livelli essenziali di prestazioni pubbliche per i cittadini del Sud comparabili con quelli del Nord per costi e qualità. Ma ci vorrebbe un altro blocco sociale, ceti interessati ad un'altra Italia e politici in grado di intercettarli e assecondarli.

Se il titolo, Bella e perduta, dell’ultimo saggio dello storico Lucio Villari (Editori Laterza, Euro 18), è accattivante - parla direttamente al cuore e alla ragione - il contenuto, oltre che di palpitante attualità, è di straordinario interesse. Non si tratta di una nuova storia del Risorgimento, ma di un viaggio nella sua «intrastoria», in quelle pieghe riposte e spesso, più che segrete, ignorate, nelle quali la politica come attività pubblica si coniuga col privato, fatto di lettere, pagine di diario, comunicazioni destinate a rimanere riservate.

Il primo merito del saggio è, non di aver sottratto al privato materiali di singolare interesse pubblico, ma di aver contribuito, attraverso la loro interpretazione /contestualizzazione, a collocare l’evento più importante per i destini dei popoli della Penisola, e non solo, nella corretta prospettiva storica.

Del Risorgimento sono state fornite ricostruzioni e interpretazioni niente affatto univoche, che non è il caso di riproporre in un articolo. I materiali assemblati da Villari contribuiscono a chiarirne alcuni aspetti rimasti troppo spesso in ombra. Spicca il ruolo del liberale Cavour,ma ad esso si intrecciano oltre quelli (noti) di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, di Gioberti, quelli di altri meno noti o meno fatti oggetto di attenzione, consiglieri privati, rappresentanti di interessi molteplici, personalità complesse, collocati in posti di alta responsabilità e spesso decisivi. Come quel Liborio Romano, Ministro dell’Interno dell’ultimo re Borbone il quale, consegnando Napoli e il napoletano a Garibaldi, evitò un possibile scontro fra le truppe di Vittorio Emanuele e quelle borboniche e però, anche del Dittatore e dei suoi Mille.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda i rapporti per così dire, interni, fra i promotori dell’unificazione a cominciare dal «forcaiolo» Vittorio Emanuele I, e dal contraddittorio e ondivago Carlo Alberto, «aperturista» più che liberale, fino al più franco e determinato Vittorio Emanuele, protagonista dell’ultima guerra d’Indipendenza conclusasi nel 1859, poco più di un anno prima del fatidico 1861, che lo vide ascendere al trono non come V.E. I, re d’Italia,ma come II re di quel Regno Sardo destinato da quel momento a essere ridotto a oggetto di «storia locale».

Se vista dal lato giusto, cioè da quello dei patrioti unitaristi o federalisti che fossero, la conclusione del processo avviato con la concessione dello Statuto del 1848, è stato più che un’epopea, una esaltante, oltre che sanguinosa avventura; dal lato opposto, quello piemontese e sabaudo, fu per un verso un’astuta e ben condotta operazione diplomatica, per un altro, una campagna militare e di conquista, all’ombra dei «plebisciti».

A raccontare la prima, furono alcuni dei partecipanti. Oltre il Generale Garibaldi con le sue memorie, e quelle dei suoi più vicini collaboratori, due si distinsero per freschezza, ricchezza, entusiasmo: G. C. Abba, col suo Da Quarto al Volturno, e Ippolito Nievo, con le sue Confessioni di un italiano, poi « di un ottuagenario».

Opere entrambe di grande importanza, ancorché di diverso valore letterario. Più cronachistico il primo, indispensabile per la ricostruzione della spedizione dei Mille, romanzo autentico, il secondo, a metà strada fra il romanzo storico e la narrazione ricca di suggestioni liriche ed elegiache. Ma quella «meravigliosa avventura», che ebbe come protagonista una gioventù entusiasta ed «eroica», non è che una faccia della medaglia risorgimentale. L’altra è quella meno nota e ostentata dei politici, e dei militari, dei diplomatici e, per ciò stesso, non più giovani e, in molti casi, disincantati e qualche volta cinici. Villari enfatizza giustamente il «caso unico nella storia dell’Europa liberale», di un’unità nazionale «realizzata in Parlamento». E aggiunge: «In assoluto, l’idea di giustizia è stata la forza morale sommessa e il tormento intellettuale del Risorgimento...La componente religiosa del liberalismo...Fino a quando la borghesia liberale difese questa idea dai condizionamenti classisti dovuti agli interessi economici che rappresentava».

Ciò avvenne a unificazione compiuta quando quegli «interessi classisti» prevalsero. Si trattò di un tradimento, che purtroppo coinvolse anche le elites più illuminate. Se ciò accadde è perché non c’era nel paese nessuna forza in grado di impedirlo. La causa fu la mancata «nazionalizzazione» delle masse contadine della Penisola nella sua interezza. Al posto della quale si aprì quell’epopea del «posto fisso», che vide arruolarsi nella burocrazia centralista e anche nelle Forze armate, gli elementi «letterati» della piccola e media borghesia, in prevalenza del Mezzogiorno e delle Isole, alla ricerca di qualcosa che li risarcisse, anche a costo della perdita di identità, della frustrazione e del crescente disagio economico derivante dalla concentrazione al Centro e al Nord della spesa pubblica e della conseguente offerta di lavoro.

La burocrazia, sempre più inflazionata di meridionali, fu il luogo nel quale si consumò il tacito patto del conformismo e del trasformismo gattopardesco, gestito dai «poteri forti» che, se da un lato assicurava allo Stato una massa di dipendenti ossequiente ma anche dispensatrice di favori, dall’altra assegnava una quota del reddito nazionale a quei figli dei ceti medi della Bassa Italia, altrimenti privi di mezzi di sussistenza conseguenza di un’iniqua politica fiscale e dei dazi, aggravata dalla crisi dell’agricoltura dovuta alla fillossera che colpì la produzione vitivinicola.

Nel frattempo maturava la consapevolezza dell’esistenza di una «quistione meridionale», come «questione nazionale», che rendesse giustizia alle popolazioni del Mezzogiorno e delle Isole. Era un modo per presentare il conto agli autori di una «unificazione ineguale». Lo Stato unitario si guardò bene dal pagarlo. Al contrario, presentò il suo: Massaua, Somalia, Libia e, infine, la Grande Guerra. Superfluo aggiungere che a pagare quel conto furono soprattutto le masse contadine meridionali e delle Isole, finalmente «nazionalizzate», arruolate nelle Brigate regionali delle quali la Brigata Sassari fu il tragico emblema. Per saperne di più leggere Gramsci e l’Emilio Lussu di Un anno sull’Altipiano.

L’Italia era fatta. Restavano «da fare» gli italiani. Pur attraverso tante prove sanguinose e una dittatura che condusse il Paese oltre l’orlo dell’abisso, l’unità ha resistito. Ma oggi lo Stato repubblicano rischia lo sgretolamento sotto la pressione di egoismi, scandali, insufficienza della classe dirigente, delle mafie, ‘ndranghete e camorre che controllano spazi crescenti non più solo del Sud. La ‘ndrangheta è entrata in Parlamento.

Cos’è rimasto di «quell’idea di giustizia» che era stata «la forza morale sommessa e il tormento intellettuale » del Risorgimento...«della «componente religiosa del liberalismo»? Non è forse venuto il momento di una riscossa proprio del Mezzogiorno, che si proponga di superare quella «unificazione ineguale », attraverso la costruzione di una Repubblica federale egualitaria e solidale, quale quella auspicata da Carlo Rosselli, prima del suo assassinio per ordine di Mussolini, nell’ottobre del 1937? Sono queste alcune riflessioni suscitate dalla lettura del saggio di Villari, che si riconferma non solo come uno degli storici più acuti e sagaci di questi tormentati decenni, ma anche come uno scrittore appassionato e di non comune spessore letterario. A cominciare dalla scelta del titolo, Bella e perduta, che più che esprimere nostalgia di un passato luminoso, sembra adombrare l’accorato timore di un oscuro futuro.

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